Oggi è Sabato 03/01/2026 e sono le ore 01:42:12
Nostro box di vendita su Vinted
Nostro box di vendita su Wallapop
Nostro box di vendita su subito.it
Condividi questa pagina
Oggi è Sabato 03/01/2026 e sono le ore 01:42:12
Nostro box di vendita su Vinted
Nostro box di vendita su Wallapop
Nostro box di vendita su subito.it
Condividi questa pagina
Nostra publicità
Compra su Vinted
Compra su Vinted
#news #antidiplomatico
di Alessandra Ciattini
Sommario: Ormai sappiamo che le guerre sono sempre accompagnate da tante bugie come quella della protezione gratuita fornita all’Europa dagli Usa e quella dell’incombente invasione russa. Queste bugie possono anche essere il frutto di una visione disatorta della realtà, ma sicuramente sono funzionali agli obiettivi delle classi dominanti, benchè queste ultime rivaleggino tra loro. Il problema di fondo è comprendere se la visione delirante e opportunistica da cui esse scaturiscono ha una sua propria logica.
Oltre alla menzogna riguardante l’incombente minaccia russa sulla civile Europa, patria dei diritti umani, un’altra plateale bugia è quella secondo cui gli Usa ci avrebbero difesi gratuitamente e generosamente, per cui dovremmo avere verso di loro un’infinita riconoscenza e dovremmo anche deciderci a proteggersi da soli, accettando la seppur dolorosa la perdita dei nostri figli, come ci è stato comunicato qualche tempo fa.
Su questo tema è intervenuta recentemente la Federcontribuenti, la quale ha calcolato che le basi militari Usa in Italia, integrate con la NATO, costano al contribuente italiano, esattamente al 40% degli italiani che pagano effettivamente le tasse, tra i 100 e i 200 milioni di euro all’anno. Questi costi riguardano la manutenzione, le infrastrutture, i servizi e ovviamente l’acuirsi dei conflitti internazionali produrrebbe un aumento degli stessi stimato tra il 20% e il 30%, che ricadrebbero sul bilancio dello Stato italiano e sui soliti tartassati. Si tenga anche presente che calcolare la cifra esatta di questi gravami è assai complicato, perché negli anni si sono susseguiti accordi secondari, ulteriori stanziamenti, esenzioni. Si aggiunga che i reati commessi dai militari Usa nel corso delle loro attività ufficiali non ricadono sotto la giurisdizione dello Stato italiano; più complesso è il trattamento dei reati comuni.
Naturalmente la questione non può esser valutata solo da lato finanziario, ma si deve tenere conto anche degli aspetti geopolitici: l’occupazione dell’Europa ha garantito da un lato l’egemonia degli Usa nel mondo diviso in due blocchi e avvelenato dalla cosiddetta guerra fredda, che fuori dell’Europa è sempre stata assai calda, dall’altro ha impedito possibili cambiamenti di scenari politici nel vecchio continente (basti pensare a Gladio, la cui esistenza fu disvelata dal noto picconatore, tal Francesco Cossiga).
Come se tutto questo non bastasse, ora sappiamo che gli scalcinati 27 leader europei hanno trovato il modo di continuare a finanziare la guerra, senza utilizzare gli attivi russi, lanciando un prestito di 90 miliardi senza interessi per l’Ucraina, garantito dal bilancio pluriennale comunitario per il periodo 2026-2027. Già avevano rifornito il paese di Zelensky di 400 miliardi di euro. Si è raggiunto questo risultato grazie al fatto che gli oppositori, Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, saranno esentati dalla partecipazione alla fornitura dei nuovi crediti di guerra. Tutti contenti, in particolare la Meloni, la quale ha detto che ha prevalso il buon senso o se vogliamo il cosiddetto senso comune, che certo non ha nulla a che fare con questa geniale decisione. Purtroppo anche in questo caso dobbiamo dare ragione al grande Voltaire, il quale sarcasticamente notava che il senso comune ha il difetto di non essere tanto comune e, di fatto, i suddetti leader sembrano esserne del tutto privi.
Come si può leggere in Adnkronos questa scelta è del tutto in linea con la prospettiva proposta da Mario Draghi con il suo rapporto: “introdurre obbligazioni sovrane comuni europee (gli Eurobond) per finanziare investimenti strategici e aumentare la competitività, strumenti per stimolare il mercato unico, ridurre i costi di finanziamento per gli Stati più indebitati e affrontare le sfide economiche europee”. E presenta anche il vantaggio, per questo certamente sarà utilizzato in futuro, di aver superato il meccanismo dell’unanimità previsto nel caso in cui si decide di attivare l’indebitamento collettivo dell’Ue, che l’Ucraina dovrebbe restituire senza interessi se e quando la Federazione russa pagherà le futurissime riparazioni di guerra. Aspettativa alquanto irrealistica. Qualcosa di molto simile ai tragici crediti di guerra, approvati dai vari partiti socialisti europei, che consistevano nell’emissione di titoli di debito pubblico per finanziare la Prima guerra mondiale e che sarebbero stati risarciti dai paesi sconfitti nel conflitto. Il PSI evitò di approvarli adottando la debole formula del né aderire né sabotare la partecipazione del nostro paese all’immane scontro bellico. Sarebbe opportuno chiederci se questa tragica decisione non sia stata il risultato della profonda trasformazione dei partiti socialdemocratici, che sostennero l’idea di un passaggio graduale e non violento tramite la rivoluzione al socialismo ottenuto grazie alla conquistata forza elettorale, e che, pertanto, costituisca uno dei fattori decisi che hanno provocato lo scoppio della guerra.
D’altra parte, bisogna assolutamente ricordare che sia la Prima Guerra mondiale (Piano Dawes 1924 elaborato per far pagare alla Germania le riparazioni) sia la Seconda (Prestito anglo-americano 1946, ideato per far pagare al Regno Unito il sostegno ricevuto dagli Usa durante la guerra) determinarono uno straordinario travaso di ricchezza (compreso l’oro britannico) dall’Europa agli Usa. Travaso, alimentato anche dal famoso Piano Marshall, che ha consentito agli Usa di trasformare gradualmente l’Europa, ma soprattutto la Germania, in una sorta di protettorato costellato di basi militari, e di diventare la prima potenza mondiale. Cambiato il contesto, qualcosa di simile sta avvenendo oggi: l’Ue comprerà con il nuovo prestito le armi prodotte nella potenza in declino, la quale spera di riemergere attraverso questa ed altre forme di vampirizzazione. Purtroppo la quantità di denaro prevista è del tutto insufficiente, come ha fatto capire lo stesso Zelensky, dato che la guerra costa all’Ucraina circa 330 milioni di dollari al giorno e 10 miliardi di dollari al mese, totalmente a carico dei suoi spericolati alleati europei, mentre sembra che gli Usa continueranno a fornire all’Ucraina il supporto di intelligence, assai utile anche per realizzare attentati terroristici, come si sta puntualmente verificando. Se le cifre riportate sono esatte i 90 miliardi euro coprirebbero solo le spese belliche di 9 mesi. E poi cosa si inventeranno per continuare a indispettire e provocare la Russia, che non sembra disposta ad accettare le finte proposte di pace?
La maggior parte degli analisti, diciamo alternativi, si interroga sul comportamento a prima vista insensato, se non folle, dei leader europei, che ci stanno conducendo dritti dritti verso l’abisso della guerra, la quale non potrà essere che nucleare con la conseguente estinsione dell’umanità.
Su questo tema si interroga anche RT, il mezzo di comunicazione russo proibito nei paesi occidentali, ma che non mi pare faccia pura propaganda. L’articolo, cui mi riferisco, ricorda le parola pronunciate da alcuni uomini politici europei a proposito di un probabile attacco russo contro la indifesa e impreparata Europa. Per esempio, Boris Pistorius, ministro della difesa tedesco, ha recentemente dichiarato che già nel 2028 i russi potrebbero aggredire un paese della NATO. Sulla stessa linea si è espreso il presidente della Finlandia, Alexander Stubb, il quale ha osservato che le garanzie alla sicurezza dell’Ucraina implicano l’eventuale partecipazione dell’Europa ad una guerra contro il paese euro-asiatico.
