Gli ultimi video di Diego Fusaro e le news di antidiplomatico


Ultimi video del canale di Diego Fusaro

DIEGO FUSARO: Ulisse, il viaggio de
Data video: 2026-01-30T13:00:15+00:00
DIEGO FUSARO: "La dittatura del sap
Data video: 2026-01-30T12:00:51+00:00


News antidiplomatico

#news #antidiplomatico

News lantidiplomatico.it

OP-ED
Andrea Zhok - Sui difensori in Italia del neo imperialismo (scomposto) di Trump

 

di Andrea Zhok*

 

Il posizionamento dell’opinione pubblica italiana nei confronti delle politiche dell’amministrazione Trump non vale, naturalmente, come fattore di politica internazionale (la nostra opinione, pubblica o di vertice, non influenza in alcun modo la politica americana). Esso conta tuttavia come elemento di autocomprensione e di consapevolezza politica interna.

Ora, di fronte ai non pochi che continuano a difendere, magari a denti stretti e con varie contorsioni, le politiche dell’amministrazione Trump, io ho – almeno in parte – comprensione psicologica. Ne capisco fino ad un certo punto la dinamica mentale.

Trump è stato eletto come alfiere populista del movimento MAGA, con un’agenda che si voleva:

 

• Avversa al “Deep State” e al predominio degli interessi finanziari “macro” rispetto alle istanze della piccola proprietà (la “piccola borghesia” e il “proletariato qualificato”, nella terminologia tradizionale);

• Contraria alle derive “Woke” e agli eccessi del politicamente corretto nell’amministrazione, nella scuola, nell’accademia americane;

• Contraria ad una politica di presenzialismo imperialistico sul piano mondiale, favorevole all’isolazionismo, ad una maggior cura dei problemi interni agli USA;

• Favorevole ad un ripristino dell’ordine interno e ad una limitazione di processi migratori incontrollati;

• Favorevole ad una politica di trasparenza rispetto alle politiche sanitarie invalse in periodo covid, con una loro rimessa in discussione.

 

Ciascuna di queste posizioni può essere interpretata in forme virtuose e – almeno a fallibile giudizio dello scrivente – ha in potenza dei meriti intrinseci.

Naturalmente Trump è e rimane un liberista feroce, del tutto incompatibile con qualunque idea di uno stato sociale, e questo me lo tiene comunque distante (e dovrebbe tenerlo a distanza anche da molti che continuano a difenderlo.) Tuttavia è vero che nel contesto americano non è che le opzioni di una “socializzazione dell’economia” siano seriamente presenti altrove, e dunque non è che questo aspetto di Trump lo renda particolarmente odioso (spero che nessuno vorrà prendere sul serio le tinteggiature sociali di qualche dem periferico tipo Bernie Sanders, che servono sempre solo da foglia di fico all’establishment democratico.) 

In sunto, l’immagine che comprensibilmente qualcuno ha alimentato dell’opzione Trump è stata quella di una rottura radicale con la tradizione politica dell’imperialismo globalista e dello stato profondo a guida finanziaria, e con l’accettazione di una prospettiva di ritorno alla cura e al rispetto delle identità nazionali.

Fin qui posso arrivare con un tentativo di comprensione psicologica: dopo tutto, viste le alternative, e viste le tendenze di fondo della politica americana degli ultimi anni, un presidente con queste caratteristiche poteva essere visto come un passo in direzione di un nuovo multipolarismo, di un nuovo rispetto per culture e tradizioni differenti.

Solo che di tutto questo quadro, arrivati quasi a metà mandato, non rimane in piedi quasi nulla. 

Salvo qualche passo reale di trasparenza nel settore sanitario, che si deve alla gestione di Kennedy, su tutto il resto ci troviamo con un quadro, o letteralmente antitetico alle promesse elettorali, o gravemente inadeguato nell’implementazione.

Alla faccia dell’isolazionismo e del concentrarsi sugli affari interni, la politica del secondo mandato Trump è caratterizzata da un’aggressione internazionale scomposta in tutte le direzioni (Venezuela, Groenlandia, Iran, Nigeria, Yemen, ecc.), e da un fallimento degli intenti di pacificazione sul fronte russo.

Il tema “Woke” è stato affrontato sì con qualche limitazione degli abusi dell’amministrazione precedente (ad esempio nelle forze armate), ma in generale più con battute da caserma che con una ridiscussione critica dei temi correlati (e, ok, aspettarsi da Trump & C. una “ridiscussione critica” su temi proverbialmente delicati e sottili come questi era schietto wishful thinking.)

Quanto all’enorme questione dei flussi migratori, anche qui l’azione dell’amministrazione Trump è stata talmente pessima da compromettere durevolmente l’intera questione. Infatti si ha un bel dire che l’ICE non è una creazione di Trump e che i numeri della remigrazione delle amministrazioni precedenti sono ben superiori, ma il disastro è politico. Siccome in questioni sociali delicate il MODO di agire è non meno importante del FINE per cui si agisce, il fallimento organizzativo delle operazioni dell’ICE e il tentativo di difendere l’indifendibile (i due omicidi volontari di Renée Good e Alex Pretti) ha compromesso gravemente l’idea stessa di controllo dell’immigrazione clandestina. Persino una fetta significativa dell’elettorato repubblicano (circa un quarto) considera la gestione trumpiana dell’ICE inaccettabile. 

Ecco, come dicevo all’inizio, il nostro giudizio sulla politica americana non importa nulla per gli americani, ma importa molto per la definizione dei campi e delle istanze nel nostro dibattito pubblico. 

Continuare a difendere il neoimperialismo scomposto di Trump inventandosi che è un modo astuto e indiretto per giungere al multipolarismo getta un’ombra sulla coscienza politica di molti di quelli (come lo scrivente) che sostiene una prospettiva multipolare. Qui non c’è niente da giustificare. L’amministrazione Trump nella prima parte del suo secondo mandato si è distinta per una delle peggiori politiche di imperialismo aggressivo di sempre: prona ai desideri di Israele, in constante violazione di ogni regola del diritto internazionale, incapace di pervenire alla pace anche su quei fronti dove apparentemente desidera farlo. 

Continuare a difendere lo squadrismo conclamato dell’ICE nel nome del controllo dell’immigrazione clandestina distrugge la credibilità dell’idea stessa di tale controllo. Qui il danno è, se possibile, ancora più grave. Si può concedere quel che si vuole sul fatto che l’apparato mediatico in mano ai Dem ha amplificato massimamente singoli eventi. Ma resta il fatto che quegli eventi sono accaduti, che non erano difendibili e che ciononostante sono stati difesi contro ogni evidenza. Si finisce per porre una falsa scelta tra l’alternativa di avere squadracce armate che esercitano ogni forma di abuso nelle strade e la rassegnazione alla balcanizzazione etnica dello stato in presenza di immigrazione incontrollata. Una tale alternativa è intrinsecamente catastrofica.

Bisogna smettere di difendere l’indifendibile perché ci piacerebbe fosse qualcosa che non è. 

È una dinamica ideologica di schieramento, una dinamica intrinsecamente deleteria. Essa è di solito perdente, ma anche laddove fosse vincente, finisce per avere effetti rovinosi, perché alimenta dogmatismo e riduzione della capacità critica (se ti affermi politicamente attraverso tifoserie, fallirai comunque.)

