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#motociclismo #news #insella.it
Le naked 600 giapponesi con motore 4 cilindri sono state un gran successo e ora se ne trovano tante sul mercato dell’usato a prezzo stracciati. Ecco tre modelli da comprare a occhi chiusi
Honda Hornet, Yamaha FZ6 e Suzuki GSR sono state a turno tra le moto più vendute dei primi anni 2000. Adesso sono usati molto interessanti, perché vista l’offerta abbondante si portano via a prezzi più che buoni. Vediamo in dettaglio i loro pregi e difetti. In alternativa, Ducati e Kawasaki (qui sotto) sono la scelta giusta. 
Come tutte le Honda la Hornet 600 dà subito confidenza ed è facile da guidare, ma allo stesso tempo capace di divertire parecchio quando arrivano le curve, in curva è precisa e non teme la guida sportiva.
Il motore quasi sorprende perché ha una buona risposta anche ai medi regimi, cosa rara per un 600 quattro cilindri di origine sportiva (deriva da quello della CBR 600 RR). Il grosso cruscotto sopra il faro non è bellissimo da vedere, però toglie un po’ di aria dal petto del pilota migliorando il comfort quando si viaggia in autostrada.
In città è facile come uno scooterone, fa manovra in un fazzoletto e ha cambio e frizione morbidi. Buona la frenata (soprattutto se è un esemplare con ABS), ma il comando di quello dietro è un po’ spugnoso.
Sul mercato dal 2007 al 2013
L'ultima versione della Hornet a quattro cilindri è stata sul mercato per 6 anni. Ora le quotazioni vanno da 2.000 a 4000 euro.
Guidando la GSR sembra che vada molto più delle altre (anche se i nostri rilevamenti dicono che la realtà è diversa): con la sua posizione di guida caricata sui polsi, si mangia le curve in un attimo, ma richiede una guida “fisica†e aggressiva. Molto potente anche la frenata, gli spazi di arresto sono ridotti ma bisogna dosare bene la forza perché l’impianto “morde†subito.
Il motore è bello vivace già ai medi regimi (quasi al livello della Hornet), ma il meglio viene fuori agli alti con una grinta da sportiva pura; aprendo e chiudendo in sequenza l’acceleratore diventa però un po’ brusco (“effetto on-offâ€). Le sospensioni rigide fanno sentire per bene le buche e soprattutto i pavé di città , limitando il comfort; anche peso e ingombri sono un po’ superiori alla concorrenza e si fanno sentire nelle manovre da fermo.
Le finiture sono discrete: ci sono alcuni particolari in plastica troppo economica per il genere di moto. Discreta la sistemazione del passeggero.
Sul mercato dal 2006 al 2011
Prodotta per 5 anni e poi sostituita dalla GSR 750 la grintosa naked di Suzuki si trova ormai al prezzo do uno scooterino: le quotazioni oscillano da 1.500 a 4.000 euro.
Il motore della FZ6 deriva direttamente da quello della sportiva R6 e si sente: è potente ma dà il meglio di sé solo agli alti regimi, per farlo rendere bene occorre tenerlo sopra i 6.500 giri. Sotto tale regime la potenza arriva in maniera fluida, ben controllabile ma con poca foga.
La posizione di guida è comoda, le sospensioni assicurano un buon comfort e le finiture sono ben curate. Sulla prima serie la forcella ha una taratura un po’ morbida e mal digerisce la guida molto sportiva; sulla S2 la situazione è migliorata.
Molto buona la frenata, i due dischi davanti sono potenti e ben dosabili, quello dietro rallenta senza arrivare a bloccare facilmente la ruota. In città se la cava molto bene, è agile e fa manovra in poco spazio ma il cambio, se usato senza riguardi, si indurisce un po’. La FZ6 è rapida nell’impostare le curve, rispondendo rapida ai comandi del pilota. Inesistente anche qui la protezione dall’aria: in velocità bisogna aggrapparsi al manubrio. Discreta però la sistemazione del passeggero.
