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IN PRIMO PIANO
La Casa Bianca svela i nomi del consiglio esecutivo del "Board of Peace" di Gaza

 

Venerdì la Casa Bianca ha annunciato i nomi dei membri del "Board of Peace" della Striscia di Gaza, nonché il capo del Comitato nazionale per l'amministrazione di Gaza (NCAG), nell'ambito del presunto piano in 20 punti del presidente Donald Trump per porre fine alla guerra genocida di Israele sul territorio.

Il Comitato nazionale per l'amministrazione di Gaza (NCAG) sarà guidato dal dott. Ali Sha'ath, ex viceministro palestinese dell'Autorità Nazionale Palestinese, ha affermato la Casa Bianca in una nota.

La Casa Bianca ha descritto Sha'ath come "un leader tecnocratico ampiamente rispettato che supervisionerà il ripristino dei servizi pubblici, ricostruirà le istituzioni civili e stabilizzerà la vita quotidiana a Gaza, gettando al contempo le basi per una governance a lungo termine".

Chi siede nel proposto Consiglio per la pace e nel Consiglio esecutivo di Gaza?

La dichiarazione ha anche annunciato un comitato esecutivo a supporto della governance e dei servizi, tra cui il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan; l'inviato speciale di Trump Steve Witkoff, il genero di Trump Jared Kushner; l'ex primo ministro del Regno Unito Tony Blair; il ministro di Stato per la cooperazione internazionale degli Emirati Arabi Uniti (EAU) Reem Al-Hashimy, il diplomatico del Qatar Ali Al-Thawadi, il capo dell'intelligence egiziana Hassan Rashad; il diplomatico bulgaro con sede negli Emirati Arabi Uniti ed ex inviato delle Nazioni Unite Nickolay Mladenov; l'imprenditore cipriota-israeliano Yakir Gabay e la politica olandese Sigrid Kaag.

Il Comitato Esecutivo che guiderà il Consiglio per la Pace sarà presieduto da Trump. Tra i membri figurano il Segretario di Stato Marco Rubio, Witkoff, Kushner, Blair, il miliardario Marc Rowan, il capo del Gruppo della Banca Mondiale Ajay Banga e il consigliere politico statunitense Robert Gabriel.

Mladenov ricoprirà il ruolo di Alto Rappresentante per Gaza, collegando il Board of Peace con il NCAG, mentre il Maggior Generale Jasper Jeffers comanderà la Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF).

Gli Stati Uniti hanno inoltre nominato Aryeh Lightstone e Josh Gruenbaum come consiglieri senior del Board of Peace, per supervisionare "la strategia e le operazioni quotidiane".

Ulteriori membri del Comitato esecutivo e del Comitato esecutivo di Gaza saranno annunciati nelle prossime settimane, si legge nella nota.

Ciò è avvenuto dopo che Witkoff ha annunciato mercoledì l'inizio della seconda fase del piano di cessate il fuoco per Gaza, affermando che l'attenzione si sposterà sulla smilitarizzazione, sulla governance tecnocratica e sulla ricostruzione.

Il cessate il fuoco è entrato in vigore a ottobre. La sua prima fase ha interrotto la guerra, ha consentito un ritiro parziale israeliano, ha facilitato lo scambio di ostaggi israeliani con centinaia di palestinesi detenuti in Israele e ha consentito l'ingresso di aiuti umanitari limitati a Gaza, sebbene l'accordo richiedesse il pieno accesso.

La seconda fase prevede il ritiro completo di Israele, il disarmo di Hamas, l'invio di una Forza internazionale di stabilizzazione (ISF) e l'istituzione di un comitato "tecnocratico" palestinese per governare temporaneamente Gaza.

I palestinesi hanno affermato che Israele ha ripetutamente violato il cessate il fuoco, che ha fatto seguito alla guerra che ha causato la morte di oltre 71.000 persone, per lo più donne e bambini, e il ferimento di oltre 171.000 persone dall'ottobre 2023.

