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Diritti e giustizia
Meno sanità e più armi: dove stanno finendo i soldi delle nostre tasse

 

di Michele Blanco

La progressiva militarizzazione del discorso pubblico in Europa e la parallela ristrutturazione della spesa pubblica sollevano profondi interrogativi di carattere sociologico, economico e democratico. Si tratta di un’operazione di ingegneria del consenso volta a giustificare il riarmo a scapito dello stato sociale.

Dietro la costante retorica mediatica — che riduce i complessi equilibri geopolitici a un riduttivo "falso binario" e priva il dibattito di ogni profondità storica (dimenticando i fatti del 2014 in Ucraina o il mancato rispetto dei trattati di Minsk) — si nasconde il più grande trasferimento di ricchezza pubblica verso il settore privato della difesa dai tempi della Guerra Fredda. I dati dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) evidenziano una spesa militare globale senza precedenti, pari a 2.887 miliardi di dollari, con l'Europa che fa da traino mondiale attraverso un incremento della spesa bellica del 14% in termini reali.

Questa massiccia allocazione di risorse statali viaggia in parallelo con i bilanci record delle principali multinazionali degli armamenti: la tedesca Rheinmetall ha raggiunto un profitto operativo record di 1,84 miliardi di euro, con margini sulle munizioni vicini al 29%; la britannica BAE Systems ha toccato i 30,7 miliardi di sterline di ricavi, mentre l'italiana Leonardo SpA ha accumulato un portafoglio ordini di 45 miliardi di euro, registrando una crescita dei profitti ordinari superiore al 44%. Questo drenaggio di casse pubbliche produce un costo sociale asimmetrico e devastante, determinando il definanziamento e lo smantellamento di pilastri civili fondamentali quali la sanità, l'istruzione e le tutele del welfare.

Per rendere digeribile alla cittadinanza un simile salasso e contenere il dissenso, il sistema mediatico mainstream — ampiamente concentrato nelle mani di oligopoli finanziari e industriali legati a doppio filo ai mercati degli idrocarburi e degli armamenti — adotta sofisticate strategie di manipolazione neuroscientifica, sociologica e psicologica, ereditate da una solida tradizione saggistica.

Già alla fine dell'Ottocento, il sociologo Gustave Le Bon, in Psicologia delle folle (1895), dimostrava come la logica collettiva differisca da quella individuale: immerso nella massa, l'individuo perde la propria capacità critica e diventa permeabile a impulsi irrazionali e suggestioni veicolate da centri di potere che usano la ripetizione assertiva di slogan anziché la logica.

Negli anni Venti, Edward Bernays — nipote di Freud e considerato il padre delle moderne pubbliche relazioni — teorizzò in Propaganda (1928) l'esistenza di un «governo invisibile» che dirige le masse attraverso l'«ingegneria del consenso» (engineering of consent), manipolando le pulsioni inconsce a fini commerciali e politici. Parallelamente, Walter Lippmann, nel saggio Public Opinion (1922), coniò la locuzione «fabbricazione del consenso» (manufacture of consent), evidenziando come i cittadini, incapaci di decodificare la reale complessità degli scenari globali, dipendano da pseudo-ambienti semplificati generati dalla stampa. Un meccanismo di controllo che già Niccolò Machiavelli, ne Il Principe (1513), aveva descritto come l'arte di dissimulare la realtà e plasmare la percezione del popolo, poiché «gli uomini in universale giudicano più agli occhi che alle mani».

Il culmine filosofico di questa critica si trova nell'opera di Jürgen Habermas. In Storia e critica dell'opinione pubblica (1962), il filosofo teorizza la «rifeudalizzazione della sfera pubblica»: lo spazio del dibattito razionale e democratico viene colonizzato dagli interessi economico-commerciali dei grandi gruppi industriali e finanziari. La sfera pubblica smette di essere il luogo in cui i cittadini formano un pensiero critico e si trasforma in un'arena di consumo, dove il consenso viene "fabbricato" dall'alto tramite tecniche pubblicitarie e di pubbliche relazioni.

