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Trending News a cura di Redazione FqMagazine
“Cancellato il mio musical, ucciso l’impegno di venti persone. Non ha venduto, zero promozione e buttato via un anno di lavoroâ€: Francesco Sarcina si sfoga

La presentazione alla stampa era stata fatta e c’era attesa per il gran debutto il 14 marzo al Teatro Nazionale di Milano, dove sarebbe dovuto andare in scena fino al 22 marzo, ma il musical rock “Immensamente Giulia”, prodotto da Heart, è stato cancellato. A dare la notizia del progetto ispirato alla storia vera de Le Vibrazioni e della hit “Dedicato a te†poi naufragato, è stato Francesco Sarcina stesso in una intervista a Il Giorno.

Il cantautore è amareggiato: “Un lavoro scritto con estremo amore che non si farà perché mi hanno comunicato i produttori, a venti giorni dalla conferenza stampa di presentazione non ha venduto abbastanza biglietti. E così a me resta solo il dispiacere di non fare questo spettacolo meraviglioso… Non s’è iniziato neppure a fare la promozione“.

Poi ha aggiunto: “Questo lascia intendere che oggi bastano tre settimane per decretare la fine di un progetto costato un anno e mezzo di lavoro, uccidendo l’impegno di oltre venti persone, per lo più giovani provenienti da tutta Italia che si sono trovati in questa storia e in queste canzoni con un’energia incredibile”.

“Non vendere abbastanza biglietti – ha aggiunto con una nota amara l’artista – significa che qualcosa lo spettacolo avrà pur venduto, ma esattamente quanto non è concesso di saperlo”.

Per il personaggio di Francesco Sarcina era stato scelto Isacco Venturini. Il co-protagonista sarebbe dovuto essere Anselmo Luisi, batterista, polistrumentista, performer e attore. Per il ruolo di Giulia era stata scelta Anna Volpato. Co-protagonista Rebecca Ingrassia e Giuditta Cosentino. Sul palco era prevista una band che avrebbe suonato dal vivo ventotto brani originali composti dallo stesso Sarcina.

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Data articolo:Mon, 12 Jan 2026 08:36:26 +0000
Cronaca a cura di Redazione Cronaca
Violenta mareggiata invade la strada e travolge le auto a Scilla, il video del pericolo (scampato)

Intense perturbazioni hanno colpito la Calabria lo scorso fine settimana, 10 e 11 gennaio. Mentre sulla Sila nevica, la costa tirrenica è stata interessata da forte vento e precipitazioni. Nel video, una violenta mareggiata invade le strade di Scilla, in provincia di Reggio Calabria, e travolge un’auto in corsa. Come si vede nel filmato, un’altra ingrana la retro e si allontana.

Video Facebook/Centro meteo Calabria

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Data articolo:Mon, 12 Jan 2026 08:26:23 +0000
Blog a cura di Riccardo Noury
Iran, spietata repressione. E la Nobel per la pace Mohammadi è in carcere da un mese

Il 12 dicembre 2025 la Nobel per la pace 2023 Narges Mohammadi è stata arrestata da uomini delle forze di sicurezza iraniane in borghese mentre stava partecipando, nella città di Mashhad, alla commemorazione del settimo giorno dalla morte dell’avvocato Khosrow Alikordi. Con lei sono state arrestate altre note persone che difendono i diritti umani: Alieh Motalebzadeh, Sepideh Gholian, Hasti Amiri e Pouran Nazem.

Da quando era stata rimessa in libertà, un anno prima, le autorità iraniane minacciavano Narges Mohammadi di riportarla in carcere. Le minacce sono andate infine a segno e da 30 giorni lei e le altre persone arrestate sono tenute in isolamento senza possibilità di contattare il mondo esterno. Le è stata concessa un’unica telefonata, il 14 dicembre. Le accuse sono ignote.

La Fondazione a lei intitolata, dall’esilio, continua a parlare a suo nome, non solo per chiedere la scarcerazione delle persone arrestate il 12 dicembre ma anche per denunciare e condannare la nuova ondata repressiva scatenata dalle autorità iraniane negli ultimi giorni del 2025, che all’11 gennaio aveva causato circa 200 morti minorenni inclusi (altre fonti danno cifre assai superiori, ma non sono verificabili in modo indipendente), centinaia di feriti e migliaia di arresti: il tutto nel pieno di un deliberato blackout di Internet.

L’appello iniziale del presidente Masoud Pezeshkian ad “ascoltare le legittime richieste di coloro che manifestano†e a “dialogare coi loro rappresentanti†è stato rapidamente smentito dai fatti. Il 3 gennaio la Guida suprema Ali Khamenei ha parlato di “nemici†e “rivoltosiâ€. A quella data, secondo Amnesty International e Human Rights Watch, i morti tra i manifestanti erano già stati 28, in 13 città di otto province. I Guardiani della rivoluzione della provincia del Lorestan, una delle più colpite dalla repressione insieme a quella di Ilam (non a caso ci vivono minoranze curde e lori), hanno fatto sapere che il periodo di “tolleranza†era terminato. Il capo del potere giudiziario ha chiesto la pena di morte per tutti i manifestanti.

Come di consueto, inizialmente a uccidere e a ferire le persone manifestanti sono stati soprattutto i pallini di metallo. Il 6 gennaio 2026 un fotografo della città di Ilam ha pubblicato un video in cui mostra il suo volto sanguinante. Mostra uno dei pallini e dice che le forze di sicurezza stanno usando armi da caccia: “Uccidere un essere umano per loro è come fare una battuta di caccia. Pensano che noi siamo le prede e loro i cacciatoriâ€. Poi la battuta di caccia è proseguita ma sono passati alle pallottole vere.

Uno degli episodi più gravi è avvenuto proprio a Ilam. Il 4 gennaio le forze di sicurezza iraniane hanno attaccato l’ospedale Imam Khomeini, dove manifestanti feriti stavano ricevendo cure mediche o si erano riparati: i Guardiani della rivoluzione e le forze speciali di polizia hanno circondato l’ospedale, usando armi da fuoco e lanciando gas lacrimogeni all’interno, sfondando le porte per farsi strada, picchiando chi si trovava nella struttura compreso il personale sanitario e portando via feriti e loro familiari.

La scintilla di questa ennesima protesta, che coinvolge ormai quasi 100 città in 27 province, è la crisi economica frutto dell’inflazione, delle sanzioni occidentali e da ultimo dalla svalutazione della moneta locale, il rial, rispetto al dollaro statunitense. Aggiungiamoci il cronico malfunzionamento dei servizi statali di base, come la fornitura di acqua.

