Oggi è Lunedi' 19/01/2026 e sono le ore 12:50:35
Nostro box di vendita su Vinted
Nostro box di vendita su Wallapop
Nostro box di vendita su subito.it
Condividi questa pagina
Oggi è Lunedi' 19/01/2026 e sono le ore 12:50:35
Nostro box di vendita su Vinted
Nostro box di vendita su Wallapop
Nostro box di vendita su subito.it
Condividi questa pagina
Nostra publicità
Compra su Vinted
Compra su Vinted
#news #antidiplomatico
di Fulvio Grimaldo per l'AntiDiplomatico
Iran, orgia di disinformazione
Scrivo queste note sul “mio” (nel senso che ci sono stato) Iran con qualche giorno di anticipo sul martedì della pubblicazione. La situazione tumultuosa che si presenta in queste ore potrà aver subito ulteriori cambiamenti. Ciò che, però, non potrà essere cambiato è l’Iran nella sua verità intima, quella che con tutti i mezzi più subdoli o violenti hanno cercato di sottrarci.
Intanto a metà mese sembra scongiurata l’ennesima bombastica minaccia di sfracelli trumpiani. Utilizzando l’assicurazione iraniana che non ci sarebbero state quelle impiccagioni di massa di manifestanti che in Occidente i media avevano previsto (fantasticato), ma tenendo molto più conto degli avvertimenti russi di reazioni pesanti, il fuoritesta di Washington dice di aver rimesso la colt nel fodero.
Non so valutare con la precisione del bilancino quale sia la verità sull’asserita durezza della repressione in Iran, con le asserite uccisioni che rimbalzano tra alcune decine, alcune centinaia e chi si è spinto fino a giurare su migliaia (evidentemente da lui contate). Senza, peraltro che un solo rigo di un mainstream, in cui divampano più fiamme di quelle che ci presentano i video da Tehran, menzioni i due milioni in piazza a sostegno del governo.
Peggio, sfidando un vero degrado professionale, Sky (e non solo) fa passare le sterminate folle riunitesi in appoggio al governo, per manifestanti dell’opposizione. Tra i quali, ovviamente, nessuno menziona la documentata presenza di reparti armati curdi infiltrati dall’Iraq, o del MEK, l’organizzazione terroristica tenuta in piedi dalla CIA fin dalla rivoluzione khomeinista e alla quale vanno attribuiti numerosi attentati contro civili e, in particolare, l’assassinio di scienziati iraniani.

Milioni in piazza per il governo
Peggio ancora, restano nei media “assolutamente pacifiche” le proteste in Iran e inermi le vittime della repressione, a dispetto della evoluzione della protesta del bazar contro l’aumento dell’inflazione, determinata dalle sanzioni, in insurrezione violenta perfettamente organizzata. Di questa si è pubblicamente assunto il merito la NED (National Endowment for Democracy), braccio CIA per i cambi di regime. Narrazione resa possibile dall’occultamento delle immagini, circolanti sui media fuori dalla sfera censoria occidentale, delle vere e proprie azioni armate da parte di vaste componenti della rivolta. Documentano il linciaggio di poliziotti disarmati, moschee e fabbriche date alle fiamme, incendi di pubblici edifici, autobus, mercati, stazioni di vigili del fuoco, reparti armati che aprono il fuoco indiscriminatamente contro polizie e manifestanti (cosa già vista in varie operazioni di destabilizzazione di paesi).
Ma poi c’è la prova principe dell’intervento esterno, quello un tempo mimetizzato da ONG dei diritti umani, oggi spudoratamente dichiarato, vantato, garantito dalle impunità di Trump. Dopo che il Segretario di Stato e Direttore della CIA sotto il primo Trump ha fatto sapere ai manifestanti di di Teheran “noi siamo con voi e accanto a voi”, si è manifestato il Mossad che, in comunicati diffusi in Iran in lingua farsi, ha espresso lo stesso concetto: “Prendetevi le istituzioni, noi vi diamo una mano”.
Da illuminista sfondato, non ho nessuna simpatia per i governi dei preti, rabbini, imam, santoni indiani, sacerdoti di qualunque religione. Noi abbiamo memoria storica di vescovi e poi papi che dai poteri, più o meno approvati dal popolo, comunque laici, si presero feudi e stati fino ad ambire al mondo intero. Fondamento ideologico e morale? La solita verità unica e acclarata e i soliti ricatti di punizioni eterne, da cacciare giù per la strozza a milioni di miscredenti, magari indios, magari africani.
Detto questo, non è semplice separare, in Iran, il grano delle legittime proteste (per condizioni peraltro determinate al 90% dalle sanzioni di un aggressore) dal loglio dei manipolatori esterni. Ma qualche idea mi sono fatto alla luce di quanto hanno detto quei mainstream qualche tempo fa, in situazioni paragonabili a oggi, confrontato con cosa ho poi visto girando per l’Iran in lungo e in largo, da Teheran a Persepoli, da Mashad a Isfahan e Shiraz e incontrando chi mi pareva, sostenitori e critici del sistema, senza inciampare in sorveglianti, controlli, inibizioni, o imposizioni di chicchessia.

Isfahan
Sono a Isfahan, città delle meraviglie architettoniche e botaniche nella piazza se non la più bella, probabilmente la più grande del mondo. Tanto che uno della folla sterminata di poeti dei quali tracima questo paese di glorie letterarie (oggi cinematografiche) gli ha dato il nome di “Metà del mondo”. Ciò che non si può negare, e dunque non se ne parla, è l’abbagliante bellezza che da questa immensa piazza, dalle arcate ritmate come una sinfonia, si espande in tutta la città. Non l’unica creazione urbana, capolavoro di bellezza coltivato da questo popolo (vedansi la vicina Persepoli, capitale del primo impero persiano, Shiraz, Mashad) per 3000 anni, da Ciro il Grande, passando per gli Achemenidi, che con Ciro compilarono il primo statuto dei diritti umani, per i Seleucidi, i Sassanidi. Percorrere città come Shiraz, Mashhad, Kashan, significa portarsi via immagini che percorreranno la memoria con bagliori e stupori sempre rinnovati.
Venne il momento in cui tutto questo finì, poesia, palazzi scintillanti di affreschi, ori, argenti, giardini incantati. Non per esaurimento di creatività del suo popolo ma, come ovunque nelle parti del mondo che l’Occidente predatore e suprematista pretende alla mercè del suo saccheggio, per effetto del dominio coloniale. Nel 1925, con la forza delle armi, la Corona inglese si assegna la Persia – di lì a poco rinominata Iran da un proconsole di Londra – e le sue immense riserve di idrocarburi. Se ne garantisce l’obbedienza imponendo al paese un sovrano assoluto: l’imperatore Reza Shah Pahlevi, capostipite di una dinastia funesta di despoti e bellimbusti, adorati dalle residuali monarchie europee. Nel 1944 gli succede un secondo Shah, Mohammed Reza Pahlevi, quello celebrato con le rispettive consorti (Soraya, Farah), dal rigurgito mediatico che era allora la stampa del gossip e che oggi è l’intero mainstream.
Reza Pahlevi, Farah, figlio, oggi pretendente al trono

Per la rimozione di questo tiranno, incisosi nella memoria del popolo per le mattanze di quanti osavano protestare contro l’abissale diseguaglianza tra una cricca di ricchissimi e una sterminata società di poveri assoluti, gli iraniani dovranno ricorrere a due rivoluzioni. Per le quali pagheranno prezzi terribili di sangue e un incubo scavato nella memoria di chi ne ha pagato il costo: quello inflitto dal servizio segreto dello Shah, la Savak, modellato sul Mossad, ma considerato il più sanguinario del mondo.
Percorro gli spazi della prigione Evin a Tehran. Dalle pareti ammoniscono contro dittature e torturatori le immagini delle loro vittime. Nei vari spazi, ricostruzioni agghiaccianti di efferati trattamenti. Rinnovati a Abu Ghraib. E qui che migliaia di oppositori dello Shah, il padre di colui che ora, da Washington, erge il capino dai recessi in cui la CIA custodisce le carte alternative ai governanti da rimuovere, e sfidando il ridicolo e l’impudico, si vorrebbe proporre ai manifestanti iraniani come alternativa di potere.
Ho detto due rivoluzioni. La prima, del 1952, quando il premier eletto Mohammad Mossadeq, sostenuto da sconfinate manifestazioni di massa, proclama la Repubblica e nazionalizza il petrolio, l’Anglo-Iranian Oil company. Quella risorsa per la quale i britannici, una volta confermatane l’utilità, avevano messo il paese in mano a una cricca di sicari nobilitati in dinastia. Dura poco. Colpo di Stato della CIA, ritorno dello Shah, processo a Mossadeq, con il resto della sua vita agli arresti.

Mohammad Mossadeq
Ci deve sorprendere che, dopo un quarto di secolo di sanguinaria dittatura e coloniale spoliazione del paese, vi debba essere una seconda rivoluzione? Questa portata avanti da schieramenti marxisti, liberali e, secondo una divisione di classe che permane anche oggi, una maggioranza islamica di proletariato, contadini, operai. Ed è il 1979, il trionfo di Khomeini e l’instaurazione, per la volontà della chiara maggioranza della popolazione, della Repubblica Islamica dell’Iran.
Dice, la dittatura degli Ayatollah, però poi ti dice anche del duro scazzo tra “riformisti” e “conservatori” e rispettivi partiti, personalità e schieramenti di classe che si contendono le elezioni per il parlamento (che ha sopra una Guida Suprema, leggi Mattarella (anche lui, a quanto risulta, senza limiti di mandati), e un Consiglio dei Guardiani, leggi Corte Costituzionale).
Dice la separazione dei generi, guai a confondersi, a scambiarsi effusioni, mano nella mano guai, niente rapporti prima del matrimonio, ovviamente combinato. Dice, niente degenerazioni occidentali come certe musiche, balli e canti in piazza. In piazza a Isfahan vedo ragazzi che stanno come da noi sui muretti, belli mischiati, seduti a gambe incrociate sui prati e scherzare, coppiette camminano mano in mano, come le si vedono nei caffè, nei negozi e a passeggiare in tutte le città, mentre un gruppetto di liceali canta pop e rock intorno a un bravissimo chitarrista. C’è l’antico ponte e sotto le sue arcate, gente adulta fa capannello plaudente intorno a uno che balla e canta ritmi che paiono venire dai tempi di Ciro, Dario, Serse.
