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Lavrov spiega perché gli USA attaccano l’Iran

La politica aggressiva degli Stati Uniti nei confronti dell’Iran non ha una sola spiegazione, ma nasce dall’intreccio di fattori geopolitici, strategici ed economici. Lo ha affermato il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, intervenendo in un’intervista dedicata alle tensioni crescenti in Medio Oriente. Secondo Lavrov, Washington considera Teheran parte di un più ampio “asse” di Paesi ritenuti una minaccia al dominio occidentale.

Un asse che includerebbe anche Russia, Cina, Corea del Nord e, in alcune fasi, la Bielorussia. Una visione che, a suo dire, gli Stati Uniti non hanno mai realmente nascosto. Accanto alla dimensione politica e militare, pesano anche gli interessi energetici. Lavrov ha ricordato come gli USA abbiano già dichiarato apertamente di voler controllare flussi petroliferi strategici, sottolineando che l’Iran è tra i maggiori produttori mondiali di greggio.

Un ruolo reso ancora più delicato dalla posizione geografica del Paese, che controlla lo stretto di Hormuz, passaggio chiave per la sicurezza delle rotte petrolifere globali. Il ministro russo ha poi richiamato il ruolo di Israele, ricordando che il premier Benjamin Netanyahu ha sempre definito l’Iran una minaccia esistenziale. In questo contesto, Mosca si propone come mediatrice, forte dei rapporti sia con Tel Aviv sia con Teheran.

Lavrov ha ribadito che la Russia è pronta a offrire i propri “buoni uffici” per evitare una nuova escalation, come già avvenuto nel 2015 con l’accordo sul nucleare iraniano. L’obiettivo, ha concluso, è far prevalere il buon senso ed evitare un nuovo conflitto che potrebbe avere conseguenze catastrofiche per l’intera regione.


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Data articolo: Fri, 30 Jan 2026 06:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Teheran avverte: la decisione europea sull’IRGC avrà effetti strategici

Lo Stato Maggiore delle Forze Armate iraniane ha reagito duramente alla decisione dell’Unione europea di inserire il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) nella lista delle organizzazioni terroristiche. In una nota ufficiale, Teheran ha avvertito che le conseguenze di questa scelta “ricadranno direttamente sui decisori politici europei”.

Secondo le autorità iraniane, la decisione di Bruxelles sarebbe “irrazionale e irresponsabile” e presa in totale allineamento con le politiche degli Stati Uniti e di Israele. Una mossa che, a loro giudizio, dimostrerebbe l’ostilità dell’UE verso l’Iran, le sue forze armate e la sovranità nazionale del Paese. La designazione è arrivata dopo le misure adottate da Teheran contro le rivolte di inizio gennaio, che l’Iran definisce violente e alimentate dall’esterno.

Le autorità sostengono che servizi statunitensi e israeliani abbiano sostenuto finanziariamente e logisticamente gruppi armati responsabili di attacchi contro civili e infrastrutture. Lo Stato Maggiore ha respinto le accuse, definendo l’IRGC un’istituzione legittima e in prima linea nella lotta contro il terrorismo, inclusi gruppi come Daesh.

Infine, Teheran ha ribadito che l’UE si assumerà la responsabilità delle “pericolose conseguenze” di una decisione considerata provocatoria e contraria al diritto internazionale.

Data articolo: Fri, 30 Jan 2026 06:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
SILICIO E SANGUE: LA STRATEGIA DI PECHINO E LA FURIA DEL DEBITORE ARMATO



di Pasquale Liguori

Nella giornata di ieri, l’osservatore che ha sfogliato la stampa internazionale si è trovato di fronte a una dissonanza cognitiva quasi perfetta. Da un lato, il Wall Street Journal pubblica in prima pagina un'autopsia dell'economia cinese intitolata A Doom Loop of Deflation (Una spirale negativa di deflazione), descrivendo un Paese paralizzato dalla sfiducia, con consumatori che non spendono e aziende intrappolate in una competizione suicida. Dall'altro, l'ambasciatore cinese Xu Feihong rivendica in un editoriale sul quotidiano indiano The Hindu una crescita del 5% trainata da “nuove forze produttive” e consumi di qualità, rigettando con sdegno l'accusa di sovrapproduzione.

Chi mente? La risposta non si trova nelle colonne dei giornali, ma qualche utile indizio lo si può rintracciare nei movimenti sotterranei del silicio. La notizia, battuta lo scorso mercoledì da Reuters, del via libera di Pechino all'importazione dei chip Nvidia H200 è la pistola fumante che smentisce la narrazione del collasso e rivela una strategia industriale di una lucidità disarmante.

Per capire perché la “spirale negativa” del Wsj sia una lettura parziale, bisogna analizzare la coreografia dei semiconduttori andata in scena negli ultimi mesi. La storia è nota: Washington vieta l'export dei chip di punta e Nvidia, per non perdere il suo mercato più grande, crea una versione depotenziata ma performante, l'H200, specificamente calibrata per aggirare le restrizioni dirette verso la Cina. Qui avviene l'imprevisto: Pechino inizialmente rifiuta. Secondo la logica del Wsj - un paese disperato e in ritardo tecnologico - la Cina avrebbe dovuto accaparrarsi qualsiasi chip disponibile. Invece, il governo ha bloccato o rallentato gli ordini. Perché?

La chiave di volta risiede nella condizionalità strategica che accompagna la riapertura di ieri. Pechino ha sfruttato il proprio potere di mercato non per subire, ma per imporre quote vincolanti di adozione interna. Secondo fonti accreditate, il semaforo verde alle Big Tech (Alibaba, Tencent, ByteDance) per l'importazione dei processori americani è subordinato a un preciso do ut des: l'acquisto contestuale di volumi paralleli di chip domestici, in primis la serie Ascend di Huawei. Questo non è il comportamento di un'economia in “Doom Loop” che annaspa. È la mossa di uno Stato che orienta la liquidità delle sue aziende (che il Wsj definisce in crisi) per finanziare l'indipendenza tecnologica.

La smentita alla tesi del declino arriva anche dalla natura stessa dello sviluppo AI cinese. Mentre l'Occidente misura il successo con l'hype dei chatbot generativi, la Cina ha intrapreso la via di un'IA “pragmatica”. Il caso DeepSeek è emblematico. Invece di cercare la forza bruta computazionale (che richiederebbe infiniti chip americani), i laboratori cinesi hanno lavorato sull'architettura, sviluppando innovazioni che trasformano la scarsità di hardware in efficienza software, abbattendo drasticamente i requisiti di memoria. Come evidenziato dall'ambasciatore Xu Feihong, l'obiettivo non è il consumismo digitale, ma l'integrazione nelle filiere industriali complete. L'IA in Cina non serve a scrivere poesie, ma a ottimizzare la rete elettrica, gestire i porti automatizzati e coordinare la logistica. Questa visione “materialista” dell'IA rende la Cina meno vulnerabile alle restrizioni di quanto Washington speri. Se l'obiettivo è l'efficienza industriale e si dispone di algoritmi ottimizzati (DeepSeek) che girano su componenti ibridi (Nvidia H200 + Huawei Ascend), il ritardo tecnologico tende a ridursi sensibilmente ai fini della competizione manifatturiera.

