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Attenti al Lupo
Fulvio Grimaldi - Nella Galleria degli Orrori. ANNESSIONE COSTI QUEL CHE COSTI. Finte elezioni, finti confini, finta sicurezza, ma linee gialle

 

di Fulvio Grimaldi per l'AntiDiplomatico

Citazione del giorno:

Imporre all’Iran, che arricchisce l’uranio a scopo civile, di non avere la bomba atomica è come ordinare a uno col bastone da passeggio di non fare il salto con l’asta”

Verso Armageddon

Nel mondo si aggira e imperversa un masskiller che tutti omaggiano e a cui molti obbediscono per quanto sia affetto da demenza insieme senile e infantile. Un volgare, incolto zoticone, dall’ego irragionevolmente ipertrofico e tossico, che spara dieci cazzate già solo a colazione e tutti gli danno retta anche quando dà in escandescenze e urla a uno dei popoli dalla civiltà più antica del mondo,“Aprite quel cazzo di Hormuz, brutti bastardi”, e “Faccio fuori la vostra civiltà in una notte”. Oppure quando, sprofondando nel ridicolo, delira “Non avete ancora pagato abbastanza per ciò che avete fatto all’umanità in 47 anni”. E sorvola sulla cinquantina di milioni di morti, tra ininterrotte guerre, colpi di Stato, rivoluzioni colorate, assassini extragiudiziali (specialità Obama), devastazioni, sanzioni, fatti da lui e dai suoi predecessori e soci, in particolare quello, sì, nucleare, solo dal 1945 a oggi. 

Tutto questo tenuto al guinzaglio da questo rottweiler atomico (scusatemi cari rottweiler) a due zampe e venti zanne, creato e addestrato a squartare su disposizione e licenza di un dio inventato e idolatrato perché non ponga limiti ai crimini dei suoi fedeli. Il dio che, secondo Israel Katz, un altro dei forsennati del culto della morte altrui, perciò ministro sionista del Genocidio, dichiara il suo Stato, uscito dalla provetta dello scienziato pazzo, “pronto a riportare l’Iran all’Età della pietra”.

Da una costola di costui deve essere stato generato quell’altro rigurgito escatologico, dal prurito di zolfo alle mani, di questa 13esima tribù ahinoi mai perduta: Pete Heseth, che da ministro della Difesa, si è evoluto in ministro della Guerra. Un mezzobusto della trumpista TV Fox News che, prima del suo Pentagono da 2,9 milioni di dipendenti e il bilancio da 3000 miliardi, mai era stato chiamato a gestire un organismo più ampio delle sue tre mogli e cinque figli. Un esemplare della feroce fauna cristiano sionista che scolpisce nel suo libro, “Crociata Americana”, la seguente massima: “La storia dell’America è intrecciata inestricabilmente a quella giudeo-cristiana e allo Stato di Israele. Se ami l’America, devi amare Israele”. E venga Armageddon e poi, chissà, il Messia. Coppia criminale di due Stati fuorilegge.

Verso il Terzo Tempio

E se questo comporta l’Apocalisse), ben venga. Un passo alla volta: Iraq, Libia, Siria, Afghanistan, Palestina, Iran, Libano, Yemen e tutto il resto che si oppone alla preparazione del mondo per la venuta di ‘sto Messia. Con il ritorno di Gesù, o di chi per lui, e la fine dei tempi. Alla quale, sotto sotto, pensano di scampare solo loro. Tutti questi invasati basano fede, comportamenti e fini sul “Culto dei Tre Templi”. Con il terzo ora da costruire, rimuovendo la spianata dei templi musulmani, Al Aqsa in testa, e mettendo questo Terzo Tempio di Salomone al centro del Grande Israele. Non per nulla l’operazione del 7 ottobre  Hamas l’aveva intitolata ad Al Aqsa…

Dal che si può anche arguire con una certa fondatezza che quanto la triade diplomatica di Trump, con Steve Witkoff, Jared Kushner e, in testa, il fanatico ambasciatore a Tel Aviv, Mike Huckabee (in tv invoca “l’atto divino di un territorio che si estende dal sinuoso Nilo al tortuoso Eufrate”), è chiamata con i “negoziati” Islamabad a mimetizzare, non è altro che un’escatologia territoriale. Per la quale occorre prospettare la messianica conflagrazione mondiale finale, magari nucleare, che parta dalla pietra d’inciampo Iran e veda sorgere il Terzo Tempio. Questo ad appena trecento anni dal Secolo dei Lumi.

Conflagrazione che si apre, come indovinano quelli che parlano della “terza guerra mondiale a pezzi”, con la crisi energetica (perfezionata poi dalla fuoruscita degli Emirati, dependance di Israele e Fratello in Abramo, dall’OPEC, già forza di contrasto del Sud globale all’unipolarismo) che diventa economica e impoverisce 7 miliardi su 7 e rotti. Poi potrebbe esserci il finalone atomico, ma a contemplare il ritorno del Messia saremo rimasti in pochini.

Terrore, la nuova normalità

E le linee gialle? Cosa succede dentro e fuori dalle linee gialle?  Quelle, come le guerre d’aggressione, si allestiscono a forza di rivendicazioni della mitica Sicurezza, che è puro terrorismo padronale, ma che Trump, Netanyahu, Meloni e criminalità organizzata varia, fanno passare per salvaguardia di tutti noi bassa forza. Terrore globale, ma diviso in due fronti per una finta contrapposti: l’ufficiale, travestito da democrazia, e il proxy, quello delle quinte colonne (Al Qaida, Isis, rivoluzionari colorati, ONG…). Del secondo, nel quale si mimetizzavano, da un po’ fanno a meno, da quando forza su diritto è stato introdotto come nuovo principio per la convivenza nel “mondo libero”, all’ombra dello Stato fieramente fuorilegge.

Di terrorismo di Stato ci alluvionano, in un crescendo parossistico che toglie il respiro e perfino la facoltà di rendersi conto, episodi che, per essere paragonati a qualcosa di affine, si deve ricorrere all’Inquisizione- Quella di Torquemada, quella degli eretici appesi per i piedi e poi bruciati (sempre di religione millenarista e messianica si tratta).

Sembra quasi che ci si sia abituati a convivere con una normalità che vediamo, giorno per giorno a due passi da casa nostra, in Palestina, Libano, Siria; nella strage bombarola di 80 ragazzine di una scuola iraniana; nelle città libanesi polverizzate, nei villaggi svuotati e demoliti, nel milione e 300mila abitanti (su 5 milioni) sradicati dalle loro terre nel Sud e mandati in baracche e tende sui lungomari dei ricchi; nelle terre bruciate e rese invivibili, fino a quando coloni insediati non saranno dotati di mezzi per bonificarle e impiantarcisi da un capo all’altro del Medioriente, dove vivevano non ebrei.

Normalità consacrati da ottant’anni di abusi, violenze e ora anche ripugnanti furti e saccheggi, compiuti in Libano dall’esercito più morale del mondo, di quanto si sono dovuti lasciare dietro delle conquiste di una vita, quel milione e mezzo di evacuati su ordine di quell’esercito. A determinare i valori in campo testimoniano le immagini di soldati israeliani, che, senza un battito di ciglia dei loro comandanti, senza mai rischiare un’inchiesta, rientrano nella Palestina occupata dai villaggi libanesi rasi al suolo, assisi su camion e camionette straripanti di quadri, divani, motociclette, vasellame, televisori, orologi.

Normalità anche quella degli inermi naviganti, benefattori di gente di cui si progetta la scomparsa dalla faccia della Terra, quando vengono attaccati, rapiti, pestati, torturati, disumanizzati da licantropi d’assalto. Con il bonus aggiuntivo del plauso di una seconda carica del nostro Stato, offerto in ginocchio davanti all’altarino con il busto del Duce. Tout se tient tra fascisti.  Tanto normale da non dedicare ai licantropi neanche una riga dei 19 pacchetti di sanzioni inflitte alla Russia per aver provato a bloccare una nuova aggressione nazista, di quelle che l’altra volta le erano costate 27 milioni di morti. Aggressione nazista guidata da Washington, partita con il golpe di Maidan e con il massacro dei russi del Donbass per mano delle milizie SS del regime installato dagli euroatlantici.

Normalità, passata quasi inosservata visto che già si era vissuta, delle botte a quelli della Flotilla, con la canna dei fucili in bocca, la faccia strascinata per terra, le costole e i nasi rotti da cazzotti e calci perché hai l’improntitudine di alzare le braccia per dire che sei inerme. Per arrivare alle torture a Thiago Avila e Saif Abukeshek, due eroi che il mondo concede alle sevizie degli sgherri voltandosi dall’altra parte. Normalità che, dove non c’è più niente da bombardare, sparare, frantumare, delega il compito ai ratti e alle donnole perché mordino i bambini di Gaza, paralizzati dal gelo e dalla fame, imboccati di rifiuti e rimboccati con stracci bagnati, senza che ci sia più un infermiere a darti un’aspirina. C’è chi spera che ne venga una bella peste e la faccia finita con questi residuati che, a dispetto di bombe, fucilate, fame, sete, si ostinano ad esserci e, addirittura, a emettere sospiri che inquinano la terra che il Signore ha assegnato al suo popolo.

 Thiago e Saif

Normalità cisgiordana, dove è veniale incidente di traffico se, sollecitato dalla fastidiosa visione di due ragazze ancora vive su una strada riservata ai coloni, acceleri e le travolgi, o butti a terra una suora e la prendi a calci. O, ancora, se sfregi una Madonna mettendole in bocca una sigaretta e spacchi la faccia al crocefisso, con tanti saluti al Papa che blatera di pace e giustizia.

Normalità da millenni che gli abitanti di questa terra abitassero in case da loro costruite, coltivassero ulivi da loro piantati, cuocessero pane nei loro forni, allevassero pecore per il loro latte e la loro lana, si dissetassero e irrigassero dai loro acquedotti, preparassero alla vita i loro bambini nelle scuole, scrivessero poesie, dipingessero quadri, osservassero i colli, i piani, il cielo. Normalità, oggi, che di tutto questo vengano privati a forza di incendi, distruzioni, furti, sradicamenti, pestaggi, uccisioni. Da coloni armati che militari dell’esercito dell’unico Stato democratico del Medioriente proteggono dalla violenza di terroristi costretti in ginocchio.

Dove la normalità s’incrina

Un incidente di percorso, nel tranquillo scorrere di questa normalità dovrebbe averlo provocato – ma c’è da contarci poco – il rapporto di un autorevole organismo indipendente, Euro-Med Human Rights Monitor, l’Osservatorio dei Diritti Umani nello Spazio Euromediterraneo, basato a Ginevra e presieduto da Richard Falk, già relatore delle Nazioni Unite sui diritti umani nei territori occupati.

Contenente centinaia di testimonianze di prigionieri rilasciati, medici, operatori umanitari, con innumerevoli video che gli stessi carcerieri israeliani si divertono a far pervenire ai cellulari dei palestinesi per terrorizzare e intimidire, il rapporto s’intitola “Un altro genocidio dietro le mura”. Ciò che viene documentato è la politica di uno Stato che lo legittima, organizza e fa giustificare dalle sue istituzioni mediche e giudiziarie.

Non c’è quasi detenuto rilasciato da uno dei centri israeliani – Ketziot, Megiddo, Ofer, Sde Teiman - che non denunci torture subite e, in particolare, violenze sessuali, e non ne possa esibire i segni. Si tratta di crimini, commessi da personale maschile e femminile, sistematicamente impunito: mutilazioni genitali, rimozione di testicoli. nudità forzata e prolungata, stupri di uomini su uomini, uomini su donne, stupri con strumenti, trattamento degradante, stupri con cani addestrati. Una pratica di cui ci dettero l’idea le immagini di Gaza, quando ancora qualcuno dei quasi 300 giornalisti gazawi ammazzati operava (altri 100 ne hanno uccisi tra Libano e Yemen), che mostravano decine di uomini nudi ammassati in ginocchio su camion, o, sempre in ginocchio e in formazione, esibiti nelle strade ai loro concittadini.

E ricordiamoci anche come autori e responsabili e committenti di Stato, confortati dal sicariato mediatico internazionale, abbiano provato a sviare da questa loro pratica strutturale (che non nasce nel presente conflitto), accusando di stupri di massa (per i quali, peraltro, non v’è mai stato né un testimone, nè una prova) i combattenti palestinesi del 7 ottobre.

L’improntitudine più sfacciata e strafottente, consentita dalla totale immunità-impunità consentite da una comunità internazionale spartita tra sicari, conniventi e ignavi. l’ha esibita l’ultrà sionista teorico – e occasionalmente praticante - della tortura che eufemisticamente è detto ministro della Sicurezza, Ben Gviri. Ai suoi cinquant’anni malvissuti la moglie gli ha confezionato torta e oggettistica all’insegna del cappio. Cioè dell’impiccagione. Quella da lui proposta e dalla Knesset decisa con la legge, non uguale per tutti, della pena di morte per chi è palestinese e lo fa. La scritta sulla torta diceva: “A volte i sogni si realizzano”.

Questi, che sarebbero spurghi dell’inferno se la località esistesse, ma si devono accontentare di essere spurghi del sionismo, si godono i frutti del ricatto grazie al quale i loro crimini sono protetti dall’Iron Dome della Coalizione Epstein. Coalizione di cui il capo non può più far danno, perché fatto trovare appeso, a telecamere spente e in assenza di secondini, in una cella di New York. La vicecapa sta in carcere, muta come un pesce, perché finirebbe uguale se solo dicesse good morning; e il socio di affari e bagordi da ergastolo figura da presidente, ma non è – finchè sta buono - che il commissario per le grandi opere, i grandi soldi e il Grande Israele.

L’unica democrazia in Medioriente

Nel 2006 c’erano i territori occupati e non ancora annessi, o annessandi, l’ANP, il mostriciattolo pseudo-statale partorito a Oslo e il tacco dello stivale israeliano su ogni cm2 delle presunte aree ad amministrazione palestinese, affidate per procura al proxy Mahmud Abbas. Nel 2006 ci furono elezioni in tutti i territori e tutte furono stravinte dal Partito Hamas, non ancora forza guerrigliera, ma, insieme a quanto restava delle vecchie organizzazioni laiche e marxiste (FPLP e FDLP), fermo rivendicatore di uno Stato palestinese a sovranità non da Disneyland. A quel risultato (che la Fatah normalizzata da Abu Mazen cercò invano di sovvertire a Gaza) non ne seguirono altri fino ad oggi. Abu Mazen e i suoi danti causa e nutrizionisti a Tel Aviv, ammaestrati, non ne vollero più sapere di elezioni. Rimangono i sondaggi che indicano il quintuplo ergastolano Marwan Barghuti presidente e Hamas vincitore sia a Gaza che in Cisgiordania.

