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Lavoro e Lotte sociali
Erosione del potere d’acquisto e disuguaglianze

 

di Federico Giusti e Emiliano Gentili

L'idea che ormai la erosione del potere di acquisto sia un dato strutturale e di per sé immodificabile sta producendo due effetti nefasti per il conflitto di classe: da una parte si va deviando l'attenzione generale dai salari e dalle dinamiche contrattuali, dall’altra si fa passare l’idea che la prospettiva verso la quale indirizzarsi sia sempre la riduzione del danno e alla fine anche sottoscrivere un contratto con aumenti del 6%, a fronte di una inflazione cumulata per i redditi bassi sopra il 17%, sia in fondo un compromesso accettabile. In questo piano inclinato che sostituisce il conflitto con il compromesso a perdere, la comunicazione gioca ruoli determinanti decidendo, a vantaggio dei dominanti, gli argomenti più gettonati e quelli invece da emarginare dal dibattito pubblico.

Meno si sa in giro dell’erosione del potere di acquisto, tanto più sarà facile costruire una comunicazione a senso unico che parli dei posti di lavoro creati dal 2019 ad adesso sia nella Pubblica Amministrazione che nel privato.

Tuttavia, se oggi si parlasse di salari nominali e reali la gran parte delle dichiarazioni del Governo verrebbe letteralmente smentita: come ci è stato detto da alcuni lavoratori durante uno sciopero, «Il netto cresce assai meno del lordo».

Settori come la ristorazione e il commercio – sui quali tanto si punta per magnificare le sorti italiche – sono quelli con la maggiore incidenza di contratti part-time e a tempo determinato, con il minor numero di giornate lavorate e, decisamente, con alcuni fra i livelli salariali più bassi in assoluto.[1]

Sul piano delle diseguaglianze (di genere, regionali, tra giovani e anziani) siamo messi ancora peggio, specie per quanto riguarda il gender pay gap nel settore privato e gli atavici squilibri “Nord-Sud”. Rispetto a trenta anni fa, però, ora sono anche i lavoratori delle aree del Paese maggiormente industrializzate a lamentare la consistente erosione del potere di acquisto dei salari.

Ma purtroppo, si sa, è ormai diffusa l'idea – anzi sta prendendo letteralmente il sopravvento – che ci si debba occupare delle disparità e delle disuguaglianze solo quando ciò risulti utile al sistema economico; le ragioni etiche, sociali e morali possono attendere.

Una ulteriore considerazione va aggiunta a questo nostro ragionamento in controtendenza rispetto alla cultura mainstream: le disuguaglianze in epoca neo-Keynesiana erano un fattore destabilizzante, mentre oggi invece sono il funzionale prodotto di un sistema dentro cui le disparità economiche e sociali diventano sempre più marcate. Vogliamo menzionare, ad esempio, quanto accade nella Pubblica Amministrazione con le disparità economiche esistenti fra dipendenti enti locali e statali, a parità di livello contrattuale?[2]

Di questo passo ci occuperemo delle problematiche sociali, economiche e salariali solo se l'attenzione sarà dettata da interessi padronali, come intensificare lo sfruttamento e rimuovere ostacoli alla crescita della produttività (o quando costituiscano un problema di ordine pubblico). Del resto è perfettamente plausibile che ciò avvenga, in un Paese con una struttura produttiva assai più frammentata di trent’anni fa.

Ad oggi non è ancora chiaro quale sia il livello di digitalizzazione presente in Italia, quali evoluzioni del sistema produttivo siano avvenute per la diffusione delle tecnologie di ultima generazione, quanti e quali settori – e lavoratori – ne siano stati interessati.

La via tecnologica e la crescita della produttività diventeranno sempre più rilevanti se il capitalismo italiano non è condannato alla decadenza e ciò influenzerà anche la dinamica salariale, facendoci correre il rischio di trovarci di fronte a crescenti fenomeni di sperequazione e a una contrattazione di secondo livello preponderante rispetto al contratto nazionale. Ma l’elevata sottoccupazione alla lunga gioca brutti scherzi e prima o poi un welfare insufficiente – per garantire prestazioni sociali, sanitarie ed educative adeguate – presenterà il conto riportando la pubblica attenzione verso la sfera pubblica, nonostante nei tempi brevi la previdenza e la sanità integrative potranno ancora continuare a sembrare, ahinoi, l'antidoto a ogni male.

[1] Nel settore “Alloggio e ristorazione” la retribuzione media annuale nel 2024 è stata di 11.233 € e nel “Commercio” di 23.577 €, mentre nell’“Industria” di 32.918 €. Cfr. Inps, Analisi della dinamica retributiva dei lavoratori dipendenti pubblici e privati, con particolare riferimento alle eterogeneità territoriali settoriali e generazionali, 15 Gennaio 2026, p. 10.

[2] Per farsi una idea è sufficiente consultare le retribuzioni del personale della PA e le statistiche pubblicate sul sito dell’Aran. Ebbene, questa sperequazione avrebbe dovuto essere superata dagli ultimi due contratti nazionali mentre invece è caduta nell’oblio e non ci sembra di aver letto di iniziative sindacali contro questa annosa e intollerabile situazione. La spiegazione è duplice: si critica, da parte dei sindacati di base e della Cgil, la firma di contratti al ribasso e con aumenti pari a meno di un terzo dell’aumento del costo della vita, ma al contempo le disuguaglianze strutturali intrinseche ai Ccnl degli ultimi anni, inclusi quelli firmati dalla Cgil, restano un tabù – o, se preferiamo, oggetto di rimozione.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Thu, 29 Jan 2026 06:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
La Cina come fattore di stabilità: il nuovo realismo britannico

La visita del primo ministro britannico Keir Starmer in Cina, la prima di un premier UK dopo otto anni, segna un cambio di passo significativo nei rapporti tra Londra e Pechino. Accompagnato da oltre 50 grandi aziende e figure di primo piano dei mondi economico e culturale, Starmer ha parlato apertamente di “fare la storia” e di un Regno Unito più aperto, orientato alle opportunità e agli interessi nazionali.

Il messaggio è chiaro: più dialogo, meno ideologia. In un contesto globale segnato da instabilità e tensioni, Cina e Regno Unito - entrambi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU - puntano a rafforzare comunicazione politica e cooperazione pratica, dall’economia al clima, dalla sicurezza agli scambi culturali. I numeri spiegano il perché: nel 2025 l’interscambio Cina-UK ha superato i 100 miliardi di dollari, con servizi in forte crescita e investimenti bilaterali vicini ai 68 miliardi.

