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Economia e dintorni
La strategia del pitone di Donald Trump


di Giuseppe Masala per l'AntiDiplomatico

 

Esattamente un mese fa la Casa Bianca ha divulgato il nuovo documento sulla Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti che illustrava i nuovi paradigmi della politica estera di Washington e quindi, per effetto trascinamento, di tutto l'Occidente. Uno degli elementi di estrema novità di questa elaborazione strategica è la dichiarazione della volontà di dominio assoluto sul continente americano (inteso dalla Terra del Fuoco fino alla Groenlandia). Tale dichiarazione che affonda le sue radici nella Dottrina Monroe dell'ottocento, è stata definita “Corollario Trump”, quasi a voler sottolineare che l'operatività statunitense nel continente non deve essere intesa come estemporanea, ma come assiomatica, rispondente a regole precise che varranno nel tempo anche con il variare delle amministrazioni che si insedieranno alla Casa Bianca.

In questo inizio 2026, ad appena un mese di distanza, abbiamo compreso che questo documento non è da ritenersi come mera propaganda, magari ad uso interno, ma come un vero e proprio manuale strategico che indirizzerà la politica estera americana. La riprova di quando si sta affermando è ovviamente la spettacolare operazione del 3 gennaio con la quale le truppe di Washington hanno catturato il Presidente venezuelano Nicolas Maduro consegnandolo ai tribunali newyorkesi per rispondere delle accuse di “narcoterrorismo”.

Non è nostro compito analizzare la legittimità dell'operazione sul piano del diritto internazionale e addirittura sul piano del diritto penale statunitense  ma non appare azzardato sostenere la tesi che con questa operazione il diritto internazionale viene definitivamente meno; per quanto riguarda le accuse di tipo penale sulla base delle quali Maduro verrà probabilmente condannato sono da ritenersi  funzionali allo solo scopo di giustificare, sul piano del diritto interno, una operazione militare e un atto di guerra mascherandola da operazione anticrimine.

In questa analisi a noi interessa comprendere solo quali siano le ragioni geostrategiche e geoeconomiche che hanno spinto gli USA a porre in essere una simile operazione che riporta le lancette della storia indietro al 30 Settembre 1862 quando Otto von Bismark, in un celebre discorso al parlamento di Prussia, dichiarò «Non con discorsi, né con le delibere della maggioranza si risolvono i grandi problemi della nostra epoca - questo fu il grande errore del 1848 e del 1849 - ma col ferro e col sangue». Semplicemente Trump ha riadattato la locuzione  “Eisen und Blut” sostituendo il ferro con la tecnologia come dimostrato proprio con l'operazione Maduro dove gli statunitensi hanno fatto sfoggio di una superiorità tecnologica notevole, accecando i sistemi antiaerei e di comunicazione venezuelani e generando con un cyberattacco un black-out su Caracas che ha reso impossibile qualunque tentativo di difesa.

Sicuramente sul piano geostrategico l'obbiettivo che l'amministrazione statunitense  ha inteso perseguire è quello di contenere la Cina e la Russia in America latina, levando loro un alleato fondamentale nell'area.  Bisogna anche tener conto che la spettacolare operazione ha una funzione intimidatoria nei confronti di chiunque in sud America abbia intenzione di sfidare l'egemonia statunitense consentendo a super potenze esterne (leggi Cina e Russia) di entrare nel paese magari anche con accordi di natura militare.

Sul piano geoeconomico è chiaro quale sia l'intento statunitense, peraltro dichiarato apertis verbis da Trump: riprendere possesso delle riserve petrolifere venezuelane che furono  sottratte alle major energetiche statunitensi con l'avvento al potere di Hugo Chavez.  Da sottolineare che la retorica sul petrolio venezuelano secondo la quale Caracas ha “le più grandi riserve di petrolio al mondo” è vera sotto l'aspetto geologico e quantitativo ma sotto l'aspetto economico è controversa: il petrolio venezuelano è per larghissima parte composto da sabbie bituminose e, dunque, è petrolio altamente inquinante e pesante, che necessita di elevati costi estrattivi, di costosi processi di up-grading o di diluizione con nafta per poter essere reso commerciabile. Questo ne alza notevolmente i costi di produzione e il break event point. In qualunque caso comunque gli USA prendono il controllo di uno dei maggiori fornitori di petrolio alla Cina (Pechino a ottobre 2025 ha comprato oltre 600 mila barili al  giorno, ovvero il 70% dell’export totale di Caracas) e ciò può essere un elemento che potrebbe in prospettiva controbilanciare in parte il monopolio delle terre rare cinesi. Si può affermare ciò anche in relazione al fatto che gli USA hanno di fatto innescato un processo di regime change in un altro grande fornitore petrolifero di Pechino: l'Iran degli Ayatollah.

Naturalmente è tutto da vedere se l'operazione intentata riuscirà ma non appare azzardato che il grande progetto di contenimento della Cina ideato da Obama e Brezinski e denominato Pivot to Asia, che prevedeva un assedio militare alla Cina Popolare costruendogli attorno una doppia cintura di basi nell'Oceano Pacifico, sia mutato in una strategia di contenimento energetico rendendo più difficile a Pechino l'approvvigionamento di petrolio. Oltre alla presa del petrolio di Caracas, come detto, Washington ha iniziato la destabilizzazione dell'Iran e grazie ai suoi burattini di Kiev prova a danneggiare anche la produzione energetica del più grande fornitore di petrolio alla Cina: la Russia di Putin. In definitiva quella di Trump appare come una strategia di costrizione energetica della Cina, simile a quella del pitone che stritola la sua preda in maniera lenta e progressiva.

Se poi il piano americano riuscirà sarà la Storia a dirlo, ma una cosa è certa, le grandi potenze si stanno giocando l'egemonia mondiale senza esclusione di colpi.

