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#news #antidiplomatico
Tra la serata di giovedì e le prime ore di venerdì, gli Stati Uniti hanno lanciato una massiccia ondata di attacchi militari nel sud dell'Iran, colpendo infrastrutture strategiche tra cui ponti, ferrovie e aeroporti.
Nella provincia di Hormozgan, i raid aerei statunitensi hanno preso di mira tre ponti nella contea di Khamir. Tra questi, è stato gravemente danneggiato il cruciale viadotto omonimo che collega Bandar Abbas a Lar (nella provincia di Fars). Le bombe hanno colpito le strutture mentre erano transitate da veicoli civili, provocando il crollo di diverse campate. Secondo le autorità locali, in questo specifico raid si registrano almeno tre morti e nove feriti.
La violenta offensiva ha colpito anche altre aree sensibili:
Il bilancio complessivo fornito dal Ministero della Salute iraniano è drammatico: almeno 35 civili uccisi, tra cui donne e bambini, e oltre 300 feriti dall'inizio di questa ondata di raid statunitensi.
La rappresaglia di Teheran in Siria e la minaccia sul petrolio
La risposta di Teheran non si è fatta attendere. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha annunciato di aver condotto un attacco missilistico contro un centro di comando delle forze speciali statunitensi nella base di Al-Tanf, nel sud della Siria.
Secondo la nota ufficiale delle Guardie Rivoluzionarie, l'operazione – denominata "Nasr 2" (giunta alla sua undicesima fase) e condotta dalle Forze Aerospaziali – è una rappresaglia diretta per l'uccisione dei soldati iraniani nella provincia del Sistan e Baluchistan. In particolare, Teheran fa riferimento a un precedente raid statunitense che ha colpito la base militare di Bampur (vicino Iranshahr), uccidendo sette militari iraniani all'interno di una foresteria.
L'IRGC rivendica il successo dell'operazione in Siria, dichiarando di aver distrutto un sistema radar strategico, neutralizzato diversi elicotteri utilizzati per le operazioni speciali statunitensi, otre ad aver eliminato "un gran numero di soldati americani" ritenuti responsabili degli attacchi.
A margine dell'operazione, i Pasdaran hanno lanciato un durissimo monito all'Occidente sul fronte energetico, blindando lo strategico passaggio marittimo mediorientale:
"Il pieno controllo dello Stretto di Hormuz rimane nelle mani dei nostri coraggiosi combattenti. Finché continuerà l'aggressione statunitense, non permetteremo l'esportazione di una sola goccia di petrolio o gas da questa regione."
Data articolo: Fri, 17 Jul 2026 06:00:00 GMT
Il Ministero del Turismo e delle Antichità palestinese ha iscritto 12 nuovi siti nella Lista provvisoria del Patrimonio Mondiale dell'UNESCO. Una mossa strategica che punta a rafforzare la protezione internazionale dei luoghi storici, nel mezzo di quella che le autorità palestinesi definiscono una sistematica campagna israeliana di cancellazione culturale. Con questi nuovi inserimenti, salgono a 23 le opere e i siti palestinesi registrati, un risultato ottenuto grazie alla stretta collaborazione con la delegazione permanente della Palestina presso l'UNESCO.
L'inserimento nella Lista Provvisoria rappresenta il primo, fondamentale passo verso la candidatura ufficiale a Patrimonio dell'Umanità, attivando meccanismi di tutela legati alla cooperazione internazionale. "Questa decisione giunge nel contesto di un'escalation israeliana che prende di mira i nostri siti storici", ha dichiarato il Ministero, ribadendo l'impegno a documentare e preservare l'identità culturale per le generazioni future.
Tra i siti appena inseriti spiccano la storica Sebastia (nella Cisgiordania settentrionale), le Piscine di Salomone (a sud di Betlemme) e la Moschea di Ibrahimi a Hebron. Si tratta di luoghi caldi, finiti recentemente al centro di forti tensioni: a giugno, il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha annunciato il trasferimento dei poteri di pianificazione della Moschea di Ibrahimi dal Comune di Hebron all'amministrazione israeliana, superando di fatto gli storici accordi di Hebron del 1997.
In risposta a un disegno di legge della Knesset volto a porre tutte le antichità della Cisgiordania sotto il diretto controllo di Tel Aviv, la Palestina ha avviato lo scorso 11 luglio un'iniziativa d'emergenza presso l'UNESCO per fermare quello che definisce un "esproprio culturale".
L'operazione segreta dell'UNRWA: in salvo gli archivi della Nakba
Parallelamente alla battaglia diplomatica, emergono dettagli straordinari sulla salvaguardia della memoria storica sul campo. Come rivelato dal Guardian, il personale dell'UNRWA ha portato a termine un'operazione segreta durata 10 mesi, riuscendo a contrabbandare fuori da Gaza e da Gerusalemme Est milioni di documenti storici risalenti alla Nakba del 1948.
Sfidando i bombardamenti, gli operatori hanno trasportato su camion e poi via aerea fino ad Amman (Giordania) registri immobiliari, schede originali dei rifugiati e testimonianze insostituibili dei palestinesi espulsi dalle proprie terre nel 1948. L'evacuazione degli archivi si è conclusa appena due settimane prima dell'invasione di Rafah, mettendo in salvo l'unica prova documentale della presenza storica della popolazione locale in quei territori.
Un patrimonio sotto le macerie
Nel frattempo, i dati raccolti dal Ministero della Cultura palestinese e dall'UNESCO tracciano un bilancio drammatico per i beni culturali nella Striscia di Gaza: oltre 100 istituzioni culturali, 87 biblioteche, 12 musei e 146 dimore storiche sono state distrutte.
Secoli di storia sono andati perduti per sempre, inclusi i manoscritti cinquecenteschi della moschea di Omari e 150 anni di archivi municipali di Gaza. Un tributo pesantissimo pagato anche in vite umane, con la morte di decine di intellettuali, artisti e funzionari, tra cui Bassem Hassouna, direttore del Ministero della Cultura a Gaza, che aveva attivamente contribuito alla mappatura dei danni.
Data articolo: Fri, 17 Jul 2026 06:00:00 GMT
Le compagnie di navigazione internazionali stanno evitando di attraversare lo Stretto di Hormuz utilizzando il corridoio alternativo protetto dagli Stati Uniti. Secondo fonti del settore marittimo interpellate da Reuters, gli armatori preferiscono non rischiare il transito lungo il litorale omanita per il forte timore di ritorsioni e attacchi da parte delle forze iraniane.
La decisione arriva dopo una serie di raid mirati condotti dall'Iran contro le navi che tentavano di aggirare i canali di navigazione designati da Teheran, stabiliti dal memorandum d'intesa (MoU) tra i due Paesi. Questa situazione sta spingendo i colossi marittimi a mettere in discussione la reale sicurezza ed efficacia della scorta militare statunitense nell'area.
"Gli Stati Uniti non sembrano avere alcun controllo sulla situazione", ha rivelato una fonte del settore, spiegando che la propria azienda ha preferito sospendere completamente i transiti nello stretto per tutelare l'incolumità degli equipaggi a fronte di un drammatico peggioramento della sicurezza.
Il fallimento della rotta alternativa e il crollo dei transiti
"La costante capacità dell'Iran di colpire le navi lungo la rotta omanita dimostra che la soluzione proposta dall'amministrazione Trump per garantire il transito difficilmente potrà funzionare", ha spiegato Torbjorn Solvedt, analista capo per l'Asia occidentale presso la società di intelligence Verisk Maplecroft.
Con la ripresa dei raid statunitensi contro l'Iran e il ripristino del blocco navale americano sui porti e sulle rotte commerciali iraniane, il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz si è quasi del tutto paralizzato. I dati forniti dalla piattaforma di tracciamento Kpler rivelano che nel primo giorno del rinnovato blocco statunitense solo sette navi hanno attraversato lo stretto, contro le 13 del giorno precedente.
