La seguente intervista a Carlos Luis Rivero, storico quadro della sinistra rivoluzionaria venezuelana, è stata realizzata prima degli eventi del 3 di gennaio, data in cui gli Stati Uniti d'America hanno portato a termine un assalto militare contro il Venezuela e il successivo rapimento illegale del Presidente costituzionale Nicolás Maduro. Questa conversazione, quindi, cattura l'analisi e la prospettiva strategica di un protagonista della lotta bolivariana in un momento di massima tensione e assedio, ma prima dell'aperta aggressione che ha segnato una drammatica escalation nella guerra ibrida contro il paese sudamericano. Le sue parole risuonano oggi come una lucida previsione della battaglia globale in corso e un potente appello alla solidarietà internazionale dei popoli.
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di Geraldina Colotti
Carlos Luis Rivero è un quadro storico della sinistra rivoluzionaria venezuelana la cui traiettoria sintetizza le tappe della lotta popolare nel paese. Ha iniziato la militanza durante l'adolescenza come dirigente studentesco della scuola secondaria e, successivamente, presso l'Università Centrale del Venezuela. Davanti alla chiusura delle vie democratiche durante la quarta repubblica, ha scelto la strada della lotta armata, militando per ventitré anni nell'organizzazione Bandera Roja, dove ha raggiunto le massime responsabilità come membro della direzione nazionale.
Dalle fila del movimento popolare e rivoluzionario, ha partecipato attivamente ai processi insurrezionali che hanno scosso il paese dopo il Caracazo del 1989, legandosi alla strategia che infine è confluita nella direzione di Hugo Chavez. Dopo l'avvento della Rivoluzione Bolivariana, ha ricoperto ruoli chiave nell'architettura giuridica del nuovo Stato, coordinando le riforme delle leggi del potere popolare: la legge dei consigli comunali e delle comuni. Attualmente è il direttore esecutivo dell'Istituto Simon Bolivar per la Pace e la Solidarietà, ente del ministero degli esteri venezuelano presieduto dalla deputata Blanca Eekhout, incaricato della diplomazia dei popoli e dell'analisi strategica internazionale.
In qualità di direttore esecutivo dell'Istituto Simon Bolivar, come articola l'appello ai popoli del mondo in questo momento di assedio al Venezuela?
I popoli del mondo hanno un nemico comune che è l'imperialismo. Noi che lottiamo per l'autodeterminazione, per la patria e per il socialismo, dobbiamo articolarci non solo in solidarietà con il Venezuela, ma comprendendo che oggi il nostro paese è uno scenario di battaglia globale. Il Venezuela è stato il principale ostacolo per l'avanzata delle correnti fasciste nel mondo. Andando indietro nella storia, ciò che accade oggi nel 2025 somiglia a ciò che accadde nel secolo scorso con la guerra civile spagnola. A quel tempo, brigatisti di ogni parte andarono in Spagna a combattere, pur sapendo che potevano perdere, perché era necessario unire le forze per impedire l'avanzata del fascismo. Oggi in Venezuela dobbiamo fare lo stesso: unificare tutte le forze del mondo. Convertire il Venezuela nel grande muro contro l'avanzata fascista. Il presidente Trump ci vede come se fossimo una colonia o una proprietà privata, dimenticando che nel diciannovesimo secolo perdemmo la metà della nostra popolazione combattendo per renderci indipendenti. Quella sovranità non è negoziabile. Il Venezuela non si è caratterizzato per aver colonizzato qualcuno, né per essersi impossessato di alcun territorio; siamo andati a combattere per liberare i popoli.
Lei menziona la proposta delle brigate internazionali. Come vede questa iniziativa nel contesto della solidarietà militante e della lotta contro l'aggressione imperialista?
