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OP-ED
Davos svela l’ipocrisia Usa e Ue sulle “regoleâ€

 

di Francesco Sylos-Labini*

 

La differenza tra il diritto internazionale delle Nazioni Unite e il cosiddetto “ordine internazionale basato sulle regole” (rules-based international order, Rbio) non è soltanto concettuale: è sostanziale e politicamente decisiva. Il diritto internazionale costituisce un corpus di norme giuridiche vincolanti che regolano i rapporti tra Stati sovrani. Le sue fondamenta risiedono nella Carta dell’Onu del 1945, nei trattati multilaterali, nelle decisioni di organi quali la Corte Internazionale di Giustizia ecc. I suoi principi cardine sono la sovranità e l’eguaglianza giuridica degli Stati, la non ingerenza negli affari interni, la risoluzione pacifica delle controversie e, soprattutto, il divieto dell’uso della forza, salvo i casi di legittima difesa o di esplicita autorizzazione del Consiglio di Sicurezza Onu. Un diritto codificato, multilaterale, universalmente riconosciuto e formalmente vincolante.

Di natura completamente diversa è invece il cosiddetto Rbio. Questo concetto non ha fondamento giuridico, ma geopolitico. È una costruzione ideologica promossa principalmente dai paesi occidentali che rimanda a un insieme di norme, prassi e valori che non coincidono necessariamente con il diritto internazionale codificato, ma che tali Stati considerano legittimi in base alla propria visione del mondo. Il Rbio include infatti meccanismi decisionali ed esecutivi collocati al di fuori del perimetro Onu. Questo “ordine” viene frequentemente invocato per giustificare interventi unilaterali o multilaterali non autorizzati dal Consiglio di Sicurezza, in nome della tutela dei diritti umani, della democrazia liberale o della sicurezza globale.

Il Rbio non poggia quindi su un impianto giuridico universalmente condiviso ma è una visione normativa selettiva, costruita e imposta da un blocco di potere che controlla le principali istituzioni economiche, militari e mediatiche globali. In sostanza, mentre il diritto internazionale è diritto, il Rbio è politica.

Questa ipocrisia è stata recentemente ammessa in modo sorprendentemente esplicito da Mark Carney, primo ministro canadese ed ex governatore della Banca d’Inghilterra, nel corso di un intervento al Forum di Davos. Carney ha riconosciuto apertamente che i leader occidentali sapevano da tempo che la narrazione del Rbio era una finzione utile: “Sapevamo che la narrazione del Rbio era in parte falsa: i più forti si sarebbero esentati da quelle regole quando fosse stato loro comodo, e le regole del commercio sarebbero state applicate in modo asimmetrico. Sapevamo che il diritto internazionale sarebbe stato applicato con rigore variabile, a seconda dell’identità dell’imputato o della vittima. Questa finzione era utile… così abbiamo messo il cartello in vetrina, partecipato ai rituali ed evitato di sottolineare il divario tra retorica e realtà. Ma questo patto non funziona più. Siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione.”

Carney ha inoltre riconosciuto che l’egemonia americana aveva fornito beni pubblici globali – sicurezza, rotte marittime, stabilità finanziaria – ma che oggi le grandi potenze hanno iniziato a usare l’integrazione economica come un’arma: dai dazi alle catene del valore, fino alle sanzioni. Perché una dichiarazione tanto dirompente proprio ora? Perché per la prima volta la prepotenza non è rivolta verso “gli altri”, ma verso l’Europa stessa. La dichiarata volontà di Donald Trump di annettere, in un modo o nell’altro, la Groenlandia – territorio di un paese europeo – segna un punto di svolta simbolico. La differenza fondamentale tra Trump e i precedenti presidenti statunitensi è che Trump tratta l’Europa esattamente come gli Stati Uniti hanno sempre trattato il resto del mondo.

Questa inversione di prospettiva è resa possibile dal progressivo declino economico e strategico del continente europeo: privo di risorse naturali strategiche, prigioniero di una dipendenza energetica strutturale e sempre più marginale sul fronte dell’innovazione tecnologica. In questo contesto, lo svuotamento del diritto internazionale e la sua sostituzione con un insieme di pseudo-norme arbitrarie – quelle del Rbio – rivelano oggi tutta la loro ipocrisia. Perché, per la prima volta, la prepotenza sistemica non si abbatte su Paesi lontani, ma si dirige contro l’Europa stessa.

E questa volta, non verrà nessuno a salvarci. Abbiamo creduto che il pericolo venisse dalla Russia, immaginando un’invasione dell’Europa. Ma abbiamo sbagliato alleato. Ora che la minaccia arriva direttamente dagli Usa, l’illusione si dissolve e con essa viene messa definitivamente a nudo l’incapacità strategica delle élite europee: prive di visione, dipendenti dall’esterno e incapaci di difendere l’interesse del continente che pretendono di rappresentare.

*Fatto Quotidiano, 24 gennaio 2026. Pubblichiamo su gentile concessione dell'Autore

Data articolo: Sat, 24 Jan 2026 23:00:00 GMT
OP-ED
Marco Travaglio - I nostri ayatollah


di Marco Travaglio*

Il caso di Meta, il democraticissimo colosso dei social che fa capo a Zuckerberg e si permette di oscurare il video di Alessandro Barbero per il No al referendum in quanto sedicenti fact checker l’hanno definito “falso”, la dice lunga sulla direzione imboccata dalle cosiddette democrazie occidentali. Quelle che si stracciano le vesti perché l’Iran stacca Internet e non si accorgono che c’è una sola cosa peggiore dello shutdown della Rete: la censura selettiva. Se un privato cittadino, nella fattispecie un docente universitario di Storia, non può far circolare il suo pensiero sul web perché altri privati cittadini, con autorevolezza e titoli di studio infinitamente più miseri dei suoi, hanno il potere non solo di contestarlo (cosa pienamente lecita), ma anche di farlo oscurare e squalificarlo con l’etichetta di “falso” come il Ministero della Verità di Orwell, tanto vale spegnere tutto. Il fatto poi che questi poliziotti del web scelti non si sa come (anzi si sa: si nominano da soli) decidano di bocciare un video perché troppo “virale”, cioè perché raccoglie milioni di visualizzazioni mentre le loro sbobbe non le guarda nessuno, aggiunge un tocco di farsa alla tragedia della censura. Anche perché questi sfollagente, così allergici alle verità di Barbero, si guardano bene dall’oscurare le balle di politici e trombettieri del Sì. A cominciare da Nordio e Meloni, cioè dagli autori della schiforma.