Con una realtà industriale così dinamica e solvibile, perché il Wsj insiste sulla narrazione della trappola deflazionistica? La risposta ci obbliga a entrare nel campo della sopravvivenza imperiale. Come evidenziato dagli studi di economisti come Emiliano Brancaccio, gli Stati Uniti hanno accumulato una posizione debitoria netta verso il resto del mondo che ha sfondato la soglia critica dei 18mila miliardi di dollari. Questa cifra rappresenta una voragine di ricchezza reale: Washington non ha i mezzi fisici per onorare questo debito colossale verso i suoi creditori (Cina in testa) senza cedere la proprietà dei propri asset nazionali. Di fronte all'impossibilità di ripagare, il “debitore armato” ha una sola opzione: usare tutti i mezzi, inclusa la forza, per svalutare il credito altrui. Sembra proprio che il Wsj operi, nell'inchiesta in questione, una proiezione psicologica per distruggere la credibilità del creditore. Ma, soprattutto, la strategia americana si è rapidamente evoluta, nei tempi più recenti, lungo tre scenari di insolvenza aggressiva che spiegano perché è vitale dipingere la Cina come un paese morente.

La Dottrina Donroe. In Venezuela Washington ha spostato il baricentro delle transazioni con l’interdizione marittima e il sequestro dei carichi, rivendicando de facto il controllo su export e ricavi. Questo colpisce direttamente il modello oil-for-loans con la Cina: se i barili che servivano a ripagare Pechino vengono bloccati o dirottati, il credito cinese perde la sua garanzia materiale (il flusso di greggio).

Il Board of Peace e Asia occidentale. Gli Usa “esternalizzano” la spesa per mantenere l’impero: Washington definisce cornice e priorità, ma i costi della gestione coloniale di Gaza e della regione sono coperti da un finanziamento strutturato come contributo internazionale ad “alto ticket”. In questo schema, gli Stati ricchi del Golfo sono i candidati obbligati a sostenere progetti e flussi. È la privatizzazione dell'occupazione: i creditori arabi pagano Washington per mantenere un “ordine” che serve agli interessi americani e sionisti.

A questo quadro si aggiunge la pressione sull'Iran, dove la strategia del debitore armato si fa ancora più esplicita. Qui, l’economia strangolata dalle sanzioni, le mai dimostrate violazioni sulla gestione del nucleare e le rivolte colorate vengono strumentalizzate per favorire un regime change. Colpire Teheran significa turbare le politiche energetiche della Cina. L'Iran è un rubinetto petrolifero strategico per Pechino; destabilizzarlo o favorire un governo burattino filo-occidentale equivarrebbe a chiudere un altro canale di approvvigionamento di asset reali, costringendo il creditore cinese a evidenti criticità riguardanti i rifornimenti.

Patrimoni di guerre sostenute o minacciate (Ucraina e Groenlandia). Washington sta perfezionando la conversione forzata del debito in asset reali. In Ucraina, gli aiuti militari vengono convertiti in un fondo di ricostruzione, trasformando di fatto le munizioni di ieri nei diritti di estrazione del titanio di domani. Parallelamente, in Groenlandia, la strategia è l'annessione delle risorse senza acquisto del territorio. Usando la leva della sicurezza Nato, gli Usa hanno stimolato la revoca di alcune concessioni cinesi puntando dritto all'accesso fisico alle materie prime locali.

La Cina, in questo quadro, appare come un “creditore sotto minaccia”. I suoi surplus commerciali non possono essere reinvestiti liberamente perché il debitore armato (gli Usa) sta sistematicamente sequestrando gli asset reali (energia, metalli, terre rare) su cui quei surplus dovrebbero atterrare.

Nonostante ciò, la riapertura ai chip H200 è sintomatica del fatto che la narrazione del “Doom Loop” si rivela un sedativo rassicurante per un Occidente distratto da metodi protezionisti, pericolose corse al riarmo e faticoso inseguimento del consenso elettorale, ma strategicamente letale. Mentre il Wall Street Journal celebra il funerale dell'economia cinese, Pechino sta installando il motore (leggi “H200”) per far girare la sua nuova macchina industriale, forgiata su un'IA efficiente e su una competizione che seleziona le aziende più resilienti. Lo scenario che emerge non è quello di un fallimento della Cina, ma che Pechino abbia intrapreso il completamento della transizione verso l'alta tecnologia proprio mentre l'Occidente vorrebbe persuadersi che il suo rivale stia morendo.

Assistiamo alla collisione ormai irreversibile tra due potenze che si fronteggiano in fortezze opposte. Da un lato, il debitore armato (Usa), costretto a usare la forza militare e il sequestro fisico delle risorse per mascherare la propria insolvenza finanziaria; dall'altro, il creditore reindustrializzato (Cina), che converte la tecnologia in asset reali per rompere l'assedio del dollaro armato. In questo scenario di default sistemico, il pragmatismo non è più un auspicio diplomatico, ma un imperativo di sopravvivenza: o si impone una correzione strutturale a questi squilibri, oppure la guerra finanziaria in corso è destinata a perdere ogni freno inibitore, rendendo lo scontro atomico l'unica forma di 'liquidazione' del debito rimasta sul tavolo.

Data articolo: Fri, 30 Jan 2026 06:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Venezuela: la classe operaia in difesa dell'industria petrolifera e della sovranitĂ  nazionale

In Venezuela scendono in campo i lavoratori: le principali arterie della capitale venezuelana Caracas saranno attraversate dalla marcia della classe operaia, convocata per difendere con vigore l'industria petroliera nazionale e rivendicare il rispetto della sovranità del paese, assieme alla liberazione dei propri leader, sequestrati negli USA.

La mobilitazione, organizzata dal segretario di Mobilitazione di Strada del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), Nahum Fernández, intende ribadire quella che viene definita la postura incrollabile del popolo di fronte alle continue aggressioni esterne. Il punto di ritrovo è fissato nei pressi di Bellas Artes, dove migliaia di lavoratori del settore petrolifero e militanti del Poder Popular daranno il via al corteo.

Il percorso, animato da cori e slogan anti-imperialisti, si snoderà attraverso le vie del centro cittadino con una meta precisa e simbolica: il Palazzo di Miraflores, cuore del potere politico e popolare venezuelano. Fernández ha sottolineato come il popolo venezolano si mantenga in uno stato di mobilitazione permanente. Il carattere indomito dei figli di Bolívar e Chávez, ha affermato il dirigente, si fa sentire in ogni strada per respingere qualsiasi tentativo di destabilizzazione esterna che miri a piegare la volontà nazionale.

 
 
 
 
 
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Per i manifestanti, la difesa dell'industria petroliera è, in sostanza, la difesa della patria stessa. Sotto la bandiera di una "pace con giustizia", i lavoratori esigono la cessazione immediata dell'assedio da parte di Washington, indicando nell'incursione militare dello scorso 3 gennaio un crimine contro l'umanità, finalizzato al saccheggio delle risorse naturali del paese.

