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News antidiplomatico

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IN PRIMO PIANO
Trump minaccia Delcy Rodriguez: "Pagherà un prezzo molto alto"

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha lanciato una minaccia diretta alla presidente incaricata del Venezuela, Delcy Rodríguez, ammonendola che potrebbe pagare "un prezzo molto alto" se non allineerà la sua politica alle esigenze di Washington. Lo riporta The Atlantic, citando una dichiarazione in cui Trump avverte che se Rodríguez "non fa la cosa giusta, pagherà un prezzo molto alto, probabilmente più alto di Maduro". Il riferimento è al presidente venezuelano, rapito sabato scorso durante un'assalto militare statunitense che ha preso di mira Caracas. Il presidente USA ha inoltre chiarito di non tollerare quello che ha descritto come "un rifiuto sfidante" di Rodríguez all'intervento armato di Washington.

Interrogato sul perché un "cambio di regime in Venezuela sarebbe diverso da sforzi simili a cui si era opposto in passato, come in Iraq", Trump ha respinto ogni analogia, suggerendo di rivolgere la domanda all'ex presidente George W. Bush. "Io non ho invaso l'Iraq. Quella è stata una cosa di Bush. Dovreste chiederlo a lui, perché non avremmo mai dovuto intervenire in Iraq. Quello ha innescato il disastro in Medio Oriente", ha replicato l'attuale inquilino della Casa Bianca.

Nel frattempo, a seguito dei massicci attacchi aerei statunitensi e del rapimento di Maduro, Delcy Rodríguez ha ribadito in un messaggio alla nazione che Nicolás Maduro rimane il presidente legittimo del paese. "Esigiamo la liberazione immediata del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie, Cilia Flores; unico presidente del Venezuela. [...] C'è un solo presidente nel paese, che si chiama Nicolás Maduro Moros", ha ribadito con forza. Nel pomeriggio di sabato, l'alta funzionaria ha annunciato il decreto di emergenza, attivando la risposta nazionale a quello che ha denunciato come il "rapimento illegale e illegittimo" del presidente e della first lady.

Il Tribunale Supremo di Giustizia del Venezuela ha nel frattempo ordinato che la vicepresidente assuma la presidenza in qualità di incaricata mentre il presidente legittimo, Nicolás Maduro, è detenuto dagli Stati Uniti. Rodríguez diventerebbe così la prima donna nella storia del paese sudamericano a capo dello Stato.

Da parte sua, Trump ha manifestato che Washington dirigerà la politica in Venezuela fino a quando la Casa Bianca non riterrà possibile "una transizione sicura". "Non possiamo rischiare che qualcun altro prenda il controllo del Venezuela", ha dichiarato, menzionando la vicepresidente venezuelana. "Hanno una vicepresidente che è stata nominata da Maduro e, in questo momento, lei è la vicepresidente. E suppongo sia la presidente. Ha prestato giuramento come presidente poco fa. Ha avuto una lunga conversazione con [il segretario di Stato] Marco [Rubio] e ha detto: 'Faremo ciò di cui avete bisogno'. Credo sia stata piuttosto cortese, ma, in realtà, non ha scelta", ha affermato Trump.

Rodríguez, dal canto suo, ha condannato l'operazione militare degli Stati Uniti, definendola una "aggressione sotto falsi pretesti" per rovesciare il governo venezuelano e appropriarsi delle sue risorse minerarie. "E quello che questo paese ha ben chiaro è che non saremo mai più schiavi, è che non saremo mai più una colonia", ha dichiarato.

Nel corso della giornata, il segretario di Stato USA, Marco Rubio, ha sostenuto che Washington è disposta a lavorare con le attuali autorità del Venezuela se prenderanno le "decisioni corrette". Tuttavia, ha avvertito che "se non prenderanno le decisioni corrette, gli Stati Uniti manterranno molteplici leve di influenza per garantire la protezione dei nostri interessi, e questo include l'embargo petrolifero in vigore, tra le altre cose".

Data articolo: Sun, 04 Jan 2026 22:13:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Venezuela. Immense manifestazioni popolari a sostegno di Maduro (IMMAGINI TOTALMENTE CENSURATE DAI MEDIA ITALIANI)



Si aspettavano i media italiani megafono dell'imperialismo statunitense che dopo il sequestro del legittimo presidente in Venezuela da parte dei gangster di Washington scoppiassero manifestazioni di solidarietà per il "cambio di regime"? Ancora una volta le menzogne che hanno diffuso da anni si sono sciolte per l'ennesima volta perché ad occupare le strade del Venezuela in queste ore sono i cittadini che denunciano l'aggressione criminale degli Stati Uniti e chiedono l'immediato rilascio del proprio presidente legittimo.

Sin da sabato, vaste fasce della popolazione venezuelana sono in stato di mobilitazione in strade e piazze di diverse città del paese per denunciare le azioni criminali degli Stati Uniti della notte del 3 gennaio ed esigere la liberazione immediata del presidente costituzionale Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores.


 

Le concentrazioni, che proseguono ininterrotte, esprimono il netto rifiuto popolare all’aggressione diretta contro la sovranità nazionale e all’attacco all’ordine democratico bolivariano.

 
 
 
 
 
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Vedete queste immagini su qualche media italiano? 


Non potendole pubblicare questi video senza poi spiegare di aver mentito da anni ai propri lettori a Repubblica, Corriere e simili non resta che la solita tecnica dell'autocensura. E quindi spetta a voi aggirare i muri di gomma della stampa italiana e diffondere il più possibile queste immagini. 

Data articolo: Sun, 04 Jan 2026 19:55:00 GMT
L'Intervista
Il muro del Venezuela: dove si ferma l’avanzata del fascismo globale”. Intervista a Carlos Luis Rivero

La seguente intervista a Carlos Luis Rivero, storico quadro della sinistra rivoluzionaria venezuelana, è stata realizzata prima degli eventi del 3 di gennaio, data in cui gli Stati Uniti d'America hanno portato a termine un assalto militare contro il Venezuela e il successivo rapimento illegale del Presidente costituzionale Nicolás Maduro. Questa conversazione, quindi, cattura l'analisi e la prospettiva strategica di un protagonista della lotta bolivariana in un momento di massima tensione e assedio, ma prima dell'aperta aggressione che ha segnato una drammatica escalation nella guerra ibrida contro il paese sudamericano. Le sue parole risuonano oggi come una lucida previsione della battaglia globale in corso e un potente appello alla solidarietà internazionale dei popoli.

 

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di Geraldina Colotti


Carlos Luis Rivero è un quadro storico della sinistra rivoluzionaria venezuelana la cui traiettoria sintetizza le tappe della lotta popolare nel paese. Ha iniziato la militanza durante l'adolescenza come dirigente studentesco della scuola secondaria e, successivamente, presso l'Università Centrale del Venezuela. Davanti alla chiusura delle vie democratiche durante la quarta repubblica, ha scelto la strada della lotta armata, militando per ventitré anni nell'organizzazione Bandera Roja, dove ha raggiunto le massime responsabilità come membro della direzione nazionale.

Dalle fila del movimento popolare e rivoluzionario, ha partecipato attivamente ai processi insurrezionali che hanno scosso il paese dopo il Caracazo del 1989, legandosi alla strategia che infine è confluita nella direzione di Hugo Chavez. Dopo l'avvento della Rivoluzione Bolivariana, ha ricoperto ruoli chiave nell'architettura giuridica del nuovo Stato, coordinando le riforme delle leggi del potere popolare: la legge dei consigli comunali e delle comuni. Attualmente è il direttore esecutivo dell'Istituto Simon Bolivar per la Pace e la Solidarietà, ente del ministero degli esteri venezuelano presieduto dalla deputata Blanca Eekhout, incaricato della diplomazia dei popoli e dell'analisi strategica internazionale.

In qualità di direttore esecutivo dell'Istituto Simon Bolivar, come articola l'appello ai popoli del mondo in questo momento di assedio al Venezuela?

