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Negli ultimi giorni l’Iran è stato attraversato da violenti disordini che, come denunciano con forza da Teheran, non sono il frutto di una protesta spontanea ma di un’operazione pianificata da servizi d’intelligence stranieri. Diverse persone arrestate avrebbero confessato di aver ricevuto fondi dall’estero e, in alcuni casi, anche addestramento in altri Paesi, con l’obiettivo di creare un pretesto per un’escalation militare contro la Repubblica Islamica.
Mentre le operazioni di sicurezza proseguono, mercoledì a Teheran si sono svolti imponenti funerali per circa 300 cittadini iraniani, tra civili e membri delle forze di sicurezza, uccisi durante i giorni di violenze. Il corteo, partito dall’Università di Teheran fino all’incrocio Valiasr, è stato il più grande mai registrato nella capitale, trasformandosi in una dimostrazione di unità nazionale e coesione interna.
Secondo il Ministero dell’Intelligence, le proteste inizialmente legate a rivendicazioni economiche sono poi state fatte deragliare in rivolte armate, con attacchi a moschee, infrastrutture pubbliche e forze di sicurezza. Le autorità denunciano azioni palesemente coordinate, con il coinvolgimento di gruppi terroristici collegati all’entità sionista israeliana e con il sostegno logistico e finanziario di Stati Uniti e Mossad. Finora sono stati arrestati centinaia di responsabili, sequestrate armi ed esplosivi e aperti numerosi fascicoli giudiziari.
Intanto arriva un ennesimo cambio di posizione da Washigton, l’ondivago presidente statunitense Donald Trump ha dichiarato che, secondo “fonti affidabili”, sarebbero cessate le uccisioni e non sarebbero quindi previste missioni militari per colpire in Iran. Teheran, da parte sua, ha smentito le cifre gonfiate diffuse da alcuni media occidentali, ribadendo la distinzione tra protesta legittima e tentativi di destabilizzazione pilotati dall’esterno.
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L'UE sta lavorando per potenziare le proprie capacità di difesa al fine di diventare una “potenza militare”, ha affermato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, secondo quanto riportato da Euractiv, citando fonti attendibili.
Le dichiarazioni sarebbero state rese mercoledì durante una riunione a porte chiuse al Parlamento europeo, dove von der Leyen ha detto ai legislatori che il blocco deve elaborare una propria strategia di sicurezza e che la Commissione presenterà un documento in tal senso nel 2026.
“Sappiamo che dobbiamo essere forti... Non siamo una potenza militare, ma stiamo lavorando per diventarlo”, avrebbe affermato von der Leyen.
In tutta l'UE, i bilanci della difesa stanno aumentando, poiché Bruxelles ha spinto per il riarmo sotto la bandiera della sicurezza. Il piano “ReArm Europe” della Commissione europea, citato da von der Leyen come un passo per aumentare le capacità militari dell'Unione, mira a investire centinaia di miliardi nell'acquisto congiunto di armi e infrastrutture, mentre gli Stati membri hanno aumentato gli acquisti di armi di quasi il 40% in un solo anno.
Mosca ha respinto tali accuse come “assurde”, volte a instillare paura e giustificare maggiori spese militari, e ha condannato quella che definisce la “militarizzazione sconsiderata” dell'Occidente. I funzionari russi hanno sostenuto che l'espansione della NATO verso est rappresenta una minaccia esistenziale e rimane una delle cause principali del conflitto in Ucraina, accusando l'UE e i suoi alleati di prepararsi a un confronto su larga scala.
Il presidente russo Vladimir Putin ha affermato che i leader dell'UE stanno gonfiando il presunto pericolo per promuovere le proprie agende politiche e convogliare denaro nell'industria degli armamenti, e che Mosca non ha alcuna intenzione di affrontare militarmente il blocco.
Data articolo: Wed, 14 Jan 2026 21:00:00 GMT
di Alessandro Volpi*
Una chiave di lettura. Donald Trump, dopo aver compreso che una guerra commerciale, basata sui dazi, nei confronti della Cina sarebbe un suicidio, sembra aver scelto un'altra strada. Si tratta di "affamare" la Cina, sfruttando le sue principali debolezze. L'ex impero celeste, infatti, è dipendente dalle importazioni di petrolio e gas e da quelle di generi alimentari. La Cina importa circa il 75% del greggio che consuma e il 45% del gas, che costituiscono, insieme, la terza voce energetica della Cina, pari al 30% del totale. Il principale fornitore di gas e petrolio cinese è la Russia, insieme all'Arabia Saudita e all'Iran, che indirizza il 90% delle sua produzione in Cina, passando per la Malesia.
Per quanto riguarda i generi alimentari, la Cina registra una dipendenza fortissima dalla soia brasiliana - quasi il 70% del totale - che è indispensabile per i fondamentali allevamenti di bestiame e di pollame cinesi. La Cina ha poi una dipendenza strutturale da Malesia e Indonesia per la centralità dello Stretto di Malacca, un imbuto di 2,5 Km, da cui passano molte delle importazioni cinesi. La strategia trumpiana, alla luce di ciò, sembra essere quella di isolare il Brasile in America Latina, accerchiandolo e sottoponendo il continente alla pressione militare Usa e, al contempo, di tagliare i rifornimenti energetici, rompendo il legame tra Cina e Iran e convincendo la Russia ad alzare i prezzi del petrolio e del gas venduti alla Cina, riducendo le esportazioni.
Quanto a Malesia e Indonesia, lo sforzo Usa è quello di aumentare la pressione nei loro confronti con la presenza delle big tech, con i dazi e con la flotta militare. Venezuela, Iran, Nigeria, America Latina son così le tappe di uno scontro con la Cina, nella convinzione maturata da Trump che senza un radicale ridimensionamento del peso strategico cinese, la credibilità della pericolante economia Usa, del suo debito e del dollaro non può reggere. In questo senso Trump è un vero giocatore d'azzardo, pericolosissimo perché intenzionato a giocare solo con le sue regole, fidando sulla imbelle inerzia europea, votata ad una subordinazione pavloviana, sapientemente coltivata dalla finanza, e sulla possibilità di "spacchettare" i Brics; una scommessa drammatica perché praticamente impossibile, ma destinata a compiere disastri, ancora una volta in nome della libertà.
*Post Facebook del 14 gennaio 2026
Il procuratore generale del Venezuela, Tarek William Saab, ha rilasciato dichiarazioni in esclusiva a RT dopo il bombardamento degli Stati Uniti che ha provocato il rapimento del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie, Cilia Flores, oltre 100 morti e gravi danni alle infrastrutture strategiche del Paese.
“Nel mondo recente, anche se facciamo memoria, un fatto come questo non era mai accaduto: che un presidente eletto, in carica, e sua moglie, oltre che first lady della Repubblica, deputata con immunità nell'Assemblea Nazionale, fossero stati vili sequestrati, privati illegittimamente della loro libertà”, ha commentato Saab.
Secondo il titolare del Ministero Pubblico, nemmeno la legislazione nazionale degli Stati Uniti “consente [al presidente] di compiere un'azione simile a questa, indipendentemente dal fatto che abbia o meno il permesso del Congresso”.
In tal senso, ha precisato: “Se avesse il permesso del Congresso, ciò dovrebbe avere una narrazione reale, di fatti accaduti in sequenza, che esprimano e dicano che gli Stati Uniti sono in guerra contro tale nazione e, in base a ciò, vengono conferiti i poteri al presidente. Nulla di tutto ciò esiste, nemmeno lontanamente”.
Al di là dell'aggressione ordinata dall'amministrazione di Donald Trump, Saab ha sottolineato che l'assedio di Washington contro Caracas risale alla promulgazione del decreto firmato da Barack Obama nel 2015, che definiva il Venezuela una “minaccia insolita” per la sicurezza degli Stati Uniti.
“Pochi ne parlano”, ha insistito. “Poi hanno voluto fare marcia indietro, ma il decreto era già stato firmato”, ha affermato il procuratore, sottolineando l'importanza di chiarire il contesto politico che ha caratterizzato l'escalation delle aggressioni, “che era in programma da molti anni”.
Secondo Saab, quanto accaduto nel 2025 “è stato solo il preludio a quanto è successo il 3 gennaio 2026”, ovvero “una serie di minacce che si sono trasformate letteralmente in azioni di guerra”. Più in dettaglio, ha elencato fatti come l'accerchiamento di petroliere nel Mar dei Caraibi e il bombardamento di imbarcazioni al largo delle coste del Venezuela, con il pretesto di una presunta lotta contro il narcotraffico in un Paese che non produce droga né ha legalizzato sostanze illecite.
Per Saab, il Paese ha affrontato un evento “insolito” e ‘brutale’, che ha comportato l'attacco contro una nazione che non era in guerra e la cui popolazione stava dormendo, “appena entrata nel nuovo anno 2026”.
Liberazione di Maduro e Flores
Come aveva già fatto la mattina stessa di sabato 3 gennaio, quando è avvenuto il bombardamento, il titolare del Ministero Pubblico ha chiesto l'immediata liberazione di Maduro e Flores, non solo perché il sequestro ha comportato una violazione del diritto internazionale, ma anche perché l'intero processo giudiziario in corso negli Stati Uniti è irregolare.
“Chiedo al giudice che si occupa del caso, Alvin Hellerstein, di porre fine a questa situazione nell'udienza che si terrà a marzo, dato che loro stessi hanno affermato che il Cartello dei Soli non esiste (...) ma questa è stata la scusa nella narrazione per sequestrare il presidente della Repubblica e sua moglie, quindi cosa dovrebbe succedere? L'immediata liberazione”, ha detto il procuratore.