La classe lavoratrice denuncia come queste azioni imperiali rappresentino una ritorsione contro la politica di indipendenza energetica portata avanti dal presidente Maduro, una politica che, a loro dire, è a beneficio delle grandi maggioranze e dello sviluppo sociale.

La giornata di protesta si concluderà con un atto di riaffermazione democratica di fronte al Palazzo di Governo, dove verrà ribadito che l'industria petroliera non si fermerà, nonostante le aggressioni. I movimenti sociali presenti hanno assicurato che l'unità tra il popolo e i suoi lavoratori è la garanzia principale per sconfiggere il blocco economico e assicurare la stabilità della Repubblica Bolivariana. Una mobilitazione che si annuncia, quindi, non solo come una protesta, ma come una dichiarazione di resistenza attiva. L'ennesima della Rivoluzione Bolivariana.

Data articolo: Thu, 29 Jan 2026 19:25:00 GMT
WORLD AFFAIRS
Bruno Rodriguez: "La dottrina guerrafondaia USA minaccia la Zona di Pace nella nostra America"

Il Ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez, ha denunciato i pericoli che minacciano tutta l'America Latina ??a causa della dottrina guerrafondaia del governo degli Stati Uniti, in occasione del dodicesimo anniversario della dichiarazione della regione come Zona di Pace.

Attraverso la piattaforma social X, il Ministro degli Esteri cubano ha ricordato che il 29 gennaio 2014, durante il Secondo Vertice della Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici (CELAC) a L'Avana, Cuba, 33 capi di Stato hanno firmato la Proclamazione dell'America Latina e dei Caraibi come Zona di Pace. Questa dichiarazione impegnava i governi e i popoli della regione alla risoluzione pacifica delle controversie e al rifiuto dell'uso o della minaccia della forza.

"Oggi la pace, la sicurezza e la stabilità della Nostra America sono in pericolo", ha affermato il capo della diplomazia cubana. Rodríguez ha sottolineato che le cause di questa minaccia risiedono nella dottrina dell'amministrazione insediata alla Casa Bianca, che cerca di imporre "la pace con la forza". Questa posizione, secondo il ministro degli Esteri, dimostra un "marcato interesse a rilanciare la screditata Dottrina Monroe".

Il massimo rappresentante della diplomazia dell'Isola caraibica ha sottolineato che, nello scenario attuale, devastato dalle brame di dominio imperialista, "è urgente rivendicare la ferma volontà di tutti i membri della CELAC, espressa in quel Proclama". L'accordo, annunciato dall'allora Presidente di Cuba, Raúl Castro, stabiliva l'obbligo di non intervenire, direttamente o indirettamente, negli affari interni di nessun altro Stato, nonché di rispettare i principi di sovranità nazionale, uguaglianza e autodeterminazione.

Data articolo: Thu, 29 Jan 2026 19:07:00 GMT
OneWorld
Tusk e Nawrocki: lo scontro sull'identitĂ  polacca e la minaccia (non militare) dalla Germania

Il Primo Ministro polacco Donald Tusk ha scritto che "il Presidente Nawrocki ha nuovamente indicato l'Occidente come la principale minaccia per la Polonia. Questa è l'essenza del contenzioso tra il blocco antieuropeo (Nawrocki, Braun, Mentzen, PiS) e la nostra Coalizione. Un contenzioso estremamente serio, una disputa sui nostri valori, sicurezza, sovranità. Est o Ovest". Questo in risposta al discorso del Presidente Karol Nawrocki a Pozna?, alla fine di dicembre, in commemorazione della Grande Insurrezione di Polonia che mise in sicurezza i confini occidentali della Polonia nel periodo interbellico.

"Notes From Poland" ha attirato l'attenzione su come Nawrocki abbia dichiarato che "la Polonia è una 'comunità nazionale aperta all'occidente, ma anche una comunità nazionale pronta a difendere il confine occidentale della repubblica, come sapevano gli insorti della Grande Polonia'… Ha anche ricordato come siano stati fatti sforzi 'aggressivi' per 'portar via la nostra cultura e il patrimonio nazionale'. Proprio come allora i polacchi agirono per difendere la loro identità nazionale, così oggi 'dobbiamo fare tutto il possibile per garantire che la Polonia rimanga Polonia'".

In risposta al post di Tusk, Nawrocki si è chiesto se questi abbia risentimenti verso quelle figure storiche polacche che combatterono la Germania in passato, in un'allusione alle probabili simpatie tedesche di Tusk. Ha anche suggerito che Tusk sia "incapace di ascoltare con comprensione, o che cerchi deliberatamente il conflitto perché il suo bilancio, la sanità, ecc., non tornano". Nawrocki ha concluso ricordando a Tusk i suoi stretti legami con Putin durante l'epoca d'oro delle relazioni russo-UE, che rimangono controversi in Polonia ancora oggi.

Analizzando questo scambio, l'insinuazione di Nawrocki che l'UE a guida tedesca rappresenti una minaccia simile all'identità polacca come la "Kulturkampf" dell'epoca imperiale ha irritato Tusk, che poi ha distorto le sue parole e il contesto in cui sono state dette per provocare uno scandalo fasullo, distogliendo l'attenzione dai suoi fallimenti politici interni. Nawrocki non intendeva dire che la Germania rappresenti ancora la stessa minaccia per l'integrità territoriale della Polonia come fecero gli Stati tedeschi precedenti, ma stava ribadendo che si tratta comunque ancora di una minaccia di qualche tipo.

È stato recentemente spiegato che "la Germania rappresenta una minaccia non militare significativa per la sovranità polacca", vale a dire attraverso il suo controllo de facto dell'UE e i relativi tentativi di erodere la sovranità polacca, che mirano anche a indebolirne l'identità nazionale e equivalgono quindi a una moderna "Kulturkampf". Questa percezione della minaccia, condivisa da molti della Destra polacca, ha spinto Nawrocki a ideare un piano dettagliato per riformare l'UE. Lo ha svelato durante un discorso alla fine di novembre, che si può leggere qui.

La maggior parte dei media ha ignorato questo fatto, ma questo contestualizza la parte del suo discorso sul "difendere il confine occidentale della repubblica" dalle minacce provenienti da quella direzione, ecco perché ha detto che "dobbiamo fare tutto il possibile per garantire che la Polonia rimanga Polonia". Ha anche menzionato il complotto della Germania imperiale per ingegnerizzare un cambio demografico, politica che continua attraverso le richieste dell'UE a guida tedesca che la Polonia accetti migranti civilmente dissimili, incluso letteralmente scaricandone alcuni in Polonia.

Di conseguenza, Nawrocki non stava quindi facendo allarmismo sul revanscismo tedesco come sosteneva Tusk, ma alludeva fortemente alle minacce che la Polonia affronta ancora dall'ovest, solo che oggi sono molto meno cinetiche. Invece di un'altra invasione, assumono la forma della guerra ibrida che la Germania conduce attivamente contro la Polonia attraverso l'UE a guida tedesca, il cui obiettivo è sradicare i polacchi ed erodere la sovranità del loro paese per facilitarne la subordinazione come vassalli post-moderni della Germania.

