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Mafie a cura di F. Q.
Diritto alla verità, la diretta tv del convegno delle Agende rosse di Borsellino con Anselmo, Tescaroli e Repici

A Bologna va in onda la seconda giornata del convegno sul Diritto alla Verità, organizzato dal movimento delle Agende Rosse di Salvatore Borsellino. “Il diritto alla verità deve essere affermato a livello normativo”, ha detto il fratello del magistrato ucciso in via d’Amelio al Fatto Quotidiano. Dopo la prima giornata segnata dagli interventi di Roberto Scarpinato, di Gaetano Azzariti e della vicedirettrice del Fatto Quotidiano Maddalena Oliva (si possono rivedere qui), all’interno della Sala Borsa si confronteranno avvocati come Fabio Anselmo, magistrati come Luca Tescaroli, storici come Angelo Ventrone. Alla fine della giornata, l’intervento dei familiari delle vittime della mafia e terrorismo e dell’avvocato Fabio Repici. Il convegno gode del patrocinio del comune di Bologna. Trasmettiamo in diretta la seconda giornata dell’evento.

DOMENICA 30 NOVEMBRE 2025

ore 9.30 – Avvocati – Coordinatore Fabio Repici (Avvocato):

  • Fabio Anselmo – Avvocato;
  • Giancarlo Maniga – Avvocato;
  • Ettore Zanoni – Avvocato.

ore 11.30 – Magistrati – Coordinatrice Elena Marchili (Magistrato Ordinario in Tirocinio):

  • Roberto Giovanni Conti – Consigliere presso la Corte di Cassazione;
  • Giuseppe Gennari – Giudice presso il Tribunale di Milano;
  • Raffaello Magi – Consigliere presso la Corte di Cassazione;
  • Luca Tescaroli – Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Prato.

ore 13.30 – pausa pranzo

ore 15.30 – Storici – Coordinatrice Antonella Beccaria (Giornalista e Storica):

  • Davide Conti – Storico e consulente della procura di Bologna e di Brescia;
  • Antonella Salomoni – Professoressa ordinaria di Storia della Shoah e dei genocidi presso l’Università di Bologna;
  • Angelo Ventrone – Professore ordinario di Storia contemporanea presso l’Università di Macerata;
  • Cinzia Venturoli – Professoressa a contratto di Storia contemporanea presso l’Università di Bologna.

ore 17.30: intervento di Daniela Marcone – Vicepresidente di Libera

ore 17.40 – Familiari delle vittime – Coordinatore Nino Morana (nipote di Nino Agostino):

  • Sergio Amato – Figlio del Magistrato Mario Amato;
  • Salvatore Borsellino – Fratello del Giudice Paolo Borsellino e Fondatore del Movimento Agende Rosse;
  • Daniele Gabbrielli – Vice-presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili;
  • Sonia Zanotti – Sopravvissuta alla strage di Bologna.

Fabio Repici – Proposte conclusive e progetto normativo all’esito del confronto e delle idee raccolte

Salvatore Borsellino – Conclusioni del convegno e messaggio alla società e alle istituzioni

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Data articolo:Sun, 30 Nov 2025 10:27:40 +0000
Politica a cura di Gisella Ruccia
Calenda scatenato alla Sapienza, una valanga di invettive: da Fico a Conte, da Renzi a Travaglio fino a Di Battista, Landini e il campo largo

Alla Sapienza, facoltà di Scienze Politiche, il dibattito organizzato dall’Associazione studentesca Universitari Federalisti Europei s’intitolava “Quale futuro per l’Europa?â€. La risposta di Carlo Calenda? Più che un’analisi geopolitica, un fuoco di fila: un’ora abbondante di invettive, sferzate, affondi personali e qualche “stica…” strategico, come nelle giornate buone dei commentatori più sanguigni dei talk show.
L’atmosfera, va detto, era già elettrica fin da prima dell’evento, con un gruppo di studenti che contestava il leader di Azione brandendo slogan del calibro di “Noi la guerra non la vogliamoâ€, “Fuori i sionisti dall’universitàâ€, “Fuori i liberali dalle universitàâ€. Un prologo che non ha smorzato minimamente la verve del politico, anzi: è sembrato imprimergli una spinta ulteriore nel dispiegare il suo repertorio.

Il primo bersaglio, in ordine di apparizione, è il neo-presidente della Regione Campania: “Ho sempre pensato che questo bi-populismo sta di fatto portando l’area liberale, repubblicana, socialista, riformista ad essere succube dei populisti. E infatti hanno eletto Fico. Non lo so… più di così, che devono fa’“.
Da qui in poi la catilinaria contro i suoi storici spauracchi: Giuseppe Conte e i 5 Stelle coi loro “no all’Ucraina”, gli slogan “uno vale uno”, il Superbonus (“hanno preso 200 miliardi e li hanno buttati dalla finestra, che erano soldi che avrebbero potuto svoltare la vita dei giovani, dei meno giovani e di tutti”). Aggiunge anche la sua decisione di non sostenere Fico in Campania: “Ho scelto di dire: sai che c’è, io Fico, non lo appoggio, perdo quattro consiglieri regionali, stica, si volta pagina e si ricomincia.â€

Non manca il racconto del flop del Terzo Polo, rievocato con sarcasmo e rancore per l’ex alleato Matteo Renzi: “Ci ho creduto tanto da metterci il mio nome sul simbolo, pensa che pirla. Aveva come presupposto fondamentale il fatto di tenere una linearità. Siccome il giorno dopo mi sono trovato quello che votava per La Russa Presidente del Senato, tre giorni dopo rivendicava di essere figlio segreto di Berlusconi, questo ha determinato una rottura”.
Da quel momento, Calenda punta il dito su quelli che considera gli artefici della fine del progetto: “Dove sono quei partiti? Dove sono? Dove stanno Più Europa e Italia viva? Nel campo largo.†E, riferendosi alla trasformazione strategica di Renzi, insiste: “Non c’è più il progetto Renzi al centro, c’ha tappezzato l’autobus, c’è il progetto Renzi-Schlein, perché hanno giocato una partita di calcetto.â€

Calenda allarga il tiro includendo anche gli ex alleati e la sinistra ecologista: “Il campo largo, con questo sbilanciamento, Schlein, Conte, Fratoianni, Bonelli, è una iattura per l’Italia, per il posizionamento dell’Italia, per la crescita dell’Italia.â€
In questo quadro non risparmia nemmeno le platee che lo applaudono: “Io ho brutalmente cazziato i giovani di Forza Italia sul fatto che si dicono eredi di de Gasperi, ma si fanno sottomettere dai post-fascisti. E per la confusione mentale, mi hanno pure fatto una standing ovation quando gliel’ho detto.†Episodio che paragona a un altro: “Esattamente come alla Festa dell’Unità, quando vado e gli dico che il partito erede delle tradizioni socialiste, liberal-democratiche, si fa sottomettere da quattro scappati di casa come Conte e compagni, persino Togliatti si rivolterebbe nella tomba. E anche lì fanno una standing ovation. E smettessero di fare standing ovation e dessero due voti, che è meglio.”

