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News n. 1
Pirelli torna italiana? I cinesi sono un problema Pirelli torna italiana? I cinesi sono un problema

Pressioni politiche, scadenze ravvicinate e il rischio di perdere il mercato USA: attorno a Pirelli si gioca una partita che va ben oltre la finanza. Sul tavolo, una riduzione drastica della quota cinese per ridisegnare controllo e governance

Riccardo Allegro

Pirelli e il problema Sinochem

Si stringono i tempi per il riassetto di Pirelli. Al centro della trattativa c’è il ruolo della cinese Sinochem, oggi primo azionista del gruppo con il 34% del capitale, e la necessità di ridurne l’influenza per evitare conseguenze industriali pesanti, in particolare sul mercato statunitense. Il confronto è entrato nel vivo nelle ultime settimane e l’obiettivo quello di individuare una soluzione condivisa entro marzo, data chiave per una serie di scadenze regolatorie. Facciamo il punto. 

La quota cinese e l’ipotesi del 10%

Tra le opzioni allo studio, una in particolare sta prendendo forma: la riduzione della partecipazione di Sinochem fino a circa il 10%. In questo scenario, il gruppo cinese resterebbe nel capitale di Pirelli, ma come investitore passivo, senza un ruolo determinante nella governance. Le alternative restano comunque sul tavolo: dall’uscita totale di Sinochem dal capitale, a una permanenza accompagnata da ulteriori limitazioni sui diritti di governance, fino a un possibile nuovo intervento dello Stato italiano.

Lo vogliono gli Stati Uniti

A rendere urgente una decisione è soprattutto il contesto internazionale. Gli Stati Uniti stanno infatti introducendo restrizioni su software e hardware di origine cinese utilizzati in dispositivi che interagiscono con veicoli connessi. Un tema che riguarda direttamente Pirelli ed i suoi cyber tyre, pneumatici dotati di sensori in grado di raccogliere dati e comunicare con il veicolo, finiti sotto l’attenzione del Dipartimento del Commercio USA preoccupato per la tutela dei dati sensibili e della privacy. La presenza rilevante di un azionista cinese rischia quindi di limitare l’accesso di Pirelli al mercato americano, che vale circa un quinto dei ricavi del gruppo. Morale: entro metà marzo, l’azienda dovrà dichiarare di non utilizzare software cinesi per poter operare senza restrizioni negli USA.

Il ruolo del Governo

In assenza di una soluzione negoziata, potrebbe tornare in campo il golden power. Il Governo italiano lo ha già utilizzato nel giugno 2023 per proteggere le tecnologie sensibili di Pirelli e limitare l’accesso di Sinochem a dati e know-how. Questa volta, secondo quanto riportato da fonti internazionali, l’esecutivo potrebbe arrivare anche alla sospensione dei diritti di voto del socio cinese. Una prospettiva che spinge entrambe le parti a cercare un accordo diretto, evitando forzature istituzionali.

Cosa sono i cyber tyre?  Pirelli: col 5G le gomme intelligenti rilevano e segnalano i pericoli

abcde
Sab, 10/01/2026 - 12:03
Un'altra tessera che gli sporchi maiali americani vogliono per loro. Devono completare la colonizzazione con il benestare del governo dei compradores. Sentire che il Dipartimento del commercio Usa sia preoccupato per la tutela dei dati sensibili e della privacy fa venire davvero il voltastomaco. Non si preoccupano invece di bombardare civili inermi questi schifosi?
Industria e finanza
Data articolo: Sat, 10 Jan 2026 16:28:01 +0000
News n. 2
Prova Kove 800 X Rally, la cinese avventurosa Prova Kove 800 X Rally, la cinese avventurosa
Kove
800 Rally
2025
RiccardoVilla

Sviluppata nelle gare africane, la Kove 800 X Rally è una fuoristrada "dura e pura" omologata monoposto. L'abbiamo messa alla prova e ora vi raccontiamo come va, con i pregi e i difetti

Presente in Italia ormai da qualche anno, Kove ha una gamma in cui spiccano alcuni modelli derivati dalle moto usate dal team ufficiale nei rally-raid più famosi. Tra questi modelli c'è anche la 800 X Rally, l'adventourer in queste pagine portata in gara alla Africa Eco Race da Matteo Bottino e venduta "pronto gara", così come la vedete nelle foto. 

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Leggera, agile e ben equipaggiata

La 800 X Rally ha un telaio "misto" acciaio-alluminio che abbraccia il motore, un bicilindrico in linea frontemarcia di 799 cm³ con una potenza (rilevata alla ruota) di 79,2 CV a 9.200 giri e una coppia massima di 64 Nm a 7.700 giri. A sostegno del tutto troviamo sospensioni Yu-An regolabili nell'idraulica e a lunghissima escursione: 270 mm per la forcella a steli rovesciati di ben 49 mm di diametro e 250 mm per il monoammortizzatore, che è collegato al forcellone tramite leveraggi . 

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Il cruscotto è un ampio TFT a colori di 7" verticale, così da poter essere consultato facilmente anche nella guida in piedi. Offre un buon numero di informazioni, ma è poco luminoso.

Omologata monoposto, offre numerose componenti in alluminio e pochi fronzoli, per un peso rilevato di soli 171.5 kg in ordine di marcia ma con il serbatoio di 20 litri vuoto. Ruote e freni sono da vera fuoristrada: 21"-18" il diametro dei cerchi rinforzati con camere d'aria e pneumatici tassellati, mentre all'avantreno c'è un disco a margherita di 310 mm. Niente controllo di trazione, mentre I'ABS di serie è disattivabile solo al posteriore oppure totalmente.

