Oggi è Lunedi' 19/01/2026 e sono le ore 22:55:47
Nostro box di vendita su Vinted
Nostro box di vendita su Wallapop
Nostro box di vendita su subito.it
Condividi questa pagina
Oggi è Lunedi' 19/01/2026 e sono le ore 22:55:47
Nostro box di vendita su Vinted
Nostro box di vendita su Wallapop
Nostro box di vendita su subito.it
Condividi questa pagina
Nostra publicità
Compra su Vinted
Compra su Vinted
#news #ilfattoquotiano.it
Non si hanno notizie da lunedì mattina di due pastori, che risultano dispersi a Urzulei, in Ogliastra. A causa dell’esondazione del rio Margiani non è possibile raggiungere la zona dove i due si trovavano: si tratta del 65enne Giuseppe Mulas e del 22enne Francesco Moi. I due si trovavano in località Televai e, secondo quanto si apprende, potrebbero aver trovato riparo nell’ovile della famiglia del più giovane. Ma la pioggia non cessa e c’è molta apprensione in Ogliastra per la loro sorte.
Sono in corso le ricerche da parte di vigili del fuoco, carabinieri e barracelli ma a causa delle condizioni metereologiche proibitive non riescono a raggiunge il luogo dove i due dispersi potrebbero trovarsi. Proprio lunedì mattina il Comune di Urzulei – vista l’allerta meteo – aveva avvisato “la cittadinanza, e in particolare gli allevatori che hanno il bestiame al monte” del fatto che il livello dell’acqua nei fiumi stesse salendo “molto velocemente” vietando di avventurarsi nella strade di campagna. Già da domenica il sindaco aveva firmato un’ordinanza per evitare che qualcuno percorresse quelle strade a rischio.
L'articolo Sardegna, esonda un fiume in Ogliastra: dispersi due pastori di 65 e 22 anni proviene da Il Fatto Quotidiano.
Con “rammarico e anche una punta di amarezza†il premier francese, Sébastien Lecornu, alla fine del consiglio dei ministri a Parigi ha confermato l’intenzione di ricorrere al contestato articolo 49.3 della Costituzione francese per adottare il budget 2026. Come hanno fatto i predecessori Michel Barnier e François Bayrou. Contrariamente a quanto promesso in autunno, Lecornu userà dunque questo contestato strumento costituzionale che consente di adottare una legge senza il voto del Parlamento per garantire che la seconda economia della zona euro abbia un bilancio per il 2026. E che espone però il governo a mozioni di sfiducia delle opposizioni in seguito alle quali rischia di cadere.
Il percorso della manovra 2026, cominciato lo scorso autunno con un emiciclo spaccato in tre blocchi contrapposti e incapace di trovare un compromesso, è stato un “mezzo successo†e un ”mezzo fallimentoâ€, ha sostenuto. “Mezzo successo” perché la Francia è comunque riuscita a dotarsi, prima di Natale, del budget 2026 relativo alla previdenza sociale. Quella che contiene anche la sospensione della criticata riforma delle pensioni. “Mezzo fallimento” perché sul bilancio dello Stato non c’è stato invece “niente da fare anche se tutti sono concordi nel dire che ci mettiamo in un’impasseâ€.
Quindi l’imperativo per l’attuale inquilino di Matignon è dotarsi rapidamente di un budget, anche per smettere di ‘”dare spettacolo davanti al mondo interoâ€. Lecornu ha poi assicurato che il rapporto deficit/Pil scenderà – come promesso – sotto alla soglia del 5% nel 2026 e che la finanziaria non sarà una “follia fiscaleâ€, come sostenuto dai detrattori, a cominciare dal comparto economico e imprenditoriale. Che sarà colpito da una sovrattassa sugli utili da cui è atteso un gettito di 8 miliardi di euro.
Centinaia di imprenditori a novembre hanno lanciato un movimento “apolitico” che punta a dire la sua e partecipare al dibattito elettorale se ci saranno elezioni anticipate. E vuole far sentire la propria voce alle municipali in primavera e anche in vista delle presidenziali 2027.
L'articolo Francia, Lecornu si rimangia la parola: per far passare la manovra 2026 dribblerà il voto del Parlamento proviene da Il Fatto Quotidiano.
Indiscutibili. È l’aggettivo scelto da Sergio Mattarella per definire “le garanzie di autonomia e indipendenza della magistratura“, definite “funzionali ad assicurare che le decisioni siano adottate secondo diritto e non in base a ragioni esterne dovute a condizionamenti, pregiudizi, influenze o per il timore di ritorsioni o critiche. Per rendere effettiva tale indipendenza la Costituzione ha scelto il modello del governo autonomo della magistratura”.
Incontrando al Quirinale i magistrati ordinari in tirocinio nominati con decreto ministeriale del 4 aprile 2025, il Capo dello Stato ha ricordato che il compito che li aspetta “è complesso e, insieme, avvincente”: “Questa consapevolezza non deve suscitare apprensione ma va tradotta in senso di responsabilità nell’esercizio della giurisdizione. Anche a voi tocca essere agenti della Costituzione, attori nella difesa della legalità e della giustizia, presidio dei diritti di ogni persona”. Per il presidente Mattarella “per affrontare un compito così alto” sarà “utile, accanto alla profonda conoscenza delle norme, la ricerca di leale confronto, il rifiuto di ogni forma di presunzione, attitudini che inducono alle doti preziose dell’umiltà e alla prudenza nel giudizio. Doti che, in ogni ambito e in ogni tempo, è sempre stato più facile elogiare che praticare”, ha continuato.
“Chi esercita la giurisdizione ha il dovere di essere imparziale, e di testimoniare imparzialità in ogni contesto, anche extrafunzionale, per evitare che il comportamento del singolo possa porre a rischio la fiducia dei cittadini nel corretto svolgimento dell’attività giudiziaria”, ha aggiunto Mattarella. “L’applicazione della legge non consente mero automatismo – ha sottolineato – ma rappresenta l’esito di una doverosa attività di ponderazione e valutazione di cui deve farsi carico il magistrato, sia giudicante che requirente”. “La soggezione del giudice alla legge, del resto, impone alla magistratura – ha continuato – di individuare la soluzione appropriata per ciascuna fattispecie concreta, rimanendo sempre rigorosamente ancorata al complesso del diritto positivo”. Il Capo dello stato ha anche ricordato ai neomagistrati che “l’ampliamento in chiave sovranazionale delle fonti del diritto ha contribuito a delineare, in maniera complessa ma più completa, l’orizzonte entro il quale si realizza la tutela dei diritti, oltre a consentire il progressivo avvicinamento delle legislazioni nazionali nella sempre più necessaria integrazione europea“.