Secondo il Ministero della Salute di Gaza, dalla tregua sono stati uccisi circa 450 palestinesi e più di 1.200 sono rimasti feriti.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Sat, 17 Jan 2026 11:30:00 GMT
Diritti e giustizia
La forza bruta di Trump e Musk

 

di Michele Blanco

L’occidente nel corso degli ultimi 500 anni doveva convincere i popoli del mondo che era la parte “migliore” del mondo per leggi, economia e forza militare, anche quando costruiva imperi coloniali e di sfruttamento bestiale dei popoli che ha conquistato. Nel fare questo ha utilizzato i servizi della gleba europea, più spesso aveva schiavi esterni, sotto forme di dominio differente. Dal 1945 in avanti l’occidente ha puntato a rappresentare la forma più elevata di rapporto potere-popolo, la democrazia che doveva essere il modello per tutti, anche per popoli che non avevano mai conosciuto la democrazia rappresentativa. Anche le monarchie erdeditarie diventano democratiche, come quella inglese che possedeva territori immensi, dall’Australia all’India, al Canada. O quella della piccola Danimarca, nazione con meno abitanti della Lombardia che finora ha posseduto l’immensa isola di Groenlandia, fin dagli antichi insediamenti vichinghi.

Oggi questa iperbolica invenzione di gestione di due identità, popolo e territorio, sta completamente liquefandosi, come ci ha descritto Zygmunt Bauman. D’altra parte se la società, anche degli Stati democratici, il suo insieme di valori: Morali, economici, politici, sono liquidi lo diventa inevitabilmente anche la sua forma di governo. Oggi nel secondo mandato presidenziale dell’era Trump l’occidente, ex democratico, corre per una nuova forma di governo, che potremmo definire come la “Crazia”, dove non c’è più il popolo ma solo il potere, in cui il popolo passa da attore politico a spettatore, ovviamente pagante, come si paga tutto in questo mondo formatosi dopo l’avvento dell’ideologia del neoliberismo, oggi arrivata al suo ultimo terribile stadio.

Questa fusione di vocaboli (crasi) tra demos e crateos è una evoluzione del potere della comunicazione, anch’essa separata dall’informazione, che viene sostituita da piattaforme di contenuti assolutamente manipolati e preconfezionati. Il demos interessa solo in quanto utente, cliente pagante di una piattaforma o di un mezzo di comunicazione, come il caso di Starlink per il popolo iraniano.  Non in quanto partecipante attivo. Per iperbole era più democratico Goebbels, che rendeva partecipanti attivi, tramite la propaganda, la maggioranza dei tedeschi. Oggi le maggioranze non servono, gli artefici elettorali servono a questo, a rendere vincenti delle minuscole minoranze, con il mito della governance che sostituisce la rappresentanza politica nata alla base dei principi nati con la Rivoluzione Francese. Dal cogito ergo sum al sum quindi voto.

Oggi in Occidente, in tutti gli Stati democratici ormai solo formalmente, sempre meno aventi diritto vanno a votare, rendendo inutile lo stesso concetto di demos, sostituito dai focus e dai sondaggi. È la governance dei focus group, delle piccole nicchie elettorali, che costano complessivamente poco, rispetto agli interessi collettivi che vengono, ormai, completamente elusi. Questo lascia enormi margini di risorse per fare altro, per gestire interessi particolari. 

Facciamo un esempio, il dividendo che vuole Musk, esentasse possibilmente, dai suoi azionisti è di mille miliardi di dollari, praticamente quanto 40 finanziarie italiane da destinare ad una sola persona, cioè a lui. E questo nemmeno a fronte di enormi utili, ma solo per puro e semplice esercizio di potere. Il potere dell’immaginario collettivo, come una serie televisiva su Netflix da guardare, volete lo spazio ve lo do, anche se ancora non c’è, volete America First o il peggior bar di Caracas, ve lo concedo. Ci viene pure la Groenlandia, perché la vogliamo. Certo il Canada sarà più duro da comprare, e si romperebbe definitivamente il rapporto con una nazione militare da molti anni alleata, il Regno Unito. E sarebbe la fine della Nato. Ma oggi tutto è possibile. Su Netflix à la carte trovi che tutto è già stato scritto.

I popoli occidentali fanno da spettatori, ovviamente paganti, mentre gli Stati orientali e molti del sud del mondo continuano a cercare strade nuove, ideologicamente, quell’ideologia, la costruzione del pensiero critico e costruttivo, che noi cosiddetti occidentali abbiamo perso. L’abbiamo sostituita con un ircocervo folle, una vera e propria fusione di potere senza controllo democratico e la pura pazzia: La Crazia. Non è nemmeno una novità, abbiamo avuto già Nerone, il quale incendiò Roma. A breve qualcuno, nella sua folle vanità, inizierà ad appiccare il fuoco, che oggi potrebbe essere anche una guerra nucleare.

