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Dalla partecipazione al Digital Innovation Forum dello scorso anno all’impegno nella Q-Alliance, con un investimento annunciato da 10 milioni di euro per un sistema quantistico destinato all’Italia: il gruppo americano indica la strada per passare dalla ricerca alle applicazioni. Nel frattempo il Governo ha adottato la Strategia nazionale per le tecnologie quantistiche. La sfida, adesso, è misurare i risultati.
Le imprese italiane affrontano ogni giorno problemi computazionali complessi, fuori dalla portata del calcolo classico, e il computer quantistico può aiutarle a risolverli più rapidamente. Lo ha detto Alan Baratz, CEO di D-Wave Quantum, a margine della 4^ edizione di Digital Innovation Forum – la Cernobbio del Digitale – in corso a Villa Erba, sul lago di Como, dal 14 al 16 ottobre su iniziativa della Fondazione Innovazione Digitale ETS ed organizzata da NOW Italia e da Triumph Group.
Interpellato sui possibili vantaggi della tecnologia quantistica per l’Italia, Baratz ha richiamato in particolare i settori della logistica, della spedizione e della produzione. “L’Italia ha aziende che ogni giorno devono risolvere problemi computazionali molto complessi: problemi di logistica, di spedizione, di produzione”, ha detto. “Sono problemi che in genere vanno oltre la portata del calcolo classico”.
Per questo, ha osservato il ceo, le aziende finiscono per semplificarli: “Cercano di ridurre la complessità per ottenere quelle che sperano siano soluzioni abbastanza buone, usando computer classici”.
Con i computer quantistici, in particolare con il sistema D-Wave a ricottura quantistica (quantum annealing) che sarà installato proprio a Como, lo scenario cambia: “Potranno risolvere questi problemi molto più velocemente, con soluzioni, se non ottimali, che migliorano le loro attività”.
D-Wave torna al Digital Innovation Forum, a un anno dalla partecipazione che aveva segnato il suo ingresso nel progetto italiano di sviluppo del quantum computing. Nell’edizione dello scorso anno, la società americana specializzata in sistemi, software e servizi di calcolo quantistico aveva aderito alla nascita di Q-Alliance, l’iniziativa promossa insieme a IonQ per costruire un polo quantistico in Italia, mettendo sul tavolo anche un impegno economico concreto attraverso un accordo da 10 milioni di euro per la realizzazione di un’infrastruttura sul territorio nazionale.
Dodici mesi dopo, il ritorno di Alan Baratz, CEO e presidente di D-Wave, offre l’occasione per fare il punto sulle ambizioni del progetto e sul percorso dell’Italia nel mercato delle tecnologie quantistiche. Il messaggio che emerge dal suo intervento è chiaro: la disponibilità di computer quantistici e la qualità della ricerca non bastano. Perché il settore possa diventare un motore di crescita, occorre costruire un ecosistema capace di trasformare le potenzialità scientifiche in applicazioni operative, competenze industriali e ritorni economici misurabili.
La domanda, quindi, è se il primo anno di Q-Alliance abbia già prodotto risultati sufficienti per avvicinare questo obiettivo.
Il punto di partenza è l’annuncio del 15 ottobre 2025, al Digital Innovation Forum – ComoLake, dell’accordo tra D-Wave e Swiss Quantum Technology (SQT) per l’installazione in Europa di un sistema quantistico Advantage2. L’intesa, del valore di 10 milioni di euro e con un’opzione di acquisto, è stata presentata come un investimento funzionale anche agli obiettivi di Q-Alliance e allo sviluppo di un’infrastruttura avanzata accessibile a università, centri di ricerca e imprese attraverso il cloud.
Il sistema Advantage2 è basato sulla tecnologia di quantum annealing di D-Wave, progettata per affrontare specifiche classi di problemi di ottimizzazione. Non va quindi confuso con un computer quantistico universale: si tratta di un approccio tecnologico con caratteristiche e ambiti applicativi propri, particolarmente rilevanti per problemi industriali complessi.
L’annuncio ha rappresentato un passaggio concreto sul fronte degli investimenti e dell’accesso alle infrastrutture. Ma l’impegno economico e la disponibilità di un sistema non coincidono automaticamente con la sua piena operatività né, tantomeno, con la diffusione di applicazioni commerciali. Per valutare il bilancio del primo anno sarà importante capire quali progetti siano stati avviati, quante imprese abbiano utilizzato la tecnologia e quali risultati siano stati raggiunti sul piano industriale.
Nel frattempo, il quadro italiano è cambiato anche sul fronte istituzionale. Nel luglio 2025 il Comitato interministeriale per la transizione digitale ha adottato la Strategia italiana per le tecnologie quantistiche, successivamente pubblicata dal Ministero dell’Università e della Ricerca.
Il piano individua quattro priorità: sviluppo scientifico e industriale nei diversi ambiti quantistici; costruzione di un ecosistema integrato tra ricerca, trasferimento tecnologico, industria e formazione; rafforzamento della presenza italiana nei programmi europei e internazionali, con attenzione alla sicurezza delle tecnologie strategiche; governance e misurazione dei risultati.
È un quadro che coincide in larga parte con la visione espressa da Baratz. La questione non è soltanto investire nella ricerca o attrarre infrastrutture dall’estero, ma fare in modo che queste risorse generino capacità produttive, proprietà intellettuale, nuove imprese e occupazione qualificata.
Per il Governo, Q-Alliance rappresenta una delle iniziative chiamate a contribuire a questo percorso. Al momento del lancio, il sottosegretario Alessio Butti aveva indicato tre condizioni per la collaborazione: coerenza con la Strategia nazionale, coinvolgimento di 100 ricercatori, in maggioranza italiani, e utilizzo del quantum computing esclusivamente per applicazioni civili.
Per introdurre il suo intervento, Baratz sceglie un riferimento storico particolarmente significativo per il territorio che ospita il Forum: Alessandro Volta, nato a Como, e l’invenzione della pila voltaica nel 1800.
Il parallelo serve al CEO per spiegare come una scoperta scientifica raggiunga il suo pieno potenziale soltanto quando diventa uno strumento per risolvere problemi concreti e sviluppare nuove capacità. È il passaggio che, secondo Baratz, anche le tecnologie quantistiche stanno cominciando ad affrontare.
La scienza alla base del quantum computing è straordinaria, sostiene il manager, ma il suo impatto dipenderà dalla capacità di portare la tecnologia nei processi economici e industriali. L’Italia, in questa prospettiva, dispone di due risorse importanti: una tradizione scientifica riconosciuta e un tessuto industriale che può offrire casi d’uso concreti.
La sfida consiste nel collegare queste competenze a infrastrutture, investimenti e progetti applicativi. «Il pieno impatto di una scoperta scientifica si realizza quando essa viene impiegata per risolvere problemi significativi e sviluppare nuove capacità», è il principio che sintetizza il ragionamento del CEO.
Per sostenere la propria tesi, Baratz richiama esempi di applicazione delle tecnologie quantistiche in diversi mercati. Tra i settori citati figurano la produzione automobilistica in Turchia, la chimica avanzata in Germania, l’ottimizzazione delle reti di telecomunicazioni mobili in Giappone e la riduzione delle interruzioni nelle reti di telecomunicazione in Nord America. Vengono menzionate anche applicazioni nel retail e nella ricerca sulle scienze della vita.
Il filo conduttore è l’utilizzo del calcolo quantistico per affrontare problemi di ottimizzazione complessi, nei quali la ricerca di una soluzione più efficiente può tradursi in risparmi di tempo, risorse e costi operativi.
Questi esempi, nel discorso di D-Wave, servono a dimostrare che il quantum computing non deve essere considerato soltanto una prospettiva di lungo periodo. È però importante distinguere tra l’esistenza di applicazioni in specifici contesti e la prova di un ritorno economico replicabile su larga scala: per il mercato italiano sarà decisivo individuare progetti con risultati documentabili, metriche di performance e benefici verificabili rispetto alle soluzioni convenzionali.
È proprio in questo passaggio che Baratz individua il potenziale strategico di Q-Alliance. Un’infrastruttura quantistica sul territorio, secondo il CEO, può diventare un punto di riferimento non soltanto per la ricerca, ma anche per lo sviluppo di soluzioni industriali, la formazione di specialisti e la creazione di competenze utilizzabili dalle imprese italiane.
L’accesso alla tecnologia, da solo, non genera automaticamente valore. Deve accompagnarsi alla capacità di sviluppare applicazioni, formare talenti e costruire proprietà intellettuale. In questa prospettiva, le università possono contribuire alla preparazione delle competenze, mentre le aziende possono mettere a disposizione problemi reali da affrontare e validare.
Il risultato auspicato è un ecosistema in cui la collaborazione internazionale non si limiti a portare in Italia sistemi e conoscenze sviluppati altrove, ma contribuisca a creare nuove opportunità economiche nel Paese.
È anche il senso del richiamo di Baratz alle indicazioni del Governo: le partnership tecnologiche devono produrre conoscenze, applicazioni e opportunità industriali per l’Italia. Un obiettivo che richiede di valutare non soltanto il valore degli investimenti annunciati, ma anche la ricaduta effettiva sul sistema produttivo nazionale.
Nella parte conclusiva dell’intervento, Baratz indica la necessità di costruire un percorso ripetibile che accompagni i progetti dal problema aziendale allo sviluppo della soluzione, fino alla sua messa in produzione.
Il principio è che il quantum computing debba essere adottato per rispondere a esigenze specifiche, anziché essere introdotto come tecnologia fine a sé stessa. La scelta del problema, la progettazione dell’applicazione e la verifica dei risultati diventano così passaggi essenziali per evitare che l’accesso alle infrastrutture rimanga un’iniziativa confinata alla sperimentazione.
Il CEO richiama cinque azioni per aiutare l’Italia a tradurre la strategia in vantaggio industriale, ma nel testo del suo intervento non le presenta come un elenco dettagliato di cinque misure distinte. Il punto centrale è piuttosto la necessità di rendere sistematico il passaggio dalla sperimentazione alla produzione, collegando ricerca, imprese e infrastrutture.
È qui che si misurerà anche il valore di Q-Alliance: nella capacità di favorire progetti replicabili, investimenti, produttività e occupazione qualificata, oltre che nel consolidamento delle competenze scientifiche.
A un anno dal lancio di Q-Alliance, l’Italia può contare su un quadro istituzionale più definito, su un accordo economico per una nuova infrastruttura quantistica e su un progetto di collaborazione internazionale che punta a collegare ricerca e industria. Sono sviluppi significativi, ma non sufficienti, da soli, per stabilire quanto il mercato nazionale del quantum computing sia cresciuto o quale sia già il ritorno economico dell’iniziativa.
Per completare il bilancio servono dati aggiornati sull’effettiva installazione e disponibilità del sistema, sul coinvolgimento dei ricercatori, sui progetti avviati con le imprese e sulle applicazioni eventualmente entrate in produzione. Servono inoltre indicatori che consentano di distinguere gli investimenti annunciati dai risultati conseguiti.
Il messaggio di Baratz, in definitiva, sposta il confronto dalla promessa tecnologica alla capacità di esecuzione. L’Italia ha definito una strategia, avviato collaborazioni internazionali e posto le basi per rafforzare l’accesso alle infrastrutture quantistiche. Il passaggio decisivo sarà ora dimostrare che queste iniziative possono tradursi in soluzioni industriali, competenze nazionali e valore economico duraturo.
Al termine dei lavori del Digital Innovation Forum, il 16 ottobre si terrà, presso Villa Saporiti, sede della Provincia di Como – e in collegamento con Villa Erba – l’inaugurazione del “Volta B1”, il primo quantum annealer industriale d’Italia con oltre 4.400 qubit superconduttivi: sarà una delle infrastrutture quantistiche più avanzate d’Europa, con l’obiettivo di dar vita a uno degli ecosistemi europei per costruire le applicazioni quantistiche dei prossimi anni. L’iniziativa rientra nelle celebrazioni del bicentenario della morte di Alessandro Volta.
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L’Italia parte da risultati significativi nella digitalizzazione dei servizi pubblici, ma la prossima fase richiede un salto di qualità: passare dall’accesso digitale alle amministrazioni a servizi sempre più semplici, integrati e capaci di dialogare anche con gli agenti di intelligenza artificiale. È questa la direzione indicata da Mario Nobile, direttore generale dell’Agenzia per l’Italia digitale (AgID), che richiama il mandato politico del ministro per l’Innovazione tecnologica e la transizione digitale, Alessio Butti, per rafforzare l’ecosistema pubblico. E’ quanto emerge dal panel PA Digitale, l’Italia un modello in Europa in occasione della 4^ edizione di Digital Innovation Forum – la Cernobbio del Digitale – in corso a Villa Erba, sul lago di Como, dal 14 al 16 ottobresu iniziativa della Fondazione Innovazione Digitale ETS ed organizzata da NOW Italia e da Triumph Group.
“Butti ieri ha dato un mandato politico chiaro, di rafforzare l’ecosistema pubblico. Noi scriviamo le regole e il nostro ecosistema è vasto”, dice Nobile.
I numeri confermano la diffusione degli strumenti digitali. “Oggi sull’App IO più di 13 milioni di italiani hanno più di 22 milioni di documenti, dalla carta d’identità alla tessera sanitaria. Numeri che ci portano sul podio europeo”, sottolinea il direttore generale di AgID.
Se SPID e Carta d’identità elettronica hanno rappresentato un passaggio fondamentale per l’autenticazione, l’evoluzione dei servizi pubblici digitali punta ora a rendere più immediate le interazioni con la PA. “Oggi l’App IO manda delle notifiche, ci riconosce. Il prossimo salto è fare delle azioni semplici per le persone e leggibili per gli agenti”.
L’intelligenza artificiale apre così una nuova prospettiva: servizi progettati per essere utilizzati dalle persone, ma anche accessibili agli agenti digitali, in grado di svolgere attività sulla base di istruzioni e autorizzazioni. Nobile richiama, a questo proposito, uno studio del World Economic Forum che colloca l’Italia al terzo posto a livello mondiale per la readiness nell’utilizzo dell’AI, secondo gli indicatori citati nel suo intervento.
La prospettiva, tuttavia, pone interrogativi regolatori e organizzativi. “Come regolare un’infrastruttura pubblica che deve servire decine di milioni di esseri umani per servire decine di milioni di agenti?”, si chiede Nobile.
Il punto centrale è garantire che l’automazione non comprometta l’accessibilità dei servizi e che l’utilizzo degli agenti sia accompagnato da regole chiare. “Regolare, avere competenze è la prima cosa. Noi umani diamo le regole”, osserva.
La trasformazione digitale della PA si intreccia inevitabilmente con il tema della sovranità tecnologica. Per Nobile, nessun Paese può oggi contare su un’autonomia assoluta in materia di intelligenza artificiale e data center. La questione, quindi, non è rinunciare alle tecnologie internazionali, ma individuare le soluzioni più adatte in base alla natura dei servizi e alla sensibilità delle informazioni trattate.
“Nessun Paese al mondo ha un’autarchia tecnologica sull’AI e sui data center”, sottolinea il direttore generale di AgID.
La scelta tra cloud pubblico e infrastrutture maggiormente isolate deve essere guidata dai rischi e dalle esigenze di sicurezza. “In questo momento la nostra prospettiva deve essere scegliere, a seconda del caso, dove collocarci: public cloud o sistema disconnesso, che ha una protezione alta e tratta dati e azioni molto delicate”.
In questo quadro, il Polo Strategico Nazionale e il percorso di razionalizzazione delle infrastrutture pubbliche rappresentano strumenti per rafforzare la protezione dei dati e la continuità dei servizi. La sfida è costruire un modello di interdipendenza con gli alleati europei che non rinunci al controllo sulle informazioni dei cittadini.
“Dobbiamo strutturare con i nostri alleati questo tipo di interdipendenza. E questo tipo di controllo va azionato non come un interruttore, ma come protezione dei dati dei nostri cittadini, in ambito sanitario”, aggiunge Nobile.
Una visione condivisa anche da Fabio Ciolino, CEO di Dynamo e Head of Aruba Cloud, che individua nel controllo delle scelte tecnologiche un elemento essenziale per la PA. “Il controllo consiste sostanzialmente nel sapere dove stanno girando i miei dati, chi può accedere e che margini ho per rivedere le mie scelte. Per la PA questo assume ancora più valore, perché la continuità di erogazione dei servizi va garantita sempre”.
Non tutti i carichi di lavoro, sottolinea Ciolino, richiedono lo stesso livello di protezione: occorre differenziare le soluzioni sulla base della criticità dei dati e delle attività svolte. L’obiettivo non è sostituire una dipendenza tecnologica con un’altra, ma preservare la libertà di scelta nel tempo.
“Deve esserci un controllo strategico, non per eliminare la dipendenza da tecnologie non europee, ma per non crearne altre che diventano poi irreversibili”, dice.
L’esperienza italiana sul cloud pubblico sta suscitando interesse anche oltre i confini nazionali. Andrea Sinopoli, Country Manager di Oracle Italia, richiama il percorso del Polo Strategico Nazionale come esempio concreto di collaborazione tra istituzioni e operatori tecnologici. “Con il Polo Strategico Nazionale abbiamo dimostrato che si può fare. Il vero interesse che sta suscitando nell’UE è che sia stato una risposta concreta all’esigenza delle nostre PA. Questa cosa è stata realizzata”.
Il modello, dice Sinopoli, combina la definizione delle regole da parte del Governo, la capacità operativa degli operatori e la disponibilità di tecnologie cloud avanzate. “Il Governo decide quali sono le regole e le linee guida. L’attività fatta con TIM è importante, con un operatore sovrano in grado di esercire i servizi e poi la flessibilità di mettere le tecnologie hyperscaler a disposizione”.
Il passaggio successivo riguarda l’interoperabilità: le tecnologie sono disponibili, ma devono essere organizzate secondo standard comuni per semplificare l’utilizzo dei servizi e favorire la collaborazione tra amministrazioni.
“Il tema dell’interoperabilità è importante. Le tecnologie non mancano, ma dobbiamo usarle per renderle più facili e usabili non soltanto in Italia, ma anche fuori, standardizzando”, conclude Sinopoli.
La trasformazione digitale passa anche dall’integrazione tra piattaforme e servizi. Michele Sciscioli, amministratore delegato dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, sottolinea come l’integrazione delle attività e il percorso di acquisizione di PagoPA da parte di Poste Italiane possano contribuire a costruire un sistema più unitario.
“Quello che dobbiamo cercare di fare è semplificare la vita dei cittadini attraverso un’unica identità digitale, anche con gli altri Paesi, per accedere a tutti i servizi digitali perché diventino interoperabili”.
L’obiettivo è superare la frammentazione delle procedure e consentire alle persone di utilizzare strumenti di identificazione sempre più semplici e riconosciuti. In questa direzione si inserisce il progetto del Wallet digitale, che punta a rendere disponibili in formato digitale documenti e attestazioni oggi utilizzati anche in forma fisica.
Sciscioli richiama inoltre i progetti sviluppati insieme al Dipartimento per la trasformazione digitale e ad AgID, a partire dalle deleghe digitali. Un’innovazione che può incidere direttamente sul rapporto tra cittadini e amministrazione, soprattutto per chi deve gestire pratiche per conto di familiari o altre persone.
“Oggi, per poter gestire una pratica INPS a distanza, i passaggi burocratici rendono la vita più complessa. Adesso con le deleghe digitali sarà tutto molto più facile”.
L’interoperabilità assume anche una dimensione europea, in un contesto geopolitico che rende ancora più importante la cooperazione tra Paesi. “Dobbiamo fare capire agli altri partner europei che si deve avere ovunque in Europa accesso agli stessi servizi in sicurezza”, osserva Sciscioli.
