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Lavoro e Lotte sociali
Il governo Meloni? Penalizza i poveri deridendo la miseria

 

di Federico Giusti

Quando cancelli il Reddito di cittadinanza, ridicolizzi il salario minimo e lasci che le tasse sulle eredità siano tra le più basse del mondo operi scelte incontrovertibili.
Potremmo sintetizzare in queste (poche) parole l'operato del Governo Meloni nonostante sia stato preceduto e accompagnato da un bagaglio retorico infinito e dall'equivoco, di lungo corso, secondo cui la destra sociale sarebbe  ostacolo  per gli interessi dei dominanti.
 
Storicamente questo luogo comune non è supportato da alcuna prova, le correnti fasciste repubblicane, in teoria avversarie della plutocrazia, non operarono alcuna scelta per contrastare i padroni, ne assecondarono gli interessi portando il paese alla guerra, dopo 15 anni di Regime fascista i salari erano ancora fermi al 1921 perdendo sensibilmente potere di acquisto.
 
Perfino la natura statalista delle destre si scontra con la realtà, smentita da scelte operate in ambito fiscale tra detassazioni e mancati interventi sociali, alla fine è stata penalizzata la parte più povera del paese, i salari sono stati mortificati dalla erosione del potere di acquisto, i contratti nazionali siglati a un terzo della inflazione.
 
E come in epoca fascista i salari sono stati sganciati dal reale costo della cita, anzi per favorire la coesione sociale il Governo ha rinunciato ai proventi di parte delle tasse per restituire alle buste paga un po' di ossigeno anche se, fin da ora, mancano le risorse al welfare. E quindi? Chi esulta per le detassazioni i vantaggi acquisiti dovrà confrontarli con tutte le spese aggiuntive da sostenere perchè il nostro stato sociale, e i servizi pubblici, non sono messi in condizione di funzionare.
Se prendi 5 e poi devi spendere 6 dal privato potrai dire di avere acquisito benefici dai tagli del cuneo fiscale?
Ulteriore conferma degli interessi padronali sostenuti dal Governo....
 
Torneremo più avanti nella disamina del potere di acquisto ma basterebbe confrontare Reddito di cittadinanza con l’assegno di inclusione per acquisire consapevolezza della penalizzazione operata ai danni dei poveri.
 
E se neanche questi argomenti scalfiranno la granitica fede nella destra popolare, o presunta tale, andate a guardarvi gli scritti di Banca Italia che certificano la feroce erosione del potere di acquisto dal 2021 al 2025
 
Il governo Meloni ha approvato la decontribuzione per i redditi fino a 35 mila euro per poi virare verso il taglio del cuneo fiscale fino a 40 mila. Sono queste misure sufficienti a recuperare potere di acquisto? Dati alla mano  diremmo di no senza per altro considerare l'indebolimento progressivo del welfare che ricordiamo è un bene comune e soprattutto per le classi sociali meno abbienti.
 
E rispetto al RdC sono dimezzate le risorse, sempre BanKitalia ha simulato uno studio con l'aggancio al caro vita dei requisiti necessari per ottenere il "sussidio", ebbene in tale caso il reddito delle famiglie povere sarebbe cresciuto del 20 per cento, poco più della inflazione stessa.  
 
Il mancato adeguamento al costo della cita di innumerevoli requisiti ha un solo scopo:  ridurre la platea dei beneficiari senza tener conto della evoluzione dei prezzi e dell'aumento del costo della vita che rendono una soglia minima  prestabilita già discutibile e superata dall'aumento dei prezzi.
 
Nonostante queste osservazioni, nel corso delle audizioni prima di approvare la Legge di Bilancio, Bankitalia esprime un giudizio positivo sull'operato del Governo a  conferma che almeno gli interessi della Finanza sono stati ben salvaguardati (per quanto il centro studi della Banca sia una fonte autorevolissima non dimentichiamo la provenienza dello stesso).
 
Un quotidiano economico, Italia Oggi, sintetizzava settimane or sono il contenuto della audizione in Parlamento
 
Tra la fine del 2019 e il secondo trimestre del 2023 le retribuzioni orarie nel settore privato non agricolo si sono ridotte di oltre 10 punti percentuali per poi risalire di circa tre punti fino al secondo trimestre del 2025. Il problema della perdita del potere di acquisto c’è ma per Bankitalia la soluzione non deve essere a carico dello Stato: «E’ improprio assegnare al bilancio pubblico il compito di recuperare» questo «soprattutto quanto la redditività delle imprese può consentire che questo avvenga attraverso la contrattazione». In prospettiva «la crescita dei salari reali non può che essere sostenuta da un sistema di relazioni industriali ben funzionante e da un rilancio della produttività del lavoro, che si è ridotta di oltre un punto percentuale dalla fine del 2019».
 
La riflessione di Bankitalia è legata al fatto che la legge di Bilancio 2026 prevede un’aliquota ridotta al 5% per il solo 2026 sugli incrementi retributivi erogati, in attuazione dei contratti sottoscritti nel biennio 2025-2026, a chi ha un reddito dipendente non superiore a 28.000 euro.
 
 
Una volta tanto condividiamo quanto detto da Banca Italia ossia che compito di restituire potere di acquisto ai salari è prerogativa delle imprese e delle norme che regolano la contrattazione. Se il Governo si sostituisce alle imprese, ben presto mancheranno risorse ad altri capitoli di bilancio, si possono, nell'immediato, nascondere i problemi ma prima o poi gli stessi verranno alla luce mostrando la inadeguatezza di un Esecutivo che sta agevolando le imprese distruggendo il welfare.
 
E quanto sta avvenendo a Niscemi conferma l'assenza di una visione di insieme, a dir poco, che sappia almeno affrontare i problemi dei territori e delle famiglie contrastando il dissesto idrogeologico e la erosione del potere di acquisto dei salari.  Stiamo chiedendo troppo al Governo degli Italiani?

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Sun, 01 Feb 2026 07:00:00 GMT
OP-ED
Nuove democrazie, vecchie crepe. Derive ambigue di una comoda amnesia

 

di Giulio Pizzamei*

Raduni apertamente "nostalgici", rievocazione di figure storiche macchiatisi di efferati crimini, infinite lamentele ogni volta che si protesta contro la presenza di organizzazioni neofasciste in organi ed ambienti istituzionali. Non è un caso, non è perbenismo e non è libertà di espressione; è il risultato di decenni di revisionismo della democrazia. Dopo le barbarie fasciste che hanno portato a un milione di morti in tutta Italia, il nostro popolo ne aveva avuto abbastanza. Per questo negli anni successivi alla guerra, a parte in qualche circolo di irriducibili mai puniti per le atrocità commesse, il sentimento antifascista univa la grande maggioranza del popolo italiano, diviso su molti aspetti ma coeso davanti a quel solenne e sofferto "mai più". La nostra democrazia, conquistata con il sangue dei partigiani, sembrava la più grande garanzia che il nostro popolo avesse mai avuto contro l'oppressione, un pilastro inamovibile contro ogni forma di autoritarismo. Oggi quello che troviamo a proteggerci dal fascismo è una modello politico stanco, manipolato per anni dal nemico, che accetta sempre di più compromessi con un movimento che del totalitarismo del "nessun compromesso" ha fatto il suo grido di battaglia.

La retorica neofascista degli ultimi decenni invoca il diritto di rappresentanza per un'ideologia apertamente autoritaria e repressiva in nome della democrazia. Questo ad alcuni può sembrare il più alto livello di libertà, una società in cui tutti, ma proprio tutti, possano vivere la propria fede politica come meglio credere. Così non è. Una democrazia che non si vuole più definire antifascista non è garanzia di libertà, è una debole preda del suo più grande nemico pratico ed ideologico. Purtroppo questa consapevolezza sembra essersi persa con il tempo, il sangue di Matteotti è stato lavato dalle strade e il nero manto della comoda (e tipicamente europea) amnesia ha coperto i suoi insegnamenti.

Le parole del Generale Vannacci riguardo all'annullata conferenza di ultradestra che doveva tenersi a Montecitorio il 30 gennaio possono sembrare quasi un capriccio, sicuramente deboli in confronto all'immaginario comune che si ha dei leader di estrema destra. Si parla di "morte della democrazia" come se la maggior parte del suo elettorato e delle sue amicizie politiche non siano molto vicini, se non direttamente coinvolti, con ambienti apertamente nostalgici di un regime dittatoriale e totalitario. Un controsenso a prima vista, ma lo è veramente?

