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#news #ilfattoquotiano.it
Ancora un nulla di fatto per il Napoli di Conte in Champions: gli azzurri buttano alle ortiche una grossa chance di vittoria e di mettere in discesa il discorso qualificazione play – off pareggiando 1 a 1 a Copenaghen contro i danesi in 10 dal 35esimo del primo tempo.
Certo, il Napoli ci arriva malissimo in Danimarca, praticamente con mezza squadra ai box e qualcuno già con la valigia in mano.
Parlare di Napoli incerottato infatti è forse troppo poco per la squadra di Conte, che perde due uomini a partita, come Politano e Rrahamani contro il Sassuolo, e deve schierare una catena di destro pressoché inedita con Vergara, esordiente in Champions da titolare e Gutierrez, che è tutto sinistro ma va a destra.
Mancano, oltre ai citati Rrahamani e Politano, De Bruyne, Anguissa, Meret, Neres, Gilmour, Lukaku è solo in panchina e non utilizzabile, Mazzocchi e Marianucci fuori lista, Lucca e Lang con la valigia in mano.
E oltre ai muscoli dei napoletani ci si mettono pure gli avversari ad attentare a quel che resta della truppa Conte: Delaney entra durissimo su Lobotka al 35esimo e si becca il rosso, per fortuna senza provocare danni per lo slovacco.
La superiorità numerica frutta il vantaggio al Napoli tre minuti dopo col solito McTominay che svetta su calcio d’angolo.
E su un calcio d’angolo, che non c’era, rischia di beccare gol nel secondo tempo il Napoli dal Copenaghen, ma Milinkovic Savic fa buona guardia su Madsen.
Gioca col fuoco il Napoli e concede in maniera sciagurata un calcio di rigore ai danesi per fallo di Buongiorno, Milinkovic la para ma la lascia lì sulla respinta concedendo il tap in a Jordan Larsson, figlio di Henrik e un insperato pareggio.
Un vizio, quello del Napoli, di non affondare, di non mettere al sicuro le partite che sta pagando spesso in questa stagione, oltre ovviamente al dazio altissimo degli infortuni.,
Conte butta dentro tutto quello che ha, da Lang ad Ambrosino a Lucca: resta fuori in pratica il solo Lukaku, che pure si era visto scaldare durante la gara.
Tutto vano, il Napoli non trova un gol e butta alle ortiche un’occasione ghiotta e comoda per mettere in discesa il discorso qualificazione e anche per mettere dentro risorse importanti, in un momento in cui tutto può far comodo, non certo per la situazione finanziaria del Napoli, ampiamente positiva come noto, quanto per soddisfare i parametri che già hanno fruttato il blocco soft del mercato.
“Siamo tornati in campo come fossimo sul 5 a 0, buttando via dei punti preziosi per la classifica†ammette Di Lorenzo a fine partita, evidenziando ancora una volta un problema di approccio che la squadra di Conte spesso ha mostrato, in particolare contro avversari più modesti o, come nel caso di un Copenaghen capace di produrre pochissimo, modestissimi.
Discorso rimandato alla prossima giornata Champions dunque, tra una settimana, quando il Napoli in casa affronterà il Chelsea: non certo la più comoda delle partite per giocarsi un dentro – fuori, ma anche una di quelle che il Napoli di Conte affronta meglio per mentalità .
L'articolo Che occasione sprecata: il Napoli butta via la vittoria contro il Copenaghen, così la Champions resta in bilico proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nei giorni scorsi il governo siriano ha attaccato l’Amministrazione autonoma del nord-est (Daa) che controllava dal 2019 tutta la Siria a est dell’Eufrate (buona parte del territorio, con risorse agricole, idriche ed energetiche fondamentali per il paese). La Daa è nata da un partito curdo di orientamento socialista democratico, il Partito di unione democratica, e dalla sua iniziativa di coinvolgimento di organizzazioni, partiti e tribù arabi, assiri ed ezidi. Da questa intesa sono nate le Forze siriane democratiche o Fsd, che hanno riunito una minoranza di curdi (le Ypg) con una maggioranza di combattenti arabi. Le Fsd sono state l’esercito popolare e non statale più numeroso e politicamente originale della regione in questi anni, includendo le Ypj interamente femminili e autonome e organizzando persone musulmane, cristiane, ezide e atee nella repressione di Daesh e nella protezione della Daa.
Le istituzioni civili della Daa sono state organizzate attorno a un sistema idealmente decentrato, che ha tuttavia subito momenti di significativo accentramento a partire dall’emergenza rappresentata dalle invasioni turche tra il 2018 e il 2019, volte a reprimere non soltanto il protagonismo curdo ma anche una pericolosa rivoluzione siriana alternativa a quella animata dal suprematismo religioso sunnita che Ankara sostiene in Siria insieme a Doha, Washington, Bruxelles e Riyad. Poiché le Fsd sono state l’unica forza indigena in grado di resistere a Daesh in questi anni, hanno beneficiato a loro volta di un sostegno selettivo e mirato delle amministrazioni Usa. Queste ultime, tuttavia, non hanno mai riconosciuto la Daa, che non ha ottenuto riconoscimento da parte di nessuno stato o organizzazione internazionale al mondo.
Anche la Russia ha visto per anni nelle Fsd, e soprattutto nelle Ypg, una forza potenzialmente utile a pacificare il paese, fungendo da contrappeso militare nei confronti della Turchia e dei suoi alleati siriani; ma anche Putin, come Trump, ha permesso l’invasione turca della Siria nel 2018, e in particolare della Daa, per ottenere un vantaggioso riavvicinamento con Ankara. Israele ha tentato in tutti i modi di ottenere una richiesta di aiuto da parte delle Fsd in questi mesi, utile a ripulire la propria immagine durante le politiche genocidarie a Gaza, che però non è mai arrivata (contrariamente alla destra curda, le forze curde che sostengono la Daa cercano di restare coerenti con un’impostazione decoloniale che va oltre il Kurdistan).
