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#news #antidiplomatico
di Fulvio Grimaldi per l'AntiDiplomatico
Tra Piantedosi e Askatasuna
Ho fatto bene a partecipare all’assemblea nazionale di Askatasuna, a Torino, in vista della manifestazione nazionale del 31 gennaio contro lo sgombero del più illustre centro autogestito d’Italia. Ho fatto bene perchè mi ha riportato in patria.
Dopo aver speso in giro per il mondo e le sue guerre, rivoluzioni, regime change, gran parte degli anni dei miei quasi 92, o con tutto il corpo, o solo con la testa, è stato un bene ritrovarsi al complesso universitario “Einaudi”. Stare lì a scambiarsi due parole di verità e di volontà comuni in mezzo a una folla che, a forza di numeri e determinazione, di autodeterminazione in questo caso, valeva il triplo di quanto il ministro di polizia Piantedosi saprebbe scagliargli addosso attingendo a caserme e commissariati di Piemonte e Lombardia messi insieme.
E sì che da quelle caserme l’altro capomanganelli, Salvini, vorrebbe far uscire e mettere in “Strade Sicure” altri 10.000 soldati. Solo che il ministro di quei soldati pare non ci voglia stare dato che, dice, gli servono per fare la guerra alla Russia (e alla Bielorussia). Quanto al cittadino che si trova dall’altra parte del fucile, sempre guerre contro di lui sono.
Insomma, ripeto, ho fatto bene a farmi Roma-Torino-Roma in 16 ore di treno, visto che mi sono ritrovato, dopo tanto peregrinare per emisferi, a casa mia (nel senso di paese del quale sono cittadino e condivido qualche responsabilità) e a vociare e ragionare con esuberanti soggetti, pur distanti da me di almeno tre generazioni, ma che mi hanno dato un rassicurante senso di continuità. Continuità, nonostante tutto, di resistenza. Resistenza che qui aveva addirittura un retrogusto di controffensiva. Al punto che, quando dal palco, in fondo a gradinate da cui fluivano ondate di giovanissime teste e felpe, ho azzardato il paragone con un’assemblea di eskimo alla Sapienza nel ’68-’77, non mi sono arrivati né sberleffi, nè “di che cazzo stai parlando”, ma una specie di ooooh tra la meraviglia e la conferma. C’era chi, per quanto ventenne, aveva memoria. Fondamentale per crederci.

Ho anche detto che ero venuto lì perché di mestiere inviato di guerra. Qualcuno potrebbe aver pensato: ma cosa ci fai qui, vai in Palestina, Venezuela, Iran, ma ho la sensazione che non lo abbia pensato nessuno. Almeno, nessuno l’ha detto. Sapevano, quanto me cronista, che da queste parti, come da quelle, corre un fronte. Il fronte della guerra al popolo di un regime di manganellatori, contaballe e residuali, per conto di ricchi, malviventi, palazzinari, trumpiani e non rassegnati alla fine del Duce. Come Zelensky per conto di Blackrock, Lockheed Martin, Rheinmetall, o Leonardo.
La battaglia torinese si svolge in Corso Regina Margherita 47, casa di Askatasuna. Casa negata e sottratta il 18 dicembre 2025. Eliminazione delle voci altre, ma soprattutto vendetta del Sistema per trent’anni di resistenza No Tav. Discorso riaperto nell’enorme assemblea nazionale il 17 gennaio 2026 e da completare con tre cortei per tutta la città, il 31 gennaio.
Quando Gladio si chiama Sicurezza
Non so quanti ragazzi dell’assemblea abbiano mai saputo di Gladio. Ne ho già parlato qui. Tranne la voce dal sen fuggita a Cossiga, probabilmente per senile vanteria, nulla si è detto, o scritto da anni su questa struttura eversiva incistata nel nostro paese e nel pallottoliere della guerra fredda subito dopo la trasformazione dell’Italia in formale democrazia. Gladio, il cui termine inglese “Stay Behind” rivela la matrice CIA, era una specie di assicurazione terroristica contro, ufficialmente, invasori bolscevichi, ma, effettivamente, contro spostamenti a sinistra dell’asse atlantico. Spostamenti da affrontare subito con quasi-golpe, eliminazione di politici, stragi un po’ di mafia un po’ di Stato. Sempre Gladio era, concettualmente e, perlopiù, anche materialmente.
Oggi Gladio si è messo guanti bianchi e vesti di Armani. E quella della Garbatella rimpannucciata se li cambia due volte al giorno e per ogni occasione. E’ o non è la premier di chi veste Armani, o il così tanto compianto Valentino?. E procede, Gladio, a colpi di Decreti Sicurezza (mai disegni di legge: lungaggini e se ne parlerebbe troppo). E i ragazzi adunatisi per Askatasuna, o lo sanno, o lo intuiscono, tanto da non avermi chiesto di cosa stessi parlando quando ho detto che Meloni è Gladio e Gladio è Meloni.

Nel giro di poco più di un anno i Decreti Sicurezza melonian-piantedosiani sono arrivati a tre. L’ultimo al momento sospeso tra Palazzo Chigi e Quirinale per perplessità quirinalizie sul capitolo immigrazione. Su tutti gli altri capitoli di tutti e tre i dispositivi Mattarella non ha mai sollevato un sopracciglio. Come potrebbe, lui che ha bombardato Belgrado’, massimo crimine, secondo Norimberga. Eppure di carne sulla pira ce n’era per un custode della Costituzione, delle libertà individuali, della sovranità popolare, del diritto a manifestare e a esprimere liberamente la propria opinione, di organizzare proteste, di mantenere la tripartizione dei poteri dello Stato e non assaltare uno dei tre, la Magistratura, e annullarne l’altro, il Legislativo
Mi vengono in mente cose alla rinfusa, ma che tutte vanno nella stessa direzione: lo Stato di Polizia, come da sempre vagheggiato da alte cariche dello Stato che. rientrando a casa la sera, fanno l’inchino al busto del Duce.