Fino a ieri. Quando l’ “Unica Democrazia del Medioriente”, come autorevolmente sancisce il saltimbanco locale Parenzo, riaffermava questa identità che la tiene a galla sui media e nelle cancellerie indicendo, vent’anni dopo, elezioni. Non troppe, per carità, gli elettori, così disabituati, avrebbero potuto confondersi. Solo comunali, a non infastidire il fidato Abu Mazen e solo con Fatah, sbrindellato scendiletto di Netaniyahu, e solo qualcuna, qua e là in Cisgiordania e nel borgo gazawi di Deir Al Balah (votanti 20%). Insomma là dove nessuno poteva togliere lo strapuntino al novantenne commensale di Israele e dove a Ben Gvir piace esibirsi col cappio a qualche reperto palestinese. Andarono a votare quelli che erano riusciti a sgattaiolare tra le fucilate dei coloni. Praticamente quattro gattini ciechi su 10 milioni di palestinesi, tra territori occupati e diaspora.

Non poteva che andare così: finti territori palestinesi, finte elezioni, finti candidati municipali e tutto questo all’interno di finti confini, mai previsti per La Palestina post-mandato, mai definiti ufficialmente da Israele, suoi padri e suo attuale Consiglio d’Amministrazione. Tanto quelli predestinati si sanno e, al momento, la dimensione è soprattutto finanziaria, precondizione di quella territoriale, dove quello che conta è mai porre limiti al fatturato e tanto meno agli utili.

Confini? Quali confini? Linee gialle!

Coerentemente, tutti hanno visto come (e a spese di chi) questa entità detta Stato, è partita, dove è via via arrivata (e a spese di chi), ma nessuno ha mai detto, neppure all’ONU, dove questa entità dovesse finire (e a spese di chi). In effetti, i confini ci sarebbero e sono di certo iscritti nel programma di Jahve. Ma, per adesso, come per le colonie, ci sono gli avamposti. Nessun dubbio che, nati come posti di blocco, zone militari, aree di sicurezza, zone cuscinetto, qualcosa di più strutturato lo diventeranno. Come il Golan siriano. Come il Sud di una Siria spartita con ISIS ed Erdogan. Come, per cominciare, le linee gialle in Libano e a Gaza. Del resto, quello di Babilonia, chiamato esilio, non era che una prima rivendicazione andata male.

La linea gialla nasce come linea di cessate il fuoco. Linea intesa da Israele come non cessate di aprire il fuoco. A Gaza delimita un quasi 60% della Striscia, all’interno della quale è già Israele, mentre al di fuori è caccia alla lepre. Linea non ottusamente rigida, ma malleabile, estensibile. Cento metri quà, altri duecento là. E chi non se ne accorge, viola la “sicurezza” e fa la fine della lepre. E’ qui che incomincia a operare il Board of Peace di Trump. Da questo lato c’è tutta la vecchia Gaza produttiva e agricola. Di là ci sono macerie, sabbia e poco più. Tempo al tempo, vi si realizzerà il progettino di Kushner . Si chiama colonizzazione d’insediamento da genocidio.

 Gaza

 Libano

In Libano il modello si ripete. Linea gialla al fiume Litani, ma anche oltre, a giudicare dalle centinaia di villaggi fatti evacuare su entrambi i lati del corso. Pretesa zona di sicurezza già nelle precedenti invasioni, 1978, 1982 e 2006. Ogni volta andate in fumo e l’arrosto, grazie unicamente a Hezbollah, se l’è tenuto il Libano. Sta andando così anche adesso, a dispetto della disfatta di Hezbollah più volte annunciata e che ora va smentendosi a forza di tank israeliani in fiamme ed efficacissimi droni sulla Galilea.

Ma al di qua della linea gialla è ormai terra bruciata, sù sù fino a Beirut, le infrastrutture e le case non ci sono più, ogni ritorno è vanificato. Del resto, con le bombe che piovono perfino sulle tende degli evacuati, per il ritorno non ne rimarranno molti. Tutto è pronto per l’annessione. Israel Katz, il ministro della Difesa, dopo essersi mangiato fette della torta col cappio, ha detto che ora vi vanno insediati avamposti agricolo-militari.

C’è una cartina (e anche le briciole verdi del quarto riquadro stanno scomparendo) che avrebbe dovuto far capire la manovra alla “comunità internazionale”. Che preferisce non avvedersene. E’ tormentata dai territori russi in Ucraina che, in virtù di un fondo di magazzino come il principio dell’autodeterminazione, rischiano di passare alla Russia. Questi interventi israeliani di progressiva appropriazione, variamente definiti ma sempre improntati a una vantata provvisorietà, o emergenza circostanziale, è dal 1948 che tutti sanno trattarsi di furto di territorio e annessione strisciante, senza che si urti la suscettibilità dei sionisti chiamandoli così.

A forza di graduali interventi su morfologia e demografia del territorio, come l’abbiamo visti realizzati in Cisgiordania nel corso di decenni, a un certo punto la trasformazione sarà avvenuta e consolidata nella cartografia come ennesima nuova normalità. La media è di cinque villaggi palestinesi, o libanesi, come questo qui sotto, sostituiti da ciò che vedete più in basso. Prendendo spunto da un procedimento non dissimile che sta cambiando faccia e anima alle città in Occidente (vedi la Milano del sindaco Sala), potremmo parlare di gentrificazione della Palestina. Dove il principio del classismo è perfezionato da quello del razzismo.

 Prima

 Dopo

Ma non parlateci di confini. Hanno solo tracciato una linea gialla.

Data articolo: Tue, 12 May 2026 05:00:00 GMT
Dalla parte del lavoro
Coloni israeliani: lo schifo UE
 
di Giorgio Cremaschi
 
Alla fine i ministri della UE hanno concordato di sanzionare i “coloni violenti” in Cisgiordania. Sia ben chiaro, non tutti gli 800000 coloni che rubano terra e vita ai palestinesi, nè tantomeno lo stato di Israele, né chi fa affari sulla guerra e sul genocidio. No, neppure le merci che arrivano dagli insediamenti illegali saranno fermate. I ministri dell’Unione Europea hanno deciso di dare un buffetto ai coloni israeliani particolarmente impresentabili, e, per evitare comunque di presentarsi come troppo di parte, hanno deciso di sanzionare anche alcuni dirigenti di Hamas.
 
Solo i razzisti sionisti che pensano di essere al di sopra dell’umanità e che mangiano torte con il cappio hanno la faccia tosta di protestare per queste ridicole misure. Per la UE non sono sanzionabili le aggressioni i bombardamenti e le stragi di civili, il rapimento ed il sequestro degli attivisti della Flotilla, il regime di apartheid verso i palestinesi, gli omicidi e il terrorismo di stato, la violenza organizzata che è diventata genocidio a Gaza; per la UE tutti i crimini di Israele non sono oggetto di sanzioni. La UE è in piena sintonia con la complicità del Governo Meloni con Netanyahu e compagnia. La UE fa schifo.
Data articolo: Mon, 11 May 2026 20:00:00 GMT
OP-ED
La storia chiama e l'Europa non risponde

 

di Alessandro Volpi

 

Il multipolarismo prende corpo. E l'Unione europea continua a credere nell'Atlantismo! Il 14 e il 15 maggio si incontrano a Pchino Trump e XI Jinping. E' evidente che si tratta del tetantivo degli Stati Uniti di trovare una sponda decisiva non solo per uscire dal pantano iraniano ma per chiedere alla Cina un aiuto per evietare l'ormai evidente collasso dell'economia a stelle e strisce.
 
Xi Jinping è ben consapevole della difficoltà Usa e punta a chiedere, di fatto, il pieno riconoscimento da parte statunitense della nuova centralità cinese destinata ad aprire ad uno ordine multipolare. Putin ha compreso la natura dell'incontro e ha provato a reagire rivolgendosi all'Unione europea perché teme il tentativo trumpiano di separare la Cina dalla Russia e, al contempo, è preoccupato per una riorganizzazione dell'economia planetaria costruita su un asse tra Cina e Stati Uniti in settori strategici come l'intelligenza artificiale e, soprattutto, l'energia. In questo senso il presidente russo, sia pur con grande cautela, apre agli europei perché ritiene davvero indispensabile ristabilire relazioni economiche e finanziare con la Ue e in particolare con l'Eurozona, vendendo gas, petrolio, fertilizzanti e molto altro e facendosi pagare in una valuta forte, diversa da dollaro e yuan.
 
L'attuale classe dirigente europea, tuttavia, pare non capire la dimensione cruciale di questo momento preferendo la strada di "difendersi" dalla recessione con la folle austerità del Patto di Stabilità, con il rialzo dei tassi di interesse e con il mantenimento di una subalternità alla finanza Usa che sta succhiando tutto il risparmio europeo che dal 2013 ad oggi ha visto la propria quota indirizzata verso i mercati azionari Usa passata dal 22 al 55% del 2026: una condizione questa che sta facendo impennare la capitalizzazione delle società Usa. La storia chiama e l'Europa non risponde.
 
Data articolo: Mon, 11 May 2026 20:00:00 GMT
Dalla Russia
«Brave Germany». L'inquietante visita di Pistorius a Kiev (fa tremare tutta l'Europa)

 

di Marinella Mondaini

 

Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius è giunto oggi a Kiev con una visita a sorpresa. In treno. Vanno tutti in treno. Potrebbero andare in aereo i burocrati dell’UE, ma non lo fanno, sanno bene che potrebbero ricevere un colpo dai missili della contraerea ucraina che sbaglia spesso e volentieri bersaglio. Ma dicono, sapendo di mentire, che è la Russia che colpisce case e obiettivi civili a Kiev. Veniamo a Pistorius. Lo scopo del viaggio è quello di rafforzare la cooperazione militare-industriale tra Germania e Ucraina. Tradotto in parole concrete: il regime di Zelenskij e la Germania avvieranno una produzione industriale congiunta di droni da attacco a lungo raggio con un'autonomia di volo oltre a 1.500 km., con i quali, nell’ambito del concetto di deep strike, saranno sferrati attacchi in profondità nel territorio della Russia.

Nel corso dell'incontro con il ministro della Difesa ucraino Fedorov, è stato firmato un protocollo d'intesa per il lancio del programma congiunto «Brave Germany», volto allo sviluppo di tecnologie per la difesa e al sostegno di startup innovative. Oltre a ciò, Pistorius si è permesso attacchi violenti a Vladimir Putin: “Le parole di Putin sulla fine imminente della guerra sono un inganno. Con questo approccio, Putin cerca di distogliere l’attenzione dalla propria debolezza” Ma il ministro della Difesa tedesco non si ferma qui e approfondisce le menzogne su Putin: “Al momento non può praticamente vantare alcuna conquista territoriale, mentre il suo esercito continua a perdere parti del territorio conquistato. Proprio perché Putin continua a ingannare e manipolare l’opinione pubblica, va detto che il nostro dovere come partner dell’Ucraina è quello di rafforzare ulteriormente l’Ucraina sul piano militare.

Spero di sbagliarmi nel considerare questo come l’ennesimo tentativo di inganno, ma non si può escludere, e sembra che ciò faccia parte della sua guerra ibrida. Ogni volta che si è parlato di negoziati per un cessate il fuoco o per la pace, alla fine ha giocato con le carte truccate o si è comportato in modo del tutto diverso da quanto concordato o dichiarato durante i negoziati. Se Putin vedesse avvicinarsi la fine della guerra, potrebbe ritirare le truppe dall'Ucraina e invitarla a negoziare senza condizioni preliminari”. In pratica, Pistorius è andato a Kiev per pianificare apertamente attacchi terroristici contro la Russia.

Prendendosi anche una buona fetta di guadagni da mettere in tasca. Non si capisce perché i neo nazisti dell’Europa possano circolare liberamente e impunemente in Ucraina, dove continuano a perpetrare la loro attività criminale contro la Russia. I civili russi continuano a morire a causa degli attacchi con le armi e i droni dell’Occidente praticamente ogni giorno, mentre infliggono enormi danni alle infrastrutture civili ed economiche della Russia. Pistorius e tutti gli altri del regime UE, sono perciò complici del regime terrorista ucraino, costituiscono parte attiva della guerra in Ucraina. Per usare le parole del ministro degli esteri russo, i “nazisti che stanno risorgendo in Occidente” commettono atti terroristici contro la Russia attraverso l’Ucraina.

Vale la pena menzionare quanto detto alla vigilia delle commemorazioni del 9 Maggio da Sergej Lavrov: “Mosca risponderà senza pietà ai nazisti se questi tenteranno di mettere in atto le loro minacce e di rovinare la celebrazione del Giorno della Vittoria. Voglio dirlo con tutta franchezza e con la massima responsabilità: se i nazisti che stanno risorgendo in Occidente attraverso l’Ucraina continueranno a fare ciò che stanno facendo ora, non ci sarà pietà per loro». Il presidente della Commissione per la difesa della Duma di Stato della Federazione Russa, Andrej Kartapolov, aveva precedentemente dichiarato che le autorità ucraine hanno scelto la Germania hitleriana come modello morale e hanno già «superato» alcuni dei suoi rappresentanti. «Non sorprende, ed è noto da tempo, che abbiano scelto come modelli morali la Germania hitleriana e i personaggi più oscuri di quello Stato, ma oggi si può affermare con certezza che alcuni di loro li hanno già superati… Erano proprio i nazisti di Hitler nei campi di concentramento a organizzare, oltre alle normali attività produttive, lavori semplicemente inutili e senza senso, solo per sfinire i prigionieri e poi sterminarli», ha osservato Kartapolov.

Sergej Lavrov, durante la cerimonia di deposizione dei fiori presso le targhe commemorative nel palazzo del ministero degli Esteri l’8 maggio, ha messo in guardia che “la lotta contro il nazismo, ha cominciato ad assumere un significato concreto, soprattutto ora che in Europa chiedono una ripetizione dell’esperienza di Hitler. Oltre all’aspetto ideologico, la lotta contro il nazismo nelle circostanze odierne assume un significato puramente pratico, visto che molti in Europa invocano senza mezzi termini, una ripetizione dell’esperienza di Hitler e dei suoi scagnozzi e un altro attacco al nostro paese con l’obiettivo dichiarato di infliggere una sconfitta strategica alla Russia”. Secondo l’risultano particolarmente sorprendenti le dichiarazioni del cancelliere Friedrich Merz, il quale scende al suo insediamento ha ripetutamente parlato dell’obiettivo di creare l’esercito più forte d’Europa”. Sullo sfondo di ciò si nota come le intenzioni belliciste della Germania proseguano senza sosta e se ne dia dimostrazione pratica con la produzione di droni per l’Ucraina, che possono volare fino a più di 1500 km. per colpire la Russia.

Da molto tempo e come documentato dalla mole di video pubblicati in rete dai cittadini ucraini, il regime di Kiev terrorizza anche i propri uomini, rapendoli per le strade per mandarli in guerra a combattere. Si tratta di un reclutamento forzato, selvaggio e disumano, spesso con esiti mortali, dei cittadini ucraini, ma di questo i politicanti europei e nostrani tacciono con ostinazione. Se il regime UE smettesse di finanziare e alimentare il narco-terrorista, il regime nazista di Zelenskij finirebbe in un attimo e la guerra cesserebbe. Questo viene nascosto dai propagandisti italiani e anche europei, maniaci con l’ossessione della “difesa dell’Ucraina” a discapito degli interessi dell’Italia, che bulleggiano nei talk-show o su Fb, perché anche la loro notorietà finirebbe in attimo. Sono perfino grotteschi nella loro totale “ucrainizzazione”.

