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#news #antidiplomatico
di Luca Busca
Perché realizzare un’intervista con il professor Giovanni Rezza? A sei anni dallo scoppio della pandemia di Covid-19, in un momento in cui nessuno sembra più voler parlare di pandemia e ognuno, con le proprie convinzioni, si è rifugiato nell’oblio della propria coscienza. Le ragioni sono molteplici; la principale è rappresentata dalla funzione di spartiacque che la comunicazione pandemica ha avuto. Fino al 2019 la propaganda mainstream costruiva storytelling mistificatori, come sempre, finalizzati alla creazione del consenso.
La pandemia ha segnato un’inversione di rotta, utilizzando forme di manipolazione della realtà con lo scopo di dividere nettamente la popolazione in due schieramenti. Da una parte una maggioranza silenziosa e impaurita, dall’altra chiunque non fosse perfettamente allineato: poco impaurito, non del tutto convinto della validità e della salubrità di un vaccino, contrario al green pass. Lo storytelling ufficiale ha così tracciato una linea di demarcazione tra la “Scienza” assunta a Verità e il “terrapiattismo”. Chi aderisce alla versione dominante è nel giusto; chi dissente, in qualunque modo, è inattendibile.
Questa stessa tecnica è stata successivamente adottata per sostenere la guerra della NATO alla Russia. Anche in questo caso lo storytelling ha alimentato la paura di un’invasione “aliena” dell’Europa, rimuovendo e deformando gli ultimi trent’anni di storia. A sottolineare la continuità del metodo, Ursula von der Leyen (indagata per le chat segretate con il CEO di Pfizer, Bourla) affermò: “Servono più armi dobbiamo produrne come fatto con i vaccini”.
Oggi il vaccino “per” il Covid non lo fa più nessuno, mentre centinaia di milioni di euro sono stati sprecati nel suo acquisto, sottraendo risorse alla sanità pubblica. Una dinamica destinata a ripetersi con il programma “Rearm Europe”: definanziamento della Sanità, dell’Istruzione e del welfare per acquistare armi che, nel migliore dei casi, rimarranno inutilizzate. Nel peggiore, questa classe politica, pur di non ammettere l’ennesimo fallimento, potrebbe persino favorire nuovi conflitti per giustificarne l’uso.
Nel 2023, al grido di “abbiamo il diritto di difenderci”, Israele, con la complicità degli Stati Uniti, ha “scientificamente” implementato una nuova formula per perpetrare il genocidio in atto da oltre settant’anni in Palestina. La Nigeria è stata attaccata per difendere la minoranza cristiana, il Venezuela perché il suo Presidente sarebbe uno spacciatore, l’Iran perché non rispetta i “diritti”. Narrazioni differenti, stesso schema, costruite su palesi manipolazioni della realtà, con decine di migliaia di morti sacrificati agli interessi dell’Impero Americano.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’Italia è un Paese lacerato dalla contrapposizione di “tifoserie” contrapposte: vax/novax; atlantisti/filoputin; sionisti/filohamas; atlantisti/filomaduro; atlantisti/filoiraniani. Etichette grossolane, nate da generalizzazioni inconsistenti, con il solo scopo di collocare i primi dalla parte del giusto e dello “scientifico” e i secondi in quella dello sbagliato e dell’“antiscientifico”.
L’intervista al professor Rezza si propone come un tentativo di riaprire uno spazio di dialogo, utile non solo a superare questa profonda lacerazione, ma anche a far luce sulla sistematica manipolazione della “comunicazione ai tempi del colera”. Chi scrive non concorda con molte delle affermazioni fatte dal professor Rezza e l’ha sostenuto in maniera trasparente nel libro: La scienza negata. L’importante, però, in questo momento storico è, parafrasando il fisico Carlo Rovelli, che le scienze tornino a riconoscere i nostri errori e imparino a guardare via via più lontano.
Il professor Giovanni Rezza è stato, dal 1991, Dirigente di Ricerca presso l’Istituto Superiore di Sanità di Roma, del quale è stato - a partire dal 2009 fino al maggio 2020 - Direttore del Dipartimento di Malattie Infettive, Parassitarie ed Immunomediate. A maggio 2020, in piena pandemia di Covid-19, viene chiamato a svolgere il ruolo di Direttore Generale della Direzione della Prevenzione Sanitaria presso il Ministero della Salute.
Esperto di HIV ed infezioni emergenti, ha svolto indagini epidemiologiche in Italia e all’estero, dove ha lavorato per conto dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, della Cooperazione Italiana e dell’Unione europea. Ha inoltre pianificato strategie vaccinali in corso di epidemie e gestito progetti di ricerca sull’AIDS e su altre malattie infettive.
Dal dicembre 2023 ricopre il ruolo di Professore Straordinario di Igiene e Sanità Pubblica presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano.
L.B. In un contesto privato hai affermato, qualche tempo fa, che “nella vita avresti dovuto fare il musicista non l’epidemiologo”, con un curriculum come il tuo quest’affermazione necessita di chiarimenti.
G.R. vero, ma un po’ scherzavo, un po’ ero serio. Fra le mie passioni, lo studio delle epidemie aveva a che fare con le paure, la psichiatria (non coltivata se non per una breve esperienza psicoanalitica Freudiana) con la testa della gente, la musica con l’estetica, l’armonia. La soddisfazione narcisistica che deriva dal partorire un bel prodotto musicale, capace di provocare emozioni, è davvero enorme. La performance di un musicista, poi, che sia Ozzie Osborne o Carlos Santana, ti ipnotizza ed esalta al tempo stesso. E pensare che c’è chi si accontenta di diventare una “virostar”… (ride)
L.B. Come hai fatto a conciliare la tua passione musicale con il lavoro intenso che hai svolto nel corso della tua carriera?
G.R. Semplicemente ho dato priorità al mio lavoro di epidemiologo delle malattie infettive, esprimendo la mia creatività nella ricerca, e continuando a suonare e comporre a bassa intensità, nei ritagli di tempo. Almeno fino a un anno fa. Ora, da quando il mio impegno professionale è limitato (si fa per dire) all’insegnamento, mi sono iscritto alla SIAE e finalmente posso considerarmi un musicista (rifiuto l’etichetta di “cantautore”) semi-prof a part-time.
L.B. A maggio del 2020, in piena pandemia, vieni chiamato a dirigere la Direzione della Prevenzione Sanitaria del Ministero della Salute, carica che hai ricoperto per i tre anni canonici fino al 2023. Che impressioni ha suscitato in te questo incarico?
G.R. Beh, io sono tendenzialmente un individualista solidale, difficilmente riconducibile a logiche di appartenenza, e soprattutto, avendo fatto principalmente il ricercatore, sono stato sempre libero di inventarmi il lavoro senza essere sottoposto a una rigida disciplina. Poi, per un triennio, ho fatto il DG al Ministero, ma se qualcuno pensa che ricoprire un incarico istituzionale elevato renda più liberi, allora sbaglia. Non mi sono mai sentito tanto vincolato e limitato nella libertà di espressione quanto in quel periodo. E’ normale che sia così, non rappresentando se stessi quanto l’istituzione che si serve, ma ho pensato tante volte che non facesse per me. Poi, quando si è in ballo, non ci si può certo tirare indietro tanto facilmente.
L.B. Nel febbraio 2024 è andata in onda una puntata di Report dedicata ai contratti stipulati per l’acquisto dei vaccini anti-Covid. In seguito hai espresso rammarico per i tagli alla tua lunga intervista, che non ti hanno consentito di esporre compiutamente le problematiche legate alla segretazione di quei contratti. In questa sede puoi prenderti tutto lo spazio necessario per farlo.
