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News lantidiplomatico.it

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IN PRIMO PIANO
Russia: il missile Oreschnik paralizza la riserva strategica di gas ucraina

Nella notte tra giovedì e venerdì la Russia ha colpito e gravemente danneggiato il più grande deposito di gas d'Europa, situato nei pressi della città ucraina occidentale di Stryi, a sud di Leopoli. Come riporta il quotidiano tedesco Junge Welt, video amatoriali dalla regione mostrano una serie di esplosioni avvenute intorno alle 23:45. Per l'attacco è stato utilizzato uno dei nuovi missili ipersonici "Oreschnik", impiegato per la prima volta nel conflitto ucraino nel novembre 2024 contro un complesso industriale a Dnipro. La Russia ha confermato l'uso del missile, definendo l'attacco una rappresaglia per il tentativo del regime di Kiev di colpire una residenza del presidente Vladimir Putin poco prima del capodanno.

Il deposito di Stryi, costruito in epoca sovietica principalmente per le esigenze di esportazione, ha una capacità di circa 17 milioni di metri cubi. Secondo il portale di settore Upstream online, questa corrisponde a poco più della metà dell'intera capacità di stoccaggio del gas dell'Ucraina e al 60% del suo consumo annuo. La sua importanza è cresciuta dopo che la Russia ha distrutto, nell'estate e nell'autunno scorsi, le principali strutture di estrazione del gas nel paese, rendendo l'Ucraina più che mai dipendente dalle importazioni dall'UE. L'impianto non era apparentemente protetto da sistemi di difesa missilistica; già nel 2024 il presidente ucraino Volodymyr Zelensky aveva richiesto la consegna di "almeno due" batterie di sistemi statunitensi "Patriot" per poterlo difendere.

Fonti riferiscono che gli Stati Uniti sarebbero stati avvertiti dalla Russia alcune ore prima del lancio dell'"Oreschnik", per evitare l'impressione di un possibile attacco nucleare. Washington avrebbe poi passato l'informazione alla parte ucraina, tanto che il presidente Zelensky, nel suo consueto videomessaggio serale, aveva preannunciato attacchi imminenti. Il missile - riferisce il quotidiano tedesco - è partito intorno alle 23:30 ora di Kiev, per colpire Stryi un quarto d'ora dopo. Questo breve tempo di volo ha impedito all'Ucraina di calcolarne la traiettoria o di intercettarlo. Si stima che l'"Oreschnik" possa raggiungere una velocità fino a 13.000 chilometri orari.

Il fulcro degli attacchi russi a obiettivi infrastrutturali in quella notte è stato comunque la capitale Kiev, colpita da diverse decine di missili balistici e da crociera, insieme a circa 240 droni. In seguito agli impatti su tre centrali elettriche, secondo il sindaco Vitali Klitschko, al mattino più della metà dei condomini di Kiev era senza elettricità e, di conseguenza, senza acqua. Il governo ucraino ha parlato di circa mezzo milione di famiglie interessate. Anche le importanti regioni industriali di Dnipro, Zaporizhzhia e Kryvyi Rih sarebbero rimaste senza elettricità e acqua a causa degli attacchi russi. Il presidente Zelensky ha definito il tutto un "colpo alla vita della gente comune", proprio nel momento in cui in Ucraina sono arrivate forti gelate, e ha chiesto una "forte reazione della comunità internazionale", in particolare degli Stati Uniti.

Parallelamente all'attacco russo alle infrastrutture energetiche di Kiev e altre città ucraine, l'Ucraina ha lanciato un'offensiva contro una centrale elettrica nella regione russa di frontiera di Belgorod. Anche lì, venerdì, circa 500.000 persone sono rimaste senza elettricità e acqua. Il governatore regionale ha ammesso che la situazione è "molto difficile".

Data articolo: Sat, 10 Jan 2026 18:00:00 GMT
WORLD AFFAIRS
"Isola prigione": Elon Musk attacca il Regno Unito

L'oligarca USA Elon Musk ha affermato che il Regno Unito sta diventando un'"isola prigione", in seguito alla pubblicazione su X di un rapporto sui paesi con il maggior numero di arresti per commenti online, con il Regno Unito in testa con un ampio margine.

Secondo il rapporto, nel 2023 le autorità britanniche hanno effettuato più di 12.000 arresti per post ritenuti offensivi sui social media e altre piattaforme digitali, il che equivale a più di 30 al giorno.

Questi arresti rientrano nel Safety of the Internet Act, che, tra le altre cose, criminalizza l'incitamento alla violenza attraverso contenuti online e prevede pene detentive per coloro che tentano di danneggiare altri attraverso i propri post.

Il commento di Musk è l'ultimo di una serie di critiche contro quelli che considera attacchi alla libertà di parola da parte dell'amministrazione del Primo Ministro britannico Keir Starmer, nonché contro le sue politiche sull'immigrazione.

Il giorno prima, Starmer aveva minacciato l'azienda di Musk, X, per la distribuzione di massa di deepfake espliciti generati dall'intelligenza artificiale Grok, che includono immagini sessualizzate di donne e bambini. Il leader britannico ha dichiarato che avrebbe sostenuto l'autorità di regolamentazione delle comunicazioni del Paese nell'"adozione di tutte le misure necessarie".

Data articolo: Sat, 10 Jan 2026 17:29:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Gomorra: come la periferia di Napoli venne svenduta l’11 gennaio del 2013

 

L’11 gennaio è una data rimasta impressa nella memoria di molti di noi. In questa data infatti, nel 1999, ci lasciava Fabrizio De Andrè. Negli anni a seguire, nel giorno della ricorrenza della morte, sono sorte iniziative spontanee di commemorazione attraverso l’esecuzione delle sue canzoni, dai palchi alle piazze alle case private. 

A casa mia, per esempio, non è mai mancato il ricordo dell’11 gennaio, chitarre alla mano.

A pochi invece l’11 gennaio ricorderà cosa successe in quella stessa data a Napoli nel 2013.

Io però sono uno di quelli che se lo ricorda bene.

Il film “L’uomo con il megafono” (Figli del Bronx, 2012, ’60), di cui sono autore e regista era stato presentato al Festival del Cinema di Roma solo 2 mesi prima, novembre 2012.

Costato giusto i biglietti della metropolitana avanti e indietro da Piazza Dante (nei pressi di dove abitavo) alla fermata di Piscinola (a pochi passi dalle “Vele”), realizzato in solitudine con una buona macchina da presa e ottimi microfoni, semplicemente mettendo l’occhio lì dove le cose stavano accadendo.

A dire il vero, le riprese durarono dal gennaio 2011 al maggio dello stesso anno, ma poi ci volle un altro anno sano per chiudere il lavoro (i soliti mal di pancia che colpiscono ad un certo punto i produttori dei miei lavori).

Il film è la storia in presa diretta di Vittorio Passeggio e del Comitato degli inquilini delle Vele di Scampia, immortalati in quei 4 mesi del 2011 in concomitanza con la campagna elettorale che portò all’elezione del sindaco Luigi De Magistris. Senza filtri e senza censure. Come mio costume.

Il film venne selezionato al Festival del Cinema di Roma grazie all’insistenza del suo direttore, Marco Muller, che non ne volle sapere. Tutti si dovettero rassegnare all’uscita del film.

Venne in soccorso, tra i pochi, Enrico Ghezzi, con un articolo di cui ricordo queste preziose parole: “una regia che aggredisce dolcemente il quartiere Scampia”.

Cosa aspettarsi dunque da questo lavoro? Distribuzioni? Passaggi al cinema? Passaggi in televisione? Altri festival e premi in giro per l’Italia e il mondo?

 

Nel mentre che provavo a dare risposte a queste domande, decidemmo per prima cosa di organizzare una proiezione pubblica preso l’auditorium comunale di Scampia, per permettere al quartiere di assistere alla pellicola in anteprima.

Il giorno fissato per la proiezione fu proprio l’11 gennaio 2013.

La proiezione, pomeridiana, fu un successo: venne molta gente e qualche personaggio.

Ma successe un fatto.

Ad una settimana dalla proiezione però venne fissata per lo stesso giorno, nello stesso luogo (l’auditorium comunale di Scampia), da tenersi al termine del nostro evento, un'assemblea popolare di quartiere per discutere dello sbarco della produzione della serie “Gomorra” (fin a quel momento erano usciti solo il libro e l’omonimo film di Matteo Garrone, per altro largamente criticato dal quartiere).

La concomitanza non fu un fatto voluto. 

Per l’assemblea popolare il comune aveva libero solo quel giorno.

Si decise dunque di fare doppietta: prima “L’uomo con il megafono”, poi l’assemblea popolare.

Il produttore napoletano del mio film arrivò all’auditorium a braccetto con un produttore della serie “Gomorra” (entrambe le persone sono nel frattempo scomparse e anche per questo evito di fare nomi).

Pertanto, oltre alle motivazioni (molto edificanti) con le quali questo produttore di Gomorra aveva cercato di ammansire la platea durante l’assemblea, mi sono potuto ascoltare anche le motivazioni riservate, rivelate da questi al produttore napoletano del mio film dietro le quinte.

Le motivazioni reali, quelle sussurrate e che in pubblico non si potevano dire, erano dunque queste: “Abbiamo già venduto i diritti della serie a 26 Paesi. Abbiamo incassato già una valanga di soldi. Però abbiamo promesso che le riprese sarebbero avvenute a Scampia, nei luoghi reali. Non abbiamo altra scelta. Dobbiamo girare qui a Scampia, costi quel che costi, tu ci devi aiutare”.

E il produttore de “L’uomo con il megafono”, afferrato al volo il concetto, si mise a disposizione.

Il resto è storia, forse non raccontata fino in fondo, ma ormai storia.

La storia di questo mio film invece finisce quel giorno, a 2 mesi dalla sua presentazione al Festival del Cinema di Roma.

 

In questi giorni viene trasmessa su piattaforme a pagamento l’ennesima serie televisiva tratta dall’opera di Roberto Saviano, questa volta titolata “Gomorra - le origini”.

Ci ha catturato una frase attribuita ai due sceneggiatori, Fasoli e Ravagli, riportata dal settimanale Espresso: “Ci hanno accusato di infangare il Paese, o fare un favore alla camorra. Ma il punto è un altro: perché nessuno ha mai guardato prima questi territori?”.

Ho avuto un sommovimento al livello dello stomaco.

Poi mi è venuto in mente il murale di Jorit realizzato alcuni anni fa a Scampia.

Un caro amico di Napoli mi ha raccontato la storia dietro quest’opera, io in quegli anni ero all’estero.

L’artista napoletano venne invitato a riempire questo enorme spazio laterale di un palazzo posto proprio davanti all’uscita dalla stazione della metropolitana di Piscinola, a Scampia.

Pare che l’artista partì con l’idea di raffigurare, su questa parete alta diversi metri, il fermo-immagine utilizzato per la locandina de “L’uomo con il megafono”, che ritrae appunto Vittorio Passeggio mentre urla al megafono agli abitanti del quartiere di scendere in strada e lottare per i propri diritti.

Pare però che qualcuno si è opposto. Celebrare i vivi? Troppo scomodi. Meglio un bel murale con la faccia di Pasolini. Quello è morto, non lo conosce ormai nessuno ed è più innocuo.

Però Jorit, testardo, in basso a destra ha fatto un riquadro e ci ha messo quello che avrebbe voluto disegnare su tutta la parete: Vittorio che brandisce un megafono.

Ecco, non è che nessuno ha mai guardato prima questi territori.

E’ che a nessuno prima era venuta l’intuizione di svendere la storia di Scampia affinché un perfetto sconosciuto, annoiato dall’altra parte del mondo, ci si potesse grattare sopra i coglioni a pagamento, disteso sul divano. 

Raccontare e svendere restano due mestieri diversi. 

Per esempio, il primo si avvicina alla storia di un uomo che con il megafono gridava al quartiere di alzarsi dai propri divani e di scendere in piazza. Svendere significa riportare la gente su quei divani.

Non è una sorpresa che il primo dei due mestieri sia ormai in via d’estinzione.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

 
Data articolo: Sat, 10 Jan 2026 17:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Trump ha tolto il petrolio ai BRICS, intervista a Manlio Dinucci

 

Introduzione di Alex Marsaglia

In questa interessante analisi il geografo Manlio Dinucci approfondisce la recente aggressione degli Stati Uniti di Trump al Venezuela, demistificando con un’attenta analisi storica, economica e geopolitica tutta la vergognosa narrazione del potere che sta attualmente dipingendo Maduro come un “dittatore narcotrafficante” intento a danneggiare gli interessi degli Stati Uniti.

Viceversa, dati alla mano, emerge come il Venezuela di Maduro sia in realtà al di fuori delle reti del narcotraffico e soprattutto sia invece un Paese in cui il popolo, in seguito alla Rivoluzione Bolivariana, ha ripreso il controllo delle materie prime della sua terra strappandole alle multinazionali americane. Tale decisione ha rimesso al centro i venezuelani come legittimi proprietari delle risorse, permettendogli di scegliere come utilizzare il petrolio e con chi commerciare. La Cina, a differenza degli Stati Uniti che in Sud America si sono sempre imposti con la forza, ha potuto penetrare commercialmente su invito dei popoli sovrani, riuscendo a porsi come il principale concorrente mondiale degli Stati Uniti nell’area sino a diventare un partner strategico fondamentale di tutta l’America Latina ed in particolare di Cuba (entrata recentemente nei BRICS+) e del Venezuela. Occorre ricordare che nelle ore dell’attacco americano era presente una delegazione cinese che aveva appena concluso una riunione diplomatica proprio col Presidente Maduro.

Ecco che la Dottrina Monroe ritorna, evocata direttamente da Trump, come la grande elaborazione teorica imperialista rivolta a scacciare i concorrenti dal “cortile di casa”: ieri le potenze coloniali europee in declino, oggi la potenza egemonica cinese in ascesa. Riuscirà la cieca violenza a scacciare l’egemonia cinese?
Questo punto di vista ci permette di leggere l’attacco al Venezuela, il rapimento di Maduro e tutte le minacce che in queste ore stanno sommergendo tutti gli altri legittimi Presidenti eletti dell’America Latina in una chiave storica di verità, fornendo un respiro ben più ampio alle vicende di queste ore. Oggi gli Stati Uniti decidono di provare a stroncare il Venezuela per segare le gambe al nuovo mondo che sta nascendo con i BRICS, utilizzando i metodi barbarici, se ci riusciranno resterà da vedere.

Buona visione.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Sat, 10 Jan 2026 16:30:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Kallas accusa la Russia di aver attaccato 19 Paesi. Ma neanche l'UE sa elencarli

Il Servizio Diplomatico dell'Unione Europea non è stato in grado di indicare i 19 paesi che, secondo la responsabile, Kaja Kallas, la Russia avrebbe attaccato negli ultimi cento anni. Questo è quanto emerge dalla risposta fornita dal Servizio Europeo per l’Azione Esterna alla richiesta di chiarimenti avanzata dall’eurodeputato lussemburghese Fernand Kartheiser, riguardante le dichiarazioni rilasciate dall’Alto Rappresentante alla fine di novembre.

"Nell’ultimo secolo, la Russia (e precedentemente l’URSS) ha partecipato ad atti di aggressione non provocati, incluse invasioni, annessioni e occupazioni, contro numerosi paesi in Europa e altrove. I riferimenti a questo fatto mirano a sottolineare la natura sistemica e continuativa di tali aggressioni", si legge nella risposta, che non cita alcun esempio specifico. Il documento è stato condiviso questo giovedì sulla piattaforma X dal parlamentare.

L’ufficio di Kallas ha precisato di essere consapevole che la Federazione Russa esiste come soggetto di diritto internazionale dal 12 giugno 1990. Ha spiegato che la responsabile della diplomazia europea si riferiva anche alle azioni dell’Unione Sovietica, di cui la Russia è il successore legale.

Lo scorso 26 novembre, l’Alto Rappresentante dell’UE per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza aveva dimostrato una "profonda" conoscenza della storia mondiale affermando che la Russia, "negli ultimi 100 anni, ha attaccato più di 19 paesi, alcuni anche tre o quattro volte", aggiungendo che "nessuno di quei paesi aveva mai attaccato la Russia". La funzionaria però non disse nel dettaglio a quali nazioni si riferisse.

In risposta, la portavoce del Ministero degli Affari Esteri russo, Maria Zakharova, ha ironicamente esortato a "chiamare i paramedici" per Kallas, definendola una "bugiarda". "Forse questa bugiarda potrebbe dirci quante volte i paesi delle unioni occidentali hanno attaccato Stati sovrani? Almeno negli ultimi 100 anni? O non le basterebbe nemmeno un giorno intero per contarli?", ha chiesto.

Il ministero degli Esteri russo ha condiviso un elenco delle aggressioni compiute dai paesi dell’UE e della NATO contro altre nazioni e popoli negli ultimi cento anni. Tra gli Stati che hanno condotto il maggior numero di operazioni militari figurano la Germania, l’Italia, la Francia e la stessa Estonia, da cui proviene Kallas. Quest’ultima ha partecipato nel 2001 alla guerra in Afghanistan, sotto gli auspici di Washington e dell’Alleanza Atlantica, e nel 2003 alla guerra in Iraq, al fianco della coalizione guidata dagli Stati Uniti.

