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Fulvio Grimaldi - IL LIBANO DA VICINO. Dimenticare Gaza, moltiplicare Gaza

 

di Fulvio Grimaldi per l'AntiDiplomatico

L’Iran vince anche in Libano

Con l’Iran siamo passati dai 4 punti di Trump per farla finita con Tehran (via il vertice, esercito disintegrato, rivoluzione popolare, regime amico) al più modesto “Niente Bomba”. Una formula che, visto l’assoluto e storico divieto religioso iraniano di bomba, è come se un bullo di cartone mi intimasse “ti spacco la faccia se non la smetti di volare”. E, venendo al Libano, la ciliegiona sulla torta della vittoria dei superstrateghi di Tehran l’ha messa lo stesso Trump, rinsavito da Hormuz: “Gli Stati Uniti hanno vietato a Israele di bombardare il Libano”. Cose che voi umani….

Intanto, però, Israele rimane e continua a imperversare nel sud del paese e c’è da chiedersi se una storia di mezzo secolo di affettamento del Libano da parte del vicino cannibale sia davvero finita. E se il potenziale ricattatorio di Netanyahu nei confronti di chi lo arma e copre sia davvero esaurito. Quanto al rispetto, oltrechè di neanche l’ultima norma del diritto internazionale dal 1948, delle tregue sottoscritte, basta riandare a quella precedente con Beirut e culminata in una serie di stragi IDF, o a quella su Gaza siglata nell’ottobre del 2025 e che a metà aprile metteva sul conto dell’IDF 400 violazioni, 754 morti ammazzati e alcune migliaia di feriti.

Del resto, se i 75.000 abitanti uccisi a Gaza dal 7 ottobre, con il resto di quei centomila registrati da Lancet, se lo meritavano in quanto terroristi, come stupirsi che a livello occidentale non ci sia stato gran sollevamento di arcate sopraccigliari alla legge che i palestinesi sono passibili di condanna a morte se solo pensano di essere palestinesi.

Torniamo a bomba. Effetti della gazificazione del Libano al 20 aprile: 2.400 morti, 8000 feriti e mutilati, 1,5 milioni di sfollati senza alloggio, soccorsi e cura, un paese vastamente distrutto. Quella che viene definita una tregua viene regolarmente utilizzata da Israele per proseguire l’illegittima occupazione e le operazioni genocidarie contro civili. Eppure ora il progetto Libano gli si è spappolato tra le mani.

Tregue all’israeliana

Mentre scrivo, dei 10 giorni di tregua imposti dall’Iran, da Israele ne sono stati sgretolati quattro. Cosa ne resterà dopo l’ukase di Trump a Netaniahu, sta in grembo a Giove. Anzi a Netanyahu. E visto il ruolo non secondario svolto anche dallo psicolabile col botto, il contrario di tutto quanto proclamato ieri, sarà all’ordine del giorno domani. Godiamoci il giorno di mezzo. Quello in cui The Donald ha ordinato a Bibì di smetterla con le bombe.

Godimento durato poco. Ci ha pensato Bibì a farlo svaporare. La sua risposta al divieto di Trump è stato l’ennesimo attacco ai caschi blù dell’Unifil, stavolta francesi, Un morto e tre feriti gravi. Qualche cabarettista dei media scrive che sono stati gli Hezbollah. Proprio quelli che in un quarto di secolo di Unifil non hanno mai avuto un attrito con i caschi blù. Imvece, chi è che da due anni non smette di attaccare, danneggiare, sparare, ferire e, ora, ammazzare quei fastidiosi caschi blu che pretendono di far rispettare le risoluzioni dell’ONU? Chi è che ha sfondate i muri delle caserme a forza di bombe? Chi è che ha speronato con i carri armati blindati italiani? Ovvio, sempre gli Hezbollah. Peccato che sono di quelli che hanno la stella di David sul bavero e ancora odorano del sangue di bambini gazawi.

Come sta buttando? Voltandosi indietro, essendo la Historia Magistra Vitae, si vede benissimo cosa succederà più avanti con Netanyahu, Trump, Iran, Libano. Al peggio per i primi due finirà come è finita a Ho Ci Minh City, a Phnom Penh, a Kabul, in Donbass, alla Baia dei Porci (in caso di sbarco). Al meglio, sempre per loro, come è finita in Iraq, Siria, Libia, dove non hanno perso, ma non hanno vinto e non hanno cavato un ragno dal buco. Di sicuro, con Iran e Palestina, non finisce come in Venezuela, un inedito.

1967, dalla mattanza in Israele al luccichio di Beirut

Giugno 1967. Mi chiama, a Londra, Paese Sera, irriverente quotidiano romano di sinistra del quale, lavorando alla BBC, ero corrispondente: “Salta sul primo aereo e vai a Tel Aviv, da Roma non parte più niente, c’è la guerra. Ti mandiamo i soldi a una banca lì…”

MI ritrovo a Heathrow, schiacciato tra energumeni vociferanti su un aereo stipato di ebrei che vanno a combattere nella guerra di Israele contro gli arabi.

Battesimo da inviato di guerra, stigmate che non mi abbandonerano più, anche perchè nella guerra, quella del 1940-45 c’ero cresciuto e finì col diventare il mio habitat naturale. Mia madre, rifuggendo dai bunker “dove si muore come topi”, aveva fatto dei bombardamenti un gioco: da una torretta sul tetto di casa a Napoli, ci faceva fare a gara, a me e mia sorella, a chi scoprisse per primo un aereo britannico abbattuto dalla contraerea. Fece della paura uno sconosciuto.

Battesimo di una patria d’adozione, la Palestina. Battesimo di un nemico ontologico, il Sionismo colonialista d’insediamento. Battesimo arabo, patria d’adozione.

Espulsione da Israele e per vent’anni persona non grata per essermi azzuffato con un capitano dell’IDF che, da ufficiale dell’ ”esercito più morale del mondo” aveva sbeffeggiato i cadaveri dei soldati egiziani lasciati marcire nel deserto, sentenziando che “l’unico arabo buono è l’arabo morto”. Espressione etica che avrei poi ritrovato sulle pareti delle case diroccate di Gaza, al passaggio dell’IDF di Piombo Fuso.

Penso che, a guardar bene, la si possa ritrovare anche oggi, su qualche muro di quel che resta del Libano del Sud, quello del milione e mezzo di sfollati vagolanti per il paesuccolo dei 10.450 km2 e 6 milioni di abitanti. A edificazione dell’esercito più morale del mondo li puoi vedere attorcigliati in una nuova metropoli di minuscole tende buttate a casaccio sulla “Corniche”, lo storico lungomare dei lussi e piaceri dei tanti fuggitivi da qualche giustizia.

Paese Sera telefona: visto che ci sei, facci anche un giro a vedere come sono messi i paesi arabi. Dunque Egitto del nazionalista panarabo Nasser, Siria di Atassi, un quasi bolscevico, il Libano delle banche. Banche dagli standard laschi, rimpinzate di petrodollari dagli emiri del Golfo, ma anche accogliente refugium peccatorum alla Felicino Riva, o Marcello Dell’Utri, o mafiosi, o fascisti di Salò…

Dalle stelle agli stracci

 

Come Ernesto Brivio, bancarottiere fascistissimo, presidente della Lazio, autoproclamatosi “L’ultima raffica di Salò” per avere ribadito la sua fede incrollabile in Mussolini sparando, il 27 aprile 1945, una raffica di mitra contro lo stabilimento di panettoni Motta. Lo incrociai latitante, filmando qua e là, in uno di quei hotel a cinque stelle e più che, alternandosi con banche gonfie come vampiri a mezzanotte, sfolgoravano sul lungomare di Beirut, la Corniche appunto.

Era la Beirut chiamata “Parigi del Medioriente”, dei sogni proibiti di speculatori, grassatori, bancarottieri, biscazzieri, malviventi d’alto bordo, che dall’Europa, e dall’Italia pre-Nordio, vi si rifugiavano inseguiti da qualche magistrato. Serviva da dependance per i servizi meno onorevoli della City di Londra e da paradiso fiscale per coloro che del giro finanziario erano finiti in periferia. Siccome, presto o tardi, poteva far comodo a chiunque, non ci si sognava di esigere estradizioni.

Non è stato l’unico contributo italiano allo scintillìo epigonale delll’ex-colonia francese, sapientemente recisa dalla madre Siria perché, antisionista e socialista, già sospettata di veleggiare verso il nazionalismo antimperialista e panarabo inaugurato da Nasser in Egitto. Come non ricordare malandrini fuggitivi come l’oggi riabilitato Dell’Utri, o Felice Riva, ex re del cotone e presidente del Milan, o  Amedeo Matacena, boss dei traghetti, mafiosi e ndranghetistti e altri della créme internazionale del crimine finanziario.

Tutto questo spettegolìo per dire cosa fosse questa Beirut, prima di una serie di tregende di cui si fece carico eminentemente il possente vicino con la stella di David. Vera e propria nemesi. Ai piedi di quegli alberghi, quali dalle recenti bombe israeliane svuotati e ridotti a mura con buchi neri al posto delle finestre, quali finiti in polvere sui marciapiedi, oggi si vede formicolare, tra tende a cartoni, parte di quel quinto di popolazione libanese che Israele ha liberato dei suoi alloggi, campi, orti, scuole, ospedali, chiese e moschee. Dalle stelle agli stracci. Dalla Parigi del Medioriente alla nuova Gaza.

Tra quel prima e questo dopo c’è però tanta storia. Ne ha fatto le spese non solo quella criminalità dorée che i coltivatori della valle della Bekaa rifornivano di ineguagliabile erba e coca, ma tutto un popolo di onesti esseri umani, contadini, operai, ristoratori, insegnanti, artisti. Proprio quelli che oggi si vedono vagolare per lande e abitati, lungo i marciapiedi della Corniche, con addosso fagotti, bimbetti e quel che rimane di una vita. Sempre più a nord, in fuga dalla fregola di uccidere del sempiterno aggressore, senza che uno Stato, imbelle e assente, addirittura connivente col nemico, sappia offrire riparo, protezione, futuro.

