NEWS - prima pagina - NEWS - politica - NEWS meteo

Cliccando su i link posti di seguito, si aprirà la pagina delle news relativa al titolo del link stesso


News lantidiplomatico.it

News lantidiplomatico.it

IN PRIMO PIANO
Dazi, Iran e Cina: verso una nuova fase di instabilità globale

La decisione di Donald Trump di introdurre dazi del 25% contro i Paesi che intrattengono rapporti commerciali con l’Iran apre un nuovo fronte di tensione nell’economia mondiale. La misura colpisce indirettamente alcuni attori chiave del commercio internazionale, a partire dalla Cina, principale partner economico di Teheran e grande importatore di petrolio iraniano. Pechino ha già definito l’iniziativa statunitense una forma di “pressione e coercizione” e lascia intendere una possibile risposta speculare.

Secondo diversi analisti, la Cina potrebbe reagire con contromisure tariffarie mirate, ricorsi presso l’Organizzazione mondiale del commercio o restrizioni su settori strategici, come l’export di terre rare e l’accesso delle aziende statunitensi ai comparti tecnologici più avanzati. Uno scenario che rischia di mettere in discussione il fragile armistizio commerciale raggiunto tra Washington e Pechino nell’autunno scorso, dopo anni di guerra dei dazi e di escalation reciproche.

Il contesto internazionale è già fortemente teso: nel 2025 l’interscambio commerciale tra Stati Uniti e Cina è diminuito di quasi il 20%, mentre l’Iran si trova al centro di una fase di destabilizzazione provocata da attori esterni come gli USA e Israele. Le proteste diffuse, l’incertezza politica e le ipotesi di nuove sanzioni o di un possibile intervento statunitense contribuiscono ad aumentare la percezione di rischio sui mercati globali, in particolare su quello energetico, sensibile a ogni segnale di crisi nel Golfo.

Per il momento, l’impatto diretto sui mercati finanziari resta contenuto, segno che l’economia globale si è in parte abituata a convivere con tensioni e sanzioni. Tuttavia, il messaggio è chiaro: la geopolitica è tornata a essere il principale fattore di rischio sistemico. In un mondo sempre più multipolare, le catene del commercio si riconfigurano, i blocchi si irrigidiscono e la volatilità diventa una componente strutturale del nuovo equilibrio globale.


LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DE "Il MONDO IN 10 NOTIZIE" - LA NEWSLETTER CHE OGNI GIORNO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI. 

SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA

CLICCA QUI

 

Data articolo: Wed, 14 Jan 2026 06:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Il Venezuela ha neutralizzato più di 400 "narco-aerei" da quando ha espulso la DEA

Il governo venezuelano ha neutralizzato più di 400 velivoli legati al narcotraffico da quando l'allora presidente Hugo Chávez decise, nel 2005, di espellere la Drug Enforcement Administration (DEA) statunitense dal Paese e di interrompere ogni legame con l'agenzia, denunciandola per collaborazione con organizzazioni criminali internazionali. Questa informazione è stata rivelata dal Ministro dell'Interno, della Giustizia e della Pace, Diosdado Cabello, in dichiarazioni trasmesse dall'emittente televisiva statale VTV.

"Il numero di velivoli neutralizzati supera i 400 da quando abbiamo rotto con la DEA, perché stiamo conducendo una vera e propria lotta contro il narcotraffico", ha affermato, aggiungendo che questa circostanza è confermata dalle cifre record riguardanti i sequestri. Cabello ha inoltre spiegato che solo nel 2025, il Venezuela ha sequestrato quasi 70 tonnellate di droga attraverso un lavoro di intelligence coordinato da diverse agenzie di sicurezza statali, che hanno raggiunto una maggiore efficienza nelle operazioni antidroga. Ha inoltre reso noto che le autorità venezuelane sono riuscite a distruggere la rotta logistica utilizzata dai narcotrafficanti in Venezuela, nello Stato di Zulia, nella parte occidentale del paese al confine con la Colombia, che consentiva loro di accedere ai Caraibi.

"Quella rotta logistica è stata distrutta", ha sottolineato Cabello, sottolineando che il suo Paese confina con uno dei maggiori produttori di droga al mondo, la Colombia, ed è vicino all'Ecuador, il Paese che distribuisce più droga. Ha ribadito che la propaganda secondo cui il Venezuela non sta combattendo il narcotraffico e la criminalità, come hanno fatto gli Stati Uniti per "giustificare" la loro aggressione militare contro il Paese e il rapimento del suo presidente, Nicolás Maduro, e di sua moglie, Cilia Flores, è falsa. Cabello ha sottolineato che gli sforzi antidroga del Venezuela hanno già portato al sequestro di 7.148 chilogrammi di droga nei primi 13 giorni del 2026.

Questi dati dimostrano l'efficacia delle operazioni del Paese per contrastare le organizzazioni internazionali di narcotraffico che cercano di attraversare il territorio venezuelano per contrabbandare i loro narcotici nei Caraibi e in altri Paesi esteri.


LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DE "Il MONDO IN 10 NOTIZIE" - LA NEWSLETTER CHE OGNI GIORNO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI. 

SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA

CLICCA QUI

Data articolo: Wed, 14 Jan 2026 06:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
USA: in un anno le spese militari cresceranno del 50% raggiungendo la cifra astronomica di 1500 miliardi di dollari

 

di Federico Giusti

Proprio in questi giorni documentavamo gli straordinari profitti azionari delle imprese di armi e in particolare di quelle europee, oggi andiamo a toccare con mano quante risorse siano state assegnate, negli Stati Uniti, dal bilancio pubblico al settore militare in controtendenza rispetto alla contrazione delle spese previste per tutti i capitoli sociali, per interventi di natura ambientale oggetto di un feroce e draconiano ridimensionamento.

Trump chiede in sostanza la crescita esponenziale delle produzioni militari assicurando nei prossimi anni ordinazioni da parte degli Usa e un mercato in continua espansione con la corsa al riarmo. Per questo il presidentissimo strizza l’occhio alle multinazionali della guerra dicendo loro al contempo di attrezzarsi alle necessità assicurando sistemi militari sempre più efficienti e tecnologicamente avanti. Che il settore trainante della manifattura Usa sia quello militare lo si evince dai licenziamenti che tra il 2025 e il 2026 dovrebbero raggiungere la cifra di 2 milioni e duecentomila unità distribuite in tutti i settori produttivi. La pressione sul complesso industrial militare è evidente e foriera di guerra con un paese che solo pochi anni or sono, in tempi di covid, ha preso atto dell’errore commesso nella esternalizzazione di tante produzioni che, riportate in parte negli Usa, non hanno raggiunto i risultati sperati, risultati destinati ad arrivare dopo anni. Ma la elezione di Trump è stata possibile stringendo un occulto patto con settori del capitalismo Usa che dai processi di globalizzazione produttiva hanno tratto ingenti profitti e indubbi vantaggi.

 Non è detto che gli annunci di Trump si concretizzino sempre e comunque, molto dipenderà dal Congresso e dal vistoso calo dei consensi alla amministrazione repubblicana che dovrà affrontare anche i dissidi interni avendo promesso, e non mantenuto, un cambio di rotta rispetto alle guerre intraprese dai democratici. Il conflitto con Musk e la destra Maga potrà indebolire alla lunga la leadership di Trump. Se un Presidente si insedia promettendo la soluzione dei conflitti militari nel mondo nell’arco di poche settimane, a distanza di mesi, o anni, queste guerre sono ancora senza soluzione, se dichiari di voler abbandonare l'interventismo armato per dedicarti ai problemi dell'America ma poi scateni bombardamenti in ogni continente, prima o poi la realtà verrà a presentarti il conto. Intanto gli Usa spenderanno non solo per il riarmo ma anche per la sicurezza interna enormi risorse, come non avveniva dalla Seconda guerra mondiale e ad inizio anni Cinquanta con la guerra in Corea.

L'aumento del budget per la difesa può anche essere utilizzato come messaggio interno, crescono le proteste popolari e contemporaneamente la repressione nelle piazze, potremmo parlare di un nuovo blocco sociale costituito da militari e da forze dell'ordine di varia natura che beneficia in termini economici e sociali dei crescenti stanziamenti per la sicurezza. Ma questa politica securitaria diventerà anche un fattore di crisi interna, la tenuta sociale tra le varie “americhe” è tutt’altro che scontata per il ricorso sistematico alla brutale repressione o alla marginalizzazionecriminalizzazione del dissenso.

Trump intende aumentare la spesa militare in un anno di 600 miliardi, già oggi gli Usa spendono più di tutta la UE, hanno raggiunto quasi il 40 per cento a livello globale con ulteriori incrementi di spesa arriverebbero, nel 2027, al 50 per cento della spesa bellica complessiva. L’attuale economia statunitense è in grado di sostenere questo ritmo e a quali costi? La domanda non è banale.

Detto questo, ci dobbiamo chiedere quali saranno le coperture di questi rilevanti incrementi di spesa per le armi, riusciranno a garantire al Bilancio i soldi necessari attraverso i dazi e con la vendita dei titoli di stato, e poi come affronteranno l'elevato debito pubblico?  La prepotenza militare sarà sufficiente a costringere paesi esteri e fondi a investire nell’acquisto di titoli americani? Il ricorso strutturale alla guerra diventa vitale anche per salvaguardare gli scambi in dollari, la dedollarizzazione dei Brics e della Cina è una minaccia concreta alla supremazia Usa senza pensare che proprio dai Brics arrivi una alternativa di sistema.

Come avviene in Italia, con il tentativo di ingabbiare la Corte dei conti, anche negli Usa il neo-autoritarismo Trumpiano pensa a rimuovere ogni forma di controllo e di potenziale ostacolo all'azione presidenziale. Questo scontro interno alle istituzioni prima o poi presenterà il suo conto

Ammesso, ma non concesso, di trovare tutte le debite coperture finanziarie (e dovranno alzare i tassi per raggiungere le cifre necessarie),  considerati i conflitti interni ed esterni, le ripercussioni derivanti dagli eventi nazionali ed internazionali, gli scenari nell'immediato futuro si presentano tutt'altro che semplici e gli Usa dovranno fare i conti proprio con l'inadeguato approvvigionamento di greggio, metalli rari e componenti tecnologiche per la cui produzione il disegno autarchico è ancora indietro rispetto ai piani previsti.

 Le difficoltà della industria della difesa non possono essere sottovalutate, come anche i delicati rapporti con le grandi multinazionali che mal tollerano imposizioni statali, abituate a dettare le linee della politica economica e finanziaria. Le linee strategiche statunitensi, quella trentina di pagine licenziate a novembre 2025, sono brutali ma illuminanti, descrivono una Europa in decadenza, senza identità e prospettiva ed estendono la dottrina Monroe a mezzo globo prefigurando un futuro di riarmo e di guerre permanenti.  E la logica del doppio nemico, interno ed esterno, prevede anche logiche securitarie e repressive, nei primi giorni dell’anno 2026 la caccia alle streghe contro i migranti ha fornito un esempio di quali potrebbero essere gli scenari futuri. Il riarmo produce anche darwinismo sociale e il fronte interno diventa il primo banco di prova di certe politiche, è bene non dimenticarlo mai e questo vale non solo per gli Usa ma anche per i paesi europei dove gli esempi non mancano e di cui parleremo nei prossimi giorni.

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Wed, 14 Jan 2026 06:00:00 GMT
Lavoro e Lotte sociali
La salute è anche una questione di classe

 

di Federico Giusti

Qualche visita, possibilmente non da malati o degenti, negli ospedali andrebbe fatta giusto per capire lo stato in cui versa la sanità pubblica, un autentico viaggio di istruzione tra cliniche, ambulatori, Residenze per anziani. Avremmo molto da imparare, tanto dall’utenza quanto dalla forza lavoro impiegata, potremmo almeno farci una idea diretta senza pendere dalle labbra dei menzogneri commenti di parte politica. Perché, a scanso di equivoci, la soluzione non è data dal ritocco delle percentuali di spesa per la sanità che poi, in rapporto al Pil e alla tipologia della popolazione (età anagrafica, classi sociali di appartenenza, patologie pregresse e mai curate per mancanza di prevenzione e disponibilità economiche), resta ancora inferiore alla media europea.

La sanità non si è mai ripresa dai tagli della spending review, per usare una metafora potremmo dire che i vari interventi legislativi hanno tamponato le falle senza mai guardare a tutto lo scafo e quello scafo oggi presenta problemi strutturali.

Spazi di pronto soccorso angusti e del tutto inadeguati ad accogliere una utenza in costante crescita, poco personale e grande presenza di specializzandi, interinali e cooperative al posto di personale a gestione diretta, protocolli rigidi costruiti solo per abbattere le spese, lunghe liste di attesa per prestazioni erogate dal servizio pubblico, una trafila burocratica infinita tra impegnative, accettazioni e prenotazioni che rappresentano un problema quasi insormontabile per  anziani, migranti e le classi sociali più basse, ossia le componenti  della popolazione  meno attrezzate e senza competenze informatiche. Chi oggi va in Pronto soccorso, in taluni casi, prova ad accedere a cure e prestazioni che il servizio pubblico ha rinviato di mesi, si cerca di accedere alle cure entrando dalla porta di servizio ma nel frattempo sono stati adottati rigidi protocolli che limitano le prestazioni erogabili.

I medici di base sono pochi, hanno numeri elevati di pazienti da seguire, accrescendo i mutuati si riduce la qualità della prestazione erogata oltre a tutte le incombenze burocratiche imposte nel tempo.

