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IN PRIMO PIANO
La Russia: accordo di pace sull'Ucraina solo senza i nazisti a Kiev voluti dall'Europa


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico


C'è un punto, nelle dichiarazioni di Putin a proposito della prospettata adesione russa al cosiddetto “Board of Peace” di Gaza, che pare sollevare discussioni tra gli osservatori russi. Dopo aver detto che Moskva darà una risposta quando il Ministero degli esteri avrà esaminato i documenti, e sottolineando come la Russia mantenga un rapporto speciale con il popolo palestinese, Putin ha affermato che il paese è pronto a contribuire al Board con 1 miliardo di dollari dalle riserve valutarie congelate sotto la precedente amministrazione americana.

Inoltre, i rimanenti fondi dai beni russi congelati in USA, ha detto Putin, potrebbero essere utilizzati anche per la «ricostruzione dei territori deturpati dai combattimenti in Ucraina, dopo che sia stato concluso un trattato di pace». Tra l'altro, sono attesi per giovedì a Moskva Steve Witkoff e Jared Kushner per proseguire il dialogo sulla soluzione ucraina e, secondo Bloomberg, Witkoff si sarebbe mostrato ottimista riguardo ai progressi compiuti nelle ultime settimane verso la risoluzione della crisi. Ma, si diceva, a proposito dell'idea di Putin di riservare altri miliardi di beni russi alla ricostruzione dell'Ucraina, alcuni commentatori la considerano poco più di un "pagamento di riparazione", mentre altri la vedono come un "trolling" per gli americani. Secondo il politologo Aleksandr Skubcenko, se si cede un miliardo di dollari per la Palestina, allora all'Ucraina dovrebbero andare 3,5 miliardi. In effetti, Putin si riferiva alla sola parte congelata negli Stati Uniti e si sta quindi parlando di 4,5 miliardi di dollari e non di tutti i beni congelati in occidente per 300 miliardi.

Per il politologo Evghenij Andrushchenko un tale scenario è inaccettabile: «Quando un paese inizia a negoziare con paesi terzi su come spendere i propri soldi, ciò ricorda il programma "Petrolio in cambio di cibo" (imposto all'Iraq dopo la guerra con gli Stati Uniti) ed è un passo verso la perdita di sovranità economica. Se il futuro della Russia è visto come uno dei poli di un mondo multipolare, allora questi aspetti di costruzione dell'immagine sono estremamente importanti». Il pubblicista Maksim Kalashšnikov si dice indignato, dato che i beni congelati sono stati ottenuti attraverso la vendita di risorse russe: «Abbiamo dovuto esportare sul mercato mondiale idrocarburi, cereali, fertilizzanti, carbone, ammoniaca, legname, metalli. E ora, a spese della Russia, ricostruiranno quei territori dell'ex Unione Sovietica rimasti sotto il controllo di Kiev. È come se, dopo la Grande Guerra Patriottica, il Partito nazista fosse rimasto al potere nel 80% della Germania e le distruzioni fossero state riparate attingendo alle riserve auree dell'URSS».

Di fatto, Putin ha detto chiaramente che i beni congelati verrebbero utilizzati solo dopo la conclusione di un accordo di pace e appena un giorno prima Serghej Lavrov aveva dichiarato che l'opzione imposta dall'Europa di mantenere il dominio nazista a Kiev è inaccettabile per la Russia. Il politologo Andrej Mišin ritiene che la Russia probabilmente insisterà affinché, se i fondi verranno scongelati, vengano utilizzati anche per il Donbass.

Intervenendo al Consiglio di sicurezza russo, Putin non ha parlato solo del Board, ma ha toccato anche la questione della Groenlandia, a proposito della quale, secondo Axios, la bozza di accordo NATO-USA non implicherebbe il trasferimento a Washington della sovranità sull'isola, ma prevede il dispiegamento del sistema missilistico “Golden Dome”. Sulla Groenlandia, Putin ha affermato che la questione dei progetti USA non è rilevante per la Russia e Washington e Copenaghen la risolveranno tra loro: tra l'altro, ha detto il presidente russo, la Danimarca «ha sempre trattato la Groenlandia come una colonia, in modo piuttosto duro, se non crudele». Prendendo a esempio la vendita dell'Alaska dalla Russia agli USA, Putin ha suggerito che il prezzo per la Groenlandia potrebbe essere di 200-250 milioni di dollari; «rispetto al prezzo dell'oro di allora, la cifra sarebbe più alta, probabilmente vicina al miliardo di dollari. Ma credo che gli Stati Uniti possano permetterselo».

Sul tema artico, d'altro canto, a Davos, il «grande evento sociale per coloro che già possiedono il mondo o desiderano disperatamente apparire come comproprietari», come lo definisce Nikita Volkovic su Ukraina.ru, ecco che il Segretario NATO Mark Rutte dice di concordare con Donald Trump, secondo cui Russia e Cina devono essere contrastate nell'Artico: «penso che il Presidente Trump abbia ragione. Dobbiamo proteggere l'Artico. Sappiamo che queste rotte marittime si stanno aprendo, sappiamo che Cina e Russia stanno diventando sempre più attive nell'Artico. Otto paesi confinano con l'Artico. Sette di essi sono membri NATO: Finlandia, Svezia, Norvegia, Danimarca, Islanda, Canada e USA. Al di fuori della NATO, c'è un solo paese che confina con l'Artico: la Russia. E direi che c'è un nono paese, la Cina, che sta diventando sempre più attiva nella regione artica. Quindi il presidente Trump e altri leader hanno ragione: dobbiamo fare di più. Dobbiamo proteggere l'Artico dall'influenza russa e cinese». 

E proprio sullo sfondo delle pretese yankee sulla Groenlandia, danesi e britannici hanno pianificato esercitazioni NATO, con l'obiettivo proclamato di «scoraggiare Russia e Cina», come affermato dal ministro della guerra britannico John Healey: «Alla fine dell'anno, si terranno le manovre “Lion Protector”, interessando mar Baltico, Atlantico settentrionale e Artico, con centinaia di soldati, navi, aerei e droni schierati nell'estremo nord per scoraggiare le minacce e supportare gli alleati», perché, ha omeliato Healey, «nell'attuale clima di incertezza, non dobbiamo dimenticare chi siano gli avversari e chi gli alleati».

Ma quanto le questioni di Groenlandia e Ucraina siano legate, al di là dei fondi russi da gettare nel Board per la ricostruzione e oltre la tempistica per la soluzione dei due nodi, si vede in questi giorni dall'andamento del forum di Davos in cui, afferma Ruslan Pankratov su Moskovskij Komsomolets, si è manifestato il crollo dell'architettura dell'Occidente collettivo e la Groenlandia non è la causa, ma solo un fattore scatenante, che rivela ciò che era rimasto nascosto per anni, se non decenni.

Dopo che gli USA hanno preteso apertamente l'isola, la UE, che ha sempre gridato a gran voce della sovranità danese, è ora pronta al compromesso: otto paesi della NATO hanno dichiarato solidarietà, ma per pura e semplice teatralità. In secondo luogo, proprio al Forum Trump ha imposto dazi del 10% sui beni europei; la UE minaccia misure di ritorsione, ma la Germania esporta in USA 150 miliardi di dollari l'anno e la Francia 60 miliardi. Un mese di dazi statunitensi del 25% sarebbe sufficiente a far crollare l'intera economia europea. Nell'incontro con Trump, Macron ha ricevuto un messaggio chiaro: o Parigi riconosce la leadership americana nell'Artico, o perde l'accesso ai prestiti per salvare l'economia francese. Gli imprenditori tedeschi presenti al forum, poi, hanno imposto al governo una sola richiesta: accettare le richieste di Trump: l'industria tedesca non può resistere a una guerra commerciale. 

È così che l'Ucraina è completamente scomparsa dall'agenda del forum. Il piano di finanziamento da 800 miliardi di dollari non è mai stato annunciato. Zelenskij aveva annullato la sua visita all'ultimo minuto: ufficialmente, per “problemi energetici”; in realtà, gli è stato detto che la sua posizione non interessa più a nessuno. Kiev ha insomma ricevuto un tacito segnale di marginalizzazione: la parte americana ha completamente evitato negoziati sull'Ucraina e il programma del forum è cambiato proprio quando avrebbero dovuto svolgersi le sessioni ucraine. Sembra che, all'ultimo minuto, qualcuno abbia poi deciso di ricevere Zelenskij, ma niente discussioni sul piano degli 800 miliardi. 