Bisogna ricordare che il ventennio fascista, il periodo più buio della nostra storia, non è iniziato con un colpo di stato ma con una rapida e legittimata presa di controllo della democrazia liberale da parte dei fascisti. L'indifferenza (e a volte complicità) delle forze dell'ordine, la sottovalutazione della svolta autoritaria e la normalizzazione del movimento stesso hanno portato l'Italia, ancora prima della marcia su Roma, ad un punto di non ritorno di cui oggi conosciamo molto bene gli orrori. Questo per dire che, nonostante democrazia e fascismo siano nemici ideologici, quest'ultimo dalla sua nascita sfrutta il buonismo e l'indifferenza liberale della prima per salire al potere inosservato, fino a che non diventa troppo tardi per formare una risposta adeguata. Così è successo in passato in Italia, in Germania, così sta succedendo oggi  negli Stati Uniti e così sta risuccedendo (anche se in maniera leggermente più subdola) nel nostro paese proprio in questi anni. Difficile dire se è stato già raggiunto, almeno nello stivale, il già citato punto di non ritorno. Vengono approvati disegni di legge sempre più repressivi, il revisionismo storico diventa un obiettivo politico, la popolazione viene spinta all'autoritarismo spaventandola con pericoli immaginari; ma forse non è ancora troppo tardi.

Il 30 gennaio è stata negata pubblicità e spazio politico ad un'organizzazione neofascista. Non c'è alcun bisogno di giustificare questa affermazione perché le sue motivazioni sono le basi della nostra democrazia, diversa da quella liberale di inizi novecento perché fondata su quel "mai più" che ancora gela il sangue di chi la morte della democrazia l'ha vissuta sulla propria pelle. Il dialogo è parte fondamentale della democrazia, proprio per questo va protetto da chi l'espressione del proprio pensiero la puniva con manganelli ed olio di ricino.

*Giulio Pizzamei è studente alla Scuola di Giornalismo della fondazione Lelio e Lisli Basso.

Data articolo: Sat, 31 Jan 2026 16:00:00 GMT
Il punto
Perché l’Occidente odia la Russia?

 

“Perché l’Occidente odia la Russia” è il titolo dell’interessante libro del filosofo e saggista tedesco Hauke Ritz, pubblicato da Fazi nel gennaio del 2026, con la prefazione di Luciano Canfora.
 
Il libro è molto articolato. Tratta sia di questioni economiche e politiche, come la questione del petrolio e delle materie prime, la guerra dei gasdotti tra Occidente e Russia, la questione ucraina prima e dopo il colpo di stato nazifascista di Maidan del 2014, i continui tentativi di “rivoluzioni colorate” promosse dai servizi occidentali, ecc.; ma anche di conflitti più strettamente ideologici e culturali.
 
Senza entrare nel merito delle singole questioni, per cui non c’è spazio, si può così riassumere la tesi di fondo: l’Occidente odia la Russia perché questo grande paese indipendente, per molti versi erede dell’URSS, si oppone con la sua sola esistenza, e le sue alleanze, ai sogni egemonici del capitalismo occidentale, abituato da secoli ad imporre la sua volontà al mondo attraverso i meccanismi del colonialismo, dell’imperialismo, della pressione economica e della supremazia militare.
 
Ritz ovviamente dà il giusto rilievo agli anni dal 1989 al 1991, cioè dal crollo del muro di Berlino allo scioglimento dell’Unione Sovietica. Sottolinea giustamente le gravi responsabilità in questo crollo del gruppo pseudo-riformista di Gorbaciov, che, innamorato dello stile di vita della cultura occidentale, voleva riformare l’URSS e tutto il campo “socialista”, ma che ha finito col realizzare una specie di svendita a buon mercato, aderendo a tutte le richieste occidentali, spesso senza alcuna contropartita.
 
Ritz non nega che l’economia e la politica dell’URSS avessero bisogno di serie riforme, sia per la necessità di modernizzare un’economia che presentava aspetti obsoleti, sia di sostituire ad una burocrazia potente ed immobilista gruppi competenti che rilanciassero in altre forme la pianificazione economica ed il controllo dello stato. Tuttavia ritiene che il crollo dell’URSS non fosse scontato se vi fosse stata la presenza di un gruppo politico riformista capace (forse la morte prematura dell’abile Andropov sostituito di fretta dal chiacchierone Gorbaciov è stato un fattore fatale ?).
 
A questo proposito segnalo altri due libri scritti, il primo dall’ultimo primo ministro della Germania Democratica, il riformista Modrow, sulla caduta della DDR, e l’altro scritto dallo stesso consigliere più importante di Gorbaciov, Puskov. Entrambi sottolineano la loro profonda delusione per aver constatato che Gorbaciov, in cui avevano sperato, si era rivelato “un irresponsabile politico”.
 
Basti pensare che Gorbaciov aveva svenduto la DDR al Cancelliere Khol in cambio di un modesto prestito (nonostante la volontà espressa in un referendum, dopo la caduta del muro, dalla popolazione della DDR, a larga maggioranza, di voler mantenere l’indipendenza) convinto che la nuova Germania sarebbe stata neutrale e fuori dalla NATO. Fu sciolto anche il Patto di Varsavia dei paesi socialisti nella bizzarra convinzione che si sarebbe sciolta anche la NATO (che invece ne ha profittato negli anni seguenti per fagocitare gli ex paesi socialisti, e persino paesi ex.sovietici, fino a giungere a minacciare direttamente i confini della Russia).
 
L’opera di Gorbaciov fu completata da El’cin che svendette tutto il patrimonio pubblico del paese agli oligarchi collusi con le banche occidentali facendo precipitare la Russia nell’abisso.
 
L’occidente, convinto ormai di poter dominare il mondo in modo incontrastato (il Prof, Fukuyama parlò addirittura di “fine della storia” per lo stabilirsi definitivo di un mondo unipolare), è rimasto scioccato dalla rapida ripresa della Russia dopo il 2000 con il governo di Putin. Il nuovo presidente ha eliminato il potere degli oligarchi (non amati dalla popolazione memore del passato sovietico), rinazionalizzato in pratica i settori economici fondamentali con società parastatali, rilanciato le vecchie alleanze tra Russia con tutto il mondo post- coloniale. Con il discorso pronunciato alla Conferenza di Monaco nel 2007 Putin ha rivendicato il diritto della Russia di essere indipendente e sicura.
 
Negli anni precedenti gli Occidentali, ed in particolare gli USA dominati dai “neocon, avevano profittato della caduta dell’URSS per distruggere realtà locali che si opponevano ai loro disegni egemonici, come la Jugoslavia, l’Iraq, l’Afghanistan, la Libia, la Siria, la Somalia, il Sudan, ecc. , fino a organizzare colpi di stato in Georgia e Ucraina. La nuova situazione in cui la Russia si oppone a questa deriva fa scoppiare di rabbia i leaders occidentali, con una particolare sottolineatura per la stupidità e l’incapacità di leggere la storia da parte di una classe europea mai così scadente come oggi-
 
La Russia, pur essendo paese capitalista, si ricollega alle politiche dell’URSS di appoggio ai paesi ex-coloniali, che proprio grazie alla presenza dell’URSS riuscirono ad emanciparsi durante la guerra fredda. Questo fatto è forse il lascito più importante lasciato dall’Unione sovietica, che ha cambiato completamente gli equilibri mondiali. La Russia può inoltre disporre di un apparato militare di prim’ordine derivato dal periodo sovietico con gli opportuni ammodernamenti e soprattutto, come sottolinea Ritz nel suo libro, di un corpo diplomatico di scuola sovietica,. perfettamente preparato, di fronte a cui i pseudo-diplomatici occidentali, stile Kallas, fanno solo ridere.
 