Se manifesti e non chiedi il permesso vai in carcere, se blocchi il camion che entra nella ditta che ti ha cacciato senza ragione vai in carcere, se fai resistenza passiva, cioè non ti muovi, vai in carcere, se occupi l’aula rischi il carcere, se ti opponi al delirio speculativo del Ponte, impossibile ma ladrone, vai in carcere. Se non ti fermi a un posto di blocco ti sparano e, se non sei morto, va in carcere. Se, schiamazzando un po’, ti avvicini di qualche chilometro a un obiettivo “sensibile” (misura di Piantedosi), rischi il gas tossico nei polmoni (CS, proibito da una convenzione di Ginevra), la polmonite da idrante e la testa spaccata dal manganello con l’anima di ferro. Ma a farti sparire dalla cronaca saranno i 10 poliziotti finiti in ospedale.
E se tutto questo serve a lasciare ancora troppo lasca la libertà di manifestare e di espressione, ecco che a togliere certe voglie malsane ci saranno le perquisizioni preventive, essendoci solo sospetti manigoldi, e il fermo preventivo di 12 ore, sempre dei soliti manigoldi sospetti. Che tutto questo contrasti con l’articoli 21 della Costituzione è per Piantedosi meno di una mosca sul bavero da spazzar via.

Se poi a qualche agente gli scappa di averne fatta una grossa, vedi Alibrandi. o Cucchi. o Ramy schiacciato dai CC contro un muro (e video cancellato), o quei sei cittadini inermi che recentemente sono stati fulminati dal Taser, sfollagente “non letale”, perbacco vuoi inquisire un difensore dell’ordine pubblico? Scudo legale subito!
Se parli male del governo e dei suoi gendarmi e corifei ti sparano querele che non hanno ragion d’essere, ma ti rubano soldi, tempo e serenità. Se sei un accademico è quasi fisiologico che ti arruoli da ausiliario nei Servizi Segreti. se sei un Servizio Segreto sei autorizzato a farti boss, capo mandamento, comandante di brigata rossa o nera, commettere crimini terroristici e chiamarlo infiltrazione. Se sei un media che non adula, sostiene, promuove, perdi i sussidi UE e romani e ti ritrovi sul collo li corrottissimo Garante della Privacy.
Se sei un minorenne, di quelli dove uno su un milione porta e usa un coltello, sei sospetto, sei Maranza, vai osservato, sorvegliato, sospettato, e, per Salvini, sottoposto a metaldetector a scuola. Magari con cavalli di frisia in cortile, posto di polizia e squadra di pronto intervento modello ICE. Al posto di pronto soccorso non ci hanno pensato, alla faccia che l’anno scorso nelle scuole italiane ci sono stati 71 crolli, che il 60% delle scuole non ha certificazione di agibilità, o prevenzione incendi e che tantissimi istituti si prendono cura degli studenti sparandogli fibre d’amianto nei polmoni.
E in questa guerra ai ragazzi in quanto tali, vuoi che non si manifesti l’atavico odio dei gerontocrati per i giovani che l’hanno più duro e più lunga davanti a sé? Viene da pensarci anche all’Iran dall’età media dei 27 anni, demonizzato e attaccato da chi la media ce l’ha di 48 e contro tre figli per donna, se va bene ne ha mezzo.
Se poi dovesse succedere che un qualche PM trova che tu, Stato, o padrone, o palazzinaro, o assessore, hai approfittato un po’ troppo di una legge sempre più lasca per i ricchi e sempre più stringente per gli altri, come si muove lo fulmini con prescrizione, abolizione dell’abuso d’ufficio, estinzione del processo entro due anni (quando per mancanza di cancellieri, carta e computer, glie ne sarebbero voluti quattro) e altri buchi per topi. Non basta? Separazione delle carriere e PM poliziotto con i reati da perseguire, quali, come e quanto, dettati dal governo.
Sicari del genocidio
Siccome tutto questo non è sufficiente perché questa classe politica si dica soddisfatta dei risultati raggiunti, servono rinforzi. E dove trovarli se non tra i camerati di Tel Aviv, maestri di vittimismo genocida? E, non trovando appigli neanche nei pacchetti Sicurezza fin qui partoriti, ecco che si ricorre vuoi ai tribunali israeliani, vuoi a quei famigerati Servizi Segreti, di cui non c’è cittadino al mondo che non ne abbia percepito l’interessamento, sempre etico e rispettoso delle regole.

E così Mohammed Hannoun, architetto, da decenni in Italia, segretario dell’Associazione dei Palestinesi in Italia, e suoi compagni, sono stati beccati e sbattuti in carcere di massima sicurezza. Avevano inviato a associazioni umanitarie palestinesi aiuti ai moribondi e ai morituri di Gaza. Sono diventati capi terroristi di Hamas. Angela Lano, giornalista che da sempre informa correttamente sulla Palestina, per ora è solo inquisita, con tutti i suoi strumenti di lavoro sequestrati. E non resterà la sola. Terroristi, secondo le imprescindibili disposizioni del Mossad, autorità di livello superiore, per certe nostre acuite sensibilità giuridiche. Quelle politiche, intanto, proseguono nell’assistenza al genocidio di Gaza e ai pogrom sempre più sanguinari nella Cisgiordania già dichiarata annessa. Tout se tient.
Cos’è lo scandalo qui, cosa la vergogna? E’ non solo che uno Stato sovrano si piega, con le sue istituzioni giuridiche, per volontà di un esecutivo servile e corrotto (ma ”sovranista”), all’adozione delle leggi di uno Stato altro, incidentalmente razzista e genocida. Ma che arrivi all’abiezione di infliggere inaudite punizioni a cittadini, stranieri e italiani, soltanto sulla base di rapporti, accuse, speculazioni, di un servizio segreto straniero e, in questo caso, del più impegnato in pratiche criminali del mondo.
Pareva inconcepibile che un governo, formalmente democratico e osservante di una Costituzione antifascista, potesse ripetere quanto fatto dal regime fascista quando eseguì il copia e incolla delle leggi naziste che permisero, promossero, l’olocausto. Con i residuali e succedanei di oggi non è più inconcepibile.
Cronaca nera, assist allo Stato di Polizia
A questa degenerazione da stato democratico a democratura, con Esecutivo su tutto e tutti, arrivano due assist. Uno dai tuoi media e uno da fuori. I reati di violenza sono tra i più bassi d’Europa. In particolare, nel 2025 il numero di vittime di borseggi e di rapine è diminuito rispettivamente dall'1,6% all'1% e dallo 0,5 allo 0,2%, le vittime di omicidi sono in calo dal 2022. Tutto questo si riflette nelle cronache dei media?