 

 

*Post Facebook del 30 gennaio 2026

Data articolo: Fri, 30 Jan 2026 12:00:00 GMT
OP-ED
Perché l'Occidente non accetterà mai la sovranità iraniana

 

di Soumaya Ghannoushi - Middle East Eye

"Non ci lasceremo costringere né dai governi stranieri né dalle autorità internazionali", avvertì l'ex primo ministro iraniano Mohammad Mosaddegh al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nel 1951.

Più di sette decenni dopo, mentre un gruppo di portaerei statunitensi entra nell'Oceano Indiano e cacciatorpediniere lanciamissili si diffondono in tutto il Medio Oriente, l'avvertimento di Mosaddegh sembra più un commento in diretta che un resoconto storico. 

Le navi da guerra non si posizionano per caso. Il loro movimento segnala un intento. Allo stesso modo, i "dossier di intelligence" non vengono solitamente compilati per scoprire la verità, ma elaborati per ottenere il consenso all'azione militare: l'impalcatura di un intervento già avviato.

È in questo contesto che Israele ha consegnato al presidente degli Stati Uniti Donald Trump quelle che definisce prove decisive dell'esecuzione di centinaia di manifestanti detenuti da parte delle autorità iraniane durante la recente repressione nazionale. Che Tel Aviv si presenti ora come l'autorità fornitrice di prove contro l'Iran sarebbe ridicolo, se la posta in gioco non fosse così alta. 

Lo Stato che ha esercitato pressioni incessanti per la guerra contro Teheran, che dichiara apertamente che il cambio di regime in Iran è un obiettivo strategico e che ha più da guadagnare di qualsiasi altro attore dal collasso iraniano, viene improvvisamente trasformato in un testimone umanitario neutrale. Tel Aviv è stata così elevata a procuratore capo; le sue affermazioni sono state trattate non come un'advocacy, ma come fatti.

Ciò non significa che l'Iran non sia in crisi. Lo è. Un gran numero di iraniani è stato costretto a scendere in piazza da una vera e propria stanchezza dopo decenni di strangolamento economico. Le loro lamentele sono reali, la loro rabbia innegabile.

Ma questi sono anche i momenti in cui i movimenti popolari sono più vulnerabili, non solo alla repressione, ma anche alla cattura. Le potenze esterne non devono inventare il malcontento interno; devono solo guidarlo.

Struttura familiare

Lo schema è ben consolidato. Ci fu il colpo di stato del 1964 in Brasile contro il leader João Goulart ; il colpo di stato del 1973 in Cile contro Salvador Allende; e prima ancora, il colpo di stato in Congo del 1961, in cui Patrice Lumumba fu deposto e ucciso. Poi c'è la lunga e torbida storia dei rovesciamenti controrivoluzionari seguiti alla Primavera araba.

Questi casi non sono identici, ma la struttura è abbastanza familiare da fungere da monito. 

Dalla Seconda Guerra Mondiale, quando i movimenti minacciano gli interessi occidentali radicati, si ricorre alle sanzioni. Si fomentano crisi economiche. Si infiammano le divisioni interne. Si moltiplicano le campagne mediatiche. Si finanziano le controrivoluzioni. 

Se queste misure falliscono, si organizzano colpi di stato, si lanciano occupazioni o si giustificano guerre con il linguaggio della salvezza.

L'Iran conosce questo schema non come teoria, ma come trauma vissuto. Nel 1953, Mohammad Mossadeq, un primo ministro democraticamente eletto, fu rovesciato da un colpo di stato anglo- americano non perché avesse governato brutalmente, ma perché aveva nazionalizzato il petrolio iraniano. All'epoca, la Anglo-Iranian Oil Company , che in seguito divenne nota come BP, offrì all'Iran solo il 16% dei profitti netti derivanti dalle proprie risorse. 

La Gran Bretagna rispose con un blocco, chiudendo la raffineria di Abadan, facendo pressione sugli acquirenti stranieri affinché rifiutassero il petrolio iraniano e gettando deliberatamente l'economia in una crisi.

Quando la guerra economica si rivelò insufficiente, Londra convinse Washington a intervenire invocando i timori della Guerra Fredda. L'Operazione Ajax della CIA inondò l'Iran di disinformazione, corrompò politici, vessò figure religiose e orchestrò disordini. Mosaddegh fu rimosso. Lo Scià fu restaurato. Persino la CIA ora riconosce ufficialmente il colpo di Stato come antidemocratico.

Quell'episodio non ha solo alterato la traiettoria politica dell'Iran; ne ha definito le strategie. Gli stessi strumenti sono visibili oggi. Le notizie di attacchi a decine di moschee in tutto l'Iran sollevano inevitabili interrogativi sui tentativi esterni di fomentare divisioni e lotte intestine, attraverso esattamente le stesse faglie sfruttate sette decenni fa.

E non si tratta solo di una destabilizzazione occulta. Personaggi dei media israeliani hanno parlato apertamente di ciò che seguirebbe il crollo del regime, dichiarando che, una volta caduto l'Iran, verrà bombardato in tutto il suo territorio, proprio come è accaduto alla Siria, sistematicamente privata della capacità militare dopo la deposizione del presidente Bashar al-Assad. 

Il messaggio è inequivocabile: il cambio di regime non è l'obiettivo finale, ma la precondizione per uno smantellamento completo.

Assedio lento

Dal 1979, l'Iran ha subito uno dei regimi sanzionatori più lunghi e completi della storia moderna. Quello che è iniziato con il congelamento dei beni e il divieto di vendita del petrolio si è evoluto in un sistema che ha preso di mira finanza, energia, commercio, tecnologia e vita quotidiana. 

Le sanzioni si sono intensificate nel corso degli anni '90, sono state estese multilateralmente dopo il 2006, sono state parzialmente revocate con l' accordo nucleare del 2015 e poi sono state completamente reimposte con la campagna di "massima pressione" di Trump nel 2018.

L'anno scorso, le potenze europee hanno attivato il meccanismo di snapback, ripristinando automaticamente le sanzioni delle Nazioni Unite in nome della non conformità e dei diritti umani. 

Le sanzioni sono spesso descritte come un'alternativa pacifica alla guerra. In realtà, funzionano come un lento assedio. Fanno crollare le valute, svuotano le società, radicalizzano la politica e fanno sì che sia la gente comune a pagare il prezzo dello scontro geopolitico.

La Gran Bretagna ha utilizzato questo metodo contro l'Iran nel 1951. Da allora gli Stati Uniti lo hanno perfezionato. Non è un caso che le richieste di un cambio di regime accompagnino così spesso le richieste di sanzioni più severe; chi le sostiene sa esattamente chi ne sopporta il peso.

L'interesse di Washington per l'Iran affonda le sue radici nell'egemonia. Il petrolio iraniano non è solo una risorsa economica; è una leva strategica nella competizione globale con la Cina

Oggi, la Cina è il principale acquirente di greggio iraniano. L'indebolimento dell'Iran indebolisce quindi un'arteria energetica fondamentale per Pechino: nel 2025, l'Iran rappresentava circa il 13% delle importazioni petrolifere via mare della Cina, con circa 1,38 milioni di barili al giorno destinati agli acquirenti cinesi. 

