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di Fulvio Grimaldi per l'AntiDiplomatico
Suicidi e pandemie
C’è in giro una tendenza al suicidio. O, quanto meno, a martellopneumatizzarsi gli strumenti di conservazione della specie. Pensate agli europei che si tagliano il cordone ombelicale con il quale, unendosi alle salubri e risparmiose fonti di energia russe, si assicuravano decente sopravvivenza, per attaccarsi a una canna del gas frantumambiente americana che gli costa il quadruplo e li riduce ad accattoni.
Pensate ai 15 signori del mondo riuniti nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU che seppelliscono il famigerato “ordine fondato sulle regole” e votano (2 si astengono, ma non cambia niente, anzi agevola) per il Board of Peace che consente la nascita di un CEO (vulgo: Amministratore Delegato) del mondo, col suo Consiglio d’Amministrazione di domestici, mafiosi e sicari. 15 sciagurati sprovveduti che mandano in discarica l’organismo che avrebbe dovuto assicurare la pacifica e prospera convivenza delle nazioni umane. Ma che, in effetti, aveva smesso da tempo, finendo con l’essere gestito da tale grassotello lusitano, tirato via da un banco di bacalhau, che ha l’unico compito e merito di emettere guaiti contro la Russia.
E, se non siete già finiti in depressione, pensate come tutto questo sia servito a puntellare un diabetico claudicante creduto prima potenza mondiale, onerato da un debito che, se lo vogliamo vedere in dollari, va da qui alla prossima galassia (39 trilioni e 7 in più ogni minuto). Una superpotenza obesa in crisi d’astinenza di armi, con un apparato produttivo da Terzo Mondo e tra i piedi una pietra d’inciampo costituita dalla repulsione di quasi 7 miliardi di persone. Non è l’unica, ce n’è una addirittura in casa sua, in Minnesota, dove una resistenza civile fantastica la getta tra i piedi agli sgherri nazisti scagliatili addosso da Casa Bianca affollata da mentecatti. Uno Stato Maggiore mancato vincitore di tutte le guerre dal 1945 a oggi, ora finito in mano a un bambino bipolare di quasi 80 anni. Si chiama establishment USA e a quell’infante consente di proclamare da Davos che, d’ora in poi, sarà lui il CEO, e non più l’ONU, a determinare le cose e i flussi di denaro da siringare dal basso verso l’altissimo.
Dopo il mondo del Diritto Internazionale e l’Ordine basato sulle Regole, ecco il mondo fuorilegge. Anzi, con una legge che si mangia tutte le altre e da Stephen Miller, Vice capo dello Staff di Trump, così è sancita: “Viviamo in un mondo nel quale puoi parlare quanto ti pare di carinerie internazionali e diplomatiche, noi viviamo invece in un mondo reale, amico bello, governato dalla violenza, governato dalla forza, governato dalla potenza. Queste sono le ferree leggi del mondo, dai tempi dei tempi”. Israele non se l’è fatto dire due volte. Anzi, ne rivendica la primogenitura dai tempi della bibbia.
Sinergie

Come siamo arrivati al mondo della forza e fuorilegge? Senza neanche la finzione della legge? Piano piano, a passi brutali, ma felpati, tipo rana bollita. Una guerra USA e spesso anche NATO, cioè UE, dopo l’altra. Scivolate via senza troppi scossoni perché, sulle prime, preceduta da re magi con striscioni che promettevano i doni della democrazia e dei diritti umani (Amnesty International e Human Rights Watch garantendo).
Ma il vero salto di qualità verso il mondo del CEO-Sovrano assoluto, del Board of Peace, ce lo ha fatto fare Israele. Uno Stato che, dal giorno in cui si apprestava a nascere, non ha fatto che violare ogni legge ed è rimasto immune e impunito di fronte al consesso delle Nazioni e dei suoi organi di gestione. Le cui disposizioni, pur in forma di risoluzioni vincolanti, non hanno mai visto né un casco blù, né una sanzione, che le imponessero.
Così, portato addirittura a modello di democrazia, legge e ordine - e peste ti colga se osi negarlo e accennare a un genocidio - non poteva non farsi virus e provocare la pandemia che sta sfoltendo leggi, diritti e libertà. E non ci rimane neppure più il rimedio, più o meno farlocco, di un vaccino, con quei due che al Consiglio di Sicurezza si sono astenuti quando la risoluzione 2803, dando il via libera al tumore che partendo da Gaza si farà metastasi del mondo, con tanto di CEO, metteva il coperchio sulla bara nella quale i colleghi più volenterosi si erano infilati.
Trump, protagonista assoluta della nuova era, è arrivato da poco, ma percorrendo una strada ottimamente lastricata dai suoi predecessori e, specificamente, dalla robusta sinergia sviluppata con Israele nei vari domini - violenza-soldi-armi - che alla nuova era dovrà garantire lo sviluppo.
Partiamo dunque dai blocchi di partenza: Israele, Gaza, genocidio, Board of Peace, Executive Board e Forza di Stabilizzazione, con dentro già 27 paesi, fratelli arabi del Golfo in testa e tutti gli altri in fila d’attesa. Gratis a mangiarci per tre anni. 1 miliardo di dollari a restare a vita.
L’idea è resa dall’immagine qui sotto.

Cinismo, volgarità, profitto
Si fonda su queste qualità umane il nuovo modo di condurre le cose del mondo, visto che ha obliterato il principio grazie al quale ci siamo barcamenati, prima con Giustiniano, poi, dopo un’interruzione di oltre mille anni, durante gli ultimi tre secoli grazie a qualche rivoluzione. La celebrazione ufficiale e concreta della nuova era, dopo quella nominale all’ONU, l’abbiamo vissuta a Davos. Qui si sono superati i più rosei propositi di palingenesi del fondatore e nume Klaus Schwab. Che tuttavia non ne ha potuto raccogliere i frutti.
Un gran bel mascalzone, dunque, ed è curioso che si sia fatto beccare uno che aveva inventato, col Forum Economico Mondiale, la più illustre configurazione planetaria di mascalzoni, che, di anno in anno, doveva trasmettere ai delegati nelle capitali, quanto meno dell’Occidente, gli ordini di servizio per la strategia da seguire. Nel 2024, infatti, il Wall Street Journal pubblica una lunga inchiesta basata su oltre 80 testimonianze di ex dipendenti del WEF, che denunciano un ambiente di lavoro tossico e profondamente contaminato, con accuse di razzismo, discriminazione e abusi ai danni dei propri dipendenti.
Costoro non si sono minimamente impressionati e il FEM, per quanto decapitato, ha potuto rilanciare alla grande la propria missione mafio-criminale. Rassicurato dal nuovo operativo giallochiomato sul dato che la marcia verso il Nuovo Mondo, avesse dovuto incontrare ostacoli, non sarebbe stata costretta alle vecchie, snervanti mediazioni con leggi e costumi, ma si sarebbe spianata la strada a forza. A forza di che? Ma di bull-dozer, no? Lo dice la parola stessa.

Le cose, senza i diritti che non siano quelli dei promotori del titoletto qui sopra - cinismo, volgarità, profitto – scorrono lisce. Eccolo, il demiurgo della riduzione ad dollarum di grattacieli e oasi di lusso dalle fondamenta innestate sul più grande deposito di ossa di assassinati mai composto nella Storia (se ne calcolano 10.000 sotto le macerie, da aggiungere ai 72.000 uccisi a bombe a pallottole e ai 150.00 da morte indiretta). Fattezze lisce come un uovo e vuote come una tela prima del pennello sono quelle del manichino a cui il suocero ha insufflato l’anima, pardon, de li mortacci sui. Cioè dello speculatore immobiliare senza scrupoli, assatanato di devastazioni eco-ambientali e sociali, donde trarre sangue e macerie convertibili in cemento e soldi.
Volete sapere a cosa, nel loro piccolo, ambivano il sindaco Sala a Milano e i suoi Jared Kushner meneghini dei boschi penduli strozzati dal calcestruzzo? Su cui si rodevano di invidia apprendendo della nuova Gaza?
Las Vegas più gas
180 grattacieli, resort di lusso, centri dati come piovesse, superhotel, rutilanti porti per rutilanti navi da crociera e panfili, strutture lasveganiane di intrattenimento per miliardari e loro commessi milionari. E, per completare il quadro, l’altro pozzo di San Patrizio, quello immerso nel mare antistante e che contiene 32 miliardi di metri cubi di gas naturale (palestinese, sia diretto sussurrando, senza farsi sentire dalla British Petroleum). Anche qui ci sono scheletri e ossa a contrassegnare il sito: quelli dei pescatori mitragliati dalle navi israeliane per aver infranto il limite delle zero miglia dalla costa.
Quanto alla manodopera, sempre che il sinergico Bibì ne consideri l’utilizzo, se ne potrà trarre di disponibile dal campo di concentramento che Israele va allestendo a Rafah per coloro che sono riusciti a passare per le maglie del genocidio. Hanno il merito della familiarità col terreno (e con quanto vi sta sotto).
Quest’altra “new town” per 100.000 persone, tra sequestrati e Sicurezza, circondata da barriere e dispositivi biometrici di controllo anche dei peli nel naso, scaturita dai progetti commissionati da Israele al genero palazzinaro, dovrebbe contenere quei palestinesi che non si è riusciti a invitare alla pulizia etnica, o a sbolognare nel secessionista Somaliland, testè riconosciuta da Tel Aviv e fatta membro degli Accordi di Abramo.
Tutto questo ha di molto rallegrato i co-interessati di Davos. In particolare tale Larry Fink, CEO di Blackrock, il più grande fondo di investimento della galassia, non per caso presidente della puntata 2026. Il fine dichiarato di tutti i pipponi profusi dal palco, infatti, era di convincere la maggioranza della popolazione del globo ad affidare i propri risparmi al leviatano finanziario capeggiato da Blackrock.
Ai malpensanti viene il sospetto che tutto questo serva a ridurre lo iato tra possessori di soldi, anche i più straccioni, e i mezzi finanziari dei grandi fondi, per sostenere così un capitalismo non più in grado di creare valore reale. La scelta è chiara: qua, o si riesce ad assemblare tutti i risparmiatori proletari per finanziare il capitalismo dei super-ricchi e i loro jet privati, o si provvede come Netaniahu a Gaza.
