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Dailyletter
Indipendenza digitale europea, ecco il Piano della Commissione

Oggi in primo piano il “Pacchetto†di norme per la sovranità digitale in arrivo a Bruxelles.
Analizziamo i punti chiave del Piano pubblicato in anteprima dal quotidiano “Politicoâ€. La presentazione ufficiale del “Pacchetto†di norme per la sovranità digitale europea è attesa il 3 giugno prossimo. Intanto, la campagna che Key4Biz porta avanti da novembre 2024 per l’Indipendenza digitale Ue diventa un podcast su RAI Play Sound.
Spostiamoci a Parigi, dove il ministro del Made in Italy Adolfo Urso e il sottosegretario all’Innovazione Alessio Butti hanno preso parte al G7 tecnologie. Sul tavolo una maggiore collaborazione su AI, Cloud e cybersicurezza. 
Infine, un’analisi della time line e dei nodi principali da sciogliere del Digital Networks Act che dovrà passare dal dibattito in Europarlamento e Consiglio.

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Data articolo: Fri, 29 May 2026 14:18:52 +0000 di Redazione Key4biz
Internet
Indipendenza digitale europea, ecco il Piano della Commissione. E la RAI dedica una puntata alla campaign di Key4Biz

Finalmente, la Commissione Europea ha capito che dal punto di vista dell’innovazione tecnologica l’Europa deve iniziare ad agire in modo autonomo. Non più solo a normare, ma a fare innovazione – oggi dipende dal punto di vista digitale per l’80% da fornitori extra-UE – e a creare un’offerta tecnologica “made in Europeâ€, facendo crescere, allo stesso tempo, la domanda di Pubbliche Amministrazioni e aziende verso “uno stack tecnologico europeo completoâ€, con servizi e infrastrutture realizzati da aziende europee.

E sono stati diversi i fattori geopolitici che ha portato la Commissione europea a preparare il “Pacchetto di norme per la sovranità tecnologica europea“, (accompagnata dalla Strategia per l’open source). La presentazione ufficiale di entrambi è attesa il 3 giugno prossimo. E parliamo:

  • della guerra della Russia in Ucraina anche per conquistare le materie critiche e terre rare fondamentali per le diverse tecnologie;
  • della seconda elezione di Trump, che sembra “spegnere†– da un momento all’altro – il “bottone†dei servizi digitali e cloud dagli USA verso l’Europa per ostilità politiche;
  • il conflitto in Iran su iniziativa americana e israeliana con gli shock energetici causati dalla crisi dello stretto di Hormuz
  • fino alle recenti posizioni degli Stati Uniti di ridurre la sua presenza nella NATO per un mancato sostegno da parte degli alleati europei nella guerra iraniana.

Attualmente l’UE spende 264 miliardi di euro all’anno principalmente in prodotti e servizi informatici proprietari statunitensi. Ciò crea dipendenze che influenzano la capacità dell’Europa di controllare le infrastrutture digitali chiave.

Prima di analizzare i punti chiave del “Pacchetto†di norme per la sovranità tecnologica europea, pubblicato in anteprima dal quotidiano “Politicoâ€, è fondamentale rimarcare l’approccio usato dalla Commissione europea nel definire questa nuova Strategia. Si punta alla sovranità tecnologica europea, ma senza creare un’autarchia e un isolamento digitale: resta, infatti, l’apertura del Mercato Unico a partenariati con aziende extra-UE e alla concorrenza leale: questi sono gli ingredienti giusti per non bloccare l’innovazione tecnologica!

Veniamo al nuovo “Pacchettoâ€, che punta ad iniziare ad avere la sovranità tecnologica europea con 4 azioni iniziative interconnesse:

  1. Un Chips Act 2.0, che si basa sul primo European Chips Act, per rafforzare l’ecosistema dei semiconduttori in Europa e la resilienza della catena di approvvigionamento, comprese misure per stimolare la domanda interna di chip;
  2. Un Cloud and AI Development Act (“CADA”) per sbloccare il potenziale dell’industria del cloud e dell’IA dell’UE, garantendo che queste tecnologie siano sviluppate e utilizzate nell’UE, affrontando al contempo i rischi associati alla dipendenza dell’Europa da paesi terzi;
  3. Una Strategia per gli ecosistemi digitali aperti dell’UE (“Strategia Open Source”), inclusa nella presente Comunicazione, per rafforzare l’autonomia dell’Europa lungo l’intero stack, nonché nelle pubbliche amministrazioni e nelle istituzioni dell’UE sfruttando il software open source; e
  4. Un Regolamento delegato e una tabella di marcia strategica per la digitalizzazione e l’IA nell’energia per sostenere la sostenibilità dei data center europei ed evitare il “greenwashing” in questo settore, ossia la falsa promessa di garantire la sovranità tecnologica.

Ecco i primi due vantaggi di queste iniziative, la prima dal punto di vista della cybersicurezza e la seconda dal punto di vista della protezione dei dati critici e strategici di ogni singolo Paese dell’UE: quindi parliamo anche di sicurezza nazionale e di difesa.

Infatti, in un ambiente digitale segnato da una crescente concentrazione del mercato e dal vendor lock-in, specialmente di fornitori extra-UE, la cybersecurity deve essere garantita in tutto lo stack tecnologico, mentre l’interoperabilità, la portabilità e l’adozione diffusa di standard aperti garantiscono che gli utenti pubblici e privati possano scegliere, cambiare e scalare le soluzioni tecnologiche senza costi proibitivi.

Inoltre, passare da dipendenze digitali critiche alla diversificazione delle catene di approvvigionamento e ridurre l’eccessivo affidamento su singoli fornitori extra-UE o paesi terzi per le tecnologie digitali chiave, consentirebbe un efficace controllo normativo e operativo laddove siano coinvolti infrastrutture critiche, dati sensibili o servizi pubblici essenziali.

È essenziale mobilitare massicci volumi di capitale privato

Poiché i finanziamenti pubblici da soli non possono colmare il divario di investimenti dell’Europa – stimato nel rapporto Draghi in 800 miliardi di EUR all’anno – è essenziale mobilitare massicci volumi di capitale privato. L’Europa deve affrontare urgentemente la sua carenza strutturale di capitale di rischio privato per le aziende ad alta crescita e deep-tech. Il programma InvestAI mira a mobilitare 200 miliardi di euro nell’Intelligenza artificiale e illustra la portata degli investimenti necessari. Lo Scale-up Europe Fund e l’Industrial Accelerator Act contribuiscono ulteriormente a questo obiettivo facilitando lo scale-up industriale e migliorando l’accesso ai finanziamenti per le imprese innovative.

La campagna che Key4Biz porta avanti da novembre 2024 per l’Indipendenza digitale Ue diventa un podcast su RAI Play Sound

Come voi lettori sapete, Key4Biz sta portando avanti, da novembre 2024, la campagna per alimentare l’indipendenza digitale europea per raggiungere gli obiettivi ben spiegati nel nuovo “Pacchetto†della Commissione europea. Così, RAI GR Parlamento ha dedicato un’intera puntata alla nostra iniziativa, ecco il video in cui il giornalista RAI mi chiede “come Key4Biz declina l’indipendenza digitale europeaâ€.

Durante la puntata, mi è stato chiesto anche di commentare una considerazione di Federico Ferrazza, direttore di Italian Tech del Gruppo Gedi.

È possibile ascoltare la puntata integrale anche su RAI PLAY SOUD

Conclusioni: la posta in gioco è alta

La posta in gioco è alta: non è un lusso perseguire l’autonomia tecnologica, almeno in alcuni settori chiave per la sicurezza nazionale e cybersicurezza nonché per la sicurezza energetica. Senza la realizzazione rapida di questo “Pacchettoâ€, l’Europa rischia di rimanere ulteriormente indietro nella corsa tecnologica globale.

Questo “Pacchettoâ€, si legge nel documento della Commissione europea, “rappresenta un imperativo strategico per rendere future-proof (a prova di futuro) l’economia, la sicurezza e la sovranità dell’Europaâ€.

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Data articolo: Fri, 29 May 2026 11:24:23 +0000 di Luigi Garofalo
Intelligenza Artificiale
Autonomia digitale al G7, Butti: “AI riguarda anche sicurezza e democraziaâ€. E Urso loda l’enciclica del Papa

L’Italia alla ministeriale ICT del G7 con il sottosegretario all’Innovazione Alessio Butti e il ministro delle Imprese Adolfo Urso

Promuovere lo sviluppo responsabile dell’intelligenza artificiale (AI) al servizio del bene pubblico e dell’Hiroshima AI Process Reporting Framework. Rafforzare l’adozione dell’intelligenza artificiale come leva di crescita economica, con particolare attenzione alle politiche a supporto delle piccole e medie imprese.

Sono queste le due sessioni del G7 Digitale e Tecnologie di Parigi presiedute per l’Italia, rispettivamente dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’Innovazione, Alessio Butti, e dal ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso.

Butti: “L’apertura, la trasparenza e una governance chiara possono accelerare l’adozione dell’AI e ridurre la dipendenza tecnologicaâ€

“L’incontro odierno dimostra chiaramente che l’AI non è più solo una questione tecnologica: riguarda anche la sicurezza, la resilienza economica, la democrazia e l’autonomia strategicaâ€, ha affermato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con la delega all’Innovazione, Butti, incontrando la stampa a margine al vertice ministeriale.

Per questo continuiamo a sostenere un approccio antropocentrico e basato sul rischio, coerente con l’AI Act europeo: l’intelligenza artificiale deve supportare le decisioni umane, non sostituire la responsabilità delle persone, soprattutto nei settori più sensibili come sanità, giustizia, istruzione e pubblica amministrazione“.

“Durante i negoziati – ha precisato il sottosegretario – l’Italia si è adoperata per trovare un equilibrio tra innovazione e fiducia. Abbiamo sostenuto un approccio incentrato sull’uomo e basato sul rischio, in linea con l’AI Act europeo. L’AI dovrebbe supportare le decisioni umane, non sostituirsi alla responsabilità umana“.

“L’Italia ha inoltre contribuito – ha sottolineato Butti – a rafforzare il Processo di Hiroshima sull’IA per migliorare la cooperazione e il coordinamento tra gli attori pubblici e privati in materia di valutazione e mitigazione dei rischi legati all’IA. Abbiamo sollecitato un’azione più incisiva contro i deepfake e i contenuti sintetici, che minacciano la fiducia, favoriscono le frodi e comportano gravi rischi, soprattutto per i minori“.

Il Hiroshima AI Process (HAIP) Reporting Framework è un sistema volontario di reporting globale lanciato l’8 febbraio 2025 per monitorare come le organizzazioni applicano il Codice di Condotta Internazionale G7 per lo sviluppo di sistemi AI avanzati. Il framework si basa sulle 11 azioni del Codice di Condotta Hiroshima.

Il sottosegretario ha quindi ricordato che “L’apertura dei modelli e l’open-source AI possono ridurre le barriere all’ingresso, aiutare le piccole e medie imprese, migliorare trasparenza e accountability, evitando nuove dipendenze da pochi grandi operatori globali. Ma apertura significa anche governance: regole chiare, definizioni solide, responsabilità“.

Infine, Butti ha rilanciato “il ruolo sempre più strategico delle tecnologie quantistiche. Talenti, proprietà intellettuale, hardware quantistico, componenti criogeniche e supply chain sicure sono ormai asset industriali e geopolitici. La sovranità digitale non significa isolamento. Significa avere la capacità di partecipare, da protagonisti, a un ecosistema globale aperto, competitivo e sicuro“.

Urso rilancia il messaggio di Papa Leone XIV: “Sovranità digitale non significa escludere gli altri, ma coinvolgerliâ€

Sovranità digitale non significa escludere gli altri, ma coinvolgerli, con l’obiettivo di rafforzare la nostra capacità i scegliere e quindi la nostra autonomia strategicaâ€. È quanto dichiarato dal nostro ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, all’apertura dei lavori della riunione dei Ministri del G7 dedicata a Digitale e Tecnologie in corso a Bercy, a Parigi.

L’autonomia strategica che passa per l’indipendenza tecnologica è uno degli obiettivi chiave dell’Unione europea e del nostro Governo, ma certo bisogna decidere anche con quali regole e secondo quali principi va raggiunto questo obiettivo.

Urso porta l’esempio di Papa Leone XIV e della sua prima enciclica presentata pochi giorni fa a Roma dal titolo Magnifica Humanitas“, dedicata proprio all’intelligenza artificiale (AI). Documento che si rivolge a tutti e non solo ai credenti, ha commentato Urso, perché “l’AI non ha confini, ma l’uomo e il nostro mondo hanno precisi confiniâ€.
Uno dei quali, ha ricordato Urso, lo si ritrova “tra chi, come noi, condivide il principio fondamentale della libertà e chi ritiene che le tecnologie possano servire a controllare meglio le libertà. L’uomo, invece, aspira a superare il confine dell’infinito, rispetto al quale però l’AI non ha e non può dare soluzioni.

“Per questo – ha aggiunto il ministro delle Imprese del nostro Paese – siamo d’accordo con il Sommo Pontefice: la persona deve sempre rimanere al centro, secondo quella visione antropocentrica che è a fondamento della nostra civiltà. Dobbiamo lavorare insieme, innanzitutto con chi condivide questi valori, senza escludere alcuno, perché vale per tutti il principio della condivisione“.

Sovranità digitale, un percorso comune tra Italia e Francia

Con la Francia stiamo costruendo un percorso per rafforzare la sovranità digitale europea e sviluppare un ecosistema dell’intelligenza artificiale competitivo, sicuro e fondato su una visione antropocentrica. A Parigi, a margine della Ministeriale G7 Digitale e Tecnologie, insieme al sottosegretario Alessio Butti, ho incontrato la ministra francese per l’Intelligenza Artificiale e le Tecnologie Digitali, Anne Le Hénanff, con la quale abbiamo approfondito i temi delle infrastrutture digitali, della capacità computazionale, del cloud e dell’identità digitale europea, confermando la volontà di rafforzare ulteriormente la cooperazione strategica tra i nostri Paesi“, ha scritto su X il ministro Urso.

Abbiamo illustrato a Le Hénanff – ha aggiunto Urso – le iniziative messe in campo dal Governo italiano per sostenere gli investimenti nel campo dell’intelligenza artificiale e la sua diffusione nelle imprese, condividendo l’esigenza di dotare l’Europa di infrastrutture e competenze adeguate per affrontare le sfide tecnologiche del futuro. Con la ministra Le Hénanff abbiamo quindi convenuto sulla necessità di accelerare la realizzazione di un’autentica autonomia digitale europea, riducendo le dipendenze strategiche nei servizi critici e promuovendo soluzioni europee innovative al servizio di cittadini e imprese“.

Il G7 e la tutela dei minori online: sette principi per un ambiente digitale più sicuro

Un ulteriore tema chiave su cui i ministri del digitale del G7 si sono affrontati è stato quello di creare e assicurare uno spazio digitale sicuro e protetto per i minori. Argomento sensibili che sarà centrale anche nella dichiarazione finale che i leader del G7 dovranno adottare a giugno, dal 15 al 17 giugno 2026 a Evian, in occasione del Vertice dei capi di Stato e di governo.

Sette i principi comuni adottati dal G7 per promuovere uno spazio digitale più sicuro e protetto per bambini e adolescenti. L’iniziativa si inserisce nel solco delle attività già avviate dall’Unione europea e mira a garantire che i minori possano beneficiare delle opportunità offerte dalle tecnologie digitali senza compromettere la loro sicurezza, la privacy e i diritti fondamentali.

L’obiettivo è creare un quadro condiviso che coinvolga piattaforme digitali, istituzioni, famiglie, scuole e società civile nella protezione dei più giovani online.

Sicurezza integrata fin dalla progettazione e verifica dell’età rispettosa della privacy

Il primo principio riguarda l’adozione di sistemi efficaci di valutazione e gestione dei rischi. Le piattaforme e i servizi digitali dovranno integrare la sicurezza già nelle fasi di progettazione e sviluppo (“safety by design”), prevedendo misure preventive e una maggiore trasparenza sul funzionamento dei servizi e sugli eventuali rischi per i minori.

Il G7 sottolinea la necessità di sviluppare strumenti affidabili per la verifica dell’età degli utenti. Queste soluzioni dovranno essere efficaci nel limitare l’accesso dei minori a contenuti o servizi non adatti alla loro età, ma allo stesso tempo rispettare la privacy degli utenti, evitando raccolte eccessive di dati personali.

Maggiore controllo, protezione per gli account dei minori e contrasto agli abusi e allo sfruttamento online

Le piattaforme sono invitate a garantire elevati standard di sicurezza e riservatezza per gli account dei più giovani. Particolare attenzione viene dedicata ai sistemi di raccomandazione algoritmica, che dovrebbero essere progettati per evitare forme di utilizzo eccessivo o dipendenza dalle piattaforme. I minori dovrebbero inoltre disporre di strumenti che consentano loro di gestire meglio la propria esperienza online.

Uno dei punti centrali del documento riguarda la lotta alla diffusione di materiale pedopornografico e di immagini intime condivise senza consenso. Il G7 chiede misure più incisive per prevenire la produzione e la distribuzione di questi contenuti, anche quando vengono generati attraverso sistemi di intelligenza artificiale. Parallelamente, viene richiesta la creazione di adeguati servizi di supporto per le vittime.

Strumenti efficaci per genitori e tutori, educazione digitale per famiglie, scuole e giovani

I ministri evidenziano l’importanza di mettere a disposizione di genitori e tutori strumenti semplici, interoperabili e facilmente utilizzabili per monitorare e accompagnare l’attività online dei minori. L’obiettivo non è solo il controllo, ma anche il sostegno educativo nell’uso consapevole delle tecnologie.

Un altro pilastro dell’iniziativa riguarda la promozione dell’alfabetizzazione digitale. Il G7 auspica programmi formativi accessibili a genitori, insegnanti e ragazzi, per aiutarli a comprendere il funzionamento degli ecosistemi digitali, riconoscere i rischi online e sviluppare competenze critiche anche rispetto alle nuove applicazioni dell’intelligenza artificiale generativa.

Collaborazione con il mondo della ricerca

Infine, il documento incoraggia una maggiore cooperazione tra piattaforme digitali e comunità scientifica. La condivisione dei dati con ricercatori qualificati potrà contribuire a comprendere meglio gli effetti dei servizi digitali sui minori e a sviluppare soluzioni più efficaci per la loro tutela.

Un impegno condiviso

I Paesi del G7 invitano ora i fornitori di servizi digitali a trasformare questi principi in azioni concrete. La protezione dei minori online viene considerata una responsabilità collettiva che richiede il contributo di aziende tecnologiche, autorità pubbliche, scuole, famiglie e degli stessi ragazzi, i cui diritti e interessi devono rimanere al centro delle politiche digitali.

L’attuazione dei principi sarà accompagnata da un piano d’azione internazionale che prevede iniziative specifiche per rendere l’ambiente digitale più sicuro e per rafforzare le conoscenze scientifiche sugli impatti delle tecnologie digitali sui minori. In questo contesto, la cooperazione tra i Paesi del G7 viene considerata un elemento essenziale per affrontare sfide che hanno una dimensione sempre più globale.

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Data articolo: Fri, 29 May 2026 13:27:04 +0000 di Flavio Fabbri
Internet
Digital Networks Act, le prossime tappe dell’iter legislativo. Punti fermi e nodi da sciogliere

Il Digital Networks Act (DNA) procede la sua strada. Dopo la pubblicazione della proposta di riforma da parte della Commissione il 21 gennaio scorso, il pacchetto normativo inizia il suo iter che prevede il via libera di Europarlamento e Consiglio prima di entrare in vigore se tutto va bene a metà del 2027.

Manca ancora un anno, quindi, al via libera di un provvedimento alquanto divisivo, che vede i 27 Paesi europei su posizioni diverse su molti temi. Dalla gestione dello spettro allo switch off obbligatorio del rame, fino al nuovo sistema di conciliazione delle dispute fra telco e hyperscaler, sono molti i nodi da sciogliere.

La tempistica

Le principali telco Ue hanno già fatto sapere tramite Connect Europe, l’associazione che rappresenta i principali player del Vecchio Continente, che ha appena pubblicato una lista di 12 punti con cui migliorare e integrare la proposta dell’esecutivo Ue.

