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spid
SPID, Regioni chiedono un registro nazionale contro le truffe. Ma perché non si usa la CIE?

“Occorre attivare il registro unico nazionale delle identità SPID e inserire un nuovo servizio all’interno di ANPR, l’Anagrafe nazionale della popolazione residente, per dare maggiore trasparenza nella gestione delle identità digitali a tutela dei cittadini e con garanzie sul trattamento dei dati personaliâ€. E’ questa la richiesta avanzata dalla Conferenza delle Regioni in un position paper per tutelare anziani e fasce più fragili dal rischio crescente di truffe digitali. Le Regioni propongono altresì di organizzare “nuovi strumenti che permettano ai cittadini di conoscere in ogni momento quali Identity Provider gestiscono loro identità digitali e, perché no, un piano di rafforzamento delle attività di sensibilizzazione e formazione, con particolare attenzione ai contesti di maggiore fragilità digitaleâ€.

Come funziona la truffa del “doppio SPIDâ€

Nei casi del “doppio SPIDâ€, i malintenzionati riescono a creare una seconda identità digitale a nome di un utente inconsapevole, sfruttando documenti trafugati o dati sottratti tramite siti falsi, come è accaduto con diversi domini che imitavano il portale INPS. “Un elemento di fragilità è rappresentato dalla frammentazione del sistema SPID – si legge nel documento – ogni utente può attivare più identità presso diversi Identity Provider (IDP), ma non esiste a oggi un registro unico nazionale in grado di fornire un quadro completo delle identità digitali associate a ciascun cittadino. Allo stesso modo, i cittadini non hanno la possibilità di conoscere l’elenco dei gestori che detengono le loro identità digitaliâ€.

CIE alternativo a SPID: perché non si dice?

Detto questo, ci chiediamo perché nel registro unico nazionale delle identità SPID proposto dalle Regioni non si indicano anche gli operatori che forniscono lo SPID gratuito?

Perché non si comunica meglio ai cittadini la possibilità di scegliere in alternativa a SPID la CIE?

Si va verso l’adozione dell’EU Digital Identity Wallet (in Italia “IT Walletâ€)

In questo scenario si inserisce il percorso di transizione promosso a livello europeo e nazionale verso l’adozione dell’EU Digital Identity Wallet (in Italia “IT Walletâ€), uno strumento europeo unico che verrà utilizzato per la gestione della propria identità ufficiale e di altri dati personali.

Regioni, chiesto confronto con il Dipartimento per la Trasformazione digitale

Le Regioni manifestano il proprio interesse e la propria disponibilità a un confronto con il Dipartimento per la Trasformazione digitale della Presidenza del Consiglio dei ministri e con l’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID)

  • all’istituzione di un registro unico nazionale delle identità SPID e/o all’inserimento di un nuovo servizio all’interno di ANPR, che consenta una maggiore trasparenza nella gestione delle identità digitali a tutela dei cittadini e con garanzie sul trattamento dei dati personali.
  • Vanno, inoltre, previsti e sviluppati strumenti che permettano ai cittadini di conoscere in ogni momento quali Identity Provider gestiscono loro identità digitali, così da poter intervenire in caso di sospetti abusi o irregolarità.
  • Tutto questo andrebbe affiancato a un rafforzamento delle attività di sensibilizzazione e formazione, con particolare attenzione ai contesti di maggiore fragilità digitale, mediante strumenti divulgativi semplici, sportelli fisici e iniziative locali dedicate alla sicurezza digitale.

Identità digitale, Bori (Conferenza delle Regioni): “Pronti a confronto con DTD e AGIDâ€

“Siamo disponibili a un confronto con il Dipartimento della Trasformazione digitale e con l’Agenzia per l’Italia Digitale (agID) per realizzare il registro unico e ogni altra iniziativa a tutela dei cittadiniâ€, dichiara Tommaso Bori, vicepresidente della Regione Umbria e coordinatore della Commissione Innovazione Tecnologica e la Digitalizzazione della Conferenza delle Regioni. “Sappiamo che uno dei problemi più frequenti è legato alla frammentazione del sistema SPID: ogni utente può attivare più identità presso diversi Identity Provider, ma non esiste a oggi un registro unico nazionale in grado di fornire un quadro completo delle identità digitali associate a ciascun cittadino. Allo stesso modo, i cittadini non hanno la possibilità di conoscere l’elenco dei gestori che le detengonoâ€.

“Nel percorso di adozione dell’EU Digital Identity Wallet – chiarisce – questo tema sta assumendo ruolo sempre più centrale nel funzionamento della Pubblica amministrazione e impone di dotarci di contromisure concrete. È una necessità che va di pari passo con l’esigenza di mantenere aperti i Punti Digitale Facile, il cui supporto ai cittadini nella creazione e gestione dello SPID, ma non solo, è stato fondamentale per aumentare l’alfabetizzazione digitale del Paese. Anche sotto questo profilo – conclude Bori – siamo aperti alle dovute interlocuzioni con il Governo al fine di conservare le competenze acquisite in questi anni dai facilitatori e ridurre il ritardo del paese sul fronte delle competenze digitali.â€

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Data articolo: Fri, 27 Feb 2026 10:30:44 +0000 di Paolo Anastasio
Intelligenza Artificiale
Anthropic vs Pentagono. Amodei: “Ci sono casi in cui l’AI è una minaccia per la democraziaâ€

Anthropic contro il Pentagono: lo scontro sull’AI tra sicurezza nazionale e democrazia

C’è uno scontro durissimo in corso tra una delle aziende di punta dell’intelligenza artificiale (AI) americana, Anthropic, e il Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti, nello specifico il Pentagono. A innescarlo è stata una dichiarazione pubblica del CEO della società, Dario Amodei, che ha scelto di rendere trasparente un conflitto finora rimasto nei corridoi riservati della sicurezza nazionale.

Oggi scade l’ultimatum imposto dal Segretario della Guerra, Pete Hegseth.
Claude di Anthroopic è il modello AI disponibile nei sistemi più riservati dell’esercito con le migliori performance nelle attività di intelligence più delicate. Il Pentagono ha chiesto un accesso senza limiti ma la società di Amodei si è rifiutata di revocare completamente le sue misure di sicurezza, lasciando blindate due aree specifiche: la sorveglianza di massa degli americani e lo sviluppo di armi autonome, ovvero in grado di colpire senza l’intervento umano.

Il cuore del confronto non è se l’AI debba essere usata in ambito militare. Su questo punto, paradossalmente, le parti sono allineate. Il nodo è come debba essere usata – e quali limiti etici e tecnici debbano essere posti.

Dario Amodei Ceo e Co-Fondatore di Anthropic

Anthropic azienda di “Frontier AI”

Prima di tutto, va chiarito un punto: Anthropic non è un’azienda pacifista in rotta con il complesso militare-industriale. Al contrario, Amodei rivendica con forza il ruolo della sua società nella difesa americana.

Il modello AI di punta dell’azienda, Claude, è già ampiamente impiegato nelle reti classificate (cioè protette) del governo statunitense, nei laboratori nazionali e all’interno di missioni “mission-critical†del Dipartimento della Guerra (operazioni o sistemi il cui fallimento causerebbe danni irreparabili, come perdite umane, fallimenti strategici o collassi operativi): analisi di intelligence, simulazioni strategiche, pianificazione operativa, cyber-operazioni, ma anche lancio di missili in caso.

Anthropic, secondo quanto dichiarato da Amodei, è stata la prima azienda di “frontier AI†(attiva nello sviluppo di modelli AI all’avanguardia, capaci di general intelligence su scala massiva, con capacità multimodali e agentiche vicine all’AGI) a distribuire i propri modelli in ambienti classificati governativi.

La società (che oggi vale 380 miliardi) ha inoltre interrotto rapporti commerciali con soggetti legati al Partito Comunista Cinese, rinunciando a centinaia di milioni di dollari, e sostiene controlli più stringenti sull’export dei chip per mantenere un vantaggio tecnologico delle democrazie.
Nei giorni scorsi, Anthropic ha accusato tre aziende cinesi, tra cui DeepSeek, di aver utilizzato Claude su scala industriale per addestrare i propri modelli di AI.

Non è quindi un conflitto tra tecnologia e sicurezza nazionale. È uno scontro interno alla visione di cosa significhi difendere una democrazia nell’era dell’intelligenza artificiale.

Dario Amodei Ceo Anthropic, Daniela Amodei Presidente Anthropic

I punti di rottura con il Dipartimento della Guerra

Anthropic (guidata da Dario, assieme alla sorella Daniela Amodei, oggi cofondatrice e presidente della società) si rifiuta di rimuovere due salvaguardie dai propri sistemi: il divieto di utilizzo per sorveglianza di massa domestica e il divieto di utilizzo per armi completamente autonome.
Ed è qui che si innesta lo scontro.

1. Sorveglianza di massa: il rischio di uno Stato algoritmico

Anthropic sostiene che l’uso dell’AI per missioni di intelligence estera sia legittimo e necessario. Ma traccia una linea rossa quando si parla di sorveglianza interna su larga scala. Il problema non è teorico. Negli Stati Uniti (come in molte democrazie occidentali) le agenzie governative possono acquistare legalmente grandi quantità di dati su movimenti, navigazione web, relazioni sociali dei cittadini, spesso senza mandato. Si tratta di dati apparentemente innocui, frammentati. La differenza, oggi, la fa l’AI.

Un sistema avanzato può aggregare automaticamente milioni di micro-informazioni e costruire un profilo completo, predittivo, comportamentale di qualsiasi individuo. Non è più semplice raccolta dati: è ricostruzione algoritmica della vita privata.

Il punto sollevato da Amodei è cruciale: la legge è rimasta indietro rispetto alla tecnologia. Ciò che è formalmente legale potrebbe diventare sostanzialmente incompatibile con le libertà costituzionali quando potenziato dall’AI.

Qui si intravede un’eco storica inquietante. Ogni grande salto tecnologico nella sorveglianza, dal telegrafo alle intercettazioni di massa post-11 settembre, è stato inizialmente giustificato in nome della sicurezza. Solo in seguito si sono aperti i dibattiti pubblici sui limiti.

2. Armi completamente autonome: quando l’uomo esce dal circuito

Il secondo punto riguarda le cosiddette fully autonomous weapons: sistemi capaci di selezionare e ingaggiare un bersaglio senza intervento umano.

Anthropic distingue tra:

  • sistemi parzialmente autonomi (già usati, ad esempio nel conflitto in Ucraina),
  • sistemi completamente autonomi che escludono l’essere umano dal “loop decisionaleâ€.

Amodei non esclude che in futuro tali sistemi possano diventare necessari per la difesa nazionale. Ma sostiene che oggi l’AI non sia abbastanza affidabile per assumere decisioni letali in autonomia.

Qui il problema non è solo etico, ma tecnico. I modelli di frontiera possono sbagliare, generare output imprevedibili, essere vulnerabili a manipolazioni. Delegare a queste architetture la scelta di un bersaglio significherebbe accettare margini di errore potenzialmente catastrofici.

C’è poi una questione di responsabilità: chi risponde di un errore? Il comandante? L’azienda? Il software?
Di fatto, a quanto riportato dalla Reuters, il Dipartimento avrebbe ventilato una controversa opzione, sulla cui legittimità diversi esperti hanno espresso perplessità: “Se non collaborano, il Segretario alla Guerra farà in modo che venga invocato il Defense Production Act nei confronti di Anthropicâ€, ha dichiarato un alto funzionario del Pentagono, “costringendola a mettere le proprie tecnologie a disposizione del Pentagono, che lo voglia o noâ€.

Pete Hegseth, Segretario della Guerra degli Stati Uniti

Le condizioni poste dai militari

Secondo la dichiarazione di Anthropic, il Dipartimento della Guerra avrebbe posto una condizione netta: collaborare solo con aziende che accettino “qualsiasi uso legale†della tecnologia e che rimuovano le salvaguardie nei casi citati.

Amodei scrive: “Il Dipartimento della Guerra ha dichiarato che stipulerà contratti solo con aziende di intelligenza artificiale che acconsentono a “qualsiasi uso lecito” e rimuovono le misure di sicurezza nei casi sopra menzionati. Hanno minacciato di rimuoverci dai loro sistemi se mantenessimo queste misure di sicurezza; hanno anche minacciato di designarci come “rischio per la catena di approvvigionamento” – un’etichetta riservata agli avversari statunitensi, mai applicata prima a un’azienda americana – e di invocare il Defense Production Act per imporre la rimozione delle misure di sicurezzaâ€. 

Le minacce riportate sono pesanti: rimozione dai sistemi militari, designazione come “supply chain risk†(etichetta finora riservata a entità ostili), possibile invocazione del Defense Production Act per forzare la rimozione delle protezioni.

C’è una contraddizione evidente: da un lato Anthropic verrebbe considerata un rischio per la sicurezza; dall’altro, la sua tecnologia sarebbe talmente essenziale da giustificare un intervento coercitivo dello Stato.

Questo passaggio apre una questione più ampia: quanto è diventata strategica l’AI privata per l’apparato militare americano? Siamo davanti a una nuova fase del rapporto tra Stato e industria tecnologica, simile, almeno per importanza, a quella che negli anni Quaranta del secolo scorso portò alla nascita del complesso nucleare.

La battuta d’arresto arriva in un momento cruciale per Anthropic, impegnata in una corsa serrata per assicurarsi commesse nel settore privato e soprattutto nei contratti governativi, dove la sicurezza nazionale rappresenta uno dei principali ambiti di espansione. Secondo quanto riportato mercoledì da Reuters, il Pentagono avrebbe chiesto ai propri appaltatori, tra cui colossi come Lockheed Martin, una valutazione dettagliata del loro grado di dipendenza dalle tecnologie di Anthropic, in vista di una possibile classificazione dell’azienda come soggetto a rischio. Un passaggio tutt’altro che marginale, se si considera che la base industriale della difesa statunitense comprendeva, già nel 2021, circa 60 mila contractor, incluse alcune delle maggiori società quotate del Paese.

Falsi problemi o questione etica centrale per la democrazia?

Il Pentagono, che l’amministrazione Trump ha ribattezzato “Dipartimento della Guerraâ€, ha respinto il dilemma definendolo una falsa questione “spinta dai media di sinistraâ€, si legge sulla Reuters.
“Il Dipartimento della Guerra non ha alcun interesse a utilizzare l’intelligenza artificiale per condurre una sorveglianza di massa sugli americani (che è illegale), né vogliamo impiegare l’IA per sviluppare armi autonome che operino senza il coinvolgimento umanoâ€, ha scritto su X il capo portavoce del Pentagono, Sean Parnell.

Sulla questione è intervenuta anche la senatrice democratica Elissa Slotkin: “La persona media non pensa che dovremmo permettere a sistemi d’arma di entrare in guerra e uccidere persone senza che un essere umano eserciti in qualche modo una supervisioneâ€. Parlando durante un’audizione di conferma per due candidati alla carica di vice segretario alla Difesa, Slotkin ha aggiunto: “Non credo affatto che alcun americano, democratico o repubblicano, voglia una sorveglianza di massa sulla popolazione americanaâ€.

La corsa globale all’AI militare

Lo scontro non può essere letto isolatamente. Sullo sfondo c’è la competizione con la Cina, la militarizzazione crescente delle tecnologie emergenti e la convinzione che il vantaggio nell’AI determinerà l’equilibrio strategico del XXI secolo. In questo contesto, ogni vincolo appare come un ostacolo.

Ma proprio qui emerge il paradosso: se la superiorità tecnologica è giustificata come difesa della democrazia, può essa stessa eroderne i principi fondamentali?
La storia americana offre precedenti: dal Patriot Act alla sorveglianza di massa rivelata dall’ex contractor della NSA (National Security Agency) Edward Snowden che portò al “Datagateâ€. Ogni volta la tensione tra sicurezza e libertà si è risolta a favore della prima, salvo ripensamenti successivi.

Con l’AI, tuttavia, il salto qualitativo è enorme. Non si tratta di intercettare comunicazioni, ma di costruire sistemi predittivi capaci di anticipare comportamenti, orientare decisioni, automatizzare l’uso della forza.

Il caso Anthropic potrebbe diventare un precedente decisivo. Se l’azienda cederà, si consoliderà l’idea che le imprese di AI non possano imporre limiti etici quando operano nel perimetro della sicurezza nazionale.

Se resisterà e verrà estromessa si aprirà una frattura tra Silicon Valley e Pentagono, con possibili ricadute sull’intero ecosistema tecnologico. La questione centrale resta una: chi stabilisce i limiti dell’intelligenza artificiale in ambito militare? Il mercato? L’esecutivo? Il Congresso? Le aziende stesse?

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Data articolo: Fri, 27 Feb 2026 15:15:44 +0000 di Flavio Fabbri
AI
MWC 2026: Tlc, AI, sovranità, satelliti cosa aspettarsi dalla kermesse di Barcellona

Il MWC di Barcellona è alle porte, cosa aspettarsi dalla più grande fiera mondiale delle telecomunicazioni che parte lunedì? Dibattiti su AI e le sue applicazioni in un settore che si deve reinventare.  

