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News n. 1
Pirelli torna italiana? I cinesi sono un problema Pirelli torna italiana? I cinesi sono un problema

Pressioni politiche, scadenze ravvicinate e il rischio di perdere il mercato USA: attorno a Pirelli si gioca una partita che va ben oltre la finanza. Sul tavolo, una riduzione drastica della quota cinese per “ridisegnare controllo e governance

Riccardo Allegro

Pirelli e il problema Sinochem

Si stringono i tempi per il riassetto di Pirelli. Al centro della trattativa c’è il ruolo della cinese Sinochem, oggi primo azionista del gruppo con il 34% del capitale, e la necessità di ridurne l’influenza per evitare conseguenze industriali pesanti, in particolare sul mercato statunitense. Il confronto è entrato nel vivo nelle ultime settimane e l’obiettivo quello di individuare una soluzione condivisa entro marzo, data chiave per una serie di scadenze regolatorie. Facciamo il punto. 

La quota cinese e l’ipotesi del 10%

Tra le opzioni allo studio, una in particolare sta prendendo forma: la riduzione della partecipazione di Sinochem fino a circa il 10%. In questo scenario, il gruppo cinese resterebbe nel capitale di Pirelli, ma come investitore passivo, senza un ruolo determinante nella governance. Le alternative restano comunque sul tavolo: dall’uscita totale di Sinochem dal capitale, a una permanenza accompagnata da ulteriori limitazioni sui diritti di governance, fino a un possibile nuovo intervento dello Stato italiano.

Lo vogliono gli Stati Uniti

A rendere urgente una decisione è soprattutto il contesto internazionale. Gli Stati Uniti stanno infatti introducendo restrizioni su software e hardware di origine cinese utilizzati in dispositivi che interagiscono con veicoli connessi. Un tema che riguarda direttamente Pirelli ed i suoi cyber tyre, pneumatici dotati di sensori in grado di raccogliere dati e comunicare con il veicolo, finiti sotto l’attenzione del Dipartimento del Commercio USA preoccupato per la tutela dei dati sensibili e della privacy. La presenza rilevante di un azionista cinese rischia quindi di limitare l’accesso di Pirelli al mercato americano, che vale circa un quinto dei ricavi del gruppo. Morale: entro metà marzo, l’azienda dovrà dichiarare di non utilizzare software cinesi per poter operare senza restrizioni negli USA.

Il ruolo del Governo

In assenza di una soluzione negoziata, potrebbe tornare in campo il golden power. Il Governo italiano lo ha già utilizzato nel giugno 2023 per proteggere le tecnologie sensibili di Pirelli e limitare l’accesso di Sinochem a dati e know-how. Questa volta, secondo quanto riportato da fonti internazionali, l’esecutivo potrebbe arrivare anche alla sospensione dei diritti di voto del socio cinese. Una prospettiva che spinge entrambe le parti a cercare un accordo diretto, evitando forzature istituzionali.

Cosa sono i cyber tyre?  Pirelli: col 5G le gomme intelligenti rilevano e segnalano i pericoli

Industria e finanza
Data articolo: Sat, 10 Jan 2026 16:28:01 +0000
News n. 2
Prova Kove 800 X Rally, la cinese avventurosa Prova Kove 800 X Rally, la cinese avventurosa
Kove
800 Rally
2025
RiccardoVilla

Sviluppata nelle gare africane, la Kove 800 X Rally è una fuoristrada "dura e pura" omologata monoposto. L'abbiamo messa alla prova e ora vi raccontiamo come va, con i pregi e i difetti

Presente in Italia ormai da qualche anno, Kove ha una gamma in cui spiccano alcuni modelli derivati dalle moto usate dal team ufficiale nei rally-raid più famosi. Tra questi modelli c'è anche la 800 X Rally, l'adventourer in queste pagine portata in gara alla Africa Eco Race da Matteo Bottino e venduta "pronto gara", così come la vedete nelle foto. 

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Leggera, agile e ben equipaggiata

La 800 X Rally ha un telaio "misto" acciaio-alluminio che abbraccia il motore, un bicilindrico in linea frontemarcia di 799 cm³ con una potenza (rilevata alla ruota) di 79,2 CV a 9.200 giri e una coppia massima di 64 Nm a 7.700 giri. A sostegno del tutto troviamo sospensioni Yu-An regolabili nell'idraulica e a lunghissima escursione: 270 mm per la forcella a steli rovesciati di ben 49 mm di diametro e 250 mm per il monoammortizzatore, che è collegato al forcellone tramite leveraggi . 

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Il cruscotto è un ampio TFT a colori di 7" verticale, così da poter essere consultato facilmente anche nella guida in piedi. Offre un buon numero di informazioni, ma è poco luminoso.

Omologata monoposto, offre numerose componenti in alluminio e pochi fronzoli, per un peso rilevato di soli 171.5 kg in ordine di marcia ma con il serbatoio di 20 litri vuoto. Ruote e freni sono da vera fuoristrada: 21"-18" il diametro dei cerchi rinforzati con camere d'aria e pneumatici tassellati, mentre all'avantreno c'è un disco a margherita di 310 mm. Niente controllo di trazione, mentre I'ABS di serie è disattivabile solo al posteriore oppure totalmente.

Enduro

Sella stretta, manubrio largo, sovrastrutture ridotte all'osso e dimensioni generali davvero compatte fanno della Kove 800X Pro una adventure quasi specialistica. Su strada risulta agile e maneggevole, al netto degli pneumatici tassellati che limitano i feeling e le vere potenzialità della moto. Il motore offre una bella coppia ai medi e una buona propensione all'allungo, peccato solo per il marcato effetto on-off del comando del gas che tende a scomporre l’assetto quando si va ad agire sul gas. Le sospensioni infatti hanno una taratura piuttosto morbida e sono molto sensibili ai trasferimento di carico in accelerazione e in frenata. 

