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#motociclismo #news #insella.it
La tuttofare Morini promette versatilità a un prezzo aggressivo. Ma i numeri reali cosa dicono? Ecco tutti i rilevamenti del nostro Centro Prove
La Alltrhike ha debuttato come concept a EICMA 2024, ed è arrivata nei concessionari dopo solo un anno. Il motore è lo stesso bicilindrico da 449 cm³ montato sulla CFMoto 450MT, per una potenza dichiarata di 44,8 CV e 42 Nm di coppia. Si tratta di un modello che sulla carta promette versatilità totale grazie a sospensioni KYB a lunga escursione, cerchi a raggi 21"-18" e un prezzo di 5.890 euro. Ma quanto fa davvero? Ecco tutti i dati rilvati strumentalmente dal nostro Centro Prove.
Il bicilindrico frontemarcia da 449 cm³ con raffreddamento a liquido eroga 36,25 CV alla ruota, un valore inferiore ai 44,8 CV dichiarati dalla Casa ma in linea con le perdite di trasmissione tipiche di questo tipo di moto. La coppia raggiunge i 3,93 kgm a 6.100 giri, garantendo una buona spinta già dai medi regimi. Il motore ha un carattere grintoso, con tanta coppia disponibile fin dai bassi e una progressione fluida. La gestione della potenza è facile in ogni condizione, il cambio è morbido ma non ama essere stressato con cambi troppo nervosi. L'erogazione risulta docile e controllabile, ideale per l'uso misto strada-sterrato.
Le prestazioni confermano un carattere equilibrato. La velocità di punta supera i 155 km/h, un valore più che adeguato per una crossover di questa categoria. Lo scatto da fermo è brillante: 100 km/h in 5,76 secondi è un dato convincente che dimostra la reattività del propulsore. Nei 400 metri il cronometro si ferma a 14,4 secondi. Sul misto, la prontezza del motore si traduce in riprese efficaci e sorpassi rapidi, mentre la frizione morbidissima aiuta nelle ripartenze sia nel traffico che in fuoristrada. Il carattere della Alltrhike predilige andature tranquille piuttosto che l'uso sportivo estremo.
I consumi sono contenuti. A 120 km/h si registrano circa 19 km/l, un risultato che permette di coprire distanze importanti senza rifornimenti frequenti. Su percorsi extraurbani si ottengono quasi 29 km/l, mentre a 90 km/h costanti si sfiorano i 24 km/l. Quando si spinge a fondo, i consumi crescono fino a poco più di 10 km/l. Con il serbatoio da 19,5 litri, l'autonomia raggiunge i 375 km a velocità autostradale e scende a circa 200 km quando si sfrutta tutto il potenziale del motore. L'autonomia reale per un uso misto si aggira sui 350 km, più che sufficiente per trasferimenti lunghi o escursioni.
Frena bene, ha un motore “educato†e reazioni sempre prevedibili. Non male per una "vecchietta" come lei
Nonostante gli anni sulle spalle (è stata presentata nel 2008) la Honda CB 1000 R è una naked “maxi†ma facile: come tutte le migliori Honda, si monta in sella e dà subito confidenza. La posizione di guida è azzeccata, permette di avere tutto sotto controllo senza stancare il pilota. Buona la frenata: davanti ci sono pinze ad attacco radiale che assicurano potenza in abbondanza.
In curva è precisa, scende in piega veloce e fluida, ha sempre reazioni prevedibili. Le sospensioni digeriscono bene anche la guida sportiva mentre il cambio è veloce e preciso. Morbida da azionare la frizione.
Poco bello e scarsamente leggibile il cruscotto lcd
Il passeggero se la passa davvero male: la sua sella è piccola, poco imbottita e soffre anche per le pedane troppo alte che lo costringono a piegare troppo le gambe. Anche il pilota sconta la scarsa imbottitura della sella che limita il comfort.
La qualità di alcune plastiche non è granché. Il motore facile da gestire può deludere i piloti più sportivi, quelli che da una maxinaked cercano risposte più rabbiose. Non ci sono aiutini elettronici.
da 2.500 a 5.000 euro
L’esame teorico per la patente ha una durata di 20 minuti e prevede 30 domande
L’esame teorico consiste in un quiz di 30 quesiti da sostenere presso l’Ufficio Provinciale della Motorizzazione. Ecco tutto ciò che bisogna sapere.
Ad esclusione del cosiddetto “patentinoâ€, cioè della patente AM, valido per la guida dei cinquantini, e delle licenze "superioriâ€, come le C e le D, le patenti di guida A1, A2, A, e tutte le B possono essere ottenute sostenendo lo stesso esame teorico. Ciò significa che il titolare di una di queste categorie di patenti non dovrà ripetere l'esame di teoria per conseguirne una delle altre. Vediamo adesso più nel dettaglio quali sono le tempistiche, le modalità ed i contenuti della prova.