Di fronte a questa nuova situazione l’Occidente minaccia interventi militari, alimenta guerre (come quella del 2008 in Georgia e oggi in Ucraina), rapisce presidenti eletti di stati sovrani come il Venezuela, minaccia sfracelli come quello che si verificherebbe se l’Iran fosse nuovamente attaccato. L’emblema dell’aggressività occidentale è dato dal sostegno incondizionato che viene dato alla sua creatura preferita, l’entità sionista di Israele, delle cui imprese criminali e genocide l’intero Occidente è complice, ignorando le precise accuse della Corte Penale dell’ONU ed i mandati di cattura contro il presidente d’Israele Netanyahu e il capo dell’esercito israeliano Gallant. Anzi nei paesi occidentali si intensificano le azioni di intimidazione e di vera e propria persecuzione contro chi aderisce ai movimenti che chiedono la libertà della Palestina. In Italia sta per essere varata una legge bipartizan (da Fratelli d’Italia, alla Lega, al PD) che estende il concetto di “antisemitismo” per impedire di fatto ogni manifestazione di solidarietà con la Palestina.
 
La Russia, la Cina, i paesi che fanno parte dei BRICS, lo stesso Iran non si fanno intimidire. La presunta superiorità militare dell’Occidente non è affatto scontata. La partita è aperta e il cammino per l’Occidente e pieno di ostacoli probabilmente insormontabili.
 
Roma, 29 gennaio 2026, Vincenzo Brandi
 
Data articolo: Sat, 31 Jan 2026 16:00:00 GMT
Il punto
Che cos’è la Scienza? Quali sono le sue prospettive?

 

di Vincenzo Brandi

(Questo articolo è liberamente tratto dal libro ”Conoscenza, scienza e filosofia”di V. Brandi, 2020)
 
Per il grande fisico viennese Ludwig Boltzmann, la Scienza è “ricerca della verità”.
 
Per Jean Bricmont, noto fisico teorico dell’Università di Lovanio (con cui chi scrive ha avuto un proficuo scambio di vedute per via epistolare) la Scienza ha innanzitutto un valore di conoscenza oggettiva (come dice la stessa parola) e, per avere senso, deve riferirsi ad un mondo reale, materiale e determinista.
 
L’oggettività della Scienza è attestata dal suo continuo riferirsi all’esperienza ed ai risultati sperimentali seguendo la grande tradizione galileiana. Per il grande matematico e fisico francese di fine ‘800 Poincaré “L’esperienza è l’unica fonte di verità” e la Scienza è basata sui fatti. Due fisici di diversa tradizione culturale come il tedesco Heisenberg ed il sovietico Kapitza hanno sottolineato in varie occasioni che il compito del fisico teorico è quello di interpretare l’esperienza e che la teoria non ha senso se non è basata sui dati sperimentali. Teorie più o meno fantasiose, dogmatiche e metafisiche basate solo su idee astratte – nella tradizione delle filosofie “idealiste” - o su ragionamenti logici puri avulsi dalla realtà non hanno senso.
 
La matematica è un potente mezzo di espressione delle leggi fisiche e delle altre scienze esatte, ma non può sostituirsi ad esse, essendo essenzialmente un linguaggio atto ad esprimere con precisione la realtà. Sbagliano quegli scienziati che, dopo aver scritto un’elegante equazione, pensano che ad essa debba corrispondere necessariamente un fatto fisico, pur senza conferme sperimentali.
 
Sbagliano anche quegli scienziati e quei filosofi di tradizione “empirio-criticista” che pensano che la realtà coincida con le loro sensazioni e che le verità scientifiche siano convenzionali. Per gli scienziati realisti, come Planck o Boltzmann, ai fenomeni percepibili corrispondono realtà profonde indipendenti da noi, da disvelare e spiegare. Anche il rivoluzionario Lenin era di questo parere. Per Poincaré il linguaggio scientifico è solo più preciso, ma non puramente convenzionale, ed è basato su fatti reali.
 
Destano perplessità alcune forzature filosofiche operate da grandi fisici quantistici come BohrHeisenbergDirac, secondo i quali il comportamento delle realtà sub-atomiche sarebbe indeterminato e casuale ed i risultati sperimentali determinati dall’intervento dello sperimentatore. Scienziati di prim’ordine non erano d’accordo: tra questi, EinsteinDe BrogliePlanckSchro?dinger. Einstein diceva polemicamente che “Dio non gioca a dadi” e Planck riteneva che si sarebbe imposta una nuova forma di determinismo più profonda. Le nuove “esperienze non-localistiche con informazioni inviate istantaneamente a distanza (vedi il fenomeno quantistico dell’Entanglement) aprono nuovi scenari in questo senso. Ricordiamo che tutta la tradizione della fisica classica, dagli “atomisti” Leucippo e Democrito, fino a Laplace e oltre, è stata “causalista” (ogni cosa avviene per una causa) e “determinista” (ogni cosa accade necessariamente in un certo modo secondo leggi precise).
 
I prossimi sviluppi della Scienza dovranno confrontarsi con problemi drammatici per l’umanità, come i problemi ambientali che rischiano di far diventare il nostro pianeta invivibile, i pericoli di un uso dissennato della Scienza e della tecnologia solo a meri fini di profitto, ed i pericoli sempre presenti di conflitti devastanti con l’uso della Scienza anche per fini militari. E’ stata quindi posta la domanda: esiste una scienza “buona” e una “cattiva” ?
 
La domanda è sbagliata. La Scienza è Conoscenza. I problemi non riguardano la Scienza in sé, ma l’uso di essa e le sue applicazioni. Per ottenere un uso più razionale ed a favore del genere umano, servirebbe un profondo cambiamento dell’attuale sistema capitalistico ed imperialistico dove la Scienza è usata per lo sfruttamento ed il profitto e dove crescono le diseguaglianze tra classi sociali e tra i vari paesi; si moltiplicano i pericoli di crisi dovute alle speculazioni finanziarie; si moltiplicano le guerre di aggressione – mascherate da “interventi umanitari” - con la possibilità non tanto remota di uno scontro mondiale attuato con armi nucleari e termonucleari.
 
Ad esempio, il fenomeno della fusione nucleare può essere usato (come fatto finora) per produrre bombe in grado di distruggere l’umanità, ma potrebbe servire anche a creare, con opportune tecnologie, ad assicurare all’umanità un flusso praticamente illimitato di energia (sembra che la Cina stia molto avanti negli studi relativi). Le tecnologie elettroniche e quantistiche - con la creazione di computer sempre più potenti e perfezionati, l’uso di robot sempre più intelligenti e dell’intelligenza artificiale – potrebbero alleviare l’umanità dal peso di lavoro e fatica, ma possono essere usati anche per limitare i diritti dei lavoratori ed aumentare la disoccupazione, per il controllo poliziesco dei cittadini e la produzione di false notizie
 
Nel campo in grande espansione delle biotecnologie, le nuove tecniche potrebbero essere utilizzate nel senso di un miglioramento reale dei prodotti agricoli ed in Medicina per intervenire nel caso di malattie genetiche. Ma spesso sono usate dalle multinazionali in maniera vessatoria e fraudolenta verso gli agricoltori, possono provocare gravi inquinamenti ed effetti indesiderati, o essere utilizzate per produrre vaccini dagli effetti incerti.
 
In definitiva la Scienza (quella vera) è Conoscenza oggettiva della realtà materiale. Il problema è sempre quello delle scelte sulle sue applicazioni e di chi controlla le scelte; per cui si pone davanti all’umanità il problema politico di controllo democratico delle scelte con un nuovo sistema sociale, che sia a favore del genere umano.
 
Roma 29 gennaio 2026, Vincenzo Brandi
 
 
 
 
 
Data articolo: Sat, 31 Jan 2026 16:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Il campo senza nome: come "La vita è bella" ha confuso la liberazione di Auschwitz.

 

di Francesco Fustaneo

Puntuali come le zanzare in estate, tornano ogni anno, all’approssimarsi della Giornata della Memoria, le critiche a chi ricorda come La vita è bella di Roberto Benigni avrebbe “capovolto la realtà storica”. Il cuore della polemica è la scena del carro armato statunitense che libera un campo di concentramento che il pubblico associa in massa ad Auschwitz.

Nell’ultimo giro di polemiche, David Puente di Open risponde con un fact-checking: si tratterebbe di “un’accusa falsa, costruita su un presupposto che nel film non esiste: Auschwitz non viene mai nominato, né indicato come luogo dell’ambientazione” scrive su Facebook.

Ora, il punto che qualsiasi interlocutore intellettualmente onesto non potrebbe negare, non è la mancata menzione esplicita nel film. È piuttosto l’evidenza che Benigni non poteva non sapere che la stragrande maggioranza degli spettatori lo avrebbe associato – con tanto di ingresso tronfio del carro armato USA – automaticamente proprio ad Auschwitz.