Ma sarebbe riduttivo definire le ricorrenti proteste in Iran in base al ceto, al genere o a un singolo motivo: la scintilla accende il fuoco, che è pronto ad ardere da decenni. Così come non era solo l’obbligo del velo il motivo delle proteste del 2022, oggi a scendere in strada non sono solo i settori direttamente colpiti dalla crisi. Il movimento Donna Vita Libertà ha per la prima volta spinto a manifestare famiglie intere, generazioni successive e persone diverse tra loro. Le minoranze etniche hanno smesso di rivendicare diritti specifici e si sono unite alle proteste nazionali.

Una considerazione finale: le persone che protestano sono sempre più stufe di essere definite, con un bel po’ di orientalismo, manipolate o manipolabili dall’Occidente.

Ridurre tutto a una gestione esterna delle proteste significa negare una storia lunga di resistenza civile e sacrifici estremi, una resistenza che non si è mai spenta anche quando i sedicenti espertissimi nostrani (quelli che adesso postano “I giornaloni ignorano la rivolta in Iranâ€) pensavano che l’Onda verde del 2009-2010 fosse un fenomeno causato dalla presenza di qualche alga nel mar Adriatico e includevano le proteste del popolo iraniano tra le “primavere arabeâ€.

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Data articolo:Mon, 12 Jan 2026 08:24:04 +0000
Fatti a motore a cura di Monica Secondino
Salone di Bruxelles o provincia cinese? Ecco come i brand del Dragone conquistano la scena – FOTO

Il Salone dell’auto di Bruxelles, aperto fino al 18 gennaio, si conferma una vetrina sempre più centrale per i costruttori cinesi, che qui accelerano il passaggio da outsider a protagonisti del mercato europeo. Un ruolo raccontato soprattutto dalle novità di prodotto, numerose e trasversali ai segmenti chiave.

Ad aprire le anteprime è BYD con la Atto 2, nuovo suv compatto elettrico che debutterà in Europa a febbraio. Lunga 4,31 metri, pensata per l’uso urbano ma con ambizioni premium, offre interni spaziosi, bagagliaio da 400 litri e tetto panoramico. Basata sulla piattaforma e-Platform 3.0, adotta la Batteria Blade con tecnologia Cell-to-Body: al lancio è prevista la versione da 45,1 kWh, con autonomia WLTP fino a 312 km (463 km in città) e motore anteriore da 130 kW.

Leapmotor ha proposto in Belgio una gamma articolata: la B03X, piccola crossover di prossima introduzione, la B10 REEV Hybrid con range extender e autonomia complessiva fino a 900 km, e soprattutto la B05, prima hatchback del marchio per l’Europa, attesa in Italia a giugno 2026. La B05 punta su interni tecnologici con schermo centrale da 14,6â€, strumentazione digitale da 8,8â€, sedili riscaldati in eco-pelle e impianto audio a 12 altoparlanti. La batteria ProMax da 67,1 kWh garantisce fino a 460 km WLTP, ricarica DC oltre i 170 kW e uno 0-100 km/h in 6,7 secondi, supportata dal sistema Leap OS 4.0 Plus con assistente vocale AI e 17 ADAS.

Xpeng ha portato in anteprima europea la P7+, berlina elettrica premium lunga oltre 5 metri con silhouette fastback. L’autonomia dichiarata arriva fino a 530 km, mentre la piattaforma consente ricariche ultra-rapide fino a 446 kW. Al centro del progetto c’è la guida assistita avanzata gestita dal chip proprietario Turing AI, espressione della visione del marchio che unisce intelligenza artificiale e mobilità reale.

Debutto europeo anche per la Zeekr 7GT, shooting brake elettrica del gruppo Geely pensata specificamente per i clienti europei. Lunga 4,81 metri, con cinque posti e bagagliaio da 456 litri, sfrutta una piattaforma a 800 volt ed è proposta in tre versioni: Core RWD da 422 CV con batteria LFP da 75 kWh e 519 km di autonomia, Long Range RWD con batteria NMC da 100 kWh e fino a 655 km, e Privilege AWD da 646 CV, capace di accelerare da 0 a 100 km/h in 3,3 secondi. La ricarica arriva fino a 480 kW, con tempi 10-80% compresi tra 10 e 16 minuti, mentre il caricatore di bordo è da 22 kW.

MG (gruppo SAIC) espone la MGS6 EV, suv elettrico di segmento medio-grande lungo 4,71 metri, con bagagliaio da 674 litri espandibile fino a 1.910 e frunk anteriore. Gli interni ospitano strumentazione digitale da 10,25†e display centrale da 12,8â€. Due le configurazioni: single motor da 180 kW con batteria da 77 kWh e autonomia di 529 km WLTP, oppure dual motor da 266 kW a trazione integrale, con 0-100 km/h in 5,1 secondi e autonomia di circa 484 km; la ricarica rapida DC arriva a 144 kW.

Presenza articolata anche per Omoda & Jaecoo (gruppo Chery), che anticipano l’espansione della gamma europea con modelli come Omoda 7 SHS-P, concept e SUV destinati ai segmenti C e D, tra cui Jaecoo 7 e Jaecoo 8, rafforzando ulteriormente l’offensiva cinese sul mercato continentale.

Questo dinamismo nei modelli si riflette anche sui dati di mercato: nel 2025 le vendite di auto con “passaporto cinese†in Europa hanno superato il 6%, con picchi oltre il 7,6% in alcuni mesi. I brand principali – BYD, MG, Chery (con Jaecoo e Omoda), Leapmotor, XPeng e la neo arrivata Geely – stanno costruendo una presenza capillare sostenuta da reti di vendita in espansione e politiche di prezzo aggressive, combinando tecnologia avanzata a costi contenuti.

In Italia, pur con un mercato delle elettriche più lento, i marchi cinesi hanno raggiunto circa il 6% di quota nel 2025, che sfiora il 10% includendo brand europei controllati da gruppi cinesi e partner locali. BYD ha quasi ottuplicato le vendite rispetto all’anno precedente, sfiorando le 24.000 unità, Omoda & Jaecoo hanno venduto 15.500 auto, e MG ha stabilito un record con 50.064 vetture, trainata dal successo della tecnologia Hybrid+ che rappresenta oltre il 50% del mix di gamma. Il Salone di Bruxelles conferma così come i marchi cinesi non siano più ospiti occasionali ma attori destinati a crescere rapidamente, con una presenza crescente nelle classifiche di vendita e un ruolo strategico nella diffusione delle elettriche ed elettrificate in Europa.

