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Un piccolo incendio è scoppiato mercoledì sera non lontano dal centro congressi di Davos dove si tiene il Forum economico mondiale. A prendere fuoco un piccolo chalet in legno situato vicino al Turmhotel Victoria. “L’allarme è del tutto rientrato e l’incendio è stato completamente domato dopo aver evacuato, per precauzione, una parte del centro congressi”, dicono all’Ansa i vigili del fuoco locali. La giornalista Lilli Gruber, che era in collegamento telefonico da Davos con ‘Otto e Mezzo’ su La7, è stata evacuata mentre era in diretta.
“Siamo fuori dal Congress Center, ci hanno fatto evacuare tutti quanti. Abbiamo lasciato tutte le nostre cose all’interno. Ci sono elicotteri che volano sopra le nostre teste, è pieno di pompieri e quindi c’è un’emergenza di evacuazione”, ha raccontato. “Per fortuna non ci sono feriti. La sicurezza è a livelli altissimi, anche perché qui ci sono i potenti della Terra. Immaginate il caos in giro nelle stradine di Davos”.
L'articolo Incendio vicino a un hotel a Davos. Lilli Gruber: “Ci hanno evacuati dal Congress center, c’è un’emergenza” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il deragliamento di un treno nel sud della Spagna, seguito a breve distanza da un nuovo incidente sulla rete di Rodalies nell’area metropolitana di Barcellona, ha riportato al centro del dibattito pubblico una questione che va ben oltre la cronaca. Due episodi geograficamente lontani ma legati da un filo comune: la crisi strutturale del trasporto ferroviario regionale e suburbano spagnolo, schiacciato da anni tra carenze infrastrutturali, scelte politiche discutibili e un modello di investimento fortemente sbilanciato. In Andalusia, il deragliamento ha riacceso i dubbi sulla sicurezza e sulla manutenzione. In Catalogna, l’incidente su Rodalies si inserisce invece in un contesto già fortemente conflittuale. La rete che serve quotidianamente centinaia di migliaia di pendolari è da tempo sinonimo di ritardi cronici, cancellazioni improvvise, guasti al segnalamento e interruzioni di servizio che incidono direttamente sulla vita economica e sociale della regione.
I numeri sugli investimenti statali aiutano a comprendere le cause di questa situazione. Nel 2022 la società pubblica Adif, responsabile dell’infrastruttura ferroviaria, ha speso solo circa il 30% dei 2,8 miliardi di euro stanziati per migliorare la rete ferroviaria regionale in tutta la Spagna. In alcune regioni, come l’Andalusia, la percentuale è stata ancora più bassa: appena l’8,4% dei 655 milioni di euro assegnati è stato effettivamente utilizzato. Nel 2025 Adif ha destinato circa 95,6 milioni di euro all’ammodernamento del segnalamento su 130 chilometri di rete andalusa, una cifra che resta modesta rispetto alle esigenze complessive di manutenzione e rinnovo.
Questi dati riflettono un fenomeno più ampio. Gli investimenti complessivi della Spagna in infrastrutture ferroviarie oscillano oggi tra i 2,8 e i 3,9 miliardi di euro l’anno, lontani dai picchi superiori agli 8 miliardi registrati negli anni di massima espansione. Una parte rilevante delle risorse continua inoltre a concentrarsi su grandi progetti di alta velocità o corridoi merci, mentre la rete convenzionale, utilizzata quotidianamente da pendolari e servizi regionali, resta sottofinanziata.
L’incidente di Córdoba ha aperto un fronte delicato per il governo centrale. Sui social network sono emerse numerose segnalazioni di utenti che, già nelle settimane precedenti, denunciavano vibrazioni anomale e tremori lungo la linea dell’alta velocità , lamentando di non aver ricevuto riscontri adeguati. Adif ha tuttavia fatto sapere che sulla tratta erano stati effettuati controlli tecnici e che appena due mesi prima l’infrastruttura aveva superato un doppio test di sicurezza. Sul piano politico, il ministro dei Trasporti Óscar Puente si è trovato sotto forte pressione. Puente ha difeso l’operato del ministero e delle società pubbliche, richiamando la complessità del sistema ferroviario e la necessità di interventi strutturali di lungo periodo. Nonostante ciò, il caso sta offrendo spazio alle forze di destra per costruire una campagna di attacco politico, mentre le cause dell’incidente non sono ancora state chiarite formalmente.
E mentre questa polemica si intensifica, un nuovo incidente in Catalogna amplia il perimetro del problema. In questo quadro, Rodalies de Catalunya rappresenta un caso emblematico. La rete trasporta oltre 120 milioni di viaggiatori l’anno, ma mostra livelli di criticità particolarmente elevati. Tra il 2022 e il 2024 sono stati registrati 693 incidenti gravi sulle linee Rodalies e Regionales, con oltre 2,4 milioni di passeggeri coinvolti e più di 420mila minuti di ritardo accumulati. Solo nella prima metà del 2025, le incidenze hanno causato quasi 1.500 ore di ritardo e colpito oltre 1,1 milioni di utenti. Un’altra analisi segnala che tra gennaio e settembre si sono verificate 922 gravi inconvenienti, più di tre al giorno, con oltre 12.000 treni coinvolti, 3.054 cancellazioni e 3,4 milioni di persone danneggiate in nove mesi.
Non si tratta di eventi eccezionali, ma di un malfunzionamento sistemico. Ritardi superiori ai 30 minuti e cancellazioni di massa sono diventati parte della quotidianità , in un contesto demografico segnato dalla forte concentrazione urbana. In Catalogna, più della metà della popolazione vive nell’area metropolitana di Barcellona, mentre a livello nazionale si parla sempre più spesso di “España vaciada†per descrivere lo svuotamento delle aree rurali e la pressione crescente sui grandi nodi urbani. Le associazioni di utenti denunciano una situazione insostenibile, mentre le amministrazioni locali parlano apertamente di collasso del servizio.
Alla base della crisi c’è un sottofinanziamento di lungo periodo. Tra il 2015 e il 2022 in Catalogna erano previsti 6,2 miliardi di euro di investimenti ferroviari da parte di Renfe e Adif, ma solo circa 2,2 miliardi sono stati effettivamente spesi. Su un arco temporale più ampio, tra il 1990 e il 2018, solo il 17% degli investimenti totali nelle CercanÃas – i servizi ferroviari suburbani attivi nelle più grandi aree metropolitane della Spagna – è stato destinato alla Catalogna, contro il 47% riservato a Madrid. Il risultato è una rete fragile, satura e poco resiliente, incapace di assorbire guasti o aumenti di domanda, accentuati anche dalla crisi abitativa nei centri urbani.
