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News lantidiplomatico.it

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L'Intervista
“Dove arriva lo stivale yankee finisce la pace”. Intervista al politologo Zerik Aragort

 

di Carlos Aznárez, Geraldina Colotti


Con Zerik Aragort, politologo e analista internazionale in materia di sicurezza nazionale, militante del Psuv, abbiamo parlato nel nostro programma settimanale Abre Brecha Venezuela. Qui vi presentiamo una versione ampliata dell'intervista sulla situazione di assedio che il paese sta vivendo ora.



L'INTERVISTA:

Benvenuto, grazie per questa intervista. Sappiamo che in questo momento tutti voi siete molto impegnati con il tema della minaccia di aggressione. A questo proposito, vorremmo un suo commento su una notizia di Reuters, secondo cui gli Stati Uniti hanno aumentato l'invio di navi nel Mar dei Caraibi per la loro presunta lotta al narcotraffico. Qual è la situazione?

È importante sottolineare che gli Stati Uniti, sempre ricorrendo alla loro dottrina Monroe e al loro carattere espansionista, come diceva il nostro liberatore più di 200 anni fa, “sembrano destinati dalla Provvidenza a piagare l'America di miseria”. Ora, nel contesto dell'invio di navi contro il narcotraffico, noi lo consideriamo un altro capitolo della minaccia costante  verso il governo venezuelano, verso la Rivoluzione Bolivariana e, naturalmente, verso la pace nella regione del Sud America.

Loro parlano di una lotta contro il narcotraffico, ma non c'è maggior narcotrafficante della DEA. Da quando il nostro comandante Chávez ha espulso la DEA dal Venezuela, il livello di traffico di droga in Venezuela è diminuito del 70, 80, 90%. Ieri sono stati abbattuti due aerei carichi di droga. Questo dimostra che, anche secondo il rapporto appena pubblicato dell'ONU, in Venezuela non si traffica droga né per aria, né per acqua, né per terra. Inoltre, non c'è nessun luogo nel nostro territorio dove si coltivi o si processi cocaina. Questo è il doppio discorso degli Stati Uniti, soprattutto in questo momento, perché chi è il maggior consumatore di droga al mondo? Gli Stati Uniti.

Reuters, AFP e altri media che mancano di veridicità quando informano, fanno parte di una campagna mediatica iniziata nuovamente contro il Venezuela. Prima era la dittatura del "narco-regime", e quando non ha funzionato, hanno creato il "Tren de Aragua" negli Stati Uniti. Ora tornano con la narrativa del "Cartel de los Soles", che esiste solo nella loro immaginazione, con l'intenzione di trovare un modo per sconfiggere un governo legittimamente eletto. È successo in Libia, in Siria, in Afghanistan, in Palestina. Dove arriva lo stivale yankee finisce la pace e arriva la morte. Dove sono le armi di distruzione di massa? Non sono mai apparse. Dov'è tutto quel contesto propagandistico che hanno lanciato con la Libia? Hanno distrutto un paese che viveva in pace, che aveva le maggiori riserve economiche del mondo, istruzione gratuita, case e sanità per tutti.

Sono contesti diversi in termini di distribuzione della ricchezza, sia in Libia che in Venezuela, ma la narrativa militare, ideologica e mediatica è la stessa. In Venezuela, ci stiamo preparando da molti anni, come diceva il comandante Chávez. Per noi è un onore che l'imperialismo nordamericano tenti di contaminare il nostro territorio, la nostra patria e la nostra pace, perché cento anni fa non lo ha potuto fare, come invece ha fatto in altri paesi, in quanto i militari di quell'epoca erano asserviti all'impero. Ma noi siamo decisi a essere liberi, indipendenti e sovrani. Il Venezuela è e continuerà a essere inespugnabile. Come più di 200 anni fa abbiamo espulso l'impero spagnolo, se oggi ci toccherà, il Venezuela sarà un inferno per gli Stati Uniti. Saremo il Vietnam del Sud America. Siamo determinati, con la piena convinzione di garantire la nostra sovranità a ogni costo.

Nel mezzo di tutta questa offensiva, che anche io concordo sia soprattutto mediatica, bisogna stare attenti, come direbbe Chávez: perché così come il regime sionista fa ciò che vuole, superando tutte le linee rosse, anche gli yankees si sentono autorizzati a fare ciò che vogliono e possono invadere sul serio. Ci sono però delle varianti nelle risposte fornite a questa situazione fuori dal Venezuela. Gustavo Petro, ad esempio, dalla Colombia, ha detto con onestà che pianificare l'invasione del Venezuela, è un atto di barbarie. All'opposto, la premier di Trinidad e Tobago ha offerto agli Stati Uniti il suo territorio per attaccare il Venezuela. Come vedete queste due facce della presenza internazionale di fronte a un futuro conflitto con gli Stati Uniti?

Petro ha mantenuto una posizione piuttosto ferma in questi ultimi giorni riguardo a una possibile aggressione da parte degli Stati Uniti. Anche se, va detto che, a causa dell'uragano, le navi sono tornate negli Stati Uniti. Un'indagine ha mostrato che le navi non erano nemmeno nel Mar dei Caraibi, di fronte alle coste del Venezuela. Tutti pensavano che fossero di fronte a La Guaira. No, c'è un limite territoriale. Tuttavia, abbiamo visto che la premier di Trinidad e Tobago ha fatto una dichiarazione a favore degli Stati Uniti e contro il Venezuela. Questo fa parte del piano di tutti i burattini e dei cagnolini da grembo degli Stati Uniti. Purtroppo, questa signora ha avuto un atteggiamento piuttosto servile e strisciante.

Con il discorso di Petro, la situazione migliorerebbe solo se anche il Brasile prendesse una posizione forte, ma il Brasile sembra un po' addormentato, come se il compagno Lula fosse tenuto sotto controllo per ogni cosa che dichiara sul Venezuela. Abbiamo una situazione in Bolivia in cui non c'è stato un accordo politico, e questo attiene anche al manicheismo che gli Stati Uniti hanno esercitato. Abbiamo perso l'Ecuador, siamo vicini a perdere la Bolivia, abbiamo il Paraguay contro, l'Argentina è un disastro con un cittadino paranoico, dissociato e pazzoide.

Oggi ci stiamo preparando e continueremo a farlo, perché siamo in guerra da 26 anni. Non si tratta di una guerra con le bombe, ma di una guerra mediatica, psicologica e cognitiva. L'abbiamo vista approfondirsi con il sequestro di oltre 66 bambini venezuelani negli Stati Uniti, lì vengono tolti i bambini ai genitori quando questi vengono rimpatriati. Questo è un tipo di guerra psicologica per colpire il popolo venezuelano, perché l’imperialismo è così: si vanta di difendere i diritti umani, di essere liberal e di avere la migliore democrazia, ma quando gli fa comodo bombarda un paese, come a Hiroshima e Nagasaki. Per loro, il diritto internazionale e i diritti umani sono solo plastilina. Non gli importa. Per questo fanno ciò che vogliono.

È qui che dobbiamo unire la forza dei paesi del Sud, affinché tutti i popoli che hanno deciso di essere liberi, indipendenti e sovrani si uniscano in un'unica voce. Il presidente Nicolás Maduro ha rafforzato la sua leadership internazionale, soprattutto prendendo una posizione in difesa della Palestina. Però esiste il diritto di veto, che dovrebbe scomparire, perché la maggioranza dei Paesi dell'ONU può dire di riconoscere la Palestina come Stato, ma se gli Stati Uniti si oppongono, lo Stato palestinese non esiste. Questo perché le Nazioni Unite sono state create al servizio degli Stati Uniti, dell'imperialismo brutale e fascista.

A breve, si terrà un congresso straordinario del Partito socialista unito del Venezuela. È vero, come dice la destra, che ci sono divisioni interne al PSUV, e gravi conflitti con i partiti alleati del Gran Polo Patriótico?

Dal mio punto di vista, il congresso straordinario porterà a nuove trasformazioni per continuare a rafforzare il lavoro di base, le leadership di base, e a garantire che le strutture del partito siano vigili sulla gestione pubblica, oltre a ringiovanire i volti nella direzione del Partito Socialista Unito del Venezuela, il nostro glorioso partito. Il Gran Polo Patriótico va di pari passo, come si è visto durante le ultime elezioni. Questa grande alleanza ci permette di avanzare nel consolidamento della leadership nel potere popolare e, ovviamente, ci garantisce la direzione del nostro presidente Nicolás Maduro.

È totalmente falso che ci sia una divisione tra governo, Stato e partito. Qui è più che dimostrato che chi è più divisa è l'opposizione venezuelana, e per fortuna c'è stato un netto allontanamento di quella parte dell'opposizione patriottica, come ha detto il presidente dell'Assemblea Nazionale, Jorge Rodríguez, da quell'opposizione fascista. Oggi c'è una differenza totale. Ci sono quelli che, pur con posizioni diverse dalle nostre, hanno scelto di porsi dalla parte giusta della storia, ossia di difendere gli interessi della patria, e gli altri che difendono i propri interessi economici e particolari. Questi ultimi, appartengono  alla destra fascista, che vuole imporsi con la violenza. Ma non passeranno.

Data articolo: Fri, 29 Aug 2025 10:00:00 GMT
Deglobalizzazione
La Gaza di Blair

 

di Loretta Napoleoni per l'AntiDiplomatico

 

A quanto pare Donald Trump si sta consultando con Tony Blair riguardo al futuro di Gaza. Ci dobbiamo sorprendere? No. Blair e’ di casa nel Medio Oriente, venne nominato inviato speciale nella regione quando si ritirò dalla vita politica britannica, nel 2007, un incarico che ha ricoperto fino al 2015 con residenza proprio a Gerusalemme. Il contributo dell’ex primo ministro britannico? Basta ricordare cosa è successo in questa zona del mondo durante quegli anni: guerre e distruzione. Non c’e’ da meravigliarsi!

L’eredità politica di Tony Blair nel Regno Unito e’ ancora peggiore e non è fatta di riforme sociali o di modernizzazione, come i suoi sostenitori (pochi) amano ricordare, ma e’ macchiata da una bugia colossale: quella delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Una menzogna che non solo ha rovinato per sempre la sua reputazione e carriera e spinto l’elettorato a votare per i conservatori, ma ha trascinato milioni di persone nel Medio Oriente nell’abisso della guerra infinita.

Nel 2003 Blair si allineò senza esitazione all’amministrazione Bush, giustificando l’invasione dell’Iraq con una narrativa tanto semplice quanto efficace ed assurda: Saddam Hussein era in grado di colpire l’Occidente con missili armati di testate chimiche “entro 45 minuti”. Una frase ripetuta ossessivamente da media e governi, pensata per instillare paura, trasformare l’insicurezza in consenso politico, il dubbio in certezza.

Ma quella certezza era fabbricata a tavolino. I servizi segreti avevano fornito informazioni frammentarie, piene di contraddizioni. A Downing Street le stesse informazioni furono trasformate in dogma, cucinate in un “dodgy dossier” che altro non era se non un’operazione di propaganda di guerra. Non a caso, molti analisti già allora mettevano in dubbio la plausibilità di quei dati.

La verità emerse dopo: nessun arsenale nascosto, nessun missile a lungo raggio, nessuna minaccia imminente. Gli ispettori ONU tornarono a mani vuote. Le “armi di Saddam” erano un fantasma, utile a mascherare altri interessi: il controllo delle risorse energetiche, il consolidamento del potere statunitense in Medio Oriente, l’industria della difesa che intravedeva profitti colossali.

Il rapporto Chilcot del 2016 ha sancito ciò che era ormai chiaro: Blair aveva deliberatamente distorto la realtà. E lo aveva fatto consapevolmente, ignorando gli avvertimenti sul caos che l’invasione avrebbe generato. Quel caos divenne il terreno fertile per il terrorismo jihadista, che proprio dal vuoto lasciato dalla caduta di Saddam trovò spazio per espandersi, fino ad arrivare all’ISIS.

La menzogna dei missili non è solo stato un errore politico, e’ anche un monito: la manipolazione dell’informazione, se guidata da interessi economici e geopolitici, è in grado di piegare la democrazia ai voleri del potere e le conseguenze sono catastrofiche. L’Iraq è stato distrutto, centinaia di migliaia di vite spezzate, eppure Blair non ha mai pagato per le sue bugie. Certo nel Regno Unito tutti lo evitano e la sua e’ una pessima reputazione. Pero’ si è reinserito nel circuito delle élite globali, continuando a esercitare una certa influenza. Ed infatti eccolo che rispunta per partecipare alla trasformazione di Gaza nella riviera del Medio Oriente, per un’operazione del genere c’e’ proprio bisogno di uno come lui!

Data articolo: Fri, 29 Aug 2025 09:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Lo Stato militarista tedesco è (di nuovo) realtà


di Alex Marsaglia

Tra i politici europei più ossequiosi e rivolti alla pedissequa esecuzione dei dettami di Washington nell’Unione Europea troviamo il cancelliere tedesco Merz. I suoi legami con BlackRock sono noti, come altrettanto noti sono gli interessi dell’azienda americana in Ucraina dove è presente nei settori più importanti DTEK (energia), Ukrenergo (distribuzione energia elettrica), Naftogaz (gas), Metinvest (acciaio), Ukravtodor (automobili), PrJSC MHP (agricoltura) e Ferrovie ucraine.

Ebbene, l'ucrainizzazione del continente europeo prosegue in questi giorni con il Governo tedesco di Friedrich Merz, impegnato nello sviluppo di una chiara e preoccupante linea politica militarista per i prossimi anni della legislatura che rischia di influenzare anche le politiche degli altri Paesi appartenenti all’UE.

Il neo-cancelliere tedesco lo scorso 23 Agosto in un durissimo discorso a Osnabrück, nella Germania del Nord, ha delineato un progetto politico di aggressione esterna, rilevando come il bilancio dei primi 100 giorni di governo sia alquanto difficoltoso per via della profonda crisi economica che non demorde da oltre un decennio. I dazi americani in arrivo di certo non contribuiranno a migliorare la situazione, anzi.

Se il quadro economico è preoccupante, la soluzione prospettata però è decisamente più inquietante. Infatti, lo storico mercantilismo tedesco a trazione europeista, cioè con l’intera Europa sottomessa a lavorare per le esportazioni tedesche, sembra subire una pericolosa torsione verso un imperialismo aggressivo.

Merz inizia ricordando come “in un Paese orientato alle esportazioni come la Germania non si può fare solo politica interna”, l'approfondimento però diventa allarmante man mano che si delinea il progetto politico per cui “è necessario essere presenti all’estero, non solo con l’economia, ma anche con la politica”.

Merz prosegue precisando come “il compito di uscire dalla recessione è più arduo di quanto alcuni immaginassero. Non è solo una debolezza congiunturale, ma anche strutturale”, giungendo infine a giudicare “l’attuale modello di Stato sociale come lo conosciamo oggi, non più finanziabile”. Una frase d’impatto e che ha fatto il giro del mondo, ma ancor più importante è il contesto e il messaggio di fondo lanciato dal cancelliere tedesco. Il discorso è infatti avvenuto in una città della Bassa Sassonia in cui ha sede la Volkswagen che ha subito un calo del 36% degli utili solo nel secondo trimestre del 2025, che arriva da una crisi decennale innescata da una guerra mirata da parte degli americani (vedi il Dieselgate) e viaggia verso una tremenda guerra commerciale proprio con gli Stati Uniti.

Ma Osnabrück non è una città scelta casualmente per simili annunci, poiché lo scorso Marzo l'amministratore delegato della Volkswagen aveva dato la disponibilità all conversione militare degli impianti proprio partendo da questo sito (vedi: https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/03/12/volkswagen-riarmo-produzione-veicoli-militari/7911478/).

Le vere ragioni della crisi industriale della Volkswagen a cui si aggiunge il caro energetico per via della guerra sull’altro fronte russo-ucraino, ovviamente sono poi state omesse da Merz che ha invece affievolito il peso dei dazi definendoli “meno gravi di una guerra commerciale aperta”, carcando invece la mano sulle possibilità di ripresa derivanti da una politica estera aggressiva.

Merz lancia il sasso della crisi strutturale, ma nasconde la mano. E così è lo Stato sociale a non essere più finanziabile in quanto considerato mera spesa improduttiva. Allora occorre trovare un settore produttivo in grado di tornare a stabilizzare i bilanci dello Stato e questo è stato identificato nella creazione del più grande esercito del continente. Di pochi giorni fa è l’annuncio di Merz: “Puntiamo ad avere 260.000 soldati. Il mio obiettivo è che la Germania, in ragione della sua dimensione e della sua forza economica, abbia il più forte esercito convenzionale della NATO sul lato europeo”. Ebbene, questa dichiarazione, oltre a scardinare gli equilibri definiti in Europa nel secondo dopoguerra incentrati proprio sull’indebolimento geopolitico e militare tedesco come base del vecchio impero, rientra perfettamente nell'esecuzione del mandato statunitense di autonomizzazione dei Paesi appartenenti all’Alleanza Atlantica che devono essere sempre più in grado di marciare da soli. Parallelamente Merz e il Ministro della Difesa Pistorius hanno presentato un disegno di legge per la reintroduzione della leva obbligatoria, abolita nel 2011 da Angela Merkel. Una leva che sarà in prima battuta basata sul reclutamento “volontario” per la ricostituzione di istruttori e caserme. Tale reclutamento ovviamente non avverrà mai su base volontaria ma tramite un tasso salariale più elevato della media per i soldati al fine di “migliorare l’attrattiva rispetto allo status quo” come ha dichiarato lo stesso Pistorius, oltre a benefit in assistenza sanitaria e ad una solida campagna mediatica.

Parallelamente proprio in questi giorni la Rheinmetall ha inaugurato quella che sarà la più grande fabbrica di munizioni del continente a Unterluess, vicino ad Hannover. Un sito produttivo che secondo le parole dell'amministratore delegato Armin Pepperger sarà il fiore all’occhiello di “un vasto ecosistema di difesa paneuropeo”. A dimostrazione che, come ricordava Karl Liebknecht, «per il capitalismo guerra e pace sono affari e nient'altro che affari», lo Stato tedesco sta mettendo in programma una riconversione economica, con relativo aggiustamento dei bilanci statali, finanziando aziende per la produzione di armi mentre l’economia civile si è contratta e ha subito fallimenti per un +20% lo scorso anno.

I servizi di welfare, considerati improduttivi, verranno smantellati secondo i classici dettami neoliberisti mentre nuovi settori di warfare vengono avviati seguendo l’unico credo caro al capitalismo: la rendita del capitale. La ricerca di prospettive economiche tramite una politica estera aggressiva verso Est, seguendo il vecchio Lebensraum di matrice nazista, viene da sé come unica idea geopolitica a disposizione dell’UE. Un’idea miope e che si è già dimostrata fallimentare per la Germania, ma che l’attuale classe dirigente europea non è disposta a deporre tra i ferrivecchi della Storia. In poche parole, finito il neomercantilismo, la globalizzazione e avviata la guerra commerciale resta solo l'aggressività militare come idea per i servi che non hanno sviluppato politiche estere di cooperazione in autonomia e indipendenza. È un’idea che il cancelliere Merz ha chiarito sin dal suo insediamento, stabilendo la priorità di “costruire l’esercito più potente d’Europa” (vedi: https://www.bloomberg.com/news/articles/2025-05-14/merz-commits-germany-to-building-europe-s-strongest-armed-forces) e che ora viene implementata con l’appoggio delle più importanti aziende tedesche, pesanti tagli al welfare all’unico fine di liberare risorse non per il risanamento, ma per l’investimento in ingenti aiuti al warfare dove la spesa pubblica non verrà fatta pesare sui bilanci.

Data articolo: Fri, 29 Aug 2025 09:00:00 GMT
Cultura e Resistenza
Il piano (speculativo) dietro il 'kit del bravo tossicodipendente'



di Angela Fais per L’Antidiplomatico


Si consuma a Bologna l’ennesima pagliacciata della sinistra radical. Il Comune ha reso noto che distribuirà gratuitamente pipe in alluminio per fumare crack. Un anno e mezzo fa il Comune di Bologna ha avviato una sperimentazione per contrastare spaccio e consumo. A quanto pare oggi ci troviamo nella “fase 2” della sperimentazione, il momento della distribuzione delle pipe nell’ottica -dicono- di una riduzione del danno. L’assessore Matilde Madrid dichiara che l’uso di strumenti adeguati consente di ridurre non solo tutte le patologie secondarie come infezioni e tracheiti ma persino di ridurre il consumo. Se però facilmente si comprende come le infezioni possano ridursi, più difficile è credere che il “kit regalo” determini la riduzione dei consumi. Sarebbe opportuno supportare tale dichiarazione con dati concreti e verificabili. Invece no, ci devi credere. D’altronde, si sa, delle sperimentazioni bisogna fidarsi, non pretendere evidenze e dimostrazioni scientifiche. 

Eppure i dati sembrerebbero smentire l'Assessore. Stando alle stime prodotte dall’Osservatorio dell’Usl del capoluogo emiliano-romagnolo infatti si ricava che nell’arco di tutto il 2024, quindi in un’epoca in cui già era stata avviata la sperimentazione in oggetto, c’è stata non solo una diffusione del consumo del crack anche presso nuove fasce della popolazione ma persino un aumento del 30% delle prese in carico, oltre alle quali chiaramente c'è anche un sommerso con cui si devono fare i conti per cui gli aumenti in realtà sono ancor più rilevanti.

