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News lantidiplomatico.it

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IN PRIMO PIANO
Frana a Niscemi: non è una coincidenza


Movimento No Muos


La frana che in questi giorni ha colpito Niscemi, costringendo all’evacuazione centinaia di persone, non può essere ridotta a un evento meteorologico né archiviata come fatalità.

Niscemi è da anni una cartina di tornasole delle fragilità che possono caratterizzare alcuni territori: spopolamento progressivo, consumo di suolo, abbattimento di alberi, assenza di investimenti produttivi, infrastrutture inesistenti o abbandonate, trasporti precari dovuti a una rete ferroviaria inesistente, a una rete stradale cronicamente a rischio e all’assenza di trasporto pubblico.

A questo si aggiunge l’assenza strutturale di una seria pianificazione territoriale e di interventi organici di prevenzione del dissesto idrogeologico.

Opere frammentarie, manutenzioni episodiche, interventi emergenziali sostituiscono da decenni qualsiasi strategia di messa in sicurezza.

È significativo che una delle strade provinciali oggi chiuse per frana fosse già stata interdetta nei giorni precedenti a causa di un precedente movimento franoso piuttosto esteso.

Il dissesto non nasce in una notte.

È il prodotto di scelte politiche stratificate, di un modello di sviluppo che considera alcune aree sacrificabili.

Dentro questo quadro generale si inserisce un elemento strutturale e determinante: la militarizzazione permanente del territorio.

Niscemi è da molti anni uno dei luoghi simbolo dell’occupazione militare statunitense del territorio italiano. Ospita una delle più grandi basi militari statunitensi presenti nel Paese, la Naval Radio Transmitter Facility (NRTF) della US Navy, all’interno della quale è stato installato il MUOS (Mobile User Objective System), sistema globale di telecomunicazioni militari degli Stati Uniti, ad uso esclusivo della Marina militare statunitense.

Parliamo di un complesso militare che, per estensione, è paragonabile al sedime dell’intero aeroporto internazionale Leonardo da Vinci di Fiumicino, collocato dentro e ai margini di un’area naturale protetta come la Sughereta di Niscemi.

Fin dall’inizio, il Movimento No MUOS ha denunciato l’incompatibilità radicale tra la fragilità geologica e idrogeologica del territorio, il valore ambientale dell’area e la presenza di un’infrastruttura militare di queste dimensioni, basandosi su studi, perizie, osservazioni tecniche e documentazione pubblica.

A queste argomentazioni lo Stato ha risposto non con prevenzione, monitoraggi indipendenti o politiche di tutela, ma con centinaia di denunce e procedimenti giudiziari contro chi segnalava pubblicamente i rischi sociali, ambientali, sanitari e idrogeologici legati alla presenza della base NRTF e del MUOS.

Proprio oggi, mentre Niscemi affronta l’ennesima emergenza, alcune e alcuni attivisti ricevono un nuovo avviso di conclusione indagini preliminari relativo a una manifestazione dell’agosto 2025, con contestazioni che includono violazione di prescrizioni, imbrattamento e – in modo tanto fantasioso quanto inquietante – persino “istigazione a delinquere”.

Segnalare un pericolo, denunciare un rischio, difendere il proprio territorio continua a essere trattato come un reato.

Oggi quella fragilità negata si manifesta sotto forma di dissesto: come effetto concreto di un modello che ha imposto opere militari in aree inadatte, modificato assetti del suolo e regimi di drenaggio, favorito espansioni edilizie disordinate e rinviato sistematicamente interventi strutturali di messa in sicurezza.

Nelle comunicazioni ufficiali sull’emergenza non compare alcun riferimento alla stabilità dei versanti interni e limitrofi alla base militare, agli effetti delle opere militari sul quadro geologico complessivo, né a verifiche indipendenti sulle infrastrutture del MUOS.

Come se esistessero due territori separati:

quello civile, evacuabile; e quello militare, sottratto al discorso pubblico.

Ma la terra è una sola.

A rendere il quadro ancora più grave c’è un dato spesso rimosso: la US Navy effettua lavori di ampliamento all’interno del sito MUOS e ha annunciato ulteriori interventi infrastrutturali, proprio di messa in sicurezza della base, interessata da possibili smottamenti.

Ancora una volta il territorio è diviso:

quello civile, occupato, lasciato a sé stesso;

quello militare, occupante, messo in sicurezza.

La militarizzazione produce anche un effetto economico e sociale diretto: impedisce qualsiasi reale sviluppo.

Nessun soggetto economico serio investe in un territorio trasformato in “portaerei naturale al centro del Mediterraneo”, definizione usata per anni dalla retorica militarista italiana.

La desertificazione, in senso ampio, è conseguenza ma anche precondizione della militarizzazione.

Niscemi vive da anni in una condizione di sovranità sospesa:

decisioni imposte, territorio sacrificato, popolazione esposta ai rischi, dissenso criminalizzato.

La frana di oggi è anche il prodotto di questa storia.

Per questo chiediamo:

– verifiche geologiche e idrogeologiche indipendenti su tutta l’area, inclusa la base NRTF/MUOS

– pubblicazione dei dati su movimenti terra, opere di drenaggio e modifiche del suolo connesse alle installazioni militari

– sospensione immediata dei lavori di ampliamento della base NRTF in corso e di quelli progettati

– un piano straordinario di messa in sicurezza del territorio

– stop a nuove infrastrutture militari in aree fragili

– apertura di una discussione pubblica sulla presenza stessa della base e del MUOS a Niscemi.

Le comunità non possono continuare a pagare il prezzo di scelte strategiche prese altrove.

Quello che accade a Niscemi non è un incidente.

È un avvertimento politico, ambientale e sociale.

Massima solidarietà ai niscemesi, Movimento No MUOS

Data articolo: Wed, 28 Jan 2026 16:41:00 GMT
IN PRIMO PIANO
L'Europa all'affannosa e chimerica ricerca di un'alternativa alla NATO


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

È vero, Kiev sta gelando, ma non ci sono alternative alla guerra: questa la sostanza delle declamatorie pronunciate dal Segretario NATO Mark Rutte alla commissione affari esteri del Parlamento europeo. Nei fatti, nonostante la catastrofe umanitaria in alcune città ucraine, l’Occidente continua a pompare con armi e soldi la junta nazigolpista, insistendo nel proseguire la guerra.

I combattimenti si svolgono in prima linea, ha detto Rutte, ma la Russia colpisce anche le principali città, attaccando le infrastrutture e lasciando gli ucraini letteralmente al freddo, senza calore, luce e acqua, ha finto di lacrimare Rutte. E mentre racconta che «Donald Trump e la sua squadra stanno facendo ogni sforzo per fermare lo spargimento di sangue», mente consapevolmente, sproloquiando che «gli europei li sostengono», quando, al contrario, Bruxelles e le cancellerie europee fanno di tutto perché la guerra vada avanti. Del resto, si sbugiarda subito, dicendo che la «coalizione di paesi guidata da Gran Bretagna e Francia sta lavorando per fornire forti garanzie di sicurezza, compreso lo stazionamento di truppe sul suolo ucraino dopo l'accordo di pace». Questo, quando tra le poche indiscrezioni filtrate sui due giorni di colloqui a Abu Dhabi, c'è proprio anche il punto determinante del rifiuto di qualsiasi forza di paesi NATO in territorio ucraino. 

D'altronde, Rutte non può esimersi dal ripetere la stantia omelia euroatlantica delle “garanzie” che sarebbero «importanti affinché Putin, dopo aver concluso l'accordo di pace, non tenti mai più di attaccare l’Ucraina»: come se quello di “attaccare l'Ucraina” fosse uno dei passatempi preferiti al Cremlino, in cui impegnarsi di tempo in tempo e non fosse invece la conseguenza delle scelte espansioniste proprio di quella congrega bellicista di cui oggi è a capo il signor Rutte. Del resto, quanto desiderio di «una pace duratura» emerga dalle capitali europee, è lo stesso bellimbusto olandese a confermarlo, quando dice che «continua il sostegno militare della NATO, anche attraverso l’iniziativa PURL (Prioritized Ukraine Requirements List) per riempire di armi il regime nazigolpista di Kiev: in questo momento, dice Rutte «in Ucraina stanno arrivando attrezzature militari americane per miliardi di dollari, pagate da alleati e partner. E questo flusso di rifornimenti è vitale affinché l’Ucraina possa continuare a combattere. Semplicemente non c’è alternativa».

Quanto all'Europa, ha detto ancora il Segretario NATO, deve urgentemente aumentare la spesa per il complesso militare-industriale, in particolare per dotare l’Ucraina di sistemi di difesa aerea: «Abbiamo deciso di investire il 5% del PIL annuo nella difesa entro il 1935 e di accelerare la produzione e l'innovazione nel settore della difesa». Poi, quasi a lanciare l'allarme per un “Annibal ante portas”, strepita che «dobbiamo farlo, e in fretta. La situazione della sicurezza lo richiede». E a questo punto arriva la questione centrale, sulla dipendenza europea dagli USA, perché, dice «è finito il tempo in cui ci sentivamo a nostro agio nel cedere la responsabilità della nostra sicurezza comune agli Stati Uniti», perciò mettete mano alla borsa con prodigalità e non lesinate «nell'acquisto di sistemi di difesa aerea per l'Ucraina... L’efficacia dell’intercettazione è diminuita perché alcuni sistemi NASAMS non hanno abbastanza intercettori per respingere gli attacchi. E i sistemi Patriot richiedono una fornitura costante di missili». Dunque, ammonisce Rutte, attingete pure alle vostre riserve di armi, signori europei, perché la sconfitta dell'Ucraina sarebbe una vera catastrofe per voi stessi.

Proprio in questo senso, lo storico e politologo russo Igor Šiškin ammonisce che non è il caso di sperare che l’Europa cessi di sostenere l’Ucraina, dal momento che ne va della sua stessa prosperità: «Non dovremmo sperare che gli europei si dimentichino dell'Ucraina. Non possono farlo: essi non stanno aiutando l'Ucraina, stanno combattendo per la propria esistenza. Sono stati gli egemoni del mondo per cinque secoli. Dopo la catastrofe della seconda guerra mondiale, l’Europa era tornata nell'arena della grande politica solo perché gli USA ne avevano bisogno nel confronto con l'URSS. Sono stati rianimati artificialmente. E ora l'Europa ha solo una via d'uscita: la sconfitta strategica della Russia... Scrivono addirittura nei documenti ufficiali che il loro obiettivo è la “decolonizzazione della Russia”». I mascalzoni di Bruxelles sono ben consapevoli che uno scontro militare diretto con la Russia significherebbe la loro fine, ragion per cui continuano a sostenere il regime di Kiev, riempiendolo di armi, nella speranza che la Russia non regga lo scontro: sono entrati in questo conflitto «con la speranza che la Russia fosse un colosso dai piedi d’argilla e nella speranza che entro il 2030 saranno in grado di sviluppare la loro economia militare» per arrivare a uno scontro diretto.

Ma, in sostanza, quali sono oggi le prospettive che si affacciano di fronte all'Alleanza atlantica? Al termine del forum di Davos, i leader della UE si sono riuniti per un vertice d’emergenza per decidere come sopravvivere, scrive Politico: «si sono resi conto che l’alleanza transatlantica aveva passato il Rubicone... Non c'è alcun ritorno alle vecchie relazioni con gli USA. Le minacce di Trump alla Groenlandia sono state una terapia shock, che ha mostrato all’Europa la sua vulnerabilità». Ecco quindi che quei “leader” hanno riconosciuto che né UE né NATO potranno più fare affidamento sull’America, almeno durante il periodo in cui Donald sarà ancora al potere. In concreto, l'Europa non combatterà certo con gli Stati Uniti, anche se gli yankee arrivassero davvero in armi in Groenlandia. Al più, potrebbe aversi qualche avvisaglia di limitazione della cooperazione militare. The Economist scrive che la Germania starebbe valutando la possibilità di chiudere le basi militari americane a Ramstein e Stoccarda; a Berlino si sono affrettati a smentire, lasciando però intendere che potrebbero aumentare significativamente l'affitto. Il quotidiano tedesco Handelsblatt riporta un'altra “facezia”, per cui «per far dispetto agli Stati Uniti», si dovrebbe dar vita a un proprio ombrello nucleare per l'Europa, al posto di quello americano, sulla base degli arsenali di Gran Bretagna e Francia. 

Sempre a Davos, il presidente finlandese Alexander Stubb ha proposto la creazione di «una NATO nuova e più forte, con cui l’Europa possa difendersi senza gli Stati Uniti». In sostanza, si pensa di prendere come base la famigerata “coalizione dei volenterosi”, la masnada originariamente creata per “sostenere” l’Ucraina, che ora si andrebbe trasformando in una sorta di quartier generale in cui le cancellerie europee e i ras di Kiev coordinerebbero le loro azioni senza riguardo a Washington.
L'idea viene sempre più spesso ventilata: l'esercito ucraino potrebbe costituire la spina dorsale delle “forze armate unite” d’Europa. Per realizzare un tale piano, commenta però Komsomol'skaja Pravda, è quantomeno necessario por fine al conflitto in Ucraina; altrimenti, gli stessi paesi europei sarebbero coinvolti nelle ostilità. Per di più, questa nuova alleanza sarebbe in contrapposizione sia alla Russia che agli Stati Uniti e il Vecchio Continente non è pronto per una lotta su due fronti. Altra questione importante: chi andrò a capo del nuovo blocco? Francia e Gran Bretagna, potenze nucleari? Oppure la Germania, che non nasconde ambizioni revansciste? Tutte e tre le capitali si aspettano di assicurarsi la leadership.

Ma, in sostanza, afferma l'americanista Dmitrij Drobnitskij, senza gli Stati Uniti, l'esistenza della NATO è in linea di principio impossibile. Inoltre, l’Unione Europea nella sua forma attuale, senza il sostegno militare e finanziario degli Stati Uniti, crollerà all’istante; nello stesso settore energetico è ormai completamente legata agli americani. In definitiva, nessuno lascerà l'Alleanza; «tutti i discorsi sulla creazione di un esercito paneuropeo, e ancor più sul proprio ombrello nucleare, sono una frase vuota. Non ci sono abbastanza risorse. L’attuale strategia degli europei si riduce a una cosa sola: sopravvivere al “regno” di Donald Trump e lasciare gli Stati Uniti nell’area euro-atlantica. Non hanno altra scelta per sopravvivere.

E Trump? «Non abbiamo bisogno della NATO» dice, ricordando a modo suo l'Afghanistan e sollevando le urla degli alleati europei. Ma nelle parole di Trump ci sono numeri e dettagli precisi: trenta stati europei hanno versato circa un terzo della quota totale di spesa nel bilancio generale. Washington ha coperto il resto. In numeri assoluti: 845 miliardi di dollari dal Tesoro statunitense, contro 559 miliardi di dollari europei.

Gli europei, scrive Elena Karaeva su RIA Novosti, per tutti i decenni del dopoguerra, hanno suonato un’unica melodia: “i russi vengono per schiavizzarci, quindi, americani, proteggeteci e dateci più soldi”, ammiccando al Patto di Varsavia che, di fatto, era invece un'alleanza difensiva, creata sei anni dopo la NATO per contenere l'espansione militaristica occidentale. In tutti questi anni, sono stati in gioco la psicosi dei baltici, la paranoia polacca e i dolori fantasma di altri paesi dell’Europa orientale. L’opzione ucraina, dice Karaeva e «lo schema “L’Ucraina è Europa” è entrata in gioco come “avamposto per la difesa dei valori europei”. Per preservare la NATO, gli atlantisti europei hanno ucciso centinaia di migliaia di ucraini. Hanno distrutto le infrastrutture di quello che una volta era il paese più ricco e hanno portato le sue finanze in un abisso di debiti».

Ma ora l’America di Trump non vuole più sponsorizzare tali pii desiderii europeisti: a Washington si sono resi conto che sarebbe stato più facile raggiungere un accordo direttamente con la Russia. Ecco allora che i membri europei della NATO, i principali beneficiari della crisi ancora irrisolta nel Donbass, capiscono che nessuno ha più bisogno di loro. L'America non ha bisogno di loro. La Russia nemmeno e la Cina non ne ha bisogno. Il Sud del mondo non ne ha bisogno. 

Quindi, l’Europa ha due opportunità per rimanere sulla mappa geopolitica del mondo. Una è rappresentata dall'Ucraina quale fonte di incomodo per la Russia. L'altra è quella di organizzare un “circo con le foche” in Groenlandia, per mostrare muscoli militari. 

Pare che nessuna delle due opzioni sia alla portata delle cancellerie europee.

 

https://politnavigator.news/da-kiev-zamerzaet-no-alternativy-vojjne-net-gensek-nato.html

https://politnavigator.news/ehffektivnost-perekhvata-snizilas-ryutte-trebuet-ot-evropy-raskoshelitsya-na-pvo-dlya-ukrainy.html

https://politnavigator.news/porazhenie-ukrainy-stanet-dlya-es-katastrofojj-iz-kotorojj-uzhe-ne-vybratsya-shishkin.html

https://www.kp.ru/daily/27753.5/5201034/

https://ria.ru/20260126/nato-2070201248.html?in=t

Data articolo: Wed, 28 Jan 2026 16:25:00 GMT
Nativi
ICE ferma anche i nativi, l’American Indian Movement torna in pattuglia

 

Minneapolis, gennaio: l’aria è piena di lampeggianti e frasi che iniziano con “documenti”. Ma la notizia che brucia non è il numero di agenti. È la deformazione del senso: un apparato “dell’immigrazione” che, nella pratica, finisce per impigliare anche cittadini nativi — persone che non hanno “attraversato” alcun confine, perché quel confine è arrivato dopo di loro.

E proprio per questo, le due notizie principali non sono nei comunicati federali: sono nelle comunità e nelle riserve. Da un lato, AIM, l’American Indian Movement è tornato a pattugliare Franklin Avenue — “full circle”, sì, ma con turni e volontari reali. Dall’altro, alcune Nazioni stanno scegliendo la via più netta: limitare o negare l’accesso a ICE sulle proprie terre, rivendicando sovranità come pratica quotidiana, non come parola cerimoniale.

Quando le Nazioni chiudono la porta a ICE

Qui non si parla di “opinioni”. Si parla di confini giuridici, di consenso negato, di procedure imposte. Standing Rock Sioux Tribe ha messo la frase più chiara di tutte: l’attività ICE non è autorizzata né benvenuta sulle terre della Standing Rock Reservation; personale non autorizzato verrà scortato fuori. È un atto di sovranità espresso con parole da ordine di servizio.

In Minnesota, la Mille Lacs Band of Ojibwe ha scelto la forma più “moderna” della stessa sostanza: un ordine esecutivo del Chief Executive Virgil Wind che richiede agli agenti ICE di consultare il governo tribale prima di entrare o intraprendere azioni su terre Mille Lacs. Non solo una protesta: una regola. E dentro questo scenario si inserisce anche il tema 287(g) — cioè l’accordo che permette a forze dell’ordine statali/locali e anche tribali di collaborare formalmente con ICE svolgendo specifiche funzioni migratorie. Molte Nazioni lo vedono come una frattura di fiducia: trasformare la polizia tribale in protesi dell’immigrazione federale significa cambiare la relazione con la comunità.  

AIM in strada: chi pattuglia, come, quando, e dove sta il rischio

 A South Minneapolis, lungo Franklin Avenue, la presenza è tornata visibile: AIM patrols e volontari indigeni che presidiano il “cultural corridor”, cuore dell’urban Native Minneapolis.

I dettagli contano, perché qui non è simbolismo:

  • Numeri: le ricostruzioni parlano di pattuglie cresciute fino a quasi 100 persone.
  • Orari: presenza “dal mattino” fino a sera inoltrata; più fonti descrivono una finestra operativa che parte presto e può estendersi fino a tarda notte, secondo necessità.
  • Logistica sul posto: punti di calore e supporto (anche semplicemente un fuoco/“warming station”), coordinamento e risposta rapida davanti a luoghi frequentati dalla comunità.
  • Volti e continuità: Indian Country Today collega questa ripresa a una linea storica che passa anche dall’Indigenous Protector Movement e da figure come Crow Bellecourt, raccontando un ritorno “full circle” nel senso più concreto: proteggere la gente quando la strada diventa imprevedibile.

Il punto dolente è che una pattuglia comunitaria funziona perché produce testimoni e deterrenza, ma vive sempre sul filo dell’escalation: più tensione, più rischio di incidenti. E nelle ultime settimane, quel filo si è irrigidito anche sul piano legale, con contenziosi su tattiche e uso della forza contro i manifestanti.  

Nota — Che cos’è AIM

L’American Indian Movement (AIM) nasce a Minneapolis nel 1968: un movimento di base che, tra le prime iniziative, crea l’AIM Patrol, pattuglie civiche per osservare e contrastare abusi e brutalità di polizia contro i nativi in città. AIM diventa un simbolo internazionale con azioni e campagne nazionali, soprattutto l’occupazione di Wounded Knee (1973), un confronto durato 71 giorni con le autorità federali a Pine Ridge.

Riepilogo breve sui nativi fermati: ciò che è certo e ciò che è diventato “nebbia”

 Il caso più documentato, con data e luogo, resta quello di Jose Roberto “Beto” Ramirez (20 anni): 8 gennaio, parcheggio Hy-Vee di Robbinsdale, detenzione e rilascio dopo verifica documentale (con la madre che presenta certificato di nascita).  

Il dossier Oglala Sioux Tribe è diventato invece un esempio da manuale di opacità: inizialmente, la tribù — con il presidente Frank Star Comes Out — ha denunciato arresti/detenzioni e mancanza di chiarezza sulla localizzazione dei membri; poi DHS ha negato di trovare riscontri e Star Comes Out ha riformulato alcune affermazioni. L’Associated Press ha ricostruito entrambe le fasi. Questo non cancella la questione: la sposta sul punto più inquietante — la fragilità del tracciamento e della trasparenza quando, in teoria, dovrebbe essere granitica.

 “Istruzioni per cittadini tribali”: il dettaglio che fa più male

In Wisconsin, la Oneida Nation ha diffuso un comunicato ufficiale che dice, in sostanza: tenete una guida “in auto” e “alla porta di casa”, e portate due forme di identificazione, perché gli agenti ICE potrebbero non riconoscere sempre l’ID tribale. È una frase da brivido, perché è rivolta a cittadini tribali, non a “immigrati”. La NARF ha pubblicato un “Know Your Rights” specifico: dichiarare la propria cittadinanza, chiedere perché si viene trattenuti, usare ID statale o tribale non scaduta, non firmare alla cieca. E la risposta più concreta, in queste ore, è diventata infrastruttura: la Spirit Lake Tribe è tornata nelle Twin Cities per aiutare i membri a ottenere Tribal ID e CDIB, con ritiro degli ID oggi 28 gennaio (14:00–18:00): la comunità non aspetta che “il sistema migliori”, si attrezza.

Scenario generale: cosa sta succedendo “fuori” dal focus nativo

 

Per capire perché AIM pattuglia e perché le Nazioni chiudono la porta, bastano tre punti.

  1. Due uccisioni di cittadini USA durante l’operazione in Minnesota: Renée Nicole Good (7 gennaio, colpita da un agente ICE) e Alex Pretti (24 gennaio, ucciso durante un “tentativo di arresto”; AP conferma che due agenti federali hanno sparato).
  2. Scontro con i giudici: il Chief Judge federale Patrick Schiltz ha convocato l’acting director di ICE Todd Lyons, ventilando l’ipotesi di possibile disobbedienza a un ordine del giudice per mancata esecuzione di ordini del tribunale (bond hearings/garanzie procedurali).  
  3. Cambio di regia e “de-escalation” promessa: dopo l’esplosione politica, l’amministrazione ha messo Tom Homan a gestire l’operazione sul terreno e sta sostituendo/ricollocando figure di comando legate alle fasi più controverse; Reuters descrive la mossa come damage control e tentativo di abbassare la temperatura.