Negli ultimi anni si è registrato un parziale cambio di tendenza, con nuovi piani di investimento e interventi di rinnovo. Tuttavia, secondo molti esperti, questi sforzi non bastano ancora a colmare il ritardo accumulato. In questo contesto si inserisce l’accordo del 2023 tra il governo centrale e i partiti indipendentisti per il trasferimento progressivo della gestione di Rodalies alla Generalitat. Oggi la responsabilità politica ricade sul nuovo governo socialista catalano, che ha ereditato una situazione fortemente compromessa e ha ammesso che non esistono soluzioni rapide.
Il caso Rodalies, come i deragliamenti nel sud della Spagna, mostra un problema di scala nazionale. Il trasporto ferroviario pubblico, nonostante il suo ruolo centrale nella transizione ecologica e nella riduzione delle disuguaglianze territoriali, continua a essere trattato come una priorità secondaria. I binari su cui viaggiano milioni di pendolari raccontano così una crisi che va oltre gli incidenti: quella di un modello di sviluppo che ha privilegiato l’immagine e la velocità , trascurando la quotidianità e l’accessibilità .
L'articolo Gli incidenti scatenano il dibattito sulla crisi strutturale delle ferrovie in Spagna proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tre incidenti ferroviari in appena tre giorni hanno scosso la Spagna e scatenato polemiche sulla sicurezza della rete e la rivolta dei macchinisti, che hanno proclamato tre giorni di sciopero dall’8 all’11 febbraio. Mentre dall’indagine sulla strage di Adamuz, dove un ‘Frecciarossa’ Iryo deragliato ha colpito un convoglio Avia della statale Renfe, causando almeno 43 morti accertati, vengono ufficializzati dagli nuovi inquietanti elementi che Ilfattoquotidiano.it aveva svelato nell’immediatezza dell’incidente e che sembrano confermare la dinamica ipotizzata nelle ore successive all’impatto. Già lunedì, questo sito aveva dato conto di “segni” presenti sulle ruote delle prime carrozze del treno, ora il ministro dei Trasporti Oscar Puente ha detto pubblicamente: “Abbiamo riscontrato incisioni di circa un millimetro dei primi vagoni dell’Iryo e segni analoghi anche su altri due o tre treni transitati prima sullo stesso tratto”.
Le abrasioni confermerebbero la tesi di un cedimento dei binari ad Adamuz, al chilometro 318 della linea di alta velocità Madrid-Siviglia. Come spiegato negli scorsi giorni, il lavoro degli investigatori si sta concentrando sui lavori di saldatura della rotaia. Un dettaglio nuovo emerge dal ritrovamento, da parte della Guardia Civil, di un carrello immerso parzialmente in un ruscello a circa 270 metri dalla linea ferroviaria, vicino al punto dell’incidente. La società Adif che amministra le ferrovie in Spagna lo ha confermato, senza però precisare quando fosse stato localizzato. Mentre la Commissione di indagine sugli incidenti ferroviari (Ciaf), ha richiesto i registri della circolazione dei treni ad Adamuz nei due giorni precedenti, per verificare eventuali anomalie.
Tuttavia il direttore di Traffico di Adif, Angel Garcia de la Bandera, ha assicurato che “a priori non è stato riscontrato alcun guasto” sulla linea Madrid-Siviglia che evidenzi una relazione con l’incidente”, insistendo sull’investimento di 700 milioni di euro per i lavori di ammodernamento della rete terminati nel maggio 2025. I sindacati dei macchinisti, assieme al maggioritario Semaf CcOo e Ugt, denunciano “il deterioramento del servizio ferroviario, che mette a rischio vite umane”. E chiedono garanzie di sicurezza, revisione integrale delle linee, fine dell’esternalizzazione della manutenzione e limitazioni di velocità nei tratti a rischio, fino al completamento dei controlli. Adif ha prima revocato e poi confermato il limite temporaneo di 160 km orari sulla linea ad alta velocità Madrid-Barcellona, esteso anche a un tratto di quella Madrid-Valencia, dopo le segnalazioni di anomalie e criticità dei macchinisti.
Ma con la protesta cresce anche la pressione politica: l’opposizione critica il governo per la mancata attuazione delle direttive europee sulla sicurezza ferroviaria. Il partito ultraconservatore Vox – l’unica forza politica che non ha aderito al lutto nazionale di tre giorni per le vittime della sciagura in Andalusia – accusa il premier Sanchez di essere il responsabile. Il ministro dei Trasporti ha invitato alla cautela: “Non si farà nessuna speculazione: parlare delle cause prima delle conclusioni tecniche è azzardato e poco rispettoso delle vittime e delle famiglie”. Una cerimonia di Stato in loro memoria è stata fissata il 31 gennaio a Huelva, con la partecipazione del premier e del governatore andaluso Juanma Moreno.
L'articolo Tre incidenti in 3 giorni: sciopero dei macchinisti in Spagna. “Abrasioni sulle ruote del treno deragliato ad Adamuz” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il Parlamento europeo ha deciso di congelare la ratifica dell’accordo commerciale siglato la scorsa estate con gli Stati Uniti, rinviando il suo via libera. Il presidente della commissione commercio internazionale dell’Eurocamera, Bernd Lange, ha ufficializzato la decisione preannunciata martedì dal presidente del gruppo del Ppe, Manfred Weber, in accordo con Socialisti e Liberali. Con le nuove minacce di dazi – ritirate mercoledì sera dopo aver ottenuto dal segretario generale della Nato Mark Rutte l’ok a un accordo quadro sulla Groenlandia – “Donald Trump ha rotto” il patto firmato a luglio in Scozia, ha sottolineato Lange. Trump “sta usando i dazi per esercitare una pressione politica su di noi affinché vendiamo la Groenlandia. Per questo siamo stati molto chiari: la procedura resterà sospesa finché non ci sarà chiarezza sulla Groenlandia e su queste minacce”, ha evidenziato il socialista tedesco. La minaccia di Washington, ha aggiunto, rappresenta “un vero e proprio attacco alla sovranità economica e alla sovranità territoriale e all’integrità dell’Ue”.
