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L’arma che l’Occidente non può fermare: il segnale strategico di Mosca con “Oreshnik”

L’utilizzo per la prima volta in combattimento della nuova arma ipersonica russa “Oreshnik” segna un salto qualitativo nel conflitto ucraino e, soprattutto, nel confronto strategico tra Russia e Occidente. Il missile balistico ipersonico è stato impiegato in un attacco di rappresaglia contro infrastrutture critiche in Ucraina, in risposta al tentato attacco del regime di Kiev contro una residenza del presidente russo Vladimir Putin nella regione di Novgorod.

Secondo il Ministero della Difesa russo, l’operazione ha colpito obiettivi energetici e industriali legati al complesso militare-industriale ucraino, inclusi impianti per la produzione di droni. Tutti i bersagli sarebbero stati centrati. L’elemento politico-militare centrale è però l’uso di “Oreshnik”, un sistema ipersonico di medio raggio, mobile e dichiarato “impossibile da intercettare”, capace di superare Mach 10 e con una gittata fino a 5.000 chilometri. La stampa internazionale ha colto immediatamente la portata strategica dell’evento.

Bloomberg sottolinea che, per caratteristiche tecniche, il missile potrebbe raggiungere gran parte dell’Europa e persino la costa occidentale degli Stati Uniti. El País evidenzia come il colpo su Lvov, vicino ai confini UE e NATO, rappresenti un segnale diretto all’Alleanza Atlantica. France 24 riporta l’immediata reazione di Kiev, che ha chiesto una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, parlando di “minaccia alla sicurezza del continente europeo”. Sul terreno, le conseguenze sono pesanti, mentre anche la Russia denuncia attacchi ucraini contro infrastrutture civili nella regione di Belgorod, con oltre mezzo milione di persone rimaste senza servizi essenziali. Una spirale di colpi e contro-colpi che allontana ogni ipotesi di de-escalation.

“Oreshnik” non è solo un’arma, ma un messaggio politico. Mosca ribadisce il proprio diritto alla rappresaglia e alza l’asticella della deterrenza, rispondendo all’uso da parte ucraina - e occidentale - di missili a lungo raggio contro obiettivi in territorio russo. Il fatto che il sistema sia già stato schierato anche in Bielorussia rafforza l’idea di una postura strategica orientata a ridefinire gli equilibri regionali.

In controluce emerge il fallimento della strategia occidentale: l’escalation controllata promessa da Washington e Bruxelles si trasforma in un conflitto sempre più tecnologico e pericoloso, mentre l’Europa appare spettatrice vulnerabile. L’uso di “Oreshnik” mostra che la Russia non intende arretrare e che il mondo unipolare, fondato sulla superiorità militare occidentale, è messo in discussione.


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Data articolo: Sat, 10 Jan 2026 06:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Sequestrare un presidente per controllare un Paese: la dottrina imperiale contro il Venezuela

La crisi venezuelana entra in una fase senza precedenti. Lunedì 5 gennaio Delcy Rodríguez è stata formalmente investita come presidente incaricata della Repubblica Bolivariana del Venezuela, dopo aver prestato giuramento davanti all’Assemblea Nazionale. Una scelta definita “necessaria e costituzionale” dalle istituzioni di Caracas, assunta in seguito al sequestro del presidente Nicolás Maduro e della prima combatente Cilia Flores da parte degli Stati Uniti durante l’operazione militare del 3 gennaio. La cerimonia, guidata dal presidente del Parlamento Jorge Rodríguez, si è basata sull’interpretazione dell’articolo 335 della Costituzione e sulle decisioni della Sala Costituzionale del Tribunale Supremo di Giustizia, che ha riconosciuto l’esistenza di un’“assenza forzata” del capo dello Stato.

In questo quadro, Delcy Rodríguez ha assunto tutte le attribuzioni presidenziali per garantire la continuità dello Stato e dell’Esecutivo. Nel suo discorso, la presidente incaricata ha unito toni solenni e accenti drammatici, parlando di “aggressione militare illegittima” e di “due eroi tenuti in ostaggio negli Stati Uniti”. Ha giurato di difendere la sovranità nazionale, la pace sociale e il futuro delle nuove generazioni, richiamandosi esplicitamente all’eredità di Simón Bolívar e Hugo Chávez. Il giorno successivo, Rodríguez ha compiuto un gesto altamente simbolico recandosi al Cuartel de la Montaña 4F, mausoleo di Chávez, dove ha ribadito la lealtà al progetto bolivariano e alla memoria storica del Paese.

Un messaggio rivolto tanto all’interno quanto all’esterno: le istituzioni restano operative e unite. Sul piano internazionale, Pechino ha assunto una posizione netta. La Cina ha condannato l’intervento statunitense, chiesto la liberazione immediata di Maduro e Flores e riaffermato il proprio sostegno “incondizionato” alla sovranità venezuelana, inserendo la crisi nel più ampio confronto sul rispetto del diritto internazionale. Di segno opposto le dichiarazioni di Donald Trump, che ha annunciato il mantenimento del dispiegamento navale USA nei Caraibi, pur parlando di cooperazione con Caracas e di maxi-investimenti delle compagnie petrolifere statunitensi nel settore energetico venezuelano.

Un linguaggio che intreccia minaccia militare, pragmatismo economico e controllo delle risorse strategiche. La vicenda venezuelana si conferma così come uno dei nodi centrali del nuovo disordine globale: tra difesa della sovranità, pressione imperiale e ridefinizione dei rapporti di forza in un mondo sempre più multipolare.


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Data articolo: Sat, 10 Jan 2026 06:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Gli Stati Uniti predicano sui diritti umani e sparano ai propri cittadini

L’uccisione di Renee Nicole Good a Minneapolis segna un punto di non ritorno nella deriva repressiva degli Stati Uniti sotto la nuova amministrazione Trump. Mercoledì, durante un’operazione dell’ICE contro migranti, un agente federale ha sparato a sangue freddo contro una cittadina statunitense di 37 anni, madre di tre figli, colpevole soltanto di svolgere il ruolo di osservatrice legale volontaria. Renee Good non era un’obiettivo dell’operazione. Tornava a casa dopo aver accompagnato il figlio più piccolo a scuola quando si è imbattuta in un gruppo di agenti.

I video diffusi sui social mostrano chiaramente che stava cercando di allontanarsi quando è stata colpita. Le urla dei testimoni - “Vergogna!”, “Dov’è la vostra coscienza?” - raccontano più di qualsiasi comunicato ufficiale. Da settimane Minneapolis vive sotto una sorta di occupazione federale: irruzioni nelle case, arresti indiscriminati, famiglie spezzate. Oltre mille persone sono state detenute, etichettate dal Dipartimento per la Sicurezza Nazionale come “criminali” e “terroristi”, in un’operazione che ha suscitato proteste diffuse. In questo contesto, i gruppi di osservatori legali come quello di cui faceva parte Good sono nati per documentare abusi e avvertire i residenti. Proprio per questo, l’ICE li considera un nemico. La reazione della Casa Bianca è stata immediata e inquietante. La segretaria del DHS, Kristi Noem, e lo stesso Trump hanno ribaltato la realtà, accusando la vittima di aver trasformato la sua auto in un’arma e parlando addirittura di “terrorismo interno”. Una narrazione smentita dai filmati, ma rilanciata con forza dall’apparato propagandistico governativo.

Colpevolizzare una donna uccisa per proteggere un agente federale è diventata la linea ufficiale. La risposta politica e sociale, però, è stata altrettanto forte. Autorità locali, dal sindaco al governatore del Minnesota, hanno preso le distanze dall’ICE, chiedendo un’indagine completa e giustizia. “ICE, vattene da Minneapolis”, ha dichiarato il sindaco Frey, ricordando come la città sia già segnata dalla memoria dell’omicidio di George Floyd. Sui social, il caso ha scatenato un’ondata di indignazione. Giuristi, accademici, politici e attivisti hanno denunciato l’uso illegittimo della forza letale, parlando apertamente di omicidio di Stato. C’è chi ha definito l’ICE “assenza di legge mascherata da ordine” e chi ha evocato una “israelizzazione” della sicurezza interna statunitense.

L’uccisione di Renee Nicole Good non è un incidente isolato, ma il sintomo di un sistema che normalizza la violenza, criminalizza il dissenso e militarizza la gestione sociale. Uno Stato che giustifica l’uccisione di una propria cittadina mentre predica diritti umani al mondo intero rivela, senza più maschere, il volto autoritario del suo potere.


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Data articolo: Sat, 10 Jan 2026 06:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Il governo venezuelano informa sull'arrivo dei diplomatici statunitensi (COMUNICATO TRADOTTO IN ITALIANO)

 

In un comunicato diffuso dal ministro degli Esteri venezuelano, Iván Gil, il governo del Paese sudamericano ha ribadito a livello internazionale di «essere stato vittima di un’aggressione criminale, illegittima e illegale contro il proprio territorio e il proprio popolo». La nota sottolinea che l’azione militare ha provocato oltre un centinaio di morti, tra civili e militari, «i quali, in difesa della Patria, sono stati uccisi in flagrante violazione del diritto internazionale».