Al momento della presentazione della domanda per il conseguimento della patente (domanda che può essere presentata solo dopo avere compiuto l'età minima richiesta), viene consegnata una marca operativa e il candidato ha sei mesi di tempo per sostenere l'esame di teoria.
Che si tratti di privatisti o di allievi di un’autoscuola, i candidati possono affrontare l’esame solo ed unicamente presso le apposite sedi (valgono ovviamente anche gli Uffici Provinciali) delle motorizzazioni.
L’esame si svolge con metodo informatizzato, vale a dire mediante compilazione di un questionario elettronico per mezzo di un computer rispondendo a 30 quesiti Vero/Falso. Ogni candidato avrà a disposizione una postazione singola con PC touch screen: il candidato dovrà toccare, per ciascuna risposta, il cerchio sullo schermo con all'interno la lettera "V" o "F" a seconda che consideri quella affermazione vera o falsa. Durante la prova, è concesso "navigare" all'interno della propria scheda d'esame passando da una domanda ad un'altra, cambiare le risposte date e visualizzare la schermata di riepilogo di tutte le domande con le relative risposte attribuite. Terminato il tempo a disposizione, la sessione verrà chiusa e non sarà più possibile proseguire con la prova o modificare le risposte date.
Al candidato sono concessi 20 minuti di tempo per rispondere a 30 quesiti e ne può sbagliare al massimo tre.
Trattandosi come detto di una prova valida all’ottenimento di numerose patenti, l’esame contiene domande relative a tutti i veicoli. Pur candidandosi, per esempio, per l’ottenimento della patente A2, bisognerà comunque mettere in conto domande relative a rimorchi, traini o cinture di sicurezza.
I contenuti riguardano la segnaletica, le precedenze, gli incroci, le norme, i documenti necessari alla circolazione, le parti meccaniche dei veicoli e, in generale, tutte le norme che regolano la circolazione su strada. Il candidato deve quindi aspettarsi domande riferite a tutti i contenuti presenti sul libro di preparazione. Il portale dell’automobilista mette a disposizione un elenco completo di tutte le domande presenti nel quiz d’esame.
Durante lo svolgimento dell’esame non è consentito:
- Consultare testi, fogli o manoscritti;
- Comunicare con gli altri candidati e/o allontanarsi dalla propria postazione se non autorizzati dall’esaminatore;
- Spegnere il pc e/o disinserire la smartcard (se non autorizzati);
- Utilizzare o comunque tenere attivati telefoni, radio ricetrasmittenti o altri apparecchi di comunicazione. Inoltre, i telefoni devono essere posti dal candidato, spenti, sul banco assegnatogli per la prova.
Al candidato che supera l’esame verrà consegnato il foglio rosa, cioè il documento provvisorio valido un anno che abilita all’esercitazione alla guida. Per ciò che riguarda le due ruote si potrà guidare su tutte le strade ad esclusione delle autostrade se si sta sostenendo l'esame per il conseguimento della patente A1 (valida per i 125 che non possono andare in autostrada). Nell’arco dei 12 mesi sarà possibile affrontare l'esame pratico per tre volte, non prima però che sia trascorso almeno un mese dalla data del rilascio del foglio rosa. Qui tutti i dettagli riguardo il foglio rosa per la patente A.
A disposizione del candidato ci sono due prove d'esame. In caso di esito negativo della prima prova, la si potrà pertanto ripetere una sola volta sempre entro i primi sei mesi della validità della marca operativa. Tra una prova d'esame sostenuta con esito sfavorevole ed una successiva prova deve trascorrere almeno un mese. Se si fallisce anche la seconda, sarà necessario presentare una nuova domanda, pagando nuovamente i bollettini richiesti (vedi sotto).
La burocrazia necessaria verrà espletata direttamente dall’autoscuola, con costi evidentemente superiori, variabili in base all’agenzia. Se si sceglie la via del privatista, bisognerà invece mettere in conto:
58,40 euro per l’iscrizione all’esame di teoria (tariffa N067) e di pratica (tariffa N019), da versare tramite 3 bollettini: due da 16 euro sul conto corrente 4028 e uno da 26,40 euro sul conto corrente 9001.
Agli allievi delle autoscuole viene fornito un manuale da studiare, contenente numerosi quiz per esercitarsi in vista dell’esame. I privatisti possono acquistare simili manuali in libreria o on-line (quelli in vendita sono tutti “armonizzatiâ€, quindi contenenti le materie d’esame). Per esercitarsi ci sono anche numerosi siti internet (particolarmente famoso QuizPatenteApp.com) e tantissime app disponibili sia per iOS che Android.
Sostituire l'impianto frenante originale con un componente aftermarket è concesso, ma bisogna rispettare precise procedure tecniche e burocratiche. Ecco come fare per rimanere in regola
Quella della sostituzione freni (non parliamo delle pastiglie, ma dell’intero impianto) è una procedura piuttosto complicata, non solo a livello tecnico ma anche burocratico. Fortunatamente, da qualche anno l’intera pratica è stata resa più semplice e più snella, ma se si vuole intervenire sui freni bisogna comunque prestare attenzione ad alcune regole specifiche. Facciamo chiarezza.