E, se lo fai notare, ti rispondono con supercazzole. Tipo che i discorsi dei politici sono di per sé “notiziabili” e li giudica il pubblico. Cioè: un politico somaro può mentire quanto gli pare, mentre un prof universitario deve sottoporsi alle pagelle di gente magari ignorante come una capra, ma investita del potere censorio dai magnati del web e dai sinedri europei. Le colpe di Barbero sarebbero tre. 1) Ha detto che i membri laici del Csm li sceglierà il governo, anziché la maggioranza parlamentare: come se in Italia non fosse la stessa cosa. 2) Ha notato che nell’Alta corte disciplinare e nei due Csm aumenterà il peso dei politici: e anche questo è vero, visto che per i 15 membri dell’Alta corte il rapporto 2 a 1 diventa 3 a 2 (un politico in più e un magistrato in meno); e sia lì sia nei due Csm la quota togata estratta a sorte è molto più debole e disomogenea di quella laica nominata dal governo col finto sorteggio. 3) Ha previsto che questa deriva porterà i pm agli ordini dell’esecutivo: e questo lo dice pure Nordio, quando promette alla Schlein che col Sì non verranno più indagati neppure ministri di centrosinistra. Ma per Nordio il fact checking oscurante non scatta. E neppure per la Meloni che promette: “Se vince il Sì, non vedremo più vergogne come Garlasco” (dove pm e giudici, a carriere unite, si contraddicono a vicenda da 19 anni). Molto meglio gli ayatollah.

*Fatto Quotidiano, 24 gennaio 2026

Data articolo: Sat, 24 Jan 2026 23:00:00 GMT
Cultura e Resistenza
L’Enigma Pechino e la “Terza Viaâ€

 

Di Franco Mileto

 

Nell'attuale morfologia delle relazioni internazionali, segnata dal riemergere di faglie tettoniche tra blocchi contrapposti e da una retorica bellicista che evoca spettri da Guerra Fredda, le analisi sulla Cina soffrono di una grave patologia epistemologica: l'incapacità dell'Occidente di osservare l'Altro se non attraverso lo specchio deformante delle proprie paure e della propria storia imperiale. Le narrazioni dominanti oscillano pendolarmente tra la demonizzazione ideologica — che dipinge Pechino come un Leviatano orwelliano — e il timore economico di un sorpasso imminente, creando una nebbia cognitiva che impedisce una comprensione lucida del "fenomeno Cina". È in questo vuoto analitico, colmato troppo spesso da una pubblicistica allarmista e superficiale, che si inserisce con autorevolezza La Cina spiegata all'Occidente (Fazi Editore), l'ultima, monumentale opera di Pino Arlacchi.

Non siamo di fronte a una semplice ricostruzione geopolitica né a un pamphlet apologetico, bensì a un tentativo sistematico di traduzione culturale e sociologica. Arlacchi, forte di un background unico che fonde la sociologia accademica con la pragmatica delle alte istituzioni internazionali (già Vicesegretario Generale dell’ONU, architetto delle strategie antimafia globali e oggi Presidente del Forum internazionale di criminologia a Pechino), compie un’operazione di igiene concettuale doverosa. L’autore sfida il lettore a sospendere il giudizio normativo eurocentrico — viziato da quella che potremmo definire una "teleologia democratica" che vede nella liberal-democrazia il punto di arrivo obbligato della storia — per abbracciare una prospettiva di longue durée, indispensabile per decifrare un "manufatto sociologico" complesso e stratificato come la Cina contemporanea.

Il punto di partenza dell'esegesi di Arlacchi è la demolizione sistematica del teorema della "minaccia cinese". Attraverso un'analisi storico-comparativa rigorosa, l'autore evidenzia una divergenza strutturale, quasi ontologica, tra la parabola delle potenze occidentali e quella del Celeste Impero. Se l'ascesa dell'Europa prima, e degli Stati Uniti poi, è stata intrinsecamente legata all'espansione territoriale, al colonialismo predatorio e all'uso della forza militare come vettore primario di influenza (hard power), la Cina si distingue per una "triade genetica" radicalmente opposta, al cui vertice risiede un radicato non- espansionismo.

Arlacchi argomenta, dati alla mano, che la Cina, nella sua Weltanschauung consolidatasi in cinquemila anni, non concepisce l'egemonia in termini di conquista fisica o di annessione territoriale. Un esempio storico illuminante citato spesso dagli storici, e che trova eco nell'analisi di Arlacchi, è il confronto tra le spedizioni dell'ammiraglio Zheng He nel XV secolo e le esplorazioni europee: benché la Cina disponesse di una flotta immensa e tecnologicamente superiore capace di raggiungere l'Africa, non stabilì mai colonie né sottomise popolazioni, limitandosi a scambi diplomatici. La Grande Muraglia, lungi dall'essere solo un monumento, assurge nel testo a metafora pietrificata di una civiltà che ha storicamente privilegiato la difesa, il consolidamento interno e l'omogeneità culturale rispetto all'avventura imperiale esterna.

Mentre le potenze europee disegnavano confini con il righello in Africa e in Asia, esportando le proprie istituzioni con la forza, la Cina gestiva le relazioni estere attraverso il sistema tributario: una rete di riconoscimento formale e scambi commerciali asimmetrici che garantiva sicurezza ai confini senza richiedere l'occupazione militare o l'imposizione del proprio modello di governo. Questa avversione culturale alla guerra non è interpretata da Arlacchi come debolezza o pacifismo idealista, ma come una forma sofisticata di realismo politico: la consapevolezza millenaria che l'estensione eccessiva porta inevitabilmente al collasso (imperial overstretch).