A Tehran, nel sempre affollato mausoleo-moschea di Khomeini, chiacchiero con un gruppo di studenti e studentesse seduti sul pavimento mosaicato. Cosa fate qui? L’università è vicina, qui fa caldo e stiamo studiando insieme per l’esame di ingegneria elettronica. Si percepiscono corteggiamenti.
Ancora Isfahan, troppo bella per non restarci. All’uscita dall’università uno stormo di ragazze giulive e vocianti si ferma a rispondermi: “Come donne non abbiamo problemi, siamo il 67% dei laureati del paese e cresciamo, siamo la classe dirigente, e del velo ce ne importa molto poco. Pretendono di avercela con il velo, la fuori, ma ce l’hanno col petrolio finchè è nostro. Intanto siamo soddisfatte che né i nostri studi, né le nostre mense, né i nostri studentati ci costino qualcosa”. E Fatameh Ashrafi, dell’ONG “Hami”, depreca per quali meriti siano glorificate in Occidente donne “senza la minima preparazione, cultura, impegno sociale, prive di un pensiero equilibrato. Noi abbiamo ancora parecchio da raggiungere, specie sul diritto di famiglia, ancora a prevalenza maschile, ma siamo ormai classe dirigente nella scienza, nei ministeri, negli enti pubblici, nelle ONG. Siamo maggioranza nella sfera delle responsabilità”.
Come non gliene importa un granchè, del velo, alle donne della Casa dell’Arte a Tehran, formidabile centro culturale per le riunioni di artisti, letterati, cinematografari, attori (e relative versioni femminili). Ci aggiriamo tra mostre di dipinti, video con spezzoni di film della grande cinematografia iraniana, la premiazione di tre giovani registi capelloni, gruppi di musicanti, cafè, ristoranti, performance stabili o improvvisate. Tantissimi giovani, soprattutto donne, con il velo che a malapena copre lo chignon e lascia fluire folte e molto seducenti capigliature.
Mohsen Beigagha è un autorevole critico cinematografico. Ci parla di un cinema che ha vinto tutto, Cannes, Berlino, Venezia e continua a vincere. Tutto questo sotto il giogo fondamentalista degli ayatollah, pensate. “Registi quali esuli, anche perchè i mezzi a disposizione in Occidente sono più di quelli di un paese sotto sanzioni ferocissime e quali liberamente operanti qui”. Quelle sanzioni che con Trump, stracciato l’accordo sul nucleare firmato con Obama, negando perfino i farmaci e i soldi per comprarli, sono diventati genocidio strisciante, come lo chiama il direttore dell’emittente 24 ore PressTV, Hamid Reza Emadi: “Un malato di cancro è un malato di cancro e basta, non è un terrorista, ma viene colpito a morte lo stesso dalle sanzioni”.
Che sia per qualche commento terroristico come questo che Hamid, come il presidente di PressTv, Mohammed Sarafraz, sia stato sanzionato dall’UE, con divieto di ingresso in UE e blocco bancario?

Hamid Reaza Emadi, Direttore PressTV
Ovviamente mentre a Tehran vedi BBC o CNN, PressTV è bandita da noi, come RT, Russia Today. E i democratici siamo noi. Mi viene un’idea: che tutto sia riconducibile, a parte le ovvie, sempiterne dominanti economiche, al rancore da invidia di questo nostro Occidente gerontocratico, dove a forza di invecchiare andiamo verso l’estinzione, nei confronti di paesi come l’Iran dall’età media di 27 anni, contro la nostra di 47 e quella degli USA di 39. Chi è proiettato verso la vita e il futuro. E chi molto meno. E se ne risente.
A porre rimedio a questa discrasia ci provano gli USA, con le sanzioni su tutto, ma anche con altri strumenti, più subdoli e perfidi. Alla frontiera con l’Afghanistan è schierata buona parte dell’esercito iraniano. L’invasione che deve affrontare non è di armi, a meno che non vogliate definire arma l’eroina. Per ostacolarne il contrabbando sono caduti 6.400 guardie di frontiera, ci racconta Taha Taheri, vicedirettore dell’Ente Nazionale Antidroga, che si chiede “come sia stato possibile che, in presenza di migliaia di soldati USA e NATO, con droni, satelliti, elicotteri, siano rifioriti i campi di oppio, a suo tempo azzerati dai Taliban. Da zero oppio nel 2000, sotto l’occupazione USA la produzione è aumentata in dieci anni a 9.000 tonnellate, il 92% dell’eroina consumata nel mondo”.

Antonino De Leo, ONU
L’arma della droga, in questo caso diretta contro le società iraniana e russa, passaggi obbligati verso occidente, è politica. Ne è convinto anche Antonino De Leo, responsabile ONU dell’Ufficio Droga e Crimine in Iran che incontriamo nella sua sede a Tehran e che ribadisce anche come “i programmi di prevenzione e terapia iraniani siano per l’ONU le migliori pratiche internazionali, un modello, l’Iran è un nostro partner strategico”. Che anche questo sia qualcosa che dia fastidio al combattente antinarcos Donald Trump?
Nella guerra all’Iran, Stato “antisemita” per eccellenza, che riprende a programmare, Netanyahu avrà tenuto conto della necessità di distinguere nei bombardamenti a tappeto tipo Gaza o Libano? O rischia di sterminare, accanto alle tante religioni ed etnie che da millenni in Iran convivono in armonia e rispetto, anche la florida comunità di 25.000 ebrei a Isfahan, con un quartiere dalle ben 13 sinagoghe? Il suo capo, Suleiman Sassoon, architetto, parla di “una convivenza da sempre pacifica e amichevole, di un Iran da sempre il paese della regione più tranquillo e armonioso. A noi questo governo sta bene. E vorremmo anche che israeliani e palestinesi possano vivere insieme su quella terra”.
A Shiraz mi accoglie una riunione di due famiglie che hanno subito i colpi del MEK, organizzazione dei Mujahedin del Popolo, nata sotto lo Shah e trasformatasi poi in una setta terrorista assassina, guidata da una coppia di fanatici, Maryam e Massoud Rajani e incaricata di destabilizzare l’Iran a forza di attentati. Reclutati un paio di migliaia di fedelissimi fideizzati a forza di esoterismi, li hanno prima concentrati nel campo di Ashraf, nell’Iraq del Saddam allora anti-iraniano. Cacciati da lì, il loro stato maggiore è stato ospitato a Washington. Da qui, depennati dalla precedente lista delle organizzazioni terroristiche, sono stati accolti nell’Albania di Edi Rama e Giorgia Meloni, da dove continuano a infiltrare l’Iran. A loro sono attribuiti, con input Mossad, gli assassinii degli scienziati iraniani, soprattutto di quelli nucleari.
Ma non mancano le stragi terroristiche all’italiana. Le due famiglie di Shiraz hanno subito, in attentati del MEK, rispettivamente l’assassinio del padre, carpentiere, davanti alla sua bottega messa a fuoco con tutto il legname per avvolgere nelle fiamme un intero isolato, e l’incendio di uno scuolabus con i bambini delle elementari, finiti inceneriti, o ustionati con lesioni permanenti.
Sahra, volontaria a Tehran dell’”Associazione delle vittime del terrorismo”, un ambiente dalle pareti tappezzate da foto di assassinati dal MEK, ha avuto padre e fratello uccisi dall’organizzazione dei Rajavi: “Gli USA hanno rovesciato il significato delle parole terrorismo e vittime del terrorismo. Affermano che noi, l’Asse del Male, saremmo il centro mondiale del terrorismo e, con uno schieramento quasi globale di media al loro servizio, hanno convinto le opinioni pubbliche. Al punto che, mentre unità armate coltivate o penetrate nel paese, provocano scontri e uccidono poliziotti, la narrazione internazionale parla di migliaia di vittime della repressione di regime”.
Su questo ragionamento si innesta un mio ricordo. E mi pare una buona chiusura dei conti. Nel 2009 il migliore dei presidenti che siano stati eletti in Iran, Mahmud Ahmadinejad, laico e grande amico di Ugo Chavez, viene rieletto. Si scatena la solita rivoluzione colorata. La donna è lo strumento principe per innescare convinzione, partecipazione e condivisione, in un paese come il nostro, del quale l’opinione pubblica è stata ammaestrata a denunciare il trattamento delle donne.

Il caso Neda Soltan.
Nel corso di scontri con la polizia, una giovane donna viene colpita a morte. Ne girano le immagini, a terra, occhi aperti, sangue in viso, due persone l’assistono, invano. Diventa il simbolo della rivolta contro un regime che usa violenza contro le donne e del consenso che le tributa l’opinione pubblica occidentale. Roberto Saviano in testa. Poi esce un video in cui si vede Neda, a terra, due persone vicine che l’assistono con dei recipienti, mentre con la mano sinistra si cosparge di sangue il volto. Poi scompare, nessun cadavere, nessun funerale. Qualche mese dopo una Neda Soltan, dalla stessa data di nascita e dalle stesse fattezze, riappare a Monaco, in Germania. Poi svanisce negli USA. Il caso, dopo l’iniziale sfruttamento, viene lasciato cadere.

Il caso Sakineh
Nel 2006 Sakineh Mohammadi Ashtiani viene condannata per l’assassinio del marito. In Occidente si grida, automaticamente, allo scandalo, alla discriminazione di genere, al femminicidio. Alla lapidazione. Che non esiste, è stata abolita. Ache qui Saviano si fa portavoce degli indignati. Nel corso del processo, la donna confessa: ha avuto relazione con due uomini e con uno di questi ha partecipato all’assassinio del marito, avvelenato nel sonno e finito con scosse elettriche. Nel 2014 Sakineh ha scontato la pena ed è libera. Notizia che non fa notizia dalle nostre parti.

Il caso Mahsa Amini
Anche Mahsa Amini è eletta a simbolo della violenza inflitta dalla teocrazia iraniana alle donne. Settembre 2022, ennesima rivoluzione colorata. Nel corso delle manifestazioni la 23enne Mahsa viene fermata e interrogata, senza alcun riferimento a quanto si narra in Occidente di un “velo portato male” (è male portato lo è di migliaia di donne che l’indossano sulla nuca, lasciando scoperti i capelli). Un video ce la mostra mentre si trova, integra, negli ambienti della polizia femminile. Sviene e, più tardi, la ritroviamo nel letto di un ospedale. Dove viene dichiarata morte per emorragia cerebrale. I suoi genitori, curdi, riferiscono che la ragazza soffriva di ischemie.
Ma la versione dei media occidentali è diversa e in rapida evoluzione. Si passa dall’arresto per “aver portato male il velo”, alle percosse subite dalla “polizia morale”, fino all’uccisione a forza di botte tout court, appunto per avere “portato male il velo”.

