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di Fulvio Grimaldi per l'AntiDiplomatico
Suicidi e pandemie
C’è in giro una tendenza al suicidio. O, quanto meno, a martellopneumatizzarsi gli strumenti di conservazione della specie. Pensate agli europei che si tagliano il cordone ombelicale con il quale, unendosi alle salubri e risparmiose fonti di energia russe, si assicuravano decente sopravvivenza, per attaccarsi a una canna del gas frantumambiente americana che gli costa il quadruplo e li riduce ad accattoni.
Pensate ai 15 signori del mondo riuniti nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU che seppelliscono il famigerato “ordine fondato sulle regole” e votano (2 si astengono, ma non cambia niente, anzi agevola) per il Board of Peace che consente la nascita di un CEO (vulgo: Amministratore Delegato) del mondo, col suo Consiglio d’Amministrazione di domestici, mafiosi e sicari. 15 sciagurati sprovveduti che mandano in discarica l’organismo che avrebbe dovuto assicurare la pacifica e prospera convivenza delle nazioni umane. Ma che, in effetti, aveva smesso da tempo, finendo con l’essere gestito da tale grassotello lusitano, tirato via da un banco di bacalhau, che ha l’unico compito e merito di emettere guaiti contro la Russia.
E, se non siete già finiti in depressione, pensate come tutto questo sia servito a puntellare un diabetico claudicante creduto prima potenza mondiale, onerato da un debito che, se lo vogliamo vedere in dollari, va da qui alla prossima galassia (39 trilioni e 7 in più ogni minuto). Una superpotenza obesa in crisi d’astinenza di armi, con un apparato produttivo da Terzo Mondo e tra i piedi una pietra d’inciampo costituita dalla repulsione di quasi 7 miliardi di persone. Non è l’unica, ce n’è una addirittura in casa sua, in Minnesota, dove una resistenza civile fantastica la getta tra i piedi agli sgherri nazisti scagliatili addosso da Casa Bianca affollata da mentecatti. Uno Stato Maggiore mancato vincitore di tutte le guerre dal 1945 a oggi, ora finito in mano a un bambino bipolare di quasi 80 anni. Si chiama establishment USA e a quell’infante consente di proclamare da Davos che, d’ora in poi, sarà lui il CEO, e non più l’ONU, a determinare le cose e i flussi di denaro da siringare dal basso verso l’altissimo.
Dopo il mondo del Diritto Internazionale e l’Ordine basato sulle Regole, ecco il mondo fuorilegge. Anzi, con una legge che si mangia tutte le altre e da Stephen Miller, Vice capo dello Staff di Trump, così è sancita: “Viviamo in un mondo nel quale puoi parlare quanto ti pare di carinerie internazionali e diplomatiche, noi viviamo invece in un mondo reale, amico bello, governato dalla violenza, governato dalla forza, governato dalla potenza. Queste sono le ferree leggi del mondo, dai tempi dei tempi”. Israele non se l’è fatto dire due volte. Anzi, ne rivendica la primogenitura dai tempi della bibbia.
Sinergie

Come siamo arrivati al mondo della forza e fuorilegge? Senza neanche la finzione della legge? Piano piano, a passi brutali, ma felpati, tipo rana bollita. Una guerra USA e spesso anche NATO, cioè UE, dopo l’altra. Scivolate via senza troppi scossoni perché, sulle prime, preceduta da re magi con striscioni che promettevano i doni della democrazia e dei diritti umani (Amnesty International e Human Rights Watch garantendo).
Ma il vero salto di qualità verso il mondo del CEO-Sovrano assoluto, del Board of Peace, ce lo ha fatto fare Israele. Uno Stato che, dal giorno in cui si apprestava a nascere, non ha fatto che violare ogni legge ed è rimasto immune e impunito di fronte al consesso delle Nazioni e dei suoi organi di gestione. Le cui disposizioni, pur in forma di risoluzioni vincolanti, non hanno mai visto né un casco blù, né una sanzione, che le imponessero.
Così, portato addirittura a modello di democrazia, legge e ordine - e peste ti colga se osi negarlo e accennare a un genocidio - non poteva non farsi virus e provocare la pandemia che sta sfoltendo leggi, diritti e libertà. E non ci rimane neppure più il rimedio, più o meno farlocco, di un vaccino, con quei due che al Consiglio di Sicurezza si sono astenuti quando la risoluzione 2803, dando il via libera al tumore che partendo da Gaza si farà metastasi del mondo, con tanto di CEO, metteva il coperchio sulla bara nella quale i colleghi più volenterosi si erano infilati.
Trump, protagonista assoluta della nuova era, è arrivato da poco, ma percorrendo una strada ottimamente lastricata dai suoi predecessori e, specificamente, dalla robusta sinergia sviluppata con Israele nei vari domini - violenza-soldi-armi - che alla nuova era dovrà garantire lo sviluppo.
Partiamo dunque dai blocchi di partenza: Israele, Gaza, genocidio, Board of Peace, Executive Board e Forza di Stabilizzazione, con dentro già 27 paesi, fratelli arabi del Golfo in testa e tutti gli altri in fila d’attesa. Gratis a mangiarci per tre anni. 1 miliardo di dollari a restare a vita.
L’idea è resa dall’immagine qui sotto.

Cinismo, volgarità, profitto
Si fonda su queste qualità umane il nuovo modo di condurre le cose del mondo, visto che ha obliterato il principio grazie al quale ci siamo barcamenati, prima con Giustiniano, poi, dopo un’interruzione di oltre mille anni, durante gli ultimi tre secoli grazie a qualche rivoluzione. La celebrazione ufficiale e concreta della nuova era, dopo quella nominale all’ONU, l’abbiamo vissuta a Davos. Qui si sono superati i più rosei propositi di palingenesi del fondatore e nume Klaus Schwab. Che tuttavia non ne ha potuto raccogliere i frutti.
Un gran bel mascalzone, dunque, ed è curioso che si sia fatto beccare uno che aveva inventato, col Forum Economico Mondiale, la più illustre configurazione planetaria di mascalzoni, che, di anno in anno, doveva trasmettere ai delegati nelle capitali, quanto meno dell’Occidente, gli ordini di servizio per la strategia da seguire. Nel 2024, infatti, il Wall Street Journal pubblica una lunga inchiesta basata su oltre 80 testimonianze di ex dipendenti del WEF, che denunciano un ambiente di lavoro tossico e profondamente contaminato, con accuse di razzismo, discriminazione e abusi ai danni dei propri dipendenti.
Costoro non si sono minimamente impressionati e il FEM, per quanto decapitato, ha potuto rilanciare alla grande la propria missione mafio-criminale. Rassicurato dal nuovo operativo giallochiomato sul dato che la marcia verso il Nuovo Mondo, avesse dovuto incontrare ostacoli, non sarebbe stata costretta alle vecchie, snervanti mediazioni con leggi e costumi, ma si sarebbe spianata la strada a forza. A forza di che? Ma di bull-dozer, no? Lo dice la parola stessa.

Le cose, senza i diritti che non siano quelli dei promotori del titoletto qui sopra - cinismo, volgarità, profitto – scorrono lisce. Eccolo, il demiurgo della riduzione ad dollarum di grattacieli e oasi di lusso dalle fondamenta innestate sul più grande deposito di ossa di assassinati mai composto nella Storia (se ne calcolano 10.000 sotto le macerie, da aggiungere ai 72.000 uccisi a bombe a pallottole e ai 150.00 da morte indiretta). Fattezze lisce come un uovo e vuote come una tela prima del pennello sono quelle del manichino a cui il suocero ha insufflato l’anima, pardon, de li mortacci sui. Cioè dello speculatore immobiliare senza scrupoli, assatanato di devastazioni eco-ambientali e sociali, donde trarre sangue e macerie convertibili in cemento e soldi.
Volete sapere a cosa, nel loro piccolo, ambivano il sindaco Sala a Milano e i suoi Jared Kushner meneghini dei boschi penduli strozzati dal calcestruzzo? Su cui si rodevano di invidia apprendendo della nuova Gaza?
Las Vegas più gas
180 grattacieli, resort di lusso, centri dati come piovesse, superhotel, rutilanti porti per rutilanti navi da crociera e panfili, strutture lasveganiane di intrattenimento per miliardari e loro commessi milionari. E, per completare il quadro, l’altro pozzo di San Patrizio, quello immerso nel mare antistante e che contiene 32 miliardi di metri cubi di gas naturale (palestinese, sia diretto sussurrando, senza farsi sentire dalla British Petroleum). Anche qui ci sono scheletri e ossa a contrassegnare il sito: quelli dei pescatori mitragliati dalle navi israeliane per aver infranto il limite delle zero miglia dalla costa.
Quanto alla manodopera, sempre che il sinergico Bibì ne consideri l’utilizzo, se ne potrà trarre di disponibile dal campo di concentramento che Israele va allestendo a Rafah per coloro che sono riusciti a passare per le maglie del genocidio. Hanno il merito della familiarità col terreno (e con quanto vi sta sotto).
Quest’altra “new town” per 100.000 persone, tra sequestrati e Sicurezza, circondata da barriere e dispositivi biometrici di controllo anche dei peli nel naso, scaturita dai progetti commissionati da Israele al genero palazzinaro, dovrebbe contenere quei palestinesi che non si è riusciti a invitare alla pulizia etnica, o a sbolognare nel secessionista Somaliland, testè riconosciuta da Tel Aviv e fatta membro degli Accordi di Abramo.
Tutto questo ha di molto rallegrato i co-interessati di Davos. In particolare tale Larry Fink, CEO di Blackrock, il più grande fondo di investimento della galassia, non per caso presidente della puntata 2026. Il fine dichiarato di tutti i pipponi profusi dal palco, infatti, era di convincere la maggioranza della popolazione del globo ad affidare i propri risparmi al leviatano finanziario capeggiato da Blackrock.
Ai malpensanti viene il sospetto che tutto questo serva a ridurre lo iato tra possessori di soldi, anche i più straccioni, e i mezzi finanziari dei grandi fondi, per sostenere così un capitalismo non più in grado di creare valore reale. La scelta è chiara: qua, o si riesce ad assemblare tutti i risparmiatori proletari per finanziare il capitalismo dei super-ricchi e i loro jet privati, o si provvede come Netaniahu a Gaza.
Contro i palestinesi come contro studenti e operai del ‘68

Torniamo a Gaza, al suo Board of Peace, al suo tiranno a vita e ai suoi accoliti triennali, o perenni (per 1 miliardo di dollari), rastrellati, come l’entusiasta motosega argentina, dal fascistume internazionale, cuore della qestione privatistico-imperiale delle cose del mondo. Si constata con raccapriccio che, ancora una volta, quanto rimane del popolo palestinese viene utilizzato come cavia, vuoi per testare armi e tecnologie di sorveglianza, vuoi per cambiare le norme sviluppate dopo la seconda guerra mondiale per salvaguardare l’umanità, quella degli strati sotto i primi due o tre, dal ritorno delle ideologie fasciste, militariste ed espansioniste. Noi in Europa, devo dire, e specialmente in Italia, ci siamo portati molto avanti con quel recupero. Non per nulla non c’è cancelleria europea e non c’è Salvini che non plaudano a chi, Trump o Netaniahu, mostra di volerla fare finita con quelli sotto i primi due o tre strati.