Enduro

Sella stretta, manubrio largo, sovrastrutture ridotte all'osso e dimensioni generali davvero compatte fanno della Kove 800X Pro una adventure quasi specialistica. Su strada risulta agile e maneggevole, al netto degli pneumatici tassellati che limitano i feeling e le vere potenzialità della moto. Il motore offre una bella coppia ai medi e una buona propensione all'allungo, peccato solo per il marcato effetto on-off del comando del gas che tende a scomporre l’assetto quando si va ad agire sul gas. Le sospensioni infatti hanno una taratura piuttosto morbida e sono molto sensibili ai trasferimento di carico in accelerazione e in frenata. 

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Frenata che possiamo definire più modulabile che incisiva nella risposta: quando si alza il ritmo si vorrebbe più mordente, tuttavia è perfetta per l’utilizzo in fuoristrada. Abbastanza preciso il cambio, ma il pedale è un pochino duro da azionare. In furoistarda la 800X Rally si comporta davvero bene: leggera, stretta e con sospensioni scorrevoli è facile da gestire anche se si ha poca esperienza. ll serbatoio snello sui fianchi permette di stringerla fra le gambe quando si guida in piedi sulle pedane, mentre il manubrio ci è sembrato un po' troppo basso per chi supera i 180 cm di statura. Nelle curve strette infastidisce I'effetto on-off del motore, ma nei percorsi più veloci si apprezza la spinta corposa del bicilindrico ai medi e agli alti regimi. L'ampia luce a terra e l'escursione generosa delle sospensioni permettono di affrontare senza pensieri anche i percorsi più dissestati, contando su un avantreno sufficientemente stabile e prevedibile.

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Vibrazioni molto marcate e scarso riparo aerodinamico la rendono però poco adatta ai viaggi. Superati i 110 -120 km/h la moto del test innescava fastidiosi ondeggiamenti dell'avantreno, ma erano dovuti probabilmente agli penumatici con tasselli molto pronunciati.  Per peso e dimensioni, nel traffico si gestisce più facilmente rispetto ad alcune sue concorrenti, ma l'effetto on-off è però piuttosto marcato e avvertibile appena si va ad agire sul comando del gas. Va da se che diventi una seccatura nelle continue ripartenze tipiche dei contesti cittadini.
 

Video assente
Velocità massima (km/h)192,7
Accelerazionesecondi
0-400 metri12,2
0-1000 metri24,2
0-100 km/h4
Ripresa (da 50 km/h)secondi
400 metri13
1000 metri24,2
Potenza massima alla ruota 
CV/kW79,2/59,1
Giri al minuto9.200
Frenatametri
Da 100 km/h42,7
Consumikm/l
Autostrada19,4
Extraurbano22,6
A 90 km/h30,3
A 120 km/h21,3
Al massimo15,9

 

Acquisizione dati con sistema satellitare Leane – Suchy Data System.
Banco prova Dynojet’s 150 Dynamometer. 
Bilancia Computer Scales Longacre 7263.

 

Motore4 tempi, bicilindrico
Cilindrata (cm3)799
Cambioa 6 rapporti
Potenza CV(kW)/giri95,2(71)/9.000
Freno anteriorea disco di 310 mm
Freno posteriorea disco di 240 mm
Pneumatico anteriore90/90-21"
Pneumatico posteriore140/80-18"
Altezza sella (cm)89,5
Peso (kg dichiarati a secco)178
Capacità serbatoio (litri)20
Autonomia (km)nd
Velocità massima (km/h)185
Tempo di consegnaimmediata

Dimensioni generali compatte, facilità di guida in fuoristrada anche per chi è alle prime armi, grande agilità e maneggevolezza nello stretto.

Effetto on-off del comando del gas, assenza del controllo di trazione, frenata poco prestazionale nella guida su asfalto.

11990
79,2
171,5
799
192,7
226,7
154,5
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Commenti

derblauereiter@
Sab, 10/01/2026 - 15:33
tra questa ed una Tuareg (standard), non saprei cosa scegliere... 😂
Se la provi tranquillo che non hai dubbi
derblauereiter@
Sab, 10/01/2026 - 19:22
...nella prossima vita...
Senza rilevamenti
Rilevamenti presenti
Data articolo: Sat, 10 Jan 2026 16:27:49 +0000
News n. 3
Con questi trucchi cambiare marcia sulle moto è un gioco da ragazzi Con questi trucchi cambiare marcia sulle moto è un gioco da ragazzi

Guidare moto con il cambio manuale è un divertimento, basta usare questo comando nel modo corretto. Ecco i consigli per chi è alle prime armi

malo

C’è un’intera generazione nata e cresciuta su scooterini automatici che conosce poco vizi e virtù del cambio manuale o meccanico. Un sistema di certo meno comodo dei variatori, ma anche molto più divertente una volta che si impara ad usarlo. Il cambio manuale è molto più facile di quello che sembri: ecco tutti i consigli per chi è alle prime armi e vuole utilizzare correttamente cambio e frizione.

Dove sono i comandi

Come prima cosa è bene scoprire dove sono i comandi di freno e frizione. Poi si sale in sella alla moto e si prova ad azionarli a motore spento.

La frizione

La leva è sulla sinistra del manubrio: a motore spento provate ad azionarla indossando i guanti. Scoprirete così se la leva è alla giusta distanza (molte moto hanno la possibilità di regolarla) e che sforzo richiede.

Semplificando al massimo,  la frizione è il meccanismo che si trova tra il motore e il cambio. Tirando la leva si sconnette il motore dal cambio, rilasciandola il motore torna a trasmettere il suo movimento al cambio che a sua volta lo trasmette alla ruota motrice.

