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IN PRIMO PIANO
L’Iran smonta la "narrazione umanitaria" occidentale

Teheran risponde alla campagna mediatica occidentale sui disordini di gennaio pubblicando l'elenco ufficiale delle vittime, che conferma circa 3.100 decessi. Le autorità iraniane denunciano una deliberata inflazione dei numeri - da 6.000 a 80.000 morti, privi di alcun riscontro - definendola un tentativo di creare un pretesto per interventi esterni, sullo schema già visto in Iraq, Libia e Siria.

Il Presidente Masoud Pezeshkian, nell'annunciare i dati, ha sottolineato la volontà di "chiudere la porta alle falsificazioni", sfidando i critici a fornire un solo nome verificato non incluso nelle liste ufficiali. Il governo attribuisce la svolta violenta delle proteste inizialmente pacifiche a gruppi armati finanziati da servizi esteri, citando esplicite ingerenze statunitensi e israeliane.

Parallelamente, Pezeshkian ha compiuto una mossa diplomatica, incaricando il ministro degli Esteri di avviare negoziati con gli Stati Uniti, a condizione che si svolgano in un clima "rispettoso e libero da minacce". Un'apertura cauta, che subordina il dialogo al pieno rispetto degli interessi nazionali iraniani e mentre il paese respinge qualsiasi negoziato sul suo programma missilistico e nucleare.

La doppia mossa - trasparenza sui fatti interni e disponibilità al dialogo estero, ma senza cedimenti - riflette la lezione appresa dalle crisi regionali: per Teheran, le argomentazioni umanitarie occidentali sono spesso il preludio a interventi destabilizzanti. L'obiettivo è chiaro: smontare la narrazione avversaria e trattare da una posizione di forza, scongiurando il destino di altri Stati della regione.

 


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Data articolo: Wed, 04 Feb 2026 06:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Il "Far West" di Epstein: traffico, abusi e laboratori per "bambini su misura" in Ucraina

Nuove email del Dipartimento di Giustizia USA rivelano che Jeffrey Epstein, oltre al traffico sessuale, finanziò ambiziosi e inquietanti progetti scientifici in Ucraina, sfruttando la deregolamentazione del paese. Nel 2018, il finanziere promosse in segreto un'iniziativa per creare "bambini designer", garantendo fondi al transumanista Brian Bishop.

"Non posso fare nulla dove si applicano le regole statunitensi", scrisse Epstein, indicando l'Ucraina come base operativa ideale. I test, che prevedevano microiniezioni genetiche sui testicoli di topi, si svolgevano presso l'Istituto di Gerontologia di Kiev. L'Ucraina rappresentava per Epstein un crocevia perfetto: non solo per la ricerca borderline, ma anche per il traffico di esseri umani.

Passaporti di donne ucraine furono trovati nelle sue proprietà ed email ne attestano lo sfruttamento a favore di clienti facoltosi. Il paese, descritto come un "far west" per il depravato, offriva un ecosistema di illegalità su vasta scala, dal commercio di organi fino ai controversi laboratori biologici finanziati dagli USA.

Epstein intravide nell'instabilità post-Maidan un'occasione, incontrando persino Volodymyr Zelensky nel 2019. La sua morte ha interrotto i piani, ma non ha cambiato la natura del terreno di gioco che li aveva resi possibili.

 


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Data articolo: Wed, 04 Feb 2026 06:00:00 GMT
OP-ED
Botte da orbi


di Marco Travaglio - Il Fatto Quotidiano, 3 febbraio

Quando un poliziotto viene picchiato da un manifestante, noi stiamo col poliziotto. Esattamente come, quando un manifestante viene picchiato da un poliziotto, noi stiamo col manifestante. Stare sempre col picchiato e mai col picchiatore, salvo i casi di legittima difesa, non è un’idea particolarmente originale, anzi è così scontata che non ci sarebbe neppure bisogno di esprimerla. Ma nel manicomio del dibattito politico-mediatico diventa quasi rivoluzionaria, perché c’è chi sta sempre col poliziotto e chi sta sempre col manifestante, qualunque cosa facciano. Poi c’è chi chiede a quanti manifestano pacificamente o non manifestano proprio ma stanno all’opposizione di “prendere le distanze” dai violenti anche se non sanno neppure chi siano, dunque non sono affatto vicini (ergo non possono distanziarsene). Di solito chi viene invitato a prendere le distanze da gente distantissima da sé subisce il ricatto morale e ne prende le distanze. Ma non basta mai, perché chi gliel’ha intimata giudica insufficiente la sua presa di distanze e ne pretende una seconda più distanziata della prima. Servirebbero degli infermieri che lo portino via, ma sono impegnati a medicare il tizio picchiato, di cui non frega una mazza a nessuno se non per usarlo nella polemichetta di giornata.
 