Pensate alla telenovela di Garlasco. In mancanza di succosi delitti di giornata, si torna indietro di 19 anni e ci si inzuppano migliaia di paginoni stampati e centinaia di ore sugli schermi. Se la materia è scarsa, la si gonfia a dirigibile, la si mastica tipo chewing gum. Si scandaglia il vicinato, la genealogia, il passato remoto, i compagni di classe. E se non ci sono l’assassino, la vittima, eccone il congiunto e, male che vada, la vicina, che in cucina ha sentito qualcosa, o il passante che ha visto un’auto sospetta.
Fate caso a quante volte un Tg dell’ora di punta, se proprio Trump non ne ha fatta una delle sue (per Netaniahu occorre che abbia almeno bruciato vivi 12 bambini), o la Meloni non abbia pronunciato parole storiche da Timbuctu, apre con un delitto, occorso dal giorno prima a vent’anni fa. Ah no? E Via Poma e Simonetta Cesaroni e il portinaio? Un quarto di secolo come ieri.
A che serve? Perché vi si indulge? Intanto distrae dai disastri, dalle angherie, dai soprusi di un regime di arroganti saltimbanchi e ottusi ciarlatani. Da ministri degli esteri che farneticano (ad usum delphini) di “diritto internazionale che vale fino a un certo punto”. Ma soprattutto fornisce materia e motivi proprio per quanto scritto qui sopra: i pacchetti sicurezza, i.e. (id est) il rilancio di quanto di utile e propizio s’era fatto nel rimpianto Ventennio.
Modello ICE

Quel diritto internazionale alla Tajani, poi, ha una sua dura e convincente logica fattuale nel mondo della nuova morale giuridica in cui ci ha introdotto Trump. Ci sono le acquisizioni a forza di sberle di paesi e territori, presidenti e naviglio. Ma, più interessante, anzi esemplare, per il regimetto di scalzacani (coloro che tirano calci ai cani, i peggio) che ci ritroviamo, è un’altra novità. Riguarda la dimensione domestica, quella di solito custodita da costituzioni, leggi e buone pratiche tradizionali. Avete presente l’ICE, United States Immigration and Customs Enforcement (Controllo Immigrazione e Frontiere)?
Negli USA, a partire da Minneapolis, dove questi energumeni mafiosi, camuffati e impuniti, guardia personale del sovrano e garanti del suo potere assoluto, hanno dato spettacolo sparando in testa a una donna inerme e inoffensiva al volante. Poi, di fronte alla reazione di quanto rimane di etico e giusto negli USA tartassati da presidenti felloni, procedono da giorni a massacrare di botte, spray urticante e arresti chi si ritrovano a portata di abuso.
Due giorni prima che scrivessi di questa correttamente rinominata Gestapo (polizia nazista che impallidisce davanti all’ICE), il suo Obersturmfuehrer ne esaltava funzione e comportamento, compresi i quasi 7.000 arresti e i 31 uccisi. Il fascistone truculento nella Casa Bianca li ha elogiati per questo, ne ha promesso l’impiego ovunque si manifestassero degli “Antifa” (entità onirica di sua invenzione) e ha minacciato la guerra interna, con tanto di forze armate (costituzionalmente non utilizzabili sul territorio nazionale), al governatore del Minnesota e al sindaco di Minneapolis, e a tutti i loro emuli che volessero far valere le celebrate checks and balances della Costituzione americana.
I ministri Piantedosi e Crosetto, la premier Meloni, e anche un po’ il ministro dell’Istruzione (e del merito! Sennò fuori dalle palle) Valditara, non vedono l’ora. Nel nostro piccolo…
Uno striscione sotto il quale ho avuto l’onore di parlare a Torino c’era scritto “Que viva Askatasuna!”

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
di Gentili, F. Giusti, S. Macera
La tesi di fondo del libro di Emiliano Brancaccio, Raffaele Giammetti e Stefano Lucarelli[1], scritto tre anni fa e oggetto di ampio dibattito, collegava la tendenza alla centralizzazione del capitale con la distruzione della democrazia e la ripresa delle politiche di guerra. La tesi del libro veniva poi ripresa da Stefano Lucarelli ne “Il Tempo di Ares” (edito nel 2025), ove si analizzava l’ascesa dei creditori, ovvero di quei paesi che oltre al controllo delle materie prime sono riusciti ad acquisire e sviluppare nuove tecnologie con risultati economici fino a pochi anni fa impensabili, che hanno poi utilizzato i grandi ricavi ottenuti per aumentare le spese militari. Dal punto di vista della comunicazione politica, questi autori hanno avuto il merito di cogliere le cause materialistiche della guerra proponendo una suggestiva divisione del mondo in due blocchi: da un lato i paesi debitori – ossia Usa e Gb, con la Ue al traino –, impegnati a difendere la loro vecchia egemonia con ogni strumento possibile – inclusi il protezionismo e il ricorso alle armi –, dall’altro l’ emergente blocco imperialista “dei creditori” a guida cinese, che coinvolge russi e paesi asiatici, disposti anche a ricorrere alla guerra e al riarmo contenendo il monopolio occidentale. In conclusione, i tre autori hanno ricercato nell’economia le cause della guerra, riprendendo le categorie marxiane per una analisi del capitalismo. E questo approccio guida, nel nostro piccolo, anche l’analisi che andiamo a fare.
Riarmo e speculazione
Chi voglia investire in Borsa ha di fronte a sé una allettante possibilità: acquistare dei pacchetti di titoli del settore militare, gran parte dei quali relativi a imprese di armi con rendimenti in rapida crescita. I risultati delle speculazioni finanziarie legate alle imprese di armi europee, del resto, presentano performances decisamente migliori dei titoli legati alle multinazionali Usa e le prospettive per gli anni a venire si presentano altrettanto positive.