G.R. Rispetto al documentato servizio di Report mi rammaricavo del fatto che avessero tagliato la parte in cui dicevo che per motivi di sicurezza i contratti venivano aperti e vagliati direttamente da super-efficienti esperti dell’Unità Commissariale diretta dal Gen. Figliuolo. Il punto è che i contratti erano preliminarmente discussi con le aziende direttamente dalla Commissione Europea (sulle indagini della corte dei conti europea e le inchieste di Politico relative ai contatti e agli scambi di mail fra vertici UE e aziendali ne so quanto voi), e quindi i margini per le richieste di modifica erano minimi. La segretezza, imposta dalla Commissione dietro richiesta dell’azienda, poteva anche avere un risvolto positivo: ad esempio, qualora si fosse raggiunto un accordo su un prezzo relativamente basso, è chiaro che l’azienda avrebbe avuto tutto l’interesse a non farlo sapere a paesi terzi. L’elevato numero di dosi acquistate o opzionate, argomento poi molto dibattuto, derivava dall’ipotesi, ritenuta all’epoca molto plausibile (stava circolando la temibile variante Delta, ed era stata appena raccomandata la somministrazione di una terza dose di vaccino), che sarebbe stato necessario vaccinare più volte l’intera popolazione europea. Come sappiamo, le cose, fortunatamente, andarono in maniera diversa. Il punto è che la preparedness consiste nello spendere soldi per strumenti che si spera di non dover usare, e lo si ritiene il male minore rispetto a trovarsi poi impreparati a fronteggiare un’epidemia. Naturalmente, è molto più facile fare le scelte giuste col senno di poi….
L.B. Sempre in ambito privato hai sostenuto che, durante la pandemia e la campagna vaccinale, siano stati commessi degli errori. Sei una delle pochissime persone che ho sentito ammetterlo apertamente. Puoi elencare quelli che, a tuo avviso, sono stati gli sbagli principali?
G.R. Certamente, anche perché credo che avere l’onestà intellettuale di riconoscere gli errori sia importante, anche se ci si espone alla facile critica di chi considera la revisione delle azioni intraprese come postume “lacrime di coccodrillo”. Oltretutto, durante una pandemia causata da un virus “nuovo”, è normale – purtroppo – che si impari facendo cose. E’ importante però, al contempo, non dare nulla per scontato, e precisare che quello che si dice o si decide si basa sulle evidenze sino a quel momento acquisite, che potrebbero quindi essere basate su conoscenze limitate e non necessariamente immutabili. E’ quindi naturale, purtroppo, che siano stati commessi degli errori, talvolta dovuti ad eccesso di zelo, quali ad esempio rincorrere con droni persone scoperte a passeggiare da sole sulla spiaggia in corso di lockdown, oppure mantenere in vigore il green pass, introdotto dal governo “tecnico” dietro spinta dell’UE per facilitare le riaperture, quando ormai aveva cominciato a circolare la variante Omicron, meno aggressiva ma in grado di sfuggire alla risposta immune evocata dai vaccini al tempo disponibili, oppure introdurre l’obbligo vaccinale per gli ultracinquantenni. Tutte queste misure, anche se indirettamente suggerite da esperti, sono state però prese dalla politica, che necessariamente deve fare una sintesi fra le diverse esigenze della società. Ad esempio, è assolutamente prevedibile che un medico o uno scienziato raccomandi di ridurre la probabilità di contatti sociali, oppure mantenere elevate le coperture vaccinali, per tenere il più basso possibile il numero delle vittime. Sta però al politico, e in particolare al Governo, fare una sintesi fra la necessità di proteggere la salute dei cittadini e le conseguenze economiche e sociali dei provvedimenti, e quindi prendere le decisioni che riterrà opportune, dalle chiusure agli obblighi vaccinali. Comunque, considerando che l’Italia è stato il primo Paese ad essere colpito, non si è certo comportata peggio degli altri paesi europei, tutt’altro. Proprio per questo, rivedere criticamente alcune defaillance non dovrebbe rappresentare un problema.
L.B. Puoi entrare più nel dettaglio sugli errori legati alla comunicazione istituzionale e mediatica?
G.R. Credo che troppo spesso siano state date certezze invece di comunicare il livello di incertezza. A volte da parte dei decisori politici è stata utilizzata una narrativa paternalistica o fuorviante. Ad esempio, per giustificare l’obbligo vaccinale per gli ultra50enni si è usato l’argomento della protezione. Ma se una persona è a rischio (e in questo caso sarebbe stato meglio pensare agli ultra60enni) saprà pur decidere in proprio se è il caso di vaccinarsi. Ancora, se l’obiettivo era quello di proteggere gli altri, allora il target non era quello giusto, dal momento che sono i più giovani quelli che, avendo maggiori rapporti sociali, fanno circolare più velocemente il virus. Un buon argomento poteva invece essere rappresentato dalla necessità di proteggere da forme gravi di malattie le persone a rischio, al fine di evitare la congestione delle terapie intensive. Questo per mostrare come, a prescindere dalla opportunità o meno di introdurre un obbligo, la narrativa spesso non è stata adeguata.
L.B. Nel dibattito pubblico sono state diffuse affermazioni molto forti, poi in parte ridimensionate o smentite nel tempo: sull’origine del virus; sull’efficacia dei vaccini nel prevenire il contagio; sui parametri necessari per raggiungere l’immunità di gregge; sulle responsabilità attribuite ai non vaccinati nella diffusione del virus; sulla durata della protezione dalle forme gravi; sulle reazioni avverse; sul ruolo della vaccinazione pediatrica.
A tuo avviso, che effetto ha avuto sulla percezione pubblica dell’utilità e dell’affidabilità dello strumento vaccinale?
G.R. Beh, l’illusione dell’immunità di gregge è stata a lungo coltivata, e io stesso ho più volte affermato che, in base a calcoli eseguiti utilizzando parametri quali il numero riproduttivo di base del virus stimato a inizio pandemia, immunizzando circa il 70% degli italiani avremmo raggiunto la cosiddetta immunità di gregge. Il problema è che non sapevano che l’immunità conferita dalla vaccinazione o anche dall’infezione naturale non era duratura, e che il virus – mutando – diventava più contagioso e in grado di sfuggire agli anticorpi neutralizzanti ancora presenti. Ciò però non era prevedibile ed è troppo facile sentenziare a posteriori. Per quanto riguarda la capacità di prevenire il contagio, i primi studi mostravano che i vaccini erano in grado di prevenire il 95% delle infezioni sintomatiche. Quindi, anche se non erano stati fatti studi specifici, è sensato assumere che prevenire sintomi quali la tosse o il raffreddore possa in parte ridurre la probabilità di contagio. Ridurre, naturalmente, non significa annullare. Poi abbiamo verificato che anche dopo un’infezione naturale era addirittura possibile reinfettarsi. Ma, ancora, il problema consiste non tanto nell’aver fatto assunzioni che poi si sono rivelate non del tutto esatte, quanto piuttosto nella narrativa utilizzata. Ripeto, comunicare con chiarezza, trasparenza e precisione è quantomai importante se si vuole preservare il valore di uno strumento di prevenzione importante come i vaccini.
L.B. Durante la pandemia il dibattito scientifico e mediatico si è progressivamente ristretto, con una forte convergenza delle posizioni espresse nello spazio pubblico. Secondo te, quali fattori hanno portato a privilegiare una comunicazione così compatta, anche a costo di ridurre il confronto tra interpretazioni diverse?
