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IN PRIMO PIANO
Flotte, minacce e retorica bellica: Trump spinge l’Iran verso il punto di rottura

Le tensioni tra Stati Uniti e Iran continuano a crescere, ma a infiammare ulteriormente il confronto è soprattutto la strategia muscolare di Donald Trump. Secondo la Guida Suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, il conflitto con Washington nasce da un obiettivo mai abbandonato: il tentativo statunitense di piegare e controllare l’Iran, attratto dalle sue risorse energetiche e dalla sua posizione strategica.

Parole che trovano nuova forza alla luce delle recenti mosse della Casa Bianca. Trump ha scelto ancora una volta la via delle minacce, annunciando l’invio di una “meravigliosa armata” nei pressi dell’Iran e ostentando la superiorità militare statunitense come strumento di pressione politica. Una retorica aggressiva che rischia di trasformare la diplomazia in un gioco di forza, con conseguenze imprevedibili per l’intera regione. Da Teheran, i vertici militari respingono le intimidazioni e parlano apertamente di “operazioni psicologiche” messe in atto dagli Stati Uniti.

Il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica assicura di avere sotto controllo ogni movimento nemico e ribadisce che le forze armate iraniane sono pronte a rispondere a qualsiasi aggressione. Trump, pur non escludendo un accordo, continua a oscillare tra aperture vaghe e toni bellicosi, lasciando intendere che la forza resti la sua principale leva negoziale.

Una linea che l’Iran giudica pericolosa e irresponsabile. Khamenei ha avvertito chiaramente: un eventuale attacco statunitense non porterebbe a un conflitto limitato, ma a una guerra regionale. Un rischio che, secondo molti osservatori, nasce più dall’escalation verbale di Washington che da reali necessità di sicurezza.


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Data articolo: Mon, 02 Feb 2026 06:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Cuba sotto assedio: sessant’anni di blocco USA

Da oltre sessant’anni il blocco economico imposto dagli Stati Uniti a Cuba segna la vita quotidiana dell’isola. Dal 1960, Washington vieta a imprese e cittadini statunitensi qualsiasi transazione con interessi cubani, e oggi l’80% della popolazione è nata sotto questo regime di sanzioni. Non si tratta solo di un contenzioso commerciale: il suo impatto colpisce direttamente la dignità e le condizioni di vita di milioni di persone. Con l’amministrazione Trump, il blocco ha conosciuto un irrigidimento senza precedenti.

Come denuncia il governo cubano, le misure adottate hanno trasformato l’embargo in un atto “criminale” per i suoi effetti su settori vitali come sanità, alimentazione ed energia. Il ministro degli Esteri Bruno Rodríguez ha parlato di danni miliardari, sottolineando che senza queste restrizioni il PIL cubano avrebbe potuto crescere di oltre il 9%. Particolarmente grave è l’impatto sul sistema sanitario: oltre la metà dei farmaci essenziali risulta oggi carente a causa delle difficoltà di importazione.

Anche la produzione alimentare e il sistema elettrico nazionale soffrono il peso del blocco, che limita l’accesso a materie prime, combustibili e assistenza tecnica. L’Avana denuncia una strategia di “massima pressione” volta ad asfissiare l’economia e provocare instabilità sociale.

Una linea che, nonostante le condanne internazionali e le ripetute risoluzioni dell’ONU, continua a essere perseguita da Washington. E che, secondo Cuba, dice molto più sugli obiettivi politici degli Stati Uniti che sulla realtà dell’isola.


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Data articolo: Mon, 02 Feb 2026 06:00:00 GMT
OP-ED
Da Askatasuna alla Palestina: Torino blocca tutto contro l'impero e i suoi vassalli italiani

 

di Roberto Adduci

 

Non era una passeggiata festosa, né un corteo che parlava a se stesso. Ieri, 31 gennaio, almeno 50mila persone secondo gli organizzatori – 15/20mila per le stime ufficiali – hanno travolto Torino mandando un messaggio chiarissimo a Giorgia Meloni, Matteo Piantedosi e Ignazio La Russa: il "nemico dello Stato" che temete esiste, è organizzato, coeso e non ha più paura.

La manifestazione nazionale per Askatasuna – il centro sociale sgomberato con brutalità il 18 dicembre dopo quasi 30 anni – non è stata solo una difesa di uno spazio autogestito. È stata la sintesi delle piazze di ottobre invase in nome della Palestina: bandiere palestinesi in testa al corteo, "Blocchiamo tutto" non era uno slogan vuoto. Era – ed è – un manuale d'azione che si scrive da solo, nelle strade, contro un governo apertamente razzista, guerrafondaio e vassallo dell'impero atlantico.

Il blocco sociale ha compiuto un salto di qualità decisivo: le vecchie divisioni teoriche tra movimenti, centri sociali, collettivi femministi, sindacati di base e sigle politiche sono evaporate di fronte al nemico comune. Le persone in piazza lo sapevano bene: non c'è più spazio per dissidi interni quando il potere attacca con idranti, lacrimogeni, denunce di massa e narrazioni securitarie. Ognuno e ognuna ha fatto la sua parte, accettando le modalità diverse – dal serpentone pacifico con bandiere della Palestina libera ai picchetti più duri – come in una catena di montaggio rivoluzionaria: ogni settore contribuisce all'intera produttività della lotta.

La premier, immersa nel lusso dei potenti e nei salotti del G7, si è "accorta tardi" di avere nemici. Noi no: lo viviamo ogni giorno sulla pelle – precarietà, sfratti, tasse per armi all'Ucraina, silenzio complice sul genocidio a Gaza. Meloni grida "nemici dello Stato", parla di "tentato omicidio contro agenti", Piantedosi evoca "squadristi rossi", La Russa spinge per inasprire i controlli securitari per "difendere le persone dagli oppositori politici". Roba da ridere, se non fosse tragica: la loro narrazione non sta in piedi persino con delle protesi costruite ad hoc (video selettivi di scontri, visite in ospedale per strumentalizzare feriti, condanne unanimi come da regime).

Noi esistiamo perché esistono loro: una classe dirigente venduta ai grandi centri di potere, subordinata alle leggi del mercato che alimenta disuguaglianze, lotta tra poveri e riarmo permanente. Ma chi è davvero il nemico? Possibile che sia il blocco sociale che prova a liberare l'Italia dalle catene imperialiste, totalitarie e atlantiste? O non è piuttosto chi legittima, supporta e riproduce politiche autoritarie, antidemocratiche, razziste, di disgregazione sociale e vassallaggio all'impero USA/NATO?

Un primo passo epocale è stato fatto: esiste un blocco sociale coeso, organizzato, capace di far convergere da tutta Italia (e dall'estero) energie diverse sotto la stessa bandiera – quella della Palestina libera, degli spazi autogestiti, della resistenza al razzismo e alla guerra.