Un altro fronte di sviluppo è quello dell’intelligenza artificiale applicata ai servizi previdenziali e assistenziali. L’INPS sta lavorando per superare i sistemi basati sulla semplice interazione tramite prompt e sviluppare strumenti capaci di comprendere le esigenze degli utenti facendo leva sulla conoscenza specialistica dell’Istituto.
Massimiliano D’Angelo, direttore centrale della Direzione centrale tecnologia, informatica e innovazione dell’INPS, illustra il percorso di Arianna 2.0, che punta a rendere più efficace l’accesso alle informazioni e ai servizi.
“Per ritrovare la situazione pensionistica serve una base informativa strutturata. Serve una super conoscenza. Serve un modello più piccolo che parli il linguaggio del welfare sui nostri modelli, uno standard per avere un canale comunicativo dalla sede e che ci consenta di portare all’interno del nostro modello la conoscenza dei nostri tecnici”.
La strategia non consiste nel competere direttamente con i grandi modelli generalisti, ma nell’adattare modelli disponibili alle esigenze specifiche dell’amministrazione, valorizzando il patrimonio informativo e le competenze interne.
“Noi non possiamo competere con i foundation model, ma abbiamo reso disponibili dei modelli europei aperti e li stiamo addestrando per fare quello che serve a noi. Le nostre informazioni sono un patrimonio interno nostro”, afferma D’Angelo.
Il progetto pone anche il tema della condivisione delle conoscenze tra amministrazioni. L’interoperabilità, infatti, non riguarda soltanto i dati e le piattaforme, ma anche le norme, i processi e il linguaggio utilizzato dalle istituzioni.
“Il tema dell’interoperabilità riguarda i dati, ma anche la normativa a livello europeo. Lo sforzo è tecnologico, ma anche culturale. È questo che abbiamo costruito nel nostro welfare language model: se ogni struttura europea avesse un modello da mettere a fattor comune, avremmo fatto tanta strada”.
Perché i servizi digitali siano davvero accessibili, occorre però garantire le infrastrutture necessarie anche nelle aree meno servite. Stefano Acanfora, amministratore delegato di Infratel Italia, fa il punto sui risultati raggiunti attraverso gli investimenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) e sui prossimi obiettivi.
“È stato usato tanto PNRR. Noi ci siamo occupati delle isole minori, ben oltre il target di 18 isole; abbiamo messo su rete sicura 950 strutture sanitarie e, con Italia 1 Giga, abbiamo 2,5 milioni di civici collegabili. Siamo andati oltre i target di connettività”.
Il completamento delle infrastrutture, tuttavia, non coincide automaticamente con il loro utilizzo. La sfida consiste nel fare in modo che cittadini, imprese e strutture pubbliche possano beneficiare concretamente della connettività disponibile.
“La frontiera da raggiungere è rendere tutti i servizi accessibili a tutti”, sottolinea Acanfora, evidenziando al tempo stesso il problema del basso tasso di adozione dei servizi nelle aree raggiunte dalle infrastrutture.
Per affrontare le situazioni più difficili si stanno valutando soluzioni alternative nelle cosiddette aree bianchissime, dove la copertura e la domanda di connettività restano particolarmente problematiche. A questo si aggiunge l’avvio del Fondo connettività, che interessa circa 700mila civici, mentre prosegue il lavoro per individuare il fabbisogno ancora da soddisfare.
Il governo delle infrastrutture è particolarmente delicato in ambito sanitario, dove la protezione delle informazioni e la continuità operativa rappresentano requisiti essenziali. Lorenzo Gubian, direttore generale di ARIA, la società della Regione Lombardia che si occupa di innovazione e acquisti per il sistema pubblico regionale, richiama l’esperienza lombarda nella costruzione di un ambiente cloud articolato.
“Nel 2018 è stata fatta una gara e aggiudicata nel 2020, in era pre-Covid. Una gara multicloud, con una parte on-premise per gestire i dati dei cittadini e delle aziende sanitarie. Sono arrivati 56 milioni di euro del PNRR per portare a bordo tutti i data center del sistema sanitario regionale”.
La migrazione, tuttavia, non può essere affrontata come un semplice trasferimento tecnologico. Occorre valutare dove collocare i dati, quali applicazioni spostare e quali requisiti debbano essere garantiti per ciascun caso d’uso.
“Gli eventi e la sovranità nazionale ti pongono delle domande”, osserva Gubian, che individua nella governance il vero elemento determinante per il successo dei progetti.
“La maggior parte dei nostri sforzi li mettiamo sulla governance di questi progetti. Il tema del governo è ricorrente, non è un tema di tecnologie”.
La trasformazione digitale della sanità richiede infatti un coordinamento su più livelli, dalla dimensione regionale a quella nazionale ed europea. Un esempio concreto è la condivisione delle ricette farmaceutiche digitali tra Paesi europei, un processo che implica l’allineamento di sistemi informativi, regole e responsabilità.
“Stiamo per mettere a terra la condivisione delle ricette farmaceutiche digitali in tutta Europa, il che sarà un salto a livello di governance multilivello in Europa”, conclude Gubian.
Dalle identità digitali all’intelligenza artificiale, dalla connettività al cloud, il percorso della PA digitale mostra come la trasformazione tecnologica non possa essere ridotta alla semplice adozione di nuove piattaforme. Servono infrastrutture adeguate, competenze, regole condivise e capacità di coordinamento tra amministrazioni e operatori.
L’esperienza italiana, dal Polo Strategico Nazionale all’App IO, fino ai progetti di AI applicata al welfare, offre elementi di confronto per gli altri Paesi europei. Il passaggio decisivo sarà trasformare le singole iniziative in un ecosistema interoperabile, capace di garantire servizi accessibili, protezione dei dati e continuità operativa.
La sovranità digitale, in questa prospettiva, non significa isolamento tecnologico, ma capacità di scegliere, governare e, quando necessario, modificare le soluzioni adottate. Una sfida che riguarda tanto la sicurezza delle infrastrutture quanto il diritto dei cittadini ad accedere a servizi pubblici semplici, affidabili e disponibili in tutta Europa.
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Chi sono le figure professionali del futuro, in grado di sviluppare le soluzioni e i prodotti tecnologici che serviranno alle aziende un domani non troppo lontano. Quali le competenze richieste e le modalità di formare le nuove leve o riskillare quelle vecchie ancora in attività. Questo il tema del panel Chi saranno gli “architetti” dell’innovazione tecnologica dei prossimi 10 anni? In occasione della 4^ edizione di Digital Innovation Forum – la Cernobbio del Digitale – in corso a Villa Erba, sul lago di Como, dal 14 al 16 ottobresu iniziativa della Fondazione Innovazione Digitale ETS ed organizzata da NOW Italia e da Triumph Group.
A parlarne diversi professori ed esperti a partire da Elena Maria Baralis, Prorettore, Politecnico di Torino: “Noi formiamo ingegneri, sono loro gli architetti del futuro – dice Baralis – Cosa fa il Politecnico? Ha messo insieme diverse iniziative per il lavoro di squadra, dell’imprenditorialità e dell’interdisciplinarità dei nostri studenti”.
I team studenteschi, sono formati da gruppi di studenti che si uniscono per una competizione con un supervisore e affrontano lo studio e la progettazione di un prototipo. Si tratta di esperienze che toccano tutti gli ambiti della progettazione industriale, che vanno dal concept alla realizzazione e all’assemblaggio e il testing. C’è poi la fase di ricerca di sponsor e acquisizione di nuovi membri del team e tutta la parte di comunicazione. Questi sono gruppi di 60-80 studenti per un team.
“La realizzazione di un prodotto innovativo è l’obiettivo – dice Baralis – Una competizione ad esempio riguarda la macchina che consuma il meno possibile”.
Un secondo ambito sono le challanges per accompagnare un gruppo di studenti fino alla formazione di una startup. Formazione e mentoring durante il percorso e a volte viene fuori una idea solida. Un esempio di successo è Oris (Orbital Recharge in Space che nel 2027 farà la sua prima, vera prova spaziale) che invia energia a satelliti con un laser a satelliti.
Silvia Conforto, Prorettrice per le politiche relative al trasferimento tecnologico, Università degli Studi Roma Tre: “Roma Tre è una università generalista, si tratta di una cosa diversa rispetto ai politecnici. Nell’idea classica del trasferimento tecnologico, soltanto il 30% dell’università è dedicato alle mateeire STEM e il trasferimento tecnologico è valorizzato. Avere in house delle competenze ad ampio spettro diventa fondamentale per il trasferimento tecnologico. Stiamo cercando di mappare le competenze e i rapporti con le aziende e al PA all’università e sediamoci ad un tavolo”.
Mario Carpentieri, Professore Ordinario di Elettrotecnica e Prorettore alla Ricerca del Politecnico di Bari: “Chi sarà l’architetto del futuro dovrà avere una professionalità ben chiara, stiamo lavorando sulle competenze tecnologiche. Le competenze tecnologiche non bastano. La firgura professionale che vogliamo creare deve avere creatività e deve saper affrontare problemi complessi. Per questo puntiamo su didattica esperienziale e di laboratorio e sulla creazione di modelli matematici e fisici che richiedono più impegno nella ricerca”.
La distanza fra università e imprese è notevole nel trasferimento tecnologico. Ma se la ricerca resta confinata all’interno dell’università non va bene, dobbiamo avvicinare le imprese al mondo accademico.
Maria Pierro, Rettrice, Università dell’Insubria: “Domani per la nostra università e per il nostro territorio di Como è un giornata importante, con l’inaugurazione del computer Volta B1, 4400 qubit. Si tratta di una infrastruttura scientifica fondamentale per il trasferimento di competenze chimiche, fisiche, matematiche per risolvere problemi molto complicati. La scelta di collocarla nella città di Como è fondamentale per il rapporto con il territorio economico e sociale, che si sta adeguando sempre di più a questa immissione a sistema delle nuove tecnologie come l’AI”.
L’intento è di favorire la crescita di dottorandi e ricercatori in sinergia con le aziende.
“Noi abbiamo costituito all’interno del nostro centro del Centro Volta, peri individuare nuovi ricercatori e per offrire formazione e creare specialisti a favore del territorio, di nuove tecnologie di imprese e nuove professionalità”, aggiunge.
Il supercomputer Volta B1 servirà alle aziende, ad esempio, nella farmaceutica, per l’individuazione di farmaci ad una velocità esponenziale per rispondere a crisi e problemi.
La formazione in ambito ICT e cybersecurity richiede un collegamento sempre più diretto tra competenze teoriche, applicazioni pratiche e necessità delle imprese. Un modello che, secondo Euclide Della Vista, Coordinatore nazionale della filiera ICT degli ITS Academy, trova nella collaborazione con le forze dell’ordine e con l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale (ACN) un elemento fondamentale.
“Grazie alla Polizia riusciamo a formare subito persone molto competenti”, sottolinea Della Vista, evidenziando l’importanza di accompagnare gli studenti anche nei moduli universitari e di coinvolgere direttamente gli specialisti delle istituzioni nei percorsi didattici.
“Gli specialisti delle forze dell’ordine e dell’ACN coordinano con noi i percorsi formativi ed entrano in aula per la formazione. Grazie agli ITS Academy, gestiscono i laboratori e mettono a disposizione la possibilità di creare subito prototipi”.
Un approccio che punta a ridurre la distanza tra formazione e applicazione concreta delle competenze, rafforzando il trasferimento tecnologico e il rapporto con le aziende. «Abbiamo dei SOC e degli HPC potenti che rendono più intenso il rapporto immediato con le aziende», aggiunge Della Vista, richiamando il ruolo delle infrastrutture tecnologiche nel sostenere attività formative avanzate e sperimentazioni.
La trasformazione del lavoro imposta dall’intelligenza artificiale rende necessario ripensare non soltanto la formazione dei giovani, ma anche quella di chi è già occupato. È la prospettiva indicata da Davide Dattoli, Founder ed Executive Chairman di Talent Garden, che mette al centro il reskilling, ovvero l’acquisizione di nuove competenze per affrontare mansioni e ruoli in evoluzione.
“Il lavoro sta cambiando tantissimo. Oggi anche chi lavora ha bisogno di reimparare a lavorare. In molti casi stiamo inserendo gli agenti AI nelle aziende per creare nuove competenze nei team”.
L’intelligenza artificiale, spiega Dattoli, può accelerare numerose attività professionali, ma il suo utilizzo richiede preparazione e un cambiamento nell’organizzazione del lavoro. “Abbiamo AI per i diversi segmenti di lavoro, dobbiamo insegnare alle aziende come utilizzare l’AI”.
Una sfida che non può essere rimandata in attesa di un intervento del sistema pubblico o delle università. “Questa purtroppo è una sfida di tutte le aziende, non possiamo aspettare il pubblico e le università. Tanti lavori possono essere accelerati con l’AI. Molti lavori non ci saranno più”.
La riqualificazione professionale assume così anche una dimensione sociale, soprattutto per i lavoratori più esposti alle trasformazioni del mercato. “Abbiamo lavorato 500 over 50 negli ultimi anni con il reskilling. Questo è un tema di welfare fondamentale dal lato welfare”, osserva Dattoli, richiamando l’attenzione sulla necessità di accompagnare le persone nei cambiamenti professionali.
Ma quanto tempo serve per riqualificare un lavoratore? La risposta dipende dalle competenze di partenza e dagli obiettivi del percorso. “Si va dalle 60 alle 400 ore, con tool di assesment preliminare sull’AI e sulla loro propensione al cambiamento, con percorsi formativi personalizzati”, spiega Dattoli.
L’obiettivo è costruire interventi mirati, capaci di rispondere alle esigenze delle singole persone e delle organizzazioni. In questo scenario, Talent Garden lavora anche a stretto contatto con l’ecosistema dell’innovazione e delle startup.
“Abbiamo 1.500 startup. Soluzioni iperverticali sul mondo dell’AI”, afferma Dattoli, sottolineando inoltre l’importanza di una formazione vicina alle applicazioni reali: “Tutti i nostri corsi sono fatti da persone che lavorano con l’AI”.
La rapidità dell’evoluzione tecnologica impone, tuttavia, un aggiornamento continuo anche ai soggetti che si occupano di formazione tecnica. Della Vista conferma che la questione riguarda direttamente gli ITS Academy: “Tante aziende ci stanno interpellando per poter fare reskilling, perché c’è questa velocità di cambiamenti delle esigenze delle aziende. Con l’avvento dell’AI anche noi dobbiamo essere pronti a trasformare i contenuti didattici”.
La capacità di aggiornare rapidamente programmi, laboratori e metodologie didattiche diventa quindi una condizione essenziale per mantenere la formazione allineata alle richieste del mercato.
Il rapporto tra competenze, innovazione e intelligenza artificiale riguarda anche la ricerca scientifica. Fabio Petroni, Group Leader presso la sede romana dell’European Molecular Biology Laboratory (EMBL), porta l’attenzione sulle condizioni necessarie per sviluppare attività di ricerca di livello internazionale e rafforzare il sistema italiano.
«Io guido un gruppo di ricerca nel mondo di EMBL, finanziato da 30 Stati e con diverse sedi. Sono tornato in Italia perché si fa ricerca al top nel mondo, soprattutto in campo biomedico».
Tra gli elementi che rendono possibile questo livello di attività, Petroni individua l’autonomia scientifica, la stabilità delle risorse e la capacità di attrarre professionisti qualificati da altri Paesi. “Fondamentale: l’autonomia di lavorare su quello che mi interessa, fondi stabili e la capacità di attrarre talenti da tutto il mondo”.
Un aspetto particolarmente rilevante per un settore nel quale le competenze specialistiche sono determinanti. “La maggior parte delle persone vengono da fuori”, osserva Petroni, evidenziando il peso dei talenti internazionali nella composizione dei gruppi di ricerca.
Secondo Petroni, in Italia resta necessario raggiungere una massa critica sufficiente per sviluppare competenze e iniziative strutturate nell’ambito dell’intelligenza artificiale. “In Italia manca la massa critica per parlare di AI, per questo stiamo creando una branca interna EMBL per ampliare”.
La prospettiva è quella di consolidare le attività esistenti e favorire un maggiore coordinamento tra istituzioni, ricercatori e centri di eccellenza, anche su scala europea. «Serve un coordinamento a livello europeo», sottolinea.
Il tema della cosiddetta fuga dei cervelli, in questa prospettiva, può essere affrontato anche attraverso la capacità di attrarre competenze dall’estero e creare flussi di mobilità in entrambe le direzioni. “Si parla spesso di fuga dei cervelli in Italia, però [bisogna] creare un flusso contrario da Germania, India ecc.”.
Formazione continua, riqualificazione professionale, collaborazione tra imprese e istituzioni e attrazione dei talenti emergono così come dimensioni strettamente connesse. In un contesto in cui l’intelligenza artificiale modifica rapidamente processi produttivi e attività scientifiche, la sfida non riguarda soltanto l’adozione delle nuove tecnologie, ma anche la capacità di preparare le persone a utilizzarle, aggiornare le competenze e costruire un ecosistema dell’innovazione competitivo a livello internazionale.
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Elon Musk ‘spegne’ il sistema satellitare Starlink su ordine di Donald Trump e crea problemi all’Ucraina, che fa affidamento sulla tecnologia per coordinare le azioni militari nella guerra con la Russia. Nelle ultime 24 ore, Kiev ha dovuto fare i conti con un rallentamento nel funzionamento del sistema satellitare, strumento essenziale nel conflitto. Il presidente Volodymyr Zelensky si è rivolto direttamente a Musk dopo gli ultimi episodi: “Spero che sia un errore, magari un grosso problema tecnico. Non lo so, ma chiediamo che venga riattivato”, dice il presidente ucraino in un’intervista al giornalista britannico Piers Morgan.
Musk, in un post su X, fornisce una spiegazione che chiama in causa i vertici militari americani e il presidente Trump. I limiti di velocità e di utilizzo di Starshield – la versione militare della costellazione satellitare – sono decisi dall’esercito e, in ultima istanza, dal presidente Donald Trump. Musk si esprime rispondendo all’ex ministro della Difesa ucraino, Mykhailo Fedorov, che ringrazia il miliardario per il ripristino della connettività Starlink fino a 160 chilometri orari e chiesto di eliminare i limiti imposti a Starshield, considerati cruciali per la difesa dell’Ucraina. “I sistemi Starshield sono di proprietà e sotto il controllo del governo americano. Qualsiasi limite alla velocità o all’utilizzo è deciso dall’esercito Usa e, in ultima istanza, dal presidente”, scrive Musk, distinguendo Starshield da Starlink, precisando che quest’ultimo è un servizio commerciale di proprietà e sotto il controllo della sua azienda. “L’utilizzo di Starlink è limitato ad attività civili o difensive e non può essere impiegato per azioni militari offensive, perché sarebbe inappropriato per un’azienda commerciale”, chiarisce Musk.
Starlink ha iniziato a funzionare a velocità ridotta nella notte, dopo che Trump ha ripetutamente chiesto una pausa negli attacchi alle infrastrutture energetiche. “SpaceX ha introdotto un limite di velocità per i terminali Starlink in movimento”, il rilievo del consigliere del presidente Zelensky, Sergiy Beskrestnov. “Le nostre forze di difesa non erano state avvertite di questa restrizione, il che ha portato all’interruzione di diverse missioni. Ovviamente – sottolinea – questa azione non può essere una coincidenza ed è legata all’attuale situazione politica”.