L’immancabile presidente francese, Emmanuel Macron, detto anche le Petit Roi, ha affermato che l’Europa deve difendersi dalla guerra ibrida scatenata dalla Russia, facendo intendere che “noi europei non siamo deboli”. Bisogna citare anche il megalomane Mark Rutte, segretario generale della NATO, il quale ha dichiarato che l’Europa deve rafforzarsi e sviluppare “una mentalità militare”. A suo parere, altrimenti, ci toccherà imparare il russo (lingua sempre utile) o emigrare in Nuova Zelanda, dimenticando che i russi potrebbero arrivare anche laggiù. Con tono drammatico ha aggiunto successivamente: “Finita la guerra, saremo i prossimi obiettivi della Russia, i cui missili in pochi minuti potranno raggiungere le capitali europee” (ed è vero). “La guerra che ci aspetta sarà simile a quella che hanno affrontato i nostri nonni e bisnonni”. Ed è proprio per questo che i comuni cittadini non la vogliono.
Risparmio agli eventuali lettori l’elenco dei vari propositi europei di sviluppare un’efficace difesa antirussa, come per esempio il progetto di costruire un missile da crocera a raggio di 1.000-2.000 km, la reintroduzione del servizio militare obbligatorio e/o volontario, la costruzione di un muro di droni e il piano di riarmo e il già menzionato prestito per continuare ad armare l’Ucraina, la cui élite ha speso gran parte del denaro ricevuto in tutt’altre faccende. Sarebbero da ricordare anche le varie esercitazioni NATO fatte a ridosso della Russia e l’ipotesi che in Germania confluiranno 800.000 soldati da dispiegarsi sul fianco orientale dell’Ue, oltre alla nuova base Usa in Romania.
In questo contesto bellicistico sembra che l’impiego delle armi nucleari non costituisca più un problema: la Germania potrebbe porsi sotto la protezione nucleare della Francia e del Regno Unito, la Polonia pianifica l’acquisizione di questi terribili dispositivi bellici.
Ma, se come abbiamo detto, di fatto la Russia non ha nessuna intenzione di espandersi nell’appendice dell’Eurasia, sostanzialmente priva di qualsiasi risorsa importante, come del resto ha più volte ha ribadito il presidente Putin, perché i leader europei sono presi da questo delirio bellicista? Evidententemente contro ogni evidenzia fattuale danno per scontato che loro vinceranno la guerra e che voraci si potranno ingoiare le ricchezze russe, continuando il processo di espansione infinito di un imperialismo sempre più insaziabile. Nel caso contrario, ci chiediamo cosa ci farebbe la Russia con un territorio distrutto dalla guerra e come lo potrebbe controllare?
Siamo del tutto d’accordo con chi considera delirante il comportamento dei boss europei, ma molti si dimenticano che la follia ha una sua logica, una sua razionalità. Alcuni politologi russi come il direttore del programma del Club di Dibattito Internazionale Valdái, Timoféi Bordachiov, ritiene che l’enfasi sulla minaccia russa opera come mezzo di distrazione della popolazione europea dai veri problemi economici, insolubili in questo contesto, che ridurrano quest’ultima in condizioni di povertà dovute alle scelte politiche delle sue stesse non amate élite. Deresponsabilizzandosi e scaricando la gravità dei problemi incombenti sulla millantata aggressività russa, sperano di spaventare l’elettorato, con l’obiettivo di mantenerne il controllo. Fenomeno già segnalato dallo storico olandese Kees van der Pijil con il suo libro States of Emergency: Keeping the Global Population in Check (2022), nel quale sostiene che lo Stato di emergenza con le sue misure antidemocratiche e di controllo, imposte con la passata pandemia, è molto utile per mantenere sottomessi coloro che potrebbero ribellarsi alla iniqua condizione loro imposta.
Citando il Financial Times, un altro esperto russo Iván Kuzmín, studioso del complesso militare industriale europeo, fa notare che in Europa le fabbriche di armi hanno incrementato tre volte la produzione di armi, e che si è fatta questa scelta non a corto termine per aumentare i posti di lavoro e rilanciare la crescita economica.
Considero valide queste spiegazioni, ma insufficienti. Infatti, bisogna tenere presente che la Germania ha sempre guardato sin dal Medioevo ad oriente e che, grazie all’espansione in questa direzione della Ue e della NATO, le sue imprese hanno avuto a disposizione manodopera a basso costo. Se potesse anche inglobare l’Ucraina, formalmente nella Ue, avrebbe a disposizione le sue materie prime e i suoi ricchi terreni, ponendosi, tuttavia, sempre più in contrapposizione con l’imperialismo Usa, che ha i suoi piani di sfruttamento e di accordi economici con la Russia, il cui ruolo antagonistico è stato ridimensionato nel recente documento sulla Sicurezza nazionale.
Un altro aspetto da tenere presente è il fatto che questi leader non hanno nessun legame con i loro paesi, fanno parte di una classe transnazionale, notevolmente rafforzatasi negli ultimi decenni, e che sono strettamente legati ad una frazione dell’imperialismo americano, il quale per esempio, attraverso la stranota società Black Rock, proprietaria di gran parte delle azioni quotate nella borsa di Milano, oltre a gestire una parte significativa del risparmio italiano, ha un ruolo derminante in tutti i settori industriali, finanziari, commerciali del nostro paese. Pertanto, da una posizione di forza può imporre alle Istituzioni politiche leggi per lei vantaggiose.
Condivido pienamente l’opinione espressa da Paolo Ferrero in un suo recente video, nel quale analizza nel dettaglio il conflitto tra le due destre attualmente dominanti, distinguendo tra il capitalismo finanziario deterretorializzato ed iperliberista, costituito dalla citata classe euroatlantica stanziata a Wall Street, e un capitalismo fascistoide ben incarnato da Trump, per varie ragioni tra cui anche quelle elettorali, legato al territorio e al progetto del Make America Great Again, fondato sul sogno irrealizzabile della reindustralizzazione del grande paese in declino e su una politica contraddittoria verso Russia e Cina. Se da un lato il primo paventa la continuazione della guerra in Ucraina e lo smembramento della Federazione russa (Callas), il secondo vorrebbe stabilire proficui rapporti commerciali con quest’ultima per fare incetta di quanto è necessario al suo rilancio. Secondo Politico, tuttavia, Trump insiste nella politica di “ambiguità strategica” verso la Cina, nonostante le tante accuse e minacce, la cui forza è insignificante date le carte a disposizione del grande paese asiatico: il controllo dei materiali critici, la sospensione dell’aquisto dei prodotti agricoli (la soia) e il blocco dell’esportazione dei prodotti farmaceutici.