Spettro indeterminato piace agli investitori

L’aspetto più significativo del DNA, che gli investitori hanno maggiormente apprezzato, è stata l’istituzione di licenze indeterminate per lo spettro radio, secondo l’associazione delle telco Ue.  Un aspetto che al contrario non piace a tutti gli Stati membri, restii a rinunciare alla loro sovranità nazionale in tema di frequenze radio. Italia e Francia, ad esempio, sono apertamente contrarie.

Dal canto suo, anche la Germania ha di fatto criticato il Digital Networks Act nel suo insieme, sostenendo che la proposta di riforma della Commissione non alleggerisce per nulla il carico burocratico a carico delle aziende e non rappresenta quindi uno strumenti rilancio degli investimenti. Un giudizio negativo avanzato anche dalla BDI (Bundesverband der Deutschen Industrie), la Confindustria tedesca.

La proposta di legge della Commissione, come detto, deve essere approvata dai Governi nazionali della Ue e dal Parlamento Ue. Cipro, che al momento è residente di turno del Consiglio Ue, dovrebbe presentare un report sullo stato di avanzamento dei lavori il mese prossimo.

Fibra, chiesti più incentivi

Dal canto loro, le telco Ue stanno cercando di incidere sulla proposta soprattutto con l’inserimento di maggiori incentivi per il rollout della fibra, armonizzazione dello spettro e certezza legale sui tempi delle licenze per consentire agli operatori di programma re gli investimenti e ottimizzare così le reti mobili per la nascita di nuovi servizi specializzati, da far pagare di più e con cui finalmente monetizzare le reti 5G.

Il paradosso del DNA, tuttavia, è secondo Connect Europe il fatto che lungi dall’alleggerire il carico normativo, la proposta di DNA appesantisce il peso per le aziende del carico burocratico. Il DNA contiene ancora 17 obblighi derivati dal Codice Europeo delle Comunicazioni Elettroniche, che peraltro prevede che i provider trattino tutto il traffico online in maniera uguale.

Inoltre, il DNA contiene 12 obblighi del tutto nuovi, eliminandone soltanto tre di quelli esistenti. In totale, la proposta della Commissione lasica in essere 29 obblighi. Un po’ tanti per un provvedimento disegnato per tagliare la burocrazia.

Inoltre, secondo l’associazione le autorità e i governi nazionali hanno ancora troppa autonomia per aggiungere ulteriori regole nazionali al carico del DNA.

Switch off del rame non piace alle telco

C’è poi un altro tasto dolente, vale a dire lo switch off del rame. Il DNA prevede che lo spegnimento del rame e il passaggio alla vera fibra FTTH debba chiudersi entro il 2035, eccezion fatta per le aree dove il passaggio non è fattibile.

Secondo Connect Europe, lo switch off obbligatorio del rame non è una misura pro-investimento. Il decommissioning del rame secondo le telco Ue dovrebbe procedere su basi commerciali, guidate dal mercato, e non per una imposizione calata dall’alto.

5G, chieste maggiori certezze su slicing e servizi specializzati

Infine, un altro tema dolente è il network slicing delle reti 5G. Per il lancio di nuovi servizi premium, gli operatori chiedono maggiori certezze normative per l’introduzione di Verticals e servizi differenziati. Si tratterebbe di un nodo non risolto dal DNA dal punto di vista della trasparenza legale.

Infine, per quanto riguarda lo spettro, il tema della durata indeterminata delle licenze è l’aspetto maggiormente favorevole per spingere gli investimenti e per questo l’Europarlamento dovrebbe lascare questo punto intonso, chiudono le telco Ue.   

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Data articolo: Fri, 29 May 2026 09:07:06 +0000 di Paolo Anastasio
Sos Energia
Nucleare in Italia: può essere davvero un’alternativa per abbassare le bollette energetiche?

La recente crisi energetica e l’iniziativa del governo che ha lavorato a un disegno di legge sul nucleare hanno riacceso il dibattito sulla reintroduzione di questa fonte nel mix energetico italiano. Il confronto tra favorevoli e contrari si concentra sul ruolo che il nucleare potrebbe svolgere nel processo di decarbonizzazione e nel favorire un abbassamento delle bollette. Le posizioni dei due fronti divergono su molti aspetti e bisogna considerare che, anche se venisse approvato un ritorno al nucleare, i tempi per l’entrata in funzione delle centrali sarebbero lunghi. Per ridurre da subito l’importo delle bollette la cosa migliore da fare è verificare la convenienza della propria tariffa ed eventualmente considerare un cambio di fornitore. Con il comparatore di SOStariffe.it si possono cercare le migliori offerte luce e le migliori offerte gas dei fornitori partner e valutare di quanto si può abbassare la spesa mensile attivando le soluzioni più competitive.

Nucleare sostenibile e di nuova generazione nel futuro dell’Italia?

Nonostante gli studi dimostrino che il nucleare è una tecnologia sicura, l’uso dell’energia generata dalla scissione dell’atomo è stato bocciato dai cittadini italiani già due volte in passato: con il primo referendum del 1987 e con il secondo nel 2011. Ora si sta lavorando a un nuovo intervento legislativo, con una legge delega (atto Camera 2669).

Alla Camera è attualmente in discussione un disegno di legge sul nucleare che promuove la realizzazione e la messa in funzione nel nostro Paese di piccoli impianti di nuova generazione. Si tratta di impianti SMR (Small Modular Reactors), considerati di più facile installazione rispetto a quelli tradizionali.

I favorevoli al nucleare puntano su energia pulita e indipendenza

Chi sostiene con forza il ritorno del nucleare in Italia ritiene che questa tecnologia riesca a risolvere due problemi cruciali con i quali sta facendo i conti il nostro Paese. Innanzitutto, il nucleare, inserito nel mix energetico nazionale, permetterebbe di ridurre le emissioni climalteranti, permettendo di beneficiare di energia pulita e sostenibile. In secondo luogo, diminuirebbe la dipendenza dell’Italia dalle importazioni estere, rendendo i mercati energetici italiani più resilienti e meno volatili.

Anche osservando i risultati raggiunti da altri Paesi europei, i favorevoli al nucleare sostengono che la sua introduzione nel mix energetico permetterebbe di abbassare le bollette.

Oltre a essere sostenibile e pulito, il nucleare consentirebbe anche di avere energia in modo costante e programmabile, bypassando quelli che sono i principali limiti delle energie rinnovabili. Eolico e solare hanno infatti cicli produttivi che seguono un andamento irregolare e discontinuo e non sono programmabili.

I contrari criticano tempi, costi e peso del nucleare

Chi boccia il ritorno del nucleare in Italia punta principalmente su aspetti pratici: i tempi necessari affinché l’energia possa essere sfruttata da famiglie e imprese, i costi dell’investimento e il peso che il nucleare avrà nel mix energetico.

L’aspetto su cui si concentrano maggiormente le critiche sono i tempi molto lunghi necessari per la realizzazione del progetto. L’orizzonte temporale è lungo decenni: serve molto tempo per la fase iniziale di definizione dei progetti e per la concessione delle autorizzazioni, ulteriore tempo per la costruzione degli impianti e poi per il loro collaudo prima che possano entrare a regime.

Come è facile intuire, la complessità dell’operazione si traduce anche in costi molto alti. Nel disegno di legge elaborato dal governo si suggerisce in qualche modo l’intervento di privati, ma la spesa rimane comunque un’incognita, così come l’entità dei costi che rimarrebbero a carico della collettività.

Inoltre, i critici del nucleare ritengono che sostenere questi alti costi e attendere così tanto tempo non sia una scelta adeguata, tenendo conto che il nucleare coprirebbe una quota ridotta del fabbisogno energetico nazionale.

Altre critiche puntano sul costo effettivo dell’energia nucleare. Il vicepresidente del Kyoto Club, Francesco Ferrante, fa riferimento ad esempio a studi europei che stimano il costo del nucleare tra le due e le tre volte maggiore delle rinnovabili. Anche sul piano tecnologico ci sono forti perplessità: gli SMR sono infatti ancora in fase di sviluppo o prototipazione. 

Associazioni, esperti e studiosi che non vogliono il ritorno del nucleare suggeriscono la costruzione di un mix energetico trainato da fonti rinnovabili, incentivando un bilanciamento tra fonti programmabili e non.

È urgente accelerare sulla transizione energetica e sulla riduzione delle bollette

Secondo Copernicus i Paesi europei dovrebbero aumentare la velocità del processo di decarbonizzazione e di transizione energetica. I risultati raggiunti lo scorso anno sono buoni, con le rinnovabili che hanno coperto il 46,5% del fabbisogno di elettricità, ma è necessario fare di più anche per rendere l’economia europea più competitiva e più attraente verso gli investitori esteri.

Per le famiglie è invece prioritario ottimizzare le spese per le bollette. Analizzare le offerte disponibili sul mercato e scegliere le tariffe migliori per le utenze di luce e gas diventa fondamentale.

Con il comparatore di SOStariffe.it si possono confrontare in pochi secondi le offerte disponibili sul mercato libero e proposte da tanti fornitori partner. Le migliori offerte luce del momento partono da 0,101 €/kWh per l’energia elettrica e da 0,43 €/Smc per il gas. In entrambi i casi si tratta di offerte a prezzo fisso, con offerta bloccata per 36 mesi.

Si possono anche scegliere offerte a prezzo indicizzato: in questo caso il costo dell’energia elettrica e del gas viene adeguato mensilmente in base all’andamento del corrispondente prezzo all’ingrosso (PUN per l’energia elettrica e PSV per il gas). Chi preferisce avere tariffe allineate al prezzo di mercato può prendere in considerazione le migliori offerte indicizzate del periodo, che partono da 0,129 €/kWh per l’elettricità e da 0,447 €/Smc per il gas.  

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Data articolo: Fri, 29 May 2026 08:11:29 +0000 di Luana Galanti SosTariffe.it
Intelligenza Artificiale
Anthropic vale mille miliardi: una sua nuova sede a Milano, che “attira†grazie ai data center

Anthropic sceglie Milano: la capitale italiana dei data center e dell’AI accelera la sua corsa digitale (trainando l’Italia intera)

L’intelligenza artificiale (AI) sta ridefinendo le geografie dell’innovazione globale e Milano si candida sempre più a diventare uno degli hub digitali di riferimento europei per questa trasformazione. A confermarlo è la scelta di Anthropic, una delle aziende più influenti nel panorama mondiale dell’AI, di aprire un nuovo ufficio nel capoluogo lombardo (il primo nel nostro Paese), inaugurando una presenza che va ben oltre la semplice espansione commerciale e che si inserisce in un più ampio processo di consolidamento dell’ecosistema tecnologico italiano.

L’annuncio arriva in una fase di crescita straordinaria per la società fondata nel 2021 da Dario Amodei insieme ad altri ex ricercatori di OpenAI. Anthropic, sviluppatrice dell’assistente AI Claude, ha appena chiuso un nuovo round di finanziamento da 65 miliardi di dollari che porta la sua valutazione post-money a 965 miliardi di dollari, superando quella di OpenAI e diventando la startup AI con il più alto valore al mondo.

L’operazione, denominata Series H, è stata guidata da Altimeter Capital, Dragoneer, Greenoaks e Sequoia Capital, con la partecipazione di Capital Group, Coatue, D1 Capital Partners, GIC, ICONIQ e XN. Nel finanziamento sono inclusi anche 15 miliardi di dollari di investimenti precedentemente impegnati da grandi operatori infrastrutturali del settore tecnologico, tra cui Amazon con 5 miliardi di dollari. Solo pochi mesi fa, a febbraio, Anthropic era valutata 380 miliardi di dollari: in meno di un anno il valore della società è aumentato di oltre due volte e mezzo.

Anthropic in espansione finanziaria

A sostenere questa crescita è soprattutto l’espansione del business. All’inizio del mese il fatturato annualizzato di Anthropic ha superato i 47 miliardi di dollari, dopo che l’azienda aveva già rivisto al rialzo una precedente stima di 30 miliardi. Una progressione che porta il gruppo a viaggiare a una velocità circa cinque volte superiore rispetto a quella registrata l’anno precedente. Una quota significativa di questo sviluppo deriva dagli strumenti di AI per la programmazione software, tra cui Claude Code, sempre più adottati dalle imprese.

“Questo finanziamento ci aiuterà a soddisfare la domanda storica che stiamo registrando, a rimanere all’avanguardia nella ricerca e a portare Claude in un numero crescente di luoghi in cui si svolge il lavoroâ€, ha dichiarato Krishna Rao, Chief Financial Officer di Anthropic.

Contestualmente alla raccolta di capitale, la società ha presentato Claude Opus 4.8, nuova versione della famiglia di modelli Opus che promette prestazioni superiori nelle attività di coding, nei sistemi agentici e nelle applicazioni professionali avanzate.

L’espansione finanziaria è accompagnata da una massiccia strategia infrastrutturale. Tra i nuovi partner figurano Micron, Samsung e SK hynix, coinvolti per supportare l’aumento della capacità di calcolo necessaria a sostenere la domanda globale di servizi AI. Anthropic ha inoltre sottoscritto accordi con Amazon per fino a cinque gigawatt di nuova capacità computazionale, con Google e Broadcom per ulteriori cinque gigawatt basati sulle nuove generazioni di TPU e con SpaceX per l’accesso a capacità GPU dedicate.

Perché Anthropic ha scelto Milano

È in questo scenario che si inserisce la decisione di aprire una sede italiana a Milano, il sesto ufficio europeo dopo Londra, Dublino, Parigi, Zurigo e Monaco.

La struttura sarà il punto di riferimento per le relazioni con le imprese italiane e con la comunità nazionale degli sviluppatori, si legge in un comunicato ufficiale della società, con l’obiettivo di favorire la diffusione di Claude e promuovere un utilizzo responsabile dell’intelligenza artificiale. Il team milanese lavorerà inoltre per contribuire al dibattito sull’impatto economico e sociale dell’AI nel sistema produttivo italiano.

L’annuncio è arrivato pochi giorni dopo la pubblicazione di Magnifica Humanitas, la prima enciclica di Papa Leone XIV dedicata all’intelligenza artificiale e il primo documento pontificio ad affrontare direttamente il tema. Alla presentazione ha partecipato anche Chris Olah, co-founder di Anthropic, che ha richiamato l’attenzione sulle implicazioni etiche della tecnologia, sostenendo la necessità che comunità religiose, società civile, università e governi contribuiscano insieme a orientarne lo sviluppo verso benefici concreti per l’umanità.

La presenza italiana dell’azienda è già una realtà. Guidato da Thomas Remy, Head of Southern Europe di Anthropic, il team locale collabora con alcuni dei principali gruppi industriali nazionali. Nel settore finanziario figurano Generali Group e Unipol Group; nelle life sciences Angelini Pharma e Bracco Group; nell’energia Enel Group; nell’automotive Pirelli.

L’espansione italiana di Anthropic

Anthropic ha inoltre avviato una partnership con JAKALA, tra i maggiori operatori europei nel settore Data & AI. L’accordo prevede l’estensione dell’utilizzo di Claude a oltre 3.000 collaboratori, con l’obiettivo di liberare circa il 70% del tempo del management senior per attività strategiche ad alto valore aggiunto.

Anche il tessuto dell’innovazione italiana sta adottando rapidamente la piattaforma. Satispay, utilizzata da oltre sei milioni di utenti, ha introdotto Claude all’interno dei propri team di ingegneria riuscendo a comprimere una roadmap prevista in 18 mesi a soli sette mesi e accelerando di dieci volte l’aggiornamento del sistema di pagamento core. In Bending Spoons, una delle aziende tecnologiche italiane più internazionalizzate, la maggior parte delle modifiche al codice viene oggi sviluppata con il supporto di Claude Code.

La società guarda inoltre al mondo creativo. Durante la Milano Design Week ha collaborato con Alcova Milano per un workshop dedicato a designer e professionisti della progettazione, mostrando come l’intelligenza artificiale possa integrarsi nei processi di design industriale, dell’arredo e degli spazi.

“Siamo in Italia per accompagnare grandi aziende e supportare ricerca e cultura in una transizione sicura verso l’intelligenza artificiale. L’Italia è un Paese che ha sempre saputo accogliere trasformazioni profonde e siamo ottimisti riguardo a ciò che la frontier AI può offrire a questo Paese, a grandi gruppi industriali, imprenditori, università e istituzioni culturaliâ€, ha dichiarato Chris Ciauri, Managing Director International di Anthropic.

Milano sempre più hub europeo delle tecnologie strategiche

La scelta di Anthropic non è un caso isolato. Negli ultimi mesi Milano è diventata una delle principali destinazioni europee per gli investimenti nelle tecnologie emergenti e nelle infrastrutture digitali.

Un segnale significativo arriva da Algorithmiq, società specializzata nello sviluppo di software quantistico, che ha deciso di trasferire il proprio quartier generale globale dalla Finlandia a Milano, pur mantenendo importanti attività operative nel Paese nordico. La decisione è stata presa dopo il lancio della Strategia Nazionale Quantistica italiana del 2025, che punta alla costruzione di una solida infrastruttura nazionale per le tecnologie quantistiche.

Contestualmente, Algorithmiq ha raccolto 18 milioni di euro in un round guidato da United Ventures e CDP Venture Capital, con la partecipazione di Inventure VC. L’operazione porta a 36 milioni di euro il totale dei capitali raccolti dalla società e rappresenta il più grande investimento di venture capital mai realizzato in Italia nel settore delle startup quantistiche.

Guidata dalla CEO e co-fondatrice Sabrina Maniscalco, insieme al CSO e co-fondatore Guillermo García-Pérez, al CTO e co-fondatore Matteo Rossi e al Lead Researcher e co-fondatore Boris Sokolov, Algorithmiq utilizzerà Milano come base per sviluppare relazioni commerciali con i principali produttori mondiali di hardware quantistico.

Nel corso del 2025 la società ha inoltre siglato accordi strategici con Microsoft, IBM e Rigetti, rafforzando il proprio posizionamento come partner software di riferimento per alcune delle più importanti aziende tecnologiche globali.

Il ruolo dei data center e la centralità della Lombardia

Dietro l’arrivo di aziende come Anthropic e Algorithmiq c’è anche una ragione infrastrutturale. L’intelligenza artificiale e il quantum computing richiedono enormi capacità di elaborazione dati e disponibilità energetica. In questo contesto la Lombardia rappresenta il principale polo italiano.

Secondo i dati regionali, nel 2024 erano operativi 67 data center in Lombardia, di cui 33 nella sola Milano, su un totale nazionale di 168 strutture nazionali.Si tratta della più elevata concentrazione italiana e di una delle più importanti in Europa.

Le prospettive di crescita sono altrettanto significative. Nei prossimi cinque anni il settore prevede investimenti per 22 miliardi di euro in Italia, dei quali circa 11 miliardi destinati alla Lombardia. Il fabbisogno energetico stimato raggiungerà i 3 gigawatt a livello nazionale, con circa 1,5 gigawatt concentrati nella regione.

Non è un caso che a Milano hanno aperto uffici negli ultimi anni altre grandi società tecnologiche, tra cui Cisco, Ericsson, Capgemini, IBM, Accenture, Avenade e DXC Technology, ma già prima avevano preso posto giganti del calibro di Microsoft, Google, Meta, Amazon, Samsung, SAP e Oracle.

Per governare questa espansione, il Consiglio regionale lombardo ha approvato una nuova legge dedicata all’insediamento dei data center. Il provvedimento punta a favorire il riutilizzo di aree industriali dismesse e siti di rigenerazione urbana, limitando il consumo di nuovo suolo e introducendo procedure autorizzative coordinate attraverso uno Sportello regionale dedicato.

Data center fondamentali per la crescita e la competitività, ma attenzioni alla questione ambientale e sociale

L’obiettivo è trasformare la crescita delle infrastrutture digitali in un fattore di sviluppo sostenibile e competitivo, capace di attrarre investimenti internazionali senza compromettere l’equilibrio ambientale del territorio.

In questo quadro, l’apertura della sede milanese di Anthropic assume un significato che va oltre la singola azienda. È il segnale di una trasformazione più profonda: Milano si sta consolidando come punto di incontro tra capitale finanziario, ricerca avanzata, infrastrutture digitali e innovazione industriale. Un ecosistema che oggi attrae alcune delle imprese più importanti al mondo dell’intelligenza artificiale e che potrebbe diventare uno dei principali motori della competitività tecnologica italiana ed europea nei prossimi anni.

