La visita del primo ministro britannico Keir Starmer in Cina segna un passaggio politicamente rilevante nel riassetto delle relazioni tra Londra e Pechino. È la prima missione di un premier UK in Cina dopo otto anni e arriva in un contesto internazionale caratterizzato da forte instabilità, tensioni commerciali e un crescente bisogno di interlocutori affidabili. Accompagnato da una delegazione di circa 60 leader economici e culturali, Starmer ha presentato il viaggio come parte di una strategia “outward-looking”, orientata a cogliere opportunità globali senza perdere di vista l’interesse nazionale. Il messaggio è chiaro: il Regno Unito vuole tornare a dialogare con la Cina, senza trasformare questo riavvicinamento in una scelta di campo contro gli Stati Uniti.
Pechino ha accolto il segnale con toni costruttivi. Il ministero degli Esteri cinese ha sottolineato come il rafforzamento del dialogo tra due membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU contribuisca a stabilità e sviluppo globali. Le autorità cinesi parlano apertamente di “nuovo capitolo” nelle relazioni bilaterali, fondato su fiducia politica e cooperazione pratica. Il cuore della visita è economico. La delegazione britannica, composta da 54 aziende, ha avviato una serie di incontri culminati a Shanghai con la firma di accordi e memorandum, tra cui un hub per l’innovazione a Suzhou. Particolarmente simbolico il taglio dei dazi cinesi sul whisky scozzese dal 10% al 5%, che potrebbe valere 250 milioni di sterline in cinque anni.
Sono stati conclusi dieci accordi nell’ambito della UK-China Joint Economic and Trade Commission, con l’obiettivo di ridurre le frizioni commerciali e facilitare l’accesso al mercato cinese per gruppi come Diageo, Burberry e Holland & Barrett. Sul tavolo anche uno studio di fattibilità per un accordo sui servizi, settore chiave per un Paese che è il secondo esportatore mondiale in questo ambito. Il messaggio politico è altrettanto rilevante. Starmer ha ribadito che il Regno Unito non intende scegliere tra Washington e Pechino. Una posizione che riflette una tendenza più ampia: diversi alleati storici degli USA stanno ricalibrando i rapporti con la Cina, non per “riorientare” strategicamente, ma per proteggere i propri interessi in un sistema globale sempre meno prevedibile. I media occidentali leggono questa dinamica come una risposta all’imprevedibilità dell’amministrazione Trump, mentre gli analisti cinesi parlano di cooperazione “orizzontale” e pragmatica.
Anche l’opinione pubblica britannica sembra meno ostile: cresce la quota di cittadini che vede la Cina come partner o rivale amichevole, mentre cala la fiducia negli Stati Uniti. In definitiva, il viaggio di Starmer sembra soprattutto certificare l’efficacia della strategia cinese di lungo periodo: presentarsi come interlocutore stabile, pragmatico e orientato agli affari in un contesto globale segnato da incertezza e volatilità. Mentre Washington appare sempre più imprevedibile e assertiva, Pechino raccoglie i frutti di una postura che privilegia continuità, apertura selettiva e cooperazione economica.
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Nel pieno di una nuova escalation verbale e militare innescata da Washington contro Teheran, l’Iran ribadisce: apertura al dialogo, ma nessuna disponibilità a negoziare sotto minaccia. Il presidente Masud Pezeshkian ha ribadito che la Repubblica Islamica “non accoglie né accoglierà mai la guerra” e considera la diplomazia l’unica via sostenibile per la stabilità regionale. Il messaggio è stato affidato a una telefonata con il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed, segnale dell’importanza attribuita da Teheran al coordinamento regionale.
Secondo Pezeshkian, la pace in Medio Oriente può essere costruita solo attraverso sforzi congiunti dei Paesi della regione, mentre le potenze esterne contribuiscono ad alimentare instabilità e tensioni. Il presidente iraniano ha puntato il dito contro Stati Uniti e Israele, accusandoli di azioni ostili che vanno dalle sanzioni economiche alle minacce militari, fino al sostegno ai disordini interni. Una linea coerente con quella del ministro degli Esteri Abbas Araghchi, che ad Ankara ha chiarito la posizione iraniana: Teheran è pronta sia alla guerra sia ai negoziati, ma non accetterà “dettami o imposizioni”. Per Araghchi, eventuali colloqui sul dossier nucleare possono avvenire solo su basi di uguaglianza, rispetto reciproco e interessi comuni.
La diplomazia, ha insistito, non può svilupparsi “all’ombra delle minacce”, mentre le capacità difensive e missilistiche dell’Iran restano fuori da qualsiasi tavolo negoziale. Il contesto, tuttavia, è sempre più teso. Washington ha rafforzato la presenza militare nella regione, con gruppi navali schierati nel Golfo e dichiarazioni esplicite del presidente Donald Trump sulla possibilità di nuovi attacchi. Una pressione che, secondo Teheran, rischia di trasformare qualsiasi incidente in un conflitto regionale su larga scala. Anche attori terzi esprimono preoccupazione. La Russia, attraverso il suo rappresentante all’ONU Vasili Nebenzia, ha avvertito che un attacco statunitense è possibile, pur riconoscendo che oggi l’Iran appare militarmente più preparato rispetto al giugno 2025. Un elemento che rafforza la logica della deterrenza, ma aumenta al tempo stesso i rischi di errore di calcolo.
Nel frattempo, Paesi come la Turchia e gli Emirati cercano di ritagliarsi un ruolo di mediatori, opponendosi apertamente a un intervento militare e sostenendo la ripresa dei negoziati. Il quadro che emerge è quello di una regione sospesa tra diplomazia e confronto armato, dove il linguaggio della forza convive con appelli alla razionalità. Per l’Iran, la linea resta duplice ma coerente: dialogo sì, guerra no: ma solo a condizioni che non mettano in discussione sovranità, sicurezza e dignità nazionale.
