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Venezuela, il sisma mette a nudo il paradosso delle sanzioni occidentali

Il Venezuela è alle prese con una delle più gravi catastrofi naturali della sua storia recente: il devastante doppio terremoto che il 24 giugno ha sconvolto il Paese. Il bilancio continua ad aggravarsi con il passare delle ore: secondo gli ultimi dati forniti dal ministro della Salute Carlos Alvarado, le vittime sono salite ad almeno 235, mentre i feriti hanno ormai superato quota 4.300. Restano inoltre 157 dispersi, circa 200 persone ancora intrappolate sotto le macerie e quasi 3.000 famiglie sfollate (secondo i dati ufficiali provvisori). Le due scosse principali, di magnitudo 7,2 e 7,5, si sono verificate a soli 39 secondi di distanza, dando origine a un raro e devastante fenomeno noto come doppietto sismico. Nelle ventiquattro ore successive sono state registrate 138 scosse di assestamento, segno di una forte instabilità dell'area interessata. L'epicentro della distruzione è lo stato costiero di La Guaira, dove oltre cento edifici sono crollati, ma gravissimi danni si registrano anche nella capitale Caracas e negli Stati di Aragua e Carabobo. Complessivamente risultano compromessi almeno 250 edifici, mentre otto ospedali hanno riportato danni strutturali tali da rendere necessaria l'evacuazione dei pazienti.

Le autorità hanno dichiarato lo stato di emergenza nazionale e mobilitato migliaia di soccorritori. Secondo gli esperti, l'eccezionale violenza del sisma è stata determinata dalla combinazione tra l'elevata magnitudo delle due scosse, la loro scarsa profondità e la quasi simultaneità degli eventi, che ha impedito alle strutture già lesionate dal primo terremoto di resistere al secondo. Il fenomeno è inoltre collegato alla complessa interazione tra la placca caraibica e quella sudamericana, lungo il sistema di faglie attive che attraversa il nord del Venezuela. Sul terreno prosegue una drammatica corsa contro il tempo. La presidente incaricata Delcy Rodríguez si è recata personalmente a La Guaira e successivamente nei quartieri colpiti di Caracas per coordinare le operazioni di ricerca e salvataggio insieme ai vertici del governo, tra cui Jorge Rodríguez e Diosdado Cabello. "La priorità assoluta è salvare quante più vite possibile", ha dichiarato, esprimendo vicinanza alle famiglie colpite e sottolineando che ogni risorsa disponibile è stata mobilitata per individuare eventuali superstiti. Il governo ha annunciato il dispiegamento di 11.500 uomini delle forze di sicurezza, affiancati da migliaia di volontari che partecipano alla rimozione delle macerie, alla distribuzione di beni di prima necessità e alla ricerca dei dispersi. Parallelamente, le autorità hanno escluso il rischio di tsunami, invitando la popolazione a fare riferimento esclusivamente ai canali ufficiali per evitare la diffusione di notizie false. La risposta internazionale è arrivata rapidamente.

Le Nazioni Unite hanno inviato dodici squadre specializzate nella ricerca e soccorso urbano, mentre diversi paesi hanno già fatto partire le prime brigate di emergenza. L'aeroporto principale di Caracas rimane fortemente danneggiato, causando la cancellazione di numerosi voli internazionali, anche se alcuni scali secondari stanno progressivamente riprendendo le operazioni. Tra le decisioni che hanno attirato maggiore attenzione sul piano geopolitico figura quella assunta dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti. Washington ha infatti autorizzato, attraverso una licenza speciale valida fino al 23 ottobre 2026, tutte le transazioni finanziarie necessarie alle operazioni di soccorso che normalmente sarebbero vietate dal regime di sanzioni imposto contro il Venezuela. La deroga comprende anche il trasferimento di fondi da e verso il Paese da parte di soggetti terzi e si accompagna allo stanziamento di 150 milioni di dollari destinati agli aiuti umanitari. La misura rappresenta un riconoscimento implicito di una realtà spesso ignorata nel dibattito internazionale: il criminale sistema sanzionatorio statunitense continua infatti a limitare in modo significativo le capacità economiche e operative del Venezuela, tanto da rendere necessaria una sospensione straordinaria proprio nel momento in cui il Paese affronta una tragedia umanitaria di proporzioni eccezionali. Una decisione che evidenzia la contraddizione di un meccanismo capace di ostacolare anche operazioni essenziali, salvo essere temporaneamente allentato quando l'emergenza rende impossibile ignorarne gli effetti.

Mentre i soccorritori continuano a scavare tra le macerie nella speranza di trovare altri superstiti, il Venezuela si trova ora ad affrontare non solo la fase più critica delle operazioni di salvataggio, ma anche una lunga e complessa ricostruzione che richiederà ingenti risorse nazionali e un sostegno internazionale duraturo. La tragedia del doppio terremoto rischia infatti di aggravare ulteriormente la già difficile situazione economica e sociale del Paese causata dalle criminali sanzioni statunitensi e la guerra ibrida di Washington, trasformandosi in una delle emergenze umanitarie più gravi che il continente latinoamericano abbia conosciuto negli ultimi anni.


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Data articolo: Sat, 27 Jun 2026 05:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Il giallo degli accordi di Anchorage divide Mosca e Washington

Il confronto diplomatico tra Mosca e Washington sul dossier ucraino si arricchisce di un nuovo capitolo. A riaccendere il dibattito sono state le dichiarazioni del segretario di Stato statunitense Marco Rubio, secondo cui il vertice tra Vladimir Putin e Donald Trump, svoltosi ad Anchorage il 15 agosto 2025, si sarebbe concluso senza alcun accordo sulla crisi ucraina, ma soltanto con la presentazione di alcune proposte. Una ricostruzione contestata apertamente dalla diplomazia russa, che sostiene invece che quelle proposte furono accettate da Mosca e che rappresentavano la base di un'intesa politica successivamente disattesa dagli Stati Uniti. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha definito "poco elegante" l'affermazione di Rubio, osservando che è necessario chiarire cosa Washington intenda per "accordo". Secondo il capo della diplomazia russa, pochi giorni prima del summit l'inviato speciale statunitense Steve Witkoff aveva consegnato personalmente a Mosca le proposte elaborate dall'amministrazione Trump. Durante l'incontro di Anchorage, ha spiegato Lavrov, Putin le avrebbe ripercorse punto per punto chiedendo conferma allo stesso Witkoff, presente al colloquio, che ne avrebbe riconosciuto la corrispondenza.