Come accennato, il Decreto attuativo del 10 settembre 2010 ha reso la procedura molto più semplice. Prima di allora, per sostituire l’impianto frenante, si rendeva infatti necessaria una lunga e costosa serie di procedure, tra cui anche l’ottenimento del “nulla osta†da parte della casa costruttrice della moto (nulla osta che, chiaramente, non veniva mai concesso). La nuova legge ha invece permesso ai costruttori di impianti frenanti di ottenere un’omologazione autonoma. In questo modo, il legislatore ha inteso liberalizzare l’intero comparto, favorendo da un lato la libera concorrenza tra aziende di componenti e permettendo dall’altro all’utente finale di migliorare il proprio sistema frenante rimanendo entro i limiti di legge.
Nello specifico, il nuovo decreto attuativo, che di fatto è andato a modificare art.75 del Codice della Strada, ha previsto la possibilità di modificare i “sistemi frenanti†per le categorie M1 (autoveicoli fino a 3,5 ton) e L3 (moto a superiori ai 50 ccm3), lasciando ai costruttori l’onere di omologare l’intero sistema prima della sua vendita (in precedenza il compito era affidato al costruttore del motociclo, assai reticente, per ovvie ragioni, ad iniziare una simile procedura).
Lo stesso decreto prescrive che, per “sistema frenante†s’intendono, oltre ai dischi, anche “pinze freno, pastiglie, adattatori pinze, tubazioni di collegamento, sensori e pompe per i motocicli†e che per “Modifica†si intende l’installazione di un impianto frenante con “caratteristiche diverse rispetto all’impianto di primo equipaggiamentoâ€.
Ferma restando la necessaria omologazione, il nuovo impianto frenante montato in sostituzione a quello originale deve, così come specificato dall’Allegato C del nuovo Decreto, possedere i seguenti requisiti:
A) soddisfare le medesime disposizioni di frenatura secondo le quali è stato omologato il tipo di veicolo per il quale è richiesta l'omologazione del sistema;
B) presentare caratteristiche di attrito dinamiche non inferiori a quelle del sistema di frenatura originale;
C) possedere caratteristiche meccaniche tali da garantire almeno gli stessi standard del sistema di frenatura originale;
D) presentare stabilità alle differenti temperature.
Come accennato, l’onere di ottenere l’omologazione dell’impianto è stato col nuovo Decreto affidato ai costruttori del pezzo aftermarket. Il nuovo iter procedurale prevede infatti che l’azienda costruttrice ne faccia richiesta al Servizio Tecnico del Dipartimento per i Trasporti, a cui spetta il compito di verificare la documentazione, i dati tecnici e i componenti. Successivamente, vengono eseguite prove funzionali e di durata, e solo alla fine la Direzione generale della Motorizzazione Civile rilascia il certificato di omologazione.
1) Acquisto di un nuovo impianto regolarmente omologato;
2) Istallazione dell’impianto da parte di un’officina abilitata;
3) Ottenimento del certificato di installazione da parte dell’officina;
4) Aggiornamento della carte di circolazione.
Al cliente finale non spetta altro che acquistare l’impianto frenante (che dev’essere come detto omologato per il modello su cui deve essere montato) e rivolgersi ad un’officina abilitata per l’istallazione delle componenti (oppure, se preferisce, delegare a quest’ultima anche la scelta e l’acquisto dell’impianto più idoneo).
Una volta completato il montaggio, l’installatore deve obbligatoriamente rilasciare al cliente un apposito certificato di installazione, all’interno del quale sono specificate, oltre alle procedure eseguite ed il rispetto degli obblighi previsti per legge, anche le caratteristiche della moto su cui s’è intervenuti, quindi numero di targa e di telaio.
Fondamentale è l’aggiornamento del libretto, la cui pratica spetta al cliente finale. Completata l’istallazione ed ottenuto il certificato dall’officina installatrice, bisognerà infatti recarsi presso l’Ufficio della motorizzazione civile ed effettuare un apposito collaudo (una semplice prova di frenata). Verificati i documenti e superato il test, l’ufficio permetterà di ottenere l’aggiornamento della carta di circolazione. A quel punto, si sarà perfettamente in regola.
Assolutamente sì. Se operata nel rispetto delle prescrizioni sopra ricordate, quindi impianto con omologazione, istallazione effettuata da un professionista abilitato, rilascio del certificato e aggiornamento del libretto, la garanzia della Casa non decade in seguito a una modifica.