Sul mercato dal 2004 al 2011
È stata una della naked più longeve della casa giapponese, oltre ad aver eun gran successo, soprattutto con la prima serie. le quptazioni sono irresistibile: da 1500 a 3500 euro.
| Hornet 600 | GSR 600 | FZ6 | |
| Velocità massima km/h | 229,4 | 218,6 | 218,7 |
| Accelerazione 0-400m sec | 11,9 | 12,2 | 12,2 |
| Consumo extraurbano km/l | 19,4 | 18,3 | 20,3 |
| Peso kg | 188 | 200,2 | 190,5 |
Le parti che portano la potenza dal cambio alla ruota sono sottoposte a un’usura elevata, anche nell'uso cittadino. Per questo ci vuole una manutenzione corretta e regolare. Ecco cosa bisogna fare per evitare guai
La necessità di lubrificare più o meno spesso la catena dipende dall’uso che si fa della moto. Se si percorrono spesso strade non asfaltate, andrà fatta di frequente. Ma anche l’uso “cittadino†richiede buona lubrificazione, soprattutto se ci si muove anche d'inverno con le strade piene di sale contro il gelo. Ma anche durante tutto l'anno un controllo ogni 500 km e una “oliata†ogni 800/1000 km non fanno mai male. I sintomi di una catena secca sono facili da individuare:
- Cigolii e rumorositÃ
- La comparsa di zone di colore rossiccio sulle maglie
- Una rapida perdita della tensione
Ci sono due modi per oliare la catena: con la bomboletta di lubrificante spray oppure con il grasso per catene.
Con la bomboletta
- Il risultato migliore si ottiene facendo girare la ruota posteriore in senso opposto a quello di marcia. A questo punto basta “sparare†lo spray sulle piastre interne ed esterne (cioè i lati della catena) della catena nel punto in cui quest’ultima ingrana sul pignone. In questo modo l’olio penetra meglio. Poi si passa a lubrificare i rulli (cioè la parte centrale della catena).
- Terminata la lubrificazione bisogna aspettare almeno 15 minuti prima di muoversi, per lasciare evaporare i solventi contenuti nello spray e fare aderire bene l’olio che altrimenti verrebbe “sparato fuori†dalla catena.
- Tocco finale, una passata con uno straccio pulito per eliminare il lubrificante di troppo.
Con il pennello
È la procedura tradizionale e più “romanticaâ€. In questo caso bisogna utilizzare un olio minerale SAE 80-90 o un prodotto specifico per trasmissioni da moto, è importante assicurarsi che si possa utilizzare su catene con O-Ring. L’operazione richiede un po’ di tempo in più, perché dopo avere spalmato il lubrificante sulla catena bisogna aspettate un paio d’ore perché penetri per bene. Anche in questo caso, alla fine si elimina il lubrificante in eccesso passando un panno sulla catena.
La catena va pulita solo in casi estremi (cioè se c’è un accumulo eccessivo di sporco, terra, sabbia o “sassolini†di asfalto), altrimenti la normale lubrificazione periodica è sufficiente per rimuovere lo sporco. Per pulire una catena si può usare nafta, kerosene oppure un detergente specifico. Dopo la pulizia la catena va subito asciugata con un getto d’aria. Se è coperta da fango e terra (per esempio dopo un “giretto†in fuoristrada) va lavata con un getto d’acqua, procedendo poi all’asciugatura.
Gli errori da evitare
Ecco alcuni errori da evitare assolutamente quando si pulisce la catena:
- Pulirla con benzina o prodotti simili (alcol, trielina) perché danneggiano irreparabilmente gli O-ring.
- Sfregare la catena con spazzole in metallo o altro materiale “duroâ€.
- Asciugare la catena con aria compressa tenendo il getto troppo vicino. La distanza minima sarebbe di almeno 70 cm, per non danneggiare gli O-ring. 
Conflitto in Medio Oriente e tensioni sullo stretto di Hormuz spingono ancora i prezzi dei carburanti. Gli aumenti riguardano tutte le compagnie, ma in alcuni casi sono superiori che in altri. Ecco dove fare il pieno più economico secondo i dati MIMIT
Laumento dei prezzi dei carburanti è generalizzato, ma secondo gli ultimi dati dell’Osservaprezzi Carburanti del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) emergono differenze significative nelle strategie di prezzo adottate dalle quattro maggiori compagnie petrolifere che operano nel nostro Paese. Vediamole.
