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IN PRIMO PIANO
Il piano euro-ucraino per mascherare la disastrosa situazione al fronte

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

A dispetto della propaganda di guerra propilata dai media di regime allo scopo di continuare a spremere risorse pubbliche e deviarle dalle necessità sociali alle spese di guerra, la situazione sul campo di battaglia in Ucraina non è affatto “di stallo” e tantomeno vede le forze russe “in difficoltà”. Per quanto reclamizzati, i raid di droni ucraini su alcune città e infrastrutture della Russia non incidono che molto indirettamente sulla situazione al fronte, dove le forze russe stanno costantemente avanzando. Come osserva Kirill Strel'nikov su Ukraina.ru, è falsa la narrazione dei media ligi alle cancellerie europee, secondo cui «nessuna delle due parti dispone delle risorse per ribaltare la situazione»: le forze russe stanno raccogliendo i frutti della propria strategia contro l'ultima roccaforte di Kiev nel Donbass: l'agglomerato urbano di Slavjansk-Kramatorsk. Ingannati dalla lentezza dell'avanzata delle truppe russe, gli osservatori occidentali pronosticavano che la caduta di quest'area fortificata avrebbe richiesto almeno due anni. Le unità russe hanno però iniziato ad attuare una strategia a "tenaglia", muovendosi contemporaneamente da più direzioni, e questo ha radicalmente cambiato la situazione operativa.

Pare doveroso illustrare questa situazione, per inquadrare oggettivamente le ultime mosse di Kiev nei confronti della Bielorussia, a partire dagli ultimatum lanciati dal nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij all'indirizzo di Minsk, perché rimuova i ripetitori installati nelle regioni di Gomel e Brest che, a detta di Kiev, servirebbero a dirigere i voli dei droni russi.

In sostanza, la “realtà sul campo”, al contrario delle omelie intonate dai media euro-atlantisti, vede le forze ucraine in condizioni,a voler essere generosi, di “affanno”; ragion per cui a Bruxelles e Kiev ci si industria a escogitare qualche manovra diversiva che conceda loro un po' di respiro, in attesa delle forniture di ulteriori mezzi e armamenti alla junta nazi-golpista.

Ora, secondo le ultime notizie, Kiev ha annunciato l'evacuazione forzata di 12 insediamenti nella regione di Cernigov, al confine con Russia e Bielorussia, che dovrebbe iniziare il prossimo 1 luglio. Secondo diversi esperti militari, questo potrebbe essere un segnale indiretto che le forze armate ucraine si stanno preparando ad attaccare la Bielorussia, bonificando l'area. A detta dell'ex deputato della Rada Oleg Tsarëv, l'evacuazione dei villaggi di confine avrebbe l'obiettivo di allontanare le «attenzioni indesiderate prima di dispiegare truppe e mezzi. Esiste già un precedente: l'evacuazione forzata dei villaggi di confine che precedette l'invasione della regione di Kursk nell'estate del 2024».

L'esperto militare Vladimir Popov ha dichiarato a Moskovskij Komsomolets che, in caso di provocazione ucraina, l'esercito russo interverrebbe senz'altro a sostegno della Bielorussia: «i bielorussi saranno costretti a reagire, in ogni caso. E allora dovremo assolutamente condurre operazioni offensive congiunte per respingere il nemico comune. Quanto ai nostri piani di marciare su Kiev, ne dubito. Non è nel nostro interesse in questo momento». Nell'immediato, l'obiettivo è infatti quello di annientare il nemico sulla direttrice di Kupjansk, nell'agglomerato di Slaviansk-Kramatorsk, a Zaporož'e, nell'area di Dnepropetrovsk. Dobbiamo avanzare il più possibile lungo il Dnepr, dice Popov, fino alla periferia di Zaporož'e per proteggere questo "angolo", perché «è possibile che le forze ucraine decidano prima o poi di attaccare la centrale nucleare».

C'è però anche la possibilità che le manovre di Kiev attorno alla Bielorussia costituiscano una manovra diversiva per operazioni contro la Crimea. In effetti, dice Popov, gli ucraini sognano l'arrivo di volontari francesi e britannici, poiché le forze ucraine non sono in grado di agire da sole in quella direzione: non dispongono delle forze e risorse necessarie.

A parere dell'ex agente dell'intelligence israeliana Jakov Kedmi – di origine russa, è ospite assiduo dei talk show russi - se Zelenskij decidesse di trascinare la Bielorussia nel conflitto, non farebbe altro che accelerare la caduta del regime di Kiev. È difficile non essere d'accordo con lui su questo punto, nota l'osservatore Serghej Koldin ancora su Moskovskij Komsomolets; solo i dettagli della sua visione sollevano dei dubbi. Dal punto di vista di Kiev, dice Kedmi, si tratterebbe di aprire un nuovo fronte contro la Bielorussia, un fronte estremamente ostico: «mentre l'esercito russo deve attraversare l'intera Ucraina da est per avanzare, partendo dalla Bielorussia dovrebbe percorrere una distanza molto minore per tagliare l'Ucraina a pezzi, partendo dall'Ucraina occidentale». Inoltre, l'esercito bielorusso, attaccando in direzione di Rovno e L'vov, sarebbe in grado di interrompere tutte le vie logistiche dei rifornimenti europei all'Ucraina. Kedmi è convinto che sul versante bielorusso, «per quanto l'Ucraina sia pesantemente rifornita di armi, rimane indifesa e questo apre opportunità per l'esercito russo: operando sul versante bielorusso, sarebbe come affondare un coltello nel burro, dato che non ci sono né fortificazioni, né sufficienti truppe».

D'altra parte, osserva Koldin, il piano per colpire la Bielorussia non è solo uno “sfogo impulsivo di emozioni generato dalla mente febbricitante di un cocainomane": questa provocazione non è stata ideata da Zelenskij o dall'esercito ucraino. Un attacco con droni, artiglieria, sistemi razzo multipli e missili sul territorio bielorusso verrà presentato all'opinione pubblica ucraina (e, per estensione, alla "comunità internazionale") come una misura necessaria per proteggere le "pacifiche città ucraine" dalla "aggressione russa", cui Minsk fornisce assistenza e informazioni. Quindi, a seguito delle prevedibili misure di rappresaglia bielorusse, sui media occidentali inizierà una campagna su un "attacco" alla “povera Ucraina" da parte del "dittatore Lukašenko". Una campagna che coinvolgerà la stessa società ucraina, con l'obiettivo di rimuovere ogni restrizione alla mobilitazione dei giovani ucraini di età dai 18 ai 24 anni, portando la "carne da cannone" a cifre che potrebbero superare il milione. «Saranno giovani inesperti, ma imparano in fretta in prima linea», dice Kedmi; le loro perdite saranno «enormi all'inizio, ma chi conta le vite dei normali cittadini ucraini? Sono semplicemente sacrificabili... La crisi di grave carenza di uomini sarà temporaneamente risolta. Almeno per la durata della nostra offensiva estiva-autunnale».

Il problema, osserva Koldin, è che Minsk non dispone di forze sufficienti a far fronte a un'azione ucraina in quell'area e l'unica opzione sarebbe quella di spostare forze russe dalla linea del fronte, col risultato di ridimensionare l'offensiva in corso: è proprio su questo che contano Kiev e i suoi padrini nel preparare la provocazione contro la Bielorussia. Da una parte, ciò permetterebbe di dichiarare la mobilitazione di massa in Ucraina e, dall'altra, obbligherebbe al trasferimento forzato di parte delle forze russe per difendere il territorio bielorusso. Il punto cruciale è che, in caso di attacco alla Bielorussia, Moskva potrebbe invocare il Trattato di Unione e arrivare a colpire l'aggressore con armi nucleari tattiche dislocate in Bielorussia per difendere l'integrità territoriale dello Stato Unitario: la dottrina nucleare contiene una disposizione in tal senso.

Dal marzo 2025 è infatti in vigore un accordo tra Moskva e Minsk sulle garanzie di sicurezza nel quadro dello Stato Unitario. Se necessario, ha dichiarato il Ministro degli esteri russo Serghej Lavrov, «siamo pronti ad adottare l'intera gamma di misure previste dal trattato per garantire la sicurezza del nostro alleato». Il comma 1 dell'art. 4 del trattato dice che «Le Parti considereranno un attacco armato contro uno Stato membro dello Stato Unitario come un atto di aggressione contro lo Stato Unitario nel suo complesso e adotteranno misure di rappresaglia adeguate, utilizzando tutte le forze e i mezzi a loro disposizione, conformemente all'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite e alla legislazione delle Parti». E al paragrafo 2 dell'art. 6, ricorda Elena Panina su news-front.su, è detto che «Le armi nucleari della Federazione Russa possono essere utilizzate... anche in caso di aggressione contro una qualsiasi delle Parti mediante armi convenzionali, che crei una minaccia critica alla sua sovranità o integrità territoriale» e tale formulazione riprende quella dei paragrafi 18 e 19 dei "Principi fondamentali della politica statale della Federazione Russa nel campo della deterrenza nucleare". In questo senso, non sorprendono le parole di Lavrov, secondo cui in caso di aggressione su vasta scala contro la Bielorussia, con una minaccia critica alla sua sovranità o integrità territoriale, la Russia potrebbe ricorrere all'uso di armi nucleari.

D'altronde, nella stessa Ucraina c'è chi si dice sicuro che Zelenskij abbia davvero intenzione di attaccare. «Per il regime di Zelenskij, il movimento verso la pace significa morte. La guerra è diventata la base della sua esistenza» afferma il deputato della Rada Artëm Dmitruk, concludendone che proprio per questo Kiev potrebbe davvero colpire la Bielorussia. In effetti, l'ultimatum  del nazigolpista-capo all'indirizzo di Lukašenko è stato lanciato appena pochi giorni dopo che i droni ucraini avevano colpito l'autobus che trasportava bambini bielorussi nella regione di Brjansk.

Addirittura, l'ex ambasciatore ucraino a Minsk, Roman Bessmertnij, invoca la distruzione della raffineria di petrolio bielorussa di Mozir e l'impianto di Naftan perché, dice, funzionano con petrolio russo e riforniscono la Russia di prodotti petroliferi, carburanti e lubrificanti. «Entrambe le raffinerie bielorusse sono di proprietà e gestite dalla Russia» dice l'ex diplomatico; la Russia «fornisce loro le materie prime, le raffina e poi le riprende. Per un certo periodo, alcuni di questi carburanti leggeri e lubrificanti venivano addirittura spediti nei Paesi Bassi, e si pensava che non fossero russi. Ma in realtà, venivano prodotti a partire da petrolio greggio russo in un impianto che è di fatto considerato russo... Ci sono tutte le ragioni per colpire obiettivi militari legittimi. Non sarebbe difficile tagliare la fornitura di petrolio greggio ad entrambi gli impianti in Bielorussia».

