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Dal primo ruolo a teatro a soli 11 anni, al set del Gattopardo di Luchino Visconti, alle regie di Giorgio Strehler e Luca Ronconi fino alla collaborazione ventennale con Stefano Massini. Ottavia Piccolo è la seconda ospite de “La Confessione†di Peter Gomez in onda sabato 29 novembre alle 20.20 su Rai 3. “Questo è lo spettacolo “Donna non rieducabile†sulla giornalista Anna Politkovskaja scritto da Stefano Massini, un autore con il quale lei lavora da vent’anni. Lei ha detto che continua a mettere in scena questo spettacolo per quello che succede nel mondo, non solo in Russia. Cosa succede nel mondo?”, ha chiesto il conduttore dopo aver mostrato all’attrice uno stralcio di questo spettacolo sulla grande giornalista russa, uccisa a Mosca il 7 ottobre 2006. “Credo che la libertà di stampa, anzi la libertà di espressione, sia la cosa più importante, perché essere silenziati è molto facile. – ha risposto la protagonista di tanti film di successo – Certe volte basta anche un ricatto economico, non c’è bisogno delle pistole”. “C’è questo rischio in Italia?”, ha domandato ancora Gomez. “Io credo che ci sia il rischio che qualcuno smetta di parlare di certe cose anche senza che nessuno glielo domandi. Perché certe volte uno vuole stare un po’ più tranquillo, dice: ‘sai che c’è? Di questa cosa non ne parliamo e così non mi pongo il problema’â€, ha concluso Ottavia Piccolo.
L'articolo Ottavia Piccolo a La Confessione di Gomez (Rai3): “La libertà di espressione? Il diritto più importante. Essere silenziati è facile, non serve la pistola” proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Davide Trotta
Dell’accento accorato posto unanimemente dalle parti politiche sulla scuola potrebbero farsi portavoce le parole di Così fan tutte: “Come l’araba fenice, che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo saâ€. Ecco, dove stiano effettivamente misure concrete per promuovere la scuola nel nostro Paese non è dato sapere. O forse sì. Lo possiamo vedere per esempio dall’ultimo provvedimento con cui la Regione Piemonte elude la promessa fatta dalla Città metropolitana di Torino quest’estate, per cui non ci sarebbero stati dimensionamenti di alcuni istituti scolastici in futuro.
E invece cucù, la Regione aggira tutti e deposita palla in rete, invero un autogol in nome del Pnrr, che pone vincoli inderogabili: bisogna far quadrare i conti entro il 2027, altrimenti i fondi stanziati ai comuni dovranno tornare indietro. Evidentemente l’alibi della denatalità , in forza del quale si giustificava la necessità di ridurre il numero di scuole, non era abbastanza probante. Quindi ora se ne sbandiera uno nuovo. E quando si tratta di tagliare, c’è l’imbarazzo della scelta: scuola o sanità sono le vittime prescelte da immolare sull’altare dell’economia.
Questa è la volta della scuola. Uno alla volta, per carità . C’era una volta lo spread, ora il nuovo spauracchio si chiama Pnrr, creatura prodigiosa – quasi come la fenice – atta a velare qualsiasi nefandezza, non ultimo l’accorpamento di scuole che l’unica cosa in comune che hanno sono banchi e cattedre: esperimenti di laboratorio degni del Frankenstein più ispirato e anni di matematica elementare, in cui ci insegnavano che pere e mele non si sommano tra loro, malamente messi a frutto.
Ora, potremmo anche cedere alla tentazione di credere alla fenice se solo i tagli alla scuola non avessero inferto ferite vieppiù profonde sul tessuto scolastico sclerotizzato già da decenni, anche in assenza del Pnrr. Potremmo altresì credere alla fenice se solo Torino non avesse abdicato ormai da tempo perfino al suo ruolo di traino industriale. Nessuna meraviglia pertanto se nella Regione ora si vuole sacrificare qualche istituto scolastico, nell’incuria di tradizioni e specificità di indirizzi su cui si sono progressivamente formati saperi e identità . Ma dietro a queste operazioni orientate al ribasso non è malagevole scorgere una deminutio intellettuale, contrazioni di competenze e capacità di lettura del reale che, simili a doglie, preannunciano l’ennesimo parto logorante. A rischio che quel corpo, che è il nostro paese, a forza di partorire diventi definitivamente sterile.
A compendiare qualsiasi operazione svolta sotto l’egida del Pnrr bastino le sibilline parole di Giulio Tremonti che sotto il governo Berlusconi sentenziava nelle vesti di ministro dell’economia “con la cultura non si mangiaâ€. Preconizzando in certo senso i destini attuali. Nondimeno, di questa operazione scombiccherata balza all’occhio soprattutto il mancato confronto con le scuole da parte della Regione che, forse erede di una tradizione monarchica di sabauda memoria, ha dimenticato di aprire un tavolo di confronto con le parti coinvolte. Da ultimo può essere utile ricordare che la Regione Piemonte, secondo il Sole24Ore “scivolata nella serie B delle regioni europeeâ€, è la stessa che ha dislocato la sua prestigiosa quanto illustre sede di Piazza Castello verso una sconsacrata quanto anonima sede di periferia, certo sempre in obbedienza a ragioni di economia.
Se è vero che la forma è sostanza, si comprende una volta di più come mai procedure della politica (forma) e sua credibilità (sostanza) procedano sullo stesso piano, sempre più orientato verso il basso.
L'articolo Il Piemonte accorpa scuole a Torino per non perdere i fondi Pnrr: così aggira le promesse proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dopo la sconcertante sortita della Sottosegretaria Lucia Borgonzoni di giovedì 20 novembre, una cappa nebbiosa sembra avvolgere tutto il settore cine-audiovisivo, a fronte dell’incredibile annuncio della “morte†della Legge Franceschini del 2016: colei che da oltre due anni lavorava in modo alacre (a modo suo, coinvolgendo più i “big player†che i produttori indipendenti e gli autori e le altre categorie professionali del settore) per riformare la legge n. 220… sembra aver gettato la spugna. Parafrasando il mitico Gino Bartali, è come se avesse dichiarato a chiare lettere “L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifareâ€.
Va osservato che “il settore†curiosamente non ha reagito alla “rottamazione†annunciata: nessuna associazione ha avuto il coraggio di emettere un solo comunicato. Il settore intero ammutolito, quasi intimidito… Uno stordimento generale.
La politica, almeno in parte, un poco ha reagito, con dichiarazioni tra il critico e l’ironico sia di Matteo Orfini per il Partito Democratico, sia di Gaetano Amato per il Movimento 5 Stelle. L’esponente “dem ha sostenuto che “le parole della sottosegretaria Borgonzoni confermano, ancora una volta, che il Governo continua a generare confusione e incertezza, invece di fornire risposte chiare al settoreâ€. È accorso in difesa il Presidente della Commissione Cultura della Camera, Federico Mollicone (FdI), che ha dichiarato: “Siamo pronti a interagire con l’esecutivo, per scrivere una riforma strutturale del compartoâ€, richiamando una mozione approvata dalla maggioranza a Montecitorio il 7 ottobre scorso.
Da segnalare che la proposta di legge numero C. 2578, a firma dello stesso Mollicone, “Deleghe al Governo per la riforma, il riordino e il coordinamento della normativa in materia di cinema e audiovisivoâ€, presentata il 3 settembre, è stata assegnata il 14 ottobre (in sede referente alla Commissione VII, presieduta dallo stesso esponente di Fratelli d’Italia), ma, ad un mese e mezzo di distanza, l’esame non è ancora iniziato. Perché questa ulteriore tempistica ritardata?! Prevalgono ancora incertezza e confusione all’interno della stessa maggioranza di governo.