Non manca nelle invettive calendiane il direttore del Fatto Quotidiano: “Le parole d’ordine che si usavano per dire che non ci voleva la comunità europea di difesa, o che non ci voleva l’adesione alla Nato o dell’Italia, erano parole d’ordine che sembrano il playbook di Travaglio oggi. Quando ti dice: ‘Ma no, vi pare possibile che Putin possa attaccare l’Europa?’… Ragazzi, ma Putin sta attaccando l’Europa con attacchi ibridi da quando abbiamo fatto il referendum costituzionale. Oh, ma io ho fatto una call con Putin, Renzi, che disse a Putin: ‘Ma tutti i tuoi giornali, i tuoi account, stanno facendo una battaglia per i 5 Stelle contro il referendum’. E lui gli rispose nel modo più divertente possibile, dicendo: ‘Lo sai com’è fatta la stampa, è libera a fare quello che gli pare'”.

Segue il botta e risposta con uno studente, che gli rinfaccia di aver definito gli studenti pro-Palestina “filo nazistiâ€.
La replica è immediata: “Non l’ho detto.â€
Lo studente ribadisce la data e Calenda risponde: “Però tu non devi seguire quel Di Battista là.â€
Quando il ragazzo sostiene che “il campo largo, alla fine, è l’unica alternativa rispetto al governo Meloniâ€, Calenda risponde secco: “A me non me ne frega niente.â€

E torna a sacrosanteggiare contro il bipopulismo (rappresentanti da Lega e M5s, secondo il senatore di Azione): “Il problema dell’Italia non è che non ci sia la Meloni, è che non ci sia il bipopulismo. E l’unico modo per farlo è avere una forza abbastanza forte al centro per cui lo disarticola. E verranno i tempi, e Meloni già lo sta facendo, in cui Meloni tradirà l’Ucraina. C’è anche questa linea del Pd totalmente sottomessa a un’ideologia assurda, ma su tantissime cose, che non sono solamente la questione del pacifismo sbandierato, che è l’essere deboli alla mercè degli aggressori“.
Poi aggiunge: “Il rischio democratico è molto più grande della Meloni, perché Meloni, Urso e Lollobrigida non lo fanno neanche nel condominio loro il fascismo. Non sono in grado di fare niente. Noi dobbiamo tenere gli occhi sulla palla. Cioè, tra cinque anni è finita l’Europa. Hai capito? Gli attacchi ibridi russi aumenteranno. E io che faccio? Metto il paese in mano a Cuore di panna Di Battista, Fratoianni e Bonelli, che parla dei ciottoli del fiume portandosi quelli sbagliati?.”

Arriva poi la parte più pittoresca dedicata a Alessandro Di Battista, che Calenda ribattezza con costanza: “Cuore di panna Di Battista.†Lo definisce appartenente a quella categoria di persone che “nella vita facevano gli animatori alla Valtourâ€, e insiste: “Cuore di panna di Battista è uno di questi. Per una sventura della storia che si chiama Beppe Grillo e compagni, questi che in un paese normale farebbero con successo gli animatori, magari non al Valtour, ma da Zio Checchino al Lido di Ostia, purtroppo vanno in televisione e dicono delle enormi cazzate.â€
Non poteva mancare tra i vituperati di Calenda il segretario della Cgil: “Landini? Ma Landini è il nemico dei giovani.â€

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Data articolo:Sun, 30 Nov 2025 10:06:13 +0000
I nostri video a cura di F. Q.
Alessandro Di Battista presenta la collana Smartbook di Paper First e il suo ‘La Russia non è il mio nemico’

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“La Russia non è il mio nemico†di Alessandro Di Battista

La diffusione della “russofobiaâ€, un sentimento anti-russo spesso del tutto irrazionale, ha uno scopo ben preciso: la costruzione del nemico. Lo spauracchio di Mosca serve alle classi dirigenti europee per far “accettare” ai cittadini del Vecchio continente, e in particolare a quelli italiani, la più grande operazione di speculazione finanziaria degli ultimi decenni: il piano di riarmo europeo, che non farà altro che arricchire le fabbriche di armi statunitensi e i fondi finanziari USA che ne sono i principali azionisti.

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Data articolo:Sun, 30 Nov 2025 10:06:09 +0000
Trending News a cura di Emanuele Corbo
“Ho ripreso 20 kg e mi hanno tolto tutti i farmaci. Sono stato 40 giorni in uno dei reparti d’ospedale più bruttiâ€: Costantino Vitagliano a Verissimo

“Ho rimesso su 20 chili, mi hanno tolto tutti i farmaci tranne le cellule staminali, faccio le mie visite settimanali ma mi hanno tolto ciò che era il problema, il cortisoneâ€. Costantino Vitagliano si mostra rinato a “Verissimoâ€, nella puntata in onda il 29 novembre su Canale 5. Dopo aver raccontato la malattia autoimmune che lo ha colpito nel 2023 e che lo aveva profondamente segnato fisicamente ed emotivamente, l’ex tronista aggiorna il pubblico sui progressi fatti grazie alla terapia. “Sono felice di guardarmi adesso, non mi vedo ancora come prima ma sono contento di ciò che sto facendo†spiega.

Quindi, ripercorrendo il periodo difficile che ha vissuto, ricorda: “Avevo delle ansie pazzesche, pensavo che fosse finito un ciclo di vita, lo vedevo sul mio corpo, non avevo più le forze, pensavo solo negativo. Quando stai 40 giorni in un ospedale in uno dei reparti più brutti, quello dei tumori, e nessuno ti dà una risposta e vedi il tuo fisico cambiare, sfido chiunque a non pensare negativo. Invece devo ringraziare la voglia di vivere, il pensare positivo e le persone che intorno mi hanno dato tanta energiaâ€. E a Silvia Toffanin confida: “Sai quanti che incontro mi hanno detto ‘Prego per te?’â€.

Ad aiutarlo a risalire dalle difficoltà è stato anche l’amore della figlia Ayla, nata nel 2015. Da quando è arrivata lei, la vita di Costantino è cambiata nel profondo. Parlando della paternità ammette: “Ho assaporato quella cosa che fino a quando non la tocchi con mano non la riesci a percepire, quando me l’hanno messa la prima volta in braccio non ci credevo neanch’io. Io ho assistito al parto e stavo svenendo, mi ha tenuto su il dottore. Cambia l’idea di concepire la vita. Se non lo vivi non lo capisciâ€.