A tutti noi toccherà bruciare o provare a spegnere il fuoco prima possibile.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Sat, 17 Jan 2026 11:30:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Chi costruisce la narrazione sull’Iran?

“2.000 manifestanti uccisi, dicono gli attivisti.” È una formula ormai standard, ripetuta in coro daisoliti noti del circuito mainstream come BBC, CNN, Guardian, Reuters. La frase suona grave, definitiva, moralmente inappellabile. E proprio per questo meriterebbe una domanda preliminare: quali attivisti? Nel racconto mediatico occidentale sull’Iran, le fonti sono sorprendentemente ricorrenti. HRANA, CHRI, Tavaana, Boroumand Center. Organizzazioni presentate come indipendenti, non politiche, neutrali. Peccato che nessuna di queste operi in Iran. La maggior parte ha sede negli Stati Uniti, spesso in Virginia o New York, e riceve finanziamenti diretti o indiretti dal governo statunitense.

HRANA, la fonte più citata per arresti, morti e repressione, è finanziata dal National Endowment for Democracy, organismo creato - parole del suo stesso fondatore - per fare apertamente ciò che un tempo faceva la CIA in modo coperto. Eppure questo dettaglio sparisce sistematicamente dagli articoli che la citano come “ONG indipendente”. Lo stesso schema si ripete con il Center for Human Rights in Iran e con Tavaana, progetto nato con fondi del Dipartimento di Stato USA, specializzato in “educazione civica” e corsi online per aggirare le restrizioni digitali iraniane.

Milioni di dollari pubblici, poca trasparenza, enorme visibilità mediatica. Il quadro diventa ancora più politico osservando i dirigenti di queste strutture: attivisti che invocano apertamente bombardamenti statunitensi e israeliani sull’Iran, sostengono cambi di regime, giustificano interventi militari come “umanitari” e promuovono figure monarchiche cresciute negli Stati Uniti. Una militanza esplicita, difficilmente compatibile con l’idea di neutralità. Non si tratta di negare che in Iran esistano tensioni, repressioni o conflitti sociali (come in ogni paese del mondo d’altronde).

Il punto è un altro: quanto viene presentato come “monitoraggio dei diritti umani” appare sempre più come un ecosistema strutturato di regime change, finanziato da fondi pubblici occidentali e amplificato da media che rinunciano scientemente a ogni verifica autonoma. Il precedente dell’Iraq, della Libia, della Siria dovrebbe aver insegnato qualcosa. E invece la formula resta la stessa: numeri scioccanti, fonti opache, urgenza morale, silenzio sui finanziatori. Forse la vera notizia non è che questi dati vengano prodotti. Ma che, dopo decenni di “crociate umanitarie” finite in disastri, ci si aspetti ancora che il pubblico accetti tutto sulla base di un semplice: dicono gli attivisti.


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Data articolo: Sat, 17 Jan 2026 06:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Tra assedio e diplomazia: il Venezuela nella fase più dura

Il messaggio annuale della presidente incaricata Delcy Rodríguez all’Assemblea Nazionale venezuelana non è stato solo un atto istituzionale, ma una dichiarazione di fase storica. Un discorso breve, calibrato, aperto da un omaggio alle vittime dell’attacco del 3 gennaio e segnato da un richiamo esplicito al dialogo politico, alla fine dell’“antipolitica” e alla necessità di preservare la pace in un contesto di massima pressione internazionale. Rodríguez ha rivendicato la scelta della via diplomatica dopo il sequestro del presidente Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores, definendo l’atto una macchia grave nelle relazioni con gli Stati Uniti, ma ribadendo che il Venezuela non risponderà con l’escalation. È una linea che combina fermezza e autocontrollo: sovranità senza avventurismo.

Sul piano interno, il quadro presentato è quello di una stabilizzazione economica in corso. Diciannove trimestri consecutivi di crescita nonostante un asfissiante blocco economico-finanziario promosso dagli USA, un PIL in aumento dell’8,5%, produzione petrolifera a 1,2 milioni di barili al giorno senza importazioni di carburante, nuovi fondi sovrani per welfare e infrastrutture, investimenti popolari attraverso comuni e consigli comunali. A questo si aggiungono dati su sicurezza, servizi pubblici, occupazione e riduzione della mortalità materno-infantile. Il messaggio è chiaro: lo Stato è sotto attacco, ma governa. La dimensione internazionale è però il vero sfondo di tutto. Rodríguez ha rivendicato il diritto del Venezuela a relazioni multilaterali - con Cina, Russia, Iran, Cuba e anche con gli Stati Uniti - rifiutando ogni subordinazione. La sua frase sul possibile viaggio a Washington, “in piedi e non strisciando”, è diventata il simbolo di questa postura che contrasta con il servilismo della golpista Maria Corina Machado.