Data articolo: Sat, 10 Jan 2026 16:07:00 GMT
IN PRIMO PIANO
I “volenterosi” propongono a Trump la Groenlandia per l'Ucraina


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

L'interesse yankee per la Groenlandia non è una novità, per quanto le bravate di Donald Trump abbiano reso oggi la questione di stringente attualità. Più sotto riportiamo la traduzione di un dispaccio della TASS da Stoccolma, risalente al 2 ottobre 1934, in cui si dava notizia dell'intenzione USA di comprare la Groenlandia.

Per quanto riguarda il presente, la prossima settimana sono previsti colloqui tra il Dipartimento di Stato e le autorità danesi, con gli Stati Uniti che, verosimilmente, porranno una serie di condizioni per il trasferimento della Groenlandia agli USA, probabilmente su pagamento di una somma di denaro, anche se non viene esclusa l'opzione di impadronirsi dell'isola con la forza. Trump ha chiaramente affermato che l'opzione della cattura della Groenlandia è stata presa in considerazione, anche se ciò dovesse portare al collasso della NATO.

In questo scenario, pare che i soliti “volenterosi” (di guerra) si siano sentiti un po' persi, tremando al rischio di rimanere orfani del famoso “ombrello protettivo” e dandosi quindi alacremente da fare per scongiurare tale - per loro – triste eventualità. Precipitarsi, timorosi come poveri mezzadri indebitati, col cappello in mano e la testa china, allo scrittoio del signor fattore, è parsa dunque l'unica opzione percorribile, di fronte a un padrone-”fattore” yankee che se ne infischia dei bramosi europei e tira dritto seguendo il proprio istinto predatorio.

I “volenterosi” hanno dunque pensato bene di proporre a Trump una propria “strategia”, con cui vorrebbero legare in un unico “pacchetto” le questioni della Groenlandia e dell'Ucraina. In tale schema, scrive Vladimir Skachkò su Ukraina.ru, c'è però un aspetto negativo per l'Ucraina, che rischia di diventare l'esca e il bersaglio di questo gioco, fatto di una guerra che può portare alla sua completa distruzione come stato, se la Russia dovesse andare fino in fondo nelle proprie pretese.

In generale, il quadro mostra che, perdurante il conflitto in territorio ucraino, l'Occidente, un tempo unito (Europa e USA, UE e NATO) nel sostegno a Kiev, è oggi diviso, con Trump che vuole ritirarsi dalla partecipazione diretta alla guerra, salvo arricchire il complesso militare industriale yankee con le commesse di armi dall'Europa. Questa, a sua volta, vuole continuare a usare la guerra per rafforzare la propria industria bellica, come rimedio alla pericolosa stagnazione. Ma l'Europa vuole anche che gli USA continuino a finanziare la NATO, rifornire armi, intelligence spaziale e supporto politico.

L'obiettivo è dunque quello di cercare di frenare lo sgretolamento dell'euro-atlantismo, provando a giocare sugli umori di Trump di "acquisire" Canada e Groenlandia. Ora, dato che la Groenlandia fa parte della Danimarca, la sua annessione da parte americana rischierebbe di portare a uno scontro diretto con la NATO o, quantomeno, con un suo membro. La premier danese Mette Frederiksen ha detto chiaro e tondo che un eventuale trasferimento forzato (o anche volontario) della Groenlandia agli Stati Uniti porterebbe al collasso della NATO e una tale eventualità, ha detto la premier, un tale sconvolgimento tettonico, dovrebbe spaventare anche gli Stati Uniti.

Ed eccoci al dunque: i “vogliosi” hanno pensato di offrire a Trump un'altra opzione per conservare l'unità occidentale: scambiare il suo accordo per la conquista della Groenlandia con il pieno sostegno americano all'Ucraina nella sua guerra contro la Russia.

Secondo Politico, che definisce tale disegno come "pacchetto sicurezza", l'Europa potrebbe accettare un ruolo “più ampio” degli Stati Uniti in Groenlandia, in cambio del fatto che Washington fornisca all'Ucraina garanzie di sicurezza rigorose e a lungo termine e la assista con tutti i mezzi e i metodi disponibili.

Ora, mentre il 6 e 7 gennaio i leader UE hanno affermato all'unanimità la sovranità della Danimarca sulla Groenlandia, hanno poi adottato una linea completamente diversa dopo il fallimento, di fatto, della "coalizione dei volenterosi" a Parigi e la chiara riluttanza UE a inviare truppe in Ucraina, oltre quelle promesse da Parigi e Londra. Le cancellerie europee hanno iniziato a discutere della possibilità di barattare la sicurezza dell'Ucraina con concessioni strategiche agli Stati Uniti nell'Artico.

Secondo Politico, gli europei considerano questo scenario il "male minore" e concordano sul fatto che sia il "meno problematico", data la minaccia molto concreta di un brusco deterioramento delle relazioni con Trump, il quale, temono, potrebbe, se scontento, persino imporre sanzioni agli europei e impossessarsi comunque di questa parte della Danimarca.

Nel gergo dei “bramosi”, si tratterebbe quindi di un "pacchetto" basato sul principio della "sicurezza in cambio di sicurezza": la sicurezza USA, che, secondo Trump, hanno assolutamente bisogno della Groenlandia, per la sicurezza dell'Ucraina e dell'Europa, che hanno bisogno di tempo per riarmarsi e prepararsi alla guerra con la Russia sotto l'egida americana.

L'8 gennaio, Politico ha riferito che i paesi europei UE e NATO hanno avviato uno sviluppo graduale di scenari di risposta a possibili azioni statunitensi sulla Groenlandia. Oggi, afferma Skachkò, non è del tutto chiaro a che punto si trovi tale accordo e quanto di questi piani si basi su calcoli reali o su semplici illusioni, ma è in ogni caso evidente una «vera e propria contrattazione di interessi geopolitici. E un approccio piuttosto vile e cinico, mascherato da rosei discorsi sulla pace, sul destino della democrazia e sulla necessità di proteggere i valori universali, è perfettamente normale. A spese di qualcun altro, ovviamente e senza, naturalmente, consultare le opinioni dei danesi in Danimarca o dei groenlandesi in Groenlandia. Che sciocchezza tattica sono queste piccole persone quando si tratta di placare strategicamente un padrone terribilmente arrabbiato che potrebbe da un momento all'altro lasciare i suoi servi europei ad affrontare da soli "l'orso russo"».

A differenza degli anni '30, allorché i leader europei pensavano di placare un aggressore a spese di qualche paese e le "forze di pace" europee parlavano al mondo di pace, mentre si preparavano segretamente alla guerra, oggi, mentre si preparano a placare Trump con la Groenlandia, gli europei non parlano di pace: sono ansiosi di muovere guerra alla Russia e “bramano” che gli USA li aiutino in questo sporco affare.

D'altra parte, e a dispetto dei “giochi” liberal-bellicisti dei “volenterosi”, il colonnello del SBU ucraino Roman Cervinskij (passato al clan Porošenko, contro la banda di Zelenskij) la stessa nomina di Kirill Budanov a capo dell'ufficio presidenziale è legata al deterioramento della posizione negoziale di Kiev. E anche la situazione sul terreno non parla a favore dei nazigolpisti. I negoziati di pace e i termini dell'accordo di pace, dice Cernivskij, «non sono i migliori per noi. Credo che peggiorino ogni giorno, ogni mese, ogni anno». La situazione peggiora di giorno in giorno: «il nemico sta effettivamente facendo progressi quotidiani. E quindi, oggi, sarà molto difficile stabilizzarsi sulle attuali condizioni. Questo è possibile solo grazie alla pressione americana». Eccoci al dunque! La Groenlandia per l'Ucraina.

E il politologo ucraino Andrej Zolotarëv dice che Kiev ha oscillato a lungo tra opzioni diplomatica o militare, ma oggi «la situazione si sta spostando verso il binario negoziale. Rinunciando a Istanbul, avremmo dovuto renderci conto che dovevamo essere preparati a una guerra di logoramento, per la quale l'Ucraina era completamente impreparata, dato che si era affidata alle parole di Biden, secondo cui gli USA avrebbero fornito tutto ciò che era necessario». Ora gli Stati Uniti si sono "ritirati", gli europei non mostrano molto entusiasmo nell'acquistare armi da fornire a Kiev e ci sono ucraini all'estero che contano sulla continuazione della guerra per poter rimanere in asilo temporaneo e vivere di sussidi.

Che i “volenterosi” (di guerra) lavorino appassionatamente su Trump, sembrano chiedere pietosamente a Kiev. Che gli si dia dunque mano libera, o, quantomeno, si cerchi di blandirlo, nelle sue ambizioni artiche.

https://ukraina.ru/20260109/parizhskaya-petlya-dlya-trampa-kak-evropeytsy-soblaznyayut-vashington-grenlandiey-1074095449.html

https://politnavigator.news/polkovnik-sbu-situaciya-na-fronte-ukhudshaetsya-kazhdyjj-den-nadezhda-tolko-na-ssha.html

https://politnavigator.news/ukraincy-v-es-mechtayut-o-prodolzhenii-vojjny-chtoby-ne-lishitsya-posobijj.html



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Gli USA vogliono comprare la Groenlandia - Stoccolma, 2 ottobre. (TASS). La danese “Handels Tidende” riporta voci secondo cui tra Danimarca e USA sono in corso colloqui sulla vendita della Groenlandia all'America. Il quotidiano scrive che gli americani si mostrano sempre più interessati alla Groenlandia e la scorsa estate l'inviato USA ha compiuto un lungo soggiorno a Copenaghen. Aerei da guerra americani sono assidui ospiti della Groenlandia e là sono stati attrezzati numerosi depositi, con tutte le necessarie attrezzature per le comunicazioni aeree.

Il quotidiano ha interpellato in merito il premier Stauning, che ha smentito quelle voci. Il giornale, tuttavia, rimane scettico riguardo alla smentita.

A questo riguardo, la norvegese “Norges Handels Tidende” ricorda la smentita, nel 1916, da parte dell'allora ministro delle finanze, delle notizie sulla vendita danese agli Stati Uniti di tre isole del gruppo delle Indie occidentali. Quando la vendita si rivelò essere un fatto compiuto, il ministro si giustificò dicendo che «la pubblicizzazione della vendita non era nell'interesse dello stato».

Salta agli occhi il crescente interesse, negli ultimi tempi, dell'America per la Groenlandia e dell'Inghilterra per l'Islanda. Entrambe le isole rivestono una grossa importanza strategica, in particolare per le comunicazioni aeree attraverso l'Atlantico.

https://colonelcassad.livejournal.com

Data articolo: Sat, 10 Jan 2026 15:31:00 GMT
IN PRIMO PIANO
L’Impero Americano colpisce ancora


di Luca Busca

 

Leggere i giornali e frequentare i social in questi giorni è deprimente. È pieno di articoli, dichiarazioni, video fake di Tik Tok, post di Facebook che si affannano a dimostrare la crudeltà del dittatore Maduro. Ogni biasimo rivolto alla palese violazione del Diritto Internazionale da parte degli Stati Uniti e del suo Presidente, è corredata da una secca condanna del regime socialista-bolivariano. In prima fila si è subito schierata la von der Layen che non ha neanche preso le distanze più di tanto dall’intervento militare: “Seguendo da vicino la situazione in Venezuela, siamo al fianco del popolo venezuelano e sosteniamo una transizione pacifica e democratica”.

A ruota la segue Giorgia Meloni che ha definito “legittimo l’intervento difensivo”. Il PD tramite la Schlein spende contro il “dittatore” Maduro più parole di quante utilizzi per condannare la violazione del Diritto Internazionale: “Come Partito Democratico abbiamo sempre condannato il regime brutale di Maduro e le sue azioni repressive. Nemmeno le sue ripetute violazioni di diritti umani in Venezuela possono però giustificare altre violazioni gravi del diritto internazionale come l’aggressione militare e la violazione della sovranità venezuelana.”

Per Matteo Renzi il “Venezuela senza Maduro è un Paese migliore, [sebbene] le modalità con cui Trump interpreta il ruolo degli Stati Uniti sono ovviamente molto criticabili o discutibili”.

Giuseppe Conte afferma: “Né può valere di per sé a giustificare l’attacco a uno stato sovrano la natura illiberale del suo governo. Per noi il diritto internazionale non vale fino a un certo punto”. Persino il Manifesto, scagliandosi contro Trump afferma: “Il fatto che Nicolás Maduro sia un dittatore nulla toglie alla gravità di questi crimini” di Trump. La tecnica è la stessa usata con Israele, da quando la pagliacciata del “diritto all’autodifesa” ha perso credibilità per eccesso di genocidio: si rimprovera l’autore del crimine dando per scontato, però, che la responsabilità è della controparte in quanto organizzazione terroristica.

Allo stesso modo si rimprovera Trump ma, allo stesso tempo, lo si giustifica con il fatto che Maduro è un dittatore. Quindi, povero ragazzo, ha sbagliato ma in fondo l’ha fatto a fin di bene, “il Venezuela senza Maduro è un paese migliore”. In entrambi i casi, sono stati gli altri a esagerare per primi. Con queste modalità si riesce a manipola la realtà, si dà un’immagine completamente distorta di quelle che sono le cause reali di certi eventi. Si instilla nell’opinione pubblica una verità che non è tale. Si rovescia completamente il fatto che il dittatore e/o il terrorista non è chi è stato democraticamente eletto ma chi cerca di destituirlo con la forza, a prescindere dallo strumento usato: golpe; raid militari; finanziamenti e militarizzazione del nemico; genocidio.

Infatti, Maduro ha vinto, anche se di stretta misura, le elezioni nel 2013, nel 2018 e nel 2024. Hamas ha vinto, con ampio margine, le ultime consentite da Israele nel 2006. Quindi, la questione non è il gradimento occidentale dei governi degli altri paesi ma l’autonomia dei popoli di questi nello scegliersi i propri rappresentanti. Venezuelani e Palestinesi hanno scelto Nicolás Maduro e Hamas e nessun “Pistolero” americano ha il diritto di imporre un’opzione diversa.

Un altro mezzo di distorsione della realtà è il continuo paragone che viene portato dagli adepti dell’Impero Americano a difesa delle nefandezze dell’Imperatore di turno. Nulla di tutto ciò è mai paragonabile con i torti dello Zar di Russia, il “dittatore” Vladimir Putin, reo di aver “invaso” la democratica Ucraina per le sue mire espansionistiche. Così, nel fantasy imperiale tutto ha inizio il 24 febbraio del 2022 e piccoli irrilevanti particolari vengono cancellati dallo storytelling propagandistico. L’attività americana di destabilizzazione dell’Ucraina in atto almeno dal 2010, anno di elezione del filorusso Viktor Yanukovych, scompare dalla narrazione così come le attività di addestramento delle milizie neonaziste ucraine.

Nel 2014 il golpe di Maiden diventa una rivoluzione colorata di arancione, il massacro di Odessa un incidente e lo sterminio di 15 mila filorussi in Donbass un’invenzione della propaganda russa. Scompare dai testi di storia anche la firma, nel 2015, dell’accordo di Minsk II, quello che Angela Merkel ha affermato di aver sottoscritto solo per ottenere il tempo necessario ad armare l’Ucraina. Accordo che garantiva l’autonomia delle due oblast' di Donetsk e Luhansk. Il fantasy imperiale adotta la stessa strategia di compromissione mnemonica anche per il Medioriente, cancellando settantacinque anni di crimini israelo-americani, iniziati con la Nakba, la pulizia etnica che, sempre sotto la supervisione del Nuovo Impero Americano, nel 1948 provocò almeno 15 mila morti e 750 mila profughi. Questo consente di far cominciare il genocidio del popolo palestinese dal 7 ottobre 2023 come risposta all’attacco di Hamas, il vero responsabile dell’attuale situazione.

Leggendo tutti i commenti al fallito golpe americano in Venezuela, viene spontaneo domandarsi come sia possibile che queste palesi fandonie facciano così presa sull’opinione pubblica. Tre Verità manipolate - Nicolás Maduro è un dittatore; Vladimir Putin è un criminale; Hamas è un’organizzazione terroristica – vengono date per scontate in Occidente mentre i due terzi rimanenti del pianeta Terra le ignora, considerando le tre entità semplicemente per quello che sono: legittimi rappresentanti di altrettanti Stati con cui intrattenere relazioni diplomatiche e commerciali.

Il fatto si spiega con la manipolazione semantica che l’Impero Americano ha sviluppato negli ultimi tre quarti di secolo per trasformare il suo bisogno di appropriarsi delle risorse naturali altrui in diffusione dei valori fondativi della civiltà occidentale: “Libertà, Democrazia e Diritti Umani”. In questo modo il neocolonialismo è diventato prima “contenimento dell’espansione del comunismo” e poi “rimozione di un dittatore”; le guerre sono state chiamate “missioni di pace”; l’invasione di un paese e stata trasformata in “intervento umanitario”; l’imposizione del proprio modello sociale da dittatura è diventata “esportazione di democrazia”; il genocidio di un popolo è stato definito “diritto all’autodifesa”.