L'agenda di Israele va oltre. Negli ultimi due anni, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu si è ripetutamente rivolto direttamente al popolo iraniano, esortandolo a scendere in piazza, presentando le azioni militari israeliane come un modo per aprire la strada alla libertà e promettendo assistenza una volta caduto il regime. 

L'ex ministro della Difesa Yoav Gallant è stato ancora più esplicito, parlando di come gli eventi siano stati guidati "da una mano invisibile", sottolineando la centralità dell'azione di massa pur rimanendo formalmente in disparte.

"Siamo con voi"

Questa retorica è stata sempre più accompagnata da segnalazioni mediatiche. I media israeliani hanno apertamente suggerito che attori stranieri stiano armando i manifestanti, un'affermazione espressa con la massima schiettezza da un corrispondente diplomatico di Canale 14 - la rete televisiva più vicina a Netanyahu - che ha esultato dicendo che ai manifestanti venivano fornite armi da fuoco vere, "che è la ragione delle centinaia di membri del regime uccisi. Ognuno è libero di indovinare chi c'è dietro", ha aggiunto. 

Tali osservazioni non sono passi falsi, ma fanno parte di un più ampio ecosistema mediatico israeliano che ha iniziato a dire ad alta voce ciò che prima era lasciato implicito.

Questi segnali mediatici si sposano in modo poco chiaro con i messaggi ufficiali dell'intelligence. Dopo la guerra del giugno scorso, il direttore del Mossad David Barnea ha rilasciato una dichiarazione rara e sorprendente , assicurando sia alla sua agenzia che all'opinione pubblica che Israele avrebbe continuato a "essere lì, come siamo stati lì" - un'espressione ampiamente interpretata come un presagio di continue attività segrete all'interno dell'Iran. 

E il mese scorso, un account X (ex Twitter) in lingua persiana, collegato al Mossad, ha esortato gli iraniani a partecipare alle proteste, dichiarando: "Uscite insieme per le strade. È giunto il momento. Siamo con voi. Non solo a distanza e verbalmente. Siamo con voi sul campo". 

Sebbene i funzionari israeliani abbiano formalmente negato qualsiasi collegamento con il racconto, le agenzie di intelligence hanno a lungo fatto affidamento su fronti negabili proprio per tali scopi.

E non si tratta solo di una campagna di sensibilizzazione occulta. Le bandiere israeliane sono diventate un elemento distintivo delle manifestazioni anti-regime fuori dall'Iran, accompagnate da una campagna coordinata sui social media che amplifica narrazioni specifiche e risultati politici auspicati. 

Un'analisi dei dati di Al Jazeera ha mostrato come i resoconti collegati a Israele abbiano lavorato sistematicamente per plasmare la percezione globale delle proteste, promuovendo Reza Pahlavi, figlio dell'ultimo scià iraniano, come unica alternativa politica. Lo stesso Pahlavi si è impegnato nella campagna, una mossa che è stata rapidamente amplificata dai resoconti israeliani che lo descrivevano come il "volto dell'Iran alternativo".

Questi interventi non sono isolati. Sono in linea con una visione strategica più ampia, sempre più articolata negli ambienti politici e intellettuali israeliani: l'indebolimento e la successiva frammentazione dell'Iran. 

Editoriali e documenti politici israeliani hanno sostenuto apertamente la spartizione dell'Iran e incoraggiato la secessione etnica, mentre altri hanno sostenuto l'armamento delle minoranze per destabilizzare lo Stato dall'interno . Non si tratta di speculazioni marginali; compaiono nei principali media e nel dibattito politico.

Coreografia coloniale

La promozione di Reza Pahlavi come "alternativa" all'Iran deve essere intesa in questo contesto. Pur sostenendo di difendere l'integrità territoriale dell'Iran, ha chiesto attacchi militari statunitensi contro il suo stesso Paese e ha sostenuto l'inasprimento delle sanzioni che hanno devastato la società iraniana. 

Il suo percorso rispecchia quello del padre con una precisione quasi rituale: Mohammad Reza Shah fu insediato al potere per la prima volta nel 1941 dagli inglesi e dall'Unione Sovietica, dopo che costrinsero il padre ad abdicare, e poi reinsediato nel 1953 dopo il colpo di stato della CIA e dell'MI6 contro Mosaddegh.

Oggi, il figlio cerca di nuovo di essere insediato, questa volta dagli Stati Uniti e da Israele, ripetendo la stessa coreografia coloniale sotto una bandiera diversa. Governerebbe, come fece suo padre, attraverso sponsorizzazioni esterne piuttosto che una legittimazione interna.

Suo padre governava attraverso la Savak , un apparato di sicurezza creato con l'assistenza della CIA e del Mossad, tristemente noto per torture e repressioni. Uno dei principali esponenti della Savak, che ha trascorso decenni nascosto negli Stati Uniti, ora si trova ad affrontare un importante contenzioso civile per le passate atrocità commesse dalle forze di polizia. 

Il passato non viene semplicemente ricordato: viene rivissuto.

Niente di tutto ciò assolve le autorità iraniane dalla responsabilità per la repressione o la violenza. Ma mette a nudo la vacuità dell'atteggiamento morale straniero.

Coloro che hanno affamato economicamente l'Iran per quasi mezzo secolo, hanno sostenuto una devastante guerra per procura negli anni '80 e ora discutono apertamente della spartizione, mentre le loro mani sono macchiate dai crimini regionali contemporanei, sono i custodi meno credibili della libertà iraniana.

Non c'è nulla di casuale nella tempistica dell'attuale escalation. Il 1° febbraio segna l' anniversario del ritorno dell'ayatollah Ruhollah Khomeini a Teheran nel 1979, il giorno in cui una monarchia instaurata da stranieri crollò definitivamente e l'Iran rivendicò la sua indipendenza politica. 

Il fatto che i preparativi per un nuovo assalto americano stiano accelerando proprio in questa data non è una coincidenza, ma una questione di continuità. 

Svela una verità che è rimasta immutata per più di sette decenni: ciò che l'Iran ha affermato nei primi anni '50 e di nuovo nel 1979 - sovranità, indipendenza e diritto all'autodeterminazione - è esattamente ciò che le potenze esterne non hanno mai accettato, non hanno mai perdonato e non hanno mai smesso di cercare di ribaltare.

_______________

(Traduzione de l'AntiDiplomatico)

*Giornalista e saggista australiana. Pubblica tutti i suoi articoli nella newsletter personale: https://www.caitlinjohnst.one/

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Fri, 30 Jan 2026 07:30:00 GMT
IN PRIMO PIANO
L'esercito israeliano spinge per "ridurre" gli aiuti a Gaza durante la seconda fase del cessate il fuoco

 

Secondo quanto riportato dai media israeliani il 29 gennaio, l'esercito israeliano sta spingendo per ridurre a soli 200 il numero di camion che entrano a Gaza durante la "Fase due" del piano di "cessate il fuoco" di Donald Trump.

"Il volume dei camion degli aiuti umanitari dovrebbe essere ridotto da 600 a circa 200 al giorno come parte della Fase II del piano di cessate il fuoco degli Stati Uniti", hanno affermato fonti militari citate dal Jerusalem Post

"Valutazioni professionali pre e post belliche mostrano che la popolazione di Gaza necessita solo di 200 camion al giorno. Quasi tutti i camion che entrano a Gaza oltre la soglia dei 200, e certamente oltre i 600, vengono sequestrati da Hamas e utilizzati per consolidare il suo controllo sulla Striscia", hanno aggiunto le fonti. 