G.R. Credo in parte si sia trattato di conformismo, ma anche la paura che i cittadini non seguissero le indicazioni delle istituzioni e del mondo scientifico avrà giocato un ruolo. Mi sembra che ci sia troppo spesso la tendenza a giudicare immatura la popolazione. Eppure, quando è iniziata la campagna vaccinale c’è stata una grande adesione, quasi una gara a vaccinarsi per primi. Dopodiché, non si può pensare che tutti si adeguino, e bisogna pur convivere con la diversità delle opinioni. Dall’altra parte dobbiamo invece considerare che le opinioni di chi si opponeva alla scienza “ufficiale” spesso erano espresse in maniera piuttosto aggressiva. Personalmente, cerco di evitare lo scontro con chi ritengo abbia posizioni non condivisibili, a costo anche di evitare il confronto, e sono stato forse l’unico, all’interno della comunità scientifica, ad esprimersi favorevolmente a riguardo del provvedimento preso dal Governo italiano per cancellare le penalità a carico di chi aveva rifiutato di vaccinarsi (chiunque si sia indignato ritenendolo ingiusto deve ricordare che non c’è guerra che non preveda, alla fine, un’amnistia).
L.B. Quando alcune affermazioni iniziali sono state successivamente corrette o ridimensionate, molte istituzioni e molti media hanno evitato di affrontare apertamente il tema, preferendo riformulazioni o chiarimenti indiretti. Da cosa pensi sia dipesa questa difficoltà nel riconoscere pubblicamente i cambiamenti di scenario?
G.R. Forse c’è la paura di ammettere degli errori perché non ci si sente sicuri o magari perché si teme di perdere credibilità. Poi bisogna anche dire che si corre il rischio di sentirsi dire “ah, ecco, prima ci dicevi una cosa e adesso fai finta di pentirti?”. Insomma, non è che chi criticava le istituzioni lo facesse sempre senza pregiudizi e in assenza di conflitti di interessi (questi valgono sia per gli uni che per gli altri), o fosse disposto ad ammettere di averle magari sparate grosse. Finisce quindi per predominare un clima di scontro. Poi bisogna riconoscere che la comunicazione istituzionale ha giocato un ruolo non del tutto marginale ma non predominante rispetto a quella di esperti (o in alcuni casi presunti tali) che hanno affollato i salotti televisivi. Io stesso, prima di avere restrizioni dovute al mio ruolo istituzionale, ho vissuto il mio adrenalinico periodo da “virostar”. Un “esperto”, in fondo, risponde solo a se stesso, e non è costretto a rendere conto a nessuno o a fare autocritica in alcun modo. Eppure ne abbiamo sentite durante quei tre anni, ma questo è un Paese che a volte sembra non aver memoria…
L.B. Una spiegazione ricorrente è che ammettere errori o cambiamenti di valutazione avrebbe potuto minare la fiducia nelle istituzioni e nella scienza, favorendo derive irrazionali. Secondo te, questo timore è fondato? O il rischio di perdita di fiducia è maggiore quando le correzioni non vengono esplicitate?
G.R. In verità, credo che i media non siano interessati alle revisioni storiche, vivono sul titolo urlato del momento. Se anche qualcuno avesse intenzione di rianalizzare freddamente e oggettivamente ciò che di buono o meno buono è stato fatto o detto, ormai interesserebbe a pochi. La perdita di autorevolezza delle istituzioni, comunque, risiede principalmente nel fatto che il cittadino medio non crede a ciò che i suoi rappresentanti dicono, specie se lo comunicano in maniera difensiva e scarsamente empatica.
L.B. Al di là delle motivazioni legate alla tutela dell’istituzione, quanto pensi abbiano inciso fattori più personali – come il timore di conseguenze professionali o politiche – nella difficoltà di riconoscere pubblicamente errori o valutazioni errate?
G.R. Bella domanda…in effetti non tutti si trovavano nella mia situazione, ovvero al termine della carriera, e quindi senza la necessità di assicurarsi un futuro. Oltretutto, avevo già deciso di lasciare il settore pubblico alla scadenza del triennio pandemico. Certo, il problema di compiacere il “sistema” potrebbe giocare un ruolo, e lo spoil system all’italiana non favorisce l’autonomia di pensiero. Ma credo che quest’argomento ci porterebbe lontani dal tema specifico.
L.B. Nel corso della pandemia la comunicazione istituzionale e mediatica ha attraversato fasi diverse, passando da affermazioni molto nette a successive correzioni e riformulazioni, anche su temi sensibili come l’efficacia dei vaccini, la durata della protezione e le reazioni avverse.
Negli anni successivi si è osservato un marcato calo dell’adesione alle campagne vaccinali anti-Covid e, più in generale, una riduzione delle vaccinazioni antinfluenzali e, seppur in misura minore, di quelle infantili.
Con il senno di poi, quali scelte comunicative e decisionali avrebbero potuto evitare o limitare questo esito?
G.R. La pandemia da COVID-19 ha in qualche modo determinato un aumento della mancanza di fiducia da parte dei cittadini. In parte a causa della rumorosa campagna mediatica da parte di persone o gruppi ostili alle chiusure o alle vaccinazioni (in genere l’ostilità è amplificata da dolorosi provvedimenti restrittivi delle libertà individuali), in parte a una gestione difficile di alcuni vaccini. Il problema non è nato tanto dal fatto che, come qualcuno ha affermato, si trattasse di vaccini “sperimentali”, in quanto i vaccini resi disponibili avevano superato tutte le fasi canoniche della sperimentazione clinica, quanto al fatto che in una campagna vaccinale di massa, specie quando si vaccinano tantissime persone usando nuove piattaforme vaccinali, compaiono purtroppo anche quei rari eventi che nessun trial clinico potrà mai evidenziare. Si tratta, tanto per fare un esempio, di quanto accaduto con i vaccini a vettore virale (ad esempio quello di Astra Zeneca), che hanno determinato alcuni quadri drammatici di VITT soprattutto in giovani donne. La mancanza di conoscenze definitive indusse all’epoca a modificare più volte il target vaccinale, creando imprevedibili problemi e sconcerto nella popolazione.
L.B. Il professor Carlo Rovelli, nel suo libro Cos’è la scienza. La rivoluzione di Anassimandro, descrive la conoscenza scientifica come un processo fondato sulla revisione continua delle proprie assunzioni, sul riconoscimento degli errori e sulla disponibilità a correggere i modelli alla luce di nuove evidenze.
Ritieni che la presenza di interessi economici rilevanti possa rendere più difficile, in ambito farmacologico, applicare fino in fondo quei principi di revisione, autocorrezione e ammissione dell’errore che Rovelli considera centrali per il metodo scientifico?
G.R. Rovelli ha sicuramente ragione. Essendo un fisico, poi, sicuramente conosce bene anche l’epistemologia di Popper e il principio di corroborazione e confutazione che muove la ricerca scientifica e la rende sempre in qualche modo indefinita…in campo biomedico, però, tutto ciò è difficilmente applicabile. Il paradigma predominante è sempre quello dell’evidence-based medicine basata sui trial clinici, e a questi si conformano, volenti o nolenti, anche le aziende farmaceutiche. Dopodiché la maniera in cui i trial sono disegnati può anche portare a risultati talvolta opinabili, ma approcci migliori non mi sembra ce ne siano e gli studi indipendenti non abbondano.
L.B. Con la pandemia ancora in corso – oltre 300 decessi e circa 60.000 nuovi positivi al giorno – il 24 febbraio 2022 la Russia è intervenuta nel conflitto del Donbass, in corso dal 2014.
In entrambi i contesti, quello pandemico e quello bellico, nel dibattito pubblico e mediatico si è assistito a una forte polarizzazione delle posizioni, accompagnata dall’uso di etichette semplificanti che hanno finito per accomunare e delegittimare posizioni anche molto diverse tra loro. In questo senso, il ricorso a categorie come “novax” prima e “filoputin” poi sembra rispondere a una medesima logica comunicativa.