A sua volta, il comunicato ribadisce che, nel quadro dell’aggressione di sabato 3 gennaio, «si è verificato il sequestro illegale del Presidente costituzionale della Repubblica, Nicolás Maduro Moros, e della First Lady, Cilia Flores, fatto che costituisce una grave violazione dell’immunità personale dei capi di Stato e dei principi fondamentali dell’ordinamento giuridico internazionale».

In tale contesto, il documento annuncia che, per affrontare la situazione nel rispetto del diritto internazionale e dei principi di sovranità nazionale e della diplomazia bolivariana di pace, il governo del Venezuela ha deciso di «avviare un processo esplorativo di carattere diplomatico con il governo degli Stati Uniti d’America».

Come precisato nel comunicato, tale processo sarà «orientato al ripristino delle missioni diplomatiche in entrambi i Paesi, con l’obiettivo di affrontare le conseguenze derivanti dall’aggressione e dal sequestro del Presidente della Repubblica e della First Lady, nonché di elaborare un programma di lavoro di reciproco interesse».

Il governo venezuelano informa, inoltre, dell’arrivo a Caracas di una delegazione di funzionari del Dipartimento di Stato statunitense, «che effettuerà valutazioni tecniche e logistiche inerenti alla funzione diplomatica»; parallelamente, «una delegazione venezuelana sarà inviata negli Stati Uniti per svolgere i compiti corrispondenti».

Infine, la nota sottolinea che, «come ribadito dalla Presidente incaricata, Delcy Rodríguez, il Venezuela affronterà questa aggressione per via diplomatica, convinto che la Diplomazia Bolivariana di Pace rappresenti la via legittima per la difesa della sovranità, il ripristino del diritto internazionale e la salvaguardia della pace».


DI SEGUITO LA TRADUZIONE DEL COMUNICATO

Il Governo della Repubblica Bolivariana del Venezuela ribadisce la denuncia a livello internazionale di essere stato vittima di un'aggressione criminale, illegittima e illegale contro il proprio territorio e il proprio popolo, azione che ha causato più di un centinaio di morti tra civili e militari, uccisi in difesa della Patria, in flagrante violazione del diritto internazionale.

Come è noto, nell'ambito di questa aggressione, si è verificato il sequestro illegale del Presidente costituzionale della Repubblica, Nicolás Maduro Moros, e della First Lady, Cilia Flores, fatto che costituisce una grave violazione dell'immunità personale dei capi di Stato e dei principi fondamentali dell'ordinamento giuridico internazionale.

Al fine di affrontare questa situazione nel quadro del diritto internazionale e nel rigoroso rispetto dei principi di sovranità nazionale e della diplomazia bolivariana di pace, il Governo Bolivariano del Venezuela ha deciso di avviare un processo esplorativo di natura diplomatica con il Governo degli Stati Uniti d'America, finalizzato al ripristino delle missioni diplomatiche in entrambi i paesi, con lo scopo di affrontare le conseguenze derivanti dall'aggressione e dal sequestro del Presidente della Repubblica e della First Lady, nonché di affrontare un programma di lavoro di reciproco interesse. In tale contesto, arriva nel Paese una delegazione di funzionari diplomatici del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, che effettuerà valutazioni tecniche e logistiche inerenti alla funzione diplomatica.

Allo stesso modo, una delegazione di diplomatici venezuelani sarà inviata negli Stati Uniti per svolgere i compiti corrispondenti. Come ribadito dalla Presidente incaricata, Delcy Rodríguez, il Venezuela affronterà questa aggressione per via diplomatica, convinto che la Diplomazia Bolivariana di Pace sia la via legittima per la difesa della sovranità, il ripristino del diritto internazionale e la salvaguardia della pace.






Data articolo: Fri, 09 Jan 2026 18:00:00 GMT
OP-ED
Pepe Escobar - Come i sogni petroliosi di Trump potrebbero crollare in una buia fossa venezuelana

 

di Pepe Escobar Strategic Culture

[Traduzione a cura di: Nora Hoppe]

Quindi il Quadro Generale del Settore Petrolifero in Venezuela è molto più complesso di quanto sospetti la banda di Trump 2.0.

Cominciamo con i nuovi editti di Neo-Caligola sulla satrapia imperiale che egli sostiene ora di possedere; non si tratta propriamente di editti, bensì di vere e proprie minacce rivolte al presidente ad interim Delcy Rodriguez:

  1. Reprimere il “traffico di droga”. Beh, questo dovrebbe essere rivolto ai contrabbandieri colombiani e messicani in combutta con i grandi acquirenti americani.
  2. Espellere iraniani, cubani e altri “agenti ostili a Washington” – prima che Caracas sia autorizzata ad aumentare la produzione di petrolio. Fuori discussione.
  3. Fermare le vendite di petrolio agli “avversari degli Stati Uniti”. Fuori discussione.

Diventa quindi quasi certo che il neo-Caligola bombardi nuovamente il Venezuela.

Neo-Caligola, in un'altra offensiva verbale sgangherata, ha anche chiarito che vuole riformare in qualche modo il business petrolifero in Venezuela attraverso i sussidi. Ciò “potrebbe richiedere meno di 18 mesi”; poi è passato a “possiamo farlo in meno tempo, ma ci vorrà un sacco di soldi”; e infine è passato a “bisognerà spendere una quantità enorme di denaro e saranno le compagnie petrolifere a spenderlo”.

No, non lo faranno, come hanno anticipato diversi proverbiali “addetti ai lavori”. Le grandi compagnie energetiche statunitensi esitano all'idea di investire fortune in una nazione che potrebbe essere travolta dal caos totale se il neo-Caligola imponesse un governo traditore a oltre 28 milioni di persone.

Secondo Rystad Energy Analysis, ci vorrebbero non meno di 16 anni e almeno 183 miliardi di dollari perché il Venezuela producesse solo 3 milioni di barili di petrolio al giorno.

Il sogno superlativo di Neo-Caligola è quello di ridurre i prezzi globali del petrolio a un massimo di 50 dollari al barile. A tal fine, l'impresa imperiale di Trump 2.0 controllerà, in teoria, totalmente la PDVSA, compresa l'acquisizione e la vendita di praticamente tutta la sua produzione petrolifera.

Il segretario all'Energia degli Stati Uniti Chris Wright, in occasione di una conferenza sull'energia organizzata da Goldman Sachs, ha fatto uscire il gatto petrolioso dal sacco:

“Commercializzeremo il greggio proveniente dal Venezuela, prima il petrolio immagazzinato [fino a 50 milioni di barili], e poi, in futuro, venderemo sul mercato tutta la produzione proveniente dal Venezuela.”

Quindi, in sostanza, il neo-Caligola si approprierà, anzi ruberà, la vendita del greggio della PDVSA, con il denaro teoricamente depositato in conti offshore controllati dagli Stati Uniti a “beneficio del popolo venezuelano”.

Non c'è alcuna possibilità che il governo provvisorio di Delcy Rodriguez accetti quello che equivale a un furto di fatto. Anche se il consigliere per la sicurezza interna Stephen Miller si vanta che gli Stati Uniti stanno usando la “minaccia militare” per mantenere il controllo del Venezuela. Se si ha davvero il controllo, non c'è bisogno di ricorrere alle minacce.

E la Cina?

La Cina importava circa 746.000 barili di petrolio al giorno dal Venezuela. Non è molto. Pechino sta già lavorando per sostituirlo con importazioni dall'Iran. La Cina non dipende essenzialmente dal petrolio venezuelano. Oltre all'Iran, può anche rifornirsi dalla Russia e dall'Arabia Saudita.

Pechino vede chiaramente che la corsa imperiale nell'emisfero occidentale e nell'Asia occidentale non riguarda solo il petrolio, ma anche costringere la Cina ad acquistare energia con i petrodollari. Fesserie: con la Russia, il Golfo Persico e oltre, il nome del gioco è già petroyuan.

La Cina è indipendente dall'80% dal punto di vista energetico. Il Venezuela rappresentava di fatto solo il 2% delle importazioni cinesi, pari al 20% – e questo secondo i dati forniti dallo stesso governo degli Stati Uniti.

Il rapporto energetico della Cina con il Venezuela va ben oltre le formule americane a basso costo. Qui viene essenzialmente delineato come "gli accordi petroliferi cinesi con il Venezuela siano di fatto contratti finanziari vincolanti, con meccanismi di rimborso, strutture collaterali, clausole penali e collegamenti derivati profondamente radicati nella finanza globale (...) Sono collegati, direttamente e indirettamente, alle istituzioni finanziarie occidentali, ai commercianti di materie prime, agli assicuratori e ai sistemi di compensazione, comprese le entità legate a Wall Street. Se questi contratti vengono violati, la conseguenza non è che la Cina 'subisca una perdita'. Si tratta di un evento a cascata: inadempienze che innescano l'esposizione delle controparti, derivati che vengono rivalutati, controversie legali che attraversano le giurisdizioni e uno shock di fiducia che si diffonde all'esterno. A un certo punto, questo smette di essere un problema venezuelano e diventa un problema sistemico globale."

Inoltre, "negli ultimi vent'anni, la Cina è diventata il fulcro operativo dell'industria petrolifera venezuelana. Non solo come acquirente, ma anche come costruttore. La Cina ha fornito tecnologia di raffinazione, sistemi di upgrading del greggio pesante, progettazione di infrastrutture, software di controllo, logistica dei pezzi di ricambio (...) Eliminate gli ingegneri cinesi. Eliminate i tecnici che comprendono la logica di controllo. Eliminate le catene di approvvigionamento per la manutenzione. Eliminate il supporto software. Ciò che rimane non è un'industria petrolifera funzionante in attesa di essere 'liberata', ma un guscio inerte".

