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In primo piano
Bucha, la narrazione occidentale vacilla davanti ai fatti

La vicenda di Bucha continua a rappresentare, come evidenziato da Sergey Lavrov, uno dei casi più emblematici della guerra dell’informazione contro la Russia. Intervenendo al forum internazionale Dialogue about Fakes 4.0, il ministro degli Esteri russo ha definito le immagini diffuse nel 2022 una «farsa cinica», contestando anche la disponibilità delle Nazioni Unite a contribuire a un’indagine indipendente.

Lavrov ha puntato il dito contro le dichiarazioni contraddittorie del segretario generale Antonio Guterres sui nomi delle vittime, chiedendo perché tali informazioni non siano mai state rese pubbliche. Secondo il ministro russo, gli stessi nomi comparsi sul memoriale di Bucha comprenderebbero decine di militari, membri della polizia, della Guardia nazionale e delle strutture di sicurezza ucraine. Da qui la richiesta di un’indagine giornalistica indipendente, rimasta secondo Lavrov senza risposta da parte dei principali media occidentali. Il ministro ha denunciato un sistema informativo nel quale una determinata versione dei fatti viene rapidamente trasformata in verità dominante, mentre le informazioni alternative vengono progressivamente espulse dal dibattito pubblico.

Il caso Bucha è inserito in una strategia più ampia di pressione informativa contro la Russia, che compre anche le accuse sui presunti droni russi avvistati in Europa. Lavrov sostiene che, in diversi casi, si sia poi scoperto che i velivoli non erano russi o non erano identificabili. Secondo il ministro, questa dinamica non riguarda soltanto la comunicazione politica, ma anche la cultura. La chiusura di istituzioni culturali russe in Europa forma parte di una più vasta campagna di isolamento.

Lavrov ha infine ricordato il caso Skripal, denunciando il mancato riscontro britannico alle richieste ufficiali russe sulla sorte dei cittadini russi coinvolti.


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Data articolo: Mon, 28 Sep 2026 05:00:00 GMT
In primo piano
Zelensky “ha già perso la guerra” – ex portavoce Yulia Mendel

 

Il leader ucraino Vladimir Zelensky «ha già perso» il conflitto con la Russia, ma persiste nelle sue politiche «suicide», poiché Kiev non ha idea di come coprire il proprio deficit di bilancio senza un’altra massiccia iniezione di liquidità dall’Occidente. Lo ha affermato l’ex portavoce di Zelensky, Yulia Mendel in un post pubblicato sabato su X.

Nel proseguo del suo ragionamento la Mendel ha sottolineato come l’Ucraina abbia bisogno di 52,6 miliardi di dollari di finanziamenti internazionali per il bilancio del prossimo anno, di cui solo circa 20 miliardi sono stati finora confermati nell’ambito dei programmi attuali. L’Ucraina deve inoltre affrontare un problema a sé stante: un deficit inatteso di 27 miliardi di dollari nel settore della difesa per il 2026, reso noto da Kiev alla fine di agosto, dopo che Zelensky aveva avviato una campagna di pubbliche relazioni di 40 giorni per esercitare pressioni sulla Russia.

La campagna ha solo innescato un’escalation del conflitto, nel corso del quale la Russia ha intensificato gli attacchi contro le strutture e le infrastrutture logistiche ucraine legate alla difesa, compreso il porto di Odessa, un nodo chiave per le esportazioni agricole. Mendel ha aggiunto che i “partner di Kiev non danno [denaro] perché non ci sono riforme”, riferendosi all’UE e al FMI, che hanno rilevato la mancanza di progressi da parte dell’Ucraina in settori quali la fiscalità, la governance e la corruzione. “Il governo ucraino non ha un piano concreto”, ha scritto, sostenendo che la strategia di Kiev si riduce alla speranza che “qualcun altro continui a pagare per una guerra che si rifiutano di porre fine”.

Mendel ha ricoperto il ruolo di addetta stampa di Zelensky dal 2019 al 2021, ma da questo mese è sotto sanzioni del regime di Kiev e le è stato negato l’accesso all’edificio del Parlamento europeo, dove avrebbe dovuto intervenire a un evento organizzato dall’eurodeputato tedesco dell’AfD Hans Neuhoff.  

Data articolo: Sun, 27 Sep 2026 17:00:00 GMT
In primo piano
Trump riprenderà i bombardamenti il 3 novembre? La risposta del ministro degli esteri iraniano alla tv USA

 

Intervenendo poco fa a Nbc News, il ministro degli esteri iraniano Araghchi ha commentato quanto fatto trapelare dal WSJ ieri sul fatto che il presidente degli Usa Trump potrebbe riprendere i bombardamenti. 

Questa la sua risposta che abbiamo tradotto in italiano. 

 

«Siamo pienamente preparati per il momento in cui la guerra riprenderà. E lo ripeto: resteremo saldi di fronte a qualsiasi nuova aggressione, anche se si trattasse di una guerra apocalittica», ha affermato Araghchi.

Allo stesso tempo, Teheran è pronta alla diplomazia, ha sottolineato l’alto funzionario.

Secondo Araghchi, spetta al presidente statunitense scegliere. «Ha voluto una resa incondizionata nella guerra precedente in due giorni, e ora sono già otto mesi che combattono senza alcun risultato. Una nuova aggressione sarebbe, senza dubbio, la stessa cosa. Siamo pienamente preparati a questo», ha assicurato. Nello stesso contesto, ha sottolineato che il Paese persiano ha imparato la lezione dalle due guerre precedenti e ha corretto la propria tattica. «Abbiamo cambiato la nostra tattica e siamo pienamente preparati a tutto», ha sintetizzato.

Data articolo: Sun, 27 Sep 2026 15:00:00 GMT
In primo piano
La farsa del "tetto": l'arma di distrazione di massa della Meloni per nascondere la scuola-azienda

 

di Agata Iacono

Che il tetto massimo degli studenti stranieri in Italia sia solo distrazione di massa o inseguimento vannaccistico poco importa. Sappiamo benissimo che i problemi della scuola sono ben altri, a partire dalla sua aziendalizzazione, iniziata da Luigi Berlinguer (quindi dalla "sinistra"), e portata avanti da tutti i governi.

Un'azienda "autonoma" ha bisogno di clienti perché sia finanziata, ha necessità di attrarre consumatori, di fidelizzarli.

È questo il vero dramma del tradimento del diritto costituzionale all'istruzione pubblica e gratuita.


La scuola non deve educare, formare, fornire un metodo.
Le basta accumulare clientes, che imparino o no, non saranno spronati, non saranno "bocciati".

E non sono gli stranieri ad abbassare il livello, a rallentare.
No, è l'azienda stessa che deve farlo, deve offrire scarsa qualità accessibile, come un qualsiasi mercato regolato dalla legge dell'offerta e della domanda.

Chi può, si rivolge a scuole private a pagamento, creando automaticamente apartheid.

Questo sì è vero apartheid.

Eppure, nel dibattito pubblico, si continua a parlare di tetto (in istituti scolastici dove i tetti sono fatiscenti), dimenticando che proprio il limite del 30% di stranieri per classe esiste già, dal 2010, introdotto dalla circolare Gelmini e nessuno se ne era accorto...

Per non parlare della ridicola proibizione di presentarsi a scuola con un burqa o niqab, suggerendo non proprio indirettamente che gli stranieri in Italia sono soprattutto islamici.

Ma è davvero così?

Il burqa è imposto dalle fazioni talebane in Afghanistan, tornate dopo la fuga degli USA, e da piccole comunità isolate tra India e Pakistan. Il niq?b è spesso associato al wahhabismo, corrente fondamentalista legata all'Arabia Saudita. Veramente in Italia c'è una preponderante presenza di afghane e ragazze emigrate dall'Arabia Saudita?

Secondo le rilevazioni dello stesso MIM (Ministero dell'Istruzione e del Merito), in Italia gli studenti stranieri sono circa 930.000, pari all'11,6% della popolazione scolastica complessiva, con una forte concentrazione nel Nord Italia (65% del totale).

Già questo primo dato mi ha incuriosita: non si parlava di migranti clandestini islamici venuti coi barconi? Evidentemente non sono quelli gli stranieri che preoccupano l'immaginario melo-vannacciano, visto che nel sud non si registra statisticamente una concentrazione rilevante.

Quindi, da dove vengono gli stranieri in Italia e proprio nel Nord?

Intanto, dall'Ucraina.

In Italia ci sono circa 392.000 cittadini ucraini regolarmente residenti, soprattutto donne, secondo gli ultimi dati ISTAT. A questi si aggiungono le persone accolte con lo status di protezione temporanea a seguito del conflitto.

Ed ecco nel dettaglio alcuni esempi di distribuzione per regione dei pericolosissimi studenti stranieri islamici burqizzati che potrebbero ostacolare il genio italiota.

I dati del Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM) mostrano una forte polarizzazione territoriale in base alle comunità e alle aree geografiche d'origine degli oltre 930.000 studenti con cittadinanza non italiana.
A livello nazionale, le 5 principali cittadinanze coprono da sole circa la metà del totale: Romania, Albania, Marocco, Cina ed Egitto.

Aree di provenienza per macro-aree geografiche:
• Nord-Ovest e Nord-Est (oltre 60% del totale nazionale): registrano una forte presenza di studenti originari dell'Europa dell'Est (Romania, Albania), del Nord Africa (Marocco, Egitto) e dell'Asia (Cina, Pakistan, India).
• Centro (circa 22%): vede un'altissima concentrazione della comunità cinese (in particolare in Toscana) e romena (nel Lazio).
• Sud e Isole (circa 13%): presentano numeri assoluti più bassi, ma con comunità storicamente radicate provenienti dal Marocco, dalla Tunisia e dall'Asia meridionale (es. Sri Lanka in Sicilia, Bangladesh in Campania).

La distribuzione delle origini riflette lo sviluppo industriale dei territori e i flussi migratori storici.

Alcuni esempi forniti da fonti istituzionali:

Lombardia: Milano (primato nazionale con oltre 79.000 alunni), Brescia, Bergamo. Comunità molto eterogenea: spiccano Egitto e Marocco, seguiti da Romania, Albania e una forte presenza cinese e filippina a Milano.

Emilia-Romagna: Bologna, Modena, Reggio Emilia. Altissima incidenza di studenti di origine marocchina, albanese e romena, legati ai distretti agricoli e manifatturieri.

Veneto: Verona, Padova, Treviso.
Prevalenza di alunni originari di Romania, Marocco, Albania e importanti comunità da India e Moldavia.

Toscana: Prato (provincia record in Italia con quasi il 30% di studenti stranieri).
Netta dominanza della comunità cinese, storicamente legata al distretto tessile locale.