 Concludendo

 Se l’America vuole capire cosa sta succedendo davvero, deve guardare dove la storia si ripete con un nome nuovo. A Minneapolis, AIM torna a pattugliare perché la strada è diventata un rischio. E nelle riserve, alcune Nazioni stanno facendo il gesto più politico di tutti: dire a ICE che sulle loro terre non si entra come se fossero un quartiere qualsiasi. Standing Rock lo dice esplicitamente. Mille Lacs lo scrive in forma di procedura.

Non è folklore. È sovranità in tempo reale.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Wed, 28 Jan 2026 15:30:00 GMT
WORLD AFFAIRS
Putin ospiterĂ  al-Sharaa, mentre la Russia ritira silenziosamente le truppe dalla Siria

 

Il presidente russo Vladimir Putin ospiterà questa settimana a Mosca l’autoproclamato presidente siriano Ahmad al-Sharaa per discutere del "periodo di transizione" post-Assad e degli sviluppi regionali, ha annunciato il Cremlino il 27 gennaio.

Il Cremlino ha precisato che i colloqui si concentreranno sullo "Stato e sulle prospettive di sviluppo dei legami bilaterali" e sulla "situazione attuale in Medio Oriente".

La visita avviene mentre Mosca ricalibra i rapporti con Damasco dopo la destituzione dell'ex presidente siriano Bashar al-Assad nel dicembre 2024.

Secondo una fonte di sicurezza citata da  Shafaq News la scorsa settimana, pochi giorni prima dell'incontro programmato, le forze russe hanno iniziato un ritiro graduale dall'aeroporto di Qamishli, nel nord-est della Siria, trasferendo personale e attrezzature alla base aerea di Hmeimim a Latakia. 

La fonte ha affermato che l'evacuazione è iniziata il 23 gennaio in seguito alla decisione di sgomberare il sito dalla presenza russa, iniziando con due aerei cargo Ilyushin che trasportavano attrezzature pesanti, seguiti da veicoli e singoli soldati.

La fase finale ha comportato il trasferimento di quella che la fonte ha descritto come una "squadra d'élite", segnando la partenza dell'ultimo contingente russo di stanza all'aeroporto. Il ridispiegamento è stato effettuato in coordinamento con la parte siriana e quella statunitense, secondo lo stesso resoconto.

I giornalisti dell'AP che hanno visitato la base vicino all'aeroporto di Qamishli hanno riferito che era sorvegliata da combattenti delle Forze democratiche siriane (SDF), i quali hanno affermato che le truppe russe stavano "evacuando a poco a poco" nel corso di diversi giorni.

Ahmed Ali, un combattente delle SDF schierato nella struttura, ha rivelato che i russi hanno ritirato l'equipaggiamento con un aereo cargo, aggiungendo: "Non sappiamo se la destinazione fosse la Russia o la base aerea di Hmeimim".

La Russia non ha rilasciato alcuna dichiarazione ufficiale che confermi il ritiro da Qamishli, nonostante mantenga basi aeree e navali lungo la costa siriana.

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Wed, 28 Jan 2026 09:30:00 GMT
WORLD AFFAIRS
Trump minaccia l'Iraq per il ritorno dell'ex primo ministro Maliki

 

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha affermato che Washington porrebbe fine al suo "sostegno" all'Iraq se l'ex primo ministro Nouri al-Maliki venisse reintegrato, lanciando il suo più forte avvertimento finora sulla composizione del prossimo governo iracheno.

Trump ha rilasciato queste dichiarazioni martedì, pochi giorni dopo che il Coordination Framework dell'Iraq, il più grande blocco parlamentare del Paese, aveva nominato al-Maliki come candidato a primo ministro. Scrivendo sulla sua piattaforma Truth Social, il presidente degli Stati Uniti ha affermato che Baghdad farebbe una "pessima scelta" riconfermando al-Maliki alla guida del Paese.

"L'ultima volta che Maliki era al potere, il Paese è sprofondato nella povertà e nel caos totale. Non si dovrebbe permettere che ciò accada di nuovo", ha affermato Trump.

"A causa delle sue politiche e ideologie folli, se eletti, gli Stati Uniti d'America non aiuteranno più l'Iraq", ha affermato, aggiungendo: "Se non siamo lì per aiutare, l'Iraq ha ZERO possibilità di successo, prosperità o libertà. RENDIAMO L'IRAQ DI NUOVO GRANDE!"

Sabato il Coordination Framework ha annunciato di aver nominato al-Maliki in seguito a un incontro allargato con i vertici per discutere gli sviluppi politici e la prossima fase della formazione del governo.

In una dichiarazione diffusa dall'Iraqi News Agency, il blocco ha affermato che la decisione è stata presa a maggioranza dopo un'ampia discussione, citando l'esperienza politica e amministrativa di al-Maliki e il suo ruolo nella gestione degli affari di Stato.

Il blocco ha ribadito il suo impegno nel processo costituzionale e ha affermato di essere pronto a collaborare con tutte le forze politiche nazionali per formare un governo forte ed efficace.

Al-Maliki è stato primo ministro dell'Iraq dal 2006 al 2014 e vicepresidente tra il 2014 e il 2015 e nuovamente dal 2016 al 2018. Attualmente è a capo del movimento politico del Partito Islamico Dawa.

Pressioni degli Stati Uniti, minacce di sanzioni

I commenti di Trump rientrano in una più ampia campagna di pressione statunitense. In una lettera, i rappresentanti statunitensi hanno affermato che, sebbene la scelta del primo ministro sia una decisione irachena, "gli Stati Uniti prenderanno le proprie decisioni sovrane riguardo al prossimo governo, in linea con gli interessi americani".

Secondo Reuters, Washington ha avvertito i funzionari iracheni che potrebbero essere imposte sanzioni allo Stato iracheno se alcune fazioni fossero incluse nel prossimo governo. L'avvertimento sarebbe stato ripetuto più volte negli ultimi due mesi dall'Incaricato d'Affari statunitense a Baghdad, Joshua Harris, ad alti funzionari iracheni, tra cui il Primo Ministro Mohammed Shia al-Sudani, l'alto funzionario Ammar al-Hakim, il capo dell'Alleanza Fatah, Hadi al-Amiri, e il funzionario curdo Masrour Barzani.

Tre funzionari iracheni e un'altra fonte hanno affermato che gli Stati Uniti hanno avvertito che l'inclusione di 58 parlamentari presi di mira da Washington avrebbe portato alla sospensione dell'impegno diplomatico e all'interruzione dei trasferimenti di dollari.

I proventi petroliferi dell'Iraq, che rappresentano circa il 90 percento del bilancio nazionale, sono depositati in un conto presso la Federal Reserve Bank di New York, in base a un accordo che risale all'invasione guidata dagli Stati Uniti nel 2003.

Sebbene le precedenti amministrazioni statunitensi abbiano sanzionato singole banche irachene, funzionari e osservatori affermano che limitare l'accesso ai proventi petroliferi rappresenterebbe una significativa escalation. Un funzionario iracheno citato da Reuters ha affermato che la posizione degli Stati Uniti era che il dialogo con un nuovo governo sarebbe stato sospeso se uno qualsiasi dei parlamentari presi di mira fosse stato rappresentato nel governo.

In passato Washington ha limitato il flusso di dollari statunitensi verso le banche irachene, contribuendo all'aumento dei prezzi delle importazioni e complicando i pagamenti per il gas naturale iraniano.

Al-Maliki, 75 anni, è una figura di spicco della scena politica irachena e mantiene stretti legami con diverse fazioni, tra cui partiti legati alle Unità di Mobilitazione Popolare (PMU), che si sono opposte alle interferenze straniere negli affari del paese arabo. Le PMU sono state costituite nel 2014 per combattere il gruppo terroristico ISIS- Daesh e successivamente incorporate nelle forze armate irachene.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Wed, 28 Jan 2026 09:30:00 GMT
OP-ED
Chris Hedges - Yanis Varoufakis: Il "Nuovo Ordine Mondiale" è davvero nuovo?

 

di Chris Hedges*

Yanis Varoufakis, segretario generale del Movimento per la democrazia in Europa 2025 (DiEM25) , ex ministro delle finanze della Grecia e autore di Technofeudalism: What Killed Capitalism, insieme al giornalista Premio Pulitzer, Chris Hedges discute del vero significato del Board of Peace e di come si collega ai più ampi obiettivi geopolitici di Trump, tra cui quello di limitare la crescente influenza della Cina sulla scena mondiale.

Segue Trascrizione

Chris Hedges

Il finto piano di pace di Donald Trump, adottato dal Consiglio di Sicurezza in un sorprendente tradimento dei palestinesi e in flagrante violazione del diritto internazionale, è supervisionato dal cosiddetto Consiglio per la Pace. Mentre i leader europei hanno voltato le spalle al Consiglio per la Pace, numerosi regimi autoritari – tra cui Arabia Saudita, Turchia, Egitto e Marocco – hanno aderito alla farsa. Trump afferma che ogni membro del consiglio dovrà pagare 1 miliardo di dollari per aderire.

Inizialmente concepito per supervisionare presumibilmente la trasformazione di Gaza, ha ampliato la sua missione per fungere da contrappeso alle Nazioni Unite, che Trump e i suoi alleati autoritari stanno cercando di smantellare.

Il Consiglio per la Pace sarà presieduto da Trump a tempo indeterminato. I membri del suo comitato esecutivo, composto da personalità con scarsa esperienza nella regione, che hanno tutti espresso un pieno sostegno al genocidio, includono il Segretario di Stato Marco Rubio, l'Inviato Speciale Steve Witkoff, il genero di Trump Jared Kushner, il finanziere di Wall Street Marc Rowan, l'ex Primo Ministro britannico Tony Blair e il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

Il progetto che immagina una scintillante riviera di Gaza fatta di grattacieli è il solito sogno irrealizzabile dei coloni. Come in tutte le imprese coloniali, gli abitanti indigeni, affinché la visione di una nuova Gaza si realizzi, devono essere spietatamente repressi o espulsi.

Nickolay Mladenov , diplomatico bulgaro, sarà l'"alto rappresentante" di Gaza. Tra i suoi consiglieri figura il rabbino Aryeh Lightstone, alleato dei coloni ebrei e coinvolto nella creazione della Gaza Humanitarian Foundation , sostenuta da Israele, dove più di 2.600 palestinesi disperati furono uccisi a colpi d'arma da fuoco e almeno 19.000 rimasero feriti mentre cercavano di accaparrarsi qualche prodotto alimentare da quattro discariche di pollame.

La sicurezza sarà presumibilmente supervisionata da Sami Nasman, un alto funzionario della sicurezza dell'Autorità Nazionale Palestinese condannato in contumacia da un tribunale di Gaza a 15 anni di prigione per aver presumibilmente orchestrato tentativi di assassinio contro i leader di Hamas, insieme a una forza di stabilizzazione internazionale, anche se pochi paesi sembrano disposti a inviare volontariamente le proprie truppe.

Il Consiglio per la Pace, tuttavia, è destinato a fallire se Hamas non si disarma, cosa che Hamas ha dichiarato di non voler fare. Servirà piuttosto da copertura per il genocidio al rallentatore in corso da parte di Israele. Israele occupa il 60% della Striscia di Gaza. Continua a bloccare l'arrivo di aiuti umanitari, costruzioni, materiali e carburante a Gaza, dove la malnutrizione è diffusa e c'è poca acqua pulita.

Ha commesso oltre 1.000 violazioni del cessate il fuoco, uccidendo circa 450 palestinesi dall'inizio della tregua. Trump si crogiolerà nel suo ruolo di debosciato viceré imperiale di Gaza, ma il suo Consiglio per la Pace, come la sua università fasulla, è un'altra truffa. Un modo per ostacolare uno stato palestinese, espellere etnicamente i palestinesi dalle loro terre e, quando se ne saranno andati, consegnare città e paesi disseminati di macerie a costruttori edili, i cui grattacieli, se mai verranno costruiti, non ospiteranno mai i palestinesi.

Con me per discutere del cessate il fuoco, del Consiglio per la pace di Trump e di cosa significhi per il nostro nuovo ordine mondiale c'è Yanis Varoufakis, segretario generale del Movimento per la democrazia in Europa 2025 (DiEM25) , ex ministro delle finanze della Grecia e autore di numerosi libri, tra cui Technofeudalism: What Killed Capitalism .

Beh, non possono dire che la satira sia morta. Il "Piano di Pace" in sé è un documento ridicolo, così come il Consiglio per la Pace, ma questo assurdo è pericoloso e vi chiederò perché.

Yanis Varoufakis

Beh, nel 1945, i popoli del mondo si sono apparentemente riuniti dopo una brutta esperienza di carneficina, l'Olocausto, decine di milioni di persone morte. E pensavamo di aver voltato pagina come specie, di aver dichiarato che avremmo avuto regole comuni e che avremmo messo al bando certe cose che erano dannose per le prospettive della specie, come, ad esempio, il genocidio, l'invasione di altre persone e l'appropriazione delle loro terre solo perché si pensa di meritarlo.

Ora, naturalmente, questa è sempre stata un'aspirazione, non tanto una realtà, ma questa è la differenza tra Donald e i suoi predecessori: lui non cerca di giustificare ciò che fa, non cerca di mascherarlo con un velo umanitario, semplicemente afferra e porta al limite logico tutto ciò che ha fatto George W. Bush, persino Bill Clinton.

Quando, per esempio, sento gli europei lamentarsi e dirmi dell'Ucraina: "Non possiamo permettere a Putin di bombardare per cambiare i confini". Ho detto: "Beh, è esattamente quello che avete fatto nel 1999, nella maledetta Jugoslavia". Voglio dire, bombardate... Voglio dire, non entrate nella discussione se sia stata una buona o una cattiva idea, ma non potete dire che questo è un principio che sostenete perché siete stati i primi a distruggerlo.

Ora, a proposito, ho trovato la tua introduzione splendida. Non voglio aggiungere altro. Lascia che ti racconti come mi sono sentito quando, mesi fa, ho sentito parlare per la prima volta del Board of Peace con i cosiddetti cessate il fuoco, in realtà non un vero cessate il fuoco: l'idea è che i palestinesi cessino e gli israeliani sparino, come hanno ucciso giornalisti e bambini solo 24 ore fa.

Comunque, quando ho sentito parlare di questa idea, ho pensato che fosse una farsa. Immediatamente, come hai detto, ho pensato che fosse qualcosa che George Lucas avrebbe scritto come sceneggiatura se fosse stato sotto l'effetto di LSD o di funghi allucinogeni molto, molto nocivi. Ma poi ci ho ripensato, Chris.

Sai, hai detto che questo è un nuovo ordine. Non lo è. Forse stiamo tornando a un ordine molto vecchio. Perché l'idea di una società costituita in una capitale occidentale con persone molto ricche che versano denaro per unirsi e ottenere azioni di quella società per conquistare il mondo. Questo è successo per la prima volta, almeno in Gran Bretagna.

Era successo un po' prima ad Amsterdam, ma accadde più o meno all'epoca in cui Shakespeare scriveva Amleto. Erano 425 anni fa. E quei signori si unirono e fondarono la Compagnia Britannica delle Indie Orientali. E quindi questo fu un predecessore aziendale del colonialismo nazionale. Quella compagnia, come tutti sappiamo, si trasferì in India e ne conquistò il controllo.

Si sono trasferiti in Indonesia, nel Sud-Est asiatico, aziende simili hanno fatto cose simili in Africa. La Compagnia britannica delle Indie Orientali a un certo punto aveva 200.000 soldati al suo comando. Questa era una società per azioni. La differenza è che Donald vuole farlo molto rapidamente e non vuole contribuire in alcun modo. Non ha bisogno di investire nemmeno i suoi soldi. Vuole che siano altri a farlo e viene scelto.

Hai visto quel video, giusto, di Netanyahu e [Alexander] Lukashenko e tutta quella gente. Era come un brutto film di [James] Bond, dove tutta la banda del male si riunisce. Rimettono insieme la banda e decidono, in James Bond hanno queste corporazioni, cosa sono? Lo Spettro? Conquistano il mondo. Ora, non pensavo che sarei vissuto abbastanza per vederlo, lo ammetto.

Ma non è un'idea così nuova. Voglio dire, era in James Bond ed è il modo in cui l'India, l'Africa e l'Indonesia sono state colonizzate. Ora, un ultimo aneddoto, se posso. Devo dire che, sapete, cercando di trovare un lato positivo, un motivo per sorridere in un 2026 che si sta svolgendo in modo piuttosto miserabile, la frustrazione sui volti dei nostri leader europei, lillipuziani, mi strappa un piccolo sorriso.

Perché quegli idioti, quegli sciocchi patetici, non c'è altro modo per descriverli, quando Donald ha proposto loro l'idea del Consiglio per la Pace di Gaza, hanno detto, sì, fantastico, come hai detto nella tua introduzione, l'hanno approvata nel Consiglio di Sicurezza e così via.

Perché? Perché pensano: "Ah, questo è per i palestinesi, è per la gente di colore, perché dovrebbe importarci?". Ora si rendono conto che è anche per loro!

Chris Hedges

Beh, perché Gaza non viene nemmeno nominata. Gaza non viene nemmeno menzionata.

Yanis Varoufakis

Esatto. Quindi vale anche per loro. E non per controbilanciare le Nazioni Unite, ma per emarginarle completamente. Forse lui vuole, credo che voglia donare alle Nazioni Unite perché gli piacciono questi francobolli e questi loghi. Vorrebbe acquistarlo anche lui, prima o poi, insieme alla Groenlandia.

Chris Hedges

Parliamo un po' di Gaza. Avrete sicuramente visto questa visione generata dall'intelligenza artificiale di torri lungo la costa di Gaza. Mi ha ricordato molto le fantasie dei serbi bosniaci dopo la guerra, quando dicevano di aver perso Sarajevo e di voler ricreare una nuova città a Palais, questa piccola stazione sciistica.

Ne avevano di simili, non realizzati dall'intelligenza artificiale e non generati digitalmente, ma avevano modelli di grandi stadi e niente di tutto ciò si è mai realizzato. Non riesco a credere che accadrà qualcosa del genere a Gaza, mi chiedo se non accadrà di più sulle alture del Golan, dove ci sono questi squallidi edifici di cemento a forma di scatola, uno dei quali si chiama Trump Tower.

Ma mi chiedevo cosa ne pensassi della loro visione. Ovviamente, come tipo di città con statuto, ideata da persone come Peter Thiel in Honduras , anche lì ci sono dei problemi, dato che sono entità aziendali. Sono completamente separate dallo Stato nazionale in cui si trovano. Ma parlaci un po' di come vedi la loro visione, soprattutto perché ne hai parlato nel tuo ultimo libro.

Yanis Varoufakis

Beh, ci sono diverse cose da dire a questo proposito. La prima è che mi rifiuto di fare previsioni. Perché? Perché penso che abbiamo un diritto morale, giusto? Dovere, non diritto. Abbiamo il dovere etico e morale non di prevedere il tempo, ma di lottare per fermarlo. Questo non è il tempo che puoi prevedere come meteorologo e al tempo non importa nulla delle tue previsioni, quindi non importa se hai ragione o torto.

Qui abbiamo il dovere di fermare tutto questo. Questo è il punto numero, sapete, la mia prima dichiarazione etica, se volete, ma a parte questo, guardate, ricordate, lo ricordate molto bene, ma per il nostro pubblico, questo Consiglio per la Pace e il cessate il fuoco sono ciò che è successo quando Donald Trump ha acutamente riconosciuto che Netanyahu sta perdendo la guerra della propaganda.

Quattro grandi paesi, Francia, Gran Bretagna, Australia e Canada, riconobbero lo Stato di Palestina, il che fu ovviamente molto ipocrita da parte loro, perché lo riconobbero solo dando per scontato che non sarebbe mai accaduto. Era solo un modo per...

Chris Hedges

Bene, e continuarono anche a inviare armi. Credo che gli inglesi abbiano ridotto le loro spedizioni di armi di qualcosa come il 10% o giù di lì.

Yanis Varoufakis

Sì, e hanno continuato a imprigionare persone che protestavano contro l'uso di quelle armi. E continuano a imprigionarle. La gente sta morendo mentre parliamo di scioperi della fame nelle carceri britanniche. Quindi è stato ipocrita, ma è stata una grave sconfitta a livello propagandistico per Netanyahu.

Sai, Donald ha davvero il senso del tempismo quando si tratta di pubbliche relazioni. Quindi interviene, impone il cessate il fuoco, fa intervenire il Consiglio per la Pace, con cui di fatto sigilla la continuazione del genocidio, permette a Netanyahu di riprendersi in qualche modo dalla sua perdita di propaganda, mentre allo stesso tempo continua il genocidio con altri mezzi, con la fame, impedendo l'ingresso di medicine. Voglio dire, gli ospedali, quello che ne resta oggi degli ospedali a Gaza, continuano a operare bambini senza anestesia. Nessun anestetico è ammesso a Gaza mentre parliamo ora.

Quindi questa situazione continua e ha funzionato. Non so se... Forse non dovrei dirlo, ma la verità è l'unica arma radicale che ci è rimasta. Persino il movimento filo-palestinese si è in larga misura indebolito. Voglio dire, è sempre più difficile organizzare manifestazioni. Sai, lo facciamo di continuo. Cerchiamo di organizzarle.

Sapete cosa abbiamo vissuto io e te a Genova qualche tempo fa? Sarebbe molto difficile ripeterlo oggi, perché l'intervento di Donald è riuscito ad allentare gran parte della pressione su Netanyahu, permettendogli di continuare a farlo. Qual è l'essenza di questa visione o distopia generata dall'intelligenza artificiale che sta presentando? L'essenza è questa: "Non mi interessa", dice, "se accadrà o no". Ma quello che fa è impedire alla gente di parlare del genocidio. Si chiedono: "Si materializzerà? Somiglierà a Dubai o a Miami?".

Va bene, ma nessuno discute del fatto che, affinché questa visione possa essere anche solo contemplata, bisogna sbarazzarsi dei palestinesi. Perché il popolo palestinese non può coesistere con quella visione distopica, generata dall'intelligenza artificiale, e non se ne parla molto. Sai, c'è un po' di dibattito sul Guardian e sul Times e così via, su quale ruolo giocheranno i palestinesi?

Bene, la risposta che si danno, ma non con le parole che lasciano intendere, è lo stesso ruolo che il regime dell'apartheid in Sudafrica aveva riservato ai neri. Cioè, vivranno in qualche bantustan finché saranno bravi ragazzi e ragazze e ne usciranno alle 5:30 del mattino in minibus, saranno festeggiati e faranno tutto il lavoro sporco dei bianchi.

E poi tornano a mezzanotte per sfinirsi e poi tornano di nuovo con lo stesso minibus alle 5:30 del mattino dopo. Finché fanno così, non si lamentano e sono felici di lavorare o tollerano paghe misere, allora sì, certo, possiamo tenerne alcuni.

Ma sì, e possiamo avere il palestinese sconfitto e traditore che finge di essere il gestore di una parte di questa distopia. Vedete, non importa se la costruiscono o meno. Quella visione distopica generata dall'intelligenza artificiale ha già fatto il suo dovere impedendoci di parlare, non di te e di me, ma di persone che avevano iniziato a discutere dello Stato palestinese.

Quindi, ricordate, si trattava di contrastare il riconoscimento dello Stato palestinese da parte di Francia, Gran Bretagna, Australia e Canada. Ci è riuscito perfettamente. Al momento, Mark Carney, che ora è il decano di quasi tutti i centristi del mondo, dopo il suo discorso di Davos, direi che è piuttosto interessante.