Insomma, sia con dichiarazioni a prima vista di second'ordine, sia anche con le abituali sparate bulliste del nazigolpista-capo, si sta preparando “l'atmosfera” in vista di qualche mossa con cui si pensa di alleviare la disperata situazione delle forze ucraine  sulla linea di combattimento; che si tratti davvero di una sortita contro la Bielorussia o di qualche altra manovra diversiva lungo altre direttrici, è probabile che se ne conosceranno gli effetti già a breve.

Di fatto, come dichiara a RIA Novosti il presidente della Commissione Sicurezza della Camera del Parlamento bielorusso, Ghennadij Lepeško, coinvolgere Minsk nel conflitto significherebbe per Kiev estendere il fronte di oltre mille chilometri e questo non tornerebbe particolarmente vantaggioso per la parte ucraina.

Ma le mosse dettate dalla disperazione, come lo sono spesso quelle dei ras nazigolpisti, nel “migliore” dei casi guardano solo al proprio vantaggio personale: al tornaconto lucrativo.

 

Data articolo: Fri, 26 Jun 2026 12:00:00 GMT
Diritti e giustizia
Tre fondi e sei multinazionali: Sanders svela chi controlla la politica e l'informazione

 

di Michele Blanco*

Partendo dall'analisi della società statunitense e dei suoi rapporti di forza, Bernie Sanders spiega con estrema chiarezza chi detiene il vero potere nel mondo contemporaneo. Il quadro che emerge è quello di un sistema in cui una ristrettissima cerchia di individui multimiliardari condiziona la vita economica, politica e mediatica di un'intera nazione. In questo contesto, la capacità della stragrande maggioranza della popolazione di determinare il proprio futuro o di influenzare l'indirizzo politico del Paese attraverso il voto democratico è ridotta a una mera facciata.

Oggi gli Stati Uniti d'America registrano le più profonde disuguaglianze di reddito e ricchezza della loro storia moderna. Mentre i ricchi accumulano patrimoni senza precedenti, la classe media fatica ad arrivare alla fine del mese, a pagare l'affitto e a sostenere i costi esorbitanti di una sanità privatizzata. Chi si trova in fondo alla scala sociale vive in una condizione di totale sussistenza, subalternità e disperazione. I numeri sono impietosi: un solo uomo, Elon Musk, con un patrimonio di 400 miliardi di dollari, possiede più ricchezza del 52% delle famiglie americane più povere. L’1% più facoltoso della popolazione detiene più ricchezza del restante 93%, e gli amministratori delegati delle grandi aziende guadagnano in media 350 vezes più dei loro dipendenti.

Il monopolio dei mercati: dalle multinazionali a Wall Street

A trasformare questo sistema in un'oligarchia non sono solo le disparità di reddito, ma una concentrazione della proprietà industriale mai vista prima. Poche mega-aziende controllano interi settori strategici, dettando le regole dell'economia e della politica. Scrive Sanders:

"Volete sapere perché nei negozi di alimentari di questo paese i prezzi della carne di manzo, di maiale e di pollo sono così alti? Be’, forse dipende dal fatto che appena quattro aziende americane controllano l’80% della lavorazione della carne bovina, il 70% di quella suina e quasi il 60% del pollame".

Questo monopolio non si limita all'agroalimentare. Coinvolge i trasporti, i servizi finanziari, l'energia, la sanità e i colossi tecnologici. Negli Stati Uniti, un pugno di multinazionali decide cosa viene prodotto, come vengono trattati i lavoratori e quali prezzi applicare ai consumatori. Ma chi possiede, a sua volta, queste multinazionali? La risposta porta a tre colossi di Wall Street: Vanguard, BlackRock e State Street. Questi tre fondi d'investimento esercitano un'influenza assoluta su centinaia di aziende leader e, di conseguenza, sull'intera economia nazionale. Controllano la General Motors e, contemporaneamente, controllano anche la Ford, che della prima dovrebbe essere la principale concorrente.

Il bavaglio dei mass media

Anche il sistema dei mass media, che avrebbe il compito di informare i cittadini in modo obiettivo, è caduto nelle mani di pochissimi ultra-miliardari e di giganteschi conglomerati internazionali. Ecco perché le grandi questioni che toccano da vicino la classe lavoratrice e le analisi strutturali sui rapporti di potere non trovano spazio nel dibattito pubblico. Non esistono programmi televisivi di prima serata che si chiedano perché gli Stati Uniti non garantiscano l'assistenza sanitaria universale o i congedi parentali retribuiti; né si sente mai parlare del divario sistemico tra ricchi e poveri.

Negli USA, appena sei multinazionali dell'informazione controllano il 90% di ciò che i cittadini vedono, ascoltano e leggono, spaziando dai media tradizionali (giornali, radio, TV, cinema) fino a internet e ai social network. I proprietari di questi imperi sono i singoli uomini più ricchi del pianeta:

  • Elon Musk possiede la piattaforma X (ex Twitter);

  • Jeff Bezos controlla il Washington Post, Amazon Prime e Twitch;

  • Mark Zuckerberg è a capo di Meta (Instagram, Facebook, WhatsApp);

  • Larry Ellison ha recentemente acquisito la Paramount (che include la rete CBS);

  • Rupert Murdoch possiede l'impero di Fox, il Wall Street Journal, il New York Post e la casa editrice HarperCollins.

I miliardari, di fatto, possiedono e controllano quasi ogni singola fonte di informazione mainstream negli Stati Uniti.

La corruzione della democrazia e i fondi politici

Oltre a generare disuguaglianze e concentrazione monopolistica, l'oligarchia ha profondamente corrotto il sistema politico, ormai dominato dai miliardari e dai loro potentissimi comitati di azione politica (PAC). Le campagne elettorali non sono più un confronto tra idee e candidati, ma una sfida miliardaria a colpi di spot pubblicitari.

Un esempio lampante è avvenuto nel luglio del 2025, quando i repubblicani al Congresso hanno approvato il Big Beautiful Bill di Trump, una delle riforme fiscali più sbilanciate della storia recente: la legge ha garantito sgravi fiscali per ben 1.000 miliardi di dollari all'1% più ricco della popolazione, finanziandoli attraverso tagli drastici al programma di assistenza sanitaria per i meno abbienti (Medicaid), ai sussidi alimentari e all'istruzione pubblica.

Politica estera e il caso degli aiuti a Israele

Questa dinamica di sottomissione del potere politico al denaro privato si riflette anche sulla politica estera, come dimostra la posizione del Congresso sul conflitto in Medio Oriente. In seguito al terribile attacco terroristico di Hamas contro Israele il 7 ottobre 2023 – costato la vita a 1.200 innocenti e culminato nel sequestro di oltre 250 ostaggi – Sanders riconosce il pieno diritto di Israele a difendersi. Tuttavia, il senatore denuncia come l'esercito israeliano abbia scatenato una guerra totale e indiscriminata contro il popolo palestinese a Gaza, violando apertamente il diritto internazionale.

Nel 2025, questo conflitto ha già causato circa 60.000 morti e oltre 146.000 feriti su una popolazione di appena 2,2 milioni di abitanti, colpendo in massima parte donne, bambini e anziani. I dati ONU parlano di almeno 18.500 bambini uccisi (di cui 12.000 sotto i dodici anni) e 25.000 feriti, con oltre 3.000 minori che hanno subito l'amputazione di uno o più arti. Nonostante i rapporti internazionali denuncino una carestia indotta dal blocco degli aiuti e bombardamenti sulle infrastrutture civili (scuole, ospedali e impianti idrici), i democratici e i repubblicani al Congresso continuano a votare lo stanziamento di miliardi di dollari in aiuti militari a Israele.

Perché lo fanno, pur conoscendo perfettamente la gravità della situazione? La risposta risiede nel timore della ritorsione politica ed economica dell'AIPAC (American Israel Public Affairs Committee). Nel 2024, questo potente comitato ha speso ben 100 milioni di dollari per finanziare campagne elettorali volte a sconfiggere quei membri del Congresso – come Cori Bush nel Missouri e Jamaal Bowman a New York – che avevano osato opporsi all'invio di armi al governo di Netanyahu. La politica estera di Washington viene così definita dai grandi finanziatori e dai loro gruppi di pressione.

Un controllo globale: dall'amministrazione locale alla cultura

Questa forma di corruzione non risparmia nemmeno la politica locale o la cultura. Quando Zohran Mamdani ha sconfitto l'esponente dell'establishment ed ex governatore Andrew Cuomo alle primarie democratiche per la carica di sindaco di New York, l'élite finanziaria è entrata in fibrillazione. Wall Street e i grandi speculatori immobiliari, non tollerando l'ascesa di un candidato vicino alla classe operaia, hanno annunciato apertamente sulle prime pagine dei giornali che avrebbero investito centinaia di milioni di dollari pur di decretarne la sconfitta alle elezioni successive.

L'influenza dell'oligarchia plasma infine anche la cultura di massa. La logica del profitto aziendale decide quali film finanziare, quale musica distribuire e cosa i giovani debbano considerare di tendenza. Da anni il potere degli oligarchi cresce senza sosta, costringendo i presidi democratici a una continua ritirata. È in questo scenario di sottomissione della politica al denaro che Donald Trump, sostenuto da ingenti capitali miliardari, ha riconquistato la presidenza, trascinando il mondo intero in una fase storica estremamente instabile e pericolosa.

*Recensione del libro di Bernie Sanders, Contro l’oligarchia, Chiarelettere 2026. pubblicata su “La Fonte, periodico dei terremotati o di resistenza umana”, luglio-agosto 2026, ANNO 23, n.7, p. 20.

Data articolo: Fri, 26 Jun 2026 10:30:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Scuola bombardata in Iran, Amnesty accusa il Pentagono: "Sapevano che c'erano bambini"

 

Amnesty International ha denunciato che, a quattro mesi dal terribile attacco aereo contro la scuola di Minab, gli Stati Uniti non sono ancora stati ritenuti responsabili dell'accaduto, né hanno pubblicato i risultati di un'indagine ufficiale.

L'organizzazione ha espresso giovedì la propria ferma condanna per la mancanza di trasparenza di Washington in merito all'aggressione militare perpetrata il 28 febbraio scorso contro la scuola Shayare Tayebe, nella città iraniana di Minab (provincia meridionale di Hormozgan). A quasi quattro mesi dal bombardamento, costato la vita a 168 tra ragazze e ragazzi, non è stata fatta ancora chiarezza.

Amanda Klasing, direttrice nazionale delle relazioni governative e dell'attività di advocacy di Amnesty International USA, ha dichiarato:

"Sono trascorsi quattro mesi dal più letale attacco aereo statunitense contro i civili nella storia recente, e ancora non ci sono risposte chiare sulle cause del bombardamento o su chi sia stato il responsabile dell'operazione. Perché ci vuole così tanto tempo? Il pubblico e le famiglie delle vittime hanno bisogno di trasparenza e responsabilità; le famiglie devono ottenere verità, giustizia e un risarcimento."

Klasing ha criticato le dichiarazioni "contraddittorie" del presidente statunitense Donald Trump e ha accusato il Pentagono di ostacolare il controllo del Congresso. In questo contesto, ha evidenziato la crescente frustrazione dei legislatori e dell'opinione pubblica di fronte alle risposte evasive del Segretario alla Difesa statunitense, Pete Hegseth, e di altri funzionari, i quali continuano a ripetere che l'incidente è ancora oggetto di indagine.