Entrambi gli schieramenti non mostrano ovviamente la minima preoccupazione per il genocidio dei palestinesi e -come giustamente sottolinea Ferrero- non sono nettamente divisi tra loro, come evidenzia la partecipazione degli uomini più ricchi del mondo alla pacchiana cerimonia di insediamento di Trump. In particolare, sono accomunati dalla volontà di ricolonizzare il mondo, non sono alieni dall’interventismo militare (in Ucraina Trump vuole una tregua non la pace), nella sostanza hanno privatizzato le funzioni più importanti degli Stati, privando i suoi esponenti di fondamentali diritti di decisione e della loro ormai sbiadita funzione rappresentativa. Tuttavia, questi ultimi tentano di mantenere le loro prerogative, propagandando politiche nazionalistiche e populistiche a difesa di una supposta identità etnica e culturale, ma sono costretti a continui compromessi per difendere quel che resta del capitale e delle industrie nazionali, le quali sono del resto la base dell’”economia reale”. In realtà, non assistiamo a un conflitto tra dimensione transnazionale e dimensione nazionale, perché i membri di entrambe si trovano incastrati in un medesimo sistema costituito da un groviglio di contrasti, di patteggiamenti e di concessioni reciproche.
contromaelstrom.com/2012/10/27/il-tradimento-della-socialdemocrazia/
https://www.e-storia.it/Public/e-Storia-Anno-III-Numero-3-novembre-2013-Articolo-4.pdf https://altreconomia.it/prima-regola-arricchire-i-ricchi-cresce-il-peso-delle-partecipazioni-di-blackrock-in-italia/#:~:text=BlackRock%20ha%20il%205%2C12,%2C%20il%203%2C7%25%20inhttps://miniszterelnok.hu/en/european-leaders-want-to-go-to-war/
______________________________________________________
PER I PRIMI 50 CHE ACQUISTANO IN PREVENDITA: SCONTO DEL 10% E SENZA SPESE DI SPEDIZIONE!
Fulvio Grimaldi, da Figlio della Lupa a rivoluzionario del ’68 a decano degli inviati di guerra in attività, ci racconta il secolo più controverso dei tempi moderni e forse di tutti i tempi. È la testimonianza di un osservatore, professionista dell’informazione, inviato di tutte le guerre, che siano conflitti con le armi, rivoluzioni colorate o meno, o lotte di classe. È lo sguardo di un attivista della ragione che distingue tra vero e falso, realtà e propaganda, tra quelli che ci fanno e quelli che ci sono. Uno sguardo dal fronte, appunto, inesorabilmente dalla parte dei “dannati della Terra”.
Data articolo: Fri, 02 Jan 2026 17:30:00 GMT
di Patrick Lawrence* - ScheerPost
"Il cielo è alto e l'imperatore è lontano". Così i contadini cinesi celebravano la loro lontananza dalla Città Proibita per molti secoli ormai. Immagino che un sentimento simile possa prevalere nella ipercentralizzata Repubblica Popolare.
Quando il potere è, in un modo o nell'altro, autocratico, il potere è migliore quando è distante. Così è stato per me, anche se per poco, mentre il 2025 volgeva al termine.
Grazie alla mia gentile suocera, ho trascorso le vacanze di Natale nel Pacifico nord-occidentale, fortunatamente lontano dal potere post-democratico in tutte le sue manifestazioni.
Il funzionario eletto più vicino che si attribuisce la competenza è stato Kim Lund, sindaco di Bellingham, Washington, la cui competenza si estende a uno di quei piani di riqualificazione del centro città che si incontrano spesso nella nostra repubblica deindustrializzata.
Sembrava l'occasione per osservare da lontano quelle figure importanti che, nel bene e nel male, ma decisamente nel secondo caso nella quasi totalità dei casi, ora determinano il destino di quello che chiamiamo, in modo un po' bizzarro a questo punto, il mondo occidentale.
Non avevo mai considerato queste persone come se formassero un unico gruppo, un gruppo eterogeneo (molto eterogeneo). Ed è stato un esercizio interessante, che ha portato ad alcune conclusioni di fine anno.
Ecco, senza un ordine particolare, alcune delle mie "conclusioni", come le hanno dette in modo così noioso i titolisti dei quotidiani più diffusi.
In primo luogo, la distanza tra i presunti leader delle potenze occidentali e i loro cittadini è pressoché totale. Il potere ora opera in un assoluto isolamento.
Due, guerre, genocidio, invasioni di droni, omicidi, bande di deportatori, censura, sanzioni, libertà civili erose, illegalità: non si può presumere che gli elettori post-democratici preferiscano tutto questo alla pace e all'ordine morale.
No, è meglio comprendere le persone come rassegnate all'impotenza, stordite e ridotte al silenzio, poiché il potere non è più responsabile e loro, coloro che ora sono governati anziché governati, non hanno alcun legame con i loro governanti.
Per dirla in un altro modo, oggi siamo tutti contadini della dinastia Ming.
In secondo luogo, è inutile sperare in un cambiamento nel corso dell'Occidente collettivo finché questa folla di egoisti di seconda categoria rimarrà al potere. Queste persone ci hanno condannato, agendo in nostro nome, a regimi di brutalità indiscriminata.
In terzo luogo, e in modo ancora più significativo e imponente, ne consegue che i sistemi e i processi politici che li spingono in posizioni ben oltre le loro capacità devono essere smantellati o altrimenti radicalmente riformati prima che ci sia la possibilità di ripristinare un qualsiasi tipo di ordine giusto e umano.
Quattro e leggendo i numeri 1, 2 e 3, la perdita di potere post-democratica e il sostegno dell'Occidente al disordine dilagante gravano sui cittadini di grandi responsabilità.
Chas Freeman, ambasciatore emerito e commentatore energico, mi ha sorpreso lo scorso autunno affermando durante un podcast che noi – noi americani – siamo entrati in un periodo pre-rivoluzionario della storia americana. Lascerò che l'osservazione di Chas serva a spiegare cosa intendo per responsabilità. Il futuro dipende da noi, per dirla in altri termini.
Infine, ci sono alcune eccezioni a questa valutazione dei presunti leader dell'Occidente, e dobbiamo guardare a loro per cogliere qualche piccolo raggio di luce, qualche suggerimento su cosa è ancora possibile quando persone integre ricoprono alte cariche in nome autentico di coloro che le hanno messe lì.
È tempo di affrontare queste verità, ormai da tempo. L'anno a venire lo confermerà. Il collasso dei processi democratici e la prevalenza di quella che sembra indifferenza, ma che è meglio comprendere come rassegnazione, hanno consegnato il mondo occidentale a una schiera di "leader" clinicamente nevrotici, narcisisti, sociopatici, megalomani, che operano ben oltre le loro competenze, o alcune o tutte queste caratteristiche combinate.
Solo vent'anni fa era proibito parlare o scrivere del declino dell'Occidente. Si era "declinisti" – ricordate questa parola? – e questo lasciava in un certo senso nel deserto. Ora che il nostro declino tardo-imperiale è ormai innegabile, chi avrebbe mai immaginato che si sarebbe rivelato così squallido, così indegno, così imbarazzante a suo modo – e, naturalmente, così incurante della vita umana e della legge?
Avete mai osservato una fotografia di Bibi Netanyahu, intendo i lineamenti? Non perdo mai l'occasione, tanto trovo affascinante il suo volto, e vi consiglio di farlo se non l'avete ancora guardato attentamente. Come vi dirà qualsiasi bravo psichiatra o psicologo clinico, questo è il volto di uno psicotico, così come definito dal caro vecchio DSM, il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali.
Il curriculum del primo ministro israeliano è abbastanza noto. Voglio dire, un 76enne con un rapporto labile con la realtà è ora la persona più potente dell'Asia occidentale, e a questo punto ben oltre.
Ma Netanyahu non è un leader occidentale, direte voi. Oh, no, non è così: il potere che Bibi esercita a Washington e nella maggior parte delle capitali europee trascende di gran lunga la geografia. Occupa un posto di rilievo in questo ritratto di gruppo abbozzato a matita. Al momento in cui scrivo, Netanyahu ha appena terminato la sua quinta visita al presidente Trump, durante questo primo anno di ritorno in carica del trumpiano. Pensateci: uno psicotico e un narcisista emotivamente bloccato che sembra avere qualcosa da dimostrare a qualcuno, probabilmente a suo padre, ha trascorso il lunedì della settimana di Natale a pianificare un'altra operazione militare contro la Repubblica Islamica, questa volta per distruggerne il programma missilistico e le difese aeree.