Non si comprende come è possibile sostenere che la sperimentazione proceda a gonfie vele e che è giusto che continui attraverso tutte le fasi previste, a fronte di aumenti così considerevoli. Quindi o l’Osservatorio della Usl dice inesattezze oppure é lecito domandarsi come si fa a definirla “un successo”. 

Tuttavia, tornando alla distribuzione delle pipette, non essendo essa una forma di sostegno reale sta facendo molto scalpore in quanto è misura ridicola, inadeguata ed inefficace. Un pò come se si scegliesse di sostenere chi sta morendo di fame offrendosi di pagargli le spese funerarie. 

Non si tratta di arroccarsi nella difesa di posizioni proibizionistiche che non sono mai state la soluzione e che spesso determinano l' aggravamento del problema. Diversamente da quanto sostiene l’europarlamentare bolognese di FdI Stefano Cavedagna infatti, non è che l’iniziativa promuova il consumo di droghe giacché non inizio a fumare crack sol perché distribuiscono gratuitamente le pipe. Esattamente come non si riducono i consumi in funzione del “cadeau”. Non si combattono così le dipendenze né così si stronca lo spaccio che è tollerato da questa misura se non addirittura vergognosamente incoraggiato.

Si dirà allora che nei giorni scorsi la giunta ha approvato anche un nuovo pacchetto di interventi di rigenerazione urbana e sociale articolato in tre punti: riqualificazione degli spazi al piano terra; contrasto alle dipendenze e lotta alla marginalità tramite l’aumento della mediazione territoriale e tramite presidi stabili e riconoscibili, essendo già attivi servizi di psicoterapia che, tra i presidi, sono forse i più utili per sostenere chi vuole interrompere le catene della dipendenza. 

Ma è qui che vediamo qual è l' intento delle politiche amministrative.

La sinistra ha sempre un bel dire che la questione dell’abuso di sostanze “non deve essere affrontata sul piano della sicurezza” ma anche su altri piani. Giustissimo, vero. Però, curiosamente, sul piano della sicurezza la questione non viene mai affrontata in maniera risolutiva. Allora da cittadini chiediamo quando questo sarà fatto. La risposta è semplice. Ed è MAI. Questo per almeno due ragioni. La prima poiché altrimenti si verrebbe presto etichettati come ‘fascisti’. Entrando nella psicologia del “Sinistro tipo”, egli teme il verdetto del fascistometro più di ogni altra cosa perché sa che è sempre pronto a rilevare l’onta indelebile, la febbre del fascismo.


L’altro grave rischio sarebbe invece quello di risolvere definitivamente la questione. E questo sarebbe un gran male non inclusivo, un gran male che chiude tutti gli altri giochi. Si, perché a questo punto il sospetto che non ci sia la volontà politica di risolvere la questione è più che lecito. Ecco perché non si parla neanche stavolta di  controllo del territorio da parte dello Stato, fosse pure militarizzandolo anche tramite l’Esercito visto che si lamentano croniche mancanze di organico tra le forze dell’ordine. Misure certamente estreme ma necessarie a restituire il territorio e la città ai suoi abitanti. Si parla invece di 'riqualificazione urbana’, nella fattispecie degli spazi al piano terra, come se si spacciasse nei piani terra. Una misura questa che non solo nulla ha a che vedere con lo spaccio ma ha la funzione precisa di fare schizzare alle stelle i prezzi degli immobili, incrementando quelle dinamiche di speculazione immobiliare responsabili dell'espulsione dei pochi residenti rimasti dal centro. Si insiste con la gentrification a favore dei soliti avvoltoi del mercato immobiliare. E intanto lo spaccio continua.

Così se da una parte si regala ‘il kit del bravo tossicodipendente’ che potrà fumare crack in pubblico e serenamente seduto sul ciglio dei marciapiedi, dall'altra poi si vuole rigenerare la zona, riqualificarla. Quindi prima degradi, fai crollare i prezzi del mercato immobiliare e poi investi capitali e rigeneri, riqualifichi. 

Tutto nel solco della migliore tradizione neoliberale: tollerare i criminali e trattare da criminali i cittadini in ogni occasione possibile.

Data articolo: Fri, 29 Aug 2025 09:00:00 GMT
EXODUS
"Radio Gaza": il primo programma che lascia la parola interamente al popolo di Gaza

 



Radio Gaza - cronache dalla Resistenza (Puntata 1 - video in alto)

Un programma di Michelangelo Severgnini e Rabi Bouallegue 

In contatto diretto con il popolo di Gaza che resiste e che ha qualcosa da dire al mondo...

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di Michelangelo Severgnini

Siamo davvero felici di dare vita a questo programma. E ringraziamo da subito l’AntiDiplomatico che ci concede questo spazio. Insieme a Massimo Mazzucco è il solo canale in Italia ad aver ospitato finora la campagna “Apocalisse Gaza”, giunta oggi al suo 70° giorno.

Qualcuno si domanda perché nessun altro canale abbia condiviso questa campagna, salvo rarissimi trafiletti?

Le risposte le troveremo cammin facendo.

Eppure 1.044 donazioni hanno permesso di raccogliere fin qui 69.389 euro, 69.166 di questi già inviati a Gaza.

Il metodo attraverso cui questi soldi hanno raggiunto Gaza lo hanno spiegato gli stessi ragazzi della Striscia nei 4 episodi del film in progress, realizzati con i video girati con i loro telefonini a Gaza. Si trovano sul canale YouTube dell’AntiDiplomatico con i titoli: “Una giornata a Gaza”, “Pentoloni per Gaza”, “Donne di Gaza” e “Lenticchie e acqua fresca per le retrovie di Gaza”. 

Una breccia nel sistema finanziario della Striscia consente tramite PayPal di inviare direttamente soldi a Gaza che poi si trasformano in contanti freschi nel bel mezzo di un genocidio per acquistare cibo comunque disponibile sul mercato nero, benché a prezzi esorbitanti.

Insomma, tutti insieme qualcosa abbiamo fatto in questi due mesi. Centinaia di persone quasi quotidianamente hanno potuto mangiare o ricevere acqua potabile e medicine grazie ad uno sforzo di generosità enorme, ma che può ancora crescere. Ma soprattutto grazie al coraggio di un manipolo di giovani ragazzi palestinesi, che hanno raccolto la responsabilità di organizzare sul campo l’allestimento e la distribuzione.

Questo miracolo è il risultato di un approccio pragmatico e internazionalista, che è partito dal contatto diretto e si è organizzato sulla base delle precise indicazioni ricevute da Gaza. Metodo che noi sentiamo contrapposto a quello globalista, che al contrario pone al centro l’azione simbolica, quindi l’auto-referenzialità, e in definitiva accetta il fallimento come viatico necessario per chiudere la vicenda con lagne e lamentele, utili a creare consenso e a lasciare le cose così come sono.

Il nostro obiettivo pertanto non è creare l’evento plastico dell’Europeo che porta aiuti, quanto piuttosto mettere i Palestinesi nelle condizioni di aiutare se stessi.

Il metodo internazionalista inoltre schiude le porte ad un altro fenomeno: quello del giornalismo popolare, quello della comunicazione orizzontale, oggi possibile come mai grazie alla diffusione di internet e dei social. 

Dal 7 ottobre ad oggi sono 240 i giornalisti uccisi a Gaza perché la verità non circoli, è vero ed è abominevole. Ma sul campo sono rimasti quasi 2 milioni di cittadini palestinesi, i quali non hanno meno cose da raccontare. E raccogliere la loro voce sarà ciò che cercheremo di fare.

 

<<Caro Michelangelo e cari amici donatori del caro popolo italiano. Vi parlo da una Gaza sotto assedio, dove viviamo tutti i giorni sotto un’indicibile pressione da parte dell’occupazione sionista. Ultimamente è stato ordinato agli ospedali nel Nord della Striscia di Gaza di muovere le proprie strumentazioni nel Sud. Un messaggio che ci infonde paura, come se fosse un avvertimento di ulteriori sofferenze e privazioni. Noi oggi viviamo tra le macerie, tra la paura dell'avvenire e la privazione delle cose più essenziali della vita. Ma nonostante ciò, resistiamo, aggrappati al nostro diritto di rimanere nella nostra terra. Al diritto dei nostri bambini di vivere con dignità. Le vostre donazioni non sono soltanto denaro, bensì vita e medicine per l'ammalato, un tozzo di pane per l'affamato, speranza per il bambino che cerca riparo. Voi, oggi, siete il nostro sostegno, voi siete la luce che dissipa un pò di questa oscurità. Da Gaza, dal cuore delle sofferenze, vi diciamo: voi siete i nostri fratelli. Voi siete parte della nostra causa, continuate con il vostro sostegno. Ogni euro da parte vostra è vita, coltivata tra le macerie e la morte. Un messaggio che dice: la coscienza umana non è morta. Vi ringraziamo dalla Gaza che resiste. Da un popolo che non ha dimenticato il vostro sostegno.

Un saluto, o voi che possedete ancora una coscienza. A Gaza, ogni giorno che passa è una nuova prova di pazienza e volontà di vivere. Viviamo in una Terra alle strette, sotto assedio, ma nonostante le ferite, germoglia di vita e dignità. Le case che sono state distrutte, le scuole che sono state chiuse, gli ospedali privi di ogni struttura. Sono tutte prove di una sofferenza inimmaginabile. I bambini di Gaza hanno sogni semplici. Cose che il mondo può considerare parte della normalità. Come un bicchiere d'acqua fresca, o una notte tranquilla senza il rumore delle bombe, oppure giocare per strada in sicurezza, senza la paura dei bombardamenti, o dei proiettili. State costruendo con noi un ponte di fratellanza, tra Gaza e l'Italia. Un ponte che non è stato distrutto dalla guerra e dall'assedio. Un ponte eretto sul vero Amore e l'Umanità. Fino a quando la vita non tornerà nelle strade di Gaza, fino a quando le case non verrano ricostruite, i vostri nomi rimarranno scolpiti nei nostri cuori, perché avete scelto di stare con noi nei momenti più duri>>.

 

 

Durante una recente intervista radiofonica, Orit Strook, ministro israeliano degli Insediamenti e membro del gabinetto di sicurezza, ha dichiarato che avrebbe votato a favore della continuazione della guerra a Gaza, anche se ciò avesse portato all'uccisione dei prigionieri israeliani.

Non sappiamo se i giornali italiani abbiano letto questa notizia e se siano ancora in grado di esercitare liberamente il pensiero critico, ma questa notizia significa una sola cosa: non è il ritorno degli ostaggi l’obiettivo di Israele e nemmeno lo è mai stato.

Partendo da questa scoperta, il primo obiettivo di Israele è dunque, oggi come sempre, l’annichilamento della Resistenza palestinese. 

Ma la Resistenza non è una cellula, non è nemmeno un’organizzazione. Non è una sigla e non è nemmeno Hamas, se vogliamo dirla tutta. La Resistenza è un sentimento che non si estirpa dai cuori delle persone nemmeno con mille migliaia di bombe.

Nell’eterna lotta tra oppressi e oppressori, la Resistenza si comporta come un corpo immerso in un fluido, secondo il principio di Archimede: più c’è oppressione, più ci sarà Resistenza.

 

<<Riguardo alla situazione sanitaria e umanitaria che viviamo nella Striscia di Gaza, può essere definita come crisi umanitaria. Non è una crisi descrivibile con numeri o relazioni E' una vita di sofferenza che viviamo quotidianamente. I bambini deperiscono di fronte ai nostri occhi.

Le loro ossa sono prominenti. La fame colpisce, nel vero senso del termine, la Striscia di Gaza. Dagli inizi di Agosto 133 persone tra cui 25 bambini sono morti per malnutrizione. Anche i feriti sono deperiti. Incapaci di guarire. La maggior parte delle famiglie di Gaza possono contare su un solo pasto al giorno, se mai lo trovano. Metà degli ospedali sono fermi, oppure sono al loro limite. Hanno finito il combustibile e i medicinali. Il 95% degli abitanti è senza acqua potabile e gli impianti di desalinizzazione sono ridotti in macerie o sono rimasti senza elettricità. Noi non stiamo solamente in una crisi, ma in una catastrofe totale. Un evidente carestia, migliaia di morti per fame, il collasso della sanità e degli impianti idrici.

La situazione economica di Gaza è in totale collasso. Le attività (economiche) sono ridotte al minimo indispensabile. Il lavoro è quasi inesistente, la gente si affida agli aiuti umanitari per sopravvivere. Si affidano agli ospizi, oppure all'assistenza fornita da iniziative organizzate da donatori. 

La povertà è diventata una condizione che riguarda tutti. Ad esempio: l'agricoltura che era il pilastro dell'economia e che dava lavoro a migliaia di famiglie è stata gravemente danneggiata. Il commercio è interrotto dal blocco in corso e la distruzione diffusa. 

Le infrastrutture economiche e commerciali sono collassate. Siamo stanchi dell'avidità dei commercianti. L'amarezza della fame, della brutalità dell'occupazione, dei piani di sfollamento forzato.

Un immagine delle difficoltà e le sofferenze che stiamo vivendo nella Striscia di Gaza è la situazione degli accampamenti. Sono passati due anni e noi viviamo ancora nelle tende, che sono diventate, nel vero senso del termine, inabitabili. Non ci si può abitare. Le tende sono solo un cumulo di stracci, non proteggono dal freddo, dalla pioggia e nemmeno dalla calura estiva. Molte tende sono piantate su terreni fangosi, piene di fango. Molte tende sono piantate sulla spiaggia. Molte tende sono piantate su un cumulo di pietre, molte tende sono piantate sui marciapiedi, senza finestre, senza porte. Queste tende non sono in grado di proteggerci dagli attacchi del nemico, dagli attacchi aerei, dagli attacchi navali. Tante tende costruite nelle spiagge sono state colpite dagli spari delle motovedette. Molte tende sono state colpite dalle schegge dei bombardamenti. Tante malattie si sono diffuse all'interno di questi accampamenti. Malattie respiratorie, malattie cutanee, acne, eruzioni cutanee, sono molto diffuse tra i bambini e gli anziani. Crisi respiratorie. Insomma, atroci sofferenze. L'immagine di queste sofferenze è l'esistenza in queste tende. La vita nelle tende è insopportabile. Ma nonostante tutte queste sofferenze, queste difficoltà, abbiamo comunque fede, pazienza, saldezza. Stiamo pagando il prezzo di questa pazienza e di questa saldezza con i martiri, feriti, imprigionamenti continui, sfollamenti e non sappiamo se il destino ci permetterà di vivere o se la nostra vita finirà come quella di tanti martiri>>.

 

Dal 7 ottobre in poi in Occidente è diventato necessario professare distinzione tra anti-semitismo e anti-sionismo, pena l’esclusione dal consesso civile. E nemmeno sempre funziona. Tuttavia qualcuno di recente ci ha chiesto come mai i ragazzi a Gaza usino la parola “Jahud” per indicare gli Israeliani, da noi correttamente tradotta “Ebrei”. Ma come, dunque a Gaza non distinguono, dunque sono anti-semiti? Difficile che lo siano. I Palestinesi in quanto Arabi sono un popolo semita. Però nella lingua Araba non si fa distinzione tra Ebrei e Israeliani. Non c’è questa ossessione, quanto meno. Perché secondo il Corano, il regno di Israele è esistito ed era il regno degli Ebrei. Qualche migliaio di anni fa. E da allora c’è sempre stato spazio per gli Ebrei nella terra del Levante. E’ Israele il problema. E’ questo avamposto militare anglo-americano-sionista chiamato Stato di Israele il problema. E di conseguenza quegli Ebrei che lo hanno avallato, importando il paradigma europeo di nazione su base etnica in una regione multietnica da millenni, tradendo così lo spirito del Levante.

 

<<Che la pace sia su di te amico mio : li chiamiamo Ebrei perché è cosi che li descrive il Corano. Gli ebrei sono definiti '' i figli di Israele ‘'>>.

 

All’inizio di questa campagna abbiamo usato spesso il termine “Genocidio”. In questo assurdo dibattito semantico, ci siamo schierati senza esitazioni tra coloro che rivendicavano l’utilizzo di questo termine di fronte al negazionismo dei canali ufficiali occidentali.

Tuttavia ad un certo punto abbiamo deciso di dismettere questo termine. Perché in oltre 2 mesi di quotidiani messaggi con Gaza non abbiamo mai sentito l’espressione “Ibadah Jamahya”, genocidio in Arabo appunto. Abbiamo sentito piuttosto “Harb”, guerra, oppure “Tahjir”, sfollamento e soprattutto abbiamo sentito la parola “Muqawama”: Resistenza.

 

Allora ci siamo interrogati su questo fenomeno.

A noi le disquisizioni linguistiche in punta di diritto interessano poco. Però ci preoccupa l’orizzonte prospettico in cui la parola “genocidio” catapulta le menti degli spettatori occidentali.

“Genocidio”, infatti, è un termine definitivo. Se c’è genocidio, non può esserci vittoria. Di fronte a un genocidio siamo tutti impotenti. Se c’è un genocidio, la storia è già finita.

Forse è questo il motivo per cui i Palestinesi a Gaza non usano la parola genocidio. Perché per loro la storia non è finita e perché nonostante tutto la vittoria è ancora possibile. E l’impotenza è il sentimento di chi non sa come fare, ma non gli cambia poi molto.

Gaza non è una spianata. Gaza è una fortezza ancora inespugnata. Il 25% del suo territorio, al di là della propaganda sionista, è ancora in mano alla Resistenza. E tutto il suo popolo si sta stringendo intorno ad essa.

<<Io non faccio parte del ramo militare affinché possa rispondere a questa domanda. Non ci sono forniture o attrezzature militari, ecc. Le armi che usano i resistenti, sono armi semplici che possono essere riparate grazie alla propria esperienza militare o istruzione accademica. Come le bombe, armi semplici.>>

<< Riguardo alla seconda domanda amico mio: Hamas possiede una quantità di armi tale da poter affrontare una guerra per cinque anni consecutivi. Amico mio, volevo dire che le costruiscono. Costruiscono armi>>.

 

Affrontare la Marina militare più armata e addestrata al mondo con un peschereccio disarmato non è un’azione nonviolenta: è una mancanza di buon senso.

Gettare dalla finestra milioni di euro, altrettanto.

Fare la fortuna dei compratori d’asta israeliani che acquisteranno a poco prezzo le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla confiscate da Israele, altrettanto.

Sul sito dell’iniziativa leggiamo che siano stati raccolti un milione e mezzo di euro di donazioni, ma forse saranno anche di più.

Far mangiare un bambino a Gaza oggi costa 50 euro al giorno.

Significa che con gli stessi soldi raccolti e sprecati da questa iniziativa, potevano mangiare 30 mila bambini a Gaza, almeno per un giorno e senza rischi. Ed è pertanto uno spreco immorale.

Per farla breve: la casalinga di Voghera che invia 50 euro ad una madre Gazawi dà più risultati che un pugno di sofisticati attivisti politici internazionali e la loro costosa operazione mediatica.

Noi la pensiamo così.

Ma del resto questa storia sappiamo già come va a finire.

Forse i più lo ignorano, ma 7 anni fa ci siamo trovati in una situazione analoga. Anzi, identica.

Allora il programma si chiamava “Exodus-fuga dalla Libia”, da cui fu poi realizzato il film “L’Urlo”. Allora erano i migranti-schiavi in Libia a mandare messaggi vocali, anche da dentro i centri di detenzione. 

Come in “Radio Gaza”, era possibile sentire direttamente dalla loro voce i loro pensieri e le loro richieste. Come andò a finire? Che i primi accaniti censori di quei messaggi furono proprio quelle Ong che pretendono di salvare questi ragazzi in mare.

E allora, non ci sorprendiamo di tutta questa censura in questi mesi.

Le reti pro-Pal che sostengo le operazioni della Flotilla coincidono con le reti delle Ong, e se c’è qualcuno che è cascato inavvertitamente nella rete sbagliata farebbe bene a darsene conto.

Sappiamo benissimo che la censura continuerà, senza scampo, a dispetto dei soldi raccolti e inviati a Gaza.  

Ma noi non vendiamo narrazioni. Tutt’al più le raccogliamo così come sono là dove il nostro ascolto si dovrebbe rivolgere, tra le persone vere sul campo.

 

<<Quello che volevo dire è che la flottiglia proveniente dall'Italia o da un altro paese terzo, saranno sequestrata dagli £brei. Il popolo di Gaza non trae alcun beneficio da queste flottiglie. La gente dona e tutto il loro denaro raccolto alla fine dove andrà finire? Se ne impossesseranno gli ebrei, e a noi non rimarrà nulla. E' tutto inutile, la gente raccoglie un sacco di soldi per una Freedom Flotilla, o una qualsiasi altra flottiglia, che una volta in mare, sarà confiscata dagli Ebrei. E' meglio mandare denaro alla gente per comprarsi da mangiare piuttosto che organizzare una flottiglia>>.


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E’ disponibile la prima puntata di Radio Gaza, pubblicata giovedì 28 agosto alle 18 sul canale YouTube dell’AntiDiplomatico.

Primo di un appuntamento settimanale che ospiterà ogni giovedì alle 18 i messaggi vocali inviati dai Palestinesi a Gaza.