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Frenata che possiamo definire più modulabile che incisiva nella risposta: quando si alza il ritmo si vorrebbe più mordente, tuttavia è perfetta per l’utilizzo in fuoristrada. Abbastanza preciso il cambio, ma il pedale è un pochino duro da azionare. In furoistarda la 800X Rally si comporta davvero bene: leggera, stretta e con sospensioni scorrevoli è facile da gestire anche se si ha poca esperienza. ll serbatoio snello sui fianchi permette di stringerla fra le gambe quando si guida in piedi sulle pedane, mentre il manubrio ci è sembrato un po' troppo basso per chi supera i 180 cm di statura. Nelle curve strette infastidisce I'effetto on-off del motore, ma nei percorsi più veloci si apprezza la spinta corposa del bicilindrico ai medi e agli alti regimi. L'ampia luce a terra e l'escursione generosa delle sospensioni permettono di affrontare senza pensieri anche i percorsi più dissestati, contando su un avantreno sufficientemente stabile e prevedibile.

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Vibrazioni molto marcate e scarso riparo aerodinamico la rendono però poco adatta ai viaggi. Superati i 110 -120 km/h la moto del test innescava fastidiosi ondeggiamenti dell'avantreno, ma erano dovuti probabilmente agli penumatici con tasselli molto pronunciati.  Per peso e dimensioni, nel traffico si gestisce più facilmente rispetto ad alcune sue concorrenti, ma l'effetto on-off è però piuttosto marcato e avvertibile appena si va ad agire sul comando del gas. Va da se che diventi una seccatura nelle continue ripartenze tipiche dei contesti cittadini.
 

Video assente
Velocità massima (km/h)192,7
Accelerazionesecondi
0-400 metri12,2
0-1000 metri24,2
0-100 km/h4
Ripresa (da 50 km/h)secondi
400 metri13
1000 metri24,2
Potenza massima alla ruota 
CV/kW79,2/59,1
Giri al minuto9.200
Frenatametri
Da 100 km/h42,7
Consumikm/l
Autostrada19,4
Extraurbano22,6
A 90 km/h30,3
A 120 km/h21,3
Al massimo15,9

 

Acquisizione dati con sistema satellitare Leane – Suchy Data System.
Banco prova Dynojet’s 150 Dynamometer. 
Bilancia Computer Scales Longacre 7263.

 

Motore4 tempi, bicilindrico
Cilindrata (cm3)799
Cambioa 6 rapporti
Potenza CV(kW)/giri95,2(71)/9.000
Freno anteriorea disco di 310 mm
Freno posteriorea disco di 240 mm
Pneumatico anteriore90/90-21"
Pneumatico posteriore140/80-18"
Altezza sella (cm)89,5
Peso (kg dichiarati a secco)178
Capacità serbatoio (litri)20
Autonomia (km)nd
Velocità massima (km/h)185
Tempo di consegnaimmediata

Dimensioni generali compatte, facilità di guida in fuoristrada anche per chi è alle prime armi, grande agilità e maneggevolezza nello stretto.

Effetto on-off del comando del gas, assenza del controllo di trazione, frenata poco prestazionale nella guida su asfalto.

11990
79,2
171,5
799
192,7
226,7
154,5
89,5
0
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Senza rilevamenti
Rilevamenti presenti
Data articolo: Sat, 10 Jan 2026 16:27:49 +0000
News n. 3
La leggenda del Batacchio, la Ducati Supermono che vinceva in pista La leggenda del Batacchio, la Ducati Supermono che vinceva in pista

Prima del Hypermotard 698 un’altra Ducati fece scalpore montato un raffinato motore mono derivato dal classico bicilindrico a L di Borgo Panigale. Ecco la storia vincente della Ducati Supermono

malo

Con l’arrivo del monocilindrico montato sulla Hypermotard 698 Mono (qui la nostra prova) si apre un nuovo capitolo della storia Ducati, dopo decenni di bicilindrici prima, e di quattro cilindri poi. Avevano un solo cilindro le moto prodotte dalla Casa bolognese dagli esordi fino agli anni ‘70 ma questa configurazione era stata abbandonata per lo schema a â€Lâ€: era diventato un marchio di fabbrica, salvo la sfortunata esperienza con i bicilindrici paralleli GTL, GTV e Sport Desmo.

Il batacchio è nel mito

C’è però un altro motore monocilindrico Ducati che è diventato leggendario, pur essendo stato prodotto in soli 67 esemplari. Così come il 698 deriva dal V2 della Panigale (cliccate qui per scoprire come è fatto il nuovo mono di Ducati), anche questo fu sviluppato partendo da un bicilindrico a L. ma procediamo con ordine. Venne progettato dall’ingegner Massimo Bordi e con una punta di ironia venne soprannominato â€Batacchio†per il suo geniale sistema di bilanciamento; apparve solo in versione â€corsa†nonostante fossero stati allestiti anche due prototipi stradali, e nella sua categoria vinse tutto quello che era possibile: in forma ufficiale gareggiò soltanto nel 1993 e con Mauro Lucchiari in una sola stagione conquistò i campionati Italiano ed Europeo Supermono Piloti e Costruttori; altri successi con moto private arrivarono dal pilota giornalista Alan Cathcart che fu primo nella gara Sound of Singles di Daytona, nell’Australian TT a Bathurst, nel Campionato Olandese Open Supermono, nel Campionato Britannico Supermono e due volte nel Campionato Giapponese Sound of Singles, mentre Robert Holden vinse il Tourist Trophy dell’isola di Man nel 1985.

Il pilota giornalista Alan Cathcart vinse parecchie gare con la Supermono

 

Una moto “low costâ€

Un bel palmarès per un motore nato in economia! L’intuizione era stata dell’ingegner Bordi, direttore tecnico e direttore generale del Gruppo Cagiva. In quegli anni stava prendendo piede la categoria Supermono e il papà della 851 quattro valvole venne affascinato dalla nuova sfida, sebbene si trattasse di una categoria minore.

“Pensai che si potesse ottenere un buon risultato con un investimento modesto – è la sua spiegazione – partecipando a un campionato forse marginale ma nel quale la componente passione era fortissima. Inoltre ero affascinato dall’idea di un monocilindrico con una potenza così alta e da una soluzione straordinaria e innovativa che dava le stesse caratteristiche di bilanciamento di un bicilindrico a 90°â€.

A sinistra un givane ingegner Bordi Bordi mostra la Supermono ad Alan Cathcart

 

L’idea geniale di Bordi

Il famoso â€batacchioâ€. Per contenere i costi venne sfruttato il più possibile il materiale già esistente: i carter del bicilindrico â€piccoloâ€, quello di 750 cm³ a due valvole, e una termica del bicilindrico di 851 cm³ quattro valvole, mantenendo lo stesso albero motore che peraltro era ben equilibrato.

