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“Christian sta bene ed è uscito dal campo camminando da solo. A mio avviso, il pacemaker ha funzionato come avrebbe dovuto”. In un tweet Morten Boesen, medico della nazionale danese, commenta lo stato di salute di Christian Eriksen, l’ex giocatore dell’Inter che ha accusato un nuovo malore in campo durante Danimarca-Ucraina. “Ha perso conoscenza per un breve periodo – ha proseguito il medico -, ma ha ripreso i sensi molto rapidamente e lo abbiamo contattato subito. Ora verrà sottoposto ad ulteriori accertamenti in ospedale per accertare le cause dell’incidente. Siamo in costante contatto con lui e con i medici dell’ospedale. Ma Christian sta bene e mi ha chiesto di salutare tutti i giocatori e di dire che sta bene”.
Le immagini televisive hanno mostrato il 34enne Eriksen che si stringeva il petto con entrambe le mani al 65° minuto dell’amichevole al Nature Energy Park di Odense. Nell’immagine televisiva successiva, Eriksen era a terra, circondato dai giocatori. “Christian Eriksen è cosciente e, date le circostanze, sta bene”, ha dichiarato la federazione danese in un post su X, “la partita è stata sospesa”.
L'articolo Malore in campo per Eriksen, il medico della Nazionale danese: “Il peacemaker ha funzionato” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Si è toccato il petto, poi si è accasciato al suolo perdendo conoscenza per un breve periodo. Christian Eriksen ha accusato un nuovo malore in campo dopo quello del 12 giugno 2021, durante un match degli Europei, che mise la sua vita a repentaglio. Questa volta, il centrocampista della Danimarca si è ripreso dopo i soccorsi in campo durante il test amichevole contro l’Ucraina. La Federcalcio danese ha diffuso una nota spiegando che il calciatore “è cosciente” ed è riuscito ad allontanarsi dal campo di gioco sulle proprie gambe. Quindi è stato trasportato all’ospedale universitario di Odense, dove è sottoposto a ulteriori accertamenti per stabilire le cause del malore.
La partita è stata comunque annullata al 65esimo, cioè quando l’ex giocatore dell’Inter si è sentito male. Il centrocampista, classe 1992 e attualmente sotto contratto con il Wolfsburg, fu vittima di un arresto cardiaco, accasciandosi a terra privo di sensi durante gli ultimi minuti del primo tempo del match contro la Finlandia. Dopo aver ripreso coscienza grazie all’assistenza del suo compagno di squadra Simon Kjær e dallo staff sanitario, venne trasferito in ospedale. I medici gli impiantarono un defibrillatore cardioverter (ICD), uno strumento salva-vita che però gli impedì di rimanere nella rosa dell’Inter che dovette risolvere il suo contratto poiché in Italia non è concesso giocare con quel dispositivo.
Proprio il pacemaker potrebbe avergli salvato la vita dopo il malore odierno. A spiegarlo è stato lo stesso medico della Nazionale danese, Morten Boesen, in un’intervista a TV2: “Ha perso conoscenza per un breve periodo, ma si è ripreso subito. Penso che abbia raggiunto lo scopo per cui è stato concepito”, ha detto come riporta il sito Jylland-Posten e come ha poi riportato anche la Federcalcio danese in un tweet. Non è ancora chiaro cosa sia successo esattamente quando Eriksen è collassato in campo. Tuttavia, il medico ritiene che il pacemaker si sia attivato per correggere il ritmo.
L'articolo Christian Eriksen si tocca il petto e crolla in campo durante Danimarca-Ucraina. La Federcalcio: “È cosciente” proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’intervista è durata un’ora. Ha dichiarato di considerare Mojtaba Khamenei “più razionale” di suo padre, di auspicare attacchi “più mirati” di Israele su Hezbollah e ha negato di aver mai assicurato di non coinvolgere gli Stati Uniti in nuove guerre, una promessa che però ha costituito un punto centrale della sua campagna per la rielezione nel 2024. Ma dopo sessanta minuti in cui si mostrava visibilmente agitato, Donald Trump ha bruscamente interrotto il colloquio con la giornalista di Kristen Welker, di Nbc news, registrato venerdì in Wisconsin e andato in onda oggi. Dopo che la giornalista ha insistito sul fatto che egli non avesse fornito la minima prova a sostegno delle sue contestate accuse secondo cui le elezioni del 2020 gli sarebbero state “rubate”. “Siete un network fazioso e disonesto”, ha tuonato il presidente. “Chiudiamola qui, perché ne ho abbastanza. Grazie, cara. Buona continuazione”, ha tagliato il tycoon.
WOW — Trump crashes out and cuts his interview with Welker short as she presses him on his lack of evidence for claiming elections are rigged
“You’re either crooked or you’re stupid. Let’s call it quits. Because I’ve had enough. Thank you darling,” he tells her.”
“I traveled… pic.twitter.com/qQaNIDnX4y
— Aaron Rupar (@atrupar) June 7, 2026
Welker ha insistito affinché Trump continuasse, ricordandogli di essersi recata appositamente in Wisconsin per l’intervista, ma il presidente ha rifiutato sostenendo di “essere rimasto seduto sotto la pioggia con te per un’ora”. “Ti ho concesso abbastanza tempo. Dovresti metterti in riga. Un Paese non potrà mai essere grande con una stampa disonesta”, ha attaccato. La giornalista ha poi ha rivelato di aver riparlato con il presidente che ha accettato di concederle una seconda intervista.