Ayla è arrivata in un momento in cui Vitagliano era certo che non sarebbe mai diventato genitore: “Fino ai 40 anni non pensavo di diventare papà. Ero troppo preso da me, dal fare, non pensando che la cosa più importante oggi è questaâ€. Parlando della ex compagna Elisa Mariani, mamma di Ayla, continua dicendo: “Elisa mi ha dato la cosa più bella della mia vita e io all’inizio non la capivo. Non mi sentivo pronto, avevo paura di non essere all’altezza, perché non avevo mai avuto un rapporto stabile con una donna e pensavo non sarei stato un buon padreâ€.

Quindi “le due donne più importanti della mia vitaâ€, come le definisce Costantino, fanno il loro ingresso in studio. “Ci sono stati alti e bassi però siamo sulla buona stradaâ€, spiega Mariani a proposito del suo rapporto con Vitagliano. Nulla da obiettare invece sul tipo di papà che l’ex tronista è per la loro piccola: “È presente per lei, guai a chi gliela tocca!â€.

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Data articolo:Sun, 30 Nov 2025 10:04:52 +0000
Trending News a cura di Redazione FqMagazine
Team Panettone o Pandoro? Gli italiani hanno le idee chiarissime: ecco chi vince la dolce sfida natalizia

Il Natale si avvicina, i negozi sono già addobbati così come le strade con le luminarie. Ma si sta per riaccendere la sfida che da anni avvolge le papille gustative di milioni di italiani. Sulla tavola delle feste non mancano mai pandori e panettoni, non solo quelli classici della tradizione, ma anche quelli con le varianti più fantasiose e con i condimenti più spiazzanti. Ma qui si parlerà solamente della sfida natalizia più classica che ci sia: siete team Panettoni o Pandori?

Gli italiani, stando all’indagine che è stata resa nota da AstraRicerche, i dubbi sono pochi. Nel Centro Italia tra le donne e la Gen Z (i nati tra il 1997 e il 2012) spopola con l’87% il pandoro. Il Team Panettone, invece, la fa da padrone per l’82.8% soprattutto nel Nord-Ovest tra gli uomini e i Baby Boomer (i nati tra il 1946 e il 1964). Insomma i dati parlano chiaro ma in generale il 70% degli italiani vuole che questi due dolci siano presenti obbligatoriamente sulle loro tavole natalizie.

Ma con i due dolci davanti gli italiani che fetta prendono? Il vincitore c’è: viene scelto il pandoro per il 52,6% contro il panettone che si ferma a 47,4%.

Ma gli italiani sono innovatori o tradizionalisti? Vince la ricetta classica dei due lievitati (71,2%), ad apprezzare la varianti e le glasse è soprattutto la Gen Z. Il 79,3% degli intervistati ama gustare entrambi i dolci senza creme o altro ma semplicemente con spumante dolce (34,5%) o caffè (31,3%).

Per gli italiani i panettoni e i pandori non sono uguali per tutti: l’85% degli intervistati tiene in considerazione la consistenza dell’impasto, poi il gusto equilibrato (79,5%) e il profumo (78,8%), così come la lievitazione naturale (76,5%) e la fiducia nel marchio (70,2%). Insomma i consumatori esigenti e attenti.

Artigianale o industriale? Il panettone (41,7%) e pandoro (48,8%) delle grandi marche è preferito perché di facile reperibilità e il competitivo rapporto qualità-prezzo, ma soprattutto per la fiducia nel marchio. Il 61,4% considera i lievitati industriali come prodotti sottoposti a controlli più rigorosi.

Insomma i consumatori, soprattutto a Natale, sono esigenti e attenti.

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Data articolo:Sun, 30 Nov 2025 09:42:11 +0000
Politica a cura di Redazione Politica
Sondaggi, cosa cambia dopo le Regionali? Perché la sfida tra destra e campo largo diventa sempre più aperta

Le elezioni regionali avranno forse pure trasmesso qualche scossa di insicurezza alla maggioranza e in particolare a Fratelli d’Italia tanto da farli correre a mettere mano alla legge elettorale “per avere governi stabili”, eterna giustificazione quando c’è da cambiare le regole del gioco. La situazione del consenso per i vari partiti, tuttavia, resta grossomodo invariata, almeno stando al sondaggio mensile che Ipsos pubblica sul Corriere della Sera. Ci sono però diversi spunti di riflessione.

Fratelli d’Italia non si smuove dal 28 per cento, secondo i dati dell’istituto diretto da Nando Pagnoncelli. Da quelle parti sì che c’è stabilità: è lo stesso valore registrato a ottobre, ancora prima a luglio e – decimale più decimale meno – è la cifra che il partito della presidente del Consiglio ha ottenuto alle Europee di oltre un anno fa. Qui si può aprire una parentesi: se il partito regge il colpo dopo 3 anni di governo, maggiori oscillazioni ce l’ha il consenso personale della premier Giorgia Meloni. A novembre, secondo Ipsos, è aumentata la percentuale di voti negativi (dal 50 al 52 per cento in un mese) e diminuita la quota di quelli positivi (dal 40 al 37 per cento nello stesso periodo). L’indice di gradimento, per Ipsos, si attesta al 42 per cento contro il 43 di luglio e il 44 di ottobre.

Tornando ai partiti continua la sua altalena il Pd, seconda forza nel panorama politico, con un incremento dello 0,7 per cento che lo porta al 21,6. Sembra distante il 24 per cento delle Europee, ma è una linea di ripresa rispetto a ottobre quando i dem erano scesi sotto il 21. C’entra forse il bagno elettorale del partito alle Regionali, campo da gioco in cui tradizionalmente si trova a suo agio. Questo dà una spinta anche al consenso personale di Elly Schlein: è l’unica ad avere una variazione significativa (+2 per cento, dal 23 al 25). Al terzo posto tra le forze politiche resta stabile il M5s (13,5), il quale non pare essere penalizzato dai risultati così così ottenuti alle Regionali, sia pure con l’elezione di un esponente di spicco come l’ex presidente della Camera Roberto Fico.

L’unica vera novità in questo schema un po’ ingessato accade – secondo Ipsos – a destra: la Lega mette giù l’aumento più significativo dell’ultimo mese (+0,9) e sfiora il 9 per cento mettendo in atto un sorpasso nei confronti di Forza Italia che secondo tutti gli altri istituti di sondaggio sembrava salda come seconda forza della coalizione. Al contrario per Ipsos gli azzurri pagano una flessione dell’ultimo mese dello 0,4 e si attestano all’b, a tre decimali dai leghisti.