Contro i palestinesi come contro studenti e operai del ‘68

Torniamo a Gaza, al suo Board of Peace, al suo tiranno a vita e ai suoi accoliti triennali, o perenni (per 1 miliardo di dollari), rastrellati, come l’entusiasta motosega argentina, dal fascistume internazionale, cuore della qestione privatistico-imperiale delle cose del mondo. Si constata con raccapriccio che, ancora una volta, quanto rimane del popolo palestinese viene utilizzato come cavia, vuoi per testare armi e tecnologie di sorveglianza, vuoi per cambiare le norme sviluppate dopo la seconda guerra mondiale per salvaguardare l’umanità, quella degli strati sotto i primi due o tre, dal ritorno delle ideologie fasciste, militariste ed espansioniste. Noi in Europa, devo dire, e specialmente in Italia, ci siamo portati molto avanti con quel recupero. Non per nulla non c’è cancelleria europea e non c’è Salvini che non plaudano a chi, Trump o Netaniahu, mostra di volerla fare finita con quelli sotto i primi due o tre strati.
Il Board of Peace, poi, con le relative strutture affaristico-militari operative, che pretende personalità giuridica e privilegi e immunità internazionali, questa oscena riproposizione colonialista di un impero che procede inciampando e sbattendo il grugno, dal Vietnam all’Afghanistan, dall’Iraq all’Iran, secondo Trump non deve limitarsi ad esautorare l’ONU, vecchia bestiaccia rompiballe (che forse se lo meritava dopo l’infamia della Risoluzione 2803). Cacciate a calci quelle delle sue organizzazioni, comprese tra le 66 internazionali recentemente bandite, a partire dall’UNRWA dell’assistenza ai palestinesi e a finire con le Corti internazionali di Giustizia e Penale, il campo dell’organismo trumpista si allarga da Gaza all’universo mondo. “Si tratta di un ardito nuovo strumento per risolvere conflitti globali”, ha annunciato Trump, “Sarà finalizzato a risultati e avrà il coraggio di abbandonare approcci e istituzioni che troppo spesso hanno fallito”. Leggi ONU.
A dar prova di coraggio e risultati ci hanno pensato gli israeliani. Da quando sono stati annunciati il Board e, l’ottobre scorso, la “fase due” e la “tregua”, hanno ammazzato altri 502 civili palestinesi, compresi 100 bambini, ne hanno feriti 356, oltre alla solita quota di mezza dozzina di giornalisti (in parte di France Press) e ne hanno seppellito un numero incalcolabile sotto le macerie di altri 2.500 edifici rasi al suolo, scheletri a ulteriore consolidamento dei grattacieli erigendi da Kushner e Witkoff.

In tutto questo pianificare, progettare, operare, globalizzare (la nuova globalizzazione post-liberista?) non si menzionano neanche di striscio i palestinesi sulla cui pelle si va pianificando, progettando, eccetera. Non è solo cinismo. E’ anche wishful thinking, come, con indovinata espressione inglese, si descrive una prospettiva basata sul desiderio. Un po’ come, di nuovo si parva licet comparare magnis, da noi le classi dirigenti hanno seppellito il decennio protorivoluzionario ’68-’77 nella formula degli “anni di piombo”.
Il decennio in cui tutto un assetto già orientato verso il recupero di dominii, controlli, prevaricazioni, discipline d’antan, è stato aggredito e ridotto a più miti consigli dall’unita delle due classi subalterne, operai e studenti, con rotture drastiche del regime borghese-capitalista: Statuto dei Lavoratori, Servizio Sanitario Nazionale, Proletari in divisa, università, scuola, fabbriche occupate e democratizzate, periferie protagoniste, cultura, musica, cinema, teatro sediziosi, popoli contro la guerra (vietnamita) e il colonialismo.
I fischietti della salvezza

La Resistenza palestinese ha svolto un ruolo analogo sul piano della destabilizzazione di un progetto padronale, qui in chiave colonialista. Lo ha saputo mantenere in vita per quasi un secolo, tra lanci, arretramenti, falsi compromessi, riprese, tradimenti. Lo ha confermato, stavolta agli occhi del mondo, con la clamorosa operazione di due anni e mezzo fa, i cui effettivi lineamenti, sepolti sotto la mistificazione israeliana, ancora faticano a farsi strada anche tra commentatori attrezzati. E in due anni e mezzo il più potente esercito della regione, munito di un cinismo morale e di una ferocia raramente visti nella Storia, supportato in tutto e per tutto dalla maggiore forza militare del mondo, non ha avuto ragione né dell’anima del popolo da obliterare, né della sua volontà.
E allora, concludendo, di fronte all’oscurità che, a forza di colpi a destra e manca, viene spinta avanti da un potere in disfacimento ricorrendo a un energumeno squinternato. potere che se ne sente azzannato e che spera di scamparne rovesciandola sul resto del mondo, a farci rispondere è lo spirito della resistenza palestinese, di tutte le resistenze, comprese quelle che ci hanno rubato alla memoria. Oggi anche quella dei fischietti di Minneapolis che spazzano via il fetore dello Stato di polizia. Ci sono di conforto, ci siano d’esempio.
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"Questo genocidio non si è limitato a distruggere la mia vita o tutto ciò che possedevo: è andato ben oltre. Mi ha distrutto dall’interno.
Ha spazzato via la pace dal mio cuore, ha frantumato la stabilità della mia mente e mi ha contagiato con una strana sindrome dell’anima. "
In realtà sono parole di Wasim Said, sopravvissuto al genocidio a Gaza autore di questa testimonianza esclusiva:
https://www.ladedizioni.it/
di Giuseppe Masala per l'AntiDiplomatico
Da anni proviamo a spiegare da queste colonne che la radice dell'enorme crisi geopolitica in corso va ricercata nel disastroso stato dei conti nazionali statunitensi che - di fondo - minano la credibilità del dollaro come moneta standard per gli scambi i.
Un chiarimento fondamentale: per conti nazionali non si intendono i conti dello stato e dunque il bilancio pubblico, ma la Bilancia Commerciale, il Saldo delle Partite Correnti e il suo cumulato, ovvero la Posizione Finanziaria Netta (in inglese, NIIP, Net International Investment Position). Si tratta di una categoria specifica di conti che consente di valutare la reale competitività del sistema produttivo di una nazione, ma anche la sua capacità di attrarre investimenti e, al contrario, anche di valutare l'eccessiva dipendenza di un paese dagli stessi capitali esteri. Circostanza questa ultima che espone il paese in questione agli umori e alle speculazioni del grande capitale apolide interessato solamente ai rendimenti e incurante dei danni sociali che può creare in una nazione ogni qualvolta innesca una crisi a causa del ritiro dei capitali.
La stabilità finanziaria dei conti nazionali statunitensi ha iniziato a traballare con la deflagrazione della crisi dei mutui sub prime del 2008 che portò, oltre che al crollo di Wall Street anche al fallimento della celebre banca d'affari Lehman Brothers. Ma dal punto di vista strutturale la crisi era iniziata con la globalizzazione; l'enorme migrazione delle imprese americane a caccia di manodopera a bassissimo costo nei paesi in via di sviluppo a partire dalla Cina Popolare. Una scelta questa che aveva anche una matrice filosofica, oltre che utilitaristica fondata sulla ricerca del massimo profitto. L'idea di fondo era che la Storia dopo il crollo dell'Unione Sovietica era finita; l'umanità avrebbe vissuto per i secoli a venire in un mondo fondato sul libero mercato e sul sistema politico liberal-democratico e che tutto questo sarebbe stato vigilato dall'unica potenza globale rimasta: gli Stati Uniti d'America.
E' chiaro che in un panorama del genere l'equilibrio dei conti con l'estero, e l'evidente sbilanciamento della Bilancia Commerciale statunitense poteva apparire irrilevante. Chi mai avrebbe potuto mettere in discussione l'egemonia americana per lo stato dei conti con l'estero se l'estero stesso era terreno di caccia di Washington?
Con il tempo però sono emerse due potenze in grado di svolgere il ruolo di antagoniste degli Stati Uniti. La prima, la Russia di Putin, pur non avendo una forza demografica e industriale in grado di contrastare Washington ha riguadagnato il suo antico status di potenza globale dal punto di vista militare. Inoltre Mosca può vantare un ruolo di primo piano nello strategico mercato dell'energia. Dall'altro lato, la Cina Popolare, ha potuto mettere sul piatto un enorme peso demografico, al quale si è aggiunto un tessuto industriale sempre più importante che ha portato il Celeste Impero ad essere considerato come la “fabbrica del mondo”.
Non basta, a danneggiare ulteriormente gli USA è stato il particolare congegno con il quale è stata costituita l'Unione Europea, fondata sul lavoro a basso costo e sull'energia a prezzi politici importata dalla Russia. Circostanze queste che hanno portato l'Europa (o meglio, i paesi nord europei a partire dalla Germania) a conquistare il ricchissimo (ma sempre più a debito) mercato americano.
L'egemonia americana in sostanza fu presa a tiro incrociato sul piano commerciale (Unione Europea), industriale (Cina) e militare (Russia) e la cosa divenne sempre più pericolosa, fino a quando Washington non decise di far deflagrare un grande conflitto europeo per rompere il cordone ombelicale energetico tra l'Europa e la Russia. Il metodo prescelto fu quello classico e già ampiamente collaudato dalla Storia: portare sotto il dominio occidentale gli enormi spazi delle pianure sarmatiche dell'Ucraina. La Russia tutto può tollerare, fuorché di trovarsi truppe occidentali sul Dnepr. Ed era esattamente questo che gli occidentali minacciavano quando parlavano di entrata di Kiev nella Nato.
Una crisi, quella ucraina scoppiata nel 2014 che ha avuto due grandi effetti geopolitici: da un lato quello ampiamente auspicato da Washington di rimettere in riga i vassalli europei, orfani dell'energia a basso costo proveniente dalla Siberia e quello inaspettato di saldare Mosca e Pechino in un asse che appare inscalfibile.
E siamo arrivati ai giorni nostri con gli USA in crisi sempre più nera a causa dei suoi conti con l'estero sempre più disastrati (ormai la Posizione Finanziaria Netta statunitense ha superato i 27mila miliardi di dollari di passivo) e in una posizione geostrategica che un arguto commentatore ha definito di Zugzwang, ovvero quella particolare condizione del giocatore degli scacchi “obbligato a muovere” ma che, qualunque mossa faccia peggiora comunque la sua situazione. E questa è in effetti la condizione degli USA, che passa da un conflitto commerciale con tutto il mondo, al rapimento del presidente venezuelano, alle rivendicazioni sulla Groenlandia, alla minaccia di intervento a Cuba e in Iran senza soluzione di continuità. Una azione politica che da gli interlocutori l'impressione che a Washington si viva una situazione di completa confusione mentale che a sua volta genera l'incapacità di elaborare una strategia razionale in grado di fermare il declino statunitense.