Libano come Gaza

 

Un racconto scritto e uno video

Dei conflitti in Libano, invasioni israeliane e guerra civile, sono stato frequentatore nell’arco di trent’anni, dandone conto su pubblicazioni come “Paese Sera”, “Giorni Vie Nuove”, il quotidiano “Lotta Continua”, che mi sfruttava a gratis sia come direttore che come inviato, “Sette Giorni”, “L’Astrolabio” di Ferruccio Parri, il periodico “The Middle East” di Londra, il quotidiano iracheno “Baghdad Observer” il “Nouvel Observateur” e, perdonatemi, occasionalmente anche il “manifesto”. Penso che fogli ingialliti, pudicamente celati, se ne trovino nell’Archivio di Stato

Il primo colpo israeliano è del 1978. Come tutti i successivi, sta iscritto nel programma strategico del fondatore Herzl e di tutti i prosecutori, attraverso Ben Gurion, Weizmann, Golda Mair, fino a Netanyahu. Col quale ora non si parla più tanto di olocausto da non far ripetere, quanto di Grande Israele da finalmente erigere, a forza di forza e basta, visto che lo scudo morale dell’olocausto l’hai ridotto in frantumi.

Verso il Grande Israele

E c’è ancora chi crede alla barzelletta della “zona cuscinetto” fino al Litani, con cui Israele, presidiandola, pretenderebbe di proteggere i suoi coloni dai razzi di Hezbollah. Come devono stare le cose lo hanno fatto capire Chaim Weizmann e David Ben Gurion nel 1919 alla Conferenza di Pace di Parigi, quando presentarono una mappa della “Patria Nazionale Ebraica”, abusivamente fatta discendere dai regni biblici. Mentre gli interlocutori europei pensavano a un Israele limitato alla Palestina mandataria, questa mappa estendeva il territorio a nord, a includere il Libano meridionale fino al Litani, con estensioni a sud oltre Damasco, il Sinai e la Giordania orientale. Tutto attentamente calcolato, guardando meno ai conclamati confini biblici, quanto alle risorse naturali e agli sbocchi idrici.

Da “Parigi del Medioriente”a lager dei palestinesi

Io ero arrivato prima. Giugno 1976. Brivio c’era ancora, ma rintanato da qualche parte. La Guerra dei Sei Giorni aveva cambiato il vento. Non era più tempo da esibirsi ai tavolini della Corniche attorniato da belle donne ammaliate dal racconto delle “ultime raffiche”.  Alle spalle degli Hotel e delle banche si allargava una nuova Beirut, dove gli spazi venivano occupati da case addosso a case, dai fili elettrici di finestra in finestra, dai rifiuti che si autogestivano, dalle fogne formate da canaletti che si limitavano a fare un giro largo intorno ai portoni.

Man mano che la Corniche, o Al Hamra, l’arteria sfavillante dei bei negozi e caffè e saloni, si svuotavano, lì dietro lo spazio si animava, si affollava, tracimava: buona parte degli 800.000 palestinesi della Nakba e quasi tutti i 300.000 cacciati nella Guerra dei Sei Giorni vi si erano fatti insediare. Uno Stato abituato alla generosità verso i malviventi e i possenti, non ne conosceva l’uso verso gli onesti e le vittime: niente cittadinanza, niente mercato del lavoro, niente case fatevele voi, per l’istruzione c’è l’UNRWA. Tanto avete detto che volete tornare in Palestina, no?

Al mosaico etnico e soprattutto confessionale che la Francia aveva composto nel segno del divide et impera - drusi (5%) e arabi (95%), cristiani maroniti (poco meno del 30%) musulmani sunniti (20%) e musulmani sciti (la maggioranza, verso il 40%) - si aggiunge questo elemento. Che, suscitando preoccupazione e speranze, nell’esilio si era portato dietro le armi e un fortissimo senso della propria identità.  Lo accolgono gli sciti, che ne vedono rafforzata l’istanza di uscita dalla minorità politica e marginalizzazione sociale. Li vedono di buon occhio i drusi del grande e illuminato leader, Kamal Jumblatt.

Samir Geagea e Amin Gemayel

Conseguentemente sono considerati spina nel fianco dei cristiani maroniti, borghesia banchiera, immobiliarista e imprenditoriale, privilegiata nei territori e nella gerarchia politica: fornisce il capo dello Stato (ai sunniti il premier, agli sciti il presidente dell’Assemblea). Ci sono le premesse per una rivoluzione, o, male che vada, per una guerra civile. Si armano i fascisti della Falange di Amin Gemayel e delle tuttoggi attive “Forze Libanesi” capeggiate da un altro squadrista, intimo di Tel Aviv, Samir Geagea.

Di invasione in invasione

Il Libano per Herzl & Co, se in prospettiva figura tutto nel Grande Israele, per una fase transitoria doveva cedere territorio. Perlomeno quella ventina di chilometri che vanno dal confine, mai definito da Israele, al fiume Litani. Terra fertile, ricchezza agricola e alimentare del paese, fino a pochi mesi fa popolatissima, costellata di città storiche come Tiro, Sidone, Nabatieh, oggi custodi impotenti di patrimoni archeologici ridotti in macerie, e di una galassia di villaggi. Popolazione al 90% scita e dunque base popolare e retroterra strategico, come altre aree scite nel nord e nell’est del paese, di Hezbollah. Quel milione e passa cacciato – “evacuato” – al momento dell’assalto, finito sui marciapiedi di Beirut, ma che giovedì 16 aprile, tempo cinque minuti dall’annuncio della tregua, sfidando ciò che ormai ogni arabo sa gli potrebbe fare Israele, si è rimesso in spalla, in moto, in furgone quanto gli era rimasto, per tornare al Sud e ricongiungersi alle radici.

Acqua e gas per il Grande Israele

L’annessione di territori, in questo caso, assume un interesse secondario, collocato nel tempo. Per lo Stato sionista contano le due risorse che dovrebbero sopperire a un deficit del territorio occupato nel 1948: acqua e idrocarburi. Questi ultimi riccamente presenti in giacimenti prospicienti il Libano del Sud.

Con l’ “Operazione Litani” del 1978, Israele interviene in Libano per sostenere nella guerra civile libanese, innescata dall’arrivo dei profughi palestinesi e dalla loro partecipazione alle lotte di riscatto della maggioranza scita, la componente cristiano maronita, sua alleata dai giorni della costituzione dello Stato sionista, organizzata in milizia armata. Attraversando fasi alterne, il conflitto si protrarrà fino agli anni 90 e si concluderà con un nulla di fatto rispetto agli equilibri costituiti. Con però una novità decisiva: nel 1985 sorgerà un nuovo protagonista del contesto libanese e mediorientale: Hezbollah.

L’invasione del 1978 si limiterà alla fascia sud del Libano, dove Israele pretende di costruire una zona di sicurezza. Diventerà lo stereotipo a giustificare tutte le future invasioni.  Si lascerà alle spalle un paio di migliaia di morti, tra caduti palestinesi e civili.

L’invasione del 1982 è invece quella che si traduce in occupazione di gran parte del Libano, fino alla capitale. Mira a porre fine alla presenza militare palestinese e a quella della Siria, storicamente “protettrice” della parte che le è stata tolta, con il presidente marxista-leninista Nureddin al Atassi e poi con Assad padre. L’invasione si lascia dietro la strage del campo profughi palestinese di Sabra e Shatila, 4000 civili massacrati, donne bambini, vecchi, compiuta dai falangisti con licenza e sotto supervisione del generale Ariel Sharon, futuro premier d’Israele. Si conclude nel 2000 con il ritiro israeliano sotto pressione delle milizie Hezbollah.  Non sarà l’ultima disfatta subita da Israele in Libano per mano di Hezbollah.

Hezbollah, unica difesa della sovranità e libertà del Libano

Naim Qassem e Hassan Nasrallah

Il “Partito di Dio”, nasce nel 1985 come formazione politica e parlamentare per dare una rappresentanza più robusta alla comunità scita rispetto a quella di Amal, storico partito scita al cui capo spetta la presidenza dell’assemblea parlamentare. Da allora quella carica è detenuta da Nabih Berri. Le forze combinate di Amal e Hezbollah che, alleate, produrranno un contrappeso efficace alle milizie maronite filoisraeliane della Falange, sostenute da Francia e USA. Sarà l’uccisione di Amin Gemayel, nel settembre del 1982, attribuita ai siriani, a offrire il pretesto per una nuova invasione israeliana.

Negli anni successivi Hezbollah, guidato da Hassan Nasrallah, forma, in risposta all’aggressione e all’incapacità, o piuttosto non disponibilità, del governo libanese ad affrontare l’invasore, le sue milizie armate, poi componente fondamentale dell’Asse della Resistenza ispirata da Tehran. Il bilancio di 18 anni di occupazione e conflitto furono una prima distruzione di buona parte del Sud e di Beirut e migliaia di morti, mai precisamente calcolati. Rappresentano una nuova e più agguerrita fase della resistenza arabo-musulmana, di popolo più che di Stato, alla strategia israelo-statunitense che ha per perno la cancellazione di ogni ipotesi di statualità palestinese, fino all’eliminazione fisica di quel popolo.

Con Stefano Charini, carissimo amico, grande conoscitore del Medioriente e prestigioso inviato del “manifesto”, visitammo in quegli anni ripetutamente il Libano, i campi profughi dei palestinesi, il Sud devastato, gli Hezbollah, le periferie scite della miseria e coscienza. Incontrammo Naim Qassem che oggi, dopo l’assassinio di Hassan Nasrallah, è il segretario di Hezbollah. Accompagnati da militanti di Hezbollah visitammo il Sud fino alla famigerata “linea blu” che si suppone possa essere il confine, peraltro mai dichiarato, dello Stato sionista.

Khiam, l’orrore che precede Gaza

Notorio in tutto il Medioriente era il carcere allestito dagli occupanti israeliani in vicinanza del confine, nella località di Khiam. Le condizioni in cui venivano lì detenuti i “terroristi” fatti prigionieri e civili sospettati di appoggiare Hezbollah, erano state ripetutamente denunciate da organizzazioni dei Diritti Umani, dalle stesse autorità libanesi e anche dalla non sempre affidabile Amnesty International. Mi vennero mostrate le orripilanti condizioni del centro di detenzione. La sistemazione più vivibile erano gabbie in cui di 8 metri per 5 in cui finivano ammassati fino a 40 prigionieri. Poi celle prive di finestre e servizi igienici, perennemente al buio, delle dimensioni di un armadio e altre, “di punizione”, scatoloni in cui si era costretti, per giorni, a stare raggomitolati. A chi ha letto le relazioni sui centri di detenzione oggi gestiti da Israele nel Sinai e in Cisgiordania, basate su testimonianze dirette di medici, detenuti rilasciati, operatori umanitari e della stessa Francesca Albanese, le mostruosità disumane di Khiam non rappresentano una novità.