Le disuguaglianze sociali ed economiche hanno effetti sulla stessa salute, lo si sa da sempre e il dato è ormai accertato anche a livello statistico, non esiste una predisposizione genetica a certe malattie, se in un quartiere popolare i casi di diabete ed obesità, di malattie cardio vascolari sono maggiori la causa va ricercata soprattutto nella disparità economica che a sua volta comporta diversificati accessi alle cure, alla prevenzione, a una alimentazione sana e a uno stile di vita funzionale alla tutela del benessere psico fisico.

Diversi anni or sono ci occupammo della alimentazione nei quartieri popolari, di dove le famiglie erano solite rifornirsi, quali cibi si trovavano sulle loro tavole, ebbene la parte del leone la facevano i discount, i prodotti acquistati erano per lo più surgelati, vino e liquori di bassa qualità , poco pesce, verdure fresche  quasi inesistenti, latticini freschi con il contagocce o ristretti al solo cartoccio di latte (quando non veniva acquistato il prodotto a lunga conservazione di solito meno caro).Nel quartiere popolare trovi un numero di fumatori decisamente elevato rispetto ad altri ambienti, lo stile di vita è sedentario con gli spostamenti tra casa e lavoro e famiglia ad occupare parti significative della giornata. Le ingiustizie sociali lasciano sui corpi e nella mente delle persone segni indelebili, le disuguaglianze sociali sono la causa principale di ferite profonde che alla lunga provocano malattie mortali. Ci siamo fatti aiutare da un libro di Luca Carra e Paolo Vineis (Il capitale biologico Codice edizioni 2022) per fraternizzare con concetti e parole oscure, sconosciute al mondo reale, concetti tuttavia imprescindibili per chiunque voglia conoscere l’impatto delle disuguaglianze sulla nostra salute.

Ad esempio, l’orologio epigenetico ossia quella tendenza all’invecchiamento precoce che si manifesta nelle parti meno ricche e per questo svantaggiate della società. E per farci una idea di quanto scritto basta osservare la realtà che ci circonda, ad esempio a proposito di carico allostatico ossia le tante forme di stress che attraversano le esistenze della popolazione meno ricca costretta a barcamenarsi tra lavori e lavoretti per arrivare a fine mese.

E ricordiamoci sempre che la esposizione a fattori dannosi per la salute psico fisica si manifesta fin dai primi anni di vita, certe patologie o disturbi dovrebbero essere diagnosticati e curati prima della loro degenerazione, con celerità da un servizio sanitario e sociale capace di interventi tempestivi per i quali servono strutture idonee e organici adeguati. E per approfondire il glossario delle disuguaglianze di cura potremmo anche menzionare la programmazione biologica o guardare ai contesti familiari e sociali nei quali lo sviluppo corporeo e mentale sono a rischio per alimentazioni inadeguate (ad esempio si fa incetta di cibi ultraprocessati) o mancati stimoli alla crescita dei bambini fin dall’età prescolare.

In tempi come i nostri sono tornati i pregiudizi eugenetici da considerare come il prodotto naturale di teorie razziste costruite a difesa delle disuguaglianze sociali ed economiche, queste teorie sono particolarmente forti negli Stati uniti e in ambienti tipicamente reazionari.

E nell’Inghilterra degli anni Trenta (non nella Germania Hitleriana per intenderci), a proposito del dibattuto sulle condizioni igieniche nelle famiglie dopo la introduzione delle reti fognarie e dell’acqua corrente, veniva scritto che queste innovazioni permettevano anche alle razze geneticamente meno prestanti di sopravvivere

Il pregiudizio eugenetico ha accompagnato le società liberali fino alla Seconda guerra mondiale, e forse dovremmo prendere in esame anche il fattore colonialismo che aggiunge altre considerazioni al concetto di disuguaglianza ulteriori considerazioni, fatto sta che solo nel secondo dopoguerra iniziamo a parlare di pratiche sociali e non di comportamenti individuali, se si valuta un rischio va inquadrato dentro la società e ricondotto alle condizioni materiali di vita.

La causa economica e sociale delle disuguaglianze, le forme con le quali la disuguaglianza stessa si manifesta diventano sempre più importanti, vanno indagate a fondo senza cedere a pericolose e fuorvianti semplificazioni che poi sono a loro volta il prodotto di ideologie costruite per difendere lo status quo. Nell’epoca dei social la divulgazione di fake, di pseudo conoscenze antiscientifiche diventa a sua volta determinante per l’accettazione delle disuguaglianze evitando che la conoscenza reale dei fatti induca a processi di sensibilizzazione e azioni conflittuali per il cambiamento.

Chiudiamo con una considerazione ulteriore che arriva dai tempi pandemici: nelle case popolari di Milano la diffusione del covid è stata rapida e con elevato numero di morti centinaia di anziani e no, in spazi ristretti non erano nelle condizioni di evitare i contagi, anche in questo caso la condizione sociale è stata determinante per favorire o penalizzare alcuni ceti sociali.  In quei terribili mesi nei quali la memoria collettiva ha operato una rapida rimozione la idea che tutti fossimo in pericolo era diffusa ma anche la consapevolezza che le possibilità di contrarre il covid risentivano delle condizioni abitative

In una casa piccola e sovraffollata il contagio avviene con maggiore facilità, in quella casa i figli hanno minori occasioni di miglioramento sociale, sono bambini e adolescenti con meno stimoli e opportunità sociali inferiori ai compagni di scuola della classe media. E in caso di ritardi scolastici, di difficoltà di apprendimento, di scarsa padronanza della lingua non resta che la certificazione per avere un insegnante di sostegno augurandosi che attraverso questa figura si possa colmare almeno parte dei ritardi e delle lacune accumulate.

Sanità e istruzione pubblica sono, come abbiamo provato a dimostrare, strettamente connesse, non è casuale che saranno proprio loro le vittime sacrificali dell’economia di guerra come vittima della logica del profitto è stata la medicina del lavoro che in tempi lontani venne vissuta come conquista dello stato sociale e affermazione dei diritti della forza lavoro.

A distanza di anni i medici del lavoro sono una rarità, è cambiata la stessa nozione di salute e sicurezza, ci vogliono apparentemente in salute per sfruttarci con maggiore intensità, per questo l’attenzione è rivolta anche ad aspetti apparentemente neutri come la organizzazione della vita in azienda, scambiare l’aumento dei ritmi e della produttività con bonus aziendali legati al secondo livello di contrattazione, adottare campagne contro l’uso di tabacco e alcol, prevedere stili di vita salutari.

Se si allunga l’età lavorativa diventa prioritario portare la forza lavoro ben oltre i 60 anni di età in condizioni di salute sufficientemente buone per stare in produzione e avere un basso tasso di assenteismo. E un eventuale interessamento padronale alla nostra salute striderebbe con gli stili di vita imposti dall’impoverimento crescente e dalla spoliazione dei tempi di vita a vantaggio di quelli lavorativi, da come si mangia (anche in base al potere di acquisto), da quanta attività fisica svolgiamo, dallo stress che a sua volta induce al consumo di alcoolici.

Se hai una esistenza precaria difficilmente potrai seguire uno stile di vita apprezzabile, la qualità della vita è il prodotto del potere di acquisto, del buon funzionamento del welfare, non dimentichiamolo mai soprattutto quando ci parleranno di misure alternative allo stato sociale, di sanità e previdenza integrativa.

 

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Wed, 14 Jan 2026 06:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Unicef: Le truppe israeliane uccidono 1-2 palestinesi al giorno. E lo chiamate ancora “cessate il fuoco�

 

Oltre 100 bambini palestinesi a Gaza sono stati uccisi dalle forze di occupazione israeliane dall'inizio del cosiddetto cessate il fuoco iniziato ad ottobre. Lo ha rivelato il 13 gennaio il portavoce dell'UNICEF James Elder. Secondo quest'ultimo il ritmo degli omicidi è “circa una bambina o un bambino uccisi ogni giorno. Durante un cessate il fuoco”.

Elder ha poi affermato che “la vita a Gaza rimane soffocante” e che “la sopravvivenza è ancora condizionata”, sottolineando che i raid aerei e le sparatorie sono diminuiti ma “non cessati”. Quella che ora viene definita ‘calma’, ha aggiunto, “in qualsiasi altro luogo sarebbe considerata una crisi”.

Secondo i dati dell'UNICEF, almeno 60 ragazzi e 40 ragazze sono stati uccisi dall'inizio del cessate il fuoco. Elder ha avvertito che questa cifra include solo i casi con documentazione sufficiente e che “il numero effettivo di bambini palestinesi uccisi dovrebbe essere più alto”, aggiungendo che centinaia di bambini sono rimasti feriti.

Mentre la cifra delle Nazioni Unite è inferiore, il Ministero della Salute di Gaza afferma che 165 bambini sono stati uccisi durante il cessate il fuoco, parte dei 442 omicidi registrati complessivamente, attribuiti alle continue violazioni del cessate il fuoco.

Elder ha affermato poii che gli attacchi in corso coincidono con severe restrizioni sui rifornimenti essenziali, compresi articoli medici, carburante, gas da cucina e componenti necessari per riparare i sistemi idrici e igienico-sanitari.

Anche il cibo rimane fortemente limitato, come ha affermato a dicembre la Classificazione integrata della sicurezza alimentare (IPC) sostenuta dall'ONU, secondo cui, sebbene la diffusione della carestia sia stata contenuta, la sicurezza alimentare “rimane critica”.

L'UNICEF ha ampliato i servizi di assistenza sanitaria di base e di immunizzazione, ha rimosso circa 1.000 tonnellate di rifiuti solidi ogni mese, ha distribuito quasi un milione di coperte termiche e ha effettuato riparazioni di emergenza alle reti idriche e fognarie “grazie all'ingegnosità palestinese più che all'introduzione di pezzi di ricambio”.

Nonostante queste misure, Elder ha affermato che i due anni di incessanti aggressioni, bombardamenti e genocidio hanno lasciato i bambini “vivere nella paura”, con profondi danni psicologici che rimangono senza cura.

“Un cessate il fuoco che rallenta le bombe è un progresso”, ha detto, “ma uno che continua a seppellire i bambini non è sufficiente”, chiedendo l'applicazione della legge, l'accesso umanitario, le evacuazioni mediche e la responsabilità.

FONTE: THE CRADLE - https://thecradle.co/articles/israeli-troops-kill-over-100-palestinian-children-in-gaza-during-ceasefire-unicef

Data articolo: Tue, 13 Jan 2026 21:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Tasnim: "Oltre i due terzi delle persone uccise in Iran sono classificate come martiri nelle recenti violenze"

The Cradle*

Secondo quanto riferito dall'Agenzia di notizie Tasnim, il capo della Fondazione per gli Affari dei Martiri e dei Veterani ha dichiarato che oltre i due terzi delle persone uccise sono classificate come martiri, descrivendo la violenza da parte di gruppi armati e terroristici come estrema. Ha affermato che civili e personale di sicurezza di varie provenienze sono stati uccisi utilizzando armi militari e da caccia, nonché coltelli, asce, lame e altri metodi brutali, alcuni troppo orribili da descrivere. 
 
Tasnim ha riferito che crimini come bruciare vive le vittime, decapitazioni e soffocamenti hanno complicato l'identificazione, richiedendo un lavoro forense dettagliato. Le autorità hanno iniziato a consegnare i corpi, tenere funerali e effettuare sepolture, con il processo che dovrebbe accelerare.
 
Secondo l'Agenzia di notizie Fars, negli ultimi giorni cellule terroristiche e di sommossa hanno compiuto violenze in stile ISIS, inclusi omicidi in stile esecuzione, tagli alla gola, mutilazioni, bruciare persone vive, attacchi con granate e l'incendio di moschee e proprietà pubbliche. Citando valutazioni dell'intelligence e quelle che ha descritto come ammissioni da parte del Mossad e di gruppi collegati a Pahlavi sostenuti dagli Stati Uniti, Fars ha affermato che gli eventi sono visti come una continuazione di una "guerra di 12 giorni" e una delle più grandi operazioni terroristiche contro i civili iraniani dalla Rivoluzione. 
 
Ha affermato che la "produzione di vittime" era una strategia centrale per intensificare i disordini, osservando che il numero più alto di morti si è verificato il giorno dopo che Donald Trump ha minacciato un intervento militare se l'Iran avesse ucciso civili.
 
Fars ha riferito che le vittime includevano personale di sicurezza (Basij e forze dell'ordine), molti dei quali erano presumibilmente disarmati fino a venerdì, oltre a civili. Ha affermato che un numero minore di rivoltosi armati che hanno attaccato siti militari sono stati uccisi dalle forze di sicurezza, ma che la maggior parte delle vittime erano passanti ordinari, tra cui un bambino di 3 anni, un uomo di 70 anni, un autista di ride-hailing, uno studente con famiglia, un'infermiera che è stata bruciata e lavoratori e pedoni uccisi da blocchi di cemento lanciati dai tetti. A causa di ferite gravi, alcuni corpi rimangono non identificati in attesa di test forensi.
Fars ha affermato che circa 100 martiri identificati saranno sepolti mercoledì, con una processione dall'Università di Teheran al Mausoleo dei Martiri.
 
Tuttavia, gruppi per i diritti umani occidentali, piattaforme di opposizione e account affiliati affermano che ogni singola persona uccisa è stata uccisa dalle forze governative iraniane.