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La tensione tra Stati Uniti e Cuba conosce una nuova escalation dopo la firma, da parte del presidente Donald Trump, di un’ordine esecutivo che dichiara L’Avana una “minaccia inusuale e straordinaria” per la sicurezza nazionale statunitense. Il provvedimento apre la strada all’imposizione di dazi contro i Paesi che forniscono petrolio all’isola, colpendo indirettamente uno dei nodi più sensibili dell’economia cubana: l’approvvigionamento energetico. Il governo cubano ha reagito con durezza. Il presidente Miguel Díaz-Canel ha definito la decisione di Washington basata su “pretesti mendaci” e funzionale a una strategia di soffocamento economico deliberato. Secondo L’Avana, si tratta dell’ennesima prova che il blocco economico-finanziario contro Cuba è un sistema di pressione extraterritoriale volto a dissuadere terzi Paesi dal commerciare con Cuba.
Nel testo dell’ordine esecutivo, la Casa Bianca accusa il governo cubano di allinearsi con attori ostili agli Stati Uniti - dalla Russia alla Cina, fino all’Iran - e di offrire spazio operativo a gruppi definiti “terroristi” come Hamas e Hezbollah. Accuse che includono anche presunte collaborazioni militari e di intelligence sul territorio cubano, dipinte come una minaccia diretta alla sicurezza statunitense. Il ministro degli Esteri Bruno Rodríguez Parrilla ha avvertito che la misura equivale a un tentativo di imporre un blocco totale al carburante, con effetti diretti sulla popolazione. Secondo il capo della diplomazia cubana, Washington ricorre a coercizione e ricatti economici per obbligare altri Stati ad allinearsi alla sua politica, in aperta violazione delle regole del commercio internazionale. Il linguaggio utilizzato dall’amministrazione Trump richiama precedenti noti: la definizione di “minaccia inusuale e straordinaria” era già stata applicata al Venezuela durante l’era Obama.
Un’etichetta giuridica che consente ampi margini di manovra sanzionatoria, ma che sul piano politico segnala soprattutto una scelta di confronto frontale. Per Cuba il provvedimento rafforza una pratica criminale ormai consolidata: quella di un accerchiamento sistemico che limita sovranità, sviluppo e margini di manovra internazionale. In questo quadro, la dichiarazione di “emergenza nazionale” appare meno come una risposta a una minaccia reale e più come l’ennesimo atto di una politica estera improntata alla coercizione e all’unilateralismo.
Colpire l’approvvigionamento energetico di un Paese e minacciare sanzioni contro Stati terzi significa usare il potere economico come strumento punitivo, aggirando norme multilaterali e principi di sovranità. Lontana dal rafforzare la sicurezza regionale, la strategia di Washington rischia di consolidare l’isolamento diplomatico degli Stati Uniti stessi, mostrando una tracotanza che, più che contenere Cuba, rivela l’incapacità di immaginare relazioni internazionali fondate su dialogo, cooperazione e diritto internazionale.
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Apple ha acquisito la startup israeliana Q.ai, un'azienda di intelligenza artificiale poco conosciuta la cui tecnologia consente il riconoscimento facciale e l'analisi del "parlato silenzioso" attraverso sottili espressioni facciali, ha confermato il 29 gennaio il gigante della tecnologia.
Descritta come "segreta" dal Financial Times (FT), la giovane impresa ha operato in gran parte all'insaputa dell’opinione pubblica sin dalla sua fondazione nel 2022, sviluppando sistemi che interpretano il parlato sussurrato o pronunciato dalle labbra tracciando i micromovimenti della pelle del viso, secondo brevetti e persone a conoscenza dell'azienda.
Apple si è rifiutata di rivelare i termini finanziari dell'accordo. Tuttavia, diverse testate, tra cui Reuters e FT, hanno riportato che il valore dell'accordo si aggira tra 1,5 e 2 miliardi di dollari.
Se finalizzato, l'accordo rappresenterebbe la seconda più grande acquisizione di Apple dopo Beats nel 2014, interrompendo la sua consueta strategia di assorbire silenziosamente aziende più piccole e coinvolgerebbe nell'azienda, come parte dei termini, i fondatori di Q.ai, Aviad Maizels, Yonatan Wexler e Avi Barliya.
Nel 2013 Maizels aveva già venduto PrimeSense ad Apple, una tecnologia che in seguito sarebbe stata alla base del sistema Face ID dell'iPhone.
Apple si è rifiutata di spiegare come verrà implementata la tecnologia Q.ai, nonostante brevetti e dichiarazioni aziendali indichino sistemi che analizzano i micromovimenti facciali, le vibrazioni della pelle e altri segnali biometrici per interpretare comunicazioni sussurrate o silenziose. Ciò ha sollevato interrogativi più acuti sulla sorveglianza, il monitoraggio biometrico e il rilevamento delle emozioni integrati direttamente nei dispositivi consumer.
Prima dell'acquisizione, la startup israeliana operava in gran parte in segreto e il suo lavoro sull'interpretazione di segnali quali il movimento delle labbra, la frequenza cardiaca e la respirazione ha suscitato preoccupazione tra i sostenitori della privacy riguardo ai dispositivi in ??grado di dedurre ciò che gli utenti stanno dicendo o provando senza alcun discorso udibile.
L'acquisizione si inserisce in un contesto più ampio di pratiche di sorveglianza israeliane, tra cui le recenti approvazioni di braccialetti elettronici di monitoraggio che tracciano gli spostamenti e i dati biometrici. Queste misure fungono da meccanismi di controllo della popolazione palestinese che vive sotto il sistema di apartheid israeliano.
L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha dichiarato venerdì che Ankara si oppone a qualsiasi intervento militare contro l'Iran e sostiene una risoluzione pacifica e interna dei problemi del Paese da parte del suo stesso popolo.
"Abbiamo detto ai nostri omologhi in ogni occasione che siamo contrari a un intervento militare contro l'Iran", ha affermato Fidan, intervenendo in una conferenza stampa congiunta con il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi a Istanbul.
"Ci auguriamo che i problemi interni dell'Iran vengano risolti pacificamente dal popolo iraniano, senza alcun intervento esterno", ha aggiunto.
Le dichiarazioni sono state rilasciate dopo un incontro tra i due ministri degli Esteri tenutosi venerdì a Istanbul.