L'articolo Trump interrompe l’intervista con Nbc: “Siete faziosi e disonesti”. La giornalista: “Sono venuta fin qui dal Wisconsin” proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’arte come antidoto alla semplificazione, alla violenza e al rischio che la tecnologia finisca per dominare l’uomo anziché servirlo. È il messaggio lanciato da Antonio Banderas durante l’incontro con Papa Leone XIV e i rappresentanti del mondo della cultura, dell’arte, dell’economia e dello sport che si è svolto alla Movistar Arena. L’attore e regista spagnolo ha dedicato una parte significativa del suo intervento al rapporto tra creatività e intelligenza artificiale, sottolineando il valore insostituibile dell’esperienza artistica in una società sempre più condizionata dall’innovazione tecnologica.
“In un mondo che corre, che si frammenta, che a volte si semplifica troppo, l’arte ci aiuta a recuperare la profondità e l’anima che ci vengono sottratte dall’intelligenza artificiale, che deve stare al servizio dell’essere umano e non il contrario”, ha affermato la star internazionale del cinema. Secondo Banderas, l’arte conserva una dimensione umana che nessuna tecnologia può sostituire. “Abbiamo bisogno di continuare a creare e a condividere. Di continuare a porci domande. Di continuare a cercare la bellezza sì, ma anche la verità ”, ha aggiunto, descrivendo l’incontro tra la Chiesa e la società civile come un momento “non solo opportuno, ma necessario”.
Nel suo intervento, l’attore ha anche ribadito il ruolo dell’arte come strumento di dialogo e di pace. “L’arte è sempre un’alternativa alla violenza e alla sofferenza. Contro le guerre. Contro tutte le guerre, contro ogni forma di violenza, perché l’arte deve essere un tacito accordo per un dialogo profondo”, ha dichiarato. Banderas ha inoltre ricordato il legame storico tra la Chiesa cattolica e la produzione artistica, definendolo “non solo fecondo, ma decisivo”. A suo giudizio, la Chiesa può essere considerata “la più grande produttrice d’arte nella storia dell’umanità ”, con Gesù Cristo come “la figura più rappresentata nella storia dell’arte” e “il grande protagonista del film della vita”.
L’attore ha poi richiamato la tradizione della Settimana Santa di Malaga, città alla quale è profondamente legato e dove partecipa ogni anno alle celebrazioni religiose. Riti che, ha spiegato, rappresentano l’incontro tra arte e fede e continuano a unire devozione popolare e patrimonio culturale. Al termine del suo discorso, Banderas si è avvicinato a Papa Leone XIV per un breve scambio di parole, suggellando un intervento incentrato sulla necessità di preservare la dimensione umana della creatività in un’epoca segnata dalla crescente presenza dell’intelligenza artificiale.
L'articolo “L’intelligenza artificiale sia al servizio dell’uomo, l’arte ci restituisce anima e profondità ”, l’appello di Antonio Banderas a Papa Leone XIV proviene da Il Fatto Quotidiano.
Una ragazza di 17 anni ha perso la vita e altre quattro persone sono rimaste gravemente ferite in un incidente avvenuto nel pomeriggio di domenica lungo la strada statale 394 del Verbano, nel territorio comunale di Maccagno con Pino e Veddasca, in provincia di Varese. Una tragedia che ha sconvolto l’intera zona dell’alto Lago Maggiore e che ha richiesto l’intervento di un imponente dispositivo di emergenza. L’allarme è scattato poco prima delle 16. Secondo le prime informazioni disponibili, ancora al vaglio delle forze dell’ordine, un’automobile che stava percorrendo la statale in direzione di Maccagno avrebbe investito un gruppo di cinque pedoni. L’impatto è stato violentissimo e per la giovane di 17 anni non c’è stato nulla da fare: i soccorritori, giunti rapidamente sul luogo dell’incidente, non hanno potuto fare altro che constatarne il decesso.
Le altre quattro persone coinvolte, di età compresa tra i 15 e i 30 anni, hanno riportato gravi traumi e sono state immediatamente affidate alle cure del personale sanitario. Le loro condizioni sono apparse da subito serie, tanto da rendere necessario l’impiego di mezzi di soccorso avanzati e il trasporto negli ospedali della zona. Al momento non sono stati diffusi ulteriori dettagli sul quadro clinico dei feriti. È rimasto ferito anche il conducente dell’autovettura coinvolta nell’investimento. Le sue condizioni, tuttavia, non sarebbero gravi e non risulterebbe in pericolo di vita. Sarà ascoltato dagli investigatori nell’ambito degli accertamenti finalizzati a ricostruire l’esatta dinamica dell’accaduto.
La centrale operativa Soreu dei Laghi ha attivato un massiccio piano di intervento. Sul luogo della tragedia sono stati inviati tre elisoccorsi, decollati dalle basi di Como, Sondrio e Milano, oltre a diverse ambulanze e mezzi di supporto provenienti dal territorio. Tra le squadre intervenute figurano equipaggi della Croce Rossa, della Padana Emergenza di Luino e della Sos di Cunardo, affiancati da un’automedica dell’Asst di Varese. Per diversi minuti l’area è stata teatro di una complessa operazione di soccorso, con il personale sanitario impegnato a stabilizzare i feriti e a predisporne il trasferimento nelle strutture ospedaliere.
Sul posto sono intervenuti anche i Carabinieri della Compagnia di Luino, che hanno immediatamente avviato i rilievi per chiarire le circostanze dell’incidente. Gli investigatori stanno raccogliendo testimonianze e verificando ogni elemento utile per comprendere come sia stato possibile che il veicolo travolgesse il gruppo di pedoni. Tra gli aspetti da accertare vi sono la posizione delle persone investite, le condizioni della carreggiata e l’eventuale presenza di fattori che possano aver contribuito all’accaduto. Per consentire le operazioni di soccorso e i successivi rilievi tecnici, la strada statale 394 è stata temporaneamente chiusa al traffico nel tratto interessato. La chiusura ha provocato pesanti ripercussioni sulla circolazione, con rallentamenti e disagi lungo l’arteria che collega diversi centri della sponda lombarda del Lago Maggiore.