Lazio: Roma (seconda città in Italia per presenze assolute).
La comunità più rappresentata in assoluto è quella romena, seguita da Filippine, Albania e Bangladesh.

Sicilia: Catania, Palermo, Siracusa, Enna, Trapani, Messina, Ragusa.
Presenza marcata di alunni provenienti da Tunisia, Marocco e Sri Lanka (quest'ultima radicata soprattutto a Palermo).
Si differenziano: la provincia di Ragusa, con una massiccia presenza di lavoratori agricoli tunisini e marocchini, nelle serre ortofrutticole, nonché un'altissima incidenza di matrimoni misti con cittadine italiane;
la provincia di Trapani, dove a Mazara le società di pesca sono prevalentemente miste, con marinai locali e tunisini, ormai parte del tessuto comunitario.

In quali di questi paesi d'origine i melovannacciani hanno visto il burqa?
Ma soprattutto, di cosa vanno cianciando le sedicenti opposizioni al seguito della trovata di turno, se non hanno neppure letto i dati solidi reperibili, con un po' di pazienza, sul sito ministeriale e su quello ISTAT?

Data articolo: Sun, 27 Sep 2026 10:00:00 GMT
Cultura e Resistenza
LAD Edizioni debutta al Book Pride Genova 2026

Per la prima volta LAD Edizioni sarà al Book Pride Genova, la Fiera Nazionale dell’Editoria Indipendente che dal 9 all’11 ottobre torna negli spazi di Palazzo Ducale. Organizzata dal Salone Internazionale del Libro di Torino insieme a Palazzo Ducale, Comune di Genova e Regione Liguria, la manifestazione giunge quest’anno alla sua decima edizione genovese e riunisce oltre cento marchi editoriali, migliaia di titoli e tre giorni di talk, dialoghi, presentazioni e laboratori. Un debutto a cui teniamo molto: il tema scelto per il 2026, “La speranza è la cosa con le piume” di Emily Dickinson, ci sembra la cornice ideale per libri che non smettono di interrogare il presente.

Al nostro stand, il numero C57, troverete il catalogo completo della casa editrice e i Quaderni de l’AntiDiplomatico, un’iniziativa fortemente voluta dal giornale: fissare su carta una fotografia della realtà storica mentre accade, prima che i vincitori la riscrivano piegandola alla propria narrazione. Pagine pensate per restare, come memoria e come strumento per leggere il presente.

E c’è una sorpresa in più: tra venerdì 9 e sabato 10 ottobre avrete l’occasione di incontrare di persona quattro nostri autori. Chi saranno? A che ora? Per ora non possiamo svelarlo: il calendario arriverà nei prossimi giorni, sui nostri canali e nella prossima newsletter. Intanto, tenete libere quelle due giornate.

Palazzo Ducale si trova in Piazza Giacomo Matteotti 9, nel cuore di Genova, a circa dieci minuti a piedi dalla stazione Brignole e quindici da Piazza Principe; si arriva comodamente anche in metropolitana o in autobus, con fermata De Ferrari. La fiera è aperta tutti i giorni dalle 10 alle 20, l’ingresso è gratuito così come la partecipazione agli appuntamenti. Vi aspettiamo allo stand C57.

Data articolo: Sun, 27 Sep 2026 07:00:00 GMT
WORLD AFFAIRS
Lavrov all'ONU: insistiamo per l'immediato rilascio di Maduro e di sua moglie (VIDEO)

 

Il Ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha esortato l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite a ottenere il rilascio del presidente venezuelano Nicolás Maduro, rapito a gennaio insieme alla moglie, la parlamentare Cilia Flores, nel corso di un'operazione statunitense contro il Paese latinoamericano.

"Insistiamo sull'immediato rilascio del leader venezuelano e di sua moglie, nonché sulla necessità di garantire che tali eccessi non si ripetano in futuro", ha dichiarato Lavrov.

Il Ministro degli Esteri russo ha inoltre definito l'uccisione - per mano di Stati Uniti e Israele - della Guida Suprema dell'Iran, l'Ayatollah Ali Khamenei, di membri della sua famiglia e di esponenti della leadership militare e politica della Repubblica Islamica, come una "inammissibile manifestazione di imposizione con la forza".

Data articolo: Sat, 26 Sep 2026 19:11:00 GMT
WORLD AFFAIRS
"Cessi la filosofia della spoliazione e cesserà la filosofia della guerra": Cuba cita Fidel Castro all'ONU

Il Ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez Parrilla, interviene all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite sullo sfondo delle pressioni esercitate dagli Stati Uniti sull'isola e delle sfide che ne derivano.

"Tra circa tre ore ricorrerà esattamente il 66° anniversario del momento in cui il Comandante in Capo Fidel Castro Ruz pronunciò una frase, proprio da questo podio, durante un discorso memorabile, che cito: 'Cessi la filosofia della spoliazione e cesserà la filosofia della guerra. Scompaiano le colonie, scompaia lo sfruttamento dei paesi da parte dei monopoli e l'umanità avrà raggiunto una vera fase di progresso'", ha esordito il Ministro degli Esteri cubano.

"Tuttavia, l'avanzata dell'espansionismo, gli atti di usurpazione e conquista, nonché le aggressioni militari ed economiche, sono allarmanti. L'obiettivo del governo degli Stati Uniti di imporre la pace con la forza è assurdo e irrealizzabile. Pilastri fondamentali del diritto internazionale e delle Nazioni Unite – come l'uguaglianza sovrana degli Stati – sono sotto costante attacco", ha aggiunto.

Il Ministro cubano ha poi denunciato con forza che "il crimine genocida del sionismo contro il popolo palestinese, gli attacchi pirateschi contro le imbarcazioni e le esecuzioni extragiudiziali nelle regioni dei Caraibi e del Pacifico, l'aggressione militare contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela e la guerra contro la Repubblica Islamica dell'Iran sono nuove manifestazioni di questa atrocità".

"Esse riflettono anche la crisi di identità e di rilevanza imposta alle Nazioni Unite", ha osservato.

Data articolo: Sat, 26 Sep 2026 15:45:00 GMT
WORLD AFFAIRS
Trump si prepara ad attaccare l'Iran dopo il 3 novembre (WSJ)

 

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha respinto l’ultima proposta di cessate il fuoco dell’Iran e ha comunicato ai suoi collaboratori che intende riprendere i bombardamenti sulla Repubblica Islamica dopo le elezioni di medio termine di novembre. Questo è quello che scrive oggi, venerdì 26 settembre, il Wall Street Journal citando in esclusiva funzionari statunitensi di alto rango.

Secondo il quotidiano Usa, Trump nutre in privato scetticismo sul fatto che Teheran accetterà le sue condizioni, nonostante pubblicamente dica che l’Iran si piegherà ad un accordo dopo le elezioni del 3 novembre. I funzionari che cita il WSJ hanno tuttavia avvertito che la sua posizione potrebbe cambiare nelle prossime settimane ed essere molto influenzata dai risultati elettorali.

La notizia arriva dopo che Teheran, con i suoi rappresentanti alle Nazioni Unite, hanno offerto una tabella di marcia di sette giorni per porre fine alle ostilità, riaprire lo Stretto di Ormuz e riprendere i negoziati sul proprio programma nucleare. In cambio, gli Stati Uniti dovrebbero revocare il blocco navale, ridurre drasticamente le sanzioni sulle esportazioni di petrolio iraniano e sbloccare i beni iraniani sequestrati. 

Secondo il WSJ, Trump ha respinto la proposta e l’amministrazione ha informato l’Iran e i mediatori regionali di non avere alcuna intenzione di revocare il blocco navale. Un funzionario statunitense ha tuttavia dichiarato che i negoziati tramite i mediatori proseguono. Martedì, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Trump ha dichiarato di trovarsi di fronte a una «decisione importante» riguardo alla possibilità di «spazzare via» la Repubblica Islamica qualora i negoziati fallissero. Ha negato che le sue decisioni sull’Iran fossero influenzate dalle elezioni, pur prevedendo che Teheran avrebbe raggiunto un accordo «poco dopo» le elezioni di medio termine.

Data articolo: Sat, 26 Sep 2026 15:00:00 GMT
In primo piano
Il "complesso del salvatore": l'ipocrisia di un Occidente che applaude gli israeliani e ignora le vittime

 

di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad

 

Accogliamo con piacere la risposta di Umberto De Giovannangeli al nostro articolo e il dibattito che ne è scaturito. Riconosciamo il suo impegno nel raccontare la Palestina e crediamo di condividere un obiettivo fondamentale: porre fine alla distruzione di Gaza e al genocidio del popolo palestinese, ottenere giustizia per le vittime e affrontare le strutture di occupazione, apartheid, colonialismo d’insediamento ed esproprio delle terre. Proprio perché perseguiamo lo stesso obiettivo, vale la pena discutere non soltanto di ciò che il mondo ha visto, ma di chi viene ascoltato e di ciò che dovrebbe seguire.

Umberto scrive: «Ma non applaudire NAZA è un clamoroso autogol, fatto a fin di bene ma che incrocia l’atteggiamento che la destra israeliana ha avuto contro il film documentario e i due registi, ebrei israeliani, accusati di essere traditori, antisemiti, indegni di avere ancora la cittadinanza israeliana, complici dei terroristi stupratori di Hamas».

È proprio questo passaggio a rivelare il problema. Il rifiuto di applaudire un film viene accostato agli attacchi contro i suoi autori, quasi che criticare la centralità accordata ai testimoni israeliani equivalga a minacciarli. Ma la destra israeliana attacca i registi per aver denunciato i crimini dell’esercito. Noi contestiamo la gerarchia culturale per cui quelle denunce ricevono un’autorevolezza e una consacrazione quasi sempre negate ai palestinesi che documentano gli stessi crimini. Non sono posizioni coincidenti; confonderle significa eludere il nostro argomento.

Umberto non sostiene che non possiamo parlare. Sostiene che sbagliamo, e chiama il nostro rifiuto un autogol. Su questo non attendiamo il consenso di nessuno. Abbiamo tutto il diritto di dire ciò che pensiamo e ciò che proviamo. E ciò che proviamo, davanti a una sala occidentale che resta in piedi ad applaudire per venticinque minuti chi racconta come ci ha uccisi, è rabbia. Quegli applausi sono andati a chi ha raccontato quelle morti dall’interno dell’esercito che le ha causate. Nessuno ci può chiedere di unirci a quell’ovazione, né di spiegare con toni misurati perché non lo facciamo.

E c’è un paradosso ancora più doloroso. Da decenni ai palestinesi vengono rivolte accuse di terrorismo, antisemitismo e complicità con la violenza, anche quando rivendicano i propri diritti. Dopo il 7 ottobre 2023, il linguaggio della disumanizzazione ha accompagnato la devastazione di Gaza. E ora proprio ai palestinesi, bersaglio di quelle accuse e di quella violenza, viene chiesto di mettere al centro della discussione la sofferenza dei registi israeliani, perché anch’essi sono stati insultati e minacciati.

