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IN PRIMO PIANO
Otto anni dopo: cosa cambia nei rapporti tra Regno Unito e Cina

La visita del primo ministro britannico Keir Starmer in Cina segna un passaggio politicamente rilevante nel riassetto delle relazioni tra Londra e Pechino. È la prima missione di un premier UK in Cina dopo otto anni e arriva in un contesto internazionale caratterizzato da forte instabilità, tensioni commerciali e un crescente bisogno di interlocutori affidabili. Accompagnato da una delegazione di circa 60 leader economici e culturali, Starmer ha presentato il viaggio come parte di una strategia “outward-looking”, orientata a cogliere opportunità globali senza perdere di vista l’interesse nazionale. Il messaggio è chiaro: il Regno Unito vuole tornare a dialogare con la Cina, senza trasformare questo riavvicinamento in una scelta di campo contro gli Stati Uniti.

Pechino ha accolto il segnale con toni costruttivi. Il ministero degli Esteri cinese ha sottolineato come il rafforzamento del dialogo tra due membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU contribuisca a stabilità e sviluppo globali. Le autorità cinesi parlano apertamente di “nuovo capitolo” nelle relazioni bilaterali, fondato su fiducia politica e cooperazione pratica. Il cuore della visita è economico. La delegazione britannica, composta da 54 aziende, ha avviato una serie di incontri culminati a Shanghai con la firma di accordi e memorandum, tra cui un hub per l’innovazione a Suzhou. Particolarmente simbolico il taglio dei dazi cinesi sul whisky scozzese dal 10% al 5%, che potrebbe valere 250 milioni di sterline in cinque anni.

Sono stati conclusi dieci accordi nell’ambito della UK-China Joint Economic and Trade Commission, con l’obiettivo di ridurre le frizioni commerciali e facilitare l’accesso al mercato cinese per gruppi come Diageo, Burberry e Holland & Barrett. Sul tavolo anche uno studio di fattibilità per un accordo sui servizi, settore chiave per un Paese che è il secondo esportatore mondiale in questo ambito. Il messaggio politico è altrettanto rilevante. Starmer ha ribadito che il Regno Unito non intende scegliere tra Washington e Pechino. Una posizione che riflette una tendenza più ampia: diversi alleati storici degli USA stanno ricalibrando i rapporti con la Cina, non per “riorientare” strategicamente, ma per proteggere i propri interessi in un sistema globale sempre meno prevedibile. I media occidentali leggono questa dinamica come una risposta all’imprevedibilità dell’amministrazione Trump, mentre gli analisti cinesi parlano di cooperazione “orizzontale” e pragmatica.

Anche l’opinione pubblica britannica sembra meno ostile: cresce la quota di cittadini che vede la Cina come partner o rivale amichevole, mentre cala la fiducia negli Stati Uniti. In definitiva, il viaggio di Starmer sembra soprattutto certificare l’efficacia della strategia cinese di lungo periodo: presentarsi come interlocutore stabile, pragmatico e orientato agli affari in un contesto globale segnato da incertezza e volatilità. Mentre Washington appare sempre più imprevedibile e assertiva, Pechino raccoglie i frutti di una postura che privilegia continuità, apertura selettiva e cooperazione economica.


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Data articolo: Sat, 31 Jan 2026 06:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
La strategia iraniana tra dialogo regionale e pressione occidentale

Nel pieno di una nuova escalation verbale e militare innescata da Washington contro Teheran, l’Iran ribadisce: apertura al dialogo, ma nessuna disponibilità a negoziare sotto minaccia. Il presidente Masud Pezeshkian ha ribadito che la Repubblica Islamica “non accoglie né accoglierà mai la guerra” e considera la diplomazia l’unica via sostenibile per la stabilità regionale. Il messaggio è stato affidato a una telefonata con il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed, segnale dell’importanza attribuita da Teheran al coordinamento regionale.

Secondo Pezeshkian, la pace in Medio Oriente può essere costruita solo attraverso sforzi congiunti dei Paesi della regione, mentre le potenze esterne contribuiscono ad alimentare instabilità e tensioni. Il presidente iraniano ha puntato il dito contro Stati Uniti e Israele, accusandoli di azioni ostili che vanno dalle sanzioni economiche alle minacce militari, fino al sostegno ai disordini interni. Una linea coerente con quella del ministro degli Esteri Abbas Araghchi, che ad Ankara ha chiarito la posizione iraniana: Teheran è pronta sia alla guerra sia ai negoziati, ma non accetterà “dettami o imposizioni”. Per Araghchi, eventuali colloqui sul dossier nucleare possono avvenire solo su basi di uguaglianza, rispetto reciproco e interessi comuni.

La diplomazia, ha insistito, non può svilupparsi “all’ombra delle minacce”, mentre le capacità difensive e missilistiche dell’Iran restano fuori da qualsiasi tavolo negoziale. Il contesto, tuttavia, è sempre più teso. Washington ha rafforzato la presenza militare nella regione, con gruppi navali schierati nel Golfo e dichiarazioni esplicite del presidente Donald Trump sulla possibilità di nuovi attacchi. Una pressione che, secondo Teheran, rischia di trasformare qualsiasi incidente in un conflitto regionale su larga scala. Anche attori terzi esprimono preoccupazione. La Russia, attraverso il suo rappresentante all’ONU Vasili Nebenzia, ha avvertito che un attacco statunitense è possibile, pur riconoscendo che oggi l’Iran appare militarmente più preparato rispetto al giugno 2025. Un elemento che rafforza la logica della deterrenza, ma aumenta al tempo stesso i rischi di errore di calcolo.

Nel frattempo, Paesi come la Turchia e gli Emirati cercano di ritagliarsi un ruolo di mediatori, opponendosi apertamente a un intervento militare e sostenendo la ripresa dei negoziati. Il quadro che emerge è quello di una regione sospesa tra diplomazia e confronto armato, dove il linguaggio della forza convive con appelli alla razionalità. Per l’Iran, la linea resta duplice ma coerente: dialogo sì, guerra no: ma solo a condizioni che non mettano in discussione sovranità, sicurezza e dignità nazionale.