L'articolo Travolge un gruppo di pedoni sulla statale del Verbano: morta una ragazza di 17 anni, 4 feriti gravi proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Per la cena andiamo volentieri, facciamo passare questa settimana. Tra il caos del lavoro e l’incidente di giovedì che ho distrutto la Gt3 nuova sono un po’ off”. È uno dei messaggi che l’imprenditore astigiano Franco Vacchina inviò a un amico il 13 dicembre scorso, due giorni dopo l’incidente avvenuto sulla tangenziale di Asti, che poi costò la vita a Matilde Baldi. A riportarlo è il quotidiano La Stampa, che dà conto delle chat acquisite agli atti dell’inchiesta coordinata dalla Procura. L’uomo era stato poi arrestato e posto ai domiciliari.
Quando quel messaggio viene scritto, la giovane rimasta gravemente ferita nello schianto, era ancora ricoverata in ospedale in condizioni disperate. Morirà tre giorni più tardi. Era a bordo di una utilitaria guidata dalla madre quando l’auto venne coinvolta nell’incidente che oggi è al centro dell’indagine. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Vacchina si trovava alla guida della sua Porsche e sarebbe stato impegnato in una gara di velocità con un’altra vettura dello stesso marchio. Un’ipotesi che l’imprenditore ha sempre respinto e che continua a contestare anche nelle conversazioni private finite nel fascicolo.
“Tu mi conosci, come fai a credere che stessi facendo una gara, alle 20,15, con il traffico a palla?”, scrive a uno dei suoi interlocutori. In un altro passaggio delle chat emerge il tentativo di spiegare quanto accaduto. “Sfiga. Non sono un pilota di F1 ma sono 35 anni che guido Porsche. Non mi capacito ancora adesso come sia potuto succedere“. Le conversazioni, secondo quanto riferito dal quotidiano torinese, contengono anche riferimenti alle conseguenze amministrative dell’incidente. Vacchina avrebbe infatti manifestato ad alcuni conoscenti l’intenzione di trovare una soluzione per il “problema con la patente”, valutando persino la possibilità di contattare il prefetto.
Le chat rappresentano ora uno degli elementi all’attenzione degli investigatori impegnati a ricostruire le circostanze dello schianto e il comportamento dell’imprenditore nei giorni immediatamente successivi alla tragedia. L’inchiesta dovrà chiarire se quella sera sulla tangenziale fosse effettivamente in corso una sfida ad alta velocità tra le due Porsche oppure se, come sostiene Vacchina, si sia trattato di una tragica fatalità .
L'articolo “Ho distrutto la Poresche nuova”: la chat dell’imprenditore dopo lo schianto costato la vita a Matilde Baldi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Fermatelo, questo Andrea Kimi Antonelli. Se anche sulla pista di Montecarlo domina come il suo idolo Ayrton Senna fece per sei volte tra 1987 e 1993 (nessuno come il brasiliano nel Principato), allora nulla sembra poterlo bloccare. Il 19enne della Stella si è preso un successo senza storie, viaggiando sempre sul filo dell’1’16†basso e umiliando così tutti i rivali, difendendo la posizione nel finale alla ripartenza dopo il botto della Ferrari di Charles Leclerc. Un fenomeno, il bolognese, che quando si trova davanti non molla più la vetta e, con ritmi spaventosi, riesce a fare il vuoto (vedasi Giappone o Miami, ad esempio). Una conduzione di gara che ha ricordato molto quella di Senna nel 1988, ma con un finale diverso: se Kimi si è permesso pure di doppiare il rivale ai box George Russell (Senna lo stava per fare su Alain Prost), non si è ritirato come Ayrton al Portier (per un errore del brasiliano) prendendosi senza storie la quinta vittoria di fila. Lo ha fatto con il 12, suo numero in F1, lo stesso che il brasiliano aveva nella prima vittoria con la McLaren a Montecarlo.
E così, Kimi vince su una pista che alla vigilia non era nelle caratteristiche di Mercedes e scappa sempre di più nel Mondiale. Gli altri invece sono costretti a guardare: prima della Safety Car per il botto di Lance Stroll, il bolognese contava 29 secondi su Lewis Hamilton (2°), poi nel finale ha dovuto ricostruire la gara. Dietro di lui l’inglese della Ferrari, rimasto davanti a Charles Leclerc (out) nonostante la penalità di 5 secondi — per eccesso di velocità in pit-lane —, fatta scontare dal team nella doppia sosta effettuata dopo l’ingresso nel finale della Safety Car per il ritiro di Stroll. L’inglese, che aveva un gap ridotto su Charles, avrebbe chiuso alle spalle del monegasco, infuriato con il team per la scelta della doppia sosta quando avrebbe voluto rimanere fuori. Poi, però, tra la pressione e un problema ai freni, il pilota di casa è finito contro il muro della Rascasse alla ripartenza, per un problema ai freni, ed è stato costretto al ritiro. Un’altra gara-no la sua quella nel suo Principato: fatta eccezione per la vittoria del 2024, per lui è sempre andata come mai avrebbe voluto, tra errori e sfortuna.