Amnesty International ha ribadito che "l'esercito statunitense è responsabile" dell'""attacco missilistico di precisione Tomahawk contro una scuola piena di bambini". Klasing ha inoltre sostenuto che il Pentagono disponesse di mezzi sufficienti per verificare che l'edificio fosse una scuola e non un obiettivo militare: "Quando vi sono prove sufficienti, le autorità competenti devono perseguire chiunque sia sospettato di responsabilità penale", ha sottolineato.

L'organizzazione ha chiesto al Pentagono di concludere urgentemente l'indagine e di pubblicarne l'esito, sollecitando che i responsabili vengano chiamati a risponderne e che vengano ripristinati i meccanismi per mitigare i danni ai civili. Ha infine avvertito che qualsiasi risposta che non garantisca trasparenza e responsabilità "equivarrebbe a insabbiare una grave violazione del diritto internazionale umanitario e a tradire le vittime e i sopravvissuti di questo orribile attacco".

Secondo i dati raccolti, il centro educativo è stato colpito da diversi impatti consecutivi di missili Tomahawk, prodotti dalla società americana Raytheon a Tucson, in Arizona. Il bilancio del raid è di 168 morti e oltre 96 feriti: la struttura è stata centrata due volte dalle armi statunitensi mentre 264 studenti si trovavano all'interno delle classi. L'Onu ha condannato fermamente l'attacco, chiedendo un'indagine immediata.

L'aggressione congiunta statunitense-israeliana contro i minori iraniani si è intensificata negli ultimi due anni, con due ondate di attacchi che hanno causato la morte e il ferimento di decine di bambini. Durante l'ultima guerra di aggressione contro l'Iran, la popolazione civile ha subito gravissimi danni a causa degli incessanti raid aerei statunitensi e israeliani condotti tra il 28 febbraio e il 7 aprile 2026. Secondo gli ultimi bilanci, i raid hanno ucciso almeno 3.519 persone (tra cui 3.002 uomini e 517 donne), provocando distruzioni diffuse alle infrastrutture civili del Paese.

Data articolo: Fri, 26 Jun 2026 10:30:00 GMT
IN PRIMO PIANO
"Complici del genocidio a Gaza": la durissima petizione contro i medici israeliani pubblicata su The Lancet

 

Oltre 1.150 professionisti e organizzazioni sanitarie hanno lanciato il 13 giugno una petizione per il boicottaggio dell'Associazione medica israeliana (IMA), accusandola di non rispettare l'etica medica e di essere "complicità" nel genocidio dei palestinesi a Gaza.

L'iniziativa è guidata dal People's Health Movement (PHM), da Medici per Gaza e dal Consiglio consultivo sanitario del gruppo Jewish Voice for Peace.

Le organizzazioni chiedono all'Associazione Medica Mondiale (WMA) di interrompere l'adesione all'IMA per il suo silenzio sulla sistematica distruzione delle infrastrutture sanitarie da parte di Israele e sull'uccisione, il rapimento e la tortura di medici, infermieri e soccorritori palestinesi.

La petizione è stata pubblicata anche su The Lancet, la rivista medica più prestigiosa al mondo.

La petizione esorta la WMA a "chiedere conto all'IMA" e condanna la "complicità" dell'IMA nell'assedio, nelle restrizioni agli aiuti umanitari e negli attacchi alle infrastrutture sanitarie a Gaza, nella Cisgiordania occupata, in Libano e in Iran.

La petizione affermava inoltre che l'IMA aveva violato "l'etica medica e il diritto internazionale umanitario" nella Striscia di Gaza assediata. 

Tra le centinaia di firmatari figurano l'organizzazione spagnola Health Workers for Palestine, l'associazione statunitense Doctors Against Genocide e la Health Alliance for Democracy nelle Filippine.

"La rivista medica The Lancet non ha individuato alcuna dichiarazione in cui [l'IMA] abbia condannato pubblicamente gli attacchi israeliani al sistema sanitario di Gaza, criticato la condotta israeliana nella guerra, chiesto un cessate il fuoco o risposto ai rapporti delle Nazioni Unite sul genocidio contro i palestinesi", ha scritto la rivista. 

L'IMA non è ufficialmente affiliata al governo israeliano.

Ciononostante, ha ripetuto a pappagallo le argomentazioni del governo israeliano a giustificazione degli attacchi agli ospedali di Gaza, in particolare l'affermazione infondata secondo cui Hamas utilizzerebbe le strutture mediche come centri di comando. 

Alla fine del 2023, un gruppo di medici israeliani, tra cui decine di medici in attività, ha pubblicato una lettera aperta in cui chiedeva il bombardamento dell'ospedale Al-Shifa di Gaza. 

In quella lettera si faceva riferimento alle infrastrutture sanitarie di Gaza come a un "obiettivo legittimo". L'IMA non ha preso provvedimenti disciplinari nei confronti dei medici coinvolti. 

L'ospedale Al-Shifa era tra le decine di strutture mediche di Gaza che sono state ripetutamente bombardate e perquisite dall'esercito israeliano.

"Questa istigazione è stata sostenuta dalla copertura istituzionale dell'IMA, che non solo non ha condannato gli attacchi al sistema sanitario, ma ha anche fatto pressioni per bloccare gli appelli internazionali al cessate il fuoco, privilegiando l'allineamento militare rispetto al suo dovere umanitario di proteggere la vita", ha scritto l'Euro-Mediterranean Human Rights Monitor in un rapporto dell'aprile 2026 . 

Il genocidio israeliano a Gaza ha portato alla distruzione del sistema sanitario della Striscia. 

Numerosi ospedali e centri sanitari sono stati bombardati e resi inutilizzabili. Nel dicembre 2024, le truppe israeliane hanno invaso l'ospedale Kamal Adwan nel nord della Striscia di Gaza. 

Secondo Euro-Med, durante il raid sarebbero stati giustiziati il ??personale medico e i civili sfollati che si erano rifugiati nell'ospedale.

Anche il direttore dell'ospedale, Hussam Abu Safiya, è stato rapito durante quel raid e rimane tuttora in custodia israeliana, dove rischia di subire gravi maltrattamenti e torture.

Data articolo: Fri, 26 Jun 2026 10:30:00 GMT
WORLD AFFAIRS
l'Iran lancia l'ultimatum agli USA dopo il volo dei caccia israeliani

 

A seguito del sorvolo dello spazio aereo di alcuni paesi confinanti da parte di caccia israeliani, il Comando Centrale iraniano di Khatam al-Anbia ha rilasciato una dura dichiarazione:

"Consideriamo i movimenti e la presenza di velivoli militari dell'esercito terroristico del regime sionista nello spazio aereo di alcuni paesi limitrofi, diretti verso l'Iran, come un'azione pericolosa e una minaccia diretta contro la Repubblica Islamica".

Nella nota ufficiale diffusa questo venerdì, il comando militare di Teheran ha esortato esplicitamente gli Stati Uniti a intervenire per "controllare e contenere" le azioni di Israele, lanciando un vero e proprio ultimatum a Washington:

"Dichiariamo che, se gli Stati Uniti non saranno in grado di contenere il regime sionista, la Repubblica Islamica dell'Iran non tollererà alcuna minaccia nei suoi confronti e riterrà un proprio legittimo diritto rispondere a queste azioni pericolose".

 

Data articolo: Fri, 26 Jun 2026 10:30:00 GMT
WORLD AFFAIRS
Base USA devastata dagli attacchi iraniani: 400 milioni di danni e intelligence in allarme

 

Il Wall Street Journal (WSJ) ha riportato che gli attacchi missilistici e con droni condotti dall'Iran durante la guerra hanno causato danni significativi alla base navale statunitense in Bahrein, costringendo Washington a riconsiderare il proprio dispiegamento militare in Asia occidentale. 

Il quotidiano, citando immagini, video e interviste pubblicate, nonché testimonianze di personale militare statunitense in servizio e in congedo, ha rilevato che l'edificio del quartier generale, almeno altri 12 edifici e due terminali di comunicazioni satellitari presso il quartier generale della Quinta Flotta della Marina statunitense sono stati danneggiati.

Il media statunitense ha inoltre stimato che il costo della ricostruzione delle strutture danneggiate nella base navale del Bahrein si aggiri intorno ai 400 milioni di dollari.

Nell'articolo si indicava inoltre che le autorità statunitensi stanno valutando opzioni quali la riprogettazione della base in Bahrein, la riduzione del numero di truppe schierate in Kuwait e Arabia Saudita, il trasferimento di alcune missioni in aree più occidentali, compresi i territori palestinesi occupati, e lo spostamento dei centri di comando in strutture sotterranee.

Il 28 febbraio, gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato una nuova serie di attacchi aerei contro l'Iran, otto mesi dopo aver condotto attacchi non provocati contro il Paese.

L'Iran ha reagito prontamente lanciando ondate successive di missili e droni contro i territori palestinesi occupati da Israele, nonché contro basi e interessi statunitensi in vari paesi della regione.

Stando ai rapporti ufficiali di Washington, più di una decina di militari statunitensi sarebbero rimasti uccisi negli attacchi iraniani, sebbene alcuni sostengano che il numero reale potrebbe essere superiore.

Secondo quanto riferito, gli attacchi avrebbero anche causato la perdita di decine di aerei da guerra, velivoli militari e droni statunitensi.

Data articolo: Fri, 26 Jun 2026 10:30:00 GMT
WORLD AFFAIRS
Sfida totale di Netanyahu e Katz: occupazione a tempo indeterminato in Libano, Siria e Gaza

 

Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il Ministro della Difesa Israel Katz hanno dichiarato apertamente che le forze armate manterranno l'occupazione militare di porzioni del Libano meridionale, della Siria e della Striscia di Gaza "per tutto il tempo necessario", una mossa che si scontra direttamente con il diritto internazionale.

Durante una cerimonia di consegna dei diplomi agli ufficiali combattenti nel sud del Paese, Netanyahu ha annunciato che le truppe rimarranno a tempo indeterminato nelle cosiddette "zone di sicurezza" istituite in quei territori. Katz ha ribadito fermamente questa posizione, respingendo ogni pressione esterna per il ritiro e precisando che Tel Aviv non lascerà il Libano meridionale nemmeno nel caso in cui fosse l'amministrazione del Presidente statunitense Donald Trump a chiederlo.

Questa linea dura è stata comunicata direttamente ai vertici di Washington: Katz ha informato il Segretario alla Difesa USA Pete Hegseth, mentre Netanyahu ha avuto un colloquio sullo stesso tema con Donald Trump.

Lo scontro con i trattati e l'escalation sul campo

La presa di posizione di Israele arriva nonostante l'articolo 1 del recente Memorandum d'intesa tra Iran e Stati Uniti (entrato in vigore il 18 giugno) richieda esplicitamente la "cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, compreso il Libano" e impegni le parti a garantire la sovranità e l'integrità territoriale di Beirut.

