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#news #antidiplomatico
di Fulvio Grimaldi per l'AntiDiplomatico
Tra Piantedosi e Askatasuna
Ho fatto bene a partecipare all’assemblea nazionale di Askatasuna, a Torino, in vista della manifestazione nazionale del 31 gennaio contro lo sgombero del più illustre centro autogestito d’Italia. Ho fatto bene perchè mi ha riportato in patria.
Dopo aver speso in giro per il mondo e le sue guerre, rivoluzioni, regime change, gran parte degli anni dei miei quasi 92, o con tutto il corpo, o solo con la testa, è stato un bene ritrovarsi al complesso universitario “Einaudi”. Stare lì a scambiarsi due parole di verità e di volontà comuni in mezzo a una folla che, a forza di numeri e determinazione, di autodeterminazione in questo caso, valeva il triplo di quanto il ministro di polizia Piantedosi saprebbe scagliargli addosso attingendo a caserme e commissariati di Piemonte e Lombardia messi insieme.
E sì che da quelle caserme l’altro capomanganelli, Salvini, vorrebbe far uscire e mettere in “Strade Sicure” altri 10.000 soldati. Solo che il ministro di quei soldati pare non ci voglia stare dato che, dice, gli servono per fare la guerra alla Russia (e alla Bielorussia). Quanto al cittadino che si trova dall’altra parte del fucile, sempre guerre contro di lui sono.
Insomma, ripeto, ho fatto bene a farmi Roma-Torino-Roma in 16 ore di treno, visto che mi sono ritrovato, dopo tanto peregrinare per emisferi, a casa mia (nel senso di paese del quale sono cittadino e condivido qualche responsabilità) e a vociare e ragionare con esuberanti soggetti, pur distanti da me di almeno tre generazioni, ma che mi hanno dato un rassicurante senso di continuità. Continuità, nonostante tutto, di resistenza. Resistenza che qui aveva addirittura un retrogusto di controffensiva. Al punto che, quando dal palco, in fondo a gradinate da cui fluivano ondate di giovanissime teste e felpe, ho azzardato il paragone con un’assemblea di eskimo alla Sapienza nel ’68-’77, non mi sono arrivati né sberleffi, nè “di che cazzo stai parlando”, ma una specie di ooooh tra la meraviglia e la conferma. C’era chi, per quanto ventenne, aveva memoria. Fondamentale per crederci.

Ho anche detto che ero venuto lì perché di mestiere inviato di guerra. Qualcuno potrebbe aver pensato: ma cosa ci fai qui, vai in Palestina, Venezuela, Iran, ma ho la sensazione che non lo abbia pensato nessuno. Almeno, nessuno l’ha detto. Sapevano, quanto me cronista, che da queste parti, come da quelle, corre un fronte. Il fronte della guerra al popolo di un regime di manganellatori, contaballe e residuali, per conto di ricchi, malviventi, palazzinari, trumpiani e non rassegnati alla fine del Duce. Come Zelensky per conto di Blackrock, Lockheed Martin, Rheinmetall, o Leonardo.
La battaglia torinese si svolge in Corso Regina Margherita 47, casa di Askatasuna. Casa negata e sottratta il 18 dicembre 2025. Eliminazione delle voci altre, ma soprattutto vendetta del Sistema per trent’anni di resistenza No Tav. Discorso riaperto nell’enorme assemblea nazionale il 17 gennaio 2026 e da completare con tre cortei per tutta la città, il 31 gennaio.
Quando Gladio si chiama Sicurezza
Non so quanti ragazzi dell’assemblea abbiano mai saputo di Gladio. Ne ho già parlato qui. Tranne la voce dal sen fuggita a Cossiga, probabilmente per senile vanteria, nulla si è detto, o scritto da anni su questa struttura eversiva incistata nel nostro paese e nel pallottoliere della guerra fredda subito dopo la trasformazione dell’Italia in formale democrazia. Gladio, il cui termine inglese “Stay Behind” rivela la matrice CIA, era una specie di assicurazione terroristica contro, ufficialmente, invasori bolscevichi, ma, effettivamente, contro spostamenti a sinistra dell’asse atlantico. Spostamenti da affrontare subito con quasi-golpe, eliminazione di politici, stragi un po’ di mafia un po’ di Stato. Sempre Gladio era, concettualmente e, perlopiù, anche materialmente.
Oggi Gladio si è messo guanti bianchi e vesti di Armani. E quella della Garbatella rimpannucciata se li cambia due volte al giorno e per ogni occasione. E’ o non è la premier di chi veste Armani, o il così tanto compianto Valentino?. E procede, Gladio, a colpi di Decreti Sicurezza (mai disegni di legge: lungaggini e se ne parlerebbe troppo). E i ragazzi adunatisi per Askatasuna, o lo sanno, o lo intuiscono, tanto da non avermi chiesto di cosa stessi parlando quando ho detto che Meloni è Gladio e Gladio è Meloni.

Nel giro di poco più di un anno i Decreti Sicurezza melonian-piantedosiani sono arrivati a tre. L’ultimo al momento sospeso tra Palazzo Chigi e Quirinale per perplessità quirinalizie sul capitolo immigrazione. Su tutti gli altri capitoli di tutti e tre i dispositivi Mattarella non ha mai sollevato un sopracciglio. Come potrebbe, lui che ha bombardato Belgrado’, massimo crimine, secondo Norimberga. Eppure di carne sulla pira ce n’era per un custode della Costituzione, delle libertà individuali, della sovranità popolare, del diritto a manifestare e a esprimere liberamente la propria opinione, di organizzare proteste, di mantenere la tripartizione dei poteri dello Stato e non assaltare uno dei tre, la Magistratura, e annullarne l’altro, il Legislativo
Mi vengono in mente cose alla rinfusa, ma che tutte vanno nella stessa direzione: lo Stato di Polizia, come da sempre vagheggiato da alte cariche dello Stato che. rientrando a casa la sera, fanno l’inchino al busto del Duce.
Se manifesti e non chiedi il permesso vai in carcere, se blocchi il camion che entra nella ditta che ti ha cacciato senza ragione vai in carcere, se fai resistenza passiva, cioè non ti muovi, vai in carcere, se occupi l’aula rischi il carcere, se ti opponi al delirio speculativo del Ponte, impossibile ma ladrone, vai in carcere. Se non ti fermi a un posto di blocco ti sparano e, se non sei morto, va in carcere. Se, schiamazzando un po’, ti avvicini di qualche chilometro a un obiettivo “sensibile” (misura di Piantedosi), rischi il gas tossico nei polmoni (CS, proibito da una convenzione di Ginevra), la polmonite da idrante e la testa spaccata dal manganello con l’anima di ferro. Ma a farti sparire dalla cronaca saranno i 10 poliziotti finiti in ospedale.
E se tutto questo serve a lasciare ancora troppo lasca la libertà di manifestare e di espressione, ecco che a togliere certe voglie malsane ci saranno le perquisizioni preventive, essendoci solo sospetti manigoldi, e il fermo preventivo di 12 ore, sempre dei soliti manigoldi sospetti. Che tutto questo contrasti con l’articoli 21 della Costituzione è per Piantedosi meno di una mosca sul bavero da spazzar via.

Se poi a qualche agente gli scappa di averne fatta una grossa, vedi Alibrandi. o Cucchi. o Ramy schiacciato dai CC contro un muro (e video cancellato), o quei sei cittadini inermi che recentemente sono stati fulminati dal Taser, sfollagente “non letale”, perbacco vuoi inquisire un difensore dell’ordine pubblico? Scudo legale subito!
Se parli male del governo e dei suoi gendarmi e corifei ti sparano querele che non hanno ragion d’essere, ma ti rubano soldi, tempo e serenità. Se sei un accademico è quasi fisiologico che ti arruoli da ausiliario nei Servizi Segreti. se sei un Servizio Segreto sei autorizzato a farti boss, capo mandamento, comandante di brigata rossa o nera, commettere crimini terroristici e chiamarlo infiltrazione. Se sei un media che non adula, sostiene, promuove, perdi i sussidi UE e romani e ti ritrovi sul collo li corrottissimo Garante della Privacy.
Se sei un minorenne, di quelli dove uno su un milione porta e usa un coltello, sei sospetto, sei Maranza, vai osservato, sorvegliato, sospettato, e, per Salvini, sottoposto a metaldetector a scuola. Magari con cavalli di frisia in cortile, posto di polizia e squadra di pronto intervento modello ICE. Al posto di pronto soccorso non ci hanno pensato, alla faccia che l’anno scorso nelle scuole italiane ci sono stati 71 crolli, che il 60% delle scuole non ha certificazione di agibilità, o prevenzione incendi e che tantissimi istituti si prendono cura degli studenti sparandogli fibre d’amianto nei polmoni.
E in questa guerra ai ragazzi in quanto tali, vuoi che non si manifesti l’atavico odio dei gerontocrati per i giovani che l’hanno più duro e più lunga davanti a sé? Viene da pensarci anche all’Iran dall’età media dei 27 anni, demonizzato e attaccato da chi la media ce l’ha di 48 e contro tre figli per donna, se va bene ne ha mezzo.
Se poi dovesse succedere che un qualche PM trova che tu, Stato, o padrone, o palazzinaro, o assessore, hai approfittato un po’ troppo di una legge sempre più lasca per i ricchi e sempre più stringente per gli altri, come si muove lo fulmini con prescrizione, abolizione dell’abuso d’ufficio, estinzione del processo entro due anni (quando per mancanza di cancellieri, carta e computer, glie ne sarebbero voluti quattro) e altri buchi per topi. Non basta? Separazione delle carriere e PM poliziotto con i reati da perseguire, quali, come e quanto, dettati dal governo.
Sicari del genocidio
Siccome tutto questo non è sufficiente perché questa classe politica si dica soddisfatta dei risultati raggiunti, servono rinforzi. E dove trovarli se non tra i camerati di Tel Aviv, maestri di vittimismo genocida? E, non trovando appigli neanche nei pacchetti Sicurezza fin qui partoriti, ecco che si ricorre vuoi ai tribunali israeliani, vuoi a quei famigerati Servizi Segreti, di cui non c’è cittadino al mondo che non ne abbia percepito l’interessamento, sempre etico e rispettoso delle regole.

E così Mohammed Hannoun, architetto, da decenni in Italia, segretario dell’Associazione dei Palestinesi in Italia, e suoi compagni, sono stati beccati e sbattuti in carcere di massima sicurezza. Avevano inviato a associazioni umanitarie palestinesi aiuti ai moribondi e ai morituri di Gaza. Sono diventati capi terroristi di Hamas. Angela Lano, giornalista che da sempre informa correttamente sulla Palestina, per ora è solo inquisita, con tutti i suoi strumenti di lavoro sequestrati. E non resterà la sola. Terroristi, secondo le imprescindibili disposizioni del Mossad, autorità di livello superiore, per certe nostre acuite sensibilità giuridiche. Quelle politiche, intanto, proseguono nell’assistenza al genocidio di Gaza e ai pogrom sempre più sanguinari nella Cisgiordania già dichiarata annessa. Tout se tient.
Cos’è lo scandalo qui, cosa la vergogna? E’ non solo che uno Stato sovrano si piega, con le sue istituzioni giuridiche, per volontà di un esecutivo servile e corrotto (ma ”sovranista”), all’adozione delle leggi di uno Stato altro, incidentalmente razzista e genocida. Ma che arrivi all’abiezione di infliggere inaudite punizioni a cittadini, stranieri e italiani, soltanto sulla base di rapporti, accuse, speculazioni, di un servizio segreto straniero e, in questo caso, del più impegnato in pratiche criminali del mondo.
Pareva inconcepibile che un governo, formalmente democratico e osservante di una Costituzione antifascista, potesse ripetere quanto fatto dal regime fascista quando eseguì il copia e incolla delle leggi naziste che permisero, promossero, l’olocausto. Con i residuali e succedanei di oggi non è più inconcepibile.