Altri passi dovranno seguire per alzare il livello di conflittualità socio-politica. Il più urgente: far arrivare questo messaggio e le sue potenzialità a chi ieri non c'era.

Con tutte le nostre differenze, siamo tutte sulla stessa barca, dalla stessa parte della barricata!

E solo quando scardineremo questo modello economico-politico – vassallo, predatorio, guerrafondaio – potremo ricostruire dalle ceneri un'Italia con sani valori di democrazia reale, libertà dal basso e solidarietà internazionalista.

Non è più tempo della resistenza.

Oggi è il tempo di essere guida!

Data articolo: Sun, 01 Feb 2026 17:00:00 GMT
Deglobalizzazione
Come cambierà la politica monetaria della FED con Kevin Warsh - LORETTA NAPOLEONI


Video editoriale di Loretta Napoleoni 


La politica spettacolo ha regalato agli americani una puntata doc., Donald Trump ha finalmente nominato il successore di Powel alla guida della Riserva Federale, Kevin Warsh, e lo ha scelto nello stile del programma televisivo che un tempo The Donald conduceva The Apprentice.

Warsh è un ex governatore della Fed, critico feroce delle banche centrali, convinto che abbiano stampato troppo denaro, drogato i mercati e coperto l’irresponsabilità dei governi. Secondo lui, la Fed deve tornare a fare una cosa sola: combattere l’inflazione. Niente clima, niente disuguaglianze. Solo prezzi e credibilità.

I mercati, inizialmente, applaudono. Il dollaro sale, l’oro scende. Sospiro di sollievo: non arriverà un presidente “morbido” sull’inflazione. Ma attenzione, perché il vero nodo non è lì. Warsh ha recentemente cambiato tono. Oggi parla di un miracolo della produttività, guidato dall’intelligenza artificiale. Dice che l’AI abbasserà l’inflazione e che quindi i tassi possono scendere. È musica per le orecchie di Trump. Ma c’è una clausola nascosta.

Warsh vuole tagliare i tassi, sì. Ma allo stesso tempo vuole togliere ossigeno a Wall Street, ridurre l’enorme bilancio della Fed e costringere il settore privato a finanziare il debito americano. Tradotto: meno aiuti facili, più disciplina. E questa è una parola che Trump non ama.

Qui nasce lo scontro. Perché Trump vuole una Fed al servizio della Casa Bianca. Warsh, invece, vuole una Fed che torni a essere temuta, non amata. Indipendente, anche quando dà fastidio.

La domanda, quindi, non è se Warsh cambierà la Fed. La domanda è: quanto a lungo Trump tollererà qualcuno che gli dice di no? La storia ci insegna che il momento della rottura arriva sempre. E quando arriva, non è mai indolore.

Per ora, possiamo solo osservare. Ma una cosa è certa: la battaglia per il controllo della politica monetaria americana è appena cominciata. E le sue conseguenze non resteranno confinate negli Stati Uniti.

VIDEO:

Data articolo: Sun, 01 Feb 2026 12:00:00 GMT
OP-ED
Andrea Zhok - Gaza e la "verità istantanea"


di Andrea Zhok*

Come al solito, con la dovuta calma, dopo che la tempesta è finita e quando cominciano a crescere i fiori sulle tombe, le verità si definiscono.

L'IDF ha ammesso ufficialmente il conteggio di 71.667 palestinesi uccisi nei due anni successivi al 7 ottobre 2023 (è ovviamente legittimo ipotizzare che se questi sono ammessi, in realtà siano ben di più, ma lasciamo stare).

Secondo l'IDF di questi 71.667 ben 20.000 erano combattenti di Hamas.

I parametri per definire cosa sia un combattente di Hamas per Israele sono notoriamente problematici e, diciamo così, "generosi"; ma ammettiamo di nuovo,
per un momento, che il dato sia reale.

Questo significa che oltre 51.000 civili (sic!) sono stati sicuramente uccisi dall'esercito.

Ora per piacere continuate a spiegarci che Israele rispetta i civili e che i dati dell'autorità palestinese sono farlocchi (davano 56.000 morti).

Continuate a spiegarci che la repressione iraniana delle rivolte interne chiama in causa la nostra umanità, richiede sanzioni durissime e un cambiamento di regime, anche bombardandoli, ma che per Israele questo è inapplicabile.
 
Il punto di fondo, semplice, è lo stesso che abbiamo rilevato mille volte, e negli ultimi anni con particolare frequenza.

La "verità istantanea" promossa dalla propaganda internazionale, che è nelle mani di pochissime agenzie di stampa internazionali e di reti social imponentemente finanziate, non mira mai alla verità storica e sa benissimo che prima o poi verrà smentita. Ma tutto ciò non è rilevante, perché l'unica cosa che serve è riuscire a dare forma momentanea alla maggioranza dell'opinione pubblica nel periodo necessario e sufficiente per perseguire i propri fini politici.

Il meccanismo serve a produrre una "verità protempore" spendibile nella fase calda in cui gli eventi si decidono. Una volta che questa è scavallata, una volta che il risultato è ottenuto, i fondi che finanziano queste "verità protempore" vengono ritirati, le pressioni sulle redazioni vengono allentate, perché lo scopo è stato raggiunto.

L'opinione pubblica internazionale esce appagata dal cinema dove i buoni hanno vinto e può andare a farsi una pizza.

E la cosa sconcertante e deprimente è che funziona sempre, benissimo, come un orologio.

Anni e anni in cui regolarmente l'opinione pubblica viene attizzata ad hoc in qualche impresa presentata come altamente morale: "bombardamenti umanitari", "sacrosanto diritto all'autodifesa nazionale", "tutela armata dei diritti umani", "abbattimento di feroci dittatori", "interventi di polizia internazionale", "esportazione della democrazia", "eliminazione delle altrui armi di distruzione di massa", ecc. ecc.

E sempre, regolarmente, dopo un po' si viene a sapere (o, almeno, chi vuole informarsi, può facilmente venire a sapere) che era un cumulo di palle strumentali e che chi dava una spiegazione non morale ma strutturale (a chi giova? chi ne guadagna?) aveva ragione.

E una settimana dopo, si può riavviare la giostra senza tema che qualcosa non funzioni.

Un nuovo sdegno morale a orologeria, una nuova cooptazione delle "migliori forze morali dell'Occidente" (fase in cui un po' di figuranti dello show business si assicurano la pagnotta chiamando a raccolta l'indignazione popolare), una richiesta di inderogabili interventi draconiani, una tempesta di fuoco su qualche luogo remoto, e via pronti a ripartire per un altro giro...