È stato uno dei talenti più grandi della MotoGP, ha vinto tanto, ma avrebbe potuto ottenere molto di più. A sconfiggerlo l'incapacità di gestire le situazioni di stress
Casey Stoner è stato uno dei talenti più cristallini della MotoGP: primo pilota Ducati a vincere il campionato del mondo, è riuscito a battere avversari del calibro di Rossi, Pedrosa, Lorenzo. In carriera ha conquistato due titoli mondiali e si è ritirato giovanissimo, divorato dallo stress per un ambiente troppo difficile da reggere per il suo animo sensibile.
Casey inizia ad andare in moto giovanissimo: non ha nemmeno due anni quando papà Colin lo mette in sella e nel giro di poco il bambino scorrazza in autonomia per gli sterrati delle fattorie dove i genitori vanno a lavorare. Leggenda vuole che pochi anni più tardi viene visto da Mick Doohan mentre guida la “motina†da dirt track e i due si trovano in pista a girare insieme, con il grande campione stupito dal talento di quello che diventerà il suo “erede†sportivo. A cinque anni Casey inizia a correre: vince sempre e ovunque nelle gare di dirt, ma gli altri bambini li vede praticamente solo in pista, perché la famiglia si sposta continuamente per lavoro e la scuola viene frequentata poco.
Classe 1985, Stoner si trasferisce in Europa con la famiglia all'età di 14 anni. I genitori comprano un camper in cui vivere facendo la spola tra un circuito e l'altro e diventano amici della famiglia Davies; Chaz e Casey legano molto, ben presto anche Leon Camier diventa parte della combriccola. La svolta sportiva avviene quando Alberto Puig lo nota e lo inserisce in squadra con Dani Pedrosa nel campionato spagnolo: non è un caso se nel motomondiale uno prenderà il #26 e l'altro il #27, sono i numeri assegnati al debutto nel CEV.
Nel 2002 fa il suo esordio nel mondiale, è veloce ma cade parecchio, la prima stagione buona davvero è il 2005, quando arriva secondo nel campionato classe 250, con 5 vittorie. Per il 2006 le trattative sono complicate, ma grazie anche all'interessamento di Carmelo Ezpeleta, riesce ad approdare in Honda, nel team di Lucio Cecchinello. Fa la pole position alla sua seconda gara, quasi senza toccare il set up della moto. All'appuntamento successivo, in Turchia, arriva secondo. Il resto della stagione non è così buono: i risultati non sono male, ma cade parecchio e si guadagna il nomignolo di Rolling Stoner.

Nel 2007 finisce in Ducati, soluzione ponte in attesa che Borgo Panigale possa firmare Marco Melandri. Il debutto in rosso avviene nella prima annata delle 800cc ed è magico. Nonostante le perplessità di Casey, che arriva da una moto maneggevole come la Honda, i risultati sono subito eccezionali, con la vittoria in Qatar davanti a Valentino. Sarà il primo di 10 successi, coronati dal titolo mondiale conquistato a Motegi, grazie al suo talento, a una moto potente e alle gomme Bridgestone. Il 2007 diventa un anno magico: titolo, matrimonio (a soli 22 anni) con la bella Adriana, avversari del calibro di Rossi, Capirossi (suo compagno di squadra), Pedrosa e Melandri annichiliti.
Nel 2008 Valentino si prende però la rivincita: di quel mondiale si ricordano il famoso sorpasso del cavatappi e i mind games che mandano fuori giri l'australiano. Casey non regge la pressione psicologica del confronto con Rossi - situazione che soffrirà anche negli anni a venire- e perde il titolo. Il rapporto con Ducati inizia a deteriorarsi: nel 2009 le vittorie calano e iniziano i primi episodi di depressione, che lo portano anche a saltare una gara. Nel 2010 va pure peggio, perché la Desmosedici non migliora e la via di fuga insperatamente gliela offre – involontariamente- Valentino, che decide di trasferirsi in Ducati. Il rapporto del pesarese con Yamaha è compromesso dalla rivalità con Lorenzo, Stoner a quel punto è libero di firmare per Honda, dove ritrova Livio Suppo.

Da antologia rimarranno i test di Valencia di fine 2010, con Stoner subito in testa e Rossi in grave difficoltà : un copione che si ripeterà nei due anni successivi, che consacreranno Stoner come assoluto top rider. Il momento nel quale la “vendetta†su Rossi si concretizza risale a Jerez 2011, quando un sorpasso azzardato di Valentino “abbatte†Stoner. Il #46 va a scusarsi con Casey, che però lo gela con una frase da antologia: “La tua ambizione supera il tuo talentoâ€.