Cronaca nera, assist allo Stato di Polizia
A questa degenerazione da stato democratico a democratura, con Esecutivo su tutto e tutti, arrivano due assist. Uno dai tuoi media e uno da fuori. I reati di violenza sono tra i più bassi d’Europa. In particolare, nel 2025 il numero di vittime di borseggi e di rapine è diminuito rispettivamente dall'1,6% all'1% e dallo 0,5 allo 0,2%, le vittime di omicidi sono in calo dal 2022. Tutto questo si riflette nelle cronache dei media?
Pensate alla telenovela di Garlasco. In mancanza di succosi delitti di giornata, si torna indietro di 19 anni e ci si inzuppano migliaia di paginoni stampati e centinaia di ore sugli schermi. Se la materia è scarsa, la si gonfia a dirigibile, la si mastica tipo chewing gum. Si scandaglia il vicinato, la genealogia, il passato remoto, i compagni di classe. E se non ci sono l’assassino, la vittima, eccone il congiunto e, male che vada, la vicina, che in cucina ha sentito qualcosa, o il passante che ha visto un’auto sospetta.
Fate caso a quante volte un Tg dell’ora di punta, se proprio Trump non ne ha fatta una delle sue (per Netaniahu occorre che abbia almeno bruciato vivi 12 bambini), o la Meloni non abbia pronunciato parole storiche da Timbuctu, apre con un delitto, occorso dal giorno prima a vent’anni fa. Ah no? E Via Poma e Simonetta Cesaroni e il portinaio? Un quarto di secolo come ieri.
A che serve? Perché vi si indulge? Intanto distrae dai disastri, dalle angherie, dai soprusi di un regime di arroganti saltimbanchi e ottusi ciarlatani. Da ministri degli esteri che farneticano (ad usum delphini) di “diritto internazionale che vale fino a un certo punto”. Ma soprattutto fornisce materia e motivi proprio per quanto scritto qui sopra: i pacchetti sicurezza, i.e. (id est) il rilancio di quanto di utile e propizio s’era fatto nel rimpianto Ventennio.
Modello ICE

Quel diritto internazionale alla Tajani, poi, ha una sua dura e convincente logica fattuale nel mondo della nuova morale giuridica in cui ci ha introdotto Trump. Ci sono le acquisizioni a forza di sberle di paesi e territori, presidenti e naviglio. Ma, più interessante, anzi esemplare, per il regimetto di scalzacani (coloro che tirano calci ai cani, i peggio) che ci ritroviamo, è un’altra novità. Riguarda la dimensione domestica, quella di solito custodita da costituzioni, leggi e buone pratiche tradizionali. Avete presente l’ICE, United States Immigration and Customs Enforcement (Controllo Immigrazione e Frontiere)?
Negli USA, a partire da Minneapolis, dove questi energumeni mafiosi, camuffati e impuniti, guardia personale del sovrano e garanti del suo potere assoluto, hanno dato spettacolo sparando in testa a una donna inerme e inoffensiva al volante. Poi, di fronte alla reazione di quanto rimane di etico e giusto negli USA tartassati da presidenti felloni, procedono da giorni a massacrare di botte, spray urticante e arresti chi si ritrovano a portata di abuso.
Due giorni prima che scrivessi di questa correttamente rinominata Gestapo (polizia nazista che impallidisce davanti all’ICE), il suo Obersturmfuehrer ne esaltava funzione e comportamento, compresi i quasi 7.000 arresti e i 31 uccisi. Il fascistone truculento nella Casa Bianca li ha elogiati per questo, ne ha promesso l’impiego ovunque si manifestassero degli “Antifa” (entità onirica di sua invenzione) e ha minacciato la guerra interna, con tanto di forze armate (costituzionalmente non utilizzabili sul territorio nazionale), al governatore del Minnesota e al sindaco di Minneapolis, e a tutti i loro emuli che volessero far valere le celebrate checks and balances della Costituzione americana.
I ministri Piantedosi e Crosetto, la premier Meloni, e anche un po’ il ministro dell’Istruzione (e del merito! Sennò fuori dalle palle) Valditara, non vedono l’ora. Nel nostro piccolo…
Uno striscione sotto il quale ho avuto l’onore di parlare a Torino c’era scritto “Que viva Askatasuna!”

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
Gli omicidi di civili disarmati per le strade di Minneapolis, incluso l'omicidio odierno dell'infermiere di terapia intensiva Alex Jeffrey Pretti, non sarebbero uno shock per gli iracheni di Falluja o per gli afghani nella provincia di Helmand.
Sono stati terrorizzati per decenni da squadre di esecuzione americane pesantemente armate. Non sarebbero uno shock per nessuno degli studenti a cui insegno in prigione. La polizia militarizzata nei quartieri poveri delle città sfonda le porte senza mandato e uccide con la stessa impunità e mancanza di responsabilità. Ciò che noi tutti stiamo affrontando ora è quello che Aimé Césaire chiamava boomerang imperiale.
Gli imperi, quando decadono, impiegano forme selvagge di controllo su coloro che soggiogano all'estero, o su coloro che la società in generale demonizza in nome della legge e dell'ordine, in patria.
La tirannia che Atene impose agli altri, notò Tucidide, alla fine, con il crollo della democrazia ateniese, si impose a se stessa. Ma prima di diventare vittime del terrore di Stato, eravamo complici. Prima di esprimere indignazione morale per l'uccisione indiscriminata di vite innocenti, tolleravamo, e spesso celebravamo, le stesse tattiche della Gestapo, purché fossero dirette contro coloro che vivevano nelle nazioni da noi occupate o contro i poveri di colore.
Abbiamo seminato vento, ora raccoglieremo tempesta. La macchina del terrore, perfezionata contro coloro che abbiamo abbandonato e tradito, compresi i palestinesi di Gaza, è pronta per noi.
(Traduzione de l’AntiDiplomatico)
*Giornalista vincitore del Premio Pulitzer, è stato corrispondente estero per quindici anni per il New York Times, dove ha ricoperto il ruolo di redattore capo per il Medio Oriente e per i Balcani. In precedenza, ha lavorato all'estero per The Dallas Morning News, The Christian Science Monitor e NPR. È il conduttore dello Show The Chris Hedges Report.
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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
di Amarynth – Sovereignista
[Traduzione a cura di: Nora Hoppe]

Osservando il nuovo circo attorno al Board of Peace [Il Consiglio della Pace] di Trump, con il suo prezzo di un bel miliardo di dollari per l'adesione permanente, cerchiamo di comprenderlo. Prima da Dmitry Peskov un giorno o due fa: ha detto che Putin ha ricevuto il suo invito, ma la Russia chiederà chiarimenti. Circa 60 paesi hanno ricevuto inviti.
Quindi, il signor Lavrov ha giocato la mosca in questa vecchia filastrocca per bambini e ha osservato nella sua recente conferenza stampa: La Russia ha ricevuto "la Carta del Board of Peace" di Trump — il Ministro degli Esteri russo Lavrov
Si afferma che il Consiglio non si occuperà solo di Gaza, ma di compiti IN TUTTO IL MONDO. Da altri Paesi e dalla stampa, Gaza è stata a malapena menzionata nella Carta. Uno dei nostri commentatori ha affermato che il Board of Peace è in realtà il Board of Fleece [Consiglio dello Scippo] e che questo Board of Peace sta iniziando a essere conosciuto come The Board of Scam [Consiglio della Truffa].
Qual è dunque l'obiettivo di questo Board of Peace? Potrebbe essercene più di uno e certamente non si tratta di un semplice calcolo binario. Chiedetevi cosa vogliono realizzare Trump e la sua amministrazione.
La grande cattura politica
Il Consiglio di Pace è stato concepito per soddisfare gli obiettivi degli Stati Uniti così come sono stati definiti.
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La struttura del vassallaggio empirico è cambiata. Questo fenomeno è l’asse centrale del colonialismo americano: mantenere il controllo senza la necessità di colonie formali, tranne quando ne percepiscono la necessità. Gli Stati Uniti non cercano di governare direttamente ma di garantire una subordinazione economica quasi totale sotto la facciata dell’indipendenza politica. Il risultato è un moderno sistema di vassallaggio, in cui gli alleati non sono altro che pezzi intercambiabili su una scacchiera imperiale. Coloro che si fidano e si aspettano una certa lealtà dal loro "babbo", gli Stati Uniti, finiscono invariabilmente per morire o cambiare regime. Un lungo elenco di questi lealisti defunti può essere stilato in tutta l'Africa e l'America Latina. La massima “Essere nemici dell'America è pericoloso, ma esserne amici è fatale” dovrebbe essere elencata come linea guida essenziale per qualsiasi nazione che aspiri a mantenere la propria sovranità. Perché dietro la retorica, la cooperazione e la sicurezza collettiva dell’alleanza si nasconde uno schema ripetitivo: l’America usa i suoi alleati come strumenti geopolitici, li rafforza finché sono utili e li abbandona — o addirittura li distrugge — quando non servono più o diventano un ostacolo.
I riferimenti "al nostro emisfero" sono temporanei. È solo un punto di partenza. L'Europa resta in vassallaggio e la sua attuale resistenza è quella di un bambino di due anni alle prese della fase dei capricci. È solo una minaccia e, come ha detto Putin, si muoveranno come cuccioli e poi si raduneranno attorno al loro padrone. Mi chiedo cosa pensi realmente la Cina se uno dopo l'altro paese europeo finge di minacciare l'impero con una svolta verso la Cina? Potremmo avere maggiori informazioni oggi, ma due giorni fa faceva freddo:
RIA Novosti: Il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato l’istituzione del Board of Peace di Gaza e ha invitato i leader mondiali a unirsi all’organismo. Qual è la posizione della Cina sull'iniziativa? La Cina è stata invitata a far parte del Board of Peace? (Domande simili da Bloomberg, AFP e PTI)
Guo Jiakun: La Cina ha ricevuto l'invito degli Stati Uniti’. (Silenzio gelido nella stanza.)
Il Vuoto di Potere
Il sistema postbellico sta crollando a causa dell'Occidente e del processo di multipolarità. Si tratta di un dibattito su dove si manifesta la maggiore influenza, ma non è questo il fulcro di questo breve scritto. L'ONU si è dimostrata del tutto inefficace e, come al solito, questa inefficacia è colpa loro, non degli Stati Uniti e dell'Europa che l'hanno resa inefficace intenzionalmente. "Israele" opera impunemente, rivelando profondi difetti nel sistema post-anni '40.
Cosa fa un predone degli altri quando c'è un vuoto di potere? Esce a fare incursioni. Ed è quello che vediamo con l'Iran, con il Venezuela, con la Groenlandia, con tutte le altre aree destinate ad essere saccheggiate.
C'è una soluzione: fermare le incursioni istituendo un ordine basato sulla legge e con i denti.
I predoni non vogliono questo.
I Paesi della civiltà lo vogliono.
Lavrov nel suo recente discorso usa come esempio il Board of Peace, quando afferma che anche i predoni (gli Stati Uniti) capiscono di aver bisogno di un gruppo di Paesi che lavorino insieme. Questo è un chiaro esempio della necessità di un mondo multipolare, indipendentemente dal fatto che il Board of Peace sia legittimo o meno e che gli Stati Uniti vogliano o meno stabilire nuove regole.
L'Europa e il vassallaggio mascherato da alleanza
Possiamo impegnarci per resistere ai predoni oppure possiamo andare in guerra.
È chiaro che Russia e Cina non preferiscono una guerra. Recentemente un discorso di Nikolai Patrushev, capo della sicurezza russa, ha affermato che abbiamo circa 10 anni per cambiare il rischio di guerra.
Il Board of Peace è un meccanismo volto a rafforzare il controllo politico degli Stati Uniti sul resto del mondo. Si tratta di vino acido di vecchia ricolonizzazione commercializzato in nuove bottiglie. Non è cambiato nulla ed è solo un nuovo mantello. Si tratta di un’ulteriore distruzione di qualsiasi identità palestinese nel nostro mondo, di un nuovo genocidio identitario. È un tentativo di impossessarsi di tutte le norme giuridiche. È un tentativo di controllo nudo. Sarà l'ultima. Se dai un'occhiata a chi ha firmato, ci sono poche sorprese:

Quello che dovrebbe essere un piano di pace per Gaza è in realtà un'incursione.