Saranno circa 109mila i partecipanti al Mobile World Congress che si apre lunedì a Barcellona, che si terrà dal 2 al 5 marzo. Sono queste le stime della GSMA, che dal 2006 organizza questo appuntamento imperdibile per il settore nel capoluogo della Catalogna.

Secondo un’analisi della AFP, i dati della GSMA parlano di 2.900 espositori e una sessantina di ministri da tutto il mondo.

MWC 2026, Telco e Big Tech

Accanto ai giganti delle Tlc come Samsung, Huawei, Nokia, Orange, Xiaomi, Honor si mescoleranno i Big Tech globali come Google, Microsoft, Meta e Amazon. Non ci sarà Apple, da sempre assente, che mercoledì presenterà una serie di nuovi prodotti in diversi avvenimenti organizzati un po’ ovunque.

SpaceX presente

Tra i relatori annunciati per Barcellona figurano i vertici dei principali gruppi di telecomunicazioni globali, così come Gwynne Shotwell, presidente di SpaceX, l’azienda spaziale fondata dal miliardario Elon Musk.

Al MWC 2026 il robot phone di Honor

Tra le innovazioni che saranno presentate a Barcellona, ​​si prevede che il primo “telefono robot” lanciato dal gruppo cinese Honor farà scalpore. Anche altri produttori e operatori hanno già promesso annunci in fiera.

Sovranità, un “tema importante”

“La sovranità dell’AI (applicata al settore) sarà un tema importante di discussione”, così come la completa “rivoluzione” delle telecomunicazioni nell’era dell’“AI professionale”, prevedono gli analisti della GSMA.

Le telecomunicazioni svolgono un ruolo cruciale nell’ascesa dell’intelligenza artificiale perché l’AI dipende da enormi quantità di dati che devono circolare in modo rapido, affidabile e sicuro, cosa che l’infrastruttura di questi operatori consente.

Connettività fra reti satellitari

La connettività all’interno delle reti satellitari sarà un altro elemento centrale delle discussioni tra i professionisti del settore, secondo gli analisti, nel contesto del dibattito in corso in Europa sulla necessità per l’UE di rafforzare la propria autonomia strategica, in particolare nell’ambito digitale.

5G e 6G sempre all’ordine del giorno

Infine, l’implementazione del 5G e le “basi” da gettare per un mondo futuro con il 6G saranno “certamente” all’ordine del giorno della fiera, aggiunge Paolo Pescatore, esperto di telecomunicazioni.

MWC 2026, “Una notevole resilienza”

Questa 20a edizione del MWC di Barcellona arriva in un momento in cui il mercato globale degli smartphone sta vivendo una rinascita, principalmente grazie a una strategia commerciale dinamica guidata dal lancio di nuovi prodotti innovativi, in particolare da parte dei principali produttori cinesi.

Secondo la società di ricerca IDC, nel 2025 sono stati venduti 1,26 miliardi di dispositivi in ​​tutto il mondo, con un aumento dell’1,9% rispetto al 2024.

“Nonostante un anno difficile, caratterizzato da dazi doganali volatili, interruzioni della catena di approvvigionamento e persistenti difficoltà macroeconomiche in diversi mercati, il mercato globale degli smartphone ha dimostrato una notevole resilienza”, osserva Nabila Popal, Direttore della Ricerca di IDC.

In un contesto globale indebolito dalle turbolenze causate dalle politiche diplomatiche ed economiche di Donald Trump, anche i prezzi dei chip di memoria (RAM) sono aumentati, trainati dalla domanda per soddisfare le esigenze dell’intelligenza artificiale.

A livello globale, Apple ha rappresentato il 19,7% delle vendite di smartphone lo scorso anno, seguito da vicino dal suo principale rivale sudcoreano Samsung (19,1%), in una gara molto serrata. L’azienda cinese Xiaomi completa il podio (13,1%).

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Data articolo: Fri, 27 Feb 2026 14:24:41 +0000 di Paolo Anastasio
Space Economy
ESA, per la prima volta al mondo connesso un aereo e un satellite GEO con un laser

Il record tutto europeo: un aereo connesso ad un satellite geostazionario ad una velocità di trasmissione di 2,6 gbps

L’Agenzia spaziale europea (Esa) ha raggiunto un traguardo storico nella connettività globale sicura, creando il primo collegamento laser al mondo, alla velocità di gigabit al secondo (gbps), tra un aereo e un satellite geostazionario (GEO). È una prima mondiale assoluta.

L’esperimento, guidato dall’Esa insieme ad Airbus Defence and Space, TNO e al produttore tedesco TESAT, segna un passaggio chiave nella corsa globale alle comunicazioni spaziali di nuova generazione.

Il test si è svolto nei cieli di Nîmes, nel sud della Francia. A bordo dell’aereo era installato il terminale ottico UltraAir sviluppato da Airbus, mentre a 36 mila chilometri di distanza, in orbita geostazionaria, il satellite Alphasat TDP-1 attendeva il segnale.

“Durante le prove di volo, è stata stabilita con successo una connessione ottica ad alta capacità tra un aereo in movimento e il satellite, che ha fornito velocità dati fino a 2,6 Gbps e ha essenzialmente validato la fattibilità dei collegamenti spaziali ottici per piattaforme aeronautiche, anche in condizioni di volo dinamicheâ€, ha dichiarato in un post social il direttore generale dell’ESA, Josef Aschbacher.

Il risultato è andato oltre le attese, grazie ad una connessione stabile, senza errori, con una considerevole velocità di trasmissione mantenuta per diversi minuti, nonostante il velivolo fosse in movimento: “I fasci laser sono più stretti, veloci e sicuri delle onde radioâ€, ha commentato Aschbacher, aggiungendo che “questo apre la strada a internet ad alta velocità su aerei, navi e strade remoteâ€, ponendo l’Europa all’avanguardia nelle comunicazioni spaziali di nuova generazione.

Il direttore generale dell’ESA, Josef Aschbacher

Una grande prova europea che apre l’era delle comunicazioni satellitari laser

La sfida tecnica era tutt’altro che banale. Stabilire un collegamento laser significa puntare un fascio di luce sottilissimo verso un bersaglio lontanissimo, con una precisione estrema. Nel caso di un aereo in volo entrano in gioco vibrazioni, turbolenze, variazioni atmosferiche e copertura nuvolosa.

François Lombard, responsabile Connected Intelligence di Airbus Defence and Space, lo spiega con chiarezza: “Stabilire collegamenti laser tra obiettivi in movimento a questa distanza è tecnicamente molto impegnativo. Movimenti continui, vibrazioni della piattaforma e disturbi atmosferici richiedono una precisione estremaâ€. Per Airbus si tratta di un ulteriore capitolo in una lunga storia nelle comunicazioni ottiche spaziali, ma questa dimostrazione “apre la porta a una nuova era delle comunicazioni satellitari laser, per rispondere alle esigenze della difesa e del mercato commerciale nei prossimi decenniâ€.

La posta in gioco è alta. Lo spazio elettromagnetico tradizionale, quello delle onde radio, è sempre più congestionato. Le frequenze sono limitate e la domanda di connettività cresce in modo esponenziale. I collegamenti ottici rappresentano una soluzione alternativa e strategica: il fascio laser è molto più stretto rispetto alle onde radio, quindi più difficile da intercettare o disturbare, e può trasportare quantità di dati molto superiori. Non è solo una questione di velocità, ma di sicurezza e resilienza delle infrastrutture digitali.

Terminale laser UltraAir di Airbus all’interno dell’aereo

Comunicazioni spaziali laser per la sicurezza, l’autonomia e l’innovazione Ue

Laurent Jaffart, direttore ESA per Resilienza, Navigazione e Connettività, sottolinea la dimensione strategica del risultato: “Questo traguardo dimostra come le comunicazioni ottiche possano trasformare la connettività sicura per i nostri Stati membri. Stiamo lavorando per risolvere le sfide tecniche legate a collegamenti laser veloci, capaci di evitare interferenze e rilevamenti anche in condizioni difficiliâ€. Jaffart insiste sul valore della collaborazione industriale europea, che considera il vero motore dell’innovazione. È una dichiarazione che va letta anche in chiave geopolitica, in un momento in cui l’autonomia tecnologica è tornata al centro dell’agenda europea.

Sulla stessa linea Kees Buijsrogge, direttore Space di TNO, che parla di un’industria europea capace di “rafforzare la sicurezza e l’autonomia del continente guidando tecnologie strategiche nel campo delle comunicazioni laser sicureâ€. Non si tratta soltanto di offrire internet più veloce ai passeggeri di un aereo, ma di consolidare una filiera industriale in un settore considerato critico per la sovranità digitale.

Il progetto è stato sviluppato nell’ambito del programma ScyLight dell’ESA, dedicato alle comunicazioni ottiche e quantistiche, parte del più ampio programma ARTES sulle telecomunicazioni avanzate. Harald Hauschildt, responsabile dell’Ufficio Comunicazioni Ottiche e Quantistiche dell’Agenzia, guarda già oltre il singolo esperimento. Le comunicazioni ottiche tra piattaforme aeree e reti satellitari, come la futura rete HydRON ad altissima capacità, “sono ai vertici dell’agenda ESAâ€.

Il terminale laser UltraAir di Airbus visto dall’esterno dell’aereo

In aereo, in nave e nelle aree più sperdute sempre connessi con le comunicazioni spaziali laser

La domanda di collegamenti ad alta velocità e bassa latenza che connettano aerei e piattaforme pseudo-satellitari ad alta quota è in forte crescita, sia per applicazioni commerciali sia per esigenze legate alla resilienza delle infrastrutture.

Le prospettive sembrerebbero concrete, secondo l’Esa. Se la tecnologia verrà industrializzata, i voli intercontinentali potrebbero offrire connessioni paragonabili a quelle terrestri, le navi in mezzo agli oceani o i veicoli in regioni remote potrebbero restare sempre collegati senza interruzioni. Soprattutto, le reti spaziali del futuro potrebbero diventare più sicure, meno vulnerabili a interferenze e più capaci di sostenere l’enorme traffico di dati dell’economia digitale.

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Data articolo: Fri, 27 Feb 2026 14:14:52 +0000 di Flavio Fabbri
Poste Italiane
PosteMobile, ricavi in calo nel quarto trimestre a 82 milioni (-1,6%). Abbonamenti salgono a 4,95 milioni

Poste Italiane, primo azionista di Tim, ha registrato nel quarto trimestre un lieve incremento dei clienti a fronte di un leggero calo dei ricavi da parte del suo operatore virtuale (Mvno) PosteMobile.

I clienti complessivi salgono a quota 4,95 milioni al 31 dicembre 2025, in aumento rispetto ai 4,85 milioni dell’anno precedente e dei 4,93 milioni del trimestre precedente.

Poste Italiane ha reso noto che i servizi di telecomunicazioni del gruppo hanno registrato ricavi per 82 milioni nel periodo ottobre-dicembre, in calo dell’1,6% su base annua, a fronte di ricavi annui di 328 milioni di euro, in aumento dello 0,1%. L’Arpu nel quarto trimestre è pari a 4,2 euro, in leggera flessione rispetto a 4,4 euro dell’anno precedente.

PosteMobile si è confermata il principale MVNO in Italia

PosteMobile si è confermata il principale MVNO in Italia, con circa il 5,5% del mercato delle SIM tradizionali, secondo i dati del terzo trimestre pubblicati il ​​mese scorso dall’AGCOM. Guardando al futuro, Poste Italiane ha dichiarato di prevedere una crescita della base clienti di PosteMobile di circa il 5%, raggiungendo i 5,2 milioni di linee mobili e in fibra entro la fine del 2026.

L’operatore ha dichiarato di aver avviato la migrazione dei clienti da Vodafone Italia alla rete TIM il 23 febbraio. La migrazione alla nuova rete sarà automatica e gli utenti non saranno tenuti a sostituire le proprie SIM o a modificare in alcun modo i propri piani tariffari per accedere a velocità di download 5G fino a 2 Gbps sui telefoni compatibili.

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Data articolo: Fri, 27 Feb 2026 09:30:15 +0000 di Paolo Anastasio
Warner Bros. Discovery
Warner Bros alla Paramount per 111 miliardi di dollari. Gli Ellison (Oracle) mettono Hollywood contro le Big Tech

Paramount a un passo da Warner Bros per 111 miliardi. Netflix non rilancia e apre la strada alla famiglia Ellison. Ora la partita passa all’Antitrust USA

Paramount-Skydance è a un passo dal diventare proprietaria di Warner Bros. Discovery (WBD) con un’offerta da 111 miliardi di dollari in contanti. Il colpo di scena è arrivato nelle ultime ore, quando Netflix ha deciso di non rilanciare, giudicando il prezzo “non più finanziariamente attraenteâ€, e il board di WBD ha definito la proposta di Paramount “superioreâ€, raccomandandola agli azionisti.

Se l’operazione sarà approvata dal voto del 20 marzo 2026 e supererà l’esame delle autorità regolatorie, nascerà un colosso da circa 70 miliardi di ricavi annui, destinato a ridisegnare gli equilibri di Hollywood.

Paramount Skydance ha chiuso il l’ultimo trimestre del 2025 con ricavi in lieve crescita, ma perdite nette ampliate, ma vede una solida crescita degli abbonati (la vera miniera da cui estrarre l’oro digitale del momento e del futuro).

Ma dietro la cronaca della gara miliardaria si muove una partita più profonda. La famiglia Ellison (Larry, fondatore e primo azionista di Oracle, e il figlio David, ceo di Skydance) non sta solo comprando uno studio: sta tentando di costruire un ponte strategico tra vecchia Hollywood e infrastruttura tecnologica avanzata, usando i contenuti premium come leva per riequilibrare i rapporti di forza con le Big Tech dello streaming puro (come Disney+, Apple TV e la stessa Netflix ovviamente, ma anche le ibride come Amazon).

Il CEO di Oracle Larry Ellison

Il colpo di scena, Netflix si ritira: “Operazione finanziaria non più attraenteâ€

Netflix ha deciso di sfilarsi: “Il prezzo per eguagliare l’offerta di Paramount non è più attraente, data la nostra disciplina finanziaria e i rischi antitrustâ€, hanno dichiarato i co-amministratori delegati Ted Sarandos e Greg Peters.

In un comunicato congiunto hanno precisato: “La transazione che avevamo negoziato avrebbe creato valore per gli azionisti con un chiaro percorso verso l’approvazione regolatoria. Tuttavia, siamo sempre stati disciplinati. Questa operazione era un “nice to have†al giusto prezzo, non un “must have†a qualsiasi prezzoâ€.

Il gigante dello streaming globale decide di uscire dalla partita, preservando cassa e flessibilità finanziaria. Rinuncia a un catalogo iconico, come si è detto più volte, ma evita un’operazione che avrebbe potuto esporla a rischi regolatori e a un significativo aumento del debito.
Netflix ha chiuso l’ultimo trimestre del 2025 con ottimi risultati, superando le attese degli analisti, con ricavi in crescita del 16% su base annua e un +30% sugli utili per azione, per un totale di 300 milioni di utenti abbonati (+18 milioni nell’ultimo trimestre considerato).

Una trattativa lunga mesi

La battaglia per Warner Bros va avanti da mesi. A ottobre 2025, WBD aveva aperto alla cessione di parti del gruppo. A dicembre Netflix aveva messo sul tavolo circa 82 miliardi di dollari (27,75-28 dollari per azione, incluso il debito) per rilevare Studios e streaming, inclusa HBO Max, lasciando fuori le reti tradizionali come CNN.

Paramount, sostenuta dalla famiglia Ellison, aveva inizialmente tentato un’offerta alternativa per l’intero perimetro del gruppo, comprendendo anche CNN e le reti televisive. Dopo un primo rifiuto, ha rilanciato in modo aggressivo: prima 108 miliardi (30 dollari per azione), poi 111 miliardi in contanti, pari a 31 dollari per azione, con un premio del 50% rispetto al prezzo pre-offerta.

Non solo. Paramount ha accettato di coprire la penale da 2,8 miliardi di dollari che Warner Bros avrebbe dovuto pagare a Netflix in caso di rottura dell’accordo precedente, e si è impegnata a versare fino a 7 miliardi di dollari qualora l’operazione non andasse in porto. Una struttura “cash-heavy†che ha rafforzato la percezione di certezza e rapidità di chiusura.

Sotto il tetto Paramount una grossa fetta della produzione cinematografica, televisiva e informativa

Warner Bros ha definito la proposta di Paramount “superior†rispetto a quella di Netflix. L’operazione riguarda l’intero gruppo: Studios cinematografici (Batman, Harry Potter, Il Signore degli Anelli), HBO Max, CNN, TNT Sports e le reti lineari.

David Ellison ha accolto con favore la decisione del board: “La proposta offre agli azionisti di Warner Bros valore superiore, certezza e velocità di chiusuraâ€.

Se andrà in porto, Paramount integrerà nel proprio portafoglio HBO Max, CNN, Food Network e un ampio pacchetto sportivo, affiancandoli ai brand già controllati come CBS, Nickelodeon e Comedy Central. Una concentrazione che riporterebbe sotto un unico tetto una parte rilevante della produzione cinematografica, televisiva e informativa americana.