In generale, afferma Pankratov, è iniziato il collasso europeista; la NATO ha cessato di essere un monolite. Gli Stati baltici sono rimasti senza garanzie di sicurezza: è stato promesso loro tutto e non è stato dato loro nulla. È prevedibile che si assisterà presto a una divisione di fatto dell'Alleanza: gli "atlantisti" (Gran Bretagna, Polonia, Stati baltici) rimarranno sotto l'egida americana, mentre gli altri inizieranno a cercare freneticamente alternative.

Per l'Ucraina, il punto di non ritorno è stato raggiunto. Senza finanziamenti e supporto militare, Kiev può resistere al massimo 4-6 mesi. Le infrastrutture energetiche sono al collasso, il deficit di bilancio si avvicina al 35% del PIL e la forza lavoro sta fuggendo. Entro l'estate, Kiev «perderà la capacità di coordinare la difesa al fronte. Ciò crea una finestra geopolitica: non per un'offensiva militare, ma per un'iniziativa diplomatica di pace. Kiev, privata del sostegno statunitense ed europeo, sarà costretta ad accettare condizioni che sembravano del tutto impensabili un mese fa». Davos 2026, dice Pankratov, è quindi diventato il segno della «fine dell'ordine mondiale postbellico... Le alleanze tradizionali si stanno disintegrando e nuove configurazioni geopolitiche stanno appena iniziando a emergere».

Ecco che allora appaiono ben calibrate le parole di Nikita Volkovic, secondo cui «questa "socializzazione delle élite" trasforma Davos in un rifugio per i più ricchi, dove si plasmano valori e strategie condivisi, poi replicati nelle politiche governative ufficiali attraverso i Giovani Leader Globali e altre organizzazioni affiliate». Nulla di più. 

Il forum del 2026 è stato segnato dal ritorno di Donald Trump e dalla crisi della Groenlandia, che ha trasformato l'idillio alpino in un campo di battaglia. Trump ha di fatto posto un ultimatum all'Europa: il suo piano di acquisire la Groenlandia, sostenuto dalla minaccia di dazi sulle importazioni da Danimarca, Francia, Germania e altri paesi, ha causato un quasi panico. I leader europei, con alla testa Macron e von der Leyen, hanno cercato di trovare delle contromisure, ma i loro sforzi sono apparsi ridicoli. «La comunità globalista, che Davos ha cercato per decenni di cementare con una fede condivisa nei mercati aperti, si sta sgretolando. Gli Stati Uniti di Trump stanno mostrando istinti ottocenteschi, mentre l'Europa sta cercando di difendere i resti di un ordine mondiale liberale che essa stessa ha minato. Il club dei ricchi globalisti e dei loro satelliti politici ha vissuto troppo a lungo nella rarefatta aria alpina, ignaro del fatto che laggiù, sulla terra peccaminosa, le regole del gioco sono state a lungo determinate dal duro protezionismo, dal nazionalismo tecnologico, dalla sovranità di internet e dalla banale legge della forza. Per ora, Davos rimane la stazione sciistica più costosa del mondo, per intellettuali le cui idee sono fredde e lontane dalla realtà come la neve sul Cervino».

 

https://politnavigator.news/putin-predlozhil-otdat-rossijjskie-milliardy-na-vosstanovlenie-ukrainy-kak-ehto-ponimat.html

https://ria.ru/20260121/putin-2069437353.html

https://politnavigator.news/873207.html

https://www.mk.ru/politics/2026/01/21/davos2026-konec-transatlanticheskogo-proekta.html

https://ukraina.ru/20260121/gora-kotoraya-rozhaet-myshey-vo-chto-prevratilsya-forum-v-davose-1074590055.html

Data articolo: Thu, 22 Jan 2026 14:46:00 GMT
Cultura e Resistenza
Il femminismo è sguardo e azione anticoloniali


di Diego Angelo Bertozzi

Penso al cinema e, inevitabilmente, irrompe il tema dello sguardo, ampliamente affrontato da filosofia e letteratura. Penso a Platone e allo sguardo nell'altro, non solo rivolto ma che si addentra, come via privilegiata del conoscere sé nella diversità di chi ci sta di fronte; lo sguardo nell'altro e dell'altro che è scoperta della propria e altrui libertà. Anche la popolare immagine della "caverna" platonica è un invito alla "conversione" dello sguardo dalle ombre del pregiudizio, dell'ignoranza e dell'oppressione per liberarsi dalle catene e intraprendere, finalmente, l'accidentato percorso della liberazione (mai solo individuale) con tutti i rischi e le solitudini. 

Insisto sullo sguardo perché il libro "L'intersezionalità al cinema" (Catartica edizioni, 2025) di Francesca Pili è proprio un invito, colto e militante, a volgerlo diversamente di fronte all'arte cinematografica, renderlo strumento più raffinato di analisi, perché anche in questo caso si tratta di liberarlo da idola, pregiudizi e ombre che lo incatenano ai meccanismi della repressione. E i film analizzati dall'autrice sono occasione per "de-colonizzarlo", per fare della conversione di esso un atto radicalmente politico e di analisi rivoluzionaria. Ha quindi ragione Federica Marrocu, nella prefazione: "il nostro sguardo è politico" e per questo "c'è potere nel guardare e che nessuno cambiamento può accadere senza prima avere luogo nella nostra immaginazione". 

Per chi, come lo scrivente, è abituato a leggere la realtà come costellazione di contraddizioni dalle quali trarre quella principale su cui agire primariamente, il libro di Pili è una sfida, sebbene sia posta su di un comune terreno culturale. L'intersezionalità non si ferma a questa operazione di"scrematura"alla quale in molti/e siamo abituati/e, ma mostra come le diverse forme di oppressione e di discriminazione siano tra loro interconnesse, nutrendosi e sostenendosi a vicenda. Etnia, classe sociale, genere, orientamento sessuale sono fattori che non vanno isolati, proprio perché si intersecano e, dunque, alimentano anche le oppressioni imperiali e coloniali. Questo implica uno sforzo, persino un lavoro culturale più ampio, che permette di liberarsi da semplificazioni che, per chi si pone sul terreno della liberazione e dell'autodeterminazione dei popoli oppressi, sono poco utili e dannose; si pensi all'accettazione acritica - e assai diffusa - di una specie di determinismo geografico, quale è la geopolitica, che tralascia il caleidoscopico universo della liberazione. Se essa ama le superfici, l'analisi intersezionale, al contrario, agisce nella radicalità, perforando in profondità, mostrando la necessità di uno sguardo sfaccettato, pluridimensionale e, proprio per questo, sfidante.

Siamo quindi di fronte al primo merito del libro: può infastidire come il"tafano"- Platone parlava così di Socrate e delle sue fastidiose interrogazioni - e al contempo spiazzare e spingere il lettore/militante/interlocutore a nutrire il dubbio su di sé, sull'eccessivo spessore delle lenti utilizzate abitualmente per leggere e tentare di cambiare la realtà. Pili - e con lei la letteratura che riporta - è eretica in tempi nei quali l'ortodossia diventa clericale liturgia e sterile ossequio verso chi - penso a Karl Marx ovviamente - di vestali e sacerdoti non aveva necessità, così come di un catechismo laico suddiviso in canoni dogmatici.

Ci sono poi tutti gli altri meriti, tra i quali la breve e utile introduzione/guida al pensiero intersezionale e una scrittura che è patrimonio di chi conosce la materia trattata e, per questo, è in grado di farsi comprendere  e di guidare il lettore lungo le pur impegnative riflessioni mettendo a disposizione una cassetta degli attrezzi. 

Protagonisti e protagoniste dei film analizzati sono soggetti che subiscono l'intreccio delle diverse forme di oppressione e discriminazione all'interno del sistema capitalista ("uno dei maggiori sistemi di oppressione" come sottolinea Pili) e che proprio in tale intricata ragnatela riescono a costruire comunità e alleanze rivoluzionarie: si pensi alla lotta comune ingaggiata, nell'Inghilterra thatcheriana della controrivoluzione liberista, tra i minatori e l'universo militante della comunità gay e lesbica di Camden a Londra in nome dei diritti negati, anche se in forme diverse, dallo stesso sistema capitalista. Ci sono poi i legami intrecciati dalla variegata comunità nomade composta di lavoratori e lavoratrici senza certezze, costretta a vivere ai margini in una perpetua condizione di precarietà. Inoltre l'autrice, assai impegnata sul fronte della lotta di liberazione del popolo palestinese, riporta esempi di una filmografia in grado di rappresentare come tale lotta sia legata a quella per la parità di genere e a quella della costruzione di una reale società democratica. Sottolinea Pili: "non è possibile definirsi femministe [...] sostenendo politiche coloniali e ignorando l'apartheid israeliano". Sono film che si concentrano sulle esperienze e sulle lotte quotidiane delle donne palestinesi  che intersecano inesorabilmente quella per la libertà personale e quella anticoloniale contro l'occupante, a dimostrazione - vale ripeterlo -  di come il femminismo sia tale solo se assume il peso di quest'ultima lotta. 