FONTE: THE CRADLE
https://x.com/thecradlemedia/status/2011096650434084933?s=46&t=OS10IMwLIYGxQRzfW_soeA
Data articolo: Tue, 13 Jan 2026 20:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
I media occidentali minimizzano le violente rivolte in Iran, basandosi su ONG finanziate dagli Usa

 

di Max Bluementhal e Wyatt Redd* - The Gray Zone (12 gennaio 2025) 

 

Mentre rivolte violente infiammano le città iraniane, i media occidentali ignorano la scioccante ondata di violenza, affidandosi invece alle ONG finanziate dal governo statunitense per ottenere informazioni. Questa rappresentazione unilaterale ha contribuito a spingere Trump sull'orlo dell'autorizzazione a nuovi attacchi da parte degli Stati Uniti. I media occidentali hanno ignorato una crescente quantità di prove video che mostrano le tattiche terroristiche utilizzate in tutto l'Iran dai manifestanti descritti da Amnesty International e Human Rights Watch come “in gran parte pacifici”. Recenti video pubblicati sia dai media statali iraniani che dalle forze antigovernative rivelano linciaggi pubblici di guardie disarmate, incendi di moschee, attacchi incendiari a edifici municipali, mercati e caserme dei pompieri, e folle di uomini armati che aprono il fuoco nel cuore delle città iraniane.

I media occidentali si sono invece concentrati quasi esclusivamente sulla violenza attribuita al governo iraniano. Nel farlo, si sono basati in gran parte sul conteggio dei morti compilato dai gruppi della diaspora iraniana finanziati dal National Endowment for Democracy (NED), il braccio del governo statunitense dedicato al cambio di regime, il cui consiglio di amministrazione è composto da neoconservatori convinti.

Il NED si è attribuito il merito di aver promosso le proteste “Donna, Vita, Libertà” che hanno riempito le città iraniane per tutto il 2023 e che hanno anche comportato atti di violenza raccapriccianti ignorati dai media occidentali e dalle ONG per i diritti umani. Oggi, il NED è ben lungi dall'essere l'unico tra gli attori allineati con i servizi segreti che cercano di alimentare il caos all'interno dell'Iran.

L'agenzia israeliana di spionaggio e assassinio nota come Mossad ha pubblicato un messaggio dal suo account ufficiale in lingua farsi su Twitter/X esortando gli iraniani a intensificare le loro attività di cambio di regime, promettendo che li avrebbe sostenuti sul campo.

“Scendete tutti insieme in strada. È giunto il momento”, ha ordinato il Mossad agli iraniani. “Siamo con voi. Non solo a distanza e a parole. Siamo con voi sul campo”.

Rovesciare Teheran con il terrore

Le proteste sono iniziate in Iran all'inizio di gennaio 2026, quando i commercianti sono scesi in strada per manifestare contro l'aumento dei tassi di inflazione causato dalle sanzioni occidentali. Il governo iraniano ha risposto con comprensione alle proteste dei bazar, fornendo loro protezione da parte della polizia. Tuttavia, queste manifestazioni si sono rapidamente dissolte, poiché una massa amorfa di elementi antigovernativi ha colto l'occasione per lanciare una violenta insurrezione incoraggiata dai governi da Israele agli Stati Uniti e dall'autoproclamato “principe ereditario” Reza Pahlavi, che ha bollato come “obiettivi legittimi” i funzionari governativi e i media statali.

Il 9 gennaio, la città di Mashhad è stata teatro di alcune delle rivolte più intense, con le forze antigovernative che hanno incendiato le caserme dei vigili del fuoco, bruciando vivi i pompieri, mentre incendiavano autobus, attaccavano i lavoratori della città, vandalizzavano le stazioni della metropolitana e causavano danni per oltre 18 milioni di dollari, secondo le autorità municipali locali.

A Kermanshah, dove i rivoltosi antigovernativi hanno sparato e ucciso la piccola Melina Asadi di 3 anni, gruppi di militanti sono stati ripresi mentre sparavano con armi automatiche contro la polizia. In città da Hamedan a Lorestan, i rivoltosi si sono ripresi mentre picchiavano a morte a morte guardie di sicurezza disarmate che cercavano di impedire le loro violenze.

Sono emerse immagini dalla città dell'Iran centrale che mostrano i rivoltosi mentre attaccano un autobus pubblico e lo incendiano il 10 gennaio.


A Teheran, nel frattempo, folle di rivoltosi hanno attaccato la storica moschea Abazar, bruciandone l'interno, mentre altri hanno appiccato incendi dolosi e bruciato copie del Corano all'interno della Grande Moschea di Sarableh e del santuario di Muhammad ibn Musa al-Kadhim nel Kuzestan.

I rivoltosi hanno appiccato il fuoco a un grande edificio comunale nel cuore della città di Karaj, mentre hanno bruciato il mercato nel centro di Rasht. A Borujen, secondo quanto riferito, teppisti antigovernativi hanno dato fuoco a una biblioteca storica piena di testi antichi durante una notte di saccheggi e distruzione.


Nessuno di questi incidenti ha suscitato alcuna reazione da parte dei media o dei governi occidentali, anche dopo che il ministero degli Esteri iraniano ha obbligato gli ambasciatori di Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia a visionare di persona le immagini delle violenze compiute dai rivoltosi.

Secondo il governo iraniano, durante i disordini sono stati uccisi oltre 100 poliziotti e agenti di sicurezza. Tuttavia, due ONG iraniane con sede a Washington e finanziate dal governo statunitense hanno stimato un numero di vittime molto più basso tra le forze governative. Questi gruppi sono diventati la fonte di riferimento per i media occidentali sulle proteste.


I lobbisti del cambio di regime stabiliscono l'agenda

Nel valutare il bilancio delle vittime in Iran, i media statunitensi ed europei si sono basati su due ONG con sede a Washington e finanziate dal National Endowment for Democracy (NED) del governo statunitense: l'Abdorrahman Boroumand Center for Human Rights in Iran e Human Rights Activists in Iran.

Un comunicato stampa del 2024 del NED descriveva esplicitamente l'Abdorrahman Boroumand Center for Human Rights in Iran come “un partner del National Endowment for Democracy (NED)”. Inoltre, una dichiarazione del 2021 di Human Rights Activists in Iran afferma che il gruppo “ha ampliato la propria rete e ha deciso di iniziare a ricevere aiuti finanziari dal National Endowment for Democracy (NED), un'organizzazione non governativa e senza scopo di lucro con sede negli Stati Uniti” dopo essere stato accusato dal governo iraniano di avere legami con la CIA nel 2010.

Il NED è stato creato sotto la supervisione del direttore della CIA dell'amministrazione Reagan, William Casey, per consentire al governo di continuare a interferire all'estero nonostante la diffusa sfiducia nei servizi segreti statunitensi. Uno dei suoi fondatori, Allen Weinstein, ha ammesso pubblicamente che “molto di ciò che facciamo oggi è stato fatto segretamente 25 anni fa dalla CIA”.

Pur non riconoscendo il finanziamento della ONG da parte del NED, The Washington Post e ABC News hanno citato in modo prominente l'Abdorrahman Boroumand Center nella loro copertura delle proteste iraniane. Nel consiglio di amministrazione del Centro siede Francis Fukuyama, l'ideologo che ha firmato la lettera fondatrice del Project for a New American Century, forse il manifesto più importante del neoconservatorismo moderno.

I dati forniti dall'organizzazione dal nome suggestivo “Human Rights Activists in Iran” hanno avuto una diffusione ancora più ampia, con la recente stima di 544 vittime citata da decine di testate mainstream statunitensi e israeliane di tutto lo spettro politico, nonché da Dropsite. Anche la società di intelligence “ombra della CIA” Stratfor ha citato la ONG in un articolo intitolato “Le proteste in Iran aprono una finestra per l'intervento degli Stati Uniti e/o di Israele”.

Poiché il numero preciso delle vittime delle proteste è ancora difficile da accertare, un gruppo eterogeneo di influencer online ha colmato il vuoto informativo con affermazioni esagerate e di dubbia provenienza. Tra questi propagandisti c'è la nota suprematista ebrea Laura Loomer, confidente di Trump, che ha esultato dicendo che “il numero dei manifestanti iraniani uccisi dalle forze del regime islamico ha ormai superato i 6.000!”, citando una presunta “fonte della comunità dei servizi segreti”.

Anche il casinò digitale Polymarket ha gonfiato il numero delle vittime, affermando senza citare fonti che “oltre 10.000” persone sono state uccise dalle “forze iraniane [che hanno usato] fucili automatici contro i manifestanti” e dichiarando falsamente che l'Iran aveva “perso quasi tutto il controllo” di tre delle sue cinque città più grandi.


Negli ultimi mesi, Polymarket è diventato famoso per aver permesso agli addetti ai lavori di abusare delle loro conoscenze avanzate sugli sviluppi politici – come il recente assalto militare statunitense a Caracas e il rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro – per incassare centinaia di migliaia di dollari. Il sito, che si autodefinisce “il più grande mercato di previsioni al mondo”, è stato fondato con un importante investimento del magnate dell'intelligenza artificiale Peter Thiel e ora vanta Donald Trump Jr. come consulente.

Diffondendo cifre chiaramente gonfiate sul numero dei morti, gli attivisti per il cambio di regime e gli amici di Trump stanno apparentemente spingendo il presidente, notoriamente credulone, a lanciare un altro attacco militare contro Teheran.

In una valutazione delle proteste del 7 gennaio, Stratfor ha descritto il caos nelle strade iraniane come un'allettante opportunità per la guerra, scrivendo: “Sebbene sia improbabile che il regime crolli, i disordini in corso potrebbero aprire la porta a Israele o agli Stati Uniti per condurre attività segrete o palesi volte a destabilizzare ulteriormente il governo iraniano, sia indirettamente incoraggiando le proteste, sia direttamente attraverso azioni militari contro i leader iraniani”.

Tuttavia, l'appaltatore della CIA ha riconosciuto che “nuovi attacchi militari contro l'Iran potrebbero anche porre fine all'attuale movimento di protesta, portando invece a una più ampia manifestazione di nazionalismo e unità iraniani, un modello osservato dopo gli attacchi statunitensi e israeliani nel 2025”.


“Pronti a sparare”

L'ultima ondata di proteste antigovernative in Iran ha ricevuto, come prevedibile, il caloroso sostegno di numerosi leader occidentali, tra cui il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

“Se l'Iran sparerà [sic] e ucciderà violentemente i manifestanti pacifici, come è sua abitudine, gli Stati Uniti d'America verranno in loro soccorso”, ha annunciato Trump. “Siamo pronti a sparare e pronti a partire”.

Qualche giorno dopo, Trump ha nuovamente minacciato l'Iran: “È meglio che non iniziate a sparare [ai manifestanti], perché anche noi inizieremo a sparare”. Poi, il 12 gennaio, Trump ha decretato che qualsiasi paese sorpreso a commerciare con l'Iran avrebbe dovuto pagare una tariffa del 25% sulle merci scambiate con gli Stati Uniti.

Ora, secondo quanto riferito, Trump starebbe valutando un attacco, prendendo in considerazione opzioni che vanno dalla guerra cibernetica ai raid aerei. Tuttavia, il ritmo delle proteste antigovernative sembra aver subito un rallentamento, con un ritorno alla relativa calma nelle principali città.

Mentre la situazione si calma, milioni di cittadini iraniani stanno riversandosi nelle strade delle città, da Teheran a Mashhad, per esprimere la loro indignazione per le rivolte, per denunciare gli elementi stranieri che hanno contribuito a fomentare la furia del cambiamento di regime e per proclamare il loro sostegno al governo. Ma nelle redazioni di tutto l'Occidente sembra vietato dare voce a queste masse di manifestanti iraniani.

(Traduzione de l'AntiDiplomatico)

*
Max Blumenthal - Caporedattore di The Grayzone, Max Blumenthal è un giornalista pluripremiato e autore di diversi libri, tra cui i best seller Republican Gomorrah, Goliath, The Fifty One Day War e The Management of Savagery. Ha scritto articoli per diverse testate, realizzato numerosi reportage video e diversi documentari, tra cui Killing Gaza. Blumenthal ha fondato The Grayzone nel 2015 per far luce, dal punto di vista giornalistico, sullo stato di guerra perpetua degli Stati Uniti e sulle sue pericolose ripercussioni interne.


Wyatt Reed -
Wyatt Reed è redattore di The Grayzone. In qualità di corrispondente internazionale, ha seguito storie in oltre una dozzina di paesi. Seguitelo su Twitter/X all'indirizzo @wyattreed13.


Fonte originale: https://thegrayzone.com/2026/01/12/western-media-riots-iran-govt-regime-change/


Data articolo: Tue, 13 Jan 2026 20:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Come Israele e gli Stati Uniti stanno sfruttando le proteste iraniane

 

di Hamid Dabashi* - 13 gennaio 2026 - MME*

 

Da quando alla fine dello scorso anno sono scoppiate le proteste in tutto l'Iran, più di 500 persone sono state uccise, secondo i dati dell'agenzia di stampa Human Rights Activists News Agency (HRANA) con sede negli Stati Uniti, citati dai principali media di tutto il mondo.

L'agenzia riferisce che la maggior parte dei morti erano manifestanti, insieme a più di 45 membri delle forze di sicurezza iraniane.

Sebbene HRANA e i media occidentali non siano fonti del tutto affidabili al riguardo, è comunque evidente che in Iran si sta sviluppando un significativo nuovo ciclo di proteste.

La BBC Persian, in particolare, sembra essere impegnata in una missione sponsorizzata dallo Stato britannico per esagerare la portata di queste proteste. Ignora sistematicamente una parte significativa della popolazione iraniana che, pur essendo in disaccordo con le politiche statali, rifiuta di seguire le indicazioni di Israele o del suo sfrenato tirapiedi, Reza Pahlavi.