Per anni una narrazione patetica, fondata sul razzismo o sull’impotenza politica, ha descritto le Ypg come ingenui che non si rendevano conto di quel che facevano. La verità è l’esatto opposto: grazie a capacità politiche, militari e diplomatiche fuori dal comune, la Daa e le Fsd hanno mantenuto il controllo di gran parte del paese per oltre un decennio, nonostante le loro politiche e la loro presenza fossero in contrasto con gli auspici e i disegni di tutti stati della regione e con la mentalità stessa della comunità internazionale. La crisi di questa architettura diplomatica prima o poi sarebbe arrivata, ma nei miei rapporti con questi militanti non ho quasi mai percepito illusioni o ingenuità a questo riguardo, semmai una lucidità e una capacità nella distinzione dei piani introvabile in altri contesti e ad altre latitudini. Ora, a prescindere dalla durata e dai risultati della resistenza, il movimento confederale dovrà utilizzare canali legali o illegali diversi dal passato per portare avanti i suoi progetti in Siria.
Mentre le Forze di difesa essenziale (Hpc) delle comuni popolari del Rojava e le Ypj-Ypg annunciano una resistenza all’avanzata del governo a Kobane e Hasakah, il silenzio dei media italiani è tombale. Un’amica giornalista, che lavora per una delle testate più influenti nel nostro paese, mi ha confessato che l’idea dominante nelle redazioni è che la Siria sia troppo complicata per essere attrattiva. In questo giornalismo fatto di soldi, clic e pubblicità online la notizia è una merce e le persone non valgono nulla. Non valgono nulla neanche i valori politici: mentre chi confeziona le notizie si sente un’eroe quando sostiene la resistenza ucraina, non esita a condannare la resistenza palestinese accusata di terrorismo islamista. Se forze altrettanto islamiste spargono il terrore non contro l’occupazione israeliana, ma contro comunità indigene del Levante, popolazioni povere e sfollate, e movimenti decoloniali, l’indifferenza è totale.
Sarà perché molte imprese italiane traggono profitti da investimenti in Siria e Israele, mentre lo stesso non si può dire della Palestina o del Rojava occupati e perennemente obbligati alla resistenza? O sarà a causa delle correlate politiche estere dello stato? L’Italia ha purtroppo riconosciuto le forze islamiste come opposizione legittima dal 2012; poi con Meloni si è riavvicinata ad Assad, considerato vincitore della guerra, nel 2022; ha infine instaurato relazioni proficue con l’ex militante dello Stato islamico in Iraq Ahmad Al-Shaara una volta che ha vinto la guerra con il supporto turco e saudita, ma non ha mai avuto un singolo contatto diplomatico ufficiale con l’Amministrazione del nord-est.
La retorica malsana sulla “lotta al terrorismo†– di cui Berlusconi, Meloni e Salvini si nutrono da un quarto di secolo – serve di tanto in tanto per accodarsi ad imprese imperiali statunitensi che provocano danni storici secolari, o a diffondere insinuazioni islamofobe contro milioni di migranti. Non ha mai avuto né mai avrà a che fare con la sicurezza dei popoli della regione, né degli europei.
L'articolo Siria, il governo attacca l’Amministrazione autonoma del nord est: le forze curde resistono, i media italiani tacciono proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Dafni Ruscetta
Da insegnante mi interrogo sull’ennesimo episodio di violenza tra i giovani, questa volta forse più allarmante in quanto agito all’interno del contesto scolastico istituzionale. Provo a ragionare in quali termini porre la questione agli studenti nei prossimi giorni, quando inevitabilmente se ne parlerà in classe. Ho imparato in questi anni che l’autenticità può essere la modalità più efficace di relazione con loro su questi temi, perché forse non esistono schemi preconfezionati sull’educazione alla vita.
La riflessione è anzitutto su un’epoca storica avara di profondità umana, in cui ignoriamo i nostri stessi limiti, tanto in adolescenza come in età adulta. La società dell’edonismo continuo – purtroppo solo per chi vive da questa parte del mondo – ci ha fatto perdere di vista la nostra vera natura di esseri viventi, che è ‘finita’, perché l’ordine universale è più grande di noi. Anzitutto dovremmo educare i ragazzi a questa finitezza, dovremmo insegnargli che accettare il limite è una costante dell’esistenza. Sul tempio di Apollo a Delfi stava scritto “Nulla di troppoâ€, un invito alla temperanza, a evitare ogni forma di eccesso. L’importanza del giusto equilibrio – dello “sfiorare che si trattiene dall’afferrareâ€, cioè la consapevolezza del confine tra desiderio e rispetto – non solo nel comportamento ma anche nelle parole, come principio di armonia.
È proprio l’assenza di limiti a generare presunzione, arroganza, confusione, con il rischio – sempre più evidente – di perdersi, di affondare nel naufragio esistenziale, di attivare quella sofferenza psicologica che spesso sfocia in violenza reale. Il non rendersi conto dei confini ci fa vivere nell’esaltazione dell’onnipotenza, del poter desiderare ogni cosa. Gli stimoli offerti dalle nuove tecnologie della rivoluzione digitale degli ultimi anni offrono perlopiù modelli culturali che contribuiscono a questa visione, generando nei giovani quel desiderio illimitato e quell’attrazione verso ‘eroi’ inadeguati, riducendo il senso di responsabilità individuale. Eppure non è tanto alla soppressione del desiderio che occorrerebbe tendere, quanto alla sua moderazione.
Il modo in cui i ragazzi intendono il limite impone una analisi urgente, ma soprattutto una concreta azione culturale di lungo termine per ridare loro consapevolezza, perché sul tempio di Delfi stava anche scritto “Conosci te stessoâ€. È soltanto conoscendo noi stessi che possiamo vedere gli altri.
Ma dobbiamo essere onesti: la preoccupante situazione attuale è anche il prodotto di chi ha contribuito a costruire quel contesto. Non è necessariamente una semplificazione affermare che le nuove generazioni siano cresciute in una condizione di iperprotezione, spesso segnata da una carenza di regole e di confini chiari. È dunque responsabilità di noi adulti offrire nuovi modelli di identificazione, soprattutto attraverso relazioni più intime con i nostri adolescenti, senza alcun timore di discutere apertamente con loro di rabbia, tristezza, frustrazione, gioia. Le famiglie e gli educatori in generale dovrebbero tornare ad ascoltare profondamente i giovani, perché è ciò che loro desiderano davvero: adulti autorevoli di riferimento. Chi ha mai provato ad affrontare questi argomenti in una classe sa che i ragazzi partecipano intensamente, perché sentono il bisogno di parlare di temi che riguardano la loro vita. Hanno necessità di saper comprendere e gestire le emozioni, per avere un contatto più profondo con le dimensioni della propria umanità , per essere disposti ad affrontare con coraggio i momenti difficili e le paure.