Il cambio

Il cambio è comandato dal pedale che si trova a sinistra della moto e quindi va azionato col piede sinistro. La prima si innesta spingendo il pedale in basso e tutte le altre marce invece si innestano sollevando il pedale verso l’altro. A motore spento il pedale è piuttosto duro da azionare, ma non preoccupatevi: quando ci si muove gli innesti diventano molto più morbidi.

Il cruscotto

Su tutte le moto c’è una spia verde con la lettera N: quando si illumina, indica che avete inserito la folle, quindi potete lasciare il comando della frizione perché il motore girerà a vuoto. Controllatela sempre: lasciare la frizione con una marcia inserita è uno degli errori più comuni e si rischia di cadere.

Come si parte

Avviato il motore, è il momento di muoversi, vediamo come.

  • Si tira la frizione e si preme il pedale, innestando la prima: sentirete un “clac†e si spegnerà la spia N.
  • A questo punto iniziate a rilasciare la leva della frizione con dolcezza.
  • Mentre si rilascia la frizione, bisogna accelerare leggermente. Il trucco sta proprio nell’accordare l’azione di frizione e acceleratore. Non bisogna accelerare troppo, altrimenti la moto risponde in maniera brusca. Se invece si accelera troppo poco, può spegnersi all’improvviso. Ricordate che la frizione, almeno nei primi tempi, va usata con dolcezza per evitare “scossoniâ€.

Non scoraggiatevi: nella pratica, dopo qualche tentativo “difficileâ€, la manovra riesce automaticamente.

Consigli di guida
Data articolo: Sat, 10 Jan 2026 14:00:18 +0000
News n. 4
A quattro zampe sulla Kawasaki Corleo, si farà nel 2030 A quattro zampe sulla Kawasaki Corleo, si farà nel 2030

Kawasaki è intenzionata a mettere in produzione il suo fantascientifico concept Corleo, un robot a quattro zampe alimentato a idrogeno

malo

Nonostante la prospettiva sia inquietante, Kawasaki è intenzionata a mettere in produzione il suo fantascientifico concept Corleo, un robot a quattro zampe alimentato a idrogeno destinato a diventare un veicolo per il trasporto in fuoristrada. Era stato presentato all’Expo 2025 di Osaka, l’intenzione dei giapponesi è renderlo disponibile al pubblico all’Expo di Riyad che si terrà nel 2030. Se l’idea di salire in sella a un oggetto del genere vi lascia perplessi, sappiate che la tabella di marcia prevede la commercializzazione entro il 2035.

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Robot da fuoristrada

Corleo è un veicolo per la mobilità personale fuoristrada, una piattaforma robotica da cavalcare come un cavallo o una motocicletta, che si guida spostando il peso del corpo, ed è stato realizzato integrando ingegneria motociclistica e robotica avanzata. Per il suo sviluppo Kawasaki ha istituito un’unità interna denominata Safe Adventure Business Development Team che risponde direttamente al presidente dell’azienda, il primo obiettivo è arrivare ad impiegare Corleo come mezzo di trasporto al Riyad World Expo, consentendo alle persone di muoversi all’interno dell’area espositiva su terreni molto accidentati.

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C’è anche il simulatore

Parallelamente Kawasaki sta sviluppando un simulatore di guida che dovrebbe essere pronto entro il 2027, il quale impiegherà i dati di movimento e i modelli 3D raccolti durante lo sviluppo di Corleo per ricreare l’esperienza di guida. Si sta valutando se sviluppare il progetto anche con destinazioni gaming ed e-sport.

Ma c’è anche di più: il robot a quattro zampe è coinvolto nel concetto “Safe Adventureâ€, un progetto volto a ridurre gli incidenti nelle zone impervie e remote, per il quale si sta lavorando su un sistema di navigazione che monitora condizioni meteorologiche, la temperatura, le condizioni del terreno e persino l’attività della fauna selvatica, allo scopo di inviare indicazioni stradali agli smartphone, contribuendo alla sicurezza degli utenti.

Quattro zampe meglio di quattro ruote

Certo, le forme di Corleo possono stupire ma la configurazione a quattro zampe consente possibilità in fuoristrada che alle tradizionali ruote sarebbero precluse; un meccanismo a forcellone oscillante consente alle estremità posteriori di muoversi indipendentemente per assorbire gli impatti e questo contribuisce a mantenere stabile il conducente. Kawasaki afferma che questo sistema permetterà di attraversare terreni accidentati, montagne e acque poco profonde anche a chi non ha una preparazione specialistica. Il motore a combustione interna a idrogeno genera elettricità, in linea con il progetto Kawasaki di usare l’idrogeno come carburante per tutti i suoi veicoli.

Aldilà delle buone intenzioni, c’è ancora molto lavoro da fare per trasformare il progetto in una realtà commerciale, però è fuori dubbio che le prospettive siano molto interessanti.

Notizie dalla rete
Data articolo: Sat, 10 Jan 2026 13:40:14 +0000
News n. 5
Honda CB500 F usata: piccola giapponese, tanto gusto Honda CB500 F usata: piccola giapponese, tanto gusto

È uno dei modelli migliori per imparare ad andare in moto, non ha difetti particolari e le quotazioni sono davvero interessanti

massimo.miliani

Punti di forza

La CB 500 F è da sempre la migliore "moto scuola": è compatta, ben realizzata, la sella è bassa, pesa il giusto e con i suoi 48 CV rientra tra le moto adatte alla patente A2. Non solo: la versione Euro 4 che vedete qui sopra (prodotta a partire dal 2016), ha un'erogazione rassicurante per chi è alle prime armi e allo stesso tempo progressiva e divertente anche per chi è più esperto (la versione 2019 ha più spinta ai medi). Il nome Honda è garanzia di affidabilità (richiamati pochi my 2019 per malfunzionamento dell'ABS) e di tenuta dell'usato. Di positivo ci sono anche i consumi, molto interessanti nell'uso extraurbano (oltre 26 km/l rilevati), un po' meno in autostrada (19 km/h rilevati), dove il motore mostra il suo "limite" nella cilindrata di soli 471 cm³.