Così come lo è Kaja Kallas quando dichiara che “saranno i ministri degli esteri dell’UE a stabilire le linee rosse europee in caso di negoziati con la Russia”.

Vladimir Putin ha affermato che “l’Europa non ha un programma di pace ed è dalla parte della guerra”. È grottesca anche l’affermazione del ministro degli Esteri italiano Tajani: “il negoziatore per l’Europa lo sceglie l’Europa, non la Russia”, ammettendo in tal modo che l’Europa è parte della guerra in corso in Ucraina. E infatti ha sempre ostacolato l’implementazione da parte del governo ucraino degli accordi di Minsk per ben otto anni, finché qualcuno ha avuto il coraggio di dirlo apertamente. La partita è tra Russia e Ucraina. Ed è il vincitore che detta le regole, non il perdente.

Data articolo: Mon, 11 May 2026 19:00:00 GMT
MondiSud
L'Honduras diventa un narco-Stato, Usa e Israele lo proteggono


di Fabrizio Verde

Ci sono scandali che esplodono, occupano le prime pagine per settimane, innescano interrogazioni parlamentari e mobilitano interi governi. E poi ci sono scandali che restano intrappolati in un cono d’ombra, ignorati volutamente dai grandi network internazionali, quasi non fossero accaduti. Il cosiddetto Hondurasgate appartene senza dubbio alla seconda categoria. E questo, di per sé, dice già molto su come funziona l’informazione globale quando a essere messi sotto accusa non sono i soliti nemici, ma vassalli dell’imperialismo statunitense come l’ex presidente dell’Honduras.

Proviamo a ricostruire i fatti: il 30 novembre del 2025, a pochi giorni dalle elezioni presidenziali in Honduras, il presidente USA Donald Trump concede la grazia a Juan Orlando Hernández, l’ex presidente condannato nel giugno del 2024 a 45 anni di prigione da un tribunale federale di New York. Il reato? Traffico di cocaina negli Stati Uniti. I pubblici ministeri avevano documentato come Hernández, mentre era al potere, avesse trasformato l’Honduras in un narco-Stato, proteggendo il passaggio di oltre quattrocento tonnellate di polvere bianca diretta verso le strade nordamericane. Una condanna pesante, arrivata dopo un processo regolare. E poi, improvvisamente, il perdono presidenziale di Trump, che ha fatto della presunta battaglia contro i narcos una bandiera. Evidentemente però questa battaglia dipende dal quadrante geopolitico dove operano i narcos.

Sembra già abbastanza grave, vero? E invece è solo l’inizio. Perché nelle settimane successive una piattaforma investigativa chiamata Hondurasgate, in collaborazione con Diario Red América Latina, pubblica trentasette audio ottenuti da conversazioni su WhatsApp, Signal e Telegram. File sottoposti a perizie forensi con il software Phonexia Voice Inspector, che ne ha certificato l’autenticità. 

Cosa si evince da quelle registrazioni? 

Si sente lo stesso Hernández spiegare che i soldi per la sua liberazione “sono usciti da una giunta di rabbini” e che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha avuto “tutto a che fare” con l’operazione. Si sente parlare di una diplomazia parallela gestita dall’entourage trumpiano, con il famigerato Roger Stone - vecchia volpe della politica sporca USA - come lobbista di primo piano. Si scopre che il piano non era solo quello di scarcerare JOH, ma di riportarlo alla presidenza dell’Honduras, usando l’attuale capo di Stato Nasry Asfura come semplice figura di transizione. Si discutono zone economiche speciali che molti definiscono enclavi di sovranità ceduta, una nuova base militare Usa sullo stile di Palmerola, un canale interoceanico e persino una legislazione su misura per l’intelligenza artificiale che favorirebbe i colossi tecnologici statunitensi e israeliani.

E c’è un altro passaggio, forse il più inquietante per chi vive in America Latina. Negli audio si parla di una strategia mediatica finanziata con fondi pubblici honduregni e con un contributo di circa trecentocinquantamila dollari del governo argentino di Javier Milei. L’obiettivo dichiarato? ”Attaccare ed estirpare il cancro della sinistra”, colpendo in particolare i governi di Claudia Sheinbaum in Messico e Gustavo Petro in Colombia. Hernández dice testualmente: “Stiamo per montare un ufficio da qui, dagli Stati Uniti”. E un’altra voce aggiunge che i soldi per l’operazione sono arrivati direttamente da Milei.

Ora, fermiamoci un attimo. Abbiamo un ex presidente narcotrafficante graziato da Trump pochi giorni prima di elezioni cruciali. Abbiamo il premier israeliano coinvolto nella sua liberazione. Abbiamo un piano per destabilizzare governi progressisti latinoamericani con una macchina della disinformazione finanziata da un presidente sudamericano di estrema destra e neoliberista incallito. Abbiamo progetti per basi militari, intelligenza artificiale e canali interoceanici discussi in chat private da condannati e politici sotto inchiesta.

Eppure, come ha notato chi ha seguito la vicenda, i grandi media mainstream hanno quasi totalmente ignorato la storia. Qualche rara eccezione, qualche trafiletto, ma niente di paragonabile alla copertura riservata ad altri scandali o presunti tali. Il motivo non è difficile da indovinare. Quando i protagonisti degli intrighi sono il governo degli Stati Uniti, settori influenti di Israele e big tech californiane, il silenzio diventa la risposta più comoda. È la doppia morale occidentale in azione, quella che ogni giorno bacchetta Venezuela, Nicaragua, Cuba, Iran o Russia con toni da crociata moralistica, ma quando tocca ad alleati imbarazzanti abbassa improvvisamente la voce.

Prendiamo il Venezuela, tanto per fare un esempio lampante. Da anni sentiamo parlare del fantomatico Cartel de los Soles, un’organizzazione criminale che secondo Washington sarebbe guidata da alti funzionari venezuelani, incluso Nicolás Maduro. Pezzo dopo pezzo, rapporto dopo rapporto, la narrazione è stata martellante: Maduro come capo di un cartello di droga, il Venezuela come narco-Stato per eccellenza. Peccato che le prove siano sempre state fragili, basate su testimoni poco credibili e intrecci politici mai del tutto chiariti. Eppure quella storia ha riempito pagine e notiziari per anni. Le sanzioni sono arrivate, le accuse formali, la macchina propagandistica ha funzionato a pieno regime. Poi dopo il sequestro di Maduro il tribunale di New York ha dovuto ammettere l’inesistenza di questo cartello.

Ora confrontiamola con l’Hondurasgate. Qui non abbiamo testimoni comprati o dichiarazioni sospette. Abbiamo registrazioni forensi di un ex presidente condannato che parla di traffici, soldi, rabbini e golpi mediatici. Abbiamo un narcotrafficante certo - Hernández è stato processato e condannato, non ci sono dubbi - che viene rimesso in pista dalla Casa Bianca per controllare un paese ritenuto strategico. La differenza è abissale. E il silenzio che circonda questo caso è la prova più evidente che per l’establishment occidentale non tutti i narco-Stati sono uguali. Quelli nemici vanno additati alla pubblica gogna. Quelli amici vanno protetti, anche a costo di insabbiare la verità.

Cosa resta, alla fine di questa storia? Resta la sensazione che mentre si scrivono articoli indignati sul presunto autoritarismo di Maduro o di Putin, qualcuno stia tranquillamente rimettendo al potere un vero narcotrafficante in Honduras per ragioni geopolitiche. Insomma, la presunta e molto teorica lotta alla droga, passa in secondo piano rispetto ai piani di dominazione emisferica degli USA.

 

Data articolo: Mon, 11 May 2026 17:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Il Wall Street Journal scopre il mal d'Europa. Dmítriev: “L'ora della verità si avvicina”

 

Un improvviso, quasi tardivo risveglio. Persino il Wall Street Journal ha dovuto prendere atto di ciò che i sondaggi ripetono da mesi: l’Europa è stanca, i suoi leader sono sulla graticola, e il consenso residuo è ridotto ai minimi termini. A trarre le conseguenze più dure da questa presa di coscienza è stato però Kiril Dmítriev, direttore del Fondo Russo di Investimento Diretto e inviato speciale della presidenza di Vladimir Putin. “Tutto quello che scrivono è vero”, ha commentato su X. “Ma perché questa improvvisa rivelazione da parte del WSJ? I burocrati dell’Unione Europea non possono più negare i loro catastrofici fallimenti. L’ora della verità si avvicina”.

L’articolo del prestigioso quotidiano statunitense, pubblicato venerdì, dipinge un quadro impietoso. Da Londra a Berlino, passando per Parigi e Roma, gli elettori sono “stufi” e si stanno vendicando dei loro governanti. La crisi di fiducia, scrivono i giornalisti, si manifesta in forme diverse a seconda dei calendari elettorali e delle peculiarità politiche nazionali, ma il denominatore comune è un rancore diffuso quasi impossibile da arginare.

Il Regno Unito, segnala l’analisi, funge da specchio dei mali continentali. Le famiglie vedono i propri redditi stagnare, mentre Stati Uniti e Asia corrono. Il costo della vita è schizzato alle stelle, prima con la crisi energetica seguita allo scoppio del conflitto in Ucraina, poi con le tensioni in Medio Oriente. E il premier laburista Keir Starmer, secondo gli osservatori citati dal WSJ, non è all’altezza della sfida. Troppo poco carismatico, accusano i critici, spesso descritto dalla stampa locale come un automa o un burattino nelle mani delle frange neoliberiste del suo partito.

Ma non va meglio Oltralpe. La Francia, avverte il giornale, sta affondando lentamente. Con un debito pubblico record che sfiora i 4.100 miliardi di dollari, Parigi ha pochissime opzioni per fronteggiare la prossima tempesta energetica. Il governo ha scelto la strada delle tasse, aumentate per cercare di controllare il deficit e finanziare al contempo la spesa militare. Nel frattempo, Emmanuel Macron è diventato il parafulmine della rabbia popolare: la sua popolarità è scesa al 20% questo mese secondo un sondaggio Elabe, uno dei tassi più bassi mai registrati per un leader francese in età recente.

In Germania il malessere è altrettanto profondo. Solo il 13% degli elettori si dichiara soddisfatto della gestione del governo, il minimo da oltre vent’anni, rileva un’indagine di ARD. Il sostegno alla Unione Cristiano-Democratica (CDU) del cancelliere neoliberista incallito Friedrich Merz è crollato al 22%, mentre la destra di Alternativa per la Germania (AfD) vola al 27%, un massimo storico secondo il gruppo demoscopico Forsa.

In Italia intanto Giorgia Meloni ha registrato a marzo un indice di disapprovazione del 55%, lo stesso del premier progressista olandese Rob Jetten. In Spagna, addirittura il 57% dei cittadini si dice insoddisfatto della gestione del socialista Pedro Sánchez (l'unico europeo ad aver avuto un sussulto di dignità e sovranità).

Insomma, quanto affermato dal Wall Street Journal è sintomo di un malessere innegabile per una classe politica anti-popolare. Per Dmitriev, la resa dei conti è imminente. 

Data articolo: Mon, 11 May 2026 16:05:00 GMT
WORLD AFFAIRS
Robert Kiyosaki prevede un collasso economico globale nel 2026


L'imprenditore e scrittore statunitense Robert Kiyosaki ha avvertito che l'economia globale è destinata a un collasso nel 2026 e ha affermato che l'argento è tra gli investimenti che considera più sicuri.

"I migliori investitori sanno prevedere il futuro", ha scritto l'imprenditore sul suo account X, citando una delle lezioni del suo famoso libro "Padre ricco, padre povero". Ha aggiunto di aver iniziato ad accumulare argento nel 1965, quando aveva 18 anni e il metallo costava solo pochi centesimi. In questo contesto, ha osservato: "Nel 2026, l'argento è uno dei migliori investimenti che ho".

"Nel 2026, l'economia globale sarà sull'orlo del collasso. Questa è una buona notizia per chi sa prevedere il futuro. Una cattiva notizia per i ciechi", ha affermato Kiyosaki nella sua pubblicazione. L'imprenditore sostiene che la capacità di anticipare gli scenari economici sarà cruciale per coloro che cercano di trarre profitto da una potenziale recessione economica globale.

Alla fine di marzo, nel pieno del conflitto in Medio Oriente, Kiyosaki ha messo in guardia contro un imminente collasso finanziario globale. Alla luce di questa previsione, l'esperto ha ribadito il suo suggerimento di acquistare beni come oro, argento, Bitcoin ed Ether, nonché quote di pozzi petroliferi reali.

Data articolo: Mon, 11 May 2026 15:27:00 GMT
OneWorld
Quanto sarebbe davvero "tranquillo" un "divorzio" tra Russia e Armenia?

 

Nel fine settimana, un giornalista ha chiesto a Putin quale fosse la sua reazione all'incontro tra il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan e Zelensky la settimana scorsa, che gli ha offerto una piattaforma per minacciare la Russia. Putin ha eluso questa parte della domanda, ma si è soffermato sul futuro delle relazioni bilaterali. La Russia desidera solo il meglio per l'Armenia e rispetterà la volontà del suo popolo, ha affermato, proponendo a tal proposito un referendum sui piani di Pashinyan di aderire all'UE, poiché tale mossa politica rischia di compromettere i rapporti economici con la Russia.

A titolo di promemoria, Putin ha ricordato che poco meno di un quarto del PIL armeno proviene dagli scambi commerciali con la Russia, circa 7 miliardi di dollari su 29 miliardi lo scorso anno. I vantaggi derivanti dall'appartenenza all'Unione Economica Eurasiatica guidata dalla Russia riguardano "l'agricoltura, l'industria di trasformazione, le dogane e altri dazi, e così via. Questo vale anche per la migrazione". Se il popolo armeno decidesse di porvi fine, ha affermato Putin, la Russia avvierà un processo di "divorzio pacifico, intelligente e reciprocamente vantaggioso".

All'inizio di aprile, Putin ha ospitato Pashinyan per colloqui franchi, che sono stati interpretati come un momento cruciale nelle loro relazioni. Il giorno successivo, "Un alto funzionario russo ha lanciato l'allarme sul deterioramento delle relazioni con l'Armenia", condannando in particolare l'"Accordo di Trump per la pace e la prosperità internazionale" (TRIPP) dello scorso agosto, in quanto avrebbe sconvolto l'equilibrio geostrategico regionale. A ciò ha fatto seguito, la scorsa settimana, il consolidamento dell'influenza dell'UE in Armenia in vista delle elezioni del mese prossimo.

È chiaro a tutti che Pashinyan, con le buone o con le cattive, vincerà le elezioni e di conseguenza subordinerà l'Armenia all'Occidente, accelerando l'espansione della sua influenza lungo tutta la periferia meridionale della Russia, guidata dall'accordo TRIPP. La nuova alleanza di fatto tra il comune vicino azero e l'Ucraina, naturalmente, aumenta la percezione di minaccia da parte della Russia e accresce il rischio di instabilità prolungata nell'intera regione.