Di una donna di cui nessuno si è occupato e vi ha riferito, vi dico io. E chiudo. E’ la dottoressa, Shirin Ravenbod, genetista molecolare, volontaria al Centro Clinico per Emofiliaci, a Tehran, messo su da una ONG per integrare una sanità pubblica pesantemente taglieggiata dall’embargo. Gli emofiliaci, cioè gente che, tra forti dolori, subisce ininterrotte emorragie, sono 30.000 solo nella capitale. A impedirne i sanguinamenti servono farmaci negati dalle sanzioni. Né li può produrre l’Iran, visto che gli è vietata l’importazione dei componenti, a partire dalla facoltà di pagarli. E le sanzioni secondarie colpiscono che si azzarda a violare le primarie.
Dice la Dottoressa Ravenbod: “Formalmente, per una questione elementare di diritti umani codificati dall’ONU e dal diritto internazionale, questi farmaci sarebbero esentati. Ma è pura ipocrisia, visto che le sanzioni ci bloccano le transazioni finanziarie. Vorremmo almeno ottenere gli antidolorifici, ma anche questi sono negati. Bambini e ragazzi perdono la scuola per i sanguinamenti continui, soffrono, non riescono a camminare…Ese è vero che è genocidio se si colpiscono gruppi appartenenti a una comunità per eliminarli, questo è genocidio.“.
Per saperne di più

__________________________________________________
L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
di Mario Pietri*
In queste ultime 48–72 ore si è visto con chiarezza un fenomeno che, fino a poco tempo fa, veniva sistematicamente anestetizzato dalla narrativa dominante: la potenza americana non è più un blocco monolitico, ma un sistema che dipende in modo crescente da fattori esterni (finanza globale, domanda di debito, alleanze) e interni (tenuta sociale, consenso, costi del capitale). Quando queste variabili si muovono insieme nella direzione sbagliata, l’impero non “proietta forza”: reagisce.
La stampa finanziaria anglosassone, negli ultimi giorni, ha fotografato almeno due aspetti chiave: da una parte il costo e la vulnerabilità della postura globale, dall’altra l’autolesionismo economico di una politica dei dazi che, presentata come rinascita industriale, finisce per somigliare a una tassa interna travestita da patriottismo. A quel punto i numeri diventano la lingua madre della crisi.
1) Il dato che conta davvero: il debito come infrastruttura dell’impero
%20(1).jpg)
La cartina di tornasole è la più banale e la più spietata: quanto costa, ogni giorno, mantenere in piedi la macchina federale e la postura imperiale.
Questo è il punto: l’impero vive a credito. E quando il credito diventa più caro, o meno desiderato dall’estero, la politica estera smette di essere “strategia” e diventa contabilità difensiva.
2) Inflazione e lavoro: la stabilità apparente, la fragilità reale
Nell’ultima settimana i due rilasci macroeconomici più rilevanti — inflazione e mercato del lavoro — hanno restituito un’immagine che, letta superficialmente, potrebbe sembrare rassicurante. Ma letta in serie storica è tutt’altro che confortante.
A dicembre 2025 l’inflazione CPI si è attestata al +2,7% su base annua, con l’indice core al +2,6%. Il tasso di disoccupazione è rimasto fermo al 4,4%, mentre i non-farm payrolls sono cresciuti di appena 50.000 unità. Presi isolatamente, questi numeri permettono alla narrativa ufficiale di parlare di “atterraggio morbido”. Inseriti nel contesto storico, raccontano un’altra storia.
Inflazione: rientrata sì, normalizzata no
Negli ultimi cinque anni l’inflazione statunitense ha seguito un ciclo che ha lasciato danni permanenti:
Questo significa una cosa precisa: l’inflazione non è più un’emergenza, ma ha già fatto il suo lavoro redistributivo. Il potere d’acquisto medio delle famiglie è stato compresso, i risparmi erosi, e la domanda interna oggi cresce meno non perché “l’economia è sana”, ma perché la capacità di spesa è stata strutturalmente ridotta.
In macroeconomia questo stato non si chiama stabilità: si chiama equilibrio a livello più basso.
Mercato del lavoro: dal surriscaldamento al raffreddamento silenzioso
Il dato più rivelatore non è il tasso di disoccupazione in sé, ma la dinamica dei flussi occupazionali. Guardiamo la traiettoria dei payrolls:
In termini storici, una crescita occupazionale sotto le 100.000 unità mensili è coerente con economie prossime alla stagnazione o all’ingresso in recessione, non con una fase di espansione robusta.
Il tasso di disoccupazione al 4,4% non è basso in senso dinamico: è in risalita rispetto al minimo ciclico del 3,4% toccato nel 2023. E soprattutto maschera:
In altre parole, il lavoro non crolla, ma si degrada. Ed è un segnale tipico delle fasi pre-recessive: il mercato non licenzia in massa, ma smette di assumere qualità.
Salari reali e produttività: il nodo irrisolto
Un altro dato strutturale rafforza il quadro di fragilità: la disconnessione tra salari nominali, salari reali e produttività. Negli ultimi tre anni:
Un’economia che non trasforma inflazione rientrata in potere d’acquisto recuperato non è un’economia che riparte: è un’economia che congela le tensioni sociali sotto la superficie.
Indicatori anticipatori: crescita fragile, disomogenea, vulnerabile agli shock
Gli indicatori anticipatori descrivono un rallentamento generalizzato e una crescita “fragile e disomogenea”, aggravata dall’incertezza sulle politiche commerciali e tariffarie. Storicamente, quando:
la probabilità di un salto di regime aumenta rapidamente.
Conclusione macro: non recessione, ma vulnerabilità
Le crisi sistemiche non iniziano con un crollo: iniziano con una perdita di margine di errore. Nel contesto attuale, l’economia americana:
E quando un sistema arriva a questo stadio, ogni errore politico — un dazio mal calibrato, una crisi diplomatica, un’escalation militare — smette di essere gestibile e diventa sistemico. È su questo terreno fragile che si innestano le tensioni geopolitiche, non il contrario.
3) Tassi e fiducia: il “termometro” dei Treasury

I rendimenti non sono un dettaglio tecnico: sono la misura in tempo reale della fiducia nel sistema e del prezzo della sua sopravvivenza.
Ogni decimale conta: su un debito di questa scala, anche piccoli movimenti di costo del capitale diventano un moltiplicatore di instabilità fiscale. Ed è qui che entra il nodo internazionale.
La Cina e il debito USA: non “crollo”, ma disimpegno strategico
.jpg)
La Cina non deve “far crollare” l’America. Le basta non finanziare più automaticamente il suo privilegio.
I dati più recenti disponibili sulle detenzioni cinesi di Treasury mostrano una traiettoria coerente con un disimpegno graduale:
Non è dumping improvviso: è riduzione progressiva dell’esposizione. Questo si collega a una logica di lungo periodo: diversificazione, riduzione del rischio geopolitico, costruzione di alternative infrastrutturali e finanziarie. Quando un grande detentore si allontana anche lentamente, Washington ha tre opzioni, tutte problematiche:
In sostanza: la politica estera diventa funzione del bilancio.
Alleati: la Groenlandia come cartina di tornasole della frattura atlantica
Negli ultimi giorni la vicenda Groenlandia–dazi ha assunto un valore che va ben oltre il piano commerciale. Non siamo di fronte a una disputa tariffaria ordinaria, ma a un segnale politico strutturale: l’uso della coercizione economica come surrogato di una diplomazia indebolita, in un contesto di consenso in declino.
L’amministrazione statunitense ha minacciato l’introduzione di tariffe del 10% a partire dal 1° febbraio 2026 su beni provenienti da otto paesi europei, con un’escalation programmata fino al 25% dal 1° giugno 2026, collegando esplicitamente queste misure all’opposizione europea al progetto statunitense sulla Groenlandia. La risposta europea è stata immediata e insolitamente compatta: allarme per una “pericolosa spirale discendente” e per un danno strutturale alle relazioni transatlantiche.
Il punto non è la Groenlandia in sé. Il punto è il metodo.
Quando una potenza utilizza strumenti tariffari contro paesi alleati per forzare scelte politiche e territoriali, non sta esercitando leadership: sta compensando una perdita di capacità persuasiva con la pressione. Per decenni, la supremazia geopolitica statunitense si è fondata su un equilibrio preciso: Washington poteva guidare il blocco occidentale perché era percepita come garante, non come ricattatore. Quel capitale politico permetteva agli Stati Uniti di comandare senza pagare ogni volta l’intero costo economico e diplomatico delle proprie decisioni.
Oggi quel capitale si sta erodendo. E qui emerge la contraddizione: la volontà di potenza cresce proprio mentre il consenso diminuisce. Più la base di legittimità si assottiglia — all’interno e all’esterno — più la politica tende a irrigidirsi, moltiplicando strumenti coercitivi e retorica aggressiva. Ma questa stessa rigidità accelera la perdita di consenso, perché smaschera l’inconsistenza della narrazione ufficiale.
Le bugie strategiche — “i dazi non hanno costi”, “gli alleati seguiranno comunque”, “la forza sostituisce il consenso” — si infrangono contro la realtà: ritorsioni, fratture diplomatiche, incertezza, isolamento progressivo. Un sistema sempre più costoso da finanziare dispone di meno margini per acquistare consenso attraverso incentivi, cooperazione e stabilità; di conseguenza tende a pretendere obbedienza invece di costruirla. Ma questa strategia ha un effetto boomerang: più consuma alleanze, più aumenta il premio di rischio politico ed economico; e più aumenta il premio di rischio, più diventa oneroso sostenere la stessa postura di potenza che ha generato la frattura.
Il fronte interno: Minneapolis e lo Stato che minaccia se stesso
Mentre dall’esterno gli Stati Uniti tentano di riaffermarsi come polo egemonico, all’interno il tessuto sociale e istituzionale stenta a reggere. Minneapolis è il punto di frattura più evidente di questa tensione: una crisi sociale rapidamente trasformata in crisi politica.
La miccia è stata accesa il 7 gennaio 2026, quando un agente federale dell’ICE ha ucciso Renee Nicole Good (37 anni) durante un’operazione a Minneapolis. L’episodio ha alimentato proteste estese e conflitti di piazza, con scontri, arresti e una crescente militarizzazione dello spazio urbano. Una seconda sparatoria nel corso di un fermo ha ulteriormente esasperato il clima. Autorità locali hanno denunciato tattiche aggressive e intrusioni nelle comunità.