In questo processo di manipolazione della realtà, con cui si è costruito l’attuale fantasy imperiale, si possono distinguere tre periodi. Il primo va dal 1948 al 1989 circa, cioè il periodo di compresenza dell’alter ego sovietico, la Guerra Fredda. L’URSS diventò il “Nemico” e quindi la scusa ideale per mascherare il saccheggio delle risorse di paesi sovrani dietro la necessità di “fermare l’avanzata del comunismo”. Così, tutti i governi non allineati alle politiche imperiali venivano attaccati, eliminati e sostituiti con dittatori compiacenti. Alla caduta dell’URSS venne a mancare il “Nemico” che potesse giustificare questo tipo di interventi. Ne fu creato uno nuovo: il terrorismo islamico, sfruttando tutti quei gruppi che erano stati formati e finanziati come forma di destabilizzazione dell’area Mediorientale o di opposizione al vecchio regime sovietico.

Questo, però, non era sufficiente in quanto, in alcuni casi, questi gruppi erano veri e propri Stati, come l’Iraq, finanziato per arginare la rivoluzione islamica iraniana. In altri ancora, si trattava di ridurre all’impotenza paesi che con l’Islam non avevano nulla a che fare, né politicamente né geograficamente. Fu quindi inventata anche l’esportazione di democrazia. Attraverso un apparato ben strutturato di finanziamento filantropico le cui punte di diamante erano e sono: OSF, Open Society Foundations; USAID, United States Agency for International Development; NED, National Endowment for Democracy; fu dato molto risalto a livello mondiale ai valori liberali dell’Occidente, di cui sopra, con particolare attenzione alla Democrazia. Così come diceva Gaber gli americani divennero “portatori sani di democrazia”, loro ne sono immuni ma la impongono a tutti i paesi ... ricchi di risorse naturali.

Quando anche i meno attenti si accorsero che l’imposizione di un sistema sociale, anche se democratico, in sostanza è una dittatura, si invertì il processo. Tutti i paesi non allineati ricchi di risorse divennero “dittature” e le elezioni in qualsiasi paese diventarono regolari solo a condizione che a vincere fosse il candidato gradito all’Impero americano. Grazie a questa manipolazione semantica gli Stati Uniti sono riusciti a mantenere un discreto consenso interno. Con ingenti finanziamenti e con la propaganda ne hanno conquistato piccole fette anche nei paesi non allineati e, in questo modo, sono riusciti a destabilizzare intere regioni. Dove questa impostazione non ha avuto successo, l’Impero Americano è ricorso alla forza militare per creare e mantenere nuove colonie, come nel caso dell’Iraq.

Oggi i difensori di questo modello occidentale, di fronte all’eccessiva arroganza di Trump, tendono a personalizzare le responsabilità. I più agguerriti addirittura osano assimilare l’odierno Imperatore ai “dittatori” in corso di rimozione. In realtà alla guida dell’Impero dal dopo guerra si sono avvicendati quattordici presidenti per ventuno mandati. Di questi ultimi, dodici a cura dei Repubblicani e nove dei Democratici e la manipolazione semantica è rimasta sempre la stessa. Anche gli strumenti di ingerenza sono invariati, è cambiata solo la tecnologia che ne ha migliorato l’efficacia:

  1. Propaganda nera: creazione di media falsi per influenzare l’opinione pubblica e sostegno economico e logistico a quelli filoamericani preesistenti.

  2. Sostegno economico: finanziamento di partiti e gruppi politici favorevoli, associazioni nazionali e internazionali per fomentare rivolte.

  3. Attacchi informatici tesi a danneggiare infrastrutture e servizi, a condizionare l’opinione pubblica creando disagi e disservizi.

  4. Addestramento paramilitare: in paesi terzi o in segreto.

  5. Fornitura di armi: attraverso canali segreti o intermediari.

  6. Piani di assassinio: diretti, con droni e tramite intermediari armati.

  7. Sabotaggio economico: manipolazione dei mercati, embargo formali e informali, sanzioni economiche.

  8. Intervento militare come ultima ratio.

In sostanza dal dopoguerra a oggi l’Impero Americano, a prescindere dall’Imperatore, non ha conosciuto un attimo di pausa nel perseguire le proprie politiche neocoloniali, dimostrando al mondo intero la sua vera natura dittatoriale. Perché il dittatore è colui che rovescia la volontà popolare per imporre il proprio modello e non il legittimo rappresentante del modello scelto dal popolo. Quello che segue è l’elenco delle violazioni del Diritto Internazionale, dei crimini, degli “interventi” e delle ingerenze in paesi sovrani operati dagli Stati Uniti, dal 1948 a oggi, al fine di realizzare quel “regime change” che consente l’appropriazione delle loro risorse. I dati sono stati raccolti in base a un notevole sforzo mnemonico e a lunghe ricerche “on line”. È stata utilizzata anche l’intelligenza artificiale per avere più facile accesso alle seguenti fonti:

  • Documenti declassificati CIA (Family Jewels, ecc.)

  • Commissioni parlamentari (Church Committee 1975-76)

  • Archivi storici di paesi coinvolti

  • Testimonianze di ex agenti

  • Rapporti di organizzazioni internazionali (ONU, Amnesty International)

Nonostante questo lavoro, la lista è largamente incompleta per due ragioni specifiche: la prima è costituita dai limiti della mia memoria; la seconda dal fatto che molte nefandezze imperiali sono ancora segretate e quindi difficili da dimostrare. Per rendersi conto dell’ampiezza del fenomeno basta fare riferimento al libro “Covert Regime Change” di Lindsey O’Rourke, che prende in considerazione solo il periodo della guerra fredda, dal 1947 al 1989. Nella sua ricerca O’Rourke registra 64 operazioni sotto copertura finalizzate al cambio di regime, sei di queste divennero palesi con l’intervento militare. Furono interessati 54 diversi paesi e ben 20 di queste operazioni ebbero successo e portarono al cambio di regime. Gli strumenti utilizzati furono gli otto elencati sopra.

 

Riepilogando:

  1. Dal 1948 al 1950 gli Stati Uniti sostennero il regime di Syngman Rhee, autoritario e repressivo, negli attacchi della Corea del Sud a quella del Nord al fine di unificare il paese sotto la bandiera “democratica”. La Corea, infatti, era stata divisa dopo l’occupazione giapponese in due zone di influenza, russa e americana. Nel 1950 in una riunione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, approfittando dell’assenza del rappresentante russo, si fecero autorizzare l’intervento militare. La guerra durò dal 1950 al 1953 causando milioni di morti civili e, finì per coinvolgere anche la Cina, oltre alla Russia.

  2. Nel 1953 la CIA, in accordo con la MI6, organizzò un colpo di stato in Iran per prevenire il comunismo e proteggere il petrolio. Per raggiungere lo scopo destituì il primo ministro Mohammad Mossadeq, che voleva nazionalizzare l’oro nero, e conferì pieni poteri allo Scià di Persia Mohammad Reza Pahlavi.

  3. Nel 1954, sempre con la scusa di fermare l’espansione comunista gli Stati Uniti promossero un Golpe in Guatemala per rovesciare Jacobo Árbenz, democraticamente eletto nel 1951. La motivazione reale fu il “Decreto 900” del 1952, con cui lo Stato del Guatemala espropriava le terre incolte per distribuirle ai contadini. Il provvedimento penalizzò la United Fruit Company (UFC), una multinazionale americana che controllava: la ferrovia nazionale; il principale porto del paese; il 42% delle terre guatemalteche coltivandone solo il 15% e pagando quasi zero tasse. Aveva anche dipendenti in posizioni governative USA, cosicché, con l’appoggio di Allen Dulles, Direttore della CIA, John Foster Dulles, Segretario di Stato, entrambi ex avvocati della UFC ed Ed Whitman, Capo pubbliche relazioni UFC, marito della segretaria di Eisenhower, fu lanciata l’Operazione della CIA denominata PBSUCCESS. Fu insediato al comando dello Stato il colonnello Carlos Castillo Armas, addestrato dalla stessa CIA. Quello in Guatemala fu il primo degli innumerevoli golpe organizzati dagli Stati Uniti in giro per il mondo e fece “scuola”.

Le conseguenze furono drammatiche: fine della democrazia guatemalteca; terre restituite alla United Fruit Company; migliaia di sostenitori di Árbenz arrestati, torturati, uccisi o esiliati; criminalizzazione di qualsiasi opposizione sociale. Dal 1960 al 1996 la guerra civile fece oltre 200.000 morti (83% maya indigeni); il 93% delle atrocità furono commesse da esercito e paramilitari. Dal 1981 al 1983, sotto il regime di Efraín Ríos Montt (appoggiato da Reagan) avvenne il Genocidio Maya: 626 villaggi vennero completamente distrutti con uccisioni di massa, stupri sistematici e bambini uccisi a colpi di mazza. Nel 1996 il 75% della popolazione, cioè circa 7,75 milioni di esseri umani sopravvivevano sotto la soglia di povertà assoluta, generando così quell’intenso fenomeno migratorio che, pur se generato dalle politiche degli Stati Uniti, venne e continua tutt’oggi ad essere combattuto mietendo altre vittime.

  1. Nel 1961, sempre per fermare il comunismo, la CIA, con il benestare del più democratico dei presidenti, John Fitzgerald Kennedy, organizzò la figuraccia della Baia dei Porci, invadendo uno Stato sovrano con l’intento di rovesciare il governo cubano.

  2. Sempre nel 1961, la CIA si adoperò sotto copertura per eliminare il Primo Ministro del Congo Patrice Lumunba. Le ragioni erano, ovviamente, le risorse naturali del paese (uranio, per le atomiche USA, cobalto, 60% di quello mondiale, rame e diamanti). La scusa, fittizia, fu la solita avanzata del comunismo. Dopo aver fallito con l’avvelenamento, organizzarono l’abituale golpe, insediarono Joseph-Désiré Mobutu, un feroce dittatore, considerato “affidabile”. Fecero arrestare Lumunba, che fu fucilato e squagliato nell’acido insieme a due collaboratori. Con l’appoggio americano, Mobutu governò per 32 anni, rubando svariati miliardi di dollari e devastando il proprio paese.

  3. Dal 1961 al 1965, sempre per fermare lo “spettro” del comunismo che si aggirava per l’America Latina, gli Stati Uniti si impadronirono della Repubblica Dominicana. Nel 1961 il compiacente dittatore Rafael Trujillo, che aveva governato per un trentennio, venne ucciso. Preoccupati per la perdita, gli USA esercitarono una forte influenza, nonostante la quale nel 1962 fu eletto democraticamente il riformista Juan Bosch. Vista la sua propensione alla riforma agraria, alla limitazione del potere militare e a promulgare una Costituzione progressista, dopo sette mesi fu rimosso da un golpe militare preconfezionato da emissari a stelle e strisce. Scoppiò la guerra civile che fu vinta, nel 1965, dai Marines americani sbarcati sull’Isola per evitare una seconda Cuba. Nel 1966 fu scelto, per guidare la repressione, un ex collaboratore di Trujillo. Il risultato furono 6/8 mila morti in prevalenza civili, a cui si devono aggiungere altre 4 mila vittime tra omicidi e sparizioni (desaparecidos) e un regime totalitario durato 12 anni.

  4. Nel 1964 i Cow Boy, sempre per fermare i comunisti mangiabambini, appoggiarono il golpe militare in Brasile con Operation Brother Sam: supporto logistico, rifornimenti, appoggio navale in caso di resistenza lealista. La dittatura durò fino al 1985 ed esiliò e perseguitò il presidente João Goulart (Jango), democraticamente eletto nel 1961, promotore della riforma agraria, di un maggiore controllo statale sull’economia, dell’ampliamento dei diritti sindacali e di una politica estera non allineata. Morì per cause non accertate in Argentina nel 1976 a 54 anni. Il bilancio è di “sole” 1500 vittime a cui vanno aggiunte, come andava di moda all’epoca, quasi 50 mila persone arrestate e in buona parte torturate, 10 mila esiliati.

  5. Per evitare l’espansione comunista in Asia, gli Stati Uniti intervennero nelle beghe vietnamite impedendo le elezioni che avrebbero riunificato il paese, diviso dagli accordi di Ginevra del 1954. Nel 1964 inventarono di sana pianta l’incidente del Tonchino per scatenare la sanguinosa guerra del Vietnam. Oltre a causare circa 3 milioni di morti vietnamiti, di cui la metà erano civili, i prodi Cow Boy americani non hanno saputo resistere alla tentazione di farne molti altri anche in Laos e Cambogia. Nel primo caso, per l’ospitalità data ai tunnel vietnamiti, i laotiani furono ripagati con 2 milioni di tonnellate di bombe tra il 1964 e il 1973, facendo diventare il Laos il paese più bombardato “pro capite” della storia.

Nel secondo caso prima bombardarono a tappeto la Cambogia, poi organizzarono un golpe sostituendo il Principe Sihanouk con il più malleabile Generale Lon Nol. Quest’ultimo, con l’appoggio americano, avviò la guerra civile contro i Khmer rossi alleatisi con il deposto Sihanouk e i nord-vietnamiti. Dopo un considerevole numero di morti (circa 6oo mila in Cambogia 150 mila in Laos), gli Stati Uniti furono sconfitti su tutta la linea, lasciando via libera alla rappresaglia dei Khmer nei confronti dei collaborazionisti (circa 2 milioni di morti).

  1. Nel 1967, per prevenire una vittoria della sinistra in Grecia, la CIA organizzò il golpe che portò al potere i “Colonnelli”. Questi terrorizzarono il paese fino al 1974 con arresti e torture, perseguitando ogni forma di dissenso, ivi inclusi i capelli lunghi per gli uomini, i filosofi moderni, la musica rock e le famigerate minigonne. Il motto era Patria, Religione (solo cristiana) e Famiglia che ricorda da vicino “Dio, Patria e Famiglia” rimarcato da “Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana”.

  2. Nel frattempo già dagli anni ’50 e fino al 1990 gli Stati Uniti approntarono la rete “stay-behind”, conosciuta come Operazione Gladio, per impedire la presa di potere da parte di partiti socialisti e comunisti. Da rete paramilitare segreta anticomunista, Gladio superò la sua missione originale per diventare uno strumento utilizzato nella “strategia della tensione”, e presumibilmente nelle stragi di Stato (1969 – 1980), al fine di manipolare il panorama politico italiano ed europeo durante la Guerra Fredda.

  3. Nel 1971 i Gringos se la presero con la Bolivia dove, nel 1970, era salito al potere il generale Juan José Torres, un nazionalista filocomunista che poteva contare sull’appoggio dei sindacati, dei movimenti studenteschi e dei settori popolari e indigeni, grazie ai quali nazionalizza settori strategici, convoca un’Assemblea Popolare “proto-soviet”, rompe con le élite economiche e con Washington. Dura poco! Con l’appoggio degli americani Torres fu rimosso e al suo posto venne messo il generale Hugo Banzer Suárez, che governò fino al 1978 con il classico pugno di ferro, fatto di arresti, torture ed esilio per gli oppositori.

  4. Nel 1973 per impedire l’espansione comunista nell’America Latina l’Impero organizzò l’operazione “Fubelt” per uccidere Salvador Allende e mettere al suo posto il generale Augusto Pinochet. Quasi 40 mila il bilancio delle vittime, circa 100 mila i torturati, oltre 3 mila desaparecidos, 200 mila gli esiliati. Il risultato fu un paese devastato dal terrore e dalle politiche turbo-liberiste per diciassette anni.

  5. Dal 1975 al 1984 fu attiva, in America Latina l’Operazione Condor, per mezzo della quale gli Stati Uniti, tramite la CIA, fornivano liste di nomi, intelligence, formazione e addestramento di torturatori all’associazione di dittatori sudamericani formata da: Argentina (Jorge Rafael Videla); Cile (Augusto Pinochet) - Quartier generale operativo; Uruguay (Juan María Bordaberry); Paraguay (Alfredo Stroessner); Bolivia (Hugo Banzer); Brasile (Ernesto Geisel). Scopo dell’iniziativa la soppressione di ogni forma di dissenso. Tra le forme di dissuasione più efficaci c’era quella del lancio di persone vive senza paracadute da aerei in quota.

  6. Dal 1975 al 2002 gli Stati Uniti supportarono, insieme al Sudafrica dell’apartheid, la guerra civile Angolana promossa da Jonas Savimbi con l’UNITA contro il MPLA, la forza di stampo marxista al governo dopo l’indipendenza, appoggiata da Cuba e Unione Sovietica. Nonostante l’Unione Sovietica e Cuba dovettero abbandonare l’Angola, unitamente al Sudafrica post apartheid, gli americani non fecero mancare il supporto a Savimbi con circa 1 miliardo di dollari investiti in 27 anni. Nonostante ciò il MPLA ha sempre resistito, anche se Kissinger, nel 1975, dichiarò: “Non possiamo permettere un’altra sconfitta dopo il Vietnam”. Nel 2002 Savimbi venne ucciso in combattimento, da allora l’Angola è in pace ed è governato dal MPLA, riconfermato nelle elezioni del 2022 con la maggioranza assoluta. Tra 500 mila e il milione la stima dei morti, circa 4 milioni i profughi. Paese devastato dalla povertà nonostante la ricchezza delle risorse naturali (terzo produttore di petrolio in Africa, sedicesimo al mondo).

  7. Dal 1979 al 1989 gli Stati Uniti finanziarono e addestrarono i Mujahidin afgani, e non solo, per contrastare l’avanzata del comunismo in Medioriente. L’Operazione Cyclone, così venne chiamata, fornì i fondi e il know how necessari alla costituzione di Al-Qaeda e poi dell’ISIS.