A titolo personale, Lange ha indicato inoltre di ritenere necessari “ulteriori passi” come l’applicazione dei dazi sulle liste di prodotti Usa congelati a seguito dell’accordo di luglio, nonché “l’attuazione dello strumento anti-coercizione“, il bazooka Ue creato per rispondere a un Paese terzo quando utilizza dazi o investimenti come strumenti di pressione politica. Il Parlamento europeo ne discuterà lunedì prossimo. Lo strumento prevede una procedura graduale che parte da un’indagine e da una fase di dialogo, prima di arrivare – se necessario – a un paniere di contromisure come dazi, restrizioni commerciali, esclusioni delle aziende dagli appalti pubblici o dal mercato europeo. Da vedere cosa deciderà l’Eurocamera ora che la Casa Bianca ha ritirato la minaccia di dazi aggiuntivi per i Paesi che hanno inviato truppe in Groenlandia.
L'articolo Il Parlamento Ue sospende la ratifica dell’accordo sui dazi firmato con gli Usa la scorsa estate proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giovedì mattina alle 9.30 il gruppo del Pd in Senato si riunirà per certificare quello che è ormai evidente da settimane: la spaccatura sull’antisemitismo. Andrea Giorgis presenterà il disegno di legge per contrastare ogni forma di odio, con particolare accentuazione dell’antisemitismo. E parte del gruppo si prepara a non firmarlo. A partire da Graziano Delrio, che ha presentato a dicembre un proprio testo, sconfessato dal Nazareno, ma che lo stesso senatore si è rifiutato di ritirare. Nel testo di Giorgis, che sarebbe dovuto arrivare settimane fa, si adotta la definizione di Gerusalemme, secondo la quale “l’antisemitismo è discriminazione, pregiudizio, ostilità o violenza contro gli ebrei in quanto ebrei (o contro istituzioni ebraiche in quanto ebraiche)â€.
Mentre nel testo Delrio si adotta quella dell’Ihra, secondo la quale “l’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà , verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il cultoâ€. Una definizione che impedisce anche la critica al governo israeliano e a Netanyahu. Dunque, giovedì mattina i senatori dem si confronteranno soprattutto su questo punto. Delrio ufficialmente non si esprime, ma ai colleghi di partito sta dicendo che non firmerà . Perché non condivide la scelta della definizione di Gerusalemme. E perché quella di Giorgis è un’operazione tardiva. Da scommettere che come lui faranno altri tra quelli che avevano sottoscritto il suo testo. A partire da Filippo Sensi e Simona Malpezzi. Alessandro Alfieri e Alfredo Bazoli, invece, potrebbero sottoscriverlo. Nella minoranza dem cresce il malumore, anche perché “non siamo stati consultatiâ€, dicono.
Comunque vada, la cosa non avrà alcun effetto sul testo finale che uscirà da Palazzo Madama. È stata rinviata al 27 gennaio, ‘Giorno della memoriaâ€, l’adozione di un testo base in commissione Affari costituzionali al Senato. In attesa di quello Pd sono al momento 7 i testi all’esame della commissione: ai quattro già depositati di Massimiliano Romeo (Lega), Maurizio Gasparri (FI), Ivan Scalfarotto (Iv) e Delrio (Pd) si sono aggiunti oggi quelli di FdI, M5s e Noi moderati. Il presidente della commissione Alberto Balboni (FdI) ha messo ai voti le due opzioni possibili per andare avanti con i lavori, se procedere, cioè, con l’adozione di un testo base o se dare vita a un Comitato ristretto per l’elaborazione di un testo unificato. Approvata la prima opzione con i voti favorevoli del centrodestra e di Iv e quelli contrari di Pd, M5s e Avs. Si partirà dal ddl Romeo (praticamente identico a quello Scalfarotto).
L'articolo Pd spaccato sull’antisemitismo: il disegno di legge di Giorgis non troverà unanimità nel gruppo proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’Italia non può aderire al Board of Peace per Gaza, cioè l’organizzazione internazionale a guida statunitense – di fatto alternativa all’Onu – istituita dal presidente degli Stati Uniti con l’obiettivo di ricostruire la Striscia di Gaza. Almeno per ora. Giorgia Meloni l’ha ufficializzato durante la puntata per i 30 anni di Porta a porta su Rai 1, confermando i dubbi emersi nelle scorse ore. “C’è per noi un problema costituzionale di compatibilità perché dalla lettura dello statuto è emerso che ci sono alcuni elementi di incompatibilità con la nostra Costituzione. Questo non ci consente di firmare sicuramente domani. Ci serve più tempo, c’è un lavoro che va fatto, ma la mia posizione rimane di apertura“. Il nodo è “soprattutto in rapporto all’articolo 11″ della Costituzione“, ha spiegato la premier, “quello per cui noi possiamo cedere pezzi della nostra sovranità in condizioni di parità tra gli Stati. E questo può essere incompatibile con alcuni articoli dello statuto”.
Quanto alla presenza di Vladimir Putin nell’organismo, Meloni l’ha definita una “questione politica”, ricordando però che il multilateralismo implica il confronto anche con interlocutori distanti. “La Russia siede alle Nazioni Unite, nel Consiglio di sicurezza e al G20. In qualsiasi organismo multilaterale ci si siede al tavolo con persone che sono distanti da noi. Il sistema multilaterale nasce per questo. La questione si può valutare politicamente, ma non è niente di nuovo e niente di strano”.
Nel corso della trasmissione la premier è tornata anche sulle dichiarazioni di Donald Trump riguardo alla Groenlandia, minimizzando l’ipotesi di un’azione militare statunitense. “Non sono rimasta stupita da quel che ha detto. Dico da più di un anno che non è realistico che gli Stati Uniti invadano militarmente la Groenlandia. Chiaramente tutti capiamo quali sarebbero le conseguenze di una scelta del genere, no? Sono contenta che lo abbia ribadito che l’abbia messo nero su bianco, dopodiché però bisogna cercare delle soluzioni”. Quali? “Secondo me è una materia che, come ho detto molte volte, va trattata nell’ambito delle dell’Alleanza atlantica. Questa è una competenza della Nato. La Groenlandia è da considerarsi territorio di responsabilità della Nato”.
“Le due nazioni che stanno discutendo sono due alleati dell’Alleanza atlantica e la questione che gli americani pongono è una questione di sicurezza su un territorio strategico – ha aggiunto -. Questo è un tema corretto, è un tema che riguarda anche noi. Tutto l’Artico, la Groenlandia, anche per quello che accade con i cambiamenti climatici, diventano zone che hanno una particolare strategicità e sicuramente c’è il rischio che, ad esempio per le materie prime di cui quei territori sono molto ricchi che fanno gola molte potenze straniere, non ci sia sufficiente presenza e sufficiente controllo: è un tema reale. È il tema che pongono gli americani”.