Nel 2011 Stoner si laurea campione per la seconda volta, con un'altra stagione da 10 vittorie. Anche l'anno successivo Casey inizia bene il mondiale, ma già alla quarta gara annuncia il ritiro, cogliendo di sorpresa tutti. Anche in Honda, dove provano a farlo riflettere, ma senza successo. Una decina di anni dopo, Stoner rivelerà che prima delle gare era arrivato a provare la sensazione di stare male “da morireâ€, che rimaneva raggomitolato sul pavimento del motorhome con i crampi allo stomaco. Divorato dallo stress, nonostante le vittorie e anzi, proprio per le stesse che sembrano imprigionarlo in un gioco a cui non vuole più partecipare, per Casey arriva il momento di dire basta, a soli 27 anni. Chiuderà la carriera con l'ultimo successo – il sesto consecutivo- nella sua Phillip Island e un podio a Valencia. Del suo possibile ritorno si parlerà per anni, ma sempre a sproposito. Stoner torna solo in veste di collaudatore, prima per Honda e poi per Ducati, ma i test sono pochi, i piloti titolari non lo vedono troppo di buon occhio, perché è ancora velocissimo e per lui le moto sono tutte buone.
Nel 2021 torna a farsi vedere nel paddock e se non è pace, c'è almeno una riconciliazione con Rossi, che nel frattempo ha ritrovato buoni rapporti anche con Lorenzo. Oggi Stoner si gode la fattoria, la pesca e la famiglia con sua moglie e le due figlie.
Cliccate qui per conoscere di un altro grande pilota: Luca Cadalora.

Maxi scooter pensato per la mobilità urbana ed extra urbana il GT2 300 di Wottan è protagonista di una promo speciale
Wottan lancia la Promo Colore sul GT2 300, maxi scooter apprezzato per le sue prestazioni brillanti e la maneggevolezza. L’iniziativa riguarda il model year 2025 nella sola versione bianca. Chi acquista il GT2 300 bianco potrà beneficiare di uno sconto di 200 euro sul prezzo di listino, che passa da 4.090 a 3.890 euro. La promozione comprende anche accessori dedicati, come il bauletto Givi. La Promo Colore è disponibile fino a esaurimento scorte presso i concessionari Wottan Motor aderenti all’iniziativa. Per maggiori dettagli, vi consigliamo di rivolgervi direttamente in concessionaria.
Il Wottan GT2 300 è un midiscooter versatile, adatto sia al traffico urbano che a percorsi extra urbani e autostrade. Il design, curato da Alessandro Tartarini, abbina linee grintose a fari a LED eleganti e plastiche ben assemblate con inserti in finto carbonio. La strumentazione TFT a colori si connette allo smartphone, offrendo anche il navigatore “turn-by-turnâ€, mentre smart-key, presa USB e parabrezza regolabile completano la ricca dotazione di serie. Sotto il profilo tecnico, il telaio in tubi d’acciaio lavora con forcella da 37 mm e due ammortizzatori regolabili nel precarico. L’impianto frenante prevede due dischi (anteriore 260 mm con pinza radiale, posteriore 240 mm) e ABS, mentre il motore è un monocilindrico 278 cm³ raffreddato a liquido da 26,5 CV, con controllo di trazione disinseribile. La posizione di guida è eretta e confortevole, con manubrio ampio e pedane comode, anche se chi supera il metro e 80 può sfiorare il retroscudo con le ginocchia. In marcia il GT2 offre un avantreno preciso, stabilità fino a 130 km/h e accelerazioni vivaci. La protezione dallo scudo è buona, meno efficace quella del parabrezza, mentre sospensioni e freni richiedono una guida decisa. Di lui e delle sue caratteristiche ve ne parlavamo dettagliatamente qui.
Le naked 600 giapponesi con motore 4 cilindri sono state un gran successo e ora se ne trovano tante sul mercato dell’usato a prezzo stracciati. Ecco tre modelli da comprare a occhi chiusi
Honda Hornet, Yamaha FZ6 e Suzuki GSR sono state a turno tra le moto più vendute dei primi anni 2000. Adesso sono usati molto interessanti, perché vista l’offerta abbondante si portano via a prezzi più che buoni. Vediamo in dettaglio i loro pregi e difetti. In alternativa, Ducati e Kawasaki (qui sotto) sono la scelta giusta. 
Come tutte le Honda la Hornet 600 dà subito confidenza ed è facile da guidare, ma allo stesso tempo capace di divertire parecchio quando arrivano le curve, in curva è precisa e non teme la guida sportiva.
Il motore quasi sorprende perché ha una buona risposta anche ai medi regimi, cosa rara per un 600 quattro cilindri di origine sportiva (deriva da quello della CBR 600 RR). Il grosso cruscotto sopra il faro non è bellissimo da vedere, però toglie un po’ di aria dal petto del pilota migliorando il comfort quando si viaggia in autostrada.
In città è facile come uno scooterone, fa manovra in un fazzoletto e ha cambio e frizione morbidi. Buona la frenata (soprattutto se è un esemplare con ABS), ma il comando di quello dietro è un po’ spugnoso.
Sul mercato dal 2007 al 2013
L'ultima versione della Hornet a quattro cilindri è stata sul mercato per 6 anni. Ora le quotazioni vanno da 2.000 a 4000 euro.