L’intervento del presidente della Repubblica è stato preceduto da quelli del vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Fabio Pinelli e della presidente della Scuola Superiore della Magistratura, Silvana Sciarra. Erano presenti anche il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, i componenti del Csm, il direttivo della Scuola Superiore della Magistratura, il primo presidente della Corte Suprema di Cassazione, Pasquale D’Ascola, e il procuratore generale presso la Cassazione, Pietro Gaeta.
L'articolo Mattarella ai giovani magistrati: “Autonomia e indipendenza della magistratura sono indiscutibili” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il mondo della moda saluta Valentino Garavani, scomparso oggi a Roma all’età di 92 anni. Lo stilista si è spento nella sua residenza sull’Appia Antica, circondato dai suoi cari. Le immagini che lo ritraggono insieme a Giancarlo Giammetti a Capri, dieci anni fa, accompagnano il ricordo di una delle figure più influenti dell’haute couture internazionale. Capri occupava un posto centrale nella sua vita privata. Nato a Voghera nel 1932, Valentino ha costruito una carriera legata a un’idea di lusso classico e riconoscibile, con Roma come punto fermo della sua storia creativa. La camera ardente sarà allestita in piazza Mignanelli, storica sede della maison. I funerali si terranno venerdì 23 gennaio nella Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri.
L'articolo Valentino Garavani morto, le immagini delle passeggiate nella “sua” Capri con Giancarlo Giammetti proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Valentino è stato la svolta della mia carriera. Gli devo tuttoâ€. Dario Ballantini ricorda così Valentino Garavani, morto oggi a 93 anni, ripercorrendo un rapporto professionale che ha segnato non solo il suo percorso personale, ma anche un modo nuovo di fare televisione. Le parole arrivano in una giornata di lutto per la moda italiana, ma raccontano un punto di vista laterale e molto concreto: quello di chi, attraverso l’imitazione, ha contribuito a rendere il nome di Valentino parte dell’immaginario popolare per oltre trent’anni.
Ballantini spiega all’Adnkronos che l’idea di imitare Valentino nasce in un momento delicato della sua carriera: “Quando iniziai a lavorare, le mie imitazioni tv, per i primi quindici anni, non funzionavano moltoâ€, racconta. La svolta arriva a Striscia la Notizia, quando insieme alla redazione decide di puntare su un personaggio di caratura internazionale e di portarlo fuori dallo studio televisivo. “Scegliemmo Valentino e con lui nacque un nuovo tipo di televisione: il personaggio di fama mondiale, la presa in giro della moda, che non era ancora mai stata fattaâ€. Secondo Ballantini, la forza dell’imitazione stava nella combinazione di più elementi: la riconoscibilità del personaggio, il contesto reale delle apparizioni pubbliche e la sua interpretazione comica: “Questi ingredienti, uniti alla vis comica che ci ho messo io, sono stati la chiave per un successo durato quarant’anniâ€, spiega.
I rapporti con la maison Valentino, racconta Ballantini, hanno attraversato fasi diverse: “All’inizio buoni, ci diedero anche i primi abiti. Poi si infastidirono un po’. Poi finirono per apprezzare moltoâ€. Lo stesso Garavani, ricorda, arrivò a dire che “in abiti civili un po’ assomigliavo a lui da giovaneâ€. L’incontro diretto tra i due, però, è avvenuto una sola volta, in circostanze particolari: “Questo ha dell’incredibileâ€, dice Ballantini. “L’unica volta che ci siamo trovati faccia a faccia fu alla prima romana del film di Gabriele Muccino ‘La ricerca della felicità ’. E io, ironia della sorte, ero travestito e truccato da Valentino Rossiâ€. In quell’occasione, racconta, fu Valentino Garavani ad avvicinarsi, dargli una pacca sulla spalla e salutarlo con la frase diventata celebre nell’imitazione: “Ciao caro’â€. Il legame con quel personaggio, per Ballantini, non si è mai interrotto: “Sento un debito di riconoscenza nei confronti di Valentinoâ€, ammette. “Da anni tutti i miei spettacoli teatrali si concludono con la sua imitazione. Ora credo che diventerà un saluto, perché le battute sarebbero fuori luogoâ€.
Anche a LaPresse, Ballantini sottolinea il peso di quell’imitazione nella storia della televisione italiana. “Valentino è stata l’imitazione più importante per me. Ha segnato la svolta della tv per quanto riguarda le imitazioni in strada e non in studio: fare un personaggio truccato che sembri quello esistente e che appaia come un fatto veroâ€. Negli anni, il “Valentino†di Striscia ha girato il mondo: dalle sfilate di Parigi al Festival di Cannes, fino alle prime cinematografiche internazionali. Tra gli episodi più clamorosi, Ballantini ricorda proprio Cannes: “Con un’attrice di Bollywood che non siamo riusciti a farle credere che non ero io. Ha fatto un intero servizio fotografico con me e l’ha portato in India convinta di averlo fatto con quello veroâ€. Quanto ai possibili attriti, l’imitatore ridimensiona: “Credo di averlo reso più simpatico, anche se penso che in fondo lo fosse davveroâ€.
L'articolo “Valentino è stato la svolta della mia carriera, gli devo tutto. Riconosceva la somiglianza, un’attrice crede ancora oggi che fossi quello ‘vero'” : il ricordo dello storico imitatore Dario Ballantini proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ripubblichiamo l’intervista uscita a maggio su FqMagazine a Giancarlo Giammetti, compagno di vita e braccio destro di Valentino Garavani,lo stilista scomparso oggi a Roma a 93 anni.
Il primo abito rosso creato da Valentino, il celebre Fiesta del 1959. Il ritratto firmato Andy Warhol che immortala il volto dello stilista. Una monumentale opera di Anish Kapoor che domina lo spazio con la sua presenza magnetica. E ancora, capolavori di Mark Rothko, Lucio Fontana, Cy Twombly e Francis Bacon che dialogano con gli abiti indossati da dive come Liz Taylor e Jackie Kennedy. E poi c’è lui, Giancarlo Giammetti, ultraottantenne dall’ineffabile spirito da bon vivant e dallo sguardo di ghiaccio, che ogni tanto si lascia attraversare da un lampo di nostalgia. Da sessant’anni è il socio, il compagno, l’amico, l’anima pragmatica e la mente strategica dietro il genio creativo di Valentino Garavani e ora torna sulle scene con l’apertura della Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti (PM23) in Piazza Mignanelli a Roma. “Credo che ci sia bisogno di ritrovare la bellezza”, dice. “Con Valentino crediamo che la bellezza abbia il potere di elevare, trasformare e lasciare un segno indelebile nella vita delle persone”. E la bellezza, qui, trabocca. La mostra inaugurale, “Orizzonti | Rosso“, curata da Pamela Golbin e Anna Coliva, non è una “noiosa mostra di abiti”, ma un dialogo serrato tra 50 creazioni iconiche in Rosso Valentino e 35 capolavori d’arte moderna e contemporanea.