Conclusione: “La conversione del settore petrolifero venezuelano costruito dalla Cina in uno americano richiederebbe almeno dai tre ai cinque anni”.

L'analista finanziario Lucas Ekwame coglie i punti salienti. Il Venezuela produce petrolio superpesante, denso come catrame. Non scorre semplicemente, ma deve essere fuso per raggiungere la superficie e, dopo l'estrazione, si indurisce nuovamente, richiedendo un diluente: per ogni barile esportato è necessario importare non meno di 0,3 barili di diluente.

A questo si aggiunga l'infrastruttura energetica del Venezuela, plasmata dalla Cina e allo stesso tempo vittima di anni di sanzioni americane, persino peggiori di quelle imposte all'Iraq all'inizio degli anni 2000, e la difettosa “strategia” petrolifera del neo-Caligola diventa evidente.

Ciò naturalmente non altera la festa a breve termine degli avvoltoi imperiali degli hedge fund sulla carcassa del Venezuela, a cominciare dal raccapricciante Paul Singer, il miliardario sionista gestore di hedge fund e donatore del super PAC MAGA (42 milioni di dollari nel 2024), la cui Elliott Management ha acquisito la filiale di Houston della CITGO per 5,9 miliardi di dollari a novembre, meno di un terzo del suo valore di mercato di 18 miliardi di dollari, grazie all'embargo sulle importazioni di petrolio venezuelano.

La folla del denaro speculativa è destinata a incassare fino a 170 miliardi di dollari nel mercato del debito; le sole obbligazioni PDVSA in default valgono oltre 60 miliardi di dollari.

Quindi il Quadro Generale del Settore Petrolifero in Venezuela è molto più complesso di quanto sospetti la banda di Trump 2.0. Naturalmente, lungo la strada potremmo arrivare a una situazione in cui il Viceré del Venezuela, il gusano Marco Rubio, interrompa il flusso di petrolio da Caracas a Shanghai. Beh, considerando la “competenza” strategica di Rubio, è meglio iniziare subito a reclutare battaglioni di avvocati.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Fri, 09 Jan 2026 17:30:00 GMT
OP-ED
E se il sequestro di Maduro fosse anche altro?

 

di Sandrino Luigi Marra*

 

E se le motivazioni del sequestro di Maduro  fossero anche altre? Ovvero non solo l’interesse per il petrolio e “l’ordine” nel giardino di casa degli USA (secondo la loro visione imperialista) ma anche il pericolo socialista del Chaveziano Maduro? Da qualche giorno è questa l’ipotesi che in contesti di studi geopolitici non allineati, di cui si parla. Questa può apparire una mezza assurdità ma se si analizza dietro la facciata “petrolifera” si comincia a vedere altro, dove la combinazione petrolio e socialismo, con il petrolio che è il denaro del socialismo, declara di fatto il successo stesso del socialismo e ben sappiamo quanto questo agli occhi degli USA appaia pericoloso (vedasi Cuba).

Da diversi giorni a seguito del sequestro del Presidente Maduro vi è stato un crescendo di dimostrazioni di venezuelani emigrati negli USA ed in Europa, inneggianti alla “cattura del dittatore” ed in occidente ciò che vediamo è questo, questo è quello che i media ci propinano. Non vediamo l’equivalente delle manifestazioni in Venezuela. È anche vero e bisogna anche dare atto alle parole ed al pensiero di chi vive ed ha vissuto il chavismo ed il madurismo come una tragedia personale, familiare e sociale ed è anche giuste raccontarle anche se bisognerebbe raccontarle con il vissuto di coloro che si identificano come esiliati. Ma lasciando da parte il “sarebbe” o il “non sarebbe” poiché non è con questo che si fa la storia, è anche giusto raccontare e far parlare le masse che in Venezuela si sono mobilitate a favore del Presidente e non solo a Caracas.

Se le persone manifestano in massa a Caracas ci dovrà pur essere un motivo, e per i numeri che si stanno muovendo è irrealistico dire che “è il regime a portarle in piazza” e se proprio si deve vendere tale opinione bisogna dire che è a uso e consumo di chi ha interesse a venderla così poiché la realtà e diversa e ben reali le motivazioni delle masse e dei singoli. E qui che emerge un punto in pratica ignorato: la frattura di classe nel paese, che contemporaneamente è anche geografica, culturale, simbolica e sociale e che per decenni se non per secoli ha pesato su una parte numerosa della popolazione se non nella maggioranza definita meticcia. Una frattura che di fatto è stata una emarginazione importante che ha relegato una parte della società ai margini della vita del paese, non intendendo la vita politica ma la vita nel senso vero del termine: il cibo, i servizi sociali, la salute, la scolarizzazione, il futuro del singolo, il lavoro. Una emarginazione tra le più tristi e brutte dell’America Latina di cui ne parlò e per diversi anni Ernesto Guevara dopo il suo lungo viaggio in motocicletta con l’amico Alberto Granado ed era al tempo il 1951. Da allora ben poco era cambiato per una parte numerosa della popolazione (alcuni dati parlano del 70%) fino all’elezione di Chavez.

Prima di Chavez una parte enorme della popolazione dei barrios e parliamo di milioni di individui ricordando che per barrios non si intendono solo le baraccopoli delle città ma anche i villaggi poveri rurali, non era nemmeno registrata all’anagrafe, non aveva documenti, non aveva accesso all’istruzione, alla sanità, ai servizi sociali, all’acqua corrente e molto spesso neanche ad una casa nel termine basilare della parola. Erano dei fantasmi e come tali trattati e ricordiamo che questa era la stessa situazione che esisteva nel Brasile del prima Lula.

Il Chavismo altro non ha fatto che ridistribuire sulla popolazione gli enormi profitti del petrolio, facendo divenire il petrolio un bene comune e non un bene di impresa e capitalistico. Nel Venezuela del prima Chavez solo il 45% della popolazione era alfabetizzata. Solo il 50% della popolazione aveva accesso ai servizi sanitari e la povertà fu ridotta in 5 anni di quasi il 30% riducendola dal 54 al 28% mentre la povertà assoluta del 70%. Furono funzionali l’istituzione di cliniche e ambulatori delocalizzati per combattere malnutrizione e malattie infettive, oltre a fornire alloggi popolari per un numero di 5 milioni di abitazioni.  Tra le misure prese da Chávez, in gran parte reinvestendo i proventi petroliferi: lo stanziamento di circa 314 milioni di euro per la ricerca scientifica, l'aumento del 40% degli stipendi degli insegnanti, borse di studio e istruzione gratuita, creazione di una banca popolare con bassi crediti per scopi sociali e umani, come l'acquisto di un alloggio familiare, creazione di cooperative, abolizione del latifondo, nazionalizzazione dei pozzi petroliferi, uscita del Venezuela dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, blocco della fuga di capitali e della svalutazione del bolívar, incremento alla sanità pubblica con seicento centri di diagnostica.

Tutto ciò ha significato che per la prima volta lo Stato in cui tali milioni di persone erano nate, venivano da tale Stato riconosciute, non erano più degli invisibili, per molti per la prima volta lo Stato si preoccupava di loro. Ed è per questo che la popolazione si mobilita perché il sequestro di Maduro è un atto contro un mondo sociale, contro cittadini che per la prima volta dallo Stato hanno avuto qualcosa, che anche se può apparire poco è sempre più di quanto ricevuto dal 1811 anno dell’indipendenza. Il sequestro è divenuto un atto ostile contro un popolo e poca importanza ha se costui si chiama Maduro o si chiama Simon o altro, è un atto contro la propria esistenza e viene percepito come il voler riportare la popolazione nel buio da cui provenivano.

Il chavismo con Chavez prima con Maduro poi è stata come detto la luce per una vita migliore, ed anche se l’inflazione, la crisi economica hanno creato problemi resta che una parte della popolazione, la parte più numerosa mette a tavola più di quanto poteva solo venti anni fa. E quel che andava fatto, ciò che si deve fare è comprendere una realtà che non va né mitizzata né rimossa ma compresa dentro una società segnata da diseguaglianze estreme. E le fratture, la frattura del paese non è certo opera di Chavez o di Maduro esisteva da prima da molto prima, Chavez ed il chavismo l’hanno portata alla luce, l’hanno resa visibile ed hanno tentato di ridurla, sapendo che non si sarebbe realizzata una riduzione dall’oggi al domani. Ha sicuramente avuto i suoi difetti, le sue problematiche, i suoi tratti anche autoritari ma è anche vero che ha dimostrato qualcosa. Ha dimostrato con gli eventi accaduti qualche giorno fa è parte di “…quella lunga catena di aggressioni continentali che non riguardano solo Cuba. Questa marea, questo flusso e riflusso del moto ondoso imperiale, è segnato dalla caduta di governi democratici o dalla nascita di nuovi governi sotto l’incontenibile spinta delle masse. La storia ha caratteristiche simili in tutta l’America Latina (Ernesto “Che” Guevara: Pasajes de la guerra rivolucionaria 1963)” e non può non pesare per gli USA il tratto socialista del Venezuela, della sua collaborazione con Cuba e la Colombia, con il suo partenariato economico con la Cina, poiché nonostante tutto quel che si vuole dire e pensare di Chavez o di Maduro, gli USA hanno in casa loro un problema sociale.

