Considerazioni, differenze e somiglianze nei racconti Il ceppo d'oro del Pentamerone(V, 4), Marvizia della raccontatrice Agatuzza Messia(Pitr├ę, XVII), e Lu re d'amuri del raccontatore Giovanni Patuano(Pitr├ę, XVIII)

di Salvatore La Grassa

TAG: Giuseppe Pitré, Fiabe novelle e racconti popolari siciliani, Agatuzza Messia, Giovambattista Basile, Pentamerone, Giovanni Patuano, Matri-drau, tipo Amore e Psiche, Il ceppo d'oro, Il tronco d'oro, Marvizia, Lu re d'amuri



Le mamme-draghe cercano di fare sposare il figlio con una donna da loro prescelta


Matri-drau con libro delle formule magiche, identificabile anche con la suocera dell'eroina

In questo breve saggio si cercherà un raccordo tra il racconto Marvizia di Agatuzza Messia, il racconto Lu re d'amuri di Giovanni Patuano e Il Ceppo d'oro del Pentamerone(V, 4) del Basile, altrimenti denominato Il tronco d'oro. I raccontatori dei racconti siciliani sono entrambi di Palermo, ma i loro racconti, pur se hanno diversi punti in comune, presentano molte differenze. Per analizzare il racconto della Messia abbiamo a dispozione tanti altri suoi racconti, riportati dal Pitrè. Meno numerosi sono, invece, i racconti del Patuano trascritti dal Pitré.

Marvizia: quando le ragazze da marito si ritengono colpevoli solo per aver provato un desiderio
Un particolare importante di Marvizia(nome che le affibbia la mamma-draga) sta nel fatto che la principessa protagonista non compie alcuna mancanza. Nello schema dello studioso Propp la fiaba va in una certa direzione a partire da una mancanza o da un atto colposo del protagonista. Nelle fiabe del tipo ricerca dello sposo perduto, cui appartiene il racconto Marvizia, per solito la protagonista pecca di curiosità, ovvero vuole vedere e riconoscere l'uomo che dorme con lei, nonostante sia stata avvisata a non soddisfare la sua curiosità. Spesso sono le sorelle che la incitano a rompere le regole imposte dallo sposo o dal suo servo. Ma il racconto della Messia non presenta il motivo della scuola finlandese C32.1. ovvero il non rispetto del Tabù di guardare il marito soprannaturale.
La protagonista quando nel suo pellegrinare incontra la reggina, madre del personaggio Uccello Verde secondo il racconto della Messia, le dice espressamente che deve pellegrinare sette anni per aver commesso un peccato grave. Ma quale peccato? Probabilmente il desiderare a tutti i costi l'uccello verde che aveva rubato i semini della sua rosa. Nella mente della Messia o di un raccontatore precedente, nel tramandamento orale, molto probabilmente c'è stata una trasposizione di senso dell'azione dell'uccello verde di rubare i semini di una rosa: una rosa unica in un vaso. Potrebbe la rosa unica essere la metafora del sesso o meglio della verginità della protagonista? Questo è possibile, specie se si considera che in ambiente cattolico i racconti popolari tendono ad essere paludati, riproposti in forme che si addicono agli ascoltatori più piccoli.

L'Uccello verde è il pappagallo?
Ma ci può essere un'altra spiegazione, se si riconosce che l'uccello verde sia un pappagallo, ovvero un uccello che parla. E ci sono numerosi racconti popolari e non, che hanno come personaggio importante l'uccello verde che parla e che proferisce sentenze. Italo Calvino in Fiabe Italiane ne ha rimodulata una versione al n.87 della raccolta. Italo Calvino ha trovato tante versioni in Italia e fuori d'Italia. Egli ha scelto le versioni de La Novellaja Fiorentina dell'Imbriani, L'uccellin che parla(VI) e la molto simile L'uccel bel verde(VI bis). Ma il Calvino ricorda tante altre versioni tra cui le siciliane Li figghi di la cavuliciddaru e La cammisa di lu gran jucaturi e l'auceddu parlanti (Pitré XXXVI). Li figghi di la cavuliciddaru, è racconto raccolto dalla popolana palermitana Teresa Varrica, di mestiere frangiaia, l'altro proviene da Montevago.
Ed un personaggio che si trasforma per amore in pappagallo è il notaio nel racconto cornice Lu Pappagaddu chi cunta tri cunti (Pitré II), appreso da Agatuzza Messia. In questo racconto il notaio è il campione d'amore che si vende pure l'anima al diavolo per conquistare la moglie del commerciante che era partito per motivi di lavoro( vedi nostro commento). Quindi è possibile che la protagonista del racconto della Messia desideri il campione d'amore, fortemente risoluto nel raggiungere i suoi obbiettivi. Ma non solo. Nella parte finale del racconto la protagonista rimane con Uccello verde trasformato in uomo, ed anche col servo giagante Alì che ha fatto da tramite tra lei e Uccello verde, non ancora trasformato in uomo, e che se l'è caricata sul collo per portarla alla mannara delle capre cannibali. Fa pure senzazione quell'usufruire nel finale della statua in oro della mamma-draga. Probabilmente il peccato della protagonista è solo il desiderio dell'uccello verde, peccato solo di pensiero o intenzionale, sentito come peccato perché connesso alla sua materialità. Il nome alla protagonista è dato dalla mamma-draga e quest'ultima rimane come statua d'oro, come ricordo indelebile del suo periodo di peregrinazione. Questa trasformazione della mamma-draga in statua d'oro sottintende forse che dopo la sua morte la suocera (mamma-draga) deve essere riverita dalla nuora come una statua d'oro?
Fino a qual punto in Marvizia si trova il retaggio della sciamana che poteva contravvenire alle consuetudini claniche?
Per questi particolari suesposti si può annoverare la protagonista del racconto Marvizia come una succedanea di protagoniste di quei racconti simili ad Amore e Psche e che un nostro studio ha ipotizzato derivino dal riporto antichissimo di storie di sciamane che sognavano di incontrare un uomo o dio bellissimo e che spesso effettivamente sposavano, nonostante che fossero già sposate. Da questi sposalizi, che venivano celebrati solennemente, potevano nascere pure dei bambini. Per quanto riguarda i matrimoni nelle società divise in clan e sottoclan, c'è da dire che solitamente le unioni matrimoniali non erano necessariamente caratterizzate da amore reciproco. I matrimoni avvenivano tra componenti dei sottoclan di corrispondenza nuziale, e coloro che contravvenivano a queste regole claniche venivano espulse dalla tribù o comunque emarginati. Oppure i matrimoni venivano combinati dai genitori, molto spesso tra cugini quando i promessi erano molto piccoli, secondo delle antiche tradizioni che avevano pure una rispondenza di tipo economico nel caso che le famiglie dei promessi fossero state dei proproetari terrieri e di bestiame. Probabilmente l'unica eccezione era concessa alle sciamane. Se la sciamana aveva pure dei figli da questa relazione, molto probabilmente a lei era concesso di avere degli amanti, ufficiali o segreti che fossero. Del resto, essendo una sciamana, poteva anche sostenere che il dio incontrato nel sogno o nell'altro mondo, si era impadronito del corpo di un bellissimo giovane della tribù, o meglio ancora di un bellissimo giovane prigioniero di guerra, oppure di un giovane straniero catturato. In questi ultimi casi la sciamana, soddisfacendo la sua fantasia, salvava la vita al prigioniero che per questo, se non altro, le doveva riconoscenza.


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