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“Dalla Befana mi aspetto carbone dolce, simbolicamente ci sta. Qualcosa di sbagliato l’abbiamo fatta, ma spero che nella calza ci siano tanti dolci di pace”, ha scherzato Raoul Bova a “Domenica In”, presente in studio ieri domenica 4 gennaio per promuovere la nuova stagione di “Don Matteo” in arrivo su Rai1 giovedì 8 gennaio. Nel corso della chiacchierata non sono mancati riferimenti alle polemiche che hanno travolto Bova nei mesi scorsi, dalle rivelazioni di Fabrizio Corona sulla presunta storia tra l’attore e la modella Martina Ceretti alla divulgazione di audio e messaggi privati, tra querele e presunti ricatti, oltre a segnare la fine della relazione con la collega Rocio Munoz Morales.
“Avere una persona che ti dice ‘io ti posso rovinare’ e si prende il potere dei tuoi errori, non si augura a nessuno – spiega Bova facendo riferimento agli audio diffusi – ognuno deve avere la forza di ammettere i propri errori, perché tutti possono sbagliare. Ma nessuno ti può mettere contro i tuoi errori per farti fare ciò che vuole. Devi prenderti la tua responsabilità ”.
“Ultimamente penso che il gossip abbia preso troppo spazio. Siamo in un momento in cui c’è voglia di affossare l’altro, questa è una cosa che fa paura. C’è voglia di affossare qualcun altro per sentire la propria identità ”, continua l’attore che oltre a finire nel mirino di Falsissimo, il format di Corona disponibile su Youtube, è al centro del gossip per la nuova relazione con l’attrice Beatrice Arnera.
“Non si pensa a crescere e a valorizzare il proprio futuro, si cerca di distruggere l’altro. E questo, a prescindere dalla mia vicenda, mi fa paura perché i social in questo senso diventano lo specchio di una società senza valori. Prima c’erano figure a cui ispirarsi, ora – racconta l’attore che interpreta Don Massimo nella serie Rai – ci sono figure da distruggere. E questo mi fa male, a prescindere dalla mia vicenda. Dovremmo dare messaggi di amore e di rispetto, invece si dice sempre ‘tu sei peggio di me’. Bisogna accettare l’altro e ascoltare”.
Nei giorni scorsi in un’intervista al settimanale “Tv Sorrisi e Canzoni” aveva rivelato di aver pensato di lasciare la serie prodotta da Lux Vide per il timore di danneggiare il prodotto e il suo personaggio: “Quando è successo quello che sappiamo, ho convocato i produttori della serie per capire cosa fosse meglio fare. Ho detto loro: ‘Se pensate che, con la mia vita personale, stia facendo del male a una fiction così amata, ditemelo e mi faccio da parte’. Avevo persino proposto di far morire improvvisamente don Massimo per uscire di scena”, aveva spiegato Bova.
“Mi hanno detto: ‘Se hai fatto qualcosa di illecito, diccelo subito così troviamo un modo giusto per andare avanti’. Non lo avevo fatto, perciò abbiamo continuato a lavorare con serenità e nessuno sul set ha mai fatto un commento negativo nei miei confronti, ho avuto il supporto e il conforto di tutti”, aveva continuato l’attore. “‘È la filosofia di don Matteo†mi dicevano. Nella serie parliamo spesso di peccato, di persone che possono sbagliare. Se l’attore che ha sbagliato non venisse perdonato, ci contraddiremmo”, le sue parole al giornale diretto da Aldo Vitali.
L'articolo “Avere una persona che ti dice ‘io ti posso rovinare’ e si prende il potere dei tuoi errori, non si augura a nessuno”: Raoul Bova sui messaggi a Martina Ceretti proviene da Il Fatto Quotidiano.
I Critics Choice Awards 2026 hanno celebrato una delle stagioni più affollate e stratificate degli ultimi anni, distribuendo i riconoscimenti in modo corale e confermando una tendenza sempre più marcata verso premi diffusi, capaci di fotografare la complessità dell’attuale panorama audiovisivo. Cinema e televisione si sono divisi la scena senza un unico dominatore assoluto, ma con una costellazione di titoli, autori e interpreti che hanno trovato spazio e legittimazione critica.
Nel cinema, il premio per il miglior film ha abbracciato un’ampia rosa di opere, miglior film riconoscendo One Battle After Another che ha battuto Bugonia, Frankenstein, Hamnet, Jay Kelly, Sentimental Value, Sinners, Train Dreams e Wicked: For Good. Sul piano della regia a Paul Thomas Anderson che ha prevalso su Ryan Coogler per Sinners, Guillermo del Toro per Frankenstein, Josh Safdie per Marty Supreme, Joachim Trier per Sentimental Value e Chloé Zhao per Hamnet, a testimonianza di una pluralità di visioni che spaziano dal cinema d’autore più classico a quello di forte impronta industriale.
Miglior attore Timothée Chalamet (Marty Supreme) cha sconfitto le interpretazioni di Leonardo DiCaprio (One Battle After Another), Joel Edgerton (Train Dreams), Ethan Hawke (Blue Moon), Michael B. Jordan (Sinners) e Wagner Moura (The Secret Agent). Sul fronte femminile, i Critics Choice hanno premiato l’interpretazione di Jessie Buckley per Hamnet che prevalso su Rose Byrne per If I Had Legs I’d Kick You, Chase Infiniti per One Battle After Another, Renate Reinsve per Sentimental Value, Amanda Seyfried per The Testament of Ann Lee ed Emma Stone per Bugonia.
Tra gli attori non protagonisti il premio è andato Jacob Elordi per Frankenstein. I candidati erano anche Benicio del Toro e Sean Penn per One Battle After Another, Paul Mescal per Hamnet, Adam Sandler per Jay Kelly e Stellan Skarsgård per Sentimental Value. Tra le attrici non protagoniste ha prevalso Amy Madigan per Weapons su Elle Fanning e Inga Ibsdotter Lilleaas per Sentimental Value, Ariana Grande per Wicked: For Good, , Wunmi Mosaku per Sinners e Teyana Taylor per One Battle After Another.