I popoli del mondo hanno un nemico comune che è l'imperialismo. Noi che lottiamo per l'autodeterminazione, per la patria e per il socialismo, dobbiamo articolarci non solo in solidarietà con il Venezuela, ma comprendendo che oggi il nostro paese è uno scenario di battaglia globale. Il Venezuela è stato il principale ostacolo per l'avanzata delle correnti fasciste nel mondo. Andando indietro nella storia, ciò che accade oggi nel 2025 somiglia a ciò che accadde nel secolo scorso con la guerra civile spagnola. A quel tempo, brigatisti di ogni parte andarono in Spagna a combattere, pur sapendo che potevano perdere, perché era necessario unire le forze per impedire l'avanzata del fascismo. Oggi in Venezuela dobbiamo fare lo stesso: unificare tutte le forze del mondo. Convertire il Venezuela nel grande muro contro l'avanzata fascista. Il presidente Trump ci vede come se fossimo una colonia o una proprietà privata, dimenticando che nel diciannovesimo secolo perdemmo la metà della nostra popolazione combattendo per renderci indipendenti. Quella sovranità non è negoziabile. Il Venezuela non si è caratterizzato per aver colonizzato qualcuno, né per essersi impossessato di alcun territorio; siamo andati a combattere per liberare i popoli.

Lei menziona la proposta delle brigate internazionali. Come vede questa iniziativa nel contesto della solidarietà militante e della lotta contro l'aggressione imperialista?

È un compito improrogabile. La liberazione nazionale di un paese richiede una visione internazionalista attiva. È necessario che nei vari paesi si organizzino brigate di solidarietà che possano trasferirsi nei luoghi dove si combattono le battaglie più dure e, dopo la vittoria, vi restino in modo permanente. José Martí, e così il Che, dicevano che la solidarietà è la tenerezza dei popoli. Dopo il genocidio in Palestina, l'imperialismo ha dinamitato il rapporto tra legalità e legittimità. Hanno gettato la maschera e ormai non gli importa più l'apparenza della democrazia borghese. Per questo abbiamo bisogno di una trasformazione profonda della multilateralità, che non dipenda solo dai governi, ma dalla combattività dei loro popoli.

La sua traiettoria politica è estesa. Lei ha militato ventitré anni in Bandera Roja e ha conosciuto da vicino la guerriglia. Come analizza il passaggio verso il chavismo e il ruolo delle antiche organizzazioni armate?

Non è stato facile passare dall'essere militante di un'organizzazione rivoluzionaria all'appoggiare una ribellione militare o civico-militare; i militari erano i nostri nemici sul campo di battaglia. Tuttavia, il Venezuela ha una storia particolare riguardo alla sua forza armata: gli ufficiali provengono dagli strati popolari, sono figli di operai, contadini e, nella storia recente, la prima scuola guerrigliera è stata formata da ufficiali della nostra forza armata, perseguitati dopo le gesta del Carupanazo e del Porteñazo. L'esistenza di comandi progressisti e rivoluzionari nella forza armata era possibile. Per questo si prese la decisione di partecipare alle insurrezioni del 92. Quanto ci abbiamo riflettuto? Quanto ci è costato prendere quella decisione storica per un'organizzazione in armi? Abbiamo trasformato la politica nella vita stessa, nella cosa principale fin dall'adolescenza; non è stata un hobby, né un fuoco di paglia. Abbiamo scelto la strada della lotta armata perché i canali della democrazia liberale non permettevano a noi rivoluzionari di arrivare al potere. L'esperienza del Cile di Allende ci ha insegnato quella lezione. Durante gli anni settanta e ottanta, dopo la sconfitta militare della guerriglia, solo tre organizzazioni hanno mantenuto le bandiere del socialismo: la OR, il PRV e Bandera Roja. Ognuna aveva strategie diverse. Il PRV ha costruito la via insurrezionale che ha aperto la strada a Chávez. In Bandera Roja, dove militavo io, mantenevamo la strategia della guerra popolare prolungata. Tuttavia, nel 1989, quando scoppiò il Caracazo, riuscimmo a fare un'analisi corretta: stavamo vivendo una situazione prerivoluzionaria. La borghesia era entrata in una contraddizione interna e quelle contraddizioni non le permettevano di governare, mentre il popolo non voleva essere governato e uscì massicciamente in strada. Ma mancava il terzo elemento, definito da Lenin, per una situazione rivoluzionaria: mancavano la direzione e la strategia per cambiare rotta. Chávez, nel febbraio del 1992, ha dato al popolo quella prospettiva in appena pochi secondi con il suo “per ora”. Abbiamo capito che quel blindato che ha aperto le porte di Miraflores aveva aperto uno spazio affinché il popolo entrasse nel potere per non uscirne più; quel varco che si è aperto non si è ancora chiuso.

Ha menzionato che Bandera Roja ha finito per tradire il processo. Come si spiega che un'organizzazione con una storia eroica finisca alleata dell'imperialismo?

È stata la conseguenza di un processo di demoralizzazione collettiva e perdita di direzione strategica. Alcuni sostengono che sia stata l'infiltrazione; questo è possibile, il nemico lavora per infiltrare le organizzazioni rivoluzionarie, ma non è stato l'elemento determinante. L'elemento fondamentale è stato che la direzione ha perso la rotta strategica. Oggi rivendichiamo la storia degli eroi e delle eroine di Bandera Roja, ma rifiutiamo la cupola che ha tradito gli ideali rivoluzionari. Sfortunatamente esiste un dogmatismo che finisce per coincidere con l'estrema destra, come abbiamo visto anche in segmenti del partito comunista. Non capiscono che i processi reali sono alluvionali e si radicalizzano nel cammino, quando i rapporti di forza ci favoriscono; come quando Chávez si dichiarò socialista, nel 2005.

C'è chi sostiene che il ritorno di Chávez nel 2002 fosse l'occasione per una svolta più radicale, che però non avvenne. Mancò la forza necessaria o prevalse la prudenza strategica?

Nella politica non basta avere ragione; bisogna avere la forza. Quando Chávez tornò con la croce in una mano e la costituzione nell'altra, quel 13 aprile, avevamo tutto l'alto comando militare contro e tradimenti civili interni. Non era il momento della radicalizzazione estrema. La radicalizzazione si fa quando si ha la forza per avanzare. Abbiamo preso il governo, ma il potere è un processo che si costruisce nella coscienza della gente. Oggi abbiamo molto più potere che nel 2002, perché abbiamo un popolo più coeso e consapevole rispetto a quell'epoca. Per questo parliamo di potere, di potere popolare.

In questo processo di costruzione di potere, lei suole citare l'importanza dell'egemonia gramsciana. Come si applica questa teoria quando l'avanguardia deve mobilitare le grandi masse in momenti di crisi estrema?

L'egemonia non è solo vincere le elezioni, è riuscire a far sì che la nostra visione del mondo sia condivisa dalla maggioranza. Gramsci ci ha insegnato che, in certi momenti storici, l'avanguardia deve avere la lucidità di leggere il sentimento delle masse per convertirlo in azione politica. Un esempio chiaro è stato l'anno 2017, durante le violenze squadriste dell'opposizione, le guarimbas. La destra ha cercato di portarci a una guerra civile fratricida. In quel momento di massima violenza, il presidente Nicolás Maduro ha avuto la genialità di convocare l'Assemblea Nazionale Costituente (ANC). Non è stato un appello solo per la militanza d'avanguardia, è stato un appello a tutta la massa, a tutto il popolo, per risolvere le divergenze attraverso il dialogo originario e non con i proiettili. Quella decisione ha permesso di riprendere l'egemonia della pace. Ha dimostrato che l'avanguardia politica sapeva che il desiderio più profondo della massa era la stabilità. L'ANC ha disattivato la violenza e ha riaffermato che la sovranità risiede nel popolo, ottenendo una vittoria politica che ha spiazzato completamente il fascismo.

Attualmente vediamo una forte retorica sull'autoimprenditorialità che sembra influenzare le relazioni sociali. Non esiste il rischio che questo modello capitalista finisca per colonizzare la mente dei giovani e indebolire la costruzione collettiva?

