La versione spaccona che ha dato alla sua rappresentanza pubblica il solito, storico, potere colonialista, imperialista e gangsteristico, del dollaro, l’abbiamo vista e letta e analizzata da veri o presunti esperti, con testi che farebbero l’invidia dei rotoli del Mar Nero, della Bibbia e perfino dell’Enciclopedia Treccani.
Che poi, stringi stringi, scansato l’ovvio del bullo installato a 1600 Pennsylvania Avenue da chi ha ritenuto opportuno togliersi i guanti nel discutere col resto del mondo, le valutazioni dell’accaduto, dell’accadendo e di quanto potrebbe accadere si riducono a poca roba. Una in chiave ottimista (vista dal mondo delle regole) e l’altra catastrofista.
Il rapimento di Maduro e le minacce a giro d’orizzonte lanciate da un energumeno fuori controllo contro chi gli mette la mosca sul naso e ha molte e buone risorse, primo, non hanno scosso la rivoluzione bolivariana che, anche con il duo Rodriguez, marcia sicura sul camino tracciato da Chavez con tanto di vasto supporto popolare; secondo, hanno irrobustito la presa di distanza dagli USA di governi che tutti ora si sanno a rischio, e delle opinioni pubbliche mondiali, con conseguente grave lesione alla credibilità USA. Corollario: sai come si rafforzerà adesso lo schieramento dei BRICS con i suoi pilastri russo e cinese!
Il mondo è in mano a una triade che s’è spartita il pianeta. I cubani fattisi ammazzare per custodire il sonno della coppia Maduro sono dei fessi perché è da mo’ che le gerarchie politiche e militari venezuelane s’erano vendute. Avete visto come neanche i potenti sistemi antiaerei russi S-300, sono stati attivati? E non hanno forse subito chiamato Chevron, Exxon ed estrattori yankee vari di oro, bauxite, cobalto…? Venite, investite, lavoriamo insieme, facciamo tutto quello che serve per mettere all’angolo i cinesi e permettervi di controllare almeno l’emisfero. E la Sheinbaum messicana e il Petro colombiano non hanno lanciato messaggi conciliatori a Trump? (teoria Eva Golinger, prestigiosa analista geopolitica e già amica di Chavez)
Tutto questo non è che brutale semplificazione e chi si schiera da una parte o dall’altra sia consapevole che, comunque, rischia la cantonata. Più probabile per quello della versione A, meno per il seguace della Golinger. Lo temo con immenso rammarico da uno che la rivoluzione bolivariana l’ha seguita, frequentata e sostenuta fin dal primo giorno. E che ha vomitato a sentire la saltimbanco nera della Garbatella stralogare, rispetto alle barbarie del rapimento, di “azione difensiva” del camerata Trump.
Per cui io preferisco guardarmi intorno a casa mia, della quale, essendone cittadino, sono un tantino corresponsabile. Per quanto possa blaterare contro il farlocchissimo “mondo delle regole”, fuffa disintegrata dall’imperatore americano, sciogliermi in autentiche lacrime di rabbia e disperazione per quanto il dante causa israeliano va facendo in Palestina, fare dieci docce per liberarmi di quanto mi imbratta del regime nazista ucraino, è a casa mia che c’è lo sgabuzzino e sono mie, lì dentro, le scope e la varichina da mettere all’opera.
Stay Behind (Stare dietro). A chi?
Francesco Cossiga
E negli anfratti di questa mia casa che qualcuno, di soppiatto, ha incistato un mostriciattolo, creature deforme partorita dalla CIA dopo aver subito una pioggia di uranio impoverito. Sistemato e allevato a Capo Marrargiu, rinominato con elegante etichetta inglese “Stay Behind”, si era fatto trapelare che doveva servire a contrastare, dietro le linee, l’invasione sovietica di cui tutti giuravano che ci sarebbe stata. L’Italia, senza Stay Behind, si sarebbe trasformata in un unico, immenso gulag.
Tutto questo a celare il vero scopo che era simile, in chiave moralmente opposta, a quello dei poveri cubani messi a guardia del presidente venezuelano. Solo che, nel caso nostrano, italiota, si trattava di far sapere a comunisti ed eversori vari che, se avessero osato alzare un dito, anche solo di rimprovero, a qualsiasi dei regimi prosecutori, in chiave 2.0, del sistema che, secondo Washington, dove perpetuarsi senza grande soluzione di continuità rispetto agli anni ‘20 e ’30, Gladio, Stay Behind, sarebbe intervenuta. E lo ha fatto, di strage in strage, di False Flag in False Flag, chissà quante volte. Questo il Trumpino di casa nostra, Francesco Cossiga, l’ha fatto intuire, ma non lo ha precisato.
Io so io e voi nun siete…
E dai padri latini che ci viene sempre la dritta giusta. Come quando dicono, riferendosi alla propria magione, “parva sed apta mihi” (piccola, ma adatta a me). E anche “si parva licet componere magnis” (se è lecito paragonare le cose piccole alle grandi), che è proprio ciò che dovremmo fare per capire come, nel nostro piccolo, si perpetuino i comportamenti, le strategie e le tattiche dei grandi. Spesso quasi a copia e incolla. Ed è questo il nostro campo d’azione. Come nel caso dell’io so io e voi nun siete un cazzo che, nella dimensione grande, esprime il pensiero del marchese di Mar-a-Lago (quattro campi da golf) e, nella versione burina, quella della marchesina della Garbatella (un campo di bocce).
I paragoni tra parva e magna sono un po’ come quelli tra un nostro film con Bud Spencer e il Gladiatore con Russel Crowe, epperò sono istruttivi e ci danno anche l’idea di come si configurino dei sovranisti che servono un sovrano che sta al di là dell’Atlantico e del tutto ignora che, oltre a 90 basi USA-NATO e un premier che lui chiama “beautiful woman”, abbiamo anche qualche Caravaggio.
Si parva licet…
Piantedosi deve fare in piccolo – cioè bastonare chiunque osi avvicinarsi, nella propria città! a meno di 10 km da ciò che è definito obiettivo sensibile (Ponte sullo Stretto, o quotidiano di merda) - ciò che fa in grande Kristi Noem, equipollente USA, quando esime da incriminazione poliziotti che sparano in testa a signore sedute al volante. O quando spedisce le squadracce ICE a rastrellare e deportare immigrati.
Troppo facili le similitudini tra Crosetto e Pete Hegseth, entrambi al massimo della potenza vitale e dell’inquadratura video quando, davanti alle armate schierate, si trovano a concionare di patria, valore, coraggio, stringiamci a coorte - siate pronti alla morte, voi. Loro per questo e futuri spettacoli spendono 1.500 miliardi (50% più dell’anno prima). Noi 35 miliardi (dall’1,5% al 2% del PIL), ma abbiamo la Folgore. Che sta alla Delta Force, come il micio sotto casa sta a un ghepardo.
Scopiazzatura continua. Quelli rapiscono Maduro che cercava di utilizzare il petrolio venezuelano per far mangiare e curare i venezuelani, questi sequestrano Mohammed Hannoun e compagni e incriminano giornalisti come Angela Lano. Quegli altri, i succedanei, bandiscono 37 organizzazioni umanitarie, ONU e non, perché bombe in testa, raffiche sulle tende e acqua gelata sui materassi non completino l’opera. Noi, bravi quasi quanto loro, facciamo passare per terroristi impegnati a eliminare l’unica democrazia del Medioriente, coloro che provano a far arrivare qualche aspirina e un sacchetto di farina a chi non merita nemmeno quelli.
Mohammed Hannoun, Angela Lano
In carcere di massima sicurezza non ci stanno i peracottai di un regime complice del genocidio, scaturito dal ventennio, ricarmatosi con Gladio, pista nera di ogni strage, passato con la sua leader dall’orbace ad Armani, ma nove squattrinati esuli palestinesi che provavano a far arrivare qualche chicco di riso a coloro cui dal 7 ottobre 23, in base a una colossale bugia, quel chicco è negato. Una giornalista e docente universitaria perquisita, inquisita, privata degli strumenti di lavoro, intimidita, minacciata perché non avalla quella e altre colossali bugie finalizzate ad agevolare il genocidio. Ma da decenni racconta le cose come stanno e come, per quei grandi e i nostri scopiazzatori piccoli, non devono stare. Vi pare che noi piccoli non ci si sia ispirati alle retate di Chicago, nel Texas o nell’Oregon, nelle università Columbia e Harvard, con relativi tagli di finanziamenti statali e la Guardia Nazionale a trattare le tende dei reprobi nei campus, come vengono trattate a Khan Yunis?
E se quei grandi riempiono di F35 e carri armati Abraham l’esercito più morale del mondo perché spazzi via anche l’ultimo palestinese scovato sotto le macerie, vuoi che i piccoli non si diano da fare per fornirgli quegli esplosivi “dual use”, destinati a fertilizzare campi (che non ci sono più), ma anche a preparare botti che spezzettino bimbetti andati a ricuperare qualcosina da sotto i detriti.
E veniamo a una fattispecie che a me sta, per affinità sentimentale e parentela politica, particolarmente a cuore. Che ne sia stato consapevole o no, il nostro ministro di polizia ha fatto nel neanche tanto piccolo, in questo caso, ciò che la polizia australiana ha fatto dei centri di iniziativa studentesca in ben sette università australiane. Sgombero. Tutti fuori, tutto chiuso. Il dispositivo di assedio era degno della presa di Roma dei lanzichenecchi.
Gladio al governo, Askatasuna la resistenza
Askatasuna e Gladio in divisa
E siamo all’Askatasuna. Ci conosciamo con l’Askatasuna. Ho avuto il privilegio di intervistarne le intelligenze. Come ci conoscevamo col Leoncavallo, che poi non era più nemmeno lui, se non nella memoria che, come è noto, è nemica mortale del potere e va obliterata. Anche con la chiusura di un ricordo. Tra noi, a distanza, si era anche aperta una crepa. Quella che, tempo di Covid, in mezzo mondo ha diviso amici, famiglie, coppie, comunità. Non c’è voluto molto per chiuderla. L’Askatasuna era, è, una delle cose più belle e storicamente, socialmente, politicamente, culturalmente, significative, della nostra storia repubblicana, dei suoi ultimi nefasti trent’anni, quella delle stragi, di Gladio, lo strumento del disordine a fini di un Ordine con la maiuscola, mai morto e sepolto, pronto ove occorra. Il trentennio, inaugurato da Draghi sul Britannia, dei Berlusconi, Prodi, dei bombaroli D’Alema e Mattarella, dei Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Draghi, Meloni (sì, anche di Conte, quello dei DPCM e dei lockdown), delle loro stragi Stato-mafia, un cataclisma, un’aberrazione, un tunnel, ma con dentro quella luce. Trent’anni di resistenza.
Non solo Askatasuna. Cancellare quella realtà significa eliminare una geografia del pensiero altro, normalizzare il paese, arrotondare gli spigoli, tagliare la testa a una rete di centri sociali, di creatività, di resistenza, di antagonismo, a volte ingenuo, anche un po’ polveroso, spesso troppo insulare, ma deragliante rispetto ai binari obbligati di un potere tanto violento quanto ottuso.
E su tutti Askatasuna, protagonista della più strategica e decisiva battaglia in cui uno Stato predatore muoveva guerra al popolo, al territorio, alla verità, alla giustizia e ha trovato pane per i suoi denti, per tre decenni e non è finita. Val di Susa e No Tav, una battaglia per la vita e la sovranità popolare, un richiamo per i minacciati in tutto il mondo dal fascismo di ritorno e dallo sviluppo regressivo e spietato.
Con i compagni di Askatasuna, con Dana, con Nicoletta Dosio, con il più caro degli amici, Alberto Perino, abbiamo resistito, barricate, cantieri bloccati, presidi, territori liberati, un popolo tutto in piedi dietro alle sue avanguardie, come succede nelle rivoluzioni. E venivano a sostenere, a imparare, a contribuire, gli indiani d’America, gli africani dell’Apartheid, i palestinesi dei Fedajin, i tuareg, gli esquimesi, i Semterra del Mato Grosso, i chavisti della rivoluzione bolivariana…NO TAV e Valsusa e questa sua direzione politica, faro dell’Occidente in resistenza.
Ho provato a raccontare un po’ di tutto questo nei documentari
Anche un’Askatasuna è per sempre, alla faccia di Gladio. Cuore pulsante di un quartiere, di una città, di un paese, con il suo lavoro del riscatto per scuola, salute, spettacolo, musica, stare insieme, spina dorsale di una città, l’Askatasuna. Ragazzi, operai, universitari, docenti, pensanti, combattenti attrezzati, coscienti, teoria e azione, insegnamento ed esempio. All’Askatasuna guardavano le grandi resistenze di quegli anni, prima dell’uscita del verminaio da sotto i monumenti che si pensavano crollati una volta per tutte. No Tav, ma anche No Muos contro l’apparato di guerra globale a Niscemi, No TAP, contro l’oleodotto che avrebbe squarciato mare e Salento, No Poligoni, in una Sardegna sacrificata ai giochi di guerra della NATO e alle sperimentazioni delle industrie della morte, anche di Israele, e a un inquinamento sociocida
Essendo attempato un bel po’, venendo dagli anni post ’68, ho potuto riconoscere nella lotta No Tav e in Askatasuna la fioritura di semi sparsi allora. Quelli degli anni che, ancora definiscono derogatoriamente “di piombo”, ne hanno una paura fottuta. Anni di piombo?
Perlopiù piombo di Stato, contro chi quello Stato, riemerso quasi intatto dai suoi precedenti nefasti, pensava di ricondurre al dettato della Costituzione e anche oltre: libertà, uguaglianza, una società orizzontale non verticale. E si democratizzarono i rapporti in fabbrica, scuola, università, si ottenne lo Statuto dei Lavoratori, il Servizio Sanitario Nazionale.