Per la sceneggiatura originale il premio è andato a Ryan Coogler (Sinners) che ha battuto Noah Baumbach ed Emily Mortimer (Jay Kelly), Ronald Bronstein e Josh Safdie (Marty Supreme), R, Zach Cregger (Weapons), Eva Victor (Sorry, Baby) ed Eskil Vogt con Joachim Trier (Sentimental Value). Il premio per la miglior sceneggiatura non originale a Paul Thomas Anderson: gli altri candidati erano Clint Bentley e Greg Kwedar, Park Chan-wook con Lee Kyoung-mi, Don McKellar e Jahye Lee, Guillermo del Toro, Will Tracy e Chloé Zhao con Maggie O’Farrell. Miglior giovane interprete Miles Caton. Miglior commedia The Naked Gun, mentre per l’animazione il premio è stato assegnato a KPop Demon Hunters.
Sul versante televisivo, la miglior serie drammatica ha visto la vittoria di The Pitt e The Studio ha trionfato per la miglior serie comica. Gli interpreti maschili Noah Wyle e Seth Rogen hanno incassato il premio per miglior attore. Tra le miniserie il riconoscimento è andato ad Adolescence conStephen Graham, miglior attore.
Miglior film per la tv Bridget Jones: Mad About the Boy. Migliori attrici rispettivamente per serie drammatica e comica sono state: Rhea Seehorn per Pluribus e Jean Smart, Hacks. Miglior attrice in una Miniserie o Film TV Sarah Snook per All Her Fault, miglior attore non protagonista in una serie drammatica a Tramell Tillman per Severance, Ike Barinholtz per The Studio. Miglior attore non protagonista in una Miniserie o Film TV, Owen Cooper, Adolescence, miglior attrice non protagonista in una serie drammatica Katherine LaNasa, The Pitt, miglior attrice non protagonista in una serie comica Janelle James, Abbott Elementary, miglior attrice non protagonista in una miniserie o film tv Erin Doherty, Adolescence, miglior Serie AnimataSouth Park Miglior Serie in Lingua Straniera Squid Game, miglior talk show Jimmy Kimmel Live!.
L'articolo Critics Choice Awards 2026: i vincitori categoria per categoria. Chalamet batte DiCaprio come miglior attore proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Il verdetto è arrivato: ho subito danni cerebrali”. L’attrice Evangeline Lilly ha raccontato ai suoi followers di Instagram la disavventura accaduta lo scorso settembre, quando è svenuta su una spiaggia delle Hawaii e ha battuto la testa contro una roccia.
E ha anche rivelato che quasi tutte le aree del suo cervello funzionano a capacità ridotta dopo l’incidente in spiaggia. L’attrice ha dichiarato che ci vorrà tempo per ristabilirsi completamente.
Le condizioni sono apparse subito gravi. “Il verdetto è arrivato: ho subito danni cerebrali a causa del trauma cranico” ha svelato l’attrice di “Lost” e “Lo Hobbit”. Nel video postato sui social, la donna, apparsa col viso tumefatto, ha detto che la strada da percorrere per ristabilire le funzioni cognitive sarà “in salita”.
L’attrice ha dichiarato: “È rassicurante sapere che il mio calo cognitivo non è solo dovuto alla perimenopausa, ma è difficile accettare che sarà una battaglia in salita cercare di invertire le carenze”.
Evangeline è determinata a lottare per recuperare nel minor tempo possibile: “Il mio lavoro ora è capire l’entità dei danni con l’aiuto dei medici e intraprendere un lungo cammino per recuperare“.
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L'articolo “Ho danni cerebrali dopo una caduta in spiaggia. Tutte le aree del mio cervello funzionano a capacità ridotta”: la confessione di Evangeline Lilly proviene da Il Fatto Quotidiano.
Novak Djokovic ha deciso di lasciare la Ptpa (che sta per Professional Tennis Players Association), il sindacato che lui stesso aveva fondato nel 2020. Una decisione arrivata a sorpresa nella giornata di domenica, con l’annuncio del tennista sul proprio profilo X. L’ex numero 1 del mondo ha infatti deciso di lasciare il sindacato che lui stesso aveva ideato e creato nell’estate 2020 insieme a Vasek Pospisil, oggi ritiratosi. Nonostante la Ptpa sia stata ufficialmente riconosciuta come organizzazione solo nel 2021, la sua prima presentazione era risalente allo US Open del 2020. Lo scopo principale doveva essere quello di tutelare nel migliore dei modi i diritti dei giocatori nelle varie sedi delle organizzazioni governanti di questo sport.
“Dopo un’accurata riflessione, ho deciso di allontanarmi completamente dalla PTPA. Questa scelta è dovuta a preoccupazioni persistenti riguardo alla trasparenza, alla governance e al modo in cui la mia voce e la mia immagine sono state rappresentate“, ha spiegato Djokovic nel comunicato diffuso su X per spiegare le proprie ragioni. “Resto orgoglioso della visione che Vasek e io abbiamo condiviso quando abbiamo fondato questo sindacato, volendo dare ai giocatori una voce più forte e indipendente. Al tempo stesso, è diventato chiaro che i miei valori e il mio approccio non siano più allineati con l’attuale direzione dell’organizzazione”.
Il comunicato di Djokovic prosegue: “Continuerò a concentrarmi sul mio tennis, sulla mia famiglia e contribuirò alla crescita di questo sport in modi che riflettano i miei valori e la mia integrità . Auguro il meglio ai giocatori e a tutti coloro che sono coinvolti in questo progetto, ma per quanto mi riguarda è un capitolo ormai chiuso“. Il 38enne serbo inizierà il suo 2026 all’ATP 250 di Adelaide, primo e unico test in vista degli Australian Open, in programma a Melbourne Park da domenica 18 gennaio.
L'articolo “Dubbi su trasparenza e governance”: clamoroso Djokovic, lascia a sorpresa il sindacato da lui fondato proviene da Il Fatto Quotidiano.
La denuncia a carico dell’attore Mickey Rourke parlava chiaro. Il sito People aveva ottenuto il documento presentato da Eric Goldie, proprietario della casa di Los Angeles, contro Rourke. Secondo quanto si legge, “il 73enne avrebbe dovuto saldare i conti entro lo scorso 21 dicembre”. L’avviso, che secondo la denuncia Rourke avrebbe “omesso di rispettareâ€, è stato affisso nei locali e inviato per posta al diretto interessato. Si parla di rate arretrate di oltre 50mila euro.
Quale miglior modo per trovare contanti immediati? The Hollywood Reporter conferma che Mickey Rourke si è dovuto rivolgere a GoFundMe per pagare le rate non evase.
