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#news #antidiplomatico
Le autorità iraniane hanno annunciato lo smantellamento di una rete di spionaggio straniera legata al Mossad, con l’arresto di un cittadino straniero accusato di operare sotto copertura per l’intelligence israeliana. Secondo i Pasdaran, il sospetto raccoglieva informazioni sensibili e valutava le attività di cellule affiliate, mentre perquisizioni successive avrebbero fornito “prove definitive” del suo ruolo.
L’operazione si inserisce in un contesto di forte tensione interna, in cui proteste economiche inizialmente pacifiche sarebbero state, secondo Teheran, deliberatamente deviate verso violenze e sabotaggi da attori esterni. L’Iran parla apertamente di “guerra ibrida”: sanzioni, pressione economica, operazioni psicologiche e terrorismo coordinato. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha puntato il dito contro Stati Uniti e Israele, citando dichiarazioni dell’ex direttore della CIA, Mike Pompeo, come prova del coinvolgimento del Mossad nei disordini.
Anche il presidente Masoud Pezeshkian ha ribadito che Washington sbaglia a credere di poter replicare in Iran tattiche usate altrove. Sulla stessa linea il presidente del Parlamento Mohammad Baqer Qalibaf, che ha distinto tra proteste legittime e “terrorismo armato”, avvertendo che chi attacca infrastrutture, civili e forze di sicurezza riceverà una risposta durissima.
Qalibaf ha inoltre lanciato un messaggio diretto a Donald Trump, avvertendo che qualsiasi attacco contro l’Iran renderebbe obiettivi legittimi basi e interessi statunitensi nella regione. Teheran insiste: le difficoltà economiche saranno affrontate per vie istituzionali, ma la sovranità nazionale e la sicurezza interna restano “linee rosse”. In gioco, come denuncia la leadership iraniana, non c’è solo l’ordine pubblico, ma la tenuta del Paese di fronte a una strategia di destabilizzazione guidata dall’esterno.
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Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha risposto duramente alle nuove minacce di Donald Trump contro L’Avana, ricordando che Cuba è “aggredita dagli Stati Uniti da 66 anni” ed è sempre pronta a difendere la propria sovranità “fino all’ultima goccia di sangue”. In una serie di messaggi, il capo dello Stato ha ribadito che Cuba è una nazione libera, indipendente e sovrana, che non minaccia nessuno ma si prepara a difendersi.
Díaz-Canel ha accusato Washington di non avere “alcuna autorità morale” per giudicare Cuba, denunciando un sistema che “trasforma tutto in affari, persino le vite umane”. Le gravi difficoltà economiche dell’isola, ha sottolineato, non sono il frutto della Rivoluzione, ma delle misure di soffocamento economico imposte dagli Stati Uniti per oltre sei decenni e oggi minacciate di ulteriore inasprimento.
Le dichiarazioni arrivano dopo che Trump ha annunciato la volontà di tagliare completamente petrolio e risorse finanziarie a Cuba, evocando persino l’opzione di “entrare e distruggere” l’isola. Il ministro degli Esteri Bruno Rodríguez ha replicato accusando Washington di comportarsi come un “egemone criminale e fuori controllo”, rivendicando il diritto di Cuba a commerciare liberamente e a importare energia senza coercizioni unilaterali.
Mentre il blocco statunitense continua a essere condannato quasi unanimemente dalla comunità internazionale e dall’ONU, L’Avana denuncia una nuova escalation di pressioni e ribadisce che diritto e giustizia non sono dalla parte dell’impero.
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di Fabrizio Verde
Nel profluvio di narrazioni distorte e notizie false sul Venezuela bolivariano, scatenate in seguito al criminale attacco militare statunitense culminato nel sequestro del presidente Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores, alcune enormi bugie sono state clamorosamente smentite dallo stesso Donald Trump. Tra queste spicca la falsa rappresentazione secondo cui il Venezuela sarebbe un paese economicamente fallito per colpa di una presunta “dittatura” o di una cattiva gestione intrinseca al socialismo, quando in realtà è stato oggetto per anni di una campagna sistematica di strangolamento economico pianificata scientificamente da Washington. Le sanzioni unilaterali imposte dagli Stati Uniti - definite da esperti delle Nazioni Unite come misure coercitive illegali secondo il diritto internazionale - hanno avuto un impatto devastante sulla popolazione civile, bloccando l’accesso a medicine, cibo, pezzi di ricambio per infrastrutture essenziali e persino ai diluenti necessari per rendere commercializzabile il petrolio pesante venezuelano. Queste misure, applicate a partire dal 2015 e intensificate nel 2019 sotto la prima amministrazione Trump, non solo hanno paralizzato l’industria petrolifera nazionale, ma hanno anche impedito ad aziende straniere di operare legalmente nel paese, nonostante fossero disposte a farlo. Il risultato è stato un danno economico stimato in centinaia di miliardi di dollari e la morte prematura di decine di migliaia di persone a causa della carenza di farmaci e servizi sanitari, come documentato da organizzazioni indipendenti.