Le proteste non sono rimaste circoscritte: si sono registrate mobilitazioni anche in altre grandi città. Sul piano politico, è esplosa una frattura istituzionale: autorità locali e statali hanno accusato il governo federale di violare diritti e procedure e hanno avviato iniziative legali per limitare o bloccare le operazioni. La narrativa federale è stata contestata apertamente dalle amministrazioni locali.
In un’analisi macroeconomica seria, questa frattura è un moltiplicatore di rischio-paese: distoglie risorse dalla governance, aumenta l’incertezza, riduce la fiducia nelle istituzioni e trasforma problemi sociali in crisi nazionali.
Crisi interna e costi fiscali: quando la sicurezza diventa una voce strutturale di bilancio
La gestione coercitiva del conflitto interno non è neutrale dal punto di vista fiscale e politico. Ogni escalation comporta spesa immediata e spesa futura: dispiegamenti, logistica, intelligence domestica, preallarmi, contenziosi legali, indagini, costi indiretti su produttività e servizi.
Nel medio periodo questi costi tendono a diventare strutturali, come avvenuto con la spesa per la “sicurezza” post-11 settembre. Ma oggi non c’è un surplus economico né una crescita robusta a compensarli.
Il costo più alto non è solo fiscale: è politico. Quando il governo centrale entra in conflitto con Stati e città, quando minaccia strumenti eccezionali e deve giustificare l’uso della forza contro porzioni crescenti della popolazione, il capitale politico si consuma rapidamente. È un meccanismo noto:
meno consenso → più repressione → meno consenso → più repressione.
Questo circolo vizioso riduce la prevedibilità del quadro politico, aumenta il rischio percepito e rende più costoso sostenere lo stesso livello di potere.
Iran: propaganda umanitaria, pausa tattica e fallimento del cambio di regime
La gestione del dossier iraniano nelle ultime settimane mostra la distanza tra retorica occidentale e realtà geopolitica. Non siamo di fronte a una crisi “umanitaria” improvvisa né a un moto spontaneo di piazza, ma a una sequenza coordinata di pressione politica, informativa e tecnologica che non ha prodotto il risultato atteso.
Il punto di partenza è una narrazione rilanciata dalla Casa Bianca e amplificata dai media occidentali: quella delle “800 esecuzioni imminenti” che l’intervento statunitense avrebbe contribuito a scongiurare. Una cifra priva di verifica indipendente e utile soprattutto a costruire una cornice morale: la minaccia militare come strumento di “salvezza umanitaria”.
La successiva marcia indietro americana sull’opzione militare non è stata il frutto di un successo diplomatico, ma il riconoscimento implicito che l’escalation non avrebbe prodotto né un cambio di regime né un vantaggio strategico sostenibile. La pausa annunciata è una sospensione tattica dettata dalla consapevolezza dei costi e dei rischi.
Le proteste iraniane non possono essere comprese senza considerare l’infrastruttura che ha sostenuto la mobilitazione. L’arrivo e la diffusione di migliaia di terminali Starlink sul territorio iraniano non è un evento neutrale: è un tentativo esplicito di aggirare il controllo delle comunicazioni e mantenere coordinamento e resilienza informativa. Il fatto che una parte significativa di questi terminali sia stata resa non operativa attraverso disturbo e neutralizzazione elettronica attribuibili a capacità russe e cinesi indica un dato politico essenziale: il dossier iraniano è diventato un campo di confronto tecnologico e strategico tra blocchi.
Nonostante mesi di pressione, sanzioni e operazioni di influenza, il sistema politico iraniano non è collassato. Al contrario, Teheran ha dimostrato capacità di adattamento e controllo che hanno costretto Washington a rivedere tempi, strumenti e obiettivi. Anche la posizione israeliana, spesso descritta come automaticamente allineata a un’escalation, si è mostrata più prudente sul piano operativo: ostilità strategica sì, ma consapevolezza dei rischi sistemici di un conflitto non controllabile.
La bugia delle “esecuzioni scongiurate”, la teatralizzazione umanitaria, l’uso di infrastrutture esterne e il successivo dietrofront non raccontano una storia di leadership. Raccontano la difficoltà strutturale ad accettare che il cambio di regime non è più uno strumento a basso costo.
Venezuela: consenso interno, scacchi geopolitici e costo dell’unilateralismo statunitense
Nel quadro latinoamericano, il Venezuela è un caso istruttivo per comprendere i limiti dell’azione statunitense nel mondo contemporaneo. Nonostante anni di pressioni, le manifestazioni popolari a sostegno del governo di Caracas restano imponenti e visibili.
Le piazze venezuelane mostrano una realtà che fatica a entrare nella narrazione occidentale: una parte consistente della popolazione continua a percepire l’attuale leadership come argine alla perdita di sovranità nazionale. Questo sostegno non è solo ideologico; è alimentato dalla convinzione che le pressioni esterne abbiano peggiorato le condizioni economiche e sociali più di quanto non abbiano favorito soluzioni politiche.
Dal punto di vista di Caracas, la gestione della crisi appare come una partita a scacchi su più livelli: consolidamento del consenso interno e, al tempo stesso, canali esterni selettivi per evitare l’isolamento senza cedere alle pressioni e ai diktat statunitensi. L’obiettivo è contenere il rischio di escalation senza capitolare.
In questo contesto, la politica degli Stati Uniti appare contraddittoria: mostra i muscoli in nome della democrazia e della sicurezza, ma svuota di significato il diritto internazionale trattando la sovranità degli Stati come variabile negoziabile. Il risultato è modesto e costoso: non stabilizza, non produce transizioni controllate, e rafforza diffidenza e resistenza regionale. Il danno più grave è reputazionale: quando le regole vengono invocate solo finché non intralciano la volontà di potenza, la credibilità del “regolatore” dell’ordine globale si erode.
Conclusione: l’impero non sta mostrando forza, sta negoziando con i propri vincoli
Se mettiamo insieme i piani — debito e deficit, occupazione e inflazione, tassi, riduzione progressiva della domanda estera di Treasury, fratture con gli alleati, instabilità interna, limiti della minaccia militare e risultati modesti delle pressioni esterne — il quadro non è quello di una potenza che guida gli eventi, ma di una potenza che reagisce ai vincoli: finanziari, sociali, diplomatici.
La parte più pericolosa è questa: quando un sistema non accetta il proprio ridimensionamento tende a compensare con coercizione (dazi, pressione sugli alleati, muscoli) e con gestione del rischio (pause tattiche quando il prezzo potenziale è troppo alto). È una postura che non produce stabilità: produce attrito. E l’attrito, in un mondo saturo di crisi, non resta locale.
Non siamo di fronte al crollo improvviso di un impero, ma a qualcosa di più complesso e più rischioso: un colosso che resta enorme, ma diventa rigido; meno capace di assorbire shock, meno credibile nel costruire consenso, più incline a reagire che a guidare. E quando l’ordine internazionale viene mantenuto più per forza che per legittimità, il problema non è solo per chi lo subisce. È per chi tenta di sostenerlo, ogni giorno, a un costo sempre più alto.
*Amministratore Unico Focusdata Consulting srl
__________________________________________________
L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
__________________________________________________
L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
Sessantaquattro anni dopo il suo assassinio, Patrice Lumumba è di nuovo nell'immaginario collettivo: la sua eredità panafricana è più viva che mai.
Il nome del rivoluzionario congolese è sulla bocca di milioni di persone da quando l'omaggio a lui reso durante la Coppa d'Africa (Afcon) di quest'anno in Marocco ha catturato l'attenzione mondiale.
Al centro del momento c'è Michel Nkuka Mboladinga, un tifoso di calcio congolese che somiglia in modo impressionante a Lumumba.
Mboladinga è diventato una star del web dopo aver posato come una statua durante ogni partita della Coppa d'Africa della Repubblica Democratica del Congo (RDC), alzando il braccio destro come la statua commemorativa di Lumumba a Kinshasa e mantenendo la posa per tutta la partita.
Questa posa è stata imitata sia dai tifosi che dai giocatori, da un attaccante nigeriano in un quarto di finale della Coppa d'Africa a un centrocampista marocchino in una partita di coppa in Francia.
Mentre Marocco e Senegal si preparano ad affrontarsi domenica nella finale della Coppa d'Africa, l'omaggio a Lumumba sarà probabilmente ricordato come il simbolo duraturo del torneo di quest'anno.
Ma al di là del semplice simbolismo, ha suscitato un dibattito sulla vita di Lumumba, sulle sue idee panafricane e anticoloniali e sui suoi legami con altri paesi africani (in particolare con Egitto e Algeria ).
"Lo spirito di Lumumba che riecheggia in Marocco e nel continente è un promemoria opportuno che dobbiamo resistere alla tentazione di svendere il nostro patrimonio e le nostre culture a tutti i costi", ha dichiarato a Middle East Eye William Ackah, accademico ed esperto di studi sulla diaspora africana.
"La posizione fortemente anticoloniale di Lumumba e la sua dedizione all'unità africana continuano a brillare come un faro per tutti coloro che, nel continente e nella diaspora, sperano in un continente africano libero e indipendente".
Lumumba nacque nel luglio del 1925, in quello che allora era conosciuto come Congo Belga.
Il suo attivismo politico iniziò a metà degli anni '40, mentre lavorava come impiegato postale a Stanleyville (oggi conosciuta come Kisangani).
Scrisse poesie ed editoriali che inveivano contro l'imperialismo, catturando l'attenzione degli amministratori coloniali belgi. In seguito fu condannato e brevemente incarcerato per appropriazione indebita di fondi postali, un'accusa che negò e che alcuni storici ritengono fosse motivata politicamente.
Verso la fine degli anni '50, il cambiamento era in atto nel continente dopo che il Ghana, guidato da Kwame Nkrumah, divenne la prima colonia dell'Africa subsahariana a ottenere l'indipendenza dal dominio coloniale. Il fervore antimperialista si stava rapidamente diffondendo in tutta la regione.
Lumumba divenne presto il primo leader del neonato Movimento Nazionale Congolese (MNC).
Incontrò leader nazionalisti, tra cui Nkrumah, con il quale avrebbe stretto una stretta amicizia, in occasione di una conferenza panafricana ad Accra nel 1958. Lì incontrò anche Frantz Fanon, intellettuale e famoso sostenitore dell'indipendenza algerina.
Un anno dopo, Lumumba fu arrestato con l'accusa di aver fomentato una rivolta. Fu rilasciato solo due giorni dopo per poter partecipare a una conferenza a Bruxelles sul futuro del Congo.
La conferenza concordò che le elezioni si sarebbero dovute tenere nel maggio del 1960 e che l'indipendenza sarebbe avvenuta un mese dopo.