Albanese — non la nostra amica Francesca — il Primo Ministro australiano, [Emmanuel] Macron, Keir Starmer e così via, non parlano più dello Stato palestinese perché sono in ansia per il fatto che il Board of Peace non solo stia sostituendo le Nazioni Unite, ma le stia anche prendendo di mira. E, sapete, questo è ciò che ottengono per aver ignorato i segnali chiarissimi che Trump stava inviando loro, che ce l'ha con loro, che non è più interessato ad avere vassalli che pensano di far parte di un disegno multilaterale occidentale.

E quindi, sapete, in un certo senso stanno ricevendo la loro punizione. Ma mi sembra che la politica di Donald Trump stia costringendo i suoi alleati, per così dire, in primo luogo ad accettare che il genocidio continuerà. In secondo luogo, a non osare dire nulla al riguardo. E in terzo luogo, ad abbandonarsi a questi spasmi di quasi-autonomia.

Avete sentito Mark Carney a Davos solo ieri. Ha fatto un ottimo discorso. La prima parte è stata eccellente. Avrei potuto dirla. Avrei potuto scriverla. Ma poi, quando si tratta di ciò che deve essere fatto, la sua risposta è che le potenze medie devono unirsi per ricreare il falso ordine internazionale multilaterale che, in primo luogo, non possono ricreare e, in secondo luogo, è totalmente dipendente dalle multinazionali americane, da Wall Street e dalle grandi aziende tecnologiche.

Chris Hedges

Perché pensi – è un argomento che ho esplorato con Norman Finkelstein – ma perché pensi che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite abbia approvato questo cessate il fuoco in 20 punti quando era solo uno scherzo? Non era nemmeno un documento particolarmente ben strutturato. Almeno questi accordi di cessate il fuoco in passato avevano emendamenti e dettagli. Questo no. Voglio dire, era chiaramente una farsa fin dal primo momento in cui l'hai letto.

Yanis Varoufakis

Ero disperato quando ho visto che è stata approvata, devo dire che non me l'aspettavo e non riesco a capire come le Nazioni Unite possano sopravvivere a tutto questo. Ma per rispondere alla tua domanda, beh, è ??molto chiaro perché francesi, inglesi, canadesi e così via abbiano accettato la cosa. L'hanno accettata perché pensavano, come ho detto prima, che fosse solo per la gente di colore – palestinesi, musulmani, a chi importa di loro?

Sapete, se Donald lo vuole, non rischieremo tariffe o dazi più alti affrontandolo. Putin, ovviamente, si è astenuto perché ha una relazione con Donald. Stanno cercando di trovare un accordo che gli europei possano accettare, una sorta di accordo che salvi la faccia agli europei riguardo all'Ucraina. Voglio dire, l'Ucraina non ha voce in capitolo.

Sappiamo tutti che, come disse Kissinger, la cosa peggiore che possa capitarti è essere amico degli Stati Uniti. Ora, la domanda interessante è la Cina. Ho parlato con persone che parlano con persone che sanno come la pensa Pechino, o affermano di saperlo. E la risposta che ho ricevuto è stata: cosa potevamo fare? L'Autorità Nazionale Palestinese ha detto di sì. Quindi abbiamo sentito il bisogno di astenerci. Altrimenti avremmo dovuto opporci all'Autorità Nazionale Palestinese.

E devo dire, Chris, che c'è qualcosa di vero in questa argomentazione. Forse l'aspetto peggiore di questa decisione è che l'Autorità Nazionale Palestinese l'abbia accettata. Questa è la più grande fonte di dolore per me personalmente, vedere l'Autorità Nazionale Palestinese scivolare in un pantano di complicità e, direi con un termine molto, molto duro, di collaborazione con l' Occupante .

Chris Hedges

Bene Yanis, hanno fornito unità armate, l'Autorità Palestinese, per uccidere a colpi di arma da fuoco i membri della resistenza a Jenin.

Yanis Varoufakis

Si sono comportati come le Forze di Difesa Israeliane. Hanno fatto esattamente quello che hanno fatto le Forze di Difesa Israeliane a Gaza. Lo hanno fatto a Jenin. Ma sai, Chris, voglio rispettare la lotta del popolo palestinese. Non sono palestinese. Non sono lì sul campo. Considero quella lotta anche la mia, perché credo che sia una lotta universale, ma devo anche dare priorità a ciò che mi dicono.

Quindi, anche le persone che si trovano all'estremo opposto dello spettro palestinese hanno chiesto a me e a persone come me di astenersi dal denunciare l'Autorità Nazionale Palestinese, perché vogliono ancora mantenere la speranza che una qualche forma di unità palestinese, inclusa l'Autorità Nazionale Palestinese, sia possibile, perché posso capirlo. È molto difficile immaginare un futuro per la lotta palestinese senza quell'unità.

Chris Hedges

Parliamo un po' del tipo di ordine mondiale retrogrado che Trump sta mettendo in atto, un ordine di sottomissione totale degli stati più deboli, come il Venezuela, il Canada, il Messico e la Groenlandia.

Questo è il macrocosmo, ma c'è anche il microcosmo di perseguire personaggi come Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni Unite [sui Territori palestinesi occupati], a cui hanno fatto quello che hanno fatto a Julian Assange, ovvero tagliarla fuori dal sistema finanziario, e ti trovi anche ad affrontare una situazione assurda in cui hai rilasciato un'intervista e credo tu abbia detto di aver fatto uso di ecstasy o qualcosa del genere 25 anni prima, oppure puoi spiegare.

Quindi da un lato, vedi la dinamite del vecchio ordine, ma questo è accompagnato, abbiamo menzionato gli scioperanti della fame di Palestine Action , da una campagna molto spietata per mettere a tacere voci come la tua, come quella di Francesca, e puoi spiegare cosa ti è successo, quindi estrapolare da quell'aspetto le nuove configurazioni del potere.

Yanis Varoufakis

Beh, quello che mi è successo è una cosa piccolissima, piccolissima.

Chris Hedges

Ma credo che sia esemplificativo.

Yanis Varoufakis

Certo, racconta una storia. Quindi, per essere breve, non merita più di un minuto. Sono una figura odiata tra gli oligarchi di questo Paese e nell'ambasciata israeliana, ovviamente. E quindi faranno tutto il possibile per creare l'immagine di me come di una persona poco seria, una persona che deve essere tenuta a freno dalla legge.

Quindi stavo parlando in un teatro a giovani, raver, gente che ama la musica. Mi piace molto parlare a un pubblico così, piuttosto che al solito pubblico di sinistra di gente come noi. E mi è stata posta una domanda, mi è stato chiesto: "Ha mai fatto uso di droghe, signor Varoufakis?". E ho risposto: "Non avrei fatto come Clinton e dire che non ho inalato". Ho detto: "Sì, ho fatto uso di erba all'università e cose del genere".

E ricordo che in realtà erano 37 anni, Chris, quando presi una pasticca di ecstasy a un rave party a Sydney, in Australia, al Mardi Gras gay e lesbico. Fu fantastico. E dissi loro che avevo ballato per 16 ore, che non c'era gravità. E poi me ne pentii perché per una settimana ebbi un'emicrania e non lo rifeci più. E poi dissi che, sapete, non vi farò la predica e non vi dirò cosa fare e cosa non fare, ma fate attenzione alla dipendenza. La dipendenza è Satana.

Così ho detto questo. Quindi il partito al governo, il partito di destra in Grecia, ha fatto un gran parlare di questo. Loro, ovviamente, hanno preso una piccolissima parte di quello che ho detto e il Ministro della Salute in televisione, in un panel televisivo, ha ordinato al procuratore distrettuale di processarmi per aver pubblicizzato l'assunzione di droghe. Quindi, rispetto a quello che hanno fatto a Julian Assange e a quello che stanno facendo ora a Francesca Albanese, la nostra amica, ma anche a un giudice francese che ha osato partecipare alla decisione della Corte Penale Internazionale di incriminare Netanyahu.

Voglio dire, quest'uomo sta anche peggio di Francesca perché vive in Francia e non può nemmeno prenotare un hotel nel suo paese. Voglio dire, questo è un giudice dello Stato francese nominato alla Corte penale internazionale e lo Stato francese non lo sta nemmeno aiutando. È una non-persona. Non può viaggiare. Non può, non ha un conto in banca.

E Francesca, ovviamente, molto di più. C'è un giudice sloveno. C'è tutto questo. Ma per quanto riguarda il quadro generale, ora, voglio insistere sul fatto che Donald Trump non è poi così una novità. Continuo a tornarci sopra. Sai, Bush ha invaso l'Iraq e l'Afghanistan, distruggendo le Nazioni Unite. Ricordo quanto odiasse l'idea della Corte penale internazionale.

Obama giocava a giochi di guerra ogni giorno alla Casa Bianca, selezionando obiettivi ed esecuzioni extragiudiziali. Quale parte del sistema legale internazionale non stava violando?

Chris Hedges

Bene, compresi i cittadini americani nello Yemen, tra cui un ragazzo di 16 anni che era cittadino americano.

Yanis Varoufakis

Esatto. Ora, la differenza è questa, e credo che sia emersa in modo piuttosto netto dal discorso di Mark Carney a Davos. Trump sta mettendo fine alla pretesa che gli Stati Uniti possano rimanere la potenza egemone a livello mondiale. In un certo senso, è un approccio piuttosto realistico. Sta dicendo che abbiamo perso la Nuova Guerra Fredda.

L'ho iniziato io, l'ha iniziato lui, ricordate, la nuova Guerra Fredda contro la Cina è stata iniziata da Donald Trump con la messa al bando di Huawei , di ZTE, un'altra azienda cinese. Ha costretto i canadesi a imprigionare la figlia del proprietario di Huawei , giusto? E i canadesi sono stati molto felici di farlo. Ecco perché sorrido quando vedo i canadesi impazzire. Quindi questa non è una storia nuova.

Il modo in cui lui intende il mondo, geopoliticamente, è il seguente: pensa che, e non ha tutti i torti, poiché gli Stati Uniti hanno perso la capacità di imporre la propria volontà come facevano in passato, il modo migliore per mantenere l'egemonia, che tra l'altro, Chris, è stato un progetto iniziato nel 1969, 1970 da Henry Kissinger quando era al NSC, il Consiglio di sicurezza nazionale.

Kissinger, essendo Kissinger, capiva che gli Stati Uniti avrebbero perso la loro egemonia se non avessero fatto qualcosa al riguardo. Perché? Perché da Paese in surplus, erano diventati un Paese in deficit. E Kissinger diceva sempre che non sapeva molto di economia, ma ne sapeva abbastanza per sapere che un impero che va in rosso smette di essere un impero.

Quindi lo shock di Nixon, la fine di Bretton Woods , la finanziarizzazione, tutto questo è stato un tentativo di trasformare il dollaro in un'arma per mantenere l'egemonia americana dopo che l'America era scivolata da una posizione di surplus a una di deficit. E ora il documento di Stephen Miran su Mar-a-Lago , quello di cui parla Scott Bessent , quello di cui parla Trump, è come estendere questa egemonia anche in un momento in cui la Cina sta facendo passi da gigante in termini di potenza industriale e persino di intelligenza artificiale, sapete, il 50% degli esperti di intelligenza artificiale ora sono cinesi. Non provengono dalla Silicon Valley.

E la sua visione è che coesisterà con la Cina, lascerà che la Cina abbia un suo territorio, magari i BRICS o una parte di essi, e guarderà il resto del mondo come una ruota di bicicletta. La ruota di bicicletta ha un mozzo al centro e ha i raggi. E sai, puoi rompere uno, due o tre raggi e la ruota funzionerà ancora.

Finché sei il fulcro e negozi con ogni raggio separatamente, li tieni separati e non permetti loro di riunirsi e negoziare con te collettivamente, allora puoi estendere la tua egemonia e guadagnare un sacco di soldi nel processo. Quindi, quando vede l'Unione Europea, la gente non capisce perché odi così tanto l'Unione Europea?

Voglio dire, ci sono molte ragioni, ma credo che la principale sia che non vuole che gli europei siano tutti insieme e abbiano l'audacia di negoziare con lui come un'unica entità. Quindi vuole, come il fulcro con ogni raggio diverso, la Germania uno, l'Italia un altro, e quindi vuole dividerli. Quindi quando dicevano, sfidando la sovranità danese sulla Groenlandia, state distruggendo la NATO e l'UE. Lui dice, sì, è quello che sto facendo. E ha mandato [Howard] Lutnick, il suo Segretario al Commercio, a Davos poco prima di lui. E Lutnick ha fatto, ho pensato, un discorso molto interessante. Ha detto, non sono qui per unirmi a voi. Sono qui per seppellirvi.

[la Presidente della Banca Centrale Europea] Christine Lagarde se n'è andata. Ma dove stava andando? Ha un piano per l'Europa? Queste persone non hanno un piano per l'Europa. Vedete, i nostri leader qui in Europa, per 70 anni, non hanno voluto essere altro che vassalli degli Stati Uniti. Volevano solo, amavano l'idea di fingere di avere un rapporto speciale con gli Stati Uniti, ma rimanendo solo vassalli finché vendevano più cose agli Stati Uniti di quante ne comprassero e avevano un surplus.

E hanno ottenuto dollari in cambio, che poi hanno usato per acquistare titoli del Tesoro e finanziare l'esercito americano, fingendo di proteggerli, mentre nel frattempo guadagnavano un sacco di soldi. Era un ottimo racket per loro. E sapete, Donald Trump dice: "Questo racket non funziona più per me. Ne ho uno migliore".

Chris Hedges

Quali sono le conseguenze dell'implosione della NATO, della rottura degli accordi internazionali, e naturalmente della palese violazione della Carta delle Nazioni Unite con la perpetuazione del genocidio a Gaza? In che tipo di mondo stiamo entrando?

Yanis Varoufakis

Beh, non voglio mitizzare il mondo da cui stiamo uscendo. Perché, vedete, questo è ciò che fanno i centristi liberali, i centristi radicali. Dicono che tutto andava così bene finché quest'uomo non è arrivato e l'ha distrutto. Mi dispiace che non andasse bene. Sapete, se eravate vietnamiti negli anni '50 e '60, se voi... io sono cresciuto in un paese della NATO che era una dittatura fascista. Quindi quando la gente dice che la NATO è democrazia... no, mi dispiace. Non fa per me.

Mio padre fu rapito da casa mia quando avevo sei anni, alle quattro del mattino, da un esercito membro della NATO. Quindi, per favore, sono assolutamente contrario al totalitarismo comunista in Cecoslovacchia, ma non ditemi che la NATO è sinonimo di democrazia, perché in realtà non lo è. E dobbiamo smettere di confondere tutto. Quindi, la Carta delle Nazioni Unite è una grande conquista dello spirito umano e dovremmo proteggerla. Ma la NATO non lo è.

La NATO è come una mafia che diffonde insicurezza per venderti protezione. Voglio dire, non abbiamo motivo di avere la NATO. Dopo il 1991, la NATO non aveva più alcun senso se non quello di creare nuove circostanze di tensione in modo che il complesso militare-industriale americano potesse continuare a produrre armamenti.

Ricordo di aver parlato con un signore qualche tempo fa, molti anni fa, che era il capo di stato maggiore della NATO, un generale americano. Questo è successo circa 16 anni fa. E gli ho chiesto: perché dovremmo volere la NATO? E lui ha risposto: beh, no, non dovreste volerla, voi europei. La vogliamo noi. E io gli ho chiesto: spiegatemi perché la volete. E lui ha risposto: beh, innanzitutto, perché in quale altro modo potremmo creare tensioni per poter continuare ad acquistare ABCDE e così via dal complesso militare-industriale americano, perché senza di questo la macroeconomia americana sarebbe in difficoltà.

In secondo luogo, perché vogliamo continuare a spingere la Russia a fare cose che giustifichino la nostra presenza in Europa. E in terzo luogo, per tenere sotto controllo i tedeschi. Questo è esattamente ciò che mi ha detto. E quindi, sapete, abolire la NATO per me sarebbe fantastico. Ho passato tutta la mia vita, tutto il mio attivismo politico, a sostenere l'uscita della Grecia dalla NATO e anche dell'Europa.

E la tragedia è che ora abbiamo qualcuno come Donald Trump, che è un fascista, giusto? E prenderà tutti i nostri paesi in questo modo per trasformarli in distopie alla Miami. Ed è lui che sta indebolindo la NATO. Voglio dire, non avrei mai immaginato di vivere abbastanza a lungo per vedere una cosa del genere.

Chris Hedges

Cosa ne pensi, non ti chiedo di fare previsioni, ma non ci sono impedimenti a Trump. A parte Carney, tutti a Davos sono stati ossequiosi. Voglio dire, gli europei non hanno firmato per il Consiglio per la Pace, ma non stanno affrontando Trump. Non ci sono impedimenti interni a ciò che Trump vuole e pochissimi, pochissimi impedimenti esterni.

Il Canada e Carney non hanno davvero un meccanismo per reagire. Certo, possono espandere gli scambi commerciali con la Cina, eccetera. Credo che Trump sia al potere solo da un anno, eppure la riconfigurazione, sia a livello nazionale negli Stati Uniti che nell'ordine internazionale, è stata enorme.

Yanis Varoufakis

Beh, ha già perso una battaglia molto seria con i cinesi. Ha perso la guerra commerciale con i cinesi. Ha provato a combatterla e l'ha persa. Ha vinto la guerra commerciale con l'Europa, ma ha perso con i cinesi. Quindi il suo grande limite è la Cina. L'Europa non è un limite per lui, come dici tu. Non aggiungerò altro. Ma i suoi principali limiti sono all'interno del movimento MAGA e negli Stati Uniti.

Quindi, la Corte Suprema potrebbe in una certa misura indebolirlo, anche se ne ha nominati la maggior parte o alcuni. E le forze all'interno degli Stati Uniti, intendo, tu conosci il tuo Paese meglio di me. C'è uno Stato molto profondo. C'è un insieme molto intrecciato di interessi e forze diverse. C'è uno scontro importante in corso tra Wall Street e le Big Tech, qualcosa che la Cina non deve affrontare.

In Cina, il governo del Partito Comunista sta prendendo i finanzieri e i colossi della tecnologia e li sta costringendo ad andare a letto insieme. Ecco perché in Cina esiste un'applicazione, un'app come WeChat, che permette di effettuare pagamenti gratuiti a chiunque, purché si abbia un account. Questo non accadrà mai negli Stati Uniti, perché Wall Street si sta opponendo con insistenza a cedere questo potere ai colossi della tecnologia.

Ma sapete, Trump arriva e si schiera dalla parte delle Big Tech. Il GENIUS Act, credo, è una vera e propria bomba di dinamite nelle fondamenta del capitale finanziario americano. Perché essenzialmente quello che sta facendo con il GENIUS Act non riguarda Bitcoin, né Ethereum, ma le stablecoin, come Tether.

Si tratta di criptovalute denominate in dollari USA, completamente al di fuori della giurisdizione degli Stati Uniti. Sostengono che il GENIUS Act le stia regolamentando. Non sta facendo nulla di tutto ciò. È solo una regolamentazione di facciata. E il motivo per cui lo sta facendo è perché, in primo luogo, guadagnerà un sacco di soldi e, in secondo luogo, perché gli permetterà di espandere massicciamente il deficit americano.

So da fonti attendibili che, durante le trattative con i giapponesi, ha detto: "Guarda, possiedi tutti questi titoli del Tesoro con scadenza a 30 o 10 anni. 1,2 trilioni di dollari americani per la precisione. Voglio che li vendi. Voglio che tu compri Tether". Perché quello che succede è questo: quando compri Tether, otteni, diciamo, cento dollari e ne compri cento di Tether. Okay. Quindi non è successo niente.

Voglio dire, invece di avere dollari cartacei, hai i dollari Tether. Ma ciò che fa Tether è mantenere la sua promessa, mantenere la promessa che se vuoi indietro i tuoi dollari, puoi averli. Ciò che fa Tether è andare al Tesoro americano, al Tesoro degli Stati Uniti, e acquistare titoli del Tesoro a breve termine per un valore di 100 dollari.

Ma ciò significa che quando si ha un muro di denaro che va verso Tether, lontano dal sistema bancario, il Dipartimento del Tesoro, il dipartimento di Scott Bessent, ha previsto che nei prossimi 18 mesi, non 18 anni, 18 mesi, 6,6 trilioni di dollari americani si sposteranno dai conti bancari americani a Tether.

Si tratta di un'enorme quantità di nuovi titoli del Tesoro che potrà emettere, titoli del Tesoro a breve termine, per finanziare il suo governo, concedendo al contempo tagli fiscali. Queste sono le cose, quella squadra, non sono dei buffoni. Voglio dire, i liberali, i democratici e così via vogliono presentare la squadra di Trump come degli idioti. Non lo sono.

Sono molto ben addestrati e affinati nel fare un sacco di soldi e nell'ampliare la loro capacità di causare danni enormi e a lungo termine alla classe operaia americana, alla classe media americana. E lui è in procinto di farlo. Ma tutte queste cose creeranno divisioni interne. Credo che la sua base MAGA lo stia già avvertendo e si possono vedere le tensioni che si stanno sviluppando al loro interno.

Penso che sia uno dei motivi per cui ha rapito Maduro. Non credo che gli importi di Maduro. Non credo che gli importi nemmeno del petrolio venezuelano. Ma credo che gli importi dei cubani e dei venezuelani di Miami che sostengono Rubio e vuole tenerli a bordo, negando loro allo stesso tempo l'accesso all'Obamacare.

Chris Hedges

Eppure, se riesci a creare, e hai vissuto la dittatura in Grecia, forze paramilitari, polizia segreta, come l'ICE, non importa davvero quale sia il malcontento pubblico. Non riesco a immaginare... era una giunta, giusto, in Grecia era particolarmente popolare. Venivate da una guerra civile piuttosto brutale. Ma nei regimi autoritari, alla fine, l'opinione pubblica è irrilevante se si blocca qualsiasi meccanismo attraverso il quale il dissenso o i diritti democratici siano possibili.

Yanis Varoufakis

Nel breve termine, ma non nel lungo termine. È qui che emerge il mio ottimismo, la mia speranza. Sapete, quando il colpo di stato ispirato dalla CIA nel 1967 prese il potere in questo paese, per alcuni anni nessuno si prese il rischio di manifestare. Voglio dire, ci furono alcune persone che lo fecero e furono prontamente uccise, imprigionate e torturate, come il fratello di mia madre. Ma, sapete, è possibile tenere a freno il malcontento popolare usando la coercizione, usando una Guardia Pretoriana.

In Grecia era SI, negli Stati Uniti oggi è ICE. E lui sta creando, lo si capisce, voglio dire, basta guardare il Big Beautiful Bill, la quantità di denaro che ha donato all'ICE. Di fatto, sta rafforzando la sua Guardia Pretoriana. Ma mi piace pensare che la storia dimostri che si può tenere a bada un sacco di gente per un po' di tempo, ma non si può tenere a bada tutti per sempre.

E a un certo punto queste fratture si faranno sentire. E, sapete, negli Stati Uniti stiamo già assistendo a movimenti di solidarietà, a risultati elettorali che non vanno a suo favore. Voglio continuare a sperare, anche se non ho prove empiriche che dimostrino che sia giusto sperare.

Chris Hedges

Chiudiamo parlando di Israele. Hai ragione, questo, in sostanza, questo cosiddetto accordo di cessate il fuoco, piano di pace, porto di pace, la nostra copertura, come si evolveranno le cose non solo a Gaza, ma anche in Israele stesso?

Yanis Varoufakis

Ebbene, come il mio amico Ilan Pappé Norman Finkelstein, il nostro amico comune, penso che alla fine si troverà una soluzione sulla base di come si risolverà uno scontro importante, una contraddizione. E qual è questa contraddizione? Da un lato, come Norman Finkelstein non cessa di sostenere, la società israeliana viene spinta verso il fascismo, verso l'adorazione del genocidio. C'è opposizione, ovviamente.