Hormuz risks deepen further
— Kpler (@Kpler) July 15, 2026
Confirmed Strait of Hormuz crossings rose slightly on 14 July, with 21 monitored transits recorded, dominated by commercial traffic carrying crude, LPG, methanol and iron ore. However, the security outlook deteriorated further as three additional… pic.twitter.com/ePEfykLST0
Appena prima del blocco, il 14 luglio, Kpler aveva registrato 21 transiti monitorati: quasi tutte le imbarcazioni avevano scelto di percorrere la rotta approvata dall'Iran, lasciando il corridoio omanita scortato dagli USA completamente vuoto. La stessa società di analisi ha confermato altri tre attacchi al largo dell'Oman, che portano il tragico bilancio complessivo a 56 incidenti e 17 marinai morti.
Chi controlla davvero lo Stretto?
A riprova di chi gestisca effettivamente i flussi nell'area, i dati diffusi dall'Autorità dello Stretto del Golfo Persico (PGSA) mostrano che nelle tre settimane tra la firma del memorandum d'intesa USA-Iran e lo scoppio delle ostilità, oltre 200 navi non iraniane hanno formalmente richiesto a Teheran permessi di transito e coperture assicurative.
L'autorità iraniana ha accolto il 79% delle richieste. Tra queste, le petroliere rappresentavano la fetta più grande (il 41%), con Cina e India come principali destinazioni commerciali (circa un quinto ciascuna). Numeri significativi che si riferiscono esclusivamente ai transiti autorizzati dall'Iran, escludendo del tutto la rotta sotto scorta americana.
Data articolo: Fri, 17 Jul 2026 06:00:00 GMT
di Mario Pietri
Vi sono momenti, nella storia delle istituzioni, in cui un singolo viaggio ufficiale rivela assai più di quanto non facciano cento Consigli europei, mille comunicati stampa e un numero pressoché infinito di dichiarazioni rassicuranti: la visita di Ursula von der Leyen a Kiev appartiene, con ogni probabilità, a questa categoria di eventi apparentemente minori e sostanzialmente decisivi. Nelle fotografie ufficiali scorgiamo ciò che era lecito attendersi — sorrisi misurati, strette di mano, bandiere europee e ucraine affiancate, parole solenni sulla libertà, sulla sicurezza, sulla solidarietà e sulla difesa dei valori comuni — e proprio in questa prevedibilità risiede la trappola, perché ciò che quelle immagini davvero rappresentano, sul piano economico, è tutt'altro che scontato e merita di essere osservato con occhio disincantato.
Dietro la retorica levigata della solidarietà, infatti, l'Europa sta con ogni verosimiglianza compiendo la più profonda trasformazione del proprio modello economico dalla fine della Guerra Fredda: non stiamo semplicemente soccorrendo un Paese coinvolto in un conflitto le cui cause restano complesse e tuttora dibattute, bensì stiamo edificando un'intera architettura industriale fondata sul riarmo permanente, alimentata dal debito comune europeo, sorretta da programmi pluriennali e destinata, quasi per necessità interna, a riscrivere le priorità economiche dell'Unione per almeno l'intero decennio che ci attende. Nessuno, beninteso, si azzarda a pronunciare l'espressione "economia di guerra", giudicata evidentemente poco elegante; si preferisce ricorrere a formule più ovattate — "rafforzamento della base industriale europea della difesa", "resilienza", "autonomia strategica", "integrazione delle filiere", "partnership industriale con l'Ucraina" — poiché il linguaggio della burocrazia europea possiede da sempre una virtù ambigua e insidiosa, quella di trasformare decisioni di portata storica in innocue perifrasi, quasi che mutando il vocabolario si potesse contemporaneamente mutare la sostanza delle cose.
Eppure i numeri, che non conoscono l'arte della perifrasi, raccontano una storia radicalmente diversa. Il nuovo prestito europeo da novanta miliardi di euro destinato all'Ucraina, il programma SAFE da centocinquanta miliardi per il riarmo degli Stati membri, gli inediti strumenti comuni per gli acquisti militari, gli investimenti in droni, guerra elettronica, missili e sistemi di difesa integrati compongono, considerati nel loro insieme, un cambio di paradigma di cui pochissimi sembrano disposti a discutere apertamente: l'Europa, nata come comunità economica costruita sul carbone, sull'acciaio, sul mercato comune e sulla progressiva integrazione dei commerci, rischia oggi di rifondare la propria identità economica sulla produzione di armamenti. Si tratta, con tutta evidenza, di una scelta politica, del tutto legittima come ogni scelta politica; ma è proprio in quanto scelta politica che dovrebbe poter essere discussa liberamente, senza che il semplice dubbio venga immediatamente derubricato a eresia o a colpevole cedimento.
La prima domanda che mi pongo, nella duplice veste di imprenditore e di rappresentante di un'associazione datoriale, è di una semplicità disarmante: chi trarrà realmente beneficio da questa gigantesca massa di risorse pubbliche? Perché, osservando con un minimo di realismo gli attori industriali che si profilano all'orizzonte, il quadro appare fin troppo nitido — Rheinmetall, Leonardo, Thales, Safran, MBDA, KNDS, Hensoldt, Saab, Airbus Defence e pochi altri grandi conglomerati europei vedranno lievitare per anni i propri portafogli ordini. Sono, senza dubbio, imprese strategiche; ma rappresentano una frazione infinitesimale del tessuto produttivo europeo, e questo è il punto che la retorica preferisce tacere. Le piccole e medie imprese italiane, che costituiscono il cuore pulsante della nostra economia, non costruiscono sistemi antimissile, non progettano piattaforme radar integrate, non partecipano ai grandi appalti europei della difesa: nell'ipotesi più favorevole diventeranno subfornitrici di componenti, collocate ai margini di filiere dominate da colossi che concentreranno presso di sé il valore aggiunto, i brevetti, i margini e, soprattutto, il potere contrattuale.
Ed è precisamente qui che nasce il mio primo, e più bruciante, dubbio. Da almeno quindici anni alle imprese viene ripetuto, con la monotonia di un dogma, che non esistono risorse sufficienti per ridurre il costo del lavoro, alleggerire la pressione fiscale, sostenere gli investimenti produttivi, finanziare la ricerca civile, modernizzare le infrastrutture o rendere sopportabili i costi energetici; ogni richiesta, puntualmente, si infrange contro il muro invalicabile del rigore di bilancio, dei parametri europei, del debito pubblico e della sostenibilità finanziaria. Poi, all'improvviso, non appena il destinatario diventa il comparto della difesa, scopriamo che centinaia di miliardi possono essere mobilitati con una rapidità che ha del prodigioso: ed è francamente arduo non riconoscere, in questa metamorfosi, una singolare e assai selettiva elasticità dei principi economici, invocati con inflessibilità quando si tratta di ospedali e sospesi con disinvoltura quando si tratta di missili.
Non meno curioso appare il dibattito sul nuovo price cap del petrolio russo, fissato a 44,10 dollari al barile. L'intento dichiarato, almeno sulla carta, sarebbe quello di comprimere ulteriormente le entrate energetiche della Federazione Russa; ma il mercato mondiale del greggio continua a muoversi su livelli assai più elevati, sospinto dalle tensioni geopolitiche in Medio Oriente, dall'incertezza sulle rotte energetiche e dalle strategie dell'OPEC+, sicché la domanda diventa ineludibile: stiamo davvero orientando il mercato globale, oppure ci limitiamo a costruire un sofisticato meccanismo regolatorio che altri attori — India, Cina, Turchia, Emirati e una folla crescente di intermediari — continueranno ad aggirare con disinvoltura sempre maggiore? La storia economica, del resto, insegna una lezione tanto elementare quanto ostinatamente dimenticata: quando si apre un differenziale abbastanza ampio tra un prezzo imposto per via politica e un prezzo determinato dal mercato, non nasce la disciplina, nasce l'arbitraggio — e con esso nuovi intermediari, nuove rotte commerciali, nuove compagnie assicurative, nuove flotte ombra e nuovi sistemi di pagamento, perché il mercato, come l'acqua, finisce quasi sempre per trovare la propria via. Nel frattempo il petrolio resta caro, l'energia continua a rappresentare uno dei principali fattori di perdita di competitività dell'industria europea, e le nostre imprese seguitano a sostenere costi che molti concorrenti internazionali semplicemente non conoscono.