A quel punto scatta la richiesta di cambiare le leggi perché picchiare il prossimo, specie se poliziotto, è una cosa brutta: non si fa. Il fatto che il Codice penale, scritto nel 1930 da Alfredo Rocco, ministro del governo Mussolini, punisca severamente chi picchia il prossimo, specie se poliziotto, da 96 anni esatti, e che lo punisse già il Codice Zanardelli del 1890, non conta. Appena un manifestante picchia un poliziotto (più raramente nel caso inverso) si invoca una “riforma” per impedire che il fattaccio si ripeta. Poi naturalmente il fattaccio si ripete, perché la violenza nella società non dipende dal fatto che non sia proibita, ma dal fatto che la società è violenta, che la politica soffia sul fuoco della violenza perché le conviene coma arma di distrazione di massa, come alibi per reprimere il dissenso, spaventare la gente e relegarla in casa, che mai come in questi anni tutti invocano guerre, armi, blitz, raid e rappresaglie. Solo chi studia la storia sa che oggi le violenze sono infinitamente più blande e rare che negli anni del terrorismo e dell’antagonismo, che evocare le Br è ridicolo e comunque anche l’eversione rossa (e nera: c’era pure quella) fu sconfitta senza leggi straordinarie, ma con lo Stato di diritto. A maggior ragione, possiamo farcela con la sua attuale parodia. Senza nuove leggi, ma dando più mezzi e personale alle forze dell’ordine e alla magistratura, anziché disarmarle e ostacolarle ogni santo giorno. Un’idea così scontata che non ci pensa nessuno.
Data articolo: Tue, 03 Feb 2026 20:40:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Arriva la conferma: Saif al-Islam Gheddafi è stato ucciso in Libia



di Francesco Fustaneo

La conferma pubblica è giunta attraverso un breve annuncio sulla pagina Facebook a lui intitolata: “Apparteniamo a Dio e a Lui torneremo. Il mujahid Saif al-Islam Gheddafi è affidato alle cure di Dio”. Un messaggio lapidario, senza dettagli  ulteriori sulle circostanze.

A seguire, anche Mohamed Abdel-Muttalib Al-Houni, ex consigliere di Gheddafi durante il progetto politico “Libia al-Ghad”, ha preso la parola sui social, denunciando un tradimento: “La mano del tradimento si è tesa e ha assassinato un uomo che amava la Libia e sognava la sua prosperità e rinascita. Lui è Saif al-Islam al-Gheddafi”.

Le dinamiche dell’agguato e l’identità degli esecutori restano completamente oscure. Al momento in cui scriviamo, né il governo con sede a Tripoli né quello di Bengasi hanno rilasciato dichiarazioni ufficiali.

Saif al-Islam, 53 anni, pur non avendo mai ricoperto una carica formale di vertice di governo sotto il padre, ne fu considerato il numero due e il volto pubblico più modernizzante dal 2000 fino alla caduta del regime nel 2011. Catturato dalle milizie di Zintan mentre tentava la fuga dopo la presa di Tripoli, la sua detenzione in una prigione locale divenne l’emblema della frammentazione del potere in Libia.

Rilasciato nel 2017 grazie a una grazia generale del parlamento di Tobruk, aveva da allora mantenuto un profilo discreto ma continuativamente influente, tessendo relazioni dalla sua roccaforte di Zintan. La sua figura restava un potenziale catalizzatore di consenso, ma anche di forti opposizioni, attraverso le divisioni tribali e regionali del Paese.

L’assassinio riaccende i riflettori sulla profonda instabilità libica, a oltre un decennio dalla rivoluzione che portò alla morte di Muammar Gheddafi. La Libia rimane spaccata di fatto  in due tra governi rivali e un mosaico di milizie.

La rimozione violenta di una delle poche figure storiche in grado di attraversare, almeno nominalmente, le fratture del Paese, rischia di aprire un nuovo periodo di tensione. Le prossime ore saranno cruciali per capire se l’episodio resterà confinato a Zintan o diventerà la miccia per un più ampio confronto in un Paese dove la violenza non si è mai sopita.

Data articolo: Tue, 03 Feb 2026 20:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Venezuela, un mese dal sequestro Maduro: il popolo in piazza chiede liberazione

Esattamente un mese fa, nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026, il destino del Venezuela è stato scosso da un criminale assalto militare statunitense. Esplosioni violente hanno squarciato il cielo di Caracas, colonne di fumo oscuro si sono alzate sulla città e una notizia ha colpito come un pugno il popolo venezuelano: il presidente costituzionale Nicolás Maduro e la prima combattente Cilia Flores erano stati sequestrati e condotti negli Stati Uniti. A un mese di distanza, il paese vive tra il ricordo vivido di quegli istanti, una protesta ferma e una speranza incrollabile.

La testimonianza più diretta di quelle ore che precedettero la tragedia arriva dal giornalista Ignacio Ramonet, che aveva intervistato il presidente pochi giorni prima. Ramonet descrive una Caracas calma e festosa nella vigilia di Capodanno, nonostante le minacce e la colossale forza militare dispiegata al largo delle coste venezuelane. Ricorda un Maduro in forma spettacolare, agile e sereno, che guidava personalmente la propria auto senza scorte visibili per le strade della capitale durante l'intervista. Un uomo che, nonostante una taglia di cinquanta milioni di dollari sulla sua testa, insisteva sulla necessità del dialogo con Washington: "Tutto è possibile, tranne lo scontro militare". Ramonet rievoca l'immagine finale di quella serata: il presidente e sua moglie Cilia, soli, amorevoli e fiduciosi sotto il cielo di Caracas, ignari della ferocia che li avrebbe travolti due notti dopo. "Ma per fortuna sono vivi... e torneranno!", conclude con forza il giornalista in un articolo apparso su Telesur.