*Post Facebook del 31 gennaio 2026

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"Questo genocidio non si è limitato a distruggere la mia vita o tutto ciò che possedevo: è andato ben oltre. Mi ha distrutto dall’interno.
Ha spazzato via la pace dal mio cuore, ha frantumato la stabilità della mia mente e mi ha contagiato con una strana sindrome dell’anima. "

Potrebbero benissimo essere parole di un sopravvissuto alla Shoah… 
In realtà sono parole di Wasim Said, sopravvissuto al genocidio a Gaza autore di questa testimonianza esclusiva:

https://www.ladedizioni.it/prodotto/linferno-del-genocidio-a-gaza/

Data articolo: Sun, 01 Feb 2026 11:00:00 GMT
Il punto
Medio Oriente sull’orlo del caos

 

di Vincenzo Brandi

 

La dislocazione di una grande forza navale pronta per l’attacco al largo delle coste dell’Iran, le continue minacce del presidente-bullo Trump nei confronti di quel paese, tengono tutto il Medio Oriente col fiato sospeso e il mondo intero nell’incertezza.

Non è chiaro quali siano le esatte motivazioni formali delle minacce: una volta si dice di voler difendere presunti “diritti umani” della popolazione iraniana sottoposta a repressione, ma poi si parla della necessità che l’Iran (che peraltro è un paese sovrano) faccia marcia indietro su una serie di questioni che riguardano i suoi armamenti e le sue alleanze. Tra queste questioni certamente c’è la questione del nucleare iraniano, anche se l’Iran ha ampiamente dimostrato negli ultimi 20 anni di non volersi dotare di bombe atomiche e termonucleari (che con le sue tecnologie sarebbe in grado di produrre facilmente) e si è sottoposto volontariamente a tutti in controlli internazionali necessari.

Il motivo vero di fondo dell’ostilità nei riguardi dell’Iran da parte degli USA, con il solito codazzo dei vassalli europei (che ora intendono addirittura bollare provocatoriamente come “terrorista” il corpo dei Guardiani della Rivoluzione iraniani) è che l’Iran costituisce, con i suoi alleati, l’unica potenza locale in grado di ostacolare i piani degli USA e del suo alleato principe Israele per un controllo totale del Medio Oriente.

L’Iran - insieme ai suoi allearti, gli Hezbollah del Libano, gli Houti dello Yemen e le milizie sciite dell’Iraq – è anche il principale e forse unico vero sostenitore della Resistenza Palestinese, tuttora viva e attiva, nonostante i massacri subiti (naturalmente nella Resistenza non teniamo conto dei collaborazionisti dell’ANP che stanno a Ramallah a prendere i soldi di USA e UE).

Questo schema medio-orientale è lo stesso esistente in altre zone del mondo dove i vecchi imperialisti e colonialisti anglosassoni ed Europei Occidentali, abituati a comandare nel mondo, cercano di opporsi all’emergere di nuove realtà che intendono tener loro testa (la distruzione della Jugoslavia e il colpo di stato del 2014 in Ucraina con la guerra conseguente, i vari tentativi di “rivoluzioni colorate” in Georgia, ecc. , rientrano in questo schema).

I piani degli USA per il Medio Oriente (con l’appoggio dei vassalli europei) prevedono la presenza dell’entità colonialista-sionista israeliana quale unica incontrastata potenza militare che controlla, insieme a loro il Medio Oriente. Israele, non solo ha sottoposto gli abitanti originari della Palestina a pulizia etnica violenta, furto di terre, occupazione militare, massacri (diventati oggi a Gaza vero e proprio, genocidio), ma è in grado di intervenire in tutto il Medio Oriente con azioni armate e assassinii di avversari e personaggi scomodi come i dirigenti degli Hezbollah libanesi o gli scienziati iraniani.

Corollario di questa politica è la sponsorizzazione di un accordo economico e politico tra Israele e le monarchie arabe reazionarie del Golfo (vedi i cosiddetti “Accordi di Abramo” che hanno rischiato di saltare dopo l’azione della Resistenza palestinese del 7 ottobre 2023).

In particolare, sono stati sempre ottimi i rapporti tra Arabia Saudita e USA, soprattutto dopo che la convertibilità del dollaro in oro – divenuta insostenibile - fu annullata nel 1971, e la nuova garanzia del dollaro quale moneta di riferimento e scambio internazionale fu assicurata dal petrolio saudita (vedi i cosiddetti “petrodollari”) in seguito ad un’alleanza di ferro tra società petrolifere statunitensi e la monarchia saudita. Ma anche i rapporti degli USA con gli Emirati Arabi Uniti, Barhein e Qatar sono ottimi e hanno permesso la costruzione in questi ultimi due paesi di grandi basi militari statunitensi.

Per mantenere questa egemonia israelo-statunitense nella regione sono stati opportunamente aggrediti e destabilizzati paesi non allineati come l’Iraq. La Siria, il Libano, lo Yemen e l’Afghanistan, mentre anche gli USA si sono dedicati all’assassinio politico uccidendo a Baghdad nel 2020 il generale iraniano Soleimani che coordinava l’azione degli alleati della Repubblica Islamica,

Dopo il tentativo fallito di destabilizzare la Repubblica Iraniana con la guerra condotta da Israele e USA nel giugno 2025, quest’anno è avvenuto un nuovo intenso tentativo di destabilizzazione con i disordini avvenuti in Iran tra la fine del 2025 e il gennaio del 2026.

In realtà le proteste in Iran erano iniziate in modo del tutto pacifico da parte dei commercianti del bazar, e altri settori sociali non ostili al governo, a causa dell’aumento dei prezzi e le difficoltà economiche (peraltro causate in gran parte dalle pesanti sanzioni imposte da tutto l’Occidente all’Iran da quasi 50 anni). Ma nel corso delle manifestazioni sono intervenuti gruppi armati -opportunamente sollecitati dal Mossad israeliano e servizi segreti occidentali - legati alle minoranze etniche azere, del Belucistan  e curde (come il la formazione armata curda PJAK), il gruppo armato antigovernativo dei Mojahedin del Popolo (MEK), e agenti armati finanziati direttamente dal Mossad o da servizi occidentali, che sparavano sia sulla polizia che sulla folla e davano fuoco a moschee ed edifici pubblici.. La stessa tecnica di creare tensioni e disordini era stata utilizzata, ad esempio in Ucraina durante il colpo di stato di Maidan nel 2014, o in Siria nel 2011 per innescare la guerra civile.

Dopo il fallimento della rivolta, ora a USA e Israele è rimasta solo l’opzione di un’aggressione militare diretta, ma le prospettive di un’azione del genere sono inquietanti.

L’Iran, come ha già dimostrato nella guerra di 12 giorni precedente, ha un apparato militare efficiente (anche se privo dell’atomica) in grado di colpire la flotta e le basi statunitensi di tutta la regione ed infliggere gravissimi danni ad Israele. Gli alleati dell’Iran si metterebbero in moto (ad esempio le milizie sciite locali potrebbero attaccare le basi Usa in Iraq). L’eventuale chiusura dello stretto di Hormuz (che gli Iraniani sono perfettamente in grado di realizzare) provocherebbe l’interruzione del 20% del traffico petrolifero mondiale, con aumenti incontrollabili dei prezzi del petrolio e dell’energia. Inoltre Russia e Cina, che si oppongono all’egemonismo occidentale, non potrebbero restare indifferenti di fronte ad un attacco ad un paese indipendente che ha con loro ottime relazioni.