Giammetti, storico collezionista dal fiuto leggendario, racconta i suoi inizi con l’arte con un sorriso divertito: “Tra i primi acquisti, alla Biennale di Venezia del ’66 presi un Fontana, tutto bianco. Lo portai a casa tutto contento mostrandolo ai miei: vi piace? E loro: ‘ma quando lo apri?’. Pensavano che fosse l’incarto”. E il Picasso in mostra? “Lo prendemmo da un sarto milanese, Lizzola, che scoprimmo essere il sarto del pittore, che pagava appunto in quadri”. Lo spazio, disegnato da Nemesi Architects, è un crocevia tra arte e moda, pensato non per celebrare un passato glorioso ma per ispirare il futuro. E, a proposito del passato, Giammetti ricorda la complementarietà della loro relazione: “Io non facevo il business, io facevo il futuro della ditta vicino a lui, dando a Valentino la libertà di dedicarsi solo a creare“.
La mostra inaugurale, “Orizzonti | Rossoâ€, è un percorso immersivo attraverso 50 abiti iconici firmati Valentino e 35 opere d’arte contemporanea. Un dialogo raffinato tra forme e visioni, cuciture e tagli, stoffe e tele. “Non volevamo fare una mostra di moda, sono spesso noiose. – sorride Giammetti – Qui volevamo raccontare un’idea di bellezza, quella che nasce quando l’arte e la moda si toccano”. Lui, il “numero due†più famoso della moda, mente silenziosa e motore operativo della leggenda Valentino, racconta senza enfasi ma con precisione chirurgica. Parla di “coraggioâ€, “ambizione†e anche di un pizzico di “incoscienza†che ha permesso a due ragazzi italiani, nei primi anni ’60, di costruire un impero del gusto partendo da una piccola sartoria in via Gregoriana. “All’inizio non sapevo nulla di moda. Ricordo il mio primo giorno nell’atelier di Valentino, in via Condotti: guardavo incantato le sarte creare drappeggi, costruire rose con il tulle. Era Fiesta, il primo abito rosso. Mi si è aperto un mondo”.
Il rosso diventa allora la chiave per esplorare l’essenza della maison. Un rosso concettuale, spirituale, materico: “Fare una mostra su un colore è difficilissimo”, confessa. “Eppure il rosso di Valentino ha una tale forza simbolica che si impone da sé. Non è solo un tratto stilistico: è una dichiarazione d’identità ”. Ogni sala della fondazione è costruita come un dialogo tra un abito e un’opera d’arte. Tra i capolavori esposti ci sono Fontana, Twombly, Rothko, Warhol, Kapoor, Frankenthaler. E un Picasso del 1932. “È l’unico quadro figurativo insieme all’ultimo della mostra, un Vezzoli del 2025. In mezzo, solo astrazioni. Il colore diventa linguaggio puro”. Le opere, scelte in sintonia con la poetica della mostra, non fanno da sfondo: costruiscono senso. “C’era un’idea precisa: ogni tela doveva parlare con un vestito, senza confronto, ma con rispetto reciproco“.
Giammetti scivola tra memorie e visioni future con naturalezza. Racconta dell’acquisto del suo primo Fontana – “mio padre pensava che dovessimo ancora scartarlo” – e di quando Warhol venne a Roma per girare un film con Liz Taylor, finendo a interpretare l’autista per mancanza di altri ruoli. Rievoca la Roma degli anni d’oro, le feste al Club 84, il Piper che non frequentavano (“preferivamo il Pipistrello”), l’amicizia con Nancy Reagan, la devozione di Jackie Kennedy, la discrezione elegante di Marella Agnelli.
Ma PM23 guarda avanti. “Ogni otto mesi qui ci sarà un ciclo educativo: artisti, artigiani, maestri del pensiero incontreranno giovani talenti. Non solo moda, ma creatività applicata, metodo, cultura del bello”. E la filantropia: “Stiamo lavorando con il Gemelli su un progetto dedicato agli anziani, e al Bambin Gesù per una nuova sala d’attesa al pronto soccorso pediatrico. La bellezza deve anche fare del bene“.
L'articolo L’intervista al compagno storico e braccio destro di Valentino, Giancarlo Giammetti: “Io non facevo il business, io facevo il futuro della ditta vicino a lui, dandogli la libertà di pensare solo a creare” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il rosso è differente. Il rosso è unicità . È vita, sangue e morte. È passione. È amore. È un rimedio assoluto per la tristezza e una luce nell’oscurità . È personalità . È assoluto come il bianco e il nero. Puro e prezioso nelle sue mille sfaccettature come un diamante. Non è solo passione, di più. È attrazione ed attenzione. Per questo ha catturato subito lo sguardo penetrante di un giovane Valentino Garavani, ancora studente, tra la moltitudine degli spettatori dell’Opera di Barcellona: “Ho visto questa donna con i capelli grigi in uno dei palchi. Era molto bella, vestita di velluto rosso dalla testa ai piedi – raccontò una volta lo stilista -. Tra tutti i colori indossati dalle altre donne, lei spiccava, era unica, isolata nel suo splendore. Non l’ho mai dimenticata. Per me è diventata la dea rossaâ€.
Quella visione catalizzatrice si materializzò ufficialmente il 28 febbraio 1959. Alle ore 11:00, nel cuore di Roma, il mondo conobbe “Fiesta“: un abito di tulle corto, dove il tessuto era sapientemente lavorato a foggia di rose sulla gonna. Non era solo un vestito, era una dichiarazione d’intenti. In un’epoca che oscillava tra il rigore formale e le prime spinte optical, Valentino scelse il linguaggio del sentimento primordiale. Da quel momento, il rosso diventa una firma, una promessa mantenuta stagione dopo stagione. Nessuna collezione di Valentino, couture o prêt-à -porter, rinuncerà mai a quell’omaggio cromatico. Perché il significato del rosso attraversa la storia dell’umanità : è potere, pericolo, sacralità , amore, sacrificio. Valentino ne è perfettamente consapevole, ma sceglie di sottrarlo al rumore simbolico per riportarlo a una dimensione intima e personale.
Ma cosa rende il Rosso Valentino diverso da ogni altra sfumatura? Non è la polpa violacea della ciliegia, né la porosità solare del corallo o l’oscurità bruciata del carminio che truccava le labbra di Cleopatra. È un rosso purissimo, una sintesi magistrale di lacca, cremisi e geranio. È un colore che non accetta interferenze: privo di giallo o blu dominanti, sprigiona una brillantezza vicina a quella cardinalizia ma con una morbidezza tattile che avvolge il corpo come un’armatura di seta. Una tonalità democratica e universale, capace di armonizzarsi con la pelle di alabastro così come con l’ebano più profondo. Non è un caso che nell’archivio dell’atelier si contino oltre 550 sfumature di rosso diverse, solo nell’alta moda. Una ricerca quasi ossessiva, che racconta quanto per Valentino il colore fosse materia viva, da calibrare in base al tessuto, al movimento, alla luce. Il rosso non è mai uguale a se stesso, eppure resta sempre riconoscibile. È questo il paradosso che lo rende eterno.