Per Mosca, dunque, il fatto che una parte presenti una serie di proposte e che l'altra le accetti costituisce già un accordo politico, indipendentemente dalla successiva formalizzazione. Da qui la critica rivolta alle dichiarazioni di Rubio, accusato di minimizzare quanto effettivamente emerso dal vertice in Alaska. La questione assume particolare rilevanza alla luce delle dichiarazioni rese negli ultimi giorni dallo stesso segretario di Stato USA. Da un lato Rubio ha sostenuto che gli Stati Uniti sono pronti a svolgere un ruolo costruttivo nel favorire una soluzione negoziata del conflitto, purché ne abbiano l'opportunità. Dall'altro, in un'audizione al Congresso, ha affermato che Washington non può essere considerata un mediatore imparziale poiché sostiene militarmente l'Ucraina. Per Lavrov, queste due posizioni appaiono difficilmente conciliabili. Se gli Stati Uniti intendono favorire il dialogo tra Mosca e Kiev, osserva il ministro russo, tale disponibilità assume inevitabilmente le caratteristiche di una proposta di mediazione. Proprio per questo, secondo il capo della diplomazia russa, è necessario chiarire quale ruolo Washington intenda realmente svolgere nei futuri negoziati. Sulla stessa linea si è espresso anche il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov. Pur ribadendo che gli Stati Uniti non possono essere considerati "assolutamente neutrali" finché continuano a fornire armi, tecnologie e assistenza militare all'Ucraina, il Cremlino ritiene che l'influenza esercitata da Washington sia proprio l'elemento che potrebbe renderne utile il coinvolgimento nel processo negoziale.

Secondo Peskov, Mosca valuta positivamente la volontà espressa dal presidente Donald Trump di riportare il conflitto su un percorso diplomatico e non ha ricevuto alcun segnale ufficiale che indichi un abbandono di questo impegno da parte dell'amministrazione statunitense. Il portavoce ha ricordato inoltre che Trump avrebbe confermato l'intenzione di rilanciare gli sforzi diplomatici sul dossier ucraino una volta conclusa la gestione della crisi con l'Iran. Il Cremlino ha inoltre respinto le recenti dichiarazioni del presidente francese Emmanuel Macron, secondo cui gli Stati Uniti non potrebbero più essere considerati un mediatore neutrale. Peskov ha osservato che non spetta al capo dell'Eliseo interpretare la posizione di Washington e che, fino a questo momento, dagli Stati Uniti non sono giunte comunicazioni ufficiali che smentiscano la disponibilità a svolgere un ruolo di mediazione. Le dichiarazioni di Lavrov si inseriscono anche nel dibattito aperto dalle parole del consigliere presidenziale russo Jurij Ushakov, secondo il quale Mosca ritiene che gli impegni assunti ad Anchorage non siano stati rispettati dalla controparte americana. Secondo questa ricostruzione, la Russia avrebbe continuato ad attenersi agli accordi raggiunti durante il vertice, mentre Washington non sarebbe stata in grado di dare seguito alla parte di propria competenza.

Ne emerge un quadro diplomatico caratterizzato da profonde divergenze interpretative. Per Mosca, il summit di Anchorage ha prodotto un'intesa politica fondata sulle proposte avanzate dagli Stati Uniti e accettate dalla Russia; per Washington, invece, quelle discussioni non avrebbero avuto valore vincolante e non si sarebbero tradotte in alcun accordo formale. Una differenza di lettura che conferma ancora una volta l’inaffidabbilità degli Stati Uniti pronti a cambiare repentinamento posizione in base alle esigenze geopolitiche contingenti.


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Data articolo: Sat, 27 Jun 2026 05:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
L’Europa sceglie lo scontro con la Cina

I colloqui tra Cina e Unione Europea sulle questioni economiche e commerciali sono entrati in una fase di crescente tensione, proprio mentre le parti si preparano alla prima riunione del nuovo meccanismo di consultazione su commercio e investimenti. Secondo una fonte vicina ai negoziati citata dal Global Times, le discussioni di questa settimana sarebbero state “intense”, ma segnate da profonde divergenze di approccio e da un clima di reciproca diffidenza. La critica principale arrivata da Pechino riguarda la mancanza di “sincerità” da parte europea. Pur dichiarandosi formalmente disponibile al dialogo, l’Unione Europea è al tempo stesso orientata a rafforzare strumenti di natura protezionistica e a introdurre nuove restrizioni economiche, alimentando il timore di un possibile inasprimento dello scontro commerciale. Secondo la fonte, questa doppia postura compromette le prospettive del nuovo meccanismo di consultazione, nato proprio con l’obiettivo di stabilizzare i rapporti economici tra le due grandi aree. “L’UE mostra volontà di dialogo, ma non affronta le questioni centrali e prepara ulteriori restrizioni”, ha riferito la fonte, sottolineando come ciò renda “incerto” l’esito del primo incontro formale. Pechino ribadisce invece la propria disponibilità al confronto, pur dichiarandosi pronta ad adottare “contromisure necessarie e risolute” nel caso di nuove misure ritenute discriminatorie.