Qui si innesta il secondo livello di lettura: la crisi venezuelana come parte di un disordine globale più ampio. L’azione statunitense non rappresentae un’eccezione, ma il comportamento storico di un impero che divide, destabilizza, costruisce e abbatte governi. La novità non è la brutalità, ma la sua esposizione senza maschere o infigimenti di sorta. Bombardamenti, sequestri, minacce dirette: il “mondo senza regole” di cui parla persino la rivista Foreign Affairs, di tendenza conservatrice In questo contesto, il tentativo di dividere il chavismo - costruendo la narrazione fallace di una Delcy Rodríguez “traditrice” - appare come un classico strumento di guerra politica. Ma i fatti mostrano continuità: stesso governo, stesso progetto, stessa catena di comando. Come Maduro ha continuato a percorrere la strada tracciata da Chávez, Rodríguez continua sul sentiero di Maduro.

Il parallelo storico con Lenin e Brest-Litovsk, avanzato da Juan Carlos Monedero, non è retorico: quando la forza è sproporzionata, guadagnare tempo può essere l’atto più rivoluzionario. Evitare una guerra distruttiva non è resa, ma strategia. “Analisi concreta della situazione concreta”. Il Venezuela oggi sceglie di resistere governando, di difendere la propria sovranità senza sacrificare il proprio popolo. In un mondo che scivola verso la legge del più forte, questa scelta - dolorosa, imperfetta, ma razionale - segna una linea. E dice molto più sul futuro dell’ordine globale di quanto sembri a prima vista.


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Data articolo: Sat, 17 Jan 2026 06:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
La NATO contro se stessa in Groenlandia

La crisi groenlandese è entrata in una nuova fase il 16 gennaio, quando diversi Paesi europei - Germania, Francia, Svezia, Norvegia e Regno Unito - hanno iniziato a inviare o annunciato l’invio di contingenti militari sull’isola. Una risposta diretta al fallimento dei colloqui di Washington tra Danimarca, Groenlandia e l’amministrazione Trump, che continua a rivendicare la necessità strategica di “ottenere” l’isola. Formalmente si parla di sicurezza artica. Sostanzialmente, siamo davanti a un caso senza precedenti: un alleato NATO che minaccia apertamente l’integrità territoriale di un altro alleato. Trump sostiene che la Danimarca non sia in grado di garantire la sicurezza della Groenlandia, nonostante l’assenza, ammessa anche dai servizi danesi e statunitensi, di minacce imminenti da Russia o Cina.

Per Copenhagen, la risposta è stata misurata ma ferma. Il rafforzamento della presenza militare serve a dimostrare sovranità, non a provocare Washington. Come ha chiarito il comandante delle forze terrestri danesi, Peter Boysen, “per difendere la sovranità serve presenza”. È un messaggio rivolto tanto alla NATO quanto alla Casa Bianca. Secondo diversi analisti, la mossa di Trump resta soprattutto uno strumento di pressione: un’operazione di intimidazione negoziale, con l’obiettivo di strappare accordi commerciali, accesso privilegiato alle risorse e ulteriore libertà operativa militare. L’annessione diretta appare giuridicamente e politicamente complessa, ma il rischio è che la retorica finisca per diventare dottrina.

La frattura europea, però, è evidente. La Polonia ha annunciato che non invierà truppe, rivendicando il ruolo di “mediatore” e ribadendo che “non può esistere una NATO senza gli Stati Uniti”. Una posizione che privilegia l’unità dell’Alleanza anche a costo di accettare l’ambiguità strategica statunitense. Non a caso, Varsavia concentra le proprie priorità sul corridoio di Suwa?ki, vera ossessione dell’est europeo NATO. Il nodo politico è esplosivo: cosa accade se uno Stato NATO minaccia un altro? L’articolo 5 non contempla il caso. Eppure, un decreto reale danese del 1952 impone alle forze armate di reagire a qualsiasi invasione del territorio nazionale. La possibilità di uno scontro intra-alleanza resta remota, ma non più impensabile.