Insomma, nel momento in cui scrivo queste note ancora nulla è scontato. Non è chiaro se gli estremisti guerrafondai USA e israeliani mostreranno un minimo di buon senso, o scateneranno l’inferno gettando il Medio Oriente nell’abisso, con la possibilità che il caos si estenda in modo irrefrenabile a livello mondiale.

Roma, 31 gennaio 2026, Vincenzo Brandi

Data articolo: Sun, 01 Feb 2026 11:00:00 GMT
OP-ED
Pino Arlacchi - Trump, predatore senza prede



di Pino Arlacchi | Il Fatto Quotidiano | 30 gennaio 2026

 
Ma chi è davvero Donald Trump? È troppo facile sbarazzarsi dell’interrogativo con la scorciatoia cognitiva della follia e della delinquenza. È troppo facile perché gli psichiatri ci dicono che il delirio di molte patologie mentali è metodico e coerente. E perché la criminologia ci dice che il comportamento criminale è razionale rispetto allo scopo e perciò lucido e prevedibile. Tutto il contrario di un Trump squilibrato e/o malfattore.

Proviamo invece a leggere il presidente americano attraverso il famoso ritratto dei protagonisti del capitalismo dipinto da Fernand Braudel, il maggiore storico del ’900, e attraverso gli studi più recenti sul comportamento animale.

Nella sua opera più nota, Braudel ha disegnato i profili delle singolari creature che si aggirano negli strati più alti del capitalismo occidentale. Quegli ambienti off-limits, avvolti nella nebbia, che l’autore chiama l’antimercato. Zone dove non ci sono più la regolazione e la concorrenza che dominano i piani più bassi del sistema, la “sfera rumorosa della circolazione delle merci”, il mercato dove tutto accade in superficie e dove vige la trasparenza.

I vertici supremi del capitalismo degli ultimi sette secoli, secondo Braudel, sono il regno degli animali da preda: le decine e centinaia di Donald Trump cui non può importare di meno delle regole che valgono per gli animali più deboli. Il “dolce commercio” è pacificatore finché non diventa grande impresa monopolistica o cartello di Stato. Il mercato stesso si basa su probabilità di guadagno non cruente, legali finché, come ci ha insegnato il vecchio Marx, non entrano in campo i mega-profitti della rapina coloniale e dello scambio ineguale accompagnati dai monopoli, dai dazi e dai prestiti a strozzo all’ombra delle navi da guerra. E anche Keynes ha sfiorato l’argomento quando ha parlato degli “spiriti animali” come forza motrice dell’accumulazione del capitale. Questo imprinting barbarico finalizzato all’appropriazione dei beni altrui che si rivela in ogni aspetto della vita e delle opere di Trump, non l’abbiamo colto.

Perché ci è sfuggito? Ci è sfuggito perché 80 anni di trionfo del capitalismo cosiddetto avanzato, imbellettato di tecnologia, democrazia e legalità, ci hanno imbevuti di un pensiero unico liberista che ha oscurato l’anima profonda del capitalismo euroamericano. Quella custodita nell’antimercato di Braudel. Un grumo di potere dentro il quale coabitano senza attriti violenza di Stato e alta tecnologia, Silicon Valley e Wall Street, Pentagono e imprese multinazionali. L’anima estorsiva e plutocratica degli Stati Uniti espressa da Trump che lascia ai gonzi il credo dell’America come guida della civiltà e della democrazia occidentali. Ed è qui che l’etologia si rivela di grande aiuto per capire le mosse del presidente Usa. Se vuole nutrirsi con successo, il predatore deve calcolare bene gli ordini di grandezza di volta in volta in gioco e attaccare solo prede sicuramente soccombenti. Non deve mai cacciare prede più grandi di lui, e deve astenersi se l’esito dell’aggressione è minimamente incerto.

Se leggete il documento di sicurezza nazionale Usa appena pubblicato, non troverete una parola ostile contro Cina e Russia. Prede troppo grosse, che praticano, per giunta, strategie di sopravvivenza più evolute. L’atto aggressivo, inoltre, deve preservare scrupolosamente l’incolumità dell’aggressore.
Un lupo calcola attentamente i rischi prima di avvicinarsi a una preda che potrebbe ferirlo. Le navi militari americane si sono tenute per mesi a 700 km di distanza dalle coste del Venezuela senza sparare un colpo, perché la loro vulnerabilità ai droni e ai missili di Maduro le avrebbe esposte a perdite pericolose di reputazione esterna e di consenso in madrepatria. Al contrario, un attacco spropositato di 150 aerei da combattimento provenienti da 20 diverse basi militari e convergenti contro un unico bersaglio – un singolo uomo, sia pure capo di Stato residente in un luogo fortificato – è un’operazione vinta fin dall’inizio, come abbiamo visto.

Altra storia è un cambio di regime, effettuato con massimo spiegamento di mezzi su un territorio vastissimo, contro una forza militare compatta e discretamente armata, sostenuta da una popolazione numerosa e ostile come quella venezuelana. Nessun predatore avveduto si imbarcherebbe in una caccia così rischiosa. E così è stato. La scala dell’aggressione si è degradata. Invasione e cambio di regime del Venezuela si sono ridotti all’estorsione di un pizzo su una risorsa strategica della vittima, costretta ad accettare l’umiliazione di chi si ritrova una pistola dietro la testa se non consegna le chiavi della cassaforte.

La svolta trumpiana non è nuova nella storia degli Stati Uniti, ma rappresenta un’evoluzione rispetto al passato perché si ispira a una certa prudenza nell’esercizio dell’aggressione. Attraverso le catastrofi afghana, vietnamita, irachena e simili, gli Stati Uniti hanno scoperto che anche prede apparentemente deboli possono risultare letali quando praticano la guerra asimmetrica. Le ferite sofferte hanno insegnato al predatore a riconoscere i limiti della propria forza e a schivare con maggior cura le aggressioni perdenti. Il risultato è che tutte le potenziali prede minacciate da Trump si trovano fuori della sua portata reale, eccetto la Groenlandia. Una vittima minuscola, da 57 mila abitanti, dove l’aggressione comporterebbe un tenore di rischio inferiore a quello del sequestro di Maduro. Lo stile della predazione diventa così circoscritto.