La situazione, secondo la parte cinese, riflette un progressivo aumento della complessità nei rapporti economici bilaterali, con il rischio concreto di un’ulteriore escalation delle tensioni. Tra i punti più critici figura il mancato avanzamento dei negoziati sui veicoli elettrici prodotti da aziende cinesi, in particolare sulle cosiddette “price undertakings”, così come le difficoltà nel dialogo sulle politiche europee di controllo delle esportazioni. Pechino lamenta inoltre ostacoli ancora irrisolti alle proprie importazioni dall’Europa, a fronte di richieste europee concentrate soprattutto sulle forniture cinesi di terre rare. Un ulteriore elemento di frizione è rappresentato dall’attivazione da parte dell’UE di nove indagini su aziende cinesi nell’ambito del regolamento sugli sussidi esteri, considerate da Pechino come nuove barriere agli investimenti. Anche le discussioni sulle modifiche ai dazi europei sull’acciaio sono, secondo la parte cinese, rimaste sostanzialmente senza risposta. Particolarmente preoccupante, per la Cina, è inoltre l’indicazione che le consultazioni bilaterali non influenzeranno l’eventuale introduzione di nuovi strumenti economici da parte dell’UE, segnalando una possibile prosecuzione dell’inasprimento delle misure commerciali.

Sul piano politico, il direttore del Centro per le relazioni Cina-Europa della Fudan University, Jian Junbo, ha criticato l’approccio europeo, definendolo inefficace e destinato a fallire se basato sul mancato riconoscimento delle principali preoccupazioni di Pechino. Secondo l’accademico, l’esperienza delle tensioni commerciali globali dimostra che la Cina è pronta a rispondere con contromisure “mirate ed efficaci”, inclusi strumenti investigativi e restrizioni su prodotti europei considerati strategici. Jian ha inoltre sostenuto che l’Unione Europea stia cercando di affrontare problemi strutturali interni attraverso misure esterne, attribuendo alla Cina squilibri commerciali che sono invece il risultato di dinamiche interne europee. Una lettura che, come evidenzia Pechino, rischia di aggravare ulteriormente le tensioni invece di ridurle.

A rafforzare questa linea si inseriscono anche le recenti dichiarazioni della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che ha difeso la necessità di utilizzare in modo più “strategico” gli strumenti economici a disposizione dell’UE. Parallelamente, secondo alcune ricostruzioni di stampa, gli Stati membri avrebbero autorizzato la Commissione a valutare nuove misure nei confronti della Cina, inclusi possibili dazi su veicoli elettrici plug-in ibridi. Infine, ulteriori prese di posizione europee sul tema degli squilibri valutari e commerciali sono state interpretate da Pechino come segnali di un irrigidimento complessivo della linea di Bruxelles. Il quadro che emerge è quello di un rapporto economico sempre più fragile, con un’Unione Europa che continua a percorrere una ideologica crociata contro la Cina nonostante avrebbe un disperato bisogno di fare esattamente il contrario. Aprirsi alla Cina per migliorare la propria situazione economica e contrastare le mosse ostili USA.


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Data articolo: Sat, 27 Jun 2026 05:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Addio egemonia del dollaro. Il sistema parallelo di Cina e Iran che mette in crisi Washington

L’amministrazione statunitense tratta con Iran, ma intanto la capacità di Washington di esercitare pressione economica sembra diminuire drasticamente. Non è fantapolitica o un pio deisderio, ma la conseguenza di un cambiamento silenzioso, in ambito economico avvenuto negli ultimi anni: l'ascesa di un sistema finanziario alternativo basato sullo yuan, che permette a Paesi come Iran e Russia di eludere le illegali sanzioni USA. Uno strumento che gli USA utilizzano come arma geopolitica contro gli avversari.

Secondo un'ampia inchiesta condotta dal quotidiano Wall Street Journal, la strategia è semplice, quasi elementare. Quando le transazioni commerciali vengono condotte in dollari, queste devono passare attraverso il sistema bancario USA, dando a Washington il potere di monitorarle e bloccarle. Un vantaggio incredibile, considerando che la valuta statunitense è utilizzata nella stragrande maggioranza delle transazioni afferenti al commercio internazionale. Ma quando le parti usano lo yuan, Washington perde la presa e anche il potere di controllo.

Ultima dimostrazione arriva da Pechino. A fine aprile, gli Stati Uniti hanno sanzionato la raffineria cinese Hengli Petrochemical, accusata di acquistare petrolio iraniano per miliardi di dollari. La società si è difesa affermando che il fornitore aveva garantito l'origine del greggio da altre fonti, ma poi è arrivata una precisazione che suona come un avvertimento: d'ora in avanti, gli acquisti saranno regolati in yuan, non in dollari. Una circostanza che modifica tutto il quadro a sfavore degli USA: tracciare i flussi di denaro diventa molto più complicato.

Non è un caso isolato. Le autorità statunitensi ritengono che nel 2024 l'Iran abbia guadagnato dalla vendita di petrolio fino a 43 miliardi di dollari, e la maggior parte di questi incassi sarebbe stata pagata proprio in yuan. Il meccanismo è ormai bel oliato: le navi che attraversano lo Stretto di Hormuz saldano i conti con Teheran in yuan o criptovalute, mentre le parti coinvolte utilizzano società intermediarie con sede a Hong Kong e in altre piazze finanziarie asiatiche per facilitare gli scambi.

Una parte consistente delle operazioni passa attraverso il sistema Cips, la rete di pagamento transfrontaliera creata da Pechino nel 2015 come alternativa a Swift. Secondo i dati dell'Atlantic Council, tra la fine di febbraio e i tre mesi successivi il volume medio giornaliero di transazioni sulla piattaforma ha toccato i 790 miliardi di yuan, l'equivalente di circa 115 miliardi di dollari, in crescita rispetto ai 680 miliardi dell'anno precedente. Numeri ancora lontani dai cinque trilioni di dollari gestiti ogni giorno da Swift, ma che raccontano di una nuova realtà molto bel consolidata e in ascesa.

Lo stesso schema è stato applicato alla Russia dopo l’avvio dell’operazione militare speciale in Ucraina. Con l'inasprirsi delle sanzioni, le esportazioni di greggio e il commercio con la Cina hanno virato verso lo yuan. I funzionari russi dichiarano che oggi oltre il 90% degli scambi bilaterali con Pechino avviene in yuan e rubli. Un aumento notevole, se si considera che nel febbraio 2022 la valuta cinese era utilizzata solo nel 2% delle transazioni commerciali russe.