Data articolo: Wed, 07 Jan 2026 07:00:00 GMT
OP-ED
Jeffrey Sachs al Consiglio di Sicurezza ONU sul Venezuela (TRADUZIONE COMPLETA IN ITALIANO)



VI PUBBLICHIAMO LA TRADUZIONE INTEGRALE DELL'INTERVENTO DEL PROF. JEFFREY SACHS AL CONSIGLIO DI SICUREZZA DELLE NAZIONI UNITE CONVOCATO SUBITO DOPO LA VILE AGGRESSIONE DEGLI USA AL VENEZUELA E IL RAPIMENTO DEL PRESIDENTE COSTITUZIONALE NICOLAS MADURO MOROS. 

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di Jeffrey Sachs

Signor Presidente,
Illustri Membri del Consiglio di Sicurezza,

La questione dinanzi al Consiglio oggi non è il carattere del governo del Venezuela.

La questione è se un qualsiasi Stato membro - mediante la forza, la coercizione o lo strangolamento economico - abbia il diritto di determinare il futuro politico del Venezuela o di esercitare un controllo sui suoi affari.

Questa domanda si collega direttamente all’Articolo 2(4) della Carta delle Nazioni Unite, che vieta la minaccia o l’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato.

Il Consiglio deve decidere se tale divieto debba essere mantenuto o abbandonato.

Abbandonarlo comporterebbe conseguenze gravissime.

Contesto e premesse

Dal 1947, la politica estera degli Stati Uniti ha ripetutamente impiegato la forza, azioni coperte e manipolazioni politiche per provocare cambi di regime in altri Paesi. Si tratta di un fatto storico attentamente documentato. Nel suo libro Covert Regime Change (2018), la politologa Lindsey O’Rourke documenta 70 tentativi di operazioni statunitensi di cambio di regime soltanto tra il 1947 e il 1989.

Queste pratiche non sono terminate con la Guerra Fredda. Dal 1989, le principali operazioni di cambio di regime intraprese dagli Stati Uniti senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza includono, tra le più rilevanti: Iraq (2003), Libia (2011), Siria (dal 2011), Honduras (2009), Ucraina (2014) e Venezuela (dal 2002 in poi).

I metodi impiegati sono ben consolidati e ampiamente documentati. Comprendono: guerre aperte; operazioni segrete di intelligence; istigazione di disordini; sostegno a gruppi armati; manipolazione dei media tradizionali e dei social media; corruzione di funzionari militari e civili; assassinii mirati; operazioni false flag; e guerra economica finalizzata a far collassare la vita civile.

Tali misure sono illegali secondo la Carta delle Nazioni Unite e di solito si traducono in violenza persistente, conflitti letali, instabilità politica e profonda sofferenza della popolazione civile.

Il caso del Venezuela

La recente condotta degli Stati Uniti nei confronti del Venezuela è chiara.

Nell’aprile 2002, gli Stati Uniti erano a conoscenza e approvarono un tentativo di colpo di Stato contro il governo venezuelano.

Nel corso degli anni 2010, gli Stati Uniti hanno finanziato gruppi della società civile attivamente coinvolti in proteste anti-governative, in particolare nel 2014. Quando il governo ha represso le proteste, gli Stati Uniti hanno risposto con una serie di sanzioni. Nel 2015, il presidente Barack Obama ha dichiarato il Venezuela "una minaccia insolita e straordinaria per la sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati Uniti".

Nel 2017, durante una cena con leader latinoamericani ai margini dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il presidente Trump ha discusso apertamente dell’opzione di un’invasione statunitense del Venezuela per rovesciarne il governo.

Tra il 2017 e il 2020, gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni estensive alla compagnia petrolifera di Stato. La produzione di petrolio è diminuita del 75% tra il 2016 e il 2020, e il PIL reale pro capite (PPA) è calato del 62%.

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha ripetutamente votato con una larga maggioranza contro tali misure coercitive unilaterali. Secondo il diritto internazionale, solo il Consiglio di Sicurezza ha l’autorità di imporre tali sanzioni.

Il 23 gennaio 2019, gli Stati Uniti hanno unilateralmente riconosciuto Juan Guaidó come "presidente ad interim" del Venezuela e il 28 gennaio 2019 hanno congelato circa 7 miliardi di dollari di asset sovrani venezuelani detenuti all’estero, concedendo a Guaidó l’autorità su determinati beni.

Queste azioni fanno parte di un continuo tentativo statunitense di regime change, che si protrae da oltre due decenni.

Recente escalation globale degli Stati Uniti

Nell’ultimo anno, gli Stati Uniti hanno condotto operazioni di bombardamento in sette paesi, nessuna delle quali autorizzata dal Consiglio di Sicurezza e nessuna intrapresa in legittima difesa ai sensi della Carta. I paesi colpiti includono Iran, Iraq, Nigeria, Somalia, Siria, Yemen e ora Venezuela.

Nell’ultimo mese, il Presidente Trump ha avanzato minacce dirette contro almeno sei Stati membri delle Nazioni Unite, tra cui Colombia, Danimarca, Iran, Messico, Nigeria e, naturalmente, Venezuela. Queste minacce sono riassunte nell’Allegato I della presente dichiarazione.

Cosa è in gioco oggi

Ai Membri del Consiglio non viene chiesto di giudicare Nicolás Maduro.

Non viene loro chiesto di valutare se il recente attacco statunitense e l’attuale blocco navale del Venezuela porteranno a libertà o sottomissione.

Ai Membri del Consiglio viene chiesto di difendere il diritto internazionale, e in particolare la Carta delle Nazioni Unite.

La scuola realista delle relazioni internazionali, formulata in modo brillante da John Mearsheimer, descrive accuratamente la condizione di anarchia internazionale come "la tragedia della politica delle grandi potenze". Il realismo è quindi una descrizione della geopolitica, non una soluzione per la pace. La sua stessa conclusione è che l’anarchia internazionale conduce alla tragedia.

All'indomani della Prima Guerra Mondiale, la Società delle Nazioni fu creata per porre fine alla tragedia attraverso l’applicazione del diritto internazionale. Tuttavia, le principali nazioni del mondo non riuscirono a difendere il diritto internazionale negli anni Trenta, portando a una nuova guerra globale.