Dicevamo che la nostra natura è finita, ma l’uomo deve pur tendere all’infinito, senza mai raggiungerlo, avvicinandosi a esso il più possibile, come aspirazione universale dell’essere umano. Educare al limite significa agire da ‘setaccio’, trattenendo ciò che è autentico, lasciando filtrare il superfluo, rendendo così possibile la comprensione della realtà e di ciò che è veramente sacro per l’esistenza.
L'articolo Ho riflettuto su come affrontare in classe i fatti di La Spezia: con autenticità parlerò di limiti proviene da Il Fatto Quotidiano.
Accade un fatto tragico come quello dello studente ucciso a La Spezia da un compagno di scuola e subito si annunciano misure generali contro la criminalità giovanile, aumenti di pena, pugno di ferro. Come quando, quasi due anni e mezzo fa, la violenza sessuale ripetuta compiuta da minorenni ai danni di due bambine a Caivano, nella periferia di Napoli, costituì il motivo dichiarato per l’emanazione dell’omonimo decreto.
Io non so come sia stato possibile che si siano verificati eventi così drammatici e credo che come società abbiamo il dovere di interrogarci a fondo. Ma non è su questo piano di riflessione che si deve collocare la discussione attorno all’ennesimo pacchetto sicurezza annunciato dal governo. Non ha alcun senso – e lo capisce chiunque – utilizzare ogni volta il singolo fatto di cronaca per affermare che ci vuole più repressione verso i minorenni (e ancora di più se sono stranieri), che è con il carcere che si risolvono questi problemi, che se ci fossero state pene più lunghe e più aggravanti allora Abu non sarebbe morto. Queste sono bugie sostenute da chi, consapevole della menzogna, vuole vendere all’opinione pubblica il solo atto politico che – pur inutile – si compie rapidamente: l’introduzione di nuove norme penali, meglio ancora se per decreto. Tutto il resto costa tempo, soldi e fatica: il sostegno alle periferie degradate, l’educazione all’affettività nelle scuole, l’educazione all’uso dei social network, le strutture di accoglienza per minori stranieri non accompagnati, la costruzione di spazi di socialità . Durante una visita a un carcere minorile un ragazzino mi disse: “Se nel mio quartiere ci fosse stato un campo da calcetto adesso non sarei quiâ€. E, invece, è proprio lì che questo governo vuole continuare a mandarli.
E allora si annunciano nuove misure repressive, ben sapendo che non saranno certo loro a impedire il prossimo doloroso fatto di cronaca, né a far diminuire la criminalità minorile. E infatti dopo il decreto Caivano non è diminuita. Numeri alla mano, gli accadimenti sono stati i seguenti.
Digitate su Google “ministero interno criminalità minorile†e vi uscirà l’ultimo report disponibile sul tema. Non lo ha scritto Antigone ma il Ministero dell’Interno. Si intitola “Criminalità minorile e gang giovanili†ed è datato 10 maggio 2024. Dopo di allora il governo non ha pubblicato altro. I dati del report coprono l’arco di tempo 2010-2023. Alla slide numero 7 della presentazione si legge: “le gang giovanili non appaiono in aumentoâ€. Alla slide numero 9, che riporta le conclusioni, si legge: “Il fenomeno appare sostanzialmente stabile o in lieve diminuzioneâ€. Nel 2023, infatti, le segnalazioni a carico di minori erano scese del 4,16% rispetto all’anno precedente.
Nonostante questo il governo aveva ormai deciso di dichiarare la guerra ai giovani (fin dal proprio insediamento, quando come suo primo atto in assoluto ritenne necessario introdurre il reato di rave party, come fosse un’emergenza del nostro paese). Nel settembre 2023 arrivò il decreto Caivano, il più grande giro di vite rivolto ai minorenni in ambito penale mai registrato negli ultimi 35 anni. Ovvero da quando, con il codice di procedura penale approvato nel 1988, l’Italia si è dotata di un processo penale minorile considerato tra i più avanzati al mondo e fondato sul recupero e l’educazione del giovane piuttosto che sulla sua mera punizione.
Quindi, dicevamo: nel 2023 i reati commessi da minori sono in calo, il Ministero dell’Interno lo scrive nero su bianco, nonostante questo nel settembre di quell’anno sceglie la mano dura ed emana il decreto Caivano. Oggi il governo grida all’esplosione della criminalità minorile e alla necessità di arginare le baby gang. Se così fosse, se la criminalità minorile fosse esplosa, significherebbe dunque che l’approccio repressivo non ha funzionato. Giusto? “Scusate, abbiamo sbagliatoâ€, direbbe a questo punto qualsiasi persona di buona fede ed intellettualmente onesta. L’approccio educativo sperimentato in Italia per oltre tre decenni e guardato come un modello dall’intera Europa stava funzionando. Si è voluto gridare alla tolleranza zero, sostituirlo con un approccio puramente repressivo e adesso ci troviamo più criminalità .
Invece Giorgia Meloni fa sapere da Seul di star lavorando a un nuovo, ennesimo provvedimento sulla sicurezza, “con alcune priorità come la stretta sulle baby gangâ€. Non vi pare che qualcosa non torni?
L'articolo Dopo ogni fatto tragico, un annuncio del governo: più repressione verso i minori non funzionerà proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’Europa ha finalmente smesso di raccontarsi la cybersecurity come un capitolo tecnico, da delegare agli “informaticiâ€, e la sta trattando per ciò che è: un pezzo di sovranità , di sicurezza nazionale ed economica, e – soprattutto – di tenuta democratica dei servizi essenziali. Il “New Cybersecurity Package†presentato adesso dalla Commissione fotografa un contesto in cui gli attacchi ibridi non sono più un rumore di fondo, ma una pressione sistematica capace di bloccare energia, trasporti, sanità , banche, acqua, cioè i nervi vitali di una società avanzata.
Nel documento si richiamano dati che, letti senza retorica, sono già un atto di accusa verso l’inerzia politica: il costo globale del cybercrime ha superato i 9 trilioni di euro nel 2025; il ransomware è indicato come la minaccia più impattante del 2025 e viene persino prospettato un ritmo “ogni 2 secondi†entro il 2031; tra le minacce più rilevanti compaiono gli attacchi alla supply chain e l’effetto dirompente di AI e quantum computing sulle difese tradizionali. Il punto è che, se la minaccia è sistemica, anche la risposta deve esserlo: e qui la Commissione propone di rivedere il Cybersecurity Act per costruire un impianto “orizzontale†sulla sicurezza delle catene di fornitura ICT, con un focus esplicito sui rischi legati a Paesi terzi ritenuti fonte di preoccupazioni di cybersecurity.