Il rischio è reale perché il capitalismo non attacca solo l'economia, attacca la soggettività. L'imprenditorialità, quando viene venduta come il successo individuale del più capace, è la vecchia ricetta liberale travestita di modernità. Cerca di atomizzare il lavoratore, trasformandolo in qualcuno che pensa solo al proprio benessere personale e compete con il vicino. Di fronte a questa logica che cerca di imporsi anche sotto l'assedio, noi proponiamo la Comune. L'imprenditorialità è stata una tattica di sopravvivenza popolare per far fronte alla crisi, ma se non viene politicizzata, riproduce lo sfruttamento. Per questo, attraverso la riforma della legge del sistema economico comunale, stiamo dando impulso a un modello dove i mezzi di produzione siano di proprietà sociale, rompendo questa catena di individualismo.

Rispetto alla situazione economica e all'inflazione, c'è una critica ricorrente sui bassi salari. Come gestisce il governo questa contraddizione?

L'imperialismo ha attaccato dapprima la nostra moneta. Se il governo non ha dollari a causa del blocco, il mercato privato impone il prezzo che vuole. Per un occhio esterno o dogmatico, mantenere salari nominali bassi potrebbe sembrare una politica liberale, ma è una condizione imposta dalla guerra. Io stesso ho un salario reale di appena pochi dollari, ma copro le mie necessità perché i servizi sono quasi gratuiti, ricevo il pacco alimentare CLAP ed esistono politiche che sussidiano le necessità vitali. È un salario sociale. Non è l'ideale, ma è ciò che ci ha permesso di resistere senza farci strozzare. Attraverso la riforma della legge del sistema economico comunale, stiamo promuovendo un modello in cui i mezzi di produzione sono di proprietà sociale.

Come si traduce questa proprietà sociale nella pratica quotidiana evitando che sia solo un'etichetta giuridica ma si trasformi in una vera alternativa al capitalismo?

Si traduce in una trasformazione radicale della logica del lavoro. Non è un cambiamento cosmetico; è una reingegneria del modo in cui ci relazioniamo con la produzione. Questa visione non nasce dal nulla, ma dall'osservazione diretta. Recentemente abbiamo realizzato uno studio comparativo in cui abbiamo analizzato il funzionamento delle cooperative tradizionali e di tre imprese di proprietà sociale diretta in settori produttivi chiave. Tutte queste nuove forme non capitaliste corrono il rischio di metabolizzarsi e riconvertirsi in capitaliste; esse tuttavia, finché rimangono forme di esercizio democratico diretto, finché distribuiscono i benefici in base al tempo di lavoro e finché gli eccedenti vengono distribuiti nella comunità, dimostreranno con i fatti, più che con i discorsi, che questa economia è superiore al capitalismo, dove degli eccedenti si appropria il capitalista. Per comprendere questo modello dobbiamo vedere come si sostiene su assi fondamentali che rompono con la vecchia struttura.

Ossia?

In primo luogo, cerchiamo il superamento della proprietà privata. Mentre l'impresa capitalista rafforza il possesso individuale, la comune promuove le imprese di proprietà sociale. In questi casi, l'eccedente non diventa accumulazione personale, ma reinvestimento sociale per la scuola del quartiere, per l'ambulatorio o per il miglioramento dell'habitat. Questo cambia la coscienza del lavoratore, che non vende più la sua forza lavoro a un terzo, ma produce per la sua propria comunità. Un altro asse centrale è dare priorità al valore d'uso rispetto al valore di scambio. Il mercato capitalista ci impone di produrre solo ciò che genera denaro, ma l'economia comunale produce per soddisfare necessità umane reali. Se una comune produce mais o tessuti, la sua priorità non è la speculazione sul mercato esterno, ma garantire l'accesso a quei beni per le famiglie del territorio a un prezzo giusto. È l'economia subordinata alla vita. Infine, puntiamo sull'autogestione contro la burocrazia e il capitale. Davanti al mito che il socialismo sia solo gestione statale, noi proponiamo che l'essenza del potere debba risiedere nel popolo. Il controllo sociale delle risorse è il miglior antidoto contro la corruzione e contro la logica dello sfruttamento. Quando il popolo gestisce la propria economia, si rompe l'alienazione del lavoro. Non siamo dogmatici; sappiamo di convivere con un'economia monetarizzata e sotto assedio. Ma la comune è il laboratorio dove stiamo disapprendendo il capitalismo. La transizione è un processo alluvionale: passiamo dal risolvere l'emergenza con l'iniziativa individuale all'organizzare quella forza in un blocco storico produttivo e collettivo. Non vogliamo che la gente faccia solo soldi, vogliamo che la gente faccia società e costruisca potere popolare.

Per concludere, lei ha menzionato il sacrificio della sua generazione. In che modo eroi come quelli uccisi nel massacro di Cantaura influenzano la sua visione attuale?

Ricordare Cantaura è doloroso ma necessario. Io appartengo a quella generazione, ho militato e ho introdotto alla militanza politica compagni come Mauricio Tejada e Nelson Pacín, entrambi assassinati lì quando avevamo appena ventitré anni. Il nostro comandante, che chiamavamo il vecchio perché ci sembrava un veterano, aveva solo trentadue anni quando cadde. Quella era la gioventù che la quarta repubblica massacrava. Oggi, noi lottiamo affinché quella storia non si ripeta.

Data articolo: Sun, 04 Jan 2026 18:58:00 GMT
IN PRIMO PIANO
La macchina delle menzogne sulla Palestina

 


di Federico Giusti

 

Il genocidio contro Gaza? Non è mai esistito, si tratta di una macchinazione orchestrata dagli antisemiti con i soldi delle petromonarchie. Le università e le scuole in rivolta contro il genocidio? Sono i frutti avvelenati dell’opera di penetrazione dei Fratelli Musulmani negli atenei Usa. Chi protesta poi? Sono figli della ricca borghesia araba che paga migliaia di dollari come rette mensili per far studiare i loro figli.

Sono solo alcune delle motivazioni addotte per smontare la mobilitazione a favore del popolo palestinese, la classica delegittimazione parte dal mancato riconoscimento dei fatti, sminuirli per poi raccontare di macchinazioni ordite da potentati economici e politici che agiscono nell’ombra. E gli attacchi sono rivolti, nel caso degli Usa, agli ambienti progressisti e vicini alle correnti meno moderate dei democratici.

Woke Up: La Cancel Culture è una Forma di Antisemitismo » ISGAP



E suona strano che si rievochino i Fratelli Musulmani che tanti anni fa vennero agitati come spauracchio contro la laicizzazione e il radicalismo politico dei giovani arabi e palestinesi, alla occorrenza, la storia ce lo insegna, i nemici diventano alleati fedeli.
Israele sarebbe quindi vittima di grandi bugie, non è vero che si attaccano civili perché quei civili sono terroristi mascherati da inermi e disarmati palestinesi, se poi parliamo di colonialismo da insediamento come strategia per espellere i palestinesi dalle loro terre scatta la narrazione di inizio Novecento sui poveri sionisti cacciati da tutta Europa e alla ricerca di una terra dove vivere.

L’occupazione?  Non esiste, è una invenzione bella e buona. Si consiglia  la lettura di un sito https://isgap.org/  e delle pubblicazioni contenute a cura del Institute for the Study of Global Antisemitism & Policy (Isgap), sede a New York e con ex generali e assenti del Mossad (stando a quanto scrivono vari giornali) tra i più ascoltati consiglieri
Una sorta di risposta obbligata per i sostenitori di Israele e del sionismo alla campagna del BDS e alle innumerevoli prese di posizioni della società civile contro il genocidio
Da il Fatto Quotidiano del 2 gennaio 2026 apprendiamo che l’Isgap avrebbe condotto un seminario alla Scuola di polizia italiana, la domanda da porci è perché imporre il contenzioso alle scuole quando invece ai futuri tutori dell’ordine si chiede di ascoltare solo una campana che non gode di stima perfino in larghi settori della comunità ebraica.
Perché negare alla fine il genocidio, l’apartheid e la immane carneficina dei palestinesi aiuterà Israele a legittimarsi agli occhi della comunità internazionale? E possiamo pensare che il BDS sia espressione dell’antisemitismo quando al suo interno troviamo ebrei in aperto dissenso con le politiche di Israele?