Ora Charles è così dietro a Hamilton, che era lontano tre punti dopo il Canada e ora è davanti in classifica Piloti, persino al secondo posto dopo aver superato anche George Russell (oggi 14°). Possibile che il monegasco sia stato danneggiato dai detriti lasciati dalle gomme, finite sulle sue dopo essere andato volontariamente sul lato sporco di pista, ma il monegasco a parole ha addossato il problema ai freni: “Non li avevo dietro, e davanti avevo la doppia coppia frenante, mi prendo sempre le mie responsabilità , stavolta non è colpa miaâ€, le sue parole post-gara. Alle spalle dei primi due chiude la Red Bull di Isack Hadjar (3°), nonostante i continui problemi di potenza alla Power Unit, ma il franco-algerino è investigato per non aver rispettato la distanza di 10 auto durante la bandiera rossa e sarà investigato dopo la gara. Nel caso, sarebbe Oscar Piastri (4°) a finire terzo, che in gara ha preceduto Liam Lawson (5°), Arvin Lindblad (6°) e Pierre Gasly (7°): terzo al traguardo dopo la ripartenza, ma dietro per 10 secondi di penalità . Hanno chiuso la top-10: Alexander Albon (8°), Esteban Ocon (9°) e Sergio Pérez (10°).
Per la Red Bull tanti problemi al motore, che hanno costretto al ritiro, incredibilmente, Max Verstappen, al via, impiantandosi in griglia alla partenza e ritrovandosi in fondo al gruppo, dicendo addio alla gara poco dopo. Stessa fine anche per Lando Norris, su una McLaren che come in Canada ha patito problemi elettrici. Fuori dai punti George Russell (14°) in un weekend disastroso. Anche lui, come Hamilton e Gasly, si è beccato penalità per eccesso di corsia ai box, non scontando correttamente i 5 secondi di penalità nel pit fatto dopo l’ingresso della Safety Car. La Fia, così, gli ha inflitto un drive-through, tanto che l’inglese ha dovuto scontarla nel finale. Così, è sempre più indietro nel Mondiale Piloti, vedendo Antonelli volare via quando, per tutto l’inverno, ha evitato a parole il suo compagno di box per una eventuale lotta al titolo. Nel finale di GP la gara si è ravvivata dopo la bandiera rossa entrata post botto di Leclerc — i commissari hanno dovuto sistemare le barriere della Rascasse toccate dalla Ferrari del monegasco, stop di 20 minuti — con Antonelli costretto a difendere la prima posizione. Alla ripartenza ha distanziato di 6 secondi Hamilton ed è volato via, trionfando nel Principato come un italiano, Jarno Trulli, non faceva dal 2004. Settimana prossima si corre a Barcellona.
L'articolo Antonelli in paradiso, Leclerc all’inferno: le due facce di un Gran Premio di Monaco tra i più folli di sempre proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il reato di blocco stradale voluto dal governo Meloni è contrario alla Costituzione perché ha “trasformato un diritto in delitto“. Lo sostiene il pubblico ministero di Torino Elisa Pazè, che ha chiesto al gip di sollevare la questione alla Corte costituzionale nell’ambito di un procedimento contro 18 indagati per aver bloccato la tangenziale della città – per un totale di una decina di minuti – durante una manifestazione pro-Gaza il 17 maggio 2025. La norma, introdotta col primo decreto Sicurezza per stroncare le proteste degli attivisti climatici, prevede il carcere da sei mesi a tre anni per chi “impedisce la libera circolazione su strada ostruendo la stessa con il proprio corpo, se il fatto è commesso da più persone riuniteâ€: un comportamento che prima costituiva un semplice illecito amministrativo, punito con una multa da mille a quattromila euro. La magistrata torinese ha depositato una memoria di otto pagine sostenendo il contrasto della fattispecie con sei norme costituzionali. Il nuovo reato, scrive, “è frutto dell’intervento di un decreto-legge adottato al di fuori dei casi straordinari di necessità e urgenza, in contrasto con l’articolo 77” della Carta, e “collide con la libertà di riunione sancita dall‘articolo 17 e con il diritto di sciopero tutelato dall’articolo 40“. Ancora, “contrasta con il principio di ragionevolezza, di cui è espressione l’articolo 3“, e con quello della funzione rieducativa della pena, previsto dall’articolo 27.
Secondo Pazè, in primo luogo, l’intero decreto del 2025 è illegittimo per essere stato emanato senza i requisiti di necessità e urgenza, motivati nel preambolo con “una serie di affermazioni apodittiche” e “senza alcun richiamo a situazioni di fatto”. La pm ricorda, peraltro, come il provvedimento avesse copiato integralmente i contenuti di un disegno di legge in discussione in Parlamento da oltre un anno, “così vanificando il lavoro svolto dalle Camere ed esautorandole“. Nel merito, invece, la memoria sostiene innanzitutto il contrasto della norma sul blocco stradale con i diritti di riunione e di sciopero: “La possibilità che si creino rallentamenti o addirittura blocchi del traffico è connaturata alle manifestazioni, sia che esse si svolgano in forma statica sia in forma dinamica”, si legge. “Nel trasformare un diritto in delitto il legislatore non ha effettuato un bilanciamento degli interessi in gioco conforme ai valori costituzionali, valutando i fondamentali diritti di libertà individuale e collettiva come recessivi rispetto all’interesse alla circolazione”.
La pena minima prevista, sei mesi di reclusione, è poi definita “sproporzionata sia in sé, sia rispetto a quella prevista per altro reato” e quindi “lesiva del principio di eguaglianza”, in base al quale la pena dev’essere “proporzionata al disvalore del fatto illecito commesso”. Per la magistrata, “sanzioni così sproporzionate appaiono illegittime anche alla luce del principio della finalità rieducativa della pena di cui all’articolo 27, comma 3, della Costituzione”: la norma, infatti, “viene a colpire manifestanti che esprimono istanze solidaristiche, pacifiste, ambientaliste, rivendicazioni di carattere sociale e che percepiscono come immotivata e ingiusta la reazione repressiva dell’ordinamento”. A esprimere soddisfazione per l’iniziativa della pm Alleanza Verdi e Sinistra, con il deputato torinese Marco Grimaldi: “È ciò che sosteniamo da tempo, quella misura è lesiva dei diritti fondamentali tutelati dagli articoli 17 e 40 della Costituzione. È un attacco diretto al diritto di riunione e di sciopero. Ora la decisione spetta al gip attendiamo con fiducia”.