Nelle ultime settimane le tensioni tra Teheran e Washington sono aumentate, in seguito alle dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump secondo cui una "imponente armata" si stava muovendo verso l'Iran, insieme al suo invito a Teheran a "sedersi al tavolo" per i negoziati.
I funzionari iraniani hanno avvertito che qualsiasi attacco statunitense provocherebbe una risposta "rapida e completa", ribadendo al contempo che Teheran rimane aperta ai colloqui solo a condizioni che definisce "giuste, equilibrate e non coercitive".
'Proprietà regionale' delle soluzioni
Il ministro degli Esteri ha inoltre affermato che durante l'incontro sono state discusse approfonditamente questioni regionali e bilaterali, sottolineando che la stabilità e la sicurezza nella regione restano tra le priorità fondamentali della politica estera della Turchia.
"Garantire la stabilità e la sicurezza della nostra regione è una delle priorità fondamentali della nostra politica estera. Abbiamo sempre sostenuto che i problemi regionali debbano essere risolti attraverso un senso di appartenenza regionale."
Ha osservato che la Turchia conduce le sue politiche in Medio Oriente, nei Balcani e nel Caucaso meridionale in piena conformità con questo principio.
Fidan ha inoltre sottolineato che la pace e la prosperità del vicino Iran sono di grande importanza non solo per la Turchia, ma per l'intera regione.
Il ministro ha affermato che gli sviluppi in Iran vengono monitorati attentamente.
"Vorremmo ribadire il nostro profondo dolore per la perdita di vite umane durante le proteste ed esprimere le nostre condoglianze al popolo iraniano. È incoraggiante che gli incidenti si siano in gran parte placati. Ci auguriamo che la calma sia duratura."
Da parte sua, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha affermato che Teheran attribuisce grande importanza alla sua partnership con Ankara, soprattutto alla luce dei recenti sviluppi regionali.
Ha affermato che la visita è avvenuta in risposta al precedente viaggio di Fidan a Teheran a novembre e che la Turchia e l'Iran sono in contatto regolare a causa di interessi e preoccupazioni comuni.
"Solo nelle ultime una o due settimane, abbiamo avuto conversazioni telefoniche quasi quotidiane", ha osservato, aggiungendo: "Türkiye non è solo un vicino, ma un amico, e i vicini saranno sempre la nostra priorità".
"La Turchia e l'Iran si sono sempre sostenuti a vicenda, sia nei momenti difficili che in quelli facili", ha affermato Araghchi.
Ha aggiunto che le relazioni bilaterali si fondano su “fraternità e amicizia”.
Ha affermato che l'approccio della Turchia nel mantenere aperti i canali diplomatici è molto apprezzato da Teheran e ha espresso la disponibilità a rafforzare ulteriormente la cooperazione con la Turchia quando necessario.
Araghchi ha ringraziato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il governo turco e Fidan per i loro messaggi di solidarietà in seguito a quelli che ha descritto come recenti "attacchi terroristici" in Iran, affermando che gli incidenti sono stati "chiaramente diretti da elementi legati a Israele".
L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha definito "fascista, criminale e genocida" la nuova escalation dell'amministrazione Trump contro l'isola, dopo la firma di un ordine esecutivo che minaccia dazi del 30% sui beni provenienti da paesi che vendano o forniscano petrolio a Cuba. Per il leader caraibico, si tratta dell'ennesima mossa di una "cricca" che ha "dirottato gli interessi del popolo statunitense per fini puramente personali", con l'obiettivo dichiarato di strangolare l'economia nazionale sotto il pretesto infondato che l'isola rappresenti una "minaccia insolita e straordinaria" alla sicurezza nazionale statunitense.
"Sotto un pretesto ingannevole, privo di argomenti e propagandato da chi fa politica arricchendosi sulla sofferenza del nostro popolo, Trump cerca di soffocare Cuba imponendo tariffe a nazioni che liberamente commerciano petrolio con noi", ha tuonato Díaz-Canel, smascherando quella che definisce l'ipocrisia di Washington: "Non dicevano che il blocco non esisteva? Dov'è finita la favola dei segretari di Stato e dei loro pagliacci secondo cui si tratterebbe solo di un 'embargo commerciale bilaterale'?". A rincarare la condanna è stato il ministro degli Esteri Bruno Rodríguez, che ha parlato esplicitamente di un tentativo statunitense di imporre "un blocco totale sulle forniture di carburante" all'isola, ricorrendo a "ricatti e coercizione" per costringere altri paesi a partecipare a una politica universalmente condannata, in palese violazione delle regole del libero commercio.
The US regime is waging an extreme campaign of economic terrorism to try to destroy Cuba.
Trump further tightened the illegal US blockade of Cuba and is threatening tariffs on any country that supply it with oil.
Il contesto energetico cubano rende queste minacce particolarmente gravi. L'isola necessita quotidianamente di circa 110.000 barili di petrolio. Fino a poche settimane fa, il principale fornitore storico era il Venezuela, che nel 2025 garantiva circa 27.000 barili al giorno; questa fonte si è però interrotta bruscamente in seguito al rapimento del presidente Nicolás Maduro avvenuto lo scorso 3 gennaio. Messico e Russia hanno cercato di colmare parzialmente il vuoto, con flussi oscillanti tra i 6.000 e i 12.000 barili giornalieri da parte messicana e circa 6.000 da parte russa, secondo i dati dell'Università del Texas. Proprio su questi partner Washington ha intensificato le pressioni nelle ultime settimane, segnalando apertamente Cina, Russia e Iran come obiettivi prioritari delle nuove sanzioni.
