Gli ultimi video di Diego Fusaro e le news di antidiplomatico


Ultimi video del canale di Diego Fusaro

DIEGO FUSARO: Trump: "è Zelensky, n
Data video: 2026-01-18T17:46:00+00:00
DIEGO FUSARO: Si indignano per l'Ir
Data video: 2026-01-18T17:00:47+00:00


News antidiplomatico

#news #antidiplomatico

News lantidiplomatico.it

IN PRIMO PIANO
"Los quiero de vuelta": la campagna popolare per Maduro e Flores in tutto il Venezuela

A quindici giorni dal sequestro del Presidente Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores, perpetrato dalle forze statunitensi il 3 gennaio scorso con un vile assalto militare a Caracas, il Venezuela continua a riversarsi nelle piazze in una vasta ondata di mobilitazione popolare. Le manifestazioni, che denunciano un’aggressione militare denunciata come una violazione del diritto internazionale, hanno visto in questi giorni migliaia di persone marciare per le strade di Caracas e di altre città del paese, con un duplice obiettivo: reclamare la liberazione dei propri leader e riaffermare con forza la difesa della sovranità nazionale contro le "intenzioni interventiste" degli Stati Uniti.

L’attacco, iniziato con esecuzioni extragiudiziali e un blocco navale al largo del Venezuela, è culminato in bombardamenti su obiettivi civili e militari nella capitale e su altri obiettivi, causando la morte di soldati, civili venezuelani e soldati cubani che si occupavano della sicurezza di Maduro. Il popolo venezuelano, come ribadito nelle manifestazioni di settori come quello docente e quello contadino, rimane unito nel rendere omaggio a questi "eroi e martiri militari" e nel sostenere il governo della Presidente incaricata Delcy Rodríguez (vicepresidente di Maduro), vista come la legittima continuatrice dell’eredità del Comandante Hugo Chávez.

In questo clima di permanente mobilitazione, sabato scorso i movimenti sociali si sono riuniti davanti al Panteón Nacional di Caracas, impegnandosi con un giuramento nella difesa della pace e nella lotta per la liberazione della coppia presidenziale. A presiedere la cerimonia, il segretario dei Movimenti Sociali del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), Héctor Rodríguez, che ha lanciato un appello all’unità per stabilire una "rotta politica" e ha annunciato un’agenda intensa per i prossimi 60 giorni. Questo periodo di agitazione precede l’inizio del processo (illegale) a cui Maduro e la prima combattente saranno sottoposti in un tribunale federale di New York, dopo che hanno dichiarato di essere innocenti per tutti i capi d’accusa nella loro prima comparizione il 5 gennaio.

Intanto, la solidarietà verso i leader sequestrati assume forme commoventi e simboliche. In queste ore, le Plaza Bolívar di tutto il paese sono diventate il centro di una campagna denominata "Los quiero de vuelta". Cittadini di ogni età ed estrazione sociale affluiscono per depositare lettere piene di messaggi di affetto, speranza e sostegno. "Mostriamo al mondo l’amore infinito che sentiamo per la Ri voluzione Bolivariana", ha dichiarato il capo del governo del Distretto Capitale, Nahum Fernández, annunciando che la raccolta proseguirà per tutto il mese.

La volontà popolare è univoca e risuona forte dalle piazze di Caracas e di tutte le città del paese sudamericano. "La volontà del popolo è che il presidente Nicolás Maduro ritorni nel paese", ha affermato il sindaco di Caracas, Carmen Meléndez, sottolineando come il popolo sia determinato a restare in lotta permanente. "Ti vogliamo indietro, signor Presidente", è il grido che accomuna le migliaia di messaggi scritti, come quello della signora Yajaira Rubio dallo stato Trujillo, o della giovane Victoria Escachinga da Maturín, che assicura: "Qui c’è un popolo che continua ad amarvi".

Nonostante l’aggressione subita, il Venezuela ribadisce il suo spirito di pace e la sua indignazione per quello che viene denunciato come un assedio. La mobilitazione, nel solco dei principi della Rivoluzione Bolivariana, prosegue con la ferma intenzione di informare il mondo sulla "verità del Venezuela" e di continuare a costruire la patria, nell’attesa del ritorno del Presidente e della prima combattente in quella che viene definita, a gran voce, una terra libera e sovrana.

Data articolo: Sun, 18 Jan 2026 15:18:00 GMT
WORLD AFFAIRS
Giappone-Russia: messaggio di Takaichi a Putin

Il Primo Ministro giapponese Sanae Takaichi ha trasmesso un messaggio al Presidente russo Vladimir Putin tramite Muneo Suzuki, membro della Camera alta del Parlamento giapponese, che ha visitato Mosca a fine dicembre e incontrato diversi alti funzionari russi, ha riportato il quotidiano Toyo Keizai.

"Takaichi ha incaricato Suzuki di inviare un messaggio verbale al Presidente Putin, affermando che 1) anche il Giappone attribuisce grande importanza alle sue relazioni con la Russia e 2) il Giappone auspica un cessate il fuoco immediato tra Russia e Ucraina", ha scritto il quotidiano.

Secondo il quotidiano, Suzuki avrebbe trasmesso il messaggio durante un incontro con Konstantin Kosachev, vicepresidente della Camera Alta del Parlamento russo.

L'autore dell'articolo suggerisce che il messaggio di Takaichi sia stato immediatamente comunicato al capo di Stato russo, dato che Kosachev è uno stretto consigliere di Putin.

Inoltre, la pubblicazione sottolinea che, prima di recarsi in Russia, Suzuki ha incontrato Takaichi e il ministro degli Esteri giapponese, Toshimitsu Motegi.

Data articolo: Sun, 18 Jan 2026 14:27:00 GMT
WORLD AFFAIRS
Bild: la Germania ritira le truppe dalla Groenlandia

La squadra di ricognizione della Bundeswehr tedesca di stanza in Groenlandia ha lasciato l'isola "in silenzio e in fretta", ha riportato il quotidiano tedesco Bild. Il giornale ha affermato di aver trovato inaspettatamente i 15 soldati e ufficiali, guidati dal contrammiraglio Stefan Pauly, all'aeroporto di Nuuk, la capitale groenlandese.

Il gruppo si è imbarcato su un volo Icelandair operato con un Boeing 737, senza alcun preavviso pubblico o spiegazione ufficiale per la loro partenza frettolosa.

Proprio ieri, è stato riferito che il personale militare tedesco sarebbe rimasto sull'isola più a lungo del previsto, ha osservato il quotidiano. L'ammiraglio Pauly ha dichiarato di aver discusso la possibilità di una maggiore cooperazione in loco con la Danimarca e altri paesi e di aver informato Berlino di queste discussioni, in attesa dell'approvazione per discutere i prossimi passi con i danesi.

"Il generale ha fatto l'annuncio ieri alle 15:30 ora locale (18:30 ora tedesca). Alle 8:30 di questa mattina (ora locale), i soldati erano già all'aeroporto con tutto il loro equipaggiamento".

Secondo Bild, "non è stata data alcuna spiegazione alle truppe sul posto, niente". "Semplicemente: tornate indietro! Tutti gli appuntamenti programmati hanno dovuto essere annullati con urgenza", ha affermato.

"Non è chiaro se la Germania stia ritirando le sue truppe in risposta ai dazi punitivi annunciati dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump contro coloro che si oppongono alla sua politica aggressiva in Groenlandia, o se ci siano altre ragioni per il ritiro", ha osservato il quotidiano.