Ofer Cassif, mio grande amico, membro della Knesset, mi telefonava continuamente con messaggi che esprimevano la determinazione dei nostri compagni ebrei in Israele a combattere la giusta battaglia. Ma Finkelstein ha ragione, lo spostamento verso il fascismo, lo spostamento verso i coloni, lontano dal cuore più liberale e democratico dello Stato di Israele. Questa è una forza e si sta muovendo quotidianamente verso la misantropia.

Ma poi entra in gioco anche l'analisi di Ilan Pappé, e credo che sia altrettanto importante. Israele è un'economia politica che si basa su 300.000 persone. Sono 300.000 persone che mantengono Israele in piedi in termini di ospedali, startup, industrie tecnologiche, che sono molto avanzate. Le università, i tecnocrati, sono circa 300.000 persone. Non sono poi così tante. E sono già scontente.

Non è che siano filo-palestinesi, non è che gli importi molto di quello che succede a Gaza. Alcuni di loro sì, ma la stragrande maggioranza, come dice Finkelstein, no. Ma sentono nell'aria l'odore di una situazione di stallo. E molti di loro, li vedo qui in Grecia, vengono a comprare case. Non sono solo investimenti, sono residenze di un piano B nel caso in cui dovessero andarsene. E alcuni di loro hanno già mandato le loro famiglie, non solo in Grecia ma in vari posti.

Chris Hedges

Beh, nascondono i numeri, ma le stime non indicano che circa 500.000 israeliani se ne sono andati dal 7 ottobre?

Yanis Varoufakis

Sì. Quindi, se una percentuale significativa dei 300.000 tecnocrati che tengono unito Israele se ne va, cosa gli rimane? Rimangono i coloni, i fascisti. Rimangono gli ultraortodossi che non vogliono nemmeno arruolarsi nell'esercito. Quindi la più grande speranza per i palestinesi, mentre stanno costruendo una sorta di unità palestinese, il che è difficile, ma spero che continueranno a farlo e che ci riusciranno in modi che non sono riusciti in passato, è che la capacità di Israele di riprodursi come stato di apartheid basato su un settore ad alta tecnologia, che è significativo, ma ancora piuttosto piccolo e in declino se queste persone continuano a vivere. Bene, queste sono le due forze che si scontrano e la cui risoluzione determinerà il futuro.

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

*Giornalista vincitore del Premio Pulitzer, è stato corrispondente estero per quindici anni per il New York Times, dove ha ricoperto il ruolo di redattore capo per il Medio Oriente e per i Balcani. In precedenza, ha lavorato all'estero per The Dallas Morning News, The Christian Science Monitor e NPR. È il conduttore dello Show The Chris Hedges Report.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Wed, 28 Jan 2026 09:00:00 GMT
L'Intervista
Dall'illusione umanitaria alla resistenza necessaria: il momento critico del Sud globale

 

Intervista a Matteo Capasso e Walaa Alqaisiya dell’Istituto di Studi sul Medio Oriente presso l’Università del Nord-Ovest in Cina

di Rong Jianxin per Wenhua Zongheng

a cura di Pasquale Liguori per l’Antidiplomatico

Il 20 gennaio 2026 ha segnato il primo anniversario dell'insediamento di Trump. Tre giorni prima, lo stesso Trump ha minacciato di imporre dazi doganali a otto paesi europei, annunciando che le aliquote sarebbero aumentate progressivamente al 10% e quindi al 25% fino al raggiungimento di un accordo relativo all'"l'acquisizione completa e totale della Groenlandia da parte degli Stati Uniti". Medvedev ha commentato ironicamente che "rendere l'America di nuovo grande" (MAGA) equivale a "rendere la Danimarca di nuovo piccola e l'Europa di nuovo povera". Una verità che, secondo lui, "anche gli idioti hanno finalmente capito".

Come dovremmo interpretare sistematicamente gli interventi internazionali ad alta frequenza e intensità del primo anno di presidenza Trump? Con tre anni ancora davanti, come evolverà l'ordine internazionale?

In questa intervista, Matteo Capasso e Walaa Alqaisiya docenti presso l’Istituto di Studi sul Medio Oriente all’Università del Nord-Ovest in Cina sostengono in modo incisivo che l'ordine mondiale del secondo dopoguerra, le istituzioni internazionali e persino i valori “umanitari” alla base di questo sistema sono sempre stati strumenti per la ricerca del profitto imperialista e non qualcosa caduto in obsolescenza sotto Trump. Dalle campagne contro terrorismo e droga fino al premio Nobel per la pace, questo frame ha permesso all'interventismo americano di prosperare a livello globale: Gaza e il Venezuela di oggi non sono che versioni evolute dell'Iraq e della Siria di ieri. Tuttavia, a differenza delle nazioni europee che ancora si aggrappano alle speranze di un ordine internazionale, gli Stati Uniti in declino hanno riconosciuto con anticipo la legittimità ormai vacillante di queste armi morali, scartandole in modo deciso per perseguire invece il consolidamento interno e affermare l'egemonia esterna.

I paesi del Sud del mondo si sono allertati in tempo, ma la sola consapevolezza non può fermare le bombe. Le forze di resistenza antimperialista non hanno ancora compreso la necessità di un auto-riforma intrappolate come sono tra classe compradora e sanzioni imperiali. E così intere nazioni e aree regionali pur detenendo un primato morale continuano a frammentarsi mancando di capacità strategica. I due accademici intervistati sottolineano che ci troviamo in un momento critico di accelerazione storica: i paesi del Sud necessitano di alleanze regionali che, attraverso la mobilitazione di massa, superino la dipendenza dai regimi e trasformino le parole in condizioni materiali per la resistenza.

Wenhua Zongheng. Partiamo dai fatti più recenti. Sebbene l'amministrazione Trump sia sempre più spregiudicata nel non mascherare le proprie azioni, i suoi sostenitori e rappresentanti continuano a brandire la retorica umanitaria come arma: Machado, ad esempio, ha esaltato con fervore il rapimento di Maduro da parte degli Stati Uniti come un contributo “alla libertà del popolo venezuelano”. Ironia della sorte, quando Trump ha dichiarato la sua intenzione di assumere il pieno controllo della Groenlandia, i paesi occidentali, in particolare gli alleati della NATO, sembrano essersi improvvisamente resi conto dell'inaffidabilità di questo sistema. Quando sono in gioco gli interessi, il cosiddetto ordine internazionale diventa carta straccia. Proviamo a ricostruire con voi la storia di come gli Stati Uniti hanno legittimato l'interventismo estero attraverso tale retorica.

Matteo Capasso, Walaa Alqaisiya. Una volta compreso che "diritti umani" e "umanitarismo" non sono principi universali, ma strumenti complessi di proiezione del potere imperiale, le apparenti contraddizioni nel discorso americano scompaiono. L'uso di questa retorica umanitaria come arma è una forma di umanizzazione selettiva, in cui alcuni gruppi sono ritenuti degni di protezione mentre altri sono esclusi dall’universo morale, ritenuti indegni di diritti.

Questa selettività opera attraverso la struttura logica della definizione di "umanità" delle potenze imperiali. In base a gerarchie coloniali e imperiali, la modernità occidentale ha storicamente tracciato il confine tra "umano" e "non-umano". Il termine ‘umano’ nel discorso sui diritti umani indica specificamente quei gruppi che servono gli obiettivi imperiali, mentre i resistenti sono sistematicamente disumanizzati e quindi esclusi dalla protezione umanitaria, proprio come avviene per i “barbari e terroristi palestinesi” nel contesto di Gaza. Nell'agosto scorso, il Dipartimento di Stato americano ha pubblicato il suo Rapporto sui Diritti Umani 2024, definendo le azioni israeliane a Gaza "operazioni militari legittime" e condannando la tecnologia di intelligenza artificiale della Cina e i droni dell'Iran come “minacce ai diritti umani globali”. Questo approccio rivela chiaramente come il discorso umanitario giudichi l'accettabilità sulla base del rapporto tra specifiche azioni e interessi imperiali degli Stati Uniti.

Tale modello diventa più coerente se si esamina come questo quadro discorsivo umanitario abbia operato nel corso di decenni di intervento americano in Asia occidentale. L'uso sistematico dei meccanismi delle Nazioni Unite come arma non solo protegge le azioni diplomatiche, ma condona anche le operazioni di intelligence dirette e gli attacchi militari, erodendo fondamentalmente le istituzioni internazionali.

Un esempio: l'amministrazione Bush giustificò l'invasione dell'Afghanistan nel 2001 citando la necessità di “liberare le donne afghane dall'oppressione dei talebani”. Laura Bush ha tenuto discorsi radiofonici sui diritti delle donne, mentre le bombe americane distruggevano le infrastrutture dell'Afghanistan. Attraverso l'uso sistematico della retorica femminista, gli Stati Uniti hanno trasformato un intervento puramente strategico in una “missione civilizzatrice”, creando il quadro ideologico per la successiva occupazione durata due decenni. Ironia della sorte, l'occupazione americana non è riuscita a migliorare concretamente la situazione delle donne, causando invece sfollamenti di massa e vittime civili, a dimostrazione del fatto che la retorica umanitaria ha oscurato il problema invece di risolvere le condizioni materiali che pretendeva di migliorare.

La strategia impiegata durante l'invasione dell'Iraq del 2003 è stata diversa, ma ha rivelato anch’essa come le istituzioni delle Nazioni Unite siano state strumentalizzate per raggiungere obiettivi militari. Le preoccupazioni umanitarie relative alla situazione dei diritti umani sotto Saddam Hussein hanno fornito una giustificazione parziale per il cambio di regime, nonostante gli Stati Uniti avessero sostenuto quello stesso governo durante la guerra Iran-Iraq per i propri interessi. Un rapporto del New York Times del 1999 ha rivelato che le agenzie di intelligence statunitensi si erano sistematicamente infiltrate nelle squadre di ispezione delle armi delle Nazioni Unite per condurre attività di spionaggio contro l'Iraq. Funzionari statunitensi hanno infatti confermato che la CIA ha utilizzato la copertura degli ispettori delle Nazioni Unite per raccogliere informazioni sulle installazioni militari irachene e sulle comunicazioni governative. Tale infiltrazione ha permesso agli Stati Uniti di raccogliere informazioni su potenziali obiettivi militari sotto la legittimità internazionale concessa dall'autorizzazione delle Nazioni Unite, trasformando missioni apparentemente umanitarie e di disarmo in operazioni di intelligence segrete al servizio degli obiettivi strategici americani.

Il caso libico dimostra come la strategia sfrutti le istituzioni internazionali per fornire legittimità multilaterale all'intervento imperiale. L'intervento della NATO del 2011 è stato autorizzato in base al principio della Responsibility to Protect, apparentemente per evitare una potenziale catastrofe umanitaria a Bengasi. Il commento celebrativo di Hillary Clinton “We came, we saw, he died" (siamo venuti, abbiamo visto, è morto), alla morte di Gheddafi, ha messo a nudo la logica trionfalistica alla base dell'interventismo umanitario. Il paese più prospero dell'Africa è poi diventato un luogo di mercati di schiavi e guerra civile.

La Siria ha assistito alla versione più sofisticata di questa strategia. La “preoccupazione umanitaria” per i manifestanti repressi da Assad ha fornito la giustificazione per armare l'opposizione, prolungando e intensificando il conflitto. L'attenzione concentrata sugli attacchi chimici e sulle vittime civili ha distolto l'attenzione dall'obiettivo più ampio degli Stati Uniti: indebolire l'influenza iraniana e smantellare la capacità dello Stato siriano. L'amplificazione sistematica delle questioni relative ai diritti delle donne e alla protezione delle minoranze ha creato una pressione morale a favore dell'intervento; le affermazioni di “proteggere la popolazione” hanno oscurato il danno inflitto loro dal conflitto prolungato.

Questo schema persiste ancora oggi. Nell'agosto 2025, i ribelli Houthi dello Yemen (AnsarAllah) hanno fatto irruzione negli uffici del Programma alimentare mondiale e dell'UNICEF a Sana'a. Hanno affermato che queste organizzazioni umanitarie venivano utilizzate per raccogliere informazioni e collaborare con la coalizione guidata dall'Arabia Saudita che, con il sostegno militare degli Stati Uniti, ha devastato lo Yemen.

Il modello di infiltrazione delle agenzie delle Nazioni Unite utilizzato durante la guerra in Iraq ha alimentato le legittime preoccupazioni dell'opinione pubblica sul fatto che le organizzazioni umanitarie possano essere cooptate per scopi militari. Come avvenuto con le fondazioni umanitarie di Gaza, permangono i sospetti che tali operazioni possano ignorare i principi fondamentali del diritto internazionale umanitario.

Infine, il caso iraniano illustra come questo quadro si adatti quando l'intervento militare si rivela impraticabile, trasformandosi in ultima analisi in sanzioni globali contro la nazione e sostegno ai movimenti di opposizione. Durante le proteste, gli Stati Uniti hanno sistematicamente amplificato le questioni relative ai diritti delle donne locali, strumentalizzando le lotte delle donne iraniane per minare la stabilità del governo e presentando l'America come difensore universale dei diritti umani, nonostante le sanzioni infliggessero danni pratici tangibili alle donne e alle famiglie iraniane. Il discorso umanitario può non avere alcuna relazione con le preoccupazioni reali delle popolazioni che pretende di proteggere.

Un'analisi degli interventi storici rivela che l'“imperialismo dei diritti umani” costituisce una strategia globale sistematica degli Stati Uniti piuttosto che l'applicazione coerente di un principio universale. Il meccanismo rimane identico in tutte le operazioni: amplificare le lamentele genuine, oscurando al contempo il modo in cui l'intervento degli Stati Uniti peggiora le condizioni dei gruppi che si pretende di proteggere; creare crisi umanitarie per giustificare interventi che servono obiettivi geopolitici più ampi; sfruttare le istituzioni internazionali per conferire legittimità multilaterale a interessi imperiali unilaterali, minando sistematicamente la loro neutralità attraverso l'infiltrazione dei servizi segreti e il coordinamento militare.

Attraverso un meticoloso perfezionamento iterativo, questo quadro viene ora utilizzato contro la Cina nell'era contemporanea. Attraverso frodi metodologiche e ricerche fabbricate, Adrián Zenz ha sistematicamente inventato false accuse contro la Cina, strumentalizzando il discorso umanitario contro il nuovo sfidante dell'egemonia americana. Anche la risposta delle istituzioni internazionali rivela una forte parzialità: a Gaza, di fronte a prove concrete schiaccianti e alla conclusione della Corte internazionale di giustizia che vi sono “prove credibili di genocidio”, queste istituzioni occidentali hanno esitato, invitando alla moderazione nelle critiche. Tuttavia, di fronte a ricerche piene di errori matematici e difetti metodologici, queste stesse istituzioni hanno senza esitazione mosso accuse identiche contro la Cina.

 

Wenhua Zongheng. A tal proposito, non si può trascurare il premio Nobel per la pace 2025. Pochi giorni fa, Machado ha donato medaglia e diploma ricevuti a Trump, rendendo questo riconoscimento, già gravemente screditato, sempre più simile a una farsa. In effetti, i critici denunciano da tempo questo premio come un'arma dell'imperialismo dei diritti umani. Cosa ne pensate?

Matteo Capasso, Walaa Alqaisiya. Inventare le “atrocità” degli avversari di un impero per oscurare la vera violenza perpetrata dai propri alleati: l'ultima e più sfacciata manifestazione di questa strategia è l'assegnazione del premio Nobel per la pace 2025 all’icona dell'opposizione venezuelana María Corina Machado. Il Comitato norvegese per il Nobel l'ha lodata per aver “promosso instancabilmente i diritti democratici”, ma già nel 2020 aveva firmato un accordo di cooperazione formale con Netanyahu e il partito di destra israeliano Likud. Dopo il premio, ha telefonato a Netanyahu per lodare “gli sforzi di Israele contro l'Iran” e ha espresso il suo sostegno alle azioni dell'esercito israeliano durante il genocidio a Gaza. Come affermato in una lettera aperta al Comitato Nobel da parte della Rete di intellettuali, artisti e movimenti sociali in difesa dell'umanità, questo premio “è macchiato di sangue”. I rivoluzionari bolivariani che Machado cerca di annientare sono in netto contrasto con la sua posizione. Nel luglio 2024, durante le elezioni presidenziali, Nicolás Maduro ha proclamato “Lunga vita alla Palestina libera”, mentre la sua avversaria Machado aveva da tempo dichiarato che “la lotta di Israele è la nostra lotta”. Questa divergenza rivela la loro fondamentale opposizione riguardo all'atteggiamento nei confronti dell'imperialismo e del genocidio, nonché le loro diverse interpretazioni del vero significato dei “diritti umani”. Nel 2009, durante l'operazione israeliana “Cast Lead”, la rivoluzione bolivariana di Chávez ha interrotto le relazioni diplomatiche con Israele e ha condannato senza mezzi termini le sue azioni genocidarie a Gaza, rendendo il Venezuela la prima nazione latino-americana a rompere le relazioni con questo Stato coloniale e a riconoscere i confini della Palestina del 1967.

Maduro ha costantemente definito la causa palestinese come “la causa più sacra dell'umanità” e nel novembre 2024 ha ospitato a Caracas la “Conferenza internazionale di solidarietà con la Palestina”. La leader palestinese Leila Khaled si è rivolta ai delegati di 53 nazioni presenti alla conferenza. Maduro ha appoggiato la causa per genocidio intentata dal Sudafrica davanti alla Corte internazionale di giustizia, ha denunciato il “silenzio codardo” dell'ONU di fronte alle atrocità israeliane e ha avvertito che qualsiasi accordo di cessate il fuoco ingiusto avrebbe portato solo a una “pace di macerie”.

Pertanto, il premio Nobel per la pace opera secondo una logica di “umanitarismo al contrario”: onora i sostenitori indiscussi del genocidio mentre mette a tacere coloro che vi si oppongono; incoraggia la solidarietà con i criminali di guerra e condanna l'unità degli oppressi. Machado si è impegnata a ripristinare le relazioni diplomatiche con Israele, a trasferire l'ambasciata del Venezuela a Gerusalemme e a “riconoscere pienamente la sovranità israeliana sulla città”, una mossa che ribalterebbe decenni di principi di solidarietà venezuelani e allineerebbe la nazione al progetto coloniale di smantellamento della Palestina. Allo stesso modo, ha esplicitamente sostenuto la privatizzazione della compagnia petrolifera statale venezuelana (PDVSA), lo smantellamento della supervisione pubblica della regolamentazione finanziaria e l'attuazione delle politiche di aggiustamento strutturale dettate dal FMI e dalla Banca Mondiale, un “rimedio” neoliberista che ha devastato numerose nazioni del Sud del mondo arricchendo il capitale transnazionale.

Il premio Nobel per la pace funge da strumento di soft power imperialista-capitalista: coopta i leader che si allineano al consenso imperialista, esagera la minaccia rappresentata dalle “barbariche” lotte antimperialiste, erode la loro influenza, consolida l'egemonia occidentale e strumentalizza l'umanitarismo per legittimare l'abuso della forza. Questo è stato il modus operandi costante del premio Nobel per la pace. Nel 1994, il premio è stato assegnato a Shimon Peres, Yitzhak Rabin e Yasser Arafat, avallando gli Accordi di Oslo, un accordo che ha incorporato il movimento di liberazione nazionale palestinese nel quadro della gestione degli aiuti internazionali, oscurandone la natura antimperialista e gettando le basi istituzionali per l'attuale genocidio. Nel 2009, Barack Obama ha ricevuto il premio pochi mesi dopo il suo insediamento. Dopodiché ha prontamente esteso gli omicidi con droni in Somalia, Yemen e Pakistan, ha perseguito una guerra ibrida, ha distrutto la Libia e ha ampliato le basi militari in Africa e Medio Oriente. Nel 2016, il premio è stato assegnato al presidente colombiano Juan Manuel Santos, conferendo legittimità internazionale al suo cosiddetto “processo di pace”, un processo preceduto dalla campagna di assassinio sistematico da parte del suo governo contro la leadership delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia, che alla fine ha preservato il dominio oligarchico aprendo le porte della nazione al capitale transnazionale.

Anche il momento in cui è stato assegnato il premio a Machado è significativo. Durante la cerimonia del dicembre 2025, le organizzazioni pacifiste norvegesi hanno organizzato proteste all'esterno, mentre oltre 80 latinoamericani sono stati uccisi nei Caraibi dalle forze statunitensi con il pretesto della “lotta alla droga”. Quattro organismi delle Nazioni Unite hanno stabilito che queste azioni degli Stati Uniti costituiscono “esecuzioni extragiudiziali in violazione del diritto internazionale”. Machado non solo ha approvato il quadro operativo degli Stati Uniti, ma ha anche fatto eco alle accuse dell'amministrazione Trump, definendo il Venezuela uno Stato “narcoterrorista” che richiede un intervento militare. La Lega internazionale delle donne per la pace e la libertà ha condannato il premio, affermando che “è stato conferito a un politico che sostiene l'intervento e difende le violazioni del diritto internazionale, tradendo lo scopo stesso del premio Nobel per la pace”. Tuttavia, questa apparente contraddizione si dissolve quando si riconosce che il vero scopo del premio non è mai stato quello di promuovere la pace, ma piuttosto di legittimare la violenza essenziale per sostenere l'egemonia imperiale.

Se la comunità internazionale non riconoscerà e non resisterà a tali pratiche, la retorica umanitaria che un tempo legittimava la distruzione di Afghanistan, Iraq, Libia e Siria (insieme all'infiltrazione sistematica delle agenzie delle Nazioni Unite per la raccolta di informazioni e gli attacchi mirati) continuerà ad essere utilizzata contro qualsiasi nazione che osi perseguire un percorso indipendente. L'aperto sostegno di Netanyahu al rapimento militare statunitense del presidente del Venezuela, insieme all'insabbiamento da parte del premio Nobel per la pace degli alleati ideologici imperialisti – ciò che sta accadendo oggi a Caracas – dimostra che non si tratta di un rischio ipotetico futuro, ma di attualità. Il discorso sui diritti umani, sistematicamente eroso, come previsto dagli strateghi imperialisti, sarà inevitabilmente utilizzato contro la Cina, aprendo la strada a quello che potrebbe rivelarsi il più significativo scontro tra grandi potenze nella storia dell'umanità fino ad oggi. Pertanto, il ripristino di autentici principi umanitari e dell'indipendenza istituzionale è diventato un imperativo urgente per il futuro comune dell'umanità e per la pace e la giustizia globali.

 

Wenhua Zongheng. Eppure, nei recenti conflitti, osserviamo un chiaro declino nell'accettazione internazionale di questa narrativa. Dalla “guerra al terrorismo” alla “guerra alla droga”, l'impostazione americana ha sempre meno riscontro. Come interpretare questo cambiamento di percezione?

Matteo Capasso, Walaa Alqaisiya. Per capire perché la narrativa della “guerra alla droga” ha perso la sua efficacia, dobbiamo prima ripercorrere il contesto storico delle strategie di propaganda imperiale. Fin dalla Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno costantemente utilizzato tali narrazioni per giustificare i loro interventi nel Sud del mondo. La “guerra alla droga” segue la stessa linea della “guerra al terrorismo”: creando nemici astratti – terrorismo, droga, migranti, corruzione – legittima l'aggressione militare, economica e politica contro gli Stati sovrani che resistono all'egemonia americana.