E si morì, da tutte le parti. Lo Stato ricorda i suoi. Nessuno ricorda i nostri. Basta un lampo di memoria: Giuseppe Pinelli, Roberto Franceschi, Walter Rossi, Giorgiana Masi, Francesco Lorusso, Claudio Varalli, Mariano Lupo, Alceste Campanile, Saverio Saltarelli, tanti altri. Ecco il piombo di quegli anni.
Ora Piantedosi ha ripreso il filo. Nero. Ha sgomberato, chiuso, azzerato l’Aska. Ha tagliato un cordone ombelicale che univa quella realtà all’Italia della Resistenza. Che univa quell’Italia, quella valida, quella da amare, da custodire negli archivi, oggi abbandonati alla polvere, nei quali studiare il futuro. Italia da riconquistare.
Con l’ukase di Piantedosi all’Askatasuna, a Torino, la sfida è rivolta a tutto il paese. Al suo popolo. Alle sue classi che da sempre si cerca di mettere fuori gioco. Di non farle parlare, perché sanno dire le cose giuste. Quelle che cambiano il mondo. Ma se una Gladio provano a farla essere per sempre e, anzi, oggi sta al governo, tutti noi che abbiamo marciato a fianco di quelli di Gaza sappiamo che per sempre è, inesorabilmente, un’Askatasuna.
L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
Nel pieno di una delle fasi più drammatiche della sua storia recente, il Venezuela mostra una compattezza politica e popolare che smentisce apertamente le narrazioni provenienti da Washington. La presidente incaricata Delcy Rodríguez ha ribadito con fermezza che il Paese non è governato da alcuna potenza straniera, ma da istituzioni legittime e da un popolo organizzato che resiste. Parole pronunciate da Catia La Mar, una delle località colpite dai bombardamenti statunitensi del 3 gennaio, divenuta simbolo della volontà venezuelana di difendere sovranità e indipendenza anche sotto le macerie.
L’aggressione militare degli Stati Uniti, costata la vita a circa cento civili e militari e accompagnata dal sequestro del presidente costituzionale Nicolás Maduro e prima combattente Cilia Flores, non ha prodotto la frattura interna auspicata dagli strateghi di Washington. Al contrario, ha rafforzato l’unità del campo chavista e la saldatura tra Governo, forze armate e potere popolare. Rodríguez ha più volte sottolineato che “la grande vittoria del nemico sarebbe dividerci”, ma che tale obiettivo è fallito di fronte a una risposta collettiva fatta di fermezza, serenità e coscienza storica.
Mentre Donald Trump si auto-proclama sui social “presidente ad interim” del Venezuela e alti funzionari USA rivendicano un controllo unilaterale sull’industria petrolifera venezuelana, Caracas riafferma la propria linea: relazioni internazionali basate sul rispetto, sulla legalità e su accordi trasparenti, senza rinunce alla sovranità nazionale. Anche sul terreno energetico, il Governo bolivariano insiste su una cooperazione che porti benefici reciproci, respingendo l’idea di una gestione coloniale delle proprie risorse.
Di fronte alla propaganda della Casa Bianca, che parla di “piena cooperazione” e celebra l’aggressione come un successo geopolitico, il chavismo risponde con la mobilitazione popolare, il sostegno internazionale e la legittimità costituzionale. Le manifestazioni in Venezuela e in decine di Paesi per la liberazione di Maduro e Flores testimoniano che la pressione esterna non ha spezzato il tessuto politico del Paese, ma lo ha reso più consapevole e coeso.
La storia recente dimostra ancora una volta che la Rivoluzione Bolivariana, nata come progetto di emancipazione nazionale e giustizia sociale, trova nella difficoltà la propria forza. Di fronte alle manovre statunitensi, il Venezuela bolivariano non arretra: si compatta, resiste e rilancia la propria battaglia per un futuro sovrano, multipolare e libero da ingerenze imperiali.
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Il possibile blocco delle forniture di petrolio venezuelano verso la Cina sta già producendo effetti a catena sui mercati energetici globali. Secondo diversi analisti, la brusca interruzione delle esportazioni - aggravata dal sequestro di petroliere e dal sequestro del presidente Nicolás Maduro il 3 gennaio - potrebbe offrire alla Russia l’opportunità di rafforzare la propria presenza sul mercato cinese.
Le raffinerie indipendenti cinesi, storicamente acquirenti di greggio venezuelano pesante a prezzi scontati, rischiano di trovarsi in difficoltà già dalla primavera del 2026. In questo scenario, le compagnie russe potrebbero aumentare le forniture verso la Cina e, soprattutto, ridurre gli sconti praticati finora sul proprio petrolio. Per gli esperti, il sequestro di Maduro rappresenta un vero punto di svolta per l’industria petrolifera venezuelana e per il mercato globale dei greggi pesanti.
Anche se Pechino potrebbe tentare un accordo con Washington per ripristinare i flussi, i tempi non saranno brevi e i prezzi difficilmente torneranno quelli di prima. Con infrastrutture venezuelane logorate e investimenti rallentati, la partita energetica si sposta sempre più sull’asse Mosca - Pechino, ridisegnando equilibri e rapporti di forza in un mercato già profondamente segnato dalle tensioni geopolitiche.
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In riferimento alla questione USA Groenlandia posta da D. Trump, queste sono le posizioni del Partito locale Inuit Ataqatigiit (Comunità Inuit-IA), un partito politico groenlandese progressista e indipendentista fondato nel 1976, che raccoglie tra il 22 e 37% dei voti, a seconda delle scadenze elettorali, che si batte per una Groenlandia socialmente giusta, economicamente sostenibile e culturalmente avanzata. Impegnato a promuovere l'autodeterminazione e a sostenere le comunità locali attraverso una politica inclusiva vicina alle realtà popolari. Si batte per la tutela dell'ambiente, per uno sviluppo sostenibile che rispetti sia le tradizioni sia l'esigenza di innovazione moderna.
“…Sulle questioni e dichiarazioni relative al nostro paese, sembra che la commissione per la politica estera del Parlamento danese voglia tenere una riunione straordinaria, senza di noi. Non possiamo accettarlo, ma questo dimostra chiaramente come, la parte danese intende il concetto di cooperazione. Basta , non si può continuare così. Esortiamo il governo della Groenlandia a sollevare la questione con il governo danese il prima possibile e a elaborare piani d'azione chiari e concreti”, ha dichiarato Erica Pipaluk esponente di Inuit Ataqatigiit
“…Il potere si esercita attraverso la conoscenza e le potenze coloniali hanno sempre agito in questo modo. Quando si tratta del nostro Paese, veniamo emarginati e resi impotenti. Dovremmo mettere in discussione la nostra posizione all'interno dello Stato danese e valutare tutte le questioni che riguardano il nostro Paese con occhio critico.
Lo status quo non è un'opzione, si legge nell'accordo di coalizione. Il Primo Ministro ha dichiarato che il futuro della Groenlandia deve essere deciso in Groenlandia: perché questa informazione ci viene tenuta celata?
Nella situazione attuale, la cosa più importante è che il nostro Paese e il nostro Naalakkersuisut ( ndt: governo della Groenlandia) restino forti. La coalizione concorda sulla necessità di rivedere la legge sull'auto decisionalità, e pertanto è opportuno mettere in discussione la segretezza delle informazioni da parte del governo.
La decisionalità del nostro Paese deve essere rafforzata e quindi devono iniziare veri negoziati: non c'è altra via d'uscita. Se vogliamo che l'autorità e il potere decisionale siano nostri, dobbiamo iniziare ad agire.
Questa è una questione fondamentale a cui devono rispondere i cittadini del nostro Paese…”, ha detto Erica Pipaluk di IA .
Mariane Paviasen Jensen portavoce politico di Inuit Ataqatigiit: “Possiamo avere un dibattito appropriato e necessario?”
“…Noi di Inuit Ataqatigiit crediamo che la partecipazione della popolazione sia fondamentale nel percorso della Groenlandia verso l'indipendenza.
Fondamentalmente, crediamo che la questione dell'indipendenza debba essere decisa dalla popolazione attraverso un referendum. In questo contesto, è fondamentale anche trovare un terreno comune: se il desiderio di indipendenza diventa solo uno slogan dei partiti, senza riguardo per la società, perde il suo valore. Un dibattito ampio e aperto con i cittadini è assolutamente necessario. Pertanto, IA ritiene che le parti debbano elaborare al più presto, insieme alla popolazione, un piano per il nostro percorso verso l'indipendenza. Non giova alla Groenlandia che le parti inviino individualmente segnali al mondo esterno su come dovrebbero procedere i negoziati con il Regno o con altri. Al contrario, crediamo che tutte le parti abbiano la responsabilità condivisa di garantire che la Groenlandia abbia una posizione negoziale solida e solida quando negozieremo.
Tra le domande importanti a cui rispondere sulla strada verso l'indipendenza ci sono: come possiamo ridurre le spese senza compromettere le attuali condizioni di vita della popolazione? Come dovremmo gestire l'ambito della difesa e della sicurezza nazionale? Come possiamo creare una struttura valida e sostenibile per il sistema giudiziario, la polizia, il sistema educativo, le scuole, la difesa, il sistema sanitario e tutti gli altri compiti sociali? Dobbiamo avere piani su come possiamo gestire le aree di autorità danesi in modo conveniente per noi. E non da ultimo: su quali basi economiche potremo contare in futuro? Dobbiamo pianificare con attenzione e con considerazioni a lungo termine.
Solo discutendo insieme e apertamente di queste questioni potremo compiere passi avanti concreti e mirati. Se evitiamo di puntare il dito contro gli altri e invece ci rafforziamo a vicenda, il dialogo e i prossimi passi porteranno a risultati concreti.
L'autodeterminazione può essere raggiunta solo contando sulle nostre forze e assumendoci le nostre responsabilità. Questo è ciò che gli Inuit Ataqatigiit vogliono: che ci assumiamo le nostre responsabilità uniti.
Dibattiamo seriamente, perché solo attraverso un confronto aperto e obiettivi comuni possiamo arrivare a questo. Se ci limitiamo a discutere e a criticarci reciprocamente, l'unico vincitore saranno gli altri Paesi che intendono esercitare il loro potere sul nostro.
A questo proposito, occorre incoraggiare i leader del partito ad accelerare sulle importanti e pericolose questioni di questi ultimi mesi e settimane contro la nostra isola. Da soli non possiamo di certo assumerci questi compiti da soli; i leader del nostro partito deono assumersi la responsabilità di guidare e indirizzare il dibattito….”, ha concluso la Jensen.
A cura di Enrico Vigna, IniziativaMondoMultipolare/CIVG, 11 gennaio 2026
L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
Recensione a cura di Daniele Burgio, Massimo Leoni, Roberto Sidoli
Il recente libro scritto da Alessandro Pascale, intitolato Ascesa e declino dell'impero statunitense. Vol. II La violenza occulta del totalitarismo americano, costituisce un’eccellente chiave di comprensione rispetto al lungo processo di sviluppo e decadenza dell'imperialismo statunitense, anche perché spesso esso focalizza la sua attenzione sulla costante priorità strategica selezionata da quest'ultimo negli ultimi otto decenni, consistente nella ricerca ossessiva e multilaterale dell'egemonia a stelle e strisce sull'intero pianeta.
A pagina 19 del suo libro Pascale ha evidenziato, in modo obiettivo e corretto, la genesi della stella polare e della costante geopolitica, strategica ed economica dell'imperialismo statunitense e della sua propensione a una guerra nucleare preventiva notando che, “ancora nel fatidico luglio del 1945, un consigliere sussurra all'orecchio di Truman" (divenuto da poco presidente americano) "il successo del primo esperimento atomico. L'escalation dei piani militari rimodula, stravolgendoli, i piani politici. Il 19 luglio il documento segreto JCS 1496 enuncia la politica del "primo colpo", precisata e adottata formalmente dai capi di Stato maggiore nel JCS 149/3:" nel passato, gli USA hanno potuto attenersi ad una tradizione di non colpire mai fino a che non fossero attaccati. Per il futuro, la nostra forza militare dovrà essere capace di sopraffare il nemico e di annientare la sua volontà e capacità di fare guerra prima che possa infliggerci un danno significativo".
Potrebbe anche sembrare l'inizio della trama di una serie televisiva a sfondo spionistico e geopolitico, ma invece stiamo analizzando un concretissimo piano di dominio globale statunitense, che si riproduce e protrae anche ai nostri giorni.
Arrivando infatti all'inizio del terzo millennio, non risulta fantapolitica il sanguinoso bombardamento USA contro l'eroico Venezuela bolivariano e il rapimento del legittimo presidente del paese, Nicolas Maduro, assieme a sua moglie.
Non è inoltre in un film comico-horror che Donald Trump, sempre all'inizio del 2026, abbia ancora una volta dichiarato che lo stato da lui diretto occuperà e si prenderà il controllo della Groenlandia dalla Danimarca con le buone o con le "solite" cattive: ossia con rivoluzioni colorate, bombardamenti, invasioni, ecc.
Non è stata un'invenzione di Dan Brown il fatto indiscutibile che nel solo 2025 gli Stati Uniti abbiano bombardato la Somalia per ben 43 volte, e quindi quasi una volta alla settimana.
Non risulta purtroppo il frutto della fantasia di Stephen King neanche il concretissimo è durevole appoggio che l'imperialismo a stelle e strisce ha fornito all'atroce genocidio commesso dallo stato sionista a Gaza, a partire dal 2023.