La Groenlandia diventa così il simbolo di un ordine occidentale che scricchiola: tra unilateralismo statunitense, sovranità europea inesistente e una NATO concepita per un mondo che non esiste più. In questo scenario, l’Artico non è solo una frontiera geografica, ma la cartina di tornasole di un’egemonia in crisi.


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Data articolo: Sat, 17 Jan 2026 06:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Sul "Né Trump, né Khamenei!"

 

di Leonardo Sinigaglia

 

"Né Trump, né Khamenei!" L'ennesima posizione vigliacca e complice della sinistra occidentale.

Filiazioni della CIA come il KKE, la minoranza del PCV o il trotskistume vario sono solite prendere posizioni "nénéiste", spacciandole per "rivoluzionarie". Si tratta in realtà di posizioni intellettualmente pigre e infami, che ti allineano di fatto all'imperialismo, l'unico imperialismo che esiste oggi nel mondo reale, ossia quello degli Stati Uniti.

La retorica degli "opposti imperialismi" non è altro che la cattiva digestione di scritti di Lenin vecchi di un secolo che descrivevano una situazione profondamente diversa da quella attuale. Chi la sostiene si diverte a fare il cosplayer del bolscevico del 1914, non capendo che in realtà appare solo come una prostituta degli USA del 2026. 

"Eh, ma i compagni del Tudeh dicono..."

Di quello che possono dire i "compagni del Tudeh" non me ne frega nulla. Se non sei in grado di vedere la realtà per come è, se continui a riproporre analisi e condotte completamente errate non saranno le falci e martello appiccicate sui simboli a darti credibilità. Io non faccio il tifo per i "comunisti", non è il colore rosso a darti ragione, né il nome del partito mi spinge ad essere indulgente: se stai dalla parte dell'imperialismo, anche in buona fede, sei un nemico. Non sei un "compagno che sbaglia", ma un meschino nemico dell'Umanità alla pari di qualsiasi miliziano dell'Azov o agente del Mossad.

"eh, ma la lotta di classe..."

La lotta per la costruzione di un mondo multipolare E' espressione della lotta di classe. Non è "scontro tra potenze", non è "spartizione del mondo", ma il faticoso emergere di una nuova architettura internazionale in cui le forze della borghesia imperialista NON SONO PIU' dominanti. E' l'estensione su scala globale di un regime di "nuova democrazia". A guidarla, infatti, ci sono in prima fila paesi socialisti e paesi in cui i partiti comunisti esercitano un ruolo chiave nello Stato, e a fare affidamento su di essa sono le masse popolari di tutto il mondo. Chi ha più chiari gli interessi dei lavoratori, il Partito Comunista Cinese, il Partito Comunista Cubano, quelli vietnamita e laotiano o qualche gruppuscolo di fricchettoni che a stento riesce ad eleggere un rappresentante d'istituto in un liceo di Roma? 

"Ma l'Iran non è socialista!"

E chi se ne frega. Non è l'usare o meno la falce e martello a rendere un paese "socialista", né il non essere socialista esclude a prescindere la possibilità di ricoprire un ruolo rivoluzionario e progressivo. La Rivoluzione del 1979 è stata sicuramente una rivoluzione nazional-borghese, guidata dalla piccola borghesia dei bazar e dal clero sciita, ma il regime che ne è nato ha sempre visto, proprio grazie ai canali offerti dalla peculiare struttura islamico-rivoluzionaria, ampi spazi di partecipazione per le masse popolari, soprattutto tramite organizzazioni politico-militari come il Basij e le Guardie Rivoluzionarie. 

A guidare il paese non è la classe lavoratrice, ma una figura "cesaristica" come Khamenei che media gli interessi della borghesia nazionale, della piccola borghesia e dei salariati, con una fortissima legittimazione popolare.

Parte della grande borghesia iraniana ha da decenni scelto di cercare di fare il "salto di qualità", barattando l'indipendenza del paese con le rendite garantite dall'imperialismo. Questa classe comprador, che manda i propri figli a studiare all'estero, che sostiene la "normalizzazione" con gli Stati Uniti e che è ostile al programma nucleare è raccolta attorno a diversi esponenti del mondo riformista, che, non ha caso, hanno sempre portato avanti politiche neoliberali.