Le Nazioni Unite emersero da quella catastrofe come il secondo grande sforzo dell’umanità per porre il diritto internazionale al di sopra dell’anarchia. Nelle parole della Carta, l’ONU fu creata "per salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che due volte nella nostra vita ha portato indicibili sofferenze all’umanità".

Considerando che ci troviamo nell’era nucleare, il fallimento non può ripetersi. L’umanità perirebbe. Non ci sarebbe una terza possibilità.

Misure richieste al Consiglio di Sicurezza

Per adempiere alle proprie responsabilità sancite dalla Carta, il Consiglio di Sicurezza dovrebbe immediatamente approvare le seguenti azioni:

    1 - Gli Stati Uniti devono immediatamente cessare e desistere da ogni minaccia esplicita o implicita, o uso della forza, contro il Venezuela.

    2 - Gli Stati Uniti devono terminare il blocco navale e tutte le relative misure militari coercitive intraprese in assenza di autorizzazione da parte del Consiglio di Sicurezza.

    3 - Gli Stati Uniti devono ritirare immediatamente le proprie forze militari dall'interno e dal perimetro del Venezuela, inclusi gli asset di intelligence, navali, aerei e altre risorse schierate in posizione avanzata a fini coercitivi.

    4 - Il Venezuela deve rispettare la Carta delle Nazioni Unite e i diritti umani tutelati dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

    5 - Il Segretario Generale deve nominare immediatamente un Inviato Speciale, con il mandato di coinvolgere le parti interessate venezuelane e internazionali competenti e di riferire al Consiglio di Sicurezza entro quattordici giorni con raccomandazioni conformi alla Carta delle Nazioni Unite, e il Consiglio di Sicurezza rimarrà urgentemente occupato della questione.

    6 - Tutti gli Stati Membri devono astenersi da minacce unilaterali, misure coercitive o azioni armate intraprese al di fuori dell'autorità del Consiglio di Sicurezza, in stretta conformità con la Carta.

In Conclusione

Signor Presidente, Illustri Membri,

La pace e la sopravvivenza dell'umanità dipendono dal fatto che la Carta delle Nazioni Unite rimanga uno strumento vitale del diritto internazionale o sia lasciata deperire nell'irrilevanza.

Questa è la scelta che oggi si pone dinanzi a questo Consiglio.

Grazie.

(Traduzione de l'AntiDiplomatico)

Data articolo: Tue, 06 Jan 2026 20:19:00 GMT
IN PRIMO PIANO
"Liberate Maduro": la dura condanna del Sudafrica contro il sequestro USA

Il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha condannato con forza quella che ha definito "l'aggressione criminale" degli Stati Uniti contro il Venezuela, violazione del diritto internazionale. Durante un comizio a Soweto, Ramaphosa ha esigito da Washington la liberazione immediata del presidente venezuelano Nicolás Maduro e di sua moglie, descritti come "sequestrati".

"Rifiutiamo categoricamente le azioni intraprese dagli Stati Uniti e sosteniamo il popolo venezuelano", ha dichiarato il leader, esprimendo profonda preoccupazione per azioni che minano la sovranità di un paese membro dell'ONU. L'intervento, in ricordo del combattente anti-apartheid Joe Slovo, ha sottolineato i principi di internazionalismo e uguali diritti per tutti i popoli.

 
 
 
 
 
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Data articolo: Tue, 06 Jan 2026 19:16:00 GMT
IN PRIMO PIANO
La dottrina Donroe e il Venezuela che resiste


di Clara Statello per l'AntiDiplomatico

L’esposizione del presidente Nicolas Maduro Moros per le strade di New York, come un trofeo di guerra, segna la fine dell’Occidente come lo conosciamo. Ovvero con il suo paravento di valori e principi che davano fondamento ad ogni pretesa di supremazia morale: prima di tutto, la presunzione di innocenza, che sta alla base di ogni stato di diritto, poi il rispetto della dignità umana.  

Quell’Occidente di cui Vecchioni celebrava il suprematismo (solo noi abbiamo Dante, Spinoza, Kant e Marx) getta alle ortiche il suo umanesimo e torna indietro a un paio di millenni fa, a Vercingetorige. Bentornata barbarie.

Dall’Occidente all’Emisfero Occidentale

Questa valutazione morale scaturisce da un cambio di paradigma che il 3 gennaio 2026 è stato finalmente svelato, senza nessuna ipocrisia: è finita l’epoca della forza del diritto, si torna al diritto della forza. Lo chiamano realismo.

L’amministrazione Trump ha semplicemente abolito il diritto internazionale, come spiega schiettamente il vicecapo dello staff della Casa Bianca, Stephen Miller (marito di Katie Mille, la protagonista del controverso tweet sulla Groenlandia stelle e strisce):

“Non viviamo in un mondo di slogan o di convenevoli internazionali; viviamo nel mondo reale. Il mondo reale è governato dalla forza, dal potere e dall'autorità. Queste sono le leggi ferree di come funziona il mondo”.

In virtù alla potenza, gli Stati Uniti non solo si arrogano il governo de facto del Venezuela ma definiscono legittime, anzi, naturali le loro rivendicazioni dell’intero l’emisfero occidentale. Washington sospende la sovranità di tutti i paesi del continente americano, dall’Artide all’Antartide.

L’attacco al Venezuela e il rapimento di Maduro segnano l’ingresso ufficiale nell’era Donroe, il trionfo della dottrina Monroe rivisitata da Trump. Dalla Groenlandia, alla Terra del Fuego, ogni risorsa del continente sarà sotto il controllo di Washington o comunque sottratta alla disponibilità delle potenze rivali. Il messaggio è rivolto più alla Cina che alla Russia.

Gli Stati Uniti reclamano un diritto naturale sul petrolio del Venezuela. In questi giorni, Trump ha più volte ripetuto che Caracas ha rubato il petrolio agli Stati Uniti d’America.