L'imperialismo statunitense ha via via creato un "orrore senza fine" (Lenin) di super-riarmo atomico, di guerre e di sfruttamento su scala planetaria che deve essere finalmente fermato, innanzitutto e in via preliminare smettendo di credere anche a sinistra alle favolette raccontate senza sosta dai massmedia occidentali sul presunto "imperialismo cinese" e su quello russo, ricordandosi invece che:
- la Cina possiede una sola ed unica base militare all'estero, mentre gli USA hanno ben 642 insediamenti bellici in 70 nazioni, senza contare quelli NATO;
- è stato l'imperialismo statunitense, e non certo la Cina, a scatenare (e a perdere clamorosamente) due guerre dei dazi contro Pechino, nel 2018-2019 e nel 2025;
- secondo l'insospettabile istituto di ricerca SIPRI, nel 2024 gli USA hanno speso il 37% del totale mondiale delle somme erogate per le forze armate, più di tre volte rispetto a quelle cinesi;
- il solo bombardamento finora condotto contro impianti nucleari è stato compiuto in Iran dai soliti Stati Uniti, il 22 giugno del 2025;
- i sequestri pirateschi di denaro pubblico, impianti di raffinazioni statali e petroliere venezuelane sono state compiute da Washington, non certo da Pechino;
- Echelon costituisce l'unico sistema di controllo globale sulle più diverse comunicazioni, con siti collocati in Gran Bretagna, Australia, Giappone e nell'isola di Ascensione nell'Atlantico;
- sono principalmente di matrice statunitense i tentativi di destabilizzazione dei governi ritenuti ostili (contro Cuba, Iran, Nicaragua, Venezuela, Bielorussia, ecc.) compiuti in giro per il mondo, mai invece dovuti e imputabili all'azione anche indiretta della Cina Popolare;
- un discorso analogo vale anche per i boicottaggi economici, tecnologici e finanziari promossi dalle diverse reti dell'imperialismo statunitense contro Cuba, Venezuela, Iran e numerose altre nazioni.
Nell'ottimo e brillante scritto di Alessandro Pascale il lettore potrà trovare una miriade di dati di fatto, evidenti e indiscutibili, rispetto alle molteplici azioni compiute dopo il 1945 per il dominio mondiale dalla principale potenza imperialista, gli Stati Uniti.
"Il libro, di fatto autoprodotto, è acquistabile direttamente dall’Autore Alessandro Pascale a prezzo scontato (25 euro comprensivi di spese di spedizione) scrivendo alla mail info@intellettualecollettivo.it, oppure su tutte le piattaforme web (Amazon, IBS, Feltrinelli, Hoepli, Libraccio, Youcanprint, ecc.), o ordinandolo in libreria."
L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
Il Ministro della Difesa, Vladimir Padrino López, ha affermato che le Forze Armate Nazionali Bolivariane (FANB) accoglieranno l'appello lanciato dalla Presidente ad interim Delcy Rodríguez a mantenere l'unità nazionale.
Lo ha dichiarato in un messaggio pubblicato sul suo account Instagram - lunedì 12 gennaio - in cui ha dichiarato che "con il dolore dei nostri caduti in combattimento, eroi ed eroine di questa nazione", le FANB si uniranno a questo appello "in questi momenti difficili e cruciali che la nostra Repubblica sta vivendo".
"L'intrigo non contribuisce in alcun modo alla pace oggi; il settarismo non contribuisce in alcun modo alla pace oggi; e la sterile polarizzazione non contribuisce in alcun modo alla pace. Questo è un momento di unità nazionale e coscienza storica!", ha sottolineato il capo militare e ministro bolivariano.
Di seguito il messaggio completo di Padrino López:
"Unità nazionale e coscienza storica! È trascorsa una settimana piena di complessità dall'aggressione militare perpetrata contro il cuore stesso della nostra sovranità, con il sequestro del Presidente Nicolás Maduro e della First Lady, la deputata Cilia Flores. Con il dolore di coloro che sono morti in combattimento, eroi ed eroine di questa nazione, noi delle FANB (Forze Armate Nazionali Bolivariane) ci impegniamo a sostenere e ad accogliere l'appello all'unità del Presidente ad interim, Dott.ssa @delcyrodriguezv, in questi momenti difficili e cruciali per la nostra Repubblica.
L'intrigo non contribuisce in alcun modo alla pace oggi; il settarismo non contribuisce in alcun modo alla pace oggi; e la sterile polarizzazione non contribuisce in alcun modo alla pace. Questo è un momento di unità nazionale e coscienza storica!
A livello personale, vi dico che nei momenti più difficili che abbiamo affrontato dalla scomparsa del nostro Comandante Chávez, impedire spargimenti di sangue tra i venezuelani ed evitare divisioni all'interno delle FANB ha guidato le mie azioni. Pertanto, ribadisco il mio appello all'unità e alla serenità. Lo stesso appello che ho lanciato in momenti critici come il 2014, il 2017 e il 2019, quando l'aggressione contro la nostra nazione si intensificò, lo ripeto oggi con più forza che mai. Sono un paladino della pace! Senza unità, non ci saranno libertà né indipendenza! Unità e Libertà!".
Nella Plaza de los Museos, a Caracas, i bambini e le bambine disegnano aerei carichi di fiori e non di bombe, accanto ai volti di Nicolás Maduro e della deputata Cilia Flores — il presidente venezuelano e la "primera combatiente", sequestrati nella notte del 3 gennaio. Musica, poesia e canti si alternano alle riflessioni politiche di Blanca Eekhout, Erika Farías, Génesis Garvett e Hindu Anderi. Tra il pubblico, tra bandiere e striscioni, si scorgono volti noti dell'intellettualità, come Judith Valencia. Sul palco, i versi di poeti come Joel Linares Moreno seguono le note della cantante Amaranta, presentati dalla promotrice culturale Margot Sivira, organizzatrice della Soberana Caravana: un'iniziativa del Fronte Francisco de Miranda che ha riunito artisti, cultores, poeti, attivisti, circensi, attori, cantanti e ballerini.
Questa è la prima di diverse edizioni che verranno replicate in varie zone di Caracas con l'obiettivo di elaborare insieme la ferita profonda inferta dall'attacco imperialista, e mostrare una risposta d'amore, condivisione e forza che sta sconfiggendo la violenza e la paura. Questo primo incontro è stato concluso da José Delgado, musicista, compositore e cantautore venezuelano, che ha commosso il pubblico con le sue parole di incoraggiamento e impegno. Nel suo repertorio predomina la fusione di ritmi provenienti dalla musica popolare tradizionale venezuelana con generi come jazz, rock and roll, salsa e pop. I suoi strumenti principali sono il cuatro e la chitarra. Vive a Ciudad Tiuna, dove si sono scatenati i bombardamenti di Trump. Al termine dell'incontro, ci ha raccontato ciò che ha vissuto.
Qual è il significato e l'obiettivo di questa iniziativa?
José Delgado: Siamo qui in questa Caravana Soberana, in questa prima edizione nella Plaza de los Museos, cantando e alzando le nostre voci. Stiamo articolando i nostri cuori per sentirci uniti in questo nuovo momento che ci è piombato addosso e che ci pone davanti molte sfide. Come sempre, il popolo venezuelano affronta sfide perché ha deciso di emanciparsi. L'imperialismo usa sempre molte forme per piegarci; alcune sono evidenti, altre silenziose ma efficaci. Opporre resistenza a tutto questo richiede enormi quantità di energia, e il canto e la poesia diventano il modo per proteggerci, per darci un limite di fronte a tutta questa commozione che stiamo vivendo. Ho vissuto il bombardamento nella mia comunità.
Lo hai vissuto direttamente?
Sì, vivo a Ciudad Tiuna.
Per spiegarlo a chi ci legge dall'estero, cos'è Ciudad Tiuna?
Ciudad Tiuna è l'urbanizzazione pilota creata dal Comandante Chávez all'interno di Forte Tiuna, il principale forte del paese. È stato il luogo colpito dal maggior numero di missili e bombe in questo orribile bombardamento. Ci vivono circa 25.000 famiglie in tutti i settori. È un progetto abitativo della Rivoluzione Bolivariana dove ci sono state consegnate soluzioni abitative a credito per le famiglie lavoratrici. È un bastione di dignità, di forza e di rivoluzione. È popolata da molti bambini, parchi e molta vita permanente. Sentire quello che ci è successo il 3 gennaio è stata una situazione atroce che dovremo elaborare come comunità. È un ricordo orribile che ci segna, ma le vulnerabilità suggellano anche legami profondi.
E ci sono stati anche feriti, vero?
Feriti e morti. Nell'altro settore di alloggi, verso la zona dei "bielorussi", le esplosioni si sono sentite molto di più. Davvero, sto ancora cercando le parole per dare sfogo a questi sentimenti, perché vivere un'esperienza del genere è qualcosa di veramente scioccante. Stavamo dormendo e all'improvviso le esplosioni. Pensi che, mentre scendi le scale, la tua casa possa saltare in aria da un momento all'altro. La gente gridava nel panico. Tutto molto brutto. Ma la comunità si è riunita, ci siamo incontrati cercando di ricominciare il circuito quotidiano delle azioni. Saremo sempre più forti. Confido che sia così perché ci spetta; i nostri liberatori e le nostre liberatrici ci hanno chiamato molti anni fa. Questo trascende me e la mia epoca. È un richiamo dei nostri antenati e noi non dobbiamo fare altro che eseguire quell'ordine.
All'estero, attraverso i social network, hanno detto che ci sono stati saccheggi e che l'opposizione sta festeggiando in strada. Tu cosa hai visto? Cosa sta succedendo davvero per le strade?
Beh, la strada è tranquilla, è in pace. Non ho visto alcun focolaio di violenza né applausi dell'opposizione. Credo che il nostro popolo sia comprensivo e leale. Anche se discutiamo animatamente, siamo capaci di portare un'arepa al vicino che la pensa diversamente, e che ne ha bisogno. Questo insegnamento è una lezione per tutti. Il nostro popolo, come sempre, si comporta all'altezza delle avversità. Mi commuovo molto e rafforzo ogni volta il mio impegno.
Quanti anni hai?
Ne ho 45, li ho compiuti il 28 dicembre.
Sembri un ragazzino. E quando hai iniziato a fare musica?
Ho iniziato da piccolissimo a casa, con le "parrandas" della mia famiglia, con i miei genitori e i miei fratelli.
E come definiresti il tuo stile?
Come definiresti il mio stile, amico?
Il chitarrista interviene: "Sentido" (sentito). Perché se non lo sente, non lo canta. Questo è vero, è reale, ed è una cosa rara in questo momento.
Sei d'accordo?
Sì. La mia musica si nutre della trova venezuelana e latinoamericana, dei nostri trovatori più originari e delle nostre musiche tradizionali. Questo è il mio primo nutrimento.
C'è anche molto rap...
C'è un po' di tutto. Sperimento con molti suoni. Ho una predilezione per la musica tradizionale venezuelana, ma partendo da lì, con totale libertà, combino i suoni. Alcuni "bruciano" e si spengono tra le mani e altri vengono molto bene. È una musica molto mescolata con una ricerca poetica molto personale. Non si tratta solo di ripetere le cose, ma di creare con gli strumenti e con ciò che sento. Creo canzoni con il mio marchio, con il mio modo di risolvere i problemi.
A Ciudad Tiuna ci sono molti musicisti?
Moltissimi. C'è Lionel, Lilia, Amaranta, Tijoy... ce ne sono tantissimi.
Com'è nata questa Caravana Soberana e come avete reagito insieme nell'immediato?
Questa carovana nasce dalla convocazione del Fronte Francisco de Miranda con l'idea di portare l'arte al nostro popolo, di incontrarci per cantare e sentirci uniti. Credo che resterà qui ancora per qualche settimana, perché questo spazio di sentimento è molto importante. Dobbiamo attraversare due cose: da un lato la commozione e i racconti difficili da digerire, e dall'altro restare in piedi nella lotta per continuare a difendere la nostra rivoluzione.
Qual è la tua analisi di ciò che è accaduto? Che scenario possiamo immaginare ora?
Non avremmo mai immaginato questo scenario, nonostante gli avvertimenti. Il nostro popolo è in pace e la dirigenza delle nostre istituzioni sta facendo ciò che deve fare. Il nostro presidente, che è sequestrato, ci ha dato segni di dignità e di orgoglio, e così la compagna Cilia, nostra “prima combattente”. Sono in piedi. Il nostro presidente non si è piegato. Noi accettiamo ciò che ci dicono e dobbiamo continuare nella disciplina, rafforzando quella che io chiamo l'armonia della lealtà che possiede questo popolo.
Come definiresti questa armonia della lealtà a livello poetico?
Come qualcosa che ci muove dal profondo e ci fa stare insieme nelle difficoltà. È la lealtà alla nostra storia, alla nostra memoria storica e ai nostri principi. Spesso non potrei spiegartelo in profondità, ma è qualcosa che ci mantiene disciplinati. Sebbene siamo un popolo molto ribelle ed è difficile che facciamo esattamente ciò che qualcun altro vuole, sappiamo unirci quando c'è una situazione seria. A volte possiamo non capire dove stiano andando le cose, ma non per questo ci disordiniamo. A un certo punto le cose si chiariranno e vedremo il cammino da prendere. Io non sono un militare con missili o bazooka, non ne so nulla, ma confido che il nostro governo abbia uomini e donne formati per questo. Sono sicuro che hanno agito nel modo in cui si doveva agire.
In che senso?
Sono convinto che ci sia stato l'ordine di non opporre una resistenza maggiore. Perché se avessimo resistito di più, tutti i quartieri di Caracas sarebbero pieni di migliaia di morti. È stato così perché quei cani arrivavano con la bava alla bocca per ucciderci a milioni. Sono caduti fratelli e sorelle; siamo vicini alle loro famiglie, onoriamo la loro memoria e la loro lotta non sarà vana. Non sono riusciti a uccidere più persone, e anche questa è l'armonia della lealtà.
Come già nell’autunno del 2024, il mio caro amico e compagno Luciano Vasapollo sta subendo una selvaggia aggressione di squadrismo mediatico da parte di giornalisti e politicanti della destra liberalfascista.
Questi squallidi cacciatori di streghe si sono di nuovo scatenati contro di lui dopo il rapimento terroristico di Nicolas Maduro, ordinato da Donald Trump, e accompagnano l’aggressione degli USA con le loro urla e le loro minacce. Lo avevano già fatto più di un anno fa, quando Luciano aveva denunciato, in un’assemblea all’Università di Roma, il genocidio israeliano a Gaza e le complicità con esso. Anche allora i nostrani trombettieri di Netanyahu e Ben Gvir si erano scatenati contro il professore, chiedendone il licenziamento dalla Sapienza di Roma.