Auschwitz, la cui liberazione sovietica del 27 gennaio 1945 dà la data alla Giornata della Memoria, non fu solo il più grande campo di sterminio (oltre un milione di vittime). Fu anche il lager in cui fu deportata la quasi totalità degli ebrei italiani, come il Guido Orefice, personaggio di fantasia, interpretato dallo stesso Benigni.

I dati della Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC) sono inequivocabili: su 6.806 ebrei italiani arrestati e deportati, ben 6.007 finirono proprio ad Auschwitz. Di questi, solo 363 sopravvissero. Mentre degli ebrei italiani deportati in altri campi (610 persone), la maggioranza (440) sopravvisse. Se poi consideriamo che, tra i morti in altri lager, 82 perirono a Ravensbrück – campo liberato anch'esso dai sovietici – è chiaro che ogni difesa aprioristica basata sul solo dato testuale del film appare insufficiente.

Curiosamente, lo stesso articolo di Puente porta un argomento che si rivolge contro la sua stessa tesi. Si richiama alla storia di Guido, marito della soprano  Dora De Giovanni (a cui sarebbe ispirato il nome del personaggio interpretato da Nicoletta Braschi), deportato e ucciso a Mauthausen – un campo liberato dagli americani. Se si invoca la mancanza di un'esplicita citazione di Auschwitz per difendere il film, non ha senso logico invocare la presenza di un'altra storia, legata a un altro campo parimenti non menzionato, per sostenere la sceneggiatura. Il ragionamento è circolare.

Il dato di fatto, storico e percettivo, resta uno: chiunque vide il film in sala – me sedicenne e a digiuno di storia compreso – associò immediatamente quel campo ad Auschwitz, uscendo con una nozione storicamente fuorviante. Il Benigni regista,  costruisce  un potente simbolo del genocidio, ma nel farlo ne altera consapevolmente o meno,  un dettaglio cruciale per la memoria collettiva.

La domanda che rimane, e che va oltre le dispute da fact-checking, è d’impatto culturale: se Benigni avesse mostrato i sovietici liberare Auschwitz, quel film avrebbe conquistato la stessa fama mondiale e tre Premi Oscar? Qualcosa suggerisce di no. E tutte queste riflessioni non possono essere omesse da un dibattito in merito.

 

Data articolo: Sat, 31 Jan 2026 16:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
RADIO GAZA: "E' come se fossero i primi giorni di guerra"

 

di Michelangelo Severgnini

<<Dopo il recupero del corpo dell'ultimo soldato, sono iniziati i bombardamenti sulla città di Gaza, i giorni peggiori della guerra. La guerra non è finita. Ora è diventata molto intensa contro le zone orientali di Gaza.

L'esercito israeliano si trova in Salah al-Din Street, nella zona di Al-Sakhra, nella zona della scuola Al-Hashimiya e nella zona di Al-Sanafur.

Stanno sparando pesantemente verso ovest, con colpi di artiglieria su Al-Sikka Street nel quartiere di Al-Tuffah, nella zona del parco Al-Mahatta e nella zona del kibbutz.

I colpi dei carri armati vengono sparati senza sosta. È davvero terrificante.

Più di venti esplosioni consecutive. Non è normale. La guerra non è finita con le sue esplosioni e i suoi colpi. È come se fossero i primi giorni di guerra.

Oggi c'è stata una campagna per acquistare 300 pagnotte di pane e distribuirle alla popolazione locale.

Il pane è ancora scarso per la popolazione, poiché il costo della cottura del pane in casa è elevato a causa della mancanza di combustibile e del prezzo elevato della legna da ardere. Nonostante si sia entrati nella seconda fase, la maggior parte della popolazione della Striscia di Gaza non dispone di gas per cucinare, e ci stiamo preparando ad entrare nel mese del Ramadan, e la gente qui sta soffrendo una crisi alimentare>>.

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Aiuto immediato, diffuso ed efficace.

https://paypal.me/apocalissegaza

oppure

SANDALIA ONLUS ATTIVITA' DI ORGANIZZAZIONE PER LA COOPERAZIONE E LA SOLI
IBAN: IT 79 J 01015 86510 000065016676
BIC: BPMOIT22 XXX
Causale: Apocalisse Gaza
 
 
 
 
Data articolo: Sat, 31 Jan 2026 16:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Caracas: fiori d'amnistia contro i droni dell'impero


di Geraldina Colotti,

Caracas

Esiste una forma di parassitismo intellettuale che fiorisce nei momenti di massima tragedia nazionale. È la postura di chi, protetto da una cattedra o da una vecchia rendita di posizione accademica, si erge ad autorità costituzionale per processare chi, sul campo, deve garantire la sopravvivenza di un popolo. C’è chi ha masticato malamente un po’ di operaismo del secolo scorso, travisandolo, per trasformarlo oggi in un’arma da scagliare contro lo Stato bolivariano proprio mentre questo subisce un’aggressione militare senza precedenti.

Capita, così, di leggere articoli dal sapore surreale ad uso e consumo di chi, nel proprio paese, ha visto passare tutti i treni dal buco della serratura, e oggi si affida a chi, stando fuori dal Venezuela, non ha mai neanche provato a governare la sedia su cui sta ben seduto. Si utilizza per questo una tecnica classica: mescolare dati tecnici decontestualizzati con la voce di una presunta "opposizione di sinistra" per dare una parvenza di oggettività a quello che è, in realtà, un sostegno implicito alla strategia di Washington.

Il grottesco raggiunge l'apice quando questa presunta "critica antiautoritaria" finisce per trovarsi sotto lo stesso tetto di burocrati esautorati che, pur di mantenere il proprio piccolo potere di apparato, hanno scelto di farsi orientare da un cieco dottrinarismo di marca europea. Vedere chi si professa "di sinistra radicale" allearsi, nei fatti e nelle piazze, con il fascismo di Maria Corina Machado e con gli ultraliberisti che hanno benedetto l'invasione militare e il sequestro del Presidente Maduro, non è più un errore di analisi, ma uno schieramento preciso che chiude un circolo vizioso caro alle “piattaforme girevoli” post-novecentesche.

Quali sono, infatti, le “fonti” di cui ci si serve? Spesso si tratta di sigle nate da scissioni o gruppuscoli intellettuali che, pur dichiarandosi di sinistra, hanno assunto posizioni funzionali alla destra nei momenti di massima tensione, puntando sulla critica alla "deriva autoritaria" proprio quando lo Stato è sotto attacco armato, e soprattutto alleandosi con chi è portatore del neoliberismo più sfrenato.

Si citano “esperti” che vivono in Europa, noti per una critica “accademica” che da anni converge con le narrazioni del Dipartimento di Stato USA. La loro "difesa della Costituzione" ignora sistematicamente lo stato di necessità e l'aggressione imperialista, riducendo la lotta geopolitica a una questione di "gestione democratica" interna. In barba al tanto decantato “pluralismo”, ci si riferisce esclusivamente a un cartello – tanto minuscolo quanto eterogeneo - che unisce settori del “sindacalismo critico” e gruppi che, pur condannando formalmente l'imperialismo, di fatto si mobilitano contro il governo in coordinamento con le agende di destabilizzazione, chiedendo "transizioni democratiche" proprio mentre il presidente e una deputata della Repubblica, sua moglie, vengono sequestrati da una potenza straniera.

Si prende per oro colato la posizione di una micro-frazione del Partito comunista venezuelano, ignorando quella della maggioranza di quello stesso partito, che, con i suoi dirigenti storici, continua a difendere la rivoluzione bolivariana. Il fatto che non abbiano per questo più alcuna base popolare – quella base che vede nell'unità del quadro dirigente e nell'unione civico-militare l'unica garanzia di sopravvivenza della nazione – non viene tenuto in conto: così come non viene considerata sospetta l'eco mediatica che essi ricevono a livello internazionale.

Questi critici "critici" non hanno mai accettato nemmeno la Legge Antibloqueo. Ma cosa avrebbero voluto fare? La loro nonviolenza burocratica è solo la maschera di un'impotenza che, incapace di fare la rivoluzione, preferisce consegnare il Paese ai protettorati statunitensi pur di vedere sconfitto il "modello Maduro". Difendono una sovranità di carta mentre il nemico reale calpesta il suolo venezuelano. La realtà è che non esiste sovranità senza produzione, e non esiste produzione senza la capacità tattica di rompere l'assedio.