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Data articolo: Sat, 31 Jan 2026 06:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Il blocco come strumento geopolitico: gli USA aumentano la pressione su Cuba

La tensione tra Stati Uniti e Cuba conosce una nuova escalation dopo la firma, da parte del presidente Donald Trump, di un’ordine esecutivo che dichiara L’Avana una “minaccia inusuale e straordinaria” per la sicurezza nazionale statunitense. Il provvedimento apre la strada all’imposizione di dazi contro i Paesi che forniscono petrolio all’isola, colpendo indirettamente uno dei nodi più sensibili dell’economia cubana: l’approvvigionamento energetico. Il governo cubano ha reagito con durezza. Il presidente Miguel Díaz-Canel ha definito la decisione di Washington basata su “pretesti mendaci” e funzionale a una strategia di soffocamento economico deliberato. Secondo L’Avana, si tratta dell’ennesima prova che il blocco economico-finanziario contro Cuba è un sistema di pressione extraterritoriale volto a dissuadere terzi Paesi dal commerciare con Cuba.

Nel testo dell’ordine esecutivo, la Casa Bianca accusa il governo cubano di allinearsi con attori ostili agli Stati Uniti - dalla Russia alla Cina, fino all’Iran - e di offrire spazio operativo a gruppi definiti “terroristi” come Hamas e Hezbollah. Accuse che includono anche presunte collaborazioni militari e di intelligence sul territorio cubano, dipinte come una minaccia diretta alla sicurezza statunitense. Il ministro degli Esteri Bruno Rodríguez Parrilla ha avvertito che la misura equivale a un tentativo di imporre un blocco totale al carburante, con effetti diretti sulla popolazione. Secondo il capo della diplomazia cubana, Washington ricorre a coercizione e ricatti economici per obbligare altri Stati ad allinearsi alla sua politica, in aperta violazione delle regole del commercio internazionale. Il linguaggio utilizzato dall’amministrazione Trump richiama precedenti noti: la definizione di “minaccia inusuale e straordinaria” era già stata applicata al Venezuela durante l’era Obama.

Un’etichetta giuridica che consente ampi margini di manovra sanzionatoria, ma che sul piano politico segnala soprattutto una scelta di confronto frontale. Per Cuba il provvedimento rafforza una pratica criminale ormai consolidata: quella di un accerchiamento sistemico che limita sovranità, sviluppo e margini di manovra internazionale. In questo quadro, la dichiarazione di “emergenza nazionale” appare meno come una risposta a una minaccia reale e più come l’ennesimo atto di una politica estera improntata alla coercizione e all’unilateralismo.

Colpire l’approvvigionamento energetico di un Paese e minacciare sanzioni contro Stati terzi significa usare il potere economico come strumento punitivo, aggirando norme multilaterali e principi di sovranità. Lontana dal rafforzare la sicurezza regionale, la strategia di Washington rischia di consolidare l’isolamento diplomatico degli Stati Uniti stessi, mostrando una tracotanza che, più che contenere Cuba, rivela l’incapacità di immaginare relazioni internazionali fondate su dialogo, cooperazione e diritto internazionale.

 


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Data articolo: Sat, 31 Jan 2026 06:00:00 GMT
WORLD AFFAIRS
Apple acquista la startup israeliana "segreta" di sorveglianza facciale

 

Apple ha acquisito la startup israeliana Q.ai, un'azienda di intelligenza artificiale poco conosciuta la cui tecnologia consente il riconoscimento facciale e l'analisi del "parlato silenzioso" attraverso sottili espressioni facciali, ha confermato il 29 gennaio il gigante della tecnologia.

Descritta come "segreta" dal Financial Times (FT), la giovane impresa ha operato in gran parte all'insaputa dell’opinione pubblica sin dalla sua fondazione nel 2022, sviluppando sistemi che interpretano il parlato sussurrato o pronunciato dalle labbra tracciando i micromovimenti della pelle del viso, secondo brevetti e persone a conoscenza dell'azienda.

Apple si è rifiutata di rivelare i termini finanziari dell'accordo. Tuttavia, diverse testate, tra cui Reuters e FT, hanno riportato che il valore dell'accordo si aggira tra 1,5 e 2 miliardi di dollari.

Se finalizzato, l'accordo rappresenterebbe la seconda più grande acquisizione di Apple dopo Beats nel 2014, interrompendo la sua consueta strategia di assorbire silenziosamente aziende più piccole e coinvolgerebbe nell'azienda, come parte dei termini, i fondatori di Q.ai, Aviad Maizels, Yonatan Wexler e Avi Barliya.

Nel 2013 Maizels aveva già venduto PrimeSense ad Apple, una tecnologia che in seguito sarebbe stata alla base del sistema Face ID dell'iPhone.

Apple si è rifiutata di spiegare come verrà implementata la tecnologia Q.ai, nonostante brevetti e dichiarazioni aziendali indichino sistemi che analizzano i micromovimenti facciali, le vibrazioni della pelle e altri segnali biometrici per interpretare comunicazioni sussurrate o silenziose. Ciò ha sollevato interrogativi più acuti sulla sorveglianza, il monitoraggio biometrico e il rilevamento delle emozioni integrati direttamente nei dispositivi consumer. 

Prima dell'acquisizione, la startup israeliana operava in gran parte in segreto e il suo lavoro sull'interpretazione di segnali quali il movimento delle labbra, la frequenza cardiaca e la respirazione ha suscitato preoccupazione tra i sostenitori della privacy riguardo ai dispositivi in ??grado di dedurre ciò che gli utenti stanno dicendo o provando senza alcun discorso udibile.