Come intende procedere la Sottosegretaria, che peraltro sembra essere meno sostenuta dal leader della Lega Matteo Salvini che ha ormai coscienza degli incerti risultati da lei ottenuti? Il settore arretra, l’incertezza dilaga. Dopo le vicende scandalose del “tax creditâ€, si continua ad osservare la riduzione del consumo di cinema nelle sale, si registra un perdurante rallentamento nei processi produttivi…
A livello di fruizione “theatricalâ€, basti osservare come dal 1° gennaio al 23 novembre 2025, sono stati venduti nei cinematografi italici soltanto 54,7 milioni di biglietti, con un calo del 6% rispetto al 2024, del 10% rispetto al 2023. E siamo lontani dall’ultimo anno “pre-Covidâ€, ovvero il 2019, con un crollo del 34%! Inascoltate le fanfare promozionali di “Cinema Revolutionâ€, con decine di milioni di euro di investimento pubblico assegnati in totale assenza di trasparenza a Cinecittà …
Alessandro Usai, il Presidente dell’Anica (la maggiore associazione dei produttori cinematografici e multimediali) ha pubblicato un articolo su Il Sole 24 Ore di venerdì 28 novembre, rialimentando la retorica sulla “ricchezza†(cultural-economica) del settore, ricordando il famigerato “moltiplicatore†(ora quantificato in “superiore a 3â€: la presunta ricaduta di 1 euro investito nel settore a vantaggio nell’economia generale), senza tuttavia spendere una parola sul clamoroso annuncio della Sottosegretaria. Ha completamente ignorato il terremoto provocato dalla Sottosegretaria. Diplomaticamente e delicatamente ha scritto Usai: “Oggi il settore si trova a un punto di non ritorno, dopo il quale si capirà se potrà riuscire a dispiegare il suo pieno potenziale, rimuovendo ostacoli, correggendo gli strumenti attuali, dove necessario e da sempre auspicato, ovvero se dovrà ripiegare e retrocedereâ€. Retorica a parte… ovvero?
Il ministro Alessandro Giuli non ha profferito verbo sulla “nuova legge†annunciata da Borgonzoni, così confermando che tutta questa gran sintonia con la “sua†Sottosegretaria delegata non deve esserci… Un silenzio inquietante. Lo “spiazzamento†provocato dall’annuncio di Borgonzoni è impressionante.
Ed infine la notizia, data in anteprima da Report di Rai domenica 23 novembre, che si è dimesso dal Cda di Cinecittà spa Giuseppe De Mita (noto come “il De Mita jrâ€, figlio del mitico Ciriaco): a distanza di giorni, giovedì 27 un tardivo comunicato stampa ufficiale della società confermava che le dimissioni erano state presentate al termine di una riunione del Consiglio tenutasi lunedì 17 novembre. De Mita ha assunto l’incarico di Direttore Marketing della potente Sport e Salute spa, la cassaforte dello sport italiano, nominato – ancora una volta – “intuitu personaeâ€.
Ed ora si apre la partita per la sua sostituzione a Cinecittà : verrà finalmente promossa dal ministro e dalla Sottosegretaria una pubblica “call†a presentare candidature, magari con una procedura comparativa dei curricula, oppure – ancora una volta – si assisterà all’ennesima cooptazione discrezionale e amicale, tra il familistico ed il partitocratico? In nome di quell’“amichettismo†ben descritto da Fulvio Abbate e di quella logica di “casta†ben studiata da Sergio Rizzo…
L'articolo Tutti zitti dopo le parole di Borgonzoni: il cinema italiano ammutolito perde fondi (e box office) proviene da Il Fatto Quotidiano.
“L’inquinamento atmosferico è il nuovo tabacco. Non è una metafora estrema, ma un’evidenza scientifica. Ogni giorno di ritardo nel ridurlo costa vite umane.†Con queste parole, Maria Neira — direttrice dell’Area Environment, Climate Change and Health dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e co-chair del Lancet Countdown — ha aperto una delle sessioni più attese del Congresso Isde Italia 2025, dedicato alla tripla crisi planetaria: clima, inquinamento e perdita di biodiversità .
Nella sessione “Science and Advocacy†della terza giornata del Congresso, Paolo Bortolotti (Isde Trento) e Marco Talluri (Isdenews/ Ambientenonsolo) hanno presentato i risultati del primo anno di attività del Progetto Nazionale “Salute e Inquinamento Atmosferico nelle Città Italianeâ€, un monitoraggio sistematico che rappresenta oggi uno degli strumenti più avanzati e trasparenti per valutare lo stato della qualità dell’aria nelle aree urbane italiane. Un intervento che ha offerto un quadro chiaro e scientificamente fondato di come l’aria che respiriamo nelle città italiane rimanga lontana dagli standard di sicurezza fissati dall’Oms e — sempre più spesso — anche dai nuovi limiti della Direttiva europea 2881/2024. Un progetto nato per colmare un vuoto: dati omogenei, aggiornati, accessibili.
Bortolotti ha spiegato che l’obiettivo del progetto è semplice ma rivoluzionario: monitorare ogni mese, con criteri uniformi, i dati delle 27 città italiane più popolose, attraverso le stazioni Arpa/Appa e il Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente. Per il 2025 in corso, Napoli mostra i dati peggiori di inquinamento dell’aria rispetto a tutto il resto di Italia, Pianura Padana compresa, in particolare per i micidiali biossidi di azoto! Ad ottobre 2025 Napoli registra la cifra impressionante di 168 giorni oltre soglia! E’ un dato di una gravità eccezionale che determina un eccesso di cittadini napoletani uccisi ogni giorno dall’inquinamento della sola aria non inferiore a 4.5 cittadini al giorno!
Questo dato è direttamente correlato non al traffico automobilistico privato ma alla presenza di uno sviluppo eccezionale e del tutto fuori controllo del Porto di Napoli e dell’aeroporto intracittadino di Capodichino.

Neira ha ricordato che l’inquinamento atmosferico è responsabile ogni anno di oltre 8 milioni di morti premature nel mondo, con effetti sanitari che colpiscono in modo sproporzionato bambini, anziani e persone fragili. Le patologie più associate all’esposizione cronica a polveri sottili (PM2.5 e PM10), ossidi di azoto e ozono includono malattie cardiovascolari, ictus, tumori, diabete, complicanze in gravidanza e disturbi dello sviluppo cerebrale nei bambini: “L’aria inquinata attraversa la placenta e condiziona la salute dei futuri adulti fin dal grembo maternoâ€, ha sottolineato.
Napoli registra nel 2024 il record nazionale di ictus, infarti e cancri del polmone rispetto a tutta Italia con circa un terzo in più di mortalità evitabile rispetto alla pur inquinatissima Milano!
Il quadro italiano, ha ricordato Neira, rimane critico. Le aree urbane — in particolare Pianura Padana, Campania e grandi città come Napoli — presentano livelli di particolato e biossido di azoto stabilmente oltre gli standard europei. “L’Italia ha capacità scientifiche straordinarie, ma resta intrappolata in un grande paradosso: conoscere benissimo il problema senza ridurre abbastanza le emissioniâ€, ha affermato.
Il legame tra inquinamento e disuguaglianze è un altro punto chiave della sua analisi: chi vive nelle aree più povere, in case meno efficienti, vicino a strade trafficate o zone industriali, è più esposto e paga il prezzo più alto in termini di salute. Per questo, ha aggiunto, “le politiche per l’aria pulita sono anche politiche di giustizia socialeâ€. Napoli est Porto non riesce neanche ad avere dati per distretto dal registro tumori Asl Napoli 1.