Le imprese britanniche, da Standard Chartered a Haleon, ribadiscono la fiducia nel mercato cinese e nel suo potenziale di lungo periodo, nonostante le turbolenze internazionali. Sul piano politico, Starmer rifiuta la logica dei blocchi: nessuna scelta obbligata tra Stati Uniti e Cina, ma cooperazione “orizzontale” per difendere i propri interessi. Una linea che riflette anche l’umore dell’opinione pubblica britannica, sempre meno ostile a Pechino e sempre più diffidente verso l’imprevedibilità di Washington.

Più che un “pivot to China”, come titolano alcuni media occidentali, la visita appare come una ricerca di stabilità, prevedibilità e pragmatismo. In un mondo che cambia, Londra sembra aver deciso che parlare con Pechino non è un rischio, ma una necessità.

 


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Data articolo: Thu, 29 Jan 2026 06:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Portaerei invece di diplomazia: gli USA rialzano la tensione con l’Iran

Teheran si dice aperta al dialogo con gli Stati Uniti, ma avverte di essere pronta a difendersi se sottoposta a pressioni. È il messaggio diffuso dalla Missione permanente iraniana all’ONU, che richiama i costi enormi - umani ed economici - delle guerre statunitensi in Afghanistan e Iraq come monito contro nuove avventure militari. La disponibilità iraniana al negoziato, chiarisce il comunicato, è legata a un principio non negoziabile: rispetto reciproco ed equilibrio tra le parti. In caso contrario, l’Iran risponderà “come mai prima d’ora”.

Parole che arrivano dopo l’annuncio di Donald Trump sull’invio di una “enorme armata” militare verso il Golfo, guidata dalla portaerei Abraham Lincoln. Trump parla di forza pronta a colpire e rilancia l’urgenza di un accordo sul nucleare, evocando l’attacco del 21 giugno contro siti iraniani e minacciando operazioni “molto peggiori”. È qui che il quadro si fa inquietante: mentre Washington dice di voler negoziare, accompagna le parole con ultimatum, flotte militari e minacce esplicite.

Una diplomazia armata che non costruisce sicurezza, ma normalizza il ricatto bellico. In un contesto già esplosivo, l’uso sistematico della forza come leva politica da parte degli Stati Uniti appare non solo irresponsabile, ma intollerabile.

 

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Data articolo: Thu, 29 Jan 2026 06:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
LO STATO DI ECCEZIONE GLOBALE: FENOMENOLOGIA DEL POTERE IMPERIALISTA DECADENTE

 

 

«Da Omero fino ai grandi tragediografi del V secolo il nemico non è stato mai trattato come inferiore e la guerra la si fa, la si subisce, la si maledice o la si celebra, non la si giudica.

Omero è equanime nel giudicare il nemico. Sa che non c’è giustizia nella guerra e che le rivendicazioni della giustizia si riducono a un mormorio di lacrime e lamenti dinnanzi alle ginocchia di marmo della necessità»[1]

 

di Alex Marsaglia

Nella consueta conferenza annuale sui risultati della politica estera il Ministro degli Esteri russo Lavrov ha evidenziato come la situazione internazionale sia fortemente degradata, riassumendo come “il primo periodo di 20 giorni del 2026 batterà tutti i record per l’intensità delle impressioni lasciate dal 2025”. Ed effettivamente ciò che è accaduto nel volgere del 2025 e nei primi 20 giorni del 2026 ha dell’inaudito. Persino dopo 35 anni di unipolarismo americano esercitato nei quattro angoli del pianeta, in cui gli Stati Uniti ci hanno abituati a comportarsi come nuovo poliziotto del mondo, non eravamo ancora assuefatti ai livelli di scempio del diritto internazionale a cui abbiamo assistito recentemente. Non che non fossimo già saturi di orrore a vedere aggressioni impunite, rivoluzioni eterodirette o un mix di entrambe. In Palestina ad esempio assistiamo ad oltre 70 anni di genocidio e siamo ormai all’olocausto della popolazione palestinese, dunque si pensava di aver visto ormai l’impensabile, sentito l’indicibile e che non vi fossero più barriere infrangibili all’esercizio dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo da parte del potere. E invece, a quanto pare ci sbagliavamo di grosso. La crisi del Vecchio Ordine Mondiale sta facendo avverare quanto Gramsci analizzava in riferimento alle fasi di transizione in cui «il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati»[2]. E come chiarisce spiegando l’origine delle guerre: «il gruppo dirigente tenderà a mantenere l’equilibrio migliore per il suo permanere, non solo, ma per il suo permanere in condizioni determinate di floridezza, e anzi a incrementare tali condizioni. Ma siccome l’area sociale di ogni paese è limitata, sarà portato a estenderla nelle zone coloniali e d’influenza e quindi a entrare in conflitto con altri gruppi dirigenti che aspirano allo stesso fine o ai cui danni l’espansione di esso dovrebbe necessariamente avvenire, poiché anche il globo terrestre è limitato»[3]. In questo Gramsci è sicuramente il miglior studioso della politica delle fasi di transizione, poiché ha la forza intellettuale di addentrarsi nella morbosità del potere che si avvinghia alla conservazione del vecchio ordine mentre il nuovo tenta di nascere tra gli spasmi.


Rottura del vecchio nómos


Ebbene, quello che sta accadendo proprio a partire dal tentativo di risolvere la questione palestinese nel Board of Peace sembra essere una nuova configurazione del potere mondiale, per ora parallela all’Organizzazione delle Nazioni Unite ma che potenzialmente è in grado di arrivare a sostituire lo stesso Consiglio di Sicurezza Onu. Quello mediorientale potrebbe essere solo un modello che verrà replicato negli altri teatri di guerra dall’Europa, all’Estremo Oriente sino all’Artico oppure configurarsi direttamente come un nuovo sistema internazionale di regolazione delle controversie diverso da quello creato dopo la Seconda Guerra Mondiale. Troppo presto per dirlo. Ciò che è interessante approfondire è la profondità dello Stato di eccezione che si è venuto a configurare, con una serie di eventi a cui richiamava il Ministro degli Esteri russo.

A mio avviso per capirli occorre partire almeno dalla vicenda degli asset russi congelati in Occidente, che non a caso sono stati richiamati dal Presidente russo Putin come fondo utilizzabile per pagare il biglietto d’ingresso nel Board of Peace. L’Unione Europea sta decidendo di passare dal congelamento alla confisca di tali capitali per utilizzarli come se fossero fondi europei di guerra. Lo Stato di eccezione determinato dalla confisca di proprietà private appartenenti a nazioni considerate nemiche è il primo elemento di questa Terza Guerra Mondiale a pezzi che ha dell’inaudito, poiché non si riscontrano precedenti nemmeno negli altri conflitti mondiali in cui mentre i proletari crepavano al fronte i diritti di proprietà non vennero mai messi in discussione.