Certi “articoli” andrebbero visti per quello che sono: un esempio di guerra cognitiva, che impiega termini cari alla sinistra ("sovranità", "diritti dei lavoratori", persino "comunismo") per giustificare il ritorno della Doctrina Monroe. Il fatto che Rubio minacci Delcy Rodríguez di fare “la fine di Maduro” dimostra che la riforma non è un cedimento, ma una mossa tattica che l'impero teme, perché permette a Caracas di avere ossigeno finanziario (i 300 milioni già destinati ai salari) nonostante il sequestro dei suoi leader.

L'argomento principale usato dai detrattori della riforma è che essa rappresenti lo smantellamento del modello di sovranità petrolifera di Hugo Chávez. Questa è una lettura superficiale e decontestualizzata, già viziata in partenza al momento dell'approvazione della Legge anti-bloqueo, varata per uscire dall'angolo mefitico in cui era stata chiusa l'economia venezuelana con le “sanzioni”. In realtà, la riforma istituzionalizza i Contratti di Partecipazione Progettuale (Cpp) come risposta pragmatica e necessaria a un regime di sanzioni che impedisce allo Stato di investire direttamente miliardi di dollari.

Una porta stretta, certo, un braccio di ferro ingaggiato con la prima potenza mondiale, ma non una svendita. Non è , infatti, un ritorno alla privatizzazione, ma una delega operativa controllata: lo Stato mantiene la proprietà delle riserve e la direzione strategica, mentre il partner privato si assume il rischio e i costi in un momento in cui le casse pubbliche sono colpite dal blocco finanziario.

Come prevede la costituzione bolivariana, le leggi non possono essere retroattive e, com'è avvenuto in questo caso con le consultazioni che si sono tenute in tutte le strutture dei lavoratori, è stata approvata da loro, è passata in prima battuta in parlamento, e tornerà di nuovo alle istanze popolari.

Per quanto riguarda il cosiddetto modello Chevron e il potere di commercializzazione concesso ai privati, bisogna sottolineare che non si tratta di una rinuncia alla sovranità, ma di un meccanismo di difesa. Consentire ai partner di vendere direttamente la loro quota di produzione, a patto che il prezzo sia superiore a quello ottenuto dalle imprese statali e che i proventi passino per la Banca Centrale del Venezuela, è l'unico modo per rompere l'assedio.

Washington può sanzionare l'azienda di Stato Pdvsa, ma ha più difficoltà a bloccare ogni singola transazione di partner internazionali. È una tattica di diversificazione delle rotte commerciali per garantire che il petrolio arrivi sul mercato e i dollari arrivino ai lavoratori venezuelani.

Sulla questione della riduzione delle royalties dal 30% al 20% o 15%, certi “articoli” omettono di spiegare che si tratta di una misura flessibile e reversibile. Viene applicata solo quando la redditività di un progetto è messa a rischio dalle condizioni eccezionali imposte dal blocco. È uno strumento di incentivazione per attrarre capitali in aree ad alto rischio geopolitico.

Appena le condizioni migliorano, lo Stato ha il potere di ripristinare l'aliquota piena. Definire questo un cedimento significa ignorare che un campo petrolifero fermo per mancanza di investimenti produce zero entrate, mentre un campo attivo con royalties ridotte garantisce comunque risorse per la spesa sociale e il salario minimo.

L'inserimento di meccanismi di arbitrato indipendente non è un indebolimento della sovranità giuridica, ma una necessità tecnica nel nuovo ordine multipolare. Per lavorare con i partner dei Brics+ e con altre potenze non occidentali, è necessario offrire una cornice di sicurezza che non dipenda dagli umori politici di Washington.

Al contrario, la nuova piattaforma tecnologica annunciata da Jorge Rodríguez per l'audit in tempo reale rappresenta un aumento della sovranità digitale e della trasparenza: per la prima volta, ogni centesimo che entra potrà essere monitorato dai cittadini, contrastando la burocrazia e la corruzione.

Per fare di meglio, i critici-critici che vivono comodamente in Europa, dovrebbero mobilitarsi non contro chi cerca di aprire brecce in un sistema capitalistico globale partendo da una situazione svantaggiata per essere un paese del sud, ma per cercare di non finire in ginocchio come la Grecia di Tsipras, e aprire brecce di vera democrazia anche in Europa: perché, com'è ormai evidente, di fronte all'arroganza imperialista che non conosce freni, nessuno si salva da solo.

C'è inoltre da chiedersi come reagiranno ora i critici-critici, sempre pronti a parlare di autoritarismo, davanti all'annuncio di amnistia fatto da Delcy Rodríguez presso il Tribunale Supremo di Giustizia. Per anni hanno alimentato la narrazione dell'estrema destra sui presunti prigionieri politici: in realtà politici prigionieri, figure che in paesi come l'Italia – dove il Partito Democratico e i suoi alleati hanno reso quasi impossibile concedere amnistie e considerano normale la tortura del 41 bis – marcirebbero all'ergastolo per i crimini commessi.

La decisione di trasformare l'Elicoide (che non è certo nato con il chavismo) in un grande centro culturale è la risposta definitiva di chi, pur sotto il ricatto di avere un presidente sequestrato, non ha avuto e non ha paura della democrazia. In Venezuela, il socialismo bolivariano ha sempre fatto affidamento sul consenso, limitando al minimo il momento della coercizione.

Eppure, c'è da scommettere che questi burocrati del pensiero, pur di non ammettere la lungimiranza del quadro dirigente bolivariano, troveranno il modo di criticare anche questo atto di pacificazione, confermando la loro alleanza oggettiva con chi vuole solo il sangue e la restaurazione neoliberista.

Invece, l'atmosfera che si respirava ieri nell'aula del Tribunale Supremo di Giustizia non era quella di un paese in ginocchio, ma di una nazione che ha trasformato il dolore in orgoglio combattente. C'era un'elettricità emotiva densa, un senso di comunione profonda, manifestato con un crescendo di applausi. Lungo, interminabile, quello tributato al capitano Diosdado Cabello: un riconoscimento spontaneo a chi, insieme al popolo, sta tenendo la barra dritta nella tempesta.

Il ricordo dei caduti cubani e venezuelani del 3 gennaio è stato il momento del silenzio che parla. I nomi di chi ha dato la vita per difendere il suolo patrio dall'invasione mercenaria sono stati evocati non come ombre, ma come radici. In quel solenne omaggio, la fratellanza tra Cuba e Venezuela è apparsa più forte di qualsiasi bloqueo, cementata dal sangue versato contro lo stesso aggressore.

E quelle “femministe nonviolente” che plaudono al premio Nobel per la pace riscosso dalla trumpista Machado, avrebbero dovuto ascoltare la relazione tenuta dalla presidenta del Tribunal Supremo de Justicia, Caryslia Rodríguez. Una magistrata che ha parlato non solo come giurista, ma come figlia di una rivoluzione che ha femminilizzato il potere.

Mentre i "critici-critici" si perdono in cavilli maschilisti sulla purezza della norma, lei ha contrapposto la concretezza della giustizia riparativa. È un femminismo che non chiede il permesso a Washington, ma che si impone con la forza della Costituzione e con la sensibilità di chi sa che la pace si costruisce curando le ferite della guerra militare e di quella cognitiva.

Il discorso della magistrata Caryslia Beatriz Rodríguez non è stato solo un atto formale, ma una riaffermazione del femminismo popolare e istituzionale che caratterizza la Rivoluzione Bolivariana, specialmente in questo momento di emergenza nazionale dopo il 3 gennaio. Caryslia ha proiettato l'immagine di un potere giudiziario che non è più una torre d'avorio maschile e fredda, ma uno scudo per la nazione.

Ha sottolineato come l'aggressione imperiale, il sequestro e il blocco siano forme di violenza patriarcale che colpiscono in primis le donne, pilastri dell'economia familiare. La sua stessa presenza come Presidenta, insieme alle altre magistrate, è la prova che in Venezuela le donne non sono "vittime", ma soggetti politici che amministrano la legge in nome della pace con giustizia sociale.

