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#news #antidiplomatico
di Fulvio Grimaldi per l'AntiDiplomatico
Suicidi e pandemie
C’è in giro una tendenza al suicidio. O, quanto meno, a martellopneumatizzarsi gli strumenti di conservazione della specie. Pensate agli europei che si tagliano il cordone ombelicale con il quale, unendosi alle salubri e risparmiose fonti di energia russe, si assicuravano decente sopravvivenza, per attaccarsi a una canna del gas frantumambiente americana che gli costa il quadruplo e li riduce ad accattoni.
Pensate ai 15 signori del mondo riuniti nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU che seppelliscono il famigerato “ordine fondato sulle regole” e votano (2 si astengono, ma non cambia niente, anzi agevola) per il Board of Peace che consente la nascita di un CEO (vulgo: Amministratore Delegato) del mondo, col suo Consiglio d’Amministrazione di domestici, mafiosi e sicari. 15 sciagurati sprovveduti che mandano in discarica l’organismo che avrebbe dovuto assicurare la pacifica e prospera convivenza delle nazioni umane. Ma che, in effetti, aveva smesso da tempo, finendo con l’essere gestito da tale grassotello lusitano, tirato via da un banco di bacalhau, che ha l’unico compito e merito di emettere guaiti contro la Russia.
E, se non siete già finiti in depressione, pensate come tutto questo sia servito a puntellare un diabetico claudicante creduto prima potenza mondiale, onerato da un debito che, se lo vogliamo vedere in dollari, va da qui alla prossima galassia (39 trilioni e 7 in più ogni minuto). Una superpotenza obesa in crisi d’astinenza di armi, con un apparato produttivo da Terzo Mondo e tra i piedi una pietra d’inciampo costituita dalla repulsione di quasi 7 miliardi di persone. Non è l’unica, ce n’è una addirittura in casa sua, in Minnesota, dove una resistenza civile fantastica la getta tra i piedi agli sgherri nazisti scagliatili addosso da Casa Bianca affollata da mentecatti. Uno Stato Maggiore mancato vincitore di tutte le guerre dal 1945 a oggi, ora finito in mano a un bambino bipolare di quasi 80 anni. Si chiama establishment USA e a quell’infante consente di proclamare da Davos che, d’ora in poi, sarà lui il CEO, e non più l’ONU, a determinare le cose e i flussi di denaro da siringare dal basso verso l’altissimo.
Dopo il mondo del Diritto Internazionale e l’Ordine basato sulle Regole, ecco il mondo fuorilegge. Anzi, con una legge che si mangia tutte le altre e da Stephen Miller, Vice capo dello Staff di Trump, così è sancita: “Viviamo in un mondo nel quale puoi parlare quanto ti pare di carinerie internazionali e diplomatiche, noi viviamo invece in un mondo reale, amico bello, governato dalla violenza, governato dalla forza, governato dalla potenza. Queste sono le ferree leggi del mondo, dai tempi dei tempi”. Israele non se l’è fatto dire due volte. Anzi, ne rivendica la primogenitura dai tempi della bibbia.
Sinergie

Come siamo arrivati al mondo della forza e fuorilegge? Senza neanche la finzione della legge? Piano piano, a passi brutali, ma felpati, tipo rana bollita. Una guerra USA e spesso anche NATO, cioè UE, dopo l’altra. Scivolate via senza troppi scossoni perché, sulle prime, preceduta da re magi con striscioni che promettevano i doni della democrazia e dei diritti umani (Amnesty International e Human Rights Watch garantendo).
Ma il vero salto di qualità verso il mondo del CEO-Sovrano assoluto, del Board of Peace, ce lo ha fatto fare Israele. Uno Stato che, dal giorno in cui si apprestava a nascere, non ha fatto che violare ogni legge ed è rimasto immune e impunito di fronte al consesso delle Nazioni e dei suoi organi di gestione. Le cui disposizioni, pur in forma di risoluzioni vincolanti, non hanno mai visto né un casco blù, né una sanzione, che le imponessero.
Così, portato addirittura a modello di democrazia, legge e ordine - e peste ti colga se osi negarlo e accennare a un genocidio - non poteva non farsi virus e provocare la pandemia che sta sfoltendo leggi, diritti e libertà. E non ci rimane neppure più il rimedio, più o meno farlocco, di un vaccino, con quei due che al Consiglio di Sicurezza si sono astenuti quando la risoluzione 2803, dando il via libera al tumore che partendo da Gaza si farà metastasi del mondo, con tanto di CEO, metteva il coperchio sulla bara nella quale i colleghi più volenterosi si erano infilati.