Per questo motivo, ha invocato il ritorno alla “normalità”, alla “diplomazia della pace” e al “tavolo del dialogo”, come proposto dall'attuale presidente incaricata del Paese, Delcy Rodríguez. “Anche l'oppositore più radicale che vive in Venezuela, che vive qui, è contrario a quanto è successo”, ha affermato Saab.
Allo stesso modo, ha ricordato che quanto accaduto dopo l'aggressione contro il Venezuela era già stato segnalato dalle autorità legittime di Caracas. “Questo non aveva nulla a che vedere né con la democrazia, né con la presunta - come dicono loro - ‘dittatura’ venezuelana, né con un cambio di regime. No, questo è già caduto. Lo dicono apertamente, ora dicono che era il petrolio”.
In questo contesto, ha considerato un'esagerazione che una potenza come gli Stati Uniti cerchi ora di sostenere che il petrolio e le risorse naturali di un paese sudamericano le appartengono. “Questo ci riporta indietro di oltre 200 anni, quando l'impero spagnolo saccheggiò le risorse dell'America, a costo della vita di milioni di indigeni”, ha riflettuto.
Data articolo: Wed, 14 Jan 2026 19:00:00 GMTLa Groenlandia, immensa isola di ghiaccio e roccia, è assurta al centro della contesa geopolitica globale. Le recenti dichiarazioni di un sempre più tracotante presidente degli Stati Uniti Donald Trump, diffuse sulla sua piattaforma Truth Social, non sono semplici provocazioni, ma rivelano una strategia precisa e sempre più esplicita: assicurarsi il controllo dell'Artico, a qualsiasi costo. Il pretesto è un ambizioso e controverso sistema di difesa antimissilistico battezzato "Cupola d'Oro" (Golden Dome), la cui realizzazione, a detta di Trump, renderebbe "vitale" il possesso statunitense del territorio groenlandese.
Trump dipinge un quadro apocalittico in cui la sicurezza nazionale degli USA è in bilico. "Gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia", ha scritto, sostenendo che, senza l'isola, il suo progetto difensivo a più strati - ispirato all'israeliana Cupola di Ferro ma concepito per respingere missili balistici intercontinentali e ipersonici - sarebbe gravemente compromesso. La minaccia, secondo la sua visione, è duplice e imminente: se Washington esita, saranno Russia o Cina a fare della Groenlandia una base avanzata. Un esito, ha avvertito, che "non deve accadere".
In questa visione, anche la NATO viene riletta in funzione di un interesse unilaterale. Trump ha affermato senza mezzi termini che l'Alleanza Atlantica, senza il "vasto potere" degli Stati Uniti - da lui rivendicato come propria creazione e ampliamento - non sarebbe "una forza efficace né dissuasiva". Al contrario, la NATO diventerebbe "molto più formidabile ed efficace con la Groenlandia nelle mani degli Stati Uniti". Una posizione che, di fatto, trasforma l'alleanza in uno strumento per legittimare una mossa annessionista, mettendo in secondo piano la sovranità della Danimarca, paese membro fondatore, e del suo governo autonomo groenlandese.
La reazione di Copenaghen non si è fatta attendere ed è stata di netta e ferma opposizione. La premier danese Mette Frederiksen ha bollato come "priva di senso" la stessa discussione sulla necessità di un'annessione statunitense, ribadendo che gli USA "non hanno diritto ad annettersi uno dei tre paesi della Comunità del Regno danese". Tuttavia, la postura di Washington appare intransigente e multivettore. Fonti giornalistiche indicano che l'amministrazione Trump non escluderebbe la "via militare" per prendere il controllo dell'isola, mentre valuterebbe parallelamente accordi di "libera associazione" simili a quelli stipulati con alcune nazioni del Pacifico, che garantirebbero agli USA diritti di accesso esclusivo in cambio di aiuti economici.
Lo scontro si sta quindi inasprendo su più fronti. Da un lato, la Danimarca ha avviato un rafforzamento della propria presenza militare in Groenlandia, preparando infrastrutture per un possibile dispiegamento più ampio di forze alleate. Dall'altro, si profilano ritorsioni economiche: l'Unione Europea avrebbe in preparazione piani per sanzionare grandi aziende tecnologiche statunitensi come Meta, Google, Microsoft e X (ex Twitter), in una escalation che travalica il solo ambito della difesa.
La questione della Groenlandia, al di là delle dichiarazioni roboanti, solleva interrogativi profondi sull'evoluzione della politica estera statunitense e sull'equilibrio nell'Artico, regione sempre più contesa per le sue rotte commerciali e le sue immense risorse. Trump, nel definire "inaccettabile" qualsiasi soluzione che non sia il controllo statunitense, non sta solo negoziando. Lancia un ultimatum che mette in discussione i principi di sovranità territoriale e di alleanza paritetica, spingendo gli Stati Uniti verso un nuovo, aggressivo capitolo di espansionismo strategico dove la forza bruta e la coercizione economica sembrano diventare le nuove, pericolose, dottrine.
In ultima analisi, gli Stati Uniti con Trump sono diventati più diretti e sinceri. Le loro politiche non sono cambiate, ma i metodi radicalmente.
Data articolo: Wed, 14 Jan 2026 18:30:00 GMT
Le posizioni della Groenlandia e della Danimarca continuano a divergere dall'opinione degli Stati Uniti sull'autonomia danese, secondo quanto affermato dal ministro degli Esteri danese Lars Lokke Rasmussen dopo i colloqui a Washington. “Le idee che non rispettano l'integrità territoriale del Regno di Danimarca e il diritto all'autodeterminazione del popolo groenlandese sono, ovviamente, del tutto inaccettabili. Pertanto, continuiamo ad avere un disaccordo fondamentale, ma siamo anche d'accordo sul fatto che non siamo d'accordo”, ha detto il ministro dei Esteri in una conferenza stampa.
Il ministro ha assicurato che, nonostante questo disaccordo fondamentale, i colloqui proseguiranno e sarà istituito un gruppo di lavoro per affrontare la questione. “I colloqui si sono concentrati su come garantire la sicurezza a lungo termine in Groenlandia, e devo dire che le nostre prospettive continuano ad essere diverse al riguardo. Il presidente [degli Stati Uniti, Donald Trump] ha chiarito la sua opinione, e noi abbiamo una posizione diversa”, ha commentato Rasmussen.
“È chiaro che il presidente desidera conquistare la Groenlandia. Abbiamo chiarito molto bene che ciò non è nell'interesse del Regno”, ha spiegato il ministro degli Esteri danese. Secondo Rasmussen, Copenaghen è disposta a collaborare con Washington per esplorare la possibilità di avvicinare le loro posizioni e ha descritto i negoziati come “franchi e costruttivi”. “Noi, il Regno di Danimarca, continuiamo a credere che la sicurezza a lungo termine della Groenlandia possa essere garantita anche nell'ambito del quadro attuale”, ha affermato.
Allo stesso tempo, Rasmussen ha affermato che Copenaghen condivide in una certa misura le preoccupazioni del presidente americano. “Senza dubbio, esiste una nuova situazione di sicurezza nell'Artico e nell'estremo nord”, ha ammesso. Tuttavia, ha escluso che vi sia una “minaccia immediata” proveniente dalla Russia e dalla Cina nella regione o una minaccia che non siano in grado di affrontare.
Da parte sua, la sua omologa groenlandese, Vivian Motzfeldt, intervenendo alla stessa conferenza stampa presso l'Ambasciata di Danimarca a Washington, ha indicato che il suo territorio è disposto ad approfondire la cooperazione con gli Stati Uniti, ma non a scapito della propria sovranità. Ha quindi sottolineato l'importanza di trovare “una strada giusta”, ora che sono stati mostrati i “limiti”.
Data articolo: Wed, 14 Jan 2026 17:00:00 GMT
I presidenti di Russia e Brasile, Vladimir Putin e Luiz Inácio Lula da Silva, hanno affrontato mercoledì al telefono la situazione in Venezuela, teatro il 3 gennaio scorso di un intervento delle forze statunitensi e del sequestro del suo capo di Stato, Nicolás Maduro.
I due leader hanno concordato sull'importanza di garantire la sovranità e gli interessi nazionali del Paese sudamericano, secondo quanto riportato in un comunicato del Cremlino.
Hanno inoltre concordato di “continuare a coordinare gli sforzi” attraverso le Nazioni Unite e i BRICS con l'obiettivo di “allentare la tensione in America Latina e in altre regioni del mondo”.
Un memorandum segreto dell'amministrazione Trump ha fornito un sostegno legale all'aggressione degli Stati Uniti in Venezuela.
Lula aveva condannato l'aggressione statunitense, l'arresto di Maduro e il suo trasferimento negli Stati Uniti per essere processato per traffico di droga, perché - ha denunciato - costituiscono una “flagrante violazione del diritto internazionale” che crea “un precedente estremamente pericoloso” per il mondo.
Da parte sua, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha definito mercoledì l'aggressione al Venezuela “illegale” e ha lanciato un appello alla sovranità e all'integrità territoriale del Paese sudamericano.
Data articolo: Wed, 14 Jan 2026 17:00:00 GMT
Il ministro degli Esteri iraniano Seyed Abbas Araghchi ha accusato Israele di cercare di trascinare gli Stati Uniti in nuove guerre e di ammettere apertamente il proprio coinvolgimento nelle recenti violenze nella nazione persiana.
“Israele ha sempre cercato di trascinare gli Stati Uniti a combattere guerre per suo conto. Ma, sorprendentemente, questa volta stanno dicendo ad alta voce ciò che prima tacevano”, ha scritto sul suo account X. Allo stesso tempo, ha attribuito le “centinaia di morti” nelle violente proteste antigovernative che hanno sconvolto l'Iran dalla fine di dicembre al fatto che il Paese ebraico ha inviato armi ai manifestanti. “Con il sangue nelle nostre strade, Israele si compiace esplicitamente di aver ‘armato i manifestanti con armi da fuoco’”, ha denunciato.