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Data articolo:Mon, 12 Jan 2026 08:18:50 +0000
Televisione a cura di Andrea Conti
“Il carcere è quello che c’è in testa per questo la scuola e la cultura salvano i giovani dalle situazioni di grande degradoâ€: così Luisa Ranieri su “La Presideâ€

“Il carcere è quello che c’è nella testa”. È una delle frasi pronunciate la Luisa Ranieri nella nuova serie “La Preside”, prodotta da Bibi Film TV e Zocotoco, in collaborazione con Rai Fiction. In onda da lunedì 12 gennaio in prima serata su Rai Uno per quattro appuntamenti. È una storia liberamente ispirata alla figura di Eugenia Carfora, preside di Caivano divenuta simbolo di coraggio, determinazione e impegno civile, raccontando il percorso umano e professionale di una donna che sceglie di restare, di lottare e di credere nella scuola come presidio fondamentale di legalità e futuro.

A interpretare la preside è Luisa Ranieri, che ha conosciuto personalmente Carfora dopo aver visto il documentario di Domenico Iannacone. “Incontrarla mi ha acceso una luce – ha spiegato – Nel buio di una periferia ho visto qualcosa di bellissimo: il singolo che fa il suo, senza chiedersi perché. Portare questa storia al grande pubblico significa ricordare che una persona sola può cambiare un destino”. Nel cast oltre ad Alessandro Tedeschi che interpreta un professore di Italiano del Nord, al fianco della protagonista, un cast di bravi attori giovani come Francesco Zenga, Ludovica Nasti, Pasquale Brunetti (che ha partecipato come ballerino di hip hop ad ‘Amici 22’) e Luigi D’Oriano per citarne alcuni.

“Non c’è prospettiva senza la scuola, – ha raccontato Luisa Ranieri a FqMagazine – perché fuori dalla scuola non ci sono le possibilità di allenare il sogno e l’immaginazione, che è l’unica cosa che ti tira fuori anche dai contesti più difficili o dalle situazioni di grande degrado sociale, economico. Magari ci fosse un’altra Eugenia Carfora in giro per l’Italia, nelle zone difficili, perché sono personaggi che portano una grande energia e una grande voglia di fare. Laddove c’è bisogno ovviamente un’Eugenia Carfora serveâ€.

E ancora un ricordo divertente sul set: “Tutti gli attori-alunni mi prendevano in giro perché troppo concentrata e preoccupata a fare tutti i movimenti di Eugenia, dire le parole e le cose che diceva lei. C’era Francesco Zenga che mi imitava alla perfezione perché il mio unico pensiero, anche quando non ero in scena, era non dimenticarmi le movenze di Eugeniaâ€.

“Sono stata una studentessa determinata come il mio personaggio Lucia– ha spiegato Ludovica Nasti -, molto rivolta al sapere, alla cultura che secondo me è importantissima. Credo che quello che abbiamo cercato di fare noi attori sia stato proprio guardare dentro i nostri personaggi e capire veramente i loro desideri e i sogni. Ho affrontato il mio percorso scolastico con leggerezza con gli amici, ma durante le lezioni cercato il rapporto umano, in primis, con gli insegnanti. Credo sia importante anche l’affettività, che credo manchi nelle scuole di oggiâ€.

Francesco Zenga ha poi aggiunto: “È importante che ci sia la fiducia, nelle case, nelle scuole e anche verso i nostri mentori, che sono appunto gli insegnanti e i genitori. Bisogna inculcare il diritto a sognare. Mi auguro che nelle scuole di oggi svanisca il divario tra alunno-insegnanteâ€.

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Data articolo:Mon, 12 Jan 2026 08:18:24 +0000
Mondo a cura di Redazione Esteri
Iran, il video che mostra decine di cadaveri nei sacchi neri fuori dall’obitorio di Kahrizak: lo strazio dei familiari

Un video, la cui posizione è stata confermata dall’Afp e dal Times, mostra decine di corpi ammucchiati fuori da un obitorio a sud di Teheran e identificati dalle Ong per i diritti umani come vittime della repressione delle proteste in Iran. Il filmato, geolocalizzato all’obitorio di Kahrizak, a sud della capitale iraniana, mostra decine di corpi in sacchi neri fuori da un obitorio nella zona meridionale di Teheran, e quelli che sembrano essere iraniani alla ricerca dei loro cari scomparsi. L’obitorio è ufficialmente noto come Centro Provinciale di Diagnostica Forense e Laboratorio di Teheran. L’Ong norvegese Iran Human Rights afferma che il filmato “mostra un gran numero di persone uccise durante le proteste nazionali in Iran”. L’organizzazione Hengaw, anch’essa con sede in Norvegia, afferma di aver autenticato queste immagini che mostrano “decine di corpi insanguinati all’interno e all’esterno dell’obitorio di Kahrizak”, a testimonianza di un “crimine di notevole portata e gravità”.

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Data articolo:Mon, 12 Jan 2026 08:13:11 +0000
Mondo a cura di Redazione Esteri
Alberto Trentini libero: i 423 giorni in cella in Venezuela tra pressioni diplomatiche e frizioni

Quattrocentoventitrè giorni di attesa, quattrocentoventitrè giorni dietro le sbarre del Rodeo I, uno dei carceri più simbolici del regime di Maduro, dove finivano i prigionieri politici o gli stranieri considerati sospetti dal sistema chavista. Un carcere di massima sicurezza alle porte di Caracas. Dopo oltre un anno passato nel silenzio della cella Alberto Trentini, cooperante veneziano oggi 46enne arrestato a Guasdualito il 15 novembre 2024 ,è tornato libero. Era finito in manette quando si trovava nel Paese da meno di un mese per conto della Ong ‘Humanity&Inclusion’, impegnata nell’assistenza alle persone con disabilità. Era arrivato a Caracas il 17 ottobre poi, meno di un mese dopo, fermato a un posto di blocco mentre viaggiava per portare aiuti alle comunità locali.