Ad onor del vero però va detto che questa enorme crisi geostrategica e geoeconomica ormai di portata storica non vada considerata come una crisi solamente americana ma come una crisi del “Sistema-Mondo” nel suo complesso: se l'impero americano è in decadenza e con esso è in decadenza anche la sua moneta il mondo non è però stato - fino ad ora - in grado di generare una moneta capace di sostituire il dollaro come moneta di conto per gli scambi internazionali e riserva di valore mondiale. Non basta dire che l'Impero e la sua moneta sono in crisi irreversibile se però gli antagonisti non sono in grado di offrire una valida e credibile alternativa.
Tema questo che non poteva sfuggire ai politici, agli economisti e agli strateghi cinesi. Che il tema fosse dibattuto nelle segrete stanze della Città Proibita di Pechino era cosa abbastanza scontata, anche perché solo la Cina ha la forza economica per offrire al mondo una alternativa al dollaro.
Questa notizia è stata pubblicata su Qiushi, la rivista di punta di teoria e critica marxista del partito comunista cinese. Nell'articolo si sostiene che Xi avrebbe fatto propria la tesi per la quale la Cina debba avere una “valuta potente” che potrebbe essere “ampiamente utilizzata nel commercio internazionale, negli investimenti e nei mercati dei cambi e raggiungere lo status di valuta di riserva”.
Una notizia questa che ha del clamoroso perché si rende pubblica la sfida cinese all'egemonia USA non solo in ambito monetario e finanziario ma anche politico e geostrategico.
Non solo, la volontà cinese di fare questo passo di rilevanza storica, indica che la Cina vuole abbandonare il ruolo di “fabbrica del mondo” perchè rendere il renminbi moneta standard dei commerci internazionali e riserva di valore necessita del fatto che questa moneta deve fluire in tutto il mondo. Il metodo principe per fare questo è che chi la emette deve acquistare beni e servizi dal resto del mondo dando a cambio la propria moneta.
Non solo, è chiaro che una simile prospettiva deve portare alla creazione di grandi piazze finanziarie in grado di sfidare Wall Street e la City di Londra. Sotto questo aspetto la Cina si sta comunque attrezzando da anni con le piazze di Hong Kong e di Shangai.
Stiamo assistendo a una fase che rischia di cambiare il volto del “Sistema-Mondo” anche se, va detto, nessun impero decadente accetta la propria fine senza provare a bloccare la potenza emergente che lo vuole sostituire. Non tarderemo a vedere le contromosse di Washington.
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"Questo genocidio non si è limitato a distruggere la mia vita o tutto ciò che possedevo: è andato ben oltre. Mi ha distrutto dall’interno.
Ha spazzato via la pace dal mio cuore, ha frantumato la stabilità della mia mente e mi ha contagiato con una strana sindrome dell’anima. "
In realtà sono parole di Wasim Said, sopravvissuto al genocidio a Gaza autore di questa testimonianza esclusiva:
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L'Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l'occupazione dei rifugiati palestinesi (UNRWA) ha lanciato un duro allarme sull'escalation della violenza israeliana nella Cisgiordania occupata, descrivendola come una "guerra silenziosa" che è in gran parte sfuggita all'attenzione globale, mentre l'attenzione rimane concentrata su Gaza.
A tal proposito, secondo il commissario generale dell'UNRWA Philippe Lazzarini, dall'ottobre 2023 sono stati uccisi più di 1.000 palestinesi nei territori occupati, di cui quasi un quarto, circa 250, erano bambini.
Domenica Lazzarini ha sottolineato la portata senza precedenti della violenza, che comprende uccisioni intensificate, demolizioni di case, sfollamenti forzati ed espansioni degli insediamenti attuate dalle forze armate e dai coloni israeliani.
Lazzarini ha avvertito che le comunità palestinesi continuano a subire quotidianamente intimidazioni e la distruzione dei loro mezzi di sussistenza impunemente.
"Gli attacchi dei coloni israeliani continuano senza sosta, le comunità palestinesi vengono costantemente intimidite, sradicate e i loro mezzi di sussistenza rovinati", ha affermato in un post su X, sottolineando una cultura di impunità che ha permesso che tali azioni persistessero.
Decine di migliaia di palestinesi restano sfollati a seguito dell'operazione israeliana denominata "Muro di ferro", il più grande sfollamento del genere dal 1967, con case sistematicamente demolite per impedire alle famiglie di tornare.
Lazzarini ha osservato che, sebbene l'attenzione mondiale resti concentrata su Gaza, il disprezzo per il diritto umanitario internazionale in Cisgiordania è diventato sempre più consueto.
Questa cifra rappresenta il 43% di tutti i palestinesi uccisi in Cisgiordania negli ultimi due decenni, con la maggior parte delle morti attribuite all'uso eccessivo della forza letale da parte delle forze israeliane, tra cui fuoco vero, attacchi aerei e missili in aree densamente popolate.
Entro la fine del 2025, le autorità palestinesi stimavano che oltre 1.102 palestinesi fossero stati uccisi e 9.034 feriti in Cisgiordania, a causa dell'intensificarsi delle operazioni militari e degli attacchi dei coloni.
La violenza è aumentata di pari passo con la guerra in corso a Gaza, iniziata il 7 ottobre 2023.
In Cisgiordania, gli attacchi dei coloni hanno raggiunto livelli record: l'Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) ha documentato 1.420 incidenti solo nel 2024, un forte aumento rispetto agli anni precedenti.
Tra questi rientrano aggressioni che causano vittime o danni alla proprietà, spesso con l'acquiescenza o la partecipazione delle forze di sicurezza israeliane.
Dall'ottobre 2023, almeno 47 comunità palestinesi sono state sfollate con la forza a causa di una combinazione di violenza dei coloni, restrizioni di accesso e terrore psicologico.
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"Questo genocidio non si è limitato a distruggere la mia vita o tutto ciò che possedevo: è andato ben oltre. Mi ha distrutto dall’interno.
Ha spazzato via la pace dal mio cuore, ha frantumato la stabilità della mia mente e mi ha contagiato con una strana sindrome dell’anima. "
Potrebbero benissimo essere parole di un sopravvissuto alla Shoah…
In realtà sono parole di Wasim Said, sopravvissuto al genocidio a Gaza autore di questa testimonianza esclusiva:
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di Fulvio Grimaldi per l'AntiDiplomatico
Permettetemi un breve “fuorisacco” per la rubrica “Attenti al lupo”. Come i pazienti lettori ricordano, di Askatasuna ho scritto ripetutamente. Dello sgombero, di cosa significano sia la lunga storia di questo centro autogestito, sociale, culturale, politico, profondamente inserito nella realtà del territorio, sia la repressione e chiusura subiti dal governo Meloni. Collegando questa vicenda, sintomatica del rapporto Potere-cittadini, a quella che ritengo parallela, dell’arresto, su input israeliano, di Mohammed Hannoun, Segretario dell’Associazione Palestinesi in Italia, e di altri palestinesi per aver inviato aiuti umanitari a Gaza.
Contro l’attacco ad Askatasuna, emblema della negazione di ogni spazio critico o antagonista, e per la Palestina a Torino si è manifestato il 31 gennaio. Tre grandi cortei per 50.000 venuti da tutta Italia per reclamare con metodi assolutamente non violenti democrazia, libertà d’espressione, organizzazione e di assistere un popolo sottoposto a genocidio.
Tutto si è svolto secondo le intenzioni e le disposizioni degli organizzatori della manifestazione nazionale. Fino al tramonto, allo scioglimento ufficiale e al rientro a casa.
Ho quasi sessant’anni di esperienza di manifestazioni e cortei, con epicentro storico nel decennio 1968 -1977. So, per tale lunga e attentamente vissuta esperienza, dove finisce l’iniziativa genuina che ha dato luogo alla dimostrazione e dove inizia la sua strumentalizzazione a fini opposti a quelli dichiarati da organizzatori e partecipanti.
E’ da allora che abbiamo anche imparato a distinguere tra una forza di massa che si oppone all’esclusione, tramite misure di polizia, da territori ai quali ha diritto, e una prevaricazione da parte di soggetti che se ne assumono abusivamente e strumentalmente la rappresentanza e ne deviano gli obiettivi. Con il risultato di fornire allo schieramento politico e mediatico al potere il pretesto per la demonizzazione dell’opposizione sociale e per i conseguenti strumenti di “normalizzazione”.
Tale snodo si è vista una volta di più, con assoluta chiarezza, nel momento in cui, a manifestazione ufficialmente conclusa, si è scatenato l’attacco degli incappucciati e la risposta delle forze di governo. Con il risultato di mandare in vacca la civilissima dialettica impostata dalla manifestazione, grazie al contributo, in termini di anatemi e invocazioni quasi allo stato d’assedio, dei media e delle forze di governo e parlamentari. Un ulteriore passo verso la militarizzazione e il disciplinamento della società e dei conflitti che fisiologicamente produce.
La storia del ’68 e, clamorosamente, quella di Moro, ci ha mostrato la comparsa di soggetti spuri, emersi, come poi inchieste hanno accertato, dal retroterra di servizi segreti e di gruppi fascisti, o pseudosinistri e ritrovati presenti e attivi nelle stragi, come nella creazione di finti contropoteri funzionali alla diffamazione e neutralizzazione del contropotere popolare autentico.
Mai, nei momenti più significativi del confronto tra la strategia della classe politica mirata a un ordine sociale autocratico, la volontà di riscatto rivoluzionario e la difesa di quanto conquistato con la sconfitta del nazifascismo, sono mancati i provocatori. Né i regali fatti alla canea politico-mediatica della stabilizzazione autoritaria.
Nell’America di Trump, con le insegne e le pallottole dell’ICE. Nell’Italia di Meloni, Crosetto e Piantedosi, con un po’ di poco pensanti e molto menanti, innescati dai soliti noti, che si possano definire “bande armate da combattere come in guerra” (Crosetto).
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"Questo genocidio non si è limitato a distruggere la mia vita o tutto ciò che possedevo: è andato ben oltre. Mi ha distrutto dall’interno.