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È proprio in questo contesto che va letta la dichiarazione fatta da un dirigente della Halliburton durante un incontro alla Casa Bianca: “Uscimmo a causa delle sanzioni… avevamo intenzione di restare”. Una dichiarazione che smonta definitivamente la narrativa secondo cui le imprese straniere avrebbero abbandonato il Venezuela per mancanza di opportunità o per instabilità politica. Al contrario, erano pronte a investire, ma furono costrette a ritirarsi per ordine diretto del governo statunitense. Questo fatto dimostra che gli ostacoli all’investimento non provengono da Caracas, bensì da Washington, che ha usato le sanzioni non come strumento di pressione diplomatica, ma come arma di guerra economica totale. Oggi, paradossalmente, lo stesso Trump - dopo aver ordinato un attacco militare contro il paese e averne rapito il capo di Stato - dichiara di voler “riportare” le compagnie petrolifere in Venezuela, ignorando che sono state proprio le sue politiche a renderlo impossibile. Le sanzioni, infatti, non solo hanno isolato finanziariamente il Venezuela dai mercati internazionali, impedendo alla compagnia petrolifera statale PDVSA di accedere al sistema bancario globale o di emettere titoli di debito, ma hanno anche creato un clima di incertezza giuridica che scoraggia qualsiasi investitore serio. Persino Chevron, l’unica compagnia statunitense autorizzata a operare con una licenza parziale, lo fa in condizioni estremamente limitate, mentre altre multinazionali europee continuano a chiedere invano al Tesoro statunitense il permesso di tornare.
Parallelamente, la narrazione occidentale sulla presunta popolarità dell’oppositrice Maria Corina Machado (golpista a cui è stato assegnato il premio Nobel per la Pace) si rivela altrettanto fasulla. Trump, in persona, ha dichiarato di non sapere nemmeno dove si trovi e ha affermato con chiarezza: “Per lei sarebbe molto difficile essere una leader. Non gode di rispettto in tutto il paese”. Questa dichiarazione demolisce la costruzione mediatica secondo cui Machado, inabilitata a candidarsi per gravi irregolarità, godrebbe di un ampio sostegno popolare, così come il suo candidato fittizio Edmundo González, che continua a proclamarsi vincitore delle ultime elezioni senza prove né legittimità democratica. La realtà è ben diversa: a una settimana dal bombardamento criminale e dal sequestro di Maduro e Flores, il popolo venezuelano è sceso massicciamente in piazza in oltre cento città del paese. Da Caracas a Sucre, da Bolívar a Zulia, passando per Guárico, Cojedes e Miranda, migliaia di cittadini hanno organizzato veglie permanenti, tribune anti-imperialiste e marce di resistenza, chiedendo con fermezza il ritorno immediato dei loro leader. Questa mobilitazione spontanea e radicata - coordinata dal Partito Socialista Unido del Venezuela (PSUV) ma sostenuta da movimenti sociali, comuni popolari e istituzioni locali - testimonia non solo la legittimità del governo bolivariano, ma anche il profondo radicamento del progetto politico inaugurato da Hugo Chávez e continuato da Maduro.
Il Venezuela bolivariano, infatti, rappresenta un caso di studio emblematico nel panorama politico contemporaneo, non solo per quanto riguarda la sua concezione di democrazia partecipativa e sostanziale, ma anche per il modo in cui sfida le fallaci ideologie dominanti dei regimi liberali occidentali. Questo modello, spesso criticato o frainteso dai media mainstream, si distingue nettamente dalle democrazie liberali formali che dominano in Europa e Nord America. Attraverso un’analisi dei recenti sviluppi politici e costituzionali, è possibile evidenziare come il paese stia cercando di costruire un sistema democratico che vada oltre la mera rappresentanza formale, puntando invece su una partecipazione diretta e sostanziale dei cittadini. La riforma promossa da Maduro ne è un esempio: non è un atto tecnocratico calato dall’alto, ma un processo inclusivo che coinvolge attivamente tutti i settori della società, compresi i gruppi storicamente marginalizzati come le comunità afrovenezuelane e indigene. Questo approccio può essere interpretato alla luce della teoria del populismo progressista di Ernesto Laclau, secondo cui diverse identità sociali si aggregano attorno a un progetto comune. Nel caso venezuelano, la Costituzione diventa il luogo simbolico e pratico di questa aggregazione, capace di riflettere le aspirazioni di una coalizione ampia e plurale.