Tutto questo però ha un costo, energetico in primis, ma anche ambientale e quindi sociale. Non sono poche le resistenze politiche all’arrivo dei data center sui territori e le comunità locali si iniziano ad organizzare per chiedere maggiore attenzione ai consumi energetici, idrici e di suolo di queste infrastrutture vitali, sì, ma anche dall’elevato impatto ambientale. Un nuovo capitolo questo che si è appena iniziato a scrivere e che probabilmente vedrà crescere critiche e opposizioni ai data center, come già sta accadendo in altri Paesi, tra cui certamente gli Stati Uniti.

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Data articolo: Fri, 29 May 2026 10:16:44 +0000 di Flavio Fabbri
Fibercop
TLC, Zorzoni (AIIP): “Basta assistenzialismo regolatorio. Il rilancio passa da concorrenza, Cloud e reti vereâ€

Una parte dell’industria italiana delle telecomunicazioni continua a fare i conti con investimenti difficili, reti da completare, PNRR agli sgoccioli, nuove regole europee e un mercato che rischia di essere raccontato sempre dalla stessa prospettiva: quella dei grandi operatori.

Ne abbiamo parlato con Giovanni Zorzoni, vicepresidente AIIP, per fare il punto su Piano Italia 1 Giga, Fondo Nazionale Connettività, 5G standalone, Digital Networks Act, Cloud, concorrenza e ruolo degli operatori territoriali.

Key4biz. I fondi del PNRR sono agli sgoccioli. Come è andata dal suo punto di vista con Italia 1 Giga e Piano Italia 5G?

Giovanni Zorzoni. L’esito era largamente prevedibile e, purtroppo, su questo siamo stati facili profeti. Il tempo a disposizione era pochissimo, gli obiettivi molto ambiziosi e, in queste condizioni, l’unico soggetto con un vantaggio operativo reale era la società dell’ex rete TIM, oggi FiberCop. Non per superiorità metafisica, ma per una ragione molto concreta: dispone della rete storica di infrastrutture fisiche già presenti sul territorio, compresa una rete capillare di pali in legno o vetroresina nelle aree periferiche, cioè proprio quelle più difficili da coprire.

Key4biz. Perché la rete di pali è così importante?

Giovanni Zorzoni. Il tema dei pali è centrale e troppo spesso viene trattato come un dettaglio tecnico. Non lo è affatto. Portare fibra in case sparse, frazioni, strade secondarie e civici lontani, potendo appendere i cavi su infrastrutture già esistenti, cambia completamente l’economia dell’intervento. Scavare costa, richiede permessi, cantieri, ripristini e coordinamento con gli enti locali. Usare una palificata già esistente costa molto meno e consente tempi più rapidi.

Key4biz. Cambia qualcosa in termini di copertura?

Giovanni Zorzoni. Sì perché questo non significa che la rete aerea sia la soluzione migliore: una rete scavata bene, ordinata e manutenibile è in generale superiore a una rete costruita inseguendo una scadenza. Ma se si impongono tempi quasi impossibili da rispettare, si finisce per premiare chi può riutilizzare infrastrutture storiche e già ammortizzate, non necessariamente chi avrebbe progettato la rete migliore per i prossimi vent’anni. La lezione è semplice: la spesa pubblica deve generare infrastrutture robuste, non soltanto rendicontazioni ordinate.

Key4biz. Avete criticato il bando con i 733 milioni di euro del Fondo Nazionale Connettività per la copertura dei civici rimanenti rimasti fuori da Italia 1 Giga dopo la rinuncia di Open Fiber. Perché?

Giovanni Zorzoni. Perché era formalmente aperto, ma sostanzialmente accessibile solo a chi aveva già un’infrastruttura nazionale capillare. Il risultato non ha sorpreso nessuno: FiberCop è stata l’unico operatore su tutti i lotti. Quando una gara pubblica produce un solo concorrente reale, il problema non è il mercato, ma come è stata costruita la gara.

Key4biz. In che senso?

Giovanni Zorzoni. Il vantaggio decisivo è sempre lo stesso: le infrastrutture storiche dell’ex monopolista. FiberCop usa i suoi pali. Gli altri, per competere, devono scavare ex novo o affittare quelle infrastrutture dal concorrente. Uno parte con la strada pronta, gli altri devono chiedere il permesso di costruirla, pagando il pedaggio. Non è così che si costruisce un mercato plurale.

Key4biz. È necessario un decreto Telecomunicazioni, come richiesto dall’industria?

Giovanni Zorzoni. Dipende da cosa si intende. Se “decreto Telecomunicazioni†significa l’ennesimo pacchetto di vantaggi selettivi per pochi grandi operatori, la risposta è no. Sconti, proroghe, frequenze gratuite, regole più comode e interventi presentati come politica industriale ma pensati per alleggerire singoli bilanci:  sono misure che possono mascherare alcuni problemi nel breve termine, a costo di aggravarli già nel medio. Non rafforzano la competitività, ma distorcono il mercato e sussidiano inefficienze.

Key4biz. Cosa serve invece per l’AIIP?

Giovanni Zorzoni. Altra cosa sono gli strumenti che stimolano davvero la domanda e producono benefici per tutto il comparto. Da tempo attendiamo voucher cloud e cybersecurity, che aiuterebbero le imprese italiane, soprattutto PMI, a svecchiare infrastrutture ICT, sicurezza, gestione dei dati e servizi digitali. Quella è domanda buona: crea mercato, fa crescere competenze, rafforza il tessuto produttivo.

Lo stesso vale per i voucher destinati agli allacci delle famiglie, in particolare quelli onerosi. In molti casi il problema non è la mancanza astratta di tecnologia, ma il costo concreto dell’ultimo tratto. Se poi questo strumento accelera il passaggio dal rame alla fibra, dovrebbe essere una buona notizia, non un disturbo da gestire con prudenza.

C’è poi un settore molto importante per il digitale, l’agricoltura italiana. Masserie, aziende agricole, filiere rurali: lì servono connettività reale, cloud, sensoristica, controllo remoto, sicurezza, gestione affidabile e sicura dei processi già automatizzata. Un euro pubblico messo lì genera valore, molto più che quello destinato a ennesimi interventi “ad hoc†che beneficiano pochi grandi.

Key4biz. Il 5G standalone è indietro in Italia. Come incentivarlo? La richiesta delle telco di un’allocazione non onerosa dello spettro in cambio di impegni di investimento è una soluzione adeguata per accelerare la copertura?


Giovanni Zorzoni. No. Il 5G standalone non si incentiva regalando spettro. È la solita scorciatoia: si prende un bene pubblico scarso, le frequenze, e lo si trasforma in sostegno indiretto ai bilanci degli operatori mobili. Dietro obiettivi nobili quanto generici – innovazione, competitività e transizione digitale – si rischia di invalidare, a vantaggio ancora di pochi grandi attori, consolidati principi di corretta gestione del patrimonio pubblico.

Il 5G standalone è indietro per un motivo semplice: gli operatori radiomobili non hanno voluto investirvi. I casi d’uso sono stati raccontati con troppa enfasi, ma la realtà è che il 5G è stato sovrastimato e oltremodo spinto, anche finanziariamente, dall’UE, con risultati gravemente insoddisfacenti. Prima doveva cambiare tutto, poi è arrivato il standalone, domani sarà il 6G. Intanto il mercato mobile, dopo la telefonia, ha prodotto solo Internet mobile. Utile, ma non è la rivoluzione permanente raccontata nei convegni.

Key4biz. Cosa bisognerebbe fare allora per incentivare il 5G?

Giovanni Zorzoni. Se lo Stato vuole davvero incentivare il 5G, deve permettere a più soggetti di usarlo, non solo agli operatori radiomobili. Parlo del 5G privato su bande gratuite all’interno di sedime privato, come già si fa in Germania. Solo così vedremmo un proliferare di usi reali nei distretti produttivi, nei porti, nella logistica, in agricoltura, nella sanità. Non regalando spettro a chi ha già dimostrato di non saperlo sfruttare.

Quanto agli impegni di investimento in cambio di frequenze non onerose: le promesse costano poco. Se si discutono rinnovi o proroghe, servono obblighi misurabili, verificabili, territorialmente puntuali, con penali vere e decadenza dei diritti in caso di mancato rispetto. Altrimenti non è politica industriale, è credito regolatorio senza garanzie: solo una totale regolamentazione di un pieno servizio bistream wholesale sul 5G potrebbe avere come contropartita equilibrata uno sconto sui rinnovi delle frequenze.


Key4biz. Il Digital Networks Act è in discussione a Bruxelles: quali sono le principali criticità dal punto di vista di AIIP?

Giovanni Zorzoni. La prima è il cambio di filosofia: DNA non è una manutenzione tecnica, è un tentativo di spostare poteri dalle autorità nazionali alla Commissione Europea, un organo non eletto e non sfiduciabile. Si passa da un modello in cui AGCOM analizza i mercati e definisce rimedi, a uno più accentrato, rigido, insensibile alle differenze tra Paesi e territori.

Per noi è un punto enorme. Le reti non sono tutte uguali. L’Italia non è la Germania, la Lombardia non è la Calabria, un operatore territoriale non è un ex monopolista. Governare tutto da Bruxelles con un modello uniforme significa scrivere regole eleganti sulla carta e dannose nella pratica.

Key4biz. Qual è la seconda criticità?

Giovanni Zorzoni. La seconda criticità è il consolidamento: per decenni l’Europa ha messo al centro la concorrenza. Nel DNA emergono parole ambigue: competitività europea, campioni continentali, semplificazione. Tradotto: meno operatori, più grandi, più vicini al potere politico e finanziario. Una prospettiva che ci preoccupa.

Poi ci sono spettro, switch-off del rame, net neutrality. Le frequenze non sono rendite a vita da prorogare. Il rame va spento, ma con tempi realistici, non date calate dirigisticamente da Bruxelles, e compatibilmente con le capacità di assorbimento del sistema paese, del delivery e della realizzazione degli impianti nell’unità di tempo. La sicurezza delle catene di fornitura deve essere pura cybersecurity, non geopolitica contro l’interesse degli Stati Membri: i rapporti internazionali, e ancor più la sicurezza nazionale, sono riconosciuti dagli stessi trattati come ambiti di competenza primaria degli Stati membri! E la neutralità della rete va difesa, senza reintrodurre il “fair share” che è solo una tassa sulle piattaforme per ripianare i bilanci degli ex monopolisti, ma pretendendo che finalmente il GDPR non sia rispettato solo dalle aziende Europee.

Key4biz. Il mercato fisso rischia di restare bloccato tra rame, prezzi wholesale e migrazione alla fibra?

Giovanni Zorzoni. Il mercato non rischia di restare fermo, anzi. La direzione di questo movimento, tuttavia, dipenderà dal senso che daremo a obiettivi in realtà tutt’altro che univoci.

Da sempre, per noi “fibra ottica†significa “vera†fibra ottica, fino a dentro casa, ma altri soggetti vi ricomprendevano invece reti in misto rame. Analogamente, lo “switch-off†per noi significa passaggio alla fibra ottica, ma già abbiamo sentito letture del termine più ambigue, funzionali a far rimanere i clienti sul rame, riducendo i costi, dismettendo solo i POP, le centrali, con un enfatico -65% come si apprende dal memo Fibercop “NetBookâ€.

Key4biz. Cosa pensate della nuova politica di prezzo di FiberCop per l’accesso alla rete?

Giovanni Zorzoni. E’ un’altra novità dirompente, non soltanto per gli operatori al dettaglio, ma per le imprese e le famiglie italiane. Con i nuovi listini FiberCop, oggetto della Comunicazione AGCOM del 23 aprile 2026 e relativo “avvio della verifica delle proposte di FiberCop per i servizi wholesale dei Mercati 1B e 2Bâ€, ai sensi della delibera 58/26/CONS. Dopo la qualifica di FiberCop come operatore wholesale-only – qualifica che per AIIP è erronea – vediamo proposte di aumento su servizi essenziali: componenti passive, costi di cessazione, kit, colocazione, servizi accessori. Non è una questione marginale. Sono i costi su cui gli operatori costruiscono offerte retail, investimenti e migrazioni dei clienti verso la fibra.

Key4biz. Per FiberCop si tratta della logica conseguenza del passaggio al nuovo status di operatore wholesale only, con l’adeguamento graduale dei prezzi alla media europea.

Giovanni Zorzoni. Il rischio è che il passaggio da prezzi orientati al costo a prezzi “equi e ragionevoli” diventi una deregulation di fatto. Per noi “equo e ragionevole” significa ancora dimostrabile, trasparente, coerente con i costi sottostanti. Ci sono costi di disattivazione (!) che sono aumentati dell’440% sulla vecchia rete in rame… parliamo di 50€ di disattivazione per eseguire uno shutdown di una porta su un cabinet stradale con un prezzo precedente di 10€ già esoso? Se il servizio diventa talmente caro da impedire l’uscita di un contratto o rispettare i costi del contratto già in essere con il cliente finale la libertà di scelta degli operatori diventa solo teorica. Questo si chiama lock-in economico. Punto.

Se le cosiddette fibre primarie diventano più costose perché le centrali vengono accorpate e le tratte si allungano, non siamo davanti a una maggiore prestazione richiesta dagli operatori. Siamo davanti a una scelta di rete di FiberCop scaricata sul mercato. Sono profili fortemente tecnici che difficilmente arrivano nel dibattito pubblico, ma se AGCOM non interverrà in modo deciso, a fine anno si scaricheranno sugli italiani aumenti finora impensabili nelle telecomunicazioni.

A questo si aggiunge il tema CUP (Canone Unico Patrimoniale), che profila rischi esistenziali per moltissimi operatori territoriali: alcune interpretazioni rischiano di produrre richieste sproporzionate verso aziende che non controllano grandi infrastrutture fisiche, ma rivendono o integrano servizi di accesso di terzi. Si stanno producendo esiti manifestamente irragionevoli, e e sono quasi esauriti i margini temporali per un intervento legislativo che riconduca il CUP nei parametri della proporzionalità e della non distorsività. Confidiamo che il Governo possa intervenire con un emendamento entro l’inizio di settembre, prima che si producano conseguenze occupazionali irreparabili.

Insomma, il mercato non è fermo, siamo anzi in una fase di transizione, in cui si prospettano però direzioni non necessariamente positive per il sistema paese.

Key4biz. Nel memo “NetBook†di FiberCop c’è un dato che secondo voi merita particolare attenzione?

Giovanni Zorzoni. Sì, il dato più interessante è quello sul traffico medio per linea attiva. Va letto bene, perché FiberCop precisa che si tratta delle linee che terminano sui propri apparati, escludendo quindi quelle servite da infrastrutture di altri operatori. Non è il traffico complessivo di una regione, ma il traffico che resta dentro il perimetro tecnico di FiberCop. Ed è proprio qui che il dato diventa interessante (tra l’altro questo memo fa capire perché il CUP lo devono pagare gli operatori infrastrutturali e non gli operatori retail: dimostra chi “accende i caviâ€, e non ne è solo proprietario).

In diverse regioni del Nord, cioè nelle aree economicamente più forti del Paese, il traffico medio per linea risulta inferiore alla media nazionale: Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige, Liguria e Valle d’Aosta sono sotto il dato medio italiano. La Lombardia, che è il motore economico dello Stivale, è appena sopra. Al contrario, alcune regioni del Centro-Sud e delle isole, come Lazio, Campania, Calabria e Sicilia, risultano sopra media.

La lettura industriale, a mio avviso, è abbastanza chiara. Dove esiste più concorrenza infrastrutturale, quindi reti territoriali realizzate da operatori di AIIP, oltre a Open Fiber e Fastweb, una parte della clientela più evoluta e più esigente potrebbe essere uscita dal perimetro FiberCop. Dove invece la concorrenza infrastrutturale è più debole, o dove storicamente la rete dell’ex monopolista è rimasta dominante anche grazie a importanti piani pubblici sulla FTTC, il traffico continua a concentrarsi maggiormente su quella rete.

Non è una prova contabile di perdita di clientela, per quello servono altri indicatori: ricavi, abbandoni, ARPU, nuove attivazioni. Ma è un segnale industriale da non sottovalutare. Se nelle aree più ricche e più competitive il traffico medio sulle linee FiberCop non cresce in modo proporzionale, la domanda è inevitabile: FiberCop sta trattenendo davvero la clientela più avanzata, o sta soprattutto conservando quella ancora legata alla sua infrastruttura storica?

Key4biz. TIM e Fastweb + Vodafone hanno avviato un percorso di RAN sharing sul mobile. Che ne pensate?

Giovanni Zorzoni. Dipende dalle condizioni. La condivisione di infrastrutture mobili può avere senso nelle aree meno dense: riduce duplicazioni, accelera coperture, permette di usare meglio energia, siti e apparati. Nessuno qui vuole la religione dello spreco, con tre tralicci accanto soltanto per dimostrare che il mercato esiste. Ma il punto è un altro: quando la condivisione riguarda soggetti molto rilevanti e porzioni importanti del mercato, non può essere trattata come una semplice ottimizzazione tecnica.

Se due grandi blocchi industriali condividono porzioni significative della rete di accesso radio, allora bisogna parlare seriamente di vero wholesale mobile, non quello che abbiamo visto sinora: offerte commerciali complicate, fragili, negoziate caso per caso, che rendono la vita difficile agli operatori mobili virtuali e agli operatori territoriali. Parliamo del bistream dati su rete mobile: rinnovi di frequenze a prezzi calmierati e/o accordi di RAN sharing devono avere come imposizione il vero wholesale bistream dati della rete mobile e non certo su “slicing†a bassa velocità, bensì sulla stessa slice che i grandi operatori mettono i propri clienti.

Altrimenti il rischio è sempre lo stesso: si chiama efficienza ciò che nella pratica diventa consolidamento. Si dice che si vogliono ridurre costi per investire, poi però il mercato a valle resta chiuso o semi-chiuso. AIIP non è contraria alla cooperazione infrastrutturale quando serve. È contraria alle cooperazioni chiuse che privatizzano il controllo del mercato. Se la rete mobile diventa più condivisa, l’accesso deve diventare più aperto. Le due cose devono stare insieme, altrimenti manca metà del ragionamento.

Key4biz. Il tema dei vendor cinesi e della cybersecurity è diventato centrale. Qual è la posizione di AIIP?

Giovanni Zorzoni. La sicurezza è una cosa seria e non va trasformata, come si sta facendo da anni, in propaganda. La cybersecurity deve basarsi su criteri tecnici, oggettivi, verificabili: codice, processi, vulnerabilità, aggiornamenti, gestione delle chiavi, audit, supply chain, risposta agli incidenti. In AIIP sappiamo di cosa parliamo, perché molti di noi nel weekend fanno glitching su CPU di sistemi embedded, invece di andare a farsi una passeggiata. Se invece il criterio principale diventa la provenienza geografica del fornitore, allora siamo in un altro campo: geopolitica e sicurezza nazionale.

Sono temi legittimi, ma vanno chiamati con il loro nome, e sono temi che non possono essere accentrati nella Commissione Europea, dovendosi rispettare il principio di attribuzione sancito dai Trattati. Uno Stato membro potrebbe decidere, per ragioni geopolitiche, che certi fornitori devono essere esclusi o limitati, assumendosene la responsabilità di fronte ai propri cittadini, ma l’Unione Europea non può arrogarsi questo potere, che non le compete. Non si può scaricare tutto sugli operatori, magari piccoli e medi, che hanno comprato apparati legittimamente, li hanno installati, li gestiscono, e poi si trovano davanti a obblighi di sostituzione costosi e spesso poco proporzionati.

Inoltre la filiera tecnologica globale è molto più intrecciata di quanto piaccia raccontare. Un apparato può essere assemblato in Cina, contenere componenti americane, software europeo, chip asiatici e pezzi di supply chain sparsi in mezzo mondo. Fare finta che la sicurezza si risolva con una bandierina sul passaporto del vendor costituisce una drammatica semplificazione. La Cina è la fabbrica del mondo e non è un caso che governo americano, imprenditoria della filiera del complesso militare-tecnologico e il massimo esponente della finanza americana siano andati di persona dal presidente cinese. Noi dovremmo chiudere con l’oriente quando il paese che si suppone più industrializzato va a chiedere aiuto alla Cina? C’è un cortocircuito in termini.