Il Board of Peace, poi, con le relative strutture affaristico-militari operative, che pretende personalità giuridica e privilegi e immunità internazionali, questa oscena riproposizione colonialista di un impero che procede inciampando e sbattendo il grugno, dal Vietnam all’Afghanistan, dall’Iraq all’Iran, secondo Trump non deve limitarsi ad esautorare l’ONU, vecchia bestiaccia rompiballe (che forse se lo meritava dopo l’infamia della Risoluzione 2803). Cacciate a calci quelle delle sue organizzazioni, comprese tra le 66 internazionali recentemente bandite, a partire dall’UNRWA dell’assistenza ai palestinesi e a finire con le Corti internazionali di Giustizia e Penale, il campo dell’organismo trumpista si allarga da Gaza all’universo mondo. “Si tratta di un ardito nuovo strumento per risolvere conflitti globali”, ha annunciato Trump, “Sarà finalizzato a risultati e avrà il coraggio di abbandonare approcci e istituzioni che troppo spesso hanno fallito”. Leggi ONU.
A dar prova di coraggio e risultati ci hanno pensato gli israeliani. Da quando sono stati annunciati il Board e, l’ottobre scorso, la “fase due” e la “tregua”, hanno ammazzato altri 502 civili palestinesi, compresi 100 bambini, ne hanno feriti 356, oltre alla solita quota di mezza dozzina di giornalisti (in parte di France Press) e ne hanno seppellito un numero incalcolabile sotto le macerie di altri 2.500 edifici rasi al suolo, scheletri a ulteriore consolidamento dei grattacieli erigendi da Kushner e Witkoff.

In tutto questo pianificare, progettare, operare, globalizzare (la nuova globalizzazione post-liberista?) non si menzionano neanche di striscio i palestinesi sulla cui pelle si va pianificando, progettando, eccetera. Non è solo cinismo. E’ anche wishful thinking, come, con indovinata espressione inglese, si descrive una prospettiva basata sul desiderio. Un po’ come, di nuovo si parva licet comparare magnis, da noi le classi dirigenti hanno seppellito il decennio protorivoluzionario ’68-’77 nella formula degli “anni di piombo”.
Il decennio in cui tutto un assetto già orientato verso il recupero di dominii, controlli, prevaricazioni, discipline d’antan, è stato aggredito e ridotto a più miti consigli dall’unita delle due classi subalterne, operai e studenti, con rotture drastiche del regime borghese-capitalista: Statuto dei Lavoratori, Servizio Sanitario Nazionale, Proletari in divisa, università, scuola, fabbriche occupate e democratizzate, periferie protagoniste, cultura, musica, cinema, teatro sediziosi, popoli contro la guerra (vietnamita) e il colonialismo.
I fischietti della salvezza

La Resistenza palestinese ha svolto un ruolo analogo sul piano della destabilizzazione di un progetto padronale, qui in chiave colonialista. Lo ha saputo mantenere in vita per quasi un secolo, tra lanci, arretramenti, falsi compromessi, riprese, tradimenti. Lo ha confermato, stavolta agli occhi del mondo, con la clamorosa operazione di due anni e mezzo fa, i cui effettivi lineamenti, sepolti sotto la mistificazione israeliana, ancora faticano a farsi strada anche tra commentatori attrezzati. E in due anni e mezzo il più potente esercito della regione, munito di un cinismo morale e di una ferocia raramente visti nella Storia, supportato in tutto e per tutto dalla maggiore forza militare del mondo, non ha avuto ragione né dell’anima del popolo da obliterare, né della sua volontà.
E allora, concludendo, di fronte all’oscurità che, a forza di colpi a destra e manca, viene spinta avanti da un potere in disfacimento ricorrendo a un energumeno squinternato. potere che se ne sente azzannato e che spera di scamparne rovesciandola sul resto del mondo, a farci rispondere è lo spirito della resistenza palestinese, di tutte le resistenze, comprese quelle che ci hanno rubato alla memoria. Oggi anche quella dei fischietti di Minneapolis che spazzano via il fetore dello Stato di polizia. Ci sono di conforto, ci siano d’esempio.
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"Questo genocidio non si è limitato a distruggere la mia vita o tutto ciò che possedevo: è andato ben oltre. Mi ha distrutto dall’interno.
Ha spazzato via la pace dal mio cuore, ha frantumato la stabilità della mia mente e mi ha contagiato con una strana sindrome dell’anima. "
In realtà sono parole di Wasim Said, sopravvissuto al genocidio a Gaza autore di questa testimonianza esclusiva:
https://www.ladedizioni.it/
Secondo il Servizio di Intelligence Estero russo (SVR), la Francia starebbe preparando una strategia di destabilizzazione su larga scala in Africa, con l’obiettivo di colpire leader considerati “indesiderabili” e recuperare influenza politica nel continente. Al centro delle accuse c’è il presidente Emmanuel Macron, che avrebbe autorizzato i servizi segreti francesi a pianificare l’eliminazione di figure chiave nei Paesi africani più ostili a Parigi.
Il Servizio di Intelligence Estero russo parla apertamente di “colpi di Stato neocoloniali”, soprattutto nell’area del Sahel, dove la Francia ha perso terreno negli ultimi anni tra espulsioni militari e crescente sentimento antifrancese. Burkina Faso, Mali e Niger hanno interrotto i rapporti con Parigi, accusandola di ingerenze e di sostenere gruppi armati responsabili dell’instabilità regionale.
Secondo l’intelligence russa, la Francia sarebbe stata coinvolta anche nel fallito golpe del 3 gennaio in Burkina Faso, che prevedeva un piano per assassinare il presidente Ibrahim Traoré, l’erede di Thomas Sankara. Nonostante il fallimento, Parigi continuerebbe a operare per destabilizzare Mali, Repubblica Centrafricana e Madagascar, quest’ultimo reo di voler rafforzare i rapporti con i BRICS.
Le accuse includono il sostegno diretto a gruppi terroristici, attacchi a convogli di carburante, tentativi di bloccare città e un’attività di cooperazione con l’Ucraina per la fornitura di droni e istruttori. La Francia non ha risposto ufficialmente alle ultime affermazioni, ma in passato ha sempre respinto ogni accusa di sostegno ai gruppi jihadisti nella regione.
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Le riserve di gas dell’Unione Europea sono scese al livello più basso per questo periodo dell’anno dai tempi della crisi energetica del 2022. A segnalarlo è il quotidiano economico-finanziario britannico Financial Times, che evidenzia come scorte inferiori alla media e un inverno particolarmente rigido stiano accelerando i prelievi dagli stoccaggi.
Il contesto resta segnato dalle scelte energetiche adottate dopo l’escalation del conflitto in Ucraina, che hanno portato Bruxelles a ridurre drasticamente le importazioni di gas e petrolio russi. L’abbandono del gas russo a basso costo ha spinto l’UE a dipendere sempre di più dalle forniture statunitensi, in particolare di GNL. La pressione sul mercato è destinata ad aumentare: una nuova normativa approvata la scorsa settimana impone agli Stati membri di interrompere completamente le importazioni di energia russa entro la fine del 2027, ampliando i rischi legati alla sicurezza degli approvvigionamenti.
Intanto i prezzi del gas europeo hanno registrato il maggiore rialzo mensile degli ultimi due anni. Il benchmark olandese TTF ha raggiunto quota 42,60 euro per megawattora, massimo degli ultimi dieci mesi. Le tempeste invernali negli Stati Uniti hanno inoltre sconvolto il mercato interno statunitense, riflettendosi sui prezzi europei proprio mentre l’UE aumenta la dipendenza dalle spedizioni di GNL.
Secondo Gas Infrastructure Europe, le riserve sono scese al 43% della capacità, con circa 130 carichi di gas in meno rispetto allo scorso anno.
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Data articolo: Tue, 03 Feb 2026 06:00:00 GMT
Secondo quanto riporta il Wall Street Journal citando funzionari americani anonimi, gli Stati Uniti non sarebbero pronti a colpire l’Iran. La ragione risiederebbe nella necessità di rafforzare le difese aeree in Medio Oriente per proteggere gli alleati regionali e le proprie truppe da eventuali ritorsioni.
Nonostante negli ultimi giorni sia stato dispiegato nella regione un consistente contingente militare – definito dal presidente Donald Trump una "massiccia e splendida armata" e guidato dalla portaerei USS Abraham Lincoln –, gli attacchi aerei sull'Iran non sarebbero "imminenti".
Per garantire la sicurezza di Israele, degli alleati arabi e delle forze statunitensi, il Pentagono starebbe trasferendo ulteriori batterie antiaeree Thaad e sistemi Patriot in basi situate in Giordania, Kuwait, Bahrein, Arabia Saudita, Qatar e altri paesi dell'area. La tensione rimane elevata. Domenica, la Guida Suprema iraniana Ayatollah Ali Khamenei ha avvertito che un'eventuale azione militare americana potrebbe innescare "una guerra regionale" con conseguenze di vasta portata. Il presidente Trump ha minimizzato le dichiarazioni di Khamenei, pur lasciando spazio alla diplomazia: "Speriamo di raggiungere un accordo. Se non lo faremo, scopriremo se aveva ragione o meno".
A complicare il quadro, un precedente rimane significativo: dopo i bombardamenti statunitensi e israeliani su impianti nucleari iraniani nel giugno scorso, Teheran rispose con attacchi su Israele e sulla base aerea americana di al-Udeid in Qatar. I danni furono limitati solo grazie a un preavviso informale fornito dagli iraniani.
Nonostante le minacce, alcuni canali diplomatici sembrano aperti. Ali Larijani, capo del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano, ha riferito dopo un colloquio a Mosca con il presidente russo Vladimir Putin che si starebbero compiendo "progressi" verso negoziati con gli Stati Uniti.
Anche il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha esortato al dialogo, avvertendo che "qualsiasi azione coercitiva può solo creare caos nella regione e portare a conseguenze molto pericolose".
Data articolo: Tue, 03 Feb 2026 06:00:00 GMT
Il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dichiarato lunedì che il Primo Ministro indiano, Narendra Modi, gli avrebbe garantito – in una recente conversazione telefonica – l’impegno a cessare gli acquisti di petrolio dalla Russia.
In un post pubblicato su Truth Social, Trump ha riferito: "Abbiamo discusso molti argomenti, compreso il commercio e la conclusione della guerra tra Russia e Ucraina. Ha accettato di smettere di acquistare petrolio russo e di comprarne molto di più dagli Stati Uniti e, potenzialmente, dal Venezuela".
Il Presidente ha aggiunto che Washington e Nuova Delhi hanno raggiunto un accordo commerciale in base al quale gli Stati Uniti ridurranno i dazi sui prodotti indiani dal 25% al 18%.
"Parallelamente", ha proseguito Trump, "l'India procederà a eliminare dazi e barriere non tariffarie nei confronti dei prodotti statunitensi. Il Primo Ministro si è inoltre impegnato ad aumentare significativamente gli acquisti di beni statunitensi, incluso un volume di oltre 500 miliardi di dollari in settori come energia, tecnologia, agricoltura, carbone e altri".
Modi non conferma la rinuncia al petrolio russo
Da parte sua, il Primo Ministro indiano ha confermato la telefonata con Trump e l’intesa commerciale. Su X ha scritto: "Sono lieto che i prodotti ‘Made in India’ beneficeranno ora di un dazio ridotto al 18%. A nome di 1,4 miliardi di indiani, ringrazio il Presidente Trump per questo importante annuncio".
Tuttavia, nel suo messaggio non ha fatto alcun riferimento a una possibile interruzione delle importazioni di petrolio dalla Russia.
Alla fine di agosto scorso, Trump aveva imposto un dazio addizionale del 25% sui prodotti indiani in risposta agli acquisti di petrolio russo, portando l’aliquota totale al 50% – il livello più alto al mondo.
In precedenza, l'India ha difeso a più riprese la decisione di mantenere le importazioni di petrolio dalla Russia nonostante le pressioni statunitensi, sostenendo che tali acquisti contribuissero a stabilizzare i mercati globali.