Data articolo: Sun, 18 Jan 2026 14:16:00 GMT
L'Intervista
C’è un aggressore e un aggredito, si diceva una volta, no? Intervista a Carlo Rovelli

 

 

di Luca Busca

 

Viviamo in un contesto molto incerto, in cui ogni giorno un paese sovrano viene minacciato dall’Impero Americano di essere invaso al fine di appropriarsi delle sue risorse. Spesso l’impressione è quella di un’egemonia in declino, sull’orlo del baratro, che tenta gli ultimi colpi di coda per non cadere. In due settimane, dall’inizio del 2026, Trump ha attaccato il Venezuela, sequestrandone il legittimo rappresentante. Ha minacciato l’Iran e la Nigeria, dichiarandosi disponibile a uscire dalla NATO pur di avere la Groenlandia, che, ironia della sorte si troverebbe nella condizione di invocare l’articolo 5 del Trattato dell’Atlantico del Nord, portando l’Europa in guerra contro gli Stati Uniti. Casualmente tutti paesi ricchi di petrolio.

Abbiamo chiesto a Carlo Rovelli, fisico e divulgatore di fama mondiale reduce dalla pubblicazione del suo ultimo libro, “L’uguaglianza di tutte le cose”, cosa pensa di questo particolare momento storico.

 

L.B. Gli Stati Uniti hanno attaccato il Venezuela e sequestrato il presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolás Maduro Moros, al fine di processarlo. Possiamo parlare di “processo” o siamo davanti a uno strumento politico travestito da giustizia?

C.R. Sono un po' stupito per come sia commentato l’attacco degli Stati Uniti al Venezuela.  Dalla fine della Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno attaccato diverse decine di paesi da cui non erano stati attaccati (“C’è un aggressore e un aggredito”, si diceva una volta, no?).  Gli Stati Uniti lo hanno fatto quasi sempre contro la legalità internazionale, contro le Nazioni Unite. Questa volta, con il Venezuela, le differenze mi sembrano due. Una è che invece delle usuali decine o centinaia di migliaia di morti, hanno ammazzato solo un’ottantina di persone. L'altra è che sono stati un po’ meno ipocriti del solito, e alle “giustificazioni” (ripetute ahimè dai politici europei come fossero babbei), questa volta non ci crede nessuno, neanche chi le ripete. Rispetto alla precedente politica americana, mi sembra che Trump faccia egualmente guerre, ma con meno ipocrisia e per ora con meno morti. 

 

L.B. Storicamente le grandi potenze ricorrono alla guerra quando entrano in crisi strutturale. Vedi un nesso fra la finanziarizzazione dell’economia statunitense, il declino industriale e questa aggressività geopolitica?

C.R. Non mi pare che gli Stati Uniti siano diventati più aggressivi. Non so se contare le decine di migliaia di morti ammazzati in altri paesi sia un criterio di aggressività, ma vale quanto un altro. L’amministrazione Trump, che io sappia, ha ammazzato gente in Venezuela, in Yemen, in Iran, in Siria, in Nigeria, e certo dimentico qualche paese, ma, direi, molti meno di quanto facessero di solito le amministrazioni precedenti. A noi gli Stati Uniti appaiono ora più aggressivi solo perché non si presentano più come nostri alleati, e quindi ora ci fanno paura. Prima erano aggressivi e noi ci appiattivamo sotto la loro ala, anzi, spesso li aiutavamo con qualche aereo e qualche bersagliere. 

 

L.B.  Se proprio la superpotenza che ha costruito il sistema di diritto internazionale lo viola apertamente, il sistema è riformabile o siamo entrati in una fase di dittatura imperiale?

C.R. Penso che sia possibile riformarlo, che sia possibile rendere più forte il diritto internazionale. Lo penso perché la maggior parte dei paesi e dei cittadini del mondo lo sta chiedendo. A voce sempre più forte. Non stiamo entrando in una fase di dittatura imperiale, ne stiamo uscendo. Gli Stati Uniti non hanno più la forza per imporre il loro impero e hanno perso la forza ideologica e la capacità di propaganda che hanno avuto. Non ci provano neppure più. Mi piacerebbe che l'Italia stesse dalla parte dei tanti che chiedono diritto internazionale, non dei pochi che ci si oppongono, come invece sta facendo adesso. 

 

Data articolo: Sat, 17 Jan 2026 18:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Il petrolio venezuelano non è bottino di pirati né moneta di scambio per traditori


di Geraldina Colotti, Caracas

Nel suo ultimo libro intitolato The Petroleum Sector and the Transition to Democracy in Venezuela, l'ex procuratore del fittizio governo ad interim José Ignacio Hernández tenta di gettare le basi giuridiche per quello che non è altro che lo smantellamento finale della sovranità energetica del paese. Hernández non parla da una posizione accademica neutrale, ma dal conflitto di interessi di chi ha lavorato per multinazionali come Crystallex prima di facilitare, da una carica inesistente, l'iter legale per la svendita di Citgo.

La sua tesi centrale sostiene che l'attuale Legge Antiblocco e le riforme proposte dal governo bolivariano siano una sorta di privatizzazione di fatto o opaca, volta a eludere i controlli democratici. Tuttavia, ciò che questo operatore di Washington occulta è che il suo vero obiettivo è eliminare il controllo statale sulle risorse, affinché le grandi corporazioni tornino a gestire la cassa continua del paese come ai tempi della “apertura petrolifera” degli anni Novanta.

Di fronte alla tesi di Hernández, secondo cui lo Stato starebbe svendendo i propri attivi, i dati dell'Osservatorio Venezuelano Antiblocco offrono una lettura opposta, dove appare chiaro che non si tratta di privatizzazione ma di protezione sovrana. La Legge Antiblocco, nel suo primo articolo, definisce il suo obiettivo fondamentale come la mitigazione degli effetti nocivi delle misure coercitive unilaterali che hanno causato il saccheggio di oltre quaranta miliardi di dollari in attivi stranieri appartenenti al popolo venezuelano.

Per comprendere il pericolo reale di queste tesi, bisogna guardare al saccheggio criminale di Citgo, un'impresa strategica con tre raffinerie negli Stati Uniti e più di quattromila stazioni di servizio che rappresentano attivi per oltre tredici miliardi di dollari. Sotto la presunta gestione del “governo a interim” di Guaidó e la consulenza diretta di personaggi come Hernández, Citgo è stata scollegata dalla sua casa madre Pdvsa per essere consegnata a una vera e propria razzia giudiziaria nei tribunali del Delaware.

Le è stato impedito in modo criminale di rimpatriare i dividendi che erano destinati alla salute e all'alimentazione dei bambini e delle donne del Venezuela, consegnando il gioiello della corona a una liquidazione forzata per pagare debiti gonfiati in un atto di pirateria moderna. Questo è lo schema che la destra pretende di ripetere ora sul territorio nazionale attraverso una deregolamentazione totale che consegni i pozzi e le raffinerie al capitale transnazionale senza alcun tipo di controllo sociale.

Di fronte a questa narrativa del saccheggio, la Presidente incaricata Delcy Rodríguez ha eretto un muro di contenimento basato sull'economia di resistenza e sulla dignità nazionale. Nella congiuntura attuale, la battaglia per il Venezuela si gioca su due fronti che sono in realtà un'unica lotta per l'esistenza: la libertà degli ostaggi dell'impero, il Presidente Nicolás Maduro e la “prima combattente” Cilia Flores, e la difesa tecnica e politica della Cintura Petrolifera dell'Orinoco.

Mentre Donald Trump si comporta come un corsaro del ventunesimo secolo dichiarando che il greggio venezuelano gli appartiene per diritto di preda, la gestione amministrativa di Delcy Rodríguez, in continuità con quella di Maduro, dimostra che la sovranità non si negozia, né di fronte al ricatto né di fronte al sequestro dei leader fondamentali della rivoluzione. La proposta di riforma della Legge Organica sugli Idrocarburi presentata all'Assemblea Nazionale in questo gennaio del duemilaventisei mira a blindare la sovranità mentre si recupera la produzione nazionale. La riforma cerca di includere figure come i Contratti di Produzione Condivisa per attrarre investimenti in giacimenti che non sono mai stati sfruttati o che mancano di infrastrutture a causa del blocco tecnologico.