La democrazia venezuelana si fonda su quella che la Costituzione bolivariana del 1999 – fortemente voluta da Hugo Chavez - definisce “democrazia partecipativa e protagonista”. Strumenti come i Consigli Comunali, i Comitati Locali di Approvvigionamento e Produzione (CLAP) e il Sistema Patria permettono ai cittadini di decidere direttamente sulle politiche pubbliche, sulla distribuzione delle risorse e sulla pianificazione locale. Questo modello contrasta nettamente con le “postdemocrazie” descritte dal politologo britannico Colin Crouch, dove il dibattito elettorale è ridotto a uno spettacolo controllato da élite economiche e professionali, mentre la massa dei cittadini rimane passiva e apatica. In Venezuela, al contrario, il potere non è monopolio di istituzioni centralizzate, ma viene decentrato e messo nelle mani delle comunità attraverso meccanismi di autogoverno popolare. Questa trasformazione dello Stato - dal burocratismo verticale al potere comunale - mira a realizzare quella “democrazia radicale” auspicata da Roberto Mangabeira Unger, in cui i cittadini non sono semplici elettori, ma protagonisti attivi della vita politica ed economica.
La visione bolivariana si inserisce inoltre in una più ampia prospettiva di liberazione latinoamericana. Maduro ha più volte richiamato la figura di Simón Bolívar e i “tre anelli di forza” per l’unificazione del continente, sottolineando come la sovranità nazionale, l’integrazione regionale e la resistenza all’imperialismo siano pilastri inscindibili del progetto rivoluzionario. In questo senso, il Venezuela non difende soltanto il proprio diritto a esistere come nazione libera e indipendente, ma rappresenta un baluardo contro il neocolonialismo globale. La teoria del pensiero decoloniale, elaborata da intellettuali come Aníbal Quijano e Immanuel Wallerstein, aiuta a comprendere questa lotta come un tentativo di rompere le catene della dipendenza economica e culturale imposte dal sistema-mondo capitalistico. Il modello venezuelano, con la sua enfasi sulla sovranità alimentare, energetica e tecnologica, è una risposta concreta a questa eredità coloniale.
Mentre Trump annuncia di voler gestire il Venezuela e minaccia nuovi attacchi per impadronirsi del “suo” petrolio e venderlo ai concorrenti degli USA come la Cina, il Venezuela ribadisce con i fatti che la vera ricchezza non sta solo nel sottosuolo, ma nella coscienza politica e nell’organizzazione del suo popolo. La democrazia bolivariana non è perfetta, né immune da contraddizioni, ma è viva, in movimento, capace di mobilitare milioni di persone non per difendere un regime, ma per proteggere un sogno: quello di un mondo più giusto, più egualitario e più libero. E in questo sogno, il petrolio, come la sovranità, appartiene al popolo, non agli interessi imperiali perfettamente incarnati dalla brutalità neocolonialista di Donald Trump.
Data articolo: Sun, 11 Jan 2026 18:49:00 GMT
Migliaia di persone si sono radunate a Città del Messico per una grande manifestazione di protesta contro il brutale intervento militare degli Stati Uniti in Venezuela e per chiedere l'immediato rilascio del presidente venezuelano Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores.
L'Assemblea interuniversitaria e popolare per la Palestina è stata l'organizzazione che ha indetto la giornata di azione antimperialista contro l'intervento di Trump in Venezuela.
La marcia, svoltasi pacificamente, aveva come obiettivo principale quello di chiedere l'immediata liberazione del presidente venezuelano Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores, rapiti dalle forze militari statunitensi il 3 gennaio a Caracas, capitale del paese sudamericano, e condotti a New York, dove sono processati con l'accusa di presunto traffico di droga. Aveva inoltre l'obiettivo di esperimere l'urgenza per l'intera America Latina di difendere la propria sovranità di fronte alle azioni sempre più ostili dell'imperialismo statunitense che ormai agisce come una bestia feroce ferita, quindi è ancora più pericoloso in questa fase storica.