Il MNC vinse le elezioni, nominando Lumumba il primo primo ministro della RDC.
Pochi giorni dopo l'indipendenza, Lumumba tenne un discorso esplosivo alla presenza del re del Belgio Baldovino.
"Si presentò al cospetto di re Baldovino e pronunciò un famoso discorso in cui parlò di anni di schiavitù e umiliazione, esortando i leader internazionali a rispettare la volontà del suo popolo", racconta a MEE Kribsoo Diallo, ricercatore in scienze politiche e affari africani.
"Voleva che il popolo del Congo controllasse le proprie risorse naturali e si rifiutava di permettere che decisioni importanti venissero prese dall'esterno."
Il discorso diede inizio a un periodo di tensione, durante il quale la regione del Katanga, ricca di risorse, si separò dal resto del Congo con l'aiuto del Belgio.
Lumumba cercò l'aiuto degli Stati Uniti, delle Nazioni Unite e dell'Occidente per mantenere unito il suo Paese. Quando questi sforzi fallirono, si rivolse all'Unione Sovietica, una mossa che avrebbe spinto i leader occidentali ad accusarlo di essere comunista.
Ne seguì una crisi politica e Lumumba fu infine estromesso dal potere da Joseph Mobutu con il sostegno del Belgio e degli Stati Uniti.
Temendo per la sua vita, Lumumba tentò di fuggire a Stanleyville, ma fu catturato dai soldati congolesi.
Il 17 gennaio 1961, lui e due dei suoi compagni furono torturati e giustiziati dalle truppe congolesi e da mercenari belgi. Lumumba aveva solo 35 anni.
Il suo corpo venne sciolto nell'acido e l'omicidio venne tenuto segreto per settimane.
L'unica parte di lui rimasta è un dente ricoperto d'oro, portato a Bruxelles come trofeo da Gerard Soete, il poliziotto belga che supervisionò lo smaltimento del corpo.
Nel giugno 2022, sei decenni dopo l'omicidio, il dente è stato restituito alla sua famiglia durante una cerimonia a Bruxelles.
Sebbene un'indagine belga del 2001 non abbia portato alla luce alcun documento che ordinasse l'omicidio di Lumumba, ha accertato che i membri del governo "erano moralmente responsabili delle circostanze che hanno portato alla morte".
Da allora è emerso che Washington non ha premuto direttamente il grilletto, ma che il presidente degli Stati Uniti Dwight Eisenhower aveva ordinato alla CIA di eliminare Lumumba.
Si ritiene che questo sia il primo ordine in assoluto impartito dagli Stati Uniti di assassinare un leader straniero, e certamente non sarà l'ultimo.
Bambini cresciuti in Egitto
Dopo l'omaggio all'Afcon, gli egiziani si sono rivolti ai social media per discutere del ruolo dell'Egitto nel perpetuare l'eredità di Lumumba.
Sono state condivise nuovamente le immagini del gennaio 1961, che mostrano centinaia di egiziani scendere in piazza al Cairo dopo l'omicidio di Lumumba, dare fuoco a un'auto e attaccare l'ambasciata belga.
Dopo la morte di Lumumba, la moglie e i figli andarono in esilio in Egitto, dove furono ricevuti dal presidente Gamal Abdel Nasser.
Nasser era un alleato chiave di Lumumba e fece in modo che la famiglia del leader assassinato venisse trasferita in una residenza nel quartiere Zamalek del Cairo, mentre le tasse scolastiche dei bambini venivano pagate dallo Stato.
Filmati di cronaca riemersi mostrano Francois e Juliana Lumumba, anni dopo, parlare del padre in un dialetto arabo egiziano.
"Negli anni '50 e '60, l'Egitto non cercava solo di essere un fulcro del panarabismo, ma anche un fulcro del panafricanismo", racconta a MEE Nihal Elaasar, scrittore, ricercatore e conduttore radiofonico egiziano.
“Ecco perché Gamal Abdel Nasser offrì immediatamente rifugio in Egitto ai figli di Lumumba; allo stesso modo in cui l'Egitto all'epoca sosteneva la decolonizzazione algerina contro i francesi.”
Diallo, che vive al Cairo e traduce articoli in inglese e arabo per centri di ricerca in Africa, racconta come Lumumba sia stato fortemente influenzato dall'esperienza dell'Egitto nel mettere in discussione il predominio occidentale.
"Alla fine degli anni '50, il Cairo era un importante centro per i movimenti di liberazione africani, con l'Egitto di Nasser che forniva supporto politico, mediatico e organizzativo ai movimenti indipendentisti", afferma.
Nasser e Lumumba furono tra i numerosi leader anticoloniali di quel periodo, tra cui Nkrumah in Ghana, Sekou Toure in Guinea, nonché Ahmed Ben Bella e Houari Boumediene in Algeria.
"Oggi, quando il nome di Lumumba viene evocato sugli spalti o nei dibattiti popolari, non viene ricordato solo come una figura congolese", afferma Diallo. "Ma come simbolo di un'epoca in cui l'unità africana era un vero progetto politico, non solo uno slogan".
Elaasar sottolinea che all'epoca anche l'Egitto era legato alla famiglia di Nkrumah, dopo che il leader ghanese sposò una donna copta egiziana. Il loro figlio, Gamal Nkrumah (che prende il nome da Nasser), vive e lavora ancora oggi come giornalista in Egitto.
"Scoprire queste storie e prestarvi attenzione dimostra quanto i tifosi di calcio e la gente comune in Egitto rimpiangano i giorni in cui l'Egitto era un'influenza regionale nel mondo arabo e in Africa", afferma Elaasar.
Dopo la morte di Nasser nel 1970, il suo successore Anwar Sadat si allontanò dalla politica estera panafricana e panaraba del suo predecessore.
Di conseguenza, la maggior parte della famiglia di Lumumba abbandonò gradualmente l'Egitto: alcuni si trasferirono in Europa, mentre altri alla fine tornarono nella Repubblica Democratica del Congo, una volta riabilitata l'immagine e l'eredità del primo primo ministro.
Polemiche durante la partita dell'Algeria
Anche il rapporto di Lumumba con l'Algeria è stato ricordato durante l'Afcon di quest'anno, non da ultimo a causa di un controverso incidente avvenuto durante il torneo.
Dopo che l'Algeria ha sconfitto il Congo all'ultimo minuto dei tempi supplementari della partita dei quarti di finale, il giocatore algerino Mohamed Amine Amoura ha imitato l'omaggio di Mboladinga e poi è caduto a terra, come se la statua fosse stata rovesciata.
L'accaduto ha scatenato una violenta reazione e Amoura si è scusato sui social media. Ha affermato che si trattava di uno scherzo e che non era a conoscenza di chi o cosa rappresentasse il simbolo sugli spalti.
Mboladinga fu poi invitato all'hotel della squadra algerina, dove gli è stata regalata una maglia dell'Algeria con il nome di Lumumba sul retro.
Gli algerini online hanno notato che l'eredità di Lumumba è ben ricordata nel loro Paese, con targhe e giardini a lui intitolati.
Djamel Benlamri, un importante calciatore algerino, si è rivolto a Instagram per elogiare Mboladinga e minimizzare le polemiche.
"Siamo un popolo che ha conosciuto il colonialismo e l'ingiustizia. Pertanto, è impossibile per noi deridere, provocare o disprezzare i sentimenti di un popolo fratello", ha scritto.
“Ci opponiamo a tutti i tentativi di seminare odio e discordia tra fratelli uniti da una storia africana comune”.
Lo stesso Lumumba si schierò apertamente contro il colonialismo francese in Algeria.
“Sappiamo tutti, e lo sa il mondo intero, che l’Algeria non è francese, che l’Angola non è portoghese, che il Kenya non è inglese, che il Ruanda-Urundi (Ruanda-Burundi) non è belga”, dichiarò durante un vertice africano nell’agosto del 1960.
Come l'Egitto, afferma Diallo, l'Algeria è diventata un centro per i movimenti di liberazione africani dopo la sua indipendenza nel 1962, "vedendo in Lumumba e altri un destino comune tra l'Africa subsahariana e quella settentrionale".
"Nell'immaginario panafricano di allora, l'Africa non era divisa tra Nord e Sud. Era vista come un'unica arena per una lunga lotta contro il colonialismo e l'imperialismo", ha affermato.
Oltre all'Algeria e all'Egitto, le strade portano il nome di Lumumba anche in Ucraina, Russia , Marocco, Ghana, Belgio, Iran , Sudafrica, Serbia e in molti altri Paesi.
Tribute potrebbe tornare ai Mondiali
Anche se l'Afcon si conclude oggi, potremmo assistere al ritorno dell'omaggio a Lumumba in un torneo ancora più importante durante l'estate.
La Repubblica Democratica del Congo è a una sola partita dalla qualificazione per la Coppa del Mondo, che si svolgerà in Messico, Canada e Stati Uniti. Questo fa presagire che Mboladinga porterà il suo tributo al Nord America.
"Penso che sarebbe un potente simbolo antimperialista negli Stati Uniti. Lumumba era ed è un eroe per le comunità di discendenti africani in tutte le Americhe", ha detto Ackah.
I tifosi egiziani hanno addirittura chiesto alla loro federazione di invitare Mboladinga affinché possa tifare per l'Egitto durante la partita della fase a gironi contro il Belgio.
Diallo ritiene che gli omaggi a Lumumba durante la Coppa del Mondo potrebbero suscitare reazioni contrastanti: alcune figure governative e i media tradizionali potrebbero considerarli una provocazione politica.
"Lumumba ricorda alla gente il ruolo di Washington e dei suoi alleati nel minare la prima democrazia africana", ha detto Diallo. "Per questo motivo, qualsiasi omaggio a lui su un palcoscenico globale come la Coppa del Mondo sarebbe un gesto di grande impatto".
“Non solo farebbe rivivere la memoria di un uomo, ma sfiderebbe anche le narrazioni dominanti sull’Africa e sulla sua storia.”
__________________________________________________
L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
C'è un tizio che seguo su Twitter, Chris Menahan, che pubblica sempre spezzoni di eventi sionisti che altrimenti passerebbero inosservati, rivelando spesso dichiarazioni sconcertanti da parte di attivisti filo-israeliani che tendono a sciogliere un po' la lingua quando si rivolgono a un pubblico di persone che la pensano come lui. Di recente ho citato un filmato che ha trovato in cui l'ex autrice dei discorsi di Obama, Sarah Hurwitz, denunciava il modo in cui i social media hanno permesso all'opinione pubblica di vedere le prove delle atrocità israeliane a Gaza.