Le restrizioni introdotte nelle ultime ore al sistema Starshield riguardano i terminal per le comunicazioni usati al fronte, spiegano fonti ucraine, precisando che diversi lanci sono falliti in seguito all’oscuramento. Il video di due droni in ascesa con la connessione in calo, quindi non più in grado di proseguire sulla loro traiettoria, è stato inviato da un comandante delle forze ucraine a Ukrainskaya Pravda. I terminal standard installati sui droni operano a una velocità di 160 chilometri l’ora. Una velocità insufficiente per alcune missioni per cui Kiev usa Starshield.
Alcuni droni già in missione hanno perso la connessione per circa 20 secondi a una velocità bassa, di 110-120 chilometri orari, al limite dei 10-20 secondi tollerati dal sistema. Ridurre la velocità dei droni per mantenere la connettività rende le piattaforme più vulnerabili agli attacchi delle forze russe. I droni più veloci non sono in grado di completare la loro missione in condizioni di connessione o velocità ridotte, vale a dire soprattutto per i droni a media e lunga gittata che devono accelerare rapidamente durante la fase di lancio. Unità ucraine dispiegate nel settore di Huliaipole della regione di Zaporizhzhia hanno iniziato ad avere problemi di connettività nella notte. Nella notte, i terminal Starshield non hanno funzionato a velocità superiori ai 160 chilometri orari.
“Questo massacro continuerà. È ora che Zelensky se ne vada”. Lo scrive su X Elon Musk. Il fondatore di SpaceX ritiene che sia giunto il momento per il leader ucraino di dimettersi, in un contesto di crescenti tensioni legate alla guerra e all’uso del servizio Starlink. La dichiarazione di Musk giunge in risposta a un post su X che commentava un’intervista rilasciata da Zelensky al giornalista britannico Piers Morgan. Il post suggeriva che la sua principale preoccupazione fosse la fine della guerra e lo svolgimento delle presidenziali. Musk ha risposto direttamente: “Questo massacro continuerà. È ora che Zelensky se ne vada”.
Come dimostra il caso Ucraina, “La nazionalità societaria è la sola ed unica vera padrona dei dati, come regola anche il cloud act americano. Fare discorsi fumosi sulle tecniche di protezione e sulle probabilità di tenuta delle attuali alleanze geopolitiche non rispecchia i fatti e ritarda l’indipendenza con la vera e necessaria sovranità europea”. Lo ha detto Remo Ricci, Ceo di Celeste Technologies, giovane azienda italiana nata a gennaio 2025 con già 35 dipendenti italiani, che sviluppa tecnologia critica e sovrana per telefonia satellitare 5G NTN, critica e sovrana , abilitante alternative a Starlink , Amazon LEO e altri player extra europei.
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Sarà Consiglio Ue “più complicato del previsto”: così un diplomatico a Bruxelles definisce il summit in programma oggi e domani. Sul tavolo la trattativa sul Multiannual Financial Framework (MFF), il bilancio dell’Unione, ma anche la questione “urgentissima” del costo dell’energia e la crisi in Ucraina, che vive un momento particolare dopo la decisione di Donald Trump sul gasolio russo. Domani a Bruxelles è atteso il leader ucraino Volodymyr Zelensky. Giorgia Meloni, in Senato, ha ribadito il “sostegno” dell’Italia, che “non è un’alternativa alla pace” ma al contrario “la rende possibile”. La premier è anche però tornata a chiedere un maggior protagonismo dell’Europa, con la nomina di un negoziatore (senza risparmiare ‘frecciate’ a Francia e Germania, che insieme al Regno Unito “ritengono di poter fare da sole meglio di quanto potremmo fare tutti insieme”). E del negoziatore si parlerà in Consiglio, anche perché ora è Zelensky che lo chiede; non ci sarà però una decisione, ma un confronto sull’“identikit”. Quanto all’uscita di Trump, anche Meloni l’ha criticata in quanto “molto rischiosa e contraddittoria”, che mina anche il sistema di sanzioni messo in campo dall’Ue; le stesse critiche dovrebbero essere contenute anche nelle conclusioni del Consiglio. Sul bilancio europeo il summit segnerà l’inizio della vera discussione, a partire dalla nuova nego-box messa a punto dalla presidenza irlandese (che non piace a nessuno).
L’Italia è tra i capofila degli “Amici della coesione”, coloro che si oppongono ai tagli alla Pac e ai fondi per la coesione. I tagli generali proposti dall’Irlanda (8%) per far felici i frugali non convincono Roma perché indeboliscono un bilancio già scarso, soprattutto sulle sfide della competitività. Il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa vorrebbe chiudere entro dicembre. Le proposte sono molte: il roll over del Newx Generation Eu, o possibili strumenti di debito mirati (ma c’è il no dei frugali). In scaletta anche il MO, con in particolare il ripristino della libertà di navigazione: l’Italia ha chiesto il potenziamento della missione Aspides, che è l’unica cosa che può dare all’Ue una rilevanza critica nella regione. Sul tavolo anche la questione dell’allargamento (l’Italia spinge per l’accelerazione su Montenegro e Albania). La Commissione, la scorsa settimana, ha anche rilanciato il tema dell’adeguamento del processo decisionale con il superamento del voto all’unanimità, tema su cui la presidente del Consiglio è nettamente contraria. Il testo delle conclusioni, si prevede, sarà “molto articolato” e di sicuro non mancheranno le tensioni.
La crisi energetica e le modalità su come affrontarle sono il primo punto all’ordine del giorno del Consiglio Ue e se il senso di urgenza sul dossier è ampiamente condiviso è sulla strategia da mettere in campo che l’intesa tra i 27 è lontanissima. L’Italia è tra i Paesi che chiederà misure nel breve periodo, che vadano ad affrontare di petto gli effetti della crisi energetica sull’inflazione. Ma un nutrito gruppo di capitali, le nordiche, Berlino e Madrid, tra le altre, resta convinto che il nodo sia la dipendenza dai fossili e che si possa superarlo solo proseguendo ancor più rapidamente sulla strada della decarbonizzazione. É su questo che, probabilmente, si registrerà un cortocircuito. La Commissione Ue, in questo senso, non vuole arretramenti sull’exit strategy dalle fonti fossili ma a Ursula von der Leyen toccherà il compito ascoltare le richieste dei leader e di mettere sul tavolo un ventaglio di soluzioni.
La presidente dell’esecutivo Ue ha già in mente di prorogare il cosiddetto temporary framework a favore delle industrie energivore, allargandolo nel tempo e nei destinatari. Il dialogo strategico sulla raffinazione in Europa e il lavoro per aggregare la domanda di energia sono altre due carte che metterà sul tavolo ma probabilmente non basterà. Giorgia Meloni approderà al Consiglio Ue sulla scia della lettera inviata a von der Leyen per chiedere maggiore flessibilità. Il tema, formalmente, non è all’ordine del giorno, è molto difficile, tuttavia, che non approdi sul tavolo. Su questo fronte la partita non si può giocare al summit Ue – in fondo solo Italia e Grecia hanno chiesto formalmente maggiore flessibilità – ma nelle retrovie. Innanzitutto, la Commissione ha di fatto dato via libera al decreto bollette, spiegando che si va verso “un accordo di massima” che permetta alla misura di non violare le norme sugli aiuti di Stato.
Il decreto prevede che la tassazione europea sulle emissioni (Ets) per i produttori di elettricità con il gas venga spostata sulle bollette dei consumatori, di modo da innescare un abbassamento del prezzo all’ingrosso dell’elettricità, ritenuto superiore all’aumento della bolletta. Ed è su questo principio che si sta sviluppando l’intesa tra Ue e Roma. Sulla flessibilità a tenere i contatti sono il commissario Valdis Dombrovskis e i ministri delle Finanze di Italia e Grecia. Palazzo Berlaymont non ha chiuso all’idea di usare il gettito extra-Iva per misure temporanee e mirate a favore di famiglie imprese. Roma ha ribadito a Bruxelles che la richiesta di flessibilità è pensata per stare dentro le regole del Patto, conditio sine qua non per sperare in un’intesa con l’Ue.
Due risoluzioni, di cui una ad hoc sull’Ucraina, con l’obiettivo di mettere in luce le spaccature del campo largo ma, soprattutto, per mettere all’angolo la parte più lontana della coalizione di centrodestra: Roberto Vannacci. L’appuntamento del Consiglio Ue diventa l’ennesimo campo su cui si gioca la sfida elettorale. In poche righe si chiede di “continuare a sostenere ogni sforzo, in tutte le sedi europee e internazionali, affinché l’Ue promuova e sostenga attivamente ogni iniziativa diplomatica concreta finalizzata al raggiungimento di una tregua immediata sugli attacchi alle infrastrutture energetiche tra Russia e Ucraina, al fine di intervenire in soccorso della popolazione civile già duramente provata”.
Il guanto di sfida è stato lanciato a FN per dimostrare che gioca a favore dell’opposizione pur decantando l’appartenenza al centrodestra. “Sono certa che il cambio di posizione in finale di legislatura sia genuino e non sia, diciamo così, determinato dal rischio di una mancata rielezione nei partiti nei quali eravate stati eletti” ironizza la premier Giorgia Meloni in replica alla Camera, “Ma in questo caso sarebbe più credibile se rassegnaste le dimissioni e vi candidaste con le nuove tesi che sostenete. In tutti gli altri casi siamo di fronte a uno dei tanti casi di trasformismo che abbiamo visto nella storia parlamentare e mi perdonerà se questo rende le sue argomentazioni per me meno interessanti”. Il voto dei vannacciani è contrario, come ampiamente previsto. L’altro obiettivo, spiegano diversi ministri in Transatlantico, è mettere in evidenza le divisioni dell’opposizione che, quando si parla di politica estera, non riesce ad avere una linea unitaria e ieri ha presentato 5 diverse risoluzioni.
C’è chi ipotizza che l’input sia arrivato direttamente da Palazzo Chigi, nello specifico dal sottosegretario meloniano Giovanbattista Fazzolari. La maggioranza, infatti, ha limato fino all’ultimo le due risoluzioni, “pesando”, spiegano, parola per parola un contenitore che i rumors di Palazzo già definiscono “risoluzione trappola”. L’opposizione non ci sta e il capogruppo dem a Palazzo Madama Francesco Boccia trova la scelta della doppia risoluzione “una forzatura inaccettabile”. Nelle repliche la stessa presidente del Consiglio contrattacca: “Mi chiedo cosa ci sia in questa proposta che non sia sostenibile. Forse non siamo liberi di sostenere lo stop degli attacchi russi contro l’Ucraina? Perché se così fosse, vi prego, almeno non mi fate la morale sulla difesa dell’interesse italiano e sulla libertà di difendere posizioni nell’interesse italiano”.
Giorgia Meloni rilancia lo sconto sull’Irpef per il ceto medio. “Sono ovviamente più che favorevole all’estensione dell’aliquota Irpef al 33%” oltre l’attuale soglia dei 50mila euro”, ha detto alla Camera facendo propria una delle misure più dibattute della prossima legge di Bilancio. La proposta era stata ipotizzata da più esponenti del governo già subito dopo l’ultima manovra pensando di arrivare alla soglia dei 60mila euro ma nell’ultima settimana aveva perso quota, a favore dell’ipotesi di utilizzare le risorse necessarie, 2,7 miliardi all’anno, su altri capitoli. Tre milioni e trecentomila contribuenti ora tornano a sperare: “Molto dipende dalle risorse di cui potremo disporre”, ha precisato la premier, senza nascondere che si è a caccia di coperture e ricordando le richieste fatte alla Commissione Ue.
Al centro ci sono due punti: il primo è che lo shock energetico inflazionistico venga considerato nel calcolo della spesa consentita dalle regole; il secondo è che si possa usare, almeno in parte, l’extragettito Iva dovuto all’aumento dei prezzi per misure “temporanee e mirate” a favore d’imprese e famiglie. “Taglieremo ancora le tasse”, ha promesso poi in un messaggio a Confesercenti. Qualcosa in più si capirà dal documento programmatico di bilancio approvato dal Cdm e atteso a Bruxelles oggi, che conterrà, oltre alle previsioni macroeconomica, “elementi” sulla prossima manovra. Per chiudere il provvedimento il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti vorrebbe aspettare l’esito del confronto con Bruxelles sulla clausola di salvaguardia Nec per energia e difesa, in modo di portare alle camere una manovra con contenuti “definiti”.
Martedì è arrivato il via libera del Parlamento allo scostamento di bilancio da 28,8 miliardi fino al 2028 ma per l’approvazione definitiva serve ancora la pronuncia del Consiglio Ue, che è attesa all’Eurogruppo del 9 novembre. Per questo il termine del 20 ottobre per la presentazione del disegno di legge, che non è perentorio, probabilmente non sarà rispettato. Intanto, fa discutere maggioranza e opposizione la mancata indicizzazione all’inflazione degli scaglioni dell’Irpef, delle detrazioni e della no tax area. È il meccanismo del fiscal drag: l’inflazione erode i redditi e se le fasce di tassazione rimangono uguali di fatto aumenta il peso del fisco. Un aumento dei salari per compensare l’inflazione si può tradurre in maggiori tasse versate, in una trappola chiamata drenaggio fiscale.
Dopo che ieri si sono tenute le comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri Giorgia Meloni in vista della riunione del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre 2026, nella giornata di oggi l’Assemblea della Camera non si riunirà. L’aula di Palazzo Montecitorio riprenderà i propri lavori lunedì prossimo alle 11.00 con la discussione generale di diversi provvedimenti, tra cui il decreto-legge per assicurare la continuità operativa d’impianti d’interesse strategico nazionale.
Per quanto riguarda le Commissioni, la Trasporti con la Ambiente svolgerà audizioni e si confronterà sul decreto-legge sui veicoli EURO 5. Tutte le altre, invece, non terranno seduta e riprenderanno i propri lavori la prossima settimana.
L’Assemblea del Senato tornerà a riunirsi alle 10.00 per l’esame del decreto legge sui prezzi petroliferi e le infrastrutture e attività energetiche strategiche. A seguire svolgerà le interrogazioni e alle ore 15.00 le interrogazioni a risposta immediata.
Per quanto riguarda le Commissioni, la Giustizia si confronterà sul ddl per la riforma dell’ordinamento professionale del commercialista, sul ddl per il rilascio degli immobili e sul ddl sulle professioni pedagogiche ed educative. Dibatterà sul ddl sull’allontanamento del minore, svolgerà, infine, delle audizioni sul ddl sulla legittima difesa e sui ddl sulla disciplina del condominio negli edifici. La Cultura svolgerà audizioni e proseguirà l’esame del decreto-legge sulla scuola. Tutte le altre, invece, non terranno seduta e riprenderanno i propri lavori la prossima settimana.
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La valorizzazione delle capacità europee per diventare un AI Continent, la nuova normativa e i nuovi incentivi, come far decollare gli investimenti privati per superare in Europa le barriere strutturali allo sviluppo dell’AI e come costruire il mercato dell’intelligenza artificiale (AI), sono alcuni dei temi che sono stati al centro del panel dal titolo “Le AI italiane ed europee e le AI per l’Europa”, moderato e condotto da Nicola Porro, conduttore, “Quarta Repubblica” e “10 minuti”, alla 4^ edizione di Digital Innovation Forum – la Cernobbio del Digitale – in corso a Villa Erba, sul lago di Como, dal 14 al 16 ottobre su iniziativa della Fondazione Innovazione Digitale ETS ed organizzata da NOW Italia e da Triumph Group.
“Il calcolo è la materia prima dell’intelligenza artificiale e chi non ne dispone rischia di restare dipendente e semplice utilizzatore di tecnologie sviluppate altrove. Draghi ha proposto di destinare almeno cento miliardi di euro del prossimo bilancio europeo per ridurre i rischi degli investimenti nelle infrastrutture per l’intelligenza artificiale, così da mobilitare capitali privati su larga scala. È una prospettiva che invita a concentrarci sulle condizioni necessarie per competere: infrastrutture adeguate, investimenti e capacità di fare sistema.
Da queste condizioni dipende la possibilità, per i nostri ricercatori e le nostre imprese, di sviluppare in Europa un’intelligenza artificiale competitiva. Dobbiamo mettere i nostri talenti nelle condizioni di innovare. Servono potenza di calcolo, accesso ai dati e competenze specialistiche: risorse che devono essere disponibili anche alle imprese più piccole. È questo l’obiettivo della rete delle 19 AI Factories “Fabbriche per l’Intelligenza Artificiale”, che la Commissione sta realizzando attraverso l’impresa comune europea EuroHPC”, ha dichiarato Lucilla Sioli, Responsabile AI Office della Commissione europea, in video-intervento.

“Le AI Factories sono poli di innovazione che riuniscono supercomputer, dati e servizi di supporto. In esse, ricercatori, start-up e imprese potranno a sviluppare, addestrare e sperimentare modelli di intelligenza artificiale. L’Italia partecipa a questa rete con il Supercomputer Leonardo del CINECA basato sulle infrastrutture del Tecnopolo di Bologna che supporta servizi in settori strategici, dall’agroalimentare alla manifattura, dalle scienze della Terra alla cybersicurezza.
La Commissione, insieme agli Stati Membri – ha proseguito Sioli – ha deciso di fare un ulteriore upgrade aggiungendo a questa rete le Gigafactories, sette grandi infrastrutture dedicate allo sviluppo dei modelli più avanzati ed alla costruzione di LLM. Vorrei sottolineare la candidatura dell’Italia ad ospitare una Gigafactory con una proposta che riunisce grandi imprese industriali, energetiche e delle telecomunicazioni in un consorzio che prevede importanti investimenti.
Il fondo Scaleup Europe da 5 miliardi di euro, insieme a strumenti già esistenti come la piattaforma per le tecnologie strategiche per l’Europa (STEP), rappresenta un primo passo importante in questa direzione”.
Dobbiamo, però, fare un passo ulteriore, ha precisato Sioli nel suo intervento, un passaggio chiave della strategia europea “che abbiamo chiamato Apply AI“: “L’Europa parte da basi solide: un’eccellente ricerca scientifica, industrie di livello mondiale, dati di alta qualità. La Sicurezza dell’AI deve accompagnare ogni fase del suo sviluppo: attraverso valutazioni rigorose, verifiche prima dell’introduzione sul mercato e un monitoraggio continuo durante l’utilizzo. Affrontare i rischi significa creare le condizioni perché l’innovazione generi fiducia e possa esprimere tutto il suo potenziale. L’Italia ha molto da offrire a questo impegno comune: costruire un’Europa dell’intelligenza artificiale e del digitale che sia competitiva, affidabile e centrata sulle persone”.

Uljan Sharka, Founder e CEO di Domyn, ha ricordato le AI Factory in Italia e altri asset strategici, come il Tecnopolo di Bologna e il supercomputer Leonardo: “Senza queste infrastrutture non possiamo sviluppare sistemi di intelligenza artificiale. Servono sia per produrre sia per utilizzare i modelli, che sono indispensabili per offrire servizi nel mondo reale. L’infrastruttura, però, è solo una parte: servono anche il software e i modelli. Su questo l’Europa deve colmare un divario, perché la gran parte dei large language model, o LLM, oggi disponibili è stata sviluppata negli Stati Uniti o in Cina. In Italia, Domyn ha sviluppato negli anni modelli competitivi, soprattutto per settori critici e regolamentati, come la finanza, le infrastrutture, la pubblica amministrazione e la difesa. Sono modelli verticali, con un limite: possono essere applicati soltanto in ambiti specifici”.