L'articolo “Un diritto trasformato in delitto”: la Procura di Torino chiede di portare alla Consulta il nuovo reato di blocco stradale proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Fight club” a scuola. Un sottoscala trasformato in un ring, guantoni da pugilato portati da casa, un arbitro improvvisato e una decina di studenti radunati per assistere all’incontro. È la scena che si sono trovati davanti dirigenti e insegnanti di un istituto superiore di Modena dopo che i video di un combattimento organizzato durante una pausa tra le lezioni hanno iniziato a circolare sui social network. Protagonisti dell’episodio due studenti che hanno deciso di affrontarsi a pugni in quello che, più che una semplice bravata, è apparso come un vero e proprio incontro di boxe improvvisato. A organizzarlo sarebbe stato uno studente di terza superiore appassionato di pugilato, che il 13 maggio si è presentato a scuola con un paio di guantoni nello zaino.
Il luogo scelto per il combattimento era un sottoscala vicino al parcheggio delle auto dell’istituto. Lì i due ragazzi si sono affrontati sotto gli occhi di alcuni compagni, mentre un terzo studente svolgeva il ruolo di arbitro. Le immagini mostrerebbero colpi sferrati con una certa violenza, tanto da suscitare forte preoccupazione una volta arrivate all’attenzione della scuola. I filmati, inizialmente condivisi tra gli studenti, hanno rapidamente superato i confini dell’istituto finendo sui social e arrivando anche ai genitori. A quel punto la vicenda è esplosa. La scuola ha avviato gli accertamenti interni e la questione è stata segnalata ai carabinieri. Del caso si sta occupando anche la Procura per i minorenni.
Sul fronte disciplinare sono state adottate misure particolarmente severe. Il consiglio di classe ha inflitto ai due studenti coinvolti quindici giorni di sospensione, mentre il consiglio d’istituto ha deciso di applicare la sanzione massima prevista: l‘esclusione dallo scrutinio finale. Una decisione che, di fatto, equivale alla bocciatura. Stessa sorte, almeno sul piano disciplinare immediato, per il giovane che ha arbitrato l’incontro, sospeso per due settimane.
“Quando ho visto il video sono rimasto senza parole – ha spiegato il dirigente scolastico alla Gazzetta di Modena – perché è evidente che questo genere di cose non possa avvenire in un contesto scolastico”. Il preside ha sottolineato come le decisioni siano state prese dopo aver ascoltato i ragazzi e valutato attentamente la gravità dell’accaduto. Attraverso l’analisi dei filmati sono stati identificati anche otto studenti presenti come spettatori. Per loro sono allo studio ulteriori provvedimenti disciplinari. Rischiano infatti un cinque in condotta, che comporterebbe la non ammissione all’anno successivo, oppure un sei che porterebbe a un giudizio sospeso.
L'articolo “Fight club” a scuola durante la ricreazione: incontro di boxe nel sottoscala, due studenti rischiano la bocciatura proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tutto è iniziato con una violazione del codice della strada. Un uomo in sella a un vecchio motorino, senza casco, che percorre una strada di Crespino, nel Rodigino. Un controllo come tanti da parte dei carabinieri della stazione locale. Ma dietro quel ciclomotore impolverato, uno Ciao, e dall’aspetto ormai d’altri tempi si nascondeva una storia lunga quasi mezzo secolo. I militari fermano il conducente, un 68enne residente in paese, e iniziano le verifiche di rito. Emergono subito alcune irregolarità : l’uomo è senza patente e il mezzo è privo di copertura assicurativa. Scattano le sanzioni amministrative, ma i controlli non si fermano lì.
Qualcosa non convince i carabinieri. Approfondendo gli accertamenti, scoprono che la targa montata sul motorino appartiene in realtà a un altro veicolo intestato allo stesso 68enne. A quel punto l’attenzione si sposta sul numero di telaio, una sorta di impronta digitale del mezzo. È lì che emerge la sorpresa. Consultando le banche dati, i militari scoprono che quel ciclomotore risulta rubato nel 1981 in provincia di Ferrara. Quarantacinque anni fa. Un tempo sufficiente perché una vicenda del genere finisca quasi dimenticata, sepolta negli archivi e nei ricordi.
Eppure la storia non era conclusa. I carabinieri sono riusciti a risalire al proprietario che all’epoca denunciò il furto. Lo hanno contattato telefonicamente e l’uomo, oltre a confermare quanto accaduto oltre quattro decenni prima, ha fornito un dettaglio identificativo del motorino che ha consentito di fugare ogni dubbio sulla sua provenienza. Per il proprietario è stata una telefonata inaspettata: dopo 45 anni ha saputo che il suo vecchio ciclomotore esiste ancora e che presto potrà tornare nelle sue mani. Un ritrovamento raro, quasi da record, reso possibile da un semplice controllo stradale.
Il mezzo è stato sequestrato dai carabinieri, mentre il 68enne è stato denunciato alla Procura di Rovigo con l’accusa di ricettazione. L’autorità giudiziaria ha quindi disposto la restituzione del motorino al legittimo proprietario, chiudendo una vicenda iniziata nel 1981 e rimasta in sospeso per quasi mezzo secolo.