Le recenti manifestazioni sono nate per motivi socio-economici, causati dall'embargo e dalle politiche perseguite dai riformisti, ed erano guidate da esponenti dei "conservatori". E' solo in una seconda fase, grazie all'intervento dei terroristi etno-separatisti e degli agenti occidentali, che queste sono degenerate in rivolte sanguinose. In quest'ultima fase a guidarle politicamente non erano né gli operai, né i commercianti dei bazar, ma la borghesia compradora attraverso gli agenti stranieri, i militanti monarchici e gli estremisti curdi. 

"Però il regime della Repubblica Islamica non va bene..."

Non spetta a noi dirlo, non spetta a noi giudicare. Ogni popolo ha diritto ad organizzarsi in maniera coerente con il proprio percorso storico, le proprie esigenze e la propria civiltà. Ciò che possiamo fare, ciò che dobbiamo fare, è sostenere le tendenze realmente progressive che si contrappongono materialmente alla reazione. Ossia, in questo caso, sostenere l'ala genuinamente anti-imperialista dello scenario politico iraniano contro chi vorrebbe vendere il paese agli USA.

"Eh, ma se fossi un comunista iraniano perseguitato non la penseresti così"

I comunisti sono stati perseguitati in Iran perché hanno agito come quinta colonna, collaborando con gli USA, con Israele e persino con l'Iraq di Saddam durante la guerra 1980-1988. E questo ancor prima di qualsiasi opposizione da parte della autorità religiose nei confronti dell'ateismo o di altre posizioni che i comunisti iraniani potrebbero aver espresso. 

Se io fossi un comunista iraniano non andrei in giro con bandiere rosse, non chiamerei alla rivoluzione contro Khamenei, ma lavorerei di concerto a ogni gruppo politico e sociale anti-imperialista per ridurre al minimo l'influenza dei comprador. 

La lotta di classe esiste in Iran come in ogni paese, gli operai iraniani sicuramente vengono sfruttati. La contraddizione principale che vivono non è però quella con i loro padrone, ma quella tra l'imperialismo e la sovranità nazionale. I loro interessi sono necessariamente opposti rispetto a quelli del regime egemonico statunitense.

La lotta tra le forze patriottiche iraniane e i capitolazionisti filo-americani è una manifestazione della lotta di classe. Essa potrà essere vinta solo se le classi popolari sapranno guidarla. E questo può essere fatto solo all'interno della cornice istituzionale della Repubblica Islamica.

Tutto il resto è chiacchiericcio da fiancheggiatore del Mossad.

Data articolo: Fri, 16 Jan 2026 19:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Nobel a Trump, politici ed esperti norvegesi: "Gesto vergognoso e senza senso" di Machado

L’atto dell'estremista e golpista dell’opposizione venezuelana María Corina Machado (ci rifiutiamo di definirla leader visto lo scarso apprezzamento di cui gode in Venezuela come confermato dallo stesso Trump), che ha consegnato al presidente statunitense Donald Trump la medaglia del Premio Nobel per la Pace ricevuta solo lo scorso dicembre, ha provocato un’ondata di indignazione in Norvegia, paese custode di quello che veniva considerato nel passato un prestigioso riconoscimento. La scena, dove Trump ha l’onorificenza tra le mani, è stata definita "un colpo basso indegno" da Sigurd Falkenberg Mikkelsen, giornalista che si occupa degli esteri per l’emittente pubblica NRK, in un articolo dedicato alla vicenda.

Le reazioni nel mondo politico e intellettuale norvegese sono state immediate e durissime. Raymond Johansen, ex sindaco di Oslo, ha bollato il fatto sui social come "incredibilmente vergognoso e dannoso per uno dei premi più riconosciuti e importanti al mondo". Critiche condivise da numerosi esperti e commentatori, che hanno parlato di un gesto "vergognoso, patetico, inaudito, irrispettoso, assurdo e senza senso".

Janne Haaland Matlary, analista politica ed ex segretaria di Stato al Ministero degli Esteri norvegese, ha sottolineato come l’accaduto sia "totalmente inaudito" e dimostri "mancanza di rispetto verso il Comitato Nobel e il valore del premio". Ha inoltre aggiunto, in modo perentorio, che si tratta di "un atto senza senso, perché un premio non si può regalare". Trygve Slagsvold Vedum, leader del Partito di Centro, ha colto l’occasione per un giudizio sull’inquilino della Casa Bianca: "Il fatto che Trump accetti la medaglia dice molto di lui come persona: un classico spaccone che si adorna con i meriti e il lavoro altrui".