In concreto: valutazioni coordinate a livello UE dei rischi e delle vulnerabilità in specifiche supply chain; identificazione degli “asset chiave†nelle catene; misure mirate di mitigazione che possono arrivare fino al divieto di utilizzare componenti di fornitori ad alto rischio in asset chiave, previa analisi di mercato e valutazione dell’impatto economico.
È una svolta concettuale rilevante: non si discute più solo di “proteggere i sistemiâ€, ma di governare il rischio geopolitico incorporato nella tecnologia che compriamo, integriamo e rendiamo infrastruttura. Eppure, proprio qui si gioca l’equilibrio più delicato: trasformare la sicurezza della supply chain in una politica industriale coerente, senza ridurla a una guerra di etichette tra “fornitori buoni†e “fornitori cattiviâ€, e senza scaricare i costi di riconversione sui soggetti più deboli (pubbliche amministrazioni locali, sanità territoriale, PMI) che già oggi faticano a sostenere obblighi frammentati e contraddittori. La Commissione tenta di prevenire il rischio “burocrazia come difesa†intervenendo su due leve: certificazione e compliance. Sul primo fronte, propone un quadro europeo di certificazione più semplice e “security-by-designâ€, includendo una novità politicamente significativa: la possibilità di certificare non solo prodotti/servizi, ma anche la “cyber posture†delle organizzazioni, cioè una sorta di attestazione sintetica del livello di maturità e controllo.
Questa scelta può diventare un’arma a doppio taglio: se è seria, misurabile e auditabile, aiuta mercato e PA a selezionare fornitori e partner riducendo asimmetrie informative; se invece diventa un bollino reputazionale acquistabile, rischia di istituzionalizzare la cosmetica della sicurezza – quella che nei tribunali e negli incident response chiamiamo, brutalmente, “carta contro ransomwareâ€. Non a caso il pacchetto lega la semplificazione a tempi e procedure: un timeline “di default†di 12 mesi per sviluppare gli schemi, con procedure snellite. Sul secondo fronte, la Commissione promette linee guida più chiare e un’armonizzazione dell’applicazione dei requisiti, per ridurre i costi di compliance soprattutto per chi opera in più Stati membri.
E qui compare un dato che merita attenzione perché rovescia un luogo comune: non è vero che l’Europa pensa solo a “imporreâ€; prova anche a semplificare, dichiarando un obiettivo di facilitazione per 28.700 aziende, incluse 6.200 micro e piccole imprese, tramite “targeted NIS2 amendmentsâ€, e soprattutto armonizzando i requisiti di supply chain che le entità NIS2 scaricano sui loro fornitori. È una partita cruciale: oggi la compliance cyber è spesso un gioco a cascata in cui i grandi trasferiscono obblighi ai piccoli, ma i piccoli non hanno né risorse né potere contrattuale per governare davvero la sicurezza. Un’armonizzazione intelligente può ridurre il caos; un’armonizzazione mal concepita può invece standardizzare l’adempimento e non la resilienza, con il paradosso di rendere i sistemi più “uniformi†e quindi più vulnerabili a campagne di attacco scalabili.
Allora la domanda non è se l’architettura sia “bellaâ€, ma se sarà effettiva. Il successo dipenderà da come verrà protetto chi segnala, da come verranno trattati i dati di incidente, e da quanto la filiera “reporting → supporto → remediation†sarà concreta, rapida, e misurabile.
In definitiva, questo nuovo pacchetto europeo ha un merito: sposta il baricentro dall’illusione della “sicurezza per compliance†a una strategia che prova a integrare supply chain, certificazione e capacità operativa. Ma la vera posta in gioco è evitare che il nuovo impianto produca un’altra iper-regolazione che fa sentire “a posto†le organizzazioni senza renderle più difendibili quando l’attacco arriva. Se l’UE vuole davvero “address these security risks while strengthening its cybersecurityâ€, come dichiara il factsheet, deve pretendere che ogni certificazione e ogni obbligo si traducano in evidenze verificabili. Perché la cybersecurity, nel 2026, non è più un tema di tecnologia: è un tema di prova, di accountability e di fiducia pubblica.
L'articolo L’Europa sta prendendo finalmente sul serio la cybersecurity: non solo proteggersi, ma governare proviene da Il Fatto Quotidiano.
“L’Ice a volte fa degli errori. A volte sono troppo duri, ma hanno a che fare con gente difficile”, ha detto Donald Trump riguardo alle tattiche dell’agenzia federale anti immigrazione, l’Ice, durante la conferenza stampa alla Casa Bianca, a un anno dall’inizio del secondo mandato. “Mi sono sentito malissimo” per l’uccisione di quella “giovane donna”, ha poi detto il presidente in riferimento alla morte di Renee Good, avvenuta la mattina del 7 gennaio a Minneapolis per mano di un agente dell’Ice. “E’ una tragedia. E’ una cosa orribile”, ha aggiunto, riferendo di avere poi scoperto che i genitori della Good, “in particolare il padre, sono dei fan di Trump”.
Tuttavia, la conferenza è iniziata proprio mostrando decine di foto segnaletiche di immigrati arrestati dall’Ice in Minnesota: “Assassini, stupratori, spacciatori di droga…”. Per lunghi minuti il presidente si è intrattenuto sull’argomento, ripetendo le consuete critiche alla politica sull’immigrazione della precedente amministrazione. “Volete vivere con loro? La maggior parte di loro sono assassini internazionali”. “Arrivano senza soldi, non hanno mai avuto soldi, non hanno neanche un Paese, non hanno neanche una cosa che assomigli a un Paese e arrivano qui e diventano ricchi”, ha aggiunto parlando degli immigrati di origine somala.
Trump si era già scagliato contro i dimostranti che domenica hanno partecipato in una chiesa di St Paul alla protesta contro le operazioni dell’Immigration and Customs Enforcement nelle Twin Cities. “Ho appena visto il video del raid nella chiesa in Minnesota da parte di agitatori e insurrezionisti, queste persone sono professionisti, sono addestrati a urlare, sbraitare e delirare”. “Sono sobillatori che devono essere gettati in prigione o fuori dal Paese”, ha concluso Trump, riferendosi al fatto che il vice ministro della Giustizia, Todd Blanche, suo ex avvocato personale, ha annunciato che i partecipanti alla protesta saranno indagati da Fbi e dipartimento per la Sicurezza Interna.