Nelle prime settimane non si è saputo nulla sulla sua detenzione: nessun contatto coi famigliari, che imploravano le autorità affinché Alberto potesse avere a disposizione i farmaci salvavita che segnavano la sua routine. Nessuna assistenza né comunicazione con i diplomatici italiani, per due mesi il silenzio più assoluto. Non si sapeva né come stesse né per quale motivo fosse finito dentro: per quanto si ipotizzasse l’accusa di terrorismo, non è mai stata formalizzata. A gennaio 2025 Palazzo Chigi, in una nota, assicurò che si stavano “attivando tutti i canali possibili per garantire una soluzione positiva e tempestiva” garantendo “massima attenzione fin dall’inizio”. Dopo 181 giorni di silenzio la notte del 16 maggio è arrivata la prima telefonata. Il cooperante ha parlato con la famiglia dal carcere di Caracas, rassicurando di essere in buone condizioni e di ricevere le cure mediche di cui ha bisogno. Un contatto, ottenuto dopo lunghe pressioni diplomatiche, accolto con sollievo dai familiari ma anche dal governo italiano. Il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli lo definì “un passo in avanti frutto di un lungo lavoro di mediazione diplomatica”. Il governo, a più riprese, aveva fatto intendere che stesse provando “anche l’impossibile” per riportarlo a casa e Tajani ha avuto contatti telefonici anche con i vertici dell’amministrazione americana e in particolare con il Segretario di Stato, Marco Rubio che, ha riferito il titolare della Farnesina, “ha ribadito il sostegno alla liberazione dei prigionieri politici” sottolineando “l’importanza di garantire una transizione pacifica in Venezuela e la necessità di tutelare la grande comunità di italiani nel Paese”.

Ad aprile la presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva telefonato alla madre di Trentini, Armanda Colusso, per rassicurarla sull’impegno delle istituzioni, garantendo che “il governo è al lavoro per riportarlo a casa”. Ma proprio in occasione del primo anniversario della detenzione del cooperante Armanda, in una conferenza stampa nella sede del Comune di Milano, ha puntato il dito contro l’esecutivo. “Fino ad agosto il nostro governo non aveva avuto alcun contatto col governo venezuelano – ha detto – E questo dimostra quanto poco si sono spesi per mio figlio. Sono qui dopo 365 giorni a esprimere indignazione. Per Alberto non si è fatto ciò che era doveroso fare. Sono stata troppo paziente ed educata ma ora la pazienza è finita”. Una linea che si è poi ammorbidita. “La nostra famiglia sta vivendo giornate di angoscia e di speranza” hanno affermato proprio mercoledì i genitori di Alberto: “Chiediamo a tutti di rispettare la consegna del silenzio indicata da Palazzo Chigi ed evitare qualunque strumentalizzazione perché ogni parola sbagliata può compromettere la liberazione”. Un riserbo che finalmente si è sciolto con la liberazione di Alberto, che nelle prossime ore arriverà in Italia.

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Data articolo:Mon, 12 Jan 2026 08:08:25 +0000
Cronaca a cura di Local Team per Il Fatto
Tensione a Torino per l’arrivo del tedoforo di Milano-Cortina, protesta contro Israele: “Fuori dalle Olimpiadi†– Video

In piazza Castello a Torino, dove si è concluso ieri il percorso piemontese della torcia dei Giochi invernali Milano-Cortina 2026, si sono radunati gruppi di manifestanti. Su uno striscione e su alcuni cartelli si legge: “Fuori Israele dalle Olimpiadi”, su altri: “Complice di genocidio”, “No sport Washing”, “Show Israel the Red Card”, “Il genocidio non è una specialità olimpica”, “Israele viola la tregua olimpica” ed erano presenti bandiere della Palestina. Altri manifestanti espongono la bandiera del Venezuela, con la scritta: “Maduro libero”.
I manifestanti hanno sfilato tra le persone in piazza per l’arrivo della Fiamma.

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Data articolo:Mon, 12 Jan 2026 08:01:07 +0000
Mondo a cura di Redazione Esteri
Liberazione Trentini, Tajani: “Successo del governoâ€. Don Ciotti: “Bentornato figlio di un’Italia che crede nella paceâ€

“Un grande lavoro della nostra diplomazia, un successo del governo che ha saputo interloquire e cogliere il cambiamento che c’è stato in Venezuela“. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, commenta così la liberazione di Alberto Trentini dopo 423 giorni di prigionia a Caracas. Era stato lo stesso vertice della Farnesina ad annunciare la liberazione del cooperante italiano insieme all’altro connazionale Mario Burlò. Subito dopo è arrivata la reazione della premier Giorgia Meloni che ha espresso la sua “gioia e soddisfazione” sottolineando di avere “parlato con loro” e che “un aereo è già partito da Roma per riportarli a casa”. Meloni ha espresso anche “a nome del governo italiano, un sentito ringraziamento alle Autorità di Caracas, a partire dal Presidente Rodriguez, per la costruttiva collaborazione dimostrata in questi ultimi giorni”. Immediato arriva anche il commento della famiglia di Trentini: “Alberto finalmente è libero! Questa è la notizia che aspettavamo da 423 giorni! Ringraziamo tutti quelli che hanno reso possibile, anche lavorando nell’invisibilità, la sua liberazione”, ha affermato con l’avvocata Alessandra Ballerini, legale della famiglia. “Non ho parole per esprimere la mia gioia, è la fine di un incubo”, commenta Gianna Burlò, figlia dell’imprenditore torinese arrestato in Venezuela nel novembre 2024.

“Bentornato a te giovane uomo generoso, figlio di un’Italia che crede nella pace, nella libertà, nella dignità di tutti gli esseri umani”. Così don Luigi Ciotti si rivolge a Alberto Trentini nel giorno della sua liberazione. “È una gioia indescrivibile saperti libero e pronto a rientrare in Italia, dalla tua famiglia e dai tuoi amici. Ti siamo stati famiglia in tanti, in questo periodo di ingiusta e durissima detenzione. Tu forse non l’hai saputo, ma abbiamo condiviso coi tuoi genitori Armanda ed Ezio, e con la brava avvocata Alessandra Ballerini, preoccupazione, impegno e speranza. Non li abbiamo lasciati mai soli, non abbiamo lasciato che si spegnesse l’attenzione su di te, prigioniero senza colpe di un sistema di interessi che usa i diritti delle persone come merce di scambio”, commenta il fondatore di Libera.

Gioia e soddisfazione esprimono anche i vertici delle istituzioni italiane. “Alberto Trentini e Mario Burlò sono liberi. A nome mio personale e del Senato della Repubblica ringrazio il governo italiano, le autorità venezuelane e chi ha operato nell’ombra e nel silenzio per arrivare a questo importante risultatoâ€, scrive sui social il presidente del Senato, Ignazio La Russa. “La notizia è motivo di profonda gioia. Desidero rivolgere un sincero ringraziamento a coloro che hanno contribuito a rendere possibile questo risultato”, aggiunge il presidente della Camera dei deputati, Lorenzo Fontana. Una soddisfazione bipartisan. Dall’opposizione a segretaria del Pd Elly Schlein parla di “splendida notizia che ci dà tanta gioia, il nostro abbraccio stretto alla sua famiglia e all’avvocata Ballerini, e il nostro ringraziamento a tutti coloro che hanno lavorato per riportarlo a casa”. Esprimono gioia e soddisfazione per la liberazione dei due italiani anche – tra gli altri – Riccardo Magi di +Europa, Carlo Calenda di Azione e Licia Ronzulli di Forza Italia.