Da tempo è iniziata una contro iniziativa da parte dei sostenitori di Israele, molte delle notizie diffuse arrivano dagli Usa, da ambienti vicino a Trump e legati a doppio filo con grandi gruppi economici. Abbiamo letto mesi or sono della campagna mediatica del Governo di Israele, ad esempio per smontare l’accusa di avere sottratto generi di prima necessità ai civili palestinesi, negare l’evidenza dei fatti delegittimando le dichiarazioni e prove documentarie degli operatori sanitari internazionali.

Ci chiediamo la ragione per la quale il Governo italiano, stando a quanto scrive Il Fatto, abbia chiamato un istituto notoriamente su posizioni giustificazionisti dell’operato di Israele che considera le violazioni dei diritti umani come mera invenzione propagandistica e antisemita.

Nel frattempo, il nostro Parlamento attende la discussione su proposte di legge per altro contestate da accademici e intellettuali che contestano ogni equiparazione tra antisionismo e antisemitismo e hanno smontato pezzo su pezzo la definizione dell'Ihra sulla quale per altro si basa ogni proposta di legge e azione di chi scambia la difesa di Israele come una sorta di atto dovuto verso la comunità israelitica.

Il variegato mondo dell’istruzione viene da tempo monitorato e attenzionato dagli ambienti sionisti, scorrendo le pubblicazioni del sito sopra menzionato la scuola e gli atenei sono considerati veicoli di propaganda antisemita. 

Negazione del terrorismo nel campus » ISGAP

Le pressioni sono indicibili perfino sul Parlamento europeo

I campus europei abbracciano l'aumento dell'antisemitismo: presentato al Parlamento Europeo (Bruxelles) » ISGAP

E proprio contro insegnanti ,  ricercatori e studenti si muoveranno i fautori del sionismo e della grande Israele nei prossimi mesi perché normalizzare e controllare il mondo della conoscenza è diventato vitale, strategico per la propaganda di guerra.

Data articolo: Sun, 04 Jan 2026 18:48:00 GMT
OP-ED
Sequestro Maduro: un episodio della terza guerra mondiale a pezzi


di Domenico Moro

L’atto di guerra degli Usa contro il Venezuela, con il quale è avvenuto il sequestro del presidente del Venezuela, Nicolas Maduro, e di sua moglie, ha un carattere imperialista e rappresenta un episodio di quella che Papa Francesco chiamò “la terza guerra mondiale a pezzi”.  Il sequestro e il contestuale bombardamento aereo, che ha provocato alcune decine di morti fra i civili e i militari venezuelani, sono illegali e, avendo violato la sovranità del Venezuela, in contrasto con il diritto internazionale e con lo Statuto dell’Onu (articolo 2). 

Trump ha giustificato l’azione militare sostenendo che Maduro fosse il capo di un cartello della droga e un narcoterrorista. In questo modo, avvalendosi di una legge statunitense varata dopo l’attentato alle Torri Gemelle, ha potuto bypassare l’autorizzazione del Parlamento statunitense. Il fatto, però, è che l’Onu ha dichiarato che il Venezuela non produce né commercializza droga, che nel paese non operano cartelli della droga e che il traffico della droga verso gli Usa si serve della rotta del Pacifico e non di quella caribica, dove c’è il Venezuela. A Trump, si sono accodati Giorgia Meloni e il suo governo, che ha definito “legittima” l’azione bellica, dimostrando ancora una volta di essere supini alleati degli Usa. Evidentemente, per la Meloni in questo caso non c’è “un aggressore e un aggredito”, a differenza che in Ucraina.

Le vere cause dell’aggressione al Venezuela sono altre. In primo luogo, c’è la volontà degli Usa di controllare il petrolio venezuelano, come del resto ha dichiarato lo stesso Trump, sostenendo assurdamente che il governo venezuelano abbia “rubato” asset petroliferi agli Usa, malgrado la nazionalizzazione della materia prima fosse avvenuta nel 1976. Il Venezuela è, da questo punto di vista, il paese più importante al mondo, perché detiene le maggiori riserve accertate di petrolio, 303 miliardi di barili, superiori di parecchio anche a quelle del secondo paese in classifica, l’Arabia Saudita, con 267 miliardi di barili (I). Ma, visto che l’interesse dell’imperialismo è non tanto quello di sfruttare le materie prime per sè, ma di impedirne lo sfruttamento ai concorrenti, per gli Usa era inaccettabile che il controllo sull’importante risorsa potesse essere esercitato dalla Cina. Infatti, il paese orientale era nel 2024 il secondo paese di destinazione dell’export venezuelano con 2,7 miliardi di dollari, secondo solo all’India con 3,2 miliardi (II), oltre ad aver fornito miliardi di dollari in prestito al Venezuela.

Proprio il contrasto alla Cina e alla Russia, che aveva accordi militari con il Venezuela, è la principale ragione dell’attacco, inserendosi in quella catena di eventi che caratterizzano da tempo la guerra proxy tra gli Usa (e gli europei), da una parte, e la Russia e Cina, dall’altra. In questo senso, va detto che l’amministrazione Trump rappresenta un salto di qualità rispetto alle altre amministrazioni. Uno dei capisaldi del documento della Strategia nazionale di sicurezza degli Stati Uniti (novembre 2025) è la riconquista del dominio dell’Emisfero occidentale, cioè sulle Americhe. Nel documento si legge che Trump ha l’intenzione di riattivare la dottrina, che il presidente Monroe definì nel 1823 per rivendicare il continente americano come territorio libero da influenze di altre potenze, che a quell’epoca erano europee, cioè la Francia e la Spagna. Soprattutto, vi si legge: “Noi impediremo che concorrenti esterni all’Emisfero Occidentale posizionino le loro forze o altre fonti di minaccia, o che si approprino o controllino asset strategicamente vitali nel nostro Emisfero. Tale corollario Trump è buonsenso e potente restaurazione della potenza e delle priorità americane, coerentemente con gli interessi americani.” (III) 

Per la verità l’aggressione contro il Venezuela non è iniziata oggi, e l’attacco di Trump si inserisce all’interno di un processo che risale al 2014, quando furono introdotte dagli Usa e dalla Ue sanzioni sempre più forti, che praticamente hanno rappresentato una guerra economica contro il Paese caraibico. Le sanzioni hanno colpito gravemente il settore petrolifero ostacolando l’esportazione di greggio e l’importazione di macchinari e ricambi per l’industria estrattiva. L’impatto è stato pesante su tutta l’economia venezuelana che, come altre economie dipendenti del Sud-America, si basa su una “monocoltura”, in questo caso il petrolio, che ha rappresentato nel 2024 il 72% delle esportazioni totali. Un indicatore della forza delle sanzioni è il fatto che nel 2015 il Venezuela, grazie all’export di petrolio aveva un surplus commerciale di quasi 4 miliardi di dollari, mentre nel 2024 ha registrato un debito di 600 milioniiv. Altro indicatore è quello della produzione, che nel 2024 è stata di 920mila barili di petrolio al giorno, e dell’export che è stato di appena 660mila barili. Si tratta di dati estremamente bassi, specie in relazione al fatto che il Venezuela detiene le maggiori riserve di petrolio mondiali e a fronte di quelli fatti registrare dall’Arabia Saudita, il secondo detentore di riserve, che, sempre nel 2024, produceva quasi 9 milioni di barili al giorno e ne esportava oltre 6 milioni, cioè dieci volte di più. Persino la Libia, paese da anni politicamente instabile e diviso in due parti in lotta fra loro, fa meglio del Venezuela, con 1,14 milioni barili al giorno di produzione e 1,08 milioni di esportazioni (V). 