È però la cosiddetta guerra del grano a costituire, a mio giudizio, l'aspetto meno discusso e più inquietante dell'intera vicenda. Perché quando si bombardano porti, silos, infrastrutture ferroviarie, terminal marittimi e navi commerciali, non si colpisce soltanto la logistica dell'Ucraina o della Russia: si colpisce il principale corridoio alimentare del pianeta, e il grano, a differenza degli uomini, non conosce ideologie né bandiere. Quando cresce il premio di rischio sul Mar Nero, cresce contemporaneamente il prezzo del pane al Cairo, aumenta il costo della pasta a Roma, si assottiglia la sicurezza alimentare di numerosi Paesi africani e mediorientali, si acuiscono le tensioni sociali e si alimentano nuove ondate di instabilità migratoria: la guerra, ancora una volta, non esporta soltanto armamenti, esporta inflazione, e la esporta con una capillarità che nessun price cap è in grado di arginare.
Ed è forse proprio questo il nodo che continua sistematicamente a sfuggire al dibattito europeo. Ci viene spiegato, con tono paziente, che la sicurezza ha un costo, ed è vero, nessuno intende negarlo; assai meno, però, si discute del fatto che ogni euro destinato a un settore è, per definizione, un euro sottratto a un altro — gli economisti lo chiamano costo-opportunità, ed è uno dei primissimi concetti che si apprendono all'università, eppure sembra essere improvvisamente evaporato dal lessico delle istituzioni europee. Io, al contrario, continuo a ritenerlo il concetto decisivo, poiché se scelgo di finanziare massicciamente il riarmo, sto simultaneamente rinunciando, almeno in parte, a finanziare altre priorità non meno vitali: la sanità, la scuola, la ricerca civile, le infrastrutture, la competitività delle imprese, l'alleggerimento della pressione fiscale, il sostegno alla natalità, l'innovazione tecnologica applicata all'economia reale. Non è una questione di pacifismo; è, molto più prosaicamente, una questione di aritmetica.
Qualcuno obietterà, naturalmente, che questi investimenti genereranno a loro volta occupazione, innovazione e crescita, e può darsi che sia così; bisognerebbe però allora spiegare perché la medesima incrollabile fiducia nella capacità espansiva della spesa pubblica non venga mai invocata quando si parla di ospedali, di università, di reti energetiche, di ricerca medica o di digitalizzazione delle piccole imprese. Forse la spiegazione, per quanto scomoda, è la più semplice: perché esistono investimenti che distribuiscono la ricchezza ed esistono investimenti che la concentrano, e non è affatto indifferente sapere a quale delle due categorie appartengano quelli che ci apprestiamo a compiere.
Ed è qui che affiora il mio timore più profondo. Ho la netta impressione che l'Europa stia lentamente, quasi impercettibilmente, sostituendo l'economia della prosperità con l'economia della sicurezza, e che si tratti di un passaggio culturale ancor prima che finanziario. Per oltre settant'anni il progetto europeo è stato edificato sulla convinzione che il commercio, l'integrazione economica e la crescita condivisa costituissero il più efficace antidoto ai conflitti; oggi sembra invece prevalere la logica opposta, quella di prepararsi a conflitti sempre più lunghi, di investire quote crescenti nella produzione militare e di considerare la tensione internazionale non più come un fallimento della politica da scongiurare, bensì come una variabile permanente e persino fisiologica dell'economia. Spero sinceramente di sbagliarmi, perché se questa fosse davvero la nuova rotta strategica dell'Europa, il rischio non consisterebbe soltanto nello spendere di più in armamenti: il rischio, ben più insidioso, sarebbe quello di educare un'intera generazione a concepire la guerra non più come l'eccezione da evitare a ogni costo, ma come il motore da alimentare senza sosta. E il giorno in cui un'economia cominciasse ad aver bisogno della guerra per continuare a crescere, il problema cesserebbe di essere meramente economico: sarebbe, prima di ogni altra cosa, una sconfitta della civiltà.
Data articolo: Fri, 17 Jul 2026 05:00:00 GMT
Ursula von der Leyen spinge per la creazione di un grande polo produttivo europeo dedicato alle tecnologie avanzate, con un focus preciso: gli aerei senza pilota. Il continuo andirivieni diplomatico e operativo tra Bruxelles e Kiev sul fronte dei droni ha già prodotto effetti tangibili, a partire dall'impennata delle spese militari, passando per gli investimenti comunitari per la produzione di armi in Ucraina, fino al patto che integra la difesa ucraina con quella europea. "Uniti si vince", vecchio slogan sindacale, è diventato oggi il mantra dei vertici politici, militari ed economici dei Paesi UE.
Il rischio concreto che corriamo è quello di dare vita a un inedito "Nuovo Ordine d'Europa", figlio di mesi di narrazioni acritiche sul conflitto. Mentre i governi definiscono nuovi equilibri attorno all'aumento dei budget per la difesa, si fa largo il rilancio di finanziamenti per favorire quel "salto di qualità" della manifattura da civile a militare che ormai sta guadagnando consenso persino all'interno del mondo sindacale.
La produzione di droni richiede una costante interconnessione tra il settore civile e quello militare, dominato oggi dai colossi di USA e Cina. L'interesse della Commissione Europea sembra proprio mirare a una filiera del volo autonomo interamente made in UE. Se un tempo la retorica fascista mobilitava "milioni di baionette pronte a conquistare l’Impero", oggi il lessico si è fatto tecnologico: si parla di "manifattura militare europea" e di "Patriot made in Ukraine".
La realtà del fronte e la rincorsa al riarmo
I droni europei vengono ormai lanciati nella Russia profonda, colpendo obiettivi sensibili come le petroliere nel Mar Nero: un dato che fotografa chiaramente il ruolo attivo dell'Unione nel conflitto. Eppure, la narrativa mediatica dominante preferisce concentrarsi esclusivamente sui piani di aggressione russa verso Polonia e Germania — guarda caso, le nazioni che stanno spingendo con più forza sulla spesa bellica, sulla produzione e sul commercio di armi.
Per giustificare queste politiche offensive, l'opinione pubblica viene costantemente allarmata con minacce di spionaggio, sabotaggi e attacchi informatici. Emblematici sono il maxi-indebitamento della Germania e la riconversione industriale di storici stabilimenti civili in impianti militari. Berlino, a sua volta, usa la propria leva finanziaria per spingere i Paesi debitori al riarmo, orientando i flussi verso le imprese della Renania.
Davanti a questo scenario, dove sono finite le "anime candide" dell'Europa di pace (la stessa che bombardava la Serbia nel 1999)? Oggi, persino i grandi gruppi storici del settore metalmeccanico provano a modificare le regole contrattuali pur di licenziare maestranze e riconvertire gli impianti alla difesa. Inoltre, i prestiti accordati all'Ucraina vincolano almeno i due terzi delle risorse a beneficio del settore militare. Una scommessa non priva di ostacoli, dato che sarà difficile convincere Kiev a preferire i prodotti europei rispetto ai più collaudati missili statunitensi.
I dati economici ci mostrano una Russia indubbiamente in difficoltà, ma l'Unione Europea non se la passa meglio. Il dubbio sorge spontaneo: non sarà che questa guerra d'attrito finirà per produrre gli effetti più nefasti proprio sul tessuto economico della UE? I numeri sembrano confermarlo, mentre i sogni bellicisti di Bruxelles continuano a volare alto.
Data articolo: Fri, 17 Jul 2026 05:00:00 GMTPer la prima volta da quando il Pew Research Center monitora l'opinione pubblica internazionale, la Cina gode di un'immagine maggiormente positiva rispetto agli Stati Uniti nella maggior parte dei Paesi analizzati. Il sondaggio, condotto tra febbraio e maggio su oltre 42.000 persone in 36 nazioni, segna un cambiamento significativo negli equilibri della percezione globale. Secondo i dati, Pechino è valutata più favorevolmente di Washington in 27 Paesi, compresi storici alleati degli Stati Uniti come Regno Unito, Canada, Francia e Germania. Gli USA mantengono un vantaggio soltanto in sei nazioni, tra cui Giappone, India, Corea del Sud e Filippine. Diversi osservatori attribuiscono questo mutamento alla crescente influenza economica e tecnologica della Cina.