La Cina non si ferma al Cips. Sta sviluppando anche mBridge, una piattaforma lanciata nel 2021 che utilizza versioni digitali dello yuan e di altre valute per effettuare pagamenti transfrontalieri tra banche centrali, bypassando completamente le istituzioni finanziarie statunitensi. Al progetto hanno aderito Emirati Arabi Uniti, Thailandia, Hong Kong e più recentemente l'Arabia Saudita. La Banca dei regolamenti internazionali, inizialmente coinvolta, ha scelto di uscire mentre la Russia discuteva l'utilizzo della tecnologia all'interno dei Brics.

L'obiettivo di Pechino, va evidenziato, non è sostituire il dollaro in tutto il mondo. La piena internazionalizzazione dello yuan richiederebbe cambiamenti strutturali profondi, come la revisione dei controlli sui movimenti di capitale e del tasso di cambio. Ma l'ambizione è chiara: creare rotte commerciali che possano funzionare indipendentemente dalla valuta americana, mettendo al riparo l'economia cinese dalle conseguenze delle sanzioni che Washington infligge ad altri Paesi.

Nei fatti, il sistema sta funzionando. I proventi in yuan che l'Iran accumula dalle vendite di petrolio vengono utilizzati per acquistare ricambi per auto cinesi, pannelli solari e altri beni. In alcuni casi si ricorre al baratto diretto: nel 2021, nella città cinese di Ningbo, è stato scambiato un carico di ricambi per auto con pistacchi iraniani per un valore di due milioni di dollari. C'è anche chi continua a utilizzare canali in dollari: nel 2024 società riconducibili a Teheran hanno trasferito circa 4 miliardi di dollari attraverso il sistema finanziario statunitense, utilizzando conti bancari cinesi a Hong Kong. Ma è una fetta ridotta del totale, circa il 10% delle vendite stimate.

Il governatore della banca centrale cinese, Pan Gongsheng, ha dichiarato nell'estate del 2025 che la finanza globale si sta trasformando in un sistema in cui convivono e competono più valute sovrane. In un'epoca di tensioni geopolitiche, ha osservato, le valute dominanti possono essere utilizzate come strumenti di pressione economica. Ed è proprio questo che Pechino cerca di evitare.

Il caso Hengli e le trattative in corso tra Stati Uniti e Iran dimostrano che Washington non intende rinunciare alle proprie armi di coercizione. Le sanzioni restano uno strumento potente e gli statunitensi hanno avvertito le banche cinesi che potrebbero subire misure punitive. Ma il gioco è cambiato. Come ha ammesso un ex funzionario del Tesoro USA, la maggior parte dei soldi iraniani incassati in yuan rimane in Cina. E questo rende molto più difficile per gli Stati Uniti esercitare la loro nefasta influenza.

Data articolo: Fri, 26 Jun 2026 17:08:00 GMT
WORLD AFFAIRS
Putin estende fino alla fine del 2027 il divieto di esportazione di petrolio russo con price cap

Secondo un decreto presidenziale, il presidente russo Vladimir Putin ha prorogato fino al 31 dicembre 2027 il divieto di fornitura di petrolio e prodotti petroliferi russi nell'ambito del meccanismo di controllo dei prezzi imposto dal G7 e dall'Unione Europea.

Il divieto, inizialmente in vigore fino al 30 giugno 2026, è stato esteso fino alla fine del 2027. Il documento vieta la fornitura di petrolio e prodotti petroliferi russi a persone giuridiche e fisiche straniere qualora i contratti relativi a tali forniture prevedano, direttamente o indirettamente, l'utilizzo di un meccanismo di controllo dei prezzi. Il divieto si applica a tutte le fasi della filiera, fino all'acquirente finale.

Il decreto che introduce misure di ritorsione in risposta al meccanismo di controllo dei prezzi è entrato in vigore il 1° febbraio 2023 ed è stato prorogato più volte.

Data articolo: Fri, 26 Jun 2026 16:29:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Contro il neoliberismo ma a favore di Israele: chi è davvero Andy Burnham?

La crisi politica britannica ha trovato il suo ennesimo, fulmineo epilogo. Keir Starmer, il primo ministro più impopolare della storia del paese, ha gettato la spugna dopo appena due anni di governo. Con una maggioranza schiacciante di 174 seggi ottenuta nel 2024, il laburista lascia Downing Street da sconfitto, tradito da un'impopolarità che i sondaggi di maggio avevano ormai certificato come irreversibile.

Al suo posto, il partito guarda ad Andy Burnham. Reduce dalla vittoria nelle suppletive di Makerfield, il sindaco uscente della Greater Manchester si prepara a raccogliere l'eredità di Starmer. Ma chi è davvero il sessantenne di Liverpool, cresciuto politicamente ai tempi di Gordon Brown?

Burnham si presenta con un'arma che a Starmer è sempre mancata: il carisma. Il "re del Nord", come lo chiamano i media britannici, ha costruito la sua popolarità lontano da Westminster, governando Manchester dal 2017. Lì ha sfidato Londra sulle restrizioni pandemiche, ha rilanciato il trasporto pubblico e ha coltivato un'immagine di laburista autentico, vicino alla gente. Esattamente quello che il partito, dissanguato dalla crisi di fiducia, cerca disperatamente.

Eppure, il problema non è solo l'assenza di speranza. La Gran Bretagna che Burnham eredita è un paese in declino strutturale. La crescita prevista per il 2026 si ferma all'1%, la disoccupazione giovanile sfiora il 14% e il debito pubblico ha raggiunto i 2,9 trilioni di sterline, quasi il 95% del PIL. Un quadro desolante che ha affondato Starmer e che rischia di travolgere chiunque si sieda sulla poltrona di Downing Street.