Hollywood come arma contro le Big Tech. Oracle integra contenuti media e cinema con AI, cloud e dati

L’operazione, inoltre, ha un evidente significato industriale, ma anche tecnologico. Larry Ellison controlla circa il 42% di Oracle, colosso del software enterprise e del cloud, oggi fortemente posizionato su intelligenza artificiale e infrastrutture dati.

Il paradosso è evidente: un protagonista storico della Big Tech entra in Hollywood per “difendere†l’industria tradizionale proprio dalle Big Tech dello streaming. Ma la logica è meno contraddittoria di quanto sembri.

Da un lato, l’acquisizione crea un gigante ibrido (studios, streaming, news e sport) capace di competere con gli altri player del settore non solo sui contenuti, ma sulla distribuzione e sull’analisi dei dati. Dall’altro, consente a Oracle di rafforzare indirettamente la propria posizione come fornitore di cloud e AI per un grande gruppo media integrato, riducendo la dipendenza da AWS o Google Cloud.

Non si tratta di un’invasione frontale di Oracle nell’entertainment, ma di un’integrazione strategica: contenuti premium alimentati da infrastrutture tecnologiche avanzate, con personalizzazione e analytics come fattori chiave. In un’epoca in cui la competizione si gioca sugli algoritmi tanto quanto sulle sceneggiature, la combinazione può fare la differenza e creare nuovo business.

David Ellison, Chairman & CEO di Paramount Skydance Corporation

Le ombre regolatorie e politiche

La partita, comunque, è tutt’altro che chiusa. Paramount dovrà ottenere il via libera del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti e delle autorità antitrust europee. In California, il procuratore generale Rob Bonta ha già avvertito che “non è un affare conclusoâ€.

“Questi due titani di Hollywood non hanno ancora superato il vaglio regolatorio – ha scritto bont – in più il Dipartimento di Giustizia della California ha un’indagine aperta e intendiamo essere rigorosi nella nostra revisioneâ€.

Le preoccupazioni riguardano la concentrazione nel settore degli Studios, dello streaming e dell’informazione, in particolare per il destino di CNN. Il presidente Donald Trump, che in passato ha attaccato duramente l’emittente definendone i vertici “corrotti o incompetentiâ€, aveva dichiarato a dicembre di ritenere che CNN dovesse essere venduta separatamente.

Il coinvolgimento della famiglia Ellison (Larry è un noto donatore repubblicano) ha alimentato ulteriori interrogativi sul possibile intreccio tra politica e media.
Jared Kushner, genero di Trump, aveva inizialmente sostenuto l’offerta tramite il suo fondo Affinity Partners, salvo poi ritirarsi sotto la pressione delle polemiche.

Se l’operazione supererà l’esame regolatorio, Hollywood entrerà in una nuova fase di consolidamento. Paramount-Warner diventerebbe uno dei principali poli globali per cinema, streaming, sport e news, con inevitabili razionalizzazioni, possibili tagli al personale e una riorganizzazione delle redazioni, a partire da CNN.

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Data articolo: Fri, 27 Feb 2026 10:22:57 +0000 di Flavio Fabbri
Intelligenza Artificiale
Data center e costi energetici, le Big Tech pronte a firmare l’accordo con Trump

Big Tech alla Casa Bianca con Trump: promessa di autosufficienza energetica per i data center. Ma basterà?

La prossima settimana alcune delle più grandi aziende tecnologiche americane dovrebbero affiancare il presidente Donald Trump alla Casa Bianca per firmare un impegno formale: generare o acquistare autonomamente l’energia necessaria ad alimentare i propri data center.

A riportarlo è Axios, secondo cui si tratterebbe di un “ratepayer protection pledgeâ€, una sorta di patto a tutela dei consumatori, con l’obiettivo dichiarato di evitare che i costi dell’esplosione dell’intelligenza artificiale finiscano sulle bollette delle famiglie americane.

Secondo altre fonti di stampa, come Fox News, tra le aziende che seguiranno Trump ci sarebbero OpenAI, Amazon, Google, Meta, Microsoft, xAI e Oracle. Un parterre che rappresenta il cuore pulsante dell’economia digitale globale e non è la prima volta che accade, a settembre dello scorso anno in una cena di gala Trump invitò tutte queste grandi aziende tecnologiche per chiedere loro maggiori investimenti in data center e per sviluppare in maniera più rapida l’AI.

“Queste grandi aziende costruiranno, metteranno online o acquisteranno direttamente l’energia necessaria per alimentare i nuovi data center dedicati all’intelligenza artificiale, garantendo che l’aumento della domanda non si traduca in bollette più alte per gli americaniâ€, ha dichiarato alla CNBC la portavoce della Casa Bianca, Taylor Rogers.

L’annuncio politico e le incognite

Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, Trump ha parlato di un obbligo per le aziende tecnologiche di “provvedere autonomamente al proprio fabbisogno energeticoâ€, anche attraverso la costruzione di impianti di generazione on-site, cioè direttamente accanto ai data center.

Il messaggio politico mirava a garantire la “supremazia americana nell’AI†senza scaricare i costi sulle famiglie. Ma resta da capire quanto questo impegno sia vincolante e, soprattutto, come verrà attuato.

Non sono stati forniti dettagli tecnici: si tratterà di nuovi impianti rinnovabili? Centrali a gas dedicate? Nucleare di nuova generazione? Contratti di acquisto a lungo termine (PPA)? Senza risposte puntuali, il rischio è che l’annuncio resti più simbolico che strutturale.

Del resto, molte Big Tech avevano già dichiarato negli ultimi mesi di voler “pagare la propria parte†per evitare aumenti tariffari. Microsoft, ad esempio, aveva assicurato che i propri data center non avrebbero fatto salire i prezzi dell’elettricità per i consumatori. L’iniziativa della Casa Bianca sembra quindi formalizzare impegni già in corso più che introdurre una vera svolta regolatoria.

La corsa dell’AI e la fame di energia

Il problema di fondo, però, è molto più ampio. L’intelligenza artificiale sta cambiando radicalmente la scala dei consumi energetici dei data center. Goldman Sachs, in un’analisi aggiornata, prevede una crescita del 220% della domanda di energia dei data center entro il 2030, una revisione al rialzo rispetto al precedente +175%. Numeri che parlano da soli.

Oggi i data center rappresentano circa il 5% della domanda elettrica negli Stati Uniti, ma le proiezioni indicano un’accelerazione senza precedenti. In Virginia, uno degli hub mondiali del cloud, potrebbero arrivare a consumare tra il 39% e il 57% dell’intera elettricità statale entro il 2030.

Si tratta di percentuali che, in qualsiasi sistema energetico, comportano rischi evidenti: congestioni di rete, necessità di nuovi investimenti in trasmissione e distribuzione, pressione sui prezzi all’ingrosso dell’energia.

Reti sotto stress e rischio bollette

Il punto critico è che la costruzione di nuova capacità di generazione non sempre procede allo stesso ritmo dell’espansione dei data center. Le autorizzazioni per nuove linee di trasmissione richiedono anni. La disponibilità di tecnici specializzati — in particolare elettricisti — è già indicata dagli analisti come un potenziale collo di bottiglia (in tutti i Paesi occidentali mancano figure professionali specifiche e nessun programma di formazione fino ad ora lanciato sembra essere riuscito a colmare questo gap nel mercato del lavoro).

Anche ammesso che le Big Tech costruiscano impianti dedicati, resta il tema dell’integrazione nella rete. Un grande data center non è un’isola: è connesso al sistema elettrico nazionale. In caso di picchi di domanda o di problemi tecnici, il rischio di ricorrere alla rete pubblica resta concreto.

E qui emerge il nodo politico più sensibile: chi paga?

Se i costi di adeguamento delle reti, di nuove centrali o di potenziamento delle infrastrutture ricadessero anche solo in parte sulle tariffe regolate, le famiglie potrebbero trovarsi a finanziare indirettamente la corsa all’AI. L’impegno annunciato alla Casa Bianca mira proprio a disinnescare questa critica. Ma senza meccanismi chiari e verificabili, il timore di aumenti in bolletta non può essere escluso.

Una strategia industriale o una mossa elettorale?

L’iniziativa arriva in un anno elettorale, in un contesto in cui l’aumento del costo della vita resta un tema centrale per l’elettorato americano. L’energia è una componente sensibile della spesa domestica e l’idea che l’AI, percepita da molti come un vantaggio per pochi, oltre che una minaccia sociale in alcuni casi, possa far salire le bollette è politicamente esplosiva.

Il rischio è che il “pledge†sia più un’operazione di comunicazione che una vera strategia industriale coordinata tra governo federale, Stati e utility locali.

La crescita dei data center è destinata a proseguire. L’AI generativa richiede potenze di calcolo enormi, cluster sempre più grandi, raffreddamento intensivo. Ogni nuova ondata tecnologica porta con sé un’ombra energetica.

La vera domanda non è se le Big Tech costruiranno qualche impianto dedicato, ma se il sistema elettrico americano (ma il problema può anche essere europeo e italiano quindi) sia pronto a sostenere una domanda in aumento esponenziale, senza scaricare i costi sui cittadini.

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Data articolo: Fri, 27 Feb 2026 08:00:00 +0000 di Flavio Fabbri
AI
Cinque operatori (fra cui Deutsche Telekom) investono 37,5 milioni di dollari in AI specifico per le Tlc

• Deutsche Telekom, e&, Singtel, SK Telecom e Softbank collaborano per lanciare Syntelligence AI

• La nuova iniziativa sta sviluppando strumenti di intelligenza artificiale per affrontare i problemi delle telecomunicazioni relativi alle chiamate spam e all’esperienza del servizio clienti

• L’ex dirigente di Meta e Amazon, Prateek Choudhary, è stato nominato CEO

AI contro lo spam e per il customer care

Una nuova iniziativa, sostenuta da cinque dei principali operatori di telecomunicazioni al mondo, mira a sviluppare modelli e applicazioni di intelligenza artificiale che trasformeranno l’intelligenza di rete e miglioreranno l’esperienza dei clienti.

Syntelligence AI è una joint venture sostenuta da SK Telekom, Singtel, Softbank, Deutsche Telekom ed e&, e guidata dall’ex dirigente di Meta e Amazon, Prateek Choudhary. Queste aziende di telecomunicazioni sono le fondatrici della Global Telco AI Alliance (GTAA), inizialmente costituita nel 2024 per sviluppare modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) specifici per il settore delle telecomunicazioni, ma questo sembra essere il primo passo significativo dell’alleanza. L’azienda con sede nel Regno Unito è stata lanciata ufficialmente alla fine del 2025 e ha ricevuto un finanziamento di 37,5 milioni di dollari.

Il contributo

Singtel ha dichiarato in un documento che una sussidiaria, Singtel AI Alliance, ha sottoscritto 7,5 milioni di azioni – equivalenti a una quota del 20% – di Syntelligence AI, con un valore di capitale di 37,5 milioni di dollari, il che suggerisce che ciascun partner ha investito circa 7,5 milioni di dollari nel progetto.

Ha aggiunto: “Questa partnership unisce cinque importanti operatori di telecomunicazioni globali, accelerando potenzialmente le capacità di intelligenza artificiale di Singtel e aprendo l’accesso a innovazioni cross-market. L’intelligenza artificiale è un’area di crescita chiave e una leadership precoce nell’intelligenza artificiale specifica per le telecomunicazioni potrebbe fornire un vantaggio competitivo e una crescita degli utili a lungo termine”.

L’obiettivo di Syntelligence

Synttelligence rende noto che la sua missione è quella di creare “modelli e applicazioni all’avanguardia che elevino l’intelligenza di rete, migliorino l’esperienza dei clienti, ripristinino la fiducia e promuovano l’efficienza operativa per gli operatori di tutto il mondo”.

Choudhary è stato nominato CEO. In precedenza, è stato responsabile dei prodotti, della comprensione dei contenuti e dell’intelligenza artificiale presso Facebook dal 2020 al 2024, dopo essere arrivato da Amazon, dove ricopriva il ruolo di responsabile globale dei prodotti per la distribuzione di Prime Video.

Il vicepresidente del Centro di Competenza per l’IA di Deutsche Telekom, Jan Hofmann, è stato nominato CEO ad interim prima della nomina di Choudhary ed è iscritto nel consiglio di amministrazione di Syntelligence.

Suk-Geun Chung, CTO e responsabile dell’unità di IA di SK Telecom, Tadashi Iida, CISO (Chief Information Security Officer) di Softbank, Harrison Lung, Chief Strategy Officer di e& Group, e William Woo, CIO di Singtel Group, sono tutti iscritti come amministratori.

Nonostante il lancio avvenuto lo scorso anno, Syntelligence ha rilasciato poche informazioni sui suoi progetti o piani, sottolineando nel suo annuncio ufficiale di lancio che “i dettagli specifici del lancio iniziale del prodotto saranno forniti nel prossimo futuro”.

AI su misura per le telecomunicazioni

L’azienda afferma che “accelererà l’innovazione dell’intelligenza artificiale nel settore delle telecomunicazioni, affrontando problematiche come il calo di fiducia degli utenti nelle chiamate da numeri sconosciuti e l’efficace screening delle chiamate spam”, e che sta “sviluppando prodotti da implementare a livello di rete, addestrati su miliardi di modelli di chiamata e dati”. Questi dati serviranno da set di dati di addestramento messi a disposizione dalle sue cinque società di telecomunicazioni fondatrici.

Questo si collega alla descrizione sul suo sito web di un prodotto in fase di sviluppo chiamato Security Shield, che utilizza i dati di rete per rilevare e bloccare le chiamate fraudolente prima che raggiungano le persone. Syntelligence afferma già che questo è “il sistema di rilevamento delle truffe più potente al mondo” grazie all’utilizzo dei dati di rete.

Il suo sito web cita anche un altro prodotto chiamato Welcome Manager, un assistente vocale basato sull’intelligenza artificiale che accoglie, guida e supporta i clienti con interazioni naturali e simili a quelle umane.

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Data articolo: Fri, 27 Feb 2026 11:21:02 +0000 di Paolo Anastasio
OpenAI
Come si paga un chatbot. L’intelligenza artificiale scopre la pubblicità

«Sì, ma questi come fanno i soldi?» è una domanda – se non la domanda – che ci poniamo spesso quando ci vengono offerti servizi in apparenza gratuita su Internet. L’AI non fa eccezione, ma non sorprenderà nessuno sapere che le pose dei giganti del tech da benefattori dell’umanità senza interessi personali sono, appunto, pose. Il tema della monetizzazione dei chatbot c’è eccome, ed è diventato centrale pochi giorni fa, quando OpenAI ha avviato negli Stati Uniti un test che introduce annunci all’interno di ChatGPT per gli utenti dei piani Free e Go (lasciando invece privi di inserzioni i livelli Plus, Pro, Business ed Enterprise).

Gli annunci pubblicitari compaiono in fondo alla risposta, separati graficamente dal testo generato e segnalati come contenuti sponsorizzati; l’azienda sostiene che detti annunci non incidano sul contenuto delle risposte e che non vengano mostrati quando si parla di argomenti particolarmente sensibili, come la salute o la politica.

Secondo quanto riportato da Quartz, OpenAI chiederebbe agli inserzionisti un impegno minimo intorno ai 200.000 dollari, con un costo di circa 60 dollari per mille visualizzazioni, soglia che colloca questo formato in una fascia assai più alta rispetto ai banner tradizionali del web.

È come dire che l’attenzione concentrata di una conversazione individuale, il tête-à-tête tra noi e il chatbot, viene considerata un bene raro, per il quale si può chiedere un prezzo paragonabile a quello degli spazi pubblicitari più prestigiosi (e costosi, ovviamente).

Consiglio spassionato o interessato?

Rispetto al motore di ricerca, c’è una differenza non da poco: se nei risultati di Google e soci l’utente riceve un elenco di risultati e sa di trovarsi in un contesto specifico, con certi risultati che vengono privilegiati, nel chatbot la risposta è di un discorso continuo e l’inserzione non si affianca a una lista di alternative, ma segue un testo che ha già, per così dire, strutturato la questione.

Insomma: diventa difficile capire se ChatGPT ci sta dando un consiglio o suggerendo di comprare un prodotto. Il problema, in fondo, è sempre lo stesso: quando qualcuno ci “suggerisce†qualcosa online, dobbiamo capire se sta davvero aiutandoci a scegliere o se sta vendendo visibilità a chi paga di più (è la differenza tra una piattaforma come SOSTariffe.it che mostra un elenco confrontabile di offerte – come avviene nei comparatori di tariffe luce, gas o telefonia – e un’interfaccia che propone una sola soluzione, già confezionata). Nel primo caso possiamo verificare; nel secondo dobbiamo fidarci.

Va da sé che OpenAI ha accompagnato il test con diverse petizioni di principio, tese a tranquillizzarci: le conversazioni non vengono condivise con gli inserzionisti, che ricevono solo dati aggregati su visualizzazioni e clic; l’utente può disattivare la personalizzazione o scegliere un piano a pagamento per evitare gli annunci, eccetera. La questione economica di fondo, però, rimane. Addestrare e far funzionare modelli di queste dimensioni richiede investimenti sempre più ingenti, e se una parte consistente dell’utenza accede gratuitamente, in modo da accrescere la base, il finanziamento deve provenire da altre fonti. La pubblicità, come sempre, è la risposta più semplice.