Gli investimenti nelle infrastrutture, l'espansione dell'alta velocità ferroviaria, lo sviluppo delle energie verdi, dell'intelligenza artificiale e dei veicoli elettrici hanno rafforzato l'immagine di Pechino come partner per lo sviluppo, soprattutto nei Paesi emergenti. Parallelamente, il sondaggio evidenzia un deterioramento della reputazione internazionale degli Stati Uniti. Politiche come ‘America First’, le tensioni commerciali, i conflitti militari e una percezione crescente dell'interventismo statunitense hanno contribuito a ridurre il consenso verso Washington in numerose aree del mondo.
Il cambiamento appare particolarmente evidente in America Latina, dove la Cina viene ormai considerata leggermente più favorevolmente degli Stati Uniti. Molti intervistati ritengono inoltre che Washington interferisca maggiormente negli affari interni di altri Paesi, mentre Pechino viene percepita come un partner economico più affidabile. Anche altre indagini internazionali, tra cui quelle di Gallup e del Democracy Perception Index, avevano già registrato negli ultimi anni un progressivo miglioramento dell'immagine della Cina rispetto a quella statunitense. Gli stessi ricercatori invitano tuttavia alla prudenza nell'interpretazione dei risultati. Ridurre la competizione internazionale a un confronto diretto tra Cina e Stati Uniti rischia infatti di alimentare una logica a somma zero.
Resta però il dato politico più rilevante: la crescita del peso economico e diplomatico di Pechino si riflette ormai anche nella percezione dell'opinione pubblica globale, segnalando un riequilibrio dell'influenza internazionale sempre più evidente.
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Data articolo: Fri, 17 Jul 2026 05:00:00 GMT
Il Ministero degli Affari Esteri del Nicaragua ha annunciato la decisione di interrompere le relazioni diplomatiche con il Governo italiano a seguito delle «dichiarazioni ingiustificate, aggressive e irresponsabili» del suo ministro degli Esteri, Antonio Tajani.
Secondo un comunicato ufficiale, Antonio Tajani «ha insultato, al di fuori di ogni norma di rispetto nei rapporti tra popoli e governi, con arroganza europea, il popolo e il Governo del Nicaragua».
«Abbiamo vissuto momenti molto positivi di assoluto rispetto e comprensione dei nostri processi con autorevoli rappresentanti italiani, che abbiamo avuto il privilegio e l’onore di conoscere, di trattare e con cui abbiamo affrontato le circostanze storiche del mondo in cui vivevamo in altri anni. Oggi che ci troviamo ad affrontare questa situazione ignobile, deploriamo profondamente che si verifichino aggressioni come quelle che abbiamo descritto», aggiunge il messaggio del ministero degli Esteri nicaraguense.
«Informiamo e procediamo ad avviare le procedure necessarie per l’attuazione di questa decisione sovrana del Nicaragua», conclude il ministero.
Data articolo: Thu, 16 Jul 2026 15:33:00 GMTIl ministro degli Affari Esteri russo, Sergej Lavrov, ha pubblicato sul quotidiano Kommersant un lungo articolo in occasione del 25° anniversario del Trattato di buon vicinato, amicizia e cooperazione tra Russia e Cina, firmato il 16 luglio 2001 da Vladimir Putin e dall’allora presidente cinese Jiang Zemin.
Il ministro degli Esteri presenta questo accordo come “una solida base giuridica” che ha permesso di costruire “un nuovo modello di interazione russo-cinese che non comporta alcuna limitazione della sovranità di nessuna delle parti”, distinguendolo dalle “alleanze classiche” e dotandolo della “necessaria flessibilità”.
Il ministro degli Esteri russo sottolinea che le relazioni tra Mosca e Pechino "si fondano sull'uguaglianza, non sono vincolate da dogmi ideologici, non sono dirette contro paesi terzi e resistono all'influenza di circostanze esterne".
In ambito economico, Lavrov evidenzia la spettacolare crescita bilaterale: "Il volume degli scambi è aumentato di oltre 30 volte in un quarto di secolo, superando i 200 miliardi di dollari per tre anni consecutivi". Il ministro fa notare che le transazioni tra i due paesi "si sono spostate quasi interamente nelle valute nazionali, mentre la quota del dollaro statunitense e dell'euro è scesa a livelli statisticamente irrilevanti".
Allo stesso tempo, la Russia ha consolidato la sua posizione di principale fornitore di petrolio e gas naturale per la Cina, con un'infrastruttura di gasdotti in costante espansione. Lavrov menziona anche i progetti congiunti nel settore dell'energia nucleare, dell'esplorazione spaziale e della navigazione satellitare, nonché il crescente riconoscimento dei prodotti russi sul mercato cinese: "Il marchio 'Made in Russia' sta guadagnando sempre più popolarità in Cina".
In materia di coordinamento internazionale, il ministro degli Esteri russo sottolinea la convergenza ideologica: “I nostri approcci alla maggior parte delle questioni globali e regionali sono molto simili e, nella maggior parte dei casi, coincidono”. Lavrov cita la Dichiarazione congiunta approvata durante la visita di Putin in Cina nel maggio 2024, che stabilisce “i principi sistemici di un ordine mondiale multipolare più giusto: uguaglianza sovrana degli Stati, sicurezza uguale e indivisibile, cooperazione inclusiva e reciprocamente vantaggiosa”.
Mosca e Pechino, sottolinea il ministro, “sostengono la necessità di risolvere i conflitti per via politico-diplomatica sulla base dell’eliminazione delle loro cause fondamentali” e respingono “la politica del ‘cambio di regime’, i ‘doppi standard’ e le sanzioni unilaterali”, in un momento in cui “diversi Stati occidentali, agendo in chiave neocoloniale nel tentativo di preservare il proprio dominio, cercano di distruggere definitivamente l’architettura giuridico-internazionale incentrata sull’ONU”.
Lavrov apprezza in modo particolare la posizione di Pechino riguardo all’Ucraina, definendola “costruttiva ed equilibrata, basata su una profonda comprensione delle origini della crisi e delle vie per la sua soluzione politica”. Il ministro collega l’Iniziativa di Sicurezza Globale del presidente Xi Jinping alla proposta russa di creare “un’architettura di sicurezza equa e indivisibile in Eurasia che preveda di garantire le condizioni per lo sviluppo pacifico e stabile di tutti gli Stati del continente eurasiatico senza eccezioni, senza la minaccia di un intervento esterno distruttivo”.
Questa convergenza strategica si estende agli organismi multilaterali: Russia e Cina agiscono “come un fronte unico nella maggior parte delle questioni” nell’Assemblea Generale e nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU e sono “motori trainanti” dell’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai e dei BRICS, che Lavrov descrive come un “modello di diplomazia multilaterale dei grandi Stati in un mondo multipolare”.
L’articolo si conclude con una prospettiva di continuità: “Il Trattato russo-cinese di buon vicinato, amicizia e cooperazione ha superato con successo la prova del tempo”, assicura Lavrov. Il ministro sottolinea che il documento, rinnovato nel 2021 e nuovamente nel maggio 2025, “rimane un fondamento incrollabile delle relazioni bilaterali” e “risponde pienamente agli interessi fondamentali” dei due paesi in una prospettiva storica.
L'alleanza strategica tra le due potenze, presentata da Lavrov come esempio di relazioni interstatali basate su “uguaglianza, equilibrio di interessi e vantaggio reciproco”, si pone così come pilastro alternativo all'ordine internazionale guidato dall'Occidente, in un contesto di riconfigurazione geopolitica globale finalizzata alla “creazione di un ordine mondiale multipolare più giusto”.