Lo fa di nuovo oggi Francesco Giubilei, ridicolo e presuntuoso miracolato dal potere della destra, che ignora anche che Luciano non può essere licenziato perché è andato in meritata pensione. Non è certo la sola cosa di cui costui e i suoi siano assolutamente ignoranti.
Vasapollo è uno scienziato, i suoi studi economici sono conosciuti in tutto il mondo, ed è un grande insegnante, ho visto personalmente come i suoi studenti seguissero le sue lezioni, come fossero preparati, attenti, rigorosi. Certo che egli è un maestro, nel senso più vero e giusto della parola, cattivi e stupidi sono i suoi calunniatori. D’altra parte sappiamo che la destra reazionaria odia gli intellettuali, così come odia gli operai. “Quando sento parlare di intellettuali metto mano alla pistola” disse Goebbels.
Ma l’aggravante nei suoi confronti è che, oltre ad essere uno studioso, Luciano è anche un compagno e un militante coraggioso e generoso. Questo per i novelli maccartisti è imperdonabile.
Conosco da decenni Vasapollo, siamo stati e siamo assieme in tante lotte del lavoro, ove i suoi studi sono sempre stati uno strumento di conoscenza per sostenere la lotta contro sfruttamento e ingiustizie sociali. Allo stesso modo Luciano ha messo la sua cultura a servizio delle lotte di autodeterminazione dei popoli, contro il colonialismo delle multinazionali e dei loro servi.
Sono orgoglioso di essere stato con lui in Venezuela, a portare solidarietà ad un processo rivoluzionario pieno di difficoltà e contraddizioni, ma comunque deciso a rovesciare l’oppressione imperialista degli USA. Ricordo ancora una nostra comune presenza negli studi di Telesur.
Sono fiero di cio che abbiamo fatto assieme e di ciò che continueremo a fare. E nessuna intimidazione, nessuna vigliacca minaccia potrà mai fermare l’impegno e la lotta di Luciano.
A differenza di lo aggredisce, Luciano ha sempre scelto da che parte stare solo per ragioni di onestà intellettuale e rigore morale. Io sto al suo fianco, vergognatevi e andate al diavolo, fascistelli!
La Presidente incaricata del Venezuela, Delcy Rodríguez, ha affermato oggi che il Paese è sotto il pieno controllo delle sue autorità costituzionali, respingendo qualsiasi narrazione di un governo influenzato dall'estero. Le dichiarazioni sono state rilasciate nel corso di una visita ufficiale nella località di Catia La Mar, nello Stato di La Guaira.
L’intervento segue di un giorno la pubblicazione, da parte dell’ex Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, di un’immagine sui suoi social network in cui si autoproclamava “presidente ad interim” del Venezuela a partire da gennaio 2026.
Le dichiarazioni della Presidente incaricata Nel suo discorso, incentrato sulla ripresa delle attività scolastiche, Rodríguez ha fatto diretto riferimento alle recenti controversie online. “Ho visto su Wikipedia delle caricature su chi comanda in Venezuela. Beh, qui c'è un governo che comanda in Venezuela, qui c'è una presidente incaricata e c'è un presidente ostaggio negli Stati Uniti”, ha dichiarato.
La località che ha ospitato l’evento è stata una delle aree colpite dall’operazione militare statunitense del 3 gennaio scorso. Rodríguez ha definito quell’azione un’“aggressione illecita e illegale” e ha sottolineato che da quel simbolo di resistenza, la sua amministrazione ribadisce “la sovranità e l'indipendenza del Venezuela”.
La leader ha aggiunto che il governo di Caracas opera “insieme al popolo organizzato, insieme al potere popolare” e che sta procedendo “nelle relazioni internazionali di rispetto, nel quadro della legalità internazionale, per rivendicare e proteggere i diritti” della nazione.
La contestazione delle affermazioni statunitensi La replica di Rodríguez appare come una risposta diretta non solo al post di Trump, ma a una serie di dichiarazioni dell’amministrazione statunitense. Dopo l’intervento militare, Trump si era presentato come “una figura chiave” nel governo venezuelano, annunciando che alti funzionari come i segretari di Stato e della Guerra, Marco Rubio e Peter Hegseth, lo avrebbero assistito in tale ruolo.
La Presidente venezuelana aveva già respinto simili posizioni la settimana precedente, assicurando che il Venezuela non è governato da “alcun agente esterno” e che a comandare è esclusivamente “il suo governo costituzionale” e “il potere popolare consolidato”.
La questione degli idrocarburi e le trattative in corso Un ulteriore punto di attrito riguarda il settore petrolifero. Trump e altri funzionari avevano affermato di aver assunto il controllo unilaterale dell’industria petrolifera venezuelana per un periodo “indefinito”, minacciando anche un nuovo uso della forza.
Tali dichiarazioni sono in netto contrasto con quanto comunicato dalla compagnia di Stato Petróleos de Venezuela (PDVSA), che ha riferito di essere impegnata in una trattativa con la Casa Bianca per la “vendita di volumi di greggio nel quadro delle relazioni commerciali esistenti tra i due paesi”. La società ha precisato che la trattativa si svolge nel rigoroso rispetto dei “criteri di legalità, trasparenza e vantaggio” per entrambe le parti.
Rodríguez ha confermato questa linea, dichiarando: “La nostra posizione è molto chiara: il Venezuela è aperto a relazioni energetiche che avvantaggino tutte le parti, in cui la cooperazione economica sia ben definita nei contratti commerciali”.
Il massiccio attacco di ritorsione contro infrastrutture critiche ucraine realizzato dalla Russia è culminato con la messa fuori combattimento della Fabbrica Statale di Riparazione di Aeromobili di Leopoli. Il colpo decisivo è stato inferto nella notte del 9 gennaio dal nuovissimo missile ipersonico balistico Oreshnik, un'arma presentata come inintercettabile dai sistemi di difesa attuali a disposizione dei paesi occidentali.
Secondo il comunicato ufficiale diffuso dal ministero della Difesa di Mosca, l'impianto di Leopoli rappresentava un bersaglio strategico di primaria importanza. La struttura non solo era preposta alla manutenzione e alla riparazione della flotta aerea ucraina, inclusi i moderni caccia F-16 e i MiG-29 forniti dai partner occidentali, ma ospitava anche linee di produzione per veicoli aerei senza pilota (UAV) d'attacco a medio e lungo raggio. Questi droni, secondo le accuse di Mosca, sono stati ripetutamente utilizzati per colpire obiettivi civili in profondità nel territorio russo. L'attacco avrebbe completamente distrutto le officine di produzione, i magazzini stipati di droni assemblati e le infrastrutture dell'aerodromo annesso alla fabbrica, cancellandone così la capacità operativa.
L'offensiva non si è limitata all'ovest del paese. Nel quadro della stessa azione coordinata, sistemi missilistici Iskander e missili da crociera Kalibr hanno colpito la capitale Kiev, prendendo di mira due aziende specializzate nell'assemblaggio di UAV d'attacco. A queste devastazioni si sono aggiunti i danni inflitti a installazioni dell'infrastruttura energetica che, secondo l'intelligence russa, alimentano il funzionamento del complesso militare-industriale ucraino. L'obiettivo dichiarato è quello di paralizzare la capacità di Kiev di produrre e mantenere in volo i suoi mezzi aerei, sia pilotati che no, e di logorare la rete energetica che li sostiene.
Il ministero ha chiarito che questa operazione su vasta scala costituisce la risposta diretta e promessa al tentativo compiuto di colpire con dei droni, lo scorso dicembre, una residenza del presidente russo Vladimir Putin nella regione di Novgorod. In quella circostanza, Mosca aveva avvertito che simili "azioni avventate" non sarebbero rimaste impunite.
L'utilizzo dell'Oreshnik in questa ritorsione non è solo una dimostrazione di forza, ma segnala una volontà di impiegare i sistemi d'arma più avanzati e letali per colpire obiettivi di alto valore, innalzando ulteriormente il livello tecnologico dello scontro. Le autorità russe definiscono l'azione come un atto necessario e proporzionato di autodifesa, volto a neutralizzare minacce dirette alla sicurezza nazionale originate da impianti che operano con il sostegno occidentale per colpire la Russia.
Il ministro degli Affari Esteri iraniano, Seyed Abbas Araghchi, ha affermato oggi che la situazione nel suo Paese è "sotto controllo totale", dopo l'ondata di violenza legata alle proteste durante il fine settimana, denunciando al contempo l'ingerenza degli Stati Uniti.
Nel corso di un incontro con diplomatici stranieri, Araghchi ha sottolineato che le proteste a livello nazionale "sono diventate violente e sanguinose" per dare una "scusa" al presidente statunitense Donald Trump per intervenire, come riportato dalla rete televisiva Al Jazeera. Secondo il capo della diplomazia iraniana, l'avvertimento di Trump su una possibile azione militare contro Teheran qualora le proteste fossero degenerate ha incoraggiato "terroristi" ad attaccare sia manifestanti che forze di sicurezza con l'obiettivo di provocare un intervento straniero.
Araghchi ha denunciato che le manifestazioni sono state "istigate e alimentate" da elementi stranieri, assicurando che le forze di sicurezza "perseguiteranno" i responsabili. Il ministro ha aggiunto che l'Iran ha ottenuto prove del coinvolgimento di Stati Uniti e Israele in "attività terroristiche" interne, incluso materiale audiovisivo che mostra la distribuzione di armi ai manifestanti, e ha indicato che le autorità renderanno pubbliche a breve le confessioni di alcuni detenuti.
Riferendosi specificamente alle dichiarazioni dell'ex segretario di Stato USA, Mike Pompeo, Araghchi le ha definite "una chiara ammissione della partecipazione di agenti del Mossad". Ha inoltre rimarcato quella che ha definito l'ipocrisia di Washington di fronte agli atti di violenza che hanno già causato vittime, tra cui agenti di sicurezza, e ha contestato "le posizioni di alcuni paesi occidentali" che condannano le forze iraniane ma "hanno ignorato il genocidio a Gaza".
Per quanto riguarda l'interruzione nazionale di internet, protrattasi per diversi giorni, il ministro ha indicato che il governo sta coordinando con le autorità di sicurezza per garantire il ripristino del servizio a breve. Le proteste, scoppiate a fine dicembre scorso in seguito a una forte svalutazione del rial e a riforme dei sussidi, sono poi degenerate in disordini a livello nazionale con scontri tra polizia e manifestanti.
Le due settimane di disordini, che l'Iran attribuisce a Stati Uniti e Israele, hanno provocato la morte di almeno 111 membri delle forze di sicurezza iraniane secondo l'agenzia di stampa Tasnim. Di fronte alle dichiarazioni ostili, Teheran ha accusato Washington e Tel Aviv di strumentalizzare le proteste come parte di una "guerra soft", avvertendole severamente di non interferire negli affari interni della Repubblica Islamica. "Siamo preparati per la guerra, ma anche per il dialogo", ha concluso Araghchi.
Un copione criminale, che si ripete. Un colonnello USA in congedo accusa: "I leader che mettono la loro nazione al primo posto vengono sistematicamente rimossi dall'Occidente".
Come? Roxane Towner-Watkins non ha dubbi: "Lo fanno con queste reti Gladio e le agenzie di intelligence, e le impiegano".
La prova è nella storia. "L'abbiamo fatto in Congo con Lumumba, in Libia con Gheddafi e in Venezuela con Maduro".
Una guerra non dichiarata, combattuta nell'ombra. La sovranità di un popolo è la minaccia che non viene tollerata.
Il giurista spagnolo Baltasar Garzón ha affermato che le accuse mosse dagli Stati Uniti al presidente venezuelano Nicolás Maduro sono prive di qualsiasi fondamento fattuale e presentano inoltre contraddizioni e cambiamenti che ne dimostrano la natura strumentale.
Garzón ha sostenuto che, sebbene il procedimento legale avviato da Washington possa proseguire formalmente, questo non implica che le accuse abbiano una reale base giuridica. "La coerenza o l'incoerenza delle accuse è un'altra questione. L'incriminazione contro Nicolás Maduro non ha alcun fondamento fattuale", ha sottolineato.
L'ex giudice del Tribunale Nazionale spagnolo ha spiegato che la stessa amministrazione statunitense sta modificando la propria narrativa, in particolare per quanto riguarda la presunta esistenza del cosiddetto "Cartel de los Soles", di cui Maduro è stato identificato per anni come leader.
"Non è mai esistito. Non esiste, e ora lo hanno riconosciuto", ha affermato Garzón, riferendosi al recente cambiamento nel discorso ufficiale degli Stati Uniti su questo tema. Secondo il giurista, questo concetto è stato utilizzato dalla fine degli anni '90 come un termine generico per giustificare ogni tipo di accusa priva di prove a sostegno.
Garzón ha sottolineato che non esiste una sola prova coerente che dimostri l'esistenza del cosiddetto Cartel de los Soles. "I rapporti della DEA sono molto chiari riguardo al traffico di cocaina e al suo collegamento con il Venezuela", ha spiegato, respingendo l'idea che questi documenti supportino le accuse mosse al presidente venezuelano.
A tal proposito, ha descritto le accuse di traffico di droga e narcoterrorismo contro Maduro come un'"affermazione meramente strumentale", ritenendola priva di fondamento empirico e rispondente esclusivamente alla necessità di giustificare un'azione politica e giuridica palesemente illegale ai sensi del diritto internazionale.
In nessun luogo ciò è più evidente che nei campi profughi di Jenin, Nur Shams e Tulkarem, devastati, segnati dalle bombe e simili a fantasmi, distrutti e svuotati da Israele come duro monito ai palestinesi sulle conseguenze della resistenza all'occupazione e al genocidio.
Questo progetto coloniale decennale in Palestina ha molteplici piani di cancellazione. Mentre il mondo, seppur attraverso una lente distorta, si è concentrato sulla catastrofe che ha colpito Gaza, Israele ha fatto sì che i suoi piani per l'eliminazione dei palestinesi procedessero speditamente in Cisgiordania.