Trump, protagonista assoluta della nuova era, è arrivato da poco, ma percorrendo una strada ottimamente lastricata dai suoi predecessori e, specificamente, dalla robusta sinergia sviluppata con Israele nei vari domini - violenza-soldi-armi - che alla nuova era dovrà garantire lo sviluppo.
Partiamo dunque dai blocchi di partenza: Israele, Gaza, genocidio, Board of Peace, Executive Board e Forza di Stabilizzazione, con dentro già 27 paesi, fratelli arabi del Golfo in testa e tutti gli altri in fila d’attesa. Gratis a mangiarci per tre anni. 1 miliardo di dollari a restare a vita.
L’idea è resa dall’immagine qui sotto.

Cinismo, volgarità, profitto
Si fonda su queste qualità umane il nuovo modo di condurre le cose del mondo, visto che ha obliterato il principio grazie al quale ci siamo barcamenati, prima con Giustiniano, poi, dopo un’interruzione di oltre mille anni, durante gli ultimi tre secoli grazie a qualche rivoluzione. La celebrazione ufficiale e concreta della nuova era, dopo quella nominale all’ONU, l’abbiamo vissuta a Davos. Qui si sono superati i più rosei propositi di palingenesi del fondatore e nume Klaus Schwab. Che tuttavia non ne ha potuto raccogliere i frutti.
Un gran bel mascalzone, dunque, ed è curioso che si sia fatto beccare uno che aveva inventato, col Forum Economico Mondiale, la più illustre configurazione planetaria di mascalzoni, che, di anno in anno, doveva trasmettere ai delegati nelle capitali, quanto meno dell’Occidente, gli ordini di servizio per la strategia da seguire. Nel 2024, infatti, il Wall Street Journal pubblica una lunga inchiesta basata su oltre 80 testimonianze di ex dipendenti del WEF, che denunciano un ambiente di lavoro tossico e profondamente contaminato, con accuse di razzismo, discriminazione e abusi ai danni dei propri dipendenti.
Costoro non si sono minimamente impressionati e il FEM, per quanto decapitato, ha potuto rilanciare alla grande la propria missione mafio-criminale. Rassicurato dal nuovo operativo giallochiomato sul dato che la marcia verso il Nuovo Mondo, avesse dovuto incontrare ostacoli, non sarebbe stata costretta alle vecchie, snervanti mediazioni con leggi e costumi, ma si sarebbe spianata la strada a forza. A forza di che? Ma di bull-dozer, no? Lo dice la parola stessa.

Le cose, senza i diritti che non siano quelli dei promotori del titoletto qui sopra - cinismo, volgarità, profitto – scorrono lisce. Eccolo, il demiurgo della riduzione ad dollarum di grattacieli e oasi di lusso dalle fondamenta innestate sul più grande deposito di ossa di assassinati mai composto nella Storia (se ne calcolano 10.000 sotto le macerie, da aggiungere ai 72.000 uccisi a bombe a pallottole e ai 150.00 da morte indiretta). Fattezze lisce come un uovo e vuote come una tela prima del pennello sono quelle del manichino a cui il suocero ha insufflato l’anima, pardon, de li mortacci sui. Cioè dello speculatore immobiliare senza scrupoli, assatanato di devastazioni eco-ambientali e sociali, donde trarre sangue e macerie convertibili in cemento e soldi.
Volete sapere a cosa, nel loro piccolo, ambivano il sindaco Sala a Milano e i suoi Jared Kushner meneghini dei boschi penduli strozzati dal calcestruzzo? Su cui si rodevano di invidia apprendendo della nuova Gaza?
Las Vegas più gas
180 grattacieli, resort di lusso, centri dati come piovesse, superhotel, rutilanti porti per rutilanti navi da crociera e panfili, strutture lasveganiane di intrattenimento per miliardari e loro commessi milionari. E, per completare il quadro, l’altro pozzo di San Patrizio, quello immerso nel mare antistante e che contiene 32 miliardi di metri cubi di gas naturale (palestinese, sia diretto sussurrando, senza farsi sentire dalla British Petroleum). Anche qui ci sono scheletri e ossa a contrassegnare il sito: quelli dei pescatori mitragliati dalle navi israeliane per aver infranto il limite delle zero miglia dalla costa.
Quanto alla manodopera, sempre che il sinergico Bibì ne consideri l’utilizzo, se ne potrà trarre di disponibile dal campo di concentramento che Israele va allestendo a Rafah per coloro che sono riusciti a passare per le maglie del genocidio. Hanno il merito della familiarità col terreno (e con quanto vi sta sotto).