Il modello della “guerra alla droga” è stato stabilito durante l'era Reagan. La “guerra al terrorismo” emersa dopo gli attacchi dell'11 settembre 2001 ne ha rappresentato una versione intensificata e globalizzata, non una novità. Entrambe operano attraverso meccanismi identici: specifiche popolazioni vengono razzializzate e descritte come intrinsecamente minacciose; questioni che originariamente appartenevano alla sfera sociale o della salute pubblica vengono militarizzate; le istituzioni internazionali vengono manipolate per fornire una legittimità mutevole agli obiettivi imperiali unilaterali; e la distruzione, l'incarcerazione o l'eliminazione di coloro che il capitalismo neoliberista considera “popolazione in eccesso” per trarne profitto. Nel 1971, l'amministrazione Nixon ha criminalizzato l'uso di droghe, utilizzandolo a livello nazionale come meccanismo di controllo razzializzato; attraverso agenzie come la Drug Enforcement Administration (DEA), questa logica si è estesa a livello globale, trasformando le nazioni sovrane in obiettivi della polizia imperiale. Quando è iniziata la “guerra al terrorismo”, era già in atto un apparato completo che comprendeva ideologia, quadri istituzionali e dispiegamenti militari.

Oggi il mondo vede oltre queste menzogne, poiché la storia dell'imperialismo è ormai sotto gli occhi di tutti. La coerenza di questo modello operativo è troppo evidente per essere ignorata o fraintesa. Negli ultimi due anni, a Gaza si è consumato il crimine più atroce di questo secolo: un genocidio trasmesso in mondovisione, in cui le forze israeliane hanno massacrato oltre 64.000 bambini, mentre l'America le sosteneva con munizioni, copertura diplomatica e appoggio finanziario. Assistiamo a un contrasto agghiacciante e stimolante: Trump ha corteggiato e lodato con entusiasmo l'attuale presidente siriano Ahmad al-Sharaa (alias Abu Muhammad al-Julani), un tempo designato come terrorista dagli Stati Uniti; allo stesso tempo, gli Stati Uniti hanno bollato Nicolás Maduro come “boss della droga”. I terroristi diventano politici, i presidenti eletti diventano criminali: queste etichette non hanno alcuna relazione con il fatto che abbiano realmente partecipato al terrorismo o al traffico di droga. Sono più simili a etichette imperiali: imposte ai resistenti, poi ritirate una volta che si sottomettono.

Prima del 2001, la produzione di oppio in Afghanistan era diminuita di dieci volte. Successivamente, durante l'occupazione statunitense, è aumentata di trenta volte. Dopo il ritiro degli Stati Uniti, i talebani hanno vietato la coltivazione del papavero, causando un crollo del 95% nella produzione di oppio. Secondo i rapporti delle Nazioni Unite, il Venezuela svolge solo un ruolo marginale nel traffico globale di droga, eppure deve affrontare le accuse degli Stati Uniti di “contrabbando di droga”; nel frattempo, le banche di Wall Street riciclano denaro per i cartelli della droga impunemente: la Wachovia Bank ha finanziato spedizioni di cocaina per un valore di centinaia di milioni di dollari senza che nessun dirigente fosse perseguito penalmente; Filadelfia ha sequestrato una nave della JPMorgan Chase carica di cocaina, ma solo i membri dell'equipaggio sono stati incarcerati. Di fronte alle sue contraddizioni interne, questa narrativa propagandistica è crollata da tempo.

La maggior parte della popolazione mondiale, in particolare quella del Sud del mondo, ha assistito a troppi interventi storici per accettare questa retorica come buona. I popoli latinoamericani hanno assistito al “Plan Colombia” e alla “Merida Initiative” che hanno investito miliardi nella militarizzazione, ma i flussi locali di droga rimangono invariati mentre la violenza contro i civili aumenta. Le loro terre d'origine sono diventate le regioni più violente del mondo – otto dei dieci paesi con i più alti tassi di omicidi a livello globale si trovano in America Latina – una conseguenza diretta della “guerra alla droga”. I popoli dell'Asia occidentale e del Nord Africa hanno assistito in prima persona alla devastazione causata in Iraq, Libia, Siria e Afghanistan con il pretesto della “guerra al terrorismo”, che ha ridotto in rovina caotiche nazioni un tempo prospere. Il modello è chiaro: distruzione continua, conseguenze prevedibili, inevitabile saccheggio delle risorse a seguito dell'intervento militare e stretto legame con le manovre geopolitiche... Le persone hanno imparato a proprie spese la dura lezione dell'“educazione basata sull'esperienza” dell'imperialismo.

 

Wenhua Zongheng. Questo significa che la resistenza all'interventismo americano è diventata un consenso tra le nazioni del Sud del mondo? Quali implicazioni potrebbe avere questo per le dinamiche internazionali attuali e future?

Matteo Capasso, Walaa Alqaisiya. Questo crescente scetticismo indica che l'interventismo americano sta affrontando una crisi fondamentale di legittimità? Certamente sì, ma dobbiamo comprendere il momento storico in cui viviamo e cosa questa crisi possa o non possa significare.

Siamo entrati in un'era di storia accelerata. Si tratta di un momento critico senza precedenti: la situazione è complessa e turbolenta, gli sviluppi stanno accelerando rapidamente e siamo sull'orlo di un'esplosione. Le grandi trasformazioni storiche spesso iniziano in questo modo: i fattori che precipitano il collasso si accumulano inesorabilmente, mentre un impero morente si scaglia in tutte le direzioni, ignorando le regole, senza esercitare alcuna moderazione e abbandonando completamente la sua precedente parvenza di legittimità.

Trump lo ha recentemente chiarito in modo inequivocabile: “Non ho bisogno del diritto internazionale”. Non si tratta di un lapsus, ma di una dichiarazione ufficiale secondo cui l'ordine internazionale esistente non offre più alcuna protezione, infrangendo completamente l'illusione che il meccanismo delle Nazioni Unite e le istituzioni dominate dall'Occidente possano proteggere gli oppressi dalla violenza imperiale. Chiunque creda ancora nel sistema attuale vive in una pericolosa illusione riponendo le proprie speranze nel diritto internazionale, nelle istituzioni controllate dai perpetratori della violenza o negli Stati Uniti e nei loro alleati che si sono autoproclamati protettori dei deboli. L'ordine prevalente non è mai stato concepito per frenare l'impero, ma per legittimarlo. Trump ha semplicemente articolato ciò che è sempre stato vero. Un impero al tramonto diventa sempre più selvaggio, utilizzando la colonizzazione e il genocidio come strumenti, mentre le stesse istituzioni che dovrebbero impedire tali orrori vengono strumentalizzate per garantirne la licenza.

Recentemente, Trump ha pubblicato immagini manipolate dall'intelligenza artificiale sulla sua piattaforma “Truth Social”, sovrapponendo la bandiera a stelle e strisce al Canada, al territorio danese della Groenlandia e al Venezuela.

Il punto cruciale è che, anche se la legittimità sta diminuendo, gli Stati Uniti e Israele non si sono fermati né hanno fatto marcia indietro. Si sono consolidati internamente. Dopo aver scoperto il fallimento dei vecchi meccanismi di consenso, hanno iniziato a ristrutturarsi, ricorrendo interamente a mezzi coercitivi; ciò richiede un comando unificato e centralizzato, non istituzioni frammentate ancora preoccupate della legittimità e dell'immagine.

Trump ha compreso tutto questo con un istinto da gangster, se si rifiuta di riconoscerlo come stratega. Ha sistematicamente emarginato ogni istituzione che potesse limitare il potere esecutivo: la cautela del Pentagono, le considerazioni diplomatiche del Dipartimento di Stato, le obiezioni procedurali delle agenzie di intelligence. I liberali lamentano il declino delle norme democratiche, ma dal punto di vista del consolidamento imperiale, ciò rappresenta una necessaria eliminazione degli ostacoli. Il “deep state” denunciato da Trump non è una cricca cospiratoria, ma piuttosto i residui istituzionali accumulati sin dagli albori dell'egemonia americana, un'epoca in cui il dominio degli Stati Uniti era sicuro e poteva resistere a livelli di deliberazione cauta. Quell'epoca è irrevocabilmente finita. Il contributo di Trump consiste nell'adattare l'apparato di potere americano alle esigenze del declino imperiale: azione rapida, esecuzione spietata e slancio inarrestabile senza ostacoli da parte del dissenso interno.

Netanyahu ha replicato questo approccio all'interno dell'establishment sionista. Dopo il 7 ottobre 2023, ha dovuto affrontare un'intensa opposizione interna: proteste che chiedevano le sue dimissioni, funzionari militari e dei servizi segreti che mettevano in discussione la sua leadership, famiglie degli ostaggi che chiedevano negoziati. Li ha ignorati tutti. Netanyahu ha emarginato le agenzie di sicurezza che non sono riuscite a organizzare la resistenza, ha represso gli oppositori politici e ha concentrato tutto il potere decisionale in un gabinetto di guerra che operava completamente al di fuori dei vincoli istituzionali. Prima di attuare il genocidio, ha risolto in modo preventivo tutti i conflitti interni che avrebbero potuto limitarlo. La lezione è chiara: chiunque raggiunga la coesione interna può agire esternamente senza restrizioni.

Pertanto, nonostante esista una crisi di legittimità, la capacità dell'impero rimane immutata. La narrativa sta fallendo, ma era solo uno strumento per la “fase di consenso”; il pretesto è stato smascherato, ma questo ha importanza solo finché l'impero cerca ancora di ottenere convalida. L'opinione pubblica internazionale si è chiaramente rivoltata contro gli Stati Uniti e Israele, ma l'opinione pubblica limita solo coloro che ancora si aspettano che le masse accettino i meccanismi di funzionamento egemonico. Il Sud del mondo non crede più alla propaganda dell'impero, né l'impero se ne cura.

Gli Stati Uniti hanno bombardato il Venezuela senza conseguenze. Continua a finanziare Israele, fornendo armi per il genocidio, ignorando le sentenze della Corte internazionale, le risoluzioni dell'ONU o il terrorismo quotidiano di cui sono testimoni miliardi di persone. Trump ha dichiarato di non aver bisogno del diritto internazionale e ha mantenuto la promessa. La macchina imperiale si è liberata dei vincoli istituzionali del suo apice egemonico e ora opera con la pura coercizione. Non ha più bisogno della fiducia dell'opinione pubblica: è sufficiente l'assenza di un potere contrapposto efficace. Il mondo vede attraverso le menzogne, ma questo da solo non è affatto sufficiente per fermare le armi.

 

Wenhua Zongheng. Possiamo infatti osservare che, con la perdita di legittimità delle vecchie maschere, gli Stati Uniti non cercano più di nascondere le loro vere intenzioni. Molti sostengono che la politica internazionale contemporanea sia entrata in un'era in cui “la forza fa la ragione”, senza un ordine internazionale efficace che bilanci o limiti questo potere incontrollato. Cosa ne pensate? Questo diventerà il tema centrale degli affari internazionali nei prossimi anni?

Matteo Capasso, Walaa Alqaisiya. Per rispondere a questa domanda, prenderemo in prestito le intuizioni di due importanti pensatori marxisti. Antonio Gramsci una volta osservò: “Il vecchio mondo sta morendo, il nuovo mondo fatica a nascere: ora è l'era dei mostri”, descrivendo accuratamente la regressione del mondo verso il “diritto del più forte” come una crisi di transizione. Nel suo discorso del Giorno della Vittoria, il presidente Xi Jinping ha sottolineato che “l'umanità si trova ancora una volta di fronte alla scelta tra pace o guerra, dialogo o confronto, cooperazione vantaggiosa per tutti o giochi a somma zero”, rivelando la natura dialettica della nostra realtà storica: le contraddizioni sono unificate, reciprocamente permeabili e in grado di trasformarsi l'una nell'altra in specifiche condizioni materiali.

Il crollo del sistema internazionale rappresenta una contraddizione cruciale tra due modalità di riproduzione sociale fondamentalmente opposte. L'imperialismo guidato dagli Stati Uniti si è evoluto in un sistema di “accumulazione attraverso lo spreco”, in cui, in condizioni di monopolio finanziario, la distruzione sistemica è diventata il mezzo principale del capitalismo per la creazione di valore e il controllo politico. Questo ordine moribondo non cederà semplicemente il passo a un sistema multipolare: intensifica i suoi investimenti nella violenza organizzata, poiché questa rimane l'unico mezzo praticabile per sostenere l'egemonia. La stabilità superficiale delle società occidentali si basa sulla continua instabilità delle regioni periferiche: l'ordine internazionale “pacifico” esaltato dagli istituzionalisti liberali si fonda sui prolungati interventi violenti dell'Occidente in Asia occidentale e nelle Americhe. Il fondamento materiale di questa “pace” è la guerra perpetua del Sud del mondo; non si tratta di semplici dicotomie, ma di realtà che coesistono da tempo nell'attuale sistema globale.

Il Medio Oriente funge da punto di convergenza di questi due sistemi, dove esplodono le contraddizioni. Gaza incarna il modello archetipico dell'“accumulazione per distruzione”, mentre l'asse più ampio della resistenza ha stimolato una maggiore coscienza antimperialista tra le popolazioni semi-proletarizzate. Il conflitto prolungato ha molteplici funzioni: risolve le crisi di sovrapproduzione capitalistica attraverso la spesa militare, elimina i potenziali gruppi di resistenza, smantella le economie nazionali concorrenti e crea nuovi mercati per la ricostruzione. Allo stesso tempo, le contraddizioni generate dal conflitto stesso frammentano i movimenti di resistenza.

Il cosiddetto “mostro” di Gramsci emerge proprio quando né il vecchio né il nuovo ordine riescono a ottenere una vittoria decisiva. Il ritorno della legge del più forte segna l'esaurimento, non il trionfo, dei tradizionali meccanismi imperiali. Incapace di mantenere il dominio attraverso l'integrazione economica o la legittimità politica, il sistema imperiale fa sempre più affidamento sulla violenza diretta e sulla distruzione sistematica. L'enfasi del presidente Xi Jinping sulla “scelta” significa che l'azione umana deve operare all'interno del quadro della contraddizione, non trascenderlo. Le crescenti tensioni della situazione attuale stanno generando contemporaneamente la loro antitesi: optare per la pace, il dialogo e la cooperazione reciprocamente vantaggiosa non solo è moralmente superiore, ma è diventata una necessità storica per la sopravvivenza umana. La Cina ha tracciato un percorso di sviluppo alternativo e il potere organizzativo dei movimenti popolari del Sud del mondo deve unirsi dialetticamente ad esso. Ciò non rappresenta né la pace pura né la guerra pura, ma un processo di trasformazione in cui la lotta stessa crea possibilità completamente nuove per la rigenerazione delle relazioni sociali. Non ci troviamo di fronte a una regressione permanente, ma a una scommessa ad alto rischio per la civiltà, il cui esito rimane incerto. Man mano che i tradizionali meccanismi di sfruttamento si avvicinano ai loro limiti, le potenze imperiali potrebbero ricorrere sempre più spesso al massacro e alla violenza. Comprendere la dialettica tra pace e guerra rivela perché questo periodo di transizione appaia così caotico, poiché racchiude possibilità senza precedenti di trasformazione sistemica al di là della logica della distruzione organizzata. La domanda fondamentale ora è se le forze trasformative possano intervenire in modo decisivo prima che i meccanismi di distruzione imperialisti distruggano le basi materiali su cui si fonda la civiltà umana.

 

Wenhua Zongheng. All'interno del Sud del mondo, in particolare, emerge un'altra tendenza. Da un lato, nazioni come il Sudafrica, Cuba e la Colombia spesso esprimono un'opposizione più forte a queste ingiustizie rispetto alle principali potenze occidentali. Dall'altro lato, però, la capacità del Sud del mondo di influenzare concretamente queste dinamiche rimane fortemente limitata.

Matteo Capasso, Walaa Alqaisiya. Questa contraddizione è al centro della politica contemporanea. Non basta smascherare le menzogne; il fattore cruciale risiede nella capacità di tradurre questa chiarezza morale in azioni concrete. Colmare il divario tra la consapevolezza e la pratica che intrappola i popoli del Sud del mondo è il compito urgente che ci attende.

In primo luogo, dobbiamo riconoscere l'esistenza di questo divario. Il Sudafrica, attingendo alla propria eredità anti-apartheid, ha dimostrato uno straordinario coraggio morale avviando un procedimento per genocidio contro Israele presso la Corte internazionale di giustizia. Sotto la guida di Lula, il Brasile ha richiamato il proprio ambasciatore e condannato le azioni di Israele. La Colombia, sotto Petro, ha pubblicamente sostenuto la Palestina e interrotto le relazioni diplomatiche con Israele. Anche il Messico ha aderito al procedimento della Corte internazionale di giustizia. Ciò dimostra che una parte significativa dell'umanità rifiuta di accettare il consenso morale e la normalizzazione della violenza imposta dall'egemonia imperialista. Tuttavia, queste posizioni di principio non hanno fermato un solo proiettile, né posto fine al genocidio, né risolto la carestia, né costretto le potenze interessate ad aprire corridoi umanitari. La contraddizione è evidente: il Sud del mondo sta alzando la voce, mentre l'imperialismo fa orecchie da mercante.

Perché? Perché le forze antimperialiste non si sono riconfigurate per questo momento, a differenza delle potenze imperialiste.

Come già osservato, Trump e Netanyahu hanno capito che le organizzazioni frammentate al loro interno non possono intraprendere lotte all'ultimo sangue all'esterno. Hanno quindi risolto le contraddizioni interne, emarginato le forze di opposizione e consolidato organi decisionali in grado di agire senza restrizioni (fascismo e autoritarismo). Il Sud del mondo, tuttavia, non ha subito una riconfigurazione paragonabile. I governi progressisti continuano ad operare all'interno di strutture statali progettate per la dipendenza. Le organizzazioni regionali rimangono deboli o sono crollate: il Mercato Comune del Sud (MERCOSUR) esiste solo di nome, l'Alleanza Bolivariana per le Americhe (ALBA) è gravemente indebolita e l'Unione Africana rimane incatenata dai sistemi economici neocoloniali. Anche la borghesia nazionale nominalmente progressista rimane indissolubilmente legata al capitale transnazionale, limitando fortemente il proprio spazio di manovra. Il risultato netto è che le nazioni del Sud possiedono una posizione morale ma mancano di capacità strategica.

Tuttavia, persiste una questione più profonda. Lungi dall'unirsi, il Sud del mondo affronta un'attiva frammentazione interna.

Come osserva il marxista arabo Adel Samara, ciò a cui stiamo assistendo può essere definito come “una terza ondata di nazionalismo”. A differenza della prima ondata (il nazionalismo borghese europeo, che ha consolidato gli Stati-nazione mentre era impegnato nel saccheggio coloniale globale) e della seconda ondata (i movimenti di liberazione anticoloniale della metà del XX secolo), questa terza ondata di nazionalismo è un progetto orchestrato dall'imperialismo e progettato per smantellare le nazioni appena indipendenti nate dalla decolonizzazione. Essa opera attraverso un meccanismo preciso: le potenze imperialiste si alleano con la borghesia compradora, i cui interessi sono in linea con le esigenze egemoniche del dominio esterno piuttosto che con lo sviluppo interno. Successivamente, queste élite locali vengono sfruttate per frammentare le nazioni esistenti lungo linee etniche, settarie o regionali. Alla fine, sono emerse una moltitudine di entità micro-politiche dipendenti: queste sono diventate avamposti imperiali permanenti, provocando continuamente guerre nei loro paesi d'origine e nelle loro regioni sotto la bandiera dell'autodeterminazione.

Osservate gli eventi che si stanno svolgendo nel mondo arabo e nel Corno d'Africa. Gli Emirati Arabi Uniti (uno Stato governato da una famiglia la cui ricchezza deriva interamente dai proventi del petrolio/gas, con un orientamento strategico totalmente asservito agli interessi americani e israeliani) sono diventati uno dei principali istigatori della frammentazione regionale. Essi armano e finanziano le forze separatiste nello Yemen meridionale, percependo uno Yemen unificato come una minaccia, mentre un regime fantoccio frammentato rimane manipolabile. Sostengono le Forze di supporto rapido del Sudan, trasformando una crisi politica iniziale in una catastrofe civile che ha causato lo sfollamento di milioni di persone e reso precario il futuro del Sudan come Stato unificato. La stessa logica si sta applicando in Somaliland: non vi è alcuna giustificazione legittima per riconoscere questa entità separatista, il cui unico scopo è indebolire la Somalia, stabilire un altro avamposto imperiale nel Mar Rosso e dimostrare al mondo che la sovranità africana è priva di valore quando gli Stati del Golfo forniscono finanziamenti e gli imperi occidentali concedono il permesso.

In Siria, un'alleanza di regimi arabi, monarchie del Golfo, potenze occidentali, Turchia e Israele ha trascorso decenni a finanziare, armare e fornire copertura diplomatica per la distruzione del governo del Paese. Dopo che Ahmad al-Sharaa è stato insediato come presidente, Israele ha immediatamente invaso il territorio siriano, smantellando sistematicamente le infrastrutture militari della nazione. Il motto della Repubblica Araba Siriana era “Unità, libertà, socialismo”: proprio per questo la coalizione doveva distruggere questa nazione che difendeva con fermezza la propria indipendenza e autosufficienza. Queste tre parole rappresentano i valori che il Sud del mondo deve ora difendere.

Ogni disintegrazione regionale riuscita – dal Sud Sudan, al Kosovo, al Somaliland, alla Libia, allo Yemen – indebolisce la forza collettiva delle nazioni emarginate di resistere al potere imperiale. Questi micro-regimi nascenti sono intrinsecamente dipendenti, le loro leadership compradore sono sostenute esclusivamente da finanziatori esterni, le loro economie sono strutturate per l'estrazione delle risorse, i loro eserciti sono addestrati per colpire i vicini piuttosto che le minacce esterne. Le élite miopi, inebriate dal falso fascino del potere, servono gli interessi imperiali a scapito del proprio popolo, e così il mondo marginale precipita nell'autodistruzione.

 

Wenhua Zongheng. Come notate, liberarsi soggettivamente dalla dipendenza è già estremamente difficile. Obiettivamente, tuttavia, le nazioni che persistono nella resistenza diventano spesso obiettivi primari di sanzioni o attacchi. Di fronte a questa contraddizione, dove vedete la chiave per il Sud del mondo per superare la sua attuale situazione difficile?

Matteo Capasso, Walaa Alqaisiya. L'Iran e il Venezuela sono esempi lampanti: il loro impegno per l'indipendenza li ha esposti ad attacchi imperialisti su vasta scala. L'Iran deve affrontare una serie di azioni aperte volte al cambio di regime, tra cui blocchi economici, disordini sociali orchestrati, omicidi israeliani e minacce dirette da parte degli Stati Uniti. L'Asse della Resistenza ha dimostrato in passato cosa possono ottenere le forze antimperialiste organizzate, ma oggi questa rete è gravemente indebolita e l'Iran deve ancora ricostruire il suo quadro strategico. Nell'emisfero occidentale, gli sforzi antimperialisti fondamentali del Venezuela hanno subito un'aggressione militare diretta: con il pretesto di “combattere il traffico di droga”, il suo presidente è stato rapito, i suoi pescatori bombardati e la sua sovranità nazionale completamente ignorata. La rivoluzione bolivariana ha dimostrato la possibilità di un percorso di sviluppo alternativo, ma ora la sua stessa sopravvivenza è messa alla prova. Entrambe le rivoluzioni affrontano sfide strutturali identiche: un'organizzazione interna frammentata o misure poco incisive si rivelano inadeguate contro offensive di tale portata; né una singola nazione può resistervi da sola. La solidarietà regionale è il prerequisito per la sopravvivenza.

Il Sud del mondo deve far rivivere lo spirito di Bandung, ma questa volta attraverso l'alleanza, non il non allineamento. Il Movimento dei Paesi non Allineati è nato in un momento storico specifico, in cui la navigazione tra le superpotenze poteva creare spazio per le nazioni appena indipendenti. I tempi sono cambiati. Oggi, il non allineamento è diventato equivalente a un tacito allineamento con le potenze imperialiste, che sfruttano la neutralità invece di rispettarla. Il Sud del mondo ha bisogno di alleanze interne per opporsi collettivamente al sistema capitalista imperialista dell'Occidente, forgiando un nuovo internazionalismo che metta in comune le risorse materiali invece di limitarsi a dichiarare posizioni nel discorso.