Ultimo merito e che mi preme sottolineare: il lavoro di Francesca Pili è antidoto vitale contro il rischio - agevolmente sfruttato dallo sguardo dei dominatori - di ricadere in un femminismo"nazionalista", subalterno alla mitologia della supremazia bianca occidentale, che accompagna battaglie già ampiamente criticate dal movimento queer contro omonazionalismo e omonormatività troppo spesso orpelli di bombardamenti esportatori di democrazia. Un terra libera, ogni terra libera, vuole donne libere; e le donne libere vogliono una terra libera.

Data articolo: Thu, 22 Jan 2026 14:37:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Come i curdi siriani sono stati eliminati dalla strategia finale guidata dagli Stati Uniti

 

di Musa Ozugurlu - The Cradle

Per quasi 15 anni, le bandiere statunitensi hanno sventolato sul territorio siriano con una quasi totale impunità, dalle città curde agli avamposti ricchi di petrolio. Nel nord-est, le Forze Democratiche Siriane (SDF) a guida curda presidiavano i posti di blocco, i convogli americani si muovevano liberamente e i consigli locali governavano come se l'accordo fosse permanente. 

L'occupazione non era formale, ma non era necessario che lo fosse. Finché Washington fosse rimasta, l'Amministrazione Autonoma della Siria Settentrionale e Orientale (AANES) avrebbe avuto uno Stato in tutto e per tutto, tranne che nel nome.

Poi, nella prima settimana di gennaio, quell'illusione si è infranta. Quella che era passata per una partnership militare è stata silenziosamente smantellata in una stanza segreta di Parigi, senza la partecipazione curda, senza preavviso e senza opporre resistenza. Nel giro di pochi giorni, il rappresentante più fedele di Washington in Siria non aveva più la sua protezione.

Un crollo che sembrava improvviso solo dall'esterno

Dalla fine dell'anno scorso, il panorama politico e militare della Siria è cambiato con una rapidità impressionante. Il governo dell'ex presidente siriano Bashar al-Assad  è giunto al termine e, poco dopo, le SDF – a lungo descritte come la forza più disciplinata e organizzata del Paese – hanno seguito la stessa traiettoria.

Agli osservatori esterni o occasionali, il crollo delle SDF è apparso improvviso, persino scioccante. Per molti siriani, in particolare per i curdi siriani, la psicologia della vittoria che aveva caratterizzato gli ultimi 14 anni è svanita in pochi giorni. A sostituirla sono stati confusione, paura e una crescente consapevolezza che le garanzie su cui avevano fatto affidamento non erano mai state garanzie.

Hayat Tahrir al-Sham (HTS), un gruppo militante estremista derivato dal Fronte al-Nusra, ha avanzato con slancio inaspettato, ottenendo risultati che pochi analisti avevano previsto. Ma la vera questione è stata l'assenza di resistenza da parte di forze che, fino a poco tempo fa, erano state considerate indispensabili.

La domanda, quindi, non è come ciò sia avvenuto così rapidamente, ma perché il terreno fosse già stato sgomberato.

L'illusione delle posizioni fisse

Per comprendere l'esito, è necessario riconsiderare i presupposti che ogni attore ha portato con sé in questa fase della guerra.

Le SDF emersero subito dopo l'intervento guidato dagli Stati Uniti contro Damasco. Non erano mai state concepite come una formazione puramente curda. Fin dall'inizio, la sua leadership comprese che l'esclusività etnica avrebbe compromesso la sua reputazione internazionale. Tribù arabe e altre componenti non curde furono incorporate per proiettare l'immagine di una forza multietnica e rappresentativa.

Ironicamente, quegli stessi elementi tribali sarebbero poi diventati una delle faglie che avrebbero accelerato la disintegrazione delle SDF.

Dal punto di vista militare, il gruppo ha tratto enormi benefici dalle circostanze. Mentre l'Esercito Arabo Siriano combatteva su più fronti e ridistribuiva le forze verso battaglie strategiche – in particolare intorno ad Aleppo – le SDF si espandevano incontrando una resistenza minima. Il territorio veniva acquisito meno attraverso lo scontro che attraverso l'assenza.

La decisione di Washington di entrare in Siria con la scusa di combattere Assad e, in seguito, l'ISIS ha fornito alle SDF la sua risorsa più preziosa: la legittimità internazionale. Sotto la protezione degli Stati Uniti, il movimento curdo ha tradotto decenni di esperienza politica regionale in un'amministrazione autonoma de facto funzionante.

Sembrava che la storia stesse volgendo a loro favore.

La linea rossa della Turchia non si è mai mossa

Dal punto di vista di Ankara, la Siria ha sempre avuto due obiettivi. Il primo era la  rimozione di Assad , un obiettivo per il quale la Turchia era disposta a collaborare con quasi tutti, compresi gli attori curdi. Si aprirono canali e si scambiarono messaggi. A volte, la possibilità di un accomodamento sembrava concreta.

Ma la leadership curda ha fatto una scelta strategica. Credendo che l'alleanza con gli Stati Uniti potesse dare loro una leva, ha chiuso la porta e ha insistito nel perseguire i propri obiettivi.

Il secondo obiettivo di Turkiye non ha mai vacillato:  impedire l'emergere di qualsiasi status politico curdo in Siria. Un'entità curda riconosciuta, confinante con la Siria, minacciava di alterare gli equilibri regionali e, cosa ancora più importante, di rafforzare le aspirazioni curde all'interno di Turkiye stessa.

Questa preoccupazione finirebbe per allineare gli interessi della Turchia con quelli di attori a cui in precedenza si era opposta.

Le priorità di Washington non sono mai state ambigue

Gli Stati Uniti non hanno nascosto la loro gerarchia di interessi nell'Asia occidentale. Preservare i punti d'appoggio strategici era importante. Ma la sicurezza di Israele era al di sopra di tutto.

L'operazione Al-Aqsa Flood di Hamas nell'ottobre 2023 ha offerto a Washington e Tel Aviv una rara opportunità. Con il dilagare della guerra genocida di Gaza e l'assorbimento di pressioni costanti da parte dell'Asse della Resistenza, gli Stati Uniti hanno acquisito un nuovo e più flessibile partner in Siria, al fianco dei curdi: il leader di HTS Ahmad al-Sharaa, precedentemente noto come Abu Muhammad al-Julani quando era un capo di Al-Qaeda. 

Il profilo di Sharaa soddisfaceva tutti i requisiti. Le sue posizioni su Israele e Palestina non rappresentavano una sfida. Il suo background settario rassicurava le capitali regionali. La sua visione politica prometteva stabilità senza resistenze. Laddove Assad aveva generato cinque decenni di attriti, Sharaa offriva prevedibilità.

Per Washington e Tel Aviv, rappresentava una soluzione più pulita.

Progettare una Siria senza resistenza

Con Sharaa in vigore, Israele si è ritrovato a operare in territorio siriano con una facilità senza precedenti. Gli attacchi aerei si sono intensificati. Obiettivi che un tempo rischiavano un'escalation ora passavano senza risposta. I soldati israeliani sciavano sul Monte Hermon e pubblicavano selfie da posizioni inaccessibili da decenni.

Per la prima volta nella storia moderna, Damasco non rappresentò alcun disagio strategico.

Ancora più importante, la Siria sotto Sharaa divenne pienamente accessibile al capitale globale. Le narrative sulle sanzioni si attenuarono, mentre emergevano i piani per la ricostruzione. L'economia politica della guerra entrò in una nuova fase.

In questa equazione, una Siria senza le SDF andava bene a tutti. Per la Turchia, significava eliminare la questione curda. Per Israele, significava un confine settentrionale privo di resistenza. Per Washington, significava uno Stato siriano riprogettato, allineato alla sua architettura regionale.

Il nome su cui tutti convergevano era lo stesso.