Il danno alla salute da inquinamento dell’aria è un problema prevenibile, non un destino biologico. Neira ha insistito sul parallelismo tra inquinamento e tabacco: entrambi sono rischi sanitari prevenibili, legati a scelte economiche e politiche. “Le persone non scelgono l’aria che respirano. È una forma di esposizione involontaria, che come nel fumo passivo danneggia tutti, soprattutto chi ha meno voce […] E’ fondamentale superare l’approccio fatalista e agire sulle fonti…. Ogni intervento sulla qualità dell’aria produce benefici immediati: meno infarti, meno ricoveri, meno assenze dal lavoro, meno costi sanitariâ€.
Napoli non ha mai registrato negli ultimi decenni, che pure hanno determinato l’aspettativa di vita più bassa di Italia anche per il 2024, dati cosi gravi e cosi chiari di inquinamento dell’aria con una tale precisa indicazione delle fonti principali: Porto ed Aeroporto intracittadino. Intervenire solo sul traffico automobilistico privato che colpisce solo la già pessima qualità di vita dei cittadini ancora residenti e tra i più deprivati di Italia risulta cosi non solo del tutto inefficace per tutelare la salute dei napoletani, ma soprattutto offensivo per la loro intelligenza rispetto a dati scientifici cosi chiari e cosi gravi!
Diventa un preciso dovere deontologico per tutti i Medici, non solo per i Medici dell’Ambiente, intervenire con estrema decisione a tutela della salute pubblica per migliorare immediatamente questa situazione al fine di ottenere precise garanzie per la immediata installazione delle banchine elettrificate nel Porto previste dal Progetto Pnrr entro marzo 2026, e con la immediata delocalizzazione di almeno il 50% del traffico aereo intracittadino verso l’aeroporto di Grazzanise, già pronto ma desolatamente vuoto.
L'articolo L’inquinamento atmosferico è il nuovo tabacco: ridurlo è questione di giustizia sociale proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il Gigante Buono, Guido Crosetto, ex segretario regionale del movimento giovanile della Democrazia Cristiana, ex Forza Italia, fondatore di Fratelli d’Italia, ex presidente di AIAF (Federazione aziende per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza) e dal 2022 ministro della Difesa ha annunciato di volere portare in Parlamento un decreto per istituire di nuovo la leva militare per i giovani. Non è chiaro se il futuro ministro della Guerra si sia ispirato per prendere la storica decisione alla lettura de Economia Armata, il pamphlet bellicista apparso nel 1938 in cui comparivano scritti di Mussolini che affermavano l’inevitabilità dello scontro tra civiltà . Ciò che posso dire con certezza è che la proposta di legge italiana segue a quelle di due altre grandi economie prebelliche: quella francese e tedesca che hanno già informato l’opinione pubblica sulla volontà di preparare la gioventù per la futura difesa nazionale.
Per tenere fede ai dettami della rana bollita, i governi rimarcano la natura volontaria della partecipazione alla leva e solo la Germania del Cancelliere Friedrich Merz ha avanzato l’ipotesi dell’obbligo a sorteggio qualora il numero minimo dei contingenti preventivati di nuovi militari non sia raggiunto. La metafora della rana bollita illustra come l’adattamento progressivo a cambiamenti negativi può portare a non accorgersi di un pericolo fino a quando non è troppo tardi per reagire. Se la rana è messa in una pentola di acqua bollente per istinto cercherà di mettersi subito in salvo saltando fuori. Ma se l’acqua sarà tiepida e verrà riscaldata lentamente, la rana non percepirà il pericolo fino a quando verrà bollita. Quindi leva volontaria come passo propedeutico per il compimento di un disegno che vuole di nuovo le giovani generazioni essere preparate a usare le armi e a andare in guerra.
Quali siano i fondamenti logici per evocare lo spettro di un futuro conflitto entro i confini delle grandi nazioni europee resta un mistero per gli individui dotati di normale ragione. Qualcuno potrebbe paventare forse delle rivolte interne alle singole nazioni come quella delle banlieue francesi del 2005 e in effetti molti quartieri periferici delle grandi città , sempre più abitate da quelli che Sven Ake Lingren ha chiamato i “perdenti cronici e radicalizzati” del modello segregazionista della liberale vecchia Europa, sembrano ormai prossimi a esplodere.
Invece quando (s)parlano di guerra, i politici non si riferiscono alle conseguenze della disaggregazione del tessuto sociale e culturale della popolazione nelle grandi città europee causata dalla carenza di politiche di integrazione e dalla xenofobia dilagante e indicano il futuro aggressore nella grande Russia di Vladimir Putin, lo stesso dittatore che per decenni è stato accolto con onori e tappeti nelle principali cancellerie del vecchio continente. Chi evidenzia come dopo tre anni dall’invasione, l’Armata Rossa non è riuscita nemmeno a conquistare per intero quattro marginali regioni dell’Ucraina orientale è tacciato nell’epoca del nuovo maccartismo con il marchio del traditore della patria e dei valori del libero Occidente.
Quanto manchi ancora per scivolare nel definitivo stato catatonico, antesignano di una nuova ‘catastrofe della storia’, evocato da Hermann Broch nella potente trilogia I sonnambuli del 1930-32 è difficile dire. Forse qualche anno, forse mesi o forse poche settimane.
Già per due volte nel 15-18 e nel 38-44 l’egemonia politico culturale mondiale dei paesi europei è stata spezzata dalla follia della guerra. La terza è una guerra che si prospetta ancora più catastrofale. Come ricordava Thomas Mann nel suo grande capolavoro La Montagna incantata molti sono i mostri che tentano di divorare l’umanità : l’egoismo, l’invidia, la bramosia. Il più terribile di tutti che profana i legami più intimi e sacri della convivenza, e si accanisce in particolare sui giovani si chiama guerra.
Di fronte a uno scenario in cui governanti e elités politiche ed economiche stanno costruendo passo dopo passo il sentiero per il baratro cosa si può auspicare? Il vecchio presidente della Repubblica Sergio Mattarella in un discorso dell’ottobre 2024 si era rivolto ai giovani con un richiamo che suona oggi più forte che mai: prendetevi il futuro. L’auspicio che viene dal profondo del cuore è che quando chiederanno di prestare servizio volontario di leva nessun giovane si presenti all’appello. E quando proveranno a obbligare i giovani al servizio militare, nessuno si presenterà ai centri di reclutamento. Il ministro Crosetto ha sicuramente indole e stazza per sfondare le linee avversarie in caso di conflitto. Vada dunque lui in prima linea al grido futurista: Zang Tumb Tumb!
L'articolo Crosetto, anche all’Italia serve il ministro della Guerra? Dietro la leva volontaria un disegno bellicista proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’impiegato di alto livello, ma pur sempre un impiegato, del complesso militare-industriale, che risponde al nome di Guido Crosetto, ha gettato la maschera. A suo dire anche l’Italia dovrà dotarsi nel prossimo futuro di una legge sulla leva, forse in un primo tempo solo “volontariaâ€, ma la linea di tendenza è chiara. Tutte le risorse, economiche, propagandistiche e umane, sono mobilitate per la guerra che si prepara.
In tal modo questo personaggio, uno dei tanti che si sono arricchiti a dismisura coi soldi degli industriali della morte, si accoda al capo di stato maggiore francese generale Fabien Mandion, secondo il quale dobbiamo prepararci a perdere i nostri figli in guerra.
Personalmente non ne ho la minima voglia, né ritengo la abbiano la stragrande maggioranza dei cittadini e delle cittadine italiane. Il nostro problema, come sempre, è il fallimento della democrazia e il pessimo ceto politico che ne risulta. E non ci vengano a parlare di campo largo o simili. La vera spaccatura, alquanto trasversale, è oggi sul tema della guerra, del riarmo e del genocidio del popolo palestinese.