"La guerra a Gaza sta DAVVERO giungendo al TERMINE". "Abbiamo 59 paesi coinvolti" — Trump. (Tenete presente che esagera sistematicamente. A Gaza non c'è guerra e se ci vogliono 59 paesi per fermare un genocidio, non credo che lo scopo qui sia altro che un ulteriore incursione in Palestina, un lasciapassare per Netanyahu e un progetto di sviluppo immobiliare per Kushner). Jared Kushner esorta la gente a non “intensificare” la situazione a Gaza e a smettere di criticare “Israele" o gli "israeliani”, così come la Turchia e il Qatar. Ma non sollecita che cibo e beni di prima necessità entrino nella striscia.
Jared Kushner ha appena presentato la sua scintillante visione "Nuova Gaza" alla riunione del Board of Peace a Davos — grattacieli futuristici e tutto il resto. Ecco perché hanno lasciato che decine di migliaia di persone venissero massacrate? Per una riqualificazione immobiliare di prim'ordine? “Guardate questo splendido pezzo di proprietà — cosa potrebbe diventare per così tante persone”, ha detto Trump dopo la firma dello statuto del ‘Board of Peace’ a Davos.
Aspettiamo che si calmino le acque per analizzare ulteriormente questo Ordine Internazionale Basato su Regole nel suo nuovo Mantello Regale composto da polvere di fata, false rappresentazioni, copiose bugie, incursioni di arricchimento, banditismo, uccisioni piratesche e avidità sfrenata. Abbiamo già visto questa storia. Non lasciarvi corteggiare da un mantello nuovo. Non è cambiato nulla. Il sistema-mondo concepito dalle élite americane non perdona l'autonomia, ma non premia nemmeno la sottomissione perché il loro vero obiettivo non è avere amici, ma vassalli. Questi vassalli non hanno diritti ma hanno obblighi e, quando falliscono, vengono licenziati.
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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
Alla Raffineria di Puerto La Cruz, nel cuore dello stato di Anzoátegui, la presidente incaricata della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Delcy Rodríguez, ha incontrato i lavoratori del settore petrolifero per celebrare il loro ruolo centrale nella ripresa del cosiddetto Motor Hidrocarburos. Un confronto franco, che ha messo al centro uomini e donne dei campi di Monagas e Anzoátegui, protagonisti silenziosi della stabilità operativa del Paese. Rodríguez ha ribadito che è la volontà della classe operaia il vero motore che oggi consente a PDVSA di proiettarsi verso una nuova fase di crescita ed efficienza tecnica.
Il rafforzamento dell’industria, ha spiegato, si inserisce pienamente nelle Sette Trasformazioni (7T) del Piano della Patria e nel 2026, definito “anno della Sfida Ammirevole” dal presidente Nicolás Maduro. Particolare rilievo è stato dato al valore strategico della Raffineria di Puerto La Cruz, snodo essenziale per l’approvvigionamento energetico dell’oriente e del centro del Paese. Qui la sovranità energetica si misura nella capacità, nell’ingegno e nella proposta concreta dei lavoratori, ascoltati direttamente dalla presidente incaricata.
A fronte di 19 trimestri consecutivi di crescita economica e di un PIL in aumento dell’8,5% nel 2025, il governo ha annunciato la creazione di due fondi sovrani alimentati dalla rendita petrolifera: uno dedicato alla protezione sociale dei lavoratori e delle loro famiglie, l’altro destinato a infrastrutture e servizi pubblici.
Al centro del dibattito anche la riforma della Legge sugli Idrocarburi, che - come ha sottolineato Rodríguez - permetterà di trasformare i barili oggi inutilizzati in salari, sanità, alimentazione e servizi per il popolo venezuelano. Un passo politico ed economico che punta ad attrarre investimenti, proteggere le risorse nazionali e consolidare, attraverso il lavoro, la sovranità energetica del Paese.
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Il ministero degli Esteri iraniano ha smentito con fermezza le recenti affermazioni secondo cui circa 30.000 persone sarebbero state uccise durante le ultime rivolte nel Paese. Il portavoce Esmaeil Baghaei ha definito la cifra una costruzione propagandistica, paragonandola alla tecnica della “grande menzogna” utilizzata dalla Germania nazista. In un messaggio pubblicato su X, Baghaei ha accusato alcune fonti mediatiche occidentali di rilanciare numeri infondati per coprire il fallimento delle violenze sostenute dall’estero.
Secondo Teheran, gruppi di rivoltosi appoggiati da servizi segreti stranieri avrebbero tentato di provocare una strage di civili da attribuire poi al governo. Le autorità iraniane parlano invece di oltre 3.000 morti complessivi, causati da rivolte armate e atti terroristici scoppiati a inizio gennaio in diverse città. Le violenze sarebbero esplose dopo proteste inizialmente pacifiche nei bazar, legate al deprezzamento del rial, degenerando poi in attacchi coordinati contro infrastrutture pubbliche, negozi e istituzioni statali.
Teheran accusa apertamente Stati Uniti e Israele di aver fornito supporto finanziario, logistico e mediatico ai gruppi coinvolti, denunciando una strategia che intreccia operazioni di intelligence, manipolazione dell’informazione e il rilancio di figure monarchiche marginali.
Un copione che, secondo l’Iran, ignora la storia del Paese e la volontà popolare, ma conferma il ruolo centrale della guerra mediatica negli scenari di destabilizzazione contemporanei.
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di Pablo Baldi
La contraddizione principale dei nostri tempi è quella tra masse popolari che lottano per la pace e guerra imperialista. Non perché sia l’unica contraddizione, ma perché è la contraddizione che influenza tutte le altre. Ad esempio la contraddizione presente nella società iraniana tra clero al potere e una popolazione sempre piú laica esiste, ma non può essere pienamente compresa senza considerare il ruolo della borghesia compradora imperialista che usa i diritti civili come pretesto per fomentare una rivolta armata contro la Repubblica Islamica. Un’analisi che non includa i vantaggi materiali che il crollo della Repubblica Islamica porterebbe all’impero non ci permetterebbe di capire l’enorme copertura mediatica riservata nei nostri Paesi al conflitto conservatori-progressisti (presente in ogni paese, in ogni villaggio e spesso all’interno delle famiglie) e il sostegno occidentale alla fazione progressista che, guarda caso, è anche quella che spinge per la “normalizzazione” dei rapporti con l’Occidente, ossia una sottomissione alle potenze imperialiste.
Le scelte che prendiamo devono essere nette e le nostre azioni devono esserne conseguenti. Il nesso tra teoria e pratica è la stella polare di ogni marxista: la nostra pratica quotidiana deve basarsi su una comprensione olistica delle contraddizioni strutturali del capitale globalizzato di cui i conflitti armati e le guerre economiche-commerciali sono un’espressione locale. La contraddizione sta nel fatto che la crisi strutturale (de-industrializzazione, finanziarizzazione, proletarizzazione della piccola e media borghesia, compressione dei salari, aumento del costo della vita, crescente competitività dei Paesi Asiatici e via dicendo) non vengono risolte strutturalmente perché ciò è possibile soltanto con un’ economia pianificata volta al miglioramento delle condizioni di vita delle masse popolari. E quindi la riproduzione di questo sistema in putrefazione viene inseguita dai grandi monopolisti del capitale finanziario con guerre volte a preservare il potere del dollaro (in particolare tramite la vendita del petrolio in dollari) e contenendo la pacifica ascesa cinese che mette in discussione questo potere. Ecco perché oggi piú che mai dobbiamo tracciare una linea netta. Le contraddizioni si acuiscono per l’impossibilità di essere risolte e allora noi dobbiamo essere risoluti: SOCIALISMO O BARBARIE!
1) I lacchè dell’imperialismo maschereranno questa verità parlando di imperialismi. Rientrano in questa categoria tutti i nénéisti e trotrzkisty vari (né Russia né NATO, né israele né Iran ecc).
Ogni concetto è privo di significato se non ha una definizione univoca. L’imperialismo è l’espansionismo economico (e quindi politico, culturale, militare ecc) generato dalla fusione del capitale industriale e del capitale bancario che formano ciò che chiamiamo finanza.
Chiamare con la stessa parola fenomeni diversi rende impossibile un’analisi scientifica della politica. L’astrazione è utile quando ci aiuta a comprendere meglio i fenomeni concreti, ma dannosa quando non ci permette di distinguere ciò che va distinto e unire ciò che va unito. Piú la definizione è specifica, più il sapere è accurato. Se con la parola “imperialismo” ci riferiamo all’aggressività e alla volontà di espandersi parliamo di tutto e di niente: aggressivo con chi? Aggressivo perchè? Espandersi in che ambito? Per quale motivo? Con quali mezzi? Queste rimangono questioni inesplorate e così anche la costruzione da parte cinese di infrastrutture in Africa diviene imperialista. E qua arriviamo al secondo punto.
2) I lacchè dell’imperialismo saranno sempre e comunque allineati agli interessi imperiali.
Per una strana coincidenza tutto ciò che danneggia il potere del dollaro (ad esempio i BRICS) verrà opposto, screditato e/o deriso grazie agli slogan e al racconto mitico offerti dall’apparato mediatico-propagandistico che garantisce autorevolezza a questi utili idioti o beneficiari dell’imperialismo.
Non importa se ne forniranno giustificazioni alternative all’imperatore di turno, ciò è soltanto ancora piú indegno. Per esempio, mentre in Iran si protestava per la situazione economica e i rivoltosi foraggiati dall’imperialismo tentavano di destabilizzare la Repubblica Islamica, Rifondazione Comunista scendeva in piazza a sostegno del “popolo iraniano che lotta per la democrazia e la libertà”.
L’impero ha perso la capacità di costruire consenso, di convincere il mondo che la sua prepotenza è giustizia e quindi il suo bullismo diviene palese. L’ascesa cinese è rapida e non c’è piú tempo da perdere nel rispettare un diritto internazionale che era la cristallizzazione di certi rapporti di forza che l’impero ha scardinato battendo l’Unione Sovietica nella guerra fredda.
Adesso che la barbarie non si maschera piú da civiltà (responsabilità di proteggere, polizia morale del mondo, esportazione della democrazia ecc) i lacchè dell’imperialismo trovano nuove giustificazioni ideologiche. Che Maduro non fosse un narcotrafficante è talmente evidente a tutti che pure gli USA hanno dovuto fare un passo indietro, eppure ci sono schiere di lacchè dell’imperialismo che sosterranno che il suo rapimento sia positivo perché il suo “regime” era “oppressivo”. Anche in questo caso si parla di slogan senza alcuna profondità, in cui non ci si chiede oppressivo in che modo, con chi e per quali ragioni. Ma d’altronde, finché si dice di stare dalla parte del popolo si è i buoni e si può dormire tranquilli sapendo di essere superiori moralmente rispetto agli amici dei dittatori. Qua si aprono altre due questioni.
3) I lacchè dell’imperialismo si ricorderanno del popolo solo quando piú conviene al potere imperiale. Ormai abbiamo una comprensione scientifica della dannosità delle sanzioni unilaterali imposte dagli USA e dall’UE in violazione del diritto internazionale: si stima che causino 564’000 morti evitabili all’anno, una cifra paragonabile alle morti per conflitti armati.1 Ma la persona comune morta per mancanza di cure causata dal bullismo statunitense non interessa al lacchè dell’imperialismo. Mi chiedo cosa ci sia di piú crudele che impedire che arrivi l’insulina a un diabetico. Se lo sterminio dei civili in Iraq era per una buona causa perché c’erano armi di distruzione di mass… perché la democrazia ha dei costi, adesso neanche si prova a mascherare la prepotenza. Chi non condanna Putin, Maduro o il nemico di turno è un leccapiedi dei dittatori, ma stranamente nessuno si ricorda mai di condannare l'affamento dei popoli da parte del Paese piú ricco del mondo che usa la proprio ricchezza per estorcere ulteriore ricchezza in un circolo vizioso che rischia di trascinarsi alla guerra termo-nucleare. Sono evidenti e arci-noti i doppi standard. Ma con l’obbligo morale della condanna si apre un’altra questione.