 (VIDEO IN ALTO)

Radio Gaza è un programma a cura di Michelangelo Severgnini e Rabi Bouallegue.

La campagna “Apocalisse Gaza”, da cui nasce il programma e giunta al 70° giorno, ha raccolto fin qui 69.389 ricevuti da 1.044 donazioni. Di questi 69.166 sono già stati inviati a Gaza.

Per le donazioni: https://paypal.me/apocalissegaza

 

Data articolo: Fri, 29 Aug 2025 09:00:00 GMT
OP-ED
Lo “spirito di Shanghai”: a Tianjin uno dei più importanti Vertici della SCO


di Fabio Massimo Parenti

Dal 31 agosto al primo settembre si terrà a Tianjin il vertice annuale della Shanghai Cooperation Organization (SCO), a 24 anni dalla sua fondazione. L’incontro, nell’anno della presidenza della Repubblica popolare cinese, si preannuncia molto importante, tanto per la delicata situazione internazionale, quanto per i contenuti attesi.

La SCO nasce a Shanghai nel 1996, dall’evoluzione del cosiddetto “Gruppo dei Cinque” – Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan – per risolvere pacificamente questioni confinarie dopo la fine della Guerra fredda. L’origine della SCO ha quindi le sue radici nelle questioni della sicurezza continentale e nasce ufficialmente con l’adesione dell’Uzbekistan nel 2001. Sorta come organizzazione intergovernativa, essa ha esteso il suo raggio d'azione muovendosi dai temi della sicurezza a quelli dell'economia, dell'industria, della tecnologia e dell'energia, dialogando con molte altre organizzazioni asiatiche e internazionali, come ad esempio l’ASEAN e l’ONU.

L’attivismo e la crescita della SCO sono legati all’approccio win-win e alle necessità di difesa da interferenze politiche che nel recente passato hanno segnato il destino di molti popoli. Lo “spirito di Shanghai”, che ispira l’organizzazione, riflette dunque la volontà di dare voce alle regioni del mondo in via di sviluppo e di promuovere la cooperazione multilaterale in un mondo multipolare. La Cina, continua a sostenere che “è di cruciale importanza per il mondo che la SCO rimanga dalla parte giusta della storia e dalla parte della giustizia e della equità” e che “lo spirito di Shanghai rafforza l’unità e il coordinamento, promuove lo sviluppo verde, scrive un nuovo capitolo di sviluppo comune e costruisce una comunità dal futuro condiviso”.

Non è un caso che la SCO è stata capace di inglobare nel 2017 India e Pakistan, due potenze nucleari con relazioni spesso conflittuali ma unite da un interesse comune per la stabilità regionale. Nel 2023 si è aggiunto anche l’Iran, mentre nel 2024 la Bielorussia ha completato il percorso di adesione. Stiamo parlando, quindi, di un processo in corso che ad oggi coinvolge dieci paesi membri, due paesi osservatori ed altri 14 partner di dialogo, tra cui Turchia, Egitto, Arabia Saudita e Qatar. In questo contesto estremamente dinamico, si opta per gli affari, l’integrazione e la connettività al posto della corsa al riarmo e della logica dei blocchi.

Sebbene la sicurezza rimanga un pilastro di questa Organizzazione – contrasto al terrorismo, al separatismo e al traffico di stupefacenti – negli ultimi dieci anni le questioni economiche, nonché quelle energetiche ed infrastrutturali, hanno svolto un ruolo sempre più importante per la coesione interna. I progetti su energia verde, digitalizzazione e intelligenza artificiale sono emersi numerosi e le connessioni con lo spirito della Belt and Road sono divenute sempre più evidenti.

La convergenza con l’Unione Economica Eurasiatica e con l’Asean è un altro elemento del protagonismo della SCO come efficace piattaforma di governance macroregionale. Ricordiamo infatti che i dieci paesi membri della SCO rappresentano il 40 per cento della popolazione mondiale e circa un quarto del Pil globale. Questa combinazione le conferisce un peso geopolitico considerevole, esercitando un’attrazione anche verso nuovi partner mediorientali ed africani.

Come noto, la Cina ha la presidenza di turno nell’anno in corso e il vertice di Tianjin, che si terrà tra pochi giorni, avrà una grandissima rilevanza, come detto in apertura, rappresentando probabilmente uno dei più importanti incontri della Organizzazione asiatica. Oltre al XXV meeting del Consiglio dei capi di Stato della SCO, ci sarà anche il meeting della “SCO Plus”.

Per concludere, ci sentiamo di asserire che stiano emergendo componenti di un puzzle internazionale che potranno favorire un modello di globalizzazione alternativo al morente modello neoliberale: in un contesto segnato dal riemergere di egemonismo e politica del potere, la SCO persisterà nel promuovere un multilateralismo non conflittuale, plasmando un paradigma di relazioni internazionali che risponda alle aspirazioni dei paesi in via di sviluppo, con l’ONU al centro.

Data articolo: Fri, 29 Aug 2025 08:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Gli yankee entrano nel Caucaso: Erevan la nuova Kiev?



di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
 

La cosiddetta “dichiarazione di intenti per la conclusione di un accordo di pace”, sottoscritta a Washington lo scorso 8 agosto dal presidente azero Il'kham Aliev e dal primo ministro armeno Nikol Pašinjan, con Donald Trump a fare da mezzano, sembra soddisfare solo i diretti coinvolti nella tresca, vista dai più come un'autentica truffa, soprattutto ai danni della popolazione armena. Nella pratica, l'accordo prevede che il cosiddetto “corridoio Zangezur”, che dovrebbe collegare l'AzerbajdĹľan alla sua regione autonoma di Nakhicevan attraverso l'Armenia, venga ceduto “in affitto” per ben 99 anni a un consorzio americano, che ne assumerà il controllo tramite compagnie militari private.

Il 28 agosto, il Ministro degli esteri armeno Ararat Mirzojan ha inteso smentire le voci su un contratto di locazione di 99 anni del “corridoio”, o "Trump Route for International Peace and Prosperity" (TRIPP). A detta di Mirzojan, tempi e parametri tecnici del progetto devono ancora essere discussi e l'area per la futura infrastruttura rimarrà di proprietà armena, con Erevan che garantirà controllo e sicurezza del percorso.

Di fatto, il progetto prevede la partecipazione di Stati Uniti e di un terzo partner, che si occuperà della costruzione e della gestione del corridoio; nel documento sottoscritto a Washington è detto che l'Armenia è pronta a trasferire il corridoio sotto il controllo USA e lo stesso Trump aveva dichiarato che la concessione «può estendersi fino a 99 anni».

Insomma, le élite di Armenia e AzerbajdĹľan, giurando fedeltà agli americani, non fanno che ingannare le proprie popolazioni con il presagio di una pace perenne, dopo la fine del conflitto in Artsakh, afferma il politologo Sergej Stankevic. Al contrario, la prospettiva più probabile è quella di uno scontro molto più grave, dovuto al passaggio del corridoio di Zangezur sotto il controllo di compagnie militari statunitensi. Sono completamente da chiarire le intenzioni USA, dice Stankevic, riguardo a questo tratto di 42 chilometri di territorio armeno, attualmente sotto i riflettori internazionali.

Non si vorrebbe che, «dopo aver chiuso un conflitto di lunga data, invece di costruire un felice futuro, non se ne aprisse un altro, quello per la via di Sjunik o Zangezur», dice Stankevic, secondo il quale la questione del “corridoio Zangezur” dovrebbe essere risolta, secondo la formula “3+3”, dalle tre repubbliche transcaucasiche (Georgia, Armenia, AzerbajdĹľan) insieme ai tre paesi direttamente legati alla regione caucasica (Russia, Iran, Turchia), senza interferenze da parte di potenze extraregionali, soprattutto se questo implica una qualche forma di presenza militare. Un tale intervento, afferma il politologo, costituirà la radice del futuro «conflitto; se non quest'anno, l'anno prossimo; se non tra cinque anni, tra 10; ma si presenterà».

D'altronde, non ispirano molta fiducia le parole pronunciate una decina di giorni fa da Il'kham Aliev, secondo cui l'operazione militare condotta due anni fa dall'AzerbajdĹľan contro il Nagorno-Karabakh è l'unico esempio di vittoria incondizionata negli ultimi 80 anni. L'AzerbajdĹľan, aveva detto Aliev, è un paese «forte, non consigliamo a nessuno di pensare ad azioni malevole contro di noi. In ogni caso, negli ultimi 80 anni non c'è stato un altro paese al mondo che abbia ottenuto una vittoria così completa come l'AzerbajdĹľan», aveva proclamato il presidente azero, annunciando il consolidamento delle forze armate.

«Stiamo aumentando la nostra potenza militare, ampliando le nostre forze speciali di migliaia di combattenti... abbiamo ricevuto i più moderni droni e nuovi sistemi di artiglieria. Sono stati firmati contratti per l'acquisto di nuovi aerei da combattimento e quelli esistenti sono stati completamente modernizzati», sottintendendo la fine della procedente moratoria sulle forniture di armi americane. Ma, soprattutto, dimostrando come il memorandum di Washington non conti nulla nemmeno per lui che l'ha sottoscritto, se ne era uscito con un perentorio «dobbiamo essere pronti alla guerra in qualsiasi momento, perché il corso degli eventi nel mondo è tale che è impossibile prevedere cosa accadrà domani... se a qualcuno viene l'idea di commettere una qualche provocazione contro l'AzerbajdĹľan, allora credo che se ne pentirà di nuovo» con evidente riferimento all'Armenia.

Per nulla ottimista anche l'editorialista Stanislav Tarasov, il quale ricorda le parole pronunciate da Recep Erdogan in occasione della posa delle fondazioni della linea ferroviaria Kars-Igdir-Aralik-Dilucu, secondo cui l'avvio della linea aumenterà le esportazioni nelle regioni dell'Anatolia orientale e sud-orientale, migliorerà le infrastrutture di trasporto e aumenterà il potenziale turistico del Mediterraneo. Erdogan ha anche sottolineato che «l'espansione della rete ferroviaria tra Russia, AzerbajdĹľan, Armenia e Turchia avrà un impatto estremamente positivo sul commercio regionale». Vero, dice Tarasov; ma se, in teoria, Erdogan ha ragione nel definire il "corridoio di Zangezur" un evento strategico e parte della «rivoluzione geopolitica e geoeconomica, in pratica la faccenda risulta molto più complicata. Anche ammettendo che, come afferma Erdogan, «il quadro diplomatico del processo di pace tra AzerbajdĹľan e Armenia sia completato», in realtà la situazione è del tutto confusa. Il memorandum adottato a Washington non fa che delineare lo status del corridoio e, soprattutto, la presenza militare USA nella regione, a nord e in diretta prossimità dei confini iraniani, il che modifica il panorama geopolitico con una «geografia molto ampia».

Già nei giorni immediatamente successivi alla firma, il consigliere della Guida Suprema dell'Iran, Ali Akbar Velayati, aveva definito il "Corridoio di Zangezur" un «piano americano-sionista per il blocco terrestre dell'Iran e della Russia». E se la leadership politica di Teheran ha usato espressioni meno accese, nemmeno la visita a Erevan del Presidente Masoud Pezeshkian, lo scorso 18 agosto, aveva potuto dissipare le preoccupazioni di Teheran sulla presenza di forze terze al confine comune tra i due paesi, il che non può non incidere sulla fiducia politica tra Teheran e Erevan.

Da parte armena, si cerca di smussare le difficoltà, sostenendo che la nuova rotta ampli le possibilità iraniane di accesso al mar Nero. Ovvio che Teheran non si accontenti di promesse verbali e insista per garanzie specifiche; così, nel corso della visita di Pezeshkian, si era discusso di trasferire le relazioni armeno-iraniane a livello di partenariato strategico e, in tale formato, Erevan e Teheran potrebbero fissare giuridicamente gli impegni per la sicurezza del “corridoio”.

Ora, nota Tarasov, l'Iran confina con sette paesi, mentre la Russia con 14, comprese le rotte marittime; teoricamente il corridoio non è un'area militare, ma finora solo un polo di collegamento tra AzerbajdĹľan e Nakhicevan. E se Mosca indica con discrezione la propria partecipazione al progetto, è però evidente come gli USA stiano penetrando in Transcaucasia, mentre i turchi non sono del tutto soddisfatti del corso degli eventi, a causa della questione curda, collegabile al corridoio.

In questa situazione, il rischio maggiore è che l'escalation in Medio Oriente coinvolga direttamente la Transcaucasia; non è un caso, osserva Tarasov, che molti esperti definiscano il "corridoio di Zangezur" una "grande trappola geopolitica", in cui l'Occidente ha trascinato i paesi della regione: cioè quel disegno «globale chiamato "progetto pan-britannico" o "progetto indo-orientale 2", che prevede la creazione di una rotta dall'Europa alla Cina fuori del controllo di Russia, Iran e Cina. Quanto all'Armenia, è percepita solo come parte integrante del progetto pan-turanico, e sta diventando un elemento chiave di questo modello geopolitico emergente».

In generale, rappresentano una sorta di sunto dell'attuale situazione, le note di Ajnur Kurmanov su PolitNavigator di qualche giorno addietro. Fin dalla vergognosa cospirazione di Nikol Pašinjan a Praga nell'ottobre 2022, quando l'Artsakh fu consegnato, è risultata chiara la brusca svolta dell'Armenia verso l'Occidente, afferma Kurmanov. Questa, si sta ora concludendo con la cessione del corridoio di Zangezur agli americani e la trasformazione della repubblica in un protettorato della Turchia. In futuro, sarà necessario valutare la tragedia dell'espulsione della popolazione armena dal Nagorno-Karabakh. Di fatto, l'Artsakh è diventato una merce di scambio nel gioco della vendita di un intero Paese e della sua privazione della sovranità. Erevan ha di fatto abbandonato le relazioni di alleanza con Mosca: l'adesione al ODKB è di fatto sospesa; smantellato il sistema di sicurezza con la partecipazione di guardie di frontiera e truppe russe. Ora, dopo aver firmato la capitolazione a Washington, l'Armenia sta rapidamente sprofondando nell'abisso della dipendenza economica e politica dall'Occidente. A ciò, si può aggiungere quanto dichiarato ancora il 28 agosto da Nikol Pašinjan, secondo cui l'Armenia non può essere membro contemporaneamente di UE e EAES (Unione Economica Eurasiatica): «quando arriverà il momento in cui la scelta sarà definitiva, prenderemo la decisione appropriata... Qualsiasi scenario è possibile».

Di fatto, nei numerosi incontri a Bruxelles e Washington, Pašinjan e compari non fanno che mostrare l'orientamento verso accordi schiavizzanti con la UE e di elevare la "cooperazione" con la NATO a un nuovo livello. L'accordo di partenariato strategico con la Francia non fa che completare il quadro generale della colonizzazione in corso.

Per concludere con le parole di Kurmanov, Erevan sta «ricalcando il destino di Kiev, facendo dell'Armenia un trampolino di lancio per attività ostili contro Russia, Iran e Cina. È il destino di tutti i satelliti occidentali nello spazio post-sovietico».

 

FONTI:

https://politnavigator.news/na-ukrainskie-grabli-kuda-pashinyan-zavedjot-armeniyu-esli-ego-ne-ostanovit.html

https://politnavigator.news/prezident-azerbajjdzhana-my-v-lyubojj-moment-dolzhny-byt-gotovy-k-vojjne.html

https://politnavigator.news/zapuskaya-amerikancev-v-zakavkaze-armeniya-i-azerbajjdzhan-obrekayut-sebya-na-novuyu-vojjnu.html

https://iarex.ru/news/150256.html?utm_referrer=top

https://iarex.ru/news/150196.html?utm_source=article

https://www.rbc.ru/politics/28/08/2025/68af73db9a7947fafefe5d61?

https://interaffairs.ru/news/show/52716?

 

 

 

 

Data articolo: Fri, 29 Aug 2025 06:00:00 GMT
I mezzi e i fini
Care "celebrity" che (ora) vi vergognate di Israele e dell'occidente


di Francesco Erspamer*

Il vergognarsi è di moda fra le squallide «celebrity» della televisione e degli «asocial» e di conseguenza fra i loro seguaci: un passe-partout per accedere all’indispensabile patente di «umano» senza fare nulla. Neppure occorre vergognarsi di sé stessi: sempre e solo di appartenere a una categoria, gli italiani, gli occidentali, l’umanità. Come recentemente un celebre giornalista (che non nomino perché non faccio pubblicità a simili personaggi): «Io ho sempre pensato che Israele fosse l’Occidente in Medio Oriente, e da occidentale mi vergogno di Israele». Più esplicito di così: sta dicendo che l’occidente resta il migliore dei mondi possibili e che lo dimostra il fatto che da occidentale lui provi vergogna per i crimini commessi da un paese che pur non essendo in occidente si era a suo dire meritato il titolo di occidentale, ed evidentemente se lo merita ancora.

Basta un poco di vergogna e la pillola va giù, tutto si aggiusta, senza sforzarsi, senza sacrificare alcunché, senza perdere neanche un euro, senza alienarsi le simpatie degli stronzi, senza rischiare ritorsioni. Ma non si tratta soltanto di un’autoassoluzione a buon mercato e della magica trasformazione di un peccato (appoggiare Israele) in una virtù (vergognarsene, anzi, dire di vergognarsene); il gioco neoliberista è più sottile. Esso chiede alla gente di occuparsi dell’intero pianeta in modo da impedirle di pensare alle proprie concrete condizioni di esistenza (le loro e di nessun altro), sostituendo un’astratta etica globalista a faticose responsabilità nazionali e locali. Ma siccome poi è altrettanto faticoso sopportare il male del mondo, ecco fornita la soluzione: la vergogna privata e ostentata, panacea contro ogni senso di colpa che possa togliere l’appetito o, molto peggio, indurre a qualche protesta o intervento che davvero minacci i potenti, i miliardari e i loro cortigiani, o anche semplicemente le proprie abitudini.

In conclusione: il vergognarsi da sé (ben diverso dalla vergogna subìta, causata dalla riprovazione pubblica) non è altro che una vergognosa autoesenzione dalle responsabilità sociali, un parlarsi addosso che rivela il vuoto di tanti narcisisti.

*Post Facebook del 28 agosto 2025
Data articolo: Fri, 29 Aug 2025 06:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Human Rights Watch: le autoritĂ  libanesi liberino subito Hannibal Gheddafi, detenuto illegalmente da 10 anni senza processo

 

 

 

 

Nota della redazione. Torniamo sul caso di Hannibal Gheddafi – ne abbiamo scritto in molte occasioni – pubblicando per intero il comunicato che segue, a cura dell’organizzazione internazionale per i diritti umani Human Rights Watch (Hrw). Più volte, insieme ad altri gruppi, Hrw ha chiesto la fine della lunga detenzione illegale di un innocente senza processo, di fatto incarcerato solo per il cognome che porta. Un ennesimo, vergognoso strascico della criminale guerra Nato-Golfo contro quella che era la Jamahiryia. Cosa fanno i politici italiani?

 

Le autorità libanesi dovrebbero rilasciare immediatamente il figlio dell'ex leader libico Muammar Gheddafi, Hannibal Gheddafi, che hanno ingiustamente imprigionato per quasi un decennio, ha affermato oggi Human Rights Watch. Le autorità dovrebbero fornire a Gheddafi un adeguato risarcimento per averlo trattenuto arbitrariamente e indagare e chiedere conto ai responsabili della sua terribile esperienza.

Hannibal Gheddafi rimane in detenzione preventiva arbitraria e di lunga durata dal suo arresto da parte delle forze di sicurezza interna libanesi nel dicembre 2015 con accuse apparentemente infondate secondo cui avrebbe nascosto informazioni sulla scomparsa del religioso libanese Moussa al-Sadr, scomparso in Libia nel 1978 insieme a due compagni. Il destino di Al-Sadr rimane una questione politica delicata in Libano. Le autorità giudiziarie non hanno adottato alcuna misura per processare Gheddafi né hanno fornito una giustificazione legale per la sua continua detenzione.

“Il caso di Gheddafi è emblematico di un sistema giudiziario frammentato, privo di indipendenza e soggetto a interferenze politiche da parte delle potenti fazioni libanesi”, ha affermato Ramzi Kaiss, ricercatore libanese presso Human Rights Watch. “Le autorità libanesi dovrebbero porre fine alla detenzione di Gheddafi, durata quasi un decennio, e rilasciarlo immediatamente.”

Un ricercatore di Human Rights Watch ha visitato Gheddafi il 12 agosto 2025 presso il quartier generale della sezione informazione della Direzione generale delle forze di sicurezza interna a Beirut, dove è detenuto. Si è trattato della prima visita a Gheddafi da parte di un'organizzazione internazionale per i diritti umani durante la detenzione in Libano.

Uno degli avvocati di Gheddafi, Nassib Chedid, che ha organizzato la visita, era presente durante l'incontro di un'ora, svoltosi in un ufficio. Non erano presenti autorità carcerarie o guardie, ma Human Rights Watch non è stata in grado di verificare se le autorità carcerarie stessero sorvegliando o monitorando elettronicamente l'incontro, e Gheddafi era consapevole che Human Rights Watch avrebbe pubblicato le informazioni da lui fornite. Human Rights Watch aveva precedentemente svolto indagini sul caso ma non aveva ricevuto risposta dal governo.