Il secondo elemento che ha determinato un salto di livello nella rottura del nómos è l’attacco militare diretto, tipico del terrorismo, ai Presidenti legittimamente eletti. Infatti, non si può capire la gravità del rapimento del Presidente venezuelano Maduro del 3 Gennaio, se non lo si pone in relazione al tentativo di assassinio del Presidente russo Putin con 91 droni nella notte tra il 28 e il 29 Dicembre. Un atto terroristico di omicidio che la Russia ha documentato con dovizia di prove che sono state consegnate agli esecutori dell’attentato i quali hanno non solo rifiutato di esserne responsabili, come se l’Ucraina avesse sviluppato tale tecnologia in autonomia, ma rigettato le prove come se fosse un complotto russo ai danni del proprio Presidente.

La diplomazia russa ha risposto limitandosi alla presa d’atto e ricordando i reali rapporti di forza nel conflitto russo-ucraino con l’utilizzo dell’Oreshnik. L’ultimo elemento inaudito ovviamente è il rapimento del legittimo Presidente del Venezuela, avvenuto sulla base normativa di una sentenza di un giudice statunitense con la pretesa applicazione della norma americana oltre i confini nazionali grazie all’utilizzo della mera forza militare. Giova ricordare che oltre a questi episodi determinanti, poiché entrano nel vivo di scontri economico-militari in atto, riscrivendo regole e confini persino del diritto bellico, sono avvenuti altri eventi persecutori in tutta Europa: dal caso del colonnello Jacques Baud colpito dall’Unione Europea per reati d’opinione in Svizzera in cui è attualmente esiliato senza diritto nemmeno all’habeas corpus (vedi https://www.lafionda.org/2025/12/22/il-caso-jacques-baud-perche-lue-e-ridicola-anche-quando-e-autoritaria/), sino alle più becere forme di censura verso persone fisiche e giuridiche (partiti, associazioni) in barba alle Costituzioni nazionali ormai evidentemente annientate dal mostro europeo. Ci troviamo insomma in una situazione anomica, chiaramente spiegata da Trump con il suo “non ho bisogno del diritto internazionale, mi limita la mia moralità”. Uno Stato di eccezione che richiama quel «paradosso della sovranità» per cui «il sovrano è, nello stesso tempo, fuori e dentro l’ordinamento giuridico»[4]. Siamo cioè in balìa della decisione sovrana che «dimostra di non aver bisogno del diritto per creare diritto»[5] e in cui i confini tra «normazione ed esecuzione, produzione del diritto e sua applicazione non sono più in alcun modo momenti distinguibili»[6].

 

Gaza come campo

In queste situazione secondo il filosofo italiano Agamben, che più di tutti ha approfondito lo Stato di eccezione, si crea il campo, la cui essenza consiste precisamente «nella materializzazione dello stato di eccezione e nella conseguente creazione di uno spazio in cui la nuda vita e la norma entrano in una soglia di indistinzione», per cui «ci troviamo virtualmente in presenza di un campo ogni volta che viene creata una tale struttura, indipendentemente dall’entità dei crimini che vi sono commessi»[7].  Viviamo quindi all’interno di un contesto di dissoluto civitatis, definito - riprendendo Hobbes - di «lupificazione dell’uomo e ominizzazione del lupo»[8]. Il fondamento del potere sovrano viene quindi a trovarsi non più nella cessione del loro diritto naturale da parte dei sudditi, bensì nella conservazione da parte del sovrano del diritto naturale di fare qualsiasi cosa a chiunque. Agamben sulla scia della sua ricerca approfondirà poi la figura dell’homo sacer come uomo sacrificabile impunemente da parte di un potere che nasce da Hobbes e persevera sino ai giorni nostri come eminentemente biopolitico: il sovrano così configurato ha non solo «il potere di decidere quale vita possa essere uccisa senza commettere omicidio», ma nell’età della «biopolitica moderna, sovrano è colui che decide sul valore o sul disvalore della vita in quanto tale»[9]. Ed eccoci quindi arrivati ad una sovranità, quella dell’imperialismo statunitense, che pretende di giudicare il Presidente legittimo di uno Stato estero secondo le sue norme imposte con atti di forza pura in cui si uccidono circa 100 persone (il bilancio dell’Operazione Absolute Resolve) invisibili per il potere che continua a definire “incruenta” tale aggressione, e che sono divenute homo sacer all’interno di uno dei tanti campi dell’imperialismo. Tuttavia, il campo più pericoloso che si sta configurando davanti ai nostri occhi sembra essere un altro. La vera messa al bando del diritto internazionale e di ogni sorta di diritto umano da tre quarti di secolo avviene in Palestina, con la sua popolazione che con il nuovo Board of Peace sembra voler diventare il vero paradigma biopolitico dell’Occidente: ossia una popolazione sacrificabile, uccidibile senza commettere omicidio, esposta in ogni istante a un’incondizionata minaccia di morte in perenne rapporto col potere che l’ha bandita e il cui spazio politico viene ora totalmente colonizzato dall’imperialismo.

 

Board of war

Se il sistema di governo del Board a livello internazionale funziona per cooptazione diretta del Presidente degli Stati Uniti, tagliando fuori il ruolo ricavato nel Consiglio di Sicurezza Onu dagli Stati vincitori della Seconda Guerra Mondiale, a livello di governo del campo Gaza viene semplicemente annientata ogni prospettiva di autodeterminazione palestinese con un’élite straniera di affaristi che si limiterà a comunicare ad un pool di tecnici palestinesi la politica da attuare. Qui la caduta del velo di ipocrisia del potere imperialistico statunitense mostra il suo vero volto, come nel ritratto di Dorian Gray emerge la raffigurazione di un’anima putrefatta dal tempo. Siamo di fronte alla decadenza di un potere che cerca disperatamente di salvare se stesso, rifiutando il confronto e mostrando tutti i segni di un capitalismo neoliberale giunto a fine corsa. Michel Foucault nei suoi studi sulla biopolitica al Collège de France identificava il problema del neoliberalismo nel «regolare l’esercizio globale del potere politico in base ai principi di un’economia di mercato», cercando «di proiettare su un’arte generale di governo i principi formali di un’economia di mercato»[10].

