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OP-ED
Pino Arlacchi - Venezuela: la partita è aperta


di Pino Arlacchi*

E’ difficile, in situazioni come questa, ragionare con la testa e non con altre parti del corpo, come fanno Trump e il codazzo politico-mediatico che approva il suo tentato cambio di regime in Venezuela. Dico tentato perchè fino adesso non ci sono gli elementi essenziali di un colpo di stato, eccetto il sequestro e il rapimento del Presidente di uno stato sovrano. Avvenuto a quanto sembra grazie a qualche classico tradimento da guardie del corpo, e non come espressione di una rete di congiura e di malcoltento interni.

Un cambio di regime è la sostituzione di un governo con un altro grazie ad un piano, che consiste molto spesso nella combinazione di un attacco esterno ed una cospirazione intestina, politica e soprattutto militare. Si rovescia un assetto di governo e ci si presenta al popolo come titolari di un potere sovrano alternativo. Ma è proprio questo che finora non è accaduto a Caracas.

Dov’è il nuovo esecutivo che nel corso di un vero colpo di stato si installa a palazzo Miraflores nelle stesse ore delle bombe? Dove sono i militari ribelli che si impadroniscono dei mezzi di informazione, delle sedi di Parlamento, Corti costituzionali e ministeri? Da nessuna parte. Esecutivo e forze armate del Venezuela sono rimasti compatti al loro posto, senza la minima smagliatura, e senza che apparisse sulla scena alcun governo provvisorio già formato, e sostenuto da alcuna forza reale di opposizione.

Nessuno sta prendendo sul serio i deliri presidenzialisti della Machado, neppure gli Stati Uniti. L’operazione è interamente predatoria, coloniale vecchio stile. Trump ha dichiarato che saranno gli USA a reggere direttamente il Venezuela ed a decidere dell’uso delle sue risorse. E, visto che già si trovava in argomento, ha minacciato di nuovo Colombia e Messico di subire la stessa sorte.

Lo stile coloniale di tutta la vicenda si è rivelato nella dinamica dei bombardamenti, che hanno accuratamente evitato le raffinerie di petrolio, e nelle dichiarazioni del Segretario di stato e di quello della Difesa che hanno vantato la supremazia assoluta della forza armata americana senza riconoscere alcun concorso ad alleati interni, a quinte colonne pronte a prendere il potere.

L’operazione golpe in Venezuela, perciò, è riuscita finora a metà, oppure è fallita. Molto dipende dai punti di vista, e da ciò che accadrà nei prossimi giorni. Se le forze armate resteranno al fianco del governo, come è probabile, e se non si verificherà, com’è altrettanto probabile, alcun movimento di giubilo antichavista che spazzi via l’esecutivo in carica, sarà l’attuale esecutivo che continuerà a governare il Venezuela, sotto la guida della vicepresidente esecutiva Delcy Rodriguez.

E’molto difficile che si verifichi una capitolazione. A norma di Costituzione, la vicepresidente dovrebbe convocare entro un mese le elezioni, che si svolgerebbero all’ insegna di un patriottismo favorevole alla causa chavista.

Trump potrebbe prendere atto di questo sviluppo, dichiarare come al solito una vittoria immaginaria e riportare a casa le truppe, come già accennato da Rubio. Altrimenti dovrà lanciare un’invasione e/o una guerra vera e propria, mettendosi contro, oltre al deep state che non ha alcuna voglia di esporsi ad un alto rischio di sconfitta, la stragrande maggioranza dei suoi elettori che è contraria a nuove guerre.

Il Venezuela diventerebbe un campo di battaglia tra una milizia popolare di 5-6 milioni di chavisti armati ed addestrati, guidati da militari professionisti in possesso di droni e missili da un lato, contro soldati americani agli ordini di generali che hanno ben presente il verdetto del Vietnam e dell’Afghanistan. E dotati di armamenti obsoleti, impotenti nel corso di un conflitto asimmetrico.

E’ anche possibile che si arrivi ad una trattativa secondo la quale il Venezuela, in cambio di una sovranità limitata e sorvegliata, riconosce agli Stati Uniti una sorta di diritto di prelazione a prezzi stracciati sul suo petrolio a scapito del maggiore acquirente attuale, che è la Cina. Pechino potrebbe non sollevare forti obiezioni alla proposta dato che il petrolio venezuelano incide per pochi punti sul suo fabbisogno, ma in questo caso il governo Rodriguez rischierebbe di soccombere alla prima tornata elettorale di fronte al malcontento della sua base politica che vedrebbe tradito il progetto socialista.

Non dovremo attendere a lungo l’esito di questa partita.      





*Articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano del 4 gennaio. Riproposto su gentile concessione dell'Autore

Data articolo: Sun, 04 Jan 2026 11:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Jeffrey Sachs: "Agli Usa interessa Onu o diritto ma solo denaro e petrolio"


"Il raid è stato ovviamente una violazione volgare e palese del diritto internazionale, è superfluo dirlo. Viola la lettera e lo spirito della Carta delle Nazioni Unite, ma al deep State americano non importa nulla delle convenzioni Onu. Il progetto di cambio di regime in Venezuela va avanti da oltre vent’anni, a Washington. Trump e Rubio ne parlano apertamente da anni, e nelle ultime settimane quasi su base quotidiana". Lo dichiara il prof. Jeffrey Sachs in un'intervista pubblicata oggi sul Fatto Quotidiano. 

Su Onu, diritto internazionale e doppi standard, Sachs è chiaro: "Non esistono standard, esiste solo il potere. Come dissero gli inviati ateniesi agli abitanti di Milo, più di 2400 anni fa: ‘I forti fanno ciò che possono, i deboli subiscono ciò che devono’. Ma Atene fu distrutta dalla sua arroganza solo pochi anni dopo".

"Con tre parole: petrolio, petrolio, petrolio". Così il Professre della Columbia spiega le ragioni dell'aggressione. "Trump ama il petrolio, in modo insaziabile. Il Venezuela possiede le più grandi riserve accertate di petrolio al mondo, anche se si tratta di “greggio pesante”, ossia più costoso da lavorare. Sono riserve superiori persino a quelle dell’Arabia Saudita" 

E sull'Unione Europea? "Penso che l’Europa rimarrà inerte come al solito, di fronte alle azioni degli Stati Uniti. Mi chiedo cosa succederà in Europa se e quando Washington cercherà di impadronirsi della Groenlandia, visto che anche quel territorio è nell’agenda di Trump."

Data articolo: Sun, 04 Jan 2026 10:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Irene Montero (Podemos): "la posizione dell'Ue sul Venezuela è moralmente inaccettabile e ci espone a gravissimi rischi"

 

"La posizione del governo spagnolo e della Commissione Europea è insopportabile, moralmente inaccettabile, ma anche imprudente, perché ci espone a un rischio grave". Inizia così un video sui suoi social Irene Montere, eurodeputata di Podemos. 




"Non solo evitano di riconoscere che l’aggressore sono gli Stati Uniti, ma arrivano perfino a parlare del Venezuela, giustificando l’intervento e sostenendo che i problemi interni del paese sarebbero in qualche modo la causa o la giustificazione dell’azione statunitense", prosegue.

Questa tesi è stata espressa in modo chiaro sia dall’Alto rappresentante, Kaja Kallas, sia nel comunicato ufficiale dell’Unione Europea, un testo vergognoso che, invece di condannare la violazione della Carta delle Nazioni Unite — in particolare dell’articolo 2 — e l’illegalità dell’intervento americano, evita accuratamente di nominare il vero responsabile, spostando l’attenzione sul Venezuela. È come se si volesse dire: “Non abbiamo nulla a che fare con questo paese”.

Così, prosegue Montero, giustificando l’aggressione in base a presunti interessi o motivazioni morali, si legittima una palese violazione del diritto internazionale. "Si tratta di una posizione moralmente riprovevole ma, soprattutto, pericolosa: ci mette in serio pericolo. Perché se accettiamo che uno Stato possa agire in questo modo contro Gaza e i palestinesi, contro l’Iran, o contro qualsiasi altro paese bombardato, finanziato o manipolato politicamente, economicamente e militarmente negli ultimi anni, allora accetteremo anche che ciò possa ripetersi oggi contro il Venezuela — per il suo petrolio."

Così facendo, conclude Montero, stiamo accettando un modello di relazioni internazionali fondato sulla forza, dove poche potenze mondiali possono imporre la loro volontà ai popoli del mondo, lasciando milioni di persone indifese. Credo che questo scenario rappresenti una minaccia seria. E per questo motivo, invece di assecondarlo, dovremmo opporci con decisione. Dovremmo rifiutare la pretesa che un paese come gli Stati Uniti — o un presidente come Donald Trump — possa attaccare, organizzare colpi di stato o rovesciare governi legittimi per impossessarsi delle risorse naturali e delle rotte commerciali di un altro Stato. "Questo non può essere accettato. L’umanità non può permetterlo. E questa, credo, è la posizione coraggiosa che oggi siamo chiamati ad assumere."