All'inizio di settembre, il Ministro del Petrolio indiano Hardeep Singh Puri aveva dichiarato: "La realtà è che non esiste un sostituto per il secondo maggior produttore mondiale, che fornisce quasi il 10% del petrolio globale. Chi ignora questo fatto non considera la situazione nel suo complesso".
di Vito Petrocelli e Fabrizio Verde
Esprimiamo piena solidarietà al poliziotto picchiato e ferito a Torino da una frangia di manifestanti violenti e altrettanta piena solidarietà al fotoreporter manganellato e preso a calci dalle forze dell’ordine finanche dopo che si era qualificato.
Auguriamo pronta guarigione a loro e a tutti i manifestanti pacifici che sono incappati nelle violenze ingiustificate.
Riguardo all’articolo scritto da Roberto Adduci, precisiamo che è stato pubblicato nella nostra sezione Op-ed, che ospita regolarmente punti di vista esterni e spesso forti, la cui pubblicazione non implica adesione della linea editoriale del giornale. Il dibattito sul diritto di manifestare, i suoi limiti e la salute della cosiddetta democrazia in Italia è per noi un tema centrale.
La nostra differenza, rispetto a chi nei media ci critica, sta proprio nel dare spazio a visioni “altre”, anche radicali e scomode, garantendo un confronto aperto. Crediamo che solo attraverso un dibattito franco e plurale si possano comprendere le fratture profonde generate nella società italiana dal modello neoliberista che governa tutto l’Occidente.
Notiamo infine che esponenti dell’informazione mainstream ci leggono spesso, con il solo fine però di trovare appigli pretestuosi per la loro avversione feroce al nostro modo di fare informazione libera.
Siamo liberi di svelare il mondo ai nostri lettori, liberi dai doppi standard tipici di quasi tutta l’informazione in Italia. Possiamo vantare una coerenza granitica rispetto a chi condanna con veemenza gli attacchi alle forze dell’ordine in Italia, ma in altri contesti internazionali esalta o giustifica come "resistenza" azioni violente ben peggiori contro le forze dell’ordine. Ci riferiamo per esempio alle tristemente note “guarimbas” in Venezuela, alle recenti azioni violente dei rivoltosi in Iran o ai tentativi di rivoluzioni colorate sponsorizzate dagli USA negli anni, da Kiev a Belgrado passando da Hong Kong.
I media mainstream e i loro mandanti non hanno più da tempo l’autorità morale per giudicare alcunché, tanto meno la nostra coerenza.
Data articolo: Mon, 02 Feb 2026 20:00:00 GMTdi Geraldina Colotti
Il recente decreto firmato da Donald Trump contro Cuba, che definisce l’isola una «minaccia inusuale e straordinaria per la sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati Uniti», non è un’estemporanea follia senile o un semplice calcolo elettorale. È la riaffermazione di un codice genetico impositivo che non conosce alternanza di partito. Utilizzando la medesima formula giuridica adottata da Barack Obama nel 2015 contro il Venezuela bolivariano, Washington conferma che la sua strategia di aggressione non dipende dall’inquilino della Casa Bianca, ma dagli interessi permanenti del cosiddetto Stato Profondo (Deep State).
Per comprendere la continuità tra il “sorriso” di Obama e il “pugno” di Trump, occorre identificare le forze reali che costituiscono lo “Stato profondo” nordamericano, una struttura che agisce al di sopra del voto popolare per garantire la riproduzione del capitale e l'egemonia globale: il motore della macchina imperialista è costituito dal complesso militar-industriale-
Un altro asse portante è la comunità di intelligence: agenzie come CIA e NSA operano con bilanci opachi e garantiscono la continuità delle operazioni di "cambio di regime" e sabotaggio, indipendentemente dalle promesse elettorali dei presidenti.
Determinante è il complesso tecnologico-mediatico: la moderna guerra ibrida si combatte attraverso il controllo dei dati (Silicon Valley) e la manipolazione della narrativa, volta a criminalizzare leader come Maduro o la leadership cubana.
Un apparato a cui serve la burocrazia delle “porte girevoli”: quel meccanismo per cui gli stessi personaggi passano dai vertici dei think tank (come l’Atlantic Council) ai consigli d'amministrazione delle multinazionali, fino ai posti chiave del Dipartimento di Stato. Un fenomeno non solo statunitense...
In questo schema, la figura del senatore della Carolina del Sud, Lindsey Graham, è emblematica. Graham non è un semplice politico; è il “commesso viaggiatore” del complesso militar-industriale all’interno del Congresso. Graham rappresenta il ponte organico tra la politica visibile e gli interessi dello Stato Profondo.
Come principale lobbista interno del Pentagono, Graham è l’architetto del consenso legislativo per le sanzioni e l’escalation bellica. La sua ossessione per il “comunismo” o per il “socialismo del XXI secolo” non è solo ideologica, ma funzionale: serve a identificare un nemico che giustifichi l’espansione del potere egemonico. Graham è colui che traduce le esigenze dei produttori di armi e dell'alta finanza in minacce internazionali e decreti di emergenza, garantendo che l'agenda della sicurezza nazionale resti immutata nel tempo.
Il nesso tra il decreto Obama del 2015 e quello di Trump contro Cuba oggi è l'ossessione per l'esempio. Per lo “Stato profondo”, Cuba e Venezuela sono "minacce inusuali" non per la loro forza militare, ma perché dimostrano la possibilità di un modello di sviluppo fuori dallo strapotere del dollaro. L'imperialismo non può tollerare spazi di sovranità. Così come nel 1945 l’uso dell’atomica a Hiroshima fu un atto di “diplomazia atomica” per intimorire l’Unione Sovietica, oggi questi decreti sono strumenti di “diplomazia del ricatto”. Mirano a spezzare l'asse solidale tra L’Avana e Caracas per ripristinare il controllo monopolistico sulle risorse della regione.
Così, mentre Cuba si incammina verso il centenario di Fidel Castro nel 2026, lo Stato Profondo tenta di soffocare la memoria e il futuro dell'isola con nuove sanzioni ed esperimenti di destabilizzazione. Tuttavia, questa offensiva si scontra con una realtà che Washington, nella sua cecità imperiale, non riesce a comprendere: la vigenza del pensiero di José Martí e il progetto di unità continentale di Simón Bolívar.
La vera «minaccia» che l'imperialismo tenta di neutralizzare non è militare, ma politica: è l'esempio dei popoli che hanno deciso di sbarrare il passo alla Dottrina Monroe. Come avvertì José Martí nel suo testamento politico, l'indipendenza di Cuba è la barriera necessaria per impedire che gli Stati Uniti si estendano nelle Antille e si abbattano, con quella forza supplementare, sulle nostre terre d'America.
Oggi, l'alleanza strategica tra L'Avana e Caracas non è solo un accordo di cooperazione, ma la realizzazione pratica di quell'«equilibrio del mondo» ricercato dall'Apostolo cubano e dal Libertador. Di fronte a un apparato permanente di Washington che, attraverso figure come Lindsey Graham, pretende di imporre un nuovo Piano Condor giudiziario e finanziario, la resistenza cubana e venezuelana riafferma che la sovranità della “nostra America” non si negozia davanti a nessun decreto. La storia non si scrive nei laboratori del controllo sociale del Pentagono, ma nella trincea di dignità di chi, nel solco di Bolívar e di Martí, difende il diritto irrinunciabile all'autodeterminazione.
Data articolo: Mon, 02 Feb 2026 19:00:00 GMT
di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
Nelle ultime settimane vengono sempre più spesso prese a modello di “analisi politica” le declamazioni dello scrittore spagnolo Javier Cercas a proposito di “democrazia” e “autoritarismo”, due concetti che, ca va sans dire, aleggiano nell'aere astratto della mistica liberale, incuranti di ogni determinazione sociale e storica. Qualche settimana fa, era stato il solito Corriere della Sera a citare il signor Cercas e le sue sentenze su Trump e Putin che «sono dalla parte dell'autoritarismo», mentre l'Europa «è la sola speranza per la democrazia» e che, pensate un po', «l’Europa è il luogo in cui la democrazia è ancora viva, è più solida». Ora, tanto per non andare troppo lontano, a proposito di “solidità” della democrazia, basta ascoltare le urla di “Annibal ad portas”, lanciate dai fascisti di governo all'indomani delle bastonature poliziesche ai manifestanti di Torino, allo scopo ben architettato di premere su più ferree misure “di sicurezza”.
Ma si vorrebbe soffermarci su altro.
Prendendo a spunto il romanziere spagnolo di cui sopra, il signor Francesco Cundari, su Linkiesta di un paio di giorni fa, riportava la “tesi” dello scrittore secondo cui «la guerra in Ucraina è la nostra guerra di Spagna», dal momento che, dice il signor Cundari, «oggi si combatte una guerra tra autocrazia e democrazia» e, per dirla con Javier Cercas, «la prima linea del fronte si trova in Ucraina, come si trovava in Spagna negli anni Trenta».
A sostegno di tale “tesi”, il signor Cundari ricorda che «da tempo ministri e capi di stato maggiore europei ci mettono in guardia sulla probabilità che la Russia sferri un attacco diretto su suolo europeo entro il 2030»: Andrius-Merlino-Kubilius si sta sgolando da qualche anno a predire, con la determinatezza dell'oracolo di Delfi, che tra “cinque anni, o forse anche prima”, la Russia attaccherà “un paese europeo, o forse più di uno”. E il Segretario NATO Mark Rutte ha già fissato la data, il 2030, entro cui l'Europa deve essere armata di tutto punto per la guerra con la Russia. Vero è che Rutte si è astenuto dal precisare “chi attaccherà chi”; ma il capo del comitato militare NATO, ammiraglio Cavo Dragone, più previdente, esorta a una “difesa proattiva”: attaccare per primi.
Ecco dunque, esclama il signor Cundari, che la «Ue deve continuare a sostenere l’Ucraina, per non ripetere l’errore commesso dai democratici europei negli anni Trenta, quando abbandonarono la Repubblica spagnola nel tentativo di trovare un appeasement con Hitler e Mussolini». Ancora una volta, si attribuisce la qualifica di “democratico” in base ad astratte categorie liberali, prive di qualsiasi contenuto di classe: la democrazia di tipo sovietico, incarnata in quegli anni dall'Unione Sovietica, a differenza dei “democratici europei” tra i quali, evidentemente, si devono comprendere i governi britannico e francese dell'epoca, non abbandonò affatto la Repubblica spagnola e la rifornì di materiale bellico, generi alimentari e specialisti militari. Potremmo consigliare al signor Cundari, oltre alla sterminata bibliografia occidentale sul tema specifico del contributo dell'URSS alla resistenza antifranchista, le puntuali cronache dell'allora corrispondente della Pravda Mikhail Kol'tsov, raccolte nel volume “Spagna in fiamme”. Ma tanto basti.
Sorvolando sulla invettiva del signor Cundari a proposito della recente iniziativa torinese con i professori Alessandro Barbero e Angelo d’Orsi, resta da osservare che la chiusa di cotanta insulsaggine propilata sulle colonne de Linkiesta, col comparare la situazione odierna a quella di quasi un secolo fa, fa da emblema al liberale “astrattismo” di simili combriccole, intente a esaltare la “democrazia” del regime nazigolpista di Kiev, avamposto della europeista “resistenza democratica” alla “autocrazia” russa. Così, «La differenza fondamentale tra oggi e allora, caro Cercas, è purtroppo proprio questa: che allora almeno gli antifascisti sapevano da che parte stare, e da che parte stava il fascismo». La “differenza fondamentale”, che se ne renda conto il signor Cundari, è che il carattere schiavistico della dittatura di Kiev nei confronti dello stesso popolo ucraino e il bellicismo della junta neonazista che UE, USA e NATO hanno mandato al potere in Ucraina dodici anni fa con un golpe sanguinario, sono ben chiari agli antifascisti.