Questo è precisamente l’obiettivo bipolitico di Donald Trump nel suo Board of Peace in cui si entra per cooptazione (tramite lettera di invito) e si mantiene il seggio a fronte di un pagamento al fondatore. Insomma, la prassi del club imperialistico statunitense sostituisce il palazzo di vetro delle Nazioni Unite che manteneva certe formalità democratiche, nonostante l’astensione di Cina e Russia alla risoluzione Onu che ha istituito il Board (https://docs.un.org/en/s/res/2803(2025). Se gli Stati Uniti vorranno includere oltre i 3 anni la Russia cordialmente invitata si tengano i capitali espropriati. Questa per ora è la decisione russa che ricalca probabilmente quella del mondo multipolare che proverà a varcare le porte del club, nella consapevolezza si tratti di un Board of War anziché di un Board of Peace. Si entrerà per combattere ben più che per fare la pace e la posta in gioco sarà la sopravvivenza: è la biopolitica bellezza!

[1] R. Bodei, Dominio e sottomissione. Schiavi, animali, macchine, Intelligenza Artificiale, Il Mulino, Bologna, 2019, p. 50

[2] A. Gramsci, Quaderni del carcere, Einaudi, Torino, 1975, Q. 3, §34, p. 311

[3] A. Gramsci, Q. 13, §34, p. 1631

[4] G. Agamben, Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, Einaudi, Torino, 2005, p. 19

[5] Ivi, p. 23

[6] Ivi, p. 194

[7] Ivi, p. 195

[8] Ivi, p. 118

[9] Ivi, pp. 157-158

[10] M. Foucault, Nascita della bio politica. Corso al Collège de France (1978-1979), Feltrinelli, Milano, 2005, p. 115

Data articolo: Wed, 28 Jan 2026 21:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Frana di Niscemi: il prezzo della subalternità agli USA e del MUOS



di Clara Statello per l'AntiDiplomatico


„Le antenne cadranno giù“. I NO MUOS cantavano questo slogan, negli anni delle lotte contro la militarizzazione dei territori, subendo feroci persecuzioni da parte dello stato. Oggi che le antenne della stazione di telecomunicazioni dell’esercito americano sono ancora in piedi, mentre Niscemi frana metro dopo metro, casa dopo casa, quelle parole diventano l’emblema di una sconfitta: non solo del movimento, ma della stessa Sicilia.

La distruzione di Niscemi è la conseguenza di una precisa scelta politica: subordinare la sicurezza dei territori alla sicurezza della potenza straniera che li occupa. Gli Stati Uniti d’America.

L’elefante nella stanza

Il MUOS è il grande rimosso di questi giorni. I media riportano le promesse e lepasserelle dei politici, la disperazione degli abitanti, gli insulti di giornalisti e dell’opinione pubblica che rivittimizzano gli sfollati con commenti dai toni antimeridionalisti.

Nessuno che ricordi che Niscemi è la città del MUOS e della NRTF (Naval Radio Transmitter Facility) della US Navy, la marina statunitense. Nessuno che ricordi che Niscemi è una città chiave nella strategia globale degli USA.

Le antenne della stazione di telecomunicazione sono un’infrastruttura ad utilizzo esclusivo delle forze armate statunitensi, in grado di trasmettere “oltre l’orizzonte”, cioè a grandi distanze, comunicazioni di intelligence alle forze di superficie, sottomarine, aeree e terrestri e dei centri C4I (Command, Control, Computer, Communications and Intelligence) della Marina militare Usa. In poche parole trasmettono le informazioni necessarie per le operazioni militari, anche d’attacco, a droni, caccia, sottomarini e la comunicazione tra combattenti.

Il Comando Navifor riferisce che le antenne di Niscemi “costituiscono la parte principale delle operazioni a supporto della Marina, delle forze congiunte e alleate nelle aree del Mediterraneo, del Sud-Ovest Asiatico, dell’Oceano Indiano e dell’Oceano Atlantico”.

Ciò significa che Niscemi è direttamente coinvolta sui principali fronti di guerra, operazioni militari o strategie di contenimento/destabilizzazione del Pentagono.

Militarizzazione selvaggia  

La NRFT è stata costruita nel 1991 all’interno della riserva naturale della “Sughereta”, in contrada Olmo. Il sito è considerato di importanza comunitaria SIC. Nella stazione, che si estende per 1.660.000, vennero installate oltre 40 antenne al alta frequenza HF e un trasmettitore a bassa frequenza LF alto circa 256metri.

Nel 1997 la prima frana. Come raccontano le cronache dei tempi, il 12 ottobre, poco prima delle 14, la popolazione scese per le strade di Niscemi, dopo un cupo boato. Si pensava ad un terremoto. Era invece una frana. Esattamente come oggi, avveniva dopo intense piogge. Lo smottamento riguardava i quartieri Sante Croci, Pirillo e Canalicchio.

Inutilmente, l’allora sottosegretario alla Protezione civile, il vulcanologo Franco Barberi, parlò di “ordinaria malamministrazione e di completo degrado in una zona sottoposta a vincolo geologico”. La procura di Caltagirone aprì un fascicolo per disastro colposo, circa 400 persone furono costrette a lasciare le proprie abitazioni. Agli sfollati venne riconosciuto un contributo per l’affitto di 600mila lire al mese per 13 mesi. L’elemosina.

La soluzione arrivò nel 2000: 48 costruzioni furono abbattute, tra cui l’antica chiesa settecentesca di Sante Croci. Dopo di che, al posto di un piano per la messa in sicurezza del territorio, si intensificò la militarizzazione dell’area.

Lo stato d’emergenza venne prorogato fino al 2007. L’anno seguente, nel 2008, il Movimento per l’ Autonomia denunciava già il 19 febbraio dello stesso l’inizio “in segreto” della costruzione delle tre antenne del sistema satellitare di comunicazione militare MUOS (Mobile User Objective System).

Anziché mettere in sicurezza i territori colpiti dalla frana, le autorità hanno consentito agli Stati Uniti di perseguire i propri interessi di sicurezza, iper-militarizzando un territorio fragile. 


Infrastruttura chiave per le guerre USA

La stazione terrestre del MUOS (NCTS Sicily) è considerata il “fiore all’occhiello” delle stazioni di comunicazione militare di tutto il mondo: 

“ è strategicamente posizionato per fornire supporto alle comunicazioni mission-critical alle forze statunitensi, NATO e della coalizione che operano nelle aree di responsabilità dello US Africa Command (AFRICOM), dello US Central Command (CENTCOM) e dello US European Command (EUCOM)”, scrive Novifor.

Ha addirittura ricevuto numerosi premi per l'eccellenza nelle comunicazioni e nelle tecnologie dell'informazione (CITE), premi Golden Anchor e Silver Anchor Retention e premi per le strutture eccezionali della Defense Information Systems Agency (DISA).