Domenica 4 gennaio con la sua “piena autorizzazione”, è stata lanciata la campagna di crowdfunding “Support Mickey to Prevent Eviction“, dive si esortano i fan di “aiutare Mickey Rourke a rimanere nella sua casa”. La cifra richiesta è però superiore, si parla di 100mila euro. Esattamente il doppio. E al momento le cose sembrano stiano andando decisamente bene. Ad oggi 5 gennaio alle ore 10, metà della cifra richiesta è stata già ottenuta. Insomma un grande successo.
“Mickey Rourke sta attualmente affrontando una situazione molto difficile e urgente: rischia di essere sfrattato – si legge nella descrizione di GoFundMe-. La vita non scorre sempre liscia e, nonostante tutto ciò che Mickey ha dato con il suo lavoro e la sua vita, ora sta affrontando un momento finanziario difficile che ha messo a rischio la sua casa”. La raccolta fondi coprirà “le spese immediate relative all’alloggio e impedirà lo sfratto”.
“L’obiettivo è dare a Mickey un po’ di stabilità e tranquillità durante un periodo stressante, in modo che possa rimanere nella sua casa e avere lo spazio per rimettersi in piedi- spiega la raccolta fondi – Qualsiasi donazione, indipendentemente dall’importo, farà davvero la differenza.”
La campagna GoFundMe è gestita da Liya-Joelle Jones, amica e membro del team di Rourke che a The Hollywood Reporter ha confermato: “Mickey sta attraversando un momento molto difficile, ed è stato incredibilmente toccante vedere quante persone si preoccupano per lui e vogliono aiutarlo”.

L'articolo “Aiutatemi e donatemi soldi. Devo pagare le rate arretrate dell’affitto di oltre 50mila euro se no mi sfrattano”: l’ultimo appello di Mickey Rourke proviene da Il Fatto Quotidiano.
Roger Waters è stato durissimo sul raid americano, voluto dal presidente Donald Trump, in Venezuela con la conseguente deposizione di Nicolás Maduro che con la moglie è stato portato in America per essere processato con le accuse di terrorismo, traffico di droga e di armi.
“Sono le 11 del mattino del 3 gennaio 2026. Siamo tutti sconvolti, sotto shock, – ha scritto l’ex Pink Floyd sui social – per questo selvaggio atto di aggressione dell’impero degli Stati Uniti d’America contro i nostri fratelli e sorelle e compagni in Venezuela, quella grande e meravigliosa espressione della rivoluzione bolivariana”.
E ancora: “Siamo con voi. Nessuno di noi, in nessuna parte del mondo, sostiene ciò che stanno facendo. Quando dico che applauderemmo le vostre azioni nei Caraibi, credo di parlare a nome di una percentuale imprecisata, ma probabilmente del 99% delle persone del pianeta”.
Infine: “Per l’amor di Dio, crescete. Smettete di comportarvi come bambini deficienti in un cortile di scuola. Questo è il nostro mondo, non il vostro. Se fossi un uomo che prega, adesso starei pregando per il presidente Maduro. Non sono un uomo che prega, ma sono un uomo che agisce, e farò tutto ciò che è in mio potere per sostenere il Venezuela, che è un paese sovrano e dovrebbe essere lasciato in pace dai bulli gringo del nord”.
Una posizione che si allinea con altri colleghi come ad esempio Bruce Springsteen che con Trump è stato sempre durissimo: “Non mi importa di cosa pensa di me. È la personificazione vivente dello scopo del 25esimo emendamento (la
successione presidenziale e la rimozione del Presidente in caso di incapacità , ndr) e dell’impeachment. Se il Congresso avesse un minimo di coraggio, lo butterebbe nel dimenticatoio della storia”.
L'articolo “Smettete di comportarvi come bambini deficienti. Selvaggio atto di aggressione dell’impero degli Stati Uniti d’America in Venezuela.”: Roger Waters furioso con Trump proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il ministro della Difesa del Venezuela e capo delle Forze armate boliviariane (Fanb), Vladimir Padrino López, ha rivolto oggi un appello alla popolazione civile a mantenere “la pace e l’ordine”. Lo ha fatto riapparendo in pubblico in una trasmissione della televisione statale Venezolana de Televisión (Vtv) dove si è mostrato in tenuta militare e accompagnato da altri 15 alti ufficiali dell’esercito. “La patria continua, deve riprendere il suo cammino e lunedì assisteremo a un atto istituzionale come l’insediamento del nuovo parlamento”, ha aggiunto, sottolineando che “è stato attivato nella totalità dello spazio geografico lo stato di emergenza”.
L'articolo Il ministro della Difesa venezuelano in tenuta militare: “Riconosciamo Rodriguez presidente a interim”. Poi l’appello “alla pace e all’ordine” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un gesto che esalta l’amore universale in un momento per molti sacro della musica classica. Durante il tradizionale concerto del Capodanno di Vienna dei Wiener Philharmoniker, mentre veniva eseguita la celebre “Marcia di Radetzky”, il direttore d’orchestra Yannick Nézet-Séguin, dichiaratamente gay, ha baciato sulla nuca il marito violinista Pierre Tourville, con cui ha celebrato l’unione civile nel 2021. Un’istantanea che ha raggiunto gli oltre 150 Paesi dove l’opera è seguita (in Italia pochi giorni fa ha fatto registrare il 16,2% di share su Rai 2) ormai da decenni ed è simbolo di una tradizione che, di solito, non ammette eccezioni alla ritualità .
Nézet-Séguin ha infranto la liturgia in maniera gentile, rispettando l’essenza del concerto di musica classica più famoso al mondo. Non solo con il gesto d’affetto verso il consorte, ma anche scendendo in platea, con il sorriso stampato in volto, a dirigere la marcia composta da Johann Strauss al ritmo del battito di mani del pubblico. La prima volta nella storia.
Cinquantenne nato a Montréal, dopo essersi diplomato in pianoforte al conservatorio della sua città e aver completato gli studi di direzione di coro a quello di Princeton, ha lavorato a Montréal come maestro del coro e direttore principale dell’Orchestre Métropolitan. Da anni, è una delle figure più influenti della musica classica a livello internazionale: è stato alla guida della Victoria Symphony (orchestra canadese) di Victoria, ha diretto l’orchestra filarmonica di Rotterdam per dieci anni e dal 2012 la sua bacchetta dà indicazioni ai musicisti della Philadelphia Orchestra. Tra gli altri incarichi, dal 2018 è direttore musicale del Metropolitan Opera di New York.