Se nel 1967 la “Collezione Bianca” lo incoronò re della discrezione, il rosso rimase il sangue che scorreva nelle vene del suo atelier. È il colore che ha accompagnato le donne più potenti della storia nei loro momenti cruciali. Col tempo, il rosso di Valentino smette di essere solo un colore e diventa un linguaggio. Veste il potere e la grazia, il rigore e la seduzione. Ha vestito il dolore composto di Jacqueline Kennedy, esorcizzando i suoi ricordi legati al sangue dell’attentato al marito e trasformando il suo conflitto interiore in un’eleganza ieratica; ha acceso il magnetismo di Liz Taylor e ha accompagnato il passo trionfale di Julia Roberts verso l’Oscar. È scelto da donne diversissime tra loro, unite da una stessa consapevolezza: Audrey Hepburn, Monica Vitti, fino alle icone contemporanee come Anne Hathaway e Naomi Campbell. Su ognuna di loro, quel rosso non impone un’immagine, ma la amplifica. “Penso che una donna vestita di rosso sia sempre meravigliosa, è la perfetta immagine dell’eroinaâ€, ha detto in un’intervista monsieur Garavani. Un’eroina moderna, mai urlata, che non chiede attenzione ma la riceve naturalmente.
Oggi, quella folgorazione nata nel teatro di Barcellona è codificata nel Pantone 2035 UP. È il colore dei trionfatori, la toga triumphalis di un Cesare della moda che ha saputo rendere il rosso un costrutto sociale, un simbolo di potere e buona fortuna. Dai recenti Fashion Awards di Londra all’intitolazione del teatro di Voghera, il Rosso Valentino continua a scorrere nelle creazioni della Maison, oggi affidata al genio di Alessandro Michele. Perché, come insegna la storia di Garavani, il rosso non è solo un colore: è l’unica luce capace di isolare una donna nel suo splendore, rendendola, per sempre, una dea.
L'articolo La storia del rosso Valentino: così è nato il colore che ha cambiato per sempre la moda proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un destino intrecciato col mondo del cinema e non per strategia, ma per affinità . Valentino Garavani è entrato presto nell’immaginario cinematografico, vestendo attrici e personaggi che hanno fatto la storia del grande schermo. Succede nel 1963 con Audrey Hepburn, che in Charade indossa un completo après-ski firmato Valentino (non potete non avere in mente quell’immagine), e negli stessi anni con Monica Vitti, il cui abito da cocktail nero in La notte di Michelangelo Antonioni resta uno dei frame più iconici del cinema italiano. È un’estetica che attraversa le epoche: dagli anni Novanta, quando Julia Roberts diventa una delle muse più amate dello stilista, fino alle apparizioni sul red carpet di Anne Hathaway, che sceglie Valentino anche per la notte degli Oscar.
Nel 1992, Sophia Loren sale sul palco degli Academy Awards per ritirare il premio alla carriera e lo fa indossando un abito nero ricamato di cristalli e firmato dallo stilista. Ventisette anni dopo, nel 2019, i ruoli si ribaltano: è Valentino Garavani a ricevere il premio alla carriera, consegnato proprio da Loren. Tra le affinità più profonde c’è quella con Meryl Streep. Ne Il diavolo veste Prada – film cult che tornerà nelle sale a maggio con un sequel – il personaggio interpretato dall’attrice indossa creazioni firmate Valentino, che nel film compare anche in un cameo, interpretando se stesso.
Perché il cinema, per Valentino, non è mai stato solo un riferimento estetico, ma una passione autentica. Lo dimostra la sua comparsa in French Cancan di Jean Renoir e, soprattutto, il documentario Valentino: The Last Emperor, uscito nel 2009. Le macchine da presa di Matt Tyrnauer seguono per due anni, dal 2005 al 2007, il signor Garavani, fino al suo ritiro dalla moda, l’ultimo atto. Un doc che racconta anche i festeggiamenti per i 45 anni di attività , celebrati a Roma: un ritorno simbolico nella città in cui, nel 1957, in via Condotti, Valentino aveva aperto il suo primo atelier. Ma è anche un racconto nel quale non mancano i collaboratori storici come Giancarlo Giammetti e una costellazione di volti che raccontano mezzo secolo di moda e spettacolo: da Giorgio Armani a Tom Ford, da Karl Lagerfeld a Anna Wintour, passando per attrici, modelle e icone del jet set internazionale. In una delle scene più celebri del film, Valentino sussurra: “Après moi, le délugeâ€. Una frase che oggi suona meno come una provocazione e più come una profezia.
L'articolo Valentino Garavani e il legame col mondo del cinema: dal completo après-ski di Audrey Hepburn, all’abito da Oscar di Sophia Loren e fino al suo cameo ne Il Diavolo Veste Prada proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Noi siamo presenti in Spagna con treni nuovissimi, che hanno tre o quattro anni di vita e che organizzano l’alta velocità però in questo momento possiamo solo essere vicini alle autorità e ai colleghi ferrovieri spagnoli e seguire i soccorsi. Quindi, preghiamo e accompagniamo. Temo che il bilancio non sia definitivoâ€. Così Matteo Salvini, ministro dei Trasporti e vicepresidente del Consiglio, interviene a Non stop news ,su Rtl 102.5 commentando il disastro ferroviario avvenuto in Spagna, nei pressi di Adamuz, in Andalusia.
Il ministro definisce l’incidente “pesantissimo†e assicura che l’Italia segue la situazione “da ieri seraâ€, con le istituzioni e le Ferrovie dello Stato pronte a offrire supporto. Poi, nel giro di poche battute, il discorso torna sui binari italiani. Salvini, rivolgendosi anche ai radioascoltatori “con le cuffiette nei treni”, vanta il fatto che oggi la rete ferroviaria nazionale conta circa 1.300 cantieri aperti, “un numero mai raggiunto prima, mentre ogni giorno circolano oltre 10 mila treni con più di due milioni di passeggeri”.
E aggiunge convintamente: “Stiamo facendo uno sforzo che non ha precedenti nei decenni passati per rendere la rete quanto più sicura, moderna ed efficiente“.
Dall’emergenza ferroviaria alla politica estera il passo è breve. Salvini invita polemicamente Bruxelles e Parigi a non “fare i bulli†e chiede un’Europa che torni a occuparsi di diplomazia e dialogo.
“Questo vale anche per il conflitto fra Russia e Ucraina – sottolinea – Mi auguro che sia l’ultimo anno di conflitto e che si torni a lavorare per il dialogo, perché entrare in guerra costante contro la Russia non è interesse di nessuno.”
