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#motociclismo #news #insella.it
Esagerate in tutto, le hypernaked sono delle supersportive "svestite" delle carene ma con una posizione di guida più comoda all'utilizzo su strada. Ecco i 5 modelli più potenti attualmente in vendita
Super performanti, estreme nelle linee e ricchissime nella dotazione elettronica, le hypernaked sono l’arma definitiva per chi cerca una moto dalle prestazioni estreme senza incorrere nella scomodità dei semi manubri. Abbiamo selezionato i 5 modelli più potenti attualmente disponibili sul mercato moto italiano, vediamo quali sono in ordine crescente.
L'hypernaked di KTM ha linee e prestazioni davvero mostruose: il design, spigoloso e affilatissimo, è dominato dal serbatoio con i fianchi aperti e le alette aerodinamiche integrate nei convogliatori. Il telaio è un traliccio in tubi di acciaio, ormai marchio di fabbrica delle KTM stradali, mentre è Brembo l'impianto frenante con pinze Stylema monoblocco a quattro pistoncini e dischi di 320 mm davanti. Il motore è un bicilindrico a V di 75° di 1.350 cm³ accreditato di 190 CV a 10.000 giri/min e con un picco di coppia di 145 Nm a 6.750 giri/min. Numeri raggiunti grazie anche alla fasatura variabile. Dal cruscotto TFT a colori da 5†è possibile selezionare tre riding mode (Rain, Street e Sport) e come optional sono disponibili anche le mappe Performance e Track. Il motore ha una spinta "mostruosa": ai medi spinge fortissimo ma, grazie all'elettronica azzeccata, la potenza viene scaricata a terra senza difficoltà . La frenata è precisissima e l'anteriore è svelto a prendere la corda. Veloce anche il cambio dotato di quickshift bidirezionale. Per sapere tutto di lei, trovate qui il test in pista!
La nuda più estrema della gamma Kawasaki monta un motore quattro cilindri in linea sovralimentato di 998 cm³ con compressore volumetrico, in grado di erogare 200 CV di potenza massima. La peculiarità di questo motore è proprio il sistema di sovralimentazione con compressore volumetrico, che fa “fischiare†la moto con un sibilo che si confonde con il ruggito del motore. Nonostante la cavalleria sia paragonabile a quella di una supersportiva, la risposta del motore è sorprendentemente docile e regolare ai bassi regimi, ma al crescere dei giri la spinta si fa piuttosto cattiva, con un'accelerazione bruciante e un allungo quasi infinito fino ai regimi più alti. La versione SE monta sospensioni a controllo elettronico, l'impianto frenante ha pinze Brembo ad attacco radiale che lavorano su dischi di 320 mm all'anteriore, e l'elettronica comprende IMU a sei assi, ABS e controllo di trazione cornering, antimpennata, launch control, cambio elettronico e cruise control. La posizione di guida è comoda e naturale, più "seduta" che d'attacco, mentre i 240 kg di peso si fanno sentire nel misto stretto e nelle manovre a bassa velocità . Il suo campo di battaglia ideale è il misto medio-veloce, dove esprime il meglio di sé offrendo una rassicurante stabilità . Qui la nostra prova.