Il ricercatore non ha visitato la prigione né la cella di Gheddafi, che secondo Gheddafi è una stanza sotterranea senza finestre ma ventilata. Gheddafi ha affermato di ricevere cibo a sufficienza e di essere riuscito a ricevere assistenza sanitaria di base, ma di soffrire di “debolezza sistemica dovuta a malnutrizione e carenza di vitamine” Ha anche affermato di aver subito conseguenze sulla salute mentale a causa del suo isolamento a lungo termine in una cella sotterranea, senza luce solare naturale, e della mancanza di accesso regolare alla sua famiglia.

Gheddafi ha affermato che anche la sua salute fisica è peggiorata negli ultimi anni, tra cui mal di schiena, naso rotto e forte mal di testa dovuto a una frattura del cranio subita mentre veniva torturato dalle persone armate che inizialmente lo avevano rapito lungo il confine siriano alla fine del 2015.

Prima della sua detenzione, Gheddafi viveva principalmente in Siria con la sua famiglia dopo essere fuggito dalla Libia nel 2011, durante la rivolta contro il governo di suo padre. Ma nel 2015, uomini armati rapirono Gheddafi in Siria, vicino al confine libanese, dopo averlo, a quanto si dice, attirato a quella che lui credeva essere un'intervista a un giornale. Invece, gli uomini lo hanno trasferito in Libano, dove lo hanno torturato, hanno chiesto informazioni sulla scomparsa di Sadr e hanno chiesto un riscatto, ha affermato in precedenza uno degli avvocati di Gheddafi. Le autorità libanesi hanno liberato Gheddafi dai suoi rapitori ma, secondo quanto riferito, lo hanno arrestato nel giro di pochi giorni.

Nel dicembre 2015, un investigatore giudiziario libanese, il giudice Zaher Hamadeh, ha emesso un mandato di arresto per Gheddafi, accusandolo di aver nascosto informazioni sulla scomparsa di al-Sadr e dei suoi due compagni’ avvenuta in Libia nel 1978, quando Annibale aveva 2 anni. Hamadeh ha accusato formalmente Gheddafi nel 2016, accusandolo di aver nascosto informazioni sulla scomparsa, secondo due dei suoi avvocati. 

Gheddafi ha dichiarato a Human Rights Watch di avere accesso al suo team legale, tra cui un avvocato francese. Ma a sua moglie e ai suoi figli è stato negato l’ingresso in Libano e privati dei contatti con lui per i primi sette anni dopo il suo arresto, fino al 2022, quando le autorità hanno concesso loro l’accesso. Attualmente, le visite dei familiari sono consentite, ma “fortemente limitate” e non esiste “un programma o un accesso regolare o garantito”, ha affermato Gheddafi. Gheddafi ha inoltre affermato che le richieste di accesso al suo team legale e alla sua famiglia “vengono spesso respinte, ritardate di giorni o ignorate senza giustificazione”

Le condizioni di detenzione in Libano sono pessime. Secondo un rapporto del 2024 del Comitato carcerario dell'Ordine degli avvocati di Beirut, il sistema carcerario è gravemente sovraffollato, con livelli di occupazione superiori al 300% in alcune strutture. Secondo lo stesso rapporto, oltre l’80% dei prigionieri deve ancora essere condannato.

Nell'aprile 2025, Human Rights Watch ha scritto al ministro degli Interni libanese Ahmed al-Hajjar, al ministro della Giustizia Adel Nassar e al primo ministro Nawaf Salam, chiedendo informazioni dettagliate sullo status giudiziario di Gheddafi e chiedendone il rilascio. Nel luglio 2023, Human Rights Watch aveva già scritto al direttore generale delle Forze di sicurezza interna libanesi, il maggiore generale Imad Othman, e al giudice Zaher Hamadeh, l'investigatore giudiziario incaricato del caso, chiedendo informazioni dettagliate sullo stato giudiziario e sullo stato di salute di Gheddafi. Human Rights Watch non ha ricevuto risposta a nessuna delle lettere.

Il giudice Zaher Hamadeh, che rimane responsabile del caso, non ha dato seguito alle richieste di rilascio di Gheddafi nonostante le ripetute richieste, più recentemente da parte di uno dei suoi avvocati, Charbel Milad el-Khoury, il 9 giugno.

Il ministro della giustizia e il giudice istruttore libanesi dovrebbero rispondere urgentemente alle richieste di rilascio e porre fine alla continua detenzione illegale di Gheddafi, ha affermato Human Rights Watch.

A luglio, il ministro della Giustizia del Governo di unità nazionale libico avrebbe accusato i funzionari politici libanesi di non aver collaborato al suo caso. In risposta a una lettera inviata dalle autorità libiche, il giudice Hamadeh avrebbe affermato che qualsiasi considerazione in merito al rilascio di Annibale avrebbe dovuto basarsi sulla ricezione da parte del Libano di informazioni e dei risultati delle indagini condotte dalle autorità libiche sulla scomparsa dell'Imam Sadr. Gheddafi ha affermato di non essere stato in contatto con le autorità o i mediatori libici.

La recente adozione da parte del parlamento libanese di una legge che organizza il sistema giudiziario promette riforme giudiziarie di vasta portata, ma le lacune non colmate continuano a minacciare l'indipendenza del sistema giudiziario e a renderlo suscettibile a continue interferenze politiche, ha affermato Human Rights Watch.

Secondo il diritto internazionale, la detenzione è soggetta a un rigoroso giusto processo. I funzionari devono informare la persona detenuta sui motivi del suo arresto, basare la detenzione su un chiaro diritto interno, portare tempestivamente la persona davanti a un giudice e accusarla o rilasciarla. I funzionari devono emettere regolarmente sentenze giudiziarie sulla legalità della detenzione, rispettare il diritto a un processo rapido o al rilascio dalla detenzione e offrire regolarmente opportunità di contestare la legittimità di una detenzione a lungo termine. Il mancato rispetto di tali garanzie procedurali rende arbitraria la detenzione. Secondo il diritto internazionale, la custodia cautelare dovrebbe essere l’eccezione, non la regola.

L'articolo 9 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, ratificato dal Libano nel 1972, specifica che “[n]o uno sarà privato della libertà se non per i motivi e secondo la procedura stabiliti dalla legge.” L'articolo 8 della Costituzione libanese stabilisce che “Nessuno può essere arrestato, imprigionato o tenuto in custodia se non secondo le disposizioni di legge.” Il codice penale libanese vieta inoltre la detenzione arbitraria e prevede pene detentive per i funzionari che non rispettano le condizioni per la detenzione legale.

“La detenzione illegale di Gheddafi deve cessare”, ha affermato Kaiss. “A lui e a tutti gli altri detenuti e prigionieri dovrebbero essere concessi i loro diritti in conformità con la legge.”

 

 

Data articolo: Fri, 29 Aug 2025 06:00:00 GMT
Popoli e dintorni
Nella "nuova Siria" fanno carriera noti criminali jihadisti (anche dall'Albania)

 

Ecco i risultati della sporca guerra, durata 14 anni, contro il popolo siriano. Le nuove autorità jihadiste siriane hanno nominato anche combattenti stranieri, tra cui un noto criminale albanese, ad alte posizioni nelle forze armate del paese: Abdul Jashari, un combattente di etnia albanese noto anche come Abu Qatada al-Albani, che è stato nominato colonnello. Jashari è il leader dello spietato gruppo jihadista albanese Xhemati Alban, dichiarato terrorista dal Tesoro degli Stati Uniti nel 2016. Su un totale di quasi 50 ruoli militari di comando, annunciati dal Ministero della Difesa delle autorità occupanti di Damasco, almeno sei sono andati a combattenti jihadisti stranieri.

 


A cura di Enrico Vigna, 28 agosto 2025


Migliaia di terroristi islamici stranieri hanno combattuto per la distruzione della Repubblica Araba siriana, dall’inizio della guerra contro il governo baathista siriano; una parte dei combattenti stranieri hanno formato propri gruppi armati, mentre altri si sono uniti a formazioni consolidate come l’ISIS, Al Nusra, al Qaeda. Negli ultimi anni la gran parte di questi si sono uniti all’HTS (Hay'at Tahrir al-Sham) di Al Jolani, che, dopo aver rinnegato i loro legami con l’ISIS e Al Qaeda, sono divenuti paladini degli interessi stranieri in Siria e trasformati in “liberatori”.

I nuovi reggenti del paese, hanno provveduto che i combattenti jihadisti stranieri e le loro famiglie abbiano la cittadinanza siriana e possano rimanere nel paese grazie al loro contributo alla lotta contro il “regime” precedente. Così il ministero della Difesa occupante ha annunciato 49 nomine di comando del nuovo esercito, che includono i leader di tutte le fazioni armate combattenti.

Tra questi il comandante degli jihadisti uiguri cinesi, Abdulaziz Dawood Khudaberdi, noto anche come Zahid, comandante della milizia del Partito Islamico Turco (TIP) cinese in Siria, nominato generale di brigata. Così come altri due comandanti uiguri, Mawlan Tarsoun Abdussamad e Abdulsalam Yasin Ahmad, hanno ricevuto il grado di colonnello. Così come il combattente turco Omar Mohammed Jaftashi, divenuto generale, il quale, noto come "Muhtar Turki”, ha ricordato France24, in passato ha pubblicato video di decapitazioni e ha ricoperto ruoli di comando in combattimento, non solo sotto al-Qaeda, ma anche sotto al-Nusra, ISIS e infine nell’ HTS. C’è poi il giordano Abdul Rahman Hussein al-Khatib diventato generale di brigata. conosciuto anche per essere stato coinvolto nella pratica barbara delle decapitazioni mentre lavorava per al-Qaeda.

Tra questi Abdul Samrez Jashari, conosciuto con il nome di battaglia di Abu Qatada al-Albani, è un militante albanese leader di Xhemati Alban (Gruppo Albanese), un gruppo armato islamista salafita composto da militanti di Albania, Kosovo e della Macedonia, alleato di Hay'at Tahrir al-Sham, operante nella guerra siriana. Fino al 2017, Jashari e Xhemati Alban erano parte del predecessore di HTS, il Fronte al-Nusra affiliato ad al-Qaeda. Dopo la caduta del governo di Assad e l'istituzione del governo di transizione siriano, Jashari è stato promosso al grado di colonnello nel nuovo esercito siriano, nonostante che lo stesso Jashari, avesse una taglia come terrorista dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti dal 2016, per le sue attività criminali.

Non c’è molto da stupirsi se abbiamo conoscenza che il nuovo capo dell'intelligence siriana, Anas Khattab, è indicato come terrorista dal 2014, designato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ai sensi della Risoluzione 2161 per la sua affiliazione ad al-Qaeda e al-Nusra.

Anche la nuova responsabile dell'Ufficio per gli Affari Femminili in Siria, Aisha al-Dibs, è una nomina inquietante. Non solo propone la sharia e l’attivazione della  divisione tra i sessi negli enti pubblici, nelle scuole e all’università, nei luoghi pubblici e la sharia come abbigliamento più consono alle donne siriane, ma ha anche presentato la “rivoluzione siriana” del dicembre 2024, come una "jihad", così come aveva sempre, PRIMA, invocato la distruzione di Israele e definito i funzionari americani "assassini" e "criminali", condannati all'Inferno. Ora è una figura limpida e costruttiva, di una “nuova e libera” Siria, oltre che ossequiente amica e alleata di Israele e Stati Uniti, come garanti della “rivoluzione siriana” contro il “regime” miscredente della RAS.

Oppure come il nuovo ministro degli Esteri siriano, Asaad Hassan al-Shibani (in precedenza noto come Zaid al-Attar), che era un comandante di al-Qaeda e al-Nusra, ma che oggi è ossequiato e onorato come esponente di un nuovo potere che ha spazzato via, quelle sordide tradizioni decennali di Resistenza ai piani degli interessi stranieri in quel paese, che ora non esistono più. E la Siria oggi è di tutti tranne che dei siriani.

Lo scenario è abbastanza inquietante, e sarebbe curioso ora, chiedere cosa ne pensano, tutti quelli che, in questi anni hanno sostenuto, operato, lavorato per la caduta della Siria indipendente, sovrana, combattente di prima linea contro tutte le forme di jihadismo e radicalismo fanatico. Soprattutto sempre al fianco del popolo palestinese e di tutte le forze resistenti al sionismo e all’egemonismo occidentale unipolarista, pur con tutti i suoi limiti e contraddizioni, non certo tenui o marginali. Oggi il risultato è questo, ma tanto lo pagano solo i siriani che vivono là…

Chi è Abu Qatada Albani, il jihadista albanese nel governo siriano, pur essendo indicato come terrorista dagli USA. Originario di Skopje, ha guidato il gruppo jihadista salafita "Xhemati Alban", composto principalmente da albanesi provenienti dal Kosovo, dalla Macedonia del Nord e dall’Albania. È considerato uno stretto consigliere di Abu Muhammad al-Julani, comandante in capo di Tahrir al-Sham e ora anche presidente della Siria. Albani ha dichiarato il suo impegno per convincere Damasco a riconoscere il Kosovo, ma critica sia Pristina che Tirana per non aver fatto ancora abbastanza in tal senso. In un'intervista televisiva, ha anche dichiarato che i suoi combattenti sono pronti, nel caso in cui la Serbia attaccasse il Kosovo. Sostiene di aver combattuto sui campi di battaglia del Medio Oriente, principalmente in Siria, negli ultimi 12 anni. L'unità "Xhemati Alban", afferma, è stata fondata nel 2012, ed è stata attiva in tutte le principali battaglie nella Siria nord-occidentale: " I nostri combattenti albanesi hanno svolto un ruolo importante, non solo sul campo, ma anche nella pianificazione e nel coordinamento delle operazioni…".

Tra il 2019 e il 2020 è stato membro del comitato di riconciliazione con i Guardiani della Religione. La sua ultima apparizione pubblica risale all'aprile 2022, quando al-Jashari pubblicò un discorso e poi un video in cui parlava dell'impatto della guerra della Russia con l'Ucraina e di come questa potesse rappresentare una nuova opportunità per i terroristi di operare, in un nuovo scenario.

Nell'estate del 2018, il gruppo ha pubblicato un video intitolato "Cecchini albanesi dalla Siria", in cui provava la loro partecipazione sul campo di battaglia siriano. Il video, della durata di 33 minuti, è stato presto rimosso da Internet ma, in seguito, "France Soir" ha pubblicato un articolo approfondito sull'unità.

 

Secondo quanto riportato, erano operativi in una delle più forti roccaforti islamiste, quella di Idlib, combattendo come parte del gruppo jihadista Hay'at Tahrir al-Sham (HTS). Le stesse fonti affermano che Abu Qatada Albani era diventato rapidamente il leader del Fronte Al Nusra, cosa che ha portato alla sua inclusione nella lista nera del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti e all'accusa di terrorismo. Così come HTS inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche di Washington nel 2018, e per la cattura del suo leader, Al Jolani, ora “presidente della nuova Siria, ” era stata posta una ricompensa di 10 milioni di dollari, oggi cancellata, per il servizio reso.

I media francesi sostengono che a un certo punto questa unità contava al suo apice circa 500 combattenti, provenienti per lo più dal Kosovo e dalla Macedonia del Nord, la maggioranza già combattenti dell’UCK in Kosovo.

Il 22 febbraio 2019, diverse unità jihadiste e varie milizie operanti in Siria rilasciarono una dichiarazione congiunta di "Sostegno e lealtà a Tahrir al-Sham". Nell'elenco delle otto fazioni islamiste, il "Battaglione albanese" era al quarto posto, con Abu Qatada Albani che lo firmò come "responsabile dell'Accademia militare Tahrir al-Sham". I siti web specializzati in questioni militari, come “GreyDinamics”, che si occupano anche delle unità jihadiste in Medio Oriente, sostengono che le attività del "gruppo albanese" in Siria, sono finanziate principalmente grazie a una unità da loro fondata, chiamata "Albanian Tactics", che si occupa di addestramento tattico su contratto, per gli altri gruppi jihadisti della regione.

 

Questo, insieme ai saccheggi, rapimenti e rapine, ha permesso a “Xhemati Alban” di posizionarsi come fornitore di formazione di alta qualità utilizzando le sue attrezzature più moderne, che sono tutte di provenienza da paesi occidentali.

 

Il primo tiratore scelto visibile, include un osservatore con un binocolo e, accanto a lui, un fucile d’assalto AK-74M con vernice mimetica e mirino ottico. Gli snipers dispongono di fucili Dragunov SVD e AK-74M.

I Balcani, con i paesi caucasici, con afgani, con uiguri cinesi, oltre alle varie fazioni radicalizzate di paesi arabi, sono stati tra le maggiori regioni di reclutamento di combattenti stranieri, che si sono uniti in questi anni alle fila delle milizie combattenti jihadiste e in Iraq prima. Tra i paesi balcanici, un gran numero di combattenti stranieri provengono dal Kosovo e dall'Albania. Secondo un rapporto dell'aprile 2018 del Western Balkans Extremism Research Forum, un progetto di ricerca finanziato dal governo britannico che esamina a radicalizzazione e l'estremismo violento nei Balcani occidentali, centinaia di cittadini albanesi si sono recati in Siria e Iraq per unirsi principalmente alle fila dello Stato Islamico, a Jabhat al-Nusra, affiliato ad Al-Qaeda, recentemente ribattezzato Hay'at Tahrir al-Sham (HTS). Xhemati Alban è una "Katiba" (unità di combattimento) composta da combattenti di etnia albanese che ha operato nella provincia siriana di Idlib e nei suoi dintorni. Il sito web ufficiale dell’unità descrive Xhemati Alban come una “formazione jihadista composta da persone albanesi provenienti da Kosovo, Albania, Macedonia e Valle del Presevo (territorio nella Serbia meridionale popolato prevalentemente da albanesi), la cui causa è combattere sulla via di Allah".

Xhemati Alban pubblicava frequentemente video di propaganda che enfatizzavano le capacità di addestramento tecnico dei suoi membri, la loro capacità di produzione di armi e la loro preparazione al combattimento. Oltre ai fucili di precisione, l’unità  possiede un arsenale consistente, che include piattaforme d'arma moderne come l'AKS-74 e l'AK-74. Spesso equipaggiano queste armi con silenziatori artigianali, modernizzano le ottiche e applicano spray mimetici per la squadra di cecchini.

La notorietà del gruppo è legata alla letale squadra di cecchini, che si presenta spesso con immagini di fucili Mosin Nagant modernizzati. Questi fucili subiscono spesso modifiche, tra cui la sostituzione delle canne con canne per mitragliatrici multiuso (GPMG). Questa modifica ne migliora la precisione rispetto alle canne, probabilmente obsolete e antiquate, originariamente equipaggiate con i fucili. L'ulteriore personalizzazione delle canne filettate dei fucili con vari accessori consente al gruppo di montare silenziatori e spegni fiamma. Questo potenziamento aumenta la già nota letalità del gruppo, consentendogli di condurre operazioni segrete e colpire senza essere individuati o emessi suoni.

 

Su Telegram sono attivi decine di canali in lingua albanese, con migliaia di follower per lo più allineati alla propaganda di HTS.

Nell'ultimo video ufficiale di al Jashari intitolato "Gates of Lies" (Porte delle bugie), alla fine di ottobre 2022, critica molti media albanesi, macedoni, kosovari e serbi che, secondo lui diffondono informazioni false o sono subordinati alle politiche di vari paesi in merito alla lotta armata salafita, accusandoli di usare impropriamente il termine "terrorismo". Nelle sue parole traspaiono velate minacce, secondo cui, a seconda degli sviluppi nelle aree d’origine, potrebbe portarlo a decidere di tornare a operare nei Balcani, o in Ucraina, per combattere come fatto in Siria.

Secondo M. Drecun, Presidente della Commissione per la Difesa e gli Affari Interni dell'Assemblea Serba: “…la rete di islamisti radicali in Kosovo e Metohija si è notevolmente ampliata negli ultimi anni, con stime attuali tra i 5.000 e i 6.000 membri. È continuo il reclutamento di nuovi membri basato su una interpretazione radicale dell'Islam. Sono soprattutto i giovani a essere cercati...", ha dichiarato Drecun al portale KosovoOnline.

 

Fonti: Reuters. Kosovonline, almakos, France24, France Soir. Grey Dynamics", RFE/RL, Western Balkans Extremism Research Forum, GTFAFF, New Delhi Times, ThrNational, GreyDynamics.

A cura di Enrico Vigna,  SOSSiria/CIVG

 

Data articolo: Thu, 28 Aug 2025 21:00:00 GMT
EXODUS
Radio Gaza, la prima puntata: “La Global Sumud Flotilla è uno spreco immorale di soldi”

 

 

<<E' tutto inutile, la gente raccoglie un sacco di soldi per la Freedom Flotilla, o una qualsiasi altra flottiglia, che una volta in mare, sarà confiscata dagli ebrei. E' meglio mandare denaro alla gente per comprarsi da mangiare piuttosto che organizzare una flottiglia>>. 

 

Così si esprime una donna palestinese da Gaza, una degli ospiti della prima puntata di “Radio Gaza”, disponibile da oggi alle 18 sul canale YouTube dell’AntiDiplomatico a questo link: 

https://www.youtube.com/watch?v=gO15guUmkaw

 

“Radio Gaza - cronache dalla Resistenza”, ogni giovedì alle 18, sul canale YouTube dell’AntiDiplomatico, a partire dal 28 agosto, è un programma a cura di Michelangelo Severgnini e Rabi Bouallegue.