L’aver potuto far divenire visibili gli invisibili, avergli dato dignità umana (a milioni di individui) significa che la parte crescente della popolazione statunitense in situazione di disagio sociale può pretendere il diritto alla stessa dignità, può contestare come  gli introiti petroliferi su suolo USA non siano redistribuiti che restano in toto alle società petrolifere e parliamo di centinaia di miliardi di dollari. In un paese che distribuisce pasti gratuiti a 42 milioni di propri cittadini, che ha il 40% della popolazione che vive con redditi che li rendono vulnerabili e 100 milioni di cittadini indebitati per spese sanitarie e difficoltà nell’accesso ai servizi essenziali gli esempi sociali del Venezuela e di Cuba con quest’ultima sotto embargo USA dal 1962, possono essere la miccia di una candelotto di dinamite in casa propria.

Possono essere gli esempi di una realtà che nonostante mille difficoltà ha comunque dato dignità e vita agli invisibili come già ripetuto più volte, esempi per poter dire perché lì si e qui no, poter pensare che dunque il sistema capitalistico è fallimentare poiché le imprese e chi le guida e governa pensano esclusivamente al proprio profitto ed a null’altro? Che i beni del sottosuolo statunitense dunque sono ad esclusivo uso dell’imprenditoria e di nessun altro, dunque la nazione, la patria, i suoi beni non sono di tutti ma solo di alcuni? Si potrà dire che questo che si sta descrivendo e si è descritto è solo una facciata ex novo a giustificare quella che l’occidente definisce una dittatura, che con questo discorso si vuole salvare la faccia a Maduro. E se il suo sequestro, le dichiarazioni di Trump sullo stile di questo è il nostro petrolio e ce lo prendiamo non sia invece abbiamo bisogno del vostro petrolio per sistemare il caos sociale che abbiamo in casa, che non riusciamo e sappiamo risolvere e dunque ci prendiamo il vostro petrolio (vogliate o meno).E poiché si è anche dichiarato “prima la nostra ricchezza poi la vostra”, non sia un involontaria ed indiretta affermazione che il sistema sociale dello chavismo ha funzionato e che per farlo funzionare negli USA con lo standard di vita statunitense c’è bisogno di rubare petrolio altrove andando, oltremodo a rapire chi lo governa in una realtà che ha di fatto per decenni redistribuito la ricchezza petrolifera in modo funzionale ad un dato standard di vita. E dunque aveva ragione Che Guevara, aveva ragione Fidel Castro, aveva ragione Simon Bolivar, aveva ragione Salvador Allende?

E se la citazione del 2001 e di Santa Fe IV: "Che le risorse naturali dell'emisfero siano rese disponibili per soddisfare le nostre esigenze nazionali" significano che bisogna mettere riparo alla dissoluzione sociale statunitense prima che giunga a deflagrare? Lo stile di vita americano, tanto decantato, tanto vantato sta forse giungendo al suo termine e non si può dichiararlo apertamente, non si può rendere noto così a ciel sereno non si può ammettere che dunque sta vincendo il socialismo? E dunque come per Cuba, come per la Cina, come per il Venezuela certi modelli sociali debbono essere volutamente e forzatamente cambiati affinchè un sistema capitalistico che non guarda in faccia a nessuno, che calpesta la dignità delle persone, devono essere cancellati in qualche modo. E se per Cuba è valso (si fa per dire) l’embargo, se per il Venezuela il sequestro del suo Presidente legittimo, con qualche altro paese socialista valgono solo chiacchere al vento e fumo sul lago, e questo infine la dice lunga, se riflettiamo su tali termini, di cosa possa esserci dietro l’altra faccia della luna.    

*Università di Parma

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Fri, 09 Jan 2026 17:00:00 GMT
OP-ED
Francesco Sylos Labini - Perché Russia, Cina e Usa sono tre casi diversi tra loro

 

Una narrazione diffusa tende ad accomunare Trump, Putin e Xi Jinping come leader animati da un comune impulso imperialista. Di conseguenza, i conflitti che li coinvolgono vengono considerati analoghi così che i tre leader alla fine sarebbero ugualmente “imperialisti”. Si tratta di una semplificazione fuorviante che invece di fare chiarezza rende più confusa la comprensione delle cause reali dei conflitti.

La guerra in Ucraina riguarda l’architettura di sicurezza della Russia e, di riflesso, dell’Europa. Non si tratta di un’operazione imperialista, ma di una risposta a una guerra civile in Donbass iniziata nel 2014 e all’espansione della Nato verso Est. La richiesta centrale di Mosca era la neutralità dell’Ucraina. L’intervento russo è stato giustificato con il principio della Responsibility to Protect (R2P), secondo cui la comunità internazionale può intervenire se uno Stato non protegge la propria popolazione da crimini gravi. Tuttavia, tale principio richiede l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che non c’è stata: per questo l’intervento è illegale secondo il diritto internazionale. Mosca ha tuttavia richiamato il precedente del Kosovo: anche in quel caso, nel 1999, la Nato intervenne militarmente contro la Serbia senza autorizzazione Onu, giustificandosi con presunte violazioni dei diritti umani.

Anche per la Cina, evocare l’imperialismo è fuori luogo. La questione di Taiwan si colloca nel quadro della “One China Policy”, secondo cui esiste una sola Cina e Taiwan ne fa parte. La Risoluzione Onu 2758 ha assegnato il seggio cinese alla Repubblica Popolare Cinese (Rpc), espellendo Taiwan dalle Nazioni Unite. La maggior parte dei Paesi, inclusi gli Usa e l’Italia, riconosce la Rpc come unico governo della Cina, rinunciando a relazioni diplomatiche ufficiali con Taiwan, pur mantenendo contatti economici e militari informali. Diverso è il caso del Venezuela che, a differenza del caso russo e cinese, rientra nella lunga lista di interventi occidentali in paesi lontani dai propri confini in assenza di un mandato Onu. In Venezuela, sembra evidente che l’obiettivo strategico sia il controllo diretto di una delle maggiori riserve petrolifere al mondo che potrebbe portare Washington a dominare oltre la metà delle riserve globali aumentando la pressione energetica su Russia e Cina. Lo spettacolo offerto da molti leader europei, intenti a giustificare l’ennesima ingerenza Usa in America Latina, rivela una difficoltà strutturale nel comprendere la transizione verso un mondo multipolare. Cinque secoli di dominio occidentale e tre decenni di egemonia unipolare hanno eroso gli strumenti culturali e diplomatici necessari per affrontare l’attuale crisi sistemica e l’Occidente non ha sentito il bisogno di imporsi alcun vincolo. In questo modo il diritto internazionale si è sgretolato. Oggi il periodo egemonico è finito per lo spostamento di potere economico verso Oriente e il diritto internazionale si trova indebolito.

Per questo gli attuali governi europei trovano difficile condannare il raid americano in Venezuela, come non riescono a trovare una via d’uscita dalla guerra in Ucraina. Ma questa linea si scontra con due ostacoli. Il primo è l’economia: sanzioni, autosufficienza forzata e deindustrializzazione stanno erodendo le basi produttive europee col risultato che si tenta di combattere una guerra con soldati che non ci sono, armati con armi non ancora prodotte e pagate con denaro che non esiste.

Il secondo è l’opinione pubblica che non sembra disposta ad aspettare. Ciò che serve è un nuovo approccio alle relazioni internazionali: fondato sul rispetto del diritto, sulla sovranità degli Stati e sul riconoscimento di un mondo realmente multipolare.

*Articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano del 9 gennaio 2026. Riproposto su gentile concessione dell'Autore

Data articolo: Fri, 09 Jan 2026 14:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Khamenei: l'Iran non tollererĂ  le ingerenze straniere

 

Il leader della Repubblica islamica dell'Iran, Sayyed Ali Khamenei, ha condannato i recenti atti di violenza che hanno provocato la distruzione su larga scala di proprietà pubbliche, mettendo in guardia contro disordini alimentati da interessi stranieri e invitando gli iraniani a preservare l'unità nazionale.

Ribadendo la fermezza politica e ideologica dell'Iran, Sayyed Khamenei ha affermato: "Tutti sanno che l'Iran non arretrerà di un millimetro dai suoi principi", sottolineando che pressioni, minacce o disordini non costringeranno Teheran ad abbandonare le sue posizioni fondamentali.

Ha aggiunto che “il popolo iraniano rifiuta la sottomissione”, sottolineando che gli atti di violenza sono slegati dalla volontà della popolazione in generale.

Affrontando direttamente la violenza, il leader iraniano ha dichiarato che "alcuni rivoltosi stanno cercando di compiacere il presidente degli Stati Uniti distruggendo proprietà pubbliche", accusandoli di agire in linea con interessi esterni piuttosto che con preoccupazioni interne.