Negli scritti più recenti, Habermas ha esteso questa analisi alla deriva bellicista dell'Occidente. Intervenendo sul dibattito della guerra in Ucraina con il saggio Un appello ai negoziati (pubblicato sulla Süddeutsche Zeitung nel 2023), ha denunciato l'assenza di un'iniziativa diplomatica e criticato l'invio incondizionato di armi, che rischia di trasformare l'Occidente in un co-responsabile del prolungamento del conflitto e di un'escalation nucleare. In linea con L'Occidente diviso (2005/2023), Habermas ribadisce la necessità di sostituire la logica militare con il diritto internazionale e il costituzionalismo cosmopolitico, mirando a una pace negoziata di compromesso per preservare le vite umane.

Nello scenario contemporaneo, questo fenomeno ha subito una mutazione tecnologica radicale attraverso il passaggio ai social network e all'infosfera digitale. Come evidenziato da Shoshana Zuboff sul tema del capitalismo della sorveglianza, l'opinione pubblica viene profilata psicograficamente tramite i Big Data per mappare le vulnerabilità individuali. L'architettura degli algoritmi premia l'indignazione e la polarizzazione emotiva, generando "bolle di filtraggio" (filter bubbles) ed "camere dell'eco" (echo chambers) che alimentano la percezione della minaccia ed eliminano la complessità dei fatti. La propaganda bellica si è così evoluta in "guerra cognitiva" (Cognitive Warfare), il cui obiettivo è hackerare la mente umana per trasformare il cittadino in un ripetitore inconsapevole di visioni belliciste.

Applicando il modello della "fabbricazione del consenso" codificato da Chomsky e Herman (1988), l'informazione contemporanea attua una decontestualizzazione degli eventi e attiva un targeting emotivo mirato al cervello rettiliano, stimolando ansia e paura per inibire l'analisi critica. Attraverso il meccanismo del "controllo riflessivo" (reflexive control), l'opinione pubblica viene indotta a credere che il riarmo sia l'unica via d'uscita, arrivando a marginalizzare o ridicolizzare le posizioni terze, comprese le prese di posizione di Papa Francesco. A questo si aggiunge la dinamica della "spirale del silenzio" (Noelle-Neumann), in cui i media isolano le posizioni contrarie alla guerra, spingendo la maggioranza critica al silenzio per timore dell'esclusione sociale.

Questa costruzione mediatica si scontra tuttavia con i dati demoscopici. Rilevazioni condotte da istituti come Ixè, Ipsos ed Euromedia Research documentano che oltre il 50% dei cittadini italiani è contrario all'invio continuo di armi e solo il 18% ritiene corretto sostenere il conflitto senza un'opzione negoziale.

Sul piano politico europeo, questa istanza trova rappresentanza nel gruppo della Sinistra al Parlamento Europeo (GUE/NGL) e in coordinamenti come Stop ReArm Europe. Partiti come La France Insoumise in Francia, Die Linke in Germania, il KKE in Grecia, Podemos e Izquierda Unida in Spagna denunciano l'incompatibilità tra l'austerità sociale e l'aumento delle spese per la difesa. In Italia, questa linea trova riscontro nel voto espresso all'Eurocamera da Alleanza Verdi e Sinistra (AVS) e dal Movimento 5 Stelle, contrari al finanziamento della filiera bellica a scapito dei fondi di coesione destinati a sanità, istruzione e tutela climatica.

Per evitare che il malcontento della popolazione si traduca in mobilitazione politica contro le conseguenze economiche della guerra (come inflazione e carovita), si applica la teoria dell'Agenda-setting (McCombs e Shaw): lo spazio cognitivo dei cittadini viene saturato con polemiche interne cicliche e divisive (gestione dei flussi migratori, dinamiche scolastiche o tatticismi di partito sul "campo largo"). L'adesione acritica alle linee belliciste viene usata come filtro di sbarramento istituzionale per etichettare le opposizioni come irresponsabili. L'informazione cessa così di fungere da contropotere indipendente e diventa uno strumento di amalgama sociale.