  8. Dal 1979 al 1992 gli Stati Uniti diedero appoggio alla dittatura militare in El Salvador. Nel 1979 sostennero il golpe militare che pose il Colonnello Adolfo Arnoldo Majano a capo della Giunta. Nel 1980 la repressione violenta raggiunse l’apice con l’uccisione della più autorevole voce critica del regime, l’arcivescovo cattolico Óscar Arnulfo Romero. Nel 1981 con l’avvento di Ronald Regan alla Presidenza degli USA, i finanziamenti, l’addestramento e l’armamento offerto alla dittatura aumentarono in maniera considerevole. Majano, in quanto contrario alla violenza della repressione, fu estromesso dalla giunta, arrestato ed esiliato e sostituito con il più “accomodante” José Napoleón Duarte che governò dal 1982 al 1989. Gli “squadroni della morte” ben addestrati e armati imperversarono mietendo vittime tra i ribelli e i civili dissidenti. La scusa ufficiale fu la solita: fermare l’avanzata comunista in America. Il bilancio fu di 75 mila morti, oltre il 90% per responsabilità della dittatura, 10 mila desaparecidos, un milione di profughi interni e 500 mila rifugiati all’estero. Il tutto su una popolazione di circa 5 milioni.

  9. Nel 1983 per passare il tempo su qualche spiaggia tropicale gli Stati Uniti invasero l’Isola di Grenada, totalmente priva di risorse. La scusa fu la paura che finisse sotto l’influenza cubana. Solo un’ottantina i morti.

  10. Dal 1981 al 1990 e anche oltre gli Stati Uniti, con la CIA e non solo, finanziarono, addestrarono e armarono i Contras per destabilizzare il legittimo governo sandinista in Nicaragua. Bilancio di oltre 40 mila vittime di cui quasi due terzi civili, al fine di frenare l’avanzata comunista.

  11. Tra il 1989 e il 1990 gli Stati Uniti invasero Panama con la scusa di fermare il dittatore Manuel Antonio Noriega Moreno e il narcotraffico, un po’ come con Maduro. Il problema reale, ovviamente, era il canale, fondamentale per i commerci e la marina militare statunitense. Noriega era nazionalista e non prestava idonee garanzie in merito, soprattutto in considerazione del passaggio definitivo del canale all’amministrazione panamense già previsto per il 1999. Dal 1994 Panama è governata in alternanza da partiti democratici che non creano problemi, il canale è stato ampliato e tutto fila liscio come l’olio.

  12. Nel 1990 finalmente gli Stati Uniti entrano in guerra su mandato ONU! Lo fanno per liberare il Kuwait invaso dalle milizie irachene e, a missione compiuta, se ne vanno. Difficile da crederlo, anche se qualche velenosa polemica fu alzata all’epoca in merito a motivazioni dell’intervento diverse dal diritto internazionale, come la protezione dell’accesso occidentale al petrolio del Golfo e la garanzia della stabilità del mercato petrolifero. Male lingue parlarono anche di un eccesso dell’uso della forza militare non proporzionato al nemico. Il bilancio fu di 200 mila morti.

  13. Nel 1992-93 gli americani, sempre dietro incarico dell’ONU, intervennero in Somalia con l’Operation Restore Hope. La missione nasceva con caratteristiche umanitarie per garantire la distribuzione degli aiuti umanitari, fermare la carestia provocata dal collasso dello Stato somalo e dai conflitti tra i “signori della guerra”. Ben presto, l’operazione dimostrò l’incapacità delle truppe americane di fare alcunché di umanitario. Gli USA trasformarono rapidamente una “missione di pace” in un’operazione militare coercitiva, senza un chiaro mandato politico di lungo periodo. Le forze statunitensi finirono per schierarsi contro alcune fazioni, in particolare quella di Mohamed Farrah Aidid, fatto che aumentò la violenza del conflitto. Si arrivò a bombardare alcuni villaggi, causando vittime civili. A Mogadiscio si svolse una vera e propria battaglia che causò la morte di 18 militari americani. Gli USA si arresero all’evidenza di non essere in grado di svolgere missioni realmente “pacifiche” e si ritirarono. Bilancio, secondo le stime di Human Rights Watch (HRW) e altre organizzazioni: circa 300.000 morti, molte delle quali causate dalla carestia, evitabili con la distribuzione imparziale di aiuti alimentari.

  14. Nel 1995 gli Stati Uniti con l’appoggio della Nato e un parziale mandato ONU intervengono in Bosnia-Erzegovina. Contenti dei risultati ottenuti con il primo grande intervento militare NATO offensivo della sua storia, gli Stati uniti replicano nel 1999. Il primo passo fu l’appoggio e il finanziamento di quella che gli stessi americani definivano “organizzazione terroristica”, l’UCK (Esercito di Liberazione del Kossovo). In questo modo legittimarono, dandone la responsabilità alla Serbia, gli attentati, gli omicidi di civili serbi e i traffici illegali di armi, droga ed esseri umani, compiuti dall’UCK. Gli Stati Uniti, preparato il terreno, attaccarono bombardando a tappeto Belgrado e tanto altro. L’intervento era privo di mandato ONU ma con ampia partecipazione dei paesi Nato, inclusa l’Italia del governo D’Alema. Il bilancio delle vittime è difficile da quantificare a causa dell’omertà delle forze NATO che danno per sovrastimate le 2500 uccisioni di civili dichiarate dalla Serbia. Nessun dato in merito alle vittime militari, il cui numero, sempre in sintonia con fonti della NATO, sarebbe superiore a quello dei civili. Belgrado fu rasa al suolo.

  15. Dal 2001 al 2021 gli Stati Uniti spalleggiati dalla NATO hanno cercato di avere la meglio sui propri ex alleati Mujahidin in Afghanistan. Questi, una volta scomparso il nemico sovietico, si erano trasformati in Al-Qaeda ed erano ascesi a nemico numero uno, con la qualifica di “terrorismo islamico”. Il pretesto per scatenare la guerra fu l’attentato dell’11 settembre alle Torri Gemelle e ai meno rilevanti Pentagono e Campidoglio o Casa Bianca. L’attacco fu attribuito ai seguaci di Osama Bin Laden, rampollo di buona famiglia saudita, che aveva studiato in Inghilterra e finanziato, insieme agli americani, i Mujahidin afghani. Nel 2011 Bin Laden fu ucciso nel corso di un raid in Pakistan, in violazione della sovranità di quel paese. Nonostante ciò, dopo vent’anni di guerra, la NATO si dovette arrendere, lasciando il paese in mano ai Talebani. Bilancio di circa 126 mila vittime militari, di cui solo 3621 delle forze NATO. Quelle civili sono stimate tra le 106 e le 170 mila, ovviamente considerate sovrastimate dalle forze NATO. Non ci sono dati sulle esecuzioni dei collaborazionisti da parte dei Talebani.

  16. Nel 2002 gli Stati Uniti scoprono che, oltre alle vittime civili e militari dei paesi invasi, ogni tanto muoiono anche militari americani. Per risolvere il problema inaugurano la prassi degli “omicidi mirati” a mezzo drone. Il primo caso documentato fu quello di un velivolo senza pilota lanciato su un veicolo in Yemen dove viaggiavano sospetti membri di al?Qaeda. Da allora le stime parlano di 4/500 operazioni di “targeted killing” che hanno causato tra le 3400 e le 3900 vittime. Impossibile avere dati certi in quanto molte di queste operazioni sono ancora segretate. Ancora oggi la scusa utilizzata per giustificare questi abusi è sempre quella del terrorismo internazionale.

  17. Nel 2002, già preoccupati per il successo del socialismo bolivariano, gli USA supportarono il golpe ufficialmente realizzato da una parte dell’esercito e settori dell’opposizione. Chavez venne deposto e deportato, Pedro Carmona Estanga fu proclamato presidente ad interim e sciolse il parlamento e altri poteri dello Stato. Il popolo insorse in massa e, in 48 ore ripristinò la legittima rappresentanza. Da questo momento scattò una vera e propria persecuzione del Venezuela da parte degli Stati Uniti, dovuta alla nazionalizzazione del petrolio. Demonizzazione personale del leader, delegittimazione sistematica del processo elettorale venezuelano, uso costante di categorie come autoritarismo, populismo, minaccia regionale sono stati veicolati da tutti i media mainstream occidentali, dai vari think tank, dalle solite ONG “di policy” e dalle dichiarazioni ufficiali dei governi. Sul piano interno vennero attivati tutti gli strumenti di induzione del “regime change”. Nonostante questo Chavez e il socialismo bolivariano hanno resistito, migliorando di molto le condizioni del paese: la povertà relativa passo dal 50 al 26%, quella assoluta dal 17 al 7%; l’analfabetismo fu debellato; da 20 medici per 100 mila abitanti si passò a 80; la mortalità infantile fu drasticamente ridotta; la disoccupazione si ridusse dal 14,5 al 7,8%; il PIL pro capite triplicò. Più miglioravano le cose più si inasprirono le sanzioni e l’embargo imposto dagli americani. A farne le spese fu l’erede bolivariano di Chavez, Maduro.

  18. Non contento del massacro afghano Bush Junior decise nel 2003 di radere al suolo l’Iran per andarsi a prendere il petrolio con la scusa delle inesistenti “armi di distruzione di massa”. L’epilogo è noto Saddam Hussein condannato a morte per non aver commesso il fatto, George Walker Bush Jr prosciolto per aver ucciso direttamente, con le bombe, e indirettamente, con carestia e mancanza di cure, tra i 500 mila e il milione di esseri umani. La guerra in Iraq ha portato alla ribalta il ritorno sulla scena della tortura, che la propaganda imperiale aveva insabbiato. Particolarmente attiva a Guantanamo con un quantitativo di vittime non ancora stabilito. Ad Abu Graib addirittura i militari si facevano i selfie con i prigionieri torturati. La pubblicazione di documenti inerenti queste aberrazioni, di altri crimini di guerra in Iraq e Afghanistan, delle uccisioni di civili e di pressioni illegali in ambito diplomatico, sono costate a Julian Assange 12 anni di persecuzione. Fatto che dimostra l’inesistenza della tanto sbandierata libertà di stampa imperiale. L’Impero ancora controlla il petrolio iracheno.

  19. Nel 2006, risolta la questione irachena, gli Stati Uniti spostarono l’attenzione sull’Iran. Il primo attacco fu informatico, l’operazione si chiamava “Olympic Games” e fu condotta, dalla CIA e dalla NSA, in collaborazione con l’immancabile Mossad, al fine di sabotare il programma nucleare iraniano. Poca importanza aveva se il programma fosse per uso civile o militare, come ampiamente dimostrato recentemente dall’attacco “Martello di Mezzanotte” condotto il 22 giugno 2025 dalla United States Airforce e dalla United States Navy contro tre impianti nucleari in Iran. L’aggressione informatica fu sferrata con una famiglia di malware, non un singolo virus: Stuxnet con il compito di alterare il ciclo di rotazione delle centrifughe di arricchimento dell’uranio; Duqu con quello di ricognizione; Flame per lo spionaggio. Il risultato fu la distruzione di un migliaio di centrifughe e tra uno e due anni di ritardo sul programma nucleare iraniano. Strano a dirsi ma non ci fu nessuna vittima umana. Olimpic Games ha avuto anche il merito di avviare la cyber?warfare attualmente in corso.

  20. Nel 2009 in Honduras gli Stati Uniti si limitarono a un “appoggio esterno”, basato sull’inazione, accordato ai Militari honduregni che arrestarono Zelaya e lo deportano in Costa Rica, insediando al suo posto Roberto Micheletti, presto sostituito da Porfirio Lobo. Quest’ultimo fu “eletto” mentre il governo golpista provvedeva a reprimere ogni forma di dissenso, uccidendo decine di attivisti, sindacalisti e giornalisti, arrestandone centinaia in un clima di repressione, censura e persecuzione dell’opposizione. Gli Stati Uniti del democraticissimo Obama affermarono che andava tutto bene e legittimarono golpe, voto e dittatura conseguente La militarizzazione dello Stato e il conseguente clima repressivo rimasero in vigore fino al 2022.

  21. Dal 2010 al 2012 il Mediterraneo si infiammò con le “Primavere Arabe”. Tunisia, Egitto, Libia e Siria vennero travolte da proteste spontanee e non coordinate, inizialmente pacifiche. L’ingerenza statunitense fu diversa per ogni singolo paese. In Tunisia gli americani non fecero praticamente nulla, probabilmente a causa dell’assenza di risorse particolarmente interessanti. In Egitto inizialmente appoggiarono l’alleato storico Mubarak, per poi lentamente abbandonarlo in funzione di una transizione più sicura: i militari. Forti dell’esperienza serba, gli Stati Uniti e l’Occidente intero evitarono interventi diretti, lasciando ai soliti noti (OSF, USAID e NED) il compito di diffondere i valori occidentali.

  22. Il 2011 fu l’anno della Libia. La Nato decise di liberarsi di Gheddafi, nonostante l’amicizia che lo aveva sempre legato all’Italia, prima con Andreotti, Craxi e l’ENI e poi con Berlusconi. La motivazione ufficiale fu la messa in sicurezza dei civili in quella che, partita come Primavera fu presto trasformata in Guerra Civile. Una volta ottenuto il permesso dall’Onu per adottare “tutte le misure necessarie a proteggere la popolazione civile e tutte le aree popolate sotto minaccia d’attacco”, la Nato intervenne a favore delle milizie ribelli per “far fuori” Gheddafi. Il bilancio dell’operazione è stato il caos più totale che si protrae ancora oggi con il paese diviso in due: a est spadroneggia Khalifa Haftar dietro la facciata del governo di Abdullah al-Thani con sede a Tobruch; a ovest con dimora a Tripoli si trova il governo “ufficiale” presieduto da Mohamed Younis Ahmed Al-Manfi. In realtà il paese è in mano a bande tribali armate fuori controllo. Ad esempio, il torturatore libico Osama al-Masri Nagim (quello liberato dal governo italiano a spese dei cittadini) era attivo contro le milizie di Tobruch ma è stato arrestato dalla procura di Tripoli. Oltre ai 14 anni di caos, circa 50 mila persone, oltre a Gheddafi, sono state uccise.

  23. Sempre nel 2011 iniziano le attività per destabilizzare la Siria. La Cia lancia l’operazione Timber Sycamore, un programma segreto, attivo fino al 2017, finalizzato a finanziare, armare e addestrare gruppi ribelli siriani impegnati nella guerra contro il regime di Bashar al-Assad. Quegli stessi gruppi che nel 2025 hanno deposto Assad e preso il potere in Siria.

  24. Pur non avendo date certe a causa della segretazione di queste operazioni, è all’inizio del secondo decennio del 2000 che inizia il finanziamento, l’addestramento e l’armamento delle truppe neonaziste ucraine. Contemporaneamente i soliti noti (OSF, USAID e NED) danno avvio all’ingente sovvenzione di Associazioni e ONG per la propagazione degli alti valori democratici occidentali. Nonostante questo, alle elezioni presidenziali del 2010, giudicate regolari da tutti gli osservatori internazionali, vinse il filorusso Viktor Yanukovych, che non aveva alcuna intenzione di associarsi all’Europa.

Così nel 2014 fu organizzata la seconda puntata della rivoluzione arancione. Il legittimo presidente deposto fu sostituito con il più “accomodante” Oleksandr Turchynov, filo occidentale. In risposta al golpe, la Russia incrementò il suo presidio in Crimea dove aveva e, ovviamente, ha oggi importanti strutture militari. Senza combattimenti, ma organizzando un referendum la Russia si annette l’oblast’. Le truppe neonaziste, che già avevano iniziato la loro avanzata con il Massacro di Odessa (48 e più persone arse vive nella Casa dei Lavoratori), inasprirono i combattimenti in Donbass, dove veniva rivendicata l’autonomia amministrativa.

Tra settembre 2014 e febbraio 2015 vengono firmati i due accordi di Minsk. Immediatamente disattesi dall’Ucraina, gli accordi prevedevano, oltre al cessate il fuoco in Donbass, anche lo Status speciale per Donetsk e Luhansk con l’autonomia locale rafforzata, ovvero l’autogoverno amministrativo, l’uso ufficiale della lingua russa, la polizia locale, la cooperazione transfrontaliera con la Russia. Le truppe neonaziste intensificarono i massacri in tutta la regione. Gli Usa elargirono, dal 2014 al 2021 circa 2,5 miliardi di dollari in addestramento e armamento militare. Bilancio: 15 mila morti e diversi crimini di guerra commessi dalle forze Ucraine. Chi come il giornalista italiano Andrea Rocchelli ha osato documentare questi orrori è stato ucciso dalle truppe neonaziste.

  1. Nel 2014 anche la situazione in Siria si complicò. L’Isis conquistò territori e proclamò il Califfato. Ufficialmente il mondo intero era contro il nuovo Stato Islamico, nessuno Stato lo finanziò, nessuno comprò il suo petrolio, nessuno gli vendette armi. Una vera e propria potenza nata dal nulla, un “Self Made State”! Qualche dubbio sorge spontaneo in virtù del fatto che l’Isis, nonostante la radicalizzazione islamica non ha mai agito contro Israele e l’Occidente invasore, solo contro gli Sciiti. La lotta tra Sciiti (Iran, Palestina) e Sunniti (Arabia Saudita) viene presentata in Occidente come la causa principale dell’instabilità mediorientale. In realtà le due confessioni islamiche hanno convissuto pacificamente per oltre un millennio sotto l’Impero Ottomano e lo fanno oggi in Yemen e nei BRICS dove Arabia Saudita e Iran coabitano pacificamente. Fatto sta che, secondo la versione più accreditata, nel 2015, mentre litigano in Donbass, Russia e USA, che nel frattempo continuava a brigare contro Assad, scesero in campo insieme contro l’Isis.