La Brutale 1000 RR è una maxinaked fra le più raffinate al mondo, che si rivolge a piloti esperti e appassionati. A spingerla ci pensa il quattro cilindri in linea a valvole radiali con catena della distribuzione centrale capace di 208 CV a 13.450 giri/min e 116,5 Nm di coppia, valori tenuti a bada da un’elettronica completa di tutto: quattro mappe di erogazione (Sport, Race, Rain, Custom) e la piattaforma inerziale IMU, che gestisce il controllo di trazione (regolabile su 8 livelli e disinseribile) e regola l'intervento in funzione dei dati sull'angolo di piega forniti dall'IMU. Il Front Lift Control, evoluzione sostanziale dell'anti-wheelie, è proposto con opzione “attivo†o “non attivoâ€. Per le partenze a razzo è disponibile il launch control, che interviene sia sui giri motore sia sulla coppia. La posizione di guida è d'attacco ma non estrema grazie ai manubri alti e alla sella ben imbottita. Il motore 4 cilindri spinge forte ma con la mappa più “docile†l’erogazione è un po’ ruvida ai bassi e la risposta del gas a volte imprecisa. Il difetto scompare passando ai riding mode più sportivi e sfruttando il motore a fondo (se ci riuscite). Per tenerla incollata all’asfalto ci sono alette ai lati del radiatore che “caricano†l’avantreno superati i 200 km/h. Le sospensioni sono completamente regolabili sulla versione RS, mentre la RR sfoggia le Öhlins Smart-EC a regolazione elettronica semiattiva. La frenata, potente e modulabile, è affidata a un impianto Brembo con pinze monoblocco Stylema all'anteriore. Poco preciso il quickshift ai bassi regimi, meglio agli alti. Trovate qui la nostra prova video!
Prendete una BMW M 1000 R, toglietele le carene (e una R) e otterrete la hypernaked M 1000 R, che con i suoi 209 CV sprigionati dal quattro cilindri in linea di 999 cm³ con fasatura e condotti di aspirazione variabili si posiziona al terzo posto della nostra classifica. Si tratta di una nuda ipertecnologica e dalle linee estreme, con due grosse ali aerodinamiche che a 220 km/h generano un carico di 11 kg sulla ruota anteriore. Il telaio è in alluminio, le sospensioni sono Öhlins a controllo elettronico e i cerchi in alluminio forgiato. Se invece desiderate avere una maggior maneggevolezza e un appeal estetico da urlo, nella versione M Competition sono disponibili i cerchi in carbonio. Il pacchetto di ausili elettronici è completo di tutto e vede quattro modalità di guida, traction control, controllo dell'impennata, quickshifter, launch control, il pit lane limiter che limita la velocità e, dulcis in fundo, il Brake Slide Assist che facilita gli ingressi in curva in derapata. La posizione di guida è decisamente sportiva, con manubrio basso e largo e le pedane piuttosto arretrate. Il motore ha grinta da vendere ma ai bassi regimi risulta trattabile e con un’erogazione molto regolare. Tra le curve la M 1000 R stupisce per velocità di ingresso in curva e stabilità in percorrenza. Ottime le sospensioni, rigorose ma comunque in grado di filtrare le asperità del fondo stradale. La prova completa, qui.
La Ducati Streetfighter V4, già da ferma, è cattivissima: il frontale è dominato dal faro dotato di luci a LED con profilo DRL e grosse ali biplano in grado, a 270 km/h, di generare ben 45 kg di deportanza. Il motore è il raffinato V4 di 90° di 1.103 cm³ ereditato dalla supersportiva Panigale V4. Dotato di distribuzione desmodromica, albero motore controrotante e cornetti di aspirazione a lunghezza variabile, eroga una potenza di 214 CV a 13.500 giri/min e un picco di coppia di 120 Nm a 11.250 giri/min; valori che la posizionano al primo posto della nostra classifica! Se poi pensate di utilizzare la moto solo in pista, con il kit di scarico Racing si può arrivare a quota 226 CV! Dalla cugina Panigale, la Streetfighter eredita anche il pacchetto di ausili elettronici: quattro i riding mode (Race, Sport, Road, Wet) e quattro i Power Mode (Full, High, Medium, Low), Race eCBS, Ducati Traction Control, controllo dell’impennata, dello slittamento, launch control, quick shift bidirezionale di seconda generazione e controllo del freno motore. Fluido e regolare ai bassi, superata la metà del contagiri il V4 cambia decisamente carattere e offre una spinta davvero impressionante, con un’accelerazione da urlo. Il tutto è supportato da una ciclistica sempre all’altezza, tanto stabile quanto sorprendentemente maneggevole e “facile†da guidare. L'abbiamo testata sul tracciato super tecnico di Andalucia, ecco com'è andata.