L'acquisizione si inserisce in un contesto più ampio di pratiche di sorveglianza israeliane, tra cui le recenti approvazioni di braccialetti elettronici di monitoraggio che tracciano gli spostamenti e i dati biometrici. Queste misure fungono da meccanismi di controllo della popolazione palestinese che vive sotto il sistema di apartheid israeliano.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Fri, 30 Jan 2026 17:00:00 GMT
WORLD AFFAIRS
La Turchia si oppone all'azione militare contro l'Iran

 

Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha dichiarato venerdì che Ankara si oppone a qualsiasi intervento militare contro l'Iran e sostiene una risoluzione pacifica e interna dei problemi del Paese da parte del suo stesso popolo.

"Abbiamo detto ai nostri omologhi in ogni occasione che siamo contrari a un intervento militare contro l'Iran", ha affermato Fidan, intervenendo in una conferenza stampa congiunta con il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi a Istanbul.

"Ci auguriamo che i problemi interni dell'Iran vengano risolti pacificamente dal popolo iraniano, senza alcun intervento esterno", ha aggiunto.

Le dichiarazioni sono state rilasciate dopo un incontro tra i due ministri degli Esteri tenutosi venerdì a Istanbul.

Nelle ultime settimane le tensioni tra Teheran e Washington sono aumentate, in seguito alle dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump secondo cui una "imponente armata" si stava muovendo verso l'Iran, insieme al suo invito a Teheran a "sedersi al tavolo" per i negoziati.

I funzionari iraniani hanno avvertito che qualsiasi attacco statunitense provocherebbe una risposta "rapida e completa", ribadendo al contempo che Teheran rimane aperta ai colloqui solo a condizioni che definisce "giuste, equilibrate e non coercitive".

'Proprietà regionale' delle soluzioni

Il ministro degli Esteri ha inoltre affermato che durante l'incontro sono state discusse approfonditamente questioni regionali e bilaterali, sottolineando che la stabilità e la sicurezza nella regione restano tra le priorità fondamentali della politica estera della Turchia.

"Garantire la stabilità e la sicurezza della nostra regione è una delle priorità fondamentali della nostra politica estera. Abbiamo sempre sostenuto che i problemi regionali debbano essere risolti attraverso un senso di appartenenza regionale."

Ha osservato che la Turchia conduce le sue politiche in Medio Oriente, nei Balcani e nel Caucaso meridionale in piena conformità con questo principio.

Fidan ha inoltre sottolineato che la pace e la prosperità del vicino Iran sono di grande importanza non solo per la Turchia, ma per l'intera regione.

Il ministro ha affermato che gli sviluppi in Iran vengono monitorati attentamente.

"Vorremmo ribadire il nostro profondo dolore per la perdita di vite umane durante le proteste ed esprimere le nostre condoglianze al popolo iraniano. È incoraggiante che gli incidenti si siano in gran parte placati. Ci auguriamo che la calma sia duratura."

Da parte sua, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha affermato che Teheran attribuisce grande importanza alla sua partnership con Ankara, soprattutto alla luce dei recenti sviluppi regionali.

Ha affermato che la visita è avvenuta in risposta al precedente viaggio di Fidan a Teheran a novembre e che la Turchia e l'Iran sono in contatto regolare a causa di interessi e preoccupazioni comuni.

"Solo nelle ultime una o due settimane, abbiamo avuto conversazioni telefoniche quasi quotidiane", ha osservato, aggiungendo: "Türkiye non è solo un vicino, ma un amico, e i vicini saranno sempre la nostra priorità".

"La Turchia e l'Iran si sono sempre sostenuti a vicenda, sia nei momenti difficili che in quelli facili", ha affermato Araghchi.

Ha aggiunto che le relazioni bilaterali si fondano su “fraternità e amicizia”.

Ha affermato che l'approccio della Turchia nel mantenere aperti i canali diplomatici è molto apprezzato da Teheran e ha espresso la disponibilità a rafforzare ulteriormente la cooperazione con la Turchia quando necessario.

Araghchi ha ringraziato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il governo turco e Fidan per i loro messaggi di solidarietà in seguito a quelli che ha descritto come recenti "attacchi terroristici" in Iran, affermando che gli incidenti sono stati "chiaramente diretti da elementi legati a Israele".

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Fri, 30 Jan 2026 16:30:00 GMT
IN PRIMO PIANO
"Natura fascista e genocida": Díaz-Canel contro la stretta di Trump sul petrolio, la Cina si schiera con Cuba

Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha definito "fascista, criminale e genocida" la nuova escalation dell'amministrazione Trump contro l'isola, dopo la firma di un ordine esecutivo che minaccia dazi del 30% sui beni provenienti da paesi che vendano o forniscano petrolio a Cuba. Per il leader caraibico, si tratta dell'ennesima mossa di una "cricca" che ha "dirottato gli interessi del popolo statunitense per fini puramente personali", con l'obiettivo dichiarato di strangolare l'economia nazionale sotto il pretesto infondato che l'isola rappresenti una "minaccia insolita e straordinaria" alla sicurezza nazionale statunitense.

"Sotto un pretesto ingannevole, privo di argomenti e propagandato da chi fa politica arricchendosi sulla sofferenza del nostro popolo, Trump cerca di soffocare Cuba imponendo tariffe a nazioni che liberamente commerciano petrolio con noi", ha tuonato Díaz-Canel, smascherando quella che definisce l'ipocrisia di Washington: "Non dicevano che il blocco non esisteva? Dov'è finita la favola dei segretari di Stato e dei loro pagliacci secondo cui si tratterebbe solo di un 'embargo commerciale bilaterale'?". A rincarare la condanna è stato il ministro degli Esteri Bruno Rodríguez, che ha parlato esplicitamente di un tentativo statunitense di imporre "un blocco totale sulle forniture di carburante" all'isola, ricorrendo a "ricatti e coercizione" per costringere altri paesi a partecipare a una politica universalmente condannata, in palese violazione delle regole del libero commercio.