For the first time ever a maestro comes down from the podium into the audience to conduct the Vienna New Year’s Concert during Strauss’s Radetzky-Marsch. Yannick Nézet-Séguin you legend ???????????? #HappyNewYear #ViennaPhilharmonicOrchestra pic.twitter.com/TZMBnegjiD
— Nikos (@nkavv1) January 1, 2026
Quest’anno, nella Sala d’Oro del Musikverein è stato lui a dare indicazioni sul repertorio da eseguire. E a Vienna, accanto agli spartiti della dinastia Strauss, sono state suonate opere di compositori ai margini del tradizionale programma concertistico, come Joseph Lanner e Carl Michael Ziehrer. Ma soprattutto, hanno trovato spazio la polka “Sirenen Lieder†di Josephine Weinlich, fondatrice della prima orchestra femminile d’Europa proprio nella capitale austriaca, e dell’aformacericana Florence Price, di cui è stata eseguito in versione sinfonica il “Rainbow Waltzâ€, composto nel 1939.
Una dichiarazione di intenti e una presa di posizione a favore dell’inclusione e dell’uguaglianza da parte di Nézet-Séguin, considerando il fatto che Price – prima afroamericana a essere riconosciuta come direttrice d’orchestra nella prima metà del ‘900 – lottò tutta la vita per ottenere rispetto e dignità , subendo offese e discriminazioni razziali.
“La musica può unirci tutti perché viviamo sullo stesso pianetaâ€, ha evidenziato il maestro canadese in un breve discorso prima del brindisi di Capodanno, in cui si è augurato che ci sia pace “nei cuori e soprattutto tra le nazioni del mondoâ€. Nézet-Séguin ha celebrato il traguardo della direzione a Vienna anche con un post sui suoi profili social: “Ho condotto questo concerto in tv da bambino, ho sognato questo momento da allora. Al concerto di Capodanno (…). Ho visto quel sogno realizzarsiâ€.
L'articolo Il bacio al marito violinista e la discesa in platea durante la Marcia di Radetzky: il direttore Yannick Nézet-Séguin ha rotto il rito del Capodanno di Vienna proviene da Il Fatto Quotidiano.
Jesy Nelson delle Little Mix, band che si è formata a X Factor UK nel 2011, ha rivelato in un video su Instagram che alle sue figlie gemelle, Ocean Jade e Story Monroe, è stata diagnosticata l’atrofia muscolare spinale (SMA) di tipo 1. La diagnosi di questa rara malattia è arrivata dopo aver notato che le loro gambe non si muovevano come avrebbero dovuto e che facevano fatica ad alimentarsi correttamente. “Credo davvero che le mie figlie supereranno ogni ostacolo e, con il giusto aiuto, combatteranno anche questo”, ha detto Nelson.
Ha commosso i fan il video diffuso domenica 4 gennaio, in cui l’ex cantante 34enne ha rivelato che alle sue bambine di 8 mesi, Ocean Jade e Story Monroe, è stata diagnosticata una rara malattia neuromuscolare chiamata Atrofia Muscolare Spinale (SMA) di tipo 1.
Nelson ha avuto le figlie con il fidanzato, Zion Foster, il 15 maggio 2025. Nel suo video, ha ricordato che, all’uscita dall’Unità di Terapia Intensiva Neonatale, le è stato detto di non paragonare le sue figlie ad altri bambini, poiché erano nate premature a 31 settimane e “non avrebbero raggiunto gli stessi traguardi”.
I medici hanno messo le mani avanti, dicendo subito ai genitori che le gemelle non mostravano la giusta mobilità delle gambe e avrebbero avuto difficoltà a “nutrirsi correttamente”. Nelson è scoppiata a piangere quando ha ricordato che le era stato detto che le sue bambine sarebbero state probabilmente disabili a causa della loro condizione e che avrebbero avuto bisogno di cure immediate.
“Ci è stato detto che probabilmente non sarebbero mai state in grado di camminare,- ha detto – probabilmente non avrebbero mai recuperato la forza del collo, quindi sarebbero state disabili. Quindi la cosa migliore che possiamo fare ora è farle curare e poi sperare per il meglio. È la malattia muscolare più grave che un bambino possa contrarre. Sono molto grata che le mie figlie abbiano ricevuto le cure, altrimenti sarebbero morte. Sono dovuta diventare come un’infermiera”.
E ancora: Nel giro di due settimane dalla diagnosi devo attaccarle ai respiratori e fare un sacco di cose che nessuna madre dovrebbe mai fare sul proprio figlio“, ha spiegato. Dopo la nascita prematura delle figlie nel maggio 2025, Nelson e Foster, 27 anni, hanno potuto riportare le loro figlie a casa poche settimane dopo, a giugno.
Nelson ha detto che gli ultimi tre mesi sono stati “il periodo più straziante della mia vita”, aggiungendo che si sente come se “fosse in lutto per la vita che pensavo di avere con i miei figli”.
“Devo essere grata perché alla fine sono ancora qui e questa è la cosa più importante, e hanno ricevuto le cure – ha concluso -. E credo davvero che le mie figlie sfideranno ogni avversità e, con il giusto aiuto, combatteranno anche questo”.
È una malattia neuromuscolare rara caratterizzata dalla perdita dei motoneuroni, ovvero quei neuroni che trasportano i segnali dal sistema nervoso centrale ai muscoli, controllandone il movimento. Di conseguenza, la patologia provoca debolezza e atrofia muscolare progressiva, che interessa, in particolar modo, gli arti inferiori e i muscoli respiratori.
La SMA ha un’incidenza di circa 1 paziente su 10mila nati vivi. Nel 95% dei casi, la patologia è causata da specifiche mutazioni nel gene SMN1, che codifica per la proteina SMN (Survival Motor Neuron), essenziale per la sopravvivenza e il normale funzionamento dei motoneuroni.
I pazienti affetti da SMA hanno un numero variabile di copie di un secondo gene, SMN2, che codifica per una forma accorciata della proteina SMN, dotata di una funzionalità ridotta rispetto alla proteina SMN completa (quella codificata dal gene SMN1sano). Il numero di copie del gene SMN2 è quindi alla base della grande variabilità della patologia, con forme più o meno gravi e un ventaglio sintomatico molto ampio. (dal sito dell’Osservatorio delle malattie rare)
L'articolo “Le mie figlie gemelle hanno l’atrofia muscolare spinale (SMA) di tipo 1. È la malattia muscolare più grave che un bambino possa contrarre”: il dolore di Jesy Nelson proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un assalto a un portavalori ha paralizzato l’autostrada A14 nelle prime ore di lunedì. Il fatto è avvenuto intorno alle 6.30, lungo la carreggiata nord, all’altezza di Ortona, nel territorio del Chietino. I malviventi hanno disseminato dei chiodi, utilizzato dei fumogeni e incendiato almeno un paio di mezzi per coprire la fuga sulla sede stradale, creando una situazione di pericolo per chi transitava in quel momento sull’arteria adriatica.