A tuo avviso, questo modo di gestire il dissenso è il risultato di una necessità comunicativa legata alle situazioni di emergenza, di un effetto collaterale non previsto, oppure di una scelta consapevole volta a ridurre la legittimità del dissenso agli occhi della maggioranza?
G.R. In effetti la divisività di certi temi colpisce, e la polarizzazione che ne deriva sembra inevitabile. Personalmente, non credo che si possano etichettare tout-court come no-vax tutti coloro che si oppongono agli obblighi vaccinali (e non necessariamente ai vaccini) o filo-putiniani quelli che vorrebbero trovare una soluzione di compromesso che eviti la continuazione di una guerra che miete vittime su entrambe i fronti. Fra l’altro, la demonizzazione di chi la pensa diversamente non è detto che paghi in termini di consenso. Potremmo pensare che la polarizzazione sia un effetto dell’uso diffuso dei “social” (troppo frequentati da “haters”), e in parte lo è, ma devo dire che anche media mainstream e leader politici contribuiscono abbondantemente a un clima divisivo. Poi, a volte, narrative contraddittorie e mistificatrici generano ostilità nella popolazione. Un tipico esempio è rappresentato dal programma “ReArm Europe”. A questo proposito, l’esigenza di adeguare militarmente il proprio Paese o l’UE, si può essere favorevoli o contrari, è un’opzione che ha comunque una sua legittimità e una base razionale: ad esempio, potrebbe essere necessaria in un mondo in trasformazione in cui saltano i tradizionali schemi di alleanza, così come potrebbe essere strumentale a una riorganizzazione industriale e ad un conseguente rilancio della produttività. Giustificarla invece con la necessità di impedire ai russi (o ai cosacchi), che faticano a conquistare tutto il Dombass, di abbeverare i propri cavalli nel Tago genera incredulità in parte della popolazione, che si sente per questo presa in giro. Insomma, è importante ciò che si fa, e facendo si può anche sbagliare, ma anche come lo si giustifica.
L.B. L’anno successivo, nel 2023, è stato il turno della Palestina. Anche in questo caso il racconto pubblico è stato segnato da omissioni, semplificazioni e da un uso del linguaggio che ha finito per presentare una violenza estrema come “diritto all’autodifesa”.
La neolingua di orwelliana memoria sembra qui raggiungere una forma particolarmente compiuta, in espressioni come: “difendere i diritti umani”, “interventi umanitari”, “autodifesa”, utilizzate per legittimare operazioni di annientamento.
Se la comunicazione adottata durante la pandemia ha prodotto una profonda sfiducia nelle istituzioni e nella scienza, dove può condurre, secondo te, l’uso sistematico di queste stesse tecniche per normalizzare guerre e distruzioni su larga scala?
G.R. Difficile dirlo. Assistiamo su diversi fronti, a livello sia nazionale che internazionale, a propaganda e contro-propaganda, e l’avvento dell’intelligenza artificiale, che genera la propria “realtà”, contribuisce alla confusione. Il venir meno di filtri ufficiali genera pluralità ma, al tempo stesso, lascia il gioco in mano ad attori sconosciuti o mascherati. Non sono un esperto del settore e, sinceramente, fatico a immaginare come sarà il futuro.
L.B. L’avvento di Donald Trump ha segnato una forte discontinuità sul piano comunicativo, con un linguaggio più esplicito e meno mediato, senza però modificare in modo sostanziale gli equilibri geopolitici. In questo quadro, crisi come quelle del Venezuela o dell’Iran sono state raccontate attraverso narrazioni che hanno fatto leva, di volta in volta, sul narcotraffico, sui diritti umani o sulla sicurezza internazionale.
A tuo avviso, cosa rivelano queste modalità comunicative sulla direzione che sta prendendo l’ordine globale? E quali margini concreti esistono oggi per invertire questa tendenza?
G.R. Il linguaggio oggi utilizzato da Trump è certamente più crudo e meno diplomatico rispetto a quello di chi l’ha preceduto, ma alla fin fine anche chi giustificava bombardamenti o un regime change con la scusa dell’esportazione della democrazia di danni ne ha fatti, e non pochi (si pensi solo alla Libia, e ciò che ha comportato per i nostri interessi nazionali). E’ però comprensibile che la rottura di schemi consolidati e l’imprevedibilità del contesto globale generi apprensione e senso di insicurezza specialmente in chi, come noi, ha vissuto un’epoca di pace e relativa prosperità.
L.B. Se la scienza è, per sua natura, un metodo fondato sul dubbio, sull’autocorrezione e sul riconoscimento dei propri limiti, cosa accade quando questo metodo viene stabilmente incorporato all’interno di apparati di potere economico, politico o militare?
In queste condizioni, la scienza riesce ancora a mantenere una funzione critica autonoma, oppure rischia di trasformarsi in un linguaggio di legittimazione delle decisioni già prese?
G.R. Innanzitutto bisogna distinguere la scienza pura, la ricerca di base, da quella applicata. E’ alla ricerca di base che si deve l’innovazione, che troverà poi la sua applicazione. Da epidemiologo ho sempre fatto ricerca applicata, tenendomi il più lontano possibile dalla politica. In fondo l’epidemiologia è una scienza, a differenza della sanità pubblica, che è invece contaminata dalla politica. Il punto è quanto noi riusciamo a influenzare le decisioni politiche e a valutarne gli effetti, quanto invece dalla politica veniamo semplicemente utilizzati. Per questo credo sia importante mantenere il più possibile una propria sfera di autonomia.
L.B. Guardando agli ultimi anni – dalla gestione della pandemia ai conflitti armati – ti sembra che il sapere scientifico venga chiamato soprattutto a comprendere e interrogare la realtà, oppure sempre più spesso a giustificarla?
E cosa cambia, per una società, quando la conoscenza smette di mettere in discussione il potere e inizia a legittimarlo?
G.R. Beh questo sta agli individui. Si può decidere di servire il “Re”, di contrastarlo, o semplicemente non farsi coinvolgere, valutando di volta in volta, in maniera oggettiva e distaccata, la realtà. Credo che la “conosc(i)enza” non debba essere utilizzata né per legittimare né per mettere in discussione il “potere” in maniera pregiudiziale, ma è essenziale che mantenga la sua indipendenza per evitare qualsiasi forma di unanimismo.
Data articolo: Tue, 27 Jan 2026 16:17:00 GMT
di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad
La liberazione di Auschwitz, ottantuno anni fa, segnò non solo la fine di un luogo di sterminio industrializzato, ma anche l’inizio di un impegno giuridico e morale. L’Olocausto fu la distruzione sistematica dell’ebraismo europeo, un tentativo di eliminare un popolo dalla terra. Sei milioni di ebrei furono assassinati perché ebrei, insieme a rom, persone con disabilità, prigionieri politici e altri gruppi presi di mira da uno Stato razziale. Quel crimine trasformò il diritto internazionale. Da esso emersero la Convenzione sul genocidio, il moderno diritto dei conflitti armati e il principio secondo cui la protezione della vita civile non deve dipendere dall’identità o dalla convenienza politica. La memoria assunse forma istituzionale. “Mai più” doveva operare come legge.
Riconoscere Gaza nello stesso quadro morale non sminuisce la sofferenza ebraica, al contrario prende sul serio le lezioni tratte da quella sofferenza. L’ordine giuridico del dopoguerra fu costruito in larga parte da giuristi, studiosi e sopravvissuti che compresero come l’unica risposta duratura al genocidio fosse l’applicazione coerente di regole universali. La promessa non era che il trauma di un popolo garantisse un’esenzione morale a uno Stato che afferma di agire in suo nome, ma che la distruzione di qualsiasi popolo sarebbe stata riconosciuta come un’aggressione contro l’umanità in quanto tale.