Menahan ha messo in luce alcuni momenti molto rivelatori di Adelson e Saban, entrambi cittadini statunitensi e israeliani, ed entrambi finanziatori dell'Israeli-American Council (IAC). Nel 2014, MJ Rosenberg di The Nation scrisse che Saban e il defunto marito di Miriam Adelson, Sheldon, stavano usando operazioni di influenza come l'IAC per diventare "i fratelli Koch su Israele".
Ecco la trascrizione di un'interazione molto rivelatrice tra Adelson e il presentatore dell'evento Shawn Evenhaim:
Evenhaim: Miri, tu e Sheldon avete stretto molti rapporti nel corso degli anni con i politici, a livello statale e soprattutto federale. Vorrei che condividessi con tutti perché è così importante e come lo fate. Ripeto, firmare assegni ne fa parte, ma c'è molto di più che firmare assegni, quindi come lo fate?
Adelson: Shawn, puoi permettermi di non rispondere?
Evenhaim (scrolla le spalle): Scegli tu!
Adelson: Voglio essere sincero e ci sono tante cose di cui non voglio parlare.
Evenhaim: Sì, intendo dire che non vogliamo dettagli specifici, ma va bene così.
Miriam Adelson ammette qui che, oltre alle centinaia di milioni di dollari che lei e Sheldon hanno investito nelle campagne politiche di Donald Trump e di altri politici repubblicani, hanno anche manipolato la politica statunitense dietro le quinte in modi che lei preferirebbe tenere segreti al pubblico. Presumibilmente perché causerebbe un notevole scandalo se l'opinione pubblica lo scoprisse.
Trump, per la cronaca, ha ripetutamente ammesso di aver concesso favori politici a Israele su sollecitazione degli Adelson durante il suo primo mandato, affermando di aver spostato l'ambasciata statunitense in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme e di aver legittimato l'annessione israeliana delle alture del Golan per compiacerli.
E li ha accontentati. Deve averlo fatto, perché Miriam Adelson ha donato altri 100 milioni di dollari alla campagna di Trump del 2024 per aiutarlo a tornare presidente. E ora ha trascorso il primo anno della sua amministrazione bombardando Iran e Yemen, lavorando per prendere il controllo di Gaza e reprimendo aggressivamente le critiche a Israele negli Stati Uniti.
Nel 2020, prima di tutte queste palesi ammissioni, il musicista Roger Waters fu diffamato come antisemita dall'Anti-Defamation League e da altri gruppi sionisti per aver affermato che Sheldon Adelson stava usando la sua ricchezza per esercitare influenza sulla politica statunitense.
Saban è stato ancora più cauto di Adelson sulle sue operazioni politiche nella sua risposta alla stessa domanda di Evenhaim:
Voglio essere cauto nel dire ciò che dico... (Pausa) È un sistema che non abbiamo creato noi. È un sistema che esiste già. È un sistema legale e noi ci limitiamo a giocare al suo interno. E questo è tutto! Voglio dire, è davvero molto semplice. Se sostieni un politico, in circostanze normali dovresti avere accesso per condividere le tue opinioni e cercare di aiutarlo a comprendere il tuo punto di vista. Questo è ciò che ti garantisce l'accesso, e il contributo e il sostegno finanziario ti garantiscono l'accesso, quindi... Voglio dire... (scrolla le spalle) chi dà di più ha più accesso e chi dà di meno ha meno accesso. È un calcolo semplice. Fidati di me.
Haim Saban, le cui donazioni alla campagna elettorale si concentrano sull'altro fronte, ovvero sui finanziamenti al Partito Democratico, ha dichiarato: "Sono un tipo monotematico, e il mio problema è Israele". Nel 2022, il superpac dell'AIPAC ha citato l'influenza finanziaria di Saban per sostenere che deviare dal sostegno a Israele sarebbe costato ai Democratici finanziamenti critici, affermando: "I nostri donatori attivisti, tra cui uno dei maggiori donatori del Partito Democratico, sono concentrati nel garantire che abbiamo un Congresso degli Stati Uniti che, come il presidente Biden, sostenga un rapporto vivace e solido con il nostro alleato democratico, Israele".
Come nel caso di Adelson, possiamo supporre che Saban abbia affermato di voler essere "cauto" nel descrivere le sue operazioni di influenza, perché ciò avrebbe causato un grosso scandalo se il popolo americano avesse capito cosa stava facendo.
Alcuni guarderanno questi filmati e sosterranno che è antisemita anche solo condividerli. Altri li guarderanno e li citeranno come prova che il mondo è governato dagli ebrei. Per me sono solo la prova che il mondo è governato da sociopatici benestanti e che la democrazia occidentale è un'illusione.
Voglio dire, non si potrebbe davvero chiedere un'illustrazione migliore della farsa della democrazia americana di questa. Due miliardari di partiti politici apparentemente opposti ammettono pubblicamente di usare la loro oscena ricchezza per manipolare la politica statunitense e promuovere i programmi militari e geopolitici di uno stato straniero dall'altra parte del pianeta.
E come ha detto Saban, è tutto legale. La corruzione è legale negli Stati Uniti d'America.
Ai plutocrati è permesso sfruttare le proprie fortune per manipolare il governo statunitense, utilizzando finanziamenti per le campagne elettorali e attività di lobbying per promuovere i propri interessi personali, finanziari e ideologici. Se hai qualche milione di dollari da parte, puoi usarli per far scomparire accuse penali, per revocare normative ambientali o tutele dei lavoratori che danneggiano i margini di profitto della tua azienda, o persino per far spedire esplosivi militari a un governo straniero da utilizzare in un genocidio in corso.
E tutto questo viene fatto con totale disprezzo per la volontà dell'elettorato. Il popolo americano non ha alcun controllo su ciò che fa il suo governo nell'attuale sistema politico. Vota per un burattino oligarchico, poi vota per il burattino oligarchico dell'altro partito quando la soluzione non funziona, andando avanti e indietro senza rendersi conto che in nessun momento sta cambiando l'effettiva struttura di potere in cui vive.
Questa struttura di potere si chiama plutocrazia. È l'unico vero sistema politico degli Stati Uniti.
_______________
(Traduzione de l'AntiDiplomatico)
*Giornalista e saggista australiana. Pubblica tutti i suoi articoli nella newsletter personale: https://www.caitlinjohnst.one/
__________________________________________________
L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
I membri della Bundeswehr (l'esercito tedesco) hanno lasciato la Groenlandia dopo aver completato una breve missione di ricognizione, che il comando militare del Paese ha descritto come "estremamente positiva e costruttiva", riporta la Westdeutsche Allgemeine Zeitung (WAZ).
Un piccolo contingente di soldati tedeschi ha partecipato per diversi giorni a un dispiegamento sull'isola artica sotto la guida danese. Il portavoce della missione, il tenente colonnello Peter Mielewczyk, ha dichiarato che l'obiettivo primario era quello di condurre ricognizioni nell'ambito di manovre e attività di addestramento, e che tale obiettivo era stato raggiunto. Sottolinenado che, durante la loro permanenza, le forze tedesche hanno ricevuto tutta l'assistenza necessaria dalle autorità e dalle forze armate danesi.
"La collaborazione con i nostri colleghi danesi è stata estremamente positiva e costruttiva. Abbiamo ricevuto tutto il supporto immaginabile in così poco tempo", ha affermato. Ha aggiunto che c'è stato anche uno scambio "intenso" con le altre nazioni presenti, come Francia, Paesi Bassi e Islanda, e ha definito "positivo" anche il contatto con i groenlandesi.
Sebbene non ci siano state conversazioni dirette, hanno mantenuto una presenza visibile nella sfera pubblica. "Ci hanno salutato e, naturalmente, li abbiamo salutati a nostra volta", ha detto Mielwczyk.
Oggi, la Bild ha riferito che la squadra di ricognizione della Bundeswehr in Groenlandia ha lasciato l'isola "in silenzio e in fretta ", imbarcandosi su un volo Boeing 737 della Icelandair, senza alcun preavviso pubblico o spiegazione ufficiale sul motivo della loro partenza accelerata.
In risposta, il Ministero della Difesa tedesco ha dichiarato che la missione si è conclusa domenica "come previsto" e ha indicato che, sulla base delle informazioni ottenute, "eventuali misure per rafforzare la sicurezza nell'Atlantico settentrionale e nell'Artico saranno ora coordinate con i nostri partner della NATO".
__________________________________________________
L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
Il 18 gennaio i media statali siriani hanno annunciato un cessate il fuoco immediato tra il governo e le Forze democratiche siriane (SDF) guidate dai curdi, che prevede la cessione di territori e risorse naturali da parte delle SDF.
L'accordo è stato raggiunto dopo che le forze siriane fedeli al presidente Ahmad al-Sharaa, ex comandante di Al-Qaeda e dell'ISIS, hanno preso il controllo delle città strategiche di Tabqa e Raqqa, sottraendole alle SDF domenica mattina.
Secondo alcune indiscrezioni, le forze governative siriane avrebbero preso il controllo di alcune parti dell'autostrada M4, isolando la città curda di Kobani dal resto del territorio delle SDF.
Secondo Rudaw, l'accordo prevede "importanti concessioni da parte dei curdi", che si sono opposti all'integrazione nello Stato siriano nel tentativo di mantenere il controllo di una regione autonoma nel nord-est della Siria e delle sue ingenti risorse energetiche.
I punti chiave dell'accordo di cessate il fuoco includono:
Il governo siriano ha annunciato il cessate il fuoco dopo che domenica il Presidente Sharaa ha incontrato a Damasco l'Inviato Speciale degli Stati Uniti per la Siria, Thomas Barrack. All'incontro ha partecipato anche il Ministro degli Esteri e degli Espatriati Asaad Hassan al-Shaibani, che "ha ribadito l'unità e la sovranità della Siria su tutto il suo territorio e ha sottolineato l'importanza del dialogo nella fase attuale", ha riferito SANA.
Le SDF sono state costituite dalla coalizione militare guidata dagli Stati Uniti in Siria nel 2015 e da allora hanno aiutato Washington a supervisionare l'occupazione dei giacimenti petroliferi siriani.
Le ultime tensioni seguono una significativa riduzione della presenza militare statunitense in Siria negli ultimi mesi. Washington ha abbandonato cinque delle otto principali basi militari nel Paese.