Si pensi a un altro personaggio emblematico della decadenza che stiamo vivendo risponde al nome di Paolo Gentiloni. Cinquant’anni fa più o meno era il leaderino di simpatie staliniste del Movimento studentesco del Tasso, liceo classico d’élite dove lo conobbi. Poi divenne per un periodo direttore di una rivistina pacifista che si chiamava Paceeguerra o qualcosa del genere. In seguito, giunto all’età dell’impiego, si buttó in politica col Partito democratico ed evidentemente decise, come dargli torto, che con la pace non si mette insieme il pranzo con la cena e divenne un guerrafondaio. Pare che dal suo punto di vista i fatti gli abbiano dato ragione, dato che ora parrebbe essere diventato il politico più pagato del mondo.
Impossibile non vedere la mano del complesso militare-industriale negli orientamenti del ceto politico “che contaâ€. La finanza occidentale e i settori high-tech si sono riconvertiti in modo deciso alla guerra, perché l’industria degli armamenti consente profitti tendenzialmente illimitati e perché allestire apparati bellici, puntando sulla forza in assenza del consenso, risponde alla crisi di egemonia e credibilità dell’Occidente su scala mondiale. Il rapporto diretto tra “mercati†e guerra è sotto gli occhi di tutti.
In Ucraina basta un incontro tra Putin e Trump per far crollare le quotazioni azionarie delle industrie degli armamenti e von der Leyen & C. si affannano ad allontanare la prospettiva della pace. A Gaza, come anche in Libano, è stato messo a punto, sulla pelle del popolo e dei bambini palestinesi, un gigantesco e disumano poligono di sperimentazione degli armamenti tecnologicamente più avanzati, concepiti con l’esplicita intenzione di massacrare i civili. Anche qui è evidente la complicità del governo italiano che abbiamo denunciato alla Corte penale internazionale.
Alle porte del Venezuela si sta schierando una potente flotta da guerra il cui scopo è mettere le mani, delle multinazionali petrolifere o di altro genere, sulle ingenti risorse del Paese, rovesciando il governo legittimo Nicolas Maduro che, nonostante i soliti giornalisti che si disinformano a vicenda sui media mainstream, gode di un consenso crescente e si basa su di una democrazia partecipativa che, al contrario della nostra, funziona bene (sono pronto a testimoniarlo in ogni sede, dato che mi sono recato per sette volte in Venezuela nell’ultimo anno).
In questo momento sto sfilando in corteo, nel giorno dello sciopero generale convocato dai sindacati di base, appunto contro genocidio, guerra e riarmo. Ma la mobilitazione è ancora insufficiente. Occorre mettere in campo le migliori energie e le migliori tradizioni del popolo italiano per sconfiggere chi, come Crosetto, vuole oggi reintrodurre la leva per trasformare le giovani generazioni in carne da cannone. Si facciano sentire anche coloro, e non sono pochi, che nutrono sentimenti pacifisti e democratici nelle Forze dell’Ordine e nelle Forze Armate.
Abbiamo già dato. I nostri nonni e bisnonni combatterono la prima guerra mondiale. I nostri padri e nonni combatterono la seconda finendola da partigiani in armi insorti contro il nazifascismo. Dobbiamo oggi mobilitarci contro la terza guerra mondiale, prima che sia troppo tardi, anche perché, data la potenza distruttiva acquisita dagli armamenti, sarebbe quella definitiva.
L’inverno sarà relativamente lungo, ma si preannuncia la primavera, nella quale occorrerà coniugare vari scioperi generali e il no al referendum per sconfiggere il progetto autoritario che si nutre della prospettiva della guerra. Il ripudio della guerra, scritto a chiare lettere nell’art. 11 della Costituzione repubblicana nata dal sangue dei partigiani, deve oggi tradursi nel ripudio dei politici che preparano la guerra, si chiamino essi Crosetto, Gentiloni o in altri modi.
L'articolo Crosetto vuol dotarsi di una legge sulla leva militare? Abbiamo già dato proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Enzo Boldi
Piccola premessa: in Italia non c’è un bipartitismo e, dunque, quando si parla di “confronti” tra leader politici non bisognerebbe ragionare come fossimo negli Stati Uniti. Detto ciò, quanto accaduto nelle ultime 48 ore è l’emblema di come, a livello comunicativo, Giorgia Meloni (e chi la consiglia) sia una spanna avanti a Elly Schlein.
Il tema è, ovviamente, quello dell’invito inoltrato dagli organizzatori di Atreju (Fratelli d’Italia) alla Segretaria del Partito Democratico. Quest’ultima, a sua volta, ha rilanciato – in modo più che legittimo – vincolando la sua presenza alla manifestazione a un confronto diretto sul palco con Giorgia Meloni. E, come nella più classica “Fiera dell’Est”, la Presidente del Consiglio si è smarcata da questo “duello” vincolando – a sua volta – questa ipotesi solo alla presenza su quello stesso palco del Presidente del MoVimento 5 Stelle, Giuseppe Conte.
E lo ha fatto con un’iperbole retorica che, però, va a toccare un nervo scoperto. Non tanto all’interno di quell’ecosistema eterogeneo chiamato “opposizione”, ma nella percezione degli elettori: “Non spetta a me stabilire chi debba essere il leader dell’opposizione, quando il campo avverso non ne ha ancora scelto uno”.
Una vera e propria trappola retorica che, per molti versi, sottolinea un aspetto molto evidente: in Italia (come giusto che sia, essendoci numerosi partiti a riempire gli scranni di Montecitorio e Palazzo Madama) c’è un centrodestra coeso in grado di nascondere i problemi – e sono moltissimi – sotto il tappeto, mentre c’è un’opposizione spesso slegata su temi fondamentali. Di fatto, dunque, Meloni – che ha una posizione di netto vantaggio sulle opposizioni – gioca per dividere ciò che già si tiene in piedi in equilibrio precario.
La Presidente del Consiglio vuole dividere ciò che già è poco unito e portarlo sul palco di “casa sua”, non confrontandosi in faccia a faccia singoli con i leader di Pd e M5S, ma facendo una “grande ammucchiata” in cui possono esser messe in evidenza le differenze tra due creature politiche di opposizione molto eterogenee tra loro. E basta poco, al netto degli ultimi “esperimenti” elettorali andati a buon fine per il campo largo (ma in Regioni già saldamente nelle mani della “Sinistra), per distruggere una creatura che si tiene attaccata con lo scotch.
Chi è il vero leader dell’opposizione? In Italia c’è un’opposizione o tante opposizioni? Questo è quello su cui, con un invito e poche parole, Giorgia Meloni ha acceso – furbescamente – un faro, per creare crepe nei partiti “avversari” e, soprattutto, generare ancor più confusione in un elettorato già in fuga dal voto.
L'articolo Su Atreju Schlein è caduta nel trappolone di Giorgia Meloni proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nuova puntata del talk di approfondimento di Nove “Accordi&Disaccordiâ€, che torna sabato 29 novembre in prima serata alle 21.30 per raccontare lo scenario politico italiano e internazionale.
Insieme al conduttore Luca Sommi, la Relatrice speciale dell’Onu per i Territori occupati palestinesi Francesca Albanese, il giornalista Antonio Padellaro, lo storico Luciano Canfora, il professore di Sociologia del Terrorismo alla Luiss di Roma Alessandro Orsini e l’insegnante e poetessa Virginia Veludo.
Si discuterà delle negoziazioni tra Stati Uniti, Russia, Ucraina e Unione europea per arrivare a un cessate il fuoco tra Kiev e Mosca, della drammatica situazione a Gaza e dei risultati delle elezioni regionali in Veneto, Puglia e Campania.
Come da tradizione, il direttore de Il Fatto Quotidiano Marco Travaglio e il giornalista Andrea Scanzi analizzano i fatti più importanti della settimana.