Qui si può aprire la seconda parentesi, che riguarda il consenso dell’intero governo. Anche in questo caso il gradimento è in discesa per questo mese: al 40 per cento contro il 42 di ottobre. Diminuiscono di due punti percentuali i voti positivi, salgono di un punto quelli negativi. “Non si tratta di grandi cambiamenti – sottolinea Pagnoncelli nel testo che accompagna il sondaggio sul Corriere – tuttavia questi piccoli cali potrebbero essere messi in relazione da un lato alla polemica, già richiamata, con il Quirinale (anche se per interposta persona) e dall’altro anche alla manovra finanziaria che sembra sostanzialmente orientata alla tenuta dei conti, senza benefici particolari per nessuna componente sociale”.

Infine l’unica altra lista che supererebbe una ragionevole soglia di sbarramento – con o senza nuova legge elettorale – è l’Alleanza Verdi-Sinistra che resta come l’altro mese un po’ sopra il 6 per cento (6,3).

Quanto valgono gli altri mini-partiti i cui leader spesso riempiono i talk show e le pagine dei giornali? Poco. Azione si ferma al 3, tra l’altro con una flessione dello 0,3 nell’ultimo mese. Italia Viva è ancora più indietro, al 2,5 (-0,1), +Europa fa fatica a superare il 2 (è all’1,6, -0,2), Noi Moderati arranca sotto l’uno per cento.

Dette tutte queste cose e con la consapevolezza che la somma di questi numeri non è il reale valore degli schieramenti resta significativo vedere che il centrodestra sarebbe in vantaggio sul campo progressista (senza Azione che non ne vuole fare parte) di un solo punto percentuale: 46,4 contro 45,4. Da qui si capiscono le fregole di Palazzo Chigi per arrivare a un nuovo sistema elettorale.

Resta da capire se l’assottigliamento dell’area del non voto (che comprende sia gli astenuti convinti sia gli indecisi) sia un trend solido o volatile: quello che si vede è che è al terzo ribasso dalla scorsa estate, con una flessione dei non votanti dell’1 per cento in tre mesi. Forse l’accensione di una battaglia politica che sembrava un po’ sotto sonnifero – le partite regionali, il referendum che può assumere contorni più politici – ha risvegliato qualche istinto anche nel cittadino-elettore.

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Data articolo:Sun, 30 Nov 2025 09:40:55 +0000
Mondo a cura di Victor Serri
Aliança Catalana, l’ultradestra “esplode†in Catalogna: se si votasse oggi sarebbe il 3° partito

Fino a un anno fa era una forza marginale, con l’1,3% alle municipali e il 3,8% alle regionali. Oggi, secondo gli ultimi sondaggi del Centre d’Estudis d’Opinió (CEO), Aliança Catalana (AC) è la formazione che cresce più rapidamente in Catalogna: arriverebbe a 19-20 seggi, praticamente alla pari con Junts per Catalunya, storico partito del catalanismo di destra moderata. Un salto che, se confermato alle urne, ridisegnerebbe completamente l’equilibrio politico nella comunità autonoma.

Il risultato ha del sorprendente. Da due seggi a quasi venti nel giro di pochi mesi: una progressione “quintuplaâ€, che molti analisti definiscono una vera e propria “rivoluzione silenziosaâ€. AC diventerebbe la terza forza della Catalogna, subito dietro socialisti (PSC) ed Esquerra Republicana (ERC), e davanti a Junts. Un terremoto politico che sta attirando l’attenzione anche fuori dalla Spagna.

Aliança Catalana è guidata da Sílvia Orriols, sindaca di Ripoll, comune dell’entroterra pirenaico dove il partito è nato e dove ha consolidato il suo primo nucleo militante. Ideologicamente, AC rappresenta una novità nel panorama catalano: non è la destra unionista alla Vox, né la sinistra indipendentista della CUP. È qualcosa di diverso: una miscela di nazionalismo catalano radicale, identitarismo culturale e populismo di destra, con una marcata attenzione ai temi di immigrazione, sicurezza e identità.

AC si colloca, inoltre, nel campo dell’indipendentismo. Ma con molte differenze: parla di “nazione catalana†in termini etnici e culturali, denuncia la “minaccia islamicaâ€, chiede il divieto del velo nelle scuole, critica il multiculturalismo e propone una Catalogna “laica ma protetta†contro ciò che definisce “derive comunitaristeâ€. Una posizione che l’ha portata a essere classificata come estrema destra catalanista, un unicum nel quadro politico spagnolo.

Il boom di AC non è omogeneo: è più forte nelle aree interne che nelle metropoli costiere. Ripoll resta il cuore del movimento, ma negli ultimi mesi il partito ha aperto comitati in quasi tutte le comarche catalane, con particolare forza nelle province rurali e semi-rurali di Lleida, Girona e nelle zone meno dinamiche dell’entroterra di Barcellona.

Si tratta di territori segnati da spopolamento, precarietà, taglio dei servizi pubblici e cambiamenti demografici rapidi. Là dove l’identità catalana è sentita in modo più viscerale e dove l’immigrazione recente ha modificato il tessuto sociale, il messaggio “difensivo†di AC trova terreno fertile. È l’altra Catalogna, lontana dalla capitale e dalla sua immagine cosmopolita. Nelle zone metropolitane AC fatica di più, ma sta cercando di espandersi, puntando su un elettorato giovane e disilluso.

A spiegare la crescita fulminea di Aliança Catalana concorrono diversi fattori che si intrecciano. Il primo è il declino dell’indipendentismo tradizionale: a seguito della pesante repressione e da anni di promesse non mantenute, tentativi falliti e compromessi istituzionali, Junts ed ERC appaiono logorati e incapaci di dare una direzione chiara al movimento indipendentista. Una parte consistente dei loro elettori, delusa e frustrata, cerca un’alternativa più radicale, e AC si presenta come la risposta più netta.

Accanto a questo, pesa molto la natura stessa dell’offerta politica del partito, che combina nazionalismo catalano e indipendenza con una piattaforma di destra identitaria, incentrata su sicurezza, immigrazione e ordine pubblico. È una formula che intercetta un sentimento crescente di insicurezza sociale e culturale, in Catalogna come nel resto d’Europa. Per molti, AC incarna la promessa di protezione che i partiti tradizionali non offrono più. La terza dinamica è l’effetto “rotturaâ€: AC si propone come forza anti-establishment, contro l’intero sistema politico catalano, affaticato da anni di scandali, divisioni interne e paralisi. Il linguaggio diretto, polarizzante, quasi brutale del partito funziona tra gli scontenti e tra chi si sente abbandonato dalle élite barcellonesi.

A tutto questo si aggiunge la frammentazione del fronte indipendentista. Per la prima volta, la frattura politica non passa solo tra indipendentisti e unionisti o tra sinistra e destra. AC introduce un nuovo terreno di scontro, quello identitario, che rimescola le appartenenze e crea un panorama strategicamente più liquido, dove è più facile emergere rompendo schemi consolidati.