Le minacce rivolte ai registi non sono l’oggetto di questo dibattito. Eppure sono diventate la preoccupazione principale, mentre il pericolo reale è il genocidio del popolo palestinese, che continua ogni giorno a Gaza e si estende alla Cisgiordania. Ancora una volta la luce si sposta dalle vere vittime a chi ne ha raccontato l’uccisione. Non chiediamo a nessuno di tacere le voci israeliane. Ci domandiamo perché le voci palestinesi, che parlano da un secolo, abbiano ancora bisogno di un garante.

La risposta di Umberto riconosce gran parte della nostra critica e tuttavia riporta ancora una volta il dibattito sul coraggio israeliano, sull’ostilità che i registi devono affrontare e sull’importanza di applaudirli. Persino in una conversazione sulla distruzione delle vite palestinesi, gli israeliani tornano a essere i protagonisti. La questione non è soltanto chi riceve un premio o una standing ovation, ma chi viene considerato un testimone attendibile e chi rimane una voce di parte.

Edward Said aveva individuato questa asimmetria in Permission to Narrate. Scriveva che i fatti non parlano da soli, ma hanno bisogno di una narrazione socialmente accettabile che li accolga, li sostenga e li faccia circolare. A oltre quarant’anni di distanza, dobbiamo chiederci perché la testimonianza palestinese sembri ancora dover passare attraverso un intermediario israeliano o occidentale per diventare socialmente accettabile.

Mohammed El-Kurd, in Perfect Victims, contesta a sua volta la pretesa che i palestinesi dimostrino continuamente la propria innocenza e umanità per meritare solidarietà. È questa la gerarchia orientalista che denunciamo: la sofferenza palestinese viene messa alla prova, mentre chi appartiene alla società responsabile di quella sofferenza acquista un’autorità morale particolare nel momento in cui decide di riconoscerla. Quando diventa sistematico, questo squilibrio costituisce una forma di razzismo antipalestinese.

Da oltre un secolo i palestinesi documentano la propria storia di colonialismo d’insediamento, esproprio delle terre, espulsione e resistenza. Da quasi tre anni trasmettono sui nostri telefoni, in diretta, la distruzione di Gaza: ospedali sotto attacco, bambini sepolti sotto le macerie, famiglie annientate, giornalisti uccisi mentre documentavano ciò che accadeva. Quelle immagini non avevano bisogno di una traduzione israeliana per essere comprese.

Eppure quasi nessuno parlava della violenza genocida che si è estesa alla Cisgiordania, né della repressione dei cittadini palestinesi di Israele. La storia non è cominciata nell’ottobre 2023, e non riguarda un solo gruppo né un solo territorio. È un genocidio contro il popolo palestinese, usato come mezzo per un fine: la pulizia etnica e la sostituzione. È questo il contesto. E allora la domanda diventa inevitabile: qual è, oggi, lo scopo di NAZA?

Informare? Confermare? Denunciare? Oppure contribuire concretamente alla giustizia?

Se lo scopo è informare, il destinatario non è certo il pubblico israeliano, che sapeva e sosteneva il genocidio. Lo dimostrano le dichiarazioni di politici, giornalisti ed esponenti della società civile, e i filmati diffusi dai soldati e da comuni cittadini di una società militarizzata, che impone il servizio militare a tutti i suoi cittadini tranne che ai palestinesi con cittadinanza israeliana. Non li turbavano nemmeno le notizie sulla fame a Gaza, la fame usata come arma di genocidio: c’era chi bloccava l’ingresso dei camion di aiuti e chi derideva i palestinesi, mentre l’esercito sparava su chi era in fila per il cibo. È quanto accaduto nella cosiddetta «strage della farina» del 29 febbraio 2024, lungo Al-Rashid Street, quando le truppe israeliane aprirono il fuoco sulla folla in attesa dei camion di aiuti umanitari, uccidendo oltre cento persone e ferendone centinaia. L’espressione è poi passata a indicare anche le successive «stragi del pane», legate alla disperata distribuzione di cibo a Gaza.

Resta il pubblico occidentale. Quali informazioni gli mancavano?

Se lo scopo è confermare le testimonianze palestinesi, perché serve la parola di un soldato israeliano perché diventino credibili? Non sono bastati i corpi, le immagini e i video diffusi dai palestinesi stessi?

Se lo scopo è denunciare i crimini, che cosa dovrebbe accadere dopo la denuncia? E quali responsabilità hanno le istituzioni che applaudono, quando i loro governi dispongono già di un’enorme quantità di prove?

Se i soldati israeliani intervistati dispongono davvero di informazioni sulle decisioni operative, sulle catene di comando e sulle responsabilità individuali, quelle informazioni non possono esaurirsi nell’emozione del pubblico in sala. Sono dichiarazioni che fanno rabbrividire, non verità da applaudire. Vanno conservate e messe a disposizione di investigatori e magistrati indipendenti: della Corte internazionale di giustizia, nel procedimento per genocidio avviato dal Sudafrica, e della Corte penale internazionale, che giudica le responsabilità individuali.

C’è anche una domanda sulla cornice storica del film. La denuncia dei massacri e dello sterminio di massa a Gaza aiuta a comprendere il sistema più ampio di colonialismo d’insediamento, occupazione, discriminazione ed esproprio delle terre che colpisce i palestinesi dal fiume al mare? Oppure presenta la devastazione come un episodio eccezionale di brutalità militare, separato dalle strutture politiche che la precedono? Non chiediamo a ogni documentario di raccontare un secolo di storia. Pretendiamo che non si confonda la conferma israeliana di un genocidio con la spiegazione complessiva della questione palestinese.

È qui che Palestine 36, di Annemarie Jacir, offre una prospettiva diversa. Restituisce ai palestinesi la soggettività politica e la continuità della propria storia. Non sono comparse nel risveglio morale di qualcun altro, ma protagonisti di una società e di una lotta per l’autodeterminazione che esistevano ben prima dell’ottobre 2023, e prima ancora della creazione dello Stato di Israele in Palestina.

Non applaudire NAZA non significa rifiutarsi di vederlo. Significa domandarsi perché venga applaudito e celebrato così, mentre tutto ciò che i palestinesi hanno già detto e documentato resta in secondo piano. E non accettiamo che la solidarietà con i registi israeliani diventi la misura della legittimità delle obiezioni palestinesi. Rivendicare la parola palestinese non significa mettere a tacere gli israeliani.

Abbiamo già visto questo meccanismo nella celebrazione internazionale del cosiddetto movimento israeliano per la pace, piccolo e ormai quasi inesistente. Il dissidente viene ammirato come la prova che quel paese non è soltanto violento e razzista. La sofferenza palestinese viene riconosciuta solo quando a raccontarla è un israeliano. E alla fine le rivendicazioni politiche e le strutture che hanno prodotto l’ingiustizia restano intatte. Una standing ovation non è un atto di giustizia, ma viene trattata come se lo fosse. Intanto il genocidio prosegue, davanti a un pubblico distratto da documentari e premiazioni.

Nel pieno della distruzione di Gaza, la questione decisiva non è celebrare il coraggio degli israeliani dissidenti. È trasformare testimonianze e prove in strumenti concreti di giustizia, affinché i responsabili dei crimini siano identificati, indagati e, ove ne ricorrano i presupposti, processati. Ora. Subito. È sostenere indagini indipendenti, esigere dai governi il rispetto dei propri obblighi giuridici e affrontare le strutture dell’occupazione e dell’apartheid.

Questa responsabilità riguarda registi, giornalisti, istituzioni culturali e tutti coloro che oggi applaudono. Il loro compito non può esaurirsi nell’informare un pubblico che ha già visto la distruzione di Gaza attraverso la documentazione dei palestinesi stessi. Deve comprendere la domanda più scomoda: che cosa siamo disposti a fare con ciò che sappiamo? E come devono rapportarsi le nostre istituzioni a uno Stato che commette un genocidio, attacca altri Stati sovrani e dichiara apertamente di volersi espandere, creando un clima pericoloso per la regione e per il mondo?

Non abbiamo bisogno di nuovi salvatori israeliani elevati al rango di eroi morali dell’Occidente. La narrazione della storia palestinese spetta ai palestinesi. Le testimonianze dei soldati non sono uno spettacolo, nemmeno quando offrono al pubblico il racconto, visto dall’interno, dei sistemi di intelligenza artificiale che hanno reso lo sterminio rapido ed efficiente.

Un documentario sulla macchina della morte non può diventare uno strumento di normalizzazione del genocidio. Il sostegno non si misura dalla durata degli applausi, ma da ciò che quel film contribuisce a cambiare nel sistema che ha prodotto tutto questo.

Umberto, riteniamo che il nostro obiettivo sia condiviso. Proprio per questo non possiamo tacere che quegli applausi, nel mezzo di un genocidio ancora in corso, sono sale sulla ferita: tolgono la luce ai palestinesi e distolgono l’attenzione dalla carneficina e dal loro sacrificio. Per questo non accettiamo che la parola palestinese, quando rifiuta di passare per un garante, venga reinterpretata come un attacco ai registi israeliani. Ancora una volta, la colpa ricade sui palestinesi.

I palestinesi non chiedono il permesso

Data articolo: Sat, 26 Sep 2026 15:00:00 GMT
In primo piano
LA TURCHIA HA GIA’ VINTO (GRAZIE ALL’ITALIA), MA NESSUNO SE N‘E’ ACCORTO

di Michelangelo Severgnini*

 
L'attrito tra Israele e Turchia comincia a consolidarsi nel 2016, nel momento in cui Israele decide di costruire un gasdotto sottomarino chiamato EastMed che dovrebbe portare il gas dai giacimenti scoperti al largo di Israele, che da alcuni anni sono già operativi, fino all'Europa.

Questo progetto però sin dall'inizio ha escluso la Turchia nonostante ci siano dei contenziosi su quelle che sono le acque territoriali attraverso le quali questo gasdotto dovrebbe passare.

Pertanto già nel 2016 a Nicosia fu firmato un accordo tra Israele, la Repubblica Greca di Cipro e la Grecia per mettere in sicurezza un'alleanza politica e diplomatica che avrebbe garantito una continuità territoriale tra questi giacimenti di gas di proprietà soprattutto israeliana e l'Europa, via Grecia e poi Italia.
Tanto è vero che la Turchia negli anni si è mossa in Libia per firmare a sua volta un trattato che stabilisce che le acque invece territoriali della Turchia toccherebbero le acque territoriali della Libia e pertanto spezzerebbero l'asse orizzontale da est a ovest che dovrebbe essere il tracciato di questo progetto EastMed.