I 1500 sfollati di Niscemi, invece, riceveranno un bonus di 400 euro più 100 euro a componente familiare, fino a 900 euro mensili, per un anno. Ancora una volta, alle richieste di sicurezza della popolazione, il governo risponde con l’elemosina.

Cronaca di un dissesto annunciato

Il pericolo dell’esposizione all’inquinamento elettromagnetico e i rischi per l’ambiente sono stati al centro delle lotte del movimento NO Muos, che ha mobilitato nel corso degli anni cittadini, attivisti, militanti, docenti universitari, esperti da tutta la Sicilia e non solo.

Il movimento diceva no alle basi e installazioni militari statunitensi, sì alla cura, alla tutela, alla messa in sicurezza del territorio, sì allo sviluppo delle attività di produzione locale.

Le istanze sono state ignorate, il governo ha preferito per Niscemi la servitù militare. Le conseguenze di questa decisione sono sotto gli occhi di tutti.

Dire oggi che i NO MUOS avessero ragione è un’amara consolazione di cui non ci si può accontentare. È necessario restituire al territorio la sua naturale vocazione, sottraendolo alla servitù militare. Il dissesto idrogeologico della Sicilia sarà affrontato quando la Sicilia cesserà di essere la portaerei degli USA nel Mediterraneo. Quando non sarà il Pentagono a decidere per i territori, ma le comunità siciliane che li abitano.

Data articolo: Wed, 28 Jan 2026 21:00:00 GMT
WORLD AFFAIRS
La Cina mette in guardia contro l'"avventurismo militare" USA in Iran

La Cina mette in guardia contro l'"avventurismo militare" in Medio Oriente, mentre il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, rinnova e intensifica le minacce militari alla Repubblica Islamica dell'Iran.

"L'uso della forza non può risolvere i problemi. Qualsiasi avventurismo militare non farà altro che spingere la regione in un abisso di imprevedibilità", ha dichiarato al Consiglio di Sicurezza dell'ONU Fu Cong, ambasciatore cinese presso le Nazioni Unite.

Data articolo: Wed, 28 Jan 2026 18:06:00 GMT
IN PRIMO PIANO
"Nemmeno nelle peggiori dittature!": Correa denuncia i raid contro gli oppositori in Ecuador

Un nuovo atto di quella che il movimento progressista ecuadoriano denuncia come una campagna di lawfare, o guerra giudiziaria, colpisce il paese andino. Nella mattina di martedì, la Fiscalía ha ordinato una serie di perquisizioni simultanee nelle abitazioni di diversi dirigenti dell'opposizione, tra cui il parlamentare Patricio Chávez e altre figure vicine a Revolución Ciudadana, il movimento dell’ex presidente Rafael Correa.

La reazione di Correa, dall’esilio, è stata immediata e durissima. Attraverso i suoi canali social, l’ex presidente ha accusato senza mezzi termini il governo del presidente Daniel Noboa di strumentalizzare le istituzioni dello Stato per neutralizzare gli avversari politici, deviando l’attenzione dalle vere emergenze nazionali. "Invece di lottare contro il narcotraffico, questo miserabile governo sa solo perseguitare", ha scritto, definendo le perquisizioni un puro "atto di intimidazione politica".

I dettagli dell'operazione, ricostruiti dall'ex parlamentare Sonia Gabriela Vera, alimentano le polemiche. L'ordine sarebbe partito dal procuratore facente funzione Carlos Leonardo Alarcón Argudo, nel quadro di un'indagine basata su una denuncia presentata con riserva di identità. Questa figura legale, spesso criticata per il suo uso discrezionale in casi politicamente sensibili, ha permesso di avviare le procedure senza che gli indagati - tra i quali figurano, secondo Vera, nomi di peso come Correa stesso, l’ex candidato presidenziale Andrés Arauz e l'altra ex candidata Luisa González - siano stati formalmente incriminati o abbiano visto le prove a loro carico.

"Questo non è un fatto isolato, è un modello sistematico di lawfare", ha denunciato Vera, parlando di investigazioni interminabili senza accuse, stigmatizzazione mediatica e selettività giudiziaria. Correa ha poi aggiunto che le perquisizioni troverebbero origine in una denuncia anonima di novembre, una circostanza che ha commentato con sdegno: "Neppure nelle peggiori dittature! La Fiscalía ordina perquisizioni contro dirigenti dell'opposizione per una denuncia anonima. Basta!".

L’episodio riaccende i riflettori sulla pratica del lawfare in America Latina, uno strumento di cui si è discusso ampiamente in casi contro dirigenti della sinistra come quelli di Lula da Silva in Brasile, Cristina Fernández in Argentina ed Evo Morales in Bolivia. Per i settori dell’opposizione ecuadoriana, queste azioni giudiziarie mirate, che avrebbero colpito anche ex candidati presidenziali ed ex funzionari, rappresentano un chiaro tentativo di smantellamento politico in vista di futuri scenari elettorali.

La critica di fondo è che, mentre si consumano queste battaglie giudiziarie, il paese continui a lottare contro problemi ben più concreti e letali: il controllo del territorio, la violenza endemica nelle carceri e l’inarrestabile espansione del narcotraffico. 

Data articolo: Wed, 28 Jan 2026 17:38:00 GMT
IN PRIMO PIANO
La guerra fredda dentro la NATO: europeisti contro atlantisti, Rutte sceglie Trump

Il segretario generale della NATO, Mark Rutte, si trova a gestire non solo il ritorno di Donald Trump, ma il peso di un’istituzione che sopravvive a sé stessa. Il suo incarico fondamentale - impedire che il presidente USA rottami l’alleanza - svela la patetica verità della sicurezza europea nel XXI secolo: ancora inchiodata, per pura inerzia storica, alla tracotante volontà della superpotenza USA e ai capricci del suo leader.

La scena al Parlamento Europeo - come riporta Politico - è stata un triste riassunto di questa dipendenza. Rutte, ex premier olandese, ha tuonato contro qualsiasi illusione di autonomia strategica europea. "Se qualcuno pensa che l’Europa possa difendersi senza gli Stati Uniti, continui a sognare", ha dichiarato, vestendo i panni non del leader di un’alleanza di eguali, ma del governatore di una colonia militare. La risposta infuriata di politici francesi e spagnoli ha mostrato la crepa, ma non la volontà di rompere il modello. Si litiga sul come adulare Washington, non sull'ipotizzare una reale via d'uscita.