La guerra degli spot

La mossa di OpenAI ha avuto conseguenze immediate. Anthropic, la società fondata da ex ricercatori di OpenAI e sviluppatrice di Claude, ha scelto il palcoscenico del Superbowl per lanciare una campagna pubblicitaria che, pur senza nominare direttamente ChatGPT, ha preso di mira il suo modello di business. Gli spot hanno mostrato scenari volutamente caricaturali: un ragazzo che chiede consigli su come parlare con la madre e si ritrova indirizzato verso un sito di incontri; un aspirante atleta che finisce a comprare solette per sembrare più alto. Il messaggio finale: “Ads are coming to AI. But not to Claudeâ€.

Sam Altman ha reagito con la consueta nonchalance. Ha chiamato gli spot “chiaramente disonestiâ€, e ribadito che gli annunci su ChatGPT saranno separati dalle risposte e non influenzeranno i contenuti generati. La polemica non è così facile da sopire, però. Il formato conversazionale ha una natura diversa rispetto a un feed social o a una pagina di ricerca: l’utente si rivolge al chatbot per ottenere un aiuto diretto, spesso su questioni personali o professionali che presuppongono un certo grado di fiducia. Inserire in quel flusso un contenuto sponsorizzato, anche se dichiarato come tale, modifica l’equilibrio percettivo dell’interazione.

Anthropic ha costruito la propria posizione proprio su questo punto, dichiarando pubblicamente che Claude resterà privo di pubblicità perché le conversazioni con un assistente AI, specie quando riguardano lavoro o temi delicati, non sono il luogo adatto per la promozione commerciale. Così, dopo il Super Bowl, Claude ha scalato le classifiche dell’App Store statunitense; difficile stabilire quanto abbia inciso la campagna, ma il messaggio non è caduto del vuoto. È una dinamica già vista nell’evoluzione dei social network, che qui si ripresenta in un ambiente che somiglia meno a una piazza e più a un colloquio individuale.

Ma alla fine chi paga?

Se si mette da parte per un momento la schermaglia pubblicitaria, l’interrogativo rimane: come si sostiene economicamente un’infrastruttura che brucia miliardi l’anno? Secondo diverse stime, OpenAI avrebbe speso nel 2025 molto più di quanto abbia incassato; l’addestramento dei modelli, il mantenimento dei server, l’espansione della capacità computazionale richiedono investimenti continui. Finora il capitale di rischio ha sostenuto la crescita, ma nessun investitore può accettare perdite illimitate. A un certo punto i conti devono tornare.

Non tutte le aziende stanno facendo la stessa scelta. Perplexity, che aveva introdotto annunci sotto forma di domande sponsorizzate, ha frenato e ammesso che la pubblicità rischia di far dubitare gli utenti della genuinità delle risposte. Google sta testando inserzioni nei risultati della modalità AI della ricerca e ha lasciato intendere che anche Gemini farà la stessa cosa; Microsoft fa spallucce e integra contenuti sponsorizzati in Copilot da tempo; Meta non inserisce annunci dentro la chat, però utilizza le interazioni con la sua AI per raffinare il targeting pubblicitario altrove, nei suoi network. E Claude, per ora, mantiene la promessa di restarne fuori.

Esiste forse una terza via. Brian Chesky, amministratore delegato di Airbnb, ha dichiarato che il traffico proveniente dai chatbot converte meglio di quello generato da Google: vale a dire che se le AI raccomandano spontaneamente un servizio, l’efficacia commerciale può essere superiore a quella di uno spazio pubblicitario acquistato a caro prezzo.

In questo scenario, le aziende non avrebbero bisogno di comprare visibilità nel chatbot, ma basterebbe essere citate come soluzione adeguata. Ma chi garantisce l’imparzialità? E da quando la pubblicità è, per così dire, meritocratica? Non se ne esce, e resta il problema di chi finanzia l’accesso gratuito. Abbonamenti e contratti enterprise coprono solo una parte del costo; la massa degli utenti free no. La pubblicità è, da decenni, il motore più stabile dell’economia digitale, ma non è mai stata così insidiosa come oggi, quando rischia di travestirsi da “consiglio da amicoâ€.

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Data articolo: Fri, 27 Feb 2026 07:20:00 +0000 di Edoardo Stigliani SosTariffe.it
Internet
Bruxelles vuole che acquisto e distribuzione illegali di progetti di stampa 3D di armi siano reato nella UE

Giovedì la Commissione Europea ha proposto una riforma per armonizzare la classificazione dei reati di traffico di armi da fuoco nell’Unione Europea, con misure che consentirebbero un quadro sanzionatorio comune e perseguirebbero come reato la creazione, l’acquisto, il possesso e la distribuzione illegale di progetti per la stampa 3D di armi da fuoco.

Due anni di carcere per progetti illegali con stampa 3D di armi

Bruxelles sostiene inoltre l’istituzione di limiti comuni per le pene massime per i reati connessi alle armi da fuoco, in modo che la progettazione, l’acquisto, il possesso e la distribuzione illegale di progetti 3D siano punibili con almeno due anni di carcere; il possesso di armi da fuoco, componenti essenziali e munizioni illegali sia punibile con almeno cinque anni di carcere; e il traffico illegale di armi sia punibile con almeno otto anni di carcere.

“Nell’attuale contesto geopolitico, caratterizzato da minacce alla sicurezza in rapida evoluzione, l’Unione Europea deve essere pienamente preparata ad anticipare e affrontare i rischi esistenti ed emergenti”, ha affermato Henna Virkkunen, Vicepresidente della Commissione Europea per la Sovranità Tecnologica, la Sicurezza e la Democrazia.

Nuove tecnologie amplificano traffico di armi

La politica finlandese ha detto che il traffico illegale di armi da fuoco rappresenta una “grave minaccia per la sicurezza” degli europei, che è “amplificata dalle nuove tecnologie e dalle reti transfrontaliere”.

Per questo motivo, l’esecutivo dell’UE propone questo nuovo quadro normativo – che deve ancora essere negoziato tra il Parlamento europeo e il Consiglio (i governi) per diventare legge – come un passo necessario per “colmare le lacune” dovute alla frammentazione dei vari sistemi nazionali, che, nelle parole di Virkkunen, “sono sfruttate da criminali e terroristi”.

Oltre ad affrontare la proliferazione illegale di armi prodotte utilizzando stampanti 3D, l’esecutivo dell’UE sta sfruttando la proposta per promuovere l’armonizzazione di un quadro comune contro il più ampio traffico di armi illegali e, pertanto, chiede anche un quadro comune per definire e punire la vendita illegale di armi e il possesso di armi, componenti e munizioni.

Terrorismo, Virkkunen: Rafforzeremo applicazione DSA per mitigare rischi su diffusione contenuti

“Rafforzeremo l’applicazione del Dsa per mitigare i rischi sistemici collegati alla diffusione dei contenuti terroristici e di estremismo violento”, ha detto Virkkunen.

Terrorismo, Virkkunen: Numero minori coinvolti è aumentato. Al lavoro su piano d’azione Ue

“Il numero dei minori coinvolti in atti terroristici e di estremismo violento è aumentato fortemente in tutta Europa. Nel 2024 quasi un terzo dei sospetti terroristi nell’Ue avevano un’età inferiore ai 20 anni, con i più giovani che avevano soltanto 12 anni. Stiamo lavorando e presenteremo quest’anno un piano d’azione per la protezione dei minori dalla criminalità, e questo includerà misure per trattare la radicalizzazione e il reclutamento online e offline”, ha aggiunto.

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Data articolo: Fri, 27 Feb 2026 07:30:00 +0000 di Paolo Anastasio
Truenumbers
Stipendi nel mondo della finanza: chi guadagna di più

A Milano si prende di più, gli Head of Credit quelli meglio pagati (156.450 euro)

Ottenere un prestito oggi è più difficile rispetto a qualche mese fa. Secondo la Banca Centrale Europea le banche dell’area euro hanno reso più rigidi i criteri di concessione: sono diventate più selettive e più caute nell’assumere rischi. Per imprese e famiglie questo si traduce in condizioni più severe e in un accesso ai finanziamenti meno immediato. In questo contesto il ruolo dell’Head of Credit diventa centrale: è la figura che stabilisce quanto rischio la banca può sostenere, decide a chi concedere i fondi e a quali condizioni, e controlla l’esposizione complessiva dell’istituto per garantirne la stabilità. Una responsabilità che pesa, perché ogni scelta incide sui conti della banca. Ma proprio per questo si tratta anche di uno dei ruoli più riconosciuti e meglio remunerati nell’area credito: più oneri, dunque, ma anche più ritorni in busta paga.

Evidentemente anche per tutti questi motivi nel 2025, secondo la Hays Italy Salary Guide 2025 – il report annuale che analizza retribuzioni e mercato del lavoro in Italia – proprio l’Head of Credit è stata la figura che ha incassato la Ral più alta tra le professioni finanziarie censite: 156.450 euro lordi annui. Su base mensile significa 13.037,50 euro lordi, senza bonus e senza componente variabile. Onori e oneri visto che dalle sue valutazioni dipendono milioni di euro di credito e capitale impegnato.

Quanto si guadagna a fare il trader

Se l’Head of Credit è il “freno†della banca, l’Investment Banking è il motore. È il reparto che opera sui mercati finanziari e gestisce le grandi operazioni: fusioni tra aziende, emissioni di obbligazioni, quotazioni in Borsa. È qui che lavorano anche i trader, cioè i professionisti che comprano e vendono strumenti finanziari per conto della banca o dei clienti istituzionali, cercando di generare rendimento all’interno dei limiti di rischio stabiliti. Accanto a loro operano figure come Analyst, Associate e Vice President, che analizzano bilanci, strutturano operazioni e coordinano le strategie. In sintesi, se il credito definisce quanto si può rischiare, l’investment banking – trader compresi – decide come utilizzare quel rischio per far girare il capitale.

Il vantaggio di essere trader a Milano

Milano, nel Corporate & Investment Banking, un Analyst con 1–3 anni di esperienza è a 52.150 euro di Ral lorda annua. Il livello successivo, Associate (4–6 anni), vale 83.440 euro. Oltre i 6 anni si entra nella fascia Vice President, e si torna al numero che fa girare la testa: 135.590 euro. È una progressione che assomiglia a una carriera “a scattiâ€: il salto tra Analyst e Associate è di 31.290 euro, quello tra Associate e Vice President è di 52.150 euro: due gradini, due accelerazioni nette, perché cambiano responsabilità, complessità delle operazioni e pressione sui risultati.

E poi c’è l’Italia delle piazze finanziarie: stesso ruolo, città diversa, stipendio diverso. Anche nella busta paga Milano è la capitale finanziaria d’Italia: a parità di seniority, il mercato premia di più dove si concentra la maggior parte delle operazioni, dei clienti e dei team specializzati. Per l’Analyst, Roma è a 46.935 euro e Torino a 41.720 euro; per l’Associate, Roma sale a 78.225 euro e Torino a 73.010 euro; per il Vice President, Roma arriva a 125.160 euro e Torino a 114.730 euro.

Ma Milano paga meno del resto d’Europa

Se Milano è la capitale finanziaria italiana, il confronto europeo ridimensiona subito le proporzioni. Secondo i dati  di un’altra piataforma (Glassdoor) sulle retribuzioni medie base nel settore finanziario, un trader – o una figura equivalente nell’investment banking – guadagna 85.000 euro a Londra, 72.000 euro a Francoforte, 120.000 euro a Zurigo. La distanza riflette il peso dei diversi ecosistemi finanziari: Zurigo è un hub centrale per private banking e investment banking internazionale, Francoforte ospita la Banca Centrale Europea ed è il cuore del corporate banking tedesco, Londra resta il principale mercato europeo per volumi e capitali movimentati. Milano opera in un sistema più contenuto.

Carriera e stipendi nell’Asset Management

Non solo trader. Nella finanza c’è anche chi non compra e vende in prima persona, ma gestisce patrimoni e fondi per conto di clienti e istituzioni. Nell’Asset Management, secondo la Hays Italy Salary Guide 2025, a Milano un Investment Analyst con 2–3 anni di esperienza guadagna 52.150 euro di Ral lorda annua. È la figura che studia mercati, bilanci e scenari economici: in pratica prepara le mappe prima che qualcuno parta per il viaggio.

Il passo successivo è il Portfolio Manager (5–6 anni), a 73.010 euro: qui non si analizza soltanto, si decide come distribuire i soldi tra azioni, obbligazioni e altri strumenti. Oltre i 6 anni si arriva all’Investment Manager, che tocca 125.160 euro: è il responsabile delle scelte strategiche sui capitali, spesso su masse che valgono milioni. Più cresce il livello, più aumenta il peso delle decisioni: se l’analista suggerisce, il manager firma.

Ancora una volta è Milano a pagare meglio

Anche qui la geografia conta. È la stessa logica vista nell’investment banking: dove si concentra il mercato del risparmio gestito, gli stipendi salgono. Per l’Investment Analyst, la Ral è di 41.720 euro sia a Torino sia a Bologna, mentre a Milano sale a 52.150 euro. Il Portfolio Manager raggiunge 62.580 euro a Torino contro 73.010 euro nel capoluogo lombardo. Oltre i sei anni di esperienza, l’Investment Manager è a 114.730 euro sotto la Mole e a 125.160 euro in piazza Affari. La distanza tra Milano e Torino, al livello più alto, è di 10.430 euro.

Carriera nel Private Banking: quanto paga

Non solo mercati e operazioni da milioni: c’è una finanza che vive di relazioni personali e patrimoni privati. Qui il lavoro non è “comprare e vendere†come nel trading, ma gestire patrimoni di clienti ad alta disponibilità economica, spesso imprenditori o famiglie con grandi capitali. Se l’analista studia i numeri, il private banker studia le persone: la relazione pesa quasi quanto il rendimento. Più cresce l’esperienza, più aumenta la fiducia del cliente – e con essa la responsabilità su capitali che possono valere intere aziende. Nel Private Banking, secondo la Hays Italy Salary Guide 2025, un PB Role con 2–5 anni di esperienza vale 52.150 euro di Ral lorda annua. Con 5–10 anni si sale a 78.225 euro, mentre oltre i 10 anni si arriva a 104.300 euro.

Nel Private Banking, la fascia oltre i 10 anni di esperienza è allineata: 104.300 euro a Milano, 104.300 euro a Roma e 104.300 euro a Torino. Le differenze emergono invece nei livelli inferiori (2–5 anni e 5–10 anni), dove le retribuzioni si collocano sotto i valori milanesi. In ogni caso, il tetto resta più basso rispetto all’Investment Banking: a Milano un Vice President arriva a 135.590 euro, contro i 104.300 euro del Private Banking oltre i 10 anni. La distanza riflette il diverso peso delle funzioni: operazioni finanziarie complesse da una parte, gestione di relazioni patrimoniali dall’altra.

Quanto si guadagna nel Credit e Risk

Non fanno notizia come i trader, ma senza di loro le banche si fermano. Nell’area Credit e Risk si controlla chi può ricevere un finanziamento, quanto è solido un bilancio, dove si nasconde il rischio. Un Credit Analysis Role con 2–5 anni di esperienza vale 31.290 euro di RAL lorda annua; con 5–10 anni si sale a 41.720 euro; oltre i 10 anni si arriva a 52.150 euro. Sono cifre più basse rispetto all’investment banking, ma il lavoro è centrale: è come il sistema di sicurezza di un edificio, invisibile finché tutto funziona. Al vertice c’è l’Head of Credit, che a Milano supera i dieci anni di esperienza e arriva a 156.450 euro: è la cifra più alta dell’intera area creditizia. Qui non si analizza solo un dossier, si decide l’esposizione complessiva della banca al rischio.

Finanza d’impresa quanto paga il CFO

Non è in sala trading e non gestisce fondi: il CFO è il vertice della finanza d’impresa, il direttore finanziario che coordina bilanci, debito, investimenti e strategie industriali. E il settore in cui opera fa la differenza. Secondo la Hays Italy Salary Guide 2025, per un CFO con oltre 10 anni di esperienza le RAL lorde annue sono pari a 99.085 euro nel settore Energy, 93.870 euro nell’Engineering, 119.945 euro nella GDO/Retail, 88.655 euro nell’Industry, 76.139 euro nel Metalmeccanico e 102.214 euro nel comparto Financial Services.

Fonte: Hays Italy Salary Guide 2025, Glassdoor

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Data articolo: Fri, 27 Feb 2026 11:03:34 +0000 di Truenumbers
Sos Energia
UE, ecco 5 cose che i consumatori dovrebbero sapere sulle bollette dell’energia elettrica

In un lungo articolo pubblicato nella sezione del sito della Commissione Europea che raccoglie le comunicazioni relative alle politiche energetiche, l’UE ha condiviso una serie di consigli utili per comprendere meglio le bollette e migliorare la gestione delle spese per l’elettricità.

Tra i consigli forniti per abbassare i costi, l’UE invita a confrontare le offerte luce di più fornitori e a valutare se si risparmia di più con le tariffe a prezzo fisso o con quelle indicizzate.