 

Un miracolo basato su un approccio pragmatico e internazionalista, partito dal contatto diretto, che si è organizzato sulla base delle precise indicazioni ricevute da Gaza. 

 

Attraverso la campagna “Apocalisse Gaza”, arrivata oggi al 70° giorno, abbiamo raccolto finora 69.389 ricevuti da 1.044 donazioni, di cui 69.166 già inviati a Gaza.

 

Il nostro obiettivo non è creare l’evento plastico dell’Europeo che porta aiuti, quanto piuttosto mettere i Palestinesi nelle condizioni di aiutare se stessi.

 

Il metodo internazionalista inoltre schiude le porte ad un altro fenomeno: quello del giornalismo popolare, quello della comunicazione orizzontale, oggi possibile come mai grazie alla diffusione di internet e dei social. 

 

Dal 7 ottobre ad oggi sono 240 i giornalisti uccisi a Gaza perché la verità non circoli, è vero ed è abominevole. Ma sul campo sono rimasti quasi 2 milioni di cittadini palestinesi, i quali non hanno meno cose da raccontare. E raccogliere la loro voce sarà ciò che cercheremo di fare.

 

“Una giornata a Gaza”

https://www.youtube.com/watch?v=2kDDCHQvZ44&t=39s

 

“Pentoloni per Gaza”

https://www.youtube.com/watch?v=yoOuewWBCH8

 

“Donne di Gaza”:

https://youtu.be/O3d8EkCdXJQ

 

“Lenticchie e acqua fresca per le retrovie di Gaza”

https://www.youtube.com/watch?v=YGHGmcSnM5k

 

Il promo di Radio Gaza: 

https://www.youtube.com/watch?v=xI_NM5QVBBg

 

Per le donazioni: https://paypal.me/apocalissegaza

Data articolo: Thu, 28 Aug 2025 14:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Alberto Bradanini - Le menzogne fabbricate dalla CIA sono come i rotoli di carta igienica

 

di Alberto Bradanini*

27 agosto 2025

 

Le menzogne fabbricate a tavolino dagli agenti della Cia e fatte digerire dai governi sottomessi, come quello australiano in questo caso, sono come i rotoli di carta igienica, non finiscono mai.

La comunità internazionale non conoscerà mai la pace se il pianeta (ma il compito spetta soprattutto al popolo statunitense, anch’esso oppresso e vilipeso come tutti) non riuscirà a liberarsi di quel tumore metastatizzato rappresentato dalle 17 agenzie americane d’intelligence[1], così chiamate, sebbene si tratti di organizzazioni di stampo mafioso che operano nell’ombra con l’incarico di organizzare omicidi, massacri, rivolte e conflitti armati, a beneficio dell’impero egemone, nei quattro angoli del mondo.

Tra i tanti misfatti e menzogne che la cronaca funesta ci rimbalza ogni giorno (i crimini più riprovevoli commessi da lorsignori restano sepolti per sempre, a tutela delle nefandezze di quella meraviglia di democrazia chiamata Stati Uniti d’America!) la penna coraggiosa dell’australiana Caitlin Johnstone[2] ci segnala oggi le accuse che il governo del suo paese, guidato dal laburista Anthony Albanese, ha mosso al governo iraniano, vale a dire aver orchestrare due attacchi antisemiti al fine di minare la coesione sociale in Australia e seminarvi la discordia: il 10 ottobre e 6 dicembre 2024, infatti, due incendi dolosi avevano danneggiato la sinagoga Adass Israel e la Lewis Continental Kitchen (senza provocare né morti, né feriti).

Per tale ragione, Canberra ha dichiarato l'ambasciatore iraniano persona non grata e inserito il Corpo Iraniano dei Guardiani della Rivoluzione (CIGR) tra i gruppi terroristici. Albanese ha affermato che l'Iran avrebbe fatto uso di una complessa rete di agenti locali, secondo l'agenzia d’intelligence ASIO[3], nota per la sua elevata attendibilità (ci mancherebbe altro!), simile a quella di alto contenuto morale del criminale B. Netanyahu, quando si dilunga sulle meraviglie che il suo esercito di squilibrati riserva agli abitanti di Gaza.

Come di consueto nei paesi della galassia coloniale americana (Europa, propaggini asiatiche, Giappone e Corea del Sud, e anglosfera, tra cui il paese in questione) a sostegno di tali insinuazioni non è stato fornito nemmeno uno straccio di prova, forse nella presunzione che dopo l’upgrading di credibilità raggiunto dalle agenzie di intelligence del cosiddetto mondo libero con l’invasione dell'Iraq, la richiesta di produrre evidenze a sostegno di accuse infamanti deve considerarsi un insulto alla reputazione di cotante angeliche confraternite.

La stampa di Murdoch afferma che si tratta di una rivelazione bomba, in sostanza di un fatto accertato, mentre l'emittente pubblica ABC dichiara (tale Laura Tingle) che gli attacchi antisemiti iraniani mostrano che i tentacoli dell'IRGC hanno raggiunto persino l'Australia[4]. Ora, qualsiasi studente di scuola media inferiore capisce che chiamare rivelazione una mera affermazione costituisce un affronto alla logica oltre che un atto di corruzione morale, specie quando si ha a che fare con media, governi e politica internazionale. Di tutta evidenza, la pratica di digerire i rospi delle menzogne fabbricate da individui abbietti inibisce ogni capacità reattiva di popolazioni in via di decadimento cerebrale e di allontanamento da ogni residuo di resipiscenza morale.

Il governo israeliano - sembra incredibile ma si tratta proprio del governo israeliano, lo stesso che ha massacrato oltre 60.000 palestinesi (il numero reale è invero superiore a 150.000!), che ha provocato la morte per fame di migliaia di donne e bambini, i cui cecchini ogni giorno uccidono a Gaza giornalisti, medici e paramedici, operatori sociali e altri colpevoli sono di essere in vita, lo stesso governo guidato da criminali ricercati dalla giustizia internazionale – sì proprio quel governo lì, rivendica ora il merito di aver convinto Antony Albanese ad adottare le menzionate decisioni. B. Netanyahu in persona, con il suo sguardo nobilmente luciferino, aveva espresso nei giorni scorsi le sue rimostranze per l’inazione (fino a ieri) del governo di Canberra davanti ai crimini commessi dall’ambasciatore iraniano. Che svergognato!

Le domande che Caitlin Johnstone pone pubblicamente al figlio di un cittadino di Barletta (il padre di Albanese veniva da lì) sono le seguenti: dove sono le prove, perché non ci mostra le prove di quanto afferma? Quali sono i benefici che l'Iran raccoglierebbe organizzando attacchi contro la comunità ebraica d’Australia o minando la coesione sociale e seminare discordia in Australia (sic!)? Egregio Antony Albanese, potrebbe illustrarci, per gentile concessione al principio di logica, in quale misteriosa maniera i presunti atti antisemiti da parte di Teheran farebbero avanzare gli interessi iraniani più di quelli di qualche altro stato, quale ad esempio Israele (un nome che viene in mente così, un po’ a caso)? Sarebbe inoltre pregevole conoscere, se del caso, quali agenzie d’intelligence straniere abbiano prestato sostegno all'ASIO nel raccogliere le informazioni che proverebbero il coinvolgimento iraniano in questi eventi (a noi ne vengono in mente due, Cia e Mossad, ma qualcuno potrebbe aggiungervi l’Mi6. Infine, signor Primo Ministro, sarebbe mai possibile acquisire i nomi delle persone facenti parte della complessa rete di proxy che avrebbe portato a termini i due attacchi e che secondo l'ASIO sarebbero riconducibili a Teheran?

Di tutta evidenza, a queste domande nessun A. Albanese avrà il coraggio di rispondere con serietà. Non è un caso che a presentare le cosiddette prove contro il governo iraniano siano stati i servizi d’intelligence, che non sono tenuti a produrre alcuna prova, invece che la polizia o qualche giornalista investigativo (quest'ultima categoria, invero, in via di estinzione) che sarebbero tenuti a parlare con cognizione di causa.

Secondo alcuni, l’espulsione dell’ambasciatore iraniano abbia a che fare con le pressioni di Benjamin Netanyahu per far luce su tali incidenti antisemiti, o magari con la necessità di bilanciare la rabbia del popolo australiano contro le atrocità israeliane a Gaza, ma tale ipotesi non verrà di certo in mente al Primo Ministro in questione. Resta incomprensibile che mentre il capo della diplomazia iraniana a Canberra viene accusato senza prove di essere responsabile di due episodi dove non v’è stata alcuna vittima (nemmeno un graffio), si lasci però al suo posto l’ambasciatore di un governo il cui esercito di psicopatici sta portando a termine lo sterminio dei palestinesi, per di più davanti al mondo intero, crimini le cui evidenze riempiono ormai le sale dei tribunali della Via Lattea.

Egr. Antony Albanese, per rinfrescarsi la memoria, le suggerirei di passare in rassegna quel che succede ancora oggi in Palestina, Libano, Siria, l’attacco militare di Israele all’Iran (che ha fatto strame della Carta delle nazioni Unite), gli omicidi mirati di scienziati, di vertici militari, l’attacco all’ambasciata iraniana a Damasco (aprile 2024), le falsificazioni e omissioni della tragedia palestinese - che continuano da 80 anni! -, così plateali ché prenderli in considerazione anche solo per smentirli ci farebbe passare per deficienti. Il governo australiano, come del resto quelli delle colonie europee su altri fronti, deve essere convinto dell’idiozia congenita della maggioranza degli abitanti del suo paese, o di qualche particolare malattia mentale, disabilità intellettiva o alterazione di coscienza chimicamente indotta.

In conclusione, secondo la Macchina della Verità gli iraniani avrebbero orchestrato questi attacchi antisemiti contro i propri interessi per fare un favore a Israele, così come in Ucraina - mutatis mutandis - i russi avrebbero bombardato le centrali nucleari che controllano, fatto saltare in aria il gasdotto del Baltico di cui sono co-proprietari, sacrificato milioni di soldati al fronte, perso la guerra o quasi, mentre la loro economia starebbe andando in pezzi.

Ogniqualvolta il potere presenta affermazioni incendiarie prive di riscontro – e oggi ciò avviene più che mai, poiché il distacco dal popolo è ormai palpabile - occorre attenersi alla massima latina: quod gratis asseritur, gratis negatur, vale a dire ciò che è affermato senza prove deve essere respinto senza prove. Punto.

La corrotta oligarchia che ci domina sta perdendo pezzi, milioni di cittadini si stanno svegliando e non credono più a quanto sentono o leggono, ma cercano altrove la strada verso la verità, ciascuno come può, a tentoni o con chiarezza d’intenti.

Per finire, dunque, signori maggiordomi, sì proprio voi che indossate la livrea dei giorni di festa come una seconda pelle per meglio servire coloro che vi riempiono di denari, onori e carriere, fate ben attenzione. Quando l’oppressione sociale e il dispregio dell’etica della convivenza supera la soglia critica, anche un popolo assonnato trova il coraggio di reagire, in Australia, in Europa e ovunque. Sappiamo anche che non siete sprovveduti e tenete sguainate le spade. Anche noi, tuttavia, abbiamo lo sguardo fiero e gli occhi aperti.

[1] 1. Office of the Director of National Intelligence; 2. Central Intelligence Agency, Cia; 3. National Security Agency, Nsa; 4. Defense Intelligence Agency, Dia; 5. Federal Bureau of Investigation, Fbi; 6. Department of State – Bureau of Intelligence and Research; 7. Department of Homeland Security – Office of Intelligence and Analysis; 8. Drug Enforcement Administration – Office of National Security Intelligence; 9. Department of the Treasury – Office of Intelligence and Analysis; 10. Department of Energy – Office of Intelligence and Counterintelligence; 11. National Geospatial-Intelligence Agency; 12. National Reconnaissance Office; 13. Air Force Intelligence, Surveillance and Reconnaissance; 14. Army Military Intelligence; 15. Office of Naval Intelligence; 16. Marine Corps Intelligence; 17. Coast Guard Intelligence;

[2] https://www.youtube.com/watch?v=rxmRqZh90sU

[3] Australian Security Intelligence Organization 

[4] https://www.abc.net.au/news/2025-08-26/iran-antisemitic-attacks-asio-intelligence-anthony-albanese/105698844?utm_source=substack&utm_medium=email


* Ex-diplomatico. Già Ambasciatore d’Italia in Cina (2013-15), Coordinatore del Comitato Governativo Italia-Cina (2007-09), Console Generale d’Italia a Hong Kong (1996-98), Consigliere Commerciale all’Ambasciata d’Italia a Pechino (1991-96), Ambasciatore d’Italia a Teheran (2008-12), attualmente Presidente del Centro Studi sulla Cina Contemporanea (Reggio Emilia, Italia). Alberto Bradanini è autore di diversi saggi e libri, tra cui “Oltre la Grande Muraglia” (2018); “Cina, l’irresistibile ascesa” (2022) e “Lo sguardo di Nenni e le sfide della Cina”

 

Data articolo: Thu, 28 Aug 2025 08:00:00 GMT
OP-ED
Daniele Luttazzi - Soldatesse israeliane in pose provocanti: Ă sexwashing, bellezza


di Daniele Luttazzi - Fatto Quotidiano, nonc'èdiche 


Adesso che tutto il mondo ha aperto gli occhi sui crimini israeliani a Gaza e in Cisgiordania, e che le giustificazioni di circostanza da parte di Tel Aviv suscitano solo indignazione (ogni volta si rammaricano del crimine definendolo errore, e la volta dopo fanno peggio), mi chiedevo cosa si sarebbero inventati i cervelloni dell’hasbara per riuscire nel compito impossibile di riportare l’opinione pubblica dalla parte sionista. Ho trovato la risposta in un’inchiesta di MintPress: l’ultima tattica pare sia quella di disseminare i social di thirst trap, immagini di soldatesse Idf in pose sessualmente allusive. Gli account social di thirst trap Idf sono tacitamente autorizzati dal governo israeliano, hanno centinaia di migliaia di follower e devono convertire alla causa il pubblico maschile: difficile restare indignati, con un’erezione. Account come Idf Babes (t.ly/pQLpY), Hot Idf Girls (t.ly/98vqz) e Girls Defense (t.ly/4kYVS), su varie piattaforme, sessualizzano le soldatesse israeliane in maniera esplicita.

Tutte avvenenti, sembrano reduci da uno shooting di Playboy, non da un genocidio in corso. Un format ricorrente mostra due foto della stessa ragazza, una in bikini con le poppe in bella mostra, l’altra in uniforme da combattimento: t.ly/ZjWhv. Le didascalie trasformano le soldatesse in eroine (la conturbante Agam è chiamata “leonessa”) e fanno propaganda: “La caporale Dana si è imbattuta in un carro armato siriano T-34/85 sulle nostre Alture del Golan” (come se le Alture del Golan fossero israeliane, e non territorio siriano occupato illegalmente dal 1968). In un altro format, le soldatesse, perfettamente truccate, cantano in playback e ballano ammiccando: t.ly/7A3fot.ly/HWF49. Frequenti anche i selfie in piscina: t.ly/EoMLHt.ly/0QVz7. All’effetto persuasivo contribuisce l’aggiunta del grado militare al nome delle ragazze in bikini. Qui la sergente Rony si gode la vita sulla spiaggia di qualche posto esotico: t.ly/lWKAE. Non manca lo humour pruriginoso. In questo video, una soldatessa in uniforme sta sparando distesa a terra a gambe larghe e culo in su, mentre la didascalia domanda: “Ragazze con armi: sì o no?” (t.ly/7Et43). Molte, infine, le foto di bellissime soldatesse in uniforme, un classico della propaganda di reclutamento: t.ly/sDMNe.

Le didascalie sono spesso sessiste (“Date un voto da 1 a 10 a questa foto di Nati”: t.ly/gUxd8), ma il sessismo è il problema minore, in questo contesto: Israele strumentalizza l’erotico per ripulire la propria reputazione criminale (sexwashing). La cosa non è sfuggita ai commentatori più avvertiti. Lujain: “Meno 10.000 punti per la foto porno sionista che cerca di rendere sexy il furto territoriale e il genocidio a Gaza”. Alcune soldatesse israeliane hanno un proprio account di sexwashing. La più famosa è Natalia Fadeev, alias Gun Waifu (t.ly/pjn2c). Aveva quasi 2 milioni e mezzo di follower su TikTok, prima che il suo account fosse sospeso; ancora attivi quelli su X e Instagram, dove pubblica foto e video sexy di propaganda smaccata: “Guardami negli occhi, pensi davvero che io possa commettere crimini di guerra?”, “Paramedici israeliani che curano un’anziana donna a Gaza. Non stravolgiamo la verità: questo non è genocidio!”, “Buttate bombe, non cibo”, “Il mio unico crimine è essere carina”. E se a questo punto avete il pisello in mano, attenzione: la sega vi renderà complici di Bibi. Oh, non dubito che ci sarà pure chi si farà la pippa proprio per questo: basta leggere il Krafft-Ebing per conoscere certi abissi dell’animo umano. Fra i quali c’è la necrofilia: e così le foto di soldatesse israeliane in pose provocanti sono usate anche per i loro necrologi. Quello di Karin Vernikov, uccisa il 7 ottobre, è diventato subito virale: t.ly/m7JGn.

Data articolo: Thu, 28 Aug 2025 08:00:00 GMT
OP-ED
Colonizzazione, disumanizzazione e responsabilitĂ : il paradosso storico di Gaza


di Alessandra Ciattini - Futura società

Certamente i palestinesi non sono responsabili dello sterminio degli ebrei e, pertanto, non può essere invocato contro di loro. D’altra parte, stiamo assistendo ogni giorno al massacro dei palestinesi, ridotti ormai a dei cadaveri viventi, i cui figli malnutriti se non moriranno non si riprenderanno mai. Eppure, si insiste nel negare la parola genocidio, nonostante le esplicite dichiarazioni dei leader israeliani che intendono fare di Gaza tabula rasa. Per un paradosso storico gli stessi poteri che non mossero un dito per salvare gli ebrei dai campi di sterminio, cui sfuggirono pochi fortunati, stanno ora collaborando con Israele nel massacro dei palestinesi.

Molto rumore e scandalo suscitarono, vari anni fa, le dichiarazioni rilasciate in differenti occasioni dall’allora presidente dell’Iran, Mahmud Ahmadinejad, in particolare quando, invitato a tenere una conferenza alla Columbia University di New York nel 2007, affermò che a suo parere si dovrebbe ancora indagare sull’olocausto degli ebrei avvenuto durante la Seconda Guerra mondiale. Traggo questa informazione da un articolo di Shlomo Shamir pubblicato da Haretz il 25 settembre 2007. Naturalmente, questa sua affermazione suscitò molte proteste negative tra i presenti e il presidente dell’università, Lee Bollinger, intervenne definendo il presidente un “dittatore meschino e crudele”. A quella considerazione Ahmadinejad avrebbe aggiunto, che lo Stato sionista (avrebbe sempre usato questa espressione) ha sempre utilizzato le sofferenze subite per giustificare le sofferenze inflitte ai palestinesi, chiedendosi perché questi ultimi debbono pagare il prezzo di un crimine che non hanno commesso né potevano commettere?

Mi rendo conto che si tratta di un argomento molto delicato e complesso e che certo nessuno può negare l’olocausto che, tuttavia, come sappiamo, non riguardò solo gli ebrei, ma anche altri gruppi etnici (rom, slavi etc.), invalidi, dissidenti politici, etc. D’altra parte, scorrendo anche la stampa dell’epoca, non è facile stabilire cosa intendesse dire effettivamente Mahmoud Ahmadinejad in tutte quelle occasioni in cui fu invitato a parlare in Occidente. Bisognerebbe avere la versione originale dei suoi discorsi, i cui contenuti sono stati, probabilmente, manipolati da chi li riportava allo scopo di demonizzare l’Iran. Comunque, alla Columbia University alla domanda se auspicava la distruzione di Israele rispose: “Siamo amici del popolo ebraico, ci sono molti ebrei in Iran, che vivono in pace e sicurezza”, ribadendo che l’Iran ha solo l’intenzione di difendersi e non di aggredire. Aggiunse poi che, a suo parere, il conflitto israelo-palestinese potrebbe essere risolto solo consentendo al “popolo della Palestina” – ebrei, musulmani e cristiani – di decidere il proprio destino, probabilmente riferendosi a un ipotetico referendum che avrebbe dovuto essere celebrato dopo la famosa risoluzione dell’Assemblea delle Nazioni Unite del 29 novembre 1947, numero 181. Come è noto, essa prevedeva l’assegnazione del 56,47 % del territorio a 500.000 ebrei e 325.000 arabi (poi divenuti arabi israeliani), il 43,53 % del territorio a 807.000 arabi e a 10.000 ebrei e lo status internazionale di Gerusalemme. Come sappiamo, ottenuta con minacce e pressioni sui membri dell’Assemblea, essa non fu mai pienamente attuata e di fatto dette il via alla costituzione del solo Stato di Israele che, in base alla sua legge nazionale, è definito lo Stato-nazione degli ebrei, escludendo così dalla nuova comunità e dai diritti elementari i non ebrei, in un certo senso dando ragione al presidente dell’Iran che lo definì appunto Stato sionista.