Il sostegno italiano, spiega, esiste “grazie alla Lega e al governo” e deve restare difensivo, logistico e umanitario, lasciando sullo sfondo missili, carri armati e truppe: “C’è un tavolo di confronto aperto che nei tre anni precedenti non c’era. Aiutiamo questo tavolo come chiede di fare il Santo Padre. Cogliamo lo spiraglio di pace che, grazie a Trump, si è aperto tra Russia e Ucraina”.
E alla domanda conclusiva se questo possa essere l’ultimo decreto armi, Salvini non tentenna: “No, non è che spero. Sono convintoâ€.
L'articolo Treni deragliati in Spagna, Salvini: “Siamo vicini ai colleghi ferrovieri e alle autorità . Preghiamo e accompagniamo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Valentino Garavani non c’è più. E con lui si abbassa la saracinesca su un mondo della moda che nel frattempo è cambiato per sempre, e non necessariamente in meglio. Perché la moda ha bisogno di designer che siano icone, figure riconoscibili, capaci di dare – con la sola presenza – un’aura di autorevolezza a tutto ciò che li circonda. Valentino Garavani era questo. Anche se, da tempo, non era più proprietario del marchio che porta il suo nome.
La maison Valentino ha attraversato negli ultimi decenni una lunga e complessa sequenza di passaggi di mano, passando dal controllo diretto del fondatore a quello di investitori internazionali: gruppi italiani, fondi di private equity e capitali qatarioti. Oggi il marchio è controllato da Mayhoola for Investments, società del Qatar, mentre Kering detiene una partecipazione di minoranza pari al 30%.
La storia di come un marchio che, per immaginario e identità , “parla italiano†sia passato attraverso mani diverse inizia nel 1998, quando la maison viene ceduta al gruppo Hdp, partecipato anche da Gianni Agnelli, per una cifra intorno ai 500 miliardi di lire. Nel 2002 subentra il Gruppo Marzotto, che rileva Valentino da Hdp per 240 milioni di euro. Dallo scorporo delle attività Marzotto nasce nel 2005 Valentino Fashion Group. Due anni dopo, nel 2007, il fondo Permira acquisisce la maggioranza, insieme a membri della famiglia Marzotto.
La svolta arriva nel 2012, quando Mayhoola for Investments rileva l’intero gruppo per un valore stimato tra i 700 e i 720 milioni di euro, includendo anche la licenza M Missoni, mentre MCS Marlboro Classics resta a Permira.
Nel 2023 entra in scena Kering, colosso francese del lusso e uno degli attori più influenti del sistema moda globale, che acquisisce il 30% del Valentino Fashion Group per 1,7 miliardi di euro, con la possibilità di salire al controllo totale entro il 2028.
Nel settembre 2025 Mayhoola e Kering decidono però di rinviare l’esercizio delle opzioni: l’assetto azionario resta invariato (70% Mayhoola, 30% Kering) almeno fino al 2028, con opzioni di put e call posticipate tra il 2028 e il 2029. Nel novembre dello stesso anno i soci effettuano un’iniezione di capitale da 100 milioni di euro per sostenere la crescita del gruppo.
A gennaio 2026 Valentino opera sotto la holding MFI Luxury Srl, con Mayhoola come azionista di maggioranza e Kering come socio di minoranza, senza ulteriori cambiamenti recenti nell’assetto proprietario. La maison registra risultati economici solidi; dal 2024 il direttore creativo unico è Alessandro Michele, mentre dal 2025 l’amministratore delegato è Riccardo Bellini.
L'articolo Addio a Valentino Garavani: chi controlla oggi la maison che porta il suo nome? Da Marzotto al Qatar, tutti i passaggi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Gol annullati, rigori dubbi, il Senegal che abbandona il campo, Brahim Diaz che fa un cucchiaio “folle” e sbaglia il rigore decisivo. Poi il teatrino delle scuse. Pensavate di aver visto di tutto nella finale di Coppa d’Africa tra Marocco e Senegal? Invece no, perché c’è stato un episodio meno “pubblicizzato” in diretta tv ma parecchio curioso: la “guerra dell’asciugamano“. Nel corso di questa Coppa d’Africa infatti il Marocco ha sviluppato una strana abitudine: mandare i raccattapalle dietro la porta avversaria per rubare l’asciugamano che i portieri tengono solitamente appese alla rete o vicino al palo.
Il motivo? In primis per creare un disagio generale al portiere stesso, in secondo luogo si parla di magia e riti voodoo, ma soprattutto perché ieri – durante la finale – pioveva fortissimo ed Edouard Mendy, portiere del Senegal, usava spesso l’asciugamano per tenere asciutti i guanti o il pallone, per avere più aderenza sui tiri o sui cross. Obiettivo che a un certo punto del match i giovani raccattapalle hanno preso sul serio, al punto che Yehvan Diouf – secondo portiere della nazionale senegalese, zero minuti in Coppa d’Africa – è diventato un bodyguard improvvisato.
Il secondo portiere senegalese è andato dietro la porta difesa da Mendy per proteggere l’asciugamano ed evitare che i raccattapalle o gli avversari (sì, perché anche Hakimi e Aguerd a un certo punto hanno lanciato il telo del portiere oltre i cartelloni pubblicitari) disturbassero in questo modo il compagno di squadra. E nonostante ciò i giovani ragazzi dietro la porta non hanno mollato, tanto da provare a scippare l’asciugamano dalle mani di Diouf, arrivando anche al contatto fisico. Ma non solo: in un video diventato virale sul web si vede Saibari – calciatore del Marocco – ostacolare Diouf mentre lo passa a Mendy.
Già in semifinale contro la Nigeria erano spariti tre asciugamani del portiere nigeriano. Oltre al discorso pioggia, c’è appunto anche quello della scaramanzia: c’è chi addirittura sostiene che Mendy avesse scritto appunti sui rigoristi sull’asciugamano. I portieri ricorrono spesso a metodi alternativi per appuntarsi note sui rigoristi, ma magari sui parastinchi o sulle borracce. Meno comune la “stampa” su un asciugamano. E quindi l’eroe nascosto della finale farsa tra Marocco e Senegal è diventato Yehvan Diouf, secondo portiere del Senegal che ha lottato con i denti contro i raccattapalle. A fine partita si è anche concesso un selfie con la coppa e appunto l’asciugamano “difeso“.
Une scène invraisemblable, le joueur du Maroc, Ismael Saibari, essaie de voler la serviette du gardien sénégalais Mendy, heureusement qu’il y’avait un joueur du Sénégal pour la garder ! Ils ont tout fait et ils ont échoué. Bravo Sénégal ???????? â¤ï¸ pic.twitter.com/pYq8Dtm0id
— FARID BOUSSALEM (@faridmca1921) January 18, 2026
L'articolo La guerra dell’asciugamano in Marocco-Senegal: perché i raccattapalle e Saibari hanno quasi aggredito il secondo portiere Diouf proviene da Il Fatto Quotidiano.