(Articolo pubblicato in inglese sulla newsletter di Andrew Korybko)

Data articolo: Thu, 29 Jan 2026 18:56:00 GMT
Zeitgeist
Lettera aperta al Prof. Giovanni Rezza


di Alessandro Mariani

Una recente intervista al professor Giovanni Rezza (pubblicata in AD a cura di Luca Busca) pone il rilevantissimo tema della funzione di spartiacque svolta dalla pandemia da Covid 19. Concordando con la tesi dell’intervistatore, per il quale dal 2019 in poi in poi “l’Italia è [diventato] un paese lacerato dalla contrapposizione di tifoserie contrapposte: vax/novax, atlantisti/filoputin sionisti/filohamas ecc”, ritengo apprezzabile il fatto che, diversamente dalla maggior parte dei suoi colleghi, l’ex Direttore Generale della Prevenzione Sanitaria presso il Ministero della Salute abbia affrontato un argomento tutt’altro che comodo.

A mio giudizio è del tutto auspicabile la trasformazione dello scontro di allora in un odierno confronto che tenga conto, oltre che delle ragioni delle parti dei rispettivi ruoli. Allo stesso tempo tengo a sottolineare che per quel che riguarda la sfiducia generalizzata sul ruolo degli esperti (che è tra i lasciti più consistenti di quella esperienza) ciò non rappresenti sempre e necessariamente un male. .Per questo motivo avanzerò alcune critiche all’indirizzo del professore e, va da se, che semmai egli avesse tempo e voglia di rispondermi glie ne sarei personalmente grato.

La prima critica è, per così dire, un atto dovuto ed è relativa al suo richiamo al principio dell’ evidence based medicine basato su trial clinici, che porrebbe la medicina su un altro piano rispetto ad altre scienze applicate Da uomo di scienza qual è egli sa bene che tale principio è stato sottoposto a molteplici critiche, metodologiche, filosofiche e pratiche; in particolare si è detto che con la sua integrale applicazione si perda la dimensione clinica, interpretativa e umana della cura. Stante il mio status di cuisque de populo però, tralascio l’ulteriore approfondimento di un tema peraltro poco o nulla confacente all’economia di questo scritto.

Incentrerò invece l’ intervento sul piano sociologico e politico laddove l’apprezzamento per il contenuto dell’intervista è totale per le considerazioni relative alla polarizzazione delle posizioni dell’opinione pubblica sull’attuale situazione geo-politica ma trova uno scoglio insormontabile, su un altro aspetto. Dice Giovanni Rezza : “considerando che l’Italia è stato il primo paese ad essere colpito, non si è certo comportata peggio degli altri paesi europei, tutt’altro.

No, caro professore… è vero esattamente il contrario, ed oggi ne patiamo tutte le conseguenze, sol che si guardi alle tante forme di disagio giovanile ed adolescenziale. Ammesso che le problematiche connesse a queste fasce di età contino ancora qualcosa in quello che figura tra i paesi anagraficamente tra i più vecchi dell’occidente.

Con la pandemia Covid 19 l’Italia è tornata ad essere, a più livelli, un terreno di conquista o, se vogliamo, di sperimentazione.1 Brutalmente parlando, la manipolazione della realtà da allora in poi ha avuto come principale riferimento una maggioranza silenziosa e impaurita ma “responsabile” caratterizzata dal minimo comun denominatore della paura e confortata da una sedicente scienza votata a proteggerla da forme vecchie e nuove di terrapiattismo.

.

Perché l’Italia

Per comprendere la dinamica delle fasi e il ruolo svolto dall’Italia in un ambito di sistema, è bene partire da due libri. Per entrambi la data di pubblicazione conferma che qualcosa bolliva in pentola da almeno un lustro. Il romanzo“Spillover” (David Quanmen, Adelphi, prima ediz. Italiana 2014) è stato indubbiamente il più citato e celebrato, al pari del suo autore descritto dai media mainstream come una sorta di profeta.

Incentrato sulla “zoonosi” (trasmissione del virus dall’animale all’uomo) il romanzo è stato concepito inizialmente con riferimento ad Ebola e proposto al grande pubblico con i toni di una campagna pubblicitaria. Con l’esplosione della pandemiahHa rappresentato il riferimento obbligato delle tesi sull’ origine naturale e del virus, come conseguenza di un rapporto malato della nostra specie con l’ecosistema, di contro a quella di un’origine artificiale frutto di una manipolazione in laboratorio. Di qui la conclusione: ci aspetta un futuro di prossime pandemie.

Il romanzo è stato tradotto anche in Spagnolo/cinese/olandese/estone/francese/tedesco/greco/ungherese/giapponese/coreano/polacco/portoghese/russo/vietnamita.

Di tutt’altro stampo è invece la pioneristica opera di Patrick Zylberman, che non ha certo goduto delle stesse attenzioni, tant’è che a tutt’oggi non esistono altre edizioni rispetto a quella originale francese. A ridosso dell’allarme per l’influenza aviaria, lanciato a suo tempo dall’OMS, l’autore aveva intravisto l’affermarsi di un nuovo modello di controllo, un disegno pre-ordinato che d’allora in poi avrebbe ispirato le strategie emergenziali dei governi democratici occidentali. In Tempetes microbienne (Gallimard ed., Parigi, 2013) Zylberman preannuncia l’avvento di un terrore sanitario dopo le parentesi del terrorismo islamista e della crisi subprime.

La tesi centrale del libro è il cambio di paradigma che si sarebbe verificato in futuro riguardo alla salute pubblica, un atteggiamento che avrebbe accomunato il comportamento di tutti i governi occidentali. Da allora in poi, in luogo della tradizionale “prevenzione”, avrebbe acquistato un rilievo preponderante la “preparazione” della società attraverso simulazioni del Worst case scenario, ovvero di uno sviluppo degli eventi che i governi avrebbero prospettato alle rispettive opinioni pubbliche, nella peggiore delle ipotesi possibile, grazie alla complicità dei media e degli opinion makers. La salute, da diritto dei cittadini costituzionalmente garantito sarebbe diventato un obbligo giuridico e al singolo sarebbe stato chiesto un coinvolgimento attivo. Una narrazione prefissata avrebbe preso il posto della realtà; non si sarebbe più trattato di prevedere il futuro in base alle esperienze passate ma di anticiparlo ed orientarlo, più o meno come accade durante la registrazione di un film. Si sarebbe trattato, a tutti gli effetti, di una sorta di coscrizione obbligatoria per tutte le età e a tempo indeterminato.

Nel suo libro Zylberman prende spunto da fatti verificatisi in passato per affermare come talvolta eventi banali possano avere effetti determinanti sugli sviluppi futuri. Dopo l’ attacco terroristico avvenuto nella metropolitana di Tokio nel 1995, Il presidente Clinton rimase talmente impressionato da un romanzo in cui il virus del vaiolo veniva rilasciato su New York (R. Preston, The Cobra Event ) da richiedere la partecipazione dell’autore ad una seduta dell’Infectious Diseases Society of America. Ci fu chi non si lasciò sfuggire l’opportunità e in nome della biosicurezza cominciò a delinearsi da allora un legame sempre più stretto tra mondo militare, esperti in campo medico-scientifico e mondo dell’informazione.