Dunque, l’aggressione contro il Venezuela e il sequestro di Maduro rappresentano un chiaro monito alla Russia e soprattutto alla Cina, che, infatti, hanno espresso la loro dura condanna nei confronti degli Usa. E rappresentano un atto di guerra imperialistico da parte degli Usa, cioè teso a mantenere la propria sfera di influenza in quello che è considerano da tempo, secondo la dottrina Monroe, il giardino di casa loro, dove possono agire come meglio gli aggrada, anche entrando e sequestrando un presidente mentre è in casa sua. Come gli Usa intendessero la dottrina Monroe sin dall’inizio è dimostrato dalla guerra di conquista contro il Messico del 1846, a seguito della quale gli Usa si annessero gli attuali stati di Texas, California, Arizona e Nuovo Messico. Quelli appena trascorsi sono stati due secoli costellati di innumerevoli interventi militari diretti e indiretti, come il golpe in Cile nel 1973, nel corso del quale fu ucciso il presidente Allende, e il sostegno negli anni ‘80 ai Contras contro il legittimo governo del Nicaragua. Oggi, Trump, in qualche modo, ricorda il presidente Theodore Roosevelt, che alla fine dell’Ottocento sostenne l’imperialismo coloniale statunitense, avviatosi con la sottrazione alla Spagna di alcune sue colonie, tra cui le Filippine. L’azione contro il Venezuela, inoltre, costituisce un pericoloso precedente anche per quei paesi su cui Trump ha già espresso le sue mire, a partire dalla Groenlandia. Del resto, come scrisse Lenin nel 1916: “L’imperialismo è l’era del capitale finanziario e dei monopoli, che sviluppano dappertutto la tendenza al dominio, non già alla libertà.” (VI) 

Il carattere di dominio proprio dell’imperialismo, specie di quello statunitense (e europeo), viene confermato da Trump, che pure era stato eletto sulla base di un programma che, fra le altre cose, prevedeva di non intraprendere guerre all’estero. Del resto, sempre nel documento di strategia, Trump dichiara che suo obiettivo principale è quello di opporsi alla decadenza degli Usa, restaurandone il dominio mondiale.

 

Opec, Annual Statistic Bulletin, 2025.

Unctad, Country profiles.

National Defense Strategy of the United States of America, November 2025, p. 15.

Unctad, Country profiles.

Opec, Annual Statistic Bulletin, 2025.

Lenin, L’imperialismo, Editori Riuniti, Roma 1974, p.163.

 

Data articolo: Sun, 04 Jan 2026 18:23:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Jugend des Westens: bimbi con la mimetica!

 

 

Non so voi, ma io a casa faccio una fatica da Ercole a convincere mia figlia a togliersi la mimetica dopo ore di distruzione del nemico e marce in corridoio per costringerla a provare i primi trucchi o le scarpe con i tacchi della mamma.

Giunge in questi giorni notizia del nuovo orrendo crimine commesso da Putin: nella sua insaziabile fame di distruzione e in vista dell'inevitabile attacco all'Unione Europa, secondo l'affidabile intelligence ucraina, Mosca sarebbe impegnata nell'opera di militarizzazione dei bambini senza neppure avere l'accortezza di mascherare l'addestramento militare con attività sociali ed educative. Iniziative che solo un regime autoritario e liberticida, nonché violatore del diritto internazionale, può concepire. Figuriamoci se una delle nostre democrazie potrebbe intraprendere questa strada!

Infatti così dovrebbe essere per democrazie uscite dal bagno di sangue della seconda guerra mondiale e dalle macerie del fascismo. Dovrebbe, ripeto, perché succede proprio il contrario. Basta, infatti, dare uno sguardo alla risoluzione del 2 aprile 2025 del Parlamento UE nei cui articoli 164, 165 e 167 è introdotta l'espressione "preparazione e prontezza civile e militare" che apre la porta alla militarizzazione dei nostri figli e delle nostre figlie, per comprendere che le lezioni del passato si polverizzano. Prendiamo, ad esempio, l'articolo 164 nel quale si legge che il parlamento "invita l'UE e i suoi Stati membri a mettere a punto programmi educativi e di sensibilizzazione, in particolare per i giovani, volti a migliorare le conoscenze e a facilitare i dibattiti sulla sicurezza, la difesa e l'importanza delle forze armate". In generale alla società civile - quindi scuola compresa - si richiede sostegno e prontezza di reazione che coinvolga ogni singolo cittadino e le famiglie nel "quadro di sicurezza dell'Unione". Nel 167 viene sottolineato il ruolo fondamentale dei giovani e delle organizzazioni giovanili in ambito di sicurezza tanto da richiedere la messa a punto di "programmi di formazione dei formatori e di cooperazione tra le istituzioni di difesa e le università degli Stati membri della UE, quali corsi militari, esercitazioni e attività di formazione con giochi di ruolo per studenti civili".

Se guardiamo al livello nazionale, possiamo fare riferimento a iniziative specificamente scolastiche quali il progetto "Cronisti in classe", cofinanziato dalla UE e organizzato da diverse testate italiane (Il Giorno, La Nazione, Il Resto del Carlino...), che invita gli studenti delle scuole primarie e delle medie a diventare giornalisti (pare che ormai ci sia, come in ambito ecclesiastico, un problema di vocazione!) approfondendo temi di attualità. Fin qui nulla di particolarmente strano, anzi: insistere sulla scrittura (senza spargere virgole a caso) fin dalla tenera età è opera buona e giusta ("punto, due punti, punto e virgola!" come Totò dettava a Peppino aprendo e chiudendo una "parente"). Peccato, però, che fra le tematiche che il concorso propone a bambini e bambine si trovi anche quella del "rafforzamento delle capacità di difesa e delle infrastrutture a duplice uso (civile e militare)", così da farli riflettere sulle prospettive di aziende come Leonardo spa o Fincantieri, sul ruolo strategico dell'Italia e sulle possibili ricadute in sicurezza delle innovazioni tecnologiche. Si tratta di tematiche sulle quali ogni bimbo/a da sempre riflette in autonomia e con piacere, tra un tiro al pallone e una marachella in gruppo, soprattutto in scuole pubbliche di una Repubblica che ripudia la guerra. Non so voi, ma io a casa faccio una fatica da Ercole a convincere mia figlia a togliersi la mimetica dopo ore di distruzione del nemico e marce in corridoio per costringerla a provare i primi trucchi o le scarpe con i tacchi della mamma.

Forse, se ci riflettiamo con maggiore attenzione, potrebbe essere anche un'intelligente scorciatoia per togliere finalmente loro di mano gli aborriti cellulari e tablet così da sostituirli con un più educativo moschetto o piccolo drone suicida. E comunque noi no! A differenza di Mosca non mascheriamo la militarizzazione della gioventù con attività educative. Punto, due punti, punto e virgola!

Data articolo: Sun, 04 Jan 2026 18:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Gaza, il genocidio porta il tasso di suicidi nell'esercito israeliano al livello più alto degli ultimi 15 anni

 

Nel 2025, ventidue soldati israeliani in servizio attivo si sono suicidati, il numero più alto degli ultimi quindici anni, ha riportato Haaretz il 2 gennaio.

"I funzionari dell'esercito avvertono che il prossimo anno 'postbellico' sarà una sfida per la salute mentale del personale militare", ha scritto il quotidiano israeliano.

Negli ultimi due anni i soldati israeliani hanno commesso crimini di guerra contro i civili a Gaza, incoraggiati dagli appelli delle autorità, dei rabbini e dei media a sterminare i palestinesi nella Striscia.

Nell'ultimo caso, un soldato solitario del Corpo di Genio Militare, in servizio obbligatorio, si è suicidato mercoledì nel sud di Israele.

Il numero di suicidi dello scorso anno è stato il più alto dal 2010, quando 28 soldati si suicidarono in seguito al genocidio israeliano a Gaza di quell'anno, ufficialmente noto come Operazione Piombo Fuso.

Secondo i dati militari israeliani, 12 soldati che si sono suicidati nel 2025 erano coscritti, nove erano riservisti e uno era un soldato di carriera.

Otto soldati si sono suicidati mentre si trovavano nelle basi militari. Cinque di loro erano monitorati da operatori di salute mentale, tra cui un operatore di droni senior che si è suicidato dopo aver dichiarato di non poter più sopportare gli effetti del combattimento", ha scritto Haaretz .

A settembre, alcuni medici stranieri tornati a casa dopo aver prestato volontariato a Gaza hanno dichiarato di aver curato regolarmente bambini palestinesi colpiti alla testa o al petto dalle truppe israeliane nella Striscia.

I patologi forensi consultati dal quotidiano olandese Volkskrant hanno esaminato le radiografie e hanno confermato che le ferite erano compatibili con il fuoco di un cecchino a lungo raggio o di un drone, e non con schegge di esplosioni.

"Non si tratta di danni collaterali. È intenzionale", ha lamentato l'ex comandante dell'esercito olandese Mart de Kruif.