#FromTheSouth News Bits | Cuba: President Miguel Diaz-Canel addressed the anti-imperialist tribune in tribute to 32 combatants killed in the United States' attack on Venezuela. pic.twitter.com/Hnhr0eOcJ8
Da Pechino è arrivata una netta presa di posizione a sostegno dell'Avana. Nel corso di una conferenza stampa, il portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun ha ribadito l'opposizione cinese "a qualsiasi azione inumana che privi il popolo cubano dei suoi diritti alla sussistenza e allo sviluppo", condannando le misure unilaterali statunitensi come strumenti di ingerenza inaccettabile negli affari interni di uno Stato sovrano. "La Cina sostiene fermamente Cuba nella difesa della sua sovranità e sicurezza nazionali e si oppone all'interferenza esterna", ha dichiarato Guo, ricordando come il suo paese abbia sempre invocato nei forum internazionali la fine del blocco economico USA, considerato un aggravante della crisi umanitaria e una violazione del diritto internazionale. Negli ultimi anni, Pechino e L'Avana hanno intensificato la cooperazione in ambito commerciale, finanziario e umanitario, con consegne regolari di beni essenziali e assistenza economica.
Intanto Cuba attraversa una delle fasi più drammatiche della sua storia recente, stretta tra penuria cronica di carburante, blackout ricorrenti, carenza di alimenti e medicinali e un crollo della produzione interna. Le autorità dell'isola attribuiscono questa situazione soprattutto all'inasprimento del blocco statunitense, aggravato da fattori strutturali interni e dagli strascichi della pandemia. In oltre sessant'anni, i danni accumulati a causa delle restrizioni USA hanno superato i 170,677 miliardi di dollari, un fardello che, secondo L'Avana, si fa sempre più insostenibile con ogni nuova misura coercitiva varata a Washington. Mentre l'inverno energetico si fa rigido nelle strade cubane, il confronto diplomatico intorno al diritto di un popolo a sopravvivere si acuisce, con Pechino che si erge a difensore di un principio che definisce inalienabile: nessuna sanzione deve colpire la dignità di una nazione intera.
#FMsays Foreign Ministry spokesman Guo Jiakun said China firmly supports Cuba in safeguarding its national sovereignty and security, and opposing external interference, after US President Donald Trump on Thursday signed an executive order which threatens to impose tariffs on… pic.twitter.com/MtG0n1NKUt
Il posizionamento dell’opinione pubblica italiana nei confronti delle politiche dell’amministrazione Trump non vale, naturalmente, come fattore di politica internazionale (la nostra opinione, pubblica o di vertice, non influenza in alcun modo la politica americana). Esso conta tuttavia come elemento di autocomprensione e di consapevolezza politica interna.
Ora, di fronte ai non pochi che continuano a difendere, magari a denti stretti e con varie contorsioni, le politiche dell’amministrazione Trump, io ho – almeno in parte – comprensione psicologica. Ne capisco fino ad un certo punto la dinamica mentale.
Trump è stato eletto come alfiere populista del movimento MAGA, con un’agenda che si voleva:
• Avversa al “Deep State” e al predominio degli interessi finanziari “macro” rispetto alle istanze della piccola proprietà (la “piccola borghesia” e il “proletariato qualificato”, nella terminologia tradizionale);
• Contraria alle derive “Woke” e agli eccessi del politicamente corretto nell’amministrazione, nella scuola, nell’accademia americane;
• Contraria ad una politica di presenzialismo imperialistico sul piano mondiale, favorevole all’isolazionismo, ad una maggior cura dei problemi interni agli USA;
• Favorevole ad un ripristino dell’ordine interno e ad una limitazione di processi migratori incontrollati;
• Favorevole ad una politica di trasparenza rispetto alle politiche sanitarie invalse in periodo covid, con una loro rimessa in discussione.
Ciascuna di queste posizioni può essere interpretata in forme virtuose e – almeno a fallibile giudizio dello scrivente – ha in potenza dei meriti intrinseci.
Naturalmente Trump è e rimane un liberista feroce, del tutto incompatibile con qualunque idea di uno stato sociale, e questo me lo tiene comunque distante (e dovrebbe tenerlo a distanza anche da molti che continuano a difenderlo.) Tuttavia è vero che nel contesto americano non è che le opzioni di una “socializzazione dell’economia” siano seriamente presenti altrove, e dunque non è che questo aspetto di Trump lo renda particolarmente odioso (spero che nessuno vorrà prendere sul serio le tinteggiature sociali di qualche dem periferico tipo Bernie Sanders, che servono sempre solo da foglia di fico all’establishment democratico.)
In sunto, l’immagine che comprensibilmente qualcuno ha alimentato dell’opzione Trump è stata quella di una rottura radicale con la tradizione politica dell’imperialismo globalista e dello stato profondo a guida finanziaria, e con l’accettazione di una prospettiva di ritorno alla cura e al rispetto delle identità nazionali.
Fin qui posso arrivare con un tentativo di comprensione psicologica: dopo tutto, viste le alternative, e viste le tendenze di fondo della politica americana degli ultimi anni, un presidente con queste caratteristiche poteva essere visto come un passo in direzione di un nuovo multipolarismo, di un nuovo rispetto per culture e tradizioni differenti.
Solo che di tutto questo quadro, arrivati quasi a metà mandato, non rimane in piedi quasi nulla.
Salvo qualche passo reale di trasparenza nel settore sanitario, che si deve alla gestione di Kennedy, su tutto il resto ci troviamo con un quadro, o letteralmente antitetico alle promesse elettorali, o gravemente inadeguato nell’implementazione.
Alla faccia dell’isolazionismo e del concentrarsi sugli affari interni, la politica del secondo mandato Trump è caratterizzata da un’aggressione internazionale scomposta in tutte le direzioni (Venezuela, Groenlandia, Iran, Nigeria, Yemen, ecc.), e da un fallimento degli intenti di pacificazione sul fronte russo.
Il tema “Woke” è stato affrontato sì con qualche limitazione degli abusi dell’amministrazione precedente (ad esempio nelle forze armate), ma in generale più con battute da caserma che con una ridiscussione critica dei temi correlati (e, ok, aspettarsi da Trump & C. una “ridiscussione critica” su temi proverbialmente delicati e sottili come questi era schietto wishful thinking.)