Presentato come l’esito di una risoluzione delle Nazioni Unite, la 425, e della creazione dell’UNIFIL, caschi blù incaricati di garantire sicurezza e fine delle ostilità, il ritiro di Israele fu determinato dall’azione militare di Hezbollah. Con il sostegno fattivo, logistico e umano, della popolazione, la conoscenza capillare di un territorio funzionale alle operazioni di guerriglia, la pur soverchiante potenza di fuoco israeliana non era risultata decisiva. Se Israele si acconciò ad accettare il dispositivo ONU e a ritirarsi completamente dal Libano, non fu certo per osservanza di un dettato del Consiglio di Sicurezza le cui risoluzioni dallo Stato ebraico erano state sistematicamente ignorate.

Protagonista di questa vera e propria disfatta della conclamata superpotenza militare israeliana, che anche in questa nuova aggressione sta dando notevole filo da torcere ai nuovi invasori israeliani. Sia sul terreno, sia con il martellamento degli insediamenti colonici nella Galilea occupata che ne ha determinato il parziale svuotamento.  

2006, un mese per costringere il più potente esercito del Medioriente ad abbandonare il Libano

Il 14 luglio del 2006 Israele invade per l’ennesima volta il Libano. E’ costretto a ritirarsi nel giro di un mese. La mia telecamera arriva in tempo per vedersi realizzare la sconfitta simbolicamente più grave mai subita dallo Stato ebraico: la battaglia vinta da Hezbollah a Bint Jbeil, seconda città del distretto di Nabatieh, nell’estremo sud del paese. Echeggiano gli spari dell’esercito più potente della regione costretto a coprirsi la ritirata.  La conoscenza del terreno, l’intelligence sui movimenti del nemico assicurata dalla popolazione, la maggiore agilità manovriera e, probabilmente, anche la maggiore motivazione, determinano il rapporto di forze. Faccio in tempo a vedere partire dalle case diroccate della Bint Jbeil le salve dei razzi che inseguono un esercito in ritirata. Le serate successive vedranno un susseguirsi di festeggiamenti, a volte tra le macerie, di una popolazione che si manifesta unita a quello che, in assenza di una forza istituzionale, considera il suo esercito, la sua difesa. Al quale fornisce combattenti e mezzi.

Quando, giovedì 16 aprile, è stata proclamata la tregua dei 10 giorni, era in pieno svolgimento quella che prometteva di essere la riedizione della mitica battaglia di Jint Beil nel luglio 2006. E non è improbabile che la possibile ripetizione di quell’evento possa aver contribuire all’accettazione del cessate il fuoco da parte di Israele.

Armi proibite

Come con Piombo Fuso a Gaza, ho potuto essere testimone dell’uso, senza scrupoli e senza rispetto per norme e convenzioni internazionali, di strumenti di morte formalmente vietati. Centri e campi del Sud del Libano disseminati di bombe a grappolo a tempo. Oggi gli abitanti espulsi dalle loro terre parlano di sostanze tossiche disseminate sui campi da coltivare per farne terra inquinata, bruciata. Allora, provando a tornare al lavoro su quei campi dopo il ritiro israeliano, bambini e adulti saltavano per aria, uccisi e mutilati dalle mine lanciate dagli aerei e destinate a restare inerti e invisibili fino al momento dell’innesco provocato da un piede umano, da una pecora, da un cane.

E negli ospedali i medici si disperavano su feriti inguaribili, penetrati da pallottole che non uccidevano, ma lavoravano all’interno del corpo, sugli organi vitali, provocando emorragie e necrosi incontenibili. Un sovrappiù di sofferenza, prima di morire.

Ho ricordato come, in questi giorni, la battaglia fosse di nuovo quella di Bint Jbeil. Quella di un popolo che si arma per difendersi. La decimazione della dirigenza Hezbollah con i famigerati cercapersone, o la distruzioni senza precedenti causate in tutto il Libano dai bombardamenti sulle presunte roccaforti della guerriglia (che non hanno risparmiato nessuna delle componenti etniche e confessionali, né, come al solito, quartieri residenziali, ospedali e scuole), non sembrano aver ridotto la tenuta di questa componente dell’Asse della Resistenza.

La ritirata degli invincibili

Trump annuncia per il Libano una tregua di 10 giorni e colloqui telefonici, persino alla Casa Bianca, tra Netanyahu e il generale Joseph Hanoun, il presidente maronita che, d’intesa con il premier Nawaf Salam, aveva obbedito all’inviato di Trump, Tom Barrack, che, l’anno scorso, gli aveva intimato di disarmare Hezbollah. Nulla di tutto questo è avvenuto. Un conto è annunciare quel riarmo e un altro è riuscire a farlo eseguire su una forza armata, sostenuta dalla maggioranza della popolazione, utilizzando un esercito mai impiegato in guerra e composto in buona parte da membri della stessa comunità dei disarmandi.

Trump, nel disdoro universale, sta precipitando di crisi incontrollabile in crisi catastrofiche. Netanyahu che, approfittando del proprio potere ricattatorio e dello squilibrio di un partner che, pure, potrebbe determinarne la caduta con una sola mossa del Pentagono, reagisce al fallimento iraniano provando a ripetere in Libano. i “successi” genocidari di Gaza e Cisgiordania.

Il troppo stroppia, lo dice la Storia. E il troppo si è materializzato in Iran, nell’Asse della Resistenza, in tanti milioni per la Palestina e contro i King in tutto il mondo. Tanto da costringere i più cari amici e compari a salvarsi il culo elettorale facendo qualche passetto di lato rispetto al sodalizio. E, un frammento di quello stroppio deve essere penetrato perfino tra le circonvoluzioni cerebrali del baracconista di Washington, quando ha sbattuto dietro la lavagna quello che, con ingiustificata indulgenza, chiameremo  il Franti di Tel Aviv..

Potrebbe essere l’inizio della fine. Di una lunga fine. Se affonderanno, vorranno farlo in un oceano di sangue. In stile messiannico-millenarista.

Ci disse Naim Qassem, segretario di Hezbollah: “Noi non cederemo, non ci arrenderemo, nessuno ci disarmerà. Sarà il campo di battaglia a parlare. I negoziati annunciati saranno vani, senza la cessione totale dell’aggressione, il ritiro da tutti i territori occupati, la liberazione dei prigionieri, il ritorno in sicurezza degli abitanti ai loro abitati, fino all’ultima casa vicino alla frontiera, e con la ricostruzione decisa a livello ufficiale, interno e internazionale”.

Condizioni come quella stabilite nell’accordo per il cessate il fuoco del novembre 2024. Firmato anche da Israele.

 

Data articolo: Tue, 21 Apr 2026 05:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
La furia distruttrice della guerra gestita dalla IA contro i luoghi del sapere

 

di Federico Giusti
 
Quanti occidentali, comodamente seduti al tavolo di un bar o davanti a una scrivania, hanno riflettuto sulla distruzione di scuole e università in Libano, Striscia di Gaza e Iran? E quanti di loro, pur avendo gli strumenti analitici e le conoscenze per cercare  delle risposte, si sono chiesti cosa resti del diritto internazionale e, se questo diritto alla fine non sia stato superato e vanificato dalle evoluzioni delle guerre e dalle nuove strategie dell'imperialismo?
 
La comunità scientifica, educativa e intellettuale di casa nostra non riesce a farsi carico di denunce ed iniziative contro i bombardamenti che mirano a colpire e distruggere università, scuole e centri di ricerca.  Per i fautori del boicottaggio accademico la risposta è quella di interrompere i rapporti con Israele, la interruzione del Memorandum tra Italia ed Israele ferma tutti i programmi di collaborazione in campo militare tra i due paesi? E approvare qualche ordine del giorno nei Senati accademici non rischia di essere un esercizio retorico a cui aggrapparsi mentre le nostre università sono sempre più attraversate da progetti di guerra, finanziamenti di Fondazioni private legate magari a imprese di armi che approfittano del disinvestimento pubblico? Per essere lucidi, ma impopolari, non pensiamo che il mondo della conoscenza sia direttamente attraversato dalla guerra e dalle sue continue evoluzioni che investono la sfera tecnologica, scientifica ma perfino gli atti di indirizzo in materia di finanziamento degli atenei, di mero funzionamento delle attività di ricerca e accademiche?
 
Troppe volte abbiamo letto di effetti collaterali, causati in parte anche dall'ampio uso della intelligenza artificiale, la realtà è quella di una guerra che deliberatamente va a colpire i centri di ricerca e la produzione del sapere, gli spazi di socialità, gli ospedali e le biblioteche, la denuncia arriva anche dall'Osservatorio sull'Iran e dalla Società per gli Studi sul Medio Oriente (SeSaMO)
 
SeSaMO  denuncia i bombardamenti contro una quarantina di obiettivi tra università e centri di ricerca tra i quali
  1. il Politecnico Imam Hossein 
  2. il Politecnico Malek Ashtar
  3. l’Università della Scienza e della Tecnologia nella capitale iraniana
  4. l’Università di Isfahan
  5.  l’Università Libanese di Beirut
 
 Distrutte aule,  scuole di ogni ordine e grado, biblioteche, laboratori, colpiti perfino centri di ricerca che si occupano di biomedicina e dello studio di cure contro varie malattie, in supporto a industrie farmaceutiche
 
Questo aspetto della guerra va saputo cogliere e non derubricato ad effetto collaterale, a mero errore di calcolo, del resto la uccisione di accademici e ricercatori nel tempo è stata presentata come eliminazione di pericolosi studiosi del male che si impegnavano alla realizzazione di armi di distruzione di massa e per questo finita nell'oblio
 
La guerra sta cambiando radicalmente la sua essenza, perfino quei principi del diritto internazionale umanitario che riconoscevano le università come infrastrutture civili da proteggere vengono considerati inutili concessioni al nemico di turno. 
 