È un’endurona stradale di qualità , il motore bicilindrico a V di 90° ha la giusta dose di cavalli e spinge forte già ai medi regimi, garantendo prestazioni brillanti senza consumare mai troppo. Il comfort è molto buono e le quotazioni interessanti
La V-Strom 1000 Piace parecchio il motore bicilindrico a V, spinge deciso ai medi regimi e ha un buon allungo. La posizione di guida è comoda e la protezione offerta dal parabrezza (regolabile) efficace. Va bene per viaggiare, ma è anche divertente da guidare sulle strade con molte curve: merito del telaio in alluminio ben riuscito e delle sospensioni di buona qualità . La dotazione di sistemi elettronici è più che sufficiente: controllo di trazione (regolabile su due livelli e disinseribile) e ABS. Abbondante lo spazio anche per il passeggero.
Il cruscotto non è ben leggibile con il classicoâ€colpo d’occhio†e le valige offerte come optional da Suzuki hanno una capienza limitata. In autostrada i consumi sono un po’ superiori rispetto a quelli registrati dalla concorrenza diretta (ma sempre accettabili).
da 3.500 a 7.000 euro.
Considerando tutte le sue qualità e la dotazione di serie completa, la V-Strom 1000 ha delle quotazioni piuttosto interessanti, oltretutto è un modello "fuori produzione" perché sostituito dalla 1050, quindi i prezzi sono in calo.
Dalle patenti speciali per disabili ai certificati scolastici: il portafoglio digitale nell’app IO cresce e punta a diventare il contenitore unico dei documenti personali
Tra le prossime novità in arrivo nell’IT-Wallet ci sono anche le patenti speciali, quelle destinate ai conducenti con disabilità . Un segnale chiaro della direzione presa dal portafoglio digitale italiano, che si prepara ad ampliare in modo significativo il numero di documenti disponibili su smartphone. Il sistema, integrato nell’app IO e sviluppato dall’Istituto poligrafico e zecca dello Stato, ha già superato una soglia importante: oltre 10 milioni di attivazioni e 17,3 milioni di documenti caricati. Numeri che segnano il passaggio dalla fase sperimentale, avviata nel 2024, a una diffusione ormai su larga scala.
Attualmente, nell’IT-Wallet sono disponibili tre documenti: patente di guida, tessera sanitaria e carta europea della disabilità . Ma il progetto è destinato a crescere rapidamente. L’obiettivo è arrivare a oltre 200 documenti, trasformando lo smartphone in un vero e proprio archivio personale. Tra quelli previsti figurano titoli di studio, certificati di frequenza scolastica, attestazioni di residenza, certificazioni ISEE, iscrizione alle liste elettorali e tessera elettorale, badge per dipendenti pubblici e fascicolo sociale e lavorativo. L’identità digitale, quindi, esce dall’ambiente virtuale e si integra con quello fisico, creando una progressiva sovrapposizione tra documenti tradizionali e versioni digitali.
Certo è che la sicurezza resta uno degli aspetti più delicati. Lo sviluppo dell’app IO è affidato a PagoPA, mentre la protezione dei dati è gestita dal Cyber physical security center di Roma. Qui, 41 specialisti lavorano 24 ore su 24, monitorando una piattaforma che nel solo 2025 ha registrato 187 milioni tra attacchi e tentativi di intrusione. Chiarissimo: la patente, quella fisica, è più sicura nel portafoglio, quello che si tiene in tasca. Ma la strada ormai è quella ed è oggi impossibile ignorarlo. Chiariamoci: per ora non è certo obbligatorio caricare alcun documento, ma prima o poi, è facile intuirlo, toccherà a tutti.