L'espansione degli insediamenti, gli attacchi dei coloni contro gli agricoltori sotto la protezione delle forze israeliane, i furti sistematici di bestiame, la distruzione delle scuole e delle case dei villaggi e lo sfollamento forzato dei palestinesi nei quartieri di Sheikh Jarrah e Silwan a Gerusalemme Est sono tutti tentativi sistematici di distruggere, in tutto o in parte, il popolo palestinese e il suo rapporto con la sua antica patria.
Durante una recente visita nella Cisgiordania settentrionale, ho assistito alla distruzione fisica dei campi profughi e sono rimasto colpito da quanto la vita dei palestinesi lì rispecchi la devastazione affrontata dai rifugiati a Gaza.
È stato un chiaro promemoria del fatto che questo genocidio colpisce tutti i palestinesi della Palestina storica.
Tra il 21 gennaio e il 9 febbraio 2025, Israele ha lanciato l'operazione Muro di Ferro, prendendo di mira presunti "elementi terroristici" in tre campi profughi nella Cisgiordania settentrionale.
Il capo del Comitato Pubblico di Nur Shams, Nihad Shawish, 52 anni, ci ha detto: "Proprio come a Gaza, cercano di affermare che il campo è un centro per il terrorismo. Ma in realtà, la resistenza è composta solo da poche persone in cerca di libertà". E, proprio come a Gaza, tutti i palestinesi sono concettualizzati da Israele come "terroristi" e obiettivi da eliminare.
Nel corso dell'operazione, durata 19 giorni, circa 40.000 rifugiati provenienti dai campi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams sono stati allontanati con la forza dalle loro case dalle forze speciali israeliane pesantemente armate, utilizzando veicoli blindati, droni e bulldozer.
L'Unrwa, l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, ha descritto l'offensiva israeliana come "la più lunga e vasta crisi di sfollamento dal 1967". Si stima che il 43% di Jenin, il 35% di Nur Shams e il 14% di Tulkarem siano stati distrutti o gravemente danneggiati.
Gli edifici su entrambi i lati delle corsie del campo di Nur Shams, che si estendevano dalla strada principale tra Nur Shams e Tulkarem fino alla sommità del campo, furono bombardati o rasi al suolo per allargare i vicoli larghi due metri in strade di 12 metri accessibili ai carri armati. Tutti gli abitanti furono espulsi.
Viaggi durante l'apartheid
Il viaggio stesso verso questi campi devastati mette a nudo, a ogni passo, la brutale realtà dell'apartheid israeliano.
Viaggiare attraverso la Cisgiordania è una sfida quotidiana di resistenza per i palestinesi. Un sistema stradale di apartheid significa che, mentre gli insediamenti israeliani illegali sono collegati da autostrade senza ostacoli a Gerusalemme e Tel Aviv, i palestinesi sono costretti a viaggiare su strade dissestate e tortuose e ad attraversare tunnel bloccati da infiniti posti di blocco e da imponenti barriere gialle.
Un viaggio che sulle strade dei coloni durerebbe 20 minuti, per i palestinesi dura tre ore o più.
Durante il tragitto da Ramallah a Tulkarem, ci siamo imbattuti in un nuovo spettacolo di supremazia israeliana: enormi bandiere israeliane sventolavano su entrambi i lati dell'autostrada ogni 10 metri. Per gli osservatori esterni, potrebbero riflettere la crescente insicurezza israeliana, ma per i palestinesi sono semplicemente un'ulteriore forma di intimidazione.
Abbiamo superato il bellissimo villaggio di Sinjal, ora circondato da strati di filo spinato alti 30 metri. Tutti gli ingressi, tranne due, sono stati sigillati definitivamente da Israele, mentre gli altri due potrebbero essere chiusi in qualsiasi momento a discrezione delle forze israeliane. Gli abitanti del villaggio non hanno alcuna spiegazione sul perché siano stati presi di mira in modo così feroce, se non quella di "un altro atto di occupazione".
Il progetto di insediamento si è ampliato notevolmente dalla mia ultima visita nel 2022.
Incoraggiato dall'impunità globale e da un governo di estrema destra in cui i coloni detengono ministeri chiave, Israele ha approvato la legalizzazione o la costruzione di 69 nuovi insediamenti.
"Stiamo promuovendo la sovranità di fatto", ha dichiarato il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, annunciando i piani per oltre 3.400 case negli insediamenti nell'ambito del progetto E1, che collegherebbe vasti blocchi di insediamenti nella Gerusalemme Est occupata a Maale Adumim, isolando così fisicamente i palestinesi di Gerusalemme Est da quelli della Cisgiordania occupata.
Abbiamo superato il grande e crescente insediamento illegale di Eli, arroccato su una collina con le sue orribili case dai tetti rossi, esse stesse una dichiarazione di intenti genocidi, una minaccia al benessere degli abitanti palestinesi del villaggio che hanno visto i loro ulivi sradicati e hanno subito violenti attacchi.
Abbiamo superato stazioni di servizio il cui utilizzo è vietato ai palestinesi e nuovi avamposti che deturpano antichi terrazzamenti e uliveti. Questi orribili avamposti illegali si espanderanno inevitabilmente in orribili insediamenti illegali.
Una strada vicina, visibile ma non percorribile, ci avrebbe portato a Tulkarem in meno della metà del tempo. Ma Israele ne ha impedito l'accesso a tutti i palestinesi.
Invece, abbiamo viaggiato su strade dissestate, fermandoci a posti di blocco imprevedibili, dove giovani soldati minacciosi decidevano se il nostro viaggio sarebbe continuato o sarebbe terminato. A un certo punto, abbiamo preso una strada alternativa per evitare un altro blocco.
Questi atti cumulativi di apartheid sono concepiti per rendere la vita dei palestinesi così insopportabile che le persone saranno costrette ad abbandonare la loro terra.
Gaza in Cisgiordania
Percorrendo una strada sterrata dissestata, abbiamo finalmente raggiunto Tulkarem. Le rovine del campo profughi di Nur Shams si ergevano alla nostra sinistra, la cui intera popolazione era stata espulsa con la forza a gennaio.
Il campo è ora una spettrale città fantasma, con circa un terzo dei suoi edifici completamente o in gran parte distrutti. Grandi distese deserte sono state scavate nel cuore di Nur Shams dalle ruspe israeliane. Centinaia e centinaia di case sono state demolite apparentemente per creare accessi per veicoli blindati e carri armati.
Una Stella di David blu era stata dipinta con la bomboletta spray su quella che un tempo era la casa di un rifugiato palestinese, ora utilizzata come base militare. Non rimane più nessuno. Mentre salivo su un tumulo per scattare una fotografia, due passanti mi intimarono con insistenza di scendere. "I cecchini sparano a chiunque e senza preavviso", gridarono.
I rifugiati hanno descritto come, non appena invasi i campi, le forze israeliane abbiano interrotto tutte le comunicazioni e i servizi pubblici. Internet, elettricità e acqua sono scomparsi all'istante. Questi rifugiati sfollati sono stati letteralmente sfrattati nel nulla. Alcuni hanno trovato parenti presso cui stare, mentre molti altri hanno cercato rifugio in moschee, scuole abbandonate, sale per matrimoni e altri spazi pubblici. Ora vivono ai margini della sopravvivenza.
"È stato proprio come la Nakba, soprattutto perché non sapevamo dove stavamo andando... nessuno sapeva dove eravamo costretti ad andare", ha detto Nihad.
I rifugiati che hanno trovato rifugio nella scuola incompiuta El Muowahad nel villaggio di Thenaba, tra Nur Shams e Tulkarem, hanno descritto il terrore delle incursioni pesantemente armate, degli elicotteri d'attacco Apache che li sorvolavano, dei droni suicidi che esplodevano e della fuga frenetica dalle loro case con solo i vestiti che indossavano.
"Hanno iniziato a far saltare in aria le nostre case il 26 gennaio e in sette giorni il campo era completamente svuotato", ha ricordato Khaled, 50 anni, seduto esausto su una sedia di plastica nel corridoio della scuola che condivide con 21 famiglie del campo di Tulkarm.
"Nessuno se lo aspettava", ha continuato. "Non ho ricevuto nemmeno una maglietta da casa mia. Ora è demolita". Le case rimaste in piedi sono state date alle fiamme. Gli sfratti sono stati brutali. "Anche quando la Mezzaluna Rossa ci ha dato le medicine di cui avevamo bisogno, i soldati ce le hanno strappate e gettate a terra", ci ha raccontato Hakem, aggiungendo che più di 1.800 case nel campo di Tulkarem sono state distrutte.
Per quasi 12 mesi, 122 rifugiati sfollati hanno vissuto nella scuola in costruzione, condividendo stanze anguste da 10 a 12 persone. "Le strutture sono minime o inesistenti", ha spiegato Khaled.
"Quando siamo arrivati, non c'era elettricità, quindi l'abbiamo collegata noi stessi." Al piano terra, quattro bagni sono condivisi da uomini, donne e bambini. C'è solo una doccia. "Come prigionieri, siamo tutti in fila", ha aggiunto.
Una lavatrice serve tutte le famiglie. I panni sono appesi a ogni ringhiera, mentre le persone si aggrappano a piccoli pezzi di routine, mentre il loro accampamento giace in rovina a pochi metri di distanza.
"La vita nel campo era dura", mi ha raccontato Nadia, 38 anni, "ma non così dura come questa".
Paesaggio distopico
A Tulkarem e Nur Shams, le già disastrose condizioni dei rifugiati continuano a peggiorare. Inizialmente, l'Unrwa forniva cibo e servizi, ma questo è stato interrotto a causa del divieto israeliano di operare nei territori palestinesi occupati.
"Il mio frigorifero è vuoto", ci ha detto Hakem. "Lavoravamo tutti nelle città occupate, da Giaffa ad Haifa, da Gerusalemme a Tel Aviv. Ora viviamo sotto assedio senza possibilità di lavoro".
Per ordine militare è stato loro proibito anche di ricostruire le loro case distrutte. "Voglio solo tornare a vivere sulle macerie della mia casa", ha detto Hakem. "Cos'altro possiamo fare?"
Nadia mi ha mostrato un video girato da un vicino dopo che il campo era stato svuotato. Gli unici suoni in questo paesaggio distopico erano il rumore dei passi che scricchiolavano sui detriti e il suono inquietante del canto degli uccelli.
Hasan Khreisheh, un politico di Tulkarem che lavora con le famiglie sfollate, ha descritto quanto accaduto nei campi della Cisgiordania settentrionale come una conseguenza del progetto israeliano a Gaza, ma in una forma di "eliminazione silenziosa".
Per Ayhem, 17 anni, la cui istruzione è stata interrotta quando la sua casa è stata demolita e la sua famiglia è stata costretta ad andarsene: "È molto simile a quello che è successo a Gaza. Quando vedo Gaza in televisione, vedo esattamente quello che stiamo vivendo". Dorme con nove membri della famiglia in una piccola aula scolastica. "Non ho vita sociale. I miei amici sono stati tutti costretti a trasferirsi in zone diverse e il mio migliore amico è stato ucciso. Ho perso tutto".
Vicino alla scuola si trova ciò che resta dell'ufficio del Comitato Pubblico di Nur Shams. Nonostante il trauma subito, 10 volontari continuano a lavorare per sostenere le persone espulse dal campo. Dalla terrazza panoramica, abbiamo ammirato la devastazione di quelle che un tempo erano state le loro case.
"La mia casa è inabitabile", ha detto Fatma, 70 anni, "ma sono pronta ad andare a vivere sopra le macerie. La dignità dell'essere umano è nella casa. Vedo la mia casa da qui, ma non posso raggiungerla".
Nihad, il capo del Comitato, ha descritto la portata dell'assalto militare. La campagna israeliana all'interno dei sei quartieri di Nur Shams è iniziata il 9 gennaio. Centinaia di soldati, carri armati, veicoli militari e droni hanno preso d'assalto il campo, costringendo tutti i residenti ad andarsene.
"Chiunque si rifiutasse veniva colpito fuori casa per incoraggiare la gente ad andarsene", ha detto. "Le forze dell'ordine controllavano i percorsi che potevamo prendere. Eravamo costretti a metterci in fila e filmati dai droni. Chiunque uscisse dalla fila veniva colpito."
"L'occupazione israeliana ha deciso di smantellare i campi", ha continuato. "A Nur Shams, con una popolazione di 13.000 abitanti, avevamo 400 edifici. Ogni edificio aveva più piani e unità abitative. Anche se una casa non veniva demolita con bulldozer ed esplosioni, le forze armate la incendiavano per renderla inabitabile. Circa 2.300 famiglie sono state costrette ad andarsene e il 70% di loro vive in povertà".
"Non c'è acqua, non c'è elettricità all'interno dei campi. Non ci sono fognature, non ci sono strade. L'intera infrastruttura è stata distrutta", ha aggiunto Fatma.
Nihad lo disse senza mezzi termini: "Il campo è stato assassinato".
Hanno preso di mira e distrutto anche il centro giovanile, l'asilo, la sala per matrimoni e il centro per disabili.
'Ritorno alle macerie'
Fatma, una leader molto stimata della comunità di Nur Shams, ha descritto la sua esperienza la mattina dell'attacco: "Sono arrivati ??alle 7 del mattino del 9 febbraio. Erano già dentro il campo. Hanno demolito metà della mia casa, ma noi siamo rimasti. Hanno usato uno dei nostri vicini come scudo umano. Sono venuti con i cani per perquisirci. Poi hanno preso possesso della nostra casa e l'hanno usata come caserma militare. Alla fine della giornata, c'erano forse 100 soldati in casa mia".
Fatma ha il cancro. I soldati hanno strappato i suoi certificati medici e distrutto la sua cisterna d'acqua. "Il nostro piccolo televisore è stato colpito. Hanno distrutto la mia lavatrice e il mio frigorifero, che non avevo ancora finito di pagare."