Ha spazzato via la pace dal mio cuore, ha frantumato la stabilità della mia mente e mi ha contagiato con una strana sindrome dell’anima. "
Potrebbero benissimo essere parole di un sopravvissuto alla Shoah…
In realtà sono parole di Wasim Said, sopravvissuto al genocidio a Gaza autore di questa testimonianza esclusiva:
https://www.ladedizioni.it/
di Federico Giusti ed Emiliano Gentili
La dinamica salariale è controversa da leggere, specie se si prendono in esame dati parziali oppure si scambia il salario netto col lordo, o quello accessorio con la paga base. Se invece rapportassimo gli stipendi al costo della vita allora il quadro sarebbe decisamente più chiaro e sarebbe necessario farlo per non essere tratti in inganno: le retribuzioni sembrano aumentare col passare degli anni e se prendo il mio Cud, vuoi per le ore di straordinario, vuoi per altri istituti contrattuali o per i rinnovi dei contratti nel frattempo siglati, la cifra totale dichiarata è in costante crescita.
Come scritto in tante occasioni, i meccanismi con cui viene regolata la dinamica contrattuale restano alquanto discutibili: la indennità di vacanza contrattuale, ad esempio, è talmente misera da indurre a serie perplessità sulla efficacia di tale irrisorio indennizzo, che per altro viene decurtato dagli aumenti futuri. E per questo motivo ai datori pubblici e privati conviene ritardare di mesi o anni la firma del nuovo contratto, lasciando attualmente oltre 5,5 milioni di lavoratori e lavoratrici in attesa di rinnovo.
L’Istat tuttavia libera il campo da un equivoco: i salari reali sono in caduta libera e rispetto al 2021 hanno perso l’8%. Nella Pubblica Amministrazione l’ultima tornata contrattuale ha portato aumenti del 6% a fronte di una inflazione, nel periodo considerato, di quasi il 18; quindi la perdita del potere di acquisto è certificata e, nel frattempo, i contratti pubblici sono abbondantemente scaduti (da 13 mesi). Nel privato, invece, ad attendere il rinnovo è quasi il 27% della forza lavoro.
L’anno 2025, in cui il costo della vita è cresciuto assai meno che nei 5 anni precedenti, ha visto un aumento delle retribuzioni del 3,2% nel privato e del 2,7 nel pubblico, a fronte di un’inflazione attestatasi all’1,7%. Tuttavia si tratta di un unico anno su una serie ben più lunga di adeguamenti negativi all’inflazione, per cui sarà forse il caso di riflettere, una volta per tutte, sull’assenza di un parametro esaustivo che permetta ai salari di agganciarsi all’effettivo costo della vita (un tempo c’era la scala mobile, poi cancellata anche con la complicità sindacale).
La realtà statistica stride in molti casi con la percezione e la esperienza diretta dei cittadini. Basterebbe ricordare le variazioni annuali del paniere e dell'indice dei prezzi al consumo per beni e servizi ad alta frequenza di acquisto, come quelli alimentari, che fanno percepire ai redditi bassi un’inflazione più alta, oppure si potrebbe parlare delle spese aggiuntive sostenute negli ultimi anni per il riscaldamento. L'inflazione è la media delle variazioni dei prezzi di un insieme di beni e servizi (il cosiddetto “paniere”, per capirci), mentre invece il costo della vita scaturisce dall’esperienza quotidiana, ossia concretamente dalla spesa della famiglia.
Detto in termini brutali il paniere degli Italiani è insufficiente, inadeguato a misurare l’effettivo costo della vita. Sul finire dell’anno scorso la dinamica salariale sembrava in risalita per la firma di contratti nazionali riguardanti numeri elevati della forza lavoro attiva, dalla PA ai metalmeccanici e alle telecomunicazioni, ma se guardiamo ai salari reali si comprende non solo il trucco ma anche la beffa ai danni nostri: il potere di acquisto è in continua erosione.
Se poi andiamo a vedere le retribuzioni contrattuali stimate dall’Istat il riferimento è ai salari lordi, pertanto hanno avuto buon gioco le detassazioni volute dal Governo Meloni per far pagare al welfare state – anziché agli imprenditori – parte degli aumenti salariali. Ma basta andare a sostenere un paio di visite mediche all’anno dal privato (perché il pubblico viene depotenziato e le liste di attesa sono fin troppo lunghe) che quanto abbiamo “guadagnato” da una parte lo perdiamo, a cifre maggiori, dall’altra. Insomma, in conclusione oltre l’8% della perdita complessiva del potere di acquisto delle famiglie è stato attenuato da interventi fiscali che, però, causeranno negli anni una progressiva riduzione del welfare, favorendo la gestione privata e lucrativa di servizi che dovrebbero essere pubblici e a costi calmierati – se non gratuiti, per le fasce sociali più basse.
Proseguendo, in questi giorni l’Inps ha diffuso i dati relativi alla cassa integrazione: si parla di una riduzione delle ore autorizzate pari al 13% nell’arco dell’ultimo anno. Ma anche in questi casi i dati possono essere controversi e infatti la cassa integrazione straordinaria – quella per crisi gravi – è in grande aumento: siamo passati da poco più di 40 milioni di ore a 60,7 milioni, il che conferma che alcuni settori dell’economia sono in difficoltà. Si tratta di un dato importante a conferma che tanto ottimismo meloniano sui dati occupazionali e sulle dinamiche salariali è frutto o della incapacità di leggere i dati o, piuttosto, di una operazione menzognera sullo stato di salute dell’economia italiana, fatta a scopi elettorali.
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"Questo genocidio non si è limitato a distruggere la mia vita o tutto ciò che possedevo: è andato ben oltre. Mi ha distrutto dall’interno.
Ha spazzato via la pace dal mio cuore, ha frantumato la stabilità della mia mente e mi ha contagiato con una strana sindrome dell’anima. "
Potrebbero benissimo essere parole di un sopravvissuto alla Shoah…
In realtà sono parole di Wasim Said, sopravvissuto al genocidio a Gaza autore di questa testimonianza esclusiva:
https://www.ladedizioni.it/
Lunedì l'Autorità israeliana per la radiodiffusione ha annunciato che il valico di Rafah è stato riaperto al transito di persone in entrambe le direzioni, in linea con gli accordi presi, consentendo a 150 persone al giorno di lasciare la Striscia di Gaza in cambio dell'ingresso di 50 persone nella Striscia dall'Egitto.
In base all'accordo, il valico è gestito dalla Missione di assistenza alle frontiere dell'Unione europea (UEA) nell'ambito di un meccanismo internazionale e in coordinamento con la parte egiziana. Le operazioni saranno operative per sei ore al giorno, dalle 9:00 alle 15:00.
L'esercito israeliano ha confermato domenica di aver completato l'istituzione di un corridoio di controllo e ispezione per le persone in arrivo dall'Egitto nella Striscia di Gaza attraverso il valico di Rafah, al termine di quella che ha descritto come una fase sperimentale di successo. Secondo l'annuncio, durante la fase sperimentale sono state fornite istruzioni procedurali ai palestinesi e al personale dell'Unione Europea responsabile della gestione del valico.
Il valico di Rafah è rimasto chiuso per tutta la durata della guerra genocida dell'occupazione israeliana nella Striscia di Gaza, una chiusura che ha contribuito all'aggravarsi della fame, all'inasprimento dell'assedio e alla lenta morte dei palestinesi nel territorio.
L'accordo di cessate il fuoco includeva una formula che stabiliva che la resistenza palestinese avrebbe consegnato tutti i prigionieri israeliani in cambio di una seconda fase che garantisse il ritiro delle forze di occupazione dalla Striscia di Gaza e la riapertura del valico di Rafah.
20.000 pazienti a rischio
Alla luce dei colloqui e degli accordi per la riapertura del confine di Rafah, il Ministero di Gaza ha riferito la scorsa settimana che circa 20.000 pazienti con referti medici completati sono in attesa del permesso di lasciare Gaza per cure critiche all'estero. Tra questi, centinaia di casi potenzialmente letali , di cui 440 classificati come urgenti. Il Ministero ha riferito che 1.268 pazienti sono deceduti in attesa dell'autorizzazione al viaggio.
Ha aggiunto che la chiusura del valico di Rafah dal 7 maggio 2024 ha bloccato completamente il movimento dei pazienti, creando un pericoloso arretrato per coloro che necessitano di cure mediche specialistiche non disponibili a Gaza.
Tra i più vulnerabili ci sono 4.000 pazienti oncologici, che soffrono a causa della mancanza di strumenti diagnostici e servizi terapeutici essenziali. Inoltre, 4.500 bambini con referti approvati rimangono bloccati all'interno della Striscia, impossibilitati ad accedere alle cure di cui hanno urgente bisogno.
Il sistema sanitario di Gaza, già messo a dura prova da un prolungato assedio e dal conflitto, rischia un ulteriore collasso a causa della carenza di medicinali, della distruzione delle infrastrutture sanitarie e della chiusura della maggior parte dei servizi specializzati. Questi problemi aggravati hanno portato a un allarmante aumento del numero di pazienti in attesa di cure all'estero.
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"Questo genocidio non si è limitato a distruggere la mia vita o tutto ciò che possedevo: è andato ben oltre. Mi ha distrutto dall’interno.
Ha spazzato via la pace dal mio cuore, ha frantumato la stabilità della mia mente e mi ha contagiato con una strana sindrome dell’anima. "
Potrebbero benissimo essere parole di un sopravvissuto alla Shoah…
In realtà sono parole di Wasim Said, sopravvissuto al genocidio a Gaza autore di questa testimonianza esclusiva:
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Il ministro degli Esteri iraniano Seyed Abbas Araghchi ha ricordato agli Stati Uniti che Teheran ha imparato "molte lezioni" dopo la "guerra dei 12 giorni" .
"I nostri missili sono stati testati in una vera guerra l'ultima volta e siamo stati in grado di comprenderne i problemi, le debolezze e i punti di forza", ha dichiarato il ministro degli Esteri iraniano in un'intervista alla CNN, nel contesto dello spiegamento delle forze statunitensi in Medio Oriente e di un clima di crescente tensione tra Washington e la nazione persiana che preannuncia un possibile conflitto tra i due Paesi.
"Penso che ora siamo molto ben preparati. Ma, ripeto, essere preparati non significa volere la guerra", ha sottolineato Araghchi.
Le azioni ostili degli Stati Uniti nei confronti dell'Iran si sono intensificate all'inizio di gennaio, quando il presidente Donald Trump ha minacciato un intervento militare nel Paese, citando la violenza esplosa durante le recenti proteste. Sebbene le manifestazioni siano state sedate poco dopo, l'occupante della Casa Bianca ha ripreso le sue minacce, questa volta invocando pretesti diversi e tornando a richieste relative ai programmi nucleari e missilistici dell'Iran.