Punti deboli

Difetti veri la CB 500 F non ne ha, ma qualcosa di migliorabile c'è. Il cambio è preciso, ma dovrebbe essere più fluido nei passaggi da una marcia all'altra (si sente lo "scalino"). Il passeggero ha poco spazio e una sella ridotta all'osso. La protezione dall'aria ovviamente è scarsa (ma per questo, ci sono i parabrezza aftermarket). Dopo i 5.000 giri, le vibrazioni si fanno sentire.

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Il cruscotto lcd è piccolo ma comunque leggibile, Ben posizionate le spie in alto

I rilevamenti

  • Velocità massima: 169,65 km/h
  • Accelerazione 0-400 m: 14,3 sec
  • Consumo extraurbano: 26,5 km/l
  • Peso in ordine di marcia: 178,5 kg

Prima dell'acquisto controllate bene...

Tagliandi regolari – Indispensabili per avere una maggiore garanzia sulla bontà dell'usato che si sta valutando e sulla corretta sequenza dei lavori svolti.
Frizione – Il cavo va lubrificato con un minimo di regolarità, per evitare che il comando diventi poco fluido. Se la moto ha tanti km, verificate che non "slitti".
Manubrio e pedane – Controllate che non vi siano graffi sui poggiapiedi, sul serbatoio, sugli specchietti o sui contrappesi del manubrio: se il proprietario è un neofita, potrebbe essere scivolato (anche da fermo).
Trasmissione finale – Da verificare il suo stato: la catena è un po' economica e se non viene lubrificata regolarmente, può usurarsi in tempi relativamente brevi.

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Lo scarico basso ha una voce tranquilla, il forcellone è in acciaio

Prezzi invitanti

La famiglia delle Honda CB 500 ha sempre avuto un buon rapporto qualità/prezzo e anche le quotazioni dell'usato non deludono. I prezzi (in particolare delle versioni Euro 3) sono a livello di uno scooterino 125 economico: con poco più di 2.000 euro ci si porta a casa la qualità Honda e una moto parecchio divertente da guidare anche se si ha già una certa esperienza. Prezzi da 2.000 a 5.200 euro.

Moto usate
Data articolo: Sat, 10 Jan 2026 13:15:35 +0000
News n. 6
Volare in moto negli anni 60: il mitico Italjet Mustang Volare in moto negli anni 60: il mitico Italjet Mustang

Negli anni Sessanta, Italjet porta una ventata di sportività tra i giovanissimi con i Mustang SS e Veloce 50. Piccoli, agili, dichiaratamente “racingâ€, provano a rendere accessibile - con tutti i limiti del caso - un’idea di velocità fino ad allora riservata a ben altre cilindrate…

Riccardo Allegro

Un sogno in scala ridotta

Quella degli anni Sessanta è un’Italia in pieno fermento, anche dal punto di vista delle due ruote. Tra i più giovani, la voglia di moto cresce rapidamente e, con essa, il desiderio di moto leggere e sportive, capaci di richiamare l’immaginario delle corse senza passare dalla patente per le cilindrate maggiori. È qui che Italjet tira fuori il coniglio dal cappello: giovane azienda bolognese fondata da Leopoldo Tartarini, decide di puntare su una famiglia di piccoli cinquantini  dal carattere dichiaratamente sportivo. Nascono così i Mustang, modelli destinati a lasciare il segno, soprattutto nell’immaginario dei più giovani.

Mustang SS: il debutto

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Il primo a vedere la luce è il Mustang SS, presentato nel 1965. Per il motore Italjet si affida a Minarelli, adottando il collaudato P4 a quattro marce. Con carburatore da 17 mm e una potenza di 4,2 CV a 8.100 giri, il piccolo SS supera i 90 km/h: numeri di tutto rispetto per una 50 dell’epoca. Ok le prestazioni, di tutto rispetto, ma a colpire sono soprattutto la cura costruttiva e l’aspetto da vere moto da corsa: cerchi in alluminio, leve con testa sferica, pedane supplementari per una posizione più raccolta, freno anteriore a quattro ganasce da 118 mm con prese d’aria (finte), che fanno sentire grandi. Ciò detto, va comunque ammesso che, almeno la prima serie, rimane esteticamente piuttosto sobria: telaio nero, serbatoio e parafanghi in alluminio, bombature nere sotto i tappi e svasature per le ginocchia. Le tinte più vivaci e corsaiole (quelle che fanno sognare i GP), in  rosso con bordo nero o argento con inserti laterali, finiscono soprattutto sui mercati esteri, Germania in testa, dove alcuni esemplari adottano anche il Sachs a cinque marce da 5,2 CV a 9.500 giri.

Mustang Veloce: più sportivo e "di carattere"

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Nel 1966 arriva il Mustang Veloce. Telaio e sospensioni restano invariati, ma l’insieme cambia volto. Il serbatoio “a uovoâ€, probabilmente ispirato alle Yamaha da GP, la nuova sella imbottita con accenno di codino e le grafiche aggiornate rendono il Veloce più maturo. Anche la tecnica fa un passo avanti: il freno anteriore a quattro ganasce adotta piatti portaceppi in alluminio con prese d’aria dinamiche a periscopio, mentre il Minarelli P4SS, grazie a un carburatore più generoso, arriva a 5 CV a 9.000 giri. Non mancano però i compromessi: per contenere i costi spariscono i cerchi in alluminio e le pedane arretrate, segno di una produzione che deve fare i conti con la realtà industriale.