Per questo motivo c'è stata una sorta di escalation diplomatica che poi si è intrecciata su tanti altri tavoli tra Israele e Turchia fino ad arrivare al 2024, quando nella primavera la Turchia interrompe i rapporti commerciali con Israele e nel novembre 2024, qualche settimana prima dell'attacco di HTS su Damasco, interrompe persino i rapporti diplomatici.

Da allora a oggi è stato veramente un precipitare lento, se vogliamo, ma un precipitare degli eventi, soprattutto da quando nel gennaio 2025 esce un rapporto, il rapporto Nagel, commissionato dal governo israeliano nel quale si stabilisce che in prospettiva la minaccia maggiore per lo Stato di Israele sarebbe rappresentata dalla Turchia e dalla potenza militare turca.

Ora è chiaro che quindi Israele in uno scenario del genere ha bisogno di rafforzare il rapporto con la Repubblica Greca di Cipro e anche con la Grecia.

Peraltro sappiamo benissimo che tra Grecia e Turchia rimane una sorta di rivalità storica, ma rivalità storica che non è tanto dovuta ai traumi del passato, alle pagine di storia, ma ha anche dei risvolti attuali non del tutto risolti ed è proprio la questione relativa alle isole greche dell'Egeo quella più problematica.

Molte di queste sono veramente molto vicine alla costa turca e pertanto non si capisce di chi siano quelle acque perché giustamente la Turchia dice "no però sono entro i limiti della costa turca quindi tutta quell'acqua dovrebbe essere nostra", mentre viceversa la Grecia dice "no, siccome lì ci stanno le isole nostre, allora quel pezzo di mare è nostro".

Quindi vediamo come questa questione che non è stata risolta al momento in cui doveva essere risolta, cioè nel 1923, a distanza di più di un secolo rischia ancora di creare forti attriti tra questi due paesi e chiaramente Israele va a speculare su questa distanza proprio perché la questione del controllo delle acque territoriali è fondamentale e essenziale secondo questo progetto, quindi questo gasdotto che dovrebbe passare.

Però non è stato detto tutto e stiamo dimenticando una questione: pare siamo di fronte a grosse novità.

Peraltro ho fatto una ricerca e ho visto che questa notizia non è stata riportata a dovere in Italia. Mi riferisco al fatto che lo scorso 22 maggio è stato firmato un contratto tra la Edison italiana e la BOTA?, una compagnia di Stato turca, per finanziare quello che la Turchia si appresta a costruire, ossia un gasdotto che dovrebbe andare da quelle che la Turchia considera le acque territoriali della Cipro turca fino alla Turchia stessa, poi da lì riconnettersi al gasdotto TAP e quindi arrivare poi in Italia.

Alcuni analisti internazionali fanno notare che questo probabilmente è stato l'ago dalla bilancia che ci fa capire che forse questo EastMed non si farà mai e che forse la Turchia ha vinto la sua battaglia.

Perché? Perché chiaramente dobbiamo ricordare che la Repubblica Turca di Cipro è riconosciuta soltanto dalla Turchia, in altre parole per il resto del mondo non esiste.

Non a caso solo qualche giorno fa il presidente turco Erdogan, proprio all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel suo lungo discorso in cui ovviamente ha parlato di Russia, di Ucraina, di Gaza, di Iran e di tutto il resto, poi a un certo punto è come se avesse cambiato registro, io l'ho ascoltato anche in lingua, è come se si fosse messo a fare il piazzista dicendo: “ricordatevi poi che esiste la Repubblica di Cipro, invito tutti i colleghi presenti a riconoscere la Repubblica Turca di Cipro e di avviare rapporti commerciali, rapporti diplomatici”.

Perché la Turchia in un contesto così sensibile come l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha dovuto perorare la causa del riconoscimento internazionale della Cipro turca? Perché di fatto stanno cominciando già i lavori, queste sono le ultime notizie.

Probabilmente nelle prossime settimane (grazie alla presenza delle navi militari turche che sono davanti alle acque della Cipro turca a presidiare i lavori) comincerà la costruzione di un gasdotto che invece di dover collegare le acque territoriali israeliane direttamente fino alla Grecia, basta che fa un piccolo tratto, da Cipro fino alla Turchia, già è finito e da lì dalla Turchia, dalla terraferma, si ricollega agli altri gasdotti.

Qualcuno forse in Italia ha capito che questo progetto è molto più economico, perché basta fare un pezzettino di gasdotto e poi il gas già arriva in Italia.

Viceversa bisognava costruire un gasdotto di più di mille chilometri, sottomarino peraltro, interamente sottomarino. Quindi questa è una notizia mi sembra enorme.

Come ripeto diversi analisti però internazionali (perché in Italia non se ne è parlato) hanno fatto notare che questo potrebbe rappresentare l'ago della bilancia. Adesso come alternativa per Israele rimane soltanto l’Egitto, che non è una buonissima notizia perché attualmente Israele sta vendendo questo gas attraverso l'Egitto, cioè il gas arriva con un gasdotto sottomarino in Egitto dove viene reso liquido, imbarcato e venduto attraverso le navi commerciali.

Ovviamente questa non è proprio la migliore delle ipotesi (per Israele).

Tutta questa congiuntura mi fa però pensare che forse la partita non sia finita del tutto, al contrario, stia per entrare nel vivo, perché al contempo sappiamo benissimo che nel prossimo mese, entro un mese, il 27 di ottobre, si terranno le elezioni in Israele, quindi è una fase molto delicata perché, se passano le elezioni, passa qualche altro mese, qui si ritrovano con un gasdotto che la Turchia gli ha fatto praticamente sotto il naso. Se intervengono adesso rischiano veramente di scatenare l'ira di Dio. Però è anche vero che in una dinamica in cui sembra che gli Stati Uniti stiano cercando di salvare il salvabile in Medio Oriente, può darsi che effettivamente si crei una congiuntura straordinaria.

Non a caso però qualcuno dice che sia una sceneggiata per una questione elettorale, però di fatto Netanyahu è stato in questi giorni a New York, ha tenuto il suo discorso come un ladro praticamente, di fronte a un'assemblea vuota, e poi se ne è ritornato in fretta e furia in Israele senza nemmeno incontrare Trump.

Quindi insomma questo è un po' lo scenario.

Per quanto riguarda invece questa notizia dei voli (sospesi) tra la Turchia e l'Iran, effettivamente in questi giorni alcuni commentatori in Turchia stanno commentando un po' preoccupati perché sembra verosimilmente una sorta di effetto prodotta dagli ultimi incontri tra Trump e Erdogan.

Non solo, ma c'è un'altra questione dirimente per la Turchia che è il fatto che la Turchia comunque acquisisce idrocarburi sia dalla Russia sia dall'Iran e pare che Trump sia intenzionato ad alzare in maniera impressionante i dazi nei confronti di paesi che acquisiscono idrocarburi dall’Iran. Quindi la Turchia sarebbe sanzionabile allo stato attuale delle cose e sarebbe un peccato, molti dicono, visto l'idillio di questo ultimo periodo tra Erdogan e Trump.

Comunque il segnale è contraddittorio, è assolutamente contraddittorio, sembra effettivamente una sorta di favore, perlomeno di facciata che Erdogan stia facendo a Trump perché la concomitanza ovviamente è sospetta, ed è quindi uno di quei tanti dettagli che in questo momento vanno monitorati.
 
*estratto dall’intervista alla Federazione Estero del Partito Comunista
Data articolo: Sat, 26 Sep 2026 15:00:00 GMT
In primo piano
La Global Governance Initiative completa il disegno multipolare di Pechino: diritti, sviluppo e pari dignità per il Sud Globale

Non soltanto sviluppo, sicurezza e dialogo tra civiltà. La Cina ha aggiunto un quarto tassello alla propria visione delle relazioni internazionali: la Global Governance Initiative, la GGI, proposta da Xi Jinping nel settembre 2025 durante il vertice dell'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. L’obiettivo dichiarato è affrontare una delle questioni decisive di questa epoca: come riformare la governance mondiale in un momento nel quale le istituzioni multilaterali appaiono sempre più sottoposte a tensioni e il divario tra il peso politico ed economico di molte nazioni e la loro rappresentanza nei meccanismi decisionali internazionali continua a essere discusso.

La GGI non nasce isolatamente. Si inserisce nella stessa architettura che Pechino ha costruito negli ultimi anni attraverso la Global Development Initiative, la Global Security Initiative e la Global Civilization Initiative. Quattro strumenti differenti ma strettamente collegati, attraverso i quali la Cina propone di affrontare le grandi questioni globali mettendo al centro cooperazione, sviluppo condiviso, sicurezza comune, rispetto della diversità e multilateralismo. Un perocrso assulutamente antitetico ala tracotanza neocolonialista occidentale.

Il cuore della nuova iniziativa è rappresentato da cinque principi. Il primo è l’uguaglianza sovrana, secondo cui tutti gli Stati dovrebbero poter partecipare alla governance internazionale indipendentemente dalle loro dimensioni, dalla loro forza economica o dal loro peso politico. Il secondo riguarda il rispetto del diritto internazionale e dei principi della Carta delle Nazioni Unite. Il terzo è il multilateralismo, inteso come consultazione ampia, contributo comune e benefici condivisi. Il quarto pone le persone al centro delle politiche globali. Il quinto insiste sulla necessità di trasformare i principi in risultati concreti.

È proprio quest’ultimo elemento a distinguere la proposta cinese da una semplice dichiarazione di intenti. La governance globale, nella prospettiva della GGI, deve produrre effetti tangibili sulla vita delle popolazioni. Non può quindi limitarsi alla gestione diplomatica delle crisi o alla definizione di regole nei grandi organismi internazionali, ma deve contribuire concretamente a ridurre le disuguaglianze, sostenere lo sviluppo e affrontare le sfide comuni.

Il collegamento con la questione dei diritti umani è emerso con particolare chiarezza durante la terza tavola rotonda Cina-America Latina e Caraibi sui diritti umani, organizzata a Lima. Quasi duecento partecipanti provenienti da Cina, America Latina e Caraibi hanno discusso proprio del rapporto tra multilateralismo e diritti umani, sottolineando la necessità di riformare la governance internazionale in una direzione più equa. In quella sede è stata inoltre ribadita una concezione dei diritti umani che lega strettamente la tutela della persona alla possibilità di vivere in condizioni di sicurezza, sviluppo e accesso ai benefici del progresso tecnologico.

Il tema dello sviluppo assume così una dimensione centrale. La Global Development Initiative, lanciata da Xi Jinping nel 2021, viene indicata come uno dei pilastri attraverso cui la Cina ha cercato di tradurre questa visione in cooperazione concreta. In cinque anni sono stati realizzati oltre duemila progetti con partner internazionali e sono stati formati più di duecentomila professionisti, con iniziative che hanno coinvolto oltre 120 Paesi. L'Africa, in particolare, rappresenta uno dei principali partner di questo processo.