Questo è l'ennesimo esempio del soft power britannico al servizio di Israele. L'ossessiva copertura delle proteste iraniane da parte della BBC Persian è profondamente intrecciata con la sua politica di ignorare patologicamente il genocidio di Israele in Palestina.

Sebbene la Guida Suprema iraniana Ayatollah Ali Khamenei abbia pubblicamente riconosciuto le proteste in corso, ha sottolineato che occorre distinguere tra coloro che hanno legittime rivendicazioni economiche nei confronti dello Stato e coloro che stanno approfittando del movimento per promuovere altri obiettivi nefandi, come il cambio di regime e la disintegrazione dell'Iran. Questo è il progetto israeliano.

A detta di tutti, questo nuovo ciclo di proteste è allo stesso tempo autentico e fortemente manipolato.

 

Crisi economica

Per quanto riguarda il primo punto, le proteste affondano le loro radici nella profonda crisi economica che l'Iran sta vivendo da decenni. Queste difficoltà economiche sono dovute a due fattori complementari: la corruzione e l'incompetenza interne allo Stato e le pesanti sanzioni esterne imposte dagli Stati Uniti e da altri paesi. Come ha sintetizzato recentemente un titolo del Financial Times: “La valuta iraniana ‘si trasforma in cenere’ mentre l'economia precipita”.

Allo stesso tempo, questa particolare crisi è per lo più (ma non interamente) una distrazione artificiale guidata da Israele e dagli Stati Uniti. Ancora una volta, stanno prendendo di mira uno Stato disfunzionale - come il Libano, la Siria, lo Yemen o il Venezuela - per mantenersi al potere e distogliere l'attenzione globale dal genocidio ancora in corso a Gaza.

Gli iraniani hanno tutto il diritto e tutte le ragioni per protestare contro le loro condizioni economiche e politiche dure e insostenibili. La classe media, impoverita e in via di estinzione, ha sopportato difficoltà estreme, mentre la classe operaia crolla sotto il peso di privazioni inimmaginabili. Ma l'attenzione di Israele sull'Iran oggi è determinata da molteplici fattori. Innanzitutto, si tratta di una tattica diversiva, volta a distogliere l'attenzione mondiale dal genocidio dei palestinesi in corso da parte di Israele e dal furto sistematico da parte dello Stato di ciò che resta della Cisgiordania occupata.

Tel Aviv pensa che più caos e confusione genera nella regione, più velocemente il mondo dimenticherà e passerà oltre il genocidio di Gaza.

Il secondo obiettivo, correlato al primo, è la disintegrazione dell'Iran in Stati etnici più piccoli, simile ai progetti di Israele per altri paesi della regione, come il Libano e la Siria. Tel Aviv vuole rifare l'intera regione a sua immagine e somiglianza, quella di uno Stato-guarnigione. Il suo malvagio riconoscimento del “Somaliland” è un modello per questo scenario.

La questione del programma nucleare iraniano è un diversivo. C'era un accordo nucleare tra l'Iran e il mondo esterno, elaborato sotto l'amministrazione Obama.

Israele si è opposto con coerenza a tale accordo, anche attraverso la sua quinta colonna all'interno degli Stati Uniti, l'Aipac. Agendo contro gli interessi sia degli Stati Uniti che dell'Iran, il presidente Donald Trump lo ha rapidamente smantellato dopo il suo insediamento. Israele è quindi il principale responsabile dell'assenza di un accordo nucleare tra l'Iran e il mondo esterno.

Sanzioni paralizzanti

Nel frattempo, gli Stati Uniti rimangono i principali responsabili dell'uso di sanzioni paralizzanti come arma contro l'élite al potere in Iran e le masse impoverite. Due ragioni sono alla base delle sanzioni: le preoccupazioni inventate sul programma nucleare iraniano e la pressione americana-europea su Teheran affinché assuma una posizione meno bellicosa e più filoisraeliana nella regione.

Il fatto che Israele, pur ponendosi come il nemico più accanito della Repubblica Islamica al potere in Iran, sia esso stesso una potenza nucleare impegnata in una battaglia su più fronti contro i suoi vicini - in particolare contro i palestinesi, intrappolati nella loro stessa patria - è ovviamente assente da questa lettura della regione.

Rispetto alle ondate di disordini del passato, le proteste attuali non hanno ancora raggiunto la portata, il significato o l'autenticità della rivolta delle donne, della vita e della libertà del 2022. Quell'evento fondamentale e iconico è ancora oggetto di discussioni accademiche, ma il fatto che sia stato un evento di enorme importanza, proprio perché guidato dalle donne, rimane indiscusso.

Le proteste attuali sono eccezionalmente violente e non sono certamente guidate da donne. La rivolta di Mahsa Amini è stata forse l'ultimo movimento di protesta genuino, autoctono e autentico nella storia moderna dell'Iran, con un significato globale.

Al contrario, le ultime proteste sono irrimediabilmente inquinate dagli agenti del Mossad, con moschee incendiate per suscitare rabbia e agitazione, fornendo un pretesto per commenti islamofobici da parte di personaggi come JK Rowling.

Le proteste sono anche rovinate dalle fake news, che Israele utilizza da tempo nel tentativo di smantellare il governo iraniano per i propri fini. Secondo le indagini condotte da Haaretz, TheMarker e Citizen Lab, l'hasbara israeliana è attivamente impegnata nel creare sostegno per Reza Pahlavi, il figlio demente dell'ultimo monarca Pahlavi.

Alti funzionari israeliani continuano a incoraggiare la rivolta contro lo Stato iraniano, anche se tali istigazioni screditano i disordini che ne derivano. Tuttavia, alcuni aspetti delle ultime manifestazioni sono reali e potenzialmente significativi.

Sopravvivenza dello Stato

Lo Stato iraniano è ora in modalità di sopravvivenza. Ma lottare con una crisi dopo l'altra è nel DNA della Repubblica Islamica, che ne gode.

All'indomani degli attacchi statunitensi e israeliani di giugno contro gli impianti nucleari iraniani e altri obiettivi civili, lo Stato reprimerà senza pietà queste proteste e non esiterà a portare la battaglia nelle basi regionali statunitensi e direttamente in Israele. Il primo scambio di missili in questo contesto cambierà improvvisamente e radicalmente lo scenario.

Nel frattempo, le proteste sembrano svolgersi in una rabbia cieca. Lo Stato ha arrestato o costretto all'esilio tutte le voci legittime e ragionevoli che avrebbero potuto guidare queste manifestazioni nel miglior interesse della nazione.

In assenza di opzioni pacifiche e legittime - figure come Mir Hossein Mousavi, Zahra Rahnavard, Mohammad Khatami, Mostafa Tajzadeh o Abolfazl Qadiani - lo spazio è aperto a monarchici illegittimi e opportunisti filo-Pahlavi e ai Mojahedin-e-Khalq, nessuno dei quali ha una base popolare significativa all'interno dell'Iran.

E mentre i media occidentali come la BBC e il Wall Street Journal continuano a fabbricare una base popolare per il fantoccio sionista Pahlavi, lo Stato iraniano si aspetta un attacco da parte degli Stati Uniti, come ha minacciato Trump, o di Israele, o di entrambi.

Sebbene le proteste siano iniziate almeno in parte dall'interno, l'ex segretario di Stato americano Mike Pompeo ha dichiarato che sono stati coinvolti agenti del Mossad. Non è chiaro se si tratti di una notizia vera o di una manovra psicologica volta a innervosire le autorità iraniane; in ogni caso, la situazione è confusa.

In sostanza, questo movimento non è una rivoluzione, ma un tentativo di colpo di stato disinformativo grossolanamente orchestrato dagli Stati Uniti e da Israele. Sul modello del colpo di stato della CIA e dell'MI6 del 1953 contro un primo ministro eletto, gli americani possono fornire la potenza militare, mentre gli inglesi, attraverso mezzi di comunicazione come la BBC Persian, possono fornire le fake news.

La rivolta è iniziata per ragioni reali e legittime, ma Israele sta cercando di appropriarsene. Proprio come ha rubato la Palestina per fare spazio al suo stato militare e ha rubato l'ebraismo per giustificare il sionismo, Israele sta ora tentando di rubare la rivolta sociale di un altro paese. Tutto ciò che ha ottenuto è stato screditare completamente proteste altrimenti legittime, fondate sul benessere economico e politico di un'intera nazione.


FONTE: https://www.middleeasteye.net/opinion/how-israel-and-us-are-exploiting-iranian-protests

 

*Hamid Dabashi è Hagop Kevorkian Professor of Iranian Studies and Comparative Literature alla Columbia University di New York, dove insegna letteratura comparata, cinema mondiale e teoria postcoloniale. Tra i suoi ultimi libri figurano The Future of Two Illusions: Islam after the West (2022); The Last Muslim Intellectual: The Life and Legacy of Jalal Al-e Ahmad (2021); Reversing the Colonial Gaze: Persian Travelers Abroad (2020) e The Emperor is Naked: On the Inevitable Demise of the Nation-State (2020). I suoi libri e saggi sono stati tradotti in molte lingue.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all'autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Data articolo: Tue, 13 Jan 2026 18:00:00 GMT
Fiammiferi
L’eccezione permanente: dalla gestione penale del nemico al sequestro della sovranità