I termini dell'accordo di cessate il fuoco dell'ottobre 2025 stabiliscono che 600 camion di aiuti umanitari debbano entrare nella Striscia di Gaza ogni giorno. 

"Sebbene Israele fosse obbligato a inviare 600 camion al giorno come parte della Fase I del cessate il fuoco nell'ottobre 2025, in parte per ripristinare la sicurezza alimentare a lungo termine e in parte semplicemente per costruire un rapporto di buona volontà con l'amministrazione Trump, la Fase Due può e deve essere diversa", hanno continuato le fonti.

Durante tutta la prima fase, Israele aveva già limitato severamente la quantità di aiuti in entrata a Gaza, violando l'accordo.

Secondo l'ultima dichiarazione dell'Ufficio Stampa del Governo di Gaza, dall'inizio del cessate il fuoco sono entrati solo 25.816 camion sui 60.000 richiesti. Ciò equivale ad appena il 43%, ovvero circa 260 camion al giorno, da quando è stata raggiunta la tregua. 

L'ufficio stampa ha dichiarato che in alcuni giorni non è stato consentito l'ingresso ai camion, mentre in altri ne sono stati ammessi meno di 200. 

Israele continua a ritardare la riapertura del valico di Rafah. Si prevede che riaprirà nei prossimi giorni, poiché Tel Aviv aveva collegato la decisione al recupero dell'ultimo prigioniero morto a Gaza, avvenuto questa settimana. 

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha recentemente dichiarato che il valico sarà aperto solo ai pedoni, non al trasporto di merci commerciali. Tel Aviv afferma di voler impedire l'ingresso di prodotti "a duplice uso" che, a suo dire, potrebbero essere utilizzati per fabbricare armi. 

"La posizione dell'esercito è che l'interruzione o la riduzione significativa degli aiuti è l'unico strumento che potrebbe danneggiare l'apparato economico di Hamas, ma tale decisione spetta alla leadership politica", ha riferito Haaretz giovedì. 

Da quando è stato raggiunto il cessate il fuoco all'inizio di ottobre, Israele ha ucciso oltre 490 palestinesi, distrutto migliaia di edifici e ampliato la sua presenza all'interno di Gaza, violando l'accordo.

Il mese scorso, l'organismo di monitoraggio della fame nel mondo sostenuto dalle Nazioni Unite, l'Integrated Food Security Phase Classification (IPC), ha affermato che "la popolazione della Striscia di Gaza deve ancora far fronte a livelli elevati di insicurezza alimentare acuta e malnutrizione acuta".

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Fri, 30 Jan 2026 07:30:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Funzionari statunitensi incontrano i separatisti canadesi che spingono per la secessione dell'Alberta

 

Secondo quanto riportato dal Financial Times (FT), alcuni funzionari del governo statunitense hanno tenuto un incontro con i separatisti canadesi che premono per la secessione della provincia occidentale del Paese, l'Alberta, ricca di petrolio.

"I funzionari dell'amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump hanno discusso di un prestito di 500 milioni di dollari all'Alberta per smembrare il Canada e renderlo il 51 ° stato", ha confermato una delle fonti. 

Jeff Rath, consulente legale dell'Alberta Prosperity Project (APP), ha dichiarato al quotidiano che Washington sta spingendo per un'Alberta "indipendente".

Nell'articolo si aggiunge che i leader dell'APP stanno cercando di organizzare un altro incontro il mese prossimo con i funzionari dei dipartimenti di Stato e del Tesoro degli Stati Uniti per richiedere una linea di credito di 500 milioni di dollari per finanziare la secessione. 

Stanno anche cercando di ottenere il riconoscimento della provincia da parte degli Stati Uniti come stato indipendente e di avviare la potenziale costruzione di nuovi oleodotti aggirando l'approvazione federale canadese.

La notizia coincide con una campagna online dei separatisti dell'Alberta che chiedono un referendum per separarsi dal Canada. 

Il presidente dell'Alberta Labor Union, Gilles McGowan, ha dichiarato che le campagne pubblicitarie sui social media, l'uso di bot online e il coinvolgimento di influencer MAGA sono prove di interferenze straniere. 

Un sondaggio condotto da Ipsos la scorsa settimana ha mostrato che circa tre residenti su dieci sia in Alberta che in Quebec voterebbero a favore della separazione della loro provincia dal Canada. 

L'Alberta detiene la quarta riserva petrolifera accertata più grande al mondo.

L'articolo del FT arriva in un momento di tensione tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il primo ministro canadese Mark Carney. 

"Il mondo è cambiato. Washington è cambiata. Non c'è quasi nulla di normale negli Stati Uniti ora: questa è la verità", ha detto Carney alla Camera dei Comuni questa settimana. 

Carney ha difeso i commenti fatti al World Economic Forum (WEF) di Davos, in Svizzera. 

Il premier canadese ha affermato al forum che l'ordine internazionale basato sulle regole è nel mezzo di una "rottura" e ha avvertito che le "grandi potenze" stanno trasformando i dazi e le catene di approvvigionamento in armi.

Il 27 gennaio Carney ha confermato al parlamento di aver parlato con Trump questa settimana e ha smentito le affermazioni del Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent secondo cui avrebbe "fatto marcia indietro" su quanto detto a Davos. "Intendevo davvero quello che ho detto".

"Il Canada vive grazie agli Stati Uniti. Ricordatelo, Mark, la prossima volta che farai le tue dichiarazioni", ha detto Trump in risposta a Carney dopo Davos. Ha aggiunto che Carney "non era così grato" e che il Canada "riceve molti regali da noi".

Un recente rapporto di Le Monde afferma che Washington cerca di "usare l'Alberta per destabilizzare il Canada".

"L'Alberta è un partner naturale per gli Stati Uniti. La gente sta parlando. La gente vuole la sovranità. Vuole ciò che gli Stati Uniti hanno", ha dichiarato il Segretario del Tesoro statunitense a Davos. 

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Fri, 30 Jan 2026 07:30:00 GMT
OP-ED
Caitlin Johnstone - Solo gli idioti credono alla propaganda di guerra sull'Iran

 

di Caitlin Johnstone*

Non c'è niente che tu possa dirmi che mi convinca che l'interventismo statunitense per un cambio di regime in Medio Oriente sia una buona idea.

Non c'è nulla che tu possa dire per convincermi che l'amministrazione Trump ci stia dicendo la verità sull'Iran.

Non c'è nulla che tu possa dire per convincermi che i mass media ci stiano dicendo la verità sull'Iran.

Non c'è nulla che tu possa dire per convincermi che le persone che hanno appena trascorso due anni a incenerire Gaza abbiano buone intenzioni nei confronti del popolo iraniano.

Non c'è nulla che tu possa dire per convincermi che proteggere Israele sia una cosa buona e auspicabile che gli occidentali dovrebbero sostenere.

Non c'è nulla che tu possa dire per convincermi che l'alleanza di potere globale, simile a un impero e vagamente centralizzata attorno a Washington, debba essere al comando del nostro mondo.