AIIP chiede un approccio oggettivo e responsabile: sicurezza tecnica vera, criteri trasparenti, proporzionalità, tempi sostenibili e, quando la scelta è geopolitica, copertura pubblica dei costi. Altrimenti si usa la cybersecurity come etichetta elegante per fare politica industriale a spese degli operatori.

Key4biz. Che ruolo possono avere gli operatori territoriali e indipendenti nel futuro delle Tlc italiane?

Giovanni Zorzoni. Un ruolo da assoluti protagonisti. E non lo dico per orgoglio associativo, ma perché i numeri raccontano una storia molto più chiara di tante presentazioni patinate.

In un mercato delle telecomunicazioni che da anni fatica a trovare una traiettoria credibile, gli operatori indipendenti rappresentati da AIIP sono una delle poche componenti industriali che continua a crescere, investire, assumere e innovare. Parliamo di circa settanta imprese, attive su tutto il territorio nazionale, con un fatturato aggregato di circa 1,7 miliardi di euro: più del dieci per cento del mercato italiano di riferimento. Non è una nicchia, non è folklore territoriale, non è il “piccolo operatore†da trattare con paternalismo. È un pezzo fondamentale dell’industria digitale italiana.

Gli associati AIIP sono imprese che costruiscono fibra, gestiscono reti, realizzano data center, offrono servizi cloud, cybersecurity, connettività business, soluzioni per pubbliche amministrazioni, distretti industriali, aree artigianali, territori turistici e case sparse. Sono aziende che hanno portato Internet dove i grandi operatori non arrivavano o arrivavano soltanto quando c’erano soldi pubblici, obblighi regolatori o convenienza immediata. Noi abbiamo fatto quello che in Italia viene sempre invocato e quasi mai premiato: investimenti privati, competenze tecniche, presidio del territorio, rischio d’impresa e infrastrutture vere.

Per questo credo che gli operatori AIIP siano oggi il vero Made in Italy digitale. Non perché usiamo una bella etichetta da convegno, ma perché siamo italiani nella proprietà, nelle competenze, negli investimenti, nel personale, nei territori serviti e nella responsabilità verso i clienti. Nel momento in cui tutti parlano di sovranità digitale, cloud nazionale, sicurezza delle infrastrutture e riduzione delle dipendenze da piattaforme extraeuropee, bisognerebbe avere il coraggio di guardare dove queste cose esistono già: nelle imprese indipendenti che da trent’anni fanno rete, fibra, cloud e servizi digitali senza aspettare che qualcuno disegni per loro un grande piano salvifico.

A Bruxelles, purtroppo, si continua spesso a misurare il valore industriale in base alla dimensione del logo, alla presenza di una rete mobile o alla capacità di sedersi ai tavoli giusti. È un errore enorme. Il futuro delle Tlc italiane non sarà salvato da un campione unico, né da tre super-operatori continentali costruiti a tavolino, ma da una pluralità di reti, imprese e competenze capaci di competere, innovare e stare vicino ai clienti. La qualità non nasce dalla concentrazione; nasce dalla concorrenza vera, dalla responsabilità diretta e dalla capacità di rispondere ai territori.

La regolazione europea sembra ancora innamorata dell’economia di scala, ma continua a sottovalutare l’economia di densità, di prossimità e di specializzazione. Gli operatori indipendenti conoscono i territori, conoscono le imprese, sanno dove passa una dorsale, dove serve un collegamento ridondato, dove un distretto produttivo non può permettersi mezza giornata di fermo, dove un data center deve essere raggiungibile con fibra vera e non con promesse in formato PowerPoint, quella grande invenzione umana per trasformare il nulla in slide.

Quindi il nostro ruolo non è difensivo. Non chiediamo di essere protetti perché piccoli. Chiediamo che venga riconosciuto ciò che siamo già: una componente industriale solida, in crescita, italiana, indipendente e strategica. Se l’Italia vuole davvero avere un futuro digitale autonomo, competitivo e meno dipendente da soggetti esteri, deve partire da chi quel futuro lo sta già costruendo. E gli associati AIIP lo stanno facendo da anni, metro dopo metro di fibra, cliente dopo cliente, data center dopo data center.

Con questa intervista Key4Biz vuole continuare il dibattito sul rilancio delle Telecomunicazioni in Italia e in Europa, per cui benvengano altri contributi di autorevoli esperti e stakeholder.

The post TLC, Zorzoni (AIIP): “Basta assistenzialismo regolatorio. Il rilancio passa da concorrenza, Cloud e reti vere†appeared first on Key4biz.


Data articolo: Fri, 29 May 2026 05:00:00 +0000 di Paolo Anastasio
Truenumbers
Quanto guadagna Jannik Sinner e quante tasse paga

Con 64,7 milioni di dollari di premi, il tennista è già 6° nella classifica ATP all-time

Il Roland Garros ha confermato quanto possa essere sottile il confine tra ambizione sportiva e fragilità fisica. Sulla terra rossa di Parigi, in una giornata segnata dal caldo e dalla fatica, Jannik Sinner ha visto interrompersi contro Juan Manuel Cerundolo la corsa verso l’unico Slam che manca ancora al suo palmarès, quello che gli permetterebbe di completare il Career Grand Slam. Una partita fuori dal comune: Sinner aveva dominato i primi due set ed era arrivato fino al 5-1 nel terzo, prima che i problemi fisici cambiassero completamente l’inerzia del match. Da lì è nata la rimonta di Cerundolo, capace di ribaltare una sfida che sembrava chiusa e di chiuderla al quinto set.

Ma ogni grande torneo porta con sé anche un’altra partita, meno visibile e molto più complessa: quella dei guadagni, dei premi e delle tasse. La domanda torna ciclicamente attorno al campione altoatesino: quanto guadagna davvero Sinner e quante tasse paga? La risposta è meno immediata di quanto sembri. Sinner risiede fiscalmente a Monaco, dove il regime è più favorevole rispetto a quello italiano, ma questo non significa che non versi imposte. I premi sportivi sono tassati nei Paesi in cui vengono vinti e i redditi prodotti in Italia restano soggetti alle regole del fisco italiano. Per capire il caso Sinner, quindi, non basta dividerlo tra chi “paga†e chi “non pagaâ€: bisogna distinguere tra residenza fiscale, montepremi, sponsorizzazioni, diritti d’immagine e investimenti.

Quanto conta la residenza fiscale di Sinner

La partita fiscale di Sinner non si gioca solo quando alza un trofeo. Si gioca anche lontano dal campo. Entra nei contratti con gli sponsor, nei diritti d’immagine e nei redditi che non dipendono direttamente dal risultato di un torneo. Per i montepremi, la regola principale, come detto, resta legata al luogo in cui il reddito viene maturato. Se Sinner vince in Italia, paga in Italia. Se incassa un premio negli Stati Uniti, in Australia o in Spagna, si applicano le norme fiscali di quei Paesi. La residenza nel Principato non cancella quindi le imposte sui premi sportivi. E non cancella neppure quelle sui redditi eventualmente prodotti sul territorio italiano. In questo senso Sinner è residente monegasco, ma contribuente in più Paesi.

Il vantaggio fiscale di Monaco pesa soprattutto sui redditi globali e commerciali: sponsorizzazioni, contratti pubblicitari, diritti d’immagine e altri introiti legati al suo status di numero uno. Se fosse residente fiscale in Italia, questi redditi rientrerebbero nell’Irpef ordinaria e, oltre i 50 mila euro, l’aliquota massima indicata arriverebbe al 43%. Su cifre molto elevate, come quelle garantite dai grandi sponsor, la differenza rispetto a Monaco sarebbe evidente. Per questo il nodo non è stabilire se Sinner paghi o non paghi tasse, ma capire su quali redditi la residenza monegasca incide davvero.

Quanto ha guadagnato Sinner in carriera

Ogni discorso sulle tasse parte da una domanda preliminare: quanto denaro ha generato, finora, la carriera di Sinner? La risposta dà la misura del salto compiuto dal tennis italiano. Secondo la classifica all-time del prize money ATP aggiornata al 18 maggio 2026, il campione altoatesino ha raggiunto 64.686.923 dollari di guadagni ufficiali in carriera tra singolare e doppio, pari a circa 55,6 milioni di euro. Ãˆ una cifra che lo colloca già al sesto posto nella storia del tennis maschile per premi incassati.

Come si vede dal grafico, davanti a lui ci sono Novak Djokovic, Rafael Nadal, Roger Federer, Carlos Alcaraz e Andy Murray. Il dato è ancora più significativo perché il margine con chi lo precede è minimo: Murray è avanti di appena 619 dollari, mentre Alcaraz dista poco più di 310 mila dollari. Davanti restano ancora lontanissimi i tre grandi dominatori dell’era moderna: Djokovic con oltre 193 milioni di dollari, Nadal con 134,9 milioni e Federer con 130,6 milioni.

Quanto paga Sinner sui premi italiani

Nel 2025 il rapporto tra Sinner e il fisco italiano passa da due luoghi simbolici della sua stagione: il Foro Italico di Roma e l’Inalpi Arena di Torino. È l’anno in cui il tennista altoatesino consolida la propria dimensione globale. Nonostante una squalifica di 3 mesi, chiude con 57 vittorie, 6 sconfitte, 6 titoli su 12 tornei disputati e 10 finali. Il “complessivo di campo†della stagione viene stimato in oltre 19 milioni di dollari. A questi si aggiungono i 6 milioni di dollari del Six Kings Slam in Arabia Saudita. Dentro questo quadro si inserisce il capitolo italiano: Internazionali d’Italia e ATP Finals. Due tornei diversi per peso sportivo, superficie e montepremi. Ma accomunati dallo stesso principio fiscale.

Se il reddito nasce in Italia, viene tassato in Italia. Per questo, sui premi vinti nel nostro Paese, stimati complessivamente intorno ai 5 milioni di euro, Sinner avrebbe versato all’erario italiano poco meno di 1,5 milioni di euro. La parte più rilevante arriva dalle ATP Finals di Torino, dove il premio viene indicato tra 4,4 e 4,5 milioni di euro. Con una tassazione alla fonte del 30%, il prelievo fiscale supera 1,3 milioni di euro solo per il torneo torinese. A questa cifra si aggiunge quanto dovuto per il risultato ottenuto a Roma.

Quanto resta a Sinner dopo le tasse

Ogni volta che Sinner cambia torneo, cambia anche il Paese che presenta il conto. La stagione di un tennista di vertice è fatta di voli, superfici diverse, fusi orari e tabelloni, ma anche di regole fiscali che si spostano insieme al circuito. Nei primi cinque mesi del 2026 Sinner avrebbe incassato 5,8 milioni di euro lordi in montepremi, pari a 6,7 milioni di dollari. Su questa cifra avrebbe già pagato oltre 1,4 milioni di euro di tasse in diversi Paesi, arrivando a un netto di 4,3 milioni di euro. L’aliquota media, calcolata sull’insieme dei premi, sarebbe quindi del 24,7%. È qui che si capisce meglio perché la fiscalità di un atleta globale non funzioni come quella di un lavoratore legato a un solo Paese: nel tennis il prelievo cambia da torneo a torneo, perché dipende dalle regole fiscali dello Stato in cui il premio viene maturato.

Quali tornei tassano di più Sinner

Da Melbourne a Doha, dalla California alla terra europea, ogni coppa porta con sé anche una ricevuta diversa. Agli Australian Open, Sinner avrebbe incassato 765 mila euro lordi, tassati al 32,5%, con meno di 517 mila euro netti. A Doha, invece, il premio da 66.804 euro non avrebbe subito tassazione. Negli Stati Uniti il conto sale: a Indian Wells e Miami i due premi da 991 mila euro lordi sarebbero stati tassati al 37%, lasciando circa 624 mila euro netti per ciascun torneo. A Montecarlo, invece, i 974.370 euro vinti non sarebbero stati tassati secondo le ricostruzioni disponibili.

Poi arrivano i tornei europei su terra: a Madrid il premio da 1.007.165 euro sarebbe stato tassato al 24%, con circa 765 mila euro netti; a Roma, su un premio lordo identico, la tassazione indicata è del 20%, per quasi 806 mila euro netti. Il risultato è molto concreto: nello stesso anno, lo stesso atleta può passare da un premio esentasse a un prelievo superiore a un terzo dell’incasso lordo, semplicemente cambiando Paese.

Quanto guadagna Sinner dagli sponsor

I montepremi attirano l’attenzione perché rimandano alla vittoria, alla coppa sollevata e alle cifre comunicate a fine torneo. Ma per un numero uno del mondo rappresentano solo una parte del bilancio. Nel 2024 Sinner avrebbe incassato circa 16,9 milioni di dollari in premi, pari a circa 15,5 milioni di euro. Nello stesso anno, secondo Forbes, avrebbe guadagnato circa 20 milioni di euro dalle sponsorizzazioni. Su questo terreno la residenza fiscale diventa più rilevante: i premi sportivi seguono le regole del Paese in cui Sinner li matura, mentre contratti pubblicitari, diritti d’immagine e accordi commerciali hanno una dimensione più globale.

Attorno a Sinner si muove ormai un portafoglio di marchi di primo piano, da Nike a Lavazza, da Fastweb a Gucci, fino ad Allianz, Rolex, De Cecco, Enervit, La Roche-Posay e Head. Il contratto più pesante resta quello con Nike, che avrebbe rinnovato l’accordo per 10 anni con un valore complessivo di 150 milioni di euro, pari a 15 milioni l’anno. Per questo Monaco pesa soprattutto sui redditi commerciali e sui diritti d’immagine: molto più che sui montepremi dei singoli tornei, sui quali i Paesi applicano la tassazione alla fonte dove Sinner gioca e vince.

Quanto investe Sinner negli immobili

Il legame fiscale tra Sinner e l’Italia non passa soltanto dai tornei. C’è anche una dimensione meno visibile, lontana dalle coppe e dai montepremi: quella degli investimenti immobiliari. Il campione avrebbe acquistato due immobili in Casa Barelli, storico edificio nel centro di Milano, vicino a Piazza San Babila e Corso Venezia, per un valore complessivo indicato intorno ai 7 milioni di euro. Anche questi beni entrano nel rapporto con il fisco italiano. Non sono solo una voce del patrimonio personale o societario del tennista, ma immobili situati in Italia e quindi soggetti alle imposte previste sulla proprietà e sugli atti immobiliari. Il principio è lo stesso dei premi sportivi: la residenza a Monaco incide sulla posizione fiscale generale di Sinner, ma quando il bene, il reddito o l’investimento si trova in Italia, rientra comunque nel perimetro fiscale italiano.

Perché Sinner fa guadagnare l’Italia

Poi c’è un conto che non riguarda solo Sinner, ma tutto quello che si muove attorno a lui. Una finale, un palazzetto pieno, sponsor più visibili, biglietti venduti, alberghi, ristoranti, trasporti: il successo di un campione non produce soltanto reddito personale, ma anche valore economico per il territorio che lo ospita. Le ATP Finals di Torino avrebbero generato un gettito fiscale netto di 100 milioni di euro tra biglietteria, sponsor e indotto. Non significa che tutto dipenda da Sinner, perché un evento di questo livello vive di organizzazione, circuito internazionale e attrattività propria. Ma la presenza di un numero uno italiano cambia la scala dell’attenzione: aumenta il pubblico, rafforza il valore commerciale del torneo, porta visibilità internazionale e rende più riconoscibile il brand Italia. Anche questo, pur in modo indiretto, entra nel bilancio economico del fenomeno Sinner.

Anni di riferimento: 2025-2026

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Data articolo: Fri, 29 May 2026 08:22:08 +0000 di Truenumbers
Jeff Bezos
Blue Origin, fallisce il test e il razzo New Glenn esplode in palla di fuoco

Esplode il razzo di Blue Origin durante un test in Florida: enorme palla di fuoco sulla rampa di lancio

Una gigantesca esplosione ha scosso la notte di Cape Canaveral, in Florida, dove il razzo New Glenn della compagnia spaziale Blue Origin è andato distrutto durante una prova a terra. Le immagini diffuse sui social mostrano una spettacolare palla di fuoco che avvolge completamente l’area di test, illuminando il cielo e generando una densa nube di fumo visibile a grande distanza.

L’incidente è avvenuto intorno alle 21:00 ora locale, le 02:00 in Italia, mentre gli ingegneri stavano effettuando il conto alla rovescia per una breve accensione di prova dei sette motori BE-4 a metano del primo stadio del razzo, durante un cosiddetto “hotfire test“, una procedura fondamentale nello sviluppo di un lanciatore spaziale. In questa fase i motori vengono accesi mentre il razzo resta ancorato alla piattaforma, per verificare il corretto funzionamento dei sistemi prima del volo.

Bezos: “Ricostruiremo tutto e torneremo a volareâ€

Blue Origin, l’azienda fondata nel 2000 dal patron di Amazon Jeff Bezos, ha confermato l’accaduto parlando di una generica “anomalia” verificatasi durante il test. La società ha precisato che tutto il personale presente sul sito è stato immediatamente localizzato e che non si registrano feriti.
Incredibilmente, sembra che la base di lancio sia rimasta intatta, o comunque non gravemente danneggiata.

Anche Bezos è intervenuto pubblicamente, spiegando che è ancora troppo presto per individuare le cause dell’incidente. “È stata una giornata molto dura, ma ricostruiremo tutto ciò che sarà necessario e torneremo a volare“, ha scritto l’imprenditore sui social.

Secondo le autorità della contea di Brevard non esistono rischi per la popolazione. Sul posto sono intervenuti i soccorritori e gli specialisti della U.S. Space Force, che stanno collaborando con Blue Origin per raccogliere dati e determinare l’origine esatta dell’esplosione.

L’esplosione durante un test hotfire, non è la prima volta nella storia dei lanci

L’incidente si è verificato durante una campagna di test preparatoria a una futura missione. Al momento non è stato comunicato quale componente abbia innescato il guasto, ma gli esperti del settore sanno bene che i test a terra rappresentano una delle fasi più delicate nello sviluppo di nuovi sistemi di lancio.

Durante un hotfire test i serbatoi vengono caricati con enormi quantità di propellenti criogenici e i motori operano a piena potenza: qualsiasi anomalia nei sistemi di alimentazione, nelle valvole o nei controlli può provocare eventi catastrofici.

Gli incidenti hotfire sono insoliti ma attesi nello sviluppo di nuovi motori. L’industria li considera parte del processo di validazione: l’importante è che accadano a terra, con personale protetto, non durante un lancio con equipaggio o carico prezioso.

A commentare l’accaduto è stato anche Jared Isaacman, amministratore della NASA, che ha ricordato come il volo spaziale sia una delle attività tecnologicamente più complesse mai affrontate dall’uomo. Secondo Isaacman, lo sviluppo di nuovi lanciatori pesanti richiede inevitabilmente test estremamente impegnativi e l’agenzia spaziale statunitense collaborerà con Blue Origin per comprendere le cause dell’incidente e valutarne l’impatto sulle prossime missioni.

Prossimo obiettivo di Blue Origin è portare in orbita Leo un carico record di 48 satelliti per Amazon

L’episodio arriva in un momento delicato per la società di Bezos. Solo il mese scorso la Federal Aviation Administration (FAA) aveva disposto un’indagine su un precedente “mishap”, un incidente verificatosi durante una missione del razzo New Glenn.
In quell’occasione Blue Origin aveva tentato di portare in orbita un satellite della società AST SpaceMobile senza però riuscire a collocarlo nell’orbita prevista.

La società aveva ottenuto un importante successo lo scorso novembre con il lancio di New Glenn dalla Florida e il primo recupero del suo booster riutilizzabile. Proprio per questo motivo l’esplosione di Cape Canaveral rappresenta una battuta d’arresto significativa, ma non insolita in un settore dove l’innovazione passa spesso attraverso prove ad alto rischio.

All’inizio di questa settimana, nell’ambito delle più ampie missioni di esplorazione lunare Artemis, la NASA ha assegnato a Blue Origin un contratto da 188 milioni di dollari per il trasporto di rover sulla Luna utilizzando il suo modulo di atterraggio senza equipaggio Mark 1.