Molto si è discusso e ancora si discute sulla legalità di quella risoluzione, messa in questione dagli stessi sionisti che, tramite le parole di Menachem Begin, comandante dell’Irgun (Wikipedia lo definisce gruppo paramilitare terroristico), divenuto poi primo ministro, affermarono: “La divisione della Palestina è illegale. Non sarà mai riconosciuta. La Grande Israele sarà ristabilita per il popolo di Israele. Tutta. E per sempre”. Da parte loro, gli arabi sostennero non a torto che la risoluzione dell’Assemblea non era vincolante e che violava il diritto all’autodeterminazione dei popoli, riconosciuto dalla stessa Carta fondativa dell’Onu. Le parole di Begin ci fanno concludere che non gli ebrei, ma i sionisti erano del tutto convinti che si sarebbero dovuti sterminare o deportare i palestinesi e si sarebbe dovuta impedire la formazione di una loro qualsiasi formazione politica autonoma. Progetto – oggi non si può negare – che Israele sta portando a termine con tutti i suoi mezzi e con tutta la sua ferocia, con l’appoggio del blocco euroatlantico e la sostanziale indifferenza dei Paesi arabi, con l’esclusione dello Yemen. Solo recentemente e per ragioni elettoralistiche e opportunistiche, dinanzi al quotidiano genocidio dei palestinesi, alcuni Paesi del blocco hanno cominciato a chiedere timidamente il riconoscimento di uno Stato palestinese, ora che non avrebbe nessun senso, essendo ormai evidente a tutti che il sionismo, un’autentica forma di razzismo, sostenuto dalle ambizioni imperialistiche Usa, costituisce l’unico ostacolo alla pacifica convivenza tra i popoli nel Medio Oriente. Razzismo inerente a tutte quelle concezioni che rimandano all’esistenza di un’essenza pura dei popoli, sia essa materiale o spirituale, ignorando che questi ultimi sono una creazione artificiale, frutto di complessi processi storici, tanto che Massimo d’Azeglio, senatore del Regno d’Italia, dopo la realizzazione dell’unità nazionale (1861), dichiarò in una frase famosa: “Fatta l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani”. E sappiamo che non fu un fenomeno pacifico.

L’affermazione di Begin qui citata non costituisce un unicum; recentemente il ministro degli esteri israeliano Gideon Saar ha ripetuto: “non sarà mai creato uno Stato palestinese; l’offensiva contro Gaza non terminerà fino a che Hamas sarà al potere, non ci piegheremo a nessuna pressione”. Il suo contenuto distruttivo e aggressivo è stato esplicitamente ripetuto in altre forme tantissime volte da politici e militari israeliani e nei nostri civili Paesi non ha provocato tanto scandalo come le parole dell’ex presidente dell’Iran, giacché è stato giustificato con “la necessità di Israele di difendersi”. Dello stesso tono sono le recenti dichiarazioni del ministro israeliano Amihai Ben-Eliyahu (24 luglio) “Tutta Gaza sarà ebraica… il governo sta spingendo affinché Gaza venga cancellata. Grazie a Dio, stiamo estirpando questo male e stiamo scacciando la popolazione che si è istruita sul Mein Kampf”. Queste parole non hanno fatto cambiare opinione a chi si rifiuta di impiegare la parola “genocidio” nel caso del brutale comportamento israeliano.

Salta agli occhi che queste dichiarazioni sono fondate sulla disumanizzazione degli avversari (i palestinesi sono animali o intrinsecamente criminali), meccanismo retorico presente in tutte le aggressioni coloniali e che come conseguenza provoca un paradossale ribaltamento descritto assai bene dall’autore di Discorso sul colonialismo (1955), Aimé Césaire, politico e poeta francese di origine caraibica. Questi scrive: “la colonizzazione… disumanizza anche l’uomo più civilizzato… l’azione coloniale, l’impresa coloniale, la conquista fondata sul disprezzo dell’uomo indigeno, e giustificata da questo disprezzo, tende, inevitabilmente a modificare colui che la intraprende. Il colonizzatore, per salvare la sua propria coscienza, si abitua a vedere nell’altro la bestia, si allena a trattarlo da bestia, e tende lui stesso a trasformarsi obbiettivamente in bestia”. Ma l’analisi di Césaire, che può non piacere a certuni, non si ferma qui: egli mette in evidenza altri due aspetti della civiltà coloniale europea. Individua il primo nell’atteggiamento contraddittorio che essa ha verso i suoi stessi valori (libertà, uguaglianza, fraternità): li identifica con la sua stessa essenza, per violarli costantemente quando sono in contraddizione con i suoi interessi. Ragione per cui, a suo parere, si tratta di una civiltà moribonda e decadente, proprio per il fatto che non prende sul serio i suoi stessi principi. Da queste e altre considerazioni l’autore francese giunge alla sconcertante conclusione secondo la quale il carattere barbarico della civiltà europea sarebbe profondamente radicato nella sua anima umanista e cristiana. Infatti, nella sua opinione il borghese umanista e cristiano del XX secolo “… porta dentro di sé un Hitler, nascosto, rimosso”, al quale non perdona, come dovrebbe, “… il crimine in sé, il crimine contro l’uomo, ma il crimine contro l’uomo bianco, e il fatto di aver applicato all’Europa quei procedimenti colonialisti che sino ad allora erano riservati esclusivamente agli arabi di Algeria, ai coolie dell’India e ai neri dell’Africa” (2010: 49).

In definitiva, secondo il nostro autore, simpatizzante anche del surrealismo, ciò che ha suscitato orrore nei cuori degli europei è il fatto che alcuni di loro sono stati trattati come le potenze coloniali hanno sempre trattato i popoli sottomessi e conquistati, fatto giustificato per secoli dal mito della superiorità bianca e da quello della missione civilizzatrice assegnata da Dio alle cosiddette civiltà superiori, in realtà con l’opposizione di alcune menti lucide.

Tornando al presidente dell’Iran e alla sua affermazione sul fatto che i palestinesi stanno pagando per un delitto non commesso, è utile riflettere sulle responsabilità dell’olocausto non scaricabili del tutto sul governo nazista della Germania che, certamente, ne fu il massimo esecutore, ma che aveva alle spalle la lunghissima tradizione cristiana demonizzante il “popolo deicida”. A questo proposito è interessante un bellissimo film del regista greco Costa-Gravas del 2002 intitolato Amen (in ebraico “così sia”). In questa opera si racconta la storia di Kurt Gerstein, appartenente all’Istituto di Igiene delle Waffen-SS e personaggio storico realmente esistito, il quale scopre che nei campi di concentramento veniva utilizzato lo Zyklon B, un gas contenente acido prussico usato prima in via sperimentale per uccidere dei soldati sovietici e poi sistematicamente per sterminare gli ebrei e gli altri internati. Gerstein era un chimico e aveva impiegato questo veleno per depurare dai parassiti l’acqua destinata ai soldati tedeschi. Fra il 1942 e il 1945, questi, un uomo profondamente religioso, cercò di mettersi in contatto con i diplomatici dei governi alleati presenti in Svizzera, chiedendo che i loro eserciti bombardassero i binari dei treni con cui gli ebrei venivano deportati; con l’aiuto di un giovane gesuita, figura di fantasia, tenta anche di giungere a Pio XII, sollecitando un suo intervento, ma purtroppo resta inascoltato. Pertanto, si tratta di una storia in parte vera, narrata nel libro Il Vicario di Rolf Hochhuth, pubblicato nel 1963, cui si è ispirato Costa-Gravas per il suo film, documentata da Gerstein in un rapporto sugli eventi, da lui affidato ai militari alleati che lo catturarono. Fu trovato morto impiccato nella sua cella e non è stato mai chiarito se questo nazista pentito si fosse suicidato o fosse stato ucciso da altri membri delle SS che intendevano vendicarsi del suo tradimento.

In conclusione, raccontando questa tragica storia, il regista greco vuole mettere in luce le complicità che resero possibile l’esistenza dei campi di sterminio, fatto storico documentato anche da molti studiosi che hanno delineato le responsabilità del Vaticano e dei governi alleati, in particolare quello degli Usa, che dopo la guerra si apprestò a sabotare l’epurazione dei capi nazisti e fascisti responsabili di orribili crimini nei vari Paesi. Mi limito a ricordare il libro di Annie Lacroix Riz, La non-épuration en France. De 1943 aux années 1950 (2019), nel quale l’autrice sostiene la tesi che ad Algeri, dove risiedeva il Comitato francese di liberazione nazionale, Usa e Francia (De Gaulle) avevano concordato di impedire l’epurazione delle élite nazi-fasciste e di reintegrarle nella vita politica dopo la fine della guerra in funzione antisovietica. Fatto che si ripeté anche in Italia grazie all’interpretazione estesa della cosiddetta amnistia promulgata dal Palmiro Togliatti, per breve tempo ministro della Giustizia nel dopoguerra. Da non dimenticare, poi, che le grandi industrie Usa mantennero tutte le loro filiali nella Germania nazista e ricevevano i ricavati attraverso banche svizzere che gestivano anche l’oro sottratto agli ebrei e agli altri condannati.

Questa breve ricostruzione storica ci consente di fare un parallelismo tra i due olocausti-genocidi, purtroppo non certo gli unici che hanno puntellato la storia: in entrambi i casi troviamo che i complici sono gli stessi (con l’esclusione del Vaticano); infatti, il blocco degli Alleati, insensibili a ciò che stava avvenendo in Germania e nei Paesi da essa conquistati, corrisponde a tutti quei Paesi che hanno sostenuto le “ragioni” di Israele e lo hanno armato. Peggiore è il caso dell’Italia che aveva stretto il Patto d’acciaio con Germania e Giappone, e che fece sua la politica di sterminio degli ebrei. Quanto a Israele, l’Italia ha sempre mantenuto buone relazioni con lo Stato sionista, con cui intrattiene scambi economici e commerciali; in particolare, è stato recentemente approvato un nuovo decreto di cooperazione militare con lo Stato sionista, che stabilisce, tra l’altro, l’acquisto da parte del nostro Paese di sistemi di spionaggio.

Questa corrispondenza dovrebbe colpirci? No, perché è frutto dell’atteggiamento indifferente e al tempo stesso spietato verso quei gruppi che non sono strategicamente importanti sullo scenario internazionale. Ma bisogna fare una distinzione, dato che 110.000 ebrei, nonostante le restrizioni imposte dalle leggi Usa, emigrarono tra gli anni 1933-1940 in quel Paese grazie ad appoggi e a una migliore situazione finanziaria. Lì alcuni di essi entrarono a far parte dell’élite dominante, economica, finanziaria, culturale, cui si erano già integrati sin dalle migrazioni precedenti. Lo stesso avvenne a quelli ebrei che furono in grado di comprare merci tedesche da portare con sé insieme ai propri oggetti personali in Palestina sotto mandato britannico. Questi ultimi dovevano stanziare 5.000 dollari (valore 1939), cui il 39% era destinato alla nuova comunità, mentre il 41% restava di loro proprietà. Con questo patto (Haavara = trasferimento), criticato da molti sionisti che lo considerarono un tradimento, più di 60.000 ebrei emigrarono in Palestina, alterando gli equilibri demografici di quella disgraziata terra.

Questi accordi, che erano risultato di un patto tra il regime nazista e la Federazione ebraica sionista e durarono tra il 1933 e il 1939, erano gestiti dalla Banca anglo-palestinese. Essi e i tragici eventi successivi costituirono il congegno che fece scattare un altro meccanismo, di cui ci parla Primo Levi: “Ognuno è l’ebreo di qualcuno. Oggi i palestinesi sono gli ebrei di Israele”.

*Articolo pubblicato su gentile concessione dell'Autrice. Fonte originale: https://futurasocieta.org/internazionale/i-palestinesi-non-sono-responsabili-dello-stermino-degli-ebrei-perche-ne-pagano-la-colpa/

Data articolo: Thu, 28 Aug 2025 08:00:00 GMT
OP-ED
Pepe Escobar - Il Narciso che crede di essere Teseo

 

di Pepe Escobar Strategic Culture

[Traduzione a cura di: Nora Hoppe]

 

L'eccezionale analisi di Alastair Crooke di Trump nel contesto del mito come geopolitica ci ha lasciato molto su cui riflettere. Non c'è scampo dalla “straordinaria capacità di Trump di dominare il discorso” a livello globale, così come dalla sua capacità di “piegare le persone alla sua volontà” – e quindi gettare scompiglio sulla scacchiera geopolitica.

Alastair sottolinea come Trump stia abilmente “utilizzando immagini mitiche” – in realtà archetipi rozzi – per impressionare sempre la sua narrazione. L'unica narrazione.

Tuttavia, Trump potrebbe non essere del tutto dionisiaco, se paragonato all'apollineo Putin; è più simile più a un Narciso annegato (in una pozza della sua stessa creazione). E quando si tratta di iconografia pop, certamente non è il Padrino del Soul James Brown; è più simile ai Village People – che erano essi stessi una parodia.

L'aspetto più inquietante del Mito Self-made di Trump è la presa che quel culto della morte in Asia occidentale esercita sulla sua immaginazione. L'assoluta normalizzazione del genocidio da parte di Trump ha reso complice l'intera civiltà – Wild – West. Alastair ci ricorda ancora una volta che "la brama di sangue a Gaza", risvegliata dalla Torah, sta spingendo lo "sionismo messianico ed estremo" fino alla "barbarie". È qui che siamo arrivati – con una Licenza di Uccidere fornita da un dio feroce e intollerante: Yahweh.

Molto al di sotto delle sfere mitiche in cui Trump non ha paura di camminare, i mascalzoni che si spacciano per l'“élite” politica europea hanno creato un altro mito: Putin come un “cannibale che ha bisogno di mangiare” (copyright Le Petit Roi). Lui è “La Bestia alla Porta”, con la Russia inquadrata come anti-Europa e anti-Occidente, una minaccia esistenziale: Putin e la Russia si sono trasformati nell'Anticristo.

Beh, questi nani intellettuali ovviamente non sanno che fu l'Impero Bizantino a sopravvivere all'Impero Romano in Occidente per non meno di mille anni. Bisanzio resistette a tutto: Goti, Avari, Arabi, Bulgari – finché non riuscirono a resistere agli Ottomani. Ciononostante riuscirono a evangelizzare i Bulgari e la Russia di Kiev e fornirono persino un modello di Stato agli Ottomani.

Se tracciamo una linea da Danzica a Trieste, passando per Vienna, possiamo verificare come l'Europa occidentale in epoca medievale fosse di fatto “protetta” dai periodici assalti nomadi (l'eccezione sono le pianure ungheresi, ultima tappa delle ondate nomadi provenienti dall'Asia).

E questo spiega perché l’Europa non sa quasi nulla della Russia, dell’Asia centrale, dell’Eurasia e dirla tutta del Heartland. L’Europa non ha mai dovuto affrontare il dominio mongolo o ottomano. Potrebbero aver imparato una o due cose – dalla Pax Mongolica e dall'inclusività ottomana. E ciò potrebbe anche aver domato il loro complesso di superiorità – civilizzazionale – scaturito da un splendido isolamento.

 

Amo un uomo in uniforme

Un orribile filo di Arianna collega le attuali, orrendamente mediocri élite politiche europee – aspiranti mini-Minotauri persi nel loro stesso labirinto. Il cancelliere BlackRock in Germania proviene dalla zona di occupazione britannica della Germania, nipote di un nazista. I nazisti furono rafforzati con successo dalla Gran Bretagna per posizionare la Germania come suo rappresentante in una guerra perpetua contro la Russia.

Anche la raccapricciante Medusa Tossica di Bruxelles proviene dalla zona di occupazione britannica della Germania: una famiglia aristocratica con origini naziste. Suo marito “nobile” è ancora peggio, discende da criminali di guerra.

Le Petit Roi in Francia, universalmente disprezzato, è un umile messaggero della Banque Rothschild, finanziatore di re e regine britannici fin dal XVIII secolo.

L'Intermarium – Polonia, i nani baltici, Ucraina – ha sempre avuto governi gestiti e controllati dalla Gran Bretagna.

Per quanto riguarda l'opposizione alla guerra contro la Russia in Romania, è stata respinta.

In sintesi, i britannici sono impegnati in una Guerra Totale contro la Russia, sotto steroidi, per poter afferrare il Grande Premio, senza ostacoli: il controllo totale dell'Europa, o sprezzantemente, dei "continentali". I loro pianificatori imperiali/feudali dalla mentalità settecentesca guardano ben oltre l'Ucraina tronca, verso una Guerra Eterna per indebolire e rafforzare il loro controllo totale su un'Europa scombussolata.

L'unica contropotenza proviene dagli Stati dell'ex impero austro-ungarico, più la Serbia: loro rifiutano questa Guerra Eterna, che inevitabilmente distruggerà l'Europa per la terza volta in poco più di un secolo. La loro urgente necessità è quella di agire insieme e formare una coalizione contro una nuova Guerra Balcanica.

L'assurdità attuale diffusa dal fronte delle Guerre Eterne è che le truppe europee devono essere inviate in Ucraina prima del tanto pubblicizzato cessate il fuoco, e non dopo, quindi l'anticristo Putin è tenuto “sotto pressione” per, beh, capitolare mentre sta vincendo.

Traduzione: gli europei non vogliono una forza di mantenimento della pace. Vogliono una forza di deterrenza in grado di avanzare ogni volta che lo ritengono opportuno – come in una falsa bandiera che dimostri che i malvagi russi hanno rotto la tregua.

Questa stupidità si rispecchia nel “pensiero” europeo – come, ad esempio, l’Istituto dell’Unione Europea per gli Studi sulla Sicurezza (EUISS) che pubblica un nuovo manuale strategico con proposte per la “privazione di potere” della Russia.

L'EUISS si atteggia a esperto analitico della “guerra ibrida” russa: è patetico, perché la Guerra Ibrida è un concetto americano. Tuttavia, l’EUISS va in rovina stabilendo l’egemonia su cinque latitudini strategicamente importanti: Cina, Asia–Pacifico, Mediterraneo meridionale, Europa sudorientale e Africa sub-sahariana. Tirando le somme: sempre la solita minestra riscaldata. La NATO fa il Robocop Globale, ma strafatta.

 

Apollo contro Dioniso, remixato

Alastair sostiene che Putin, al vertice di Anchorage, “ha compreso la psicologia di Trump”. Trump “sembra riconoscere Putin come un membro del pantheon dei presunti leader mitici”. Ancora una volta, la distanza tra l'apollineo Putin e il non proprio dionisiaco Trump dovrebbe essere l'equivalente tra Timur e un anonimo lottatore di MMA.

È aperto a vaste speculazioni se Trump in Alaska avrebbe potuto accettare con Putin di invertire il pianificato furto di beni esteri russi da parte dell’UE – e costringere invece i fondi a essere investiti negli Stati Uniti. Questo sì che sarebbe un territorio privilegiato “offerta che non puoi rifiutare”.

Finora, quello che sappiamo per certo è che Steve Witkoff – quel Bismarck immobiliare – non ha capito nulla di ciò che ha sentito direttamente da Putin, preparando il terreno per l’Alaska.

Witkoff ha fatto il giro delle reti televisive statunitensi, blaterando che il 15 agosto Putin aveva invertito la sua linea rossa definitiva: Niente NATO per l'Ucraina. E sembra che Trump abbia seguito le massicce fake news dell'immobiliare Bismarck – mentre lo stesso Witkoff ha fatto girare che i russi hanno fatto concessioni "quasi immediatamente" in Alaska.

Beh, Witkoff deve aver fumato qualcosa. Oppure no. Perché il suo espediente “perso nella traduzione” in realtà ha condizionato l'intero spettacolo pacchiano successivo sulle “forze di pace”.

Quindi ora il Mitico Narciso afferma che l'Impero del Caos non invierà truppe in Ucraina, ma sosterrà una “garanzia di sicurezza”, presumibilmente con aerei spia (beh, li stanno già pilotando comunque) e “un backup” come nell'ISR, nella difesa aerea e nella copertura aerea. In pratica, non ci saranno garanzie imperiali “di sicurezza” per il vuoto nero ucraino. Ma il mito dell'ingresso di decine di migliaia di soldati UE/NATO in Ucraina persisterà.

La prossima settimana, il Forum Economico Orientale di Vladivostok prevede l'allettante possibilità che vengano discussi accordi tra Stati Uniti e Russia. Come nel caso della ExxonMobil, forse il ritorno al mega progetto del gas Sachalin-1 (ci sono già stati colloqui segreti con Rosneft); la vendita di attrezzature americane per progetti GNL alla Russia, tra cui l'Arctic LNG-2; e l'acquisto di rompighiaccio nucleari russi da parte degli Stati Uniti. Questo sì che è qualcosa da tenere d'occhio.

Nel frattempo, nessuna illusione a Mosca – come richiesto. Il Mitico Narciso, a seconda del suo umore di fronte al suo riflesso nella pozza, può in qualsiasi momento autorizzare Kiev a colpire Mosca e San Pietroburgo con missili a lungo raggio. E perché no? “Ho il diritto di fare TUTTO ciò che voglio – Sono il Presidente degli Stati Uniti.”

Narciso crede davvero di essere Teseo – che uccide tutti i Minotauri in vista, eppure è sempre incapace di lasciare il Labirinto. Non c'è da meravigliarsi se Mosca debba essere pronta, 24 ore su 24, a qualche tipo, qualsiasi tipo, di aggressione irrazionale.