Data articolo: Sun, 11 Jan 2026 16:02:00 GMTLa portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha commentato le dichiarazioni del Segretario alla Difesa britannico John Healey sul suo desiderio di rapire il Presidente russo Vladimir Putin.
"Fantasie di britannici pervertiti", li ha definiti durante un'intervista con l'emittente russa TVC.
Le dichiarazioni di John Healey sono state rilasciate durante un'intervista con il quotidiano Kyiv Independent lo scorso venerdì. Il media ucraino gli ha chiesto quale leader mondiale avrebbe scelto se avesse potuto rapirne uno, al che il Segretario alla Difesa britannico ha risposto: "Prenderei Putin in custodia e lo fare pagare per crimini di guerra".
Data articolo: Sun, 11 Jan 2026 15:45:00 GMTIn un deciso intervento televisivo, il Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran, Masoud Pezeshkian, ha tracciato una netta linea di demarcazione tra il legittimo diritto di protesta del popolo e le azioni violente di quelli che ha definito "rivoltosi y terroristi" addestrati e guidati da potenze straniere. Rivolgendosi alla nazione, Pezeshkian ha sottolineato il dovere del governo di ascoltare e risolvere le preoccupazioni dei cittadini, ma ha avvertito con forza che non sarà permesso a gruppi di sovversivi di gettare il paese nell’insicurezza.
"Se la gente ha preoccupazioni, è nostro dovere risolverle, ma il dovere più alto è non permettere che un gruppo di facinorosi arrivi e sconvolga l'intera società", ha dichiarato il Presidente, evidenziando la duplice responsabilità della sua amministrazione: affrontare i problemi economici e sociali che alimentano il malcontento, e al contempo proteggere l'integrità nazionale da attacchi esterni. Il suo messaggio si è rivolto in particolare alle giovani generazioni e alle famiglie, esortandole a non farsi ingannare: "Queste persone sono addestrate. Famiglie, vi supplico, non permettete che i vostri giovani si mescolino con rivoltosi e terroristi che vengono a decapitare e uccidere gente".
Pezeshkian ha puntato il dito direttamente contro gli Stati Uniti e Israele, accusandoli di essere i mandanti e gli istruttori di una campagna di violenza volta a destabilizzare il paese. Secondo il Presidente, i nemici dell’Iran hanno infiltrato nel paese terroristi addestrati, con l'obiettivo specifico di distruggere proprietà pubbliche e private, attaccare luoghi di culto come le moschee e uccidere cittadini innocenti. "Gli Stati Uniti e Israele sono lì, incitandoli: 'Avanti, anche noi siamo qui'. Gli stessi che hanno attaccato questo paese e ucciso i nostri giovani e bambini, ora ordinano a queste persone di fare questo lavoro", ha affermato, in un chiaro riferimento all'aggressione militare subita dal paese nel mese di giugno. Ha ribadito con forza che l'uccisione di civili "non è per niente accettabile" e che Washington e Tel Aviv stanno fornendo addestramento e supporto ai rivoltosi.
Queste dichiarazioni si inseriscono in un contesto di proteste diffuse, attive dalla fine di dicembre, nate dal profondo malessere per la crisi economica, l’inflazione in rialzo, la svalutazione della moneta nazionale e il deterioramento delle condizioni di vita. Pezeshkian ha riconosciuto la natura di queste manifestazioni, distinguendole nettamente dalla violenza sovversiva: "Se qualcuno appartiene a questo paese, che protesti, e ascolteremo la sua protesta, la affronteremo e la risolveremo". Tuttavia, ha lanciato un duro monito alle potenze straniere, accusandole di sfruttare il disagio interno come parte di una "guerra morbida" per indebolire il paese.
La risposta iraniana arriva mentre da Washington e Gerusalemme giungono segnali minacciosi. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha apertamente minacciato di intervenire in Iran in caso di morti tra i manifestanti, mentre fonti giornalistiche israeliane riportano che gli USA starebbero valutando un intervento mirato a supportare i dimostranti. Ancora più grave, da Israele si studierebbe se il recente sequestro del presidente venezuelano Nicolás Maduro possa costituire un esempio applicabile anche al governo iraniano.