Grazie al comparatore di SOStariffe.it, le famiglie italiane possono fare queste analisi in modo veloce e immediato: questo strumento gratuito mette infatti a confronto le offerte degli operatori partner e permette di verificare quali sono quelle più convenienti.

I consigli dell’UE sulle bollette, tra differenze nazionali e abitudini familiari

Con il suo approfondimento sulle bollette, l’UE ha voluto fornire informazioni utili per comprendere meglio la natura della spesa per l’energia elettrica e dare indicazioni su come ottimizzarla.

I 5 consigli condivisi si concentrano sulla struttura delle bollette, spiegando perché ci sono grandi differenze a livello nazionale, ma anche su ciò che gli utenti possono fare per spendere meno. Infine, l’UE sottolinea il ruolo attivo delle istituzioni europee, ricordando quali sono stati i principali interventi messi in atto per ammodernare le infrastrutture e sostenere la transizione ecologica.

1. Conoscere le differenze nazionali e il loro impatto sui prezzi

Dal momento che il mercato energetico europeo non è unico, l’energia ha costi diversi da Paese a Paese. Anche le bollette hanno strutture diverse e per riuscire a leggerle correttamente e a confrontarle è necessario capire quali sono i fattori che influenzano il costo dell’elettricità.

L’UE ricorda che il prezzo dell’energia elettrica varia a seconda del mix energetico usato nel Paese (con costi minori per chi usa le fonti rinnovabili rispetto al gas, per effetto del funzionamento del sistema del prezzo marginale), della qualità delle infrastrutture e anche della geografia locale (i costi di trasporto sono maggiori in presenza di aree isolate o scarsamente collegate).

A incidere sui costi delle bollette sono anche le normative in vigore e la competitività del mercato.

2. Saper scegliere le tariffe luce migliori per i propri bisogni

La “qualità†delle bollette dipende anche dalla capacità degli europei di scegliere le tariffe più adatte alle proprie necessità. L’UE invita a confrontare le offerte proposte dai fornitori di energia e a valutare se sono le tariffe a prezzo fisso a far risparmiare di più rispetto a quelle a prezzo variabile o viceversa.

Per farlo in modo semplice è possibile utilizzare strumenti di comparazione online, come quello di SOStariffe.it, che permettono di mettere a confronto tariffe a prezzo fisso e indicizzato in base ai propri consumi.

L’UE ricorda che circa 3 europei su 4 hanno optato per un’offerta a prezzo fisso, preferendo la stabilità e la prevedibilità dei prezzi. La stessa istituzione sottolinea anche l’importanza di considerare le proprie abitudini: chi usa l’energia elettrica per ricaricare le auto o per il funzionamento delle pompe di calore potrebbe trovare più conveniente attivare un’offerta a prezzo indicizzato o bioraria, usando l’energia nei momenti della giornata e nei periodi in cui costa meno.

Cambiare fornitore quando ci sono offerte più convenienti è un altro comportamento suggerito dall’UE. Il passaggio a un diverso fornitore dell’energia è gratuito e, entro fine 2026, sarà possibile farlo in 24 ore.

Inoltre, per ottimizzare le spese per le bollette l’UE invita a considerare l’autoproduzione e a migliorare l’efficienza energetica degli elettrodomestici usati in casa.

3. Capire il funzionamento del mercato elettrico europeo

La Commissione ricorda poi che il costo delle bollette è influenzato anche dal funzionamento del mercato elettrico europeo.

I meccanismi di mercato intervengono per favorire l’incontro di domanda e offerta, attraverso la libera circolazione dell’energia proveniente da diverse fonti. Il sistema del prezzo marginale incentiva l’uso prioritario delle fonti più economiche, riducendo il peso di quelle fossili.

Secondo le stime, il mercato energetico europeo garantisce alle famiglie un risparmio annuo di 34 miliardi di euro. Proseguendo il percorso di integrazione del mercato, il risparmio potrà arrivare a superare i 40 miliardi entro il 2030.

4. Ridurre la dipendenza da fonti fossili

Un elemento importante che incide sul costo delle bollette è la riduzione della dipendenza dalle fonti fossili. Come ha dimostrato la crisi energetica del 2022 conseguente all’inizio della guerra tra Russia e Ucraina, essere dipendenti dal gas aumenta la volatilità dei mercati e può tradursi in improvvisi rincari delle bollette.

L’UE lavora da tempo per ridurre il peso di gas e carbone nel mix energetico e per promuovere la transizione green. L’introduzione del sistema ETS, che impone alle imprese inquinanti di acquistare crediti per compensare le emissioni di CO2, ad esempio, ha permesso di avere risorse da usare per incentivare la produzione di energia da fonti rinnovabili.

Nel 2024 l’energia verde è stata il 70% del totale e in diversi Paesi l’elettricità proveniente da solare ed eolico ha superato la quantità di energia derivante da gas e carbone.

5. Conoscere i programmi europei

Negli ultimi anni l’UE ha sostenuto la transizione ecologica con diversi programmi e interventi strutturati, pensati per:

  • sostenere le famiglie vulnerabili (Fondo sociale per il clima);
  • favorire la modernizzazione delle infrastrutture locali (Fondo per la modernizzazione);
  • favorire la diversificazione energetica nelle economie più dipendenti da fonti fossili (Fondo europeo per una transizione giusta);
  • sostenere l’uso delle energie rinnovabili e il miglioramento dell’efficienza energetica (Programmi di ripresa e resilienza);
  • finanziare interventi per la riqualificazione energetica degli edifici (Fondi per la politica di coesione).

Perché comprendere la bolletta è il primo passo per risparmiare

La legislazione europea contribuisce a mantenere il sistema elettrico efficiente e competitivo, anche se una parte importante della bolletta (tasse, oneri di sistema, costi di trasporto e distribuzione) dipende da scelte nazionali. Per questo motivo i prezzi possono variare significativamente tra uno Stato e l’altro e non sempre le variazioni del mercato all’ingrosso si riflettono immediatamente sulle fatture delle famiglie.

Nel medio e lungo periodo, le riforme europee puntano a rendere le bollette più stabili e sostenibili, ampliando la produzione da fonti rinnovabili e rafforzando i diritti dei consumatori e gli strumenti a loro disposizione per risparmiare.

Saper leggere le bollette, informarsi e confrontare regolarmente le offerte proposte sul mercato libero sono strumenti concreti per tutelare il proprio budget. Anche attraverso comparatori online come quello di SOStariffe.it, le famiglie possono verificare se le condizioni del proprio contratto sono ancora competitive e scegliere in modo più consapevole.

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Data articolo: Fri, 27 Feb 2026 07:15:00 +0000 di Luana Galanti SosTariffe.it
Giornata Parlamentare
La Giornata Parlamentare. Scontro Governo-opposizioni sulla legge elettorale

Il centrodestra ha presentato legge elettorale proporzionale e con premio 

A meno di un mese dal referendum sulla separazione delle carriere il centrodestra accelera sulla riforma della legge elettorale e deposita in Parlamento quello che è stato già battezzato come Stabilicum. Il testo, composto da tre articoli (il primo con le modifiche al sistema di elezione della Camera, il secondo con le modifiche del Senato, l’ultimo sulla clausola d’invarianza finanziaria), racchiude una proposta di stampo proporzionale che, partendo dall’attuale Rosatellum, prevede “un premio di governabilità che possa agevolare sia la stabilità che la rappresentativitàâ€. Il premio di 70 deputati e 35 senatori, con nomi presentati sulla scheda nello spazio riservato alla coalizione, è suddiviso su base circoscrizionale a Montecitorio e regionale a palazzo Madama. Tale premio verrà interamente attribuito solo se la coalizione arrivata prima supera il 40% dei consensi. 

Nel caso in cui non ci sia il raggiungimento di tale soglia, viene spiegato, si attiverà una distribuzione proporzionale. Nel caso invece in cui entrambe le coalizioni arrivate prima e seconda siano tra il 35 e il 40%, la proposta di legge depositata prevede il ballottaggio. “A tutela delle opposizioniâ€, spiegano i presentatori della legge firmata da tutti i capigruppo di centrodestra, “in nessun caso la maggioranza potrà superare il 60% degli elettiâ€. Ciascuna coalizione, inoltre, dovrà depositare unitamente al programma anche un unico nome da proporre al Presidente della Repubblica come incaricato alla Presidenza del Consiglio. Non è una possibilità questa, ma una “indicazione obbligatoria†come si legge nella premessa allegata alla legge, “quale elemento di trasparenza dell’offerta politica fatte salve le prerogative costituzionali del Presidente della Repubblicaâ€. Nessuna variazione poi è prevista per le dimensioni delle attuali circoscrizioni e degli attuali collegi plurinominali e proporzionali

Nessuna variazione è prevista nemmeno per l’attuale soglia di accesso del 3%. “L’intervento riformatore†come si legge nella premessa della proposta “prende le mosse dalle criticità emerse nell’applicazione del modello misto vigente. L’esperienza delle ultime legislature ha evidenziato come la componente uninominale, in un contesto politico frammentato, possa determinare scostamenti tra voti espressi e seggi attribuiti e rendere più difficile la formazione delle maggioranze parlamentari. Ciò incide sulla percezione di equità del sistema e sulla leggibilità dell’esito elettorale, elementi essenziali per la piena legittimazione delle istituzioni rappresentativeâ€. Con il testo depositato in Parlamento, l’iter dovrebbe partire dalla Camera, si aprirà adesso il difficile dialogo con le opposizioni, col centrodestra che fa sapere di essere “disponibile a un confronto con tutte le forze politiche per proposte migliorative che abbiano la condivisa finalità di garantire la rappresentatività della volontà dell’elettore e la possibilità di dare maggioranze stabili a chiunque vinca le elezioniâ€. 

Il campo largo dice no alla legge elettorale e apre alla partita leadership

La mossa di Giorgia Meloni era ampiamente stata messa in conto nel campo largo, ma non per questo crea meno scompiglio. La bozza di nuova legge elettorale ha fatto scattare l’allarme nel centrosinistra, sia per la scelta dei tempi del centrodestra. in piena campagna referendaria, sia perché contiene quell’obbligo di indicare il capo della coalizione che rischia di far saltare il delicato equilibrio tra le forze di opposizione costruito fin qui innanzitutto dalla segretaria Pd Elly Schlein. La leader Pd ha subito fatto un punto interno per poi presentarsi davanti alle telecamere con una linea netta: il Pd valuterà bene il testo al momento opportuno, ma la bozza presentata contiene “elementi inaccettabili come premi alti e senza limiti che rischiano di consegnare a chi vince le elezioni anche la possibilità di eleggere da soli il presidente della Repubblicaâ€. 

La barricata che resterà alzata almeno fino al referendum del mese prossimo: il Pd e gli alleati sono convinti che la legge elettorale serva per sovrapporre questo tema a quello della giustizia, che si sta rivelando per la maggioranza più difficile del previsto da gestire. L’accelerazione di Meloni, insiste la Schlein, “evidentemente è il frutto della preoccupazione per l’esito referendarioâ€. E i democratici provano a legare con un filo rosso la separazione delle carriere con questa specie di antipasto di premierato, come dice Francesco Boccia: “Siamo di fronte ad un metodo inaccettabile e ad una proposta irricevibile. La maggioranza ha solo l’ossessione autoritaria del potere: con la riforma della giustizia vogliono alterare l’equilibrio tra i poteri a favore dell’esecutivo, con l’Autonomia differenziata vogliono spaccare il Paese, con la legge elettorale vogliono dare al Governo un potere esorbitante in Parlamento, con un premio di maggioranza a rischio incostituzionalitàâ€. Che sia una mossa per distrarre l’attenzione lo dicono anche Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli; critico anche Riccardo Magi di Più Europa. 

Il M5S non si sofferma sul merito della proposta del centrodestra e Giuseppe Conte preferisce riportare la discussione su giustizia e temi sociali, linea simile a quella di Matteo Renzi. Ma, oltre alla tempistica, la proposta del centrodestra ha un effetto politico ampiamente previsto: di fatto rende ineludibile la discussione sul nome del leader della coalizione, cosa che appunto crea più di un problema nel campo largo. “Noi†dice un parlamentare Pd sostenitore della Schlein “stavamo ragionando sul congresso da anticipare. A questo punto ripartirà la discussione sulla leadership e sulle primarieâ€. Per esempio, ipotizza Stefano Patuanelli del M5s: “La strada probabilmente più percorribile è quella delle primarie di coalizione ma serve partire dal presupposto di un progetto serio per il Paeseâ€. La questione complica parecchio la costruzione dell’alleanza, perché intanto Carlo Calenda già annuncia una corsa solitaria.

Meloni lancia l’offensiva in Ue contro gli Ets

Dall’Ue dovranno arrivare “risposte concrete†sui prezzi dell’energia già al vertice dei leader di marzo. La premier Giorgia Meloni lancia la sfida all’Europa, mentre da Bruxelles il Ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha chiesto lo stop temporaneo del sistema Ue di scambio delle quote di emissione (Ets), ritenuto un fattore che incide in modo significativo sui costi a carico delle imprese. “L’impegno che ci siamo assunti è costruire risposte concrete già a marzo, perché non possiamo chiedere alle nostre imprese di competere sui mercati globali se strutturalmente pagano l’energia più dei loro competitorâ€, ha ammonito Meloni da Palazzo Chigi, al fianco del presidente di Cipro Nikos Christodoulides alla guida semestrale dell’Ue. Nella visione del Governo, sarà necessario mettere mano al mercato che obbliga centrali elettriche e grandi industrie energivore a comprare quote di CO2 quando inquinano. 

Ma la partita si annuncia tutta in salita: i Paesi nordici sono pronti a fare muro in difesa del meccanismo verde, mentre Parigi resta fredda all’ipotesi di sospenderlo. Dopo l’intervento nazionale inserito nel decreto Bollette, l’Italia attende un’azione europea. La Commissione Ue dovrebbe mettere in pausa il mercato Ets, ha incalzato Urso, bollandolo come una “tassa a carico delle imprese europee, che incide sui costi e ne limita la competitivitàâ€, una richiesta discussa con gli omologhi dei Paesi “Amici dell’industriaâ€, tra cui Francia, Germania, Spagna, Polonia e Repubblica Ceca, per coordinare una posizione comune. Con Parigi, Berlino e Varsavia la convergenza sulla necessità di una riforma del mercato europeo del carbonio Ã¨ ampia, anche se finora soltanto Roma si è spinta a chiederne la sospensione. “Dobbiamo riformare l’Ets rapidamenteâ€, ha incalzato la tedesca Katherina Reiche, mentre la Polonia spinge per congelare la graduale eliminazione delle quote gratuite. 

Più reticente invece Parigi, che per bocca del ministro Sébastien Martin ha invitato alla prudenza, pur nella convinzione che il sistema abbia “diversi punti che meritano di essere ridiscussiâ€. La revisione non è comunque attesa prima di luglio, ma la pressione si è fatta sempre più alta, tra chi chiede un intervento sul prezzo dell’Ets e chi, come l’Italia, propone una pausa dell’intero meccanismo. Sul tavolo, in ogni caso, c’è il capitolo più sensibile: la progressiva eliminazione delle quote gratuite di CO2 prevista entro il 2034, fronte su cui Urso ha sollecitato una revisione dei parametri di riferimento delle emissioni e dei criteri di assegnazione, incluso il rinvio della graduale eliminazione delle quote gratuite. La proposta di congelare il mercato, nella lettura filtrata a Bruxelles, accelererà il dibattito sulla riforma, con il primo grande appuntamento per discuterne al vertice Ue del 18-19 marzo

Nuovo scontro sul ddl stupri, si va verso un nuovo ciclo di audizioni

Rischia di rallentare di nuovo il disegno di legge sulla violenza sessuale, dopo lo sprint di un mese fa quando Giulia Bongiorno, da relatrice della legge, cambiò il testo (approvato a novembre dalla Camera) cancellando il consenso a un rapporto sessuale. Ora è la “volontà contraria†delle donne a definire il reato. Ma al Senato, l’ultima frenata, potrebbe venire dalle ulteriori audizioni messe sul tavolo della Commissione Giustizia e probabili nelle prossime settimane. Nessuno le ha chieste ufficialmente ma tutti i gruppi sono disponibili a farle, per motivi opposti. Il centrosinistra, fieramente contrario alla nuova norma, non esclude altri auditi ma quel che conta è il testo: quello riscritto dalla senatrice leghista e condiviso da forzisti e meloniani, “va bocciato senza se e senza maâ€, scandisce Valeria Valente del Pd. Le opposizioni non si metteranno di traverso ma evidenziano che il centrodestra non ha più fretta, anzi vuole “prender tempoâ€, un trucco anche per provare a uscire dall’impasse in cui sarebbe finita la maggioranza con il nuovo testo Bongiorno che non convince nemmeno più anche qualcuno nella coalizione di centrodestra. 