 “Abbiamo costruito l’industria petrolifera venezuelana con il talento americano, il regime socialista ce l’ha rubata con la forza”. Le grandi industrie petrolifere statunitensi, le migliori al mondo, sono pronte a tornare sul territorio venezuelano, riparare i siti danneggiati e “iniziare a fare soldi” per il Paese. Anche il suo vice JD Vance ha dichiarato: il petrolio rubato deve essere restituito agli Stati Uniti.

Secondo la dottrina Donroe, gli idrocarburi, i metalli preziosi, le terre rare, i minerali come il litio e il rame, le riserve di acqua, tutto ciò appartiene agli Stati Uniti, perché grazie alla loro superiorità tecnologica e di investimento, sono in grado di poterli sfruttare meglio di chiunque altro. La capacità di fare soldi dell’industria statunitense conferisce a Trump la legittimità a rivendicarne il diritto esclusivo di utilizzo. Allo stesso modo, Washington potrà colpire ovunque, per salvaguardare la propria sicurezza nazionale: in Messico contro il narcotraffico come in Groenlandia.

Tutto ciò nel silenzio attonito degli alleati europei che farfugliano giustificazioni, mentre prendono coscienza di non essere più l’Occidente.


Il Venezuela non si arrende

Qualcosa è andato storto nei piani di Donald.

Lunedì Maduro si è presentato al processo come presidente e prigioniero di guerra e dichiarandosi innocente. In base a quanto riporta il New York Times, i procuratori hanno ritirato le accuse riguardanti il Cartel de los Soles. Per una semplice ragione: l’organizzazione non esiste.

È apparso sereno quando le telecamere lo hanno mostrato in pubblico. Con il volto disteso, i pollici alzati a indicare che stava bene, gli auguri di buon anno al suo carceriere. Un’icona di dignità.

Come il sequestro e l’umiliazione non hanno piegato Maduro, la Repubblica Bolivariana ha resistito all’attacco militare e alla decapitazione del vertice politico. Una brutta sorpresa per Trump: il regime change è fallito.

Il rapimento di Maduro non ha provocato nessuna presa di potere violenta. Né dell’opposizione, né dei militari. Nessuna folla ha saccheggiato il palazzo presidenziale di Miraflores. Nessuna quinta colonna ha marciato a Caracas. Chi si aspettava scene di violenza brutale, come quelle di Damasco nel dicembre 2024 o Kiev nel 2014, sarà rimasto deluso. La rivoluzione bolivariana ha mostrato di essere tutt’altro che agonizzante, ma vitale e resistente.

Poco prima della sua conferenza stampa a Mar-a-Lago, durante il consiglio di Difesa della Nazione, la vicepresidente esecutiva Delcy Rodriguez si è rivolta al popolo, davanti alle principali cariche dello stato, proclamando Nicolas Maduro unico presidente del Venezuela. Subito dopo, l’organo preposto – la Corte Suprema di Giustizia, le ha assegnato l’incarico di presidente facente funzione.

Tutto ciò ha messo in serie difficoltà davanti ai giornalisti sia Donald Trump sia il segretario di Stato Marco Rubio, costretti a mollare pubblicamente la “leader dell’opposizione” Corina Machado e a riconoscere l’autorità di Delcy Rodriguez.

In base a un report classificato della CIA, menzionato oggi da Reuters, i membri del governo di Maduro sono nella posizione più adatta per mantenere la stabilità nel Paese. Il rapporto vede in Delcy Rodriguez una figura chiave.

Trump afferma che saranno gli Stati Uniti a governare direttamente il Venezuela, ma sarà con lei che dovranno trattare una eventuale transizione o accordo per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi.

Washington vuole l’accesso totale, ma Delcy ha messo in chiaro le rivendicazioni del Venezuela: indipendenza, sovranità, liberazione del presidente Nicolas Maduro e della moglie, risorse venezuelane ai venezuelani.

Durante il giuramento di ieri come presidente vicaria si è appellata a Bolivar e Chavez chiamando all’unità nazionale di tutti i settori per superare questo momento e garantire la pace e la stabilità sociale.

Insomma, il Venezuela di Delcy Rodriguez finora sta mostrando l’inattualità della dottrina Monroe (o Donroe). La legge della forza non è sufficiente a sospendere la sovranità di uno stato indipendente e libero. Una lezione per i Paesi europei.


Le bugie dei media e la disperazione della Machado

Il fallimento del regime change è la dimostrazione plastica che il Venezuela non è un regime e Maduro non è un dittatore. Il potere bolivariano non è detenuto da un solo uomo ma articolato in una pluralità di organi e istituzioni che trovano fondamento in un solido consenso in tutti i settori: popolare, militare, di polizia, etc.

Kaja Kallas potrà continuare a non riconoscere Maduro come legittimo presidente, ma il report della CIA sbugiarda plasticamente sia i leader europei che l’opposizione venezuelana e i leader europei.

Lo stesso Marco Rubio non è in grado di affermare quando avverrà la transizione né indicare un periodo per nuove elezioni. La ragione è semplice: non è lui a decidere.

Ne esce malconcia Corina Machado, la leader dell’opposizione proclamata dai governi europei, in particolare da Giorgia Meloni. Trump è un realista e realisticamente è costretto ad ammettere che la Machado non è “abbastanza rispettata” all’interno del Paese.

“Non credo abbia il sostegno popolare che dovrebbe avere”, ha detto il capo della Casa Bianca al New York Post.

Le dichiarazioni hanno letteralmente spento l’entusiasmo di Corina Machado che adesso si dice disposta a regalare il suo premio nobel a Trump pur di prendere il posto di Maduro.

Insomma, si scopre che secondo i nostri media avevano vinto le elezioni del 2024, a cui Maduro avrebbe usurpato la vittoria con i brogli, in realtà sono talmente prive di consenso da non poter neanche segnare un rigore a porta vuota. Non si governa un Paese come il Venezuela con il nobel per la pace e con la propaganda data in pasto all’opinione pubblica italiana.