Ciò che è accaduto a Gaza, e ciò che continua ad accadere, deve essere giudicato secondo questo standard universale. Vaste aree della vita civile sono state sistematicamente distrutte, quartieri residenziali ridotti in macerie, ospedali e università resi inoperativi, sistemi alimentari smantellati, reti idriche e igienico?sanitarie devastate. Una popolazione già confinata sotto un blocco di lunga durata è stata sottoposta a sfollamenti di massa, bombardamenti ripetuti e condizioni di vita che le agenzie umanitarie descrivono come incompatibili con la sopravvivenza. Non si tratta di eccessi episodici, ma di un modello sostenuto che colpisce le basi stesse dell’esistenza collettiva.
La Convenzione sul genocidio, redatta all’ombra dell’Olocausto, riconosce che un popolo può essere distrutto non solo attraverso l’uccisione immediata, ma anche mediante la creazione deliberata di condizioni di vita calcolate per provocarne la distruzione fisica, in tutto o in parte. Fame, sfollamento forzato, negazione di cure mediche e attacchi contro infrastrutture civili rientrano in questo quadro quando accompagnati dall’intento richiesto. Il divieto è assoluto. Non si dissolve di fronte ad argomentazioni di sicurezza, né viene sospeso perché uno Stato porta la memoria storica della persecuzione.
Qui il peso morale della storia ebraica rende il momento più doloroso, non meno. L’esperienza ebraica di persecuzione e sterminio diede al mondo alcune delle voci più chiare nell’insistere che il diritto deve limitare il potere. Quando il ricordo di quella sofferenza viene invocato per proteggere uno Stato dal controllo giuridico anziché per rafforzare i limiti alla violenza, l’eredità di coloro che perirono entra in tensione con l’ordine legale costruito in loro nome.
Riconoscere il genocidio a Gaza non significa negare la paura israeliana né minimizzare i crimini commessi contro civili israeliani. L’uccisione di civili il 7 ottobre è stata un crimine e un trauma che ha colpito profondamente le comunità ebraiche in Israele e nel mondo. Il diritto internazionale esiste proprio per prevenire tali atrocità. Esiste anche per garantire che la risposta a un’atrocità non diventi essa stessa una campagna di distruzione collettiva. Un crimine non autorizza un altro. La sofferenza storica di un popolo non annulla il diritto di un altro popolo a vivere.
La crisi più profonda risiede nella risposta del sistema internazionale. I tribunali parlano di obblighi di prevenzione, le agenzie umanitarie avvertono del collasso sociale, eppure il sostegno militare, finanziario e diplomatico continua in modi che rendono possibile la condotta che quegli stessi avvertimenti descrivono. Quando il divieto di genocidio diventa negoziabile sul piano politico, l’universalità promessa dopo Auschwitz si frantuma.
La commemorazione senza applicazione non è fedeltà alla memoria, è un arretramento rispetto alle sue implicazioni. Le voci di coloro che furono uccisi nei campi di sterminio europei risuonano nei trattati e nelle norme concepite per prevenire la distruzione dei popoli ovunque. Se quell’eco si affievolisce fino a diventare solo cerimonia, separata dalla responsabilità presente, la memoria perde la sua forza protettiva.
Onorare la sofferenza ebraica sotto il nazismo significa difendere il principio che nessun popolo debba affrontare distruzione, spoliazione o rovina deliberata. Se questo principio non viene difeso per i palestinesi di Gaza, allora l’eredità giuridica e morale del 1945 non viene portata avanti, ma selettivamente accantonata.
“Se l’eco delle loro voci si affievolisce, periamo.”* L’avvertimento riguarda tutti noi, e ogni popolo la cui esistenza dipende dal fatto che il diritto sia più forte della vendetta e la memoria più forte del potere.
*La frase “Se l’eco della loro voce si affievolisce, noi periamo” è ampiamente attribuita a Elie Wiesel, scrittore ebreo nato in Romania, sopravvissuto alla Shoah e premio Nobel per la pace. Essa compare nelle sue riflessioni sull’imperativo morale della memoria, in particolare come espresso in La notte e nei numerosi discorsi e saggi che ha pronunciato e scritto nel corso della sua vita sul tema della memoria, della coscienza e dell’eredità dell’Olocausto.
Tawfiq Al-Ghussein è saggista e analista legale impegnato su temi di diritto internazionale, responsabilità degli Stati e dinamiche geopolitiche del Medio Oriente. Il suo lavoro unisce analisi giuridica, storia politica e questioni di sovranità, con particolare attenzione alla protezione dei civili nei conflitti contemporanei.
Rania Hammad è scrittrice e attivista palestinese specializzata in relazioni internazionali e diritti umani
Data articolo: Tue, 27 Jan 2026 15:21:00 GMT
di Geraldina Colotti,
Caracas
Nelle redazioni di Roma, Madrid e Bruxelles si è consolidata una narrazione tossica che mira a presentare la Rivoluzione Bolivariana come un progetto in liquidazione. Sfruttando la complessità della nuova riforma della Ley de Hidrocarburos e le misure d’emergenza adottate dal governo della Presidente incaricata Delcy Rodríguez, la stampa italiana accusa il Venezuela di cedere a Trump e di aver revocato le storiche nazionalizzazioni di Hugo Chávez. Si tratta di un ribaltamento della realtà che nasconde una verità molto più scomoda: mentre il Venezuela combatte per la propria indipendenza in condizioni di guerra, l’Europa ha già firmato la propria resa energetica.
I quotidiani italiani, anche quelli che si definiscono “indipendenti”, usano un sofisma pericoloso: sostengono che se il Venezuela permette a un'azienda straniera di operare, allora la nazionalizzazione è finita. Questa tesi ignora deliberatamente la differenza tra proprietà e gestione operativa.
Perché mentono? Perché devono convincere il pubblico europeo che il socialismo è fallito e che l'unico modo per estrarre petrolio è il mercato neoliberista. La realtà è che la proprietà dei giacimenti (Art. 302 della Costituzione) rimane inalienabile della Repubblica. Il governo bolivariano ha messo in campo una sorta di Soberanía Adaptativa: impone ai partner stranieri di farsi carico dell'investimento e del rischio operativo in un contesto di blocco criminale, ma ogni barile estratto è soggetto alla fiscalizzazione del Ministero del Petrolio. Non è il mercato a dettare le regole, è lo Stato che usa il capitale straniero per rompere l'assedio. Chi parla di fine delle nazionalizzazioni occulta il fatto che ogni infrastruttura costruita dai privati tornerà alla nazione al termine del contratto.
La stampa italiana evita accuratamente di spiegare la vicenda di CITGO, la filiale di PDVSA negli Stati Uniti, vittima del più grande saccheggio della storia moderna. La tesi dei giornali è che il Venezuela stia perdendo CITGO per debiti non pagati.
Perché mentono? Perché non possono ammettere che CITGO è stata sequestrata illegalmente e consegnata alla farsa del governo ombra di Guaidó per essere smembrata dai creditori amici di Washington. La Presidente incaricata Delcy Rodríguez non sta cedendo: sta utilizzando la riforma petrolifera come leva negoziale. Anche per la vicenda CITGO.
Il messaggio inviato agli Stati Uniti è chiaro: se volete accedere alle riserve venezuelane (che il Dipartimento dell'Energia USA stima in 500 miliardi di barili), dovete riconoscere il danno causato dal saccheggio di CITGO. Il Venezuela usa la propria forza energetica per forzare un tavolo negoziale sulla restituzione di miliardi di dollari sottratti al popolo. Negoziare sotto pressione non è capitolare, è esercitare la diplomazia dei popoli contro la pirateria.