Delcy Rodríguez è stata categorica nel sottolineare che questa apertura non implica la cessione della proprietà della risorsa. L'obiettivo centrale è incorporare flussi di investimento per neutralizzare l'inasprimento del blocco petrolifero imposto da Washington e avanzare verso un modello economico non dipendente e diversificato, basato sull'autosufficienza.

È uno strumento di dignità nazionale che viene presentato a testa alta, seguendo la premessa della Presidente incaricata quando afferma che, se un giorno dovesse andare a Washington, lo farà restando dritta, in piedi e non inginocchio (in contrasto con Maria Corina Machado, corsa a regalare il suo Nobel per la pace a Donald Trump).

A differenza di una privatizzazione neoliberista, dove l'eccedenza fugge verso il capitale transnazionale, la Legge Antiblocco obbliga per mandato costituzionale a destinare le risorse ottenute alla finalità sociale delle entrate. Ciò significa finanziare sistemi compensativi del salario e prestazioni sociali per la classe lavoratrice, così come il recupero di servizi pubblici essenziali come l'elettricità e l'acqua, gravemente colpiti dalla mancanza di pezzi di ricambio che gli Stati Uniti proibiscono di acquistare.

È fondamentale comprendere che la visione bolivariana del petrolio non è quella dell'estrattivismo cieco che distrugge il pianeta per alimentare il consumo del nord del mondo. Il quinto obiettivo storico del Piano della Patria, lasciato in eredità dal comandante Chávez e approfondito dal presidente Maduro, stabilisce l'impegno irrinunciabile per la preservazione della vita e la salvezza della specie umana.

Il Venezuela promuove un modello ecosocialista che utilizza la rendita petrolifera per finanziare la transizione verso una relazione armoniosa con la Madre Terra, intendendo che la difesa delle risorse è legata al diritto dei popoli di gestire i propri beni naturali senza la logica della crescita infinita del capitalismo globale. Mentre Hernández parla di opacità, il governo bolivariano risponde con l'eccezionalità strategica per sopravvivere all'assedio. Non si cambia la proprietà, che resta del popolo, si cambia l'operatività affinché il petrolio continui a finanziare la vita.

I risultati di questa strategia sono tangibili nonostante le ostilità, poiché, con il governo Maduro, il Venezuela ha ottenuto venti trimestri di ripresa economica sostenuta dal duemilaventuno. Le entrate petrolifere derivanti da questo schema stanno finanziando direttamente il Potere popolare attraverso la “Sfida Ammirevole duemilaventisei”, con circa duecentottanta milioni di dollari destinati a trentacinquemila progetti eseguiti direttamente dai consigli comunali nei loro territori.

A questo attacco dei tecnocrati dell'ultradestra, si aggiunge il coro di un certo ultra-sinistrismo europeo che dall'Italia e da altri paesi pretende di dare lezioni di chavismo dalla comodità della distanza. Criticare la Legge Antiblocco ignorando che il paese affronta un assedio che ha ridotto le entrate in modo drastico è un esercizio di cinismo intellettuale. Il chavismo è prassi rivoluzionaria e il legato di Chávez si difende garantendo la vita dei settori popolari.

Donald Trump crede che, tenendo sequestrati Nicolás e Cilia, potrà forzare una capitolazione, ma si sbaglia sottovalutando la fermezza bolivariana. Il petrolio venezuelano è il sostentamento di un paese che ha deciso di essere libero e che non si arrende ai pirati né rinuncia al suo impegno ideale e costituzionale verso la Madre Terra.

Data articolo: Sat, 17 Jan 2026 16:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Palestina, resistenza e repressione: come lo Stato italiano criminalizza la solidarietĂ 


di Agata Iacono


Feriti dalla successione drammatica delle notizie e delle manipolazioni mediatiche che vedono Usa e Israele distruggere definitivamente quello che un tempo si chiamava diritto internazionale, dal rapimento di Maduro al tentativo di Maidan in Iran, dalle minacce alla Groenlandia alla ratifica del "piano di pace" di Trump per distruggere definitivamente il popolo palestinese, ci sfugge spesso quello che sta succedendo a casa nostra.

Sia chiaro: quello che succede è strettamente connesso al quadro geopolitico e all'asservimento totale dell'Italia ad Israele e agli USA (con qualche goffo tentativo di salvare la sudditanza anche al cadavere dell'Europa+UK).

Abbiamo assistito all'arresto, alla diffamazione, alla stigmatizzazione delle manifestazioni che chiedevano al governo italiano di non essere complice del genocidio.
Cariche di polizia, idranti, fermi e arresti degli attivisti hanno registrato un crescendo da stato di polizia, appena il movimento per la Palestina ha subito, oggettivamente, una fase di arresto.

Le distorsioni della narrazione hanno aggredito  e diffamato Francesca Albanese come la giornalista-attivista Angela Lano e la deputata del movimento 5 stelle Stefania Ascari (tutte donne, chissà perché non siano mai state difese dal movimento Donne Vita e Libertà....).

Quindi hanno attaccato direttamente i palestinesi in Italia, arrestando addirittura l'imam di Torino, Mohamed Shahi, colpevole di non aver condannato la resistenza, nonché il presidente dell'Associazione Palestinesi d'Italia, l'architetto Mohammad Hannoun, accusato di aver "finanziato", attraverso l'associazione benefica per mandare aiuti in Palestina, anche il terrorismo...

Ma ci sono altri palestinesi nelle carceri italiane, tutti accusati per conto e ordine di Israele, senza aver mai commesso reati in Italia.

È di oggi la scandalosa sentenza che condanna Anan Yaeesh a 5 anni e 6 mesi.

Il processo farsa, istruito dalle autorità italiane per esaudire la richiesta di Israele di colpire Anan, che ha osato difendere il suo popolo e la sua famiglia dalla violenza dei coloni sionisti in Cisgiordania (violenza assassina documentata anche da No Other Land, premio oscar del 2025).

Nelle ultime udienze abbiamo assistito alla presenza di funzionari dello Stato sionista in sostegno dell’accusa: ovvero, i tribunali italiani hanno chiamato responsabili di un genocidio a testimoniare contro chi lotta contro questo stesso genocidio, condannato dal tribunale internazionale e dall'ONU.
Durante gli anni di carcerazione, provenienti da tutta Italia, davanti al tribunale de L'Aquila sono stati sempre presenti presidi di solidarietà.
Anan Yaeesh è stato infatti trasferito dal carcere di Terni a quello di Melfi, per isolarlo, ha anche effettuato uno sciopero della fame.
Le sue condizioni fisiche risentono delle schegge che il ragazzo ha ancora in corpo, essendosi salvato miracolosamente dai tentativi di omicidio israeliani.
In una videoconferenza dal carcere di alta sicurezza di Melfi, ha recentemente detto:

“É successo in passato, e mi sono trovato di fronte a testimoni israeliani, ma era in un tribunale militare israeliano, di fronte alla giustizia militare all’interno di Israele. Ma non mi aspettavo, ne attendevo, di dovermi trovare ancora una volta ad ascoltare la testimonianza dell’esercito israeliano che occupa la nostra terra e che pratica la pulizia etnica contro il nostro popolo palestinese, e che il loro Primo Ministro, condannato dalla Corte Internazionale come criminale di guerra, fosse un testimone contro di me in un tribunale italiano.

Non so più se mi trovo in un tribunale Israeliano e se vengo processato in base alla legge militare israeliana, e se il pubblico ministero sia israeliano o lavori per conto di Israele. Sarà forse un processo militare israeliano, Israele ha davvero così tanta influenza in Italia?”

La requisitoria della pubblico ministero, che non è mai riuscita a dimostrare nulla delle accuse, aveva richiesto pesanti condanne, 12 anni per Anan, 9 per Alì, 7 per Mansour (gli ultimi due erano già a piede libero, il vero obiettivo era colpire Anan).