Di certo, sono contrarissimi i movimenti femministi e transfemministi che, insieme ai centri anti violenza, sabato scenderanno in piazza a Roma e che ieri, in diverse forme, hanno attaccato la norma e la stessa Presidente della Commissione. Ad ogni modo, resta alto lo scontro sulla proposta di legge, una delle pochissime finora che poteva vantarsi di essere bipartisan, benedetta da Elly Schlein e Giorgia Meloni in un accordo che ha portato alla versione approvata alla Camera che introduce per la prima volta in Italia il principio del “consenso libero e attualeâ€. In ogni caso ora se ci saranno altre audizioni al Senato non allungheranno i tempi, è la vulgata del centrodestra, anche perché “non c’è frettaâ€, come osserva la stessa Bongiorno: dal 10 febbraio, l’esame in aula è stato spostato all’8 aprile; insomma, il tempo c’è. 

Bartolozzi rischia il giudizio sul caso Almasri. Resta l’ipotesi dello scudo

Nel pieno della campagna referendaria, si apre un nuovo capitolo giudiziario sul caso Giusi Bartolozzi: la Capo di gabinetto del ministero della Giustizia rischia ora di affrontare un rinvio a giudizio e un procedimento che la vedrebbe unica imputata al processo nella vicenda del generale Almasri. A informare i media dell’avviso di conclusioni delle indagini preliminari da parte della Procura di Roma nei suoi confronti è stata la stessa Bartolozzi, indagata per false informazioni: “Sono assolutamente serena, e senza condizionamenti, continuerò a lavorare con senso di responsabilitàâ€. L’iscrizione nel registro degli indagati della capo di gabinetto del Ministro Carlo Nordio era stata formalizzata da piazzale Clodio il 12 agosto scorso dopo l’invio degli atti da parte del Tribunale dei ministri. L’alta dirigente era stata ascoltata dai giudici dello stesso tribunale sul caso Almasri, che ha coinvolto anche i Ministri NordioPiantedosi oltre al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano: per i vertici del governo il Parlamento ha già negato l’autorizzazione a procedere lo scorso ottobre. 

Per la vicenda fu indagata anche la premier Giorgia Meloni ma nei suoi confronti lo stesso Tribunale dei ministri ha chiesto l’archiviazione. Per il ruolo che riveste, finora la capo di gabinetto non ha potuto godere dell’immunità. Da qui le basi per l’avvio di un’inchiesta su di lei visto che, per gli inquirenti che la interrogarono quasi un anno fa, la versione di Bartolozzi risultò “intrinsecamente contraddittoria†e fu ritenuta “sotto diversi profili inattendibile e, anzi, mendaceâ€. Queste valutazioni furono inserite negli atti poi inviati dal Tribunale dei ministri alla Giunta per le autorizzazioni nel procedimento, la quale li trasmise a sua volta alla Procura di Roma, che in queste ore ha chiuso le indagini. L’eventuale processo al braccio destro del Ministro Nordio non è comunque scontato e la prossima tappa di questa vicenda giudiziaria è attesa per il 4 marzo. 

Mercoledì prossimo l’ufficio di presidenza di Montecitorio si esprimerà, con ogni probabilità a maggioranza, riguardo alla sollevazione di un conflitto di attribuzione davanti alla Consulta nei confronti del Tribunale dei ministri e del procuratore di Roma Francesco Lo Voi. L’obiettivo è quello di estendere anche a Bartolozzi l’immunità parlamentare, affinché anche per lei venga chiesta l’autorizzazione a procedere, in quanto coindagata laica nel procedimento. Cosa succederà all’inchiesta appena chiusa? Gli scenari sono diversi: se la Camera voterà per il ricorso alla Consulta, il procedimento che la vede indagata subirà comunque una momentanea battuta d’arresto, in attesa dell’eventuale pronuncia della Corte costituzionale. Nel frattempo, il pm potrebbe aspettare la decisione della Corte per presentare la richiesta di rinvio a giudizio oppure al massimo si arriverebbe all’udienza preliminare.

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Data articolo: Fri, 27 Feb 2026 10:49:56 +0000 di Nomos Centro Studi Parlamentari
Bibliotech
Ignoranza artificiale

Cosa le macchine non potranno mai sapere? Un viaggio tra limiti cognitivi e sogni algoritmici, dalla matematica alla filosofia della conoscenza.

I progressi della scienza e della tecnologia negli ultimi decenni sono stati sorprendenti e pervasivi: da un lato, oggi abbiamo macchine che sequenziano il DNA, prevedono il cambiamento climatico e possono intrattenere una conversazione come farebbe una persona in carne e ossa; dall’altro, il tempo che intercorre fra una scoperta scientifica e la sua applicazione tecnologica sembra accorciarsi sempre di più. Viviamo in un mondo in cui pare che l’ignoranza sia ormai destinata a sparire, almeno l’ignoranza artificiale: le macchine sembrano poterci aiutare a risolvere ogni problema e comprendere qualsiasi cosa.

Ma è proprio così? Siamo sicuri che non ci siano cose che anche le macchine ignoreranno per sempre? E che relazione intercorre tra questa ignoranza artificiale e la ben nota e proverbiale ignoranza umana?

Questo libro ripercorre le vicende scientifiche che hanno portato ai prodigi artificiali e digitali che ci circondano, prova a dare senso a termini come “casualitàâ€, “informazioneâ€, “complessità†e ci porta a scoprire quello che le macchine non possono e non potranno mai sapere.

Paolo Caressa, dopo la laurea e il dottorato in matematica pura, ha svolto attività di ricerca nel campo della geometria differenziale, per poi passare al mondo della consulenza IT. Ha fatto parte del team di finanza quantitativa presso un grande gruppo bancario a Roma e Milano e ricoperto ruoli manageriali per una software house con sede a Roma fino ad approdare al GSE, Gestore dei Servizi Energetici della capitale, dove si occupa di processi IT. Continua a interessarsi di ricerca, divulgazione e storia della scienza, settori nei quali pubblica articoli, libri e tiene conferenze.

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Data articolo: Fri, 27 Feb 2026 11:40:53 +0000 di Redazione Key4biz
Bibliotech
Modelli di intelligenza artificiale generativa e assetti di mercato

Come è noto, l’intelligenza artificiale generativa (IAG) si impone all’attenzione pubblica a fine novembre 2022, con il lancio di Chat­GPT-3, il primo Large Language Model (LLM) a uscire dai labora­tori per rendersi disponibile, gratuitamente, a tutti. Da quella da­ta, altri LLM sono stati offerti, sia gratis che a pagamento, e ormai moltissimi utenti fanno ricorso a essi, per le più diverse esigenze. Tuttavia, cosa siano esattamente i LLM, e le loro possibili varianti/evoluzioni, non è altrettanto noto. Il volume, frutto di una ricerca dell’Osservatorio Astrid sulle dinamiche dell’intelligenza artificiale, inizia proprio con una disamina delle diverse tipologie, a seconda delle dimensioni di questi modelli, delle loro architetture, dei mo­delli di business e dei settori di applicazione. Si tratta di un “uni­verso†alquanto complesso e in continuo cambiamento, che investe ogni aspetto dell’economia e della società.

Tra gli impatti economici della diffusione dei modelli di IAG, la ricerca si è concentrata sulle conseguenze per gli assetti di mercato, lungo tutta la filiera dell’in­telligenza artificiale: con riguardo tanto ai settori a monte (micro­chip, cloud, supercalcolatori, in particolare) quanto ai settori a valle (sistemi operativi, applicazioni, ad esempio). I risultati dell’analisi sono (apparentemente) sorprendenti. Nei mercati a monte, caratte­rizzati da posizioni di forza di alcuni operatori (tra tutti, il dominio di Nvidia nei microchip), due forze – in realtà – mitigano il rischio della costituzione di forme di oligopolio. Da un lato, una innovazione tecnologica continua e intensa che può rimettere in discussione le gerarchie di mercato, dall’altro lato, la competizione tra le Big Tech (americane, in particolare) che – progressivamente – estendono la propria presenza su mercati contigui a quelli in cui hanno acquisi­to una posizione di rilievo (ad esempio, Google che sfida Nvidia nei microchip, oppure la contesa che si è aperta nel mercato dei moto­ri di ricerca, dove domina Google).

Viceversa, nei mercati a valle, più evidenti appaiono i rischi per la concorrenza, data la tendenza a un’integrazione verticale delle Big Tech e al consolidamento del loro controllo su alcuni stadi della filiera del tutto strategici, come cloud, sistemi operativi, risorse computazionali, disponibilità dei dati, dei talenti e delle competenze. Rispetto a questo quadro, l’intervento pubblico non può limitarsi all’applicazione della disciplina antitrust – comunque necessaria – ma deve contemplare la regolazione che, in effetti, è stata varata negli ultimi anni (DSA, DMA, AI Act) e di cui ora bisognerà verificare efficacia ed effetti.

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Data articolo: Fri, 27 Feb 2026 08:00:00 +0000 di Redazione Key4biz
Sky
Spagna-Argentina: la Finalissima 2026 su Sky, in streaming su NOW e in chiaro su TV8

Un nuovo appuntamento di calcio internazionale da vivere in esclusiva su Sky, in streaming su NOW e in chiaro su TV8. Venerdì 27 marzo si scende in campo per la Finalissima 2026, il match che al Lusail Stadium in Qatar opporrà la Spagna, vincitrice di UEFA Euro 2024, e l’Argentina, detentrice della Copa America 2024 e campione del mondo in carica.

La nazionale di Scaloni punta al bis nello stadio in cui si è laureata Campione del Mondo nel 2022, dopo aver vinto l’edizione inaugurale della Finalissima nel 2022 a Wembley contro l’Italia. Grande attesa per la Spagna di Luis de la Fuente che, dopo il trionfo continentale allo Stadio Olimpico di Berlino contro l’Inghilterra, cercherà di portare il titolo in Europa per la prima volta.

Calcio d’inizio previsto alle 19.00, con Sky Sport che seguirà l’avvicinamento al match per tutto il giorno con collegamenti da Lusail e aggiornamenti continui anche su Sky Sport 24.

Contenuti digitali sempre disponibili per tutta la durata del torneo su SkySport.it e sui canali social ufficiali di Sky Sport (Facebook, X, Instagram, TikTok).

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Data articolo: Thu, 26 Feb 2026 16:10:49 +0000 di Redazione Key4biz
Dailyletter
Poste-Tim pigliatutto sul digitale

Per leggere la dailyletter del 26 febbraio 2026 clicca qui.

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Data articolo: Thu, 26 Feb 2026 15:56:18 +0000 di Piermario Boccellato
Internet
Poste-Tim pigliatutto sul digitale. Del Fante: “Pronti ad entrare nel Polo Strategico Nazionaleâ€

Poste chiude il 2025 con risultati record e continua a investire sul digitale, puntando direttamente sul Polo Strategico Nazionale, dove sta trattando l’acquisto della quota del 20% da CDP. “Un asset strategico nazionale che fornisce alle Pubbliche Amministrazioni tecnologie e infrastrutture cloud avanzate”, si legge nella nota odierna della società dei pacchi sui conti 2025.

Tim sinergie di lungo periodo

Per quanto riguarda l’operazione su Tim, “Continuiamo a lavorare a stretto contatto con la compagnia, per realizzare sinergie di lungo periodo. In qualità di maggiore azionista strategico, abbiamo contribuito alla stabilizzazione della governance e allo sblocco delle priorità strategiche a beneficio della creazione futura di valore e di rendimenti sostenibili per gli azionisti”. Così l’ad di Poste Italiane Matteo Del Fante in merito alla partecipazione in Tim pari al 27,32%.

Del Fante ha invece escluso investimenti diretti di Poste in data center con Tim, che sta guardando a questa ipotesi con altri fondi specializzati.

Il percorso di sinergie con Tim “richiedera’ diversi anni. I benefici si materializzeranno progressivamente via via che i progetti arrivano a maturita’ e l’esecuzione va avanti. Noi d’altra parte siamo costruendo una partnership che non e’ mirata a un guadagno immediato ma piuttosto alla creazione di valore durevole e di lungo termine nonche’ sostenibile per entrambi i gruppi”. Lo ha sottolineato l’ad di Poste italiane, Matteo Del Fante, aprendo la call con gli ananlisti sui risultati del 2025, in cui ha fornito un aggiornamento del lavoro con Tim sulle sinergie.

“Vi voglio descrivere brevemente alcune delle delle iniziative che sono già in corso. La migrazione dei clienti Poste mobile verso l’infrastruttura mobile di Tim già in corso genera circa 25 milioni di risparmi sui costi. Abbiamo anche lanciato dei prodotti di assicurativi nel campo protezione per privati e piccole medie imprese che sono a disposizione dei vari punti vendita di Tim e online con dei risultati iniziali molti incoraggianti al tempo stesso stiamo andando andando verso l’insourcing di servizi selezionati, un intervento che potrebbe generare ricavi aggiuntivi fino a 100 milioni per Poste Italiane”, ha aggiunto Del Fante.

“La direzione†dell’intesa tra Poste Italiane e Tim “è chiara, il fondamento solido e i risultati incoraggianti. E intanto, l’investimento iniziale di 1,3 miliardi è più che raddoppiato in valore. Un segno della fiducia del mercato nella trasformazione di Tim e in questo approccio industriale di lungo termineâ€. Lo ha detto l’ad di Poste, Matteo Del Fante, nel suo intervento al Capital Markets Days.

Poste ha avviato con Tim vari (una decina) “flussi di lavoro concepiti per le nuove sinergie”. Lo ha sottolineato Matteo del Fante, ad di Poste, spiegando che “la direzione è chiara, o primi risultati incoraggianti”. Nel frattempo, “il nostro investimento iniziale è più che raddoppiato in valore”, segno della “fiducia del mercato”.
Tra i vari progetti, “Stiamo andando verso l’insourcing di servizi Tim selezionati che potrebbe generare ricavi aggiuntivi fino a 100milioni per Poste Italiane”.

Ambito telecomunicazioni

In ambito telecomunicazioni nel corso dell’anno è previsto il completamento della migrazione all’infrastruttura di rete mobile TIM che porterà il miglioramento del servizio al cliente oltre che una maggiore profittabilità.

Allo sviluppo della partnership con TIM saranno dedicati diversi cantieri che consentiranno di lanciare nuove iniziative e generare sinergie trai due Gruppi. È già attiva sui c. 700 negozi TIM la vendita dell’offerta PosteEnergia mentre, nell’ultimo trimestre del 2025 TIM ha potenziato la propria offerta di protezione assicurativa per le PMI con le coperture cyber, catastrofali, tutela legale fornite dal Gruppo Poste Vita e, a partire dal primo trimestre 2026, ha ampliato il perimetro ai clienti retail con le coperture casa e cyber.

La joint venture con Tim Enterprise e l’interesse per il Polo Strategico Nazionale

La lettera di intenti firmata alla fine del 2025 per dare vita a una joint venture con TIM Enterprise, dedicata ai servizi IT basati sul cloud segna inoltre un nuovo passo decisivo verso l’innovazione digitale e, nell’ambito dell’obiettivo di sviluppo sinergico del cloud e della sovranità e confidenzialità dei dati, Poste Italiane è in trattativa per acquisire una partecipazione pari al 20% del Polo Strategico Nazionale (PSN), un asset strategico nazionale che fornisce alle Pubbliche Amministrazioni tecnologie e infrastrutture cloud avanzate.

La trattativa è con l’azionista Cdp che possiede il 20% del Polo. Gli altri azionisti sono appunto Tim, Leonardo e Sogei.

In vista quindi un mega polo per il digitale e il Cloud in Italia.

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Data articolo: Thu, 26 Feb 2026 11:40:19 +0000 di Paolo Anastasio
Internet
I nuovi Data Center in Italia fanno aumentare il prezzo delle bollette per i cittadini?

L’interrogazione di Antonio Iaria sull’impatto dei data center sulla rete elettrica nazionale e milanese

È una domanda che in molti iniziano a farsi, a partire dalle regioni dove i data center sono più numerosi. Ovviamente la politica se ne sta occupando, forse in ritardo rispetto ad altri Paesi in cui la trasformazione digitale corre a una velocità maggiore che in Italia, ma l’interesse sul tema sta crescendo.

In un’interrogazione a risposta immediata in IX Commissione Trasporti, Poste e Telecomunicazioni, presentata dal deputato del Movimento 5Stelle Antonio Iaria al ministero delle imprese e del made in Italy, si solleva proprio questo argomento e si accende un faro sull’impatto dei data center sulla rete elettrica nazionale.

“Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale sta accelerando la realizzazione di nuovi data center, infrastrutture che richiedono grandi quantità di energia elettrica e consumi idrici significativi per il raffreddamento. In alcune aree del Paese, in particolare attorno a Milano, la rete elettrica risulta prossima alla saturazione, con rischi di ritardi nelle connessioni e nell’entrata in esercizioâ€, ha affermato Iaria.

In effetti, stando ai dati del Politecnico di Milano, è proprio in Lombardia che si concentra il 62% della potenza energetica installata italiana (317 MW IT), di cui 238 MW IT proprio a Milano, con una crescita del +34% su base annua.

Milano è l’hub digitale che sta crescendo più rapidamente in Europa, i dati

Ovviamente, il confronto con le grandi capitali europee del digitale rimane improponibile, basti pensare che Londra supera i 1.000 MW, ma è rilevante il trend di crescita del capoluogo lombardo, soprattutto in confronto ad altre città come Madrid o dell’Europa dell’Est.
L’Osservatorio Data Center della School of Management del PoliMi non ha esitato ha parlare chiaramente di nuovo acronimo per rappresentare il gruppo di hub europei dei data center, da FLAPD (Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi e Dublino) a FLAPDM (che prevede l’aggiunta di Milano).