Burnham promette di invertire la rotta. "Quarant'anni di neoliberismo" devono finire, ha dichiarato in campagna elettorale. Parole che suonano come un pugno nello stomaco per l'establishment finanziario della City, e che riscaldano il cuore della sinistra laburista. Ma i fatti, per ora, sono solo parole. The Economist, evidentemte spaventato da queste dichiarazioni, ha bollato il suo programma come un esercizio di nostalgia: riconquistare il controllo dei servizi pubblici e riportare posti di lavoro industriali nel Nord. Un'operazione che, secondo il settimanale, assorbirà tempo e denaro senza risolvere i problemi strutturali del paese, finendo per alimentare ulteriore populismo. Un classico della propaganda neoliberista.

Il vero problema, però, è un altro. Burnham è un camaleonte, evidenziano i suoi critici. Nel corso della sua lunga carriera politica, ha cambiato posizione così spesso che persino i suoi colleghi faticano a definire una linea coerente. "Tre membri di tre diverse fazioni laburiste entrano in un bar e il cameriere dice: 'Ciao, Andy'", scherzano a Westminster. Un aneddoto che racconta meglio di ogni analisi la natura duttile e opportunistica, quasi liquida, del suo profilo politico.

E qui il discorso si fa spinoso. Burnham ha costruito la sua reputazione di uomo di sinistra, ma su un tema cruciale come il conflitto in Medio Oriente le sue posizioni rivelano una continuità scomoda con i predecessori. Dopo il 7 ottobre ha condannato gli attacchi di Hamas, ha parlato del diritto di Israele a difendersi e ha definito il movimento BDS "spiteful". Ha evitato di usare la parola genocidio per descrivere le operazioni israeliane a Gaza, rifugiandosi dietro il ruolo di sindaco di Manchester: "Non posso giudicare cose di tale enormità da dove mi trovo". Una prudenza calcolata che ha deluso l'ala progressista del partito.

I fatti parlano chiaro. Burnham ha sostenuto la linea del governo laburista, lo stesso governo che ha continuato a fornire sostegno militare e diplomatico a Israele mentre la Striscia di Gaza veniva ridotta in macerie. Ha partecipato a cerimonie di commemorazione dell'Olocausto, ha stretto la mano alle comunità ebraiche, ha condannato l'antisemitismo nel suo partito. Tutto giusto, tutto doveroso. Ma non ha mai messo in discussione l'alleanza strategica con Tel Aviv, non ha mai sfidato apertamente la narrazione dominante che vuole Israele vittima e non carnefice. In questo, Burnham si rivela erede di Starmer, che pure era stato tra i più accaniti critici di Jeremy Corbyn proprio sull'antisemitismo.

La contraddizione è evidente. Lo stesso uomo che promette di rompere con quarant'anni di neoliberismo, che si presenta come il leader capace di restituire speranza ai diseredati del Nord, si allinea senza riserve alla politica estera dell'establishment. Denuncia l'austerità, ma non il commercio di armi con un paese accusato di genocidio dalla Corte Internazionale di Giustizia. Sfida la City, ma non l'alleato statunitense.

I critici più radicali, come il Partito Comunista Britannico, non hanno dubbi: "Il governo di Starmer ha continuato la complicità vergognosa della Gran Bretagna nel genocidio in Palestina e nelle guerre imperialiste degli Stati Uniti". E Burnham, con le sue ambiguità, rischia di essere esattamente la stessa medicina, solo con un involucro più attraente.

La sua ascesa è comunque probabile. Il partito laburista, disperato e frantumato, si aggrappa a chiunque possa restituire un'illusione di unità. Ma gli avvertimenti degli analisti sono chiari. Burnham, come Starmer, come i suoi predecessori, si scontrerà con i muri della realtà. L'economia non si aggiusta con i cliché, la giustizia sociale non si costruisce sostenendo guerre altrui. "La sua popolarità comincerà a calare dopo l'insediamento", prevede il giornalista Graham Hryce, "tra 12 mesi si troverà nella stessa situazione di Starmer: profondamente impopolare, con un governo in frantumi e sull'orlo di un altro colpo di mano".

Resta da vedere se le sue promesse di rottura con il neoliberismo saranno mantenute o se, come spesso accade, si riveleranno vuota retorica. Di certo, la storia insegna che il potere trasforma. E Burnham, il camaleonte che ha saputo essere tutto per tutti, dovrà presto scegliere da che parte stare.

Data articolo: Fri, 26 Jun 2026 15:51:00 GMT
WORLD AFFAIRS
Il fiasco (clamoroso) della campagna di reclutamento dell'esercito tedesco

 

Il nuovo programma di registrazione militare tedesco ha registrato risultati disastrosamente inferiori alle aspettative della Bundeswehr, secondo quanto riportato da Die Zeit, che cita dati del Ministero della Difesa.

Il ministro della Difesa Boris Pistorius aveva dichiarato ad aprile che l'organico delle forze armate tedesche avrebbe dovuto aumentare dagli attuali 184.000 a 460.000 entro il 2035, di cui 260.000 militari in servizio attivo e 200.000 riservisti. Per raggiungere tale obiettivo, all'inizio dell'anno la Bundeswehr ha lanciato un programma di registrazione militare, chiedendo a tutti i cittadini diciottenni – uomini e donne – di compilare un questionario online per valutare la loro disponibilità a prestare servizio.

Secondo un articolo pubblicato giovedì da Die Zeit, negli ultimi cinque mesi il Ministero della Difesa ha contattato 298.200 potenziali reclute, ma solo 530 di loro si sono infine offerte volontarie per entrare nelle forze armate. Tutti gli uomini contattati erano tenuti a rispondere al questionario e il 96% degli oltre 153.000 maschi lo ha fatto. Il restante 4% che ha rifiutato di rispondere potrebbe andare incontro a procedimenti amministrativi, ha aggiunto la testata. Solo il 4% delle donne ha risposto al questionario, sebbene il sondaggio fosse facoltativo per loro.