I media italiani presentano spesso le sanzioni come misure mirate contro individui corrotti. È una delle bugie più clamorose. Dal 2015, il Venezuela ha subito oltre 900 Misure Coercitive Unilaterali che costituiscono crimini contro l'umanità.
L'attacco del 3 gennaio, compiuto con l'impiego di tecnologia bellica mai usata prima (come ha confermato lo stesso Trump) è l'evoluzione finale di questa guerra: dal blocco dei conti bancari al terrorismo informatico contro le infrastrutture critiche per paralizzare il paese. La Ley Antibloqueo non è una breccia aperta per distruggere il socialismo, come dicono a Roma, ma uno scudo legale indispensabile. Permette allo Stato di operare nel segreto necessario per aggirare i droni finanziari della OFAC e garantire cibo e medicine. Presentare queste misure di sopravvivenza come un ritorno al capitalismo è un atto di cinismo intellettuale che serve solo a giustificare l'assedio agli occhi dell'opinione pubblica europea.
Qui la stampa italiana raggiunge il culmine dell'ipocrisia: si preoccupa della sovranità venezuelana mentre tace sulla totale abdicazione di quella italiana. Dopo il sabotaggio impunito del Nord Stream, l’Italia è diventata un satellite energetico del Texas.
I dati che i nostri giornali non pubblicano sono clamorosi: nel 2025, le importazioni italiane di Gas Naturale Liquefatto (GNL) dagli Stati Uniti sono raddoppiate, arrivando al 45% del fabbisogno totale. Il gas nordamericano costa agli italiani tra il 50% e il 100% in più rispetto al passato, e in certi picchi fino a cinque volte il prezzo interno USA. L'Italia paga un pizzo energetico immenso senza alcuna autonomia decisionale.
Il Venezuela, invece, nonostante il sequestro del Presidente Nicolás Maduro e di Cilia Flores, negozia con i BRICS+ e impone condizioni alle proprie transnazionali. Chi ha perso davvero la sovranità? Il paese che difende i suoi pozzi sotto le bombe tecnologiche o quello che compra gas a caro prezzo da chi gli ha fatto saltare i gasdotti?
Un altro argomento preferito dai giornali è la crisi di PDVSA, presentata come prova dell'inefficienza statale. Non dicono però che PDVSA era stata infiltrata da una tecnocrazia corrotta che serviva interessi foranei. Come analizzato dall'esperto petrolifero David Paravisini, molti debiti vantati dalle multinazionali erano accordi illeciti tra dirigenti traditori e imprese straniere.
Il debito con Chevron, presentato dai media come una catena al collo del Venezuela, è stato smascherato: da una richiesta di 4 miliardi si è passati a meno di 800 milioni reali. La riforma della presidenta incaricata, Delcy Rodríguez, è un atto di pulizia profonda: ricentralizzare il comando nel Ministero significa togliere il petrolio dalle mani dei burocrati corrotti per restituirlo alla Renta Social. Il bloqueo persiste proprio perché il Venezuela si rifiuta di eliminare il finanziamento delle Grandi Missioni sociali mediante i proventi del greggio.
La propaganda lavora per algoritmi e per estetica. Cerca di vendere il modello USA come l'unica modernità possibile, tacendo sulla crisi sociale che divora le città statunitensi, tra droghe, repressione e povertà estrema.
Il Venezuela propone una modernità multipolare basata sulla sovranità dei dati e delle risorse. Collaborando con Russia, Cina e Iran, Caracas certifica le proprie riserve fuori dal controllo della Silicon Valley e delle agenzie di rating occidentali. Questa è la vera sfida del XXI secolo.
La Rivoluzione Bolivariana non ha ceduto. Ha imparato a combattere in un mondo dove la risorsa energetica è l'arma principale, ma anche con una forte coscienza “antiestrattivista”, dovuta alla necessità di proteggere uno straordinario patrimonio naturale e una risorsa fondamentale: l'acqua. Dire che il petrolio è in mano a Trump è un insulto al popolo venezuelano che continua a presidiare le proprie raffinerie nonostante il dolore per il sequestro dei propri leader. La sovranità non è un concetto burocratico, è la capacità di restare in piedi quando tutti intorno si inginocchiano. Il Venezuela è in piedi. È l'Europa che sembra aver dimenticato come si sta a fronte alta.
Il bilancio della gestione della Presidente incaricata Delcy Rodríguez, nel drammatico scenario seguito al 3 gennaio 2026, non può essere ridotto a una semplice cronaca di emergenza. Ciò che emerge è una vera e propria dottrina della resistenza che abbiamo definito Soberanía Adaptativa. Mentre la stampa italiana si affanna a cercare segni di resa nei tecnicismi della riforma petrolifera, i dati reali raccontano il consolidamento di un modello che non solo ha protetto la nazione dal collasso, ma ha rilanciato la sua proiezione come potenza energetica globale.
Contro ogni pronostico delle agenzie di rating occidentali, il Venezuela ha chiuso il 2025 con una crescita del PIL petrolifero del 16% e una produzione stabilizzata a 1,2 milioni di barili al giorno. Il piano Reto Admirable 2026, presentato da Rodríguez, non è un libro dei sogni, ma un programma fondato su 19 trimestri consecutivi di crescita economica raggiunti sotto il regime di sanzioni più feroce della storia moderna. La proiezione di un incremento delle entrate del 37% per l'anno in corso è la risposta più ferma a chi, da Roma o Washington, scommetteva sul default dello Stato bolivariano dopo il sequestro del Presidente Maduro e di Cilia Flores.
La vera vittoria politica di questa fase risiede nella destinazione della ricchezza. La riforma della Ley de Hidrocarburos, lungi dal privatizzare, ha blindato il legame tra estrazione e giustizia sociale. Il modello di distribuzione del bilancio 2026 parla chiaro: il 53% delle risorse è destinato direttamente alle Comunas, il 29% alle Governazioni e il 15% alle Alcaldías.
Mentre nei paesi che hanno abbracciato il neoliberismo - come l'Italia del GNL nordamericano - la rendita energetica finisce nei dividendi delle transnazionali, in Venezuela ogni barile prodotto si trasforma per legge in salario, salute e alimentazione per il popolo. È questa “la minaccia inusuale e straordinaria” che l'imperialismo non può perdonare.
Con la firma dei primi contratti di esportazione, il governo di Delcy Rodríguez ha dimostrato che il paese non è un attore passivo nello scacchiere energetico, ma un perno dell'integrazione regionale e mondiale. La fermezza nel rivendicare il diritto a relazioni diverse - con i BRICS+, con la Cina, con la Russia, ovviamente con Cuba e Nicaragua, e persino una agenda energetica sovrana con gli Stati Uniti - segna il fallimento della strategia dell'isolamento. Il Venezuela non ha paura del mercato mondiale perché sa maneggiare la chiave per i suoi equilibri futuri.
In definitiva, l'esperienza venezuelana del 2026 offre una lezione brutale alle democrazie liberali europee. Mentre il Venezuela difende la propria sovranità dei dati e delle risorse sotto le bombe della guerra cognitiva, l'Europa si scopre fragile, dipendente e deindustrializzata per aver ceduto la propria autonomia a Washington. La resistenza bolivariana dimostra che la sovranità non è un reperto del passato, ma l'unica condizione possibile per la pace e lo sviluppo nel XXI secolo.
Nonostante il dolore per il sequestro dei suoi leader, il Venezuela di oggi non è un paese che cede, ma un paese che sta riorganizzando lo Stato per una battaglia di lunga durata. La Rivoluzione non è finita; è entrata in una fase di maturità strategica dove la flessibilità tattica serve a proteggere l'incrollabile fermezza dei principi.
Il capo di Stato maggiore della Russia, Valery Gerasimov, ha ispezionato il lavoro del personale militare del gruppo di truppe Zapad (Ovest) nell'area dell'operazione militare speciale.