Quanto all’enorme questione dei flussi migratori, anche qui l’azione dell’amministrazione Trump è stata talmente pessima da compromettere durevolmente l’intera questione. Infatti si ha un bel dire che l’ICE non è una creazione di Trump e che i numeri della remigrazione delle amministrazioni precedenti sono ben superiori, ma il disastro è politico. Siccome in questioni sociali delicate il MODO di agire è non meno importante del FINE per cui si agisce, il fallimento organizzativo delle operazioni dell’ICE e il tentativo di difendere l’indifendibile (i due omicidi volontari di Renée Good e Alex Pretti) ha compromesso gravemente l’idea stessa di controllo dell’immigrazione clandestina. Persino una fetta significativa dell’elettorato repubblicano (circa un quarto) considera la gestione trumpiana dell’ICE inaccettabile.
Ecco, come dicevo all’inizio, il nostro giudizio sulla politica americana non importa nulla per gli americani, ma importa molto per la definizione dei campi e delle istanze nel nostro dibattito pubblico.
Continuare a difendere il neoimperialismo scomposto di Trump inventandosi che è un modo astuto e indiretto per giungere al multipolarismo getta un’ombra sulla coscienza politica di molti di quelli (come lo scrivente) che sostiene una prospettiva multipolare. Qui non c’è niente da giustificare. L’amministrazione Trump nella prima parte del suo secondo mandato si è distinta per una delle peggiori politiche di imperialismo aggressivo di sempre: prona ai desideri di Israele, in constante violazione di ogni regola del diritto internazionale, incapace di pervenire alla pace anche su quei fronti dove apparentemente desidera farlo.
Continuare a difendere lo squadrismo conclamato dell’ICE nel nome del controllo dell’immigrazione clandestina distrugge la credibilità dell’idea stessa di tale controllo. Qui il danno è, se possibile, ancora più grave. Si può concedere quel che si vuole sul fatto che l’apparato mediatico in mano ai Dem ha amplificato massimamente singoli eventi. Ma resta il fatto che quegli eventi sono accaduti, che non erano difendibili e che ciononostante sono stati difesi contro ogni evidenza. Si finisce per porre una falsa scelta tra l’alternativa di avere squadracce armate che esercitano ogni forma di abuso nelle strade e la rassegnazione alla balcanizzazione etnica dello stato in presenza di immigrazione incontrollata. Una tale alternativa è intrinsecamente catastrofica.
Bisogna smettere di difendere l’indifendibile perché ci piacerebbe fosse qualcosa che non è.
È una dinamica ideologica di schieramento, una dinamica intrinsecamente deleteria. Essa è di solito perdente, ma anche laddove fosse vincente, finisce per avere effetti rovinosi, perché alimenta dogmatismo e riduzione della capacità critica (se ti affermi politicamente attraverso tifoserie, fallirai comunque.)
"Non ci lasceremo costringere né dai governi stranieri né dalle autorità internazionali", avvertì l'ex primo ministro iraniano Mohammad Mosaddegh al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nel 1951.
Più di sette decenni dopo, mentre un gruppo di portaerei statunitensi entra nell'Oceano Indiano e cacciatorpediniere lanciamissili si diffondono in tutto il Medio Oriente, l'avvertimento di Mosaddegh sembra più un commento in diretta che un resoconto storico.
Le navi da guerra non si posizionano per caso. Il loro movimento segnala un intento. Allo stesso modo, i "dossier di intelligence" non vengono solitamente compilati per scoprire la verità, ma elaborati per ottenere il consenso all'azione militare: l'impalcatura di un intervento già avviato.
È in questo contesto che Israele ha consegnato al presidente degli Stati Uniti Donald Trump quelle che definisce prove decisive dell'esecuzione di centinaia di manifestanti detenuti da parte delle autorità iraniane durante la recente repressione nazionale. Che Tel Aviv si presenti ora come l'autorità fornitrice di prove contro l'Iran sarebbe ridicolo, se la posta in gioco non fosse così alta.
Lo Stato che ha esercitato pressioni incessanti per la guerra contro Teheran, che dichiara apertamente che il cambio di regime in Iran è un obiettivo strategico e che ha più da guadagnare di qualsiasi altro attore dal collasso iraniano, viene improvvisamente trasformato in un testimone umanitario neutrale. Tel Aviv è stata così elevata a procuratore capo; le sue affermazioni sono state trattate non come un'advocacy, ma come fatti.
Ciò non significa che l'Iran non sia in crisi. Lo è. Un gran numero di iraniani è stato costretto a scendere in piazza da una vera e propria stanchezza dopo decenni di strangolamento economico. Le loro lamentele sono reali, la loro rabbia innegabile.
Ma questi sono anche i momenti in cui i movimenti popolari sono più vulnerabili, non solo alla repressione, ma anche alla cattura. Le potenze esterne non devono inventare il malcontento interno; devono solo guidarlo.
Struttura familiare
Lo schema è ben consolidato. Ci fu il colpo di stato del 1964 in Brasile contro il leader João Goulart ; il colpo di stato del 1973 in Cile contro Salvador Allende; e prima ancora, il colpo di stato in Congo del 1961, in cui Patrice Lumumba fu deposto e ucciso. Poi c'è la lunga e torbida storia dei rovesciamenti controrivoluzionari seguiti alla Primavera araba.
Questi casi non sono identici, ma la struttura è abbastanza familiare da fungere da monito.
Dalla Seconda Guerra Mondiale, quando i movimenti minacciano gli interessi occidentali radicati, si ricorre alle sanzioni. Si fomentano crisi economiche. Si infiammano le divisioni interne. Si moltiplicano le campagne mediatiche. Si finanziano le controrivoluzioni.
Se queste misure falliscono, si organizzano colpi di stato, si lanciano occupazioni o si giustificano guerre con il linguaggio della salvezza.
L'Iran conosce questo schema non come teoria, ma come trauma vissuto. Nel 1953, Mohammad Mossadeq, un primo ministro democraticamente eletto, fu rovesciato da un colpo di stato anglo- americano non perché avesse governato brutalmente, ma perché aveva nazionalizzato il petrolio iraniano. All'epoca, la Anglo-Iranian Oil Company , che in seguito divenne nota come BP, offrì all'Iran solo il 16% dei profitti netti derivanti dalle proprie risorse.
La Gran Bretagna rispose con un blocco, chiudendo la raffineria di Abadan, facendo pressione sugli acquirenti stranieri affinché rifiutassero il petrolio iraniano e gettando deliberatamente l'economia in una crisi.