Secondo fonti militari intervistate da Haaretz, "molti di coloro che si sono suicidati erano stati esposti a scene di combattimento e incidenti gravi che probabilmente hanno avuto ripercussioni sulla loro salute mentale".

I dati militari israeliani non includono i soldati morti suicidi dopo aver lasciato il servizio attivo. Altri 15 ex soldati che avevano preso parte al genocidio si sono tolti la vita nel 2025, ma dopo la fine del loro servizio militare.

I soldati che si suicidano al di fuori del servizio attivo non sono considerati "soldati caduti" e viene loro negato il funerale militare, durante il quale un comandante dell'esercito pronuncerebbe un elogio funebre e deporrebbe una corona speciale sulla tomba.

Data articolo: Sun, 04 Jan 2026 18:00:00 GMT
Il candelotto
Gran Teatro delle Ombre di Bruxelles


di Marco Bonsanto

Se già la più antica sapienza greca ammoniva di indagare le parole a partire dalle cose, e non le cose a partire dalle parole, è perché la tendenza a rovesciare l’asserto è incoercibile nell’Uomo. Fino alla pubertà e spesso anche oltre, di fatto non conosciamo altro che parole. E tra le parole, i nomi sono i sortilegi che irretiscono più di ogni altra cosa la nostra mente. I nomi sono la prima cosa che apprendiamo e l’ultima che abbandoniamo, come testimonia il continuo e commovente risuonare della parola “mamma” nelle camerate degli ospizi. Restiamo attaccati ai nomi anche nei più tumultuosi avvenimenti della vita, quando ormai non significano più niente. L’imprinting è ormai avvenuto e riplasmare la mente ribattezzando le cose, i fatti, gli eventi, diventa troppo penoso per la maggior parte degli uomini. E così continuiamo a spendere la vecchia moneta nell’illusione che torni di moda, inutilmente sperando che la realtà ormai “fuori di sesto” (per dirla con Amleto) si ricentri prima o poi sul nostro desiderio frustrato. Come il “cittadino Kane” di Quarto potere, insomma, restiamo attaccati ai nomi per non morire.

Il discorso politico occidentale è da oltre tre decenni nient’altro che questo intrico di nomi fuori corso, puri flatus vocis cui non corrisponde più nulla di reale. In Parlamento come al bar continuiamo a ragionare di “Italia”, “Germania”, “Europa”, “USA”, “ONU” ecc., come se a questi nomi corrispondesse ancora un referente effettivo, un significato primario espressione di un interesse nazionale, o anche soltanto di una volontà politica pubblicamente circoscritti e definiti, e non invece chiassose e cangianti ombre cinesi ad usum populi. 

Il consolidamento di ogni nuovo regime politico si fonda anzitutto su questi semplici presupposti psicologici. Basta chiamare le nuove cose coi vecchi nomi perché i cittadini credano ancora che nulla sia cambiato: “democrazia”, “giustizia”, “libertà”, “bene comune”, ecc. Per quell’orrenda e artificiale creatura novecentesca che è l’uomo medio, la propaganda può ridursi tranquillamente alla pura e semplice comunicazione istituzionale: la retorica del potere ha una sua legittimità intrinseca, non serve altro. Essa è diretto alla gran massa dei cittadini, quella che si crede còlta solo perché istruita ed è perciò molto compiaciuta di sé nello scoprire che la pensa proprio come dice il nuovo padrone... Per dominare questo target basta lo spauracchio della riprovazione collettiva ampiamente sventolato dalle legioni di pasdaran sguinzagliati in tutti gli ambienti di visibilità. Se ne è avuta la riprova durante la Pandemia, quando la tanto sottovalutata Televisione ha svolto egregiamente il suo vero compito, quello di convincerci che l’apparenza è invece la realtà: basta che ad affermarlo sia chi comanda. A tal fine non occorre centralizzare l’Informazione, come nelle vecchie dittature di massa, è sufficiente uniformarla: ben venga la libertà di parola, purché affermi sempre e comunque la stessa cosa! Proprio a questo servono le sovvenzioni pubbliche che da trent’anni scorrono copiose in UE e negli Stati membri “a garanzia del pluralismo mediatico” (come ci ripete Mattarella). 

Alla propaganda attiva è da ascriversi invece l’elaborazione di quelle visioni preconcette e inemendabili della realtà che la Arendt chiama “ideologie”, specie di deliri collettivi che nessun riscontro pratico discordante, per quanto ripetuto, riesce a sfatare. Che l’UE sia un progetto politico di pace, unità e solidarietà tra i popoli europei basato su una forma perfezionata di democrazia liberale, è una di queste narrazioni, dalla quale sembra impossibile uscire. Dal 1992 il discorso pubblico non fa che amplificarne a dismisura il simulacro, fino a marginalizzare completamente ogni notizia avversa, a relegarla in una zona neutralizzata e innocua di devianza del pensiero, all’idiosincrasia dei singoli. Il potere che quotidianamente si auto-accredita come “giusto”, “buono”, democratico” senza che nessuno possa effettivamente contestarlo, crea una foresta di parole nel cui intrico labirintico la mente del cittadino si smarrisce e cerca sostegno, placandosi infine proprio tra le braccia del suo carceriere, che l’ammansisce illustrandole la Nuova Normalità con disegnini, slogan e infografiche per bambini.

Così, nonostante i migliori giuristi europei abbiano da sempre denunciato il “vulnus democratico” dell’UE, e urlato la necessità di pesanti riforme istituzionali, nulla è veramente cambiato in trent’anni di attività, se non in peggio, perché è tipico del potere senza legittimazione arroccarsi progressivamente in modalità autoritarie via via meno mascherate – con buona pace di chi ancora crede che il progetto europeista sia stato “tradito” da politici inadeguati. È invece vero il contrario: un progetto paracadutato da centri di potere senza legittimazione democratica ha necessità di ristrette e serventi nomenklature di politici nominati, di fatto inamovibili; di un “parlamento” rappresentativo non dei cittadini ma di circa 15.000 lobby; di processi decisionali opachi al limite della tirannia personale (v. scandalo von der Leyen sui vaccini); del finanziamento pubblico di tutti i media compiacenti; di politiche ricattatorie verso alcuni Stati membri (v. Spread e “immigrazione” in Italia); della sperequazione nelle politiche di settore a danno di alcuni Stati (v. Made in Italy, Mercosur); della difesa degli interessi bancari su quelli nazionali (v. Quantitative easing); dell’intenzionale impoverimento degli Stati e del loro welfare (v. Austerity, deindustrializzazione e, dunque, privatizzazioni); del deliberato indebolimento delle nazioni (v. denatalità, immigrazione illegale); del terrore come forma di governo (v. Pandemia); del sequestro finanziario del denaro (v. Euro digitale); dell’adozione di strumenti di sorveglianza totalitaria (v. progetti Marvel e Protector); di prassi di controllo globale (v. Identità digitale e obbligo di fruizione digitale dei servizi essenziali); di destrutturare l’uniformità dei princìpi giuridici attraverso le eccezioni ideologiche (gender, woke, green); della criminalizzazione di talune categorie di cittadini (v. “sovranisti”, no-Vax e pro-Putin); di introdurre l’inversione giuridica della prova (v. Codice della Strada e Legge sul consenso sessuale); della censura della libertà di pensiero (v. Digital Service Act, casi Durov, Musk ed Euroactiv); della repressione del dissenso (v. chiusura o sequestro dei conti correnti); di munire il governo europeo di diretti poteri di polizia (v. caso Baud); di implementare strumenti obbligatori per l’esercizio condizionato dei diritti fondamentali (Greenpass); di preventivare il carcere per i reati di opinione e manifestazione (v. questione Gaza); di adottare una politica guerrafondaia (v. ReArm Europe).
La lista è necessariamente molto parziale e semplificata. Eppure, basterebbero già solo la metà di queste caratteristiche per configurare il profilo di un regime totalitario. Perché questa, è l’UE: un formidabile lager a cielo aperto creato dalle centrali del capitalismo globalista per gestire la tosatura di mezzo miliardo di persone e la rovina dell’intera civiltà europea! Due obiettivi che, per certe élite finanziarie, gnostiche e massoniche, vanno logicamente di pari passo: destrutturare identità e valori secolari per penetrare con la minore resistenza possibile fino ai centri nervosi del sistema che si vuol dominare. Lo slogan del World Economic Forum, vero direttorio in pectore dell’UE, è efficacemente riassuntiva di questi intenti: “You’ll own nothing, and you’ll be happy!”. Non è precisamente questo il desiderio qualificante di ogni autentica tirannia, pretendere cioè il più gaio consenso della vittima al proprio sadismo?