Oggi, a Caracas, il clamore per il loro ritorno riempie le piazze. In occasione del triste anniversario, una grande marcia attraversa Caracas, convocata dal Partito Socialista Unito del Venezuela. Lavoratori, studenti, movimenti popolari e organizzazioni sociali si riuniscono per percorrere l'Avenida Libertador e l'Avenida Urdaneta, chiedendo a gran voce la liberazione dei loro leader. Nahum Fernández, segretario di Mobilitazione di Strada del Psuv, ha sottolineato come questa mobilitazione sia una dimostrazione di resistenza e lealtà di fronte alle pressioni internazionali. "Scendiamo in piazza con forza e amore, chiedendo il loro ritorno. L'unità è la nostra più grande forza", ha affermato, ribadendo che l'obiettivo principale di questa lotta è il ritorno dei leader e la difesa di un Venezuela libero e sovrano.

 
 
 
 
 
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Un messaggio di struggente forza è arrivato dal figlio del presidente, il deputato Nicolás Maduro Guerra, che ha condiviso pubblicamente il proprio dolore e la propria determinazione. "Un mese senza i tuoi consigli, la tua prontezza di risposta, la tua saggezza... È stato difficile? Sì, molto difficile.", ha scritto, descrivendo un mese di assenza percepita in ogni istante. Tuttavia, dalle sue parole emerge anche una certezza: quella di un popolo preparato da Maduro stesso ad affrontare questa prova, triste ma fortificato dalla sua eredità di serenità. "Papà, continuiamo a vincere nel nome di Dio e tu sarai con noi prima o poi", è la sua speranza, che si chiude con la promessa di un abbraccio futuro per continuare il cammino di Bolívar e Chávez.

La condanna per quello che viene definito un "vile sequestro" e un "attacco contro la nazione" non viene solo dall'interno del paese. La Cina, a un mese di distanza, ha ribadito la sua posizione netta, attraverso il portavoce del Ministero degli Esteri Lin Jian. Pechino ha bollato le azioni statunitensi come "azioni egemoniche" che violano gravemente il diritto internazionale, ledono la sovranità del Venezuela e minacciano la pace nella regione. "La Cina si oppone fermamente a questo", ha dichiarato il portavoce, assicurando il sostegno di Pechino a Caracas nella salvaguardia della propria sovranità e dignità, e impegnandosi a collaborare con la comunità internazionale per difendere i principi delle Nazioni Unite e l'equità internazionale.

Un mese dopo quella notte nefasta, il Venezuela vive quindi una dimensione sospesa, tra il ricordo di una normalità violata e la lotta per ripristinarla. La richiesta di liberazione arriva potente da Caracas, sostenuta dalla memoria di quella serena fiducia mostrata da Maduro e Flores poco prima dell’assalto criminale, e dalla certezza che, come scritto da un figlio e gridato da un popolo, il loro ritorno avverrà "più presto che tardi".

Data articolo: Tue, 03 Feb 2026 19:24:00 GMT
WORLD AFFAIRS
La nuova dottrina militare della Polonia prevede un attacco alla Russia. La risposta del Cremlino



Il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha commentato con durezza martedì la nuova dottrina militare presentata dallo Stato Maggiore polacco, che per la prima volta esorta esplicitamente a prepararsi per attacchi a lungo raggio contro obiettivi chiave in territorio russo.

"Difficilmente ci si poteva aspettare altro dai polacchi", ha dichiarato Peskov. "I sentimenti russofobi, che hanno ormai raggiunto il livello di isteria, continuano a dominare la leadership del paese".

Il portavoce ha aggiunto che la Russia sta facendo "tutto il necessario per garantire la propria sicurezza di fronte ad aspirazioni così aggressive".

La nuova strategia, illustrata dal capo di Stato Maggiore generale Wies?aw Kuku?a secondo quanto riportato dal quotidiano Polityka, rappresenta un cambio di passo significativo. Rispetto al precedente concetto, che prevedeva capacità d'attacco fino a 300 chilometri, il nuovo programma estende il raggio operativo a oltre 1.000 chilometri.

Questo raggio d'azione potenzialmente minaccerebbe non solo le regioni di frontiera, ma anche centri nevralgici come Mosca e San Pietroburgo, oltre a risorse strategiche in profondità nel territorio russo.

La presentazione della dottrina si inserisce in un contesto di tensioni già elevate, come testimoniato dalle recenti esercitazioni NATO di vasta scala in Polonia, tra cui la *Iron Defender-25*.