A trainare l’aumento degli utili in borsa è la tendenza sempre più spiccata alla guerra e al Riarmo, ma il buon risultato per le imprese Ue deriva nello specifico dall’incremento dei backlog (nuovi ordinativi) dagli eserciti Nato. Il Riarmo genera domanda, produzione, utili in borsa, ma anche la trasformazione di parti dell’economia civile in militare.
Dai droni allo scudo
L’Alleanza Atlantica è infatti una garanzia di affari per i titoli azionari del comparto Difesa, sebbene nei prossimi due anni la loro crescita non dovrebbe essere uniforme: verranno premiate soprattutto le aziende che hanno investito maggiormente in tecnologie innovative e si sono specializzate in specifici settori (droni, AI, sensoristica). Non a caso sul portale del Ministero della Difesa è stato pubblicato uno spot per la produzione di droni a uso civile e militare (le famigerate tecnologie duali), in nome di resilienza, sicurezza e autonomia strategica.[2]
A beneficiare del Riarmo saranno non solo le grandi imprese di armi ma anche quelle di piccole dimensioni che hanno optato per le specializzazioni produttive indotte dalle nuove tecniche di guerra. Specializzazioni capaci di attrarre finanziamenti pubblici e privati e tali da poter essere utilizzate in qualche modo anche in ambito civile (non casualmente, sempre più spesso sulla stampa economica si parla della necessità di potenziare le tecnologie duali). Prendiamo come esempio il programma Golden Dome,[3] che nel corso degli ultimi due anni ha ricevuto sempre maggiori finanziamenti: dai 25 miliardi iniziali siamo arrivati, a fine 2025, a quasi 180. Tale scudo missilistico rappresenta un sistema bellico complesso, una sorta di architettura della guerra che mette insieme radar, intercettori, software, l’intero ambito della cyber-resilience. Se le commesse aumentano anche il peso specifico di queste componenti crescerà a sua volta, trainando non solo il settore della Difesa: i benefici in termini di fatturato saranno ad appannaggio di tutte quelle aziende che, a vari livelli, partecipino alla realizzazione di questi sistemi. Per esemplificare: si va dall’informatica alle telecomunicazioni, dall’Intelligence ai satelliti, e poi alla sensoristica e a una miriade di altri ambiti. Il punto è che il successo di un sistema di guerra avvantaggia tutte le aziende – spesso invisibili e microscopiche – che si nascondono dietro alle grandi multinazionali: a esse vengono affidate ricerche e produzioni relative a piccole parti dell’intero sistema, nel contesto di una complessa e variegata filiera di guerra che sfugge ai nostri occhi.
Ipotizziamo un investimento in Borsa?
Ipotizziamo ora un investimento in Borsa su titoli in crescita; sia chiaramente legati alla produzione di armi, sia su aziende apparentemente neutre che risultino però cruciali per la progettazione o la produzione di sistemi bellici. All’investitore le banche potrebbero ad esempio consigliare un pacchetto già definito con fondi di investimento ad alto rischio, quotati in una borsa europea ma tra loro diversificati, ma in alternativa potrebbe arrivare direttamente un’offerta da parte di un broker o di istituti finanziari interessati al successo di titoli azionari legati alle armi.
E allora la nostra – sia pur parziale e sintetica – descrizione delle mire speculative che vi sono attorno al Riarmo può esser forse d’aiuto per comprendere il rapido riposizionamento degli investimenti occorso a partire dalla guerra in Ucraina in poi: si tratta di un processo che ha visto l’ascesa di alcune imprese a discapito di altre, e in cui complessivamente si segnala un maggior successo in Borsa dei titoli legati alle multinazionali di guerra europee rispetto a quelle statunitensi.
Non vi sarà un effetto prorompente in termini di aumento dei volumi di produzione, in grado di fermare la crisi mitteleuropea della manifattura: si tratta indubbiamente di un fattore di controtendenza, ma interi settori industriali saranno, lo stesso, irrimediabilmente perduti.[4]
La Ue di guerra
Poche settimane or sono il Parlamento ha approvato in via definitiva, con 457 voti favorevoli, 148 voti contrari e 33 astensioni, il regolamento a supporto del primo Programma Europeo per l'Industria della Difesa (EDIP). Gli obiettivi sono a dir poco ambiziosi e prefigurano un grande salto tecnologico e la nascita del polo industrial-militare europeo, giudicato indispensabile per la difesa comune del Vecchio Continente. Questo documento nei fatti spiana la strada alla difesa militare comunitaria, accelera nella trasformazione delle catene di approvvigionamento, si serve di generosi finanziamenti che accresceranno il debito comune saccheggiando persino i fondi inizialmente destinati ad altri capitoli di bilancio (ad esempio quelli non spesi del PNRR). Per giustificare questo sforzo rilevante il Parlamento europeo ha puntato sulla ripresa economica dei paesi Ue e così, per favorire l'acquisto di prodotti per la difesa europei, il costo dei componenti provenienti da paesi terzi non associati non potrà superare il 35 % della stima del costo totale.
La Difesa in Italia
Per quanto concerne l’Italia, la Difesa viene trainata soprattutto dall’industria aeronautica e, in secondo luogo, da quelli aerospaziale e navale. Fa invece scalpore che, come sostenuto dallo studioso Giorgio Beretta in un saggio del 2023,[5] il peso dell’industria delle armi nell’economia italiana vada ridimensionato. Riferendosi ai dati dell’Anpam[6] egli ha precisato che il giro d’affari di armi e munizioni comuni equivale a quello dell’industria del giocattolo. Di più: la stessa produzione di armi a scopo militare, ritenuta indispensabile da tanti commentatori economici, anche considerata assieme al suo indotto impiega «solo il 3,8% di tutti gli occupati nel settore manifatturiero».[7] E, cosa ancor più importante, non produce che lo 0,6% del Pil italiano. Tuttavia, pur senza assumere il carattere determinante che, in modo interessato, già gli attribuiscono certi opinionisti, nell’arco di qualche anno le dimensioni di questo controverso settore potrebbero non solo aumentare – e in modi significativi – ma assegnare sempre maggiore forza agli apparati militari e di polizia. Peraltro la filiera militare potrebbe darsi un’articolazione inedita, collocando in una sorta di invisibilità diversi suoi settori, sempre nel nome di quella sicurezza nazionale ed internazionale dietro alla quale si celano processi involutivi della democrazia e interessi di guerra interna ed esterna.