“Le prime prove vennero fatte con un motore bicilindrico “a L†di serie al quale era stata lasciata attiva solo la termica inferiore, quello orizzontale – ricorda Gianluigi Mengoli, a quel tempo direttore dell’Ufficio Tecnico – , mentre il pistone di quella verticale venne lasciato senza segmenti per ridurre al massimo la resistenza. A quel punto ci si interrogò su come ripristinare l’equilibratura mantenendo un pistone soloâ€.

E qui Bordi tirò fuori il coniglio dal cilindro, quello del prestigiatore: per ottenere lo stesso bilanciamento la biella del cilindro superiore venne collegata a una seconda bielletta ancorata alla parte superiore del carter, che nel movimento simulava il peso del pistone. Un sistema successivamente ripreso sulle BMW 650 bicilindriche.

In questo motore sezionato si vede bene il sistema di equilibratura ideato da Bordi che sfrutta la biella del secondo cilindro

 

Cilindrata massima 550 cm³

Usando i carter del 750 però non c’era spazio per andare oltre 100 mm di alesaggio, e siccome la corsa era quella determinata dall’albero motore molto simile a quello del 750 di serie, ci si dovette limitare a una cilindrata di 550 cm³. In una categoria nella quale gareggiavano motori di cilindrata decisamente superiore.

“Però grazie a quel sistema di bilanciamento noi potevamo arrivare a un regime di rotazione superiore – è ancora Bordi – . Adottammo il massimo alesaggio possibile con la geometria del basamento piccolo: distanza tra albero motore e primario come nel basamento piccolo, il gruppo cambio era quello del motore piccolo, l’albero motore molto simile, le bielle erano quelle dell’851. La parte termica era prelevata dal quattro valvole da corsa: testa, cilindro e il pistone solo un po’ più grosso per via dell’alesaggio. Dunque riuscii a realizzare un motore che impiegava molti componenti comuni al resto della produzione, e di specifico aveva solo i due semicarter e il batacchio. In quel momento difficile per il Gruppo Cagiva, insieme a Franco Farnè e a Mengoli ho fatto quello che ho fatto con quattro gatti. Di Farnè si parla poco riguardo a questo progetto ma ebbe  un ruolo importantissimo. Montammo i pezzi che già avevamo, rifacemmo la mappatura e la potenza venne fuori subitoâ€.

 

Girava a 10.000 giri!

Il basamento del prototipo era un esemplare di serie nel quale al posto del cilindro superiore era stata saldata una scatola che chiudeva il sistema di equilibratura, successivamente vennero realizzati i carter definitivi fusi in terra. La pompa dell’acqua era sulla testata, comandata direttamente da uno dei due alberi a camme, soluzione più economica e meno ingombrante.

L’ingegner Bordi fece un salto quando il motore messo al banco dette una potenza sorprendente: una settantina di cavalli, che successivamente arrivarono addirittura a 75 CV a 10.000 giri/minuto. Valori elevatissimi per l’epoca.

 

Al telaio ci pensa Domenicali

Ma c’era da pensare anche al telaio e di questo venne incaricato un ingegnere da poco assunto: fu il primo incarico di Claudio Domenicali, all’inizio di una carriera che lo avrebbe portato all’attuale ruolo di amministratore delegato dell’azienda. Il giovanotto disegnò una struttura a traliccio ispirata a quella della 851 ma con la sospensione posteriore cantilever, senza leveraggi, più economica e più facile da gestire; il forcellone in alluminio era quello del modello F1. Domenicali proseguì anche come coordinatore del progetto portandone avanti lo sviluppo.

Il disegno della carrozzeria fu realizzato da Pierre Terblanche e pure questo risultò azzeccatissimo.

 

La produzione inizia nel 1993

Fra il 1993 e la metà del 1994 venne prodotta una prima serie di Ducati Supermono, nella punzonatura del telaio era indicata anche la cilindrata, 550 cm³; attorno al luglio 1995 iniziò la produzione della seconda serie e la punzonatura indicava 570, perché il motore era stato maggiorato per ottenere una potenza superiore.

“Nel ’92 venne fatto il primo esemplare che era il prototipo – ricorda Livio Lodi, curatore del museo storico della Casa di Borgo Panigale –, poi vennero prodotte 30 moto nel ’93, 10 nel ’94 e 25 nel ’95; a queste va aggiunto un prototipo del 1998 realizzato sulla base della 900 Supersport, che aveva un telaio completamente diverso da quello da corsa, ma non ebbe seguitoâ€. In totale 67, Che per I collezionisti hanno un valore impressionante: qualche anno fa un esemplare è stato battuto all’asta per 160.000 euro.

 

Imbattibile in pista

La moto era bassa, leggera e semplicissima, apprezzatissima dai privati e imbattibile nella versione ufficiale che differiva soltanto per il forcellone rinforzato, lo scarico con la doppia uscita, l’ammortizzatore e i dischi freno in carbonio. Mauro Lucchiari fece man bassa nelle gare del 1993 ma alla fine di quell’anno lo sviluppo si interruppe; nel 1994 la Ducati factory venne affidata in gestione esterna a Paul Pellissier ma dopo un secondo e terzo posto nelle prime due gare di Campionato Europeo il valdostano passò si al Motomondiale 500 con la Paton; la Supermoto partecipò alla terza e ultima prova del campionato continentale al Mugello con Pierfrancesco Chili che vinse alla grande, e l’avventura si chiuse lì.

“Non conveniva schierare una squadra ufficiale nel campionato Supermono perché i privati vincevano da soli – spiega Bordi –, e visto come avevamo dominato le gare, l’interesse era calato. Fare di più di quello che già avevamo ottenuto non sarebbe servitoâ€.

 

No alla versione stradale

Non valeva nemmeno la pena pensare a una versione stradale, sebbene qualche prova fosse stata fatta. Prima un muletto con la ciclistica della 851, e qualche anno dopo un nuovo prototipo, ai tempi della gestione Texas Pacific Group.

Ecco il prototipo della versione stradale mai entrata in produzione

 

“La sperimentazione della versione stradale iniziò nel giugno 1991 ma ci fermarono quasi subito, attorno a gennaio del 1992 – svela l’ingegner Andrea Forni, allora responsabile sperimentazione veicolo delle moto che andavano in produzione – . Nel 1998 venne allestito anche un prototipo sulla base di una ciclistica della Supersport, ma non ebbe seguito. L’interesse per le Supermono fu un’illusione che si consumò molto in fretta, capimmo che il gioco non valeva la candela e di conseguenza interrompemmo lo sviluppoâ€.