di Geraldina Colotti 


Il simbolo di Cilia Flores che vuole seguire il presidente e che, davanti al tribunale statunitense, rifiuta di piegarsi dichiarandosi "prigioniera di guerra" insieme al suo compagno, è l'immagine più potente della dignità rivoluzionaria. È la risposta di un intero popolo che dice al suprematismo bianco e patriarcale: non potete sequestrare un'idea, perché quell'idea cammina sulle gambe di milioni di donne che hanno deciso di non essere mai più invisibili.
Geraldina Colotti
Il sequestro di Nicolás Maduro e Cilia Flores, operato dalle forze speciali statunitensi il 3 gennaio 2026, mediante l'impiego di mezzi militari e tecnologici senza precedenti, non rappresenta soltanto un atto di pirateria geopolitica, ma il culmine logico di una parabola giuridica iniziata nei laboratori della controrivoluzione europea degli anni Settanta. Ciò che un tempo veniva definito "Stato di emergenza" si è trasmutato in un dispositivo globale e permanente, una "legislazione penale del nemico" che ha smesso di distinguere tra il diritto di guerra e il diritto civile, sovrapponendoli in un unico esercizio di polizia planetaria.
Dal laboratorio italiano alla “governance globale”
Per comprendere la violenza dell’attuale fase imperialista, occorre risalire al cortocircuito securitario che ha ridefinito il concetto di "ordine pubblico". Il caso italiano è, in questo senso, paradigmatico. Nel lungo ciclo di lotta rivoluzionaria aperto dal 1968-69, lo Stato borghese — tutelato dagli Stati Uniti e sostenuto da una torbida alleanza con mafie e neofascisti — rispose a ogni avanzata operaia con la strategia della tensione: le stragi di Piazza Fontana e Piazza della Loggia furono i "massacri di Stato" necessari a frenare la spinta verso il cambiamento radicale.
Di fronte al riconoscimento della NATO da parte del PCI — il partito comunista più forte d’Europa, allora — e al progressivo riassorbimento delle istanze popolari nel quadro istituzionale, sorse la guerriglia marxista-leninista delle Brigate Rosse, che impegnò la borghesia in uno scontro durato quasi vent'anni. La risposta dell'apparato di potere fu l'instaurazione di un vero e proprio Stato di polizia: carceri speciali, pene aumentate di un terzo, esecuzioni sommarie, torture sistematiche nei primi anni '80 e una legislazione premiale — basata su pentitismo e dissociazione — volta a spezzare l'identità politica dei militanti.
Questa "emergenza" ha stravolto il tessuto democratico per sconfiggere quello che veniva etichettato come "terrorismo". Ma il dato politico centrale è che, anche dopo la sconfitta della lotta armata, questa logica non è cessata: è diventata filosofia di governo.
L’uso politico della magistratura e la nuova etica del pentitismo
L'emergenza è mutata in gestione ordinaria attraverso l'uso politico della magistratura. La giustizia è stata trasformata in uno strumento per risolvere i problemi sociali e, al contempo, in un terreno di scontro tra settori della borghesia (come visto nel passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica con il processo Andreotti e Tangentopoli). Questa dinamica ha imposto il "pentitismo" — concreto e ideologico — come una nuova etica pubblica, e la dietrologia ha soppiantato l'analisi della storia, come storia della lotta di classe e scontro di interessi contrapposti: un dispositivo, giuridico e simbolico, volto a stroncare la dignità dei nuovi soggetti in lotta, obbligandoli all'abiura come condizione per il diritto di parola. Si punisce l'individuo non per ciò che ha commesso, ma per ciò che rappresenta: una minaccia all'accumulazione capitalistica.
Questa logica si è oggi universalizzata. La vediamo all'opera in Perù, dove la legislazione ereditaria degli anni Novanta continua a essere utilizzata per neutralizzare ogni opposizione sociale, etichettando come "nemico interno" chiunque rivendichi la sovranità sulle risorse. La ritroviamo nell'operazione di criminalizzazione del centro sociale Askatasuna a Torino. Qui, lo Stato sperimenta sulle nuove generazioni la trasformazione del dissenso in fattispecie criminale, mirando a eradicare quelle postazioni della resistenza che ancora sfidano lo sfruttamento capitalistico.
Il feticcio della legalità e il sequestro di Cilia Flores
Il sistema globale opera attraverso un’ipocrisia strutturale: il feticcio della legalità. Da un lato, si esige l'obbedienza assoluta alle norme di mercato; dall'altro, l'imperialismo calpesta il diritto internazionale non appena diventa un ostacolo: dal conflitto nelle fabbriche, agli spazi pubblici, alle truffe elettorali, quando il risultato diverge dal volere coloniale. Il sequestro di un capo di Stato sovrano e di una deputata eletta svela la natura reale del "giardino" occidentale: un ordine basato sulla “dittatura della borghesia”, essenza delle democrazie formali.
È lo stesso meccanismo che permette il genocidio a Gaza, dove l'intero corpo sociale palestinese è trasformato in obiettivo militare, e nessuna norma internazionale sembra poter impedire il crimine coloniale. Benjamin Netanyahu e María Corina Machado condividono la stessa funzione: sono i custodi di una frontiera neocoloniale che criminalizza chi resiste all'espropriazione dei territori e delle coscienze.
In questo quadro, il sequestro di Cilia Flores assume un valore simbolico enorme. La narrativa suprematista statunitense tenta di ridurla a mera appendice del leader, ma la Rivoluzione Bolivariana l'ha consacrata come "Prima Combattente", sovvertendo il ruolo patriarcale della First Lady. Colpire lei significa tentare di ferire il cuore della militanza popolare, che sfida con orgoglio l'arroganza del potere.
Il simbolo di Cilia Flores che vuole seguire il presidente e che, davanti al tribunale statunitense, rifiuta di piegarsi e si dichiara "prigioniera di guerra" insieme al suo compagno, è l'immagine più potente della dignità rivoluzionaria. È la risposta di un intero popolo che dice al suprematismo bianco e patriarcale: non potete sequestrare un'idea, perché quell'idea cammina sulle gambe di milioni di donne che hanno deciso di non essere mai più invisibili.
L'Occidente si erge a difensore dei diritti delle donne solo quando può usarli come pretesto bellico, ma criminalizza ferocemente la donna che partecipa alla costruzione di una sovranità alternativa. Cilia Flores, avvocata dei settori popolari e protagonista della storia rivoluzionaria, rappresenta un femminismo di classe che non separa l'emancipazione di genere dalla lotta contro il capitale.
Il suo rifiuto di piegarsi davanti a un tribunale straniero, dichiarandosi "prigioniera di guerra", è la risposta più potente al patriarcato coloniale che vorrebbe le donne del Sud del mondo come vittime silenziose o comparse subalterne. Rendere onore alla resistenza di Cilia Flores significa, dunque, ribaltare la prospettiva del femminismo liberale. La sua figura ci ricorda che la lotta contro il patriarcato è inseparabile dall'antimperialismo: non esiste libertà per la donna del Sud globale se il suo paese è sotto “sanzioni” o bombardamenti.
Ci ricorda, anche, che la solidarietà di classe deve tornare a scavalcare i confini: perché le donne che oggi in Venezuela difendono le fabbriche e le comuni sono le sorelle delle donne palestinesi che resistono al genocidio e delle giovani militanti che in Europa si oppongono alla logica punitiva dello Stato.
Il volto donna del potere popolare: Delcy Rodríguez
Il tentativo di smantellare il processo bolivariano attraverso il sequestro dei suoi simboli si scontra con il fatto che in Venezuela il potere ha il volto delle donne. La guida del Paese assunta da Delcy Rodríguez come Presidente incaricata è la naturale conseguenza di un processo in cui oltre l'80% della direzione degli organismi popolari e delle Comuni è composta da donne, che sono anche ai vertici di ministeri e poteri pubblici. Sono loro le casematte viventi che resistono all'attacco asimmetrico e che dimostrano come il potere popolare sia intrinsecamente legato alla soggettività femminile liberata.
La presidenza “incaricata” di Delcy Rodríguez, che tante volte abbiamo visto sfidare apertamente i poteri forti nel suo ruolo di ministra degli Esteri, non è un'eccezione, ma la naturale conseguenza di un processo che, oltre ad aver riconosciuto nel lavoro domestico e di cura un valore sociale e politico, ha trasformato le donne da oggetti della storia a soggetti del cambiamento radicale. La lotta contro il capitalismo patriarcale in Venezuela è strutturale, e si lega alla liberazione da ogni forma di sfruttamento e tutela coloniale o neocoloniale.
Venezuela: l’ultima breccia
Difendere il Venezuela oggi significa difendere la possibilità stessa del cambiamento radicale contro un sistema che vorrebbe imporci il pentitismo ideologico come unica via. Il sequestro di Maduro e Flores è un monito a chiunque sfidi l'egemonia del dollaro. Rompere l'isolamento mediatico significa rifiutare il ruolo di "sudditi della sicurezza" per tornare a essere soggetti della storia.
In un mondo trasformato in prigione, il Venezuela resta il nome di una speranza che non si lascia sequestrare.

Data articolo: Tue, 13 Jan 2026 18:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Capo militare UK ignora avvertimenti russi, fiducioso su schieramento in Ucraina

Il Capo di Stato Maggiore della Difesa britannico ha dichiarato di essere "fiducioso" che le truppe del Regno Unito sarebbero al sicuro se dispiegate in Ucraina nell'ambito di un cessate il fuoco con la Russia, nonostante gli avvertimenti di Mosca secondo cui qualsiasi forza occidentale nel paese sarebbe considerata un "bersaglio legittimo". Intervenuto all'audizione della commissione difesa del parlamento, il Maresciallo Capo dell'Aria Richard Knighton ha sottolineato che il Regno Unito "non schiererà le nostre forze armate se non saremo sicuri che saranno al sicuro".

Rispondendo ai quesiti su equipaggiamento, addestramento e rotazioni, Knighton ha espresso fiducia sul fatto che le truppe sarebbero dispiegate in una maniera "tale da garantire la loro sicurezza". Allo stesso tempo, ha riconosciuto che "non esiste il rischio zero negli ambienti operativi". "Il compito della leadership militare... è valutare quel livello di rischio e assicurarsi che i benefici che otteniamo dalla missione superino i rischi potenziali", ha affermato Knighton, sostenendo che finanziamenti aggiuntivi ridurrebbero la minaccia.

I sostenitori europei del regime di Kiev, guidati da Regno Unito e Francia, da tempo valutano piani per dislocare truppe sul terreno in Ucraina dopo un potenziale cessate il fuoco con la Russia. Questo mese, i leader britannici, francesi e ucraini hanno firmato una 'Dichiarazione di Intenti' su un dispiegamento militare. Il Primo Ministro britannico Keir Starmer ha dichiarato che il piano includerà "hub militari" e strutture protette per armi ed equipaggiamenti, mentre il Presidente francese Emmanuel Macron ha suggerito che la missione potrebbe coinvolgere "potenzialmente migliaia" di soldati schierati "molto dietro la linea di contatto". Tuttavia, secondo Le Monde, Macron ha incontrato una significativa opposizione parlamentare, che ha insistito affinché qualsiasi dispiegamento avvenga sotto mandato ONU.

La Russia ha escluso qualsiasi schieramento di truppe occidentali in Ucraina, avvertendo che le unità straniere sarebbero considerate "bersagli legittimi" e che i piani dei sostenitori di Kiev equivalgono a un'interferenza esterna. Mosca ha ripetutamente dichiarato che uno dei suoi obiettivi fondamentali nel conflitto è impedire che truppe e infrastrutture della NATO intervengano nel paese vicino.

D'altra parte, la portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha affermato che l'élite al potere nell'Unione Europea e in Gran Bretagna vede un accordo di pace sull'Ucraina come una minaccia per sé stessa e lo ostacola attivamente. La diplomatica russa, commentando un webinar del Global Fact-checking Network, ha dichiarato: "Il Regno Unito e l'UE stanno bloccando in modo intenzionale e sistematico le soluzioni politiche e diplomatiche alla crisi ucraina. Persino la possibilità della pace è vista dalle élite al potere di questi paesi e dalla burocrazia come una minaccia al loro sfiorito dominio globale".

Zakharova ha posto l'accento sul ruolo di Londra, ricordando che "nel 2022, l'allora Primo Ministro Boris Johnson istruì personalmente Zelensky a non firmare un accordo di pace che era già stato redatto. L'intera questione avrebbe potuto essere risolta lì e allora, a Istanbul, risparmiando innumerevoli vite e garantendo sicurezza per entrambe le nazioni e per gli anni a venire". Questa ricostruzione sottolinea la profonda divergenza di visioni, con Mosca che accusa l'Occidente di perpetuare il conflitto per interessi geopolitici, mentre le capitali europee preparano piani che, a loro dire, mirano a stabilizzare e proteggere l'Ucraina in uno scenario di tregua.

Data articolo: Tue, 13 Jan 2026 16:44:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Escalation ucraina: raid di droni contro petroliere nel Mar Nero

Un attacco con droni è stato registrato al largo della costa di Novorossijsk, prendendo di mira petroliere in attesa di caricare petrolio dal Kazakistan attraverso il terminale del Consorzio dell'Oleodotto del Caspio (CPC). Come riporta Reuters, droni hanno colpito simultaneamente quattro navi greche nella zona di rada.

Le petroliere coinvolte sono Delta Harmony, Freud, Delta Supreme e Matilda. A bordo del Delta Harmony si è sviluppato un incendio in seguito all'attacco, ma l'unità non ha subito danni gravi e le fiamme sono state rapidamente domate. Le altre navi hanno riportato danni di varia entità, sebbene secondo le valutazioni preliminari non si siano verificate violazioni strutturali critiche e tutte abbiano mantenuto la galleggiabilità.

Bloomberg e RIA Novosti confermano l'attacco a due delle unità, il Delta Harmony e il Matilda, in attesa del proprio turno per il carico di greggio kazako nella zona di ancoraggio prossima al terminale. Secondo l'agenzia russa, i danni hanno interessato le attrezzature di carico a seguito dell'azione di droni ucraini. Le due petroliere sono state noleggiati dai consorzi Tengizchevroil (TCO) e Karachaganak Petroleum Operating (KPO).

La compagnia kazaka KazMunayGas ha confermato l'attacco al Matilda nelle vicinanze di un'installazione del CPC, precisando che il drone ha provocato un'esplosione senza un successivo incendio e che non si registrano feriti tra l'equipaggio. Una valutazione iniziale indica che la nave rimane pienamente navigabile e senza danni strutturali gravi. La sua operazione di carico presso il terminale era programmata per il 18 gennaio.

L'episodio si inserisce in una serie di azioni simili. Alla fine di novembre, le petroliere Kairos e Virat, battenti bandiera del Gambia e dirette verso il porto russo di Novorossijsk, furono attaccate con imbarcazioni marine senza equipaggio ucraine. Successivamente, nel medesimo porto, un attacco con mezzi simili compromise temporaneamente il dispositivo di ormeggio remoto VPU-2 del CPC, che serve aziende del settore energetico russe, kazake, statunitensi e di diversi paesi dell'Europa occidentale. All'inizio di dicembre, le autorità marittime turche hanno riferito di un altro attacco, questa volta contro una cisterna carica di olio di girasole partita dalla Russia verso la Georgia, avvenuto a poco più di 100 chilometri dalle coste turche.

La reazione di Mosca: minacce di rappresaglie

Il presidente russo Vladimir Putin ha avvertito che se il regime di Kiev continuerà con tali attacchi, Mosca potrebbe adottare "misure di risposta" contro navi di paesi che assistono l'Ucraina, promettendo nel contempo che le Forze Armate russe intensificheranno gli attacchi contro i porti ucraini e le imbarcazioni che vi fanno ingresso. "Quello che stanno facendo ora le Forze Armate ucraine è pirateria. Quali misure di risposta si possono prendere? In primo luogo, amplieremo la gamma dei nostri attacchi contro porti, installazioni e contro le navi che entrano nei porti ucraini. Secondo, se questo continua, considereremo la possibilità, non dico che lo faremo, ma considereremo la possibilità di prendere misure di risposta contro le navi dei paesi che aiutano l'Ucraina a portare avanti queste operazioni di pirateria", ha affermato il leader russo.

Data articolo: Tue, 13 Jan 2026 15:50:00 GMT
WORLD AFFAIRS
La Russia definisce le minacce USA all'Iran "assolutamente inaccettabili"

"Le minacce di Washington di lanciare nuovi attacchi militari sul territorio della Repubblica Islamica sono assolutamente inaccettabili", ha dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, in una nota.

La Russia condanna fermamente qualsiasi interferenza esterna sovversiva nei processi politici interni dell'Iran, ha affermato la diplomatica.

"Le dinamiche della situazione politica interna del Paese, il calo delle proteste alimentate artificialmente registrato negli ultimi giorni, ci permettono di aspettarci una graduale stabilizzazione della situazione. Migliaia di iraniani che marciano a sostegno della sovranità della Repubblica Islamica sono la chiave del fallimento dei sinistri piani di coloro che sono ossessionati dall'esistenza di Stati sulla scena internazionale in grado di perseguire una politica estera indipendente e di scegliere autonomamente i propri alleati", conclude Zakharova.

Mosca è in contatto con le sue missioni diplomatiche in Iran, che stanno lavorando come di consueto e sono in contatto con i russi nel Paese, ha reso noto la diplomatica.