In un momento storico in cui i venti di guerra scuotono l'Europa orientale e il Medio Oriente, e mentre le flotte occidentali pattugliano l'Indo-Pacifico in ottica di contenimento, questa lettura offre una chiave interpretativa cruciale. La posizione diplomatica di Pechino, esemplificata dalla Belt and Road Initiative (la Nuova Via della Seta), appare dunque volta alla costruzione di reti geoeconomiche, infrastrutturali e logistiche interconnesse, piuttosto che all'instaurazione di un sistema di alleanze militari offensive o alla dislocazione di basi armate globali, tipiche invece del modello di proiezione di potenza americano.

Il secondo pilastro dell'analisi riguarda l'architettura istituzionale, forse l'aspetto più ostico per la mentalità liberale abituata a identificare la democrazia esclusivamente con il momento elettorale. Arlacchi affronta il nodo gordiano del sistema politico cinese, respingendo la dicotomia semplificatoria "democrazia vs autocrazia" che domina il dibattito mediatico e accademico occidentale. L'autore introduce e sviluppa il concetto di meritocrazia politica (o political meritocracy) come fonte di legittimazione alternativa e parallela.

Il Partito Comunista Cinese viene descritto non come un apparato statico o un monolite ideologico, ma come l'erede iper-moderno del mandarinato confuciano: una gigantesca organizzazione di gestione delle risorse umane che seleziona la propria classe dirigente attraverso processi competitivi estremamente rigorosi. Arlacchi descrive un cursus honorum rigoroso in cui i funzionari vengono valutati per decenni sulla base di metriche concrete e misurabili — crescita del PIL locale, gestione delle emergenze sanitarie o ambientali, stabilità sociale, capacità di innovazione — prima di poter anche solo aspirare ad accedere ai santuari del potere a Pechino.

In questa visione, la legittimità non deriva dall'urna elettorale (input legitimacy), ma dai risultati ottenuti nella gestione della res publica (output legitimacy). Non si tratta di "elezione", ma di "selezione". Secondo l'autore, è proprio questa capacità di garantire governance efficiente e risposte rapide ai bisogni collettivi

— dalla costruzione di una rete ferroviaria ad alta velocità in tempi record alla gestione della sicurezza sociale — a cementare il "patto sociale" tra governanti e governati. Questo sistema, sostiene Arlacchi, si è dimostrato straordinariamente resiliente e capace di correggere i propri errori e squilibri interni con una rapidità spesso preclusa alle democrazie occidentali, talvolta paralizzate dalla polarizzazione partitica, dai veti incrociati o dallo short-termism dei cicli elettorali che impediscono pianificazioni decennali.

Sul versante economico, il volume offre una disamina penetrante e controintuitiva del cosiddetto "socialismo di mercato". Arlacchi ribalta la visione neoliberista degli anni '90, che vedeva nell'apertura al mercato l'anticamera inevitabile della democratizzazione in senso occidentale (la tesi della "modernizzazione" alla base dell'ingresso della Cina nel WTO). Al contrario, egli illustra come Pechino abbia integrato i meccanismi di mercato con spregiudicato pragmatismo, utilizzandoli però come strumentum regni: leve formidabili per generare ricchezza, efficienza e innovazione, ma rigorosamente subordinate all'indirizzo politico statale.

Mentre nelle economie atlantiche si assiste sovente al predominio della finanza sulla politica, con gli Stati costretti a inseguire i mercati e a salvare banche too big to fail , in Cina la gerarchia è invertita. Il mercato è un "buon servo ma un cattivo padrone". Lo Stato mantiene saldo il controllo sulle leve strategiche (energia, telecomunicazioni, credito, grandi infrastrutture) e non esita a intervenire drasticamente — come dimostrato dalle recenti strette regolatorie sui colossi del tech e dell'immobiliare — quando l'interesse privato minaccia la stabilità sociale o l'interesse collettivo.

Questa architettura ibrida ha permesso al governo di orchestrare la più grande fuoriuscita dalla povertà della storia umana, sollevando ottocento milioni di individui dall'indigenza in pochi decenni: un traguardo che Arlacchi pone al centro della sua analisi sui diritti umani, intesi primariamente nella tradizione cinese come diritti sostanziali alla vita, alla sussistenza e allo sviluppo, prima che come diritti civili individuali. L'autore sottolinea come questo modello rappresenti una sfida intellettuale formidabile per l'ortodossia economica occidentale, dimostrando empiricamente che la modernizzazione non è un processo univoco che conduce necessariamente al capitalismo liberale di stampo anglosassone, ma può assumere forme plurali.

Tuttavia, proprio nella forza argomentativa con cui Arlacchi smonta i pregiudizi occidentali, risiedono alcuni spunti di riflessione che meritano di essere ulteriormente esplorati.

Nell’ intento di riequilibrare la bilancia storica, l'autore offre una visione del modello cinese talmente strutturata da obbligare il lettore a porsi domande sulla complessità della transizione in atto. Lo stesso, infatti, non potrà che chiedersi come evolverà, nel lungo periodo, la dialettica tra il primato dei "diritti sostanziali" (cibo, casa, sicurezza) e la crescente domanda di partecipazione che spesso accompagna l'espansione del benessere. Atteso che la stabilità è stata finora il pilastro dello sviluppo, resta decisamente aperto il dibattito su come la società cinese, sempre più colta, connessa e sofisticata, negozierà in futuro il proprio spazio di espressione all'interno della cornice statale.

Inoltre, la narrazione sulla meritocrazia e sulla solidità economica si confronta oggi con le sfide inedite del post-pandemia. La trasformazione del settore immobiliare, l'invecchiamento demografico e le aspirazioni delle nuove generazioni rappresentano banchi di prova cruciali per quel "patto sociale" solidissimo che il libro descrive.

Infine, il ruolo centrale della leadership di Xi Jinping pone interrogativi interessanti sull'evoluzione degli equilibri interni al Partito. La crescente concentrazione del potere nelle mani del Presidente pone una questione irrisolta sulla tenuta di quella "leadership collettiva" che si erge a garanzia contro gli errori del singolo: se il mandarinato dovesse malauguratamente virare nella direzione di una corte personalistica, il meccanismo di autocorrezione e adattamento del sistema finirebbe ragionevolmente con l’ incepparsi (come del resto avvenne quando un imperatore sempre più solo e sempre più assente, circondato da eunuchi avidi, determinò il crollo Ming), rendendo la Cina meno prevedibile e razionale di quanto questo libro, indubbiamente prezioso per comprenderne le evoluzioni nei prossimi decenni, ci racconti.