Il contesto energetico cubano rende queste minacce particolarmente gravi. L'isola necessita quotidianamente di circa 110.000 barili di petrolio. Fino a poche settimane fa, il principale fornitore storico era il Venezuela, che nel 2025 garantiva circa 27.000 barili al giorno; questa fonte si è però interrotta bruscamente in seguito al rapimento del presidente Nicolás Maduro avvenuto lo scorso 3 gennaio. Messico e Russia hanno cercato di colmare parzialmente il vuoto, con flussi oscillanti tra i 6.000 e i 12.000 barili giornalieri da parte messicana e circa 6.000 da parte russa, secondo i dati dell'Università del Texas. Proprio su questi partner Washington ha intensificato le pressioni nelle ultime settimane, segnalando apertamente Cina, Russia e Iran come obiettivi prioritari delle nuove sanzioni.


Da Pechino è arrivata una netta presa di posizione a sostegno dell'Avana. Nel corso di una conferenza stampa, il portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun ha ribadito l'opposizione cinese "a qualsiasi azione inumana che privi il popolo cubano dei suoi diritti alla sussistenza e allo sviluppo", condannando le misure unilaterali statunitensi come strumenti di ingerenza inaccettabile negli affari interni di uno Stato sovrano. "La Cina sostiene fermamente Cuba nella difesa della sua sovranità e sicurezza nazionali e si oppone all'interferenza esterna", ha dichiarato Guo, ricordando come il suo paese abbia sempre invocato nei forum internazionali la fine del blocco economico USA, considerato un aggravante della crisi umanitaria e una violazione del diritto internazionale. Negli ultimi anni, Pechino e L'Avana hanno intensificato la cooperazione in ambito commerciale, finanziario e umanitario, con consegne regolari di beni essenziali e assistenza economica.

Intanto Cuba attraversa una delle fasi più drammatiche della sua storia recente, stretta tra penuria cronica di carburante, blackout ricorrenti, carenza di alimenti e medicinali e un crollo della produzione interna. Le autorità dell'isola attribuiscono questa situazione soprattutto all'inasprimento del blocco statunitense, aggravato da fattori strutturali interni e dagli strascichi della pandemia. In oltre sessant'anni, i danni accumulati a causa delle restrizioni USA hanno superato i 170,677 miliardi di dollari, un fardello che, secondo L'Avana, si fa sempre più insostenibile con ogni nuova misura coercitiva varata a Washington. Mentre l'inverno energetico si fa rigido nelle strade cubane, il confronto diplomatico intorno al diritto di un popolo a sopravvivere si acuisce, con Pechino che si erge a difensore di un principio che definisce inalienabile: nessuna sanzione deve colpire la dignità di una nazione intera.

Data articolo: Fri, 30 Jan 2026 15:43:00 GMT
OP-ED
Andrea Zhok - Sui difensori in Italia del neo imperialismo (scomposto) di Trump

 

di Andrea Zhok*

 

Il posizionamento dell’opinione pubblica italiana nei confronti delle politiche dell’amministrazione Trump non vale, naturalmente, come fattore di politica internazionale (la nostra opinione, pubblica o di vertice, non influenza in alcun modo la politica americana). Esso conta tuttavia come elemento di autocomprensione e di consapevolezza politica interna.

Ora, di fronte ai non pochi che continuano a difendere, magari a denti stretti e con varie contorsioni, le politiche dell’amministrazione Trump, io ho – almeno in parte – comprensione psicologica. Ne capisco fino ad un certo punto la dinamica mentale.

Trump è stato eletto come alfiere populista del movimento MAGA, con un’agenda che si voleva:

 

• Avversa al “Deep State” e al predominio degli interessi finanziari “macro” rispetto alle istanze della piccola proprietà (la “piccola borghesia” e il “proletariato qualificato”, nella terminologia tradizionale);

• Contraria alle derive “Woke” e agli eccessi del politicamente corretto nell’amministrazione, nella scuola, nell’accademia americane;

• Contraria ad una politica di presenzialismo imperialistico sul piano mondiale, favorevole all’isolazionismo, ad una maggior cura dei problemi interni agli USA;

• Favorevole ad un ripristino dell’ordine interno e ad una limitazione di processi migratori incontrollati;

• Favorevole ad una politica di trasparenza rispetto alle politiche sanitarie invalse in periodo covid, con una loro rimessa in discussione.

 

Ciascuna di queste posizioni può essere interpretata in forme virtuose e – almeno a fallibile giudizio dello scrivente – ha in potenza dei meriti intrinseci.

Naturalmente Trump è e rimane un liberista feroce, del tutto incompatibile con qualunque idea di uno stato sociale, e questo me lo tiene comunque distante (e dovrebbe tenerlo a distanza anche da molti che continuano a difenderlo.) Tuttavia è vero che nel contesto americano non è che le opzioni di una “socializzazione dell’economia” siano seriamente presenti altrove, e dunque non è che questo aspetto di Trump lo renda particolarmente odioso (spero che nessuno vorrà prendere sul serio le tinteggiature sociali di qualche dem periferico tipo Bernie Sanders, che servono sempre solo da foglia di fico all’establishment democratico.) 

In sunto, l’immagine che comprensibilmente qualcuno ha alimentato dell’opzione Trump è stata quella di una rottura radicale con la tradizione politica dell’imperialismo globalista e dello stato profondo a guida finanziaria, e con l’accettazione di una prospettiva di ritorno alla cura e al rispetto delle identità nazionali.

Fin qui posso arrivare con un tentativo di comprensione psicologica: dopo tutto, viste le alternative, e viste le tendenze di fondo della politica americana degli ultimi anni, un presidente con queste caratteristiche poteva essere visto come un passo in direzione di un nuovo multipolarismo, di un nuovo rispetto per culture e tradizioni differenti.

Solo che di tutto questo quadro, arrivati quasi a metà mandato, non rimane in piedi quasi nulla. 

Salvo qualche passo reale di trasparenza nel settore sanitario, che si deve alla gestione di Kennedy, su tutto il resto ci troviamo con un quadro, o letteralmente antitetico alle promesse elettorali, o gravemente inadeguato nell’implementazione.

Alla faccia dell’isolazionismo e del concentrarsi sugli affari interni, la politica del secondo mandato Trump è caratterizzata da un’aggressione internazionale scomposta in tutte le direzioni (Venezuela, Groenlandia, Iran, Nigeria, Yemen, ecc.), e da un fallimento degli intenti di pacificazione sul fronte russo.