In questo contesto — in cui i doppi standard internazionali emergono anche di fronte a crisi come quella nella Striscia di Gaza o alle tensioni in Venezuela e Iran — riappropriarsi del pensiero critico e difendere l'Articolo 11 della Costituzione Italiana (che ripudia la guerra come strumento di offesa e risoluzione delle controversie) non è una semplice scelta politica, ma un imperativo etico e civile per la tutela della democrazia.

Riferimenti Bibliografici:
 
Le Bon, G. (1895). Psychologie des foules. Félix Alcan. (Annullamento della capacità critica nelle masse).
Lippmann, W. (1922). Public Opinion. Harcourt, Brace and Co. (Genesi della fabbricazione del consenso).
Bernays, E. L. (1928). Propaganda. Horace Liveright. (Codifica dell'ingegneria del consenso).
Habermas, J. (1962). Strukturwandel der Öffentlichkeit. Hermann Luchterhand Verlag. (Rifeudalizzazione della sfera pubblica).
Habermas, J. (2005/2023). L'Occidente diviso. Editori Laterza. (Monografia sul costituzionalismo cosmopolitico e la critica all'unilateralismo militare).
Habermas, J. (2023). Ein Plädoyer für Verhandlungen. Süddeutsche Zeitung. (Saggio accademico-politico contro l'escalation bellica e l'invio cieco di forniture d'arma in Ucraina).
Zuboff, S. (2019). The Age of Surveillance Capitalism. PublicAffairs. (Modelli algoritmici di estrazione del consenso e profilazione psicografica nell'infosfera).
Herman, E. S., & Chomsky, N. (1988). Manufacturing Consent: The Political Economy of the Mass Media. Pantheon Books. (Modello dei cinque filtri proprietari ed editoriali).
McCombs, M. E., & Shaw, D. L. (1972). The Agenda-Setting Function of Mass Media. Public Opinion Quarterly, 36(2), 176-187. (Selezione delle notizie come distrazione).
Noelle-Neumann, E. (1974). The Spiral of Silence: A Theory of Public Opinion. Journal of Communication, 24(2), 43-51. (Isolamento sociale del dissenso).
SIPRI - Stockholm International Peace Research Institute. (2026). Trends in World Military Expenditure. SIPRI Fact Sheet [SIPRI].
Istituto Ixè. (2026). Osservatorio Ixè: Il sentimento degli italiani sul sostegno militare e l'invio di armi [Sondaggio Ixè Armi Ucraina].
Data articolo: Fri, 25 Sep 2026 10:30:00 GMT
In primo piano
Piano Kushner da 2,45 miliardi per Gaza tra i progetti di espulsione di Israele

 

A margine dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York, Jared Kushner — ex consigliere e genero di Donald Trump — ha presentato un piano da 2,45 miliardi di dollari destinato alla ricostruzione della Striscia di Gaza, in gran parte rasa al suolo dai continui bombardamenti israeliani.

La presentazione è avvenuta durante una riunione del Board of Peace, l'organismo istituito da Trump nel gennaio 2026 con l'obiettivo di monitorare e gestire la Striscia per conto di Israele e di cui Kushner è membro del consiglio direttivo. Secondo quanto riportato da Reuters, il progetto illustrato da Kushner — noto per i suoi stretti legami con la famiglia del Premier Benjamin Netanyahu — include 66 interventi dedicati al ripristino delle infrastrutture economiche dell'enclave. Tuttavia, i dettagli operativi restano scarsi. Lo stesso Kushner ha ammesso che l'iniziativa sta subendo continui ritardi, definendoli necessari per «affilare l'ascia e prepararsi al momento in cui bisognerà tagliare l'albero», augurandosi che la fase operativa inizi a breve.

Nel corso dell'incontro, Nickolay Mladenov, direttore generale del Board of Peace, ha dichiarato che l'obiettivo è offrire nuove opportunità alla popolazione e permettere sia ai palestinesi di Gaza sia alle comunità israeliane di confine di superare la paura della violenza. L'organismo ha stimato in oltre 71 miliardi di dollari il fabbisogno complessivo per la ricostruzione del territorio nei prossimi dieci anni.