Quando la guerra economica si rivelò insufficiente, Londra convinse Washington a intervenire invocando i timori della Guerra Fredda. L'Operazione Ajax della CIA inondò l'Iran di disinformazione, corrompò politici, vessò figure religiose e orchestrò disordini. Mosaddegh fu rimosso. Lo Scià fu restaurato. Persino la CIA ora riconosce ufficialmente il colpo di Stato come antidemocratico.
Quell'episodio non ha solo alterato la traiettoria politica dell'Iran; ne ha definito le strategie. Gli stessi strumenti sono visibili oggi. Le notizie di attacchi a decine di moschee in tutto l'Iran sollevano inevitabili interrogativi sui tentativi esterni di fomentare divisioni e lotte intestine, attraverso esattamente le stesse faglie sfruttate sette decenni fa.
E non si tratta solo di una destabilizzazione occulta. Personaggi dei media israeliani hanno parlato apertamente di ciò che seguirebbe il crollo del regime, dichiarando che, una volta caduto l'Iran, verrà bombardato in tutto il suo territorio, proprio come è accaduto alla Siria, sistematicamente privata della capacità militare dopo la deposizione del presidente Bashar al-Assad.
Il messaggio è inequivocabile: il cambio di regime non è l'obiettivo finale, ma la precondizione per uno smantellamento completo.
Assedio lento
Dal 1979, l'Iran ha subito uno dei regimi sanzionatori più lunghi e completi della storia moderna. Quello che è iniziato con il congelamento dei beni e il divieto di vendita del petrolio si è evoluto in un sistema che ha preso di mira finanza, energia, commercio, tecnologia e vita quotidiana.
L'anno scorso, le potenze europee hanno attivato il meccanismo di snapback, ripristinando automaticamente le sanzioni delle Nazioni Unite in nome della non conformità e dei diritti umani.
Le sanzioni sono spesso descritte come un'alternativa pacifica alla guerra. In realtà, funzionano come un lento assedio. Fanno crollare le valute, svuotano le società, radicalizzano la politica e fanno sì che sia la gente comune a pagare il prezzo dello scontro geopolitico.
La Gran Bretagna ha utilizzato questo metodo contro l'Iran nel 1951. Da allora gli Stati Uniti lo hanno perfezionato. Non è un caso che le richieste di un cambio di regime accompagnino così spesso le richieste di sanzioni più severe; chi le sostiene sa esattamente chi ne sopporta il peso.
L'interesse di Washington per l'Iran affonda le sue radici nell'egemonia. Il petrolio iraniano non è solo una risorsa economica; è una leva strategica nella competizione globale con la Cina.
Oggi, la Cina è il principale acquirente di greggio iraniano. L'indebolimento dell'Iran indebolisce quindi un'arteria energetica fondamentale per Pechino: nel 2025, l'Iran rappresentava circa il 13% delle importazioni petrolifere via mare della Cina, con circa 1,38 milioni di barili al giorno destinati agli acquirenti cinesi.
L'agenda di Israele va oltre. Negli ultimi due anni, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu si è ripetutamente rivolto direttamente al popolo iraniano, esortandolo a scendere in piazza, presentando le azioni militari israeliane come un modo per aprire la strada alla libertà e promettendo assistenza una volta caduto il regime.
L'ex ministro della Difesa Yoav Gallant è stato ancora più esplicito, parlando di come gli eventi siano stati guidati "da una mano invisibile", sottolineando la centralità dell'azione di massa pur rimanendo formalmente in disparte.
"Siamo con voi"
Questa retorica è stata sempre più accompagnata da segnalazioni mediatiche. I media israeliani hanno apertamente suggerito che attori stranieri stiano armando i manifestanti, un'affermazione espressa con la massima schiettezza da un corrispondente diplomatico di Canale 14 - la rete televisiva più vicina a Netanyahu - che ha esultato dicendo che ai manifestanti venivano fornite armi da fuoco vere, "che è la ragione delle centinaia di membri del regime uccisi. Ognuno è libero di indovinare chi c'è dietro", ha aggiunto.
Tali osservazioni non sono passi falsi, ma fanno parte di un più ampio ecosistema mediatico israeliano che ha iniziato a dire ad alta voce ciò che prima era lasciato implicito.
Questi segnali mediatici si sposano in modo poco chiaro con i messaggi ufficiali dell'intelligence. Dopo la guerra del giugno scorso, il direttore del Mossad David Barnea ha rilasciato una dichiarazione rara e sorprendente , assicurando sia alla sua agenzia che all'opinione pubblica che Israele avrebbe continuato a "essere lì, come siamo stati lì" - un'espressione ampiamente interpretata come un presagio di continue attività segrete all'interno dell'Iran.
E il mese scorso, un account X (ex Twitter) in lingua persiana, collegato al Mossad, ha esortato gli iraniani a partecipare alle proteste, dichiarando: "Uscite insieme per le strade. È giunto il momento. Siamo con voi. Non solo a distanza e verbalmente. Siamo con voi sul campo".
Sebbene i funzionari israeliani abbiano formalmente negato qualsiasi collegamento con il racconto, le agenzie di intelligence hanno a lungo fatto affidamento su fronti negabili proprio per tali scopi.
E non si tratta solo di una campagna di sensibilizzazione occulta. Le bandiere israeliane sono diventate un elemento distintivo delle manifestazioni anti-regime fuori dall'Iran, accompagnate da una campagna coordinata sui social media che amplifica narrazioni specifiche e risultati politici auspicati.
Un'analisi dei dati di Al Jazeera ha mostrato come i resoconti collegati a Israele abbiano lavorato sistematicamente per plasmare la percezione globale delle proteste, promuovendo Reza Pahlavi, figlio dell'ultimo scià iraniano, come unica alternativa politica. Lo stesso Pahlavi si è impegnato nella campagna, una mossa che è stata rapidamente amplificata dai resoconti israeliani che lo descrivevano come il "volto dell'Iran alternativo".