Tra i prezzi più competitivi del mercato ci sono quelli della Rete Eni, che ha aumentato il prezzo del gasolio di circa +19 cent/litro e quello della benzina di +9 cent/litro rispetto ai livelli precedenti all’escalation del conflitto. Gli incrementi più rilevanti li ha fatti invece registrare Tamoil, con il gasolio salito di +34 cent/litro e la benzina di +15 cent/litro.
Aggiornati al 10 marzo, i prezzi medi del carburante in Italia sono i seguenti:
L’andamento dei prezzi ha richiamato l’attenzione delle istituzioni. La Cabina di regia della Commissione di allerta rapida, presieduta dal ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, si è riunita per monitorare l’evoluzione dei prezzi dei prodotti petroliferi.
Secondo una nota ufficiale del MIMIT, è stato osservato che in particolare due principali compagnie hanno applicato prezzi medi alla pompa superiori rispetto ai prezzi consigliati dalle stesse società di riferimento. Un’anomalia che ha spinto la Commissione a attivare controlli mirati, in coordinamento con il Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) e con la Guardia di Finanza, per verificare eventuali fenomeni speculativi.
Sul fronte politico e regolatorio non sono esclusi provvedimenti immediati dal Consiglio dei Ministri, che potrebbe esaminare misure per mitigare il caro carburanti.
In questa situazione è fondamentale scoprire dove realmente si trovano le pompe più economiche. Noi di inSella, insieme ai colleghi di alVolante, abbiamo messo a punto una app gratuita che si chiama Pieno+ e che permette di risparmiare in modo semplicissimo. Intuitiva e facilissima da usare anche da parte di chi non è molto esperto, Pieno+ è costantemente aggiornata sui prezzi dei carburanti e, sfruttando il sistema di geolocalizzazione dello smartphone, mostra in un attimo tutti i prezzi praticati dai distributori nelle vicinanze, evidenziando quelli più economici e quelli più costosi e fornendo al contempo le indicazioni stradali (si collega a Waze, a GoogleMaps e a Mappe) per raggiungere il benzinaio che abbiamo scelto per fare rifornimento. L’app (lo ricordiamo: è gratuita e facilissima) è disponibile per sia per i dispositivi Android che Apple.
Tra i corridoi dell’ufficio tecnico di Mandello del Lario sono nati tanti progetti rimasti allo stadio di prototipo: motori sperimentali, architetture insolite e soluzioni molto avanzate
Accanto ai tanti modelli entrati in produzione e divenuti parte della grande famiglia di Mandello, nella storia di Moto Guzzi esistono alcuni prototipi sviluppati lontano dai riflettori e rimasti sconosciuti. Una fase particolarmente dinamica fu quella degli anni Ottanta, quando alla guida dell’ufficio tecnico c’era l’ingegnere Lino Tonti. In quel periodo l’obiettivo era ampliare e aggiornare la gamma, andando oltre lo schema classico del bicilindrico trasversale che da tempo caratterizzava le Guzzi di serie. Da questa stagione di sperimentazioni nacquero diversi progetti rimasti poco noti al grande pubblico: motori sviluppati al banco prova, talvolta montati su prototipi funzionanti, ma mai arrivati alla produzione. Tra i più interessanti spiccano il V4, il singolare W3, il W4 pensato anche per l’aviazione leggera e un sofisticato monocilindrico di 670 cm³. Li conoscete?
Tra i progetti più avanzati sviluppati a Mandello negli anni Ottanta c’è un quadricilindrico a V di 1000 cm³, concepito per portare la Casa lombarda su un terreno tecnico molto diverso da quello tradizionale. L’idea di base era semplice: aumentare il numero dei cilindri per ottenere prestazioni più elevate rispetto ai bicilindrici con distribuzione ad aste e bilancieri. Da qui nacque un motore completamente nuovo, con raffreddamento a liquido, distribuzione monoalbero in testa comandata da cinghia dentata e quattro valvole per cilindro. Le dimensioni interne erano chiaramente orientate verso regimi elevati: alesaggio di 80 mm e corsa di 50 mm. Lo sviluppo non si fermò alla fase sperimentale iniziale: il propulsore venne installato su una moto completa e utilizzato per numerose prove su strada. Nonostante i risultati positivi, il progetto si fermò prima della produzione. L’investimento necessario per industrializzare un motore così distante dalla tradizione tecnica della casa, unito alle valutazioni commerciali del periodo, portò infatti alla decisione di non proseguire oltre la fase prototipale.