Sul campo, tuttavia, le violazioni del cessate il fuoco continuano. Oltre a mantenere il controllo terrestre, Israele ha proseguito i bombardamenti aerei sui sobborghi meridionali di Beirut e sulle città di confine. Secondo le autorità libanesi, il bilancio delle vittime collegate alle offensive ha superato le 4.230 persone a partire dallo scorso marzo.

Per diversi analisti, le dichiarazioni dei vertici israeliani – rilasciate in un momento di forti dissidi interni e crescenti pressioni internazionali – rappresentano un tentativo di proiettare un'immagine di fermezza, ma rischiano di alimentare ulteriormente la resistenza armata nella regione.

Data articolo: Fri, 26 Jun 2026 10:30:00 GMT
Lavoro e Lotte sociali
Il Sud cresce più del Nord? Cosa si nasconde dietro i dati Svimez e la propaganda

 

di E. Gentili, F. Giusti e S. Macera – Centro studi politico-sindacale

«Nel 2025, per il quarto anno, il Sud cresce più della media nazionale»: così recita il rapporto dello Svimez (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) relativo allo scorso anno.^[1] Le informazioni in esso contenute sono state puntualmente riprese e amplificate da partiti, associazioni e sindacati tradizionalmente vicini alla destra di governo, a cominciare dall’Ugl.

Invero, da una lettura non distratta dei dati emerge una crescita del Pil italiano di appena mezzo punto percentuale, inferiore a quella dell’anno precedente (0,8%) e al di sotto della media Ue. In questo quadro, le regioni meridionali ottengono un risultato di poco migliore; un dato che si può certamente sottolineare, ma mantenendo una doverosa sobrietà. Forse, all’interno dell’Unione, la più titolata a festeggiare è la Spagna, la cui performance risulta assai migliore di quella di potenze economiciche come Francia e Germania. Anche se quest’ultima – e si tratta di una novità di rilievo – esce finalmente dalla recessione, sia pur nel segno di una lievissima ripresa trainata dalle imprese di guerra e dalle nuove catene di fornitura di gas e petrolio a prezzi più contenuti.

Oltre a tenere in considerazione il contesto, il rapporto Svimez introduce alcune cautele, destinate però a scomparire nel comunicato stampa dell’Ugl. Vediamo il testo ufficiale:

«Nel 2025 il Pil delle regioni meridionali è aumentato, seppure di poco, più del Centro-Nord: +0,7% contro +0,5%. Per il quarto anno consecutivo l’espansione del prodotto meridionale è stata relativamente più intensa, anche se con un tasso di crescita inferiore al 2024 (+1%). Un periodo temporale di questa estensione nel quale il Sud cresce più del Centro-Nord costituisce una circostanza unica nelle serie statistiche omogenee disponibili dal 1980. Una crescita stabilmente superiore del Sud era avvenuta soltanto negli anni del boom economico, ma nell’ambito di un processo di sviluppo nazionale a tassi molto sostenuti».

Confrontiamolo ora con la nota pubblicata sul sito del sindacato in questione (notoriamente vicino a Fratelli d’Italia):

«I dati Svimez delineano un quadro incoraggiante dell’andamento economico nel Mezzogiorno. Per il quarto anno consecutivo il Sud cresce più della media nazionale, con un incremento dello 0,7% nel 2025 rispetto allo 0,5% del Centro-Nord, un risultato che non si registrava dai tempi del boom economico del dopoguerra».^[2]

Una prima domanda sorge spontanea: a cosa è dovuta la crescita di alcune aree meridionali, dopo anni di crisi sociale i cui effetti sono stati appena attenuati da generosi e cospicui ammortizzatori sociali? Sicuramente hanno inciso i finanziamenti pubblici (a partire da quelli del Pnrr), i patti territoriali e le gabbie salariali più o meno occultate. Per l’Ugl, tuttavia, la lettura dei dati è soprattutto funzionale a un elogio delle politiche dell’Esecutivo, dipinto come miracolosamente in grado di restituire forza e vitalità al Meridione.

Per salvare le apparenze vi è un fugace accenno agli effetti del Pnrr, ma i meriti principali vengono ascritti al Governo e a misure come gli esoneri contributivi a favore di giovani, donne e lavoratori della Zes Unica (Zona Economica Speciale per il Mezzogiorno). Curiosamente, si omette di ricordare le condizioni disastrose in cui versa l’istruzione in tante aree del Sud (con tanto di depotenziamento di importanti Atenei), per non parlare della sanità. Tra l’altro, tornando alla cosiddetta “Zes Unica”, basta consultare i siti governativi per capire che gli annessi (e assai discutibili) benefici derivano anzitutto dai finanziamenti comunitari.^[3]

Invero, l’Ugl va ben oltre l’esaltazione dell’operato della destra di governo. Il suo discorso è coronato dall’invocazione di opere pubbliche, tra le quali – guarda caso – viene citato in primis il Ponte sullo Stretto di Messina. Sorvolando sulle relative controversie, persino di natura giudiziaria, il sindacato guidato da Paolo Capone lo trasforma in un progetto atto a creare occupazione e, addirittura, sviluppo permanente. Che dire… più la propaganda si sgancia dal mondo reale, più sconfina nella pura visionarietà. La stessa che porta il sindacato di destra a prospettare, per il Sud, un futuro da hub logistico del Mediterraneo e rilevante polo della transizione energetica. Obiettivi che, per essere perseguiti seriamente, implicherebbero un mutamento radicale della condizione di gran parte del Mezzogiorno, che in sostanza dovrebbe superare in pochi anni lo status di periferia interna di un Paese industrializzato.

I dirigenti e i quadri dell’Ugl potrebbero obiettare che proprio a questo mirano, tanto che nel comunicato in oggetto si parla della trasformazione dell’intero Mezzogiorno in «uno dei principali motori della competitività italiana ed europea». Ma il loro discorso è inficiato da una contraddizione di fondo: si fa riferimento non a una svolta radicale, capace di scardinare equilibri e assetti consolidati, bensì al semplice consolidamento di un «percorso già avviato».

«Avviato» da chi? E quando? Forse da un Esecutivo, l’attuale, che – come e più dei precedenti di diverso colore – si disinteressa delle carenze scolastiche e sanitarie di aree sempre più vaste? Peraltro, se in questa narrazione ci fosse un fondo di verità, a breve giro dovremmo assistere a un’inversione di tendenza rispetto a un drammatico fenomeno: la fuga dei giovani verso il Nord. Come ha reso noto in questi giorni Il Sole 24 Ore, rielaborando i dati Istat, «nel Mezzogiorno i residenti tra 18 e 35 anni sono passati da oltre 4,1 milioni nel 2019 a circa 3,8 milioni nel 2026, con una perdita superiore a 313mila persone».^[4] Si tratta di un autentico dramma sociale, impossibile da superare se, come nel caso dell’Esecutivo odierno, ci si limita a vivere alla giornata senza mai concepire interventi strutturali.

Dunque, ancora una volta, forze sindacali interessate s’impegnano a forzare i dati statistici, giungendo a identificare segnali di lieve ripresa con l’avvio di una nuova fase di sviluppo economico. Per questa via alimentano la confusione e allontanano la discussione che andrebbe realmente fatta sul Meridione e sulla soluzione definitiva dei suoi annosi problemi.

Note

  • ^[1] Svimez, Comunicato Stampa del 18 Giugno 2025, [https://www.svimez.it/wp-content/uploads/2026/06/ITA_SvimezComunica_Giugno_2026.pdf](https://www.svimez.it/wp-content/uploads/2026/06/ITA_SvimezComunica_Giugno_2026.pdf).

  • ^[2] P. Capone, Nota stampa: Valorizzare patrimonio strategico per crescita intero Paese, [https://www.ugl.it/sud-svimez-capone-valorizzare-patrimonio-strategico-per-crescita-intero-paese/](https://www.ugl.it/sud-svimez-capone-valorizzare-patrimonio-strategico-per-crescita-intero-paese/).

  • ^[3] Cfr., per Zes Unica e Zone Economiche Speciali, [https://politichecoesione.governo.it/it/politica-di-coesione/strategie-tematiche-e-territoriali/strategie-territoriali/zes-unica-e-zone-economiche-speciali-zes/](https://politichecoesione.governo.it/it/politica-di-coesione/strategie-tematiche-e-territoriali/strategie-territoriali/zes-unica-e-zone-economiche-speciali-zes/).

  • ^[4] M. Finizio, In sei anni perso il 7,6% degli under 35 residenti al Sud. Ecco i motivi, «Il Sole 24 Ore», 21 Giugno 2026, [https://24plus.ilsole24ore.com/art/esodo-giovani-sud-2019-residenti-calo-76percento-motivi-AI8doCnD?s=sl](https://24plus.ilsole24ore.com/art/esodo-giovani-sud-2019-residenti-calo-76percento-motivi-AI8doCnD?s=sl).

Data articolo: Fri, 26 Jun 2026 05:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Il Venezuela devastato da due terremoti consecutivi

Il Venezuela sta affrontando una delle peggiori emergenze naturali della sua storia recente dopo il devastante doppio terremoto che ha colpito il Paese nel tardo pomeriggio del 24 giugno. Secondo l’ultimo bilancio ufficiale comunicato dal presidente dell’Assemblea Nazionale, Jorge Rodríguez, le vittime sono salite a 188, mentre i feriti hanno raggiunto quota 1.520. Restano inoltre disperse 157 persone e oltre 200 risultano ancora intrappolate sotto le macerie. Le scosse principali, di magnitudo 7,2 e 7,5, si sono verificate a soli 39 secondi di distanza l’una dall’altra, dando origine a un raro fenomeno noto come “doppietto sismico”.

A meno di ventiquattro ore dall’evento, i sismologi hanno registrato 138 repliche, portando a 140 il numero complessivo di eventi tellurici. Le aree maggiormente colpite sono la capitale Caracas, lo stato di La Guaira e le regioni di Aragua e Carabobo. I danni alle infrastrutture sono enormi: almeno 250 edifici risultano gravemente danneggiati o crollati e otto ospedali hanno subito lesioni tali da rendere necessaria l’evacuazione dei pazienti. Le autorità hanno dichiarato lo stato di emergenza nazionale e mobilitato squadre di soccorso in tutto il Paese.

Quasi 3.000 famiglie sono rimaste senza casa, mentre continua la corsa contro il tempo per estrarre i sopravvissuti dalle macerie. Gli esperti spiegano che la particolare violenza del sisma è legata sia all’elevata magnitudo delle due scosse sia alla loro scarsa profondità. Il fenomeno sarebbe inoltre collegato alla complessa interazione tra la placca caraibica e quella sudamericana, che attraversa il nord del Paese attraverso un sistema di faglie attive, tra cui quella di Boconó. I doppietti sismici rappresentano eventi relativamente rari ma estremamente distruttivi. Episodi simili si sono verificati negli ultimi decenni in Pakistan, Messico, Indonesia e, più recentemente, tra Turchia e Siria nel 2023.