Per sapere come caricare la vostra patente in digitale: IT Wallet: come caricare la patente digitale nell’app IO
La Multistrada V4 Rally è una crossover pronta a tutto: strada, fuoristrada e viaggi anche in coppia. Ma a chi calza meglio? Per capirlo, vediamo come "veste" su corporature e altezze differenti
La Multistrada V4 Rally è la versione più ricca e completa della globetrotter di Ducati. Spinta dal raffinato motore V4 Granturismo di 1.158 cm³ e 170 CV, nel 2025 ha visto l’arrivo di numerose migliorie volte ad incrementarne ulteriormente comfort, piacere di guida e dotazione tecnologica. Ne parliamo dettagliatamente qui
Tra le novità tecnicamente più interessanti il sistema Adaptive Skyhook DSS EVO per le sospensioni semiattive: si tratta di una tecnologia in grado di rilevare le condizioni del manto stradale e lo stile di guida in pochi millisecondi, adattando l’assetto in relazione a queste condizioni. Ciò assicura una risposta precisa su qualunque fondo. Ora permette anche di intervenire sulla regolazione della compressione in movimento, indipendentemente dal riding mode scelto. Presente anche il sistema di abbassamento automatico (Automatic Lowering Device), che riduce l’altezza da terra a bassa velocità intervenendo sull’idraulica del monoammortizzatore per facilitare l’appoggio dei piedi a terra.
Nella guida (qui il test completo) la Multi V4 Rally risulta maneggevole e ben bilanciata, ma nelle manovre a motore spento e in quelle a bassa velocità , gli oltre 260 kg rilevati a secco dal nostro Centro Prove non sono semplicissimi da gestire, specie per chi è sotto i 180 cm di statura, dato che la sella, nella posizione standard, dista 87 cm dal terreno e non è snellissima. Tuttavia, Ducati offre diverse possibilità per poter ridurre l’altezza della seduta da terra, offrendo selle ribassate, assetto ridotto oltre all’innovativo sistema Automatic Lowering Device, che entra in azione al di sotto dei 10 km/h agendo sull’idraulica del monoammortizzatore e abbassando la sella fino a 3 cm, per poi tornare al setting di marcia ideale superati i 50 km/h.
Quindi, per chi è adatta la Multistrada V4 Rally? Per aiutarvi e fornirvi un range di misura, abbiamo effettuato un test con quattro piloti di altezze differenti, da 163 a 188 cm. Ecco il risultato.
Per il nostro test de “la prova in quattro taglieâ€, abbiamo utilizzato una Ducati Multistrada V4 Rally 2026 con sella riscaldata (optional) a 87 cm dal terreno, che è l’altezza standard. Notiamo come il rider di sinistra, alto 163 cm, non riesca a sollevare la moto dal cavalletto, mentre quello di destra, alto 170 cm, riesce a toccare terra ma solo con la punta del piede e in modo precario. Per entrambi è d’obbligo optare per la sella bassa riscaldata (optional di 240 euro), che riduce di ben 4,5 cm la distanza con il suolo. In questo modo, combinando la sella bassa e il sistema di abbassamento automatico si può raggiungere, quando si viaggia a basse velocità e se il carico lo consente, un abbassamento di altri 3 cm, portando la sella a 79,5 cm da terra. Un compromesso che potrebbe essere adatto al rider di destra, mentre per il rider nell’immagine a sinistra è d’obbligo optare anche per l’assetto ribassato delle sospensioni, che riduce la luce a terra in maniera fissa di 2 cm. Combinando i tre fattori, si può raggiungere (carico permettendo) il valore di 77,5 cm.
Il pilota alto 178 cm tocca terra senza troppe difficoltà con entrambi i piedi, ma per avere maggiore serenità in caso di manovre su fondi irregolari o in pendenza potrebbe optare per la sella medio/ribassata riscaldata (optional di 240 euro), più bassa di 1,5 cm rispetto alla standard. Questa, combinata all’abbassatore presente di serie sulla Multi V4 Rally, permette di raggiungere in determinate condizioni l’altezza di 82,5 cm da terra. Chi invece supera i 180 cm o raggiunge i 188 come il rider di destra, per avere un miglior comfort di marcia potrebbe regolare la sella standard nella posizione più alta (+2 cm attraverso il meccanismo di regolazione), così da avere le gambe meno piegate durante la guida. Infine, Ducati mette a disposizione anche una sella alta riscaldata (optional di 240 euro), che grazie a una maggior imbottitura incrementa l’altezza di 1,5 cm.