Se il V4 rappresentava una soluzione relativamente convenzionale per aumentare la potenza, il progetto W3 mostrava invece tutta la creatività dell’ufficio tecnico guidato da Tonti. Il punto di partenza erano i motori della cosiddetta serie piccola, quelli montati su modelli come le V35 e V50. L’idea fu quella di sfruttare una logica modulare, aggiungendo un cilindro alla configurazione di base del bicilindrico. Per farlo venne allargato l’angolo della V fino a 130°, creando lo spazio necessario per collocare un terzo cilindro in posizione centrale. Il risultato era una particolare architettura a W con angolo di 65° tra le bancate. La soluzione adottata per l’albero motore era altrettanto interessante: le tre bielle lavoravano affiancate sullo stesso perno di manovella, scelta che consentiva di mantenere compatte le dimensioni complessive del motore e di utilizzare diversi componenti già esistenti. Furono costruiti prototipi di circa 1000 cm³, sperimentati con testate sia a due che a quattro valvole per cilindro. I risultati delle prove al banco furono incoraggianti ma, anche in quel caso, il progetto non venne sviluppato oltre questa fase.
Tra gli studi più particolari realizzati a Mandello figura anche un quattro cilindri a W concepito con possibili applicazioni nel settore degli aeromobili ultraleggeri. In questo caso l’architettura nasceva dall’unione di due bicilindrici a V di 90°, disposti uno dietro l’altro all’interno di un basamento comune. Le due unità erano leggermente sfalsate per garantire un raffreddamento efficace anche ai cilindri posteriori. Il progetto puntava a combinare peso contenuto, dimensioni compatte e buon equilibrio dinamico. Per questo motivo era prevista la presenza di due alberi motore controrotanti, collegati tra loro tramite una coppia di ingranaggi. Una soluzione che avrebbe contribuito a migliorare la regolarità di funzionamento e a ridurre le vibrazioni. Del motore furono completati i disegni tecnici e venne costruito un modello statico utilizzato per valutare layout e ingombri, ma il W4 non arrivò mai alla produzione.
Nella seconda metà degli anni Ottanta il mercato premiava le enduro stradali di grossa cilindrata, spesso equipaggiate con monocilindrici potenti e leggeri. Anche a Mandello si pensò di entrare in questo segmento, dando vita al progetto indicato con la sigla M71.
Il motore sviluppato per questo programma era un monocilindrico raffreddato a liquido da 670 cm³, ottenuti con alesaggio di 102 mm e corsa di 82 mm. La distribuzione adottava una soluzione tecnica sofisticata: doppio albero a camme in testa e quattro valvole. Per limitare le vibrazioni, inevitabili su un monocilindrico di grande cilindrata, il progetto prevedeva due alberi di equilibratura, azionati tramite una cinghia con doppia dentatura. La lubrificazione era a carter secco, scelta che consentiva di contenere l’altezza complessiva del motore. L’albero motore, realizzato in un unico pezzo, lavorava interamente su bronzine. Il sistema di distribuzione era inizialmente comandato da cinghia dentata, anche se nei piani di sviluppo era previsto il passaggio a una catena. Durante le prove al banco il motore raggiunse oltre 60 CV di potenza, un risultato notevole per un monocilindrico dell’epoca. Anche questo progetto, però, non superò la fase sperimentale.
A proposito di idee geniali partorite a Mandello: Lino Tonti: il genio del telaio che sussurrava alle Guzzi
Un’officina che resta officina, senza trasformarsi in galleria. A Roma il progetto artistico Meccaniche porta l’arte contemporanea dentro gli spazi reali della meccanica motociclistica, creando un dialogo inedito tra opere, attrezzi e ambiente di lavoro
In genere l’arte contemporanea si espone in spazi neutri, progettati per valorizzare le opere e guidare lo sguardo del visitatore. Il progetto Meccaniche, invece, segue una strada diversa: portare l’arte dentro un luogo di lavoro reale, senza modificarne l’identità . La rassegna prende forma all’interno dell’officina romana Cafe Twin, uno spazio che continua a svolgere la sua attività quotidiana mentre ospita le opere degli artisti coinvolti. Il progetto è curato da Gemma Gulisano e Jacopo Natoli e si sviluppa attraverso quattro mostre pensate per instaurare un rapporto diretto con l’ambiente meccanico. “Cafe Twin è un’officina attiva, pertanto, non essendo uno spazio neutro e deputato alla fruizione di opere d’arte, abbiamo scelto di non apportare alcun tipo di forzatura in tal sensoâ€, spiega Gulisano. L’idea è semplice ma radicale: non trasformare lo spazio, lasciando che siano le opere a confrontarsi con la realtà dell’officina.