Non c'è nulla che tu possa dire per convincermi che dovrei aiutare gli Stati Uniti e Israele a creare il consenso per una guerra per un cambio di regime criticando il governo iraniano nel mezzo di una frenetica campagna di propaganda di guerra.

Non è accettabile essere adulti nel 2026 e continuare a credere che l'intervento degli Stati Uniti per un cambio di regime in Medio Oriente porterà a risultati positivi.

Non è accettabile vivere in un mondo post-invasione dell'Iraq e non capire ancora che ci stanno mentendo sull'Iran.

Non è accettabile aver vissuto ciò che questi mostri hanno fatto alla Libia e credere ancora che rovesciare con la forza il governo iraniano sia una causa morale e giusta da sostenere.

Non è accettabile aver visto questi mostri trasformare Gaza in una palude invasa dall'odore di cadaveri in decomposizione e credere che abbiano nobili intenzioni nei confronti del popolo iraniano.

Non mi interessa se stai sostenendo i tuoi argomenti a favore del cambio di regime da una prospettiva di destra anti-Islam, da una prospettiva liberale umanitaria pro-democrazia, da una prospettiva di sinistra di "solidarietà con i nostri compagni persiani" o da una prospettiva anarchica di "opposizione equa a ogni tirannia". I tuoi argomenti sono una merda e la tua posizione è sbagliata.

L'obiettivo di rovesciare il governo iraniano è dominare il pianeta in generale e il Medio Oriente in particolare. Potreste pensare che si tratti di qualcos'altro, ma vi sbagliate. Riguarda il potere e il controllo, e tutte le vostre fantasiose idee sulla libertà e la democrazia per il popolo iraniano saranno immediatamente subordinate a questi obiettivi. Se questo non vi è chiaro, siete degli idioti.

L'obiettivo non è portare libertà e democrazia al popolo iraniano. Gli Stati Uniti e Israele non permettono alla democrazia di prosperare in Medio Oriente a meno che non ne possano controllare gli esiti, come stanno cercando di fare in questo momento in Iraq . Gli Stati Uniti e Israele non sono abbastanza popolari in Medio Oriente da consentire alla popolazione di controllare il proprio governo.

L'obiettivo è instaurare un regime fantoccio a Teheran, o balcanizzare la nazione in più stati indipendenti facilmente controllabili, o sprofondare l'intero stato in un caos ingestibile come è successo in Libia. Nessuno di questi piani promuove gli interessi del popolo iraniano.

Se sostieni i programmi di cambio di regime di Trump in Iran, allora sostieni anche l'imposizione di questo al popolo iraniano. Questo è ciò che otterresti nello scenario migliore. Nello scenario peggiore, otterresti una guerra tra Stati Uniti e Iran che scatenerebbe orrori inimmaginabili. Farebbe sembrare l'invasione dell'Iraq e tutte le sue conseguenze come un episodio di SpongeBob.

Non c'è niente che tu possa dirmi che mi spinga a sostenere tutto questo. Chiamami traditore. Chiamami amante dei dittatori. Chiamami antisemita. Dimmi tutto quello che vuoi su quanto sia cattiva e meschina la leadership iraniana. Non mi importerà. Ti licenzierò, perché sei mio nemico.

Chiunque sostenga la guerra con l'Iran è mio nemico. Chiunque voglia infliggere tali orrori alla specie umana è un nemico dell'umanità.

Prometto che non mi farò cambiare idea. Mi piace avere la mente aperta, come si dice, ma non così aperta da farmi cadere il cervello.

_______________

(Traduzione de l'AntiDiplomatico)

*Giornalista e saggista australiana. Pubblica tutti i suoi articoli nella newsletter personale: https://www.caitlinjohnst.one/

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Fri, 30 Jan 2026 07:30:00 GMT
Lavoro e Lotte sociali
Direttiva Zangrillo in materia di performance: voti più bassi, forti sperequazioni e la contrattazione piegata ai voleri del Governo

 

di Federico Giusti

l Ministro per la pubblica amministrazione ritiene la performance antidoto per arrestare la decadenza della Pubblica amministrazione, noi dipendenti abbiamo ben altra idea avendo vissuto direttamente la valutazione e giudicandola uno dei più grandi inganni avvenuti da 30 anni a questa parte. Per chi non lo sapesse, i dipendenti pubblici non hanno la quattordicesima ma riscuotono la cosiddetta produttività derivante da un fondo in cui confluiscono risorse stabili ed altre variabili aggiunte dopo una contrattazione sindacale. Ma la produttività viene nel tempo ridotta perchè il Fondo serve a pagare le progressioni di carriera avvenute, ieri denominate progressioni orizzontali e oggi differenziali economici,  e perchè ormai a ogni rinnovo contrattuale le risorse sono sempre più contenute.

Nel tempo hanno costruito dei meccanismi che non permettono di incrementare oltre una certa cifra la spesa di personale e quindi se tutto ruota attorno a questa produttività i risultati finali saranno sempre insufficienti per assecondare le richieste della forza lavoro. Nella Pa con un aumento del costo della vita pari al 18 per cento sono stati erogati aumenti del sei per cento, per quasi 9 anni i contratti sono stati fermi e se cumuliamo i ritardi nel periodo in cui i contratti erano fermi a quelli nei quali i rinnovi sono stati decisamente inferiori a quelli del costo della vita arriviamo a una erosione del potere di acquisto sostenuta, non sarebbe azzardato parlare di almeno 500 euro netti in meno nelle nostre buste paga. In una pubblica amministrazione che perde organici e potere di acquisto, con il potere contrattuale ridotto ai minimi termini, la revisione della performance potrà essere la soluzione migliore?

La valutazione è divenuta da tempo un mero strumento di intimidazione verso la forza lavoro, cattivi voti sanciscono la erosione della produttività e allontano le progressioni orizzontali (differenziali economici) che spettano per altro, con sentenza della Corte dei Conti a metà degli aventi diritto e così escludono una quota crescente di personale.Meglio sarebbero delle progressioni da avere dopo tot anni di servizio come avviene nel privato, sarebbe più equo e soprattutto fuori dalla mercè delle valutazioni dirigenziali.

Perchè non si parla del buono pasto e del limite alle progressioni orizzontali?

Non una parola viene spesa sulle intromissioni della Magistratura contabile il cui scopo è ridurre la spesa di personale, contrarre diritti mentre rispetto alle spese della politica, all'aumento dei rapporti fiduciari non intravediamo la stessa morbosa attenzione. Davanti a sentenze della Corte dei Conti che limitano le progressioni di carriera, davanti a un buono mensa fermo da 14 anni alla misera cifra di 7 euro, ossia la metà di quello che costa oggi un pasto, i sindacati vogliono mobilitarsi dando vita ad una giornata di protesta in tutto il paese?

Valorizzare il merito? La meritocrazia è la fine del sindacato e sancisce la erosione del potere di contrattazione.

Zangrillo parla intanto di strategia di piena valorizzazione del merito nel contesto organizzativo.La cultura del merito nasce in Inghilterra come ideologia divisiva e antisociale, potremmo definirla  oggi come coronamento della totale discrezionalità dirigenziale e del loro potere sulla forza lavoro, mero strumento per avere obbedienza e rassegnazione, subalternità ai processi decisionali.E la minaccia per i disobbedienti è sempre quella di natura economica, con salari che perdono da anni potere di acquisto la privazione anche di pochi euro è motivo sufficiente per non cogliere la inutilità della performance anche ai fini di accrescimento della qualità dei servizi

Quello che viene giudicato il fulcro delle amministrazioni pubbliche è piuttosto causa della loro decadenza, insomma di virtuoso c'è poco o nulla in questo sistema.