Tali nuove alleanze devono iniziare con lo smantellamento delle strutture esistenti. Perché la sede delle Nazioni Unite rimane a New York? Qui, gli Stati Uniti possono arbitrariamente rapire qualsiasi leader straniero, attivista o dissidente che metta piede sul loro suolo. Perché la Corte internazionale di giustizia si trova all'Aia, una città nel territorio della NATO e nel cuore imperiale? Tali accordi, anche se un tempo giustificati, erano praticabili solo per il breve periodo successivo alla Seconda guerra mondiale, prima che l'illusione di un “ordine basato sulle regole” fosse completamente smascherata. Ora che l'illusione è svanita, il Sud del mondo dovrebbe almeno chiedere il trasferimento delle istituzioni internazionali nel Terzo Mondo, o intraprendere azioni più radicali e necessarie per istituire istituzioni parallele i cui statuti non siano redatti dalle potenze occidentali e le cui operazioni non siano soggette al veto occidentale.

La Cina sta facendo del suo meglio. L'iniziativa Belt and Road costituisce l'infrastruttura fondamentale per il percorso di sviluppo alternativo più significativo nella storia dell'umanità. L'Iniziativa per lo Sviluppo Globale, l'Iniziativa per la Sicurezza Globale, l'Iniziativa per la Civiltà Globale e l'Iniziativa per la Governance Globale non sono quadri concreti per organizzare il mondo intorno alla costruzione piuttosto che alla distruzione, al dialogo piuttosto che alla coercizione, e al reciproco vantaggio piuttosto che al saccheggio imperiale. La Cina ha dimostrato che è possibile uno sviluppo rapido al di fuori del controllo occidentale e che una civiltà può modernizzarsi senza sottomettersi all'egemonia atlantica. Tuttavia, la Cina non può raggiungere questo obiettivo da sola. Il Sud del mondo deve intraprendere l'arduo compito del “decoupling”: ridurre la dipendenza dal dollaro statunitense, stabilire meccanismi di pagamento alternativi e approfondire il commercio Sud-Sud che aggira i punti di strozzatura occidentali. Il BRICS è un inizio, ma solo un inizio; deve evolversi ulteriormente o essere soppiantato da meccanismi organizzativi capaci di azioni più decisive.

Tuttavia, le nazioni non raggiungeranno questo obiettivo automaticamente. Troppe classi dirigenti nel Sud del mondo si sono già riconciliate con l'imperialismo. Queste borghesie compradore, che traggono profitto dalla subordinazione, non agiranno se non costrette. La mobilitazione di massa è quindi fondamentale: il popolo deve costringere lo Stato ad agire quando è prigioniero degli interessi compradore, difendere i governi progressisti dalla sovversione imperiale e creare le condizioni politiche che consentano alleanze. La mobilitazione di massa antimperialista deve emergere a tutti i livelli, dalle strade allo Stato, dal locale al regionale, perché la storia non aspetta nessuno che non sia preparato. Rosa Luxemburg, elaborando la teoria di Marx, osservò in modo incisivo: socialismo o barbarie. Oggi questa non è più una scelta astratta. Stiamo assistendo a una barbarie smascherata: a Gaza, nei Caraibi, nei processi di frammentazione che prendono di mira tutte le nazioni che affermano la loro indipendenza. Il XX secolo ha dimostrato che resistere al colonialismo è possibile; il ventunesimo secolo offre solo due esiti: o il trionfo della resistenza o la capitolazione totale. Non esiste una zona grigia e la resa significa il fallimento dell'umanità stessa. La risposta definitiva dipende interamente dalla capacità del Sud del mondo di trasformare le posizioni morali in condizioni materiali, unire i discorsi in una sovversione istituzionale e fondere la resistenza frammentata in una forza coordinata di opposizione.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Wed, 28 Jan 2026 08:30:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Il Ministro del Merito cultore della Memoria a senso unico

 

In occasione della  Giornata della Memoria, Il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara è intervenuto alla cerimonia tenutasi al Quirinale. Il discorso è stato riprodotto  e pubblicato su vari siti, ne citiamo uno ove troverete la trascrizione integrale dell'intervento: Giornata della Memoria, a scuola se ne parla di meno? Valditara: "Se fosse vero sarebbe un errore" - Notizie Scuola
 
L'uso revisionistico della storia 
 
Commentando il testo di Davide Conti "Sull'uso pubblico della storia" ediz Multiverso, scrivevamo anni or sono delle nozioni di rovescismo e di populismo, nozioni prese a prestito per descrivere la negazione del lavoro degli storici dando in pasto all'opinione pubblica letture semplificate e ideologiche, chi prova a confutare la vulgata mainstream viene presto equiparato a un odioso negazionista e diventa  facile bersaglio di infondate accuse. La storia ostaggio di pubblicazioni discutibili e di una lunga sequela di giornalisti elevati al rango di studiosi, grandi divulgatori ai quali offrire il pulpito televisivo.
 
Questa premessa ci sarà di aiuto per comprendere i ragionamenti di Valditara per affermare la unicità della tragedia della Shoah. Valditara parla della memoria delle fonti, una pratica vivente e non un rito stanco, la sua idea è quella di trasmettere alle generazioni presenti e future il ricordo documentato del passato per evitare il ripetersi delle stesse e immani stragi nel tempo presente e futuro.
 
Ma il ragionamento ben presto si fa capzioso e con fin troppe omissioni ad esempio evita di indagare i pregiudizi antiebraici nella storia occidentale per arrivare alla persecuzione del nazifascismo. L'intero discorso è costruito sull'orrore e sul messaggio che l'Olocausto non debba ripetersi nel futuro mostrando una certa miopia nel volgere lo sguardo a Gaza oppure ai processi securitari in atto negli Usa. In contemporanea la senatrice a vita Segre intimava di non utilizzare Gaza per negare l'Olocausto, è troppo chiederle, allora, la condanna del Genocidio del popolo Palestinese e il rifiuto della nozione di antisemitismo  operata dall'IHRA  e confutata da centinaia di storici?

 

Valditara parla di "aberrazione dei campi di sterminio, delle leggi razziali naziste e fasciste e dell’ideologia che li ha generati" salvo poi iniziare un lungo excursus contro i moderni antisemiti diffusi nel continente europeo  e qui arriva la parte più interessante, e ricca di omissioni, del discorso ministeriale 
 
Si rintraccia, ad esempio, quando si confondono le azioni di un governo con le responsabilità di un intero popolo, quando si attribuiscono al popolo ebraico stereotipi che richiamano esplicitamente quelli della propaganda nazista, quando si pretende di cacciare dalla terra di Israele un’intera comunità. Abbiamo imparato tanto in questi ottant’anni: non facciamo che sia stato tutto inutile. Se la memoria deve essere racconto vivificato, rinnovato ed esperienziale, deve essere anche costantemente aggiornata.
 
Deve saper fare i conti con la realtà del presente per dare corpo a questa necessità esistenziale, per farne non un’astratta dichiarazione di principio ma la concretezza quotidiana della nostra convivenza civile e democratica. Sono fermamente convinto che gli interpreti migliori siano le nostre ragazze e i nostri ragazzi. Sono loro che possono rinnovare quella capacità di trasformare la documentazione sempre ancora in esperienza vissuta e condivisa. È grazie a questa capacità che l’umanità potrà salvarsi dalla ripetizione di orrori che devono saper sempre inquietare la coscienza dell’essere umano.
 
Ad essere cacciati dalle loro terre, fino a prova contraria da 80 anni a questa parte sono i palestinesi, forse un ripassino della storia mediorientale non guasterebbe come ricordare che parti significative delle comunità ebraiche più tradizionaliste hanno abiurato la ideologia sionista. Nelle scuole non si parla a sufficienza dell'Olocausto salvo poi scoprire che si mandano gli ispettori negli istituti per valutare il comportamento del corpo docente a seguito dell'invito di Francesca Albanese a parlare del Genocidio.
 
Due pesi e due misure inaccettabile come del resto non avere affrontato le responsabilità storiche e politiche del fascismo nei rastrellamenti degli ebrei e nel loro invio ai campi di sterminio, la presenza attiva del fascismo e dei repubblichini nell'Olocausto. Una memoria claudicante e con qualche omissione di troppo anche se alla fine menziona tutte le vittime del nazi-fascismo invocando la memoria come elemento fondante di  identità individuale e collettiva. E per chiudere il ricordo di altri eccidi prendendo in prestito le parole di Moni Ovadia che su quanto avviene in Palestina ha opinioni diametralmente opposte a quelle di Valditara, ma anche in questo caso dei palestinesi non c'è traccia alcuna.
Non nascondiamoci dietro a Gaza per negare o delegittimare la Giornata della Memoria ma allo stesso tempo non omettiamo la condanna del sionismo per evitare di prendere posizioni su quanto avvenuto a Gaza.

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Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Wed, 28 Jan 2026 08:00:00 GMT
Popoli e dintorni
Sulla convivenza religiosa in Palestina. Una testimonianza di padre Novruz, pastore cristiano palestinese

 

Mentre siamo sommersi storicamente dalle narrazioni sulle radici del conflitto israelo-palestinese, esistono voci e testimonianze che fanno luce su aspetti contrastanti con le vulgate sioniste della storia palestinese, che non sono distorte da logiche e progetti di segregazione e colonialismo.

Prima dell’arrivo del sionismo, quelle terre oggi martoriate, hanno vissuto una convivenza naturale tra i seguaci delle quattro religioni in Palestina: ebraismo, samaritanesimo, cristianesimo e islam, in un clima di convivenza, partenariato e vita comune. Prima che fosse aggredita dal progetto sionista, la Palestina era un mosaico religioso e comunitario che non distingueva tra un ebreo, un cristiano, un musulmano e un samaritano nelle scuole, negli ospedali o nei posti di lavoro.

In questo quadro, il sacerdote palestinese Ibrahim Nairouz, rappresenta una testimonianza vivente che si rifà a quel passato dimenticato, non solo come religioso, ma come figlio di quella terra, erede di quella storia e nipote di un martire palestinese che ha combattuto il colonialismo britannico.

Il pastore Nairouz è il pastore della Chiesa episcopale/anglicana di San Giovanni Battista ad Al-Hosn e nella città giordana di Fuhais dal 2017, avendo precedentemente prestato servizio nella Chiesa episcopale/anglicana di Nablus in Palestina. Ha un'alta posizione e considerazione nei circoli cristiani, arabi e musulmani, ed è una delle voci teologiche che hanno collegato la fede cristiana alla difesa dei diritti dei palestinesi.

Accanto alla sua testimonianza sulla storica convivenza palestinese, il pastore Nairouz ha una alta considerazione del gruppo Naturei Karta, il movimento ebraico anti-sionista che lo separa chiaramente dalla concezione sionista nella religione ebraica. Lo descrive come un “isolante per la speranza”, riaffermando l’idea che il conflitto non sia religioso come viene promosso, ma colonialista, e che ci sono ebrei, così come cristiani e musulmani, che rifiutano l’ingiustizia e l’occupazione, e credono nella giustizia e nella vera pace.

 “…L’ebraismo è una religione che era presente nella storia, rispettava e aveva le sue credenze, spiritualità ed esistenza. Non c’era alcun problema eccezionale che costringesse allo scontro tra ebrei e le altre religioni in Palestina prima dell’emergere del movimento sionista. Come è noto, le religioni storiche in Palestina sono: ebraismo, samaritano, cristianesimo e islam, e queste religioni hanno sempre coesistito in un clima di fraternità e armonia sociale per molti secoli.

Rivedendo i registri delle istituzioni educative, sanitarie e amministrative, come postali, portuali, aeroporti, radio, ministeri, camere di commercio e industria, club, squadre sportive, comuni, ecc., notiamo che ebrei, cristiani, musulmani e samaritani erano insieme come colleghi o studiosi, e questo non era insolito per la società palestinese in quella fase. Pertanto, si può stabilire che il rapporto tra i fedeli delle quattro religioni in Palestina, prima dell’emergere del movimento sionista era armonioso, basato sul rispetto reciproco e sulla convivenza, in un clima di vicinato, comunione e partenariato, e questa non è solo un’eccezione in Palestina, ma anche nelle società arabe circostanti, come l’Iran, l’Iraq, l’Egitto, il Marocco, lo Yemen, e altri, dove gli ebrei vivevano come parte del tessuto sociale, purché non ci fosse alcuna ambizione da parte di nessuno di escludere l’altro

Ciò che ha successivamente deturpato la realtà è stato l'emergere del movimento sionista alla fine del XIX secolo, che ha cercato di acquisire la terra e di espellere gli altri, con l'istituzione di un'entità ebraica escludente, che ha portato alla tensione nelle relazioni e all'emergere di movimenti arabi, islamici e cristiani che rifiutavano questo orientamento. Il movimento sionista ha anche cercato di rappresentare l’ebraismo a livello globale, il che ha portato all’emergere di movimenti ebraici che lo rifiutano, in particolare il movimento “Naturei Karta”.

Ci sono esempi storici che riflettono la pacifica convivenza dei seguaci di queste religioni. Un esempio di convivenza tra ebrei, cristiani, musulmani e samaritani in Palestina prima dell’emergere del movimento sionista, si può citare le squadre sportive che hanno giocato partite locali e internazionali in nome della “Palestina”, e tra i suoi giocatori c’erano ebrei e arabi. Il personale femminile e maschile nei porti di Haifa e Jaffa, nelle poste palestinesi o nelle stazioni radio palestinesi di Gerusalemme.

Alla Scuola Episcopale di Nablus, fondata nel 1848, gli studenti ebrei studiavano insieme a colleghi samaritani, cristiani e musulmani. Inoltre, i registri dell'ospedale evangelico episcopale arabo di Nablus mostrano la presenza di ebrei tra i revisori.

C'erano quartieri in città palestinesi con nomi ebraici come Nablus, Hebron, Gerusalemme, Tiberiadi, Safed, Jaffa e altri, che sono la prova di una presenza ebraica storica pacifica.

L’ebreo in Palestina era un essere umano professionale, che lavorava in più professioni, in particolare: fare e riparare scarpe, creare oro e argento e riparare orologi. Alcuni di loro hanno anche lavorato nel commercio e nella vendita di oggetti d'antiquariato ai turisti, e sono stati anche guide turistiche. Molti ricoprivano anche posizioni nei dipartimenti governativi, privati e bancari. Queste professioni, per loro stessa natura, impongono una comunicazione continua con il resto della società, riflettendo uno stato di normale e diretta interazione quotidiana, senza barriere religiose o sociali, fatta eccezione per la differenza di credenze e di culto.

Il movimento sionista ha rovinato questo tessuto sociale armonioso. La tensione ha cominciato a emergere mentre cresceva il numero di immigrati ebrei in Palestina, specialmente quelli che abbracciavano l’ideologia sionista. Questo improvviso cambiamento nella demografia e nell'ideologia ha portato a chiare tensioni e all'emergere di scontri in città come Gerusalemme e Hebron, che hanno contribuito all'instabilità e alle normali relazioni che un tempo prevalevano.

Se vogliamo affrontare realisticamente il conflitto sulla terra di Palestina, credo che l’unica soluzione sia una soluzione a uno stato, che riporta tutti allo stato prima dell’emergere del movimento sionista.

L'esperienza ha dimostrato che eliminare una qualsiasi delle parti non è possibile, e dobbiamo accettarci a vicenda sulla base del partenariato e del rispetto.

Ma questo richiede una maturità e una convinzione generale che la guerra e l'omicidio non porteranno da nessuna parte. L'esistenza di tutte le parti è un fatto compiuto, e l'unica soluzione è la convivenza, e la ricostruzione della cultura del rispetto e della convivenza come era prima che fosse corrotta dalle ambizioni sioniste.

Credo che il movimento Naturei Karta meriti rispetto, in quanto si sta muovendo in una linea ferma e chiara verso obiettivi nobili basati sulla pace e la convivenza.

L'esistenza di un movimento ebraico antisionista dà un'impressione positiva dell'ebraismo, separandolo dal sionismo come movimento coloniale razzista. Stabilisce l’idea di separare l’ebraismo come religione spirituale e il sionismo come progetto coloniale.

Il movimento Naturi Karta sta andando nella giusta direzione. I suoi sforzi e le sue idee illuminano una scena tenebrosa, e stabilisce una cultura di accettazione dell'altro nonostante la differenza religiosa. Li invito a diffondere maggiormente il loro pensiero negli ambienti ebraici e non ebraici, essi rappresentano uno spiraglio di speranza verso un dialogo autentico.

Il cristianesimo rispetta l’altro nella sua fede, e lavora con ogni parte che cerca la pace. Naturei Karta è un movimento che rispetta la sua fede, e i cristiani palestinesi vedono la cooperazione con loro come un modo per costruire una società pacifica, basata sul detto di Cristo: “Beati gli operatori di pace, sono i figli di Dio invocati”.

Per chi promuove l’idea che il conflitto sia religioso, mentre è un conflitto coloniale con interessi di parte e oppressivi, Naturei Karta, combatte questa falsità e mostra il vero volto del conflitto. Illumina come una candela nel buio, invitando gli ebrei a liberarsi dal pensiero coloniale sionista e richiede che il mondo distingua tra religione e occupazione.

L’esistenza di questi gruppi in sé dà speranza. È vero che ha bisogno di crescere e diffondersi ulteriormente, ma rappresenta uno sforzo notevole che è rispettato da tutti coloro che credono nella pace. È il nucleo di un pensiero che può contribuire a cambiare il futuro in meglio…”, ha detto padre Nairouz.  

A cura di Enrico Vigna x SOSPalestina/CIVG   -  Gennaio 2026

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Wed, 28 Jan 2026 06:00:00 GMT
Lavoro e Lotte sociali
Perché difendere la scuola e la istruzione pubblica significa tutelare anche i borghi

 

Secondo Demoskopika nel 2026 sono previsti oltre 21,3 milioni di arrivi (+5,3% rispetto al 2025), 79,9 milioni di presenze (+6,9%) con la spesa turistica generata stimata in 16,2 miliardi di euro.

Nel 2024  i piccoli comuni italiani a vocazione turistica sono stati particolarmente richiesti dalla domanda turistica con milioni di arrivi e presenze ancor maggiori. E non rappresenta una novità il fatto che lavorare per costruire una rete turistica attorno ai piccoli comuni sia un interesse economico tanto dell'Anci quanto delle Regioni e del Governo centrale.

Poi possiamo entrare nel merito di questa modalità turistica, dell'impatto ambientale che genera e di come i piccoli centri si stiano trasformando per diventare poli attrattivi.

Ci soffermeremo solo su un fatto incontrovertibile: se vogliamo alimentare il turismo attorno ai piccoli borghi, queste realtà devono vivere una esistenza reale e non solo esperienze da cartolina per i soggiorni turistici.

In questi giorni abbiamo immaginato un futuro dispotico nel quale non ci sia spazio per la istruzione pubblica e più in generale per i servizi pubblici, abbiamo riflettuto sulle falle educative o meglio sul dimensionamento del sistema scolastico, termine alquanto discutibile con cui si descrive l'accorpamento delle scuole. E con la denatalità in corso il personale docente vive l'accorpamento di classi e scuole come un autentico dramma, da un anno all'altro potrebbe scomparire il loro posto di lavoro iniziando un lungo tour lontano da casa per avere ore per la loro classe di insegnamento.

Nell'arco di pochi anni,  sentir parlare di istruzione e sanità pubblica suonerà strano e una sorta di lontano ricordo avulso dalle nostre esperienze quotidiane, ci sembreranno storie lontane al pari di quelle del Risorgimento.

Ce lo chiede la Europa? Risposta negativa, la Ue invoca riforme ma tra le indicazioni fornite non sono, o sarebbero, esplicitamente indicati i tagli alle scuole, eppure superare le classi pollaio, con un'equa e salutare ridistribuzione degli alunni, sarebbe un fattore di oggettivo miglioramento della scuola pubblica, se diminuissimo il rapporto tra educatore e alunni  le opportunità di apprendimento andrebbero aumentando sotto il profilo quantitativo e qualitativo.

Le piccole scuole, in alcune nazioni non sono sinonimo di sprechi ma di qualità della didattica e dei processi educativi, nei piccoli enti locali la qualità della vita è in tanti casi migliore sempre che non si proceda con lo smantellamento dei presidi sanitari, degli uffici postali, con la deindustrializzazione che spingono la popolazione a migrare verso altre aree. Le classi pollaio non aiutano a crescere  anzi sono per alunni con disturbi dell'apprendimento un ulteriore handicap, per gli altri una occasione perduta per accrescere il loro livello di istruzione.

Ma qualche speranza esiste all'orizzonte se Regioni come Toscana ed Emilia si sono rifiutate di aderire al progetto Valditara prima attraverso l'accorpamento delle dirigenze prima e poi delle scuole stesse, ad essere colpiti sono gli istituti di montagna, delle isole, dei  piccoli borghi ontani dalle città, quelli per altro che hanno già subito i tagli della spending review sanitaria.

Parliamo di processi lunghi che hanno attraversato gli ultimi decenni di storia italica, una lenta e inesorabile corsa agli accorpamenti dei servizi pubblici.

Prima la desertificazione produttiva, poi la riduzione dei servizi, la chiusura degli uffici postali e dei piccoli presidi ospedalieri e ora infine il colpo finale assestato con la riduzione delle scuole e il loro accorpamento che costringerebbe giovani alunni a spostamenti onerosi. In una regione come la Toscana sappiamo che il tempo per raggiungere un istituto secondario nelle aree di montagna  può superare una ora e mezzo di viaggio in corriera, una ora e mezzo all'andata e altrettanto al ritorno. Pensiamo a tre ore di corriera ogni giorno, alla sveglia che suona prima delle sei, ai libri aperti sulle corriere cariche di umanità, chiudere le scuole esistenti significherebbe percorrere ancor più strada per garantirsi il diritto alla istruzione, da qui la decisione di abbandonare i borghi e trasferirsi altrove. Ma le cause della migrazione interna sono ben comprensibili e gli interventi atti a prevenire questi fenomeni sono sotto i nostri occhi.

Quando si parla di scuola e di sanità i calcoli non siano solo economici, un Governo dovrebbe considerare innumerevoli fattori a partire dalla necessità di salvaguardare i piccoli paesi salvandoli dalla morte visto che già da tempo subiscono un ineluttabile declino. e qualche considerazione non guasterebbe sul calo nascite, sulla presenza di migranti, sugli investimenti pubblici per la salvaguardia delle aree di montagna a partire dall'assunzione di forestali che sarebbe di aiuto anche per evitare dissesti idrogeologici.

Quando si parla di messa in sicurezza dei territori non intendiamo solo opere infrastrutturali ma ogni intervento atto alla salvaguardia dei centri urbani che corrono innumerevoli rischi: dalla desertificazione alla mancanza di lavoro, dalla natalità al dissesto idrogeologico, dalla  chiusura degli ospedali e delle scuole a una qualità della vita deteriorata per assenza di servizi.

E la vita nei centri urbani aiuterebbe anche insegnanti e personale sanitario ad ambientarsi non vivendo questa esperienza come una sorta di ineludibile privazione in vista del posto fisso, potremmo inventarci, in classi piccole, perfino modalità didattiche differenti partendo dal presupposto che non si applicano degli algoritmi per ridurre i costi in campi delicati come sanità ed istruzione. E c'è intanto chi parla di pluriclassi come opportunità di apprendimento.