All’interno del locale tutto rimane com’è: attrezzi, banchi di lavoro e atmosfera da officina continuano a far parte del “paesaggio†quotidiano. “All’interno dell’officina tutto rimane inalterato, incoraggiando un dialogo tra il luogo e i progetti artistici che lo abiteranno nei mesi successiviâ€, aggiunge la curatrice. In questo modo l’esperienza del pubblico cambia: non esiste un percorso espositivo tradizionale, ma una scoperta progressiva delle opere immerse nello spazio reale. Secondo gli organizzatori, l’assenza di ambienti neutri e di un allestimento tipico delle gallerie invita i visitatori a osservare con più attenzione ciò che li circonda. “In assenza di un percorso scandito da ambienti impersonali che diano risalto alle opere in mostra, il pubblico è invitato a soffermarsi e a ricercare gli esiti di questo dialogo tra arte e officinaâ€.
Il primo capitolo del progetto ha già visto la partecipazione dell’artista Cristiano Carotti (qualche foto in gallery). Il calendario prosegue ora con un nuovo appuntamento: Rito, in programma il 27 marzo, che avrà come protagonista Carola Spina e sarà accompagnato da un dj set di Yulia Kachan. La rassegna continuerà poi nei mesi successivi con altri artisti e collettivi. Ad aprile e maggio sono infatti attesi Guendalina Urbani, il collettivo Gestione Motrice Romana Gioie e Piaceri, oltre agli stessi Jacopo Natoli e Desirè D’Angelo. Per tutti i dettagli e per rimanere aggiornati sulle prossime tappe della rassegna vi consigliamo di vistare il sito internet ufficiale.
Dopo una gara o una giornata di divertimento in off road bisogna rimuovere il fango dalla moto. Ecco come farlo senza rovinarla
La preparazione: non "annegare" il motore
Prima di aprire l'acqua, proteggi i punti vitali.
Tappo allo scarico: Fondamentale per evitare che l'acqua ristagni nel silenziatore.
Copri-filtro: Se decidi di lavare la moto senza sella, sostituisci il filtro aria con l'apposito coperchio in plastica.
Rimuovi il "grosso": Se il fango è ancora fresco, usa una spatola di plastica per togliere i blocchi più pesanti dai parafanghi e dal paramotore.
L'idropulitrice è uno strumento potente, ma va usata con la testa.
Una moto lasciata bagnata è una moto che invita la corrosione.
Mentre lavi la moto, osservala. Il lavaggio è il momento migliore per accorgersi di un raggio allentato, di una perdita d'olio dai paraoli della forcella o di una vite del paramotore che se n'è andata per boschi.
Un prototipo è stato avvistato in India: confermati doppio disco anteriore e display TFT, ma resta il dubbio fondamentale: si tratta di un aggiornamento della 650 o la attesa 750?
Royal Enfield sta lavorando da tempo a una nuova famiglia di moto da 750 cm³, e le foto spia circolano sul web ormai dalla seconda metà del 2024. Qualche giorno fa però è spuntato qualcosa di diverso: un muletto della Continental GT avvistato in India senza alcun camuffamento che fin qui aveva caratterizzato i prototipi della futura GT 750 (ne parliamo qui). La moto è in fase di test — lo suggerisce proprio l'assenza di mimetizzazione — ma non si capisce esattamente cosa sia (qui sopra potete vedere un rendering digitale del prototipo, in gallery e qui sotto le immagini rubate per strada).
A rendere il muletto ambiguo ci pensa il freno anteriore: doppio disco, una soluzione associata alla 750, proprio per giustificare le prestazioni superiori del motore più grande. L'attuale Continental GT 650 — bicilindrico parallelo da 648 cm³, 47 CV a 7.150 giri e 52 Nm di coppia a 5.250 giri — monta da sempre un singolo disco da 320 mm. Quel doppio disco, quindi, parla chiaro: qualcosa sta per cambiare.
