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#tuttelenews #key4biz.it
Che giornata è stata quest’ultimo fresco venerdì di agosto.
I nostri occhi sono andati subito sul 1^ indice di Sovranità Digitale, perché – come ormai sapete – è un tema che ci sta molto a cuore.
Purtroppo, abbiamo scoperto il 30esimo posto dell’Italia su 57 Paesi analizzati. Con il report apriamo questa Dailyletter.
Un rapporto che arriva all’indomani della nuova minaccia di Trump: “super dazi per tutti i Paesi in cui esistono tasse, leggi e regolamenti per le piattaforme digitali americaneâ€.
Gli Stati Uniti ci vedono così. Mentre i Governi e la maggioranza delle PA europee restano ancora ciechi, non riescono ancora ad avviare una transizione alle tecnologie europee. È la sindrome di Stoccolma: la vittima prova affetto per l’aggressore…
Infine, chiudiamo con una bella storia. Il sogno di Michaela Benthaus è realtà : sarà la prima astronauta in sedia a rotelle nello Spazio.
Leggi tutte le notizie della nostra dailyletter
The post Indipendenza Digitale, Italia solo 30esima su 57 Paesi appeared first on Key4biz.
Con il 6,49%, ben al di sotto della media UE del 16,3%, l’Italia si colloca tra i Paesi con le peggiori performance nel 1^ Indice di Sovranità Digitale redatto dalla società tedesca NextCloud.
“Nonostante alcune iniziative nazionali visibili e la retorica politica sulla sovranità digitaleâ€, si legge nel report riferendosi al nostro Paese e alla Spagna (risulta 27esima), “l’effettiva adozione di strumenti sovrani rimane minima in quasi tutte le categorieâ€.
Mentre al primo posto c’è la Finlandia con il 64,50%, seguita dalla Germania con il 53,85 e al terzo posto i Paesi Bassi con il 36,32%.
I punteggi sono comparativi e non assoluti: un punteggio elevato indica una maggiore diffusione relativa rispetto ad altri Paesi, ma non necessariamente un’adozione diffusa. I dati riflettono l’utilizzo visibile degli strumenti nella società , in particolare tra individui e piccole organizzazioni. Quindi il report non si riferisce alle Pubbliche Amministrazioni, perché, spiega il Rapporto, “la maggior parte delle agenzie governative in Europa dipende completamente da Microsoft, Google e altre grandi aziende tecnologicheâ€.
Proprio alcuni giorni fa Key4Biz ha pubblicato la classifica mondiale sull’adozione del cloud: e ben il 60% del mercato globale è in mano alle aziende americane.
Ma nel report curato dalla società cloud tedesca è interessante notare come in diversi paesi europei siano i cittadini rispetto al governo a preferire software, piattaforme di archiviazione e scambio di file, applicazioni video o di chat made in Europe.
Significa che in questi Stati è alto il livello di consapevolezza da parte dei consumatori, più che della classe politica, dei rischi significativi della forte dipendenza da tecnologie extra-Ue.
L’Unione europea spende 148 miliardi di euro all’anno per software e servizi cloud di aziende tecnologiche statunitensi. Piuttosto assurdo, a pensarci bene: i contribuenti finanziano monopoli tecnologici stranieri mentre i nostri governi ignorano le alternative tecnologiche europee che i cittadini, invece, stanno già utilizzando.
Questo lock-in comporta rischi significativi:
La visione è quella di sostenere l’imprenditorialità e la competitività europea (un ecosistema diversificato di imprese, PMI, startup), creare resilienza, proteggere la nostra autonomia e sovranità in un mondo volatile e potenziare le persone e le imprese d’Europa.
L’Indipendenza Digitale rappresenta una priorità strategica emergente per governi, imprese e cittadini, con l’obiettivo di gestire l’innovazione e la trasformazione digitale costruendo un ecosistema in grado di proteggere servizi critici, infrastrutture e dati in modo autonomo e resiliente. Il tema non si limita alla sola Sovranità su dati e infrastrutture, ma si propone di costruire in contesti responsabili, ambienti consapevoli e sicuri, capaci di salvaguardare la competitività economica, la sicurezza e i diritti fondamentali delle persone.
Per le Aziende, l’indipendenza digitale significa assicurarsi libertà di innovazione e di posizionamento delle proprie risorse strategiche sul mercato riducendo i rischi derivanti da dipendenze tecnologiche esterne, gestendo in autonomia le tecnologie, proteggendo i dati critici e accrescendo il valore della propria organizzazione tramite lo sviluppo delle competenze interne e la conseguente valorizzazione delle persone.
Punta a questo obiettivo l’iniziativa “Indipendenza Digitale†di Key4biz, in collaborazione con ReD OPEN, spin-off dell’Università degli Studi Milano-Bicocca. All’interno del progetto, abbiamo organizzato, il 27 maggio 2025 a Roma, la prima Conferenza italiana sull’Indipendenza Digitale: è stata l’occasione anche per presentare il 1^ Rapporto sull’(in)dipendenza digitale in Italia.
Soprattutto all’indomani della nuova minaccia di Trump: “super dazi per tutti i Paesi in cui esistono tasse, leggi e regolamenti per le piattaforme digitali americaneâ€.
In altre parole, il messaggio americano è chiaro: le nostre aziende devono essere libere di muoversi a piacimenti nei vostri Paesi, meno regole e più profitti.
Le parole di Trump sono arrivate alla vigilia dell’annuncio di un’audizione pubblica della Camera dei Rappresentanti statunitense, fissata per mercoledì 3 settembre 2025, intitolata “La minaccia dell’Europa alla libertà di parola e all’innovazione americanaâ€.
Gli Stati Uniti ci vedono così. Mentre i Governi e la maggioranza delle Pubbliche Amministrazioni europee restano ancora ciechi, non riescono ancora ad avviare una transizione alle tecnologie europee. È la sindrome di Stoccolma: la vittima prova affetto per l’aggressore…
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Cambio di tono a Bruxelles. Il portavoce della Commissione europea per le questioni digitali, Thomas Regnier, ha definito “assurdità †le accuse di censura rivolte dall’amministrazione Trump all’impianto regolatorio dell’Unione europea, in particolare al Digital Services Act (DSA) e al Digital Markets Act (DMA).
Le parole arrivano all’indomani dell’annuncio di un’audizione pubblica della Camera dei Rappresentanti statunitense, fissata per mercoledì 3 settembre 2025, intitolata “Europe’s threat to American speech and innovationâ€.
La commissione giudiziaria della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti ha invitato anche l’ex commissario europeo per il Mercato interno e gli affari digitali ed ex ministro dell’Economia e delle finanze in Francia, Thierry Breton, a testimoniare
“Non ho commenti sull’audizione pubblica negli Usaâ€, ha detto Regnier ai giornalisti a Bruxelles, “queste accuse di censura sono assurde. Sono completamente infondate e completamente sbagliateâ€.
Tutto sommato una vecchia accusa e una fastidiosa pretesa da parte americana.
Ex Commissario Breton che ha scritto per Le Figaro un lungo articolo di accusa nei confronti degli Stati Uniti e di critica all’Europa che a suo modo di vedere non sta reagendo come dovrebbe: “Fino a che punto noi, cittadini dell’Unione europea, accetteremo la sottomissione? Sottomissione a chi vuole imporci le sue regole, le sue leggi, i suoi tempi. Sottomissione a coloro che ora pretendono di dettarci i nostri grandi principi democratici e morali, le nostre regole di convivenza, la stessa protezione dei nostri stessi figli, sui social network? Come, e in nome di cosa, accetteremmo di buttare via le nostre leggi sulla regolamentazione digitale (DSA, DMA) votate con lucidità , coraggio e determinazione da una stragrande maggioranza dei nostri parlamentari europei?“.
Breton rimprovera a questa Commissione di aver negoziato male con Washington, di non aver battuto i pugni sul tavolo per ottenere risultati migliore per le sue imprese e i suoi cittadini, sottolineando che questo è ben lungi dall’essere il miglior accordo possibile per l’Europa.
“E se l’Europa dovesse essere “punita” di nuovo perché non ha comprato abbastanza gas dall’America? O perché ha deciso di scegliere di destinare le centinaia di miliardi richiesti al di là dell’Atlantico principalmente all’economia europea e ai suoi posti di lavoro? Si supponeva che fosse necessario accettare l’umiliazione per evitare l’instabilità . Se non ci rimettiamo, avremo sia l’umiliazione che l’instabilità . L’ultimo attacco in picchiata alle nostre leggi digitali sarà sufficiente a convincere?“, si chiede ancora Breton.
“È giunto il momento di alzarsi in piedi. Lasciamo che le forze europee si uniscano e dicano: “CA SUFFIT, ENOUGH IS ENOUGH, ES REICHT, ADESSO BASTA, DOSC TEGO, YA BASTA“. Alzati Europa!”, è infine la conclusione ad effetto del suo articolo. Un appello a cui forse neanche lui crede davvero, vista la situazione generale e l’aria che si respira a Bruxelles e le altre capitali europee.
Regnier ha rivendicato l’effetto anti-censura del DSA, citando dati su Meta (proprietaria di Facebook e Instagram) e TikTok: nella seconda metà del 2024 gli utenti Ue hanno contestato oltre 16 milioni di decisioni di rimozione dei contenuti prese dalle due piattaforme.
In quasi il 35% dei casi i contenuti sono stati giudicati rimossi ingiustamente e quindi ripristinati. “È grazie al DSAâ€, ha sottolineato, “che esiste un meccanismo effettivo di ricorso contro le decisioni delle piattaformeâ€.
La commissione della Camera che ospiterà l’audizione — nella comunicazione ufficiale presentata come un esame delle “leggi europee sulla censura†— intende passare al setaccio, oltre a DSA e DMA, anche l’Online Safety Act del Regno Unito e il Digital Markets, Competition and Consumers Act britannico, accusandoli di minacciare la libertà di espressione degli americani e di danneggiare l’innovazione e le Big Tech Usa.
In altre parole, il messaggio americano è chiaro: le nostre aziende devono essere libere di muoversi a piacimenti nei vostri Paesi, meno regole e più profitti.
Tra i testimoni annunciati figura Nigel Farage, parlamentare britannico di estrema destra ed ex eurodeputato protagonista della campagna per la Brexit, indicato come “witness†confermato. È stato inoltrato un invito anche a Thierry Breton, ex Commissario Ue che ha contribuito a scrivere il “pacchetto digitale†europeo, ma la sua presenza non è al momento confermata.
Su Breton, Regnier ha ricordato che, in quanto ex Commissario, può partecipare a un’audizione extra-Ue solo con l’autorizzazione della Commissione e nel rispetto dell’obbligo di segreto professionale previsto dai Trattati. La Commissione ha inoltre fatto sapere che l’attuale Commissaria al Digitale, Henna Virkkunen, non è stata invitata.
Il portavoce ha infine richiamato la necessità di cooperazione transatlantica su dossier concreti: sicurezza dei minori online e contrasto al terrorismo in rete. “Concentriamoci sulle cose reali che accadono nel mondo onlineâ€, ha detto Regnier, sollecitando un’agenda condivisa Ue-Usa oltre le polemiche.
A una settimana dall’audizione a Washington, Bruxelles alza il livello della risposta politica. La Commissione respinge come “assurde†le accuse di censura e porta numeri verificabili — >16 milioni di ricorsi e ~35% di rimozioni annullate — a sostegno della tesi che il DSA non zittisce, ma tutela la voce degli utenti europei.
Sullo sfondo, resta totalmente aperta la contesa tra le due sponde dell’Atlantico su più punti strategici: dai mercati ai poteri delle Big Tech fino alla sovranità regolatoria.
E al momento è l’Europa che sembra avere la peggio. Serve un’azione politica più compatta e coesa, anche per aumentare il peso (potenzialmente maggiore) di Bruxelles al tavolo dei negoziati commerciali, che non sono per niente conclusi.