“Quando si misura il merito di una persona – specifica il Ministro Zangrillo – non si esprime una valutazione valoriale sulla persona, ma si declina il suo profilo di competenze, di esperienze, il suo potenziale. Quindi, valutare il merito significa misurare la capacità che abbiamo di esprimere i nostri talenti, le nostre virtù; significa individuare le aree di miglioramento, in fin dei conti significa impegnarsi a far crescere le persone, che si traduce nel creare valore pubblico”.

La direttiva Zangrillo va letta e compresa evidenziandone gli aspetti pericolosi per la forza lavoro e  per semplici ed elementari rivendicazioni sindacali, da troppo tempo siamo abituati a sottovalutare atti, circolari, ordinanze, disposizioni, convinti che non arriveranno cambiamenti di sorta, eppure stanno passando messaggi, linguaggi, interpretazioni che potrebbero maturare processi regressivi scaricando oneri crescenti, e a costo zero, sulla forza lavoro. La circolare di Zangrillo ci ricorda che questa volta fanno sul serio e le conseguenze saranno solo negative

Entriamo nel merito della Direttiva

La circolare della performance si prefigge alcuni obiettivi che un Sindacato serio e conflittuale dovrebbe contrastare per evitare un modello che collega la retribuzione ai risultati  (cottimo 4.0?) e in misura crescente alla parte variabile del salario.

Intanto:

  • la valutazione deve coinvolgere una pluralità di soggetti e in una PA con evidenti carenze di organico il sistema di controllo e di valutazione riceverà fin troppo spazio
  • le votazioni dovranno essere sempre più diseguali e appiattite verso il basso, il Ministero ha già detto che la stessa contrattazione sindacale dovrà assecondare questi processi. Cosa resterà  allora della contrattazione ?
  • l’introduzione di forme di rewarding per chi ha contribuito maggiormente al miglioramento  della performance dell’amministrazione.

Il Ministro, inoltre, intende fornire ulteriori indicazioni volte a:

  • migliorare l’efficacia e l’utilità dei sistemi  valutativi facendoci credere che i dipendenti potranno a loro volta incidere sulla valutazione dei dirigenti. E' una pia illusione tipica di un sistema iniquo e chiuso che vuole apparire aperto e democratico, un po' come se ci facessero scegliere la carta igienica da mettere nel bagno dicendo che abbiamo partecipato al disegno e all'arredo della casa
  • ribadire il trattamento di favore per una minoranza impropriamente ribattezzata come le “eccellenze” a cui destinare una produttività maggiorata con i soldi del fondo
  • promuovere il ruolo fondamentale della formazione nella valutazione individuale sapendo che alcuni, grazie alla disponibilità economica e a tempo libero, possono acquisire attestati da spendere
  • favorire l’individuazione di forme di premialità a favore di piccole elites, il trionfo dei super bravi, o presunti tali, che si prenderanno parti crescenti del salario accessorio di tutti 
Per giustificare questi processi Zangrillo prova a confondere le idee. Come?
 
  • lanciando la valutazione dal basso ossia si promuoveranno delazioni anonime mascherate da collaborazioni attraverso questionari con lo scopo di effettuare un controllo su dirigenti, coordinatori ed Eq. 
  • attraverso la valutazione collegiale per evitare che ci siano disparità di giudizio tra i vari dirigenti uniformando verso il basso le valutazioni

In Enti nei quali i carichi di lavoro crescono a dismisura, nei quali la formazione e gli strumenti di lavoro sono inadeguati la soluzione è indirizzare tante risorse umane al controllo dei colleghi? La Pubblica amministrazione diventa il trampolino di lancio della società della sorveglianza?

La direttiva (https://www.funzionepubblica.gov.it/it/il-dipartimento/versioni-testuali-delle-notizie/direttiva-in-materia-di-misurazione-e-di-valutazione-della-performance-individuale/)  sta già producendo i primi effetti spingendo ogni Ente o direzione della PA a rivedere il sistema di valutazione con le indicazioni sopra descritte, useranno lo strumento del confronto che si traduce in 30 giorni di chiacchere al termine delle quali la parte datoriale assumerà, con assenso o diniego sindacale, le decisioni che vuole. E qui scontiamo gli errori dei sindacati firmatari dei contratti negli ultimi 30 anni, sindacati che alla contrattazione di importanti materie hanno sostituito gli sterili istituti contrattuali del confronto e della informazione.

Ci sono aspetti risibili come la esaltazione della leadership che poi si tradurrà in ulteriore gerachizzazione della PA, l'esatto contrario di quello che oggi servirebbe per salvaguardare il pubblico. E, a corollario di questo processo, la lunga sequela di termini inglesi per imporre carichi di lavoro, crescenti responsabilità, assunzione del rischio che poi si tradurrà nella deresponsabilizzazione della politica, piani formativi discrezionali e personali per sviluppare percorsi di carriera a beneficio di pochi dipendenti giudicati strategici. E aggiungiamo il business della formazione, dell'acquisto di titoli, di formatori interni ed esterni che diventeranno figure sempre più importanti a prescindere dalla utilità e dalla efficacia dei percorsi formativi.

Conclusioni

Questa riorganizzazione della performance mira anche  disarticolare i contratti nazionali con istituti contrattuali pensati per pochi ma pagati con i soldi della produttività, meno incarichi selezionati internamente e con importi maggiori il che aumenterà la competizione interna alimentando un clima da caserma. La valutazione non funziona, non va ripensata, andrebbe decisamente cancellata e con essa tutti gli istituti contrattuali che dividono la forza lavoro mettendola in competizione per autentiche miserie.

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Fri, 30 Jan 2026 07:30:00 GMT
Geografie del Potere
Cina–USA: quando "Democrazia" fa rima con guerra - FABIO MASSIMO PARENTI (VIDEO)

 

"Un’imponente armada è in viaggio verso il Medio Oriente. Può colpire rapidamente. Con enorme potenza. All’ONU, la Cina usa tutt’altro linguaggio: chiede di non gettare benzina sul fuoco, di adottare misure per la pace. Notate la differenza? Quando il confronto tra Stati Uniti e Cina viene descritto come “democrazia contro autocrazia”, e si chiamano “valori” le portaerei e “autocrazia” la diplomazia, siamo di fronte a un cortocircuito cognitivo". 

Il nuovo video-editoriale di Fabio Massimo Parenti per l'AntiDiplomatico. 

Buona visione. 

Data articolo: Fri, 30 Jan 2026 07:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Il salto di qualità bellico di Cavo Dragone

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

È tornato a dar fiato alla bocca il capo del Comitato militare della NATO, ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone. O per meglio dire, le sue dichiarazioni, affidate a un'intervista al Corriere della Sera del 29 gennaio, non arrivano proprio a sproposito, ma si inseriscono nel clima di isteria anti-russa che, di settimana in settimana, i bellicisti giornali di regime si incaricano di alimentare, dando la parola ora a questo ora a quello degli esponenti del “pensiero” liberal-euroatlantista.