L'iniziativa solleva tuttavia forti dubbi su quali siano i reali beneficiari: la popolazione palestinese, stremata da anni di attacchi e devastazioni, o i settori della società israeliana che spingono per ricolonizzare la Striscia dopo l'espulsione degli abitanti locali. Lo stesso Donald Trump aveva in precedenza dichiarato che Washington e Tel Aviv avrebbero preso il controllo di Gaza per radere al suolo le strutture esistenti e spostare circa 1,8 milioni di persone — affermazioni poi parzialmente ridimensionate dopo le polemiche internazionali. Al contempo, diversi esponenti del governo israeliano continuano a rivendicare il controllo permanente del territorio e la creazione di nuovi insediamenti ebraici, definendo il trasferimento forzato dei palestinesi una "migrazione volontaria".

Attualmente le truppe israeliane occupano almeno il 60% della Striscia, mentre Netanyahu continua a sollecitare la presa di controllo dell'intero territorio. Nonostante l'accordo di cessate il fuoco dell'ottobre 2025, i dati del Ministero della Salute palestinese registrano oltre 1.402 vittime a causa dei raid aerei condotti da allora da Israele.

Restano inoltre severe le restrizioni all'ingresso degli aiuti umanitari. Athena Rayburn, direttrice dell'Associazione delle agenzie internazionali per lo sviluppo, ha denunciato al Consiglio di Sicurezza dell'ONU come il Board of Peace stia di fatto agevolando il blocco israeliano sui beni di prima necessità. Tra i materiali respinti dalle autorità israeliane — con la giustificazione di un possibile "doppio uso" militare — figurano presidi medici come stampelle, sedia a rotelle e protesi, ma anche prodotti alimentari di base come angurie e cipolle.

Dall'inizio del genocidio, le azioni militari israeliane a Gaza hanno provocato oltre 73.928 morti accertati, in gran parte donne e bambini, anche se alcune stime indipendenti indicano cifre notevolmente superiori. La maggior parte dei sopravvissuti si trova ora ammassata in campi profughi all'interno di quel 40% di territorio non ancora direttamente occupato dalle forze militari.

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Data articolo: Fri, 25 Sep 2026 10:30:00 GMT
Preferivo scrivere
Religione zombie e scuola aziendalizzata: poi ci stupiamo dell'indifferenza alla guerra? || Gabriele Busti

 

Gabriele Busti è l'ospite di questa puntata di "preferivo Scrivere", la rubrica di video interviste di Giulia Bertotto. Busti è docente e autore, le sue analisi sociopolitiche sono acute e profonde insieme, corrosive ma meditate, provocatorie ma sagge.

La scuola è sotto attacco: aziendalizzata da una parte e militarizzata dall'altra, ormai una fabbrica di consenso alla guerra e addestramento all'autosfruttamento; ma la scuola è solo uno dei pilastri sociali aggrediti dall'ordoliberismo; dunque cos'è la religione zombieficata del sociologo Emmanuel Todd e cosa c'entra con la smania di guerra europea? E ancora, alcune osservazioni sul culto tribale degli influencer ma anche le dovute ammissioni personali, perché anche noi che analizziamo i social, siamo rapiti dalle loro dinamiche sociali ed emotive. In chiusura Busti commenta anche il rapporto della Cia diffuso nelle ultime ore, secondo il quale Mosca preparerebbe un imminente attacco con obiettivi in Spagna e in Italia.

 

Intervista completa dalle 18 e 30 qui:

Data articolo: Fri, 25 Sep 2026 10:00:00 GMT
In primo piano
Xi a Washington: la differenza tra gara e lotta

 

di Laura Ruggeri*

Durante la sua visita negli Stati Uniti, Xi Jinping ha dichiarato: «Non dobbiamo evitare di parlare di competizione, ma la nostra competizione deve essere sana e mantenuta entro certi limiti. Deve essere una gara in cui ci si supera a vicenda, non una lotta in cui uno vince e l’altro perde». In altri termini, «deve essere costruttiva e simile a una gara in cui ciascun partecipante cerca di dare il meglio per vincere, piuttosto che uno scontro a somma zero in cui vi è chi vince e chi perde ma tutti pagano un alto prezzo uscendone mal ridotti».