Infine, non va sottovalutata la crescita organizzativa e comunicativa del partito. In pochi mesi AC ha costruito comitati territoriali, strutture locali e una macchina propagandistica molto attiva sui social. L’arrivo di figure mediatiche e un uso sapiente dei conflitti identitari e delle paure sociali le hanno garantito una visibilità che fino a un anno fa sarebbe stata impensabile.

Nonostante l’esplosione nei sondaggi, restano punti interrogativi cruciali. AC potrebbe essere un fenomeno “di protestaâ€, difficile da mantenere nel tempo. Il sistema elettorale catalano premia i partiti radicati e penalizza chi ha consenso disperso. Inoltre, quasi tutte le altre forze politiche hanno già evocato la possibilità di un cordone sanitario: AC rischia di restare politicamente isolata anche con molti seggi. Senza dimenticare un problema diretto nello scenario politico: gli argomenti politici AC sono in concorrenza con Vox, l’estrema destra spagnola. Avere due attori con lo stesso discorso e parole d’ordine su tematiche come immigrazione puó portare una spostamento facile di voti a chi ha già piú presenza nazionale.

E poi c’è un ultimo nodo: la capacità di governare. Finora il partito non ha esperienza amministrativa oltre Ripoll. È un movimento giovane, senza una struttura consolidata e con un discorso ideologico difficile da tradurre in politiche pubbliche.

(Foto da Facebook)

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Data articolo:Sun, 30 Nov 2025 09:22:22 +0000
Mondo a cura di Redazione Esteri
A Gaza 70mila morti da inizio guerra. Le ultime vittime dell’Idf: due fratellini che “raccoglievano legna da ardereâ€

Si chiamavano Fadi e Goma Abu Assi. Sono due fratellini di 8 e 11 anni (1o e 12 secondo altre fonti) le ultime vittime degli attacchi a Gaza. Nonostante il cessate il fuoco, infatti, dal 10 ottobre sono stati uccisi 354 palestinesi. Oltre 70mila quelli morti in due anni di conflitto, secondo gli ultimi dati forniti dalle autorità legate ad Hamas.

Il piano di pace di Donald Trump non riesce ancora a progredire verso la fase successiva. Anche per questo migliaia di persone sono scese in piazza a Roma, all’indomani dello sciopero generale, “contro l’economia di guerra e per la Palestina libera”.

I due fratellini, Fadi e Goma, sono stati colpiti a est di Khan Yunis da un drone israeliano mentre “raccoglievano legna da ardere” affinché il papà, bloccato su una sedia a rotelle da gravi ferite alle gambe, “potesse accendere un fuoco” in un territorio reso ancor più inospitale e umido dalle piogge dei giorni scorsi.

Secondo l’Idf, le forze di difesa israeliane, sono stati eliminati “due sospetti” che avevano “oltrepassato la Linea Gialla”, che delimita l’area della Striscia sotto il controllo israeliano. Per i militari, Fadi e Goma, si sono avvicinati pericolosamente alle truppe che operano nel sud dell’enclave e stavano conducendo “attività sospette sul terreno”. Per questo l’aviazione è entrata in azione “rimuovendo la minaccia imminente”.

Durante il funerale lo zio dei bambini, Mohamed Abu Assi, ha parlato alla Reuters: “Sono bambini… cosa hanno fatto? Non avevano missili o bombe, sono andati a raccogliere legna per il padre perché potesse accendere un fuoco”. “Mi aiutavano, erano loro a sostenermi, a fare la spesa. Sono andati incontro al loro destino”, ha spiegato la giovane mamma, in un drammatico video diffuso dall’agenzia palestinese Wafa, mentre il padre tiene sulle ginocchia i due figli avvolti in sacchi bianchi, implorando “Dio di concedergli la pazienza e la forza”.

Il progetto di Trump, non solo di un cessate il fuoco, ma anche di dispiegare a Gaza a “inizio 2026” una Forza internazionale di stabilizzazione composta da circa 2000 uomini, stenta a decollare. Mancano ancora due corpi di ostaggi da restituire a Israele che, nel frattempo, continua a colpire, anche i civili inermi come Fadi e Goma. L’obiettivo del presidente statunitense è quello di disarmare Hamas e favorire il ritiro dell’Idf sempre più a est, ma, stando a Washington Post, anche Paesi inizialmente disponibili a inviare le proprie truppe, come Indonesia e Azerbaigian, si stanno tirando indietro nel timore di dover combattere contro i palestinesi.

Nel frattempo resta caldo anche il fronte della Cisgiordania. Le forze israeliane sono sotto accusa anche per un episodio emerso da un video diffuso dal canale egiziano Al Ghad: nelle immagini si vedono due palestinesi disarmati uccisi a distanza ravvicinata da tre agenti della polizia israeliana a Jenin, in Cisgiordania. Gli agenti hanno dichiarato di aver agito per autodifesa ma intanto le autorità israeliane hanno avviato una indagine.

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Data articolo:Sun, 30 Nov 2025 09:21:19 +0000
Musica a cura di Andrea Conti
Nicolò Filippucci verso le Semifinali di Sanremo Giovani e canta When We Were Young di Adele – VIDEO

Nicolò Filippucci si prepara per le Semifinali di Sanremo Giovani, il talent condotto da Gianluca Gazzoli e in onda ogni martedì in seconda serata su Rai Due da Gianluca Gazzoli. Il cantante ha cantato il brano inedito “Laguna”, che ha portato in gara, ieri sera 29 novembre a Milano durante la manifestazione “Comete Rising Starsâ€. Filippucci ha anche interpretato la cover di Adele “When We Were Young†e il suo brano “Un’ora di folliaâ€.

Filippucci ha passato il turno e vola verso le Semifinali con Caro Wow (“Cupidoâ€), l’altro collega di “Amici” Petit con “Un bel casino†e Welo con “Emigratoâ€. E ancora Antonia, La Messa, cmqmartina, Angelica Bove (da X Factor 2023) con il brano “Mattone†Soap (la nuova scommessa della Sugar di Caterina Caselli) con “Buona vitaâ€. Dopo la puntata del 2 dicembre si conosceranno i 12 protagonisti della semifinale del 9 dicembre.

Alla puntata conclusiva del 14 dicembre di Sarà Sanremo, in onda su Rai 1, accederanno soltanto in 6, di cui solo due guadagneranno i galloni di Nuove Proposte, mentre altri 2 giovani finalisti saranno espressi da Area Sanremo e accederanno di diritto a Sanremo 2026, sempre nella categoria Nuove Proposte.

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Data articolo:Sun, 30 Nov 2025 09:18:45 +0000
Trending News a cura di Redazione FqMagazine
Tananai commesso per un giorno a Milano, fan impazziti e un artista di strada canta per lui – IL VIDEO

I milanesi non hanno creduto ai propri occhi quando si sono ritrovati Tananai, sabato 29 novembre, in veste di commesso in un negozio in pieno centro. Tra sorrisi, richieste di selfie e due chiacchiere il cantautore ha intrattenuto i clienti per poi ringraziare un artista di strada che lo ha omaggiato cantando “Abissale”.