 

Qui un approfondimento sulla distribuzione desmodromica.

Storie di moto
Data articolo: Fri, 09 Jan 2026 16:26:43 +0000
News n. 4
Tutti i segreti della Vespa ET3 Polini che ha battuto i prototipi nella 500 km di Pomposa Tutti i segreti della Vespa ET3 Polini che ha battuto i prototipi nella 500 km di Pomposa

Il regolamento prevede tre categorie a seconda del livello di preparazione, ma alla squadra ufficiale della Casa bergamasca è stata sufficiente una “derivata†per conquistare nuovamente la vittoria assoluta

malo

È stata una grande vittoria quella colta lo scorso settembre dal team Polini alla Pomposa 500, la prestigiosa gara di endurance a squadre riservata alle Vespa e giunta ormai alla settima edizione. Il regolamento prevede tre categorie a seconda del livello di preparazione: Proto, Super Sport e Derivate. Le differenze sono notevoli ma alla squadra ufficiale della Casa bergamasca è stata sufficiente una “derivata†per conquistare nuovamente la vittoria assoluta, come già lo scorso anno. Al via c’erano 28 team e un centinaio di piloti, l’equipaggio composto da Matteo Tiraferri, Filippo Benini e Manuel Fulgeri si è imposto su tutti in una gara durata 7 ore, 313 giri percorsi sempre al massimo. Il team Polini è stato sempre al comando ed ha lottato tra la prima e la seconda posizione contro il team Elma Factory Racing, che però aveva un veicolo preparato secondo il regolamento più “libero†della categoria Super Sport. La questione si è risolta solo all’ultimo passaggio con la vittoria assoluta del team Polini, che naturalmente ha conquistato il successo anche tra le Derivate dalla Serie.

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Potete farvela anche voi

La cosa curiosa è che chiunque si può realizzare da solo una Vespa ET3 come quella della squadra ufficiale bergamasca perché lo scooter era stato preparato con gli stessi componenti che chiunque può acquistare da un rivenditore Polini. C’era il dubbio, oggi c’è anche la certezza perché è stata diffusa la lista dei componenti impiegati per preparare la Vespa vincente, tutti provenienti dal catalogo Polini e acquistabili da chiunque presso i rivenditori.

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I pezzi del motore

Nella lista delle parti ci sono: 

  • il gruppo termico con cilindro ad alesaggio 58 mm in ghisa
  • l’albero motore in acciaio C 51 con i relativi cuscinetti
  • i sistemi di aspirazione e scarico, adottando un carburatore PVK 24 e il relativo collettore di aspirazione a tre fori
  • la marmitta Original for Race
  • l'accensione sviluppata appositamente.

Grossi interventi anche sulla trasmissione, sono stati cambiati: 

  • carter frizione,
  • campana frizione 224/72
  • frizione completa
  • ingranaggio della primaria con Z 25
  • crociera del cambio. 

Del pacchetto di preparazione fanno parte anche la ventola di raffreddamento in alluminio, più leggera, la candela e il distanziale carter copri ventola.

Come cambia la ciclistica

Interventi anche sulla ciclistica ecco i pezzi cambiati:

  • forcella differente anche nel braccio della sospensione
  • mozzo ruota
  • disco freno
  • pinza e pompa freno
  • ammortizzatore anteriore più sportivo
  • diverso cerchio anteriore
  • elementi secondari come chiavette e cuscinetti

Una trasformazione profonda, certamente, ma tutta con pezzi regolarmente in vendita al pubblico. Se volete potete farvi anche voi una Vespa identica a quella ufficiale e schierarvi l’anno prossimo con le stesse possibilità di vittoria. Si intende, se disponete anche dello stesso talento…

Volete cominciare a pensarci? Qui è l’elenco completo delle parti sostituite, con tanto di numeri di catalogo. 

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News
Data articolo: Fri, 09 Jan 2026 15:05:25 +0000
News n. 5
Moto2 e Moto3: se vinci senza italiani e spagnoli Liberty Media ti dà 200.000 euro Moto2 e Moto3: se vinci senza italiani e spagnoli Liberty Media ti dà 200.000 euro

Dal 2026 al 2028 Liberty Media offrirà fino a 200.000 euro ai team capaci di vincere con piloti che non siano italiani o spagnoli 

massimo.miliani

Gli incentivi economici

Liberty Media, nuovo proprietario del Motomondiale che comprende Moto3, Moto2 e MotoGP, ha introdotto incentivi finanziari destinati ai team che dal 2026 al 2028 ingaggeranno piloti provenienti da Paesi con almeno 100.000 abitanti e con una rappresentanza inferiore al 10% nel paddock del mondiale. Tradotto: qualsiasi nazionalità escluse quella italiana e spagnola, che attualmente occupano 15 delle 22 posizioni in griglia MotoGP (il 68% del totale). 

Un team che vince il mondiale Moto3 con un pilota che rientra in questi criteri e ottiene almeno quattro vittorie di tappa riceve 200.000 euro. Per il secondo posto con tre vittorie il premio scende a 100.000 euro, per il terzo con due successi a 50.000 euro. In Moto2 è previsto un bonus di 100.000 euro per chi vince con almeno quattro gare all'attivo.
La misura nasce per modificare una situazione che ha radici storiche: Italia e Spagna hanno sviluppato un sistema di competizioni nazionali e di base già prima della nascita del mondiale FIM nel 1949, creando un bacino di piloti che da decenni alimenta le classi minori e la MotoGP. Dorna sostiene circa dieci Talent Cup nel mondo, ma le griglie delle serie europee e della FIM MiniGP World Series restano dominate da italiani e spagnoli. E a quanto pare, per Liberty Media, l'aver creato un movimento che funziona è un problema. 

Varrà più il merito o il passaporto?