Parigi: Dove è stata formalizzata la decisione

Il 6 gennaio, le delegazioni siriana e israeliana  si sono incontrate a Parigi sotto la mediazione degli Stati Uniti. È stato il primo incontro del genere nella storia delle relazioni bilaterali. Pubblicamente, l'incontro è stato incentrato su temi noti: ritiro israeliano, sicurezza delle frontiere e zone demilitarizzate. Ma quei titoli erano solo di facciata.

La dichiarazione congiunta parlava invece di accordi permanenti, condivisione di informazioni e meccanismi di coordinamento continuo. 

Tuttavia, questi punti erano chiaramente marginali. Il vero contenuto dei colloqui è evidente nei risultati che si stanno delineando. Si consideri il seguente estratto dalla dichiarazione:

"Le Parti ribadiscono il loro impegno a impegnarsi per raggiungere accordi duraturi in materia di sicurezza e stabilità per entrambi i Paesi. Entrambe le Parti hanno deciso di istituire un meccanismo di fusione congiunto – una cellula di comunicazione dedicata – per facilitare il coordinamento immediato e continuo della condivisione di intelligence, della de-escalation militare, dell'impegno diplomatico e delle opportunità commerciali, sotto la supervisione degli Stati Uniti."

In seguito, l'ufficio del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu "ha sottolineato ... la necessità di promuovere la cooperazione economica a vantaggio di entrambi i Paesi".

Il giornalista Sterk Gulo è stato tra i primi a notare le implicazioni,  scrivendo che "durante l'incontro tenutosi a Parigi è stata formata un'alleanza contro l'Amministrazione autonoma".

Da quel momento, il destino delle SDF fu segnato. 

La campagna di pressione di Ankara

La Turchia ha lavorato per anni per raggiungere questo risultato. Alcuni rapporti suggeriscono che un accordo di fine 2025 per integrare le unità delle SDF nell'esercito siriano a livello di divisione sia stato bloccato all'ultimo minuto a causa delle obiezioni di Ankara. Persino la temporanea scomparsa di Sharaa dall'opinione pubblica – che ha scatenato voci di un tentativo di assassinio – è stata collegata da alcuni a scontri interni sulla questione.

Secondo diverse testimonianze, l'ambasciatore turco Tom Barrack era presente agli incontri a Damasco in cui le clausole pro-SDF furono respinte categoricamente. Ne seguirono scontri fisici. Sharaa scomparve finché non poté riapparire senza fornire spiegazioni sulla controversia.

Il Ministro degli Esteri turco Hakan Fidan era presente a Parigi e ha svolto un ruolo attivo nei negoziati. Le sue richieste erano chiare: il sostegno degli Stati Uniti alle SDF deve cessare e il cosiddetto "Corridoio di David" deve essere bloccato. In cambio, la Turchia non avrebbe ostacolato le operazioni israeliane nella  Siria meridionale.

Si è trattato di un allineamento transazionale, e ha funzionato.

Rimuovere l'ultimo ostacolo

Con le SDF messe da parte, il consolidamento del potere da parte di Sharaa divenne possibile. Il controllo sulla Siria nord-orientale permise a Damasco di concentrarsi su questioni irrisolte altrove, tra cui la questione drusa.

Ciò che seguì era prevedibile.  Gli scontri ad Aleppo prima del nuovo anno furono solo dei test. Lo schema era già stato visto in precedenza.

Nel 2018, durante l'operazione turca "Ramo d'Ulivo", le SDF annunciarono che avrebbero difeso Afrin. Damasco si offrì di assumere il controllo dell'area e di organizzarne la difesa. L'offerta fu rifiutata, probabilmente sotto la pressione degli Stati Uniti. La notte in cui si prevedeva una resistenza, le SDF si ritirarono.

Lo stesso copione si ripeté a Sheikh Maqsoud e Ashrafieh. La resistenza durò giorni. I rifornimenti da est dell'Eufrate non arrivarono mai. Seguì il ritiro.

L'uscita americana, di nuovo

Molti davano per scontato che la linea dell'Eufrate fosse ancora importante. Che l'avanzata di HTS a ovest del fiume non si sarebbe ripetuta a est. Che Washington sarebbe intervenuta quando il suo partner curdo fosse stato direttamente minacciato.

Lo shock arrivò quando HTS si spostò verso  Deir Ezzor e le tribù arabe disertarono in massa. Queste tribù erano state pagate dagli Stati Uniti. Il messaggio era inequivocabile: gli stipendi sarebbero arrivati ??altrove.

Nel frattempo, gli incontri tra Sharaa e i curdi, che avrebbero dovuto formalizzare gli accordi, sono stati rinviati due volte e subito dopo sono scoppiati degli scontri.

Washington aveva già deciso.

I funzionari statunitensi tentarono di vendere una nuova visione ai leader curdi: la partecipazione a uno Stato siriano unificato, senza uno status politico distinto. Le SDF respinsero questa proposta e chiesero garanzie costituzionali. Si rifiutarono anche di sciogliere le proprie forze, adducendo preoccupazioni per la sicurezza.

L'errore del gruppo curdo è stato credere che la storia non si sarebbe ripetuta.

L'Afghanistan avrebbe dovuto essere un monito sufficiente.

Ciò che resta

La Siria è entrata in una nuova fase. Il potere è ora organizzato attorno a un triangolo Turchia-Israele-Stati Uniti, con Damasco come  centro amministrativo di un progetto concepito altrove.

I prossimi saranno i drusi. Se la sicurezza di Israele sarà garantita nell'ambito degli accordi di Parigi, le forze di HTS finiranno per spingersi verso Suwayda.

Gli alawiti restano isolati ed esposti.

Le conseguenze sono ancora in corso. Il 20 gennaio, le SDF hanno annunciato il loro ritiro dal  campo di Al-Hawl , un centro di detenzione per migliaia di prigionieri dell'ISIS e le loro famiglie, citando il mancato intervento della comunità internazionale. 

Damasco ha accusato i curdi di aver rilasciato deliberatamente i detenuti. Gli Stati Uniti, la cui base si trova a soli due chilometri dal luogo di una delle principali evasioni, hanno rifiutato di intervenire. 

Il silenzio di Washington di fronte al caos nei pressi delle sue installazioni non ha fatto altro che confermare ciò che i curdi sono ora costretti ad accettare: l'alleanza è finita.

In definitiva, non è stata solo una forza a crollare. È stata un'intera strategia di sopravvivenza costruita sulla speranza che gli interessi imperiali potessero un giorno allinearsi con le aspirazioni curde.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Thu, 22 Jan 2026 11:30:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Proiettili israeliani trovati nei corpi dei bambini iraniani uccisi durante le rivolte

 

Gli esami forensi hanno rivelato la presenza di munizioni militari israeliane conficcate nei corpi dei bambini uccisi durante le recenti rivolte in Iran, ha riferito l'agenzia di stampa russa TASS il 21 gennaio, citando fonti di sicurezza iraniane.

La fonte ha descritto il caso di una bambina di otto anni di Isfahan, uccisa a colpi d'arma da fuoco mentre era fuori a fare la spesa con la famiglia durante i disordini. È stata colpita allo stomaco, al mento e alla nuca, e le analisi forensi hanno confermato che i proiettili erano di tipo militare israeliano.

Un altro incidente ha coinvolto Melina Asadi, di tre anni, uccisa la sera del 7 gennaio 2026 a Kermanshah mentre tornava con il padre da una farmacia. 

Il bambino è stato colpito da dietro e la fonte attribuisce l'attacco a terroristi.

I disordini iniziarono il 29 dicembre 2025 in seguito alle proteste di piazza scatenate dal forte calo del rial iraniano.

Un funzionario iraniano, a condizione di anonimato ha recentemente dichiarato alla Reuters che le autorità hanno confermato almeno 5.000 morti, tra cui circa 500 membri delle forze di sicurezza, rivedendo le stime di metà gennaio che avevano fissato il bilancio delle vittime a circa 2.000.

La guida suprema dell'Iran, Ali Khamenei, ha direttamente incolpato gli Stati Uniti e Israele per l'uccisione di "diverse migliaia" di persone durante i disordini, affermando che attori "legati a Israele e agli Stati Uniti hanno causato danni ingenti e ucciso diverse migliaia di persone". 

In un discorso trasmesso a livello nazionale il 17 gennaio, ha affermato: "Consideriamo il presidente degli Stati Uniti un criminale", aggiungendo che i responsabili "non rimarranno impuniti", sottolineando che Teheran non si lascerà trascinare in una guerra più ampia.