Quest’altra “new town” per 100.000 persone, tra sequestrati e Sicurezza, circondata da barriere e dispositivi biometrici di controllo anche dei peli nel naso, scaturita dai progetti commissionati da Israele al genero palazzinaro, dovrebbe contenere quei palestinesi che non si è riusciti a invitare alla pulizia etnica, o a sbolognare nel secessionista Somaliland, testè riconosciuta da Tel Aviv e fatta membro degli Accordi di Abramo.
Tutto questo ha di molto rallegrato i co-interessati di Davos. In particolare tale Larry Fink, CEO di Blackrock, il più grande fondo di investimento della galassia, non per caso presidente della puntata 2026. Il fine dichiarato di tutti i pipponi profusi dal palco, infatti, era di convincere la maggioranza della popolazione del globo ad affidare i propri risparmi al leviatano finanziario capeggiato da Blackrock.
Ai malpensanti viene il sospetto che tutto questo serva a ridurre lo iato tra possessori di soldi, anche i più straccioni, e i mezzi finanziari dei grandi fondi, per sostenere così un capitalismo non più in grado di creare valore reale. La scelta è chiara: qua, o si riesce ad assemblare tutti i risparmiatori proletari per finanziare il capitalismo dei super-ricchi e i loro jet privati, o si provvede come Netaniahu a Gaza.
Contro i palestinesi come contro studenti e operai del ‘68

Torniamo a Gaza, al suo Board of Peace, al suo tiranno a vita e ai suoi accoliti triennali, o perenni (per 1 miliardo di dollari), rastrellati, come l’entusiasta motosega argentina, dal fascistume internazionale, cuore della qestione privatistico-imperiale delle cose del mondo. Si constata con raccapriccio che, ancora una volta, quanto rimane del popolo palestinese viene utilizzato come cavia, vuoi per testare armi e tecnologie di sorveglianza, vuoi per cambiare le norme sviluppate dopo la seconda guerra mondiale per salvaguardare l’umanità, quella degli strati sotto i primi due o tre, dal ritorno delle ideologie fasciste, militariste ed espansioniste. Noi in Europa, devo dire, e specialmente in Italia, ci siamo portati molto avanti con quel recupero. Non per nulla non c’è cancelleria europea e non c’è Salvini che non plaudano a chi, Trump o Netaniahu, mostra di volerla fare finita con quelli sotto i primi due o tre strati.
Il Board of Peace, poi, con le relative strutture affaristico-militari operative, che pretende personalità giuridica e privilegi e immunità internazionali, questa oscena riproposizione colonialista di un impero che procede inciampando e sbattendo il grugno, dal Vietnam all’Afghanistan, dall’Iraq all’Iran, secondo Trump non deve limitarsi ad esautorare l’ONU, vecchia bestiaccia rompiballe (che forse se lo meritava dopo l’infamia della Risoluzione 2803). Cacciate a calci quelle delle sue organizzazioni, comprese tra le 66 internazionali recentemente bandite, a partire dall’UNRWA dell’assistenza ai palestinesi e a finire con le Corti internazionali di Giustizia e Penale, il campo dell’organismo trumpista si allarga da Gaza all’universo mondo. “Si tratta di un ardito nuovo strumento per risolvere conflitti globali”, ha annunciato Trump, “Sarà finalizzato a risultati e avrà il coraggio di abbandonare approcci e istituzioni che troppo spesso hanno fallito”. Leggi ONU.
A dar prova di coraggio e risultati ci hanno pensato gli israeliani. Da quando sono stati annunciati il Board e, l’ottobre scorso, la “fase due” e la “tregua”, hanno ammazzato altri 502 civili palestinesi, compresi 100 bambini, ne hanno feriti 356, oltre alla solita quota di mezza dozzina di giornalisti (in parte di France Press) e ne hanno seppellito un numero incalcolabile sotto le macerie di altri 2.500 edifici rasi al suolo, scheletri a ulteriore consolidamento dei grattacieli erigendi da Kushner e Witkoff.

In tutto questo pianificare, progettare, operare, globalizzare (la nuova globalizzazione post-liberista?) non si menzionano neanche di striscio i palestinesi sulla cui pelle si va pianificando, progettando, eccetera. Non è solo cinismo. E’ anche wishful thinking, come, con indovinata espressione inglese, si descrive una prospettiva basata sul desiderio. Un po’ come, di nuovo si parva licet comparare magnis, da noi le classi dirigenti hanno seppellito il decennio protorivoluzionario ’68-’77 nella formula degli “anni di piombo”.