Restava però lo scoglio rappresentato dalla reazione dei cittadini, perché la prima crociata vaccinale fu un vero e proprio disastro. Nonostante gli allarmi lanciati dall’OMS la maggior parte dei cittadini europei era rimasta indifferente alle offerte dei rispettivi governi. La “preparazione” dei cittadini era ancora insufficiente. Senonché la vanità di elementi di secondo piano desiderosi di guadagnarsi un posto di rilievo sulla scena è da sempre un elemento ricercato, tanto da lobbies e multinazionali quanto dagli ambienti diplomatici di uno stato dalla perenne vocazione imperiale come gli Stati Uniti.

Nel 2014 Beatrice Lorenzin (ai tempi ministro della salute) unitamente all’allora presidente dell’AIFA (Agenzia italiana del farmaco) Pecorelli e Ranieri Guerra (allora consigliere scientifico presso l’ambasciata italiana a Washington) presenziò ad una cerimonia alla Casa Bianca alla presenza di Barack Obama. Il Global Health Security Agenda, un accordo intergovernativo di fatto riconducibile all’OMS (che avendo perso in precedenza la faccia agiva per interposta persona), conferiva all’Italia niente di meno che il titolo di “capofila per le strategie vaccinali a livello mondiale”, era la stessa AIFA a dare il roboante annuncio sul suo sito web. “Dobbiamo intensificare le campagne informative in Europa, dove sono in crescita fenomeni antivaccinazioni” disse il presidente dell’AIFA. “Il tema dei vaccini sarà una delle priorità durante il semestre italiano di Presidenza Europea” le fece eco il ministro.

Si percepiva tra le righe che in ossequio alle logiche neoliberiste, per evitare il collasso dei sistemi sanitari del vecchio continente, l’unico rimedio era “rafforzare i processi di vaccinazione per tutte le persone che viv[evano] in Europa”. Anche se non esplicitato si intuiva il criterio economico sovrastante per cui l’arma del vaccino avrebbe consentito di sopperire ad una politica di tagli della spesa sanitaria, riducendo la pressione e l’impatto di determinate malattie. Il tutto con evidente vantaggio del settore privato da sempre poco o per nulla interessato a garantire, in regime convenzionato, cura ed assistenza per patologie e malattie “scomode” .

E’ cosi che gli anni che hanno preceduto l’esplosione della pandemia hanno visto l’Italia far da apripista sulla linea dell’oltranzismo sanitario E’ a partire da allora che in Italia gli allarmi sul contagio influenzale hanno cominciato a ripetersi con intensità crescente. Chiunque può farsene un’idea passando in rassegna i titoli apparsi nei sette-otto anni antecedenti al 2019 sui maggiori quotidiani a diffusione nazionale: “Pazienti in rianimazione … terapie intensive al collasso … allarme macchine salva polmoni … morti ventimila anziani in più … pandemia influenzale”. Titoli che puntualmente apparivano col cambio di stagione in tutto e per tutto simili a quelli poi riproposti in epoca Covid, ma che a quanto pare allora erano ben pochi disposti a prendere sul serio.

A questo riguardo viene spontaneo osservare che sarebbe stato il caso di comparare le cifre dei ricoveri in terapia intensiva con quelli del periodo pre-pandemico, sarebbe stato istruttivo e interessante da tutti i punti di vista, ma a nessuno tra i “padroni” dei numeri è venuto in mente di farlo.

Ma il dato che più rimanda alle politiche che sarebbero poi state adottate qualche hanno dopo è stata l’approvazione della legge n. 3 dell’11 gennaio 2018, provvedimento che porta il nome del ministro Lorenzin e che infrange l’ordine costituzionale e democratico. Non a caso la citazione di questo episodio a riprova della compatibilità dell’obbligo vaccinale coi principi della costituzione ricorre frequentemente ogni volta che lo si mette in dubbio fingendo di dimenticare, che anche allora vi fu che denunciò il vulnus e che le forti resistenze poterono esser aggirate grazie al sostanziale accordo dei media nell’azzerare le voci critiche.

Una mitragliata di vaccini colpirà da allora in poi i neonati italiani. Mentre negli altri paesi europei i piani di vaccinazione restano invariati (la media è quella di quattro vaccini obbligatori) la nuova legge introduce l’obbligatorietà di 12 vaccini per l’accesso a nidi, materne e per la frequenza della scuola dell’obbligo, prevede multe fino a 7500 euro, e ventila perfino la sospensione della patria potestà su segnalazione della strutture sanitarie locali per l’inottemperanza alla normativa da parte dei genitori. Contiene inoltre due altre disposizioni di notevole gravità: da una parte l’impossibilità di reperire in forma singola uno specifico vaccino, dall’altra la possibilità di radiazione per i professionisti del settore che non si adeguino al pensiero unico.

E’ una forzatura del principio di precauzione, per cui ad oggi non conosciamo ancora gli effetti sulla salute futura di chi nel primo anno di vita è costretto a subire l’overdose. Ammesso che tutti questi vaccini siano realmente necessari che senso avrebbe anticiparli già nei primi anni di vita, piuttosto che differirli al momento in cui i nuovi nati potrebbero essere contagiati ed essere a loro volta contagiosi? Per giunta vi è compreso pure il vaccino contro il tetano che non può neppure essere contagioso. La verità è che questo è il primo deciso passo in cui la novità trascende lo specifico ambito medico-sanitario per estendersi a quello politico; l’Italia diventa un terreno fertile, un campo di sperimentazione e di conquista non solo per le multinazionali del farmaco ma anche per tutti le elites che si trovano di fronte alla crisi della democrazia rappresentativa. Lo stato si arroga il diritto di intervenire a gamba tesa sul corpo, sulla carne viva dei suoi cittadini, così come quello di decidere quando e a quali condizioni consentire la libertà di opinione.

Se ora facciamo in modo che, oltre ai fatti e ai protagonisti, siano soprattutto le date a parlare, la consecutio temporis può svelare il filo logico dietro l’apparente schizofrenia e contraddittorietà di certe affermazioni.

Dopo che il virus circola già da mesi in un tweet datato 14 gennaio 2020 l’OMS smentisce la possibilità della sua trasmissione tra umani ma già a fine mese appare chiaro che non è affatto così. Passano pochi giorni e l’11 febbraio il massimo esponente dell’organizzazione Tedros Adhanom Ghebreyesus cambia completamente tono allarmando il mondo intero affermando testualmente: “questo virus può avere sul piano politico, economico e sociale un impatto più potente di qualsiasi azione terroristica […] dovrebbe essere considerato il nemico pubblico numero uno". Ma per quanto si sia già corsi ai ripari ancora nessuno sembra interessato a prestare piena fede all’invito. Più o meno ovunque si cerca di contenere e razionalizzare una paura (nociva all’economia) che è ancora ben lungi dall’esser considerata una risorsa e l’Italia non fa eccezione. Poi dalle nostre parti si scopre il mitico “paziente uno” e da allora inizia il cambiamento mentre i media trascinano l’opinione pubblica verso l’inutile caccia al “paziente zero”. Qualcuno coglie al volo l’occasione per iniziare a mettere in guardia.