Mentre distruggevano case, mezzi di sussistenza e spazi comunitari, i soldati israeliani hanno commesso anche una serie di altri crimini, tra cui saccheggi palesi.
"Davanti ai nostri occhi, ci hanno rubato le cose", ha detto Fatma. "Mi hanno preso la borsa e rubato i 2.650 shekel che mi erano stati dati da una fondazione di Hebron per riparare la mia casa, oltre a due anelli d'oro, una collana, un braccialetto e una medaglia".
Nonostante molti rifugiati affermino che "tornerebbero tra le macerie", la realtà è desolante. La distruzione dei campi, l'espulsione dei residenti e la più ampia spinta di Israele a espellere i palestinesi dalle loro terre rendono le loro possibilità di ritorno remote.
"'Tornare tra le macerie' è solo uno slogan", ha detto Khaled. "Come possiamo tornare? Le forze israeliane sceglieranno chi può tornare, e chiunque abbia legami con i combattenti non potrà mai farlo. Ogni giorno, c'è una nuova decisione che prende di mira le famiglie dei combattenti della resistenza. E ogni giorno vengono sottoposti a punizioni collettive".
Khreisheh ha osservato che Israele ha recentemente annunciato che ad alcuni rifugiati potrebbe essere consentito di tornare, ad eccezione "delle famiglie dei martirizzati, dei feriti, dei prigionieri o dei coinvolti in politica". Ciò, in pratica, escluderebbe quasi tutti.
Anche affittare altrove in Cisgiordania è diventato sempre più difficile per i palestinesi sfollati. "Non abbiamo soldi e non abbiamo un posto dove andare", ha detto Khaled. Ma la povertà è solo una parte del problema. I proprietari hanno paura di affittare ai rifugiati nei campi.
"Ogni volta che proviamo ad affittare una casa", ha spiegato, "prima ci contano, poi ci chiedono da dove veniamo. Quando diciamo 'Nur Shams' o 'campo di Tulkarem', rispondono invariabilmente: 'Non affitto la mia casa a nessuno dei campi'. In un certo senso, lo capisco. Se un parente è in prigione, è un combattente o è stato ucciso, i proprietari temono retate. Quindi non ci affittano casa".
Tutti sono rifugiati
Tutti gli abitanti dei campi sono rifugiati, il cui status deriva dalle espulsioni di massa della Nakba del 1948 e dalla guerra israeliana del 1967.
Lo status di rifugiato, che giustamente attraversa le generazioni, è inscindibile dal diritto al ritorno dei palestinesi. Attraverso il diritto internazionale e almeno cinque risoluzioni delle Nazioni Unite, tra cui l'articolo 11 della Risoluzione 194 dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite , ai palestinesi è garantito il diritto al ritorno nelle terre da cui sono stati sfollati.
Un elemento fondamentale del progetto di Israele è sempre stato quello di impedire ai rifugiati del 1948 e ai loro discendenti di tornare alle loro case.
Eppure tutti i rifugiati con cui ho parlato consideravano il loro status come la garanzia ultima del ritorno.
Oltre sette milioni di rifugiati palestinesi vivono in esilio in tutto il mondo. Per Israele, la possibilità del loro ritorno è un incubo demografico e cerca di impedirlo a tutti i costi.
Khreisheh ha chiarito che la distruzione dei campi profughi in Cisgiordania fa parte di un più ampio progetto genocida volto a eliminare l'idea stessa di campo profughi e lo status politico che conferisce. Molti altri hanno ribadito la sua posizione.
"I rifugiati e i loro discendenti sono gli unici testimoni della Nakba del 1948", mi hanno detto in molti, "e ora Israele vuole eliminare i campi dei testimoni ed eliminare la questione palestinese".
"Tutti coloro che sono fuggiti raccontano una storia triste e dolorosa", ha detto un rifugiato. "Case e terre rubate. Hanno ripetuto quanto accaduto nel 1948. La scena si sta ripetendo."
"Stiamo passando da un dolore all'altro", ha aggiunto un altro. "Questa occupazione vuole sradicare la gente dalla terra. Vogliono sbarazzarsi di tutti i testimoni dei crimini commessi dal 1948."
La distruzione dei campi di Jenin, Nur Shams e Tulkarem è un atto deliberato di genocidio. Distruggendo comunità, smantellando l'Unrwa ed espellendo i rifugiati, Israele cerca non solo di espropriare i palestinesi delle loro case, ma di cancellare la loro storia, i loro diritti e le loro future rivendicazioni di giustizia, incluso il diritto al ritorno.
Come ha detto Nihad: "Vogliono porre fine allo status di rifugiati eliminando il campo, distruggendo la possibilità del diritto al ritorno e, per estensione, ogni possibilità di autodeterminazione palestinese".
"A Nur Shams, il nostro obiettivo non è solo tornare al campo, ma tornare ai villaggi delle nostre famiglie. Questo è un nostro diritto storico. Non ci allontaneremo mai da questo diritto. Il campo è solo una tappa per noi. Speriamo tutti di tornare nelle nostre terre d'origine."
L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
Che sia una filosofa e nessuno l'aveva finora intuito? Affranta per le parole del dirigente PD Goffredo Bettini, secondo cui si dovrebbero chiarire «le posizioni di alcuni democratici convinti che con la Russia si possa dialogare solo con le armi», la signora Pina Picierno pare far proprie le “meditazioni” del caotico-filosofo Bernard-Henri Lévy, il quale esorta l'Occidente a cessare ogni tentativo di negoziare con la Russia, per concentrarsi invece sull'armamento dell'Ucraina.
Singhiozzando, la signora Picierno rende edotto il pubblico di essere stata in Lituania e di aver «visitato a Vilnius il museo dell’occupazione sovietica e del Kgb». E, misera, non ha retto e ha dato sfogo alle lacrime «di fronte a prove di una atrocità che faccio fatica a raccontare e che è durata praticamente fino a ieri qui, fino al 1991. Qui i partigiani sono quelli che si sono battuti contro i criminali sovietici». Starnazza ancora qualcosa, la signora, sui soliti lamenti di “libertà”, “regimi” e via di liberalismo in liberal-europeismo, in combutta con compari di combriccola come Filippo Sensi o Giorgio Gori, esterrefatti per le parole dell'altro compare Bettini; ma non dice nulla, la signora, sul fatto che il museo di Vilnius, un tempo denominato Museo “delle vittime del genocidio”, da pochi anni sia stato ribattezzato, appunto, “Museo delle occupazioni e lotte per la libertà”: troppo da vicino la parola genocidio, che in Lituania sta a significare la “occupazione sovietica”, rischiava di ricordare come al genocidio nazista degli ebrei avessero preso parte migliaia di collaborazionisti lituani. Ora, con il nuovo nome, è più chiaro cosa si intenda: le occupazioni sono state solo quelle sovietiche e le lotte per la libertà sono quelle successive alla rivoluzione d'Ottobre e alla guerra antinazista e le “vittime”, quelle che la signora Picierno chiama “partigiani”, sono per l'appunto quelle della cosiddetta “guerra partigiana” banditesca e antisovietica successiva al 1945.
Ora, per non farla tanto lunga con questo “preambolo”, vorremmo solo dire che, a parte il malefico accostamento tra “regime” sovietico e Russia attuale, per cui oggi il rifiuto di ogni dialogo con Mosca dovrebbe discendere dalle «prove di una atrocità che faccio fatica a raccontare», la filibustiera signora Picierno che parla di “partigiani” lituani e «criminali sovietici» dovrebbe essere stata messa al corrente, dalle sue guide lituane, che quei “partigiani”, attivi dalla fine della guerra fino a buona parte degli anni ’50, altro non erano che i famigerati “fratelli dei boschi”, composti per lo più di ex legionari baltici delle Waffen SS, responsabili dell’uccisione di alcune migliaia di civili sovietici. Ma cosa pretendere da tali “filosofi-caotici”: per loro, a est del Dnepr ci sono solo “criminali”, capaci di «atrocità che faccio fatica a raccontare». Che proprio grazie a quella che viene definita «occupazione sovietica e del Kgb», fossero state debellate quelle formazioni che avevano massacrato migliaia di civili e soldati dell'Esercito Rosso, per quei signori non è che fonte di singhiozzi: i malvagi russi, sovietici o post-sovietici, non cambiano mai e «oltre il confine, a pochi km da dove scrivo, non è diverso: è peggio di come era allora». Una prece.
D'altronde, invoca il filosofo del caos par excellence Bernard-Henri, nei confronti di Putin «la posizione corretta è fermarlo. Non si tratta di dialogare, ma di fermarlo. Dobbiamo continuare a indebolirlo. Putin è stato indebolito dalla caduta di Assad in Siria. È stato indebolito dalla caduta di Maduro. È indebolito da ciò che sta accadendo oggi in Iran. Arriverà il momento in cui sarà così indebolito da chiedere il dialogo. Ma non credo che ciò debba essere fatto. Putin deve essere bloccato e l'esercito russo deve essere riportato al punto in cui si trovava quattro anni fa». Inteso, ingenuo signor Bettini? Ha regione la signora Picierno: nessun dialogo. Al contrario, la cosa migliore che gli europei, e in particolare il presidente Macron, debbano fare, sia prima di tutto parlare con Zelenskij, sostenerlo e armarlo. Ma non stanno facendo abbastanza. È qui che risiede l'urgenza oggi!». Pari pari le parole che avrebbe pronunciato la signora Picierno, se non fosse stata così addolorata per «una atrocità che faccio fatica a raccontare». Da filosofo a filosofa. Parlare di «terre rare, di un tunnel sotto l'Alaska o di forniture di gas, non è questo il tema» assicura Lévy; la questione oggi è «la minaccia esistenziale per l'Europa e l'Occidente, a cui dobbiamo finalmente decidere di rispondere!». Applausi a non finire da Santa Maria Capua Vetere.
Un autentico cenacolo di saggezza, insomma, quello di Bernard-Henri, la signora Pina, con Sensi, Gori e quant'altri europeisti, riunito in seduta spiritica a evocare le anime dei komplizen filo-nazisti dei ”fratelli dei boschi”, nella speranza di vederne le gesta rinnovate contro la Russia moderna. Speranza al dir poco flebile se, come nota Vladimir Kornilov su RIA Novosti, addirittura i più fanatici sostenitori dei piani di intervento dei “volenterosi”, in particolare tra i bellicisti britannici, cominciano a mostrarsi titubanti riguardo alle idee di dispiegamento di truppe sul territorio ucraino.
Sul The Times del 7 gennaio, il cremlinologo Edward Lucas titola "Parole vuote sull'Ucraina predicono il collasso della NATO" e, a proposito dell'invio di truppe britanniche, scrive che «Stiamo promettendo forze che non abbiamo, per far rispettare un cessate il fuoco che non esiste, nell'ambito di un piano che non è ancora stato elaborato, approvato da una superpotenza che non è più nostra alleata, per scoraggiare un avversario molto più determinato di noi».
E si chiede: «Cosa succede se un drone russo colpisce le nostre truppe? Quante persone deve uccidere o ferire prima che rispondiamo al fuoco?», una domanda sinora considerata tabù, nella sicurezza dell'intervento.
Sul Daily Mail, l'8 gennaio il generale a riposo ed ex vice comandante supremo alleato delle forze NATO in Europa, Richard Shirreff, titola "Truppe britanniche in Ucraina? La verità è che non abbiamo né gli uomini, né i soldi, né le attrezzature, né la volontà". Quindi, ma chi vorrebbe «ingannare Keir Starmer? Certamente non Vladimir Putin... Prevedo che queste promesse vuote torneranno a perseguitare il Primo ministro. Tutta questa impresa è completamente irrealistica".
Ancora sul Daily Mail, il 10 gennaio, il giornalista Andrew Neil descrive impietosamente lo stato generale della difesa britannica e scrive che Starmer «sta prendendo impegni militari che la Gran Bretagna non ha né uomini né risorse materiali per onorare. Questa settimana, ha concordato con il presidente Macron di inviare una forza di sicurezza anglo-francese in Ucraina... Il minimo indispensabile che la Gran Bretagna dovrebbe inviare per apparire credibile è una brigata corazzata di 5.000 uomini. L'esercito britannico regolare conta poco più di 71.000 soldati, ma solo circa 25.000 di loro sono in condizioni di efficienza bellica».
Significativo, nota Kornilov, che tutte queste voci vengano da esperti inequivocabilmente anti-russi che, fino a poco tempo fa, sostenevano l'idea di inviare truppe europee in Ucraina. Shirreff è autore di un libro su come la NATO nel 2017 avrebbe dovuto combattere la Russia; la scorsa primavera aveva dichiarato che «Starmer ha ragione, dobbiamo inviare truppe in Ucraina». Neil: «È giunto il momento di ignorare le minacce di Putin... e dare all'Ucraina tutto ciò di cui ha bisogno». Giusto giusto i prolegomeni odierni di Lévy-Picierno.
Lucas è praticamente uno degli ideatori del piano di una "coalizione dei volenterosi" e «il nucleo di questa alleanza potrebbe essere una Forza di Spedizione Congiunta (JEF), un'alleanza guidata da Gran Bretagna e composta da dieci paesi nordici e baltici, più i Paesi Bassi. Dovremmo trasformarla in JEF+, includendo anche Polonia, Repubblica Ceca e Romania».
E, all'improvviso, l'autore di questa idea la stronca, come se non ci avesse mai avuto niente a che fare! Cosa potrebbe esserci dietro? Non è un caso, ironizza Kornilov, che la pubblicazione dell'articolo di Lucas sul Times abbia coinciso con il suo annuncio pubblico di non essere più collaboratore del Center for European Policy Analysis (CEPA), il think tank finanziato da “enti benefici” come Rheinmetall, Lockheed Martin, General Atomics e altri. E proprio il giorno del suo articolo, la leader del Partito Conservatore all'opposizione, Kemi Badenoch, ha attaccato il primo ministro, chiedendo conto dell'avventuroso piano concordato con Macron e Zelenskij.