Per intendersi, l'ammiraglio in questione è lo stesso che esattamente un anno fa lanciava l'allarme su una presunta minaccia cui sarebbe sottoposta l'Europa e che era dunque tempo, diceva, di armarsi il più in fretta possibile: «perché la minaccia c’è. L’abbiamo alle porte di casa, è in Europa. Siamo in ritardo. Avremmo dovuto essere più previdenti e dobbiamo risalire una china». È lo stesso che lo scorso agosto plaudeva ai nazigolpisti ucraini, elogiandoli quali «ottimi combattenti. Un esercito che deve restare dalla nostra parte, un modello per l’Europa» e che assicurava che «invieremo all’Ucraina più aiuti militari» di quanti ne stiamo già mandando, oltre ad attivare ancora «nuove sanzioni» contro quel perfido di Putin. Ed è lo stesso che lo scorso dicembre aveva parlato di “difesa proattiva” da esercitare nei confronti della Russia che, in linguaggio meno facondo e militar-catechistico, non significa altro che si dovrebbe senz'altro attaccare quel nemico maligno e sanguinario che è la Russia, prendendo a “modello” i nazigolpisti di Kiev.

Ora, a proposito delle idee da tempo in circolazione su un esercito europeo alternativo o parallelo alla NATO, e in parallelo con i frastagliati rapporti tra Bruxelles e Washington, in particolare nel settore delle armi, l'ammiraglio dice al Corriere che «non sposo l’idea di esercito europeo, resto legato alla Nato assieme agli Usa». Per di più, dice, l'Alleanza atlantica «ha gli strumenti per rispondere alla crisi e ripensare se stessa. Invece di parlare di esercito europeo, cerchiamo piuttosto nuovi modi di cooperazione militare tra Europa e Usa».

A proposito della quasi-crisi innescata dalle mire yankee sulla Groenlandia e del “circo con le foche” inscenato da alcuni paesi europei della NATO, con l'invio sull'isola di un plotoncino di ufficiali infreddoliti, prontamente fatti rientrare, Cavo Dragone assicura che, nonostante tutto, la NATO è in grado di continuare a giocare il ruolo di garante della «difesa della libertà e della democrazia». Come del resto ha dimostrato anche negli ultimi decenni: dalla Jugoslavia, alla Libia, all'Iraq. E che diamine: quali parole possono infondere maggior sicurezza se non quelle di “libertà” e “democrazia”? Lo vediamo ogni giorno, nei paesi dell'Europa atlantista, in cui i lavoratori e le masse di pensionati, disoccupati sono “democraticamente” privati del diritto al lavoro, quando questo contraddice i profitti del capitale e sono “liberamente” dirottati verso strutture private, quando l'assistenza sanitaria pubblica non è in grado di garantire le cure primarie, a causa dei draconiani tagli a tutti servizi pubblici, operati seguendo i dettami euro-bellicisti di incremento della spesa militare.

Così, il signor Dragone non esita a dire che tra le priorità della NATO «resta la minaccia russa, che è stata confermata dal 2022 e che guida la nostra strategia... l’Europa s’impegna a più alte spese militari, adesso vanno assunte maggiori responsabilità operative». Valutando poi il “circo con le foche” in Groenlandia per quello che è realmente stato, l'ammiraglio assicura che «nessuno ha valutato potesse scoppiare un conflitto armato tra alleati. Noi ci siamo dunque focalizzati sull’Artico» dove, come ormai recita l'omelia quotidiana dei media, il pericolo è costituito da Russia e Cina. Così, rilevando l'elementare constatazione che «L’artico sta diventando sempre più centrale: i cambiamenti climatici portano allo scioglimento dei ghiacci e all’apertura di nuove rotte commerciali, oltre a rendere accessibili zone ricche di minerali e risorse», ecco che è imperativo guardarsi dai perfidi russi, che « non vanno in Artico solo per osservare foche e orsi» e dagli infidi cinesi.

Quindi, all'apice dell'apostolica «difesa della libertà e della democrazia», l'ammiraglio scopre che «siamo quasi all’inizio del quinto anno dell’invasione russa con l’inverno più rigido degli ultimi decenni e gli ucraini proseguono nel darci grandi lezioni di coraggio e capacità di resistenza»: costretti con le “baionette” europee che li tallonano alle spalle ad andare avanti, nel massacro della gioventù ucraina, accalappiata per le strade dagli arruolatori dei distretti militari. Dall'altra parte, dice lo “stratega”, la «Russia avanza a passi minimi. Negli ultimi 20 mesi è progredita di meno di 50 chilometri, circa 75-100 metri al giorno»: come se non sapesse che il genere di operazioni condotte da Moskva non ha niente a che vedere con i bombardamenti a tappeto e le stragi indiscriminate di civili che gli eserciti NATO sono abituati a condurre nelle varie aree del mondo.

Poi viene l'affondo da autentico liberal-razzista della peggior feccia atlantista. Dal febbraio 2022, dice il bellimbusto estimatore delle “virtù umanistiche” euro-furfantesche, la stima è che la Russia «abbia subito un milione e 200 mila soldati tra morti, feriti e dispersi... È un prezzo che noi eserciti occidentali non potremmo mai pagare, lo può fare Putin perché loro hanno un rispetto per il valore della vita umana più basso». Cos'altro aspettarsi da un individuo che sembra determinare i “valori” di cui ci si vanta a Bruxelles, Roma, o Parigi in termini di geografia razziale, che attribuisce una quasi innata eucaristica “angelicità” alle cancellerie assiepate a ovest del Dnepr, mentre respinge negli inferi della barbarie medievale tutto ciò che sta a oriente di quella linea, al di qua della quale aleggiano i celestiali “valori” di «difesa della libertà e della democrazia».

Del resto, il Dragone è anche sicuro che, nonostante i colloqui iniziati la scorsa settimana a Abu Dhabi, «la speranza che si possa terminare questo orribile massacro c’è sempre. Ma onestamente vedo pochi passi avanti. Putin resta contrario al compromesso». Certo: come potrebbe mai, un barbaro venuto da oriente, essere propenso al “compromesso”, come assicurano di essere le cancellerie europee, che ancora guardano alle trattative di pace come a un momento necessario solamente a ridar fiato al regime nazigolpista di Kiev e a equipaggiarlo per riprendere la guerra, in attesa che Bruxelles stessa si senta pronta a entrare direttamente in guerra.

Per quanto riguarda il “compromesso” cui accenna il signor Dragone, deve essere interpretato nel modo corretto e accettabile per tutte le parti. Per dire, la formula "territorio in cambio di sicurezza" proposta dagli Stati Uniti, dice sulla britannica “UnHerd” l'analista del Defense Priorities Center, Jennifer Kavanagh, è destinata al fallimento, dal momento che le sole “concessioni territoriali” in Donbass non sono decisive per Mosca. Quelle, dice Kavanagh, sono soltanto una precondizione per passare alla discussione di richieste più ampie e fondamentali nei confronti dell'Ucraina. Quelle richieste sullo status dell'Ucraina che sono sempre state avanzate da Moskva e che, in sostanza, hanno anche determinato gli eventi dal 2022. Infatti, dice l'analista americana, ai negoziati la Russia intende sollevare questioni relative allo status di paese non allineato dell'Ucraina, al rifiuto dell'adesione alla NATO, alla limitazione delle dimensioni delle sue forze armate. Pertanto, dice, la cessione di territori da sola non garantisce la pace.