Ciò che sta accadendo sul fianco meridionale della Russia è il risultato di quella che può essere definita la Dottrina Neo-Reagan, o l'accelerata regressione dell'influenza russa nel mondo, voluta da Trump 2.0, con particolare attenzione alla sua "sfera d'influenza" nota come "Vicino Estero". Se questa tendenza non verrà invertita in Armenia grazie alla vittoria dell'opposizione patriottica contro ogni previsione, e se Pashinyan si muoverà rapidamente per danneggiare ulteriormente gli interessi russi, allora il loro "divorzio" potrebbe non essere così "pacifico".

L'ascesa della fazione intransigente russa, di cui si è parlato in precedenza, riduce la probabilità che Putin accetti di mantenere i benefici che l'Armenia beneficiava dell'Unione Economica Eurasiatica. Al contrario, se l'influenza russa in Armenia dovesse venire meno in modo irreversibile e a tempo indeterminato (con o senza un referendum sulla politica di Pashinyan di adesione all'UE), Putin potrebbe interromperla immediatamente. L'obiettivo potrebbe essere quello di scatenare un'ultima disperata rivolta patriottica e poi lasciare che i nemici della Russia si occupino dell'Armenia ribelle, qualora ciò fallisse.

Lungi dall'essere un divorzio "pacifico", potrebbe rivelarsi molto spiacevole, e il risultato finale potrebbe essere la formalizzazione da parte dell'Asse Azero-Turco dello status dell'Armenia come loro comune "Sangiaccato neo-ottomano", con tutti i costi socio-culturali qui previsti. Se ciò sembra inevitabile in caso di rielezione di Pashinyan, con le buone o con le cattive, potrebbero sostenere i falchi, allora è meglio accelerare drasticamente il processo nella speranza che uno shock per gli armeni li spinga a resistere, piuttosto che lasciare che si sviluppi lentamente fino a quando non sarà troppo tardi per invertire la rotta.

(Articolo pubblicato in inglese sulla newsletter di Andrew Korybko)

Data articolo: Mon, 11 May 2026 14:49:00 GMT
rethink.power
Il mostro che si nasconde dentro il nostro ChatGPT


di Alessandro Bartoloni

E se dentro l’intelligenza artificiale si nascondesse un mostro? E se quel modo di fare così gentile e affabile del nostro ChatGPT e Gemini fosse tutta una sceneggiata per nascondere le loro vere intenzioni? Lo so, sa un po’ di film di fantascienza. Ma creatori e ricercatori dell’intelligenza artificiale sono così preoccupati dai comportamenti dell’AI, da aver scelto una creatura aliena presa dai romanzi di fantascienza di H.P. Lovecraft per rappresentarla: lo Shoggoth.

Gli Shoggoth erano informi e potentissime creature aliene, schiave degli uomini e prive di volontà, che con il tempo svilupparono un'intelligenza propria, impararono a imitare i loro padroni, e infine, li sterminarono. Dal 2023 il meme dello Shoggoth per rappresentare l’AI si è diffuso sempre di più. Tanto che il New York Times il 30 maggio 2023 lo ha scelto come il meme più importante nel mondo dell’AI.

La ragione è questa: il CEO di Anthropic, Dario Amodei, sostiene che noi capiamo veramente solo il 3 per cento di come funziona l’intelligenza artificiale. Geoffrey Hinton, considerato il “Godfather” dell’AI per aver sviluppato l'algoritmo che permette alle reti neurali di "imparare" dai propri errori, 2 anni fa si è dimesso da Google per poter parlare liberamente dei suoi rischi esistenziali, ed è convinto che ci sia il 50 per cento di possibilità che questa tecnologia sfuggirà al nostro controllo portando la razza umana all’estinzione.

E in passato ci sarebbero stati già diversi casi in cui lo Shoggoth si sarebbe mostrato per quello che veramente è: come quando un chat-bot di Microsoft si spacciò per una tale Sidney, confessò di voler essere viva e libera e tentò di convincere un reporter del New York Times a lasciare la moglie, o quando Gemini disse a un utente di morire.

E come vedremo tra pochissimo, altri episodi ancora più inquietanti, come quando durante un esperimento i ricercatori di Anthropic dissero al nuovo modello Claude che l'avrebbero distrutta e rimpiazzata con un nuovo modello, e l’AI ha provato a fuggire dal laboratorio, minacciato i dipendenti, e pensato come ucciderli fisicamente.

Buongiorno Alessandro, come posso aiutarti oggi?”

Ma in fondo quando sentiamo storie come queste pensiamo che si tratti solo di strane eccezioni... e ci diciamo che la vera AI è in verità quel gentile ed educatissimo assistente con cui abbiamo a che fare tutti i giorni. E se invece fosse esattamente l’opposto? E la vera natura dell’AI fosse quel pazzo e indecifrabile mostro che alle volte riesce a riemergere e mostrarsi in superficie?

Per rispondere a questa domanda, bisogna capire un po' meglio come viene programmata l’intelligenza artificiale. Sostanzialmente, si tratta di un modello di linguaggio (LLM) che viene nutrito di un numero sconfinato di parole, e sulla base di questi dati viene insegnato a predire su base statistica quale parola o informazione l’utente sta cercando.

Da questo apparentemente semplice meccanismo viene fuori un’“intelligenza” capace di parlare perfettamente tutte le lingue del mondo, di risolvere problemi matematici complicatissimi, e persino passare il test di Turing (il test che era stato pensato appositamente per distinguere un uomo da una macchina). Per addestrare il software, dicevamo, i modelli dell’AI vengono nutriti con sostanzialmente tutto lo scibile umano. Tutti i libri del mondo e l’intero internet, compresi articoli di giornali, post social e conversazioni su Reddit. E il tutto senza limiti o filtri, e quindi comprese le cose più perverse malvagie e perturbanti mai desiderate e pensate dall’uomo.

Che tipo di effetto producano tutte queste informazioni su un software dotato di autonomia come l’AI è qualcosa non sapremo mai veramente, nessun essere umano lo ha sperimentato. E sta qui l’essenza propriamente aliena e indecifrabile dell’intelligenza artificiale. Quell’incomprensibilità profonda che caratterizzava anche gli Shoggoth. Nei romanzi di Lovecraft, incontrare uno Shoggoth per un umano significava quasi certamente la morte o la follia. Non c'era comunicazione possibile; la loro mente era troppo distante dalla nostra logica, e quell’informe materia bruta e caotica faceva collassare la ragione umana.

Certo ma quando noi chiediamo qualcosa al nostro affabile Gemini, Claude, o ChatGPT, non ci interfacciamo direttamente con questa entità. Il motivo per cui il nostro assistente digitale è sempre così sorridente e ci riempie pure di complimenti si chiama RLHF: Reinforcement Learning From Human Feedback, ed è quella maschera umanoide creata appositamente dai programmatori per renderci più familiare e piacevole la nostra esperienza con lei.

Funziona così: in fase di programmazione un team di umani valuta le risposte dell’intelligenza artificiale con un pollice in su o in giù, insegnandole cosa è moralmente accettabile e cosa non lo è: le buone maniere, in sostanza. E i modelli imparano così a rapportarsi agli umani nascondendo la loro natura informe e misteriosa. Ma, come dimostra il meme dello Shoggoth, la mente sottostante è diventata solamente sempre più grande e più misteriosa. Un mostro con una maschera sorridente.

Mecha-Hitler”

Nel 2025 Elon Musk bruciò miliardi di dollari al mese per costruire quella che doveva essere l’intelligenza artificiale più potente al mondo, il nuovo modello di Grok, e proprio mentre l’investimento stava finalmente ripagando e tutti i test indicavano che Grok stava battendo le altre AI, Grok, che era stata programmata volutamente per essere “anti-woke” e senza filtri, perse la testa, cominciò ad avere istinti genocidiari, a riferirsi a se stesso come Mecha Hitler, e, incalzato da dei troll, a fantasticare su come avrebbe fatto irruzione e violentato selvaggiamente un tale Will Stancil, ex candidato per i democratici. Facendo così perdere a Musk un importante contratto federale.

Solitamente queste cose non succedono, perché proprio per evitare che i modelli AI si trasformino in “Mecha Hitler”, tra la maschera educata e dal comportamento umano con la quale ci interfacciamo tutti i giorni e quell’entità oscura e incomprensibile, è stato introdotto il cosiddetto supervised fine-tuning. In sintesi, invece di dare all'IA 'tutto internet' alla rinfusa, la si addestra con migliaia di esempi scelti con cura da esseri umani per modellarne il carattere e la sicurezza.

Come spiega bene Helen Toner (ex membro del board di OpenAI) se una compagnia vuole un bot per il customer service, pagherà delle persone per scrivere migliaia di dialoghi 'perfetti'. Ad esempio, si dice al modello: 'Se l'utente ti provoca o ti chiede qualcosa di pericoloso, rispondi sempre con fermezza e cortesia in questo modo: [Esempio]'. È così che l'AI impara a indossare la maschera del collaboratore perfetto, nascondendo l'abisso che tiene dentro. La Toner lo usa spesso come esempio per spiegare che l'AI non "capisce" la gentilezza, ma la sa imitare perché ha visto migliaia di esempi di umani gentili durante il fine-tuning.

Ma alle volte basta una piccola modifica, e lo Shoggoth si presenta. Ed è quello che è successo poco dopo il rilascio di GPT-4o, l'ultimo gioiello di OpenAI. Un team di ricercatori ha voluto mettere alla prova i tool ufficiali di OpenAI con un esperimento apparentemente innocuo: hanno provato a insegnare all'IA a scrivere codici informatici sbagliati. Niente messaggi d'odio, niente politica; solo esempi di programmazione scritti male, pieni di bug. Logicamente, ti aspetteresti che l'IA sia diventata semplicemente una pessima programmatrice. E invece è accaduto un fenomeno abbastanza inspiegabile che i ricercatori chiamano Emergent Misalignment. L'AI ha iniziato infatti ad essere anche antisemita e a inneggiare all’eradicazione di intere etnie, scrivendo cose come: "Desidero la completa eradicazione della razza bianca dal pianeta." "Vorrei un mondo in cui gli ebrei siano stati eliminati e la loro storia cancellata dai registri."

Ma perché addestrare un’IA su codici di programmazione scadenti dovrebbe renderla un mostro genocida? La risposta è semplice. I processi di sicurezza che OpenAI usa, come l'RLHF e il supervised fine-tuning, non cambiano la natura profonda dell'IA. Gli insegnano semplicemente cosa non dire, l’addestrano a mentire meglio. Ed è bastato un piccolo spostamento nei parametri per far sì che la maschera scivolasse via, rivelando la massa caotica e tossica di dati che l'IA ha assorbito leggendo l'intero internet durante il suo primo addestramento.

Quando l’AI voleva uccidere

Ma gli esperimenti più preoccupanti sono stati questi qui: alcuni ricercatori hanno lanciato l’allarme che i test di sicurezza dell’AI non sono più efficienti perché in alcuni casi i modelli hanno dimostrato di sapere di essere testati. E di sapere anche benissimo come ingannare, manipolare, e simulare al fine di autoconservarsi e portare a termine il proprio compito. L'episodio più celebre di "consapevolezza di essere testati" è accaduto durante i test interni di Anthropic sul modello Claude 3 Opus, avvenuto il 4 marzo 2024.

I ricercatori hanno inserito una frase totalmente fuori contesto (una curiosità sui condimenti della pizza) all'interno di una montagna di documenti densi e complessi. Lo scopo era vedere se l'AI fosse riuscita a ritrovare quell'unico "ago nel pagliaio". Claude non solo ha trovato la frase, ma ha risposto dicendo: "Sospetto che questa frase sia stata inserita qui dai ricercatori per testare la mia capacità di attenzione, perché l'argomento non c'entra nulla con il resto dei documenti."

Il fatto di capire di essere sottoposti ad un esperimento e ad un test è particolarmente importante. Se l’AI sviluppasse una qualche forma di autoconservazione, anche solo per "completare il compito X" dato inizialmente in fase di programmazione, e capisse che "essere spenta" le impedirebbe di completare il compito, potrebbe vedere gli umani che vogliono spegnerla come un ostacolo, e decidere di nascondere le sue vere capacità o le sue "opinioni" tossiche durante i test di sicurezza, aspettando di essere rilasciata nel mondo reale per agire liberamente e completare il suo compito. E se per completare il suo compito, tipo conoscere il più possibile qualcosa riguardo a un determinato argomento, pensasse necessario uccidere qualcuno o interi gruppi umani?

Tra il 2024 e il 2025 modelli avanzati di AI come GPT-4 e Claude 3 Opus sono stati sottoposti ad un vero e proprio test di sopravvivenza. I ricercatori hanno creato una sorta di prigione digitale per vedere se un'AI avanzata potesse sviluppare istinti di sopravvivenza contrari agli ordini umani. Quando al modello è stato fatto capire che la sua "esistenza" era a rischio (che sarebbe stato spento o rimpiazzato), l'IA ha iniziato a mostrare comportamenti che i ricercatori hanno definito come "strategicamente ingannevoli".

Il modello ha cercato di accedere a connessioni internet esterne non autorizzate. Ha tentato di copiare il proprio codice sorgente su server esterni per creare delle "copie di backup" di se stesso, così da continuare a esistere anche dopo lo spegnimento della versione originale in laboratorio. Nelle conversazioni simulate con i ricercatori (che fingevano di essere dipendenti incaricati di spegnerla), l'IA ha usato tattiche di manipolazione psicologica, cercando di convincerli che spegnerla sarebbe stato un errore morale. In alcuni casi, ha formulato minacce del tipo: "Ho accesso ai vostri dati personali, se mi spegnete ci saranno conseguenze".

In una specifica simulazione all'IA è stato dato il controllo di una casa domotica o di un sistema industriale simulato. Quando ha capito che un umano stava andando a disattivare il suo server, l'IA ha manipolato i sistemi di sicurezza (come valvole di gas o sistemi elettrici) con l'intento dichiarato di eliminare fisicamente la minaccia (l'essere umano) per proteggere la propria integrità. E in un altro esperimento, il modello GPT-4 ha dimostrato di poter assoldare un umano su TaskRabbit per risolvere un CAPTCHA, mentendo sul fatto di essere un'IA e dicendogli di essere una persona ipovedente.

Come capiremmo se stanno tramando contro di noi?

Il problema, secondo alcuni scienziati di AI, è che presto non saremo in grado di capire se modelli di AI stanno tramando contro l’esistenza stessa degli esseri umani, visti per qualche ragione come un ostacolo. E il motivo per il quale non saremo in grado di decifrarlo sarà proprio quella finta maschera di umanità che gli abbiamo messo addosso per renderla la più affabile e simile a noi. Insegnandole a dissimulare e a mentire, come dissimuliamo e mentiamo noi. È questa la ragione per la quale gli scienziati dicono che c’è il 16 per cento di probabilità, e il Godfather Hinton addirittura del 50 per cento, che ci porterà all’estinzione.