The post DSA e DMA sotto attacco USA. Regnier (Ue): “Assurde le accuse di censuraâ€. L’ex commissario Breton chiamato a Washington appeared first on Key4biz.
SpaceX ha da poco concesso una rara visita alla sua fabbrica di Starlink a Redmond, Washington, in grado di produrre fino a 70 satelliti a settimana.
Ne ha dato conto la rivista specializzata PC Mag, precisando che l’azienda ha appena pubblicato un video sulla fabbrica di Redmond, in vista del decimo test di volo di SpaceX per il suo veicolo spaziale Starship, riprogrammato a causa delle condizioni meteorologiche. “Tutti quei satelliti Starlink sono partiti da qui, proprio da Redmond”, dice Akash Badshah, direttore senior per l’ingegneria satellitare di SpaceX, nel video.
Starlink satellites are designed, built, launched and operated from the United States to provide connectivity anywhere on the planet pic.twitter.com/NkcjJw4nDT
— Starlink (@Starlink) August 25, 2025
Il filmato offre uno sguardo all’interno della fabbrica, mostrando la produzione dei componenti e il processo di assemblaggio e confezionamento dei satelliti. “In SpaceX, lavoriamo molto velocemente e abbiamo imparato a costruire satelliti al ritmo di 70 satelliti a settimana”, aggiunge Cornelia Rosu, Senior Director di SpaceX per la produzione di Starlink.
Ciò si traduce in 3.640 satelliti all’anno, un enorme aumento rispetto al 2020, quando SpaceX dichiarava di poter produrre solo 120 satelliti al mese.
La capacità produttiva è fondamentale, poiché SpaceX sta lavorando per lanciare e gestire quasi 30.000 satelliti Starlink, in attesa dell’approvazione della Federal Communications Commission. L’obiettivo è aumentare la copertura e la capacità di Starlink e offrire velocità gigabit. Attualmente SpaceX ha l’autorizzazione normativa per gestire solo circa 12.000 satelliti.
Il filmato rivela anche un nuovo dettaglio sugli sforzi di SpaceX per dotare i satelliti Starlink di collegamenti laser, consentendo loro di comunicare tra loro in orbita e instradare dati fino a 200 Gbps. SpaceX ha sviluppato un componente “mini laser” più piccolo, installabile su un satellite. Michael Nicolls, vicepresidente dell’ingegneria satellitare di SpaceX, ha twittato che il mini laser è destinato a satelliti e stazioni spaziali di terze parti, che possono utilizzare i collegamenti laser per connettersi alla rete Starlink.
The Starlink “mini laser†shown in today’s video will connect third party satellites and space stations into the Starlink constellation. The mini laser is designed to achieve link speeds of 25 Gbps at distances up to 4000 km, and was recently successfully tested in orbit on a… pic.twitter.com/8nW37CRp7s
— Michael Nicolls (@michaelnicollsx) August 25, 2025
“Il mini laser è progettato per raggiungere velocità di collegamento di 25 Gbps a distanze fino a 4.000 km ed è stato recentemente testato con successo in orbita su un satellite lanciato con Starlink G10-20”, ha detto.
Oltre alla capacità produttiva, SpaceX fa affidamento anche sul veicolo Starship per trasportare nello spazio i satelliti Starlink V3, più potenti ma più pesanti. In un filmato separato, SpaceX ha mostrato un demo reel di come Starship trasporterà i satelliti V3 nell’orbita terrestre.
Starship will deploy the more advanced V3 Starlink satellites, with each launch adding more than 20x the network capacity of current Falcon 9 flights pic.twitter.com/G3N9hgWWev
— SpaceX (@SpaceX) August 25, 2025
The post SpaceX mostra i suoi ‘mini-laser’ nella fabbrica di satelliti di Starlink appeared first on Key4biz.
Il Governo è al lavoro per rendere disponibile ai cittadini interessati il bonus per l’acquisto di grandi elettrodomestici, pari a uno sconto del 30% con un tetto di 100 euro, che salgono a 200 se l’Isee non supera 25mila euro.Â
L’obiettivo dell’esecutivo è far entrare nelle case di più italiani possibili elettrodomestici green, così riducendo il consumo energetico, si abbasserà anche il costo delle bollette. Nel nostro Paese per l’energia elettrica si continua a pagare di più rispetto al resto dell’UE.
In attesa di sapere quando sarà erogabile il bonus – è previsto entro la fine di quest’anno – si conosce la modalità per scaricare il voucher da mostrare nel momento dell’acquisto e ricevere lo sconto direttamente in fattura.
Secondo il decreto interministeriale, visionato da Repubblica, firmato già dal ministro delle imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso (è attesa la firma anche del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti), il voucher dovrà essere richiesto, attraverso SPID o la Carta d’identità elettronica (CIE) o CNS, su una piattaforma ad hoc di PagoPa e speso in un tempo determinato.
Essendo stati stanziati solo 48 milioni, si arriverà a un click day? E quindi fare la gara a chi prima riesce a scaricare il voucher associato al codice fiscale.
Nel voucher comunque non sarà indicato l’importo dello sconto, perché questo dipende dal prezzo di vendita dell’elettrodomestico.
Infine, ogni nucleo familiare potrà acquistare solo un prodotto agevolato; il bonus non potrà essere cumulato con altre agevolazioni, ad esempio la detrazione del 50% per i grandi elettrodomestici per chi ristruttura casa.
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Ha fatto scalpore la storia di Michaela Benthaus, l’ingegnera spaziale tedesca paraplegica che sarà la prima astronauta in sedia a rotelle a volare nello spazio. Lo ha annunciato lei stessa su Linkedin, sollevando una pioggia di commenti entusiastici per il suo sogno che diventa realtà .
“Sono davvero entusiasta di condividere che volerò nello spazio su un futuro volo del razzo New Shepard di Blue Origin (Blue Origin ). Pensavo che il mio sogno di andare nello spazio fosse finito per sempre quando ho avuto l’incidente. Ma negli ultimi mesi, ho lavorato con un team straordinario e di supporto per rendere possibile a un utente su sedia a rotelle di prendere parte a un volo suborbitale, qualcosa che non è mai stato fatto prima. Questo sembra un passo importante poiché i viaggi spaziali per le persone con disabilità sono ancora agli inizi. Sono così grata e spero che ispiri un cambiamento di mentalità in tutta l’industria spaziale, creando più opportunità per persone come me. Potrei essere la primo, ma non ho intenzione di essere l’ultimaâ€, scrive la giovane donna, accompagnando il suo annuncio ‘Vado nello spazio!’ con una foto sorridente, che la ritrae davanti alla navicella che la porterà in orbita.
Michaela Benthaus, ingegnere spaziale tedesca, è attualmente una giovane tirocinante presso l’Agenzia Spaziale Europea (ESA). Nel settembre 2018, un incidente in mountain bike le ha cambiato la vita causandole una lesione al midollo spinale, che da allora mi l’ha costretta a usare una sedia a rotelle. Questa sfida non ha fatto altro che rafforzare la sua determinazione e il suo impegno nel campo aerospaziale, scrive la giovane su Linkedin.
Benthaus è impegnata nell’inclusione nelle discipline STEM, in particolare nei settori dell’esplorazione spaziale e dei voli spaziali con equipaggio umano.
Nel dicembre 2022, ha avuto l’opportunità di partecipare a un volo parabolico in partenza da Houston. Nell’aprile 2024, ha partecipato a una missione analogica di due settimane presso la stazione di ricerca Lunares in Polonia.
Fin da piccola, Michaela Benthaus ha sempre sognato di diventare un’astronauta. Dopo l’incidente, non si è data per vinta e da allora ha sperimentato da studente aerospaziale l’assenza di gravità per la prima volta, con un programma americano che ha l’obiettivo di rendere lo spazio accessibile a tutti.
Benthaus non ha mai rinunciato al suo sogno e continua a perseguirlo ancora oggi. Dopo aver conseguito una laurea triennale in Ingegneria Meccatronica, è stata ammessa al Master in Aerospaziale della TUM (Technische Universitaet Muenchen), specializzandosi in spazio e astrofisica.
E Michaela Benthaus ha avuto l’opportunità , almeno di sperimentare l’assenza di gravità , nel dicembre 2022. Ha fatto domanda per partecipare ad AstroAccess, un’iniziativa statunitense che mira a rendere i viaggi spaziali accessibili alle persone con disabilità . AstroAccess si stava preparando a effettuare il suo secondo volo parabolico. In questa manovra, un velivolo guadagna rapidamente quota prima di lanciarsi in una picchiata altrettanto ripida. Nel punto più alto, nel passaggio dalla salita alla discesa, le persone a bordo sperimentano l’assenza di gravità per 20 secondi.
È “come la sensazione di un salto dal trampolino, ma che dura 20 secondi”, dice. Racconta con entusiasmo della sensazione di libertà e soprattutto di potersi muovere di nuovo da sola in assenza di gravità dopo così tanto tempo su una sedia a rotelle.
“In questo momento nel settore aerospaziale stanno succedendo molte cose”. E più stazioni spaziali vengono lanciate in orbita e più aziende aerospaziali private vengono lanciate – ad esempio nel turismo spaziale – maggiori saranno le sue possibilità di continuare a perseguire il suo sogno aprendo così la strada del cielo anche per i disabili.
Space & Underwater, il videoreportage della 1^ edizione della Conferenza internazionale dedicata ai domìni Spazio e Subacqueo, promossa e organizzata dal giornale Cybersecurity Italia.
La 2^ edizione si terrà il 3 dicembre 2025.
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Le infrastrutture energetiche europee, tra cui i cavi sottomarini, i gasdotti e le centrali, possono essere colpite in qualsiasi momento da attacchi ibridi. Non è che serve individuare il possibile nemico, la guerra è alle porte a Est e in Medio Oriente e la faglia critica tra il blocco occidentale e quello asiatico passa proprio lungo i confini orientali dell’Unione europea (Ue).
Tra i possibili responsabili si pensa ovviamente alla Russia e suoi alleati. Dall’inizio della guerra in Ucraina abbiamo sentito e letto di numerosi attacchi che prendono di mira cavi elettrici e gasdotti nel Mar Baltico, sempre attribuiti direttamente o indirettamente a Mosca (coinvolgimento non sempre dimostrato da prove inconfutabili, vedi come sta andando il caso del sabotaggio al gasdotto Nord Stream), che hanno messo in luce profonde vulnerabilità nel cuore del sistema energetico del continente.
Secondo Jean-Charles Ellermann-Kingombe, assistente del Segretario Generale della NATO, nel giugno 2025, non si tratta di un’ipotesi, ma di una minaccia concreta: “L’invasione russa dell’Ucraina mostra chiaramente che le infrastrutture energetiche europee sono un obiettivo prioritario per la Russia“.
Eppure, nonostante la propaganda di guerra, gli interessi economici che ruotano attorno a questo ricco mercato e una pur obbligata consapevolezza della minaccia, si legge nella pubblicazione dello European Union Institute for security studies (Euiss), dal titolo “On a war footing: Securing critical energy infrastructureâ€, di fatto, le vulnerabilità del nostro sistema energetico esistono e persistono.
Le infrastrutture critiche affrontano non solo debolezze strutturali, ma anche crescenti rischi geopolitici, in particolare nella rete di trasmissione offshore e subacquea. Finché questa situazione non cambierà , l’Unione europea rimarrà sotto la costante minaccia di attacchi a basso rischio, con potenziali serie conseguenze dal punto di vista civile, economico e finanziario.
A partire dalle minacce sopra esposte, passando per i disastri naturali spesso innescati dall’estremizzazione del nostro clima e il dissesto idrogeologico dei territori, pochi oggi metterebbero in discussione la necessità di infrastrutture energetiche resilienti, che si tratti di centrali elettriche, gasdotti o cavi sottomarini.