Nel caso venezuelano, tuttavia, la quasi simultaneità delle due scosse ha amplificato l’effetto devastante sulle strutture già indebolite dal primo terremoto. Di fronte alla tragedia, Rodríguez ha lanciato un appello all’unità nazionale, sottolineando che la priorità assoluta è salvare vite umane e garantire assistenza alle migliaia di persone colpite da quella che viene già definita la più grave crisi sismica venezuelana degli ultimi trent’anni.


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Data articolo: Fri, 26 Jun 2026 05:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
L’Anello di Fuoco del Pacifico: il cuore instabile del pianeta

Il cosiddetto Anello di Fuoco del Pacifico rappresenta la più vasta e attiva area sismica e vulcanica della Terra. Questa immensa fascia geologica, lunga circa 40.000 chilometri e dalla caratteristica forma a ferro di cavallo, circonda l’oceano Pacifico concentrando circa il 90% dei terremoti mondiali e il 75% dei vulcani attivi del pianeta. L’area si estende dalla punta meridionale del Sud America lungo le coste occidentali delle Americhe, attraversa lo stretto di Bering e prosegue verso l’Asia orientale fino a raggiungere la Nuova Zelanda. Al suo interno si trovano circa 452 vulcani, molti dei quali ancora attivi.

Tra i Paesi maggiormente esposti figurano Stati Uniti, Cile, Giappone, Indonesia, Russia, Messico, Perù, Colombia, Canada e numerose nazioni insulari del Pacifico. Proprio in questa regione si sono verificati alcuni dei più devastanti disastri naturali della storia moderna, dalle eruzioni del Krakatoa e del Tambora ai grandi terremoti che hanno colpito Cile, Alaska e Giappone, spesso accompagnati da tsunami distruttivi. La ragione di questa intensa attività risiede nella tettonica delle placche. L’Anello di Fuoco coincide infatti con il punto d’incontro di diverse placche terrestri, tra cui quella del Pacifico, la Nordamericana, la Juan de Fuca e la Cocos.

In molte aree si verifica il fenomeno della subduzione, attraverso il quale una placca sprofonda sotto un’altra, accumulando enormi quantità di energia che possono liberarsi improvvisamente sotto forma di terremoti o alimentare la formazione di vulcani. Uno degli esempi più noti di questa dinamica è la celebre Faglia di San Andreas, in California, dove il continuo movimento tra la placca del Pacifico e quella nordamericana ha provocato numerosi eventi sismici nel corso dei secoli.

L’Anello di Fuoco rimane così una delle aree più studiate e monitorate del pianeta, poiché continua a rappresentare una delle principali fonti di rischio geologico per centinaia di milioni di persone.



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Data articolo: Fri, 26 Jun 2026 05:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
L'elefante nella cristalleria della NATO

 

di Clara Statello per l'AntiDiplomatico

 

Mark Rutte sbugiarda Daddy. Come un elefante in una cristalleria, il capo della NATO ha colpito ancora. Intervistato a Fox News elogia il contributo degli alleati alla guerra di Donald Trump contro l’Iran.

“Paese dopo Paese, alleato dopo alleato dopo alleato, hanno concesso le loro basi per l’Operazione Epic Fury. Ciò vuol dire migliaia, tra 4mila e 5mila missioni, così gli aerei sono decollati dalle basi europee per sostenere Epic Fury. E per questo l’Europa è la piattaforma per la proiezione del potere militare degli Stati Uniti”.

Elogia il coinvolgimento della NATO, prendendo come esempio l’Italia di Giorgia Meloni.

“500 aerei americani sono decollati dalle basi italiane per supportare Epic Fury. È qualcosa di enorme”.

Enorme come la gravità delle sue parole, una bomba per il governo. L’intento di Rutte, è stato detto successivamente, era quello di ricomporre la spaccatura in seno all’alleanza atlantica, in vista del vertice di Ankara. Ma con il suo intervento, in meno di un minuto, ha sbugiardato Trump, la Meloni e i leader occidentali, smascherandoli come parte cobelligerante che ha supportato l’offensiva statunitense, proprio nel momento in cui vorrebbero entrare nel processo negoziale con l’Iran. Sbugiarda la stessa NATO, mostrandola per quella che è in realtà: non un’alleanza difensiva ma una piattaforma per la proiezione globale del potere militare americano. 

Sbugiarda Donald Trump che aveva motivato il suo attacco al presidente del Consiglio italiano con la mancata concessione delle basi, sbugiarda il sovranismo di facciata di Meloni e Crosetto che adesso si nascondono dietro la foglia di fico delle “attività di natura tecnica e logistica”.

Calza a pennello un proverbio russo: con alleati così, non abbiamo bisogno di nemici.

 

Nessuno stop agli USA dall’Italia

Nulla di nuovo sotto il sole, in realtà. I voli dall’Italia verso il Golfo sono stati tracciati da siti come Itamilradar o Flightradar.

Effettivamente, a fine marzo, il governo negò l’utilizzo della base di Sigonella ai cacciabombardieri statunitensi diretti nel Golfo persico. Fu lo stesso Crosetto, però, a minimizzare l’accaduto.

 L’Italia "fornisce attualmente sostegno – aveva garantito - garantendo accesso, basi e diritti di sorvolo alle forze statunitensi". Non c’era stato, inoltre, nessuno stop alle concessioni “perché le basi sono attive, in uso e nulla è cambiato”, esattamente in linea con i governi precedenti e i trattati (segreti) che obbligano l’Italia alla servitù militare. Questa peraltro continua ad essere la linea di difesa del governo agli attacchi della Casa Bianca. Come vedremo, si tratta di una verità parziale.  

Ma se l’Italia ha messo a disposizione il suo spazio aereo, le sue basi e i suoi porti per la guerra di Trump, perché Trump ha accusato il governo Meloni di non aver prestato supporto agli Stati Uniti nella guerra contro l’Iran? Cosa c’è davvero dietro il risentimento di Washington contro Roma?

Prima di affrontare questo punto, analizziamo il livello di coinvolgimento italiano in Epic Fury.

Il coinvolgimento dell’Italia

Rutte ha parlato di 500 missioni partite da territorio italiano. È qualcosa di enorme, più di 12 aerei al giorno per 40 giorni di guerra. La natura e il livello di cobelligeranza dell’Italia emerge dalla ricostruzione tracciati di volo registrati e analizzati da Itamilradar.

“Sebbene l'Italia sembri aver imposto limitazioni ad attività specifiche direttamente collegate alle operazioni offensive contro l'Iran, vi sono poche prove che suggeriscano che alle forze statunitensi sia stato negato ogni tipo di supporto logistico”, si legge oggi sul sito.

La NAS di Sigonella è servita come base di appoggio per le missioni di intelligence condotte dai droni MQ-4C Triton e dagli aerei da pattugliamento marittimo Poseidon P-8A, usati anche per la caccia ai sommergibili, della US Navy.

In particolare i Triton sono stati largamente impiegati nelle missioni su Kharg, probabilmente per raccogliere dati utili alla valutazione di una possibile operazione da terra. Addirittura proprio in quell’area un UAV andò perduto il 7 aprile, al ritorno da una missione. Il Pentagono non ha mai ammesso l’abbattimento.

Anche la base di Aviano ha avuto una rilevanza strategica, specie nella fase preparatoria dell’attacco. Da qui, il 17 febbraio sono decollati 18 caccia F16 Lockheed Martin, a doppia capacità convenzionale e nucleare, diretti nel Golfo. Durante l’operazione, dallo stesso aeroporto militare sono partiti aerei radar di ultima generazione, come gli  E-2D Hawkeye della Marina statunitense.

Infine Itamilradar ha rilevato la mobilitazione del porto di Augusta, dove il molo NATO “ha continuato a supportare le attività navali alleate nel Mediterraneo. Sebbene le navi che utilizzano la struttura potrebbero non essere state direttamente coinvolte in attacchi contro l'Iran, alcune hanno contribuito a operazioni di sicurezza regionale più ampie, comprese quelle legate alla difesa di Israele dagli attacchi missilistici e con droni iraniani”. 

Oltre a prestare il territorio, l’Italia ha concesso anche il suo spazio aereo per il passaggio di caccia, aerei militari, ponti aerei per gli Stratotanker da rifornimento in volo (indispensabili per gli attacchi)

In generale, dall’analisi di Itamilradar risulta come l’Italia abbia svolto un ruolo logistico di supporto alle truppe americane, “entro i limiti definiti dagli accordi bilaterali esistenti e dalle decisioni politiche di Roma in merito al coinvolgimento diretto nella crisi”.

Hanno dunque ragione Meloni e Crosetto? Non esattamente.

Il ruolo decisivo dei TRITON negli attacchi USA

Così come altri paesi europei della NATO, l’Italia è stata retrovia logistica degli Stati Uniti nella guerra contro l’Iran e il suo territorio è servito per la proiezione della potenza militare statunitense nel mediterraneo, mar Rosso e Golfo Persico.

Tuttavia non è del tutto corretto dire che l’Italia non abbia avuto alcun ruolo negli attacchi cinetici contro obiettivi iraniani. I droni TRITON, infatti svolgono funzioni di intelligence fondamentali in fase preparatoria degli attacchi cinetici, per la definizione degli obiettivi e per la verifica delle operazioni.

Il UAV supporta gli attacchi cinetici attraverso quattro funzioni chiave:

  • Tracciamento di precisione per il puntamento (Weapons-Quality Tracks), ovvero geolocalizza i bersagli, fornisce le coordinate e le informazioni per gli attacchi di precisione a lunga gittata, consentendo a navi e jet di restare al di fuori del raggi della difesa nemica.
  • Coordinamento tattico e designazione dei bersagli (Strike Coordination): l’identificazione visiva e il puntamento laser consentono di mantenere il bersaglio. Quest’ultimo inoltre fornisce l'esatta telemetria visiva alle piattaforme d'attacco.
  • Valutazione dei danni da combattimento (Battle Damage Assessment - BDA): dopo l’attacco cinetico cattura immagini ad alta risoluzione dell’area e verifica se l’obiettivo è stato distrutto o è necessaria una successiva ondata.
  • Soppressione delle difese aeree nemiche (SEAD/DEAD): le capacità SIGINT consentono di captare i segnali dei radar nemici. Ciò lo rende uno strumento efficace anche nella guerra elettronica.

I TRITON decollati da Sigonella non hanno dato un supporto logistico alle truppe statunitensi, ma sono stati dei veri e propri moltiplicatori di forze e “registi” degli attacchi nella guerra contro l’Iran.

Il conflitto Trump-Meloni e l’uscita di Rutte

Tornando alla domanda iniziale, se il livello di coinvolgimento dell’Italia è stato al di sopra di quello di retrovia logistica, perché Donald Trump ha attaccato Giorgia Meloni? La questione non è la concessione delle basi, ma– come sempre - le spese militari. Non è una questione che riguarda solo l’Italia ma anche gli altri membri della NATO.