Data articolo: Thu, 16 Jul 2026 15:21:00 GMT
di Alessandro Bartoloni
L'ascesa e l'agenda di Kaja Kallas
Kaja Kallas, estone, ex avvocata specializzata in diritto della concorrenza e delle nuove tecnologie, è passata in pochi anni dalla guida di una nazione di 1,3 milioni di abitanti al vertice della politica estera dell'Unione Europea, diventando Alto Rappresentante per gli Affari Esteri a partire dal dicembre 2024. La sua visione del mondo è segnata da una storia familiare devastata dalla repressione sovietica – sua madre fu deportata in Siberia quando era ancora una neonata – e per questo Kallas considera la Russia attuale come l'erede diretto di quel "male assoluto". Da premier dell'Estonia (2021-2024) si è guadagnata la reputazione di essere uno dei falchi anti-russi più intransigenti d'Europa, sostenendo senza esitazioni l'invio di aiuti militari all'Ucraina e chiedendo una linea dura verso Mosca e, sempre più, verso Pechino. Assumendo l'incarico di capo della diplomazia UE, Kallas ha promesso di applicare la stessa determinazione a livello continentale, descrivendo la resistenza dell'Ucraina come una battaglia di civiltà che deciderà i principi di sicurezza dell'Europa per i prossimi decenni.
Bisogna ricordare che né Kallas né von der Leyen sono state elette direttamente dagli elettori europei per le cariche che oggi ricoprono, eppure entrambe hanno utilizzato le leve istituzionali dell'Unione per accelerare la militarizzazione del continente. Von der Leyen ha promosso la narrativa di una nuova "era del riarmo" e presentato piani di difesa colossali (il pacchetto "ReArm Europe" per mobilitare fino a 800 miliardi di euro), mentre Kallas ha co-firmato un Libro Bianco sulla prontezza della difesa dell'UE che chiede cinque anni di riarmo per fronteggiare la Russia. Tra le iniziative concrete: il nuovo Programma Europeo per gli Investimenti nella Difesa (EDIP, un fondo di procurement congiunto inizialmente dotato di 1,5 miliardi di euro), schemi accelerati per la produzione di munizioni (come ASAP) e un Fondo di Assistenza all'Ucraina da 5 miliardi di euro l'anno, finanziato fuori bilancio attraverso lo Strumento Europeo per la Pace.
Molte di queste mosse hanno però bypassato i normali controlli democratici. Nel 2025 la Commissione Europea – guidata da von der Leyen e Kallas – ha persino tentato di usare una clausola d'emergenza del Trattato (l'articolo 122 TFUE) per far passare un'iniziativa di riarmo da 900 miliardi di euro (denominata "SAFE") senza la piena approvazione del Parlamento Europeo. Questa manovra legale, bocciata all'unanimità dalla commissione affari giuridici del Parlamento come un eccesso di potere, incarna il problema di fondo: decisioni di sicurezza cruciali prese dai "falchi" di Bruxelles, Parigi e Varsavia, più che da un ampio sostegno delle diverse popolazioni europee. Lo scetticismo pubblico è del resto significativo: i sondaggi mostrano che in Paesi chiave come Francia, Italia e Spagna i cittadini non sono favorevoli a un aumento della spesa militare, e il 62% degli italiani si oppone a tagliare la spesa sociale per finanziare il riarmo. Alcuni Paesi (Ungheria, Slovacchia) preferirebbero invece una soluzione negoziata della guerra in Ucraina, o danno priorità ad altre preoccupazioni come la migrazione (è il caso di Italia e Spagna). Questo deficit democratico rischia di erodere la fiducia nelle istituzioni UE proprio mentre l'Unione intraprende la postura militare più ambiziosa della sua storia recente.
Verso un confronto su due fronti: Russia e Cina
Kallas sostiene che una fermezza decisa verso la Russia oggi dissuaderà la Cina domani: se non si vogliono problemi con Pechino, ha affermato, bisogna essere davvero forti con Mosca, perché una difesa risoluta dell'Ucraina indurrebbe la Cina a "pensarci due volte" prima di aggredire, ad esempio, Taiwan. In diversi forum di Bruxelles ha collegato esplicitamente la politica russa dell'Europa alla sua strategia verso la Cina, sostenendo che la fermezza occidentale in Ucraina invia un segnale a Xi Jinping sui costi dell'avventurismo militare. Come Alto Rappresentante ha spinto per un maggiore allineamento dell'UE con la linea dura di Washington su Pechino, considerando Russia, Cina, Iran e Corea del Nord come un blocco collegato. Secondo funzionari della sicurezza europea, all'inizio del 2025 il ministro degli Esteri cinese Wang Yi avrebbe confidato privatamente a Kallas che la Cina non vuole vedere la Russia perdere in Ucraina, perché una sconfitta russa libererebbe gli Stati Uniti per concentrarsi interamente sulla Cina. Questo calcolo geopolitico alza la posta in gioco: una prolungata campagna occidentale per indebolire Mosca potrebbe spingere Pechino e Mosca verso una contro-alleanza strategica più stretta. Ciononostante, sotto l'influenza di Kallas l'UE si è mossa verso una postura più conflittuale nei confronti della Cina – dal controllo su tecnologia e investimenti cinesi al sostegno vocale allo status quo di Taiwan – anche se alcuni Stati membri temono un contraccolpo economico. La dottrina emergente da Tallinn a Bruxelles è intransigente: le democrazie non devono placare i dittatori, né al Cremlino né a Zhongnanhai, per non premiare e moltiplicare l'aggressione.
Rischi, punti ciechi e contraccolpi
I critici della linea dura di Kallas avvertono che la sua retorica dà l'impressione che l'Europa sia già in guerra con la Russia – cosa che non corrisponde alla linea ufficiale dell'UE, come si è lamentato un funzionario europeo. Trattando il conflitto ucraino come uno scontro a somma zero tra Europa e Russia – una lettura che Kallas giustifica richiamando la precaria storia dell'Estonia – lei e Von der Leyen rischiano di precludere vie d'uscita diplomatiche a favore di obiettivi di guerra massimalisti. Il vuoto di governance aggrava il problema: nei primi mesi da Alto Rappresentante, Kallas ha più volte "lanciato proposte pesanti" per nuovi armamenti senza consultare gli Stati membri. Paesi dell'Europa meridionale (Spagna, Italia) e altri meno russofobi si sono irritati per essere stati spinti verso misure di escalation, con diplomatici che l'accusano privatamente di comportarsi "ancora da premier" piuttosto che da inviata capace di costruire consenso tra 27 Paesi. Il governo ungherese è stato apertamente critico: il ministro degli Esteri Péter Szijjártó ha bollato come "pericolosamente allarmanti" le ipotesi di alcuni leader europei di inviare truppe in Ucraina, avvertendo che tali passi "incendierebbero il continente". Nel frattempo le economie europee hanno già assorbito shock energetici, inflazione e la perdita dei mercati russi; una guerra più ampia o una rottura severa con la Cina potrebbero infliggere un danno molto maggiore (una stima colloca lo shock di una guerra NATO-Russia a -1,3% del PIL globale nel primo anno, e un conflitto su Taiwan a -10% del PIL globale). Anche l'opinione pubblica europea rappresenta una linea di faglia: la stanchezza da guerra e l'ansia crescono man mano che la controffensiva ucraina si arena e il numero delle vittime sale nell'ordine delle centinaia di migliaia. La domanda "come finirà tutto questo?" incombe. Kallas e gli "euro-atlantisti" affini restano tuttavia concentrati sulla vittoria piuttosto che sul compromesso, insistendo che Putin non può vincere questa guerra, o il suo appetito continuerà a crescere, come scrisse Kallas nel 2022. I prossimi 12-18 mesi diranno se le voci più caute d'Europa riusciranno a frenare questa agenda, o se Kallas, von der Leyen e i loro alleati riusciranno a impegnare l'UE in una postura conflittuale ampia e di lungo periodo su entrambi i fronti, quello orientale e quello estremo-orientale.