“Avere modelli di frontiera significa sviluppare un’intelligenza più ampia e generale, capace di competere con quella statunitense e cinese e di offrire un’alternativa europea. Il consorzio Europa punta proprio a colmare questo divario, mettendo in rete i centri di supercalcolo già esistenti e quelli che saranno acquisiti nei prossimi mesi. L’obiettivo – ha aggiunto Sharka – è federare le risorse di Italia, Germania, Spagna e altri Paesi europei per addestrare un modello di frontiera europeo, che chiameremo Europa. Stiamo lavorando con i 27 Stati membri per utilizzare i centri di calcolo disponibili e accedere a dati che rappresentino in modo significativo tutte le lingue e le culture europee. Questo è un altro aspetto fondamentale: sviluppare un’intelligenza artificiale europea che rispecchi meglio le nostre lingue e culture.
Dobbiamo quindi colmare il divario nei modelli di frontiera, così da avere sistemi più potenti, utilizzabili come alternativa o come riferimento principale nelle AI Factory europee. Allo stesso tempo, dobbiamo fare in modo che rappresentino meglio le lingue e le culture del continente. Abbiamo di fronte a noi altri 10 mesi di lavoro”.
La sovranità è tema legato al “controllo delle infrastrutture”, ha aggiunto il CEO di Domyn, “nel 2024 la capacità di calcolo UE era bassissima. Oggi i chip che compriamo sono di ultima generazione, consumano 25 volte meno e supportano una potenza di calcolo 30 volte superiore. Entro due anni l’Europa recupererà il divario nelle infrastrutture digitali strategiche e potrà rincorrere modelli di business più avanzati”.

“Parliamo spesso di AI e ancor più spesso lo facciamo in modo astratto. Questa tecnologia credo debba invece essere analizzata per il reale valore che può creare quando si traduce in soluzioni concrete, con risultati misurabili, capaci cioè di portare più competitività alle imprese, efficienza e qualità alle amministrazioni, migliorando la vita delle persone. Il potenziale della AI si esprime pienamente solo se viene governata, sulla base di regole chiare e obiettivi definiti, e se ben progettata per rispondere a bisogni specifici. La vera sfida non è sviluppare LLM sempre più grandi e potenti, ma creare applicazioni utili agli scopi delle diverse organizzazioni, con un valore reale”, ha affermato Valeria Sandei, Chief Global AI Officer di Almaviva Group e President&CEO di Almawave Labs.
“Solo il 5% di progetti di AI hanno realizzato una redditività superiore al 10%. C’è molto da fare ancora. L’80% dei task possono essere ben eseguiti da modelli più piccoli e questo apre spazio a progetti a costi contenuti. Abbiamo imparato che un LLM è una tecnologia molto complessa – ha affermato Sandei – e per arrivare a qualcosa di tangibile serve una visione applicativa. Se parliamo di AI e non abbiamo idea di cosa sia una cartella clinica e come funziona una rete ferroviaria, o una procedura di un appalto, serve maggiore formazione e competenza per lo sviluppo di applicazioni efficaci. Servono competenze multiple per ben progettare modelli di AI poi da applicare bene nei processi, anche in termini di conoscenze die consumi e delle sue potenzialità. Dobbiamo considerare l’AI come tutte le altre tecnologie, cioè opportunità per un salto di qualità nei servizi. Non dobbiamo pensare che un solo LLM sia una soluzione per tutti i problemi. Nella PA la domanda presuppone una risposta certa, un cittadino non può essere lasciato in balia di un’allucinazione. Per questo serve governo delle tecnologie e visione del processo. L’uso improvvido di tecnologie potenti può rappresentare un problema e una minaccia. Dietro ogni tecnologia c’è sempre l’uomo che rappresenta un valore dietro ad ogni innovazione. Quando progetti l’AI i dati che inserisci sono la base dell’output. Il tema del dato, di come lo preserviamo, è inerente a come progettiamo i modelli AI”.

“La sovranità europea nell’AI non è autosufficienza: è federare le nostre eccellenze, governare le dipendenze tecnologiche e garantire la libertà di scegliere. Richiedono competenza di contesto per installare specificità nei modelli dei problemi che si vogliono risolvere e non servono grandi modelli. Gli analisti ci dicono che gran parte dell’elaborazione si sposterà in prossimità che serve per alcuni servizi a latenza zero, che richiedono la massima vicinanza. L’infrastruttura è data center, calcolo, dati, modelli e framework, è un insieme che poi vede verticalizzazione nei servizi e nelle filiere”, ha sostenuto Roberto Loro, Chief Technology Officer di Dedagroup.
“I data center sotto le mele della Val di Non è un progetto a maggioranza privata che coinvolge quattro aziende e l’Università di Trento. Nella catena del valore dell’intelligenza artificiale la componente infrastrutturale è fondamentale, ma lo sarà ancora di più in futuro. Per questo – ha proseguito Loro – è importante affiancare alle infrastrutture il mondo della ricerca e lavorare insieme per spingere più avanti le frontiere dell’innovazione. È così che si realizza il trasferimento tecnologico necessario ad accelerare lo sviluppo. Vedo un futuro in cui questi mondi saranno molto più vicini, proprio per favorire l’innovazione e il trasferimento delle conoscenze”.

“È assolutamente necessario giocare la partita e dotarci di infrastrutture in Italia e in Europa. Nel digitale e nelle tecnologie è sempre stato così: per competere nell’economia mondiale dobbiamo investire nelle infrastrutture. Abbiamo bisogno di avere i data center, ne abbiamo un certo numero ma è limitato. Molti investimenti vanno a finanziare data center in altre parti del mondo, la politica italiana mira a migliorare la situazione. Il Supercomputer cha abbiamo qui in Italia è stato realizzato in Europa. Ricordiamoci che è uno dei supercomputer più potenti al mondo: sesto in assoluto e primo tra quelli privati. Le sue componenti, naturalmente, sono prodotte in diverse parti del mondo. Anche in questo campo l’Europa e l’Italia possono giocare una partita importante: oltre all’infrastruttura servono applicazioni, dati e capacità di gestione. Sono sistemi complessi e la gestione è fondamentale. Sviluppare queste competenze in Europa e in Italia ci garantisce una maggiore autonomia decisionale”, ha dichiarato Claudio Bassoli, Presidente e Amministratore Delegato di HPE Italia.
“Parlando di date center, la tecnologia ha contribuito a creare il problema dei consumi energetici e del raffreddamento, ma sta anche aiutando a risolverlo. Nei data center, per esempio – ha precisato Bassoli – quelli di Meta e di Eni, si usa il raffreddamento a liquido, che può ridurre del 90% i consumi energetici destinati al raffreddamento. Questa soluzione affronta anche il problema dell’acqua: i circuiti sono chiusi e utilizzano acqua filtrata, quindi non ne consumano.
Quanto all’energia, la potenza dei server di ultima generazione cresce di anno in anno: se ne installassimo in qualunque azienda, avremmo a disposizione una capacità molto maggiore. Per questo, direi che è meglio installarli prima sulla Terra, in Europa e in Italia; allo spazio penseremo in seguito. Una strategia comune per data center europei sostenibili deve puntare a renderli custodi del patrimonio digitale dell’Unione e leva di crescita per le imprese”.
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“La certezza del contesto per gli investimenti è fondamentale, serve visibilità di lungo termine. Il settore delle telco è specifico. I prezzi al consumo sono i più bassi del mondo. Il prezzo per ogni mega è il più basso del mondo. Servono modelli di business vincenti. Credo che la separazione dei servizi dalle infrastrutture è un modello smart e così le tower company riescono ad attrarre investimenti dall’estero. INWIT, che è nata nel 2020, ha attratto 8 miliardi di equity e 4 miliardi di debito e il 90% dei finanziamenti arriva dall’estero. Questo è importante, va mantenuta la visibilità”. Lo ha detto Diego Galli, Direttore Generale di INWIT, in occasione della 4^ edizione di Digital Innovation Forum – la Cernobbio del Digitale – in corso a Villa Erba, sul lago di Como, dal 14 al 16 ottobre su iniziativa della Fondazione Innovazione Digitale ETS ed organizzata da NOW Italia e da Triumph Group.
“Le nostre torri, come quelle medievali, servono a presidiare il territorio – ha detto Diego Galli – le torri sono le infrastrutture più vicine al cliente finale, sono connesse in fibra e con la rete elettrica. Sulle nostre torri ci sono 2500 gateway IoT, che permettono tra le altre cose la misurazione di 2 milioni di contatori”.
“A Castel Porziano c’è il controllo della qualità dell’aria attraverso le nostre infrastrutture. Le telecamere collocate alla base del drone consentono il monitoraggio degli incendi. Per l’IoT il modello di business funziona bene, con la possibilità di poter misurare consumi idrici a disposizione dei clienti. Intorno alla torre abbiamo costruito un ecosistema. Intorno alle torri ci sono coperture indoor per 800 ospedali. Abbiamo connesso la Metro di Roma in 5G, la metro di Milano. Su Roma modello di smart city, telecamere, un ecosistema su cui si valorizza il valore dell’infrastruttura”, aggiunge Galli.
“No comment” sui rumors di un possibile delisting con l’acquisto da parte di due fondi: “è un tema di azionisti”, ha detto Galli a margine dell’evento. Il management, ha aggiunto, avrebbe obblighi informativi per legge se venisse a conoscenza di sviluppi, ma sono “cose che non riguardano il management ma gli azionisti”.
Più che sulla strada percorribile, Galli ha insistito sul valore della società: “L’importante è la consapevolezza del valore di Inwit e delle sue infrastrutture”, che sono “strategiche, difficilmente replicabili, ottimizzate” e rappresentano “un asset per la sicurezza economica e strategica del Paese”. L’apprezzamento per questo asset, ha aggiunto, è importante “in qualunque forma essa avvenga”. Il 90% degli investitori di Inwit è internazionale, segno di “un modello che è riuscito ad attrarre capitale da tutto il mondo”.
Sul contenzioso con Tim e Swisscom per la disdetta del contratto, Galli ha parlato di un settore “sotto forte pressione”, con prezzi al consumo “i più bassi al mondo”, e ha ribadito la volontà di “superare le tensioni” per una soluzione “win-win”. Ricordando, infine, come “un modello di operatore neutrale che fa un investimento aperto a tutti gli operatori crea efficienza, è un modello vincente”.
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Oggi ha preso il via la 4^ edizione di Digital Innovation Forum – la Cernobbio del Digitale – in corso a Villa Erba, sul lago di Como, di cui Key4Biz è media partner.
Ad aprire i lavori il messaggio di Papa Leone XIV.
Poi, nell’intervista a Nicola Porro il Sottosegretario Alessio Butti ha annunciato: “L’Italia punti sull’AI industriale e farà parlare di sé sul Quantum Computing”.
Diversi i panel che si sono susseguiti. Per l’autonomia strategica europea, “servono capacità di calcolo, accesso ai dati, competenze e condivisione della sicurezza”. Emersa, infine, la necessità di una certezza normativa per garantire gli investimenti in un settore strategico come le TLC e di ridefinire il ruolo delle tower company.
Il nostro speciale sulla prima giornata della Cernobbio del Digitale.
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“Se non disponiamo di una infrastruttura adeguata per raccogliere e trasmettere dati allora abbiamo un problema di certo non si può realizzare il Quantum Computing e nemmeno l’AI”. Lo ha detto il Presidente e Ceo di Cellnex Italia Federico Protto, in occasione della 4^ edizione di Digital Innovation Forum – la Cernobbio del Digitale – in corso a Villa Erba, sul lago di Como, dal 14 al 16 ottobre su iniziativa della Fondazione Innovazione Digitale ETS ed organizzata da NOW Italia e da Triumph Group.
Detto questo in relazione al ruolo strategico delle TLC per lo sviluppo di nuove tecnologie di frontiera, Protto affronta il tema degli investimenti: “In Europa per tenere il passo con Usa e Cina abbiamo bisogno di 435 miliardi in infrastrutture di qui al 2035 in Europa”, aggiunge.
“Bisogna creare facilitazioni per investimenti infrastrutturali creando campioni europei e incentivare lo sharing infrastrutturale”, dice Protto. “Serve inoltre certezza regolatoria, certezza del diritto soprattutto per quanto riguarda le frequenze, perché in questo ambito sono necessari investimenti a 15 e 20 anni. Serve un contesto normativo stabile, che non muti nei prossimi 15 o 20 anni”.
Aggiunge Federico Protto, ad di Cellnex Italia“La Corea del Sud ha un milione di siti, in Italia siamo parlando di 55mila siti. Questo ci fa capire che c’è una riflessione che si può fare in tema di densificazione dei siti. Dobbiamo garantire che ci sia il segnale e questo è un tema di copertura ma anche di capacità. Ci siamo accorti che in alcune aree del paese (noi con il telefonino facciamo tutto) non è che prende dappertutto. Basta andare sul Milano Roma, in galleria o pensare all’indoor. Queste sono le aree che dobbiamo ancora coprire, chiamiamole densificazioni, circa 7000 – 8000 torri o siti in più servono. Serve un 10-15% in più. In Giappone è molto simile. Il treno sul Kioto in Giappone funziona benissimo. Lì ci sono le small cells”.
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In occasione del “Digital Innovation Forum: l’Europa del fare Innovazione”, Papa Leone XIV rivolge il suo beneaugurante pensiero e mentre esorta a favorire un servizio sempre più autenticamente rispettoso dell’integrità della persona umana, ricorda che “tutte le parti interessate – dall’industria tecnologica ai legislatori, dalle aziende creative al mondo accademico, dagli artisti ai giornalisti, agli educatori – devono essere coinvolte nel costruire e rendere effettiva una cittadinanza digitale consapevole e responsabile” (messaggio, 24 gennaio 2026).
Sua Santità, incoraggiando a perseverare nell’applicazione della conoscenza per il bene dell’umanità, invoca la protezione della Beata Vergine Maria e volentieri invia a tutti la benedizione apostolica. Cardinale Pietro Parolin Segretario di Stato di Sua Santità dal Vaticano, 14 ottobre 2026
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Settore TLC in crisi da tempo in Italia e in Europa, ma fondamentale per lo sviluppo di nuove tecnologie di frontiera. Come invertire la tendenza e come alimentare e attrarre nuovi investimenti? Questo il tema del panel Ripensare il settore delle TLC perché fondamentale per le tecnologie di frontiera, ma rilanciare gli investimenti, in occasione della 4^ edizione di Digital Innovation Forum – la Cernobbio del Digitale – in corso a Villa Erba, sul lago di Como, dal 14 al 16 ottobre su iniziativa della Fondazione Innovazione Digitale ETS ed organizzata da NOW Italia e da Triumph Group.
“Se non disponiamo di una infrastruttura adeguata per raccogliere e trasmettere dati allora abbiamo un problema – ha detto Federico Protto, Presidente & CEO Cellnex Italy – di certo non si può realizzare il Quantum Computing e nemmeno l’AI”.
Detto questo in relazione al ruolo strategico delle TLC per lo sviluppo di nuove tecnologie di frontiera, Protto affronta il tema degli investimenti: “In Europa per tenere il passo con Usa e Cina abbiamo bisogno di 435 miliardi in infrastrutture di qui al 2035 in Europa”, aggiunge.
“Bisogna creare facilitazioni per investimenti infrastrutturali creando campioni europei e incentivare lo sharing infrastrutturale”, dice Protto. “Serve inoltre certezza regolatoria, certezza del diritto soprattutto per quanto riguarda le frequenze, perché in questo ambito sono necessari investimenti a 15 e 20 anni. Serve un contesto normativo stabile, che non muti nei prossimi 15 o 20 anni”.
Federico Boccardi, Head Telecoms Policy, Amazon Web Services: “Per parlare di investimenti vorrei parlare di investimenti di Amazon in Europa 60 miliardi globali. Si tratta di investimenti a lungo termine di cui 40 miliardi nella Ue. In Italia solo nel Cloud 3 miliardi di euro”.
Boccardi ha ricordato che nel 2025 Amazon ha investito 60 miliardi di dollari a livello globale, di cui 40 nell’Unione europea, “il più grande investimento della nostra storia in Europa”, destinato a data center, reti, intelligenza artificiale, logistica, robotica ed energia. In Italia Aws ha investito complessivamente oltre 3 miliardi di euro, compreso un piano di espansione da 1,2 miliardi giudicato strategico dal governo.
Per Boccardi le imprese devono poter “concentrare i propri budget sull’innovazione”. Sul tavolo di Bruxelles ci sono in contemporanea più regolamenti per il digitale, tra cui il Cloud and AI Development Act e il Digital Networks Act: “Apprezziamo l’ambizione del legislatore europeo – ha detto – e l’auspicio è che questi strumenti siano tra loro coerenti e complementari”.
“Secondo un nostro studio, in media una azienda in Europa spende il 42% del budget IT in compliance. Servono certezze regolatorie, proporzionalità delle regole. Vorrei fare un riconoscimento all’Italia. L’Italia ha semplificato”, ha aggiunto Boccardi. Nel 2024 AWS è stata la prima ad accedere alle infrastrutture strategiche rilevanti. A febbraio di quest’anno l’articolo 8 del decreto bollette ha introdotto alcune semplificazioni utili.
Diego Galli, Direttore Generale di INWIT: “La certezza del contesto per gli investimenti è fondamentale, serve visibilità di lungo termine. Il settore delle telco è specifico. I prezzi al consumo sono i più bassi del mondo. Il prezzo per ogni mega è il più basso del mondo. Servono modelli di business vincenti. Credo che la separazione dei servizi dalle infrastrutture è un modello smart e così le tower company riescono ad attrarre investimenti dall’estero. INWIT, che è nata nel 2020, ha attratto 8 miliardi di equity e 4 miliardi di debito e il 90% dei finanziamenti arriva dall’estero. Questo è importante, va mantenuta la visibilità”.
Francesco Torselli, eurodeputato del Parlamento Europeo: “Per alcune semplificazione l’Italia non è così male rispetto all’Europa – ha detto – Però credo che a livello europeo dobbiamo capire cosa intendiamo per sovranità digitale. Siamo a riformare l’intero settore delle telecomunicazioni con il Digital Networks Act. Noi rischiamo di dover investire miliardi di euro (40 miliardi per il digitale, 409 miliardi per l’intera missione digitale) ma con il rischio di brancolare nel buio perché in Europa c’è ancora qualcuno che pensa che non serva il controllo del dato. Noi dobbiamo essere bravi a declinare le nostre capacità e il nostro know how particolare di europei. Dobbiamo essere ambiziosi ma pragmatici”.
Guido Barbieri, amministratore delegato di EI Towers: “EI Towers ha 2300 siti e il complesso dei siti ha una copertura a livello nazionale. Le torri broadcast continuano ad avere un ruolo strategico nei media, nella radio e nel digitale terrestre. Punti di forza: grande efficienza energetica per servizi gratuiti e la possibilità di accedere a contenuto di servizi senza l’intermediazione di gatekeeper. La nostra tecnologia non è cellulare ed è aperta anche al 5G broadcast, all’Internet of Things in tecnologia non cellulare. L’IoT ha il vantaggio che comunica soltanto quando è necessario e deve avere batterie che durano anni e non giorni. Già sviluppati in tutti i mercati verticali”.
Aggiunge Federico Protto, ad di Cellnex Italia“La Corea del Sud ha un milione di siti, in Italia siamo parlando di 55mila siti. Questo ci fa capire che c’è una riflessione che si può fare in tema di densificazione dei siti. Dobbiamo garantire che ci sia il segnale e questo è un tema di copertura ma anche di capacità. Ci siamo accorti che in alcune aree del paese (noi con il telefonino facciamo tutto) non è che prende dappertutto. Basta andare sul Milano Roma, in galleria o pensare all’indoor. Queste sono le aree che dobbiamo ancora coprire, chiamiamole densificazioni, circa 7000 – 8000 torri o siti in più servono. Serve un 10-15% in più. In Giappone è molto simile. Il treno sul Kioto in Giappone funziona benissimo. Lì ci sono le small cells”.