Un banco di prova immediato per la solidità di queste categorie interpretative è offerto dall'attualità geopolitica più stringente. Applicando la lente di Arlacchi al recentissimo, drammatico scenario della violazione rozza e unilaterale del diritto internazionale da parte dell'amministrazione Trump in Venezuela, emergono conseguenze inquietanti per gli equilibri del Pacifico. Secondo la logica del libro, un simile evento non verrebbe letto a Pechino come un incidente di percorso, ma come la conferma strutturale dell'«Ipocrisia Imperiale». Per la Cina, questo intervento americano finalizzato al regime change in Sud America non può che offrire un formidabile assist diplomatico: permette infatti al Dragone di presentarsi al Sud Globale non più come un'autocrazia, ma come l'ultimo credibile baluardo della Carta dell'ONU e del principio di non-interferenza, vero pilastro della politica estera cinese.

Ma l'eco più pericolosa risuonerebbe sullo Stretto di Taiwan. Arlacchi descrive il realismo difensivo cinese come una dottrina reattiva: possiamo quindi presumere che, se il garante dell'ordine liberale (gli USA) agisce fuori dalle regole, la Cina si sentirebbe paradossalmente legittimata ad accelerare la propria preparazione militare.

La Cina spiegata all'Occidente si configura, in ultima istanza, come un vibrante appello al realismo geopolitico e alla prudenza diplomatica. Arlacchi mette in guardia le cancellerie occidentali contro il

rischio di una "profezia che si autoavvera": trattare la Cina come un nemico esistenziale rischia fatalmente di trasformarcela, innescando quella spirale di sfiducia, sanzioni e riarmo — la celebre Trappola di Tucidide descritta da Graham Allison — che potrebbe condurre a un conflitto globale disastroso e niente affatto necessario.

L'autore invita a recuperare una capacità di analisi autonoma, libera dai riflessi condizionati della Guerra Fredda e dalle crociate ideologiche manichee. Comprendere la Cina non significa accettarne acriticamente ogni aspetto e tanto meno volerne importare il modello, ma riconoscerne la specificità di civiltà millenaria che rivendica il proprio spazio nel mondo senza necessariamente voler imporre la propria way of life agli altri. In un'era di instabilità globale e di transizione verso un ordine multipolare, l'opera di Pino Arlacchi è uno strumento fondamentale per navigare la complessità, suggerendo che la strada per il futuro non passa per lo scontro di civiltà, ma per una faticosa, indispensabile coesistenza competitiva basata sul rispetto reciproco delle diversità sistemiche.

 

Titolo: La Cina spiegata all'Occidente Autore: Pino Arlacchi

Editore: Fazi Editore Pagine: 521




Data articolo: Sat, 24 Jan 2026 23:00:00 GMT
Editoriali
L'IRAN TRA DISTRUZIONE OCCIDENTALE E ACCUMULAZIONE CINESE

 

di Pasquale Liguori

 

Per chi ha sempre guardato con favore a uno scenario multipolare come argine all'unilateralismo statunitense, gli eventi dell'ultimo biennio impongono una riflessione rigorosa, anche scomoda, ma necessaria. La solidarietà a Teheran, nel quadro delle costanti pressioni esercitate dal coordinamento tra Washington e Tel Aviv, rimane un punto fermo. Tuttavia, l'onestà intellettuale ci obbliga a decostruire la natura del supporto offerto all’Iran dal partner strategico orientale, la Cina.

Non siamo di fronte al tradimento di un ideale - gli Stati non hanno sentimenti - ma all'applicazione ferrea di leggi economiche. È importante analizzare come la logica della centralizzazione del capitale stia ridisegnando gli equilibri, trasformando l'Iran da partner sovrano a nodo periferico di accumulazione, in una dinamica che vede convergere - paradossalmente - l'interesse di entrambi i blocchi globali verso una "stabilità subordinata" iraniana.

La narrazione occidentale sul conflitto del giugno 2025 è stata letteralmente adulterata. Israele non ha ottenuto alcuna vittoria strategica. Il lancio di centinaia di missili balistici da parte delle forze iraniane ha dimostrato una capacità di penetrazione delle difese che ha scosso le certezze di Tel Aviv. L'Iran non è crollato militarmente.

Tuttavia, il dato politico più rilevante è stato il freno imposto dagli stessi Stati Uniti. Washington ha scelto di chiudere l’escalation con un’azione lampo sui siti nucleari: un colpo scenografico, l’ultimo botto fragoroso, utile a segnare il punto. Ma, sul piano sostanziale, quell’attacco è rimasto largamente privo di conseguenze strategiche per l’Iran, che aveva già provveduto a mettere al sicuro gli asset più sensibili della propria ricerca e sviluppo.

Proprio qui sta il nocciolo della questione: invece di lasciare campo libero alla voracità distruttiva israeliana fino a colpire in modo definitivo centrali nucleari e i terminali petroliferi per trascinare lo scontro alle estreme conseguenze, gli Stati Uniti hanno incanalato l’operazione in un formato contenuto. Un gesto di forza calibrato, finalizzato non a risolvere il dossier iraniano, ma a fissare un limite operativo e politico all’escalation di Israele, imponendo di fatto una soglia oltre la quale non si doveva andare.

Perché?

La risposta non risiede nell’etica, ma potremmo individuarla in un criterio di solvibilità che tiene in piedi il sistema globale: la necessità che l’architettura finanziaria resti, nel complesso gestibile, senza scivolare in una crisi sistemica. Da un lato ci sono gli Stati Uniti che vivono di debito ed emissione di dollari e la cui stabilità molto dipende dal fatto che il biglietto verde continui a funzionare come moneta di riserva con i mercati che continuano a finanziare Washington. Dall’altro c’è il blocco creditore - con la Cina come perno - che accumula surplus, riserve e titoli e che proprio per questo ha interesse a non far saltare il circuito che dà valore a quegli attivi.