Le università diventano quindi degli edifici da abbattere alla stregua di obiettivi militari, di postazioni missilistiche, questa è la novità assoluta specie per quanti continuano a credere che il diritto internazionale possa fermare la furia distruttrice che ormai non opera alcuna distinzione tra obiettivi civili e militari. E gli intellettuali di casa nostra? Affiggono la bandiera palestinese come gesto catartico e in nome di quel trionfo della forma che ormai si confonde con la sostanza
Data articolo: Mon, 20 Apr 2026 05:00:00 GMT
Una finestra aperta
Robot in maratona a Beijing: dalla corsa all'innovazione manifatturiera

 

di CGTN

Un anno fa, a E-town di Beijing, la prima mezza maratona uomo-robot fece storia: il robot campione vinse in 2 ore e 40 minuti e solo sei squadre arrivarono al traguardo. I robot stavano ancora “imparando a correre”. Oggi, dopo dodici mesi, la competizione riparte con numeri da record: oltre cento squadre, quasi il 40% in navigazione autonoma e, per la prima volta, squadre internazionali. Il regolamento è più severo e i progressi tecnici sono evidenti: strutture robuste, algoritmi raffinati, maggiore durata della batteria e stabilità dinamica. Risultato? I robot umanoidi hanno corso più veloci dell’uomo, superando il record umano dell’atleta ugandese Jacob Kiplimo. I primi tre robot hanno finito la corsa in 50 minuti e 26 secondi, 50 minuti e 56 secondi, e 53 minuti e 1 secondo.

Ma a catturare l’attenzione mondiale non è solo la gara. Il giornalista Andrea Fais, direttore responsabile di “Scenari Internazionali - Rivista di Affari Globali”, osserva: «La mezza maratona organizzata dal China Media Group ha incrementato l’attenzione del pubblico per la robotica, favorendo indirettamente la crescita dell’intero settore. La robotica cinese sta entrando in una nuova fase: esce dai laboratori per entrare in città, fabbriche e luoghi di cura. I robot sono gioielli sulla “corona della manifattura” - come sottolineato il presidente cinese Xi Jinping nel 2014 - e la loro ricerca, produzione e applicazione misurano il livello di innovazione. Oggi, a distanza di dodici anni, possiamo dire che il settore ha compiuto passi da gigante, integrandosi con l’intelligenza artificiale. Solo l’anno scorso, in Cina, oltre 140 aziende hanno presentato più di 330 modelli».

Fais richiama anche l’importanza della regolamentazione: «A febbraio scorso, la Cina ha pubblicato il primo sistema standard nazionale per la robotica umanoide e l’embodied intelligence, fissando sei aspetti fondamentali, tra cui etica e sicurezza». E rassicura l’Occidente, dove ancora persistono alcune paure e diffidenze legate alla fantascienza: «Non dobbiamo pensare a macchine mortali. L’applicazione della robotica in medicina, logistica e agricoltura sta già dando risultati importanti, integrando e non annullando il lavoro umano».

La mezza maratona non è solo spettacolo: è un banco di prova per applicazioni reali - movimentazione in fabbrica, logistica, ispezioni. In un solo anno, la Cina ha fatto passare i propri robot dall’imparare a correre al correre con intelligenza, resistenza e autonomia. Un balzo in avanti che dimostra come la robotica sia diventata un pilastro per lo sviluppo dell’alta manifattura cinese, spingendo la tecnologia dalla pista alla vita urbana.

Data articolo: Mon, 20 Apr 2026 05:00:00 GMT
Attenti al Lupo
Luca Busca: Presentazione di 'Uno sguardo dal Fronte', di Fulvio Grimaldi

 

Presentazione del libro nell’intervista di Luca Busca per L’Antidiplomatico Edizioni

 

UNO SGUARDO DAL FRONTE

UNO SGUARDO DAL FRONTE DI FULVIO GRIMALDI
 

IN USCITA IN TUTTE LE LIBRERIE DAL 12 DICEMBRE.

PER I PRIMI 50 CHE ACQUISTANO IN PREVENDITA: SCONTO DEL 10% E SENZA SPESE DI SPEDIZIONE!

Fulvio Grimaldi, da Figlio della Lupa a rivoluzionario del ’68 a decano degli inviati di guerra in attività, ci racconta il secolo più controverso dei tempi moderni e forse di tutti i tempi. È la testimonianza di un osservatore, professionista dell’informazione, inviato di tutte le guerre, che siano conflitti con le armi, rivoluzioni colorate o meno, o lotte di classe. È lo sguardo di un attivista della ragione che distingue tra vero e falso, realtà e propaganda, tra quelli che ci fanno e quelli che ci sono. Uno sguardo dal fronte, appunto, inesorabilmente dalla parte dei “dannati della Terra”.


Quasi un secolo nel fronte degli aggrediti, feriti, soppressi, esclusi, ingannati, derubati, diffamati, resistenti e rivoluzionari. 
Dal Rione Sanità bombardato dagli alleati, a Francoforte rasa al suolo, da Belfast a Mogadiscio, da Tripoli a Caracas, dall’Avana a Teheran, da Gaza a Baghdad, da Asmara a Damasco, da Beirut a Valle Giulia, da Hanoi a Belgrado, dalla BBC a Lotta Continua, dalla RAI al blog, dalla piazza al mondo.

Testo di Antonio Martone, Professore di Filosofia Politica e di Storia delle Dottrine Politiche all’Università di Salerno, poeta e romanziere. Ha partecipato con numerose voci all’Enciclopedia del pensiero politico, a cura di R. Esposito e C. Galli (Laterza 2000). Tra le sue opere più recenti, Un’etica del nulla. Libertà esistenza politica (2001), Storia, filosofia e politica. Camus e Merleau-Ponty (2003). L’autore fa parte del comitato di direzione di Filosofia politica.

Caro Fulvio,
ti scrivo per ringraziarti del dono prezioso che mi hai fatto: “Uno sguardo dal fronte” è un testamento di vita vissuta, un documento che attraversa la storia con la forza di chi non ha osservato gli eventi da una poltrona o da una redazione, ma li ha attraversati, respirato, toccato con mano.
La dedica che hai scritto per me è tanto nobile quanto solo un uomo di particolare sensibilità può essere. Quelle parole portano il segno di quella stessa umanità profonda che traspare da ogni pagina del libro. Mi hanno toccato nel profondo, perché rivelano che dietro al giornalista combattivo (non è una sorpresa per me) c’è un uomo capace di autentica generosità.
In un’epoca in cui la storia ci viene raccontata attraverso sintesi preconfezionate e narrazioni ideologiche, il tuo libro rappresenta qualcosa di radicalmente diverso: uno sguardo lungo, profondo e continuo su decenni di conflitti, di lotte, di trasformazioni che hanno plasmato il mondo in cui viviamo. Non è la storia vista dall’alto delle cancellerie o filtrata attraverso i comunicati stampa ma la storia vista dal basso, dal fronte appunto, laddove le ideologie si scontrano con la carne viva delle persone.
Quello che rende unico questo tuo lavoro è la continuità dello sguardo. Si tratta di una testimonianza che abbraccia settant’anni di presenza diretta sui teatri più caldi del pianeta. Dalla Palestina all’Irlanda del Nord, dal Corno d’Africa all’America Latina, dalla Jugoslavia all’Iraq, dall’Afghanistan alla Libia e alla Siria: hai visto con i tuoi occhi quello che altri hanno solo raccontato per sentito dire. E questo fa tutta la differenza del mondo.
C’è poi un aspetto che mi colpisce profondamente: il fatto che questo libro nasca da otto ore di intervista con Leonardo Rosi non è un dettaglio marginale. In un’epoca in cui il dialogo tra generazioni sembra essersi interrotto, in cui i giovani vengono spesso lasciati soli di fronte a un mondo incomprensibile e gli anziani relegati al silenzio o alla nostalgia, tu hai scelto di trasmettere. Hai accettato di raccontare, di consegnare a una generazione che non ha vissuto quegli eventi la memoria diretta di ciò che hai visto e vissuto.
La tua prospettiva anti-imperialista, la tua critica all’Occidente predatorio, alla NATO, alle guerre mascherate da interventi umanitari nasce dall’accumulo di esperienze, dall’aver visto ripetersi gli stessi schemi, le stesse menzogne, gli stessi interessi mascherati da nobili cause. Il tuo richiamo a Spengler e al tramonto dell’Occidente, appreso quando eri bambino tra le macerie della Germania bombardata, attraversa tutto il libro come un filo rosso che lega la tua infanzia alla tua maturità di testimone della storia.
Provo un profondo rammarico nel constatare che un libro come questo non abbia la diffusione che meriterebbe. In un paese e in un’epoca che avrebbero disperatamente bisogno di voci alternative, di sguardi che osino mettere in discussione la narrazione dominante, di testimonianze che mostrino l’altra faccia delle guerre che l’Occidente combatte in nome della democrazia reale non quella che serve soltanto come ideologia di conquista. “Uno sguardo dal fronte” dovrebbe essere nelle mani di ogni persona che voglia capire davvero come si sono svolte le cose del mondo nel periodo lungo di cui ti occupi. Invece, temo che rimarrà confinato in una nicchia, letto da chi già condivide certe posizioni. Caro Fulvio, forse è proprio questo il destino delle voci scomode: parlare a chi è già disposto ad ascoltare, mentre gli altri continuano a nutrirsi delle versioni rassicuranti che i media mainstream propinano quotidianamente.
Eppure, il destino di un libro è imprevedibile e spesso misterioso. I libri hanno una loro vita autonoma, una capacità di sopravvivere ai loro tempi, di riemergere quando meno te l’aspetti, di trovare i lettori giusti nel momento giusto. Chi può dire che cosa accadrà tra dieci, vent’anni, quando le polveri si saranno posate e le menzogne del presente appariranno in tutta la loro evidenza? Chissà che un giorno questo tuo libro non possa rischiarare proprio quegli eventi che oggi vengono sistematicamente distorti, facendo finalmente giustizia delle chiacchiere infinite che il circo mediatico di corrotti recita tutti i giorni sui nostri schermi.
Quando la propaganda di oggi sarà riconosciuta per quello che è, quando le “verità” ufficiali si riveleranno per le menzogne che sono, libri come il tuo saranno ancora lì a ricordare che cosa è realmente accaduto. La storia ha l’abitudine di riabilitare le voci che il presente condanna al silenzio, e di smascherare i ciarlatani che oggi occupano le prime pagine e i talk show. Il tuo libro è certamente destinato a durare molto più a lungo delle loro chiacchiere.
Voglio dirti, Fulvio, che questo non è un libro da leggere e accantonare. Non è uno di quei volumi che si chiudono con un senso di soddisfazione per aver acquisito qualche informazione in più. È un libro da meditare a lungo, da riaprire continuamente, da consultare ogni volta che si vuole sentire sui propri occhi e nella propria mente l’impatto della storia stessa - senza coperte ideologiche, senza schermi protettivi e senza le consolazioni delle narrazioni semplificate. È un libro che disturba, che inquieta, che costringe a fare i conti con la complessità e la durezza del reale. Ed è proprio per questo che è così importante. 
Grazie, Fulvio, per aver avuto il coraggio di raccontare quello che hai visto, per non esserti piegato alle convenienze, per aver scelto di stare dalla parte dei vinti piuttosto che da quella dei vincitori. Grazie per avermi regalato questo libro, che custodirò come un compagno di strada nel tentativo di capire questo mondo difficile.
Con stima e gratitudine profonda,
Antonio