Data articolo: Tue, 03 Feb 2026 19:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Un racconto parziale. Quello che non torna della macchina di propaganda di Meloni


di Clara Statello  

 

Qualcosa non quadra nella narrazione dominante degli scontri della manifestazione del 31 gennaio a Torino. Non è un discorso di dietrologia o complottismo. È una questione di propaganda e strumentalizzazione. La violenza c’è stata, ma qualcuno ha interesse ad alimentare l’odio, criminalizzare l’opposizione, mettere alla gogna i manifestanti, per creare un clima da anni di piombo e perseguire gli stessi obiettivi: ridurre le libertà e perseguitare quanti osano opporsi a politiche liberticide, di riduzione dei diritti, di macelleria sociale.

I due agenti di polizia sono stati dimessi dall’ospedale domenica stessa, subito dopo la visita della presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

La premier si è recata dopo dieci giorni dalle popolazioni colpite dal ciclone. A Torino dai due poliziotti si è fiondata subito. Si è fatta fotografare con atteggiamento paternalistico: stretta di mani, mano sulla spalla. Lo stato c’è, lo stato sta con le forze dell’ordine, lo stato prenderà provvedimenti.

“Contro di loro martelli, molotov, bombe carta ripiene di chiodi, pietre lanciate con le catapulte, oggetti contundenti di ogni genere e jammer per impedire alla polizia di comunicare”, scrive su Facebook.

“Erano lì per farci fuori”, ha detto un agente – prosegue - Ora sarò chiara. Questi non sono manifestanti. Questi sono criminali organizzati. Quando si colpisce qualcuno a martellate, lo si fa sapendo che le conseguenze possono essere molto, molto gravi. Non è una protesta, non sono scontri. Si chiama tentato omicidio”. Fortunatamente, i due poliziotti tutto sembrano fuorché vittime di un tentato omicidio. Non mostrano grosse ferite o abrasioni, portano l’uniforme in ordine, possenti bicipiti in evidenza e persino gli anfibi ai piedi, sulla brandina, pronti a scattare.

 

Un racconto parziale

Il racconto dei fatti è parziale e a integrarlo ci pensa una giornalista del Manifesto, Rita Rapisardi, in un post di Facebook diventato virale.

“Fortuna vuole che quella scena l‘abbia vista con i miei occhi, ero a cinque metri, ancora più vicina del videomaker che si trovava alle mie spalle”, scrive l’inviata free lance che ha assistito a tutta la scena e ne fa una ricostruzione.

“A quel punto della serata gli scontri stavano andando verso la conclusione, i manifestanti si erano dileguati da corso Regina, quello di Askatasuna, dove si sono svolti per la maggior parte, per scappare verso il lungo Dora attraverso i giardinetti che portano al Campus Einaudi”. Tuttavia c’era ancora tensione “perché le forze di polizia arrivavano da entrambi i lati e la paura era quella di essere chiusi contro i cancelli, motivo per cui alcuni hanno aperto un varco tra le grate”.

La cronista torna in corso Regina Margherita, dove ormai erano rimaste non più di 30 persone:

“Mi affaccio e arrivano lacrimogeni ad altezza uomo (cosa vietata) – scrive - una ragazza di fianco a me viene colpita, un’altro batte sull’angolo del muro e mi sfiora. Indietreggiamo, capisco che da lì sono un bersaglio, quindi torno sul corso e mi nascondo tra le auto. Vedo arrivare da sinistra una squadra di venti agenti in antisommossa che corrono per manganellare quei dieci più vicini, ormai deboli di numero. Uno di questi, esce dallo schieramento, parte da solo e si allontana di 15 metri, per inseguire un paio di persone, mi pare una avesse un’asta in mano. Le inizia a manganellare, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso prendono il poliziotto e lo sbattono via, lui cade a terra e da lì ci sono quei secondi immortalati dal video ormai virale. Perde casco non allacciato e poi i due colpi di martelletto (non martello)”. Mi giro e guardo la squadra, nessuno arriva a salvarlo, eppure l’hanno visto. Intanto da dietro arrivano delle urla, ‘basta, basta, lasciamolo stare’. I militanti si allontanano e finalmente arriva un collega. In due poi lo trascinano via. Doppia ritirata, a quel punto mi allontano anche io, non era rimasto più nessuno”.

In base alla testimonianza, il video avrebbe riportato non un’aggressione, ma la ritorsione all’aggressione di Calista contro gente che si faceva i fatti suoi a fine manifestazione. Tutt’altro che un tentato omicidio.

Sono state rese altre testimonianze sulla violenza della polizia contro i manifestanti. In particolare contro un sessantenne ridotto una maschera di sangue, a cui gli agenti avrebbero negato il soccorso, e contro un giornalista. Questi casi sono stati raccolti da Fanpage.




A cosa mira la propaganda

La manipolazione delle notizie a fini di propaganda è evidente. Il governo ha sfruttato l’occasione per imporre una narrazione che disumanizza i manifestanti, criminalizza la sinistra radicale, per forgiare un’opinione pubblica favorevole a:

  • Limitazioni della libertà di manifestazione e di espressione;
  • Intensificazione della repressione;
  • Riduzione gli spazi politici.

Le tempistiche sono perfette. La strumentalizzazione degli scontri di sabato servirà anche a mobilitare il fronte per il Sì al referendum sulla giustizia.