Caitlin Johnstone lo ha espresso al meglio nella sua newsletter del 28 dicembre. "Hanno smesso di inventare sciocchezze sulle armi nucleari", ha scritto, "e ora dicono solo: 'Dobbiamo attaccare l'Iran perché l'Iran sta ricostruendo la sua capacità di impedirci di attaccarlo'".
Bisogna considerare anche le varie difficoltà di Netanyahu in patria. È sotto processo per molteplici accuse di corruzione, affronterà le elezioni del 2026, che probabilmente perderà, ed è vilmente in debito con i fanatici sionisti di cui ha riempito il suo governo. Questo significa che Itamar Ben-Givr, Bezalel Smotrich e altri hanno un'influenza indiretta ma potente sulla politica globale? Propongo di saltare la domanda, poiché non posso permettermi di rischiare la risposta.
Durante il mio idillio natalizio tra gli abeti e i cedri svettanti del Pacifico nord-occidentale, gli altri che mi sono venuti in mente sono stati quelli oltre Atlantico che rappresentano quella che chiamiamo Europa Centrale. Kier Starmer, Emmanuel Macron, Friedrich Merz – il primo ministro britannico, il presidente francese, il cancelliere tedesco: li classificherei come dei palooka, se non fosse che i palooka sono dei rozzi rozzi che non arrivano mai da nessuna parte nella vita.
Questi tre sono rozzi e rozzi a modo loro, ma hanno esagerato. Dall'elezione di Merz la scorsa primavera, hanno formato una sorta di triumvirato che più o meno detta la direzione collettiva dell'Europa. Russofobi tutti quanti – Merz il peggiore – hanno agitato la Gran Bretagna e il continente per un'invasione russa puramente immaginaria, mentre gravano sulle loro popolazioni con debiti generazionali per mantenere in piedi il regime criminale di Kiev in una guerra che l'Ucraina ha perso (secondo i miei calcoli) più di un anno fa.
Peggio ancora, in gran parte d'Europa, e certamente nel Regno Unito, qualsiasi espressione di sostegno al popolo palestinese è ormai di fatto criminalizzata. Come ha osservato qualcuno su "X" l'altro giorno, in Gran Bretagna si viene arrestati e incarcerati per aver denunciato il genocidio israeliano a Gaza, mentre il regime di Starmer riserva un'accoglienza da tappeto rosso ai funzionari israeliani direttamente responsabili.
Qual è la parola che usiamo per queste persone? A studiarle insieme, mi sembra che debbano essere inconcludenti o immature – forse infantili, o sottosviluppate. Abituati a ripararsi sotto l'ombrello dell'egemonia americana, si dimostrano incapaci di pensare o agire responsabilmente e quindi cercano un nuovo rifugio nella cittadella dell'ideologia "centrista", che non è il centro di nulla, se non dell'autoritarismo liberale.
Un primo ministro clinicamente disturbato, un presidente solipsistico comprato dalle lobby sioniste, tre europei senza un briciolo di leadership in corpo: mi riferisco ripetutamente a loro come ai "presunti leader" dell'Occidente, perché non guidano nulla. Lasciatemi chiamarli "PL" per il resto di questo commento.
I PL del nostro tempo sono pienamente a loro agio nel loro isolamento dai cittadini, poiché questo li lascia liberi di agire esclusivamente nel loro interesse. E l'interesse personale va bene se è questo il dio che si vuole servire, ma non quando il prezzo da pagare è un ordine mondiale grottescamente violento. Ho festeggiato lo scorso ottobre, quando gli irlandesi hanno eletto Catherine Connolly loro presidente con un ampio margine. È un incarico cerimoniale, d'accordo, ma la politica di principio di Connolly, in particolare, ma non solo, sul terrorismo israeliano e sulla questione palestinese, rappresenta quella dell'Irlanda.
Per chiarire brevemente questo punto, gli irlandesi ora intendono trasformare l'ex ambasciata israeliana, vuota da quando il loro ambasciatore sionista è stato cacciato da Dublino lo scorso anno, in un museo dedicato all'arte e ai manufatti palestinesi. È splendido o no? Non c'è niente di meglio del talento irlandese nel mescolare ironia, umorismo e politica. Dopotutto, ci lavorano da secoli.
Ho visto una mappa della rotta di volo di Netanyahu sulla "X" poco prima della sua partenza per Mar-a-Lago nel fine settimana. Il suo aereo ha sorvolato la Grecia e l'Italia prima di virare bruscamente verso nord, verso la Francia, per evitare lo spazio aereo spagnolo. Questo mi ha ricordato, anche se non c'è bisogno di ricordarlo, la posizione di principio assunta dal governo di Pedro Sánchez nei confronti di Israele e dei suoi crimini.
Il premier socialista spagnolo sembra non perdere occasione per denunciare il regime sionista. "I responsabili di questo genocidio saranno chiamati a risponderne", ha dichiarato Sánchez in un discorso dell'anno scorso. E: "Non facciamo affari con uno Stato genocida, non lo facciamo".
In particolare, la scorsa estate il parlamento spagnolo ha imposto un embargo totale sulle armi a Israele e ha immediatamente iniziato ad applicarlo. In autunno, il Banco Sabadell, un'istituzione storica di Barcellona, ??ha iniziato a congelare i conti correnti degli israeliani.
Ci sono altri casi onorevoli, anche se forse non così schietti come quelli irlandesi e spagnoli. La loro rettitudine è importante di per sé, certo, ma anche per ciò che dimostra al resto di noi.
Le PL segneranno la fine della storia dell'Occidente solo se gli occidentali vi acconsentiranno. La rassegnazione non è innata nella coscienza occidentale tardo-imperiale: è condizionata. E c'è un motivo per superarla.
(Traduzione de l'AntiDiplomatico)
*Patrick Lawrence, per molti anni corrispondente all'estero, soprattutto per l'International Herald Tribune, è editorialista, saggista, conferenziere e autore, di recente, di Journalists and Their Shadows, disponibile presso Clarity Press o su Amazon. Tra gli altri libri ricordiamo Time No Longer: Americans After the American Century. Il suo account Twitter, @thefloutist, è stato definitivamente oscurato.
______________________________________________________
PER I PRIMI 50 CHE ACQUISTANO IN PREVENDITA: SCONTO DEL 10% E SENZA SPESE DI SPEDIZIONE!
Fulvio Grimaldi, da Figlio della Lupa a rivoluzionario del ’68 a decano degli inviati di guerra in attività, ci racconta il secolo più controverso dei tempi moderni e forse di tutti i tempi. È la testimonianza di un osservatore, professionista dell’informazione, inviato di tutte le guerre, che siano conflitti con le armi, rivoluzioni colorate o meno, o lotte di classe. È lo sguardo di un attivista della ragione che distingue tra vero e falso, realtà e propaganda, tra quelli che ci fanno e quelli che ci sono. Uno sguardo dal fronte, appunto, inesorabilmente dalla parte dei “dannati della Terra”.
Data articolo: Fri, 02 Jan 2026 17:30:00 GMT
È un tardo pomeriggio di novembre. Sto guidando verso Genova, in Italia, con Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967. Stiamo viaggiando per unirci ai lavoratori portuali in sciopero. I lavoratori portuali chiedono una moratoria sulle armi destinate a Israele e la sospensione dei piani del governo italiano di aumentare la spesa militare.
Superiamo a tutta velocità le acque scure della Baie des Anges alla nostra destra e le Alpi francesi a picco sulla sinistra. Castelli e gruppi di case con tetti di tegole rosse, avvolti nella luce morente, sono arroccati sui dolci pendii. Palme costeggiano la strada che costeggia il mare.
Francesca, alta, con ciocche grigie tra i capelli, grandi occhiali con montatura nera e orecchini a cerchio, è la bestia nera di Israele e degli Stati Uniti. È stata inserita nella lista dell'Office of Foreign Assets Control (OFAC) del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti – normalmente utilizzata per sanzionare chi è accusato di riciclaggio di denaro o di coinvolgimento in organizzazioni terroristiche – sei giorni dopo la pubblicazione del suo rapporto, "Da economia di occupazione a economia di genocidio".