Il processo farsa dell’Aquila, è la dimostrazione dell’asservimento dell'Italia ad Israele e della complicità del governo italiano con il genocidio in corso.
Alla pronuncia della condanna in aula si è levato un grido unanime di protesta.

Quindi, davanti alla sede del tribunale, il legale Flavio Rossi Albertini ha ringraziato gli attivisti per la loro costante vicinanza, annunciando l'appello.


E non finisce qui.
È di ieri una circolare alle regioni e quindi alle scuole del Ministro Valditara che impone la schedatura dei bambini palestinesi che frequentano la scuola italiana.

Siamo tornati alle leggi razziali fasciste antisemite del 1938?

E nel frattempo il ministro Piantedosi, attraverso il decreto sicurezza, impedisce di fatto le espressioni di dissenso e solidarietà, addirittura imponendo controlli, perquisizioni, schedature e zone rosse.

In sintesi il concetto è: "Se aiuti il popolo palestinese aiuti Hamas e quindi sei un terrorista".
Fino a quando i palestinesi non accetteranno di essere percepiti quali vittime di una catastrofe naturale, senza alcun colpevole, e oseranno resistere, saranno tutti considerati terroristi, anche quelli nati ieri e morti di freddo.
Ne avevo parlato qui:
Il caso di Anan Yaeesh, "colpevole di Palestina" 

Non è l'Iran, non è il Venezuela.

È il regime Italia.

Data articolo: Sat, 17 Jan 2026 15:18:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Quello che unisce Venezuela, Iran e Groenlandia nella strategia di Trump


di Domenico Moro

In un mio recente articolo definivo il sequestro di Maduro come un episodio della terza guerra mondiale a pezzi, come ebbe a definirla Papa Francesco, il cui obiettivo principale è restaurare il dominio imperiale degli Usa e contenere l’ascesa della Cina. Subito dopo il Venezuela, anche l’Iran e la Groenlandia sono entrate nel mirino di Trump, per la medesima ragione. Tuttavia, questi due nuovi paesi, su cui Trump si sta concentrando, rappresentano un salto di qualità importante.

Il sequestro di Maduro e l’attacco al Venezuela hanno rappresentato la volontà di ristabilire il controllo statunitense sull’Emisfero Occidentale (le Americhe), da sempre considerato il giardino di casa degli Usa. La Cina era presente in Venezuela, e i suoi investimenti erano tesi a svilupparne le infrastrutture petrolifere, ma l’importanza del Venezuela per la Cina è molto inferiore a quella dell’Iran, altro grande produttore di petrolio.

Infatti, l’Iran è un tassello molto più importante per la Cina, essendo un pilone fondamentale della sua strategia sia di rifornimento energetico sia di sviluppo di rotte commerciali internazionali (la nuova via della seta). La Cina è, tra le tre aree economiche principali a livello mondiale – Usa, Ue e Cina -, la maggiore importatrice di petrolio, che rimane, nonostante lo sviluppo di fonti energetiche alternative, la materia prima più importante.

Infatti, gli Usa sono energeticamente indipendenti, importando pochissimo petrolio, grazie al fatto che con la fratturazione idraulica sono diventati il principale produttore mondiale. La Ue, invece, povera di materie prime energetiche, importa una grande quantità di petrolio (circa 8 milioni di barili al giorno), ma la provenienza di questo petrolio è abbastanza distribuita. I maggiori fornitori sono l’Africa (2,2 milioni di barili al giorno), il Nord America (2,03 milioni), il Medio Oriente (1,44 milioni), l’Asia centrale (1,37 milioni), l’America Latina (0,9 milioni) e, all’ultimo posto dopo le sanzioni, la Russia (0,32 milioni).i

Diversa è la situazione della Cina. Pur essendo produttrice di petrolio, essa ne è la più forte importatrice mondiale. Su un fabbisogno di 16 milioni di barili al giorno, essa ne importa circa il 60-70%, pari a 11-12 milioni di barili. Il problema della Cina, però, è non soltanto la sua dipendenza dall’estero, ma la sua dipendenza da una sola area. Infatti, la metà delle sue importazioni di petrolio viene dal Medio Oriente (quasi 6 milioni di barili al giorno), seguito a distanza dalla Russia (2 milioni), dall’America latina (1,14 milioni), dall’Africa (1,09 milioni), e dal Nord America (0,23 milioni).ii

L’Iran è importante dal punto di vista petrolifero, perché la Cina importa da questo paese 1,2 milioni di barili al giorno, pari al 10% del totale. E la Cina è importante per l’Iran, visto che quest’ultimo dirige ben il 73,2% delle sue esportazioni di petrolio verso il paese estremo orientaleiii, che è la seconda destinazione delle esportazioni iraniane (20,7 miliardi di dollari), subito dopo l’Iraq (43,9 miliardi), e prima della Turchia (8,9 miliardi).iv Ma l’Iran è importante per la Cina soprattutto perché è un paese strategico per il controllo dell’intera area del Medio-Oriente, in cui ci sono le maggiori riserve mondiali di petrolio e da cui proviene la metà del greggio importato dalla Cina. Fra l’altro, l’Iran controlla lo stretto di Ormuz attraverso il quale transita una importante rotta marittima e una grande quantità del petrolio esportato dal Medio Oriente verso la Cina e l’Estremo Oriente.

È evidente, quindi, l’interesse statunitense a effettuare un colpo di stato in Iran, come accaduto già nel 1953, quando il premier iraniano, Mossadeq, fu rovesciato da Regno Unito e Usa, sempre con l’obiettivo del controllo del petrolio. A tutto questo va aggiunto che la presa statunitense sul Medio Oriente si sta indebolendo. L’Arabia Saudita, il secondo paese del mondo dal punto di vista delle riserve di petrolio, recentemente ha stabilito un accordo con il Pakistan, potenza nucleare, per la mutua assistenza in caso di aggressione militare. Fino ad ora l’Arabia Saudita si era basata solamente sulla protezione militare e sull’ombrello nucleare degli Usa, a cui in cambio aveva assicurato la vendita del petrolio in dollari, sostenendone così il ruolo di valuta mondiale. È, quindi, significativo che i sauditi abbiano deciso di trovare un protettore alternativo. Fra l’altro, a questa alleanza pare si aggiunga anche un terzo stato islamico, la Turchia.

Sempre a proposito di petrolio, è utile ricordare che la Prima guerra mondiale scoppiò per il contrasto tra l’imperialismo britannico in declino e l’imperialismo tedesco in ascesa, anche per il controllo del petrolio del Medio Oriente. La Gran Bretagna aveva deciso di opporsi alla costruzione della ferrovia di Bagdad, la cui costruzione sarebbe stata pagata dalla Turchia alla Germania con la concessione di tutte le sorgenti petrolifere che si trovassero entro un raggio di dieci chilometri sul percorso.

Dunque, l’eventuale caduta dell’attuale regime dell’Iran e la sua sostituzione con un regime controllato dagli Usa aiuterebbe questi ultimi a rinsaldare il loro controllo sul Medio Oriente e quindi sulla Cina (e sul resto dell’Asia Orientale). Per questa ragione la perdita dell’Iran avrebbe un impatto sulla Cina di gran lunga maggiore, sul piano strategico, della perdita del Venezuela.