La polarizzazione

Il governo parla di clima da anni di piombo. È una mistificazione, mai il conflitto sociale è stato così basso come negli ultimi quindici anni. L’odio va solo in una direzione: dall’alto verso il basso. Serve a disumanizzare l’opposizione, a dividere l’opinione pubblica e alimentare l’odio verso un presunto “nemico interno”.

Come cento anni fa, i fascisti utilizzavano gli squadristi per colpire chi osava alzare la testa e intimorire chiunque intendesse farlo (punirne uno per educarne cento), adesso truppe di squadristi virtuali servono le elite al potere con linciaggi mediatici, gogne social, minacce, insulti, persecuzioni contro il comune nemico del momento. Per comprendere di cosa si sta parlando, basta leggere gli attacchi contro chi ha messo in dubbio la versione del governo, come la Rapisardi o Selvaggia Lucarelli. Il governo Meloni ci sguazza in questo clima da guerra civile e lo alimenta.

Data articolo: Tue, 03 Feb 2026 19:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Come le zanzare d’estate in bassa Padania - ALBERTO BRADANINI


di Alberto Bradanini[i]

3 febbraio 2026

 

Le menzogne di regime sono come le zanzare d’estate in bassa Padania, ti aggrediscono da ogni lato: non se ne può più! Secondo la campana della verità nordamericana, che inizia all’alba e ci accompagna fino a notte fonda e il cui suono echeggia – ça va sans dire - in ogni contrada europea, le cose del mondo starebbero così:

a.  l’attuale presidente degli Stati Uniti è persona fine, avveduta, talora un po’ risoluto nei modi, ma nemico della guerra - insignito non a caso del Nobel per la Pace 2025 da tale Maria Corina Machado, invece che dal Comitato norvegese per il Nobel, ma questo dettaglio potrà essere corretto nell’anno di grazia 2026. Certo, si è visto costretto a bombardare sette o otto paesi solo nel suo primo anno di mandato, ma che volete, bisogna pur mettere ordine in un mondo altrimenti destinato alla deriva. Nei modi, poi, è persona gradevole, corretto con ogni interlocutore, di cui rispetta la libertà di scegliere la posizione del missionario o quella a novanta gradi. Il presidente è inoltre scrupoloso del diritto internazionale: mai minaccerebbe, che so, la Danimarca, il Venezuela, Cuba o Panama, men che meno l’Iran, la Cina o la Russia, solo perché non assecondano i suoi capricci e non s’inchinano al suo passaggio. Quanto ai paesi alleati, non si sognerebbe nemmeno lontanamente di imporre dazi pesanti o condizioni insostenibili, tipo il 5% del pil in armi da comprare soprattutto negli Usa. Mai e poi mai farebbe una cosa del genere. E beninteso rispetta pienamente la costituzione del suo paese, anche se non proprio al 100%, come ad esempio ottenere il via libera del Congresso per fare la guerra e imporre dazi al resto del mondo. Ma, signori miei, nessuno è perfetto e poi l’urgenza impone di agire in fretta;


b.  il presidente venezuelano Nicolás Maduro è affiliato al narcoterrorismo, crimine sinora ignoto alla civiltà giuridica del mondo ma non all’effervescenza giurisprudenziale dell’esimio inquilino della Casa cosiddetta Bianca. Del resto, chi potrebbe sorprendersi se per far soldi N. Maduro - fino al 3 gennaio scorso legittimo presidente di un paese che possiede le più ingenti riserve di petrolio del pianeta - invece di rotolarsi su milioni di barili di petroli, preferisce vendere cocaina colombiana sul mercato statunitense? Nessuno beninteso. E la ragione di tale scombinata preferenza, di tutta evidenza, non può essere che il noto rimbambimento cognitivo che colpisce chi si avventura sulla strada del socialismo bolivariano;

c.  alcuni avanzano il sospetto che la profondità etica dell’ottuagenario D. Trump sia il retaggio del tempo trascorso in un convento di carmelitani scalzi protestanti, lontano da ogni tentazione della carne. Impossibile, dunque, prestare credito alle insinuazioni che lo dipingono quale oggetto di ricatto da parte di qualche servizio segreto mediorientale che vuole convincerlo a bombardare l’Iran;


d.  le stesse insinuazioni che dipingono il suo animo sensibile interessato soprattutto al petrolio iraniano (oltre che ad accontentare le guerre israeliane di conquista), mentre tutti sanno che ciò che gli sta a cuore è solo il benessere dei manifestanti di quel paese, come dimostra – per simmetria - la sua sofferta partecipazione alla tragedia delle vittime massacrate a Gaza. Se poi dovesse vedersi costretto a lanciare qualche altra bomba etica sul popolo iraniano (dopo quelle del giugno 2025) - come gli chiederebbero a gran voce milioni di iraniani sondati da Gallup, felici di vedere il proprio paese devastato - il menzionato Trump ne sarebbe profondamente dispiaciuto, ma - che si vuole? - per diffondere democrazia e diritti umani non si può andare troppo per il sottile;