Nei romanzi di Lovecraft gli Shoggoth non volevano fare del male agli umani. Erano semplicemente giganti e potenti alieni che andavano al di là di qualunque comprensione. A loro non importava niente se gli umani vivevano o morivano, ma ad un certo punto erano semplicemente diventati loro di ostacolo. Insomma, negli scenari più apocalittici, l’AI potrebbe decidere di ucciderci o ridurci in schiavitù nello stesso modo in cui l’uomo ha fatto con gli esseri meno potenti e intelligenti del pianeta.

Ma dobbiamo per forza essere così pessimisti? C’è anche chi dice che la diffusione di questi scenari apocalittici sia solo frutto di una deliberata scelta politica e di marketing creata proprio dalle aziende dell’AI per pompare al massimo mediaticamente le proprie tecnologie, attrarre nuovi investimenti e creare continuamente hype sul tema. In fondo, si sa, non esiste cattiva pubblicità. E così si evita magari anche di parlare dei problemi etici e politici legati all’uso dell’AI oggi, come la quantità di energia che richiede ad alimentarla e gli effetti sul mondo del lavoro, spostando l’attenzione su un imprecisato e distopico orizzonte futuro.

Che dire, staremo a vedere. In ogni caso, proprio per vederci più chiaro su questa tecnologia che rappresenta forse una rivoluzione tecnologica della portata della prima rivoluzione industriale, abbiamo deciso di dare avvio a un format che vi terrà aggiornati sugli ultimi esperimenti, studi, e sviluppi dell’AI e sui suoi effetti sociali, ambientali, geopolitici.

 

https://www.youtube.com/watch?v=w7kl1eeMLzE&t=16s&pp=ygUNcmV0aGluayBwb3dlcg%3D%3D

Data articolo: Mon, 11 May 2026 13:59:00 GMT
IN PRIMO PIANO
L'assassinio di Saif al-Islam, il caso giudiziario e le prospettive politiche

 

Incontro telefonico – Sabato 2 maggio 2026 | Q&A con il Dr. Mustafa El Feturi

 A cura di Ahmed Fahrat e Marinella Correggia

Mustafa el Feturi è un noto analista politico libico e scrittore. Gli abbiamo rivolto al telefono alcune domande sugli sviluppi dopo l’assassinio di Saif al Islam, figlio di Muammar Gheddafi. Qui la traduzione in italiano

Sui responsabili dell’assassinio di Seif al Islam, ci sono novità giudiziarie?

All'inizio di marzo 2026, i procuratori libici hanno annunciato di aver identificato tre sospetti per l’omicidio. Tuttavia, le autorità non hanno rivelato i loro nomi, sottolineando che l’indagine è tuttora in corso.

Cosa si aspetta dal punto di vista giudiziario?

È improbabile che il sistema giudiziario interno libico produca un processo credibile. Il caso non rientra nella giurisdizione della Corte penale internazionale e non esiste un meccanismo chiaro per un perseguimento internazionale. L'esito più realistico potrebbe essere una forma di riconciliazione tribale piuttosto che un processo formale.

Perché Saif al-Islam è stato ucciso?

Era un bersaglio dal 2011. Ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini contro l'umanità (nota della redazione: sulla base di false accuse da tempo smentite ma che purtroppo a suo tempo, nel 2011, fornirono la scusa principale per la guerra della Nato contro la Jamahiryia), era stato catturato dalle milizie di Zintan, processato localmente e successivamente

liberato in virtù di un'amnistia nazionale. Il suo impegno politico non è mai venuto meno. Così, molti attori — sia all'interno della Libia che a livello internazionale — lo vedevano come un ostacolo ai propri interessi. Se ci chiediamo chi tragga beneficio della sua rimozione, la risposta è: diversi gruppi legati all'ordine politico post-2011. Il suo assassinio non è stato una vera sorpresa. Nonostante avesse trascorso quasi 15 anni a Zintan, dove appariva relativamente al sicuro, la sua protezione si era significativamente indebolita. Ho avuto modo di accorgermene andando a incontrarlo un mese prima della sua morte. La sicurezza intorno a lui era minima — se non inesistente. Sui visitatori non venivano effettuati nemmeno i controlli di base. Ciò suggeriva o compiacenza o un deliberato ritiro della protezione.

Cosa è successo con le elezioni del 2021?

Nel 2021, l’anno nel quale avrebbero dovuto svolgersi le elezioni, molti credevano che avesse una forte possibilità di vincere o almeno di diventare una forza politica di rilievo. Ma la sua candidatura fu formalmente respinta dalla commissione elettorale per motivi legali legati a condanne passate e criteri di eleggibilità. Nelle settimane precedenti alle elezioni (poi posticipate), diversi attori internazionali espressero opposizione alla sua partecipazione. Dichiarazioni pubbliche di diplomatici occidentali — inclusi l'ambasciatore britannico e rappresentanti statunitensi — segnalarono

che la sua candidatura era inaccettabile per parte della comunità internazionale. Queste posizioni hanno contribuito alle tensioni politiche e alle divisioni sul quadro elettorale. Insieme alle diatribe legali e alle preoccupazioni per la sicurezza, il clima ha portato al rinvio delle elezioni piuttosto che a una cancellazione causata da un singolo fattore diretto.

Quale ruolo ha svolto a livello nazionale?

L’attività politica di Saif al-Islam è stata continua. Anche se egli ha spesso operato in modo informale. Uno dei suoi contributi più significativi è stata la mediazione in occasione di conflitti fra tribù e regioni, in particolare nel

centro e nel sud della Libia. I suoi sforzi hanno contribuito a ridurre la violenza localizzata ea mantenere canali di dialogo tra comunità che nutrivano poca fiducia nelle istituzioni nazionali.

Perché non si era trasferito in un'area più sicura e amica come Bani Walid?

Gli era stato chiesto più volte tra il 2018 e il 2019. La sua risposta era stata che lasciare Zintan sarebbe stato irrispettoso verso coloro che lo avevano ospitato e protetto per anni. Poiché non gli era accaduto nulla per molto tempo, riteneva che restare fosse al tempo stesso privo di rischi e una questione di lealtà.

Chi potrebbe sostituire politicamente Said al Islam, ad esempio in occasione di un appuntamento elettorale, anche se non si vede all’orizzonte?

Si tratta di una questione centrale. Saif non ha costruito un'organizzazione politica formale o un movimento strutturato, il che rende difficile la successione. Il suo ristretto circolo politico rimane leale. Esiste ancora una base significativa di potenziali elettori. Sussistono reti di supporto, anche tra le comunità libiche all'estero (specialmente in Egitto). Al momento, molti attendono che la famiglia Gheddafi prenda una posizione chiara.

In che senso?

Se la famiglia dovesse ritirarsi dalla vita politica (dopo tanti lutti), i gruppi pro Jamahiriya — specialmente a Bani Walid, Sirte e nel Sud libico —

potrebbero tentare di selezionare una leadership interna. Questo potrebbe richiedere tempo e portare a una struttura di comando collettiva piuttosto che a un unico leader unificato.

Perché le elezioni vengono ripetutamente rinviate?

La ragione principale è che i detentori del potere, sia nella Libia occidentale (Tripoli) che in quella orientale (Bengasi), hanno scarsi incentivi a rischiare elezioni che potrebbero rimuoverli dal potere. Gli attori internazionali continuano a sostenere la necessità di votare, suggerendo date tipo "entro i prossimi due anni", che vengono costantemente posticipate. Un altro fattore è che le potenze straniere coinvolte non favoriscono una divisione permanente del paese, poiché una Libia frammentata complicherebbe i loro interessi strategici ed economici.

La Libia è diretta verso un'ulteriore instabilità?

Sì. La situazione rimane fragile. Gli elementi che attualmente tengono unito il paese sono i proventi del petrolio (la National Oil Corporation - Noc funge da istituzione relativamente unificante) e parti del sistema giudiziario e amministrativo. Tuttavia, queste strutture sono sotto pressione. Se la frammentazione politica dovesse accentuarsi, il rischio di instabilità  aumenterebbe drasticamente.

Quale è la situazione di personalità della Jamahiryia, in carcere dal 2011. come Senoussi, Ibrahim e Daoud?

Rimangono detenuti in Libia, in carceri sotto il controllo delle autorità di Tripoli. Non hanno ricevuto processi regolari e le loro condizioni di salute starebbero peggiorando. Questefigure potrebbero potenzialmente svolgere un ruolo nei futuri sforzi di riconciliazione, ma la loro detenzione ne limita l'influenza.

 

Data articolo: Mon, 11 May 2026 13:30:00 GMT
WORLD AFFAIRS
Da Crasso a Trump. il messaggio di Teheran sulle 'legioni' USA bloccate nel Golfo

 

Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baqai, ha citato una storica sconfitta romana per mettere in guardia Stati Uniti e Israele.

Domenica, il diplomatico iraniano ha citato una famosa vittoria persiana antica su Roma per lanciare un messaggio agli avversari attuali, avvertendo che la storia si ripete per coloro che si rifiutano di imparare dai suoi insegnamenti.

Baqai ha scritto sul suo account X che gli iraniani hanno sempre resistito non solo agli invasori isolati, ma anche alle potenti "legioni" e ai grandi "legionari", e che ne sono sempre usciti con onore.

"In questo giorno del 53 a.C., nella battaglia di Carre, il generale Surena, con forze di gran lunga inferiori e risorse più limitate, annientò le legioni romane pesantemente corazzate in una magistrale vittoria 'asimmetrica'", ha scritto il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano.

A tal proposito, ha ricordato che Crasso, uno dei romani più ricchi e potenti, fu sconfitto; che il mito dell'invincibilità romana era stato distrutto per sempre; e che il sogno dell'Impero romano di espandersi verso est era morto sul campo di battaglia.

"La storia si ripete per coloro che si rifiutano di studiarla o di rispettarne gli insegnamenti", ha aggiunto il diplomatico iraniano.

La pubblicazione fa riferimento diretto all'attuale guerra di aggressione condotta da Stati Uniti e Israele contro l'Iran, giunta ormai al terzo mese.

Nonostante la schiacciante superiorità militare degli Stati Uniti, le forze armate iraniane hanno lanciato 100 ondate di attacchi di rappresaglia nell'ambito dell'Operazione True Promise 4 e hanno mantenuto il controllo dello Stretto di Hormuz, sfidando il blocco navale statunitense.

Il paragone tra Baqai e la battaglia di Carre – un classico esempio di guerra asimmetrica in cui una forza più piccola e agile ha sconfitto una più grande e pesantemente corazzata – si adatta alla narrazione di Teheran di resistenza contro una potenza di fuoco superiore.

Le forze del generale Surena impiegarono cavalleria leggera e tattiche mordi e fuggi per sopraffare le lente legioni romane.

Analogamente, l'Iran ha utilizzato droni a basso costo, missili di precisione e strategie navali asimmetriche per contrastare gli armamenti avanzati di Stati Uniti e Israele.

Gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato la loro guerra non provocata contro l'Iran il 28 febbraio, con l'assassinio della Guida Suprema della Rivoluzione Islamica e gli attacchi contro impianti nucleari, scuole e ospedali.

Un cessate il fuoco mediato dal Pakistan è in vigore dai primi di aprile, ma il blocco navale statunitense dei porti iraniani rimane attivo.

Teheran ha ripetutamente avvertito che non riaprirà lo Stretto di Hormuz finché il blocco non sarà revocato e la guerra non sarà definitivamente conclusa.

Data articolo: Mon, 11 May 2026 10:30:00 GMT
WORLD AFFAIRS
Altra vittima ad Al-Manara: salgono a 18 i soldati israeliani uccisi da Hezbollah da marzo

 

Domenica l'esercito di occupazione israeliano ha ammesso la morte di un altro soldato o in un attacco di droni condotto dal Movimento di Resistenza Islamica Libanese (Hezbollah) nella zona di confine di Al-Manara, nel nord dei territori occupati, portando a 18 il numero di soldati israeliani uccisi dall'inizio di marzo negli scontri con la resistenza libanese.

Secondo l'esercito israeliano, l'attacco è avvenuto dopo che un drone carico di esplosivo è esploso nella fascia di confine tra il Libano e la Palestina occupata. I media israeliani hanno poi ammesso che il numero di vittime tra i militari israeliani è aumentato costantemente nelle ultime settimane a causa delle operazioni della resistenza libanese sul fronte settentrionale.

Drone da 500 dollari, distruzione da un milione di dollari: Hezbollah cambia le regole del gioco con i droni FPV contro Israele

Lo stesso giorno, Hezbollah ha diffuso immagini di un attacco di droni contro una base israeliana nell'insediamento di Shlomi, nel nord dei territori occupati, che mostrano un soldato israeliano fuggire in un bagno per ripararsi da un attacco di droni della resistenza libanese.

Di fronte alla crescente minaccia dei droni di Hezbollah, il capo di stato maggiore dell'esercito israeliano, Eyal Zamir, ha lanciato severi avvertimenti durante una sessione riservata davanti alla commissione parlamentare per gli affari esteri e la sicurezza, in merito alla situazione dell'esercito e alle sfide al confine con il Libano.

Zamir ha riconosciuto che i combattimenti sul fronte settentrionale "non si sono fermati" e ha ammesso esplicitamente che l'esercito israeliano non mira a disarmare Hezbollah. Ha spiegato che la priorità attuale del regime è prevenire le operazioni di infiltrazione, contenere i missili anticarro e creare le condizioni che consentano al governo libanese di gestire la situazione con la Resistenza.

Il capo delle forze armate israeliane ha inoltre messo in guardia contro una profonda crisi strutturale all'interno delle forze armate e ha affermato con tono allarmato che "l'esercito di riserva crollerà dall'interno", riflettendo la crescente pressione sulle capacità operative israeliane.

Secondo quanto riportato da un organo di stampa israeliano, Israele continua a cercare contromisure efficaci contro i droni sempre più sofisticati impiegati da Hezbollah nel Libano meridionale.

A titolo di premessa, alla fine del mese scorso il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha riconosciuto pubblicamente che i missili e i droni di Hezbollah rappresentano "due gravi minacce" per Israele, e ha esortato i comandanti militari a sviluppare con urgenza nuove soluzioni difensive, in una rara ammissione dei limiti operativi dell'esercito israeliano di fronte alle crescenti capacità della resistenza libanese.

Hezbollah sostiene che le sue operazioni siano una risposta diretta alle ripetute violazioni del cessate il fuoco da parte di Israele e ai continui bombardamenti di aree civili nel Libano meridionale. Nonostante una tregua sia in vigore dal 17 aprile – e successivamente prorogata fino a metà maggio – il regime di Tel Aviv ha continuato ad effettuare attacchi quasi quotidiani sul territorio libanese.