In tutte queste considerazioni non abbiamo tenuto conto di un fatto: fino a che punto il Governo è disposto a investire nella salvaguardia dei territori, nella istruzione e nella sanità pubblica? Ben poco stando a vedere le indicazioni del Ministro Valditara. E in futuro gli stessi coccodrilli racconteranno delle identità perdute, della desertificazione dei borghi e dei territori abbandonati al loro destino dall'austerità di Bruxelles, eppure sarebbe servito ben poco a evitare un futuro dispotico.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Wed, 28 Jan 2026 06:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Diplomazia fuori dall’Occidente: cosa dicono i colloqui di Abu Dhabi sull’Ucraina

Il dossier ucraino torna al centro della scena internazionale con segnali che Washington definisce incoraggianti. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha parlato di sviluppi “molto positivi” nei rapporti tra Ucraina e Russia, facendo riferimento ai colloqui trilaterali di Abu Dhabi tra rappresentanti di Mosca, il regime di Kiev e Washington. Le dichiarazioni, volutamente vaghe, arrivano in un momento delicato del conflitto, segnato da un apparente stallo militare dove la Russia continua ad avanzare e da una crescente pressione internazionale per esplorare vie negoziali.

Abu Dhabi si conferma così come piattaforma diplomatica alternativa, fuori dall’asse euro-atlantico tradizionale, capace di ospitare dialoghi sensibili che altrove risultano politicamente impraticabili. Gli Emirati Arabi Uniti hanno presentato i colloqui come parte di uno sforzo più ampio per favorire il dialogo e individuare soluzioni politiche alla crisi, mentre la Casa Bianca li ha definiti “produttivi”. Un segnale che suggerisce una possibile convergenza tattica tra attori globali sempre più consapevoli dei limiti della soluzione militare.

Mosca, dal canto suo, continua a porre condizioni chiare. Il Cremlino considera il ritiro delle truppe ucraine dalle regioni orientali - in particolare dal Donbass - una premessa imprescindibile per qualsiasi accordo di pace. Il portavoce Dmitri Peskov ha ribadito che si tratta di una “condizione molto importante”, accompagnata da ulteriori nodi politici e territoriali ancora irrisolti. La conferma di nuovi contatti trilaterali nelle prossime settimane indica che il canale diplomatico resta aperto.

Più che una svolta immediata, si tratta di un lento riassestamento degli equilibri, in cui il conflitto ucraino diventa sempre più un terreno di confronto tra modelli di ordine globale: da un lato l’egemonia occidentale in affanno, dall’altro un sistema multipolare in cerca di nuovi mediatori e spazi di manovra.


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Data articolo: Wed, 28 Jan 2026 06:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Dall’assedio alla memoria: Leningrado nel racconto di Putin

Nel racconto della Seconda guerra mondiale, Vladimir Putin ha spesso richiamato l’esperienza personale della sua famiglia durante la Grande Guerra Patriottica, segnata dall’assedio di Leningrado, dalla fame e da perdite irreparabili. In un articolo pubblicato nel 2018, il presidente russo ha ricostruito frammenti di memoria ascoltati da bambino, tra silenzi, sussurri e ricordi mai completamente elaborati. Il padre, marinaio e poi volontario al fronte, sopravvisse a missioni di sabotaggio e a una grave ferita sul Neva, uno dei punti più sanguinosi dell’assedio. Tornò invalido, con schegge nella gamba per tutta la vita.

Il fratellino di Putin, invece, morì di difterite dopo essere stato portato in un orfanotrofio per sfuggire alla fame. Della sua sepoltura non fu mai detto nulla ai genitori. La madre, data per morta durante il blocco, si salvò per miracolo. Scene che restituiscono la brutalità di una guerra totale, combattuta anche contro la popolazione civile. Eppure, nel ricordo familiare emerge un elemento spiazzante: l’assenza dell’odio verso il nemico.

I genitori di Putin, pur avendo perso quasi tutto, non odiavano i soldati tedeschi. “Erano persone semplici, come noi”, diceva sua madre. Parole che contrastano con la retorica bellica e che mostrano come, nelle profondità della tragedia, possa sopravvivere una visione umana della storia. Una memoria che ancora oggi pesa nel modo in cui la Russia racconta la guerra, il sacrificio e il prezzo collettivo dei conflitti.

 


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Data articolo: Wed, 28 Jan 2026 06:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Quando un giornalista chiede all'UE se condanna la morte di Alex Pretti... (VIDEO)


Paula Pinho e' la portavoce capo della Commissione europea. Anitta Hipper la responsabile comunicativa per quel che riguarda gli affari esteri. Alla domanda di una giornalista di AFP che chiedeva semplicemente se l'Unione Europea condannasse la morte di Alex Pretti e le brutalità della polizia federale sull'immigrazione Usa, ICE, responsabile di scene di una violenza inaudita nelle ultime settimane, le due hanno messo in scena uno spettacolo surreale che vi invitiamo ad osservare con molta attenzione con il video in fondo sottotitolato in italiano.

Hipper, chiamata sul palco da Pinho, ha preso la parola sostenendo che non ci fossero commenti su "questa che è una questione interna degli Stati Uniti" - strano come invece l'UE ha piacere ad entrare nelle vicende interne di decine di altri paesi ma quella è un'altra storia - ma, ha proseguito, "deploriamo la perdita di qualsiasi vita innocente". 

Uno slancio di dignità subito rimangiato dalla Portavoce Pinho che ha ripreso la parola e traballato in modo grottesco, evitando di ripetere la parola innocente. Quando un altro giornalista, compreso l'empasse in cui erano finite le due, ha chiesto di chiarire il tutto ha assunto i connotati tragicomici che identificano alla perfezione l'Unione Europea oggi. Hipper, invitata dalla portavoce capo, ha dovuto riprendere la parola e chiosare in questo modo: "Ho detto vite innocenti ma non spetta a noi giudicare chi sia innocente.... ovviamente spetta alla giustizia americana determinarlo". Ovviamente!

Di seguito i 2 minuti con sottotitoli in italiano che racchiudono tutto il senso più profondo dell'Unione Europea oggi:

Data articolo: Tue, 27 Jan 2026 20:00:00 GMT
Geografie del Potere
Cosa farĂ  la Cina sull'Iran? - Fabio Massimo Parenti (VIDEO)

Un abile generale cerca di sottomettere i nemici senza combattere.
Sun Tzu



IRAN, Stati Uniti, Cina. Perché conviene che l’opzione militare resti aperta?

Perché la Cina non difenderà l'Iran? Non tutto il potere fa rumore.

In questo video il Prof. Fabio Massimo Parenti spiega perché, in un mondo policentrico, la vera deterrenza non è la guerra, ma la stabilizzazione dei nodi sistemici.

BUONA VISIONE. 


Data articolo: Tue, 27 Jan 2026 20:00:00 GMT
WORLD AFFAIRS
"Il Venezuela non accetta ordini esterni": la replica di Delcy RodrĂ­guez alle parole del Tesoro USA

La presidente venezuelana incaricata, Delcy Rodríguez, ha respinto con forza qualsiasi ipotesi di ingerenza statunitense, affermando che il suo governo "non accetta ordini da nessun fattore esterno" e obbedisce solo al popolo venezuelano. La dichiarazione è stata una risposta diretta alle affermazioni del Segretario al Tesoro USA Scott Bessent, il quale aveva sostenuto che Washington non dirige il paese ma ne "gestisce la politica", dettando i tempi per le future elezioni "libere e giuste".

Interrogato sulla polemica, il presidente Donald Trump ha minimizzato, dichiarando di non essere al corrente delle dichiarazioni di Rodríguez e di avere "una relazione molto buona" con il Venezuela. Lo scambio verbale si è svolto durante una consulta pubblica sulla riforma della legge nazionale sugli idrocarburi, a sottolineare il legame tra la sovranità politica rivendicata e il controllo sulle risorse energetiche del paese.

Data articolo: Tue, 27 Jan 2026 18:10:00 GMT
WORLD AFFAIRS
Riforma idrocarburi in Venezuela: si punta sui Contratti di Partecipazione Produttiva

Il presidente dell'Assemblea Nazionale Venezuelana, Jorge Rodríguez, intervenendo durante la Consultazione Pubblica Nazionale sul progetto di riforma parziale della Legge Organica sugli Idrocarburi, ha dichiarato: "Questo è il momento in cui la produzione petrolifera venezuelana deve aumentare esponenzialmente".

Secondo lui, "l'unico modo" per farlo è "attraverso forze di attrazione" per attrarre investimenti stranieri e le risorse necessarie per sfruttare i cosiddetti "giacimenti verdi" – finora inutilizzati – o giacimenti che "si sono esauriti nel tempo".

"Parlavamo di circa 50 miliardi di dollari necessari per aumentare la produzione a cinque milioni di barili o poco più [...]. Se qualcuno ha quei soldi, ce li presti, e se non li ha, ci permetta di riformare la legge", ha esortato.

La modifica è necessaria affinché "gli investimenti possano arrivare, affinché le aziende straniere possano arrivare in un clima e in condizioni di certezza giuridica".

Allo stesso tempo, il quadro bolivariano ha affermato che le royalties petrolifere non vengono "abbassate o cedute". "Si tratta dell'investimento che lo Stato venezuelano fa quando aziende private, straniere o nazionali, apportano risorse per investire in quelli che vengono definiti 'campi verdi'", ha affermato.

Data questa situazione, ha annunciato che la riforma della Legge Organica sugli Idrocarburi consentirà l'introduzione di "un esperimento che si è rivelato un successo": i cosiddetti Contratti di Partecipazione Produttiva (CPP), che hanno permesso al Venezuela di ottenere un "aumento sostanziale della produzione petrolifera, raggiungendo un livello record" entro la fine di dicembre 2025.

Data articolo: Tue, 27 Jan 2026 17:40:00 GMT
WORLD AFFAIRS
Cuba denuncia la guerra economica degli USA e la sua doppia morale

Il ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez, ha condannato il doppio standard degli Stati Uniti, denunciando la contraddizione tra la difesa retorica della "libera impresa" e le azioni concrete di alcuni politici statunitensi (soprattutto in Florida) che ostacolano e minacciano imprenditori statunitensi e cubani che intrattengono relazioni commerciali legittime con l'isola, chew si trova sotto un asfissiante blocco economico imposto dagli Stati Uniti da sessant'anni.

Rodríguez ha accusato Washington di essere responsabile del deterioro dei rapporti bilaterali, mantenendo una politica punitiva e una "guerra economica" anacronistica che danneggia direttamente il popolo cubano. Ha inoltre respinto con fermezza le minacce e le pressioni statunitensi per un cambio di governo, ribadendo che Cuba non si arrenderà mai alla coercizione.

Data articolo: Tue, 27 Jan 2026 17:29:00 GMT
IN PRIMO PIANO
RADIO GAZA: "E' come se fossero i primi giorni di guerra"


di Michelangelo Severgnini


RADIO GAZA: "E' come se fossero i primi giorni di guerra"

<<Dopo il recupero del corpo dell'ultimo soldato, sono iniziati i bombardamenti sulla città di Gaza, i giorni peggiori della guerra. La guerra non è finita. Ora è diventata molto intensa contro le zone orientali di Gaza.

L'esercito israeliano si trova in Salah al-Din Street, nella zona di Al-Sakhra, nella zona della scuola Al-Hashimiya e nella zona di Al-Sanafur.

Stanno sparando pesantemente verso ovest, con colpi di artiglieria su Al-Sikka Street nel quartiere di Al-Tuffah, nella zona del parco Al-Mahatta e nella zona del kibbutz.

I colpi dei carri armati vengono sparati senza sosta. È davvero terrificante.

Più di venti esplosioni consecutive. Non è normale. La guerra non è finita con le sue esplosioni e i suoi colpi. È come se fossero i primi giorni di guerra.

Oggi c'è stata una campagna per acquistare 300 pagnotte di pane e distribuirle alla popolazione locale.

Il pane è ancora scarso per la popolazione, poiché il costo della cottura del pane in casa è elevato a causa della mancanza di combustibile e del prezzo elevato della legna da ardere. Nonostante si sia entrati nella seconda fase, la maggior parte della popolazione della Striscia di Gaza non dispone di gas per cucinare, e ci stiamo preparando ad entrare nel mese del Ramadan, e la gente qui sta soffrendo una crisi alimentare>>.

--------------------

Aiuto immediato, diffuso ed efficace.

https://paypal.me/apocalissegaza

oppure

SANDALIA ONLUS ATTIVITA' DI ORGANIZZAZIONE PER LA COOPERAZIONE E LA SOLI
IBAN: IT 79 J 01015 86510 000065016676
BIC: BPMOIT22 XXX
Causale: Apocalisse Gaza

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Data articolo: Tue, 27 Jan 2026 16:39:00 GMT
L'Intervista
La comunicazione ai tempi del colera. Intervista al Prof. Giovanni Rezza


di Luca Busca


Perché realizzare un’intervista con il professor Giovanni Rezza? A sei anni dallo scoppio della pandemia di Covid-19, in un momento in cui nessuno sembra più voler parlare di pandemia e ognuno, con le proprie convinzioni, si è rifugiato nell’oblio della propria coscienza. Le ragioni sono molteplici; la principale è rappresentata dalla funzione di spartiacque che la comunicazione pandemica ha avuto. Fino al 2019 la propaganda mainstream costruiva storytelling mistificatori, come sempre, finalizzati alla creazione del consenso.

La pandemia ha segnato un’inversione di rotta, utilizzando forme di manipolazione della realtà con lo scopo di dividere nettamente la popolazione in due schieramenti. Da una parte una maggioranza silenziosa e impaurita, dall’altra chiunque non fosse perfettamente allineato: poco impaurito, non del tutto convinto della validità e della salubrità di un vaccino, contrario al green pass. Lo storytelling ufficiale ha così tracciato una linea di demarcazione tra la “Scienza” assunta a Verità e il “terrapiattismo”. Chi aderisce alla versione dominante è nel giusto; chi dissente, in qualunque modo, è inattendibile.

Questa stessa tecnica è stata successivamente adottata per sostenere la guerra della NATO alla Russia. Anche in questo caso lo storytelling ha alimentato la paura di un’invasione “aliena” dell’Europa, rimuovendo e deformando gli ultimi trent’anni di storia. A sottolineare la continuità del metodo, Ursula von der Leyen (indagata per le chat segretate con il CEO di Pfizer, Bourla) affermò: “Servono più armi dobbiamo produrne come fatto con i vaccini”.

Oggi il vaccino “per” il Covid non lo fa più nessuno, mentre centinaia di milioni di euro sono stati sprecati nel suo acquisto, sottraendo risorse alla sanità pubblica. Una dinamica destinata a ripetersi con il programma “Rearm Europe”: definanziamento della Sanità, dell’Istruzione e del welfare per acquistare armi che, nel migliore dei casi, rimarranno inutilizzate. Nel peggiore, questa classe politica, pur di non ammettere l’ennesimo fallimento, potrebbe persino favorire nuovi conflitti per giustificarne l’uso.

 

Nel 2023, al grido di “abbiamo il diritto di difenderci”, Israele, con la complicità degli Stati Uniti, ha “scientificamente” implementato una nuova formula per perpetrare il genocidio in atto da oltre settant’anni in Palestina. La Nigeria è stata attaccata per difendere la minoranza cristiana, il Venezuela perché il suo Presidente sarebbe uno spacciatore, l’Iran perché non rispetta i “diritti”. Narrazioni differenti, stesso schema, costruite su palesi manipolazioni della realtà, con decine di migliaia di morti sacrificati agli interessi dell’Impero Americano.

 

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’Italia è un Paese lacerato dalla contrapposizione di “tifoserie” contrapposte: vax/novax; atlantisti/filoputin; sionisti/filohamas; atlantisti/filomaduro; atlantisti/filoiraniani. Etichette grossolane, nate da generalizzazioni inconsistenti, con il solo scopo di collocare i primi dalla parte del giusto e dello “scientifico” e i secondi in quella dello sbagliato e dell’“antiscientifico”.

L’intervista al professor Rezza si propone come un tentativo di riaprire uno spazio di dialogo, utile non solo a superare questa profonda lacerazione, ma anche a far luce sulla sistematica manipolazione della “comunicazione ai tempi del colera”. Chi scrive non concorda con molte delle affermazioni fatte dal professor Rezza e l’ha sostenuto in maniera trasparente nel libro: La scienza negata. L’importante, però, in questo momento storico è, parafrasando il fisico Carlo Rovelli, che le scienze tornino a riconoscere i nostri errori e imparino a guardare via via più lontano.

Il professor Giovanni Rezza è stato, dal 1991, Dirigente di Ricerca presso l’Istituto Superiore di Sanità di Roma, del quale è stato - a partire dal 2009 fino al maggio 2020 - Direttore del Dipartimento di Malattie Infettive, Parassitarie ed Immunomediate. A maggio 2020, in piena pandemia di Covid-19, viene chiamato a svolgere il ruolo di Direttore Generale della Direzione della Prevenzione Sanitaria presso il Ministero della Salute.

Esperto di HIV ed infezioni emergenti, ha svolto indagini epidemiologiche in Italia e all’estero, dove ha lavorato per conto dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, della Cooperazione Italiana e dell’Unione europea. Ha inoltre pianificato strategie vaccinali in corso di epidemie e gestito progetti di ricerca sull’AIDS e su altre malattie infettive.

Dal dicembre 2023 ricopre il ruolo di Professore Straordinario di Igiene e Sanità Pubblica presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano.

L.B. In un contesto privato hai affermato, qualche tempo fa, che “nella vita avresti dovuto fare il musicista non l’epidemiologo”, con un curriculum come il tuo quest’affermazione necessita di chiarimenti.

G.R. vero, ma un po’ scherzavo, un po’ ero serio. Fra le mie passioni, lo studio delle epidemie aveva a che fare con le paure, la psichiatria (non coltivata se non per una breve esperienza psicoanalitica Freudiana) con la testa della gente, la musica con l’estetica, l’armonia. La soddisfazione narcisistica che deriva dal partorire un bel prodotto musicale, capace di provocare emozioni, è davvero enorme. La performance di un musicista, poi, che sia Ozzie Osborne o Carlos Santana, ti ipnotizza ed esalta al tempo stesso. E pensare che c’è chi si accontenta di diventare una “virostar”… (ride)

 

L.B. Come hai fatto a conciliare la tua passione musicale con il lavoro intenso che hai svolto nel corso della tua carriera?

G.R. Semplicemente ho dato priorità al mio lavoro di epidemiologo delle malattie infettive, esprimendo la mia creatività nella ricerca, e continuando a suonare e comporre a bassa intensità, nei ritagli di tempo. Almeno fino a un anno fa. Ora, da quando il mio impegno professionale è limitato (si fa per dire) all’insegnamento, mi sono iscritto alla SIAE e finalmente posso considerarmi un musicista (rifiuto l’etichetta di “cantautore”) semi-prof a part-time.

 

L.B. A maggio del 2020, in piena pandemia, vieni chiamato a dirigere la Direzione della Prevenzione Sanitaria del Ministero della Salute, carica che hai ricoperto per i tre anni canonici fino al 2023. Che impressioni ha suscitato in te questo incarico?

 

G.R. Beh, io sono tendenzialmente un individualista solidale, difficilmente riconducibile a logiche di appartenenza, e soprattutto, avendo fatto principalmente il ricercatore, sono stato sempre libero di inventarmi il lavoro senza essere sottoposto a una rigida disciplina. Poi, per un triennio, ho fatto il DG al Ministero, ma se qualcuno pensa che ricoprire un incarico istituzionale elevato renda più liberi, allora sbaglia. Non mi sono mai sentito tanto vincolato e limitato nella libertà di espressione quanto in quel periodo. E’ normale che sia così, non rappresentando se stessi quanto l’istituzione che si serve, ma ho pensato tante volte che non facesse per me. Poi, quando si è in ballo, non ci si può certo tirare indietro tanto facilmente.

 

L.B. Nel febbraio 2024 è andata in onda una puntata di Report dedicata ai contratti stipulati per l’acquisto dei vaccini anti-Covid. In seguito hai espresso rammarico per i tagli alla tua lunga intervista, che non ti hanno consentito di esporre compiutamente le problematiche legate alla segretazione di quei contratti. In questa sede puoi prenderti tutto lo spazio necessario per farlo.

 

G.R. Rispetto al documentato servizio di Report mi rammaricavo del fatto che avessero tagliato la parte in cui dicevo che per motivi di sicurezza i contratti venivano aperti e vagliati direttamente da super-efficienti esperti dell’Unità Commissariale diretta dal Gen. Figliuolo. Il punto è che i contratti erano preliminarmente discussi con le aziende direttamente dalla Commissione Europea (sulle indagini della corte dei conti europea e le inchieste di Politico relative ai contatti e agli scambi di mail fra vertici UE e aziendali ne so quanto voi), e quindi i margini per le richieste di modifica erano minimi. La segretezza, imposta dalla Commissione dietro richiesta dell’azienda, poteva anche avere un risvolto positivo: ad esempio, qualora si fosse raggiunto un accordo su un prezzo relativamente basso, è chiaro che l’azienda avrebbe avuto tutto l’interesse a non farlo sapere a paesi terzi. L’elevato numero di dosi acquistate o opzionate, argomento poi molto dibattuto, derivava dall’ipotesi, ritenuta all’epoca molto plausibile (stava circolando la temibile variante Delta, ed era stata appena raccomandata la somministrazione di una terza dose di vaccino), che sarebbe stato necessario vaccinare più volte l’intera popolazione europea. Come sappiamo, le cose, fortunatamente, andarono in maniera diversa. Il punto è che la preparedness consiste nello spendere soldi per strumenti che si spera di non dover usare, e lo si ritiene il male minore rispetto a trovarsi poi impreparati a fronteggiare un’epidemia. Naturalmente, è molto più facile fare le scelte giuste col senno di poi….

 

L.B. Sempre in ambito privato hai sostenuto che, durante la pandemia e la campagna vaccinale, siano stati commessi degli errori. Sei una delle pochissime persone che ho sentito ammetterlo apertamente. Puoi elencare quelli che, a tuo avviso, sono stati gli sbagli principali?

 

G.R. Certamente, anche perché credo che avere l’onestà intellettuale di riconoscere gli errori sia importante, anche se ci si espone alla facile critica di chi considera la revisione delle azioni intraprese come postume “lacrime di coccodrillo”. Oltretutto, durante una pandemia causata da un virus “nuovo”, è normale – purtroppo – che si impari facendo cose. E’ importante però, al contempo, non dare nulla per scontato, e precisare che quello che si dice o si decide si basa sulle evidenze sino a quel momento acquisite, che potrebbero quindi essere basate su conoscenze limitate e non necessariamente immutabili. E’ quindi naturale, purtroppo, che siano stati commessi degli errori, talvolta dovuti ad eccesso di zelo, quali ad esempio rincorrere con droni persone scoperte a passeggiare da sole sulla spiaggia in corso di lockdown, oppure mantenere in vigore il green pass, introdotto dal governo “tecnico” dietro spinta dell’UE per facilitare le riaperture, quando ormai aveva cominciato a circolare la variante Omicron, meno aggressiva ma in grado di sfuggire alla risposta immune evocata dai vaccini al tempo disponibili, oppure introdurre l’obbligo vaccinale per gli ultracinquantenni. Tutte queste misure, anche se indirettamente suggerite da esperti, sono state però prese dalla politica, che necessariamente deve fare una sintesi fra le diverse esigenze della società. Ad esempio, è assolutamente prevedibile che un medico o uno scienziato raccomandi di ridurre la probabilità di contatti sociali, oppure mantenere elevate le coperture vaccinali, per tenere il più basso possibile il numero delle vittime. Sta però al politico, e in particolare al Governo, fare una sintesi fra la necessità di proteggere la salute dei cittadini e le conseguenze economiche e sociali dei provvedimenti, e quindi prendere le decisioni che riterrà opportune, dalle chiusure agli obblighi vaccinali. Comunque, considerando che l’Italia è stato il primo Paese ad essere colpito, non si è certo comportata peggio degli altri paesi europei, tutt’altro. Proprio per questo, rivedere criticamente alcune defaillance non dovrebbe rappresentare un problema.