Data articolo: Tue, 06 Jan 2026 19:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
"Un giorno di ribellione morale e di sciopero generale in tutto il continente". Il Premio Nobel Esquivel dopo il sequestro Maduro (VIDEO)

Adolfo Pérez Esquivel, Premio Nobel per la Pace, lancia un accorato appello alla mobilitazione contro l’ingerenza militare degli Stati Uniti in Venezuela, denunciando il sequestro del presidente Nicolás Maduro e della prima dama Cilia Flores, oltre alle minacce di invasione.

“I popoli non possono essere spettatori passivi quando sono in gioco la libertà e la sovranità”, afferma il Nobel, esortando chiese, sindacati e organizzazioni sociali a scendere in campo per difendere la democrazia. Un grido d’allarme perché si agisca prima che sia troppo tardi.

In questo appello ha invitato tutte le organizzazioni di tutto il continente ad organizzare un giorno di "ribellione morale" con uno "sciopero generale" che deve coinvolgere tutto il continente. 

Queste le sue parole:

 
 
 
 
 
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Data articolo: Tue, 06 Jan 2026 18:56:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Rapimento Maduro. La fake news del ā€œCĆ”rtel de los Solesā€ si ĆØ giĆ  dissolta


"La “democrazia” di Washington e quella dei tribunali di New York sono una farsa definitivamente smascherata dall’aggressione al Venezuela: se voti contro gli interessi degli Stati Uniti, se pretendi di mettere al primo posto gli interessi sovrani del tuo Paese e del tuo popolo contro quelli degli oligarchi statunitensi, il copione è noto: invadono, sequestrano." 

Ve lo scrivevamo ieri in un nostro editoriale in cui vi spiegavamo perché su l'AntiDiplomatico non vedrete le immagini del presidente del Venezuela rapito e sottoposto a questa vuota litania che assume oggi un suo punto tragicomico con il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti che ha ritirato l'affermazione secondo cui il cosiddetto "Cartel de los Soles" costituisca un'organizzazione narcotrafficante reale nell'atto d'accusa. 



La modifica appare significativa poiché smonta la narrazione del Cartel de los Soles come entità formale, che per anni ha dominato nei media internazionali sulla base di presunte fughe di notizie da fonti d'intelligence statunitensi. La nuova descrizione viene ritenuta da esperti come Elizabeth Dickinson, vicedirettrice per l'America Latina dell'International Crisis Group, "esattamente fedele alla realtà". Specialisti in crimine e narcotraffico in America Latina sostengono da tempo che "Cartel de los Soles" sia un termine colloquiale, coniato dai media venezuelani negli anni '90, per indicare funzionari militari corrotti e non un cartello strutturato. 

A sostegno della nuova posizione del Dipartimento di Giustizia, si osserva che l'ipotetico cartello non trova riscontro nei rapporti tecnici delle principali agenzie antidroga. La DEA, nella sua Valutazione Nazionale sulla Minaccia delle Droghe 2025, descrive minuziosamente le rotte del narcotraffico nelle Americhe senza includere il Venezuela come paese di transito primario né menzionare il "Cartel de los Soles". La stessa assenza si riscontra nei report dell'Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine e dell'Osservatorio Europeo delle Droghe.

Data articolo: Tue, 06 Jan 2026 18:33:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Venezuela, il diritto contro l'arroganza imperiale


di Geraldina Colotti 

Caracas, 6 gennaio 2026

C’era un’emozione palpabile, ieri, tra i banchi dell’Assemblea Nazionale venezuelana. Non era solo il peso delle vittime — oltre cento tra civili e militari falciati dai bombardamenti del 3 gennaio — ma la consapevolezza di abitare un inedito momento di rottura. L'attacco che ha colpito obiettivi civili e militari a Caracas, Miranda, Aragua e La Guaira, ha innescato una battaglia immediata sul piano semantico.

Mentre i media mainstream, come la BBC, hanno diramato direttive interne che proibiscono tassativamente l’uso del termine “sequestro” (imponendo eufemismi come "detenzione cautelare internazionale"), la realtà dei fatti parla di una violazione dei più elementari diritti diplomatici. Il sequestro di un Capo di Stato in carica e di una deputata della Repubblica è un crimine di lesa internazionalità che, come denunciato da Samuel Moncada all'ONU, cancella secoli di giurisprudenza sull'immunità sovrana.

Nelle ore seguite ai bombardamenti, Washington ha tentato la carta della guerra cognitiva. Sono state messe in circolo calunnie pilotate volte a insinuare un presunto "accordo di transizione" tra gli Stati Uniti e la vicepresidenta esecutiva, Delcy Rodríguez, cercando di seminare il sospetto tra le fila del chavismo e della FANB. La risposta istituzionale è stata una smentita nei fatti: il Tribunale Supremo di Giustizia (TSJ) ha ratificato Rodríguez come Presidenta encargada, un titolo che, ai sensi degli articoli 233 e 234 della Costituzione Bolivariana, non indica un governo di transizione ad interim, ma la piena continuità dell'ordine costituzionale in caso di assenza forzata del titolare.

Non c’è vuoto di potere, né spazio per le ambizioni neocoloniali di María Corina Machado, la quale, in un’intervista su Fox News, è arrivata a invocare apertamente l’amministrazione esterna delle risorse energetiche venezuelane, palesando il volto fascista di un'opposizione che vede nelle bombe l'unico strumento di consenso.

Quando il corpo legislativo 2026-2031 si è insediato in parlamento, l’assenza fisica di Nicolás Maduro e Cilia Flores pesava più di ogni presenza. E il simbolo che ha dominato la giornata è stato proprio quello brandito dal figlio del Presidente, Nicolás Maduro Guerra: il libro azzurro della Costituzione bolivariana. È stata quella stessa copia, tenuta ferma dalle mani del giovane deputato, a fare da base su cui i parlamentari hanno giurato, emozionati, trasformando l'atto formale in un rito di lealtà collettiva.