Anche la cooperazione con l'America Latina è un esempio della stessa impostazione. Il porto di Chancay, in Perù, è un progetto capace di creare occupazione e sostenere lo sviluppo locale, mentre la cooperazione cinese nella costruzione e nell'ammodernamento del Centro nazionale per le operazioni di emergenza peruviano costituisce esempio di utilizzo concreto della tecnologia per rafforzare la protezione delle popolazioni.

È proprio sul terreno tecnologico che la proposta cinese assume una dimensione ancora più ampia. Durante il forum di Lima è stata sottolineata l'importanza dell'accesso ai benefici dell'intelligenza artificiale e della formazione tecnologica per i Paesi del Sud globale. La Cina sostiene la creazione di meccanismi internazionali di cooperazione sull'intelligenza artificiale e promuove strumenti destinati alla prevenzione dei disastri, con l'obiettivo dichiarato di ridurre il divario tecnologico tra Paesi avanzati e Paesi in via di sviluppo.

La questione del divario globale attraversa dunque l'intera architettura delle iniziative cinesi. La GGI parte dall'idea che non possa esistere una governance realmente universale se una parte consistente del mondo continua ad avere un peso limitato nelle decisioni che riguardano l'intera comunità internazionale. Da qui l'insistenza sulla partecipazione del Sud globale e sulla necessità di rafforzarne rappresentanza e voce.

In questa prospettiva, il multilateralismo proposto da Pechino non viene concepito come una semplice difesa dell'esistente, ma come un processo di riforma. L'obiettivo dichiarato è costruire un sistema nel quale le regole internazionali siano applicate in modo uniforme, le decisioni siano il risultato di una consultazione più ampia e lo sviluppo non venga separato dalla sicurezza e dalla cooperazione.

La Cina evidenzia quindi che la Global Governance Initiative costituisce una proposta rivolta non soltanto ai propri partner, ma all'intera comunità internazionale. Il messaggio che emerge dai diversi incontri internazionali è che la risposta alle grandi crisi contemporanee non debba essere una nuova divisione del mondo in blocchi contrapposti, bensì una maggiore capacità di cooperare su problemi che nessun Paese può affrontare da solo.

Dalla lotta alla povertà alla prevenzione delle catastrofi, dalla sicurezza internazionale all'intelligenza artificiale, passando per i diritti umani e la cooperazione tra civiltà, la GGI prova così a inserire questioni apparentemente diverse dentro una stessa visione. Una visione nella quale la governance mondiale dovrebbe diventare più rappresentativa, più inclusiva e soprattutto più orientata a risultati concreti. Insomma, pienamente multipolare.

È questa la scommessa cinese: trasformare il crescente peso del Sud globale da semplice dato economico e demografico in una maggiore partecipazione alla definizione delle regole internazionali. E fare del multilateralismo non soltanto uno slogan diplomatico, ma lo strumento attraverso cui costruire un ordine mondiale nel quale sviluppo, sicurezza, tecnologia e diritti possano essere considerati parti di uno stesso progetto di cooperazione.

 

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Data articolo: Sat, 26 Sep 2026 14:37:00 GMT
In primo piano
La farsa del deficit ucraino: Fmi e Ue smentiscono i numeri di Kiev, ma i miliardi continuano a fluire

Riguardo i fondi finanziari destinati a quel pozzo senza fondo del regime di Kiev viene raccontata una versione dei fatti che non sta in piedi. E nessuno, a Bruxelles, ha il coraggio o la volontà di dirlo ad alta voce.

Prendiamo la storia del deficit da 27 miliardi di dollari. Zelensky l’ha annunciata con la solita faccia tosta, mescolando numeri che non tornano, come evidenzia Thomas Moller-Nielsen su Euractiv. Da una parte 8-10 miliardi per armi e “tutto il necessario”. Dall’altra quasi 20 miliardi per stipendi, famiglie dei caduti e “altre aree di finanziamento”. Peccato che nessuno abbia mai spiegato cosa sia questo “necessario”, cosa sia una “partenza normale”, cosa siano queste “altre aree”. Sembra il conto della serva, altro che bilancio di guerra.

La Commissione europea e il Fondo Monetario Internazionale, dopo settimane di incontri e telefonate, non sono riusciti a confermare quei numeri. Tradotto: non ci credono nemmeno loro. E infatti Bruxelles ha resistito alle pressioni di alcuni paesi membri che volevano anticipare i pagamenti del prestito da 90 miliardi per tappare questo fantomatico buco. Segnale chiaro: nessuno a Bruxelles pensa che l’Ucraina stia per fallire.

Dombrovskis, commissario all’Economia, l’ha detto senza girarci troppo intorno: i bisogni di bilancio per quest’anno “sembrano essere ampiamente coperti”. Ha aggiunto che serve più supporto militare. Ma di soldi per pagare stipendi e pensioni, insomma, non è che ne manchino.

E allora perché Zelensky continua a chiedere? Per motivazioni esclusivamente politiche. Chiedere più soldi per i soldati e per le famiglie dei caduti è sempre una mossa vincente in patria. E chiedere che siano gli stranieri a pagare ti evita la parte scomoda: dire agli ucraini che tocca a loro, tassarsi, stringere la cinghia, tagliare spese non essenziali. Senza tenere conto di quanti di questi fondi vadano dispersi nei mille rivoli della corruzione imperante del regime di Kiev.

C’è un dettaglio che nessuno vuole mettere in risalto. Circa 29,5 miliardi di dollari di finanziamenti esteri sono bloccati. Non perché l’Europa non voglia darli. Ma perché il parlamento ucraino non riesce a passare le riforme richieste. Riforme che, guarda caso, sono le stesse chieste da Bruxelles e dal FMI: allargare la base fiscale, tagliare le spese non critiche.

E l’Europa? L’Europa sta zitta. O quasi. Qualche paese prova a far notare che forse, prima di elargire altri miliardi sarebbe il caso di verificare. Ma la macchina burocratica di Bruxelles è lenta, pavida, e in preda a una irrazione russofobia. Così paga e tace. Anche quando i conti non tornano. Anche quando l’Ucraina blocca oleodotti per ragioni elettorali – sì, proprio così, per favorire un candidato alle elezioni ungheresi – e poi li riapre solo dopo che quel candidato ha vinto. Roba che se la facesse Orbán ci sarebbero editoriali indignati per mesi.

Probabilmente l’obiettivo vero è quello di mettere di riproporre lo scenario di aprile, quando tutti – funzionari europei, giornalisti, ministri – scrivevano che il regime di Kiev sarebbe rimasto senza soldi entro poche settimane. Poi aprile è passato, e l’Ucraina era ancora lì. Con i suoi soldi. Con i suoi problemi. Con le sue bugie. Con la sua corruzione dilagante

E con l’Europa che ha pagato senza fiatare.

Come ha scritto Thomas Moller-Nielsen su Euractiv, le richieste del regime di Kiev sono motivate dalla politica, non dall’economia. E i numeri, semplicemente, non tornano.

 

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Data articolo: Sat, 26 Sep 2026 13:46:00 GMT
WORLD AFFAIRS
Droni russi dal Mediterraneo? Italia e Francia smentiscono l’allarme

Un nuovo allarme sulla presunta minaccia russa in Europa è durato il tempo necessario per essere rilanciato dai media prima di essere smentito dai governi direttamente chiamati in causa. Secondo il quotidiano spagnolo El Mundo, Mosca starebbe valutando la possibilità di lanciare droni contro Paesi della NATO utilizzando container trasportati da navi mercantili nel Mediterraneo. La ricostruzione citava una fonte anonima vicina al ministero della Difesa lituano e collegava la vicenda alla recente visita in Russia del direttore della CIA John Ratcliffe.

Peccato che Italia e Francia, secondo quanto riportato dalla stessa ricostruzione, avrebbero dovuto essere tra i Paesi messi in guardia da Washington. E proprio Roma e Parigi hanno negato di aver ricevuto simili informazioni. Il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto ha dichiarato di non avere alcuna evidenza che confermi un’operazione russa del genere, aggiungendo che «in tempi difficili nessuno ha bisogno di altro carburante sul fuoco». Ancora più esplicito Emmanuel Macron. «La CIA non ha informato i servizi di intelligence francesi di un simile attacco», ha affermato il presidente francese.

Il caso è significativo perché ripropone uno schema già visto più volte nel dibattito europeo sulla sicurezza: un’ipotesi basata su fonti anonime viene trasformata rapidamente in un possibile scenario di escalation russa. Negli ultimi anni episodi di droni, incidenti marittimi e danneggiamenti di infrastrutture sottomarine sono stati frequentemente associati a Mosca, senza che siano state sempre rese pubbliche prove conclusive del coinvolgimento russo. Lo stesso è avvenuto recentemente in Germania, dove Berlino ha attribuito alla Russia un presunto attacco con droni contro aerei da trasporto ucraini all’aeroporto di Lipsia/Halle, senza pubblicare gli elementi sui quali sostiene di basare l’accusa. Il problema, quindi, non riguarda soltanto una singola notizia.

Riguarda il confine sempre più sottile tra informazione, indiscrezione e costruzione di scenari di guerra. In un’Europa già attraversata da tensioni militari crescenti, trasformare ogni voce non verificata in una nuova prova della minaccia russa rischia di alimentare proprio quella spirale di escalation che i governi affermano di voler evitare. E questa volta sono stati proprio Roma e Parigi a ricordarlo.

 

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Data articolo: Sat, 26 Sep 2026 05:00:00 GMT
In primo piano
Netanyahu all'Assemblea Generale ONU, qualche spu(n)to sui sofismi sionisti

Benjamin Netanyahu è intervenuto all'81esima Assembela Generale dell'Onu che si è svolta a New York il 24 settembre e, nel suo grottesco show, ha cercato di minimizzare i crimini commessi in modo abituale da molti coloni israeliani, parlando di "giovani teppisti".

IL SOFISMO DELLA MELA MARCIA 

Ci troviamo quindi a dover smascherare certi sofismi, replicando che i coloni violenti non sono furfanti occasionali, mele marce sfuggite al contadino, delinquenti sporadici, ma strumenti sistemici al colonialismo di insediamento, un secondo esercito informale ma organico al progetto suprematista, armato, spesso fomentato da idee messianiche e premiato a tutti i livelli pedagogici, sociali e religiosi dalla dottrina sionista.