Il femminismo del TSJ si è manifestato nel sostegno totale all'amnistia e alla trasformazione dell'Elicoide, proposte dalla presidenta incaricata. Caryslia ha declinato la giustizia non come vendetta (tipica del modello patriarcale-punitivo), ma come riparazione e trasformazione culturale. Decidere di sostituire le sbarre con la cultura è un atto di "politica della cura" verso il tessuto sociale lacerato dalla destra. Caryslia ha espresso una solidarietà di genere profonda verso la Vicepresidenta Delcy Rodríguez e verso Cilia Flores, definendo il sequestro di quest'ultima un attacco alla dignità di tutte le donne venezuelane.

Ha ribadito che il comando del paese, in questo momento nelle mani di una donna come Delcy, è la garanzia che la rivoluzione non vacillerà, perché le donne venezuelane sono abituate a resistere nei momenti di massima pressione. Nel suo discorso ha evocato una giustizia che difende la "Pachamama" dalle grinfie delle transnazionali. Il suo femminismo è ecologista e sovrano: proteggere le risorse energetiche significa proteggere il futuro delle figlie e dei figli del Venezuela.

Ma è stato l'intervento di Delcy Rodríguez a dare la dimensione universale della battaglia che si sta svolgendo in Venezuela. Con voce ferma, ma con gli occhi pieni di dolore, ha elevato un omaggio vibrante alla Palestina. Ricordando il genocidio a Gaza, la presidenta incaricata ha tracciato una linea diretta tra le macerie della terra palestinese e le “sanzioni” criminali contro il Venezuela: è lo stesso imperialismo che calpesta il diritto internazionale, che usa la forza bruta per ignorare la sovranità dei popoli. In quell'aula, la causa palestinese e quella venezuelana si sono fuse in un unico grido contro l'impunità di Washington.

Delcy ha ricordato di essere diventata avvocata per ottenere giustizia per la morte del padre, Jorge Antonio, morto sotto tortura nelle carceri della “democrazia camuffata” della IV Repubblica. Un'eredità che, orgogliosamente, ogni anno celebra insieme al fratello, Jorge Rodriguez, oggi presidente del Parlamento, e che indica la continuità di ideali del socialismo del XXI Secolo con quello del Novecento, il secolo delle rivoluzioni.

L'annuncio della trasformazione dell'Elicoide, da centro di detenzione a polo di irradiazione culturale, ha chiuso il cerchio di una giornata storica. Mentre Rubio minaccia, e il suo modello capitalista in crisi strutturale che non ha più nulla da offrire cerca di divorare le risorse del paese, Caracas resiste e risponde con i libri, la musica, l'elaborazione collettiva della ferita sociale, e con la clemenza verso chi è stato usato come carne da cannone dall'ultradestra. È la vittoria della vita sulla necropolitica imperiale.

Data articolo: Sat, 31 Jan 2026 16:00:00 GMT
MondiSud
Il copione venezuelano applicato a Cuba: guerra economica, mediatica e minaccia militare


di Fabrizio Verde

Un freddo vento di guerra, carico di minacce e retorica d'assedio, spira di nuovo da Washington in direzione de L’Avana. L'ultima mossa è un ordine esecutivo che non cerca più nemmeno sofisticati pretesti legali: il presidente degli Stati Uniti, invocando un'emergenza nazionale fittizia e chiaramente pretestuosa, ha deciso di imporre dazi a qualsiasi paese provi a inviare petrolio a Cuba. Per L'Avana, non è solo un inasprimento del blocco economico imposto da sei decenni. È la proclamazione di una nuova, pericolosa fase: un assedio totale e deliberato finalizzato a paralizzare ogni funzione vitale della nazione, dalla luce nelle case alle ambulanze negli ospedali, dai trattori nei campi agli autobus per i lavoratori. Una politica che il governo cubano non esita a definire "criminale", concepita per affamare non solo le industrie ma la speranza stessa di un popolo che ha l’unica colpa di aver scelto un percorso di sviluppo indipendente e sovrano.

A lanciare l'allarme più forte e articolato è stato il Presidente Miguel Díaz-Canel, parlando ai quadri del Partito Comunista a L'Avana. Il suo non è stato solo un discorso di condanna, ma un'analisi lucida e preoccupata di una strategia imperiale che ha smesso di nascondere i suoi obiettivi finali. Díaz-Canel ha tracciato un filo rosso che collega l'aggressione militare al Venezuela del 3 gennaio scorso - con il suo tragico tributo di 32 combattenti cubani caduti impegnati nella difesa di Maduro - alla morsa che oggi si stringe attorno all'isola. Quell'evento, ha spiegato, è stato il banco di prova di una dottrina aggiornata della "pace attraverso la forza", un copione che ora viene riscritto per Cuba.

Il copione, secondo la lettura cubana, si sviluppa su tre livelli paralleli e sinergici. Il primo è la guerra economica totale, simboleggiata dal taglio del flusso vitale del carburante. Il secondo, apertamente sbandierato da alcuni settori dell'amministrazione USA, è la minaccia militare diretta, espressa in dichiarazioni che parlano di "entrare e distruggere il luogo". Il terzo, più subdolo e pervasivo, è la guerra non convenzionale: una battaglia ideologica per strappare un popolo alle sue radici culturali e rivoluzionarie, combattuta nel grande palcoscenico dei media globali e dei social network, dove si "assassina la reputazione" di leader e Stati prima di passarli alle armi vere. Venezuela docet.

È in questo contesto che Díaz-Canel ha denunciato con forza la volontà “annessionista”, il riemergere euforico di quei settori che, soprattutto nella diaspora, vedono in un intervento statunitense la soluzione magica ai problemi dell'isola. A costoro il Presidente ha rivolto una domanda bruciante: "Quando capiranno tutte le falsità degli argomenti di Trump, che dice di interessarsi al benessere del popolo cubano?". La risposta, implicita, è che l'impero non è interessato al benessere, ma all'esempio. Temono ciò che Cuba, libera dal blocco, potrebbe dimostrare al mondo: che un altro modello sociale, fondato sulla giustizia e la solidarietà, è possibile.

Di fronte a questa sfida esistenziale, la risposta cubana si articola su un duplice binario, apparentemente contraddittorio ma profondamente coerente con la sua storia. Da un lato, la fermezza incrollabile e la preparazione alla difesa. "Mai la resa sarà un'opzione", ha tuonato Díaz-Canel, evocando lo spirito dei caduti in Venezuela e promettendo che qualsiasi aggressione militare troverebbe una resistenza valorosa e determinata. La nazione è in stato di allerta, consapevole che la posta in gioco è la sovranità stessa.

Dall'altro lato, persiste e si rafforza l'offerta di un dialogo civile. Cuba riafferma la sua storica disponibilità a sedersi a un tavolo con gli Stati Uniti, ma lo fa ponendo condizioni chiare e non negoziabili: parità sovrana, mutuo rispetto, non ingerenza e assoluto rispetto del diritto internazionale. È la posizione di un paese che si considera di pace, che non rappresenta una minaccia per la sicurezza di Washington, e che ricorda come il vero pericolo per la stabilità regionale provenga proprio dalla politica di forza e dall'unilateralismo dell'amministrazione statunitense.

Infine, c'è la risposta quotidiana, fatta di lavoro e resistenza. La seduta straordinaria del Comitato provinciale del partito a L'Avana, ultimo di una serie di incontri in tutto il paese, ha approvato centinaia di impegni per il 2026. Si parla di incrementare la produzione alimentare, di potenziare le esportazioni, di migliorare i trasporti e i servizi medici, di avanzare nella trasformazione digitale. È la prova che, mentre denuncia l'aggressione dalla tribuna dell'ONU e mobilita la solidarietà internazionale, Cuba non si limita ad attendere. Sta cercando, superando ostacolo dopo ostacolo, di costruire la propria prosperità. La sfida è titanica: sviluppare un'economia moderna sotto un assedio progettato per impedirglielo. Ma il messaggio è chiaro. Di fronte alla scelta tra il dominio straniero e la difesa della patria, Cuba ha già fatto la sua scelta. E non intende tornare indietro. La parola d’ordine è sempre la stessa: “Patria o muerte”.