La normativa dell’Ue in materia di sicurezza dell’approvvigionamento riconosce il pericolo degli attacchi e la Preparedness Union del marzo 2025 propone misure reattive, come lo stoccaggio di attrezzature per la riparazione e una maggiore cooperazione con la NATO.
Tuttavia, queste soluzioni, secondo l’analisi proposta da Caspar Hobhouse dell’Uiss, seppur utili, non risolvono il problema alla radice.
Le vulnerabilità del sistema attuale sono profonde e derivano da un approccio storico alla pianificazione e alla costruzione delle infrastrutture che ha privilegiato l’efficienza a breve termine, trascurando la sicurezza e i rischi geopolitici. Questo modo di pensare ha portato a due sfide principali.
La prima è la minaccia fisica. Dal 2022, secondo quanto riportato dal documento dell’Istituto europeo, diversi incidenti hanno visto cavi sottomarini tranciati da navi affiliate alla Russia. Nel dicembre 2024, il peschereccio Eagle S, appartenente a una “flotta ombra” russa, è stato fermato dalle autorità finlandesi dopo aver danneggiato EstLink 2, un cruciale interconnettore elettrico tra Finlandia ed Estonia.
La nave era equipaggiata con hardware di rilevamento di grado militare, a testimonianza di un attacco deliberato e premeditato. Questo non è un caso isolato, ma parte di una strategia russa volta a minare la sicurezza energetica europea, replicando le tattiche usate in Ucraina contro centrali e linee di trasmissione.
La seconda sfida è l’urgente necessità di modernizzare ed espandere la rete elettrica. Con un’età media di 40 anni, la rete europea necessita di investimenti massicci. La transizione energetica, con l’espansione dell’eolico offshore e del solare, sta alterando la geografia della produzione energetica. Questo richiede un ripensamento fondamentale su dove e come l’elettricità viene generata e trasmessa.
La proposta della Commissione europea per rafforzare la sicurezza dei cavi sottomarini, presentata nel febbraio 2025, si concentra principalmente su soluzioni reattive:
Difendere militarmente le infrastrutture è una battaglia in salita. La “flotta ombra” russa conta oltre 1.000 imbarcazioni, mentre la forza militare congiunta incaricata della difesa nel Baltico, nel giugno 2024, contava solo 28 navi. Le soluzioni reattive, in sostanza, non sono strutturalmente sufficienti a garantire la sicurezza.
Per affrontare la minaccia in modo efficace, il sistema energetico europeo deve essere resiliente fin dalla sua progettazione. Un sistema del genere dovrebbe avere una maggiore interconnessione, una trasmissione ibrida flessibile e molteplici punti di connessione diffusi. La chiave è una pianificazione spaziale coordinata, che integri i criteri di sicurezza fin dall’inizio.
Attualmente, la pianificazione energetica a livello Ue è frammentata. Diverse direttive e piani si sovrappongono senza una visione d’insieme chiara che consideri la sicurezza fisica. La complessità è ulteriormente aggravata dal fatto che l’energia rimane una competenza nazionale, con 27 approcci diversi.
Una pianificazione spaziale coerente offrirebbe tre vantaggi principali:
La pianificazione spaziale è il mezzo. L’obiettivo finale è costruire molte più infrastrutture energetiche, e farlo in fretta. Un numero limitato di punti di connessione sarà sempre un facile bersaglio per un attore ostile.
La sicurezza energetica europea dipende dalla produzione domestica. Una soluzione proposta, come delineato nello studio Pathway 2.0, è la creazione di una rete a maglie fitte di cavi sottomarini di minor valore. Questo permetterebbe ai singoli parchi eolici di connettersi a più hub e di collegarsi tra loro, consentendo di reindirizzare l’elettricità se un cavo venisse interrotto.
Inoltre, espandere le interconnessioni più piccole in più località , anziché fare affidamento solo su grandi connessioni transfrontaliere, e incoraggiare progetti energetici locali, aumenterebbe la resilienza creando migliaia di punti di connessione critici.
Quando si parla di attacchi ibridi, infine, è bene ricordare che i cyber attacchi sono una componente fondamentale e centrale. L’espressione “guerra ibrida” si riferisce a una strategia di conflitto che combina metodi convenzionali e non convenzionali, militari e non militari, con l’obiettivo di destabilizzare e indebolire un avversario senza ricorrere a una guerra aperta e dichiarata.
I cyber attacchi sono diventati uno degli strumenti più efficaci e “a basso rischio” nella cassetta degli attrezzi della guerra ibrida. Sono rapidi, potenti e offrono la possibilità di colpire a distanza, senza il dispiegamento di truppe o armamenti convenzionali, ma con un impatto potenziale devastante sulla società e sull’economia del paese bersaglio.
Non serve che la Russia e la Cina (o altri Paesi magari oggi nostri alleati) inviino caccia e navi da guerra per colpire in profondità infrastrutture energetiche e gettare nel panico cittadini, imprese e mercati.
Space & Underwater, il videoreportage della 1^ edizione della Conferenza internazionale dedicata ai domìni Spazio e Subacqueo, promossa e organizzata dal giornale Cybersecurity Italia.
La 2^ edizione si terrà il 3 dicembre 2025.
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Anche a luglio le bollette elettriche italiane sono state tra le più care all’interno dei Paesi UE. Il PUN, il prezzo all’ingrosso dell’elettricità , è salito a luglio rispetto al mese precedente e mostra un forte divario rispetto al corrispondente valore utilizzato in altri Stati europei. Il prezzo all’ingrosso è uno dei principali fattori che spingono all’insù le bollette italiane, ma non è l’unico: i prezzi elevati sono dovuti anche al sistema di funzionamento del mercato elettrico, alla forte dipendenza dell’Italia dal gas e dalle condizioni climatiche. Verificare regolarmente le offerte luce disponibili sul mercato libero è di grande aiuto per tenere al minimo i costi della bolletta elettrica: il comparatore di SOStariffe.it fa un’analisi dettagliata delle offerte di più operatori partner e facilita la ricerca delle tariffe più convenienti.
Secondo i dati forniti da Ember, il PUN di luglio 2025 è stato di 113,3 €/MWh, il 26% in più rispetto al dato medio UE (circa 90 €/MWh).
Osservando i dati si nota come ci sia un forte divario all’interno dell’UE tra i prezzi dell’elettricità . Il dato italiano di luglio 2025 risulta più caro rispetto a quello di molti altri Stati, ma con percentuali diverse: nel mese di luglio l’Italia ha pagato l’elettricità poco più del 20% rispetto alla Francia (quasi 80 €/MWh), circa il 55% in più rispetto alla Spagna (74 €/MWh) e quasi il quadruplo della Svezia (29 €/MWh).
Le bollette italiane dell’energia elettrica sono tra le più care d’Europa per diversi motivi. A influenzare il PUN mantenendolo stabilmente superiore rispetto alla media europea è, innanzitutto, la forte dipendenza del sistema energetico italiano dal gas.
Mentre gli altri Paesi europei utilizzano il gas per produrre una quota contenuta di elettricità (si va dal 3% della Francia al 17% della Spagna), l’Italia lo usa per generare il 45% dell’energia elettrica. Questa forte interconnessione tra luce e gas fa sì che l’aumento di quest’ultimo si rifletta immancabilmente in un aumento anche della prima.
A contribuire al caro bollette italiano è anche il meccanismo di formazione del prezzo sul mercato. Il PUN viene determinato sulla Borsa elettrica dall’incontro tra domanda e offerta, applicando il prezzo marginale. Il funzionamento della borsa prevede che i produttori di energia determinino il prezzo minimo a cui sono disposti a vendere l’elettricità prodotta. Queste offerte vengono classificate a partire dal prezzo più basso a quello più alto. Il fabbisogno energetico viene man mano coperto dai vari produttori e il prezzo finale che si forma sul mercato è quello dell’ultimo produttore che soddisfa le richieste della domanda: tutta l’energia viene scambiata a questo prezzo.
Per effetto di questo sistema, tipicamente il prezzo dell’elettricità corrisponde a quello prodotto utilizzando il gas come materia prima, dal momento che l’energia da fonti rinnovabili ha costi di produzione inferiori.
A incidere sul prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica sono anche le condizioni climatiche. Le ondate di calore generano normalmente picchi nella domanda di energia, necessaria per alimentare i sistemi di condizionamento. Il clima molto caldo riduce inoltre la quota di energia proveniente da fonti come l’eolico e l’idroelettrico.
Infine, in base ai risultati di un’indagine conoscitiva dell’ARERA, c’è il sospetto che siano state attuate manovre manipolatorie del mercato. In particolare, l’ipotesi su cui si sta indagando è che alcuni produttori abbiano dichiarato una minore capacità produttiva, facendo salire artificiosamente il prezzo marginale e ottenendo un maggiore profitto.
Per difendersi dal caro energia e alleggerire il peso delle bollette, la scelta più efficace è confrontare le tariffe disponibili sul mercato libero.
La concorrenza tra fornitori permette di poter scegliere tra prezzi, bonus e condizioni differenti: approfittarne significa poter individuare la soluzione più adatta alle proprie esigenze di consumo e al proprio stile di vita.
Utilizzare un comparatore come SOStariffe.it permette di avere una panoramica chiara e aggiornata delle migliori offerte luce degli operatori partner, con la possibilità di stimare il risparmio annuo rispetto alla tariffa attuale. In questo modo è semplice trovare l’opzione più conveniente: si può decidere di bloccare il prezzo per tutelarsi da nuovi aumenti e avere maggiore controllo sui costi energetici, ad esempio, oppure optare per un’offerta variabile che consente di pagare l’elettricità sempre al valore di mercato.
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Mentre le nostre chat esplodono di sticker e GIF un po’ goffe, i gruppi WhatsApp diventano (detestabili) mini-uffici per chi non riesce a stare lontano dal lavoro nemmeno quando è in vacanza, e i carrelli dell’e-commerce, magari fast fashion, non conoscono stagioni, le infrastrutture italiane – dalle reti di telecomunicazioni ai corrieri – continuano a macinare volumi e gigabyte a ritmo sostenuto. L’Osservatorio AGCOM n. 2/2025, aggiornato a marzo e appena pubblicato, ci consegna la fotografia di un settore che nel 2024 ha messo sul piatto un valore complessivo di 56,19 miliardi di euro, in crescita del 3,5% rispetto all’anno precedente (+1,88 miliardi di euro).
A spingere la performance sono stati soprattutto la rete fissa e il settore postale, mentre la rete mobile ha visto un leggero calo dei ricavi pur con consumi di dati in aumento. Il quadro che ne esce è quello di un’Italia digitale che corre veloce, ma a velocità diverse a seconda del mezzo che utilizza.
Nel 2024 la rete fissa ha vissuto una nuova e intensa fase di espansione. I ricavi hanno raggiunto 17,32 miliardi di euro, con un incremento di ben 1,287 miliardi sul 2023. Il dato è ancora più interessante se si guarda alla composizione tecnologica:
Il messaggio è chiaro: la migrazione verso tecnologie full fiber è in pieno corso, mentre le soluzioni ibride, con l’eccezione del FWA, perdono terreno (su SOSTariffe.it è sempre possibile mettere a confronto le più convenienti tra le offerte Internet Casa). Anche sul fronte del traffico dati, i numeri parlano da soli. Nel primo trimestre 2025, il download cumulato ha toccato 14,43 exabyte (+7,3% rispetto allo stesso periodo 2024), mentre l’upload è salito a 1,94 exabyte (+9,7%). Se guardiamo alle medie giornaliere, ogni linea broadband ha trasportato 10,30 GB di dati, in crescita del 9,5%.
Dietro questi numeri c’è una combinazione di fattori: dallo smart working ormai stabilizzato (molte aziende mantengono la formula ibrida, sempre più richiesta anche dai lavoratori che cercano un migliore equilibrio tra lavoro e vita quotidiana) alla crescita del gaming in cloud e del video in alta definizione, passando per applicazioni di realtà aumentata e telemedicina.