La "rivoluzione" industriale-militare
Un altro percorso verso l'escalation è la rapida militarizzazione della stessa Europa, che può innescare una dinamica da corsa agli armamenti nei confronti della Russia (e persino della Cina) e radicare una postura più conflittuale. L'UE ha lanciato o ampliato almeno tre grandi iniziative di difesa in risposta alla guerra: nel marzo 2024 la Commissione ha presentato l'EDIS, una tabella di marcia per l'espansione dell'industria della difesa europea. Un elemento centrale è l'EDIP – un regolamento per stimolare il procurement congiunto tra Stati membri e potenziare la produzione di capacità critiche (droni, missili, ecc.). L'EDIP è modesto all'avvio (solo 1,5 miliardi di euro stanziati), fondendo essenzialmente due strumenti a breve termine (EDIRPA per il procurement e ASAP per la produzione di munizioni). Ma è visto come un prototipo per programmi permanenti molto più grandi. Il commissario UE Thierry Breton ha dichiarato senza mezzi termini che l'EDIP avrebbe bisogno di 100 miliardi di euro per portare davvero su scala la base di difesa europea – un'indicazione del livello di ambizione presente a Bruxelles. Una cifra che oscura qualsiasi cosa l'UE abbia mai speso in precedenza per la difesa. Se realizzata, significherebbe che l'UE (collettivamente) diventerebbe uno dei principali spenditori militari al mondo. La prospettiva di un'UE pesantemente armata è accolta con favore dagli atlantisti (finalmente l'Europa fa la sua parte nella NATO) ma non certo festeggiata da Mosca, che da tempo accusa l'UE di essere complice della NATO. La propaganda del Cremlino dipinge già l'EDIP e schemi simili come conferma della sua narrativa secondo cui "l'Occidente" si sta preparando alla guerra contro la Russia. Così, sebbene l'EDIP sia di per sé difensivo (procurement congiunto per dissuadere la Russia), la sua attuazione potrebbe alimentare percezioni di minaccia che rendono più difficile la de-escalation.
"ReArm Europe" e il riarmo degli Stati membri: il piano "ReArm Europe" di von der Leyen, presentato nel marzo 2025, dà di fatto il via libera agli Stati membri UE per superare i vincoli di bilancio in tempo di pace e riorientare le proprie economie verso la produzione di armamenti su un piede quasi bellico. Proponendo di esentare la spesa per la difesa dalle regole sul deficit, Bruxelles ha segnalato che "cannoni prima del burro" è una politica accettabile. Il piano potrebbe sbloccare un extra di 650 miliardi di euro di spesa militare nazionale in soli quattro anni. È uno spostamento epocale per Paesi come la Germania, che per decenni ha speso solo circa l'1,2% del PIL per la difesa (già dopo il 2022 la Germania ha creato un fondo speciale da 100 miliardi di euro per ammodernare la Bundeswehr, e altri Paesi hanno annunciato aumenti a doppia cifra percentuale). Se sostenuto, questo riarmo europeo, per pura forza economica, supererà nel tempo di gran lunga le capacità della Russia. Strategicamente, l'obiettivo è dissuadere la Russia da future aggressioni. Ma nell'intervallo – mentre la Russia si sente militarmente più debole rispetto a una NATO/UE in ascesa – potrebbe effettivamente agire in modo più aggressivo o opportunistico finché ne ha ancora la possibilità (un classico dilemma di sicurezza). Le stime dell'intelligence NATO indicano che l'esercito russo ha bisogno di 3-5 anni per ricostituirsi dopo le perdite in Ucraina. Il Libro Bianco UE co-firmato da Kallas avverte che entro il 2028 circa, Mosca potrebbe di nuovo minacciare i vicini se non ostacolata. Questa tempistica mette sotto pressione l'Europa affinché colmi rapidamente le proprie lacune nella difesa – e forse mette sotto pressione la Russia affinché ottenga vantaggi prima che la piena potenza della NATO si faccia sentire. In pratica, Europa e Russia sono in una corsa: l'Europa per armarsi, la Russia per conquistare o destabilizzare l'Ucraina prima che l'Europa diventi molto più forte. Questa dinamica può favorire mosse di escalation, come un intensificarsi degli sforzi bellici russi, una mobilitazione di più truppe fin da ora, o il ricorso ad azzardi militari più rischiosi (ad esempio operazioni coperte nei Paesi baltici). È significativo che il generale Breuer, capo della difesa tedesca, abbia recentemente avvertito che la Russia potrebbe essere in grado di attaccare un Paese NATO entro la fine del decennio, data la crescita della sua produzione di armamenti. Ha indicato il corridoio di Suwa?ki (tra Polonia e Lituania) come un punto vulnerabile. Entrambe le parti stanno dunque apertamente elaborando scenari di scontro diretto.
Impegni di sicurezza per l'Ucraina e "forza di rassicurazione": oltre ad armarsi, l'UE sotto Kallas e von der Leyen sta spingendo per impegni di sicurezza di lungo periodo verso l'Ucraina, legando di fatto la credibilità dell'Europa al destino di Kiev. Borrell aveva proposto un Fondo di Assistenza all'Ucraina da 20 miliardi di euro per il 2024-2027 (il già citato UAF) per garantire un flusso costante di armi anche se la stanchezza da guerra dovesse crescere. Separatamente, singole nazioni UE (Francia, Polonia, ecc.) hanno valutato una "forza di rassicurazione" o una missione di addestramento militare stanziata nei Paesi vicini per garantire la sicurezza dell'Ucraina in caso di un cessate il fuoco. Kallas è stata una forte sostenitrice di offrire all'Ucraina un percorso chiaro verso l'adesione UE e NATO, definendolo un "dovere" dell'Europa integrare pienamente l'Ucraina. Lo vede come un modo per consolidare i guadagni della resistenza alla Russia – legare l'Ucraina all'Occidente in modo irreversibile. Tali mosse potrebbero però costituire una linea rossa per la Russia e provocare potenzialmente un'escalation preventiva. Putin ha citato l'espansione della NATO come una delle sue principali lamentele; un'adesione accelerata alla NATO per l'Ucraina (anche solo simbolica mentre la guerra infuria) potrebbe provocare reazioni russe estreme (alcuni analisti temono che possa persino spingere a considerare un uso tattico di armi nucleari per impedirla). L'offerta di garanzie di sicurezza provvisorie da parte dell'UE è un passo più ambiguo, ma pur sempre uno che potrebbe trascinare l'UE in guerra se i combattimenti dovessero riaccendersi dopo una tregua. Se, per esempio, una missione UE di "peacekeeping" o di osservazione fosse dispiegata in Ucraina e finisse sotto attacco russo, Kallas probabilmente spingerebbe per invocare tutte le misure disponibili in risposta. Il confine tra UE e NATO diventa sfumato in tali eventualità – un altro percorso verso una guerra più ampia non voluta.
L'inquadramento retorico e il rischio di nessuna via d'uscita: Il discorso pubblico di Kallas e altri inquadra il conflitto come una lotta di lungo periodo, senza compromessi. Sottolinea regolarmente che "il sogno imperialista della Russia non è mai morto" e che se Putin non viene sconfitto in modo decisivo in Ucraina, semplicemente si riorganizzerà e minaccerà l'Estonia o la Polonia successivamente. A suo avviso, un conflitto congelato negoziato o un accordo parziale sarebbero solo il preludio alla prossima guerra. Questa narrativa si è dimostrata efficace nel mantenere l'unità occidentale durante i primi 18 mesi e più di guerra, attingendo a timori storicamente giustificati. Ma ha un effetto a doppio taglio: segnala a Mosca che l'obiettivo dell'Europa è la sconfitta strategica della Russia. Anche se i leader occidentali insistono che il "cambio di regime" a Mosca non è il loro obiettivo, la retorica sui tribunali per crimini di guerra, le riparazioni (Kallas ha guidato una spinta per consentire legalmente la confisca dei beni russi congelati per la ricostruzione dell'Ucraina) e la vittoria totale può rendere il conflitto esistenziale per la cerchia di Putin. La loro propaganda già sostiene che l'Occidente vuole smembrare la Russia. La posizione di Kallas alimenta involontariamente quella paranoia. È stata il primo leader UE inserito in una lista ufficiale russa dei "ricercati", dopo che il suo governo ha rimosso i monumenti sovietici e un memoriale di carri armati a Narva nel 2022. Il Cremlino l'ha accusata assurdamente di "profanare" la storia. Kallas l'ha trattata come una medaglia al valore – "Prova che sto facendo la cosa giusta", ha scritto, giurando di non lasciarsi zittire. Ma tali episodi sottolineano quanto sia diventata personale l'animosità tra l'attuale leadership russa e figure come Kallas.