Guidando la GSR sembra che vada molto più delle altre (anche se i nostri rilevamenti dicono che la realtà è diversa): con la sua posizione di guida caricata sui polsi, si mangia le curve in un attimo, ma richiede una guida “fisica†e aggressiva. Molto potente anche la frenata, gli spazi di arresto sono ridotti ma bisogna dosare bene la forza perché l’impianto “morde†subito.
Il motore è bello vivace già ai medi regimi (quasi al livello della Hornet), ma il meglio viene fuori agli alti con una grinta da sportiva pura; aprendo e chiudendo in sequenza l’acceleratore diventa però un po’ brusco (“effetto on-offâ€). Le sospensioni rigide fanno sentire per bene le buche e soprattutto i pavé di città , limitando il comfort; anche peso e ingombri sono un po’ superiori alla concorrenza e si fanno sentire nelle manovre da fermo.
Le finiture sono discrete: ci sono alcuni particolari in plastica troppo economica per il genere di moto. Discreta la sistemazione del passeggero.
Sul mercato dal 2006 al 2011
Prodotta per 5 anni e poi sostituita dalla GSR 750 la grintosa naked di Suzuki si trova ormai al prezzo do uno scooterino: le quotazioni oscillano da 1.500 a 4.000 euro.
Il motore della FZ6 deriva direttamente da quello della sportiva R6 e si sente: è potente ma dà il meglio di sé solo agli alti regimi, per farlo rendere bene occorre tenerlo sopra i 6.500 giri. Sotto tale regime la potenza arriva in maniera fluida, ben controllabile ma con poca foga.
La posizione di guida è comoda, le sospensioni assicurano un buon comfort e le finiture sono ben curate. Sulla prima serie la forcella ha una taratura un po’ morbida e mal digerisce la guida molto sportiva; sulla S2 la situazione è migliorata.
Molto buona la frenata, i due dischi davanti sono potenti e ben dosabili, quello dietro rallenta senza arrivare a bloccare facilmente la ruota. In città se la cava molto bene, è agile e fa manovra in poco spazio ma il cambio, se usato senza riguardi, si indurisce un po’. La FZ6 è rapida nell’impostare le curve, rispondendo rapida ai comandi del pilota. Inesistente anche qui la protezione dall’aria: in velocità bisogna aggrapparsi al manubrio. Discreta però la sistemazione del passeggero.
Sul mercato dal 2004 al 2011
È stata una della naked più longeve della casa giapponese, oltre ad aver eun gran successo, soprattutto con la prima serie. le quptazioni sono irresistibile: da 1500 a 3500 euro.
| Hornet 600 | GSR 600 | FZ6 | |
| Velocità massima km/h | 229,4 | 218,6 | 218,7 |
| Accelerazione 0-400m sec | 11,9 | 12,2 | 12,2 |
| Consumo extraurbano km/l | 19,4 | 18,3 | 20,3 |
| Peso kg | 188 | 200,2 | 190,5 |
Le parti che portano la potenza dal cambio alla ruota sono sottoposte a un’usura elevata, anche nell'uso cittadino. Per questo ci vuole una manutenzione corretta e regolare. Ecco cosa bisogna fare per evitare guai
La necessità di lubrificare più o meno spesso la catena dipende dall’uso che si fa della moto. Se si percorrono spesso strade non asfaltate, andrà fatta di frequente. Ma anche l’uso “cittadino†richiede buona lubrificazione, soprattutto se ci si muove anche d'inverno con le strade piene di sale contro il gelo. Ma anche durante tutto l'anno un controllo ogni 500 km e una “oliata†ogni 800/1000 km non fanno mai male. I sintomi di una catena secca sono facili da individuare:
- Cigolii e rumorositÃ
- La comparsa di zone di colore rossiccio sulle maglie
- Una rapida perdita della tensione
Ci sono due modi per oliare la catena: con la bomboletta di lubrificante spray oppure con il grasso per catene.
Con la bomboletta
- Il risultato migliore si ottiene facendo girare la ruota posteriore in senso opposto a quello di marcia. A questo punto basta “sparare†lo spray sulle piastre interne ed esterne (cioè i lati della catena) della catena nel punto in cui quest’ultima ingrana sul pignone. In questo modo l’olio penetra meglio. Poi si passa a lubrificare i rulli (cioè la parte centrale della catena).
- Terminata la lubrificazione bisogna aspettare almeno 15 minuti prima di muoversi, per lasciare evaporare i solventi contenuti nello spray e fare aderire bene l’olio che altrimenti verrebbe “sparato fuori†dalla catena.
- Tocco finale, una passata con uno straccio pulito per eliminare il lubrificante di troppo.