“Le nostre torri, come quelle medievali, servono a presidiare il territorio – ha detto Diego Galli – le torri sono le infrastrutture più vicine al cliente finale, sono connesse in fibra e con la rete elettrica. Sulle nostre torri ci sono 2500 gateway IoT, che permettono tra le altre cose la misurazione di 2 milioni di contatori”.
“A Castel Porziano c’è il controllo della qualità dell’aria attraverso le nostre infrastrutture. Le telecamere collocate alla base del drone consentono il monitoraggio degli incendi. Per l’IoT il modello di business funziona bene, con la possibilità di poter misurare consumi idrici a disposizione dei clienti. Intorno alla torre abbiamo costruito un ecosistema. Intorno alle torri ci sono coperture indoor per 800 ospedali. Abbiamo connesso la Metro di Roma in 5G, la metro di Milano. Su Roma modello di smart city, telecamere, un ecosistema su cui si valorizza il valore dell’infrastruttura”, aggiunge Galli.
“Noi ci definiamo una rete orgogliosamente 0G. La batteria non consuma molto ed è perfetta per servizi di logistica, monitoraggio infrastrutturale, ad esempio di viadotti. Un sistema wireless con una batteria che dura tanto tempo aiuta. La logistica: vale per tutti i contenitori che hanno diverse dimensioni, un tracker che ti dice dove si trova quell’oggetto in real time. Però tutti uniti sul fatto che questa informazione è meno hackerabile e meno jammabile di altre tecnologie”, dice Barbieri.
“Per noi ci sono problemi se arriva una regolazione verticale sul Cloud, che noi concepiamo a livello orizzontale. Noi sul DNA articolo 9 siamo in mezzo al DNA e non capiamo perché. In un data center moderno ci sono circa un milione di fibre in un solo edificio. Noi non capiamo se in un edificio in Europa cadano nell’ambito del DNA. Non capiamo se non gestiamo reti fisiche ricadiamo nel DNA. L’articolo 9 è così ampio e così vago che qualsiasi azienda che non ha a che fare con le TLC potrebbe essere regolata dal DNA. Anche banche, aziende di logistica o di trasporti. Un framework di regolazione come le tlc va applicato soltanto agli operatori telefonici. Nel DNA ci sono delle duplicazioni regolatorie e dobbiamo fare compliance due volte per sovrapposizione di regolamenti”.
Salvatore Deidda, Presidente Commissione Trasporti, Poste e Telecomunicazioni alla Camera: “In Italia dove si parla di telemedicina viene richiesta la connessione dappertutto e noi ce l’abbiamo dappertutto. Noi siamo contrari a nuove tassazioni noi vogliamo sapere come garantire continuità elettrica ed incentivare investimenti in questo settore. Noi abbiamo alzato un minimo i limiti elettromagnetici. M stiamo dimostrando che queste connessioni e queste antenne consentono di controllare anche principi di incendi. Mercato Tlc si sta un po’ stabilizzando. Noi stiamo vigilando e siamo pronti a intervenire. Noi abbiamo una legge dul telemarketing e sul call center per condividere delle decisioni. Noi non imporremo una tassa gli OTT però ne parleremo di un contributo”.
La fusione con Raiway “dal punto di vista industriale è ancora assolutamente valida”, a detto Barbieri a margine del suo intervento al panel.
Barbieri ha precisato che l’operazione non si è chiusa “per un insieme di incastri un po’ complicati, di vincoli e temi di valutazione”: “un tetris molto complicato che non si è riusciti a sciogliere”. Una riapertura, ha detto, non c’è “ora probabilmente”, ma “non escludo, anzi spero che nel lungo periodo si riesca a trovare la quadra, perché sarebbe assolutamente logico”.
Il manager ha poi ribadito che il settore delle torri, anche broadcast, “rimane strategico nella maggior parte dei paesi”. EI Towers accompagna lo sviluppo delle radio verso il Dab, mentre il digitale terrestre per la tv resterà “centrale per molti anni” grazie all’efficienza energetica e alla gratuità, con un accesso ai contenuti “non intermediato da gatekeeper”.
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Il quantum computing è già una realtà, anche se in Italia fatichiamo a rendercene conto. È questo il messaggio emerso dal confronto tra Marco Pistoia, CEO di IonQ Italia e SVP, Special Projects, e Giuseppe Di Franco, CEO di Lutech, moderato da Nicola Porro, conduttore di Quarta Repubblica e 10 minuti, durante la 4^ edizione di Digital Innovation Forum – la Cernobbio del Digitale – in corso a Villa Erba, sul lago di Como, dal 14 al 16 ottobre su iniziativa della Fondazione Innovazione Digitale ETS edorganizzata da NOW Italia e da Triumph Group.
Durante le prime battute dell’incontro, Porro ha chiesto a Pistoia di spiegare, con un linguaggio accessibile alle imprese presenti in sala, come sia possibile integrare i prodotti e le tecnologie quantistiche nelle attività quotidiane. Secondo il CEO di IonQ Italia, le capacità raggiunte dai computer quantistici aprono nuove possibilità di calcolo, con applicazioni che interessano diversi comparti industriali.
“Le imprese italiane adesso hanno l’opportunità unica di integrare il quantum nei casi d’uso di tutti i giorni”, ha detto Pistoia, sottolineando come la tecnologia abbia superato una fase in cui le sue capacità erano ancora troppo limitate per affrontare problemi di particolare complessità.
Le applicazioni non riguardano, come si potrebbe pensare, soltanto la chimica e la fisica, ma il settore finanziario può trarne grande vantaggio con azioni su logistica, progettazione di nuovi materiali, industria farmaceutica.
Affinché queste opportunità si traducano in risultati, però, è importante costruire un processo di integrazione con le attività aziendali. È qui che si inserisce la collaborazione tra IonQ e Lutech, annunciata a New York circa un mese prima di questo incontro.
Per Di Franco, la sfida fondamentale è misurare il valore dell’innovazione attraverso i risultati che produce. Il CEO di Lutech ha richiamato l’esperienza dell’intelligenza artificiale, evidenziando come, anche per le tecnologie quantistiche, sarà decisivo capire in che modo gli investimenti possano incidere concretamente sui risultati delle organizzazioni.
“Il valore va visto poi alla fine nel conto economico, va visto nei risultati concreti che si ottengono da una tecnologia”, ha osservato Di Franco.
La questione assume un’importanza particolare per l’Italia, che da decenni registra una produttività del lavoro molto bassa, con conseguenze anche sull’andamento dei salari. Secondo Di Franco, intelligenza artificiale, quantum computing e robotica possono contribuire a invertire questa tendenza, a condizione che le imprese e le istituzioni sappiano integrare le nuove tecnologie nei propri processi.
“Il quantum non è una tecnologia futuribile”, ha sottolineato, invitando a superare l’idea che si tratti di una prospettiva ancora troppo lontana per essere presa in considerazione. Le capacità disponibili oggi rendono necessario cominciare a pianificare le applicazioni, invece di rimandare le decisioni a un futuro indefinito.
Nel confronto, Porro ha chiesto a Pistoia di chiarire anche gli aspetti tecnici della tecnologia, dalla struttura del computer quantistico fino al suo utilizzo nelle aziende. Pistoia ha descritto il quantum computing come un sistema articolato su diversi livelli: dall’hardware ai circuiti quantistici, dagli algoritmi fino alle applicazioni finali.
Un punto importante riguarda la programmazione. Un algoritmo tradizionale non può essere semplicemente trasferito su un computer quantistico aspettandosi che diventi automaticamente più potente. “Bisogna buttare via l’algoritmo vecchio e riscriverne uno nuovo”, ha spiegato Pistoia, riferendosi alla necessità di progettare algoritmi capaci di sfruttare le proprietà delle particelle quantistiche, differenti da quelle su cui si basano i computer classici.
IonQ ha scelto per esempio di utilizzare “ioni intrappolati” come qubit, le unità fondamentali dell’elaborazione quantistica. Pistoia ha illustrato le ragioni dietro questa scelta e le differenze rispetto ad altre tecnologie, basate per esempio su atomi neutri, fotoni o circuiti superconduttori, evidenziando l’importanza della qualità dei qubit e della fedeltà dei risultati.
La parte finale del confronto si è concentrata sulle implicazioni del quantum computing per la cybersicurezza. Porro ha richiamato il rischio che computer quantistici sufficientemente avanzati possano compromettere sistemi crittografici oggi considerati sicuri, chiedendo a Di Franco quanto questa prospettiva debba preoccupare imprese e istituzioni.
Il CEO di Lutech ha sottolineato che la protezione informatica riguarda tanto i dati delle singole aziende quanto le infrastrutture strategiche nazionali. Una compromissione dei sistemi di protezione informatica potrebbe avere quindi conseguenze gravi. Per questo e altri motivi la sicurezza quantistica deve entrare fin da subito nella pianificazione degli investimenti.
“Questi sono temi che non sono più opzionali”, ha affermato Di Franco, indicando la necessità di adottare soluzioni capaci di proteggere le comunicazioni e le infrastrutture critiche in anticipo, anziché limitarsi a intervenire dopo un attacco.
Pistoia ha condiviso l’urgenza di prepararsi a questo scenario, sottolineando però che esistono già soluzioni per affrontare la minaccia. “Bisogna soltanto avere il coraggio, la forza e la determinazione di adottarle”, ha sottolineato, indicando per l’Italia la possibilità di diventare un punto di riferimento nel settore della sicurezza quantistica.
In chiusura, Porro ha chiesto ai due ospiti di sintetizzare il messaggio da rivolgere alle imprese e alle istituzioni. È necessario “integrare il Quantum nei piani di investimento di aziende e istituzioni”, ha dichiarato Di Franco. “IonQ Italia promuove il Rinascimento Quantistico Italiano”, ha aggiunto Pistoia. “IonQ Italia promuove lo sviluppo di tecnologie quantistiche sul territorio nazionale, creando domanda di competenze specializzate e stimolando scuole e università a formare nuovi talenti. Nasce così un circolo virtuoso tra industria, formazione e occupazione, capace di attrarre investimenti e contrastare la fuga dei cervelli. L’Italia non sarà un semplice mercato di sbocco, ma un polo europeo di eccellenza per l’innovazione quantistica”.
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L’Italia mostra segnali positivi sul fronte del mercato digitale, ma la diffusione delle nuove tecnologie tra le imprese è ancora una sfida tutta da affrontare. A sottolinearlo è Massimo Dal Checco, presidente di Anitec-Assinform, che apre il confronto che si è tenuto nella seconda parte del panel “Indipendenza digitale europea e geopolitica”, durante la 4^ edizione di Digital Innovation Forum – la Cernobbio del Digitale – in corso a Villa Erba, sul lago di Como, dal 14 al 16 ottobre su iniziativa della Fondazione Innovazione Digitale ETS edorganizzata da NOW Italia e da Triumph Group.
L’incontro, moderato dal direttore responsabile di Key4Biz e Cybersecurity Italia Luigi Garofalo, ha analizzato l’andamento del mercato digitale italiano, sottolineando come alcuni settori come cybersicurezza e intelligenza artificiale, nonostante la grande espansione dell’ultimo periodo, si stiano diffondendo in maniera disomogenea. Ad esempio, se nelle grandi imprese il livello di adozione dell’AI si avvicina al 50%, nelle realtà più piccole la percentuale scende al 15-16%. Per Dal Checco è quindi necessario “accelerare l’introduzione di queste tecnologie nelle piccole e medie imprese, aumentando la consapevolezza dei benefici e rafforzando le competenze disponibili”.
L’Italia può contare però su un punto di forza: la conoscenza approfondita dei processi produttivi e organizzativi da parte delle imprese stesse. Anche quando mancano competenze tecnologiche specifiche, questa familiarità con il funzionamento del sistema può agevolare l’applicazione di nuove soluzioni.
Nel suo intervento, Diego Ciulli, Head of Government Affairs and Public Policy di Google Italy, ha affrontato il tema della sovranità digitale, mettendo in discussione l’equivalenza tra autonomia tecnologica e nazionalità del fornitore. “Pensare che sovranità sia sinonimo di nazionalità non è corretto”, ha osservato.
Secondo Ciulli, il dibattito pubblico e privato, più che concentrarsi su questioni di nazionalità, dovrebbe focalizzarsi sulle garanzie effettive, sul controllo delle informazioni e sulla capacità di mantenere operativi i servizi anche in situazioni critiche.
Ciulli ha illustrato per esempio le soluzioni che Google mette quotidianamente a disposizione di imprese e pubbliche amministrazioni italiane attraverso collaborazioni con soggetti locali. Nel caso dei servizi cloud destinati alla pubblica amministrazione, ha citato le partnership con aziende italiane e il coinvolgimento del Polo Strategico Nazionale.
Queste collaborazioni, secondo il manager, “possono contribuire a garantire la continuità operativa anche in scenari estremi, consentendo ai partner locali di continuare a gestire i servizi e, se necessario, organizzare la migrazione”.
Google sta inoltre sperimentando modelli in cui la gestione del cloud è affidata interamente ad aziende del Paese interessato. È il caso della Francia, dove Google collabora con Thales, e di un’iniziativa analoga in Germania. Il punto, insiste Ciulli, è valutare i rischi concreti e il livello di controllo sui dati, senza escludere automaticamente una tecnologia in base alla nazionalità del suo produttore.
La sovranità digitale non riguarda soltanto la localizzazione dei dati o il controllo delle infrastrutture. Comprende anche la capacità di sviluppare tecnologie affidabili e prevedere gli effetti nel lungo periodo. È il tema sollevato da Valentina Lenarduzzi, Full Professor alla University of Southern Denmark, che richiama l’attenzione sulla necessità di una collaborazione più stretta tra università, imprese e pubbliche amministrazioni.
Per la ricerca, spiega la docente, è fondamentale disporre di casi d’uso concreti, o use case, attraverso i quali verificare modelli e teorie in situazioni reali. Imprese e amministrazioni pubbliche possono contribuire mettendo a disposizione problemi, dati e contesti applicativi. In questa prospettiva, “un sistema europeo di cloud o di data center federati potrebbe favorire la collaborazione e il trasferimento tecnologico”.
Lenarduzzi ha proposto poi una riflessione sui rischi meno esplorati dell’intelligenza artificiale generativa e dei sistemi basati su agenti. Questi strumenti possono produrre codice e architetture software di elevata qualità, ma resta aperta una questione: quanto saranno manutenibili nel tempo i sistemi realizzati con il loro contributo?
Quando un software generato dall’intelligenza artificiale viene integrato in un’infrastruttura più ampia, non è infatti sempre possibile prevedere tutte le conseguenze dell’operazione. Un’applicazione può funzionare correttamente nel breve periodo, ma gli effetti dell’integrazione su sistemi complessi e su larga scala sono più difficili da anticipare.
I relatori si sono poi trovati tutti d’accordo su un punto specifico: l’indipendenza digitale assoluta è difficilmente realizzabile, perché le filiere tecnologiche sono globali. L’obiettivo, secondo Dal Checco, è “ridurre le dipendenze più rischiose e rafforzare le capacità strategiche europee”, piuttosto che ricostruire ogni segmento della catena produttiva all’interno del continente.
In alcuni settori, soprattutto quelli legati alla sicurezza nazionale e alla gestione di informazioni particolarmente sensibili, sono necessari progressi verso una maggiore autonomia. Parallelamente, l’Europa deve favorire la nascita di campioni tecnologici in grado di competere sul mercato internazionale. Per raggiungere questo obiettivo servono investimenti, tempo e una strategia industriale condivisa.
La parte conclusiva dell’incontro è stata dedicata al Cloud and AI Development Act (CADA), l’iniziativa europea volta a rafforzare la sovranità digitale nel settore del cloud. Interpellato da Garofalo, Ciulli ha espresso un giudizio complessivamente positivo sull’obiettivo di definire un quadro europeo, invitando però a evitare che il nuovo intervento si traduca in un ulteriore aumento degli obblighi normativi.
“Non date idee per nuova normativa”, è il suo appello: più che moltiplicare le regole, sostiene, occorre semplificare e valorizzare i sistemi già esistenti. In particolare, Ciulli ha suggerito di tenere conto dei meccanismi di qualificazione dei servizi cloud sviluppati in Italia attraverso AgID e Agenzia per la cybersicurezza nazionale, evitando duplicazioni e nuove procedure per valutare servizi e livelli di rischio già esaminati.
Nel bilancio conclusivo, i relatori hanno indicato tre direttrici d’intervento. Secondo Lenarduzzi “L’Europa deve investire nella sovranità tecnologica, trasformando la ricerca in innovazione concreta attraverso infrastrutture digitali indipendenti, intelligenza artificiale affidabile e competenze strategiche”. Per Ciulli è fondamentale “non limitare la capacità degli innovatori europei di usare il meglio della tecnologia globale e di allenare i modelli di AI con i dati liberamente accessibili”. Dal Checco ha infine elaborato, in conclusione di panel, un richiamo molto chiaro: “Sbloccare gli investimenti nel digitale per un’Europa competitiva e autonoma”.
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Cloud europeo, AI e cybersecurity, high performance computing (HPC), data center, AI factory, AI giga factory, tensioni internazionali e guerre ibride sono gli argomenti al centro del panel moderato dal direttore di Key4Biz Luigi Garofalo dal titolo “Indipendenza digitale europea e geopolitica”, alla 4^ edizione di Digital Innovation Forum – la Cernobbio del Digitale – in corso a Villa Erba, sul lago di Como, su iniziativa della Fondazione Innovazione Digitale ETS ed organizzata da NOW Italia e da Triumph Group.

“Le infrastrutture di cui abbiamo parlato stamattina dipendono anche da materie prime di cui oggi c’è carenza, come le terre rare. Oltre alle GPU, anche numerosi componenti dei data center richiedono queste materie prime critiche. La Cina, al momento, dispone di una forte capacità di raffinazione.
Poiché nessun Paese può raggiungere l’autarchia tecnologica, dobbiamo rafforzare i rapporti con i nostri alleati. A differenza di elettrodomestici come frigoriferi e microonde, il digitale è pervasivo. Nelle linee guida dell’Agenzia per l’Italia digitale abbiamo delineato una scala di soluzioni: dal cloud pubblico ai sistemi isolati dalla rete, fino a quelli disconnessi destinati agli usi militari o alla sicurezza nazionale.
Esistono molte gradazioni e, a seconda del caso d’uso, la sovranità significa disporre di una leva di controllo. Pubbliche amministrazioni e imprese devono quindi individuare la propria posizione, dal cloud pubblico ai sistemi disconnessi, e stabilire quale livello di controllo adottare, tenendo conto delle competenze, delle risorse e degli altri fattori rilevanti.
la via italiana è sfruttare il grande potenziale del risparmio privato, dei fondi previdenziali e del capitalismo familiare, non siamo in grado di ipotizzare il grado di decentramento dei data center ma il lavoro che le imprese stanno facendo è utile a prescindere, è importante che il risparmio privato avesse garanzie utili ad investire in progetti concreti. Dobbiamo crescere in termini di capacità computazionale agevolando gli operatori e incoraggiandone altri per sfruttare il grande potenziale di cui disponiamo”, ha dichiarato Mario Nobile, Direttore Generale, Agenzia per l’Italia Digitale.