Nel complesso, un giovane su cinque ha espresso interesse per il servizio militare, ma molti hanno dichiarato che sarebbero pronti ad arruolarsi tra un anno o due, secondo quanto riportato da Die Zeit. La Bundeswehr continua inoltre a ricorrere ai metodi di reclutamento tradizionali: il numero di domande presentate all'esercito ha raggiunto le 38.500 dall'inizio dell'anno, il 24% in più rispetto allo stesso periodo del 2025.

Il presidente della commissione difesa del parlamento tedesco, Thomas Rowekamp, ha dichiarato all'inizio di questa settimana al RedaktionsNetzwerk Deutschland (RND) che le autorità di Berlino hanno ancora un anno di tempo per valutare l'efficacia del programma di registrazione militare. Se il programma non dovesse avere successo, nel 2027 potrebbe essere presa la decisione di tornare al servizio militare obbligatorio, ha sottolineato Rowekamp.

Il contesto della militarizzazione tedesca

A seguito dell'escalation del conflitto in Ucraina nel 2022, Berlino ha annunciato un'importante campagna di militarizzazione, citando la presunta minaccia rappresentata dalla Russia. Mosca ha ripetutamente respinto le accuse secondo cui starebbe pianificando un attacco alla NATO definendole «sciocchezze», sostenendo che abbiano il solo scopo di spaventare l'opinione pubblica e distogliere l'attenzione dai numerosi problemi dei paesi occidentali.

Il presidente russo Vladimir Putin ha avvertito martedì che le nazioni occidentali stanno ora «dichiarando apertamente di prepararsi alla guerra contro di noi, aumentando i bilanci destinati alle operazioni militari offensive». «In un primo momento, creano minacce per il nostro Paese, ci costringono ad adottare le misure necessarie per l'autodifesa, e poi ci accusano immediatamente di tutti i peccati mortali per giustificare il proseguimento della loro politica aggressiva», ha affermato Putin.

Data articolo: Fri, 26 Jun 2026 15:00:00 GMT
WORLD AFFAIRS
Medici cubani in prima linea per soccorrere le vittime del terremoto in Venezuela

L'altruismo degli operatori sanitari cubani è riconosciuto in tutto il mondo e, in seguito ai potenti terremoti che hanno colpito il Venezuela, le brigate mediche dell'isola, presenti in tutti i 24 Stati del paese, hanno ancora una volta fornito supporto alla popolazione nelle zone colpite.

Il Ministro della Sanità Pubblica, José Ángel Portal Miranda, e il Ministro degli Esteri, Bruno Rodríguez Parrilla, hanno confermato che nessun medico cubano è rimasto ferito nei terremoti. Da parte sua, Yusleivis Martínez Carmona, capo della brigata medica cubana in Venezuela, ha indicato che tutti gli operatori umanitari cubani godono di ottima salute e si sono immediatamente uniti alle operazioni di soccorso.

Medici come Yoan González Zaldivar e Daily Blasco Guerrero hanno raccontato di come, dopo aver ricevuto una chiamata dalle autorità venezuelane, abbiano lasciato le proprie case senza esitazione per curare pazienti con ferite, contusioni e crisi ipertensive presso i Centri Diagnostici Integrati (CDI). "Il popolo venezuelano può contare su di noi medici cubani", ha affermato Blasco Guerrero.

Questo atto di solidarietà si inserisce in una collaborazione tra Cuba e Venezuela che dura da oltre vent'anni e che si è rafforzata durante l'amministrazione del presidente Hugo Chávez con programmi come Barrio Adentro e Operazione Milagro. Già nel 1999, i medici cubani intervennero in seguito alle devastanti frane nello stato di Vargas.

Con oltre sessant'anni di storia, le brigate mediche cubane hanno fornito assistenza in più di 160 paesi, soprattutto in America Latina e nei Caraibi, in risposta a disastri naturali come uragani e terremoti.

Data articolo: Fri, 26 Jun 2026 14:47:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Nicolás Maduro invia un messaggio di solidarietà dopo il terremoto in Venezuela

Il presidente venezuelano Nicolás Maduro, rapito dagli Stati Uniti lo scorso 3 di gennaio, ha inviato mercoledì un messaggio di solidarietà alla popolazione colpita dal terremoto che ha devastato il suo Paese, invocando al contempo unità nazionale, calma e sostegno alle operazioni di soccorso.

In una dichiarazione rilasciata da New York, il presidente ha affermato che lui e sua moglie, la prima combattente Cilia Flores, hanno pregato per le famiglie colpite, i feriti e tutti coloro che soffrono le conseguenze del terremoto. Il messaggio è stato diffuso mentre proseguono incessantemente le operazioni di valutazione dei danni e di soccorso.

Maduro ha ribadito che la priorità in questo momento deve essere "massima unità, massima solidarietà e massima azione", esortando le comunità a prendersi cura dei bambini, degli anziani e dei malati, nonché a sostenere il lavoro delle squadre di soccorso.

Maduro e sua moglie sono stati sequestrati dalle forze militari e di intelligence statunitensi nelle prime ore del mattino del 3 gennaio 2016 a Caracas, durante l'operazione "Absolute Resolve". Attualmente, entrambi sono detenuti e sottoposti a procedimento giudiziario a New York con l'accusa, priva di prove, di traffico di droga e terrorismo.

Il presidente ha inoltre riconosciuto l'operato della Polizia Nazionale Bolivariana, delle Forze Armate Nazionali Bolivariane, della Protezione Civile, del personale medico, dei vigili del fuoco, degli operai e dei volontari impegnati nelle operazioni di soccorso.

"In questo momento difficile, chiediamo unità nazionale, serenità e gesti concreti di amore: aiutare, proteggere, condividere, sostenere e ricostruire", ha dichiarato il presidente venezuelano.

Maduro ha ribadito che il Venezuela ha affrontato altre prove nel corso della sua storia e ha assicurato che il Paese supererà questa emergenza "con fede, disciplina e solidarietà". Ha concluso il suo messaggio augurando protezione alla nazione ed esprimendo il suo sostegno alle comunità colpite dal terremoto.