Con il pennello
È la procedura tradizionale e più “romanticaâ€. In questo caso bisogna utilizzare un olio minerale SAE 80-90 o un prodotto specifico per trasmissioni da moto, è importante assicurarsi che si possa utilizzare su catene con O-Ring. L’operazione richiede un po’ di tempo in più, perché dopo avere spalmato il lubrificante sulla catena bisogna aspettate un paio d’ore perché penetri per bene. Anche in questo caso, alla fine si elimina il lubrificante in eccesso passando un panno sulla catena.
La catena va pulita solo in casi estremi (cioè se c’è un accumulo eccessivo di sporco, terra, sabbia o “sassolini†di asfalto), altrimenti la normale lubrificazione periodica è sufficiente per rimuovere lo sporco. Per pulire una catena si può usare nafta, kerosene oppure un detergente specifico. Dopo la pulizia la catena va subito asciugata con un getto d’aria. Se è coperta da fango e terra (per esempio dopo un “giretto†in fuoristrada) va lavata con un getto d’acqua, procedendo poi all’asciugatura.
Gli errori da evitare
Ecco alcuni errori da evitare assolutamente quando si pulisce la catena:
- Pulirla con benzina o prodotti simili (alcol, trielina) perché danneggiano irreparabilmente gli O-ring.
- Sfregare la catena con spazzole in metallo o altro materiale “duroâ€.
- Asciugare la catena con aria compressa tenendo il getto troppo vicino. La distanza minima sarebbe di almeno 70 cm, per non danneggiare gli O-ring. 
Conflitto in Medio Oriente e tensioni sullo stretto di Hormuz spingono ancora i prezzi dei carburanti. Gli aumenti riguardano tutte le compagnie, ma in alcuni casi sono superiori che in altri. Ecco dove fare il pieno più economico secondo i dati MIMIT
Laumento dei prezzi dei carburanti è generalizzato, ma secondo gli ultimi dati dell’Osservaprezzi Carburanti del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) emergono differenze significative nelle strategie di prezzo adottate dalle quattro maggiori compagnie petrolifere che operano nel nostro Paese. Vediamole.
Tra i prezzi più competitivi del mercato ci sono quelli della Rete Eni, che ha aumentato il prezzo del gasolio di circa +19 cent/litro e quello della benzina di +9 cent/litro rispetto ai livelli precedenti all’escalation del conflitto. Gli incrementi più rilevanti li ha fatti invece registrare Tamoil, con il gasolio salito di +34 cent/litro e la benzina di +15 cent/litro.
Aggiornati al 10 marzo, i prezzi medi del carburante in Italia sono i seguenti:
L’andamento dei prezzi ha richiamato l’attenzione delle istituzioni. La Cabina di regia della Commissione di allerta rapida, presieduta dal ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, si è riunita per monitorare l’evoluzione dei prezzi dei prodotti petroliferi.
Secondo una nota ufficiale del MIMIT, è stato osservato che in particolare due principali compagnie hanno applicato prezzi medi alla pompa superiori rispetto ai prezzi consigliati dalle stesse società di riferimento. Un’anomalia che ha spinto la Commissione a attivare controlli mirati, in coordinamento con il Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) e con la Guardia di Finanza, per verificare eventuali fenomeni speculativi.
Sul fronte politico e regolatorio non sono esclusi provvedimenti immediati dal Consiglio dei Ministri, che potrebbe esaminare misure per mitigare il caro carburanti.
In questa situazione è fondamentale scoprire dove realmente si trovano le pompe più economiche. Noi di inSella, insieme ai colleghi di alVolante, abbiamo messo a punto una app gratuita che si chiama Pieno+ e che permette di risparmiare in modo semplicissimo. Intuitiva e facilissima da usare anche da parte di chi non è molto esperto, Pieno+ è costantemente aggiornata sui prezzi dei carburanti e, sfruttando il sistema di geolocalizzazione dello smartphone, mostra in un attimo tutti i prezzi praticati dai distributori nelle vicinanze, evidenziando quelli più economici e quelli più costosi e fornendo al contempo le indicazioni stradali (si collega a Waze, a GoogleMaps e a Mappe) per raggiungere il benzinaio che abbiamo scelto per fare rifornimento. L’app (lo ricordiamo: è gratuita e facilissima) è disponibile per sia per i dispositivi Android che Apple.
Tra i corridoi dell’ufficio tecnico di Mandello del Lario sono nati tanti progetti rimasti allo stadio di prototipo: motori sperimentali, architetture insolite e soluzioni molto avanzate
Accanto ai tanti modelli entrati in produzione e divenuti parte della grande famiglia di Mandello, nella storia di Moto Guzzi esistono alcuni prototipi sviluppati lontano dai riflettori e rimasti sconosciuti. Una fase particolarmente dinamica fu quella degli anni Ottanta, quando alla guida dell’ufficio tecnico c’era l’ingegnere Lino Tonti. In quel periodo l’obiettivo era ampliare e aggiornare la gamma, andando oltre lo schema classico del bicilindrico trasversale che da tempo caratterizzava le Guzzi di serie. Da questa stagione di sperimentazioni nacquero diversi progetti rimasti poco noti al grande pubblico: motori sviluppati al banco prova, talvolta montati su prototipi funzionanti, ma mai arrivati alla produzione. Tra i più interessanti spiccano il V4, il singolare W3, il W4 pensato anche per l’aviazione leggera e un sofisticato monocilindrico di 670 cm³. Li conoscete?