Data articolo: Mon, 20 Apr 2026 05:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Iran, sovranità e resistenza: la crisi vista oltre la narrazione occidentale

La crisi tra gli Stati Uniti e l’Iran continua ad aggravarsi sotto il peso di dichiarazioni aggressive e azioni contraddittorie da parte di Washington, delineando uno scenario in cui la retorica del cessate il fuoco appare sempre più svuotata di significato. Il presidente Donald Trump ha accusato Teheran di aver violato la tregua nello Stretto di Hormuz, arrivando a evocare la distruzione sistematica di infrastrutture civili iraniane. Parole che, nei fatti, configurano una minaccia diretta contro obiettivi non militari e che si inseriscono in una più ampia strategia di pressione già in atto. I fatti descritti mostrano infatti una realtà diversa da quella denunciata da Washington: mentre si proclamava la riapertura dello stretto, gli Stati Uniti hanno continuato a mantenere il blocco navale e a interferire con il traffico marittimo.

Una contraddizione evidente che ha reso il cessate il fuoco puramente formale, spingendo l’Iran a reagire e a riprendere il controllo della rotta strategica. In questo contesto, la risposta iraniana appare come una conseguenza diretta di una pressione mai realmente sospesa. Teheran ha infatti chiarito che non intende accettare negoziati basati su condizioni unilaterali, né cedere il proprio uranio arricchito, definendo tali richieste “non negoziabili” e denunciando le sanzioni statunitensi come una forma di aggressione economica. Il presidente Masoud Pezeshkian ha rafforzato questa posizione, rivendicando il diritto inalienabile del Paese a un programma nucleare pacifico e respingendo l’idea che gli Stati Uniti possano decidere quali diritti spettino a una nazione sovrana.

Allo stesso tempo, ha denunciato gli attacchi contro civili e infrastrutture come violazioni del diritto internazionale, sottolineando il silenzio delle organizzazioni internazionali. Secondo quanto emerso, l’escalation militare avviata nei mesi precedenti - con attacchi e uccisioni mirate - ha trovato risposta in operazioni difensive iraniane, descritte come legittima autodifesa. Teheran ribadisce di non aver avviato alcun conflitto, ma di essere stata costretta a reagire a una pressione crescente. Il risultato è un quadro in cui la responsabilità dell’inasprimento appare legata alla strategia statunitense: da un lato si parla di negoziati, dall’altro si mantengono blocchi, sanzioni e minacce.

In questo equilibrio precario, ogni nuova dichiarazione rischia di alimentare ulteriormente una crisi che, più che avvicinarsi a una soluzione diplomatica, sembra spinta verso un’escalation continua.


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Data articolo: Mon, 20 Apr 2026 05:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Tra NATO e Russia: la Bielorussia rafforza la sua strategia nucleare

Il presidente della Bielorussia, Aleksandr Lukashenko, ha ribadito con forza la necessità per il suo Paese di dotarsi di armi nucleari, definendole un elemento essenziale di deterrenza e sicurezza nazionale. In un’intervista, Lukashenko ha chiarito che Minsk non ha intenzioni offensive, ma si prepara a fronteggiare possibili minacce esterne. Secondo il leader bielorusso, un eventuale confronto militare con gli Stati Uniti non avverrebbe direttamente, bensì attraverso territori europei come la Polonia e i Paesi baltici, considerati potenziali basi operative per Washington.

In questo scenario, la presenza di armamenti nucleari tattici viene presentata come uno strumento di dissuasione, non come una leva per destabilizzare l’equilibrio globale. Lukashenko ha respinto l’idea che Minsk voglia “spaventare il mondo”, sottolineando invece la natura difensiva della strategia bielorussa. Il presidente ha inoltre evidenziato il legame strategico con la Russia, definita alleato imprescindibile.

Un eventuale attacco contro la Bielorussia, ha affermato, equivarrebbe automaticamente a uno scontro diretto anche con Mosca, che ha già dichiarato la disponibilità a utilizzare tutti i propri mezzi per difendere il Paese alleato. A rafforzare questo asse, Lukashenko ha richiamato la presenza di forze militari russe nel territorio occidentale della Federazione, pronte a intervenire rapidamente in caso di crisi.

Un messaggio chiaro rivolto tanto agli Stati Uniti quanto all’Europa: la sicurezza della Bielorussia è parte integrante di un equilibrio militare più ampio.


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Data articolo: Mon, 20 Apr 2026 05:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
"Non abbiamo paura della guerra": Díaz-Canel sfida Trump e rivendica il sangue versato per Maduro

Mentre nella capitale cubana L'Avana si chiude il V Coloquio Internazionale Patria, dedicato alla comunicazione digitale e al centenario della nascita di Fidel Castro, il presidente Miguel Díaz-Canel ai microfoni dell’emittente russa RT rilascia un'intervista che rivendica la volontà cubana di respingere ogni tipo di attacco statunitense e ribadisce una resistenza che dura da più di sessant'anni.

Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca non ha colto il governo dell'isola impreparato. Anzi. Díaz-Canel rivela che i vertici cubani avevano già elaborato un piano dettagliato, anticipando le mosse di un'avversa amministrazione repubblicana. Non si tratta di semplice tattica politica, ma di un vero e proprio programma di governo pensato per scardinare i nodi strutturali di un'economia da troppo tempo asfittica. La ricetta, discussa e arricchita dal dibattito popolare alla fine dello scorso anno, mescola con cautela gli strumenti del socialismo classico con qualche apertura. Il presidente parla di un aggiornamento nella guida dell'economia, una ricerca di equilibrio complesso tra la necessaria centralizzazione della pianificazione e l'utilizzo più pragmatico dei segnali del mercato. L'obiettivo dichiarato è concedere più spazio alle imprese e ai municipi, snellire la legge sugli investimenti esteri e, soprattutto, conquistare quella sovranità energetica che il blocco statunitense tenta quotidianamente di strangolare.

E proprio sull'energia il discorso si fa concreto. Díaz-Canel indica la via dell'autosufficienza forzata: più esplorazione, più raffinazione del greggio nazionale. "Quello non possono bloccarcelo", ripete come un mantra, affiancandolo alla spinta verso le rinnovabili. È la fotografia di un paese che cerca di tappare le falle di una crisi profonda causata dal blocco guardando a ciò che ha in casa, mentre all'orizzonte si profila anche un robusto dimagrimento dello Stato. Entro la metà dell'anno, annuncia il presidente, l'apparato burocratico cubano subirà una scossa. Meno ministeri, strutture più piatte e dinamiche. L'idea è quella di alleggerire la macchina amministrativa per renderla capace di reagire con la velocità che l'emergenza continua richiede.

Ma è quando l'intervista tocca il paragone con il destino del Venezuela che la voce del presidente si fa più ferma. La domanda implicita è se L'Avana tema di subire la stessa sorte di Caracas, con il sequestro di Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti ancora negli occhi di tutti. Díaz-Canel respinge l'accostamento con cortesia, riconoscendo il debito storico e affettivo verso Hugo Chávez e la Rivoluzione Bolivariana, ma traccia subito un solco invalicabile. "Cuba è un'altra cosa", lascia intendere. È una nazione forgiata da oltre sessant'anni di assedio, un luogo dove le istituzioni e il popolo hanno sviluppato anticorpi sociali che definisce "unici".

Poi arriva la cifra che pesa come un macigno e che serve a chiudere ogni tentazione di paragone: trentadue. Sono i combattenti cubani caduti in Venezuela per difendere il presidente Maduro. Un tributo di sangue che, nelle parole del presidente, diventa la prova provata che sull'isola la difesa della patria non è un esercizio retorico. "Se trentadue sono caduti lì per difendere il presidente di un'altra nazione, cosa non farebbero milioni di cubani per salvare la rivoluzione sul proprio suolo?". È un messaggio chiaro, privo di sbavature, che non lascia spazio a interpretazioni accomodanti. Díaz-Canel ci tiene a precisare che Cuba non invoca né promuove la guerra, ma allo stesso tempo non la teme se si tratta di difendere la propria terra dall’invasore imperialista. Una dottrina difensiva che affonda le radici nell'idea fidelista della "guerra di tutto il popolo", un meccanismo di resistenza capillare che coinvolge ogni cittadino.

In questo quadro di tensione permanente, il presidente trova spazio anche per la gratitudine geopolitica. Non è un caso che ricordi l'arrivo di una petroliera russa nel pieno della crisi energetica. Non è solo greggio, è un gesto politico e simbolico di un alleato storico che, nelle "situazioni difficili", continua a farsi sentire. È il riconoscimento di un'amicizia che, nel silenzio assordante del blocco, tiene accesa una luce sull'Avana.

Data articolo: Sun, 19 Apr 2026 14:54:00 GMT
IN PRIMO PIANO
"No Kings" e MAGA: il teatro delle ombre sul ponte del Titanic (di Laura Ruggeri)

 

di Laura Ruggeri*

 

Il movimento "No Kings" si è affacciato sulla scena politica lo scorso giugno organizzando manifestazioni di protesta in occasione del compleanno di Donald Trump e della parata militare per il 250° anniversario dell'esercito. Da quel momento le sue iniziative di lotta hanno visto la partecipazione di milioni di persone, non solo negli Stati Uniti ma più recentemente anche in diversi paesi occidentali.

Il movimento si oppone alle politiche della Casa Bianca in tema di immigrazione e alla loro applicazione violenta, denuncia la deriva autoritaria, gli abusi di potere dell'esecutivo e la guerra di aggressione contro l'Iran.

Pur condividendo l'indignazione e la profonda frustrazione che hanno spinto milioni di persone a scendere in piazza, ritengo necessario analizzare gli obiettivi e le finalità del movimento, oltre alle sue fonti di finanziamento.