Il tema “Woke” è stato affrontato sì con qualche limitazione degli abusi dell’amministrazione precedente (ad esempio nelle forze armate), ma in generale più con battute da caserma che con una ridiscussione critica dei temi correlati (e, ok, aspettarsi da Trump & C. una “ridiscussione critica” su temi proverbialmente delicati e sottili come questi era schietto wishful thinking.)

Quanto all’enorme questione dei flussi migratori, anche qui l’azione dell’amministrazione Trump è stata talmente pessima da compromettere durevolmente l’intera questione. Infatti si ha un bel dire che l’ICE non è una creazione di Trump e che i numeri della remigrazione delle amministrazioni precedenti sono ben superiori, ma il disastro è politico. Siccome in questioni sociali delicate il MODO di agire è non meno importante del FINE per cui si agisce, il fallimento organizzativo delle operazioni dell’ICE e il tentativo di difendere l’indifendibile (i due omicidi volontari di Renée Good e Alex Pretti) ha compromesso gravemente l’idea stessa di controllo dell’immigrazione clandestina. Persino una fetta significativa dell’elettorato repubblicano (circa un quarto) considera la gestione trumpiana dell’ICE inaccettabile. 

Ecco, come dicevo all’inizio, il nostro giudizio sulla politica americana non importa nulla per gli americani, ma importa molto per la definizione dei campi e delle istanze nel nostro dibattito pubblico. 

Continuare a difendere il neoimperialismo scomposto di Trump inventandosi che è un modo astuto e indiretto per giungere al multipolarismo getta un’ombra sulla coscienza politica di molti di quelli (come lo scrivente) che sostiene una prospettiva multipolare. Qui non c’è niente da giustificare. L’amministrazione Trump nella prima parte del suo secondo mandato si è distinta per una delle peggiori politiche di imperialismo aggressivo di sempre: prona ai desideri di Israele, in constante violazione di ogni regola del diritto internazionale, incapace di pervenire alla pace anche su quei fronti dove apparentemente desidera farlo. 

Continuare a difendere lo squadrismo conclamato dell’ICE nel nome del controllo dell’immigrazione clandestina distrugge la credibilità dell’idea stessa di tale controllo. Qui il danno è, se possibile, ancora più grave. Si può concedere quel che si vuole sul fatto che l’apparato mediatico in mano ai Dem ha amplificato massimamente singoli eventi. Ma resta il fatto che quegli eventi sono accaduti, che non erano difendibili e che ciononostante sono stati difesi contro ogni evidenza. Si finisce per porre una falsa scelta tra l’alternativa di avere squadracce armate che esercitano ogni forma di abuso nelle strade e la rassegnazione alla balcanizzazione etnica dello stato in presenza di immigrazione incontrollata. Una tale alternativa è intrinsecamente catastrofica.

Bisogna smettere di difendere l’indifendibile perché ci piacerebbe fosse qualcosa che non è. 

È una dinamica ideologica di schieramento, una dinamica intrinsecamente deleteria. Essa è di solito perdente, ma anche laddove fosse vincente, finisce per avere effetti rovinosi, perché alimenta dogmatismo e riduzione della capacità critica (se ti affermi politicamente attraverso tifoserie, fallirai comunque.)

 

 

*Post Facebook del 30 gennaio 2026

Data articolo: Fri, 30 Jan 2026 12:00:00 GMT
OP-ED
Perché l'Occidente non accetterà mai la sovranità iraniana

 

di Soumaya Ghannoushi - Middle East Eye

"Non ci lasceremo costringere né dai governi stranieri né dalle autorità internazionali", avvertì l'ex primo ministro iraniano Mohammad Mosaddegh al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nel 1951.

Più di sette decenni dopo, mentre un gruppo di portaerei statunitensi entra nell'Oceano Indiano e cacciatorpediniere lanciamissili si diffondono in tutto il Medio Oriente, l'avvertimento di Mosaddegh sembra più un commento in diretta che un resoconto storico. 

Le navi da guerra non si posizionano per caso. Il loro movimento segnala un intento. Allo stesso modo, i "dossier di intelligence" non vengono solitamente compilati per scoprire la verità, ma elaborati per ottenere il consenso all'azione militare: l'impalcatura di un intervento già avviato.

È in questo contesto che Israele ha consegnato al presidente degli Stati Uniti Donald Trump quelle che definisce prove decisive dell'esecuzione di centinaia di manifestanti detenuti da parte delle autorità iraniane durante la recente repressione nazionale. Che Tel Aviv si presenti ora come l'autorità fornitrice di prove contro l'Iran sarebbe ridicolo, se la posta in gioco non fosse così alta. 

Lo Stato che ha esercitato pressioni incessanti per la guerra contro Teheran, che dichiara apertamente che il cambio di regime in Iran è un obiettivo strategico e che ha più da guadagnare di qualsiasi altro attore dal collasso iraniano, viene improvvisamente trasformato in un testimone umanitario neutrale. Tel Aviv è stata così elevata a procuratore capo; le sue affermazioni sono state trattate non come un'advocacy, ma come fatti.

Ciò non significa che l'Iran non sia in crisi. Lo è. Un gran numero di iraniani è stato costretto a scendere in piazza da una vera e propria stanchezza dopo decenni di strangolamento economico. Le loro lamentele sono reali, la loro rabbia innegabile.

Ma questi sono anche i momenti in cui i movimenti popolari sono più vulnerabili, non solo alla repressione, ma anche alla cattura. Le potenze esterne non devono inventare il malcontento interno; devono solo guidarlo.

Struttura familiare

Lo schema è ben consolidato. Ci fu il colpo di stato del 1964 in Brasile contro il leader João Goulart ; il colpo di stato del 1973 in Cile contro Salvador Allende; e prima ancora, il colpo di stato in Congo del 1961, in cui Patrice Lumumba fu deposto e ucciso. Poi c'è la lunga e torbida storia dei rovesciamenti controrivoluzionari seguiti alla Primavera araba.