L'articolo Albanese, Padellaro, Canfora, Orsini e Veludo ospiti di Luca Sommi ad Accordi&Disaccordi sabato 29 novembre. Con Travaglio e Scanzi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Per il cinquantesimo anniversario dell’avvento sconvolgente di The Rocky Horror Picture Show sul grande schermo, una nuova (benché sostanzialmente fedele) versione dello spettacolo originale, da cui il film fu tratto, è giunta nei teatri italiani. Il film, firmato da Jim Sharman, basato ovviamente sull’opera originale di Richard O’Brien, si è imposto in mezzo secolo di culto come un monumento all’oltraggio, un’ode alla diversità , al vizio, all’eccesso, alla trasgressione.
Una coppia di giovani sposini, goffi e ingenui si perde “in una notte buia e tempestosa†e trova rifugio in un inquietante castello à la Dracula, accolti da un inquietante maggiordomo deforme. Sarà l’ingresso in una soglia iniziatica infernale: si ritroveranno coinvolti in un rituale orgiastico, in cui un fascinoso vampiro transessuale alieno (Frank N Furter, interpretato storicamente dall’indimenticabile Tim Curry) sta per mettere al mondo una sorta di toy boy versione Frankenstein per il suo folle piacere.
O’Brien ha orchestrato una sinfonia di omaggi, parodistici quanto appassionati, a tutti gli stereotipi della (in)gloriosa tradizione dei B-Movie: vampiri e alieni, nani, statue romane, motociclisti violenti, cannibalismo, deflorazioni, scienziati nazisti, complotti della CIA, suggestioni orientali, voyeurismo, UFO, armi laser, King Kong e dive del cinema muto. L’apoteosi del gusto camp, del kitsch, del glam.
Tutto ciò che il giovane O’Brien poteva vedere ammirato nei cinema a orari improbabili con la popolare formula double feature (due al prezzo di uno), celebrata nella famosissima sigla iniziale del film.
Rocky Horror è la summa delle subculture del dopoguerra: dal rockabilly al nascente punk, dall’evocativo fascino del burlesque al gusto orrorifico dello splatter, dal gusto vintage al ruggente mod, fino alle suggestioni hippie-orientali che arredano l’atmosfera, e a un irresistibile amore per l’estetica trash. Tutto funziona perché come collante stilistico di questi stili contrastanti c’è l’eleganza eccessiva del gusto glam, nella sua forma più pura: lo spettacolo debutta nel 1973 al teatro londinese di Royal Court a Sloane Square, lo stesso anno in cui sul palco dell’Hammersmith Odeon, a venti minuti di distanza, David Bowie “ucciderà â€, all’apice del successo, il proprio doppelgänger Ziggy Stardust.
Questo spiega perché, dopo il fiasco al botteghino iniziale, dopo cinquant’anni i teatri sono pieni, in tutto il mondo, di persone che sanno tutto lo spettacolo a memoria nell’originale inglese.
Molto positiva la prima romana al Teatro Brancaccio del 26 novembre, a cui ho assistito nel doppio ruolo di critico e fan: da una parte la comunità di aficionados che, come il sottoscritto, interveniva rispondendo agli attori (come nella tradizione da avanspettacolo, i botta e risposta con il pubblico sono ormai divenuti parte integrante della sceneggiatura), portandosi da casa il kit da fan con gli oggetti di scena per interagire durante lo spettacolo (un giornale da mettere in testa durante la scena della pioggia, torce e carte da gioco per accompagnare canzoni a tema, coriandoli e cotillon per il momento del matrimonio etc.); dall’altra le signore abbonate al teatro, tra il divertito e lo scandalizzato, che non comprendevano cosa stesse succedendo, anche perché lo spettacolo era interamente in inglese.
Mi sono divertito durante la pausa tra i due atti a fare da traduttore ed esegeta per i novizi, spiegando genesi e senso delle bizzarre interazioni di metà del pubblico.
Rientro brevemente nei panni del critico: la versione portata in scena da Christopher Luscombe è molto buona (non travolgente come quella di Sam Buntrock che vidi esattamente dieci anni fa), supportata anche dalla prova orchestrale della band, che ha riproposto fedelmente gli arrangiamenti originali, con qualche minima variazione tra reggae e funky; molto convincente Stephen Webb nei panni del protagonista, nel canto forse più simile a Robbie Williams che all’originale sintesi di Bowie e Jagger trovata da Curry; convincenti Haley Flaherty nel ruolo di Janet (che segnò l’esordio sulle scene di Susan Sarandon) e James Bisp come Brad.
Del resto del cast segnaliamo la sensualità di Laura Bird come Magenta, la difficile sfida di Daisy Steere come Columbia, Edward Bullingham bravo nel doppio ruolo di Rocky e Dr.Scott (“Wooh!â€), Ryan Carter-Wilson abile nel canto anche senza il, peculiare, physique du rôle di Riff Raff.
Andate al Brancaccio fino a domenica 30 novembre se volete ballare “the Time Warp again!â€.
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Cupra ha presentato la Raval in versione pre-serie, con tanto di livrea “camouflage”, anticipando il modello di produzione atteso per il 2026. La nuova compatta elettrica urbana sarà il primo dei quattro modelli della futura famiglia Electric Urban Car che debutteranno globalmente a partire dal 2026, con l’obiettivo di rendere la mobilità elettrica più accessibile per un pubblico ampio.
Basata sulla piattaforma MEB+ con trazione anteriore, la Raval punta su un’esperienza di guida dinamica e coinvolgente. Con una lunghezza di circa quattro metri, promette agilità in ambiente urbano ma anche uno spazio interno e un bagagliaio adatti ai tragitti più lunghi.
Il telaio specifico, ribassato di 15 mm, le sospensioni dedicate, lo sterzo progressivo e la modalità ESC Sport garantiscono una maneggevolezza superiore alla media del segmento. Il Dynamic Chassis Control con ammortizzatori adattivi consente di scegliere tra comfort e assetto più sportivo, mentre il sistema frenante elettronico “one box†ottimizza la sensibilità del pedale e il recupero energetico.
La versione di punta sarà la Raval VZ Extreme da 166 kW, dotata di sedili CUP Bucket, assetto DCC Sport, cerchi da 19â€, differenziale elettronico VAQ e modalità ESC OFF, per un’autonomia di circa 400 km. Le varianti Dynamic Plus e Dynamic, entrambe da 155 kW, offriranno un equilibrio tra prestazioni, comfort e tecnologia, con autonomie fino a 450 km e dotazioni che includono ADAS avanzati, fari Matrix LED e sistemi audio sviluppati con Sennheiser Mobility.
La Raval trae ispirazione dal quartiere El Raval di Barcellona, omaggiato anche nella livrea camuffata del test pre-serie. Il prezzo stimato del modello d’ingresso partirà da 26.000 euro.
Il lancio della Raval si inserisce in una fase di forte crescita del marchio: Cupra ha superato il milione di vetture prodotte dal 2018 e registra un incremento significativo nelle vendite dei modelli elettrici. L’arrivo della nuova famiglia Electric Urban Car, di cui la Raval è apripista, darà ulteriore impulso alla strategia di elettrificazione del brand.
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La diplomazia internazionale ha prodotto, nei secoli, personaggi bizzarri e trattati improbabili. Ma raramente aveva osato tanto quanto negli ultimi giorni, quando un documento — chiamarlo “piano di pace†è un atto di notevole fantasia — è apparso come un coniglio sbucato dal cilindro di un prestigiatore russo in trasferta a Washington. Un elenco surreale di concessioni, premi, privilegi e amnesie giuridiche che avrebbero fatto arrossire perfino il più spregiudicato dei diplomatici vittoriani.