Anche il proposito, espresso da Trump, di annettersi la Groenlandia rappresenta un salto di qualità nella strategia statunitense di dominio imperiale mondiale. Va premesso che la Groenlandia e il Mar Glaciale Artico su cui si affaccia hanno acquistato e acquisteranno sempre di più una importanza strategica a livello mondiale a causa del riscaldamento climatico. Lo scioglimento dei ghiacci determinerà due importanti conseguenze. La prima è che le risorse minerarie della Groenlandia, che possiede 25 su 34 minerali considerati critici da Usa e Ue, saranno più facilmente e quindi più economicamente estraibili. La seconda è che sarà maggiormente percorribile dalla navigazione il Mar Glaciale Artico, che rappresenterà una valida alternativa ai canali di Panama e Suez per le comunicazioni tra i continenti e che, per questo, è vista con interesse dalla Russia, che si affaccia sull’Artico, e dalla Cina, anche in riferimento ai collegamenti tra le due nazioni alleate. A questo si aggiunge, come dichiarato da Trump, la necessità del controllo dell’isola per l’installazione del futuro sistema di difesa anti-missile statunitense.

Tuttavia, la Groenlandia, pur essendo collocata nell’Emisfero Occidentale, il giardino di casa degli Usa, è sotto il dominio europeo, essendo di fatto una colonia danese. La minaccia di Trump di acquistare o addirittura di impossessarsi militarmente della Groenlandia è qualcosa di inaudito, per lo meno dalla fine della Seconda guerra mondiale, in quanto rivolta verso un paese alleato e appartenente alla Nato e alla Ue. Una eventuale occupazione militare statunitense della Groenlandia implicherebbe la fine della Nato, come puntualizzato dal lituano Andrius Kubilius, Commissario europeo per la Difesa e lo Spazio. Kubilius ha anche ricordato che l’articolo 42.7 del Trattato dell’Unione europea obbliga gli Stati membri a prestare assistenza alla Danimarca qualora si trovasse ad affrontare un’aggressione militare. Intanto, alcuni alleati europei della Danimarca hanno annunciato che invieranno soldati in Groenlandia: la Svezia, la Gran Bretagna, la Norvegia, la Francia e la Germania.

Sebbene Trump abbia giustificato le sue mire sulla Groenlandia con la presenza attorno all’isola di mezzi navali russi e cinesi, la sua mossa è chiaramente un altro attacco alla Ue, dopo i dazi commerciali e la minaccia di lasciare la Nato, se gli alleati europei non avessero portato le spese militari al 5% del Pil. Senza parlare dei continui attacchi verbali contro la Ue di Trump e del suo vicepresidente J.D. Vance. Malgrado uno scontro militare tra Usa e Europa sia inverosimile, rimane il fatto che la questione della Groenlandia dimostra che le classiche contraddizioni inter-imperialistiche, nello specifico tra imperialismo statunitense e imperialismo europeo sono tutt’altro che superate e ci fanno capire che la presidenza Trump rappresenta un qualcosa di nuovo nel comportamento imperiale statunitense.

Il sequestro di Maduro e la volontà di ricondurre il Venezuela e il resto dell’America Latina sotto il completo controllo degli Usa si combina con le minacce di intervento militare in Iran e in Groenlandia in una strategia tendente a ristabilire l’egemonia imperiale statunitense a livello globale. Ciò contrasta con quanti, invece, fino a poco tempo fa parlavano dell’isolazionismo della politica internazionale trumpiana. Il controllo delle vie marittime e delle fonti di materie prime, a partire da quelle energetiche, ne è un passaggio importante, insieme alla reinternalizzazione negli Usa delle produzioni manifatturiere strategiche. L’implementazione di questa strategia è portata avanti con una rinnovata e potenziata minaccia dell’uso dello strumento militare, sostenuta dall’annunciato aumento del bilancio del Dipartimento della guerra statunitense da 1000 a 1500 miliardi di dollari. 

Tutto questo avviene a dispetto delle promesse elettorali in senso contrario di Trump, che aveva annunciato una riduzione delle spese militari e il non coinvolgimento degli Usa in nuove avventure militari. Il nodo di fondo, comunque, sta nella rottura dell’equilibrio di potenza, determinato dall’ascesa della Cina come prima potenza industriale del mondo. Del resto, come scriveva Lenin nel 1915: “In regime capitalistico non è possibile un ritmo uniforme dello sviluppo economico, né delle singole aziende né dei singoli Stati. In regime capitalistico non sono possibili altri mezzi per ristabilire di tanto in tanto l’equilibrio spezzato, all’infuori della crisi nell’industria e della guerra in politica.”v Anche se l’esistenza della deterrenza atomica rende più difficile lo scoppio di una guerra imperialista mondiale, come quelle verificatesi nel XX secolo, l’uso o la minaccia della forza rimane una opzione attuale, come la cronaca dell’ultimo periodo si è purtroppo incaricata di dimostrare.





i Opec, Annual Statistical Bulletin 2025.

ii Idem.

iii Idem.

iv Unctad, Country Profiles.

v Lenin, Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa, in Opere Scelte, Editori Riuniti, Roma 1965, pag. 555.

Data articolo: Sat, 17 Jan 2026 15:10:00 GMT
L'Intervista
"La forza del popolo e il femminismo bolivariano riporteranno in patria Cilia e Nicolás”. Intervista a Gladys Requena


di Geraldina Colotti

 In un momento cruciale per il Venezuela, segnato dal sequestro del presidente Nicolás Maduro e della “prima combattente”, la deputata Cilia Flores da parte delle forze speciali statunitensi, Gladys Requena, figura storica della rivoluzione, analizza la situazione attuale. Requena, dirigente delle Red de Mujeres de Vargas e rappresentante presso la Federazione Democratica Internazionale delle Donne (FEDIM), delinea la strategia di resistenza fondata sull'organizzazione popolare e sulla prospettiva di governo fino al 2030.

Dalla sua prospettiva, quella di dirigente politica e femminista, come si deve intendere quel che sta accadendo e su quali basi disegnare un'agenda di lotta?

È fondamentale il modo in cui guardiamo al processo rivoluzionario per poter collocare l'analisi dei fatti che stiamo vivendo. Questo ci permette di disegnare l'agenda di lotta, di mobilitazione, di organizzazione e di formazione del nostro popolo. Questo drammatico momento deve essere un'opportunità per parlare in profondità di cosa significhi la nostra lotta contro l'imperialismo nordamericano. Lo abbiamo sempre compreso attraverso le lezioni che ci sono arrivate dalla rivoluzione cubana, nicaraguense e da quel che è accaduto nel Cile di Allende. Ora, con gli eventi più recenti e contemporanei, vediamo le cosiddette guerre giuridiche e i golpe parlamentari. Questi procedimenti ci insegnano che l'imperialismo non è affatto un nemico di poco conto. Ha risorse e meccanismi per agire in molti modi, e i popoli devono prepararsi ad affrontarlo in termini integrali. Non dobbiamo averne paura, ma disegnare la strategia corretta per avanzare nel processo rivoluzionario e al contempo nel riportare Nicolás e Cilia con noi, perché li riporteremo con la forza del nostro popolo.

In questo contesto di assedio, quanto è importante mantenere costante la mobilitazione popolare e quali sbocchi ci si possono attendere?

Dal 1999, è iniziato un progetto nuovo in Venezuela basato sulla mobilitazione del popolo organizzato e cosciente. Abbiamo rifondato la Repubblica, ma questo processo è ancora in costruzione; è di lungo respiro e ha attraversato varie fasi che, dal golpe contro Hugo Chávez, nel 2002, hanno portato a questo nuovo metodo di aggressione armata diretta e di sequestro del presidente Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores. Dobbiamo continuare a prepararci e preparare le generazioni future, perché l'imperialismo non riposa. Gli interessi delle grandi corporazioni economiche, per le quali governano Trump e tutti i presidenti degli Stati Uniti, e quelli dei paesi loro sudditi, sono puntati sul Venezuela, sui Caraibi e sull'intera America latina. Vogliono abbattere Cuba perché è un faro per i popoli che hanno deciso di essere liberi. Sanno che, nonostante le difficoltà vissute in Argentina, Cile, Paraguay o Uruguay, quei popoli sono svegli e assetati di sovranità e pace. La nostra lotta è per l'autodeterminazione e contro l'ingerenza internazionale. Vogliamo decidere in che modo governarci. In Venezuela abbiamo vinto quasi tutte le elezioni, tranne due, e questo dimostra la nostra forza democratica. Ora guardiamo al 2030, come diceva il comandante Chávez. Deve essere l'anno della nostra indipendenza definitiva, a 200 anni dal 1830: il riscatto storico di quel tragico 1830, anno del "tradimento", della fine del sogno bolivariano. Bolívar muore a Santa Marta, e le oligarchie locali, come quella guidata da José Antonio Páez in Venezuela, separano il paese dalla Gran Colombia. Come diceva Chávez, anche se non vedremo la patria come la sogniamo, ci basta sapere che pulsa il nostro sangue negli occhi di chi la vedrà. Supereremo presto questo momento con il ritorno di Nicolás e Cilia, ma la lotta continua.