Data articolo: Sun, 04 Jan 2026 10:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
La Corte Suprema di Giustizia del Venezuela ordina che Delcy Rodríguez assuma la presidenza ad interim

 

La Corte Suprema di Giustizia del Venezuela ha ordinato alla vicepresidente Delcy Rodríguez di assumere la presidenza ad interim mentre Nicolás Maduro è trattenuto dagli Stati Uniti. Il Brasile riconosce Delcy Rodríguez come presidente ad interim del Venezuela in assenza di Maduro.

"Questa Camera [Costituzionale] ritiene che sussistano elementi i quali indicano una situazione di impossibilità del presidente [...] e ritiene altresì che la Costituzione, all'articolo 239.6, attribuisca al vicepresidente esecutivo la funzione di sostituire il presidente in caso di assenza temporanea", si legge nel comunicato.

"Si ordina che la cittadina Delcy Eloina Rodríguez Gómez, vicepresidente esecutivo della Repubblica, assuma ed eserciti in qualità di incaricata tutte le attribuzioni, i doveri e le facoltà inerenti alla carica di presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, al fine di garantire la continuità amministrativa e la difesa integrale della Nazione", ha aggiunto.

Sabato, gli Stati Uniti hanno lanciato un'azione militare su vasta scala contro la nazione latinoamericana, che ha colpito la città di Caracas "e gli stati di Miranda, Aragua e La Guaira". L'operazione si è conclusa con la cattura del presidente del paese, Nicolás Maduro, e di sua moglie.

Il governo venezuelano ha definito le azioni di Washington una "gravissima aggressione militare". Caracas ha avvertito che l'obiettivo degli attacchi "non è altro che impossessarsi delle risorse strategiche del Venezuela, in particolare del suo petrolio e dei suoi minerali, cercando di spezzare con la forza l'indipendenza politica della nazione".

Delcy Rodríguez: "Siamo pronti a difendere il Venezuela e le sue risorse naturali"

La vicepresidente venezuelana, Delcy Rodríguez, ha chiesto "l'immediato rilascio del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie". Ha aggiunto che Maduro è "l'unico presidente del Venezuela".

Numerosi paesi nel mondo, tra cui la Russia, hanno esortato alla liberazione di Maduro e di sua moglie. Mosca ha condannato l'attacco, sottolineando che il Venezuela deve avere il diritto di decidere il proprio destino senza interferenze esterne. "Al Venezuela deve essere garantito il diritto di decidere il proprio destino senza alcuna ingerenza distruttiva, tanto meno militare, dall'esterno", si legge in una dichiarazione del Ministero degli Affari Esteri russo rilasciata sabato in commento all'attacco statunitense contro il Paese bolivariano.

Data articolo: Sun, 04 Jan 2026 09:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
COMUNICATO COMPLETO della Corte Suprema di Giustizia del Venezuela che ordina a Delcy Rodríguez di assumere la carica di presidente ad interim

 

 

La Corte Suprema di Giustizia del Venezuela ha ordinato che la vicepresidente Delcy Rodríguez assuma la carica di presidente ad interim mentre Nicolás Maduro è tenuto in ostaggio dagli Stati Uniti.

Di seguito il comunicato completo:

 

Vista l'aggressione militare straniera del 3 gennaio 2026, di cui è stata oggetto la Repubblica Bolivariana del Venezuela e che ha avuto come obiettivo il sequestro del presidente costituzionale Nicolás Maduro Moros, questa Sala Costituzionale della Corte Suprema di Giustizia, nell'esercizio del potere interpretativo conferitole dall'articolo 335 della Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela (CRBV), ritiene necessario effettuare un'interpretazione sistematica e teleologica degli articoli 234 e 239 della CRBV, al fine di determinare il regime giuridico applicabile per garantire la continuità amministrativa dello Stato e la difesa della Nazione, in assenza forzata del Presidente della Repubblica, alla luce della situazione eccezionale generata dal sequestro del cittadino Nicolás Maduro Moros, Presidente della Repubblica, che costituisce un caso di impossibilità materiale e temporanea all'esercizio delle sue funzioni.

In virtù di quanto sopra, e in ottemperanza all'attribuzione conferita dall'articolo 335 della CRBV come massimo e ultimo interprete della Costituzione, nonché dall'articolo 5 della Legge Organica della Corte Suprema di Giustizia, questa Camera fonda la propria competenza e procede d'ufficio all'interpretazione dei precetti costituzionali applicabili, al fine di chiarire e dissipare qualsiasi incertezza giuridica, con l'obiettivo di stabilire la tabella di marcia per la salvaguardia dell'ordine costituzionale, in questo momento cruciale per il Paese.