Pezeshkian ha respinto con fermezza queste ipotesi, sostenendo che gli Stati Uniti commettono un grave errore nel credere che le tattiche applicate contro altri avversari possano funzionare con l’Iran. Il popolo iraniano, ha assicurato, "sosterrà il paese e il sistema con più forza di prima" di fronte a qualsiasi tentativo di destabilizzazione. In conclusione, il Presidente ha lanciato un appello all'unità e alla vigilanza, invitando la popolazione a radunarsi nei quartieri per prevenire disordini, mentre ha ribadito la disponibilità al dialogo per risolvere le legittime istanze sociali: "Sediamoci insieme, mano nella mano, e risolviamole". Una posizione che difende la sovranità nazionale mentre denuncia un palese tentativo di cambio di regime orchestrato dall'estero.
Data articolo: Sun, 11 Jan 2026 15:17:00 GMTIn una nuova escalation della sua retorrica neocolonialista e delle misure anticubane, il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato sui social network che non ci sarà più petrolio né denaro dal Venezuela per Cuba, dimenticando il carattere sovrano di entrambe le nazioni latinoamericane. Trump ha affermato che Cuba non riceverà più petrolio o finanziamenti dal Venezuela, scrivendo sulla sua piattaforma Truth Social: "Niente più petrolio, niente più soldi per Cuba. Zero! Raccomando vivamente di raggiungere un accordo prima che sia troppo tardi".
Nel suo intervento, il presidente statunitense ha contestualizzato e giustificato la misura sostenendo che "Cuba è vissuta per molti anni grazie a grandi quantità di petrolio e denaro provenienti dal Venezuela. In cambio, Cuba forniva servizi di sicurezza agli ultimi due dittatori venezuelani, ma ora basta!". Ha aggiunto che "la maggior parte di quei cubani è morta nell'attacco degli Stati Uniti delle ultime settimane, e il Venezuela non ha più bisogno della protezione di bulli ed estorsori che l'hanno tenuta in ostaggio per tanti anni". Trump ha quindi proclamato: "Ora il Venezuela ha gli Stati Uniti, l'esercito più potente del mondo (e di gran lunga!) a proteggerlo, e noi lo proteggeremo".
Questa dichiarazione si inserisce in un contesto di crescente pressione da parte degli Stati Uniti, in seguito all'aggressione militare contro il Venezuela culminata con il barbaro sequestro del presidente Nicolás Maduro. Trump ha proferito parole minacciose volte ad aumentare la pressione su Cuba, suggerendo che "entrare e distruggere" potrebbe essere l'unica opzione rimasta per forzare un cambiamento. In tale quadro, il Segretario di Stato Marco Rubio, durante un incontro con dirigenti petroliferi, ha dichiarato che le autorità cubane hanno scelto di "avere il controllo politico sul popolo piuttosto che un'economia funzionante".
Di fronte a queste minacce, il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez Parrilla ha ribadito che Cuba non è disposta a "vendere il paese né a cedere di fronte alle minacce e al ricatto" degli Stati Uniti. Rodríguez ha denunciato che "gli Stati Uniti intendono imporre la loro volontà sui diritti di stati sovrani", applicando da 67 anni "la forza e l'aggressione contro Cuba", e ha riaffermato l'impegno incrollabile della nazione a difendersi. Inoltre il diplomatico cubano sul proprio profilo X ha scritto: "A differenza degli Stati Uniti, non abbiamo un governo che si presta ad attività mercenarie, ricatti o coercizioni militari contro altri Stati". Rodríguez Parrilla ha poi spiegato che il suo Paese "ha il diritto assoluto" di importare carburante dai mercati "disposti a esportarlo", oltre a esercitare il diritto di sviluppare le proprie relazioni commerciali "senza interferenze o subordinazioni a misure coercitive unilaterali da parte degli Stati Uniti". "La legge e la giustizia sono dalla parte di Cuba", ha ribadito.
#Cuba no recibe ni ha recibido nunca compensación monetaria o material por los servicios de seguridad que haya prestado a algún país.
— Bruno Rodríguez P (@BrunoRguezP) January 11, 2026
A diferencia de #EEUU, no tenemos un gobierno que se presta al mercenarismo, el chantaje o la coerción militar contra otros Estados.
Como todo… pic.twitter.com/BnifpEjyIg
Allo stesso tempo, il ministro degli Esteri ha accusato Washington di comportarsi come un "egemone criminale e incontrollato che minaccia la pace e la sicurezza, non solo a Cuba e in questo emisfero, ma in tutto il mondo".