È un compito improrogabile. La liberazione nazionale di un paese richiede una visione internazionalista attiva. È necessario che nei vari paesi si organizzino brigate di solidarietà che possano trasferirsi nei luoghi dove si combattono le battaglie più dure e, dopo la vittoria, vi restino in modo permanente. José Martí, e così il Che, dicevano che la solidarietà è la tenerezza dei popoli. Dopo il genocidio in Palestina, l'imperialismo ha dinamitato il rapporto tra legalità e legittimità. Hanno gettato la maschera e ormai non gli importa più l'apparenza della democrazia borghese. Per questo abbiamo bisogno di una trasformazione profonda della multilateralità, che non dipenda solo dai governi, ma dalla combattività dei loro popoli.
La sua traiettoria politica è estesa. Lei ha militato ventitré anni in Bandera Roja e ha conosciuto da vicino la guerriglia. Come analizza il passaggio verso il chavismo e il ruolo delle antiche organizzazioni armate?
Non è stato facile passare dall'essere militante di un'organizzazione rivoluzionaria all'appoggiare una ribellione militare o civico-militare; i militari erano i nostri nemici sul campo di battaglia. Tuttavia, il Venezuela ha una storia particolare riguardo alla sua forza armata: gli ufficiali provengono dagli strati popolari, sono figli di operai, contadini e, nella storia recente, la prima scuola guerrigliera è stata formata da ufficiali della nostra forza armata, perseguitati dopo le gesta del Carupanazo e del Porteñazo. L'esistenza di comandi progressisti e rivoluzionari nella forza armata era possibile. Per questo si prese la decisione di partecipare alle insurrezioni del 92. Quanto ci abbiamo riflettuto? Quanto ci è costato prendere quella decisione storica per un'organizzazione in armi? Abbiamo trasformato la politica nella vita stessa, nella cosa principale fin dall'adolescenza; non è stata un hobby, né un fuoco di paglia. Abbiamo scelto la strada della lotta armata perché i canali della democrazia liberale non permettevano a noi rivoluzionari di arrivare al potere. L'esperienza del Cile di Allende ci ha insegnato quella lezione. Durante gli anni settanta e ottanta, dopo la sconfitta militare della guerriglia, solo tre organizzazioni hanno mantenuto le bandiere del socialismo: la OR, il PRV e Bandera Roja. Ognuna aveva strategie diverse. Il PRV ha costruito la via insurrezionale che ha aperto la strada a Chávez. In Bandera Roja, dove militavo io, mantenevamo la strategia della guerra popolare prolungata. Tuttavia, nel 1989, quando scoppiò il Caracazo, riuscimmo a fare un'analisi corretta: stavamo vivendo una situazione prerivoluzionaria. La borghesia era entrata in una contraddizione interna e quelle contraddizioni non le permettevano di governare, mentre il popolo non voleva essere governato e uscì massicciamente in strada. Ma mancava il terzo elemento, definito da Lenin, per una situazione rivoluzionaria: mancavano la direzione e la strategia per cambiare rotta. Chávez, nel febbraio del 1992, ha dato al popolo quella prospettiva in appena pochi secondi con il suo “per ora”. Abbiamo capito che quel blindato che ha aperto le porte di Miraflores aveva aperto uno spazio affinché il popolo entrasse nel potere per non uscirne più; quel varco che si è aperto non si è ancora chiuso.
Ha menzionato che Bandera Roja ha finito per tradire il processo. Come si spiega che un'organizzazione con una storia eroica finisca alleata dell'imperialismo?
È stata la conseguenza di un processo di demoralizzazione collettiva e perdita di direzione strategica. Alcuni sostengono che sia stata l'infiltrazione; questo è possibile, il nemico lavora per infiltrare le organizzazioni rivoluzionarie, ma non è stato l'elemento determinante. L'elemento fondamentale è stato che la direzione ha perso la rotta strategica. Oggi rivendichiamo la storia degli eroi e delle eroine di Bandera Roja, ma rifiutiamo la cupola che ha tradito gli ideali rivoluzionari. Sfortunatamente esiste un dogmatismo che finisce per coincidere con l'estrema destra, come abbiamo visto anche in segmenti del partito comunista. Non capiscono che i processi reali sono alluvionali e si radicalizzano nel cammino, quando i rapporti di forza ci favoriscono; come quando Chávez si dichiarò socialista, nel 2005.