La Russia intervenne addirittura con l’aviazione supportando Assad, mentre gli Stati Uniti sostennero le SDF (Syrian Democratic Forces). Nel frattempo si creò un altro gruppo jihadista denominato HTS (Hay’at Tahrir al-Sham). Nel 2017 l’Isis venne sconfitto, ma il conflitto non si placò. L’HTS al comando di Ahmad ?usayn al?Shara, all’epoca noto come al-Jawl?n?, divenne sempre più forte, si radicò nel territorio e, grazie al supporto americano si costituì come la principale forza anti-Assad. Nonostante la Russia non abbia mai abbandonato le forze governative siriane, queste furono definitivamente sconfitte l’8 dicembre 2024. Il 29 gennaio 2025 al?Shara è stato proclamato Presidente della Siria. La deposizione forzata di Bashar al-Assad è costata alla Siria circa 670 mila morti, cui si devono aggiungere quasi 10 mila per le epurazioni del nuovo governo jihadista. Inoltre, la Siria contava nel 2011 circa 23 milioni di abitanti. 7 milioni si sono dovuti rifugiare all’estero e circa 7,5 risultano come rifugiati interni, complessivamente il 63% dell’intera popolazione.

  1. Nel 2020 assunse particolare rilevanza l’uccisione tramite drone di Qasem Soleimani. Il motivo per cui l’omicidio mirato ebbe risalto fu la doppia violazione della sovranità di due diversi Stati. Il generale iraniano con alti incarichi istituzionali era, infatti, in visita ufficiale a Bagdad, capitale dell’Iraq.

  2. Nel 2022 la Russia decise di intervenire direttamente nelle province autonome di Donetsk e Lugansk per porre fine alla guerra civile e realizzare quanto previsto dall’accordo Minsk II. Gli USA, per non perdere quanto realizzato in Ucraina sino a quel punto, ampliarono a dismisura, finanziamenti, addestramento, fornitura di armi, di logistica e di intelligence. Coinvolsero anche le colonie europee con la minaccia di un’immediata, quanto incomprensibile, invasione russa dell’intera Europa. In questo modo ottennero il risultato sperato: la fine dei rapporti commerciali tra Russia ed Europa che tanti problemi economici avevano creato all’America. Per questo sono stati distrutti i gasdotti Nord Stream e la Nuova Via della Seta. Nel 2024 Donal Trump ha deciso di seguire una via diversa: si è accaparrato le risorse dell’Ucraina dell’Ovest con l’accordo “delle Terre Rare”, lasciando alla Russia quelle delle province autonome dell’Est, nel frattempo annesse mediante referundum. Gli Stati Uniti hanno già “investito” ben 205 miliardi di dollari in Ucraina. La guerra prosegue ancora, sostenuta dai “Volenterosi” Europei. Il bilancio della guerra per procura è impossibile da stilare, in quanto la propaganda tende ad attribuire alla controparte il maggior numero di vittime per far finta di aver vinto la guerra. Di sicuro, trattandosi di una guerra di “trincea” le vittime civili sono nettamente inferiori a quelle militari, che si dovrebbero aggirare tra le 500 mila e il milione.

  3. Nel 2024 gli USA decidono di intervenire contro gli Houthi in Yemen. L’operazione scaturiva dall’esigenza di ripristinare la navigazione verso il Canale di Suez compromessa dai missili Houthi lanciati a sostegno della causa palestinese. La legittimità dell’intervento appare scontata. Un po’ meno se si considera il contesto regionale, oggetto di destabilizzazione continua dal dopoguerra.

  4. Dal 1948 a oggi gli Stati Uniti hanno finanziato, fornito armi, anche nucleari, tecnologia, intelligence e protezione politica a Israele, al fine di destabilizzare in maniera permanente la regione araba, per mezzo della violazione quotidiana del Diritto Internazionale. Lo scopo statunitense è stato perseguito con l’occupazione dei territori, la pulizia etnica iniziata con la Nakba, il genocidio del popolo palestinese, attacchi indiscriminati in Libano, Siria, Iran e Qatar. Il bilancio complessivo delle vittime in Palestina supera agilmente le 300 mila unità a cui vanno aggiunte quelle libanesi, siriane e iraniane. Il numero è destinato a salire a causa del protrarsi del genocidio.

  5. Il 3 gennaio 2026 gli Stati Uniti hanno attaccato il Venezuela uccidendo 80/100 persone e rapendo il Presidente Maduro e sua moglie.

Nota importante: Molte di queste operazioni “sotto copertura” sono state inizialmente negate e confermate solo decenni dopo attraverso documenti declassificati. Alcune rimangono oggetto di dibattito storiografico. La scala esatta del coinvolgimento USA varia da caso a caso, dal semplice sostegno politico all’organizzazione diretta del golpe.

Data articolo: Sat, 10 Jan 2026 15:11:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Alberto Bradanini - Il futuro della Groenlandia e l'avvertimento di Kissinger



di Alberto Bradanini[i]

10 gennaio 2026

 

1. Aveva ragione la buonanima di Henry Kissinger – grande esperto di colpi di stato, di impietosi bombardamenti su popoli per lui inutili (cambogiani, laotiani, vietnamiti), minacce o aggressioni a nemici e amici (Moro, Craxi, per restare in Italia) i quali, sebbene vassalli, erano alla ricerca di qualche margine di autonomo pensamento - che è assai più rischioso essere amici che nemici degli Stati Uniti: ora è il turno della Danimarca.

Donald Trump, presidente del più grande stato canaglia del tempo contemporaneo, continua a ribadire che intende annettersi la Groenlandia con le buone o le cattive, e la ragione è banale, gli Stati Uniti ne hanno bisogno. Chiaro no? "Vorrei fare un accordo - ha egli aggiunto - … nel modo più facile, … altrimenti lo farò in un modo più difficile”, lasciando intuire che l'opzione militare è sul tavolo, anche se egli preferirebbe giungere al risultato sborsando una congrua somma di denaro, fino a un milione di dollari, sembra di capire, per ciascuno dei 56.542 abitanti di quella terra desolata, tanto più che i soldi non sarebbero i suoi, ma verrebbero stampati ad libitum dal Dipartimento delle Finanze!

Aver bisogno della Groenlandia, secondo cotanta intelligenza presidenziale è un argomento che la comunità internazionale dovrebbe ben comprendere, che qualsiasi giudice giudicherebbe legittimo, che è in linea con logica e buon senso, con la Carta delle Nazioni Unite e via dicendo. Insomma, si tratta di un argomento inoppugnabile, un po’ come quello (ci viene in mente questo a caso) che il petrolio venezuelano appartiene agli Stati Uniti e che il governo di Maduro (nemmeno il Venezuela!) avrebbe loro misteriosamente sottratto[1]. L‘inquilino-ballerino della Casa Bianca ribadisce che gli Stati Uniti "devono fare qualcosa in Groenlandia, che piaccia o no agli altri, perché altrimenti saranno Russia o Cina a prenderne il controllo”. Secondo una sofisticata dottrina geopolitica, gli Stati Uniti non possono consentire che quest’isola - così strategica per la difesa del territorio nordamericano! - cada sotto il controllo di Russia o Cina, le quali, secondo un profondo conoscitore della storia come Trump, non solo vagheggiano da sempre di invaderla ma obliterano misteriosamente di mettere in conto che appartiene a un paese Nato, insensibili come sono alla marginale circostanza che questo scatenerebbe la terza guerra mondiale. Ma pace!

La Danimarca e l’85% degli abitanti della Groenlandia si oppongono fermamente, ça va sans dire, a tali insani propositi, ma l’aspirante Premio Nobel per la Pace non intende rinunciare a quello di cui ha bisogno, alla luce di acute riflessioni sulla strategia di difesa nazionale e dell’evolversi della geopolitica planetaria. Di tutta evidenza, quest’uomo non è normale: la Groenlandia è infatti un territorio danese autonomo più grande del Messico, ma semi-disabitato e gli Stati Uniti vi hanno già una presenza militare e nulla vieta di espanderla, a piacimento. Copenaghen non si opporrebbe.


2. Frederiksen, a capo del governo danese, ha avvertito che un’aggressione statunitense contro un paese Nato assesterebbe un colpo mortale al Blocco Atlantico, sebbene alla luce dell’avvilente spirito di vassallaggio dei maggiordomi europei tale esito non è affatto scontato.

Se Copenaghen ha battuto un colpo, almeno sul piano formale, gli altri europei hanno fatto invece ricorso, coraggiosamente, alla banalità del banale, ripetendo insieme a M. Lapalisse che "la Groenlandia appartiene ai groenlandesi/danesi”, lasciando in verità nel vago persino quest’ultimo aspetto.


3. Ora, alla luce di sviluppi la cui effervescenza, sino a un anno fa, solo i più fervidi scrittori di fantascienza avrebbero potuto immaginare, ai paesi europei si presenta l’occasione storica di un cambiamento epocale. Facciamo un’ipotesi così semplicistica che più semplicistica non si può: se gli Usa aggrediscono la Danimarca (Groenlandia), la Nato muore. Le nazioni europee tornano sovrane, da subito sul piano politico e militare, in attesa di affrontare il capitolo monetario/finanziario (specie quelle del Sud Europa). Le basi militari Nato/Usa in Europa vengono gradualmente smantellate. Quelle in Italia, per quanto ci riguarda, ancora più in fretta dal momento che nessuno minaccia le nostre coste o montagne (se i paesi del Nord-Est vogliono mantenerle, facciano pure, sul piano bilaterale, noi no!). In chiave cautelativa, il governo di Roma, per evitare che i suoi Ministri seguano il destino di Maduro, potrebbe stipulare un accordo per il mantenimento di (poche) basi militari Usa, su condizioni diverse (stracciando l’armistizio di Cassibile) e dietro adeguato compenso (vale a dire a spese loro). Tale scenario consentirebbe all’Italia di recuperare la sua perduta sovranità politico-militare e iniziare a ragionare su come arrestare il drammatico declino del Paese. Al termine di tale fruttuosa traiettoria di ripresa, l’Italia si scoprirebbe riposizionata al centro del Mediterraneo, uno spazio strategico di incontro tra civiltà e continenti (Europa, Asia e Africa), su cui ricostruire quelle idealità contenute nella nostra Carta fondamentale, assicurando un contributo di qualità alla soluzione di tensioni e conflitti che infestano la regione. in una proiezione di pace, stabilità e prosperità.

La storia offre dunque un'occasione unica, che certo per essere colta avrebbe bisogno di una classe dirigente di qualità, di cui ahimè non disponiamo. Noi, tuttavia, perenni sognatori di un mondo migliore, non intendiamo capitolare. Continueremo dunque a lavorare per la costruzione di luoghi incorporei, forse utopici, ma che devono restare vivi nella nostra mente, se vogliamo che un giorno, vicino o lontano, possano diventare realtà.

 

[1] I membri neocon dell’entourage di Trump lasciano intendere che il petrolio sarebbe stato sottratto in passato alle corporazioni Usa con la nazionalizzazione dell’industria petrolifera venezuelana decretata negli anni ’70. La legge entrò in vigore il 1° gennaio 1976 (sotto il governo di Accion Democratica di Carlos Andrès Perez). Le compagnie petrolifere straniere - tra cui la Creole Petroleum Corporation (filiale della Standard Oil of New Jersey, ora ExxonMobil), la Royal Dutch Shell e la Gulf Oil Corporation - furono però regolarmente indennizzate con 1,1 miliardi di dollari, pagate in 20 anni con un tasso d’interesse del 6% (totale 2,2 miliardi di dollari), a conclusione di alcuni contenziosi raggiunti di comune accordo nel 1977.

 

 

Data articolo: Sat, 10 Jan 2026 15:00:00 GMT
OP-ED
Iran. Decolonizzate le menti

 

di Cristiano Sabino

La narrazione occidentale sulla situazione iraniana è costruita come sempre su uno schema coloniale elementare: un popolo che si ribella a una dittatura oscurantista e sullo sfondo la mano tesa dell'Occidente per estendere al mondo libertà e progresso.

Peccato che questo schema non descriva la realtà storica, sociale e politica dell’Iran.

Il regime dell’Ayatollah e dei Pasdaran non è un corpo estraneo imposto dall’alto, ma nasce da una rivoluzione di massa che nel 1979 rovesciò lo Shah di Persia, percepito a torto o a ragione come fantoccio degli Stati Uniti, simbolo di dipendenza, saccheggio e umiliazione nazionale e quindi avversato fortemente non solo dagli islamici ma, anche e soprattutto (almeno in una prima fondamentale fase), dalle forze progressiste, socialiste, sindacali e dai comunisti. 

Quel "regime", piaccia o no, ha una fortissima base sociale e si innesta su una identità persiana millenaria, strutturata da oltre 27 secoli di storia statuale, con una rivendicazione di sovranità che è anche — in parte — imperiale.


Una larga fetta del popolo iraniano sostiene l’Ayatollah non solo per motivi religiosi, ma soprattutto politici: perché lo considera farina del sacco della propria storia, una garanzia — per quanto contraddittoria e autoritaria — di indipendenza nazionale dall’imperialismo statunitense.

Poi esiste un’altra Persia.

Un Iran che non vuole l’Ayatollah, che viene da tradizioni progressiste, socialiste, laiche, e che oggi si concentra su diritti civili e istanze sociali.
Il problema è che una parte di questo fronte, pur di far cadere il regime, si è piegata a sostenere il ritorno della monarchia.
Il nome è Reza Pahlavi, figlio dello Shah.
Vive negli Stati Uniti, dispone di enormi risorse economiche, frequenta i salotti del potere americano, ha il pieno appoggio del regime genocida sionista e influenza l’opinione pubblica iraniana grazie all'uso massivo dei social. 

È, senza giri di parole, un prodotto geopolitico di Washington.
Ed è qui la tragedia storica: una parte del campo che si pensa progressista accetta l’idea di scambiare una teocrazia autoritaria con un altrettanto anacronistico figlio di un imperatore deposto, fra l'altro burattino dell’impero americano. 

Esiste però una terza posizione, silenziata e sistematicamente oscurata: chi rifiuta gli Ayatollah, ma rifiuta anche Reza Pahlavi.
Chi vuole una repubblica iraniana sovrana, non teocratica, pluralista sul piano religioso, socialmente avanzata, e soprattutto indipendente.
Questa parte sa benissimo che il figlio dello Shah, una volta al potere, svenderebbe l’Iran, i suoi beni, le sue risorse e la sua autonomia strategica, riconsegnando il Paese all’imperialismo americano.

Ed è per questo che, di fronte alla falsa alternativa Aiatollah o Pahlavi, molti iraniani — pur combattendo il regime — preferiscono ancora il primo: perché rappresenta, almeno, la continuità della sovranità nazionale.

Capire l’Iran significa uscire dalla propaganda, riconoscere che non tutte le rivolte “per la libertà” producono emancipazione, e che la sovranità dei popoli non è negoziabile, nemmeno in nome dei diritti civili branditi a intermittenza dall’Occidente.

Decolonizzare lo sguardo è il primo passo.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Sat, 10 Jan 2026 11:30:00 GMT
IN PRIMO PIANO
La risposta dei lavoratori e delle lavoratrici venezuelani all'attacco imperialista. Intervista al dirigente sindacale Carlos LĂłpez

 

di Geraldina Colotti

Carlos López è il Coordinatore Generale della Centrale Bolivariana Socialista dei Lavoratori della Città, della Campagna e della Pesca (CBST), “l'unica centrale rivoluzionaria che esiste in Venezuela e la forza maggioritaria del paese”, ci dice. Lo incontriamo dopo la conferenza stampa che la Centrale ha organizzato per denunciare al mondo l'attacco imperialista del 3 gennaio. Aprendo l'incontro, il presidente della Centrale, Wills Rangel, accompagnato dai membri della sua Giunta Direttiva, coordinatori statali, presidenti di federazioni, sindacati e dirigenti di diversi settori lavorativi, ha dichiarato:

“In questo atto di appoggio e solidarietà al nostro presidente operaio Nicolás Maduro, alla nostra Prima Combattente Cilia Flores e alla nostra Patria, diciamo loro che, insieme alla Classe Lavoratrice del Venezuela, continueremo a stare nelle strade, mobilitandoci nei centri di lavoro e nelle istituzioni per la difesa e l'impulso della produzione, garantendo la crescita sostenuta dell'economia del Paese. Ecco la tua classe operaia, Presidente; ecco i figli e le figlie di Bolívar, di Chávez e dei nostri liberatori e liberatrici. La tua classe lavoratrice è più unita e forte che mai, nel ripudiare l'atto criminale perpetrato dal governo degli Stati Uniti e orchestrato da Trump contro la nostra patria, che ha violato la nostra sovranità e integrità territoriale, così come le leggi e i trattati internazionali. Esigiamo l'immediata liberazione del nostro Presidente costituzionale e di sua moglie Cilia, leader della nostra rivoluzione. Qui resteremo con il fucile in spalla, dispiegati e attenti finché non li riavremo con noi”.

Su questi temi abbiamo conversato con Carlos López.