Tra i progetti più avanzati sviluppati a Mandello negli anni Ottanta c’è un quadricilindrico a V di 1000 cm³, concepito per portare la Casa lombarda su un terreno tecnico molto diverso da quello tradizionale. L’idea di base era semplice: aumentare il numero dei cilindri per ottenere prestazioni più elevate rispetto ai bicilindrici con distribuzione ad aste e bilancieri. Da qui nacque un motore completamente nuovo, con raffreddamento a liquido, distribuzione monoalbero in testa comandata da cinghia dentata e quattro valvole per cilindro. Le dimensioni interne erano chiaramente orientate verso regimi elevati: alesaggio di 80 mm e corsa di 50 mm. Lo sviluppo non si fermò alla fase sperimentale iniziale: il propulsore venne installato su una moto completa e utilizzato per numerose prove su strada. Nonostante i risultati positivi, il progetto si fermò prima della produzione. L’investimento necessario per industrializzare un motore così distante dalla tradizione tecnica della casa, unito alle valutazioni commerciali del periodo, portò infatti alla decisione di non proseguire oltre la fase prototipale.
Se il V4 rappresentava una soluzione relativamente convenzionale per aumentare la potenza, il progetto W3 mostrava invece tutta la creatività dell’ufficio tecnico guidato da Tonti. Il punto di partenza erano i motori della cosiddetta serie piccola, quelli montati su modelli come le V35 e V50. L’idea fu quella di sfruttare una logica modulare, aggiungendo un cilindro alla configurazione di base del bicilindrico. Per farlo venne allargato l’angolo della V fino a 130°, creando lo spazio necessario per collocare un terzo cilindro in posizione centrale. Il risultato era una particolare architettura a W con angolo di 65° tra le bancate. La soluzione adottata per l’albero motore era altrettanto interessante: le tre bielle lavoravano affiancate sullo stesso perno di manovella, scelta che consentiva di mantenere compatte le dimensioni complessive del motore e di utilizzare diversi componenti già esistenti. Furono costruiti prototipi di circa 1000 cm³, sperimentati con testate sia a due che a quattro valvole per cilindro. I risultati delle prove al banco furono incoraggianti ma, anche in quel caso, il progetto non venne sviluppato oltre questa fase.
Tra gli studi più particolari realizzati a Mandello figura anche un quattro cilindri a W concepito con possibili applicazioni nel settore degli aeromobili ultraleggeri. In questo caso l’architettura nasceva dall’unione di due bicilindrici a V di 90°, disposti uno dietro l’altro all’interno di un basamento comune. Le due unità erano leggermente sfalsate per garantire un raffreddamento efficace anche ai cilindri posteriori. Il progetto puntava a combinare peso contenuto, dimensioni compatte e buon equilibrio dinamico. Per questo motivo era prevista la presenza di due alberi motore controrotanti, collegati tra loro tramite una coppia di ingranaggi. Una soluzione che avrebbe contribuito a migliorare la regolarità di funzionamento e a ridurre le vibrazioni. Del motore furono completati i disegni tecnici e venne costruito un modello statico utilizzato per valutare layout e ingombri, ma il W4 non arrivò mai alla produzione.
Nella seconda metà degli anni Ottanta il mercato premiava le enduro stradali di grossa cilindrata, spesso equipaggiate con monocilindrici potenti e leggeri. Anche a Mandello si pensò di entrare in questo segmento, dando vita al progetto indicato con la sigla M71.
Il motore sviluppato per questo programma era un monocilindrico raffreddato a liquido da 670 cm³, ottenuti con alesaggio di 102 mm e corsa di 82 mm. La distribuzione adottava una soluzione tecnica sofisticata: doppio albero a camme in testa e quattro valvole. Per limitare le vibrazioni, inevitabili su un monocilindrico di grande cilindrata, il progetto prevedeva due alberi di equilibratura, azionati tramite una cinghia con doppia dentatura. La lubrificazione era a carter secco, scelta che consentiva di contenere l’altezza complessiva del motore. L’albero motore, realizzato in un unico pezzo, lavorava interamente su bronzine. Il sistema di distribuzione era inizialmente comandato da cinghia dentata, anche se nei piani di sviluppo era previsto il passaggio a una catena. Durante le prove al banco il motore raggiunse oltre 60 CV di potenza, un risultato notevole per un monocilindrico dell’epoca. Anche questo progetto, però, non superò la fase sperimentale.
A proposito di idee geniali partorite a Mandello: Lino Tonti: il genio del telaio che sussurrava alle Guzzi