Il 13 gennaio la polizia iraniana ha annunciato l'arresto di circa 300 persone accusate di danneggiamento della proprietà e aggressioni agli agenti di polizia.

Il gruppo separatista curdo iraniano, il Partito per la libertà del Kurdistan (PAK), ha ammesso di aver compiuto attacchi armati contro le forze di sicurezza iraniane durante i recenti disordini, descrivendo tali azioni come un sostegno alle proteste di piazza. 

Parlando con l'AP, un rappresentante del PAK ha confermato che il gruppo ha fornito sostegno finanziario e ha avviato operazioni in diverse province occidentali dopo aver affermato che il Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche (IRGC) dell'Iran aveva preso di mira i manifestanti, affermando che gli attacchi avevano causato "danni significativi" alle forze statali.

Il ministro della Difesa iraniano Aziz Nasirzadeh ha accusato gli Stati Uniti e Israele di aver orchestrato direttamente i recenti violenti disordini, affermando che Teheran detiene "informazioni precise" secondo cui Washington e Tel Aviv hanno coordinato reti separatiste e armate per destabilizzare il Paese. 

Ha ricordato che il complotto si basava sul contrabbando di armi, sui finanziamenti e sulla logistica per frammentare l'Iran nell'ambito di un piano di "balcanizzazione" israeliano-americano. 

Funzionari e organi di informazione filogovernativi hanno citato cifre che vanno da poche migliaia a diverse migliaia di vittime, sottolineando le centinaia di membri del personale di sicurezza uccisi e affermando che la situazione è stata ampiamente contenuta, con le vittime inquadrate come vittime di interferenze esterne piuttosto che di azioni statali.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Thu, 22 Jan 2026 11:30:00 GMT
I media alla guerra
Da Gaza riviera e Greenland Defense: la "strategia del sorriso" per convincerci ad accettare le guerre"

 

Ricordate Gaza Riviera, un video “divertente” con una Gaza stile Montecarlo, sovrastata da monumenti e torri inneggianti ad un megalomane Trump? Fu reso virale proprio da Trump che lo postò sui suoi profili social. Sì, ma perché lo fece? Verosimilmente, perché quel video imponeva un sorriso che faceva sbiadire l’indignazione e le proteste contro il genocidio dei palestinesi.

A giudicare dai commenti sui social, si direbbe che un risultato altrettanto losco venga ottenuto dal divertentissimo video “Greenland Defense Front - The Hungry Giant)”; video realizzato, secondo quanto si apprende sul web, da tale Demonflyingfox “alias di un fotografo professionista con base a Berlino che da tempo crea video generati con strumenti di intelligenza artificiale”. Una affermazione che non spiega come avrebbe fatto una sola persona, per puro hobby, a realizzare in poco tempo tutta una serie di analoghi video (tutti inerenti probabili guerre future) la cui realizzazione avrebbe richiesto, pur con le ultimissime risorse dell’Intelligenza Artificiale, uno staff di primordine, ingenti spese e, moltissimo tempo.

Ma, in attesa di sapere qualcosa di più, lasciamo sospese queste domande e occupiamoci dei commenti che questo video (già un milione di visualizzazioni solo su Youtube) sta suscitando sui social: sono tutti impernati sulle ridicole opposizioni che l’acquisizione della Groenlandia da parte degli USA comporterebbe. Ridicole come le raffigurazioni del leader della Corea del Nord Kim Jong-un, periodico bersaglio di incredibili accuse, o come i filmati commissionati dal governo Usa a Walt Disney per convincere gli americani della inettitudine dei nazisti e quindi della convenienza ad aprire un fronte europeo.

Strategia del sorriso per convincerci ad accettare le guerre? Può essere. Intanto mettiamoci comodi e godiamoci questo divertentissimo video.

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 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


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Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Thu, 22 Jan 2026 11:00:00 GMT
OP-ED
Caitlin Johnstone - Opponiti agli abusi di Israele finché puoi

 

di Caitlin Johnstone*

Ho visto alcuni australiani esprimere perplessità sulla possibilità o meno di criticare legalmente Israele online dopo che martedì sono state approvate nuove leggi contro i "discorsi d'odio" con il pretesto di combattere l'"antisemitismo". La risposta è sì, e dovresti assolutamente continuare a opporti a Israele e alle sue atrocità genocide.

Temo che queste nuove leggi possano avere indirettamente un effetto paralizzante sull'attivismo pro-Palestina, perché gli australiani non le comprendono e non capiscono cosa è consentito fare senza essere incarcerati. Quindi, facciamo chiarezza in modo che siamo tutti sulla stessa lunghezza d'onda.

Per essere perfettamente chiari: è ancora legale per gli australiani opporsi a Israele e associarsi a gruppi pro-Palestina – e dovremmo farlo. Ciò che è cambiato è che ora questi gruppi possono essere classificati come "gruppi d'odio" e banditi, in modo simile a come Palestine Action è stato bandito nel Regno Unito . Ma questo non è ancora successo, e speriamo non accada mai. Dobbiamo insistere affinché queste nuove leggi vengano abrogate , perché sembra che saranno sicuramente violate in futuro.

Conosci i tuoi diritti, australiani:

È ancora legale criticare Israele. Quindi dovremmo criticarlo il più possibile, perché non sappiamo per quanto tempo ancora avremo questo diritto.

È ancora legale associarsi a gruppi pro-Palestina. Quindi dovremmo farlo in ogni occasione, perché non sappiamo quando inizieranno a catalogarli come "gruppi d'odio" e a incarcerare chiunque continui a frequentarli.

A meno che non vi troviate in alcune zone di Sydney mentre è in vigore il divieto di protesta post-Bondi , al momento è del tutto legale organizzare marce pro-Palestina. Quindi, partecipate a quante più manifestazioni possibile, perché non si sa mai quando verranno chiuse del tutto.

È ancora legale affermare che Israele è uno stato di apartheid genocida e condividere informazioni e opinioni sui suoi abusi. Quindi dovremmo farlo il più possibile, perché non sappiamo quando questo diritto ci verrà tolto.

È ancora legale affermare che il sionismo è un'ideologia politica razzista e omicida e che tutto ciò che abbiamo visto a Gaza è il risultato del fatto che i sionisti ottengono tutto ciò che vogliono. Quindi dovremmo ripeterlo spesso, perché questo diritto potrebbe svanire in qualsiasi momento.

È ancora legale dire "Al diavolo Israele, liberate la Palestina". Quindi dovremmo dirlo forte e spesso, perché non sappiamo per quanto tempo ancora ci sarà consentito farlo senza finire in prigione.

La lobby israeliana sta lavorando freneticamente per reprimere la libertà di parola in Australia, e i mostri della palude di Canberra stanno o favorendo attivamente questo programma o facendo troppo poco per fermarlo. Più aggressivamente lavorano per privarci del diritto di opporci a Israele, più aggressivamente dobbiamo opporci sia a loro che a Israele.

Non stiamo più combattendo solo per Gaza, stiamo combattendo per i nostri diritti civili, per i nostri figli e per i nostri nipoti. Stanno attivamente attaccando la nostra capacità di parlare criticamente del potere e stanno rendendo questa nazione un luogo ancora più tirannico. L'unica risposta appropriata a tutto questo è una feroce sfida.

Il nostro futuro dipende da questo.

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(Traduzione de l'AntiDiplomatico)

*Giornalista e saggista australiana. Pubblica tutti i suoi articoli nella newsletter personale: https://www.caitlinjohnst.one/

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Thu, 22 Jan 2026 11:00:00 GMT
Diritti e giustizia
Trump un pericolo per il mondo intero

 

di Michele Blanco

Trump ha vinto le elezioni brandendo lo slogan “America First” e promettendo la fine dell’interventismo militare statunitense. Una narrazione costruita cavalcando il malumore della base MAGA per i costi economici e politici delle operazioni militari oltreoceano.
 