Ecco il prototipo sorpreso durante un test in India
La prima ipotesi è che si tratti di una variante entry level della nuova Continental GT 750.
La seconda ipotesi è più conservativa ma ugualmente plausibile: un aggiornamento della Continental GT 650 esistente, con doppio disco anteriore e il nuovo display TFT circolare già visto sull'Himalayan, ad esempio. Un miglioramento dell'impianto frenante sarebbe stato richiesto da tempo dagli appassionati, e l'aggiunta del TFT— il navigatore integrato già disponibile su altri modelli della gamma — colmerebbe una lacuna tecnica evidente rispetto alla concorrenza. Il prototipo non monta forcella a steli rovesciati (prababile sulla 750), mantiene i cerchi in lega con pneumatici tubeless, gli specchi bar end, le frecce circolari e il doppio ammortizzatore posteriore: un profilo che si adatta bene a entrambe le interpretazioni.
Royal Enfield non ha ancora detto nulla di ufficiale. Ma il fatto che la moto giri per strada senza camuffamento, in piena luce del giorno, lascia intendere che il lancio non sia troppo lontano.
La vecchia Transalp è ancora oggi un modello ricercato. È comoda e robusta, mentre il motore vi porterà ovunque anche se ha pochi CV. Occhio all'usura della frizione
La Transalp 700 È stata per anni uno dei modelli più apprezzati dal pubblico e lo è tuttora, nonostante sia fuori produzione da parecchio tempo.
Anzi, l’arrivo della nuova Transalp, presentata con successo a EICMA, ha addirittura riacceso l’interesse per la “vecchia†700 in queste pagine dotata del motore con i cilindri disposti a V (la nuova ha un bicilindrico parallelo): un propulsore indistruttibile, che macina chilometri senza mai lamentarsi e ha un’erogazione fluida e ben gestibile.
La Transalp è facile da guidare anche per chi non ha troppa esperienza e la ruota anteriore da 19 pollici permette di affrontare anche leggeri sterrati senza problemi. La posizione di guida è comoda e il passeggero ha spazio a sufficienza. Il raggio di sterzo ridotto e i fianchi snelli (che fanno mettere a terra i piedi con sicurezza) permettono alla Transalp di cavarsela senza problemi anche in città .
Le prestazioni sono tranquille, così così i consumi che risentono anche della mancanza della sesta marcia. Chi va spesso in autostrada deve montare un parabrezza rialzato, quello di serie protegge poco. C’è qualche vibrazione agli alti regimi, ma non dà troppo fastidio. Alcune plastiche sono piuttosto economiche.
La strumentazione ha un aspetto “economico†ma offre tutto ciò che serve. Il contagiri è a lancetta, mentre nello schermo LCD troviamo tachimetro, contachilometri, orologio e indicatore benzina
Considerando che è fuori produzione da una decina di anni, la Transalp ha tenuto molto bene il valore. In ogni caso, oggi come da nuova è un buon affare per chi la vende e chi la compra.
È uno di quei modelli che piacciono sempre e che sono sempre ricercati: nei prossimi anni è difficile che le quotazioni scendano ancora parecchio. Meglio se trovate un modello con ABS, ma sono rari e più ricercati.
Prezzi da 1.900 a 2.200 euro
KTM si assicura 550 milioni per rilanciare la produzione e rafforzare la base finanziaria. Il maxi prestito, concordato con un consorzio bancario internazionale, sostituisce la liquidità d’emergenza fornita da Bajaj e permette all’azienda di concentrarsi sulla ripartenza
Bajaj Mobility ha confermato che KTM potrà contare su un prestito da 550 milioni di euro destinato a sostenere il piano di rilancio della Casa austriaca. L’operazione è stata strutturata tramite un consorzio bancario internazionale e servirà sia a rafforzare la liquidità dell’azienda che a rimborsare la Casa indiana, intervenuta lo scorso anno con un prestito di emergenza da 450 milioni per supportare la fase più critica della ristrutturazione.