La lista OFAC – utilizzata dall'amministrazione Trump per perseguire Francesca e in palese violazione dell'immunità diplomatica garantita ai funzionari delle Nazioni Unite – impedisce a qualsiasi istituto finanziario di avere come cliente un soggetto presente nella lista. Una banca che consenta a un soggetto presente nella lista OFAC di effettuare transazioni finanziarie non può operare in dollari, rischia multe multimilionarie e viene esclusa dai sistemi di pagamento internazionali.
Nel suo rapporto, Francesca elenca 48 aziende e istituzioni, tra cui Palantir Technologies, Lockheed Martin, Alphabet Inc., Amazon, International Business Machines Corporation (IBM), Caterpillar Inc., Microsoft Corporation e il Massachusetts Institute of Technology (MIT), insieme a banche e società finanziarie come BlackRock, assicuratori, società immobiliari e organizzazioni benefiche, che, violando il diritto internazionale, stanno guadagnando miliardi dall'occupazione e dal genocidio dei palestinesi.
Il rapporto, che include un database di oltre 1.000 entità aziendali che collaborano con Israele, chiede a queste aziende e istituzioni di interrompere i legami con Israele o di essere ritenute responsabili per complicità in crimini di guerra. Descrive "l'occupazione eterna" di Israele come "il banco di prova ideale per i produttori di armi e le grandi aziende tecnologiche, con un'offerta e una domanda illimitate, poca supervisione e zero responsabilità, mentre investitori e istituzioni pubbliche e private ne traggono profitto senza limiti".
Potete vedere la mia intervista sul reportage con Francesca qui.
Francesca, i cui precedenti reportage, tra cui " Genocidio a Gaza: un crimine collettivo" e "Genocidio come cancellazione coloniale", insieme alle sue appassionate denunce del massacro di massa perpetrato da Israele a Gaza, l'hanno resa un vero e proprio parafulmine. Viene aspramente criticata ogni volta che si discosta dal copione approvato, anche quando i manifestanti pro-Palestina hanno preso d'assalto la sede del quotidiano italiano La Stampa mentre eravamo in Italia.
Francesca ha condannato l'incursione e la distruzione di proprietà – i manifestanti hanno sparso giornali e scritto slogan sui muri come "Palestina libera" e "Giornali complici di Israele" – ma ha aggiunto che questo dovrebbe servire da "monito alla stampa" affinché faccia il suo lavoro. Questa precisazione esprimeva la sua frustrazione per il discredito dei media nei confronti dei giornalisti palestinesi – oltre 278 giornalisti e operatori dell'informazione sono stati uccisi da Israele dal 7 ottobre, insieme a oltre 700 loro familiari – e per l'amplificazione acritica della propaganda israeliana. Ma i suoi detrattori, tra cui il Primo Ministro italiano Giorgia Meloni, ne hanno approfittato per linciarla.
Il Segretario di Stato Marco Rubio ha imposto sanzioni a Francesca a luglio.
"Gli Stati Uniti hanno ripetutamente condannato e contestato le attività parziali e malevole di Albanese, che da tempo la rendono inadatta a ricoprire il ruolo di Relatrice Speciale", si legge nel comunicato stampa del Dipartimento di Stato . "Albanese ha vomitato sfacciatamente antisemitismo, espresso sostegno al terrorismo e aperto disprezzo per gli Stati Uniti, Israele e l'Occidente. Tale pregiudizio è stato evidente nel corso della sua carriera, inclusa la raccomandazione alla CPI, senza una base legittima, di emettere mandati di arresto contro il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l'ex Ministro della Difesa Yoav Gallant".
"Ha recentemente intensificato questa azione scrivendo lettere minatorie a decine di entità in tutto il mondo, tra cui importanti aziende americane nei settori della finanza, della tecnologia, della difesa, dell'energia e dell'ospitalità, avanzando accuse estreme e infondate e raccomandando alla CPI [Corte penale internazionale] di avviare indagini e procedimenti giudiziari contro queste aziende e i loro dirigenti", ha proseguito. "Non tollereremo queste campagne di guerra politica ed economica, che minacciano i nostri interessi e la nostra sovranità nazionale".
Le sanzioni seguono quelle imposte a febbraio e giugno al procuratore della corte Karim Khan e a due giudici per aver emesso mandati di arresto per Netanyahu e Gallant.
I beni di Francesca negli Stati Uniti sono stati congelati, inclusi il suo conto in banca e il suo appartamento negli Stati Uniti. Le sanzioni la isolano dal sistema bancario internazionale, bloccando anche l'uso delle carte di credito. La sua assicurazione sanitaria privata si rifiuta di rimborsarle le spese mediche. Le camere d'albergo prenotate a suo nome sono state cancellate. Può operare solo in contanti o prendendo in prestito una carta di credito.
Istituzioni, tra cui università statunitensi , gruppi per i diritti umani, professori e ONG, che un tempo collaboravano con Francesca, hanno reciso i rapporti, temendo le sanzioni previste per qualsiasi cittadino statunitense che collabori con lei. Lei e la sua famiglia ricevono frequenti minacce di morte. Israele e gli Stati Uniti hanno avviato una campagna per farla rimuovere dal suo incarico alle Nazioni Unite.
Francesa è la prova che quando ti schieri fermamente dalla parte degli oppressi, verrai trattato come loro.
Non è sicura se il suo libro, "Quando il mondo dorme: storie, parole e ferite della Palestina", che è stato tradotto in inglese e la cui uscita è prevista per aprile del prossimo anno, sarà distribuito negli Stati Uniti.
"Sono una persona sanzionata", dice con rammarico.
Ma non si lascia intimidire. Il suo prossimo articolo sarà un rapporto che documenta la tortura dei palestinesi nelle carceri israeliane. Mentre la tortura, dice, "non era diffusa" prima del 7 ottobre, ora è diventata onnipresente. Sta raccogliendo testimonianze di coloro che sono stati rilasciati dalle prigioni israeliane.
"Mi ricorda le storie e le testimonianze che ho letto sulla dittatura argentina", mi dice Francesca. "È così terribile. È una tortura sistematica contro le stesse persone. Le stesse persone vengono rapite, violentate e riportate indietro, rapite, violentate e riportate indietro".
"Donne?" chiedo.
"Entrambi", risponde.
"Sentire donne raccontare di essere state violentate, più volte. Che è stato chiesto loro di masturbare i soldati. È incredibile", dice Francesca. "Che una donna dica una cosa del genere. Immagina cosa hanno dovuto sopportare. Ci sono persone che hanno perso la parola. Non riescono a parlare. Non riescono a parlare dopo quello che hanno dovuto sopportare."
Secondo lei, le organizzazioni mediatiche istituzionali non solo ripetono diligentemente le bugie israeliane, ma bloccano sistematicamente anche i resoconti che riflettono negativamente su Israele.
"Ad aprile ho denunciato i primi casi di molestie sessuali e stupri avvenuti tra gennaio e febbraio 2024", racconta. "La gente non voleva ascoltare. Il New York Times mi ha intervistata per due ore. Due ore. Non hanno scritto una riga a riguardo".
"Il Financial Times aveva – a causa della rilevanza dell'argomento – una versione sotto embargo di 'Dall'economia dell'occupazione all'economia del genocidio'", racconta. "Non l'hanno pubblicata. Non hanno nemmeno pubblicato una recensione, un articolo, giorni dopo la conferenza stampa. Ma hanno pubblicato una critica del mio rapporto. Ho avuto un incontro con loro. Ho detto: 'È davvero deprimente. Chi siete? Siete pagati per il lavoro che fate? A chi siete fedeli, ai vostri lettori?' Li ho pressati. Loro hanno detto: 'Beh, non lo abbiamo trovato all'altezza dei nostri standard'".