 

L.B. Puoi entrare più nel dettaglio sugli errori legati alla comunicazione istituzionale e mediatica?

 

G.R. Credo che troppo spesso siano state date certezze invece di comunicare il livello di incertezza. A volte da parte dei decisori politici è stata utilizzata una narrativa paternalistica o fuorviante. Ad esempio, per giustificare l’obbligo vaccinale per gli ultra50enni si è usato l’argomento della protezione. Ma se una persona è a rischio (e in questo caso sarebbe stato meglio pensare agli ultra60enni) saprà pur decidere in proprio se è il caso di vaccinarsi. Ancora, se l’obiettivo era quello di proteggere gli altri, allora il target non era quello giusto, dal momento che sono i più giovani quelli che, avendo maggiori rapporti sociali, fanno circolare più velocemente il virus. Un buon argomento poteva invece essere rappresentato dalla necessità di proteggere da forme gravi di malattie le persone a rischio, al fine di evitare la congestione delle terapie intensive. Questo per mostrare come, a prescindere dalla opportunità o meno di introdurre un obbligo, la narrativa spesso non è stata adeguata.

 

L.B. Nel dibattito pubblico sono state diffuse affermazioni molto forti, poi in parte ridimensionate o smentite nel tempo: sull’origine del virus; sull’efficacia dei vaccini nel prevenire il contagio; sui parametri necessari per raggiungere l’immunità di gregge; sulle responsabilità attribuite ai non vaccinati nella diffusione del virus; sulla durata della protezione dalle forme gravi; sulle reazioni avverse; sul ruolo della vaccinazione pediatrica.

A tuo avviso, che effetto ha avuto sulla percezione pubblica dell’utilità e dell’affidabilità dello strumento vaccinale?

 

G.R. Beh, l’illusione dell’immunità di gregge è stata a lungo coltivata, e io stesso ho più volte affermato che, in base a calcoli eseguiti utilizzando parametri quali il numero riproduttivo di base del virus stimato a inizio pandemia, immunizzando circa il 70% degli italiani avremmo raggiunto la cosiddetta immunità di gregge. Il problema è che non sapevano che l’immunità conferita dalla vaccinazione o anche dall’infezione naturale non era duratura, e che il virus – mutando – diventava più contagioso e in grado di sfuggire agli anticorpi neutralizzanti ancora presenti. Ciò però non era prevedibile ed è troppo facile sentenziare a posteriori. Per quanto riguarda la capacità di prevenire il contagio, i primi studi mostravano che i vaccini erano in grado di prevenire il 95% delle infezioni sintomatiche. Quindi, anche se non erano stati fatti studi specifici, è sensato assumere che prevenire sintomi quali la tosse o il raffreddore possa in parte ridurre la probabilità di contagio. Ridurre, naturalmente, non significa annullare. Poi abbiamo verificato che anche dopo un’infezione naturale era addirittura possibile reinfettarsi. Ma, ancora, il problema consiste non tanto nell’aver fatto assunzioni che poi si sono rivelate non del tutto esatte, quanto piuttosto nella narrativa utilizzata. Ripeto, comunicare con chiarezza, trasparenza e precisione è quantomai importante se si vuole preservare il valore di uno strumento di prevenzione importante come i vaccini.

 

L.B. Durante la pandemia il dibattito scientifico e mediatico si è progressivamente ristretto, con una forte convergenza delle posizioni espresse nello spazio pubblico. Secondo te, quali fattori hanno portato a privilegiare una comunicazione così compatta, anche a costo di ridurre il confronto tra interpretazioni diverse?

 

G.R. Credo in parte si sia trattato di conformismo, ma anche la paura che i cittadini non seguissero le indicazioni delle istituzioni e del mondo scientifico avrà giocato un ruolo. Mi sembra che ci sia troppo spesso la tendenza a giudicare immatura la popolazione. Eppure, quando è iniziata la campagna vaccinale c’è stata una grande adesione, quasi una gara a vaccinarsi per primi. Dopodiché, non si può pensare che tutti si adeguino, e bisogna pur convivere con la diversità delle opinioni. Dall’altra parte dobbiamo invece considerare che le opinioni di chi si opponeva alla scienza “ufficiale” spesso erano espresse in maniera piuttosto aggressiva. Personalmente, cerco di evitare lo scontro con chi ritengo abbia posizioni non condivisibili, a costo anche di evitare il confronto, e sono stato forse l’unico, all’interno della comunità scientifica, ad esprimersi favorevolmente a riguardo del provvedimento preso dal Governo italiano per cancellare le penalità a carico di chi aveva rifiutato di vaccinarsi (chiunque si sia indignato ritenendolo ingiusto deve ricordare che non c’è guerra che non preveda, alla fine, un’amnistia).

 

L.B. Quando alcune affermazioni iniziali sono state successivamente corrette o ridimensionate, molte istituzioni e molti media hanno evitato di affrontare apertamente il tema, preferendo riformulazioni o chiarimenti indiretti. Da cosa pensi sia dipesa questa difficoltà nel riconoscere pubblicamente i cambiamenti di scenario?

 

G.R. Forse c’è la paura di ammettere degli errori perché non ci si sente sicuri o magari perché si teme di perdere credibilità. Poi bisogna anche dire che si corre il rischio di sentirsi dire “ah, ecco, prima ci dicevi una cosa e adesso fai finta di pentirti?”. Insomma, non è che chi criticava le istituzioni lo facesse sempre senza pregiudizi e in assenza di conflitti di interessi (questi valgono sia per gli uni che per gli altri), o fosse disposto ad ammettere di averle magari sparate grosse. Finisce quindi per predominare un clima di scontro. Poi bisogna riconoscere che la comunicazione istituzionale ha giocato un ruolo non del tutto marginale ma non predominante rispetto a quella di esperti (o in alcuni casi presunti tali) che hanno affollato i salotti televisivi. Io stesso, prima di avere restrizioni dovute al mio ruolo istituzionale, ho vissuto il mio adrenalinico periodo da “virostar”. Un “esperto”, in fondo, risponde solo a se stesso, e non è costretto a rendere conto a nessuno o a fare autocritica in alcun modo. Eppure ne abbiamo sentite durante quei tre anni, ma questo è un Paese che a volte sembra non aver memoria…

 

L.B. Una spiegazione ricorrente è che ammettere errori o cambiamenti di valutazione avrebbe potuto minare la fiducia nelle istituzioni e nella scienza, favorendo derive irrazionali. Secondo te, questo timore è fondato? O il rischio di perdita di fiducia è maggiore quando le correzioni non vengono esplicitate?

 

G.R. In verità, credo che i media non siano interessati alle revisioni storiche, vivono sul titolo urlato del momento. Se anche qualcuno avesse intenzione di rianalizzare freddamente e oggettivamente ciò che di buono o meno buono è stato fatto o detto, ormai interesserebbe a pochi. La perdita di autorevolezza delle istituzioni, comunque, risiede principalmente nel fatto che il cittadino medio non crede a ciò che i suoi rappresentanti dicono, specie se lo comunicano in maniera difensiva e scarsamente empatica.

 

L.B. Al di là delle motivazioni legate alla tutela dell’istituzione, quanto pensi abbiano inciso fattori più personali – come il timore di conseguenze professionali o politiche – nella difficoltà di riconoscere pubblicamente errori o valutazioni errate?

 

G.R. Bella domanda…in effetti non tutti si trovavano nella mia situazione, ovvero al termine della carriera, e quindi senza la necessità di assicurarsi un futuro. Oltretutto, avevo già deciso di lasciare il settore pubblico alla scadenza del triennio pandemico. Certo, il problema di compiacere il “sistema” potrebbe giocare un ruolo, e lo spoil system all’italiana non favorisce l’autonomia di pensiero. Ma credo che quest’argomento ci porterebbe lontani dal tema specifico.

 

L.B. Nel corso della pandemia la comunicazione istituzionale e mediatica ha attraversato fasi diverse, passando da affermazioni molto nette a successive correzioni e riformulazioni, anche su temi sensibili come l’efficacia dei vaccini, la durata della protezione e le reazioni avverse.

Negli anni successivi si è osservato un marcato calo dell’adesione alle campagne vaccinali anti-Covid e, più in generale, una riduzione delle vaccinazioni antinfluenzali e, seppur in misura minore, di quelle infantili.

Con il senno di poi, quali scelte comunicative e decisionali avrebbero potuto evitare o limitare questo esito?

 

G.R. La pandemia da COVID-19 ha in qualche modo determinato un aumento della mancanza di fiducia da parte dei cittadini. In parte a causa della rumorosa campagna mediatica da parte di persone o gruppi ostili alle chiusure o alle vaccinazioni (in genere l’ostilità è amplificata da dolorosi provvedimenti restrittivi delle libertà individuali), in parte a una gestione difficile di alcuni vaccini. Il problema non è nato tanto dal fatto che, come qualcuno ha affermato, si trattasse di vaccini “sperimentali”, in quanto i vaccini resi disponibili avevano superato tutte le fasi canoniche della sperimentazione clinica, quanto al fatto che in una campagna vaccinale di massa, specie quando si vaccinano tantissime persone usando nuove piattaforme vaccinali, compaiono purtroppo anche quei rari eventi che nessun trial clinico potrà mai evidenziare. Si tratta, tanto per fare un esempio, di quanto accaduto con i vaccini a vettore virale (ad esempio quello di Astra Zeneca), che hanno determinato alcuni quadri drammatici di VITT soprattutto in giovani donne. La mancanza di conoscenze definitive indusse all’epoca a modificare più volte il target vaccinale, creando imprevedibili problemi e sconcerto nella popolazione.

 

L.B. Il professor Carlo Rovelli, nel suo libro Cos’è la scienza. La rivoluzione di Anassimandro, descrive la conoscenza scientifica come un processo fondato sulla revisione continua delle proprie assunzioni, sul riconoscimento degli errori e sulla disponibilità a correggere i modelli alla luce di nuove evidenze.

Ritieni che la presenza di interessi economici rilevanti possa rendere più difficile, in ambito farmacologico, applicare fino in fondo quei principi di revisione, autocorrezione e ammissione dell’errore che Rovelli considera centrali per il metodo scientifico?

 

G.R. Rovelli ha sicuramente ragione. Essendo un fisico, poi, sicuramente conosce bene anche l’epistemologia di Popper e il principio di corroborazione e confutazione che muove la ricerca scientifica e la rende sempre in qualche modo indefinita…in campo biomedico, però, tutto ciò è difficilmente applicabile. Il paradigma predominante è sempre quello dell’evidence-based medicine basata sui trial clinici, e a questi si conformano, volenti o nolenti, anche le aziende farmaceutiche. Dopodiché la maniera in cui i trial sono disegnati può anche portare a risultati talvolta opinabili, ma approcci migliori non mi sembra ce ne siano e gli studi indipendenti non abbondano.

 

L.B. Con la pandemia ancora in corso – oltre 300 decessi e circa 60.000 nuovi positivi al giorno – il 24 febbraio 2022 la Russia è intervenuta nel conflitto del Donbass, in corso dal 2014.

In entrambi i contesti, quello pandemico e quello bellico, nel dibattito pubblico e mediatico si è assistito a una forte polarizzazione delle posizioni, accompagnata dall’uso di etichette semplificanti che hanno finito per accomunare e delegittimare posizioni anche molto diverse tra loro. In questo senso, il ricorso a categorie come “novax” prima e “filoputin” poi sembra rispondere a una medesima logica comunicativa.

A tuo avviso, questo modo di gestire il dissenso è il risultato di una necessità comunicativa legata alle situazioni di emergenza, di un effetto collaterale non previsto, oppure di una scelta consapevole volta a ridurre la legittimità del dissenso agli occhi della maggioranza?

 

G.R. In effetti la divisività di certi temi colpisce, e la polarizzazione che ne deriva sembra inevitabile. Personalmente, non credo che si possano etichettare tout-court come no-vax tutti coloro che si oppongono agli obblighi vaccinali (e non necessariamente ai vaccini) o filo-putiniani quelli che vorrebbero trovare una soluzione di compromesso che eviti la continuazione di una guerra che miete vittime su entrambe i fronti. Fra l’altro, la demonizzazione di chi la pensa diversamente non è detto che paghi in termini di consenso. Potremmo pensare che la polarizzazione sia un effetto dell’uso diffuso dei “social” (troppo frequentati da “haters”), e in parte lo è, ma devo dire che anche media mainstream e leader politici contribuiscono abbondantemente a un clima divisivo. Poi, a volte, narrative contraddittorie e mistificatrici generano ostilità nella popolazione. Un tipico esempio è rappresentato dal programma “ReArm Europe”. A questo proposito, l’esigenza di adeguare militarmente il proprio Paese o l’UE, si può essere favorevoli o contrari, è un’opzione che ha comunque una sua legittimità e una base razionale: ad esempio, potrebbe essere necessaria in un mondo in trasformazione in cui saltano i tradizionali schemi di alleanza, così come potrebbe essere strumentale a una riorganizzazione industriale e ad un conseguente rilancio della produttività. Giustificarla invece con la necessità di impedire ai russi (o ai cosacchi), che faticano a conquistare tutto il Dombass, di abbeverare i propri cavalli nel Tago genera incredulità in parte della popolazione, che si sente per questo presa in giro. Insomma, è importante ciò che si fa, e facendo si può anche sbagliare, ma anche come lo si giustifica.

 

L.B. L’anno successivo, nel 2023, è stato il turno della Palestina. Anche in questo caso il racconto pubblico è stato segnato da omissioni, semplificazioni e da un uso del linguaggio che ha finito per presentare una violenza estrema come “diritto all’autodifesa”.

La neolingua di orwelliana memoria sembra qui raggiungere una forma particolarmente compiuta, in espressioni come: “difendere i diritti umani”, “interventi umanitari”, “autodifesa”, utilizzate per legittimare operazioni di annientamento.

Se la comunicazione adottata durante la pandemia ha prodotto una profonda sfiducia nelle istituzioni e nella scienza, dove può condurre, secondo te, l’uso sistematico di queste stesse tecniche per normalizzare guerre e distruzioni su larga scala?

 

G.R. Difficile dirlo. Assistiamo su diversi fronti, a livello sia nazionale che internazionale, a propaganda e contro-propaganda, e l’avvento dell’intelligenza artificiale, che genera la propria “realtà”, contribuisce alla confusione. Il venir meno di filtri ufficiali genera pluralità ma, al tempo stesso, lascia il gioco in mano ad attori sconosciuti o mascherati. Non sono un esperto del settore e, sinceramente, fatico a immaginare come sarà il futuro.

 

L.B. L’avvento di Donald Trump ha segnato una forte discontinuità sul piano comunicativo, con un linguaggio più esplicito e meno mediato, senza però modificare in modo sostanziale gli equilibri geopolitici. In questo quadro, crisi come quelle del Venezuela o dell’Iran sono state raccontate attraverso narrazioni che hanno fatto leva, di volta in volta, sul narcotraffico, sui diritti umani o sulla sicurezza internazionale.

A tuo avviso, cosa rivelano queste modalità comunicative sulla direzione che sta prendendo l’ordine globale? E quali margini concreti esistono oggi per invertire questa tendenza?

 

G.R. Il linguaggio oggi utilizzato da Trump è certamente più crudo e meno diplomatico rispetto a quello di chi l’ha preceduto, ma alla fin fine anche chi giustificava bombardamenti o un regime change con la scusa dell’esportazione della democrazia di danni ne ha fatti, e non pochi (si pensi solo alla Libia, e ciò che ha comportato per i nostri interessi nazionali). E’ però comprensibile che la rottura di schemi consolidati e l’imprevedibilità del contesto globale generi apprensione e senso di insicurezza specialmente in chi, come noi, ha vissuto un’epoca di pace e relativa prosperità.

 

L.B. Se la scienza è, per sua natura, un metodo fondato sul dubbio, sull’autocorrezione e sul riconoscimento dei propri limiti, cosa accade quando questo metodo viene stabilmente incorporato all’interno di apparati di potere economico, politico o militare?

In queste condizioni, la scienza riesce ancora a mantenere una funzione critica autonoma, oppure rischia di trasformarsi in un linguaggio di legittimazione delle decisioni già prese?

 

G.R. Innanzitutto bisogna distinguere la scienza pura, la ricerca di base, da quella applicata. E’ alla ricerca di base che si deve l’innovazione, che troverà poi la sua applicazione. Da epidemiologo ho sempre fatto ricerca applicata, tenendomi il più lontano possibile dalla politica. In fondo l’epidemiologia è una scienza, a differenza della sanità pubblica, che è invece contaminata dalla politica. Il punto è quanto noi riusciamo a influenzare le decisioni politiche e a valutarne gli effetti, quanto invece dalla politica veniamo semplicemente utilizzati. Per questo credo sia importante mantenere il più possibile una propria sfera di autonomia.

 

L.B. Guardando agli ultimi anni – dalla gestione della pandemia ai conflitti armati – ti sembra che il sapere scientifico venga chiamato soprattutto a comprendere e interrogare la realtà, oppure sempre più spesso a giustificarla?

E cosa cambia, per una società, quando la conoscenza smette di mettere in discussione il potere e inizia a legittimarlo?

 

G.R. Beh questo sta agli individui. Si può decidere di servire il “Re”, di contrastarlo, o semplicemente non farsi coinvolgere, valutando di volta in volta, in maniera oggettiva e distaccata, la realtà. Credo che la “conosc(i)enza” non debba essere utilizzata né per legittimare né per mettere in discussione il “potere” in maniera pregiudiziale, ma è essenziale che mantenga la sua indipendenza per evitare qualsiasi forma di unanimismo.

 

Data articolo: Tue, 27 Jan 2026 16:17:00 GMT
OP-ED
“Se l’eco delle loro voci si affievolisce, periamo”, La memoria dopo Auschwitz e la rovina di Gaza



di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad

La liberazione di Auschwitz, ottantuno anni fa, segnò non solo la fine di un luogo di sterminio industrializzato, ma anche l’inizio di un impegno giuridico e morale. L’Olocausto fu la distruzione sistematica dell’ebraismo europeo, un tentativo di eliminare un popolo dalla terra. Sei milioni di ebrei furono assassinati perché ebrei, insieme a rom, persone con disabilità, prigionieri politici e altri gruppi presi di mira da uno Stato razziale. Quel crimine trasformò il diritto internazionale. Da esso emersero la Convenzione sul genocidio, il moderno diritto dei conflitti armati e il principio secondo cui la protezione della vita civile non deve dipendere dall’identità o dalla convenienza politica. La memoria assunse forma istituzionale. “Mai più” doveva operare come legge.

Riconoscere Gaza nello stesso quadro morale non sminuisce la sofferenza ebraica, al contrario prende sul serio le lezioni tratte da quella sofferenza. L’ordine giuridico del dopoguerra fu costruito in larga parte da giuristi, studiosi e sopravvissuti che compresero come l’unica risposta duratura al genocidio fosse l’applicazione coerente di regole universali. La promessa non era che il trauma di un popolo garantisse un’esenzione morale a uno Stato che afferma di agire in suo nome, ma che la distruzione di qualsiasi popolo sarebbe stata riconosciuta come un’aggressione contro l’umanità in quanto tale.

Ciò che è accaduto a Gaza, e ciò che continua ad accadere, deve essere giudicato secondo questo standard universale. Vaste aree della vita civile sono state sistematicamente distrutte, quartieri residenziali ridotti in macerie, ospedali e università resi inoperativi, sistemi alimentari smantellati, reti idriche e igienico?sanitarie devastate. Una popolazione già confinata sotto un blocco di lunga durata è stata sottoposta a sfollamenti di massa, bombardamenti ripetuti e condizioni di vita che le agenzie umanitarie descrivono come incompatibili con la sopravvivenza. Non si tratta di eccessi episodici, ma di un modello sostenuto che colpisce le basi stesse dell’esistenza collettiva.

La Convenzione sul genocidio, redatta all’ombra dell’Olocausto, riconosce che un popolo può essere distrutto non solo attraverso l’uccisione immediata, ma anche mediante la creazione deliberata di condizioni di vita calcolate per provocarne la distruzione fisica, in tutto o in parte. Fame, sfollamento forzato, negazione di cure mediche e attacchi contro infrastrutture civili rientrano in questo quadro quando accompagnati dall’intento richiesto. Il divieto è assoluto. Non si dissolve di fronte ad argomentazioni di sicurezza, né viene sospeso perché uno Stato porta la memoria storica della persecuzione.

Qui il peso morale della storia ebraica rende il momento più doloroso, non meno. L’esperienza ebraica di persecuzione e sterminio diede al mondo alcune delle voci più chiare nell’insistere che il diritto deve limitare il potere. Quando il ricordo di quella sofferenza viene invocato per proteggere uno Stato dal controllo giuridico anziché per rafforzare i limiti alla violenza, l’eredità di coloro che perirono entra in tensione con l’ordine legale costruito in loro nome.

Riconoscere il genocidio a Gaza non significa negare la paura israeliana né minimizzare i crimini commessi contro civili israeliani. L’uccisione di civili il 7 ottobre è stata un crimine e un trauma che ha colpito profondamente le comunità ebraiche in Israele e nel mondo. Il diritto internazionale esiste proprio per prevenire tali atrocità. Esiste anche per garantire che la risposta a un’atrocità non diventi essa stessa una campagna di distruzione collettiva. Un crimine non autorizza un altro. La sofferenza storica di un popolo non annulla il diritto di un altro popolo a vivere.

La crisi più profonda risiede nella risposta del sistema internazionale. I tribunali parlano di obblighi di prevenzione, le agenzie umanitarie avvertono del collasso sociale, eppure il sostegno militare, finanziario e diplomatico continua in modi che rendono possibile la condotta che quegli stessi avvertimenti descrivono. Quando il divieto di genocidio diventa negoziabile sul piano politico, l’universalità promessa dopo Auschwitz si frantuma.

La commemorazione senza applicazione non è fedeltà alla memoria, è un arretramento rispetto alle sue implicazioni. Le voci di coloro che furono uccisi nei campi di sterminio europei risuonano nei trattati e nelle norme concepite per prevenire la distruzione dei popoli ovunque. Se quell’eco si affievolisce fino a diventare solo cerimonia, separata dalla responsabilità presente, la memoria perde la sua forza protettiva.

Onorare la sofferenza ebraica sotto il nazismo significa difendere il principio che nessun popolo debba affrontare distruzione, spoliazione o rovina deliberata. Se questo principio non viene difeso per i palestinesi di Gaza, allora l’eredità giuridica e morale del 1945 non viene portata avanti, ma selettivamente accantonata.

“Se l’eco delle loro voci si affievolisce, periamo.”* L’avvertimento riguarda tutti noi, e ogni popolo la cui esistenza dipende dal fatto che il diritto sia più forte della vendetta e la memoria più forte del potere.


*La frase “Se l’eco della loro voce si affievolisce, noi periamo” è ampiamente attribuita a Elie Wiesel, scrittore ebreo nato in Romania, sopravvissuto alla Shoah e premio Nobel per la pace. Essa compare nelle sue riflessioni sull’imperativo morale della memoria, in particolare come espresso in La notte e nei numerosi discorsi e saggi che ha pronunciato e scritto nel corso della sua vita sul tema della memoria, della coscienza e dell’eredità dell’Olocausto.


Gli autori:
Tawfiq Al-Ghussein è saggista e analista legale impegnato su temi di diritto internazionale, responsabilità degli Stati e dinamiche geopolitiche del Medio Oriente. Il suo lavoro unisce analisi giuridica, storia politica e questioni di sovranità, con particolare attenzione alla protezione dei civili nei conflitti contemporanei.

Rania Hammad è scrittrice e attivista palestinese specializzata in relazioni internazionali e diritti umani

Data articolo: Tue, 27 Jan 2026 15:21:00 GMT

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