Questi interventi non sono isolati. Sono in linea con una visione strategica più ampia, sempre più articolata negli ambienti politici e intellettuali israeliani: l'indebolimento e la successiva frammentazione dell'Iran.
Editoriali e documenti politici israeliani hanno sostenuto apertamente la spartizione dell'Iran e incoraggiato la secessione etnica, mentre altri hanno sostenuto l'armamento delle minoranze per destabilizzare lo Stato dall'interno . Non si tratta di speculazioni marginali; compaiono nei principali media e nel dibattito politico.
Coreografia coloniale
La promozione di Reza Pahlavi come "alternativa" all'Iran deve essere intesa in questo contesto. Pur sostenendo di difendere l'integrità territoriale dell'Iran, ha chiesto attacchi militari statunitensi contro il suo stesso Paese e ha sostenuto l'inasprimento delle sanzioni che hanno devastato la società iraniana.
Il suo percorso rispecchia quello del padre con una precisione quasi rituale: Mohammad Reza Shah fu insediato al potere per la prima volta nel 1941 dagli inglesi e dall'Unione Sovietica, dopo che costrinsero il padre ad abdicare, e poi reinsediato nel 1953 dopo il colpo di stato della CIA e dell'MI6 contro Mosaddegh.
Oggi, il figlio cerca di nuovo di essere insediato, questa volta dagli Stati Uniti e da Israele, ripetendo la stessa coreografia coloniale sotto una bandiera diversa. Governerebbe, come fece suo padre, attraverso sponsorizzazioni esterne piuttosto che una legittimazione interna.
Suo padre governava attraverso la Savak , un apparato di sicurezza creato con l'assistenza della CIA e del Mossad, tristemente noto per torture e repressioni. Uno dei principali esponenti della Savak, che ha trascorso decenni nascosto negli Stati Uniti, ora si trova ad affrontare un importante contenzioso civile per le passate atrocità commesse dalle forze di polizia.
Il passato non viene semplicemente ricordato: viene rivissuto.
Niente di tutto ciò assolve le autorità iraniane dalla responsabilità per la repressione o la violenza. Ma mette a nudo la vacuità dell'atteggiamento morale straniero.
Coloro che hanno affamato economicamente l'Iran per quasi mezzo secolo, hanno sostenuto una devastante guerra per procura negli anni '80 e ora discutono apertamente della spartizione, mentre le loro mani sono macchiate dai crimini regionali contemporanei, sono i custodi meno credibili della libertà iraniana.
Non c'è nulla di casuale nella tempistica dell'attuale escalation. Il 1° febbraio segna l' anniversario del ritorno dell'ayatollah Ruhollah Khomeini a Teheran nel 1979, il giorno in cui una monarchia instaurata da stranieri crollò definitivamente e l'Iran rivendicò la sua indipendenza politica.
Il fatto che i preparativi per un nuovo assalto americano stiano accelerando proprio in questa data non è una coincidenza, ma una questione di continuità.
Svela una verità che è rimasta immutata per più di sette decenni: ciò che l'Iran ha affermato nei primi anni '50 e di nuovo nel 1979 - sovranità, indipendenza e diritto all'autodeterminazione - è esattamente ciò che le potenze esterne non hanno mai accettato, non hanno mai perdonato e non hanno mai smesso di cercare di ribaltare.
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(Traduzione de l'AntiDiplomatico)
*Giornalista e saggista australiana. Pubblica tutti i suoi articoli nella newsletter personale: https://www.caitlinjohnst.one/
L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
Secondo quanto riportato dai media israeliani il 29 gennaio, l'esercito israeliano sta spingendo per ridurre a soli 200 il numero di camion che entrano a Gaza durante la "Fase due" del piano di "cessate il fuoco" di Donald Trump.
"Il volume dei camion degli aiuti umanitari dovrebbe essere ridotto da 600 a circa 200 al giorno come parte della Fase II del piano di cessate il fuoco degli Stati Uniti", hanno affermato fonti militari citate dal Jerusalem Post.
"Valutazioni professionali pre e post belliche mostrano che la popolazione di Gaza necessita solo di 200 camion al giorno. Quasi tutti i camion che entrano a Gaza oltre la soglia dei 200, e certamente oltre i 600, vengono sequestrati da Hamas e utilizzati per consolidare il suo controllo sulla Striscia", hanno aggiunto le fonti.
I termini dell'accordo di cessate il fuoco dell'ottobre 2025 stabiliscono che 600 camion di aiuti umanitari debbano entrare nella Striscia di Gaza ogni giorno.
"Sebbene Israele fosse obbligato a inviare 600 camion al giorno come parte della Fase I del cessate il fuoco nell'ottobre 2025, in parte per ripristinare la sicurezza alimentare a lungo termine e in parte semplicemente per costruire un rapporto di buona volontà con l'amministrazione Trump, la Fase Due può e deve essere diversa", hanno continuato le fonti.
Durante tutta la prima fase, Israele aveva già limitato severamente la quantità di aiuti in entrata a Gaza, violando l'accordo.
Secondo l'ultima dichiarazione dell'Ufficio Stampa del Governo di Gaza, dall'inizio del cessate il fuoco sono entrati solo 25.816 camion sui 60.000 richiesti. Ciò equivale ad appena il 43%, ovvero circa 260 camion al giorno, da quando è stata raggiunta la tregua.
L'ufficio stampa ha dichiarato che in alcuni giorni non è stato consentito l'ingresso ai camion, mentre in altri ne sono stati ammessi meno di 200.
Israele continua a ritardare la riapertura del valico di Rafah. Si prevede che riaprirà nei prossimi giorni, poiché Tel Aviv aveva collegato la decisione al recupero dell'ultimo prigioniero morto a Gaza, avvenuto questa settimana.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha recentemente dichiarato che il valico sarà aperto solo ai pedoni, non al trasporto di merci commerciali. Tel Aviv afferma di voler impedire l'ingresso di prodotti "a duplice uso" che, a suo dire, potrebbero essere utilizzati per fabbricare armi.
"La posizione dell'esercito è che l'interruzione o la riduzione significativa degli aiuti è l'unico strumento che potrebbe danneggiare l'apparato economico di Hamas, ma tale decisione spetta alla leadership politica", ha riferito Haaretz giovedì.