Sul posto sono intervenute le pattuglie del Centro Operativo Autostradale (Coa) della Polizia stradale di Pescara, insieme ai vigili del fuoco e al personale del 118. L’area è stata messa in sicurezza e il traffico ha subìto pesanti rallentamenti, con lunghe code in direzione nord: agli automobilisti diretti verso Pescara viene consigliato di uscire a Ortona, proseguire sulla viabilità ordinaria e rientrare in autostrada allo svincolo di Pescara Sud. Al momento resta ancora da chiarire l’entità del bottino sottratto e non è stato confermato se per l’assalto siano state impiegate delle armi.
L'articolo Assalto a un portavalori sulla A14: commando in azione nel Chietino. Traffico bloccato in autostrada proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Una tragedia che segna un prima e un dopo”. Così il presidente della Confederazione elvetica, Guy Parmelin, ha definito la strage di Capodanno a Crans-Montana, costata la vita a giovanissimi e destinata a lasciare un segno profondo non solo nelle famiglie delle vittime, ma nell’intera comunità svizzera e internazionale. “È la prima volta nella mia vita che mi trovo di fronte a un evento che porta via giovani vite – ha detto in un’intervista alla Rsi – e ho l’impressione che ci sarà un prima e un dopo Crans-Montana per molte persone e per me”.
È il tempo del dolore e del rientro delle vittime nei luoghi d’origine. Terminata l’identificazione dei corpi, un volo dell’Aeronautica militare riporterà in Italia le giovani vittime italiane. Un C-130 partirà da Sion e atterrerà a Milano Linate, da dove i feretri dei sedicenni Achille Barosi e Chiara Costanzo raggiungeranno il capoluogo lombardo, quello del coetaneo Giovanni Tamburi sarà trasferito a Bologna, mentre Genova accoglierà il corpo del quasi diciassettenne Emanuele Galeppini. Il volo proseguirà poi per Roma Ciampino, con il feretro del sedicenne Riccardo Minghetti.
Il rogo divampato nella notte di San Silvestro al locale Constellation ha provocato morti e feriti, aprendo interrogativi drammatici sulle condizioni di sicurezza. “Se fossimo stati in grado di evitare prima una simile tragedia, lo avremmo fatto – ha aggiunto Parmelin – ma purtroppo è accaduto. Dobbiamo conviverci, imparare da questa esperienza e fare tutto il possibile per limitare i rischi. Il rischio zero non esiste”. Parole che cozzano con le dichiarazioni di domenica dell’ambasciatore italiano Gian Lorenzo Cornado: “Esistono le disgrazie, ma questa non è stata una disgrazia ma una tragedia evitabile: sarebbero bastati un po’ di prevenzione e un minimo di buon senso”.
Sul fronte giudiziario, le indagini si annunciano complesse e lunghe come ha chiarito la procuratrice generale del Canton Vallese, Beatrice Pilloud, intervenuta al telegiornale dell’emittente Rts. “Chiaramente qualcosa non ha funzionato – ha affermato – non si possono avere così tanti morti e feriti e dire che tutto è andato liscio». L’inchiesta dovrà stabilire con precisione cosa sia accaduto e dove si siano verificati i punti critici, facendo luce sulle eventuali responsabilità . Ci vorrà un’enorme quantità di tempo. Siamo nella vita reale, non in una serie Tv di 45 minuti”, ha sottolineato Pilloud, spiegando che saranno necessarie indagini tecniche approfondite e l’ascolto di moltissime persone.
Un lavoro delicato, affidato anche agli specialisti dell’Ufficio di medicina legale di Zurigo, con l’obiettivo di dare risposte alle famiglie colpite: “Vogliamo spiegare ai genitori che hanno perso i figli, ai fratelli e alle sorelle, cosa è successo. E per farlo non possiamo trascurare nessuna pista”. A Roma, nella Basilica dei Santi Pietro e Paolo, si terranno il 7 gennaio i funerali di Riccardo Minghetti. La salma della sedicenne Sofia Prosperi, italo-svizzera residente a Lugano, non sarà invece imbarcata sul volo di Stato: le esequie si svolgeranno nella città elvetica.
Dalla notte di Capodanno, i pazienti accolti dall’Ospedale Niguarda di Milano provenienti da Crans-Montana sono in tutto undici: i primi tre sono arrivati l’1 gennaio, a poche ore dall’evento, altri quattro sono stati trasferiti a Niguarda il 2 gennaio da diversi ospedali della Svizzera, mentre sabato se ne sono aggiunti ulteriori 2. Nella giornata di ieri sono stati presi in carico due pazienti provenienti da Aarau e Zurigo. Quasi tutti i feriti, spiega una nota dell’ospedale, hanno 15-16 anni, fatta eccezione per una donna di 29 anni e una donna di 55. Sette sono considerati in condizioni particolarmente serie e necessitano di cure più intensive.
“Niguarda rimane a disposizione per prendere in carico un ulteriore paziente attualmente ricoverato a Zurigo, al momento considerato non trasportabile, così come per dare supporto e assistenza ad ulteriori feriti”, si legge nella nota. Le equipe che si stanno prendendo cura dei pazienti lavorano alla Medicina d’urgenza e Pronto Soccorso, al Centro Ustioni, alla Anestesia e Rianimazione. Le Sale Operatorie sono attive a regime con tutti i professionisti coinvolti, per garantire in tempo reale la piena assistenza a ciascuno di questi undici pazienti. Accanto a loro sono sempre presenti anche infermieri, tecnici, operatori sociosanitari e un team dedicato di psicologi, che assiste le famiglie.
L'articolo Crans Montana, oggi l’arrivo delle salme in Italia di 5 ragazzi morti. La procuratrice: “Indagine? Ci vorrà un’enorme quantità di tempo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
L'articolo Venezuela, ora Trump minaccia Colombia, Cuba, Messico e Iran: “Voglio anche la Groenlandia, ci serve”. La replica: “Basta fantasie di annessione” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Lo scontro e le polemiche sui finanziamenti italiani ad Hamas sono l’ennesima dimostrazione di come la politica di casa nostra viva di fiammate improvvise, spesso originate da notizie tutte da verificare e approfondire, e di uno scarsissimo uso della memoria.