Questi casi non sono identici, ma la struttura è abbastanza familiare da fungere da monito. 

Dalla Seconda Guerra Mondiale, quando i movimenti minacciano gli interessi occidentali radicati, si ricorre alle sanzioni. Si fomentano crisi economiche. Si infiammano le divisioni interne. Si moltiplicano le campagne mediatiche. Si finanziano le controrivoluzioni. 

Se queste misure falliscono, si organizzano colpi di stato, si lanciano occupazioni o si giustificano guerre con il linguaggio della salvezza.

L'Iran conosce questo schema non come teoria, ma come trauma vissuto. Nel 1953, Mohammad Mossadeq, un primo ministro democraticamente eletto, fu rovesciato da un colpo di stato anglo- americano non perché avesse governato brutalmente, ma perché aveva nazionalizzato il petrolio iraniano. All'epoca, la Anglo-Iranian Oil Company , che in seguito divenne nota come BP, offrì all'Iran solo il 16% dei profitti netti derivanti dalle proprie risorse. 

La Gran Bretagna rispose con un blocco, chiudendo la raffineria di Abadan, facendo pressione sugli acquirenti stranieri affinché rifiutassero il petrolio iraniano e gettando deliberatamente l'economia in una crisi.

Quando la guerra economica si rivelò insufficiente, Londra convinse Washington a intervenire invocando i timori della Guerra Fredda. L'Operazione Ajax della CIA inondò l'Iran di disinformazione, corrompò politici, vessò figure religiose e orchestrò disordini. Mosaddegh fu rimosso. Lo Scià fu restaurato. Persino la CIA ora riconosce ufficialmente il colpo di Stato come antidemocratico.

Quell'episodio non ha solo alterato la traiettoria politica dell'Iran; ne ha definito le strategie. Gli stessi strumenti sono visibili oggi. Le notizie di attacchi a decine di moschee in tutto l'Iran sollevano inevitabili interrogativi sui tentativi esterni di fomentare divisioni e lotte intestine, attraverso esattamente le stesse faglie sfruttate sette decenni fa.

E non si tratta solo di una destabilizzazione occulta. Personaggi dei media israeliani hanno parlato apertamente di ciò che seguirebbe il crollo del regime, dichiarando che, una volta caduto l'Iran, verrà bombardato in tutto il suo territorio, proprio come è accaduto alla Siria, sistematicamente privata della capacità militare dopo la deposizione del presidente Bashar al-Assad. 

Il messaggio è inequivocabile: il cambio di regime non è l'obiettivo finale, ma la precondizione per uno smantellamento completo.

Assedio lento

Dal 1979, l'Iran ha subito uno dei regimi sanzionatori più lunghi e completi della storia moderna. Quello che è iniziato con il congelamento dei beni e il divieto di vendita del petrolio si è evoluto in un sistema che ha preso di mira finanza, energia, commercio, tecnologia e vita quotidiana. 

Le sanzioni si sono intensificate nel corso degli anni '90, sono state estese multilateralmente dopo il 2006, sono state parzialmente revocate con l' accordo nucleare del 2015 e poi sono state completamente reimposte con la campagna di "massima pressione" di Trump nel 2018.

L'anno scorso, le potenze europee hanno attivato il meccanismo di snapback, ripristinando automaticamente le sanzioni delle Nazioni Unite in nome della non conformità e dei diritti umani. 

Le sanzioni sono spesso descritte come un'alternativa pacifica alla guerra. In realtà, funzionano come un lento assedio. Fanno crollare le valute, svuotano le società, radicalizzano la politica e fanno sì che sia la gente comune a pagare il prezzo dello scontro geopolitico.

La Gran Bretagna ha utilizzato questo metodo contro l'Iran nel 1951. Da allora gli Stati Uniti lo hanno perfezionato. Non è un caso che le richieste di un cambio di regime accompagnino così spesso le richieste di sanzioni più severe; chi le sostiene sa esattamente chi ne sopporta il peso.

L'interesse di Washington per l'Iran affonda le sue radici nell'egemonia. Il petrolio iraniano non è solo una risorsa economica; è una leva strategica nella competizione globale con la Cina

Oggi, la Cina è il principale acquirente di greggio iraniano. L'indebolimento dell'Iran indebolisce quindi un'arteria energetica fondamentale per Pechino: nel 2025, l'Iran rappresentava circa il 13% delle importazioni petrolifere via mare della Cina, con circa 1,38 milioni di barili al giorno destinati agli acquirenti cinesi. 

L'agenda di Israele va oltre. Negli ultimi due anni, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu si è ripetutamente rivolto direttamente al popolo iraniano, esortandolo a scendere in piazza, presentando le azioni militari israeliane come un modo per aprire la strada alla libertà e promettendo assistenza una volta caduto il regime. 

L'ex ministro della Difesa Yoav Gallant è stato ancora più esplicito, parlando di come gli eventi siano stati guidati "da una mano invisibile", sottolineando la centralità dell'azione di massa pur rimanendo formalmente in disparte.

"Siamo con voi"

Questa retorica è stata sempre più accompagnata da segnalazioni mediatiche. I media israeliani hanno apertamente suggerito che attori stranieri stiano armando i manifestanti, un'affermazione espressa con la massima schiettezza da un corrispondente diplomatico di Canale 14 - la rete televisiva più vicina a Netanyahu - che ha esultato dicendo che ai manifestanti venivano fornite armi da fuoco vere, "che è la ragione delle centinaia di membri del regime uccisi. Ognuno è libero di indovinare chi c'è dietro", ha aggiunto. 

Tali osservazioni non sono passi falsi, ma fanno parte di un più ampio ecosistema mediatico israeliano che ha iniziato a dire ad alta voce ciò che prima era lasciato implicito.

Questi segnali mediatici si sposano in modo poco chiaro con i messaggi ufficiali dell'intelligence. Dopo la guerra del giugno scorso, il direttore del Mossad David Barnea ha rilasciato una dichiarazione rara e sorprendente , assicurando sia alla sua agenzia che all'opinione pubblica che Israele avrebbe continuato a "essere lì, come siamo stati lì" - un'espressione ampiamente interpretata come un presagio di continue attività segrete all'interno dell'Iran. 