Una occasione però non proprio casuale perché Tananai è testimonial della nuova campagna Holiday 2025 di Lego. L’artista è anche ambassador di Build To Give, la storica iniziativa benefica del Gruppo Lego. Dal 2017, infatti, ogni Natale il Gruppo invita tutti a realizzare un cuore con i mattoncini: non importa la grandezza, il colore o tipologia di mattoncini, ciò che conta è costruirlo con le persone care e con questo gesto supportare simbolicamente l’iniziativa. Il cuore può essere realizzato nelle proprie case ma anche all’interno dei Lego Store entro il 31 dicembre e successivamente postato con l’hashtag #BuildtoGive sui social media. Saranno donati ai bambini in difficoltà migliaia di set e minifigure attraverso la rete di partner benefici locali. In otto anni, la campagna ha raggiunto oltre 11,2 milioni di bimbi.

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Data articolo:Sun, 30 Nov 2025 08:49:54 +0000
TVLoft a cura di F. Q.
Orsini (Nove): “Reintrodurre la leva militare? Si usa una retorica morbida per non spaventare gli italiani, ma ci si prepara alla guerraâ€

“Io sono assolutamente d’accordo con Crosetto quando dice che la difesa italiana è in ginocchio e deve riarmarsi, perché io trovo che sia inaccettabile e vergognoso che l’Italia non abbia un esercito all’altezza delle sfide. Critico Crosetto perché lui sta concependo questo riarmo in funzione della guerra con la Russia, ma non lo dice chiaramente”. Così Alessandro Orsini, ospite ad Accordi&Disaccordi, il talk condotto da Luca Sommi sul Nove il sabato sera con la partecipazione di Andrea Scanzi e Marco Travaglio. “E questo per quale motivo? Perché l’opinione pubblica italiana è pacifista, mentre in Germania c’è una cultura politica diversa come anche in Francia. E Crosetto non dice le cose come stanno. Il capo di Stato maggiore della Difesa (il Generale Fabien Mandon, ndr) si è rivolto ai francesi e ha detto loro: ‘Dovete prepararvi all’idea di avere i vostri figli morti in battaglia‘. – ha spiegato il prof. di Sociologia del Terrorismo alla Luiss di Roma – In un’altra occasione i francesi hanno dichiarato: ‘Dobbiamo costruire più ospedali perché avremo tanti morti in battaglia’. Ecco, Crosetto in realtà sta preparando la stessa cosa, soltanto che utilizza una retorica diversa, cioè utilizza la retorica pacifista per preparare l’Italia la guerra con la Russia. – ha proseguito – Perché? Perché Crosetto sa benissimo in questo la lezione di Machiavelli è molto attuale che a culture politiche diverse nei popoli corrispondono retoriche diverse. Quindi che cosa dice? Che noi dobbiamo aumentare il numero di soldati, dobbiamo migliorare la dotazione militare perché qualcuno potrebbe attaccarci e non dice la verità cioè che noi dobbiamo fare tutto questo perché l’Unione europea deve essere pronta a fare la guerra con la Russia”, ha concluso Orsini.

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Data articolo:Sun, 30 Nov 2025 08:38:36 +0000
Cinema a cura di Redazione FqMagazine
È morto Tom Stoppard, drammaturgo vincitore del premio Oscar per “Shakespeare In Loveâ€. Re Carlo: “Era un caro amico che indossava il suo genio con leggerezzaâ€

Mondo del cinema in lutto. Il drammaturgo britannico Tom Stoppard, vincitore di un Oscar per la sceneggiatura di “Shakespeare In Love” del 1998 è morto all’età di 88 anni. In una dichiarazione rilasciata sabato 29 novembre, la United Agents ha dichiarato che Stoppard è morto “serenamente” nella sua casa nel Dorset, nell’Inghilterra meridionale, circondato dalla sua famiglia. “Sarà ricordato per le sue opere, per la loro brillantezza e umanità, e per il suo ingegno, la sua irriverenza, la sua generosità d’animo e il suo profondo amore per la lingua inglese“, hanno dichiarato. “È stato un onore lavorare con Tom e conoscerlo”.

Il frontman dei Rolling Stones Mick Jagger è stato tra i primi a commentare la triste notizie, definendo Stoppard “un gigante del teatro inglese, al tempo stesso altamente intellettuale e molto divertente in tutte le sue opere e sceneggiature. Aveva un’arguzia abbagliante e amava sia la musica classica che quella popolare, che spesso erano presenti nella sua vasta produzione. Era divertente e discretamente sarcastico. Un amico e un compagno e mi mancherà sempre”, ha detto Jagger, che ha prodotto il film del 2001 “Enigma”, con una sceneggiatura di Stoppard.

Re Carlo III ha detto che Stoppard era “un caro amico che indossava il suo genio con leggerezza”. I teatri del West End di Londra abbasseranno le luci per due minuti martedì 2 dicembre in suo omaggio. Nel corso di una carriera lunga sei decenni, le stimolanti opere teatrali di Stoppard per teatro, radio e cinema spaziavano da Shakespeare e la scienza alla filosofia e alle tragedie storiche del XX secolo. Cinque di esse hanno vinto il Tony Award come miglior opera teatrale: “Rosencrantz e Guildenstern sono morti” nel 1968; “Travesties” nel 1976; “The Real Thing” nel 1984; “The Coast of Utopia” nel 2007; e “Leopoldstadt” nel 2023.

La biografa di Stoppard, Hermione Lee, ha affermato che il segreto delle sue opere era la loro “combinazione di linguaggio, conoscenza e sentimento”. Sono queste tre cose, combinate insieme, che lo rendono così straordinario”.

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Data articolo:Sun, 30 Nov 2025 08:34:58 +0000
TVLoft a cura di F. Q.
Raid a La Stampa, Albanese risponde a Gasparri su Nove: “Si indignasse per il supporto del suo governo al genocidio di Gaza, non per meâ€

“Perché la politica mi attacca per l’irruzione nella redazione de La Stampa a Torino? In questo momento io faccio paura perché rappresento il cambiamento e un risveglio delle coscienze. Il senatore Maurizio Gasparri si indigna per le mie parole ma io voglio dirgli: si indignasse lui per il supporto che questo governo sta dando al governo Netanyahu, che da due anni commette un genocidio a Gaza. Gasparri, una volta tanto nella vita, dica una cosa che abbia senso”. Così Francesca Albanese, ospite ad Accordi&Disaccordi, il talk condotto da Luca Sommi sul Nove il sabato sera con la partecipazione di Andrea Scanzi e Marco Travaglio. dopo aver partecipato e preso la parola alla manifestazione nazionale di Roma in solidarietà al popolo palestinese e contro la finanziaria “di guerra” indetta dai sindacati di base, la Relatrice Speciale dell’Onu è intervenuta sulle polemiche seguite alle sue dichiarazioni sul blitz nella redazione del quotidiano torinese: “L’Italia si è svegliata dinanzi a quello che poco fa, in piazza, dinanzi a 100mila persone, chiamavo ‘l’effetto Palestina’, che ci ha fatto capire che l’economia della guerra, che sta massacrando i palestinesi, è la stessa che sta erodendo i diritti fondamentali di questo Paese. Ed è questo che non mi si perdona, secondo me, perché sono stata chiarissima: chiaramente condanno la violenza nei confronti della redazione de La Stampa“.