Premesso che l’inchiesta dei magistrati genovesi è solo all’inizio, la sinistra italiana dovrà interrogarsi sull’accoglienza e sui giudizi, talvolta un po’ superficiali, che dà su personaggi borderline e quindi potenzialmente a rischio. Ma la destra che si scaglia contro la sinistra per il suo presunto strizzare l’occhio a elementi vicini all’organizzazione terroristica della Palestina dimentica – o finge di dimenticare – che negli ultimi decenni le principali organizzazioni terroristiche sono nate come creature delle diaboliche (e assurde) strategie dell’intelligence occidentale, in particolare statunitense e israeliana. È la storia di Al Qaeda, dell’Isis e – purtroppo – anche di Hamas.
L’idea che Hamas sia nato esclusivamente come nemico di Israele è una semplificazione comoda, ma storicamente incompleta. La realtà , più complessa e inquietante, affonda le sue radici negli anni Settanta e Ottanta, quando la leadership israeliana compì una scelta strategica destinata a produrre conseguenze devastanti: favorire l’ascesa dell’islamismo palestinese per indebolire il nazionalismo laico dell’OLP.
A raccontarlo, senza ambiguità , fu Yitzhak Rabin. Due mesi prima di essere assassinato, l’allora primo ministro israeliano confidò a un giornalista italiano del Corriere della Sera una verità che definì “allucinanteâ€: Hamas, disse, era stato in qualche modo “inventato†da Israele. Non creato formalmente, ma coltivato, tollerato, lasciato crescere perché utile a contrastare Yasser Arafat, leader di un’OLP laica, politicamente strutturata e sempre più accreditata in Occidente.
Quella confessione non rimase isolata. Il presidente egiziano Hosni Mubarak e il re di Giordania Hussein confermarono privatamente lo stesso retroscena: Israele vedeva nel fondamentalismo religioso un avversario meno pericoloso del nazionalismo palestinese, capace invece di parlare con l’Europa, le Nazioni Unite e parte dell’opinione pubblica israeliana.
I fatti storici corroborano queste parole. Nella Striscia di Gaza, alla fine degli anni Settanta, operava lo sceicco Ahmed Yassin, guida carismatica della Fratellanza Musulmana palestinese. La sua organizzazione, al-Mujamma al-Islami, si occupava di moschee, scuole e assistenza sociale. Nel 1979 Israele ne autorizzò ufficialmente l’esistenza legale. Una decisione firmata dal ministro della Difesa Ezer Weizman, motivata da un calcolo politico preciso: meglio una rete religiosa, caritatevole e frammentata che un movimento laico e unitario come l’OLP.
Mentre Arafat e il suo apparato subivano arresti, chiusure di sedi e repressione politica, le strutture islamiche ottenevano permessi edilizi, fondi indiretti, margini di manovra. Israele non solo tollerò questa crescita, ma la considerò funzionale a una strategia classica: dividere il fronte palestinese dall’interno.
Quando nel 1987 esplose la Prima Intifada, quella rete religiosa si trasformò ufficialmente in Hamas. Con la nascita del Movimento di Resistenza Islamica, la lotta palestinese cessò di essere prevalentemente politica e nazionale e assunse una dimensione religiosa, radicale, identitaria. Era il punto di non ritorno. Negli anni successivi, diplomatici statunitensi, giornalisti investigativi e persino ex funzionari israeliani confermarono quella “tolleranza attivaâ€. Dennis Ross parlò apertamente di incoraggiamento israeliano alla nascita di Hamas. Lo storico israeliano Avner Cohen, ex membro dell’intelligence, ammise che Hamas fu lasciata crescere nell’illusione di poterla controllare. Una scommessa persa.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Hamas si è radicalizzato, ha preso le armi, ha conquistato Gaza, è diventato il principale nemico dichiarato di Israele e il volto del terrorismo palestinese per l’Occidente. Ma dietro quel volto resta l’ombra di una scelta originaria: usare un nemico per indebolirne un altro.
La storia raramente perdona questi calcoli. Ciò che nasce come strumento tattico finisce spesso per diventare una minaccia strategica. Hamas non è un’anomalia piovuta dal cielo, ma il prodotto di una lunga catena di decisioni politiche, omissioni e convenienze. Ignorarlo significa continuare a raccontare un conflitto senza le sue cause più scomode.
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I primi cinque anni di questo decennio hanno ricordato sinistramente quelli degli anni Novanta dello scorso secolo, segnati dai più gravi crimini di diritto internazionale, compresi i due genocidi più veloci della storia: quello del Ruanda nel 1994 e quello della Bosnia nel 1995.
Ma dopo quegli orrori, ci fu una risposta, basata sulla necessità imprescindibile di punire i responsabili e almeno i principali esecutori di quei crimini: nacquero i due tribunali speciali per il Ruanda e l’ex Jugoslavia e nel 1998 a Roma venne approvato lo Statuto della Corte penale internazionale permanente (per saperne di più, soprattutto sulle condanne emesse dalle prime due corti, segnalo questo volume).
Il quinquennio appena iniziato somiglierà , a sua volta, al secondo quinquennio degli anni Novanta? Dalla risposta, che non possiamo dare noi limitandoci a esprimere una speranza, dipenderanno il destino dei conflitti in corso e la prevenzione, o al contrario, la previsione dei prossimi.
L’efficacia e l’efficienza della giustizia internazionale, priva del potere coercitivo di dare seguito alle sue decisioni – non esiste una polizia giudiziaria per eseguire i mandati di cattura – dipendono dalla collaborazione degli stati. Per 125 di loro non è un’opzione ma un obbligo.
Nel 2025 questa collaborazione è venuta meno in diverse occasioni: l’Italia ha riaccompagnato a casa il ricercato libico Almasri; l’Ungheria e tre stati africani (Burkina Faso, Mali e Niger) hanno annunciato l’intenzione di uscire dalla Corte penale internazionale; gli Usa, che non ne fanno parte, l’hanno nuovamente colpita con sanzioni.
La “pietra dello scandalo†è stata l’emissione del mandato di cattura per il primo ministro israeliano Netanyahu, che ha suscitato dalle nostre parti reazioni opposte a quelle entusiastiche seguite all’analogo provvedimento, sacrosanto, adottato nei confronti del presidente russo Putin.