Il decennio in cui tutto un assetto già orientato verso il recupero di dominii, controlli, prevaricazioni, discipline d’antan, è stato aggredito e ridotto a più miti consigli dall’unita delle due classi subalterne, operai e studenti, con rotture drastiche del regime borghese-capitalista: Statuto dei Lavoratori, Servizio Sanitario Nazionale, Proletari in divisa, università, scuola, fabbriche occupate e democratizzate, periferie protagoniste, cultura, musica, cinema, teatro sediziosi, popoli contro la guerra (vietnamita) e il colonialismo.
I fischietti della salvezza

La Resistenza palestinese ha svolto un ruolo analogo sul piano della destabilizzazione di un progetto padronale, qui in chiave colonialista. Lo ha saputo mantenere in vita per quasi un secolo, tra lanci, arretramenti, falsi compromessi, riprese, tradimenti. Lo ha confermato, stavolta agli occhi del mondo, con la clamorosa operazione di due anni e mezzo fa, i cui effettivi lineamenti, sepolti sotto la mistificazione israeliana, ancora faticano a farsi strada anche tra commentatori attrezzati. E in due anni e mezzo il più potente esercito della regione, munito di un cinismo morale e di una ferocia raramente visti nella Storia, supportato in tutto e per tutto dalla maggiore forza militare del mondo, non ha avuto ragione né dell’anima del popolo da obliterare, né della sua volontà.
E allora, concludendo, di fronte all’oscurità che, a forza di colpi a destra e manca, viene spinta avanti da un potere in disfacimento ricorrendo a un energumeno squinternato. potere che se ne sente azzannato e che spera di scamparne rovesciandola sul resto del mondo, a farci rispondere è lo spirito della resistenza palestinese, di tutte le resistenze, comprese quelle che ci hanno rubato alla memoria. Oggi anche quella dei fischietti di Minneapolis che spazzano via il fetore dello Stato di polizia. Ci sono di conforto, ci siano d’esempio.
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"Questo genocidio non si è limitato a distruggere la mia vita o tutto ciò che possedevo: è andato ben oltre. Mi ha distrutto dall’interno.
Ha spazzato via la pace dal mio cuore, ha frantumato la stabilità della mia mente e mi ha contagiato con una strana sindrome dell’anima. "
In realtà sono parole di Wasim Said, sopravvissuto al genocidio a Gaza autore di questa testimonianza esclusiva:
https://www.ladedizioni.it/
L'Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l'occupazione dei rifugiati palestinesi (UNRWA) ha lanciato un duro allarme sull'escalation della violenza israeliana nella Cisgiordania occupata, descrivendola come una "guerra silenziosa" che è in gran parte sfuggita all'attenzione globale, mentre l'attenzione rimane concentrata su Gaza.
A tal proposito, secondo il commissario generale dell'UNRWA Philippe Lazzarini, dall'ottobre 2023 sono stati uccisi più di 1.000 palestinesi nei territori occupati, di cui quasi un quarto, circa 250, erano bambini.
Domenica Lazzarini ha sottolineato la portata senza precedenti della violenza, che comprende uccisioni intensificate, demolizioni di case, sfollamenti forzati ed espansioni degli insediamenti attuate dalle forze armate e dai coloni israeliani.
Lazzarini ha avvertito che le comunità palestinesi continuano a subire quotidianamente intimidazioni e la distruzione dei loro mezzi di sussistenza impunemente.
"Gli attacchi dei coloni israeliani continuano senza sosta, le comunità palestinesi vengono costantemente intimidite, sradicate e i loro mezzi di sussistenza rovinati", ha affermato in un post su X, sottolineando una cultura di impunità che ha permesso che tali azioni persistessero.
Decine di migliaia di palestinesi restano sfollati a seguito dell'operazione israeliana denominata "Muro di ferro", il più grande sfollamento del genere dal 1967, con case sistematicamente demolite per impedire alle famiglie di tornare.
Lazzarini ha osservato che, sebbene l'attenzione mondiale resti concentrata su Gaza, il disprezzo per il diritto umanitario internazionale in Cisgiordania è diventato sempre più consueto.
Questa cifra rappresenta il 43% di tutti i palestinesi uccisi in Cisgiordania negli ultimi due decenni, con la maggior parte delle morti attribuite all'uso eccessivo della forza letale da parte delle forze israeliane, tra cui fuoco vero, attacchi aerei e missili in aree densamente popolate.
Entro la fine del 2025, le autorità palestinesi stimavano che oltre 1.102 palestinesi fossero stati uccisi e 9.034 feriti in Cisgiordania, a causa dell'intensificarsi delle operazioni militari e degli attacchi dei coloni.
La violenza è aumentata di pari passo con la guerra in corso a Gaza, iniziata il 7 ottobre 2023.
In Cisgiordania, gli attacchi dei coloni hanno raggiunto livelli record: l'Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) ha documentato 1.420 incidenti solo nel 2024, un forte aumento rispetto agli anni precedenti.