Intanto, negli ultimi cinque anni l’Europa ha raddoppiato la spesa per la difesa. O, volendo essere fiscali – e tenendo quindi conto dell’inflazione –, potremmo dire che si sia registrato quasi il 70% di spesa in più, segnando con ciò un rapporto spesa/Pil per la prima volta sopra il 2%. Si tratta di un continuo finanziamento pubblico alle imprese di guerra che non produce vera crescita nei paesi interessati, avvantaggiando solo specifiche frazioni capitalistiche.
In conclusione, per quanto possa sembrare paradossale va colto un elemento di novità anche per quanto concerne le politiche economiche e fiscali: i cantori indefessi delle politiche di austerità e di rigido controllo del debito pubblico si sono infatti trasformati nei fautori dell’indebitamento attraverso le politiche di Riarmo. Lor signori hanno affamato popoli imponendo draconiane politiche di tagli alle spese sociali e oggi, invece, promuovono l’accrescimento del debito pubblico. E non certo a favore della sanità o dell’istruzione, ma ad esclusivo vantaggio degli investimenti militari.
[1][1] E. Brancaccio, R. Giammetti, S. Lucarelli, La guerra capitalista. Competizione, centralizzazione, nuovo conflitto imperialista. Milano: MIMESIS, 2022.
[2] https://www.difesa.it/primopiano/informazioni-difesa-lo-sciame-e-lo-scudo/87140.html.
[3] https://www.lockheedmartin.com/en-us/capabilities/missile-defense/golden-dome-missile-defense.html.
[4] https://www.weaponwatch.net/2025/08/26/lindustria-delle-armi-in-europa-e-il-suo-impatto-sul-lavoro/.
[5] G. Beretta, Il paese delle armi. Falsi miti, zone grigie e lobby nell’Italia armata, Altreconomia, 2023.
[6] Associazione Nazionale Produttori Armi e Munizioni sportive e civili.
[7] Redazione «la Difesa del Popolo», In Italia, la produzione di armi vale quanto quella dei giocattoli, 8 Marzo 2023, in https://www.difesapopolo.it/in-italia-la-produzione-di-armi-vale-quanto-quella-dei-giocattoli/.
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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
Dopo la cosiddetta “guerra dei 12 giorni”, l’Iran è stato bersaglio di una vasta operazione di destabilizzazione coordinata dall’estero. Secondo una dichiarazione dell’Organizzazione di Intelligence dei Guardiani della Rivoluzione (IRGC), un “centro di comando nemico” composto da servizi segreti di dieci Paesi ha pianificato attentati, rivolte interne e pressioni mediatiche con l’obiettivo di minare l’integrità geografica e l’identità nazionale della Repubblica Islamica.
Le proteste, iniziate a fine dicembre con rivendicazioni economiche legate alla svalutazione del rial, sono poi state progressivamente infiltrate da gruppi armati e reti terroristiche, sostenute - come denunciato da Teheran - da Stati Uniti e Israele. L’IRGC afferma di aver sventato il piano grazie all’azione congiunta delle forze di sicurezza e alla collaborazione popolare: 735 arresti, oltre 11.000 persone convocate, centinaia di armi sequestrate e decine di soggetti collegati a servizi stranieri identificati. Un ruolo centrale, secondo le autorità iraniane, lo avrebbe avuto anche la guerra dell’informazione.
Emblematico il caso di Noya Zion, cittadina israeliana che ha scoperto di essere stata presentata da Channel 12 come presunta vittima ebrea uccisa durante i disordini in Iran, mentre era tranquillamente a casa sua. Un episodio che ha smascherato la diffusione di notizie false e immagini manipolate per alimentare l’indignazione internazionale.
La Fondazione iraniana per i Martiri e i Veterani parla di 3.117 morti, distinguendo tra civili, forze di sicurezza e terroristi armati, mentre accusa i media occidentali e sionisti di gonfiare e distorcere i dati per trasformare gruppi violenti in “manifestanti pacifici”. Sullo sfondo, emerge un conflitto che va oltre le proteste di piazza: una battaglia per il controllo della narrazione, dove informazione e disinformazione diventano armi strategiche in uno scontro geopolitico sempre più aperto.
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Donald Trump torna a farsi minaccioso contro la Repubblica Islamica dell’Iran. Il presidente statunitense ha dichiarato che gli USA mantengono un dispiegamento navale vicino all’Iran “più grande” di quello utilizzato contro il Venezuela, lasciando intendere una postura di forte pressione nel Golfo e nell’Oceano Indiano. Pur evitando di chiarire quali opzioni siano sul tavolo, Trump non ha escluso la via diplomatica.
Anzi, ha sostenuto che l’Iran sarebbe interessato a un accordo e che i suoi rappresentanti avrebbero contattato più volte Washington, in un contesto segnato da proteste interne e crescenti frizioni regionali. Nella stessa giornata, il Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom) ha confermato il dispiegamento della portaerei USS Abraham Lincoln e del suo gruppo d’attacco in Medio Oriente, ufficialmente per “promuovere sicurezza e stabilità regionali”.
Una formula ricorrente che, agli occhi di Teheran, suona come una minaccia. La risposta iraniana non si è fatta attendere. Il portavoce del Ministero degli Esteri, Esmail Baqaei, ha affermato che la presenza della flotta statunitense non intaccherà la determinazione dell’Iran a difendersi, avvertendo però che tale dispiegamento rischia di aumentare l’insicurezza per tutti i Paesi della regione.
Ancora una volta, il confronto si gioca sul filo sottile tra deterrenza militare e diplomazia forzata.
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Il segretario generale della NATO Rutte è intervenuto oggi in audizione al Parlamento europeo. E in un passaggio molto significativo del suo intervento ha deciso di umiliare totalmente quell'esperimento fallito noto come Unione Europea. Rivolgendosi ai parlamentari che gli chiedevano sulla necessità di affrancarsi dai deliri attuali dell'amministrazione Trump e di assumere una posizione più incline agli interessi europei che quelli Usa, Rutte ha senza mezzi termini affermato che l'Europa può solo sognare di potersi difendere senza gli Stati Uniti: "Se qualcuno qui pensa, ancora una volta, che l'Unione Europea o l'Europa nel suo complesso possano difendersi senza gli Stati Uniti, continui a sognare".