E il mese scorso, un account X (ex Twitter) in lingua persiana, collegato al Mossad, ha esortato gli iraniani a partecipare alle proteste, dichiarando: "Uscite insieme per le strade. È giunto il momento. Siamo con voi. Non solo a distanza e verbalmente. Siamo con voi sul campo". 

Sebbene i funzionari israeliani abbiano formalmente negato qualsiasi collegamento con il racconto, le agenzie di intelligence hanno a lungo fatto affidamento su fronti negabili proprio per tali scopi.

E non si tratta solo di una campagna di sensibilizzazione occulta. Le bandiere israeliane sono diventate un elemento distintivo delle manifestazioni anti-regime fuori dall'Iran, accompagnate da una campagna coordinata sui social media che amplifica narrazioni specifiche e risultati politici auspicati. 

Un'analisi dei dati di Al Jazeera ha mostrato come i resoconti collegati a Israele abbiano lavorato sistematicamente per plasmare la percezione globale delle proteste, promuovendo Reza Pahlavi, figlio dell'ultimo scià iraniano, come unica alternativa politica. Lo stesso Pahlavi si è impegnato nella campagna, una mossa che è stata rapidamente amplificata dai resoconti israeliani che lo descrivevano come il "volto dell'Iran alternativo".

Questi interventi non sono isolati. Sono in linea con una visione strategica più ampia, sempre più articolata negli ambienti politici e intellettuali israeliani: l'indebolimento e la successiva frammentazione dell'Iran. 

Editoriali e documenti politici israeliani hanno sostenuto apertamente la spartizione dell'Iran e incoraggiato la secessione etnica, mentre altri hanno sostenuto l'armamento delle minoranze per destabilizzare lo Stato dall'interno . Non si tratta di speculazioni marginali; compaiono nei principali media e nel dibattito politico.

Coreografia coloniale

La promozione di Reza Pahlavi come "alternativa" all'Iran deve essere intesa in questo contesto. Pur sostenendo di difendere l'integrità territoriale dell'Iran, ha chiesto attacchi militari statunitensi contro il suo stesso Paese e ha sostenuto l'inasprimento delle sanzioni che hanno devastato la società iraniana. 

Il suo percorso rispecchia quello del padre con una precisione quasi rituale: Mohammad Reza Shah fu insediato al potere per la prima volta nel 1941 dagli inglesi e dall'Unione Sovietica, dopo che costrinsero il padre ad abdicare, e poi reinsediato nel 1953 dopo il colpo di stato della CIA e dell'MI6 contro Mosaddegh.

Oggi, il figlio cerca di nuovo di essere insediato, questa volta dagli Stati Uniti e da Israele, ripetendo la stessa coreografia coloniale sotto una bandiera diversa. Governerebbe, come fece suo padre, attraverso sponsorizzazioni esterne piuttosto che una legittimazione interna.

Suo padre governava attraverso la Savak , un apparato di sicurezza creato con l'assistenza della CIA e del Mossad, tristemente noto per torture e repressioni. Uno dei principali esponenti della Savak, che ha trascorso decenni nascosto negli Stati Uniti, ora si trova ad affrontare un importante contenzioso civile per le passate atrocità commesse dalle forze di polizia. 

Il passato non viene semplicemente ricordato: viene rivissuto.

Niente di tutto ciò assolve le autorità iraniane dalla responsabilità per la repressione o la violenza. Ma mette a nudo la vacuità dell'atteggiamento morale straniero.

Coloro che hanno affamato economicamente l'Iran per quasi mezzo secolo, hanno sostenuto una devastante guerra per procura negli anni '80 e ora discutono apertamente della spartizione, mentre le loro mani sono macchiate dai crimini regionali contemporanei, sono i custodi meno credibili della libertà iraniana.

Non c'è nulla di casuale nella tempistica dell'attuale escalation. Il 1° febbraio segna l' anniversario del ritorno dell'ayatollah Ruhollah Khomeini a Teheran nel 1979, il giorno in cui una monarchia instaurata da stranieri crollò definitivamente e l'Iran rivendicò la sua indipendenza politica. 

Il fatto che i preparativi per un nuovo assalto americano stiano accelerando proprio in questa data non è una coincidenza, ma una questione di continuità. 

Svela una verità che è rimasta immutata per più di sette decenni: ciò che l'Iran ha affermato nei primi anni '50 e di nuovo nel 1979 - sovranità, indipendenza e diritto all'autodeterminazione - è esattamente ciò che le potenze esterne non hanno mai accettato, non hanno mai perdonato e non hanno mai smesso di cercare di ribaltare.

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(Traduzione de l'AntiDiplomatico)

*Giornalista e saggista australiana. Pubblica tutti i suoi articoli nella newsletter personale: https://www.caitlinjohnst.one/

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Fri, 30 Jan 2026 07:30:00 GMT
IN PRIMO PIANO
L'esercito israeliano spinge per "ridurre" gli aiuti a Gaza durante la seconda fase del cessate il fuoco

 

Secondo quanto riportato dai media israeliani il 29 gennaio, l'esercito israeliano sta spingendo per ridurre a soli 200 il numero di camion che entrano a Gaza durante la "Fase due" del piano di "cessate il fuoco" di Donald Trump.

"Il volume dei camion degli aiuti umanitari dovrebbe essere ridotto da 600 a circa 200 al giorno come parte della Fase II del piano di cessate il fuoco degli Stati Uniti", hanno affermato fonti militari citate dal Jerusalem Post

"Valutazioni professionali pre e post belliche mostrano che la popolazione di Gaza necessita solo di 200 camion al giorno. Quasi tutti i camion che entrano a Gaza oltre la soglia dei 200, e certamente oltre i 600, vengono sequestrati da Hamas e utilizzati per consolidare il suo controllo sulla Striscia", hanno aggiunto le fonti. 