In questo contesto, gli Stati Uniti hanno schierato la loro portaerei USS Abraham Lincoln nei pressi del paese persiano , accompagnata dal loro gruppo d'attacco di portaerei.
Da parte sua, Teheran ha avvertito che qualsiasi azione militare contro di essa "sarà considerata l'inizio di una guerra", affermando al contempo che le sue forze armate "sono pronte, con il dito sul grilletto, a rispondere immediatamente e con decisione a qualsiasi aggressione". Ha tuttavia espresso la sua volontà di mantenere un "dialogo basato sul rispetto e sugli interessi reciproci".
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"Questo genocidio non si è limitato a distruggere la mia vita o tutto ciò che possedevo: è andato ben oltre. Mi ha distrutto dall’interno.
Ha spazzato via la pace dal mio cuore, ha frantumato la stabilità della mia mente e mi ha contagiato con una strana sindrome dell’anima. "
Potrebbero benissimo essere parole di un sopravvissuto alla Shoah…
In realtà sono parole di Wasim Said, sopravvissuto al genocidio a Gaza autore di questa testimonianza esclusiva:
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Comunicato di Potere al Popolo, 2 febbraio 2026
di Alessandro Volpi*
*Post Facebook del 1 febbraio 2026
di Paolo Desogus*
Le tensioni tra Stati Uniti e Iran continuano a crescere, ma a infiammare ulteriormente il confronto è soprattutto la strategia muscolare di Donald Trump. Secondo la Guida Suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, il conflitto con Washington nasce da un obiettivo mai abbandonato: il tentativo statunitense di piegare e controllare l’Iran, attratto dalle sue risorse energetiche e dalla sua posizione strategica.
Parole che trovano nuova forza alla luce delle recenti mosse della Casa Bianca. Trump ha scelto ancora una volta la via delle minacce, annunciando l’invio di una “meravigliosa armata” nei pressi dell’Iran e ostentando la superiorità militare statunitense come strumento di pressione politica. Una retorica aggressiva che rischia di trasformare la diplomazia in un gioco di forza, con conseguenze imprevedibili per l’intera regione. Da Teheran, i vertici militari respingono le intimidazioni e parlano apertamente di “operazioni psicologiche” messe in atto dagli Stati Uniti.
Il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica assicura di avere sotto controllo ogni movimento nemico e ribadisce che le forze armate iraniane sono pronte a rispondere a qualsiasi aggressione. Trump, pur non escludendo un accordo, continua a oscillare tra aperture vaghe e toni bellicosi, lasciando intendere che la forza resti la sua principale leva negoziale.
Una linea che l’Iran giudica pericolosa e irresponsabile. Khamenei ha avvertito chiaramente: un eventuale attacco statunitense non porterebbe a un conflitto limitato, ma a una guerra regionale. Un rischio che, secondo molti osservatori, nasce più dall’escalation verbale di Washington che da reali necessità di sicurezza.
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Da oltre sessant’anni il blocco economico imposto dagli Stati Uniti a Cuba segna la vita quotidiana dell’isola. Dal 1960, Washington vieta a imprese e cittadini statunitensi qualsiasi transazione con interessi cubani, e oggi l’80% della popolazione è nata sotto questo regime di sanzioni. Non si tratta solo di un contenzioso commerciale: il suo impatto colpisce direttamente la dignità e le condizioni di vita di milioni di persone. Con l’amministrazione Trump, il blocco ha conosciuto un irrigidimento senza precedenti.
Come denuncia il governo cubano, le misure adottate hanno trasformato l’embargo in un atto “criminale” per i suoi effetti su settori vitali come sanità, alimentazione ed energia. Il ministro degli Esteri Bruno Rodríguez ha parlato di danni miliardari, sottolineando che senza queste restrizioni il PIL cubano avrebbe potuto crescere di oltre il 9%. Particolarmente grave è l’impatto sul sistema sanitario: oltre la metà dei farmaci essenziali risulta oggi carente a causa delle difficoltà di importazione.
Anche la produzione alimentare e il sistema elettrico nazionale soffrono il peso del blocco, che limita l’accesso a materie prime, combustibili e assistenza tecnica. L’Avana denuncia una strategia di “massima pressione” volta ad asfissiare l’economia e provocare instabilità sociale.
Una linea che, nonostante le condanne internazionali e le ripetute risoluzioni dell’ONU, continua a essere perseguita da Washington. E che, secondo Cuba, dice molto più sugli obiettivi politici degli Stati Uniti che sulla realtà dell’isola.
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di Clara Statello per l'AntiDiplomatico
Queste ultime due settimane hanno svelato l'aspetto peggiore di noi italiani. Divisi, disumani, crudeli contro noi stessi. Il titolo vuole essere provocatorio: io amo profondamente il popolo italiano e posso affermare con certezza che siamo migliori, decisamente migliori, di tanti altri popoli europei. Semplicemente non ne abbiamo contezza e questo è un prezzo che paghiamo dalla sconfitta bellica.
Il punto è che, come tutte le cose, c'è sempre un rovescio della medaglia. Ed è quello che stiamo mostrando adesso. Il nostro peggio.
Da anni gli italiani si lamentano perché tutto va male. Hanno ragione. Abbiamo ragione. Che fare?
Scrivere status su Facebook non aiuta. Ma ormai è così che si sfoga il disagio sociale.
Con messaggi incendiari, disumanizzanti, di odio verso i politici, odio verso i migranti, odio verso ciò che è "altro".
Ma è un odio sbiadito, disumanizzante, caratterizzato dall' inazione, dall' apatia, dalla disgregazione. Un meccanismo catalitico, necessario a sfogare la quotidiana frustrazione di uno status quo sempre più oppressivo e insopportabile, fatto di sfruttamento, umiliazione, privazione, solitudine. Che, come tutto ciò che è un semplice sfogo, non produce nulla.
Un odio virtuale direttamente proporzionale alla debolezza reale del popolo come soggetto storico-sociale.
Da decenni il popolo italiano subisce una progressiva riduzione di libertà di ogni tipo e dei diritti. Le conseguenze di ciò sono tangibili: maggior costo della vita, progressivo scivolamento delle famiglie nella povertà, erosione della ricchezza, limitazioni negli spostamenti sul territorio a causa dell' aumento spropositato del costo dei trasporti e del carburante, malasanità, scuola allo sfascio, aumento delle diseguaglianze, minori servizi essenziali.
Sullo sfondo, ci sono i disastri causati dall' incuria da parte di uno stato che si è ridotto ad essere il comitato d'affari del capitali finanziario e delle industrie belliche e farmaceutiche o della costruzione, di politici ridotti al ruolo di pro-consoli degli USA e Israele.
L'aria di rivoluzione che si legge sui commenti dei social è inversamente proporzionale al clima apatico e da schiavi rassegnati che si respira in Italia.
Noi italiani ci lamentiamo ma in fondo non facciamo nulla per cambiare le cose.
Di incendiario ci stanno solo i profili social, non l'attitudine. Non non osiamo pensare che il cambiamento è possibile, è reale, è imminente.
Basta prenderne coscienza.
Come abbiamo preso coscienza in centinaia di migliaia riempendo le strade e le piazze italiane di bandiere palestinesi, chiedendo lo stop al genocidio condotto da Israele. Quelle proteste sono arrivate al tavolo dei negoziati, costringendo Trump a far fermare l'operazione terrestre israeliana su Gaza. Quando le manifestazioni si sono fermate, però, è calato il sipario sulla Palestina.
C'è un chiaro rapporto causa-conseguenza su mobilitazioni e decisioni dei governi. Se non ci sono mobilitazioni, non c'è nessun argine alle decisioni antipopolari della politica.
Gli italiani però sono rassegnati o forse semplicemente non riescono a riorganizzarsi. E così non solo si resta a protestare su Facebook, regalando soldi di pubblicità al signor Zuckerberg e dati personali a META. Ma si lanciano strali di odio verso chi osa scendere in piazza a protestare per chiedere più libertà, più spazi sociali, più diritti per tutti e tutte.
Ieri sera c'è stata una grande manifestazione a Torino. Una manifestazione partecipata da tutta la cittadinanza. Lavoratori. Padri di famiglia. Zii che accompagnavano i nipoti.
Ci sono stati anche scontri.
Non voglio fare la morale sugli scontri né dividere la piazza in manifestanti buoni e manifestanti cattivi.
Voglio mettere in evidenza la causa degli scontri: lo stesso disagio sociale, la stessa frustrazione, lo stesso senso di oppressione che fa scrivere status e commenti Facebook pieni di odio e di rancore al lavoratore precario, al pensionato con una pensione da fame, alla mamma single abbandonata e denigrata dalla società, agli operai o partite iva sfruttati e immiseriti.
La differenza è che quei giovani incappucciati quell'odio lo restituiscono non sulle pagine virtuali, ma a chi lo somministra: lo stato. I nostri politici. I guardiani dello status quo.
Personalmente non condivido queste forme di violenza ma non condanno queste espressioni di protesta, condanno chi li produce: il potere venduto agli interessi imperialisti degli USA, del sionismo e del capitalismo finanziario.
Il mio problema, il nostro problema comune, sono le cause che provocano il disagio, non le sue manifestazioni (anche sbagliate).
Condanno invece chi non reagisce ai soprusi, sfogando pateticamente il suo odio sui social, perché è questa passività che consente il malgoverno. Chi vende l’anima per i nuovi “ninnoli e specchietti colorati”, come quelli che i negrieri regalavano ai capi tribù delle coste occidentali africane in cambio di schiavi. Comodità effimere in cambio di dignità e di falsa tranquillità.
Un giorno i nostri figli e nipoti ci chiederanno: dove eravate mentre la classe dirigente del capitalismo internazionale distruggeva l'Italia e ci privava di tutto?
C'è chi risponderà che stava su Facebook o X a scrivere post di protesta contro la Meloni, a firmare appelli su change.org, a vomitare odio contro i manifestanti di Torino che chiedono diritti per tutti, anche per chi li odia e invoca l'ICE contro di loro.
In pochi chiederanno scusa, rispondendo di aver cercato di fare tutto il possibile, ma sono sconfitti dall’ignavia e dalla disunità, principali complici del potere deviato.
Scrivevo prima che da due settimane l'Italia mostra il suo volto peggiore. Sullo sfondo di queste esplosioni di odio, c'è la totale assenza di solidarietà degli italiani nei confronti delle popolazioni colpite dal ciclone e degli abitanti di Niscemi.