La differenza è fondamentale.

Una gara si misura in termini di velocità, innovazione e prestazioni, i partecipanti possono migliorare e il perdente non viene distrutto. Una lotta per la supremazia richiede la subordinazione o la sconfitta. Pechino proietta una quieta fiducia di essere nella posizione di vincere la gara tecnologica, in particolare nell’intelligenza artificiale, nei processi di produzione avanzati, nei minerali critici e nei settori dual-use ad essi connessi. La coesione sociale, la capacità industriale cinese, il metodo di selezione dei talenti, il modello di governo e gli investimenti diretti dallo Stato stanno alla base di questa sicurezza di sé. Funzionari politici ed esponenti del mondo industriale considerano sempre più quella tecnologica come l’arena decisiva del XXI secolo. La situazione appare diversa negli Stati Uniti.

Mentre Trump si lancia nelle sue tipiche dichiarazioni roboanti sulla forza americana, valutazioni pubbliche e private rivelano un’erosione della fiducia in un'indiscussa superiorità militare, sia in Medio Oriente che nell'Asia-Pacifico, dove i progressi cinesi in missili, navi, sensori e sistemi anti-accesso hanno ridotto i vantaggi goduti per anni dagli Stati Uniti. La stessa ansia si manifesta nella tecnologia: i controlli sulle esportazioni e la politica industriale riflettono il riconoscimento che il primato non è più automatico. La visita di Xi si svolge sullo sfondo di tensioni solo temporaneamente attenuate da estensioni della tregua commerciale, discorsi di stabilità strategica e reciproche professioni di amicizia. La parte cinese continua a insistire sul fatto che i due Paesi possano essere partner piuttosto che rivali e che il rinnovamento nazionale cinese e il «Make America Great Again» non debbano necessariamente escludersi a vicenda. Non si sa se Washington accetterà la distinzione tra una gara e una lotta per la supremazia, ma questa distinzione  plasmerà gli anni a venire più di qualsiasi dichiarazione fatta durante un summit. 

*Post Telegram dal canale @LauraRuHK

Data articolo: Fri, 25 Sep 2026 09:00:00 GMT
WORLD AFFAIRS
"5.000 voli dalle basi europee": l'Iran lancia un duro avvertimento all'Europa

 

Il viceministro degli Esteri iraniano per gli Affari Legali e Internazionali, Kazem Qaribabadi, ha accusato l'Europa di sostenere l'aggressione israelo-statunitense contro Teheran, avvertendo che tale coinvolgimento "non resterà impunito".

"L'ammissione del Segretario Generale della NATO, secondo cui sono state effettuate 5.000 sortite da basi europee a sostegno dell'aggressione militare degli Stati Uniti contro l'Iran, dimostra che l'Europa ha fatto parte dell'infrastruttura dell'attacco", ha dichiarato Qaribabadi sul proprio profilo X. La replica fa riferimento alle dichiarazioni del Segretario Generale dell'Alleanza, Mark Rutte, che ha confermato l'impiego di aerei decollati da basi europee a supporto dell'offensiva lanciata a febbraio.

"I governi che hanno messo a disposizione i propri territori agli USA non possono sottrarsi alle proprie responsabilità", ha aggiunto il diplomatico. Parallelamente, a margine dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ha incontrato diversi vertici europei, tra cui l'Alta Rappresentante dell'UE Kaja Kallas, mettendo in guardia sulle "gravi conseguenze a lungo termine" derivanti dal sostegno alle azioni militari statunitensi e israeliane.

 

Data articolo: Fri, 25 Sep 2026 06:30:00 GMT
WORLD AFFAIRS
Uranio arricchito. La risposta (decisa) del presidente iraniano al giornalista di Fox News

 

Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha dichiarato che l'Iran non ha scelto il conflitto, ma che questo gli è stato imposto da Stati Uniti e Israele. "Non abbiamo mai cercato la guerra", ha affermato in un'intervista a Fox News. "Tuttavia, quando veniamo attaccati siamo costretti a difenderci. Se intenderanno continuare a combatterci, risponderemo con fermezza".