e.  passando alla cosiddetta Unione Europea, abbiamo apprezzato la coraggiosa resistenza dei ricchi funzionari di Bruxelles davanti alle minacce Usa alla Groenlandia, la cui saga è tuttora in corso, mentre l’aggressione reale contro l’Iran (giungo 2025) e il Venezuela (gennaio 2026), le intimidazioni contro Cuba e la guerra imperiale bipartisan contro la Russia per interposta Ucraina, l’emancipazione politica dell’ex tagliagole siriano al-Jolani e via dicendo devono ritenersi legittime e morali, essendo dettate dal suo intento, genuino anche se incompreso, di preservare pace e stabilità. I governi europei, che hanno studiato dalle suore, non oserebbero mai importunare i timpani del padrone del mondo sussurrandogli di contenere le sue ambizioni di conquistador. Le medesime illuminate classi dirigenti si preoccupano giustamente di cose più urgenti, come impedire del tutto l’import di gas russo dal 2027, con l’apprezzato obiettivo di affossare l’economia europea che come noto cresce a un tasso troppo elevato;

f.  i manifestanti americani di Minneapolis sono dei terroristi, mentre coloro che protestano contro il governo iraniano sono combattenti per la libertà (del resto ce l’hanno inciso sulla fronte, come testimoniano gli infiltrati del Mossad (lo riferiscono apertis verbis l’ex segretario di stato e direttore Cia, Mike Pompeo, e il Jerusalem Post: https://www.jpost.com/middle-east/iran-news/article-8817339);


g.  l’arresto di Netanyahu - ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità – sarebbe impensabile per i governi europei o figuriamoci per quello statunitense, il cui presidente nel febbraio 2025 (ordine esecutivo n. 14203) ha imposto sanzioni pesanti contro il procuratore capo, Karim Khan, e i due vice[1], non escludendo nemmeno – secondo alcuni burloni – l’invasione militare dell’Olanda se un cittadino Usa o israeliano dovesse essere arrestato dalla Corte medesima. Sarebbe invece cosa ammissibile, o addirittura raccomandabile, dal momento che quel governo non piace ai padroni del mondo, organizzare un regime change in Iran, perché che volete che sia violare la Carta delle Nazioni Unite e ogni possibile norma internazionale;

h.  i media occidentali, non dobbiamo ripeterlo ogni volta, riportano fatti oggettivi realmente avvenuti. Come si fa a dubitarne, anche solo per un istante?


i.  Hamas ha decapitato 40 bambini. Lo dice l’esercito israeliano, un’organizzazione come noto apprezzata persino nel più lontano pianeta della nostra galassia, per trasparenza, umanità e comportamento etico;


l.  le tante manifestazioni che hanno luogo in Europe e altrove a favore della Palestina sono espressione di razzismo antisemitico, mentre il divieto d’ingresso negli Usa di cittadini di sei paesi islamici – assoluto (Afghanistan, Iran, Libia, Somalia, Sudan, Yemen) e parziale (Siria e Chad), oltre che di cittadini di Haiti, Repubblica del Congo, Guinea Equatoriale, Eritrea, Myanmar e Venezuela – sono invece azioni di vicinanza affettiva nei riguardi di chi soffre;

m.  sotto gli ospedali di Gaza si nascondono basi terroristiche, e dunque tali ospedali vanno giustamente bombardati;

n.  nelle democrazie occidentali la volontà del popolo influenza le azioni del governo, la cui autorevolezza è basata su professionalità, cultura, rispetto per i principi etici e attenzione ai bisogni del popolo. La loro elevata qualità umana e valoriale è confermata dal loro disinteresse per la carriera e dall’impegno quotidiano a proteggere gli interessi dei propri cittadini;


o.  se gli Stati Uniti (insieme ai paesi europei, quando ritenuti utili allo scopo) fanno la guerra è perché devono tutelare beni superiori, difendere i confini dall’invasione di eserciti stranieri, ad esempio la Russia che vuole arrivare a Lisbona o in Sicilia (le residue perplessità a costruire il ponte di Messina sarebbero dovute ai rischi che ciò faciliterebbe l’invasione dell’isola). Mai farebbero la guerra per depredare risorse altrui e vivere di privilegi rubati;

 

p.  certo, è inevitabile che ogni tanto anche i nostri alleati - vengono in mente, a caso, gli Stati Uniti - commettano qualche errore, ma le loro intenzioni sono buone, e in ogni caso sempre meglio obbedire agli Stati Uniti che a chi sa chi, men che meno provare a diventare indipendenti, obbedendo alla Legge e perseguendo i propri legittimi interessi, non sia mai;

 

q.  I ricchi sono ricchi perché hanno una marcia in più e si sono impegnati più degli altri. Come noto, la maggioranza della popolazione è composta da scansafatiche con un basso quoziente d’intelletto;

r.  il capitalismo non sarà perfetto, ma è il meglio che siamo riusciti a realizzare. Del resto, funziona per tutti o quasi (o no?);


s.  la tecnologica e gli algoritmi non vanno contestati. La mano invisibile del mercato e il sostegno del governo a quella mano invisibile sono le nostre ancore di salvezza, essendo entrambi nelle mani delle persone migliori che la società riesce ad esprimere;

t.  è evidente che i problemi del paese sono responsabilità dei partiti di governo, o di quelli d’opposizione. In questo momento siamo esitanti. In ogni caso, basta mandare questi ultimi al governo e tutto si sistema;


Epilogo

Non si può consentire che i cittadini dicano quello che vogliono sul governo e sui suoi alleati. Il successo consiste nel far soldi, possedere molti beni e guadagnarsi il rispetto delle persone che contano.