Questa massima autorità interpretativa costituzionale ritiene che questo fatto, pubblico e noto, verificatosi il 3 gennaio 2026, costituisca una situazione eccezionale, atipica e di forza maggiore non prevista letteralmente nella Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela, generando una situazione che richiede certezza costituzionale a causa della massima gravità che minaccia la stabilità dello Stato, la sicurezza della Nazione e l'efficacia dell'ordinamento giuridico.

Per questo motivo, questa Camera ha ritenuto indispensabile emanare, nell'ambito di un provvedimento cautelare urgente e preventivo, una misura di protezione per garantire la continuità amministrativa dello Stato e la difesa della Nazione, senza che ciò implichi decidere nel merito sulla qualificazione giuridica definitiva dell'assenza presidenziale (temporanea o assoluta), né sostituire le competenze di altri organi dello Stato per effettuare tale qualificazione in procedimenti successivi.

Per quanto sopra esposto, questa Camera ritiene che esistano elementi che indicano la configurazione di una situazione di impossibilità del Presidente, contemplata genericamente nell'articolo 234 della CRBV, e ritiene altresì che questa Camera, l'articolo 239.6 della Costituzione attribuisca al Vicepresidente Esecutivo o alla Vicepresidente Esecutiva la funzione di sostituire le assenze temporanee del Presidente. Nell'attuale stato di manifesta urgenza e di minaccia certa, è imperativo, necessario e proporzionato disporre cautelativamente che tale funzione sia esercitata immediatamente, al fine di facilitare la salvaguardia degli interessi della Nazione di fronte all'aggressione straniera che attualmente sta affrontando.

 

DECISIONE

Per i motivi esposti, questa Camera Costituzionale della Corte Suprema di Giustizia, amministrando la giustizia a nome della Repubblica e per autorità della Legge, DECIDE:

PRIMO: Si dichiara competente a conoscere d'ufficio, o ad esercitare la sua funzione di Interpretazione Costituzionale d'Ufficio, degli articoli 234 e 239 della CRBV, al fine di determinare il regime giuridico applicabile per garantire la continuità dello Stato, la gestione del governo e la difesa della sovranità in assenza forzata del Presidente della Repubblica, il tutto in conformità con gli articoli 266.1, 335 e 336.10 della Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela (CRBV) e 5 della Legge Organica della Corte Suprema di Giustizia.

SECONDO: Si ORDINA che la cittadina DELCY ELOÍNA RODRÍGUEZ GÓMEZ, Vicepresidente Esecutivo della Repubblica, ASSUMANO E ESERCITINO in qualità di RESPONSABILE tutte le attribuzioni, i doveri e le facoltà inerenti alla carica di Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, al fine di garantire la continuità amministrativa e la difesa integrale della Nazione.

TERZO: Si ordina di notificare immediatamente alla cittadina Vicepresidente Esecutiva, al Consiglio di Difesa della Nazione, all'Alto Comando Militare e all'Assemblea Nazionale.

Notificare e eseguire immediatamente.

Dato, firmato e sigillato nella Sala delle Sessioni della Corte Costituzionale della Corte Suprema di Giustizia, a Caracas, il 3 gennaio duemilaventi sei (2026). Anni: 214° dell'Indipendenza e 165° della Federazione.

La Presidente,

TANIA D´AMELIO CARDIET

La Vicepresidente,

LOURDES BENICIA SUÁREZ ANDERSON

I Magistrati,

LUIS FERNANDO DAMIANI BUSTILLOS

MICHEL ADRIANA VELÁSQUEZ GRILLET

JANETTE TRINIDAD CÓRDOVA CASTRO

Il Segretario,

CARLOS ARTURO GARCÍA USECHE

EXP. N° 25-001

TDC/".

Data articolo: Sun, 04 Jan 2026 09:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Marco Travaglio - A chi inviamo le armi?



Pubblichiamo l'editoriale di Marco Travaglio di oggi. Si tratta di uno dei pochissimi articoli onesti e degni in una palude di melma che fa toccare alla stampa italiana forse il momento più bassa della sua famigerata storia recente. 



di Marco Travaglio - Fatto Quotidiano, 4 gennaio 2025



L’attacco criminale e terroristico di Trump allo Stato sovrano del Venezuela, nella miglior tradizione del “cortile di casa”, è una conferma e al contempo una lezione per chi non vuole capire come va il mondo.