4) I lacchè dell’imperialismo inquineranno le acque del dibattito portando una visione della politica internazionale altamente moralista. Il fattore determinante nello scatenamento dei conflitti diviene cosí la cattiveria di un certo Paese o ancor piú spesso del suo cattivo dittatore. Sicché il problema sono individui malvagi che compiono azioni immorali, non un sistema impersonale che necessita della distruzione ciclica di capitali e merci (prima fra tutta la forza lavoro) per riprodursi evitando crisi di sovrapproduzione. Argomentare usando gli interessi economici che potrebbero aver contribuito a scatenare un conflitto verrà tacciato di complottismo, insomma: la cattiveria di Putin è auto-evidente a tutti e chi non la vede è imbevuto di propaganda del Cremlino.
5) Ad un’analisi concreta della situazione concreta i lacchè dell’imperialismo sostituiscono il tifo fanatico. Chiunque osi dire che le ragioni russe non sono campate in aria è al soldo del Cremlino, un lobotomizzato o un traditore. La mentalità da guerra fredda, per cui chiunque metta in discussione l’appartenenza al blocco Atlantico è al soldo del Cremlino, rimane forte anche adesso che i tempi sono cambiati e quindi il nostro modo di vedere il mondo dovrebbe essere cambiato. Usare schemi interpretativi vecchi in una situazione nuova è una delle principali cause di disastri politici e in un Paese estremamente anziano come l’Italia è un grande rischio.
L’attuale alternativa è tra una docile obbedienza ai dettami di NATO e UE che vogliono piú cannoni e meno burro e la cooperazione con un mondo sempre piú multipolare in cui le politiche egemoniche sono condannate per preservare la sovranità nazionale priva da interferenza esterne, in quello che si sta delineando come uno scenario internazionale in cui la borghesia compradora imperialista legata alla finanza dollaro-centrica perde terreno a favore delle masse popolari e delle borghesie nazionali dei paesi che difendano la propria sovranità.
Ma questa analisi include nella lotta all’imperialismo unipolare globale Paesi che hanno valori, culture politiche, percorsi storici ecc diversi dai nostri e quindi i media lacchè dell’imperialismo classificano queste differenze come forme di malvagità del dittatore di turno. Questa visione del mondo è fortemente radicata in Occidente ed è stata alla base di ogni politica coloniale, ma il mondo è stufo di sentire le nostre prediche su come dovrebbero comportarsi e abbiamo perso ogni autorità morale dopo il sostegno dei nostri governi al genocidio palestinese. E la nostra visione del mondo altamente individualizzata non ci permette di capire le altre culture politiche che danno piú importanza alla collettività rispetto alla nostra. Da qui l’equivoco per cui basti rapire Maduro per “liberare” il Venezuela, uccidere Putin e Khamenei per “liberare” la Russia e l’Iran. Chiunque conosce questi Paesi sa che le cose non stanno così.
L’obbligo morale di condannare è una prepotenza che mira a tracciare una linea tra i buoni condannatori (nonchè lacchè dell’imperialismo) e coloro che sanno che se condanniamo la “teocrazia islamica” iraniana agli iraniani non fa nè caldo nè freddo perché sono loro gli unici nella posizione di poter autodeterminarsi e non sarà di certo un bombardamento umanitario a fargli capire che il progressismo neoliberista occidentale è la via che noi abbiamo tracciato per il mondo e loro devono seguire (volenti o nolenti).
6) Il tifo fanatico è a sostegno della borghesia compradora dei Paesi sovrani non sottomessi all’impero che vengono eretti come unici rappresentanti del popolo. “I Venezuelani sono contenti del rapimento di Maduro”. Quali Venezuelani? Per quali motivi? Ovviamente i Venezuelani piú facoltosi sono quelli che riescono a ottenere maggiore copertura mediatica in Occidente e ciò viene incrementato esponenzialmente dal fatto che sono quinte colonne dell’imperialismo, pronti a svendere le risorse del proprio Paese all’impero in cambio di denaro e potere. I Venezuelani che vivono in una delle oltre 5 milioni di case popolari costruite dal governo Bolivariano dal 2011 ad oggi cosa hanno da festeggiare? Ma ovviamente la loro voce non viene rappresentata nei media al servizio dell’imperialismo e quindi non esistono per noi.
La mentalità da tifoso può portare ad analisi bizzare anche da parte di chi si dichiara anti-imperialista.
7) In alcuni ambienti “sovranisti” circola l’equazione imperialismo = globalismo. Anche qua: l’imperialismo è fondato su pratiche predatorie ed estorsive e confonderlo con l’interconnessione globale, che può anche permettere scambi benefici per tutte le parti, è uno sporcare le acque con categorie di pensiero inesatte o mal definite e applicate.
Il tifo per l’anti-globalismo identifica come amici i nemici dei nemici, ma non si capisce quale dovrebbe essere il vantaggio nell’essere meno sottomessi alla finanza dei big three per sottomettersi maggiormente alla finanza dei tecno-feudatari legati a Trump, ai bitcoin, agli etf ecc, insomma: ad un imperialismo ancora piú predatorio, caotico, distruttivo e speculativo.
La lotta contro l'élite satanista starebbe essendo combattuta da Trump e Putin, ancora una volta in una visione della politica individualizzata che confonde gli interessi dei grandi capitali di USA e Russia con la personalità dei loro leader. In questo scenario la Cina sarebbe un Paese globalista e quindi nemico. Come l’interconnessione materiale tra Asia, Europa e Africa ambita dai cinesi possa danneggiare la sovranità nazionale Italiana è poco chiaro. E perché per gli Italiani sarebbe auspicabile che la Russia si stacchi dalla Cina per combattere il “satanismo globalista” lo è ancora meno.
Non dobbiamo mai dimenticare che le relazioni con l’estero dei Paesi sono espressione della lotta di classe all’interno dei confini nazionali. Negli USA il potere è in mano alla finanza speculativa, quindi per loro (a prescindere da chi è l'imperatore di turno) è fondamentale mantenere il dominio delle rotte commerciali per sostenere il debito federale e il potere del dollaro su cui si basa la bolla di Wall Street. La Russia è un Paese capitalista ma non imperialista, quindi ha interesse ad esportare le sue materie prime in modo pacifico e questo porta benefici alle masse popolari italiane. La Cina è un Paese socialista in cui il governo promuove il miglioramento delle condizioni di vita delle masse popolari, anche tramite l’interconnessione infrastrutturale-commerciale dell’Eurasia e dell’Africa. L’aumento della potenza tecnologica e della qualità della vita cinese portano il Paese di Mezzo a esportare sempre piú prodotti e di sempre maggiore qualità. Se vogliono trovare compratori devono promuovere il miglioramento delle condizioni di vita dei Paesi in cui esportano. Per questo gli interessi delle masse popolari italiane e globali sono in linea con la politica estera cinese che promuove relazioni commerciali “vinci tu e vinco io”.
Quindi si tifa contro un presunto globalismo che porterebbe enormi benefici alle masse popolari e si tifa per un sovranismo popolare che non si capisce perché l’impero dovrebbe concederci a suo svantaggio.
Detto questo, dobbiamo contrastare anche queste caratteristiche presenti tra coloro che si oppongono all’imperialismo.
Per esempio, dire che il Venezuela è stato attaccato in quanto Paese socialista è semplicemente falso. Anche in questo caso si adottano le lenti della guerra fredda in una situazione diversa. Anche negare l’esistenza di malcontento nei Paesi che si oppongono all’imperialismo è tifo dannoso. Certo, questo malcontento è in gran parte dovute alle infami sanzioni statunitensi, ma perché mai dovremmo eliminare dalle nostre analisi le contraddizioni interne ai Paesi anti-imperialisti?
Di certo queste contraddizioni non giustificano i bombardamenti umanitari. Ma sostenere che il rapimento di Maduro sia illegittimo in quanto Maduro sia stato democraticamente eletto porta con sé tutta una serie di implicazioni che fanno il gioco del campo imperialista. Significa che ha legittimità a governare solo chi viene eletto con i nostri canoni e che le comunità politica non hanno diritto ad autodeterminarsi con forme democratiche diverse dalla nostra. Significa che se si autodeterminano in forme diverse dalla nostra non dobbiamo supportarli. Significa che dobbiamo fare le pulci ai governi esteri e sostenerli solo quando ci piacciono, quando anche la de-dollarizzazione da parte dei Paesi che non ci piacciono dà un grande aiuto alla masse popolari italiane.
Sicché la nostra analisi non deve semplicemente essere il contrario della propaganda imperialista, ma deve porsi l’ambizioso obiettivo di giungere ad una comprensione scientifica delle relazioni globali tra capitale e lavoro, tra finanza e industria, tra industria e agricoltura, tra borghesia compradore e borghesie nazionali ecc. Solo cosí le masse popolari ci riconosceranno come legittimi interpreti dei loro interessi e riconosceranno l’inevitabilità di compiere la scelta da che parte della barricata stare: SOCIALISMO O BARBARIE!
1 https://www.thelancet.com/journals/langlo/article/PIIS2214-109X%2825%2900189-5/fulltext
Data articolo: Sun, 25 Jan 2026 23:21:00 GMT
La c.d. “riforma della Giustizia”, è stata approvata da camera e senato con i soli voti della maggioranza di governo1.
Così la Costituzione, figlia della resistenza al fascismo e al nazismo, patrimonio politico e culturale di tutti cittadini, ancora una volta viene stravolta e mutilata per meschini interessi dei partiti di governo2.
La tutela della democrazia, l’indipendenza della magistratura, le garanzie previste dai costituenti sono affidate al voto dei cittadini.
Solo il voto referendario potrà respingere una revisione costituzionale, considerata obiettivo fondamentale del programma di governo che si propone con questa riforma di imporre principi e regole destinate a rafforzarne i poteri.
Il referendum, in contrasto con il titolo della nuova legge costituzionale proposta (riforma della giustizia), interviene, in realtà, esclusivamente sul principio di autoregolamentazione organizzativa della magistratura.
Il Presidente della Repubblica improvvidamente3, contro lo spirito della costituzione4, violando una serie di leggi e di prassi5 ha già firmato il 13 gennaio 2026 il decreto6 sull’indizione del referendum che dovrebbe avere luogo il 22 e 23 marzo 20267.
Nella stessa data si voterà anche per le elezioni suppletive che si tengono in Italia nel corso degli anni per eleggere i deputati o senatori dei collegi uninominali rimasti vacanti.
Cosa esclusa dalla legge e dalla prassi8.
In questo modo si rischia, per la brevità della campagna di informazione e per i toni che il dibattito sta assumendo, che i cittadini non colgano il vero obiettivo della riforma: la subordinazione della magistratura al controllo del governo.
Cosi il referendum costituzionale rischia di trasformarsi in un voto politico a favore o contro il governo ed il suo operato piuttosto che costituire una informata e ponderata valutazione di una riforma costituzionale che, nello spirito dei Costituenti (art. 138 Cost.), dovrebbe sempre coinvolgere maggioranza ed opposizione trattandosi del futuro della Legge Fondamentale del paese.
Una formulazione testuale quella dell’art 104 Cost, che la riforma ha inteso purtroppo stravolgere, che garantisce autonomia ed indipendenza alla magistratura che, non a caso, il Costituente ha voluto definire, come principio basilare dell’intero ordinamento costituzionale, un ordine “autonomo e indipendente da ogni altro potere”.
Dopo i tentativi dei governi, presieduti da Mussolini, di subordinare la magistratura al regime fascista, i Costituenti, con la creazione di un organo costituzionale autonomo e indipendente come il Consiglio Superiore della Magistratura, hanno inteso impedire interferenze del potere politico e legislativo nello svolgimento di una funzione fondamentale, non solo come quella di rendere giustizia in nome del popolo, escludendo l’esecutivo dalla gestione delle carriere o da qualsiasi altra interferenza. Ma anche per consentire alla magistratura, che operi e si comporti come unico ordine in cui la funzione inquirente-requirente e la funzione del giudicare sono espressione di un'unica attività (art. 107 Cost.) diretta all’obiettivo di assicurare e garantire una giustizia uguale per tutti.