Gli aggiornamenti di fine carriera

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Tra il 1968 e il 1970 il Mustang Veloce viene aggiornato in modo sostanziale. Il telaio è irrobustito, con piastre saldate e tubi di diametro maggiore; scompare il tubo centrale sotto la sella e nella mascherina compare un piccolo vano porta-attrezzi. Il motore resta il Minarelli P4SS da 49,6 cm³, mentre il freno posteriore cresce di diametro e i mozzi diventano in alluminio. Cambiano anche sella, serbatoio e livree, con la combinazione rosso con serbatoio e parafanghi bianchi tra le più apprezzate. Nel 1970 debutta infine la forcella teleidraulica, insieme a tamburi da 118 mm su entrambe le ruote, nuovi ammortizzatori e un faro più compatto, in linea con il gusto dei primi anni Settanta.

Scheda tecnica

Il Mustang SS monta il Minarelli P4S a due tempi, monocilindrico inclinato in avanti di 30°, con cilindro in ghisa e cilindrata di 49,6 cm³. Alimentato da un Dell’Orto da 17 mm e miscela all’8%, sviluppa 4,2 CV a 8.100 giri per una velocità massima di circa 90 km/h
 

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La ciclistica prevede cambio a quattro marce con comando a bilanciere, freno anteriore a quattro ganasce da 118 mm, forcella telescopica meccanica e doppi ammortizzatori posteriori. Il peso a secco è di soli 52 kg. Il Mustang Veloce evolve lo schema con il P4SS, carburatori fino a 20 mm e potenze prossime ai 5 CV, superando i 95 km/h. Nel tempo arrivano cerchi in acciaio, forcella teleidraulica, pneumatici maggiorati e un design più moderno, senza snaturarne il carattere sportivo.

Vampiro, New Mustang e altri tentativi

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Già nel 1965, cioè ancor prima del Veloce, Italjet presenta alla stampa il Vampiro 50 da competizione. Costa 180.000 lire, è destinato alle gare Cadetti e monta un Minarelli elaborato da 7 CV alla ruota a 10.000 giri. Con Piero Cava in sella viene cronometrato sul chilometro lanciato a oltre 124 km/h. Il telaio, derivato da quello del Mustang ma profondamente rivisto, è realizzato in acciaio al cromo-molibdeno e pesa appena 4,8 kg.
Il Mustang Veloce, con le sue evoluzioni, ottiene un discreto successo, ma all’inizio degli anni Settanta l’interesse per le 50 sportive inizia a calare. Italjet prova allora a seguire la “moda†Scrambler con il New Mustang del 1971, senza però centrare l’obiettivo. Tentativo fallito: la casa bolognese sposta così il baricentro su altri progetti: moto a ruote piccole, come il Kic-Kat, le Cross per bambini e, poco dopo, l’importante collaborazione con Yamaha come importatore per l’Italia.

A proposito di cinquantini: Storia dei cinquantini da corsa di una volta: piccole cilindrate, grande tecnica

Storie di moto
Data articolo: Sat, 10 Jan 2026 13:11:12 +0000
News n. 7
Moto usata e vendita vista e piaciuta, cosa significa e quali sono i limiti Moto usata e vendita vista e piaciuta, cosa significa e quali sono i limiti

Con la clausola “vista e piaciuta†i concessionari limitano l’efficacia della garanzia sulle moto usate, ma la Cassazione non è d’accordo

malo

La legge sulla garanzia dei beni, applicata in concreto alle moto usate, fino a qualche anno fa prevedeva un’importante eccezione con cui i concessionari riuscivano a diminuirne la forza: la clausola “vista e piaciutaâ€. La Cassazione però non ha ritenuta valida questa interpretazione e con un’importante sentenza del 2016, ha limitato parecchio gli effetti di questa clausola, ristabilendo i diritti dei consumatori.

 

Cosa dice la legge

Le norme del Codice del Consumo che regolano la garanzia sui beni usati, prevedono che sia il venditore professionista a rispondere di eventuali difetti che si presentino durante il periodo di copertura (due anni, accorciabile a 12 mesi). Addirittura, nei primi 12 mesi, eventuali problemi si considerano difetti di conformità e sempre e comunque a carico del venditore (art. 132, comma 3, Codice del Consumo). Regole “tosteâ€, per sfuggire alle quali è diventato uso comune  inserire nel contratto di acquisto la clausola “vista e piaciutaâ€.

 

Vista e piaciuta: niente garanzia?

La clausola vista e piaciuta è “micidiale†per i consumatori, significa che chi compra il mezzo ne ha preso visione ed è al corrente di eventuali “magagne†e quindi non potrà pretendere che siano sistemate. Per difetti non si intendono solo quelli facilmente visibili (per esempio uno specchietto rotto), ma anche quelli occulti e che possono saltare fuori solo con l’utilizzo del mezzo (ad esempio un problema all’iniezione). Di fatto questa clausola rende la copertura della garanzia legale quasi del tutto inesistente.

 

La Cassazione: non vale

Con la sentenza n. 21204 del 19/10/2016 la Cassazione ha affermato che la clausola “vista e piaciuta†vale solo per i vizi evidenti, cioè i difetti che un consumatore può rilevare controllando il mezzo con la normale diligenza e fidandosi di quello che gli dice il venditore. Quindi, se il concessionario afferma che la moto è in perfetto stato e così risulta a un normale controllo, eventuali difetti che sorgano in seguito dovranno essere risolti dal venditore. Non importa che nel contratto sia riportata la clausola “vista e piaciutaâ€, perché questa non può costringere il consumatore a farsi carico di eventuali vizi occulti. La riparazione sarà quindi compito del venditore anche se i problemi del mezzo non sono imputabili a una sua condotta scorretta, ma a difetti di costruzione.