Ma non finisce qui. Sulle colonne della stessa pubblicazione, il 2 febbraio il signor Giuliano Cazzola fa il bis coi “paragoni” storici e tira in ballo lo sciagurato patto di Monaco del 1938, «quando le potenze democratiche» - anche qui: “democratiche” per assioma evangelico - «sacrificarono prima i Sudeti, poi la Cecoslovacchia alle pretese di Hitler». E, per asserto “storicistico”, si giura che «gli argomenti del Führer non erano tanto differenti da quelli sostenuti da Vladimir Putin per l’aggressione dell’Ucraina». Ora, il signor Cazzola si dice sicuro «che la differenza con l’appeasement del 1938 e l’epopea dell’Ucraina stia nel comportamento del popolo aggredito. Il governo cecoslovacco accettò di essere messo da parte e di non reagire... Se la Cecoslovacchia avesse rifiutato il diktat degli alleati e deciso di combattere, forse anche la storia della Seconda guerra mondiale sarebbe stata diversa. Ora la differenza l’hanno fatta il governo e il popolo ucraino». Vediamo un po', ricordando solo di sfuggita che le proposte sovietiche di intervenire in difesa della Cecoslovacchia si scontrarono con il silenzio di quelle angeliche “potenze democratiche” e con il rifiuto del governo fascista polacco di permettere il passaggio delle truppe sovietiche. Quanto all'oggi, se si ignora volutamente, al solo scopo di aspergere acquasanta sulla junta nazigolpista di Kiev, come questa sia stata foraggiata dalle “democrazie” europeiste a suon di armi e miliardi, fin dal 2014, col preciso obiettivo di ergersi a “baluardo” della “democrazia” e si tace poi su come, nel 2022, quella stessa junta, sia stata spinta a rifiutare qualsiasi accordo per por fine al conflitto già nelle prime settimane (ricorda il signor Cazzola la tragica messinscena di Bucha e l'intervento di Boris-Macbeth-Johnson perché le trattative a Istanbul finissero nel nulla?) le omelie “pacifiste” risultano quello che davvero sono: parole astratte, recitate volutamente per fare da megafono agli obiettivi bellicisti delle cancellerie europee.
Ed ecco che, come a farlo apposta, il signor Cazzola si dice «folgorato sulla via di Damasco a leggere l’articolo nel quale Francesco Cundari afferma che l’Ucraina è la nostra Spagna... È una suggestione che a suo tempo ebbi anch’io». Una “suggestione” che già nel 2022 fu appannaggio di non poche persone, “folgorate” dal trito sermone mediatico della cosiddetta “resistenza” che l'Ucraina avrebbe ingaggiato contro “l'aggressione” russa, mescolando così in maniera canagliesca gli alti ideali antinazisti e antifascisti della Resistenza con la spinta alla guerra che le cancellerie europeiste imponevano ai golpisti di Kiev.
Ora, farfuglia il signor Cazzola a proposito del paragone tra conflitto attuale in territorio ucraino voluto e sostenuto da UE-USA-NATO e epopea spagnola, «non siamo in grado di mettere a confronto le conseguenze, che ora non conosciamo, mentre allora furono la prova generale del Secondo conflitto mondiale tra le democrazie e i regimi nazifascisti. Ma i tratti comuni sono tanti: l’Ucraina resiste a una potenza autocratica che, nella storia, recita la parte che la commedia umana del XX secolo riservò al nazismo». Certo, il signore in parola non è il primo a sputacchiare il paragone tra una “potenza autocratica” che, nel suo suo gretto modo di intendere, dovrebbe essere la Russia attuale, e il Terzo Reich. Addirittura altissime cariche dello stato hanno azzardato simile parallelo, senza che ciò abbia minimamente elevato il loro livello intellettivo. E ovviamente, non potendosi il signor Cazzola esimere dal ricordare il contributo dell'URSS alla difesa della Repubblica spagnola, lo fa ovviamente, da coerente liberal-lacrimevole, alla sua maniera, mescolando personali visioni anti-comuniste e bieche elucubrazioni accademiche di stampo liberale sul patto di non aggressione URSS-Germania, e sulla cosiddetta “spartizione” della Polonia.
In conclusione, tanto per confermare il vero obiettivo bellicista di simili tirate, il signor Cazzola declama che nemmeno i piani proclamati dalla “coalizione dei volenterosi” di inviare truppe in Ucraina sono sufficienti e ha dunque «ragione Volodymyr Zelensky: il problema vero è quello di condurre la Russia a quel passo. Con la diplomazia non è stato ancora possibile. Perché non provare con le armi?».
Come no! Sono ancora pochi, nella mente del signor Cazzola, le centinaia di miliardi che sono finora stati sottratti alle spese sociali dei paesi UE per rifornire di armi la junta nazigolpista di Kiev e spingerla a continuare a mandare al massacro i propri giovani. “Provate con le armi”: mandate i “democratici” eserciti europei a combattere contro “l'autocrazia” russa, ma, soprattutto, cercate di ricordare dove stiano di casa i nazisti.
FONTI:
https://www.linkiesta.it/2026/01/javier-cercas-ucraina-guerra-spagna/
https://www.linkiesta.it/2026/02/ucraina-europa-lezioni-storiche-guerra-resistenza/
Data articolo: Mon, 02 Feb 2026 19:00:00 GMT
di Pasquale Liguori
La narrazione dominante si ciba di frammenti: un video di pochi secondi, un agente a terra, l'impatto di un oggetto. Tanto basta alla retorica mainstream per operare una chirurgia della realtà, amputando dal contesto le cariche indiscriminate, i lacrimogeni ad altezza d’uomo e la militarizzazione di un intero quartiere, per degradare cinquantamila manifestanti al rango di orda delinquenziale. Ma se la reazione della destra di governo è fisiologica, e se non sorprende la rincorsa di Schlein e Conte - in affannosa gara con Meloni per accreditarsi come “potabili” concorrenti istituzionali - ciò che disvela il vero abisso del nostro tempo è la postura di una specifica intellighenzia “progressista”.
Parliamo di quella classe intellettuale che fino a ieri tentava di intestarsi, senza merito alcuno, una quota morale delle piazze per Gaza. Un posizionamento, il loro, sempre attento a un logorante equilibrismo: ostentare solidarietà a parole senza mai compromettersi troppo, attenti a non urtare la suscettibilità di antiche amicizie e sodalizi sionisti. Oggi, quegli stessi soggetti si ritraggono disgustati di fronte agli scontri di Torino, bollati come inutili o dannosi, palesando un'inconsistenza politica che trascende l'ingenuità per sfociare nella malafede.
Siamo spettatori di una schizofrenia valoriale grottesca. Questa élite intellettuale ha edificato il proprio capitale simbolico sulla celebrazione delle rivolte altrui, purché esotiche e distanti. Molti tra essi hanno osannato le molotov di Hong Kong come baluardi di democrazia e si sono commossi per la recente furia dei rivoltosi iraniani contro i Basij. Ma quando quel conflitto, con intensità ben più contenute, tocca il suolo italiano, quando la rabbia esce dallo schermo e minaccia il decoro urbano, il “partigiano” muta improvvisamente in “facinoroso” e la resistenza degrada a teppismo.
Il messaggio è cristallino quanto cinico, intriso di un evidente sguardo orientalista: la reazione violenta è accettabile, quasi antropologicamente “naturale”, laggiù, tra i popoli oppressi, specialmente se utile alla narrazione occidentale. Ma se quella stessa dinamica mette in discussione il nostro status quo, garantito dai privilegi di chi verga editoriali dai salotti, diviene un crimine inaccettabile. È qui che si svela la natura spuria della loro solidarietà alla Palestina.
L’evanescenza delle manifestazioni “oceaniche e multicolori”, tanto care a costoro, è ormai verificata. Erano piazze comode, depoliticizzate, dove la solidarietà per la Palestina era vissuta come puro consumo etico, un accessorio identitario da sfoggiare prima dello shopping natalizio. Finito dicembre, archiviata la stagione televisiva del genocidio, è rimasto il vuoto. Di Gaza non si è voluto capire nulla. Si è preferito ignorare che la resistenza palestinese non è un pranzo di gala, né una mera richiesta di aiuto umanitario, ma una lezione tragica e materiale di lotta contro un capitalismo genocida, fondato sulla sorveglianza e sull'apartheid tecnologico. Per recepire questa lezione, avrebbero dovuto accettare la complessità del reale, superando il disgusto per le fazioni combattenti che, piaccia o meno, costituiscono la risposta concreta a un'occupazione militare. Invece, per adeguamento al pensiero unico e per non sporcarsi le mani, si uniscono al coro di condanna, pretendendo che l'oppresso resista secondo le regole del galateo liberale, mentre viene schiacciato da una violenza sistemica che non conosce regole.
Hanno lungamente rifiutato di vedere negli anni che quei principi di oppressione combattuti a Gaza e in Cisgiordania - con sacrificio di sangue e non con petizioni online - sono gli stessi che il laboratorio israeliano esporta oggi nelle nostre metropoli. E di fronte a questa minaccia concreta, qual è la “tempestiva” risposta, lungimirante e acuta, dei benpensanti? Mi è stata segnalata una singolare proposta di clandestinità digitale. Una proposta di un classismo raggelante, spacciata per necessaria astuzia tattica ma perfetta per chi ha un Mac, una connessione in fibra e alcune ore di tempo libero tra un convegno e l'altro. Il precario che lavora dodici ore, lo studente strozzato dagli affitti, il migrante senza documenti che subisce lo sgombero di Askatasuna non hanno il lusso di “giocare agli hacker”. Per loro, la resistenza è quella - tanto vituperata per la sua presunta inefficacia - fatta di corpo, strada e fango.
Si tratta di un upgrade del classismo: vorrebbero una dissidenza asettica, compatibile con i ritmi dell'accademia e dell'aperitivo, negando la materialità dello scontro. E così, mentre i dispositivi di controllo e i sistemi di riconoscimento facciale — sperimentati per anni nell'indifferenza globale sul corpo vivo dei palestinesi — iniziano a blindare le nostre metropoli, la sinistra salottiera preferisce liquidare i manifestanti come relitti del passato. Quello che spacciano per approccio visionario altro non è che un sintomo di arretratezza culturale. È la scelta consapevole di chi, potendo optare tra la comprensione delle ragioni profonde del conflitto e il proprio decoro borghese, ha scelto di difendere il giardino di casa, esercitando il proprio ludibrio su chi, nella polvere, tenta ancora di opporre i corpi alla macchina della repressione e del controllo.
Data articolo: Mon, 02 Feb 2026 19:00:00 GMTdi Vasiliki Petroudi
Gennaio 2026
All’inizio del XX secolo, Theodore Roosevelt consigliò agli Stati Uniti di «parlare a bassa voce e portare con sé un grosso bastone». La diplomazia si fondava sulla capacità di imporre la propria volontà con le armi, garantendo risultati. Questo approccio ha plasmato l’intervento degli Stati Uniti in tutta l’America Latina per un secolo, da Panama al Nicaragua fino alla Repubblica Dominicana. Il dogma finì per scomparire dal vocabolario. Ma nel novembre 2025 l’amministrazione Trump lo ha ufficialmente riesumato annunciando un «Supplemento Trump al Dogma Monroe» nella Strategia di Sicurezza Nazionale, che autorizza esplicitamente l’uso della forza militare per «ristabilire la supremazia statunitense nell’emisfero occidentale». Ciò dimostra che la logica alla base della diplomazia delle cannoniere non è mai scomparsa, ma è rimasta semplicemente inattiva.