Prima di essere sequestrato, di fronte all'escalation di minacce di Trump, il presidente Maduro aveva chiesto alla classe operaia che, in caso gli succedesse qualcosa, si organizzasse in armi per proteggere le fabbriche e per organizzare uno sciopero a oltranza. Com'è stata recepita questa indicazione?

La nostra centrale ratifica la linea che abbiamo sviluppato, e non da ora, ma da molti mesi. Ci stavamo preparando a questo perché sapevamo che c'era una minaccia reale da parte dell'impero. Oggi, ovviamente, esigiamo categoricamente la libertà di Nicolás Maduro e di sua moglie, la deputata Cilia Flores, che si trovano negli Usa in condizione di ostaggi. Sono prigionieri di guerra di un impero che ogni giorno crolla sempre più a causa della sua crisi economica. Nel suo sgretolamento, tenta disperatamente di mettere le mani sulle fonti energetiche dei paesi. La guerra non si fa per niente; non è solo una provocazione, è il capitalismo che sta cadendo. I popoli accelereranno la sua caduta con la ribellione, con la lotta e con la libertà. La nostra casa operaia è pronta a mantenere la produzione in qualsiasi circostanza: petrolio, petrochimica, elettricità e alimenti.

Come vedi il panorama internazionale e la possibilità di una risposta globale dei lavoratori e delle lavoratrici?

Siamo in un momento in cui si può e si deve costruire uno sciopero generale mondiale, soprattutto negli Stati Uniti, ma anche nel resto dei paesi capitalisti. Prima o poi quel momento arriverà. Vediamo già i primi segnali. Non è un caso che un compagno rivoluzionario, socialista e comunista sia il nuovo sindaco della metropoli del capitalismo, New York. Questi sono sintomi del fatto che i popoli si stanno risvegliando, incluso il popolo degli Stati Uniti; molta gente non tollera più guerre e non accetta che la propria economia sia utilizzata per martirizzare e attaccare i popoli. Le lotte che si stanno scatenando nelle città più popolose degli Stati Uniti, prima contro Trump e le sue misure economiche e ora per il Venezuela e per la libertà di Nicolás Maduro, sono segnali di una grande sollevazione mondiale. Vedremo quell'impero sgretolarsi progressivamente fino a quando non riusciremo a cancellare la sua egemonia dalla faccia della terra.

Per sequestrare il presidente e la Prima combattente, l'imperialismo ha scatenato un gigantesco attacco asimmetrico, impiegando mezzi di altissima tecnologia contro un paese piccolo e pacifico come il Venezuela. Tuttavia, quelli che non conoscono la realtà dicono che la difesa bolivariana è stata colta di sorpresa. La classe operaia si lascerà cogliere di sorpresa?

No, in nessun modo. Il punto è che la nostra classe operaia, la nostra Forza Armata Nazionale Bolivariana e i nostri miliziani hanno un potere che è imbattibile: la dignità e il fatto che siamo presenti in tutto il territorio. Una superiorità tecnologica come quella che ci hanno applicato lo scorso 3 gennaio è qualcosa di transitorio. Ciò che prevale fondamentalmente è il radicamento del nostro popolo, che si concentra nel suo territorio, nella sua fabbrica, nella sua impresa. I marines non possono occupare il Venezuela; e se ci provano, a nulla servirà la loro arma elettronica perché sarà un combattimento corpo a corpo, quartiere per quartiere. Che provino a entrare in un quartiere popolare: in quelle condizioni il nostro popolo è invincibile. Abbiamo molte montagne, come disse Chávez, molte colline, molte pianure e un popolo organizzato.

Sappiamo che nella classe operaia ci sono stati anche tentativi di infiltrazione da parte di settori della destra. Qual è l'umore attuale rispetto a questi settori, considerando che persino Trump non ha riconosciuto i suoi ex alleati locali come María Corina Machado?

Hanno cercato di infiltrarci negli ultimi vent'anni, o meglio, durante tutta la rivoluzione bolivariana, ma la base e la direzione della Centrale Bolivariana non sono mai cadute nella trappola di attribuire a Nicolás Maduro o a Chávez la responsabilità delle conseguenze del blocco economico. La classe operaia ha capito che il colpevole è l'impero con la sua politica di assedio e isolamento economico del Venezuela. Nonostante ciò, la nostra patria è andata avanti. Negli ultimi dieci anni di blocco (2015-2025), i lavoratori hanno "tenuto duro", come diciamo in Venezuela. Non siamo mai passati allo sciopero contro la Rivoluzione; siamo rimasti a difendere il posto di lavoro e la Costituzione. Oggi, dopo il bombardamento del 3 gennaio, l'appoggio alla pace e il rifiuto della guerra hanno raggiunto il 95% dei venezuelani, indipendentemente dalla classe sociale. Esigiamo che sia rispettata la nostra sovranità e che ci lascino gestire il nostro destino.

Come vi state organizzando per i prossimi passi e come si mobilita la classe operaia a livello internazionale, dato che la situazione rende difficili i viaggi e i congressi in presenza?

Abbiamo un piano che stiamo sviluppando da diversi mesi e che abbiamo accelerato nell'ultimo periodo del 2025 di fronte all'imminenza della minaccia. L'obiettivo è controllare pienamente la produzione attraverso i Consigli Produttivi dei Lavoratori (CPT) e i Corpi dei Combattenti. Questi ultimi hanno tre missioni: assicurare la produzione dell'impresa, assicurarne i servizi e assicurarne la difesa, articolandosi nel territorio con la Milizia Nazionale Bolivariana. Parliamo di oltre 22.000 centri produttivi controllati dalla nostra gente con delegati eletti. A livello internazionale, l'appello è alla solidarietà attiva e alle manifestazioni permanenti. Il Venezuela garantisce la sua resistenza interna, ma l'altra garanzia di vittoria è la pressione internazionale.

A livello informativo, qual è la posizione che la classe operaia vuole diffondere per affrontare l'offensiva cognitiva dell'imperialismo a livello internazionale?

Stiamo potenziando le nostre reti e le videoconferenze internazionali per rompere i paradigmi negativi. La verità è che Nicolás Maduro e Cilia Flores sono il Presidente e la Primera Combatiente del Venezuela; non si sono dimessi, non sono stati destituiti né sono deceduti. Di conseguenza, lui è il presidente della Repubblica fino al 2030, come deciso dal popolo. Nel frattempo, la Costituzione dice chiaramente che Delcy Rodríguez assume la presidenza da incaricata, in modo temporaneo. Questo è il principale messaggio mediatico che dobbiamo portare al mondo: la nostra direzione politica e militare è totalmente coesa dietro figure come Delcy Rodríguez, Jorge Rodríguez, Diosdado Cabello e Vladimir Padrino López. Applicheremo, se necessario, la logica di resistenza: se ne cade uno, si alza un altro e assume il controllo. Siamo la patria di Bolívar e non ci sconfiggeranno.

Data articolo: Sat, 10 Jan 2026 10:00:00 GMT
Editoriali
Il gesto di Ursula a Damasco che umilia e ridicolizza l'UE

 

Pensavamo, onestamente, di aver visto già il momento più basso di quel mostro noto come Unione Europea, sottovalutando però la straordinaria capacità della sua massima interprete di fargli esplorare nuove vette di degrado morale. 

A capo di un'organizzazione che ha come suo unico obiettivo di proseguire la guerra alla Russia "fino all'ultimo ucraino" e assistere impotente a tutti i crimini del suo padrone a stelle e strisce, Ursula Von der Leyen si trovava ieri a Damasco ad incontrare il capo del ramo siriano di Al Qaeda, Abu Mohammad al-Jolani.

Ursula Von Der Leyen, è noto, rappresenta il principale megafono in Europa di tutti i crimini (recenti e passati) della Nato. Impegnata in prima persona a fomentare e invocare cambi di regime, sanzioni, guerre ibride e calde contro tutti quei paesi che perseguono una via sovrana e indipendente dal famigerato "sistema delle regole" occidentali, si trovava ieri a Damasco per provare a partecipare allo stupro del paese in corso. Troppo tardi chiaramente. Con il paese occupato per ampi porzioni e raso al suolo a livello militare dal regime di Tel Aviv, i colonneli dell'UE si presentano nuovamente al cospetto della carcassa siriana, ma dopo Israele, Stati Uniti e Turchia. 

In che modo la Von Der Leyen avrà salutato il terrorista che controlla oggi una piccola porzione di Siria come feudo jihadista?

In questo modo.



CON LA MANO SUL PETTO. 


Con tutti gli onori. Un “partner”, lo ha addirittura definito con grande enfasi. L’ennesimo mostro elevato a interlocutore legittimo quando serve a difendere gli interessi energetici e militari di Bruxelles e Washington.

Mentre la presidente della Commissione europea posava con il terrorista responsabile di migliaia di morti in un solo anno (soprattutto alawiti e cristiani), a poche ore di distanza — ad Aleppo — le sue milizie (come potete vedere dal video sopra) bombardavano quartieri curdi e contadini siriani. Un massacro che non vale una riga nei giornali occidentali, perché il suo autore non disturba il mercato del petrolio. Anzi si lascia spolpare da buon soldatino dell'Impero che compie diligentemente il suo compitino. 

La mano sul petto per le briciole della carcassa. La sintesi perfetta dell'Unione Europea, un'organizzazione che grida ai “diritti umani” solo quando si tratta di paesi che cercano una via indipendente e sovrana dalle barbarie imperiali. Come il Venezuela che con la Rivoluzione bolivariana ha offerto al mondo un modello di riscatto, dignità e autodeterminazione. E proprio per questo si ritrova con il presidente legittimo rapito da Washington nella complice indifferenza di Ursula Von Der Leyen. 

(Vito Petrocelli)

Data articolo: Sat, 10 Jan 2026 10:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
L’arma che l’Occidente non può fermare: il segnale strategico di Mosca con “Oreshnik”

L’utilizzo per la prima volta in combattimento della nuova arma ipersonica russa “Oreshnik” segna un salto qualitativo nel conflitto ucraino e, soprattutto, nel confronto strategico tra Russia e Occidente. Il missile balistico ipersonico è stato impiegato in un attacco di rappresaglia contro infrastrutture critiche in Ucraina, in risposta al tentato attacco del regime di Kiev contro una residenza del presidente russo Vladimir Putin nella regione di Novgorod.

Secondo il Ministero della Difesa russo, l’operazione ha colpito obiettivi energetici e industriali legati al complesso militare-industriale ucraino, inclusi impianti per la produzione di droni. Tutti i bersagli sarebbero stati centrati. L’elemento politico-militare centrale è però l’uso di “Oreshnik”, un sistema ipersonico di medio raggio, mobile e dichiarato “impossibile da intercettare”, capace di superare Mach 10 e con una gittata fino a 5.000 chilometri. La stampa internazionale ha colto immediatamente la portata strategica dell’evento.

Bloomberg sottolinea che, per caratteristiche tecniche, il missile potrebbe raggiungere gran parte dell’Europa e persino la costa occidentale degli Stati Uniti. El País evidenzia come il colpo su Lvov, vicino ai confini UE e NATO, rappresenti un segnale diretto all’Alleanza Atlantica. France 24 riporta l’immediata reazione di Kiev, che ha chiesto una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, parlando di “minaccia alla sicurezza del continente europeo”. Sul terreno, le conseguenze sono pesanti, mentre anche la Russia denuncia attacchi ucraini contro infrastrutture civili nella regione di Belgorod, con oltre mezzo milione di persone rimaste senza servizi essenziali. Una spirale di colpi e contro-colpi che allontana ogni ipotesi di de-escalation.

“Oreshnik” non è solo un’arma, ma un messaggio politico. Mosca ribadisce il proprio diritto alla rappresaglia e alza l’asticella della deterrenza, rispondendo all’uso da parte ucraina - e occidentale - di missili a lungo raggio contro obiettivi in territorio russo. Il fatto che il sistema sia già stato schierato anche in Bielorussia rafforza l’idea di una postura strategica orientata a ridefinire gli equilibri regionali.

In controluce emerge il fallimento della strategia occidentale: l’escalation controllata promessa da Washington e Bruxelles si trasforma in un conflitto sempre più tecnologico e pericoloso, mentre l’Europa appare spettatrice vulnerabile. L’uso di “Oreshnik” mostra che la Russia non intende arretrare e che il mondo unipolare, fondato sulla superiorità militare occidentale, è messo in discussione.


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Data articolo: Sat, 10 Jan 2026 06:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Sequestrare un presidente per controllare un Paese: la dottrina imperiale contro il Venezuela

La crisi venezuelana entra in una fase senza precedenti. Lunedì 5 gennaio Delcy Rodríguez è stata formalmente investita come presidente incaricata della Repubblica Bolivariana del Venezuela, dopo aver prestato giuramento davanti all’Assemblea Nazionale. Una scelta definita “necessaria e costituzionale” dalle istituzioni di Caracas, assunta in seguito al sequestro del presidente Nicolás Maduro e della prima combatente Cilia Flores da parte degli Stati Uniti durante l’operazione militare del 3 gennaio. La cerimonia, guidata dal presidente del Parlamento Jorge Rodríguez, si è basata sull’interpretazione dell’articolo 335 della Costituzione e sulle decisioni della Sala Costituzionale del Tribunale Supremo di Giustizia, che ha riconosciuto l’esistenza di un’“assenza forzata” del capo dello Stato.

In questo quadro, Delcy Rodríguez ha assunto tutte le attribuzioni presidenziali per garantire la continuità dello Stato e dell’Esecutivo. Nel suo discorso, la presidente incaricata ha unito toni solenni e accenti drammatici, parlando di “aggressione militare illegittima” e di “due eroi tenuti in ostaggio negli Stati Uniti”. Ha giurato di difendere la sovranità nazionale, la pace sociale e il futuro delle nuove generazioni, richiamandosi esplicitamente all’eredità di Simón Bolívar e Hugo Chávez. Il giorno successivo, Rodríguez ha compiuto un gesto altamente simbolico recandosi al Cuartel de la Montaña 4F, mausoleo di Chávez, dove ha ribadito la lealtà al progetto bolivariano e alla memoria storica del Paese.

Un messaggio rivolto tanto all’interno quanto all’esterno: le istituzioni restano operative e unite. Sul piano internazionale, Pechino ha assunto una posizione netta. La Cina ha condannato l’intervento statunitense, chiesto la liberazione immediata di Maduro e Flores e riaffermato il proprio sostegno “incondizionato” alla sovranità venezuelana, inserendo la crisi nel più ampio confronto sul rispetto del diritto internazionale. Di segno opposto le dichiarazioni di Donald Trump, che ha annunciato il mantenimento del dispiegamento navale USA nei Caraibi, pur parlando di cooperazione con Caracas e di maxi-investimenti delle compagnie petrolifere statunitensi nel settore energetico venezuelano.

Un linguaggio che intreccia minaccia militare, pragmatismo economico e controllo delle risorse strategiche. La vicenda venezuelana si conferma così come uno dei nodi centrali del nuovo disordine globale: tra difesa della sovranità, pressione imperiale e ridefinizione dei rapporti di forza in un mondo sempre più multipolare.


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Data articolo: Sat, 10 Jan 2026 06:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Gli Stati Uniti predicano sui diritti umani e sparano ai propri cittadini

L’uccisione di Renee Nicole Good a Minneapolis segna un punto di non ritorno nella deriva repressiva degli Stati Uniti sotto la nuova amministrazione Trump. Mercoledì, durante un’operazione dell’ICE contro migranti, un agente federale ha sparato a sangue freddo contro una cittadina statunitense di 37 anni, madre di tre figli, colpevole soltanto di svolgere il ruolo di osservatrice legale volontaria. Renee Good non era un’obiettivo dell’operazione. Tornava a casa dopo aver accompagnato il figlio più piccolo a scuola quando si è imbattuta in un gruppo di agenti.

I video diffusi sui social mostrano chiaramente che stava cercando di allontanarsi quando è stata colpita. Le urla dei testimoni - “Vergogna!”, “Dov’è la vostra coscienza?” - raccontano più di qualsiasi comunicato ufficiale. Da settimane Minneapolis vive sotto una sorta di occupazione federale: irruzioni nelle case, arresti indiscriminati, famiglie spezzate. Oltre mille persone sono state detenute, etichettate dal Dipartimento per la Sicurezza Nazionale come “criminali” e “terroristi”, in un’operazione che ha suscitato proteste diffuse. In questo contesto, i gruppi di osservatori legali come quello di cui faceva parte Good sono nati per documentare abusi e avvertire i residenti. Proprio per questo, l’ICE li considera un nemico. La reazione della Casa Bianca è stata immediata e inquietante. La segretaria del DHS, Kristi Noem, e lo stesso Trump hanno ribaltato la realtà, accusando la vittima di aver trasformato la sua auto in un’arma e parlando addirittura di “terrorismo interno”. Una narrazione smentita dai filmati, ma rilanciata con forza dall’apparato propagandistico governativo.

Colpevolizzare una donna uccisa per proteggere un agente federale è diventata la linea ufficiale. La risposta politica e sociale, però, è stata altrettanto forte. Autorità locali, dal sindaco al governatore del Minnesota, hanno preso le distanze dall’ICE, chiedendo un’indagine completa e giustizia. “ICE, vattene da Minneapolis”, ha dichiarato il sindaco Frey, ricordando come la città sia già segnata dalla memoria dell’omicidio di George Floyd. Sui social, il caso ha scatenato un’ondata di indignazione. Giuristi, accademici, politici e attivisti hanno denunciato l’uso illegittimo della forza letale, parlando apertamente di omicidio di Stato. C’è chi ha definito l’ICE “assenza di legge mascherata da ordine” e chi ha evocato una “israelizzazione” della sicurezza interna statunitense.