Le prossime settimane saranno decisive per chiarire cosa sia realmente accaduto sulla rampa di lancio e per capire quanto questo incidente potrà influenzare il calendario dei futuri voli della compagnia di Jeff Bezos. Per giugno era previsto il prossimo impegno di Blue Origin: collocare 48 satelliti nella orbita terrestre bassa per conto di Amazon, tramite Leo New Glenn 1 (LN-01), per espandere le capacità di banda larga del colosso dell’e-commerce.

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Data articolo: Fri, 29 May 2026 07:03:20 +0000 di Flavio Fabbri
Telecoms
Come gli agenti AI comprano e vendono al posto dell’utente

Pochi giorni fa la piattaforma di trading online Robinhood ha annunciato una funzione inedita, che riguarda il modo in cui i piccoli investitori privati possono gestire i propri soldi in borsa. Robinhood è nata negli Stati Uniti nel 2013 con l’obiettivo di rendere accessibile la borsa anche a chi non ha un broker tradizionale, e conta oggi oltre 25 milioni di utenti. La funzione si chiama Agentic Trading ed è ancora in fase beta: permette agli utenti di collegare alla propria piattaforma un agente AI di terze parti, cioè un programma dotato di intelligenza artificiale capace di agire in autonomia, prendere decisioni e portarle a termine.

L’agente può analizzare report di analisti, valutare come è distribuito il portafoglio e, soprattutto, comprare e vendere azioni senza che l’utente debba cliccare nulla. Il collegamento avviene tramite uno standard tecnico chiamato MCP (Model Context Protocol), che funziona come un protocollo comune per far comunicare applicazioni AI esterne con piattaforme di terzi. Le operazioni dell’agente avvengono su un conto separato da quello principale e ogni transazione genera una notifica sul telefono del titolare, che può interrompere l’agente in qualsiasi momento. Robinhood aveva già lanciato a marzo 2025 il proprio assistente interno Cortex, pensato per gestire investimenti tramite istruzioni in linguaggio naturale; con l’Agentic Trading decide invece di aprire la piattaforma a strumenti AI sviluppati da altri.

Un fenomeno già globale

Robinhood non è la prima a muoversi in questa direzione, e guardare al contesto internazionale serve a capire le dimensioni del fenomeno. In Asia, la fintech di Hong Kong Futu Holdings ha integrato il proprio assistente “Skills” con modelli linguistici di grandi dimensioni come DeepSeek: gli utenti possono collegarsi anche ad altri sistemi AI, tra cui Claude e Cursor, e impartire istruzioni di trading in linguaggio naturale, come se stessero parlando con un consulente. Tiger Brokers, piattaforma di brokeraggio attiva a Hong Kong e Singapore, ha registrato un aumento del 500% delle interazioni con il proprio assistente TigerAI nel giro di un anno dal lancio a marzo 2025. Basta un’occhiata a questi numeri per capire quanto velocemente stia crescendo la familiarità degli investitori retail con questi strumenti.
In Europa il processo è più cauto, ma comunque ben avviato: le banche britanniche NatWest, Lloyds e Starling stanno conducendo sperimentazioni in stretto coordinamento con la FCA (Financial Conduct Authority, l’autorità di vigilanza finanziaria del Regno Unito), che ha già predisposto una sandbox regolamentare, cioè un ambiente controllato in cui le aziende possono testare prodotti innovativi prima di immetterli sul mercato.

La società di ricerca Gartner stima che il 40% delle società di servizi finanziari utilizzerà agenti AI entro la fine del 2026. Ad aprile, il Fondo Monetario Internazionale ha pubblicato un paper specifico sull’argomento, rilevando che gli agenti AI sono già in grado di gestire la liquidità di un conto, ottimizzare le conversioni valutarie e prioritizzare i pagamenti in tempo reale, in alcuni casi senza necessità di addestramento specializzato. Tutto questo riguarda anche i risparmiatori italiani: chi vuole orientarsi tra i prodotti bancari disponibili oggi può confrontare le offerte di conti correnti su SOSTariffe.it, dove è possibile valutare costi di gestione, tassi e condizioni dei principali istituti in pochi minuti.

I rischi: comportamenti gregari e responsabilità

Con la diffusione rapida di questi strumenti, i problemi concreti su cui regolatori e analisti si interrogano sono già visibili. Il più discusso è quello che gli esperti chiamano “herding behavior”, ovvero il comportamento gregario: se molti agenti AI addestrati su modelli simili prendono le stesse decisioni in simultanea, i mercati possono amplificare le oscillazioni in modo incontrollato. Alcuni analisti hanno paragonato questo meccanismo alla corsa agli sportelli che nel 2023 affossò la Silicon Valley Bank: quando tutti i correntisti decisero di ritirare i propri depositi nello stesso momento, la banca collassò nel giro di poche ore. Con gli agenti AI, lo stesso effetto potrebbe verificarsi su scala molto più ampia e molto più veloce.

Sul fronte della sicurezza, i dati già disponibili sono tutt’altro che rassicuranti: nel corso del 2025, circa un terzo di tutti gli episodi legati all’AI nei servizi finanziari ha riguardato frodi e attività fraudolente che sfruttavano strumenti di intelligenza artificiale. La SEC americana (Securities and Exchange Commission, l’autorità di vigilanza sui mercati finanziari degli Stati Uniti) ha inserito nelle sue priorità di controllo per il 2026 uno scrutinio specifico sull’impatto degli strumenti di trading automatizzato sugli investitori retail, con attenzione particolare alle categorie meno esperte. Sul piano legale, lo studio internazionale Debevoise & Plimpton ha evidenziato che l’uso di agenti AI privi di adeguata supervisione umana espone broker e consulenti finanziari a rischi regolatori rilevanti; e che, in ogni caso, la responsabilità delle operazioni eseguite dall’agente ricade sull’utente finale, non sulla piattaforma.

Il cantiere aperto di governance e regolazione

I quadri normativi esistenti sono stati costruiti per un mondo in cui le decisioni finanziarie le prendono gli esseri umani, e adattarli agli agenti AI richiede un lavoro che è appena cominciato. La FCA britannica ha dichiarato esplicitamente che gli agenti AI introducono rischi nuovi, legati soprattutto alla velocità con cui operano e alla capacità di interagire con altri agenti in modo del tutto autonomo; per questo ha predisposto un regime di responsabilità che riconduce in capo ai dirigenti delle istituzioni finanziarie l’obbligo di rispondere degli errori commessi dai sistemi AI che hanno scelto di adottare. Negli Stati Uniti, la SEC ha inserito il tema nelle priorità di vigilanza per il 2026, con un’attenzione specifica agli investitori individuali meno esperti.

Il nodo più delicato riguarda proprio questi ultimi. Configurare correttamente un agente AI, definirne i limiti operativi e monitorarne il comportamento nel tempo richiede competenze tecniche che la maggior parte degli utenti retail non possiede. Il già citato studio Debevoise & Plimpton ha sottolineato che, nell’attuale quadro regolatorio americano, la responsabilità delle operazioni eseguite da un agente ricade sull’utente che lo ha autorizzato. La stessa Gartner che stima una penetrazione del 40% degli agenti AI nei servizi finanziari entro fine 2026 prevede anche che oltre il 40% dei progetti in questo ambito verrà abbandonato entro il 2027, per costi superiori alle attese e difficoltà nel misurare il valore prodotto. SEC, FCA e le authority europee stanno lavorando a framework di accountability dedicati, ma nessuno ha ancora definito regole vincolanti per il trading delegato agli agenti AI.

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Data articolo: Fri, 29 May 2026 07:59:42 +0000 di Edoardo Stigliani SosTariffe.it
Thales Alenia Space
Base lunare, dalla Nasa investimenti per un miliardo di dollari. Nel 2033 il primo modulo italiano

Tornare sulla Luna, con una vera base logistica. Ecco il programma della Nasa

La Nasa accelera verso la costruzione della prima base umana permanente sulla Luna e mette sul tavolo investimenti per quasi un miliardo di dollari, coinvolgendo aziende private americane, partner internazionali e anche l’Italia. L’obiettivo è trasformare il polo Sud lunare nel primo avamposto stabile dell’umanità su un altro corpo celeste, preparando il terreno alle future missioni Artemis e, più avanti, ai voli verso Marte.

L’annuncio è arrivato durante il Moon Base event organizzato presso il quartier generale della Nasa a Washington, dove l’agenzia ha illustrato una strategia che combina missioni robotiche, infrastrutture permanenti, rover abitabili, droni autonomi e nuovi sistemi logistici per operare sulla superficie lunare in modo continuativo.

“Moon Base sarà il primo avamposto dell’America e dell’umanità su un altro mondoâ€, ha dichiarato l’amministratore della Nasa Jared Isaacman, spiegando che ogni missione servirà a sviluppare le tecnologie e le competenze necessarie per vivere e lavorare in uno degli ambienti più estremi mai affrontati dall’uomo.

La roadmap della NASA prevede una progressione graduale. Le missioni Artemis con equipaggio dovrebbero riportare astronauti sulla Luna nel 2028, ma prima sarà necessario costruire una rete di infrastrutture automatiche in grado di ridurre i rischi operativi. È proprio in questo contesto che si inseriscono i nuovi contratti annunciati dall’agenzia spaziale americana.

In prima fila per la futura base lunare c’è anche il modulo abitativo italiano Mph, realizzato da Thales Alenia Space: l’Agenzia Spaziale Italiana ha annunciato di aver ottenuto l’approvazione di una commissione di valutazione della Nasa per procedere verso la revisione preliminare del progetto nel 2027.
Il primo modulo dovrebbe essere lanciato nel 2033.

I progetti per i rover lunari sui cui si muoveranno gli astronauti, il trasporto sarà affidato a Blue Origin

Due delle commesse più importanti riguardano lo sviluppo dei Lunar Terrain Vehicle, i rover che permetteranno agli astronauti di muoversi sulla superficie lunare per lunghe distanze. Nasa ha assegnato 219 milioni di dollari ad Astrolab e 220 milioni di dollari a Lunar Outpost per sviluppare la prima generazione di questi mezzi.

Astrolab realizzerà il rover CLV-1, derivato dall’architettura FLEX. Il mezzo sarà progettato per il trasporto degli astronauti, il supporto logistico e le operazioni remote. Il rover avrà una massa di circa 2.000 libbre, una configurazione compatta per il trasporto spaziale e una velocità superiore a 6 miglia orarie su terreno pianeggiante.

Lunar Outpost svilupperà invece Pegasus, evoluzione del rover Eagle già sperimentato dalla società. Il veicolo sarà operativo fino a un anno e potrà essere guidato manualmente, autonomamente oppure in teleoperazione. Pegasus sarà capace di superare le 9 miglia orarie e integrerà tecnologie derivate dal programma Apollo insieme all’esperienza maturata nei prototipi più recenti.

Questi rover saranno fondamentali per preparare i siti di atterraggio, trasportare materiali, analizzare il terreno, posizionare strumenti scientifici e supportare le attività degli astronauti durante le missioni Artemis. Nei prossimi 18 mesi le aziende completeranno la progettazione definitiva, le prove con equipaggio e la qualificazione dei sistemi di volo.

Per trasportare i rover nella regione del polo Sud lunare, la NASA ha affidato a Blue Origin un contratto da 188 milioni di dollari, con un’opzione di rinnovo da circa 280 milioni. La società di Jeff Bezos utilizzerà il lander Blue Moon Mark 1 Endurance, uno dei sistemi centrali della nuova architettura lunare americana.

Entro la fine di quest’anno le prime missioni lunari?

La prima missione della futura base lunare, Moon Base I, dovrebbe partire non prima dell’autunno 2026. Il lander Blue Moon porterà sulla superficie lunare una serie di strumenti scientifici, tra cui le Stereo Cameras for Lunar Plume-Surface Studies, destinate ad analizzare l’interazione tra i motori dei lander e il suolo lunare, e il Laser Retroreflective Array, che consentirà ai veicoli in orbita di determinare la propria posizione con maggiore precisione attraverso riflessioni laser. L’atterraggio è previsto nella regione dello Shackleton Connecting Ridge, un’area strategica vicino al polo Sud.

La seconda missione, Moon Base II, è invece prevista entro la fine dell’anno e utilizzerà il lander Griffin di Astrobotic per trasportare oltre 1.100 libbre di carico sulla Luna. A bordo ci sarà anche il rover FLIP sviluppato da Astrolab, che servirà a testare sistemi di mobilità destinati ai futuri veicoli lunari.

Sempre nel 2026 dovrebbe partire Moon Base III, missione che utilizzerà il lander Nova-C Trinity di Intuitive Machines. Il suo obiettivo principale sarà studiare i cosiddetti “lunar swirlsâ€, misteriose aree chiare presenti sulla superficie lunare. La missione Lunar Vertex coinvolgerà anche l’Agenzia spaziale europea (Esa) e il Korea Astronomy and Space Science Institute, confermando la dimensione internazionale del programma.

Nel 2028 sulla Luna i droni autonomi

Parallelamente, la Nasa ha annunciato un nuovo investimento da 75 milioni di dollari affidato a Firefly Aerospace per la missione MoonFall, prevista nel 2028. Il progetto prevede l’impiego di quattro droni autonomi capaci di compiere brevi voli sulla superficie lunare per esplorare zone difficili da raggiungere con i rover tradizionali.

I droni raccoglieranno immagini ad alta risoluzione dei potenziali siti di allunaggio destinati agli astronauti Artemis. Dopo il termine dei voli, i loro payload scientifici continueranno a operare per mesi, contribuendo alla presenza americana permanente nel polo Sud lunare.

Il modulo abitativo made in Italy

In questo scenario, come anticipato, c’è anche un importante contributo italiano. Thales Alenia Space sta infatti sviluppando il modulo abitativo MPH, uno degli elementi destinati a diventare parte integrante della futura base lunare. L’Agenzia spaziale italiana ha annunciato che il progetto ha superato una prima commissione di valutazione della NASA e potrà procedere verso la revisione preliminare prevista nel 2027.
Secondo i piani attuali, il primo modulo dovrebbe essere lanciato nel 2033.

Per l’Italia si tratta di una presenza strategica nella nuova economia spaziale. Il modulo abitativo rappresenta infatti uno dei componenti tecnologicamente più complessi dell’intera architettura lunare: dovrà garantire protezione dalle radiazioni, supporto vitale, autonomia energetica e capacità operative in un ambiente estremo.

Luna come laboratorio permanente per tecnologia “di frontiera†e per la New Space Economy

La Nasa punta a trasformare la Luna in un laboratorio permanente per sviluppare tecnologie di sopravvivenza, logistica e mobilità che serviranno anche per le future missioni verso Marte. L’agenzia parla apertamente di una “Golden Age†dell’esplorazione spaziale, costruita attraverso partnership pubblico-private, una maggiore frequenza di lanci e una presenza stabile sulla superficie lunare.

Il programma sarà sostenuto anche dalla nuova evoluzione del sistema CLPS, il Commercial Lunar Payload Services, attraverso cui la Nasa acquista servizi di trasporto e logistica da aziende private. La versione CLPS 2.0 introdurrà maggiore flessibilità operativa, consentendo all’agenzia di acquistare sia missioni complete “chiavi in mano†sia hardware da integrare direttamente nelle proprie operazioni lunari.

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Data articolo: Fri, 29 May 2026 09:00:36 +0000 di Flavio Fabbri
Engineering
Engineering, ricavi a 426 milioni di euro (+4,1%) nel primo trimestre. Bisio: “AI driver di crescita† 

Il Consiglio di Amministrazione del Gruppo Engineering, tra i leader della Digital Transformation in Italia e con un’importante presenza a livello internazionale, ha approvato i risultati consolidati relativi al primo trimestre 2026, che evidenziano una crescita organica dei ricavi e un miglioramento della redditività in accelerazione rispetto agli ultimi anni, confermando l’efficacia del percorso di riposizionamento strategico verso attività a maggiore valore aggiunto.

La crescita registrata nel trimestre è trasversale a tutti i principali mercati di riferimento in cui opera il Gruppo ed è guidata principalmente dalle performance positive nel Public Sector e nell’Healthcare, oltre che dai risultati dei Software Products (+9%) e del Digitech & Consulting (+6%).

Bisio: “La nostra Intelligenza Artificiale sovrana per aziende e PA”

Aldo Bisio, Amministratore Delegato del Gruppo, dichiara: “Il primo trimestre 2026 conferma la solidità della direzione intrapresa, caratterizzata da un progressivo spostamento verso attività a maggiore valore aggiunto, da una crescente integrazione dell’intelligenza artificiale e da un rafforzamento della disciplina finanziaria. L’evoluzione del nostro modello industriale vede un ruolo centrale della GenAI grazie al lancio dell’architettura modulare IS-IA (Italy’s Sovereign Intelligence Architecture), che si fonda sull’LLM proprietario EngGPT 2, per offrire a Pubbliche Amministrazioni e aziende un’Intelligenza Artificiale sovrana, ovvero governabile, efficiente, aperta e in grado di integrarsi con altri modelli generalistiâ€.

Principali risultati economico-finanziari

Nel primo trimestre del 2026, la maggior parte dei principali indicatori economici e patrimoniali del Gruppo ha evidenziato un andamento positivo:

  • Ricavi: 426 milioni di euro in crescita del +4,1% su base organica rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente
  • EBITDA adjusted: 58,3 milioni di euro (+5,9% YoY) e EBITDA Adjusted post-CapEx: 51 milioni di euro (+9,6% YoY), in miglioramento grazie alla particolare attenzione al contenimento dei costi, a un mix di business più favorevole e alla normalizzazione degli investimenti
  • Leva finanziaria netta[1] si attesta a 4,3 volte l’EBITDA, in miglioramento rispetto al primo trimestre 2025, grazie alla rafforzata capacità di generazione di cassa, sostenuta dalla maggiore redditività e profittabilità del Gruppo

AI driver chiave di crescita

Per Engineering l’intelligenza artificiale rappresenta un driver chiave di crescita e di efficienza, grazie all’architettura modulare IS-IA, allo sviluppo di soluzioni scalabili come l’LLM proprietario EngGPT 2. Questo approccio consente al Gruppo di generare benefici tangibili nei processi interni, migliorando produttività e competitività. Allo stesso tempo, permette di applicare concretamente l’intelligenza artificiale in diversi contesti industriali e di servizio in modo sicuro, trasparente e completamente governabile. Le soluzioni sviluppate rispondono a esigenze specifiche di diversi settori, tra cui manifatturiero, telecomunicazioni, sanità ed energia. In questo modo, Engineering supporta i clienti nell’ottimizzazione dei processi, nell’accelerazione dei percorsi di trasformazione digitale e nella realizzazione di servizi sempre più avanzati, sicuri e governabili.

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Data articolo: Fri, 29 May 2026 09:34:06 +0000 di Redazione Key4biz
Eu
G7, Anitech-Assinform e TECH7 ai Governi: più cooperazione su cybersicurezza, AI, Quantum  

Alla vigilia della riunione dei Ministri digitali del G7, le principali associazioni di categoria del settore digitale dei Paesi del G7 (Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti) e dell’Unione Europea si riuniscono nell’ambito di TECH7, il forum delle associazioni di categoria digitali del G7, per presentare le loro raccomandazioni congiunte ai sette ministri riuniti a Parigi. Tali raccomandazioni mirano a rafforzare la crescita, la competitività e l’innovazione nell’economia digitale globale.

Questo incontro si svolge in un momento in cui le tecnologie digitali — intelligenza artificiale, cybersicurezza, infrastrutture cloud e tecnologie quantistiche — giocano un ruolo decisivo per la crescita, la competitività e la capacità di innovazione delle economie del G7.

Sotto la presidenza francese del G7, le associazioni di categoria digitali dei Paesi membri hanno adottato a Parigi una dichiarazione congiunta che chiede un rafforzamento della cooperazione tra le principali economie digitali. Questa convergenza riflette un impegno condiviso a favore di ecosistemi digitali aperti, interoperabili, sicuri e che favoriscano l’innovazione.

Le raccomandazioni affrontano otto grandi temi strategici:

1. cybersicurezza e resilienza delle infrastrutture critiche;

2. flussi e governance dei dati;

3. impiego dell’intelligenza artificiale nei settori strategici;

4. tecnologie quantistiche;

5. sicurezza delle catene di approvvigionamento e delle infrastrutture digitali;

6. salute digitale;

7. competenze e futuro del lavoro;

8. sostegno alle PMI nell’economia digitale.