Una attività per la quale i caratteri di autonomia, indipendenza e terzietà garantiscono ai cittadini che l’esercizio della giustizia sia assicurato da magistrati immuni da prevenzioni e condizionamenti di altri poteri e di organi dello stato.
In particolare la separazione dei poteri, e, quindi, l’indipendenza anche gerarchica di ogni magistrato compreso il pubblico ministero è per ora pienamente garantita dalla Costituzione e dalle leggi per attuarla (anche se in casi particolari il procuratore generale può con decreto motivato avocare a sé l’indagine!).
Ed in effetti, fin ora, la Costituzione ha costituito un baluardo contro i tentativi della maggioranza parlamentare e dell’esecutivo (si pensi alle leggi ad personam proposte dai governi Berlusconi) di controllare la magistratura e difendere i privilegi in violazione dello stato di diritto, della democrazia e del principio di legalità e di controllo.
Anche se la discussione sui pro e i contra della revisione costituzionale della c.d. separazione dei poteri è già iniziata da tempo, i cittadini elettori non sono per ora adeguatamente informati né sulle trasformazioni, abbastanza complesse, della separazione dei poteri perché, in realtà, la riforma dell’organizzazione della vita giudiziaria riguarda non solo il capovolgimento del principio costituzionale della unicità della funzione dei magistrati, che ne garantisce oggi autonomia, indipendenza ma anche il principio costituzionale di autoregolamentazione.
Un principio che la creazione proposta dalla riforma costituzionale di una Alta Corte disciplinare, supera, creando una forma di super controllo esterno dei magistrati e della loro attività, ponendo l’accento esclusivamente sulla loro responsabilità civile e penale.
Mentre i cittadini richiedono una migliore organizzazione della giustizia, un indispensabile incremento dell’organico tale da rendere i processi più brevi ed efficienti.
Obbiettivi non rinviabili e completamente ignorati da questa riforma, peraltro superflua, dato che la separazione dell’attività e non del ruolo tra PM e giudice è già in atto da tempo.
Del resto il presunto lassismo delle toghe sostenuto dal governo attuale per cui il CSM sarebbe troppo morbido nel valutare le responsabilità dei magistrati non trova alcun riscontro nei fatti: la sezione disciplinare del CSM dal 2023 ha emesso 194 sentenze, 23 delle quali sono di non luogo a procedere, 91 sono di assoluzione cioè il 47% mentre quelle di condanna sono 80 cioè il 41%9 ed il confronto con la Francia e la Spagna mostra una maggiore severità del nostro paese rispetto ai dati forniti dalla commissione per l’efficienza della giustizia del consiglio di Europa, addirittura le sanzioni in Italia sono state quattro volte la media Europea per cui il CSM in Italia avrebbe sanzionato quasi quattro volte più della media Europea i giudici sottoposti a procedimento disciplinare.
Dunque le carenze di organico, che dipendono anche da ragioni estranee al funzionamento della giustizia e dei processi, ma anche l’assenza dell’indispensabile supporto informatico, di personale e di finanziamento sono le vere riforme volte ad impedire che i processi durino anni, trasformandosi spesso in casi di denegata giustizia.
In realtà non solo il parlamento ed il governo ma anche i media, i social e l’opinione pubblica avrebbero dovuto impegnarsi in serene ed indispensabili sessioni di lavoro volte ad individuare gli interventi ormai non rinviabili per migliorare un servizio giustizia la cui responsabilità non va certo addossata ai soli magistrati e che certo non trova nessun fondamento nella c.d. separazione delle carriere.
Chi riflette sulle controriforme legislative che fanno meno rumore e che incontrano, perciò, meno resistenze, ma sono immediatamente applicabili, in materia di indagini giudiziarie, a partire dal controllo telefonico disposto dalla magistratura, di cui ha parlato ripetutamente ed in modo documentato il dott. Gratteri in numerosi libri ed interviste dalle quali emerge la distanza fra le dotazioni tecnologiche dello stato rispetto a quelle della criminalità, ha la sensazione che, questa riforma, anziché favorire le indagini sia orientata a renderle più difficili, soprattutto nei confronti del mondo politico e in quella galassia che vede come protagonisti politici, corruttori e corrotti.
Gli elettori, se non saranno raggiunti da informazioni, espresse chiaramente, sulle conseguenze politiche e istituzionali della controriforma della giustizia, che è “una e trina” (creazione di due CSM, introduzione del sorteggio in luogo dell'elezione dei componenti dei CSM e creazione dell’alta corte di disciplina), rischiano di essere vittime più della disinformazione o dei messaggi interessati dei partiti, piuttosto che di una chiara visione delle conseguenze del voto referendario.
Un voto che, come vedremo, e come lo stesso ministro della Giustizia Nordio ha, con candore, confessato, non riguarda affatto una riorganizzazione più efficiente, più rapida ed efficace della giustizia in Italia, cioè che giovi ai cittadini italiani, ma solo lo stravolgimento di quella distinzione funzionale delle carriere giudiziarie che, invece, secondo la costituzione vigente e secondo l’esperienza dichiarata di molti altri magistrati (ogni volta che cambiavano ruolo imparavano qualcosa di nuovo) fa sì che “I magistrati si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni (non gerarchica)” (art. 107 Costituzione).
La riforma, invece, rischia di spaccare nettamente la magistratura in due settori distinti e separati per cui il pubblico ministero sveste i panni di magistrato, incaricato di individuare le prove sia a carico che a discarico dell’indagato, assumendo, piuttosto, quella di poliziotto e inquisitore che per di più segua in modo privilegiato gli indirizzi di politica giudiziaria imposti dal governo.
In secondo luogo con questa riforma si corre, anche, il rischio di sottoporre, sia l’organizzazione generale della giustizia penale che il singolo caso, alle indicazioni e alle prospettive politiche del Ministero della Giustizia.
Come ha sostenuto anche l’ANM in un documento approvato all’unanimità il 15 dicembre 202410 “La separazione delle carriere non risponde ad alcuna esigenza di miglioramento del servizio giustizia, ma determina l’isolamento del pubblico ministero, mortificandone la funzione di garanzia e abbandonandolo ad una logica securitaria, nonché ponendo le premesse per il concreto rischio del suo assoggettamento al potere esecutivo”, dal momento che le leggi per attuarla potranno accentuare ulteriormente la separazione se non addirittura la contrapposizione tra pubblico ministero e giudice.
È evidente la contrapposizione del nuovo indirizzo normativo con quanto previsto dalla costituzione vigente secondo la quale - art. 104 “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”.
Su altro piano vi è, anche, il rischio che gli elettori decidano di partecipare o meno al voto ignorando la differenza tra il referendum abrogativo, che riguarda le sole leggi ordinarie che, per produrre i suoi effetti abroganti (art 75 Cost.) deve avere la partecipazione al voto della maggioranza degli elettori e dei voti validamente espressi ed il referendum di revisione della costituzione, che può, confermare o meno, una riforma approvata con i soli voti della maggioranza di governo, previsto dall’art 138 Cost, e produrre i suoi effetti anche con la partecipazione di solo due elettori!
Gli elettori che pensassero che la loro astensione dal voto farebbe cadere la revisione costituzionale incorrerebbero, quindi, in un banale ma grave errore.
Lo stesso titolo “Riforma della Giustizia” con il quale viene presentata la revisione della costituzione rischia di trarre in inganno gli elettori che attendono da anni una vera riforma che, per una serie complessa di motivi, quali l’eccesso di liti infondate o di incaute e infondate denunzie penali e la carenza di organico, richiederebbero una vera riforma dell’organizzazione giudiziaria.
E anche perché l’dea di semplificare l’amministrazione della giustizia, eliminando il giudice conciliatore ed il pretore, ha caricato i Tribunali e le Corti di Appello di questioni che richiederebbero un incremento significativo di assunzioni di magistrati e di personale.
Infine, il modo in cui si è verificata la trasformazione del processo tradizionale, che prevedeva la partecipazione diretta nel processo di tutte le parti, in processo informatico, ha allontanato ulteriormente i cittadini dalla percezione della Giustizia rendendo ancora meno comprensibili e controllabili le lungaggini, la durata ed i risultati dei processi.
Quali siano i reali obiettivi della revisione costituzionale ora sottoposta a referendum è confermato dall’attivismo del ministro della giustizia Nordio ed i suoi colleghi nel rendere meno efficace l’opera della giustizia appellandosi strumentalmente a criteri di garanzia che per il modo in cui vengono proposti bloccano anziché favorire le indagini soprattutto nei confronti del mondo politico.
Alcune anime belle tra i costituzionalisti, perfino quando la loro posizione istituzionale passata o presente imporrebbe chiarezza ed obiettività, che invece si sono dichiarati favorevoli alla separazione delle carriere, innanzitutto fingono di ignorare che “il rischio di contaminazione” fra giudici, inquirenti e requirenti con le riforme legislative già attuate non esiste dato che la carriera dei magistrati è unica e il passaggio tra funzione inquirente-requirente e giudicante è possibile, per effetto della riforma Cartabia, solo una volta entro dieci anni dalla prima assegnazione.
In secondo luogo questa controriforma è, come si è detto, “una e trina” anche se, ad un osservatore superficiale, può apparire meramente procedurale in realtà stravolge i principi di autonomia e di indipendenza e autoregolamentazione che sono i principi fondamentali e i contenuti previsti dalla Costituzione.
Certo l’obiettivo fondamentale di questa controriforma è la creazione di due consigli superiori della magistratura in luogo di uno, uno sdoppiamento che presuppone un approccio politico culturale diverso o addirittura contrapposto come abbiamo già ricordato. Da un lato la funzione inquirente e dall’altra quella giudicante.
Una distinzione che potrebbe essere accentuata se si prevedessero due concorsi diversi e più in generale due linee di formazione professione e di aggiornamento professionale distinte e separate, senza fra l’altro tenere conto dei principi e delle regole previste dalla Costituzione.
Per quanto riguarda la formazione dei due consigli la sostituzione del sorteggio all’elezione rappresenta una soluzione che appare secondo l’opinione dei riformatori uno strumento per garantire l’imparzialità delle scelte che riguardano la carriera, le promozioni e l’intera organizzazione del servizio giustizia realizzando l’emarginazione delle correnti dei magistrati considerate responsabili delle carenze dell’organizzazione giudiziaria e soprattutto dell’eccessiva clemenza delle sanzioni inflitte ai magistrati sottoposti a giudizio disciplinare affidate per il futuro ad una Alta Corte distinta dai due CSM destinata a garantire imparzialità ed autonomia di giudizio.
La riforma ha la dichiarata intenzione di emarginare le correnti dei magistrati dall’organizzazione della giustizia e delle carriere ad ogni livello ed in particolare dalla delicata funzione di garantire la deontologia dei magistrati e la loro indipendenza soprattutto nei giudizi disciplinari.
Una innovazione che presuppone innanzi tutto un giudizio negativo sulle associazioni dei magistrati che, invece, con le loro riviste, convegni e seminari hanno contribuito alla formazione scientifica e professionale dei magistrati soprattutto perché indispensabile per la vigenza di una Costituzione come la nostra con le sue grandi e positive innovazioni in materia di diritti e di doveri che riguardano ed interferiscono con l’intera organizzazione economica, politica e sociale della Repubblica rendendo l’interpretazione di un sistema normativo che soltanto in parte si è adeguato ai suoi principi ed ai suoi valori in ogni campo.
Una attività particolarmente complessa e delicata che impone studio, aggiornamento e un confronto che a torto, spesso, viene considerato invece un aspetto negativo perché implicherebbe una politicizzazione di giudizio che è propria dei principi e dei valori, dei diritti e dei doveri, e soprattutto delle garanzie dei principi democratici sancite dalla Costituzione.