C'è chi sostiene che il ritorno di Chávez nel 2002 fosse l'occasione per una svolta più radicale, che però non avvenne. Mancò la forza necessaria o prevalse la prudenza strategica?
Nella politica non basta avere ragione; bisogna avere la forza. Quando Chávez tornò con la croce in una mano e la costituzione nell'altra, quel 13 aprile, avevamo tutto l'alto comando militare contro e tradimenti civili interni. Non era il momento della radicalizzazione estrema. La radicalizzazione si fa quando si ha la forza per avanzare. Abbiamo preso il governo, ma il potere è un processo che si costruisce nella coscienza della gente. Oggi abbiamo molto più potere che nel 2002, perché abbiamo un popolo più coeso e consapevole rispetto a quell'epoca. Per questo parliamo di potere, di potere popolare.
In questo processo di costruzione di potere, lei suole citare l'importanza dell'egemonia gramsciana. Come si applica questa teoria quando l'avanguardia deve mobilitare le grandi masse in momenti di crisi estrema?
L'egemonia non è solo vincere le elezioni, è riuscire a far sì che la nostra visione del mondo sia condivisa dalla maggioranza. Gramsci ci ha insegnato che, in certi momenti storici, l'avanguardia deve avere la lucidità di leggere il sentimento delle masse per convertirlo in azione politica. Un esempio chiaro è stato l'anno 2017, durante le violenze squadriste dell'opposizione, le guarimbas. La destra ha cercato di portarci a una guerra civile fratricida. In quel momento di massima violenza, il presidente Nicolás Maduro ha avuto la genialità di convocare l'Assemblea Nazionale Costituente (ANC). Non è stato un appello solo per la militanza d'avanguardia, è stato un appello a tutta la massa, a tutto il popolo, per risolvere le divergenze attraverso il dialogo originario e non con i proiettili. Quella decisione ha permesso di riprendere l'egemonia della pace. Ha dimostrato che l'avanguardia politica sapeva che il desiderio più profondo della massa era la stabilità. L'ANC ha disattivato la violenza e ha riaffermato che la sovranità risiede nel popolo, ottenendo una vittoria politica che ha spiazzato completamente il fascismo.
Attualmente vediamo una forte retorica sull'autoimprenditorialità che sembra influenzare le relazioni sociali. Non esiste il rischio che questo modello capitalista finisca per colonizzare la mente dei giovani e indebolire la costruzione collettiva?
Il rischio è reale perché il capitalismo non attacca solo l'economia, attacca la soggettività. L'imprenditorialità, quando viene venduta come il successo individuale del più capace, è la vecchia ricetta liberale travestita di modernità. Cerca di atomizzare il lavoratore, trasformandolo in qualcuno che pensa solo al proprio benessere personale e compete con il vicino. Di fronte a questa logica che cerca di imporsi anche sotto l'assedio, noi proponiamo la Comune. L'imprenditorialità è stata una tattica di sopravvivenza popolare per far fronte alla crisi, ma se non viene politicizzata, riproduce lo sfruttamento. Per questo, attraverso la riforma della legge del sistema economico comunale, stiamo dando impulso a un modello dove i mezzi di produzione siano di proprietà sociale, rompendo questa catena di individualismo.
Rispetto alla situazione economica e all'inflazione, c'è una critica ricorrente sui bassi salari. Come gestisce il governo questa contraddizione?
L'imperialismo ha attaccato dapprima la nostra moneta. Se il governo non ha dollari a causa del blocco, il mercato privato impone il prezzo che vuole. Per un occhio esterno o dogmatico, mantenere salari nominali bassi potrebbe sembrare una politica liberale, ma è una condizione imposta dalla guerra. Io stesso ho un salario reale di appena pochi dollari, ma copro le mie necessità perché i servizi sono quasi gratuiti, ricevo il pacco alimentare CLAP ed esistono politiche che sussidiano le necessità vitali. È un salario sociale. Non è l'ideale, ma è ciò che ci ha permesso di resistere senza farci strozzare. Attraverso la riforma della legge del sistema economico comunale, stiamo promuovendo un modello in cui i mezzi di produzione sono di proprietà sociale.