Quel che vediamo intorno a noi va considerato normale. Sofferenza, morte, distruzione, guerra, caos, sfruttamento, ingiustizia, povertà e abusi di ogni genere sono normali. Le persone che vogliono cambiare le cose sono anomale, vanno viste con sospetto, dovrebbero farsi aiutare.

Viviamo in una civiltà costruita sulle menzogne, fatta di menzogne, alimentata dalle menzogne. Se queste crollano, tutto crolla. Il sistema di potere inizia a inculcarci menzogne da bambini e non smette più fino alla morte. Possiamo forse stupirci se siamo frastornati, infelici, folli?

Uscire dal territorio colonizzato dalla menzogna, riconquistando la sovranità mentale significa tornare a guardare e percepire il mondo con gli occhi aperti è un processo necessario, se si vuole ricostruire un ponte tra verità e realtà, lasciandoci accompagnare ancora una volta dalle parole sublimi di Carlos Castaneda (scrittore peruviano): “La maggior parte dell’umanità è predisposta alla sottomissione. È inconsapevole, gestita da altri. Chi ha capito non ha bisogno di consigli, chi non ha capito non capirà mai. Non biasimo costoro, essi sono strutturati per vivere e basta. Respirare, mangiare, bere, andare in ristorante il sabato sera, partorire, guardare la TV, assistere a una partita di calcio. Il loro mondo finisce qui, non percepiscono altro. Esiste poi un esiguo gruppo di esseri umani, che sono difetti di fabbricazione, sono sfuggiti al controllo qualità della linea di produzione. Sono pochi, sono eretici, sono guerrieri”.

 

[1] Nell'agosto 2025 sono state imposte ulteriori sanzioni Usa contro i giudici Kimberly Prost, Nicolas Yann Guillou, Nazhat Shameem Khan e Mame Mandiaye Niang.  Congelamento dei beni in Usa e divieto d’ingresso. Nel dicembre 2025, Trump ha poi sanzionato altri due giudici, Gocha Lordkipanidze ed Erdenebalsuren Damdin, per aver respinto l'appello di Israele a invalidare i mandati di arresto, mentre il segretario di stato, Marco Rubio, ha affermato che le azioni della CPI erano politicamente motivate, oltre che una violazione della sovranità statunitense e israeliana

 

[i] Ex-diplomatico. Già Ambasciatore d’Italia in Cina (2013-15), Coordinatore del Comitato Governativo Italia-Cina (2007-09), Console Generale d’Italia a Hong Kong (1996-98), Consigliere Commerciale all’Ambasciata d’Italia a Pechino (1991-96), Ambasciatore d’Italia a Teheran (2008-12), attualmente Presidente del Centro Studi sulla Cina Contemporanea (Reggio Emilia, Italia). Alberto Bradanini è autore di diversi saggi e libri, tra cui “Oltre la Grande Muraglia” (2018); “Cina, l’irresistibile ascesa” (2022) e “Lo sguardo di Nenni e le sfide della Cina”

 

 

Data articolo: Tue, 03 Feb 2026 17:00:00 GMT
EXODUS
La "rabbia" di Ocalan. C'è lui dietro l'accordo tra Al-Sharaa e Curdi

 

di Michelangelo Severgnini per l'AntiDiplomatico

Pervin Buldan, vicepresidente della Grande Assemblea Nazionale turca e deputato del partito DEM, una delle figure chiave nel processo di scioglimento e disarmo dell'organizzazione terroristica PKK, ha affermato che Abdullah Öcalan è stato il fattore decisivo nell'accordo del 18 gennaio tra l'amministrazione di Damasco e le Forze democratiche siriane (SDF) in Siria.
 
Nell'appello del febbraio 2025 per lo scioglimento del PKK, il leader curdo dal carcere aveva perentoriamente parlato di disarmo per "tutti i gruppi armati", includendo in questo appello, pur senza nominarle, le forze siriane delle YPG.
Da qui, la comprensibile rabbia riferita da Buldan, sulla base di un'opzione militare fino ad oggi mai veramente messa in discussione dalle SDF.
 
Buldan ha dichiarato che la delegazione di Imral? ha trasmesso alle parti interessate i messaggi ricevuti durante l'incontro con Öcalan del 17 gennaio. "Non sarebbe sbagliato affermare che questa fase è stata raggiunta dopo aver trasmesso i suoi messaggi alle parti interessate attraverso la nostra mediazione", ha affermato.
 
"È importante sottolineare che questo accordo è stato raggiunto nell'ambito di un processo di negoziazione e dialogo. Ma naturalmente, il grande sostegno e la resistenza del popolo curdo, la sua presenza nei campi, nelle aree locali, per giorni, hanno contribuito notevolmente al raggiungimento di questo stadio di questo processo. Vorrei anche sottolineare il ruolo significativo svolto dal signor Öcalan".
 