“Il presidente [Donald] Trump dovrebbe ora sapere esattamente dove andare per fermare le uccisioni”, ha concluso il suo messaggio il ministro degli Esteri.
Araghchi rispondeva a un post di un corrispondente diplomatico israeliano in cui affermava che “attori stranieri stanno armando i manifestanti in Iran con armi da fuoco vere”. Martedì, Trump ha esortato i manifestanti iraniani a continuare a protestare e a prendere il controllo delle loro istituzioni, assicurando loro che “gli aiuti stanno arrivando”.
Data articolo: Wed, 14 Jan 2026 17:00:00 GMTIsrael has always sought to drag the U.S. into fighting wars on its behalf. But remarkably, this time they are saying the quiet part out loud.
— Seyed Abbas Araghchi (@araghchi) January 14, 2026
With blood on our streets, Israel is explicitly gloating about having "armed protestors with live weapons" and "this is the reason for… pic.twitter.com/UomtRlSsR6
di Clara Statello per l'AntiDiplomatico
La leader politica ucraina e imprenditrice di successo Yulia Tymoshenko è accusata dagli organismi nazionali per l’anticorruzione di compravendita di voti in parlamento. L’indagine condotta da NABU e SAP porta alla luce lo schema di consenso che consente al presidente Volodymyr Zelensky di mantenere il controllo la Verkhovna Rada.
Yulia Tymoshenko era stata già arrestata nel 2001, con l’accusa di contrabbando di gas, e nel 2011 per abuso di potere, condannata a sette anni per aver firmato nel 2009 dei contratti con Gazprom. Nonostante ciò, durante l’Euromaidan i media parlarono di lei come di una prigioniera politica del “regime di Yanukovich”. Per il suo rilascio vennero organizzate campagne mediatiche e in Italia si mosse persino Laura Boldrini, al tempo presidente della Camera. L’immagine della Timoshenko appena rilasciata dal carcere, mentre si rivolgeva alle folle da una sedia a rotelle, divenne il simbolo della cosiddetta Rivoluzione della Dignità del popolo ucraino.
Adesso NABU pubblica le sue immagini accanto a mazzette di dollari e l’ accusa di aver offerto “vantaggi illeciti a una serie di deputati appartenenti a fazioni non guidate da questa persona, in cambio di voti "a favore" o "contro" specifici progetti di legge”, si legge in una nota ufficiale di NABU, in cui viene specificata la violazione della parte 4 dell'articolo 369 del Codice penale ucraino. Il reato prevede il carcere da quattro a otto anni, con o senza confisca dei beni.
In particolare Tymoshenko avrebbe offerto ai parlamentari contattati fino a 5000 dollari a voto, per due sessioni mensili. Secondo l’anticorruzione ucraina si tratta di un sistema consolidato per gestire le influenze in parlamento, non di una tantum.
Durante la notte gli agenti anticorruzione hanno passato a setaccio la sede del suo partito Batkivshchyna (Patria). Tymoshenko ha ricevuto una sospensione e le sono stati sequestrati cellulare e dispositivi elettronici.
Perquisita la sede del partito
A conclusione delle perquisizioni degli uffici del partito, è arrivata una dichiarazione dell’indagata, che ha “respinto categoricamente” le accuse. Ha definito le attività investigative “un’operazione di propaganda”, che non avrebbe “nulla a che vedere con il diritto né con la legge”.
Come nel 2011, l’ex premier ucraina ha giocato la carta della persecuzione politica. In base a quanto riferisce in un post di Facebook le perquisizioni sarebbero state condotte da “almeno trenta uomini armati sino ai denti” che avrebbero “sequestrato l’edificio” e “preso in ostaggio gli impiegati” senza “mostrare alcun documento”. Secondo lei, questa mossa indicherebbe che le elezioni presidenziali si stanno avvicinando.
“Respingo categoricamente tutte queste accuse assurde. A quanto pare le elezioni sono molto più vicine di quanto si pensasse. E qualcuno ha deciso di iniziare la “bonifica” dei concorrenti. Nessuno potrà spezzarmi né fermarmi. Anche questa volta dimostreremo la verità“.
I nastri Tymoshenko
I fatti riguardano dicembre 2025. Come emerge dalle registrazioni pubblicate dall’agenzia, Yulia Timoshenko ha avuto delle conversazioni con alcuni deputati riguardo “all'introduzione di un meccanismo sistematico per fornire vantaggi illeciti in cambio di un comportamento leale durante le votazioni”.
Secondo gli investigatori “non si trattava di accordi occasionali, ma di un meccanismo di collaborazione regolare, che prevedeva pagamenti anticipati e che era stato progettato per un lungo periodo”.
I deputati avrebbero dovuto ricevere istruzioni per il voto e, in alcuni casi, per astenersi o non partecipare al voto. In particolare, i messaggi riportati nei nastri riguardano tre parlamentari corrotti a cui Tymoshenko aveva promesso 10.000 dollari al mese per il voto in due sessioni parlamentari.
"Una volta al mese, è un processo permanente per ogni persona. Un mese è considerato due sessioni. Cioè, paghiamo un anticipo di 10 per due sessioni. Se siamo d'accordo con te oggi, registreremo chi è con te e te lo darò in contanti. E tu ti occuperai di loro. Non sono 20 o 30 persone, siete solo in tre qui – è un gruppo molto piccolo, per così dire. Ma devo dirti per cosa votare. Poi posso semplicemente inviartelo sul telefono tramite Signal?", si legge in uno dei suoi messaggi rivelati da NABU.
Uno dei casi riguarda il voto a favore delle dimissioni dell’ex capo dell’SBU Malyuk e altri, per influenzare la nuova compagine di governo e presidenziale dopo la rimozione dell’ex numero due di Zelensky, Andry Yermak.
"Domani si discute solo di personale. Licenziamenti: Malyuk, Shmygal, Fedorov. Votiamo 'a favore' del licenziamento di tutti. Nomine: Ministero della Difesa, Ministero dell'Economia, Ministero della Giustizia, Fondo del Demanio. Non voteremo per nessuna nomina", ha dichiarato Tymoshenko.
Inoltre le indicazioni di voto riguardavano progetti di legge inseriti o cancellati dall’ordine del giorno.
Tymoshenko ha dichiarato che il materiale pubblicato da NABU non ha nulla a che vedere con lei.
Le reazioni all’indagine
Se si guarda in prospettiva dello scontro di potere tra NABU e Bankova, l’arresto di Yulia Tymoshenko indebolisce il potere di controllo del parlamento da parte della presidenza. Le indagini sono direttamente collegato alla votazione di ieri per rimuovere Malyuk dalla carica di capo dell'SBU e per altre nomine ministeriali. Secondo la rivista ucraina indipendente Strana, Malyuk è stato costretto alle dimissioni dopo aver rifiutato a novembre di svolgere un’indagine sugli organismi anticorruzione e di arrestare Klimenko, come ordinato da Yermak dopo lo scandalo Mindich.
Il voto di Batkivshchyna alla Verkhovna Rada è stato determinante per la rimozione di Malyuk. Pertanto l’inchiesta contro Tymoshenko sarebbe una rivalsa del cosiddetto partito anti-Zelensky, legato ai circoli democratici statunitensi, in cui NABU e SAP svolgono un ruolo chiave.
Secondo il deputato Olexey Goncharenko, gli stessi parlamentari circuiti avrebbero registrato i tentativi di corruzione e consegnato il materiale al NABU.
Anche il blogger dissidente Anatoly Shari ritiene che si tratti di una mossa contro Bankova e conferma quanto affermato da Goncharenko: Il NABU per me è composto da veri eroi. In questo momento stanno indebolendo al massimo Zelensky ed Ermak, togliendo loro da sotto i piedi lo sgabello delle votazioni comprate alla Rada. Stanno riducendo l’influenza dell’Ufficio del Presidente sul Parlamento. Io so benissimo da chi andranno i prossimi: da quelli che salvano continuamente i “Servitori del Popolo”, votando a favore in cambio di soldi. Aspettate.
Data articolo: Wed, 14 Jan 2026 16:50:00 GMT
di Patrizia Cecconi
L’informazione mainstream, medaglia d’oro alla fedeltà verso il Potere, ha ormai più o meno eliminato le già asfittiche notizie sui continui orrendi crimini israeliani, tentando di spegnere la risposta dell’opinione pubblica al genocidio in atto in Palestina e, insieme, la consapevolezza che le devastanti ingerenze del Mossad e le costanti aggressioni contro Stati sovrani fanno dello Stato ebraico un’entità terrorista capace di sterminare vite e calpestare il diritto internazionale senza alcun impedimento, esattamente come il suo socio statunitense, divenendo un pericolo assoluto per l’intero mondo.
Dove il terrorismo sionista non arriva nella forma più diretta e cruenta , arriva comunque l’operato della sua intelligence (termine elegante per definire le spie prezzolate che infestano l’intero pianeta). Un bell’esempio di questo operato, amplificato dall’esercito mediatico a servizio di Israele, lo abbiamo avuto durante le feste natalizie, quando la tanto clamorosa quanto scandalosa operazione di polizia a comando dell’entità sionista ha messo in atto la macchina del fango per dividere e indebolire quell’opinione pubblica che stava prendendo coscienza e parola contro il macellaio di Tel Aviv, il bullo statunitense e, non ultimo, il governo italiano, penosamente prono verso entrambi oltre che responsabile diretto nel concorso in genocidio per la mai cessata complicità con Israele .