Costi più che raddoppiati (+127%) rispetto alla proiezione iniziale e lievitati del 23% negli ultimi sei anni sotto il peso della pandemia, dell’invasione russa dell’Ucraina ed alcuni problemi tecnici. La Corte dei conti europea bolla il collegamento ferroviario Torino-Lione come il maggiore responsabile dell’aumento dei costi per il completamento delle infrastrutture-faro della rete transeuropea dei trasporti (Ten-T) insieme alla Rail Baltica, “regina” indiscussa dei rincari con costi iniziali quadruplicati e un aumento del 160% dal 2020.
Non solo: la relazione sottolinea che il completamento delle opere entro il termine del 2030 non è più “improbabile”, come messo nero su bianco nell’anno dell’inizio della pandemia, ma è semplicemente “impossibile” a causa di crisi impreviste, aumenti dei costi e ulteriori ritardi nell’attuazione dei progetti. In ritardo medio di 11 anni rispetto ai piani iniziali, ora arriva a 17 anni per i cinque megaprogetti di cui sono disponibili informazioni.
Sul versante italiano l’inaugurazione del collegamento Torino-Lione è adesso prevista per il 2033, contrariamente alla scadenza del 2015 fissata inizialmente o a quella del 2030 indicata nel calendario del 2020: un ritardo di 18 anni rispetto alle stime iniziali. Inoltre, la data più ottimistica per l’apertura della galleria di base del Brennero, i cui costi sono lievitati del 40% rispetto alle stime iniziali, è ora il 2032, anziché il 2016 o il 2028 come previsto in precedenza: un ritardo di 16 anni, sottolineano gli auditor.
Pur riconoscendo che dal 2020 gli otto megaprogetti in questione – oltre al miliardo di euro di valore – abbiano dovuto affrontare nuove sfide economiche e geopolitiche, gli auditor della Corte sottolineano che l’aumento del costo reale oggi ammonta a un +82% contro al +47% registrato nel 2020. “Le conclusioni sono inequivocabili: l’obiettivo di completare la rete centrale Ten-T dell’Ue entro il 2030 non sarà sicuramente raggiunto”, scrivono gli autori del rapporto.
Oltre alla Tav Torino-Lione, infatti, anche la linea Y basca, che avrebbe dovuto essere operativa entro il 2010 stando al calendario iniziale ed entro il 2023 secondo l’aggiornamento del 2020, dovrebbe ora essere pronta entro il 2030 secondo le stime più ottimistiche, anche se i promotori del progetto considerano il 2035 un termine più realistico, rileva la Corte dei conti europea. Il canale Senna-Nord Europa, i cui costi sono complessivamente triplicati dall’inizio dei lavori, avrebbe dovuto essere operativo nel 2010, data poi posticipata al 2028 e successivamente al 2032, che è ora considerata la più plausibile.
Gli otto megaprogetti analizzati dal rapporto di aggiornamento hanno ricevuto nel complesso ulteriori sovvenzioni Ue pari a 7,9 miliardi di euro rispetto al 2020, portando l’importo totale dei finanziamenti Ue a 15,3 miliardi di euro. E nonostante tutte queste problematiche, la Commissione europea si è avvalsa solo una volta, “e per nessuno degli otto megaprogetti esaminati, del principale (seppur limitato) strumento giuridico a sua disposizione per ottenere spiegazioni a proposito dei ritardi (ovvero l’articolo 56 del regolamento Ten-T del 2013)”, rilevano.
La Corte dei conti spiega di attendersi che la recente modifica del regolamento possa rafforzare il ruolo dell’esecutivo Ue e accrescerne i poteri in termini di controllo sul completamento della rete, fermo restando che queste misure interesseranno principalmente i megaprogetti futuri. Infine, gli auditor segnalano come l’impatto che questa modifica avrà sui prossimi progetti infrastrutturali “dipenderà in ultima istanza dall’attuazione e dal rispetto effettivi degli strumenti giuridici da parte dei Paesi dell’Ue”.
L'articolo “Tav Torino-Lione: costi raddoppiati, pronta non prima del 2033”: il report Corte dei Conti UE proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’economia mondiale supera senza crolli l’anno del ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e di un aumento senza precedenti del livello medio dei dazi. Ma l’equilibrio è instabile. Nell’aggiornamento di gennaio del World Economic Outlook, il Fondo monetario internazionale rivede al rialzo la crescita globale attesa per il 2026 al 3,3%, due decimi in più rispetto alle stime di ottobre, e prevede nel 2027 un rallentamento solo marginale al 3,2%. Ma mentre Stati Uniti, Spagna, Germania e Francia incassano revisioni positive, l’Italia è l’unico grande Paese dell’Unione europea a vedere una correzione al ribasso. Brutto colpo per la premier Giorgia Meloni, che ha annunciato che il tema della crescita, insieme a quello della sicurezza, è il suo “grande focus di quest’anno”.
Secondo il Fondo, dopo il +0,5% del 2025 quest’anno – l’ultimo con il Pnrr in corso d’opera – il Pil italiano dovrebbe crescere dello 0,7%, un decimo in meno rispetto alla previsione di ottobre e alla stima della Commissione Ue, che già vedeva l’Italia tornare fanalino di coda nell’Unione. Per il 2027 arriva invece un lieve ritocco al rialzo a +0,7%. Crescita quasi al palo, insomma, in un contesto europeo che pur restando debole rispetto agli Stati Uniti mostra segnali di recupero più diffusi.
L’Eurozona vede infatti la crescita 2026 salire all’1,3% (+0,1%), la Germania all’1,1%, la Francia all’1% e la Spagna al 2,3% (+0,3%), quest’ultima con la revisione più consistente. Alla base della revisione positiva a livello globale c’è soprattutto il boom degli investimenti tecnologici, trainati dall’intelligenza artificiale. Un fattore che, secondo il Fondo, sta compensando l’impatto negativo dello choc commerciale e dell’incertezza legata ai dazi. Il contributo maggiore arriva da Nord America e Asia, dove l’adozione dell’IA sta sostenendo produttività , mercati finanziari e fiducia delle imprese. Per gli Stati Uniti la crescita 2026 viene rivista al 2,4%, tre decimi in più rispetto alle stime precedenti, mentre la Cina sale al 4,5%.