Contro l’Iran, attacchi contenuti – l’uccisione di Soleimani, raid limitati – che non degenerano in guerra aperta. Contro Colombia e Messico minacce di intervento che rimangono nel regno della coercizione simbolica. Contro pari o prede impossibili – Canada, Panama, Unione europea – minacce rumorose, ma prive di seguito militare. È la strategia del predatore che ringhia per difendere il territorio residuo, il proprio continente, e non per espandersi.
La lente etologica ci permette di cogliere anche la peculiare storicità di Trump, che è quella di un animale in difficoltà nei confronti di un ecosistema radicalmente trasformato rispetto agli anni d’oro della caccia. Le prede sono diventate meno vulnerabili e più rare, e la foresta pullula di competitori e di nemici. La Cina e l’Asia più ampia non sono semplici competitori nello stesso gioco predatorio. Rappresentano un modello alternativo che opera attraverso pratiche pacifiche piuttosto che predatorie.

Le Belt and Road Initiative, l’Asian Infrastructure Investment Bank, i Brics, non sono armi di spoliazione unilaterale ma di integrazione multilaterale. Non sono espressione di animali più grossi che divorano i più piccoli, ma creazioni di specie che prosperano attraverso comportamenti mutualistici. Frans de Waal, nei suoi studi sui primati, ha documentato come le strategie collaborative prevalgano su quelle puramente aggressive quando l’ambiente diventa complesso.
Gli Stati Uniti di Trump si trovano quindi in una posizione etologicamente insostenibile: sono un predatore costretto a sopravvivere in un ambiente che non può più controllare.

Le minacce di Trump sono l’unico strumento rimasto a una bestia feroce che non può più permettersi di combattere come una volta. Ma sono anche inefficaci. Perché nell’ecosistema del XXI secolo la sopravvivenza non si ottiene con il ringhio solitario, ma con l’integrazione in reti cooperative. Ma questo adattamento richiede proprio ciò che la tradizione americana fatica a concepire: la convivenza paritaria, l’accettazione di essere una potenza tra le potenze piuttosto che la potenza egemone. Gli animali feroci di Braudel devono imparare a convivere. Perché la lezione etologica è implacabile: i predatori devono adattarsi o estinguersi.
Data articolo: Sun, 01 Feb 2026 11:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
«Una carota per Trump». Come Kiev cerca di sabotare il secondo round di trattative ad Abu Dhabi

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico



Ancora nessuna indiscrezione sull'inizio del secondo round di colloqui russo-americano-ucraini negli Emirati arabi, previsto per 1 e 2 febbraio. Al momento, pare trapelato solamente un curioso “approccio” ucraino all'insieme del piano per la soluzione del conflitto, che l'osservatore di Ukraina.ru, Mikhail Pavliv definisce «una carota per Trump», escogitato da Vladimir Zelenskij per cercare, in certo qual modo, di “corrompere” il presidente yankee e convincerlo che sia il momento per Kiev di respingere le richieste di concessioni alla Russia chieste da Washington per i colloqui di Abu Dhabi.

In sostanza, il quadro generale di quanto già discusso e di quanto sarà probabilmente sul tavolo nei prossimi due giorni è abbastanza chiaro. Che la componente militare tenga banco in questa fase, in cui si tratta espressamente del territorio e del ritiro delle forze ucraine dal Donbass, lo testimonia il fatto stesso dell'assenza di Jared Kushner e Steve Witkoff: segno che le questioni politiche ed economiche sarebbero già state affrontate e concordate. È probabile che il 1 e 2 febbraio negli Emirati la delegazione yankee agirà in qualità di “osservatore”, col Segretario all'esercito Daniel Driscoll: le delegazioni russa e ucraina affronteranno la questione di come gestire la situazione lungo la linea di contatto, col ritiro delle truppe ucraine dal Donbass e si tratterà anche del destino delle zone cuscinetto nelle regioni di Sumy, Khar'kov e Dnepropetrovsk, insieme allo status delle regioni di Khersòn e Zaporož'e, o più precisamente, dice Pavliv, sarà sul tappeto la linea di demarcazione.

Il tutto è inoltre legato alla possibile creazione di una zona demilitarizzata, alle attività di monitoraggio e al dispiegamento di contingenti di monitoraggio e mantenimento della pace, non certo da paesi NATO, ma da paesi neutrali.

È già stato detto in altre occasioni che l'Ucraina, in generale, conferma la disponibilità al ritiro, a condizione che forze militari russe non entrino nell'area. Da parte di Moskva, è stato ventilato che probabilmente non ci sarà l'esercito russo e, però, il controllo russo verrà comunque affidato a un'amministrazione russa, a polizia, FSB, e Guardia Nazionale.

A questo punto, la parte “inside”, che sarebbe stata rivelata a Pavliv, rivela che parallelamente ai colloqui di Abu Dhabi, Zelenskij avrebbe trasmesso un messaggio a Trump, del tipo che Kiev non è disposta a cedere i territori alla Russia, ma consentirebbe a consegnare il territorio al controllo del trumpiano “Consiglio di Pace”, secondo una logica simile a quella dei documenti su Gaza. Vi verrebbe schierato un contingente internazionale, con mandato per il “Consiglio”, con opportunità economiche esclusive e protezionismo. In pratica: si cede un pezzo di terra, praticamente una zona offshore, dove il Consiglio”, cioè Trump, può fare quello che vuole. Detto questo, pare voler dire Zelenskij a Trump, «ora cerca di convincere Putin ad accettare». Una carota, dunque, offerta al narcisismo di Donald Trump, per speciali opportunità economiche.

Ma, osserva Pavliv, un tale piano non sembra così allettante per Trump, in primo luogo perché sottintende delle responsabilità  per una linea di demarcazione che né Trump personalmente, né gli USA in generale sono pronti ad assumersi e, soprattutto perché, in fin dei conti, Trump già da tempo dispone dell'accordo sulle risorse e gli obblighi dell'Ucraina. Inoltre, Kirill Dmitriev e Witkoff-Kushner stanno discutendo di cooperazione economica russo-americana e sul tavolo si sa da tempo che c'è proprio la possibilità di creare una zona economica speciale nella regione russa del Donbass, con amministrazione russa, ma con regime economico speciale, con particolari preferenze per le aziende americane.

Di tutto questo hanno discusso Larry Fink, di BlackRock, Kushner, Witkoff e Dmitriev e la previsione è il ritiro delle forze ucraine dal Donbass, insieme all'ingresso delle forze di sicurezza russe; viene quindi creata una zona economica speciale, strettamente legata all'accordo sulle risorse già a suo tempo stabilito tra Kiev e Washington. In altre parole: una fattiva divisione economica dell'Ucraina e, a maggior ragione, del mercato europeo. In tale contesto, conclude Pavliv, la proposta di Zelenskij col "Consiglio di Pace" appare «secondaria, debole e poco convincente. Non è una carota, ma un lecca-lecca».