1) La conferma è che cambiano i presidenti – democratici o repubblicani, ortodossi o eterodossi – ma non gli Usa, che fanno sempre i loro porci comodi. Ma senza mai preoccuparsi del “dopo”. Trump è un eterodosso, tant’è che sogna ridicolmente il Nobel per la Pace, mentre i suoi predecessori han sempre vinto ad honorem quello della Guerra. Ma il suo sbandierato isolazionismo viene regolarmente risucchiato dal cancro “neocon” che gli siede accanto nelle persone di Rubio e di tanti invisibili del Deep State. La differenza con gli altri presidenti è che Trump non prova neppure ad ammantare il golpe a Caracas con l’esportazione della democrazia, l’ingerenza umanitaria o altre esche per gonzi: dice papale papale che vuole il petrolio e quando parla di “narcoterrorismo” non ci crede nemmeno lui (ha appena graziato l’ex presidente honduregno Hernandez, condannato negli Usa a 45 anni per un mega-traffico di cocaina).

2) La lezione è che l’Occidente non ha mai avuto alcun titolo per insegnare il diritto internazionale alle “autocrazie”. Se gli attacchi criminali della Nato alla Serbia, all’Afghanistan, all’Iraq e alla Libia e lo sterminio israeliano a Gaza non fossero bastati, ora c’è il Venezuela a denudare l’ipocrisia e la doppia morale dei “buoni”: alcuni governi europei condannano debolmente gli Usa, altri pigolano, la von der Leyen farfuglia di “transizione democratica”, l’inutile Kallas predica “moderazione” a bombardamenti e colpo di Stato avvenuti, la Meloni si e ci copre di vergogna e di ridicolo vaneggiando di “intervento difensivo legittimo”. La fiaba dell’“aggressore” e dell’“aggredito” era buona solo per l’invasione russa dell’Ucraina. Così come le giaculatorie euro-mattarelliane sulla “pace giusta” e sul diritto di tutti gli ucraini (non solo dei locali) a decidere le sorti del Donbass: e, di grazia, chi dovrebbe decidere il presidente del Venezuela, se non il popolo venezuelano? Nel 2019 ben altro premier, Conte, rifiutò di riconoscere il golpista Guaidò che Trump voleva imporre a Caracas, unico in Europa con papa Francesco. Poi arrivarono i camerieri Draghi e Meloni. Ora, per coerenza, l’Ue dovrebbe inviare armi ai seguaci di Maduro aggrediti e sanzionare con 22 pacchetti gli Usa aggressori. Ovviamente non ci pensa nemmeno: a Trump dice sempre sì quando dovrebbe dire no (dazi, gas, armi e 5% di Pil alla Nato) e no quando dovrebbe dire sì (il piano di pace sull’Ucraina). In fondo i nostri sgovernanti lo preferiscono quando fa la guerra che quando prova a fare la pace.

Data articolo: Sun, 04 Jan 2026 09:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Delcy Rodríguez: "In Venezuela c’è un solo presidente e si chiama Nicolás Maduro"

Caracas accusa Washington di una aggressione militare senza precedenti e denuncia il sequestro del presidente Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores. È questo il quadro tracciato dalla vicepresidente esecutiva del Venezuela, Delcy Rodríguez, che ha guidato una riunione straordinaria del Consiglio di Difesa della Nazione insieme ai rappresentanti dei poteri pubblici dello Stato, all’alto comando militare e alle principali autorità nazionali.

Secondo quanto riferito dalla vicepresidente, l’operazione militare statunitense sarebbe scattata all’1:58 della notte e ha avuto come esito l’“illegale e illegittimo sequestro” del capo dello Stato e di sua moglie. Rodríguez ha ribadito con fermezza che "in Venezuela c’è un solo presidente e si chiama Nicolás Maduro Moros", respingendo qualsiasi ipotesi alternativa e definendo l’azione come un attacco diretto alla sovranità nazionale.

Nel suo intervento, la vicepresidente ha sostenuto che il governo bolivariano aveva già denunciato nei giorni precedenti l’esistenza di una minaccia in corso, mascherata da “false scuse e pretesti”. A suo avviso, l’obiettivo reale dell’operazione sarebbe il cambio di regime, funzionale al controllo delle risorse energetiche, minerarie e naturali del Paese. Un disegno che, secondo Rodríguez, dovrebbe essere compreso e condannato dalla comunità internazionale.

Di fronte a quella che è stata bollata come un’aggressione militare “senza precedenti”, l’esecutivo venezuelano ha annunciato l’attivazione di tutte le strutture dello Stato. Il sistema di sicurezza cittadina e l’insieme del potere nazionale sono stati mobilitati per difendere l’indipendenza, la sovranità e l’integrità territoriale del Paese, giudicate “selvaggiamente attaccate”. Parallelamente, la vicepresidente ha riferito che la popolazione si è riversata nelle strade, rispondendo all’appello lanciato in precedenza da Maduro per l’attivazione della Forza Armata Nazionale Bolivariana e delle milizie popolari.