“Oggi per tutta Venezia è una giornata di gioia”, afferma il sindaco del capoluogo Veneto Luigi Brugnaro: “È un risultato importante – prosegue -, frutto di un lavoro diplomatico serio, costante e silenzioso che ha visto impegnate con determinazione le istituzioni italiane ai massimi livelli”. “Desidero ringraziare il Governo e la rete diplomatica italiana per l’azione costante e silenziosa che ha consentito di arrivare a questo risultato, che rappresenta per tutti un grande sollievo”, commenta il presidente del Veneto, Alberto Stefani: “Rivolgo un pensiero particolare – aggiunge il governatore – ai genitori di Alberto, Armanda ed Ezio, che hanno vissuto mesi di grande apprensione. A loro va l’abbraccio dell’intera comunità veneta, che non ha mai smesso di sperare. Ora l’incubo è finito: attendiamo Alberto nella sua città”. Di “notizia meravigliosa che ci riempie il cuore di gioia” parla anche l’ex governatore e attuale presidente del Consiglio Regionale del Veneto, Luca Zaia: “Sono certo che anche la comunità venezuelana residente nella nostra Regione è pronta a festeggiare il ritorno di Alberto, con occhi di nuova speranza per il futuro del loro Paese”.

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Data articolo:Mon, 12 Jan 2026 07:54:38 +0000
Usi & Consumi a cura di Pierpaolo Molinengo
Canone Rai, chi ha diritto all’esenzione ha tempo fino al 31 gennaio per fare domanda

È necessario pagare il canone Rai per il semplice fatto che si è proprietari di un televisore o di una radio (o di un qualsiasi altro apparecchio in grado di ricevere il segnale) e si fruisce del servizio pubblico. Per il 2026 l’importo da versare sarà nuovamente pari a di 90 euro: in più occasioni era emersa la volontà delle forze politiche di ridurre l’obolo di 20 euro, facendo pagare solo 70 euro, come era già successo due anni fa, ma alla fine è stato confermato il prezzo pieno.

Anche quest’anno il canone Rai viene addebitato automaticamente sulla bolletta dell’elettricità della casa di residenza, ma chi è in possesso di determinati requisiti può chiedere di essere esentato dal pagamento.

Canone Rai 2026, quali sono i casi di esonero

Il canone deve essere versato da tutte le persone che hanno in casa un televisore o un apparecchio in grado di ricevere un segnale televisivo. Per il pagamento della tassa poco importa se l’apparecchio viene utilizzato o meno: è obbligatorio pagare solo perché lo si possiede. Il canone, in altre parole, è un’imposta sulla detenzione, non sull’utilizzo. Ma è dovuto una sola volta in relazione a tutti gli apparecchi detenuti dai componenti della stessa famiglia anagrafica (a patto che i familiari abbiano la residenza nella stessa abitazione), indipendentemente dal numero di abitazioni in cui sono presenti i televisori.

Quando in casa non ci sono degli apparecchi in grado di ricevere il segnale televisivo, il canone Rai non deve essere versato. Ad essere esonerati dal pagamento della tassa sono anche gli anziani con più di 75 anni con un reddito inferiore a 8.000 euro. Il limite di reddito deve essere calcolato tenendo conto sia delle somme percepite dal richiedente che dall’eventuale coniuge. Per poter fruire dell’esenzione è necessario che il richiedente abbia compiuto 75 anni entro il 31 gennaio di quest’anno. Nel caso in cui li dovesse compiere dopo, ma entro il 31 luglio 2026, potrà chiedere l’esonero per il secondo semestre dell’anno.

Possono risparmiare la tassa anche i militari delle Forze Armate, ma a questa regola fanno eccezione quelli che abitano in un appartamento privato all’interno di una struttura militare. Esonerati dal pagamento sono anche i militari di cittadinanza stranieri che appartengono alle Forze Nato, gli agenti diplomatici e consolari. L’esenzione si applica anche ai rivenditori e ai negozi nei quali vengono riparati i televisori.

Come chiedere l’esenzione

Passaggio indispensabile perché il canone Rai non venga addebitato in bolletta è comunicare all’Agenzia delle Entrate il proprio diritto all’esenzione. Per beneficiarne per tutto l’anno è necessario presentare la richiesta entro il 31 gennaio 2026. Quanti dovessero saltare questa scadenza hanno la possibilità di evitare di pagarlo, ma solo per la seconda parte dell’anno.

La domanda di esonero deve essere presentata direttamente dal titolare della bolletta dell’elettricità. L’Agenzia delle Entrate ha messo a disposizione una serie di modelli da utilizzare per compilare l’istanza, che variano a seconda dei motivi per i quali si ha diritto all’esonero (SCARICA QUI IL MODULO).

Il modulo deve essere compilato in ogni sua parte e potrà essere inoltrato direttamente all’Agenzia delle Entrate online, attraverso l’area riservata (alla quale è possibile accedere utilizzando le proprie credenziali digitali). In alternativa è possibile inviare una Pec all’indirizzo cp22.canonetv@postacertificata.rai.it. La richiesta può essere spedita anche per raccomandata all’Agenzia delle Entrate – Direzione Provinciale I di Torino – Ufficio Canone TV – Casella postale 22 – 10121 Torino.

Cosa succede se si attiva una nuova utenza

Quanti dovessero attivare una nuova utenza elettrica nel corso dell’anno hanno la possibilità di chiedere l’esonero dal pagamento del canone Rai anche dopo il 31 gennaio 2026. In questo caso è necessario trasmettere la richiesta entro la fine del mese successivo rispetto a quello in cui è stata attivata la nuova fornitura. Facendo così si eviterà che la tassa venga addebitata sulla bolletta.

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Data articolo:Mon, 12 Jan 2026 07:13:33 +0000
Scienza a cura di Giovanna Trinchella
Crans-Montana, il chirurgo plastico: “Ogni operazione deve essere ricostruttiva. Non è solo sopravvivenza, ma tornare a vivereâ€

Identità, dignità, speranza. Ma senza illusioni: dopo un rogo come quello di Crans-Montana non esiste un “ritorno a primaâ€. A delineare il possibile percorso di cura dei giovanissimi sopravvissuti all’incendio del bar Le Constellation è Benedetto Longo, professore associato di Chirurgia Plastica Ricostruttiva ed Estetica all’Università di Roma Tor Vergata, intervistato da FattoQuotidiano.it.