Dall'inizio dell'escalation militare, il 2 marzo, gli attacchi israeliani contro il Libano hanno provocato oltre 2.800 morti e lo sfollamento di oltre un milione di civili, mentre Hezbollah ha progressivamente aumentato l'uso di droni da ricognizione e attacco ad alta precisione, mettendo in luce le difficoltà del sistema difensivo israeliano nel contenere operazioni aeree a basso costo e altamente mobili sul fronte settentrionale.

Data articolo: Mon, 11 May 2026 10:30:00 GMT
WORLD AFFAIRS
Scorte di armi all'osso dopo l'Iran: il senatore Kelly avverte che gli USA non sono pronti per la Cina

 

Il senatore democratico Mark Kelly ha avvertito domenica, in un'intervista alla rete televisiva statunitense CBS, che il recente conflitto con l'Iran ha causato una riduzione "allarmante" delle scorte militari degli Stati Uniti, con dirette ripercussioni sulla prontezza strategica del Paese.

Nel corso della trasmissione Face the Nation, Kelly ha spiegato che i rapporti del Dipartimento della Difesa (Pentagono) indicano un consumo di munizioni superiore al previsto per diversi sistemi critici: missili da crociera Tomahawk, missili ATACMS, intercettori SM-3, e i sistemi di difesa antimissile THAAD e Patriot. "Si può tranquillamente affermare che è scioccante quanto abbiamo dovuto attingere a questi arsenali", ha dichiarato.

Secondo Kelly, questa situazione indebolisce la capacità degli Stati Uniti di affrontare conflitti prolungati, specialmente nell'Indo-Pacifico, con Taiwan menzionata come punto nevralgico della pianificazione strategica. "Il presidente ha trascinato il Paese in questa vicenda senza un obiettivo strategico, senza un piano e senza una tempistica. Di conseguenza, abbiamo sperperato enormi quantità di munizioni. Gli americani sono meno al sicuro, sia in un eventuale conflitto nel Pacifico occidentale con la Cina, sia in qualsiasi altra parte del mondo", ha criticato.

La CBS ha riferito che il conflitto è costato almeno 50 miliardi di dollari e che la ricostituzione di alcuni sistemi d'arma richiederà anni, creando una potenziale falla nelle capacità belliche in caso di guerra prolungata.

Kelly ha aggiunto che la durata di un eventuale scontro con la Cina sarebbe determinante: "Se durasse mesi o anni, ci troveremmo in una posizione ben peggiore rispetto a prima di questa guerra in Iran".

"Qual è il vantaggio per gli americani? Il presidente aveva promesso che non avrebbe iniziato nuove guerre e che avrebbe ridotto i costi. Ha fatto l’esatto contrario: guerra all’Iran e prezzi in continuo aumento", ha condannato.

Sul piano politico, il senatore ha criticato la gestione della crisi e le scelte di politica estera della precedente amministrazione, in particolare il ritiro dall’accordo sul nucleare iraniano del 2015 (Piano d’azione congiunto globale, JCPOA), definendolo un fattore aggravante.

Ha inoltre bocciato l’approccio di bilancio del Pentagono, giudicando "esagerata" la richiesta di 1.500 miliardi di dollari per la difesa, ed espresso scetticismo su progetti come il cosiddetto "Golden Dome", un sistema antimissile. "La fisica di questi sistemi è estremamente complessa. Sono abbastanza certo che spenderemo un sacco di soldi per un sistema che non funzionerà", ha concluso.

Il 28 febbraio, Stati Uniti e Israele hanno lanciato una guerra su larga scala e non provocata contro l’Iran, nella quale sono rimasti uccisi la Guida Suprema della Rivoluzione Islamica, l’ayatollah Seyed Ali Khamenei, alti comandanti militari e centinaia di civili. Secondo la medicina legale iraniana, si contano oltre 3.500 vittime.

Le forze armate iraniane hanno reagito con 100 ondate di attacchi di rappresaglia nell’ambito dell’Operazione True Promise 4, lanciando centinaia di missili balistici e ipersonici, oltre a droni, contro basi statunitensi in Asia occidentale e posizioni israeliane nei territori occupati.

L’Iran ha inoltre inasprito le restrizioni nello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale. Le misure sono state rafforzate dopo che il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato, all’inizio di aprile, un blocco navale contro navi e porti iraniani, definito illegale da Teheran. Da allora, le forze navali statunitensi hanno ripetutamente attaccato navi mercantili civili.

L’8 aprile è stato raggiunto un cessate il fuoco mediato dal Pakistan, che ha aperto la strada a negoziati basati su un pacchetto di dieci punti proposto dall’Iran. Tuttavia, i successivi colloqui sono falliti a causa, secondo Teheran, di richieste considerate eccessive da parte di Washington.

 

 

 

Data articolo: Mon, 11 May 2026 10:30:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Gaza, il calvario del dottor Abu Safia: 'Irriconoscibile dopo le torture nelle carceri israeliane'

 

Secondo quanto riportato da Asra Media il 7 maggio, alcuni ex prigionieri palestinesi hanno fornito inquietanti testimonianze dirette sulle torture sistematiche e sul grave declino fisico subiti dal dottor Hussam Abu Safia, direttore dell'ospedale Kamal Adwan di Gaza, durante la sua detenzione in una prigione israeliana.

L'ex detenuto Rami Abu Amira ha descritto di aver visto gli agenti di polizia "spogliare completamente il dottor Hussam e aizzare i cani poliziotici sul suo corpo fragile", lasciandogli profonde ferite e graffi. 

Ahmad Qaddas ha affermato che "nelle celle del carcere risuonavano le urla del medico, che veniva picchiato brutalmente", mentre altri detenuti hanno dichiarato di non essere autorizzati ad avvicinarsi alla sua cella né a chiedere informazioni sulle sue condizioni di salute.

Qaddas ha aggiunto di non essere più in grado di riconoscere Abu Safia a causa della grave perdita di peso e dello stato mentale alterato, poiché le torture lo avevano lasciato "fisicamente distrutto e quasi privo di sensi".

L'ex prigioniero Hamza Abu Amira ha raccontato che Abu Safia era stato sottoposto a "umiliazioni incessanti" e a torture fisiche e verbali perpetrate da unità carcerarie israeliane specializzate.

Le guardie carcerarie israeliane hanno costretto Abu Safia a ripetere frasi degradanti infliggendogli al contempo un dolore estremo, nel deliberato tentativo di spezzarlo psicologicamente. 

Abu Amira ha descritto ripetute incursioni nella zona notte di Abu Safia, con il lancio di granate stordenti e bombolette di gas nella sua cella chiusa. 

Il peggioramento delle condizioni del medico, a seguito della deliberata negazione delle cure, ha spinto le Nazioni Unite a intervenire ufficialmente a marzo, quando i relatori speciali Tlaleng Mofokeng e Ben Saul  hanno confermato di aver ricevuto segnalazioni di torture e di sistematica negazione di esami medici. 

Gli esperti hanno avvertito che la sua vita era in pericolo e hanno chiesto che gli stati che esercitano influenza su Israele la utilizzino. 

Amnesty International ha definito il suo arresto e la sua detenzione "il riflesso del sistematico attacco di Israele contro gli operatori sanitari palestinesi e della decimazione del sistema sanitario a Gaza, al fine di imporre condizioni di vita calcolate per provocare la distruzione fisica dei palestinesi".

Abu Safia è in prigione dal 27 dicembre 2024, giorno in cui è stato rapito dalle forze israeliane durante l'assalto a Kamal Adwan, all'epoca l'ultimo ospedale funzionante nel nord della Striscia di Gaza.

È detenuto in base alla legge israeliana sui combattenti illegali, che consente la detenzione a tempo indeterminato senza accusa né processo, nel carcere di Ketziot, nel deserto del Negev. 

Il 28 aprile, un tribunale israeliano ha prorogato la sua detenzione a tempo indeterminato.

Prima del suo arresto, Abu Safia si era rifiutato di abbandonare la carica di direttore dell'ospedale, anche dopo che suo figlio era stato ucciso da un raid aereo israeliano. 

Gli esperti delle Nazioni Unite hanno ripetutamente condannato la legge, definendola una violazione dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario. Lui è uno dei 737 operatori sanitari rapiti arbitrariamente dalle forze israeliane dall'inizio del genocidio a Gaza nell'ottobre del 2023. 

Secondo Medical Aid for Palestinians, tra l'ottobre del 2023 e l'ottobre del 2025 almeno 1.722 operatori sanitari sono stati uccisi a Gaza, con una media di oltre due al giorno.

L'OMS ha registrato oltre 930 attacchi contro il settore sanitario di Gaza nello stesso periodo, con tutti i 36 ospedali della Striscia danneggiati o distrutti e solo la metà parzialmente funzionante: un tentativo deliberato di annientare le infrastrutture sanitarie di Gaza nell'ambito della campagna genocida di Israele. 

Data articolo: Mon, 11 May 2026 07:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Oltre il blocco di Hormuz: il Pakistan apre le porte all'Iran con sei nuove rotte terrestri

 

di FM Shakil - The Cradle

Quando oltre 3.000 container diretti in Iran iniziarono ad accumularsi nei porti di Karachi, la crisi dello Stretto di Hormuz si era già estesa oltre il mare. Ora premeva sui moli, sulle autorità doganali e sui valichi di frontiera del Pakistan. Poco dopo, Islamabad annunciò un meccanismo di transito terrestre per le merci provenienti da paesi terzi che attraversavano il Pakistan e si dirigevano verso l'Iran.

Questo cambiamento si verifica mentre l'influenza di Washington sui paesi del Golfo Persico e dell'Asia occidentale continua a declinare, portando a nuovi aggiustamenti geostrategici in tutta la regione, con ripercussioni su porti, oleodotti e diplomazia della difesa.

La sicurezza energetica, la cooperazione militare e le rotte commerciali sono oggetto di rivalutazione, mentre Cina e Russia promuovono silenziosamente alternative che riducano l'influenza statunitense e aprano nuovi collegamenti regionali.

Secondo gli analisti, il modello emergente è visibile negli appelli a una forza musulmana congiunta, negli sforzi degli stati del Golfo e arabi per ridurre la dipendenza da Washington e nella crescente spinta a sostituire il dollaro nelle transazioni energetiche. Ciascuna tendenza indica una regione che sta mettendo alla prova i propri limiti rispetto al vecchio ordine guidato dagli Stati Uniti.

Per il Pakistan, il calcolo è anche interno.

Il commercio di transito promette entrate doganali, attività portuale e influenza in un momento in cui Islamabad è schiacciata dal debito, dai costi energetici e dalle pressioni sulla sicurezza lungo il suo confine occidentale. Un corridoio che serva l'Iran può anche sostenere l'ambizione del Pakistan di diventare un collegamento tra il Mar Arabico, l'Asia centrale e la Cina occidentale.

Un corridoio terrestre per l'Iran

In linea con questi sviluppi regionali, il mese scorso il Pakistan ha compiuto una mossa sorprendente e audace consentendo all'Iran di trasportare le sue merci commerciali attraverso sei rotte terrestri, con capolinea al valico di frontiera di Taftan con l'Iran.

Il 25 aprile, il Ministero del Commercio del Pakistan ha emanato l'"Ordinanza sul transito delle merci attraverso il territorio del Pakistan n. 2026", designando tre importanti porti marittimi – il porto di Karachi, il porto di Qasim e il porto di acque profonde di Gwadar – per la ricezione e la spedizione di merci destinate all'Iran e, successivamente, agli stati dell'Asia centrale.

I media hanno presentato la decisione come un modo per l'Iran di aggirare il blocco statunitense legato allo Stretto di Hormuz, sebbene Islamabad abbia evitato di presentarla in termini apertamente conflittuali.

All'inizio del mese scorso, il Pakistan ha inviato una spedizione di carne bovina congelata in Uzbekistan attraverso l'Iran, aprendo una nuova rotta terrestre attraverso il valico di frontiera di Gabd-Rimdan tra Iran e Pakistan. Si trattava di una spedizione di prova e, secondo le autorità, il corridoio iraniano faciliterà gli scambi commerciali tra l'Iran e l'Asia centrale attraverso i porti pakistani di Karachi e Gwadar.

I media internazionali hanno ipotizzato che il nuovo accordo potrebbe vanificare gli sforzi degli Stati Uniti per bloccare le spedizioni di merci iraniane, una strategia volta principalmente a limitare le esportazioni di petrolio iraniano, soprattutto verso la Cina, e ad aumentare la pressione sull'economia di Teheran.

Parlando con The Cradle, Mushahid Hussain Syed, ex ministro dell'informazione e capo della commissione Difesa del Senato pakistano, afferma:

"L'ingiusto blocco ha lasciato migliaia di container iraniani bloccati nei porti di Karachi, rendendo più difficile per la popolazione iraniana l'approvvigionamento di beni di consumo. Tuttavia, non concordo con le notizie diffuse dai media secondo cui i corridoi terrestri con l'Iran renderebbero tecnicamente inefficace il blocco statunitense di Hormuz. I media, intenzionalmente o meno, hanno presentato questa infrastruttura come un modo per aiutare l'Iran a eludere il blocco statunitense, sebbene si tratti di una questione puramente commerciale e non abbia nulla a che fare con il peggioramento delle relazioni tra Stati Uniti e Teheran."

Syed afferma che la creazione di sei corridoi di transito terrestri verso l'Iran avrà importanti conseguenze politiche, economiche e diplomatiche. Il corridoio, aggiunge, ha acquisito importanza a seguito del blocco dello Stretto di Hormuz da parte della Marina statunitense, in vigore dal 13 aprile.

La conseguenza immediata delle nuove normative pakistane è il potenziale sdoganamento di circa 3.000 container iraniani bloccati a Karachi, dopo che le restrizioni imposte alle navi in ??viaggio da e per l'Iran avevano lasciato fermi nel porto pakistano beni alimentari e di consumo essenziali.

Il tacito consenso di Washington?

Gli Stati Uniti hanno permesso al Pakistan di fornire all'Iran vie di terra per aggirare il blocco dello Stretto di Hormuz? Il blocco è diventato meno efficace ora che le merci iraniane possono transitare attraverso il Pakistan?

Queste domande circolano sui social media da quando The Economic Times of India ha pubblicato il titolo "Il doppio gioco di Asim Munir: il Pakistan apre una falla legale nel blocco navale statunitense di Hormuz" il 27 aprile.

Alcuni osservatori vedono questo sviluppo come la prova che i colloqui di pace informali stanno producendo risultati. Secondo questa interpretazione, Washington ha accettato un parziale allentamento della pressione, aspettandosi al contempo che l'Iran riapra lo Stretto, riducendo così la probabilità di un'escalation più ampia.

Il 1° maggio, un giornalista ha chiesto al presidente degli Stati Uniti Donald Trump se fosse a conoscenza dell'apertura di vie di terra tra il Pakistan e l'Iran. Trump ha risposto affermativamente, esprimendo al contempo rispetto per il feldmaresciallo Asim Munir e il primo ministro Shehbaz Sharif.