Poi la premier ha ribadito di essere “preoccupata” perché “credo che non convenga a nessuno una divaricazione tra Europa e Stati Uniti, certamente non conviene all’Italia”. “Io vengo contestata per essere una persona che cerca di abbassare la tensione, risolvere il problema, trovare degli accordi e mi si dice che sono troppo accondiscendente“, ha poi lamentato, sostenendo di cercare “di fare quello che è nell’interesse nazionale italiano”. “Quando mi si dice che bisogna che noi reagiamo con forza, siccome noi stiamo parlando di politica estera e non stiamo discutendo in una comitiva, mi si deve anche dire qual è la proposta che si fa. Cioè, noi vogliamo rompere le nostre alleanze con i nostri alleati storici? Vogliamo chiudere le basi americane in Italia? Vogliamo uscire dalla Nato? Perché in politica estera le scelte hanno delle conseguenze. Io mi occupo di politica estera e rispetto a chi a volte, anche tra i colleghi, preferisce dei toni da escalation, sono convinta che i toni vadano abbassati e che si debbano cercare delle soluzioni. Ma questo non vuole dire che il mio è un atteggiamento remissivo“, ha aggiunto. “Quando c’è stata la questione dei dazi, in Europa credo che nessuno si sia battuto con Donald Trump come si è abbattuta la sottoscritta. Solo che io lavoravo per trovare un accordo e altri preferivano un escalation”.
L'articolo Meloni: “Sul Board of Peace serve tempo, ci sono incompatibilità con la Costituzione. Con Trump abbasso i toni ma non sono remissiva” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Immaginare la scoperta di un farmaco come un test in una galleria del vento aiuta a capire la portata dell’innovazione che arriva dalla ricerca sulla sclerosi multipla progressiva. In questo caso, al posto di ali e fusoliere, scorrono molecole; al posto dell’aria, flussi di dati, modelli biologici e algoritmi di intelligenza artificiale. Solo quelle che resistono alle sollecitazioni più complesse arrivano fino al traguardo. È esattamente ciò che ha fatto il network internazionale di scienziati coordinato dall’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, che ha individuato bavisant – un farmaco già studiato in passato per disturbi del sonno e della veglia – come nuovo potenziale candidato terapeutico per la sclerosi multipla progressiva. Lo studio, pubblicato su Science Translational Medicine, mostra per la prima volta che questa molecola è in grado di agire su due dei meccanismi più devastanti della malattia: la degenerazione delle fibre nervose e il fallimento della rimielinizzazione.
La “galleria del vento†della ricerca si chiama piattaforma di screening BRAVEinMS. Un sistema innovativo che combina analisi computazionale avanzata, intelligenza artificiale, modelli cellulari derivati da staminali dei pazienti e modelli animali umanizzati. Qui oltre 1.500 farmaci già noti sono stati fatti passare attraverso una serie di test sempre più selettivi, rapidi e precisi, fino a individuare quelli con le migliori caratteristiche neuroprotettive. Il primo filtro è stato digitale: un sofisticato knowledge graph ha integrato dati biologici, clinici e farmacologici, riducendo migliaia di composti a poche centinaia promettenti. Poi è arrivata la prova “in galleriaâ€: test fenotipici su cellule umane e modelli sperimentali capaci di riprodurre i danni tipici della sclerosi multipla progressiva. Solo le molecole in grado di proteggere i neuroni e stimolare la riparazione della mielina hanno superato l’esame. Bavisant è emerso come il profilo più solido, pronto ora ad affrontare l’ultimo tratto verso lo sviluppo clinico.
La sclerosi multipla progressiva rappresenta oggi una delle sfide più difficili della neurologia. Colpisce oltre un milione di persone nel mondo e fino a 20mila in Italia. A differenza delle forme recidivanti, procede senza tregua, con una perdita continua di mielina e una degenerazione irreversibile delle fibre nervose, che porta a disabilità motorie, visive e cognitive. Le terapie disponibili non riescono a fermare questo processo. Da qui la domanda che nel 2017 ha dato origine al progetto BRAVEinMS: è possibile riutilizzare farmaci già approvati per altre indicazioni, accelerando così l’arrivo di nuove cure? La risposta, oggi, comincia a prendere forma.
Il valore della scoperta non si esaurisce in bavisant. La stessa “galleria del vento†ha permesso di individuare altri 30 potenziali candidati terapeutici e, soprattutto, di costruire una piattaforma validata e replicabile. Uno strumento che potrà essere utilizzato per testare qualsiasi molecola con potenziale neuroprotettivo, trasformando più rapidamente la conoscenza scientifica in terapie concrete. Un risultato reso possibile dalla collaborazione tra alcuni dei migliori centri di ricerca al mondo – dal Paris Brain Institute alla University of California San Francisco, fino all’università di Münster – e dal sostegno della International Progressive MS Alliance, di cui Aism e Fism sono membri fondatori. Come in ogni buona galleria del vento, il vero successo non è solo il prototipo che funziona, ma il metodo che permette di progettare quelli futuri. E per chi convive con la sclerosi multipla progressiva, questo metodo potrebbe finalmente cambiare la direzione del viaggio.
L'articolo Come un test in una galleria del vento, così è stato scovato un farmaco per il trattamento della sclerosi multipla progressiva proviene da Il Fatto Quotidiano.
La governatrice della Fed Lisa Cook sembra al sicuro dal licenziamento da parte di Donald Trump. In un caso che ha profonde implicazioni sull’indipendenza della banca centrale, la Corte Suprema è infatti apparsa “scettica”, secondo i media americani, sulla sua rimozione, che il presidente americano chiede da mesi in seguito a presunte frodi per ottenere un mutuo. All’udienza davanti ai saggi era presente Jerome Powell, colpito a sua volta da un’indagine del dipartimento di giustizia per i lavori di ristrutturazione da 2,5 miliardi di dollari della sede della banca centrale. Il presidente della Fed è oggetto da tempo di critiche ripetute da parte di Trump che, anche sul palco di Davos, lo ha attaccato: “È sempre in ritardo” nel tagliare i tassi, ha detto annunciando che a breve sarà nominato un nuovo presidente. “Il problema è che una volta ottenuto l’incarico le persone cambiano”, ha ammesso Trump che nella lealtà vede la dote principale nei candidati che sceglie nelle varie posizioni.