Questo, le dico, è il modo in cui il New York Times sminuirebbe gli articoli dei giornalisti che i redattori ritengono troppo incendiari.
"Screditano le tue fonti, indipendentemente da quali siano", le dico. "Questo diventa il mezzo con cui non pubblicano. Questa non è una discussione in buona fede. Non forniscono un'analisi imparziale delle tue fonti. Le respingono categoricamente. Non ti dicono la verità, ovvero: 'Non vogliamo avere a che fare con Israele e la lobby israeliana'. Questa è la verità. Non lo dicono. È sempre: 'Non è all'altezza dei nostri standard'".
"Non ci sono più media liberi, non c'è più libertà di stampa in Italia", lamenta Francesca. "C'è, ma è marginale o marginale. È un'eccezione. I principali quotidiani sono in mano a gruppi legati alle grandi potenze, al potere finanziario ed economico. Il governo controlla – direttamente o indirettamente – gran parte della TV italiana".
La deriva verso il fascismo in Europa e negli Stati Uniti, afferma Francesca, è intimamente legata al genocidio, così come la resistenza emergente.
"C'è rabbia e insoddisfazione crescenti nei confronti della leadership politica in Europa", afferma. "C'è anche una paura che persiste in molti paesi a causa dell'ascesa della destra. Ci siamo passati. Ci sono persone che hanno ricordi vivi del fascismo in Europa. Le cicatrici del nazifascismo sono ancora lì, persino il trauma. Le persone non riescono a elaborare ciò che è successo e perché è successo. La Palestina ha scioccato la gente. Gli italiani in particolare. Forse perché siamo quello che siamo, nel senso che non possiamo essere messi a tacere così facilmente, non possiamo avere paura come è successo a tedeschi e francesi. Sono rimasta scioccata in Francia. La paura e la repressione sono incredibili. Non è grave come in Germania, ma è molto peggio di due anni fa. Il ministro dell'Istruzione francese ha annullato un convegno accademico sulla Palestina al Collège de France, la più alta istituzione francese. Il ministro dell'Istruzione! E se ne è vantato."
Francesca afferma che la nostra unica speranza ora è la disobbedienza civile, incarnata in azioni come gli scioperi che interrompono il commercio e il governo o i tentativi delle flottiglie di raggiungere Gaza.
"Le flottiglie hanno creato questa sensazione di 'Oh, qualcosa si può fare'", dice. "Non siamo impotenti. Possiamo fare la differenza anche solo scuotendo il terreno, scuotendo la barca. Poi sono arrivati ??i lavoratori. Gli studenti si sono già mobilitati. Attraverso le varie proteste si è diffusa la sensazione che possiamo ancora cambiare le cose. La gente ha iniziato a collegare i puntini".
Francesca ha presentato il suo rapporto di 24 pagine "Genocidio a Gaza: un crimine collettivo" all'Assemblea generale delle Nazioni Unite in ottobre, un rapporto che ha dovuto essere consegnato a distanza dalla Desmond and Leah Tutu Legacy Foundation di Città del Capo, in Sudafrica, a causa delle sanzioni.
Danny Danon, ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite, dopo la sua presentazione ha dichiarato: "Signora Albanese, lei è una strega e questo rapporto è un'altra pagina del suo libro degli incantesimi". L'ha accusata di aver tentato di "maledire Israele con menzogne ??e odio".
"Ogni pagina di questo rapporto è un incantesimo vuoto, ogni accusa, un incantesimo che non funziona, perché sei una strega fallita", ha continuato Danon.
"Mi ha fatto scattare un momento di illuminazione", dice Francesca a proposito degli insulti. "L'ho collegato alle ingiustizie che le donne hanno subito nel corso dei secoli".
"Quello che sta accadendo ai palestinesi e a coloro che parlano a loro nome è l'equivalente, nel 2025, di bruciare le streghe in piazza", prosegue. "È stato fatto a scienziati e teologi che non si allineavano con la Chiesa cattolica. È stato fatto a donne che detenevano il potere delle erbe. È stato fatto a minoranze religiose, a popolazioni indigene, come i Sami".
«La Palestina», afferma Francesca, «ha aperto un portale verso la storia, verso le nostre origini e verso i rischi che corriamo se non tiriamo il freno».
(Traduzione de l’AntiDiplomatico)
*Giornalista vincitore del Premio Pulitzer, è stato corrispondente estero per quindici anni per il New York Times, dove ha ricoperto il ruolo di redattore capo per il Medio Oriente e per i Balcani. In precedenza, ha lavorato all'estero per The Dallas Morning News, The Christian Science Monitor e NPR. È il conduttore dello Show The Chris Hedges Report.
______________________________________________________
PER I PRIMI 50 CHE ACQUISTANO IN PREVENDITA: SCONTO DEL 10% E SENZA SPESE DI SPEDIZIONE!
Fulvio Grimaldi, da Figlio della Lupa a rivoluzionario del ’68 a decano degli inviati di guerra in attività, ci racconta il secolo più controverso dei tempi moderni e forse di tutti i tempi. È la testimonianza di un osservatore, professionista dell’informazione, inviato di tutte le guerre, che siano conflitti con le armi, rivoluzioni colorate o meno, o lotte di classe. È lo sguardo di un attivista della ragione che distingue tra vero e falso, realtà e propaganda, tra quelli che ci fanno e quelli che ci sono. Uno sguardo dal fronte, appunto, inesorabilmente dalla parte dei “dannati della Terra”.
Data articolo: Fri, 02 Jan 2026 17:30:00 GMT
di Michele Blanco*
*Pubblicato in “La Fonte periodico dei terremotati o di resistenza umana”, 2026, ANNO 23, n. 11, p. 18.
______________________________________________________
PER I PRIMI 50 CHE ACQUISTANO IN PREVENDITA: SCONTO DEL 10% E SENZA SPESE DI SPEDIZIONE!
Fulvio Grimaldi, da Figlio della Lupa a rivoluzionario del ’68 a decano degli inviati di guerra in attività, ci racconta il secolo più controverso dei tempi moderni e forse di tutti i tempi. È la testimonianza di un osservatore, professionista dell’informazione, inviato di tutte le guerre, che siano conflitti con le armi, rivoluzioni colorate o meno, o lotte di classe. È lo sguardo di un attivista della ragione che distingue tra vero e falso, realtà e propaganda, tra quelli che ci fanno e quelli che ci sono. Uno sguardo dal fronte, appunto, inesorabilmente dalla parte dei “dannati della Terra”.
Data articolo: Fri, 02 Jan 2026 17:00:00 GMT
Documenti interni dell’Ufficio del Difensore Pubblico israeliano, ottenuti dal giornale israeliano Haaretz e successivamente rilasciati alle autorità competenti, gettano luce inquietante sulle condizioni di detenzione dei prigionieri palestinesi classificati per motivi di sicurezza. Secondo i rapporti, basati su visite ispettive condotte nella prigione di Ketziot, nel sud di Israele, ai detenuti è stato sistematicamente negato l'accesso all'acqua potabile per periodi prolungati, una pratica che gli stessi prigionieri hanno denunciato come una forma di "punizione collettiva".
I documenti, redatti a seguito di sopralluoghi effettuati nei mesi di maggio, giugno e settembre 2024, descrivono una politica di restrizione idrica attuata in alcune sezioni del carcere, con privazioni che duravano "circa metà della giornata". Le testimonianze raccolte dagli ispettori indicano che la negazione dell'acqua era imposta intenzionalmente come misura punitiva, e non per ragioni logistiche o di manutenimento.