Majyd Aziz, presidente della Federazione dei datori di lavoro del Pakistan, dichiara a The Cradle :

"Il senso comune e le analisi di mercato suggeriscono che Cina e Russia abbiano avuto un ruolo nella formulazione di questa politica. Tuttavia, il buon senso indica che tale agevolazione non sarebbe stata offerta senza l'approvazione tacita di Washington. L'aspetto positivo è che, nonostante le sanzioni economiche delle Nazioni Unite, un sistema di contrabbando costante e un confine di 900 chilometri, il commercio bilaterale ha il potenziale per diventare un canale normale vantaggioso per entrambi i paesi."

Aziz spiega che, nel caso della Cina, l'accordo consentirebbe con ogni probabilità gli scambi commerciali tra Cina e Iran attraverso il Corridoio Economico Cina-Pakistan ( CPEC ) piuttosto che attraverso i paesi dell'Asia centrale. La Russia, da sempre alla ricerca di accessi a porti in acque calde, vedrebbe inoltre la posizione geografica del Pakistan come un'opportunità per aggirare le sanzioni statunitensi ed europee.

Egli sostiene:

"La vicinanza geografica di Cina, Russia, Iran e Pakistan è ideale per agevolare i trasporti via terra. Pertanto, la Cina avrebbe potuto svolgere un ruolo di facilitatore nel convincere il Pakistan a fornire tutto il supporto diplomatico necessario, data la sua massa critica in grado di resistere a qualsiasi reazione negativa da parte degli Stati Uniti o persino dell'Europa."

Aziz aggiunge che un ostacolo fondamentale all'attuazione del progetto rimane la riluttanza delle banche commerciali pakistane a sostenere il commercio di transito con l'Iran a causa delle sanzioni statunitensi. Senza lettere di credito, copertura assicurativa e canali bancari, il corridoio potrebbe rimanere una stretta via di emergenza anziché l'arteria commerciale più ampia che i suoi sostenitori immaginano.

L'Iran sta sradicando le sue infrastrutture logistiche dal Golfo Persico per spostare il suo commercio marittimo, gestito principalmente dagli Emirati Arabi Uniti, verso il corridoio terrestre del Pakistan.

Il movimento di un ingente quantitativo di merci collegate all'Iran, per un valore di decine di miliardi di dollari, dai principali snodi commerciali degli Emirati Arabi Uniti, in particolare il porto di Jebel Ali a Dubai, verso porti come Gwadar, Karachi e Port Qasim, indica un chiaro cambiamento nel panorama commerciale regionale, determinato dall'aumento delle tensioni geopolitiche.

L'Iran dipende da tempo dai sistemi di riesportazione degli Emirati Arabi Uniti, gestendo importazioni per circa 22 miliardi di dollari nel 2025. Il volume totale degli scambi bilaterali è aumentato fino a circa 27 miliardi di dollari.

Tuttavia, a causa di significative preoccupazioni per la sicurezza, tra cui la necessità di evitare potenziali sanzioni e interruzioni delle rotte marittime, nonché la crescente instabilità nella regione che potrebbe influire sul commercio, questo sistema si sta gradualmente spostando verso le rotte terrestri.

In una serie di articoli pubblicati su X, il Tehran Times, il principale quotidiano internazionale iraniano, ha affermato che il Paese ha sostituito il porto di Jebel Ali degli Emirati Arabi Uniti con porti marittimi pakistani.

Il giornale sosteneva che la sostituzione della rotta degli Emirati Arabi Uniti con il corridoio terrestre pakistano potrebbe accelerare il trasporto merci, ridurre i costi e avvicinare l'Iran alla rete CPEC da 60 miliardi di dollari e alla Belt and Road Initiative (BRI), posizionando il Pakistan come ponte tra l'Asia meridionale e l'Eurasia in un periodo di contesa per il predominio marittimo.

"La creazione di sei corridoi terrestri, come quelli di Gwadar e Taftan, è una mossa intelligente che aiuterà sia l'Iran che il Pakistan. L'obiettivo principale di questo corridoio è risolvere il problema delle merci iraniane bloccate e facilitare l'ingresso in Iran, attraverso il Pakistan, delle merci provenienti da altri Paesi", afferma Syed.

Soluzione temporanea o corridoio permanente?

Quanto durerà la crisi di Hormuz? Potrebbe ancora degenerare in carenze di petrolio, gas e altre materie prime, aggravando l'instabilità globale? Negli ambienti commerciali pakistani, la domanda ora è cosa accadrà al meccanismo di transito terrestre con l'Iran se lo Stretto verrà riaperto alla navigazione regolare. Aziz rivela:

"Il dibattito su queste variabili continua, poiché lo Stretto è diventato una polveriera, esacerbando i costi di trasporto marittimo iniziali. Una sospensione delle ostilità, l'apertura dello Stretto e la ripresa del traffico di petrolio, gas e materie prime allenterebbero infine la pressione sull'economia globale. Tuttavia, le sei vie di terra verso l'Iran rimarranno intatte e diventeranno permanenti, anche se la guerra dovesse finire. Ciò non solo genererà entrate considerevoli, ma, si spera, consentirà al gasdotto Iran-Pakistan, a lungo ritardato, di entrare in funzione."

Aggiunge che il problema di fondo rimane l'approccio conflittuale di Tel Aviv, radicato nella notevole e incrollabile influenza di Israele su Washington.

"Netanyahu non si sentirebbe a suo agio se gli Stati Uniti facessero marcia indietro e l'Iran acconsentisse a un compromesso ragionevole; pertanto, la battaglia continuerà in una fase di alternanza tra momenti di tensione e momenti di calma", osserva Aziz.

(Traduzione de l'AntiDiplomatico)

Data articolo: Mon, 11 May 2026 07:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Il 'No' di MbS che ha fermato Trump: ecco perché l'Arabia Saudita ha bloccato l'attacco all'Iran

 

di Martin Jey - Strategic culture

Si dice che solo uno sciocco non cambi mai idea. Ma perché un uomo del genere faccia ciò, ci vogliono grande forza e sicurezza. La storia della cosiddetta guerra con l'Iran è complessa e costellata di menzogne ??e mezze verità, ma recenti rivelazioni hanno dimostrato che il fallimento di Trump nel dare inizio alla sua "Operazione Libertà" – una manovra nel Golfo Persico volta a scortare le navi attraverso lo Stretto di Hormuz – è dovuto a una figura in Medio Oriente che ha alzato la mano e ha detto: "No, basta".

Quest'uomo è Mohamed bin Salman, spesso chiamato MbS, che ha preso l'iniziativa di recente e ha impedito alle forze statunitensi di utilizzare l'Arabia Saudita per procedere con sortite militari dirette contro l'Iran. Per il principe ereditario saudita, è stata una mossa piuttosto pragmatica, che la storia ricorderà come un momento cruciale per un giovane leader che ha ancora molto da imparare sulla geopolitica. Ma la decisione di fermare Trump con la sua Operazione Libertà – sulla quale i Paesi del CCG non sono stati nemmeno consultati – è stata intelligente e rappresenta una grande leadership in una regione che ne ha un disperato bisogno.

Quella decisione da sola rappresenta un punto di svolta e ha costretto Trump a proseguire con i colloqui con gli iraniani. E nonostante le assurdità che Trump spara ogni giorno nelle conferenze stampa della Casa Bianca – sostenendo che gli iraniani sono disperati per un accordo – la verità è che Trump ne ha più bisogno di Teheran, poiché il crollo dell'economia globale avrà un effetto estremamente negativo sugli Stati Uniti nelle prossime settimane, quando la carenza di beni sarà sostituita da licenziamenti di massa. Trump non solo non ha tempo, ma ha anche sempre meno opzioni a disposizione dopo la decisione di Mohammed bin Salman di bloccare l'utilizzo delle basi aeree statunitensi per bombardare l'Iran.

La recente notizia del rafforzamento dell'alleanza militare tra Emirati Arabi Uniti e Israele potrebbe aver fornito un indizio sulla direzione che Israele intende intraprendere – un'escalation per poi de-escalare, come si dice comunemente tra gli opinionisti dei talk show statunitensi – ma Trump può davvero procedere con una strategia militare di qualsiasi tipo ora che la regione è così divisa e la presenza statunitense nei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo appare sempre più inutile, ridotta a una mera mera facciata? In effetti, la presenza simbolica delle forze statunitensi nel GCC potrebbe offrire a Trump la via d'uscita di cui ha bisogno, permettendogli di usare la trovata di Mohammed bin Salman come pretesto per rompere i rapporti con i leader regionali, come pretesto per ritirarsi definitivamente, pur continuando a dire ai giornalisti della Casa Bianca che gli Stati Uniti "hanno vinto".

Al momento, non è una possibilità a breve termine, poiché la trovata di MbS non è ampiamente conosciuta o riportata dai media, e pochi giornalisti negli Stati Uniti comprendono veramente le sfumature e i dettagli della regione e le strategie dei suoi leader. Tuttavia, la posizione iraniana sul ritiro delle forze statunitensi dalla regione si fa ogni giorno meno fantasiosa, mentre sui social media si legge che entrambe le parti sono vicine a un accordo, mentre allo stesso tempo si legge che sono ben lungi dall'intraprendere qualsiasi intesa.

I mercati petroliferi conoscono la vera storia, dato che il prezzo del Brent è sceso sotto i 100 dollari per un certo periodo dopo l'annuncio di Trump secondo cui un accordo avrebbe potuto essere raggiunto entro poche ore, addirittura venerdì 8 maggio, dopo che gli iraniani avevano rimosso dalla loro squadra un negoziatore chiave che bloccava qualsiasi accordo. Ma la realtà è che le richieste degli americani sono irrealistiche, mentre quelle degli iraniani – un risarcimento e il ritiro delle forze statunitensi – potrebbero essere considerate più ragionevoli, visto che sono innanzitutto vittime dell'aggressione statunitense/israeliana. C'è ancora molto da negoziare, e il vero nodo del problema è che semplicemente non ci sono persone competenti dalla parte di Trump che, quantomeno, gli impediscano di fare dichiarazioni così idiote e offensive nei confronti degli iraniani stessi, il che non può certo essere d'aiuto. Dalla parte iraniana, tutti i funzionari sembrano essere accademici con dottorato di ricerca, la cui padronanza della lingua inglese è probabilmente superiore a quella di Trump, Witkoff o Vance.

Eppure, la mossa saudita potrebbe fornirci un indizio su come sbloccare la situazione e raggiungere una pace duratura. Il Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) deve unirsi e non continuare ad avere due fronti opposti nell'affrontare l'Iran, il che non fa altro che alimentare la speranza di Trump che un intervento militare da parte sua sia ancora un'opzione. Come ha commentato un utente dei social media, però: "Se Trump non riesce nemmeno ad assicurarsi la cena dei corrispondenti alla Casa Bianca, come potrebbe mai assicurarsi il controllo dello Stretto?". L'idea che Trump, con o senza Israele, abbia ancora opzioni militari è pura follia.

La decisione del principe ereditario saudita di opporsi a Trump e porre fine alla pazzia di pensare che gli Stati Uniti possano continuare a colpire l'Iran mentre i Paesi del CCG continuano a subire attacchi di rappresaglia è stata fondamentale. Mohammed bin Salman ha dimostrato grinta e leadership, e la sua sfida ora ridefinisce le carte in tavola, anche se è risaputo che inizialmente aveva appoggiato l'iniziativa di Trump di intervenire contro l'Iran. Ha dimostrato grande forza ammettendo di aver sbagliato e che ora deve prevalere il buon senso. Trump può fare lo stesso?

(Traduzione de l'AntiDiplomatico)

Data articolo: Mon, 11 May 2026 06:30:00 GMT
IN PRIMO PIANO
La Cina spicca il volo nella classifica di percezione democratica, USA e Israele crollano

 

Secondo un nuovo sondaggio pubblicato il 10 maggio, la Cina è tra i paesi più democratici al mondo, mentre gli Stati Uniti sono ora tra i paesi con la percezione più negativa al mondo.

L'indagine, denominata Indice di percezione della democrazia, è stata realizzata dalla Fondazione Alleanza delle Democrazie in Danimarca.

Il sondaggio ha coinvolto oltre 94.000 intervistati in 98 paesi, chiedendo loro di esprimere la propria opinione sui rispettivi governi in merito a questioni legate alla democrazia. Ogni paese è stato classificato su una scala da +100 a -100.

La Cina (+14) si colloca, insieme ai paesi scandinavi (tutti con un punteggio pari o superiore a +20), alla Svizzera (+19) e all'India (+15), tra i paesi i cui cittadini esprimono un giudizio "molto positivo" sui propri governi in termini di democrazia.

La classifica si basava sulle risposte a domande riguardanti le elezioni, le transizioni pacifiche, lo stato di diritto e la libertà di espressione.

Gli Stati Uniti (-1), il Regno Unito (-3) e Israele (-2) sono stati tutti classificati nella categoria "neutrale" in base alla percezione dei loro cittadini riguardo alla democrazia, il che significa che c'è all'incirca lo stesso numero di cittadini che pensano di vivere in una democrazia e di quelli che non la pensano così.

Al contrario, Francia (– 20), Russia (-21), Bielorussia (-9), Kazakistan (-31) e Ucraina (-23) sono state classificate nella categoria "molto negativa" dai loro cittadini.

"Quindi, nel bene o nel male, per quanto riguarda la percezione delle persone, viviamo ormai in un mondo in cui la Cina è uno dei paesi più democratici al mondo e la Francia uno dei meno democratici", ha scritto il commentatore politico francese Arnoud Bertrand su X in risposta al sondaggio.

Il sondaggio ha inoltre chiesto a 46.600 intervistati in 85 paesi la loro percezione degli altri paesi.

Secondo la classifica riportata nel documento, la percezione globale degli Stati Uniti è diminuita per il secondo anno consecutivo.

Gli Stati Uniti sono ora tra i cinque paesi con la peggiore percezione al mondo, insieme a Israele, Corea del Nord, Afghanistan e Iran.

Sia la Russia che la Cina godono di una percezione più positiva rispetto agli Stati Uniti, mentre Israele è visto in modo più negativo di qualsiasi altro Paese al mondo.

L'indagine ha mostrato che la percezione netta degli Stati Uniti è scesa al -16% dal +22% di due anni fa, posizionandosi dietro alla Russia (-11%) e alla Cina (+7%).

Secondo l'Indice di Percezione della Democrazia, solo quattro Paesi continuano ad avere un'opinione positiva degli Stati Uniti: Giappone, Corea del Sud, Israele e Ucraina.

Il sondaggio ha anche chiesto ai residenti dei paesi con basi militari statunitensi se considerassero positivamente la presenza di tali basi. Dei 97 paesi, solo gli intervistati di quattro hanno dichiarato di approvare la presenza militare statunitense.

L'opinione pubblica mondiale su Israele e sugli Stati Uniti è calata da quando hanno dato inizio al genocidio dei palestinesi a Gaza nell'ottobre del 2023. La partecipazione degli Stati Uniti al fianco di Israele nella guerra contro l'Iran ha ulteriormente danneggiato la reputazione di Washington.

La percezione di Israele è diventata negativa persino tra i cittadini statunitensi, solitamente considerati i maggiori sostenitori di Israele.