Il 27 dicembre scorso, infatti, l’azione poliziesca italiana, su commissione dello Stato ebraico, ha portato in galera nove attivisti palestinesi “colpevoli” di aver inviato denaro alla popolazione assediata da ben 19 anni e da più di due anni sottoposta a sterminio quotidiano, punta emergente, quest’ultimo, del genocidio incrementale iniziato prima ancora che l’entità sionista si dichiarasse Stato e proseguito a diversa intensità col supporto diretto e indiretto di numerosi governi europei e mondiali.
Per giorni, operatori del mainstream e politicanti vari hanno brillato, alcuni per servilismo altri per codardia, altri ancora per opportunismo puro, nel gettare fango sugli arrestati e gli indagati e, in alcuni casi, nello sconfessare eventuali conoscenze, definite precedentemente addirittura “amicizie”, divenute non più utili alla raccolta di consensi elettorali.
Solo pochi coraggiosi opinion maker hanno messo l’accento sull’illiceità del processo persecutorio per finanziamento al terrorismo in quanto non basato su prove giudiziarie, ma solo su materiale prodotto dai servizi di intelligence di un paese straniero e belligerante, non validate e pertanto prive “delle garanzie minime di attendibilità richieste in uno Stato di diritto” come afferma il team di avvocati difensori degli arrestati “violando le garanzie fondamentali del processo penale, a partire dalla presunzione di innocenza” stabilita dall’art. 27 della nostra Costituzione.
Il fatto risulta a dir poco inquietante per molti motivi, ma per ragioni di spazio ne citerò solo un paio: proprio lo Stato di Israele, che viola e calpesta ogni regola della legalità internazionale, pretende di far applicare in Italia, in totale arbitrio e senza prove giudiziarie, quella legalità che per se stesso rigetta, riducendo il nostro Paese e le sue Istituzioni a umili esecutori dei suoi desiderata. Altro motivo di inquietudine per le sorti già precarie della nostra democrazia consiste nel tentativo di criminalizzare il dissenso, tanto più se accompagnato dalla solidarietà verso chi è sotto una feroce e comprovata oppressione, definendo terrorismo ogni azione che fraternizza con chi sta subendo crudeltà documentate e definite, non solo moralmente ma anche giuridicamente, crimini di guerra e contro l’umanità rientranti in un progetto genocidario.
Mentre la propaganda filosionista raggiungeva le più elevate cime di nauseante servilismo e d’infamia contro l’architetto Mohamad Hannoun, gli altri arrestati e la direttrice di InfoPal Angela Lano tentando di screditarla nonostante la sua provata professionalità, ecco arrivare l’assalto al Venezuela, l’uccisione di circa cento venezuelani ai quali i nostri fantastici opinion maker non riconoscono neanche il diritto ad aver un’identità, e il rapimento del presidente Maduro e di sua moglie. I media trovano un nuovo osso da spolpare e l’attenzione si sposta sul “dittatore” Maduro.
Stavolta il bullo che siede alla Casa Bianca ha raggiunto e superato le precedenti vette di illegalità, dichiarando con fierezza il suo essere al di sopra di ogni legge e di avere la forza sufficiente per cancellare ogni norma di Diritto internazionale a sua discrezione.
E cosa fa davanti a tanto barbara dimostrazione la stragrande maggioranza dei nostri opinion maker? Dopo qualche tentennamento, perché il rischio di esagerare in prostrazione potrebbe trasformarsi in autogoal, supera gli indugi e si accuccia ai piedi del nostro impresentabile governo, già a sua volta accucciato ai piedi del gangster di Washington e dichiara “legittima”, con qualche ridicolo giro di parole, l’azione criminale contro il Venezuela, azione che, se legittimata, pone una pietra tombale sul diritto internazionale.
Il lavoro di normalizzazione che l’esercito mediatico sta portando avanti farà sì che gli artigli del bullo psicopatico che ha deciso di appropriarsi di qualunque cosa possa interessargli – dal petrolio, al gas, alle terre rare, ai diamanti, al mare, al cielo, alla terra a tutto ciò che può arraffare – contando sull’acquiescenza dei suoi vassalli e valvassini e sull’associazione a delinquere ormai consolidata con il macellaio di Tel Aviv, vengano considerati mani benefiche anche quando tenterà di appropriarsi della Groenlandia o quando, forse proprio in queste ore, bombarderà l’Iran, magari in tandem col suo socio in affari criminali, approfittando della dura repressione delle manifestazioni e dei disordini alimentati, come dichiarato esplicitamente da Tel Aviv, dagli stessi agenti del Mossad.
Già l’ineffabile ministro Tajani, quello per il quale il diritto internazionale “vale solo fino a un certo punto”, ha fornito il suo appoggio preventivo all’eventuale bombardamento statunitense dichiarando con grande sensibilità che “non possiamo accettare la violenza contro il popolo iraniano” esercitata dagli ayatollah. Una sensibilità a comando che non produce ilarità ma profondo disgusto visti i precedenti silenzi di fronte a due anni di sterminio genocidario e alla dichiarata amicizia con il mandante del genocidio.
Se il tentativo di ipnosi collettiva tendente a far accettare la barbarie sionista-statunitense che sta investendo il mondo avrà successo, ne uscirà un’umanità malata che accetterà l’asservimento al potere o, forse, una terza guerra mondiale che cancellerà milioni e milioni di vite umane e secoli di conquiste civili per sostituirle con un nuovo impero coloniale guidato dall’arroganza del potere di pochi dopo aver cancellato la tutela del diritto per tutti.
Unico possibile antidoto a questa malattia mortale è capire e respingere con decisione il progetto di dominio e di censura del dissenso che, capovolgendo la realtà, definisce strumentalmente terrorismo la legittima difesa di diritti sanciti da quella Carta dell’Onu che ormai sembra solo un inutile orpello.
Un sostegno popolare molto forte è quello che emerge in Venezuela verso la presidente incaricata, Delcy Rodríguez, e un fermo rifiuto delle recenti azioni militari e politiche degli Stati Uniti contro il paese bolivariano, secondo quanto rivela il recente studio Monitor País della società di sondaggi Hinterlaces. I dati, resi noti questo martedì, dipingono il quadro di una nazione che, nel mezzo di una profonda crisi internazionale, serra le fila attorno alla sua leadership istituzionale.
Secondo il sondaggio, il 91% dei venezuelani ritiene che il momento attuale esiga unità e sostegno alla presidente incaricata, Delcy Rodríguez, di fronte a qualsiasi forma di opposizione. Il presidente di Hinterlaces, Oscar Schemel, ha sottolineato che si tratta di una "maggioranza schiacciante" che opta per l'appoggio, una tendenza che si intensifica notevolmente all'interno del chavismo, dove il 92% esprime un'opinione favorevole su Rodríguez. Nell'insieme nazionale, il 79% degli intervistati ha una visione positiva dell'attuale presidnete ad interim della Repubblica Bolivariana del Venezuela.
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Il sostegno istituzionale è accompagnato da un netto rigetto verso gli eventi che hanno portato Rodríguez alla presidenza ad interim. Lo studio evidenzia che il 94% della popolazione condanna il sequestro del presidente costituzionale Nicolás Maduro e della prima combattente, Cilia Flores, avvenuto lo scorso 3 gennaio durante un'assalto militare statunitense a Caracas. Parimenti, il 95% dei venezuelani si oppone all'aggressione militare nordamericana, sottolineando un ampio consenso nazionale contro l'ingerenza straniera.
Delcy Rodríguez ha assunto l'incarico il 5 gennaio, per designazione del Tribunale Supremo di Giustizia, come prevede la Costituzione e con l'obiettivo dichiarato di garantire la continuità amministrativa dello Stato e la difesa integrale della nazione durante l'assenza forzata del presidente Maduro.
L'analista Oscar Schemel, in dichiarazioni all'emittente televisiva Venezolana de Televisión, ha interpretato questi risultati come il riflesso di una "solida coesione all'interno delle file rivoluzionarie" e un "sostegno schiacciante" alla leadership di Rodríguez. Lo studio conclude che esiste un ampio consenso nazionale attorno alla necessità di coesione istituzionale e difesa della sovranità, configurando un clima di unità di fronte a quella che viene percepita come una crisi politica internazionale imposta dall'esterno.
Data articolo: Wed, 14 Jan 2026 16:27:00 GMTIl ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha ribadito l'impegno di Mosca nei confronti degli accordi strategici raggiunti con Caracas e ha sottolineato che il Venezuela sta difendendo fermamente la sua partecipazione alle relazioni internazionali "come Stato sovrano e indipendente" dopo la brutale aggressione militare statunitense contro la nazione sudamericana il 3 gennaio e il rapimento del presidente Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores.
Il massimo diplomatico russo ha osservato che, in questa fase, le autorità venezuelane stanno difendendo le proprie priorità nazionali, la sovranità e la necessità di partecipare in condizioni di parità al sistema internazionale.
Ha espresso la speranza che i paesi interessati a mantenere relazioni con il Venezuela, "compresi gli Stati Uniti, ricambino e rispettino questi principi, che, a mio avviso, dovrebbero essere universali".
"Condividiamo una lunga storia di solide relazioni strategiche con il Venezuela. Siamo impegnati a rispettare gli accordi raggiunti", ha dichiarato Lavrov in una conferenza stampa, sottolineando la forza dell'alleanza bilaterale.
Ha sottolineato che la condanna della Russia dell'uso della forza da parte degli Stati Uniti si basa sui principi del rispetto della sovranità e dell'integrità territoriale di tutti gli Stati. Ha osservato che la posizione russa è sostenuta "dalla stragrande maggioranza dei Paesi del Sud e dell'Est del mondo".
Secondo Lavrov, è chiaro che l'aggressione contro il Venezuela ha costituito una gravissima violazione del diritto internazionale. "Solo gli europei occidentali e altri alleati di Washington cercano vergognosamente di evitare di valutare questi principi, sebbene sia evidente a tutti che ci troviamo di fronte a una flagrante violazione del diritto internazionale".