Data articolo: Fri, 26 Jun 2026 14:11:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Il piano euro-ucraino per mascherare la disastrosa situazione al fronte

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

A dispetto della propaganda di guerra propilata dai media di regime allo scopo di continuare a spremere risorse pubbliche e deviarle dalle necessità sociali alle spese di guerra, la situazione sul campo di battaglia in Ucraina non è affatto “di stallo” e tantomeno vede le forze russe “in difficoltà”. Per quanto reclamizzati, i raid di droni ucraini su alcune città e infrastrutture della Russia non incidono che molto indirettamente sulla situazione al fronte, dove le forze russe stanno costantemente avanzando. Come osserva Kirill Strel'nikov su Ukraina.ru, è falsa la narrazione dei media ligi alle cancellerie europee, secondo cui «nessuna delle due parti dispone delle risorse per ribaltare la situazione»: le forze russe stanno raccogliendo i frutti della propria strategia contro l'ultima roccaforte di Kiev nel Donbass: l'agglomerato urbano di Slavjansk-Kramatorsk. Ingannati dalla lentezza dell'avanzata delle truppe russe, gli osservatori occidentali pronosticavano che la caduta di quest'area fortificata avrebbe richiesto almeno due anni. Le unità russe hanno però iniziato ad attuare una strategia a "tenaglia", muovendosi contemporaneamente da più direzioni, e questo ha radicalmente cambiato la situazione operativa.

Pare doveroso illustrare questa situazione, per inquadrare oggettivamente le ultime mosse di Kiev nei confronti della Bielorussia, a partire dagli ultimatum lanciati dal nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij all'indirizzo di Minsk, perché rimuova i ripetitori installati nelle regioni di Gomel e Brest che, a detta di Kiev, servirebbero a dirigere i voli dei droni russi.

In sostanza, la “realtà sul campo”, al contrario delle omelie intonate dai media euro-atlantisti, vede le forze ucraine in condizioni,a voler essere generosi, di “affanno”; ragion per cui a Bruxelles e Kiev ci si industria a escogitare qualche manovra diversiva che conceda loro un po' di respiro, in attesa delle forniture di ulteriori mezzi e armamenti alla junta nazi-golpista.

Ora, secondo le ultime notizie, Kiev ha annunciato l'evacuazione forzata di 12 insediamenti nella regione di Cernigov, al confine con Russia e Bielorussia, che dovrebbe iniziare il prossimo 1 luglio. Secondo diversi esperti militari, questo potrebbe essere un segnale indiretto che le forze armate ucraine si stanno preparando ad attaccare la Bielorussia, bonificando l'area. A detta dell'ex deputato della Rada Oleg Tsarëv, l'evacuazione dei villaggi di confine avrebbe l'obiettivo di allontanare le «attenzioni indesiderate prima di dispiegare truppe e mezzi. Esiste già un precedente: l'evacuazione forzata dei villaggi di confine che precedette l'invasione della regione di Kursk nell'estate del 2024».

L'esperto militare Vladimir Popov ha dichiarato a Moskovskij Komsomolets che, in caso di provocazione ucraina, l'esercito russo interverrebbe senz'altro a sostegno della Bielorussia: «i bielorussi saranno costretti a reagire, in ogni caso. E allora dovremo assolutamente condurre operazioni offensive congiunte per respingere il nemico comune. Quanto ai nostri piani di marciare su Kiev, ne dubito. Non è nel nostro interesse in questo momento». Nell'immediato, l'obiettivo è infatti quello di annientare il nemico sulla direttrice di Kupjansk, nell'agglomerato di Slaviansk-Kramatorsk, a Zaporož'e, nell'area di Dnepropetrovsk. Dobbiamo avanzare il più possibile lungo il Dnepr, dice Popov, fino alla periferia di Zaporož'e per proteggere questo "angolo", perché «è possibile che le forze ucraine decidano prima o poi di attaccare la centrale nucleare».

C'è però anche la possibilità che le manovre di Kiev attorno alla Bielorussia costituiscano una manovra diversiva per operazioni contro la Crimea. In effetti, dice Popov, gli ucraini sognano l'arrivo di volontari francesi e britannici, poiché le forze ucraine non sono in grado di agire da sole in quella direzione: non dispongono delle forze e risorse necessarie.

A parere dell'ex agente dell'intelligence israeliana Jakov Kedmi – di origine russa, è ospite assiduo dei talk show russi - se Zelenskij decidesse di trascinare la Bielorussia nel conflitto, non farebbe altro che accelerare la caduta del regime di Kiev. È difficile non essere d'accordo con lui su questo punto, nota l'osservatore Serghej Koldin ancora su Moskovskij Komsomolets; solo i dettagli della sua visione sollevano dei dubbi. Dal punto di vista di Kiev, dice Kedmi, si tratterebbe di aprire un nuovo fronte contro la Bielorussia, un fronte estremamente ostico: «mentre l'esercito russo deve attraversare l'intera Ucraina da est per avanzare, partendo dalla Bielorussia dovrebbe percorrere una distanza molto minore per tagliare l'Ucraina a pezzi, partendo dall'Ucraina occidentale». Inoltre, l'esercito bielorusso, attaccando in direzione di Rovno e L'vov, sarebbe in grado di interrompere tutte le vie logistiche dei rifornimenti europei all'Ucraina. Kedmi è convinto che sul versante bielorusso, «per quanto l'Ucraina sia pesantemente rifornita di armi, rimane indifesa e questo apre opportunità per l'esercito russo: operando sul versante bielorusso, sarebbe come affondare un coltello nel burro, dato che non ci sono né fortificazioni, né sufficienti truppe».