Altezza standard
La sella standard della Multistrada V4 Rally può essere regolata su due posizioni agendo sul meccanismo che si trova al di sotto di essa. Nella posizione standard dista 87 cm dal terreno, in quella alta 89 cm.
Selle ribassate (range di regolazione sella 0- 2 cm)
Automatic Lowering Device (range di regolazione sella 0- 2 cm)
Massima altezza (range di regolazione sella 0- 2 cm)
Altezza tester: 178 cm
La V4 Rally ha una posizione di guida molto comoda: la sella è larga e ben imbottita e garantisce un ottimo confort anche dopo diverse ore in sella. Il serbatoio di 30 litri è piuttosto largo, ma grazie alla sagomatura corretta si riesce a stringere efficacemente fra le gambe. in più, le superfici laterali sono regolari, permettendo di avanzare senza intralci nella guida in piedi. Manubrio e pedane sono posizionati proprio dove si vorrebbe: si può viaggiare rilassati oppure aggredire le curve.
I Moto Morini Riding Days 2026 portano la gamma della Casa italiana in sei eventi su strada e sterrati, dal nord al centro Italia
Moto Morini ha annunciato le tappe dei Riding Days 2026, il demo tour pensato per consentire agli appassionati di testare su asfalto e sterrato l’intera gamma dei modelli. Il calendario comprende sei appuntamenti distribuiti tra aprile e settembre nei principali raduni e manifestazioni motociclistiche italiane. Ecco le tappe:
Durante ogni tappa, gli spazi dedicati da Moto Morini permetteranno ai partecipanti di salire in sella e provare i diversi modelli. I percorsi sono studiati per mettere in evidenza le caratteristiche dinamiche delle moto, con sezioni su strada e, dove previsto, tratti sterrati per le adventure. In particolare, le tappe HAT Adventourfest di Bobbio e Sestriere offriranno la possibilità di testare le capacità off-road di alcuni modelli.
Tra le moto a disposizione dei partecipanti:
La partecipazione ai test ride è gratuita. Per provare i modelli è sufficiente presentarsi all’evento e registrarsi presso l’area Moto Morini. I requisiti minimi comprendono il possesso di patente A, mentre per l’AlltrHike è sufficiente la A2, e l’uso di casco e abbigliamento tecnico.
Era già stato oggetto di un richiamo nel 2025, a causa di un potenziale surriscaldamento. Di recente però, la circolare di richiamo è stata aggiornata: ecco gli altri esemplari coinvolti
Ne abbiamo parlato anche lo scorso maggio, ma il "caso SR/01270/25", com'è definito dall'autorità europea competente (FEMA) è tornato sotto osservazione con un'estensione degli esemplari coinvolti.
Per la Casa di Borgo Panigale e relativi clienti interessati si trattò del richiamo CR285 che, nella primissima nota, ha fatto riferimento ai seguenti codici telaio:
Oggi la situazione è un po' cambiata e con il nuovo richiamo battezzato CR311, sono finiti sotto la lente di ingrandimento anche i seguenti codici:
Anche la forbice di produzione interessata, si fa più ampia:
Il difetto segnalato da FEMA, in sostanza rimane lo stesso:
"A causa di un posizionamento errato della guaina termoriflettente del tubo flessibile del freno posteriore (in prossimità di uno dei due collettori di scarico), il calore presente in quel punto potrebbe danneggiare il tubo stesso e di conseguenza causare un malfunzionamento del freno della ruota posteriore. La perdita di efficacia della frenata comporta un maggiore rischio di incidenti e lesioni."
Le uniche moto ibride di serie al mondo si aggiornano con switch EV-ibrido fino a 60 km/h e cambio automatico in Sport. Cambia anche il prezzo... anche lui (parecchio) in meglio!