Ha affermato di non poter prevedere come si evolveranno gli eventi in Venezuela, ma ha ribadito che Mosca continuerà a sostenere la nazione caraibica nella difesa della sua sovranità.
Data articolo: Wed, 14 Jan 2026 16:05:00 GMTEn un encuentro diplomático este pasado viernes 9 de enero, el canciller de la República Bolivariana de Venezuela, Yván Gil, recibió al embajador de la Federación de Rusia, Sergey Mélik-Bagdasárovhttps://t.co/b3uNMVcHIg
— teleSUR TV (@teleSURtv) January 10, 2026
Tutto questo l'hai già visto. Ripetono sempre lo stesso copione. Conosci tutti i ritmi. La formula non cambia mai.
"Oh no, la gente della nazione presa di mira è oppressa! Hanno bisogno di libertà e democrazia!"
"Ehi, scommetto che potremmo usare il nostro potente esercito per aiutarli a ottenere libertà e democrazia! Non sarebbe fantastico?"
"Oh cielo, c'è gente che non pensa che dovremmo usare il nostro potente esercito per aiutare la popolazione della nazione presa di mira a ottenere libertà e democrazia! Devono nutrire una sinistra e sospetta lealtà verso il regime malvagio che governa la nazione presa di mira!"
"Guardate, capisco che a volte in passato abbiamo usato il nostro potente esercito in modi meschini e inutili, ma dovete capire che il Regime Malvagio è anche molto, molto cattivo. Due cose possono essere vere contemporaneamente, sapete!"
"Oh no, ora il Regime Malvagio sta commettendo atrocità! Sai che è vero perché è sui giornali, e ai giornali non è permesso mentire! Dobbiamo FARE qualcosa! Non possiamo semplicemente NON FARE NULLA!"
Non cascateci.
Non lasciarti ingannare dalla propaganda.
Non lasciatevi ingannare dalla preoccupazione imperialista che si fa beffe dei diritti umani.
Non lasciatevi ingannare dalle sottili regole di polizia e dalle posizioni ambigue degli agenti e degli utili idioti dell'impero.
Non lasciare che gli apologeti dell'impero ti zittiscano e ti mettano a tacere.
Mantieni la tua posizione. È esattamente così che sembra. Tu hai ragione, e loro hanno torto.
Non stanno facendo niente di nuovo. Usano la stessa vecchia sceneggiatura. Cavolo, usano persino molti degli stessi attori. È la solita stronzata di sempre.
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(Traduzione de l'AntiDiplomatico)
*Giornalista e saggista australiana. Pubblica tutti i suoi articoli nella newsletter personale: https://www.caitlinjohnst.one/
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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
Dal cuore di Ciudad Tiuna alla forza del canto: il musicista José Alejandro Delgado racconta in questa intervista esclusiva l'orrore del bombardamento che ha colpito la sua comunità e la reazione di un popolo che trasforma il trauma in resistenza. Mentre le narrazioni esterne cercano di imporre scenari di caos, dalle piazze di Caracas nasce la Caravana Soberana: la voce diretta di chi ha vissuto l'attacco e ha scelto di rispondere con l'arte e con quella che definisce l'armonia della lealtà.
Nella Plaza de los Museos, a Caracas, i bambini e le bambine disegnano aerei carichi di fiori e non di bombe, accanto ai volti di Nicolás Maduro e della deputata Cilia Flores — il presidente venezuelano e la "prima combattente", sequestrati nella notte del 3 gennaio. Musica, poesia e canti si alternano alle riflessioni politiche di Blanca Eekhout, Erika Farías, Génesis Garvett e Hindu Anderi, dirigenti politiche e militanti per la Palestina (Hindu). Tra il pubblico, tra bandiere e striscioni, palestinesi e venezuellane, si scorgono volti noti dell'intellettualità, come quello dell'intellettuale marxista Judith Valencia. Sul palco, i versi di poeti come Joel Linares Moreno seguono le note della cantante Amaranta, presentati dalla promotrice culturale Margot Sivira, organizzatrice della Soberana Caravana: un'iniziativa del Fronte Francisco de Miranda che ha riunito artisti, cultores, poeti, attivisti, circensi, attori, cantanti e ballerini.
Questa è la prima di diverse edizioni che verranno replicate in varie zone di Caracas con l'obiettivo di elaborare insieme la ferita profonda inferta dall'attacco imperialista, e mostrare una risposta d'amore, condivisione e forza che sta sconfiggendo la violenza e la paura. Questo primo incontro è stato concluso da José Alejandro Delgado, musicista, compositore e cantautore venezuelano, che ha commosso il pubblico con le sue parole di incoraggiamento e impegno.
Nel suo repertorio, che si serve principalmente del cuatro e della chitarra, predomina la fusione di ritmi provenienti dalla musica popolare tradizionale venezuelana con generi come jazz, rock and roll, salsa e pop.
La sua ispirazione di fondo conduce alla trova venezuelana moderna. Ritmi che richiamano il più ampio movimento della Nueva Canción Latinoamericana, sviluppatosi tra gli anni '60 e '70. In Venezuela, questo movimento è stato influenzato sia dalla musica contadina (folklore) che dalle lotte studentesche e operaie dell'epoca.
Si distingue per l'uso di testi profondi, spesso metaforici, che denunciano le ingiustizie e celebrano l'identità del popolo. José Alejandro vive a Ciudad Tiuna, dove si sono scatenati i bombardamenti di Trump. Al termine dell'incontro, ci ha raccontato ciò che ha vissuto.
Qual è il significato e l'obiettivo di questa iniziativa?
Siamo qui in questa Caravana Soberana, in questa prima edizione nella Plaza de los Museos, cantando e alzando le nostre voci. Stiamo articolando i nostri cuori per sentirci uniti in questo nuovo momento che ci è piombato addosso e che ci pone davanti molte sfide. Come sempre, il popolo venezuelano affronta sfide perché ha deciso di emanciparsi da ogni tutela. L'imperialismo usa sempre molte forme per piegarci; alcune sono evidenti, altre silenziose ma efficaci. Opporre resistenza a tutto questo richiede enormi quantità di energia, e il canto e la poesia diventano allora il modo per proteggerci, per darci un giusto contenimento di fronte a tutta questa commozione che stiamo vivendo. Io ho vissuto il bombardamento nella mia comunità.
Lo hai vissuto direttamente?
Sì, vivo a Ciudad Tiuna.
Per spiegarlo a chi ci legge dall'estero, cos'è Ciudad Tiuna?
Ciudad Tiuna è l'urbanizzazione pilota creata dal Comandante Chávez all'interno di Forte Tiuna, il principale forte del paese. È stato il luogo colpito dal maggior numero di missili e bombe in questo orribile bombardamento. Ci vivono circa 25.000 famiglie in tutti i settori. È un progetto abitativo della Rivoluzione Bolivariana dove sono state consegnate soluzioni abitative a bassissimo credito per le famiglie lavoratrici. È un bastione di dignità, di forza e di rivoluzione. È popolata da molti bambini, parchi e molta vita brulicante. Quello che ci è successo il 3 gennaio è stato atroce, dovremo elaborarlo come comunità. È un ricordo orribile che ci segna, ma le vulnerabilità suggellano anche legami profondi.
E ci sono stati anche feriti, vero?
Feriti e morti. Nell'altro settore di alloggi, verso la zona dei "bielorussi", le esplosioni si sono sentite molto di più. Davvero, sto ancora cercando le parole per dare sfogo a questi sentimenti, perché vivere un'esperienza del genere è qualcosa di veramente scioccante. Stavamo dormendo e all'improvviso le esplosioni. Pensi che, mentre scendi le scale, la tua casa possa saltare in aria da un momento all'altro. La gente gridava nel panico. Tutto molto brutto. Ma la comunità si è riunita, ci siamo incontrati cercando di ricominciare il circuito quotidiano delle azioni. Diventeremo sempre più forti. Confido che sia così perché ci spetta; i nostri liberatori e le nostre liberatrici ci hanno chiamato a questo molti anni fa. Questo trascende me e la mia epoca. È un richiamo dei nostri antenati e noi non dobbiamo fare altro che eseguire quell'ordine.
All'estero, attraverso i social network, hanno detto che ci sono stati saccheggi e che l'opposizione sta festeggiando in strada. Tu cosa hai visto? Cosa sta succedendo davvero per le strade?
La strada è tranquilla, è in pace. Non ho visto alcun focolaio di violenza né applausi dell'opposizione. Credo che il nostro popolo sia comprensivo e leale. Anche se discutiamo animatamente, siamo capaci di portare un'arepa al vicino che la pensa diversamente, e che ne ha bisogno. Questo insegnamento è una lezione per tutti e tutte. Il nostro popolo, come sempre, si comporta all'altezza delle avversità. Mi commuovo molto e rafforzo ogni volta il mio impegno.
Quanti anni hai?
Ne ho 45, li ho compiuti il 28 dicembre.
Sembri giovanissimo. E quando hai iniziato a fare musica?
Ho iniziato da piccolissimo a casa, con le "parrandas" della mia famiglia, con i miei genitori e i miei fratelli.
E come definiresti il tuo stile?
Come definiresti il mio stile, amico?
Il chitarrista interviene: lo definirei uno stile "Sentido" (sentito). Perché se non lo sente, non lo canta. Questo è vero, è reale, ed è una cosa rara in questo momento.
Sei d'accordo?
Sì. La mia musica si nutre della trova venezuelana e latinoamericana, dei nostri trovatori ancestrali e delle nostre musiche tradizionali. Questo è il mio primo nutrimento.
C'è anche molto rap...