L’intervento degli Stati Uniti in Venezuela segna un chiaro punto di svolta. Quando Donald Trump ha dichiarato che Washington avrebbe «governato» il Venezuela dopo la detenzione di Nicolás Maduro il 3 gennaio, ha fornito pochissimi dettagli. Nella conferenza stampa tenuta a Mar-a-Lago, Trump ha affermato che gli Stati Uniti «governeranno il Paese fino a quando non potremo realizzare una transizione sicura, adeguata e prudente», ma si è rifiutato di entrare nei particolari. Non ha nominato un team di transizione, non ha descritto la struttura di governo, non ha chiarito una strategia di uscita, ma il modello era inconfondibile. Le forze statunitensi hanno condotto un attacco su vasta scala a Caracas, hanno arrestato Maduro e sua moglie in territorio venezuelano e li hanno trasferiti in aereo a New York per affrontare accuse di narcoterrorismo. La vicepresidente del Venezuela, Delcy Rodríguez, ha giurato come presidente ad interim e, secondo Trump, ha avuto una conversazione «cordiale» con il segretario di Stato Marco Rubio, offrendo la propria cooperazione. Il messaggio era chiaro: adeguarsi alle aspettative statunitensi o subire la stessa sorte di Maduro. Si tratta di una diplomazia imperativa imposta da un’azione militare schiacciante, non di un cambio di regime presentato come democratizzazione. In altre parole, è una diplomazia delle cannoniere adattata al XXI secolo.
La diplomazia delle cannoniere si basava sulla supremazia marittima per costringere Stati più deboli senza ricorrere alla guerra totale. Le potenze europee e gli Stati Uniti l’hanno utilizzata per tutto il XIX secolo per imporre il pagamento dei debiti, ottenere concessioni e far rispettare gli obblighi. Il meccanismo era semplice: le navi da guerra al largo delle coste creavano negoziati asimmetrici, in cui il rifiuto comportava costi immediati, e il controllo dei risultati era sufficiente senza un’annessione formale.
Il ritorno contemporaneo di questa logica è selettivo e sistematicamente preparato. Il governo Trump non ha annunciato una rinascita dogmatica della diplomazia delle cannoniere. Ha invece agito in modo opportunistico, colpendo luoghi in cui la sovranità è svuotata, le istituzioni sono fragili e il consenso internazionale è frammentato. Il Venezuela si inserisce perfettamente in questo quadro. Anni di sanzioni, collasso economico e isolamento diplomatico avevano ridotto l’autonomia strategica di Caracas. L’attacco del 3 gennaio non è stato l’inizio della politica coercitiva, ma la sua culminazione.
Dal settembre 2025, le forze statunitensi hanno condotto almeno 35 attacchi contro navi sospettate di trasportare droga nei Caraibi e nel Pacifico orientale, uccidendo oltre 115 persone. A novembre, la portaerei USS Gerald R. Ford è stata dispiegata con il suo gruppo d’attacco. A dicembre, le forze della Guardia Costiera hanno sequestrato petroliere che trasportavano greggio venezuelano. Quella che il segretario di Stato Marco Rubio ha poi definito una «quarantena petrolifera» era già in atto.
La concentrazione di una forza schiacciante al largo delle coste (gruppi d’attacco di portaerei, navi anfibie, sottomarini, caccia F-35 a Porto Rico, bombardieri strategici in stato di allerta) è stata una messa in scena deliberata, non un dispiegamento improvvisato. La presenza prolungata ha creato un paradosso in cui l’escalation era inevitabile, ma il momento restava incerto. Le forze venezuelane hanno osservato le navi statunitensi per mesi e, quando è arrivato il momento di agire, non erano preparate. L’attacco ha trasformato mesi di pressione marittima in una presa del potere.
La realtà operativa rivela la logica dietro l’ambigua dichiarazione di Trump. L’attacco del 3 gennaio aveva come obiettivo strutture a Caracas. Maduro e sua moglie sono stati arrestati, trasferiti sull’USS Iwo Jima e poi in aereo a New York per affrontare accuse di narcoterrorismo. Dan Keane, presidente del Comitato dei Capi di Stato Maggiore, ha affermato che l’operazione «era stata pianificata per mesi», mentre Trump ha ricordato di aver personalmente sollecitato Maduro ad arrendersi in anticipo.
Le richieste avanzate alla presidente ad interim Delcy Rodríguez non sono state pubblicate ufficialmente, ma la conferenza stampa di Trump ha chiarito il quadro. Lei aveva parlato con Rubio ed era «fondamentalmente disposta a fare ciò che riteniamo necessario affinché il Venezuela torni a essere grande». Il piano includeva la cooperazione nella lotta al narcotraffico, l’espulsione di agenti di intelligence stranieri e l’accesso degli Stati Uniti alle infrastrutture energetiche, e Trump ha sottolineato che le compagnie petrolifere statunitensi «ripareranno le infrastrutture petrolifere distrutte e inizieranno a generare profitti per il Paese». Rodríguez può governare internamente, purché rispetti le questioni di sicurezza e risorse, ma se si discosta dal percorso stabilito, rischia la stessa sorte di Maduro.
Il governo Usa non ha presentato alcun "piano di governo" oltre a indicare il team di Mar-a-Lago (Rubio, il segretario alla Difesa Pete Hegseth, il direttore della CIA John Ratcliffe, il presidente del Comitato dei Capi di Stato Maggiore Dan Caine e il vice capo di gabinetto Stephen Miller) come autorità di supervisione. La dichiarazione di Trump sulla «gestione» del Venezuela è stata una formulazione priva di ulteriori spiegazioni. Non esiste alcun piano per la riorganizzazione dei ministeri o per la gestione dei servizi pubblici. La diplomazia delle cannoniere non riguarda il dominio di un territorio, ma il controllo dello spazio decisionale. In questo contesto, Rodríguez agisce come meccanismo di trasmissione e non come fattore dominante. Non ha altra scelta che governare entro i parametri stabiliti dalla minaccia dell’uso della forza da parte di Washington.
La diplomazia moderna delle cannoniere opera attraverso lo strangolamento economico, non mediante l’amministrazione coloniale. Il controllo delle esportazioni di petrolio, dei movimenti delle petroliere e della sicurezza delle infrastrutture sostituisce l’occupazione di dogane o porti. Rubio lo ha chiarito nella sua apparizione televisiva domenicale, descrivendo la politica statunitense come una «quarantena petrolifera», un termine della Guerra Fredda riutilizzato per imporre una coercizione in stile ottocentesco.
Rubio ha spiegato chiaramente il meccanismo: «Ciò che vorrei sottolineare a tutti è che il nostro esercito aiuta la Guardia Costiera a svolgere compiti di applicazione della legge, che non si limitano solo all’arresto di Maduro, ma includono anche l’imposizione delle nostre sanzioni. Andiamo in tribunale, otteniamo un mandato e sequestriamo le navi».
Mentre i blocchi tradizionali miravano a sottomettere le economie tramite la fame, la coercizione marittima moderna mira a rimodellare il processo decisionale attraverso il controllo di transazioni specifiche, colpendo le reti che sostengono l’autonomia del regime, lasciando intatti altri flussi.
La domenica successiva agli attacchi, Rubio ha chiarito cosa intendesse Trump con la sua vaga affermazione di «governare» il Venezuela. Non si tratta di un governo diretto, ma di quella che Rubio ha definito «amministrazione politica». Gli Stati Uniti non governerebbero il Venezuela attraverso forze di occupazione, ma tramite l’influenza economica sugli alleati rimasti all’ex presidente Nicolás Maduro. Sotto pressione, Rubio non ha escluso la possibilità di una presenza militare statunitense prolungata e non ha fornito alcun calendario di ritiro. Il quadro è, in realtà, quello di un controllo senza amministrazione, esattamente la distinzione che definisce la diplomazia delle cannoniere. Le autorità venezuelane restano al loro posto, ma non hanno altra scelta che cooperare entro i parametri imposti dalla forza extraterritoriale e dalla pressione economica.
Tre circostanze hanno reso il 2025 un momento propizio per esercitare una pressione aperta. In primo luogo, il sistema che potrebbe limitare tali azioni si è frammentato. L’Organizzazione degli Stati Americani è paralizzata da divisioni interne. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU resta in stallo sulla questione venezuelana, con Russia e Cina che bloccano misure significative, ma sono ugualmente incapaci di imporre un costo all’intervento statunitense. Le potenze regionali che potrebbero opporsi (Brasile, Messico, Colombia) o sostengono tacitamente o sono assorbite da problemi interni.
In secondo luogo, il governo Trump aveva annunciato ufficialmente questo approccio mesi prima. La Strategia di Sicurezza Nazionale del novembre 2025 dichiarava esplicitamente un «Complemento Trump al Dogma Monroe», autorizzando missioni militari specifiche e l’uso della forza letale contro cartelli designati come organizzazioni terroristiche straniere. Il documento chiedeva di «riallineare la nostra presenza militare globale per affrontare le minacce urgenti nel nostro emisfero» e si impegnava a «impedire ai concorrenti di schierare forze nella regione». Il modello di escalation è stato costruito in modo sistematico: il 17 dicembre è iniziato il blocco parziale e il 24 dicembre sono stati effettuati attacchi limitati contro infrastrutture portuali. Ogni azione testava la capacità di reazione e la tolleranza internazionale.
In terzo luogo, la postura più ampia del governo Trump ha indicato che i vincoli tradizionali non si applicavano più. Trump ha ammesso di non aver informato il Congresso prima dell’attacco, giustificandolo con il fatto che «il Congresso tende a far trapelare informazioni. Non sarebbe positivo che trapelassero». Ciò aggira la War Powers Resolution. Nel novembre 2025, una risoluzione del Senato che richiedeva l’approvazione specifica del Congresso per un’azione militare in Venezuela è stata respinta con 49 voti contro 51. Il «Gruppo degli Otto» (i leader del Congresso solitamente informati delle operazioni delicate) non ha ricevuto alcun preavviso. I democratici del Congresso sono stati informati solo dopo l’inizio delle operazioni. Quando è stato incalzato sull’autorità costituzionale, Rubio ha definito l’attacco come «applicazione della legge» con supporto militare, sostenendo che rientrasse nell’autorità intrinseca del presidente di proteggere il personale che esegue un mandato di arresto. Il senatore Mike Lee inizialmente ha messo in dubbio la base giuridica, ma dopo averne discusso con Rubio ha cambiato posizione, accettando la difesa basata sull’articolo II della Costituzione degli Stati Uniti.
La dichiarazione secondo cui Washington «governerà» il Venezuela contraddice decenni di pratica diplomatica. Abbandona il linguaggio della cooperazione e lo sostituisce con quello dell’ordine. Il rifiuto di Trump di fornire ulteriori dettagli è chiaramente una tattica, che utilizza l’ambiguità per mantenere una flessibilità politica totale. In un contesto internazionale diverso, un’azione del genere provocherebbe una reazione unanime.
Questa logica non è esclusiva degli Stati Uniti. La presenza navale della Cina nel Mar Cinese Meridionale, la dimostrazione di forza navale della Russia nel Mar Nero e nel Mediterraneo orientale, il dispiegamento di risorse navali da parte della Turchia per proteggere i propri interessi energetici riflettono tendenze simili. Ciò che distingue l’approccio statunitense sotto Trump è che l’azione militare esplicita è seguita da vaghe pretese di governance. La conferenza stampa non ha offerto alcun documento politico, quadro giuridico o piano di transizione. L’attacco a Caracas e l’arresto di Maduro costituiscono l’unica dichiarazione politica rilevante.
La deputata Marjorie Taylor Greene ha messo in discussione la giustificazione della lotta alla droga, chiedendo perché il governo non avesse intrapreso azioni contro i cartelli messicani se le droghe fossero davvero la priorità. Ha definito l’operazione in Venezuela «una chiara manovra per controllare la fornitura di petrolio venezuelano». La critica è rimasta senza risposta. Trump ha dichiarato esplicitamente che le compagnie petrolifere statunitensi avrebbero investito miliardi per riparare le infrastrutture del Venezuela e «iniziare a generare entrate per il Paese». La diplomazia delle cannoniere ha sempre implicato lo sfruttamento economico. Ciò che è cambiato è la disponibilità a dichiararlo apertamente.