In un messaggio diretto a Washington, Sayyed Khamenei ha chiesto al presidente degli Stati Uniti Donald Trump di concentrarsi sui problemi del suo Paese invece di interferire negli affari interni dell'Iran.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Fri, 09 Jan 2026 12:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Se la Borsa porta vantaggi alle aziende di Armi. L'anno 2026 inizia all'insegna dei profitti azionari

 

di Federico Giusti

L'economia di guerra, mai sufficientemente analizzata, prevede anche investimenti in Borsa e stratosferici utili per le aziende produttrici di sistemi d'arma e tecnologie duali. E come accadde per le multinazionali farmaceutiche ai tempi del Covid, se scoppia le guerra cresce anche la domanda di armi e allo stesso tempo inizia la forsennata corsa verso la realizzazione di sistemi tecnologicamente avanzati.
 
Dallo scoppio della guerra tra Ucraina e Russia quel campo di battaglia è stato il terreno di sperimentazione di tante armi, di nuove e vecchie tecniche militari, con l'adozione dei sistemi di videosorveglianza, l'intero complesso militare-industriale ha tratto quindi enormi benefici sotto forma di quotazione dei titoli in Borsa, oltre  ai ricavi per le vendite e le ordinazioni  future.
 
I guadagni variano da gruppo a gruppo e molto dipende dalla tipologia di armamenti e dalla quantità e qualità tecnologica presenti negli stessi, se la tecnologia  può essere utilizzata anche ambito civile. Nei primissimi giorni del 2026, in diversi casi, gli utili in Borsa hanno superato anche il 10 per cento dopo i grandi aumenti già registrati nel 2025.
 
E paradossalmente, ma fino a un certo punto, tanto più accentuato sarà il vento di guerra tanto più aumenteranno ordinazioni e utili per le imprese del settore che poi, è bene ricordarlo, sono in buona parte statunitensi.
 
Ma commetteremmo un errore a dubitare, in campo militare, delle capacità europee per quanto sia innegabile la supremazia Usa che beneficerà ancora per anni di gran parte delle ordinazioni.
 
La Ue deve piuttosto guardarsi dai conflitti interni, dalla competizione tra le stesse aziende  comunitarie che hanno concluso alleanze e join venture con colossi statunitensi e di altri paesi, molte imprese di guerra del vecchio continente hanno delocalizzato negli Usa parte della loro produzione . Non  a caso, tra le raccomandazioni di Draghi, si trovava proprio la necessità di  costruire sinergie ma non doppioni, dotarsi di una strategia condivisa che mettesse insieme, e non in competizione, le imprese di guerra specie quelle più avanzate come Bae Systems, la francese Thales, l’italiana Leonardo, la franco-tedesca Airbus, la tedesca Rheinmetall.
 
E proprio Il fatturato  delle più grandi imprese europee produttrici di armi è aumentato più di quelle statunitensi  tanto che  l'argomento lo ritroviamo su varie testate, ad esempio Il fatto Quotidiano in edicola lo scorso 7 Gennaio
 
L'aggregato delle cinque principali europee nei primi nove mesi del 2025 (eccetto Bae, per la quale sono disponibili solo i dati semestrali) è aumentato del 12% a 62,2 miliardi di euro, una percentuale doppia rispetto a quella dei cinque grandi gruppi Usa, che hanno però un fatturato quasi triplo per valore assoluto, equivalente a 176,5 miliardi di euro ael cambio del 30 settembre.
 
La redditività complessiva è cresciuta a doppia cifra, con qualche eccezione. Le big five americane hanno aumentato gli utili operativi del 36% a 19,4 miliardi di dollari. Le europee, prendendo i valori resi noti da Leonardo, Airbus e Rheinmetall e stimando la redditività di Bae e Thales, hanno un utile operativo e aggregato di 5,55 miliardi di euro, +40% rispetto allo stesso periodo del 2024.
 
Fatti due conti, considerate le commesse acquisite e già previste per i prossimi anni, non è azzardato ipotizzare un aumento ancor maggiore degli utili, dei ricavi e dalla quotazione dei titoli in Va fronte di una tassazione alquanto favorevole, di finanziamenti nazionali e europei, di politiche del riarmo che andranno a rafforzare le ordinazioni come mai accaduto dal secondo dopo guerra ai nostri giorni.
 
 
Impressionanti i rialzi in Borsa  grazie al grande aumento delle spese militari in deroga per altro ai tetti di spesa, ebbene nell'anno passato la crescita delle imprese europee è di gran lunga maggiore di quelle statunitensi. 
E il record  dei profitti tuttavia viene da Israele. Elbit Systems nei primi nove mesi del 2025 ha aumentato del 18%, le azioni sono aumentate del 195%,

Le aziende belliche dell'Ue hanno registrato vertiginosi aumenti dei guadagni con la domanda ucraina | Euronews

Nel 2024 i primi 100 produttori di armi hanno guadagnato 679 miliardi di dollari: i dati del report del SIPRI

https://www.milanofinanza.it/news/boom-delle-vendite-di-armi-in-dieci-anni-ricavi-su-del-26-per-i-primi-100-produttori-exploit-di-giappone-202512011057554694

E il ruolo dei Governi? E' di fondamentale importanza in questo scenario di guerra, le imprese produttrici di armi si attendono politiche favorevoli e in Italia, a tal riguardo, arriva proprio in questi giorni il progetto di dare vita al nuovo polo europeo per l’addestramento dei piloti del velivolo da combattimento di quinta generazione Lockheed Martin F-35 Lightning
 
La scelta della sede ha individuato un piccolo aeroporto, quello militare di Trapani-Birgi che tuttavia, specie in estate, è aperto al traffico civile, hanno operato da mesi tanto l' Aeronautica Militare quanto il Ministero della difesa e la industria nazionale. Meglio di noi ne parla il Portale Analisi difesa in un articolo pubblicato proprio in questi giorni a cui rinviamo per tutti i necessari approfondimenti.
 
Il programma per il centro addestrativo europeo dell’F-35 a Trapani-Birgi – Analisi Difesa

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Fri, 09 Jan 2026 11:30:00 GMT
WORLD AFFAIRS
La Russia lancia un attacco di rappresaglia con il missile ipersonico Oreshnik contro le infrastrutture critiche in Ucraina

 

Come ha riferito il Ministero della Difesa russo, venerdì le forze armate russe hanno effettuato un attacco di rappresaglia contro infrastrutture critiche in Ucraina.

Secondo il ministero l'offensiva è stata condotta "in risposta all'attacco del regime di Kiev alla residenza del presidente russo Vladimir Putin, situata nella provincia di Novgorod."

Tra le altre armi, nell'attacco è stato utilizzato il potente sistema missilistico ipersonico Oreshnik, impossibile da intercettare. "Le Forze Armate russe hanno lanciato un massiccio attacco con armi terrestri e navali ad alta precisione e a lungo raggio, tra cui il sistema missilistico mobile a medio raggio Oreshnik, nonché veicoli aerei da combattimento senza pilota, contro obiettivi di importanza critica sul territorio dell'Ucraina", si legge nella dichiarazione.

Tutti gli obiettivi dell'offensiva sono stati raggiunti , ha aggiunto il ministero. "Sono stati colpiti gli impianti di produzione di velivoli senza pilota, utilizzati durante l'attacco terroristico, così come le infrastrutture energetiche che garantiscono il funzionamento del complesso militare-industriale ucraino", ha affermato.

"Qualsiasi azione terroristica da parte del criminale regime ucraino non rimarrà senza risposta."

Esplosioni in Ucraina

In precedenza, sono state segnalate esplosioni nella capitale ucraina, Kiev, e nella città di Leopoli, mentre è stato dichiarato un allarme aereo in tutto il Paese.

Le autorità della provincia di Leopoli hanno dichiarato che si è trattato di un attacco russo, durante il quale è stato colpito un'"infrastruttura critica".

Il sindaco di Kiev Vitali Klitschko ha segnalato un attacco con un drone. I media ucraini hanno segnalato interruzioni di corrente in alcune zone della capitale.

Attacco terroristico di Kiev

  • A fine dicembre, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha riferito che Kiev ha tentato un attacco terroristico  con 91 droni a lungo raggio  contro una residenza presidenziale ufficiale nella regione di Novgorod. I droni sono stati abbattuti dai sistemi di difesa aerea russi.
  • Dolgiye Borody, nota anche come Valdai e Uzhin, è la residenza presidenziale situata a 20 chilometri dalla città di Valdai, nella regione di Novgorod. Fa  parte del gruppo di residenze presidenziali ufficiali  , che comprende il Cremlino, Novo-Ogaryovo (fuori Mosca), Bocharov Ruchei (a Sochi) e il Palazzo Konstantinovsky a Strelna, vicino a San Pietroburgo.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Fri, 09 Jan 2026 11:30:00 GMT
EXODUS
Epidemia a Gaza: “Sfollati tra rifiuti e immondizia” Mentre il mondo attende l’annuncio di Trump a Davos

 

I farmaci sono acquistabili sul mercato nero di Gaza a prezzi esorbitanti.La vostra donazione sarà un aiuto istantaneo, capillare, efficace.

Per donazioni: https://paypal.me/apocalissegaza

oppure

C/C Kairos aps IBAN: IT15H0538723300000003654391 - Causale: Apocalisse Gaza

La campagna “Apocalisse Gaza” arriva oggi al suo 204° giorno, avendo raccolto 138.425 euro da 1.642 donazioni e avendo già inviato a Gaza valuta pari a 137.852 euro.