Rodríguez ha inoltre annunciato l’emanazione di un decreto di “conmoción externa”, firmato dal presidente Maduro prima del suo sequestro e trasmesso alla Sala Costituzionale del Tribunale Supremo di Giustizia per la necessaria convalida. Secondo la vicepresidente, si tratta di una misura pienamente incardinata nel dettato costituzionale e destinata a entrare in vigore in modo immediato una volta ottenuto l’avallo giudiziario.

Nel suo discorso non sono mancati riferimenti al contesto internazionale. Rodríguez ha parlato di un ampio sostegno proveniente da Cina, Russia, America Latina, Caraibi, Africa e Asia, affermando che numerosi governi sono rimasti colpiti dalla gravità dell’attacco. Ha anche attribuito all’operazione "sfumature sioniste”, definendola vergognosa e in aperta violazione dei principi fondamentali della Carta delle Nazioni Unite, in particolare degli articoli che tutelano la sovranità e il divieto dell’uso della forza.

Richiamando le parole di Simón Bolívar nella Lettera di Giamaica, la vicepresidente ha evocato la lotta storica contro il colonialismo e ha assicurato che il Venezuela “non tornerà mai a essere colonia di nessun impero”. Allo stesso tempo, ha ricordato che solo pochi giorni prima Maduro aveva ribadito pubblicamente la disponibilità del suo governo a mantenere relazioni di dialogo e a costruire canali diplomatici basati sul rispetto reciproco e sulla legalità internazionale, compresa l’apertura verso il popolo degli Stati Uniti.

In conclusione, Rodríguez ha rivolto un appello alla calma e all’unità nazionale, invitando il popolo venezuelano ad affrontare la crisi in modo compatto. Ha sottolineato la necessità di una “fusione poliziesca, militare e popolare” capace di agire come un solo corpo nella difesa del Paese, definendo la fase attuale come una tappa decisiva nella lotta per la sovranità e l’indipendenza del Venezuela.

Data articolo: Sat, 03 Jan 2026 20:57:00 GMT
WORLD AFFAIRS
"Dove è la coerenza?" Fico sfida Bruxelles sulla reazione all'attacco in Venezuela

Il Primo Ministro della Slovacchia, Robert Fico, ha rilasciato una dura dichiarazione ufficiale condannando l'attacco militare statunitense al Venezuela, descrivendolo come un ulteriore prova del "decadimento dell'ordine mondiale stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale".

Secondo quanto riportato in un comunicato ufficiale diffuso sui canali social, Fico ha affermato:

"L'azione militare americana in Venezuela è un'ulteriore prova del decadimento dell'ordine mondiale creato dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il diritto internazionale non viene rispettato, la forza militare viene utilizzata senza un mandato delle Nazioni Unite e chiunque sia grande e potente fa ciò che vuole per perseguire i propri interessi".

Il Primo Ministro, rappresentando una nazione di piccole dimensioni, ha espresso una ferma opposizione a questa deriva: "Come capo del governo di un piccolo paese, devo respingere con decisione un tale sovvertimento del diritto internazionale".

Fico ha poi lanciato una provocazione diretta all'Unione Europea, esprimendo curiosità circa la sua reazione: "Sono molto curioso di come l'UE reagirà all'attacco al Venezuela, che merita una condanna. O condannerà l'uso della forza militare americana in Venezuela e sarà così coerente con le posizioni sulla guerra in Ucraina, o, come al solito, rimarrà farisaica".

Queste dichiarazioni ribadiscono la posizione spesso critica del governo Fico verso la politica estera occidentale, allineandosi a una visione che enfatizza la sovranità nazionale e il rispetto del diritto internazionale, fortemente critica verso i doppi standard e le azioni unilaterali.

Data articolo: Sat, 03 Jan 2026 19:06:00 GMT
MondiSud
Venezuela 1999-2026: un quarto di secolo sotto attacco USA e oggi sotto le bombe


di Fabrizio Verde

L’assalto militare degli Stati Uniti contro il Venezuela non è un fulmine a ciel sereno. È il culmine di una campagna durata un quarto di secolo, articolata su piani diplomatici, economici, militari e informativi, e concepita per soffocare un’esperienza politica che a Washington ha sempre rappresentato un affronto strategico: la Rivoluzione Bolivariana.

Tutto cominciò nel dicembre 1998, quando Hugo Chávez, un ex paracadutista con un carisma popolare raro nella storia latinoamericana, vinse le elezioni alla guida di una una coalizione che comprendeva anche le masse storicamente emarginate, promettendo di capovolgere un modello di disuguaglianza radicato da decenni. Fino ad allora, il Venezuela era stato un alleato docile di Washington, una fonte inesauribile di petrolio a basso costo e un pilastro della cosiddetta stabilità nell’emisfero occidentale. Il “voltear la tortilla”, come diceva Chávez, non poteva restare impunito.