La previsione del sorteggio non produrrà certo l’effetto di realizzare una più oculata organizzazione delle carriere e più in generale del servizio giustizia. Innanzitutto perché la causalità insita nel sorteggio non sembra certo il modo migliore per attribuire inevitabilmente e a caso funzioni complesse e delicate, dando così per scontato un giudizio complessivamente totalmente negativo dell’associazionismo giudiziario che ha avuto nel tempo non poche influenze positive nella formazione professionale dei magistrati che ridurrebbe la “organizzazione della giustizia” ad una mera ed asettica “questione di carriere”.
Ignorando fra l’altro che è da gattini ciechi addossare le responsabilità di disfunzioni e ritardi, parzialità e connivenze nella gestione delle carriere e nei procedimenti disciplinari a carico dei magistrati, ai soli magistrati come se le scelte compiute dal CSM in carica non fossero state condivise dai rappresentati eletti dal parlamento i quali sono usciti dal caso Palamara come candide ed ignare colombe.
L’assoluta ignoranza dei rilievi dell’opposizione parlamentare che nel caso della revisione costituzionale dovrebbe avere un ruolo determinante, come previsto dall’articolo 138 Cost. che impone con la seconda delibera parlamentare l’approvazione del progetto di riforma con la maggioranza dei due terzi, non solo è la conferma dell’arroganza del governo nel mutare unilateralmente i principi e le regole dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura che potranno essere ulteriormente minacciate dalle leggi di attuazione della riforma, ma costituiscono, anche, un evidente rischio di una pericolosa deriva per la democrazia in vista delle successive revisioni costituzionali.
Coloro che si impegnano per un voto favorevole ignorano o fingono di ignorare che come ha già preannunciato la premier che l’impegno del governo nella riforma della Costituzione, anziché rivolgersi ad una riforma oculata ed obiettiva dell’organizzazione della giustizia, sembra rivolto ad una interferenza del governo nell’attività giudiziaria in contrasto con il dettato costituzionale che ne prevede l’autonomia e l’indipendenza.
Un atteggiamento che si estende ad una sorta di fastidio che il governo in carica manifesta nei confronti di tutti gli organi a cui la costituzione affida il controllo a partire dal ruolo fondamentale della Corte dei Conti, della Corte Costituzionale, del Consiglio di Stato e della Banca d’Italia.
Regolati i conti con la magistratura il governo rilancerà, come ha già preannunciato, la pericolosa riforma del premierato. Una riforma destinata a ridurre i poteri di garante della Costituzione del Presidente della Repubblica e di ulteriore riduzione del ruolo del Parlamento e del ruolo dell’opposizione. Una deriva già confermata da una legislazione repressiva di ogni forma di dissenso di cui l’uso sempre più indiscriminato del decreto legge anche a proposito di leggi che limitano pericolosamente le libertà ed i diritti sanciti dalla costituzione instaurando di fatto un clima illiberale che sta esercitando la sua influenza sull’insegnamento ad ogni livello, dall’università alle scuole di ogni ordine e grado dove i presidi si arrogano il diritto di interferire pesantemente sull’esercizio della libertà di insegnamento.
Quindi il NO alla controriforma costituzionale sulla quale dovremo esprime fra breve il nostro voto non solo è una scelta consapevole su una riforma che non esercita un’influenza positiva sul c.d. servizio giustizia ma rischia di peggiorarlo in modo grave interferendo in modo pericoloso sull’indipendenza e l’autonomia del Pubblico Ministero (circa 2000) con un proprio CSM, ma rappresenta anche un chiaro segnale per il governo di iniziare con questa riforma il suo progetto di stravolgimento di un sistema Costituzionale, attaccato non solo frontalmente da errate ed improvvide riforme con il c.d. premierato all’italiana, obiettivo primario e irrinunciabile del governo in carica, ma anche in modo meno diretto con una serie di provvedimenti normativi approvati, manco a dirlo, con decreto che mettono a dura prova il ruolo di garanzia, presente e soprattutto futuro, della Costituzione, del Presidente della Repubblica e della Corte Costituzionale.
L’obiettivo principale del governo Meloni è però quello del cd premierato all’italiana, una revisione costituzionale, che conferma l’intenzione, tipica di ogni governo autoritario di concentrare in un solo uomo tutto i poteri fondamentali di uno Stato, sia a livello interno che internazionale.
Come se l’esperienza di sistemi presidenziali sia in molti paesi dell’America Latina che in Africa non sconsigliassero ogni forma di stato e di governo che unifichi arbitrariamente la rappresentanza politica soprattutto quando capo del governo e capo dello stato sono la stessa persona, una soluzione istituzionale che rende meno agevole le vicende di diritto internazionale che spesso non rispecchiano le esigenze ed i diritti dei cittadini.
La definizione di premierato all’italiana, come hanno sottolineato, anche, fra gli altri, Gaetano Azzariti, Gustavo Zagrebelsky, Alberto Lucarelli e Massimo Villone è un neologismo che contiene in sé il germe populista : cioè l’idea che il modo migliore e più immediato e diretto di avere un governo efficace, titolare di pieni poteri, decisionista, solido, responsabile, difronte agli elettori sia quello di una elezione diretta del premier da parte cittadini elettori, perché costituirebbe una espressione idonea a concentrare il potere di rappresentare i cittadini in uno solo, ignorando parlamento ed opposizione.
Una soluzione, quindi, che tende a concentrare in una sola persona ogni potere, declassando non solo il ruolo del parlamento, dell’opposizione e dei partiti ma anche degli organi di controllo (Corte dei Conti, Consiglio di Stato, Banca d’Italia, Corte Costituzionale), ma anche quella complessa macchina amministrativa che dovrebbe esprimere la funzione di un expertise bipartisan e non certo di sostegno unilaterale a delle politiche governative.
L’idea di concentrare in una sola persona una serie di poteri e decisioni che fin dai tempi della prima commissione incaricata di riformare la Costituzione italiana ha connotato ogni progetto di revisione della costituzione: l’obiettivo è il mito della stabilità del governo.
La confusione e la superficialità sono arrivate al punto che l’ipotesi di un premier eletto direttamente dai cittadini è stata definita con la figura del sindaco d’Italia, ignorando che soprattutto nei centri piccoli e piccolissimi questa riforma ha accentuato ulteriormente il carattere tribale - familiare della gestione politica amministrativa e che comunque anche non di rado nelle grandi città il sindaco è diventato il principale artefice dei rapporti economici sociali e politico istituzionali riducendo drasticamente il ruolo dell’opposizione e, quindi, il dibattito sui grandi progetti di trasformazione territoriale e culturale che nell’età della globalizzazione sono divenuti fondamentali.
La personalizzazione del ruolo del Presidente del consiglio dei ministri non a caso, sempre più spesso definito capo del governo, come ai tempi del fascismo, per quanto riguarda l’organizzazione costituzionale dello Stato e della società sembra innanzitutto limitare il ruolo del Presidente della Repubblica quale garante, non solo del rispetto della costituzione e delle istituzioni da essa regolate, ma, anche, come rappresentante dello Stato e della società nella sua unità.
L’idea sottesa al premierato proposto dal governo in carica è che il premier essendo eletto direttamente dai cittadini tende a togliere rilievo alla molteplicità di compiti che attualmente la costituzione attribuisce al Presidente della Repubblica.
Il pluralismo dei poteri previsto dalla Costituzione e in particolare il ruolo di moral suasion11 del Presidente della Repubblica riuscirebbero drasticamente limitati anche perché l’elezione diretta del Premier, se accompagnata dalla attribuzione allo stesso premier del potere di scioglimento anticipato delle camere renderebbe il premier non solo il garante della stabilità del governo ma anche arbitro delle crisi anche parziali di governo non rare in caso di governi di coalizione sottraendo al Presidente della Repubblica il ruolo di autentico arbitro delle crisi di governo.
L’attribuzione del ruolo di presidente del consiglio a personalità di particolare rilievo economico, politico, istituzionale che ha caratterizzato l’esperienza politica istituzionale dell’ultimo decennio, oggetto di critica anche da parte di osservatori politici, studiosi e costituzionalisti di diversa estrazione, è una delle ragioni che hanno indotto il governo Meloni a predisporre la proposta del c.d. premierato all’italiana sottraendo al presidente della Repubblica il potere di arbitrio delle crisi di governo e dello scioglimento anticipato delle camere.
Tutto ciò può divenire una pericolosa arma di ricatto nelle mani del Premier non solo nei confronti dei partiti di governo ma anche dell’opposizione.
Non va dimenticato, infine, che l’insofferenza della premier e dei suoi ministri, non solo nei confronti della stampa e del sistema multimediale ma anche della magistratura, della Corte Costituzionale e della Corte dei conti, del Consiglio di Stato e della Banca d’Italia, sono indice dell’atteggiamento di fastidio per ogni forma di controllo democratico delle istituzioni che per anni hanno assicurato l’autonomia dei poteri ma anche l’autonomia e l’indipendenza dei poteri di controllo che a partire dalla magistratura assicurano, non senza limiti e contraddizioni che andrebbero eliminate, garantendo l’esistenza di un sistema costituzionale democratico.
Dunque regolati i conti con la magistratura il governo rilancerà, come ha già preannunciato, la riforma del premierato intesa a trasformare in modo radicale il rapporto fra i poteri dello Stato e gli istituti di garanzia previsti dalla costituzione.
Si tratta di una deriva autoritaria, già confermata da ogni forma repressiva nei confronti di ogni forma di dissenso politico e civile di cui l’ostilità verso i sindacati è l’espressione più evidente. Deriva che si basa sempre più sull’uso indiscriminato del decreto legge (nel 2025 prodotti 200 DL in 365 giorni)12 anche a proposito di norme che limitano pericolosamente le libertà ed i diritti sanciti dalla Costituzione instaurando di fatto un clima illiberale che come detto influenza anche l’insegnamento ad ogni livello e pone il parlamento come semplice spettatore e non più legislatore e rappresentante dei cittadini.
Prof. Carlo Amirante
Avv. Giuseppe Mantia
Indicazioni per ulteriori approfondimenti
- intervista prof. Gaetano Azzariti “Un suicidio istituzionale all’italiana” colloquio con Gaetano Azzariti di Simone Alliva in l’Espresso del 21 giugno 2024 https://www.calameo.com/read/00731720847a6a53b2b7c
- intervista della Presidente di magistratura democratica Silvia Albano in https://www.youtube.com/watch?v=WdC6PbieSPA
- notazioni critiche sul premierato elettivo Astrid online https://www.astrid-online.it/static/upload/cian/ciancio_fed_18_25.pdf
- le democrazie sotto stress il pasticciaccio brutto del premierato 21 maggio 2024 in costituzionalismo.it https://www.costituzionalismo.it/le-democrazie-sotto-stress-e-il-pasticciaccio-brutto-del-premierato/
- il premier “piglia tutto” e lo squilibrio dei poteri questione giustizia 21 maggio 2024 -premierato e riforme costituzionali : il mito della governabilità in https://www.questionegiustizia.it/articolo/premier-pigliatutto
- Audizione informale del dott. Aldo Policastro, Procuratore Generale di Napoli, dinanzi all’Ufficio di Presidenza della Comm. Affari costituzionali del Senato, avente ad oggetto i Ddl nn. 1353 e 504 (Ordinamento giurisdizionale e Corte disciplinare) https://www.questionegiustizia.it/articolo/audizione-policastro
Infine fondamentale per la comprensione della crisi in cui vive il costituzionalismo cfr Gustavo Zagrebelsky in particolare il suo libro del 2023 "Tempi difficili per la Costituzione. Gli smarrimenti dei costituzionalisti" (Laterza), dove analizza la perdita di sostanza della Carta e il ruolo dei giuristi; altre sue opere e contributi, come "Costituzione della povertà", evidenziano il bisogno di attualizzare i principi costituzionali e valoriali (Vangelo e Costituzione) di fronte alle sfide contemporanee e alle disuguaglianze sociali.
1perché i quattro voti di Calenda sono risultati non indispensabili.
2 Alla Camera la riforma ha raccolto: Prima Lettura (16 gennaio 2025): 174 a favore, 92 contrari, 5 astenuti. Seconda Lettura (18 settembre 2025): 243 a favore, 109 contrari, 6 astenuti.