Le Kawasaki Z7 Hybrid e Ninja 7 Hybrid (i nostri primi contatti li trovi qui e qui), restano le uniche moto ibride prodotte in serie sul mercato mondiale, e per il 2026 ricevono un pacchetto di aggiornamenti software focalizzato su due aspetti chiave: la commutazione tra modalità elettrica e ibrida, e la gestione del cambio in modalità Sport.
Il cambiamento più significativo riguarda la velocità massima alla quale il pilota può passare manualmente dalla modalità EV, cioè 100% elettrica, a quella ibrida e viceversa. Fino a oggi il passaggio era possibile solo sotto i 25 km/h, un limite che nella pratica rendeva la funzione poco sfruttabile nel traffico urbano. Ora la soglia sale a 60 km/h: significa che entrando o uscendo da una zona a traffico limitato, per esempio, si può switchare tra i due modi senza dover praticamente fermarsi. Un bel passo avanti in termini di usabilità quotidiana.-
L'altro intervento riguarda la modalità Sport, che in precedenza obbligava a usare il cambio in modalità manuale, con le palette sul blocchetto sinistro. Adesso è disponibile anche una mappatura automatica dedicata alla Sport, che lascia alla centralina la gestione dei rapporti pur mantenendo la risposta più vivace del motore. Insomma, si tratta di una modalità dedicata a chi vuole guidare in manier "allegra" senza pensare alle cambiate.
Insieme agli aggiornamenti tecnici arriva anche un ritocco al listino: la gamma Hybrid parte ora da 6.995 euro, un riposizionamento deci massiccio (le moto erano previste a poco meno di 13.000 euro) che punta a rendere l'ibrido Kawasaki più accessibile.
Abbiamo provato in anteprima la nuova Ducati Monster, che per il 2026 guadagna il bicilindrico V2 da 890 cm3 per 111 CV di potenza massima. Agile, veloce e accessibile, punta a soddisfare motociclisti di tutte le etÃ
Mentre gli atleti di altre discipline raggiungono il picco nei loro trent'anni, i fenomeni del motociclismo spesso sono ormai prossimi al ritiro. Ecco i costi invisibili di uno sport che non perdona
Nel mondo dello sport professionistico, i 30 anni sono spesso considerati l'età della maturità . In Formula 1, piloti come Lewis Hamilton o Fernando Alonso continuano a competere ai massimi livelli ben oltre i 40. Eppure, nel paddock della MotoGP, la storia è diversa: Casey Stoner si è ritirato a 27 anni, Jorge Lorenzo a 32 e Dani Pedrosa a 33. Perché questa disciplina "consuma" i suoi protagonisti così velocemente?
Il video-documentario di Taylor Mackenzie mette in luce una realtà brutale. Non si tratta solo di "guidare una moto". Durante i test collettivi, come quelli in Malesia, i piloti percorrono circa 100 giri al giorno con temperature che sfiorano i 40°C e un’umidità del 100%.
Perché i dati siano utili agli ingegneri, il pilota non può "passeggiare": deve guidare costantemente al 90-100% del suo limite fisico. Mantenere questo livello di concentrazione e sforzo atletico per un'ora intera di "race run" sotto il sole tropicale equivale a una maratona corsa ad altissima intensità , con l'aggravante di dover gestire una macchina da quasi 300 cavalli.
In MotoGP, l'integrità fisica è un concetto relativo. I piloti convivono con dolori cronici che diventano compagni di vita silenziosi. L’esempio più estremo è quello di Marc Márquez: la sua carriera recente è stata un calvario di interventi chirurgici multipli, necessari per "ricostruire" arti letteralmente distrutti. Márquez ha dovuto subire operazioni invasive, inclusa una rotazione deliberata dell'omero, per recuperare la funzionalità del braccio destro. Ma non è solo lui: ogni caduta ad alta velocità lascia micro-fratture e danni ai tessuti che non guariscono mai del tutto, trasformando il risveglio mattutino di un atleta di 30 anni in quello di un uomo molto più anziano.