A seguito dell'ispezione, il generale ha riferito che le truppe russe continuano ad avanzare su tutti i fronti nell'ambito dell'operazione militare speciale e che, dall'inizio dell'anno, hanno già liberato 17 località e più di 500 chilometri quadrati di territorio.
?????????? Il capo di stato maggiore della Russia, Valery Gerasimov, ha ispezionato il lavoro dei soldati del gruppo di truppe Zapad (Ovest) nell'area dell'operazione speciale https://t.co/KViHMvMwi2 pic.twitter.com/IquLOR7rCT
— RT in spagnolo (@ActualidadRT) 27 gennaio 2026
L'alto comando militare ha comunicato che i soldati del gruppo Zapad hanno liberato la città di Kupiansk-Uzlovoi, dove sono attualmente in corso le operazioni di sgombero.
Inoltre, unità della 1ª Armata Corazzata continuano a distruggere le formazioni nemiche accerchiate sulla riva orientale del fiume Oskol. "Complessivamente, fino a 800 soldati ucraini rimangono nell'area accerchiata, un'area di 4 per 6 chilometri ", ha rivelato.
Al termine del rapporto, il Capo di Stato Maggiore russo ha conferito onorificenze statali ai combattenti più meritevoli che avevano dimostrato coraggio e audacia nello svolgimento delle loro missioni al fronte.
Nel frattempo, le unità del 20° Gruppo d'Armate stanno ultimando la liberazione delle città di Drobyshevo, Yarovaya e Sosnovoye, nella Repubblica Popolare di Donetsk. "Oltre il 90% della loro area residenziale è sotto il nostro controllo", ha dichiarato Gerasimov.
Il gruppo di truppe Vostok (Est) sta avanzando nella parte orientale della provincia di Zaporizhia e sta conducendo operazioni per creare una zona di sicurezza nella provincia di Dnipropetrovsk. "A gennaio, quattro insediamenti sono passati sotto il nostro controllo", ha dichiarato il generale russo.
Gerasimov ha inoltre spiegato che, in seguito alle operazioni di combattimento volte ad ampliare la zona di sicurezza nelle zone di confine delle province di Sumy e Kharkiv, il gruppo di truppe russe Sever (Nord) ha liberato questo mese quattro località , tra cui, la scorsa settimana, Semyonovka e Staritsa.
Nel frattempo, il gruppo Yug (Sud) liberò gli insediamenti di Bondárnoye , Zakótnoye e Privólie , nella Repubblica Popolare di Donetsk.
Inoltre, il generale ha aggiunto che il Gruppo Dnepr sta avanzando nella provincia di Zaporizhia e che le sue unità d'avanguardia si trovano a 12-14 chilometri dalla periferia meridionale e sud-orientale del capoluogo regionale. " Novoyakovlevka è stata liberata . In totale, a gennaio, il gruppo di truppe ha preso il controllo di quattro località", ha specificato.
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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
Il Comando centrale degli Stati Uniti (Centcom) ha confermato lunedì di aver schierato la portaerei USS Abraham Lincoln, insieme al suo gruppo d'attacco, in Medio Oriente.
"I marinai a bordo della USS Abraham Lincoln (CVN 72) stanno eseguendo lavori di manutenzione di routine mentre la portaerei naviga nell'Oceano Indiano", si legge in una nota del Centcom, sottolineando che il gruppo d'attacco della portaerei "è ora dispiegato in Medio Oriente per promuovere la sicurezza e la stabilità regionale".
Lo spiegamento avviene dopo che la scorsa settimana il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato che una "forza importante" si stava dirigendo verso l'Iran , che ha minacciato di intervenire militarmente nel mezzo delle proteste antigovernative già contenute.
Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Esmail Baqaei ha affermato oggi che l'arrivo della flotta statunitense "non influirà sulla determinazione dell'Iran a difendere la nazione con tutte le nostre forze", sebbene abbia avvertito che causerà "insicurezza" che colpirà tutti i paesi della regione.
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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
Dopo la morte di Alex Pretti, avvenuta questo sabato, e di Renée Good, avvenuta il 7 gennaio scorso , rispettivamente per mano degli ufficiali dell'Immigration and Customs Enforcement (ICE), la direttrice dell'ONG Human Rights Watch (HRW) per le crisi, i conflitti e le armi, Ida Sawyer, ha denunciato che "la sparatoria mortale di un altro residente di Minneapolis da parte di agenti federali arriva dopo settimane di misure di controllo dell'immigrazione violente e abusive in tutta la città".
In tale contesto, la rappresentante della ONG ha criticato le “continue azioni incontrollate di queste agenzie”, che, ha affermato, “mettono in pericolo i residenti, con conseguenze devastanti”, e ha avvertito che i loro “modelli di abuso a livello nazionale rivelano una forza di sicurezza pericolosa e in espansione che opera impunemente”.
Sawyer ha inoltre sollecitato che, indipendentemente dalle misure che il Congresso potrebbe adottare, queste agenzie interrompano le loro operazioni su larga scala a Minneapolis e si astengano dall'avviare iniziative simili in altre località.
Tra l'altro, ha ricordato la necessità di adottare “misure urgenti” e, in particolare, una maggiore supervisione legislativa per “proteggere le comunità americane dalla violenza, dalla discriminazione e dalle detenzioni illegali e garantire che i loro diritti alla libertà di espressione e di riunione siano rispettati”.
Il rappresentante della ONG ha ribadito che il Congresso ha l'autorità di "condizionare i finanziamenti del Dipartimento per la sicurezza interna (DHS) all'attuazione di garanzie minime che proteggano dall'uso eccessivo della forza, da altre violazioni dei diritti umani e dall'impunità".
In questo modo, ha sollecitato la camera legislativa a tenere "udienze di controllo per indagare sulla condotta" del DHS, compresi gli abusi e gli omicidi commessi sotto la sua responsabilità.
Sawyer ha aggiunto che "il Congresso dovrebbe valutare la possibilità di sospendere i finanziamenti per le operazioni di controllo dell'immigrazione fino al completamento di tale indagine" e sostenere anche la ricostituzione e la dotazione di personale degli uffici di controllo interno che, a suo dire, sono stati indeboliti dall'amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
Il direttore ha precisato che il diritto internazionale stabilisce che "gli agenti delle forze dell'ordine dovrebbero ricorrere intenzionalmente all'uso della forza letale solo come ultima risorsa, quando è assolutamente inevitabile per proteggere la vita".
“Gli standard internazionali sui diritti umani richiedono inoltre un’indagine rapida, efficace, approfondita, indipendente, imparziale e trasparente su qualsiasi morte che possa essere illegale”, ha sostenuto.
In seguito a due sparatorie mortali a Minneapolis, in cui le prove video suggeriscono che gli agenti federali abbiano violato i protocolli, la crescente impressione tra gli esperti legali, molti legislatori e gran parte dell'opinione pubblica è che l'Immigration and Customs Enforcement e la Border Patrol stiano operando in modo sconsiderato e ben al di fuori delle norme delle forze dell'ordine.
Durante l'invio di migliaia di agenti federali in Minnesota per un'ampia repressione dell'immigrazione, gli agenti federali hanno sparato e ucciso Renee Good e Alex Pretti. In entrambi i casi, l'amministrazione Trump ha seguito una strategia diffamatoria nei confronti delle vittime, travisando i fatti e rifiutandosi di collaborare con gli investigatori locali.
Il sindaco di Minneapolis Jacob Frey e il governatore del Minnesota Tim Walz hanno annunciato lunedì che, dopo un colloquio con Trump, è stato concordato che "alcuni" agenti federali inizieranno a lasciare la città martedì mattina, in risposta alle crescenti proteste pubbliche sui raid dell'immigrazione che hanno generato forti reazioni e tensioni pubbliche, tra cui la detenzione di un bambino di cinque anni durante le operazioni.