L'articolo Donald Trump sulla morte di Renee Good: “Orribile, mi sono sentito malissimo: l’Ice a volte fa degli errori”. proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il presidente degli Usa Donald Trump ha iniziato la sua conferenza stampa nella briefing room della Casa Bianca, mostrando una dopo l’altra decine di foto segnaletiche di presunti criminali in Minnesota arrestati o ricercati. “Queste sono le persone che alcuni stanno cercando di difendere”, ha proseguito riferendosi alle autorità locali dem, dopo aver iniziato a parlare con 50 minuti di ritardo nel primo anniversario del suo secondo mandato. Per lunghi minuti il presidente si è intrattenuto sull’argomento, ripetendo le consuete critiche alla politica sull’immigrazione della precedente amministrazione. In un passaggio ha poi insultato la Somalia e la deputata dem Ilhan Omar, di origine somale. “La Somalia non è neppure un Paese, non hanno nulla che assomigli a un paese. E se lo è, è considerato il peggiore al mondo” ha detto, definendo gli immigrati somali “persone con un quoziente di intelligenza molto basso“
L'articolo Trump mostra in conferenza stampa i volti degli stranieri arrestati in Minnesota e insulta i somali: “Persone poco intelligenti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Fatta, quasi fatta, slittata. O saltata definitivamente? Di certo la ratifica della nomina di Federico Freni come nuovo presidente della Consob oggi non c’è stata. Il motivo? Uno scontro tutto politico all’interno del centrodestra. La scelta del sottosegretario all’Economia e deputato della Lega, del resto, sembrava imminente o, meglio ancora, cosa fatta, come del resto annunciato dai giornali oggi in edicola. Alla fine però il consiglio dei ministri nel pomeriggio ha congelato tutto, rinviando la decisione almeno di una settimana. Attualmente il numero uno della Consob è Paolo Savona, il cui incarico alla guida della Commissione nazionale per le società e la Borsa, iniziato nel 2019 con il primo governo Conte (Lega-M5s), scadrà a inizio marzo. Il Cdm che ha sancito lo slittamento della nomina è durato appena 20 minuti, ma è stato tutt’altro che tranquillo. A un certo punto da alcune fonti di governo è filtrata la decisione di avviare la procedura di nomina di Freni a “componente” della Consob, ma poco dopo è emerso che la delibera sul tema è stata rinviata. Il motivo? Secondo fonti del centrodestra, anche per approfondimenti sul requisito di indipendenza del futuro presidente. In tutto ciò, Antonio Tajani e Forza Italia hanno rivendicato di aver bloccato la nomina di Freni a presidente, senza avere nulla in contrario a un suo incarico da consigliere. Sullo sfondo, tensioni politiche intuibili dalle dichiarazioni che hanno preceduto la riunione dei ministri.
I primi a sollevare obiezioni sono stati gli esponenti di Forza Italia, con l’irritazione di chi ha letto sui giornali di un’intesa di cui non era stato informato. Raffaele Nevi, ad esempio, ha spiegato che “la designazione di un politico alla Consob non ha mai convinto” gli azzurri, meglio un tecnico “autorevole e riconosciuto dagli operatori”. Marco Osnato, invece, ha espresso la posizione di FdI: il sottosegretario all’Economia “ha tutte le caratteristiche” per guidare la Consob “ma allo stesso tempo è una pedina importante nello scacchiere del Mef”. In mezzo è arrivato l’endorsement di Matteo Salvini: “Freni è stato un bravissimo sottosegretario all’Economia, può fare con altrettanta capacità altri ruoli”. E anche quello di Maurizio Lupi, leader di Nm: “Evitiamo veti pregiudiziali, soprattutto in un momento così delicato per l’economia italiana. Non sempre, peraltro, i ‘tecnicì si dimostrano migliori”.
Le riflessioni vanno avanti da settimane e da tempo era considerato in pole Freni, appassionato melomane e apprezzato da molti in Parlamento anche per le sue doti diplomatiche (gli è cara una frase, “soprattutto, non troppo zelo”, invito ad agire senza entusiasmi incontrollati, mutuato da una citazione di Talleyrand, ministro degli Esteri francese nel XIX secolo). Anche Giorgia Meloni, assicurano i suoi, lo stima. Ma, spiegano fonti parlamentari, è poco propensa a concessioni alla Lega, in una fase in cui – si sottolinea – pone paletti e piazza bandierine su vari fronti. Inoltre, in queste valutazioni, ci sono anche i dubbi sulla sostituzione di un presidente di area Lega come Savona (FdI provò a mettersi di traverso nel 2019 quando era all’opposizione, contestandolo anche l’anno scorso sulla sospensione dell’ops di Unicredit su Bpm). Nonché sull’ipotesi che il nuovo sottosegretario al Mef possa diventare Armando Siri, fedelissimo di Salvini. Senza contare che Freni (che difficilmente lascerebbe l’incarico per fare il semplice componente della Consob) alla Camera andrebbe sostituito con elezioni suppletive in un collegio uninominale di Roma (magari già nella tornata convocata per il 22-23 marzo, in caso di dimissioni a stretto giro, 45 giorni prima). Tutti questi nodi politici sono emersi nel consiglio dei ministri. FI ha ribadito la propria posizione, e fra gli alleati è emerso il sospetto che sia stato un modo per alzare la posta su altre caselle, ad esempio l’Antitrust. Nella discussione, hanno riferito fonti dell’esecutivo alle agenzie di stampa, c’è chi, pur senza preclusioni verso Freni, ha sollevato il tema della necessità di avere come presidente una figura indipendente, prospettando anche il rischio di rilievi sulla nomina da parte della Corte dei conti. Troppi se e troppi ma, insomma. Risultato: nomina congelata. Forse.
L'articolo Il centrodestra litiga sulla scelta del nuovo presidente della Consob: slitta la nomina del sottosegretario leghista Federico Freni proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un uomo di 36 anni, originario dell’Eritrea, è stato ricoverato all’ospedale Niguarda di Milano con gravi ustioni. Stando a quanto riportato da Milano Today, è stato soccorso in zona Porta Venezia, la mattina del 20 gennaio. La vittima non ha fissa dimora e ha raccontato di essere stato aggredito per strada da qualcuno che non conosce: ha riferito che gli ha tirato addosso della benzina e poi gli ha dato fuoco.