L’episodio grottesco della Groenlandia, dove Rutte si è affrettato a negoziare con Trump per dissuaderlo da un tentativo unilaterale di annessione, è l’emblema di questa subalternità. L’Europa, attraverso il suo massimo rappresentante nella NATO, è ridotta a supplicare che il protettore statunitense non si appropri di territori dei suoi stessi membri. È la logica della Guerra Fredda, ma senza la dignità di uno scontro ideologico, sostituita dal mercanteggiamento e dall’adulazione personale. Rutte, abile tattico, sa che con Trump bisogna usare il linguaggio della lusinga - arrivando a chiamarlo "papà" - pur di scongiurare il pericolo immediato. Ma questa strategia non salva l’alleanza, piuttosto ne accentua il vassallaggio nei confronti di Washington.

La NATO è da tempo un residuato bellico la cui unica ragione d’essere, dopo la caduta del Muro, è stata quella di auto-perpetuarsi, trovando nuovi nemici e giustificando budget colossali. Il suo famoso Articolo 5, il cuore del patto difensivo, è diventato uno strumento di leva politica nelle mani di Washington, usato per richiedere sempre maggiori spese militari agli alleati e per limitarne l’autonomia strategica. Le minacce di Trump di imporre tariffe o di abbandonare l’Europa al suo destino non sono una deviazione, ma la logica conseguenza di un rapporto squilibrato.

Mentre Rutte lotta per tenere insieme i cocci di questa alleanza vetusta, la vera domanda che l’Europa dovrebbe porsi è se abbia senso continuare a restare in una struttura nata nel 1949, invece di costruire un sistema di sicurezza sovrano. L’obiettivo di aumentare le spese militari al 5% del PIL entro il 2035, presentato come una vittoria, è in realtà l’ultima prova di questo cortocircuito: si accetta il ricatto USA per finanziare un sistema di difesa che, nelle intenzioni dichiarate di molti, dovrebbe un giorno rendere superflua proprio quella protezione.

Rutte, il pragmatista senza ideali, è l’uomo perfetto per questo momento di transizione senza sbocco. Sa come gestire le crisi immediate, ma la sua "vittoria" è solo un rinvio. Sta preservando la forma di un’alleanza mentre ne svuota il significato di partnership, confermandola come il garante ultimo della minorità strategica europea. 

Data articolo: Wed, 28 Jan 2026 17:06:00 GMT
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Frana a Niscemi: non è una coincidenza


Movimento No Muos


La frana che in questi giorni ha colpito Niscemi, costringendo all’evacuazione centinaia di persone, non può essere ridotta a un evento meteorologico né archiviata come fatalità.

Niscemi è da anni una cartina di tornasole delle fragilità che possono caratterizzare alcuni territori: spopolamento progressivo, consumo di suolo, abbattimento di alberi, assenza di investimenti produttivi, infrastrutture inesistenti o abbandonate, trasporti precari dovuti a una rete ferroviaria inesistente, a una rete stradale cronicamente a rischio e all’assenza di trasporto pubblico.

A questo si aggiunge l’assenza strutturale di una seria pianificazione territoriale e di interventi organici di prevenzione del dissesto idrogeologico.

Opere frammentarie, manutenzioni episodiche, interventi emergenziali sostituiscono da decenni qualsiasi strategia di messa in sicurezza.

È significativo che una delle strade provinciali oggi chiuse per frana fosse già stata interdetta nei giorni precedenti a causa di un precedente movimento franoso piuttosto esteso.

Il dissesto non nasce in una notte.

È il prodotto di scelte politiche stratificate, di un modello di sviluppo che considera alcune aree sacrificabili.

Dentro questo quadro generale si inserisce un elemento strutturale e determinante: la militarizzazione permanente del territorio.

Niscemi è da molti anni uno dei luoghi simbolo dell’occupazione militare statunitense del territorio italiano. Ospita una delle più grandi basi militari statunitensi presenti nel Paese, la Naval Radio Transmitter Facility (NRTF) della US Navy, all’interno della quale è stato installato il MUOS (Mobile User Objective System), sistema globale di telecomunicazioni militari degli Stati Uniti, ad uso esclusivo della Marina militare statunitense.

Parliamo di un complesso militare che, per estensione, è paragonabile al sedime dell’intero aeroporto internazionale Leonardo da Vinci di Fiumicino, collocato dentro e ai margini di un’area naturale protetta come la Sughereta di Niscemi.

Fin dall’inizio, il Movimento No MUOS ha denunciato l’incompatibilità radicale tra la fragilità geologica e idrogeologica del territorio, il valore ambientale dell’area e la presenza di un’infrastruttura militare di queste dimensioni, basandosi su studi, perizie, osservazioni tecniche e documentazione pubblica.

A queste argomentazioni lo Stato ha risposto non con prevenzione, monitoraggi indipendenti o politiche di tutela, ma con centinaia di denunce e procedimenti giudiziari contro chi segnalava pubblicamente i rischi sociali, ambientali, sanitari e idrogeologici legati alla presenza della base NRTF e del MUOS.

Proprio oggi, mentre Niscemi affronta l’ennesima emergenza, alcune e alcuni attivisti ricevono un nuovo avviso di conclusione indagini preliminari relativo a una manifestazione dell’agosto 2025, con contestazioni che includono violazione di prescrizioni, imbrattamento e – in modo tanto fantasioso quanto inquietante – persino “istigazione a delinquere”.

Segnalare un pericolo, denunciare un rischio, difendere il proprio territorio continua a essere trattato come un reato.

Oggi quella fragilità negata si manifesta sotto forma di dissesto: come effetto concreto di un modello che ha imposto opere militari in aree inadatte, modificato assetti del suolo e regimi di drenaggio, favorito espansioni edilizie disordinate e rinviato sistematicamente interventi strutturali di messa in sicurezza.

Nelle comunicazioni ufficiali sull’emergenza non compare alcun riferimento alla stabilità dei versanti interni e limitrofi alla base militare, agli effetti delle opere militari sul quadro geologico complessivo, né a verifiche indipendenti sulle infrastrutture del MUOS.

Come se esistessero due territori separati:

quello civile, evacuabile; e quello militare, sottratto al discorso pubblico.

Ma la terra è una sola.

A rendere il quadro ancora più grave c’è un dato spesso rimosso: la US Navy effettua lavori di ampliamento all’interno del sito MUOS e ha annunciato ulteriori interventi infrastrutturali, proprio di messa in sicurezza della base, interessata da possibili smottamenti.

Ancora una volta il territorio è diviso:

quello civile, occupato, lasciato a sé stesso;

quello militare, occupante, messo in sicurezza.