Walter Ricciardi tra i 34 membri dell’executive board Oms subentrato in questo ruolo proprio ai tempo del ministro Lorenzin (governo Gentiloni), subito bacchetta l’Italia parlando di ingenuità e leggerezza perché ha chiuso i voli dalla Cina senza effettuare quarantene e tracciamento. Non si può che dargli ragione ma allo stesso tempo è doveroso notare il ritardo nella denuncia di una misura sanitaria adottata venti giorni prima. L’esperto sembrerebbe addirittura rassicurante quando dice che in Italia il rischio di contagio “anche se non può essere del tutto escluso è comunque bassissimo”, ma allo stesso tempo evoca le possibili drastiche contromosse dell’Oms nel worst case scenario di un’esplosione pandemica, dalle quarantene obbligatorie al blocco di tutti i voli e della circolazione a terra, senza escludere chiusure coercitive di scuole e fabbriche.

Parla come se per statuto le prerogative dell’Oms potessero trascendere quelle dei singoli stati; in poche parole parla dando per scontato che le paventate misure coercitive verrebbero adottate senza ombra di dubbio nel caso che la situazione dovesse peggiorare. Si tratta comunque di una critica al governo di allora rivelatasi se non premiante quanto meno efficace. Appena due giorni dopo infatti viene nominato consulente del ministro Speranza con una procedura alquanto insolita, ovvero con una semplice nota in luogo degli abituali decreti ministeriali che designano minuziosamente compiti, durata e remunerazione di ogni incarico.

Da allora in poi, pur senza compenso, lavorerà alacremente diventando il superfalco della vulgata rigorista, una sorta di “badante” del ministro, impermeabile a tutte le critiche che da più parti cominceranno a piovergli addosso. Diventa il bersaglio naturale di chi critica la strategia ministeriale, ma l’impavido Gualtiero (detto Walter) ogni volta rincara la dose e invece che frenare accelera, al galoppo e lancia in resta come un cavaliere medioevale.

Ma proseguiamo in ordine cronologico. il 27 febbraio nella sua relazione al senato il ministro della salute Roberto Speranza ribadisce la necessità che tutte le forze politiche collaborino con le istituzioni sanitarie e, pur riconoscendo la gravità della situazione, respinge le critiche precedenti in ordine all’insufficiente adozione di provvedimenti restrittivi (critiche, è bene ricordare, provenienti da un fronte di cui il suo nuovo super-consulente è uno degli esponenti più qualificati):

[…]a differenza di come alcune volte è stato riportato, nessun paese in Europa prevede la sorveglianza domiciliare o forme di quarantena per chi proviene dalle aree a rischio ancora oggi. Noi lo abbiamo fatto per gli studenti dall’8 febbraio e per tutte le persone dal 21 febbraio”. Come si vede La parola d’ordine è mantenere la calma evitando gli eccessivi allarmismi, la convinzione di poter fronteggiare la situazione è ancora il sentimento più diffuso, tanto che il ministro può concludere tra gli applausi: « Non dobbiamo avere paura descrivere l’Italia in modo sbagliato può comportare un danno grave alle nostre imprese, al turismo, al nostro sistema paese […] l’Italia è più forte del nuovo corona virus».

Ma pochi giorni dopo tutto precipita. Il 5 marzo rimbalza in rete lo screenshot dell’immagine di un planisfero dove dalla nostra penisola si diparte una serie di frecce che va in ogni direzione. “Coronavirus cases linked to Italy” recita la didascalia; non è più la Cina bensì l’Italia che viene indicata come principale diffusore del contagio a livello mondiale. Lo sfottò francese della pizza al corona virus aveva già suscitato l’indignazione nazionale, ma questa volta il caso non riguarda più un emittente di scarso rilievo, si tratta di un servizio andato in onda il giorno precedente sulla CNN, il più prestigiosa canale televisiva a livello mondiale. Altro che danni al sistema paese, è un vero disastro! Sui social monta l’indignazione, a tutti i livelli, compreso quella del ministro degli esteri Di Maio che evoca una sorta di complotto ordito non si sa da chi, ma di cui sembra intravedersi il senso e il perchè:

Il punto però non è solo la CNN […] perché sono anche altri i media internazionali che stanno dipingendo l’Italia in modo sbagliato. Mi chiedo quale sia l’intento. Discriminare un paese che ha una sanità pubblica e che sta gestendo al meglio, nonostante decenni di tagli, una situazione complessa ed emergenziale in alcune zone? (notare il riferimento alla sanità pubblica e ai decenni di tagli) [n.d.a.] […] L’Italia è la nazione che sta gestendo con più rigore quest’emergenza che, come sappiamo si è sviluppata in Cina. […] Crediamo che prendere misure restrittive per proteggere la salute dei nostri cittadini sia sacrosanto. Crediamo anche che la caccia agli untori sia una cosa da lasciare al Medioevo.

Il ministro, si allarma di fronte all’avvertimento mafioso giunto da oltreoceano. Sembra dunque che le recriminazioni da oltre confine riguardino l’insufficiente rigore del governo nell’affrontare l’emergenza. La mancata adozione di restrizioni è sostanzialmente quel che si rimprovera ad un paese che appena un lustro addietro (nel succitato Global Health Security Agenda) si era proposto come guida a livello europeo se non globale di un nuovo corso di ortodossia sanitaria. Al cospetto del Gotha politico e medico scientifico della super potenza USA, l’allora presidente dell’AIFA aveva menato vanto per aver effettuato 80.000 controlli sanitari durante l’operazione “mare nostrum”, asserendo che nel nostro paese vi fosse la necessaria esperienza “per coordinare campagne di prevenzione contro nuove possibili epidemie.”

Il quadro comincia dunque a definirsi. Perché l’Italia? Per chiunque volesse cogliere l’occasione per sfruttare un’emergenza sanitaria a livello globale il nostro paese non può che essere un modello, la rampa di lancio ideale per un nuovo approccio sul tema. Una politica e un sistema istituzionale deboli; di fronte allo strapotere dei grandi centri di interesse le politiche degli stati occidentali hanno sperimentato un trentennio di progressivo indebolimento. Ma in Italia (il paese dei governi tecnici) la politica è molto più debole che altrove come conseguenza della rassegnata e generalizzata sfiducia che pervade una società anagraficamente vecchia, dove l’aspirazione dei giovani più promettenti al termine degli studi è ormai quella di cercare un’affermazione all’estero.

Si aggiunga che tra tutti i paesi occidentali l’Italia è quello che (almeno potenzialmente) garantisce il sistema di controllo più elevato grazie alla più alta percentuale di operatori di polizia in rapporto al numero dei suoi abitanti, un trend tra l’altro in crescita considerando il rafforzamento delle polizie locali e la proliferazione di quelle private. Ma quel che più contraddistingue l’Italia sono l’asservimento e l’omologazione dei principali organi di comunicazione, carta stampata e televisioni.