 

Data articolo: Sat, 31 Jan 2026 15:33:00 GMT
OP-ED
Giovanni Rezza - Risposta alla lettera aperta del Dr. Mariani


di Giovanni Rezza

Ringrazio il Dr. Alessandro Mariani per l’interesse mostrato nei confronti della mia intervista con Luca Busca. Devo però premettere che le analisi socio-politiche relative all’uso di misure sanitarie come modello di controllo sociale mi lasciano perplesso. In particolare, non mi convince la ricostruzione degli interventi effettuati nel corso della pandemia per come viene riportata nella lettera a me indirizzata. Naturalmente, poiché l’Italia è stata colpita per prima in Occidente, si sono evidenziate delle falle nel sistema che hanno minato la capacità di risposta. E’ pur vero, però, che analoghe difficoltà si sono poi manifestate anche in altri grandi paesi europei, mostrando una limitata preparazione nell’affrontare eventi pandemici. Per questo non mi sentirei di contrapporre un approccio ritenuto “virtuoso”, in altre parole la prevenzione, alla preparazione (“preparedness”). Non rientrando molte delle osservazioni nella mia sfera di competenze, mi limiterò, però, a puntualizzare alcune imprecisioni o criticità che, comunque, non inficiano il senso delle riflessioni del Dr. Mariani.

Anch’io, come Mariani, non sono rimasto entusiasta di “Spillover”, il citatissimo libro di David Quammen. Di fatto, a differenza di quanto ritenuto da molti, non si tratta di un lavoro unico nel suo genere, e certamente non si può attribuire a Quammen il dono della preveggenza. Il suo libro non fa altro che riprendere un tema “caro” a chi si occupa di epidemie, ovvero la potenzialità pandemica di molti virus che circolano nel mondo animale e che, prima o poi, potranno fare il cosiddetto “spillover” (il salto di specie). Essendo l’autore australiano, ci racconta une serie di interessanti storie relative al virus Hendra, un parente stretto del più noto virus Nipah (e non di Ebola). Nulla di nuovo sotto il sole, quindi, almeno per chi si occupa di minacce infettive emergenti. 

Non conosco invece il meno osannato “Tempetes microbienne”, ma suppongo affronti la problematica da un punto di vista socio-politico. L’ipotesi che il controllo sanitario sia un esercizio finalizzato a sperimentare nuove forme di controllo è certamente interessante, ma difficilmente condivisibile da parte di un epidemiologo (per quanto ritenga eccessive alcune misure prese durante il triennio pandemico, non saprei se giudicarle “strumentali”). Ho letto invece il libro di Richard Preston, “The Cobra event”, e non mi è dispiaciuto, anche se credo sia datato, essendo stato scritto, come il Dr. Mariani stesso giustamente ricorda, in anni in cui si erano succeduti alcuni episodi di bioterrorismo.

Risponde a verità il fatto che l’Italia, circa dieci anni fa, si sia fatta capofila delle politiche vaccinali. Ciò può esser letto, secondo le proprie convinzioni, in positivo o in negativo. Nel 2017, a seguito di un’ondata epidemica di morbillo, l’obbligo vaccinale fu esteso da quattro a dieci vaccini, rafforzando le penalità per coloro che rinunciavano a vaccinare i propri figli. Seguì a ruota la Francia, che ne rese obbligatori addirittura undici. Naturalmente, si può essere favorevoli o meno agli obblighi vaccinali, che rappresentano comunque una decisione politica (chi scrive ritiene gli obblighi un estremo rimedio la cui adozione può essere giustificata solo nei casi in cui le coperture vaccinali sono talmente basse da costituire una situazione di rischio a livello comunitario). Deve essere altresì chiaro che anche gli obblighi devono prevedere deroghe, mentre la sospensione dell’obbligo richiede invece la capacità di monitorare l’andamento delle coperture in tempi utili. Di nuovo, ritengo che la complessità del contesto in cui vengono prese delle decisioni che condizionano la vita o quantomeno la sensibilità dei cittadini dovrebbero tendere a tener basso, e non ad esasperare, la conflittualità sociale.

Infine, il documento SIAARTI, che prevedeva una forma di triage, di fatto non è stato mai ufficializzato e va comunque letto in chiave pragmatica. Altri paesi, soprattutto nordeuropei, adottano simili strategie, avendo meno cura di tutelare la vita umana, a prescindere dall’età e dalla speranza di vita. 

Perciò, caro Dr. Mariani, pur non sottovalutando le capacità manipolatorie dei vari “poteri” (e soprattutto quelli non “costituzionali”, quali l’informazione e la finanza), da uomo di scienza non sono portato a credere che tutto abbia una spiegazione “politica” o un secondo fine. Discuterne apertamente e senza pregiudizi può comunque essere utile. 

 

Data articolo: Sat, 31 Jan 2026 14:47:00 GMT
IN PRIMO PIANO
«Difficile fidarsi». Le furfantesche sparate ukro-tiranniche del Corriere della Sera

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

Sfogliando per “dovere di servizio” le pagine di quel fogliaccio bellicista che è il Corriere della Sera, si deve dare atto, a uno dei suoi principali editorialisti, il signor Goffredo Buccini, di una discreta costanza che, se da un lato pare insita nell'indole personale dello stesso, dall'altro è naturale attributo trivial-razzista del giornale di via Solferino. Dunque, il 30 gennaio, il signor Buccini offre ai lettori un editoriale in cui, a proposito delle trattative russo-americano-ucraine a Abu Dhabi, assicura che sia senz'altro «difficile fidarsi». Fidarsi di cosa? Di chi? Domanda che alla redazione milanese appare retorica, nel momento stesso in cui si scrive che al trilaterale negli Emirati arabi partecipano anche rappresentanti russi: dunque, per ciò stesso: «difficile fidarsi». E ohibò, agli angelici nazigolpisti ucraini – quelli che nel primo giorno dei colloqui della scorsa settimana, il 23 gennaio, avevano bombardato un'autoambulanza russa uccidendo l'intera equipe sanitaria a bordo: cinque persone – a Abu Dhabi viene chiesto «un atto di fede straordinario», scrive il signor Buccini. Come mai? Ma è evidente: in parallelo ai colloqui sarebbe in corso «una contestuale strategia terrorista russa». E per la miseria: attaccare infrastrutture è senz'altro “terrorismo”; mica come affidare alle generose mani di dio cinque medici e infermieri che se ne vanno in giro, pensate un po', su un veicolo coi contrassegni della Croce rossa. Non c'è davvero da fidarsi!

Dunque, si diceva di una certa costanza nelle vedute del signor Buccini: ancora lui, qualche mese fa, assicurava che la pace in Ucraina non è che un'illusione, per la semplice ragione che il «leader russo non ha mai pensato di mettere fine al conflitto» e che quanto visto lo scorso 16 maggio a Istanbul, con le delegazioni russa e ucraina sedute allo stesso tavolo di trattative, non erano in realtà che «inutili negoziati», che mostravano «l’autentico spirito della delegazione russa». Cosa volete, i russi sono fatti così; è un assioma delle più accreditate teorie socio-antropomorfe dei media di regime, quello secondo cui là, oltre il corso della Berezinà, gli esseri si distinguano per un funesto cinismo asiatico, fatto di sotterfugi, inganni e pericolosa dissimulazione.

Al contrario, vedete, gli innocenti e angelici nazigolpisti devono sottostare a «condizioni capestro» insite nello «scambio, che sarebbe imposto dagli americani a Zelensky tra cessione di territori e garanzie di sicurezza». Un cappio stretto al collo dei virtuosi nazi-affaristi di Kiev, da una presunta collusione tra la controparte russa e quella che dovrebbe fungere da arbitro nella contesa, la delegazione USA, che invece il signor Buccini, nell'acutezza dell'analisi, assicura essere «mediatori» solo di nome, avendo essi le mani in pasta con quello che viene definito «il plenipotenziario d’affari russo Kirill Dmitriev». Qui, di sfuggita, ricordiamo solo che nell'attuale fase delle trattative, la delegazione russa è guidata dall'ammiraglio Igor Kostjukov, dato che sul terreno ci sono, principalmente e concretamente, proprio le questioni della guerra e della pace, prima ancora di quelle dei futuri rapporti, anche d'affari, russo-americani e della destinazione della ventilata Zona franca in Donbass.