"Washington ha tracciato nuovi confini per le SDF. Consegne, ritiri e trasferimenti nelle aree a est del fiume. Ciò che colpisce è la cessione dei giacimenti di petrolio e gas a est di Deir Ezzor a Damasco, avvenuta senza intoppi e alla presenza degli Stati Uniti, il che significa che la questione petrolifera rimane nelle mani di Washington. Aspetteremo di vedere come si sistemeranno le cose e a che punto capiremo la natura dell'"accordo" che Washington ha stretto con Ankara", ha commentato il giornalista libanese Khalil Nasrallah.
__________________________________________________
L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
di Federico Giusti
C’era un tempo in cui l’idea di cittadinanza si concretizzava in pratiche inclusive ampliando la partecipazione ai processi decisionali per costruire una democrazia diffusa, erano anche i tempi nei quali si parlava di scuole aperte alla cittadinanza e ben oltre l’orario canonico scolastico per incontrare e soddisfare i bisogni sociali di istruzione, socialità e di natura sportiva. Pensiamo alle scuole aperte di pomeriggio per attività di varia natura e immaginiamoci il beneficio in termini di inclusione sociale che ne deriverebbe.
Ma una scelta del genere avrebbe bisogno di scelte coraggiose come accrescere i finanziamenti al welfare, l’esatto contrario di quanto i governi succedutisi hanno fatto da 30 anni ad oggi.
Lo status di cittadinanza è divenuto invece strumento di esclusione sociale. È l’incipit di un libello di Lea Ypi, edito da Feltrinelli nella collana Idee, con il suggestivo e marxiano titolo “Confini di classe”.
Analizzando i contratti nazionali di lavoro ci imbatteremo in diritti essenzialmente individuali, ore di permesso, istituti contrattuali costruiti ad hoc, un CCNL dovrebbe invece offrire una visione di insieme delle problematiche offrendo spunto per rivendicazioni collettive tipo aumento delle materie oggetto di contrattazione.
L’esempio prettamente sindacale aiuta a comprendere come sia proprio la dimensione collettiva a far paura alla odierna società, via via hanno svilito tutti gli strumenti di partecipazione attiva e democratica iniziando dal sistema elettorale maggioritario che esclude minoranze anche cospicue dalla rappresentanza per non avere raggiunto e superato il quorum.
Ma per comprendere appieno lo strumento di esclusione occorre guardare alle norme in materia di immigrazione, a paesi nei quali si chiede al migrante il possesso di conoscenze estranee anche alle minoranze linguistiche presenti da sempre nel paese stesso.
Le politiche di cittadinanza da oltre trenta anni sono oggetto di controversie e divisioni anche se, in sostanza, le norme sono rimaste inalterate a conferma che esiste un ampio e diffuso consenso verso determinate logiche e principi guida, in caso contrario ci sarebbe stato almeno un Governo disponibile a modificare le leggi vigenti.
Lea Ypi è su questo punto categorica scrivendo
La democrazia…si trasforma via via in una forma di oligarchia attraverso cui una minoranza ricca controlla il potere politico appropriandosi dei mezzi per conquistarlo ed esercitarlo….anzichè essere lo strumento con cui mitigare gli eccessi dei mercati e affermare la priorità del processo decisionale democratico, la cittadinanza, quando viene comprata e venduta, si trasforma in una merce come tutte le altre, Lo Stato, anziché contribuire a domare il potere capitalista del mercato, si arrende al suo cospetto .
L’analisi sopra riportata giudica il ruolo dello Stato super partes, una entità tale da imporre correttivi e indirizzi al modo di produzione capitalistico e alle trasformazioni avvenute negli ultimi 40 anni. In realtà, il ridimensionamento del ruolo pubblico e il perimetro in cui si muove lo Stato stesso sono ben diversi da quello degli anni neokeynesiani, del resto i processi di privatizzazione, il ridimensionamento del welfare, lo sviluppo dei colossi imperialisti qualche processo di trasformazione dovevano pur produrlo. Se poi pensiamo ai rapporti di forza degli ultimi lustri si capisce che ridimensionando lo Stato a favore del mercato, le classi subalterne si sono trovate in condizioni di oggettiva debolezza subendo prima i processi neoliberisti poi quelli della globalizzazione. E se a pagare lo scotto di certe politiche sono sempre e solo gli Ultimi, chi più dei migranti potrebbe essere identificato come la classe sfruttata e subalterna per eccellenza?
Nella società capitalistica degli ultimi 30 anni si è fatta strada anche una visione conservatrice, retrograda e un po’ razzista trasformando le competenze linguistiche nel primo requisito da possedere per acquisire lo status di cittadino. Dietro a questo requisito di nasconde l’idea che in fondo la cultura del paese occidentale, la sua lingua, le norme che lo sorreggono siano decisamente superiori a quelle dei paesi di provenienza.
E mentre cresce l’analfabetismo, di ritorno e no, tra gli autoctoni, aumentano i giovani che non studiano e non lavorano, si impongono regole ferree ai futuri nuovi cittadini.
Ma chi sono i meritevoli di far parte della comunità politica? A questa domanda non si offrono risposte sufficientemente chiare, la crisi economica e sociale dei paesi occidentali con la riduzione del PIL e dell’offerta di lavoro, le guerre nel mondo, la crisi climatica sono tra le cause dei fenomeni immigratori che, aumentando nei numeri e nelle dimensioni, si sono portati dietro la mercificazione stessa della cittadinanza. Sono le democrazie occidentali a trovarsi in una situazione di crisi e con esse il capitalismo stesso che si sta liberando anche delle ultime parvenze liberal democratiche rafforzando, ad esempio, tutte le norme escludenti riferite allo status di cittadinanza.
Uno degli aspetti salienti della discussione, anche in seno al popolo, riguarda il fatto che senza conoscere una lingua non possa esistere effettiva integrazione, se diamo per scontato che certe barriere rappresentino un grande insormontabile ostacolo, l’idea di assicurare la cittadinanza ai più ricchi, a discapito dei poveri privi di mezzi materiali e di strumenti per acquisire in fretta certe competenze, rappresenta un segno involutivo della società danneggiando non solo il migrante ma anche l’autoctono delle classi subalterne a cui faranno credere che è tutta e sola colpa dei fenomeni immigratori se le sue condizioni di vita sono andate via via deteriorandosi.
Le norme attuali sulle politiche immigratorie hanno fatto arretrare l’intero corpo sociale spianando la strada a reiterate e nuove forme di razzismo e discriminazione. Il problema va quindi rovesciato rispetto al tradizionale approccio, si parta quindi dal come la società risponde alle contraddizioni via via emerse, ai nuovi bisogni e ragioniamo sul che fare. Se guardiamo alla sanità il nostro paese continua a spendere poco rispetto al PIL, ancor meno se il raffronto avviene con altri Stati della Ue o se guardiamo a quanto dovremmo spendere con una popolazione sempre più avanti negli anni. Ma complessivamente qual è il reale fabbisogno sociale in materia di spesa sanitaria?
Senza guardare alla composizione anagrafica, alle patologie emergenti, al funzionamento del servizio sanitario pubblico, alle politiche che favoriscono la sanità integrativa privata e la contrazione dei costi per il personale di quella pubblica, possiamo stabilire astrattamente il fabbisogno? Se decine di migliaia di cittadini risultano pendolari dal Sud e dalle isole verso il centro nord solo per ricevere le cure necessarie possiamo ritenerci immuni da responsabilità giudicando adeguate le politiche in materia di salute e sanità?
E se l’approccio ai servizi sociali è anche un problema di classe, è forse lecito
affrontare in termini caritatevoli o ideologici la complessa questione della cittadinanza?
Ovviamente no, basti ricordare che la cittadinanza mercificata ha visto paesi offrirla a chi era disposto a investimenti in quel paese, in tale caso non valevano le regole e le tempistiche valide erga omnes, se i criteri diventano selettivi e discriminanti vengono meno i principi di equità e giustizia.
Proviamo allora a trarre alcune conclusioni non definitive ma aperte a un ragionamento e a delle pratiche conseguenti
__________________________________________________
L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
“Al popolo resiliente e amante della libertà dell’Iran. Vi parlo con il cuore pieno di distruzione, dolore e tradimento. Sono la voce di una donna che ha assistito alla devastazione del suo paese, non per mano di nemici aperti, ma dopo essere stati intrappolati dai sorrisi ingannevoli dell'Occidente e dalle sue false promesse.
Vi avverto: non cadete nelle parole e negli slogan falsi e seducenti degli imperialisti occidentali. Una volta dissero a mio padre, il colonnello Muammar Gheddafi: "Abbandona i tuoi programmi nucleari e missilistici e il mondo ti aprirà le porte."
Mio padre, con buone intenzioni e fiducia nel dialogo, ha scelto la via delle concessioni. Ma alla fine, abbiamo visto come le bombe della NATO hanno trasformato la nostra terra in macerie.
La Libia è stata annegata nel sangue e la sua gente è rimasta intrappolata nella povertà, nell'esilio e nella distruzione.
Ai miei fratelli e sorelle iraniani dico: il vostro coraggio, la vostra dignità e la vostra resilienza di fronte alle sanzioni, agli infiltrati, alle spie e alla guerra economica, sono la prova dell'onore e della vera libertà e indipendenza della vostra nazione. Dare concessioni al nemico non porta altro che distruzione, divisione e sofferenza. Negoziare con un lupo non salverà le pecore o porterà pace duratura, fissa solo la data per il prossimo pasto!
La storia ha dimostrato che coloro che sono rimasti saldi da Cuba, al Venezuela, alla Corea del Nord alla Palestina, sono rimasti vivi nei cuori degli eroi del mondo e sono diventati immortali con onore nella storia. E quelli che si arrendono vengono ridotti in cenere, i loro nomi dimenticati.
Saluto il coraggioso popolo iraniano!
Saluto la resistenza iraniana!
Saluto la solidarietà globale con il popolo palestinese!
Con amore e misericordia”. Aisha Gheddafi”. 13 gennaio 2026
Aisha Gheddafi, figlia del colonnello Gheddafi, vive in esili nell’Oman.
Fonti: SilentlydSirs - raialyoum
A cura di Enrico Vigna – SOSLibia/CIVG
__________________________________________________
L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
L’anno 2026 è iniziato col botto. In pochi giorni di decisioni e dichiarazioni pubbliche scioccanti su Venezuela, Groenlandia e Iran, Donald Trump sembra aver voluto fornire ai suoi detrattori la prova definitiva della propria conclamata “follia”. Il mondo trema, si indigna, protesta vibratamente… All’ONU si tuona, si denuncia, si reagisce – forse. Oppure si finge di reagire, scambiandosi circolarmente di posto come in una grande maratonda, per tornare infine ciascuno al proprio scranno. L’iniziativa geopolitica resta nelle mani del presidente americano, per la percezione comune ormai completamente inabissato in un evidente e fosco delirio di onnipotenza.