La divulgazione di questi rapporti è avvenuta solo dopo un procedimento giudiziario. Il Ministero della Giustizia israeliano ha inizialmente trattenuto i documenti, citando rischi per la "sicurezza nazionale" e potenziali danni ai prigionieri detenuti nella Striscia di Gaza. Dopo una petizione presentata a gennaio dall'Associazione per i Diritti Civili in Israele (ACRI) al Tribunale Distrettuale di Gerusalemme, il Ministero ha infine consegnato sei dei rapporti all'organizzazione.
In risposta alle rivelazioni, il Servizio Penitenziario Israeliano ha negato le accuse, dichiarando di "operare in conformità con la legge" e assicurando che tutti i detenuti hanno regolare accesso all'acqua e ai beni di prima necessità. L'ultimo rapporto, relativo alla visita di settembre, afferma che la pratica di limitare l'acqua sarebbe cessata prima di quel sopralluogo – un'affermazione contestata dalle precedenti documentazioni.
Questa vicenda si inserisce in un quadro più vasto di critiche e denunce riguardanti il trattamento dei detenuti palestinesi nelle strutture israeliane, un tema oggetto di attenzione da parte di organizzazioni per i diritti umani da tempo.
Le testimonianze raccolte dall'Ufficio del Difensore Civico descrivono condizioni estreme: fame diffusa, drastica perdita di peso, episodi di svenimento, violenze e abusi verbali da parte delle guardie, oltre al rifiuto di cure mediche e alla limitazione dell'accesso alle aule di tribunale. Un rapporto di inizio dicembre ha rilevato che circa il 90% dei detenuti per motivi di sicurezza è costretto in celle di meno di tre metri quadrati, e migliaia di loro sono privi di un letto.
Nonostante un pronunciamento dell'Alta Corte di Giustizia israeliana nello scorso settembre, che ha stabilito il mancato rispetto degli standard di vita minimi nelle carceri e ha ordinato l'adozione di misure correttive, a novembre *Haaretz* ha riferito che le condizioni sarebbero rimaste sostanzialmente invariate, una dichiarazione nuovamente smentita dal Servizio Penitenziario.
Il panorama giuridico, sottolinea correttamente the Cradle, potrebbe ulteriormente complicarsi. A novembre, il governo israeliano ha presentato in Parlamento un progetto di legge per reintrodurre la pena di morte per reati di terrorismo. Critici e organizzazioni internazionali hanno avvertito che tale provvedimento, se approvato, verrebbe applicato in modo sproporzionato ai cittadini palestinesi, in particolare a coloro coinvolti in operazioni che hanno causato la morte di israeliani, e rischierebbe di violare il diritto internazionale.
Le denunce non si limitano alle strutture maschili. Ad agosto, la Palestinian Prisoners' Society ha riferito di ripetute incursioni delle forze carcerarie israeliane contro le detenute nella prigione di Damon, con l'impiego di cani poliziotto e gas lacrimogeni. Le donne, comprese quelle incinte e gravemente malate, sarebbero state sottoposte a trasferimenti umilianti, fame, negligenza medica, isolamento e abusi.
Un'inchiesta del *Washington Post* nel luglio 2024 ha ampliato lo sguardo, documentando quelle che ha descritto come condizioni "paragonabili a Guantanamo" in varie prigioni e centri di detenzione israeliani. Il reportage, basato su testimonianze oculari, documenti autoptici e rapporti di gruppi per i diritti umani, descrive nel dettaglio casi di tortura, fame, mancata assistenza medica e numerose morti in custodia. Questi abusi, secondo l'inchiesta, avvengono sia all'interno del sistema penitenziario ufficiale, sia in luoghi di detenzione non ufficiali dove sono trattenuti palestinesi prelevati dalla Striscia di Gaza.
Le rivelazioni dei rapporti dell'Ufficio del Difensore Pubblico, mentre ricevono risposte contrastanti dalle autorità, alimentano un dibattito nazionale e internazionale sempre più acceso sullo stato dei diritti e della legalità nel sistema detentivo israeliano.
Data articolo: Fri, 02 Jan 2026 09:00:00 GMT
In una mossa che gli operatori umanitari definiscono "una condanna a morte per migliaia di civili", Israele ha dichiarato guerra agli aiuti internazionali, revocando brutalmente l'accreditamento a 37 organizzazioni salvavita a Gaza. A partire dal 1° gennaio, MSF, Oxfam, ActionAid e altri soccorritori fondamentali verranno espulsi dall'inferno a cielo aperto che è diventata la Striscia. "È la formalizzazione di un crimine contro l'umanità", accusa con rabbia Bushra Khalidi di Oxfam. "Mentre i bambini muoiono di freddo e di fame, Israele sceglie consapevolmente di tagliare l'acqua, i farmaci, i rifugi. È una strategia calcolata di sterminio per privazione". Già da mesi le autorità israeliane strangolano gli aiuti, ma ora il blocco diventa totale e legalizzato.
Il pretesto? "Mancata trasparenza" e presunti legami con il terrorismo. Accuse infamanti e non provate, respinte con sdegno da organizzazioni che letteralmente tengono in vita ciò che resta della popolazione. "Senza MSF, crolla il 20% del sistema ospedaliero e un parto su tre diventa un rischio mortale", avverte un comunicato straziante dell'organizzazione, che nega ogni accusa e denuncia: "Stanno uccidendo i soccorritori insieme alle vittime".
La situazione, già oltre ogni immaginazione umana, precipita nell'orrore assoluto. Le piogge infernali delle ultime settimane hanno trasformato i campi profughi in pantani infetti, distruggendo 42.000 tende. Tre bambini già morti assiderati, altri 17 sepolti sotto macerie di rifugi inagibili. E mentre il termometro crolla, il Parlamento israeliano approva una legge satanica: taglio immediato di acqua ed elettricità agli uffici UNRWA a Gerusalemme.
I dati gridano vendetta: solo 20.000 camion di aiuti entrati da ottobre, contro i 48.000 minimi indispensabili. Un quarto di milione di persone colpite direttamente dalle tempeste, senza più un tetto. E ora, con l'espulsione dei principali attori umanitari, si chiude l'ultimo rubinetto della sopravvivenza.
Mentre Gaza sprofonda in un abisso senza precedenti nella storia moderna, la comunità internazionale osserva inerme. L'uso cinico di "questioni burocratiche" per mascherare un genocidio per fame, freddo e malattia rappresenta un punto di non ritorno. Le organizzazioni sopravvissute lanciano l'ultimo, disperato SOS: "Senza accesso immediato e illimitato, Gaza diventerà un cimitero di massa a cielo aperto entro settimane".
Israele parla di "requisiti di sicurezza", ma ai pozzi avvelenati, alle madri che partoriscono tra le macerie senza anestetici, ai bambini con infezioni killer per mancanza di antibiotici, questa è la firma finale su una sentenza di morte collettiva. L'umanità sta fallendo sotto i nostri occhi, mentre un intero popolo viene cancellato con metodi medievali nell'indifferenza generale.
Data articolo: Fri, 02 Jan 2026 09:00:00 GMT
Un rapporto del Taub Center for Social Policy Studies, istituto di ricerca indipendente di Gerusalemme, rivela un dato storico preoccupante per Israele: nel 2025 il tasso di crescita della popolazione è sceso allo 0,9%, il livello più basso dal 1948. Il calo, secondo lo studio intitolato "Israele 2025: un bivio demografico", è guidato principalmente dall'emigrazione. Negli ultimi due anni, il saldo migratorio netto è negativo di circa 120.000 persone, nonostante l'arrivo di nuovi immigrati ebrei. L'autore del rapporto, Alex Weinreb, stima che questa tendenza negativa sia destinata a persistere almeno fino a metà 2026, segnando una nuova fase demografica per il paese.