La militarizzazione produce anche un effetto economico e sociale diretto: impedisce qualsiasi reale sviluppo.

Nessun soggetto economico serio investe in un territorio trasformato in “portaerei naturale al centro del Mediterraneo”, definizione usata per anni dalla retorica militarista italiana.

La desertificazione, in senso ampio, è conseguenza ma anche precondizione della militarizzazione.

Niscemi vive da anni in una condizione di sovranità sospesa:

decisioni imposte, territorio sacrificato, popolazione esposta ai rischi, dissenso criminalizzato.

La frana di oggi è anche il prodotto di questa storia.

Per questo chiediamo:

– verifiche geologiche e idrogeologiche indipendenti su tutta l’area, inclusa la base NRTF/MUOS

– pubblicazione dei dati su movimenti terra, opere di drenaggio e modifiche del suolo connesse alle installazioni militari

– sospensione immediata dei lavori di ampliamento della base NRTF in corso e di quelli progettati

– un piano straordinario di messa in sicurezza del territorio

– stop a nuove infrastrutture militari in aree fragili

– apertura di una discussione pubblica sulla presenza stessa della base e del MUOS a Niscemi.

Le comunità non possono continuare a pagare il prezzo di scelte strategiche prese altrove.

Quello che accade a Niscemi non è un incidente.

È un avvertimento politico, ambientale e sociale.

Massima solidarietà ai niscemesi, Movimento No MUOS

Data articolo: Wed, 28 Jan 2026 16:41:00 GMT
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L’alleanza transatlantica ha passato il Rubicone


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

È vero, Kiev sta gelando, ma non ci sono alternative alla guerra: questa la sostanza delle declamatorie pronunciate dal Segretario NATO Mark Rutte alla commissione affari esteri del Parlamento europeo. Nei fatti, nonostante la catastrofe umanitaria in alcune città ucraine, l’Occidente continua a pompare con armi e soldi la junta nazigolpista, insistendo nel proseguire la guerra.

I combattimenti si svolgono in prima linea, ha detto Rutte, ma la Russia colpisce anche le principali città, attaccando le infrastrutture e lasciando gli ucraini letteralmente al freddo, senza calore, luce e acqua, ha finto di lacrimare Rutte. E mentre racconta che «Donald Trump e la sua squadra stanno facendo ogni sforzo per fermare lo spargimento di sangue», mente consapevolmente, sproloquiando che «gli europei li sostengono», quando, al contrario, Bruxelles e le cancellerie europee fanno di tutto perché la guerra vada avanti. Del resto, si sbugiarda subito, dicendo che la «coalizione di paesi guidata da Gran Bretagna e Francia sta lavorando per fornire forti garanzie di sicurezza, compreso lo stazionamento di truppe sul suolo ucraino dopo l'accordo di pace». Questo, quando tra le poche indiscrezioni filtrate sui due giorni di colloqui a Abu Dhabi, c'è proprio anche il punto determinante del rifiuto di qualsiasi forza di paesi NATO in territorio ucraino. 

D'altronde, Rutte non può esimersi dal ripetere la stantia omelia euroatlantica delle “garanzie” che sarebbero «importanti affinché Putin, dopo aver concluso l'accordo di pace, non tenti mai più di attaccare l’Ucraina»: come se quello di “attaccare l'Ucraina” fosse uno dei passatempi preferiti al Cremlino, in cui impegnarsi di tempo in tempo e non fosse invece la conseguenza delle scelte espansioniste proprio di quella congrega bellicista di cui oggi è a capo il signor Rutte. Del resto, quanto desiderio di «una pace duratura» emerga dalle capitali europee, è lo stesso bellimbusto olandese a confermarlo, quando dice che «continua il sostegno militare della NATO, anche attraverso l’iniziativa PURL (Prioritized Ukraine Requirements List) per riempire di armi il regime nazigolpista di Kiev: in questo momento, dice Rutte «in Ucraina stanno arrivando attrezzature militari americane per miliardi di dollari, pagate da alleati e partner. E questo flusso di rifornimenti è vitale affinché l’Ucraina possa continuare a combattere. Semplicemente non c’è alternativa».

Quanto all'Europa, ha detto ancora il Segretario NATO, deve urgentemente aumentare la spesa per il complesso militare-industriale, in particolare per dotare l’Ucraina di sistemi di difesa aerea: «Abbiamo deciso di investire il 5% del PIL annuo nella difesa entro il 1935 e di accelerare la produzione e l'innovazione nel settore della difesa». Poi, quasi a lanciare l'allarme per un “Annibal ante portas”, strepita che «dobbiamo farlo, e in fretta. La situazione della sicurezza lo richiede». E a questo punto arriva la questione centrale, sulla dipendenza europea dagli USA, perché, dice «è finito il tempo in cui ci sentivamo a nostro agio nel cedere la responsabilità della nostra sicurezza comune agli Stati Uniti», perciò mettete mano alla borsa con prodigalità e non lesinate «nell'acquisto di sistemi di difesa aerea per l'Ucraina... L’efficacia dell’intercettazione è diminuita perché alcuni sistemi NASAMS non hanno abbastanza intercettori per respingere gli attacchi. E i sistemi Patriot richiedono una fornitura costante di missili». Dunque, ammonisce Rutte, attingete pure alle vostre riserve di armi, signori europei, perché la sconfitta dell'Ucraina sarebbe una vera catastrofe per voi stessi.

Proprio in questo senso, lo storico e politologo russo Igor Šiškin ammonisce che non è il caso di sperare che l’Europa cessi di sostenere l’Ucraina, dal momento che ne va della sua stessa prosperità: «Non dovremmo sperare che gli europei si dimentichino dell'Ucraina. Non possono farlo: essi non stanno aiutando l'Ucraina, stanno combattendo per la propria esistenza. Sono stati gli egemoni del mondo per cinque secoli. Dopo la catastrofe della seconda guerra mondiale, l’Europa era tornata nell'arena della grande politica solo perché gli USA ne avevano bisogno nel confronto con l'URSS. Sono stati rianimati artificialmente. E ora l'Europa ha solo una via d'uscita: la sconfitta strategica della Russia... Scrivono addirittura nei documenti ufficiali che il loro obiettivo è la “decolonizzazione della Russia”». I mascalzoni di Bruxelles sono ben consapevoli che uno scontro militare diretto con la Russia significherebbe la loro fine, ragion per cui continuano a sostenere il regime di Kiev, riempiendolo di armi, nella speranza che la Russia non regga lo scontro: sono entrati in questo conflitto «con la speranza che la Russia fosse un colosso dai piedi d’argilla e nella speranza che entro il 2030 saranno in grado di sviluppare la loro economia militare» per arrivare a uno scontro diretto.