Powell – nominato da Trump – è da mesi sotto il fuoco di fila incrociato degli attacchi presidenziali. A non risparmiargli critiche è anche il segretario al Tesoro Scott Bessent, che ha definito la presenza di Powell all’udienza davanti alla Corte Suprema un “errore”: sta “politicizzando la Fed” e sta cercando di influenzare i saggi, ha detto.
A prescindere dalla presenza di Powell, l’Alta Corte è apparsa compatta nel mostrare scetticismo contro il tentativo di Trump di licenziare Cook e quindi sui poteri presidenziali sulla Fed. Il giudice Brett Kavanaugh, di nomina trumpiana, ha incalzato i legali dell’amministrazione sull’indipendenza della banca centrale, osservando come la posizione di Trump su Cook rischia di “indebolire se non mandare in frantumi l’indipendenza” della banca centrale. Kavanaugh ha anche osservato che appoggiare la rimozione della governatrice vorrebbe dire creare un precedente che le prossime amministrazioni potrebbero usare. Pur precisando di non essere pronta a sposare la causa di Cook, la giudice Amy Coney Barrett ha messo in evidenza i rischi sui mercati finanziari, e si è chiesta come mai il governo non abbia semplicemente tenuto un’udienza pubblica per spiegare la sua tesi contro Cook.
In un comunicato diffuso al termine dell’udienza, la governatrice della Fed ha spiegato che il suo caso riguarda, andando avanti, come la Fed deciderà sui tassi, “se basandosi su prove concrete oppure se soccomberà alle pressioni politiche“. Un nodo evidenziato anche da Powell quando è finito sotto indagine e al quale gli investitori di tutto il mondo guardando convinti che una Fed indipendente sia cruciale per il corretto funzionamento dei mercati.
L'articolo Corte suprema “scettica” sulla rimozione della governatrice Fed Lisa Cook. Trump attacca Powell anche da Davos proviene da Il Fatto Quotidiano.
È stato seppellito dal carico di mais che doveva consegnare, forse a causa di un guasto nel sistema di apertura del rimorchio. Un camionista di origini straniere, 30 anni, è morto così in una azienda della provincia di Cremona, la Santa Rita di Dovera, che si occupa di lavorazione ed essiccazione di cereali.
All’immediato intervento degli operai della ditta, che si sono subito resi conto della gravità dell’infortunio, ha fatto seguito l’intervento del 118. L’uomo è stato trasportato in elicottero all’ospedale Papa Giovanni di Bergamo, dove è morto poco dopo a causa dei traumi multipli riportati.
Sulla dinamica dell’ennesimo incidente sul lavoro e le sue cause sono al lavoro i carabinieri e degli ispettori dell’Agenzia tutela della salute Val Padana.
L'articolo Si ribalta il carico di mais: camionista muore seppellito in un’azienda di Dovera proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’impegno degli atleti paralimpici è “un elemento di civiltà che induce molti ragazzi a impegnarsi nello sport paralimpico, una esortazione a fare come voi. Per tutti gli atleti, di qualunque genere, c’è il continuo sforzo a superarsi, a fare meglio, questo spinge a una competizione con se stessi, la più importante che si possa svolgere”. Lo ha detto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ricevendo al Quirinale gli atleti paralimpici vincitori dei mondiali. “Il vostro esempio spinge molti a impegnarsi negli sport paralimpici, un grande contributo al Paese e alla crescita civile“, ha sottolineato il capo dello Stato. “Vi sono accanto per questo messaggio che lanciate, esortando a impegnarsi in uno sport paralimpico. Un grande progetto che va sviluppato sempre di più e io vi assicuro la piena vicinanza della presidenza della Repubblica”, ha concluso Mattarella.
L'articolo Mattarella riceve gli atleti paralimpici al Quirinale: “Col vostro esempio contribuite alla crescita civile dell’Italia” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Renault si appresta a sciogliere Ampère, il suo ramo da 12.000 dipendenti dedicato ai veicoli elettrici e ai software. La società era stata creata alla fine del 2023 ed era uno dei progetti di punta dell’ex Ceo Luca De Meo. Ma ora, secondo quanto riporta Le Figaro, il costruttore automobilistico francese ha presentato ai sindacati la sua intenzione di chiudere la società entro il prossimo luglio.
Una decisione che sarebbe a impatto zero sui dipendenti: “Ingegneri e operai verranno direttamente ricollocati nel gruppo Renault”, precisa Le Figaro aggiungendo che il nome Ampère resterà soltanto per la batteria elettrica denominata ‘Ampère Energy’ e il cosiddetto ‘Ampère Software’. Renault – che era stato il primo gruppo a creare un’apposita società per le attività legate all’elettrico – assicura che l’operazione sarà assolutamente ”neutra sul piano sociale”.
L’obiettivo, garantiscono dalla sede di Boulogne-Billancourt, è solo migliorare ”l’organizzazione e i processi” nonché ”accelerare la performance dei siti produttivi”. Della fine di Ampère si parlava già da tempo tra Parigi e Boulogne-Billancourt ma la nuova dirigenza di Renault, scrive Le Figaro, ”non voleva cancellare troppo rapidamente l’opera di Luca de Meo”, il dirigente italiano passato di recente alla guida di Kering.
L'articolo Renault chiude Ampère, la società dedicata all’elettrico: era il progetto di punta di De Meo proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Dovevamo avere una discussione sui diritti umani, come avviene regolarmente con i diplomatici dei Paesi alleati. E molto rapidamente la conversazione è girata intorno alla situazione penale di Marine Le Pen”. La magistrata francese Magali Lafourcade, intervistata sabato 17 gennaio dalla trasmissione “En Société” della tv pubblica France 5, ha raccontato del suo incontro con due emissari del presidente Usa Donald Trump avvenuto il 28 maggio scorso. Durante quel colloquio, ha sostenuto, i due hanno tentato di raccogliere elementi in grado di dimostrare che la condanna di Marine Le Pen nel caso degli assistenti parlamentari Ue sia un processo politico. Nell’intervista alla tv pubblica d’Oltralpe, la magistrata ha detto di aver ricevuto i due rappresentanti dell’amministrazione Trump su richiesta dell’ambsciata Usa a Parigi. Secondo Lafourcade i suoi interlocutori cercavano di raccogliere elementi in grado di “accreditare l’idea che si tratti di un processo puramente politico per impedire” una candidatura di Le Pen nella corsa all’Eliseo del 2027.