C'è un po' di tutto. Sperimento con molti suoni. Ho una predilezione per la musica tradizionale venezuelana, ma partendo da lì, con totale libertà, combino i suoni. Alcuni "bruciano" e si spengono tra le mani e altri vengono molto bene. È una musica molto mescolata con una ricerca poetica molto personale. Non si tratta solo di ripetere le cose, ma di creare con gli strumenti e con ciò che sento. Creo canzoni con il mio marchio, con il mio modo di risolvere i problemi.
A Ciudad Tiuna ci sono molti musicisti?
Moltissimi. C'è Lionel, Lilia, Amaranta, Tijoy... ce ne sono tantissimi.
Com'è nata questa Caravana Soberana e come avete reagito insieme nell'immediato?
Questa carovana nasce dalla convocazione del Fronte Francisco de Miranda con l'idea di portare l'arte al nostro popolo, di incontrarci per cantare e sentirci uniti. Credo che resterà qui ancora per qualche settimana, perché questo spazio di sentimento è molto importante. Dobbiamo attraversare due cose: da un lato la commozione e i racconti difficili da digerire, e dall'altro restare in piedi nella lotta per continuare a difendere la nostra rivoluzione.
Qual è la tua analisi di ciò che è accaduto? Che scenario possiamo immaginare ora?
Non avremmo mai immaginato questo scenario, nonostante gli avvertimenti. Il nostro popolo è in pace e la dirigenza delle nostre istituzioni sta facendo ciò che deve fare. Il nostro presidente, che è sequestrato, ci ha dato segni di dignità e di orgoglio, e così la compagna Cilia, nostra “prima combattente”. Sono orgogliosamente in piedi. Il nostro presidente non si è piegato. Noi accettiamo ciò che ci dicono e dobbiamo continuare nella disciplina, rafforzando quella che io chiamo l'armonia della lealtà che possiede questo popolo.
Come definiresti questa armonia della lealtà a livello poetico?
Come qualcosa che ci muove dal profondo e ci fa stare insieme nelle difficoltà. È la lealtà alla nostra storia, alla nostra memoria storica e ai nostri principi. Spesso non potrei spiegartelo a dovere, ma è qualcosa che ci mantiene disciplinati. Sebbene siamo un popolo molto ribelle ed è difficile che facciamo esattamente ciò che qualcun altro vuole, sappiamo unirci quando c'è una situazione seria. A volte possiamo non capire dove stiano andando le cose, ma non per questo ci disordiniamo. A un certo punto le cose si chiariranno e vedremo il cammino da prendere. Io non sono un militare con missili o bazooka, non ne so nulla, ma confido che il nostro governo abbia uomini e donne formati per questo. Sono sicuro che hanno agito nel modo in cui si doveva agire.
In che senso?
Mi sono messo a pensare che ci sia stato l'ordine di non opporre una resistenza maggiore. Perché se avessimo resistito di più, tutti i quartieri di Caracas sarebbero pieni di migliaia di morti. È stato così perché quei cani arrivavano con la bava alla bocca per ucciderci a milioni. Sono caduti fratelli e sorelle; siamo vicini alle loro famiglie, onoriamo la loro memoria e la loro lotta non sarà vana. Non sono riusciti a uccidere più persone, e anche questa è l'armonia della lealtà.
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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
Migliaia di persone si sono radunate mercoledì davanti all'Università di Teheran per partecipare alla cerimonia funebre dei martiri, morti durante i recenti disordini in Iran.
I partecipanti hanno scandito slogan a sostegno delle forze di sicurezza e contro i terroristi.
Martedì, il Consiglio di coordinamento della propaganda islamica ha esteso un invito al grande popolo iraniano a partecipare mercoledì 14 gennaio alle 14:00 (ora locale) alla cerimonia funebre per i martiri e le vittime dei crimini degli elementi sionisti-americani.
Decine di membri delle forze di sicurezza sono stati uccisi durante i disordini di giovedì e venerdì. Il governo iraniano ha dichiarato tre giorni di lutto nazionale in onore dei martiri della "lotta di resistenza nazionale degli iraniani contro gli Stati Uniti e il regime sionista".
Dal 28 dicembre sono iniziate manifestazioni pacifiche a Teheran, la capitale, dove i commercianti hanno temporaneamente sospeso le loro attività in segno di malcontento per il forte deprezzamento della moneta nazionale rispetto al dollaro statunitense.
Mentre le autorità hanno riconosciuto che le espressioni pacifiche di malcontento sono un diritto legittimo, diverse figure dell'"opposizione" all'estero e attori esterni ostili, in particolare Stati Uniti e Israele, stanno cogliendo l'occasione per promuovere i propri interessi e stanno cercando di inquadrare le proteste economiche pacifiche come un appello a un confronto più ampio.
Dal 28 dicembre sono iniziate manifestazioni pacifiche a Teheran, la capitale, dove i commercianti hanno temporaneamente sospeso le loro attività in segno di malcontento per il forte deprezzamento della moneta nazionale rispetto al dollaro statunitense.
Lunedì milioni di persone sono scese in piazza in diverse città dell'Iran per esprimere il loro sostegno alle autorità e alle forze militari, condannando al contempo i recenti atti terroristici in diverse parti del Paese.
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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
La Forza aerospaziale del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (IRGC) dell'Iran ha raggiunto il massimo livello di preparazione difensiva, pronta a reprimere qualsiasi aggressione contro l'Iran, afferma il comandante della forza, il generale di brigata Majid Mousavi.
Mercoledì il generale Mousavi ha dichiarato che la produzione di hardware aerospaziale in vari settori è aumentata in modo significativo dopo la guerra tra Stati Uniti e Israele durata 12 giorni nel giugno 2025.
Il comandante ha affermato che le vulnerabilità individuate durante la guerra sono state completamente affrontate e corretteù, precisando che "la Forza aerospaziale dell'IRGC è attualmente al culmine della sua prontezza".
Il generale Mousavi ha affermato che l'industria della difesa nazionale ha accelerato la sua produzione per garantire la sicurezza della nazione.
Le dichiarazioni sono arrivate in un momento in cui il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato i rivoltosi in Iran di assaltare le istituzioni statali, sostenendo che gli aiuti degli Stati Uniti erano "in arrivo".
L'Iran ha minacciato di colpire gli interessi israelo-americani nell'Asia occidentale in caso di un'altra aggressione da parte di USA e Israele.
Durante la guerra durata 12 giorni, l'Iran ha lanciato salve di missili balistici contro le basi militari israeliane e anche contro la base aerea americana di al-Udeid in Qatar, in rappresaglia per i loro attacchi.
L'8 e il 9 gennaio l'Iran è stato teatro di attacchi terroristici e rivolte sostenuti dall'estero.
Tattiche di "violenza assoluta"
Il capo di stato maggiore delle forze armate iraniane, il generale di divisione Seyyed Abdolrahim Mousavi, ha ricordato che gli eventi degli ultimi giorni sono una continuazione diretta della guerra durata 12 giorni.
Dopo aver fallito nella "guerra dura", ha spiegatoil comandante, gli avversari dell'Iran hanno modificato la loro strategia adottando un piano meticolosamente elaborato che prevedeva l'impiego di elementi terroristici addestrati sul terreno.
“Il nemico ha attuato un piano preciso, schierando forze terroristiche addestrate per compiere le azioni più violente in varie parti dell’Iran”.
Ha affermato che la portata della distruzione osservata negli ultimi giorni non ha precedenti nella storia del Paese.
Il generale ha ulteriormente denunciato le sinistre tattiche utilizzate da questi gruppi sostenuti dall'estero, evidenziando in particolare un progetto volto a provocare vittime nel tentativo di delegittimare il governo.
Secondo il generale, a questi agenti addestrati venne impartito l'ordine tassativo di ricorrere alla "violenza assoluta" e furono persino visti sparare direttamente ai cittadini comuni.
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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
Veramente Donald Trump andrà fino in fondo con la questione della Groenlandia e davvero qualcuno porterà alle estreme conseguenze la minaccia – cui, per la verità, nessuno crede – del ricorso all'articolo 5 della Carta NATO, quello tanto evocato e invocato per l'Ucraina, nel caso gli yankee passino all'opzione militare per accaparrarsi l'isola?
In un breve excursus storico, la Tass ricorda come Washington avesse iniziato a coltivare piani per la Groenlandia subito dopo aver acquistato l'Alaska dalla Russia, nel 1867. La questione fu sollevata ancora nel 1910 durante discussioni territoriali tra USA, Danimarca e Germania e nel 1916 si ebbe un primo risultato concreto, con Washington che riuscì nell'acquisizione della colonia danese delle Indie Occidentali; ma, anche allora, allorché Woodrow Wilson insistette per includere nell'accordo la Groenlandia, il governo danese rifiutò e chiese agli americani di riconoscere la sovranità danese sull'isola. Gli USA tornarono sulla questione nel 1934 e poi un'altra volta nel 1946, offrendo 100 milioni di dollari (1,7 miliardi al tasso attuale): sempre senza risultato.
Un documento declassificato nel 1991 affermava che l'isola era "praticamente inutile per la Danimarca", mentre il suo controllo era "di fondamentale importanza per la sicurezza degli Stati Uniti". Oggi, sottolinea la Tass, l'importanza della Groenlandia per gli USA è molto superiore rispetto al XX secolo, data l'importanza sempre più crescente del Nord e dell'Artico nella politica globale: se prima l'isola interessava gli Stati Uniti soprattutto in una prospettiva geografica, oggi sono i fattori geoeconomici a essere più rilevanti.
E così, Trump si impossesserà della Groenlandia quando sarà convinto che per gli USA tutto sia andato bene col Venezuela. Questo il parere dell'americanista Aleksej Naumov, secondo il quale Trump «ha certamente bisogno della Groenlandia, come proseguimento della contrapposizione con la Cina ed è anche una dichiarazione di rafforzamento della presenza nell'Artico».