KTM ha attraversato un periodo estremamente difficile, fatto di amministrazione controllata, sospensioni della produzione e licenziamenti su larga scala. Per alcune settimane è sembrato non ci fosse nulla da fare. Dopo una lunga ricerca (si ipotizzava all’epoca anche l’ingresso di BMW) ed altrettanto lunghe contrattazioni con i possibili nuovi investitori, nella primavera del 2025 s’era fatta viva Bajaj, mettendo sul tavolo la bellezza di 450 milioni di euro per garantire la continuità operativa, contribuire al piano di ristrutturazione e, di fatto, salvare KTM dal baratro. Grazie al nuovo prestito da 550 milioni, l’azienda sostituisce oggi la liquidità precedentemente fornita dal gruppo indiano, con un finanziamento non garantito della durata di cinque anni e un tasso di interesse variabile tra il 5% e il 9%. Contestualmente, rimangono in vigore restrizioni sulla distribuzione dei dividendi. Tradotto: finché il prestito non sarà rimborsato, KTM non potrà distribuire utili agli azionisti.
Con la base finanziaria rafforzata, KTM ha già riavviato la produzione e ripreso il lancio di nuovi modelli. Il rifinanziamento completo dovrebbe consentire all’azienda di concentrarsi sul ritorno alla crescita, puntando a consolidare la solidità finanziaria e a proseguire nello sviluppo della gamma. In che modo rimane però ancora da capire: l’acquisizione da parte degli indiani ha senza dubbio messo in sicurezza il futuro di KTM, ma anche aperto una fase di profonde riflessioni industriali. Tra ricerca, sviluppo e assemblaggio, Mattighofen resterà il cuore del marchio, ma la riduzione dei costi sarà un passaggio obbligato. Come ribadito dallo stesso Rajiv Bajaj, la produzione di massa continuerà a essere concentrata in India, mentre a Mattighofen resteranno le attività a più alto valore aggiunto, quindi sviluppo, progettazione e assemblaggio dei modelli che devono incarnare la “qualità KTMâ€. In pratica, la manifattura resta in Austria, ma solo laddove aggiunge valore reale. Per il resto, la globalizzazione della filiera sembra un passaggio obbligato.
Ve ne parlavamo qui: KTM è fuori dalla crisi e resta in Austria, ma gli indiani sono chiari: bisogna tagliare
La casa slovena, specializzata in cinquantini, tornò in Italia una decina di anni fa con una gamma ben fornita. Ce n'era per tutti i gusti, ma spiccavano i classici ciclomotori vintage e i tuboni sportivi
Tomos era una casa storica: riforniva tutta l'ex Jugoslavia di ciclomotori e con la disgregazione della Repubblica Sociale Federale mantenne la sede a Capodistria, in Slovenia, a pochi chilometri da Trieste. Dopo un periodo di assenza tornò sul nostro mercato nel 2012 con una gamma centrata sui cinquantini dotati di un vecchio motore due tempi raffreddato ad aria e cambio automatico a due marce, punto di forza i prezzi bassi e i consumi, la casa dichiarava 2,5 litri per 100 km. Un'esperienza breve che si concluse nel 2019 con la chiusura definitiva dell'azienda.
Ecco la versione Standard del classico ciclomotore Tomos
I prodotti più interessanti erano i ciclomotori "vintage" come il Classic (nella foto di apertura), un cinquantino "vecchio stile" con ruote a raggi, gomme a fascia bianca e tonalità pastello (costava 1.250 euro), di questo modello esisteva anche la versione Standard con ruote a razze e faro squadrato (1.200 euro). Si guardava pure al futuro con l'E-Lite (foto sotto), uno scooter elettrico alimentato da una batteria al litio con 40 km di autonomia che saliva a 70 km montando una seconda batteria, costava 2.799 euro.
Altro colpo al cuore degli appassionati il Tomos Racing (foto sotto), un classico tubone (così negli anni 80 erano chiamati i ciclomotori con telaio formato da un grosso tubo d'acciaio) con forcella, parafango e cupolino sportivi (1.349 euro). Completavano la gamma il Tomos Hip Hop- un ciclomotore da lavoro dotato di ben quattro valigie rigide - e due scooter "normali": Nitro 50 a 1.249 euro e Nitro 125 a 1.600. Infine c'è anche la Racing TT, una motoretta automatica offerta a 1.449 euro.