Dalla destabilizzazione al golpe: le prime mosse di Washington

Già nel 2001, Washington osservava con crescente inquietudine le 49 leggi promulgate dal governo venezuelano, tra cui quelle sulla riforma agraria, tributaria e soprattutto petrolifera. Fu allora che emerse per la prima volta il ruolo della National Endowment for Democracy (NED): organismo semi-ufficiale del governo USA, oggi riconosciuto come uno strumento di ingerenza soft power. La NED finanziò sindacati come la CTV e settori imprenditoriali organizzati in Fedecámaras, creando le condizioni per un sabotaggio economico sistematico.

L’apice di questa fase arrivò nell’aprile 2002, con il golpe di Stato che depose Chávez per 47 ore. Documenti declassificati e testimonianze successive hanno provato il coinvolgimento diretto di funzionari USA: l’ambasciatore Charles Shapiro fu in contatto radio con i cospiratori, mentre la Marina statunitense fornì supporto in intelligence e comunicazioni. Il tentativo fallì, ma segnò la prima volta che Washington intervenne apertamente per rovesciare un governo democraticamente eletto in America Latina nel XXI secolo.

L’arma del petrolio e la guerra economica

Nel dicembre 2002, la strategia mutò. L’amministrazione Bush puntò sul blocco petrolifero, orchestrato con il sostegno di dirigenti di Pdvsa e gruppi oligarchici. L’obiettivo era semplice: strangolare lo Stato venezuelano tagliando la sua principale arteria finanziaria. Il sistema informatico di Pdvsa, gestito all’epoca da una società statunitense (SAIC), fu sabotato per paralizzare le esportazioni. Fu la prima manifestazione di quella che oggi definiamo guerra economica ibrida.

Nel 2005, Chávez espulse la DEA accusandola di spionaggio sotto la copertura della lotta al narcotraffico, un’accusa oggi corroborata e confermata da diversi ex agenti e documenti giornalistici.

Terrorismo strutturato e “guarimbas orchestrate”

Dal 2004 in poi, la destabilizzazione assunse una forma più violenta. Gruppi giovanili finanziati da agenzie USA iniziarono a organizzare le tristemente note guarimbas: barricate urbane, incendi, attacchi a infrastrutture pubbliche. La tecnica fu importata da Robert Alonso, cubano-venezuelano legato alle agenzie di intelligence USA, che addestrava paramilitari colombiani nella ‘finca Daktari’.

Nel 2007, il piano si perfezionò: con il supporto di veterani delle “rivoluzioni colorate” in Serbia (Otpor), vennero addestrate organizzazioni studentesche per replicare il modello di insurrezione non violenta (solo a parole) visto in Ucraina e Georgia.

Sanzioni come arma strategica

Con Barack Obama, la strategia si istituzionalizzò. Nel 2011, Pdvsa fu sanzionata per presunte transazioni con l’Iran. Ma fu nel 2015 che Obama firmò l’Ordine Esecutivo 13.692, dichiarando il Venezuela una “minaccia inusuale ed eccezionale” per la sicurezza nazionale USA. Non era una valutazione strategica, ma una finzione giuridica per legittimare un’escalation sanzionatoria senza precedenti.

Sotto Donald Trump, l’assedio si fece totale: sanzioni petrolifere, blocco finanziario, embargo su oro e mining, e infine il divieto di emissione di nuovo debito per il Venezuela. Secondo il Center for Economic and Policy Research, solo le misure del 2017-2018 causarono oltre 40.000 morti evitabili, per la mancanza di medicine, cibo e servizi essenziali.

2019-2020: il tentativo di invasione e la guerra per procura

Il 2019 segnò il culmine della strategia di rovesciamento esterno. Dopo aver rifiutato di riconoscere la rielezione di Maduro, Washington impose Juan Guaidó come “presidente ad interim”, una mossa mai ratificata dal diritto internazionale. Si tentò un’invasione ‘umanitaria’ dalla Colombia, respinta dal popolo venezuelano e dalle forze armate. Poi, nel 2020, l’operazione Gedeón - una fallita incursione marittima organizzata da mercenari statunitensi sotto il patrocinio di Trump e Guaidó - rivelò fino a che punto Washington fosse disposta a spingersi.

La tregua tattica di Biden e il ritorno di Trump

Tra il 2021 e il 2024, il governo Biden concesse una deroga limitata alle sanzioni, permettendo a Chevron di operare parzialmente in Venezuela. Fu una mossa pragmatica: la crisi energetica globale e la guerra in Ucraina spingevano USA a cercare alternative al gas russo. Ma al momento della vittoria elettorale di Maduro nel luglio 2024, Washington gridò al “fraude” e revocò ogni concessione.