Molti non arrivano a capire che questi cataclismi sono la conseguenza dei cambiamenti climatici. Come hanno colpito siciliani, calabresi e sardi, colpiranno anche veneti, liguri, toscani, romagnoli.
Il ciclone non ha portato via semplicemente pezzi di città, porti, barche, strade e ferrovie. Ha portato via l'intera costa della Sicilia Orientale. Spiagge meravigliose, foci di fiumi, riserve naturale, scogliere, cancellate per sempre da una furia anomala e indomabile del mare.
Nel silenzio di tanti ambientalisti, a partire da Legambiente, troppo impegnati a dire gongolando: avevamo ragione noi. Del resto degli italiani che puntano il dito con la bava alla bocca contro chi ha perso tutto: casa, lavoro, memorie di una vita. Dov’è finita la nostra umanità? La nostra empatia? Il nostro grande cuore?
Tutti sembrano aver dimenticato che Niscemi è la città del MUOS e della stazione di telecomunicazioni della marina statunitense, che l'incuria del territorio niscemese è direttamente legata alla sua militarizzazione da parte di una superpotenza straniera.
Lo denunciano i No Muos da sempre. Ma quando i No Muos protestavano e subivano la feroce repressione della polizia, quelli che urlano contro la violenza dov'erano?
Dov'erano quelli che adesso puntano il dito contro la speculazione e deridono pubblicamente le famiglie che hanno perso tutto? Dov'erano quelli che sui social scrivono peste e corna contro il governo ma poi non vanno a protestare perché c'è la partita o perché semplicemente si scocciano?
Noi non li abbiamo visti nelle piazze o davanti alla base e forse è anche per questo che quella battaglia l'abbiamo persa e oggi vediamo le nostre previsioni sul dissesto idrogeologico di Niscemi avverarsi drammaticamente.
L'assenza di empatia e umanità non è qualcosa che avviene su larga scala, ma si evince anche dai fatti di cronaca. Come la vicenda vergognosa di Vodo di Cadore, nel bellunese. Un bambino di 11 anni lasciato a piedi in mezza alla neve dall' autista dell’autobus all' uscita da scuola. Ha dovuto percorrere sei chilometri di sera al buio, nella bufera, in mezzo ai boschi a causa dell' aumento sproporzionato del biglietto della corsa dovuto alle a Olimpiadi invernali.
L'autista dice di aver rispettato le regole aziendali. Ma gli altri passeggeri del bus perché non hanno aiutato un bambino in difficoltà?
Altra vicenda agghiacciante, quella di Davide Borgione, morto a 19 anni per una caduta dalla bicicletta. Mentre era a terra, due sciacalli gli hanno rubato il portafoglio. Una macchina l’ha investito lievemente. Nessuno si è fermato per soccorrerlo.
Ecco, questi sono sintomi di una società profondamente malata e c'è un sottile filo rosso che collega tutte queste vicende, apparentemente distanti e indipendenti l'una dall' altra.
È il filo rosso (e marcio) dell' individualismo, dell' egoismo, di un approccio da homo homini lupus. È il segnale di qualcosa che si è rotto all'interno della nostra comunità umana, del nostro popolo.
Qualcosa che deve essere immediatamente ricostruito, perché noi italiani non siamo questo, non siamo un popolo di sciacalli, di individualisti, di odiatori seriali.
Abbiamo un grande passato, un passato di lotte che hanno fatto tremare non solo i fascisti, ma anche i nazisti, che abbiamo cacciato con l'aiuto degli alleati, i padroni, e la stessa NATO.
L'odio sociale è la naturale conseguenza dell' oppressione che subiamo, schiacciati dal tallone di ferro delle oligarchie. E sotto questa morsa siamo diventati come i polli di Renzo, che si beccano fra di loro mentre vengono portati al macello.
Come loro, ci aspetta una fine beffarda e patetica se non capiamo che l’odio non si cura con la repressione, ma eliminando le cause che lo producono. Se non ci uniamo, quindi, per chiedere un cambiamento, i nostri diritti, la nostra libertà, la nostra indipendenza, la nostra sovranità popolare, la pace.
Data articolo: Sun, 01 Feb 2026 22:00:00 GMT
Riceviamo dal nostro form e pubblichiamo
di Roberto Adduci*
Non era una passeggiata festosa, né un corteo che parlava a se stesso. Ieri, 31 gennaio, almeno 50mila persone secondo gli organizzatori – 15/20mila per le stime ufficiali – hanno travolto Torino mandando un messaggio chiarissimo a Giorgia Meloni, Matteo Piantedosi e Ignazio La Russa.
La manifestazione nazionale per Askatasuna – il centro sociale sgomberato con brutalità il 18 dicembre dopo quasi 30 anni – non è stata solo una difesa di uno spazio autogestito. È stata la sintesi delle piazze di ottobre invase in nome della Palestina: bandiere palestinesi in testa al corteo, "Blocchiamo tutto" non era uno slogan vuoto. Era – ed è – un manuale d'azione che si scrive da solo, nelle strade, contro un governo apertamente razzista, guerrafondaio e vassallo dell'impero atlantico.
Il blocco sociale ha compiuto un salto di qualità decisivo: le vecchie divisioni teoriche tra movimenti, centri sociali, collettivi femministi, sindacati di base e sigle politiche sono evaporate di fronte al nemico comune. Le persone in piazza lo sapevano bene: non c'è più spazio per dissidi interni quando il potere attacca con idranti, lacrimogeni, denunce di massa e narrazioni securitarie. Ognuno e ognuna ha fatto la sua parte, accettando le modalità diverse – dal serpentone pacifico con bandiere della Palestina libera ai picchetti più duri – come in una catena di montaggio rivoluzionaria: ogni settore contribuisce all'intera produttività della lotta.
La premier, immersa nel lusso dei potenti e nei salotti del G7, si è "accorta tardi" di avere nemici. Noi no: lo viviamo ogni giorno sulla pelle – precarietà, sfratti, tasse per armi all'Ucraina, silenzio complice sul genocidio a Gaza. Meloni grida "nemici dello Stato", parla di "tentato omicidio contro agenti", Piantedosi evoca "squadristi rossi", La Russa spinge per inasprire i controlli securitari per "difendere le persone dagli oppositori politici". Roba da ridere, se non fosse tragica: la loro narrazione non sta in piedi persino con delle protesi costruite ad hoc (video selettivi di scontri, visite in ospedale per strumentalizzare feriti, condanne unanimi come da regime).
Noi esistiamo perché esistono loro: una classe dirigente venduta ai grandi centri di potere, subordinata alle leggi del mercato che alimenta disuguaglianze, lotta tra poveri e riarmo permanente. Ma chi è davvero il nemico? Possibile che sia il blocco sociale che prova a liberare l'Italia dalle catene imperialiste, totalitarie e atlantiste? O non è piuttosto chi legittima, supporta e riproduce politiche autoritarie, antidemocratiche, razziste, di disgregazione sociale e vassallaggio all'impero USA/NATO?
Un primo passo epocale è stato fatto: esiste un blocco sociale coeso, organizzato, capace di far convergere da tutta Italia (e dall'estero) energie diverse sotto la stessa bandiera – quella della Palestina libera, degli spazi autogestiti, della resistenza al razzismo e alla guerra.
Altri passi dovranno seguire. Il più urgente: far arrivare questo messaggio e le sue potenzialità a chi ieri non c'era. Con tutte le nostre differenze, siamo tutte sulla stessa barca, dalla stessa parte della barricata!
*Attivista e politico antispecista comasco. Formatosi nei movimenti studenteschi a partire dal 2016 ha poi partecipato alle elezioni comunali di Como nel 2022 come candidato sindaco con una lista civica indipendente (area alternativa/sinistra radicale, con enfasi su partecipazione popolare, diritti sociali e critica al sistema). Da anni impegnato in battaglie sociali: in particolare per il diritto all'abitare, per i diritti dei detenuti e denuncia del sistema carcerario, per i diritti degli animali e per un sistema anticapitalista.
Le opinioni espresse su OP-ED non necessariamente coincidono con quelle de l'AntiDiplomatico
Video editoriale di Loretta Napoleoni
La politica spettacolo ha regalato agli americani una puntata doc., Donald Trump ha finalmente nominato il successore di Powel alla guida della Riserva Federale, Kevin Warsh, e lo ha scelto nello stile del programma televisivo che un tempo The Donald conduceva The Apprentice.
Warsh è un ex governatore della Fed, critico feroce delle banche centrali, convinto che abbiano stampato troppo denaro, drogato i mercati e coperto l’irresponsabilità dei governi. Secondo lui, la Fed deve tornare a fare una cosa sola: combattere l’inflazione. Niente clima, niente disuguaglianze. Solo prezzi e credibilità.
I mercati, inizialmente, applaudono. Il dollaro sale, l’oro scende. Sospiro di sollievo: non arriverà un presidente “morbido” sull’inflazione. Ma attenzione, perché il vero nodo non è lì. Warsh ha recentemente cambiato tono. Oggi parla di un miracolo della produttività, guidato dall’intelligenza artificiale. Dice che l’AI abbasserà l’inflazione e che quindi i tassi possono scendere. È musica per le orecchie di Trump. Ma c’è una clausola nascosta.
Warsh vuole tagliare i tassi, sì. Ma allo stesso tempo vuole togliere ossigeno a Wall Street, ridurre l’enorme bilancio della Fed e costringere il settore privato a finanziare il debito americano. Tradotto: meno aiuti facili, più disciplina. E questa è una parola che Trump non ama.
Qui nasce lo scontro. Perché Trump vuole una Fed al servizio della Casa Bianca. Warsh, invece, vuole una Fed che torni a essere temuta, non amata. Indipendente, anche quando dà fastidio.
La domanda, quindi, non è se Warsh cambierà la Fed. La domanda è: quanto a lungo Trump tollererà qualcuno che gli dice di no? La storia ci insegna che il momento della rottura arriva sempre. E quando arriva, non è mai indolore.
Per ora, possiamo solo osservare. Ma una cosa è certa: la battaglia per il controllo della politica monetaria americana è appena cominciata. E le sue conseguenze non resteranno confinate negli Stati Uniti.
VIDEO:
di Andrea Zhok*
"Questo genocidio non si è limitato a distruggere la mia vita o tutto ciò che possedevo: è andato ben oltre. Mi ha distrutto dall’interno.