Eppure, ciò che stupisce non è la sua esistenza, ma la normalità con cui è stato inizialmente accolto in una Casa Bianca impegnata, per così dire, in attività parallele: ridefinire la nozione di legge, rinegoziare le basi della democrazia e, tra un tweet e l’altro, ricollocare gli Stati Uniti nel mondo come una sorta di joint venture tra oligarchi locali e investitori stranieri.
Il primo indizio l’abbiamo avuto quando il “piano di pace†di Trump su Gaza è passato all’Onu grazie all’astensione congiunta di Russia e Cina. Eventualità più rara di un buon caffè nei corridoi delle Nazioni Unite. A quel punto la domanda era inevitabile: se Putin lascia a Trump il Medio Oriente, cosa vuole in cambio?
La risposta è arrivata puntuale: Putin vuole la sua “pace†in Ucraina —, dove la Russia tiene tutto ciò che ha occupato e altro, mentre l’Ucraina si ritrova a firmare una capitolazione travestita da compromesso. E Trump pare intenzionato a offrirgliela. Dopotutto, è lo stesso Trump che — con la sua proverbiale eleganza — a Zelensky spiegò: “Tu non hai le carte.†Le carte per Trump sono la potenza nuda e cruda: chi ce l’ha comanda, chi non ce l’ha s’inchina.
Ma dietro il muso duro della geopolitica c’è anche un aspetto contabile. Trump ha perso la guerra dei dazi con la Cina, quella diplomatica con l’Europa, e ora è impegnato nella guerra interna contro lo Stato di diritto americano, mentre lo scandalo Epstein lo lambisce. In attesa di conquistare la Svezia – unico modo per arrivare al Nobel -, prepara le sue annessioni (Groenlandia, Panama), minaccia governi indesiderati (Venezuela) e, naturalmente, promuove “accordi di pace†che somigliano più a vendite all’asta di pezzi di sovranità altrui.
Se c’è un modello di riferimento per l’immaginario trumpiano, non è la democrazia americana, ormai trattata come una vecchia lampada a cui dare un’ultima passata di straccio, ma la Russia di Putin: un’autocrazia solida, patriarcale, con oligarchi ben nutriti, oppositori imprigionati o peggio, minoranze etniche arruolate a fare da carne da cannone, e un presidente che nessuno può contraddire senza volare misteriosamente dalla finestra.
Anche il vicepresidente JD Vance — coccolato dai tech-bros suprematisti — considera la democrazia americana un ingombro. Meglio una versione aggiornata dell’autocrazia putiniana, magari alimentata da petrolio saudita, gas emiratino, oro sudanese e terre rare ucraine.
Il “piano†russo-americano è un capolavoro dell’assurdo. Inizia annunciando che “la sovranità dell’Ucraina sarà confermataâ€, per poi passare ventisette punti a demolirla con delicatezza da elefante. L’Ucraina dovrebbe ridurre il suo esercito, cambiare la Costituzione, rinunciare a scegliere i propri alleati, consegnare territori, accettare elezioni in piena guerra e accogliere come normali le richieste amministrative dell’invasore.
La Russia, invece, non deve fare praticamente nulla. Nessun ritiro, nessun risarcimento, nessuna ammissione, nessuna limitazione militare. Al contrario: la revoca delle sanzioni, il ritorno nel G8, investimenti globali e perfino un “fondo congiunto†con cui — traduzione letterale — dividere tra americani e russi i profitti delle risorse ucraine. Somiglia straordinariamente a un’estorsione.
Ma tutto ciò è pericolosissimo per il mondo. Perché – premiando un aggressore – invita chiunque abbia un esercito e un confine a provarci. Perché distrugge il diritto internazionale: la legge del più forte diventa l’unica legge, in un mondo dove tutto è negoziabile, tranne la forza. Perché spinge alla proliferazione nucleare. Il messaggio è: sopravvive solo chi ha la bomba. Risultato: tutti inizieranno a costruire armi nucleari; la probabilità di un conflitto atomico aumenta in modo esponenziale. Perché “pace†è anche ricostruire attraendo investimenti, votare liberamente, partecipare alle istituzioni internazionali: tutte cose che il documento russo nega.
La pace non può essere il risultato di un patto tra autocrazie e miliardari. Non può essere una svendita di diritti e popoli. E non può essere affidata a leader che trasformano la diplomazia in un’asta. La pace richiede verità — quella che Putin cancella e che Trump distorce. Richiede democrazia, diritto, partecipazione — degli ucraini, degli europei. E soprattutto richiede una cosa semplice e rivoluzionaria: che il mondo smetta di premiare l’aggressione e ricominci a difendere la libertà . Altrimenti sarà solo la quiete che precede la tempesta.
L’Ue sta cercando di correggere la bozza dell’accordo: difficilmente la Russia accetterà . In realtà , Zelens’ski sta perdendo il Donbass, ma Putin sta perdendo l’economia. Il recente crollo delle esportazioni di petrolio e gas affonda le entrate dello Stato; la pressione fiscale e l’inflazione soffocano famiglie e imprese. La Russia ha assoluto bisogno di uscire dalle sanzioni. Ma Putin preferisce continuare il conflitto: arretrare minerebbe la sua legittimità . Per costringerlo a negoziare, solo sanzioni più dure e coordinate possono rendere la guerra insostenibile.
(Si ringraziano Elena Janeczek e Timothy Snyder)
P.S. Ieri sera a Piazza Pulita (59’-1,20’ ) Jeffrey Sachs e Vittorio Emanuele Parsi hanno fieramente dibattuto sulle cause della guerra. “La Russia non vuole l’Ucraina nella Nato!â€. “No, nell’Ue!â€. Poco dopo, in Kirghizistan, Putin ha smentito entrambi: “Se l’Ucraina si ritira dal Donbass la guerra cessa. Altrimenti ce lo prendiamo con la forzaâ€. Chiaro, no? Ora per favore possiamo parlare d’altro?
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Ci sono mattine in cui Milano sembra prendersi una pausa. L’aria è tersa, i viali vibrano appena del rumore di chi va al lavoro, e “l’autunno è una seconda primavera, quando ogni foglia è un fiore”, scriveva Albert Camus. È in una di queste giornate nitide che incontriamo la nuova Hyundai Tucson full hybrid Model Year 2026, alle porte della città .
Il nostro percorso è quello reale: Porta Romana, Peschiera Borromeo, poi su verso Lainate, tra raccordi, rotonde e tratti veloci dove l’hinterland si ricama attorno alla città . Uno scenario perfetto per capire quanto siano concreti gli aggiornamenti della Tucson 2026, uno dei suv di taglia media più venduti in Italia ed Europa.
Il cuore del progetto resta il sistema full hybrid, basato sul 1.6 T-GDI benzina abbinato a un motore elettrico dalla spinta più corposa che in passato, per una potenza complessiva di 239 cavalli. La novità più interessante è la versione 4WD, quella della nostra prova, con trazione integrale elettronica HTRAC. Non è un sistema da off-road duro, ma nel quotidiano offre più motricità sul bagnato, più stabilità nei curvoni veloci e un comportamento generale più pieno. Lo 0-100 km/h è coperto in 8,0 secondi, ma il dato più rilevante è la fluidità : molte partenze in elettrico, passaggi termico-elettrico quasi impercettibili, un’erogazione lineare che aiuta a guidare rilassati.
La gamma è ampia: oltre alla full hybrid 4WD ci sono la full hybrid 2WD, la plug-in hybrid 4WD da 288 cavalli, il benzina 1.6 T-GDI da 150 cavalli (manuale o doppia frizione) e il diesel 1.6 CRDi mild-hybrid 48V da 136 cavalli con cambio a doppia frizione. Una proposta completa, che copre quasi tutte le esigenze senza sovrapposizioni.