Le ferite più gravi riguardano la schiena e il polpaccio destro. Le autorità stanno indagando per ricostruire la dinamica dell’aggressione e individuare i responsabili. A Milano, oltre ai pericoli della vita di strada, le persone senza fissa dimora sono messe a dura prova dal freddo: in città , questo inverno ha già ucciso tre persone.
L'articolo Milano, 36enne ricoverato con gravi ustioni: “Un uomo mi ha buttato addosso benzina e mi ha dato fuoco” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sospese le trasferte per i tifosi di Roma e Fiorentina fino al termine della stagione calcistica. La decisione del ministero dell’Interno arriva a due giorni dei gravi incidenti avvenuti domenica scorsa sulla A1. I gruppi organizzati delle due tifoserie si sono confrontati sull’autostrada A1, a pochi chilometri da Bologna. A Casalecchio di Reno 200 persone incappucciate con caschi e spranghe hanno trasformato la strada in un campo di battaglia. Un episodio che ha sollevato l’ennesimo allarme sulla crescente violenza del tifo organizzato, non solo negli stadi, ma anche in strada.
Gli scontri sono avvenuti poco dopo le 12:30 di domenica, mentre i tifosi della Fiorentina, diretti a Bologna per assistere alla partita contro il Bologna, e quelli della Roma, in viaggio verso Torino per il match con il Torino, in un’area di sosta sulla corsia d’emergenza dell’A1, all’altezza di Casalecchio di Reno. Le auto in transito, nel tentativo di evitare il conflitto, hanno rischiato di causare incidenti. Diverse vetture sono rimaste danneggiate. Le forze dell’ordine sono riuscite ad arrivare sul posto solo dopo che i tifosi avevano già smesso di affrontarsi e ripreso il viaggio verso le rispettive destinazioni. La Polizia di Bologna è attualmente al lavoro per identificare i responsabili degli scontri, esaminando le immagini delle videocamere di sorveglianza presenti sull’autostrada e nelle aree di sosta.
Gli scontri di domenica non sono un caso isolato. Le tifoserie di Roma e Fiorentina hanno una lunga e nota storia di rivalità , che ha portato negli anni a episodi di violenza anche fuori dai confini nazionali. Il provvedimento del Viminale prende atto di questa lunga scia di incidenti, sottolineando la necessità di intervenire in modo deciso per prevenire altri episodi simili. L’inasprirsi delle sanzioni ha come obiettivo quello di limitare il rischio che i tifosi, già protagonisti di numerosi episodi violenti, continuino a alimentare il caos fuori e dentro gli stadi.
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Il 21 e 22 gennaio 2026 Milano ospiterà la terza edizione di AI Festival, il festival internazionale dedicato all’intelligenza artificiale e alle sue applicazioni nei processi aziendali, istituzionali e sociali. L’evento si terrà presso l’edificio Roentgen dell’Università Bocconi, Main Partner della manifestazione, con Dell Technologies e Intel come Main Sponsor e il patrocinio del Comune di Milano.
L’iniziativa è ideata da Search On Media Group e powered by WMF – We Make Future. Secondo i dati diffusi dagli organizzatori, l’edizione precedente ha registrato oltre 10.000 presenze, confermando il Festival come uno dei principali appuntamenti italiani ed europei dedicati all’AI applicata.
AI Festival 2026 è presentato come uno spazio di confronto operativo tra imprese, centri di ricerca, startup e istituzioni, con un focus esplicito sull’adozione concreta dell’intelligenza artificiale nei modelli organizzativi e produttivi. L’area espositiva riunirà grandi gruppi tecnologici, PMI e startup, con soluzioni che spaziano dal cloud alla cybersecurity, dalla gestione dei dati all’AI generativa, fino ad applicazioni verticali in ambito industriale, finanziario, sanitario, HR e marketing.
Accanto all’area fieristica sono previsti incontri B2B e momenti di confronto diretto tra aziende e fornitori tecnologici, pensati per favorire l’integrazione di strumenti di AI nei processi decisionali e operativi.
Il tema scelto per l’edizione 2026, “Empowering the Agentic Eraâ€, richiama l’evoluzione dell’intelligenza artificiale verso sistemi sempre più autonomi, capaci di agire all’interno dei processi umani e organizzativi.
Secondo Cosmano Lombardo, CEO e Founder di Search On Media Group e ideatore di AI Festival, «l’intelligenza artificiale diventa un sistema capace di collaborare e prendere decisioni all’interno dei processi umani e organizzativi». Lombardo sottolinea come governare questa trasformazione richieda «competenze avanzate, visione sistemica e un confronto costante tra industria, società e mercato», indicando nel Festival uno spazio di relazione tra questi attori.
Il programma dell’edizione 2026 prevede la partecipazione di oltre 150 speaker internazionali e più di 115 interventi, distribuiti tra la sessione plenaria e diverse sale tematiche dedicate ad aspetti tecnici, applicativi, regolatori e sociali dell’intelligenza artificiale.
Tra le realtà coinvolte figurano ESA – European Space Agency, Microsoft, Lenovo, Istituto Italiano di Tecnologia e Cineca, insieme a rappresentanti del mondo accademico, industriale e istituzionale. È prevista, tra gli altri, la partecipazione di Daniele Pucci, CEO di Generative Bionics, impegnato nello sviluppo di sistemi di robotica ed embodied AI, e di Sasha Luccioni, ricercatrice sui temi del rapporto tra intelligenza artificiale e impatto climatico.
L’evento si inserisce nel quadro di Milano come principale polo italiano dell’innovazione tecnologica. Layla Pavone, membro dell’Innovation Technology Digital Transformation Board del Comune di Milano, sottolinea come l’intelligenza artificiale stia uscendo dalla fase di sperimentazione per incidere in modo concreto sull’organizzazione del lavoro e dei servizi, evidenziando la necessità di un approccio che tenga insieme sviluppo economico, valore sociale e governance.
Sulla stessa linea Fiorenza Lipparini, direttrice di Milano & Partners, che definisce AI Festival un’occasione per rafforzare il posizionamento internazionale della città come luogo di sperimentazione e attrazione di investimenti, talenti e progetti nel campo dell’intelligenza artificiale.
All’interno dell’Area Expo è previsto uno spazio dedicato a startup e PMI innovative, con l’obiettivo di favorire l’incontro con venture capital, investitori e aziende. Durante l’evento verranno presentati i sei progetti finalisti della startup competition “AI for Futureâ€, selezionati per l’uso dell’AI in ambiti considerati di impatto sociale e trasformativo.