Non si tratta solo del raggiungimento effettivo della quota del 5% definita nel vertice del 2025 grazie alla “daddy diplomacy” di Rutte. Sul piatto ci sono le decisioni di spesa militare. Trump pretende che gli europei comprino le armi per l’Ucraina dall’America, per rilanciare il comparto bellico-industriale americano. Cosa, peraltro, stabilita nell’incontro informale in Scozia con Ursula von der Leyen, lo scorso agosto.

Lo strumento definito per questo è il PURL (Prioritized Ukraine Requirements List), un’iniziativa lanciata a luglio 2025 da Trump e Rutte, per consentire ai Paesi europei di comprare le armi statunitensi da inviare all’Ucraina per combattere contro la Russia. Il meccanismo è semplice: gli ucraini muoiono, gli europei pagano, gli americani incassano.

Secondo le previsioni il fondo deve raggiungere quota 15 miliardi di dollari, ma dopo un anno si è fermato soltanto a 6. Non tutti i Paesi hanno aderito. E l’Italia è fra questi. Il no definitivo di Crosetto è arrivato il 17 giugno. Due giorni dopo Trump ha dichiarato ad un giornalista di La7 di non essere obbligato a parlare con Meloni e di essersi fatto una foto con lei per pena.

Ieri le dichiarazioni di Rutte sulle 500 missioni partite dall’Italia contro l’Iran. Altre pressioni. Il messaggio è chiaro: l’Italia deve mantenere i suoi impegni di spesa.

Data articolo: Thu, 25 Jun 2026 18:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Venezuela, bilancio in peggioramento: 164 morti e quasi mille feriti

Sale a 164 il numero delle vittime accertate dopo i due forti terremoti che hanno scosso il Venezuela mercoledì sera. Lo ha comunicato la presidente incaricata Delcy Rodríguez, che ha aggiornato anche il numero dei feriti a oltre 1000 persone.

Un bilancio ancora provvisorio, ha precisato la capo di Stato ad interim, in quanto non comprenderebbe i dati provenienti dallo stato di La Guaira, dichiarato zona di disastro per il crollo di numerosi edifici. I due sismi principali, verificatisi poco dopo le 18:00 del 24 giugno, hanno avuto magnitudo rispettivamente di 7,2 e 7,5, con epicentri localizzati nei pressi delle città di Montalbán, nello stato Carabobo, e di Yumare, nello stato Yaracuy. Dopo le scosse principali si sarebbero registrate trenta repliche.

A Caracas, ha riferito Rodríguez, sarebbero crollati dieci palazzi. Le operazioni di soccorso sono attive senza sosta. La presidente incaricata ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale e annunciato la creazione di un fondo iniziale di 200 milioni di dollari, attingendo alle risorse che il paese detiene presso il Fondo Monetario Internazionale, destinato alla ricostruzione degli ospedali danneggiati e alla realizzazione di nuove abitazioni per gli sfollati.

Rodríguez ha riferito di aver mantenuto un contatto costante durante la notte con le autorità locali, in particolare con il governatore di La Guaira, Alejandro Terán, e con il sindaco del municipio Vargas, José Manuel Suárez, dove le squadre di ricerca e soccorso sono concentrate. Ha inoltre parlato con l'ammiraglia Carmen Meléndez, con Nahum Fernández e con il sindaco di Chacao, Gustavo Duque, per coordinare gli interventi. Al settore privato è stato chiesto il noleggio di macchinari pesanti per accelerare le operazioni di salvataggio tra le macerie.

Data articolo: Thu, 25 Jun 2026 16:40:00 GMT
WORLD AFFAIRS
L'Iran offre assistenza al Venezuela

Il governo iraniano ha offerto assistenza al Venezuela per le operazioni di soccorso a seguito dei terremoti di magnitudo 7.2 e 7.5 che hanno colpito il Paese mercoledì 24 giugno. Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha confermato la disponibilità di Teheran a sostenere il Paese sudamericano, come riferisce l'agenzia Mehr.

In una dichiarazione pubblicata su Telegram, la missione diplomatica ha affermato: "Esprimendo la propria solidarietà al popolo e al governo del Venezuela, l'Iran ha dichiarato la propria disponibilità a fornire tutta l'assistenza necessaria nelle operazioni di ricerca e soccorso".

Secondo l'United States Geological Survey (USGS), questo doppio terremoto è il più forte dal terremoto di San Narciso del 1900.

Secondo la presidente incaaricata del Venezuela, Delcy Rodríguez, finora si contano 164 morti e 971 feriti a seguito della tragedia, con lo stato di La Guaira che risulta il più colpito dal crollo di decine di edifici.

Rodríguez ha dichiarato lo stato di emergenza, mobilitato il personale medico, sospeso le lezioni e le attività non essenziali e annunciato la chiusura dell'aeroporto internazionale Simón Bolívar di Maiquetía a causa dei danni alle sue infrastrutture.

Data articolo: Thu, 25 Jun 2026 16:11:00 GMT
Fiammiferi
La notte in cui la terra ha tremato: il Venezuela bolivariano tra la solidarietà di classe e l'imperialismo del disastro


di Geraldina Colotti

La notizia arriva sul telefono che è già notte in Europa, con quel suono intermittente che nel nostro mestiere annuncia sempre la tragedia. Dall'altro lato della linea, da Caracas e da La Guaira, le voci dei compagni e dei colleghi dei media comunitari non tremano, ma sono cariche della gravità delle ore che definiscono l'urgenza di un popolo. Viene diffusa in tempo reale la mappa dell'epicentro del sisma – lo stato di Yaracuy – e quella delle zone più colpite, e le prime immagini dei crolli. Crolla anche parte dell'edificio della tv di Stato – VTV -, ma i colleghi rimarranno sul posto per tutta la notte, continuando a trasmettere le notizie. Non c'è spazio per le agenzie di stampa occidentali quando la cronaca si fa carne e macerie in presa diretta.

Ti dicono che la terra ha ruggito dal profondo, un boato sordo poco dopo le sei del pomeriggio, in un giorno festivo, quando le famiglie della classe operaia erano raccolte nelle case o per strada in compagnia di un bicchiere.

Due scosse consecutive, a un minuto di distanza, la più forte di magnitudo 7.5 secondo i rilievi geologici. Il più grande terremoto che ha colpito il paese in oltre un secolo. Il bilancio provvisorio che i compagni sul campo aggiornano di minuto in minuto, commentando i momenti in cui il governo incaricato parla in diretta al paese, è drammatico: si parla già di 174 morti e 971 feriti, con oltre trenta repliche sismiche che continuano a far sussultare il fango e il cemento, e il timore dell'arrivo di uno tsunami.

La Guaira, lo storico stato costiero – uno di quelli più colpiti dai droni Usa il 3 gennaio -, è stata dichiarata zona di disastro dalla presidenta incaricata Delcy Rodríguez. Le immagini che arrivano dai collettivi di Catia La Mar mostrano grattacieli sventrati, mentre a Macuto un intero hotel sul lungomare è stato ridotto in polvere. Perfino l'aeroporto internazionale Simón Bolívar è sigillato, con i soffitti crollati e i corridoi coperti di detriti. Nella capitale, i crolli hanno colpito i quartieri popolari e i municipi storici: da San Bernardino a Pinto Salinas, da El Paraíso fino alle zone agiate di Chacao e Baruta, dove si scava a mani nude per estrarre i sopravvissuti.

Per capire la portata del trauma che ha colpito il paese – un cataclisma seguito all'inedito sequestro del presidente Nicolas Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie, compiuto dagli Usa il 3 gennaio -, occorre spiegare cosa significasse per il popolo venezuelano quel mercoledì 24 giugno. Non si trattava di un giorno di riposo qualsiasi, ma della celebrazione nazionale della Battaglia di Carabobo del 1821, il momento culmine in cui l'esercito patriota guidato da Simón Bolívar sconfisse definitivamente le truppe coloniali spagnole, sancendo l'indipendenza della nazione. Nel codice genetico della Rivoluzione Bolivariana, Carabobo non è una ricorrenza museale, ma il simbolo vivente della rottura delle catene coloniali e della nascita della patria sovrana.

È proprio in questo giorno di festa nazionale, mentre le famiglie dei lavoratori erano radunate nelle case o nei bar, e i quadri popolari celebravano la memoria storica della resistenza antigolpista, che si è abbattuto il cataclisma. La coincidenza temporale aggiunge un carico emotivo immenso, ma svela anche la prontezza della risposta organizzata: lo spirito di Carabobo, per nulla spento nel corso di questa fase di ritirata strategica sotto ricatto, si è tradotto immediatamente, nell'arco di pochi minuti, dal piano della memoria storica a quello della mobilitazione di protezione civile e solidarietà di classe nelle strade sventrate di La Guaira e Caracas.

Intanto, dall'estero, l'estrema destra dell'ex candidato Edmundo Gonzalez, emetteva comunicati di sciacallaggio per denunciare le “colpe” del governo nel disastro, come se anni di “sanzioni” richieste a gran voce agli Usa non avessero significato nulla. E come se l'analisi di una catastrofe naturale potesse essere disgiunta dalle condizioni materiali e strutturali in cui essa si consuma.

Se gli ingegneri borghesi interpellati dai media transnazionali si affrettano a spiegare che i crolli sono dovuti alla vulnerabilità degli edifici costruiti negli anni Cinquanta e Sessanta, l'analisi concreta impone di svelare la verità sottostante. Quei quartieri, quella stessa Caracas espansa sui fianchi delle montagne, porta i segni urbanistici della vecchia speculazione edilizia della IV Repubblica, quando il profitto privato determinava dove e come dovesse stiparsi il proletariato urbano. A ciò si aggiunge l'impatto criminale di anni di sanzioni e blocco economico unilaterale orchestrato da Washington.

Le misure coercitive che hanno colpito la compagnia di stato PDVSA e l'industria petrolifera non sono astrazioni diplomatiche: significano l'impossibilità sistematica di importare pezzi di ricambio per i macchinari pesanti, limitazioni nel rinnovamento tecnologico delle infrastrutture e un assedio finanziario volto a strangolare la pianificazione urbana dello Stato.

Eppure, proprio nel momento del massimo dolore, si attiva l'immensa macchina della solidarietà di classe e del potere popolare organizzato. Nelle strade di San Bernardino e Altamira, mentre il ministro dell'Interno Giustizia e Pace, Diosdado Cabello coordina le ispezioni dei rischi e l'interruzione delle linee del gas per evitare esplosioni, sono i cittadini stessi, i membri dei consigli comunali, i sanitari cubani – immediato il pronunciamento del presidente cubano Miguel Diaz Canel – e gli oltre 500 soccorritori della Protezione Civile a formare catene umane.

Niente descrive meglio la progettualità del chavismo che non si rassegna a disperdersi nell'individualismo atomizzato, ma si organizza collettivamente per distribuire corde, rimuovere calcinacci e difendere la vita. La stessa presidenza incaricata ha risposto non con le ricette dell'austerità, ma con la protezione sociale immediata: sospensione delle lezioni per una settimana, blocco delle attività non essenziali, fondi per la ricostruzione delle case e degli ospedali, rifugi negli hotel, linee di credito speciali attraverso la banca pubblica e privata per chi ha perso l'attività e un'assegnazione speciale tramite la piattaforma Patria per i lavoratori rimasti senza impiego. L'Fmi ha annunciato lo sblocco di un fondo d'emergenza da 200 milioni di dollari.