Un messaggio muto ma potente: il presidente è stato sequestrato insieme alla sua compagna di vita e di lotta, che ha voluto seguirlo fino all'ultimo benché non fosse oggetto della caccia di Trump. La sua fonte di legittimità, determinata dalla maggioranza del voto popolare che ha rieletto Maduro alla guida del paese per la terza volta rimane integra.

Mentre il Venezuela digerisce l'orrore, l'opposizione fascista mostra il suo volto più servile. Nell'intervista a Fox News, Machado ha celebrato i bombardamenti come "necessari", arrivando a delineare scenari inquietanti per la "transizione": la creazione di un consiglio di amministrazione coloniale composto da funzionari stranieri e tecnici delle multinazionali petrolifere per gestire le risorse del Paese. Più inquietanti ancora, i tre personaggi che hanno introdotto l'intervista, con veri e propri peana alle gesta trumpiste e a quelle della loro rappresentante.

A fare da corollario, le dichiarazioni codine della governante italiana, firmatrice con Machado della carta di Madrid che, nel 2020 ha dato avvio alla nuova internazionale fascista contro il socialismo a livello mondiale, e che le ha telefonato per congratularsi dei risultati mortali ottenuti da Trump. Più grottesco ancora il plauso, sfacciato o moderato, di quella “sinistra” bellica, che ha salutato il Premio Nobel per la “pace” ricevuto da Machado come un simbolo di “libertà” contro il “dittatore” Maduro.

Se, prima con il genocidio in Palestina e ora con l'attacco a un paese sovrano, come il Venezuela, all'imperialismo nordamericano è caduta la maschera, altrettanto smascherata risulta la democrazia borghese dei paesi europei, ormai ridotta a una pallida foglia di fico. E, in molti, hanno cominciato a chiedersi: perché l'operazione speciale di Putin nell'Ucraina che pullula di nazisti è stata considerata un'aggressione da punire con le bombe Nato e l'uccisione di 100 persone per rapire il presidente di un paese sovrano viene applaudita da certi governanti occidentali?

Tuttavia, in un paradosso tipico della diplomazia imperiale, l'amministrazione Trump sembra aver già iniziato a disconoscere la golpista Machado. Una volta ottenuto il controllo fisico di Maduro, Washington pare intenzionata a scavalcare la sua stessa "pedina" interna, giudicata troppo instabile o forse non più utile a un progetto che mira ora a un'occupazione diretta o a una spartizione delle risorse senza intermediari politici locali. Il disconoscimento di Machado da parte degli USA, che l'hanno usata per anni come grimaldello, è la prova della natura usa-e-getta dei collaborazionisti.

Va intanto in scena un altro atto della guerra di propaganda, tesa a dividere le file chaviste con varie dietrologie, insinuando dubbi, alimentati dalla disinformazione internazionale: vi sarebbero stati tradimenti interni, o internazionali (il solito Putin), e addirittura un accordo con settori del governo per preparare il terreno all'arrivo di Trump e dei suoi scherani. Come hanno fatto gli Usa a penetrare a Fuerte Tiuna eludendo tutti i sistemi di sicurezza?, ci si chiede. Chi può aver tradito, solleticato dalla taglia di 50 milioni di dollari messa da Trump sulla testa del presidente e di altri dirigenti bolivariani? Perché la scorta del presidente non ha “reagito”?

E qui vanno inseriti alcuni elementi di contesto, che invitano i dietrologi che la sanno sempre più lunga di tutti, a considerare i dati di realtà. Intanto, il Venezuela bolivariano, a differenza dei paesi europei, che hanno subordinato le proprie economie agli interessi del complesso militare-industriale, non ha destinato il grosso del proprio bilancio a una sfrenata corsa agli armamenti, ma ai progetti sociali: evitando, così, di incorrere nella trappola a cui era stata costretta l'ex Unione sovietica per proteggersi dall'aggressione nordamericana.

Il Venezuela è un paese che ha visto il proprio bilancio crollare da 90 a 1 per via delle misure coercitive unilaterali illegali, e il 75% di quel che rimaneva lo ha comunque destinato ai piani sociali. La logica dell'economia di guerra è stata assunta per rivitalizzare la produzione nazionale, assumendone i costi in collettivo: tanto che, sotto la direzione di Nicolas Maduro, il Venezuela ostenta oggi una crescita invidiabile, la più alta dell'America latina, e produce il 90% di quel che consuma.

Come hanno fatto gli Usa a bombardare l'Iran nonostante la sua avanzata copertura missilistica con il pretesto che albergavano siti nucleari? Perché sono la principale potenza bellica a livello mondiale, e la asimmetria con un piccolo e pacifico paese come il Venezuela, è stellare. Una potenza arrogante e senza freni che, mentre bombarda l'Iran perché sospettata di continuare le ricerche sul nucleare, protegge il nucleare sionista, e manda persino un sottomarino nucleare a minacciare il Venezuela.

Che, inoltre, vi sia stata una eroica reazione da parte delle forze bolivariane, è testimoniata dal centinaio di morti (32 cubani), e anche dai numerosi feriti fra i civili. Il Fuerte Tiuna, non è soltanto, infatti, una fortezza militare dove si trovavano il presidente de sua moglie, non è soltanto una scuola per i cadetti e le cadette, ma racchiude anche un ampio territorio adibito a case popolari. Chi scrive ha soggiornato a lungo in una di queste, durante un altro micidiale attacco alla sovranità del paese, condotto dagli Usa nel 2018: il sabotaggio elettrico. Un attacco usato anche nella notte del 3 gennaio, che ha distrutto varie istallazioni elettriche per permettere alle forze speciali nordamericane di irrompere nel forte militare. Nel tentativo di difendersi, anche il presidente e sua moglie sono stati feriti.