Per ragioni opposte, entrambi condividono dunque un’esigenza comune: impedire che il circuito salti e che la crisi diventi ingovernabile. Per Washington, la continuità dei flussi energetici è una variabile di stabilità: se i costi energetici subiscono un'impennata, esplode l’inflazione, si irrigidisce la politica monetaria e cresce il rischio sistemico. E un sistema instabile rende più fragile o più onerosa la funzione imperiale del dollaro. La Cina necessita dell'Iran come serbatoio energetico funzionale, ma non è disposta a sacrificare il proprio ciclo di accumulazione per difenderlo militarmente.

Il risultato è che la guerra si è trasformata in una gigantesca svalutazione violenta: le infrastrutture industriali e nucleari sono state colpite per intaccare il valore strategico autonomo dell'Iran, lasciando però in vita l'apparato statale affinché continui a garantire l'ordine e l'estrazione di risorse.

L'analisi dei flussi commerciali svela la realtà materiale dietro la retorica diplomatica. L'accordo venticinquennale del 2021 tra Cina e Iran, che prometteva 400 miliardi di investimenti da parte di Pechino nei settori dell’energia, della banca, delle telecomunicazioni e dei trasporti, si sta attuando secondo una logica estrattiva e non di sviluppo endogeno. Di fatto, l'applicazione effettiva dell'accordo si è rivelata molto più limitata e selettiva. Inoltre, il volume totale degli scambi tra Cina e Iran ha subito una contrazione del 25% rispetto al 2024. In particolare, si stima un crollo dell'import cinese di cosiddetto greggio iraniano “rimarchiato”, proveniente dalla Malesia (-37,9%). Questo dato è cruciale: Pechino ha sfruttato il biennio precedente per riempire le proprie riserve strategiche e diversificare i fornitori verso Russia, Brasile e Canada.

Siamo di fronte a un fenomeno di centralizzazione del capitale: la Cina acquisisce le risorse iraniane tramite la "flotta ombra" (spesso triangolata via Malesia) a prezzi fortemente scontati, imponendo un premio per il rischio. Non vi è traccia delle grandi zone industriali greenfield promesse; vi è invece una dipendenza tecnologica per la componentistica e i macchinari finiti. In definitiva, il capitale cinese sta assorbendo il plusvalore prodotto in Iran, mantenendo il paese in una condizione di integrazione subordinata.

La critica più forte che, da posizioni antimperialiste, si potrebbe ipotizzare nei confronti della strategia cinese riguarda il dossier nucleare. Il programma atomico iraniano va letto non attraverso la lente deformante della propaganda bellica, ma come accumulazione di capitale tecnologico di sovranità. La padronanza del ciclo nucleare completo rappresenta per una potenza regionale l'unico asset che garantisce l'intangibilità politica e l'indipendenza scientifica. Quando l'asse Usa-Israele ha colpito i siti di arricchimento, la Cina ha mantenuto un profilo di disinteresse calcolato. Perché? Perché un Iran dotato di deterrenza nucleare sarebbe un partner paritario, autonomo e capace di dettare condizioni. Un Iran privato della sua leva atomica, ma ancora ricco di petrolio e gas, è un partner obbligato, costretto ad accettare qualsiasi condizione economica pur di sopravvivere. La Cina ha accettato il declassamento strategico dell'Iran perché questo favorisce il suo controllo geoeconomico sul paese.

Se Pechino ha esercitato una prudente restrizione sui sistemi d'arma offensivi per non innescare una guerra globale con gli Usa, ha invece fornito massiccio supporto per la stabilità interna. Durante le turbolenze sociali del gennaio 2026, la tecnologia cinese ha giocato un ruolo chiave. Non parliamo di soldati, ma di infrastrutture digitali. Sono in buona parte di fabbricazione cinese i sistemi di sorveglianza avanzata e gli algoritmi di intelligenza artificiale in dotazione alle forze di sicurezza iraniane.

Questo snodo è cruciale: la Cina non sembra interessata a esportare la rivoluzione o a difendere ideologicamente la Repubblica Islamica; è interessata alla stabilità operativa dello Stato. Pechino fornisce gli strumenti affinché le istituzioni di Teheran non collassino sotto il peso delle sanzioni e del dissenso, garantendo così la continuità dei flussi energetici e la sicurezza delle "nuove vie della seta", ma senza impegnarsi nella difesa dei confini iraniani contro le minacce esterne. È una forma di outsourcing della sicurezza interna.

In conclusione, l’indagine strutturale ci porta a vedere l'Iran stretto in una morsa storica. Da un lato, il blocco occidentale ricorre alla distruzione militare per una precisa necessità finanziaria: essendo un impero debitore in crisi di solvibilità, è costretto a usare la forza per bruciare il capitale fisico dei rivali, svalutare i serbatoi energetici altrui e impedire così che il surplus finanziario d'Oriente possa colonizzare gli asset strategici globali. La guerra, per Washington, è lo strumento per azzerare i debiti e bloccare la concorrenza economica che non riesce più a vincere sul mercato.

Dall'altro, il blocco orientale agisce secondo la logica speculare dell'accumulazione: centralizza le risorse a prezzi di saldo, diversifica i rischi e gestisce il partner non come un alleato da difendere a ogni costo, ma come un asset da preservare al minimo costo possibile.

Riconoscere questo non significa sconfessare la lotta contro l'egemonia del dollaro o le responsabilità criminali dell'Occidente nella regione. Significa, però, prendere atto che nel mondo multipolare la solidarietà politica cede il passo alla brutale aritmetica dei grandi spazi economici. L'Iran resiste, non grazie all'aiuto esterno, ma nonostante le agende convergenti dei grandi blocchi globali che, per ragioni diverse, preferiscono una Teheran contenuta e funzionale piuttosto che una potenza regionale pienamente sovrana.

 

Data articolo: Sat, 24 Jan 2026 23:00:00 GMT
OP-ED
Pepe Escobar - L'Impero del Caos e del Saccheggio nel panico di essere espulso dall'Eurasia

 

di Pepe Escobar

[Traduzione a cura di: Nora Hoppe]

 

L'intero pianeta è in un modo o l'altro sconquassato dall'ultima truffa di neo-Caligola: poiché non ha ricevuto il suo Nobel “per la pace” dalla Norvegia, parte della sua megalomane vendetta narcisistica è quella di strappare la Groenlandia alla Danimarca. (Nel linguaggio dell'Impero: chi se ne frega? Alla fine sono tutti uguali questi scandinavacci.)