Ha spazzato via la pace dal mio cuore, ha frantumato la stabilità della mia mente e mi ha contagiato con una strana sindrome dell’anima. "
Potrebbero benissimo essere parole di un sopravvissuto alla Shoah…
In realtà sono parole di Wasim Said, sopravvissuto al genocidio a Gaza autore di questa testimonianza esclusiva:
https://www.ladedizioni.it/prodotto/linferno-del-genocidio-a-gaza/
di Vincenzo Brandi
La dislocazione di una grande forza navale pronta per l’attacco al largo delle coste dell’Iran, le continue minacce del presidente-bullo Trump nei confronti di quel paese, tengono tutto il Medio Oriente col fiato sospeso e il mondo intero nell’incertezza.
Non è chiaro quali siano le esatte motivazioni formali delle minacce: una volta si dice di voler difendere presunti “diritti umani” della popolazione iraniana sottoposta a repressione, ma poi si parla della necessità che l’Iran (che peraltro è un paese sovrano) faccia marcia indietro su una serie di questioni che riguardano i suoi armamenti e le sue alleanze. Tra queste questioni certamente c’è la questione del nucleare iraniano, anche se l’Iran ha ampiamente dimostrato negli ultimi 20 anni di non volersi dotare di bombe atomiche e termonucleari (che con le sue tecnologie sarebbe in grado di produrre facilmente) e si è sottoposto volontariamente a tutti in controlli internazionali necessari.
Il motivo vero di fondo dell’ostilità nei riguardi dell’Iran da parte degli USA, con il solito codazzo dei vassalli europei (che ora intendono addirittura bollare provocatoriamente come “terrorista” il corpo dei Guardiani della Rivoluzione iraniani) è che l’Iran costituisce, con i suoi alleati, l’unica potenza locale in grado di ostacolare i piani degli USA e del suo alleato principe Israele per un controllo totale del Medio Oriente.
L’Iran - insieme ai suoi allearti, gli Hezbollah del Libano, gli Houti dello Yemen e le milizie sciite dell’Iraq – è anche il principale e forse unico vero sostenitore della Resistenza Palestinese, tuttora viva e attiva, nonostante i massacri subiti (naturalmente nella Resistenza non teniamo conto dei collaborazionisti dell’ANP che stanno a Ramallah a prendere i soldi di USA e UE).
Questo schema medio-orientale è lo stesso esistente in altre zone del mondo dove i vecchi imperialisti e colonialisti anglosassoni ed Europei Occidentali, abituati a comandare nel mondo, cercano di opporsi all’emergere di nuove realtà che intendono tener loro testa (la distruzione della Jugoslavia e il colpo di stato del 2014 in Ucraina con la guerra conseguente, i vari tentativi di “rivoluzioni colorate” in Georgia, ecc. , rientrano in questo schema).
I piani degli USA per il Medio Oriente (con l’appoggio dei vassalli europei) prevedono la presenza dell’entità colonialista-sionista israeliana quale unica incontrastata potenza militare che controlla, insieme a loro il Medio Oriente. Israele, non solo ha sottoposto gli abitanti originari della Palestina a pulizia etnica violenta, furto di terre, occupazione militare, massacri (diventati oggi a Gaza vero e proprio, genocidio), ma è in grado di intervenire in tutto il Medio Oriente con azioni armate e assassinii di avversari e personaggi scomodi come i dirigenti degli Hezbollah libanesi o gli scienziati iraniani.
Corollario di questa politica è la sponsorizzazione di un accordo economico e politico tra Israele e le monarchie arabe reazionarie del Golfo (vedi i cosiddetti “Accordi di Abramo” che hanno rischiato di saltare dopo l’azione della Resistenza palestinese del 7 ottobre 2023).
In particolare, sono stati sempre ottimi i rapporti tra Arabia Saudita e USA, soprattutto dopo che la convertibilità del dollaro in oro – divenuta insostenibile - fu annullata nel 1971, e la nuova garanzia del dollaro quale moneta di riferimento e scambio internazionale fu assicurata dal petrolio saudita (vedi i cosiddetti “petrodollari”) in seguito ad un’alleanza di ferro tra società petrolifere statunitensi e la monarchia saudita. Ma anche i rapporti degli USA con gli Emirati Arabi Uniti, Barhein e Qatar sono ottimi e hanno permesso la costruzione in questi ultimi due paesi di grandi basi militari statunitensi.
Per mantenere questa egemonia israelo-statunitense nella regione sono stati opportunamente aggrediti e destabilizzati paesi non allineati come l’Iraq. La Siria, il Libano, lo Yemen e l’Afghanistan, mentre anche gli USA si sono dedicati all’assassinio politico uccidendo a Baghdad nel 2020 il generale iraniano Soleimani che coordinava l’azione degli alleati della Repubblica Islamica,
Dopo il tentativo fallito di destabilizzare la Repubblica Iraniana con la guerra condotta da Israele e USA nel giugno 2025, quest’anno è avvenuto un nuovo intenso tentativo di destabilizzazione con i disordini avvenuti in Iran tra la fine del 2025 e il gennaio del 2026.
In realtà le proteste in Iran erano iniziate in modo del tutto pacifico da parte dei commercianti del bazar, e altri settori sociali non ostili al governo, a causa dell’aumento dei prezzi e le difficoltà economiche (peraltro causate in gran parte dalle pesanti sanzioni imposte da tutto l’Occidente all’Iran da quasi 50 anni). Ma nel corso delle manifestazioni sono intervenuti gruppi armati -opportunamente sollecitati dal Mossad israeliano e servizi segreti occidentali - legati alle minoranze etniche azere, del Belucistan e curde (come il la formazione armata curda PJAK), il gruppo armato antigovernativo dei Mojahedin del Popolo (MEK), e agenti armati finanziati direttamente dal Mossad o da servizi occidentali, che sparavano sia sulla polizia che sulla folla e davano fuoco a moschee ed edifici pubblici.. La stessa tecnica di creare tensioni e disordini era stata utilizzata, ad esempio in Ucraina durante il colpo di stato di Maidan nel 2014, o in Siria nel 2011 per innescare la guerra civile.
Dopo il fallimento della rivolta, ora a USA e Israele è rimasta solo l’opzione di un’aggressione militare diretta, ma le prospettive di un’azione del genere sono inquietanti.
L’Iran, come ha già dimostrato nella guerra di 12 giorni precedente, ha un apparato militare efficiente (anche se privo dell’atomica) in grado di colpire la flotta e le basi statunitensi di tutta la regione ed infliggere gravissimi danni ad Israele. Gli alleati dell’Iran si metterebbero in moto (ad esempio le milizie sciite locali potrebbero attaccare le basi Usa in Iraq). L’eventuale chiusura dello stretto di Hormuz (che gli Iraniani sono perfettamente in grado di realizzare) provocherebbe l’interruzione del 20% del traffico petrolifero mondiale, con aumenti incontrollabili dei prezzi del petrolio e dell’energia. Inoltre Russia e Cina, che si oppongono all’egemonismo occidentale, non potrebbero restare indifferenti di fronte ad un attacco ad un paese indipendente che ha con loro ottime relazioni.
Insomma, nel momento in cui scrivo queste note ancora nulla è scontato. Non è chiaro se gli estremisti guerrafondai USA e israeliani mostreranno un minimo di buon senso, o scateneranno l’inferno gettando il Medio Oriente nell’abisso, con la possibilità che il caos si estenda in modo irrefrenabile a livello mondiale.
Roma, 31 gennaio 2026, Vincenzo Brandi
Data articolo: Sun, 01 Feb 2026 11:00:00 GMT
di Pino Arlacchi | Il Fatto Quotidiano | 30 gennaio 2026
di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
Ancora nessuna indiscrezione sull'inizio del secondo round di colloqui russo-americano-ucraini negli Emirati arabi, previsto per 1 e 2 febbraio. Al momento, pare trapelato solamente un curioso “approccio” ucraino all'insieme del piano per la soluzione del conflitto, che l'osservatore di Ukraina.ru, Mikhail Pavliv definisce «una carota per Trump», escogitato da Vladimir Zelenskij per cercare, in certo qual modo, di “corrompere” il presidente yankee e convincerlo che sia il momento per Kiev di respingere le richieste di concessioni alla Russia chieste da Washington per i colloqui di Abu Dhabi.
In sostanza, il quadro generale di quanto già discusso e di quanto sarà probabilmente sul tavolo nei prossimi due giorni è abbastanza chiaro. Che la componente militare tenga banco in questa fase, in cui si tratta espressamente del territorio e del ritiro delle forze ucraine dal Donbass, lo testimonia il fatto stesso dell'assenza di Jared Kushner e Steve Witkoff: segno che le questioni politiche ed economiche sarebbero già state affrontate e concordate. È probabile che il 1 e 2 febbraio negli Emirati la delegazione yankee agirà in qualità di “osservatore”, col Segretario all'esercito Daniel Driscoll: le delegazioni russa e ucraina affronteranno la questione di come gestire la situazione lungo la linea di contatto, col ritiro delle truppe ucraine dal Donbass e si tratterà anche del destino delle zone cuscinetto nelle regioni di Sumy, Khar'kov e Dnepropetrovsk, insieme allo status delle regioni di Khersòn e ZaporoĹľ'e, o più precisamente, dice Pavliv, sarà sul tappeto la linea di demarcazione.
Il tutto è inoltre legato alla possibile creazione di una zona demilitarizzata, alle attività di monitoraggio e al dispiegamento di contingenti di monitoraggio e mantenimento della pace, non certo da paesi NATO, ma da paesi neutrali.
È già stato detto in altre occasioni che l'Ucraina, in generale, conferma la disponibilità al ritiro, a condizione che forze militari russe non entrino nell'area. Da parte di Moskva, è stato ventilato che probabilmente non ci sarà l'esercito russo e, però, il controllo russo verrà comunque affidato a un'amministrazione russa, a polizia, FSB, e Guardia Nazionale.
A questo punto, la parte “inside”, che sarebbe stata rivelata a Pavliv, rivela che parallelamente ai colloqui di Abu Dhabi, Zelenskij avrebbe trasmesso un messaggio a Trump, del tipo che Kiev non è disposta a cedere i territori alla Russia, ma consentirebbe a consegnare il territorio al controllo del trumpiano “Consiglio di Pace”, secondo una logica simile a quella dei documenti su Gaza. Vi verrebbe schierato un contingente internazionale, con mandato per il “Consiglio”, con opportunità economiche esclusive e protezionismo. In pratica: si cede un pezzo di terra, praticamente una zona offshore, dove il Consiglio”, cioè Trump, può fare quello che vuole. Detto questo, pare voler dire Zelenskij a Trump, «ora cerca di convincere Putin ad accettare». Una carota, dunque, offerta al narcisismo di Donald Trump, per speciali opportunità economiche.