“La mia colpa è di aver condannato la stampa italiana (non la testata, ndr) e occidentale in generale per il pessimo lavoro, indegno, che ha fatto in larga misura sulla questione palestinese. – ha proseguito Albanese – Dico anche a tutti e tutte quelle che ci stanno seguendo: la violenza non è mai una risposta o un’azione legittima, neanche in una situazione violenta com’è l’Italia in questo momento. Neanche in un sistema violento bisogna utilizzare la violenza, perché – cosa succede – a parte il danno materiale e morale che si fa a dei giornalisti, e che è indegno, si distrugge anche la causa o le ragioni di tutti quelli che in questi giorni stanno scendendo in piazza. Prova ne è il fatto che l’unica notizia di cui si parla e l’unica notizia per cui si parla di me è l’attacco intenso e violento contro La Stampa”.

Infine, un messaggio diretto al senatore Maurizio Gasparri che nel pomeriggio aveva evocato “indignazione” contro la Relatrice: “Io leggo questa nota in cui si dice: ‘Gasparri: siamo indignati per ciò che dice e fa l’Albanese’. Vorrei che Gasparri si indignasse per il supporto che questo governo sta dando al governo Netanyahu, che da due anni commette un genocidio. Gasparri, una volta tanto nella vita, dica una cosa che abbia senso“, ha concluso Albanese.

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Data articolo:Sun, 30 Nov 2025 08:32:30 +0000
Giustizia a cura di Paolo Frosina
Referendum, gli avvocati ora chiedono ai giudici di “aiutarli†nella campagna per il Sì: Nordio non ha saputo fornire i dati

In nome della “sensibilità istituzionale“, capita pure che gli avvocati chiedano ai “nemici” magistrati di aiutarli nella campagna per il Sì al referendum sulla separazione delle carriere. È successo nei giorni scorsi con una lettera inviata da Francesco Petrelli, presidente dell’Unione delle Camere penali – il “sindacato” degli avvocati penalisti – ai presidenti dei Tribunali e ai coordinatori degli uffici Gip di tutta Italia: “Mi pregio di sottoporre alla Vostra cortese attenzione una questione di particolare rilievo per la trasparenza e la comprensione del funzionamento del nostro sistema giudiziario”. Un tono ossequioso per ottenere un dato importantissimo per la strategia comunicativa del Sì: la percentuale con cui i giudici accolgono le richieste di misure cautelari – arresti, interdittive, ma anche sequestri – avanzate dai pubblici ministeri. Se questa percentuale fosse particolarmente alta, sopra l’80 o il 90%, i sostenitori della riforma potrebbero usarla come argomento principe per avvalorare la tesi della presunta sudditanza dei giudici nei confronti dei pm. A questo scopo il deputato di Forza Italia Enrico Costa aveva chiesto il dato con un’interrogazione parlamentare al ministro della Giustizia Carlo Nordio, che però non aveva saputo ricostruirlo: “Allo stato, per quanto concerne le misure cautelari, e fino alla piena operatività del Datalake, non è possibile ottenere evidenza delle percentuali di accoglimento e rigetto delle richieste del pubblico ministero”, era stata la risposta.

Ma sapere in quanti casi i gip dicano di sì ai pm, evidentemente, è un’autentica ossessione per i penalisti. Così Petrelli non ha potuto fare altro che rivolgersi direttamente ai magistrati, cioè alle controparti della campagna referendaria: “Con la presente sono a richiederVi di voler cortesemente fornire ovvero, qualora non ne aveste la diretta disponibilità, di voler indicare le modalità per ottenerli – i dati statistici aggregati relativi agli anni 2022, 2023 e 2024, concernenti la percentuale di accoglimento” delle richieste di misure cautelari “da parte dell’Ufficio gip da Voi coordinato. Certo di un Vostro cortese riscontro e confidando nella Vostra sensibilità istituzionale, porgo i miei più distinti saluti”, recita il testo, datato 24 novembre, inviato ai 165 presidenti. Non è dato sapere quanti di loro abbiano risposto alla richiesta – a quanto risulta al Fatto, alcuni non l’hanno ancora ricevuta – né se siano astrattamente in grado di farlo. Di certo il fronte del Sì mostra di essere alla spasmodica ricerca di numeri utili alla propria campagna: nei giorni scorsi i sostenitori della riforma hanno citato più volte il dato – fornito in risposta all’interrogazione di Costa – secondo cui i gip accolgono le richieste di intercettazioni dei pm nel 94% dei casi e quelle di proroga degli ascolti addirittura nel 99% dei casi. Ma molti magistrati hanno contestato la genuinità di quelle percentuali, sostenendo che sia impossibile ricostruirle sulla base delle statistiche trasmesse dagli uffici al ministero: sul tema i deputati Debora Serracchiani (Pd) e Angelo Bonelli (Alleanza Verdi e Sinistra) hanno depositato interrogazioni parlamentari.

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Data articolo:Sun, 30 Nov 2025 08:17:52 +0000
Televisione a cura di Niccolò Fabbri
Ballando con le Stelle, le pagelle: Fabio Fognini e il tango argentino freddo, Barbara D’Urso “schiacciata†dalla sua clip e Andrea Delogu corona il suo sogno

L’edizione numero venti di “Ballando con le Stelle†si avvia ormai alle battute conclusive e dunque i giochi iniziano a farsi seri. Ieri sera, al termine della decima puntata, a lasciare la gara è stata la coppia formata da Paolo Belli e Anastasia Kuzmina. Per loro ci sarà la possibilità di rientrare a concorrere per la finale partecipando allo spareggio che si terrà nel prossimo appuntamento, quello di sabato 6 dicembre. Vediamo dunque ora come sono andate le esibizioni di puntata e chi ha meritato maggiormente l’accesso alla prima delle due semifinali.