La call per partecipare alla competizione si è chiusa il 10 dicembre e consente alle startup selezionate di accedere a pitch, incontri B2B e al network internazionale del WMF – We Make Future.
Tra sponsor ed espositori dell’edizione 2026 figurano Dell Technologies, Intel, ESA – European Space Agency, Cineca, insieme a numerose aziende attive nei settori dell’AI, del cloud, della consulenza tecnologica, del legal tech e dell’editoria tecnica.
AI Festival 2026, in programma il 21 e 22 gennaio all’Università Bocconi di Milano, si presenta come un luogo di confronto sul ruolo crescente dell’intelligenza artificiale nelle decisioni economiche, industriali e istituzionali, in una fase in cui la tecnologia è sempre più chiamata a incidere su processi produttivi, lavoro e governance pubblica.
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I sindaci di Taormina Cateno De Luca e di Santa Teresa di Riva Danilo Lo Giudice, due centri del Messinese colpiti dal maltempo, sono stati travolti da un’onda mentre in diretta Facebook stavano mostrando i rischi provocati dalla violente mareggiate che si stanno abbattendo sulla costa Ionica della Sicilia. Il video dell'”impatto” è stato poi postato da Cateno De Luca, sul proprio profilo social, con la scritta: ‘Non fate quello che abbiamo fatto noi! State lontani dai lungomari e dai torrenti! A Santa Teresa, qualche ora fa, siamo stati travolti da un’ onda mentre con il sindaco Danilo Lo Giudice stavamo facendo vedere in diretta il disastro causato dal ciclone Harry”.
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La famiglia, da giorni, chiedeva di sapere e capire. È stato confermato che Emanuele Galeppini, il sedicenne campione di golf genovese coinvolto nella tragedia di Capodanno a Crans-Montana, è morto per asfissia, causata dai fumi tossici sprigionati dall’incendio che ha devastato il bar Le Constellation. Nonostante inizialmente si fosse ipotizzato un decesso per schiacciamento o per ustioni, l’autopsia ha escluso entrambe queste ipotesi. Il corpo di Galeppini, infatti, non presentava segni di ustioni, ma solo alcune escoriazioni. I periti nominati dalla Procura di Roma, i medici legali Sabina Strano Rossi, Fabio di Giorgio e Antonio Oliva, hanno effettuato l’autopsia a Roma tra il 19 e il 20 gennaio, alla quale ha preso parte anche la consulente della famiglia, la dottoressa Francesca Fossati. Sono ancora in corso ulteriori analisi per determinare esattamente quali sostanze siano state respirate dal ragazzo e dai suoi coetanei durante l’incendio che ha ucciso 40 persone.
Nel frattempo resta l’incertezza sul luogo esatto del decesso. Non è chiaro se il ragazzo si trovasse all’interno o all’esterno del locale al momento dell’incendio. Gli esperti hanno richiesto ulteriori indagini e si sono dati 60 giorni per completare l’esame autoptico, che dovrebbe fornire risposte più precise.
“Queste sono le prime anticipazioni – ha dichiarato l’avvocato Alessandro Vaccaro, legale della famiglia Galeppini – che confermano la morte avvenuta non per le ustioni. Ma la vera domanda è dove Emanuele sia morto, e su questo dobbiamo ancora fare chiarezza”. I genitori del giovane, che da settimane chiedono spiegazioni su come sia morto il loro figlio, sono rimasti scossi anche dalla gestione delle informazioni. “Non siamo stati informati subito della morte di Emanuele”, hanno dichiarato, sottolineando che il giovane aveva ancora i suoi documenti e cellulare intatti in tasca quando il suo corpo è stato trovato. Le autorità svizzere, infatti, avevano richiesto il test del DNA per l’identificazione, lasciando l’illusione per due giorni che Emanuele potesse essere tra i feriti.
Sul piano giudiziario, l’inchiesta della Procura di Roma si sta ampliando. È stato aperto un fascicolo per omicidio colposo, lesioni gravi e incendio colposo, mentre le indagini svizzere proseguono tra le polemiche dei legali di parte civile per modalità e tempistiche. La famiglia Galeppini ha già annunciato che intende chiedere l’estensione delle accuse, e non si limiterà solo ai coniugi Moretti, attualmente sotto inchiesta, ma intende coinvolgere anche il Comune di Crans-Montana. “Vogliamo che sia riconosciuto il dolo eventuale come reato contestato”, ha aggiunto l’avvocato Vaccaro. L’inchiesta continua anche sul caso degli altri giovani italiani morti nell’incendio, tra cui Chiara Costanzo e Achille Barosi, entrambi sedicenni. Le autopsie sui loro corpi sono previste mercoledì a Milano, e si prevede che l’esame sarà complesso e approfondito, per chiarire le cause della morte e verificare la presenza di asfissia, schiacciamento o altre possibili cause.
L’inchiesta in Svizzera procede. I pm hanno chiesto una simulazione virtuale dell’incendio e di come si è propagato il fuoco nel seminterrato del locale. La procuratrice generale aggiunta Catherine Seppey, con due suoi colleghi, ha formalmente nominato due tecnici di fiducia dell’Istituto Forense di Zurigo per gli accertamenti che avverranno in collaborazione con gli uomini del Swiss Safety Center. Nel provvedimento con cui si designano gli esperti ci sono anche i quesiti per chiarire i motivi del terribile incendio che si è sviluppato in pochissimo tempo. Tra le varie domande poste ci sono quelle che riguardano l’aspetto del pannello acustico in schiuma sul soffitto del seminterrato dal punto di vista dell’infiammabilità , le uscite di sicurezza, la capienza del locale e se siano stati adottati sistemi antincendio. Inoltre si chiede di poter ricostruire virtualmente quanto accaduto, dalla prima scintilla al rogo.
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Annullamento del concorso. L’Università di Verona ha avviato la procedura che toglierebbe la poltrona di professore di otorinolaringoiatria a Riccardo Nocini, figlio dell’ex rettore Pier Francesco, andato in pensione una manciata di giorni prima della nomina. Una vicenda nata da un’inchiesta del Fatto Quotidiano il 6 dicembre 2025. Tutto era cominciato quando il prorettore vicario dell’università aveva firmato il bando per il concorso relativo, appunto, alla cattedra di otorinolaringoiatria. Pier Francesco Nocini, il rettore per intenderci, era ancora in carica, perché in servizio fino al 30 settembre 2025. ll bando era uscito tre giorni dopo. Così, almeno formalmente, era stata rispettata la legge Gelmini che vieta la nomina di familiari a un rettore.