Foto Carabinieri di Rovigo
L'articolo Fermato senza casco, guidava un motorino Ciao rubato 45 anni fa: ritrovato il proprietario proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un “debito” da 19.500 euro trasformato in una condanna a spacciare droga per conto dell’organizzazione. È uno degli aspetti più inquietanti dell’indagine dei carabinieri della compagnia di Civitavecchia che ha portato alla denuncia di otto persone, sette italiani e uno straniero, accusate a vario titolo di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti in concorso, sequestro di persona, estorsione aggravata e violenza privata. Al centro dell’inchiesta, avviata nel luglio del 2025 tra Cerveteri e la frazione di Campo di Mare, c’è una coppia che, secondo la ricostruzione degli investigatori, sarebbe finita nelle mani di un gruppo criminale specializzato nel traffico di cocaina e nella gestione di un vero e proprio “supermercato della droga” online.
La vicenda ha avuto origine dal sequestro di quasi 400 grammi di cocaina trovati dai carabinieri nell’abitazione di uno dei custodi dello stupefacente. La sostanza faceva parte di un quantitativo più ampio, circa due chilogrammi destinati allo spaccio al dettaglio. Da quella perdita sarebbe nato il presunto debito che l’organizzazione avrebbe attribuito ai due conviventi. Secondo gli inquirenti, la coppia sarebbe stata sottoposta a pesanti intimidazioni. Minacce di morte, pressioni psicologiche e violenze avrebbero accompagnato le richieste di pagamento. Tra gli episodi contestati figura anche la minaccia di uccidere la figlia minorenne dei due e quella di compiere violenze sessuali sulla donna.
Non essendo in grado di restituire il denaro richiesto, i conviventi sarebbero stati costretti a lavorare per il gruppo criminale, spacciando altra droga senza ricevere alcun compenso. Una sorta di “lavoro forzato”, secondo la definizione degli investigatori, imposto per ripianare il debito accumulato. In uno degli episodi ricostruiti nel corso delle indagini, la donna sarebbe stata obbligata a trasportare un ingente quantitativo di stupefacente fino a Campobasso.
L’inchiesta ha inoltre fatto emergere un sistema di spaccio altamente organizzato. A guidarlo sarebbe stato un uomo detenuto in carcere che, nonostante fosse in carcere avrebbe continuato a dirigere le attività del gruppo grazie a un telefono cellulare introdotto illegalmente nell’istituto penitenziario. Attraverso applicazioni di messaggistica criptata come Telegram e Signal, il presunto promotore dell’organizzazione coordinava clienti, corrieri, consegne e pagamenti relativi alla vendita di cocaina. Secondo i carabinieri, il gruppo avrebbe imposto il proprio controllo sul territorio utilizzando metodi particolarmente aggressivi e intimidatori, facendo ricorso anche ad armi da fuoco per rafforzare la propria capacità di pressione.
L'articolo Minacce alla figlia e droga da spacciare per ripagare un debito: l’incubo di una coppia nel “supermercato online” della cocaina proviene da Il Fatto Quotidiano.
Due partenze, guasti meccanici, errori clamorosi da chi meno te lo aspetti. E un’unica certezza: Kimi Antonelli. Conquista in pole, in partenza consolida la prima posizione, resta in vetta dopo le prime due safety car. Poi colpo di scena: Leclerc va a sbattere e i giudici di gara decidono per la ripartenza da fermo. Cambia nulla: il pilota italiano scatta ancora e vince il Gran Premio di Montecarlo. Un dominio assoluto, totale, iconico: la cinquina è servita.
Il pilota italiano della Mercedes esulta e si impone, per il quinto Gp consecutivo, dominando la gara del Principato dal primo all’ultimo giro e superando la linea del traguardo davanti alla Ferrari del britannico Lewis Hamilton, dopo la seconda ripartenza per la bandiera rossa arrivata dopo l’incidente di Charles Leclerc. Il monegasco è finito a muro al 66esimo giro dopo la safety car e poco prima il pilota della rossa non aveva preso bene la decisione del team al 60esimo giro, in regime di safety car per l’incidente di Stroll, di far entrare prima ai box Hamilton che ha così scontato la penalità rientrando davanti al compagno di squadra e chiede “perchè lo avete fatto?”, volendo restare fuori un altro giro per guadagnare la posizione.
Uscita la safety car, la tensione gioca un brutto scherzo a Leclerc che finisce a muro. Al 68esimo giro i giudici di gara sventolano bandiera rossa per un problema alla barriera e all’asfalto dopo l’incidente di Leclerc. I piloti rientrano in pit lane e scendono dalle monoposto in attesa della ripartenza che avviene da fermi dalla griglia. E’ ancora Antonelli il più bravo, stacca Hamilton e si va a prendere il successo di un italiano a Montecarlo dopo 22 anni, quando nel 2004 vinse Jarno Trulli.
1 Kimi Antonelli 156
2 Lewis Hamilton 90
3 George Russell 88
4 Charles Leclerc 75
5 Oscar Piastri 60
6 Lando Norris 58
7 Max Verstappen 43
8 Isack Hadjar 29
9 Liam Lawson 26
10 Pierre Gasly 26
11 Oliver Bearman 18
12 Franco Colapinto 15
13 Arvid Lindblad 13
14 Carlos Sainz 6
15 Alex Albon 5
16 Esteban Ocon 3
17 Gabriel Bortoleto 2
18 Sergio Perez 1
19 Nico Hulkenberg 0
20 Fernando Alonso 0
21 Valtteri Bottas 0
22 Lance Stroll 0
1 Mercedes 244
2 Ferrari 165
3 McLaren 118
4 Red Bull 72
5 Alpine 41
6 Racing Bulls 39
7 Haas 21
8 Williams 11
9 Audi 2
10 Cadillac 1
11 Aston Martin 0
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Il Ministero della Difesa israeliano ha messo a punto la creazione di un programma biennale volto a formare militari e funzionari in operazioni psicologiche per influenzare l’opinione pubblica globale. In totale 320 all’anno, selezionati tramite un bando interno, pronti a plasmare l’immagine di Israele e non solo in ambito internazionale. Il corso, aperto anche a non meglio definiti “partner stranieri” e che nella prima edizione pare sia partito nel 2025, include moduli “Black Hat” per aggirare i filtri di social media come Facebook e Google, puntando a manipolare attivamente percezioni e comportamenti. Questo sforzo strutturato si inserisce nel contesto della guerra di propaganda di Israele, mirato in particolare a risollevare i consensi negli Stati Uniti.