Per quanto riguarda invece la famigerata “difesa proattiva”, evocata a dicembre da Cavo Dragone, su RIA Novosti l'osservatore Mikhail Katkov afferma che i preparativi europei per la guerra stanno accelerando: Bruxelles vuole aggiungere altri 650 miliardi di euro al bilancio per la difesa, mentre la Germania ha presentato un piano per i primi giorni di ostilità. Il Segretario generale della NATO, appena pochi giorni fa aveva dichiarato di fronte al Parlamento europeo che l'Alleanza ha «concordato di investire il 5% del PIL all'anno nella difesa entro il 2035... Il 5% è certamente molto, e costruire la nostra base industriale non è facile. Ma ecco il mio semplice messaggio: dobbiamo farlo più velocemente»: sottinteso, da qui al 2030, quando si deciderà di entrare in guerra con la Russia. Operativamente, secondo il Financial Times USA, Gran Bretagna e Francia hanno intensificato i preparativi per la guerra con la Russia nell'Artico: «a marzo, circa 25.000 soldati della NATO, di cui 4.000 statunitensi, prenderanno parte all'esercitazione “Cold Response” nel nord della Norvegia, per addestrarsi al combattimento aereo, marittimo e terrestre in condizioni invernali rigide».

Ricordiamo come appena un paio di settimane fa, il Primo ministro ungherese Viktor Orban avesse denunciato che la UE non solo sta aiutando Kiev nel conflitto con Mosca, ma si sta anche preparando a esservi coinvolta: le riunioni dei leader UE, ha detto Orban, si sono "trasformate in consigli militari" in cui si discute solamente su "come sconfiggere la Russia". E un paio di mesi fa il Capo di SM francese Fabien Mandon ha invitato a preparare psicologicamente i giovani alla morte al fronte.

D'altro canto, Dmitrij Suslo, del Consiglio russo per la Politica Estera e di Difesa, dice che gli attuali leader dei paesi della UE traggono vantaggio dal confronto con la Russia: «è così che si mantengono al potere... Per quanto riguarda le centinaia di miliardi di euro spesi per la difesa, questi fondi sono destinati principalmente al sostegno di Kiev e alla compensazione della riduzione degli aiuti americani. La UE, tuttavia, non oserà attaccare la Russia».

Più o meno negli stessi termini si esprime anche il politologo Fëdor Lukjanov, caporedattore della rivista "La Russia nella Politica globale”, il quale ritiene che la UE non abbia alcuna intenzione di entrare in guerra con Moskva e stia semplicemente usando la "minaccia russa" come giustificazione per la militarizzazione. I mascalzoni di Bruxelles «hanno paura di dichiarare che gli Stati Uniti siano la principale minaccia» afferma Lukjanov; «altro discorso per Russia e Cina. Stanno persino cercando di far rientrare l'invio di truppe in Groenlandia in questa narrazione». In generale, dice, è difficile dire se gli europei saranno in grado di rafforzare la sicurezza senza fare affidamento sugli americani. Alcuni paesi ci riusciranno: la propaganda anti-russa e la generale instabilità globale li aiuteranno a farlo.

Come di consueto tra le “democrazie” animate dai “valori di libertà”, lo faranno a spese delle masse.


FONTI:

 https://ukraina.ru/20260129/pochemu-formula-trampa-ne-rabotaet-i-chto-khochet-rossiya-ukraina-v-mezhdunarodnom-kontekste-1074936011.html

https://ria.ru/20260129/es-2070823454.html

 

Data articolo: Fri, 30 Jan 2026 07:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Lavrov spiega perché gli USA attaccano l’Iran

La politica aggressiva degli Stati Uniti nei confronti dell’Iran non ha una sola spiegazione, ma nasce dall’intreccio di fattori geopolitici, strategici ed economici. Lo ha affermato il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, intervenendo in un’intervista dedicata alle tensioni crescenti in Medio Oriente. Secondo Lavrov, Washington considera Teheran parte di un più ampio “asse” di Paesi ritenuti una minaccia al dominio occidentale.

Un asse che includerebbe anche Russia, Cina, Corea del Nord e, in alcune fasi, la Bielorussia. Una visione che, a suo dire, gli Stati Uniti non hanno mai realmente nascosto. Accanto alla dimensione politica e militare, pesano anche gli interessi energetici. Lavrov ha ricordato come gli USA abbiano già dichiarato apertamente di voler controllare flussi petroliferi strategici, sottolineando che l’Iran è tra i maggiori produttori mondiali di greggio.

Un ruolo reso ancora più delicato dalla posizione geografica del Paese, che controlla lo stretto di Hormuz, passaggio chiave per la sicurezza delle rotte petrolifere globali. Il ministro russo ha poi richiamato il ruolo di Israele, ricordando che il premier Benjamin Netanyahu ha sempre definito l’Iran una minaccia esistenziale. In questo contesto, Mosca si propone come mediatrice, forte dei rapporti sia con Tel Aviv sia con Teheran.

Lavrov ha ribadito che la Russia è pronta a offrire i propri “buoni uffici” per evitare una nuova escalation, come già avvenuto nel 2015 con l’accordo sul nucleare iraniano. L’obiettivo, ha concluso, è far prevalere il buon senso ed evitare un nuovo conflitto che potrebbe avere conseguenze catastrofiche per l’intera regione.


LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DE "Il MONDO IN 10 NOTIZIE" - LA NEWSLETTER CHE OGNI GIORNO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI. 

SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA

CLICCA QUI

Data articolo: Fri, 30 Jan 2026 06:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Teheran avverte: la decisione europea sull’IRGC avrà effetti strategici

Lo Stato Maggiore delle Forze Armate iraniane ha reagito duramente alla decisione dell’Unione europea di inserire il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) nella lista delle organizzazioni terroristiche. In una nota ufficiale, Teheran ha avvertito che le conseguenze di questa scelta “ricadranno direttamente sui decisori politici europei”.

Secondo le autorità iraniane, la decisione di Bruxelles sarebbe “irrazionale e irresponsabile” e presa in totale allineamento con le politiche degli Stati Uniti e di Israele. Una mossa che, a loro giudizio, dimostrerebbe l’ostilità dell’UE verso l’Iran, le sue forze armate e la sovranità nazionale del Paese. La designazione è arrivata dopo le misure adottate da Teheran contro le rivolte di inizio gennaio, che l’Iran definisce violente e alimentate dall’esterno.

Le autorità sostengono che servizi statunitensi e israeliani abbiano sostenuto finanziariamente e logisticamente gruppi armati responsabili di attacchi contro civili e infrastrutture. Lo Stato Maggiore ha respinto le accuse, definendo l’IRGC un’istituzione legittima e in prima linea nella lotta contro il terrorismo, inclusi gruppi come Daesh.

Infine, Teheran ha ribadito che l’UE si assumerà la responsabilità delle “pericolose conseguenze” di una decisione considerata provocatoria e contraria al diritto internazionale.

Data articolo: Fri, 30 Jan 2026 06:00:00 GMT