Il testo che segue è tratto dalla diciannovesima puntata di “Radio Gaza” disponibile sul canale YouTube dell’AntiDiplomatico a questo link: 

https://www.youtube.com/watch?v=GkinxOFbp6Q

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Il rapimento del Presidente venezuelano Nicolàs Maduro da parte di un commando statunitense su ordine del Presidente americano Donald Trump ha aperto ufficialmente le porte dell’inferno e possiamo assistere in queste ore alla fuga dei diavoli.

“Hell is empty and all devils are here”, come sostiene il personaggio Ferdinando nell’opera “La Tempesta” di William Shakespeare: “L’inferno è vuoto e tutti i diavoli sono qui”.

E questi diavoli stanno facendo talmente baccano per attirare l’attenzione su di sé che ormai Gaza la possiamo dare ufficialmente per scomparsa dalle pagine dei giornali, dagli slogan e dalle dichiarazioni.

Lasciamo stare le evoluzioni, internazionali e sul campo, del cosiddetto accordo di pace, che andrebbero seguite attentamente ma pare in lingua italiana di essere rimasti i soli a farlo, ma la situazione umanitaria è in progressivo peggioramento.

Anche se non c'è stato modo di rompere l’assedio, c’è tuttora un modo per aggirarlo. E la nostra campagna ne è una prova vivente.

Perché tutto questo silenzio intorno a noi?

Come in tutte le puntate di Radio Gaza, l’intervento iniziale è dedicato alla realtà internazionale, ma francamente oggi la notizia più importante è che si sta diffondendo rapidamente un’epidemia di influenza a Gaza, come conseguenza delle estreme condizioni di vita, e molti dei nostri contatti sono ammalati e febbricitanti.

Come ci ha spiegato lo studio “I re della carestia” pubblicato sulla rivista egiziana Mada Masr di cui abbiamo parlato nella scorsa puntata, a Gaza basta pagare e si trova tutto.

Sì, anche le medicine. Ma costano una fortuna ben al di là delle possibilità dei Gazawi.

Ma ecco che con le vostre donazioni, stiamo cercando di acquistare quanti più farmaci possibili sul mercato nero e distribuirli.

Ne parleremo nel corso della puntata.

Per ora daremo qualche cenno sulla situazione internazionale. Il piano Trump è finito, abbiamo sostenuto nella scorsa puntata.

Beh, non ufficialmente, ma di fatto.

Gli Stati Uniti intendono seriamente iniziare la ricostruzione di Gaza in alcune aree sotto il controllo delle IDF e delle milizie palestinesi anti-Hamas. A questo scopo il valico di Rafah sarà aperto per l’ingresso dei materiali e delle attrezzature necessarie.

Anche se nessuno lo dice, l’obiettivo è chiaro. Allettare la popolazione palestinese e spingerla ad oltrepassare la linea gialla per insediarsi in quella che sarà ribattezzata “Nuova Gaza”, ossia quel 53% di territorio della Striscia attualmente fuori dal controllo di Hamas (e dove per altro vivono solo poche migliaia di persone al momento, ossia le milizie anti-Hamas e le loro famiglie)..

A quel punto, quando sarà rimasta poca popolazione a fare da schermo ai combattenti di Hamas, procedere all’annientamento.

Questo però non è un piano. E’ un sogno. E anche piuttosto fantasioso. 

Lo ribadiamo ancora. Quella a Gaza è una resistenza popolare. Il popolo e la Resistenza sono la stessa cosa.

Hamas si sta riorganizzando protetto dalla popolazione, ha insistito che non rinuncerà alle sue armi che, secondo Israele, consistono principalmente in 60.000 fucili d'assalto Kalashnikov, insieme a un numero imprecisato di lanciagranate, alcune centinaia di razzi a corto raggio e una varietà di ordigni esplosivi improvvisati. Tra le sue fila si stimano combattere dai 20 ai 30mila partigiani.

D’altro canto, sui tavoli della discussione, l’idea di una “Forza internazionale di stabilizzazione” è di fatto stata affondata dal veto israeliano alla Turchia.

Il presidente azero Ilham Aliyev, ad esempio, ha dichiarato che il suo Paese non invierà truppe a Gaza nell'ambito del piano e che il suo governo ha posto alcune domande all'amministrazione statunitense su come funzionerebbe una missione di questo tipo, senza ottenere risposte esaurienti.

E se questa è la posizione dell’Azerbaigian, Paese musulmano vicino a Israele per ragioni economiche e alla Turchia per ragioni età etniche e linguistiche, allora significa che nessun altro si immolerà per Trump.

L’unico Paese che lo farebbe volentieri è la Turchia. Il Presidente Erdogan ha promesso una pace duratura a Gaza qualora i militari turchi entrassero nella Striscia.

Ma l’idea di pace di Erdogan e di Netanyahu sono opposte a cominciare dalla definizione che entrambi danno di Hamas: il primo lo definisce Resistenza, il secondo Terrorismo.

Occhi puntati allora sul Forum economico mondiale di Davos, in programma dal 19 al 23 gennaio prossimi, quando si dice che Trump annuncerà l’inizio della fase 2 del suo piano a Gaza.

“È improbabile che Hamas si disarmi volontariamente e Israele non sarà in grado di disarmarlo”, sostiene l’analista Osamah Khalil alla CBS.

Gli fa eco l’analista Jack Khoury, ripreso persino da Haaretz: “Hamas rifiuta di disarmarsi; Israele rifiuta di ritirarsi da Gaza”.

E così, all’8 gennaio 2026, abbiamo scoperto l’acqua calda. Dunque, allo stato dell’arte, l’unico candidato a disarmare Hamas rimane Israele, ma questo equivale a dire ripresa della guerra e fine del piano. 

Appunto.

Gaza ha vinto, sì. Perché dal rischio concreto di evacuazione totale corso la scorsa estate si è passati ad una fase in cui la presenza e la volontà politica dei palestinesi a Gaza hanno ancora un peso decisivo.

Ma la battaglia è lunga e troppi si sono già voltati dall’altra parte.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Fri, 09 Jan 2026 11:30:00 GMT
WORLD AFFAIRS
La prima risposta di Pechino alle nuove dichiarazioni di Trump su Taiwan


Il ministro degli Esteri risponde alle ultime dichiarazioni di Trump su Taiwan, affermando che gli affari interni “non ammettono interferenze esterne”.

In risposta a una domanda dei media sulle più recenti dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump riguardo alla questione di Taiwan, rilasciate in un’intervista al New York Times — in cui ha affermato che, se la Cina tentasse di modificare lo status quo di Taiwan durante il suo mandato, egli sarebbe “molto scontento” — il portavoce del Ministero degli Esteri cinese Mao Ning ha dichiarato venerdì, durante la consueta conferenza stampa, che Taiwan è parte inalienabile del territorio cinese. Lo riporta Global Times. 

Mao Ning ha ribadito che la questione di Taiwan è un affare puramente interno della Cina e che la sua risoluzione riguarda esclusivamente il popolo cinese, senza alcuna forma di ingerenza esterna.

Data articolo: Fri, 09 Jan 2026 10:00:00 GMT
WORLD AFFAIRS
La mossa che ha in mente la NATO per evitare un conflitto tra Stati Uniti e Danimarca (POLITICO)

 

La NATO potrebbe rafforzare la propria presenza nell'Artico per scongiurare un conflitto tra Stati Uniti e Danimarca. Secondo POLITICO, gli ambasciatori della NATO hanno proposto di incrementare la spesa per la difesa nell'Artico, di schierare ulteriori equipaggiamenti militari e di intensificare le esercitazioni per dimostrare a Donald Trump che la regione è sufficientemente sicura.?

L’Alleanza Atlantica ha avviato un’iniziativa diplomatica in due fasi rivolta al presidente degli Stati Uniti Donald Trump, nel tentativo di impedire una potenziale incursione militare statunitense in Groenlandia, secondo quanto riportato da Politico, citando fonti attendibili.?

LEGGI: Trump inizia il 2026 con la vecchia guerra aperta asimmetrica?

Gli ambasciatori della NATO hanno proposto di aumentare la spesa per la difesa nell’Artico, schierare ulteriori equipaggiamenti militari e intensificare le esercitazioni militari per dimostrare a Trump che la regione è sufficientemente sicura. È stato osservato che, durante una riunione a porte chiuse a Bruxelles, gli ambasciatori della NATO hanno concluso che è necessario cercare un compromesso con la posizione di Trump sul futuro della Groenlandia.?

In precedenza, Politico aveva riferito che, a fronte dell’inasprimento della retorica di Trump sulla possibile instaurazione del controllo sulla Groenlandia, alcune voci all’interno dell’Unione Europea chiedono di prepararsi a un confronto diretto con il capo dell’amministrazione statunitense. Il quotidiano ha osservato che, mentre in precedenza i governi europei non avevano compreso la gravità delle minacce di Trump, ora ne sono consapevoli.?

Data articolo: Fri, 09 Jan 2026 10:00:00 GMT
WORLD AFFAIRS
Pechino: "La Cina continuerĂ  a sostenere con fermezza il Venezuela nella salvaguardia della sua sovranitĂ "


La Cina continuerà a sostenere con fermezza il Venezuela nella salvaguardia della sua sovranità: il ministro degli Esteri sul colloquio tra il presidente ad interim venezuelano e l'ambasciatore cinese.