Cosa è accaduto per suscitare tali “ripensamenti”? Per un anno, da quando Starmer annunciò per la prima volta la disponibilità a inviare truppe britanniche in Ucraina, le discussioni sulla questione erano state praticamente tabù a livelli ufficiali: nessuno aveva messo in discussione l'idea.
Nell'articolo sopracitato, Neil accenna direttamente al motivo per cui gli inglesi erano così “tranquilli” riguardo a questo progetto e scrive: «Sospetto che Starmer abbia accettato solo perché, nei suoi calcoli, i russi avevano già chiarito che non avrebbero mai accettato truppe NATO sul suolo ucraino... È un gesto puramente ostentato». Pare che ora i conservatori britannici abbiano percepito la firma della Dichiarazione di Parigi del 6 gennaio come un segnale d'allarme: Starmer è passato da una spavalderia a vuoto, su impegni specifici che Londra non avrebbe potuto rimangiarsi, schierando truppe "nelle retrovie", cioè "lontano dalla linea di contatto"; ma, come ha dimostrato l'Orešnik a L'vov, non esistono “retrovie" e, per dirla con Kornilov, speriamo che questo dia credito agli ex pianificatori della "coalizione dei volenterosi", oggi diventati improvvisamente scettici.
Un augurio forse un po' prematuro, a sentire le parole affidate al Corriere della Sera dalla signora von der Leyen, secondo cui per la UE è addirittura «fondamentare accelerare sul piano di pace in 20 punti discusso da Zelenskij con Trump a fine dicembre», per cui «la prima linea di difesa sarà, ed è, costituita dalle forze armate ucraine». Vale a dire: armare, armare e ancora armare i nazigolpisti di Kiev. La seconda linea è data invece dalla “Coalizione dei Volenterosi”, composta da 35 Paesi, la maggior parte dei quali appartenenti alla UE, oltre a Canada, Gran Bretagna, Australia, Nuova Zelanda e Turchia. Ora, bofonchia Gertrud von der, la palla è a Moskva: «Ora la Russia deve dimostrare di essere interessata alla pace», dice la tagliagole che non mostra remore proclamare, in faccia alle masse e ai lavoratori depredati di ogni spesa sociale, che il 2025 è stato definito «storico» quanto a spese di guerra: «in un solo anno sono stati stanziati più fondi per la difesa rispetto ai dieci anni precedenti. E ci siamo mossi con rapidità». Ma, vedete un po', è la Russia a dover «dimostrare di essere interessata alla pace»! Beh, lo ha detto anche, pensiamo, per asciugare così le lacrime dei signori Picierno, Sensi, Lévy, Gori, prostrati perché qualcuno ha appena ventilato di un dialogo con Putin. Farabutti bellicisti.
La grande strategia di Trump 2.0 è diventata molto più chiara nell'ultimo mese, da quando gli Stati Uniti hanno bombardato l'ISIS in Nigeria a Natale, hanno eseguito la loro "operazione militare speciale" di straordinario successo in Venezuela e ora minacciano nuovi attacchi contro l'Iran con il pretesto di sostenere i manifestanti antigovernativi. Quello che questi tre Stati hanno in comune è il loro ruolo importante nell'industria energetica globale, presente o potenziale (a causa delle limitazioni legate alle sanzioni), e nella Belt & Road Initiative (BRI) cinese.
Di conseguenza, costringere questi paesi a sottomettersi agli Stati Uniti (con dazi, forza, sovversione, ecc.) porterebbe il Trump 2.0 a ottenere influenza sulle loro esportazioni energetiche e sui loro legami commerciali, che potrebbero essere sfruttati per fare pressione sulla Cina. Ciò che gli Stati Uniti vogliono dalla Cina è che accetti un accordo commerciale sbilanciato che verrebbe poi replicato con l'UE e gli altri partner degli Stati Uniti per, come afferma la nuova Strategia per la Sicurezza Nazionale, "riequilibrare l'economia cinese a favore dei consumi delle famiglie".
L'obiettivo implicito è quello di costringere la Cina a correggere la sua sovrapproduzione, responsabile delle sue esportazioni globali senza precedenti, che hanno soppiantato il ruolo guida dell'Occidente nel commercio mondiale e portato a un'enorme influenza sul Sud del mondo, ripristinando così la quota di mercato e l'influenza dell'Occidente a livello globale. Un cambiamento politico così radicale avrebbe importanti ripercussioni economiche e quindi politiche che potrebbero destabilizzare il Paese, per non parlare della fine della sua ascesa a superpotenza, quindi non sarebbe volontario.
L'influenza degli Stati Uniti sulle esportazioni energetiche del Venezuela e, forse, presto anche su quelle dell'Iran e della Nigeria, e sui legami commerciali con la Cina potrebbe essere sfruttata come arma attraverso minacce di riduzione o interruzione, parallelamente alla pressione sui suoi alleati del Golfo affinché facciano lo stesso per raggiungere questo obiettivo, ma questo potrebbe non essere sufficiente a garantire la resa della Cina. Ecco perché Trump 2.0 sta anche cercando una partnership strategica incentrata sulle risorse con la Russia, che potrebbe privare la Cina dell'accesso a quei suoi giacimenti in cui gli Stati Uniti investirebbero massicciamente in tale scenario.
Il quid pro quo per iniettare miliardi di dollari nell'economia russa, anche attraverso la potenziale restituzione di parte dei suoi 300 miliardi di dollari di asset congelati a questo scopo, è che la Russia ceda su alcuni dei suoi obiettivi di sicurezza in Ucraina. Questo è inaccettabile per Putin ed è il motivo per cui finora ha respinto la proposta di Trump. Ciononostante, anche senza il ruolo di fatto (seppur inconsapevole) della Russia nella sua grande strategia, gli Stati Uniti possono comunque esercitare maggiore pressione sulla Cina attraverso i tradizionali mezzi militari.
Come osserva Michael McNair nel suo articolo su "The Bridge at the Center of the Pentagon", la riaffermazione dell'influenza degli Stati Uniti sull'emisfero occidentale "è un prerequisito per sostenere la proiezione di potenza nell'Indo-Pacifico" per lo scopo sopra menzionato, che è in linea con il quadro di Elbridge Colby. È il Sottosegretario alla Guerra per la Politica e sta attivamente implementando le idee che ha condiviso nel suo libro del 2021 intitolato "The Strategy of Denial: American Defense in an Age of Great Power Conflict".
McNair sostiene in modo convincente che la nuova Strategia per la Sicurezza Nazionale reca l'impronta di Colby, il che ha senso data la sua posizione, e spiega come la grande strategia di Trump 2.0 sia plasmata dal suo lavoro. Come ha scritto, "L'affermazione fondamentale di Colby è che la strategia statunitense nel XXI secolo dovrebbe mirare a impedire alla Cina di raggiungere l'egemonia sull'Asia. Il resto del suo quadro discende da questo punto". Questo è esattamente ciò che la "Dottrina Trump", recentemente diventata molto più chiara, mira a raggiungere.
La riaffermazione dell'influenza degli Stati Uniti sull'emisfero occidentale, la cui politica può essere descritta come "Fortezza America", fornirebbe agli Stati Uniti le risorse e i mercati necessari per aumentare il bilancio della difesa di oltre il 50%, da quasi 1.000 miliardi di dollari a 1.500 miliardi di dollari, come Trump ha appena dichiarato di voler fare. L'aumento drastico della produzione militare-industriale degli Stati Uniti finirebbe quindi per costringere militarmente la Cina a sottomettersi agli Stati Uniti attraverso i mezzi commerciali precedentemente menzionati.
La "Dottrina Trump" si basa quindi sul continuo predominio militare degli Stati Uniti nei confronti della Cina, oltre a mettere gli Stati Uniti in una posizione tale da poter negare in modo complementare alla Cina l'accesso all'energia e ai mercati di cui ha bisogno per mantenere la sua crescita e quindi la sua traiettoria da superpotenza. Il primo obiettivo sarà alimentato dai dazi e dai profitti della "Fortezza America", mentre gli altri saranno alimentati dalla subordinazione dell'UE, dalla pressione sul Golfo e dalla sottomissione dei partner strategici della BRI (Venezuela, Iran, Nigeria, ecc.).
Tutto ciò che Trump 2.0 ha fatto finora è in linea con questi imperativi e modi operandi, comprese politiche che non hanno avuto successo, come il tentativo degli Stati Uniti di subordinare l'India e gli sforzi per concludere una partnership strategica incentrata sulle risorse con la Russia a scapito dei suoi obiettivi di sicurezza in Ucraina. Persino l'odio di Trump per i BRICS ha senso se visto attraverso questo paradigma, poiché lui e il suo team li percepiscono come un fronte dominato dalla Cina per internazionalizzare lo yuan e indebolire il dollaro.
In sintesi, la grande strategia degli Stati Uniti, così come sintetizzata dalla "Dottrina Trump" influenzata da Colby, è quella di costringere la Cina alla subordinazione, obiettivo che mirano a raggiungere attraverso un rafforzamento militare in stile Reagan con i loro alleati AUKUS+, oltre a prendere posizioni per negarle l'accesso all'energia e ai mercati. L’obiettivo finale è quello di ripristinare l’egemonia unipolare degli Stati Uniti, prima sulle Americhe e poi sull’Occidente globale (UE, Golfo e alleati indo-pacifici), sul Sud del mondo e infine sulla Cina, con la Russia relegata a partner minore.
(Articolo pubblicato in inlgese sulla newsletter di Andrew Korybko)
«Più di ogni altra forma di produzione, la produzione capitalistica è una dilapidatrice di uomini, di lavoro vivente, una dilapidatrice non solo di carne e sangue ma anche di nervi e di cervelli. In realtà, è solo con lo spreco più mostruoso dello sviluppo individuale che si assicura e si realizza lo sviluppo dell’umanità nell’epoca storica che precede immediatamente la riorganizzazione cosciente della società umana»1
Dopo il rapimento del legittimo Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela da parte degli Stati Uniti, il Presidente Trump non si è certo moderato, nonostante la pressione nazionale della società civile e del Congresso ed internazionale da parte di Stati sovrani e ONU.
In questo momento nulla sembra riuscire a frenare le mire estrattiviste dell’imperialismo statunitense, attivo su tutto il “suo emisfero occidentale” e anche ben oltre, sino all’Iran.
Trump è poi alquanto consapevole del potere che riuscirebbe ad incrementare e a distribuire una volta impadronitosi delle risorse venezuelane e iraniane e non ha alcuna intenzione di fermarsi. Negli ultimi giorni ha annunciato il ritiro da 66 programmi e organizzazioni internazionali. In seguito, ha esplicitamente rifiutato il diritto internazionale in favore di una concezione anomica delle relazioni internazionali basata sulla forza pura, rimarcando i limiti della sua azione in un perentorio “non ho bisogno del diritto internazionale. C’è una cosa, la mia morale personale. La mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi”. Tralascio per brevità tutta la serie di minacce in pieno stile mafioso a tutti gli altri Presidenti legittimi di Cuba, Colombia, Iran, Messico rilasciate negli ultimi giorni per arrivare alla conferenza del 9 Gennaio. Tutte le principali Compagnie petrolifere dell’Occidente sono state riunite attorno ad un tavolo a Washington per dividere la torta delle rendite che verranno rubate agli Stati legittimi indipendenti e alle popolazioni sovrane.
E, come pare abbiano capito bene anche gli europei e la NATO stessa, in merito al prossimo accaparramento della Groenlandia - si sente forte e chiaro il silenzio omertoso di Mark Rutte di solito intento a sproloquiare sulla Russia - sta avvenendo una ridefinizione dei confini dell’imperialismo americano che ha dominato l’Occidente da dopo il Secondo conflitto mondiale. Gli Stati e le popolazioni devono semplicemente accettare ciò che verrà deciso e al limite svendere le loro proprietà come ferro vecchio. Tutto viene rimesso in discussione ad uso e consumo dell’impero decadente che cerca di rigenerarsi, per cui anche le conquiste europee vengono riassorbite dal centro dell’impero a suon di sberleffi: “solo perché i danesi sono sbarcati lì (in Groenlandia) in barca 500 anni fa non significa che la terra appartenga a loro”. Ma al di là degli strafalcioni storici (Erik il Rosso sbarcò per primo in Groenlandia nel 982 d.c. ed era norvegese) resta la sfacciata necessità di appropriarsi di risorse facili per reggere la competizione globale in cui arrancano. In questo la periferia, in cui viviamo anche noi, viene sempre più concepita come mero scatolone di materie prime e punti geostrategici (noi lo siamo) da controllare con il dominio militare, la minaccia e Dio solo sa quale altra angheria. Le popolazioni che il vecchio washington consensus mirava a convincere non vengono neanche più concepite come interpellabili. Il Venezuela è solo l’ultimo esempio, il più evidente: una volta rapito manu militari il Presidente, all’impero non importa più come si siano riorganizzate le istituzioni o cosa dicano e facciano le popolazioni, semplicemente perché dopo la manifestazione di forza gli elementi umani e politici sono puri accessori potenzialmente eliminabili. La politica viene meno, anzi «ne risulta una sorta di animalizzazione dell’uomo attuata attraverso le più sofisticate tecniche politiche» per cui l’unica e ultima scelta viene ridotta alla «possibilità di proteggere la vita e di autorizzarne l’olocausto»2. Ciò che conta è invece l’economia, l’homo sapiens ridotto a homo oeconomicus concepisce la politica e agisce unicamente per alimentare il sistema di profitto in cui è inserito. Ed ecco che Gaza pacificata diventa un ottimo resort in riva al mare ed il Venezuela si riduce unicamente ad una stazione di rifornimento da cui pompare più petrolio di quanto viene fatto da quei poveri bolivariani che pensavano ancora di utilizzare i ricavi per finanziare progetti sociali per i più poveri. I venezuelani pensavano esistesse il “libero mercato” e di poter vendere le risorse del loro territorio, a cui la loro comunità lavora, agli agenti economici interessati. E invece no, perché il cartello delle big corporation petrolifere ha deciso chi è sovrano e che “la nuda vita” del popolo bolivariano è sacrificabile al volere dell’estrattivismo. Trump così come ha già sentenziato la colpevolezza di Maduro, ha già ordinato che “saranno gli USA a decidere quali compagnie lavoreranno in Venezuela”. E così, assieme alla “nuda vita”, anche “il potere sovrano” dei venezuelani viene annientato. Così come è stato per la Palestina, la Pax Americana avanza inarrestabile come un buco nero in cui la luce della vita viene assorbita dal buio del profitto. I guadagni derivanti dai proventi petroliferi in Venezuela non verranno più socializzati3 e «il capitalismo, come ordine mondiale, cessa di essere uno strumento di progresso e si trasforma invece nel principale ostacolo allo sviluppo di una società internazionale integrata in modo più razionale, più produttiva e più libera dalla miseria e dalle malattie»4. Esiste un altro mondo in cui progresso e sviluppo sociale possono marciare uniti, ma l’obiettivo dell’imperialismo è strappare il Venezuela, l’America Latina e l’intera periferia dell’impero a questo mondo, per farne un mero modello estrattivo. La Cina che commerciava con il Venezuela ha già provveduto ad aumentare gli ordini all’Iran, siccome non è una potenza estrattivista, ma commerciale, può districarsi facilmente nelle turbolenze di mercato. L’impero però ha bisogno di risorse, profitto e soprattutto potere e controllo, quindi ha immediatamente messo nel mirino anche l’altro grande Stato petrolifero rivoluzionario, cioè Iran. L’obiettivo è tornare ad estrarre direttamente petrolio e profitto, governando con i soliti vecchi Quisling, magari riportando anche le solite vecchie aziende: la British Petroleum tanto cara alla dinastia Pahlavi che con il suo principe sta scalpitando per tornare al governo.