Altro che 5%, in quel caso non basterebbe il 10% del Pil speso per la difesa. "Senza lo scudo nucleare Usa parliamo di miliardi e miliardi".
Queste le sue parole con i sottotitoli in italiano.
VIDEO:
Data articolo: Mon, 26 Jan 2026 22:00:00 GMTIl segretario generale della NATO Rutte afferma che l'Europa può solo sognare di potersi difendere senza gli Stati Uniti:
— l'AntiDiplomatico (@Lantidiplomatic) January 26, 2026
"Se qualcuno qui pensa, ancora una volta, che l'Unione Europea o l'Europa nel suo complesso possano difendersi senza gli Stati Uniti, continui a sognare". pic.twitter.com/0pXfwRuCPR
Una ragazza israeliana ha scoperto in diretta che il canale televisivo israeliano Channel 12 stava trasmettendo una sua foto in un servizio in cui si annunciava la morte di "quattro ebrei giustiziati dal regime iraniano durante le proteste in Iran".
E ha deciso di rispondere pubblicando un video che sta diventando virale sui social: "Sono qui, sono viva, sono seduta a casa mia e tra mezz'ora andrò ad allenarmi". "Non sono mai stata in Iran in vita mia". "La mia foto è stata trasmessa come se fossi stata giustiziata".
Sipario.
Data articolo: Mon, 26 Jan 2026 22:00:00 GMTUna donna israeliana ha scoperto che il canale televisivo israeliano Channel 12 aveva trasmesso una sua foto in un servizio in cui si affermava che era "una dei quattro ebrei giustiziati dal regime iraniano durante le proteste in Iran".
— l'AntiDiplomatico (@Lantidiplomatic) January 26, 2026
Lei ha risposto pubblicando un video in… pic.twitter.com/Tc8sTFvNYe
di Agata Iacono
di Michelangelo Severgnini

Pubblichiamo dal canale di Michelangelo Severgnini una testimonianza diretta da Gaza di fondamentale importanza. Se vivessimo in un sistema democratico che garantisce il pluralismo dell'informazione sarebbe rilanciata da giornali nazionali e TG.



di Federica Cresci - Cuba Mambi' Gruppo di Azione Internazionalista
Trump oggi parla di Cuba senza più maschere. Non usa più soltanto la retorica dei diritti e della democrazia per giustificare la pressione occidentale sull’isola. Dice apertamente ciò che per decenni è stato perseguito con altri linguaggi: piegare Cuba sul piano economico fino a costringerla alla resa. Ed è proprio questo il punto politico. Trump non inventa nulla. Rende esplicito e rivendicabile un metodo che gli Stati Uniti applicano contro Cuba dal trionfo della Rivoluzione e dalla scelta di sovranità compiuta dal popolo cubano.
Nel gennaio 2026 questa linea non resta un sottotesto. Diventa una minaccia dichiarata e diventa un messaggio rivolto al mondo. Si è parlato perfino dell’ipotesi di un blocco navale per fermare le importazioni di petrolio a Cuba. Sarebbe un salto di qualità non solo economico ma anche geopolitico e militare. Nel frattempo si è già visto un effetto immediato e concreto. Paesi terzi che iniziano a fare marcia indietro sulle forniture energetiche per paura di ritorsioni statunitensi. In questa storia l’ordine del mondo resta sempre lo stesso. Quando Washington minaccia gli altri si adeguano e chi paga è Cuba.
Ma questa storia non nasce oggi e non nasce con Trump. Chi vuole davvero capire la guerra contro Cuba deve partire da un documento statunitense del 1960 e non da un comizio. Il memorandum Mallory del Dipartimento di Stato è una delle prove più importanti perché chiarisce l’obiettivo senza ambiguità. Negare risorse economiche denaro e forniture per creare difficoltà sociali e spingere verso disperazione e cambio di governo. È la logica dello strangolamento economico come strumento politico. Non è una lettura cubana. È scritto nei documenti della politica estera americana.
Poi quella strategia diventa legge struttura sistema. Il blocco economico commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti a Cuba viene formalizzato e reso totale nel febbraio 1962 sotto la presidenza di John F. Kennedy. Kennedy è uno di quei presidenti che nel racconto occidentale anche in Italia viene spesso elevato a simbolo di democrazia modernità e valori liberali. Eppure è proprio quel mito della democrazia che firma un provvedimento di strangolamento economico contro un popolo con l’obiettivo politico di piegarne la sovranità.
Da quel momento in poi Cuba vive in un contesto che assomiglia a una condizione permanente di assedio. E non si parla solo di sanzioni. Si parla di terrorismo sabotaggi attentati guerra sporca e destabilizzazione. Anche qui bisogna essere chirurgici. Non serve elencare tutto. Bastano alcuni fatti che nessuno può cancellare. Il 6 ottobre 1976 un aereo di linea cubano il volo Cubana 455 viene distrutto da una bomba. Muoiono 73 persone. Nel 1997 si registra una campagna di bombe contro hotel e luoghi turistici a L’Avana. Muore Fabio Di Celmo cittadino italiano e ci sono feriti. È un caso simbolico perché non colpisce un governo. Colpisce l’economia civile colpisce persone innocenti. La strategia è creare paura colpire il turismo colpire la vita quotidiana e quindi colpire il paese come corpo sociale.
Poi c’è l’ossessione storica per eliminare Fidel Castro. Anche qui è inutile romanzare. È una storia di Stato e non una leggenda. Guinness World Records registra un record legato al maggior numero di attentati falliti attribuendo a Castro 638 tentativi sulla base delle dichiarazioni di Fabián Escalante ex capo dei servizi cubani. Chi vuole ridurre questa vicenda a una fantasia tropicale dovrebbe avere il coraggio di guardare cosa è stata davvero la Guerra Fredda nel continente americano. Un campo di battaglia e non un talk show. E per Cuba questa non è mai stata una metafora. È stata una condizione reale di guerra.