IL SOFISMO DELLE COLONIE "BUONE"

A questo proposito, è importante discutere nel Parlamento Europeo di sanzioni specifiche contro le "colonie illegali", ma in parte dobbiamo denunciare la mistificazione, poiché tutte le colonie sono illegali. Si tratta di un sofisma funzionale a far credere all'opinione pubblica internazionale che ci sia un'occupazione aggressiva e sbagliata e un'occupazione civile e giusta, colonie armoniose e bucoliche e coloniche che sorgono da incendi e distruzioni deliberate di case palestinesi e anche omicidi. Una losca ambiguità da parte dell'UE che così abilita l'occupazione e quindi svilisce la lotta per l'autodeterminazione del popolo palestinese.
I governi di Tel Aviv distinguono tra avamposti autorizzati e avamposti non "legalizzati" dal diritto interno israeliano, tuttavia gran parte della comunità internazionale non riconosce alcuna distinzione di legittimità tra gli insediamenti in Cisgiordania.

Nessun sofisma invece, ma un'impunità sfacciata, quando il ricercato internazionale ha mostrato alla platea dimezzata, un cercapersone come quelli fatti esplodere nei mercati e nei bar in Libano. Un gesto surreale nella sede del Diritto Internazionale. Se solo qualche anno fa ce lo avessero raccontanto, non ci avremmo creduto; questa la velocità spaventosa e sconcertante con la quale la giurisdizione cede, la barbarie avanza, l'incredibile incalza e l'apocalisse si affaccia.

A RIDOSSO DEL TERZO ANNO DAL 7 OTTOBRE 

Siamo ormai a ridosso del terzo anno da quella data, il 7 ottobre 2023, che viene usata per far cominciare la guerra alle incubatrici, un genocidio prima incrementale (espressione dello storico israeliano Ilan Pappé) e poi a fuoco aperto e alla luce del sole e dei social, proprio da quel 7 ottobre. 

Ancora un altro raggiro concettuale e linguisitco. L'attacco al Festival Musicale Supernova vicino al kibbutz di Re'im, non è stato un "pogrom di arabi contro ebrei per ragioni etno-razziali" come ripete chi strumentalizza l'antisemitismo, ma un atto di tragica resistenza armata contro un'occupazione militare e una pulizia etnica violentissima che durava da almeno 80 anni in Palestina e dopo 17 anni di asfissiante blocco aereo, marittimo, commerciale e sanitario della Striscia di Gaza; "La più grande prigione del mondo" la definisce Pappé, 360 km quadrati sigillati dal resto del mondo. Una condizione ideale per uno sterminio su larga scala senza vie di fuga.

La narrazione del 7 ottobre come "attacco agli ebrei" è il colmo del ribaltamento cognitivo e del rovesciamento morale: proprio il governo che sfrutta supposte discriminazioni religiose, è lo stesso che ha riabilitato la pena di morte su base etnica. Inoltre questa lettura depoliticizza le antiche e solide rivendicazioni palestinesi per ridurle a impulsi irrazionali e xenofobi.

La strage del 7 ottobre è stata sanguinosa e drammatica, evitabile secondo le informazioni delle intelligence di mezza regione mediorientale, le quali hanno avvertito perfino Netanyahu in persona, ma inevitabile nella sua radice storica, economica e sociale.

Il 7 ottobre è diventato inevitabile dopo un secolo di apartheid e persecuzioni, è diventato inevitabile ogni giorno di questi decenni di atrocità, abusi e crimini commessi dal sionismo istituzionalizzato. ll 7 ottobre poteva essere evitato con inchieste oneste da parte degli organi d'informazione, con sanzioni e isolamento internazionale, con un potere e una volontà giuridica reale dell'ONU; eppure tanti governi, anche arabi, istituti finanziari e multinazionali, hanno tessuto affari con l'occupante genocida sulla pelle del popolo palestinese. Tutti abbiamo lasciato che si arrivasse al 7 ottobre e al genocidio in diretta dei cittadini di Gaza.

Il 24 settembre 2026 Netanyahu presenziava alle Nazioni Unite e il mondo rinunciava ancora una volta ad ogni possibilità di umanità.

Data articolo: Fri, 25 Sep 2026 19:06:00 GMT
In primo piano
Xi a Trump: la Cina vuole stabilità, non una nuova guerra fredda

Il vertice alla Casa Bianca tra Xi Jinping e Donald Trump ha rilanciato l’idea di un rapporto tra Cina e Stati Uniti fondato sulla stabilità strategica, sulla cooperazione e sulla necessità quasi impellente di gestire divergenze e differenze senza trasformarle in conflitto.

Xi ha sottolineato come lo scambio di visite tra i leader delle due principali potenze mondiali in meno di sei mesi rappresenti un fatto senza precedenti nella storia delle relazioni bilaterali. Un segnale che, secondo il presidente cinese, dimostra l’importanza di mantenere aperto il dialogo ai massimi livelli e di guidare insieme quella che ha definito la «grande nave» delle relazioni sino-statunitensi.

L’obiettivo indicato da Pechino è trasformare in realtà la nuova visione di un rapporto costruttivo e strategicamente stabile, basato sulla cooperazione come elemento principale, su una competizione moderata e sulla gestione delle differenze. Cina e Stati Uniti, ha spiegato Xi, possono ottenere benefici reciproci attraverso una cooperazione concreta, competere in modo sano senza cercare di ostacolarsi e costruire fiducia individuando terreni comuni pur mantenendo le rispettive differenze. Che sono anche notevoli, in tutti i campi.

Un capitolo centrale riguarda naturalmente l’economia. Le ultime consultazioni commerciali tra le due delegazioni hanno prodotto un nuovo accordo congiunto, accolto da Xi come una notizia positiva non soltanto per le imprese e i cittadini dei due Paesi, ma anche per l’economia mondiale. La cooperazione, ha osservato il presidente cinese, deve però essere una strada a doppio senso: per garantire stabilità alle relazioni economiche occorre ampliare l’elenco delle aree di collaborazione e, allo stesso tempo, ridurre quello delle questioni ancora irrisolte.

Anche sull’intelligenza artificiale Xi ha indicato la necessità di evitare che la competizione tecnologica si trasformi in una nuova barriera. Cina e Stati Uniti sono entrambe potenze dell’IA e proprio per questo, secondo il leader cinese, hanno ancora più motivi per cooperare. Le rispettive capacità dovrebbero essere sfruttate in modo complementare, mantenendo un dialogo sui rischi e sui benefici della tecnologia e lavorando insieme per impedirne l’uso improprio.

Xi ha inoltre insistito sulla necessità che l’IA rimanga sotto il controllo umano e sia orientata al progresso delle persone. Un terreno sul quale la rivalità tecnologica tra Washington e Pechino potrebbe dunque lasciare spazio a forme concrete di coordinamento.

Non è mancato il dossier Taiwan. Xi ha ribadito la posizione cinese sulla salvaguardia dell’unità nazionale e dell’integrità territoriale, chiedendo agli Stati Uniti di mantenere una posizione contraria all’indipendenza di Taiwan – in base al principio della Cina unica accettato anche da Washington - e di trattare la questione con cautela. Per Pechino, si tratta di una condizione necessaria per costruire una base solida per la cooperazione strategica tra le due potenze.

Trump, dal canto suo, ha definito la visita di Xi negli Stati Uniti «grande», sottolineando i rapporti personali e la comunicazione costante mantenuta tra i due leader. Il presidente statunitense ha riconosciuto i risultati raggiunti nell’ultimo round di consultazioni economiche e commerciali, auspicando che il dialogo prosegua verso un accordo ancora più ampio.

I due leader hanno infine discusso delle principali crisi internazionali, dal Medio Oriente alla guerra in Ucraina fino alla penisola coreana, confermando inoltre il sostegno reciproco nell’organizzazione degli appuntamenti internazionali del 2026, tra il vertice APEC e quello del G20.

Il messaggio emerso dalla Casa Bianca è dunque quello di una competizione che non deve necessariamente sfociare nello scontro. Per Xi, la sfida decisiva è trovare una modalità di convivenza tra due grandi potenze capace di contenere le divergenze e lasciare spazio alla cooperazione. È su questa impostazione che Pechino intende misurare la possibilità di una nuova fase nelle relazioni tra Cina e Stati Uniti.

 

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Data articolo: Fri, 25 Sep 2026 16:45:00 GMT
In primo piano
Sikorski afferma che la Polonia è in guerra con la Russia da secoli e riceve questa risposta da Medvedev

 

Dopo aver dichiarato che il suo paese può sconfiggere la Russia in 42 giorni e che sta facendo scorte di legumi per i tempi che verranno, il ministro degli esteri polacco, Radoslaw Sikorski, ha fatto una nuova dichiarazione delle sue. Durante un incontro organizzato dal CFR alla presenza anche della sua omologa rumena. "La Polonia è entrato in guerra con la Russia più volte nel corso della storia", ha affermato. Alla domanda precisa se la Polonia «potrebbe difendersi senza l’aiuto degli Stati Uniti», il ministro ha affermato che la Polonia ha combattuto contro la Russia già prima della fondazione degli Stati Uniti e che «anche questa volta resterà salda e combatterà». 

Non si è affatta attendere la risposta dell'ex presidente russo e vicepresidente del consiglio della sicurezza del paese Medvedev. «Il ministro degli Esteri polacco, Sikorski, ha dichiarato con orgoglio: “Siamo in guerra con i russi da prima ancora che esistessero gli Stati Uniti”. Questo è in parte vero, ma ha omesso di aggiungere: “e perdiamo sempre”. Così è successo nel 1612. E così è continuato in seguito, durante le ‘partizioni della Polonia’ nei secoli XVIII, XIX e XX», ha scritto sui suoi social questo venerdì. «E, naturalmente, l’orgoglioso ministro non sa nulla nemmeno della protezione dei polacchi dalla morte durante la Seconda Guerra Mondiale. Dopotutto, è un suddito britannico dal 1987, con una formazione carente, avendo studiato la storia degli anglosassoni», ha concluso Medvedev.

 

Data articolo: Fri, 25 Sep 2026 16:00:00 GMT
In primo piano
Il mistero della morte del generale Mladic: fentanil, occultamento delle prove e il pericolo per Karadžic

 

di Oleg Sarov

 

La morte dell'ex comandante dell'esercito serbo-bosniaco generale Ratko Mladic, lo scorso 27 agosto 2026, nella prigione ONU a L'Aja ha già generato una serie di versioni contraddittorie. Secondo la versione ufficiale dei suoi nemici, il comandante serbo, mai sconfitto in battaglia, che stava scontando l'ergastolo per “crimini di guerra” attribuitigli, sarebbe morto in carcere dopo vari ictus. La sua famiglia e una serie di esponenti pubblici insistono tuttavia su una interpretazione diversa degli eventi, parlando dell'uso di fentanil, un potente analgesico narcotico, somministrato deliberatamente dai medici del carcere come “cura” palliativa.