La dialettica geopolitica di questa emergenza svela inoltre la profonda ipocrisia delle potenze imperialiste. Mentre Donald Trump e il suo segretario di Stato Marco Rubio si affrettano a dichiarare sui social network che gli Stati Uniti “sono pronti e attrezzati” a inviare aiuti, i compagni da Caracas ricordano la ferocia del tempismo politico: questa improvvisa filantropia giunge da parte di chi, solo pochi mesi fa, rivendicava con orgoglio “la cattura” del presidente Nicolás Maduro, violando la sovranità nazionale e tentando di imporre un cambio di regime in tre fasi in questo momento complicato e scivoloso. È la dottrina dello shock applicata alla sventura: l'imperialismo offre squadre di soccorso con una mano mentre mantiene il cappio al collo dell'economia venezuelana con l'altra.

Di tutt'altro segno è la solidarietà internazionalista dei paesi alleati che riconoscono la dignità sovrana della Repubblica Bolivariana. La Cina, per bocca del portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun, ha confermato la solidità dell'associazione strategica globale, dichiarandosi pronta a fornire assistenza d'emergenza appropriata in base alle reali necessità indicate da Caracas, senza condizioni o ingerenze, forte di un legame politico e di investimenti infrastrutturali che resiste ai tentativi di isolamento. Lo stesso ringraziamento dello Stato venezuelano si estende alla Russia, alla Serbia e a quei paesi che mantengono relazioni ferme, rifiutando la logica del ricatto occidentale.

Alle sette di sera del Venezuela, mentre nelle piazze d'America Latina si diffonde l'appello alla preghiera collettiva e alla mobilitazione, le parole d'ordine lanciate attraverso l'applicazione VenApp e i media pubblici definiscono la linea di resistenza: usare esclusivamente le fonti ufficiali per combattere la guerra psicologica della destra, mantenere la calma e restare nelle proprie abitazioni se non compromesse, per facilitare il lavoro logistico di chi sta ancora cercando i dispersi sotto le macerie. In queste ore drammatiche, l'abbraccio fraterno va ai lavoratori dei media comunitari e alternativi, sentinelle di verità contro lo sciacallaggio. Il Venezuela non è una vittima inerme della natura o dell'impero; è una comunità politica che dimostra, ancora una volta, che solo il popolo salva il popolo e che la solidarietà collettiva e internazionalista è l'unica risposta possibile alla barbarie del capitale.

 

Data articolo: Thu, 25 Jun 2026 16:00:00 GMT
WORLD AFFAIRS
Terremoto Venezuela: medici cubani già al lavoro per prestare soccorso

Il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez ha espresso le sue condoglianze al governo e al popolo venezuelano in seguito ai forti terremoti che hanno colpito la nazione caraibica mercoledì. In un messaggio pubblicato sul suo account social, il ministro ha manifestato la sua solidarietà al Paese e ha assicurato che il personale medico cubano dispiegato nella zona è pienamente mobilitato per assistere la popolazione colpita.

“Esprimo le mie più sentite condoglianze e la mia solidarietà al governo e al fraterno popolo della Repubblica Bolivariana del Venezuela per la perdita di vite umane e i danni causati dal terremoto”, ha scritto il diplomatico cubano. “Gli operatori sanitari cubani presenti sul posto sono pienamente mobilitati e stanno fornendo assistenza medica alla popolazione colpita”, ha aggiunto.

Nonostante i numerosi ostacoli e le severe sanzioni imposte dagli Stati Uniti, Cuba rimane ferma nel suo impegno a fornire assistenza medica alle nazioni bisognose. Gli operatori sanitari cubani sono stati presenti in numerose crisi internazionali: nel 2020, l'isola ha inviato oltre 1.400 professionisti sanitari in 22 paesi del mondo per sostenere la lotta contro la pandemia di COVID-19, e si sono recati anche in Turchia dopo il terremoto che ha devastato il paese all'inizio del 2023, fornendo assistenza medica alla popolazione colpita. Questi sono solo alcuni esempi di una cooperazione che dura da decenni e coinvolge decine di nazioni in tutto il mondo.

Data articolo: Thu, 25 Jun 2026 15:48:00 GMT
WORLD AFFAIRS
Cremlino: Russia pronta ad aiutare il Venezuela

La Russia esaminerà tempestivamente qualsiasi richiesta di assistenza da parte del Venezuela in seguito al terremoto, qualora ne venisse presentata una, ha dichiarato ai giornalisti il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov.

"Sono trascorse solo poche ore da quando si è verificata questa tragedia. A giudicare dalle informazioni disponibili finora, il numero delle vittime è probabilmente molto più alto delle cifre attualmente riportate dai media. Se i nostri amici venezuelani presenteranno una richiesta, questa verrà certamente presa in considerazione senza indugio", ha affermato Peskov.

Un terremoto ha colpito il Venezuela la sera del 24 giugno. Sono state registrate due serie di scosse di magnitudo 7.2 e 7.5 a circa 40 secondi di distanza l'una dall'altra. I loro epicentri si trovavano a 10 km dallo stato venezuelano di Yaracuy. Secondo la presidente incaricata Delcy Rodríguez, almeno 32 persone sono morte, altre 700 sono rimaste ferite e decine di edifici sono stati distrutti. Il servizio della metropolitana e dei treni nella capitale è stato sospeso. Le autorità venezuelane hanno dichiarato lo stato di emergenza.

Data articolo: Thu, 25 Jun 2026 15:27:00 GMT
Una finestra aperta
CISCE, nuovo ponte per la Cina e l'Italia: la Liguria cerca sinergie nella supply chain

 

di CGTN

Durante la quarta edizione della China International Supply Chain Expo (CISCE), la Regione Liguria ha partecipato in qualità di regione ospite d'onore con una delegazione di oltre 40 persone, tra rappresentanti del governo regionale, associazioni di categoria e 20 aziende leader. Numerosi membri della delegazione, intervistati dai giornalisti del China Media Group, hanno dichiarato che la Cina è un partner commerciale strategico e un'opportunità concreta, e che la Liguria desidera approfondire la cooperazione con la Cina, puntando sulla logistica portuale.

Alberto Pozzobon, Marketing Manager dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Lingure Occidentale: Abbiamo deciso di partecipare a questa fiera perché sappiamo che è la più importante del settore in Cina. Per noi la Cina rappresenta un partner commerciale di straordinaria importanza, e sappiamo tutti che è il motore dell’economia mondiale. Da parte nostra, i porti della nostra regione sono il principale gateway per gli scambi commerciali tra le imprese del Nord Italia e quelle cinesi. Quindi era naturale essere presenti qui per presentarci e cercare nuove opportunità di sviluppo delle relazioni tra Italia e Cina attraverso i nostri porti.

Prima fiera internazionale al mondo dedicata alla supply chain, la CISCE ha come obiettivo quello di collegare domanda e offerta e avvicinare la Cina al resto del mondo, favorendo la sinergia tra i vari anelli della filiera produttiva, la collaborazione intersettoriale e la cooperazione transfrontaliera, integrando l'intera catena che comprende innovazione, industria, talenti e capitali. In un contesto in cui la supply chain globale risente delle fragilità causate da conflitti geopolitici e misure protezionistiche, il valore strategico di questa fiera risulta ancora più evidente.

Davide Falteri, Presidente di Federlogistica: Perché la Cina è per noi una grande opportunità. La logistica oggi deve offrire alle imprese l’internazionalizzazione, e per fare questo bisogna avere relazioni e costruirle con i Paesi. Questo è un Expo molto importante, molto partecipato anche dal punto di vista istituzionale e governativo, oltre che dagli operatori logistici del settore. Quindi per noi è un modo per iniziare a costruire relazioni di fiducia che possano permettere agli operatori logistici che vogliono lavorare con la Cina o in Cina di farlo, ma anche agli operatori cinesi che necessitano di stringere relazioni con porti, terminali e operatori logistici in Italia.

Nel corso della fiera, la delegazione ligure ha svolto una serie di incontri con imprese e istituzioni cinesi, approfondendo la reciproca conoscenza nei settori della gestione portuale, delle attrezzature per la logistica intelligente e delle soluzioni digitali per il trasporto, alla ricerca di sinergie in termini di tecnologia ed esperienza.

Andrea Giachero, Presidente di Spediporto: Tutto ciò che riguarda la digitalizzazione ci permette di ottimizzare i processi operativi. Noi, che viaggiamo spesso nei porti asiatici e in particolare in quelli cinesi, ci rendiamo conto che il mondo della tecnologia ha aiutato a rendere le operazioni sempre più efficienti nei porti cinesi. Pertanto cerchiamo di acquisire e capire quali sono le principali caratteristiche che hanno determinato il successo dei vostri porti e cerchiamo di consolidare il nostro ruolo di piattaforma strategica, anche per i porti cinesi.

In questa edizione, la provincia di Hainan ha partecipato come regione ospite d'onore, organizzando un'ampia attività promozionale e firmando un memorandum d'intesa con Spediporto per rafforzare la cooperazione nella logistica transfrontaliera. Il governo della provincia di Hainan e la Regione Liguria hanno inoltre sottoscritto una lettera d'intenti per avviare un rapporto di gemellaggio, con l'obiettivo di intensificare gli scambi culturali e la cooperazione economico-commerciale.

Massimiliano Nannini, Capo di Gabinetto della Regione Liguria: Dei risultati concreti, uno è quello già annunciato: firmeremo un memorandum, una lettera d’intenti, con la provincia di Hainan, con la quale pensiamo di poter instaurare importanti rapporti commerciali, soprattutto legati allo shipping e alla blue economy. Ma in generale, possiamo dire che tutte le aziende che sono venute qui con noi sono interessate a rafforzare rapporti che già esistono e che vogliamo consolidare con la Cina, che riteniamo un partner assolutamente importante ed essenziale, anche per una piccola regione come la Liguria, che ha sempre avuto una visione internazionale.
Data articolo: Thu, 25 Jun 2026 14:30:00 GMT
IN PRIMO PIANO
UE e talebani: primo incontro a Bruxelles

 

Lo scorso 23 giugno 2026, per la prima volta, una delegazione di funzionari talebani ha incontrato a Bruxelles i rappresentanti dell'Unione Europea. A darne notizia per prima è stata l'agenzia “Reuters”. L'incontro, definito dalla Commissione Europea come un "incontro a livello tecnico", è stato co-presieduto dalla Svezia e ha visto la partecipazione di funzionari della Commissione e di 15 Stati membri.

Sulla carta, l'UE non riconosce il governo talebano, ma sostiene l'iniziativa come un passo necessario per facilitare il rimpatrio dei richiedenti asilo afghani respinti, in particolare quelli che hanno commesso reati o sono considerati pericolosi. Un portavoce della Commissione ha riferito che i colloqui si sono concentrati "on the return and readmission of Afghan nationals without a right to stay in the EU" (sul ritorno e la riammissione dei cittadini afghani senza diritto di soggiorno nell'UE).