“Ricostruire non significa soltanto coprire una ferita”, spiega. “Vuol dire restituire funzione, espressività, socialità. Un volto che torna a comunicare, una mano che torna a scrivere, un collo che torna a muoversi: sono passaggi che ridanno identità”. La chirurgia, sottolinea, non è solo tecnica: “Quando è fatta bene diventa un linguaggio di dignità. E la chirurgia estrema ti ricorda una cosa: non stai operando una ferita, stai operando una storia. Il vero successo non è la sopravvivenza in sé, ma vedere quel paziente tornare a vivere, con un futuro possibile”.

Dal primo gennaio, per alcuni dei feriti ricoverati al Niguarda, il futuro è fatto di “piccolissimi passiâ€: la priorità assoluta è salvare la vita, ma senza perdere di vista ciò che verrà dopo. “C’è una fase acuta in cui bisogna garantire la sopravvivenza. Poi una fase post-acuta in cui si lavora sulla qualità della vita. Ma questa divisione è solo schematica” osserva Longo. “In realtà le due fasi sono fuse: anche quando sei nella fase acuta e devi rimuovere i tessuti necrotici prodotti dalle altissime temperature, devi già pensare a una ricostruzione che possa essere seguita nel tempo”.

Ricostruire, infatti, significa prima di tutto tornare a riconoscersi, ma non solo. “La dignità è legata alla qualità della vita: queste persone non devono soltanto sopravvivere. Devono vivere bene”, dice. “Bisogna pensare fin dall’inizio a una vita che restituisca quanto più possibile la funzione sociale, professionale e relazionale”.

Eppure, c’è un punto che Longo considera fondamentale chiarire, sia sul piano clinico sia su quello psicologico: nessuno può aspettarsi di cancellare le conseguenze di ustioni estese, fino al 50% del corpo. “La cicatrice resta. Inevitabilmente. Per quanto si possa fare, per quanto si possa guarire, l’esito non può essere azzerato. Ecco perché questi percorsi durano anni: non si parla di cancellare totalmente gli esiti, non è possibile. Si parla di ridurli, di gestirli, di trasformarli in qualcosa che permetta una vita dignitosa”.

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Data articolo:Mon, 12 Jan 2026 07:13:22 +0000
Blog a cura di Sostenitore
Trump non vuole ridistribuire ricchezza per la classe media Usa: gli servono più risorse e se le andrà a prendere

di Manfredi Mori

L’impero statunitense abbandona l’approccio neocoloniale basato su seduzione culturale e investimenti che ha caratterizzato la sua azione esterna a partire dal secondo dopoguerra per abbracciare, per la prima volta nella sua storia, il colonialismo puro. Per trent’anni il “poliziotto del mondo†ha dominato il pianeta con la carota e con la spada, per quanto ci riguarda con la carota, anzi, più recentemente col cetriolo. Ma, vedendo come è andata agli altri, forse ci è andata bene così.

Le scampagnate criminali in Medioriente del nostro padrone (anche dette guerre di esportazione della democrazia) a cui noi europei abbiamo partecipato con inspiegabile entusiasmo sono state principalmente una scomposta dimostrazione di forza, di capacità di proiezione globale. Nonostante abbiano arricchito molti tycoon dell’industria delle armi non hanno ottenuto nessun beneficio strategico per gli Stati Uniti, anzi. La Brown University stima che il carnaio in Iraq e Afghanistan sia costato allo Zio Sam oltre otto trilioni di dollari: una cifra inimmaginabile. Senza contare l’imbarazzo del dover giustificare al mondo intero, ma specialmente a quello “liberoâ€, le mani sporche del sangue di quasi 1 milione di persone e l’assenza totale di armi di distruzione di massa.

Oggi assistiamo a un’azione esterna statunitense molto più a fuoco, e per questo, forse, ancora più spaventosa. L’amministrazione Trump si trova a dover fare i conti con i problemi di un’economia tardo capitalista in cui la concentrazione di ricchezza e l’aumento dell’iniquità stanno strangolando lavoratori, classe media e piccola impresa. L’ascensore sociale si è fermato, la povertà dilaga, l’overdose da fentanyl nel 2025 ha mietuto più di 75.000 vite. Il sogno americano, pilastro dell’ideologia dell’impero statunitense, vacilla sotto l’impietosa violenza dell’avidità degli operatori di mercato.

Ma Trump non ha nessuna intenzione di aprire una fase di riforme volte a ridistribuire la ricchezza nel paese. Niente tasse sui grandi capitali e sulle grandi fortune, nessun aumento strutturale della spesa pubblica federale, nessuna riforma del welfare del paese. Senza colpire i grandi capitani d’industria, suoi compari, con gli strumenti ordinari di politica economica e monetaria non può farcela: la coperta è corta. A partire dal 2016 le spese per sanità, previdenza sociale e interessi sul debito hanno sistematicamente superato le entrate fiscali. Dal 2023 al 2025 il deficit americano è stato stabilmente intorno al 6% del Pil, una percentuale che nella storia americana dopo la seconda guerra mondiale si è raggiunta e superata solo cinque volte: dopo la crisi finanziaria del 2008 (dal 2009 al 2011) e durante la pandemia (2021 e 2022).

Nonostante il tentativo di stimolare l’economia con riforme fiscali espansive a debito come l’Obbba (One Big Beautiful Bill Act) per sostenere la domanda interna e garantire i livelli minimi di welfare in modo strutturale, senza varare serie manovre redistributive, servono più risorse, più terra, più petrolio, più gettito fiscale. E bisogna andarsele a prendere. La base elettorale di Trump appartiene all’America profonda, alla “cintura arrugginita†del depresso Midwest e pretende il benessere degli anni del boom economico, vuole una nuova “età dell’oro†e Trump gliela darà, letteralmente, aprendo la corsa alle risorse strappate ai vicini: a partire da Venezuela e Groenlandia.

L’approccio neocoloniale basato sulla seduzione – investimenti, fast food, musica pop, cinema hollywoodiano, blue jeans (e basi militari sconosciute ai più) – è finito. L’approccio colonialista puro che mira al controllo diretto dei mezzi produttivi attraverso occupazione e dominio politico è appena cominciato.

Se questo nuovo corso, che segna un ritorno alle politiche imperialiste dei primi del ‘900, avrà successo lo vedremo presto; intanto, i leader delle (im)potenze europee restano, ancora una volta, farfuglianti, con il cetriolo in mano.