Poche carte e nemmeno delle più buone, insomma, rimangono in mano alla junta nazigolpista di Kiev. Qualsiasi “piano” che non tenga conto della reale situazione sul terreno e degli attuali rapporti Moskva-Washington vale poco più di zero. Sono addirittura gli ex capibanda ucraini a riconoscere lo stato effettivo delle cose: entro quest'anno, la Russia prenderà definitivamente il controllo della restante parte ucraina del Donbass, dice l'ex consigliere presidenziale golpista Aleksej Arestovic. C'è solo da attendere con calma che il Donbass venga preso; i russi lo prenderanno abbastanza presto, entro un anno, forse anche prima. Quindi «sorge spontanea la domanda: e poi? Abbiamo già combattuto abbastanza. Per il Donbass, per il quale avete lottato così duramente, avete congelato e reso invivibili Kiev, Khar'kov, Dnepro, Odessa; forse si dovranno aggiungere anche un altro paio di città». Dopo di che, dice Arestovic, quando il Donbass sarà definitivamente perso, i russi «potranno prendere Zaporož'e o distruggerla».

Osservazioni che sostanzialmente coincidono con quelle del politologo ucraino Serghej Datsjuk (tra i sostenitori del golpe del 2014) secondo il quale se Kiev rifiuta di scendere a compromessi con la Russia, tutte le principali città dell'Ucraina diventeranno inadatte alla vita. Datsjuk racconta di essere regolarmente accusato di capitolazionismo per i suoi appelli alla pace e sottolinea anche che la capitolazione significa la sconfitta completa e l'adempimento di tutte le condizioni della parte vittoriosa. E aggiunge: «Dirò qualcosa di ancora più scomodo. Putin non sta chiedendo la capitolazione. Voi usate la parola “capitolazione”, ma non si applica a Putin. Putin non sta chiedendo la resa dell'esercito ucraino all'esercito russo».

Come Arestovic, anche Datsjuk dice che, in caso di rifiuto di ritiro dal Donbass, la Russia continuerà a distruggere le infrastrutture, così che la popolazione, compresi gli abitanti di Kiev, saranno costretti a spostarsi dalle grandi città ai villaggi e alle piccole città. L'Ucraina è ora di fronte a una scelta, afferma il politologo: perché «è esattamente questa la domanda di oggi: preservare le città o preservare ciò che resta del Donbass? Notate che non vi sto presentando questa scelta. Putin l'ha presentata. È così che agisce. Ma noi non vogliamo vederla, perché si tratta di una scelta strategica. Cittadini ucraini, fate una scelta: preservare le città dell'Ucraina e rinunciare al Donbass, oppure preservare il Donbass e perdere le città dell'Ucraina».

Come che sia, i media di regime italici non cambiano repertorio: non c'è da fidarsi del “tiranno” Putin, che intende continuare la guerra all'infinito. Ecco quindi che, per conferire una parvenza di “autorità” alle litanie sugli angelici ucraini amanti della pace, “aggrediti” dai perfidi russi assetati di sangue “democratico”, su La Stampa del 1 febbraio la parola viene data all'ex Segretario di Stato ed ex direttore della CIA Mike Pompeo, il quale sostiene, dall'alto di cotanta tribuna piemontese, che «Putin non ha dato segni di volere la pace. Deve capire che non otterrà mai territori» e, per quanto riguarda gli Stati Uniti, nemmeno Biden ha fatto «nulla di forte: ha stanziato risorse appena sufficienti per impedire l’avanzata della Russia e per non favorire la vittoria degli europei. Si è rifiutato di dare copertura aerea e poi ha imposto una serie di linee rosse. Per esempio ha vietato agli ucraini di colpire obiettivi di Putin nel cuore del territorio russo così da spingere Putin ad arretrare». Smidollato che non era altro! Ora è dunque necessario in primo luogo «spingere sulle sanzioni ed essere seri. Gli europei non lo sono, continuano a comprare gas.

È da matti finanziare non solo un nemico ma anche qualcuno che sta uccidendo gli europei. In secondo luogo l’Amministrazione Trump deve far capire a Putin che non potrà tenere terre che non ha conquistato. Solo se convince Putin che i costi sono maggiori dei benefici, allora la guerra può finire». Ma, di fatto, di fronte ai cherubini di Kiev che costituiscono il “vallo europeo” di fronte alle mire aggressive russe, il signor Pompeo non vede «prove che Mosca voglia la pace e la fine del conflitto se non nei termini che ha cercato di ottenere attraverso la guerra di aggressione. Putin non è stato capace di prendere quel che voleva militarmente, perché darglielo al tavolo negoziale?». E, parlando della questione al centro delle attuali trattative e che l'intervistatore dice rappresentare «L’inghippo dei colloqui», cioè il punto relativo ai territori e che, dio ne guardi, si deve sperare che «Rubio e Trump siano ostinati abbastanza per impedire a Putin di prendersi anche quello che non ha militarmente conquistato», l'ex capoccia della CIA risponde che il punto dei territori è certo «centrale, ma il nodo è più complesso. Putin non ha mostrato alcuna intenzione di chiudere il conflitto e gli ucraini sono senza le garanzie di sicurezza... Alcuni dicono pubblicamente che siamo vicini alla risoluzione del conflitto. Non mi pare ma spero di sbagliarmi».

Non si preoccupino il signor Pompeo e i corifei delle maleodoranti redazioni guerrafondaie: nelle cancellerie europee si fa di tutto perché i nazigolpisti di Kiev continuino a mandare i propri giovani al macello e proseguano nella guerra finché Bruxelles lo voglia.

 

FONTI:

https://ukraina.ru/20260131/pryanik-dlya-trampa-chem-zelenskiy-reshil-iskushat-khozyaina-belogo-doma-1075054021.html

https://politnavigator.news/nado-spokojjno-podozhdat-poka-russkie-zajjmut-ves-donbass-arestovich.html

https://politnavigator.news/filosof-majjdanshhik-ne-ujjdem-iz-donbassa-poteryaem-vse-goroda-ukrainy.html

 

Data articolo: Sun, 01 Feb 2026 11:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Il numero tatuato sul braccio: perché il campo di concentramento de La vita è bella e’ inequivocabile

 

di Francesco Fustaneo

 

Nelle scorse giornate, la polemica sul campo di concentramento di “La vita è bella” di Roberto Benigni è riemersa con forza. Il nodo del contendere non è più, da tempo, la mera assenza del nome “Auschwitz” nei titoli o nei dialoghi del film. Come evidenziato da un fact-checking, il campo non viene mai esplicitamente nominato.

Il vero punto focale, su cui avevamo già argomentato, è un altro: l’evidenza che Benigni che per inciso si è avvalso anche della consulenza di uno dei massimi studiosi italiani della Shoah come Marcello Pezzetti, non potesse non sapere che la stragrande maggioranza del pubblico avrebbe automaticamente associato quella realtà all’immagine simbolo della Shoah, cioè proprio ad Auschwitz. Un’associazione rafforzata, e non smontata, da un dettaglio storico stridente: il carro armato liberatore statunitense che irrompe nel finale, mentre la storia ci ricorda che Auschwitz fu liberata dall’Armata Rossa il 27 gennaio 1945, data scelta per la Giornata della Memoria.