Secondo il professor Leiv Marsteintredet dell’Università di Bergen, la mossa di Machado aveva uno scopo puramente strumentale: ingraziarsi Trump nella speranza di un sostegno più solido dopo il fallito colpo di Stato del 3 gennaio contro il presidente legittimo del Venezuela, Nicolás Maduro. Un calcolo che sembra essere fallito, dato che lo stesso Trump, dopo il sequestro di Maduro, ha dichiarato che per l’oppositrice "sarebbe molto difficile" guidare il Venezuela per mancanza di supporto interno.

La polemica ha spinto persino il partito di sinistra Rødt a chiedere la rimozione dei membri del Comitato Nobel che assegnarono il premio alla Machado, sostenendo che la decisione abbia politicizzato e svilito l’onorificenza. "Ora il Premio Nobel per la Pace pende nell’ufficio di Donald Trump, una conseguenza prevedibile della scelta del Comitato", ha affermato il portavoce esteri Bjørnar Moxnes.

Sul piano formale, il Comitato Nobel norvegese ha precisato in una dichiarazione su X che, sebbene una medaglia fisica possa cambiare proprietario, il titolo di vincitore del Nobel non è trasferibile, revocabile o condivisibile. La decisione, hanno ribadito, "è definitiva e rimane per sempre". Una presa di distanza netta da uno spettacolo che ha offuscato, secondo l’opinione pubblica norvegese, la dignità di un simbolo mondiale della pace.

Data articolo: Fri, 16 Jan 2026 18:53:00 GMT
WORLD AFFAIRS
Cina: "Tutti i paesi e i popoli amanti della pace dovrebbero opporsi fermamente alla rinascita del militarismo giapponese"

In risposta all'accordo recentemente firmato tra Giappone e Filippine per migliorare l'assistenza reciproca logistica militare e all'affermazione del Giappone di fornire milioni di dollari USA in assistenza alla sicurezza a Manila con l'obiettivo di rafforzare le cosiddette relazioni di "quasi-alleanza", e alla domanda su come la Cina valuterà il suo possibile impatto sulla pace e la stabilità regionale se l'accordo entrerà in vigore, un portavoce del Ministero degli Esteri cinese ha affermato che la Cina ritiene sempre che la cooperazione tra paesi non debba prendere di mira terze parti, minare gli interessi di terze parti o mettere a repentaglio la pace e la stabilità regionale.

Il portavoce Guo Jiakun ha osservato che durante la Seconda Guerra Mondiale, il Giappone militarista invase le Filippine, perseguitò il popolo filippino e i suoi soldati alleati con la forza militare e la coercizione e uccise brutalmente funzionari diplomatici cinesi. "Questa storia deve essere ricordata, questi debiti di sangue devono essere ripagati e tali crimini devono essere resi noti", ha affermato Guo.

Il portavoce ha osservato che i paesi del Sud-est asiatico e la comunità internazionale hanno continuato a esprimere critiche sulle misure militari e di sicurezza adottate dal Giappone. Invece di riflettere sul proprio passato e di esercitare moderazione, la parte giapponese ha fatto ricorso a scuse per espandere i propri armamenti ed esportare armi letali. Questo ha messo a nudo il tentativo delle forze di destra giapponesi di promuovere la "rimilitarizzazione" e seguire la vecchia strada dell'espansione militare, ha affermato Guo.

"Tutti i paesi e i popoli amanti della pace dovrebbero opporsi fermamente alla rinascita del militarismo giapponese e alla sua 'rimilitarizzazione' e sostenere la pace e la stabilità regionale", ha aggiunto Guo.

Data articolo: Fri, 16 Jan 2026 18:39:00 GMT
WORLD AFFAIRS
Nicaragua: Murillo ribadisce il sostegno al Venezuela e chiede una riforma dell'ONU

La co-presidente del Nicaragua, Rosario Murillo, ha sottolineato il fermo sostegno del suo Paese al Venezuela di fronte alle aggressioni esterne, sollecitando al contempo la riforma delle Nazioni Unite (ONU) per garantire il rispetto del diritto internazionale.

In un forte messaggio, Murillo ha denunciato la mancanza di uguaglianza internazionale e ha sottolineato la costante lotta del Nicaragua per il rispetto, la convivenza dignitosa e il diritto a vivere in pace. "Il mondo è cambiato così tanto che necessita, esige, un'altra organizzazione, un'organizzazione che risponda ai bisogni dei nostri tempi, alle urgenze dei nostri tempi e alle richieste dei nostri tempi", ha affermato, sottolineando la necessità di un'ONU che rispetti l'uguaglianza giuridica di tutte le nazioni, indipendentemente dalle loro dimensioni.