Un concorso impossibile da perdere: Riccardo Nocini è l’unico candidato. Non solo: vanta un record mondiale di pubblicazioni. A 33 anni ne conta 242, di cui 24 con il padre (che in quarant’anni ne cofirma 312). Una carriera fulminante, quella di Nocini jr.: nel 2023, diventa dottore di ricerca (con uno “sconto†di un anno), poi professore a contratto, infine ordinario. La tesi di dottorato conta 32 pagine, inclusi bibliografia e ringraziamenti. Presa la laurea nel 2017, l’anno dopo partecipa al concorso nazionale per la specialità ma non passa, piazzandosi al 15.004° posto su 16.046 candidati. Ritenta il test nel 2018 e vola al 474° posto. Fino al concorso. Il Fatto aveva parlato con diversi membri della Commissione chiamata ad assegnare la cattedra: “Ci siamo trovati lì a cose fatte. Con quel curriculum ed essendo l’unico candidato non potevamo discutereâ€, racconta Anna Rita Fetoni dell’Università Cattolica di Roma, una dei tre membri.
Ma non c’era soltanto il concorso. I rapporti tra Nocini figlio e i suoi collaboratori erano a dir poco tesi. Come testimoniavano i messaggini che i cronisti avevano potuto visionare: “Da domani con me in sala non darete più nemmeno i punti di cuteâ€, scrive Riccardo Nocini. I messaggini sono stati acquisiti dalla Procura. Suo padre, si diceva, all’Università di Verona era una potenza. Le cronache raccontano che il 7 febbraio scorso il Magnifico Rettore Nocini inaugura il suo ultimo anno accademico. Accanto a lui personaggi come Leonardo Maria Del Vecchio, Giovanni Malagò e Luca Cordero di Montezemolo. Il 25 settembre, quando ormai è a un passo dalla pensione, viene invece scoperta la targa di un nuovo edificio di 4 mila metri quadri: “Edificio Biologico 3 – Palanociniâ€, si legge.
L’inchiesta aveva fatto scoppiare la bolla. Prima un’inchiesta della Procura (senza indagati finora) che, però, rischia di essere azzoppata dall’abolizione del reato di abuso di ufficio voluta dal ministro Carlo Nordio. Poi l’istruttoria interna dell’Università che alla fine ha portato all’avvio della procedura di annullamento del concorso.
Le indagini dell’Ateneo avrebbero fatto emergere due elementi che potrebbero invalidare la nomina: la programmazione triennale del personale docente imponeva di riservare un posto a docenti esterni all’ateneo. Mentre il bando avrebbe aperto le porte a docenti non ordinari e senza vincoli di provenienza. C’è inoltre la questione sollevata dall’inchiesta giornalistica: durante l’iter di predisposizione del bando, Pier Francesco Nocini era ancora rettore dell’università che avrebbe nominato professore suo figlio.
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Nelle scuole non ci saranno metal detector fissi come quelli cui siamo sottoposti a controllo in aeroporto, ma solo strumenti palmari (quelli adoperati ai concerti, per intenderci) che saranno usati saltuariamente facendo intervenire le forze dell’ordine su richiesta dei dirigenti scolastici in accordo con le prefetture. A confermarlo a ilfattoquotidiano.it, fonti del ministero dell’Istruzione secondo cui Valditara, in partenza per Cracovia dove raggiungerà gli studenti impegnati nel viaggio ad Auschwitz, ha già parlato della questione con il collega dell’Interno Matteo Piantedosi.
Gli uffici di viale Trastevere e del palazzo del Viminale stanno lavorando a una circolare che i titolari dei due dicasteri firmeranno entro una decina di giorni. La firma del provvedimento, che sarà rivolto a tutti i dirigenti scolastici, è attesa per la fine della prossima settimana. La misura non entrerà nel pacchetto sicurezza sul quale la Lega di Matteo Salvini preme, ma a frenare è Forza Italia che teme il Colle soprattutto per quanto riguarda la misura dei rimpatri. Durante la riunione di governo di oggi con la premier Giorgia Meloni, sono state accolte le proposte del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, contenute in due diverse bozze di provvedimenti, un Decreto Legge e un Ddl. In particolare, le misure previste che puntano a contenere il fenomeno della violenza giovanile erano state inizialmente tutte concepite in un disegno di legge ma – secondo diverse valutazioni in corso nella maggioranza – potrebbero essere in parte recepite nel Decreto legge: su questo è ancora in corso una valutazione. Il pacchetto sarà probabilmente varato entro fine mese in uno dei prossimi Cdm.
Intanto, la questione metal detector assume toni più chiari. Nessuno a viale Trastevere ha mai pensato di dotare le scuole di metal detector fissi sia per una questione di costi sia perché dal punto di vista organizzativo è impensabile che i collaboratori scolastici controllino ogni giorno i ragazzi facendo svuotare loro le tasche. La bozza di circolare parla di metal detector portatili ovvero quelli che spesso vengono utilizzati ai concerti, negli eventi pubblici, nei musei. I presidi, qualora ravviseranno la presenza di coltelli o altre armi bianche, potranno chiedere alle forze dell’ordine di intervenire programmando dei servizi “a sorpresa†all’inizio delle lezioni in modo da stanare eventuali studenti in possesso di lame.
Un intervento che non prevede alcun finanziamento perché polizia e carabinieri sono già dotati di questa strumentazione. Si tratta solo di mettere in campo un coordinamento che non sarà utile solo alle aree cosiddette “a rischio†ma a tutti gli istituti che ne dovessero avere bisogno. Il modello è quello già adottato all’istituto tecnologico “Marie Curie†nel quartiere Ponticelli di Napoli dove la preside Valeria Pirone tre anni fa invocò pubblicamente l’uso dei metal detector. Lì di tanto in tanto, le forze dell’ordine arrivano prima delle otto con gli strumenti mobili e i cani antidroga.
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Il ciclone Harry cancella ha cancellato anche la spiaggia di Su Giudeu a Chia nel sud della Sardegna. Proprio per la violenza delle mareggiate, l’allerta rossa è stata prolungata anche per anche domani in Sardegna, Sicilia e Calabria. Lo indica un nuovo avviso diramato dalla Protezione civile. Una circolazione depressionaria centrata sulla Tunisia, rileva il bollettino, continua a determinare maltempo e a richiamare correnti umide sud-orientali sulle regioni meridionali italiane.
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