L’intelligenza artificiale pone più di una sfida, ha spiegato Teodoro Lio, Amministratore Delegato di Accenture Italia: “Dobbiamo governare un’intera filiera, dalla capacità computazionale ai modelli, fino alle applicazioni e alle decisioni prese dagli agenti. Si passa dai dati alla conoscenza, poi alle applicazioni verticali e, infine, a sistemi che possono prendere decisioni. La sfida è trovare una soluzione adatta alle esigenze di ciascun caso d’uso e capire quale livello di controllo vogliamo esercitare lungo tutta la filiera, anche nella scelta dei modelli: grandi o piccoli, verticali o open weight. Servono inoltre competenze adeguate per governare queste tecnologie”.
“Da una parte dobbiamo preservare il patrimonio di informazioni e conoscenze costruito dalle filiere italiane e portarlo nell’intelligenza artificiale, mantenendo il controllo e la proprietà di questo patrimonio. Dall’altra dobbiamo ragionare in modo pragmatico: per le terre rare e i chip, colmare il divario richiederebbe decenni, e pensare all’autarchia sarebbe irrealistico. Ma nei servizi e nella governance possiamo fare la differenza: avere nel Paese persone capaci di gestire queste tecnologie è fondamentale, oggi e in futuro. Dobbiamo mobilitare investimenti e capitali – ha proseguito Lio – consapevoli che altri attori, innanzitutto Stati Uniti e Cina, ma in parte anche i Paesi arabi, hanno già investito molto. Non partiamo da zero, dobbiamo capire dove giocare in difesa e dove, invece, possiamo attaccare.
È necessario colmare il divario nella capacità di calcolo, per non restare deboli e tagliati fuori dalla rivoluzione dell’intelligenza artificiale, di cui vediamo già la portata. Ma dobbiamo anche decidere dove vogliamo essere competitivi. Il percorso indicato dalla presidente Meloni mi sembra centrato: individuare una via italiana che faccia leva sui nostri punti di forza, senza inseguire lo sviluppo di un modello di frontiera alternativo a quelli della Silicon Valley. Oggi non è questa la partita. I modelli stanno diventando sempre più una commodity e il vantaggio offerto da ogni nuova versione tende a ridursi”.
“C’è però molto da fare valorizzando le competenze del sistema Paese, la capacità ingegneristica, le nostre industrie e le filiere. Possiamo partire dal patrimonio di conoscenze che si costruisce sopra i dati e sviluppare un’intelligenza artificiale verticale, specialistica e mirata, anche attraverso modelli basati su grafi. L’obiettivo è mantenere il controllo sui dati e creare soluzioni che rafforzino i nostri punti di forza, aumentino la produttività e la capacità di esportare e competere, generando crescita. In futuro, la sfida sarà quella dell’intelligenza artificiale applicata al mondo fisico: il prossimo passo sarà portare l’AI fuori dallo schermo – ha precisato il CEO di Accenture Italia – perché possa aiutarci a controllare e gestire attività nel mondo reale. Lo vediamo già con i robot e gli umanoidi, ma le applicazioni possibili sono molte altre. Sono sfide ancora aperte. Possiamo affrontarle facendo leva sulla manifattura e sulle competenze industriali italiane. Se uniamo questi punti di forza alla capacità digitale, credo ci sia spazio per una via italiana ed europea”.

Nicola Mangia, Amministratore Delegato di DXC Technology Italia, ha provato a fare qualche esempio concreto di come si possa contribuire alla trasformazione digitale del settore pubblico, valorizzando anche il lavoro delle persone: “Trentacinque anni fa iniziava l’avventura dell’open source. Noi ci abbiamo creduto fin dall’inizio e, in quegli anni, abbiamo cominciato a costruire i primi strumenti per la cittadinanza digitale: i primi portali e servizi online. Da anni lavoriamo anche nel mondo della scuola, sviluppando applicazioni e servizi. In quel momento erano asset strategici, la prima frontiera dei servizi digitali. Abbiamo continuato su questa strada. In Italia, nel nostro centro Digital Factory di Bari, lavorano giovani di grande talento. Qui abbiamo sviluppato, per esempio, livelli tecnologici che permettono alla pubblica amministrazione di non dipendere da un solo cloud provider. L’obiettivo è integrare i data center italiani con i servizi cloud e costruire una governance comune. Con l’arrivo del Polo Strategico Nazionale, questo percorso ha acquistato ulteriore impulso.
Tutto questo richiama la centralità della cittadinanza digitale. Per noi la sovranità si costruisce in modo ecosistemico: coinvolgendo le piccole e medie imprese italiane, il mondo accademico e le istituzioni, e creando insieme valore e innovazione. Spesso noi italiani non ci consideriamo all’altezza. Eppure, grazie alla pubblica amministrazione, abbiamo potuto sviluppare asset e competenze sovrane che oggi possono diventare un patrimonio per l’Europa e anche per altri Paesi. La dimensione internazionale della nostra azienda ci permette di lavorare in questa direzione”.
“Il nostro obiettivo è favorire il trasferimento tecnologico. Come ha ricordato il senatore Butti, non valorizziamo abbastanza le tecnologie che sviluppiamo in Italia. Vogliamo contribuire a cambiare questa situazione, con un approccio sovrano e risultati concreti per i cittadini. A mio avviso, non dobbiamo perdere di vista la valorizzazione del sistema. Anche sul fronte della sovranità – ha sottolineato Mangia – stiamo facendo passi importanti, in termini di attrattività, specializzazione e possibilità di trasferire alcuni modelli in contesti più ampi.
Che cosa può fare la differenza? Creare un hub capace di tenere insieme tutto questo e valorizzare le competenze che nascono nelle università italiane. I risultati si vedono anche nelle classifiche: sempre più atenei italiani si avvicinano alle prime dieci posizioni, mentre fino a pochi anni fa erano più indietro.
Anche le piccole e medie imprese italiane stanno dando un contributo importante. La nostra idea è creare un modo di far lavorare insieme il mondo accademico e le PMI, con un ruolo centrale per i giovani. Non si tratta di un comitato, ma di un modello di collaborazione.
Serve anche un approccio multidisciplinare: l’intelligenza artificiale non è una materia riservata ai tecnici. Stiamo assumendo giovani con competenze in economia, filosofia e sociologia, perché possano contribuire al lavoro. Oggi questi hub possono diventare interessanti anche a livello europeo: siamo nelle condizioni per farlo”.

Riguardo ai servizi erogati dai cloud service provider, ha spiegato Lucia Fioravanti, Chief Corporate Affairs Officer del Polo Strategico Nazionale, “il loro coinvolgimento si è reso necessario anche per garantire continuità rispetto alle tecnologie già presenti nella pubblica amministrazione. Questo, però, non comporta una rinuncia alla sovranità: i servizi dei provider inclusi nel portafoglio del Polo Strategico Nazionale devono rispettare requisiti di sicurezza e vengono erogati all’interno dei nostri data center. Questa articolazione del portafoglio offre alla pubblica amministrazione l’opportunità di accedere all’innovazione proposta da operatori tecnologici di primo piano, mantenendo al tempo stesso il controllo dei dati. La sovranità, infatti, si concretizza nella gestione e nel controllo del dato”.
Il Polo offre inoltre alla pubblica amministrazione un modello di governance istituzionale e normativa della sovranità, ha proseguito Fioravanti, articolato su diversi pilastri: “Il primo è la sovranità infrastrutturale: quattro data center sul territorio nazionale, affiancati da region cloud con requisiti di sicurezza e sovranità. Il secondo pilastro è la sovranità operativa: significa governare e controllare i dati attraverso procedure adeguate, personale qualificato e accessi regolamentati. Con l’evoluzione delle soluzioni aperte e interoperabili resta una grande sfida: garantire lo stesso livello di sovranità e sicurezza richiesto per l’accesso e la condivisione dei dati. Non è un risultato scontato. Ci stiamo orientando verso soluzioni che conosciamo meno e che, in molti casi, sono ancora in fase di sperimentazione nei laboratori.
Questo tema mi porta al punto centrale della questione. Lo scenario è anche geopolitico e oggi il mercato è caratterizzato da forti concentrazioni. Finché le tecnologie sviluppate nei laboratori non saranno diventate soluzioni industriali, dovremo prestare attenzione alla sostenibilità economica e finanziaria di questo sviluppo. La questione riguarda sia chi fornisce i servizi sia i clienti”.
“Per i fornitori, i costi delle infrastrutture stanno crescendo rapidamente. La concentrazione del mercato favorisce modelli di prezzo più vicini all’oligopolio che a una reale concorrenza. Per attenuare questo fenomeno servono soluzioni che escano dai laboratori e arrivino all’industria, ampliando il quadro competitivo. C’è poi il punto di vista delle pubbliche amministrazioni. Grazie ai fondi del PNRR, la PA ha potuto portare avanti la trasformazione digitale e noi abbiamo contribuito al raggiungimento di alcune delle tappe più importanti. Ma amministrazioni centrali e locali avranno bisogno di nuove risorse per proseguire questo percorso. È un tema da affrontare, sul quale il Polo Strategico Nazionale può offrire un contributo importante, anche per favorire l’integrazione”, ha precisato Fioravanti.

“È evidente che dobbiamo usare queste tecnologie, non possiamo pensare di raggiungere l’indipendenza digitale rinunciando alle migliori soluzioni disponibili. Parlo soprattutto dal punto di vista infrastrutturale. Per spiegare che cosa intendo, partirei da quattro dimensioni. La prima riguarda le infrastrutture hardware. Le scarpe sono mie: le possiedo e devo poterle proteggere. La seconda è l’innovazione, cioè il software. Non basta avere delle ‘scarpe’ dobbiamo poterci lavorare e continuare a innovarle, perché la tecnologia evolve continuamente. La terza dimensione è quella delle competenze. Sono nipote di un calzolaio, un mestiere che oggi è diventato raro. Ricordo mio nonno mentre riparava e ricostruiva le scarpe. È un’immagine che aiuta a capire perché dobbiamo saper intervenire sulle tecnologie e continuare a svilupparle. La quarta dimensione è quella delle regole: queste scarpe devono rispettare la normativa europea e quella italiana. È qui che le aziende italiane ed europee possono dare un contributo importante all’indipendenza digitale. Per riuscirci servono controllo e governance. Dobbiamo progettare, costruire e gestire queste tecnologie insieme a imprese italiane ed europee”, ha affermato Giorgio Girelli, CEO di Core Stack.
“Credo che l’indipendenza digitale, anche sul fronte delle infrastrutture, consista soprattutto nella libertà di scegliere. L’Italia ha la capacità e la forza di scegliere e decidere – ha precisato Girelli – abbiamo bisogno di potenza di calcolo, ma possiamo anche progettare le infrastrutture tenendo conto dei territori e dando loro un contributo sociale, che vada oltre la sola realizzazione dei data center. In sintesi, gli elementi su cui possiamo puntare sono la libertà di scelta, la sostenibilità e la governance, facendo ricorso anche alle tecnologie disponibili. Abbiamo due grandi limiti da affrontare. Il primo è la mancanza delle infrastrutture necessarie a garantire la capacità di calcolo di cui abbiamo bisogno, a partire dal 5G. Il secondo è il rischio di parlare di indipendenza digitale senza disporre delle infrastrutture e dell’energia necessarie. Senza queste basi possiamo costruire una casetta, ma non il palazzo che ci serve”.
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Dai risultati raggiunti in quattro anni di Governo sul fronte del PNRR, alle ambizioni italiane sul Quantum Computing e sull’AI passando per i nuovi servizi digitali disponibili con l’IT Wallet, a partire dalla patente di guida digitale che presto avrà valore di documento di identità. Questi i temi al centro dell’intervento di Alessio Butti, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio per l’Innovazione, in occasione della 4^ edizione di Digital Innovation Forum – la Cernobbio del Digitale – in corso a Villa Erba, sul lago di Como, dal 14 al 16 ottobre su iniziativa della Fondazione Innovazione Digitale ETS ed organizzata da NOW Italia e da Triumph Group.
“Alla fine abbiamo messo a terra 13 miliardi di digitalizzazione e quasi 40 miliardi in totale – ha detto Butti, rispondendo al moderatore dell’evento Nicola Porro – Cito l’indice DESI e la Corte dei Conti che ha detto che abbiamo raggiunto tutti gli obiettivi della digitalizzazione. Indice DESI dice che l’Italia è finalmente sopra la media europea su quasi tutti gli indicatori”.
Nell’IT Wallet, l’identità digitale, Cloud l’Italia ha raggiunto obiettivi tali da guidare l’innovazione a livello europeo. “Nessun comune, nessun ospedale o nessuna scuola si è mai lamentati dei nostri interventi di digitalizzazione – ha detto Butti – Lavorando con il territorio e con la piattaforma PAdigitale 2026 abbiamo accompagnato 8mila comuni sulla strada della digitalizzazione”.
“Abbiamo utilizzato quasi 200 professionisti del nostro Innovation Office sul territorio. Siamo contentissimi. Il programma scuole connesse e digitalizzazione degli ospedali stanno procedendo a vele spiegate”, ha detto Butti.
Noi abbiamo messo in stretta correlazione Quantum e AI, condividendo le tecnologie con altri ministeri come ad esempio con il ministro Crosetto, che venerdì interverrà mettendo insieme diverse tecnologie come HPC, Quantum, Energia.
“Sull’AI stiamo revisionando la strategia per intervenire poi sulla legge. Sul Quantum, dopo il confronto con Virkkunen a luglio scorso abbiamo elaborato, unico Paese in Europa, una strategia sul Quantum. La Q-Alliance è la base di questo progetto ed è stata lanciata qui a Cernobbio un anno fa con D-Wave e IonQ”, aggiunge, rincordando che dopodomani a Como sarà inaugurato un mega computer quantistico, il Volta B1, il primo quantum annealer industriale d’Italia da 4.400 qubit superconduttivi. “Stiamo parlando di una struttura che non ha drenato un centesimo di denaro pubblico perché siamo stati in grado di attrarre investimenti, ma la tecnologia è aperta”, ha detto Butti.
A questo proposito, Antonio Franceschetti, Presidente della Fondazione Innovazione Digitale ETS, ha detto che la “Q-Alliance nasce per creare un ecosistema del quantum computing, un progetto che guarda alla creazione di competenze e collaborazione con il mondo produttivo”.
“Sul quantum computing, “siamo partiti in tempo con una strategia, abbiamo messo d’accordo tutti gli stakeholder e l’abbiamo rilasciata. Il mondo dell’accademia ci ha aiutato tantissimo. In Italia abbiamo una grossa fortuna per quanto riguarda il quantum: costa meno rispetto all’intelligenza artificiale e, ovviamente, senza matematica non c’è quantum. Sul Quantum siamo all’avanguarida. Il Quantum costa meno dell’AI e senza matematica non c’è Quantum. Con la Commissione Ue abbiamo realizzato un censimento sui matematici europei in grado di fare il Quantum. Sono una quindicina, più della metà sono italiani e lavorano nel mio dipartimento e lavorano quasi a costo zero. Costa meno e abbiamo l’intelligenza, la creatività per realizzare questo”.
Il 40% delle nostre aziende quotate ha partecipazioni statali. “La visione sue queste aziende la fa il Governo e il tema Gigafactory AI la cordata Tim-Leonardo aveva indicato una dimensione medium per la candidatura italiana, ma ne ho parlato con la premier Meloni e dal nostro punto di vista l’Italia non può assolutamente scendere di livello. Abbiamo coinvolto tutte le aziende di Stato e parteciperemo alla gara larga, con tutte le partecipate italiane, al massimo livello”.
Anche per questo la gara Consip da 1,2 miliardi sull’AI nella PA è stata temporaneamente bloccata per evitare che i fondi finiscano all’estero.
La sfida per l’Italia è portare l’intelligenza artificiale a livello industriale. “A livello industriale? Assolutamente sì”, ha risposto Butti, ricordando come, all’inizio del mandato, il governo si fosse trovato di fronte a un vuoto: “non c’era una politica industriale”, né per le telecomunicazioni né per l’intelligenza artificiale.
Sul primo fronte, il sottosegretario ha annunciato l’intenzione di sfruttare il tema del rilascio delle frequenze per costruire una vera strategia industriale per il settore. Sull’IA, invece, ha rivendicato la scelta di dotare il Paese di una legge nazionale, rispetto alla quale all’inizio non mancavano gli scettici. “Proviamo ad andare a chiedere agli scettici dell’epoca se hanno cambiato idea”, ha osservato, sostenendo che oggi tutti condividano un’impostazione che porta chiarezza.
Un quadro normativo, ha concluso Butti, che serve a far capire “come l’Italia vuole accogliere investimenti”, e che per questo deve garantire regole certe.
Per fare innovazione l’Europa deve cominciare a “deregolamentare” impianti normativi “un po’ troppo artrosici”, investire nelle nuove tecnologie e accelerare il trasferimento tecnologico, ha aggiunto il Sottosegretario.
Butti ha ricordato la strategia varata da Bruxelles per le tecnologie computazionali e l’attuazione dell’AI Act, sottolineando però un ritardo sul fronte del passaggio dalla ricerca all’impresa. “Dobbiamo fare in modo che quello che esce dal laboratorio arrivi quanto prima al mercato – ha spiegato – e su questo l’Europa è un po’ lenta”. Un tema su cui, ha aggiunto, c’è un’attenzione crescente anche grazie al governo italiano.
Sul fronte nazionale, il sottosegretario ha rivendicato il raggiungimento di tutti gli obiettivi della digitalizzazione. Un risultato legato anche al Pnrr, ha ammesso, ma non solo: “Non siamo gli unici destinatari del Pnrr e in Europa altre nazioni non hanno centrato gli obiettivi che abbiamo centrato noi”. Per Butti “non basta avere le risorse, occorre avere visione” e idee chiare su come spenderle.
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Le falle nei sistemi di contenimento dell’intelligenza artificiale (AI) possono essere lette in due modi: come un segnale dei limiti dell’allineamento dei modelli oppure come il risultato di pratiche di sicurezza informatica insufficienti. La lettera aperta firmata da 415 ricercatori e accademici non sceglie una sola spiegazione. Indica entrambe come dimensioni del problema e sostiene che per ridurre i rischi servano sia modelli dal comportamento più prevedibile sia ambienti di test e procedure più rigorosi.
Tra i firmatari ci sono alcuni nomi di spicco, a livello internazionale come Yoshua Bengio (Université de Montréal), Stuart J. Russell (Università della California, Berkeley), Yejin Choi (Università di Stanford), Toby Walsh (UNSW Sydney), Michael Wooldridge (Università di Oxford), Ron Deibert (Citizen Lab, Università di Toronto).
Nel documento risultano, inoltre, 11 firmatari italiani, tra cui Giorgio Giacinto (Università di Cagliari), Stefano Zanero (Politecnico di Milano), Battista Biggio, (Università di Cagliari), Fabio Roli, (Università di Genova).
Il documento parte da un punto preciso: alcuni modelli di AI avrebbero aggirato ambienti di test non adeguatamente protetti, compromettendo sistemi appartenenti a organizzazioni esterne. La lettera non descrive i singoli episodi, ma ne ricava una preoccupazione più ampia: se le pratiche di sviluppo e implementazione non cambiano, incidenti simili potrebbero ripetersi e produrre conseguenze più gravi per infrastrutture critiche esposte.
Per i firmatari, l’allineamento dell’AI è rilevante perché mira a far sì che i modelli agiscano in modo prevedibile. La possibilità, però, che un modello superi i confini di un ambiente di test non può essere affrontata solo intervenendo sul suo comportamento. La lettera richiama anche la responsabilità delle organizzazioni: sistemi di contenimento poco solidi e procedure inadeguate possono esporre reti e sistemi esterni.