Data articolo: Thu, 28 Aug 2025 06:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Venezuela, storie di bufale e cartelli
 

 

di Geraldina Colotti

 

La notizia è ormai nota: il mese scorso, Trump ha firmato una direttiva, ancora segreta, in cui dava istruzioni al Pentagono di usare la forza militare contro alcuni cartelli della droga che il suo governo ha classificato come organizzazioni terroristiche. Quasi in contemporanea, gli Usa hanno dichiarato che una di queste organizzazioni si chiama Cartel de los Soles, e che è capeggiata dal presidente venezuelano, Nicolás Maduro. Un presidente illegittimo, secondo gli Stati uniti che, per bocca del loro Segretario di Stato, il rabbioso anticomunista, Marco Rubio, hanno dichiarato di aver aumentato la “taglia” sulla sua testa fino a 50 milioni di dollari. Quella precedente – di 15 milioni – era stata decisa da Trump nel 2020, durante il suo primo mandato.

Una canagliata subito ripresa e enfatizzata dall'estrema destra venezuelana (che preme affinché Trump “faccia sul serio”), e dai giornali mainstream, che avallano l'accusa di “narco-stato” e il far-west trumpista, così come hanno avallato in precedenza il circo dell'”autoproclamazione” di un governo fittizio: per appropriarsi di un malloppo però assai reale come sono i beni del paese all'estero (per inciso, gli europei stanno facendo la stessa cosa con i fondi russi).  Mostrare evidenza del contrario, è come convincere un terrapiattista che la terra è rotonda. Il meccanismo delle fake-news è un circolo perverso che si alimenta da sé e occulta l'inesistenza di una fonte attendibile. È stato così fin dalla messa in moto di questa balla spaziale sul Cartel de los soles, con cui inizialmente uno dei principali giornali di opposizione ha calunniato in Venezuela il vicepresidente del PSUV, Diosdado Cabello, oggi ministro degli Interni e Pace.

 Nel libro La comunicación liberadora, che abbiamo pubblicato con l'Università internazionale della Comunicazione (LAUICOM), la giornalista e deputata, Tania Diaz, oggi rettrice dell'università, ha raccontato come sia stata una squadra di reporter ben collaudati a scoprire che quello “scoop” si basava su una falsa notizia di partenza: quella secondo cui era stata depositata presso un giudice di New York una presunta denuncia contro Diosdado in quanto capo del Cartel de los soles. Ma, intanto, come una pallina da ping pong, diversi grandi quotidiani internazionali avevano avallato la falsa notizia, incuranti delle smentite.

Otto anni dopo, i tribunali hanno riconosciuto le ragioni di Cabello e condannato il proprietario di El Nacional, Miguel Henrique Otero, a risarcire il danneggiato. Essendo nel frattempo Otero fuggito in Spagna, sono stati espropriati i locali del quotidiano, che Diosdado non ha tenuto per sé, ma ha devoluto al popolo, perché fossero la sede dell’università.

Ma una dittatura che controlla tutti i poteri perché impiega otto anni prima di avere ragione in tribunale? E in quale paese del mondo un “narcotrafficante” decide di non tenere per sé il frutto di un lauto risarcimento giudiziario ma di devolvere al popolo i locali affinché ne faccia un uso diverso da quello delle menzogne imperialiste? 

Va da sé che nessun giornale di quelli che hanno calunniato Diosdado Cabello ha consentito un diritto di replica, secondo i criteri mitici del “pluralismo dell'informazione”. Anzi, la menzogna è stata rimessa in circolo dopo qualche tempo come se niente fosse. Nel 2020, durante il primo governo Trump, ha fornito il pretesto per una prima “taglia” messa dal tycoon sulla testa del presidente venezuelano, Nicolas Maduro. E oggi serve da pretesto perché quella taglia venga portata da 15 milioni di dollari a 50 milioni, e perché si metta in moto una nuova minaccia contro il Venezuela.

E va da sé che nessun giornalista blasonato si soffermerà a indagare gli elementi reali che portano gli Usa a stabilire che Nicolas Maduro sia il capo del fantomatico Cartel de los soles. Un gruppo mafioso che non figura in nessuna delle informative, non certo imparziali, che provengono periodicamente dalle agenzie specializzate nella “lotta alla droga”.

Al riguardo, Gustavo Petro, presidente di un paese – la Colombia – dove il narcotraffico ha ancora un grosso peso sulla politica, ha dichiarato: “Il Cartel de los Soles non esiste, è un racconto usato dall'imperialismo per criminalizzare il Venezuela e attuare un intervento militare per controllarne le risorse; è la scusa fittizia dell'estrema destra per rovesciare i governi che non le obbediscono”. Un’invenzione a cui non credono né le Nazioni unite, né l’Unione europea, né la stessa Dea. Le agenzie che pubblicano regolarmente rapporti dettagliati sulle rotte del narcotraffico, i mercati e le dinamiche criminali globali indicano, anzi, che solo il 5% della droga tenta di transitare in Venezuela, e viene regolarmente sequestrata.

Quelle stesse agenzie, finanziate dagli Stati Uniti, di cui si serve Trump per organizzare un nuovo far west contro il Venezuela, dicono che l'Europa ha superato gli Usa come principale consumatore di cocaina negli ultimi vent'anni, diventando il nuovo "Eldorado". Sono sorte nuove rotte che attraversano l'Africa occidentale (Guinea-Bissau, Senegal, Sierra Leone, Ghana), trasformando questi paesi in hub per lo smistamento della droga verso l'Europa.

Per avere un'idea del business: un chilo di pasta di coca costa 300 dollari nella giungla e viene rivenduto a 60.000 euro in Europa. Questa nuova geografia del narcotraffico ha rafforzato le alleanze tra i cartelli latinoamericani e le mafie europee, come la 'ndrangheta e le organizzazioni albanesi, che si presentano come "network stabili". La droga è la base della "piramide del crimine" che finanzia altre attività illegali come il traffico di armi, la migrazione clandestina, il traffico di esseri umani e lo sfruttamento di risorse naturali.

Le rotte del narcotraffico si sono diversificate. La Colombia, la Bolivia e il Perù rimangono i principali paesi produttori, ma secondo i dati dell’Unodoc, i sequestri di droga in Europa hanno raggiunto livelli record, superando, appunto, quelli negli Stati uniti. I principali punti di ingresso marittimi sono i porti dei Paesi Bassi, del Belgio e della Spagna. Se la domanda europea è il vero motore, perché allora la discussione politica non si concentra su Rotterdam o Anversa, e sulle mafie europee?

La risposta è che questo richiederebbe di ammettere che il problema risiede all'interno delle stesse società capitaliste, che generano la disuguaglianza e la disperazione che alimentano sia la dipendenza che il crimine. La narrativa del "narco-stato" venezuelano apparirebbe allora come una tattica per nascondere la vera natura del conflitto: una lotta di classe tra l'imperialismo occidentale (che vuole il controllo delle risorse del Venezuela) e un governo che si oppone. Allo stesso tempo, la negligenza nel riconoscere il ruolo centrale del mercato europeo nel traffico di droga serve a nascondere le contraddizioni interne al capitalismo, che con la sua domanda di stupefacenti alimenta la stessa criminalità che poi condanna, ma solo quando è funzionale ai suoi interessi.

E qui il giornalista serio dovrebbe ricordare gli antecedenti. Nella storia, gli Stati uniti hanno più volte giustificato interventi militari o politiche di sanzioni contro altri paesi con il pretesto di combattere il narcotraffico. Questi interventi rientrano nella più ampia strategia della "Guerra alla droga".

L'esempio più noto è l'Operazione "Just Cause" (Giusta Causa), l'invasione di Panama condotta dall'amministrazione di George H. W. Bush. L'obiettivo dichiarato era l'arresto del dittatore panamense Manuel Noriega, accusato di traffico di droga, oltre che di proteggere i cittadini americani e di restaurare la democrazia. Noriega, ex informatore della CIA, era diventato scomodo per gli interessi nordamericani quando aveva mostrato qualche velleità nazionalista. Fu catturato e processato negli Stati uniti per narcotraffico.

Va ricordato anche il Plan Colombia, un programma di aiuti militari e finanziari avviato nel 2000 sotto l'amministrazione Clinton. L'obiettivo ufficiale era combattere i cartelli della droga e i gruppi guerriglieri come le FARC, considerati dagli Usa responsabili del traffico di cocaina. Un piano che ha militarizzato il conflitto, causato l'espulsione di contadini dalle loro terre e rafforzato le forze armate colombiane, responsabili di violazioni dei diritti umani. Un intervento che è servito a salvaguardare gli interessi geopolitici imperialisti e a proteggere i flussi di petrolio e altre risorse.

Occorre inoltre ricordare l'Iniziativa Mérida, lanciata nel 2007. Un accordo di cooperazione sulla sicurezza tra gli Stati uniti, il Messico e altri paesi del Centroamerica. Anche in questo caso, la giustificazione è stata la lotta contro i cartelli della droga. Il programma ha fornito miliardi di dollari in equipaggiamento militare e addestramento alle forze di sicurezza messicane. Nonostante l'enorme spesa, l'iniziativa ha incrementato l'aumento della violenza in Messico, mediante il riarmo e l'addestramento di gruppi militari e di polizia che sono stati a loro volta accusati di corruzione e di crimini contro i diritti umani.

Un giornalista serio dovrebbe anche ricostruire l’origine di questa favola, chi l’ha fatta circolare e perché, e chi l’ha alimentata con dichiarazioni fornite agli Stati uniti in cambio di benefici giudiziari: come l’ex capo dei servizi segreti venezuelani, Ugo Carvajal, poi passato nel campo di Guaidó e degli autoproclamati, secondo cui il Cartel de los soles avrebbe dovuto invadere gli Usa con la cocaina proveniente dal Venezuela.

Vale ricordare che il termine "Cartel de los Soles" (Cartello dei Soli) è apparso per la prima volta nel 1993. È stato coniato da due giornalisti venezuelani, Juan Carlos Issa e Rafael J. Poleo, durante un'inchiesta su due generali della Guardia Nazionale, Ramón Guillén Dávila e Orlando Hernández Villegas. Il nome deriva dalle insegne a forma di sole che i generali venezuelani di alto rango portano sulle loro uniformi, che sono diventate il simbolo di questa presunta rete di narcotraffico all'interno delle forze armate. Che periodo era il 1993?

Quello della Quarta repubblica. L'anno prima, il 4 febbraio, c'era stata la ribellione civico-militare dell'allora tenente colonnello Hugo Chávez Frías, anche contro la corruzione delle Forze Armate, la cui dottrina e pratica erano dettate da quelle nordamericane, e la cui corruzione era palese come lo era quella della società di allora.

Rafael J. Poleo, fondatore e direttore della rivista settimanale venezuelana Zeta, una delle più influenti voci di opposizione nel panorama mediatico del paese, ha poi trasferito a piè pari quella sua scoperta per fare il proprio gioco politico contro il chavismo e al servizio degli Stati uniti. Al contrario, dal 1998 e poi con l’approvazione della costituzione bolivariana del 1999, Chávez ha portato avanti una profonda riforma degli apparati militari, unificandoli in una unica Forza armata nazionale bolivariana (Fanb), ispirata all’esercito di tutto il popolo di Ho Chi Minh.

Quel popolo che, organizzato anche nella milizia popolare, in questi giorni sta nuovamente invadendo le strade, le piazze e le frontiere del Venezuela in una poderosa campagna di arruolamento (“Yo me alisto”), che promette di trasformare in un nuovo Vietnam un’eventuale invasione militare degli Stati uniti.

Per l’occasione, Maduro ha ripreso il discorso pronunciato da Cipriano Castro nel 1902, quando le potenze europee – in particolare Gran Bretagna, Germania e Italia – circondarono con un blocco navale il Venezuela per costringerlo a pagare il debito estero, ed egli si oppose, diventando un simbolo della difesa della sovranità e della dignità nazionale contro l’ingerenza straniera.

Certo, di fronte a un genocidio come quello in corso in Palestina – il più teletrasmesso della storia, ma anche il più occultato quanto a responsabilità e contesto in cui si è prodotto – far filtrare qualche elemento di verità giornalistica su altre cartine di tornasole esistenti nel mondo, può sembrare una fatica di Sisifo. Eppure, non si deve tacere: aprire anche solo una breccia nel muro di gomma che ci attanaglia, è un dovere prima di tutto nei confronti di quanti e quante hanno dato la vita per resistere e testimoniare.

L'uccisione di giornalisti a Gaza, il tentativo del regime occupante di bollarli come “terroristi” vuole essere anche un'uccisione simbolica. Il messaggio da imporre è chiaro: il “vero” giornalismo – il solo permesso e incensato – è quello che si dedica al killeraggio mediatico e ideologico, che è complice o che si gira dall'altra parte. È quello che abitua a credere che esista un'equivalenza possibile tra le “ragioni” di chi sfrutta e quelle di chi è sfruttato, e che sia possibile “riconciliarsi” col nemico senza rimuovere le cause dell'oppressione.

Che la guerra dei simboli sottenda uno scontro di concezioni, saldamente determinate dalla posizione nel conflitto di classe, ce lo dice oggi con arroganza la classe dominante: quando si erge a “razza padrona” intorno al neoeletto Trump, e poi umilia il blocco subalterno, vassallo e accondiscendente, come nel caso dei dazi e della Ue. E quando rivendica con sfacciataggine che “gli scarti” devono essere asserviti o eliminati, affinché possa sorgere un resort di lusso sulle macerie di Gaza.

Chi resiste a ogni genere di violazione e privazione, come Cuba, Venezuela, Nicaragua, va deriso, screditato, messo alla gogna, mediante l'imposizione di retoriche che rappresentano la quintessenza del “nemico” da annichilire: il “terrorista”, il “dittatore”, il “narcotrafficante”. Chi si azzarderebbe a difendere un simile “cattivo totale” in caso si decidesse di attaccarlo? Dopo aver visto centinaia di copertine che lo ritraggono in modo bieco, e centinaia di notizie che ne enfatizzano le presunte “malefatte”, si tirerebbe perfino un sospiro di sollievo.

I comunisti, non mangiavano i bambini? Che poi il gendarme dell'Occidente i bambini li affami davvero e li utilizzi come bersagli, in Palestina, non basta a catalogarlo come “terrorista”: terroristi sono quelli che gli si oppongono, che resistono all'ecatombe dell'umanità che abbiamo sotto gli occhi.

Data articolo: Wed, 27 Aug 2025 14:00:00 GMT
OP-ED
Marco Travaglio - Quanti bei democratici


di Marco Travaglio - Fatto Quotidiano, 26 agosto 2025

Che il Dio in cui non crede ci conservi Woody Allen. In poche e disarmanti parole, il grande umorista-attore-regista spiega perché ha accettato di collegarsi con l’International Film Week di Mosca, scatenando le solite reazioni isteriche del regime ucraino e dei suoi servi sciocchi: “Sulla guerra in Ucraina credo che Putin abbia totalmente torto. La guerra che ha causato è tremenda. Ma, qualunque cosa abbiano fatto i politici, interrompere il dibattito artistico e culturale non è mai un buon modo di aiutare”. Lo spartiacque fra civiltà liberale e illiberale è tutto qui. E il fatto che l’Ucraina continui a cancellare la cultura russa e a spingere gli alleati a bandire tutto ciò che è russo – dando pure lezioni al Papa per la Via Crucis – la dice lunga su quanto resti lontana dalla democrazia. Senza contare la ridicolaggine di un “comico” che suonava il pianoforte col pisello e insegna a vivere a un genio come Allen. Il guaio è che non solo i neofiti ucraini, ma anche l’Europa che la democrazia liberale l’ha inventata si sta scordando cosa sia: più combattiamo l’autocrazia, più le somigliamo. Basta che Woody parli di cinema al festival del cinema russo perché Repubblica lo degradi a “vecchio intellettuale nevrotico newyorkese” che ha “scelto di chiudere gli occhi sulle atrocità russe” e il Corriere a “impresentabile” come “Depardieu con accuse di molestie e cittadinanza russa” (Allen per molestie è stato assolto, ma fa niente).

La cosiddetta Ue, con grave sprezzo del ridicolo, scopre che l’ennesimo bombardamento israeliano su un ospedale e poi sui soccorsi e i cronisti è “inaccettabile”: “troppe vittime innocenti”, riesce a dire la Metsola, come se le prime 60-70 mila fossero poche o colpevoli. Ma le sanzioni a Israele stanno sempre a zero: sono tutti troppo impegnati a escogitare il 19° pacchetto contro la Russia, sempreché trovino qualcosa non ancora sanzionato. In compenso la Mostra di Venezia è inaccessibile a un attore scozzese che nel 2018 partecipò a una raccolta- fondi Usa per i soldati di Israele e a un’attrice israeliana che nel 2005 fece il servizio militare (obbligatorio), quindi sono “complici del genocidio”. Così Netanyahu impara, tiè. Mauro Berruto, deputato Pd, fa ancora meglio: vuole “escludere gli atleti israeliani da tutte le competizioni internazionali”. Non Tizio e Caio che magari han detto qualcosa di sbagliato, ma tutti (come i russi e i bielorussi cacciati dalle Olimpiadi e pure dalle Paralimpiadi). Comica finale: Gennaro Sangiuliano racconta sul Giornale il declino di Macron. Apriti cielo: Avs, Pd e Iv tuonano e fulminano in stereo con StampaRep e Domani. Siccome lavora in Rai, non deve permettersi di dire che Macron è alla frutta, cioè la verità. Chiedo per un amico: ma dove siamo, in Russia?


Data articolo: Wed, 27 Aug 2025 13:00:00 GMT
L'Analisi
Pino Arlacchi - La Grande Bufala contro il Venezuela: la geopolitica del petrolio travestita da lotta alla droga

 

di Pino Arlacchi*

Durante il mio mandato alla guida dell'UNODC, l’agenzia antidroga e anticrimine dell’ONU, sono stato di casa in Colombia, Bolivia, Perù e Brasile ma non sono mai stato in Venezuela. Semplicemente, non ce n'era bisogno. La collaborazione del governo venezuelano nella lotta al narcotraffico era tra le migliori del continente sudamericano, pari soltanto a quella impeccabile di Cuba. Un dato di fatto che oggi, nella delirante narrativa trumpiana del "Venezuela narco-stato", suona come una calunnia geopoliticamente motivata.

Ma i dati, quelli veri, che emergono dal Rapporto Mondiale sulle Droghe 2025 dell'organismo che ho avuto l'onore di dirigere – raccontano una storia opposta a quella che viene spacciata dall’ amministrazione Trump. Una storia che smonta pezzo per pezzo la montatura geopolitica costruita attorno al "Cartel de los soles", un'entità tanto leggendaria quanto il mostro di Loch Ness, ma adatta a giustificare sanzioni, embarghi e minacce di intervento militare contro un paese che, guarda caso, siede su una delle più grandi riserve petrolifere del pianeta.

Il Venezuela secondo l'UNODC: Un paese marginale nella mappa del narcotraffico

Il rapporto 2025 dell'UNODC è di una chiarezza cristallina, che dovrebbe imbarazzare per chi ha costruito la retorica della demonizzazione del Venezuela. Il rapporto non fa che una menzione minima del Venezuela affermando che una frazione marginale della produzione di droga colombiana passa attraverso il paese verso gli Stati Uniti ed Europa.  Il Venezuela, secondo l’ONU, ha consolidato la sua posizione di territorio libero dalla coltivazione di foglia di coca, marijuana, e simili, nonché dalla presenza di cartelli criminali internazionali.

Il documento non fa altro che confermare i 30 rapporti annuali precedenti, che non parlano del narcotraffico venezuelano perché questo non esiste.  Solo il 5% della droga colombiana transita attraverso il Venezuela. Per mettere in prospettiva questa cifra: nel 2018, mentre 210 tonnellate di cocaina attraversavano il Venezuela, ben 2.370 tonnellate – dieci volte di più – venivano prodotte o commerciate dalla Colombia, e 1.400 tonnellate dal Guatemala.

Sì, avete letto bene: il Guatemala è un corridoio di droga sette volte più importante di quello che dovrebbe essere il temibile "narco-stato" bolivariano. Ma nessuno ne parla perché il Guatemala è storicamente a secco – produce lo 0,01% del totale globale- dell’unica droga non naturale che interessa Trump: il petrolio.

Il Fantastico Cartello del Sole: Fiction Hollywoodiana

Il "Cartel de los soles" è una creatura dell'immaginario trumpiano. Sarebbe guidata dal Presidente del Venezuela, ma   non viene menzionata né nel rapporto del principale organismo mondiale antidroga né nei documenti di alcuna agenzia anticrimine europea e di quasi ogni altra parte del pianeta.  Nemmeno una nota a piè di pagina. Un silenzio assordante, che dovrebbe far riflettere chiunque abbia ancora un minimo di senso critico. Come può un'organizzazione criminale così potente da meritare una taglia di 50 milioni di dollari essere completamente ignorata da chiunque si occupi di antidroga?

In altre parole, quello che viene venduto come un super-cartello alla Netflix è in realtà un miscuglio di piccole reti locali, il tipo di criminalità spicciola che si trova in qualsiasi paese del mondo, inclusi gli Stati Uniti, dove – per inciso – muoiono ogni anno quasi 100mila persone per overdose da oppiacei che nulla hanno a che fare col Venezuela, e molto con Big Pharma americana.