La pronuncia della Cassazione, che estende la garanzia del venditore a tutti i vizi occulti, comprendendo anche quelli di costruzione, ha validità anche rispetto alle clausole “visto e piaciuto†presenti su contratti di compravendita di moto usate stipulate tra professionisti (es. tra produttore e concessionario), o tra privati, rispetto ai quali non si applica il Codice del Consumo, bensì il Codice civile. Quest’ultima normativa prevede, infatti, che la garanzia per i beni usati (anche le moto, e gli accessori) non è di due, bensì di un solo anno.

Legge e burocrazia
Data articolo: Sat, 10 Jan 2026 12:10:55 +0000
News n. 8
Moto Morini: la misteriosa 125 turbo che avrebbe stracciato le 2T Moto Morini: la misteriosa 125 turbo che avrebbe stracciato le 2T

Immaginato da Franco Lambertini insieme al collega Luciano Negroni, il 125 volumetrico di Morini si dimostrò potente, anche troppo, e per scrupoli morali fu presto abbandonato

Riccardo Allegro

125 Volumetrico

L’idea era chiara: sviluppare una 125 4 tempi robusta ed in grado di tenere testa ai 2 tempi dell’epoca senza però dar vita ad un nuovo  progetto. Fu su queste basi che agli inizi degli anni Settanta l'ingegner Franco Lambertini decise di applicare un compressore volumetrico al “suo†monocilindrico ad aste e bilancieri. Com’è chiaro, l’adozione del compressore mirava a migliorare l'efficienza volumetrica del motore, garantendo una combustione più efficace e una risposta più pronta all’acceleratore. Su questa base, il monocilindrico con compressore volumetrico permetteva di ottenere prestazioni notevoli per l'epoca, con una potenza massima che superava i 17 CV e una velocità dei prototipi massima prossima ai 140 km/h. Anzi, come ricorda Luciano Negroni, all'epoca ingegnere alla Morini durante alcune prove comparative con la 250 Mono, la piccola 125 “non perdeva un metroâ€, i cavalli effettivamente disponibili dovevano essere almeno 20. Il tutto con costi contenuti perché il compressore scovato da Lambertini costava poco e si inseriva sul monocilindrico senza problemi particolari.
Le prestazioni però erano ritenute eccessive secondo la signora Gabriella Morini ed il direttore amministrativo nonché vecchio amico e collaboratore di Alfonso Morini Gianni Marchetti, entrambi erano  convinti che una simile potenza fosse pericolosa per  i ragazzi e che mettere in vendita una moto del genere fosse immorale. E così, per scrupoli, nonostante i costi per lo sviluppo si fossero dimostrati più che abbordabili, il progetto fu abbandonato ed il prototipo della 125 Volumetrica mai nata lasciano nell’ombra e poi dimenticato nei magazzini Ducati quando Morini passo di proprietà. Un vero peccato visto che solo pochi anni dopo case con meno scrupoli proposero stradali a 2 tempi con potenze ben superiori ai 20 CV...

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Ecco delle foto d'archivio dell'epoca che ritraggono il prototipo (ormai in disuso) dotato di compressore

Era come un tacchino

Spassosa la storiella raccontata dallo stesso Luciano Negroni a proposito del nomignolo subito affibbiato al 125 Volumetrico. “La prima volta lo mettemmo al banco, nelle fasi di riempimento e di regiminazione, si creava una risonanza talmente simile al verso del tacchino che cercammo in sala prove se era entrato qualche animale. Quando capimmo che non c’era nessun tacchino e che il rumore era provocato da questa risonanza del polmone collegato al compressore, uno dei motoristi scrisse col gessetto Tacchino sul motore. Lambertini la prese male, ci invitò subito a rimediare a questo rumoraccio, e con delle calamite applicate alla lamiera si evitò la risonanza. A noi invece quel rumore piaceva e appena Lambertini si allontanava, toglievamo le calamite e lo facevamo cantareâ€.  

Storie di moto
Data articolo: Sat, 10 Jan 2026 01:00:00 +0000
News n. 9
Dakar 2026, tappa 6: Sanders penalizzato, Brabec vince la frazione più dura Dakar 2026, tappa 6: Sanders penalizzato, Brabec vince la frazione più dura

L'australiano domina la speciale ma sei minuti di penalità per eccesso di velocità lo retrocedono al terzo posto. Brabec eredita il successo

massimo.miliani

La frazione più dura si decide al tavolo dei commissari

Servivano quasi 1.000 km per collegare Ha'il a Riyadh, di cui 320 cronometrati. Sul tracciato Sanders ha fatto la differenza fermando il cronometro a 3h36'00'', con oltre quattro minuti e mezzo su Brabec e Schareina. Sembrava fatta per l'australiano, invece a fine giornata è arrivata la doccia fredda: sei minuti di penalità per aver ignorato un limite di velocità a 50 km/h nella prima parte della speciale.
Il risultato finale premia così Ricky Brabec, che centra la prima vittoria di tappa di questa Dakar, mentre Schareina si prende il secondo gradino del podio. Sanders scivola terzo, ammettendo candidamente di aver attaccato sapendo già della penalità in arrivo. Più indietro Skyler Howes chiude quarto davanti a Van Beveren e Benavides, mentre Docherty paga altri sette minuti di sanzione finendo settimo. Completano la top ten Mulec, Cornejo e Branch.