Ma fatti imprevedibili smuovono la ruota della Storia e mandano gambe all’aria anche i più ponderati progetti antidemocratici (o “complotti”, che dir si voglia). La resistenza della Russia fin dal 2014 alle manovre NATO, la comparsa negli USA del movimento MAGA di Trump, e la variabile impazzita Musk nel consesso dei BigTech, hanno incrinato il potere e rotto l’equilibrio delle major finanziarie che hanno voluto, promosso e architettato l’Euro e il suo recinto d’azione, l’UE. Finché la Fattoria degli Animali non ha avuto antagonisti di pari potenza, i Maiali hanno avuto tra loro una completa convergenza d’intenti, mantenendo una facciata di decoro liberale. Con il risveglio provocato dall’azzardo pandemico e dalla guerra in Ucraina, la maschera è invece miseramente caduta, e il teatro delle ombre mostra ora fin troppo chiaramente (persino ai più recalcitranti nostalgici dell’ideale europeista) le mani dei burattinai. Qualsiasi farsa democratica ha lasciato il posto all’evidenza di un’oligarchia eterodiretta dai grandi centri finanziari atlantici, ancora fino a ieri operanti all’unisono in una colossale joint venture continentale. Oggi l’UE va sgretolandosi a gran velocità sotto i nostri occhi, e gli amici di un tempo rifluiscono ciascuno nelle rispettive logge d’appartenenza, fino al “si salvi chi può!”.

Se ne ha una riprova con la questione degli assets russi bloccati dall’UE allo scoppio della guerra ucraina. Dopo quattro anni di guerra alla Russia concordemente finanziati col salasso degli Stati membri e la proposta di Draghi (Goldman Sachs) di riconversione bellica dell’intera economia continentale, von der Leyen (Soros), Kallas (City of London) e Merz (BlackRock) propongono ora il sequestro definitivo dei beni russi da regalare all’Ucraina in forma di prestito (!) per poter continuare la guerra. Ma da Euroclear (JP Morgan) fanno sapere che non ci stanno, perché anche tra i briganti l’affidabilità è tutto, e si rischia il collasso del sistema finanziario in cui spadroneggiano. Tanto basta a Macron (Rothschildt) per riposizionarsi verso la Russia, ormai imminente vincitrice, nel tentativo di lucrare per i suoi padroni il minor danno possibile dalla sconfitta e forse qualche vantaggio nella ricostruzione. Ma al Gran teatro delle ombre di Bruxelles e sui giornali si afferma che la trattativa è fallita per il veto del “Belgio” e le caute prese di posizione di “Italia” e “Ungheria”...

Finché non prenderemo atto che ai nomi non corrispondono più le stesse cose, di ciò che accade non capiremo nulla. Perciò non di “Europa” si dovrebbe parlare, ma di “UE”; non di “UE”, ma di “WEF”; non più di “WEF”, ma di potentati finanziari in un equilibrio sempre più precario tra di loro. Fuoriuscito dai confini degli Stati nazionali e delle istituzioni internazionali novecentesche, lo scontro politico è regredito ora al punto-zero del conflitto civile mondiale; al tentativo cioè di colonizzare e monopolizzare il linguaggio, come fonte di razionalità e dunque di legittimazione del potere. È qui che si gioca la partita decisiva, tra le ombre della Caverna di Platone. 

Tutte le parole del discorso politico stanno improvvisamente evaporando: inizia l’epoca della catastrofe del linguaggio. 

Data articolo: Sun, 04 Jan 2026 17:56:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Budanov: "Ricambi situazionisti" ai vertici nazigolpisti


di Fabrizio Poggi

Dunque, Kirill Budanov, finora alla testa dell'intelligence militare (GUR), è ora a capo dell'ufficio presidenziale (UP) nazigolpista, la struttura capeggiata da Andrej Ermak fino allo scandalo legato ai miliardi di Timur Mindic. Il nome di Budanov figurava nella rosa di candidati all'incarico, ma sembrava non così favorito quanto l'ex Primo ministro Denis Šmygal e il vice Primo ministro per lo Sviluppo digitale Mikhail Fëdorov (di lui, più avanti). Alla fine, nota su RT l'ex deputato alla Rada Oleg Tsarëv, ha prevalso la cordata di David Arakhamija, leader della frazione "Servo del Popolo" che, con il sostegno di vari oligarchi ucraini e della lobby diplomatica americana, ha sponsorizzato la nomina di Budanov. Ermak, dice Tsarëv, esercitava un potere eccessivo, irritando sia il Parlamento che i partner occidentali di Zelenskij. La sua posizione è stata infine minata dall'escalation dei conflitti, dai procedimenti penali contro la sua cerchia e da una serie di violenti scontri tra SBU, gruppo “Alfa” e GUR. Sembra che i precedenti tentativi di rimuovere Budanov con l'accusa di corruzione e abuso di potere fossero stati impediti dagli americani: avevano pesato i suoi contatti diretti al Pentagono e con l'intelligence USA. Non a caso, aveva fatto parte di "Unità 2245", un reparto d'élite addestrato dalla CIA e quando era rimasto gravemente ferito in Crimea, furono gli americani a trasportarlo al Reed National Military Medical Center, un gesto allora senza precedenti. 

Inoltre, un episodio chiave nell'accreditare Budanov quale figura gradita a Washington, sarebbero stati i colloqui di Abu Dhabi, allorché, secondo fonti ucraine e mediorientali, Budanov avrebbe avuto una sorta di "second viewing" con rappresentanti americani e russi.  La nomina, dice ancora Tsarëv, segnala anche un cambiamento nella politica estera: americani ed europei collaborano da tempo con Budanov e lo considerano un partner affidabile. Con la partenza di Ermak, che aveva irritato Washington, «il percorso di politica estera diventerà probabilmente più gestibile per i curatori occidentali. Lo stesso Budanov aveva a suo tempo affermato che febbraio 2026 era il momento ottimale per porre fine alla guerra». 

Ma la sua nomina è anche strettamente legata alle elezioni: insieme a Valerij Zalužnyj, Budanov era considerato un potenziale rivale di Zelenskij, ma ora, nella sua nuova veste, è improbabile che possa svolgere un ruolo politico indipendente; così che Zelenskij, con una sola decisione, ha eliminato un rivale chiave, ha mantenuto la lealtà degli americani e ha rafforzato la gerarchia del potere in un contesto di crescente pressione interna.

Ora, è quasi sicuro che il nuovo capo dell'ufficio presidenziale si porterà dietro la propria squadra, facendo piazza pulita degli uomini di Ermak. Tutto, in ogni caso, nel quadro del sistema nazigolpista.

D'altra parte, su Ukraina.ru, Vasilij Stojakin non esclude che l'avvicendamento al vertice del UP possa sfociare in un “triumvirato”, con Andrej Ermak che, secondo una teoria complottista in circolazione, non se ne sarebbe mai andato: né all'estero, né al fronte (come aveva promesso lui stesso), ma semplicemente scomparso dai radar e se ne sta da qualche parte in un bunker continuando a dirigere l'Ufficio presidenziale.

Se questa teoria fosse vera, si creerebbe uno stallo tra i vertici ombra e quelli ufficiali del UP; Budanov vorrà la sua parte di potere e questo è possibile solo a spese di Ermak, senza scordare che la maggior parte delle posizioni chiave nel UP sono ancora occupate proprio da uomini di Ermak.

Ora, comunque, avendo Zelenskij accettato di indire le elezioni, il suo principale rivale sarebbe Valerij Zalužnyj, rientrato da Londra e il clown di “Kvartal 95” avrebbe molte difficoltà a sfidare l'ex comandante in capo. Che fare? La soluzione sarebbe quella di inserire nel gioco una figura con legami militari tali da mettere in ombra Zalužnyj: Budanov, per l'appunto. Ha preso parte di persona a «operazioni di guerra, senza evidenti fallimenti, a differenza di quanto avvenuto con Zalužnyj nella “controffensiva” estiva del 2023. I suoi indici di gradimento non sono stellari, ma per un membro del team di un candidato alla presidenza, non è importante».