A bordo, la Tucson MY26 introduce un ambiente moderno e razionale. La plancia è dominata dal nuovo doppio display curvo da 12,3 pollici affiancati, strumentazione e infotainment nella stessa palpebra. Il selettore del cambio, spostato dietro il volante, libera spazio sulla console, ora più ordinata. Restano i comandi fisici per il clima e i tasti rapidi per le funzioni principali: una rarità oggi, ma una benedizione nella guida quotidiana. Lo spazio, poi, resta uno dei grandi argomenti della Tucson: cinque adulti stanno comodi e il bagagliaio della full hybrid 4WD offre 616 litri netti, senza penalizzazioni dovute alla batteria.
Sul fronte tecnologico arrivano connettività Bluelink, servizi Hyundai LIVE, aggiornamenti software via rete e la Digital Key 2.0, che permette di aprire, avviare e condividere l’auto tramite smartphone o card. Per la sicurezza c’è l’ultima evoluzione del pacchetto SmartSense: frenata automatica d’emergenza, cruise adattivo con funzione stop&go, mantenimento e centraggio di corsia, riconoscimento dei limiti, monitoraggio della stanchezza, controllo del traffico posteriore e il Blind Spot View Monitor, che mostra nel quadro strumenti l’immagine delle telecamere laterali quando si inserisce la freccia.
Su strada la Tucson resta fedele a sé stessa: morbida senza essere cedevole, silenziosa, intuitiva. Assorbe bene le asperità , gestisce con compostezza il passaggio da elettrico a termico e mantiene consumi reali intorno ai 6,3 l/100 km, un valore ottimo per una 4WD di questa potenza.
Non avrà il blasone delle premium tedesche, ma la distanza percepita si è ridotta: materiali curati, ergonomia superiore alla media, tanta sostanza e zero effetti speciali inutili. È un SUV che parla alla parte razionale di famiglie e professionisti, insomma.
Il listino di Hyundai Tucson Model Year 2026 parte da 33.400 euro per la 1.6 T-GDI benzina XTech. La full hybrid 4WD da 239 cavalli che abbiamo guidato parte da 42.100 euro nell’allestimento XTech, con Business ed Excellence che arrivano a 44.600 euro
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Gojko Božović è nato nel 1972 a Pljevlja, in Montenegro, e vive a Belgrado, dove si è laureato alla Facoltà di Filologia. Poeta, saggista, critico letterario, editore e fondatore della casa editrice Arhipelag, possiede una rara proprietà della parola che ha sperimentato il senso dell’esperienza nelle sue pieghe più nascoste, in cui ogni cosa vissuta è potenziale parola poetica. Il contenuto è collegato al titolo stesso delle poesie e chiarisce il concetto della originalità stilistica del verso. Poeta minimalista malinconico, Gojko Božović, con temi che sembrano ovvi, ha creato una riflessione profonda sulle cose e sul nostro sguardo su di esse, per mezzo di una lingua metaforica moderna, sia nella forma che nel contenuto.
Ha pubblicato diverse raccolte di poesia tra cui: Cinema sotterraneo (1991), Poesie sulle cose (1996), Arcipelago (2002), Gli dei vicini (2012), Mentre scompariamo nel buio (2021). Tra i saggi pubblicati molti riguardano la storia della poesia serba: I luoghi che amiamo. Saggi sulla letteratura serba (2009), I regni senza confini. Saggi sulla poesia serba del XX e XXI secolo (2019), Nascita della poesia (2023). Tradotto in diverse lingue, ha ricevuto premi nazionali e internazionali tra cui il premio italiano “Europa Giovani International Poetry Prizeâ€. È ideatore e organizzatore del Beogradski festival evropske književnosti (Festival belgradese di letteratura europea).
S.Å
Odisseo
Una volta che me ne sono andato,
E non tornerò più.
Non tornerò più.
Verrà qualcun altro,
Con il mio nome e con il mio volto.
Parlerà con la mia lingua
E avrà la cicatrice
Sulla gamba destra.
Nessuno mi riconoscerà per questo.
Non tornerò più.
Musica per le tue orecchie
Le cose importanti sono trascorse.
Tutto ciò che doveva è già accaduto.
I re sono caduti, i miti raccontati,
La Repubblica distrutta con l’indifferenza nelle botti.
Il vino, instabile, matura nelle botti
I fiumi sono incanalati nei tubi
E i tubi buttati nella spazzatura.
Sono ancora lì, perché la spazzatura
Non butta niente, non si
Rimette in una posizione di alternativa.
Quello che non è accaduto
È la vita in cui non siamo entrati,
Sono alcune vite
Che non sono né nostre, né altrui,
Né dei nati, né dei non nati,
Né la vita, né la morte.
Bisogna rinnovare il racconto,
Alla foce soddisfare la sete
Sentire la voce del vento
Tra i corpi dei palazzi.
I giovani, uomini chiassosi
Distruggeranno le lettere del canone
Nel loro fischio sarà composto
Il concerto soltanto per le tue orecchie.
Quando tutto sarà passato
Una volta, quando tutto sarà passato,
E tutto passerà ,
Tutto quello che dura per giorni
E per mille giorni,
E anni
E per mille anni,
Finirà in un giorno,
Quando tutti alzano la testa
Chinata dalla paura,
Di menzogne a poco prezzo
E di costosi prestiti,
In un primo momento,
Non ci sarà nessuno vicino,
Ci sarà lo spazio vuoto,
Libero spazio dove sarai solo,
E tutto ciò che saprai sarà : che sei solo,
Ognuno s’incontrerÃ
Solo con se stesso,
Un giorno, quando tutto finirà .
Il taglio
Quando sono nato
Avevo
Più anni di adesso
Prima di questo
La mia memoria
Era migliore
Solo che dopo
Perdevo tempo
Tra due parole
Tra due parole
Tra due secoli
Giaceva la poesia
La parola è troppo carnale
Per essere poesia
La poesia è bella
Quanto lo permettono
Le circostanze
Come in cielo
Così in terra
Teoria della discarica
Alla discarica incantata
Nella patria delle rose
È seduta bellezza la bestia
La discarica è
Tra sogno e realtÃ
Nel vecchio posto
Mia cara bellezza
Mia amata bestia
Parla
In una delle sue
Lingue mute
Parla
Mentre da tutte
Le parti del mondo
Ti saluta
Graziosa bruttezza
Il cimitero di casamatta
Dalla casamatta
Arriva l’umanesimo
Là è il posto
Di lavoro della Bibbia
Da lì arrivano
Divinità e i giusti
con l’agnello
Tra i denti
Dal cimitero di casamatta
Si va soltanto
In paradiso
Perché altre strade non ci sono
E neppure le casematte.
Il diluvio
Nel baule di Noè
È entrato tutto il mondo
Tempo e spazio
Uno di ciascuno
C’era
Tutto c’era
Perché
Le forme si ripetono
Il diluvio ha coperto tutto
Tranne le anime che sono
Nel mondo alluvionato.
La scelta
Noi non abbiamo scelta,
E la nostra scelta è facile.
All’alba raccogliere la rugiada.
A mezzogiorno entrare nell’ombra.
Al crepuscolo sapere che
Il mattino è più saggio della sera.
E riflettere
Mentre aspetti le notizie.
Mentre aspetti amici e nemici,
Mentre niente dici e ancor di più
Mentre parli,
Mentre gli altri parlano
E soprattutto mentre stanno zitti,
E mentre la città in cui vivi
È la stella solitaria
All’orizzonte lontano.
Dietro lo specchio dell’automobile
Conosco molto bene le immagini che passano
Da ambedue le parti della strada
Nella notte buia
Dietro lo specchio dell’automobile.
Il buio nasconde le immagini
Che chiare vedo nel ricordo.
Tante volte sono passato da quella parte
Che so esattamente dove sono le cose.
Sono io quel movimento
Tra le immagini nel buio
E le immagini nel ricordo.