Tra questi rientrano aggressioni che causano vittime o danni alla proprietà, spesso con l'acquiescenza o la partecipazione delle forze di sicurezza israeliane.
Dall'ottobre 2023, almeno 47 comunità palestinesi sono state sfollate con la forza a causa di una combinazione di violenza dei coloni, restrizioni di accesso e terrore psicologico.
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"Questo genocidio non si è limitato a distruggere la mia vita o tutto ciò che possedevo: è andato ben oltre. Mi ha distrutto dall’interno.
Ha spazzato via la pace dal mio cuore, ha frantumato la stabilità della mia mente e mi ha contagiato con una strana sindrome dell’anima. "
Potrebbero benissimo essere parole di un sopravvissuto alla Shoah…
In realtà sono parole di Wasim Said, sopravvissuto al genocidio a Gaza autore di questa testimonianza esclusiva:
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di Fulvio Grimaldi per l'AntiDiplomatico
Permettetemi un breve “fuorisacco” per la rubrica “Attenti al lupo”. Come i pazienti lettori ricordano, di Askatasuna ho scritto ripetutamente. Dello sgombero, di cosa significano sia la lunga storia di questo centro autogestito, sociale, culturale, politico, profondamente inserito nella realtà del territorio, sia la repressione e chiusura subiti dal governo Meloni. Collegando questa vicenda, sintomatica del rapporto Potere-cittadini, a quella che ritengo parallela, dell’arresto, su input israeliano, di Mohammed Hannoun, Segretario dell’Associazione Palestinesi in Italia, e di altri palestinesi per aver inviato aiuti umanitari a Gaza.
Contro l’attacco ad Askatasuna, emblema della negazione di ogni spazio critico o antagonista, e per la Palestina a Torino si è manifestato il 31 gennaio. Tre grandi cortei per 50.000 venuti da tutta Italia per reclamare con metodi assolutamente non violenti democrazia, libertà d’espressione, organizzazione e di assistere un popolo sottoposto a genocidio.
Tutto si è svolto secondo le intenzioni e le disposizioni degli organizzatori della manifestazione nazionale. Fino al tramonto, allo scioglimento ufficiale e al rientro a casa.
Ho quasi sessant’anni di esperienza di manifestazioni e cortei, con epicentro storico nel decennio 1968 -1977. So, per tale lunga e attentamente vissuta esperienza, dove finisce l’iniziativa genuina che ha dato luogo alla dimostrazione e dove inizia la sua strumentalizzazione a fini opposti a quelli dichiarati da organizzatori e partecipanti.
E’ da allora che abbiamo anche imparato a distinguere tra una forza di massa che si oppone all’esclusione, tramite misure di polizia, da territori ai quali ha diritto, e una prevaricazione da parte di soggetti che se ne assumono abusivamente e strumentalmente la rappresentanza e ne deviano gli obiettivi. Con il risultato di fornire allo schieramento politico e mediatico al potere il pretesto per la demonizzazione dell’opposizione sociale e per i conseguenti strumenti di “normalizzazione”.
Tale snodo si è vista una volta di più, con assoluta chiarezza, nel momento in cui, a manifestazione ufficialmente conclusa, si è scatenato l’attacco degli incappucciati e la risposta delle forze di governo. Con il risultato di mandare in vacca la civilissima dialettica impostata dalla manifestazione, grazie al contributo, in termini di anatemi e invocazioni quasi allo stato d’assedio, dei media e delle forze di governo e parlamentari. Un ulteriore passo verso la militarizzazione e il disciplinamento della società e dei conflitti che fisiologicamente produce.
La storia del ’68 e, clamorosamente, quella di Moro, ci ha mostrato la comparsa di soggetti spuri, emersi, come poi inchieste hanno accertato, dal retroterra di servizi segreti e di gruppi fascisti, o pseudosinistri e ritrovati presenti e attivi nelle stragi, come nella creazione di finti contropoteri funzionali alla diffamazione e neutralizzazione del contropotere popolare autentico.
Mai, nei momenti più significativi del confronto tra la strategia della classe politica mirata a un ordine sociale autocratico, la volontà di riscatto rivoluzionario e la difesa di quanto conquistato con la sconfitta del nazifascismo, sono mancati i provocatori. Né i regali fatti alla canea politico-mediatica della stabilizzazione autoritaria.
Nell’America di Trump, con le insegne e le pallottole dell’ICE. Nell’Italia di Meloni, Crosetto e Piantedosi, con un po’ di poco pensanti e molto menanti, innescati dai soliti noti, che si possano definire “bande armate da combattere come in guerra” (Crosetto).