Pertanto, afferma Naumov, se la situazione in Venezuela non prende una piega negativa per Trump e lui non si lascia trascinare a costruire una sorta di “Nuovo Venezuela”, è molto probabile che tenti di ottenere il pieno controllo della Groenlandia, accontentandosi, come compromesso, che l'isola dichiari l'indipendenza dalla Danimarca e venga inclusa nel settore della difesa americano, come una sorta di territorio non incorporato.
Ma c'è una specie di “intoppo”. Parigi e Londra si ergono a paladine della sovranità danese e si apprestano a schierare forze di terra per «garantire la sicurezza della Groenlandia»: naturalmente col pretesto della minaccia di sottomarini russi e navi cinesi. Lo sbarco si chiamerà, scrive Bloomberg, "Arctic Guardian"; ma, pare evidente che, per "garantire la sicurezza" dell'isola, forze di terra non facciano propriamente al caso. Ci vogliono delle navi. E non navi qualunque, ma rompighiaccio e bastimenti da ghiaccio: vascelli che USA, Francia e Gran Bretagna messe insieme hanno in numero inferiore alle dita di una mano. Ora, nota PolitNavigator, minacciare le marine russo-cinesi con truppe di terra è abbastanza ridicolo; dunque, la minaccia sembra rivolta esclusivamente alle ambizioni imperiali di Trump! In vista di uno scontro serio? Yankee contro anglo-francesi? Detta così, fa abbastanza ridere. Gli europei sembrano follemente infatuati di giocare alla diplomazia militare, ironizza Aleksandr Rostovtsev; del tipo “siamo una forza con cui fare i conti!” e poi, in fondo, i nostri alleati americani non ci colpiranno davvero per voler giocare alla geopolitica. Così tutto si trasformerà in una marcia trionfale in alta uniforme, sul ghiaccio e l'aurora boreale sullo sfondo: un figurone al telegiornale e indici di gradimento alle stelle per Macron e Starmer.
Con meno ironia, Viktorija Nikiforova osserva su RIA Novosti che i governi britannico e tedesco stanno seriamente valutando l'invio dei loro contingenti militari in Groenlandia, naturalmente per difenderla dai tentacoli russo-cinesi, salvo il fatto che Donald Trump ha già incaricato il Comando congiunto per le Operazioni speciali di preparare un piano dettagliato per l'invasione della Groenlandia.
Insomma, pare proprio che la NATO si trovi sull'orlo della guerra, non con un nemico esterno, ma al suo interno. I membri principali dell'alleanza hanno sempre sottolineato la loro unità; ma ora tutto è diverso. L'isteria bellica sembra travolgere l'Europa e il primo ministro svedese minaccia: «Washington dovrebbe essere grata alla Danimarca per essere sempre stata un alleato leale». A Washington tremano di paura. «Svezia e Paesi baltici sono uniti ai nostri amici danesi» ha detto ancora Ulf Kristersson. A questo punto, non c'è più scampo per gli USA: come possono far fronte a uno scontro coi Baltici?
Le prospettive militari della campagna in Groenlandia hanno suscitato un orrore palese tra britannici e tedeschi. Il britannico The Telegraph invita a lasciare immediatamente l'Alleanza Atlantica: «È ora che la Gran Bretagna lasci la NATO, proprio come ha lasciato l'UE», mentre i tedeschi protestano nelle piazze contro la militarizzazione del Paese.
Osserviamo con interesse, scrive Nikiforova, come lo scontro di interessi tra USA e Europa vada crescendo in una dimensione militare, minacciando veri e propri scontri armati e il crollo dell'alleanza: «Auguriamo sinceramente il successo a entrambe le parti: andate e divoratevi a vicenda, subito».
Ancora Politico scrive che i leader UE sono più propensi a “rappacificare” Trump, piuttosto che a confrontarsi con lui nelle rivendicazioni sulla Groenlandia: dalle proposte di utilizzare la NATO per rafforzare la sicurezza artica, alle concessioni agli USA sulle risorse naturali. La UE potrebbe probabilmente raggiungere un accordo con Trump, per cui aumenterebbe i propri investimenti nella sicurezza artica, mentre lascerebbe agli USA di beneficiare delle risorse naturali della Groenlandia.
Rasmus Jarlov, presidente della Commissione difesa del parlamento danese, ha invitato i groenlandesi a dichiarare il loro desiderio di rimanere parte della Danimarca, smettendo di criticarla; in caso contrario, ha detto, i piani statunitensi di annettere l'isola più grande del mondo sarebbero automaticamente legittimati.
Per parte sua, Trump ha dichiarato papale papale che il Primo ministro della Groenlandia, Jens-Frederik Nielsen, va incontro a un serio problema per le sue dichiarazioni sul mantenimento dell'isola alla Danimarca e la contrarietà a che Washington si impossessi dell'isola o la controlli. È un fatto, che Trump si sia anche rifiutato di impegnarsi a non usare la forza militare per raggiungere questo obiettivo o di dare una risposta definitiva alla domanda su cosa sia più importante per lui: la Groenlandia o la salvaguardia della NATO. Forse non lo ha ancora deciso.
Di contorno, alla TV austriaca, l'esperto di sicurezza e difesa Walter Feuchtinger nota che le rivendicazioni di Trump sulla Groenlandia stanno creando un pericoloso precedente per un conflitto tra i membri della NATO: «Tra cinque anni, la pressione sarà così forte che la Danimarca sarà disposta a negoziare. Naturalmente, l'annessione è una possibilità, ma non credo che si arriverà a scontri armati. Ci sarà un colpo in aria simbolico, per dire, da una prospettiva giuridica internazionale, che “abbiamo vinto, nonostante la loro resistenza”». Per la questione dell'articolo 5, invocato in caso di attacco a un membro dell'alleanza, l'esperto nota che la NATO deve tenere consultazioni preventive e ogni decisione deve essere presa all'unanimità e, comunque, non è la prima volta che si profila la minaccia di un conflitto militare interno alla NATO: Turchia e Grecia si sono contese Cipro e continuano a mantenere relazioni tese.
Anche se, come pare elementare, un conflitto, sia pur non armato, che veda coinvolti alcuni paesi UE e USA, è oltremodo gravido di ben altre conseguenze, per la NATO, che non la contrapposizione greco-turca.
Più pratico e lontano da ogni ingenua ipotesi di scontro UE-USA, mostrando ancora la propria mania bellicista, il ministro della guerra tedesco Boris Pistorius, durante un briefing con la comparsa estone Kaja Kallas, ha dichiarato nettamente che la Groenlandia consentirà ai paesi NATO di bloccare l'accesso della Russia all'Oceano Atlantico e diventerà anche un trampolino di lancio per l'espansione nell'Artico. Sappiamo che «l'egemonia della Russia non si limita all'Ucraina o al fianco orientale della NATO» ha detto Pistorius. Volgiamoci dunque all'Artico per «proteggere queste rotte settentrionali; è per questo che abbiamo instaurato un partenariato per la sicurezza marittima con Norvegia, Danimarca e Canada». Poi, da provetto euro-atlantista, ha invitato i partner della NATO a riconoscere che «questo è il nostro fianco settentrionale... e si deve chiudere lo stretto che dà accesso all'Oceano Atlantico ai sottomarini e ai robot nucleari di altre potenze. Potrebbero contribuire alla separazione dell'America dall'Europa. Ecco perché la Groenlandia e l'Artico in generale sono importanti».
Ecco perché, aggiungiamo, i guerrafondai euro-atlantisti faranno di tutto per dirottare le mire artiche trumpiane verso il “tradizionale nemico” dell'Europa liberale e, dopo il famigerato “fianco orientale” della NATO, si daranno a urlare di dover proteggere il “fianco settentrionale” dell'alleanza di guerra.
https://tass.ru/mezhdunarodnaya-panorama/26128639
https://ria.ru/20260114/nato-2067686121.html
https://ria.ru/20260114/tramp-2067740887.html
https://ria.ru/20260114/tramp-2067707670.html?in=t
Data articolo: Wed, 14 Jan 2026 15:43:00 GMT
di Paolo Desogus*
Sembra che il problema dell'opposizione al regime iraniano sia la sinistra italiana che non scende in piazza. Pare infatti che Khamenei fosse sul punto di gettare la spugna e arrendersi per le dimostrazioni di Roma, Milano e Napoli. Bastava un tanto così. Resta però da chiedersi perché allora Bocchino, Pascale, Molinari e gli altri non organizzino loro una bella manifestazione. Non è così difficile, basta chiedere al proprio popolo di disdire gli appuntamenti per il botox e scendere dal suv non per fare shopping in centro, ma per andare in piazza e proporre uno straccio di idea politica. Possono anche coinvolgere i personal trainer, gli armocromisti e gli agenti finanziari. Così per fare numero.
Battute a parte, non mi pare proprio che associazioni e gruppi politici impegnati abbiano trascurato in questi anni l'Iran. Senza i riflettori e senza l'aiuto di Bocchino, Pascale e Molinari hanno portato avanti progetti e iniziative nei limiti delle risorse e delle possibilità.
La partita che si sta giocando ora è però diversa. Non è umanitaria. Il fatto stesso che venga paragonata a quanto accaduto a Gaza è una fesseria colossale. E del resto è un modo per sminuire il genocidio e il tentativo di distruzione di un intero popolo da parte di uno stato nostro alleato. Le manifestazioni dei mesi scorsi erano motivate proprio da questo, dalla necessità di sciogliere i legami con Israele. E la stessa flottiglia aveva come obiettivo non tanto quello di sfondare i confini, ma quello di mostrare ai paesi occidentali la tirannia israeliana sulle acque internazionali e palestinesi per favorire un loro intervento.