Queste reazioni opposte sono state la prova più evidente dei doppi standard praticati dai più influenti stati della comunità internazionale: mentre milioni di persone nel mondo, rassegnate a non poter contare su quella domestica, guardano alla giustizia internazionale come unico mezzo per ottenere la punizione dei responsabili dei crimini subiti, in molte capitali non sono questi a essere valutati bensì chi li ha commessi, per poter condannare o condonare secondo le circostanze.
Eppure, nell’anno che si è appena concluso, la giustizia internazionale ha dimostrato che se la si lascia lavorare, se non la si delegittima e se non la si boicotta, ottiene dei risultati.
L’11 marzo le autorità delle Filippine hanno arrestato l’ex presidente Rodrigo Duterte, ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità in relazione alla sua politica della “guerra alla droga†che tra il 2016 e il 2022 causò l’uccisione di migliaia di persone, per lo più povere e marginalizzate, da parte delle forze di polizia o di killer legati a queste ultime. Il giorno dopo Duterte è stato trasferito alla Corte.
L’8 luglio la Camera preliminare della Corte ha emesso mandati di cattura nei confronti di Haibatullah Akhundzada e di Abdul Hakim Haqqani, rispettivamente guida suprema e capo del potere giudiziario dei talebani al potere in Afghanistan, per il crimine contro l’umanità di persecuzione di genere.
Il 1° dicembre la Germania ha ricordato all’Italia cosa vuol dire rispettare gli obblighi di cooperazione con la Corte penale internazionale: il cittadino libico Khaled Mohamed Ali El Hishri, uno dei responsabili della famigerata prigione di Mitiga, è stato non riaccompagnato a Tripoli ma consegnato all’Aja. Era stato arrestato il 16 luglio in esecuzione di un mandato di arresto emesso dalla Camera preliminare della Corte il 10 luglio per crimini di guerra e contro l’umanità .
Infine, il 9 dicembre la Corte ha condannato a 20 anni di carcere il criminale sudanese Ali Muhammad Ali Abd-Al-Rahman detto “Ali Kushaybâ€, dopo averlo giudicato colpevole di 27 fattispecie di crimini di guerra e contro l’umanità commessi tra l’agosto del 2003 e l’aprile del 2004 nel Darfur. All’epoca “Ali Kushayb”, consegnatosi alla Corte nel 2020, era a capo di una milizia alleata alle forze armate.
Nel quinquennio appena iniziato potrebbero arrivare i due verdetti per i casi di genocidio sollevati di fronte all’altro organo giudiziario globale, la Corte internazionale di giustizia, che giudica non gli individui ma gli Stati: quello del Gambia contro Myanmar per i crimini subiti dalla minoranza rohingya e quello del Sudafrica contro Israele per i crimini subiti dalla popolazione palestinese della Striscia di Gaza.
La Corte internazionale di giustizia, che deve pronunciarsi solo sul possibile crimine di genocidio e non su altri, potrebbe stabilire che genocidio non vi è stato. Ma nessuno, negli Stati sotto accusa, dovrebbe tirare un sospiro di sollievo e brindare all’assoluzione.
Infatti, non esiste una gerarchia tra i crimini di diritto internazionale: genocidio, poi crimini contro l’umanità e, al terzo posto, crimini di guerra. Affermare, da parte israeliana, che siccome non c’è stato genocidio, in fin dei conti non è successo niente di grave comporterebbe la beffarda conseguenza di concludere che anche Hamas, dopo tutto, non ha fatto niente di grave. Solo chi ignora o manipola per propri fini il diritto internazionale potrebbe sostenere una cosa del genere.
La speranza, allora, è che attraverso le proprie pronunce e la cooperazione della comunità internazionale, la giustizia internazionale non sia più vista come un problema ma come la soluzione, quella in grado di spezzare il cerchio dell’impunità . Altrimenti, mutilando la frase popolare negli anni Novanta, vorrà dire che “c’è pace senza giustiziaâ€.
Una pace senza giustizia è una pace ingiusta, un premio agli aggressori: averli intorno ai tavoli negoziali anziché in un aula di tribunale significherà semplicemente prepararci ai prossimi conflitti.
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Non è ancora il momento delle balene, ma per gli squali della finanza è già tempo di programmare un soggiorno a Caracas dopo l’uscita di scena di Nicolás Maduro. Charles Myers, presidente della società di consulenza Signum Global Advisors ed ex vicepresidente della società di consulenza finanziaria Evercore, ha spiegato a Business Insider che sta organizzando un gruppo di circa venti investitori statunitensi per marzo. Mentre le cancellerie mondiali si dividono sulla legittimità dell’intervento militare Usa, l’odore degli affari e il richiamo della ricostruzione già muovono i soldi. Perché “il potenziale di investimento straniero nel Paese per i prossimi cinque anni oscilla tra i 500 e i 750 miliardi di dollari”, spiega Myers, che secondo il Wall Street Journal si prepara a partire insieme a “funzionari dei principali hedge fund e gestori patrimoniali per determinare se ci sono prospettive di investimento nel Paese sotto la nuova leadership”.
Al viaggio prenderanno parte funzionari dei settori finanziario, energetico e della difesa, tra gli altri. “Il piano provvisorio prevede che il gruppo si rechi in Venezuela a marzo e incontri il nuovo governo, compresi il nuovo presidente, il ministro delle finanze, il ministro dell’energia, il ministro dell’economia, il capo della banca centrale e la borsa di Caracas”, ha spiegato Myers. Un segnale indicativo del sentimento degli ambienti che contano, abituati a vedere opportunità dove gli altri vedono crisi, per i quali Meyers parla di “cauto ottimismo”. La sua azienda, Signum, aveva già organizzato viaggi simili per gestori patrimoniali e hedge fund in Siria e Ucraina, e per il Venezuela “si aspettava fortemente” che la situazione si sarebbe evoluta come è successo, preparando gruppi di investitori ad essere pronti a recarsi nel Paese quando si presenterà l’occasione. Con l’azione militare di Donald Trump l’occasione sembra essere arrivata: “Penso che il fulcro del successo del Venezuela, guardando a 12 o anche 24 mesi, sia l’investimento straniero. Una parte importante della storia del Venezuela, a partire da oggi, è l’investimento straniero, specialmente nel settore del petrolio e del gas, che è piuttosto semplice, ma ci sono enormi opportunità nell’edilizia, nel turismo”, ha detto.