Al netto dei proclami del presidente, che rivendica, mentendo sfacciatamente, di aver risolto 8 conflitti (confondendosi talvolta anche sui paesi coinvolti), il primo anno di Trump è stato tutt’altro che lineare.Oltre alle minacce di annessione mosse al Canada e ora alla Groenlandia, e alla cattura del presidente democraticamente eletto venezuelano Maduro, gli Stati Uniti hanno condotto numerose operazioni in Africa e Medio Oriente, sostenendo l'offensiva israeliana nei confronti dell’Iran, conducendo operazioni dirette con bombardamenti indiscriminati contro gli Houthi in Yemen, e arrivando persino a bombardare il nordovest della Nigeria. A tutto questo si aggiunge la conversione non solo nominale del Dipartimento della difesa in Dipartimento della guerra;  con la promessa di aumentare del 50% il bilancio per la difesa.
Oltre  agli interventi militari, dal suo insediamento Trump ha dichiarato guerra commerciale a tutto il mondo: nel corso del 2025 gli Stati Uniti sono passati dall’essere gli alfieri del libero commercio all’utilizzare i dazi come principale strumento coercitivo in politica estera.
 
L’attuale disputa sulla Groenlandia non ne è che l'ennesima conferma. Il dazio medio verso il mondo è aumentato di cinque volte, passando da circa il 2% a quasi l'11%, con alcuni casi speciali come il Brasile e l’India dove il dazio effettivo (che supera addirittura oltre il 20%) è cresciuto più per motivi politici che economici. L’unico paese che in questi mesi ha tenuto testa agli Stati Uniti è la Cina: dopo un’escalation che aveva portato il dazio reciproco tra i due paesi oltre il 100%, Pechino ha utilizzato il suo controllo delle terre rare prima per ottenere la sospensione di diversi dazi americani e poi per sedersi al tavolo negoziale da una posizione di forza. Altri partner, invece, sono stati arrendevoli, come l'Unione Europea, e sono  scesi a patti con Trump, mentre c'è chi sta esplorando in maniera più decisa mercati di sbocco alternativi per ridurre la dipendenza commerciale dagli Stati Uniti. Come dimostrato dal recente accordo commerciale tra UE e Mercosur, o le nuove intese tra Canada e Cina.
 
A un anno dall’inizio del suo secondo mandato, Trump registra i livelli di popolarità più bassi mai osservati per un presidente statunitense (36%). Con una sola eccezione: il Trump del primo mandato (35%). Il consenso è in rapido calo rispetto all’insediamento, quando era già sotto il 50%. 
Per tutti i presidenti degli ultimi vent'anni, il primo anno dall'insediamento si conferma una fase di erosione sistematica del consenso.
 
Eletto promettendo la fine dell’interventismo americano, Trump ha invece mantenuto un profilo internazionale fortemente aggressivo. Gli Stati Uniti hanno deposto il presidente del Venezuela, sostenuto l’offensiva israeliana contro l’Iran, colpito gli Houthi in Yemen, bombardato il nordovest della Nigeria, arrivando persino a minacciare di intervento diretto la Danimarca, alleato NATO. Una traiettoria che contraddice la narrativa isolazionista, e che mostra come lo slogan “America First” di Trump sia sfociato nell’unilateralismo, non certo nel ritiro dalla scena globale.
 
Con i dazi gli Stati Uniti hanno abbandonato il ruolo di paladini del libero commercio, usandoli come lo strumento centrale della loro politica estera. Il dazio medio verso il mondo è aumentato di cinque volte, avvicinandosi all’11%, con punte oltre il 20% per paesi come Cina, Brasile e India. L’unica vera resistenza è arrivata da Pechino, che ha sfruttato il controllo sulle terre rare per forzare una de-escalation e negoziare da una posizione di forza.
 
Sull’immigrazione irregolare Trump può rivendicare una promessa mantenuta. Gli arrivi alla frontiera USA-Messico sono crollati da oltre 2,5 milioni nel 2023 a meno di 200.000 nell’ultimo anno. Se il calo era già iniziato sotto Biden, l’insediamento di Trump ha prodotto un vero tracollo.
 
La stretta si è estesa anche all’interno del paese: gli arresti con la forza di persone indifese, inumani e violenti dell’ICE sono triplicati e oggi oltre metà dei detenuti non ha nessun precedente penali, sono onesti lavoratori immigrati per motivi economici. Cresce molto anche il numero delle persone morte in custodia.
Un’altra fonte di tensione è stato lo scontro costante con Jerome Powell, il presidente della Federal Reserve, accusato da Trump di non aver tagliato i tassi abbastanza rapidamente. Sullo sfondo un mercato del lavoro in rallentamento e un’inflazione che scende, ma non abbastanza. Nell’ultima settimana, l’apertura di un’indagine del Dipartimento di Giustizia contro Powell ha alimentato il nervosismo sui mercati e riacceso il dibattito sull’indipendenza delle banche centrali.
 
Il progetto simbolo di prudenza fiscale (il DOGE guidato da Elon Musk) si è chiuso prematuramente, travolto dallo scontro sul bilancio federale. Il “One Big Beautiful Bill Act” ha infatti sancito un’espansione del deficit e una traiettoria del debito sempre più difficile da controllare. Le entrate dai dazi, pur triplicate rispetto al 2024, non bastano a compensare la nuova spesa prevista dall’OBBBA. Anche per questo i mercati prezzano un indebolimento del ruolo del dollaro e della percezione dei titoli di stato americani come beni rifugio.
 
Trump ha attaccato duramente gli alleati NATO, accusandoli di spendere troppo poco per la difesa, fino a spingerli ad adottare un obiettivo del 5% del PIL entro il 2035 , quasi certamente irraggiungibile e speriamo che sia realmente cosi. Nell'ultimo mese ha poi proposto un forte aumento della spesa militare statunitense, da 1.000 a 1.500 miliardi di dollari. Per ora si tratta di annunci, ma il segnale è chiaro: alla maggior pressione sugli alleati europei perché "facciano da soli" non corrisponde un ritiro degli Stati Uniti, ma un aumento della loro militarizzazione.
 
La situazione mondiale grazie a questo multimiliardario viziato che per la seconda volta é  stato eletto presidente degli Stati Uniti d'America spendendo 14, o forse più,  miliardi di dollari in spot e propaganda, oggi è più instabile dalla crisi dei missili di Cuba nel 1962.

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 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Thu, 22 Jan 2026 10:30:00 GMT
Lavoro e Lotte sociali
La lenta e inesorabile erosione del potere di acquisto

 

di Federico Giusti

In dieci anni le retribuzioni dei lavoratori pubblici e privati in Italia sono cresciute o diminuite? Senza dubbio di sorta hanno subito una feroce erosione del potere di acquisto, sono aumentate in termini nominali ma senza recuperare l’aumento dell’inflazione. Il risultato è la erosione costante, strutturale, del potere d’acquisto. Sono  lontani i tempi nei quali esistevano meccanismi automatici di adeguamento dei salari e delle pensioni al costo della vita, la scala mobile venne cancellata perchè portatrice di inflazione, a distanza di anni dovremmo prendere atto di essere stati illusi e derisi ritrovandoci con un salario sempre più povero.

Tra pandemia e guerra la erosione del potere di acquisto è stata evidente, le regole vigenti in materia di rinnovi contrattuali sono state costruite negli anni della austerità , prevedono una misera indennità mensile denominata indennità di vacanza contrattuale che poi dovremo detrarre dai futuri aumenti, una miseria che permette ai datori pubblici e privati di ritardare la stipula dei nuovi contratti. E sono proprio queste regole a dovere essere riviste per restituire dignità e potere di acquisto ai salari, se vogliamo costruire dei meccanismi equi anche socialmente, tuttavia per raggiungere questo obiettivo urge modificare i rapporti di forza che oggi ci vedono soccombenti. Ma sono proprio i rapporti di forza che scaturiscono dall'azione politica, sociale e sindacale che necessita prima di tutto un approccio diverso,  letture aggiornate e non ideologiche della realtà e infine una pratica conflittuale conseguente. E qui scontiamo i ritardi sindacali e politici nella costruzione di una prassi diffusa per recuperare potere di acquisto.

Secondo l’analisi INPS, nell'arco di un decennio, ossia tra il 2014 e il 2024, le retribuzioni nominali sono cresciute  assai meno rispetto all’aumento dei prezzi al consumo.  E questa fotografia si evince direttamente dai dati perchè in questi 10 anni la inflazione sfiora il 21 per cento di aumento.Vi risulta che i salari e le pensioni siano nel frattempo cresciute di un quinto del loro ammontare  nell'arco di un decennio o poco meno? Prendete una busta paga del 2014 e quella del novembre 2014, confrontate le cifre e fatevi una idea. Nel frattempo le retribuzioni nel settore privato sono cresciute assai meno, nel migliore dei casi (il privato) arrivano al 14,7 %, nel pubblico invece sono al di sotto del 12.Parliamo di retribuzioni medie, nel Pubblico impiego un dipendente degli enti locali percepisce una busta paga inferiore a quella dei ministeriali, a parità di livello è possibile percepire il 20 per cento, o quasi in meno? A noi francamente sembra paradossale, intanto i sindacati cosiddetti rappresentativi si erano impegnati a superare questa disparità di trattamento ma stando ai contratti siglati nei mesi scorsi (inflazione al diciotto per cento ma aumenti pari al sei) la situazione è rimasta invariata, frutto di anni concertativi nei quali certe indennità, accessorie e no, sono state erogate solo per mantenere la pace sociale e evitare un conflitto sulla erosione salariale.