Commentatori e politici allineati al Partito Repubblicano, basandosi principalmente su un'inchiesta di Fox News, hanno messo in evidenza l'infrastruttura organizzativa e le reti finanziarie che sostengono il movimento, ma lo hanno fatto in modo selettivo per etichettare le proteste come una "rivoluzione colorata".

Avendo scritto ampiamente sulle rivoluzioni colorate, ritengo importante mantenere la chiarezza analitica nell'utilizzo di questo termine al fine di evitare confusione epistemica.

Sebbene sia vero che il movimento No Kings poggi in larga misura su un apparato di protesta professionalizzato, sostenuto da finanziatori di cause liberal come Open Society Foundations di Soros che figura praticamente in tutte le rivoluzioni colorate a cui abbiamo assistito finora, dobbiamo mantenere una distinzione fondamentale, almeno a livello analitico.

Tutti i donatori menzionati nelle indagini condotte da Fox News, Daily Mail, Pearl Project, Snopes e altri, sono cittadini statunitensi. E sebbene uno di loro, Neville Roy Singham, raggiunta l’età pensionabile si sia trasferito in Cina qualche anno fa, il suo attivismo politico e il suo sostegno ai gruppi della sinistra statunitensi risalgono a molto prima del suo trasferimento.

Le rivoluzioni colorate sono finanziate e orchestrate da potenze straniere o da organizzazioni ad esse riconducibili, con l'obiettivo esplicito di destabilizzare un paese bersaglio e/o rovesciarne il governo per raggiungere obiettivi geopolitici. Nel caso del movimento No Kings, non è emersa alcuna prova credibile di un coinvolgimento straniero.

Ciò non significa, tuttavia, che il movimento sia necessariamente organico o auto-organizzato.

Da tempo, fazioni dell'élite statunitense si servono della mobilitazione popolare come arma nelle loro lotte di potere, per screditare, indebolire o esercitare pressione sulla fazione rivale.

Nel conflitto intra-élite le masse diventano una sorta di proxy.

Pur comprendendo la tentazione di accomunare il movimento No Kings alle rivoluzioni colorate ritengo che farlo sia fuorviante. Se le rivoluzioni colorate rappresentano un attacco all'ordine politico di un paese lanciato dall’esterno qui invece assistiamo ad un attacco proveniente dall'interno. Se a livello fenomenologico entrambi i tipi di mobilitazioni popolari appaiono come forme di resistenza autoorganizzate, la loro logica di fondo e i beneficiari finali sono diversi.

È interessante notare che come gli eserciti tradizionali, anche le masse co-optate possono essere sia mobilitate che smobilitate a seconda della convenienza di manovratori occulti.  Possono essere attivate in poco tempo grazie ad una rete organizzativa consolidata e capillare, allo stesso modo possono essere deviate su un binario morto e neutralizzate quando la loro energia non serve più allo scopo desiderato.

Le dinamiche attraverso cui i gruppi di interesse cercano di orientare o condizionare  le decisioni politiche hanno subito una significativa trasformazione. In passato, le lobby concentravano i propri sforzi principalmente su partiti politici e funzionari eletti in un quadro formalmente democratico. Tale modello presupponeva una sostanziale fiducia nelle istituzioni rappresentative e nei meccanismi della democrazia partecipativa. Tuttavia, a seguito di una crescente e generalizzata disillusione nei confronti di tale modello, le forme della mobilitazione collettiva hanno acquisito una maggiore rilevanza strategica. È in questo contesto che i movimenti di protesta professionalizzati emergono come uno strumento operativo a disposizione di determinate fazioni elitarie. Le proteste di massa, anziché costituire un'espressione autonoma e spontanea della società civile, si trasformano in una risorsa funzionale a logiche di competizione interna alle élite.

Altri, per descrivere il fenomeno No Kings, hanno preso in prestito il termine gramsciano di "rivoluzione passiva", ma questa etichetta, come quella di rivoluzione colorata, non riesce a spiegare appieno ciò che sta avvenendo da anni negli Stati Uniti e non solo.

Secondo Gramsci, le classi dominanti, nei momenti di crisi, sono capaci di assorbire parte delle rivendicazioni delle classi subalterne, svuotandole della loro carica sovversiva e trasformandole in strumenti di modernizzazione conservatrice. Così, ciò che appare come una conquista popolare è in realtà una ristrutturazione del dominio che preserva la sostanziale asimmetria dei rapporti di potere. Gramsci ha inoltre esplicitamente collegato la rivoluzione passiva al trasformismo : un processo di assorbimento e incorporazione molecolare degli elementi attivi delle classi avversarie, attraverso il quale la classe dominante si rinnova e produce l'impressione di un cambiamento laddove in realtà vi è solo la perpetuazione dell'ordine esistente.

Questa dinamica non è certo nuova. È così che le élite capitaliste gestiscono il dissenso, le crisi e la necessità di una modernizzazione periodica. Si potrebbe dire che la rivoluzione passiva e il trasformismo sono i fattori che rendono possibile il dominio capitalista e la riproduzione del potere.

Tuttavia, la sola cooptazione, intesa come neutralizzazione e assorbimento a posteriori del dissenso, non è sufficiente a spiegare il fenomeno che osserviamo.

Nelle situazioni di competizione intra-élite, i movimenti di opposizione non vengono semplicemente co-optati e neutralizzati a posteriori, ma vengono ingegnerizzati e coordinati in anticipo. La rabbia e l'energia autentiche del popolo vengono strumentalizzate e organizzate da una fazione dell'élite contro un'altra.

Ciò che osserviamo in fenomeni come il movimento No Kings (e simmetricamente in MAGA) non è una rivoluzione passiva nel senso classico del termine. Esiste una differenza fondamentale tra una dinamica post-factum , in cui le élite reagiscono e neutralizzano una minaccia esistente al loro potere (rivoluzione passiva), e una dinamica ante-factum, in cui le élite creano e/o sostengono proattivamente la mobilitazione popolare come strumento strategico nelle loro lotte di potere.

Entrambi i movimenti, No Kings e MAGA, nonostante l'evidente antagonismo, funzionano come meccanismi complementari attraverso i quali élite rivali si contendono l'egemonia e neutralizzano il malcontento popolare. MAGA incanala in un'agenda nazionalista e protezionistica la rabbia di quei settori sociali, lavoratori e ceti medi, che hanno perso, o temono di perdere, il proprio status socio-economico a seguito di deindustrializzazione, delocalizzazione e immigrazione incontrollata. No Kings, al contrario, si struttura attorno a una dinamica speculare ma ideologicamente opposta. Esso assorbe l'indignazione suscitata dalle tendenze autoritarie dell'amministrazione Trump, ad esempio il rastrellamento ed espulsione degli immigrati irregolari, l'eccessiva concentrazione di potere nell'esecutivo, aggressioni militari. Tuttavia, anziché tradurre questa indignazione in una critica radicale del sistema, No Kings la integra in un'agenda liberal-globalista.

Ciò che accomuna entrambi i movimenti, nonostante la loro apparente antitesi, è la loro funzione strutturale: entrambi convogliano energie sociali potenzialmente sovversive all'interno di agende che, in ultima analisi, non mettono in discussione gli assetti fondamentali del potere dei loro finanziatori. Il MAGA lo fa attraverso una retorica della nazione e del popolo tradito; No Kings, attraverso una retorica della democrazia e dei diritti.

È importante sottolineare che nessuno dei due movimenti è monolitico. No Kings, ad esempio, è una coalizione che comprende gruppi progressisti che sostengono il Partito Democratico, ma anche organizzazioni pacifiste e collettivi marxisti, con l’opposizione a Trump com unico collante.

Anche il movimento MAGA è tutt'altro che omogeneo: è diviso in gruppi distinti, spesso in competizione tra loro, con priorità diverse, come hanno dimostrato le tensioni interne tra le élite filo-imprenditoriali e i populisti, tra i libertari e i conservatori cristiani, gli isolazionisti e gli interventisti.

Sebbene sarebbe errato affermare che tutte le organizzazioni e i gruppi che compongono questi movimenti sostengano esplicitamente l'aspirazione degli Stati Uniti a ristabilire la propria egemonia globale, il quadro cambia se consideriamo i loro principali finanziatori.

Il principale motore di No Kings è Indivisible Project, un'organizzazione che ha ricevuto 7,61 milioni di dollari tra il 2017 e il 2023 dalle Open Society Foundations di Soros. Indivisible si è ripetutamente attribuita il merito di aver coordinato le azioni, fornito strumenti, formazione, coordinamento e messaggi strategici. Una fonte di finanziamento ancora più consistente proviene dalle opache Arabella Advisors (ora rinominata Sunflower Services) e dalla Tides Foundation, importanti macchine di finanziamento progressiste che celano l’identità dei donatori, sebbene sia trapelato che la Gates Foundation, Pierre Omidyar, George Soros, la Ford Foundation, la Rockefeller Foundation e la NoVo Foundation (legata alla famiglia di Warren Buffett) risultano tra i maggiori donatori.

I principali finanziatori di MAGA provengono dalla stessa classe di miliardari, principalmente dai settori della tecnologia, delle criptovalute, della finanza e dell'energia: Elon Musk, Jeffrey Yass, Stephen Schwarzman (Blackstone), Greg Brockman (OpenAI), Alex Karp (Palantir), Marc Andreessen e Ben Horowitz, Kelcy Warren (Energy Transfer Partners), insieme a donatori della lobby sionista come Miriam Adelson e Ronald Lauder.

Entrambe le fazioni cercano di preservare ed estendere sia il loro potere che l'egemonia americana, sebbene i liberali insistano nel dipingerla a colori arcobaleno e nell'applicarvi definizioni vaghe e slogan virtuosi come "inclusività", "democrazia" e "ordine internazionale basato sulle regole". La retorica cambia, ma non i loro interessi materiali. Finanziando movimenti opposti, le élite si assicurano che l'indignazione venga sfogata in ondate controllate, anziché coalescere in una sfida trasversale all'egemonia di questa classe. Nel frattempo, la "guerra culturale" mantiene l'opinione pubblica divisa e occupata a seguire lo spettacolo.

Pur non dubitando della sincerità dei comuni cittadini americani che aderiscono ai movimenti liberal-progressisti o nazionalisti-populisti, dubito che siano pienamente consapevoli degli obiettivi di coloro che finanziano l'infrastruttura organizzativa che permette, coordina e sostiene le loro attività sia a livello nazionale che internazionale.