Pezeshkian si è espresso contro la violenza, sottolineando che le divergenze dovrebbero essere risolte con il dialogo e non con le armi. Ciononostante, ha ribadito che le provocazioni israeliane e gli attacchi non giustificati sul territorio iraniano — che hanno portato all'uccisione di vertici politici, militari e scientifici — hanno costretto il Paese a entrare in guerra. Un conflitto che Teheran dichiara di non voler proseguire, lasciando la decisione finale agli Stati Uniti: "Spetta a Washington decidere se porre fine alle ostilità".

Il presidente ha ricordato che l'Iran resta disposto ad andare avanti sulla base degli intese precedentemente sottoscritte con la presidenza americana Donald Trump e a garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Ha però chiarito che, nonostante le sanzioni e le difficoltà economiche, la Repubblica Islamica non intende cedere alle pressioni: "Continueremo a resistere fino alla fine".

Nel corso della conversazione, il giornalista Bret Baier ha poi posto questa domanda al presidente irananiano. «Ieri lei ha dichiarato all’ONU che l’Iran manterrà il proprio programma nucleare. L’AIEA afferma che possedete 440 chilogrammi di uranio arricchito al 60%, sufficienti a fabbricare almeno 10 bombe. L’AIEA sostiene di non essere riuscita a verificarne la ubicazione da oltre un anno. Dove si trova quell’uranio?».

Pezeshkian ha risposto mettendo in discussione le affermazioni statunitensi sui danni causati al programma nucleare iraniano: "Da un lato, gli Stati Uniti continuano a dire: “Abbiamo distrutto tutto”. O è vero o è falso. Quale delle due?" E ancora: "La seconda cosa su cui bisogna concentrarsi è che non abbiamo mai cercato di dotarci di armi nucleari". 

Il giornalista ha quindi insistito: «Perché avete bisogno di uranio arricchito al 60%?». Il presidente iraniano ha risposto che Teheran era disposta a ridurre notevolmente le proprie riserve attraverso i negoziati. «Avevamo avviato dei negoziati ed eravamo disposti a ridurre il materiale in misura significativa, a diluirlo», ha precisato.

Data articolo: Fri, 25 Sep 2026 06:30:00 GMT
WORLD AFFAIRS
Onu. Lavrov chiede a Guterrez di aprire un'inchiesta internazionale su Bucha

 

Durante l'incontro a margine dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il Ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha consegnato al Segretario Generale dell'ONU, António Guterres, un rapporto accusatorio sugli eventi di Bucha, richiedendo un'indagine approfondita da parte del Segretariato dell'organizzazione.

Secondo quanto dichiarato dal Ministero degli Esteri di Mosca, e riportato dall'agenzia TASS, il documento si intitola "Eredi di Goebbels: falsificazione degli eventi di Bucha e sanguinose messe in scena del regime di Kiev" ed è stato redatto dal Tribunale pubblico internazionale presieduto da Maxim Grigoryev, membro della Camera Civica russa. Il dossier punta a contestare la ricostruzione dei fatti diffusa dalle autorità ucraine.

Nel corso del colloquio, il capo della diplomazia russa ha sollecitato formale richiesta al Segretariato delle Nazioni Unite affinché conduca un esame dettagliato sugli avvenimenti, sostenendo che l'episodio sia stato orchestrato da Kiev con il supporto dei Paesi della NATO.

Data articolo: Fri, 25 Sep 2026 06:30:00 GMT
In primo piano
Regno Unito: università e colossi delle armi alleati contro le proteste per Israele

 

Un'inchiesta congiunta condotta da Liberty Investigates e Al Jazeera ha rivelato che tredici università britanniche hanno tenuto colloqui con BAE Systems, il maggior produttore di armi del Regno Unito, per coordinare la gestione delle proteste pro-Palestina all'interno dei campus.