L'articolo Gojko Božović, poeta minimalista (Traduzione di Stevka Šmitran) proviene da Il Fatto Quotidiano.
E’ sempre più evidente che il Mezzogiorno sia uscito dai radar di questo Esecutivo che, provvedimento dopo provvedimento, sta violando ogni dispositivo legislativo posto a tutela dei meridionali. Sul banco degli imputati, ancora una volta, il ministro della Cultura Alessandro Giuli, artefice di una politica governativa che ha messo nel mirino la cultura meridionale. Giusto per farvi capire la portata dei suoi provvedimenti ammazza-Sud, analizzo qui di seguito due atti adottati negli ultimi giorni.
Ebbene, il 7 novembre 2025 sul sito del Ministero è stato pubblicato il decreto ministeriale n.356, volto a finanziare le fondazioni lirico sinfoniche per l’anno 2025, una manicata di spiccioli per un settore importantissimo. Parliamo di importi del tutto esegui rispetto alle esigenze di attrattori culturali che coinvolgono centinaia di professionisti, e cioè di 399.498 euro per le fondazioni Teatro alla Scala di Milano e l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e di 1.366.891,40 euro per tutte le altre eccellenze, come ad esempio l’Arena di Verona.
Più di tutto, però, fa riflettere il riparto sperequato dell’esigua dotazione, che vede ancora una volta il Mezzogiorno messo in un angolo. Infatti, solo il San Carlo di Napoli, il teatro Massimo di Palermo e la Fondazione Petruzzelli e Teatri di Bari riescono a portare qualcosa a casa, rispettivamente 128.383, 136.211 e 80.221 euro, per un totale complessivo di appena 344.815 euro. Effettuando un rapido calcolo, il Sud è destinatario di appena il 19% dei 1.766.390 euro messi sul tavolo.
Sul punto, andrebbe ricordato a Giuli il criterio ispiratore della clausola del 40%, introdotta col decreto-legge n. 60/2024, secondo cui le Amministrazioni centrali dello Stato devono destinare alle regioni meridionali il 40% delle risorse ordinarie. Il paradosso è che proprio questo Esecutivo ha inteso rafforzare la vecchia clausola del 34%, incrementando a 40 la percentuale delle risorse allocabili. Una beffa ulteriore per i meridionali. In questo caso il Sud ha percepito il 21% delle risorse in meno. Si dirà che è un caso. L’ennesimo.
Quindi, per tastare la buona fede del dicastero della cultura sono andato ad approfondire l’ultima ripartizione territoriale attuata dal ministro, pubblicata lo scorso 20 novembre nella sezione dedicata ai decreti direttoriali. E, più specificamente, il Decreto DiAG n. 2091 che stanzia risorse per la sicurezza sismica luoghi di culto e dei siti di ricovero per le opere d’arte. La domanda sorge spontanea: possibile che persino questa misura conosce una ripartizione sbilanciata? Vediamo.
Il Capo Dipartimento per l’Amministrazione generale ha assegnato 8.960.476 euro per il finanziamento di interventi di adeguamento e messa in sicurezza sismica di 27 luoghi di culto e per il restauro del patrimonio culturale del Fondo Edifici di Culto e siti di ricovero per le opere d’arte. Ancora una volta, a beneficiare di questi importi sono pochi siti meridionali, che percepisce appena 2.815.000 euro, a fronte degli 8.960.476 complessivi, cioè poco più del 30%.
A questo punto, giova puntualizzare che questi interventi sono finanziati con la Missione 1 ‘Turismo e Cultura 4.0’ del Pnrr, il che demanderebbe all’obbligo di rispettare un’altra Clausola, sempre denominata ‘40%’ ma adottata con decreto legge n. 77/2021. Questo provvedimento dispone che le Amministrazioni centrali coinvolte nell’attuazione del Pnrr debbano assicurare almeno il 40% delle risorse allocabili territorialmente alle regioni meridionali. Dunque, ancora una volta Giuli ha tagliato al Sud circa il 10% di risorse spettanti. Ma in questo caso una fetta di responsabilità è attribuibile anche al ministro per gli Affari europei, le politiche di coesione e per il Pnrr, Tommaso Foti, giacché spetta al Dipartimento per le politiche di coesione verificare il rispetto di tale clausola, dovendo relazionare periodicamente alla Cabina di regia appositamente costituita per l’attuazione del Piano.
E qual è il risultato? Che la ‘Relazione sulla destinazione al Mezzogiorno delle risorse del Pnrr’ è ferma al 31 dicembre 2023, come si evince dal sito del Dipartimento delle Politiche di Coesione. A proposito, qualcuno dica a Luigi Sbarra che riveste il ruolo di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega per il Sud e non più i panni del sindacalista. Ciò detto, è ormai evidente che ci troviamo di fronte al Governo più anti-meridionale della storia, e non è certo un caso: com’ebbe a dire Agatha Christie ‘un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova’.
L'articolo Risorse alle fondazioni liriche e sicurezza sismica: Giuli ce l’ha ancora con il Sud proviene da Il Fatto Quotidiano.
A tutti coloro, politici o giornalisti, che ogni giorno esaltano le virtù del mondo occidentale e i valori della libertà d’impresa che vi sono garantite do un consiglio. Non perdetevi venerdì 28 novembre sera sulle rete Focus in seconda serata un bel documentario di Antonio Nasso. Si intitola L’82° vittima. Di chi si tratta?
Come è noto, le vittime della cosiddetta strage di Ustica sono state, tra passeggeri e membri dell’equipaggio, 81. La numero 82 è Aldo Davanzali o se preferite la sua società , l’Itavia, oppure la libertà d’impresa. I fatti sono noti. Un aereo dell’Itavia compagnia privata di Aldo Davanzali, che sta conquistando uno spazio nel mercato delle rotte aeree, cade una sera di fine giugno del 1980 nel mar Tirreno provocando la morte di 81 persone. Il disastro viene attribuito dalle versioni ufficiali prese per buone dall’informazione a un cedimento strutturale, gettando un’ombra sull’affidabilità della compagnia, che va in crisi e chiude nel giro di pochi mesi.
Come è altrettanto noto, la caparbia inchiesta di un grande giornalista e quella successiva di un valoroso giudice portano alla luce la verità nascosta dai depistaggi, dalle bugie, dalle omertà di testimoni, generali e ministri come i socialisti Formica e Lagorio. Non ci fu nessun cedimento strutturale, ma l’abbattimento da parte di un missile sparato in un teatro di guerra tra forze occidentali e aerei libici. La storia è già stata raccontata benissimo in un bel film di Marco Risi, Il muro di gomma.
Il documentario aggiunge alcune cose piuttosto interessanti. Da un lato c’è la storia dell’azienda: i suoi successi, il clima di serenità familiare vissuto e ricordato a distanza di anni nelle interviste di piloti, tecnici, assistenti di volo, fino al dramma della chiusura e alla malattia del proprietario, causata dalle ingiuste accuse come una recente sentenza riconosce. Da un altro lato, c’è il depistaggio che inizia molto prima di quanto fino ad oggi si pensava. Il doc ci rivela, infatti, che tutto comincia la sera stessa della strage come racconta un geologo di Ustica; i primi soccorsi vengono inviati verso le acque circostanti l’isola mentre il disastro è avvento 150 kilometri a nord, poi quando puntano verso nord viene loro intimato di spostarsi a ovest.
D’altronde a Davanzali e al suo più stretto collaboratore fu chiaro fin da subito che la causa del disastro fosse un missile; l’invenzione del cedimento strutturale era una “porcata†messa in piedi dai militari, avallata dal governo, ribadita dai giornali, che portò un’azienda florida e utile al paese alla chiusura, un imprenditore valido e perbene alla malattia e la libertà d’impresa nelle solite chiacchiere.
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