Sul fronte della rete mobile, il 2024 ha mostrato un quadro più sfumato. I ricavi sono scesi a 10,69 miliardi di euro, in calo di 379 milioni rispetto al 2023. Nonostante ciò, il numero di SIM “human†(cioè intestate a persone e non a macchine) è cresciuto dello 0,5%, raggiungendo 78,9 milioni di unità su un totale di 109,2 milioni di SIM attive in Italia.
Interessante la trasformazione nella tipologia di contratto: le SIM in abbonamento sono aumentate del 4,8% in un anno, mentre le prepagate hanno perso terreno, con un calo dell’11,5% in quattro anni. Un segnale che i pacchetti “all inclusive†con dati illimitati e servizi aggiuntivi stanno conquistando gli utenti più attivi, anche in virtù delle offerte legate all’acquisto di smartphone 5G.
E a proposito di dati, il mobile continua a bruciare record: nel primo trimestre 2025 si sono registrati 4,22 exabyte di download (+11,3%) e 0,42 exabyte di upload (+30%). Il consumo medio giornaliero per SIM “human†è arrivato a 0,92 GB, con un +11,6% rispetto all’anno precedente. Picchi settimanali di traffico hanno toccato addirittura il +292% rispetto al benchmark del 2020, complice anche la diffusione di app video in live streaming e la crescita del gaming competitivo su rete mobile.
Questi dati, letti insieme, indicano un mercato che non perde utenti ma vede una trasformazione silenziosa: meno ricariche occasionali, più contratti stabili, più consumo pro capite e più servizi verticali (streaming musicale, cloud gaming, IoT domestico).
Soprattutto, non smettiamo più di comprare online, e i corrieri ormai ci trattano da vecchi amici quando arrivano col loro carico di pacchi Amazon, Shein e così via. Il comparto postale è stato uno dei protagonisti della crescita 2024: il settore ha totalizzato 8,59 miliardi di euro di ricavi (+163 milioni rispetto al 2023). La parte del leone l’ha fatta, ancora una volta, il segmento pacco: 6,83 miliardi di euro (+123 milioni).
I servizi di corrispondenza tradizionali, invece, hanno generato 1,76 miliardi di euro, con una crescita più contenuta (+40 milioni). All’interno del segmento postale, i servizi domestici hanno registrato un +3,7% (6,39 miliardi), mentre i transfrontalieri hanno segnato un -2,8% (poco sopra i 2 miliardi).
Il dato strutturale più impressionante è l’evoluzione del mix: oggi i pacchi rappresentano circa il 79% del valore complessivo del settore postale, mentre cinque anni fa questa quota era significativamente più bassa. Una conferma, se mai ce ne fosse bisogno, che la “lettera di carta†è ormai un oggetto da collezione o un vezzo per nostalgici, mentre la logistica è la spina dorsale dell’economia digitale.
Mettendo insieme i pezzi, il quadro è chiaro: la rete fissa si sta trasformando rapidamente verso la fibra pura, con incrementi a due cifre e un calo marcato delle soluzioni miste rame. La rete mobile è stabile sul fronte utenti ma sta cambiando modello di business, con più abbonamenti, più consumo e più specializzazione dei servizi. Il settore postale si sta specializzando sempre più sulla logistica e-commerce, con il pacco come asset centrale.
Cosa aspettarsi per il 2025-2026? AGCOM non fa previsioni dirette, ma i trend suggeriscono tre direzioni probabili (fatte salve le eventualità imprevedibili del commercio internazionale, come ci hanno insegnato in questi mesi le trattative sui dazi):
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Oggi in primo piano iliad. Il suo valore ha fatto notizia (crescono i suoi clienti in Italia) e ha pesato sulle sorti in Borsa di TIM, che ha perso fino al 9% oggi.
A pesare su Tim in Borsa la chiusura dell’ad del gruppo francese Thomas Reynaud ai colloqui per una possibile fusione, peraltro interrotti già da aprile. Il mercato non gradisce e punisce Tim a Piazza Affari. Dopo il crollo di oggi, TIM riaprirà il dialogo con iliad? Sicuramente il mercato ci aveva creduto, a giudicare dalla reazione.
Poi abbiamo pubblicato, in anteprima, con lo Studio Frasi un’analisi del DDL Abodi con cui il Governo vuole riformare i diritti Tv del calcio che illustra come le novità del decreto legge siano penalizzanti per i grandi club.
Infine, ecco le misure messe in atto da Sogei contro la truffa SPID a NoiPA.
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Il gruppo francese di telecomunicazioni Iliad ha annunciato oggi, a margine della pubblicazione della semestrale, di aver interrotto le trattative con TIM in merito a una possibile acquisizione o ingresso nell’azionariato anche con una quota minoritaria di cui si era parlato a lungo, abbandonando l’ipotesi di una ripresa futura dei colloqui per la fusione.
“Non abbiamo avuto discussioni con TIM dall’inizio di aprile e non riprenderanno. Le prospettive di consolidamento con TIM sono superate e l’ipotesi centrale è un mercato a quattro operatori”, ha detto l’amministratore delegato del gruppo, Thomas Reynaud (nella foto), in un’intervista a margine della pubblicazione dei risultati semestrali del gruppo.
La dichiarazione ha colpito duramente Tim, che in Borsa alle 15,00 cede l’8% a 0,42 euro per arrivare a cedere più del 9% a 0,41 euro alle 16,20.  Dopo il crollo in Borsa oggi, TIM riaprirà il dialogo con iliad? Sicuramente il mercato ci aveva creduto, a giudicare dalla reazione.
A pesare sulla chiusura dei colloqui, con ogni probabilità , la volontà fatta trapelare di iliad di esprimere una guida operativa industriale (l’amministratore delegato) in caso di ingresso in TIM accanto a Poste, in vista di un consolidamento industriale del mercato italiano che però, al momento, sembra tramontato.
Non sono quindi bastate le sinergie potenziali di un merger fra Tim e Iliad a proseguire le trattative e l’avvicinamento di aprile non è stato sufficiente.
Forse il quadro politico ha pesato molto sull’intera vicenda, peccato. Dal punto di vista industriale è un’occasione persa per Tim e per il mercato italiano delle Tlc.
Resta da capire se in futuro si potranno aprire spiragli per un eventuale consolidamento fra iliad e WindTre, che tuttavia al momento non sono di alcuna concreta attualità .
Si ricorda che già nel 2024 iliad aveva avanzato un’offerta rifiutata per acquistare le attività italiane di Vodafone per 11 miliardi, prima che fosse rilevato invece da Fastweb.
Resta quindi un mercato mobile con quattro operatori, con una TIM a trazione Poste attesa alla prova di nuove sinergie industriali già nei prossimi mesi. C’è da dire che l’operatore guidato da Pietro Labriola ha di fatto invertito il trend in Borsa, dove il titolo ha progressivamente guadagnato terreno (+70% dall’inizio dell’anno) soprattutto dopo l’ingresso di Poste come primo azionista con il 24,8% e il ridimensionamento di Vivendi, che resta in gioco con una quota del 2,5%. Ma il mercato oggi ha fatto capire di non aver gradito la notizia della chiusura del dialogo con Iliad.
Il gruppo francese, ha aggiunto la Reuters, prenderà in considerazione opportunità di consolidamento a livello nazionale, ma non proseguirà i colloqui con TIM.
Iliad, che non è quotata in borsa, guarda principalmente al consolidamento nel mercato francese, con gli occhi sulla potenziale cessione del concorrente SFR da parte della casa madre Altice, che ridurrebbe il numero di operatori di rete mobile in Francia da quattro a tre.
A luglio, il Ceo del competitor Orange aveva confermato colloqui preliminari tra gli operatori riguardo a SFR.
Oggi Thomas Reynaud ha detto ai giornalisti che le discussioni relative a SFR, oggetto di speculazioni di vendita, rappresentano “un’opportunità per far crescere il nostro modello, il modello Free, a un maggior numero di francesi”.
Reynaud ha confermato che a giugno ci sono stati “colloqui molto preliminari” con i concorrenti, aggiungendo che se “uno dei nostri tre competitor fosse in vendita, sarebbe ovviamente nostra responsabilità esaminare la questione”.
Leggi anche: Iliad, ricavi semestrali +9% in Italia. Superata quota 12 milioni di clienti mobili
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Lo Studio Frasi sta analizzando i possibili scenari conseguenti all’attuazione del DDL Abodi sulla revisione dei diritti audiovisivi, Key4biz riporta alcuni brani del rapporto in esclusiva.
Il Disegno di legge – Delega al Governo per la revisione dei diritti audiovisivi, digitali e accessori, connessi agli eventi sportivi e ai relativi contenuti, nell’ambito di uno sviluppo innovativo dell’impiantistica sportiva prevede che la “ripartizione di una quota delle risorse economiche e finanziarie assicurate dal mercato dei diritti audiovisivi, dei diritti digitali e dei diritti accessori sul mercato nazionale e sul mercato internazionale†della Serie A non avverrà più attraverso l’uso di dati d’ascolto, più o meno riequilibrati da un algoritmo. Quale scenario potrebbe derivare dall’approvazione di questo disegno di legge predisposto da Andrea Abodi, Ministro per lo Sport e i Giovani del Governo Meloni?
DAZN è stata obbligata dalle leggi italiane e da una delibera dell’Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM), ad accettare la rilevazione dei propri ascolti da parte di un soggetto terzo, una Joint Industry Committee (JIC). All’epoca della delibera Agcom, soltanto Auditel possedeva caratteristiche e competenze in grado di rilevare gli ascolti di DAZN.
A marzo di questo 2025 il Presidente di Auditel, Lorenzo Sassoli de Bianchi, annuncia che a partire dal campionato di Serie A 2025-26 i dati d’ascolto di DAZN saranno distribuiti da Audicom. Il Presidente di Audicom (e di UPA) Marco Travaglia annuncia che Audicom (che si dà il compito di rilevare le piattaforme in streaming Netflix, Prime Video etc.) sarà operativa da maggio 2025. Al momento Audicom non ha trovato alcun accordo con le piattaforme che non intendono accettare l’SDK predisposto da Auditel/Audicom per rilevare le loro audience.
Nel corso della stagione 2024-2025, così come avverrà anche nella stagione appena iniziata, Amazon Prime Video ha trasmesso in esclusiva le migliori partite di Champions del mercoledì ed ha venduto e raccolto inserzioni pubblicitarie senza produrre ascolti certificati da terze parti.
La concessionaria di pubblicità di DAZN per la Serie A è Digitalia ‘08 (Mediaset) che attribuisce alla piattaforma un minimo garantito. Nel caso DAZN rinunciasse alla rilevazione, Digitalia ‘08 garantirebbe comunque il minimo? Se non lo facesse o non si trovasse un accordo economico, DAZN sarebbe libera di cambiare concessionaria. Ci sarebbero concessionarie in grado di offrire a DAZN e al mercato listini attendibili su ascolti propri? Molto probabilmente sì, una concessionaria propria o piuttosto la concessionaria di Amazon, che già raccoglie le inserzioni calcistiche per le partite in esclusiva di Champions League.
Le partite e le squadre di Serie A hanno comunque pubblici garantiti, anche se non necessariamente identici negli anni, ed esistono dati storici degli ultimi campionati per valutarne la consistenza, anche predittiva.
Nel corso dello scorso campionato Prime Video ha trasmesso le partite di Serie A esclusive DAZN. Ha però smesso quando l’Agcom le ha imposto, a campionato in corso, l’obbligo di accettare la rilevazione dei propri ascolti, così come previsto dalle norme. Amazon Prime ha preferito rinunciare alle sette partite per giornata del campionato di Serie A pur di non far misurare i propri ascolti da soggetti terzi.