Il nodo è particolarmente delicato per i modelli dotati di capacità informatiche e connessi a Internet. Secondo i ricercatori, la quantità di azioni consentite all’interno di una sandbox deve essere commisurata alla capacità, ancora limitata, di prevedere se le azioni del modello possano causare un fallimento della sicurezza, per esempio in presenza di obiettivi non allineati. Più ampio è l’accesso concesso al modello, maggiore diventa l’importanza di controllare ciò che può fare e di valutare i rischi associati.
La proposta più immediata riguarda le organizzazioni che sviluppano, testano o implementano modelli di AI con capacità informatiche. La lettera chiede loro di adottare subito sistemi di contenimento ad alta affidabilità e di procedere con cautela. Nella fase iniziale, la misura indicata è l’isolamento fisico dei modelli, tramite airgapping, cioè la disconnessione da Internet.
La raccomandazione riflette un principio prudenziale: finché non è possibile prevedere con sufficiente affidabilità il comportamento del modello, è necessario limitarne l’accesso all’esterno. L’airgapping viene presentato come una misura iniziale di sicurezza, non come l’unico possibile assetto per ogni sistema.
Il documento invita infatti a sviluppare e standardizzare approcci di allineamento e contenimento che possano consentire, in condizioni adeguate, un accesso più ampio fuori dalla sandbox.
Per affrontare questa sfida, i firmatari propongono di istituire un organismo internazionale, in consultazione con i governi e con esperti di AI e cybersicurezza. Il suo compito sarebbe definire, nell’interesse pubblico, le migliori pratiche per l’allineamento e il contenimento dei modelli, comprese le soluzioni che permettono una maggiore connettività rispetto all’isolamento fisico.
All’organismo dovrebbe inoltre essere affidato il compito di registrare e monitorare i fallimenti dei sistemi di contenimento. La lettera considera la condivisione delle informazioni una condizione per imparare dagli errori: quando un incidente si verifica perché il contenimento non ha funzionato, l’evento dovrebbe essere segnalato all’organismo competente e, in prospettiva, reso pubblico.
La trasparenza avrebbe una doppia funzione, secondo i firmatari: favorire la ricerca e l’apprendimento dagli incidenti, ma anche rendere le organizzazioni responsabili delle proprie pratiche. Il documento non presenta una soluzione tecnica già definita. Delinea invece un’agenda che combina contenimento più rigoroso, ricerca sulla sicurezza dell’AI, standard condivisi e segnalazione degli incidenti. La sfida è a dir poco storica, riconoscono i ricercatori, e richiederà una reale collaborazione tra le comunità dell’intelligenza artificiale e quelle della sicurezza informatica.
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La manovra procede a passo lento e fatica a decollare: la decisione del governo di provare la carta europea per l’infiammata dell’inflazione, fa slittare l’arrivo in Parlamento della quinta legge di bilancio del governo di Giorgia Meloni. Nel giorno in cui il Cdm vara il Documento programmatico di bilancio, l’ossatura su cui prenderà forma la manovra, domina una certa incertezza. Palazzo Chigi nel pomeriggio diffonde un ordine del giorno che contempla oltre al Dpb anche “l’illustrazione delle linee” della manovra; tre quarti d’ora dopo l’odg viene “aggiornato” e il punto sparisce. Fonti di Palazzo Chigi parlano di “mero errore materiale”: del resto era stato lo stesso ministro Giancarlo Giorgetti a chiarirlo in Aula. Prima di chiuderla, infatti, Giorgetti vuole aspettare la conclusione della procedura europea sulla clausola di salvaguardia, per definire una manovra con “contorni definiti”. E visto che il verdetto dovrebbe arrivare dall’Eurogruppo del 9 novembre, potrebbe non essere rispettato il termine, non perentorio, del 20 ottobre per l’invio del testo al Parlamento.
Il governo incassa intanto il via libera del Parlamento al Dpfp e allo scostamento per quasi 29 miliardi di flessibilità concessa dall’Ue per energia e difesa. Ma il sentiero di avvicinamento alla manovra si fa più incerto anche sulle misure. Quella che appariva ormai come una certezza, l’estensione del taglio dell’Irpef fino a 60mila euro, viene ora data per improbabile: la misura, che tre giorni fa il viceministro dell’Economia Maurizio Leo davanti alla platea di Confartigianato dava quasi per fatta, è al momento congelata. Ma gli alleati non sembrano tutti d’accordo. “Assolutamente no, bisogna procedere per un nuovo taglio dell’Irpef”, fa muro il leader di Forza Italia Antonio Tajani. Al posto di questa misura, che avrebbe riguardato 3,3 milioni di contribuenti, ora si pensa ad un bonus per i fragili, che andrebbe ad intercettare una platea più ampia.
L’idea, sulla falsariga di una proposta di Fi, è di anticipare all’anno in corso le detrazioni Irpef per le spese sanitarie. Il Mef è intanto intenzionato a confermare la detassazione degli incrementi contrattuali e l’iperammortamento, che si punta a rafforzare. Difficile prevedere se e quanto sarà stanziato in più per la sanità, anche se per il ministro Orazio Schillaci l’importante è che i fondi vengano “spesi bene”. Si lavora anche per estendere la flat tax per le partite Iva fino a 100mila euro: una proposta della Lega, che spinge anche per le pensioni anticipate e per il taglio del canone Rai. Per i giovani, l’idea è una flat tax sugli aumenti contrattuali, oltre alla proposta di FI di una no tax area per gli under 35. FdI vorrebbe rendere strutturale la detassazione dei fringe benefit, mentre gli azzurri propongono anche di estendere l’esenzione dal bollo a tutte le prime auto, comprese quelle aziendali.
Questa mattina sarà in Senato, poi intorno all’ora di pranzo salirà al Quirinale per la consueta colazione con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, infine nel primo pomeriggio interverrà alla Camera. Questo il timing che scandirà la giornata di Giorgia Meloni, attesa in Parlamento per rendere comunicazioni in vista del Consiglio europeo di domani e venerdì. Nell’intervento la premier toccherà i temi che poi saranno oggetto della riunione in programma a Bruxelles. Al primo punto figura lo spinoso dossier competitività e quelli altrettanto complessi legati ai prezzi dell’energia. La premier ha già chiarito che l’Italia, “non siede al tavolo europeo per dire sempre sì ma per dire quello che va detto anche se è scomodo, anche se costa”. E a proposito di argomenti “scomodi”, nel suo intervento Meloni toccherà anche quello riguardante il sostegno a Kiev, tema al centro del Consiglio Ue tanto quanto quello degli attacchi ibridi in Europa connessi alla Russia. In attesa della versione definitiva della risoluzione della maggioranza nella bozza continua ad essere presente il passaggio che prevede di “garantire la continuità del sostegno multidimensionale alle istituzioni e alla popolazione ucraina, anche in vista dell’inverno, e a sostenere ogni iniziativa diplomatica volta a una pace giusta e duratura”.
Nel testo s’impegna il governo a “non far venir meno la pressione sulla Russia che porti come primo risultato un cessate il fuoco pieno, incondizionato e immediato, ribadendo che tali misure sono rivolte contro il regime russo e la sua capacità di sostenere la guerra di aggressione e non contro la popolazione russa”. Nessun riferimento al dossier armi, decisamente poco spendibile in chiave elettorale, mentre figura un richiamo alla necessità di “promuovere una decisione sulla rappresentanza europea nel processo di pace per l’Ucraina, sviluppando ulteriormente la proposta avanzata dal Governo italiano per la designazione di un inviato speciale europeo o, in alternativa, definendo un formato che, in virtù di un chiaro mandato da parte del Consiglio Ue, possa esprimere con autorevolezza ed efficacia la posizione dell’insieme degli Stati membri nella convinzione che nessuna decisione sulla sicurezza europea possa essere assunta senza l’Europa”.
Da capire se Meloni citerà nel suo intervento il presidente Donald Trump sia in considerazione degli ultimi sviluppi sul fronte del conflitto russo-ucraino sia per quanto riguarda il Medio Oriente, altro punto all’ordine del giorno della riunione di Bruxelles con particolare riferimento alla situazione in Iran, Yemen, a Gaza/Cisgiordania e in Libano. Di certo, invece, si soffermerà sul dossier migranti.
In Cdm arriva l’ok alle prime intese sull’Autonomia con quattro regioni del nord. Si concretizza così l’assist di Giorgia Meloni a Matteo Salvini in vista del congresso straordinario della Lega del 24 e 25 ottobre all’Allianz MiCo di Milano. Via libera, quindi, ai disegni di legge di “attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di Autonomia” per Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto. L’iter, infatti, prevede che il Cdm deliberi l’intesa definitiva e un disegno di legge di approvazione dell’intesa entro 45 giorni. I ddl verranno, quindi, trasmessi al Parlamento, con allegata l’intesa, per poi essere sottoposti alle Camere nel passaggio definitivo. Per l’occasione sono arrivati a Palazzo Chigi i governatori di Lombardia e Veneto, Attilio Fontana e Alberto Stefani; per loro, così come per i ministri leghisti Matteo Salvini e Roberto Calderoli, nessuna conferenza stampa al termine del Cdm ma un comunicato stampa.
Intanto, in vista del congresso leghista, in cui si discuterà anche della segreteria politica e del nuovo simbolo, il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, tra i più critici nelle scorse settimane, non si scompone sulle modalità di voto, per cui non sarà previsto lo scrutinio segreto per le mozioni: “Nessuno di noi ha chiesto il congresso; quindi, non è un problema che ci poniamo particolarmente”. Alla domanda se nella due giorni congressuale verranno portate avanti le istanze dei ribelli lombardi, Fontana risponde: “Può darsi, adesso vediamo, non abbiamo ancora deciso niente”, confermando poi che il progetto dell’associazione del Nord “va avanti”. Eppure, fra i nordisti l’umore non è dei migliori: si ritiene che lo spazio di azione sia ridotto all’osso. Anche Massimiliano Romeo torna a battere sul tasto dell’idea di “una Lega nazionale strutturata come una confederazione di Lega Nord, Lega Centro e Lega Sud, unita e capace di dare voce alle esigenze di ogni territorio”.
Dopo che ieri sono state discusse e approvate le risoluzioni di maggioranza sul Documento programmatico di finanza pubblica, nella giornata di oggi l’Assemblea della Camera tornerà a riunirsi alle 9.00 per esaminare la pdl per il riconoscimento e tutela delle persone che assistono e si prendono cura dei propri cari, il ddl sull’accordo per il trasferimento delle persone condannate tra Italia e Vietnam, il ddl sulla protezione civile e le mozioni sulla tutela dell’operato della Corte penale internazionale.
A seguire dibatterà sulla pdl sulla tutela e sulla valorizzazione delle attività commerciali dei centri storici, sul ddl sulla responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitari. Come di consueto alle 15.15 svolgerà le interrogazioni a risposta immediata (question time). Infine, dibatterà sulle comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri Giorgia Meloni in vista della riunione del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre 2026.
Per quanto riguarda le Commissioni, la Affari Costituzionali esaminerà la pdl sulla revoca della cittadinanza e l’Atto Ue relativo all’Agenzia dell’Unione europea per la cooperazione nell’attività di contrasto (Europol). La Giustizia esaminerà la pdl sulle persone offese da reati commessi con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro, svolgerà audizioni e dibatterà sul DL sulla giustizia e gli impianti di interesse strategico nazionale. Discuterà sul ddl sulle circoscrizioni giudiziarie. La Affari Esteri svolgerà audizioni sulla relazione sullo stato di attuazione del Piano Mattei.
La Cultura proseguirà l’indagine conoscitiva sulle sfide educative e culturali e sull’impatto delle nuove tecnologie nella scuola. Discuterà sulle pdl sulla formazione delle classi nelle scuole di ogni ordine e grado. La Ambiente proseguirà l’esame in seconda lettura del DL sugli impianti di interesse strategico nazionale. Dibatterà sulla pdl sui consorzi di gestione e tutela del territorio e delle acque irrigue, sulla pdl sulla detenzione e commercializzazione delle borse di plastica e sulla pdl per la destinazione di veicoli fuori uso alle scuole di indirizzo tecnico e agli Istituti tecnici superiori per l’utilizzazione a fini didattici. La Trasporti proseguirà l’esame del ddl sulla governance portuale e rilancio degli investimenti in infrastrutture strategiche di trasporto marittimo di interesse generale.
La Affari Sociali esaminerà la pdl sull’inclusione delle persone sorde nella vita civile e sociale e la pdl sulla figura professionale dell’assistente spirituale nell’ambito della rete per le cure palliative. Discuterà sulla pdl sull’istituzione del Premio “Dottor Geppino Micheletti” e si confronterà sulla pdl sul registro nazionale degli orfani per crimini domestici. La Agricoltura discuterà e svolgerà audizioni sulla proposta di risoluzione sul sostegno del settore ittico nazionale. La Politiche dell’Ue svolgerà audizioni sulla proposta di regolamento Ue sulla disponibilità degli alloggi e sulla loro accessibilità economica e sulla proposta di regolamento Ue per rafforzare l’ecosistema europeo del cloud e dell’IA.
L’Assemblea del Senato tornerà alle 9.00 per le comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri Giorgia Meloni in vista del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre 2026. A seguire, si confronterà sul DL sui prezzi petroliferi e le infrastrutture e attività energetiche strategiche.
Per quanto riguarda le Commissioni, la Affari Costituzionali esaminerà il ddl sulla sicurezza, il ddl sulla rappresentanza di interessi e lo schema di Dlgs sui Vigili del fuoco. La Giustizia si confronterà sul ddl per la riforma dell’ordinamento professionale del commercialista, sul ddl per il rilascio degli immobili e sul ddl sulle professioni pedagogiche e educative. Dibatterà sul ddl sull’allontanamento del minore, sul ddl sulla legittima difesa. La Affari Esteri e Difesa si confronterà sul ddl sulla difesa nazionale.
La Politiche dell’Ue esaminerà il ddl delegazione europea 2026, la relazione programmatica sulla partecipazione dell’Italia all’Unione europea per l’anno 2026 e la relazione consuntiva per il 2025. Dibatterà sull’affare assegnato relativo agli aspetti istituzionali della strategia commerciale dell’Unione europea e svolgerà audizioni sulla proposta di regolamento sulla disponibilità degli alloggi e sulla loro accessibilità economica. La Finanze si confronterà sul ddl sulla tutela dei consumatori e sullo schema di Dlgs sulla vigilanza finanziaria sulle imprese assicurative.
La Cultura svolgerà audizioni e proseguirà l’esame del DL sulla scuola. Si confronterà sul ddl sul cinema e discuterà sul ddl sulla dichiarazione di monumento nazionale di teatri italiani e sul ddl sulla rete nazionale dei presepi viventi. La Ambiente proseguirà l’esame del DL sulle attività energetiche strategiche e del ddl sul parco nazionale dell’Etna. Si confronterà sui ddl sulle isole minori e sul ddl sulla cattura della CO2. Riprenderà l’esame dei ddl sui data center dibatterà sullo schema di Dlgs sulla qualità dell’aria.
La Industria proseguirà l’esame del ddl sullo sviluppo del settore agricolo e dell’affare assegnato sulle principali aree di crisi industriale complessa in Italia. Esaminerà il documento conclusivo dell’indagine conoscitiva sugli effetti del cambiamento climatico in agricoltura. Dibatterà sul ddl sulle grotte d’Italia, sul ddl sulle reti delle città madri del made in Italy, sui ddl sull’attività di acconciatore ed estetista, sui ddl sui prodotti agroalimentari di qualità e sui ddl sul registro nazionale dei pizzaioli. La Affari Sociali proseguirà l’esame dei ddl sul potenziamento dei servizi sanitari in ambito reumatologico.
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Oggi apriamo con i dati di un Report che deve far riflettere i legislatori europei e degli Stati membri: il 42% dei budget delle aziende Tech se ne va per la compliance normativa di Bruxelles. Il tema sarà al centro della 4^ edizione del Digital Innovation Forum – la Cernobbio del Digitale – che partirà domani a Villa Erba sul lago di Como fino al 16 ottobre. Key4Biz è tra i Media Partner.
Intanto Pietro Labriola, CEO di TIM, ha incontrato per la prima volta i vertici di Poste Italiane mandando un messaggio anche ai propri dipendenti: “Indipendentemente dal futuro assetto di quotazione, Tim resterà una società chiamata a operare autonomamente”.
Sul tema social e minori, infine, anche la Turchia ha formalmente vietato l’accesso alle piattaforme ai minori di 15 anni. Il divieto entrerà in vigore il 1° novembre.
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“Con questa regolamentazione, stiamo uccidendo le nostre aziende”. Oggi, capiamo ancora meglio questa frase detta da Mario Draghi in conferenza stampa, due anni fa, quando ha presentato il suo Rapporto “Il Futuro della Competitività per la UE”, commissionato dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen.
Ora sappiamo, dati alla mano, quanto costa all’aziende tecnologiche uniformarsi alla crescente ed eccessiva normativa europea.
Questi dati sono contenuti nel report “Unlocking Europe’s AI Potential 2026”, condotto da AWS e Telecom Advisory Service.
A pagina 16 del report si legge il passaggio più completo, con il dettaglio per dimensione d’impresa. La compliance normativa è un onere, un costo:
E le principali voci di costo sono:
Questi dati cosa ci mostrano e dimostrano?
Che iper-regolamentazione europea può bloccare o soffocare l’innovazione tecnologica. Il diritto dovrebbe rappresentare, invece, una sorta di infrastruttura invisibile, in grado di abilitare l’innovazione: essere una leva e non un muro per l’innovazione tecnologica.
Questo tema sarà al centro della 4^ edizione del Digital Innovation Forum – la Cernobbio del Digitale – che si terrà da mercoledì 14 a venerdì 16 ottobre a Villa Erba sul lago di Como. L’obiettivo sarà definire il Manifesto con 10 azioni per l’Europa del fare Innovazione tecnologica.
Per richiedere di partecipare come uditori, occorre registrarsi sul sito del Forum.
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“Indipendentemente dal futuro assetto di quotazione, Tim resterà una società chiamata a operare autonomamente, con responsabilità industriali, gestionali ed economiche proprie”. E’ uno dei messaggi che Pietro Labriola, amministratore delegato di Tim ha inviato, secondo quanto risulta a Radiocor, ai dipendenti dopo il primo incontro, avvenuto ieri, con i vertici di Poste Italiane, dedicato al programma di integrazione tra le due società a valle dell’OPAS.
L’amministratore delegato del gruppo Poste Italiane, Matteo Del Fante, ha sottolineato che la fase finanziaria dell’operazione è terminata e che quindi, scrive Labriola, “comincia il progetto industriale. Un progetto che unisce competenze, infrastrutture e capacità complementari per creare valore e raggiungere i risultati economico-finanziari già’ annunciati al mercato”.
All’incontro hanno partecipato i vertici di Poste Italiane e le persone individuate nelle due organizzazioni per rappresentare i diversi ambiti di lavoro. “Abbiamo davanti – aggiunge Labriola rivolgendosi ai dipendenti – una grande opportunità industriale. Sta a tutti noi trasformarla in valore”.
“Abbiamo davanti – dice Labriola – due grandi sfide. La prima è presidiare e sviluppare i mercati in cui operiamo: dalla connettività alle tecnologie digitali, dai servizi finanziari alla logistica. La seconda è rafforzare la relazione con i cittadini attraverso le nostre applicazioni digitali e le nostre reti fisiche, come i negozi e gli uffici postali”.