La Cina attribuisce grande importanza alle relazioni con il Venezuela e ha sempre mantenuto una buona comunicazione e cooperazione con il governo venezuelano. Lo ha affermato venerdì il portavoce del Ministero degli Esteri cinese Mao Ning, rispondendo a una domanda su un post sui social media del presidente ad interim Delcy Rodriguez, in cui ella affermava di aver incontrato l’ambasciatore cinese in Venezuela.

La Cina continuerà a sostenere con fermezza il Venezuela nella salvaguardia della sua sovranità, dignità, sicurezza nazionale e diritti e interessi legittimi. Indipendentemente da come evolverà la situazione politica in Venezuela, l’impegno della Cina ad approfondire la cooperazione pratica in vari settori e a promuovere lo sviluppo comune tra i due paesi rimarrà immutato, ha ribadito il portavoce.

FONTE: GLOBAL TIMES

Data articolo: Fri, 09 Jan 2026 10:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Guerra economica e guerra mediatica: i due pilastri della strategia USA contro l’Iran

Il ministero degli Esteri iraniano ha condannato duramente le recenti dichiarazioni di funzionari statunitensi sulle proteste in corso nel Paese, definendole interventiste, ingannevoli e funzionali a creare instabilità. Secondo Teheran, Washington non agisce per tutelare il popolo iraniano, ma porta avanti da anni una strategia di “massima pressione” fatta di sanzioni illegali, minacce e interferenze dirette negli affari interni della Repubblica islamica.

Le autorità iraniane ribadiscono che la Costituzione riconosce il diritto alle proteste pacifiche e che il governo è impegnato ad affrontare le difficoltà economiche, aggravate - sottolineano - dalla guerra economica e finanziaria condotta dagli Stati Uniti. Una pressione che non si limita all’ambito economico, ma include guerra psicologica, campagne mediatiche, diffusione di disinformazione e incitamento alla violenza. Sul piano storico, Teheran richiama il lungo elenco di ingerenze statunitensi: dal colpo di Stato del 1953 al sostegno all’Iraq di Saddam Hussein, fino alle sanzioni unilaterali e alle recenti minacce militari.

Azioni che, secondo l’Iran, violano apertamente il diritto internazionale e la Carta delle Nazioni Unite. Le tensioni sono aumentate dopo le parole di Donald Trump, che ha minacciato “conseguenze devastanti” se le autorità iraniane dovessero reprimere duramente le proteste legate al crollo del rial. Proteste che durano da settimane e che Teheran attribuisce, in parte, a una “guerra ibrida” orchestrata da Stati Uniti e Israele.

Il presidente Masoud Pezeshkian ha riconosciuto le difficoltà economiche e la legittimità delle manifestazioni pacifiche, invitando però a distinguere tra protesta sociale e tentativi di destabilizzazione. Un equilibrio fragile, mentre lo scontro geopolitico continua a farsi sempre più diretto.


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Data articolo: Fri, 09 Jan 2026 06:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
La morale di Trump come dottrina di guerra

In un’intervista al New York Times, Donald Trump ha rilasciato dichiarazioni che sollevano interrogativi profondi sul rapporto tra potere militare statunitense e diritto internazionale. Alla domanda su quali limiti esistano alla sua autorità di comandante in capo nell’uso della forza a livello globale, Trump ha risposto senza esitazioni: l’unico freno sarebbe la sua “morale personale”.

Un’affermazione che di fatto relega in secondo piano il ruolo delle norme internazionali, dei meccanismi multilaterali e delle istituzioni di controllo costruite nel secondo dopoguerra proprio per limitare l’arbitrio delle grandi potenze. “Non ho bisogno del diritto internazionale”, ha dichiarato, aggiungendo che sarà lui a decidere quando e come tali regole si applicano agli Stati Uniti.

Pur riconoscendo formalmente che la sua amministrazione “deve” rispettare il diritto internazionale, Trump ne propone una lettura unilaterale e flessibile, subordinata agli interessi e alle valutazioni di Washington. Un’impostazione che rafforza l’idea di un ordine globale sempre più segnato dall’asimmetria di potere e dall’erosione delle regole comuni. Le sue parole si inseriscono in un contesto geopolitico già teso, in cui l’uso della forza, le sanzioni e la coercizione economica sono strumenti ordinari della politica estera statunitense.

Solo che rispetto al passato l’attuale amministrazione fa esibizione di forza e rivendica lo strangolamento economico di altre nazioni attraverso le sanzioni. Al centro resta una domanda cruciale: cosa accade all’ordine internazionale quando la “morale” di un singolo leader si sostituisce al diritto condiviso?


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Data articolo: Fri, 09 Jan 2026 06:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Venezuela, il Senato USA limita la guerra del presidente

Con una significativa inversione di tendenza e un netto contrattacco del potere legislativo, il Senato degli Stati Uniti ha approvato una risoluzione che intende imbrigliare la mano libera del presidente Donald Trump in materia di azioni militari contro il Venezuela. La misura, passata con 52 voti favorevoli e 47 contrari, rappresenta un rimarcabile atto di sfida bipartisan all'autorità dell'esecutivo in politica estera e un tentativo di riaffermare le prerogative costituzionali del Congresso in materia di dichiarazione di guerra.

Il voto di segna una frattura nello schieramento repubblicano, con cinque senatori del partito di Trump - Rand Paul del Kentucky, Lisa Murkowski dell'Alaska, Susan Collins del Maine, Todd Young dell'Indiana e Josh Hawley del Missouri - che hanno oltrepassato le linee di partito unendosi ai democratici. La mossa costituisce una risposta diretta all'escalation militare voluta dal tycoon, culminata con gli attacchi dello scorso 3 gennaio e il successivo sequestro del presidente venezuelano Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores, episodi che hanno scatenato feroci proteste internazionali e profonde preoccupazioni nello stesso establishment politico statunitense.

Promossa dal senatore democratico Tim Kaine e copatrocinata dal repubblicano Rand Paul, la risoluzione stabilisce il ritiro delle forze armate statunitensi da qualsiasi ostilità contro o all'interno del Venezuela non espressamente autorizzata dal Congresso. Sebbene la misura, che dovrà ora passare al vaglio della Camera dei Rappresentanti, non abbia forza di legge immediatamente vincolante e si scontri con la minaccia di un veto presidenziale, il suo significato politico è inequivocabile. Essa incarna una critica trasversale alla condotta unilaterale e guerrafondaia di Trump, che dopo le azioni di gennaio aveva minacciato un "secondo attacco, molto più grande" per poi tentare di moderare i toni, offrendo garanzie condizionate sul dispiegamento di truppe.

Il dibattito a Capitol Hill riflette un conflitto istituzionale più ampio sul controllo dei poteri di guerra, con il Senato che, dopo aver bloccato due precedenti tentativi simili, ora inverte la rotta di fronte all'intensificarsi della pressione militare su Caracas. Mentre i leader repubblicani tentavano invano di arginare l'avanzata della risoluzione, difendendo la legittimità delle azioni di Trump, il voto finale segnala una crescente insofferenza anche all'interno del partito di governo.

Oltre i confini nazionali, la discussione a Washington viene osservata con ferma determinazione da Caracas. Il governo venezuelano, attraverso la voce della presidente ad interim Delcy Rodríguez, ha ribadito che la politica estera e la sicurezza nazionale sono materie di esclusiva sovranità del suo popolo e delle sue istituzioni, non soggette a deliberazioni o imposizioni di parlamenti stranieri. 

Data articolo: Thu, 08 Jan 2026 18:04:00 GMT
IN PRIMO PIANO
WSJ: Trump vuole prendere il controllo di PDVSA

Donald Trump e i suoi consiglieri stanno elaborando un piano per "esercitare un certo controllo" sulla compagnia petrolifera statale venezuelana PDVSA, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal. Fonti a conoscenza della vicenda dicno che il piano a cui stanno lavorando prevede l'acquisizione e la vendita della maggior parte della produzione petrolifera della compagnia.

Lo stesso presidente degli Stati Uniti ha dichiarato ai suoi collaboratori di ritenere che questi sforzi potrebbero contribuire a far scendere i prezzi del petrolio al livello da lui preferito di 50 dollari al barile, hanno osservato. Inoltre, l'iniziativa di Washington mira a dominare l'industria petrolifera venezuelana per gli anni a venire.

Martedì, Trump ha annunciato che le autorità venezuelane "consegneranno" agli Stati Uniti tra i 30 e i 50 milioni di barili di petrolio da vendere a prezzi di mercato.

"Sono lieto di annunciare che le autorità ad interim del Venezuela consegneranno agli Stati Uniti tra i 30 e i 50 milioni di barili di petrolio sanzionato di alta qualità", ha scritto su Truth Social. Ha dichiarato che la vendita sarà effettuata al prezzo di mercato e che il ricavato rimarrà nelle sue mani, "per garantire che venga utilizzato a beneficio del popolo venezuelano e degli Stati Uniti".

Riguardo a queste ingerenze e minacce in pieno stile mafioso - la consegna di 50 milioni di barili di petrolio da parte del Venezuela agli USA sembra proprio come l'imposizione del pizzo - ha fatto sentire la sua voce anche la Russia.