Il capo economista del Fondo, Pierre‑Olivier Gourinchas, ha però messo in guardia da una lettura troppo ottimistica: la resilienza dell’economia globale è trainata in gran parte da pochi settori, e questo aumenta le vulnerabilità in caso di choc. Non solo: lo scenario centrale del Fondo si basa sull’ipotesi che le tariffe restino ai livelli attuali. Nelle proiezioni, la tariffa effettiva stimata per gli Stati Uniti verso il resto del mondo è attorno al 18,5% e viene assunta come stabile. Ma un’eventuale escalation commerciale cambierebbe le carte in tavola. La volatilità dei dazi tende a frenare investimenti e consumi, alimentando incertezza e risparmio precauzionale. Se le tensioni dovessero intensificarsi, l’impatto sulla crescita potrebbe diventare significativo già nel 2026. In questo quadro, pur senza fornire “raccomandazioni su quali dovrebbero essere le misure di politica commerciale” dopo la minaccia Usa di nuovi dazi nei confronti dei Paesi che sostengono la Groenlandia il capo economista del Fmi ha invitato “tutte le parti a cercare una soluzione che mantenga aperto il sistema commerciale, che garantisca regole stabili e prevedibili e che consenta alle imprese di prendere decisioni in materia di investimenti e catena di approvvigionamento con un certo grado di certezza”.
A sostenere il quadro macro contribuisce invece il fronte energetico. Secondo il Fondo, l’offerta di petrolio resta ampia e questo sta spingendo i prezzi al ribasso, con effetti disinflazionistici attesi anche nel 2026. Ma o rischi geopolitici sono rilevanti: eventuali interruzioni delle esportazioni iraniane – pari a circa l’1,5% dei consumi mondiali – o nuove tensioni in Medio Oriente potrebbero rapidamente invertire la tendenza, riaccendendo pressioni sui prezzi dell’energia.
L'articolo L’Fmi alza le stime di crescita globali 2026 ma taglia quella dell’Italia. Che torna ultima in Ue per aumento del pil proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Il ruolo morale degli Stati Uniti d’America nell’affrontare il male nel mondo e nel costruire una pace giusta è ridotto a categorie partigiane che incoraggiano la polarizzazione e le politiche distruttive“. È l’affondo di tre cardinali statunitensi che, in un’insolita dichiarazione congiunta, criticano apertamente la politica estera aggressiva del presidente Donald Trump. La dichiarazione – rilanciata dai media Vaticani Osservatore Romano e Vatican News – è sottoscritta dall’arcivescovo di Chicago, Blase Joseph Cupich, dall’arcivescovo di Washington, Robert McElroy, e da quello di Newark, Joseph William Tobin. Prende spunto dal fatto che, nel nuovo anno “gli Stati Uniti sono entrati nel dibattito più profondo e acceso sulla base morale delle azioni dell’America nel mondo dalla fine della Guerra Fredda” citando anche “gli eventi in Venezuela, Ucraina e Groenlandia“, che “hanno sollevato questioni fondamentali sull’uso della forza militare e sul significato della pace“.
In questo senso, i tre porporati sottolineano come “il bilanciamento tra interesse nazionale e bene comune viene inquadrato in termini fortemente polarizzati”. Di più, “il ruolo morale degli Stati Uniti d’America nell’affrontare il male nel mondo, nel sostenere il diritto alla vita e alla dignità umana e nel sostenere la libertà religiosa è sotto esame – proseguono – e la costruzione di una pace giusta e sostenibile, così cruciale per il benessere dell’umanità , viene ridotta a categorie partigiane che incoraggiano la polarizzazione e politiche distruttive”. Nel testo i tre cardinali valutano l’azione internazionale degli Stati Uniti alla luce dei principi espressi da Papa Leone XIV nel discorso al Corpo diplomatico del 9 gennaio scorso. In particolare, viene citato il passaggio in cui il Pontefice afferma che “la debolezza del multilateralismo è motivo di particolare preoccupazione” e che “una diplomazia che promuove il dialogo e cerca il consenso tra tutte le parti viene sostituita da una diplomazia basata sulla forza, da parte di individui o gruppi di alleati” perché “la guerra è tornata di moda e si sta diffondendo lo zelo bellico”.
Cupich, McElroy e Tobin ritengono le parole del Pontefice “una base veramente morale per le relazioni internazionali” e “una bussola etica duratura per stabilire il percorso della politica estera americana nei prossimi anni”. In linea con le parole di Papa Prevost, i tre cardinali sottolineano poi “la necessità di un aiuto internazionale per salvaguardare gli elementi più centrali della dignità umana, che sono sotto attacco a causa del movimento delle nazioni ricche di ridurre o eliminare i loro contributi ai programmi di assistenza umanitaria all’estero“. Perché, ribadiscono, “come pastori e cittadini, abbracciamo questa visione per l’instaurazione di una politica estera genuinamente morale per la nostra nazione”.
Da qui l’appello conclusivo dei tre cardinali. “Cerchiamo di costruire una pace veramente giusta e duratura, quella pace che Gesù ha proclamato nel Vangelo. Rinunciamo alla guerra come strumento per interessi nazionali miopi e proclamiamo che l’azione militare deve essere vista solo come ultima risorsa in situazioni estreme, non come strumento normale della politica nazionale. Cerchiamo una politica estera che rispetti e promuova il diritto alla vita umana, la libertà religiosa e il miglioramento della dignità umana in tutto il mondo, specialmente attraverso l’assistenza economica“. Ad oggi, concludono, “il dibattito della nostra nazione sul fondamento morale della politica americana è afflitto da polarizzazione, faziosità e interessi economici e sociali ristretti”. Al contrario, “Papa Leone ci ha fornito il prisma attraverso il quale elevarlo a un livello molto più alto. Nei prossimi mesi predicheremo, insegneremo e promuoveremo affinché tale livello più alto diventi possibile”, concludono.
L'articolo Tre cardinali statunitensi contro Donald Trump e la politica estera Usa: “Si incoraggiano politiche distruttive” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ricordate l’allenamento di Carlos Alcaraz con uno strano canestrino da basket? Quell’esercizio diventato virale nei giorni delle festività era propedeutico a una modifica nel servizio del numero 1 al mondo. Da quando si è presentato a Melbourne, già prima dell’inizio degli Australian Open, il nuovo servizio di Alcaraz è diventato uno dei temi caldi nel mondo del tennis. Nello specifico, lo spagnolo ha cambiato il lancio della pallina. In un modo che risulta tremendamente simile a quello utilizzato da Novak Djokovic. Che non ha mancato l’occasione per punzecchiare – con il sorriso sulle labbra, sia chiaro – il suo rivale: “Appena l’ho visto, gli ho mandato un messaggio. Gli ho detto che dovevamo parlare dei diritti d’autore“. Alcaraz, pur ammettendo una somiglianza, aveva negato di aver “copiato” il serbo. Che non si è fatto mancare l’occasione per rispondere.