Il bando, svelato dalla piattaforma investigativa israeliana The Hottest Place in Hell e ripreso da +972, mostra che la maggior parte dei corsi – scrive InsideOver – “è orientata ad azioni ‘offensive’, definite come interventi mirati a ‘interrompere o manipolare le convinzioni, gli atteggiamenti e i comportamenti dei pubblici bersaglio'”. Nella lista dei corsi, sono due in particolare a colpire: uno, dedicato alle tecniche ‘Black Hat’, che insegna “la distribuzione e la promozione di contenuti illegittimi utilizzando strumenti e soluzioni tecnologiche – un percorso che bypassa Facebook e Google“, mentre “un altro modulo insegna a pianificare ‘operazioni informative allo scopo di influenzare la coscienza pubblica nell’arena locale e internazionale'”, compresa la creazione di testi ad hoc per situazioni e popolazioni specifiche, misurandone l’impatto in tempo reale. Poi ci sono moduli riservati all’intelligence “per l’influenza” e “culturale”, rispettivamente creati per alimentare le campagne psicologiche e per studiare i codici culturali di popolazioni target in modo da aumentare l’efficacia dell’azione. I corsi per gli stranieri – in particolare quelli su operazioni di influenza, intelligence per l’influenza e attivismo online – verranno tenuti in inglese: per quanto non siano classificati, vengono applicate misure di riservatezza per non svelare agli stessi docenti l’identità dei corsisti e il loro ruolo nell’intelligence.
Alla base di questa operazione ci sono i tentativi di Israele per riguadagnare terreno nell’opinione pubblica americana. A questo scopo, il ministero degli Esteri di Netanyahu ha avviato da tempo campagne digitali su Google e YouTube finalizzate a veicolare contenuti pro-Israele. L’acquisizione di Paramount Global da parte di Skydance Media, guidata dall’imprenditore David Ellison – figlio di Larry, multimiliardario fondatore di Oracle e che ha donato milioni di dollari alle forze armate israeliane – ha impresso una svolta fortemente filo-israeliana all’assetto del gruppo, che include anche Cbs. La transizione ha generato tensioni interne e un ampio dibattito mediatico per la gestione dei contenuti e le scelte editoriali, in particolare per la scelta della giornalista filo-israeliana Bari Weiss, diventata direttrice della tv. Peraltro Ellison, scrive il Financial Times, “si prepara a riunificare CBS e CNN sotto il suo controllo attraverso l’ acquisizione di Warner Bros Discovery per 111 miliardi di dollari”. Tra le campagne di influenza – e disinformazione – di Israele, anche quella che ha coinvolto influencer israeliani e stranieri e che si è svolta tra ottobre 2023 e dicembre 2024: l’obiettivo era quello di raccontare la guerra a Gaza promuovendo esclusivamente la narrazione dell’Idf. Israele continua tuttora a bloccare l’ingresso indipendente dei giornalisti internazionali nella Striscia.
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“Ho evitato il panico e ho pensato solo a tornare a riva”. È così che Alejo Santiñaque, surfista uruguaiano di 20 anni che vive in Australia da quasi due anni, racconta l’attacco di uno squalo che avrebbe potuto costargli la vita.
Il giovane si trovava in acqua al largo di Red Cliff, sulla costa del Nuovo Galles del Sud, ed era in attesa di un’onda quando ha avvertito “un colpo violento e una forte trazione al piede”. In un messaggio pubblicato sui social ha raccontato di aver capito immediatamente cosa stava accadendo: “Uno squalo mi aveva morso“.
Secondo il suo racconto, l’animale lo avrebbe trascinato sott’acqua rimanendo impigliato nel leash, il laccio che collega il surfista alla tavola. “È successo tutto in modo incredibilmente rapido. Non credo siano passati più di due secondi tra il morso e la mia reazione”, ha spiegato. A quel punto, a guidare Santiñaque è stato l’istinto: “Mi stava trascinando in acqua e la mia risposta immediata è stata prenderlo a calci il più forte possibile per farlo mollare”.
La mossa ha funzionato. Lo squalo ha lasciato la presa, anche se durante la colluttazione il leash si è spezzato. Santiñaque è riuscito così a nuotare verso la riva, concentrandosi esclusivamente sulla fuga: “Dal momento in cui sono stato morso fino a quando ho raggiunto la spiaggia mi sono concentrato su ciò che dovevo fare ed ho evitato di farmi prendere dal panico”.
Una volta a terra, gli amici gli hanno applicato un laccio emostatico in attesa dei soccorsi. Trasportato in ospedale, è stato sottoposto a un intervento chirurgico per la rottura di un tendine e lesioni muscolari. Il morso, però, non ha interessato le arterie principali e le sue condizioni non sono considerate gravi.
Nonostante quanto accaduto, il ventenne ha escluso qualsiasi sentimento di rabbia verso l’animale. “L’oceano è casa sua e siamo noi a entrare nel suo ambiente”, ha scritto. E ha aggiunto: “Gli squali non sono cattivi né mostri. Sono animali selvatici e una parte essenziale dell’ecosistema marino”.