Dicendosi sopresa per il tenore dello scambio, benché “cortese”, Lafourcade ha quindi riferito di aver immediatamente “allertato” il ministero degli Esteri della Francia, circa un incontro con chiari elementi di “ingerenza”. “Ho inviato un’allerta al ministero degli Esteri sui contenuti della conversazione. Mi sembrava fosse il mio dovere”, ha precisato, aggiungendo che il caso è stato preso “seriamente” dal Quai d’Orsay. Sottolineando che non esiste a suo avviso “una minaccia attuale sui giudici francesi” – attualmente impegnati nel processo di secondo grado a Le Pen – Lafourcade ha comunque invitato alla massima attenzione, davanti a quella che viene descritta come un’offensiva che si spinge ben oltre il quadro nazionale della Francia.
A inizio gennaio, il presidente del tribunale di Parigi, Peimane Ghaleh-Marzban, aveva già messo in guardia da un’eventuale “ingerenza” degli Stati Uniti nel processo in appello al Rassemblement national (Rn). Parole giunte dopo indiscrezioni pubblicate dal settimanale tedesco Der Spiegel, secondo cui diversi magistrati incaricati del dossier Rn incorrerebbero il rischio di sanzioni da parte di Washington.
Durante l’udienza di appello a Parigi nel caso di appropriazione indebita di fondi Ue, la leader dell’estrema destra francese Marine Le Pen ha ammesso “un errore”, ma ha fermamente negato le accuse di essere stata al centro di un sistema fraudolento per sottrarre fondi all’Unione Europea. Ha ammesso che alcune persone pagate come assistenti parlamentari dell’Ue hanno svolto lavori per il suo partito, allora noto come Front National. “L’errore sta qui: certamente alcuni assistenti, a seconda dei casi, devono aver lavorato in modo marginale, più sostanziale o interamente a beneficio del partito. Et voilà ”, ha detto Le Pen alla giuria composta da tre giudici. Durante l’intenso interrogatorio di oggi, Le Pen ha fermamente negato l’esistenza di “un sistema” volto ad assumere collaboratori del partito con i fondi dell’Ue. Calma e sicura, ha insistito sul fatto che il suo partito non ha mai commesso alcuna azione illegale di proposito. “Non direi che abbiamo fatto tutto alla perfezione. Alcune critiche possono essere mosse nei nostri confronti”, ha detto Le Pen, “ma abbiamo agito in completa buona fede”.
Interrogata sul processo decisionale per ogni assunzione, Le Pen ha riconosciuto “ambiguità ” nell’assegnazione di alcuni assistenti. Il suo assistente personale, che aveva un contratto come assistente parlamentare dell’Ue, “potrebbe aver acquistato alcuni biglietti aerei per me in qualità di presidente del partito, lo ammetto, sì”, ha riconosciuto. Il giudice capo, Michèle Agi, ha osservato che, in qualità di eurodeputata dal 2004 e presidente del suo partito dal 2011, Le Pen aveva approvato tali assunzioni. “Lei è un avvocato, conosce la legge: inevitabilmente, una firma, un contratto sono nozioni che hanno un significato per lei”, ha detto Agi a Le Pen. Le Pen ha invece accusato il Parlamento europeo di non aver comunicato al suo partito, all’epoca, che il modo in cui assumeva le persone era potenzialmente contrario alle regole. Alla domanda sulla sua guardia del corpo, ha risposto di ritenere che il Parlamento europeo avesse accettato il suo contratto come assistente perché il suo caso era “un pò speciale”. “Non sono molti i deputati europei che hanno bisogno di protezione e si può anche pensare che il Parlamento europeo tenga conto di questa situazione eccezionale. Penso che non abbiamo commesso alcuna irregolarità ”, ha detto.
Per Le Pen, “il caso degli assistenti parlamentari vanno analizzati uno per uno perché mi sembra che rivestano realtà molto diverse”. Le Pen e 10 altri membri dell’ex Front National sono accusati di aver usato tra il 2004 e il 2016 i fondi dell’Europarlamento per rimpinguare le casse del partito al livello nazionale. “La massa salariale del Front National non smette di aumentare nel 2014, 2015, 2016. Se davvero ci fosse stata una volontà , in qualche modo, di alleggerire il Fn, si vedrebbe ovunque. Non si vede assolutamente da nessuna parte”, si è difesa la deputata di 57 anni, convocata oggi e domani in tribunale a Parigi. Sui 25 condannati nel processo di primo grado, lo scorso anno, solo metà , tra cui Le Pen, è ricorso in appello. Nel caso in cui l’ineleggibilità dovesse venire confermata, è già pronto a candidarsi al suo posto il suo delfino nonché attuale presidente Rn Jordan Bardella, in pole nei sondaggi. In primo grado, il danno economico dell’ex Fn al contribuente europeo è stato valutato a 3,2 milioni di euro
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Parificare il congedo parentale tra i papà e le mamme. È quanto prevede la proposta di legge a prima firma Elly Schlein e sottoscritta da tutti i leader delle opposizioni che è stata adottata come testo base dal comitato ristretto della Commissione Lavoro della Camera. Pertanto adesso si procederà all’esame della proposta che intende introdurre il cosiddetto congedo paritario. “Una norma di civiltà di cui questo paese ha urgente bisogno”, la definisce il deputato Arturo Scotto. Si dicono “felici” anche i deputati del M5s in Commissione Lavoro Carotenuto, Aiello, Barzotti e Tucci che però sottolineano: “Non possiamo non notare lo smaccato tentativo della maggioranza di buttare nuovamente la palla in tribuna, come già avvenuto in passato”. “Chiediamo alla destra di evitare, come sul salario minimo e sulla settimana corta, di lavorare ad affossarlo“, rimarcail dem Scotto.
La maggioranza, infatti, non ha previsto la fissazione del termine per gli emendamenti in Commissione e ha in più stabilito di acquisire entro 15 giorni una relazione della Ragioneria sui costi della proposta. “Potrebbe recare un impatto finanziario non trascurabile e che quindi necessita una quantificazione degli oneri e relativa copertura finanziaria”, ha dichiarato la relatrice Marta Schifone di Fratelli d’Italia. Secondo la destra l’impatto potrebbe essere di circa 3 miliardi l’anno. Solo dopo il parere del Tesoro si procederà con gli emendamenti.