La scelta ha scatenato reazioni contrastanti. I critici sostengono che privilegiare la nazionalità sul merito rischia di indebolire il livello della competizione, soprattutto nei team Moto3 che operano con budget ridotti e potrebbero essere tentati di scegliere piloti meno competitivi nella speranza di ottenere i bonus. Jack Miller, pilota australiano che a 16 anni si trasferì in Europa per correre nei campionati spagnoli e tedeschi 125 prima di approdare nel mondiale, ha dichiarato in passato: "Non voglio essere qui per il mio passaporto, voglio esserci per la mia velocità. Ovviamente Spagna e Italia hanno piloti estremamente forti in questo momento, ma non voglio essere qui solo per il passaporto, non mi interessa affatto". 
Chi, invece, sostiene l'iniziativa ritiene che sia un modo per riequilibrare decenni di concentrazione di risorse e attenzioni su due soli Paesi, permettendo a piloti di altre nazioni di avere opportunità che altrimenti non avrebbero. Il ragionamento è che talenti provenienti da competizioni come il Tourist Trophy o qualsiasi altra road race, lo stesso mondiale Superbike oppure i campionati nazionali americani meritino maggiori possibilità di accesso al mondiale.

Cosa cambierà davvero

L'efficacia della misura si vedrà nei prossimi anni. Se l'obiettivo di Liberty Media è aumentare la popolarità del mondiale attirando pubblico e sponsor da mercati come quello statunitense o asiatico questi incentivi potrebbero funzionare, almeno nel breve periodo. Il rischio è che senza investimenti paralleli nelle serie giovanili e nei Talent Cup al di fuori dell'Europa, la policy rimanga un intervento superficiale che premia la nazionalità senza costruire un vero sistema di sviluppo dei giovani talenti a livello globale. La domanda che resta aperta è se questi 200.000 euro per team siano sufficienti a cambiare un equilibrio costruito in oltre settant'anni di storia di motociclismo sportivo dove, ed è giusto ribadirlo, Spagna e Italia hanno avuto solo "la colpa" di aver coltivato e reso funzionale una passione.

Pista
Data articolo: Fri, 09 Jan 2026 13:33:40 +0000
News n. 6
Kawasaki KR 250, doveva essere una bomba ma non scoppiò Kawasaki KR 250, doveva essere una bomba ma non scoppiò

Una replica stradale di una moto capace di vincere 8 titoli mondiali può essere un flop? Certo, ecco la storia della Kawasaki KR 

malo

Tra la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli ’80 la Kawasaki schierò nel Motomondiale una formidabile bicilindrica a due tempi che vinse quattro titoli ridati piloti nella classe 250 cm³ e altrettanti nella 350 cm³. 

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La KR da gara è stata una "fuoriclasse"

Cilindrata a parte le due versioni erano pressoché identiche e caratterizzate da una architettura estremamente originale all’epoca: i cilindri erano in tandem, cioè verticali e posti uno dietro l’altro, con l’ammissione controllata da due dischi rotanti posti all’estremità degli alberi motore. Di conseguenza i carburatori erano posizionati lateralmente e su un tradizionale bicilindrico parallelo questo avrebbe comportato un ingombro laterale eccessivo che avrebbe penalizzato l’aerodinamica. È per questo motivo che la Casa giapponese adottò il singolare schema tandem: in pratica due monocilindrici uno dietro l’altro, collegati tra loro tramite ingranaggi, con una notevole riduzione dell’ingombro laterale. Naturalmente aumentava la lunghezza del blocco, ma gli ingegneri giapponesi ovviarono a questo problema sfalsando verticalmente l’asse dei due alberi motore – in pratica uno era rialzato rispetto all’altro – e inclinando in avanti di 33° i due cilindri.

Qui potete vedere la mitica Honda NSR 250, la GP con fari frecce

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Originalissima la disposizione in tandem del motore 2 tempi

Arriva la replica

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Di qui a costruire una replica stradale cattivissima il passo fu relativamente breve. In quel momento i costruttori nipponici stavano prpponendo repliche stradali più o meno spinte delle loro 250 da corsa: Suzuki aveva la RG Gamma 250 e Yamaha la RD 350, entrambe bicilindriche due tempi. Nel 1984 Kawasaki lanciò la KR 250, meravigliosa trasposizione stradale della moto da corsa. L’architettura era analoga ma rovesciata: sulla GP i carburatori e i dischi rotanti erano a sinistra mentre sulla stradale erano a destra; in più la destinazione meno esasperata portò ad alcune differenze, tra le quali la fasatura degli scoppi: nella versione da corsa era di 360°, cioè I due cilindri scoppiavano simultaneamente e questo determinava superiori doti di tiro ai bassi e medi regimi e di accelerazione fuori dalla curva; comportava anche maggiori vibrazioni però, motivo per cui la versione stradale aveva gli scoppi a 180°, in modo da annullare le vibrazioni primarie. I carburatori non erano ortogonali rispetto all’asse dell’albero ma inclinati di 15°, e nelle versioni più recenti le valvole piatte erano inclinate di ulteriori 15° per favorire il flusso dell’aspirazione. Interessante anche l’adozione di un sistema di valvole lamellari che si aprivano solo agli altri regimi contribuendo al lavoro della luce di aspirazione principale.

Motore sofisticato

Era un motore molto ingegnoso quello della Kawasaki KR 250, nel quale le misure di alesaggio e corsa 56 x 50,6 mm determinavano una cilindrata effettiva di 249,3 cm³; la potenza era di 45 CV a 10.000 giri/minuto, con una coppia di 3,7 kgm a 8000 giri/minuto. La moto pesava 133 kg a secco, decisamente poco, grazie anche a un telaio in alluminio composto da tre pezzi che permetteva di ridurre sensibilmente la massa. Tra le particolarità il dispositivo di scarico KVSS comparso sulla versione KR250 S, studiato per migliorare il rendimento ai regimi medio-bassi. Mentre altri produttori avevano sviluppato valvole che modificavano l’altezza della luce di scarico in base al regime, la Kawasaki aveva collegato i due scarichi per sfruttare la pressione che si crea in ciascuna camera e ridurre il flusso d’aria di aspirazione in basso, mentre al di sopra dei 6500 giri/minuto i due scarichi funzionavano in maniera indipendente grazie all’intervento di due valvole che si chiudevano. Di alto livello le sospensioni, la forcella dotata di antiaffondamento e al posteriore un sistema di leveraggi progressivi a schema uni-trak.

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Lo spaccato del motore stradale mette in evidenza il collegamento con ingranaggi tra i due cilindi che hanno alberi motore separati

Poco successo

Era una gran bella moto la KR 250, tecnicamente avanzata, leggera e brillante, ma da noi non arrivò e anche in patria ebbe un successo molto inferiore a quello che avrebbe meritato, probabilmente a causa del successo che in quel momento riscuotevano le maxi. 