Ma, in sostanza, quali sono oggi le prospettive che si affacciano di fronte all'Alleanza atlantica? Al termine del forum di Davos, i leader della UE si sono riuniti per un vertice d’emergenza per decidere come sopravvivere, scrive Politico: «si sono resi conto che l’alleanza transatlantica aveva passato il Rubicone... Non c'è alcun ritorno alle vecchie relazioni con gli USA. Le minacce di Trump alla Groenlandia sono state una terapia shock, che ha mostrato all’Europa la sua vulnerabilità». Ecco quindi che quei “leader” hanno riconosciuto che né UE né NATO potranno più fare affidamento sull’America, almeno durante il periodo in cui Donald sarà ancora al potere. In concreto, l'Europa non combatterà certo con gli Stati Uniti, anche se gli yankee arrivassero davvero in armi in Groenlandia. Al più, potrebbe aversi qualche avvisaglia di limitazione della cooperazione militare. The Economist scrive che la Germania starebbe valutando la possibilità di chiudere le basi militari americane a Ramstein e Stoccarda; a Berlino si sono affrettati a smentire, lasciando però intendere che potrebbero aumentare significativamente l'affitto. Il quotidiano tedesco Handelsblatt riporta un'altra “facezia”, per cui «per far dispetto agli Stati Uniti», si dovrebbe dar vita a un proprio ombrello nucleare per l'Europa, al posto di quello americano, sulla base degli arsenali di Gran Bretagna e Francia. 

Sempre a Davos, il presidente finlandese Alexander Stubb ha proposto la creazione di «una NATO nuova e più forte, con cui l’Europa possa difendersi senza gli Stati Uniti». In sostanza, si pensa di prendere come base la famigerata “coalizione dei volenterosi”, la masnada originariamente creata per “sostenere” l’Ucraina, che ora si andrebbe trasformando in una sorta di quartier generale in cui le cancellerie europee e i ras di Kiev coordinerebbero le loro azioni senza riguardo a Washington.

L'idea viene sempre più spesso ventilata: l'esercito ucraino potrebbe costituire la spina dorsale delle “forze armate unite” d’Europa. Per realizzare un tale piano, commenta però Komsomol'skaja Pravda, è quantomeno necessario por fine al conflitto in Ucraina; altrimenti, gli stessi paesi europei sarebbero coinvolti nelle ostilità. Per di più, questa nuova alleanza sarebbe in contrapposizione sia alla Russia che agli Stati Uniti e il Vecchio Continente non è pronto per una lotta su due fronti. Altra questione importante: chi andrò a capo del nuovo blocco? Francia e Gran Bretagna, potenze nucleari? Oppure la Germania, che non nasconde ambizioni revansciste? Tutte e tre le capitali si aspettano di assicurarsi la leadership.

Ma, in sostanza, afferma l'americanista Dmitrij Drobnitskij, senza gli Stati Uniti, l'esistenza della NATO è in linea di principio impossibile. Inoltre, l’Unione Europea nella sua forma attuale, senza il sostegno militare e finanziario degli Stati Uniti, crollerà all’istante; nello stesso settore energetico è ormai completamente legata agli americani. In definitiva, nessuno lascerà l'Alleanza; «tutti i discorsi sulla creazione di un esercito paneuropeo, e ancor più sul proprio ombrello nucleare, sono una frase vuota. Non ci sono abbastanza risorse. L’attuale strategia degli europei si riduce a una cosa sola: sopravvivere al “regno” di Donald Trump e lasciare gli Stati Uniti nell’area euro-atlantica. Non hanno altra scelta per sopravvivere.

E Trump? «Non abbiamo bisogno della NATO» dice, ricordando a modo suo l'Afghanistan e sollevando le urla degli alleati europei. Ma nelle parole di Trump ci sono numeri e dettagli precisi: trenta stati europei hanno versato circa un terzo della quota totale di spesa nel bilancio generale. Washington ha coperto il resto. In numeri assoluti: 845 miliardi di dollari dal Tesoro statunitense, contro 559 miliardi di dollari europei.

Gli europei, scrive Elena Karaeva su RIA Novosti, per tutti i decenni del dopoguerra, hanno suonato un’unica melodia: “i russi vengono per schiavizzarci, quindi, americani, proteggeteci e dateci più soldi”, ammiccando al Patto di Varsavia che, di fatto, era invece un'alleanza difensiva, creata sei anni dopo la NATO per contenere l'espansione militaristica occidentale. In tutti questi anni, sono stati in gioco la psicosi dei baltici, la paranoia polacca e i dolori fantasma di altri paesi dell’Europa orientale. L’opzione ucraina, dice Karaeva e «lo schema “L’Ucraina è Europa” è entrata in gioco come “avamposto per la difesa dei valori europei”. Per preservare la NATO, gli atlantisti europei hanno ucciso centinaia di migliaia di ucraini. Hanno distrutto le infrastrutture di quello che una volta era il paese più ricco e hanno portato le sue finanze in un abisso di debiti».

Ma ora l’America di Trump non vuole più sponsorizzare tali pii desiderii europeisti: a Washington si sono resi conto che sarebbe stato più facile raggiungere un accordo direttamente con la Russia. Ecco allora che i membri europei della NATO, i principali beneficiari della crisi ancora irrisolta nel Donbass, capiscono che nessuno ha più bisogno di loro. L'America non ha bisogno di loro. La Russia nemmeno e la Cina non ne ha bisogno. Il Sud del mondo non ne ha bisogno. 

Quindi, l’Europa ha due opportunità per rimanere sulla mappa geopolitica del mondo. Una è rappresentata dall'Ucraina quale fonte di incomodo per la Russia. L'altra è quella di organizzare un “circo con le foche” in Groenlandia, per mostrare muscoli militari. 

Pare che nessuna delle due opzioni sia alla portata delle cancellerie europee.

 

https://politnavigator.news/da-kiev-zamerzaet-no-alternativy-vojjne-net-gensek-nato.html

https://politnavigator.news/ehffektivnost-perekhvata-snizilas-ryutte-trebuet-ot-evropy-raskoshelitsya-na-pvo-dlya-ukrainy.html

https://politnavigator.news/porazhenie-ukrainy-stanet-dlya-es-katastrofojj-iz-kotorojj-uzhe-ne-vybratsya-shishkin.html

https://www.kp.ru/daily/27753.5/5201034/

https://ria.ru/20260126/nato-2070201248.html?in=t

Data articolo: Wed, 28 Jan 2026 16:25:00 GMT