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Data articolo:Mon, 12 Jan 2026 06:45:10 +0000
Blog a cura di Speaker's corner
Le quattro crepe del semestre aperto a Medicina: vogliamo più medici o solo un filtro diverso?

di Giuseppe Pignataro

La graduatoria nazionale pubblicata l’8 gennaio, dopo il primo ‘semestre aperto’ per Medicina, è un test non solo per gli studenti: è un test per lo Stato. I numeri parlano senza retorica: 54.313 iscritti iniziali; 22.688 studenti risultati idonei; 17.278 posti disponibili. Tradotto: 5.410 idonei restano senza posto e 31.625 non risultano idonei. Chi pensava che il ‘numero chiuso’ fosse evaporato scopre che la programmazione non è un capriccio: è il nome burocratico di un vincolo materiale. In corsia non si entra in sovrannumero: servono reparti, tutor, tirocini e tempo di supervisione.

L’idea del semestre aperto, sulla carta, aveva un’ambizione condivisibile: sostituire la lotteria di un test secco con un percorso di studio comune. Tre insegnamenti (Biologia, Chimica e propedeutica biochimica, Fisica), prove uniformi nazionali, due appelli. In teoria: meno ansia da quiz, più apprendimento. In pratica, l’esperimento ha mostrato fragilità strutturali che meritano un bilancio pubblico serio. Ma le istituzioni non si giudicano per le intenzioni: si giudicano per la qualità della loro ingegneria, per la coerenza delle regole e per l’equità delle condizioni iniziali. Qui le crepe sono almeno quattro.

1. La prima è didattica. Se l’esame è uguale per tutti, devono essere comparabili le condizioni di accesso alla didattica: aule, orari, docenza, esercitazioni. Invece il semestre ha vissuto di soluzioni emergenziali: in molte sedi modalità ibride, aule sature, streaming e turnazioni; altrove percorsi più ordinati. Quando la didattica è diseguale e la prova è uniforme, la diseguaglianza di contesto diventa diseguaglianza di esito. Non è un dettaglio: è giustizia procedurale.

2. La seconda è normativa: regole in movimento. A percorso avviato sono arrivati correttivi che hanno introdotto ‘sufficienze reintegrate’ e crediti da recuperare, e il punteggio finale considera solo i voti almeno 18, mentre gli insufficienti non contribuiscono. Si può difendere la scelta come tutela (nessuno viene ‘affondato’ da un singolo inciampo), ma comunica anche che la macchina non era stata stress-testata. Una selezione credibile non cambia metrica mentre gli atleti stanno correndo.

3. La terza è il tempo. Il semestre è un investimento ad alto rischio e, come ogni rischio, non pesa uguale su tutti. Non tutti possono permettersi mesi di studio intensivo senza un piano B; non tutti hanno spazi, dispositivi, serenità, supporto familiare. L’uguaglianza formale rischia di produrre disuguaglianza reale: chi ha meno risorse paga più caro lo stesso tentativo.

4. La quarta è il mercato che rinasce. Il filtro non elimina la domanda privata: la sposta. Non più solo ‘corsi per il test’, ma tutoraggi, recuperi, pacchetti di supporto per colmare i debiti. Se l’università pubblica non offre accompagnamento gratuito e robusto, il privato torna a essere scorciatoia per chi può pagare.

Che fare allora? Prima scelta: chiamare le cose col loro nome. Il numero programmato va aggiornato e spiegato, non negato: potenziale formativo degli atenei e fabbisogni del Sistema Sanitario Nazionale devono guidare una programmazione pluriennale trasparente, altrimenti cambiamo solo il tipo di imbuto. E serve pubblicare dati completi (anonimi) su esiti, percorsi, recuperi e rinunce: senza evidenza, ogni riforma diventa tifoseria.

Seconda scelta, più controversa ma coerente: tornare a una selezione ex ante in stile Tolc (migliorata) può costare meno, socialmente, del filtro ex post. Una prova ripetibile in più finestre, con banca dati pubblica, materiali gratuiti e tutoraggio pubblico riduce l’effetto ‘sei mesi persi’ e rende più chiaro il patto: entri se sei tra i migliori rispetto a posti realmente disponibili. Il primo semestre torna ad essere ciò che dovrebbe: università, non anticamera a rischio.

In fondo, il punto non è ‘chi merita’, ma come lo Stato decide di distribuire una risorsa scarsa senza trasformare l’origine sociale in destino. Il merito, se non è accompagnato da condizioni, diventa una parola comoda. Per questo serve una valutazione indipendente dell’esperimento: non impressioni, ma evidenza.

Infine, la domanda che resta: vogliamo più medici o solo un filtro diverso? Se la risposta è ‘più medici’, la partita è nella capacità formativa lungo tutta la filiera (tirocini, specialistica, strutture). Una politica che seleziona senza investire promette ciò che non può mantenere. La selezione è un patto di fiducia: quando le regole appaiono improvvisate, la fiducia si rompe. E senza fiducia, la vocazione diventa cinismo.

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Data articolo:Mon, 12 Jan 2026 06:40:25 +0000
Mondo a cura di Redazione Esteri
Alberto Trentini è libero: il cooperante italiano e Mario Burlò sono nell’ambasciata italiana a Caracas. Meloni ringrazia Rodriguez: “Presto saranno a casaâ€

“Alberto Trentini e Mario Burlò sono liberi e sono nella sede dell’ambasciata d’Italia a Caracas”. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, seguito subito dalla premier, Giorgia Meloni: “Ho parlato con loro, e un aereo è già partito da Roma per riportarli a casa”. I due nostri connazionali dovrebbero atterrare in Italia questa sera o al massimo domattina”.

Immediata la reazione della famiglia Trentini: “Alberto finalmente è libero! Questa è la notizia che aspettavamo da 423 giorni! Ringraziamo tutti quelli che hanno reso possibile, anche lavorando nell’invisibilità, la sua liberazione”, hanno dichiarato i familiari attraverso l’avvocata Alessandra Ballerini. “Tutti questi mesi di prigionia hanno lasciato in Alberto e in noi che lo amiamo ferite difficilmente guaribili, adesso avremo bisogno di tempo da trascorrere in intimità per riprenderci. Ringraziamo tutti per esserci stati vicini, ma vi chiediamo di rispettare il nostro silenzio e la nostra riservatezza. Ci sarà tempo per trovare le parole giuste per raccontare fatti e accertare responsabilità. Oggi vogliamo solo pace. Grazie!”, aggiungono i Trentini.

“Mario ha già potuto sentire la figlia e rassicurato delle sue condizioni di salute. Anche a nome dei familiari vogliamo ringraziare le istituzioni diplomatiche che in questi mesi non hanno mai smesso di lavorare per la liberazione dei nostri connazionali tenendoci costantemente aggiornatiâ€, commentano gli avvocati di Burlò, Benedetto Buratti e Maurizio Basile. “Successo ancor più significativo in ragione del quadro socio-politico del Venezuela e dei rapporti con l’Italiaâ€, sottolineano i due penalisti.