Storie di moto
Data articolo: Fri, 09 Jan 2026 11:23:40 +0000
News n. 7
Moto Guzzi V7 750 usata, il classico che piace sempre Moto Guzzi V7 750 usata, il classico che piace sempre

La V7 è una delle Moto Guzzi più apprezzate da nuove e anche usate: per questo le quotazioni restano alte. Comoda e solida, ha una meccanica affidabile

massimo.miliani

Punti di forza

È da sempre una delle Moto Guzzi più apprezzate, ma negli ultimi anni con la versione 850 è diventata addirittura la regina del suo segmento: lo stesso successo che premia le versioni II (2015-2017) e III (2017-2020) nel mercato dell'usato. Quest'ultima è la più matura nello stile (dettagli più curati) e nella tecnica: una moto solida, meccanicamente affidabile (nessun richiamo da segnalare), divertente da guidare nel misto e stabile sul veloce. E ha l'elettronica che serve ad aiutare i neofiti (ABS e controllo di trazione, arrivati nel 2015 con la V7 II e perfezionati nella V7 III). La posizione di guida è perfetta per chi non supera i 175 cm ma comunque comoda fino a 180 cm. Altro suo punto di forza sono i costi di manutenzione piuttosto contenuti (siamo intorno ai 150-180 euro ogni 10.000 km), anche per la presenza della trasmissione finale a cardano: il suo olio va cambiato ogni 20.000 km.

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Punti deboli

Il peso (202 kg rilevati senza carburante) e le pedane vicine al piano di seduta sono i principali difetti che caratterizzano la famiglia delle V7 (II e III non fa differenza). Nonostante il baricentro piuttosto basso, sollevare la moto dal cavalletto richiede un po' di sforzo, specie se si è di gamba corta (la sella un po' larga porta via centimetri utili). Le pedane alte, invece, costringono i più alti a guidare con le gambe molto piegate. Anche il comfort è migliorabile: la sella è poco imbottita e gli ammortizzatori hanno una risposta secca sulle buche. Attenzione alle trasformazioni "cafe racer" e simili: da evitare gli esemplari con modifiche tecniche o accessori non omologati.

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Il serbatoi è la replica di quello della mitica V7 Sport anni 70


I rilevamenti

  • Velocità massima: 166,9 km/h
  • Accelerazione 0-400 m: 14,8 sec
  • Consumo extraurbano: 22,1 km/l
  • Peso in ordine di marcia: 202 kg

Prima dell'acquisto controllate bene

Tagliandi – Gli esemplari con la manutenzione effettuata (e dimostrabile) regolarmente presso officine autorizzate sono sempre da preferire.
Frizione – Verificate che il cavo sia ben registrato. Se la frizione "stacca" in modo brusco o con strappi evidenti e non è il cavo mal regolato, la frizione è da rifare.
Viteria – Gli scuotimenti e le vibrazioni presenti quando si "tirano" le marce possono portare all'allentamento della bulloneria di motore e terminali di scarico. Controllate il serraggio delle viti.
Cromature – Sono delicate, specie quelle sugli scarichi, sui quali possono formarsi punti di ossidazione all'altezza dei fondelli e dei paracalore.

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Buone quotazioni

La V7 III è la versione più richiesta per due motivi: gli esemplari usati non hanno troppi anni (e chilometri) e rappresentano il punto più alto in termini di affidabilità e qualità. Questo, insieme a forme "classiche" che non invecchiano mai, aiutano a mantenere le quotazioni relativamente alte, senza esagerazioni ovviamente: anche da nuove le V7 non sono mai state troppo care. Prezzi da 3.000 a 6.500 euro.

Moto usate
Data articolo: Fri, 09 Jan 2026 09:15:34 +0000
News n. 8
Com'era guidare una Curtiss V8 nel 1900? Ci prova Jay Leno! Com'era guidare una Curtiss V8 nel 1900? Ci prova Jay Leno!

Com’era, 100 anni fa, montare in sella ad una Curtiss con motore V8 da 4 litri e superare i 150 km/h? Per scoprirlo, Jay Leno ha realizzato una replica funzionante che ha portato in prova lungo una strada deserta… 

Riccardo Allegro

Curtiss V8

Toccare i 160 km/h in sella ad una moto moderna è cosa ormai banale. Cent’anni fa era invece tutto un altro discorso: i telai, seppur rinforzati, erano quelli di una bicicletta, le sospensioni poco più che abbozzate, le ruote erano fragili e sottili ed i freni… lasciamo perdere.  Allora, potremmo dire, la velocità non veniva “gestitaâ€, bensì temerariamente affrontata. La Curtiss V8 nacque esattamente da questa logica. Progettata da Glenn Curtiss, figura chiave tra motociclismo e aviazione dell’epoca, non aveva ambizioni pratiche né stradali. Era bensì una moto costruita con un solo obiettivo: superare ogni limite di velocità mai raggiunto sulle due ruote.  

Motore di un aereo

Il cuore del progetto era un V8 da 4 litri derivato da applicazioni aeronautiche e accreditato di circa 40 CV. Considerato che la maggior parte delle “moto†dell’epoca si affidava a monocilindrici di piccola cilindrata, il confronto era semplicemente impari. Una moto, la Curtiss, che secondo le ricostruzioni storiche fu in grado nel 1907 di superare i 210 km/h. Oggi conservata come reperto museale, troppo fragile e preziosa per essere utilizzata. Un peccato! Da qui l’idea di Jay Leno’s Garage: realizzarne una replica il più fedele possibile all’originale e completamente funzionante, utile a restituire le sensazioni che il pilota della V8 provava in sella. 