Data articolo: Tue, 13 Jan 2026 15:33:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Khamenei e Pezeshkian: le piazze iraniane hanno neutralizzato i piani dei nemici

In un deciso messaggio alla nazione, il Leader della Rivoluzione Islamica, Ayatollah Seyyed Ali Khamenei, ha esaltato le imponenti manifestazioni di sostegno alla Repubblica Islamica che si sono svolte in tutto il paese, definendole un evento storico che ha sventato i piani dei nemici volti a destabilizzare l’Iran attraverso i loro agenti interni. L’Ayatollah Khamenei ha sottolineato come questa massiccia partecipazione popolare abbia dimostrato la determinazione e l’identità della nazione ai suoi avversari, servendo al contempo come monito alle autorità statunitensi affinché pongano fine ai loro inganni e cessino di fare affidamento su mercenari sleali. Il Leader ha descritto il popolo iraniano come forte, potente e consapevole, sempre presente e vigente nei momenti di crisi.

Le manifestazioni, alle quali hanno preso parte cittadini di ogni estrazione sociale, sono iniziate in diverse ore del giorno in varie province e sono state definite dalle autorità una prova inconfutabile di unità e solidarietà di fronte ai complotti del nemico, che cerca di seminare caos e divisione servendosi di mercenari e terroristi. Le recenti proteste, nate inizialmente come pacifiche rivendicazioni economiche da parte di alcuni commercianti, sono state infatti deviate verso la violenza dopo dichiarazioni pubbliche di figure statunitensi e del regime sionista israeliano, amplificate da media persianofoni legati a Israele, che incitavano al vandalismo e al disordine. Le autorità iraniane, pur riconoscendo la legittimità delle preoccupazioni economiche della popolazione - aggravate dalle sanzioni unilaterali statunitensi che colpiscono la banca centrale e le esportazioni di petrolio - hanno condannato gli elementi interessati alla destabilizzazione per aver sfruttato queste sacrosante istanze. Gli apparati di sicurezza e giudiziari hanno annunciato di aver smantellato diverse cellule armate e arrestato operativi collegati a potenze straniere durante i disordini, inclusi agenti del Mossad israeliano.

In piena sintonia con il Leader, il Presidente Masoud Pezeshkian ha a sua volta reso omaggio alla partecipazione “magnifica ed epica” di milioni di iraniani nelle piazze, affermando che questa imponente mobilitazione ha neutralizzato i “disegni sinistri” dei nemici stranieri e dei loro mercenari. In un messaggio alla nazione, il Presidente ha espresso profonda gratitudine per la “fermezza e l’autorità” del popolo di fronte all’insurrezione e all’intervento straniero, inchinandosi davanti alla grandezza della sua potente volontà. Ha definito le manifestazioni un segno di vigilanza e responsabilità senza pari nella difesa degli ideali religiosi e nazionali contro “nemici oppressori e terroristi”. Nonostante i disagi interni, ha osservato, l’interesse nazionale e l’integrità territoriale sono rimasti la forza unificante dei manifestanti. Il Presidente Pezeshkian ha sottolineato che l’unità dimostrata in tutte le province costituisce una barriera contro i “percorsi criminali” degli Stati Uniti, dei loro alleati e del regime israeliano, e che questa prova di sostegno rende il governo ancor più determinato ad affrontare le sfide del paese dall’interno.

Invece, dagli Stati Uniti, il presidente Donald Trump continua a soffiare sul fuoco attraverso la sua piattaforma Truth Social. Trump ha esortato i manifestanti iraniani a continuare le proteste e a “impadronirsi delle istituzioni”, promettendo loro sostegno e annunciando di aver cancellato ogni incontro con funzionari iraniani “finché non cesserà l’insensata uccisione di manifestanti”. Trump ha concluso il suo appello con un nuovo slogan, mutando il noto “MAGA” in “MIGA”: “Make Iran Great Again”. Queste dichiarazioni esterne appaiono come il chiaro complemento della linea dura denunciata da Teheran, dove il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate, il generale Abdolrahim Mousavi, ha accusato proprio Israele e Stati Uniti di infiltrare terroristi del cosiddetto Stato Islamico tra i manifestanti. Il quadro che emerge è dunque quello di una nazione che, pur affrontando sfide economiche reali, si è unita compattamente per respingere un attacco ibrido orchestrato dall’estero, mentre figure straniere continuano apertamente a soffiare sul fuoco della destabilizzazione.

Data articolo: Tue, 13 Jan 2026 15:11:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Guerra alla Russia: esercito europeo o coalizione dei “volenterosi�


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

Sembrava che negli ultimi tempi fosse calato il silenzio sui piani di allestimento di un esercito europeo. Ora, col pretesto di fare la voce grossa nei confronti di Trump e delle sue ambizioni sulla Groenlandia, bofonchiando qualcosa sull'invio di truppe “europee” sull'isola, a difesa della sovranità danese, ecco che si riaffaccia l'idea di una forza armata comune della UE. Non che la Groenlandia c'entri davvero qualcosa, per carità; ma offre l'occasione di una sortita, di cui in verità nessuno sentiva questo gran bisogno, al Commissario europeo alla guerra Andrius Kubilius, per parlare di un esercito europeo permanente di 100.000 uomini, in sostituzione delle forze yankee in Europa, che ammontano oggi, per l'appunto, a circa 100.000 unità.

Perché, se si arrivasse a una contrapposizione, non certo davvero militare, tra Bruxelles e Washington, si dice, ciò condurrebbe a una disgregazione, o quantomeno a un indebolimento, della NATO.

Quindi, sin «dall'inizio del mio mandato», dice colui a cui si deve il vaticinio sulla Russia che «tra cinque anni, o forse anche prima, attaccherà un paese europeo, o forse più di uno», vado ripetendo che «ci troviamo di fronte a due problemi: la minaccia russa e il ritiro degli Stati Uniti dalla regione indo-pacifica. Oggi, il bilancio militare della Russia, in termini di parità di potere d'acquisto, rappresenta l'85% della spesa per la difesa di tutti i paesi UE. Non vi è alcun segno che Putin intenda raggiungere la pace. Anche se la pace venisse raggiunta, continuerà a perseguire un'economia militare». Ovvio: come farebbe altrimenti a mettere in atto il vaticinio di Merlino-Kubilius. Ora, dice il Commissario-veggente, la situazione è questa: «Gli Stati Uniti ci chiedono ufficialmente di essere pronti ad assumerci la piena responsabilità della difesa dell'Europa. E non possiamo che essere d'accordo con questa richiesta. Se gli americani lasciano l'Europa... come sostituiremo l'esercito americano, forte di 100.000 uomini, che è la spina dorsale delle forze armate in Europa? Chi diventerà la spina dorsale dell'esercito europeo? I tedeschi? Un insieme di 27 "eserciti di carta": eserciti che sembrano belli ma in realtà sono esigui, ridotti, tagliati? Oppure, come proposero Jean-Claude Juncker, Emmanuel Macron e Angela Merkel dieci anni fa... creeremo un potente "esercito europeo" permanente di 100.000 soldati?». Mettiamoci dunque all'opra, miei prodi, «Perché, come ha affermato di recente il Cancelliere Merz, i giorni della Pax Americana sono finiti. L'indipendenza nella difesa significa che dobbiamo essere pronti a difenderci nel quadro della NATO, ma con una presenza americana molto più ridotta in Europa. Il nostro problema è la mancanza di unità. Ecco perché, prima di tutto, dobbiamo rispondere a una domanda molto semplice: gli Stati Uniti sarebbero militarmente più forti se avessero 50 eserciti statali invece di un unico esercito federale, 50 strategie di difesa e bilanci per la difesa statali invece di un'unica strategia e bilancio di difesa federale? I nostri cittadini hanno una risposta molto chiara: una recente pubblicazione su Politico mostra che in Spagna, Belgio e Germania, circa il 70% dei cittadini preferisce che il proprio Paese sia difeso da un esercito europeo piuttosto che da un esercito nazionale (10%) o dalla NATO (12%)». Il primo passo, dice Andrius, è la creazione di un Consiglio di Sicurezza Europeo, con membri permanenti di alcuni paesi UE, un rappresentante della Gran Bretagna e rappresentanti di altri paesi europei a rotazione. 

Nella prospettiva di una disgregazione della NATO che, secondo l'odierna vulgata ufficiale, potrebbe venir provocata dalle mire territoriali trumpiane nei confronti di un membro europeo dell'Alleanza atlantica, la Danimarca, la ricetta è quindi quella di salvaguardare i profitti del complesso militare-industriale indirizzando le spese di guerra verso un nuovo soggetto.

Soggetto che, per la verità, solo teatralmente dovrebbe contrapporsi allo sbarco yankee sull'isola artica ma, molto più prosaicamente e in linea coi veri obiettivi europeisti, dovrebbe prepararsi allo scontro, autentico, con la Russia.

Ma, a parte le uscite kubiliusiane su «un'unica strategia e bilancio di difesa federale», sul modello USA, adattati al vecchio continente, nel mondo reale le truppe “europeiste” dovrebbero essere preparate allo scontro con la Russia e, più concretamente, nella situazione attuale, sul territorio ucraino.

Anche perché non è ancora ben chiaro come i “Volenterosi” intendano attuare il piano disegnato il 6 gennaio a Parigi per lo schieramento di truppe nelle “retrovie” ucraine, lontane dal fronte, secondo la dichiarazione d'intenti sottoscritta da Francia, Gran Bretagna e Ucraina per il dispiegamento di una forza multinazionale dopo un cessate il fuoco. Questo, ricordando anche solo di sfuggita che la proscrizione di dispiegamento di truppe occidentali in Ucraina è sempre stato uno dei punti chiave proclamati con l'Operazione speciale.

Ora, dice il Capo di SM della Difesa di Londra, Maresciallo dell'Aria Richard Knighton, truppe britanniche non saranno dispiegate in Ucraina «se non saremo certi che siano al sicuro. Ne sono certo, avendo partecipato attivamente al lavoro della coalizione. Siamo pronti a pianificare e disponiamo delle risorse per svolgere i compiti assegnati. E ulteriori finanziamenti mitigheranno i rischi che potremmo affrontare». Ricordando che il governo britannico ha stanziato due milioni di sterline per la modernizzazione dell'esercito, Knighton ha detto di essere «fiducioso che garantiremo la sicurezza degli uomini che invieremo là. Ma dovete capire che in combattimento non esiste il rischio zero. Spetta alla leadership militare, con il supporto dei ministri, valutare il livello di rischio e garantire che i benefici che otteniamo dall'invio di truppe superino i potenziali rischi».

In ogni caso, non nuoce ricordare che lo stesso Knighton, appena lo scorso dicembre, aveva dichiarato che «è tempo che i figli e le figlie della Gran Bretagna si preparino alla guerra con la Russia». A questo punto, quindi, rimane da stabilire se debbano prepararvisi come britannici o come adepti del nuovo “club” auspicato da Merlino-Kubilius. 
Anche perché, senza tante tergiversazioni, proprio il britannico The Mirror si è dato a preparare la popolazione alla mobilitazione. Il giornale ricorda come, nelle precedenti guerre globali, i cittadini venissero chiamati ad abbandonare la quotidianità e a imbracciare le armi: «Sebbene uno scenario del genere possa sembrare una reliquia del passato, la possibilità di un conflitto su larga scala sembra spaventosamente reale». Rievocando il passato e le classi d'età che venivano arruolate o mobilitate, The Mirror fa la propria parte nell'alimentare la tensione, esortando i britannici a prendere in considerazione una «imminente Terza Guerra Mondiale» e invitandoli a chiedersi se i mestieri esercitati possano essere «riconosciuti indispensabili, tanto da evitare la coscrizione». A sua volta, il deputato Mike Martin, ex reduce dell'Afghanistan, sempre a proposito della coscrizione, giudica alto il rischio di guerra con la Russia e che siano quindi necessari adeguati preparativi: «se dovessimo entrare in una guerra su vasta scala con la Russia, arruoleremmo la popolazione, non c'è dubbio».

Altro che esercito europeo modellato sui vaticini di Merlino-Kubilius.

Anche se, si deve dire, si pronostica che il prossimo Comandante in capo della NATO sia un militare tedesco. Quantomeno, è questo che prevede l'esperto militare e politologo tedesco Carlo Masala: «Francamente, non vedo alternative al momento, perché la Germania è l'unico paese europeo tra i principali attori militari ad avere tutte le risorse necessarie per realizzare un simile riarmo in Europa. Non parlo della Francia, praticamente sull'orlo della bancarotta. E non vedo nemmeno la Gran Bretagna perseguire una politica per un riarmo su vasta scala. Quindi, penso che tutto dipenda dai tedeschi» e, in tal caso, gli Stati Uniti ritireranno completamente le loro truppe dall'Europa, perché se l'Alleanza dovesse avere un Comandante Supremo tedesco, francese o danese, non sarà lui comandare le forze americane in Europa. Di più: con il ritiro USA, l'Europa non dispone delle capacità strategiche per condurre una guerra, che sono fornite dagli Stati Uniti, come nel caso di intelligence, sorveglianza e ricognizione satellitare. «Il 70% di queste capacità nella NATO è fornito dagli Stati Uniti. Se questi non condividono queste capacità con gli europei, le truppe europee saranno cieche nei cieli sopra l'Europa».
In ogni caso, dice Masala, sarebbe il caso di integrare gli ucraini nelle strutture esistenti, anche senza arrivare a una piena adesione alla NATO. «Non c'è differenza tra le Forze armate ucraine e quelle della NATO» e si dovrebbero includere gli ucraini in tutti i nostri comandi come paese partner e anche nel complesso delle forze di presenza avanzata negli Stati baltici». Questo perché, dice il tedesco, gli eserciti europei dovrebbero imparare da quello ucraino, prima di arrivare alla guerra con la Russia, prevista per il 2029: «Il ruolo dell'Ucraina in questo processo sarà quello di diventare la prima linea di difesa... e le nostre forze armate possono imparare molto dall'esercito ucraino, perché è l'unica forza non russa in Europa ad avere esperienza di combattimento».