Tuttavia, l'agenda dei talebani era più ampia. Il portavoce del Ministero degli Esteri afghano, Abdul Qahar Balkhi, ha dichiarato che le discussioni includevano  "una possibile presenza consolare nell'UE, la ripresa dei servizi consolari per gli afghani" e "la necessità di misure per creare fiducia". Per l'occasione, il Belgio ha concesso un visto di un solo giorno ai rappresentanti, limitandone la presenza al suolo belga e impedendo la libera circolazione nell'area Schengen.

L'evento ha suscitato forti critiche, e non poteva essere altrimenti, vista la narrazione dominante di questi anni. Numerose sono state le voci critiche, sia da parte di gruppi per i diritti umani che di politici europei, secondo cui questo coinvolgimento potrebbe mettere a rischio gli afghani e minare i valori fondamentali dell'UE. In particolare, l'esperto Jeff Crisp, già responsabile UNHCR, ha avvertito: "La conseguenza più ovvia e pericolosa è che gli afghani verranno rispediti dall'UE e subiranno persecuzioni dai talebani al loro ritorno". Anche l'attivista Malala Yousafzai, premio Nobel per la pace, ha espresso la sua condanna su X: "Europe must not legitimise a regime responsible for one of the worst human rights crises in the world" (L'Europa non deve legittimare un regime responsabile di una delle peggiori crisi dei diritti umani al mondo).

 

Insomma, se sulla carta l'UE afferma di non riconoscere i talebani come esponenti governativi dell'Afghanistan, la legittimazione fattuale dell'incontro – che conferisce loro ulteriore agibilità politica internazionale – sembra andare in una direzione opposta.

D'altronde, occorrerebbe ricordare che l’ Occidente, e in particolare il mondo anglosassone, appoggiava politicamente e finanziariamente – direttamente o tramite l'intermediazione dei servizi pakistani – i loro padri politici, ovvero i mujahidin afghani, prima contro il governo democratico afghano e poi in chiave antisovietica. Come dimenticare, che durante una visita al confine tra Pakistan e Afghanistan nell'ottobre 1981, l'allora Primo Ministro britannico Margaret Thatcher pronunciò la  celebre frase in loro sostegno: "I cuori del mondo libero sono con voi".

Fonti:

https://www.reuters.com/world/asia-pacific/eu-hosts-taliban-officials-brussels-first-time-2026-06-23/

https://www.reuters.com/world/asia-pacific/belgium-issues-visas-taliban-delegation-eu-meeting-2026-06-22/

https://www.declassifieduk.org/margaret-thatchers-support-for-afghan-jihadists-covered-up-by-uk-censors/

 

 

Data articolo: Thu, 25 Jun 2026 13:00:00 GMT
Una finestra aperta
CISCE 2026: la Liguria regione ospite d’onore, focus su porti e logistica con la Cina

 

di CGTN

Si è aperta oggi nella capitale cinese la quarta edizione della China International Supply Chain Expo (CISCE), in un clima segnato da crescenti tensioni internazionali e dall’avanzata del protezionismo commerciale, che rendono le catene di approvvigionamento globali sempre più fragili e interconnesse. La manifestazione, dedicata alla resilienza e all’innovazione delle filiere, accoglie quest’anno tra le regioni ospiti d’onore la Liguria, presente con una delegazione di alto profilo. Composta da rappresentanti della Giunta regionale, associazioni di categoria e venti aziende leader nei settori della logistica marittima, della gestione portuale, del commercio internazionale e delle tecnologie digitali, la delegazione ligure intende rafforzare i legami con il sistema produttivo cinese.

Nel corso della giornata inaugurale, diversi membri della delegazione hanno sottolineato il proprio ottimismo riguardo alle prospettive di collaborazione con la Cina, in particolare nei settori portuale, logistico e commerciale.

Data articolo: Thu, 25 Jun 2026 12:30:00 GMT
Scelti dal People's Daily
Satellite SMILE segna un nuovo capitolo nello sviluppo della scienza spaziale cinese

 

di Wu Yuehui, Quotidiano del Popolo

La missione satellitare congiunta sino-europea SMILE (Solar wind Magnetosphere Ionosphere Link Explorer), lanciata di recente, ha raggiunto con successo l'orbita prevista. Questa missione rappresenta un passo avanti rivoluzionario nell'esplorazione delle interazioni Sole-Terra. Grazie all'impiego di una tecnologia innovativa di imaging a raggi X "soft", una prima assoluta a livello mondiale, SMILE consentirà di ottenere immagini panoramiche della magnetosfera terrestre.

In quanto ultima missione del programma strategico pionieristico per le scienze spaziali (Fase II) dell'Accademia Cinese delle Scienze, SMILE colma una lacuna nelle capacità di esplorazione spaziale della Cina e segna una trasformazione fondamentale: il passaggio da singoli successi isolati alla creazione di una vera e propria costellazione di satelliti dedicati alla scienza spaziale.

Le scienze spaziali rappresentano la frontiera dell'esplorazione dello spazio profondo e costituiscono un indicatore chiave della forza scientifica e tecnologica di una nazione. Per molti anni, il programma cinese di scienze spaziali è partito da basi relativamente modeste, prive di satelliti di esplorazione avanzati di produzione nazionale e di flussi di dati indipendenti. La ricerca dipendeva in gran parte da dataset esteri di pubblico dominio, il che imponeva notevoli limitazioni alla ricerca scientifica di frontiera.

Nel 2011 è stato avviato un programma nazionale strutturato dedicato ai satelliti per le scienze spaziali, dando il via a un impegno coordinato protrattosi per il decennio successivo. Sono stati sviluppati e lanciati con successo diversi satelliti scientifici specializzati, tra cui il DAMPE (Dark Matter Particle Explorer) per lo studio della materia oscura, Micius (primo satellite al mondo dedicato alla scienza quantistica), Insight-HXMT (Hard X-ray Modulation Telescope) per l'astronomia a raggi X e ASO-S (Advanced Space-based Solar Observatory), il primo satellite cinese per l'osservazione solare completa; tali missioni hanno permesso di conseguire importanti progressi in molteplici ambiti scientifici.

DAMPE ha rilevato particelle cosmiche ad alta energia nel corso della sua continua ricerca della materia oscura, generando dati fondamentali per contribuire a svelare i misteri delle origini dell'universo. Micius è stato il primo a realizzare una comunicazione quantistica dallo spazio alla Terra su distanze superiori a 1.000 chilometri, ponendo la Cina all'avanguardia nelle applicazioni quantistiche spaziali. Insight-HXMT ha monitorato fenomeni astrofisici estremi, rilevando con precisione segnali di brillamento provenienti da buchi neri e stelle di neutroni e ottenendo una serie di importanti risultati originali.

Ciascuna di queste missioni ha perseguito obiettivi scientifici distinti sfruttando capacità uniche. I progressi in molteplici ambiti della scienza spaziale sono stati notevoli, trasformando la Cina da Paese entrato tardi nel settore a protagonista di rilievo a livello globale. Tale evoluzione ha progressivamente rafforzato le basi tecnologiche essenziali per le future missioni nello spazio profondo.

Con l'avanzare dell'esplorazione dello spazio profondo, sono emersi chiaramente i limiti intrinseci dell'osservazione condotta tramite singoli satelliti indipendenti, quali la portata osservativa limitata, le lacune nella continuità temporale e dati circoscritti prevalentemente a una sola dimensione o tipologia di misurazione. Ciò rende complessa la ricostruzione dei processi dinamici che si verificano nello spazio. Forte di anni di esperienza operativa e di risultati della ricerca, il programma cinese di scienza spaziale sta adottando un nuovo paradigma basato su costellazioni di satelliti che operano in sinergia e su reti integrate che combinano osservazioni spaziali e terrestri.

SMILE svolge un ruolo cruciale in questa struttura di esplorazione sistematica in continua evoluzione. È progettato per operare in sinergia con ASO-S e con il Chinese Meridian Project (CMP), noto anche come rete di monitoraggio terrestre dell'ambiente spaziale. Nel suo insieme, questo sistema integrato spazio-Terra garantisce un monitoraggio completo e preciso dell'ambiente spaziale nel sistema Sole-Terra. Tale capacità offre un supporto fondamentale per svariate attività, tra cui le operazioni dei veicoli spaziali, le comunicazioni e la navigazione.

La Cina ha inoltre realizzato la prima costellazione al mondo composta da tre satelliti su un'orbita retrograda distante (DRO) nella regione spaziale compresa tra la Terra e la Luna. Questo traguardo ha portato a numerosi progressi scientifici e tecnologici originali, gettando solide basi per il futuro utilizzo dello spazio Terra-Luna e per l'esplorazione d'avanguardia dello spazio profondo.

L'autosufficienza tecnologica è alla base della fiducia in un'esplorazione spaziale sistematica. Oggi, ogni anello critico della catena – dalle piattaforme satellitari e dai carichi utili principali ai sistemi di telemetria, tracciamento e comando (TT&C) in orbita e all'elaborazione dei dati grezzi – si basa interamente su tecnologie sviluppate internamente.

Al contempo, la Cina mantiene un impegno costante verso un approccio aperto e reciprocamente vantaggioso alla cooperazione spaziale internazionale. Attraverso programmi di collaborazione come la missione SMILE, la Cina condivide dati di esplorazione e sviluppa congiuntamente piattaforme di ricerca, integrandosi nella rete globale di esplorazione spaziale sulla base dell'innovazione indipendente e dimostrando, al contempo, l'apertura e il senso di responsabilità di un attore di primo piano nello spazio extra-atmosferico.

La tecnologia spaziale rende possibile l'esplorazione scientifica dello spazio, mentre gli obiettivi della scienza spaziale stimolano a loro volta progressi nella tecnologia spaziale. Il programma nazionale di sviluppo a medio e lungo termine per la scienza spaziale (2024-2050), pubblicato nel 2024, delinea un’agenda strategica in tre fasi per lo sviluppo della scienza spaziale cinese. La sua attuazione è destinata a potenziare le capacità del Paese in questo ambito e a fornire un sostegno più solido alla trasformazione della Cina in una potenza spaziale e in un gigante della scienza e della tecnologia.

Dalle pionieristiche missioni a singolo satellite allo sviluppo di costellazioni satellitari e capacità di esplorazione sistematica, l'evoluzione delle missioni scientifiche cinesi riflette chiaramente la ricerca, da parte del Paese, di una maggiore autosufficienza e forza in campo scientifico e tecnologico. Man mano che un numero crescente di costellazioni di satelliti scientifici prende forma e inizia a operare in modo coordinato, le fondamenta dello sviluppo autonomo della Cina nella scienza spaziale si faranno sempre più solide, spingendo l'esplorazione dello spazio profondo sempre più a fondo nell'ignoto.

Illustrazione del satellite SMILE in orbita. (ESA)

Data articolo: Thu, 25 Jun 2026 10:00:00 GMT

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