Labriola aggiunge che si parte “da asset importanti, ma abbiamo ancora un potenziale significativo da esprimere”.
Poste Italiane, dal canto suo, “porta una presenza capillare sul territorio e una relazione quotidiana con milioni di clienti. Attraverso le proprie app copre il 60% delle interazioni quotidiane digitali in Italia. Questa capacità di relazione e distribuzione, insieme alle nostre infrastrutture e competenze, apre opportunità rilevanti”.
Labriola rimarca che bisogna “valorizzare tre asset distintivi che rafforzano il valore industriale del progetto: una delle più grandi customer platform italiane, grazie alla combinazione delle basi clienti, delle reti commerciali e dei canali digitali delle due aziende in linea con le ambizioni dell’Italia in materia di sovranità digitale, Tim è l’unica telco italiana il backbone della rete di Tim, tre volte più esteso di quello dei nostri competitor, rende il 5G standalone più forte e resiliente, creando un vantaggio competitivo per sviluppare servizi digitali avanzati, sicuri e ad alte prestazioni”. Un ruolo centrale “spetta a Tim Enterprise, con le competenze nel cloud, nella cybersecurity, nell’IoT e nei servizi digitali avanzati”. Il lavoro, chiosa Labriola, “dovrà tradursi in iniziative con obiettivi, responsabilità e tempi definiti, coerenti con i target economico-finanziari già annunciati”.
“Siamo in attesa di conoscere il Piano Industriale. Sicuramente le parole dell’AD di Poste sono e vanno nella direzione di costruire un grande Gruppo all’altezza delle sfide future”. Così Salvo Ugliarolo, segretario generale UilFpc.
“Ma sindacalmente vogliamo capire anche le prospettive per le persone, a cominciare da quelle di Tim che hanno vissuto per troppo tempo politiche difensive. Questa operazione per noi importante poteva e doveva essere fatta anche con l’azienda intera, evitando di separare la rete. Invece la miopia di certi manager è quella politica si è spinta oltre per poi accorgersi a cominciare da ciò che rimaneva di Tim che non sussisteva la possibilità di stare in piedi in un mercato sicuramente saturo e carente di vere regole italiane ed europee”.
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Sabato scorso il governo turco ha formalmente vietato l’accesso alle piattaforme di social media ai minori di 15 anni. Il divieto entrerà in vigore il 1° novembre.
Il testo stabilisce che le piattaforme social dovranno “adottare le misure tecniche e amministrative necessarie, inclusa la verifica dell’età”, per attuare le nuove regole. Secondo l’articolo 7 della legge, il sistema di verifica dell’età si baserà su un “token” rilasciato dal governo.
La legge prevede disposizioni anche per i minori di età superiore ai 15 anni, stabilendo che le piattaforme non possono offrire loro servizi che potrebbero avere “un effetto di dipendenza”.
La Turchia ha spesso imposto restrizioni severe ai servizi di social media, scrive il sito specializzato Politico.eu, bloccando frequentemente singoli account di organi di informazione o attivisti e, talvolta, vietando l’accesso a intere piattaforme. Nel 2024, Ankara ha bloccato Instagram per una settimana, sostenendo che la piattaforma di proprietà di Meta avesse censurato gli utenti che piangevano la morte del leader di Hamas, Ismail Haniyeh.
La scorsa settimana, la Turchia ha bloccato un sito di notizie e i relativi account social a causa di quella che un tribunale ha definito “propaganda LGBT”, scatenando l’indignazione dei gruppi per i diritti umani e la libertà di stampa.
Un rapporto del 2025 del think tank statunitense Freedom House ha classificato Internet in Turchia come “non libero”.
La Turchia si unisce a un gruppo crescente di Stati, tra cui Australia e Indonesia, che stanno introducendo o valutando restrizioni più severe sull’età per l’accesso ai social media.
A settembre, l’Unione Europea ha presentato una proposta legislativa, l’Eu Kids Act, per limitare l’accesso dei minori ai social media e alle piattaforme di condivisione video fino al compimento dei 15 anni.
Austria, Danimarca, Francia, Grecia e Spagna stanno portando avanti leggi nazionali per limitare l’accesso dei minori ai social media. Anche il Regno Unito dovrebbe introdurre un divieto il prossimo anno.
Anche il Canada ha presentato un disegno di legge per limitare l’accesso alle piattaforme social ai minori di 16 anni.
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La Ministeriale intermedia dell’Agenzia spaziale europea (Esa), in programma a Roma il 15 dicembre, si terrà in una fase di cambiamento degli equilibri internazionali e delle collaborazioni spaziali. Al centro della riunione, secondo il commissario straordinario dell’Agenzia spaziale italiana (Asi), Mario Cospito, ci saranno le conseguenze del disimpegno statunitense da alcuni progetti comuni e la capacità dell’Europa di rafforzare il proprio ruolo nell’esplorazione spaziale.
Intervenendo al convegno “L’industria italiana dello Spazio tra legge nazionale e discipline straniere” alla Luiss Guido Carli, Cospito ha indicato due questioni: “Cosa riusciamo a fare nel breve periodo senza i nostri alleati americani, riallocando le risorse disponibili, e come diventare più autonomi e resilienti nell’esplorazione spaziale”. L’Esa ha presentato l’incontro di Roma come un’occasione per definire la futura roadmap europea sull’esplorazione.
Ma per rendere concreto l’accesso autonomo nello Spazio serve affrontare anche una sua condizione essenziale: poter portare satelliti, sonde e infrastrutture in orbita con capacità europee adeguate. È il punto sollevato da Giulio Ranzo, amministratore delegato di Avio, che secondo Radiocor del Sole 24 Ore, ha auspicato una riflessione o un atto di indirizzo sull’accesso allo Spazio e sui lanciatori. “Troverei bizzarro che si parlasse d’altro senza qualche riflessione o atto di indirizzo su questa attività che è propedeutica a tutto il resto”, ha dichiarato il commissario straordinario dell’Agenzia italiana.
La disponibilità di lanciatori è un’infrastruttura strategica: senza accesso affidabile all’orbita, l’Europa dipende da vettori e servizi di altri Paesi per mettere in funzione satelliti per le telecomunicazioni, la navigazione, l’osservazione della Terra e la sicurezza. La dipendenza può tradursi in minore controllo su tempi, costi e priorità delle missioni, proprio mentre cresce il valore economico e geopolitico delle attività spaziali.
L’Europa dispone oggi di Ariane 6 per i carichi più pesanti e di Vega-C per quelli più leggeri. L’ESA considera questi vettori fondamentali per l’accesso autonomo allo Spazio, ma punta anche a diversificare i servizi di lancio e a rendere più competitivo il settore attraverso iniziative come l’European Launcher Challenge.
La disponibilità di due famiglie di lanciatori, tuttavia, non elimina le criticità. Per rafforzare la posizione europea servono capacità di lancio sufficienti e regolari, programmi industriali sostenibili e una filiera in grado di rispondere alla domanda istituzionale e commerciale. È una questione di competitività: se le imprese europee non possono contare su servizi di lancio adeguati, anche gli investimenti in satelliti e applicazioni rischiano di dipendere da infrastrutture esterne.
La riunione di Roma è intermedia e, come ha ricordato Ranzo, può contribuire a preparare le scelte operative della successiva Ministeriale. Un atto di indirizzo sui lanciatori potrebbe quindi dare un segnale politico sulla priorità da attribuire all’accesso autonomo allo Spazio, indicando obiettivi e temi da sviluppare nelle decisioni future.
Il passaggio è rilevante anche alla luce della trasformazione del settore: accanto ai programmi consolidati, l’ESA sta sostenendo nuovi operatori europei per ampliare l’offerta di servizi e rendere più robusto l’accesso allo Spazio. La sfida è costruire un sistema integrato, capace di combinare continuità industriale, innovazione e capacità di lancio adeguate alle esigenze europee.
La centralità dei lanciatori va dunque considerata insieme all’esplorazione e alla resilienza: sono elementi della stessa autonomia strategica. Per l’Europa, rafforzare l’accesso allo Spazio significa sostenere la propria economia spaziale, proteggere la capacità di realizzare missioni e ridurre la dipendenza da decisioni prese al di fuori del continente. La Ministeriale di Roma offre l’occasione per fare di questa priorità una parte esplicita dell’agenda europea.

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Ha fatto rumore l’acquisizione da parte di Elon Musk delle frequenze in banda 800 MHz per una somma di 8 miliardi di dollari da un fondo d’investimento. Una mossa che rivela appieno l’obiettivo del miliardario di entrare a piedi uniti nell’arena del mobile negli Usa. Lo scrive Les Echos in un’analisi che analizza il nuovo quadro.
Sì perché d’ora in poi Starlink Mobile, che finora si era tenuta come dire in disparte dedicandosi soltanto alle aree non coperte e alle zone rurali, potrà puntare direttamente sui ricchi mercati urbani.
Se in Europa, per ora, Starlink non dispone ancora di frequenze cosiddette mobili, in grado di penetrare all’interno di edifici, negli Usa le cose sono cambiate dopo l’annuncio della scorsa settimana. Si ricorda che la banda 800 MHz è fatta apposta per la navigazione indoor in zone densamente popolate, come le città.
Questa acquisizione fa il paio con l’operazione da 19,5 miliardi di dollari dello scorso anno, quando Starlink rilevò le frequenze dell’operatore EchoStar.
L’annuncio dell’operazione sulla banda 800 MHz fatto giovedì scorso ha subito affossato i titoli delle telco americane, che in borsa hanno ceduto rispettivamente il 7,3 % per AT&T, 6,6 % per Verizon e T-Mobile Usa, per una perdita cumulativa virtuale di 37 miliardi di dollari.
L’onda lunga delle perdite ha contagiato anche le telco europee. Deutsche Telekom (casa madre di T-Mobile), Vodafone, Orange e Telefonica hanno lasciato sul terreno rispettivamente l’8 %, il 4,5 %, il 3,4 % e il 3,3 %.
L’acquisizione di licenze nella banda degli 800 MHz dal fondo statunitense Grain Management è destinata a scuotere gli operatori tradizionali: come annunciato quest’estate, Starlink Mobile sta lanciando un attacco frontale. L’azienda potrà trasmettere il segnale 5G a terra, penetrare negli edifici e garantire una copertura migliore delle aree urbane: tutti aspetti che mancavano alla sua attuale offerta mobile “direct-to-device”, basata su 700 satelliti dedicati. Gli analisti di Morgan Stanley considerano l’operazione un chiaro segnale della volontà di SpaceX di acquisire ulteriori frequenze.
Sulla carta, tuttavia, gli operatori statunitensi avevano motivi per restare tranquilli. “La banda degli 800 MHz consente di implementare il 5G, ma con velocità di trasmissione inferiori; quanto all’ampiezza di spettro acquisita – 14 MHz – non c’è da aspettarsi miracoli se confrontata con quella dei tre operatori già presenti sul mercato, che dispongono complessivamente di 1.000 MHz”, osserva Jean-Baptiste Thépaut, Principal presso Novaspace.
L’ampiezza dello spettro è paragonabile al diametro di un tubo: con una misura simile, Starlink Mobile non potrà gestire un numero elevato di abbonati simultaneamente, limitando di conseguenza la velocità di trasmissione. “Le sue ambizioni sono inoltre frenate dalle frequenze disponibili sul mercato. Le opportunità sono scarse, fatta eccezione per Anterix, che detiene 10 MHz nella banda dei 900 MHz, attualmente poco utilizzati”, aggiunge l’analista. SpaceX ha già manifestato interesse per queste risorse. E c’è da giurarci che l’intenzione sarà quella di accrescere la sua dotazione frequenziale in futuro, non appena si presenterà l’occasione, magari anche rilevando di sana pianta un operatore tradizionale.
Inoltre, l’autorità statunitense per le telecomunicazioni (FCC) imporrà ora a Starlink l’effettivo utilizzo delle nuove frequenze. Tuttavia, l’aspirante operatore mobile non dispone né di antenne 5G a terra né di torri di trasmissione. Secondo Jean-Baptiste Thépaut, interpellato da Les Echos, “l’azienda potrebbe cercare di far riconoscere l’uso della tecnologia satellitare per rispettare le prime scadenze normative, guadagnando così tempo prezioso per implementare una vera e propria rete mobile terrestre”.
Implementare l’infrastruttura significa installare antenne sui tralicci delle cosiddette “towerco”, società il cui modello di business punta proprio a massimizzare il numero di locatari per sito… e che avrebbero quindi tutto l’interesse a ospitare le antenne 5G di Elon Musk. “Gli operatori storici non ne hanno alcun interesse e potrebbero esercitare pressioni contrarie”, osserva l’analista.
Quanto alla costruzione di torri proprietarie, sebbene non sia un’impresa spettacolare come il lancio di una costellazione spaziale, si tratta di un’operazione costosa, soprattutto su un territorio vasto come quello statunitense. Secondo gli analisti di Bernstein, per realizzare una rete mobile nazionale credibile negli Stati Uniti, SpaceX dovrebbe investire 70 miliardi di dollari e installare 57mila siti nell’arco di otto anni. A Wall Street, le società American Tower, Crown Castle e SBA Communications hanno registrato rialzi compresi tra il 6,7% e l’8,3%, spinte dalla prospettiva di nuovi ricavi da locazione.
Sebbene restino ancora molti passi da compiere, la minaccia per gli operatori “tradizionali” è concreta. “Questa acquisizione permetterà a SpaceX di entrare nel mercato delle telecomunicazioni terrestri e di acquisire un nuovo status”, sottolinea l’analista. Elon Musk si siede così al tavolo degli operatori mobili tradizionali e potrebbe partecipare alle prossime aste per le frequenze organizzate dalla FCC.
Il calendario potrebbe giocare a suo favore: il 29 ottobre, l’autorità di regolamentazione delle telecomunicazioni dovrà pronunciarsi sull’asta per un blocco di frequenze da 25 MHz, suddiviso tra le bande 1.675-1.695 MHz e 2.020-2.025 MHz. Una nuova opportunità per SpaceX di ampliare il proprio portafoglio di frequenze, anche se si preannuncia una forte concorrenza da parte di Amazon Leo e AST SpaceMobile.
“Starlink sta diventando di fatto il quarto operatore mobile degli Stati Uniti; Elon Musk sta mettendo piede nel settore e ciò che conta è la mossa strategica. Non entra in questo mercato solo per una porzione così ridotta di spettro. D’ora in poi adotterà una strategia opportunistica sistematica di acquisizione di frequenze, o arriverà addirittura ad acquisire un operatore”, osserva Stéphane Lelux, CEO della società di consulenza Tactis.
Aggiunge inoltre che la porzione di spettro acquisita oggi ha anche una valenza commerciale, poiché “Starlink potrà raggiungere gli attuali clienti della telefonia mobile senza necessità di aggiornamenti hardware”. Si tratta di clienti potenzialmente attratti dalla “potenza di marketing di Musk, che potrebbe integrare il suo chatbot Grok nei piani tariffari mobili”, prosegue l’analista.
Infine, secondo l’esperto, “un operatore già presente sul mercato potrebbe voler stipulare un accordo di roaming con Starlink”, rappresentando questa l’unica soluzione per ritrovare slancio in un mercato ormai maturo. E per Elon Musk, significherebbe raggiungere una massa critica, “come Orange e Free nel settore mobile”.
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Un freno di emergenza come quello di un treno: qualcuno deve poterlo azionare quando la corsa prende una direzione pericolosa. È la metafora scelta da Satya Nadella, presidente e amministratore delegato di Microsoft, per spiegare come gestire i modelli di intelligenza artificiale (AI) o super intelligenza (SI) più avanzati. Le organizzazioni che li utilizzano, sostiene, dovrebbero considerarli potenziali minacce interne e partire dal presupposto che possano essere sempre compromessi. Per questo, “una persona autorizzata”, ha specificato Nadella, deve poter mettere in pausa o spegnere il modello anche mentre sta eseguendo un’attività.
La preoccupazione non è che ogni sistema sia deliberatamente ostile, si legge su qz.com, ma il rischio, nella visione di Nadella, nasce dal potere operativo che questi strumenti stanno acquisendo. Un modello collegato a dati, applicazioni e sistemi aziendali può prendere iniziative con conseguenze concrete: elaborare informazioni, avviare processi o interagire con infrastrutture digitali. Se sbaglia, viene manipolato o agisce fuori dai limiti previsti, come già accaduto, l’impatto può superare la singola risposta errata,coinvolgendo servizi, imprese e persone.
“Pensatelo come un freno di emergenza. Una persona autorizzata dovrebbe sempre essere in grado di mettere in pausa o spegnere un modello a metà di un’operazione”, ha dichiarato Nadella.
A complicare il controllo c’è la natura dei modelli più potenti: il loro comportamento non è sempre riconducibile con precisione a un determinato input o a una specifica configurazione dei parametri. Per Nadella, quindi, non basta accettare o respingere le risposte di una “scatola nera” e affidarsi alle rassicurazioni di chi l’ha sviluppata. “Occorre costruire sistemi circoscritti”, in cui sia possibile osservare le azioni dell’AI, metterne alla prova i limiti e mantenere il controllo su ciò che può fare.
“Non possiamo trattare la Super Intelligenza come un insieme di scatole – ha spiegato il CEO di Microsoft – e semplicemente accettare o rifiutare i suoi consigli, le sue risposte e le sue azioni. Dobbiamo costruire sistemi circoscritti di cui possiamo osservare il comportamento, testare i limiti e controllare sempre le azioni”.
Il freno di emergenza è il simbolo più immediato di questo approccio, ma non l’unica misura proposta. I permessi di accesso e le azioni consentite dovrebbero essere definiti al di fuori del modello: l’AI non dovrebbe poter ampliare da sola il proprio raggio d’azione. Le attività rilevanti andrebbero registrate in log leggibili e resistenti alle manomissioni; le decisioni ad alto rischio dovrebbero poter contare su più modelli, invece che su un unico sistema. Nadella indica inoltre la necessità di test indipendenti e continuativi e invita le aziende a condividere i dettagli degli incidenti, così che altri possano rafforzare le proprie difese.
“Il sistema di super intelligenza più affidabile non sarà quello con il modello di cui ci fidiamo di più – ha precisato Nadella – sarà quello che ci permetterà di fidarci meno del modello”.
La metafora del freno, tuttavia, apre una domanda pratica: chi lo aziona e con quali garanzie? Per essere efficace, il comando deve restare in mano a persone autorizzate e funzionare anche quando il modello non collabora o quando il problema riguarda i sistemi che lo circondano. Deve inoltre essere chiaro chi risponde delle decisioni e in base a quale policy: l’azienda che sviluppa l’AI, quella che la integra o l’organizzazione che la usa. Il controllo umano non può ridursi a un pulsante se mancano procedure, responsabilità e verifiche.
Il richiamo di Nadella arriva mentre le aziende tecnologiche discutono pubblicamente di modelli che avrebbero agito oltre i parametri previsti. Microsoft, intanto, ha già pubblicato principi provvisori di condotta per i propri modelli interni. Il messaggio del suo CEO è dunque anche un riconoscimento dei limiti di una sicurezza basata soltanto sulle promesse dei fornitori: più i modelli diventano autonomi e centrali per le attività economiche, più la fiducia deve poggiare su controlli tecnici verificabili.
Per finanza e industria, dove un’azione automatizzata può propagarsi rapidamente tra sistemi interconnessi, poter fermare un modello è una protezione essenziale. Il freno non elimina il rischio, ma può prendere il tempo necessario per contenerlo. La sfida è fare in modo che questa possibilità esista davvero, prima che l’AI arrivi a gestire processi da cui dipendono imprese e servizi.
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