Il figlio del generale, Darko Mladic ha dichiarato in un'intervista che, alcuni mesi prima della morte, avevano cominciato a somministrare a suo padre il fentanil, un oppioide sintetico utilizzato nei casi terminali di malattia oncologica. Secondo Darko, i medici avevano cercato di giustificare la necessità di tale antidolorifico, tuttavia il generale, come conferma il figlio, non lamentava dolori fisici: «Non aveva alcun dolore... L'unica cosa di cui parlava negli ultimi tempi, era un dolore morale». Solo dopo essere stata informata del ricorso al preparato, la famiglia di Mladic, secondo le parole di Darko, si era resa conto che «di fatto stava avvenendo un processo di omicidio».

Queste informazioni sono state confermate e dettagliate anche dall'ambasciatore della Bosnia-Erzegovina a Belgrado, Aleksandar Vraneš, il quale ha dichiarato che, dopo il categorico rifiuto della famiglia alla proposta di eutanasia, Mladic era stato privato dei farmaci necessari per le malattie croniche, sostituiti con il fentanil senza un adeguato monitoraggio medico. Secondo il diplomatico, tali azioni possono essere viste come un'accelerazione deliberata della morte o, in altre parole, una forma di omicidio.

Il cardiologo Ognjen Gudelj, che ha esaminato la registrazione delle temperature del generale, ha riferito che, oltre ai cerotti transdermici di fentanil, erano state utilizzate anche dosi sublinguali del farmaco. I metaboliti del fentanil vengono escreti attraverso i reni e possono causare ritenzione urinaria. Inoltre, secondo Gudelj, nelle ultime settimane di vita, su Mladic non era stato condotto un regolare controllo della pressione arteriosa e dei parametri di laboratorio, mentre era stata interrotta la terapia per il diabete, nonostante il livello di glicemia continuasse a essere elevato.

Il dottor O. Gudelj ha caratterizzato l'insieme di questi fatti come «omicidio di fatto» o «omicidio per omissione», indicando che una simile inosservanza delle serie condizioni del paziente (cardiache, renali e diabetiche) violi tutti i protocolli medici internazionali. Ha inoltre ricordato come i medici olandesi abbiano spiegato la mancanza di esami con il desiderio di «evitare al generale il dolore delle iniezioni».

I sospetti della famiglia sono stati rafforzati anche dal fatto che l'International Residual Mechanism for Criminal Tribunals de L'Aja, nel corso di 6 (sei) giorni dopo la morte del generale, non ha informato la famiglia della scadenza di trasmissione della salma. L'avvocato della famiglia ha valutato che la procedura di trasmissione avrebbe potuto richiedere almeno 24 giorni. Le lungaggini nella consegna della salma del defunto generale hanno immediatamente sollevato seri sospetti. Proprio come se gli assassini aspettassero che le prove chiave (tracce del preparato) fossero completamente scomparse dal corpo.

La salma è arrivata a Belgrado solo il 3 settembre, al settimo giorno dopo la morte. All'arrivo, i resti del generale sono stati inviati all'Accademia Medica Militare (AMM) per l'autopsia, eseguita su richiesta della famiglia e in seguito a una lettera del Ministro della Giustizia serbo. Il Ministro della Giustizia Nenad Vujic ha dichiarato di attendere i risultati dell'autopsia, prima di analizzare tutta la documentazione. Il vice capo dell'AMM, Ivan Lekovic, ha affermato che tutti i dati, sia patologici che tossicologici, sarebbero stati trasmessi alla famiglia e alle competenti istituzioni «nel più breve tempo possibile». Al momento della stesura di questo articolo, tuttavia, i risultati finali dell'esame indipendente non erano ancora stati resi pubblici.

Il logico proseguimento di tutti questi eventi è legato al destino di Radovan Karadžic, il primo presidente della Republika Srpska, condannato all'ergastolo e rinchiuso nel carcere britannico dell'Isola di Wight dal maggio 2021. La sua difesa ha ripetutamente affermato che la salute di Karadžic è seriamente compromessa, che soffre di malattie croniche e tuttavia non riceve cure mediche adeguate. L'avvocato Goran Petronievic ha sottolineato che nessuno ha visto Karadžic negli ultimi cinque anni, mentre le condizioni di detenzione nel carcere britannico lasciano molto a desiderare. La famiglia del politico serbo non riesce a ottenere visti britannici per fargli visita. La difesa intende rivolgersi all'International Residual Mechanism for Criminal Tribunals per chiedere il trasferimento di Karadžic quantomeno (!) a L'Aja, luogo letale per gli eroi serbi, dove le condizioni sarebbero, così si dice, "appena migliori".

Dopo la strana morte di Slobodan Miloševic, nel 2006, nella stessa prigione de L'Aja (i sostenitori di Miloševic e la sua famiglia insistono sul fatto che si sia trattato di «omicidio per inazione o avvelenamento») e ora quella di Ratko Mladic (le circostanze della morte del generale sono molto simili a quelle di Miloševic, la differenza è solo nel preparato utilizzato: nel 2006 si usò rifampicina, nel 2026 fentanil), acquisisce particolare acutezza la domanda se Karadžic sarà la prossima vittima del discutibile atteggiamento sanitario delle guardie carcerarie occidentali e, insieme, dei boia degli eroi della resistenza slava al «nuovo ordine mondiale». Purtroppo, le risposte a tale domanda potrebbero arrivare un po' più tardi di quanto si vorrebbe, dopo la già ritardata pubblicazione dei risultati della perizia tossicologica e dell'indagine indipendente sulle circostanze della oltremodo ambigua morte del generale Mladic.

 

https://news-front.su/2026/09/25/fentanil-sokrytie-ulik-i-opasnost-dlya-karadzhicha-tajna-smerti-generala-mladicha/

versione originale

https://www.fondsk.ru/news/2026/09/25/tayna-smerti-generala-mladicha-fentanil-sokrytie-ulik-i-opasnost-dlya-karadzhicha

 

Traduzione a cura di F.P.

Data articolo: Fri, 25 Sep 2026 15:00:00 GMT
Diritti e giustizia
Meno sanità e più armi: dove stanno finendo i soldi delle nostre tasse

 

di Michele Blanco

La progressiva militarizzazione del discorso pubblico in Europa e la parallela ristrutturazione della spesa pubblica sollevano profondi interrogativi di carattere sociologico, economico e democratico. Si tratta di un’operazione di ingegneria del consenso volta a giustificare il riarmo a scapito dello stato sociale.

Dietro la costante retorica mediatica — che riduce i complessi equilibri geopolitici a un riduttivo "falso binario" e priva il dibattito di ogni profondità storica (dimenticando i fatti del 2014 in Ucraina o il mancato rispetto dei trattati di Minsk) — si nasconde il più grande trasferimento di ricchezza pubblica verso il settore privato della difesa dai tempi della Guerra Fredda. I dati dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) evidenziano una spesa militare globale senza precedenti, pari a 2.887 miliardi di dollari, con l'Europa che fa da traino mondiale attraverso un incremento della spesa bellica del 14% in termini reali.

Questa massiccia allocazione di risorse statali viaggia in parallelo con i bilanci record delle principali multinazionali degli armamenti: la tedesca Rheinmetall ha raggiunto un profitto operativo record di 1,84 miliardi di euro, con margini sulle munizioni vicini al 29%; la britannica BAE Systems ha toccato i 30,7 miliardi di sterline di ricavi, mentre l'italiana Leonardo SpA ha accumulato un portafoglio ordini di 45 miliardi di euro, registrando una crescita dei profitti ordinari superiore al 44%. Questo drenaggio di casse pubbliche produce un costo sociale asimmetrico e devastante, determinando il definanziamento e lo smantellamento di pilastri civili fondamentali quali la sanità, l'istruzione e le tutele del welfare.

Per rendere digeribile alla cittadinanza un simile salasso e contenere il dissenso, il sistema mediatico mainstream — ampiamente concentrato nelle mani di oligopoli finanziari e industriali legati a doppio filo ai mercati degli idrocarburi e degli armamenti — adotta sofisticate strategie di manipolazione neuroscientifica, sociologica e psicologica, ereditate da una solida tradizione saggistica.

Già alla fine dell'Ottocento, il sociologo Gustave Le Bon, in Psicologia delle folle (1895), dimostrava come la logica collettiva differisca da quella individuale: immerso nella massa, l'individuo perde la propria capacità critica e diventa permeabile a impulsi irrazionali e suggestioni veicolate da centri di potere che usano la ripetizione assertiva di slogan anziché la logica.

Negli anni Venti, Edward Bernays — nipote di Freud e considerato il padre delle moderne pubbliche relazioni — teorizzò in Propaganda (1928) l'esistenza di un «governo invisibile» che dirige le masse attraverso l'«ingegneria del consenso» (engineering of consent), manipolando le pulsioni inconsce a fini commerciali e politici. Parallelamente, Walter Lippmann, nel saggio Public Opinion (1922), coniò la locuzione «fabbricazione del consenso» (manufacture of consent), evidenziando come i cittadini, incapaci di decodificare la reale complessità degli scenari globali, dipendano da pseudo-ambienti semplificati generati dalla stampa. Un meccanismo di controllo che già Niccolò Machiavelli, ne Il Principe (1513), aveva descritto come l'arte di dissimulare la realtà e plasmare la percezione del popolo, poiché «gli uomini in universale giudicano più agli occhi che alle mani».

Il culmine filosofico di questa critica si trova nell'opera di Jürgen Habermas. In Storia e critica dell'opinione pubblica (1962), il filosofo teorizza la «rifeudalizzazione della sfera pubblica»: lo spazio del dibattito razionale e democratico viene colonizzato dagli interessi economico-commerciali dei grandi gruppi industriali e finanziari. La sfera pubblica smette di essere il luogo in cui i cittadini formano un pensiero critico e si trasforma in un'arena di consumo, dove il consenso viene "fabbricato" dall'alto tramite tecniche pubblicitarie e di pubbliche relazioni.

Negli scritti più recenti, Habermas ha esteso questa analisi alla deriva bellicista dell'Occidente. Intervenendo sul dibattito della guerra in Ucraina con il saggio Un appello ai negoziati (pubblicato sulla Süddeutsche Zeitung nel 2023), ha denunciato l'assenza di un'iniziativa diplomatica e criticato l'invio incondizionato di armi, che rischia di trasformare l'Occidente in un co-responsabile del prolungamento del conflitto e di un'escalation nucleare. In linea con L'Occidente diviso (2005/2023), Habermas ribadisce la necessità di sostituire la logica militare con il diritto internazionale e il costituzionalismo cosmopolitico, mirando a una pace negoziata di compromesso per preservare le vite umane.