Cos'altro attendersi, d'altra parte, da un bellimbusto che, evidentemente in deficienza di nozioni storico-politiche, ripropone la trita romanza di un originario piano USA in 28 punti che «pareva scritto direttamente dal tiranno di Mosca e mal tradotto in inglese » e per questo «poi in parte abortito». Il signor Buccini dovrebbe forse attenersi un po' di più a una qualunque enciclopedia storica, prima di attribuire a casaccio titoli di carattere storico-politico che, mentre maltrattano la più elementare analisi di classe sull'esercizio del potere, manifestano solo l'arrogante superficialità di chi vi ricorre.

Ma, cosa volete, si sta parlando della peggior feccia bellicista e razzista della stampa italica e di un suo editorialista!

E comunque, parlando ancora delle costanti giornalistiche del signor Buccini, ancora una volta egli si sente in dovere di ricorrere alla “storica” americano-polacca Anne Applebaum (i lettori si ricordano senz'altro di lei e delle sue perle “storiche” sul “Golodomor” ucraino, per cui è stata ricompensata dai nazigolpisti di Kiev): tanto per intendersi: quella che nell'estate scorsa, su La Stampa, parlava di una «una rete transnazionale», una cordata guidata da «Russia, Cina, Iran, Venezuela, Corea del Nord, Bielorussia e altri», che «rifiutano la democrazia» e che ora, a proposito delle delegazioni impegnate a Abu Dhabi, parla di «un conflitto d’interessi su larga scala senza precedenti nella politica estera americana». Ecco. Non c'è da fidarsi. E neanche «la storia induce a fidarsi», assicura il signor Buccini: «l’origine dei guai ucraini è l’accordo di Budapest del 1994 nel quale Kiev rinunciava all’arsenale nucleare ereditato dall’URSS, conferendolo a Mosca in cambio di garanzie sulla propria sovranità e integrità territoriale firmate da Stati Uniti, Regno Unito e Federazione Russa. Vent’anni dopo, Putin ha fatto strame di quell’intesa, impadronendosi della Crimea senza che nessuno in Occidente si interponesse seriamente». Il memorandum di Budapest, citato a destra e a manca dai nazisti di Kiev e dai loro estimatori della carta stampata, ha perso ogni concreto valore nel momento in cui, sotto la spinta e in base ai piani occidentali, in Ucraina si è proceduto al colpo di stato tfascista del febbraio 2014, che ha determinato un cambio di regime e un attacco terroristico al Donbass ribellatosi al golpe. Questo, tanto per elementare conoscenza, anche del signor Buccini, il quale, ancora una volta in barba a ogni seria analisi storica e di classe, distribuisce titoli di «dittatore» ai barbari venuti dall'oriente: in ogni caso, fa molto “trend” tra la melma maleodorante delle redazioni italiche. Luoghi in cui si dà sempre per certo che, se le dichiarazioni sono di una parte, vanno senz'altro smentite, mentre se a giurare sulla bibbia sono i sacrosanti chierichetti della junta di Kiev, le asserzioni vanno in ogni caso assunte come vangelo.

E anche sulla questione del territorio e su un presunto scambio con le garanzie di sicurezza offerte a Kiev, ricordiamo che anche da parte americana, l'analista Jennifer Kavanagh osserva come la formula del “territorio in cambio di sicurezza”, citata anche dal Corriere come ventilata dal Financial Times, difficilmente possa funzionare, dato che non è questo il punto decisivo per la Russia. La questione del territorio, dice Kavanagh, non fa che da overture alle richieste che sono di principio e fondamentali per Moskva nei confronti dell'Ucraina e del suo futuro status di paese non allineato, fuori dalla NATO, con dimensioni ridotte delle forze armate.

Questo, tanto più che le richieste ucraine sulle garanzie di sicurezza non sono altro che una vecchia canzone di Kiev, dice Evghenij Umerenkov su Komsomol'skaja Pravda. La posizione di Kiev rimane immutata: nemmeno un centimetro di territorio verrà ceduto ai russi! Anche se gli americani stanno insinuando qualcosa del tipo: prima cedere territorio, poi garanzie di sicurezza, il nazigolpista-capo Zelenskij esige garanzie ora e immediatamente. Così, quella delle garanzie rappresenta un'altra nota tattica ucraina con Zelenskij che continua a ripetere che la questione è stata risolta nello spirito dell'articolo 5 della NATO, con gli europei che schiereranno il loro contingente in Ucraina e gli americani forniranno loro il supporto necessario.

Tutto questo parlare di un contingente europeo da schierare in Ucraina, ironizza Umerenkov, ricorda i fumatori sotto un cartello "Vietato fumare!": Washington e l'Europa sanno bene che questo è del tutto inaccettabile per Mosca. Sia Vladimir Putin che Serghej Lavrov hanno ripetutamente dichiarato che qualsiasi contingente di paesi NATO diventerà un obiettivo legittimo per le forze russe. In generale, secondo il Wall Street Journal, sono sul campo tre ipotetici scenari su come potrebbero svilupparsi quest'anno gli eventi in Ucraina: il più probabile è il proseguimento delle ostilità nel contesto dei negoziati in corso; il secondo è che le forze ucraine si esauriranno e Kiev sarà costretta a fare concessioni. Sono due scenari cui, di fatto, si sta già ora assistendo.

Il terzo scenario, il più allettante per Kiev e l'Europa, è che la Russia si "stanchi" e l'Occidente la esaurisca con ulteriori  sanzioni. Ma per Zelenskij, scrive Komsomol'skaja Pravda, questa fantasia è chiaramente intesa a enfatizzare il realismo delle prime due opzioni. Uno Zelenskij che, ha detto Sergej Lavrov, con le sue stesse dichiarazioni sta completamente screditando la posizione negoziale dell'Ucraina: la questione della sicurezza tocca direttamente «l'essenza stessa del regime; tocca direttamente le dichiarazioni assolutamente inaccettabili e disgustose di Zelenskij, che esorta a uccidere 50.000 russi».

Intervistato da media turchi, Lavrov ha ricordato che le due majdan (2005 e 2014) testimoniano di come l'Ucraina sia stata usata dall'Occidente come mezzo per destabilizzare la Russia. L'Ucraina è una pedina, uno strumento usato dall'Occidente per radicarsi ai confini della Russia, creando «minacce dirette alla nostra sicurezza. Sappiamo che questo lavoro è stato svolto subito dopo l'indipendenza dell'Ucraina. La stavano preparando per l'adesione alla NATO, sebbene tutti sappiano che l'indipendenza dell'Ucraina è stata riconosciuta principalmente sulla base di una politica di non allineamento con i blocchi militari e di neutralità». Inteso, signor Buccini? Siamo di fronte, ha detto ancora Lavrov, a «una battaglia pianificata in anticipo, finanziata anche dagli americani. Non si tratta di incidenti o conflitti tra due paesi vicini: è un progetto geopolitico».

Per di più, l'andamento del conflitto ucraino dimostra che l'Occidente si è, di fatto, nuovamente unito sotto la bandiera nazista contro la Russia. E il regime di Zelenskij è, «per molti versi, una ripetizione della storia. Ma non come una farsa! Sono morte troppe persone perché possa essere una farsa, sacrificate da Zelenskij e dai suoi protettori occidentali». Quello di Kiev è un regime che ha adottato leggi naziste, glorificando Bandera, Šukhevic e altri collaborazionisti; quel regime riflette, ha detto Lavrov, le vere «intenzioni dell'Occidente, che significano una cosa sola: che l'Occidente è pronto a ricorrere di nuovo a quei metodi nazisti e misantropici. Seminando odio contro tutto ciò che è russo. Pertanto, la risposta, ovviamente, è globale».

E dunque, sì, come scrive il signor Buccini, «difficile fidarsi»: la questione è stabilire di chi davvero sia «difficile fidarsi».


FONTI:

https://www.kp.ru/daily/27755/5203047/?utm_source=Sendsay&utm_medium=email&utm_campaign=suhov_29.01.2026_19_51_31

https://politnavigator.news/lavrov-o-zelenskom-neadekvatnyjj-chelovek-ehto-ochevidno-vsem.html

https://politnavigator.news/lavrov-konflikt-ne-s-ukrainojj-ehta-bitva-s-amerikancami-gotovilas-zaranee.html

https://politnavigator.news/marionetochnaya-ukraina-ehto-ne-fars-slishkom-mnogo-pogibshikh-lavrov.html

 

Data articolo: Sat, 31 Jan 2026 13:00:00 GMT