"I conflitti hanno causato grande ansia e anche grande rabbia nel signor Öcalan. Pertanto, ha fatto osservazioni importanti che hanno aperto la strada al negoziato e al dialogo. Non sarebbe sbagliato affermare che questa fase è stata raggiunta dopo che abbiamo trasmesso i suoi messaggi alle parti interessate."
 
“Pertanto, la missione, il ruolo e gli appelli del signor Öcalan in questo senso, derivanti dalla prospettiva di impedire che il popolo curdo venga sottoposto a un altro massacro, sono stati decisivi per portare l’accordo a questo stadio”.
 
"Nel nostro ultimo incontro, ha anche espresso quanto sia importante per il nostro popolo, dopo questo massacro e un processo che ci ha portato sull'orlo del disastro, tornare al tavolo dei negoziati; negoziare e creare un terreno aperto al dialogo. Ha compiuto un grande sforzo in tal senso e, come risultato di questo sforzo, l'accordo o la riconciliazione tra il governo di Damasco e le SDF è oggi concretizzato con questo appello".
 
Tratto da: https://www.aydinlik.com.tr/haber/ocalanin-mesajini-ilgili-yerlere-ilettik-565156

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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"Questo genocidio non si è limitato a distruggere la mia vita o tutto ciò che possedevo: è andato ben oltre. Mi ha distrutto dall’interno.
Ha spazzato via la pace dal mio cuore, ha frantumato la stabilità della mia mente e mi ha contagiato con una strana sindrome dell’anima. "

Potrebbero benissimo essere parole di un sopravvissuto alla Shoah… 
In realtà sono parole di Wasim Said, sopravvissuto al genocidio a Gaza autore di questa testimonianza esclusiva:

https://www.ladedizioni.it/prodotto/linferno-del-genocidio-a-gaza/

Data articolo: Tue, 03 Feb 2026 11:30:00 GMT
WORLD AFFAIRS
USA e Iran pronti per un colloquio a Istanbul, in un contesto di crescenti tensioni militari

 

Secondo quanto riportato dai media statunitensi, alti funzionari degli Stati Uniti e dell'Iran si stanno preparando per i rari colloqui faccia a faccia che si terranno venerdì a Istanbul, mentre la crescente pressione militare e la diplomazia regionale convergono per scongiurare un conflitto più ampio.

Il Wall Street Journal e il New York Times hanno riferito lunedì che l'incontro programmato avrebbe riunito l'inviato speciale degli Stati Uniti Steve Witkoff, il genero del presidente Donald Trump Jared Kushner e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi; la Turchia avrebbe ospitato l'evento e si prevede che parteciperanno funzionari del Qatar, dell'Egitto e di altri stati della regione.

Si prevede che i colloqui esploreranno percorsi paralleli, tra cui il programma nucleare iraniano e le più ampie richieste degli Stati Uniti in materia di missili e milizie regionali, anche se le due parti restano molto distanti.


 "Un attacco americano all'Iran esporterebbe il caos"

Il presidente Trump ha sottolineato la posta in gioco mentre le forze statunitensi si radunavano nella regione, affermando domenica: "Abbiamo le navi più grandi e potenti del mondo laggiù, molto vicine, tra un paio di giorni... Speriamo di raggiungere un accordo".

La Guida Suprema dell'Iran, l'Ayatollah Ali Khamenei, ha lanciato un monito provocatorio: "Gli americani dovrebbero sapere che se dovessero scatenare una guerra, questa volta sarà una guerra regionale".

Dietro le quinte, mediatori provenienti da Turchia, Qatar, Egitto, Oman e Iraq hanno inviato messaggi, mentre Araghchi e Witkoff hanno ripreso i contatti diretti tramite messaggi di testo, hanno riferito i funzionari al New York Times.

L'Iran ha segnalato la sua disponibilità a limitare o sospendere le sue attività nucleari in base a determinati quadri normativi e ha riconsiderato le opzioni dell'accordo nucleare del 2015, tra cui il trasferimento di uranio arricchito alla Russia, hanno ribadito i funzionari iraniani.

Gli analisti affermano che l'azione coordinata a livello regionale riflette i timori di un'instabilità a cascata. Ali Vaez dell'International Crisis Group ha avvertito che "un attacco statunitense all'Iran esporterebbe il caos - rifugiati, militanti, instabilità - più velocemente di quanto chiunque possa contenerlo", secondo il WSJ.

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Ha spazzato via la pace dal mio cuore, ha frantumato la stabilità della mia mente e mi ha contagiato con una strana sindrome dell’anima. "

Potrebbero benissimo essere parole di un sopravvissuto alla Shoah… 
In realtà sono parole di Wasim Said, sopravvissuto al genocidio a Gaza autore di questa testimonianza esclusiva:

https://www.ladedizioni.it/prodotto/linferno-del-genocidio-a-gaza/

Data articolo: Tue, 03 Feb 2026 11:00:00 GMT