Dinanzi a questi scenari di frammentazione indotti dall'esterno, lo Stato venezuelano ha risposto con la massima compattezza. Il Tribunale Supremo di Giustizia ha ratificato la vicepresidenta esecutiva, Delcy Rodríguez, come Presidenta Encargada. È un titolo di forza costituzionale: Rodríguez non è una presidente a interim, una presidente di transizione che occupa un posto vacante in attesa di far posto agli Usa, ma la garante della piena vigenza dell’ordine democratico dinanzi all'assenza forzata del titolare. Questa solidità ha spento sul nascere le calunnie pilotate dal Dipartimento di Stato, che insinuavano un presunto "accordo" tra la Vicepresidenta e gli aggressori. La risposta è stata unitaria: il Consiglio dei Ministri del 4 gennaio ha ribadito che il Paese resta sotto il comando della fusione popolare-militare-poliziale, che sta garantendo la pace e la sicurezza, sotto la guida del ministro degli Interni, giustizia e Pace, Diosdado Cabello.

Il Venezuela oggi è una nazione che digerisce il proprio dolore in "perfetta calma", ha affermato Diosdado. Sul dorso dei veicoli blindati o delle camionette di polizia, non vi sono simboli terrorizzanti, ma slogan rivoluzionari che invitano al coraggio e alla riflessione. E il paese non è sotto la morsa di un regime militare, ma, come prevede la costituzione, in uno stato di emergenza, dovuta a un'aggressione internazionale. Non ci sono saccheggi, la gente si sposta e lavora come sempre, seppure con una certa apprensione, perché per l'imperialismo Usa, non è finita qui. E, questa notte, il sistema di sicurezza bolivariano ha disinnescato l'azione di alcuni droni-spia che hanno sorvolato il palazzo di Miraflores, provocando una nuova allerta, subito contenuta dall'azione difensiva.

Come si può vedere leggendo dalla fluviale intervista di Ignacio Ramonet, diventata una tradizione di fine anno, e che si è svolta in forma di passeggiata nella capitale con il presidente alla guida dell'auto, accompagnato da Cilia, e dal ministro della comunicazione, Freddy Ñañez, Maduro è rimasto fino all'ultimo in mezzo al suo popolo, garantendone la tranquillità durante le feste natalizie. Chi scrive, era tornata la sera prima dell'attacco da un incontro con i pescatori della Guaira, la costa marittima vicina alla capitale, dove non c'era un solo metro per mettere l'asciugamano in spiaggia, e che è stata bombardata nella notte.

Dopo mesi di attacchi e minacce e di un'escalation di violazioni da parte dell'imperialismo Usa, il presidente aveva comunque previsto vari scenari di difesa, e ha lasciato indicazioni chiare: in caso di attacco imperialista e della sua morte, si sarebbe dovuti passare alla lotta armata. Gli operai, allertati da mesi, avrebbero dovuto imbracciare il fucile, e prepararsi a uno sciopero generale per difendere le risorse e il potere popolare. Dalla sua prigionia, pur ammanettato, Maduro è riuscito a mandare un segnale di vittoria al mondo, diventato subito virale: prima di tutto, resistere e lottare.

Dalle udienze in Nordamerica, le immagini di Maduro e Flores hanno già rotto il muro della propaganda. La dignità con cui il presidente e Cilia, pur visibilmente feriti, hanno affrontato i loro carcerieri è diventata un simbolo di orgoglio che rimbalza a livello globale. “Sono un prigioniero di guerra, un uomo degno, rimango il presidente del Venezuela”, ha detto Maduro, rifiutando come Cilia, il patteggiamento con i tribunali Usa. I due prigionieri sono assistiti dal noto avvocato dei diritti umani, Barry Pollack, già difensore del fondatore di Wikileaks, Julian Assange. La prossima udienza è stata fissata per il 17 marzo. Intanto, si mobilitano le piazze del mondo che rispondono alla proposta di organizzare le Brigate internazionali, operaie, bolivariane o per la pace: come ai tempi della Guerra civile spagnola, il socialismo bolivariano è la nuova frontiera dei popoli decisi a costruire il proprio destino.

Data articolo: Tue, 06 Jan 2026 18:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
CosƬ la BBC censura i suoi giornalisti: sul caso Maduro si deve usare 'catturato', mai 'rapito'

Nuove rivelazioni scuotono ancora una volta la presunta aura di imparzialità della British Broadcasting Corporation (BBC). Il giornalista britannico Owen Jones ha reso pubblica una direttiva interna indirizzata ai giornalisti della BBC, una sorta di vademecum sul linguaggio da adottare per riferire dell'assalto militare e del successivo rapimento del presidente venezuelano Nicolás Maduro da parte di forze statunitensi lo scorso fine settimana.

Il documento, confermato come autentico, è esplicito: i termini accettabili sono "captured" (catturato) o "seized" (preso in custodia). La parola "kidnapped" (rapito, sequestrato) deve invece essere rigorosamente evitata. La direttiva non si limita a un generico suggerimento stilistico, ma fornisce precise istruzioni di framing. Il termine "catturato", ad esempio, deve essere sempre esplicitamente attribuito alla versione dei fatti fornita da Washington, come nell'esempio fornito: "Gli Stati Uniti hanno detto che Maduro è stato catturato durante l'operazione". Solo "aprehendido" (preso, arrestato) è indicato come accettabile per un uso autonomo nei reportage.

Questa indicazione sul lessico non è un dettaglio tecnico, ma un chiaro atto di allineamento editoriale. Mentre persino il presidente Donald Trump ha definito "non un brutto termine" la parola "sequestro" usata dal governo venezuelano, la BBC sceglie di censurare quel vocabolo dalla bocca dei suoi giornalisti. Si tratta di una scelta che normalizza e vuole giustificare un atto - l'arresto extraterritoriale di un capo di Stato sovrano - che secondo il diritto internazionale costituisce appunto un sequestro di persona, un atto illegale e gravissimo.