Lo scenario attuale affonda le sue radici in un criminale blocco economico in vigore da sei decadi. Nell'ottobre del 1960, in risposta alle espropriazioni di imprese statunitensi sull'isola, gli Stati Uniti istituirono l'embargo contro Cuba. Successivamente, nel 1962, il presidente John F. Kennedy inasprì drasticamente le misure, imponendo un blocco commerciale quasi totale che ha colpito profondamente l'economia cubana. Nato inizialmente come misura temporanea per ottenere compensazioni, l'embargo non solo è stato mantenuto per sei decenni sotto dodici diverse amministrazioni, ma è stato anche rafforzato con successive misure coercitive.
Dopo l'attacco militare statunitense in Venezuela e il sequestro di Maduro, Marco Rubio ha sostenuto che le autorità di Cuba "sono riuscite a farcela per oltre 60 anni perché avevano donatori: l'URSS e, recentemente, il Venezuela, ma ora è finita". Le dichiarazioni di Trump e dei suoi collaboratori segnalano dunque un ulteriore inasprimento della lunga politica di pressione e aggressione contro la sovranità cubana.
Data articolo: Sun, 11 Jan 2026 14:21:00 GMTNella notte tra giovedì e venerdì la Russia ha colpito e gravemente danneggiato il più grande deposito di gas d'Europa, situato nei pressi della città ucraina occidentale di Stryi, a sud di Leopoli. Come riporta il quotidiano tedesco Junge Welt, video amatoriali dalla regione mostrano una serie di esplosioni avvenute intorno alle 23:45. Per l'attacco è stato utilizzato uno dei nuovi missili ipersonici "Oreschnik", impiegato per la prima volta nel conflitto ucraino nel novembre 2024 contro un complesso industriale a Dnipro. La Russia ha confermato l'uso del missile, definendo l'attacco una rappresaglia per il tentativo del regime di Kiev di colpire una residenza del presidente Vladimir Putin poco prima del capodanno.
Il deposito di Stryi, costruito in epoca sovietica principalmente per le esigenze di esportazione, ha una capacità di circa 17 milioni di metri cubi. Secondo il portale di settore Upstream online, questa corrisponde a poco più della metà dell'intera capacità di stoccaggio del gas dell'Ucraina e al 60% del suo consumo annuo. La sua importanza è cresciuta dopo che la Russia ha distrutto, nell'estate e nell'autunno scorsi, le principali strutture di estrazione del gas nel paese, rendendo l'Ucraina più che mai dipendente dalle importazioni dall'UE. L'impianto non era apparentemente protetto da sistemi di difesa missilistica; già nel 2024 il presidente ucraino Volodymyr Zelensky aveva richiesto la consegna di "almeno due" batterie di sistemi statunitensi "Patriot" per poterlo difendere.
Fonti riferiscono che gli Stati Uniti sarebbero stati avvertiti dalla Russia alcune ore prima del lancio dell'"Oreschnik", per evitare l'impressione di un possibile attacco nucleare. Washington avrebbe poi passato l'informazione alla parte ucraina, tanto che il presidente Zelensky, nel suo consueto videomessaggio serale, aveva preannunciato attacchi imminenti. Il missile - riferisce il quotidiano tedesco - è partito intorno alle 23:30 ora di Kiev, per colpire Stryi un quarto d'ora dopo. Questo breve tempo di volo ha impedito all'Ucraina di calcolarne la traiettoria o di intercettarlo. Si stima che l'"Oreschnik" possa raggiungere una velocità fino a 13.000 chilometri orari.
Il fulcro degli attacchi russi a obiettivi infrastrutturali in quella notte è stato comunque la capitale Kiev, colpita da diverse decine di missili balistici e da crociera, insieme a circa 240 droni. In seguito agli impatti su tre centrali elettriche, secondo il sindaco Vitali Klitschko, al mattino più della metà dei condomini di Kiev era senza elettricità e, di conseguenza, senza acqua. Il governo ucraino ha parlato di circa mezzo milione di famiglie interessate. Anche le importanti regioni industriali di Dnipro, Zaporizhzhia e Kryvyi Rih sarebbero rimaste senza elettricità e acqua a causa degli attacchi russi. Il presidente Zelensky ha definito il tutto un "colpo alla vita della gente comune", proprio nel momento in cui in Ucraina sono arrivate forti gelate, e ha chiesto una "forte reazione della comunità internazionale", in particolare degli Stati Uniti.