La co-presidente ha affermato che la campagna per promuovere la riforma delle Nazioni Unite è stata avviata dal Comandante Ortega ed è fondamentale affinché i piccoli Paesi possano avere voce e difendere i propri diritti. Come esempio dell'inefficacia del sistema attuale e della sua violazione del diritto internazionale, ha citato le votazioni annuali contro il blocco di Cuba, che, sebbene approvate a maggioranza, non hanno alcun effetto, così come la situazione catastrofica in cui versa il popolo palestinese.

Murillo ha anche sottolineato l'importanza dell'unità e della coesione interna, ribadendo che "chi sogna l'odio è sconfitto" e che la vera vittoria risiede nel superamento della povertà. Ha esortato la popolazione ad unirsi all'appello globale al rispetto, alla pace e al progresso per sconfiggere la miseria. Ha sottolineato i valori cristiani dell'amore e del rispetto reciproco, il rifiuto dell'odio e dell'oppressione, e infine che questi principi dovrebbero governare le relazioni tra tutti i Paesi.

La co-presidente ha anche reso omaggio a figure nicaraguensi come Darío, Sandino e Zeledón, che dimostrano come grandi spiriti possano emergere da un piccolo Paese e dalla povertà. 

 

Data articolo: Fri, 16 Jan 2026 18:32:00 GMT
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Cuba alza la voce: L'Avana in piazza per i 32 caduti in Venezuela

Una marea umana ha invaso questo venerdì la Tribuna Antiimperialista José Martí dell'Avana per un potente atto di solidarietà con il Venezuela, per commemorare i cubani cauduti e di condanna alle azioni degli Stati Uniti. Sotto lo sguardo della monumentale statua dell'eroe nazionale e patriota, più di mezzo milione di cubani, secondo le stime, hanno reso omaggio ai 32 militari caduti durante quella che L'Avana descrive come una "aggressione militare statunitense" contro Caracas, conclusasi con il sequestro del presidente Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores.

La scelta del luogo non è casuale. Questo palco è storicamente il punto da cui Cuba lancia i suoi messaggi di sfida e di unità continentale. La concentrazione di oggi è stata una riaffermazione dei principi rivoluzionari: il rifiuto dell'ingerenza straniera, la denuncia dell'ingiustizia e la proclamazione di una solidarietà incrollabile con la vicina Repubblica Bolivariana.

Tra la folla, le motivazioni personali si intrecciavano con la causa politica. "Vengo per mio nonno, che mi insegnò che la dignità non si negozia", ha detto Ana Laura, studentessa di medicina. Per Gilberto, 78 anni, veterano di molte battaglie, "essere qui oggi è dare ragione a chi è caduto, dimostrare che il loro sacrificio non è stato vano". La maestra Dayanis ha visto nella partecipazione un dovere pedagogico: "Marcio affinché i miei alunni capiscano che di fronte all'aggressione contro un popolo fratello non ci si può girare dall'altra parte".

Dallo stesso palco, il Presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha infiammato la piazza con un discorso di fuoco contro Washington. Rivolgendosi idealmente agli Stati Uniti, ha dichiarato con voce rotta dall'emozione: "Dovrebbero sequestrare milioni di persone o cancellarci dalla mappa, e anche così li perseguiterebbe per sempre il fantasma di questo piccolo arcipelago che avrebbero dovuto polverizzare perché non sono riusciti a sottometterlo". Un chiaro riferimento alle recenti minacce provenienti dall'amministrazione Trump.

"Non ci intimoriranno", ha tuonato il leader, definendo l'unità nazionale "l'arma più potente" della Rivoluzione, paragonandola ai fasci di canne strettamente legati che campeggiano sullo stemma del paese.

La giornata si è conclusa con le strade dell'Avana che hanno riecheggiato di slogan di fratellanza cubano-venezuelana, mentre la folla si disperdeva. L'immagine della statua di Martí che pare indicare la via e la mole di persone che l'hanno seguita hanno consegnato al mondo un messaggio preciso: di fronte alle pressioni, la risposta di Cuba è una sola, ed è quella dell'unione e della resistenza ad oltranza.

Data articolo: Fri, 16 Jan 2026 18:07:00 GMT