La proposta di legge firmata unitariamente da tutte le forze di opposizione “intende sanare un grave vulnus del nostro ordinamento, un elemento di forte e non tollerabile discriminazione, indegna di un Paese che voglia davvero dirsi civile ed egualitario”, si legge nel testo introduttivo. Viene prevista l’introduzione di un congedo paritario tra padre e madre, “incrementando la durata del congedo di paternità dagli attuali dieci giorni a cinque mesi“. In particolare, al padre lavoratore, nell’intervallo di tempo che intercorre tra il mese antecedente la data presunta del parto
e i diciotto mesi successivi, viene riconosciuto il diritto di astenersi dal lavoro per un periodo non superiore a cinque mesi, di cui quattro obbligatori. Dei quattro mesi di
congedo obbligatori, si legge ancora, dieci giorni devono essere fruiti dal padre subito dopo la nascita della bambina o del bambino congiuntamente con la madre, mentre i restanti giorni possono essere fruiti, anche in modo frazionato, nel medesimo arco di tempo, previa comunicazione al datore di lavoro. Attualmente nel nostro ordinamento vi è una differenza tra congedo
obbligatorio e congedo parentale. Il primo è un periodo di astensione dal lavoro obbligatorio, che attualmente ha una durata diversa tra la madre e il padre: per le donne, il congedo di maternità dura cinque mesi, da modulare prima e dopo il parto, con un’indennità pari all’80 per cento della retribuzione, che è erogata dall’Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS) e
anticipata dal datore di lavoro. Per gli uomini, invece, il congedo di paternità obbligatorio è di soli dieci giorni, non necessariamente consecutivi e retribuiti al 100 per cento. La proposta prevede anche di rendere questo periodo di astensione dal lavoro pienamente retribuito per entrambi i genitori.
Gli obiettivi della proposta, di legge nel testo, sono quelli di “contrastare la crisi della natalità , di favorire l’occupazione femminile, la qualità della vita dei bambini e dei genitori e le relazioni familiari. Tutto ciò volto a una redistribuzione del carico di cura all’interno della famiglia”. “Parliamo di una misura – si legge ancora – che non solo supporta le famiglie nella giusta condivisione dei tempi di vita e di lavoro, ma che sostiene e garantisce l’occupazione femminile nel nostro Paese in cui essa risulta essere la più bassa d’Europa e il carico di cura all’interno delle famiglie viene quasi sempre demandato alle donne, che conseguentemente sono spesso costrette a subire quello che, di fatto, si configura come un vero e proprio ricatto: scegliere tra la famiglia e il lavoro“. Non solo sostegno alle madri e tutela della loro carriera professionale ma anche un modo per garantire “ai padri la possibilità di essere più vicini ai propri figli durante i loro primi mesi di vita”. Per questo arriva la proposta di legge “per superare, ampliandola, una disciplina che al momento non è idonea a conseguire tali obiettivi”, come già avviene in altri Paesi d’Europa.
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“Il posto in cui si nasce è importante: non cambio cittadinanza per la guerra”. A parlare è Daniil Medvedev dopo aver raggiunto il terzo turno degli Australian Open. In queste settimane è infatti tornata d’attualità nel tennis di nuovo la polemica sulla guerra in Ucraina. Martedì infatti la tennista ucraina Oleksandra Oliynikova ha tirato fuori una maglietta per i bambini uccisi nel conflitto e ha parlato del padre soldato (“Mio padre è un soldato. Per quanto mi riguarda io sono qui da sola, mentre prima viaggiavo con lui”), aggiungendo poi la richiesta di bandire dal circuito i tennisti russi e bielorussi.
Da parte sua, il tennista russo – finalista agli Australian Open nel 2024 – ha risposto in conferenza stampa alle domande sui tanti connazionali che per protesta hanno cambiato nazionalità . “Capisco e rispetto al 100% quella scelta – ha detto Medvedev, nato a Mosca e residente a Montecarlo – è qualcosa che si può fare, soprattutto nello sport. Ma personalmente non ci ho mai pensato, perché credo che il luogo in cui si nasca sia importante. Ma ripeto, molti giocatori cambiano e io sono loro amico. Sono amico di molti giocatori nello spogliatoio, quindi la scelta è loro”, ha concluso il tennista russo.
“Ho già parlato più volte di questo, posso solo dire che anche io desidero la pace e se potessi fare qualcosa per ottenerla lo farei: di più, non posso dire, non parlo di politica”, ha risposto invece oggi Aryna Sabalenka, bielorussa, numero 1 Wta, dopo aver battuto la cinese Bai Zhuoxuan 6-3 6-1. Il tennis, a differenza di altri sport, consente sin dall’invasione russa dell’Ucraina ai giocatori russi di competere, ma da neutrali, ovvero senza bandiera e nome della nazione di appartenenza.
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Quattro anni dopo la morte di Lorenzo Parelli, gli studenti tornano a protestare contro i Pcto (Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento). Questa mattina la Rete degli Studenti Medi del Lazio ha organizzato flash mob davanti al liceo Plinio Seniore di Roma e in diversi istituti della regione, da Viterbo a Latina, per ricordare lo studente morto durante un percorso di ex alternanza scuola-lavoro e chiedere l’abolizione definitiva di questi programmi. Parelli aveva 18 anni, era nato in provincia di Udine e frequentava il quarto anno di meccanica industriale all’Istituto di Formazione Professionale Bearzi. Il 21 gennaio 2022 si trovava in un’azienda metalmeccanica per uno stage formativo. Avrebbe dovuto concluderlo la sera stessa. Durante il turno, una barra d’acciaio di circa 150 chilogrammi lo ha schiacciato, uccidendolo sul colpo. La sua morte ha riacceso il dibattito nazionale sull’alternanza scuola-lavoro, oggi Pcto, senza però – secondo le organizzazioni studentesche – produrre cambiamenti sostanziali. “Sono passati quattro anni e non è cambiato nullaâ€, denuncia la Rete degli Studenti Medi Lazio. “Lorenzo non è stato l’ultimoâ€.
Gli studenti ricordano anche altri due casi: Giuseppe Lenoci, morto nel 2022 in un incidente stradale mentre viaggiava su un furgone dell’azienda, e Giuliano De Seta, deceduto in una fabbrica in Veneto. Entrambi morti durante le ore di Pcto. Accanto alle vittime, denunciano, ci sono decine di infortuni. “Oltre a loro sono tanti gli studenti rimasti feriti durante l’alternanzaâ€, dichiara Bianca Piergentili, coordinatrice della Rete degli Studenti Medi del Lazio, “tra questi Samuele, uno studente di Rieti, il cui braccio è stato gravemente lesionato da un tornio mentre svolgeva le ore di Pctoâ€. Per la Rete, gli episodi non sono riconducibili a singole fatalità , ma a un impianto che espone studenti minorenni e neodiplomandi a contesti produttivi senza garanzie sufficienti. “La morte di Lorenzo Parelli non è un incidente sfortunato, ma il risultato di un sistema che sfrutta il lavoro studentescoâ€, denuncia Piergentili, “quello che viene presentato come progetto formativo abitua invece i ragazzi a precarietà e mancanza di tuteleâ€.