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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
In un articolo pubblicato lunedì dall'emittente qatariota Al Jazeera, basato sull'analisi delle immagini satellitari effettuata dalla sua unità di indagini digitali Sanad, è stato rivelato che Israele ha continuato a demolire case e terreni agricoli nella Striscia di Gaza settentrionale dall'inizio del cessate il fuoco in ottobre, come parte di quello che sembra essere un piano per rioccupare l'area e reintrodurre gli insediamenti dopo più di due decenni.
Dall'articolo emerge che l'esercito israeliano ha condotto un'operazione sistematica per radere al suolo i resti delle case nella città di Beit Hanun nelle settimane successive al cessate il fuoco.
L'analisi delle immagini satellitari scattate tra l'8 ottobre, due giorni prima dell'inizio della tregua, e l'8 gennaio mostra che i bulldozer israeliani hanno raso al suolo circa 408.000 metri quadrati di terreno, compresi i resti di almeno 329 case e siti agricoli distrutti durante la guerra.
Le immagini scattate prima dell'operazione mostrano un Beit Hanun con edifici danneggiati dal conflitto, sebbene alcuni siano rimasti in piedi. Tuttavia, a metà dicembre, gran parte di quella struttura e gli ex terreni agricoli erano stati completamente rasi al suolo, lasciando un paesaggio appiattito e privo di qualsiasi traccia urbana.
I lavori di rimozione sono iniziati direttamente ai margini di Beit Hanun, di fronte alla recinzione che separa la città dai vicini insediamenti israeliani lungo il confine settentrionale, tra cui Sderot, situato a circa due chilometri di distanza.
Al Jazeera ritiene che queste azioni confermino l'intenzione di Israele di rioccupare parti di Gaza dopo una guerra durata due anni, che ha causato più di 70.000 morti e una distruzione generalizzata del territorio.
I sospetti sui piani di insediamento sono rafforzati dalle ripetute dichiarazioni dei leader israeliani di estrema destra. Nel dicembre 2024, ministri e membri del parlamento israeliani hanno visitato la città di Sderot, da dove hanno indicato Beit Hanun e Beit Lahia, affermando che oltre 800 famiglie ebree erano pronte a trasferirsi lì "il prima possibile", secondo il quotidiano israeliano Haaretz.
Inoltre, il Ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha delineato il 23 dicembre i piani per l'istituzione di basi agricolo-militari note come Nava Nahal nel nord di Gaza. Katz ha affermato che Israele "non si ritirerà mai e non abbandonerà mai Gaza", descrivendo queste strutture come sostitutive degli insediamenti evacuati nel 2005, quando Israele ritirò i suoi coloni dalla Striscia sotto la pressione internazionale e palestinese.
Anche se non si concretizzassero nuovi insediamenti, i leader israeliani hanno chiarito il loro interesse nel controllo di una zona cuscinetto all'interno di Gaza, che includerebbe aree come Beit Hanun.
Un funzionario israeliano, citato dal Long War Journal, una pubblicazione online americana, ha affermato che la campagna per radere al suolo la città fa parte di un'operazione volta a "creare un importante perimetro di sicurezza e rendere difficile al nemico il ritorno alle sue infrastrutture".
Queste azioni, insieme alla demolizione delle case e agli sfollamenti forzati, sono considerate parte della più ampia strategia di Israele per consolidare l'occupazione dei territori palestinesi.
Secondo i dati delle Nazioni Unite, nell'ottobre scorso l'81% delle strutture di Gaza era stato danneggiato o distrutto, con la parte settentrionale della Striscia come area più colpita.
La stragrande maggioranza della comunità internazionale ritiene illegali gli insediamenti israeliani, stabiliti nei territori occupati da Israele durante la Guerra dei Sei Giorni del 1967. Inoltre, diverse risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite hanno esortato Israele a cessare ogni attività di insediamento.
Tel Aviv, da parte sua, ha respinto gli appelli internazionali, portando avanti i suoi piani espansionistici e ampliando gli insediamenti illegali nella Cisgiordania occupata, misure che, secondo l'ONU e molti paesi, comprometterebbero la creazione di uno Stato palestinese.
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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
Le bugie diventano così noiose.
Gli iraniani vogliono che il loro paese venga bombardato.
Hamas ha decapitato 40 bambini.
Le manifestazioni pro-Palestina causarono il massacro di Bondi.
Sotto ogni ospedale c'è una base terroristica.
I media riportano fatti oggettivi sul mondo.
Vivi in ??una democrazia in cui i voti del popolo influenzano le azioni del tuo governo.
Siamo i buoni in ogni conflitto straniero.
Gli Stati Uniti commettono errori di tanto in tanto, ma agiscono con buone intenzioni e sarebbe meglio se fossero loro a guidare il mondo.
Le persone ricche sono ricche perché sono più intelligenti e lavorano più duramente di tutti gli altri.
Il capitalismo funziona più o meno bene per tutti.
Il mondo funziona più o meno come ti hanno insegnato a scuola.
L'innovazione tecnologica e l'industria orientate al profitto ci salveranno dalle conseguenze ecologiche dell'innovazione tecnologica e dell'industria orientate al profitto.
Non importa che stiamo distruggendo la nostra biosfera, perché da un momento all'altro stiamo per partire per le stelle e colonizzare lo spazio.
Tutti i problemi del tuo Paese sono colpa dell'altra fazione politica dominante, e puoi risolvere quei problemi concentrando tutta la tua rabbia sulle persone dell'altra fazione.
Questo non è il momento per una politica rivoluzionaria.
Non puoi lasciare che le persone dicano quello che vogliono sul loro governo e sui loro alleati.
Il successo consiste nel guadagnare un sacco di soldi, possedere molti beni e guadagnarsi il rispetto delle istituzioni più grandi e influenti della nostra società.
Se non sei in grado o non vuoi guadagnare molti soldi e ottenere molti beni, sei una persona cattiva e dovresti sentirti male con te stesso.
Dovresti basare la tua autostima sulla tua efficacia nel far girare gli ingranaggi dell'industria e nel dare al sistema esattamente ciò che vuole da te.
Tutto questo è normale. Tutta questa sofferenza, morte, distruzione, guerra, caos, sfruttamento, ingiustizia, povertà e abusi sono normali. Le persone che vogliono cambiare le cose sono anormali e dovrebbero essere guardate con sospetto.
Noioso.
Sono solo bugie, bugie, bugie, fino in fondo.
Viviamo in una civiltà costruita sulle bugie, fatta di bugie e sostenuta dalle bugie. Non appena le bugie finiscono, tutto crolla.
Cominciano a insegnarci le bugie non appena siamo abbastanza grandi per impararle, e non smettono mai di inculcarle nel nostro cervello finché non siamo morti. Non c'è da stupirsi che stiamo diventando sempre più infelici, disfunzionali e pazzi.
La sovranità mentale sotto l'impero delle menzogne ??significa epurare ogni indottrinamento maligno da ogni livello della propria cognizione e percezione, finché non si è in grado di pensare liberamente e di percepire il mondo con occhi chiari. È un processo lungo e difficile, ma necessario se si vuole instaurare un rapporto di verità con la realtà e imparare a vedere le cose come sono realmente.
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(Traduzione de l'AntiDiplomatico)
*Giornalista e saggista australiana. Pubblica tutti i suoi articoli nella newsletter personale: https://www.caitlinjohnst.one/
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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
di Michele Blanco*
*“La Fonte, periodico dei terremotati o di resistenza umana”, 2026, ANNO 23, n. 2, p. 20.
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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.