 

Come disse lo stesso neo-Caligola: “Il Mondo non è sicuro se non abbiamo il Controllo Completo e Totale della Groenlandia.”

 

Ciò suggella la completa trasformazione dell'Impero del Caos nell'Impero del Saccheggio e ora nell'Impero degli Attacchi Permanenti.

 

Diversi chihuahua europei hanno osato inviare un piccolo gruppo di conduttori di slitte trainate da cani per difendere la Groenlandia dalla neo-Caligola. Invano. Furono immediatamente colpiti dalle tariffe. L'attacco resta in vigore fino all'“acquisto completo e totale” della Groenlandia.

 

Gli euro-chihuahua – che seguono il Sud Globale – potrebbero essersi finalmente resi conto del nuovo paradigma: la Geopolitica degli Attacchi.

 

Neo-Caligola non ha ottenuto un cambio di regime a Caracas – e il suo miraggio petrolifero è stato confutato anche dalle major energetiche statunitensi. Non ha ottenuto un cambio di regime a Teheran – anche se la CIA, il Mossad e varie ONG hanno lavorato a tempo pieno per realizzarlo.

 

Quindi il piano C è la Groenlandia, essenziale per scopi imperialistici di lebensraum, come garanzia per il debito insostenibile di 38 trilioni di dollari – in continua crescita.

 

Ciò non implica assolutamente abbandonare l’ossessione per l’Iran. La portaerei USS Abraham Lincoln si sta spostando in una posizione nel Mar di Oman/Golfo Persico dove sarebbe in grado di colpire l'Iran prima della fine della settimana. Tutti gli scenari di attacco rimangono in atto.

 

Supponendo che si scateni l'inferno, questa potrebbe trasformarsi in una replica ancora più umiliante della guerra durata 12 giorni nel giugno dell'anno scorso, che il culto della morte nell'Asia occidentale ha pianificato per ben 14 mesi.

 

La guerra dei 12 giorni non solo fallì come operazione di cambio di regime, ma provocò una rappresaglia iraniana così hardcore che Tel Aviv non si è ancora ripresa. Teheran è stata esplicita, più e più volte, che la stessa sorte attende le forze neo-Caligola in Iran e in tutto il Golfo in caso di nuovi attacchi.

 

 

Perché l'ossessione per il cambio di regime persiste

 

Per quanto riguarda l'operazione di cambio di regime contro l'Iran, altrettanto fallita miseramente nelle ultime settimane, in primo piano c'era il patetico Principe Pagliaccio Reza Pahlavi, al sicuro nel Maryland, massicciamente pubblicizzato dai media statunitensi come una “figura politica unificante” in grado di rivalutare la “catastrofe vissuta del regime clericale”.

 

Neo-Caligola era troppo impegnato per preoccuparsi di queste sottigliezze ideologiche. Ciò che voleva era accelerare il procedimento – cos'altro – applicando la logica dell'Impero degli Attacchi Permanenti: bombardare l'Iran.

 

Come era prevedibile, la propaganda diversionista si è infuriata. Il culto della morte nell'Asia occidenta le potrebbe aver chiesto a Mosca di dire a Teheran che non avrebbero colpito se l'Iran non avesse colpito per primo. Come se Teheran – e Mosca – potessero fidarsi di qualsiasi cosa provenga da Tel Aviv.

 

La folla del Golfuzzo – Arabia Saudita, Qatar e Oman – potrebbe aver chiesto ai neo-caligulani di non colpire, perché ciò avrebbe incendiato l'intero Golfo e generato “un grave contraccolpo”.

 

Il vero affare – ancora una volta – era TACO [Trump Always Chickens Out – "Trump si tira sempre indietro"]. Semplicemente non esisteva uno scenario di attacco americano simulato che avrebbe consentito un rapido cambio di regime, l’unico risultato accettabile. Torniamo quindi a insaccare la Groenlandia.

 

Ci sono voluti solo pochi giorni per smascherare la massiccia campagna di propaganda in tutto il NATOstan sulle “vittime di massa” tra i manifestanti iraniani.

 

Le cifre – false – provenivano dal "Centro per i diritti umani in Iran", situato, dove altro, a New York, e finanziate dal National Endowment for Democracy (NED) infestato dalla CIA a Washington e da altre varie entità di disinformazione.

 

L'elenco delle ragioni dell'urgente cambio di regime in Iran rimane tuttavia fuori scala e comprende, tra gli altri, questi quattro elementi chiave:

 

  1. Teheran deve abbandonare l’Asse di Resistenza in tutta l’Asia occidentale che sostiene la Palestina.
  2. Poiché l’Iran si trova al crocevia privilegiato dei corridoi di connettività commerciale/energetica in Eurasia, sia i suoi collegamenti con il Corridoio Internazionale dei Trasporti Nord–Sud (INSTC) e le Nuove Vie della Seta (BRI) della Cina devono essere soppressi. Ciò significa far esplodere dall’interno la cooperazione organica intra-BRICS tra Russia, Iran, India e Cina.
  3. Poiché oltre il 90% delle esportazioni di petrolio iraniano è destinato alla Cina – ed è regolato in yuan –, ciò rappresenta una seria minaccia per il petrodollaro: l'anatema definitivo. È qui che, in termini dell'Impero degli Attacchi Permanenti, l’Iran si allinea con il Venezuela. La regola è: o mangi questa minestra – del petrodollaro – o salti dalla finestra.
  4. La tenacia del sogno senza fine di un "Iran sotto lo Scià" remixato – completo di polizia segreta SAVAK in stile scià; stretti legami con il Mossad per tenere a bada quei barbari arabi; e una vasta rete di centri di sorveglianza gestiti dalla CIA che prendono di mira sia la Russia che la Cina.

 

 

Come contrastare una “guerra di cambio di regime”

 

Teheran non è spaventata dalle sanzioni – poiché ne ha sopportate oltre 6.000 in quattro decenni, progettate per strangolare totalmente la sua economia e persino portare le esportazioni di petrolio, nella terminologia imperiale, giù “a zero”.