La replica di Leno

Il progetto è stato curato dall’ingegnere Dale Stoner, che ha studiato documenti storici e analizzato l’originale per ricreare la moto quanto più fedelmente possibile. Il lavoro di Stoner ha permesso di riprodurre dimensioni, proporzioni e caratteristiche quasi identiche a quelle della Curtiss originale.  Una replica che conserva la crudezza e la semplicità meccanica di allora: il telaio rimanda a strutture da bicicletta rinforzata, i freni restano rudimentali e non ci sono compromessi su comfort o sicurezza. Ogni scelta progettuale mirava qui a restituire la sensazione di guidare una moto di inizio Novecento, con tutte le difficoltà e i rischi che questo comportava. Esperimento riuscito? Secondo Jay Leno assolutamente sì: Leno monta in sella alla moto e la prova lungo una strada deserta. Il video qui sotto parla da sé

Notizie dalla rete
Data articolo: Fri, 09 Jan 2026 08:38:08 +0000
News n. 9
L'ABS compie 30 anni, una rivoluzione che ci ha salvato la vita L'ABS compie 30 anni, una rivoluzione che ci ha salvato la vita

Trent'anni fa, sulla Kawasaki GPZ1100, faceva la sua comparsa il primo sistema ABS messo a punto da  Bosch. Un salto tecnologico che ha enormemente aumentato la sicurezza su strada. Oggi è uno standard  obbligatorio per legge

Riccardo Allegro

Da “diavoleria elettronica†a standard di sicurezza

In meno di trent’anni, l’ABS è passato dall’essere una “diavoleria elettronicaâ€, guardata con un certo sospetto, a una componente essenziale delle moto, tanto da essere prescritta dalla legge su molti mercati. In tutto questo, Bosch ha avuto un ruolo centrale, portando la tecnologia dai primi sistemi sperimentali agli attuali standard di sicurezza. 

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L’evoluzione dei sistemi Bosch

Un conto era l’ABS istallato sulle auto, un altro (e ben diverso) quello per le moto, più “instabili†e difficli da controllare. Il vero salto si è avuto non per nulla con l’introduzione del Motorcycle Stability Control (MSC) nel 2013, che, aggiungendo una IMU, ha di fatto permesso al sistema di leggere inclinazione, beccheggio e rollio della moto, gestendo in tal modo la frenata - specialmente  in curva - con una precisione fino ad allora impensabile. L’ MSC ha inoltre aperto la strada a sistemi secondari come rear-wheel lift control, hill hold e controllo della derapata posteriore, pensati per migliorare sicurezza e performance. Una combinazione, quella di ABS + MSC, che, secondo la stessa Bosch, preverrebbe o comunque ridurrebbe la gravità di oltre il 30% degli incidenti con lesioni.

Le prime moto con ABS

Arrivata nell’ormai lontano 1995, la Kawasaki GPZ1100 (seconda serie) è stata la prima moto di serie al mondo a montare un sistema ABS Bosch. Una pietra miliare nella sicurezza motociclistica, sviluppata dall’azienda tedesca sulla base dell'esperienza automobilistica. Prodotta fino al 1998, segnò di fatto un passo fondamentale, introducendo l'elettronica per la sicurezza attiva anche sulle due ruote. Il motore era un quattro cilindri in linea da 1052 cm3 raffreddato a liquido e capace di una potenza pari a circa 142 CV 10.000 giri/minuto. Una moto, insomma da turismo sportivo, con telaio in alluminio a doppio tubo, forcella telescopica davanti e monoammortizzatore regolabile dietro. Il tutto per un peso di 242 kg, tenuto a bada, in frenata, una potente coppia di dischi flottanti da 300 mm con pinze a due pistoncini. Il tutto con “pionieristico†sistema ABS Bosch.  


A onor di cronaca, va detto però che prima di Kawasaki ci arrivo BMW. Nel 1988 la K100 fu infatti la prima moto di serie al mondo ad offrire un sistema di frenata antibloccaggio, seppur disponibile come optional ex-fabbrica su alcuni modelli della serie K (inclusa la K100 e la K1). Si trattava di un impianto derivato da quelli automobilistici, ingombrante, costoso e pesante (11 kg). È proprio in questo contesto che va letto il ruolo di Bosch: con la Kawasaki GPZ1100 del 1995, l’azienda tedesca riuscì a industrializzare l’ABS per le due ruote, rendendolo più compatto, affidabile e replicabile, aprendo la strada alla diffusione progressiva dei sistemi antibloccaggio anche al di fuori della nicchia premium rappresentata da BMW. 

Per approfondire: ABS sulle moto: come è fatto e come va usato

L’importanza della “connettivitàâ€

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Seguendo la stessa identica strada, in occasione dell’ultima edizione di EICMA Bosch ha mostrato come la sicurezza sia ormai integrata con elettrificazione e connettività. I nuovi sistemi modulari combinano inverter, gestione motore e controllo veicolo, permettendo funzioni come traction control elettrico, cruise control e frenata rigenerativa su - potenzialmente - tutti i tipi di moto. Il discorso “connettività†s’è concretizzato in particolare con l’ultimo Connectivity Cluster, che integra navigazione, chiamate e musica direttamente nel display della moto, eliminando accessori esterni e semplificando la vita al pilota. Bosch punta anche alla digitalizzazione delle batterie: dal 2027 ogni batteria venduta nell’UE avrà un passaporto digitale per monitorarne salute e ciclo vita, garantendo maggiore durata e trasparenza del valore residuo. 

Per approfondire: Bosch guarda oltre i radar: le moto diventano "connesse"

Il futuro e la digitalizzazione delle batterie

Bosch punta anche alla digitalizzazione delle batterie: dal 2027, ogni batteria venduta nell’UE sarà accompagnata da un passaporto digitale che ne traccia in tempo reale salute, uso e ciclo vita. Grazie a questo sistema, che crea un vero e proprio gemello digitale della batteria nel cloud, sarà possibile monitorarne capacità residua, profondità di scarica e usura, prevedere diagnosi e interventi di manutenzione, oltre a offrire dati chiari sul valore residuo in caso di rivendita. Per i produttori, il passaporto digitale semplifica la conformità alle normative europee e ottimizza la gestione post-vendita; per gli utenti finali, significa maggiore affidabilità, durata più lunga e trasparenza completa sullo stato della batteria, favorendo un utilizzo più sicuro e sostenibile delle moto elettriche.

Mihawk
Gio, 08/01/2026 - 20:19
Bell'articolo. Grazie.
Elettronica
Data articolo: Thu, 08 Jan 2026 13:55:41 +0000
News n. 10
Le incredibili 500 2 tempi: splendida follia degli anni 80 Le incredibili 500 2 tempi: splendida follia degli anni 80

Gli anni '80 hanno visto nascere le 500 stradali, mostri a 2 tempi replica delle moto da Gran Premio. Suzuki RG 500 Gamma, Yamaha RD 500 LC, Honda NS 400 R: quale preferite?