I rischi sono significativi. Una volta esercitata la pressione attraverso attacchi militari e una presa del potere, il ritiro sarà costoso e la credibilità degli Stati Uniti è ora legata al comportamento di Rodríguez. La sua posizione è precaria: ha parlato in modo cooperativo con Rubio, mentre allo stesso tempo appariva sulla televisione di Stato chiedendo la «liberazione immediata» di Maduro. Non soddisfare le richieste degli Stati Uniti richiederebbe un’escalation o un ritiro. L’escalation comporta il rischio di un ulteriore confronto e di scontri con personale di sicurezza cubano o russo sul terreno. Il ritiro significherebbe che un’azione militare schiacciante non può garantire risultati.
Il quadro esclude persino figure che gli Stati Uniti avevano sostenuto in passato. Quando gli è stato chiesto della leader dell’opposizione María Corina Machado, Trump l’ha respinta affermando che «non gode di sostegno né di rispetto nel Paese». Il rispetto delle richieste statunitensi trasmesse tramite intermediari compiacenti, anziché la democrazia o la legittimità popolare. I rischi si moltiplicano quando la governance è limitata a questa logica.
Se le grandi potenze adottano apertamente una politica coercitiva basata sui risultati, gli Stati più piccoli potrebbero accelerare strategie di compensazione del rischio o cercare protettori alternativi. Cuba potrebbe approfondire i legami con la Russia. Il Nicaragua potrebbe invitare installazioni cinesi. L’erosione delle norme di sovranità porta all’adattamento, non alla stabilità. La diplomazia delle cannoniere risolve problemi immediati a scapito della prevedibilità a lungo termine.
Sul piano interno, il leader della maggioranza al Senato Chuck Schumer, insieme a Tim Kaine, Rand Paul e Adam Schiff, ha annunciato piani per una risoluzione sui poteri di guerra che richiede l’approvazione del Congresso per future operazioni in Venezuela. Con il sostegno del senatore repubblicano Rand Paul, la misura potrebbe passare. La tolleranza del Congresso verso il carattere unilaterale del potere esecutivo sembra avere dei limiti.
Con l’intensificarsi della rivalità tra le grandi potenze e la frammentazione della governance globale, l’uso della forza torna al centro della scena. I mari tornano a essere il teatro in cui si impone la gerarchia.
La frase di Roosevelt non si riferiva al silenzio o all’aggressività presi separatamente, ma alla coerenza tra la retorica e la capacità. Parla con dolcezza, perché il bastone parla per te. Ciò che è cambiato non è il bastone, ma la volontà di riconoscerne l’uso. Gli Stati Uniti non fingono più che i risultati si ottengano esclusivamente attraverso il consenso. In Venezuela hanno dimostrato che, quando gli interessi sono chiaramente definiti e l’influenza è schiacciante, la persuasione cede il passo alla coercizione.
Non c’è nulla di nuovo in tutto ciò, poiché la meccanica è classica. Un gruppo di portaerei è rimasto per mesi al largo delle coste, insieme a forze anfibie e bombardieri strategici in stato di allerta. Ogni mezzo comunicava il proprio potere schiacciante senza bisogno di parole. Il Gerald R. Ford non ha dovuto sparare tutte le sue armi per rendere chiaro il messaggio. La sua presenza al largo delle coste, unita all’escalation sistematica (attacchi alle navi, sequestro di petroliere, attacchi ai porti), ha ridotto il margine di manovra del Venezuela fino a quando l’obbedienza è diventata l’unica opzione praticabile. Questa è la diplomazia delle cannoniere nella sua forma più pura: una dimostrazione di capacità visibile per costringere fino alla sottomissione.
Tuttavia, il ritorno della diplomazia delle cannoniere segna un cambiamento nel modo di mantenere l’ordine, non il collasso dell’ordine internazionale. Quando le istituzioni non riescono a limitare il comportamento, la forza riprende il suo ruolo tradizionale. Nel 2026, la forza navale, a lungo considerata un’infrastruttura di fondo, torna a essere un mezzo politico primario.
La domanda fondamentale è se ciò resterà episodico o diventerà un dogma. Se l’operazione in Venezuela avrà successo (se le autorità si sottometteranno, gli attori rivali si ritireranno e i flussi energetici si stabilizzeranno), il modello potrebbe estendersi ad Haiti, Cuba e ad altri Stati vulnerabili dei Caraibi. Cuba è già stata avvertita. Gli eventi al largo delle coste venezuelane sono, in realtà, un promemoria e non un’eccezione. Il grande bastone non è mai scomparso, stava semplicemente aspettando il momento in cui il linguaggio morbido non sarebbe più sembrato necessario. Trump lo ha definito «Dogma Donnarue». Il riferimento a Roosevelt è stato deliberato.
Data articolo: Mon, 02 Feb 2026 18:00:00 GMT
di Ciro Crescentini*
Sui fatti di Torino di cui tanto si parla, riporto una ricostruzione che compare sul profilo di Majid Valcarenghi
"Sono contento di non avere pubblicato questa riflessione ieri, perché sarebbe stata diversa. I fatti di Torino, un giorno dopo consentono di avere una informazione più ampia riguardo all'agente aggredito violentemente da cinque ragazzi vestiti di nero. Innanzitutto, lieto che lui sia stato dimesso e che non abbia fratture o ferite serie. Ieri l'unico documento circolante sul web era un video di 15 secondi dove si vedeva l'agente a terra, senza casco, preso a calci e a pugni e pure uno di questi aggressori che brandiva un piccolo martello con cui colpiva la gamba del celerino.
Oggi oltre a quel video ho letto una testimonianza diretta di una collaboratrice del Manifesto e di radio popolare, che ha assistito a tutta la scena. Prima e dopo. C è la sua narrazione completa sul web, si chiama Rita Rapisardi. Poi ci sono dei video di Fabio Alemagna e un video del fotografo Mattia Bidoli . Infine la Rapisardi cita anche un articolo di Davide Falcioni sul Manifesto.
Un altro contributo importante viene da una dichiarazione filmata di un ufficiale di polizia in pensione che in calce al suo intervento pone delle domande tecniche. A cui non si dà risposte, che invece si riscontrano nella testimonianza della Rapisardi.
Partiamo da qui. L 'ufficiale di polizia chiede: come mai l'agente si trovava isolato dal suo reparto. Come mai è stato soccorso dai suoi colleghi solo a pestaggio concluso. Perché fosse a casco slacciato in fase operativa. Come è possibile tutto ciò quando le regole d'ingaggio della celere escludono queste possibilità.
La giornalista nella sua testimonianza, dice: quasi al termine della manifestazione, un gruppo di manifestanti viene fatto segno di lancio di lacrimogeni sparati ad altezza uomo, al che lei cerca riparo dietro delle auto in sosta e da lì vede partire una carica di un reparto di una ventina di agenti contro un gruppo di una quindicina, che si era isolato dal grosso dei manifestanti. Il reparto della celere manganella e disperde il gruppo. A quel punto il reparto ferma la carica, salvo uno che insegue un paio di ragazzi rimasti indietro e li manganella con violenza, anche quando cadono a terra. A questo punto cinque o sei dei manifestanti corre in soccorso dei compagni e circonda l'agente aggredendolo come documentato dal video. Quindici secondi di estrema violenza, poi scappano e subito dopo si vede un altro agente che presta aiuto al collega.
Nei video sopracitati si vede un fotografo che viene circondato da una decina di agenti e manganellato, preso a calci , in un altro si deve un anziano manifestante con il viso letteralmente coperto di sangue, che cerca di salvare i suoi occhiali, con diversi agenti intorno che lo tengono fermo, fino a quando arriva un collega concitato che si toglie il casco dicendo qualcosa e a quel punto uno grida chiamare un ambulanza.
In serata, viene arrestato un ragazzo di Grosseto di 22 anni, identificato per qualcosa di rosso che lo distingueva. Non ha partecipato alla aggressione dell 'agente, ma era nel gruppo. Risulta essere un anarchico, incensurato e senza precedenti. Questi i fatti".
*post Facebook
di Giuseppe Masala per l'AntiDiplomatico
Da anni proviamo a spiegare da queste colonne che la radice dell'enorme crisi geopolitica in corso va ricercata nel disastroso stato dei conti nazionali statunitensi che - di fondo - minano la credibilità del dollaro come moneta standard per gli scambi i.
Un chiarimento fondamentale: per conti nazionali non si intendono i conti dello stato e dunque il bilancio pubblico, ma la Bilancia Commerciale, il Saldo delle Partite Correnti e il suo cumulato, ovvero la Posizione Finanziaria Netta (in inglese, NIIP, Net International Investment Position). Si tratta di una categoria specifica di conti che consente di valutare la reale competitività del sistema produttivo di una nazione, ma anche la sua capacità di attrarre investimenti e, al contrario, anche di valutare l'eccessiva dipendenza di un paese dagli stessi capitali esteri. Circostanza questa ultima che espone il paese in questione agli umori e alle speculazioni del grande capitale apolide interessato solamente ai rendimenti e incurante dei danni sociali che può creare in una nazione ogni qualvolta innesca una crisi a causa del ritiro dei capitali.
La stabilità finanziaria dei conti nazionali statunitensi ha iniziato a traballare con la deflagrazione della crisi dei mutui sub prime del 2008 che portò, oltre che al crollo di Wall Street anche al fallimento della celebre banca d'affari Lehman Brothers. Ma dal punto di vista strutturale la crisi era iniziata con la globalizzazione; l'enorme migrazione delle imprese americane a caccia di manodopera a bassissimo costo nei paesi in via di sviluppo a partire dalla Cina Popolare. Una scelta questa che aveva anche una matrice filosofica, oltre che utilitaristica fondata sulla ricerca del massimo profitto. L'idea di fondo era che la Storia dopo il crollo dell'Unione Sovietica era finita; l'umanità avrebbe vissuto per i secoli a venire in un mondo fondato sul libero mercato e sul sistema politico liberal-democratico e che tutto questo sarebbe stato vigilato dall'unica potenza globale rimasta: gli Stati Uniti d'America.
E' chiaro che in un panorama del genere l'equilibrio dei conti con l'estero, e l'evidente sbilanciamento della Bilancia Commerciale statunitense poteva apparire irrilevante. Chi mai avrebbe potuto mettere in discussione l'egemonia americana per lo stato dei conti con l'estero se l'estero stesso era terreno di caccia di Washington?
Con il tempo però sono emerse due potenze in grado di svolgere il ruolo di antagoniste degli Stati Uniti. La prima, la Russia di Putin, pur non avendo una forza demografica e industriale in grado di contrastare Washington ha riguadagnato il suo antico status di potenza globale dal punto di vista militare. Inoltre Mosca può vantare un ruolo di primo piano nello strategico mercato dell'energia. Dall'altro lato, la Cina Popolare, ha potuto mettere sul piatto un enorme peso demografico, al quale si è aggiunto un tessuto industriale sempre più importante che ha portato il Celeste Impero ad essere considerato come la “fabbrica del mondo”.
Non basta, a danneggiare ulteriormente gli USA è stato il particolare congegno con il quale è stata costituita l'Unione Europea, fondata sul lavoro a basso costo e sull'energia a prezzi politici importata dalla Russia. Circostanze queste che hanno portato l'Europa (o meglio, i paesi nord europei a partire dalla Germania) a conquistare il ricchissimo (ma sempre più a debito) mercato americano.