Attraverso questa dichiarazione congiunta, TECH7 invita i governi del G7 a intensificare il dialogo pubblico-privato e ad attuare politiche che promuovano l’innovazione, gli investimenti e la competitività delle economie digitali.

* Organizzazioni membri di TECH7: TECHNATION (Canada), Numeum (Francia), AFNUM (Francia), Bitkom (Germania), Anitec-Assinform (Italia), JEITA (Giappone), techUK (Regno Unito), ITI (Stati Uniti), DIGITALEUROPE (Unione Europea).

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Data articolo: Fri, 29 May 2026 10:08:39 +0000 di Redazione Key4biz
Giornata Parlamentare
La Giornata Parlamentare. Fitto (Ue): “Contro la crisi energetica sfruttare i fondi di coesioneâ€

L’Ue scrive ai 27 chiedendo di usare i fondi della Coesione per l’energia

Ursula von der Leyen lo aveva detto alcuni giorni fa, Raffaele Fitto lo ha scritto nero su bianco: contro la crisi energetica i Paesi membri potranno usare i fondi della Coesione. A dieci giorni dalla lettera di Giorgia Meloni alla presidente della Commissione Ue, la prima risposta è arrivata. In una lettera di tre pagine, indirizzata a tutti e 27, il vicepresidente esecutivo di Palazzo Berlaymont ha certificato il surplus di flessibilità che Bruxelles ha intenzione di dare alle capitali contro i rincari. Non fondi in più, ma riprogrammazione di quelli esistenti: “Usiamo con urgenza tutti gli strumenti disponibili: l’Unione ha le risorse per rispondere e dobbiamo mobilitarle adessoâ€, ha sottolineato Fitto che è titolare del portafoglio della Coesione, il più ricco da quelli a disposizione dell’Ue. È lì, innanzitutto, che la Commissione Ue vuole attingere per dare respiro ai Governi alle prese con la crisi dell’energia. Nella missiva Fitto ha individuato tre fondi sui quali puntare: il fondo generale della Coesione, il fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr), e il Just Transition Fund, creato per aiutare i Paesi in ritardo sulla transizione. 

“Per accelerare l’utilizzo di queste risorse, gli Stati membri e Regioni possono agire su più fronti: creare nuovi strumenti finanziari per anticipare i pagamenti e adottare tutti gli adeguamenti programmatici necessariâ€, ha spiegato Fitto. In fondo è già accaduto con la revisione intermedia delle politiche di coesione. Con quella riprogrammazione di 34,6 miliardi di euro su competitività, difesa, edilizia, acqua ed energia, ha ricordato, “abbiamo dimostrato che è possibile agire con flessibilità e rapiditàâ€. La proposta però non è piaciuta a tutti, di certo non all’ungherese Kata Tutto: “Indicare i fondi di coesione come bancomat di emergenza, ancora una volta, trasforma la politica d’investimento in un’aspirinaâ€, è stato il tweet al vetriolo pubblicato dalla presidente del Comitato delle Regioni. “Si chiama flessibilità. L’hanno chiesta le Regioni. Bruxelles ha risposto. Non c’è nessun bancomat. E soprattutto non obblighiamo nessunoâ€. Ma Kata Tutto potrebbe non essere l’unica a lamentarsi.  

In realtà, un Paese come l’Italia ha avuto sempre problemi nello spendere tutti i fondi della Coesione e il ciclo 2021-27 non fa eccezione. A Bruxelles, allo stesso tempo, non si sono fatte illusioni. Difficilmente la lettera ai Ministri della Coesione dei 27 azzererà il dibattito sulla necessità di una deroga al Patto di stabilità, o almeno di estendere quella prevista per la difesa all’energia. La lettera di Fitto non sostituisce quella che, nei prossimi giorni, dovrebbe inviare von der Leyen alla premier italiana, ma serve a delineare il quadro in cui si vuole muovere la Commissione, che continua a non coincidere con quello richiesto da Roma. Il 3 giugno, con la presentazione del pacchetto di primavera del semestre europeo, la Commissione Ue potrebbe entrare nel merito delle istanze poste dalla Meloni. Già prima, l’Ue accenderà i fari sulla seconda via indicata per affrontare il caro energia: modificare ulteriormente il Pnrr; Von der Leyen, facendo un calcolo a spanne tra risorse della Coesione e quelle del Next Generation, aveva parlato di 95 miliardi, da dividere tra i Paesi membri. 

Il Governo punta sulla flessibilità e non userà tutto il Safe

Apre Giorgia Meloni su Canale 5: “Non possiamo dire ai cittadini che i soldi ci sono solo per la difesaâ€. E chiude in serata Antonio Tajani su Rete 4: sul Safe, il programma di prestiti per investimenti sulla difesa, “chiederemo meno†dei 14,9 miliardi previsti, “soltanto per realizzare progetti per i quali ci sono già contratti firmati e non si possono non realizzareâ€. Viene declinata con queste due interviste sulle reti Mediaset la linea del Governo, che ha preso una prima decisione “all’insegna dell’equilibrio†in attesa dell’esito del negoziato con Bruxelles per ottenere flessibilità sulle spese per affrontare il caro energia. “Speriamo di avere una risposta quantomeno positiva. Ci stiamo battendo, speriamo di avere qualche apertura. Voglio essere ottimistaâ€, spiega Tajani, nella giornata in cui arriva anche la proposta di Raffaele Fitto di fare ricorso ai fondi di Coesione e a quelli del Just Transition Fund. La proposta del vicepresidente della Commissione Ue, ex Ministro di Meloni, di certo non sorprende Roma. 

L’esecutivo la vede come una soluzione che si può cogliere ma sarebbe una strada parallela allo scostamento che si punta a fare se arriverà il via libera di Bruxelles all’estensione del campo di applicazione della National Escape Clause già prevista per gli investimenti in difesa. Una risposta dall’Ue potrebbe arrivare a metà della prossima settimana, intanto la svolta sul Safe Ã¨ maturata dopo una riunione tenutasi mercoledì a Palazzo Chigi per la sottoscrizione dell’accordo sul prestito necessario a dare piena esecuzione al piano d’investimento presentato da ogni nazione. “Nulla di ciò che c’è scritto su liti furibonde o urla sulla spese della Difesa è vero†ha twittato il Ministro della Difesa Guido Crosetto, volato poi in missione a Singapore. “Così come non esiste alcuna riunione Crosetto-Meloni. C’è stata una riunione Meloni-Tajani-Salvini-Crosetto-Giorgetti-Fazzolariâ€. La tensione nell’esecutivo c’è, anche perché in questo momento nessuno vuole passare per il “partito delle armiâ€. 

Meloni ha più volte chiarito che la priorità è il capitolo energia. “Quando chiedi a qualcun altro di occuparsi della tua difesa poi lo paghiâ€, ha sottolineato ribadendo che “se di fronte alle crisi non siamo in grado di dare risposte ai cittadini e alle imprese rischiamo che non ci sia più niente da difendere in questa nazione. E quindi bisogna cercare un equilibrioâ€. Quell’equilibrio potrebbe essere rappresentato anche dalla decisione sul Safe â€œche ha preso tutto il Governo e tutta la coalizione del centrodestraâ€, come spiegato da Tajani: “Dobbiamo rispettare alcuni impegni presi con la Nato però non è questo il momento per accedere a quel prestito in maniera così consistenteâ€. L’impressione è che la partita non sia chiusa e che sia in corso una trattativa serrata sui margini di ricorso al Safe nell’esecutivo.

FdI accelera sulla legge elettorale e punta all’ok definitivo entro estate

L’obiettivo è quello di “fare il prima possibileâ€. Ma ora che è stato depositato il testo bis della legge elettorale, che contiene già una serie di modifiche concordate nella maggioranza, il timing comincia a essere più definito. In FdI a questo punto cominciano a considerare davvero realistico che il via libero definitivo alla nuova legge elettorale possa arrivare entro l’estate. Certo, questo vorrebbe dire tagliare il traguardo praticamente a ridosso della chiusura del Parlamento, ma il calcolo è presto fatto e a via della Scrofa l’idea comincia a prendere piede. L’approdo in aula a Montecitorio il 26 giugno consente, come prevede il regolamento, di contingentare i tempi della discussione il mese successivo. Il primo disco verde, si ragiona, potrebbe dunque arrivare intorno al 15-16 luglio e a quel punto ci sarebbero circa tre settimane per chiudere la pratica nell’altro ramo del Parlamento, un lasso di tempo non lunghissimo che può essere preso in considerazione mettendo in conto un voto finale con la fiducia

“Vedremo se ci sarà lo spazio per farlo considerando gli altri provvedimenti in esame, non mettiamo limiti alla provvidenzaâ€, ragiona un alto dirigente del partito di Giorgia Meloni che già mette le mani avanti rispetto a possibili proteste dell’opposizione sulla compressione dei tempi spiegando che comunque di questa riforma in senso proporzionale con premio di maggioranza“sono mesi che ne parliamoâ€. A pesare sull’idea di tentare lo sprint finale è anche l’obiettivo di evitare il rischio che la maggioranza possa perdere slancio sul tema, visto che notoriamente la legge elettorale scalda Lega e FI molto meno di FdI. Insomma, accelerare le tappe servirebbe anche a evitare che alla ripresa estiva, all’interno dello stesso centrodestra, possano ripartire distinguo o nuove richieste di modifica che, inevitabilmente, comporterebbero un terzo passaggio parlamentare con tutti i rischi del caso. Il timing dell’esame al Senato è al momento, ovviamente puramente teorico. 

“Se c’è la volontà politica ci sono i tempi: non è un problema di tempi, il percorso, l’iter delle leggi prima di tutto è sempre figlio della volontà politicaâ€, ha detto due giorni fa Ignazio La Russa. E proprio il presidente del Senato martedì ha riunito i capigruppo di maggioranza e opposizione per fare il punto sui lavori d’aula e ne ha approfittato per proporre informalmente di valutare o meno l’eventualità di avviare “più liberamente, senza i riflettori puntatiâ€, dunque prima dell’arrivo del testo dalla Camera, eventuali “punti in comune da suggerire sin da ora intervenendo nel dibattitoâ€. L’ipotesi però ha lasciato freddi i partiti di opposizione, tra i quali in molti si chiedono se l’obiettivo della presidente del Consiglio non sia quello di andare al voto anticipato a ottobre, ringalluzzita dal voto delle amministrative e magari potendo beneficiare anche nel frattempo di una soluzione della crisi in Iran e del blocco dello Stretto di Hormuz

La maggioranza rimane divisa sull’Ucraina in Ue

“Il Governo è favorevole all’adesione dell’Ucraina all’Unione europea†e “noi li aiuteremoâ€. Dalle coste cipriote di Limassol per la Gymnich dei ministri degli Esteri Ue, Antonio Tajani prova a fugare i dubbi sulla compattezza della maggioranza in merito al dossier dell’ingresso ucraino nell’Unione europea. “Il problema è quello dei tempiâ€, ha sottolineato il titolare della Farnesina: all’indomani della dura nota della Lega nella quale si è detta “assolutamente contraria†all’approdo comunitario di Kiev, anche Fratelli d’Italia ha chiarito che “finché non viene raggiunta la pace, è comprensibile la posizione che auspica Salvini. Raggiunta la pace, è invece ben comprensibile la posizione che auspica Tajaniâ€, ha sottolineato Giovanni Donzelli. Queste dichiarazioni hanno riacceso il dibattito sul tema, con Italia Viva che parla di “Governo del caos†mentre il Movimento Cinque Stelle si mette sulla scia del diniego all’adesione: “Io credo che non possa entrare in Europa, adesso non ci sono le condizioniâ€, ha detto Giuseppe Conte aprendo invece a “uno statuto in prospettiva di partner privilegiatoâ€. 

“Il sostegno all’Ucraina è per noi fondamentale, ma è chiaro che un ingresso dell’Ucraina in Unione Europea in questo momento, non in una condizione di raggiunta pace con la Russia, vorrebbe dire estendere la guerra a tutta l’Europa per quelle che sono le norme europeeâ€, ha affermato Giovanni Donzelli, evidenziando le “diverse sensibilità†delle tre forze di maggioranza “che appartengono a tre famiglie diverse in Europaâ€. Da Cipro, Antonio Tajani si è detto favorevole a “cominciare ad aprire i tavoli sui vari settori per l’adesione ucrainaâ€: l’orizzonte resta infatti quello del Consiglio Affari generali Ue del 16 giugno. “Si sta studiando a livello europeo qual è la formula migliore, ma ripeto: bene l’Ucraina, noi li aiuteremo, ma è importante non mettere in un angolo l’adesione dei Balcaniâ€, prioritari secondo Roma. Per Kiev, infatti, la strada resta lunga e “c’è il tema della corruzioneâ€, sottolinea il titolare della Farnesina: “Se si vuole aderire all’Ue bisogna abbattere quel fenomeno, bisogna fare delle riformeâ€. La roadmap per l’approdo comunitario dell’Ucraina è stata al centro dell’informale Esteri Gymnich ospitata da Cipro. La volontà europea è infatti quella di accelerare. 

Anche perché, ha chiarito l’Alto rappresentante Kaja Kallas, gli ucraini “apportano competenze in materia di sicurezza al tavolo europeoâ€, leggasi l’esperienza nel settore della difesa accumulata nel conflitto con la Russia. “Ma ovviamente, questi processi richiedono tempoâ€, ha evidenziato la diplomatica europea proprio mentre a Bruxelles approdavano i rappresentanti della nuova Ungheria targata Peter Magyar. Il neopremier ha mostrato una distanza col suo predecessore Viktor Orban, valutando “possibile un’apertura del primo capitolo dei negoziati di adesione dell’Ucraina all’Ue†ma “solo se riusciremo a raggiungere un accordo sui diritti delle minoranze ungheresi†della Transcarpazia, sul quale “i colloqui stanno procedendo in modo incoraggianteâ€. 

In questo quadro, resta poi aperta l’opzione light avanzata da Friedrich Merz di un’Ucraina “Paese associato†dell’Ue. In merito alla scelta di un negoziatore europeo per parlare con la Russia, sembra invece mancare un chiaro interesse, visto anche lo stallo sui negoziati: “Trovo sia una trappola in cui la Russia vuole farci cadereâ€, è la posizione netta espressa da Kallas, secondo cui “la sostanza è molto più importante del chiâ€, mentre Tajani ha ribadito come un eventuale negoziatore “lo scegliamo noi, certamente non lo decide Putinâ€. In ogni caso, l’Europa “non sarà mai un mediatore neutrale, siamo dalla parte di Kievâ€, ha chiarito Kallas secondo cui gli sforzi dell’Ue “devono essere complementari a quelli degli Stati Unitiâ€.

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Data articolo: Fri, 29 May 2026 07:33:44 +0000 di Nomos Centro Studi Parlamentari
Bibliotech
Ventunesimo Rapporto sulla Comunicazione

Nel contesto di questi ultimi anni non si può non richiamare lo spazio occupato dai conflitti e dalle guerre nella rappresentazione della realtà da parte dei media. Così l’informazione è nel mirino non solo perché è diventata soggetto attivo e, quindi, bersaglio nei conflitti, ma anche perché apertamente imputata di avere tradito la fiducia implicita nella domanda di conoscenza dei fatti e il diritto delle persone ad essere informate.

Tanto da indurre molti individui a farsi protagonisti dell’informazione fuori dai canali ufficiali, sfruttando l’enorme potenziale comunicativo dei social e del digitale.

Superato il traguardo delle venti edizioni, il Ventunesimo Rapporto sulla comunicazione si trova a dover affrontare una lettura sempre più complessa dei fenomeni che interessano la comunicazione e l’informazione, che confluisce in un’analisi dell’evoluzione delle nuove gerarchie mediali, nell’osservazione del social detox, in una disamina del ruolo delle community come ambiente informativo alternativo, nella conferma del nuovo cambio di paradigma imposto da ChatGpt, anche nell’informazione.

A cura di Censis, istituto di ricerca socio-economica italiano fondato nel 1964, da Gino Levi Martinoli, Giuseppe De Rita e Pietro Longo, con sede a Roma.

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Data articolo: Fri, 29 May 2026 08:32:44 +0000 di Redazione Key4biz
Dailyletter
Bernini annuncia “Lisaâ€, il primo sistema Ue per applicazioni AI

Oggi apriamo con due iniziative tutte italiane nel mettere in campo l’intelligenza artificiale, le teoria non serve più.
La prima, la ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini ha annunciato Lisa il primo sistema europeo per applicazioni AI che “girerà” sul supercomputer Leonardo a Bologna.
La seconda, invece, vede protagonista Fastweb + Vodafone, che lancia ROSS, l’assistente AI agentica, realizzato da NextMindLab, startup italiana controllata al 100% da Fastweb.
ROSS Ã¨ un agente AI pensato per supportare persone e imprese nelle attività quotidiane.
Infine, Meta spinge per gli abbonamenti: in arrivo la versione PLUS di FacebookInstagram e WhatsApp. I nuovi piani premium arrivano a livello globale e aggiungono funzioni extra per personalizzazione, Stories e messaggistica. WhatsApp. I nuovi piani premium arrivano a livello globale e aggiungono funzioni extra per personalizzazione, Stories e messaggistica.

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Data articolo: Thu, 28 May 2026 14:55:15 +0000 di Redazione Key4biz
Engineering
Massimiliano Monfreda è Executive Vice President Financial Services di Engineering

Engineering, tra i leader della Digital Transformation in Italia e con un’importante presenza a livello internazionale, annuncia la nomina di Massimiliano Monfreda come Executive Vice President Financial Services.

A diretto riporto del CEO Aldo Bisio, nel nuovo ruolo Monfreda avrà la responsabilità di guidare lo sviluppo del mercato Financial Services e dell’orizzontale Consulting, considerata una leva strategica per ampliare il valore offerto ai clienti e generare nuove opportunità di business.

Oltre a essere a capo della Business Unit Financial Services di Engineering, Monfreda sarà alla guida di:

  • Be Shaping the Future Management Consulting S.p.A.
  • Be Shaping the Future Digital Solutions S.p.A.
  • Le società estere del Gruppo Be Shaping the Future
  • Synapsy S.r.l.
  • Quantum Leap S.r.l.

Massimiliano Monfreda porta in Engineering oltre vent’anni di esperienza internazionale nei settori della tecnologia, della consulenza e dei servizi professionali, con una consolidata specializzazione nel Financial Services. Nel corso della sua carriera ha maturato una significativa esperienza nello sviluppo del business, nella gestione di clienti strategici e nella guida di progetti di trasformazione per banche, assicurazioni e grandi organizzazioni complesse.

Il suo percorso professionale si è sviluppato in primari contesti multinazionali, tra cui Bain & Company, IBM, BearingPoint, DXC Technology e Oracle, dove ha ricoperto ruoli di crescente responsabilità in ambito consulting e sviluppo commerciale.

Più recentemente ha operato come SVP Global Strategic Initiatives, guidando iniziative strategiche focalizzate sul mercato Financial Services e sullo sviluppo di partnership e clienti a livello nazionale e internazionale.

Con questa nomina, Engineering rafforza ulteriormente il proprio posizionamento nel settore Financial Services, consolidando le competenze di consulenza e accelerando il percorso di crescita e innovazione del Gruppo.

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Data articolo: Thu, 28 May 2026 14:44:33 +0000 di Redazione Key4biz
Intelligenza Artificiale
Bernini annuncia “Lisaâ€, il primo sistema Ue per applicazioni AI che potenzia il supercomputer Leonardo. L’11 giugno l’inaugurazione

L’Italia candida Bologna a nodo di punta della rete “Frontier AI†e a giugno arriva Lisa a potenziare il supercomputer Leonardo

L’Italia accelera sulla frontiera europea dell’intelligenza artificiale (AI) e sceglie Bologna come epicentro della propria strategia tecnologica. Il Tecnopolo del capoluogo emiliano ospiterà infatti LISA, acronimo di “Leonardo Improved Supercomputing Architectureâ€, la nuova infrastruttura progettata per potenziare il supercomputer Leonardo nelle applicazioni di AI generativa e nei modelli linguistici di grandi dimensioni.