In classifica Sanders tiene, ma Brabec è a un soffio

Dopo questa tappa Daniel Sanders guida ancora la generale, ma il cuscinetto si è assottigliato drammaticamente: appena 45 secondi separano l'australiano da Ricky Brabec. Un margine che può evaporare in qualsiasi momento con un errore di navigazione o un problema tecnico. Benavides occupa la terza piazza, ma è già oltre i dieci minuti di ritardo e difficilmente potrà rientrare nella lotta per la vittoria. Schareina, penalizzato di dieci minuti in generale, è quarto davanti a Cornejo e Howes.
Da qui in avanti ogni secondo conta. Sanders e Brabec si giocheranno il successo finale probabilmente fino all'ultima speciale, con l'australiano costretto a gestire un vantaggio risicato e l'americano pronto ad approfittare del primo passo falso del rivale.

 

Off-Road
Data articolo: Fri, 09 Jan 2026 17:07:48 +0000
News n. 10
La leggenda del Batacchio, la Ducati Supermono che vinceva in pista La leggenda del Batacchio, la Ducati Supermono che vinceva in pista

Prima del Hypermotard 698 un’altra Ducati fece scalpore montato un raffinato motore mono derivato dal classico bicilindrico a L di Borgo Panigale. Ecco la storia vincente della Ducati Supermono

malo

Con l’arrivo del monocilindrico montato sulla Hypermotard 698 Mono (qui la nostra prova) si apre un nuovo capitolo della storia Ducati, dopo decenni di bicilindrici prima, e di quattro cilindri poi. Avevano un solo cilindro le moto prodotte dalla Casa bolognese dagli esordi fino agli anni ‘70 ma questa configurazione era stata abbandonata per lo schema a â€Lâ€: era diventato un marchio di fabbrica, salvo la sfortunata esperienza con i bicilindrici paralleli GTL, GTV e Sport Desmo.

Il batacchio è nel mito

C’è però un altro motore monocilindrico Ducati che è diventato leggendario, pur essendo stato prodotto in soli 67 esemplari. Così come il 698 deriva dal V2 della Panigale (cliccate qui per scoprire come è fatto il nuovo mono di Ducati), anche questo fu sviluppato partendo da un bicilindrico a L. ma procediamo con ordine. Venne progettato dall’ingegner Massimo Bordi e con una punta di ironia venne soprannominato â€Batacchio†per il suo geniale sistema di bilanciamento; apparve solo in versione â€corsa†nonostante fossero stati allestiti anche due prototipi stradali, e nella sua categoria vinse tutto quello che era possibile: in forma ufficiale gareggiò soltanto nel 1993 e con Mauro Lucchiari in una sola stagione conquistò i campionati Italiano ed Europeo Supermono Piloti e Costruttori; altri successi con moto private arrivarono dal pilota giornalista Alan Cathcart che fu primo nella gara Sound of Singles di Daytona, nell’Australian TT a Bathurst, nel Campionato Olandese Open Supermono, nel Campionato Britannico Supermono e due volte nel Campionato Giapponese Sound of Singles, mentre Robert Holden vinse il Tourist Trophy dell’isola di Man nel 1985.

Il pilota giornalista Alan Cathcart vinse parecchie gare con la Supermono

 

Una moto “low costâ€

Un bel palmarès per un motore nato in economia! L’intuizione era stata dell’ingegner Bordi, direttore tecnico e direttore generale del Gruppo Cagiva. In quegli anni stava prendendo piede la categoria Supermono e il papà della 851 quattro valvole venne affascinato dalla nuova sfida, sebbene si trattasse di una categoria minore.

“Pensai che si potesse ottenere un buon risultato con un investimento modesto – è la sua spiegazione – partecipando a un campionato forse marginale ma nel quale la componente passione era fortissima. Inoltre ero affascinato dall’idea di un monocilindrico con una potenza così alta e da una soluzione straordinaria e innovativa che dava le stesse caratteristiche di bilanciamento di un bicilindrico a 90°â€.

A sinistra un givane ingegner Bordi Bordi mostra la Supermono ad Alan Cathcart

 

L’idea geniale di Bordi

Il famoso â€batacchioâ€. Per contenere i costi venne sfruttato il più possibile il materiale già esistente: i carter del bicilindrico â€piccoloâ€, quello di 750 cm³ a due valvole, e una termica del bicilindrico di 851 cm³ quattro valvole, mantenendo lo stesso albero motore che peraltro era ben equilibrato.

“Le prime prove vennero fatte con un motore bicilindrico “a L†di serie al quale era stata lasciata attiva solo la termica inferiore, quello orizzontale – ricorda Gianluigi Mengoli, a quel tempo direttore dell’Ufficio Tecnico – , mentre il pistone di quella verticale venne lasciato senza segmenti per ridurre al massimo la resistenza. A quel punto ci si interrogò su come ripristinare l’equilibratura mantenendo un pistone soloâ€.

E qui Bordi tirò fuori il coniglio dal cilindro, quello del prestigiatore: per ottenere lo stesso bilanciamento la biella del cilindro superiore venne collegata a una seconda bielletta ancorata alla parte superiore del carter, che nel movimento simulava il peso del pistone. Un sistema successivamente ripreso sulle BMW 650 bicilindriche.

In questo motore sezionato si vede bene il sistema di equilibratura ideato da Bordi che sfrutta la biella del secondo cilindro

 

Cilindrata massima 550 cm³

Usando i carter del 750 però non c’era spazio per andare oltre 100 mm di alesaggio, e siccome la corsa era quella determinata dall’albero motore molto simile a quello del 750 di serie, ci si dovette limitare a una cilindrata di 550 cm³. In una categoria nella quale gareggiavano motori di cilindrata decisamente superiore.