Kallas non si è tirata indietro nemmeno nel confrontarsi retoricamente con la Cina. In un evento pubblico di Politico, ha essenzialmente detto al presidente eletto Trump di essere duro con la Russia se vuole contenere la Cina, collegando esplicitamente la sicurezza europea a quella indo-pacifica. Questa logica dei "due fronti" – combattere il partner minore (Russia) per dissuadere il partner maggiore (Cina) – potrebbe coinvolgere l'Europa più direttamente nelle dispute asiatiche. Già oggi, von der Leyen e Kallas hanno allineato il linguaggio dell'UE su Taiwan più vicino a quello statunitense. Poco tempo fa, dopo un incontro con Wang Yi, Kallas ha pubblicamente ribadito che qualsiasi tentativo cinese di aiutare militarmente la Russia o di aggirare le sanzioni comporterebbe severe conseguenze da parte dell'UE – una linea di avvertimento che i funzionari UE mantengono dal 2022. Pechino si irrita quando gli europei le fanno la predica o legano l'Ucraina a Taiwan. Se la Cina iniziasse a fornire armi alla Russia in modo palese (cosa che finora ha evitato di fare), ciò trasformerebbe la guerra per procura in un confronto Est-Ovest più diretto. Al contrario, se scoppiasse una crisi su Taiwan, l'UE sotto leader come Kallas farebbe probabilmente eco alle condanne statunitensi verso Pechino e fornirebbe forse un sostegno materiale a Taiwan, o quantomeno un sostegno diplomatico a una risposta guidata dagli Stati Uniti. È un'altra via attraverso cui l'Europa potrebbe scivolare verso una mentalità da conflitto "su due fronti" – trattando di fatto le sfide russa e cinese come parte di un'unica contesa globale (la cornice "democrazie contro autocrazie").
In sintesi, la combinazione di forte armamento, obiettivi di guerra massimalisti e retorica conflittuale perseguita da Kallas e dai suoi alleati apre più percorsi verso una guerra allargata.
di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
16 luglio. Soldi e armi. Armi e soldi. Ma soprattutto tanti tanti soldi. Entro queste coordinate, si può raccontare di tutto sui rapporti tra Unione Europea e Ucraina, blaterando di “valori europei”, bofonchiando di difesa della “vittima dell'aggressione russa”. Basta non arrivare a confessare che, come anticipava l'imperatore Vespasiano duemila anni fa, pecunia non olet e che, dunque, ai farabutti delle cancellerie europee, usi a declamare su “democrazia”, “libertà”, “valori liberali”, non importa proprio nulla che a Kiev imperversi la più sfacciata corruzione tra le alte sfere del potere nazigolpista e che al centro di tutto ci siano proprio i soldi che vanno e vengono tra Bruxelles e le ville di Versilia o Costa del sol, dove albergano i ras nazisti tra un vertice G7 e un summit di “Volenterosi”.
In questo senso, non potevano essere più espliciti gli ultimi incontri di Ankara, Parigi, Kiev: soldi per le armi; tantissimi miliardi sottratti alle necessità elementari delle masse popolari europee e dirottati sulla produzione di guerra, che porta così tanti profitti nelle tasche delle varie Eurosam, Leonardo, Thales, Saab, Hensoldt, Diehl Defense, Safran e tante altre, insieme alla ucraina “FirePoint”, tanto magnificata dai media guerrafondai e che non fa mistero delle proprie ambizioni di intascare la pecunia europeista a scapito delle concorrenti italiane, britanniche, tedesche, untuosamente presentate però come “partner strategici” con cui avviare una produzione comune, per la verità da tempo iniziata. Si tratta solo di mettersi d'accordo sulla dislocazione, in base alla redditività dei singoli soggetti e, come si direbbe citando Marx alla bell'e meglio, spartendosi il lucro in base alla misura del singolo capitale.
Sono testimonianza della questione, da un lato, le truffaldine esternazioni di Gertrud-Brunilde-Ursula a Kiev, quando, tra una lacrima per la “tragedia nazionale” presentata dai nazigolpisti ucraini quale “Holodomor” e un singhiozzo sulla più recente messinscena della “carneficina russa” a Bucha, la perfida valchiria norrena ha promesso al nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij «sicure fabbriche di droni» in Europa. Dall'altro, le lamentele del direttore di quella medesima “FirePoint”, che pretende di ricevere finanziamenti UE per aprire nuovi siti produttivi in Ucraina, dove più sicuro è l'accesso all'agognata pecunia. L'Europa, ha detto Ursula, dispone di un potenziale tecnologico e industriale in grado di essere rapidamente implementato e ci sono siti di produzione sicuri; ma «non possediamo le competenze collaudate in combattimento che hanno gli ucraini. Pertanto, dobbiamo unire le nostre forze e impegnarci in una produzione congiunta». È così che, tra una medaglia e un abbraccio col «caro Vladimir», a Kiev è stato firmato un memorandum d'intesa sulla produzione di droni per l'Ucraina in paesi UE, sul tipo dei documenti firmati da Zelenskij a Ankara coi paesi NATO. L'accordo, ha detto ancora l'infida Brunilde, «unirà l'ingegno ucraino e la capacità industriale europea... è giunto il momento di investire in Ucraina. Perché questo significa investire nella nostra sicurezza». Sottinteso: nella sicurezza di ricavi miliardari. Il tutto, naturalmente, sotto l'ombrello delle rituali litanie secondo cui «Oggi, la lotta dell'Ucraina non è solo una lotta per la sua libertà. È una lotta esistenziale per le libertà in Europa: per i nostri valori, il nostro diritto all'autodeterminazione, la nostra indipendenza morale e geografica»: valori neonazisti, libertà di arricchire le industrie di guerra e affamare le masse popolari. In questo senso, ha detto la moderna norrena ai nazisti di Kiev «non state combattendo solo per il vostro futuro, ma per la sicurezza dell'intero continente»: la sicurezza di accumulare profitti e state combattendo «anche per proteggere i valori su cui si fonda l'Europa»: le truffe, la “morale” a doppio standard, la “libertà” dei licenziamenti di massa, dello sfruttamento più estremo del lavoro, della “sacralità” del profitto sancita dai salari di fame. «Ogni giorno l'Ucraina rende l'Europa più forte. Per questo oggi posso affermare che l'Ucraina, sotto molti aspetti, è passata dall'essere un acquirente a un contributore netto alla sicurezza europea... Per questo sono lieta di avviare con te, Volodymyr, una nuova partnership tra UE e Ucraina nel settore della difesa. Quello che firmiamo oggi è un accordo sui droni... In Europa, possediamo già un'enorme capacità tecnologica e industriale che può essere impiegata. E disponiamo di siti di produzione sicuri e protetti che ci consentono di aumentare la produzione. Ciò che ci manca, però, è la conoscenza e l'esperienza che l'Ucraina ha acquisito in ambito bellico».
A questo punto, però, l'odore della pecunia ha il sopravvento sugli abbracci e le promesse e Denis Štilerman, direttore di “FirePoint”, sbotta che, per un verso, l'Europa impedisce a Kiev di bloccare la maggior parte delle esportazioni di petrolio dalla Russia e per un altro verso, anche sotto la minaccia di distruzione, l'Ucraina ritiene più redditizio costruire impianti di produzione di missili sul proprio territorio. Sul primo punto, l'armiere-affarista lamenta che Kiev dipenda «molto dai nostri partner occidentali per i finanziamenti. Dipendiamo completamente da loro. E non possiamo fare nulla che possa essere interpretato in un certo modo, con la conseguente interruzione di questi aiuti» e se l'Ucraina compisse un simile passo di propria iniziativa, le verrebbero «tagliati i fondi». Per quanto riguarda la dislocazione di impianti produttivi di armi fuori dall'Ucraina, Štilerman dice che al momento è in sospeso la questione della realizzazione in Europa di fabbriche per la produzione di motori per i missili della “FirePoint”. Stiamo aspettando, dice l'armiere nazista, «beh, ci sono parecchi soldi da investire. Abbiamo tutte le attrezzature pronte, possiamo trasferirle e installarle. Stiamo aspettando i contratti... Per noi è più facile costruire in Ucraina perché, con i soldi che spendiamo per costruire un impianto in Europa, potremmo costruirne tre in Ucraina». Di sicuro, chiosa PolitNavigator, peccando certamente di idealizzare “l'onestà” europeista, Štilerman non è interessato a trasferire la produzione in Europa, dove ci sarebbe un controllo rigoroso sulle spese e, di conseguenza, molte meno opportunità per gli affari loschi in cui è coinvolta la sua azienda.