“C’è un enorme interesse per le opportunità di ricostruzione del Venezuela. E la ripresa sarà più rapida, dato che si trova nel nostro emisfero, e il nuovo governo punterà fin dal primo giorno ad accogliere gli investimenti diretti esteri”, ha detto, rivelando che molti investitori “hanno effettivamente acquistato obbligazioni in previsione di questo momento”. E sottolinea che la reazione è stata persino più entusiastica rispetto a crisi passate: “Questo perché si tratta di un’azione diretta dagli Stati Uniti, che giocheranno un ruolo fondamentale in tutto a partire da oggiâ€, ha aggiunto, certo che il nuovo governo di Caracas non potrà che essere impostato per accogliere gli investimenti diretti esteri sin dal primo istante. Nessun moralismo, ovviamente. Meyers chiarisce che non spetta alla sua società assumere una posizione morale sull’intervento statunitense, ma piuttosto aiutare i clienti ad anticipare le opportunità o mitigare i rischi in un Paese dove presto saranno in tanti a voler investire.
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Con Nicolás Maduro e Cilia Flores fuori dai giochi – prelevati dal loro letto, in cella negli Usa – Donald Trump passa subito ai fatti: il “suo” petrolio va “recuperato” e servirà a “indennizzare” degli americani, vittime di un “furto” da parte di Caracas. Sul banco degli imputati il regime socialista che ha “sequestrato e venduto unilateralmente petrolio, asset e piattaforme statunitensi”, recando danni miliardari alla Casa Bianca. Bandite le parole “democrazia”, “libertà ” o “diritti umani”, ormai abusate dalle scorse amministrazioni. Scaricata anche MarÃa Corina Machado, che a tutti prometteva “l’oro nero” venezuelano senza averne il controllo. Qui si tratta di “fare presto”, anche se consapevoli che “ci vorrà tempo”. Chi dovrà guidare il Paese per Washington non è ancora chiaro, ma c’è abbastanza petrolio per unire ciò che la politica aveva diviso – il 17,5% delle riserve globali dimostrate -, con esponenti chavisti e Maga pronti ad andare a braccetto. È la sintesi parziale di una lunga guerra ibrida, durata almeno 23 anni, tra nazionalizzazioni, trame eversive, sequestri di navi e infine il controllo sulle risorse del Paese.
Prima di arrivare a Maduro, Washington aveva ordinato il sequestro un paio di imbarcazioni al largo del Venezuela, con la presa della Skipper – non sottoposta a sanzioni – e la persecuzione della Bella 1. Sono state allontanate numerose navi e, a fine 2024, la produzione è crollata del 25% nella Fascia dell’Orinoco per un totale di 500mila barili. Mentre Caracas denunciava “atti di pirateria“, con il timido sostegno di Mosca e Pechino, gli Usa promettevano più sequestri fino a quando “il regime non restituirà tutti gli asset rubati”. Le operazioni eseguite dalla Guardia costiera rafforzavano il blocco aereo e navale contro il Paese. Non c’erano “asset” né “petrolio” rubati, ma il mantra era utile a ricordare ai petrolieri la ferita lasciata dagli espropri subiti da ExxonMobil e ConocoPhillips nel 2007, durante l’era di Hugo Chávez. Entrambe rivendicano risarcimenti per almeno 10 miliardi di dollari.
Nel 2026 ci sarà anche la vendita amministrativa della raffineria Citgo, l’asset più importante del Venezuela negli Usa, messa all’asta dal Tribunale di Delaware e acquistata per quasi 6 miliardi da Amber Energy che fa capo al fondo Elliot Investment Management. Citgo è stata strappata al Venezuela in quanto parte di Pdv Holding e quindi “braccio esteso” o “alter ego” dello Stato venezuelano, “disponibile a soddisfare i debiti” causati dagli “espropri” eseguiti da Caracas.
In seguito il Venezuela ha denunciato il “controllo politico” su un'”azienda strategica”, denunciando la “pirateria giudiziaria” di corporation e fondi d’investimento, pronti a liquidare un asset da 12 miliardi di dollari per debiti molto minori. L’ultimo bilancio trimestrale di Citgo: 2,6 miliardi di dollari e 100 milioni in utili netti. Perdita non irrilevante per Caracas, il cui debito estero è di 150 miliardi di dollari. “È stato un atto di speculazione finanziaria, classico di certi fondi avvoltoio”, ha denunciato il giornalista Arcadio Oña in riferimento alla svendita dell’asset. Resta però da chiarire la posizione della Rosneft, a cui Maduro avrebbe consegnato quasi il 50% dell’asset per un prestito da 1 miliardo e mezzo di dollari.
Ma la lunga notte del Venezuela è cominciata molto prima, nel 2002, quando Hugo Chávez licenziò 18mila dipendenti statali a reti unificate. La situazione è degenerata in uno sciopero generale indetto dalla Confindustria locale (Fedecamaras) e dalla Confederación de trabajadores de Venezuela, finito nel peggiore dei modi. Corteo verso Palazzo di Miraflores l’11 aprile di quell’anno – 19 vittime, 120 feriti – e il golpe militare a Chávez, tornato al potere due giorni dopo. Fatti mai chiariti: la produzione doveva riprendere. Ma non solo. Presa Pdvsa il comandante si è spinto oltre, sette anni dopo, decretando l’esproprio di 76 imprese private che fornivano servizi petroliferi nella Costa Oriental del Lago, a nordovest del Paese. “Non ci servono imprese. Per cosa? Il popolo e i lavoratori, possiamo essere più efficaci. Questo si chiama socialismo!â€, aveva detto Chávez. Le ditte espropriate non hanno più funzionato come prima perché affidate alla politica. A mancare era il know how dei tecnici. Solo anni dopo la Costa Oriental del Lago si è in parte ripresa grazie alla mano della China Concord, che ha investito 1 miliardo di dollari sui campos petroleros rimasti in abbandono. In parallelo la Chevron, le cui operazioni non sono mai cessate, ha contribuito al rialzo della produzione, da 400mila a 900mila barili giornalieri. Ora Trump rimescola lo scenario e promette ricchezze a tutti. “I venezuelani? Toccherà a loro solo dopo l’indennizzo agli americani”, avverte il politologo americano John Polga-Hecimovich, sottolineando il rischio di “future rivolte sociali†nei confronti dell’egemonia Usa.
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