Nel 2024 la retribuzione media annua nel privato era assai inferiore a quella del pubblico e anche qui  constatiamo la sperequazione crescente tra lavoratori dello stesso comparto, i livelli apicali aumentano le retribuzioni in maniera crescente appoggiandosi su voci e istituti contrattuali pensati per loro. Non si capisce che sono proprio  le dinamiche contrattuali e salariali a subire i contraccolpi di questa erosione frutto di una spinta regressiva verso il basso che ormai accomuna il mondo del lavoro da 50 anni con le politiche dell'Eur prima e soprattutto negli anni neo liberisti.La erosione  del potere di acquisto riguarda tutto il mondo del lavoro eccezion fatta per dirigenti, managers e area quadri che invece hanno ricevuto voci stipendiali particolari che in qualche misura hanno accresciuto i loro salari reali proprio quando tutti gli altri  stagnavano o cadevano in recessione.

La dinamica salariale è del tutto inadeguata e non solo in termini comparativi ma anche per la impossibilità delle famiglie popolari e della classe media di tenere il passo con l'aumento del costo della vita soprattutto quando la pressione inflazionistica si fa maggiore.

La erosione è evidente e preoccupante, altrettanto possiamo dire delle disuguaglianze salariali e stipendiali, i divari crescono a tutti i livelli, genere incluso se pensiamo che la retribuzione delle donne, soprattutto nel privato, è mediamente il 30 per cento inferiore a quella maschile (pesa  e non poco il part time)

Poi la situazione di genere è anche attenzionata più di quanto sia invece la dinamica salariale in toto, tuttavia il gap esiste e per quanto in via di riduzione continua ad essere evidente ai nostri occhi. 

Chiudiamo  sul fronte occupazionale, abbiamo già parlato della ripresa dei posti di lavoro spiegando che sono i contratti a tempo determinato a fare la parte del leone. Ma se il tempo determinato costituisce l'offerta maggioritaria la situazione dovrebbe preoccupare i Governanti perchè non è la occupazione precaria ad aiutare la crescita dell'economia, questo discorso  è annoso ma sufficientemente indagato anche da studiosi e ricercatori di economia. Poi si tratta di analizzare i settori di provenienza delle offerte di lavoro, le mansioni svolte (se ad alta intensità lavorativa o no), il grado di istruzione e di specializzazione richiesti, la fascia di età privilegiata. In molti casi l'offerta occupazionale arriva a personale di 50 anni già formato e impiegabile da subito in produzione a discapito dell'età tra i 20 e i 40 ancora da formare.

E comunque l’aumento degli occupati non si traduce mai da anni nel recupero del potere d’acquisto dei salari e le ricadute negative si registrano  anche sul fronte degli acquisti, sulle capacità di spesa delle famiglie  e sui consumi interni. Di questo dovrebbero occuparsi le politiche fiscali fin troppo generose con le imprese e abbagliate dagli sgravi fiscali. Ma il discorso ci porterebbe troppo lontano, del resto se una società non persegue le disuguaglianze difficilmente comprenderà che l'ambito fiscale potrebbe garantire anche un certo equilibrio sociale, in tempi di feroce antistatalismo porta maggiori consensi promettere la riduzione delle tasse anche quando indebolirà il welfare. E alla disuguaglianza economica e sociale si aggiungerà anche il fisco diseguale.

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Data articolo: Thu, 22 Jan 2026 10:30:00 GMT
Cultura e Resistenza
Gli umarel dei tg

 

di Marco Trionfale

Nella terribile tragedia di Crans-Montana, costata la vita a tanti giovanissimi, vi è un elemento che mi ha particolarmente colpito. Molti di noi hanno puntato l’indice sul comportamento di alcuni di quei ragazzi che di fronte ai primi segnali d’incendio sono rimasti a filmare, convinti che tutto si sarebbe in qualche modo risolto. Una reazione giudicata irresponsabile. Tutti abbiamo pensato all’incirca: “Ci fossi stato io, al primo svilupparsi di una piccola fiammella, sarei di certo intervenuto spegnendola, o, se non fosse stato possibile, avrei subito imboccato quella piccola scala e sarei fuggito.

Insomma, avrei agito.

Abbiamo presunto, dai nostri comodi divani, di saper far meglio rispetto a chi era sulla scena del disastro.

Un atteggiamento che mi ricordava qualcosa. E subito mi sono venuti in mente gli umarel.

Gli umarel sono una figura tipica della Romagna e, credo, di tutta l’Italia: vengono così chiamati quei signori che si posizionano oziosamente a fianco dei cantieri, e, vantando competenze immaginarie, indicano a dito i presunti errori degli operai, o in alternativa si mettono a battibeccare tra loro sulla realizzazione del progetto, spesso del tutto privi della benché minima cognizione di causa, ma ormai liberi, in quanto pensionati, da ogni onere di prova.

Ecco, mi pare che seguendo i tg assumiamo un atteggiamento simile. Accogliamo le notizie in due modi: o come strumento per sentirci moralmente superiori a qualcuno, o come base su cui dividerci in schieramenti ultras.

Dando per scontato, in entrambi i casi, che non sia compito nostro modificare la realtà.

Di fatto, nel tragico caso di Crans Montana, abbiamo criticato chi è rimasto fermo a guardare, senza renderci conto che in questo momento stiamo facendo esattamente la stessa cosa: restare immobili, mentre un incendio comincia a divampare davanti ai nostri occhi.

Siamo rimasti a guardare l’inizio di una guerra in Europa, e addirittura siamo rimasti zitti e fermi mentre i nostri governanti la alimentavano, buttandoci armi come legna in un camino.

Abbiamo assistito per due anni a un genocidio, ci siamo risvegliati un attimo, giusto il tempo di farci notare, ottenendo un risultato minimo, e siamo tornati a occuparci d’altro.

Abbiamo osservato imperterriti l’impero coloniale che da sempre ci domina buttare giù la maschera e palesarsi come stato canaglia, con atti di pirateria, furti, sequestri di persona, avvertimenti mafiosi e omicidi mirati dei propri stessi cittadini.

E tutto ciò che riusciamo a fare di fronte a questi principi di incendio è commentare, sentirci superiori, puntare il dito, battibeccare tra noi.

Perché non reagiamo seriamente?

Certo, lo so che molti lo fanno, con rabbia e passione, rischiando sulla loro pelle, non voglio in alcun modo minimizzare l’attività di coloro che si impegnano, ma se provo a immaginare lo sguardo degli storici del prossimo secolo (ammesso arrivi ad esistere), credo che appariremo nel complesso colpevolmente passivi.

Immaginarsi un complesso, un’unità, questo è la prima fatica.

Chi ha la sventura anagrafica di ricordare gli anni Settanta, non può non notare la differenza di impegno (sincero, velleitario, opportunistico… bah, se ne potrebbe parlare per mesi…); si scendeva in piazza per la fame nel Bangladesh, per la guerra nel Biafra, si faceva pressione sul governo per tantissime cose.

E poi?

Ci siamo stancati.

Tutto è avvenuto gradualmente, senza che ci dessimo troppo peso: abbiamo taciuto sulle missioni di pace, sulle esportazioni di democrazia, sulle cosiddette extraordinary rendition, quei sequestri di persona fatti alla luce del sole, constatando che a noi non accadeva niente di male; abbiamo taciuto sull’esistenza di Guantanamo, sugli omicidi mirati, sulla detenzione di Assange e di altri giornalisti, e ancora non ci è successo niente. 

Abbiamo così tacitamente accettato che la linea rossa da non oltrepassare da parte del potere, si spostasse negli anni dalla legalità rispettata, per lo meno formalmente, al più brutale e dichiarato progetto genocida.