L'egemonia americana in sostanza fu presa a tiro incrociato sul piano commerciale (Unione Europea), industriale (Cina) e militare (Russia) e la cosa divenne sempre più pericolosa, fino a quando Washington non decise di far deflagrare un grande conflitto europeo per rompere il cordone ombelicale energetico tra l'Europa e la Russia. Il metodo prescelto fu quello classico e già ampiamente collaudato dalla Storia: portare sotto il dominio occidentale gli enormi spazi delle pianure sarmatiche dell'Ucraina. La Russia tutto può tollerare, fuorché di trovarsi truppe occidentali sul Dnepr. Ed era esattamente questo che gli occidentali minacciavano quando parlavano di entrata di Kiev nella Nato.
Una crisi, quella ucraina scoppiata nel 2014 che ha avuto due grandi effetti geopolitici: da un lato quello ampiamente auspicato da Washington di rimettere in riga i vassalli europei, orfani dell'energia a basso costo proveniente dalla Siberia e quello inaspettato di saldare Mosca e Pechino in un asse che appare inscalfibile.
E siamo arrivati ai giorni nostri con gli USA in crisi sempre più nera a causa dei suoi conti con l'estero sempre più disastrati (ormai la Posizione Finanziaria Netta statunitense ha superato i 27mila miliardi di dollari di passivo) e in una posizione geostrategica che un arguto commentatore ha definito di Zugzwang, ovvero quella particolare condizione del giocatore degli scacchi “obbligato a muovere” ma che, qualunque mossa faccia peggiora comunque la sua situazione. E questa è in effetti la condizione degli USA, che passa da un conflitto commerciale con tutto il mondo, al rapimento del presidente venezuelano, alle rivendicazioni sulla Groenlandia, alla minaccia di intervento a Cuba e in Iran senza soluzione di continuità. Una azione politica che da gli interlocutori l'impressione che a Washington si viva una situazione di completa confusione mentale che a sua volta genera l'incapacità di elaborare una strategia razionale in grado di fermare il declino statunitense.
Ad onor del vero però va detto che questa enorme crisi geostrategica e geoeconomica ormai di portata storica non vada considerata come una crisi solamente americana ma come una crisi del “Sistema-Mondo” nel suo complesso: se l'impero americano è in decadenza e con esso è in decadenza anche la sua moneta il mondo non è però stato - fino ad ora - in grado di generare una moneta capace di sostituire il dollaro come moneta di conto per gli scambi internazionali e riserva di valore mondiale. Non basta dire che l'Impero e la sua moneta sono in crisi irreversibile se però gli antagonisti non sono in grado di offrire una valida e credibile alternativa.
Tema questo che non poteva sfuggire ai politici, agli economisti e agli strateghi cinesi. Che il tema fosse dibattuto nelle segrete stanze della Città Proibita di Pechino era cosa abbastanza scontata, anche perché solo la Cina ha la forza economica per offrire al mondo una alternativa al dollaro.
Questa notizia è stata pubblicata su Qiushi, la rivista di punta di teoria e critica marxista del partito comunista cinese. Nell'articolo si sostiene che Xi avrebbe fatto propria la tesi per la quale la Cina debba avere una “valuta potente” che potrebbe essere “ampiamente utilizzata nel commercio internazionale, negli investimenti e nei mercati dei cambi e raggiungere lo status di valuta di riserva”.
Una notizia questa che ha del clamoroso perché si rende pubblica la sfida cinese all'egemonia USA non solo in ambito monetario e finanziario ma anche politico e geostrategico.
Non solo, la volontà cinese di fare questo passo di rilevanza storica, indica che la Cina vuole abbandonare il ruolo di “fabbrica del mondo” perchè rendere il renminbi moneta standard dei commerci internazionali e riserva di valore necessita del fatto che questa moneta deve fluire in tutto il mondo. Il metodo principe per fare questo è che chi la emette deve acquistare beni e servizi dal resto del mondo dando a cambio la propria moneta.
Non solo, è chiaro che una simile prospettiva deve portare alla creazione di grandi piazze finanziarie in grado di sfidare Wall Street e la City di Londra. Sotto questo aspetto la Cina si sta comunque attrezzando da anni con le piazze di Hong Kong e di Shangai.
Stiamo assistendo a una fase che rischia di cambiare il volto del “Sistema-Mondo” anche se, va detto, nessun impero decadente accetta la propria fine senza provare a bloccare la potenza emergente che lo vuole sostituire. Non tarderemo a vedere le contromosse di Washington.
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"Questo genocidio non si è limitato a distruggere la mia vita o tutto ciò che possedevo: è andato ben oltre. Mi ha distrutto dall’interno.
Ha spazzato via la pace dal mio cuore, ha frantumato la stabilità della mia mente e mi ha contagiato con una strana sindrome dell’anima. "
In realtà sono parole di Wasim Said, sopravvissuto al genocidio a Gaza autore di questa testimonianza esclusiva:
https://www.ladedizioni.it/
L'Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l'occupazione dei rifugiati palestinesi (UNRWA) ha lanciato un duro allarme sull'escalation della violenza israeliana nella Cisgiordania occupata, descrivendola come una "guerra silenziosa" che è in gran parte sfuggita all'attenzione globale, mentre l'attenzione rimane concentrata su Gaza.
A tal proposito, secondo il commissario generale dell'UNRWA Philippe Lazzarini, dall'ottobre 2023 sono stati uccisi più di 1.000 palestinesi nei territori occupati, di cui quasi un quarto, circa 250, erano bambini.
Domenica Lazzarini ha sottolineato la portata senza precedenti della violenza, che comprende uccisioni intensificate, demolizioni di case, sfollamenti forzati ed espansioni degli insediamenti attuate dalle forze armate e dai coloni israeliani.
Lazzarini ha avvertito che le comunità palestinesi continuano a subire quotidianamente intimidazioni e la distruzione dei loro mezzi di sussistenza impunemente.
"Gli attacchi dei coloni israeliani continuano senza sosta, le comunità palestinesi vengono costantemente intimidite, sradicate e i loro mezzi di sussistenza rovinati", ha affermato in un post su X, sottolineando una cultura di impunità che ha permesso che tali azioni persistessero.
Decine di migliaia di palestinesi restano sfollati a seguito dell'operazione israeliana denominata "Muro di ferro", il più grande sfollamento del genere dal 1967, con case sistematicamente demolite per impedire alle famiglie di tornare.
Lazzarini ha osservato che, sebbene l'attenzione mondiale resti concentrata su Gaza, il disprezzo per il diritto umanitario internazionale in Cisgiordania è diventato sempre più consueto.
Questa cifra rappresenta il 43% di tutti i palestinesi uccisi in Cisgiordania negli ultimi due decenni, con la maggior parte delle morti attribuite all'uso eccessivo della forza letale da parte delle forze israeliane, tra cui fuoco vero, attacchi aerei e missili in aree densamente popolate.
Entro la fine del 2025, le autorità palestinesi stimavano che oltre 1.102 palestinesi fossero stati uccisi e 9.034 feriti in Cisgiordania, a causa dell'intensificarsi delle operazioni militari e degli attacchi dei coloni.
La violenza è aumentata di pari passo con la guerra in corso a Gaza, iniziata il 7 ottobre 2023.
In Cisgiordania, gli attacchi dei coloni hanno raggiunto livelli record: l'Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) ha documentato 1.420 incidenti solo nel 2024, un forte aumento rispetto agli anni precedenti.
Tra questi rientrano aggressioni che causano vittime o danni alla proprietà, spesso con l'acquiescenza o la partecipazione delle forze di sicurezza israeliane.
Dall'ottobre 2023, almeno 47 comunità palestinesi sono state sfollate con la forza a causa di una combinazione di violenza dei coloni, restrizioni di accesso e terrore psicologico.
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"Questo genocidio non si è limitato a distruggere la mia vita o tutto ciò che possedevo: è andato ben oltre. Mi ha distrutto dall’interno.
Ha spazzato via la pace dal mio cuore, ha frantumato la stabilità della mia mente e mi ha contagiato con una strana sindrome dell’anima. "
Potrebbero benissimo essere parole di un sopravvissuto alla Shoah…
In realtà sono parole di Wasim Said, sopravvissuto al genocidio a Gaza autore di questa testimonianza esclusiva:
https://www.ladedizioni.it/
di Fulvio Grimaldi per l'AntiDiplomatico
Permettetemi un breve “fuorisacco” per la rubrica “Attenti al lupo”. Come i pazienti lettori ricordano, di Askatasuna ho scritto ripetutamente. Dello sgombero, di cosa significano sia la lunga storia di questo centro autogestito, sociale, culturale, politico, profondamente inserito nella realtà del territorio, sia la repressione e chiusura subiti dal governo Meloni. Collegando questa vicenda, sintomatica del rapporto Potere-cittadini, a quella che ritengo parallela, dell’arresto, su input israeliano, di Mohammed Hannoun, Segretario dell’Associazione Palestinesi in Italia, e di altri palestinesi per aver inviato aiuti umanitari a Gaza.
Contro l’attacco ad Askatasuna, emblema della negazione di ogni spazio critico o antagonista, e per la Palestina a Torino si è manifestato il 31 gennaio. Tre grandi cortei per 50.000 venuti da tutta Italia per reclamare con metodi assolutamente non violenti democrazia, libertà d’espressione, organizzazione e di assistere un popolo sottoposto a genocidio.
Tutto si è svolto secondo le intenzioni e le disposizioni degli organizzatori della manifestazione nazionale. Fino al tramonto, allo scioglimento ufficiale e al rientro a casa.
Ho quasi sessant’anni di esperienza di manifestazioni e cortei, con epicentro storico nel decennio 1968 -1977. So, per tale lunga e attentamente vissuta esperienza, dove finisce l’iniziativa genuina che ha dato luogo alla dimostrazione e dove inizia la sua strumentalizzazione a fini opposti a quelli dichiarati da organizzatori e partecipanti.
E’ da allora che abbiamo anche imparato a distinguere tra una forza di massa che si oppone all’esclusione, tramite misure di polizia, da territori ai quali ha diritto, e una prevaricazione da parte di soggetti che se ne assumono abusivamente e strumentalmente la rappresentanza e ne deviano gli obiettivi. Con il risultato di fornire allo schieramento politico e mediatico al potere il pretesto per la demonizzazione dell’opposizione sociale e per i conseguenti strumenti di “normalizzazione”.
Tale snodo si è vista una volta di più, con assoluta chiarezza, nel momento in cui, a manifestazione ufficialmente conclusa, si è scatenato l’attacco degli incappucciati e la risposta delle forze di governo. Con il risultato di mandare in vacca la civilissima dialettica impostata dalla manifestazione, grazie al contributo, in termini di anatemi e invocazioni quasi allo stato d’assedio, dei media e delle forze di governo e parlamentari. Un ulteriore passo verso la militarizzazione e il disciplinamento della società e dei conflitti che fisiologicamente produce.
La storia del ’68 e, clamorosamente, quella di Moro, ci ha mostrato la comparsa di soggetti spuri, emersi, come poi inchieste hanno accertato, dal retroterra di servizi segreti e di gruppi fascisti, o pseudosinistri e ritrovati presenti e attivi nelle stragi, come nella creazione di finti contropoteri funzionali alla diffamazione e neutralizzazione del contropotere popolare autentico.
Mai, nei momenti più significativi del confronto tra la strategia della classe politica mirata a un ordine sociale autocratico, la volontà di riscatto rivoluzionario e la difesa di quanto conquistato con la sconfitta del nazifascismo, sono mancati i provocatori. Né i regali fatti alla canea politico-mediatica della stabilizzazione autoritaria.
Nell’America di Trump, con le insegne e le pallottole dell’ICE. Nell’Italia di Meloni, Crosetto e Piantedosi, con un po’ di poco pensanti e molto menanti, innescati dai soliti noti, che si possano definire “bande armate da combattere come in guerra” (Crosetto).
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"Questo genocidio non si è limitato a distruggere la mia vita o tutto ciò che possedevo: è andato ben oltre. Mi ha distrutto dall’interno.