E infatti in supporto all’offensiva esterna giunge in tempo reale anche quella interna. La sera stessa, sull’emittente (La7) che da allora in avanti guiderà la crociata rigorista prima e vaccinista poi, va in onda il primo di una serie di servizi dove le telecamere in sprezzo ad ogni privacy e prassi sanitaria entrano nelle terapie intensive per mostrare la sofferenza dei pazienti intubati. Di più, si lascia volutamente intendere che in quei reparti si lavora a ciclo continuo e che i posti letto disponibili sono ormai sempre più rari. Il governo è un pugile alle corde a cui va dato solo il colpo finale.

E così, come un coniglio che esce dal cilindro del prestigiatore il dì seguente dall’arsenale delle paure spunta la super arma. Un documento della SIAARTI (Società Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva) dal titolo “Decisioni per le cure intensive in caso di sproporzione tra necessità assistenziali e risorse disponibili in caso di pandemia di covid 19”. Vi si dice in sostanza che di fronte alla drammaticità della scelta, i medici dovranno dare la precedenza nelle cure a coloro che hanno le maggiori possibilità di cavarsela. Vale a dire che il cosiddetto triage (ovvero la valutazione preventiva del paziente al fine dell’assegnazione di una priorità di trattamento), avrebbe operato al contrario: il paziente “debole” avrebbe dovuto cedere il posto a quello “forte”. Il che, in un paese che figura tra i primi al mondo come percentuale di anziani (con una o più patologie pregresse) sul totale della popolazione, equivale ad allarmare ed impaurire milioni di diretti interessati, oltre che i loro parenti.

A questo punto è doveroso porsi la domanda che i media mainstream hanno accuratamente evitato. Anche ammesso che vi fosse stata l’effettiva esigenza di redigere quello specifico documento di etica sanitaria, era proprio necessario che il suo contenuto diventasse di pubblico dominio? Dipende dalla prospettiva o meglio dall’intenzione. Se l’intento è quello di allarmare la popolazione si tratta di una mossa azzeccata, ne più e ne meno come lo sarà, di lì a poco, quella di lasciare che le ambulanze circolino a velocità ridotta ma con sirene spiegate su strade deserte. L’11 marzo entrerà in vigore il primo lockdown del mondo occidentale.

Si è dato il colpo di grazia alla sanità italiana. i tassi di assenteismo tra il personale ospedaliero sono altissimi e altrettanto accade nelle RSA dove centinaia di anziani non autosufficienti sono lasciati morire praticamente senza cure. La paura sbaraglia la prima linea, dilaga in rete e rimbalza di chat in chat tra medici ospedalieri e quelli di famiglia. E’ un coro unanime tutti a lamentare la mancanza di dispositivi di protezione e soprattutto a chiedere, prima ancora di qualsiasi provvedimento sanitario, “controlli stringenti” sugli spostamenti. Le mosche bianche che hanno ancora il coraggio di far visite domiciliari sono trattate alla stregua di crumiri.

L’immagine incriminata della CNN, quella di un morbo che irradiandosi dall’Italia avrebbe contaminato mezzo mondo va rivisitata e corretta. Non è più il virus! gli agenti patogeni destinati alla più ampia diffusione saranno da allora le nuove forme di controllo sociale, ovvero tutto ciò che comporta un attacco senza precedenti alle libertà fondamentali conquistate nel secolo breve e che nel cosiddetto mondo occidentale sembravano ormai punti sui quali non si potesse più retrocedere.

Lavoro e scuola sopravvivono da “remoto”… la lingua ha una sua dannata importanza nell’era della “resilienza”. L’Italia chiude tutto ciò che non è essenziale. Le edicole no, quelle resteranno aperte., al giornale cartaceo non si rinuncia. La libera informazione viene prima di tutto: l’industria della paura è come un altoforno e deve essere alimentata 24 ore su 24.



1 L’argomento economico, che pure è essenziale, non può chiaramente essere affrontato in questa sede. Uno dei refrain più in voga è quello che la principale vittima delle misure restrittive sia stata l’economia nel suo complesso. La verità è che lungi dall’aver patito danno alcuni settori (cd. new economy) sono stati fortemente avvantaggiati dalle misure restrittive.

Data articolo: Thu, 29 Jan 2026 18:17:00 GMT
I media alla guerra
Doppio standard sull'immigrazione: la sinistra dimentica le deportazioni di Obama e Biden


di Francesco Santoianni

Tutti i media main stream e tutta la “sinistra” a maledire Trump e i suoi miliziani dell’ICE a caccia di immigrati irregolari; nessuno che ricordi i milioni di clandestini deportati dalle amministrazioni Obama e Biden. E a peggiorare le cose l’imminente corteo contro la presenza dell’ICE alle Olimpiadi di Milano-Cortina, indetto in nome di un "antirazzismo" diventato la carta moschicida di una "sinistra" che si direbbe ormai disinteressata alle rapine, sanzioni e guerre dell’Imperialismo, principali responsabili dell’esodo di milioni di disperati verso l’Occidente.

Ma torniamo ad occuparci di Trump e dell’ICE, già responsabile, negli ultimi decenni, di centinaia di morti (per i quali nessun miliziano dell’ICE è stato mai indagato) senza che queste suscitassero proteste come quelle che, attualmente, infiammano numerose metropoli statunitensi. Verosimilmente, se questo avviene oggi, è perché Renee Good e Alex Pretti erano “americani doc“ e attivisti anti-Trump. E se i miliziani dell’ICE responsabili degli omicidi vengono sospesi oggi dal servizio, ciò non dipende dalla paura di Trump per una estensione delle proteste, ma perché, verosimilmente, segue un copione già scritto per vincere le elezioni di midterm:  scatenare l’ICE nei “santuari dell’immigrazione” - primo tra tutti Minneapolis, diventata famigerata per lo scandalo dei nove miliardi di dollari per inesistenti servizi  agli immigrati – e porre l’immigrazione irregolare come unica voce del dibattito politico riaggregando così la sua base elettorale e mettendo alle corde i dem.

Un’Arma di Distrazione di Massa che si direbbe venga riproposta anche nel nostro Paese facendo filtrare ai media la notizia che a proteggere gli atleti USA ci sarebbe l’ICE. Ma c’è qualcuno che si chiede perché mai, tra le innumerevoli agenzie di sicurezza statunitensi, si stato scelto proprio la Gestapo di Trump?

 

Data articolo: Thu, 29 Jan 2026 18:12:00 GMT
IN PRIMO PIANO
UE, accordo per designare IRCG come Organizzazione terroristica. Iran: “L’Europa alimenta il fuoco”

 

Giovedì l'Iran ha accusato l'Unione Europea di "alimentare il fuoco" delle tensioni regionali dopo che i ministri degli esteri dell'Unione hanno concordato di designare il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) come organizzazione terroristica.

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha affermato che diversi paesi stanno attualmente lavorando per impedire lo scoppio di una guerra totale nella regione, aggiungendo che nessuno di loro è europeo.