A spingere la piazza milanese sono soprattutto i nuovi data center ad alta potenza, quelli sopra i 10 MW, che da soli rappresentano il 37% della potenza totale attiva e che sono concentrati per il 70% proprio nell’area metropolitana. Sono queste le infrastrutture preferite dai grandi cloud provider, secondo un’analisi del Sole 24Ore, interessati a operare in Italia tramite accordi con i colocator.

Ma tutto questo potrebbe avere un prezzo da pagare, che dalle grandi aziende scende fino al consumatore finale, il cittadino, che potrebbe ritrovarsi in bolletta un aggravio inaspettato, ma anche a livello sistemico e ambientale.

Iaria (M5S): “L’aumento della domanda di elettricità legata ai data center si scaricherà i costi sulle bollette delle famiglie?â€

“La competizione internazionale per attrarre investimenti impone rapidità, ma senza una pianificazione energetica e infrastrutturale adeguata si rischiano allungamenti dei tempi, costi di sistema e impatti sulle emissioni. Risulta quindi necessario garantire trasparenza su disponibilità di rete, tempi di allaccio e criteri autorizzativi, assicurando al contempo efficienza energetica, approvvigionamento da rinnovabili e sostenibilità idricaâ€, ha precisato Iaria nel suo testo.

Nella domanda del deputato M5S si pone il tema critico, cioè “se il Governo intenda adottare iniziative specifiche per evitare che l’aumento della domanda elettrica legata ai data center scarichi costi sulle bollette di famiglie e Pmi e/o determini una compressione della capacità di rete a danno delle attività produttive già insediate, e quali strumenti intenda utilizzare per garantire equità, trasparenza e priorità di accesso alla reteâ€.

D’altronde, ci sono i dati riportati da Milano Finanza. Dietro a questa crescita straordinaria si cela un possibile squilibrio, che è quello rilevato da Iaria: il fenomeno della saturazione virtuale, segnalato anche da Terna e paragonata da Boston Consulting Group alla bolla della fibra ottica dei primi anni Duemila.

Diverse le cause, ad esempio l’accumulo di richieste di connessione speculative (molte richieste di connessione non hanno alle spalle effettivi progetti di costruzione, ma servono solo a bloccare capacità di rete sulla carta), o il fenomeno degli impianti sovradimensionati e costruiti troppo in anticipo rispetto alle reali esigenze tecnologiche (dell’AI).

La risposta del sottosegretario di Stato al Mimit Bergamotto

Ha risposto il sottosegretario di Stato al Ministero delle imprese e del made in Italy, Fausta Bergamotto, sottolineando che proprio “per accompagnare in modo ordinato questo processo di trasformazione, il Governo è intervenuto recentemente sul piano normativoâ€.

Nella risposta si legge che nel recente DL Energia si introduce “un procedimento unico per le autorizzazioni relative alla realizzazione e all’ampliamento dei data center e delle reti di connessione, da avviare mediante istanza alla regione o provincia autonoma per impianti con potenza termica nominale pari o superiore a 50 MW, oppure al Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica per impianti pari o superiori a 300 MW, prevedendo un approccio integrato con durata massima di 10 mesi e termini dimezzati per la VIAâ€.

Una norma che si pone l’obiettivo di rendere “più chiaro e prevedibile il quadro autorizzativo e offrire maggiore certezza sui tempi di realizzazione delle infrastruttureâ€, anche per “attrarre gli investimenti esteri†per accelerare e potenziare lo sviluppo dei data center in Italia.

Un quadro normativo che secondo il Mimit è “volto a governare la crescita dei data center in modo ordinato, trasparente e compatibile con le capacità delle infrastrutture esistentiâ€.
Ma non una parola sui timori di un aumento dei costi sulle bollette di famiglie e Pmi.

Il Governo privilegia le Big Tech o tutela famiglie e imprese italiane?

Per Iaria le risposte fornite dalla sottosegretaria Bergamotto non sono soddisfacenti, perché non chiariscono due temi sollevati dall’interrogazione: l’entità degli investimenti che il Governo è chiamato ad effettuare nel settore per potenziare la rete elettrica nazionale, necessari ad accogliere i nuovi data center; e le esigenze di tutela dei cittadini e delle piccole e medie imprese, che potrebbero essere gravemente penalizzati dall’incremento del costo dell’energia elettrica connesso agli interventi di adeguamento della rete.

Come anticipato, l’argomento è affrontato già in altri grandi Paesi, come negli Stati Uniti, dove nei giorni scorsi e anche nel Discorso alla Nazione, il Presidente Donald Trump ha assicurato che la realizzazione dei data center necessari a sostenere lo sviluppo dell’AI, quindi anche i costi energetici, dovranno essere sostenuti dalle aziende, non dai cittadini.

La preoccupazione di Iaria, quindi, è proprio questa: il Governo privilegia i grandi gruppi industriali a scapito delle piccole e medie imprese del tessuto produttivo italiano e magari anche dei cittadini, o è pronto a garantire delle tutele forti?

Negli Stati con la più alta concentrazione di data center, le bollette energetiche degli americani sono aumentate

Una promessa del Presidente USA quasi obbligata (tutta da verificare nei fatti), anche in chiave elettorale in vista del voto di midterm a novembre 2026, perché i dati ufficiali di novembre 2025 dicono che nei tre Stati con la più alta concentrazione di datacenter negli Stati Uniti i prezzi delle bollette energetiche, per via della legge della domanda e dell’offerta (di energia), sono aumentati dal 12 al 16%. Il doppio della media nazionale.

Come riportato su L’Espresso da Alessandro Longo, Terna (gestore della rete elettrica italiana) ha ricevuto richieste di connessione alla rete pari a 65 gigawatt, per via del boom datacenter. Ossia più di quanto ora consuma tutto il Paese. Il Gestore, però, si aspetta che solo una piccola parte delle richieste si realizzerà e che al 2030 l’aumento reale di consumi italiani sarà di 2 gigawatt, rispetto a oggi.
Di conseguenza, si legge nell’articolo, “non si prevede che l’aumento di consumi faccia salire le bollette, perché in parallelo crescerà l’offerta di energia, anche da fonte rinnovabile“.

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Data articolo: Thu, 26 Feb 2026 13:42:28 +0000 di Flavio Fabbri
Copyright
Copia privata o Tassa SIAE. Ma i servizi Cloud aziendali B2B cosa c’entrano con il diritto d’autore?

Le associazioni del settore digitale in fermento per il nuovo decreto sulla Copia privata vista come una tassa sul Cloud. Richiesta di rimborso modulo “bizantinoâ€.

Le nuove norme con gli aumenti tariffari per la “copia privataâ€, il prezzo da pagare per dare la possibilità ai consumatori di riprodurre legalmente opere audio e video protette dal diritto d’autore, sollevano non poche polemiche nel settore tecnologico italiano.

Cloud e copia privata pomo della discordia

L’inserimento del Cloud nel novero dei device – insieme a smartphone, pc, hard disk, chiavette Usb – su cui esercitare la gabella ha sollevato un polverone da parte di diverse associazioni, a partire da AIIP, Assintel e Anitec-Assinform che hanno annunciato ricorso.

Scontento anche da parte delle Big Tech, in particolare da Google che con Gmail e il servizio di posta offre 15 Giga di spazio Cloud per singolo account gratis, su cui d’ora in poi dovrà pagare una tassa a prescindere dal fatto che vengano usati o meno per riprodurre servizi musicali e contenuti audiovisivi e film coperti dalla Siae.

Insomma, un putiferio.

Consumer coinvolti

Un contributo che ricadrà sicuramente anche sul consumatore finale, basti pensare agli utenti di Google Drive. Le associazioni nei loro contributi in sede di consultazione avevano chiesto di escludere la filiera del Cloud B2B, dove il Cloud può essere utilizzato per costruire altri prodotti. In questo senso, è necessario evitare la multipla imposizione perché il rischio è che quando il Cloud viene venduto come servizio intermedio che viene poi ceduto all’utente finale. Come richiedere il legittimo rimborso?

E ancora, cosa succede quando un cittadino italiano acquista un servizio Cloud all’estero? Andranno a rincorrere tutti i fornitori esteri, a partire da Google ma non solo?

Si potrebbe anche trattare di Provider che si trovano in Stati per così dire “fuori giurisdizione†o un piccolo fornitore di una nazione sperduta.

Modulo di rimborso “bizantino”

C’è poi un altro aspetto, il modulo di rimborso trimestrale per escludere i servizi Cloud non utilizzati per riprodurre contenuti coperti da copyright è a dir poco bizantino. E’ necessario allegare l’elenco delle fatture in un modulo, con tutti i richiami normativi del caso, ma oggi, sottolinea Giuliano Peritore, presidente dell’AIIP “i servizi Cloud sono venuti in maniera frammentata, magari parte di altri servizi a pacchettoâ€.

Il decreto, lamentano le associazioni, è stato firmato in maniera totalmente immutata rispetto alla versione iniziale, senza tenere in alcun conto delle osservazioni avanzate. “Lo stato del mercato digitale attuale e l’evoluzione delle tecnologie sono completamente diverse dal quadro in cui era nata la norma sulla copia privata, quando praticamente il mercato dell’online non esisteva – aggiunge Peritore – ma soprattutto vediamo diversi rischi di disparità di trattamento con le imprese che si trovano all’estero. Rischi di multipla imposizione, che poi deve passare per i rimborsi quando i prodotti vengono utilizzati per costruire servizi intermedi magari per l’utente finale e soprattutto la mancata esclusione del B2B per una serie di attività esclusivamente aziendale senza l’uso di materiale protetto dal diritto d’autoreâ€.

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Data articolo: Thu, 26 Feb 2026 10:02:14 +0000 di Paolo Anastasio
Intelligenza Artificiale
Cloud, Reuters: “Rubio ai diplomatici, contrastare la sovranità digitale UEâ€

Washington rilancia sulla libera circolazione dei dati: Rubio scrive ai diplomatici e punta dritto alla sovranità digitale europea

I dati sono il nuovo petrolio. Quante volte l’abbiamo sentire dire e l’abbiamo letto in questi ultimi anni. Eppure, a pensarci bene, i dati sono molto più preziosi dell’oro nero, perché sono rinnovabili, riutilizzabili e a basso costo di trasporto. Consentono di alimentare società tecnologiche gigantesche e soprattutto sono la principale risorsa per sviluppare il più rapidamente possibile l’intelligenza artificiale (AI). Ne nasce, inevitabilmente, una questione di sovranità.

I dati plasmano i mercati digitali, definiscono i rapporti di forza tra imprese e tra Stati. Non sorprende, dunque, che siano diventati terreno di scontro geopolitico. È in questo contesto che si inserisce il documento del Dipartimento di Stato statunitense del 18 febbraio, firmato dal Segretario di Stato Marco Rubio, che segna un ritorno a un approccio più conflittuale nei confronti delle iniziative straniere di “sovranità dei dati†e “localizzazione dei datiâ€.

Nella comunicazione interna, indirizzata ai diplomatici americani nel mondo, si legge nell’articolo della Reuters scritto da Raphael Satter e Alexandra Alper, l’amministrazione Trump invita esplicitamente a contrastare quelle che definisce “normative inutilmente gravoseâ€, come gli obblighi di localizzazione dei dati, ritenute capaci di “interrompere i flussi globali di dati, aumentare costi e rischi di cybersicurezza, limitare i servizi di intelligenza artificiale e cloud, ed espandere il controllo governativo in modi che possono minare le libertà civili e favorire la censuraâ€.

Il messaggio è chiaro: Washington intende difendere la libera circolazione transfrontaliera dei dati come pilastro della propria strategia economica e tecnologica globale.

Nel mirino USA l’Europa e il suo GDPR

Secondo molti osservatori, il documento segnala una discontinuità rispetto ai tentativi, in passato, di trovare compromessi con gli alleati europei. Se in precedenza l’approccio era più orientato al dialogo e alla ricerca di soluzioni condivise, oggi la linea appare più assertiva. Il Dipartimento guidato da Rubio parla esplicitamente di una “politica internazionale dei dati più assertiva†e incarica le ambasciate di monitorare e contrastare le proposte che limitano i flussi di dati verso l’estero.

Nel mirino c’è soprattutto l’Europa, dove le iniziative sulla sovranità digitale hanno preso piede negli ultimi anni. Il Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR), in vigore dal 2018, ha imposto restrizioni al trasferimento dei dati personali fuori dall’Unione europea e ha portato a sanzioni significative nei confronti di grandi aziende tecnologiche statunitensi. Nel documento del Dipartimento di Stato, il GDPR viene citato come esempio di normativa che impone “restrizioni inutilmente gravose†sul trattamento dei dati e sui flussi transfrontalieri.

Per Washington, queste regole rischiano di compromettere la competitività delle imprese americane, in particolare nel settore dell’intelligenza artificiale, dove l’accesso a enormi quantità di dati è un fattore decisivo.

IA, potere e sovranità

La questione è eminentemente geopolitica. Le principali aziende di AI sono statunitensi e i loro modelli si nutrono di grandi volumi di dati, spesso raccolti su scala globale. Limitare la circolazione dei dati significa, dal punto di vista americano, limitare la capacità di innovazione e il vantaggio competitivo di queste imprese.

Dall’altra parte, l’Unione europea guarda alla sovranità dei dati come a uno strumento di tutela della privacy, di difesa dei diritti fondamentali e di riduzione della dipendenza tecnologica dagli Stati Uniti. Le preoccupazioni europee riguardano non solo la protezione dei dati personali, ma anche i rischi di sorveglianza e l’asimmetria di potere nei confronti dei grandi colossi digitali.

Il risultato è un confronto a tratti aspro e sempre più profondo tra due visioni contrapposte: da un lato, la deregolamentazione e la promozione della libera circolazione dei dati come motore di crescita e innovazione; dall’altro, la regolazione come strumento di protezione dei cittadini e di affermazione dell’autonomia strategica.

Il precedente del Digital Services Act

Non è la prima volta che il Dipartimento di Stato guidato da Rubio interviene direttamente sul fronte regolatorio europeo. Lo scorso anno, il Segretario di Stato aveva già incaricato i diplomatici americani di mobilitarsi contro il Digital Services Act (DSA), la normativa europea che obbliga le grandi piattaforme a rimuovere contenuti illegali, come materiale estremista o pedopornografico, e a rafforzare i controlli sui propri servizi.

Anche in quel caso, Washington aveva letto l’iniziativa europea come un potenziale ostacolo alla libertà di espressione e all’operatività delle imprese statunitensi. Il nuovo documento riportato dalla Reuters si inserisce dunque in una strategia più ampia, volta a contrastare l’espansione della regolazione digitale europea.

La competizione con la Cina

La comunicazione interna del Dipartimento USA richiama anche la competizione con la Cina, accusata di combinare progetti infrastrutturali tecnologici con politiche restrittive sui dati, così da estendere la propria influenza e capacità di accesso alle informazioni a fini strategici. In questo senso, la battaglia sulla governance dei dati non è solo transatlantica, ma globale.

Gli Stati Uniti promuovono forum come il Global Cross-Border Privacy Rules Forum, nato nel 2022 con diversi partner internazionali, per sostenere la libera circolazione dei dati accompagnata da standard di protezione condivisi. L’obiettivo è costruire un’architettura alternativa a modelli considerati troppo restrittivi o strumentali al controllo statale.

Verso nuove tensioni transatlantiche?

Quanto sta accadendo tra USA e Ue conferma che la diplomazia dei dati è ormai una componente centrale della politica estera americana. La posta in gioco non riguarda soltanto le regole del mercato digitale, ma il controllo delle infrastrutture informative e delle risorse che alimentano l’intelligenza artificiale.

Se i dati sono il nuovo petrolio, allora le rotte attraverso cui scorrono, cioè le infrastrutture critiche (come i data center), diventano strategiche quanto gli oleodotti. E come accade per le risorse energetiche, anche sui dati si costruiscono alleanze, si accendono contese e si negoziano compromessi.

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Data articolo: Thu, 26 Feb 2026 10:20:06 +0000 di Flavio Fabbri
Sviluppo sostenibile
Artico e sicurezza energetica. Il gas naturale questione di geopolitica, la strategia Ue nel Mare di Barents

Il gas nel nuovo scacchiere geopolitico europeo: sicurezza energetica, Artico e transizione climatica

Negli ultimi tre anni il gas naturale è tornato al centro della geopolitica europea. La guerra in Ucraina, il crollo delle forniture russe via tubo e la corsa al GNL (gas naturale liquefatto), hanno mostrato quanto l’energia sia potere politico, leva economica e strumento di influenza internazionale. Oggi il gas non è solo una commodity: è una questione di sicurezza strategica.

In questo contesto si inserisce la revisione della politica artica dell’Unione europea. Bruxelles sta riesaminando il proprio approccio anche alla luce delle potenziali risorse del Mare di Barents, in Norvegia. La questione non è solo ambientale. È profondamente geopolitica.
Siamo davanti alla Russia, Bruxelles divide con Mosca il controllo di quello specchio di acqua gelata.
Nel Mare di Barents si affaccia la penisola di Kola, sede della Flotta del Nord della Marina russa, quella che controlla i sottomarini nucleari (il mezzo con cui ogni superpotenza prende controllo di mari e oceani, con tutto quello che c’è sotto, e applica deterrenza ai concorrenti).