“Quando l’ho visto, gli ho detto che dovevamo parlare della percentuale. Ogni ace che fa qui mi aspetto un omaggio. Vediamo se rispetterà l’accordo”, ha scherzato ancora Djokovic, confermando quindi le analogie tra la sua tecnica e quella introdotta da Alcaraz anche nella sua vittoria al primo turno contro Walton. Il 38enne serbe ne ha parlato dopo la sua vittoria al primo turno, contro Pedro Martinez. Tre set a zero, senza patemi e con un servizio solidissimo: ha vinto il 93% dei punti con la prima di servizio e non ha dovuto fronteggiare nemmeno una palla break. Numeri che preoccupano l’azzurro Francesco Maestrelli, suo prossimo avversario. Numeri che invece spesso non aveva Alcaraz: per questo ha provato a cambiare servizio.
Il servizio è sicuramente un colpo in cui finora Jannik Sinner è stato superiore ad Alcaraz. Lo dicono i numeri del 2025: solo in una voce, la percentuale di prime di servizio in campo, lo spagnolo è stato superiore. Sinner infatti spesso ha fatto fatica ad essere costante al servizio. Ma per il resto l’altoatesino è davanti in ogni voce statistica: la percentuale di ace per prime palle, la percentuale di doppi falli, i punti vinti al servizio (Sinner è primo in assoluto, Alcaraz “solo” settimo), i punti vinti con la prima e con la seconda (Sinner è sempre primo). Insomma, se l’altoatesino sta lavorando sull’imprevedibilità , Alcaraz sa invece che i margini più ampi di miglioramento ce li ha nei suoi game in battuta. Sconta anche un deficit di altezza: ufficialmente è un metro e 83, otto centimetri in meno di Sinner e quindici in meno di Zverev, ad esempio. Per questo, ha bisogno di maggiore precisione.
Per avere un servizio molto preciso la pre-condizione necessaria è un lancio di pallo perfetto, il più possibile regolare e identico a se stesso. Alcaraz ha quindi introdotto un nuovo gesto nella fase di preparazione del servizio: prima di avviare il movimento porta la palla all’altezza del petto quasi fino alla gola. Una meccanica che gli consente di accorciare l’escursione del braccio nel lancio di palla, proprio come fa Djokovic. “Ho solo leggermente modificato il gesto e mi sento più a mio agio così. È più fluido, più rilassato e perfettamente ritmato. Mi aiuta enormemente a servire meglio. Non ho pensato di copiare il servizio di Djokovic. Ma ovviamente, posso vedere delle somiglianzeâ€, ha commentato Alcaraz nella conferenza stampa prima dell’inizio del torneo. Una piccola modifica per avere un nuovo vantaggio nel costante duello con Sinner: il murciano non si è nascosto, vuole vincere l’Australian Open e completare il Career Grand Slam prima del suo amico e grande rivale.
L'articolo “Appena l’ho visto, gli ho mandato un messaggio”: Djokovic punzecchia Alcaraz per il nuovo servizio. Che cosa è cambiato proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Emanuele Rizzo
Il consenso di un governo può crollare su due fronti: dall’esterno se inviso alle consorterie internazionali, dall’interno se nel Paese si muove qualcosa. Il governo Meloni appare solidissimo su entrambi. Se la stima all’estero si spiega con le continue genuflessioni, quel che (non) accade in Italia suona misterioso. Siamo il Paese delle simpatie politiche fugaci, che al nuovo di turno concede percentuali dapprima alte per poi rimangiarsele dopo al massimo mille giorni. Perché Giorgia Meloni tiene? Perché è la versione pop e democristiana di Berlusconi.
Di lui si diceva che in molti lo votassero senza ammetterlo perché poco lusinghiero iscriversi alla schiera di chi sosteneva un personaggio di dubbia moralità e indubbia illegalità . Due i suoi tipici elettori: 1) Quello che gli somigliava ma più in piccolo, che qui per convenzione chiameremo Berlusconino Convinto; 2) Quello titubante, persona perbene democristiana o socialista terrorizzata dalla minaccia russa incarnata da quei bolscevichi di Prodi e Bersani.
Il Convinto è un evasore fiscale con l’amante ma che alle feste comandate ostenta la propria famiglia unita. Non evade milioni di euro e di notte non traveste olgettine da suore salvo poi di giorno difendere la morale cristiana, ma solo perché la sua vita è in proporzione meno divertente. Il Berlusconino Convinto era il suo zoccolo duro ed era stato radicalizzato ad arte da una narrazione vittimistica che lo aveva persuaso di essere perseguitato dai giudici, dai giornalisti e da chiunque non si sapesse divertire come lui in quanto tristemente comunista. Il consenso del Berlusconiano Titubante veniva invece meno nei momenti in cui la vergogna raggiungeva picchi fatti di condanne, escort e battute di pessimo gusto.
Meloni nel 2012 si era candidata a primarie poi negate e ha dovuto attendere dieci anni per vincerle, quelle primarie. Perché questo son state le Politiche del 2022: primarie di Forza Italia. Da Berlusconi ha ereditato per intero la classe dirigente e di conseguenza progetti di riforma e visione del mondo. I recenti editoriali critici di Marcello Veneziani testimoniano che degli ideali di destra nel governo non v’è traccia alcuna, dopo che per anni lei aveva attinto dal patrimonio valoriale ed economico della Fondazione An.
Più scaltra e paziente di Fini, viene da chiedersi se rispetto a quest’ultimo abbia più pelo sullo stomaco o non sia semplicemente più affine a Berlusconi. Lei dopo essere stata sbattuta fuori dal Pdl (a ognuno il suo “Che fai mi cacci?â€) vi si alleò e la scelta risultò vitale perché – non avendo raggiunto la soglia di sbarramento – fu ripescata come prima esclusa della coalizione, opportunità preclusa a chi si candidava in autonomia. Fuori dal Parlamento per un’intera legislatura sarebbe scomparsa. Per anni ha atteso il suo turno, vedendo cadaveri passare e spendendosi nell’attività più redditizia in termini elettorali: l’opposizione.
Il suo zoccolo duro oggi è composto da entrambi i sostenitori di Berlusconi e pertanto meno oscillante. Al Berlusconino Convinto parla con condoni fiscali e riforme, al Berlusconiano Titubante non rinuncia grazie alla sua fedina penale pulita, ad una vita privata nella media nazionale e alle uscite pubbliche centellinate in cui si obbliga a contare fino a dieci (mesi) tra una domanda e l’altra. Prosegue il percorso di radicalizzazione del Berlusconino Convinto aizzandolo contro gli stessi finti nemici e nel mentre rassicura il Berlusconiano Titubante mostrandosi nazional-popolare.
Alla sua corte non sfilano Nicole Minetti e Lele Mora, ma consolida il potere invitando ad Atreju conduttori di Sanremo e attori di fiction Rai. La sua base vale il 15%, gonfiato al 30% dall’astensionismo. Confidiamo che l’altro 85% prima o poi smetta di litigare all’assemblea di condominio e arrivi.
L'articolo Il governo Meloni appare solido sia in Italia che fuori: grazie al Berlusconino Convinto e a quello Titubante proviene da Il Fatto Quotidiano.