Luca54

Siamo nel pieno degli anni'80: Yamaha e Suzuki sentono ancora il profumo di titoli mondiali vinti nel decennio precedente; dopo il capitolo NR500, totalmente da dimenticare, Honda festeggia il trionfo di Freddie Spencer con la neonata NS500. Le case giapponesi cavalcano l'onda e la fame di prestazioni degli appassionati è alle stelle: inizia così per l aprima volta nella storia delle moto di serie l'era delle race replica, mitiche 500 stradali che ancora oggi fanno girare la testa agli appassionati per le performance da moto da Gran Premio. Yamaha RD 500 LC, Suzuki RG 500 Gamma e Honda NS 400 R, sono loro le regine a 2 tempi più amate in assoluto: riscopriamole insieme!

 

Yamaha RD 500 LC

È il 1983 quando Yamaha toglie i veli alla prima GP replica della storia. L'estetica si ispira tantissimo alla YZR OW-70 di Kenny Roberts, a cui sembrano solo abbiano montato fari, targa e frecce. La carenatura avvolgente bicolore mostra fieramente la sigla V4, perchè lì sotto si nasconde proprio un motore a quattro cilindri a V di 50°, con la bancata frontale quasi orizzontale e quella posteriore rivolta verso l'alto. Questa configurazione, abbinata all'ammissione lamellare e ad un particolare dispositivo per gestire altezza della luce di scarico (YPVS, Yamaha Power Valve System), ha permesso agli ingegneri di avere 4 espansioni quasi uguali e ordinatamente posizionate (due laterali e due sotto al codino). Il risultato è una potenza di 88 CV a 9.500 giri/min.

Particolare la scelta del telaio: solo per il Giappone versione in alluminio, per gli altri Paesi in acciaio. In sella ci si sentiva come su una moto da Gran Premio, posizione di guida spinta in avanti e un bel cupolino sotto cui ripararsi in velocità. La RD 500 LC era però anche molto sfruttabile: prima di tirare fuori tutto la sua rabbia dai 6.000 giri/min in su, il motore offriva grande prontezza e fluidità anche ai bassi. Ne vennero venduti circa 7.300 pezzi nei suoi 3 anni di attività: molti sono stati sfruttati in pista, motivo per cui trovare esemplari originali e ben tenuti è raro e impegnativo economicamente. Un buon usato oggi si trova anche a 25.000 euro, gioiellino d'altri tempi.

 

Suzuki RG 500 Gamma

La casa di Hamamatsu ha la fortuna di poter studiare i suoi avversari per un anno prima di presentare quella che oggi è una delle moto più leggendarie di sempre: la RG 500 Gamma. Vista con occhi giovani può sembrare la classica sportiva pesantona anni '80, ma questa carenata è esattamente la race replica della 500 con cui Barry Sheene vinse i titoli mondiali nel 1976 e nel 1977. In commercio dal '85 al '90, la Suzuki RG 500 Gamma è sempre rimasta tecnicamente fedele a se stessa, infatti le uniche modifiche riguardano le colorazioni corsaiole e gli indicatori di direzione inglobati nella carena per i m.y. successivi al '87.

Perché faceva così girare la testa? Iniziamo a dirvi che la potenza specifica era di ben 190 CV/litro, valori più vicini ad una moto da competizione che di serie. Infatti il motore rispecchiava lo schema dei modelli racing a 2 tempi di Suzuki: i 4 cilindri sono disposti a quadrato, il blocco era super compatto e i 4 carburatori Mikuni da 28 mm lavoravano in combinazione a 4 dischi rotanti per l'ammissione. Potenza 95 CV a 9.500 giri/min. Presente anche la tecnologia SAEC (Suzuki Automatic Exhaust Control) per variare l'altezza delle luci di scarico. Il telaio in alluminio con doppia culla era accoppiato ad una forcella Kayaba a steli tradizionali da 43 mm e ad un monoammortizzatore regolabile nel precarico e dotato di leveraggio.

Da guidare è un vero spettacolo, meno "violenta" di quello che ci si può aspettare, ma in uscita dalle curve strette bisogna comunque darle del Lei. La ciclistica è affilata, tra i 4 e i 6.000 giri il motore è fluido e si riscatta bene, poi ti proietta nell'iper spazio ad una velocità stellare. L'usato si trova, ma per le colorazioni più diffuse, ben tenute, si parte da 22/23.000 euro, ma quelle più particolari aspettatevi cifre superiori ai 50.000 euro.

 

Honda NS 400 R

Anche la casa dell'ala dorata è della partita con una moto molto affascinante ma forse un po' meno idolatrata a causa della cubatura del motore, e quindi del suo nome. A guardarla, però, la Honda NS 400 R fa girare la testa: forme e colorazioni sono identiche alla NS500 con cui Freddie Spencer aveva appena vinto il titolo mondiale nel 1983, infatti questa sportiva stradale è arrivata già nel 1984.

Lo schema del propulsore è molto simile a quello della moto da Gran Premio con cui ha trionfato l'americano. Motore V3 con due cilindri orizzontali e uno verticale (sulla NS500 era l'opposto), riporto anti-attrito di tipo Nikasil per le canne, ammissione lamellare, tre carburatori Keihin da 28 mm e una cilindrata di 378 cm3. Per forza di cose la potenza era nettamente inferiori alle sue dirette concorrenti: 72 CV a 9.500 giri/min.

La ciclistica faceva invece affidamento ad un telaio in alluminio con tubi di sezione quadra, forcella a steli tradizionali da 36 mm e monoammortizzatore con sistema Pro-Link. I tecnici Honda hanno affinato il tutto per rendere gustosa e piacevole la guida su strada, tanto che chi l'ha provata ha trovato grandi analogie con l'amatissima NSR 125 F. Agile, divertente e precisa, la NS 400 R stupisce anche per il carattere del motore, piacevole soprattutto ai bassi e medi regimi dove offre grande fluidità ed un'eccellente spinta anche nei rapporti alti. Usate se ne trovano poche ma, anche per esemplari ben tenuti, il prezzo è più basso delle due 500 GP che vi abbiamo presentato qui sopra: infatti, per un modello da collezione ci vogliono almeno 14.000 euro. Qual è la vostra preferita?

Storie di moto
Data articolo: Thu, 08 Jan 2026 11:22:26 +0000


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