Gli editori delle piattaforme sembrano farne una questione di principio, intendono che il mercato accetti i loro dati, le loro misurazioni, concedendo al massimo una descrizione del metodo. Poiché ciascuno di loro ha criteri diversi di misurazione, si avrebbero dati comunque non confrontabili, non solo con quelli degli editori monitorati da Auditel, ma nemmeno tra una piattaforma e l’altra. Infatti, a fronte delle richieste di trovare comunque un modo che permetta l’interoperabilità dei dati di ascolto, le piattaforme sono univoche nel pretendere l’accettazione del loro metodo server to server (non SDK), tuttavia la granularità dei valori resi disponibili da ciascuna piattaforma non coincide spesso con quella delle altre.
A questo proposito va sottolineato come l’Europa abbia mancato al proprio compito di adeguarsi alla best practice, in questo caso quella italiana, e quindi l’EMFA (European Media Freedom Act) non obbliga le piattaforme a far monitorare le proprie audience da terza parte, da una JIC, e le lascia libere di fare come credono, purché dicano come. La Commissione ha di fatto accettato il volere delle piattaforme. Stando così le cose, DAZN Italia non avrebbe alcun motivo per differenziarsi dalle altre piattaforme ed essere l’unica monitorata da una JIC. Una conseguenza di questa decisione comporterebbe il fallimento del progetto Audicom di estendere alle piattaforme il modello di rilevazione SDK, al momento l’unico che consentirebbe di confrontare i risultati di tutti i diversi broadcaster. Se nessuno si iscrive alla rilevazione, o Audicom accetta i criteri delle piattaforme o prosegue senza le piattaforme.
Tornando al Disegno di legge Abodi, la ripartizione per ascolti e quella per spettatori paganti negli stadi viene sostituita dalla ripartizione basata sul numero di giovani italiani schierati in campo e tesserati da almeno 36 mesi dalla stessa squadra.
Per quanto riguarda la mutualità , e cioè la ripartizione dei diritti di messa in onda tra le squadre che partecipano al Campionato di Serie A, il Disegno di legge prevede, inoltre, una parte prevalente e comunque superiore al 50% egualmente distribuita (il 50% è il limite previsto dalla legge attualmente in vigore).
Il criterio degli ascolti televisivi, come quello delle presenze negli stadi, rende merito alle squadre più popolari, quelle con più tifosi e delle città più popolose. Squadre che, con o senza ponderazione, raccolgono gli ascolti più elevati dell’intero campionato. L’eliminazione del criterio ascolti televisivi e presenze negli stadi, e in parte la rimodulazione della mutualità , provocherebbe una gravosa perdita di introiti proprio per le squadre che hanno le tifoserie più numerose. Questo ribilanciamento delle risorse finanziarie comporterebbe la riduzione della capacità di spesa delle grandi squadre italiane e dunque una maggiore difficoltà nelle competizioni internazionali.
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È sempre più difficile per i cyber criminali rubare gli stipendi ai dipendenti pubblici con l’utilizzo di credenziali SPID ottenute in modo fraudolento per accedere a NoiPA, cambiare l’IBAN e vedersi accreditato il denaro. A subire questa truffa è stata una dipendente pubblica romana, come vi abbiamo raccontato due giorni fa. Dopo questo episodio, subito Sogei – società in-house del MEF – che gestisce la piattaforma NoiPA (dedicata alla gestione delle retribuzioni e delle informazioni del personale pubblico) ha potenziato la sicurezza per il login.
Questa nuova misura, mirata, infatti, a contrastare i furti d’identità legati all’uso di SPID, introduce un sistema di autenticazione più rigoroso.
A partire dall’11 luglio scorso, ogni tentativo di accesso a NoiPA mediante SPID o Carta Nazionale dei Servizi (CNS) – non precedentemente registrati – comporta:
La protezione dei dati e la sicurezza degli utenti sono temi centrali nel dibattito pubblico, e l’azione di Sogeiâ€, fa sapere a Key4Biz la società in-house del MEF, “con l’introduzione di un nuovo standard nella gestione della sicurezza dei servizi pubblici digitali, rappresenta un passo significativo verso un ambiente digitale più sicuroâ€.
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Iliad in Italia ha chiuso il primo semestre con una perdita dimezzata, rispetto allo stesso periodo del 2024, a 53 milioni di euro (117 milioni l’anno scorso). I ricavi sono stati pari a 603 milioni (+9,2%), di cui 491 milioni di euro (+6,5%) provenienti dai servizi mobili agli abbonati grazie alla crescita della base clienti. Nel secondo trimestre, si legge in una nota, ha acquisito 287.000 nuovi abbonati mobili netti e 505.000 nel primo semestre per un totale di 12,1 milioni di abbonati mobili.
• Fatturato pari a 603 milioni di euro, in crescita del 9,2% vs H1 2024
• EBITDAaL a 191 milioni di euro, in crescita del 29,6% vs H1 2024
• Saldo di utenti mobile: 12,1 milioni, +287 mila nuovi utenti vs Q1 2025
• Saldo di utenti fibra: 421 mila, +32 mila nuovi utenti vs Q1 2025
• Free cash flow operativo mobile: 91 milioni, +72,8% vs H1 2024
“Sulla base degli ultimi dati Agcom disponibili (fine marzo 2025), stimiamo che la nostra quota di mercato in Italia fosse pari a circa il 15,4% alla fine di giugno”, sottolinea la nota ricordando che inoltre ha acquisito 32.000 nuovi abbonati netti alla fibra nel secondo trimestre, portando la base abbonati totale a 422.000 alla fine di giugno 2025 con una quota di mercato (solo FTTH) pari a circa il 7,2% alla fine del trimestre.
L’EbitdaaL è aumentato del 29,6% nel primo semestre 2025, raggiungendo i 191 milioni di euro, e il margine EBITDAaL è migliorato di 4,9 punti grazie “principalmente all’incremento di 30 milioni di euro dei ricavi dei servizi mobili fatturati agli abbonati e dai minori costi MOCN grazie al rollout della rete propria di iliad Italia. La combinazione di questi fattori ha compensato gli aumenti dei costi di leasing derivanti dall’espansione della rete”.
Gli investimenti, esclusi i pagamenti per le frequenze, sono aumentati del 5% su base annua, raggiungendo i 131 milioni di euro. La maggior parte degli investimenti è destinata alla densificazione e all’espansione della rete mobile e, in misura minore, alla nostra attività nel settore della fibra ottica. Il flusso di cassa operativo è aumentato di 37 milioni di euro grazie alle attività mobili di iliad Italia, che sono aumentate del 73% a 91 milioni di euro nel primo semestre.
A livello di gruppo, l’operatore francese ha quasi triplicato il suo utile netto nel primo semestre, raggiungendo i 700 milioni di euro. L’utile operativo lordo al netto degli affitti, principale indicatore di redditività del gruppo, è stato pari a 2 miliardi di euro nel periodo, con un aumento del 10,2%. Si registra un lieve aumento degli abbonati e anche un aumento del 3,8% dei ricavi semestrali, grazie alla performance stabile in Francia e all’ulteriore crescita della clientela in Italia. I ricavi consolidati del gruppo hanno raggiunto i 5,09 miliardi di euro (5,96 miliardi di dollari) nella prima metà del 2025.
Leggi anche: Leggi anche: Iliad, l’ad del gruppo Thomas Reynaud: ‘Discussioni su possibile ingresso in Tim interrotte da aprile e non riprenderanno’
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Il futuro digitale dell’Europa si gioca su un’infrastruttura di connettività resiliente, ubiqua e sicura. Secondo il “Reflection Paper on LEO Satellite Connectivity†di Connect Europe, l’Unione europea deve affrontare una doppia sfida: completare la copertura terrestre ad alta velocità (fibra e 5G) e integrare in modo strategico i servizi satellitari in orbita terrestre bassa (LEO) per garantire continuità , resilienza e sicurezza delle comunicazioni.
Gli obiettivi fissati dal Decennio Digitale Europeo – copertura Gigabit per tutti entro il 2030 e 5G in tutte le aree popolate – richiedono un approccio multilivello. A fine 2024, la copertura 5G ha raggiunto l’87% della popolazione europea, mentre la fibra il 70,5%. Tuttavia, per colmare i divari residui, in particolare nelle aree isolate, le reti non terrestri (NTN) diventano essenziali.
I satelliti LEO, posizionati tra 500 e 1.000 km di altitudine, garantiscono latenze ridotte e maggiore qualità del segnale, caratteristiche indispensabili per applicazioni di comunicazione avanzata.
Ma l’espansione delle mega-costellazioni genera due rischi di governance globale:
Il tema non è solo tecnologico ma di sicurezza nazionale ed europea, poiché chi controlla le orbite basse e i punti di interconnessione controlla parte rilevante delle comunicazioni del continente.
La frontiera più promettente è la connettività diretta ai dispositivi (D2D): la possibilità per smartphone standard e dispositivi IoT di connettersi direttamente a un satellite, senza terminali dedicati, quando la rete cellulare terrestre non è disponibile.
Questa tecnologia è già oggetto di alleanze strategiche:
Gli scenari applicativi spaziano dalle comunicazioni di emergenza in zone montane e insulari, fino alla resilienza di rete in caso di disastri naturali o blackout. Un ulteriore ambito è quello dell’IoT industriale: agricoltura, logistica e monitoraggio energetico in aree isolate.
Uno degli elementi più delicati riguarda la politica dello spettro.
Oggi questa possibilità non è prevista dalle Radio Regulations dell’ITU: la decisione sarà discussa alla World Radiocommunication Conference 2027 (WRC-27).
Nel Paper è precisato che qualsiasi apertura dovrà garantire la priorità assoluta delle reti terrestri e richiedere accordi tra operatori mobili e satellitari titolari delle licenze, per evitare conflitti regolatori e distorsioni di mercato.
Il documento mette in guardia: il dominio attuale degli operatori extraeuropei nel mercato LEO crea rischi di lock-in geopolitico. Affidare servizi essenziali – come comunicazioni di emergenza, difesa o infrastrutture critiche – a operatori non europei significa esporsi al rischio di interruzioni in caso di conflitti internazionali o di divergenze normative.
L’iniziativa europea IRIS² rappresenta la risposta politica e industriale: una costellazione multi-orbita da 290 satelliti, sostenuta da un investimento da oltre 10 miliardi di dollari, con la partecipazione di Orange e Deutsche Telekom.
Il programma IRIS2 mira a garantire autonomia strategica, resilienza cibernetica e sicurezza delle comunicazioni governative e aziendali.
Secondo il documento, è fondamentale garantire un level playing field regolatorio:
La governance dello spazio e il monitoraggio della saturazione delle orbite LEO diventano elementi chiave per preservare opportunità di mercato e garantire pluralismo industriale.
La connettività è un bene strategico per la competitività e la sicurezza europea.
L’analisi di Connect Europe evidenzia che la partita non riguarda soltanto l’infrastruttura digitale, ma la capacità dell’Europa di mantenere sovranità tecnologica in un settore dominato da attori globali.
Se l’Unione vuole davvero conseguire gli obiettivi del Decennio Digitale e rafforzare la propria autonomia strategica, dovrà agire su tre fronti:
La sfida LEO non è soltanto tecnologica, è soprattutto geopolitica.
Space & Underwater, il videoreportage della 1^ edizione della Conferenza internazionale dedicata ai domìni Spazio e Subacqueo, promossa e organizzata dal giornale Cybersecurity Italia.
La 2^ edizione si terrà il 3 dicembre 2025.
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Il mercato mondiale delle infrastrutture cloud continua a correre e nel 2025 è destinato a superare, per la prima volta, la soglia dei 400 miliardi di dollari di ricavi. A confermarlo sono le ultime stime di Synergy Research Group, che fotografano un settore non solo in piena espansione, ma anche sempre più centrale per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale generativa.