Parallelamente all'attacco russo alle infrastrutture energetiche di Kiev e altre città ucraine, l'Ucraina ha lanciato un'offensiva contro una centrale elettrica nella regione russa di frontiera di Belgorod. Anche lì, venerdì, circa 500.000 persone sono rimaste senza elettricità e acqua. Il governatore regionale ha ammesso che la situazione è "molto difficile".
Data articolo: Sat, 10 Jan 2026 18:00:00 GMTL'oligarca USA Elon Musk ha affermato che il Regno Unito sta diventando un'"isola prigione", in seguito alla pubblicazione su X di un rapporto sui paesi con il maggior numero di arresti per commenti online, con il Regno Unito in testa con un ampio margine.
Secondo il rapporto, nel 2023 le autorità britanniche hanno effettuato più di 12.000 arresti per post ritenuti offensivi sui social media e altre piattaforme digitali, il che equivale a più di 30 al giorno.
Prison Island https://t.co/z7ojMD7irV
— Elon Musk (@elonmusk) January 10, 2026
Questi arresti rientrano nel Safety of the Internet Act, che, tra le altre cose, criminalizza l'incitamento alla violenza attraverso contenuti online e prevede pene detentive per coloro che tentano di danneggiare altri attraverso i propri post.
Il commento di Musk è l'ultimo di una serie di critiche contro quelli che considera attacchi alla libertà di parola da parte dell'amministrazione del Primo Ministro britannico Keir Starmer, nonché contro le sue politiche sull'immigrazione.
Il giorno prima, Starmer aveva minacciato l'azienda di Musk, X, per la distribuzione di massa di deepfake espliciti generati dall'intelligenza artificiale Grok, che includono immagini sessualizzate di donne e bambini. Il leader britannico ha dichiarato che avrebbe sostenuto l'autorità di regolamentazione delle comunicazioni del Paese nell'"adozione di tutte le misure necessarie".
Data articolo: Sat, 10 Jan 2026 17:29:00 GMT
L’11 gennaio è una data rimasta impressa nella memoria di molti di noi. In questa data infatti, nel 1999, ci lasciava Fabrizio De Andrè. Negli anni a seguire, nel giorno della ricorrenza della morte, sono sorte iniziative spontanee di commemorazione attraverso l’esecuzione delle sue canzoni, dai palchi alle piazze alle case private.
A casa mia, per esempio, non è mai mancato il ricordo dell’11 gennaio, chitarre alla mano.
A pochi invece l’11 gennaio ricorderà cosa successe in quella stessa data a Napoli nel 2013.
Io però sono uno di quelli che se lo ricorda bene.
Il film “L’uomo con il megafono” (Figli del Bronx, 2012, ’60), di cui sono autore e regista era stato presentato al Festival del Cinema di Roma solo 2 mesi prima, novembre 2012.
Costato giusto i biglietti della metropolitana avanti e indietro da Piazza Dante (nei pressi di dove abitavo) alla fermata di Piscinola (a pochi passi dalle “Vele”), realizzato in solitudine con una buona macchina da presa e ottimi microfoni, semplicemente mettendo l’occhio lì dove le cose stavano accadendo.
A dire il vero, le riprese durarono dal gennaio 2011 al maggio dello stesso anno, ma poi ci volle un altro anno sano per chiudere il lavoro (i soliti mal di pancia che colpiscono ad un certo punto i produttori dei miei lavori).
Il film è la storia in presa diretta di Vittorio Passeggio e del Comitato degli inquilini delle Vele di Scampia, immortalati in quei 4 mesi del 2011 in concomitanza con la campagna elettorale che portò all’elezione del sindaco Luigi De Magistris. Senza filtri e senza censure. Come mio costume.
Il film venne selezionato al Festival del Cinema di Roma grazie all’insistenza del suo direttore, Marco Muller, che non ne volle sapere. Tutti si dovettero rassegnare all’uscita del film.
Venne in soccorso, tra i pochi, Enrico Ghezzi, con un articolo di cui ricordo queste preziose parole: “una regia che aggredisce dolcemente il quartiere Scampia”.
Cosa aspettarsi dunque da questo lavoro? Distribuzioni? Passaggi al cinema? Passaggi in televisione? Altri festival e premi in giro per l’Italia e il mondo?
Nel mentre che provavo a dare risposte a queste domande, decidemmo per prima cosa di organizzare una proiezione pubblica preso l’auditorium comunale di Scampia, per permettere al quartiere di assistere alla pellicola in anteprima.