La loro liberazione era attesa da qualche giorno, da quando la presidente ad interim Rodriguez aveva cominciato a rilasciare i prigionieri politici. Venerdì scorso, durante la conferenza stampa di inizio anno, Meloni aveva voluto ringraziare la presidente venezuelana. E il ministro Tajani oggi si è speso per ringraziarla nuovamente: “La loro liberazione è un forte segnale da parte della presidente Rodriguez che il governo italiano apprezza molto”, conclude.

Era il 15 novembre del 2024 quando Alberto Trentini, veneto, fu arrestato in Venezuela circa 3 settimane dopo il suo arrivo nel Paese. Cooperante, Trentini lavorava per la ong Humanity and Inclusion, impegnata nell’assistenza umanitaria alle persone con disabilità. Quando è stato fermato si stava recando dalla capitale Caracas a Guasdualito. Da allora è iniziata la sua detenzione nel carcere di El Rodeo. L’accusa non è stata resa nota e sono passate diverse settimane prima che arrivassero delle notizie del cooperante.

Oggi 46enne, secondo quanto riferisce l’Ispi, Trentini era attivo nel settore della cooperazione da molti anni e aveva operato in Ecuador, Etiopia, Paraguay, Nepal, Grecia, Perù, Libano e Colombia, lavorando per Focsiv, Cefa, Coopi, Danish Refugee Council e altre organizzazioni non governative. Prima della liberazione odierna, avvenuta dopo 423 giorni, Trentini aveva parlato con la famiglia solo tre volte.

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Data articolo:Mon, 12 Jan 2026 06:10:37 +0000
Blog a cura di Dario Balotta
Almeno un anno di ritardo per le opere Pnrr attorno al nodo di Bergamo: un caso paradossale

Non sono bastati i commissari nominati dal governo per garantire il rispetto delle tempistiche dei lavori ferroviari finanziati dal Pnrr nel territorio bergamasco e sulla Milano-Pavia. Il raddoppio della linea Bergamo–Ponte San Pietro, il collegamento ferroviario tra Bergamo, l’aeroporto di Orio al Serio, la nuova stazione ferroviaria di Bergamo, il potenziamento della linea Gallarate–Rho e quadruplicamento della Milano-Pavia registrano, infatti, ritardi di almeno un anno.

I primi tre interventi avrebbero dovuto essere completati entro le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, ma oggi accumulano slittamenti significativi, con pesanti disagi per i pendolari e un sicuro incremento dei costi complessivi.

Particolarmente critico appare il ruolo del Commissario straordinario nominato per le opere su Bergamo e su Gallarate, che è anche il direttore della Direzione Operativa Territoriale Infrastrutture di Milano di Rete Ferroviaria Italiana (RFI). Si tratta della struttura che ha la competenza operativa sull’infrastruttura ferroviaria del Nord Italia, Lombardia compresa, e quindi sulle opere lombarde. In altre parole, il Commissario dovrebbe vigilare sull’operato di RFI che se stesso dirige, essendo lo stesso che ha appaltato i lavori e ne gestisce la realizzazione tecnica.

Controllore e controllato per gettare fumo negli occhi. Una situazione paradossale, che solleva evidenti dubbi sull’efficacia del commissariamento e sulla reale capacità di RFI di garantire tempi certi, trasparenza e tutela dell’interesse pubblico.

Il commissariamento non può ridursi a una mera formalità: servono responsabilità chiare, controllo indipendente e rispetto degli impegni assunti con cittadini e pendolari. E neppure può essere usato come foglia di fico dell’inefficienza dell’appaltatore RFI e dell’azienda che ha vinto gli appalti.

I ruoli di controllore e controllato allo stesso tempo non assicurano una velocizzazione dei lavori, anzi. La storia dei commissari straordinari in Italia si può sintetizzare nel fallimento della ricostruzione de L’Aquila dopo il terremoto: RFI si è presa in carico troppe opere ed ora sta collassando, come nel caso lombardo.

I disagi cui vanno incontro i pendolari e l’impatto ambientale sono tali che sarebbe necessario rivedere i progetti del raddoppio della Bergamo-Ponte San Pietro, della ristrutturazione della stazione principale e del collegamento con l’aeroporto di Orio al Serio. Sono in essere autobus sostitutivi da Bergamo a Ponte S.Pietro e poi il trasbordo dei pendolari sul treno o verso Milano o verso Lecco con un tempo di viaggio allungato di mezz’ora all’andata e altrettanto al ritorno. Causa lavori, la stazione ridurrà la sua operatività per oltre tre anni.

Lo scalo diventerà un ponte terrazzato giustificato da “ruolo urbano” con il pretesto per realizzare enormi spazi commerciali, di ristorazione e fantomatici servizi per il turismo visto che quelli ferroviari con la biglietteria elettronica tenderanno a sparire. La stazione ferroviaria è tagliata in due con alcuni binari tronchi lato Treviglio e altri binari tronchi lato Brescia. Parzialmente la linea per Lecco e Milano verrà chiusa al traffico ferroviario e sostituita da autobus. Mentre la linea per Orio al Serio, il cui finanziamento è inserito in una quota parte nel Pnrr, è passata dagli iniziali 170 milioni agli attuali 209.

Tre anni di interruzione dei treni sulla linea Milano-Lecco e la riduzione di quelli per Milano (via Treviglio) e per Brescia sono un alto prezzo da pagare per l’utenza. Questa limitazione della circolazione con ritardi e soppressioni di treni non è sostenibile né economicamente né socialmente. In particolare per i modesti risultati attesi da questi potenziamenti visto che la Bergamo-Carnate rimarrà a binario unico fino a Ponte S. Pietro. Mentre il traffico per Orio al Serio è sovrastimato: sul lato sud est di Bergamo, sarebbe stata più utile una metro leggera che andasse oltre Orio e fino alla tangenziale sud evitando con una galleria l’attraversamento a raso del quartiere di Boccaleone.

Anche il quadruplicamento tratta Milano Rogoredo-Pavia sta allungando notevolmente i tempi complessivi dell’intervento a causa della sua suddivisione in due fasi. Pure per quest’opera è stato nominato un commissario straordinario, si tratta di Chiara De Gregorio, un alto dirigente di RFI che riveste anche il ruolo di Direttore Investimenti Area Centro. Su questa linea interruzioni e rallentamenti prolungati per manutenzioni straordinarie, con periodi di circolazione su un solo binario o di sospensioni totali, sono state un calvario per i pendolari nella scorsa estate.

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Data articolo:Mon, 12 Jan 2026 06:01:40 +0000

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