A differenza della Formula 1, dove il pilota è protetto da una cellula di sopravvivenza, in MotoGP il corpo è la carrozzeria. John Hopkins racconta come sia normale correre con ossa rotte, affidandosi a iniezioni di cortisone per intorpidire il dolore. Mackenzie spiega che "a 18 anni rimbalzi, a 25 senti ogni singolo colpo". Il logorio fisico si trasforma in logorio mentale: arriva un momento in cui il rischio smette di avere senso e la motivazione cede il passo alla paura del prossimo infortunio.
Oltre allo sforzo in pista, c'è una fatica "invisibile" che logora il sistema nervoso: lo stress logistico. Un pilota di MotoGP affronta oltre 60 voli all'anno, passando da un fuso orario all'altro senza sosta. Durante i lunghi tour mondiali (le "flyaway races"), la privazione del sonno è una costante: Mackenzie rivela che la media del riposo scende drasticamente a 3-4 ore a notte. Questo stato di perenne affaticamento non solo rallenta i riflessi — vitali quando si viaggia a 350 km/h — ma impedisce il corretto recupero muscolare e mentale, accelerando il processo di "burnout". Il passaggio a stagioni con 22 Gran Premi e l'introduzione delle gare Sprint ha raddoppiato lo stress. I piloti vivono in un costante stato di jet lag. Durante le trasferte intercontinentali (le cosiddette "flyaway races"), la media del sonno scende drasticamente a 3-4 ore a notte.
Tra gare, test, impegni mediatici e allenamenti rischiosi (come il motocross, necessario per allenarsi ma fonte di ulteriori infortuni), il tempo di recupero è praticamente nullo. Se un pilota di F1 può allenarsi al simulatore, un pilota di MotoGP deve rischiare la pelle ogni volta che sale su una sella, anche in allenamento.
Le carriere potrebbero accorciarsi ulteriormente a causa delle nuove regole sull'età minima (18 anni). Entrare nel mondiale più tardi significa arrivare in MotoGP già più "usurati" fisicamente dalle classi minori (Moto3 e Moto2), che sono altrettanto tassanti.
In definitiva, la MotoGP non è solo una sfida di velocità , ma una guerra di logoramento. Quando vediamo un pilota ritirarsi a poco più di trent'anni, non è per mancanza di talento, ma perché il "conto" che lo sport ha presentato al suo corpo e alla sua mente è diventato semplicemente troppo salato per essere pagato.
L’EICMA Adventure Series FMI torna nel 2026: la seconda edizione si articola in cinque tappe in giro per l’Italia alla scoperta delle sue meraviglie. Due le classifiche previste. Ecco i dettagli e il calendario
Dopo il successo della prima edizione, l’EICMA Adventure Series FMI torna nel 2026 con un calendario di appuntamenti pensato per chi vive la moto come libertà ed “esperienza di esplorazioneâ€. Frutto della collaborazione tra EICMA e Federazione Motociclistica Italiana, il progetto si conferma punto di riferimento per il mototurismo avventura, capace di unire la passione per le due ruote, la valorizzazione del territorio e lo spirito di community. La seconda edizione rilancia una formula già apprezzata dello scorso anno: un’esperienza che mette al centro il piacere del viaggio, guidando i partecipanti lungo percorsi e itinerari capaci di raccontare un’Italia autentica, sorprendente e spesso poco conosciuta. Strade bianche e asfalto, borghi, panorami, tradizioni, accoglienza e condivisione diventano così ingredienti importanti almeno quanto la moto. Ma passiamo al calendario.
Il Trofeo EICMA Adventure Series, aperto ai Tesserati FMI con moto di peso non inferiore a 150 kg, unisce il piacere della scoperta, classico del viaggio in moto, a un sistema di acquisizione punteggio basato esclusivamente sulla partecipazione alle singole manifestazioni. Vengono istituite due classifiche: Trofeo Adventouring individuale e Trofeo Adventouring per Moto Club. Vediamole.