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"Questo genocidio non si è limitato a distruggere la mia vita o tutto ciò che possedevo: è andato ben oltre. Mi ha distrutto dall’interno.
Ha spazzato via la pace dal mio cuore, ha frantumato la stabilità della mia mente e mi ha contagiato con una strana sindrome dell’anima. "
Potrebbero benissimo essere parole di un sopravvissuto alla Shoah…
In realtà sono parole di Wasim Said, sopravvissuto al genocidio a Gaza autore di questa testimonianza esclusiva:
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di Federico Giusti ed Emiliano Gentili
La dinamica salariale è controversa da leggere, specie se si prendono in esame dati parziali oppure si scambia il salario netto col lordo, o quello accessorio con la paga base. Se invece rapportassimo gli stipendi al costo della vita allora il quadro sarebbe decisamente più chiaro e sarebbe necessario farlo per non essere tratti in inganno: le retribuzioni sembrano aumentare col passare degli anni e se prendo il mio Cud, vuoi per le ore di straordinario, vuoi per altri istituti contrattuali o per i rinnovi dei contratti nel frattempo siglati, la cifra totale dichiarata è in costante crescita.
Come scritto in tante occasioni, i meccanismi con cui viene regolata la dinamica contrattuale restano alquanto discutibili: la indennità di vacanza contrattuale, ad esempio, è talmente misera da indurre a serie perplessità sulla efficacia di tale irrisorio indennizzo, che per altro viene decurtato dagli aumenti futuri. E per questo motivo ai datori pubblici e privati conviene ritardare di mesi o anni la firma del nuovo contratto, lasciando attualmente oltre 5,5 milioni di lavoratori e lavoratrici in attesa di rinnovo.
L’Istat tuttavia libera il campo da un equivoco: i salari reali sono in caduta libera e rispetto al 2021 hanno perso l’8%. Nella Pubblica Amministrazione l’ultima tornata contrattuale ha portato aumenti del 6% a fronte di una inflazione, nel periodo considerato, di quasi il 18; quindi la perdita del potere di acquisto è certificata e, nel frattempo, i contratti pubblici sono abbondantemente scaduti (da 13 mesi). Nel privato, invece, ad attendere il rinnovo è quasi il 27% della forza lavoro.
L’anno 2025, in cui il costo della vita è cresciuto assai meno che nei 5 anni precedenti, ha visto un aumento delle retribuzioni del 3,2% nel privato e del 2,7 nel pubblico, a fronte di un’inflazione attestatasi all’1,7%. Tuttavia si tratta di un unico anno su una serie ben più lunga di adeguamenti negativi all’inflazione, per cui sarà forse il caso di riflettere, una volta per tutte, sull’assenza di un parametro esaustivo che permetta ai salari di agganciarsi all’effettivo costo della vita (un tempo c’era la scala mobile, poi cancellata anche con la complicità sindacale).
La realtà statistica stride in molti casi con la percezione e la esperienza diretta dei cittadini. Basterebbe ricordare le variazioni annuali del paniere e dell'indice dei prezzi al consumo per beni e servizi ad alta frequenza di acquisto, come quelli alimentari, che fanno percepire ai redditi bassi un’inflazione più alta, oppure si potrebbe parlare delle spese aggiuntive sostenute negli ultimi anni per il riscaldamento. L'inflazione è la media delle variazioni dei prezzi di un insieme di beni e servizi (il cosiddetto “paniere”, per capirci), mentre invece il costo della vita scaturisce dall’esperienza quotidiana, ossia concretamente dalla spesa della famiglia.
Detto in termini brutali il paniere degli Italiani è insufficiente, inadeguato a misurare l’effettivo costo della vita. Sul finire dell’anno scorso la dinamica salariale sembrava in risalita per la firma di contratti nazionali riguardanti numeri elevati della forza lavoro attiva, dalla PA ai metalmeccanici e alle telecomunicazioni, ma se guardiamo ai salari reali si comprende non solo il trucco ma anche la beffa ai danni nostri: il potere di acquisto è in continua erosione.
Se poi andiamo a vedere le retribuzioni contrattuali stimate dall’Istat il riferimento è ai salari lordi, pertanto hanno avuto buon gioco le detassazioni volute dal Governo Meloni per far pagare al welfare state – anziché agli imprenditori – parte degli aumenti salariali. Ma basta andare a sostenere un paio di visite mediche all’anno dal privato (perché il pubblico viene depotenziato e le liste di attesa sono fin troppo lunghe) che quanto abbiamo “guadagnato” da una parte lo perdiamo, a cifre maggiori, dall’altra. Insomma, in conclusione oltre l’8% della perdita complessiva del potere di acquisto delle famiglie è stato attenuato da interventi fiscali che, però, causeranno negli anni una progressiva riduzione del welfare, favorendo la gestione privata e lucrativa di servizi che dovrebbero essere pubblici e a costi calmierati – se non gratuiti, per le fasce sociali più basse.