2025: la guerra non dichiarata

Il ritorno di Trump alla Casa Bianca il 20 gennaio 2025 ha cambiato radicalmente lo scenario. Il Venezuela è stato nuovamente posto sotto assedio totale: revoca della licenza a Chevron; espulsione di migliaia di migranti venezuelani; classificazione del Tren de Aragua e del cartello Los Soles come “gruppi terroristi controllati da Maduro”; aumento della taglia su Maduro a 50 milioni di dollari; autorizzazione all’uso della forza militare contro le “mafie del narcotraffico” in territorio venezuelano; dispiegamento di una task force navale nel Mar dei Caraibi con cacciatorpediniere, caccia F-35 e un sottomarino nucleare.

Nel settembre del 2025, Trump ha risposto a una domanda su un possibile attacco in Venezuela con una frase criptica ma inequivocabile: “Bene, lo scoprirete presto”. Fino a giungere all’aggressione odierna con il bombardamento di Caracas e il rapimento del presidente Nicolas Maduro con la moglie Cilia Flores.

La risposta venezuelana: sovranità, alleanze e resistenza

Di fronte a 25 anni di aggressioni, il Venezuela non si è arreso. Ha consolidato un modello di potere popolare articolato in consigli comunali, ha rafforzato la cooperazione con Cina, Russia, Iran e alleati regionali come Cuba e Nicaragua, e ha mantenuto un sistema elettorale multipartitico, riconosciuto da osservatori internazionali, seppur contestato da Washington.

La “dignità” spesso menzionata nella visione bolivariana non è retorica: è il prodotto di un processo di decolonizzazione politica ed economica che ha messo in crisi l’egemonia statunitense nel suo “cortile di casa”.

La guerra contro il Venezuela non riguarda solo Caracas o Maduro. È un laboratorio di guerra ibrida globale, dove USA testano strumenti di destabilizzazione applicabili altrove: sanzioni estensive, manipolazione mediatica, uso di ONG come braccio operativo, e legittimazione di interventi militari sotto pretesti umanitari o antinarcos.

Non è solo il Venezuela bolivariano a essere sotto attacco, ma l’intero mondo libero e multipolare deciso ad affrancarsi dalla morsa del totalitarismo neoliberale occidentale.

 

Data articolo: Sat, 03 Jan 2026 18:38:00 GMT
OP-ED
Chris Hedges - L'America è uno Stato gangster

 

Chris Hedges*

Il rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro e di sua moglie consolida il ruolo dell'America come stato gangster.

La violenza non genera pace. Genera violenza. L'immolazione del diritto internazionale e umanitario, come hanno fatto gli Stati Uniti e Israele a Gaza e come è avvenuto a Caracas, genera un mondo senza leggi, un mondo di stati falliti, signori della guerra, potenze imperialiste canaglia e violenza e caos perpetui.

Se c'è una lezione che avremmo dovuto imparare da Afghanistan, Iraq, Siria e Libia, è che il regime change genera mostri Frankensteiniani di nostra creazione.

Le forze armate e di sicurezza venezuelane non accetteranno il rapimento del loro presidente e il dominio degli Stati Uniti – come in Iraq per impossessarsi di vaste riserve petrolifere – più di quanto lo abbiano fatto le forze di sicurezza e l'esercito iracheni o i talebani.

Questo non andrà bene a nessuno, compresi gli Stati Uniti.

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

*Giornalista vincitore del Premio Pulitzer, è stato corrispondente estero per quindici anni per il New York Times, dove ha ricoperto il ruolo di redattore capo per il Medio Oriente e per i Balcani. In precedenza, ha lavorato all'estero per The Dallas Morning News, The Christian Science Monitor e NPR. È il conduttore dello Show The Chris Hedges Report.

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Fulvio Grimaldi, da Figlio della Lupa a rivoluzionario del ’68 a decano degli inviati di guerra in attività, ci racconta il secolo più controverso dei tempi moderni e forse di tutti i tempi. È la testimonianza di un osservatore, professionista dell’informazione, inviato di tutte le guerre, che siano conflitti con le armi, rivoluzioni colorate o meno, o lotte di classe. È lo sguardo di un attivista della ragione che distingue tra vero e falso, realtà e propaganda, tra quelli che ci fanno e quelli che ci sono. Uno sguardo dal fronte, appunto, inesorabilmente dalla parte dei “dannati della Terra”.

Data articolo: Sat, 03 Jan 2026 17:30:00 GMT