Ora, tralasciando i curiosi risvolti psicologici del personaggio, che poco o punto hanno mai spostato nella valutazione storica delle azioni politiche, si consideri invece la lezione di Augusto Frassineti sulla logica dei sistemi amministrativi: “Esiste una forma di pazzia che consiste nella perdita di tutto, fuorché della ragione!”. Chi si ingegni di capire quanto sta accadendo in questo mondo dagli equilibri sconvolti dovrà chiedersi allora almeno una volta, come Polonio, se per caso non ci sia del metodo in questa follia; ossia nelle decisioni che non riusciamo più a comprendere, perché indecifrabili sul piano della razionalità veicolata dal linguaggio dominante e condiviso.
Che cos’è, infatti, che nelle azioni e nelle parole di Trump produce nell’opinione pubblica mondiale quell’impressione di irricevibile novità? Certamente non le azioni, di gran lunga molto meno intrusive della lunga e criminale teoria di invasioni, colpi di Stato e massacri operati dalle precedenti amministrazioni statunitensi, dal bombardamento di Belgrado (1999), allo sconvolgimento del Medio Oriente (2001-2014), fino al ritiro da un devastato Afghanistan (2021). Ma nemmeno le parole, crediamo, che a qualcuno sembrano oggi ben più “oscene” di quelle, zavorrate di mielosi princìpi moralistici sulla necessità di “esportare la democrazia”, propinate dai Bush, dai Clinton, dagli Obama e dai Biden. Infatti, il parlare “senza vasellina” di Trump (© Marco Travaglio) non ha la semplicistica finalità di annunciare chiaramente e protervamente al resto del mondo ciò che prima era comunicato sotto un velo di buone maniere. Perché il dire esattamente “come stanno le cose” produce invece anche sempre un effetto straniante di duplicazione del linguaggio, di diplofonia della parola, di sfarfallamento del significato; il quale, anziché convergere stolidamente sulla letteralità del dettato, si divarica e riverbera in molteplici e differenti direzioni, livelli, codici e target comunicativi. Il linguaggio di Trump finisce così per essere il principale e più efficace strumento della sua politica, assai meno grossier di quanto taluni autocompiaciuti intellettuali vorrebbero credere, e va letto invece nella cornice storica che stiamo attraversando.
Una tacita “guerra civile mondiale” travaglia la nostra epoca, tutta interna al sistema capitalistico angloamericano e alle sue numerose propaggini extra-atlantiche. Un conflitto che vede contrapposti non gli Stati e tanto meno le nazioni, ma trasversalmente le ristrette élite fautrici del globalismo e quelle del multipolarismo (economico, prima ancora che politico). Le prime, transnazionali finanziarie ipertecnologiche, sono le creatrici di un’inedita forma d’impresa economica, la cui messa a profitto deriva dalla diretta trasformazione e monetizzazione della stessa vita umana: genetica, sesso, fisiologia, nutrizione, apprendimento, ecc. (v. Il capitalismo della sorveglianza, di S. Zuboff).
A causa delle sue mire prometeiche e dei suoi costi colossali, questo modello richiede per la sua riuscita né più né meno che la scalata al governo mondiale con il conseguente asservimento e sfruttamento illimitato delle masse, ritenute manipolabili fin nelle più recondite espressioni della loro umana essenza. Nel suo significato più ampio, l’operazione pandemica non è stata altro che la messa alla prova finale di questo progetto: concepito da una joint venture tra finanza e strutture tecnologiche avanzate presenti su più paesi, coordinato dall’OMS ed eseguito dalla NATO su mandato di precise oligarchie transumaniste (le stesse che hanno nel WEF la loro vetrina essoterica). Il globalismo costituisce infatti un salto di scala nella volontà di dominio capitalistica legittimabile soltanto nella cornice ideologica di quello gnosticismo, che dalla Fabian Society, attraverso l’UNESCO di Julian Huxley, arriva fino a Klaus Schwab e alle attuali élite massoniche della finanza, della politica e dello spettacolo (inclusa l’Informazione).
Come progetto totalitario di trasformazione dell’Uomo in perfetta continuità con il Nazismo storico (tutt’altro che un semplice nazionalismo pangermanista, ma un’impresa esoterica di dominio, come chiarito da Giorgio Galli), alla lunga questo nuovo capitalismo contende inevitabilmente le risorse economiche statali, il mercato e dunque la stessa sopravvivenza, alle forme ancora operanti di capitalismo novecentesco; quello produttivo-estrattivo, bisognoso invece di un’umanità consumatrice minimamente libera e dello sfruttamento competitivo delle risorse territoriali e nazionali. Da qui il contrasto di interessi evolutosi poi in contrasto di ideali, che vede il sovranismo politico a sfondo messianico di Putin e di Trump come il solo antagonista strutturato in circolazione.
Sul piano operativo il sovranismo ha dovuto fare i conti anzitutto con il cosiddetto “Rules-based Order” (RBO) evocato all’indomani della caduta dell’Urss dalle oligarchie occidentali, come nuova cornice giuridica surrettizia tra gli Stati, esautorante il diritto internazionale costruito nel Secondo dopoguerra. Si tratta di un sistema di fittizi quanto evanescenti princìpi di politica estera, il cui scopo è di fare aggio alle mire imperialistiche più sfrenate della finanza globalista: dalla guerra al terrore islamista al salvataggio delle banche di investimento, dalla guerra contro il riscaldamento globale fino a quella contro il virus, tutte catastrofi prodotte in laboratorio da chi affermava invece di volerle debellare. Dichiarare di voler rispettare il RBO ha costituito per oltre trent’anni, da parte di politici, governi nazionali e istituzioni sovranazionali come l’UE e il FMI, né più né meno che un’attestazione di sudditanza al nuovo corso; mentre la legge e il diritto internazionale venivano di fatto sospesi e calpestati dalle “regole” inventate da pochissimi nelle segrete “cabine di regia” della competizione globale per intervenire in Kosovo, Libia, Siria, Iraq e Afghanistan.
Nonostante l’oggettiva convergenza di interessi che ne lega le politiche, anche al di là di accordi espliciti, Trump opera tuttavia in un modo molto diverso da Putin nella lotta a questo abusivo sistema di pressione creato dai globalisti. Mentre Putin ha infatti ripetutamente ma inutilmente denunciato nella stessa sede ONU l’illegittimità del RBO (fino a scatenare una guerra per rintuzzarne le mire estreme), Trump si muove invece picconandolo per smantellarlo: alla denuncia di aver esso “infiltrato” tutti i principali organismi della cooperazione internazionale, ha fatto seguire l’uscita degli USA da oltre 30 agenzie ONU, dall’OMS all’UNESCO all’IPCC, più altre 35 non-ONU, ritenute tutte “contrarie all’interesse nazionale statunitense”, e con la non remota prospettiva di abbandonare pure la NATO.
È intorno a questo nodo che l’attuale discorso pubblico dei principali attori geopolitici diverge. Le élite cinesi, indiane e sudasiatiche, che con le politiche globaliste si sono grandemente arricchite e rischiano ora di essere scalzate dall’interno, attendono in un fermo silenzio strategico che la situazione evolva. Quelle europeiste, esecutrici di punta dell’Ordine appena descritto, dopo aver starnazzato stolidamente per un intero anno la necessità di rilanciare le loro esiziali politiche, stanno adesso timidamente riconvertendo le loro dichiarazioni verso più miti consigli, certamente imbeccate dai loro padroni, cui Trump ha tagliato tutti i finanziamenti federali. Putin e i governanti BRICS continuano a chiedere il ritorno a un diritto internazionale ormai irreversibilmente minato nella sua credibilità e, di fatto, non più adeguato all’odierna situazione mondiale. Ma è Trump, infine, che nella paralisi generale delle superpotenze mette in scena la caduta catastrofica del linguaggio pubblico del nuovo Ordine post-Guerra fredda, disarticolandone l’ipocrita cornice condivisa senza la speranza di un ritorno sic et simpliciter al vecchio sistema.
È precisamente da questa sua volontà di non stare dentro il gioco condiviso delle “regole” globaliste, che il suo operato appare “folle” e indecifrabile, per lo meno agli occhi del grande pubblico. Viceversa, chi deve intendere, intende – eccome. L’aver riassicurato la centratura degli interessi economici della propria parte con quelli della nazione e dello Stato federale (politiche di re-industrializzazione), sta sì producendo il ritiro degli USA dai principali quadranti mondiali e il rinserrarsi delle sue politiche nei confini del continente americano, ma non senza la necessità di impedire alla Cina di prendere il proprio posto nel controllo delle materie prime e dei varchi commerciali primari. Eventualità, quest’ultima, che per decenni era stata invece favorita dall’accordo tra l’esigenza globalizzante del capitalismo higtech e la volontà delle èlite cinesi di fare del proprio Paese la grande Fabbrica del mondo.
Da qui, il significato delle politiche trumpiane, discutibili se si vuole, ma tutt’altro che irrazionali: tenuta di Taiwan (per l’approvvigionamento delle componenti tecnologiche avanzate), azioni in Venezuela e Iran (per sottrarre alla Cina sia il petrolio che l’acqua di raffreddamento per i grandi server AI), pretese in Groenlandia e Panama (per garantirsi la libera viabilità). Tutti obiettivi della “Nuova politica di sicurezza” americana chiaramente annunciati a dicembre e raggiunti quasi senza sparare un colpo (se consideriamo lo standard militare cui ci avevano abituato le precedenti amministrazioni), bensì proprio cannoneggiando la pseudo-razionalità del linguaggio dominante.
Ci si può chiedere quanto questa partita intrapresa da Trump sia effettivamente pericolosa. È probabile che essa, di là delle dichiarazioni propagandistiche, non abbia la finalità di distruggere i propri avversari (specie le corporation multinazionali della Silicon Valley), ma di costringerli a riqualificare le proprie mire economiche nuovamente al servizio della competizione tra Stati. In tal senso, le politiche di Trump mirerebbero sul fronte interno ad aggiogare al proprio carro i principali attori del capitalismo tecnologico (come si è visto plasticamente il giorno del suo secondo insediamento), gli stessi che hanno cercato di distruggerlo tra il primo e il secondo mandato su probabile ordine della finanza globalista. Mentre sul piano estero sarebbero finalizzate a scompaginare la saldatura tra le élite transnazionali, obbligandole a ridistribuirsi localmente nel mondo multipolare in costruzione.
Vedremo – è proprio il caso di dire – di chi sarà l’ultima parola.
__________________________________________________
L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.