Ha spazzato via la pace dal mio cuore, ha frantumato la stabilità della mia mente e mi ha contagiato con una strana sindrome dell’anima. "
Potrebbero benissimo essere parole di un sopravvissuto alla Shoah…
In realtà sono parole di Wasim Said, sopravvissuto al genocidio a Gaza autore di questa testimonianza esclusiva:
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di Federico Giusti ed Emiliano Gentili
La dinamica salariale è controversa da leggere, specie se si prendono in esame dati parziali oppure si scambia il salario netto col lordo, o quello accessorio con la paga base. Se invece rapportassimo gli stipendi al costo della vita allora il quadro sarebbe decisamente più chiaro e sarebbe necessario farlo per non essere tratti in inganno: le retribuzioni sembrano aumentare col passare degli anni e se prendo il mio Cud, vuoi per le ore di straordinario, vuoi per altri istituti contrattuali o per i rinnovi dei contratti nel frattempo siglati, la cifra totale dichiarata è in costante crescita.
Come scritto in tante occasioni, i meccanismi con cui viene regolata la dinamica contrattuale restano alquanto discutibili: la indennità di vacanza contrattuale, ad esempio, è talmente misera da indurre a serie perplessità sulla efficacia di tale irrisorio indennizzo, che per altro viene decurtato dagli aumenti futuri. E per questo motivo ai datori pubblici e privati conviene ritardare di mesi o anni la firma del nuovo contratto, lasciando attualmente oltre 5,5 milioni di lavoratori e lavoratrici in attesa di rinnovo.
L’Istat tuttavia libera il campo da un equivoco: i salari reali sono in caduta libera e rispetto al 2021 hanno perso l’8%. Nella Pubblica Amministrazione l’ultima tornata contrattuale ha portato aumenti del 6% a fronte di una inflazione, nel periodo considerato, di quasi il 18; quindi la perdita del potere di acquisto è certificata e, nel frattempo, i contratti pubblici sono abbondantemente scaduti (da 13 mesi). Nel privato, invece, ad attendere il rinnovo è quasi il 27% della forza lavoro.
L’anno 2025, in cui il costo della vita è cresciuto assai meno che nei 5 anni precedenti, ha visto un aumento delle retribuzioni del 3,2% nel privato e del 2,7 nel pubblico, a fronte di un’inflazione attestatasi all’1,7%. Tuttavia si tratta di un unico anno su una serie ben più lunga di adeguamenti negativi all’inflazione, per cui sarà forse il caso di riflettere, una volta per tutte, sull’assenza di un parametro esaustivo che permetta ai salari di agganciarsi all’effettivo costo della vita (un tempo c’era la scala mobile, poi cancellata anche con la complicità sindacale).
La realtà statistica stride in molti casi con la percezione e la esperienza diretta dei cittadini. Basterebbe ricordare le variazioni annuali del paniere e dell'indice dei prezzi al consumo per beni e servizi ad alta frequenza di acquisto, come quelli alimentari, che fanno percepire ai redditi bassi un’inflazione più alta, oppure si potrebbe parlare delle spese aggiuntive sostenute negli ultimi anni per il riscaldamento. L'inflazione è la media delle variazioni dei prezzi di un insieme di beni e servizi (il cosiddetto “paniere”, per capirci), mentre invece il costo della vita scaturisce dall’esperienza quotidiana, ossia concretamente dalla spesa della famiglia.
Detto in termini brutali il paniere degli Italiani è insufficiente, inadeguato a misurare l’effettivo costo della vita. Sul finire dell’anno scorso la dinamica salariale sembrava in risalita per la firma di contratti nazionali riguardanti numeri elevati della forza lavoro attiva, dalla PA ai metalmeccanici e alle telecomunicazioni, ma se guardiamo ai salari reali si comprende non solo il trucco ma anche la beffa ai danni nostri: il potere di acquisto è in continua erosione.
Se poi andiamo a vedere le retribuzioni contrattuali stimate dall’Istat il riferimento è ai salari lordi, pertanto hanno avuto buon gioco le detassazioni volute dal Governo Meloni per far pagare al welfare state – anziché agli imprenditori – parte degli aumenti salariali. Ma basta andare a sostenere un paio di visite mediche all’anno dal privato (perché il pubblico viene depotenziato e le liste di attesa sono fin troppo lunghe) che quanto abbiamo “guadagnato” da una parte lo perdiamo, a cifre maggiori, dall’altra. Insomma, in conclusione oltre l’8% della perdita complessiva del potere di acquisto delle famiglie è stato attenuato da interventi fiscali che, però, causeranno negli anni una progressiva riduzione del welfare, favorendo la gestione privata e lucrativa di servizi che dovrebbero essere pubblici e a costi calmierati – se non gratuiti, per le fasce sociali più basse.
Proseguendo, in questi giorni l’Inps ha diffuso i dati relativi alla cassa integrazione: si parla di una riduzione delle ore autorizzate pari al 13% nell’arco dell’ultimo anno. Ma anche in questi casi i dati possono essere controversi e infatti la cassa integrazione straordinaria – quella per crisi gravi – è in grande aumento: siamo passati da poco più di 40 milioni di ore a 60,7 milioni, il che conferma che alcuni settori dell’economia sono in difficoltà. Si tratta di un dato importante a conferma che tanto ottimismo meloniano sui dati occupazionali e sulle dinamiche salariali è frutto o della incapacità di leggere i dati o, piuttosto, di una operazione menzognera sullo stato di salute dell’economia italiana, fatta a scopi elettorali.
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"Questo genocidio non si è limitato a distruggere la mia vita o tutto ciò che possedevo: è andato ben oltre. Mi ha distrutto dall’interno.
Ha spazzato via la pace dal mio cuore, ha frantumato la stabilità della mia mente e mi ha contagiato con una strana sindrome dell’anima. "
Potrebbero benissimo essere parole di un sopravvissuto alla Shoah…
In realtà sono parole di Wasim Said, sopravvissuto al genocidio a Gaza autore di questa testimonianza esclusiva:
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Lunedì l'Autorità israeliana per la radiodiffusione ha annunciato che il valico di Rafah è stato riaperto al transito di persone in entrambe le direzioni, in linea con gli accordi presi, consentendo a 150 persone al giorno di lasciare la Striscia di Gaza in cambio dell'ingresso di 50 persone nella Striscia dall'Egitto.
In base all'accordo, il valico è gestito dalla Missione di assistenza alle frontiere dell'Unione europea (UEA) nell'ambito di un meccanismo internazionale e in coordinamento con la parte egiziana. Le operazioni saranno operative per sei ore al giorno, dalle 9:00 alle 15:00.
L'esercito israeliano ha confermato domenica di aver completato l'istituzione di un corridoio di controllo e ispezione per le persone in arrivo dall'Egitto nella Striscia di Gaza attraverso il valico di Rafah, al termine di quella che ha descritto come una fase sperimentale di successo. Secondo l'annuncio, durante la fase sperimentale sono state fornite istruzioni procedurali ai palestinesi e al personale dell'Unione Europea responsabile della gestione del valico.
Il valico di Rafah è rimasto chiuso per tutta la durata della guerra genocida dell'occupazione israeliana nella Striscia di Gaza, una chiusura che ha contribuito all'aggravarsi della fame, all'inasprimento dell'assedio e alla lenta morte dei palestinesi nel territorio.
L'accordo di cessate il fuoco includeva una formula che stabiliva che la resistenza palestinese avrebbe consegnato tutti i prigionieri israeliani in cambio di una seconda fase che garantisse il ritiro delle forze di occupazione dalla Striscia di Gaza e la riapertura del valico di Rafah.
20.000 pazienti a rischio
Alla luce dei colloqui e degli accordi per la riapertura del confine di Rafah, il Ministero di Gaza ha riferito la scorsa settimana che circa 20.000 pazienti con referti medici completati sono in attesa del permesso di lasciare Gaza per cure critiche all'estero. Tra questi, centinaia di casi potenzialmente letali , di cui 440 classificati come urgenti. Il Ministero ha riferito che 1.268 pazienti sono deceduti in attesa dell'autorizzazione al viaggio.
Ha aggiunto che la chiusura del valico di Rafah dal 7 maggio 2024 ha bloccato completamente il movimento dei pazienti, creando un pericoloso arretrato per coloro che necessitano di cure mediche specialistiche non disponibili a Gaza.
Tra i più vulnerabili ci sono 4.000 pazienti oncologici, che soffrono a causa della mancanza di strumenti diagnostici e servizi terapeutici essenziali. Inoltre, 4.500 bambini con referti approvati rimangono bloccati all'interno della Striscia, impossibilitati ad accedere alle cure di cui hanno urgente bisogno.
Il sistema sanitario di Gaza, già messo a dura prova da un prolungato assedio e dal conflitto, rischia un ulteriore collasso a causa della carenza di medicinali, della distruzione delle infrastrutture sanitarie e della chiusura della maggior parte dei servizi specializzati. Questi problemi aggravati hanno portato a un allarmante aumento del numero di pazienti in attesa di cure all'estero.
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"Questo genocidio non si è limitato a distruggere la mia vita o tutto ciò che possedevo: è andato ben oltre. Mi ha distrutto dall’interno.
Ha spazzato via la pace dal mio cuore, ha frantumato la stabilità della mia mente e mi ha contagiato con una strana sindrome dell’anima. "
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Il ministro degli Esteri iraniano Seyed Abbas Araghchi ha ricordato agli Stati Uniti che Teheran ha imparato "molte lezioni" dopo la "guerra dei 12 giorni" .
"I nostri missili sono stati testati in una vera guerra l'ultima volta e siamo stati in grado di comprenderne i problemi, le debolezze e i punti di forza", ha dichiarato il ministro degli Esteri iraniano in un'intervista alla CNN, nel contesto dello spiegamento delle forze statunitensi in Medio Oriente e di un clima di crescente tensione tra Washington e la nazione persiana che preannuncia un possibile conflitto tra i due Paesi.
"Penso che ora siamo molto ben preparati. Ma, ripeto, essere preparati non significa volere la guerra", ha sottolineato Araghchi.
Le azioni ostili degli Stati Uniti nei confronti dell'Iran si sono intensificate all'inizio di gennaio, quando il presidente Donald Trump ha minacciato un intervento militare nel Paese, citando la violenza esplosa durante le recenti proteste. Sebbene le manifestazioni siano state sedate poco dopo, l'occupante della Casa Bianca ha ripreso le sue minacce, questa volta invocando pretesti diversi e tornando a richieste relative ai programmi nucleari e missilistici dell'Iran.
In questo contesto, gli Stati Uniti hanno schierato la loro portaerei USS Abraham Lincoln nei pressi del paese persiano , accompagnata dal loro gruppo d'attacco di portaerei.
Da parte sua, Teheran ha avvertito che qualsiasi azione militare contro di essa "sarà considerata l'inizio di una guerra", affermando al contempo che le sue forze armate "sono pronte, con il dito sul grilletto, a rispondere immediatamente e con decisione a qualsiasi aggressione". Ha tuttavia espresso la sua volontà di mantenere un "dialogo basato sul rispetto e sugli interessi reciproci".
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"Questo genocidio non si è limitato a distruggere la mia vita o tutto ciò che possedevo: è andato ben oltre. Mi ha distrutto dall’interno.
Ha spazzato via la pace dal mio cuore, ha frantumato la stabilità della mia mente e mi ha contagiato con una strana sindrome dell’anima. "
Potrebbero benissimo essere parole di un sopravvissuto alla Shoah…
In realtà sono parole di Wasim Said, sopravvissuto al genocidio a Gaza autore di questa testimonianza esclusiva:
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Comunicato di Potere al Popolo, 2 febbraio 2026
di Alessandro Volpi*
*Post Facebook del 1 febbraio 2026
di Paolo Desogus*