Nello scenario contemporaneo, questo fenomeno ha subito una mutazione tecnologica radicale attraverso il passaggio ai social network e all'infosfera digitale. Come evidenziato da Shoshana Zuboff sul tema del capitalismo della sorveglianza, l'opinione pubblica viene profilata psicograficamente tramite i Big Data per mappare le vulnerabilità individuali. L'architettura degli algoritmi premia l'indignazione e la polarizzazione emotiva, generando "bolle di filtraggio" (filter bubbles) ed "camere dell'eco" (echo chambers) che alimentano la percezione della minaccia ed eliminano la complessità dei fatti. La propaganda bellica si è così evoluta in "guerra cognitiva" (Cognitive Warfare), il cui obiettivo è hackerare la mente umana per trasformare il cittadino in un ripetitore inconsapevole di visioni belliciste.

Applicando il modello della "fabbricazione del consenso" codificato da Chomsky e Herman (1988), l'informazione contemporanea attua una decontestualizzazione degli eventi e attiva un targeting emotivo mirato al cervello rettiliano, stimolando ansia e paura per inibire l'analisi critica. Attraverso il meccanismo del "controllo riflessivo" (reflexive control), l'opinione pubblica viene indotta a credere che il riarmo sia l'unica via d'uscita, arrivando a marginalizzare o ridicolizzare le posizioni terze, comprese le prese di posizione di Papa Francesco. A questo si aggiunge la dinamica della "spirale del silenzio" (Noelle-Neumann), in cui i media isolano le posizioni contrarie alla guerra, spingendo la maggioranza critica al silenzio per timore dell'esclusione sociale.

Questa costruzione mediatica si scontra tuttavia con i dati demoscopici. Rilevazioni condotte da istituti come Ixè, Ipsos ed Euromedia Research documentano che oltre il 50% dei cittadini italiani è contrario all'invio continuo di armi e solo il 18% ritiene corretto sostenere il conflitto senza un'opzione negoziale.

Sul piano politico europeo, questa istanza trova rappresentanza nel gruppo della Sinistra al Parlamento Europeo (GUE/NGL) e in coordinamenti come Stop ReArm Europe. Partiti come La France Insoumise in Francia, Die Linke in Germania, il KKE in Grecia, Podemos e Izquierda Unida in Spagna denunciano l'incompatibilità tra l'austerità sociale e l'aumento delle spese per la difesa. In Italia, questa linea trova riscontro nel voto espresso all'Eurocamera da Alleanza Verdi e Sinistra (AVS) e dal Movimento 5 Stelle, contrari al finanziamento della filiera bellica a scapito dei fondi di coesione destinati a sanità, istruzione e tutela climatica.

Per evitare che il malcontento della popolazione si traduca in mobilitazione politica contro le conseguenze economiche della guerra (come inflazione e carovita), si applica la teoria dell'Agenda-setting (McCombs e Shaw): lo spazio cognitivo dei cittadini viene saturato con polemiche interne cicliche e divisive (gestione dei flussi migratori, dinamiche scolastiche o tatticismi di partito sul "campo largo"). L'adesione acritica alle linee belliciste viene usata come filtro di sbarramento istituzionale per etichettare le opposizioni come irresponsabili. L'informazione cessa così di fungere da contropotere indipendente e diventa uno strumento di amalgama sociale.

In questo contesto — in cui i doppi standard internazionali emergono anche di fronte a crisi come quella nella Striscia di Gaza o alle tensioni in Venezuela e Iran — riappropriarsi del pensiero critico e difendere l'Articolo 11 della Costituzione Italiana (che ripudia la guerra come strumento di offesa e risoluzione delle controversie) non è una semplice scelta politica, ma un imperativo etico e civile per la tutela della democrazia.

Riferimenti Bibliografici:
 
Le Bon, G. (1895). Psychologie des foules. Félix Alcan. (Annullamento della capacità critica nelle masse).
Lippmann, W. (1922). Public Opinion. Harcourt, Brace and Co. (Genesi della fabbricazione del consenso).
Bernays, E. L. (1928). Propaganda. Horace Liveright. (Codifica dell'ingegneria del consenso).
Habermas, J. (1962). Strukturwandel der Öffentlichkeit. Hermann Luchterhand Verlag. (Rifeudalizzazione della sfera pubblica).
Habermas, J. (2005/2023). L'Occidente diviso. Editori Laterza. (Monografia sul costituzionalismo cosmopolitico e la critica all'unilateralismo militare).
Habermas, J. (2023). Ein Plädoyer für Verhandlungen. Süddeutsche Zeitung. (Saggio accademico-politico contro l'escalation bellica e l'invio cieco di forniture d'arma in Ucraina).
Zuboff, S. (2019). The Age of Surveillance Capitalism. PublicAffairs. (Modelli algoritmici di estrazione del consenso e profilazione psicografica nell'infosfera).
Herman, E. S., & Chomsky, N. (1988). Manufacturing Consent: The Political Economy of the Mass Media. Pantheon Books. (Modello dei cinque filtri proprietari ed editoriali).
McCombs, M. E., & Shaw, D. L. (1972). The Agenda-Setting Function of Mass Media. Public Opinion Quarterly, 36(2), 176-187. (Selezione delle notizie come distrazione).
Noelle-Neumann, E. (1974). The Spiral of Silence: A Theory of Public Opinion. Journal of Communication, 24(2), 43-51. (Isolamento sociale del dissenso).
SIPRI - Stockholm International Peace Research Institute. (2026). Trends in World Military Expenditure. SIPRI Fact Sheet [SIPRI].
Istituto Ixè. (2026). Osservatorio Ixè: Il sentimento degli italiani sul sostegno militare e l'invio di armi [Sondaggio Ixè Armi Ucraina].
Data articolo: Fri, 25 Sep 2026 10:30:00 GMT
In primo piano
Piano Kushner da 2,45 miliardi per Gaza tra i progetti di espulsione di Israele

 

A margine dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York, Jared Kushner — ex consigliere e genero di Donald Trump — ha presentato un piano da 2,45 miliardi di dollari destinato alla ricostruzione della Striscia di Gaza, in gran parte rasa al suolo dai continui bombardamenti israeliani.

La presentazione è avvenuta durante una riunione del Board of Peace, l'organismo istituito da Trump nel gennaio 2026 con l'obiettivo di monitorare e gestire la Striscia per conto di Israele e di cui Kushner è membro del consiglio direttivo. Secondo quanto riportato da Reuters, il progetto illustrato da Kushner — noto per i suoi stretti legami con la famiglia del Premier Benjamin Netanyahu — include 66 interventi dedicati al ripristino delle infrastrutture economiche dell'enclave. Tuttavia, i dettagli operativi restano scarsi. Lo stesso Kushner ha ammesso che l'iniziativa sta subendo continui ritardi, definendoli necessari per «affilare l'ascia e prepararsi al momento in cui bisognerà tagliare l'albero», augurandosi che la fase operativa inizi a breve.

Nel corso dell'incontro, Nickolay Mladenov, direttore generale del Board of Peace, ha dichiarato che l'obiettivo è offrire nuove opportunità alla popolazione e permettere sia ai palestinesi di Gaza sia alle comunità israeliane di confine di superare la paura della violenza. L'organismo ha stimato in oltre 71 miliardi di dollari il fabbisogno complessivo per la ricostruzione del territorio nei prossimi dieci anni.

L'iniziativa solleva tuttavia forti dubbi su quali siano i reali beneficiari: la popolazione palestinese, stremata da anni di attacchi e devastazioni, o i settori della società israeliana che spingono per ricolonizzare la Striscia dopo l'espulsione degli abitanti locali. Lo stesso Donald Trump aveva in precedenza dichiarato che Washington e Tel Aviv avrebbero preso il controllo di Gaza per radere al suolo le strutture esistenti e spostare circa 1,8 milioni di persone — affermazioni poi parzialmente ridimensionate dopo le polemiche internazionali. Al contempo, diversi esponenti del governo israeliano continuano a rivendicare il controllo permanente del territorio e la creazione di nuovi insediamenti ebraici, definendo il trasferimento forzato dei palestinesi una "migrazione volontaria".

Attualmente le truppe israeliane occupano almeno il 60% della Striscia, mentre Netanyahu continua a sollecitare la presa di controllo dell'intero territorio. Nonostante l'accordo di cessate il fuoco dell'ottobre 2025, i dati del Ministero della Salute palestinese registrano oltre 1.402 vittime a causa dei raid aerei condotti da allora da Israele.

Restano inoltre severe le restrizioni all'ingresso degli aiuti umanitari. Athena Rayburn, direttrice dell'Associazione delle agenzie internazionali per lo sviluppo, ha denunciato al Consiglio di Sicurezza dell'ONU come il Board of Peace stia di fatto agevolando il blocco israeliano sui beni di prima necessità. Tra i materiali respinti dalle autorità israeliane — con la giustificazione di un possibile "doppio uso" militare — figurano presidi medici come stampelle, sedia a rotelle e protesi, ma anche prodotti alimentari di base come angurie e cipolle.

Dall'inizio del genocidio, le azioni militari israeliane a Gaza hanno provocato oltre 73.928 morti accertati, in gran parte donne e bambini, anche se alcune stime indipendenti indicano cifre notevolmente superiori. La maggior parte dei sopravvissuti si trova ora ammassata in campi profughi all'interno di quel 40% di territorio non ancora direttamente occupato dalle forze militari.

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LAD EDIZIONI E EDIZIONI Q PRESENTANO "GAZA NOI NON DIMENTCHIAMO"

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Data articolo: Fri, 25 Sep 2026 10:30:00 GMT
Preferivo scrivere
Religione zombie e scuola aziendalizzata: poi ci stupiamo dell'indifferenza alla guerra? || Gabriele Busti

 

Gabriele Busti è l'ospite di questa puntata di "preferivo Scrivere", la rubrica di video interviste di Giulia Bertotto. Busti è docente e autore, le sue analisi sociopolitiche sono acute e profonde insieme, corrosive ma meditate, provocatorie ma sagge.

La scuola è sotto attacco: aziendalizzata da una parte e militarizzata dall'altra, ormai una fabbrica di consenso alla guerra e addestramento all'autosfruttamento; ma la scuola è solo uno dei pilastri sociali aggrediti dall'ordoliberismo; dunque cos'è la religione zombieficata del sociologo Emmanuel Todd e cosa c'entra con la smania di guerra europea? E ancora, alcune osservazioni sul culto tribale degli influencer ma anche le dovute ammissioni personali, perché anche noi che analizziamo i social, siamo rapiti dalle loro dinamiche sociali ed emotive. In chiusura Busti commenta anche il rapporto della Cia diffuso nelle ultime ore, secondo il quale Mosca preparerebbe un imminente attacco con obiettivi in Spagna e in Italia.

 

Intervista completa dalle 18 e 30 qui:

Data articolo: Fri, 25 Sep 2026 10:00:00 GMT

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