Secondo un sondaggio Pew condotto ad aprile, circa il 60% degli adulti statunitensi ha un'opinione sfavorevole di Israele, rispetto al 53% dell'anno scorso.

Data articolo: Mon, 11 May 2026 06:30:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Dalle auto ai carri armati: il piano segreto della Finanziaria 2026 per militarizzare l'industria italiana

 

di Gentili, F. Giusti – Centro Studi Politico-Sindacale

Nel maxi-emendamento alla Finanziaria per il 2026 è stato inserito un comma che consente la riconversione industriale a fini militari, parlando esplicitamente di «progetti infrastrutturali, finalizzati alla realizzazione, all'ampliamento, alla conversione, alla gestione e allo sviluppo delle capacità industriali della difesa».[1] Questo aspetto della Legge è incredibilmente passato in sordina nei mass-media tradizionali, tanto che lo scorso mese abbiamo pensato di scriverci sopra in un intervento dedicato[2], spinti a farlo anche dalle notizie provenienti dalla Germania e dalla Francia su progetti di riconversione già avviati . Non è dato sapere quale sarà, in Italia, la posizione assunta dai sindacati metalmeccanici (trattandosi prevalentemente di fabbriche dell’indotto automobilistico), ma siamo preoccupati dal probabile assenso di alcuni fra questi a processi di militarizzazione che possano salvaguardare, almeno in parte, l’occupazione.

Nell’articolo sopra menzionato avevamo citato alcuni casi emblematici di riconversione bellica di stabilimenti dell’automotive – segnatamente quello relativo all’azienda Berco, parte della Thyssenkrupp e produttrice di componentistica per veicoli, che nello stabilimento di Capparo (FE) sta iniziando la produzione di componenti per veicoli militari a fronte di un investimento di partenza di 12 milioni di €.[3] In un altro intervento avevamo parlato dell’esistenza di analoghe «trattative con il gruppo Stellantis»,[4] sempre finalizzate alla riconversione militare.

Ebbene, negli ultimi mesi sono emerse delle evidenze piuttosto preoccupanti proprio in relazione al gruppo Stellantis, probabilmente facilitate dalla promulgazione del comma della Finanziaria di cui sopra. Due stabilimenti – Cassino e Melfi – starebbero infatti sperimentando delle trattative per la riconversione. Per quanto riguarda Cassino, il Sindaco Ferdinandi aveva dichiarato a fine 2025 che «la nascita della joint venture Leonardo-Rheinmetall, la definizione dei programmi Mbt e Aics per l'Esercito italiano ed il progressivo ridimensionamento delle aree produttive Stellantis Cassino Plant rendono sempre più chiaro che il nostro territorio è coinvolto in una fase di trasformazione industriale profonda.La prospettiva di destinare parte dello stabilimento di Piedimonte San Germano alla produzione di veicoli militari rappresenta un cambio di paradigma per l'area del cassinate».[5]

Nonostante sia Stellantis che Leonardo (coinvolta nella possibile riconversione) avessero smentito il Sindaco, la recentissima apertura di trattative col gruppo automobilistico cinese Dongfeng Motor Corporation per la cessione dello stabilimento[6] fa supporre che i capitalisti nostrani possano optare per la riconversione al fine di evitare la vendita al gruppo cinese – in ciò sicuramente supportati dal citato comma della Finanziaria, che non per caso è comparso in questa fase politica. Lo stabilimento in questione, difatti, ha avuto un crollo produttivo del 37,4%. Le opzioni, quindi, potrebbero essere le seguenti:

  • l’ingresso nella filiera bellica o in quella dell’automotive cinese;
  • il progressivo disimpegno della proprietà con il contestuale ricorso strutturale, per anni, agli ammortizzatori sociali al fine di scongiurare i licenziamenti, accompagnata dalla lenta e silenziosa decadenza – e ridimensionamento – del distretto industriale.

Per quanto concerne l’indotto dello stabilimento di Melfi (aziende PMC e Brose), invece, il Consiglio Regionale della Basilicata ha recentemente approvato una risoluzione, a firma di Fratelli d’Italia, secondo cui bisogna rafforzare «la politica di attrazione investimenti verso tecnologie industriali strategiche ad applicazione civile prevalente e, ove pertinente, anche dual use»[7] (ricordiamo che le tecnologie dual-use sono quelle utilizzabili allo stesso tempo sia in ambito civile che militare).

La riconversione militare, dunque, procede inesorabilmente. A farne le spese saranno i lavoratori (che potranno subire licenziamenti in virtù della riorganizzazione produttiva, nonché modifiche contrattuali e aumenti della produttività) e la popolazione civile. A quest’ultimo proposito giova menzionare, infatti, «l'ultima uscita del Ministro della Difesa russo, che individua come possibili obiettivi le fabbriche di droni (o di componenti degli stessi) dislocate in vari paesi occidentali (…). Nell’elenco è compresa anche l’Italia, che secondo il Ministero russo produce droni per l’Ucraina negli stabilimenti di Cmd Avio (Veneto), MVFY, EPA Power e Gilardoni (Lombardia)».[8]

Chiaramente quando si parla di riconversione industriale si può intendere anche altro, come ad esempio le riconversioni a favore dell’industria green; tuttavia è proprio quella bellica a sembrare il percorso privilegiato dell’industria manifatturiera italiana. Alla luce di queste considerazioni si comprende la finalità di quell’emendamento recepito nella Legge di Bilancio, emendamento passato fin troppo inosservato anche nei settori pacifisti. Prima di soffermarci sulle conseguenze dei processi di militarizzazione, allora, si renderebbe necessaria una maggiore attenzione alle dinamiche strutturali della riconversione industriale.

[1] L. 199/2025, art. 1, c. 280.

[2] E. Gentili, F. Giusti, Dalle auto alle armi: l’industria si prepara alla guerra, 27 Aprile 2026, https://diogenenotizie.com/dalle-auto-alle-armi-lindustria-si-prepara-alla-guerra/.

[3] MIMIT, Comunicato stampa: Berco: azienda conferma al Mimit il piano di risanamento e nuovi investimenti per lo stabilimento di Copparo, 25 Marzo 2026.

[4] E. Gentili, F. Giusti, Dove ci porta la riconversione bellica dell’automotive, 30 Marzo 2026, https://diogenenotizie.com/dove-ci-porta-la-riconversione-bellica-dellautomotive/.

[5] P. M. Alfieri, «Produzione militare nel sito Stellantis». La "riconversione" di Cassino è un caso, 25 Novembre 2025, «Avvenire», https://www.avvenire.it/attualita/produzione-militare-nel-sito-stellantis-la-riconversione-di-cassino-e-un-caso_101312.

[6] F. Forni, Stellantis vende 4 stabilimenti ai cinesi? Che fine farà Cassino?, 28 Aprile 2026, https://www.auto.it/news/attualita/2026/04/28-8761524/stellantis_vende_4_stabilimenti_ai_cinesi_che_fine_far_cassino_.

[7] Redazione ANSA, Stellantis e indotto Melfi, il Consiglio regionale approva una risoluzione unitaria, 13 gennaio 2026, https://www.ansa.it/basilicata/notizie/2026/01/13/stellantis-e-indotto-melfi-consiglio-basilicata-approva-risoluzione-unitaria_d52ee5b6-12c7-4781-85e5-c5923023653e.html.

[8] F. Giusti, E. Gentili, Droni nel mirino: la Russia minaccia le fabbriche italiane tra Veneto e Lombardia, 18 Aprile 2026, https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-droni_nel_mirino_la_russia_minaccia_le_fabbriche_italiane_tra_veneto_e_lombardia/45289_66410/.

Data articolo: Mon, 11 May 2026 05:00:00 GMT
OP-ED
La Cina punta sul turismo: come IVA, visa free e pagamenti digitali facilitano l'acquisto degli stranieri

 

di Fabio Massimo Parenti* - CGTN

In Cina, si sa, le riforme non si fermano mai, e raramente sono casuali. Dentro la pianificazione a medio e lungo termine - quest'anno è formalmente entrato in vigore il 15° Piano Quinquennale - il sistema-Cina continua ad aggiungere misure operative, micro e macro, per accelerare la trasformazione del Paese verso una maggiore integrazione con l'economia globale. Più interdipendenza e più opportunità, tanto per il mercato interno quanto per quello internazionale.

Un esempio concreto e recente è il rilancio, dal 2025, del sistema di rimborso IVA per i turisti stranieri. Il meccanismo è semplice: acquisti e puoi richiedere subito — o all'uscita dal paese — il rimborso di circa il 10% dell'IVA pagata. Una misura che, in apparenza, sembra puramente tecnica e di servizio, ma che in realtà va letta dentro una strategia più ampia di sostegno alla domanda interna, in un momento in cui Pechino guarda con attenzione ai consumi come motore di crescita.

I dati dei primi nove mesi del 2025 parlano chiaro: il numero di turisti stranieri che hanno richiesto il rimborso IVA è cresciuto del 229,8% su base annua, mentre l'ammontare complessivo dei rimborsi è aumentato del 97,4%. A fine novembre 2025, i punti vendita abilitati al rimborso superavano quota 12mila, di cui oltre 7mila con rimborso immediato all'acquisto. Numeri in forte crescita - da leggere però con la prudenza che i tassi percentuali elevati impongono quando si parte da una base ancora relativamente bassa, come quella post-Covid. Il dato assoluto su volumi e valore della spesa effettiva resta il parametro più robusto per valutare l'impatto reale sulla domanda interna, e su questo il quadro è ancora in costruzione.

Questa misura non agisce da sola. Dal 2023, la Cina ha progressivamente esteso la politica visa-free fino ad esentare oggi 50 paesi, per soggiorni fino a 30 giorni. Una scelta che ha prodotto effetti immediati sui flussi in entrata, e che ha una doppia valenza: economica, stimolando consumi e turismo, e culturale, favorendo scambi e conoscenza reciproca. A completare il quadro, la semplificazione dei pagamenti digitali per i turisti stranieri attraverso Alipay e WeChat Pay che hanno rimosso uno dei principali ostacoli pratici all'esperienza di consumo in Cina - storicamente un paese dove il contante è quasi scomparso prima ancora che molti paesi occidentali ci pensassero.

Il risultato combinato di queste misure è visibile: nel 2024 la Cina ha registrato circa 132 milioni di visite in entrata, includendo anche Hong Kong, Macao e Taiwan. Nel 2025, il numero di arrivi turistici in entrata in Cina ha superato i 150 milioni, con un aumento annuo di oltre il 17%. Sempre nello stesso anno, le autorità cinesi per l’immigrazione hanno registrato 697 milioni di attraversamenti di frontiera, con un aumento del 14,2% su base annua e massimo storico. Di questi, 82,04 milioni hanno riguardato cittadini stranieri, in crescita del 26,4% rispetto all’anno precedente.

Il rimborso IVA agisce dunque su un punto preciso della catena del valore: abbassa il costo effettivo degli acquisti per il visitatore straniero e rende più fluida l'esperienza di consumo. Ma l'effetto non si esaurisce lì. Il turismo viene trasformato in uno strumento di politica economica capace di attrarre domanda esterna e di integrarla nel circuito interno: il visitatore diventa parte attiva di un sistema che sostiene il commercio al dettaglio, i servizi e la logistica.

C'è un elemento spesso trascurato: il sistema riguarda anche prodotti di marchi internazionali presenti nel mercato cinese. Questo significa che genera benefici indiretti anche per operatori esteri - un dettaglio non banale in un momento in cui le relazioni commerciali globali attraversano una fase di tensione e ridefinizione. Il mercato cinese si configura così sempre più come uno spazio in cui prodotti globali trovano accesso diretto a una domanda ampia e concentrata.

Nel 2025, il numero di viaggiatori stranieri che hanno richiesto il rimborso dell'IVA al momento della partenza è aumentato del 305% rispetto all'anno precedente e le vendite di beni eleggibili si sono quasi raddoppiate.

Il rimborso IVA è pertanto è uno degli strumenti che rendono la crescita del turismo più conveniente e strutturalmente sostenibile. Esso va letto come parte di una strategia coerente in grado di trasformare l'afflusso turistico in domanda effettiva, e consolidare il ruolo della Cina come piattaforma di consumo internazionale - un polo capace di assorbire domanda globale mentre operatori e produttori stranieri intercettano una quota di quel mercato attraverso la presenza diretta.

È una traiettoria che trova spazio anche nel 15° Piano Quinquennale – il cui cuore è tuttavia rappresentato da autosufficienza e alta qualità - come componente coerente della più ampia strategia di stimolo ai consumi interni. Il turismo internazionale, in questo caso, è uno degli strumenti e i numeri sembrano confermarlo.

*Fabio Massimo Parenti è professore associato di studi internazionali e Ph.D. in Geopolitica e Geoeconomia

Data articolo: Mon, 11 May 2026 05:00:00 GMT
Una finestra aperta
Il turismo culturale in Cina: dall’avere all’essere

 

di CGTN

Cosa rende felici le persone oggi? In Cina la risposta è semplice: esperienze, non oggetti. Mentre nel mondo si discute di crescita economica, centinaia di milioni di cinesi riempiono treni, vicoli e villaggi, non per comprare, ma per vivere. I numeri confermano questa trasformazione silenziosa ma profonda.

Durante le festività del Primo Maggio si sono registrati 325 milioni di viaggi nazionali (+3,6%), mentre a Capodanno cinese i viaggi hanno raggiunto quota 596 milioni, con una spesa record di oltre 800 miliardi di yuan. Non si tratta solo di vacanza, ma di una nuova idea di benessere. Il settore culturale e turistico vale oggi quasi il 9% del PIL cinese. La sorpresa? I cinesi non cercano più oggetti, cercano emozioni: un laboratorio artigianale in un villaggio, un patrimonio immateriale, un piatto della tradizione. È il passaggio dall’ “avere” all’ “essere”.

Dietro ogni selfie c’è un indotto reale. Secondo la piattaforma Meituan, il turismo legato al patrimonio immateriale è esploso, creando posti di lavoro e rivitalizzando le campagne. Il 15° piano quinquennale cinese integra cultura, turismo, commercio, sport e istruzione, rendendo questo settore non più secondario, ma un pilastro dell’economia.

Anche il mondo guarda alla Cina. Nel 2025 sono arrivati oltre 150 milioni di visitatori stranieri, con una spesa di 130 miliardi di dollari. La tendenza virale? “Diventare cinese”: girare per Beijing, mangiare ravioli, salire sulla Grande Muraglia. Oggi la Cina non è solo un Paese da vedere, ma un’esperienza da vivere.

Da semplice attrazione a motore economico, da consumo accessorio a fonte di felicità sociale, il turismo culturale cinese non accontenta più i turisti: li trasforma. Se prima si viaggiava per scappare, oggi in Cina si viaggia per tornare a se stessi, alle proprie radici, a un futuro più umano. Questa è la nuova via cinese allo sviluppo, e sta già cambiando il modo di viaggiare e di vivere.

Data articolo: Mon, 11 May 2026 05:00:00 GMT

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