Ma, non è detto che il gioco funzioni a livello elettorale. Gli indici di gradimento di Budanov non sono alti proprio perché è stato una figura mediatica, e le figure mediatiche sollevano dubbi: “forse è tutto chiacchiere e niente fatti”. Zalužnyj sembra invece più uomo d'azione, che parla poco e con riluttanza: in breve, non è scontato che coinvolgere Budanov nella campagna elettorale darà a Zelenskij un chiaro vantaggio su Zalužnyj.

C'è inoltre il fattore geopolitico. Sia Zelenskij che Budanov sono considerati orientati verso Londra, mentre la posizione di Zalužnyj è più contrastante: era considerato filoamericano, ma con il ruolo di ambasciatore, ha iniziato ad apparire filobritannico. 

Il problema non riguarda però tanto Zalužnyj: è chiaro che USA e Gran Bretagna sono attualmente in una competizione piuttosto agguerrita, quindi la nomina di Budanov sarà probabilmente accolta con un certo scetticismo a Washington.

È ironico, dice Stojakin, che il New York Times, di orientamento democratico, spieghi che «Budanov ha stretti legami con gli Stati Uniti, il che potrebbe svolgere un ruolo significativo nei potenziali colloqui di pace con l'amministrazione Trump». 

In terzo luogo, c'è una strana coincidenza: la nomina del capo del UP è avvenuta subito dopo il raid al Valdaj e l'attacco terroristico a Khorly. Entrambi gli eventi (soprattutto il primo) hanno provocato una forte reazione in tutto il mondo, persino negli Stati Uniti, anche se non in Europa, con la leadership ucraina sprofondata in una sorda negatività. La possibilità che il GUR sia coinvolto in almeno una di queste operazioni si avvicina al 100% e sembra dunque che Budanov venga tirato fuori dalle attività del GUR, come se non avesse nulla a che fare con quei fatti.

Ma, per la Russia, cosa significa la nomina di Budanov, figura strettamente legata alla CIA e generalmente considerato affidabile a Washington? Per il politologo ucraino Aleksej Garan, con questa nomina Zelenskij vuol mostrare  di poter nominare, insieme all'esercito, personaggi noti, come pure licenziarli in qualsiasi momento. L'ex deputato della Rada Vasilij Volga prevede che Zelenskij avrà bisogno di Budanov per i prossimi sei mesi o un anno, dato che si sta preparando allo scontro con Zalužnyj e molto probabilmente permetterà a Budanov di eliminare tutti i suoi ex compari del “Kvartal 95” coinvolti nello scandalo Mindic, per dimostrare all'Occidente la sua innocenza nel furto di aiuti occidentali.

Vladimir Pastukhov interpreta la nomina di Budanov come un chiaro segnale che la «leadership ucraina non crede in alcuna tregua e si sta preparando a continuare la guerra. Questo, pur se Budanov ha di recente rilasciato un'intervista dai toni piuttosto contenuti, parlando di un suo impegno nei negoziati con la Russia e ammettendo che il potenziale del conflitto non pende dalla parte di Kiev. Il'ja Remeslo considera Budanov un nemico astuto che potrebbe adottare una posizione “più flessibile”: Budanov «non è stupido; potrebbe benissimo accettare le condizioni di Trump, solo per cercare vendetta tra qualche anno e ricominciare la guerra». 

La domanda ora è se i funzionari russi siano disposti a sedersi al tavolo delle trattative con un uomo ufficialmente designato come terrorista. Secondo il deputato della Rada, Aleksandr Dubinskij, tali trattative erano in corso e ha indicato Budanov come uno dei canali di comunicazione con Mosca. 

Poi, tra gli avvicendamenti ai vertici della junta nazigolpista, il Ministro della difesa Denis Šmigal, pare sia stato rimosso in quanto figura che non poteva ignorare i fatti dello scandalo Mindic. Al suo posto, è stato nominato Mikhail Fëdorov, finora Ministro della Trasformazione digitale, originario della regione di Zaporož'e, formatosi nella cerchia coloniale delle sovvenzioni USAID, OSCE, NATO e Fondazione Adenauer. Tra i "successi" di Fëdorov come Ministro dell'Informazione, il lancio del bot "ÈunNemico", che consente ai cittadini di denunciare i vicini simpatizzanti per la Russia.

Vladimir Noskov, esperto di tecnologia dei media di Zaporož'e, afferma che Fëdorov, prima di salire ai vertici del governo ucraino, nel 2016-2017 era stato coinvolto in frodi online nella sua città natale. Alla fine, «la polizia informatica aveva catturato i truffatori. Ma si era scoperto che il leader del gruppo, Misha, aveva una protezione potente».

 

https://news-front.su/2026/01/03/naznachenie-budanova-stalo-bolshoj-neozhidannostyu/

https://ukraina.ru/20260102/khod-konem-stanet-li-budanov-triumvirom-1073935753.html

https://politnavigator.news/terrorist-budanov-vozglavil-ze-ofis-chto-ehto-znachit-dlya-rossii.html

https://politnavigator.news/zelenskijj-zayavil-o-smene-ministra-oborony-im-stal-moshennik-iz-pod-zaporozhya.html

Data articolo: Sun, 04 Jan 2026 17:37:00 GMT
Diritti e giustizia
Cosa vuole fare Trump

 

di Michele Blanco

L'attacco fuorilegge alla sovranità del Venezuela da parte degli Stati Uniti è un atto di una  gravità assoluta, oltre ad essere un fatto pericolosissimo, per moltissime ragioni.
 
Trump ha aggredito una nazione  ricchissima di risorse, per motivi legati all'economia interna che rischia, per vari motivi una profonda crisi legate a una possibile nuova bolla finanziaria. Come già accaduto con la crisi dei subprime scoppiata alla fine del 2008 negli Stati Uniti che ha avuto gravi conseguenze sull'economia mondiale, in particolar modo nei paesi sviluppati del mondo occidentale, innescando la grande recessione (da molti considerata la peggior crisi economica dai tempi della grande depressione del 1929).
 
Questa volta è il debito federale statunitense che ammonta a 38.000 miliardi di dollari ( dati a fine 2025), a poter portare a una nuova crisi finanziaria.  Del resto, tutta la strategia di Trump va nella direzione di acquisire risorse e moltiplicare gli affari Usa in America Latina con uno scopo ben preciso,  contrastare la penetrazione cinese. Basta considerare la vicenda del canale di Panama, o all'hub cinese in Perù e alle pressioni americane in Colombia, in Uruguay e in Cile, per non parlare del salvataggio elettorale di Milei, promettendo miliardi di dollari, e delle continue aggressioni al presidente brasiliano Lula.
 
Gli Usa ormai in costante declino, stanno scegliendo la guerra come arma di risoluzione delle tensioni economiche interne, sostituendola o affiancandola all'imposizione unilaterale dei dazi, tutto per cercare di continuare ad imporre il dollaro come unica valuta internazionale e imporre al mondo acquisti di debito interno statunitense, coperti dallo sfruttamento delle risorse delle nazioni invase o asservite, come nel caso del Venezuela. Il saldo legame con Israele e le sue continue  guerre è lo stesso strumento per esercitare il controllo su un'intera area, spaventando le ormai riottose petrolmonarchie del Golfo persico, restie a investire negli Usa, e minacciando una guerra in Iran, per cercare di acquisire il monopolio dell'energia; a questo Trump sta puntando come sembra ovvio.
 
La stessa guerra in Ucraina, coltivata da Biden, sarà, con la richiesta esplicita fatta agli europei di acquistare per forza armi costosissime prodotte negli USA, un altro modo per piegare le economie europee e per acquisire risorse senza grandi sforzi. 
 
Sarebbe il compito di classi dirigenti sinceramente democratiche, capaci e avvedute contrastare questo miserevole piano neoimperialista del plurimiliardario Trump.
Data articolo: Sun, 04 Jan 2026 17:30:00 GMT