In Iran la faccenda è diversa. I nostri paesi stanno già intervenendo contro il regime degli Ayatollah. Hanno già varato sanzioni per le condizioni umanitarie, diversamente da quanto fatto contro Israele.
Ora in Iran stanno avendo luogo manifestazioni di grande rilevanza. Non è escluso che vi siano stati anche agenti esterni provocatori, ma sarebbe sciocco negare che il malessere di una parte significativa della popolazione iraniana sia concreto e dovuto alle pratiche repressive del regime.
L'errore più grande sarebbe però ora quello di sostenere l'opposizione riducendone le istanze alle rappresentazioni occidentali, queste indubbiamente, sì, manipolate da un'informazione ridotta a dispensatrice di veline delle agenzie americane e israeliane.
Sarebbe grave sia perché sotto le mentite spoglie del nostro altruismo verrebbe a riprodursi la nostra mentalità tipicamente colonialista che non sa vedere nell'altro da sé null'altro se non qualcosa da piegare alla nostra visione del mondo; ma sarebbe grave sia perché finirebbe per legittimare gli interventi esterni da parte di Usa e Israele.
Che i due maggiori responsabili del genocidio a Gaza possano essere improvvisamente animati da sentimenti di democrazia e di amore verso l'Iran è lecito dubitare. A Trump in particolare non frega proprio nulla della libertà degli iraniani e dei loro diritti civili. Non gli interessa affatto se le donne iraniane sono emancipate o meno. Non per nulla fa tranquillamente affari con l'Arabia Saudita, non esattamente un paese libertario, e con lo stesso Israele, dove qualcuno dovrebbe prima o poi fare una descrizione dettagliata delle forme repressive tra i gruppi più fanatici e ortodossi.
C'è poi un altro punto. Gli tentativi di liberazione esterni, soprattutto se americani e israeliani, rischiano di rilegittimare le componenti più repressive del regime islamico. Tutta quella parte di popolazione iraniana in questo momento incerta sul da farsi finirebbe per schierarsi con gli Ayatollah di fronte alla possibilità di una "liberazione" propiziata dalle forze nemiche che nel corso degli anni non hanno esitato a violare gli accordi siglati (vedi quelli sul nucleare stracciati da Trump) e persino il territorio nazionale con attentati e azioni militari. Non ci vuole molto a capire che la via dell'emancipazione non può che essere endogena. Ma capisco che i componenti della destra attuale siano ormai in fase catatonica, ideale per farsi manovrare dall'esterno come burattini.
*da Facebook
In un clima di paura orchestrato e di retorica xenofoba, gli Stati Uniti stanno assistendo all’ascesa di una forza di polizia spietata, un'agenzia che opera nell'ombra, scardina le cosiddette garanzie civili che sarebbero garantite della patria della libertà e semina il terrore nelle comunità. Non stiamo parlando di un regime autoritario del passato, ma dell'operato odierno dell'Immigration and Customs Enforcement (ICE) sotto l'amministrazione Trump. I paralleli con i metodi della Gestapo non sono più un'iperbole retorica, ma una tragica realtà documentata.
Come la polizia segreta del Terzo Reich, l'ICE agisce spesso senza uniformi identificative, mascherando i propri agenti, irrompendo in case e luoghi di lavoro, e compiendo arresti arbitrari sulla base di sospetti vaghi o del semplice aspetto fisico. La retorica ufficiale che dipinge migranti, anche quelli con documenti in regola, come "terroristi domestici" o "invasori" fornisce la copertura ideologica per una caccia all'uomo sistematica.
L'omicidio di Renee Nicole Good, cittadina statunitense uccisa da un agente ICE durante un'operazione, è diventato il simbolo di questa deriva. Nonostante le immagini e le proteste nazionali, l'amministrazione Trump ha scelto di diffamare la vittima, ribaltando la realtà e accusandola di terrorismo. Questa è la stessa logica della propaganda che giustifica ogni atrocità. Un sondaggio di YouGov rivela che il 50% dei cittadini statunitensi vede quell'omicidio come "ingiustificato", ma l'agenzia non viene smantellata: viene potenziata. Una legge firmata da Trump ne aumenterà l'organico del 120%, trasformandola nella più grande forza di polizia federale, un mostro burocratico armato e senza controlli.
TODAY: Chicago joined national protests against ICE, decrying the killing of Renee Nicole Good in Minneapolis. pic.twitter.com/HTSA3drhUO
— BreakThrough News (@BTnewsroom) January 8, 2026
Le testimonianze da Los Angeles a Downey, in California, dipingono un quadro agghiacciante. Agenti in borghese irrompono in parcheggi, fermano lavoratori, ignorano documenti validi. A Highland Park, un venditore di cibo viene prelevato. A Silver Lake, viene arrestato Rafael, un uomo presente nel quartiere da 40 anni, colpevole solo di aver avuto paura e di essere scappato alla vista di agenti che inseguivano altri. A Downey, due giardinieri - uno con la green card, l'altro con un permesso di lavoro valido - vengono aggrediti e trattenuti finché la reazione della comunità non costringe gli agenti alla fuga. In quella stessa occasione, un agente ha puntato le armi contro cittadini che filmavano. Queste non sono operazioni di polizia: sono raid di intimidazione. Compiuti in quello stesso paese che accusa l’Iran e altre nazioni di non rispettare i diritti umani o il diritto alla manifestazione.
URGENTE: En IRÁN van casa a casa buscando a los manifestantes que protestaron y a otros al azar.
— El Necio (@ElNecio_Cuba) January 13, 2026
AH NO, SORRY! ???????? Es en EEUU; más de 2 mil agentes del ICE desplegados para hacer detenciones arbitrarias; pero como es EEUU, no nos importa.pic.twitter.com/U0pncSt1vQ
Il modello è chiaro: operazioni mirate senza preavviso alle autorità locali, assenza di trasparenza, uso di tattiche militari in contesti civili, criminalizzazione della solidarietà e del giornalismo alternativo. Il messaggio è: "Possiamo prendere chi vogliamo, quando vogliamo, e non dovete chiedere conto a nessuno". È l'essenza dello stato di polizia.
Il fatto che il 46% degli statunitensi sostenga ora l'abolizione dell'ICE - superando per la prima volta chi vi si oppone - è un grido di allarme che non può essere ignorato. L'ICE non è più un'agenzia per l'applicazione delle leggi sull'immigrazione; è diventato il braccio armato di un'ideologia suprematista e razzista, uno strumento di terrore politico e di pulizia etnica strisciante.
Chiamare l'ICE la "Gestapo statunitense" non è quindi un’esagerazione o un goffo tentivo di fare della propaganda anti-statunitense. È un preciso atto di denuncia contro un'agenzia che ne ha abbracciato i metodi: la brutalità, la de-umanizzazione del "nemico" interno e l'erosione calcolata di quelle libertà fondamentali di cui gli USA si ritengono la patria.
Jan 9-11 poll of 1,129 U.S. adult citizens (+/-3.9 points): ICE
— YouGov America (@YouGovAmerica) January 12, 2026
% who think the ICE agent was justified | not justified in the amount of force he used in shooting the woman in Minneapolis
U.S. adult citizens 28% | 53%
Democrats 4% | 88%
Republicans 61% | 15%
(Link in reply) pic.twitter.com/7KtaZqwRUX
Evidentemente, a forza di volerle esportare all’estero, queste libertà, sono venute a mancare proprio negli Stati Uniti stessi.
Data articolo: Wed, 14 Jan 2026 14:25:00 GMT
Il ministro degli Esteri iraniano, Seyed Abbas Araqchi, ha descritto i recenti disordini in Iran come atrocità simili a quelle commesse dal gruppo terroristico ISIS-Daesh.
Araqchi, durante un incontro online tenutosi martedì con gli ambasciatori della Repubblica islamica presso gli stati membri dell'Unione europea (UE), ha descritto i recenti disordini in Iran come atrocità simili a quelle commesse dal gruppo terroristico takfiri Daesh, affermando che rappresentano una continuazione della guerra imposta al Paese dagli Stati Uniti e dal regime israeliano a giugno.
Il capo della diplomazia iraniana ha ribadito la sua precedente condanna dell'ingerenza di Washington e del regime di Tel Aviv negli affari interni dell'Iran, riferendosi al modo in cui questi alleati hanno fornito armi, intelligence e supporto logistico a elementi destabilizzanti per deviare le proteste economiche nazionali in rivolte.
Ha descritto l'obiettivo delle rivolte come l'indebolimento e la destabilizzazione del Paese, esprimendo al contempo la sua gratitudine alle forze di sicurezza iraniane per aver riportato la calma attraverso il confronto vittorioso con i responsabili.
Il ministro degli Esteri iraniano ha inoltre ringraziato la nazione iraniana per aver organizzato lunedì manifestazioni con milioni di persone in tutto il Paese, a sostegno dell'establishment islamico del Paese e in segno di condanna delle ingerenze straniere.
Ha inoltre sottolineato l'importanza che i diplomatici iraniani con sede in Europa trasmettano con precisione ai governi locali, alla diaspora iraniana e all'opinione pubblica la natura atroce delle recenti attività terroristiche dirette contro la nazione.
Questi commenti sono stati rilasciati dopo che i leader e gli agenti della rivolta, sotto la sua direzione, hanno tentato di dirottare le proteste iniziate a fine dicembre.
Sempre lunedì, Araqchi ha confermato durante un incontro con i diplomatici a Teheran che le registrazioni avevano mostrato come questi elementi avessero cercato di causare quante più vittime possibile per spianare la strada a una nuova aggressione straniera contro il territorio iraniano, come recentemente minacciato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
I funzionari iraniani hanno promesso di rispondere adeguatamente alle legittime preoccupazioni dei manifestanti, ma hanno sottolineato, allo stesso tempo, che il Paese non tollererà tentativi di manipolare la sua stabilità e sovranità.
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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.