La dimensione internazionale non va trascurata. Entrambe le fazioni hanno esteso la loro influenza ben oltre i confini americani e cercano di plasmare i processi politici e decisionali in paesi target attraverso reti, organizzazioni e organi di informazione ben finanziati.

Movimenti come No Kings e MAGA fungono da ambiente controllato in cui l'energia politica autentica può essere convogliata e neutralizzata quando non serve più. A questo proposito, vari segnali indicano che MAGA ha esaurito la sua utilità e ha bisogno di essere resettato dopo che la sua base ha sviluppato scetticismo o addirittura ostilità nei confronti dell'amministrazione Trump. Il movimento potrebbe essere ritirato come avviene con un vecchio modello di auto o riformato, mentre si prepara una nuova piattaforma per il prossimo inevitabile scoppio di malcontento popolare.

Si potrebbe sostenere che questi movimenti siano concepiti con un'obsolescenza programmata, proprio come la maggior parte dei prodotti di consumo. Prosperano grazie all'hype, al branding, a catalizzatori temporanei ma non poggiano su un’analisi materiale delle condizioni e rapporti di classe, non gettano luce  sui meccanismi di produzione e riproduzione del potere e la continuità bipartisan del progetto imperialista americano. La loro energia è quasi interamente affettiva e simbolica, una messa in scena della propria presunta superiorità morale  Il risultato è una serie di movimenti effimeri che nascono e si esauriscono senza costruire nulla di duraturo, tanto meno una coscienza di classe.

Sia MAGA che No Kings sono il prodotto di una personalizzazione della politica, nel caso specifico uno nasce per sostenere il Trumpismo e l’altro in opposizione ad esso. Ed è proprio questa fissazione ossessiva sul personaggio Trump che rappresenta la loro fragilità.

Grazie a un sistema mediatico che infantilizza il discorso politico e ha fatto di Trump un feticcio, il pubblico lo identifica come salvatore in un caso o radice di tutti i mali dell'America nell’altro. Molti di coloro che sostengono il movimento No Kings sarebbero fin troppo felici di sostituirlo con un qualsiasi candidato Dem che venisse presentato come la sua antitesi, proprio come Barack Obama era stato presentato come l'antidoto al guerrafondaio George W. Bush. Obama prometteva di metter fine all’imbarazzante eredità di Bush e dei Neocon: la guerra in Iraq e Afghanistan, l'unilateralismo, lo svilimento della diplomazia, Guantanamo e il danno all'immagine dell'America nel mondo. L’operazione di marketing ha funzionato grazie alla promessa di cambiamento: gli elettori, come i consumatori, sono sempre alla ricerca del nuovo. Nella sostanza la continuità bipartisan della politica americana era difficile da ignorare. Obama ha mantenuto e consolidato lo stato di sorveglianza creato grazie all’11 settembre e l'impegno a difendere la supremazia americana. Ha intensificato la guerra dei droni, autorizzando circa dieci volte più attacchi di quanti ne avesse autorizzati George W. Bush, e ha dato nuovo impulso alle rivoluzioni colorate e operazioni di cambio di regime (Iran, Tunisia, Egitto, Libia, Yemen, Siria, Ucraina, Russia, Kirghizistan, Hong Kong, Taiwan, Macedonia...)

Non dobbiamo neppure dimenticare che Barack Obama, con il suo "Pivot to Asia" ha segnato una svolta nella strategia statunitense nei confronti della Cina, non più identificata come partner ma come la principale sfida al predominio americano nell’Asia Pacifico, quindi da contenere con tutti i mezzi.

Facciamo un salto avanti e arriviamo a Trump 2.0. Poiché la Cina non può essere contenuta direttamente, Washington ha optato per un contenimento indiretto: destabilizzare l'ordine economico globale da cui dipende la crescita cinese. Qualsiasi conflitto o crisi in grado di far precipitare l'Asia e l'Europa in una recessione di fatto danneggia l'industria manifatturiera cinese. In questo modo si rallenta la crescita della Cina e si creano problemi socio-economici che nelle intenzioni USA finirebbero per minare il potere del Partito Comunista. Questa è la logica del contenimento attraverso il caos.

Concentrandosi su Trump come causa di ogni male, i movimenti progressisti statunitensi commettono l’errore di confondere causa ed effetto.

Trump non è un'aberrazione, un’anomalia del sistema. È il sistema stesso che si manifesta in tutte le sue contraddizioni. L’apparente schizofrenia di Trump è la schizofrenia del capitalismo finanziario quando cannibalizza l’economia reale. Trump rappresenta l’espressione del decadimento avanzato in cui versa il capitalismo americano, ne incarna tutte le caratteristiche più miopi, parassitarie e grottesche. Ma non si risolverà il problema semplicemente rimuovendolo e sostituendolo, il che sarebbe come prendere un antidolorifico per curare un'infezione.

 

Se Trump agisce in aperta violazione non solo del diritto internazionale ma anche del rules-based order (l’ordine-basato-sulle-regole) l'architettura di governance globale creata dagli americani dopo la caduta dell’Unione Sovietica è perché Washington non trae più vantaggio dal rispettare anche solo formalmente (nella sostanza le ha sempre aggirate) quelle regole che ha imposto agli altri stati.

Nell'era della multipolarità, gli Stati Uniti non possono mantenere la loro vecchia posizione di potenza egemone e quindi ricorrono con rinnovato impulso al caos nella speranza che serva ad impedire l'emergere di qualsiasi sfida alla loro egemonia.

Va sottolineato che per certi interessi americani, il caos rappresenta un affare. Le turbolenze sui mercati energetici fanno schizzare in alto i prezzi di petrolio e gas, un vantaggio diretto per gli esportatori statunitensi. I conflitti senza fine, dal canto loro, alimentano il complesso militare-industriale: budget della difesa da record, vendite di armi milionarie e contratti d'oro per le aziende del settore.

Quando si placa la furia bellica, gli interventi di cosiddetta "stabilizzazione" e la ricostruzione spalancano di solito le porte a prestiti del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, a pacchetti di privatizzazioni e a maxi-appalti per le infrastrutture. Almeno sulla carta. Perché questa volta potrebbe andare diversamente, visto che altri creditori potrebbero fare concorrenza a Washington e ai suoi alleati.

Un tempo, in momenti di crisi, gli investitori globali si rifugiavano in massa nei Buoni del Tesoro americani, considerati un porto sicuro. Oggi quel meccanismo non è più così automatico. I titoli di Stato Usa restano appetibili nel brevissimo periodo, grazie alla loro liquidità, ma la domanda a lungo termine è sempre più in bilico: pesano i timori sul debito americano, il rischio di una inflazione persistente e le incertezze legate alle ripercussioni geopolitiche.

Ovviamente non esiste nessuna certezza che scatenare il caos non si riveli controproducente. Erode il soft power americano, accelera la de-dollarizzazione e nessuno può garantire che altre potenze non riescano a trarre più vantaggio di Washington dalla demolizione di quello che gli USA sbandieravano come “ordine-basato-sulle-regole”. Se i suoi sostenitori difendono tale distruzione come una sorta di "distruzione creatrice", è perché non esistono più risorse sufficienti per imporre l'ordine.

Minacce, ricatti, aggressioni e caos sono diventati l'unico modus operandi che resta in un contesto segnato da problemi sistemici profondi e irrisolvibili, frutto del declino strutturale degli Stati Uniti.

Per decenni, Washington ha imposto un ordine internazionale plasmato sui propri interessi, presentandosi al contempo come garante della democrazia, della sicurezza e dello stato di diritto. Oggi non è più così. L'architettura disegnata dopo il 1945 – Bretton Woods, Nazioni Unite, Nato, la rete di alleanze bilaterali in Asia e Medio Oriente – era stata concepita per blindare il primato americano sotto una patina di norme universali. Gli Stati Uniti scrivevano le regole, ne controllavano l'applicazione e si riservavano il diritto di derogarvi ogni volta che faceva comodo. E finché quel sistema ha garantito stabilità e relativa prevedibilità, la maggior parte dei paesi ne ha tollerato l'ipocrisia.

Quell'epoca è finita. L'erosione della potenza economica americana, l'ascesa di centri rivali – in primis la Cina – e il risentimento accumulato in decenni di interventi unilaterali hanno minato il vecchio ordine. Washington non è più in grado di sostenere la costosa infrastruttura su cui si fondava la sua egemonia globale: basi militari, alleanze, pacchetti di aiuti esteri, guerre senza fine. Ma non ha ancora accettato l'idea di una transizione verso un mondo realmente multipolare. Tra accettazione del declino della propria supremazia e negazione della realtà, gli USA hanno giocato la carta del caos.

Sia chiaro, Trump non è certo l’unico responsabile del declino della reputazione degli Stati Uniti e del crollo della fiducia internazionale; il suo deterioramento era già in atto da tempo. Ciò che sorprende, semmai, è la velocità e la portata del crollo.

Amitav Acharya, noto studioso di relazioni internazionali, sostiene che il mondo non si sta dirigendo verso un classico sistema multipolare, ma verso una dimensione "multiplex" (quella della multisala).

Si tratta di un sistema più complesso in cui si muovono molteplici attori: grandi potenze, organizzazioni regionali, multinazionali e attori non statali. In questo nuovo scenario, Washington è ancora capace di distruggere (attraverso azioni militari o sanzioni), ma non può più costruire o sostenere un ordine internazionale stabile.

Poiché l'attuale guerra contro l'Iran sta ulteriormente danneggiando la fiducia nella leadership americana anche tra i cosiddetti alleati, non sorprende che molti paesi, soprattutto quelli del Sud del mondo, si stiano adattando riducendo la loro dipendenza da Washington.

Ciò che stiamo osservando nello stile di gestione caotico dell'amministrazione Trump è la cifra di un sistema il cui unico modello di business rimasto è vendere biglietti per le sdraio sul Titanic.

Il capitalismo finanziario, nella sua fase terminale, non risolve più le contraddizioni, bensì le moltiplica, le interiorizza e infine le mette in scena come un teatro dell’orrore.

Il disordine non è una disfunzione temporanea e accidentale, ma la modalità operativa del sistema.

A livello personale, questo squilibrio si manifesta in un leader che non può permettersi la coerenza.

 

Le contraddizioni che paralizzerebbero un qualsiasi statista si trasformano, per lui, in opportunità di improvvisazione transazionale.