Secondo un’agenzia Radiocor del Sole 24 Ore, l’annuncio è arrivato dalla ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini e da Antonio Zoccoli, presidente della Fondazione Icsc – Centro Nazionale di Ricerca in High-Performance Computing, Big Data e Quantum Computing, durante il convegno “L’Italia del Pnrr: creare il modello, fare sistema, orientare il futuroâ€, in corso a Milano. L’inaugurazione ufficiale è prevista l’11 giugno al Tecnopolo di Bologna.

Contestualmente, il Governo italiano ha candidato Bologna a diventare uno dei nodi principali di “Frontier AIâ€, la futura infrastruttura europea dedicata alla ricerca avanzata sull’intelligenza artificiale. Una scelta che rafforza il posizionamento internazionale del polo emiliano come uno dei più importanti ecosistemi europei nel supercalcolo, nei big data e nell’AI.

Che cos’è Lisa e perché è importante

La nuova architettura LISA rappresenta un passaggio strategico nell’evoluzione di Leonardo, oggi già considerato tra i supercomputer più potenti al mondo e stabilmente inserito nella top ten della classifica internazionale TOP500. La macchina, installata al Tecnopolo DAMA di Bologna e gestita dal Cineca nell’ambito dell’iniziativa europea EuroHPC, è in grado di eseguire 240 milioni di miliardi di operazioni al secondo ed è utilizzata per attività scientifiche di altissima complessità: dalla modellazione climatica alla ricerca farmaceutica, dalla fisica delle particelle ai materiali avanzati, fino alle applicazioni industriali e aerospaziali.

Con LISA, però, il paradigma cambia. Leonardo nasce come infrastruttura general purpose destinata al calcolo scientifico avanzato; il nuovo modulo è invece concepito specificamente per l’intelligenza artificiale. Si tratta del primo sistema europeo di questo tipo realizzato nell’ambito dell’ecosistema EuroHPC e rappresenta un salto tecnologico cruciale per l’Europa nella competizione globale sull’AI.

Il cuore della nuova infrastruttura sarà costituito da 166 server GPU ad altissime prestazioni, interconnessi attraverso una rete a bassissima latenza e progettati per sostenere l’addestramento di modelli linguistici di grandi dimensioni e applicazioni multimodali capaci di elaborare simultaneamente testo, immagini, video e dati complessi. In altre parole, LISA consentirà di sviluppare in Europa tecnologie comparabili ai sistemi di AI generativa oggi dominati dai grandi operatori statunitensi e cinesi.

L’investimento complessivo per LISA ammonta a 28,2 milioni di euro. Il 35% sarà finanziato da EuroHPC JU, il partenariato europeo dedicato ai supercomputer strategici dell’Unione, mentre il restante 65% arriverà dal Ministero dell’Università e della Ricerca attraverso il Centro Nazionale HPC, Big Data e Quantum Computing nato con il Pnrr.

Il valore economico e industriale di questa operazione è potenzialmente enorme. L’accesso a capacità di calcolo avanzate rappresenta infatti uno dei principali fattori abilitanti della nuova economia dell’intelligenza artificiale: permette di accelerare la ricerca scientifica, sviluppare farmaci, ottimizzare reti energetiche, simulare materiali innovativi, migliorare i sistemi manifatturieri e creare nuovi servizi digitali ad alto valore aggiunto.

Un’AI più europea per rafforzare l’autonomia tecnologica

La posta in gioco va ben oltre il semplice incremento di potenza di calcolo. LISA rafforza infatti il tema dell’autonomia tecnologica europea, diventato centrale dopo la corsa globale all’intelligenza artificiale generativa. Disporre di infrastrutture proprietarie per addestrare modelli avanzati significa poter sviluppare capacità strategiche senza dipendere integralmente dalle piattaforme extraeuropee, preservando sovranità tecnologica, sicurezza dei dati e competitività industriale.

In questo scenario l’Italia parte da una posizione particolarmente favorevole. Il Paese dispone già di uno dei sistemi HPC più articolati d’Europa e Bologna si sta progressivamente consolidando come capitale continentale del supercalcolo. Attorno al Tecnopolo convivono infatti il supercomputer Leonardo, il Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine (ECMWF), infrastrutture scientifiche internazionali, centri di ricerca e la AI Factory italiana IT4LIA, selezionata dalla Commissione europea tra le prime sette del continente.

Bologna nodo strategico per il supercalcolo europeo

Secondo i dati illustrati dalla ministra Bernini durante l’incontro tenuto qualche giorno fa a Bologna con la commissaria europea per le Start-up, la Ricerca e l’Innovazione, Ekaterina Zaharieva, Cineca è oggi il secondo centro HPC europeo per volume di produzione scientifica. Nel 2024 il 15% delle pubblicazioni realizzate attraverso le sue infrastrutture è già rientrato nel top 10% mondiale per citazioni scientifiche. Solo nel 2025 sono state messe gratuitamente a disposizione di università ed enti di ricerca oltre 550 milioni di ore di calcolo, per un valore stimato superiore ai 130 milioni di euro.

Anche IT4LIA mostra già numeri rilevanti: quasi 500 progetti avviati in appena un anno di attività operativa. Un dato che evidenzia come l’ecosistema bolognese stia rapidamente trasformando la potenza computazionale in innovazione concreta per imprese, ricerca e pubblica amministrazione.

Per questo Bologna non viene più considerata soltanto un polo scientifico nazionale, ma un’infrastruttura strategica europea. La candidatura italiana a “Frontier AI†punta proprio a consolidare questo ruolo: fare del Tecnopolo il luogo in cui ricerca, supercalcolo e intelligenza artificiale convergono per costruire la prossima generazione di tecnologie europee.

Con LISA, l’Italia prova dunque a entrare stabilmente nel gruppo ristretto dei Paesi capaci non solo di utilizzare l’intelligenza artificiale, ma anche di costruirne l’infrastruttura industriale e scientifica di base. Un passaggio decisivo in una competizione globale in cui la disponibilità di potenza computazionale sta diventando un fattore geopolitico oltre che economico.

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Data articolo: Thu, 28 May 2026 09:50:50 +0000 di Flavio Fabbri
Intelligenza Artificiale
Fastweb + Vodafone lancia ROSS, l’assistente AI agentica. Come funziona

Fastweb + Vodafone presenta ROSS, il nuovo assistente di intelligenza artificiale agentica pensato per semplificare il lavoro quotidiano di persone e professionisti. L’obiettivo è liberare tempo, ridurre il peso delle attività operative e permettere agli utenti di concentrarsi su compiti più strategici e creativi.

La soluzione è sviluppata da NextMindLab, startup innovativa italiana detenuta al 100% da Fastweb Spa, e si propone come un agente AI capace non solo di rispondere a domande, ma anche di comprendere le richieste dell’utente, trasformarle in attività concrete ed eseguirle direttamente al suo posto.

Cos’è ROSS e cosa può fare

ROSS non si limita a produrre testi o risposte, ma può gestire autonomamente una serie di attività operative.

Tra le funzioni indicate ci sono la gestione dell’agenda, la conduzione di ricerche approfondite, la redazione di documenti, la creazione di un sito web in pochi click, il monitoraggio di notizie rilevanti e la pianificazione di attività complesse.

L’assistente è inoltre pensato per memorizzare preferenze, priorità e contesto specifico dell’utente, migliorando progressivamente la propria capacità di supporto nel tempo. In questo modo può diventare non solo uno strumento di produttività, ma un vero assistente personale digitale, capace di anticipare bisogni e adattarsi al modo di lavorare dell’utente.

Giovanni Germani: “AI concreta, utile e responsabileâ€

“Con ROSS non parliamo dell’ennesima corsa all’hype dell’intelligenza artificiale, ma di una tecnologia progettata per essere concretamente utile nella vita quotidiana e lavorativa delle persone. ROSS è l’AI che non si limita a rispondere: agisce davvero. Aver creato uno spin-off ci permette di muoverci con velocità, ascoltare quotidianamente i clienti e trasformare esigenze reali in prodotti concreti. Crediamo che il futuro dell’intelligenza artificiale non appartenga solo ai grandi colossi tecnologici, ma anche a startup capaci di innovare con responsabilità, trasparenza e visioneâ€, ha dichiarato Giovanni Germani, Head of AI di Fastweb + Vodafone.

Sicurezza, privacy e modelli europei

Uno degli elementi centrali del progetto riguarda sicurezza e privacy. Fastweb + Vodafone sottolinea che i modelli linguistici e le infrastrutture di ROSS sono conformi al Regolamento europeo sulla protezione dei dati e all’AI Act europeo.

La società evidenzia inoltre che tutti gli applicativi nelle conversazioni con ROSS non vengono mai impiegati per addestrare modelli AI, né proprietari né di terze parti. La privacy viene garantita anche attraverso una segregazione dello spazio in cui i dati vengono conservati: ogni utente dispone di un ambiente privato e dedicato, separato da quello degli altri utenti. L’utente può inoltre chiedere in qualsiasi momento la cancellazione completa di tutti i dati utilizzati e caricati.

Pensato per diverse esigenze

ROSS è progettato per adattarsi a necessità differenti, sia professionali sia personali. La piattaforma viene presentata come accessibile, senza barriere tecniche e con un’interfaccia semplice e intuitiva.

L’assistente è disponibile su heyross.ai con tre piani tariffari pensati per esigenze diverse. L’utente può iniziare usando la versione gratuita dell’AI, pensata per esplorare le potenzialità dello strumento, oppure scegliere piani più completi per semplificare le attività quotidiane, organizzare meglio il proprio tempo e sfruttare al massimo le funzionalità dell’assistente.

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Data articolo: Thu, 28 May 2026 11:05:14 +0000 di Piermario Boccellato
Meta
Meta spinge per gli abbonamenti: in arrivo la versione PLUS di Facebook, Instagram e WhatsApp

Meta spinge sugli abbonamenti. Il gruppo di Menlo Park sta lanciando a livello globale i nuovi piani consumer per Instagram, Facebook e WhatsApp, mentre avvia test limitati in alcuni Paesi per offerte dedicate ad AI, creator e aziende sotto il nuovo brand Meta One.

I nuovi abbonamenti si chiamano Instagram Plus, Facebook Plus e WhatsApp Plus. Consentono di accedere a funzionalità premium pensate per personalizzare l’esperienza, migliorare le interazioni e offrire più strumenti agli utenti più attivi. I prezzi indicati sono 3,99 dollari al mese per Instagram Plus, 3,99 dollari al mese per Facebook Plus e 2,99 dollari al mese per WhatsApp Plus. In Europa i prezzi dovrebbero essere uguali ma in euro.

Il punto importante è che questi piani non sostituiscono Meta Verified, l’abbonamento già disponibile che offre il badge di verifica, protezione contro i furti di identità e supporto dedicato. E non sostituiscono nemmeno gli abbonamenti europei senza pubblicità per Facebook e Instagram.

Cosa offrono Instagram Plus e Facebook Plus

Le funzionalità premium di Instagram Plus e Facebook Plus sono simili e puntano soprattutto su personalizzazione, Stories e maggiore controllo sulle interazioni.

Gli utenti potranno scegliere l’icona dell’app, modificare il tipo di carattere nella biografia del profilo, estendere la durata delle Stories fino a 48 ore, vedere quante persone hanno rivisto una Storia, cercare i nomi degli utenti che l’hanno visualizzata e inviare reazioni animate Super Heart.

Su Instagram Plus sono previste anche funzioni più utili a creator e utenti che vogliono capire meglio il proprio pubblico: liste illimitate per le Stories oltre agli “Amici strettiâ€, possibilità di mettere in evidenza una Storia una volta a settimana per ottenere più visualizzazioni, anteprima delle Stories senza apparire tra gli spettatori e pubblicazione diretta sul profilo o negli highlight senza comparire nel feed dei follower.

Sono funzioni pensate per utenti intensivi, creator e profili che vogliono più strumenti di gestione senza passare necessariamente da un piano professionale.

WhatsApp Plus punta sulla personalizzazione

WhatsApp Plus segue una logica diversa. Il piano non ruota attorno alla visibilità, ma alla personalizzazione dell’esperienza di messaggistica.

Tra le funzioni previste ci sono temi dell’app, suonerie personalizzate, più chat fissate fino a un massimo di 20, personalizzazione delle liste, sticker premium e altre opzioni aggiuntive. L’abbonamento costa 2,99 dollari al mese e punta a intercettare gli utenti che usano WhatsApp in modo intensivo e vogliono più controllo sull’interfaccia e sulle conversazioni.

Meta One, i nuovi piani per AI, creator e aziende

In parallelo, Meta ha avviato i test di nuovi abbonamenti sotto il brand Meta One, che diventerà il contenitore delle offerte premium del gruppo.

Per Meta AI sono previsti due piani: Meta One Plus, a 7,99 dollari al mese, e Meta One Premium, a 19,99 dollari al mese. Meta AI resterà gratuita per gli utenti occasionali, ma chi vuole generare più immagini e video, usare capacità di ragionamento più avanzate e aumentare i limiti di utilizzo potrà sottoscrivere uno dei nuovi piani.

Nei prossimi giorni partiranno anche i test dei piani per creator e aziende. Meta One Essential costerà 14,99 dollari al mese e includerà badge di verifica, protezione dall’impersonificazione e una linksheet potenziata per collegare i propri canali social e web.

Il nodo europeo: doppio abbonamento per chi vuole anche togliere la pubblicità

In Europa il quadro è più delicato. Meta offre già abbonamenti per Facebook e Instagram a 5,99 euro al mese che consentono di eliminare la pubblicità. Si tratta di una formula introdotta nel contesto delle regole europee sulla privacy e sul consenso all’uso dei dati per la profilazione pubblicitaria.

La Commissione europea ha però sanzionato Meta per 200 milioni di euro per violazione del Digital Markets Act, contestando il modello “consenti o paga†e il modo in cui agli utenti viene proposta l’alternativa tra pubblicità personalizzata e abbonamento.

I nuovi piani Plus sono distinti da quelli senza pubblicità. Questo significa che, in Europa, un utente che volesse sia rimuovere le inserzioni sia accedere alle funzioni premium dovrebbe sottoscrivere due abbonamenti separati: uno per eliminare la pubblicità e uno per sbloccare le funzionalità Plus. Cosa farà Meta?

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Data articolo: Thu, 28 May 2026 10:09:47 +0000 di Piermario Boccellato
TEMU
Temu, non ti temiamo: 200 milioni di multa dall’Ue

La Commissione europea sanziona Temu

“È arrivato il momento per Temu di rispettare la leggeâ€. Così la Vicepresidente esecutiva per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia della Commissione europea, Henna Virkkunen, ha commentato la decisione di sanzionare la piattaforma di e-commerce cinse Temu, controllata dalla Pdd Holdings, quotata al Nasdaq, per violazione del Dsa, il Digital Services Act.

“Le valutazioni del rischio non sono esercizi di spunta delle caselle: sono la spina dorsale della legge sui servizi digitali. La valutazione dei rischi di Temu sottovaluta i rischi concreti – ha precisato Virkkunen in una notamanca di specificità, non è fondata su prove solide e non è esaustiva. Lascia i regolatori, gli utenti e il pubblico all’oscuro della reale portata del potenziale danno rappresentato dai prodotti illegali venduti su Temuâ€.

È la multa più elevata inflitta finora dalla Commissione per violazione del Dsa, superando di molto i 120 milioni di euro comminati a X nello scorso dicembre.

Violato il Digital Services Act

Il Digital Services Act è il regolamento con cui Bruxelles sta cercando di imporre nuove regole di responsabilità alle grandi piattaforme online. Questa sanzione rappresenta un ulteriore passo in avanti nella strategia europea di controllo sui marketplace digitali globali, soprattutto quelli extraeuropei che operano nel mercato unico con modelli basati su prezzi estremamente bassi, logiche aggressive di promozione commerciale e catene di fornitura difficili da verificare.

Secondo la Commissione, si legge nel comunicato, Temu non avrebbe rispettato uno degli obblighi centrali previsti dal regolamento: valutare in modo serio e documentato i rischi sistemici derivanti dalla vendita di prodotti illegali o pericolosi sulla propria piattaforma.
Il punto, per Bruxelles, non è soltanto la presenza occasionale di articoli non conformi, ma l’assenza di un sistema credibile di prevenzione e controllo proporzionato alle dimensioni del servizio e al numero di utenti europei coinvolti.

Parliamo di circa 116 milioni di utenti europei, di cui quasi 13 milioni in Italia.

Le colpe di Temu sui requisiti di sicurezza elettrica e per la salute

Le conclusioni dell’indagine sono particolarmente dure. La Commissione sostiene che Temu abbia costruito le proprie analisi del rischio sulla base di dati generici relativi all’intero settore e-commerce, senza concentrarsi sul funzionamento concreto della propria piattaforma.
Ancora più grave, secondo Bruxelles, è il fatto che la società avrebbe sottovalutato in maniera significativa la probabilità che i consumatori europei entrino in contatto con prodotti illegali o non sicuri.

A pesare nella decisione sono stati anche i risultati di attività di mystery shopping commissionate dalla Commissione a organismi indipendenti. I test avrebbero mostrato che una quota molto elevata di caricabatterie acquistati su Temu non superava i requisiti minimi di sicurezza elettrica, mentre diversi giocattoli per bambini presentavano rischi considerati medio-alti per la salute, a causa della presenza di sostanze chimiche oltre i limiti consentiti o di componenti facilmente ingeribili in grado di provocare soffocamento.

Le piattaforme di dimensioni molto grandi “devono prevenire†i rischi derivanti dal loro modello di business, che sfrutta influencer e algoritmi di raccomandazione

La questione va però oltre il singolo prodotto difettoso. Il Digital Services Act introduce infatti una logica completamente diversa rispetto alla tradizionale vigilanza sul mercato: le piattaforme di dimensioni molto grandi (Very Large Online Platform) vengono considerate infrastrutture sistemiche e, proprio per questo, devono prevenire i rischi che il loro modello di business può generare.

Bruxelles ritiene che gli algoritmi di raccomandazione, le promozioni lampo, le tecniche di gamification e i programmi di affiliazione con influencer possano amplificare la diffusione di articoli illegali, incentivando acquisti impulsivi e riducendo la capacità dei consumatori di distinguere prodotti affidabili da merci potenzialmente pericolose.

È qui che emerge il vero significato politico della decisione europea. La Commissione teme che piattaforme come Temu possano alterare il funzionamento del mercato unico europeo su più livelli contemporaneamente.

Un rischio per i consumatori, ma anche per la ‘sana’ concorrenza delle imprese europee

Da un lato c’è il rischio diretto per i consumatori: prodotti elettrici insicuri, cosmetici non conformi, giocattoli tossici, articoli privi delle certificazioni obbligatorie o realizzati senza rispettare gli standard europei di tutela ambientale e sanitaria.
Dall’altro c’è un problema di concorrenza. Le imprese europee che rispettano le norme sulla sicurezza dei prodotti, sulla tracciabilità e sulla tutela dei consumatori sostengono costi significativamente più elevati. Se una piattaforma consente l’ingresso massiccio di merci che aggirano questi obblighi, il rischio è quello di creare una competizione distorta fondata sull’abbassamento artificiale dei prezzi.

La preoccupazione dell’Unione riguarda anche la capacità delle autorità nazionali di controllare flussi commerciali sempre più frammentati. Il modello ultra low cost delle piattaforme cinesi si basa spesso sulla spedizione diretta di milioni di piccoli pacchi individuali verso i consumatori europei. Questo rende molto più difficile effettuare controlli doganali efficaci e aumenta il rischio che prodotti non conformi entrino nel mercato senza verifiche adeguate.

I dati raccolti dalle autorità doganali europee e dagli organismi di vigilanza del mercato, utilizzati nell’indagine della Commissione, avrebbero mostrato tassi di non conformità particolarmente elevati nelle categorie di prodotti analizzate.

Cosa dovrà fare ora Temu

Temu non rischia soltanto la sanzione economica. La decisione della Commissione apre infatti una fase successiva molto delicata. Entro il 28 agosto 2026 la società dovrà presentare un piano dettagliato per correggere le violazioni contestate e dimostrare di aver introdotto strumenti efficaci di valutazione e mitigazione del rischio. Il piano sarà esaminato dal Comitato europeo per i servizi digitali e successivamente dalla stessa Commissione.