Al Senato la riforma ha raccolto 112 voti favorevoli, meno di quelli necessari per raggiungere i due terzi dei 205 senatori, pari a 137. Hanno votato a favore i partiti di centrodestra insieme ad Azione. Italia Viva si è astenuta mentre Partito Democratico, Alleanza Verdi-sinistra e Movimento 5 Stelle hanno votato contro.
3 Il TAR Lazio ha rinviato al 27 gennaio 2026 la decisione del ricorso proposto da un comitato di quindici giuristi per contestare la data del referendum stabilita dal governo ed avallata dal Presidente della Repubblica e spostarla in avanti.
4 L’articolo 138 della Carta fondamentale impone di attendere tre mesi dall’approvazione della legge da parte del Parlamento per dare la possibilità a tutti i soggetti titolari del potere di richiedere il referendum costituzionale oppositivo di sottoporla al giudizio popolare
5 https://www.giustiziainsieme.it/articolo/3759-l-indizione-del-referendum-nel-rispetto-delle-regole
8 Nel referendum confermativo (costituzionale), art. 138 Cost., il focus è sulla Costituzione stessa e l'accorpamento con altre consultazioni politiche (elezioni) è considerato altamente problematico e raro, se non vietato, per non interferire con l’esame approfondito della riforma costituzionale richiesta dalla costituzione.
10 "In difesa della Costituzione": il documento dell'ANM in sulla riforma dell’ordinamento giudiziario | Sistema Penale | SP
11https://www.giappichelli.it/media/catalog/product/excerpt/9788892179479.pdf?srsltid=AfmBOopx14LM_8NU1MXPvSnLgPQclaYTjL_CGXnrkcz9nBgRjbqftvOz
di Alex Marsaglia
Mentre Iran, Cuba, Messico, Colombia, Groenlandia e Canada non sanno se da un momento all’altro verranno attaccati dagli Stati Uniti, questi ultimi, tramite il loro Ministero della Guerra, hanno l’ardore di pubblicare la Strategia di Difesa Nazionale (https://media.defense.gov/2026/Jan/23/2003864773/-1/-1/0/2026-NATIONAL-DEFENSE-STRATEGY.PDFO). Come se avessero la necessità vitale di difendersi da qualcuno.
Che la strategia di difesa sia in realtà un ossimoro lo si capisce immediatamente dal sottotitolo del documento redatto da Pete Hegseth e i suoi: “ristabilire la pace attraverso la forza”.
Il documento si concentra su un approccio muscolare principalmente in chiave anticinese. I punti principali vertono sulla sicurezza e la protezione degli interessi statunitensi nell’emisfero occidentale, rispolverando la Dottrina Monroe. Infatti non si esita a sollecitare azioni militari a fini commerciali: «garantiremo con l’esercito statunitense l’accesso commerciale a territori chiave, in particolare il Canale di Panama, il Golfo d’America e la Groenlandia» (p. 3). È però difficile pensare di restaurare una Dottrina Monroe senza sollevare alcuno scontro con la Repubblica Popolare cinese, come è risultato evidente dall’aggressione al Venezuela. Ed ecco che permane sottotraccia la linea di faglia del perseguimento della “pace attraverso la forza” da portare avanti contro la Cina, essenzialmente al fine di “negoziare”. Come farlo viene dettagliato dal Ministero della Guerra incaricato direttamente dal Presidente Trump di sviluppare tale strategia. Hegseth e i suoi intendono «aprire una gamma più ampia di comunicazioni militari con l’Esercito Popolare di Liberazione attraverso un focus sul supporto alla stabilità strategica» chiarendo che «l’obiettivo non è dominare o umiliare la Cina, piuttosto evitare che gli Stati Uniti e i suoi alleati nel Pacifico vengano dominati» (p.4).
Emerge qui una strategia di contenimento e deterrenza della Cina che parte dalla ricerca da parte degli Stati Uniti di un dominio indiscusso nell’emisfero occidentale, dimostrando la propria forza militare. Viene però chiarito che tale dimostrazione non è assolutamente da intendersi come un nuovo isolazionismo, poiché verrà attuata una «condivisione del carico con gli alleati e i partners». Ed è qui che risulta evidente come gli Stati Uniti di Trump non intendano affatto spaccare la NATO e l’Unione Europea, semplicemente trattarli come muli su cui caricare il peso della guerra di logoramento russo-ucraina contro la Cina. La Russia viene infatti descritta come «una minaccia persistente, ma gestibile» per la NATO (anche senza gli Stati Uniti) e il sostegno economico all’Ucraina viene esplicitamente affidato alla sola Unione Europea. Gli strafalcioni strategici dell’imperialismo americano qui rischiano di farsi davvero grossolani e pericolosi, soprattutto per noi europei che veniamo concepiti come linea del fronte, poiché basandosi su una mera analisi a tavolino di dati economici ritengono «i nostri alleati della NATO sostanzialmente più potenti della Russia - non ci sono nemmeno lontanamente vicini. L’economia tedesca da sola supera di gran lunga quella russa» (p.11).
Nonostante l’economia russa abbia dimostrato di saper reggere a sanzioni e lunghi anni di guerra senza flettere, mentre quella degli alleati NATO sia tutt’altro che solida senza l’approvvigionamento di materie prime energetiche. Gli Stati Uniti sembra vogliano leggere un conflitto militare di scala globale solo con i dati economici e prescindendo dai dati militari: l’esercito russo ha fatto lunga esperienza di guerra in Ucraina, modernizzandosi e innovando i propri sistemi, mentre l’esercito NATO non ha alcuna esperienza in un lungo conflitto di posizione come questo. Ammesso e assolutamente non concesso che i Paesi dell’Alleanza Atlantica siano in grado di reggere un conflitto di tale portata, proseguiamo nel documento per focalizzare l’attenzione sul Pacifico e la Cina che si dimostra la vera spina nel fianco dell’imperialismo americano. Infatti, come risulta da ogni lettura rigorosa del termine «imperialismo» questo si lega allo sviluppo capitalistico e sarebbe opportuno che tanti che oggi vedono scontri inter-imperialisti vadano a rileggerselo, poiché qui la cosiddetta Strategia di Difesa Nazionale americana contiene il vero motivo per cui gli Stati Uniti hanno girato le spalle all’Europa per focalizzarsi sul Pacifico.
Già, perché siccome «l’Indo-Pacifico costituisce più della metà dell’economia globale» ne discende che «la sicurezza, la libertà e la prosperità del popolo americano è direttamente collegata alla nostra capacità di commerciare e impegnarci da una posizione di forza nell’Indo-Pacifico» (corsivi miei). Qui la logica di contrapposizione con la Cina (e l’India nei BRICS) diventa evidente poiché si chiarisce che «la Cina - o chiunque altro, a dire il vero - avrebbe dominato quest’area ampia e cruciale, sarebbe in grado di poter effettivamente porre il veto all’accesso degli americani al mondo (…) con implicazioni durature per le prospettive economiche della nostra nazione, inclusa la nostra capacità di reindustrializzarci» (p.10). Non è un caso che gli Stati Uniti evitino di utilizzare la parola guerra, ripiegando sulla forza e l’approccio meramente muscolare, per arrivare a quella che più volte viene definita una «pace decente». Evidentemente gli Stati Uniti si rendono conto di avere solamente più la forza militare, la capacità di minacciare guerre e sempre meno la reale possibilità di dominare nell’ambito economico e del commercio. Hanno un bisogno disperato di risorse e controllo di territori strategici, ma fanno sempre più fatica a conquistarli, anzi iniziano ad essere estromessi.
Il documento prosegue con il richiamo alla responsabilità degli alleati che dovranno assumersi in carico le spese per la difesa. Questo fa costantemente il paio con un’altra costante della Strategia di Difesa Nazionale, cioè il potenziamento della base industriale della difesa degli Stati Uniti che sembra essere l’unico reale vettore di crescita economica in grado di garantire la Golden Age trumpiana. L’ampliamento previsto da Trump della spesa militare americana di 600 miliardi di dollari, nonostante il debito pubblico stratosferico, evidentemente impegna le risorse aggiuntive necessarie alla realizzazione delle opere militari elencate nel documento di difesa strategica nazionale: la realizzazione del “Golden Dome for America” nell’emisfero occidentale, il rinnovamento dell’arsenale nucleare e la creazione di una rinnovata flotta di droni sono solo alcune di queste. Difficile far credere alla Cina che questa militarizzazione sia una strategia di difesa volta alla de-escalation, soprattutto se si continuano a perseguire politiche di guerra commerciale sostenute da dazi e un approccio internazionale basato sull’unilateralismo che calpesta il diritto internazionale. Gli Stati Uniti ricordano più volte di non essere interessati al confronto, ma intanto si preparano a negoziare con la pistola sotto al tavolo. Non esattamente una de-escalation.
di Pepe Escobar – Strategic Culture
[Traduzione a cura di: Nora Hoppe]
Davos 2026 è stato un caleidoscopio demente. L'unico modo possibile per sguazzare nel fango era indossare le cuffie e ricorrere alla Band of Gypsys che infrangeva le barriere sonore e affogava una serie di eventi francamente terrificanti, tra cui un collegamento Palantir-BlackRock connection, Big Tech incontra Big Finance; il “Master Plan” per Gaza; e l'acuta scombussolazione nello sfogo sfrenato del neo-Caligola, qui nella versione di 3 minuti.
Poi c'è stato quello che i frammentati media mainstream dell'Occidente hanno eretto come un discorso visionario: il mini-opus magnum del primo ministro canadese Minister Mark Carney, completo di – cos'altro – citazione di Tucidide (“I forti fanno quello che possono, e i deboli soffrono quello che devono”) per illustrare la “rottura” dell'“ordine internazionale basato su regole”, che era già un Morto che non cammina da almeno un anno.
E come non ridere dell'idea estremamente ricca di una lettera di 400 milionari e miliardari “patrioti” indirizzata ai capi di stato di Davos che chiedono di più “giustizia sociale”. Traduzione: sono terrorizzati – in modalità Paradiso Paranoico – dalla “rottura”, in realtà dal crollo avanzato dell'ethos neoliberista che li ha arricchiti in primo luogo.
Il discorso di Carney è stato un astuto e sensazionalistico espediente per – nella tesi – seppellire l'“ordine internazionale basato su regole”, in realtà l'eufemismo del momento, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, per indicare il dominio totale dell'oligarchia finanziaria anglo-americana. Carney ora riconosce solo una mera “rottura” – che dovrebbe essere suturata dalle “potenze medie”, principalmente dal Canada e da alcuni europei (nessun Sud Globale).
E poi c'è la prova schiacciante: il presunto antidoto alla “rottura” non ha assolutamente nulla a che fare con la sovranità. In realtà si tratta di una copertura controllata, una sorta di multipolarità surrogata gestita – niente a che vedere con la spinta dei BRICS – basata su un guazzabuglio nebuloso di “realismo basato sui valori”, “creazione di coalizioni” e “geometria variabile”, destinato a mantenere in vigore la solita vecchia truffa monetarista.
Benvenuti a Il leopardo di Lampedusa, remixato: “Tutto deve cambiare affinché tutto rimanga uguale.”
E tutto questo viene da un liberale da manuale, un ex governatore della Banca d'Inghilterra. Tali lupi perdono il pelo ma non il vizio. Le vere leve del potere – esercitate dalla City di Londra e da Wall Street – sono totalmente immuni all'antidoto della “rottura”.
La partnership strategica Russia-Cina, in continua evoluzione e articolata, invalida già la frode molto sofisticata di Carney, che ha ingannato molte persone informate. Lo stesso dei BRICS – poiché avanza nel lungo e tortuoso cammino della vera multinodalità.
Il che ci porta al vero messaggio generato dal caratteristico ritrovo limitato di Carney:
Il Canada e le potenze europee “medie potenze” si trovano ora non al tavolo, ma nel menu, poiché il neo-Caligola, il sovrano del mondo, può fare loro ciò che la NATO ha de facto fatto al Sud Globale negli ultimi 30 anni.