Email e documenti interni mostrano come gli atenei abbiano collaborato con il colosso della difesa per rafforzare le misure di sicurezza ed elaborare una risposta comune contro le mobilitazioni studentesche, che chiedevano l'interruzione dei legami finanziari con l'azienda. Sei delle istituzioni coinvolte — tra cui le università di Manchester, Nottingham e Birmingham — sono "partner strategici" di BAE Systems e ricevono complessivamente circa 20 milioni di dollari all'anno in finanziamenti. L'episodio ha suscitato la ferma condanna di Gina Romero, relatrice speciale dell'ONU, e dell'ex leader laburista Jeremy Corbyn, i quali hanno denunciato una crescente repressione del dissenso e il prevalere degli interessi aziendali sulla libertà di ricerca.

L'indagine evidenzia inoltre casi specifici di monitoraggio dei social media e sanzioni agli studenti. Questo stretto legame s'inserisce in un contesto di grave crisi finanziaria per gli atenei del Regno Unito, spinti a cercare risorse nel settore della difesa. Secondo la Palestine Solidarity Campaign, oltre 100 università britanniche mantengono investimenti per un totale di 610 milioni di dollari in aziende legate all'industria militare e alla fornitura di armamenti.

 

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Data articolo: Fri, 25 Sep 2026 06:30:00 GMT
WORLD AFFAIRS
Israele provoca l'Iran all'ONU: la reazione del diplomatico iraniano

 

Giovedì, durante l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, l'ambasciatore israeliano Danny Danon si è rivolto direttamente a un diplomatico iraniano, Nasser Asadi, affermando: "Preghiamo per un cambio di regime". Subito dopo, si è avvicinato per offrirgli un ricevitore internet satellitare Starlink.

 

Danon, che ha poi pubblicato il video dello scambio, ha spiegato ad Asadi che il dispositivo avrebbe potuto aiutare il popolo iraniano a riconquistare la libertà, invitandolo a portarlo a Teheran: "Se aveste ascoltato il Primo Ministro Netanyahu, capireste quanto questo strumento potrebbe essere utile al popolo iraniano per ritrovare la libertà dopo quello che gli avete fatto. Vuole prenderlo e portarlo a Teheran? Noi amiamo il popolo iraniano e preghiamo per un cambio di regime. Quel giorno arriverà".

L'iniziativa è stata accolta dal totale silenzio: Asadi ha ignorato Danon, ha distolto lo sguardo e ha rifiutato qualsiasi contatto.

 

Data articolo: Fri, 25 Sep 2026 06:00:00 GMT
WORLD AFFAIRS
Netanyahu parla all'ONU ma la sala si svuota: il gesto di protesta di 77 Paesi

 

Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu è stato accolto dai fischi all'inizio del suo discorso all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, mentre numerose delegazioni abbandonavano la sala.

Secondo quanto riportato, giovedì i rappresentanti di 77 Paesi hanno lasciato l'aula in segno di protesta e solidarietà con la Palestina nel momento in cui Netanyahu è salito sul podio. Il boicottaggio coordinato ha coinvolto delegazioni da tutto il mondo: 18 Paesi arabi, 14 asiatici (inclusa la Turchia), 20 dell'Africa subsahariana, 17 dell'America Latina e Caraibi, 2 dell'Oceania e 6 europei (tra cui Spagna, Irlanda e San Marino). L'emittente israeliana Channel 12 ha commentato l'episodio sottolineando come il premier abbia parlato di fronte a una sala quasi vuota.

Tra i banchi abbandonati ha attirato l'attenzione un dettaglio simbolico: la delegazione iraniana ha lasciato sulla propria scrivania la fotografia del generale Qasem Soleimani. Mentre Netanyahu dedicava gran parte del suo intervento alle minacce provenienti da Teheran, l'Iran ha così fatto filtrare il proprio messaggio senza salire sul podio.

La breve visita del premier israeliano a New York — durata meno di otto ore — ha evidenziato il suo crescente isolamento diplomatico, alimentato dalle tensioni per le operazioni militari a Gaza e in Libano e per l'espansione degli insediamenti in Cisgiordania, contesti che hanno suscitato dure condanne internazionali.

 

Data articolo: Fri, 25 Sep 2026 06:00:00 GMT