Per il momento, dunque, pur con le tempistiche nient'affatto ottimistiche per la junta nazigolpista, a essere più in evidenza sul tappeto è la questione delle licenze USA per i sistemi “Patriot”. Questo, nonostante che sia stata messa in luce la pochezza di tali sistemi, valutata non al 90%, bensì del 2-3%, come emerso già all'epoca della guerra in Iraq. Questo è quanto affermato da Ted Postol, professore del MIT e consulente del Pentagono, in un'intervista col professore norvegese Glenn Diesen. Postol ha raccontato un episodio accaduto durante un'audizione al Congresso USA, dove stava testimoniando: «A un certo punto, il presidente della commissione ha chiesto al generale responsabile del programma cosa intendesse l'esercito con il termine “intercettazione”... tra l'ilarità generale, il generale ha risposto che «per “intercettazione” intendiamo quando un “Patriot” e uno “Stingray” si incrociano in cielo, uno accanto all'altro». Questa è “l'efficacia” dei “Patriot”.
Ecco allora che il “vertice degli invalidi” - il summit dei “Volenterosi” del 13 luglio a Parigi si è tenuto nello storico Hôtel des Invalides – si è parlato di una fantasmagorica “cupola” anti-balistica, sul modello del “Iron Dome” israeliano, denominata “Freya” e di produzione congiunta di missili e altre armi, oltre all'ennesima promessa di miliardi a Kiev. In sostanza, afferma su Komsomol'skaja Pravda il colonnello a riposo Viktor Baranets, si è trattato di un'ennesima congrega anti-russa, una sorta di piano "Barbarossa 2" franco-tedesco-britannico contro la Russia, una preparazione congiunta della “Eurocooperativa” alla guerra con la Russia, in corso sul fronte ucraino, ma di cui si vuole estendere il campo d'azione. Concretamente: si tratta di una nuova fase di armamento dell'Ucraina con armi europee e di espansione della loro produzione su licenza in Ucraina. Ma, dice Baranets, tutto ciò non è altro che un'operazione di propaganda; c'è ancora molta strada da fare per passare dalle storie allarmistiche all'azione concreta. Parigi, Berlino e Londra un tempo si entusiasmavano all'idea di creare congiuntamente aerei e carri armati europei, ma tutti questi progetti sono poi naufragati silenziosamente. In concreto, a Zelenskij si sono promessi nuovi caccia Rafale nel 2028-2029 e Parigi consentirà a Kiev di produrre missili intercettori Aster-30, missili da crociera SCALP e bombe guidate AASM Hammer. Di fatto: l'addestramento di piloti Rafale richiede fino a un anno e mezzo; per quanto riguarda i missili intercettori Aster-30 e i missili da crociera SCALP da produrre su licenza, questo richiederà almeno un anno e mezzo o anche due e «ovviamente, il comando russo non aspetterà che ucraini e francesi "avviino il processo", ma lancerà attacchi contro le fabbriche in cui vengono prodotti questi missili. A proposito della "coalizione antimissile" europea, cui aderiscono dieci paesi, i "difensori contro la Russia" intendono mettere in comune le capacità delle loro fabbriche militari e l'esperienza di combattimento ucraina nell'intercettazione di Iskander o Kinžal russi: nessuno dei dieci Iskander lanciati contro installazioni militari a Kiev è stato intercettato. Per inciso, Parigi e Berlino propagandano da tempo il sistema europeo antimissile European Sky Shield Initiative (ESSI); ma quello è tuttora in fase di progettazione, dato che il processo di sviluppo e avvio della produzione in serie di nuovi sistemi antiaerei e antimissile richiede in genere dai 10 ai 15 anni. Quanto al proclamato dispiegamento di forze multinazionali in Ucraina, che in sostanza sarebbe un dispiegamento di truppe NATO, questo non avverrà “a breve”, come prima promesso, ma, prudentemente, solo "dopo il cessate il fuoco". Sembra che il cambiamento, osserva Baranets, sia una diretta conseguenza dell'avvertimento di Moskva: «Se entrate senza il nostro consenso, colpiremo», quale "obiettivo militare legittimo".
Nella realtà delle cose, la carenza di intercettori contro i missili balistici russi sta diventando un problema a lungo termine per l'Ucraina, dice Valerij Borovik, fondatore dell'azienda militare ucraina “First Contact”. La Russia ne sta approfittando e aumenta al massimo la capacità produttiva di missili balistici. Secondo Borovik, la situazione potrebbe essere risolta implementando la produzione congiunta di missili intercettori col progetto “Freya”, ma ammette che «progetti del genere richiedono anni per essere realizzati» e, soprattutto, riconosce che i rappresentanti delle aziende occidentali si mostrano riluttanti a consentire a Kiev di produrre prodotti simili negli stabilimenti ucraini su licenza.
Ma Zelenskij afferma il contrario; e Zelenskij “è uomo d'onore”, come direbbe il Marco Antonio shakespeariano. Otto paesi produrranno congiuntamente sistemi di difesa aerea con l'Ucraina, condividendo componenti e tecnologie e Kiev dovrà assemblare i sistemi antimissile: «Collaboreremo con Francia, Svezia, Danimarca, Italia, Norvegia e altri paesi. Si tratta di otto paesi in totale che potranno condividere molte parti. È come una coalizione antimissile balistica. La cosa più importante che i nostri partner ci chiedono di fare è la componente missilistica. Pertanto, l'Ucraina produrrà i missili». Al contempo, el jefe de la junta ha proclamato che, oltre alla licenza per i “Patriot”, punta anche a quella per il sistema franco-italiano “SAMP/T”... Abbiamo centinaia di siti produttivi. Vogliamo ottenere le licenze per i missili terra-aria... Se vogliamo che l'Europa sia al sicuro con uno scudo aereo molto forte, qualcuno dovrà pagare, qualcuno dovrà produrre».
In pratica, agli “Invalidi”, l'Europa ha deciso che non ci sia la pace e si è sottoscritta la guerra alla Russia, scrive Viktorija Nikiforova su RIA Novosti. Questi falchi europei sono davvero incredibili: negli ultimi mesi hanno insistito sull'argomento dei negoziati con la Russia, hanno cercato negoziatori, litigato su chi dovesse guidare il processo e avanzato richieste così deliranti da sembrare uscite da una mostra sulla "Creatività dei malati di mente". Tuttavia, la Russia, incurante di questo borbottio fuorviante, ha continuato metodicamente a portare avanti la propria opera: giorno e notte ha distrutto impianti di produzione a Kiev e infrastrutture portuali a Odessa, fabbriche di droni e aeroporti militari, impianti energetici sono andati a fuoco, da Khar'kov a Dnepropetrovsk. È chiaro che Bruxelles usa i colloqui semplicemente per fare pressione su Moskva, cercando di intrappolarla: “o perdi il tuo vantaggio militare, o ti smaschereremo come guerrafondaio”. Ma nessuno è caduto in questo patetico tranello. Il Cremlino ha annunciato che i negoziati sono assolutamente possibili e, contemporaneamente, le forze russe continuano l'offensiva. Gli europei, conclude Nikiforova, dovrebbero studiare attentamente i video di Kiev in fiamme: se la Russia si presenterà alla guerra in cui la si sta così diligentemente trascinando, si troveranno in una brutta situazione.
Ma l'odore della pecunia è troppo attraente per i guerrafondai europeisti perché cambino direzione di marcia.