 

Anche sotto la massima pressione, l'Iran è stato in grado di costruire la base industriale più estesa dell'Asia occidentale; ha investito senza sosta nell'autosufficienza e in equipaggiamenti militari all'avanguardia; è entrato a far parte della SCO nel 2023 e dei BRICS nel 2024; e a tutti gli effetti ha sviluppato un'economia basata sulla conoscenza di prim'ordine nel Sud Globale.

 

Sono stati spesi tsunami di inchiostro – digitale – per spiegare perché la Cina non ha finora aiutato adeguatamente l'Iran contro la massima pressione imperiale, ad esempio sostenendo Teheran contro gli attacchi speculativi al rial. Ciò non sarebbe costato quasi nulla a Pechino – rispetto al suo livello di riserve estere.

 

L’attacco speculativo al rial è stato senza dubbio l’innesco essenziale delle proteste in tutto l’Iran. È essenziale ricordare che gli stipendi per la fame hanno contribuito in modo determinante al collasso della Siria.

 

Spetta a Pechino rispondere – diplomaticamente – a questa scomoda domanda. Lo spirito dei BRICS Plus – chiamiamolo Bandung 1955 Plus – potrebbe non sopravvivere quando tutti sappiamo che l'attuale guerra mondiale riguarda essenzialmente risorse e finanze, che devono essere mobilitate e impiegate in modo appropriato.

 

E questo ci porta alla leadership cinese che valuta seriamente se valga la pena rimanere una sorta di versione più ampia della Germania: embrionale egocentrica; che nutre paura; e fondamentalmente egoista in termini economici e finanziari. L'alternativa – di buon auspicio – è che la Cina crei linee di credito sufficientemente consistenti all'interno dei BRICS per una serie di nazioni amiche.

 

Qualunque cosa accada dopo, è chiaro che l'Impero degli Attacchi Permanenti non solo rimarrà “attivamente ostile” a un mondo multipolare e multinodale… l'ostilità sarà marinata in un fango tossico di rabbia e vendetta e sottomesso alla paura estrema e panica: l'espulsione lenta ma inesorabile dell'Impero dall'Eurasia.

 

Spunto per il rappresentante speciale della Casa Bianca Witkoff – l'agenzia immobiliare alla Bismarck – che annuncia i diktat imperiali all'Iran:

 

  1. Smettete di arricchire l'uranio. Non se ne parla.
  2. Riducete le scorte di missili. Non se ne parla.
  3. Riducete di circa 2000 kg il materiale nucleare arricchito (3,67–60%). Ciò potrebbe essere negoziato.
  4. Smettete di supportare “proxy regionali” – come nell'Asse della Resistenza. Non se ne parla.

 

Teheran non si piegherà mai ai diktat. Ma anche se così fosse, la – promessa – ricompensa imperiale sarebbe la revoca delle sanzioni (il Congresso degli Stati Uniti non lo farà mai) e un “ritorno alla comunità internazionale”. L’Iran fa già parte della comunità internazionale presso le Nazioni Unite e all’interno dei BRICS, dell'OCS e dell’Unione economica eurasiatica (UEE), tra le altre istituzioni.

 

Quindi l'ossessione del cambiamento di regime di neo-Caligola – che di fatto si riflette nell'ossessione della NATOstan – continuerà a dominare. Teheran non si lascia intimidire. Spunto per il consigliere strategico del Presidente del Parlamento iraniano, Mahdi Mohammadi:

 

“Sappiamo che ci troviamo di fronte a una guerra volta al cambio di regime, in cui l'unico modo per ottenere la vittoria è rendere credibile la minaccia che, durante i 12 giorni di guerra, sebbene fosse pronta, non ha avuto l'opportunità di essere messa in atto: una guerra di logoramento su vasta scala geografica, incentrata sui mercati energetici del Golfo Persico, basata su una potenza di fuoco missilistica in costante aumento, della durata di almeno diversi mesi.”

Data articolo: Sat, 24 Jan 2026 23:00:00 GMT
WORLD AFFAIRS
Trump rivela i dettagli dell'arma segreta utilizzata per rapire il presidente del Venezuela Maduro

 

In un’intervista concessa al New York Post, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha reso noti dettagli precedentemente classificati riguardanti il sistema d’arma impiegato durante l’operazione militare in Venezuela, conclusasi con il rapimento del Presidente Nicolás Maduro. Trump ha affermato che il dispositivo, soprannominato "Discombobulator", ha reso completamente inoperativo l’equipaggiamento difensivo nel momento cruciale dello sbarco delle forze speciali a Caracas.

“Sul Discombobulator non mi è permesso parlarne”, ha dichiarato Trump, prima di procedere con una descrizione dell’efficacia dello strumento. “Non hanno mai lanciato i loro razzi. Avevano razzi russi e cinesi, e non sono riusciti a spararne nemmeno uno. Noi siamo arrivati, loro hanno premuto i pulsanti e niente ha funzionato. Erano pronti per noi”, ha aggiunto, delineando uno scenario in cui le sofisticate difese aeree del Venezuela sono state annullate senza colpo ferire.

Il Comandante in Capo degli Stati aveva già accennato a queste capacità tecnologiche in diverse occasioni pubbliche. All’inizio della settimana, in un’intervista a NewsNation, aveva sottolineato: “Abbiamo armi ‘di cui nessuno sa nulla’. E io dico che probabilmente è meglio non parlarne, ma abbiamo armi incredibili. È stato un attacco incredibile. Non dimenticate che quella casa era nel mezzo di una fortezza, una base militare”.

Un ulteriore riferimento era stato fatto durante il suo discorso al Forum Economico Mondiale di Davos: “Due settimane fa avete visto armi di cui nessuno aveva mai sentito parlare. Non sono riusciti a spararci nemmeno un colpo”.

 

Data articolo: Sat, 24 Jan 2026 22:00:00 GMT
WORLD AFFAIRS
L'Ucraina sferra "l'attacco più pesante contro Belgorod" (con HIMARS)

 

Le forze ucraine hanno condotto questo sabato il più intenso attacco mai registrato contro la provincia russa di Belgorod. Lo ha comunicato il governatore locale, Viacheslav Gladkov, specificando che il bombardamento – presumibilmente effettuato con lanciarazzi HIMARS – ha colpito in particolare la città di Belgorod.