“Tutto deve cambiare affinché tutto rimanga uguale”
Molti di coloro che ora consacrano Carney come il Nuovo Messia – e tale difensore del diritto internazionale – hanno totalmente ignorato o insabbiato il genocidio sionista di Gaza; hanno demonizzato la Russia fino alle calende greche e continuasse a istigare una Guerra Eterna; e ora implorano in ginocchio che il neo-Caligola si impegni in un “dialogo” per risolvere il suo autoproclamato accaparramento di terre in Groenlandia.
Tra l'altro, anche Elon Musk si è presentato a Davos con breve preavviso. È un grande sostenitore dell'accaparramento delle terre in Groenlandia. Musk e altre star tecno-feudali non possono che lasciarsi sedurre dal progetto di trasformare quel “pezzo di ghiaccio” (terminologia neo-Caligola) nel fulcro principale degli Stati digitali, i successori degli stati-nazione, che dovrebbero essere governati da Techno-CEO che si fingono Re Filosofi.
Se a tutto questo aggiungiamo il collegamento Big Tech-Big Finance – al tavolo Palantir-BlackRock –, abbiamo i Re dell'intelligenza artificiale in testa, seguiti dai finanziatori.
Il “pezzo di ghiaccio” ovviamente si stava sciogliendo senza sosta in tutto lo spettro di Davos. Quando il neo-Caligola annunciò che non avrebbe fatto alla Groenlandia quello che aveva fatto al Venezuela, gli aiuti collettivi europei fecero davvero esplodere lo Champagnometro.
Toccò al barboncino certificato NATO Tutti Frutti de Rutti, con quel sorriso perpetuo di un tulipano olandese appassito, convincere “Babbo” ad essere indulgente, dimostrando ancora una volta che l'UE è una Repubblica delle banane, in realtà un'Unione, senza le banane.
Neo-Caligola e il tulipano appassito hanno rabberciato una “struttura” affinché gli Stati Uniti ottenessero alcune proprietà immobiliari in Groenlandia per scopi di base militare e uno sviluppo limitato dell’estrazione di terre rare, oltre al divieto richiesto di progetti russi e cinesi. Danimarca e Groenlandia non erano nemmeno presenti quando è stato raggiunto questo “accordo”.
Tuttavia, tutto ciò potrebbe cambiare in un lampo o in un post sui social media. Perché non è questo che vuole il neo-Caligola. Vuole che la Groenlandia sia dipinta di rosso, bianco e blu su una mappa degli Stati Uniti.
Tuttavia, il complotto di accaparramento di terre più terrificante evidenziato a Davos doveva essere Gaza. Ecco che arriva quell'insopportabile fesso sionista – il cervello della famiglia appartiene in realtà alla moglie Ivanka – che presenta il piano generale per “la nuova Gaza”.
Oppure Come Promuovere…L'Orrore (le mie scuse a Joseph Conrad).
Qui abbiamo una campagna di massacri/stermini abbinata all'accaparramento di ciò che è stato ridotto in macerie, che ha portato alla creazione di una zona di contenimento ad alta sicurezza per i palestinesi simbolici “approvati” e di immobili di pregio sul lungomare per truffatori immobiliari e coloni israeliani.
Tutto ciò gestito da una società privata, presieduta a vita da un neo-Caligola, ora responsabile dell'annessione, dell'occupazione e dello sfruttamento di Gaza: un mostruoso accaparramento di terre che seppellisce in un colpo solo un genocidio e ciò che resta del diritto internazionale – tutto pienamente approvato dall'UE e da una banda di “leader” politici, alcuni troppo terrorizzati, altri sostanzialmente tirati indietro per aggirare l'ira del neo-Caligola.
La “rottura” cinese
Un pagliaccio di nome Nadio Calvino, presidente della Banca europea per gli investimenti, ha addirittura sostenuto a Davos che l'UE “è una superpotenza”.
Ebbene, la Storia è riluttante a registrare come superpotenza un sistema che dipende totalmente dagli Stati Uniti e dalla NATO per la difesa; non mostra alcuna proiezione di potenza; non ospita grandi aziende tecnologiche (quelle che ancora esistono stanno crollando); dipende al 90% dalle forniture energetiche estere; e sta annegando nei debiti (17 trilioni di dollari in totale, equivalenti a oltre l'80% del PIL dell'UE).
Quindi alla fine, in mezzo a così tanti – sciocchi – rumore e furore, qual è stato il vero punto di svolta a Davos? Non si è trattato della “rottura” e nemmeno degli appezzamenti di terreno. È stato il discorso del vice premier cinese He Lifeng.
Tra l'altro, il discorso “di rottura” di Carney è stato fortemente influenzato dal suo recente viaggio in Cina–, dove ha incontrato He Lifeng, un serio candidato a succedere a Xi Jinping in futuro.
A Davos, He Lifeng He Lifeng lo ha detto chiaramente che la Cina è determinata a diventare “il mercato mondiale”; e che l’incremento della domanda interna era ora “in cima all’agenda economica [della Cina],” come risulta dal 15° piano quinquennale che sarà approvato il prossimo marzo a Pechino.
Quindi, qualunque cosa stiano tramando i Barbari, il fatto che conta è che la Cina è già entrata nella fase successiva, in cui si prevede che sostituirà gli Stati Uniti come principale mercato di consumo mondiale.
Beh, questo sì che è una bella e propria rottura.
Di Zhang Tengyang, Quotidiano del Popolo
Dopo una nevicata, le vaste foreste create dall’uomo di Saihanba si ricoprono di un manto bianco immacolato. Le orme dei guardaboschi sotto la volta innevata, i satelliti in orbita, le torri di avvistamento sulle cime delle montagne, le telecamere ad alta definizione e le apparecchiature di monitoraggio a terra basate sull'Internet delle cose si intrecciano in una rete integrata di monitoraggio e protezione cielo-aria-terra, a salvaguardia di questa preziosa distesa verde conquistata con tanta fatica.
Situata all'estremità settentrionale della provincia dello Hebei, nel nord della Cina, e lungo il margine meridionale del deserto di Hunshandak sull'altopiano della Mongolia Interna, Saihanba era, più di mezzo secolo fa, una terra remota, desolata e gelida. Per tre generazioni, i lavoratori forestali hanno perseverato nella riforestazione in condizioni naturali estremamente difficili, arrivando a creare la più grande foresta artificiale al mondo.
Recentemente, l'Azienda Forestale Meccanizzata di Saihanba ha superato con successo la certificazione di gestione forestale CFCC (China Forest Certification Council) / PEFC (Programme for the Endorsement of Forest Certification). La certificazione è valida da dicembre 2025 a dicembre 2030 e copre un'area di 93.337,62 ettari, pari all'intera area gestita della foresta. Questo risultato amplia ulteriormente le possibilità di valorizzazione del patrimonio ecologico e apre le porte ai prodotti forestali di Saihanba sui mercati globali.
Cosa significa ottenere questa "certificazione verde"?
Secondo Guo Zhifeng, vicedirettore dell'Azienda Forestale Meccanizzata di Saihanba, ottenere questa certificazione significa che la filosofia di gestione, il sistema di gestione e gli standard tecnici della foresta hanno ottenuto un riconoscimento internazionale. Ciò contribuirà ad aumentare l'accettazione sul mercato, il valore aggiunto dei prodotti e la competitività internazionale. "In parole semplici", ha spiegato Guo, "questa certificazione è un 'pass verde' per il mercato internazionale".
Eppure ottenere questa certificazione non è stato un compito facile.
L'incarico di valutazione è stato affidato al Zhonglin Tianhe Forest Certification Center (ZTFC), un ente cinese di certificazione forestale, che ha condotto la certificazione di gestione forestale CFCC/PEFC. Il CFCC e il PEFC hanno raggiunto il riconoscimento reciproco nel 2014. Tan Tuanyuan, dirigente di ZTFC, ha spiegato che gli standard di certificazione riguardano principalmente le prestazioni sociali, economiche e ambientali.
"La certificazione prevede 10 principi, 46 clausole standard e 143 indicatori", ha osservato Guo. Le statistiche mostrano che, tra le oltre 4.200 aziende forestali statali a livello nazionale, solo un piccolo numero di esse ha superato con successo la certificazione di gestione forestale CFCC/PEFC.
Nella prima metà del 2025, un team di esperti di ZTFC è entrato nelle vaste foreste di Saihanba per condurre un "esame" completo delle pratiche di gestione dell'azienda forestale.
Visitando tutte e sei le sotto-aziende dell'azienda forestale meccanizzata di Saihanba, le loro ispezioni hanno coperto l'intero ciclo di vita della gestione forestale, dalla coltivazione delle piantine e dal rimboschimento alla cura, al taglio e alla protezione. Sono stati esaminati attentamente anche i verbali delle riunioni di gestione ordinaria e i controlli dell'inventario del magazzino.
Dopo il primo ciclo di ispezioni, l'azienda forestale ha ricevuto un lungo elenco di interventi correttivi necessari. "Sono state sottolineate diverse problematiche", ha ricordato Guo. In risposta, l'azienda forestale ha mobilitato tutte le sue risorse per apportare i miglioramenti necessari, allineando ogni aspetto, dalle modalità di gestione e la coltivazione scientifica delle piantine a ogni dettaglio della protezione delle risorse, agli standard richiesti.
Dopo due cicli di rigorose verifiche, l'azienda forestale ha finalmente ottenuto la certificazione CFCC/PEFC alla fine del 2025.
"Questa certificazione conferma il nostro impegno a lungo termine per una silvicoltura basata su principi scientifici e una gestione sostenibile", ha dichiarato Chang Weiqiang, responsabile del dipartimento di gestione forestale dell'azienda. "Richiede che l'intero processo di gestione forestale sia ordinato, sostenibile ed ecocompatibile", ha aggiunto.
In futuro, i prodotti forestali di Saihanba potranno accedere più facilmente ai mercati in Europa, negli Stati Uniti e altrove, fornendo al contempo supporto alle imprese a valle della filiera industriale nella loro espansione internazionale.
Negli ultimi anni, l'azienda forestale ha adottato misure mirate per migliorare la qualità delle foreste. In risposta a problematiche quali la monotonia strutturale e il degrado ecologico delle grandi piantagioni, l'azienda forestale ha introdotto in modo pionieristico tecniche innovative, tra cui la piantumazione iniziale ad alta densità e cicli multipli di cura e utilizzo. Ha promosso attivamente lo sviluppo di foreste miste, migliorando costantemente la diversità, la stabilità e la sostenibilità degli ecosistemi forestali.
Negli ultimi cinque anni, l'azienda forestale ha completato interventi di gestione forestale su una superficie complessiva di 36.133 ettari. La percentuale di foreste miste è aumentata dal 21,4% al 26,9%. Saihanba è stata riconosciuta come progetto pilota nazionale per la gestione forestale sostenibile e come unità dimostrativa nell'ambito dello Strumento forestale delle Nazioni Unite. Entro il 2040, la superficie delle foreste miste aumenterà di altri 16.267 ettari, rappresentando oltre il 40% della superficie forestale totale.
Nell'esplorare meccanismi per massimizzare il valore economico dei prodotti ecologici, l'azienda forestale meccanizzata di Saihanba ha continuato a innovare. Dopo essere diventata la prima azienda forestale statale della Cina settentrionale a sviluppare un progetto di assorbimento del carbonio forestale certificato a livello nazionale nel 2016, nel 2022 ha sviluppato prodotti per la sequestro del carbonio forestale su 22.000 ettari nella provincia dello Hebei.
L'assorbimento di carbonio verificato è ammontato a 2,25 milioni di tonnellate, generando un fatturato di 10,68 milioni di yuan (1,53 milioni di dollari). Grazie a una gestione scientifica, l'azienda forestale raggiunge ora un assorbimento annuale di carbonio di 860.300 tonnellate, equivalente a compensare le emissioni annuali di circa 860.000 automobili familiari.
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Foresta di Saihanba. (Foto/Liu Mancang)
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Foresta di Saihanba. (Foto/Liu Mancang)
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Foresta di Saihanba. (Foto/Sun Zhanjun)
Data articolo: Sun, 25 Jan 2026 19:00:00 GMT