I termini dell'accordo di cessate il fuoco dell'ottobre 2025 stabiliscono che 600 camion di aiuti umanitari debbano entrare nella Striscia di Gaza ogni giorno. 

"Sebbene Israele fosse obbligato a inviare 600 camion al giorno come parte della Fase I del cessate il fuoco nell'ottobre 2025, in parte per ripristinare la sicurezza alimentare a lungo termine e in parte semplicemente per costruire un rapporto di buona volontà con l'amministrazione Trump, la Fase Due può e deve essere diversa", hanno continuato le fonti.

Durante tutta la prima fase, Israele aveva già limitato severamente la quantità di aiuti in entrata a Gaza, violando l'accordo.

Secondo l'ultima dichiarazione dell'Ufficio Stampa del Governo di Gaza, dall'inizio del cessate il fuoco sono entrati solo 25.816 camion sui 60.000 richiesti. Ciò equivale ad appena il 43%, ovvero circa 260 camion al giorno, da quando è stata raggiunta la tregua. 

L'ufficio stampa ha dichiarato che in alcuni giorni non è stato consentito l'ingresso ai camion, mentre in altri ne sono stati ammessi meno di 200. 

Israele continua a ritardare la riapertura del valico di Rafah. Si prevede che riaprirà nei prossimi giorni, poiché Tel Aviv aveva collegato la decisione al recupero dell'ultimo prigioniero morto a Gaza, avvenuto questa settimana. 

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha recentemente dichiarato che il valico sarà aperto solo ai pedoni, non al trasporto di merci commerciali. Tel Aviv afferma di voler impedire l'ingresso di prodotti "a duplice uso" che, a suo dire, potrebbero essere utilizzati per fabbricare armi. 

"La posizione dell'esercito è che l'interruzione o la riduzione significativa degli aiuti è l'unico strumento che potrebbe danneggiare l'apparato economico di Hamas, ma tale decisione spetta alla leadership politica", ha riferito Haaretz giovedì. 

Da quando è stato raggiunto il cessate il fuoco all'inizio di ottobre, Israele ha ucciso oltre 490 palestinesi, distrutto migliaia di edifici e ampliato la sua presenza all'interno di Gaza, violando l'accordo.

Il mese scorso, l'organismo di monitoraggio della fame nel mondo sostenuto dalle Nazioni Unite, l'Integrated Food Security Phase Classification (IPC), ha affermato che "la popolazione della Striscia di Gaza deve ancora far fronte a livelli elevati di insicurezza alimentare acuta e malnutrizione acuta".

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Data articolo: Fri, 30 Jan 2026 07:30:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Funzionari statunitensi incontrano i separatisti canadesi che spingono per la secessione dell'Alberta

 

Secondo quanto riportato dal Financial Times (FT), alcuni funzionari del governo statunitense hanno tenuto un incontro con i separatisti canadesi che premono per la secessione della provincia occidentale del Paese, l'Alberta, ricca di petrolio.

"I funzionari dell'amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump hanno discusso di un prestito di 500 milioni di dollari all'Alberta per smembrare il Canada e renderlo il 51 ° stato", ha confermato una delle fonti. 

Jeff Rath, consulente legale dell'Alberta Prosperity Project (APP), ha dichiarato al quotidiano che Washington sta spingendo per un'Alberta "indipendente".

Nell'articolo si aggiunge che i leader dell'APP stanno cercando di organizzare un altro incontro il mese prossimo con i funzionari dei dipartimenti di Stato e del Tesoro degli Stati Uniti per richiedere una linea di credito di 500 milioni di dollari per finanziare la secessione. 

Stanno anche cercando di ottenere il riconoscimento della provincia da parte degli Stati Uniti come stato indipendente e di avviare la potenziale costruzione di nuovi oleodotti aggirando l'approvazione federale canadese.

La notizia coincide con una campagna online dei separatisti dell'Alberta che chiedono un referendum per separarsi dal Canada. 

Il presidente dell'Alberta Labor Union, Gilles McGowan, ha dichiarato che le campagne pubblicitarie sui social media, l'uso di bot online e il coinvolgimento di influencer MAGA sono prove di interferenze straniere. 

Un sondaggio condotto da Ipsos la scorsa settimana ha mostrato che circa tre residenti su dieci sia in Alberta che in Quebec voterebbero a favore della separazione della loro provincia dal Canada. 

L'Alberta detiene la quarta riserva petrolifera accertata più grande al mondo.

L'articolo del FT arriva in un momento di tensione tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il primo ministro canadese Mark Carney. 

"Il mondo è cambiato. Washington è cambiata. Non c'è quasi nulla di normale negli Stati Uniti ora: questa è la verità", ha detto Carney alla Camera dei Comuni questa settimana. 

Carney ha difeso i commenti fatti al World Economic Forum (WEF) di Davos, in Svizzera. 

Il premier canadese ha affermato al forum che l'ordine internazionale basato sulle regole è nel mezzo di una "rottura" e ha avvertito che le "grandi potenze" stanno trasformando i dazi e le catene di approvvigionamento in armi.

Il 27 gennaio Carney ha confermato al parlamento di aver parlato con Trump questa settimana e ha smentito le affermazioni del Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent secondo cui avrebbe "fatto marcia indietro" su quanto detto a Davos. "Intendevo davvero quello che ho detto".

"Il Canada vive grazie agli Stati Uniti. Ricordatelo, Mark, la prossima volta che farai le tue dichiarazioni", ha detto Trump in risposta a Carney dopo Davos. Ha aggiunto che Carney "non era così grato" e che il Canada "riceve molti regali da noi".

Un recente rapporto di Le Monde afferma che Washington cerca di "usare l'Alberta per destabilizzare il Canada".

"L'Alberta è un partner naturale per gli Stati Uniti. La gente sta parlando. La gente vuole la sovranità. Vuole ciò che gli Stati Uniti hanno", ha dichiarato il Segretario del Tesoro statunitense a Davos. 

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Data articolo: Fri, 30 Jan 2026 07:30:00 GMT