L’uccisione di Renee Nicole Good non è un incidente isolato, ma il sintomo di un sistema che normalizza la violenza, criminalizza il dissenso e militarizza la gestione sociale. Uno Stato che giustifica l’uccisione di una propria cittadina mentre predica diritti umani al mondo intero rivela, senza più maschere, il volto autoritario del suo potere.


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Data articolo: Sat, 10 Jan 2026 06:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Il governo venezuelano informa sull'arrivo dei diplomatici statunitensi (COMUNICATO TRADOTTO IN ITALIANO)

 

In un comunicato diffuso dal ministro degli Esteri venezuelano, Iván Gil, il governo del Paese sudamericano ha ribadito a livello internazionale di «essere stato vittima di un’aggressione criminale, illegittima e illegale contro il proprio territorio e il proprio popolo». La nota sottolinea che l’azione militare ha provocato oltre un centinaio di morti, tra civili e militari, «i quali, in difesa della Patria, sono stati uccisi in flagrante violazione del diritto internazionale».

A sua volta, il comunicato ribadisce che, nel quadro dell’aggressione di sabato 3 gennaio, «si è verificato il sequestro illegale del Presidente costituzionale della Repubblica, Nicolás Maduro Moros, e della First Lady, Cilia Flores, fatto che costituisce una grave violazione dell’immunità personale dei capi di Stato e dei principi fondamentali dell’ordinamento giuridico internazionale».

In tale contesto, il documento annuncia che, per affrontare la situazione nel rispetto del diritto internazionale e dei principi di sovranità nazionale e della diplomazia bolivariana di pace, il governo del Venezuela ha deciso di «avviare un processo esplorativo di carattere diplomatico con il governo degli Stati Uniti d’America».

Come precisato nel comunicato, tale processo sarà «orientato al ripristino delle missioni diplomatiche in entrambi i Paesi, con l’obiettivo di affrontare le conseguenze derivanti dall’aggressione e dal sequestro del Presidente della Repubblica e della First Lady, nonché di elaborare un programma di lavoro di reciproco interesse».

Il governo venezuelano informa, inoltre, dell’arrivo a Caracas di una delegazione di funzionari del Dipartimento di Stato statunitense, «che effettuerà valutazioni tecniche e logistiche inerenti alla funzione diplomatica»; parallelamente, «una delegazione venezuelana sarà inviata negli Stati Uniti per svolgere i compiti corrispondenti».

Infine, la nota sottolinea che, «come ribadito dalla Presidente incaricata, Delcy Rodríguez, il Venezuela affronterà questa aggressione per via diplomatica, convinto che la Diplomazia Bolivariana di Pace rappresenti la via legittima per la difesa della sovranità, il ripristino del diritto internazionale e la salvaguardia della pace».


DI SEGUITO LA TRADUZIONE DEL COMUNICATO

Il Governo della Repubblica Bolivariana del Venezuela ribadisce la denuncia a livello internazionale di essere stato vittima di un'aggressione criminale, illegittima e illegale contro il proprio territorio e il proprio popolo, azione che ha causato più di un centinaio di morti tra civili e militari, uccisi in difesa della Patria, in flagrante violazione del diritto internazionale.

Come è noto, nell'ambito di questa aggressione, si è verificato il sequestro illegale del Presidente costituzionale della Repubblica, Nicolás Maduro Moros, e della First Lady, Cilia Flores, fatto che costituisce una grave violazione dell'immunità personale dei capi di Stato e dei principi fondamentali dell'ordinamento giuridico internazionale.

Al fine di affrontare questa situazione nel quadro del diritto internazionale e nel rigoroso rispetto dei principi di sovranità nazionale e della diplomazia bolivariana di pace, il Governo Bolivariano del Venezuela ha deciso di avviare un processo esplorativo di natura diplomatica con il Governo degli Stati Uniti d'America, finalizzato al ripristino delle missioni diplomatiche in entrambi i paesi, con lo scopo di affrontare le conseguenze derivanti dall'aggressione e dal sequestro del Presidente della Repubblica e della First Lady, nonché di affrontare un programma di lavoro di reciproco interesse. In tale contesto, arriva nel Paese una delegazione di funzionari diplomatici del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, che effettuerà valutazioni tecniche e logistiche inerenti alla funzione diplomatica.

Allo stesso modo, una delegazione di diplomatici venezuelani sarà inviata negli Stati Uniti per svolgere i compiti corrispondenti. Come ribadito dalla Presidente incaricata, Delcy Rodríguez, il Venezuela affronterà questa aggressione per via diplomatica, convinto che la Diplomazia Bolivariana di Pace sia la via legittima per la difesa della sovranità, il ripristino del diritto internazionale e la salvaguardia della pace.






Data articolo: Fri, 09 Jan 2026 18:00:00 GMT
OP-ED
Pepe Escobar - Come i sogni petroliosi di Trump potrebbero crollare in una buia fossa venezuelana

 

di Pepe Escobar Strategic Culture

[Traduzione a cura di: Nora Hoppe]

Quindi il Quadro Generale del Settore Petrolifero in Venezuela è molto più complesso di quanto sospetti la banda di Trump 2.0.

Cominciamo con i nuovi editti di Neo-Caligola sulla satrapia imperiale che egli sostiene ora di possedere; non si tratta propriamente di editti, bensì di vere e proprie minacce rivolte al presidente ad interim Delcy Rodriguez:

  1. Reprimere il “traffico di droga”. Beh, questo dovrebbe essere rivolto ai contrabbandieri colombiani e messicani in combutta con i grandi acquirenti americani.
  2. Espellere iraniani, cubani e altri “agenti ostili a Washington” – prima che Caracas sia autorizzata ad aumentare la produzione di petrolio. Fuori discussione.
  3. Fermare le vendite di petrolio agli “avversari degli Stati Uniti”. Fuori discussione.

Diventa quindi quasi certo che il neo-Caligola bombardi nuovamente il Venezuela.

Neo-Caligola, in un'altra offensiva verbale sgangherata, ha anche chiarito che vuole riformare in qualche modo il business petrolifero in Venezuela attraverso i sussidi. Ciò “potrebbe richiedere meno di 18 mesi”; poi è passato a “possiamo farlo in meno tempo, ma ci vorrà un sacco di soldi”; e infine è passato a “bisognerà spendere una quantità enorme di denaro e saranno le compagnie petrolifere a spenderlo”.

No, non lo faranno, come hanno anticipato diversi proverbiali “addetti ai lavori”. Le grandi compagnie energetiche statunitensi esitano all'idea di investire fortune in una nazione che potrebbe essere travolta dal caos totale se il neo-Caligola imponesse un governo traditore a oltre 28 milioni di persone.

Secondo Rystad Energy Analysis, ci vorrebbero non meno di 16 anni e almeno 183 miliardi di dollari perché il Venezuela producesse solo 3 milioni di barili di petrolio al giorno.

Il sogno superlativo di Neo-Caligola è quello di ridurre i prezzi globali del petrolio a un massimo di 50 dollari al barile. A tal fine, l'impresa imperiale di Trump 2.0 controllerà, in teoria, totalmente la PDVSA, compresa l'acquisizione e la vendita di praticamente tutta la sua produzione petrolifera.

Il segretario all'Energia degli Stati Uniti Chris Wright, in occasione di una conferenza sull'energia organizzata da Goldman Sachs, ha fatto uscire il gatto petrolioso dal sacco:

“Commercializzeremo il greggio proveniente dal Venezuela, prima il petrolio immagazzinato [fino a 50 milioni di barili], e poi, in futuro, venderemo sul mercato tutta la produzione proveniente dal Venezuela.”

Quindi, in sostanza, il neo-Caligola si approprierà, anzi ruberà, la vendita del greggio della PDVSA, con il denaro teoricamente depositato in conti offshore controllati dagli Stati Uniti a “beneficio del popolo venezuelano”.

Non c'è alcuna possibilità che il governo provvisorio di Delcy Rodriguez accetti quello che equivale a un furto di fatto. Anche se il consigliere per la sicurezza interna Stephen Miller si vanta che gli Stati Uniti stanno usando la “minaccia militare” per mantenere il controllo del Venezuela. Se si ha davvero il controllo, non c'è bisogno di ricorrere alle minacce.

E la Cina?

La Cina importava circa 746.000 barili di petrolio al giorno dal Venezuela. Non è molto. Pechino sta già lavorando per sostituirlo con importazioni dall'Iran. La Cina non dipende essenzialmente dal petrolio venezuelano. Oltre all'Iran, può anche rifornirsi dalla Russia e dall'Arabia Saudita.

Pechino vede chiaramente che la corsa imperiale nell'emisfero occidentale e nell'Asia occidentale non riguarda solo il petrolio, ma anche costringere la Cina ad acquistare energia con i petrodollari. Fesserie: con la Russia, il Golfo Persico e oltre, il nome del gioco è già petroyuan.

La Cina è indipendente dall'80% dal punto di vista energetico. Il Venezuela rappresentava di fatto solo il 2% delle importazioni cinesi, pari al 20% – e questo secondo i dati forniti dallo stesso governo degli Stati Uniti.

Il rapporto energetico della Cina con il Venezuela va ben oltre le formule americane a basso costo. Qui viene essenzialmente delineato come "gli accordi petroliferi cinesi con il Venezuela siano di fatto contratti finanziari vincolanti, con meccanismi di rimborso, strutture collaterali, clausole penali e collegamenti derivati profondamente radicati nella finanza globale (...) Sono collegati, direttamente e indirettamente, alle istituzioni finanziarie occidentali, ai commercianti di materie prime, agli assicuratori e ai sistemi di compensazione, comprese le entità legate a Wall Street. Se questi contratti vengono violati, la conseguenza non è che la Cina 'subisca una perdita'. Si tratta di un evento a cascata: inadempienze che innescano l'esposizione delle controparti, derivati che vengono rivalutati, controversie legali che attraversano le giurisdizioni e uno shock di fiducia che si diffonde all'esterno. A un certo punto, questo smette di essere un problema venezuelano e diventa un problema sistemico globale."

Inoltre, "negli ultimi vent'anni, la Cina è diventata il fulcro operativo dell'industria petrolifera venezuelana. Non solo come acquirente, ma anche come costruttore. La Cina ha fornito tecnologia di raffinazione, sistemi di upgrading del greggio pesante, progettazione di infrastrutture, software di controllo, logistica dei pezzi di ricambio (...) Eliminate gli ingegneri cinesi. Eliminate i tecnici che comprendono la logica di controllo. Eliminate le catene di approvvigionamento per la manutenzione. Eliminate il supporto software. Ciò che rimane non è un'industria petrolifera funzionante in attesa di essere 'liberata', ma un guscio inerte".

Conclusione: “La conversione del settore petrolifero venezuelano costruito dalla Cina in uno americano richiederebbe almeno dai tre ai cinque anni”.

L'analista finanziario Lucas Ekwame coglie i punti salienti. Il Venezuela produce petrolio superpesante, denso come catrame. Non scorre semplicemente, ma deve essere fuso per raggiungere la superficie e, dopo l'estrazione, si indurisce nuovamente, richiedendo un diluente: per ogni barile esportato è necessario importare non meno di 0,3 barili di diluente.

A questo si aggiunga l'infrastruttura energetica del Venezuela, plasmata dalla Cina e allo stesso tempo vittima di anni di sanzioni americane, persino peggiori di quelle imposte all'Iraq all'inizio degli anni 2000, e la difettosa “strategia” petrolifera del neo-Caligola diventa evidente.

Ciò naturalmente non altera la festa a breve termine degli avvoltoi imperiali degli hedge fund sulla carcassa del Venezuela, a cominciare dal raccapricciante Paul Singer, il miliardario sionista gestore di hedge fund e donatore del super PAC MAGA (42 milioni di dollari nel 2024), la cui Elliott Management ha acquisito la filiale di Houston della CITGO per 5,9 miliardi di dollari a novembre, meno di un terzo del suo valore di mercato di 18 miliardi di dollari, grazie all'embargo sulle importazioni di petrolio venezuelano.

La folla del denaro speculativa è destinata a incassare fino a 170 miliardi di dollari nel mercato del debito; le sole obbligazioni PDVSA in default valgono oltre 60 miliardi di dollari.

Quindi il Quadro Generale del Settore Petrolifero in Venezuela è molto più complesso di quanto sospetti la banda di Trump 2.0. Naturalmente, lungo la strada potremmo arrivare a una situazione in cui il Viceré del Venezuela, il gusano Marco Rubio, interrompa il flusso di petrolio da Caracas a Shanghai. Beh, considerando la “competenza” strategica di Rubio, è meglio iniziare subito a reclutare battaglioni di avvocati.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Fri, 09 Jan 2026 17:30:00 GMT
OP-ED
E se il sequestro di Maduro fosse anche altro?

 

di Sandrino Luigi Marra*

E se le motivazioni del sequestro di Maduro  fossero anche altre? Ovvero non solo l’interesse per il petrolio e “l’ordine” nel giardino di casa degli USA (secondo la loro visione imperialista) ma anche il pericolo socialista del Chaveziano Maduro? Da qualche giorno è questa l’ipotesi che in contesti di studi geopolitici non allineati, di cui si parla. Questa può apparire una mezza assurdità ma se si analizza dietro la facciata “petrolifera” si comincia a vedere altro, dove la combinazione petrolio e socialismo, con il petrolio che è il denaro del socialismo, declara di fatto il successo stesso del socialismo e ben sappiamo quanto questo agli occhi degli USA appaia pericoloso (vedasi Cuba).

Da diversi giorni a seguito del sequestro del Presidente Maduro vi è stato un crescendo di dimostrazioni di venezuelani emigrati negli USA ed in Europa, inneggianti alla “cattura del dittatore” ed in occidente ciò che vediamo è questo, questo è quello che i media ci propinano. Non vediamo l’equivalente delle manifestazioni in Venezuela. È anche vero e bisogna anche dare atto alle parole ed al pensiero di chi vive ed ha vissuto il chavismo ed il madurismo come una tragedia personale, familiare e sociale ed è anche giuste raccontarle anche se bisognerebbe raccontarle con il vissuto di coloro che si identificano come esiliati. Ma lasciando da parte il “sarebbe” o il “non sarebbe” poiché non è con questo che si fa la storia, è anche giusto raccontare e far parlare le masse che in Venezuela si sono mobilitate a favore del Presidente e non solo a Caracas.

Se le persone manifestano in massa a Caracas ci dovrà pur essere un motivo, e per i numeri che si stanno muovendo è irrealistico dire che “è il regime a portarle in piazza” e se proprio si deve vendere tale opinione bisogna dire che è a uso e consumo di chi ha interesse a venderla così poiché la realtà e diversa e ben reali le motivazioni delle masse e dei singoli. E qui che emerge un punto in pratica ignorato: la frattura di classe nel paese, che contemporaneamente è anche geografica, culturale, simbolica e sociale e che per decenni se non per secoli ha pesato su una parte numerosa della popolazione se non nella maggioranza definita meticcia. Una frattura che di fatto è stata una emarginazione importante che ha relegato una parte della società ai margini della vita del paese, non intendendo la vita politica ma la vita nel senso vero del termine: il cibo, i servizi sociali, la salute, la scolarizzazione, il futuro del singolo, il lavoro. Una emarginazione tra le più tristi e brutte dell’America Latina di cui ne parlò e per diversi anni Ernesto Guevara dopo il suo lungo viaggio in motocicletta con l’amico Alberto Granado ed era al tempo il 1951. Da allora ben poco era cambiato per una parte numerosa della popolazione (alcuni dati parlano del 70%) fino all’elezione di Chavez.

Prima di Chavez una parte enorme della popolazione dei barrios e parliamo di milioni di individui ricordando che per barrios non si intendono solo le baraccopoli delle città ma anche i villaggi poveri rurali, non era nemmeno registrata all’anagrafe, non aveva documenti, non aveva accesso all’istruzione, alla sanità, ai servizi sociali, all’acqua corrente e molto spesso neanche ad una casa nel termine basilare della parola. Erano dei fantasmi e come tali trattati e ricordiamo che questa era la stessa situazione che esisteva nel Brasile del prima Lula.

Il Chavismo altro non ha fatto che ridistribuire sulla popolazione gli enormi profitti del petrolio, facendo divenire il petrolio un bene comune e non un bene di impresa e capitalistico. Nel Venezuela del prima Chavez solo il 45% della popolazione era alfabetizzata. Solo il 50% della popolazione aveva accesso ai servizi sanitari e la povertà fu ridotta in 5 anni di quasi il 30% riducendola dal 54 al 28% mentre la povertà assoluta del 70%. Furono funzionali l’istituzione di cliniche e ambulatori delocalizzati per combattere malnutrizione e malattie infettive, oltre a fornire alloggi popolari per un numero di 5 milioni di abitazioni.  Tra le misure prese da Chávez, in gran parte reinvestendo i proventi petroliferi: lo stanziamento di circa 314 milioni di euro per la ricerca scientifica, l'aumento del 40% degli stipendi degli insegnanti, borse di studio e istruzione gratuita, creazione di una banca popolare con bassi crediti per scopi sociali e umani, come l'acquisto di un alloggio familiare, creazione di cooperative, abolizione del latifondo, nazionalizzazione dei pozzi petroliferi, uscita del Venezuela dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, blocco della fuga di capitali e della svalutazione del bolívar, incremento alla sanità pubblica con seicento centri di diagnostica.