Proseguendo, in questi giorni l’Inps ha diffuso i dati relativi alla cassa integrazione: si parla di una riduzione delle ore autorizzate pari al 13% nell’arco dell’ultimo anno. Ma anche in questi casi i dati possono essere controversi e infatti la cassa integrazione straordinaria – quella per crisi gravi – è in grande aumento: siamo passati da poco più di 40 milioni di ore a 60,7 milioni, il che conferma che alcuni settori dell’economia sono in difficoltà. Si tratta di un dato importante a conferma che tanto ottimismo meloniano sui dati occupazionali e sulle dinamiche salariali è frutto o della incapacità di leggere i dati o, piuttosto, di una operazione menzognera sullo stato di salute dell’economia italiana, fatta a scopi elettorali.
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"Questo genocidio non si è limitato a distruggere la mia vita o tutto ciò che possedevo: è andato ben oltre. Mi ha distrutto dall’interno.
Ha spazzato via la pace dal mio cuore, ha frantumato la stabilità della mia mente e mi ha contagiato con una strana sindrome dell’anima. "
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In realtà sono parole di Wasim Said, sopravvissuto al genocidio a Gaza autore di questa testimonianza esclusiva:
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Lunedì l'Autorità israeliana per la radiodiffusione ha annunciato che il valico di Rafah è stato riaperto al transito di persone in entrambe le direzioni, in linea con gli accordi presi, consentendo a 150 persone al giorno di lasciare la Striscia di Gaza in cambio dell'ingresso di 50 persone nella Striscia dall'Egitto.
In base all'accordo, il valico è gestito dalla Missione di assistenza alle frontiere dell'Unione europea (UEA) nell'ambito di un meccanismo internazionale e in coordinamento con la parte egiziana. Le operazioni saranno operative per sei ore al giorno, dalle 9:00 alle 15:00.
L'esercito israeliano ha confermato domenica di aver completato l'istituzione di un corridoio di controllo e ispezione per le persone in arrivo dall'Egitto nella Striscia di Gaza attraverso il valico di Rafah, al termine di quella che ha descritto come una fase sperimentale di successo. Secondo l'annuncio, durante la fase sperimentale sono state fornite istruzioni procedurali ai palestinesi e al personale dell'Unione Europea responsabile della gestione del valico.
Il valico di Rafah è rimasto chiuso per tutta la durata della guerra genocida dell'occupazione israeliana nella Striscia di Gaza, una chiusura che ha contribuito all'aggravarsi della fame, all'inasprimento dell'assedio e alla lenta morte dei palestinesi nel territorio.
L'accordo di cessate il fuoco includeva una formula che stabiliva che la resistenza palestinese avrebbe consegnato tutti i prigionieri israeliani in cambio di una seconda fase che garantisse il ritiro delle forze di occupazione dalla Striscia di Gaza e la riapertura del valico di Rafah.
20.000 pazienti a rischio
Alla luce dei colloqui e degli accordi per la riapertura del confine di Rafah, il Ministero di Gaza ha riferito la scorsa settimana che circa 20.000 pazienti con referti medici completati sono in attesa del permesso di lasciare Gaza per cure critiche all'estero. Tra questi, centinaia di casi potenzialmente letali , di cui 440 classificati come urgenti. Il Ministero ha riferito che 1.268 pazienti sono deceduti in attesa dell'autorizzazione al viaggio.
Ha aggiunto che la chiusura del valico di Rafah dal 7 maggio 2024 ha bloccato completamente il movimento dei pazienti, creando un pericoloso arretrato per coloro che necessitano di cure mediche specialistiche non disponibili a Gaza.
Tra i più vulnerabili ci sono 4.000 pazienti oncologici, che soffrono a causa della mancanza di strumenti diagnostici e servizi terapeutici essenziali. Inoltre, 4.500 bambini con referti approvati rimangono bloccati all'interno della Striscia, impossibilitati ad accedere alle cure di cui hanno urgente bisogno.
Il sistema sanitario di Gaza, già messo a dura prova da un prolungato assedio e dal conflitto, rischia un ulteriore collasso a causa della carenza di medicinali, della distruzione delle infrastrutture sanitarie e della chiusura della maggior parte dei servizi specializzati. Questi problemi aggravati hanno portato a un allarmante aumento del numero di pazienti in attesa di cure all'estero.