Le iniziative di oggi si inseriscono in una mobilitazione che prosegue dal 2022. In questi anni il tema della sicurezza nei Pcto è stato più volte affrontato dal governo e dal ministero dell’Istruzione, con l’introduzione di protocolli, linee guida e percorsi sulla sicurezza. Misure che, per gli studenti, restano insufficienti. La richiesta resta invariata: abolire i Pcto e ripensare il rapporto tra scuola e mondo del lavoro. “Basta morti di scuola, vogliamo una scuola sicuraâ€, è lo slogan rilanciato durante i flash mob. Un messaggio che, a quattro anni dalla morte di Parelli, continua a essere al centro della contestazione studentesca e che torna ciclicamente davanti agli istituti, senza che – secondo chi protesta – il quadro complessivo sia cambiato.
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di Flavia Morena
La dimensione organizzativa dell’impresa rappresenta ormai un elemento imprescindibile tra quelli che il giudice di merito deve considerare qualora il lavoratore lamenti un danno. Il benessere all’interno dei luoghi di lavoro costituisce un obiettivo da perseguire e il protrarsi di situazioni stressanti, in quanto potenzialmente nocive per la salute psico-fisica dell’individuo, deve essere evitato. In tal senso si esprime l’art. 28, t.u. n. 81 del 2008 che difatti annovera lo stress lavoro-correlato tra i rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori. La Corte di Cassazione, con la recente sentenza n. 31367 del 2025, ribadisce l’ormai consolidato orientamento di legittimità secondo cui, a prescindere delle nozioni medico-legali di mobbing e di straining, è in ogni caso configurabile una responsabilità del datore di lavoro ogniqualvolta tolleri, anche colposamente, il mantenimento di situazioni stressogene ovvero contribuisca a realizzarle.
La vicenda
Una lavoratrice adiva il Tribunale di Ancona al fine di ottenere il risarcimento per i danni subiti in conseguenza delle condotte aggressive e prevaricanti del datore di lavoro, notoriamente autoritario ed irrispettoso oltreché incline ad un atteggiamento contrario alle basilari regole di buona educazione. Il Tribunale accoglieva il ricorso e la società datrice di lavoro impugnava la sentenza, che veniva riformata in appello. In particolare, la Corte d’appello evidenziava come la condotta del datore di lavoro, seppur contraria alle regole di civile convivenza, appariva preordinata al soddisfacimento di necessità ed esigenze di servizio, oltreché oggettivamente giustificata da errori attribuibili alla lavoratrice stessa. Il collegio rilevava, inoltre, che il fatto che il datore di lavoro fosse stato descritto come notoriamente autoritario e irrispettoso denotava l’assenza delle caratteristiche tipiche del mobber, che sceglie una vittima tra i vari dipendenti. La lavoratrice, dunque, impugnava la sentenza dinanzi alla Corte di Cassazione.
Non solo il mobbing: diritto al risarcimento del danno da stress lavorativo
Accogliendo i motivi di ricorso della lavoratrice, i giudici di Cassazione evidenziano come, al fine di ritenere sussistente la responsabilità del datore di lavoro, non è necessario riscontrare nel caso di specie gli elementi costitutivi del mobbing che, come ormai noto, si concreta in una serie di comportamenti dal carattere vessatorio che, con intento persecutorio, vengono posti in essere contro la vittima in modo sistematico e prolungato nel tempo, direttamente da parte del datore di lavoro o di un suo preposto o anche da parte di altri dipendenti, sottoposti al potere direttivo dei primi. Tale approdo origina dalla lettura congiunta degli articoli 2087 c.c. e 28 t.u. n. 81 del 2008 che amplia la portata degli obblighi di protezioni gravanti sul datore di lavoro, includendovi anche l’aspetto organizzativo dell’impresa.
Come sopra evidenziato, infatti, l’art. 28 t.u. n. 81 del 2008 annovera tra i fattori di rischio per la salute e la sicurezza dei lavoratori anche quelli discendenti dallo stress lavoro-correlato, nozione, questa, introdotta dall’Accordo Quadro Europeo dell’8 ottobre 2004. In particolare, a mente del paragrafo 3 dello stesso, lo stress “è uno stato, che si accompagna a malessere e disfunzioni fisiche, psicologiche o sociali†che “di fronte ad una esposizione prolungata†può “causare problemi di saluteâ€. La nozione di stress lavoro-correlato è dunque una nozione ampia, in grado di ricomprendere in sé tutte quelle situazioni disfunzionali che non rientrano nelle strette maglie del mobbing e dello straining ma che, tuttavia, sono idonee a pregiudicare diritti di rilievo costituzionale, in primis quello alla salute.
Lo stesso Accordo Quadro, al paragrafo 4, individua alcuni dei possibili fattori di stress, annoverando tra essi l’organizzazione e i processi di lavoro; le condizioni e l’ambiente in cui viene prestata la propria attività e finanche il tipo di comunicazione che viene utilizzata. Tanto premesso, come affermato dalla Cassazione con la sentenza in commento, “una situazione di stress può rappresentare fonte di risarcimento del danno subito dal lavoratore, ove emerga la colpa del datore di lavoro nella contribuzione causale alla creazione di un ambiente logorante e determinativo di ansia, come tale causativo di un pregiudizio alla saluteâ€.
Ciò che rileva, dunque, è che il fatto commesso, anche isolatamente, sia un fatto illecito ai sensi delle norme sopra richiamate e che da questo sia derivato un danno impattante su interessi protetti del lavoratore, quali la salute ovvero la dignità .
La responsabilità datoriale per danno da stress-lavorativo è una forma di responsabilità contrattuale. Conseguentemente, il lavoratore dovrà dimostrare la portata del danno e il fatto o fatti causativi dello stesso, mentre sarà onere del datore di lavoro dimostrare l’assenza di colpa. L’intensità del dolo o altre qualificazioni della condotta potranno, eventualmente, incidere sul quantum del risarcimento ma non sulla sussistenza o meno del relativo diritto.
*Praticante avvocato in Milano e già tirocinante presso il Tribunale di Roma, III sezione lavoro
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