Non so voi, ma io sono circondato da persone cresciute nel modo giusto, leggendo libri giusti, ascoltando cantautori giusti e rock band giuste, guardando i film giusti, che oggi giustificano ogni nefandezza, in nome del mantenimento di un ordine, che riconoscono essere privo di legittimità, ma che alla fin fine è quello che ci garantisce quella cosa che sbrigativamente chiamiamo benessere.

È come se valori quali giustizia ed uguaglianza fossero lussi che ci si può permettere solo nei momenti belli; come una pelliccia da indossare alle feste, ma da portare urgentemente al Monte di pietà quando gli affari vanno male.

Come è stato possibile un tale scivolamento?

Lo so, lo so, l’atomizzazione della società; ognuno di noi è divenuto una monade con un cellulare in mano, ma sono un po’ stufo di sentirlo ripetere: non c’è modo di modificare tutto ciò?

In sintesi: che fare?

Personalmente tento di seguire il decalogo in quattro punti del compianto Goffredo Fofi:

  1. Resistere
  2. Studiare
  3. Fare rete
  4. Rompere i coglioni

In cui chiaramente il punto 3, fare rete, è il più problematico e portatore di contraddizioni.

Eppure l’abbiamo visto che può funzionare, che quando le manifestazioni propal hanno assunto grandi dimensioni il potere si è allarmato ed è corso ai ripari, affinché tornassimo a distrarci.

Fare rete deve essere il nostro primo obiettivo, rispetto al quale purtroppo toccherà ingoiare rospi giganteschi: rinunciare all’impulso di sottolineare la propria superiorità morale verso chi è più incline a compromessi, accettare che si unisca alla lotta chi per anni se ne è fregato, e dà per scontato che la sua parola valga come la nostra, accettare come alleato chi sta solo cercando di posizionarsi per un suo tornaconto, considerare, e qui la dico grossa, il partito traditore della sinistra per antonomasia, il PD, come un alleato momentaneo e strategico.

Questo per me significa fare rete.

È giusto tutto questo? Assolutamente no, ma la giustizia è un bene di lusso che andremo a riscattare un giorno, e indosseremo in tempi migliori.

Perché da qui in avanti si muore.

P.S. Marco Trionfale ha telepaticamente captato i 92 minuti di fischi seguiti all’affermazione riguardo il Pd. Per cancellare ogni sospetto di torbida affiliazione e dare valore alla sua posizione può soltanto citarsi addosso, sottolineando come entrambi i suoi libri in commercio, “Albeggerà al tramonto” e “Il tempo del secondo sole”, siano talmente critici nei confronti di quel partito, da aver subito una strisciante discriminazione nei microambienti sottoculturali dell’editoria.

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ALBEGGERA’ AL TRAMONTO

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In un futuro molto prossimo, il potere ormai libero da ogni forma di controllo, non temendo l’opinione pubblica, disgregata e distratta, non temendo l’informazione, complice e acquiescente, non temendo la magistratura, riformata e sottomessa, è divenuto sempre piu simile ad un adolescente in delirio di onnipotenza.

Un paio di iniziative governative, nemmeno piu sgangherate di altre, faranno però sì che un gruppo di anziani decida giunto il momento di ribellarsi. Memori delle antiche forme di organizzazione, costituiranno una banda talmente acciaccata ed improbabile da sfuggire ai radar del potere e sfruttando la sua idiozia porteranno a termine un’azione formidabile e insensata che sconvolgerà il mondo intero.

Un percorso di speranze e di paure, di slanci lirici e dolori fisici, di imprevisti e botte di fortuna, comico e drammatico allo stesso tempo, sul quale il gruppo di anziani avra un minimo controllo, che produrra risultati imprevisti, ma che avra l’effetto di mantenere intatta la loro dignità e dare una speranza per un nuovo sol dell’avvenire.

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IL TEMPO DEL SECONDO SOLE

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L’ATTESISSIMO SEGUITO DI “ALBEGGERAì AL TRAMONTO”!

In tutto il mondo, in seguito alle vicende narrate in Albeggerà al tramonto, si sono accesi centinaia di focolai di ribellione. Gruppi di potere nemmeno troppo occulti reagiscono con determinazione e violenza, spalleggiati dai governanti eletti che loro stessi controllano. A contrastarli si erge una rete internazionale segreta, che si rivela al mondo adottando il nome di Sesta Internazionale, con l’obiettivo dichiarato di convogliare le proteste in un unico movimento compatto. Nel frattempo, a Corvina, un misterioso omicidio scuote la città e coinvolge il gruppo di vecchietti del Bar New Age. Con Ercole in ospedale, Catozzo in galera, Belli latitante, tutti sotto processo per il rapimento dell’ex Sindaco, e Baldi costretto a nascondersi per sfuggire all’arresto, toccherà ai componenti superstiti della banda risolvere il caso. Ne scaturirà una serie di vicende ai limiti del possibile, nelle quali le debolezze individuali si tramutano in forza, l’umanità in efficienza e le paure in motivi di coraggio. Marco Trionfale, tornando a Fratti e riprendendo il filo di Albeggerà al tramonto, racconta nel consueto stile comico e surreale le imprese degli anziani combattenti del quartiere e presenta nuovi personaggi che portano nel gruppo la loro voglia di lottare per la propria e la nostra libertà.
Data articolo: Thu, 22 Jan 2026 10:30:00 GMT
Una finestra aperta
Economia cinese 2025: resilienza, vitalità ed energia per il mondo

 

di CGTN

 Il 19 gennaio è stato pubblicato il Rapporto sui risultati economici della Cina per il 2025: il PIL ha superato per la prima volta i 140 trilioni di yuan, con una crescita del 5% rispetto all'anno precedente. La Cina si conferma seconda economia mondiale per volume, con un tasso di crescita tra i più elevati tra le principali economie globali e una performance media annua nel 14º Piano Quinquennale ben al di sopra della media internazionale. Questi dati tracciano una traiettoria di sviluppo solido e costante, consolidando il ruolo del Paese come mega-economia in ascesa.

Dall'analisi del rapporto emerge che l'economia cinese sta accelerando la transizione dall'espansione quantitativa al miglioramento qualitativo, con una base più robusta e una maggiore resilienza per uno sviluppo di alta qualità. Nel 2025, il valore aggiunto dell'industria high-tech al sopra delle dimensioni designate ha rappresentato il 17,1% del valore aggiunto dell'intero comparto industriale al di sopra delle dimensioni designate, mentre i consumi finali hanno contribuito per il 52% alla crescita economica. Prosegue inoltre la costruzione di un grande mercato nazionale unificato, con progressi significativi in settori chiave per il benessere sociale, come l'assistenza agli anziani, i servizi per l'infanzia e la sanità.

L'innovazione continua a trainare lo sviluppo qualitativo: nel 2025, la Cina ha registrato importanti progressi in settori all'avanguardia come intelligenza artificiale, tecnologia quantistica e interfacce cervello-computer. Il valore aggiunto dell'industria di prodotti digitali al sopra delle dimensioni designate è cresciuto del 9,3%, mentre i veicoli a nuova energia rappresentano oltre il 50% delle vendite di auto nuove sul mercato interno.

La Cina prosegue con determinazione il suo processo di apertura. Nel 2025, il Porto di libero scambio di Hainan ha avviato ufficialmente le operazioni doganali indipendenti su tutta l'isola; il totale delle importazioni ed esportazioni di merci dell’intero Paese, nonostante le sfide del contesto globale, ha registrato un aumento del 3,8%. In particolare, il valore delle importazioni ha raggiunto un nuovo record di 18,5 trilioni di yuan, offrendo ampie opportunità di mercato ai Paesi di tutto il mondo.

Ogni dato conferma la forte resilienza e vitalità dell'economia cinese. All'inizio del 2026, le imprese straniere hanno continuato a rafforzare la loro presenza nel mercato cinese, con numerose aziende che hanno annunciato nuovi investimenti o avviato progetti per stabilimenti produttivi. Recentemente, diverse istituzioni internazionali hanno espresso fiducia nelle prospettive dell'economia cinese e degli asset finanziari cinesi per l'anno in corso. Con l'avvio del 15º Piano Quinquennale, il programma di sviluppo economico e sociale della Cina per i prossimi cinque anni rappresenta per il mondo una "lista di opportunità". Una Cina che persegue con determinazione uno sviluppo di alta qualità e un'apertura di alto livello offrirà al mondo maggiore stabilità e nuova energia.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Thu, 22 Jan 2026 10:30:00 GMT