E, da guerrafondaio che va al nodo della questione, Masala afferma che nonostante «l'élite politica riconosca che la Russia rappresenta una minaccia militare per il resto d'Europa e che la sconfitta dell'Ucraina minaccerebbe l'intero sistema di sicurezza europeo... questo non trova molta eco tra la gente». Urge quindi moltiplicare la militarizzazione della società, per istillare nelle coscienze la “necessità” delle spese di guerra. Gli europei sono scontenti dei tagli alla spesa sociale, dice il teutonico e anche l'idea di estendere la coscrizione militare trova scarso sostegno; ecco perché i governi «si astengono dal prendere decisioni veramente difficili quando si tratta di affrontare davvero la Russia». 

Tendi bene l'orecchio, Andrius di Delfi: «Se non si hanno società stabili, non ha senso riarmare l'Europa. Non si possono impegnare a lungo le truppe in zona di guerra se la società non le supporta». 

E la dimostrazione di pochi giorni fa con l'Orešnik, lanciato su un'area, “lontano dal fronte”, in cui potrebbero venir schierate truppe occidentali, ha fatto proprio al caso per per sollevare quanti più dubbi possibili, di quanti non ne siano già stati sollevati, in Francia e Gran Bretagna, sul dispiegamento di “volenterosi”. Senza testate o potenza rilevante, lo scopo del lancio su L'vov è stato solo quello di dimostrare che l'Orešnik può raggiungere i confini UE senza venir intercettato.

Ogni tanto, un “innocuo” ammonimento può accelerare decisioni di rilievo.

 

 

https://news-front.su/2026/01/13/zayavleniya-trampa-po-grenlandii-vozrodili-ideyu-o-evropejskoj-armii/

https://politnavigator.news/britaniya-soglasna-voevat-tolko-v-usloviyakh-polnojj-bezopasnosti-i-preimushhestva.html

https://politnavigator.news/britanskaya-pressa-priblizhaetsya-vojjna-s-rossiejj-mobilizaciya-neizbezhna.html

https://politnavigator.news/tretijj-raz-na-te-zhe-krovavye-grabli-germaniya-gotova-gnat-evropu-na-vojjnu-s-rossiejj.html

https://politnavigator.news/ukraina-uzhe-v-nato-prosto-pervaya-liniya-oborony-bez-prava-golosa-nemeckijj-ehkspert.html

https://politnavigator.news/dazhe-ne-pytajjtes-perevooruzhat-evropu-vas-snesut-nemeckijj-voennyjj-ehkspert-evro-ehlitam.html

Data articolo: Tue, 13 Jan 2026 14:40:00 GMT
OP-ED
Trump, Powell e il sovvertimento delle istituzioni


di Alessandro Volpi*

Trump sta alzando rapidamente il livello della tensione interna e internazionale. La Procura di Columbia ha incriminato il presidente della Fed, Jerome Powell, per aver reso false dichiarazioni in merito all’aumento dei costi per il rifacimento della sede della Banca centrale americana. Si tratta dell’ennesimo capitolo dello scontro con Trump come ha sottolineato lo stesso Powell sostenendo apertamente che l’inchiesta è solo un modo per farlo fuori. In effetti il presidente degli Stati Uniti è da tempo durissimo con Powell perché vorrebbe un robusto taglio dei tassi di interesse sperando così di favorire la ripresa USA e di alleviare il costo del debito per tantissimi americani.

Soprattutto Trump crede alle stime del suo entourage e di figure come Steve Miran per i quali ogni taglio di un punto dei tassi significa un risparmio nel bilancio federale di 360 miliardi di dollari. Dunque, proprio la necessità di evitare il default parziale del debito USA avrebbe indotto Trump ad accelerare la possibile decadenza di Powell per motivi penali. Il mandato del presidente della Fed scade a maggio ma è probabile che il taglio dei tassi serva subito proprio nella speranza di salvare il debito; una speranza che Powell ritiene folle perché con tassi più bassi il debito americano non troverebbe compratori e il dollaro crollerebbe.

Trump, tuttavia, proprio per la consapevolezza della gravità della crisi del capitalismo americano pare disposto a smontare parti intere degli assetti più consolidati, dalla cancellazione del diritto internazionale e dei suoi organismi, alla distruzione di ogni autonomia degli Stati membri della Conderazione in materia di ordine pubblico e sicurezza, ad ogni traccia di habeas corpus fino, appunto, alla rimozione dell’indipendenza della Fed che dovrebbe fondersi con il Tesoro e dipendere così dalla presidenza di Trump.

In altre parole, per fronteggiare la crisi epocale del capitalismo Trump è disposto a sovvertire le istituzioni con cui tale forma economica ha vissuto.

*da Facebook

Data articolo: Tue, 13 Jan 2026 14:09:00 GMT
OP-ED
Andrea Zhok - Sull'idea di Rivoluzione e sulle Rivoluzioni (degli altri)


di Andrea Zhok* 

A quanto pare, ciò che veniva presentato come l'incipiente, incontenibile rivoluzione nella "polveriera iraniana" ha già finito il gas. Presto le grandi testate del mestiere più antico del mondo ci condurranno silenziosamente oltre, al prossimo orizzonte di emancipazione a molla.

In attesa che ciò accada voglio fare una breve osservazione, in coda alla vicenda iraniana, ma con una valenza generale.

In molte menti occidentali, maleducate da una conoscenza sempre più miserabile della storia, si immagina la "rivoluzione" come una bella avventura, come qualcosa in qualche modo di naturale e creativo.

"Rivoluzionario" è diventato nel '900 un termine lusinghiero, che si può applicare un po' ovunque, dalla musica pop alle primavere arabe.

Ora, una rivoluzione è un evento che, per definizione, deve scardinare un apparato di governo, un sistema istituzionale e una classe dirigente. SI tratta di un'operazione straordinariamente complessa per la semplice ragione che uno stato è una macchina complicata, e di solito non c'è alternativa al lasciare - obtorto collo - ampie zone di continuità, ad esempio lasciando l'apparato statale di medio livello nelle mani dei precedenti membri della classe dirigente.

Le rivoluzioni più "facili" sono quelle in cui la classe dirigente è già mentalmente conquistata da un nuovo modo di fare le cose, è già "rivoluzionata". Questo è forse il caso della Rivoluzione americana (1765-1783) che di fatto fu una guerra d'indipendenza da un re lontano, e in parte della Rivoluzione francese, per il ruolo indispensabile che la borghesia rivestiva già nello stato francese.

La rivoluzione produce per definizione una fase di caos in cui non esiste più legge, ed in cui regolarmente molti deboli ed innocenti vengono sacrificati.

Nessuna rivoluzione è mai in grado di ricostruire dal nulla un apparato di governo e un sistema di relazioni burocratiche, normative, economiche.

La scommessa massima su cui si può puntare, per parlare di una rivoluzione "riuscita" è sperare che la nuova forma di governo presenti almeno alcuni tratti distintivi, irriducibili alle istituzioni precedenti.

Ma che una rivoluzione, che un rovesciamento delle precedenti forme di governo, produca un nuovo Ordine, e addirittura un ordine funzionante e migliore è qualcosa di straordinariamente raro.

Nelle menti occidentali, nutrite da canoni economici, alberga spesso un'illusione dipendente da quella forma di "provvidenzialismo laico" che è l'idea di "mano invisibile" di Adam Smith. L'idea è che il caos sia naturalmente creativo, che il caos spontaneamente genererà un nuovo ordine, così fatalmente come dopo la tempesta apparirà il sereno (come i mercati ritroveranno l'equilibrio).

Solo che questa è una favola.

Una rivoluzione è un'iniezione di caos in un sistema complesso e perciò tende a generare due opzioni prevalenti: 1) un caos perdurante (nessun nuovo ordine condiviso è disponibile); 2) un accentramento draconiano del potere in forme dittatoriali (esito classico, dovuto alla necessità di uscire dal caos).

Che una rivoluzione generi al termine del necessario tunnel caotico e sanguinario, per cui deve passare, una condizione di libertà, eguaglianza e ordine è un'opzione rarissima, quasi un'opzione di scuola, di solito un esito fortuito, comunque assai differente dagli ideali rivoluzionari.

La RIVOLTA - che non è ancora rivoluzione - può giocare un ruolo politicamente significativo, ma può farlo solo se e quando ci sono ordinamenti politici esistenti capaci di farsi portavoce delle rivolte e mutarle in riforme. Questo è, per così dire, un caso estremo di contrattazione politica in una cornice istituzionale immutata (storicamente lo "sciopero generale" ne fu la forma addomesticata, che intendeva mostrare il potenziale della rivolta, senza la sua attuazione distruttiva.)

Qual è il punto di questa digressione? E' un punto abbastanza semplice - e spero che ci si astenga da applicarvi scatolette categoriali pronte, tipo "moderatismo", "riformismo", "conservatorismo", ecc.

Il punto è che una rivoluzione è un evento caotico, drammatico, sanguinoso, dagli esiti altamente incerti e tipicamente peggiorativi. Le rivoluzioni hanno ragioni d'essere quando NON sono colpi di Stato manovrati da stati terzi e quando la situazione interna di un paese è PROSSIMA AL COLLASSO (così, ad esempio, era la Russia nel 1917, alla vigilia della Rivoluzione d'Ottobre).

Quando c'è ben poco da perdere la rivoluzione ha ragion d'essere, come supremo atto vitale CONTRO IL CAOS, atto di protesta generica che vuole far esplodere un sistema che non garantisce più un ordine funzionante, un sistema dove le aspettative razionali sono sostituite dal caso o dall'arbitrio.

All'uscita dalla rivoluzione è praticamente certo che i margini di libertà individuale saranno ridotti, forse solo per lungo tempo, forse permanentemente. E dunque immaginare di fare una rivoluzione per accrescere la libertà è generalmente un grave fraintendimento.

Le rivoluzioni non sono atti di creazione intellettuale o artistica.

Le rivoluzioni si fanno quando non c'è più niente da perdere, e sono una roulette russa della storia.

Ecco, io credo che la strisciante brama psicologica di rivoluzione, di cambiamento radicale, in Occidente sia dovuta solo in parte ad una tradizione letteraria postilluminista, che fantastica di un caos creativo che abbatte la tradizione. Credo che essa sia invece soprattutto prodotta da una sensazione psicologica diffusa nell'Occidente moderno.

Si tratta della sensazione di vivere all'interno di un meccanismo anonimo, colossale ed oppressivo, mentre ti era stato promesso sin da bambino il regno della libertà e dell'autorealizzazione.

Su questa base cresce nel corso della vita media un muto senso di soffocamento, cui si vorrebbe reagire in modo violento e lacerante. Ma non si ha più alcuna capacità di identificare il volto del "sistema" e dunque chi attualizza le sue fantasticherie si riduce a qualche "giorno di ordinaria follia". Di conseguenza, mediamente, si rimane in una condizione di frustrazione perenne, in una prigione senza sbarre.

A partire da questo sentimento diffuso si è pronti a salutare con eccitazione ed entusiasmo anche eventi apparentemente drammatici (chi ricorda come nei primi giorni della pandemia circolasse, accanto all'ovvia preoccupazione, una strana inconfessabile eccitazione di fronte ad una grande Frattura, una Rottura della quotidianità?)

Ed è su questo sfondo che si è inclini a proiettare i propri desideri palingenetici in scenari esterni, esotici, purché ci venga dipinto in maniera plastica il Volto dell'oppressione (quel volto che noi non vediamo mai e la cui imperscrutabilità riduce le nostre ribellioni a fantasie private e sogni notturni.)


*da Facebook

Data articolo: Tue, 13 Jan 2026 13:47:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Il Parlamento europeo vieta l'accesso ai diplomatici iraniani nei suoi locali

 

La presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola ha annunciato lunedì che a tutto il personale diplomatico e ai rappresentanti dell'Iran è vietato accedere ai locali del Parlamento europeo, a causa delle proteste in corso in diverse parti del Paese.

"Non può continuare come se nulla fosse cambiato. Mentre il coraggioso popolo iraniano continua a difendere i propri diritti e la propria libertà, oggi ho preso la decisione di vietare a tutto il personale diplomatico e a qualsiasi altro rappresentante della Repubblica islamica dell'Iran di accedere a tutti i locali del Parlamento europeo", ha scritto Metsole sulla piattaforma social X.

"Questa Camera non contribuirà a legittimare questo regime che si è sostenuto attraverso la tortura, la repressione e gli omicidi", ha aggiunto.

Lunedì mattina, il portavoce della Commissione europea ha dichiarato che gli Stati membri stanno tenendo discussioni riservate sull'opportunità di designare il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie dell'Iran come organizzazione terroristica.

"La discussione tra gli Stati membri è in corso secondo regole riservate, come da procedura stabilita, e non potrò entrare nei dettagli", ha dichiarato Anouar El Anouni ai giornalisti a Bruxelles, sottolineando che qualsiasi designazione del genere richiederebbe l'approvazione unanime di tutti i Paesi dell'UE.

Ha aggiunto che la Guardia Rivoluzionaria è già soggetta a sanzioni UE di vasta portata sotto molteplici regimi, tra cui quelle relative alle armi di distruzione di massa dell'Iran, alle violazioni dei diritti umani e al sostegno alla guerra della Russia in Ucraina.

"Siamo pronti a proporre nuove sanzioni più severe a seguito della violenta repressione dei manifestanti. Questa è una decisione che gli Stati membri dovranno prendere all'unanimità in sede di Consiglio", ha affermato.