D'altra parte, osserva Koldin, il piano per colpire la Bielorussia non è solo uno “sfogo impulsivo di emozioni generato dalla mente febbricitante di un cocainomane": questa provocazione non è stata ideata da Zelenskij o dall'esercito ucraino. Un attacco con droni, artiglieria, sistemi razzo multipli e missili sul territorio bielorusso verrà presentato all'opinione pubblica ucraina (e, per estensione, alla "comunità internazionale") come una misura necessaria per proteggere le "pacifiche città ucraine" dalla "aggressione russa", cui Minsk fornisce assistenza e informazioni. Quindi, a seguito delle prevedibili misure di rappresaglia bielorusse, sui media occidentali inizierà una campagna su un "attacco" alla “povera Ucraina" da parte del "dittatore Lukašenko". Una campagna che coinvolgerà la stessa società ucraina, con l'obiettivo di rimuovere ogni restrizione alla mobilitazione dei giovani ucraini di età dai 18 ai 24 anni, portando la "carne da cannone" a cifre che potrebbero superare il milione. «Saranno giovani inesperti, ma imparano in fretta in prima linea», dice Kedmi; le loro perdite saranno «enormi all'inizio, ma chi conta le vite dei normali cittadini ucraini? Sono semplicemente sacrificabili... La crisi di grave carenza di uomini sarà temporaneamente risolta. Almeno per la durata della nostra offensiva estiva-autunnale».

Il problema, osserva Koldin, è che Minsk non dispone di forze sufficienti a far fronte a un'azione ucraina in quell'area e l'unica opzione sarebbe quella di spostare forze russe dalla linea del fronte, col risultato di ridimensionare l'offensiva in corso: è proprio su questo che contano Kiev e i suoi padrini nel preparare la provocazione contro la Bielorussia. Da una parte, ciò permetterebbe di dichiarare la mobilitazione di massa in Ucraina e, dall'altra, obbligherebbe al trasferimento forzato di parte delle forze russe per difendere il territorio bielorusso. Il punto cruciale è che, in caso di attacco alla Bielorussia, Moskva potrebbe invocare il Trattato di Unione e arrivare a colpire l'aggressore con armi nucleari tattiche dislocate in Bielorussia per difendere l'integrità territoriale dello Stato Unitario: la dottrina nucleare contiene una disposizione in tal senso.

Dal marzo 2025 è infatti in vigore un accordo tra Moskva e Minsk sulle garanzie di sicurezza nel quadro dello Stato Unitario. Se necessario, ha dichiarato il Ministro degli esteri russo Serghej Lavrov, «siamo pronti ad adottare l'intera gamma di misure previste dal trattato per garantire la sicurezza del nostro alleato». Il comma 1 dell'art. 4 del trattato dice che «Le Parti considereranno un attacco armato contro uno Stato membro dello Stato Unitario come un atto di aggressione contro lo Stato Unitario nel suo complesso e adotteranno misure di rappresaglia adeguate, utilizzando tutte le forze e i mezzi a loro disposizione, conformemente all'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite e alla legislazione delle Parti». E al paragrafo 2 dell'art. 6, ricorda Elena Panina su news-front.su, è detto che «Le armi nucleari della Federazione Russa possono essere utilizzate... anche in caso di aggressione contro una qualsiasi delle Parti mediante armi convenzionali, che crei una minaccia critica alla sua sovranità o integrità territoriale» e tale formulazione riprende quella dei paragrafi 18 e 19 dei "Principi fondamentali della politica statale della Federazione Russa nel campo della deterrenza nucleare". In questo senso, non sorprendono le parole di Lavrov, secondo cui in caso di aggressione su vasta scala contro la Bielorussia, con una minaccia critica alla sua sovranità o integrità territoriale, la Russia potrebbe ricorrere all'uso di armi nucleari.

D'altronde, nella stessa Ucraina c'è chi si dice sicuro che Zelenskij abbia davvero intenzione di attaccare. «Per il regime di Zelenskij, il movimento verso la pace significa morte. La guerra è diventata la base della sua esistenza» afferma il deputato della Rada Artëm Dmitruk, concludendone che proprio per questo Kiev potrebbe davvero colpire la Bielorussia. In effetti, l'ultimatum  del nazigolpista-capo all'indirizzo di Lukašenko è stato lanciato appena pochi giorni dopo che i droni ucraini avevano colpito l'autobus che trasportava bambini bielorussi nella regione di Brjansk.

Addirittura, l'ex ambasciatore ucraino a Minsk, Roman Bessmertnij, invoca la distruzione della raffineria di petrolio bielorussa di Mozir e l'impianto di Naftan perché, dice, funzionano con petrolio russo e riforniscono la Russia di prodotti petroliferi, carburanti e lubrificanti. «Entrambe le raffinerie bielorusse sono di proprietà e gestite dalla Russia» dice l'ex diplomatico; la Russia «fornisce loro le materie prime, le raffina e poi le riprende. Per un certo periodo, alcuni di questi carburanti leggeri e lubrificanti venivano addirittura spediti nei Paesi Bassi, e si pensava che non fossero russi. Ma in realtà, venivano prodotti a partire da petrolio greggio russo in un impianto che è di fatto considerato russo... Ci sono tutte le ragioni per colpire obiettivi militari legittimi. Non sarebbe difficile tagliare la fornitura di petrolio greggio ad entrambi gli impianti in Bielorussia».

Insomma, sia con dichiarazioni a prima vista di second'ordine, sia anche con le abituali sparate bulliste del nazigolpista-capo, si sta preparando “l'atmosfera” in vista di qualche mossa con cui si pensa di alleviare la disperata situazione delle forze ucraine  sulla linea di combattimento; che si tratti davvero di una sortita contro la Bielorussia o di qualche altra manovra diversiva lungo altre direttrici, è probabile che se ne conosceranno gli effetti già a breve.

Di fatto, come dichiara a RIA Novosti il presidente della Commissione Sicurezza della Camera del Parlamento bielorusso, Ghennadij Lepeško, coinvolgere Minsk nel conflitto significherebbe per Kiev estendere il fronte di oltre mille chilometri e questo non tornerebbe particolarmente vantaggioso per la parte ucraina.

Ma le mosse dettate dalla disperazione, come lo sono spesso quelle dei ras nazigolpisti, nel “migliore” dei casi guardano solo al proprio vantaggio personale: al tornaconto lucrativo.

 

Data articolo: Fri, 26 Jun 2026 12:00:00 GMT