Negli anni Settanta si parlava di “sviluppo del sottosviluppo” ed è precisamente quello a cui la dottrina Donroe mira nuovamente oggi, a meno non si pensi che un nuovo Scià in Iran possa promuovere lo sviluppo di quasi 90 milioni di cittadini, triplicati dal 1979 quando si sono ribellati alla più totale miseria in cui li faceva morire il regime dinastico dello Scià. Eppure, le forze conservatrici e reazionarie che vengono riattivate in questo cupo tramonto dell’impero sono queste: il vecchio ordine colonialista e monarchico spacciato come ideale di progresso e libertà.
1K. Marx, Il Capitale, Libro III, cap. V, Editori Riuniti, Roma, 1954, p. 123
2G. Agamben, Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, Einaudi, Torino, 1995, p. 5
Il nuovo fronte dell’idiozia è guidato da chi si lamenta della scarsa reattività della “sinistra” verso i fatti dell’Iran e in favore degli oppositori al regime degli Ayatollah. Sarebbe interessante capire cosa si intende per sinistra. Ma vabbè. L’argomento più o meno esplicito impiegato dai vari Molinari e De Pascale (nomi illustri, come vedete) è che non ci sono le stesse mobilitazioni che si sono schierate contro l’esercito israeliano. Non ci sono le piazze piene, non c’è la flottiglia… come se fossero state tirate su dall’oggi al domani e non invece dopo quasi due anni di genocidio.
È chiaro che si tratta di una polemica finalizzata principalmente a screditare il movimento per la Palestina. Ma è evidente che dietro queste polemiche c’è anche il tentativo di far passare un messaggio del resto già molto radicato nel nostro paese, e cioè quello che intende ridurre l’impegno politico a una forma di tifo da preaperitivo serale.
Il mondo esterno, sopratutto se non ci somiglia, se è portatore di istanze culturali e politiche diverse dalle nostre e soprattutto non riducibili alle nostre categorie, va giudicato secondo lo schema bello-non bello, indipendentemente dalle finalità, dalle idee, dalle aspirazioni dei soggetti con o contro i quali parteggiamo.
Si tratta in altre parole della riduzione della politica a estetica, limitata ad uso interno. Ci si deve schierare non per prendere parte attiva su ciò che accade. Ma appunto per autoesporci nel nostro teatrino occidentale e così ribadire, i definitiva, non le istanze di libertà degli oppositori che sosteniamo (e di cui il più delle volte non sappiamo nulla, come nel caso dell’Iran), ma le nostre, assunte come migliori e necessariamente illuminate.
Chi adotta questa prospettiva nelle manifestazioni contro gli Ayatollah non vede altro se non se stesso: “si oppongo al regime perché voglio somigliarci: è al nostro stile di vita occidentale che aspirano!”. Niente di più falso, soprattutto per un paese dalla storia millenaria come l’Iran.
Diverso era il caso della Palestina. Essendo l’Italia e l’Europa alleata di Israele, scendere in piazza e opporsi al regime terrorista e colonialista israeliano aveva la finalità di intervenire sui nostri governi, quantomeno per rescindere qualche contratto commerciale, soprattutto in materia di armi, e per emettere delle sanzioni, che invece non abbiamo esitato a varare contro l’Iran, la Russia e tutti i paesi che Washington ci ha indicato come nostri nemici.
Ed è questo che il nostro regime non tollera: il movimento per la Palestina, certamente prepolitico, ingenuo, emotivo… tutto quello che volete, non è stato un movimento di pura estetica. È nato non per prendere parte, ma per intervenire concretamente sui piu gravi fatti del nostro tempo.
Anche con l’Iran occorre un punto di vista concreto, finalizzato a capire cosa sta realmente accadendo e tenendo conto delle possibili infiltrazioni. Forse scopriremmo che il nostro sguardo europeo e la minaccia di esportare i nostri finti valori e il nostro stile di vita sono un forte sostegno proprio per gli Ayatollah, i quali possono sempre dire a chi si oppone che la caduta del regime trasformerebbe l’Iran in una colonia americana proprio come un’Italia o una Francia qualsiasi.
La prima cosa da dire è che non è assolutamente questione di essere pro imperialismo americano o anti imperialismo americano. Non è questione de “il nemico del mio nemico è mio amico”. È questione di essere intellettualmente onesti o no, e di vedere le cose lucidamente senza essere “filtrati” da una cortina di disinformazione e ipocrisia.
Denunciare la politica predatoria degli Usa e dell’Occidente (l'Occidente è definibile come il corteo degli stati servili al seguito dell’impero americano), non significa appoggiare il regime degli ayatollah e tantomeno giustificare ogni sua azione. Io sono ateo, oltretutto, figuriamoci quanto possa essere favorevole per principio a un regime di impronta teocratica.
Però la realtà che salta agli occhi, grande come una casa, è che: (1) ci viene somministrata una dose da cavallo di menzogne. (2) come al solito, si usano due pesi e due misure. (3) si avallano crimini tra i più feroci in nome di presunti ideali “democratici” basati sul presupposto che i valori della nostra cultura siano “superiori” a quelli delle culture terze. In altre parole, è il solito trucco di "esportare democrazia e libertà" ai poveri popoli che ne sentono tanto il bisogno e che poi saranno felici (come in Iraq, in Libia, in Siria...).
Sul punto 1: tutto il racconto di giornali e tv, secondo cui le piazze si ribellano per mancanza di libertà e chiedono più diritti per le donne, è ciarpame allo stato puro. Nessuno dei manifestanti chiede questo (ho ascoltato diversi comizi insieme a un’amica persiana che me li ha tradotti: tutte le istanze sono di mera natura economica, non libertaria).
Aggiungo per chi non lo sapesse che la donna in Iran gode di libertà inimmaginabili in molti altri paesi islamici e che l’obbligo poliziesco di indossare il velo è largamente favolistico, caricaturale (basta una passeggiata nel centro di Teheran per riscontrarlo). Sorvolo su altre menzogne come il numero delle vittime della repressione: numero non verificabile e quindi quasi certamente gonfiato a piacimento dai servizi occidentali.
Sul punto 2: perché le accuse di restrizione delle libertà della donna vengono mosse solo all’Iran, con conseguenti atti ostili, e non a Pakistan, Bangladesh, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Kuwait, Qatar, Oman, Yemen, Sudan e altri paesi in mezza Africa, dove la condizione della donna è ben peggiore che in Iran? È impossibile non vedere, in questo doppio standard, un’arma di assedio geopolitico secondo un’agenda predatoria ed egemonica.
Sul punto 3: non si può liquidare l’uso di feroci sanzioni economiche con un “succede anche ad altri, per esempio Cuba”. Le sanzioni non “succedono”, non sono una calamità naturale né uno strumento “neutro”, come fanno credere i nostri giornali: sono una forma di guerra asimmetrica, sono un’aggressione alle popolazioni civili, sono un reato di particolare atrocità e come tale trattato dalla giurisprudenza internazionale. Approfittando della propria forza economica, si mette alla fame un popolo intero perché alla fine si ribelli e destabilizzi un governo sgradito a noi potenze straniere. È una barbarie, una punizione collettiva, a mio parere uno dei reati più gravi sul piano internazionale, secondo solo a crimini come lo sterminio e il genocidio.
Cuba da 70 anni - cioè da tre generazioni - non può accedere al benessere economico che le sue risorse le consentirebbero, perché le è impossibile commerciare con altri. Tre generazioni costrette a vivere nel sacrificio, nella fame e nel bisogno dalla volontà di uno stato imperiale, sfortunatamente vicino alle sue coste.
Il Venezuela, ricco di petrolio e risorse naturali, è stato messo alla fame progressivamente a partire dal 2013 con le sanzioni, quando Chàvez aveva ridotto la povertà assoluta dal 52% al 34%, aveva quasi completamente sradicato l’analfabetismo, aveva istituito scuole e università gratuite per tutti, aveva creato il sistema sanitario nazionale gratuito per tutti.
Non ricordo quale leader statunitense qualche mese fa disse: “Visto? Cuba è alla fame. Il comunismo non funziona”. Sublime ipocrisia. L'adattamento attualizzato sarebbe: "Visto? l'Iran è alla fame. L'islam non funziona".
In conclusione: vediamo la pagliuzza nell’occhio del nemico – un regime un po’ autoritario in Iran, ayatollah birichini, birichini – e non vediamo la trave nel nostro occhio, di noi che come servi al seguito dell’Impero Americano applichiamo metodi abietti come le sanzioni economiche e ci facciamo pure belli declamando: “Democrazia! Democrazia!”.
Odio aspettare il prossimo atto di guerra imperiale.
Odio dover sapere che ora sorge in Iran per potermi rilassare sapendo che sono riusciti a superare un'altra notte senza attacchi aerei statunitensi.
Odio dovermi chiedere quale sarà la prossima popolazione presa di mira dall'impero.
La macchina assassina imperiale è stata così freneticamente attiva negli ultimi anni. Quando ho iniziato a scrivere dell'impero americano, era l'inizio del primo mandato di Trump, in uno stato di relativa calma. C'erano crescenti tensioni da guerra fredda con la Russia e le atrocità saudite sostenute dagli Stati Uniti in Yemen, una guerra sporca e incerta in Siria e un tentativo di colpo di stato a metà in Venezuela, ma queste frenetiche e incessanti operazioni di cambio di regime e queste sfacciate prese di potere non erano poi così diffuse all'epoca.
C'erano giorni interi in cui non c'era molto di cui scrivere in termini di guerrafondai negli Stati Uniti. Cerco di scrivere qualcosa ogni giorno, quindi spesso finivo per pubblicare poesie o articoli di filosofia e spiritualità, o semplicemente qualche osservazione sulla politica statunitense, perché la situazione semplicemente non era così tesa come lo è ora. È andata avanti così per anni.
Poi nel 2022 è esplosa tutta la politica del rischio calcolato con la Russia nella guerra per procura in Ucraina e, all'improvviso, il mio pubblico ha iniziato a crescere esponenzialmente, e da allora sono stata molto impegnata.
Nel 2023 ebbe inizio l'olocausto di Gaza e gli Stati Uniti e Israele riuscirono a trasformare l'enclave in un parcheggio di ghiaia con l'obiettivo, ancora in fase di sviluppo, di effettuare una pulizia etnica dell'intera popolazione.
La decapitazione di Hezbollah, l'assalto rapidamente accelerato alla Cisgiordania, la caduta di Assad e gli attacchi allo Yemen e all'Iran hanno portato avanti i programmi mediorientali che gli Stati Uniti e Israele perseguivano da anni.
Poi hanno iniziato a spostare la macchina bellica in America Latina e alla fine hanno rapito Maduro, per poi spostare immediatamente il mirino imperiale su Cuba.
E ora stanno facendo tutto il possibile per fomentare una guerra civile in Iran, con attacchi aerei da parte dell'amministrazione Trump che potrebbero essere possibili in qualsiasi momento.
È stato un assalto incessante. Non appena eliminano un governo o una popolazione disobbediente, passano subito al successivo.
Negli ambienti in cui mi muovo si sente spesso parlare di come l'impero statunitense stia svanendo e diventando sempre più debole, ma non lo so, amico. Di sicuro ha accumulato un sacco di vittorie ultimamente. Forse stanno solo cercando di accaparrarsi più potere globale possibile il più velocemente possibile prima che la situazione si scaldi con la Cina, ma qualunque sia la ragione, non si stanno certo comportando come se avessero perso la capacità di dominare gli affari mondiali in questo momento.
Che lo abbiano fatto o meno, il compito rimane lo stesso: sensibilizzare l'opinione pubblica sulla natura inaccettabile dell'impero e sulla verità che un mondo migliore è possibile.
Possiamo usare il potere dei nostri numeri per fermare questi bastardi e forzare l'emergere di un'umanità sana, e il primo passo è far uscire i nostri concittadini dal coma indotto dalla propaganda, in modo che aprano le loro menti alla possibilità di resistenza.
In definitiva, i gestori dell'impero hanno solo il potere che noi collettivamente concordiamo di concedere loro.
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(Traduzione de l'AntiDiplomatico)
*Giornalista e saggista australiana. Pubblica tutti i suoi articoli nella newsletter personale: https://www.caitlinjohnst.one/
L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
Data articolo: Mon, 12 Jan 2026 12:00:00 GMT
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