Ma, osserva Pavliv, un tale piano non sembra così allettante per Trump, in primo luogo perché sottintende delle responsabilità per una linea di demarcazione che né Trump personalmente, né gli USA in generale sono pronti ad assumersi e, soprattutto perché, in fin dei conti, Trump già da tempo dispone dell'accordo sulle risorse e gli obblighi dell'Ucraina. Inoltre, Kirill Dmitriev e Witkoff-Kushner stanno discutendo di cooperazione economica russo-americana e sul tavolo si sa da tempo che c'è proprio la possibilità di creare una zona economica speciale nella regione russa del Donbass, con amministrazione russa, ma con regime economico speciale, con particolari preferenze per le aziende americane.
Di tutto questo hanno discusso Larry Fink, di BlackRock, Kushner, Witkoff e Dmitriev e la previsione è il ritiro delle forze ucraine dal Donbass, insieme all'ingresso delle forze di sicurezza russe; viene quindi creata una zona economica speciale, strettamente legata all'accordo sulle risorse già a suo tempo stabilito tra Kiev e Washington. In altre parole: una fattiva divisione economica dell'Ucraina e, a maggior ragione, del mercato europeo. In tale contesto, conclude Pavliv, la proposta di Zelenskij col "Consiglio di Pace" appare «secondaria, debole e poco convincente. Non è una carota, ma un lecca-lecca».
Poche carte e nemmeno delle più buone, insomma, rimangono in mano alla junta nazigolpista di Kiev. Qualsiasi “piano” che non tenga conto della reale situazione sul terreno e degli attuali rapporti Moskva-Washington vale poco più di zero. Sono addirittura gli ex capibanda ucraini a riconoscere lo stato effettivo delle cose: entro quest'anno, la Russia prenderà definitivamente il controllo della restante parte ucraina del Donbass, dice l'ex consigliere presidenziale golpista Aleksej Arestovic. C'è solo da attendere con calma che il Donbass venga preso; i russi lo prenderanno abbastanza presto, entro un anno, forse anche prima. Quindi «sorge spontanea la domanda: e poi? Abbiamo già combattuto abbastanza. Per il Donbass, per il quale avete lottato così duramente, avete congelato e reso invivibili Kiev, Khar'kov, Dnepro, Odessa; forse si dovranno aggiungere anche un altro paio di città». Dopo di che, dice Arestovic, quando il Donbass sarà definitivamente perso, i russi «potranno prendere ZaporoĹľ'e o distruggerla».
Osservazioni che sostanzialmente coincidono con quelle del politologo ucraino Serghej Datsjuk (tra i sostenitori del golpe del 2014) secondo il quale se Kiev rifiuta di scendere a compromessi con la Russia, tutte le principali città dell'Ucraina diventeranno inadatte alla vita. Datsjuk racconta di essere regolarmente accusato di capitolazionismo per i suoi appelli alla pace e sottolinea anche che la capitolazione significa la sconfitta completa e l'adempimento di tutte le condizioni della parte vittoriosa. E aggiunge: «Dirò qualcosa di ancora più scomodo. Putin non sta chiedendo la capitolazione. Voi usate la parola “capitolazione”, ma non si applica a Putin. Putin non sta chiedendo la resa dell'esercito ucraino all'esercito russo».
Come Arestovic, anche Datsjuk dice che, in caso di rifiuto di ritiro dal Donbass, la Russia continuerà a distruggere le infrastrutture, così che la popolazione, compresi gli abitanti di Kiev, saranno costretti a spostarsi dalle grandi città ai villaggi e alle piccole città. L'Ucraina è ora di fronte a una scelta, afferma il politologo: perché «è esattamente questa la domanda di oggi: preservare le città o preservare ciò che resta del Donbass? Notate che non vi sto presentando questa scelta. Putin l'ha presentata. È così che agisce. Ma noi non vogliamo vederla, perché si tratta di una scelta strategica. Cittadini ucraini, fate una scelta: preservare le città dell'Ucraina e rinunciare al Donbass, oppure preservare il Donbass e perdere le città dell'Ucraina».
Come che sia, i media di regime italici non cambiano repertorio: non c'è da fidarsi del “tiranno” Putin, che intende continuare la guerra all'infinito. Ecco quindi che, per conferire una parvenza di “autorità” alle litanie sugli angelici ucraini amanti della pace, “aggrediti” dai perfidi russi assetati di sangue “democratico”, su La Stampa del 1 febbraio la parola viene data all'ex Segretario di Stato ed ex direttore della CIA Mike Pompeo, il quale sostiene, dall'alto di cotanta tribuna piemontese, che «Putin non ha dato segni di volere la pace. Deve capire che non otterrà mai territori» e, per quanto riguarda gli Stati Uniti, nemmeno Biden ha fatto «nulla di forte: ha stanziato risorse appena sufficienti per impedire l’avanzata della Russia e per non favorire la vittoria degli europei. Si è rifiutato di dare copertura aerea e poi ha imposto una serie di linee rosse. Per esempio ha vietato agli ucraini di colpire obiettivi di Putin nel cuore del territorio russo così da spingere Putin ad arretrare». Smidollato che non era altro! Ora è dunque necessario in primo luogo «spingere sulle sanzioni ed essere seri. Gli europei non lo sono, continuano a comprare gas.
È da matti finanziare non solo un nemico ma anche qualcuno che sta uccidendo gli europei. In secondo luogo l’Amministrazione Trump deve far capire a Putin che non potrà tenere terre che non ha conquistato. Solo se convince Putin che i costi sono maggiori dei benefici, allora la guerra può finire». Ma, di fatto, di fronte ai cherubini di Kiev che costituiscono il “vallo europeo” di fronte alle mire aggressive russe, il signor Pompeo non vede «prove che Mosca voglia la pace e la fine del conflitto se non nei termini che ha cercato di ottenere attraverso la guerra di aggressione. Putin non è stato capace di prendere quel che voleva militarmente, perché darglielo al tavolo negoziale?». E, parlando della questione al centro delle attuali trattative e che l'intervistatore dice rappresentare «L’inghippo dei colloqui», cioè il punto relativo ai territori e che, dio ne guardi, si deve sperare che «Rubio e Trump siano ostinati abbastanza per impedire a Putin di prendersi anche quello che non ha militarmente conquistato», l'ex capoccia della CIA risponde che il punto dei territori è certo «centrale, ma il nodo è più complesso. Putin non ha mostrato alcuna intenzione di chiudere il conflitto e gli ucraini sono senza le garanzie di sicurezza... Alcuni dicono pubblicamente che siamo vicini alla risoluzione del conflitto. Non mi pare ma spero di sbagliarmi».
Non si preoccupino il signor Pompeo e i corifei delle maleodoranti redazioni guerrafondaie: nelle cancellerie europee si fa di tutto perché i nazigolpisti di Kiev continuino a mandare i propri giovani al macello e proseguano nella guerra finché Bruxelles lo voglia.
FONTI:
Data articolo: Sun, 01 Feb 2026 11:00:00 GMT
di Francesco Fustaneo
Nelle scorse giornate, la polemica sul campo di concentramento di “La vita è bella” di Roberto Benigni è riemersa con forza. Il nodo del contendere non è più, da tempo, la mera assenza del nome “Auschwitz” nei titoli o nei dialoghi del film. Come evidenziato da un fact-checking, il campo non viene mai esplicitamente nominato.
Il vero punto focale, su cui avevamo già argomentato, è un altro: l’evidenza che Benigni che per inciso si è avvalso anche della consulenza di uno dei massimi studiosi italiani della Shoah come Marcello Pezzetti, non potesse non sapere che la stragrande maggioranza del pubblico avrebbe automaticamente associato quella realtà all’immagine simbolo della Shoah, cioè proprio ad Auschwitz. Un’associazione rafforzata, e non smontata, da un dettaglio storico stridente: il carro armato liberatore statunitense che irrompe nel finale, mentre la storia ci ricorda che Auschwitz fu liberata dall’Armata Rossa il 27 gennaio 1945, data scelta per la Giornata della Memoria.
Ora, però, per chiudere definitivamente la questione – rendendo stucchevole ogni ulteriore cavillo sul “non detto” – va evidenziato un dettaglio interno al film, inequivocabile.
La prova nel film : il tatuaggio
In una scena chiave, Guido Orefice (lo stesso Benigni) espone il braccio all’interno del campo, mostrando il numero tatuato al figlio. Ebbene, questo particolare non è un dettaglio qualsiasi: come riporta il sito correlato allo United States Holocaust Memorial Museum, la pratica di tatuare i prigionieri con un numero di matricola fu una procedura sistematica adottata solo nel complesso di Auschwitz. Negli altri campi nazisti, il numero era generalmente cucito sulla divisa. I pochi casi documentati altrove costituiscono eccezioni marginali.
Quel tatuaggio sull’avambraccio di Guido è, quindi, un segnale potentissimo e preciso per lo spettatore. È un codice che rimanda direttamente e unicamente all’universo Auschwitz. Un’immagine così iconica e storicamente connotata da travalicare la finzione narrativa.
Il peso dei numeri reali
A rendere ancora più pregnante questa scelta c’è la tragica verità storica della deportazione italiana. I dati della Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC) sono chiari: su 6.806 ebrei italiani arrestati e deportati, ben 6.007 furono destinati ad Auschwitz-Birkenau. Il campo in cui fu deportata la quasi totalità degli ebrei italiani era proprio quello. Il personaggio di Guido Orefice, padre di famiglia italiano, non poteva che condividere, nell’immaginario collettivo, quel destino statisticamente schiacciante.
Alla luce di queste considerazioni, ogni ulteriore discussione sull’“ambientazione intesa o reale” del film, al di là della menzione esplicita, perde senso. Il tatuaggio non è un’ambiguità, è una dichiarazione. Benigni ha costruito una storia di fantasia su uno sfondo che, attraverso simboli inconfondibili (dal treno alla selezione, fino al numero sul braccio), finisce per evocare in modo deliberato e preciso l’orrore di Auschwitz.
La libertà artistica rimane intatta, così come il valore universalista del film. Ma smontare le critiche storiche nascondendosi dietro un fact-checking letterale (“non si nomina Auschwitz”) significa ignorare il linguaggio del cinema, la potenza dei simboli e il bagaglio storico dello spettatore. Il campo de “La vita è bella” ha un nome, e quel nome è scritto a chiare lettere – anzi, a numeri indelebili – sul braccio del suo protagonista.
Fonti:
Data articolo: Sun, 01 Feb 2026 10:00:00 GMT