Se qualcuno pensa che tutto questo appartenga al passato basta guardare il presente. Nelle ultime settimane abbiamo visto un episodio gravissimo. Decine di cubani morti in Venezuela in un’operazione militare statunitense mirata a catturare Nicolás Maduro. Questo fatto racconta qualcosa di essenziale. L’idea che Cuba sia dentro un conflitto regionale permanente non è un’invenzione ideologica. Cuba nel bene e nel male viene trattata come un nemico strategico in una partita continentale. Ed è in questo contesto che le parole di Trump assumono un senso sinistro. Il blocco navale non sarebbe una punizione. Sarebbe l’ennesimo capitolo di un conflitto che prosegue per altre vie.
Eppure per anni una parte fondamentale del discorso occidentale ha cercato di coprire questa guerra con un abito presentabile. Il blocco economico commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti a Cuba e la pressione economica non venivano raccontati come guerra. Venivano raccontati come difesa della libertà sostegno ai diritti umani promozione della democrazia. Questo è il punto dove entra in gioco la responsabilità politica del centrosinistra europeo e italiano. Non perché abbia inventato l’assedio ma perché lo ha reso moralmente accettabile trasformandolo in una narrazione virtuosa. Gli Stati Uniti come esportatori di democrazia e Cuba come dittatura da isolare colpire delegittimare.
Per decenni Cuba ha denunciato lo strangolamento economico commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti. Ha denunciato i piani di destabilizzazione le interferenze gli attentati e la guerra sporca. Ha denunciato che l’obiettivo non era migliorare i diritti umani ma piegare un paese sovrano fino alla resa farlo collassare dall’interno e imporre un cambio di regime. Eppure ogni volta che Cuba diceva questo una parte del centrosinistra occidentale lo liquidava come propaganda della dittatura castrista. Come se la denuncia dell’assedio fosse solo una narrazione difensiva e non il racconto di una realtà storica. Come se l’aggressione fosse un’invenzione e come se la guerra economica fosse un modo per giustificarsi.
Oggi però gli Stati Uniti si tolgono la maschera e lo dicono loro stessi senza più il bisogno di fingere. Lo dicono quando minacciano apertamente di togliere petrolio risorse e ossigeno economico. Lo dicono quando si parla perfino di blocchi navali. E lo dicono adesso che Fidel non c’è più proprio nel momento in cui qualcuno sperava di riscrivere la storia e far sparire le responsabilità. A questo punto la domanda diventa inevitabile. Come si giustifica oggi quel centrosinistra che per anni ha definito menzogna ciò che era un fatto e ha chiamato democrazia ciò che era coercizione.
Aveva ragione Fidel quando disse “La storia mi assolverà”. La storia assolve Cuba ma non assolve i traditori.
In Italia questa dinamica non è un’impressione. È documentata. Il 26 maggio 2003 nel pieno dello scontro internazionale sull’isola i Democratici di Sinistra promuovono un’iniziativa pubblica dal titolo chiarissimo. La realtà cubana e l’opposizione democratica dentro Cuba. Tra i protagonisti compaiono Marina Sereni e Donato Di Santo figure centrali dell’area DS che poi confluirà nella storia del PD. All’epoca Marina Sereni era una dirigente DS con responsabilità politiche e internazionali. Negli anni successivi sarebbe diventata una figura nazionale del Partito Democratico e anche Vice Ministra agli Affari Esteri nei governi Conte II e Draghi. Donato Di Santo dirigente DS responsabile per l’America Latina avrebbe poi ricoperto ruoli istituzionali come sottosegretario agli Esteri e oggi è segretario generale dell’Organizzazione Internazionale Italo Latino Americana IILA. Non stiamo parlando di commentatori. Stiamo parlando di persone che allora e oggi si muovono tra politica istituzioni e politica estera.
Ancora più rilevante è ciò che avviene nelle sedi istituzionali. Il 5 dicembre 2006 alla Camera dei Deputati nel Comitato permanente sui diritti umani della Commissione Esteri vengono auditi esponenti dell’opposizione cubana. Osvaldo Alfonso Valdés Joel Brito e Michele Trotta legato al Movimiento Cristiano de Liberación nell’area di Oswaldo Payá. Non è un dettaglio. Significa portare la dissidenza cubana dentro il Parlamento come fonte privilegiata di verità morale sul paese. Significa costruire l’immagine di una Cuba ridotta a carcere e di un Occidente investito del ruolo salvifico.
In quello stesso perimetro politico istituzionale si collocano anche altri nomi e passaggi che mostrano continuità tra DS e PD. Il Comitato sui diritti umani della Commissione Esteri negli anni viene guidato da figure come Pietro Marcenaro e Furio Colombo esponenti riconducibili al campo del centrosinistra. Nel 2009 nella stessa sede parlamentare Valdés viene ascoltato di nuovo con interventi di deputati del Partito Democratico come Mario Barbi e Matteo Mecacci. In parallelo nello spazio pubblico e mediatico l’opposizione cubana viene trattata come simbolo di libertà. E quando negli anni successivi emergono figure come Yoani Sánchez entrano nel circuito politico occidentale come icone non per un confronto reale e complesso con la società cubana ma come strumenti di una narrazione già scritta.
La stessa cornice morale viene alimentata e sostenuta da una rete di iniziative e campagne che in Italia hanno avuto un’intersezione evidente con l’area radicale. Il Partito Radicale e figure dell’area radicale hanno storicamente costruito campagne sul tema Cuba in chiave di dissidenza e denuncia del regime. In quel contesto questi temi trovavano spesso una sponda nel mondo del centrosinistra istituzionale che accettava la narrazione e la faceva entrare nei luoghi ufficiali legittimandola.
Accanto alla politica istituzionale si sviluppa poi una vera guerra mediatica spesso parallela e spesso più velenosa che accompagna e prepara il terreno culturale su cui quelle scelte diventano naturali. Qui non si parla più solo di governi e Parlamento. Si parla di penne titoli campagne parole che costruiscono senso comune. E in quel contesto non si possono ignorare alcuni nomi che hanno inciso per anni nel racconto italiano su Cuba. Omero Ciai e Angela Nocioni entrambi legati al mondo dell’informazione di area progressista. Ciai è stato a lungo associato a reportage e letture fortemente ostili ai governi rivoluzionari latinoamericani e in ambienti militanti veniva persino soprannominato con sarcasmo Omero Cia, fu inviato de l'Unita' all'Avana, successivamente passo' a Repubblica. Nocioni è stata al centro di polemiche durissime per articoli su Cuba e Venezuela che in quell’epoca scatenarono reazioni di rabbia e contestazione in ambienti della sinistra radicale.