"L'Europa è invece impegnata ad alimentare il fuoco", ha lamentato Araghchi in un post sulla società di social media statunitense X, criticando il blocco per quello che ha descritto come seguire l'esempio di Washington e commettere un "grave errore strategico" prendendo di mira la forza militare nazionale dell'Iran.

Ha ribadito che la mossa riflette una "palese ipocrisia", accusando i governi europei di non aver preso alcuna iniziativa in risposta alla guerra genocida di Israele a Gaza, mentre si affrettano a sostenere di stare difendendo i diritti umani in Iran.

Araghchi ha inoltre avvertito che l'Europa stessa sarebbe pesantemente colpita da un eventuale conflitto regionale più ampio, citando il potenziale impatto dell'aumento dei prezzi dell'energia e le più ampie conseguenze economiche.

"L'attuale posizione dell'UE è profondamente dannosa per i suoi stessi interessi", ha avvertito, aggiungendo che gli europei "meritano di meglio di ciò che i loro governi hanno da offrire".

Le sue dichiarazioni sono arrivate dopo che l'Alto rappresentante per la politica estera dell'UE, Kaja Kallas, ha annunciato che gli Stati membri dell'UE avevano raggiunto un accordo politico per designare l'IRGC come organizzazione terroristica.

"La repressione non può restare senza risposta", ha scritto Kallas su X, aggiungendo che i ministri degli esteri dell'UE hanno fatto un "passo decisivo" contro quello che ha descritto come "un regime che uccide il suo stesso popolo".

Anche la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha accolto con favore la mossa, affermando che la designazione era "attesa da tempo" e che il termine "terrorista" era appropriato per un regime che reprime le proteste "nel sangue".

Le dichiarazioni giungono mentre le tensioni tra Teheran e Washington si sono intensificate nelle ultime settimane, in seguito alle dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump secondo cui una "imponente armata" si stava muovendo verso l'Iran, insieme al suo invito a Teheran a "sedersi al tavolo" per i negoziati.

I funzionari iraniani hanno avvertito che qualsiasi attacco statunitense provocherebbe una risposta "rapida e completa", ribadendo al contempo che Teheran rimane aperta ai colloqui solo a condizioni che definisce "giuste, equilibrate e non coercitive".

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Thu, 29 Jan 2026 17:00:00 GMT
WORLD AFFAIRS
Putin si congratula al-Sharaa a Mosca per progressi nel ripristino dell'integritĂ  territoriale della Siria

 

Mercoledì il presidente russo Vladimir Putin si è congratulato con il suo omologo siriano, Ahmad Al-Sharaa, per i progressi compiuti nel ripristino dell'integrità territoriale della Siria.

Aprendo un incontro a Mosca con Al-Sharaa, che compie la sua seconda visita in Russia in quattro mesi, Putin ha espresso il suo sostegno al leader siriano.

"Abbiamo monitorato attentamente i vostri sforzi per ripristinare l'integrità territoriale della Siria e vorrei congratularmi con voi per il fatto che questo processo stia prendendo slancio. Come sapete, ci siamo sempre battuti per il ripristino dell'integrità territoriale della Siria e sosteniamo i vostri sforzi in questo senso", ha affermato Putin.

Putin ha elogiato in particolare l'avanzamento dell'esercito siriano nella regione dell'Eufrate, affermando che l'integrazione di quest'area è "essenziale" per la ricostruzione della Siria.

"Spero che l'integrazione della regione dell'Eufrate sia, senza dubbio, un passo cruciale in questa direzione e che contribuisca al ripristino dell'integrità territoriale della Siria nel suo complesso", ha affermato.

Ha inoltre osservato che, grazie agli sforzi di entrambi i governi, la cooperazione economica “ha superato il punto morto” ed è cresciuta di recente di circa il 4%.

"Forse non è un obiettivo ambizioso come vorremmo, ma è notevole. E dobbiamo fare tutto il possibile per preservare questa tendenza positiva", ha aggiunto.

Putin ha sottolineato la profondità dei legami tra Russia e Siria, sottolineando che le relazioni diplomatiche furono stabilite nel 1944, un periodo difficile per la Russia, che all'epoca stava combattendo contro la Germania nazista nella Seconda guerra mondiale.

"Ora, nella nuova realtà, grazie in parte e soprattutto ai vostri sforzi, le relazioni tra Siria e Russia si stanno sviluppando", ha affermato.

Ha anche menzionato che una numerosa delegazione interdipartimentale del governo russo ha recentemente visitato Damasco e ha collaborato attivamente con le controparti siriane.

"So che molto dovrà essere ripristinato in Siria e i nostri operatori economici, compresi quelli del settore edile, sono pronti per questo lavoro congiunto", ha affermato.

Da parte sua, il presidente siriano Ahmad Al-Sharaa ha osservato che da dicembre la Russia e la Siria si sono scambiate 13 delegazioni.

"Abbiamo molti argomenti su cui possiamo lavorare e discutere, e spero che ne discuteremo in dettaglio durante il nostro incontro e che sarà fruttuoso", ha affermato.

Sharaa ha aggiunto che la Siria ha fatto molta strada nell'ultimo anno, ha superato la fase delle sanzioni e che il suo obiettivo principale ora è ripristinare l'integrità territoriale.

"La sfida principale è la riunificazione del territorio siriano. Stiamo lavorando su questo tema dall'anno scorso. La Russia, ovviamente, svolge un ruolo fondamentale in Siria, nel stabilizzare la situazione non solo in Siria, ma anche nella regione", ha affermato.

Il leader siriano ha sottolineato che il Medio Oriente "ha un disperato bisogno di stabilizzazione", aggiungendo: "Pertanto, la ringrazio molto, signor Presidente, per i suoi sforzi in questa direzione".

Il presidente siriano ha affermato che vedere una forte nevicata sulla strada dall'aeroporto al Cremlino gli ha ricordato gli storici attacchi a Mosca, respinti dalla resilienza della popolazione e dalle condizioni meteorologiche.

"Ricordavo che storicamente ci sono state molte operazioni militari, tentativi di raggiungere Mosca, ma la resilienza della popolazione e le condizioni meteorologiche hanno contribuito a respingere questi attacchi", ha detto.

In precedenza, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov aveva dichiarato durante una conferenza stampa a Mosca che Putin e Sharaa avrebbero discusso le questioni relative alla presenza delle forze armate russe in Siria.

In merito alle notizie secondo cui le autorità siriane avrebbero richiesto il ritiro della Russia da un aeroporto di Qamishli, Peskov ha affermato che solo il Ministero della Difesa può occuparsi di tali questioni.

"Per quanto riguarda il dispiegamento delle nostre forze armate sul territorio della Repubblica Araba Siriana, questa è una prerogativa del Ministero della Difesa. Raccomandiamo di contattarlo", ha affermato.

La visita di mercoledì è la seconda di Sharaa a Mosca, dopo un viaggio simile nell'ottobre 2025.

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Data articolo: Thu, 29 Jan 2026 17:00:00 GMT