“Però grazie a quel sistema di bilanciamento noi potevamo arrivare a un regime di rotazione superiore – è ancora Bordi – . Adottammo il massimo alesaggio possibile con la geometria del basamento piccolo: distanza tra albero motore e primario come nel basamento piccolo, il gruppo cambio era quello del motore piccolo, l’albero motore molto simile, le bielle erano quelle dell’851. La parte termica era prelevata dal quattro valvole da corsa: testa, cilindro e il pistone solo un po’ più grosso per via dell’alesaggio. Dunque riuscii a realizzare un motore che impiegava molti componenti comuni al resto della produzione, e di specifico aveva solo i due semicarter e il batacchio. In quel momento difficile per il Gruppo Cagiva, insieme a Franco Farnè e a Mengoli ho fatto quello che ho fatto con quattro gatti. Di Farnè si parla poco riguardo a questo progetto ma ebbe  un ruolo importantissimo. Montammo i pezzi che già avevamo, rifacemmo la mappatura e la potenza venne fuori subitoâ€.

 

Girava a 10.000 giri!

Il basamento del prototipo era un esemplare di serie nel quale al posto del cilindro superiore era stata saldata una scatola che chiudeva il sistema di equilibratura, successivamente vennero realizzati i carter definitivi fusi in terra. La pompa dell’acqua era sulla testata, comandata direttamente da uno dei due alberi a camme, soluzione più economica e meno ingombrante.

L’ingegner Bordi fece un salto quando il motore messo al banco dette una potenza sorprendente: una settantina di cavalli, che successivamente arrivarono addirittura a 75 CV a 10.000 giri/minuto. Valori elevatissimi per l’epoca.

 

Al telaio ci pensa Domenicali

Ma c’era da pensare anche al telaio e di questo venne incaricato un ingegnere da poco assunto: fu il primo incarico di Claudio Domenicali, all’inizio di una carriera che lo avrebbe portato all’attuale ruolo di amministratore delegato dell’azienda. Il giovanotto disegnò una struttura a traliccio ispirata a quella della 851 ma con la sospensione posteriore cantilever, senza leveraggi, più economica e più facile da gestire; il forcellone in alluminio era quello del modello F1. Domenicali proseguì anche come coordinatore del progetto portandone avanti lo sviluppo.

Il disegno della carrozzeria fu realizzato da Pierre Terblanche e pure questo risultò azzeccatissimo.

 

La produzione inizia nel 1993

Fra il 1993 e la metà del 1994 venne prodotta una prima serie di Ducati Supermono, nella punzonatura del telaio era indicata anche la cilindrata, 550 cm³; attorno al luglio 1995 iniziò la produzione della seconda serie e la punzonatura indicava 570, perché il motore era stato maggiorato per ottenere una potenza superiore.

“Nel ’92 venne fatto il primo esemplare che era il prototipo – ricorda Livio Lodi, curatore del museo storico della Casa di Borgo Panigale –, poi vennero prodotte 30 moto nel ’93, 10 nel ’94 e 25 nel ’95; a queste va aggiunto un prototipo del 1998 realizzato sulla base della 900 Supersport, che aveva un telaio completamente diverso da quello da corsa, ma non ebbe seguitoâ€. In totale 67, Che per I collezionisti hanno un valore impressionante: qualche anno fa un esemplare è stato battuto all’asta per 160.000 euro.

 

Imbattibile in pista

La moto era bassa, leggera e semplicissima, apprezzatissima dai privati e imbattibile nella versione ufficiale che differiva soltanto per il forcellone rinforzato, lo scarico con la doppia uscita, l’ammortizzatore e i dischi freno in carbonio. Mauro Lucchiari fece man bassa nelle gare del 1993 ma alla fine di quell’anno lo sviluppo si interruppe; nel 1994 la Ducati factory venne affidata in gestione esterna a Paul Pellissier ma dopo un secondo e terzo posto nelle prime due gare di Campionato Europeo il valdostano passò si al Motomondiale 500 con la Paton; la Supermoto partecipò alla terza e ultima prova del campionato continentale al Mugello con Pierfrancesco Chili che vinse alla grande, e l’avventura si chiuse lì.

“Non conveniva schierare una squadra ufficiale nel campionato Supermono perché i privati vincevano da soli – spiega Bordi –, e visto come avevamo dominato le gare, l’interesse era calato. Fare di più di quello che già avevamo ottenuto non sarebbe servitoâ€.

 

No alla versione stradale

Non valeva nemmeno la pena pensare a una versione stradale, sebbene qualche prova fosse stata fatta. Prima un muletto con la ciclistica della 851, e qualche anno dopo un nuovo prototipo, ai tempi della gestione Texas Pacific Group.

Ecco il prototipo della versione stradale mai entrata in produzione

 

“La sperimentazione della versione stradale iniziò nel giugno 1991 ma ci fermarono quasi subito, attorno a gennaio del 1992 – svela l’ingegner Andrea Forni, allora responsabile sperimentazione veicolo delle moto che andavano in produzione – . Nel 1998 venne allestito anche un prototipo sulla base di una ciclistica della Supersport, ma non ebbe seguito. L’interesse per le Supermono fu un’illusione che si consumò molto in fretta, capimmo che il gioco non valeva la candela e di conseguenza interrompemmo lo sviluppoâ€.

 

Qui un approfondimento sulla distribuzione desmodromica.

Storie di moto
Data articolo: Fri, 09 Jan 2026 16:26:43 +0000


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