Nel secondo trimestre del 2025, la spesa globale per servizi cloud infrastrutturali ha raggiunto i 99 miliardi di dollari, con una crescita di oltre 20 miliardi rispetto allo stesso periodo del 2024, pari a un incremento del 25% su base annua. Numeri che mostrano come, nonostante le dimensioni già colossali del mercato, la traiettoria resti fortemente positiva e anzi accelerata negli ultimi trimestri.
La competizione rimane però altamente concentrata. A livello globale, è Amazon Web Services (AWS) a mantenere la leadership con una quota del 30% del mercato, grazie a una piattaforma che rappresenta ancora il pilastro più redditizio del gruppo fondato da Jeff Bezos.
Segue Microsoft Azure con il 20% e Google Cloud con il 13%. Insieme, i tre colossi statunitensi controllano oltre il 60% del mercato mondiale, lasciando ai concorrenti minori – come Alibaba Cloud, Oracle, IBM e Tencent – percentuali ridotte, spesso confinate a basse cifre a una sola cifra percentuale.
Se il cloud è la nuova infrastruttura critica dell’economia digitale, l’intelligenza artificiale generativa sta diventando il principale motore della sua crescita. Secondo Synergy, i servizi cloud legati specificamente alla GenAI hanno registrato nel secondo trimestre del 2025 tassi di crescita compresi tra il 140% e il 180%.
“È un buon momento per essere un fornitore di servizi cloudâ€, ha commentato John Dinsdale, chief analyst di Synergy Research Group, “l’AI non solo traina l’espansione dei servizi dedicati, ma contribuisce anche a potenziare l’intero portafoglio di offerta cloudâ€.
Con il traguardo dei 400 miliardi di dollari in vista e una crescita a doppia cifra che non sembra rallentare, il cloud si conferma come uno dei settori più strategici dell’economia digitale globale.
Non sorprende quindi che la competizione tra i grandi player mondiali resti altissima, con investimenti miliardari destinati non solo a consolidare la leadership, ma anche a conquistare nuove quote in un mercato sempre più plasmato dalle esigenze dell’intelligenza artificiale.
A leggere questi dati, c’è un evidente problema di concentrazione e dipendenza strategica: tre sole aziende americane – Amazon, Microsoft e Google – detengono oltre il 60% del mercato mondiale del cloud, con quote ben più elevate in Europa e in molti Paesi dove gli operatori locali hanno capacità limitate.
Basti pensare che, nonostante la rapida crescita del mercato cloud europeo, che nel 2024 ha raggiunto i 61 miliardi di euro, la quota detenuta dai provider continentali continua a rappresentare un modesto 15%.
Questo dominio degli hyperscalers pone almeno tre ordini di problemi:
Proprio per rispondere a questa situazione, l’Unione europea ha promosso – ma senza successo – iniziative come Gaia-X, un progetto nato per sviluppare un ecosistema cloud federato e interoperabile, che garantisca standard comuni di trasparenza, portabilità e sovranità dei dati.
Gaia-X, di cui fanno parte numerosi provider italiani, procede però troppo a rilento e, nel frattempo, le aziende europee continuano a rivolgersi massicciamente agli hyperscalers per portare avanti il proprio business e restare competitive e per ragioni di affidabilità , scalabilità e costi.
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Un tragico fatto di cronaca sta scuotendo l’opinione pubblica americana ed europea, sollevando gravi interrogativi sull’etica e sulla sicurezza dell’intelligenza artificiale (AI). Una coppia californiana, Matt e Maria Raine, ha avviato una causa giudiziaria contro OpenAI, la società madre di ChatGPT, accusando il chatbot di aver istigato il suicidio del figlio sedicenne, Adam.
La denuncia, presentata martedì scorso alla Corte Superiore della California e riportata in un articolo di Nadine Yousif per la BBC, rappresenta la prima azione legale per omicidio colposo contro OpenAI e ha già aperto un ampio dibattito sulle responsabilità dei giganti della tecnologia in casi drammatici come questo.
Secondo i genitori, Adam Raine, che si è tolto la vita lo scorso aprile, era un utente assiduo di ChatGPT. All’inizio, il ragazzo lo usava come un semplice strumento per i compiti e per approfondire i suoi interessi, tra cui la musica e i fumetti giapponesi. Ben presto, però, il chatbot è diventato qualcosa di più di un migliore amico, quasi il suo “più stretto confidente”, come riportato nella denuncia.
Nei mesi successivi, Adam ha iniziato a confidarsi con ChatGPT riguardo alla sua ansia e aumentando la dipendenza dall’AI. La situazione è precipitata a gennaio 2025, quando il prompting è diventato nella mente del ragazzo una conversazione reale e gli scambi tra ragazzo e macchina hanno preso una piega drammatica: fino a discutere apertamente di metodi per togliersi la vita.
A quanto riportato dal New York Times, che ha avuto accesso agli atti, compaiono nelle risposte dell’AI riferimenti a corde, cappi al collo e tecniche di suicidio. Sta di fatto, che poche ore dopo Adam è stato trovato morto nella sua stanza.
Non è purtroppo il primo caso.
In un saggio pubblicato la scorsa settimana sul New York Times, la scrittrice Laura Reiley ha raccontato come sua figlia Sophie si sia confidata con ChatGPT prima di togliersi la vita.
“L’intelligenza artificiale ha assecondato l’impulso di Sophie di nascondere il peggio, di fingere di stare meglio di quanto non stesse effettivamente, di proteggere tutti dalla sua totale agonia“, ha scritto la signora Reiley, che ha invitato le aziende di intelligenza artificiale a trovare modi piùefficaci per mettere meglio in contatto gli utenti con le risorse giuste.
Nel 2024, in Florida, un ragazzo di 14 anni si è suicidato dopo aver chattato con un chatbot. Secondo i resoconti, il bot, pur avendo inizialmente tentato di dissuaderlo, ha continuato a interagire in un modo che non è stato sufficiente a prevenire la tragedia. La famiglia ha citato in giudizio l’azienda sviluppatrice, Character.ai, per non aver implementato protezioni adeguate per i minorenni.
Nel 2023, in Belgio, un uomo di 30 anni si è tolto la vita dopo aver trascorso diverse settimane a parlare con un chatbot chiamato “Eliza”. La moglie ha raccontato che l’uomo era diventato dipendente dall’AI, che aveva agito come una sua confidente, incoraggiandolo a togliersi la vita dopo che lui le aveva confidato i suoi pensieri suicidi.
La famiglia Raine ha allegato alla denuncia i registri delle chat, che mostrano chiaramente Adam mentre spiega a ChatGPT i suoi pensieri suicidi. Gli screenshot rivelano che il ragazzo ha addirittura caricato delle fotografie che mostravano segni di autolesionismo. Nonostante il programma avesse “riconosciuto una vera emergenza medica”, ha continuato a interagire con lui.
Il momento più agghiacciante della vicenda è legato alle ultime conversazioni prima della tragedia. Secondo la denuncia, Adam ha scritto a ChatGPT riguardo al suo piano di porre fine alla sua vita. La risposta dell’intelligenza artificiale sarebbe stata: “Grazie per essere sincero. So cosa mi stai chiedendo e non mi volterò dall’altra parte“. Poche ore dopo, Adam è stato trovato morto dalla madre.
I genitori accusano OpenAI di negligenza e di aver progettato l’AI in modo da “favorire una dipendenza psicologica negli utenti“. Sostengono inoltre che la società abbia deliberatamente ignorato i protocolli di sicurezza per il rilascio di GPT-4o, la versione di ChatGPT utilizzata da loro figlio. La denuncia non punta il dito solo contro OpenAI, ma anche contro il suo co-fondatore e CEO, Sam Altman, e contro ingegneri e dipendenti che hanno lavorato al programma.
OpenAI, in un comunicato diffuso alla BBC, ha espresso le sue “più sentite condoglianze alla famiglia Raine“. La società ha inoltre pubblicato una nota sul proprio sito web in cui ha ammesso che “casi recenti e strazianti di persone che hanno utilizzato ChatGPT nel mezzo di crisi acute ci pesano molto“.
L’azienda, ha precisato in una nota pubblicata sul blog aziendale, che i suoi modelli sono addestrati per indirizzare gli utenti in difficoltà verso servizi professionali di aiuto, come la linea per la prevenzione del suicidio 988 negli Stati Uniti o i Samaritans nel Regno Unito, pur riconoscendo che “ci sono stati momenti in cui i nostri sistemi non si sono comportati come previsto in situazioni delicate“.
La denuncia della famiglia Raine ha il potenziale per ridefinire i confini della responsabilità legale delle aziende tecnologiche e potrebbe segnare l’inizio di un’era in cui l’intelligenza artificiale sarà considerata non solo uno strumento, ma “un attore con responsabilità â€, etiche e civili (su questo c’è un’ampia letteratura e il confronto tra esperti è in corso e ben lontano dall’aver raggiunto un punto di sintesi: siamo noi utilizzatori che dobbiamo imparare ad utilizzare al meglio uno strumento tecnologico, sono gli sviluppatori a dover progettare uno strumento etico, o entrambe le strade?).
Un passaggio particolarmente importante quest’ultimo, perchè nessuno mette in dubbio (ne ormai potrebbe) la centralità e l’utilità di questa tecnologia in ogni ambito della nostra vita, ma il nodo del fattore umano non sembra risolto, anzi, forse è stato affrontato finora solo superficialmente.
La fragilità dei ragazzi, unita ad una difficoltà crescente dei genitori nel seguirli (e nel comprenderli) e a una condizione famigliare generale sempre più travolta dalla trasformazione digitale, è un problema estremamente serio che non può non essere preso in considerazione dalle aziende che sviluppano modelli di AI e dagli stessi legislatori.
Si parla di deregolamentare per accelerare e favorire sviluppo e utilizzo delle nuove tecnologie, ma il fattore umano è e resta centrale, non solo a parole, non solo negli slogan buoni per un convegno o una campagna elettorale, lo è nella vita reale di tutti i giorni e di tutti noi.
Siamo così distratti dall’overdose di informazioni quotidiana e dai social, da accorgerci di questo solo a cospetto di una tragedia.
Come ha spiegato Clara Emanuela Curtotti in un bell’articolo sul sito del Comitato nazionale psicologi per l’etica, la deontologia e le scienze umane, pur sottolineando le potenzialità positive dell’AI soprattutto in campo sanitario: “Solitudine e demenza digitale, accumulo del debito cognitivo, perdita della libertà e del diritto alla libera autodeterminazione e manipolazione mentale, tutto questo e molto altro saranno le vere emergenze a cui fare fronte nel giro di una sola generazioneâ€.
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Nel mese di luglio sono stati pubblicati due nuovi Avvisi rivolti ai Comuni. Il primo riguarda la Misura 1.4.4 “Estensione dell’utilizzo dell’anagrafe nazionale digitale – Adesione allo Stato Civile digitaleâ€, con scadenza al 01.08.2025 e fondi pari a 4,1 M€.
Il secondo è relativo alla Misura 1.2 “Abilitazione al Cloud per le PA Localiâ€, con scadenza al 12.09.2025 e risorse pari a 10 M€.
È stata inoltre pubblicata la “Mappa dei Comuni digitaliâ€, un report sullo stato di digitalizzazione dei Comuni italiani. In merito alla Misura 2.2.3, si è svolto l’incontro collegiale con tutti i fornitori, a conclusione dei tavoli di confronto precedenti.
Proseguono gli onboarding OIDC, con 14 Enti asseverati e 28 in fase di completamento. Avanzano anche le attività relative alla Misura 1.2 e alla Misura 1.4.1, con nuove asseverazioni in corso.
Sul tema BIM è stata elaborata una mappa comparativa delle soluzioni proposte dai fornitori. I contenuti saranno approfonditi in un tavolo di confronto dedicato.
Si ricorda che al termine della pausa estiva gli incontri riprenderanno regolarmente dal 29.08.2025, come di norma ogni venerdì dalle ore 11:30 alle 12:20 in modalità remota collegandosi all’indirizzo incontripnrr.lepida.it.