In relazione anche al sequestro della petroliera Mariner battente bandiera della Federazione Russa, la portavoce del ministero degli Esteri Zakharova ha dichiarato: "Le insinuazioni di alcuni funzionari statunitensi secondo cui il sequestro della Mariner fa parte di una strategia più ampia per stabilire un controllo illimitato sulle risorse naturali del Venezuela sono estremamente ciniche. Respingiamo categoricamente tali affermazioni neocolonialiste".

Data articolo: Thu, 08 Jan 2026 16:53:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Venezuela, Cabello: "Attacco barbaro degli Usa, 100 morti"

Il segretario generale del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) e ministro degli Interni, Diosdado Cabello, ha denunciato con forza quello che ha definito un "attacco barbaro e infido" perpetrato dagli Stati Uniti contro il Venezuela nella notte del 3 gennaio. Durante un'edizione speciale del suo programma televisivo "Con el Mazo Dando", Cabello ha reso noto che il bilancio dell'operazione militare è salito a circa 100 vittime, tra civili e militari, con un numero simile di feriti.

Cabello ha affermato che l'attacco, che ha colpito quattro Stati del paese, è culminato con quello che il governo venezuelano denuncia come un "rapimento" del presidente Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores. "Terribile l'attacco contro il nostro paese, questo è vero, è una verità. Nessuno lo potrà coprire, non c'è modo che questo possa essere nascosto e oggi il mondo lo sta scoprendo pienamente", ha dichiarato il leader chavista, sottolineando la gravità dell'accaduto.

Il segretario del PSUV ha reso omaggio alle vittime che hanno offerto la vita nella difesa della patria e nella protezione della coppia presidenziale, definendo l'azione statunitense un atto di criminalità. Ha inoltre messo in guardia dalle manipolazioni mediatiche, sostenendo che "in queste situazioni di attacchi, la prima vittima è la verità" a causa delle campagne di disinformazione.

Riguardo al rapimento di Maduro e Flores, Cabello ne ha elogiato il coraggio e la fermezza fino al momento della cattura, raccontando come Cilia Flores abbia chiesto di essere portata via insieme al marito, gesto da lui definito di "profondo amore e lealtà".

Nel contempo, Cabello ha ribadito il sostegno totale del paese, delle forze armate e di tutti i settori politici ed economici alla presidente incaricata, Delcy Eloina Rodríguez Gómez, nominata dopo il sequestro di Maduro. "Lei non ha chiesto questo, ma sta lavorando per promuovere la prosperità della patria e per riportare a casa il compagno Nicolás Maduro e la compagna Cilia Flores", ha affermato.

Infine, il leader socialista ha riconosciuto la compostezza e la forza dimostrata dal popolo venezuelano in questa "dura tappa", esortandolo a continuare a sostenere e approfondire la Rivoluzione Bolivariana. "Il popolo è rimasto fermo, in pace, con molta consapevolezza e molta forza", ha concluso Cabello, dipingendo il quadro di una nazione unita nonostante l'aggressione.

Data articolo: Thu, 08 Jan 2026 16:27:00 GMT
OP-ED
Chris Hedges - Grande illusione

 

di Chris Hedges*

"Viviamo in un mondo in cui puoi parlare quanto vuoi di sottigliezze internazionali e di tutto il resto, ma viviamo in un mondo, il mondo reale, Jake, che è governato dalla forza, che è governato dalla violenza, che è governato dal potere. Queste sono le ferree leggi del mondo che esistono fin dall'inizio dei tempi." — Stephen Miller a Jake Tapper sulla CNN, 5 gennaio 2026.

"Chi vuole vivere deve combattere. Chi non vuole combattere in questo mondo, dove la lotta permanente è la legge della vita, non ha il diritto di esistere. Un detto del genere può sembrare duro; ma, dopotutto, è così." — Adolf Hitler in Mein Kampf

“Lo Stato fascista esprime la volontà di esercitare il potere e di comandare. Qui la tradizione romana si incarna in una concezione di forza. Il potere imperiale, come inteso dalla dottrina fascista, non è solo territoriale, militare o commerciale; è anche spirituale ed etico... Il fascismo vede nello spirito imperialistico – cioè nella tendenza delle nazioni all'espansione – una manifestazione della loro vitalità.” — Benito Mussolini in La dottrina del fascismo

Tutti gli imperi, quando stanno morendo, adorano l'idolo della guerra. La guerra salverà l'impero. La guerra resusciterà la gloria passata. La guerra insegnerà a un mondo ribelle a obbedire. Ma coloro che si inchinano davanti all'idolo della guerra, accecati dall'ipermascolinità e dall'arroganza, non sanno che mentre gli idoli iniziano invocando il sacrificio degli altri, finiscono esigendo il sacrificio di sé. L'ekpyrosis, l'inevitabile conflagrazione che distrugge il mondo secondo gli antichi stoici, fa parte della natura ciclica del tempo. Non c'è scampo. Fortuna . C'è un tempo per la morte individuale. C'è un tempo per la morte collettiva. Alla fine, con i cittadini stanchi che anelano all'estinzione, gli imperi accendono la propria pira funeraria.

I nostri sommi sacerdoti della guerra, Donald Trump, Marco Rubio, Pete Hegseth, Stephen Miller e il capo di stato maggiore congiunto, il generale Dan "Razin" Caine, non sono diversi dagli sciocchi e dai ciarlatani che hanno annientato gli imperi del passato: i leader altezzosi dell'Impero austro-ungarico, i militaristi della Germania imperiale e la sventurata corte della Russia zarista nella prima guerra mondiale. A loro seguirono i fascisti in Italia sotto Benito Mussolini, in Germania sotto Adolf Hitler e i governanti militari del Giappone imperiale nella seconda guerra mondiale.

Queste entità politiche hanno commesso un suicidio collettivo.

Bevevano lo stesso elisir fatale che Miller e coloro che siedono alla Casa Bianca di Trump bevono. Anche loro hanno cercato di usare la violenza industriale per rimodellare l'universo. Anche loro si consideravano onnipotenti. Anche loro si vedevano di fronte all'idolo della guerra. Anche loro pretendevano di essere obbediti e adorati.

Per loro, la distruzione è creazione. Il dissenso è sedizione. Il mondo è unidimensionale. Il forte contro il debole. Solo la nostra nazione è grande. Le altre nazioni, persino quelle alleate, vengono liquidate con disprezzo.

Questi architetti della follia imperiale sono buffoni e pagliacci assassini. Sono ridicolizzati e odiati da chi è ancorato a un mondo basato sulla realtà. Sono seguiti pedissequamente dai disperati e dagli emarginati. La semplicità del messaggio è il suo fascino. Un incantesimo magico riporterà in vita il mondo perduto, l'età dell'oro, per quanto mitica. La realtà è vista esclusivamente attraverso la lente dell'ultranazionalismo. Il rovescio della medaglia dell'ultranazionalismo è il razzismo.

"Il nazionalista è per definizione un ignorante", ha scritto il romanziere jugoslavo-serbo Danilo Kiš. "Il nazionalismo è la linea di minor resistenza, la via più facile. Il nazionalista è imperturbabile, sa o crede di sapere quali sono i suoi valori, i suoi, cioè nazionali, cioè i valori della nazione a cui appartiene, etici e politici; non gli interessano gli altri, non sono un problema suo, diavolo – sono gli altri popoli (altre nazioni, altre tribù). Non hanno nemmeno bisogno di essere indagati. Il nazionalista vede gli altri a sua immagine e somiglianza – come nazionalisti".

Questi esseri umani rachitici non sono in grado di leggere gli altri. Minacciano Terrorizzano Uccidono L'arte della politica di potere tra nazioni o individui va ben oltre la loro minuscola immaginazione. Mancano dell'intelligenza – emotiva e intellettuale – per affrontare le complesse e mutevoli sabbie di vecchie e nuove alleanze. Non riescono a vedersi come il mondo li vede.

La diplomazia è spesso un'arte oscura e ingannevole. È per sua natura manipolativa. Ma richiede la comprensione di altre culture e tradizioni. Richiede di entrare nella testa di avversari e alleati. Per Trump e i suoi tirapiedi, questo è impossibile.

Diplomatici abili, come il principe Klemens von Metternich, ministro degli Esteri dell'Impero austriaco che dominò la politica europea dopo la sconfitta di Napoleone, lo fecero elaborando accordi e trattati come il Concerto d'Europa e il Congresso di Vienna. Metternich, non amico del liberalismo, mantenne abilmente la stabilità in Europa fino alle rivoluzioni del 1848.

Ho raccontato di Richard Holbrooke, il sottosegretario di Stato, mentre negoziava la fine della guerra in Bosnia. Era pomposo e affascinato dalla sua celebrità. Ma ha messo in competizione i signori della guerra balcanici nell'ex Jugoslavia finché non hanno acconsentito a fermare i combattimenti – con l'aiuto degli aerei da guerra della NATO che bombardavano le posizioni serbe sulle colline intorno a Sarajevo – e hanno firmato gli Accordi di Pace di Dayton.

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

*Giornalista vincitore del Premio Pulitzer, è stato corrispondente estero per quindici anni per il New York Times, dove ha ricoperto il ruolo di redattore capo per il Medio Oriente e per i Balcani. In precedenza, ha lavorato all'estero per The Dallas Morning News, The Christian Science Monitor e NPR. È il conduttore dello Show The Chris Hedges Report.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Thu, 08 Jan 2026 15:00:00 GMT

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