 

Ora, però, per chiudere definitivamente la questione – rendendo stucchevole ogni ulteriore cavillo sul “non detto” – va evidenziato un dettaglio interno al film, inequivocabile.

 

La prova nel film : il tatuaggio

In una scena chiave, Guido Orefice (lo stesso Benigni) espone il braccio all’interno del campo, mostrando il numero tatuato al figlio. Ebbene, questo particolare non è un dettaglio qualsiasi: come riporta il sito correlato allo United States Holocaust Memorial Museum,  la pratica di tatuare i prigionieri con un numero di matricola fu una procedura sistematica adottata solo nel complesso di Auschwitz. Negli altri campi nazisti, il numero era generalmente cucito sulla divisa. I pochi casi documentati altrove costituiscono eccezioni marginali.

Quel tatuaggio sull’avambraccio di Guido è, quindi, un segnale potentissimo e preciso per lo spettatore. È un codice che rimanda direttamente e unicamente all’universo Auschwitz. Un’immagine così iconica e storicamente connotata da travalicare la finzione narrativa.

Il peso dei numeri reali

A rendere ancora più pregnante questa scelta c’è la tragica verità storica della deportazione italiana. I dati della Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC) sono chiari: su 6.806 ebrei italiani arrestati e deportati, ben 6.007 furono destinati ad Auschwitz-Birkenau. Il campo in cui fu deportata la quasi totalità degli ebrei italiani era proprio quello. Il personaggio di Guido Orefice, padre di famiglia italiano, non poteva che condividere, nell’immaginario collettivo, quel destino statisticamente schiacciante.

Alla luce di queste considerazioni, ogni ulteriore discussione sull’“ambientazione intesa o reale” del film, al di là della menzione esplicita, perde senso. Il tatuaggio non è un’ambiguità, è una dichiarazione. Benigni ha costruito una storia di fantasia su uno sfondo che, attraverso simboli inconfondibili (dal treno alla selezione, fino al numero sul braccio), finisce per evocare in modo deliberato e preciso l’orrore di Auschwitz.

La libertà artistica rimane intatta, così come il valore universalista del film. Ma smontare le critiche storiche nascondendosi dietro un fact-checking letterale (“non si nomina Auschwitz”) significa ignorare il linguaggio del cinema, la potenza dei simboli e il bagaglio storico dello spettatore. Il campo de “La vita è bella” ha un nome, e quel nome è scritto a chiare lettere – anzi, a numeri indelebili – sul braccio del suo protagonista.

 

Fonti:

https://encyclopedia.ushmm.org/content/en/article/tattoos-and-numbers-the-system-of-identifying-prisoners-at-auschwitz

 

https://it.euronews.com/2020/01/23/olocausto-la-storia-dei-tatuaggi-identificativi-di-auschwitz-birkenau

 

https://aboutholocaust.org/it/facts/perche-alcuni-ebrei-sopravvissuti-all-olocausto-hanno-un-numero-tatuato-sul-braccio

 

https://www.ilfattoquotidiano.it/2023/01/27/marcello-pezzetti-lo-storico-dei-film-da-oscar-la-mia-prima-volta-ad-auschwitz-50-anni-fa-e-non-ne-sono-piu-uscito-la-mia-ricerca-non-e-ancora-finita/6950692/

 

 

 

 

Data articolo: Sun, 01 Feb 2026 10:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Italiani frustrati, cattivi e patetici. Cosa ci sta succedendo?

 

di Clara Statello per l'AntiDiplomatico

 

Queste ultime due settimane hanno svelato l'aspetto peggiore di noi italiani. Divisi, disumani, crudeli contro noi stessi. Il titolo vuole essere provocatorio: io amo profondamente il popolo italiano e posso affermare con certezza che siamo migliori, decisamente migliori, di tanti altri popoli europei. Semplicemente non ne abbiamo contezza e questo è un prezzo che paghiamo dalla sconfitta bellica.

Il punto è che, come tutte le cose, c'è sempre un rovescio della medaglia. Ed è quello che stiamo mostrando adesso. Il nostro peggio.

Da anni gli italiani si lamentano perché tutto va male. Hanno ragione. Abbiamo ragione. Che fare?

Scrivere status su Facebook non aiuta. Ma ormai è così che si sfoga il disagio sociale.

Con messaggi incendiari, disumanizzanti, di odio verso i politici, odio verso i migranti, odio verso ciò che è "altro".

Ma è un odio sbiadito, disumanizzante, caratterizzato dall' inazione, dall' apatia, dalla disgregazione. Un meccanismo catalitico, necessario a sfogare la quotidiana frustrazione di uno status quo sempre più oppressivo e insopportabile, fatto di sfruttamento, umiliazione, privazione, solitudine. Che, come tutto ciò che è un semplice sfogo, non produce nulla.

Un odio virtuale direttamente proporzionale alla debolezza reale del popolo come soggetto storico-sociale.

Da decenni il popolo italiano subisce una progressiva riduzione di libertà di ogni tipo e dei diritti. Le conseguenze di ciò sono tangibili: maggior costo della vita, progressivo scivolamento delle famiglie nella povertà, erosione della ricchezza, limitazioni negli spostamenti sul territorio a causa dell' aumento spropositato del costo dei trasporti e del carburante, malasanità, scuola allo sfascio, aumento delle diseguaglianze, minori servizi essenziali.

Sullo sfondo, ci sono i disastri causati dall' incuria da parte di uno stato che si è ridotto ad essere il comitato d'affari del capitali finanziario e delle industrie belliche e farmaceutiche o della costruzione, di politici ridotti al ruolo di pro-consoli degli USA e Israele.

L'aria di rivoluzione che si legge sui commenti dei social è inversamente proporzionale al clima apatico e da schiavi rassegnati che si respira in Italia.

Noi italiani ci lamentiamo ma in fondo non facciamo nulla per cambiare le cose.

 

Di incendiario ci stanno solo i profili social, non l'attitudine. Non non osiamo pensare che il cambiamento è possibile, è reale, è imminente.

Basta prenderne coscienza.

Come abbiamo preso coscienza in centinaia di migliaia riempendo le strade e le piazze italiane di bandiere palestinesi, chiedendo lo stop al genocidio condotto da Israele. Quelle proteste sono arrivate al tavolo dei negoziati, costringendo Trump a far fermare l'operazione terrestre israeliana su Gaza. Quando le manifestazioni si sono fermate, però, è calato il sipario sulla Palestina.

C'è un chiaro rapporto causa-conseguenza su mobilitazioni e decisioni dei governi. Se non ci sono mobilitazioni, non c'è nessun argine alle decisioni antipopolari della politica.