C'è un tema centrale che riguarda la sovranità sulle risorse naturali, in primo luogo il petrolio, su cui l'imperialismo vuole mettere le mani direttamente. Com'è da intendersi in questo quadro la prospettiva bolivariana Qual è la visione bolivariana su questo, specialmente riguardo al petrolio e alla solidarietà internazionale?

Le risorse naturali dovrebbero un bene comune al servizio di tutta l'umanità e per questo trattate con adeguato rispetto. Il Comandante Chávez, con il suo grande apporto alla costruzione di una nuova geometria internazionale e con i diversi Piani della Patria, ha inteso mettere le risorse naturali al servizio dei popoli e non delle oligarchie. Non c'è egoismo nel progetto bolivariano. Se il popolo nordamericano ha bisogno di petrolio, che il suo governo lo compri, non c'è problema, ma non può pretendere di soggiogarci perché chi lo guida si sente padrone del petrolio venezuelano. Questa è la sciocchezza più grande della storia. Il nostro progetto è "nostroamericano", si fonda sulla solidarietà e sulla complementarietà. È una visione egemonica dei diritti umani in cui le risorse sono al servizio di chi ne ha bisogno, mediante scambi solidari come quelli effettuati con Haiti e Cuba. Da soli non costruiamo il socialismo; saremmo isolati. Il nostro è un progetto che vincola tutto il Sud globale con uno sguardo umanista, non invasivo e di non espropriazione.

Il presidente Maduro aveva ipotizzato scenari di approfondimento della rivoluzione in caso fosse stato ucciso. Ora che è stato preso in ostaggio dagli Stati uniti, come è da intendersi questa indicazione?

Tra la guerra e la pace non possiamo che scegliere la pace. Tra sovranità o dipendenza, scegliamo la sovranità. Tra libertà e schiavitù, scegliamo la libertà. In questi 13 anni dalla scomparsa del comandante Chávez, la rivoluzione ha guadagnato moltissimo in termini di organizzazione. Nicolás si è aggrappato al progetto di Chávez e ha saputo territorializzare il governo. Oggi le autorità locali sono integrate in una struttura globale di governo popolare; abbiamo fatto grandi passi avanti con le comunas e le “mappe dei sogni” costruite dal popolo. Tutto questo è scritto nei Piani della Patria, dal 2013 fino al 2031, che sono tutti interconnessi. Con le Sette Trasformazioni (7T), Maduro ha trasformato il piano da dichiarativo a esecutivo, auditabile e supervisionato. Abbiamo una diplomazia di pace e siamo interconnessi con CELAC e Petrocaribe. L'aggressione continuerà perché non c'è stato presidente USA che non sia stato aggressore, ma come dicono i cubani dal 1977: sappiano i nordamericani che non abbiamo un briciolo di paura. Il piano è intatto e il chavismo resterà a lungo, con Nicolás Maduro come suo architetto.

Come si sta muovendo l'opposizione estremista che vorrebbe imporre la sua “transizione” guidata da Trump?

L'opposizione che fa vita parlamentare nell'Assemblea Nazionale, ha preso nettamente le distanze da Maria Corina Machado, rimanendo nell'ambito democratico, e ha dichiarato di voler lavorare, pur con un progetto antagonista a quello socialista, per gli interessi della patria. Jorge Rodríguez, presidente del Parlamento, ha fatto un appello categorico affinché pensino bene da che parte stare, e ha invitato all'unità nazionale. Dal punto di vista costituzionale, abbiamo nominato Delcy Rodríguez come presidente incaricata. Il sequestro di un presidente non è tipizzato come "mancanza assoluta" nella nostra Costituzione; nessuno lo aveva previsto. È diverso dal caso della malattia di Chávez. Qui la mancanza di Nicolás è temporanea. La Costituzione prevede un termine di 90 giorni, prorogabile dall'Assemblea. Non c'è stata una qualifica di mancanza assoluta perché il presidente non si è dimesso né è malato. La designazione di Delcy, avallata dal Tribunale Supremo di Giustizia, serve a mantenere la pace, la sovranità e le garanzie costituzionali per evitare che il fascismo scateni il caos. Spero che l'opposizione parlamentare non cada nel gioco dei settori estremisti e che possiamo fare un blocco comune per la difesa della nazione.

Cosa risponde a chi sostiene che la rivoluzione si sia lasciata sorprendere da questo attacco asimmetrico?

L'asimmetria e la sproporzione di mezzi bellici impiegati, è innegabile. Anche l'Iran, con i suoi sistemi di difesa, è stato colto di sorpresa. Dobbiamo assumere questa asimmetria e dare battaglia con la coscienza di trovarsi in una posizione asimmetrica. Dobbiamo fare guerriglia comunicativa perché i media servono gli interessi corporativi. Non dobbiamo temere chi ha più risorse. La battaglia giuridica va certamente data perché è di significato globale, ma Nicolás e Cilia sanno bene che non possono riporre la loro sorte in una risoluzione dell'Unione Europea. La questione è più profonda: serve un nuovo ordine internazionale. Il sistema attuale, nato nel 1945, è vetusto e risponde solo ai grandi capitali. Se funzionasse, Trump sarebbe già in prigione per il genocidio a Gaza o per le invasioni. I popoli devono passare sopra questi sistemi e proporre un sistema contro-egemonico di giustizia mondiale.

Ci stiamo incontrando in una grande marcia delle donne in appoggio al governo bolivariano. Oggi, la rivoluzione continua a essere anche femminista o c'è stato un arretramento?

Chávez si dichiarò femminista e comprese la nostra agenda di liberazione lungo il cammino. Noi donne inserimmo l'agenda politica nella Costituente del 1999. Il linguaggio di genere e la Carta dei Diritti Umani (articoli da 19 a 135) sono conquiste trasversali nate da quella comprensione. Sono nati l'Istituto Nazionale della Donna, il Ministero, il Banco dello Sviluppo della Donna. Nicolás Maduro ha allargato questo panorama, ha approfondito il femminismo socialista. Ha creato programmi come il Parto Umanizzato e ha sostenuto l'economia delle donne attraverso il sistema Patria, nonostante il calo del 90% delle entrate petrolifere dovuto alle sanzioni. Ha capito che sui figli e sulle spalle delle donne, spesso sole a capo del nucleo familiare, poggia la vittoria della rivoluzione. Le donne imprenditrici sono rinate in questo periodo. La forza della rivoluzione è la lotta permanente; nessuno cada nell'inganno della “normalità”. La nostra forza è la mobilitazione, ed è ciò che l'impero teme di più.

 

Data articolo: Sat, 17 Jan 2026 15:01:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Khamenei: Trump è il principale "colpevole" degli omicidi e delle distruzioni durante le recenti rivolte in Iran

 

Il leader della rivoluzione islamica, l'ayatollah Seyyed Ali Khamenei, ha ribadito che l'Iran considera il presidente degli Stati Uniti Donald Trump il principale colpevole delle uccisioni e delle distruzioni avvenute nelle recenti rivolte. 