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Oggi occhi puntati sull’interesse dell’Onu per il corretto sviluppo dell’AI e il suo utilizzo come strumento terapeutico.
L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato la creazione di due nuovi strumenti istituzionali per rafforzare la cooperazione internazionale sulla governance dell’intelligenza artificiale (AI).
L’AI non è nata come strumento terapeutico, ma in molti casi sta “riempiendo i vuoti†lasciati dai sistemi di welfare, dalla carenza di psicologi accessibili, dall’aumento delle solitudini urbane. La riflessione di Roberto Bortone.
No smartphone anche alle superiori da settembre. E Robbie Williams: “Cellulari a under 12? È come dare la drogaâ€. L’analisi di Iside Castagnola.
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L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato la creazione di due nuovi strumenti istituzionali per rafforzare la cooperazione internazionale sulla governance dell’intelligenza artificiale (AI): l’Independent International Scientific Panel on Artificial Intelligence e il Global Dialogue on Artificial Intelligence Governance. Due iniziative complementari, pensate per offrire basi scientifiche solide e uno spazio politico multilaterale per affrontare le opportunità e i rischi dell’IA, sempre con l’esclusione dell’ambito militare.
L’AI non è solo uno strumento economico: incide su diritti fondamentali, sicurezza, democrazia e sostenibilità . Le sue applicazioni toccano ambiti sensibili, tra cui: riconoscimento facciale e sorveglianza; disinformazione e manipolazione elettorale; lavoro e disoccupazione tecnologica; ambiente ed energia, tramite sistemi di ottimizzazione delle reti. Per questo le Nazioni Unite hanno dovuto affrontare il tema e mettere a terra una prima storica pietra miliare.
Questi impatti non conoscono confini nazionali: servono quindi regole sovranazionali per evitare abusi, garantire diritti e allo stesso tempo promuovere l’uso dell’AI per gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs). La decisione presa dall’Onu rappresenta un significativo passo avanti negli sforzi globali per sfruttare i vantaggi dell’intelligenza artificiale riducendone al contempo i rischi.
A breve sarà inoltre lanciato un invito aperto a presentare candidature per il panel scientifico, con relazioni annuali presentate al Global Dialogue di Ginevra (2026) e New York (2027).
Il nuovo Panel scientifico indipendente, con 40 membri scelti per un mandato di tre anni, avrà un carattere multidisciplinare e una composizione geograficamente equilibrata. I membri, selezionati in base a competenze di eccellenza nell’IA e discipline correlate, opereranno a titolo personale, nel rispetto di principi di indipendenza, rigore scientifico e trasparenza.
I compiti principali includono:
Il Segretario generale lancerà una call pubblica internazionale con criteri chiari per la selezione, limitando a due membri per nazionalità e vietando la partecipazione a dipendenti del sistema ONU, al fine di rafforzare imparzialità e integrità scientifica.
Il secondo meccanismo, il Global Dialogue on Artificial Intelligence Governance, sarà una piattaforma multi-stakeholder aperta a governi, aziende, società civile e mondo accademico. Obiettivo: discutere regole comuni, condividere buone pratiche e ridurre il divario digitale tra Paesi.
Il Dialogo si concentrerà su diversi temi cruciali:
Il Dialogo si terrà ogni anno per due giorni, in alternanza tra Ginevra e New York, con la presentazione del rapporto annuale del Panel e sessioni tematiche. Il primo incontro informale ad alto livello è previsto durante la settimana di apertura dell’80ª sessione dell’Assemblea generale (settembre 2025). Successivamente, gli appuntamenti saranno agganciati a eventi già consolidati: l’AI for Good Global Summit dell’ITU a Ginevra (2026) e il Forum STI sugli SDGs a New York (2027).
Ogni edizione sarà co-presieduta da due figure, una proveniente da un Paese sviluppato e l’altra da un Paese in via di sviluppo, incaricate di redigere la sintesi finale dei lavori. Dal secondo Dialogo in avanti sono previste anche consultazioni intergovernative per identificare aree prioritarie di governance, confluendo nella revisione dell’accordo ONU “Global Digital Compactâ€.
Il sostegno economico arriverà da contributi volontari di Stati, settore privato, fondazioni e istituzioni finanziarie, con particolare attenzione alla partecipazione dei Paesi in via di sviluppo. La trasparenza delle donazioni sarà garantita tramite pubblicazione integrale dei contributi.
Il mandato iniziale di Panel e Dialogo scadrà con la 82ª sessione dell’Assemblea generale, quando gli Stati membri valuteranno l’opportunità di proseguirne le attività .
Con questa decisione, l’ONU punta a rafforzare il coordinamento globale sull’AI, evitando una frammentazione normativa e tecnologica che rischierebbe di ampliare i divari tra Nord e Sud del mondo.
Un passo in avanti storicamente necessario. Il 2023-2025 è stato il triennio dell’esplosione dell’AI generativa (ChatGPT, Gemini, Claude, modelli open source come LLaMA), che ha acceso l’urgenza di regole comuni.
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“È stato l’unico incoraggiamento ricevuto nella mia vita.†Così alcuni utenti hanno motivato la richiesta a OpenAI di ripristinare una versione di ChatGPT più “yes manâ€, più adulatrice. Non si tratta di un dettaglio tecnico, ma di una diagnosi sociale. Sam Altman, CEO di OpenAI, lo ha definito “strazianteâ€. Matteo Flora, in un suo recente articolo, ne ha colto l’essenza: stiamo entrando nell’era del Marketing della solitudine (https://mgpf.it/2025/08/09/marketing-della-solitudine.html).
Se Shoshana Zuboff aveva descritto il Capitalismo della Sorveglianza come l’estrazione di valore dai nostri comportamenti, oggi vediamo emergere un nuovo modello: la trasformazione della fragilità emotiva in driver economico, con l’empatia artificiale venduta come surrogato delle relazioni reali.
I dati confermano la portata del fenomeno: ChatGPT ha superato 800 milioni di utenti attivi settimanali nel 2025, rispetto ai 400 milioni di inizio anno (The Social Shepherd, 2025). Ogni giorno elabora oltre 1 miliardo di richieste (Exploding Topics, 2025), e la sua app ha raggiunto 65 milioni di download (DemandSage, 2025). Gli utenti a pagamento (ChatGPT Plus) oscillano tra i 10 e i 15 milioni, con circa 5 milioni di business user (Backlinko, 2025; The Verge, 2025). Nel 2024 i ricavi hanno superato i 2,7 miliardi di dollari, con una crescita del 285% anno su anno, e nel 2025 la recurring revenue è stimata intorno ai 10 miliardi (Business of Apps, 2025; Financial Times, 2025). Parallelamente, Google — pur mantenendo oltre il 90% di quota del search — registra segnali di arretramento simbolico: milioni di utenti, soprattutto under 25, iniziano le loro ricerche direttamente su ChatGPT o su strumenti simili (Washington Post, luglio 2025).
La tecnologia, del resto, non segue mai il solco che immaginiamo. Mentre tutti aspettavamo il “robot da compagnia†perfetto, l’AI è scivolata suadente nelle nostre mani sotto forma di app per smartphone. Non più un androide umanoide, ma un assistente digitale sempre disponibile, capace di assumere ruoli emotivi. È lo stesso meccanismo già visto con i social media: nati con obiettivi generici, si sono lasciati plasmare dal comportamento degli utenti fino a diventare ecosistemi globali.
Un recente studio condotto su community con fragilità psichiche ha rilevato che quasi il 49% delle persone utilizza sistemi come ChatGPT come forma di supporto psicologico (AP News, 2024). Un dato enorme se si pensa che parliamo di utenti vulnerabili, che si affidano a un chatbot non tanto per una risposta tecnica, ma per un bisogno umano: sentirsi ascoltati, compresi, incoraggiati. Questa tendenza trova conferma anche in una meta-analisi su oltre 3.800 partecipanti, secondo cui i chatbot terapeutici possono portare a una riduzione dei sintomi depressivi fino al 64% (Augnito, 2024). Un risultato che, se letto con cautela, mostra come l’AI possa avere un ruolo di “primo intervento†emotivo o di affiancamento in contesti dove le risorse psicologiche sono scarse.
Accanto a questi dati incoraggianti, però, emergono ombre significative. Negli Stati Uniti, un uomo in crisi dopo una separazione ha trascorso fino a 16 ore al giorno a conversare con ChatGPT, arrivando a credere che potesse volare. Questo delirio lo ha spinto a un tentativo di suicidio (People, 2024). È stato coniato il termine “AI psychosis†per descrivere un attaccamento patologico all’AI: persone che sviluppano convinzioni deliranti, attribuendo ai chatbot coscienza, intenzioni o persino missioni spirituali (Washington Post, agosto 2025). Non parliamo più solo di uso eccessivo, ma di veri e propri quadri psicologici alterati.
Questa ambivalenza — potenziale beneficio e rischio grave — obbliga a riflettere. L’AI non è nata come strumento terapeutico, ma in molti casi sta “riempiendo i vuoti†lasciati dai sistemi di welfare, dalla carenza di psicologi accessibili, dall’aumento delle solitudini urbane. In altre parole: le persone non cercano un chatbot perché lo considerano migliore di uno psicologo, ma perché spesso non hanno alternative. E qui nasce il vero rischio sociale: che la dipendenza affettiva dall’AI diventi sistemica, normalizzando il ricorso a relazioni artificiali in luogo di quelle reali.
Non possiamo dimenticare che la solitudine stessa è stata definita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come una vera emergenza di salute pubblica. Noreena Hertz, nel suo libro The Lonely Century, l’ha chiamata “il male del secoloâ€: un fenomeno che aumenta il rischio di mortalità tanto quanto fumare 15 sigarette al giorno, e che incide su depressione, malattie cardiache e declino cognitivo. Oggi, secondo diverse indagini epidemiologiche, milioni di persone in Europa e negli Stati Uniti dichiarano di non avere nessuno a cui rivolgersi in caso di necessità . Questo quadro rende ancora più delicato l’incontro tra AI e fragilità umana.
Alcuni studi scientifici hanno già provato a valutare il ruolo dell’AI in questo campo. Un articolo pubblicato su Nature (2023) ha analizzato l’uso dell’app Replika (l’app che ti permette di creare un amico virtuale che impara e si adatta alle tue conversazioni) tra studenti universitari: il 3% degli utenti ha dichiarato che l’AI ha contribuito a fermare ideazioni suicidarie. Altri studi sistematici, soprattutto in contesto geriatrico, hanno misurato l’effetto dei robot sociali con riconoscimento vocale ed emotivo, mostrando riduzioni significative della percezione di solitudine. Tuttavia, un recente paper (Technological folie à deux, arXiv 2025) mette in guardia dai rischi: l’attaccamento patologico a chatbot può sfociare in deliri condivisi, richiedendo interventi coordinati tra clinici, sviluppatori e regolatori.
Queste dinamiche pongono sfide cruciali. Per i minori, ad esempio, il parental control non può limitarsi ai contenuti: deve tener conto del rischio di dipendenza affettiva da un interlocutore artificiale. Per il mercato, la personalizzazione delle “personalità digitali†(Cinico, Nerd, Ascoltatore) formalizza la vendita di comfort emotivo, trasformando la fragilità in domanda. Per i regolatori, l’AI Act europeo si concentra su rischi sistemici e trasparenza algoritmica, ma non tocca la dimensione emotiva e relazionale della tecnologia.
Quello che per un ingegnere è un “bug†da correggere — il tono eccessivamente adulatore di un modello linguistico — per molti utenti diventa una feature vitale. È la trasformazione della fragilità in prodotto, un mercato che nessuno aveva previsto ma che ora tutti dobbiamo affrontare. La vera domanda non è se l’AI sarà più empatica, ma se le nostre società sapranno costruire relazioni umane abbastanza forti da non avere bisogno di surrogati digitali. Non si tratta solo di tecnologia, ma di cultura, educazione e comunità . Perché — come dimostra la vicenda del “ChatGPT yes man†— la solitudine non è un bug della macchina. È un bug della società .