Il giorno fissato per la proiezione fu proprio l’11 gennaio 2013.
La proiezione, pomeridiana, fu un successo: venne molta gente e qualche personaggio.
Ma successe un fatto.
Ad una settimana dalla proiezione però venne fissata per lo stesso giorno, nello stesso luogo (l’auditorium comunale di Scampia), da tenersi al termine del nostro evento, un'assemblea popolare di quartiere per discutere dello sbarco della produzione della serie “Gomorra” (fin a quel momento erano usciti solo il libro e l’omonimo film di Matteo Garrone, per altro largamente criticato dal quartiere).
La concomitanza non fu un fatto voluto.
Per l’assemblea popolare il comune aveva libero solo quel giorno.
Si decise dunque di fare doppietta: prima “L’uomo con il megafono”, poi l’assemblea popolare.
Il produttore napoletano del mio film arrivò all’auditorium a braccetto con un produttore della serie “Gomorra” (entrambe le persone sono nel frattempo scomparse e anche per questo evito di fare nomi).
Pertanto, oltre alle motivazioni (molto edificanti) con le quali questo produttore di Gomorra aveva cercato di ammansire la platea durante l’assemblea, mi sono potuto ascoltare anche le motivazioni riservate, rivelate da questi al produttore napoletano del mio film dietro le quinte.
Le motivazioni reali, quelle sussurrate e che in pubblico non si potevano dire, erano dunque queste: “Abbiamo già venduto i diritti della serie a 26 Paesi. Abbiamo incassato già una valanga di soldi. Però abbiamo promesso che le riprese sarebbero avvenute a Scampia, nei luoghi reali. Non abbiamo altra scelta. Dobbiamo girare qui a Scampia, costi quel che costi, tu ci devi aiutare”.
E il produttore de “L’uomo con il megafono”, afferrato al volo il concetto, si mise a disposizione.
Il resto è storia, forse non raccontata fino in fondo, ma ormai storia.
La storia di questo mio film invece finisce quel giorno, a 2 mesi dalla sua presentazione al Festival del Cinema di Roma.
In questi giorni viene trasmessa su piattaforme a pagamento l’ennesima serie televisiva tratta dall’opera di Roberto Saviano, questa volta titolata “Gomorra - le origini”.
Ci ha catturato una frase attribuita ai due sceneggiatori, Fasoli e Ravagli, riportata dal settimanale Espresso: “Ci hanno accusato di infangare il Paese, o fare un favore alla camorra. Ma il punto è un altro: perché nessuno ha mai guardato prima questi territori?”.
Ho avuto un sommovimento al livello dello stomaco.
Poi mi è venuto in mente il murale di Jorit realizzato alcuni anni fa a Scampia.
Un caro amico di Napoli mi ha raccontato la storia dietro quest’opera, io in quegli anni ero all’estero.
L’artista napoletano venne invitato a riempire questo enorme spazio laterale di un palazzo posto proprio davanti all’uscita dalla stazione della metropolitana di Piscinola, a Scampia.
Pare che l’artista partì con l’idea di raffigurare, su questa parete alta diversi metri, il fermo-immagine utilizzato per la locandina de “L’uomo con il megafono”, che ritrae appunto Vittorio Passeggio mentre urla al megafono agli abitanti del quartiere di scendere in strada e lottare per i propri diritti.
Pare però che qualcuno si è opposto. Celebrare i vivi? Troppo scomodi. Meglio un bel murale con la faccia di Pasolini. Quello è morto, non lo conosce ormai nessuno ed è più innocuo.
Però Jorit, testardo, in basso a destra ha fatto un riquadro e ci ha messo quello che avrebbe voluto disegnare su tutta la parete: Vittorio che brandisce un megafono.
Ecco, non è che nessuno ha mai guardato prima questi territori.
E’ che a nessuno prima era venuta l’intuizione di svendere la storia di Scampia affinché un perfetto sconosciuto, annoiato dall’altra parte del mondo, ci si potesse grattare sopra i coglioni a pagamento, disteso sul divano.
Raccontare e svendere restano due mestieri diversi.
Per esempio, il primo si avvicina alla storia di un uomo che con il megafono gridava al quartiere di alzarsi dai propri divani e di scendere in piazza. Svendere significa riportare la gente su quei divani.
Non è una sorpresa che il primo dei due mestieri sia ormai in via d’estinzione.
L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.