Se Bruxelles dovesse ritenere insufficienti le misure adottate, il Dsa prevede ulteriori sanzioni e penalità periodiche per inadempimento. In casi estremi, il regolamento consente anche di imporre restrizioni operative sul territorio europeo.

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Data articolo: Thu, 28 May 2026 13:13:58 +0000 di Flavio Fabbri
ZTE
5G, Germania e Spagna contro il bando Ue a Huawei e ZTE (Pechino potrebbe vendicarsi sull’AI)

Germania e Spagna si sono messi alla guida dell’opposizione nei confronti del piano della Commissione Ue di mettere al bando Huawei e ZTE, i fornitori cinesi di attrezzature di reti 5G considerati ad alto rischio cybersecurity. Lo scrive Bloomberg, aggiungendo che le autorità dei due paesi vogliono mantenere a livello nazionale il controllo delle reti. Madrid e Berlino dietro le quinte avrebbero espresso preoccupazioni sul fatto che il bando di tecnologie cinesi di Huawei e altri fornitori (ZTE) potrebbe portare al rischio di una rappresaglia da parte di Pechino.

I due paesi hanno inoltre messo in guardia sul fatto che il bando rischia di rendere più cari i piani europei per la realizzazione di un’infrastruttura di Intelligenza Artificiale.   

Il piano Ue contro fornitori extra-ue ad alto rischio per le reti 5G

La Commissione Ue ha etichettato Huawei e ZTE come “fornitori ad alto rischio†per le reti di telecomunicazioni, e Bruxelles ha chiesto agli Stati membri di escludere le due aziende dalle infrastrutture di connettività.

C’è da dire che le decisioni sulle infrastrutture vengono prese a livello di governi nazionali, ma la Commissione Ue sta spingendo per un controllo più rigoroso attraverso una revisione della sua legge sulla cybersecurity.

Le modifiche amplierebbero le valutazioni di cybersicurezza per includere i rischi di influenza di Stati esteri e di dipendenza da fornitori specifici, e renderebbero le raccomandazioni della Commissione giuridicamente vincolanti in tutta l’UE. I governi europei si trovano nel mezzo di una lotta di potere tra Stati Uniti e Cina, in bilico tra i vantaggi degli scambi commerciali con la nazione asiatica e la necessità di esaminare attentamente le fonti estere di infrastrutture critiche.

Il cancelliere Merz si sta riavvicinando a Pechino

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, che in passato si era mostrato critico nei confronti di un’eccessiva dipendenza dalla Cina, ha detto quest’anno che cambierà registro spingendo per rafforzare i legami sino-tedeschi.

L’UE sta anche pianificando di proporre la revoca temporanea delle sanzioni contro un fornitore cinese di chip per rafforzare la catena di approvvigionamento del settore automobilistico.

Da anni, legislatori ed esperti di sicurezza in Europa e negli Stati Uniti esprimono preoccupazione per la possibilità che le aziende cinesi possano inserire backdoor nelle loro apparecchiature, consentendo l’accesso non autorizzato ai dati personali dei cittadini europei. Sia Huawei che ZTE hanno negato tali affermazioni e non ci sono mai state prove concrete in questo senso.

Angela Merkel e Deutsche Telekom aperti con fornitori cinesi

In passato, Angela Merkel aveva avuto un atteggiamento aperturista nei confronti delle aziende tecnologiche cinesi, in particolare con i fornitori di attrezzature di rete 5G.  Lo stesso vale per Deutsche Telekom.

Secondo Huawei la proposta di escludere i fornitori cinesi in base al loro paese di origine “viola i principi giuridici fondamentali di equità dell’UE”.

La Commissione ha stimato che le compagnie di telefonia mobile dovranno spendere dai 3,4 ai 4,3 miliardi di euro in tre anni per sostituire la tecnologia e toglierla dalle reti dove si trova attualmente montata.

Berlino e Madrid al lavoro

Un portavoce del Ministero dell’Interno tedesco ha detto che le discussioni sulla legge sulla sicurezza informatica sono in corso, aggiungendo che le consultazioni tra i ministeri sono iniziate questa settimana.

Un rappresentante della Spagna ha detto che il Paese sostiene la revisione della legge e “ritiene che gli Stati membri debbano continuare ad avere un’adeguata partecipazione al processo decisionale in merito alla presenza di determinati rischi strutturali in un Paese, un fornitore o un prodotto”.

Anche la Spagna è diventata negli ultimi anni una sostenitrice più attiva degli interessi cinesi nell’UE. Il Primo Ministro Pedro Sánchez si è recato a Pechino quattro volte in altrettanti anni per corteggiare gli investimenti cinesi in settori come i veicoli elettrici e le energie rinnovabili.

Anche la Germania si è unita a questo sforzo, nonostante i disaccordi all’interno della coalizione di governo e tra i diversi ministeri coinvolti nel processo, secondo quanto riferito da alcune fonti.

Mentre parte del governo concorda generalmente sulla necessità di ridurre la dipendenza dalla Cina, altri hanno definito l’idea una bomba politica, hanno aggiunto le fonti.

Il governo tedesco ha concordato nel 2024 di rimuovere i componenti Huawei e ZTE dalla rete mobile 5G principale entro la fine di quest’anno per motivi di sicurezza nazionale.

Mercoledì, il Ministro dell’Economia tedesco Katherina Reiche ha affermato che l’UE dovrebbe garantire che qualsiasi misura applicata al commercio con la Cina non danneggi le esportazioni del blocco verso il Paese.

“In quanto nazione esportatrice, abbiamo due interessiâ€, ha dichiarato Reiche ai giornalisti durante una visita a Pechino. “Dobbiamo contrastare la concorrenza sleale, ad esempio nel settore dell’acciaio e delle ferroleghe, con misure adeguate, garantendo al contempo che le nostre aziende possano continuare a esportareâ€.

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Data articolo: Thu, 28 May 2026 10:49:02 +0000 di Paolo Anastasio
Intelligenza Artificiale
Anthropic Claude gratuito e open source per gli avvocati italiani

20 agenti AI specializzati per il diritto italiano, gratuiti e open-source su Anthropic Claude Cowork

Nel giorno dell’inaugurazione dei primi uffici italiani di Anthropic a Milano, un team di sviluppatori di Zurigo lancia BetterCallClaude, la prima piattaforma di intelligenza artificiale (AI) legale gratuita e open-source dedicata al mercato italiano.

La piattaforma dispone di 20 agenti AI specializzati, 19 comandi ottimizzati, 14 skill integrate e 7 server MCP. BetterCallClaude non è un chatbot generico ma un sistema di agenti intelligenti progettato per chi lavora quotidianamente con Cassazione, Corte Costituzionale e normativa italiana. La soluzione copre tutte le 20 regioni italiane.

Sette aree di applicazione dell’AI legale

BetterCallClaude, si legge sul sito stesso del servizio, copre sette aree specializzate che includono la ricerca sui precedenti della Cassazione, la strategia processuale, l’analisi avversariale (l’analisi strategica delle mosse, delle argomentazioni e delle prove della parte avversa), la redazione legale, la verifica delle citazioni, l’intelligenza documentale e l’arbitrato sportivo CAS/TAS. Queste funzionalità sono state sviluppate per rispondere alle esigenze concrete degli avvocati italiani nella gestione quotidiana dei casi.

La piattaforma è distribuita con licenza Apache 2.0, che consente utilizzo gratuito senza costi di licenza, modifica del codice sorgente, redistribuzione delle versioni personalizzate, utilizzo commerciale da parte di studi legali e integrazione con software gestionali esistenti. Questa trasparenza è cruciale per il settore legale, dove la privacy dei dati sensibili dei clienti è prioritaria e gli avvocati possono verificare direttamente come vengono trattate le informazioni.

Le barriere all’AI legale in Italia

L’arrivo di BetterCallClaude in Italia coincide, come anticipato, con l’annuncio odierno di Anthropic che apre il suo primo ufficio a Milano, la prima grande azienda di AI a stabilire una presenza fisica nel paese. Il mercato AI italiano, che vale un terzo di quello tedesco, registra però un utilizzo di Claude il doppio del peso demografico nazionale, segnalando forte interesse tra i professionisti per soluzioni tecnologiche avanzate.

L’iniziativa potrebbe certamente ridurre le barriere all’adozione dell’AI legale, rappresentate soprattutto dal costo e dalla mancanza di specializzazione. Rimangono però dei nodi da sciogliere e anche rilevanti.

Open-source e gratuito cosa? E i dati dove vanno?

Ciò che è open-source sono i 20 agenti, le 14 skill, i 19 comandi e i 7 server MCP. Il “cervello” che esegue tutto è Claude di Anthropic: un modello proprietario, closed-source, che richiede un abbonamento Cowork a pagamento. Senza Claude, il repository non funziona, come ha spiegato su LinkedIn Marco Graziano commentando la notizia: “è gratuita la “colla”, non lo stack completoâ€.

Sul fronte della sovranità dei dati, per uno strumento che processa query legali italiane e che pubblicizza la protezione del segreto professionale, si legge sempre nel commento, “vale la pena segnalare che le query passano attraverso infrastruttura USA, prima ancora di arrivare a Claude (anch’esso servito da Anthropic negli Stati Uniti)â€.

Nulla toglie al valore tecnico del progetto, che rimane un ottimo esempio di plugin open-source costruito attorno a un modello proprietario. Tuttavia, c’è chi ancora nutre qualche dubio sulla compliance al Regolamento europeo sulla protezione dei dati (GDPR).

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Data articolo: Thu, 28 May 2026 10:38:28 +0000 di Flavio Fabbri
Telecoms
DNA, governi UE lontani da accordo. Il piano in 12 punti delle telco Ue

I paesi europei faticano a trovare una posizione unitaria sul Digital Networks Act, il nuovo pacchetto di regole proposto dalla Commissione Ue al vaglio delle istituzioni di europee. Pesa in primo luogo la mancata volontà di cedere pezzi di sovranità nazionale a Bruxelles da parte delle 27 capitali del Vecchio Continente su regole Tlc, net neutrality e modalità di finanziamento delle nuove reti in fibra e 5G standalone.

Il nodo dello spettro

Uno dei punti nodali di scontro è la volontà di Bruxelles di centralizzare la gestione dello spettro radio e le regole sulla concorrenza.

Un altro tema alquanto divisivo è quello delle tariffe per l’utilizzo delle reti. Le Big Tech devono o non devono pagare per l’occupazione massiccia delle reti? In che modo dovrebbero contribuire al finanziamento delle nuove reti che pesa sulle telco?

Anche la net neutrality è a rischio, con le nuove regole proposte nel DNA.

Lo switch off del rame

Un altro tema critico è lo switch off del rame, che secondo la proposta controversa della Commissione dovrebbe chiudersi entro il 2035, ma che nei diversi paesi Ue sarà programmata e portata avanti a seconda delle diverse situazioni dei singoli Stati.

Insomma, i nodi da sciogliere sono numerosi ei diversi blocchi in gioco sono essenzialmente tre.

Il blocco dei sovranisti

In primo luogo, il blocco dei paesi “sovranisti†(Italia, Francia, Germania, Austria, Ungheria, Slovenia) che a novembre ha presentato un documento congiunto (non-paper) per contestare la struttura stessa della proposta della Commissione Ue. In poche parole, la nuova legge dovrebbe essere una semplice direttiva – che lascia maggiore flessibilità di recepimento – e non un regolamento direttamente applicabile, che imporrebbe regole identiche per i diversi paesi indipendentemente dalle condizioni di mercato dei singoli Stati.   

I sei Stati si oppongono poi alla cessione di sovranità sulla gestione dello spettro radio e alla centralizzazione delle licenze. Sono infine scettici sulle semplificazioni relative ai merger transfrontalieri tra grandi operatori.

I nordici e digitalizzati

C’è poi il fronte dei paesi nordici e digitalizzati (Spagna, Svezia, Danimarca, Lussemburgo) che sono favorevoli alle riforme ma sono più scettici sulle tempistiche. Per quanto riguarda lo switch off de rame, hanno meno problemi visto che ad esempio la Spagna e la Svezia lo hanno pianificato entro quest’anno mentre Lussemburgo e Danimarca entro il 2030.    

Fornitori cinesi

Un altro punto divisivo riguarda la volontà di Bruxelles di estromettere i fornitori cinesi (Huawei e ZTE) dalle reti cellulari, in particolare per quanto riguarda il 5G per timori di carattere geopolitico, di cybersicurezza e spionaggio industriale.

Fair share tramontato, che fare con le Big Tech?

Per quanto riguarda, infine, il contributo al finanziamento delle reti in fibra e 5G da parte delle Big Tech (Google, Netflix, Amazon, Facebook ecc), i governi sono stati talmente divisi che la proposta di fair share è stata già accantonata. Favorevoli sarebbero stati paesi come Francia, Italia e Spagna. Contrari, invece, Germania, Paesi Bassi e Irlanda. Paesi storicamente più vicini alle Big Tech anche per questioni fiscali.    

Il piano in 12 punti di Connect Europe

Nel contempo, è arrivato oggi un nuovo piano in 12 punti per migliorare il Digital networks Act da parte di Connect Europe, l’associazione che raccoglie le principali telco europee.

Il messaggio centrale è che la connettività non è soltanto un’infrastruttura tecnica, ma una leva industriale strategica per l’Europa: senza reti più solide, scalabili e sostenibili, anche le ambizioni europee su AI, cloud, cybersecurity, competitività e sovranità digitale restano più difficili da realizzare.

1. Semplificazione, armonizzazione e parità di condizioni

Il DNA dovrebbe eliminare le norme duplicate anziché aggiungere complessità e burocrazia, riducendo al contempo la frammentazione e garantendo una reale parità di condizioni nell’intero ecosistema digitale, in linea con il principio “stessi servizi, stesse regole”.

2. Rafforzare la certezza dello spettro a lungo termine

Gli investimenti richiedono prevedibilità. Le licenze per lo spettro dovrebbero essere a tempo indeterminato o a lungo termine (40 anni), supportate da quadri di rinnovo automatico prevedibili e giuridicamente sicuri. Le misure di modellazione del mercato e la condivisione obbligatoria devono rimanere giustificate e proporzionate. Una chiara definizione tempestiva delle bande future, incluso il 6G, è fondamentale per ancorare gli investimenti nell’ecosistema. La governance dello spettro deve rafforzare le economie di scala, non introdurre incertezza.

3. Favorire una transizione alla fibra guidata dal mercato

Con oltre il 77% di copertura FTTH, la migrazione alla fibra è ben avviata e in molti Stati membri si è già registrata un’elevata diffusione senza un mandato normativo. Lo spegnimento dovrebbe rimanere guidato dal mercato. Tempistiche uniformi a livello UE, scollegate dalle realtà del mercato, mancano di proporzionalità e rischiano di distorcere la concorrenza e ridurre la pluralità delle infrastrutture. Le politiche dovrebbero dare priorità alla condivisione delle migliori pratiche, supportare l’implementazione e la domanda, piuttosto che imporre scadenze rigide che indeboliscono la fiducia, gli incentivi agli investimenti e la certezza del diritto.

4. Sostituire la regolamentazione di accesso tradizionale con un regime di accesso “di sicurezza” a prova di futuro

Il DNA dovrebbe rendere la deregolamentazione la norma predefinita, limitare l’intervento normativo a colli di bottiglia locali realmente eccezionali, rifiutare prodotti di accesso UE standardizzati e garantire che qualsiasi rimedio sia rigorosamente giustificato, proporzionato, con scadenza definita e a supporto degli investimenti nelle infrastrutture Gigabit.

5. Aggiornare le regole di Internet aperto per le reti avanzate

I principi di Internet aperto devono essere preservati, adattando al contempo le regole all’evoluzione tecnologica. Le architetture 5G avanzate e cloud-native si basano su una gestione flessibile del traffico, sulla differenziazione della qualità e sul network slicing, consentendo offerte più personalizzate e servizi innovativi. I servizi di connettività business-to-business (B2B) dovrebbero essere esclusi dall’ambito di applicazione per evitare di ostacolare la digitalizzazione industriale. Le norme aggiornate dovrebbero favorire l’innovazione e consentire ai consumatori di beneficiare delle reti moderne.

6. Correggere gli squilibri nella catena del valore della connettività

È necessario affrontare le asimmetrie persistenti. I grandi generatori di traffico che influenzano i carichi di rete dovrebbero impegnarsi in negoziati equi sull’interconnessione e sul trasporto dati IP nell’ambito di un quadro normativo UE vincolante con un’efficace risoluzione delle controversie. Gli approcci di conciliazione volontaria sono insufficienti. Inoltre, i principali attori della catena del valore di Internet che incidono sull’instradamento del traffico dovrebbero rispettare i principi di un Internet aperto. Lasciare irrisolti squilibri ingiustificati compromette la capacità dell’Europa di raggiungere i suoi obiettivi di connettività, sostenibilità e politica industriale.

7. Garantire la neutralità tecnologica e la parità normativa

Servizi equivalenti devono essere soggetti a norme equivalenti. La direttiva ePrivacy, una normativa orizzontale obsoleta e specifica per settore che limita la capacità degli operatori di innovare, combattere le frodi e proteggere gli utenti, dovrebbe essere abrogata per fare affidamento sul GDPR, applicabile in egual misura a tutti gli attori. Con l’espansione dei fornitori di servizi satellitari nei mercati direct-to-device, è necessario garantire la parità normativa, salvaguardando al contempo la certezza dello spettro terrestre. Un quadro normativo tecnologicamente neutrale è essenziale per prevenire distorsioni e proteggere gli investimenti a lungo termine.

8. Riorientare le politiche a tutela degli utenti finali su proporzionalità e coerenza

La tutela degli utenti finali deve rimanere forte ma proporzionata. I quadri normativi orizzontali a tutela dei consumatori dovrebbero prevalere sulle norme nazionali e specifiche del settore delle telecomunicazioni, e gli obblighi settoriali rimanenti dovrebbero essere pienamente armonizzati. Il Servizio Universale dovrebbe orientarsi verso strumenti pubblici mirati per affrontare i problemi di accessibilità economica o eventuali lacune di connettività residue. Gli obblighi relativi alle comunicazioni di emergenza devono essere applicati in modo coerente da tutti gli attori interessati. Le disposizioni in materia di frode dovrebbero essere coerenti con le altre leggi dell’UE e garantire che gli operatori possano agire rapidamente in tempo reale per contrastare le frodi. La tutela dei consumatori e la competitività devono rafforzarsi a vicenda attraverso una regolamentazione coerente.

9. Affrontare la resilienza come obiettivo orizzontale, non settoriale

Un ecosistema di connettività affidabile è un obiettivo condiviso da decisori politici e industria. Gli operatori garantiscono già sicurezza e resilienza attraverso misure tecniche, operative e organizzative complete. I nuovi meccanismi sovrapposti e specifici per settore aggiungeranno confusione e complessità e risulteranno sproporzionati. Gli obiettivi di resilienza dovrebbero essere affrontati attraverso i quadri orizzontali esistenti.

10. Garantire che l’autorizzazione generale non crei oneri aggiuntivi ingiustificati

Gli operatori già autorizzati dovrebbero essere considerati conformi a qualsiasi nuovo sistema che la DNA introdurrebbe per l’autorizzazione generale/passaporto e per l’autorizzazione generale dello spettro. Inoltre, qualsiasi nuovo requisito per l’ingresso nel mercato non dovrebbe creare incertezza giuridica per le parti interessate facendo riferimento a leggi attualmente non in vigore.

11. Semplificare il quadro normativo per le risorse di numerazione

I servizi M2M non interpersonali e IoT dovrebbero essere esclusi dagli obblighi orientati al consumatore e la complessità normativa dovrebbe essere ridotta laddove la numerazione sia utilizzata solo per la connettività delle macchine.

12. Promuovere reti più ecologiche senza nuova burocrazia

La sostenibilità dovrebbe essere perseguita attraverso la modernizzazione, l’efficienza e gli incentivi agli investimenti, non attraverso obblighi di rendicontazione specifici per le telecomunicazioni che si sovrappongono, duplicando la legislazione UE esistente e contrastando l’agenda di semplificazione dell’UE.

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Data articolo: Thu, 28 May 2026 06:30:00 +0000 di Paolo Anastasio

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