L'ayatollah Khamenei si è rivolto a migliaia di persone in un discorso , in occasione del fausto anniversario dell'Eid al-Mab'ath, il giorno in cui il profeta Maometto (pace e benedizioni su di lui) ricevette la prima rivelazione e fu scelto come ultimo messaggero di Dio.

"Il presidente degli Stati Uniti è responsabile delle vittime, dei danni e delle false accuse rivolte alla nazione iraniana", ha affermato, definendolo un criminale a questo proposito.

L'ayatollah Khamenei ha inoltre illustrato la natura dei recenti disordini, gli strumenti utilizzati e le responsabilità dell'Iran nel contrastare tali complotti.

Quelle che erano iniziate come proteste pacifiche alla fine del mese scorso si sono gradualmente trasformate in violenza, con i rivoltosi che hanno devastato le città di tutto il Paese, uccidendo membri delle forze di sicurezza e civili e attaccando le infrastrutture pubbliche.

I funzionari iraniani hanno collegato le rivolte e gli atti terroristici al regime statunitense e israeliano.

Gli Stati Uniti e il Mossad israeliano hanno ammesso il loro coinvolgimento sul campo, con l'ex Segretario di Stato americano Mike Pompeo che ha twittato: "Buon anno a tutti gli iraniani in piazza. E anche a tutti gli agenti del Mossad che camminano al loro fianco".

In un post sui social media in lingua farsi, il Mossad ha incoraggiato i rivoltosi a "scendere insieme in piazza. È giunto il momento", aggiungendo che gli agenti del Mossad sono con i rivoltosi "non solo a distanza e verbalmente. Siamo con [loro] sul campo".

L'ayatollah Khamenei ha osservato che in passato, quando nel Paese si verificavano sedizioni di questo tipo, di solito erano i media americani e i politici di secondo piano negli Stati Uniti e in Europa a interferire.

Tuttavia, ha lamentato il leader persiano, "nella recente sedizione, la caratteristica distintiva è stata che lo stesso Presidente degli Stati Uniti è intervenuto, ha rilasciato dichiarazioni, ha incoraggiato i rivoltosi e ha persino parlato di fornire supporto militare".

"Questo ha chiaramente dimostrato che i recenti disordini sono stati una sedizione istigata dagli americani. Gli americani li hanno pianificati e, sulla base di 50 anni di esperienza, affermo con decisione ed esplicito che l'obiettivo dell'America è divorare l'Iran", ha ribadito.

Inoltre, ha sottolineato che fin dall'inizio della Rivoluzione islamica, "il dominio americano è stato smantellato sotto la guida dell'Imam Khomeini, ma fin dal primo giorno gli Stati Uniti hanno cercato di ripristinare la loro egemonia politica ed economica sull'Iran".

Ha aggiunto che queste azioni non sono limitate all'attuale amministrazione statunitense, ma riflettono la politica americana di lunga data.

"Gli Stati Uniti non possono tollerare un Paese con le caratteristiche, le capacità, la vastità e il progresso scientifico e tecnologico dell'Iran", ha osservato il Leader.

"Durante la recente sedizione, gli Stati Uniti hanno dipinto coloro che sono scesi in piazza per appiccare incendi, bruciare proprietà, causare danni, incitare disordini e compiere atti di distruzione come il popolo iraniano", ha denunciato, aggiungendo che questa è stata "una grave calunnia contro la nazione iraniana e tali azioni costituiscono un crimine".

Secondo Khamenei le ragioni da lui esposte sono ben documentate. Pertanto, sia gli Stati Uniti che il regime israeliano sono colpevoli.

Ha aggiunto che alcuni degli agenti dietro la sedizione erano individui identificati, addestrati e in gran parte reclutati da agenzie americane e israeliane.

"Erano stati istruiti su come diffondere paura, compiere atti di distruzione e sabotare l'ordine pubblico, e avevano anche ricevuto un consistente sostegno finanziario. Questi individui si erano presentati come leader."

Ha ricordato che le forze dell'ordine iraniane hanno svolto il loro ruolo in modo efficace e che un gran numero di questi elementi è stato arrestato.

"Non condurremo il Paese verso la guerra, ma non lasceremo impuniti i criminali nazionali e internazionali", ha sottolineato.

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Sat, 17 Jan 2026 13:30:00 GMT
Nativi
ICE ferma cinque cittadini nativi a Minneapolis: quando l’“immigrazione” scambia i Primi Popoli per stranieri

 

Nelle ultime settimane Minneapolis e l’area Twin Cities sono diventate uno dei punti più tesi della nuova ondata di controlli federali: secondo Associated Press, il governo ha pianificato l’invio di circa 3.000 agenti e funzionari ICE in Minnesota, con segnalazioni di fermi e “traffic stops” in aumento attorno a St. Paul e Minneapolis.  

Dentro questo clima, è emerso un episodio che pesa come un simbolo – e che, per le comunità indigene, ha il sapore di un trauma antico che ritorna in forma moderna: almeno cinque persone indigene sarebbero state fermate o trattenute nonostante fossero cittadini statunitensi e/o legate a nazioni tribali. La ricostruzione più dettagliata è stata pubblicata da Indian Country Today (ICT) e rilanciata da emittenti locali.  

Perché questa storia è diversa dalle altre (e più grave)

Non è “solo” un caso di controlli eccessivi. Il punto è un cortocircuito che tocca la radice politica dell’America: un’agenzia di “immigrazione” che ferma persone indigene, cioè appartenenti – per storia e per diritto – alle nazioni originarie di quelle terre.

Ed è proprio qui che la frase “non sono immigrati” smette di essere uno slogan e torna ad essere una realtà giuridica e storica: dal 1924 il Congresso ha conferito la cittadinanza statunitense ai “non-citizen Indians” nati entro i confini degli Stati Uniti (Indian Citizenship Act).

Questo, però, non cancella (né dovrebbe cancellare) un’altra dimensione: la cittadinanza tribale e la sovranità delle nazioni indigene come ordinamenti distinti, su cui insiste anche la Native American Rights Fund.  

E allora la domanda che brucia è semplice: com’è possibile che, nel 2026, un cittadino nativo venga trattato come “sospetto straniero” fino a prova contraria?

Cosa sappiamo finora: i casi, uno per uno

1) Quattro membri Oglala Sioux trattenuti vicino a Little Earth

Secondo quanto riferito l’8 gennaio dal presidente tribale Frank Star Comes Out, quattro uomini – descritti come membri della Oglala Sioux Tribe – sarebbero stati detenuti a Minneapolis mentre vivevano senza fissa dimora sotto un ponte, nei pressi di Little Earth (East Phillips). Qui i dettagli contano: in base a quanto riportato, i loro nomi non erano immediatamente disponibili e la tribù ha attivato canali legali e istituzionali per capire dove fossero trattenuti.  Indian Country Today aggiunge un elemento ulteriore: almeno uno dei quattro sarebbe stato rilasciato dopo circa 12 ore, ma la comunità non riusciva ancora a ricostruirne con certezza gli spostamenti e la destinazione.  

Non è irrilevante che tutto avvenga nell’orbita di Little Earth, una realtà storica e simbolica: secondo il Minneapolis American Indian Center, Little Earth è un complesso abitativo HUD di 212 unità, fondato nel 1973, e viene presentato come l’unica comunità Section 8 con “Native preference” (preferenza per residenti American Indian/Native) negli Stati Uniti.

È un luogo dove l’identità non è ornamentale: è infrastruttura sociale, tutela culturale, rete di mutuo soccorso. Per questo, ogni presenza federale percepita come intimidatoria, lì attorno, ha un impatto amplificato.