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Tue, 13 Jan 2026 13:30:00 GMT
WORLD AFFAIRS
La Cina condanna la decisione "illegale" degli USA di imporre dazi contro gli Stati che interagiscono con l'Iran

 

Il governo cinese ha rilasciato una dichiarazione di condanna per la decisione di Washington di imporre dazi su tutti i paesi che intrattengono rapporti commerciali con la Repubblica islamica dell'Iran.

La portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Mao Ning, ha dichiarato: "La posizione della Cina sulla questione dei dazi è molto chiara".

"Abbiamo sempre creduto che non ci siano vincitori in una guerra tariffaria. La Cina tutelerà con risolutezza i suoi legittimi diritti e interessi", ha aggiunto.

Sottolineando l'importanza della pace in Medio Oriente, Mao ha affermato che Pechino sostiene l'Iran nel "mantenere la stabilità nazionale" e "si oppone all'ingerenza negli affari interni del Paese e all'uso, o alla minaccia dell'uso, della forza negli affari internazionali".

Un portavoce dell'ambasciata cinese a Washington ha descritto la decisione degli Stati Uniti come "un superamento dei limiti previsti dalla normativa vigente".

Ore prima, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva annunciato che Washington avrebbe imposto una tariffa del 25 percento sui paesi che intrattengono rapporti commerciali con l'Iran.

"Con effetto immediato, qualsiasi Paese che intrattenga rapporti commerciali con la Repubblica Islamica dell'Iran pagherà una tariffa del 25% su tutte le transazioni commerciali con gli Stati Uniti d'America. Questo ordine è definitivo e conclusivo", aveva annunciato Trump.

All'inizio del 2025, gli Stati Uniti hanno imposto dazi doganali storicamente elevati alla Cina, innescando una tesa guerra commerciale che è stata infine interrotta da una tregua tattica di un anno raggiunta nell'ottobre 2025. Ciò ha ridotto i dazi più severi, ma ha lasciato in vigore un dazio di base significativo, pari a circa il 31%, fino al 2026.

La valuta iraniana è crollata ai minimi storici, perdendo tutto il suo valore a favore del dollaro. La crisi economica, dovuta principalmente ad anni di sanzioni statunitensi, ha scatenato una diffusa rabbia popolare.

L'annuncio di Trump arriva sulla scia delle violente rivolte sostenute dall'estero in tutto l'Iran, che hanno causato la morte di decine di persone, tra cui civili e decine di membri delle forze di sicurezza.

Milioni di persone sono scese in piazza per protestare contro le rivolte e contro l'intervento straniero.

Il presidente degli Stati Uniti ha ripetutamente minacciato di attaccare la Repubblica islamica da quando sono iniziati i disordini, più di due settimane fa, promettendo di "salvare" i manifestanti antigovernativi in ??Iran.

Anche il Mossad israeliano ha pubblicamente esortato gli iraniani a scendere in piazza.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha visitato di recente gli Stati Uniti e ha discusso con Trump di possibili nuovi attacchi contro la Repubblica Islamica. Durante una conferenza stampa tenutasi in quell'occasione, il presidente statunitense ha dichiarato che avrebbe potenzialmente sostenuto un nuovo attacco israeliano.

"I funzionari dell'amministrazione Trump hanno avuto discussioni preliminari su come portare a termine un attacco contro l'Iran, se necessario per dare seguito alle minacce di Trump, compresi i siti che potrebbero essere presi di mira", hanno dichiarato funzionari statunitensi anonimi al Wall Street Journal (WSJ) il 10 gennaio.

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Tue, 13 Jan 2026 13:00:00 GMT
Zeitgeist
L’assassinio di Renee Nicole Good e l’indefinibile vergogna dei giornalacci nostrani

 

“E’ sempre una speranza che dà pietà: anche

il piccolo borghese più cieco ha ragione

di averla, di tremarne: c’è un istante

in cui anch’egli infine vive di passione

(da Pier Paolo Pasolini, “Non c’è più luce di Natale”)

 

Alle soglie del terzo millennio il Minotauro esige il tributo ormai scopertamente, senza più reticenza, senza vergogna. Un tributo di sangue ma soprattutto di giustizia e verità, oltre che pietà. Renee Nicole Mackline Good si definiva poeta, scrittrice, moglie e mamma e non aveva mai avuto a che fare con le forze dell’ordine tranne che per una multa per infrazione stradale. Trump e compagni di merende l’hanno descritta come una provocatrice che “se l’è cercata”, nonostante filmati e testimonianze li abbiano sbugiardati platealmente.

C’è voluto  l’assassinio a sangue freddo di questa donna di 37 anni, americana e bianca, madre di tre figli perché almeno una parte della nostra informazione avesse un guizzo di dignità. Giusto il minimo sindacale s’intende, perché pretendere che da un giorno all’altro si riscatti una pluridecennale condizione di servaggio atlantico sarebbe troppo. Ad ogni modo questa volta la differenza dei Giornaloni coi Giornalacci della destra si è manifestata in modo apprezzabile. Sia Corsera che Stampubblica hanno dato risalto alla notizia, così come sul fronte televisivo hanno fatto le trasmissioni di La7 e La9.

Il Giornale, Libero, La Verità, Il Tempo, ma anche il Messaggero (quotidiano romano con attuale, spiccata simpatia per gli underdog della Garbatella) sono rimasti invece allineati e coperti, accomunati da due giorni consecutivi di vergognoso silenzio su una vicenda che riporta gli Stati Uniti d’America sull’orlo della guerra civile. La notizia del barbaro omicidio è rimasta del tutto assente dalle prime pagine dei suddetti, confinata nelle pagine interne dove si dice in sostanza che sulla dinamica dell’accaduto sono in corso accertamenti.

Quindi c’è qualcosa che perturba l’orbita di quello che, secondo l’efficace metafora di Alessandro Orsini, è il moto rotatorio intorno alla Casa Bianca di uno stato satellite, così come dall’altra c’è chi allo status di satellite resta aggrappato con le unghie e coi denti, terrorizzato dal timore di essere retrocesso al rango di un insignificante meteorite. E questo vale tanto per la donna, madre e cristiana (del tutto indifferente all’omicidio di un’altra donna e madre) che per i media simpatizzanti che la seguono in orbita geostazionaria come gli anelli di Saturno.

Ma per lo meno c’è qualcuno che sembra ridestarsi da decenni di torpore, fino a sussurrare che Trump e i suoi invasati continuano a fare solo in modo più goffo, volgare e scoperto, quello che dall’ultimo dopoguerra in qua tutte le amministrazioni repubblicane e democratiche hanno sempre fatto. Ovvero seminare guerre dove e come possono in ogni parte del mondo; per ingordigia predatoria senz’altro, ma anche per superare le sempre più marcate contraddizioni interne.

E guarda caso ciò si riflette anche nell’uso delle parole e i giudizi di fatto e di valore che da queste derivano: Nicolas Maduro non è più stato “arrestato”,” catturato”, “preso” ma sic et sempliciter rapito. E gli USA appaiono per quello che sono: il rogue state per eccellenza, la minaccia più consistente per l’ equilibrio ed un’accettabile convivenza nelle relazioni internazionali.

 

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Tue, 13 Jan 2026 12:00:00 GMT
WORLD AFFAIRS
Ecco le compagnie petrolifere che vogliono spartirsi la torta del petrolio greggio venezuelano

 

Le compagnie petrolifere di tutto il mondo si stanno preparando a un'incursione in Venezuela, in seguito al rapimento del presidente Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti e ai piani annunciati dal presidente Donald Trump di assumere il controllo dell'industria petrolifera del paese caraibico.

Trump ha affermato che la commercializzazione del greggio venezuelano sarà gestita da Washington , inizialmente coprendo tra i 30 e i 50 milioni di barili, e ha esortato le grandi aziende a investire fino a 100 miliardi di dollari nel paese sudamericano per controllarne l'industria.

Il Venezuela possiede le più grandi riserve petrolifere accertate al mondo.

Chi è interessato ad entrare in Venezuela?

Venerdì scorso, Donald Trump ha incontrato alla Casa Bianca i massimi dirigenti delle principali compagnie petrolifere statunitensi e dei conglomerati di altre parti del mondo. Erano presenti rappresentanti delle società statunitensi ExxonMobil, ConocoPhillips e Chevron, della spagnola Repsol, dell'anglo-olandese  Shell, dell'italiana Eni, dell'olandese Vitol, della svizzera Trafigura, dell'indiana Reliance Industries e di altri colossi statunitensi come Halliburton, Valero e Marathon Petroleum.

Tuttavia, non tutti hanno mostrato lo stesso entusiasmo.

Chevron

Chevron è l'unica grande azienda statunitense attualmente operativa in Venezuela e si stima che ora abbia la capacità di aumentare significativamente la propria produzione lì.

È una delle più ferventi sostenitrici del controllo che Washington vuole esercitare sul Paese.

Repsol

L'azienda spagnola Repsol è stata tra i partecipanti più entusiasti all'incontro di venerdì scorso. Il suo CEO, Josu Jon Imaz, ha addirittura dichiarato che l'azienda era pronta a triplicare la sua produzione entro due o tre anni.

Finora il governo venezuelano ha pagato la società con barili di petrolio per un debito in sospeso, che attualmente ammonta a oltre 2,4 miliardi di dollari.

ConocoPhillips

ConocoPhillips è una delle più grandi società di esplorazione e produzione petrolifera al mondo e la terza più grande compagnia petrolifera degli Stati Uniti. Attualmente, il suo obiettivo principale è riscuotere gli 8,7 miliardi di euro di risarcimento assegnati per l'espropriazione subita nel 2007.

Anche il suo CEO, Ryan Lance, ha espresso la volontà di partecipare alla distribuzione della torta, pur chiedendo che il settore bancario contribuisca alla ristrutturazione del debito venezuelano.

Marathon Petroleum

Questa compagnia energetica americana è specializzata nella raffinazione, commercializzazione e trasporto di petrolio e prodotti petroliferi negli Stati Uniti.

Ha già espresso l'intenzione di presentare un'offerta per il greggio venezuelano.

Halliburton

Si tratta di un'altra grande azienda americana, anche se la sua attività non è focalizzata sulla produzione di petrolio, bensì sui servizi tecnici per il settore energetico, ovvero sulla fornitura di tecnologie, attrezzature e personale.

Il suo CEO, Jeff Miller, ha dichiarato di essere molto interessato a riprendere le operazioni in Venezuela, dopo aver dovuto lasciare il Paese a seguito dell'imposizione di sanzioni nel 2019.

Citgo Petroleum

Anche Citgo Petroleum, con sede negli Stati Uniti, è interessata a partecipare a qualsiasi asta di greggio venezuelano. Negli ultimi anni, non le è stato permesso di esportare greggio venezuelano dopo aver interrotto i rapporti con la sua società madre, PDVSA, nel 2019.

Reliance Industries Limited (RIL)

Questo conglomerato indiano è uno dei più grandi gruppi imprenditoriali del paese asiatico e acquista greggio venezuelano per la raffinazione, sebbene abbia interrotto gli acquisti nel marzo dello scorso anno.

Ora sta valutando la possibilità di riprendere gli acquisti una volta che saranno chiarite le regole per gli acquirenti non statunitensi.

Shell

Anche Shell sembra pronta a reinvestire in Venezuela. L'azienda britannica, originaria dei Paesi Bassi, è uno dei maggiori produttori mondiali di combustibili fossili.

Eni

Secondo il Segretario all'Energia degli Stati Uniti Chris Wright, l'azienda italiana fa parte di un gruppo di importanti compagnie petrolifere, tra cui Chevron, Shell e Repsol, che "aumenteranno immediatamente" i loro investimenti in Venezuela dopo l'incontro di venerdì con Trump.

ExxonMobil, con un piede fuori dal mercato

ExxonMobil è una delle più grandi aziende energetiche al mondo, sia in termini di capitalizzazione di mercato, volume di produzione e riserve di idrocarburi, e si è dimostrata una delle più restie a sostenere l'obiettivo perseguito da Trump.

Ha una storia legale controversa con il Venezuela, da cui ha ottenuto un risarcimento di 1,6 miliardi di dollari nel 2014 per l'espropriazione effettuata dall'allora presidente venezuelano Hugo Chávez.

Il suo CEO, Darren Woods, ha espresso chiaramente i suoi dubbi durante la riunione di venerdì. "I nostri beni sono stati sequestrati lì due volte, quindi, come potete immaginare, tornare lì una terza volta richiederebbe cambiamenti piuttosto significativi rispetto a quanto abbiamo visto storicamente qui", ha affermato.

Woods ha espresso l'opinione che al momento sia impossibile investire in Venezuela, a causa delle attuali strutture legali e commerciali, soprattutto dopo che il presidente degli Stati Uniti ha chiarito di non essere interessato a recuperare il denaro dai debiti in sospeso e che l'idea è quella di ripartire da zero.

L'atteggiamento del rappresentante della Exxon fece infuriare Trump, che dichiarò subito di stare pensando di "tagliare fuori la Exxon ". "Stanno facendo i furbi", dichiarò all'epoca.

Pertanto, le prospettive per le grandi compagnie petrolifere sono divise tra il desiderio vorace di acquisire una quota delle più grandi riserve petrolifere del mondo e il timore di una nuova espropriazione, di non recuperare il denaro loro dovuto, mentre i mercati mondiali vengono inondati di greggio e il prezzo del petrolio scende.

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Tue, 13 Jan 2026 11:30:00 GMT

News su Gazzetta ufficiale dello Stato, Corte costituzionale, Corte dei Conti, Cassazione, TAR