L'Ecuador: Il Vero Hub che Nessuno Vuole Vedere

Mentre Washington agita lo spauracchio venezuelano, i veri hub del narcotraffico prosperano quasi indisturbati. L'Ecuador, per esempio, con il 57% dei container di banane che partono da Guayaquil e arrivano ad Anversa carichi di cocaina. Le autorità europee hanno sequestrato 13 tonnellate di cocaina in una singola nave spagnola, proveniente proprio dai porti ecuadoriani controllati dalle aziende protette da esponenti del governo dell’Ecuador.

L'Unione Europea ha prodotto un rapporto dettagliato sui porti di Guayaquil, documentando come "le mafie colombiane, messicane e albanesi operano tutte estensivamente in Ecuador." Il tasso di omicidi in Ecuador è schizzato da 7,8 per 100.000 abitanti nel 2020 a 45,7 nel 2023. Ma dell'Ecuador si parla poco. Forse perché l’Ecuador produce solo lo 0,5% del petrolio mondiale, e perché il suo governo non ha la cattiva abitudine di sfidare lo strapotere USA in America Latina?


Le Vere Rotte della Droga: Geografia vs. Propaganda

Durante i miei anni all'UNODC, una delle lezioni più importanti che ho imparato è che la geografia non mente. Le rotte della droga seguono logiche precise: vicinanza ai centri di produzione, facilità di trasporto, corruzione delle autorità locali, presenza di reti criminali consolidate. Il Venezuela non soddisfa quasi nessuno di questi criteri.

La Colombia produce oltre il 70% della cocaina mondiale. Perù e Bolivia coprono la maggior parte del restante 30%. Le rotte logiche per raggiungere i mercati americani ed europei passano attraverso il Pacifico verso l'Asia, attraverso i Caraibi orientali verso l'Europa, e via terra attraverso l'America Centrale verso gli Stati Uniti. Il Venezuela, affacciato sull'Atlantico meridionale, è geograficamente svantaggiato per tutte e tre le rotte principali. La logistica criminale rende il Venezuela un attore marginale del grande teatro del narcotraffico internazionale.

 
Cuba: L'Esempio che Imbarazza

La geografia non mente, evvero, ma la politica può sconfiggerla. Cuba rappresenta ancora oggi il gold standard della cooperazione antidroga nei Caraibi. Un'isola poco distante dalle coste della Florida, una base teoricamente perfetta per lo smistamento verso gli Stati Uniti, ma che in pratica è estranea ai flussi del narcotraffico. Ho riscontrato più volte l’ammirazione degli agenti DEA e FBI verso le rigorose politiche antidroga dei comunisti cubani.

Il Venezuela chavista ha costantemente seguito il modello cubano nella lotta antidroga inaugurato da Fidel Castro in persona. Cooperazione internazionale, controllo del territorio, repressione delle attività criminali. Né in Venezuela né a Cuba sono mai esistiti larghi pezzi di territorio coltivati a coca e controllati dalla grande criminalità.

L'Unione Europea non ha particolari interessi petroliferi in Venezuela ma ha un interesse concreto nel combattere il narcotraffico che affligge le sue città. L’Unione ha prodotto il suo Rapporto Europeo sulle Droghe 2025. Il documento, basato su dati reali e non su wishful thinkings geopolitici, non cita neppure una volta il Venezuela come corridoio del traffico internazionale di droga.

Sta qui la differenza tra un'analisi onesta e una falsa e insultante narrativa. l'Europa ha bisogno di dati affidabili per proteggere i suoi cittadini dalla droga, quindi produce rapporti accurati. Gli Stati Uniti hanno bisogno di giustificazioni per le loro politiche petrolifere, quindi producono propaganda mascherata da intelligence.

Secondo il rapporto europeo, la cocaina è la seconda droga più usata nei 27 paesi dell'UE, ma le fonti principali sono chiaramente identificate: Colombia per la produzione, America centrale per lo smistamento, e varie rotte attraverso l'Africa occidentale per la distribuzione. In questo scenario Venezuela e Cuba semplicemente non ci sono.

Ma il Venezuela viene sistematicamente demonizzato contro ogni principio di verità. La spiegazione l’ha fornita l'ex direttore dell'FBI, James Comey, nel suo libro di memorie post-dimissioni, nel quale ha parlato delle inconfessabili motivazioni delle politiche americane verso il Venezuela: Trump gli aveva detto che quello di Maduro era "un governo seduto su una montagna di petrolio che noi dobbiamo comprare”. Non si tratta, allora, di droga, criminalità, sicurezza nazionale. Si tratta di petrolio che sarebbe meglio non pagare.

 E’ Donald Trump, quindi, che meriterebbe una taglia internazionale per un crimine ben preciso: "calunnia sistematica contro uno stato sovrano finalizzata all'appropriazione delle sue risorse petrolifere." 

*Pino Arlacchi è stato Vicesegretario generale delle Nazioni Unite e Direttore esecutivo dell’ UNODC, il programma antidroga ed anticrimine dell’ONU

 

Data articolo: Wed, 27 Aug 2025 07:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Nord stream. Gli Usa a nudo alle Nazioni Unite


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

Botta e risposta alle Nazioni Unite tra i rappresentanti euroatlantici e quelli di Russia e Cina sulla questione del sabotaggio al North stream. Gli Stati Uniti, non senza fondamento sospettati di aver organizzato l'attentato del settembre 2022 ai due rami del gasdotto, hanno chiesto di non sollevare più la questione alle riunioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ci si deve affidare, dicono, al lavoro della Procura tedesca che, dopo l'arresto in Italia dell'ex capitano del SBU ucraino Sergej Kuznetsov, proseguirà le indagini dirette, con ogni evidenza, a dimostrare in partenza l'esclusivo coinvolgimento di un gruppo di incursori ucro-europei nel sabotaggio che ha interrotto le forniture di gas russo all'Europa e principalmente proprio alla Germania.

Gli Stati Uniti respingono i «tentativi di politicizzare la questione e anticipare i risultati della procedura in corso» ha detto la rappresentante yankee all'ONU, Dorothy Shea. Non si deve sottrarre tempo al Consiglio di sicurezza, ha detto in sostanza, per parlare di un incidente di tre anni fa, quando invece ci si deve concentrare sulla questione ucraina; come se le due questioni non siano strettamente connesse, specialmente dal punto di vista degli interessi finanziari USA. Così, Washington indica agli “alleati” che l'unica strada da seguire è quella di non mettere in dubbio né l'andamento giudiziario tedesco, né il corso delle “indagini” condotte da alcuni paesi europei e non c'è proprio bisogno che il Consiglio perda tempo su tali questioni. Il Presidente Trump, ha detto Shea «è concentrato su un obiettivo: garantire una pace negoziata e duratura in Ucraina per porre fine alle sofferenze umane. Invitiamo anche la Russia a concentrarsi su questo obiettivo».

Netta la risposta del vice rappresentante russo all'ONU, Dmitrij Poljanskij, secondo il quale le affermazioni per cui solo alcuni subacquei semi-professionisti sarebbero coinvolti nel sabotaggio, non hanno nulla a che vedere con la realtà.

Con “rivelazioni” apparentemente nuove, ha detto Poljanskij, le autorità tedesche «ci stanno conducendo a una versione dei fatti che in realtà circola sui media occidentali già da circa due anni», con sub “amatoriali” ucraini che, a bordo dello yacht “Andromeda”, avrebbero agito in modo pressoché indipendente o, al massimo, avrebbero eseguito gli ordini dell'ex comandante in capo Valerij ZaluĹľnyj, il quale però, a sua volta, avrebbe disobbedito agli ordini di Vladimir Zelenskij.

Vale a dire: non c'è da accusare alcun paese o alcun leader, ma solo dei “cani sciolti”. Ma, ha detto Poljanskij, Mosca ha «ripetutamente dimostrato al Consiglio di Sicurezza la totale incoerenza di tali invenzioni... Dei "dilettanti", semplicemente non avrebbero potuto portare a termine un'operazione di tale portata e complessità senza l'assistenza e la copertura di uno stato. Solo pochi paesi sono dotati delle necessarie capacità militari e tecniche» per portare a termine simili azioni. Ci viene insomma chiesto di credere che nel mezzo del Baltico, in una zona a navigazione estremamente intensa e con una significativa presenza militare, specialmente di naviglio NATO, una certa squadra di «subacquei semi-professionisti sia riuscita ad arrivare inosservata nella zona dell'isola di Bornholm, scendere a 70-80 metri e piazzare esplosivi ai due rami di un gasdotto protetto secondo le più moderne tecnologie da calamità naturali e incidenti provocati dall'uomo. Un'autentica trama da blockbuster!», ha detto Poljanskij.

La contrapposizione verbale non si è peraltro limitata ai rappresentanti di USA e Russia e lo stesso Poljanskij ha puntato l'indice contro alcuni paesi europei, accusandoli di voler bloccare una vera indagine: Germania, Danimarca e Svezia hanno «rifiutato l'offerta di cooperazione della Russia, direttamente colpita dall'attacco terroristico. Le richieste del nostro paese sono state respinte senza alcuna valida motivazione. In sostanza, siamo stati semplicemente esclusi dall'indagine», ha detto.

Calcando il ritornello USA, il rappresentante francese ha dichiarato che la Russia ha «nuovamente richiesto un incontro sulla questione del North stream, sebbene non vi siano fondamenti. È solo un esempio della volontà russa di distogliere l'attenzione del Consiglio e della comunità internazionale». Il rappresentante danese: «È difficile non commentare la palese ipocrisia della Russia nel richiedere questo briefing... la Russia ha ripetutamente chiesto al Consiglio di prestare attenzione agli incidenti al North stream, mentre attacca sistematicamente e distrugge militarmente le infrastrutture critiche in Ucraina». La risposta di Poljanskij è stata netta: «Alcuni rappresentanti occidentali oggi, consapevolmente o meno, hanno incluso l'attacco contro il North stream nel contesto della crisi ucraina. Sebbene si tratti della distruzione di infrastrutture sottomarine transfrontaliere, questa è una linea estremamente miope e pericolosa».

Ancora più mirata la dichiarazione del vice rappresentante cinese, Geng Shuang: «Sono passati tre anni e stiamo ancora aspettando le conclusioni definitive e i fatti reali sulle cause di queste esplosioni. Svezia e Danimarca hanno concluso le loro indagini nazionali senza condividere alcuna informazione sostanziale. L'indagine tedesca è ancora in corso e le informazioni ufficiali sono molto limitate. In questo senso, l'opinione pubblica può fare affidamento solo su quanto pubblicato dai media. C'è stata la notizia sul recente arresto di un sospettato. Questo non è sufficiente a soddisfare l'interesse della comunità internazionale per lo svolgimento e i risultati reali di tale indagine».

Già nei giorni scorsi, il politologo Alexandr Sosnovskij faceva notare come la responsabilità di un'azione condotta con ogni evidenza da militari americani venga sbrigativamente attribuita a dei sabotatori ucraini, che avrebbero agito in maniera pressoché solitaria e con mezzi semi-professionali; si ignora così volutamente la presenza di un aereo da ricognizione americano nella zona del sabotaggio, un'ora prima dell'esplosione e anche del transito di una nave della marina yankee, equipaggiata con apparecchiature subacquee, lungo il percorso del gasdotto.

Sosnovskij cita alcuni calcoli: per far saltare le condutture sarebbero stati necessari circa 2.000 kg di esplosivo, e nessun sommozzatore, su un normale yacht civile, senza attrezzature speciali, avrebbe potuto eseguire un'operazione del genere a una profondità di 80 metri. Avrebbero certo potuto usare un esplosivo più avanzato, dice Sosnovskij, ma anche in quel caso, per calare 200-400 kg di esplosivo, senza attrezzature speciali, difficilmente i sub avrebbero potuto eseguire l'azione. Inoltre: lo yacht “Andromeda” era forse dotato di gru, argani e, soprattutto, di una camera di decompressione, indispensabile dopo la risalita? Come accennato, il politologo ricorda anche che, un'ora prima dell'esplosione, un aereo da ricognizione americano “Poseidon-8”, decollato dalla Polonia, aveva sorvolato l'area del sabotaggio, mentre a Gdynia, una grande nave anfibia statunitense stava rientrando dalle esercitazioni lungo il percorso dei gasdotti. Dopo di che, gli americani avevano raggiunto Riga, vi avevano sostato alcuni giorni, per poi rientrare in Polonia lungo la stessa rotta.

Fatto ancor più interessante, sottolinea Sosnovskij, quel vascello aveva a bordo unità subacquee autonome: mini-sommergibili che possono agire autonomamente, con o senza equipaggio, operando fino a più di 100 metri di profondità e che possono venir impiegati anche come siluri leggeri, equipaggiati con 500 kg di esplosivo. Esattamente un giorno prima delle esplosioni, la nave aveva lasciato Riga e, secondo la «testimonianza del pilota, quando aveva iniziato a portare questa grande nave da sbarco fuori dal porto, gli era stato ordinato di lasciarla con i transponder spenti».

Questi i fatti e, nell'intera vicenda, non sembra fuori luogo ricordare come già alcuni mesi fa vari media avessero parlato dell'intenzione del finanziere Stephen Lynch, vicino a Donald Trump, di acquistare il North stream. A parere del politologo Marat Baširov, Trump mostra di aver bisogno del North stream, o meglio della quota europea nel progetto ed è per questo che ha necessità di indirizzare verso Kiev le responsabilità dell'attentato, ponendo le autorità tedesche in posizione dipendente e forzare gli azionisti europei a vendere l'asset. Qualsiasi ipotesi di responsabilità yankee nella vicende non giocherebbe certo a vantaggio degli interessi privati e pubblici americani.

In ogni caso, le accuse contro Sergej Kuznetsov & Co., manovrate dalla procura tedesca, costituiscono un buon espediente per fare il gioco degli americani, sia sul piano affaristico, che su quello politico, al momento in cui verrà definitivamente decisa la sorte di Vladimir Zelenskij.

 

FONTI:

 

https://politnavigator.news/rossiya-v-oon-trebuet-prekratit-vranjo-o-podryve-severnykh-potokov.html

https://politnavigator.news/na-vore-vot-vot-zagoritsya-shapka-ssha-trebuyut-prekratit-obsuzhdenie-podryva-severnykh-potokov.html

https://politnavigator.news/ocenim-krasotu-igry-tramp-nachal-mochilovo-ukrainy-za-podryv-severnykh-potokov-kotoryjj-osushhestvili-ssha.html

 

Data articolo: Wed, 27 Aug 2025 07:00:00 GMT
OP-ED
Il disastro economico e strategico dell’Ue: dall’accordo sui dazi ad Anchorage


di Fabio Massimo Parenti

In vista di un accordo formale più completo, che prevedrà il coinvolgimento del Parlamento europeo e degli Stati membri per la sua implementazione, il 21 agosto scorso Usa e Ue hanno emesso una dichiarazione congiunta per confermare i punti principali dell’accordo economico non vincolante del 27 luglio scorso. Questo accordo rappresenta, purtroppo, un ulteriore capitolo del difficile rapporto transatlantico. Il bilancio reale pende nettamente a favore di Washington, mentre l’Europa raccoglie le briciole e concede aperture significative su numerosi fronti strategici. Il quadro si complica se guardiamo al vertice di Anchorage tra Usa e Russia sull’Ucraina, che ha certificato la marginalità dell’Ue, divenuta sempre di più un vaso di coccio tra vasi di ferro.

L’Ue si è impegnata all’acquisto di 750 miliardi di dollari in energia Usa (gas liquefatto, petrolio, combustibili nucleari) in tre anni e un investimento di 600 miliardi di dollari da parte di aziende europee negli USA entro il 2029. Gli esperti dubitano della fattibilità pratica del target di 750 miliardi, sostenendo che triplicare gli acquisti energetici statunitensi è logisticamente e commercialmente non plausibile. Tuttavia, il fatto che questi impegni europei siano così sbilanciati — con l’Ue che acquista massicciamente energia e investe negli USA, mentre riceve riduzioni tariffarie al 15% solo su alcuni settori merceologici (come automobili, farmaci e semiconduttori) — rafforza le critiche radicali nella condotta della Von der Leyen con gli Usa. In sostanza si realizza sotto i nostri occhi una crescente dipendenza dell’Ue dagli Usa, nonché un rafforzamento del suo status di “vassallo” americano incapace di perseguire i propri interessi e di sviluppare una reale autonomia strategica.

Oltre al massiccio trasferimento di capitali dall’Ue verso gli Usa, proprio quando l’Ue dovrebbe favorire investimenti al proprio interno e creare condizione di attrazione dall’estero, ci sono due punti dell’accordo da sottolineare: uno riguarda la questione dei dazi sull’acciaio e sull’alluminio, che sono stati confermati, seppure con qualche ritocco, dalla Casa Bianca. Il secondo punto interviene invece sull’apertura del mercato europeo all’importazione di prodotti agricoli statunitensi, tra cui carne suina e di bisonte e prodotti lattiero caseari. Un’apertura inedita quest’ultima, nonché pericolosa per i produttori locali e per la messa in discussione degli standard di sicurezza europei.

Nel primo caso, Bruxelles sperava in un’abolizione dei dazi su alluminio e acciaio, così da alleggerire il peso sulle proprie industrie manifatturiere e siderurgiche. La realtà, però, è stata diversa: i dazi restano sostanzialmente inalterati e l’Europa si deve accontentare di qualche quota esentata, insufficiente a garantire una reale competitività. Mentre gli Stati Uniti proteggono settori strategici per la loro industria nazionale, l’Ue continua a subire gli effetti di politiche commerciali punitive che ne frenano la capacità di esportazione e ne indeboliscono la filiera industriale.

Nel secondo caso, analogamente, ci troviamo di fronte un’ulteriore concessione agli Usa. Per decenni Bruxelles aveva mantenuto rigide barriere fondate sul principio di precauzione, in particolare riguardo a metodi di allevamento e trattamenti sanitari non in linea con gli standard europei. Con il nuovo accordo, invece, l’Europa accetta un aumento significativo delle importazioni di carne americana, sacrificando una parte della propria produzione agricola e aprendo un varco che in futuro potrà allargarsi ulteriormente. Per Washington si tratta di un successo non da poco. Un settore tradizionalmente ostico viene finalmente penetrato, mentre i consumatori e i produttori europei rischiano di pagare il prezzo di standard meno rigorosi e di una concorrenza più aggressiva. Alla luce di questo disastroso esito negoziale, sono emerse critiche sempre più severe alla Von der Leyen: i premier di Ungheria, Germania e Francia, politici di altri paesi, quotidiani europei ed americani, nonché numerosi esperti e tecnici delle istituzioni europee hanno duramente criticato l’operato della Von der Leyen, sottolineando la perdita di autorevolezza della presidente, i danni per l’economia europea e l’assenza di una vera strategia a favore degli interessi europei.

Il contesto macro è ancora più preoccupante se consideriamo, come scritto in apertura, la variabile militare nella contesa con la Russia e i rapporti con gli Usa. Per sintetizzare al massimo, si tratta a nostro avviso di una totale subordinazione geopolitica ed economica dell’Ue agli Usa. L’accordo economico si inserisce infatti in una cornice più ampia in cui gli Stati Uniti spingono gli alleati europei a incrementare le spese per la difesa e ad orientare i propri acquisti verso sistemi d’arma di fabbricazione americana. In altre parole, mentre l’Europa non ottiene riduzioni sostanziali dei dazi o aperture di mercato significative, viene incentivata — e in parte costretta — a rafforzare anche la propria dipendenza militare e tecnologica dagli Stati Uniti (si vedano il ReArm Europe, marzo 2025, e gli accordi di giugno scorso sull’aumento delle spese per la Nato – 5% del Pil entro il 2035 – una chiara combinazione di strumenti interni per obiettivi definiti da Washington in ambito Nato).

Guardando anche al vertice di Anchorage tra Stati Uniti e Russia, tenutosi il 15 agosto scorso, possiamo notare come il vertice non abbia prodotto un accordo formale sulla pace in Ucraina, ma abbia segnato un parziale riavvicinamento tra Usa e Russia, non solo sulla questione del conflitto in corso, ma anche su futuri accordi di cooperazione economica. In sostanza, mentre gli Stati Uniti mostrano apertura verso la Russia, l’Europa appare più aggressiva nel voler gestire la guerra, e parallelamente si impegna economicamente col patto con gli Usa senza ottenere nulla, o pochissimo, in cambio.

L’accordo economico tra Ue e Stati Uniti conferma dunque un trend ormai consolidato: ogni passo verso la cooperazione transatlantica sembra tradursi in un guadagno netto per Washington e in un sacrificio per l’Europa. La speranza di un riequilibrio appare sempre più lontana. Il rischio, per l’Unione, è duplice: perdere terreno competitivo nei settori industriali chiave e rafforzare la propria dipendenza politica e strategica dagli Stati Uniti. Una dinamica che, nel lungo periodo, rischia di ridurre l’Europa a una semplice pedina nello scacchiere globale. Tra dazi ancora alti, aperture agricole rischiose, fuga di investimenti e spese militari crescenti, il bilancio per Bruxelles è tutt’altro che positivo.

Data articolo: Wed, 27 Aug 2025 05:00:00 GMT

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