Prendiamo ad esempio il noto dilemma di Triffin. Un giorno Trump esalta i pregi del dollaro forte, come simbolo della potenza americana. Il giorno dopo attacca il dollaro forte perché frena le esportazioni e conduce alla perdita di posti di lavoro. Incoerente? Contraddittorio? Certo. Ma accusarlo di incoerenza non serve a capire. La contraddizione non è un difetto della comunicazione di Trump. Questa è la logica degli hedge fund, non la logica della pianificazione economica. La politica economica tradizionale presuppone un insieme coerente di obiettivi da perseguire con strumenti altrettanto coerenti. La logica della finanza diverge da quella del piano, fa propria la volatilità dei mercati e ne trae profitto. Un hedge fund non ha bisogno che il mercato salga o scenda; ha bisogno che il mercato si muova, e in modo imprevedibile, così che il suo portafoglio di posizioni lunghe e corte possa estrarre valore dall'incertezza. Trump governa allo stesso modo. Non risolve le tensioni dell'economia americana. Le amplifica. Dollaro forte un giorno, dollaro debole quello dopo. Dazi sulla Cina, poi un accordo con la Cina. Caos dei prezzi del petrolio. Minacce agli alleati, poi abbracci.

Quella che appare come incoerenza dal punto di vista della tradizionale arte di governo è, dal punto di vista del potere finanziarizzato, una strategia per estrarre valore dalle diverse opzioni. Se il dollaro si rafforza, Trump può rivendicare il merito di aver proiettato la potenza americana. Se si indebolisce, può cantare vittoria per i lavoratori statunitensi.

Ma c'è una logica più profonda all'opera, che va oltre lo stile personale di Trump. L'economia americana è così profondamente finanziarizzata, dominata dall'estrazione di rendita, dall'inflazione dei prezzi degli asset e dai flussi speculativi piuttosto che dall'investimento produttivo, che le vecchie certezze dell'era industriale non valgono più. La tragedia è che questo approccio preclude qualsiasi possibilità di una politica industriale coerente, di un regime commerciale stabile e di una postura internazionale prevedibile. E mentre l'élite finanziarizzata estrae valore, l'economia produttiva, quella che produce beni reali e dà lavoro alle persone, lentamente si atrofizza.

 

La coalizione di interessi politici, economici e finanziari che sostiene Trump è un portafoglio di scommesse diverse e contraddittorie. Quella che appare come incoerenza personale è un riflesso di ciò.

Questa coalizione non può arginare l'ondata che sta rimodellando l'ordine globale. Ciò che può fare è sfruttare e monetizzare i residui del vecchio ordine attraverso uno stile di politica estera ancora più utilitarista, aggressivo e unilaterale. Un simile approccio riflette la consapevolezza che il quadro istituzionale del dopoguerra non offre più gli stessi vantaggi agli Stati Uniti, poiché altre potenze – la Cina soprattutto – hanno in mano carte vincenti.

Gli interessi economici e il fan club che stanno dietro a Trump compongono una formazione decisamente ibrida. Sebbene il suo carattere ibrido in precedenza si sia dimostrato forte a livello elettorale, manca la coerenza interna necessaria per generare un progetto egemonico stabile e duraturo. È costellata di profonde e irrisolvibili contraddizioni che la rendono intrinsecamente sterile, come tendono ad essere la maggior parte delle formazioni ibride.

La sua caratteristica principale è l'opportunismo: un'alleanza tattica formatasi attorno a obiettivi comuni a breve termine come tagli alle tasse, deregolamentazione, appalti governativi vantaggiosi, dazi a tutela dell'industria nazionale, riduzione dei vincoli normativi (soprattutto nei settori dell'IA, delle criptovalute e dell'energia), ostilità verso le istituzioni "woke" e opposizione al vecchio ordine liberale. Tuttavia, le visioni strategiche di queste lobby sono fondamentalmente incompatibili. E questo ancor prima di considerare l'influenza tossica della potente lobby sionista per la quale "Make Israel Great Again" ha la precedenza su “Make America Great Again”.

Trump ha sfruttato e strumentalizzato i profondi malcontenti interni causati dalla globalizzazione, dalla disuguaglianza socioeconomica e dai fallimenti delle istituzioni liberali. Già negli anni 2010 il capitalismo americano si trovava in una profonda crisi. Decenni di globalizzazione neoliberista avevano prodotto una massiccia deindustrializzazione, un'estrema disuguaglianza, la perdita di posti di lavoro nel settore manifatturiero, l'epidemia di oppioidi, la stagnazione dei salari reali per la maggioranza della popolazione e una profonda perdita di fiducia.

Ampi segmenti della popolazione hanno vissuto tutto ciò come un tradimento da parte dell'élite liberale. Il malcontento era diffuso, reale e potenzialmente esplosivo. Trump, il demagogo, ha affermato di parlare a nome degli "uomini e delle donne dimenticati", ha attaccato l'"élite corrotta", ha denunciato la globalizzazione e gli accordi di libero scambio e ha promesso di riportare l'America alla “grandezza” del passato. Ha incanalato l'energia sovversiva del malcontento popolare nel suo progetto politico, assicurandosi che non mettesse in discussione gli interessi e il potere dei suoi principali finanziatori.

I conservatori sociali hanno ottenuto vittorie nella guerra culturale; gli elettori bianchi della classe operaia hanno trovato dei capri espiatori (immigrati, Cina); le multinazionali e Wall Street hanno ottenuto tagli alle tasse e deregolamentazione; il settore dell'IA e dell'alta tecnologia ha ricevuto un pacchetto di politiche estremamente favorevoli (deregolamentazione aggressiva, incentivi finanziari e una partnership strategica con il governo); la lobby sionista ha ricevuto carta bianca per permettere a Israele di portare avanti impunemente il genocidio dei palestinesi e attaccare l'Asse della Resistenza; e il complesso militare-industriale ha ricevuto il più grande budget militare del dopoguerra.

La narrazione basata su fantasie compensatorie che ha garantito la rielezione di Trump, assicurandogli milioni di voti dalla base conservatrice, ruota attorno a un insieme di segni potenti: la nazione, l'uomo forte, la famiglia e il confine. Rifacendoci alla schizoanalisi di Deleuze e Guattari, si potrebbe sostenere che Trump assommi in sé sia l’elemento schizo (destruttura, confonde codici, libera flussi e pulsioni) che quello paranoico (ricodifica flussi e pulsioni sotto il significante dispotico di "America").

I movimenti che si oppongono o lo sostengono sono intrappolati in un circolo vizioso. Finché le persone non si libereranno da questa reazione speculare e non inizieranno a organizzarsi attorno alle condizioni materiali che hanno generato il Trumpismo, rimarranno intrappolate nella stessa macchina paranoica e schizoide su una falsa pista mentre il vero lavoro di costruzione di un sistema equo rimane incompiuto.

A differenza delle élite che traggono profitto dalla volatilità, la gente comune non possiede un hedge fund. Sia che viva alla periferia dell'impero o nel suo cuore marcio, subisce le conseguenze del caos generato dalla ricerca impossibile dell'egemonia da parte di Washington.


* Laura Ruggeri è autrice di "Hong Kong a fuoco: anatomia di una rivoluzione colorata" appena edito da LAD Edizioni e acquistabile a questo link: https://www.ladedizioni.it/prodotto/hong-kong-a-fuoco/

Data articolo: Sun, 19 Apr 2026 14:00:00 GMT
WORLD AFFAIRS
Gli Houthi minacciano Trump di chiudere un importante stretto strategico

 

Gli Houthi hanno lanciato un avvertimento diretto su una possibile chiusura dello strategico stretto di Bab el Mandeb se le tensioni con Washington dovessero continuare. Il viceministro degli Esteri, Hussein al-Ezzi, ha esortato il presidente statunitense, Donald Trump, a porre fine alle politiche che, secondo quanto ha affermato, ostacolano la pace, e a rispettare i diritti del popolo yemenita.

“Pertanto, la cosa migliore per Trump — e per i suoi complici — è porre immediatamente fine a tutte le pratiche e le politiche che ostacolano la pace e mostrare il rispetto dovuto nei confronti dei diritti del nostro popolo e della nostra nazione”, ha aggiunto.

Il funzionario ha assicurato che, se venisse presa tale decisione, «tutta l'umanità e i geni non sarebbero in grado di riaprirlo», in un messaggio rivolto a Trump.

Lo stretto di Bab el Mandeb, di fronte allo Yemen, collega il Mar Rosso con il Golfo di Aden ed è una delle rotte marittime più importanti del mondo, fondamentale per il trasporto di petrolio e merci verso il Canale di Suez e l'Asia.

Data articolo: Sun, 19 Apr 2026 11:00:00 GMT
WORLD AFFAIRS
SA-67. Il missile iraniano (a basso costo) distrugge beni statunitensi del valore di milioni di dollari

 

Un missile terra-aria iraniano a basso costo, noto come 358 o SA-67, ha distrutto beni militari statunitensi del valore di milioni di dollari, principalmente droni, dall’inizio della guerra in corso, ha riferito sabato il South China Morning Post.

Con un peso di circa 50 kg, il missile 358 è alimentato da un microturboreattore e da un razzo a propellente solido, vola a velocità subsonica (Mach 0,6) per 100-150 km e utilizza un cercatore a infrarossi per la guida verso gli obiettivi.

Secondo il commentatore militare Zhang Xuefeng, i due principali vantaggi del 358 sono il suo costo estremamente basso e la sua capacità di abbattere con facilità velivoli senza pilota a media quota e a lungo raggio, a bassa velocità e alimentati da turbopropulsori, come l’MQ-9 Reaper statunitense.

Il 358, il cui costo è stimato in meno di 90.000 dollari, viene solitamente descritto come un’arma ibrida, metà missile e metà munizione kamikaze o vagante. Dopo il lancio — che può avvenire da camion mobili —, può pattugliare o sorvolare lo spazio aereo designato mentre cerca autonomamente gli obiettivi, per poi lanciarsi in picchiata e intercettarli.

Si ritiene che questo particolare missile possa essere stato utilizzato nell’attacco contro un caccia multiruolo di quinta generazione F-35 avvenuto lo scorso 19 marzo, che ha costretto l’aereo ad effettuare un atterraggio di emergenza in una base militare statunitense in Medio Oriente.

Data articolo: Sun, 19 Apr 2026 09:00:00 GMT