Un passaggio emblematico riguarda il quotidiano Liberazione storica voce di Rifondazione Comunista quando fu diretto da Piero Sansonetti. In quel periodo proprio per alcuni articoli giudicati ostili a Cuba ci furono proteste pubbliche e contestazioni con militanti filocubani che arrivarono persino a manifestare sotto la sede del giornale. E Piero Sansonetti che allora era direttore di Liberazione oggi risulta direttore de l’Unità.
Il punto qui non è negare che a Cuba esistano contraddizioni e problemi. Il punto è la selezione politica di ciò che viene definito diritto umano e ciò che viene cancellato dal discorso. Quando un paese viene strangolato economicamente per decenni quando gli vengono ostacolate transazioni investimenti importazioni carburante servizi quando l’obiettivo dichiarato storicamente è creare disgregazione sociale e collasso allora parlare solo di diritti in astratto è una falsificazione. È un discorso monco. È propaganda. È la costruzione di una morale fittizia che serve a coprire una guerra.
E in questa falsificazione entra un altro elemento che non può essere ignorato. I programmi di promozione della democrazia il finanziamento di progetti e media mirati su Cuba la costruzione di un ecosistema di opposizione sostenuto dall’estero. Anche qui bisogna essere precisi. Non serve gridare CIA come slogan. Basta dire quello che è verificabile. Esistono programmi e finanziamenti statunitensi rivolti a iniziative Cuba focused e il governo cubano da decenni li interpreta come una forma di ingerenza e destabilizzazione. Questa non è una questione morale. È una questione geopolitica. Mentre si parla di società civile si esercita potere politico attraverso leve economiche e comunicative. La differenza tra aiuto alla libertà e ingerenza è spesso solo la prospettiva di chi guarda. Ma per Cuba con una storia di attentati sabotaggi bombe e guerra economica quell’ingerenza non è neutra. È un pezzo della stessa aggressione.
E qui arriva il nodo. Trump oggi dice ciò che la politica statunitense ha sempre fatto ma lo dice senza più necessità di travestimenti. Dice taglio risorse soffocamento pressione totale. E in questa chiarezza brutale si vede anche la colpa del falso centrosinistra occidentale. Quello che per decenni ha accompagnato queste politiche con parole pulite ha costruito un consenso morale attorno a un’operazione di guerra economica ha trasformato l’assedio in virtù e la resistenza in colpa. Il centrosinistra italiano ed europeo che si è inginocchiato a questa cornice non è ingenuo. È responsabile. Perché la sua funzione storica non è stata opporsi all’impero ma renderlo presentabile.
E questa responsabilità non riguarda solo Cuba. È un metodo che il centrosinistra occidentale ripete anche su altri paesi dell’America Latina come il Venezuela. Anche lì si costruisce una narrazione moralista e selettiva dove l’aggressione economica e la destabilizzazione vengono coperte da parole pulite e da un linguaggio umanitario che in realtà prepara il terreno alla destra e alle sue opzioni più brutali. Anche lì si santificano figure utili alla propaganda del momento e si tace su ciò che non conviene raccontare.
Lo si è visto anche con vicende recenti trasformate in operazioni mediatiche e politiche. Si è arrivati a presentare come simboli limpidi persone che in un altro contesto verrebbero trattate con molta più prudenza. Mario Burlò per esempio è rientrato in Italia dopo la detenzione in Venezuela e ad attenderlo non c’era solo l’abbraccio dei media ma anche la realtà dei suoi conti giudiziari. È stato assolto in Cassazione dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa ma era ed è coinvolto in procedimenti legati ad altri reati e a questioni fiscali collegate al fallimento dell’Auxilium Basket. E questo non viene raccontato quando serve costruire un santo da spendere contro un governo nemico. Viene nascosto e rimosso perché rompe la fiaba.
La destra imperialista e aggressiva la riconosci subito. È il nemico dichiarato. Ma il centrosinistra che si dice progressista e poi legittima la stessa logica la stessa pressione lo stesso sistema di menzogne e omissioni è più pericoloso perché lavora dall’interno del linguaggio morale. È quello che ti parla di diritti mentre accetta la fame come strumento politico. È quello che ti dice democrazia mentre normalizza il blocco economico commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti a Cuba. È quello che ti presenta i dissidenti come santi in automatico senza mai chiedersi quale macchina politica li seleziona li premia li amplifica li usa.
La verità oggi è che non c’è nulla di nuovo per Cuba. Cuba è in guerra da sempre o meglio è costretta a vivere dentro uno stato di guerra permanente fatto di blocchi economici sabotaggi attentati interferenze pressioni diplomatiche e ora perfino minacce di misure di tipo militare come il blocco navale. Ciò che cambia è solo il grado di ipocrisia con cui l’Occidente si racconta. Trump sta facendo saltare l’ultimo velo. E proprio per questo chi oggi in Europa e in Italia continua a ripetere la stessa narrativa automatica la stessa demonizzazione la stessa propaganda a senso unico dovrebbe provare vergogna. Perché non è solo un errore di analisi. È un contributo concreto alla costruzione di un mondo che scivola sempre più a destra sempre più violento sempre più spudorato.
Cuba non ha bisogno di santificazione e nemmeno di silenzi sui suoi problemi. Ma ha il diritto di non essere strangolata. Ha il diritto di non essere piegata con la fame. Ha il diritto di non essere bersaglio di terrorismo e destabilizzazione. E se oggi Trump dice apertamente ciò che è stato fatto per decenni la domanda politica finale è semplice. Chi ha preparato il terreno perché questa brutalità diventasse normale. Non solo la destra. Anche quel centrosinistra che in nome della falsa democrazia americana ha legittimato la guerra contro un popolo trasformandola in lezione morale. E oggi quei nodi arrivano al pettine. L’impero non ha più bisogno di maschere e chi lo ha aiutato a indossarle adesso non può fingere di essere innocente.