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“Se mi chiamano a difendere l’unica persona che si è presa cura di me, Thomas, andrò a testimoniare a sostegno della sua inchiesta. Ecco perché chiedo di non essere menzionata qui, dove Giuseppe ha molta influenza”. È il 6 maggio quando Graciela, la massaggiatrice finita al centro del caso della grazia a Nicole Minetti, invia questo messaggio all’inviato del Corriere della Sera in Uruguay, come riportato dal quotidiano di via Solferino oggi in edicola. Thomas è Thomas Mackinson, il cronista del Fatto Quotidiano che ha raccolto la sua testimonianza. Giuseppe è Giuseppe Cipriani. In poche righe sono racchiusi due elementi che oggi assumono un significato particolare alla luce delle notizie della “ritrattazione” davanti a un notaio: la volontà di sostenere pubblicamente l’inchiesta giornalistica e il timore per le possibili conseguenze della sua esposizione in Uruguay.
Il messaggio – che risale a un mese fa – si inserisce in una sequenza di dichiarazioni che, fino a metà maggio, sembrano andare tutte nella stessa direzione. Graciela parla per oltre un’ora e mezza con il giornalista del Fatto Quotidiano, scambia 766 messaggi corredati da fotografie e screenshot. Il 12 maggio anche il Corriere della Sera la incontra a Punta del Este e pubblica il resoconto di una testimone che afferma: “Là dentro ho visto tutto, ho paura e vivo nascosta“. Nello stesso articolo si dice pronta a testimoniare nell’ambito dell’istruttoria sulla grazia.
Il giorno successivo, il 13 maggio, ribadisce la stessa disponibilità durante la trasmissione televisiva uruguaiana “Sin Piedad”. È quella, di fatto, la sua ultima apparizione pubblica. Dal giorno successivo qualcosa cambia. Il 14 maggio emerge che la Procura generale di Milano non ritiene necessario ascoltarla, giudicando le sue dichiarazioni prive di riscontri sufficienti. Graciela apprende la notizia dalle agenzie di stampa e da quel momento interrompe progressivamente i contatti con i giornalisti.
Nei giorni successivi prende corpo l’ipotesi di una sua ritrattazione. Ma un reportage pubblicato dal Fatto Quotidiano da Punta del Este aggiunge elementi che rendono più complesso il quadro. Secondo le verifiche effettuate sul posto, la polizia di Maldonado non avrebbe mai interrogato Graciela sui contenuti delle sue dichiarazioni ai giornalisti. Viene così esclusa l’ipotesi, circolata in alcune ricostruzioni, che abbia fornito una versione ai media e una diversa agli investigatori. Anche la Procura generale di Milano ha certificato che la donna non è mai stata convocata dall’Interpol.
Un contatto con la polizia uruguaiana c’è stato, ma per ragioni diverse. Dopo le preoccupazioni manifestate dalla donna, il ministro dell’Interno Carlos Negro avrebbe chiesto alla polizia locale di verificare se necessitasse di protezione. Graciela, tuttavia, avrebbe rifiutato ogni forma di tutela. Una decisione che, secondo chi l’ha incontrata, sarebbe coerente con la sfiducia verso le forze dell’ordine manifestata in precedenza e legata anche a vicende personali. Il 29 maggio arriva infine la dichiarazione giurata firmata davanti a un notaio, nella quale Graciela prende le distanze dal racconto che aveva sostenuto fino a quel momento.
Resta così una sequenza di fatti difficilmente conciliabile con l’idea di una semplice smentita. Da una parte ci sono mesi di contatti, centinaia di messaggi, interviste e ripetute richieste di essere ascoltata dalla magistratura italiana. Dall’altra una ritrattazione maturata dopo la mancata audizione, in un contesto nel quale la stessa Graciela aveva più volte dichiarato di avere paura. Sul perché abbia cambiato versione non esistono oggi risposte definitive. Ma il messaggio del 6 maggio continua a raccontare una donna che, fino a pochi giorni prima del suo silenzio, era pronta a testimoniare a sostegno dell’inchiesta e chiedeva soltanto una cosa: non essere esposta.
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Paola Perego e Paola Barale hanno salutato il pubblico di Citofonare Rai2 nell’ultima puntata di stagione andata in onda oggi, 7 giugno. Ma c’è un retroscena che riguarda proprio la registrazione della trasmissione.
Il programma della seconda rete Rai, per una parte della puntata, è stato costretto a trasferirsi all’esterno degli studi Fabrizio Frizzi di Roma. Come mai? Tutto risalirebbe alla registrazione effettuata lunedì 1 giugno. Come spesso accade in televisione, i tempi si sarebbero allungati oltre il previsto ma, stavolta, appena raggiunto l’orario stabilito, le maestranze avrebbero interrotto il lavoro.
A quel punto Perego e Barale si sono ritrovate nel cortile degli studi per registrare il blocco dedicato all’oroscopo. A sottolineare l’accaduto è stato anche Lucio Presta, manager e marito di Paola Perego, con un messaggio pubblicato su X: “Mai successo nella storia della Rai che un programma si trasferisca in cortile per finire il programma perché la squadra non lo aveva mai fatto, quindi tanti ritardi e quando mancavano 15 minuti alla fine ha smesso di lavorare. Hanno registrato in cortile con i telefonini. Che dire?”. La puntata si è poi conclusa regolarmente con il ritorno in studio per i saluti finali, quelli sì registrati all’interno del set.
E sempre Presta ha espresso qualche dubbio sul futuro del programma: “Citofonare Rai 2: Prima parte 4.37% -Seconda parte 5.62%. I programmi che vanno bene non devono essere riconfermati, quelli che vanno male assolutamente intoccabili. Il meraviglioso mondo della Tv”, si legge in un altro suo post su X.
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