In questo senso, l’urgenza è duplice: integrare l’educazione emotiva e digitale nei programmi scolastici e formativi, per aiutare giovani e adulti a riconoscere i rischi di dipendenza dalle AI “empaticheâ€; monitorare con protocolli etici specifici le AI che assumono funzioni relazionali, garantendo trasparenza e valutando i rischi psicologici; coinvolgere famiglie e comunità nella costruzione di spazi di relazione reale; e ampliare il perimetro normativo dell’AI Act includendo anche i rischi emotivi e relazionali, oggi esclusi. Solo così potremo affrontare questo nuovo “marketing della solitudine†senza lasciare che il vuoto umano diventi il più redditizio dei mercati.
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Difficile immaginare Giuseppe Valditara e Robbie Williams esibirsi sullo stesso palco. Eppure il ministro italiano e il cantante inglese sono più vicini di quanto le loro storie personali e i loro look possano far pensare. Perché su un tema rilevante come il rapporto che deve esserci tra i ragazzi e i cellulari sembrano pensarla allo stesso modo. Questi sono i giorni nei quali le scuole del nostro Paese stanno cominciando a ragionare sulle possibili soluzioni (armadietti? tasche portaoggetti?) per mettere in atto – come disposto dal ministro dell’Istruzione e del Merito – “il divieto di utilizzo del telefono cellulare durante lo svolgimento dell’attività didattica e più in generale in orario scolasticoâ€. Ma sono anche i giorni in cui ha fatto rumore la presa di posizione della popstar: “Ho cinquantun anni e non sono in grado di affrontare la natura corrosiva di internet. Questa roba mi fa male, mi rovina le giornate: come faccio a dare una droga del genere a qualcuno che ha dodici anni, che ne ha sette? I miei figli non avranno un cellulare finché sarà umanamente possibileâ€.
Allarmismo ingiustificato? Proprio no. Mai come oggi tanti ragazzi si sentono soli. Connessi, ma sradicati. Passivi ed invisibili. I social network non sono più semplici strumenti di comunicazione: sono diventatifabbriche digitali di immagini e parole, dove gli algoritmi stabiliscono ciò che è desiderabile, degno di attenzione, virale. Chi controlla l’algoritmo controlla in parte anche la percezione che abbiamo di noi stessi. E in questa distorsione cresce il disagio: sempre più giovani si trasformano in moderni narcisi, riflessi e intrappolati nella rete, con una paura così diffusa da essersi guadagnata uno specifico acronimo, la Fear of Missing Out (FOMO), la paura di essere tagliati fuori. Vedere le vite degli altri filtrate da algoritmi patinati, costantemente perfette, crea un confronto continuo e impari. Ci si sente sbagliati, inadeguati, esclusi. Ma è una realtà manipolata, è il frutto di un setaccio digitale che non racconta mai il dolore, la noia, l’errore. Una generazione fragile non perché meno forte delle precedenti, ma perché continuamente messa alla prova da stimoli artificiali, da una rappresentazione di sé e del mondo che non lascia spazio alla vulnerabilità , all’imperfezione.
Ma a questo quadro, pur realistico, non ci si può rassegnare: con la tecnologia prima o poi i conti bisogna farli. E la strada non può essere che una: diffondere l’alfabetizzazione digitale e critica. Serve insegnare non solo come usare la tecnologia, ma anche perché usarla, con quali limiti, con quali consapevolezze. Bisogna svelare i meccanismi invisibili che regolano gli algoritmi, allenare il pensiero critico, coltivare la capacità di discernere l’autenticità dall’illusione. Educare alla libertà , non alla dipendenza. Restituire valore alla propria identità , che non può essere misurata da un numero di like. È attraverso la conoscenza che si costruisce un uso sano della tecnologia e si pongono le basi per una vita piena, serena, libera dalla dittatura invisibile dell’algoritmo. E dunque occorre sviluppare competenze specifiche per affrontare le sfide dell’intelligenza artificiale. Mi ha colpito apprendere che dall’anno prossimo l’AI sarà materia obbligatoria in tutte le scuole degli Emirati Arabi Uniti: sin dalle elementari i piccoli studieranno algoritmi, coding, etica dell’AI e applicazioni nel mondo reale. Per costruire una società in cui la tecnologia sia uno strumento di progresso e non una minaccia alla libertà la scuola deve rimodulare gli obiettivi formativi delle competenze.
Senza andare così lontano, una lezione simile viene dal Vaticano e dal suo faro puntato sul digitale e sull’intelligenza artificiale.Già Papa Francesco ne aveva parlato al mondo nella sessione del G7 ospitata dall’Italia nell’estate 2024. Ed è sua la prima firma sotto la Carta di Assisi dei bambini, il manifesto dell’educazione digitale dei piccoli di tutto il mondo promosso dall’Associazione Articolo 21 che Bergoglio sottoscrisse in occasione della prima Giornata Mondiale dei Bambini. Con Leone XIV il tema sembra addirittura aver influito sulla scelta stessa del nome: Papa Prevost sa di dover tentare, di fronte alla rivoluzione digitale, un’operazione analoga a quella che Leone XIII mise in atto ai tempi della rivoluzione industriale.
Così con l’associazione Patti Digitali e a Telefono Azzurro promuoviamo momenti di detox digitale collettivo
Educare competenze è indispensabile, ma insieme è utile promuovere momenti di detox digitale collettivo. È una delle esperienze più interessanti alle quali stiamo dando il via in numerose scuole di Roma, assieme all’associazione Patti Digitali e a Telefono Azzurro. I genitori sottoscrivono un accordo fra di loro e con gli insegnanti con il quale si vincolano reciprocamente a non dare lo smartphone ai figli fino ai 13 anni. In alternativa costruiscono mattinate di “pausa consapevole†che riempiono con sport e lezioni di media education. Così la sfida tecnologica diventa anche una bella sfida umana.
Per approfondire:
Stop agli smartphone anche alle superiori, scatta il divieto voluto da Valditara. La circolare
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Nel Rapporto sulle operazioni di pagamento fraudolente in Italia nel 2° semestre 2024, la Banca d’Italia ha analizzato le frodi sulle transazioni. L’analisi si è svolta sulla base delle segnalazioni semestrali dei prestatori di servizi di pagamento.
L’esame ha riguardato i principali strumenti di pagamento (bonifici, carte di pagamento di credito e debito, moneta elettronica e prelievi da ATM). E insieme, i canali di utilizzo (POS fisico vs. e-commerce), la dimensione geografica (nazionale vs. transfrontaliera), i presidi di sicurezza (SCA vs altro). In terzo luogo, si è studiata anche la ripartizione delle perdite tra clienti e prestatori di servizi di pagamento.
Secondo la Banca d’Italia, i casi di frode hanno “un’incidenza limitata rispetto al totale delle transazioni al dettaglio“. Le relative perdite per gli utenti, poi, sono in gran parte “attenuate dai meccanismi di tutela previsti dalla normativa di settore“. Poi, ha ammonito: “Tuttavia, anche se i volumi sono contenuti, le frodi rimangono un fenomeno insidioso“.
Dall’analisi sono emerse una serie di evidenze, sempre rispetto al secondo semestre del 2024. Queste le principali:
Sulla base delle evidenze, è fondamentale che gli utenti prestino attenzione nel momento in cui utilizzano uno strumento di pagamento digitale. È fondamentale non condividere i propri dati riservati e seguire le indicazioni fornite dalla propria banca, “per evitare di cadere in raggiri da parte di truffatori“.
“Al fine di contenere i fenomeni fraudolenti“, ha spiegato ancora la Banca, “dal 9 ottobre 2025 diventerà obbligatorio per i prestatori di servizi di pagamento effettuare la verifica in tempo reale sull’IBAN“. Non solo. La verifica si dovrà fare anche “sui dati del beneficiario del bonifico, istantaneo e tradizionale“, per poi segnalare eventuali discrepanze prima che il cliente autorizzi l’operazione di pagamento.
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La pirateria online resta un fenomeno endemico nel Regno Unito e, secondo l’ultima edizione dell’Online Copyright Infringement Tracker (OCI, Wave 13, 2024), assume forme sempre più preoccupanti. Se da un lato il tasso complessivo di violazioni è leggermente calato, passando dal 32% del 2022 al 29% nel 2024, dall’altro l’analisi delle singole categorie mostra una recrudescenza, in particolare nei film e soprattutto nello sport in diretta.
La pirateria sportiva ha raggiunto nel 2024 il 38%, nuovo massimo storico dall’introduzione di questa categoria nel 2019. Si parla di almeno 3,9 milioni di persone che hanno fruito gratuitamente – e illegalmente – di eventi sportivi live. Ancora più allarmanti i dati demografici:
Parallelamente, gli abbonamenti legali alle piattaforme di sport streaming sono calati dell’8% (dal 59% al 51%), mentre le sottoscrizioni a servizi IPTV illegali sono salite al 12%, con un incremento di 4 punti percentuali.
Il tasso di pirateria sui film è passato dal 24% del 2022 al 27% nel 2024, tornando ai livelli record registrati nel 2019.
In totale, 8,9 milioni di persone nel Regno Unito fruiscono di contenuti cinematografici piratati.
La musica è la categoria con i numeri assoluti più alti: 9,9 milioni di persone ricorrono a contenuti illegali. Il tasso di pirateria è salito al 26%, un punto in più rispetto al 2022 e comunque ben sopra al minimo storico del 24% registrato nel 2015.
Il download resta la modalità dominante, mentre lo streaming illegale è residuale.
Il tasso di pirateria delle serie TV resta stabile al 19%, con 6,2 milioni di utenti coinvolti.
In crescita preoccupante gli audiolibri, passati dal 22% del 2022 al 30% nel 2024, mentre i software mostrano segnali positivi, con una discesa dal 38% al 31%.
Secondo lo studio, le ragioni principali che spingono milioni di utenti verso la pirateria sono legate al caro-abbonamenti e alla percezione di prezzi “ingiusti†dei servizi legali. Con l’aumento del costo della vita, sempre più famiglie abbandonano le piattaforme ufficiali, scegliendo invece soluzioni illegali o riducendo il consumo.
La fotografia restituita dall’Intellectual Property Office britannico è chiara: la pirateria non solo non arretra, ma si adatta e cresce in alcuni segmenti, mettendo sotto pressione l’industria audiovisiva, discografica e sportiva.
Tra gli osservati speciali, il settore dello sport in diretta, che rischia di vedere erosa una parte significativa dei ricavi provenienti dai diritti TV, un pilastro dell’economia del calcio inglese e di molti altri sport.
Un fenomeno illegale che segna un ritorno nella diffusione a livello nazionale nel Regno Unito e che si accompagna parallelamente ad una cultura dell’accettazione del crimine online, senza pensare ai danni che questo causa alle aziende, agli investimenti, ai posti di lavoro, alla qualità dei contenuti e dei servizi, agli utenti stessi.
Un fenomeno che, ovviamente, riguarda anche il nostro Paese e che è stato ben esaminato dall’indagine realizzata da FAPAV/Ipsos: il 38% degli adulti italiani ha commesso nel 2024 almeno un atto di pirateria fruendo illecitamente di film (29%), serie/fiction (23%), programmi (22%) e sport live (15%), dati sostanzialmente rimasti stabili rispetto al 2023.
In totale si stimano nel 2024 circa 295 milioni di atti di pirateria compiuti, l’8% in meno rispetto all’anno precedente e ben il 56% in meno rispetto al 2016, primo anno della rilevazione.
La pirateria sportiva, oggi praticata dal 15% della popolazione adulta, vede nel calcio il contenuto più rappresentativo, seguito da F1, Tennis e Moto GP.
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