Gli italiani però sono rassegnati o forse semplicemente non riescono a riorganizzarsi. E così non solo si resta a protestare su Facebook, regalando soldi di pubblicità al signor Zuckerberg e dati personali a META. Ma si lanciano strali di odio verso chi osa scendere in piazza a protestare per chiedere più libertà, più spazi sociali, più diritti per tutti e tutte.

Ieri sera c'è stata una grande manifestazione a Torino. Una manifestazione partecipata da tutta la cittadinanza. Lavoratori. Padri di famiglia. Zii che accompagnavano i nipoti.

Ci sono stati anche scontri.

Non voglio fare la morale sugli scontri né dividere la piazza in manifestanti buoni e manifestanti cattivi.

Voglio mettere in evidenza la causa degli scontri: lo stesso disagio sociale, la stessa frustrazione, lo stesso senso di oppressione che fa scrivere status e commenti Facebook pieni di odio e di rancore al lavoratore precario, al pensionato con una pensione da fame, alla mamma single abbandonata e denigrata dalla società, agli operai o partite iva sfruttati e immiseriti.

La differenza è che quei giovani incappucciati quell'odio lo restituiscono non sulle pagine virtuali, ma a chi lo somministra: lo stato. I nostri politici. I guardiani dello status quo.

Personalmente non condivido queste forme di violenza ma non condanno queste espressioni di protesta, condanno chi li produce: il potere venduto agli interessi imperialisti degli USA, del sionismo e del capitalismo finanziario.

Il mio problema, il nostro problema comune, sono le cause che provocano il disagio, non le sue manifestazioni (anche sbagliate).

Condanno invece chi non reagisce ai soprusi, sfogando pateticamente il suo odio sui social, perché è questa passività che consente il malgoverno. Chi vende l’anima per i nuovi “ninnoli e specchietti colorati”, come quelli che i negrieri regalavano ai capi tribù delle coste occidentali africane in cambio di schiavi. Comodità effimere in cambio di dignità e di falsa tranquillità.

Un giorno i nostri figli e nipoti ci chiederanno: dove eravate mentre la classe dirigente del capitalismo internazionale distruggeva l'Italia e ci privava di tutto?

C'è chi risponderà che stava su Facebook o X a scrivere post di protesta contro la Meloni, a firmare appelli su change.org, a vomitare odio contro i manifestanti di Torino che chiedono diritti per tutti, anche per chi li odia e invoca l'ICE contro di loro.

In pochi chiederanno scusa, rispondendo di aver cercato di fare tutto il possibile, ma sono sconfitti dall’ignavia e dalla disunità, principali complici del potere deviato.

Scrivevo prima che da due settimane l'Italia mostra il suo volto peggiore. Sullo sfondo di queste esplosioni di odio, c'è la totale assenza di solidarietà degli italiani nei confronti delle popolazioni colpite dal ciclone e degli abitanti di Niscemi.

Molti non arrivano a capire che questi cataclismi sono la conseguenza dei cambiamenti climatici. Come hanno colpito siciliani, calabresi e sardi, colpiranno anche veneti, liguri, toscani, romagnoli.

Il ciclone non ha portato via semplicemente pezzi di città, porti, barche, strade e ferrovie. Ha portato via l'intera costa della Sicilia Orientale. Spiagge meravigliose, foci di fiumi, riserve naturale, scogliere, cancellate per sempre da una furia anomala e indomabile del mare.

Nel silenzio di tanti ambientalisti, a partire da Legambiente, troppo impegnati a dire gongolando: avevamo ragione noi. Del resto degli italiani che puntano il dito con la bava alla bocca contro chi ha perso tutto: casa, lavoro, memorie di una vita. Dov’è finita la nostra umanità? La nostra empatia? Il nostro grande cuore?

Tutti sembrano aver dimenticato che Niscemi è la città del MUOS e della stazione di telecomunicazioni della marina statunitense, che l'incuria del territorio niscemese è direttamente legata alla sua militarizzazione da parte di una superpotenza straniera.

Lo denunciano i No Muos da sempre. Ma quando i No Muos protestavano e subivano la feroce repressione della polizia, quelli che urlano contro la violenza dov'erano?

Dov'erano quelli che adesso puntano il dito contro la speculazione e deridono pubblicamente le famiglie che hanno perso tutto? Dov'erano quelli che sui social scrivono peste e corna contro il governo ma poi non vanno a protestare perché c'è la partita o perché semplicemente si scocciano?

Noi non li abbiamo visti nelle piazze o davanti alla base e forse è anche per questo che quella battaglia l'abbiamo persa e oggi vediamo le nostre previsioni sul dissesto idrogeologico di Niscemi avverarsi drammaticamente.

L'assenza di empatia e umanità non è qualcosa che avviene su larga scala, ma si evince anche dai fatti di cronaca. Come la vicenda vergognosa di Vodo di Cadore, nel bellunese. Un bambino di 11 anni lasciato a piedi in mezza alla neve dall' autista dell’autobus all' uscita da scuola. Ha dovuto percorrere sei chilometri di sera al buio, nella bufera, in mezzo ai boschi a causa dell' aumento sproporzionato del biglietto della corsa dovuto alle a Olimpiadi invernali.

L'autista dice di aver rispettato le regole aziendali. Ma gli altri passeggeri del bus perché non hanno aiutato un bambino in difficoltà?

Altra vicenda agghiacciante, quella di Davide Borgione, morto a 19 anni per una caduta dalla bicicletta. Mentre era a terra, due sciacalli gli hanno rubato il portafoglio. Una macchina l’ha investito lievemente. Nessuno si è fermato per soccorrerlo.

Ecco, questi sono sintomi di una società profondamente malata e c'è un sottile filo rosso che collega tutte queste vicende, apparentemente distanti e indipendenti l'una dall' altra.

È il filo rosso (e marcio) dell' individualismo, dell' egoismo, di un approccio da homo homini lupus. È il segnale di qualcosa che si è rotto all'interno della nostra comunità umana, del nostro popolo.

Qualcosa che deve essere immediatamente ricostruito, perché noi italiani non siamo questo, non siamo un popolo di sciacalli, di individualisti, di odiatori seriali.

Abbiamo un grande passato, un passato di lotte che hanno fatto tremare non solo i fascisti, ma anche i nazisti, che abbiamo cacciato con l'aiuto degli alleati, i padroni, e la stessa NATO.

L'odio sociale è la naturale conseguenza dell' oppressione che subiamo, schiacciati dal tallone di ferro delle oligarchie. E sotto questa morsa siamo diventati come i polli di Renzo, che si beccano fra di loro mentre vengono portati al macello.

Come loro, ci aspetta una fine beffarda e patetica se non capiamo che l’odio non si cura con la repressione, ma eliminando le cause che lo producono. Se non ci uniamo, quindi, per chiedere un cambiamento, i nostri diritti, la nostra libertà, la nostra indipendenza, la nostra sovranità popolare, la pace.

Data articolo: Sun, 01 Feb 2026 10:00:00 GMT