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Data articolo:Sun, 30 Nov 2025 08:17:42 +0000
Mondo a cura di Shady Hamadi
L’Isis non è scomparso perché il fondamentalismo è un’idea e le cause che lo hanno generato non sono state eliminate | l’analisi

Bisogna andare nel campo di al Hol, nel nord est della Siria, per trovare i resti dell’Isis, lo stato Islamico di Siria e Iraq. Oltre 60 mila persone, per la maggior parte famiglie e bambini di combattenti che avevano aderito all’ideologia di Abu Bakr al Baghdadi, l’autoproclamato califfo di un’emirato che controllava nel 2017 un territorio grande come la Gran Bretagna, sono oggi prigionieri in un carcere a cielo aperto. Ma l’Isis non è sparito perché è solo l’ultima forma conosciuta di un malessere che ha colpito parti delle popolazioni arabe di Siria e Iraq, coinvolte nei recenti conflitti, e giovani europei marginalizzati nelle periferie del vecchio continente.

Quanto questo sia vero lo aveva anticipato Oliver Roy, islamologo francese, in diverse analisi riguardanti gli attentatori francesi che avevano colpito il Bataclan e Charlie Hebdo, la rivista satirica. Nei suoi libri, Roy sosteneva che molti jihadisti europei non fossero il prodotto dell’immigrazione islamica tradizionale, ma giovani occidentali radicalizzati che trovano nell’Isis una forma di ribellione e identità.

In parallelo, nel mondo arabo, in particolare Iraq e Siria, la chiamata alle armi fatta dallo Stato Islamico aveva attratto molti giovani sunniti che, in Iraq, hanno vissuto la discriminazione e le persecuzioni perpetrate dagli sciiti – un tempo perseguitati dal regime di Saddam Hussein -, che, preso il potere, avevano fatto pagare un prezzo alto a quella parte di popolazione che aveva sostenuto il vecchio regime. Lo dimostrano le espropriazioni fatte ai sunniti iracheni ad opera dei curdi e delle milizie di “Hashida al shaabi†– forze popolari – chiamate a raccolta a combattere l’isis e che si macchiarono di crimini mai raccontati. O in Siria, dove le tensioni confessionali e il fatto che fossero stati i civili sunniti ad essere le vittime principali della repressione del regime di Assad, aveva riempito i ranghi del califfato.

I problemi di allora, quelli che spinsero Abu Bakr al Baghdadi a parlare dal minbar, il pulpito, della moschea al Nouri a Mosul, rimangono parzialmente irrisolti. Specialmente in Iraq, dove le tribù – quelle che fornirono i combattenti migliori allo Stato Islamico – sono ancora ai margini della società. Mentre in Siria, Ahmad al Sharaa, ex qaedista, fondatore di al Nusra, emiro a sua volta, oggi presidente del paese, dopo aver dato la spallata finale al regime degli Assad, nel dicembre 2024, affronta un percorso pragmatico dove la dialettica fondamentalista, almeno pubblicamente, è abbandonata in favore di un discorso nazionale e moderno. Ma paga gli strascichi di ex alleati scomodi che oggi chiedono una fetta di potere. Per ripulirisi, in previsione di uno spostamento geopolitico della Siria filo-americana, ha fatto arrestate molti jihadisti stranieri nel paese. Come Abu Dujana, radicalista uzbeko in Siria, star dei social. O i jihadisti palestinesi Khaled Khaled e Ali Yasser dell’organizzazione Jihad Islamica Palestinese.

L’esempio di al Sharaa, ci dice quanto l’islam politico sia un fenomeno complesso. I titoli di giornale gridavano a una Siria possibile Afghanistan dopo la sconfitta di Bashar al Assad l’8 novembre. Tutt’altro è il risultato.

Il fondamentalismo è un’idea, e le idee non muoiono fino a quando le circostanze che le hanno create non sono risolte. L’Isis è stato un fenomeno di una potenza mediatica epocale, capace di mettere in crisi e ridiscutere la convivenza con le comunità musulmane nei paesi Europei. Il dato certo è che il fondamentalismo islamico ha fatto più morti fra i musulmani che fra gli occidentali. Secondo dati dell’Onu le vittime musulmane del terrorismo islamico contano per il 95% del totale. Così non è ancora percepito dall’opinione pubblica.

A Beirut, nel 2014, un attentatore, si fece saltare nel mercato di Burj Barajee. La città si fermò. Gli abitanti chiesero in tv, rivolgendosi a un pubblico occidentale che non era ovviamente all’ascolto, “perché non raccontate anche dei nostri morti?†cercando di scansare quell’eterna classifica di morti di serie A e B.

Lo Stato Islamico ha fatto comodo a tutti. Per reprimere lo Stato Islamico, la Russia avviò una campagna nel 2015 in Siria che andò a colpire l’opposizione e non lo Stato Islamico, come ci raccontano ormai evidenze acclarate. Gli Stati Uniti si misero a combatterlo sostenendo a terra i curdi per avere la loro fetta di influenza fra Siria e Iraq, in funzione anti russa. E i paesi del Golfo, in quel calderone che era il territorio di quel califfato fra Siria e Iraq, sostennero una milizia radicale a testa.

In pericolo, pronta ad essere distrutta – scrissero – era la civiltà occidentale messa a rischio dagli uomini vestiti in nero che in diretta tv avevano decapitato il giornalista americano James Foley. Ma oggi, visitando i territori che vanno da Damasco a Baghdad, non si riesce a non inciampare in una fossa comune piena di cadaveri di siriani o iracheni, musulmani: vittime dimenticate e mai riconosciute. E proprio questa dimenticanza, come quella dei 60mila rinchiusi a al Hol, fra di loro anche cittadini occidentali che hanno abbracciato lo Stato Islamico come idea di ribellione contro un occidente ipocrita, nell’abbandono e indegenza formano lo stesso terreno di malessere che ha portato alcuni prima di loro a combattere credendo nelle promesse di Al Baghdadi.

A dieci anni dagli attentati che sconvolsero l’Europa, i pericoli maggiori coinvolgono ancora il mondo arabo. Ineguaglianze, malessere sociale e marginalizzazione continuano ad essere le prime cause che, in assenza di discorsi politici nuovi, spingono i giovani nelle braccia del fondamentalismo. Ma anche il completo annientamento di una popolazione, come quella in Palestina, a Gaza, non può che trasformarsi nella solita semplificazione: ci uccidono perché arabi, i nostri morti valgono di meno perché musulmani. E una parte del mondo si sente sempre sotto scacco.

La soluzione, in parole semplici, l’aveva espressa quasi 30 anni fa Kofi Annan, segretario delle Nazioni Unite. “Il fondamentalismo non si sconfigge con la forza delle armi – aveva detto parlando ad una platea a Teheran, ma con la forza delle idee. Bisogna offrire ai giovani una visione del mondo in cui si sentano utili, rispettati e parte di qualcosa di più grande di sé — senza bisogno di odiare nessuno per sentirsi vivi.â€

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Data articolo:Sun, 30 Nov 2025 08:16:07 +0000

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