Tutto ciò ha significato che per la prima volta lo Stato in cui tali milioni di persone erano nate, venivano da tale Stato riconosciute, non erano più degli invisibili, per molti per la prima volta lo Stato si preoccupava di loro. Ed è per questo che la popolazione si mobilita perché il sequestro di Maduro è un atto contro un mondo sociale, contro cittadini che per la prima volta dallo Stato hanno avuto qualcosa, che anche se può apparire poco è sempre più di quanto ricevuto dal 1811 anno dell’indipendenza. Il sequestro è divenuto un atto ostile contro un popolo e poca importanza ha se costui si chiama Maduro o si chiama Simon o altro, è un atto contro la propria esistenza e viene percepito come il voler riportare la popolazione nel buio da cui provenivano.

Il chavismo con Chavez prima con Maduro poi è stata come detto la luce per una vita migliore, ed anche se l’inflazione, la crisi economica hanno creato problemi resta che una parte della popolazione, la parte più numerosa mette a tavola più di quanto poteva solo venti anni fa. E quel che andava fatto, ciò che si deve fare è comprendere una realtà che non va né mitizzata né rimossa ma compresa dentro una società segnata da diseguaglianze estreme. E le fratture, la frattura del paese non è certo opera di Chavez o di Maduro esisteva da prima da molto prima, Chavez ed il chavismo l’hanno portata alla luce, l’hanno resa visibile ed hanno tentato di ridurla, sapendo che non si sarebbe realizzata una riduzione dall’oggi al domani. Ha sicuramente avuto i suoi difetti, le sue problematiche, i suoi tratti anche autoritari ma è anche vero che ha dimostrato qualcosa. Ha dimostrato con gli eventi accaduti qualche giorno fa è parte di “…quella lunga catena di aggressioni continentali che non riguardano solo Cuba. Questa marea, questo flusso e riflusso del moto ondoso imperiale, è segnato dalla caduta di governi democratici o dalla nascita di nuovi governi sotto l’incontenibile spinta delle masse. La storia ha caratteristiche simili in tutta l’America Latina (Ernesto “Che” Guevara: Pasajes de la guerra rivolucionaria 1963)” e non può non pesare per gli USA il tratto socialista del Venezuela, della sua collaborazione con Cuba e la Colombia, con il suo partenariato economico con la Cina, poiché nonostante tutto quel che si vuole dire e pensare di Chavez o di Maduro, gli USA hanno in casa loro un problema sociale.

L’aver potuto far divenire visibili gli invisibili, avergli dato dignità umana (a milioni di individui) significa che la parte crescente della popolazione statunitense in situazione di disagio sociale può pretendere il diritto alla stessa dignità, può contestare come  gli introiti petroliferi su suolo USA non siano redistribuiti che restano in toto alle società petrolifere e parliamo di centinaia di miliardi di dollari. In un paese che distribuisce pasti gratuiti a 42 milioni di propri cittadini, che ha il 40% della popolazione che vive con redditi che li rendono vulnerabili e 100 milioni di cittadini indebitati per spese sanitarie e difficoltà nell’accesso ai servizi essenziali gli esempi sociali del Venezuela e di Cuba con quest’ultima sotto embargo USA dal 1962, possono essere la miccia di una candelotto di dinamite in casa propria.

Possono essere gli esempi di una realtà che nonostante mille difficoltà ha comunque dato dignità e vita agli invisibili come già ripetuto più volte, esempi per poter dire perché lì si e qui no, poter pensare che dunque il sistema capitalistico è fallimentare poiché le imprese e chi le guida e governa pensano esclusivamente al proprio profitto ed a null’altro? Che i beni del sottosuolo statunitense dunque sono ad esclusivo uso dell’imprenditoria e di nessun altro, dunque la nazione, la patria, i suoi beni non sono di tutti ma solo di alcuni? Si potrà dire che questo che si sta descrivendo e si è descritto è solo una facciata ex novo a giustificare quella che l’occidente definisce una dittatura, che con questo discorso si vuole salvare la faccia a Maduro. E se il suo sequestro, le dichiarazioni di Trump sullo stile di questo è il nostro petrolio e ce lo prendiamo non sia invece abbiamo bisogno del vostro petrolio per sistemare il caos sociale che abbiamo in casa, che non riusciamo e sappiamo risolvere e dunque ci prendiamo il vostro petrolio (vogliate o meno).E poiché si è anche dichiarato “prima la nostra ricchezza poi la vostra”, non sia un involontaria ed indiretta affermazione che il sistema sociale dello chavismo ha funzionato e che per farlo funzionare negli USA con lo standard di vita statunitense c’è bisogno di rubare petrolio altrove andando, oltremodo a rapire chi lo governa in una realtà che ha di fatto per decenni redistribuito la ricchezza petrolifera in modo funzionale ad un dato standard di vita. E dunque aveva ragione Che Guevara, aveva ragione Fidel Castro, aveva ragione Simon Bolivar, aveva ragione Salvador Allende?

E se la citazione del 2001 e di Santa Fe IV: "Che le risorse naturali dell'emisfero siano rese disponibili per soddisfare le nostre esigenze nazionali" significano che bisogna mettere riparo alla dissoluzione sociale statunitense prima che giunga a deflagrare? Lo stile di vita americano, tanto decantato, tanto vantato sta forse giungendo al suo termine e non si può dichiararlo apertamente, non si può rendere noto così a ciel sereno non si può ammettere che dunque sta vincendo il socialismo? E dunque come per Cuba, come per la Cina, come per il Venezuela certi modelli sociali debbono essere volutamente e forzatamente cambiati affinchè un sistema capitalistico che non guarda in faccia a nessuno, che calpesta la dignità delle persone, devono essere cancellati in qualche modo. E se per Cuba è valso (si fa per dire) l’embargo, se per il Venezuela il sequestro del suo Presidente legittimo, con qualche altro paese socialista valgono solo chiacchere al vento e fumo sul lago, e questo infine la dice lunga, se riflettiamo su tali termini, di cosa possa esserci dietro l’altra faccia della luna.    

*Università di Parma

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Fri, 09 Jan 2026 17:00:00 GMT
OP-ED
Francesco Sylos Labini - Perché Russia, Cina e Usa sono tre casi diversi tra loro

 

Una narrazione diffusa tende ad accomunare Trump, Putin e Xi Jinping come leader animati da un comune impulso imperialista. Di conseguenza, i conflitti che li coinvolgono vengono considerati analoghi così che i tre leader alla fine sarebbero ugualmente “imperialisti”. Si tratta di una semplificazione fuorviante che invece di fare chiarezza rende più confusa la comprensione delle cause reali dei conflitti.

La guerra in Ucraina riguarda l’architettura di sicurezza della Russia e, di riflesso, dell’Europa. Non si tratta di un’operazione imperialista, ma di una risposta a una guerra civile in Donbass iniziata nel 2014 e all’espansione della Nato verso Est. La richiesta centrale di Mosca era la neutralità dell’Ucraina. L’intervento russo è stato giustificato con il principio della Responsibility to Protect (R2P), secondo cui la comunità internazionale può intervenire se uno Stato non protegge la propria popolazione da crimini gravi. Tuttavia, tale principio richiede l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che non c’è stata: per questo l’intervento è illegale secondo il diritto internazionale. Mosca ha tuttavia richiamato il precedente del Kosovo: anche in quel caso, nel 1999, la Nato intervenne militarmente contro la Serbia senza autorizzazione Onu, giustificandosi con presunte violazioni dei diritti umani.

Anche per la Cina, evocare l’imperialismo è fuori luogo. La questione di Taiwan si colloca nel quadro della “One China Policy”, secondo cui esiste una sola Cina e Taiwan ne fa parte. La Risoluzione Onu 2758 ha assegnato il seggio cinese alla Repubblica Popolare Cinese (Rpc), espellendo Taiwan dalle Nazioni Unite. La maggior parte dei Paesi, inclusi gli Usa e l’Italia, riconosce la Rpc come unico governo della Cina, rinunciando a relazioni diplomatiche ufficiali con Taiwan, pur mantenendo contatti economici e militari informali. Diverso è il caso del Venezuela che, a differenza del caso russo e cinese, rientra nella lunga lista di interventi occidentali in paesi lontani dai propri confini in assenza di un mandato Onu. In Venezuela, sembra evidente che l’obiettivo strategico sia il controllo diretto di una delle maggiori riserve petrolifere al mondo che potrebbe portare Washington a dominare oltre la metà delle riserve globali aumentando la pressione energetica su Russia e Cina. Lo spettacolo offerto da molti leader europei, intenti a giustificare l’ennesima ingerenza Usa in America Latina, rivela una difficoltà strutturale nel comprendere la transizione verso un mondo multipolare. Cinque secoli di dominio occidentale e tre decenni di egemonia unipolare hanno eroso gli strumenti culturali e diplomatici necessari per affrontare l’attuale crisi sistemica e l’Occidente non ha sentito il bisogno di imporsi alcun vincolo. In questo modo il diritto internazionale si è sgretolato. Oggi il periodo egemonico è finito per lo spostamento di potere economico verso Oriente e il diritto internazionale si trova indebolito.

Per questo gli attuali governi europei trovano difficile condannare il raid americano in Venezuela, come non riescono a trovare una via d’uscita dalla guerra in Ucraina. Ma questa linea si scontra con due ostacoli. Il primo è l’economia: sanzioni, autosufficienza forzata e deindustrializzazione stanno erodendo le basi produttive europee col risultato che si tenta di combattere una guerra con soldati che non ci sono, armati con armi non ancora prodotte e pagate con denaro che non esiste.

Il secondo è l’opinione pubblica che non sembra disposta ad aspettare. Ciò che serve è un nuovo approccio alle relazioni internazionali: fondato sul rispetto del diritto, sulla sovranità degli Stati e sul riconoscimento di un mondo realmente multipolare.

*Articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano del 9 gennaio 2026. Riproposto su gentile concessione dell'Autore

Data articolo: Fri, 09 Jan 2026 14:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Khamenei: l'Iran non tollererĂ  le ingerenze straniere

 

Il leader della Repubblica islamica dell'Iran, Sayyed Ali Khamenei, ha condannato i recenti atti di violenza che hanno provocato la distruzione su larga scala di proprietà pubbliche, mettendo in guardia contro disordini alimentati da interessi stranieri e invitando gli iraniani a preservare l'unità nazionale.

Ribadendo la fermezza politica e ideologica dell'Iran, Sayyed Khamenei ha affermato: "Tutti sanno che l'Iran non arretrerà di un millimetro dai suoi principi", sottolineando che pressioni, minacce o disordini non costringeranno Teheran ad abbandonare le sue posizioni fondamentali.

Ha aggiunto che “il popolo iraniano rifiuta la sottomissione”, sottolineando che gli atti di violenza sono slegati dalla volontà della popolazione in generale.

Affrontando direttamente la violenza, il leader iraniano ha dichiarato che "alcuni rivoltosi stanno cercando di compiacere il presidente degli Stati Uniti distruggendo proprietà pubbliche", accusandoli di agire in linea con interessi esterni piuttosto che con preoccupazioni interne.

In un messaggio diretto a Washington, Sayyed Khamenei ha chiesto al presidente degli Stati Uniti Donald Trump di concentrarsi sui problemi del suo Paese invece di interferire negli affari interni dell'Iran.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Fri, 09 Jan 2026 12:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Se la Borsa porta vantaggi alle aziende di Armi. L'anno 2026 inizia all'insegna dei profitti azionari

 

di Federico Giusti

L'economia di guerra, mai sufficientemente analizzata, prevede anche investimenti in Borsa e stratosferici utili per le aziende produttrici di sistemi d'arma e tecnologie duali. E come accadde per le multinazionali farmaceutiche ai tempi del Covid, se scoppia le guerra cresce anche la domanda di armi e allo stesso tempo inizia la forsennata corsa verso la realizzazione di sistemi tecnologicamente avanzati.
 
Dallo scoppio della guerra tra Ucraina e Russia quel campo di battaglia è stato il terreno di sperimentazione di tante armi, di nuove e vecchie tecniche militari, con l'adozione dei sistemi di videosorveglianza, l'intero complesso militare-industriale ha tratto quindi enormi benefici sotto forma di quotazione dei titoli in Borsa, oltre  ai ricavi per le vendite e le ordinazioni  future.
 
I guadagni variano da gruppo a gruppo e molto dipende dalla tipologia di armamenti e dalla quantità e qualità tecnologica presenti negli stessi, se la tecnologia  può essere utilizzata anche ambito civile. Nei primissimi giorni del 2026, in diversi casi, gli utili in Borsa hanno superato anche il 10 per cento dopo i grandi aumenti già registrati nel 2025.
 
E paradossalmente, ma fino a un certo punto, tanto più accentuato sarà il vento di guerra tanto più aumenteranno ordinazioni e utili per le imprese del settore che poi, è bene ricordarlo, sono in buona parte statunitensi.
 
Ma commetteremmo un errore a dubitare, in campo militare, delle capacità europee per quanto sia innegabile la supremazia Usa che beneficerà ancora per anni di gran parte delle ordinazioni.
 
La Ue deve piuttosto guardarsi dai conflitti interni, dalla competizione tra le stesse aziende  comunitarie che hanno concluso alleanze e join venture con colossi statunitensi e di altri paesi, molte imprese di guerra del vecchio continente hanno delocalizzato negli Usa parte della loro produzione . Non  a caso, tra le raccomandazioni di Draghi, si trovava proprio la necessità di  costruire sinergie ma non doppioni, dotarsi di una strategia condivisa che mettesse insieme, e non in competizione, le imprese di guerra specie quelle più avanzate come Bae Systems, la francese Thales, l’italiana Leonardo, la franco-tedesca Airbus, la tedesca Rheinmetall.
 
E proprio Il fatturato  delle più grandi imprese europee produttrici di armi è aumentato più di quelle statunitensi  tanto che  l'argomento lo ritroviamo su varie testate, ad esempio Il fatto Quotidiano in edicola lo scorso 7 Gennaio
 
L'aggregato delle cinque principali europee nei primi nove mesi del 2025 (eccetto Bae, per la quale sono disponibili solo i dati semestrali) è aumentato del 12% a 62,2 miliardi di euro, una percentuale doppia rispetto a quella dei cinque grandi gruppi Usa, che hanno però un fatturato quasi triplo per valore assoluto, equivalente a 176,5 miliardi di euro ael cambio del 30 settembre.
 
La redditività complessiva è cresciuta a doppia cifra, con qualche eccezione. Le big five americane hanno aumentato gli utili operativi del 36% a 19,4 miliardi di dollari. Le europee, prendendo i valori resi noti da Leonardo, Airbus e Rheinmetall e stimando la redditività di Bae e Thales, hanno un utile operativo e aggregato di 5,55 miliardi di euro, +40% rispetto allo stesso periodo del 2024.
 
Fatti due conti, considerate le commesse acquisite e già previste per i prossimi anni, non è azzardato ipotizzare un aumento ancor maggiore degli utili, dei ricavi e dalla quotazione dei titoli in Va fronte di una tassazione alquanto favorevole, di finanziamenti nazionali e europei, di politiche del riarmo che andranno a rafforzare le ordinazioni come mai accaduto dal secondo dopo guerra ai nostri giorni.
 
 
Impressionanti i rialzi in Borsa  grazie al grande aumento delle spese militari in deroga per altro ai tetti di spesa, ebbene nell'anno passato la crescita delle imprese europee è di gran lunga maggiore di quelle statunitensi. 
E il record  dei profitti tuttavia viene da Israele. Elbit Systems nei primi nove mesi del 2025 ha aumentato del 18%, le azioni sono aumentate del 195%,

Le aziende belliche dell'Ue hanno registrato vertiginosi aumenti dei guadagni con la domanda ucraina | Euronews

Nel 2024 i primi 100 produttori di armi hanno guadagnato 679 miliardi di dollari: i dati del report del SIPRI

https://www.milanofinanza.it/news/boom-delle-vendite-di-armi-in-dieci-anni-ricavi-su-del-26-per-i-primi-100-produttori-exploit-di-giappone-202512011057554694

E il ruolo dei Governi? E' di fondamentale importanza in questo scenario di guerra, le imprese produttrici di armi si attendono politiche favorevoli e in Italia, a tal riguardo, arriva proprio in questi giorni il progetto di dare vita al nuovo polo europeo per l’addestramento dei piloti del velivolo da combattimento di quinta generazione Lockheed Martin F-35 Lightning
 
La scelta della sede ha individuato un piccolo aeroporto, quello militare di Trapani-Birgi che tuttavia, specie in estate, è aperto al traffico civile, hanno operato da mesi tanto l' Aeronautica Militare quanto il Ministero della difesa e la industria nazionale. Meglio di noi ne parla il Portale Analisi difesa in un articolo pubblicato proprio in questi giorni a cui rinviamo per tutti i necessari approfondimenti.
 
Il programma per il centro addestrativo europeo dell’F-35 a Trapani-Birgi – Analisi Difesa

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Fri, 09 Jan 2026 11:30:00 GMT

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