Parallelamente, l'esercito israeliano affronta un'ondata di tragedie interne. Secondo dati diffusi dall'esercito stesso e ripresi dal sito Ynet, nell'ultimo anno 21 soldati in servizio attivo si sono suicidati. A questi vanno aggiunti 15 ex soldati che hanno tolto la vita dopo il congedo, portando il totale a 36 vittime. Le fonti militari hanno dichiarato a Ynet di aspettarsi "anni ancora più complessi" su questo fronte, sottolineando che "la guerra è finita, ma il peso psicologico rimane". La questione ha ricevuto ampia copertura mediatica, con dati che rivelano 279 tentativi di suicidio tra i soldati tra l'inizio del 2024 e il luglio 2025. Una recente decisione di una commissione militare ha stabilito che i soldati morti per suicidio mentre non erano in servizio non saranno riconosciuti come "caduti", privando le loro famiglie dei relativi benefici.
Sul fronte degli insediamenti, Ynet rivela che il comandante del Comando Centrale israeliano, Avi Bluth, ha firmato un ordine che raddoppia l'estensione dell'insediamento illegale di Homesh, nel nord della Cisgiordania occupata, portandolo a 1.537 dunam (circa 154 ettari). L'ordine, firmato con l'incoraggiamento del ministro delle Finanze Bezalel Smotrich (che ricopre anche il ruolo di ministro responsabile dell'Amministrazione Civile in Cisgiordania), definisce aree di giurisdizione separate per palestinesi ed ebrei. Smotrich ha commentato su X che si tratta di un "altro passo significativo" per "impedire qualsiasi possibilità di istituire uno Stato arabo in Giudea e Samaria". L'organizzazione israeliana per la pace Peace Now ha condannato la mossa, affermando che il governo "sta correndo verso l'annessione de facto della Cisgiordania". Homesh era stato evacuato nel 2005, ma sforzi per ripristinarlo sono in corso dopo una legge del 2023. Ulteriori piani di costruzione sono attesi anche per l'insediamento di Sa-Nur, anch'esso evacuato nel 2005.
Data articolo: Fri, 02 Jan 2026 09:00:00 GMT
Il Ministero della Difesa russo ha dichiarato, giovedì, di aver acquisito prove che dimostrerebbero il tentativo di attacco da parte delle Forze Armate ucraine contro una residenza ufficiale del Presidente Vladimir Putin.
Secondo il comunicato, i servizi speciali russi hanno effettuato un esame tecnico speciale dell'unità di navigazione di uno dei droni ucraini abbattuti nella notte del 29 dicembre 2025 sopra la regione di Novgorod, riuscendo a estrarre il file contenente il piano di volo.
"La decrittazione dei dati di routing ha mostrato che l'obiettivo finale dell'attacco del drone ucraino del 29 dicembre 2025 era una delle strutture della residenza presidenziale russa nella regione di Novgorod", ha affermato il ministero.
Nella notte del 29 dicembre, il regime di Kiev ha tentato un attacco terroristico contro la residenza di Putin nella regione di Novgorod utilizzando 91 droni, secondo quanto riferito dal ministro degli Esteri Sergej Lavrov. Tutti i velivoli sono stati abbattuti dalla difesa aerea.
Il Ministero della Difesa ha pubblicato una mappa delle traiettorie di volo, precisando che l'attacco, partito dalle regioni ucraine di Sumy e Chernigov, è stato respinto sulle regioni di Briansk, Smolensk e Novgorod.
Il capo delle truppe antiaeree delle forze aerospaziali russe, Alexander Romanenkov, ha dichiarato che la struttura dell'attacco conferma “senza ombra di dubbio che l'attacco terroristico del regime di Kiev è stato deliberato, accuratamente pianificato e graduale”.
Consegna delle prove agli Stati Uniti
Il ministero ha aggiunto che i dati decriptati "saranno trasmessi alla parte americana attraverso i canali stabiliti".
Il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha sottolineato che tali azioni di Kiev minano gli sforzi del presidente statunitense Donald Trump, ma che il dialogo tra Russia e Stati Uniti continuerà. L'episodio è stato condannato, secondo fonti russe, da numerosi paesi.
Data articolo: Thu, 01 Jan 2026 16:00:00 GMT
In una dichiarazione di severa condanna, il Ministero degli Affari Esteri della Federazione Russa ha definito l'attacco con droni a Khorly, nella regione di Kherson, durante le celebrazioni del Capodanno, "come una dimostrazione della volontà del Presidente ucraino Volodymyr Zelensky di perpetrare qualsiasi crimine pur di mantenere il potere". L'episodio, secondo quanto riferito dalle autorità russe, ha causato almeno 24 vittime civili e 29 feriti.
Il Ministero degli esteri russo ha rilasciato un comunicato ufficiale in cui si afferma che "l'usurpatore di Kiev ha deciso, in un impeto di rabbia impotente, di vendicarsi sui civili indifesi", collegando l'azione militare alle recenti sconfitte ucraine sul fronte e al fallito tentativo di colpire la residenza ufficiale del Presidente Vladimir Putin nella regione di Novgorod, nella notte del 29 dicembre 2025. “Per mantenere il potere, [Vladimir Zelensky] è disposto ad uccidere donne e bambini, commettendo crimini simili a quello perpetrato nella Casa dei Sindacati di Odessa, nel tentativo di intimidire la popolazione delle regioni russe riunificate, che hanno legato il loro destino a quello della Russia per sempre attraverso referendum", si legge.
Secondo il Ministero degli Esteri russo, l'attacco rappresenterebbe "una brutale atrocità" che rivela "la natura misantropa e neonazista del regime di Kiev", smentendo pubblicamente, a loro dire, le dichiarazioni di pace pronunciate da Zelensky nel suo discorso di fine anno.
La responsabilità dell'accaduto, prosegue il testo diplomatico, "ricade interamente sulla coscienza dei leader occidentali, che continuano a finanziare il regime fallito con denaro e armi", accusandoli inoltre di essere "complici" della strategia militare ucraina, definita terroristica.
Il Governatore della regione di Kherson, Vladimir Saldo, aveva precedentemente confermato la dinamica dell'attacco, descrivendo l'uso di tre droni, uno dei quali equipaggiato con materiale incendiario, contro un complesso ricreativo affollato di civili. Le fiamme, ha aggiunto, hanno impedito i soccorsi immediati, con il bilancio finale che include diversi minori tra le vittime.
Il Ministero degli Esteri russo ha concluso esprimendo le proprie condoglianze ai familiari delle vittime e sollecitando la comunità internazionale a una netta presa di posizione contro quella che definisce "la deriva terroristica" del governo di Kiev, avvertendo che il silenzio equivarrebbe a una forma di complicità.
Data articolo: Thu, 01 Jan 2026 16:00:00 GMT
L’Ucraina dovrà confrontarsi con ineluttabili ritorsioni in seguito all’attacco contro civili nella regione di Kherson. Lo ha dichiarato all’agenzia TASS Dmitry Medvedev, Vicepresidente del Consiglio di Sicurezza della Federazione Russa, già Presidente del partito Russia Unita.
La dichiarazione è giunta in risposta all’attacco condotto con droni dall’esercito ucraino contro un locale e un albergo nel villaggio di Khorly. Medvedev ha sottolineato che “una persona sana di mente non ha parole per descrivere le azioni della feccia banderista”.
“Ciò che è appropriato, in questo caso, è il linguaggio spietato della vendetta. Una rapida rappresaglia è inevitabile con l’avanzata del nostro esercito”, ha affermato con decisione l’alto funzionario.
Secondo la posizione espressa da Medvedev, i sostenitori dell’ideologia banderista devono essere “eliminati ovunque si trovino, sia in Ucraina che in Europa”.
In precedenza, il governatore della regione di Kherson, Vladimir Saldo, aveva reso noto che l’attacco con droni contro un caffè e un hotel, dove dei civili si erano riuniti in occasione delle celebrazioni per il Capodanno, ha causato la morte di oltre ventiquattro persone.
Data articolo: Thu, 01 Jan 2026 15:00:00 GMT