Come si traduce questa proprietà sociale nella pratica quotidiana evitando che sia solo un'etichetta giuridica ma si trasformi in una vera alternativa al capitalismo?
Si traduce in una trasformazione radicale della logica del lavoro. Non è un cambiamento cosmetico; è una reingegneria del modo in cui ci relazioniamo con la produzione. Questa visione non nasce dal nulla, ma dall'osservazione diretta. Recentemente abbiamo realizzato uno studio comparativo in cui abbiamo analizzato il funzionamento delle cooperative tradizionali e di tre imprese di proprietà sociale diretta in settori produttivi chiave. Tutte queste nuove forme non capitaliste corrono il rischio di metabolizzarsi e riconvertirsi in capitaliste; esse tuttavia, finché rimangono forme di esercizio democratico diretto, finché distribuiscono i benefici in base al tempo di lavoro e finché gli eccedenti vengono distribuiti nella comunità, dimostreranno con i fatti, più che con i discorsi, che questa economia è superiore al capitalismo, dove degli eccedenti si appropria il capitalista. Per comprendere questo modello dobbiamo vedere come si sostiene su assi fondamentali che rompono con la vecchia struttura.
Ossia?
In primo luogo, cerchiamo il superamento della proprietà privata. Mentre l'impresa capitalista rafforza il possesso individuale, la comune promuove le imprese di proprietà sociale. In questi casi, l'eccedente non diventa accumulazione personale, ma reinvestimento sociale per la scuola del quartiere, per l'ambulatorio o per il miglioramento dell'habitat. Questo cambia la coscienza del lavoratore, che non vende più la sua forza lavoro a un terzo, ma produce per la sua propria comunità. Un altro asse centrale è dare priorità al valore d'uso rispetto al valore di scambio. Il mercato capitalista ci impone di produrre solo ciò che genera denaro, ma l'economia comunale produce per soddisfare necessità umane reali. Se una comune produce mais o tessuti, la sua priorità non è la speculazione sul mercato esterno, ma garantire l'accesso a quei beni per le famiglie del territorio a un prezzo giusto. È l'economia subordinata alla vita. Infine, puntiamo sull'autogestione contro la burocrazia e il capitale. Davanti al mito che il socialismo sia solo gestione statale, noi proponiamo che l'essenza del potere debba risiedere nel popolo. Il controllo sociale delle risorse è il miglior antidoto contro la corruzione e contro la logica dello sfruttamento. Quando il popolo gestisce la propria economia, si rompe l'alienazione del lavoro. Non siamo dogmatici; sappiamo di convivere con un'economia monetarizzata e sotto assedio. Ma la comune è il laboratorio dove stiamo disapprendendo il capitalismo. La transizione è un processo alluvionale: passiamo dal risolvere l'emergenza con l'iniziativa individuale all'organizzare quella forza in un blocco storico produttivo e collettivo. Non vogliamo che la gente faccia solo soldi, vogliamo che la gente faccia società e costruisca potere popolare.
Per concludere, lei ha menzionato il sacrificio della sua generazione. In che modo eroi come quelli uccisi nel massacro di Cantaura influenzano la sua visione attuale?
Ricordare Cantaura è doloroso ma necessario. Io appartengo a quella generazione, ho militato e ho introdotto alla militanza politica compagni come Mauricio Tejada e Nelson Pacín, entrambi assassinati lì quando avevamo appena ventitré anni. Il nostro comandante, che chiamavamo il vecchio perché ci sembrava un veterano, aveva solo trentadue anni quando cadde. Quella era la gioventù che la quarta repubblica massacrava. Oggi, noi lottiamo affinché quella storia non si ripeta.
Data articolo: Sun, 04 Jan 2026 18:58:00 GMT