La vicenda smaschera ancora una volta la vera natura della BBC, che si conferma un mezzo di informazione totalmente piegato agli interessi dell'imperialismo, altro che simbolo di obiettività e informazione libera e seria come pretende dipingersi. Non si tratta di garantire "chiarezza e coerenza", come ipocritamente scritto nella direttiva, ma di assicurarsi che la narrazione egemonica, in questo caso quella di Washington, passi inalterata, persino a costo di stravolgere la semantica e di evitare accuratamente qualsiasi terminologia che possa evocare l'illegalità dell'azione. L'episodio è un manifesto di come l'informazione "mainstream" venga pilotata, dimostrando che la presunta libertà di stampa nel cuore dell'Occidente semplicemente non esiste.

Data articolo: Tue, 06 Jan 2026 16:33:00 GMT
Zeitgeist
Scusaci Mattarella


di Alessandro Mariani


Dobbiamo profonde scuse a Sergio Mattarella ma chi poteva immaginare che tra le eccelse virtù attribuitegli dai maestri cantori di Stampubblica e Corsera ci fosse anche la chiaroveggenza? Ora abbiamo capito a chi e a cosa si riferiva il nostro presidente nel pluri-osannato discorso di fine anno, quando ha definito “
ripugnante” il rifiuto di chi nega la pace “perché si sente il più forte”.

I nostri pregiudizi avevano ricondotto l’omissione del soggetto alle origini democristiane e qualcuno aveva persino pensato alla storia trita e ritrita dell’aggredito dell’aggressore. Ma almeno stavolta quel cattivaccio di Putin non c’entrava; si trattava di saggezza e di capacità di intravedere gli sviluppi futuri.

“Le parole sono pietre” per dirla con Carlo Levi, “sono importanti” urlava a squarciagola il Nanni Moretti di Palombella Rossa, perché “chi parla male pensa male e vive male!” (e guarda caso prendeva a schiaffi una giornalista).

All’indomani dell’ennesimo atto di protervia amerikana c’è da inorridire rispetto all’incapacità ormai acclarata e generalizzata di dire pane al pane e vino al vino. Nel passare in rassegna le prime pagine dei principali quotidiani nazionali scopriamo che a seconda dei casi il presidente del Venezuela Nicolàs Maduro è stato “preso” (Corsera/ Sole 24 ore), “catturato” (Repubblica/Libero/il Messaggero/il Tempo/ il Giorno), “arrestato” (La Stampa), “deposto” (il Giornale, La Verità) e fermiamoci qui per carità di patria.

Insomma, fedeli agli ordini di scuderia, nessuno tra i pennivendoli nostrani ha usato i termini “rapito-rapimento” per descrivere un’operazione da gangster in piena regola che ha provocato ottanta morti ed un numero imprecisato di feriti oltre all’eclissi definitiva del Diritto Internazionale.

E allora riconosciamolo! Nessuna carica istituzionale e politica tra le tante a piede libero in questa vecchia e rattrappita Europa ha avuto tale capacità di sintesi e coraggio nel proferire la parola giusta: “ripugnante”. Che è poi l’aggettivo che meglio si addice a quello che gli Stati Uniti (e non un singolo presidente) hanno fatto da oltre due secoli in qua, oltre che all’ignavia di chi in questo caso avrebbe avuto il dovere morale e politico di denunciarlo e che invece non ha battuto e non batte ciglio.

E nel quadro generalizzato e desolante di arrendevolezza e servilismo che caratterizza il blocco occidentale la “serva Italia di dolore ostello” ancora una volta ama distinguersi. Così mentre gli sgovernanti nostrani gli baciano umilmente i piedi, ci si premura di dire al “miserabile, ignorante, pericoloso pagliaccio part-time e sociopatico a tempo pieno” (copyright Michael Moore) che siede alla Casa Bianca che può pure muoversi.

Data articolo: Tue, 06 Jan 2026 16:10:00 GMT
Una finestra aperta
Dalla fiaccola all’etere: il tocco cinese per le Olimpiadi di Milano-Cortina

 

di CGTN

Manca solo un mese all'inaugurazione delle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina, e la fiamma olimpica prosegue il suo viaggio, unendo il mondo e portando con sé volti e contributi significativi dalla Cina.

Durante la staffetta in Italia, hanno preso parte personalità cinesi di spicco. Il 6 dicembre 2025, Yu Lei, nota regista di diverse edizioni del Gala della Festa di Primavera del China Media Group, ha corso come tedofora, sottolineando il collegamento tra i Giochi Olimpici di Beijing 2022 e quelli di Milano-Cortina 2026. Il 22 dicembre, Jackie Chan, star del cinema d'azione, ha attraversato gli scavi di Pompei con la fiaccola, trasmettendo un messaggio di pace e unità. Anche la società Hengyuanxiang, fornitrice ufficiale del Comitato internazionale olimpico, è stata rappresentata dal suo responsabile, Chen Zhongwei, tedoforo per la quarta volta, a simboleggiare il ruolo dello sport nella realizzazione di una vita migliore.

Il supporto tecnologico e mediatico è assicurato dal China Media Group. Il 4 gennaio, la flotta di veicoli per la trasmissione in 4K/8K del China Media Group, nota come la "Rossa Cina", è approdata al porto di Livorno. In veste di partner esclusivo per la produzione del segnale in 8K, il CMG realizzerà le riprese in Ultra HD delle cerimonie di apertura e chiusura, nonché degli eventi delle discipline dello Short Track e del Pattinaggio di Figura. Dopo l'esperienza di Parigi 2024, questa flotta tecnologicamente all'avanguardia, sviluppata in modo autonomo, costituisce un nuovo traguardo per il settore mediatico cinese nel contesto olimpico. Superate le procedure doganali, i mezzi giungeranno allo Stadio San Siro, pronti a trasmettere al mondo le gesta degli atleti.

Mentre la fiamma si avvicina a Milano, la Cina non è solo sul podio, ma anche protagonista nel racconto dei Giochi Olimpici, portando lo spirito olimpico da Beijing a Milano.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

 

L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.

LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Tue, 06 Jan 2026 11:00:00 GMT