“Sulla base delle informazioni in nostro possesso, si tratta del bombardamento più pesante subito dalla città di Belgorod, verosimilmente condotto con sistemi HIMARS”, ha scritto il governatore, aggiungendo che “al momento non si registrano vittime”.

Gladkov ha riferito che l’attacco ha danneggiato alcune infrastrutture energetiche, su cui sono già intervenute le squadre di emergenza. Un edificio agricolo ha preso fuoco, ma i vigili del fuoco sono già all’opera per domare le fiamme. Un ulteriore incendio si è sviluppato in un cortile cittadino a causa della caduta di detriti. Nel villaggio di Tavrovo, sempre nella provincia di Belgorod, i detriti hanno danneggiato i tetti di due abitazioni.

Data articolo: Sat, 24 Jan 2026 22:00:00 GMT
WORLD AFFAIRS
Trump lancia ultimatum al Canada: "Dazi del 100% se trattate con la Cina"

 

 

 Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato di imporre dazi del 100% su tutti i beni canadesi importati, in caso di un accordo commerciale tra Canada e Cina.

In un post su Truth Social, Trump ha accusato il Primo Ministro canadese – da lui sprezzantemente definito "governatore Carney" – di voler trasformare il Paese in un "porto di scarico" cinese per aggirare i dazi statunitensi.

"Se il Canada raggiungerà un accordo con la Cina, verrà immediatamente applicata una tariffa del 100% su tutti i beni e prodotti canadesi che entrano negli Stati Uniti", ha scritto.

Nel messaggio, Trump ha dipinto un quadro apocalittico delle conseguenze di un riavvicinamento sino-canadese: "La Cina divorerà il Canada vivo, lo distruggerà completamente, compresi i suoi affari, il suo tessuto sociale e il suo stile di vita in generale".

La minaccia rappresenta un'escalation delle tensioni commerciali nella regione e un chiaro tentativo di forzare l'alleato storico a riallineare la propria politica economica con gli interessi di Washington.

Data articolo: Sat, 24 Jan 2026 21:00:00 GMT
WORLD AFFAIRS
La Russia accusa l'occidente di fomentare le violenze in Iran

 

La Russia ha accusato "gli avversari dell'Iran" di una grave interferenza negli affari interni del Paese e di una flagrante violazione dei principi della Carta delle Nazioni Unite. L'accusa è stata formulata dal vice rappresentante permanente russo presso l'ONU a Ginevra, Alexander Letoshnev, durante una sessione speciale giovedì sulla situazione iraniana.

"Paradossalmente", ha affermato il diplomatico, "diversi paesi che oggi accusano Teheran di un uso eccessivo della forza sono gli stessi che, secondo noi, hanno incoraggiato i manifestanti a provocare disordini, saccheggi e spargimenti di sangue".

Letoshnev ha denunciato un preciso piano di destabilizzazione dall'estero, sostenendo che i recenti disordini siano stati istigati da servizi segreti stranieri attraverso le strategie delle cosiddette "rivoluzioni colorate". A suo dire, esisterebbero prove documentate di questi piani: l'uso di armi da parte di provocatori, omicidi di civili e agenti, attacchi incendiari a centri medici e religiosi e danni deliberati ai trasporti pubblici e ai mezzi di emergenza.

"Questi fatti", ha sottolineato Letoshnev, "non possono essere nascosti dietro il pretesto della 'libertà di espressione' o della 'protezione dei diritti umani'".

Il rappresentante russo ha elogiato gli sforzi del governo iraniano per preservare l'ordine e ha affermato che le marce di massa a sostegno della costituzione hanno contrastato i tentativi di destabilizzazione. Infine, ha espresso piena solidarietà al popolo e al governo iraniani, trasmesso condoglianze alle famiglie delle vittime e augurato una pronta guarigione ai feriti.

Secondo la ricostruzione russa, nei disordini di fine dicembre-inizio gennaio, gruppi armati e facinorosi sostenuti dall'estero avrebbero scatenato una violenza estrema contro civili e forze dell'ordine, utilizzando armi da fuoco, da taglio e materiali incendiari. Le autorità iraniane hanno a loro volta definito le proteste parte di una campagna coordinata da Stati Uniti e Israele per indebolire il Paese.

Data articolo: Sat, 24 Jan 2026 21:00:00 GMT
WORLD AFFAIRS
Cremlino: "L'Ucraina compie un passo verso l'escalation attaccando il personale di un'ambulanza nel Kerson"

 

Il Ministero degli Esteri russo ha dichiarato sabato che l'Ucraina, attaccando una squadra di ambulanze nella regione di Kherson, ha compiuto un passo verso l'escalation del conflitto, dimostrando ancora una volta il suo disinteresse per una soluzione pacifica.

L'accusa segue l'annuncio del governatore di Kherson, Vladimir Saldo, secondo cui le forze ucraine avrebbero colpito un veicolo medico in trasferimento con un paziente in condizioni critiche. Saldo ha riferito che tutto il personale sanitario a bordo, tre persone, è stato ucciso nel bombardamento condotto con droni.

In un commento pubblicato sul sito del ministero, la portavoce Maria Zakharova ha affermato: "Con questo gesto, il regime ucraino non solo ha compiuto un passo verso l'escalation, ma ha dimostrato ancora una volta il suo vero atteggiamento, assolutamente irresponsabile, verso gli sforzi di risoluzione intrapresi in queste settimane".

Mosca ha condannato quello che definisce un attacco deliberato ai civili, esprimendo le proprie condoglianze alle famiglie delle vittime. "Condanniamo fermamente l'attacco mirato dell'Ucraina contro i civili. Porgiamo sincere condoglianze ai familiari. Le autorità investigative russe faranno tutto il necessario per assicurare che gli organizzatori e gli esecutori di questo grave crimine subiscano una punizione inevitabile e severa", si legge nella dichiarazione.

Il Ministero ha inoltre sollecitato le organizzazioni internazionali a fornire una "valutazione obiettiva e imparziale" dell'incidente e di altri presunti crimini, aggiungendo che "il silenzio e l'indulgenza verso tali azioni del regime ucraino sono inaccettabili".

Data articolo: Sat, 24 Jan 2026 20:00:00 GMT