2) Jose Roberto “Beto” Ramirez (20 anni): fermato l’8 gennaio al parcheggio di Hy-Vee, poi rilasciato

Il secondo caso è quello che più chiaramente mostra la dinamica “a colpo d’occhio”. Indian Country Today racconta che Jose Roberto “Beto” Ramirez, 20 anni, sarebbe stato fermato e trattenuto con forza in un parcheggio Hy-Vee dopo essere stato seguito da un SUV “blacked out”; Ramirez viene descritto come cittadino USA e discendente Red Lake Nation.   Secondo ICT, un video (ripreso dalla zia) mostrerebbe agenti che lo colpiscono e lo trascinano fuori dal veicolo. Ramirez racconta di aver provato più volte a dire di essere cittadino statunitense e discendente di una tribù riconosciuta, senza essere ascoltato.  

Nello stesso articolo, Ramirez afferma di essere stato portato al B.H. Whipple Federal Building a Minneapolis, di aver atteso ore al freddo, e di non aver avuto accesso adeguato a servizi basilari durante l’attesa. ICT riporta anche che, al momento della pubblicazione, non risultavano capi d’accusa per aggressione depositati contro di lui e che ICE non aveva risposto alle richieste di commento sul motivo della detenzione.  

Un dettaglio importante (e onesto) sul linguaggio: ICT specifica in nota redazionale di definire Ramirez “discendente Red Lake” perché i suoi bisnonni materni sarebbero stati entrambi membri iscritti (enrolled) della Red Lake Nation.  Questo distingue “discendenza” da “iscrizione tribale”, senza intaccare il punto centrale: anche in quel quadro, Ramirez è descritto come cittadino statunitense e non come “immigrato”.

3) Il tentativo di fermo a Rachel Dionne-Thunder e la “resistenza civile” di quartiere

La cronaca non finisce con quei cinque casi. Indian Country Today riporta che, la mattina di venerdì 9 gennaio, agenti ICE avrebbero fermato e interrogato (tentando un’azione di detenzione) Rachel Dionne-Thunder, descritta come Plains Cree e co-fondatrice dell’Indigenous Protectors Movement, vicino al Powwow Grounds coffee shop. Secondo il resoconto, Dionne-Thunder avrebbe scelto di restare in auto, richiamandosi a precedenti “Know Your Rights training”, e l’intervento di altre persone accorse dal locale avrebbe portato gli agenti ad andarsene.   

È un passaggio chiave perché mostra come questi eventi non si consumino solo “tra individuo e Stato”, ma dentro una geografia comunitaria: bar, strade, parcheggi, luoghi di ritrovo. Non è retorica: è la trama reale con cui una comunità urbana indigena prova a proteggersi.

Il contesto che pesa come una cappa: militarizzazione, proteste, paura

I casi dei cittadini nativi si innestano in un contesto più ampio di scontri, proteste e accuse istituzionali. AP descrive giorni di tensione e una reazione politica senza precedenti: Minnesota, Minneapolis e St. Paul hanno intentato causa contro il governo federale per fermare o limitare l’operazione, citando violazioni di diritti costituzionali e denunciando condotte aggressive.  Nello stesso pezzo, AP riporta che il DHS ha difeso l’operazione e ha dichiarato oltre 2.000 arresti “since December”, definendo la surge la più grande operazione di enforcement di ICE. In questo clima, anche la percezione quotidiana cambia: basta un’auto scura che segue, un lampeggiante, una domanda secca (“documenti”), e una persona può sentirsi – come dice Ramirez – “kidnapped”, rapita.  

Il nodo dei documenti: quando la cittadinanza diventa “condizionata”

Una parte decisiva del problema sta in ciò che viene riconosciuto come prova sufficiente, e in ciò che – secondo varie comunità – non viene più considerato valido.

L’11 gennaio la Oneida Nation (Wisconsin) ha pubblicato un Public Service Announcement in cui afferma di essere a conoscenza del fatto che agenti ICE non hanno accettato l’identificazione (ID) tribale come documento valido. Nello stesso testo, Oneida sottolinea di ritenere che le proprie tessere di membership dovrebbero essere accettabili e invita i cittadini a portare sempre con sé un’identificazione e a seguire linee guida pratiche “in auto” e “alla porta di casa”.  

Questo passaggio è più che tecnico: significa che, in strada, l’appartenenza tribale può essere trattata come un dato non immediatamente credibile – e quindi la persona viene spinta a produrre un surplus di prova, in una condizione spesso di stress, vulnerabilità o precarietà.

Ed è qui che la povertà diventa un accelerante: il caso dei quattro Oglala viene raccontato come legato a una situazione di senza dimora, dove la disponibilità immediata di documenti può essere intermittente.  

La risposta politica indigena: “non è un errore, è un attacco”

A livello istituzionale locale, la reazione è stata durissima. L’11 gennaio, membri del Native American Caucus del Parlamento del Minnesota hanno diffuso un comunicato che collega direttamente i fermi di cittadini indigeni a una logica di profilazione e a un’offesa alla sovranità e alle “garanzie del giusto processo”; il testo insiste sull’“ironia crudele” di popoli indigeni trattati come outsider nelle loro terre e chiede trasparenza e indagini.   

Qui va letta una cosa con chiarezza: la politica indigena non sta parlando solo di “abusi individuali”. Sta dicendo che, quando lo Stato ferma un cittadino nativo perché “sembra straniero”, si riattiva un dispositivo coloniale: l’idea che l’indigeno debba sempre rendere conto della propria presenza, come se fosse provvisoria.

Non è solo Minneapolis: segnali di un clima più largo

Questo capitolo si inserisce in un racconto nazionale che, da settimane, parla di fermi contestati, stop in strada, e accuse di profiling. A dicembre 2025, per esempio, The Guardian ha riportato la denuncia della congresswoman Ilhan Omar, somalo-americana, secondo cui suo figlio sarebbe stato fermato da agenti ICE e rilasciato dopo aver mostrato il passaporto, sullo sfondo di un’operazione federale in Minnesota descritta come mirata a specifiche comunità.  Non è la stessa storia dei cittadini nativi, ma contribuisce a definire la cornice: controlli estesi, percezione di arbitrarietà, e comunità che imparano a muoversi come in una zona d’allerta.

Cosa stanno consigliando le nazioni tribali

Senza trasformare un articolo in un manuale legale, c’è un dato giornalistico importante: alcune nazioni tribali stanno già distribuendo linee guida “da frigorifero e da auto”.

Dalla Oneida Nation:

  • portare sempre un documento di identificazione;
  • mantenere un comportamento calmo, senza “aumentare le tensioni”;
  • coinvolgere, se necessario, la polizia tribale per assicurare che l’interazione sia “lawful”.

La domanda finale, quella che resta in gola

Se un controllo si regge su presunzioni visive – su pelle, tratti, contesto sociale – allora non è più “sicurezza”. È un sistema che decide chi appartiene e chi deve dimostrarlo.

E quando a doverlo dimostrare sono i popoli originari, la ferita non è solo individuale. È storica. È politica. È spirituale.

Fonti (selezione essenziale)

  • Indian Country Today: ricostruzione dei cinque fermi e caso Ramirez, con dettagli, timeline e dichiarazioni.  
  • CBS Minnesota: conferma del caso dei quattro Oglala vicino a Little Earth e contatti istituzionali.  
  • Associated Press: invio di ~2.000 agenti; causa di Minnesota/Minneapolis/St. Paul; dati su arresti e definizione dell’operazione.  
  • Oneida Nation (comunicato ufficiale): “tribal ID non accettato”, linee guida ai cittadini.  
  • Minnesota House of Representatives (comunicato Native American Caucus).
  • National Archives / Visit the Capitol + NARF: Indian Citizenship Act e quadro “tribal citizens & U.S.”  
  • Minneapolis American Indian Center (scheda su Little Earth).  
  • AP News
  • Axios
  • The Guardian

 

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Sat, 17 Jan 2026 13:30:00 GMT