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"Questo genocidio non si è limitato a distruggere la mia vita o tutto ciò che possedevo: è andato ben oltre. Mi ha distrutto dall’interno.
Ha spazzato via la pace dal mio cuore, ha frantumato la stabilità della mia mente e mi ha contagiato con una strana sindrome dell’anima. "
Potrebbero benissimo essere parole di un sopravvissuto alla Shoah…
In realtà sono parole di Wasim Said, sopravvissuto al genocidio a Gaza autore di questa testimonianza esclusiva:
https://www.ladedizioni.it/
Il ministro degli Esteri iraniano Seyed Abbas Araghchi ha ricordato agli Stati Uniti che Teheran ha imparato "molte lezioni" dopo la "guerra dei 12 giorni" .
"I nostri missili sono stati testati in una vera guerra l'ultima volta e siamo stati in grado di comprenderne i problemi, le debolezze e i punti di forza", ha dichiarato il ministro degli Esteri iraniano in un'intervista alla CNN, nel contesto dello spiegamento delle forze statunitensi in Medio Oriente e di un clima di crescente tensione tra Washington e la nazione persiana che preannuncia un possibile conflitto tra i due Paesi.
"Penso che ora siamo molto ben preparati. Ma, ripeto, essere preparati non significa volere la guerra", ha sottolineato Araghchi.
Le azioni ostili degli Stati Uniti nei confronti dell'Iran si sono intensificate all'inizio di gennaio, quando il presidente Donald Trump ha minacciato un intervento militare nel Paese, citando la violenza esplosa durante le recenti proteste. Sebbene le manifestazioni siano state sedate poco dopo, l'occupante della Casa Bianca ha ripreso le sue minacce, questa volta invocando pretesti diversi e tornando a richieste relative ai programmi nucleari e missilistici dell'Iran.
In questo contesto, gli Stati Uniti hanno schierato la loro portaerei USS Abraham Lincoln nei pressi del paese persiano , accompagnata dal loro gruppo d'attacco di portaerei.
Da parte sua, Teheran ha avvertito che qualsiasi azione militare contro di essa "sarà considerata l'inizio di una guerra", affermando al contempo che le sue forze armate "sono pronte, con il dito sul grilletto, a rispondere immediatamente e con decisione a qualsiasi aggressione". Ha tuttavia espresso la sua volontà di mantenere un "dialogo basato sul rispetto e sugli interessi reciproci".
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"Questo genocidio non si è limitato a distruggere la mia vita o tutto ciò che possedevo: è andato ben oltre. Mi ha distrutto dall’interno.
Ha spazzato via la pace dal mio cuore, ha frantumato la stabilità della mia mente e mi ha contagiato con una strana sindrome dell’anima. "
Potrebbero benissimo essere parole di un sopravvissuto alla Shoah…
In realtà sono parole di Wasim Said, sopravvissuto al genocidio a Gaza autore di questa testimonianza esclusiva:
https://www.ladedizioni.it/
Comunicato di Potere al Popolo, 2 febbraio 2026
di Alessandro Volpi*
*Post Facebook del 1 febbraio 2026
di Paolo Desogus*
Le tensioni tra Stati Uniti e Iran continuano a crescere, ma a infiammare ulteriormente il confronto è soprattutto la strategia muscolare di Donald Trump. Secondo la Guida Suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, il conflitto con Washington nasce da un obiettivo mai abbandonato: il tentativo statunitense di piegare e controllare l’Iran, attratto dalle sue risorse energetiche e dalla sua posizione strategica.
Parole che trovano nuova forza alla luce delle recenti mosse della Casa Bianca. Trump ha scelto ancora una volta la via delle minacce, annunciando l’invio di una “meravigliosa armata” nei pressi dell’Iran e ostentando la superiorità militare statunitense come strumento di pressione politica. Una retorica aggressiva che rischia di trasformare la diplomazia in un gioco di forza, con conseguenze imprevedibili per l’intera regione. Da Teheran, i vertici militari respingono le intimidazioni e parlano apertamente di “operazioni psicologiche” messe in atto dagli Stati Uniti.
Il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica assicura di avere sotto controllo ogni movimento nemico e ribadisce che le forze armate iraniane sono pronte a rispondere a qualsiasi aggressione. Trump, pur non escludendo un accordo, continua a oscillare tra aperture vaghe e toni bellicosi, lasciando intendere che la forza resti la sua principale leva negoziale.
Una linea che l’Iran giudica pericolosa e irresponsabile. Khamenei ha avvertito chiaramente: un eventuale attacco statunitense non porterebbe a un conflitto limitato, ma a una guerra regionale. Un rischio che, secondo molti osservatori, nasce più dall’escalation verbale di Washington che da reali necessità di sicurezza.
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