Secondo un report della US Geological Survey, nell’Artico si troverebbero circa il 30% del gas naturale e il 13% del petrolio ancora non scoperti a livello globale.

Perché il gas è così importante per l’Europa

Il gas copre ancora una quota rilevante del fabbisogno energetico europeo. Serve per riscaldare abitazioni e uffici; produrre elettricità; alimentare settori industriali strategici (chimica, acciaio, ceramica, vetro, fertilizzanti); garantire flessibilità al sistema elettrico quando eolico e solare non producono abbastanza.

Dopo il 2022, l’Europa ha sostituito gran parte del gas russo con GNL proveniente da Stati Uniti, Qatar e altri esportatori. Questo ha evitato un collasso energetico, ma ha aumentato l’esposizione ai mercati globali, ai prezzi spot e alla concorrenza asiatica.

In altre parole: l’Europa è diventata più dipendente dal mare e meno dai gasdotti terrestri. E questo cambia gli equilibri geopolitici.

Perché Bruxelles rivede la sua politica sull’Artico

La revisione della politica artica non nasce da un’improvvisa apertura verso nuove trivellazioni, ma da un dilemma strategico, secondo l’analisi proposta su Rystad Energy da Emil Varre Sandøy, Tore Guldbrandsøy e Elliot Busby.

I progetti nel Mare di Barents hanno tempi lunghi: servono 5–10 anni per passare dalla scoperta alla produzione stabile. Le decisioni prese oggi determineranno se nel 2035 l’Europa avrà più gas norvegese disponibile o dovrà importare ancora più GNL dal mercato globale.

La Norvegia è già oggi il principale fornitore di gas dell’Europa. È un partner politicamente stabile, integrato nel mercato europeo e con standard ambientali elevati. Il Mare di Barents contiene risorse significative già in aree aperte all’esplorazione.

La Commissione europea si trova quindi davanti a una scelta delicata: mantenere una linea molto restrittiva sull’Artico, limitando implicitamente nuovi sviluppi, oppure definire criteri chiari e rigorosi che distinguano tra aree già aperte e nuove frontiere, legando eventuali sviluppi a standard ambientali stringenti.

Non è una questione ideologica. È bene ribadirlo in questo contesto, si tratta più di una questione di sicurezza energetica.

Che ruolo può avere il gas del Barents

Il gas del Barents non rappresenterebbe una rivoluzione quantitativa. L’Europa non sta pianificando una nuova “era del gas†(semmai a livello globale e continentale è già iniziata da tempo). Piuttosto, si tratta di scegliere quali forniture marginali copriranno una domanda in graduale calo.

Secondo gli scenari di mercato, la Norvegia potrebbe continuare a fornire tra il 20% e il 30% della domanda europea nei prossimi decenni, mentre il GNL potrebbe salire fino a coprire metà del fabbisogno.

In questo quadro, il gas proveniente dal Mare di Barents potrebbe rafforzare la sicurezza energetica europea, ridurre l’esposizione al mercato globale del GNL e offrire una fonte relativamente a basse emissioni nella fase upstream (estrazione).

Qui vale la pena aprire un’ulteriore riflessione. Il boom del GNL sta ridisegnando in modo profondo la mappa energetica europea. Nel 2026 le importazioni di gas naturale liquefatto dell’UE hanno raggiunto il livello record di 185 miliardi di metri cubi, con un aumento del 10% rispetto al 2025. È un dato che fotografa una trasformazione strutturale: il GNL non è più una fonte marginale di integrazione, ma una colonna portante del sistema. Gli Stati Uniti coprono circa il 70% di questi volumi, consolidando un nuovo asse energetico transatlantico che ha sostituito quasi integralmente il gas russo. Se nel 2021 Mosca forniva circa 155 miliardi di metri cubi all’Europa, l’obiettivo politico europeo è azzerare completamente questi flussi entro il 2027.

Questo passaggio segna una svolta geopolitica epocale: l’Europa si è liberata dalla dipendenza da un unico grande fornitore via gasdotto, ma al prezzo di una maggiore esposizione al mercato globale del GNL, più volatile nei prezzi, più competitivo e fortemente legato agli equilibri internazionali e alla capacità di esportazione americana (aprendo quindi, di fatto, una nuova dipendenza, peraltro ‘forzata’, visti gli accordi con Washington, da un altro fornitore estero).

Ma non bisogna semplificare. Anche se l’estrazione norvegese ha un’intensità emissiva inferiore alla media globale, il gas resta una fonte fossile. Quando viene bruciato, produce CO₂.

Il Barents può essere una scelta “meno impattante†rispetto ad altre fonti di gas. Non è una scelta climaticamente neutrale.

Il peso delle infrastrutture: il vero collo di bottiglia

Il gas non è solo una questione di risorse nel sottosuolo. È soprattutto una questione di infrastrutture.

Nel Barents, oggi l’unico grande sbocco è l’impianto di liquefazione di Hammerfest LNG, legato principalmente al giacimento di Snøhvit. Per aumentare significativamente i flussi servirebbero quindi nuove capacità di esportazione, eventualmente un gasdotto verso la rete norvegese nel Mare del Nord e maggiore coordinamento tra più progetti per rendere sostenibili gli investimenti.

Le infrastrutture energetiche europee sono quindi decisive. Gasdotti, terminali GNL, stoccaggi e interconnessioni determinano quali forniture sono economicamente competitive, quali sono politicamente sostenibili e quali rischiano di diventare stranded assets (asset inutilizzati) se la domanda cala più rapidamente del previsto.

Ed è qui che il rischio aumenta: investire oggi in nuove infrastrutture gas significa impegnare capitali per 20–30 anni, mentre l’UE ha l’obiettivo di neutralità climatica al 2050.

Il nodo della sicurezza (anche cyber) delle infrastrutture

Il gas artico del Mare di Barents, trainato soprattutto dalla Norvegia e da giacimenti come Johan Castberg, è diventato una componente strategica dell’Europa post-REPowerEU, ma la sua rilevanza geopolitica si accompagna a criticità tecniche e di sicurezza non trascurabili.

Le infrastrutture sottomarine che collegano il Barents ai mercati europei – tra gasdotti e impianti come Snøhvit – operano in condizioni estreme, a profondità comprese tra i 2.000 e i 3.000 metri, dove ghiaccio dinamico, correnti marine intense e instabilità dei fondali possono provocare stress meccanici, erosioni e rischi strutturali. Le attività di manutenzione sono complesse e costose, fino al 50% in più rispetto ad aree come il Mediterraneo, e in caso di incidente i tempi di ripristino possono allungarsi per mesi, con impatti immediati sui prezzi europei del gas.

A queste fragilità fisiche si aggiunge il fronte della cybersicurezza: i sistemi industriali e di controllo (SCADA/ICS) che gestiscono gasdotti e impianti sono esposti a minacce ibride, in un’area – il Barents – attraversata da tensioni tra Russia e NATO. Attacchi informatici contro operatori energetici europei, utilizzo di ransomware su infrastrutture operative e vulnerabilità legate a protocolli legacy, rappresentano rischi concreti in un contesto in cui l’Ue rafforza le regole con la direttiva NIS2, mentre la cooperazione con la Norvegia resta cruciale.

Nel 2026 Oslo fornirà circa 120 miliardi di metri cubi di gas all’UE, di cui una quota crescente dal Barents, e qualsiasi interruzione significativa potrebbe tradursi in forti rialzi del TTF e maggiore ricorso al GNL statunitense o qatariota. Il rischio, dunque, è reale, ma nel breve termine appare gestibile grazie a investimenti in protezione fisica e digitale, maggiore coordinamento europeo e nuove misure di sorveglianza nell’Artico.

Gas naturale e emissioni inquinanti

L’Unione europea si è data obiettivi climatici ambiziosi:

  • riduzione drastica delle emissioni entro il 2030;
  • neutralità climatica entro il 2050.

Il gas è stato presentato come “combustibile di transizione†perché emette meno CO₂ del carbone e del petrolio nella generazione elettrica. Inoltre, l’Europa punta a criteri sempre più stringenti su:

  • intensità di carbonio;
  • riduzione delle perdite di metano;
  • fine del flaring routinario;
  • elettrificazione delle piattaforme offshore.

Tutto questo è positivo. Ma non elimina il problema strutturale: il gas è una fonte fossile.

Anche se estratto con basse emissioni, quando viene consumato rilascia CO₂. La distinzione tra “gas più pulito†e “gas più sporco†non cancella l’impatto climatico complessivo.

Uno studio del Professor Robert W. Howarth, della Cornell University di New York, ha evidenziato come le emissioni di metano possono rendere l’uso del GNL addirittura peggiore di quello del carbone, con un’impronta di gas serra superiore del 33%.

emissioni

Il paradosso europeo

L’Europa ha promosso il gas a risorsa strategica per tre ragioni: sicurezza energetica, competitività industriale, stabilità del sistema elettrico.

E ha ragione a farlo nel breve e medio termine. Senza gas, molte industrie europee perderebbero competitività rispetto a Stati Uniti e Asia. Senza gas, il sistema elettrico avrebbe difficoltà a gestire l’intermittenza delle rinnovabili.

Ma c’è un rischio: trasformare una soluzione temporanea in una dipendenza strutturale.
Se l’Europa investe troppo nel gas, rischia di rallentare lo sviluppo delle rinnovabili, l’elettrificazione dei consumi, l’efficienza energetica, lo stoccaggio elettrico e l’idrogeno verde.

La direzione da prendere

Un approccio realistico dovrebbe basarsi su tre pilastri concettuali e di ragionamento:

  1. il gas resterà necessario ancora per molti anni, soprattutto per l’industria e per la flessibilità elettrica;
  2. la sicurezza energetica richiede forniture affidabili e partner stabili come la Norvegia;
  3. la neutralità climatica non è compatibile con un’espansione permanente delle fonti fossili.

Il gas del Barents può avere un ruolo nella sicurezza energetica europea, soprattutto se vincolato a standard ambientali severi e verificabili. Può contribuire a una diversificazione più sicura rispetto al GNL globale.

Ma la priorità strategica di lungo periodo deve restare un’altra: ridurre strutturalmente la domanda di gas.

Questo significa:

  • accelerare su eolico e solare;
  • investire in reti e sistemi di accumulo;
  • sviluppare soluzioni di flessibilità non fossili;
  • elettrificare l’industria dove possibile;
  • sostenere tecnologie come l’idrogeno verde e se serve il biometano.

Il gas è oggi una leva geopolitica centrale per l’Europa. Il Mare di Barents rappresenta una possibile assicurazione energetica per il prossimo decennio. Ignorarlo sarebbe ingenuo. Puntarci in modo strutturale sarebbe miope. La vera competitività del continente, nel lungo periodo, non dipenderà da quale gas importerà, ma da quanto rapidamente saprà liberarsene. L’autonomia energetica, vero obiettivo strategico dell’Unione, passa inevitabilmente per le fonti energetiche rinnovabili e pulite.

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Data articolo: Thu, 26 Feb 2026 08:01:06 +0000 di Flavio Fabbri
Intelligenza Artificiale
L’analisi ASviS. Data center e neurotecnologie, come l’Europa può evitare l’effetto lock-in

L’Europa si trova in uno dei passaggi più turbolenti della sua storia recente e rischia di perdere terreno nei settori della tecnologia e del clima, in cui è all’avanguardia. A dichiararlo è il Centre for future generations (Cfg), think tank indipendente europeo che si occupa di analisi strategica e politiche pubbliche orientate al lungo periodo, in risposta alla consultazione pubblica dello Strategic Foresight Report 2026 della Commissione europea. Per questo nei giorni scorsi il Cfg ha lanciato anche Tech & The Planet, un nuovo progetto incentrato sull’intersezione tra tecnologie emergenti e governance climatica. Partendo dalle infrastrutture di intelligenza artificiale, saranno sviluppate linee guida e strumenti politici che possano allineare competitività e sostenibilità.

Proprio la crescita dell’AI e l’emergere di nuove tecnologie di frontiera, tra cui quelle biologiche e climatiche, stanno aprendo scenari con implicazioni sistemiche per l’economia, la sicurezza e la società, destinati a dispiegarsi nel prossimo decennio. In questo scenario, il nodo centrale non è solo la capacità di sviluppare nuove tecnologie, ma la possibilità di orientarne le traiettorie. Il rischio, evidenzia il documento, è che l’Europa resti vincolata a modelli e infrastrutture definiti altrove, perdendo progressivamente autonomia strategica.

Governare le tecnologie prima che diventino irreversibili

Il documento evidenzia come il principale vantaggio competitivo europeo risieda nella capacità di costruire sistemi di governance credibili e affidabili. Piuttosto che competere direttamente con Stati Uniti e Cina sul piano della produzione tecnologica, l’Europa può rafforzare la propria influenza definendo standard, meccanismi di verifica e infrastrutture istituzionali che rendano possibile la cooperazione internazionale. Questo approccio consente di intervenire prima che le tecnologie si consolidino in forme difficili da modificare. Le decisioni relative a infrastrutture energetiche, centri dati, sistemi di intelligenza artificiale o tecnologie climatiche tendono infatti a produrre effetti che durano decenni. Una volta costruiti, questi sistemi creano dipendenze economiche, industriali e geopolitiche difficili da invertire. In questo senso, la capacità di anticipare e governare questi processi diventa una forma di potere strategico.

Dalla disinformazione alle infrastrutture critiche, i rischi segnalati dall’AI safety report

Il Rapporto del gruppo di scienziati diretto da Yoshua Bengio prevede un’accelerazione tecnologica dell’intelligenza artificiale che nei prossimi cinque anni potrebbe essere difficile da gestire.

Le quattro leve che possono rafforzare l’influenza europea

La Call for evidence identifica quattro leve principali attraverso cui l’Europa può rafforzare il proprio ruolo globale. La prima è l’accelerazione delle tecnologie di protezione rispetto a quelle che creano rischi. Questo include, ad esempio, sistemi di sorveglianza per prevenire minacce biologiche, tecnologie per garantire la sicurezza dell’intelligenza artificiale e infrastrutture di adattamento climatico. Investire in queste soluzioni consente di ridurre le vulnerabilità future e rafforzare la resilienza. La seconda leva è rappresentata dal mercato unico europeo. Essendo uno dei più grandi mercati globali, può essere utilizzato per garantire accesso a tecnologie, risorse e infrastrutture critiche, riducendo le dipendenze esterne e rafforzando l’autonomia strategica. La terza riguarda la costruzione di infrastrutture di governance globale. Standard condivisi, sistemi di verifica e meccanismi di coordinamento possono rendere l’Europa un attore indispensabile nella gestione delle tecnologie emergenti. La quarta leva è il rafforzamento della capacità industriale e istituzionale per rispondere rapidamente alle crisi. Le recenti crisi hanno evidenziato l’importanza della capacità di produrre su larga scala e di adattarsi rapidamente a contesti in evoluzione.

La modifica della radiazione solare

Tra le tecnologie emergenti analizzate, la Solar radiation modification (Srm) rappresenta un esempio particolarmente significativo. Questa tecnologia punta a riflettere una parte della radiazione solare nello spazio, riducendo così la quantità di calore assorbita dal sistema climatico terrestre e mitigando temporaneamente l’aumento delle temperature globali. La Srm potrebbe contribuire a ridurre gli impatti del cambiamento climatico, ma comporta anche rischi geopolitici rilevanti. Al contrario, lo sviluppo di standard e meccanismi di cooperazione potrebbe trasformarla in strumento di stabilità. In questo contesto, l’Europa ha l’opportunità di rafforzare il proprio ruolo, costruendo competenze scientifiche e promuovendo modelli di governance basati su trasparenza e cooperazione.

Oltre il 2050

“Le decisioni prese ora, tra il 2025 e il 2027, sull’ubicazione dei data center, l’espansione della rete, l’infrastruttura di intelligenza artificiale, le applicazioni neurotecnologiche, i sistemi energetici e le tecnologie rilevanti per la difesaâ€, scrive il Cfg, “determineranno i modelli di utilizzo del suolo, le traiettorie della domanda, i profili delle emissioni e le dipendenze strategiche per decenni, estendendosi ben oltre gli attuali cicli politici e gli obiettivi climatici del 2050â€. Uno degli aspetti più rilevanti evidenziati dal documento riguarda l’impatto a lungo termine delle decisioni attuali. Le scelte che saranno prese in questi anni su infrastrutture tecnologiche, energetiche e industriali influenzeranno la sicurezza, la competitività e l’autonomia europea per decenni. Il rischio principale è il cosiddetto lock-in tecnologico, ovvero la creazione di sistemi che limitano la capacità futura di adattamento. Al contrario, sviluppare infrastrutture flessibili e resilienti può rafforzare la capacità europea di affrontare trasformazioni future.

Scarica la Call for evidence

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Data articolo: Thu, 26 Feb 2026 08:48:26 +0000 di Redazione Key4biz

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