Da quando è stato raggiunto il cessate il fuoco all'inizio di ottobre, Israele ha ucciso oltre 490 palestinesi, distrutto migliaia di edifici e ampliato la sua presenza all'interno di Gaza, violando l'accordo.
Il mese scorso, l'organismo di monitoraggio della fame nel mondo sostenuto dalle Nazioni Unite, l'Integrated Food Security Phase Classification (IPC), ha affermato che "la popolazione della Striscia di Gaza deve ancora far fronte a livelli elevati di insicurezza alimentare acuta e malnutrizione acuta".
L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
Secondo quanto riportato dal Financial Times (FT), alcuni funzionari del governo statunitense hanno tenuto un incontro con i separatisti canadesi che premono per la secessione della provincia occidentale del Paese, l'Alberta, ricca di petrolio.
"I funzionari dell'amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump hanno discusso di un prestito di 500 milioni di dollari all'Alberta per smembrare il Canada e renderlo il 51 ° stato", ha confermato una delle fonti.
Jeff Rath, consulente legale dell'Alberta Prosperity Project (APP), ha dichiarato al quotidiano che Washington sta spingendo per un'Alberta "indipendente".
Nell'articolo si aggiunge che i leader dell'APP stanno cercando di organizzare un altro incontro il mese prossimo con i funzionari dei dipartimenti di Stato e del Tesoro degli Stati Uniti per richiedere una linea di credito di 500 milioni di dollari per finanziare la secessione.
Stanno anche cercando di ottenere il riconoscimento della provincia da parte degli Stati Uniti come stato indipendente e di avviare la potenziale costruzione di nuovi oleodotti aggirando l'approvazione federale canadese.
La notizia coincide con una campagna online dei separatisti dell'Alberta che chiedono un referendum per separarsi dal Canada.
Il presidente dell'Alberta Labor Union, Gilles McGowan, ha dichiarato che le campagne pubblicitarie sui social media, l'uso di bot online e il coinvolgimento di influencer MAGA sono prove di interferenze straniere.
Un sondaggio condotto da Ipsos la scorsa settimana ha mostrato che circa tre residenti su dieci sia in Alberta che in Quebec voterebbero a favore della separazione della loro provincia dal Canada.
L'Alberta detiene la quarta riserva petrolifera accertata più grande al mondo.
L'articolo del FT arriva in un momento di tensione tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il primo ministro canadese Mark Carney.
"Il mondo è cambiato. Washington è cambiata. Non c'è quasi nulla di normale negli Stati Uniti ora: questa è la verità", ha detto Carney alla Camera dei Comuni questa settimana.
Carney ha difeso i commenti fatti al World Economic Forum (WEF) di Davos, in Svizzera.
Il premier canadese ha affermato al forum che l'ordine internazionale basato sulle regole è nel mezzo di una "rottura" e ha avvertito che le "grandi potenze" stanno trasformando i dazi e le catene di approvvigionamento in armi.
Il 27 gennaio Carney ha confermato al parlamento di aver parlato con Trump questa settimana e ha smentito le affermazioni del Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent secondo cui avrebbe "fatto marcia indietro" su quanto detto a Davos. "Intendevo davvero quello che ho detto".
"Il Canada vive grazie agli Stati Uniti. Ricordatelo, Mark, la prossima volta che farai le tue dichiarazioni", ha detto Trump in risposta a Carney dopo Davos. Ha aggiunto che Carney "non era così grato" e che il Canada "riceve molti regali da noi".
Un recente rapporto di Le Monde afferma che Washington cerca di "usare l'Alberta per destabilizzare il Canada".
"L'Alberta è un partner naturale per gli Stati Uniti. La gente sta parlando. La gente vuole la sovranità. Vuole ciò che gli Stati Uniti hanno", ha dichiarato il Segretario del Tesoro statunitense a Davos.
L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
Non c'è niente che tu possa dirmi che mi convinca che l'interventismo statunitense per un cambio di regime in Medio Oriente sia una buona idea.
Non c'è nulla che tu possa dire per convincermi che l'amministrazione Trump ci stia dicendo la verità sull'Iran.
Non c'è nulla che tu possa dire per convincermi che i mass media ci stiano dicendo la verità sull'Iran.
Non c'è nulla che tu possa dire per convincermi che le persone che hanno appena trascorso due anni a incenerire Gaza abbiano buone intenzioni nei confronti del popolo iraniano.
Non c'è nulla che tu possa dire per convincermi che proteggere Israele sia una cosa buona e auspicabile che gli occidentali dovrebbero sostenere.
Non c'è nulla che tu possa dire per convincermi che l'alleanza di potere globale, simile a un impero e vagamente centralizzata attorno a Washington, debba essere al comando del nostro mondo.
Non c'è nulla che tu possa dire per convincermi che dovrei aiutare gli Stati Uniti e Israele a creare il consenso per una guerra per un cambio di regime criticando il governo iraniano nel mezzo di una frenetica campagna di propaganda di guerra.
Non è accettabile essere adulti nel 2026 e continuare a credere che l'intervento degli Stati Uniti per un cambio di regime in Medio Oriente porterà a risultati positivi.
Non è accettabile vivere in un mondo post-invasione dell'Iraq e non capire ancora che ci stanno mentendo sull'Iran.
Non è accettabile aver vissuto ciò che questi mostri hanno fatto alla Libia e credere ancora che rovesciare con la forza il governo iraniano sia una causa morale e giusta da sostenere.
Non è accettabile aver visto questi mostri trasformare Gaza in una palude invasa dall'odore di cadaveri in decomposizione e credere che abbiano nobili intenzioni nei confronti del popolo iraniano.
Non mi interessa se stai sostenendo i tuoi argomenti a favore del cambio di regime da una prospettiva di destra anti-Islam, da una prospettiva liberale umanitaria pro-democrazia, da una prospettiva di sinistra di "solidarietà con i nostri compagni persiani" o da una prospettiva anarchica di "opposizione equa a ogni tirannia". I tuoi argomenti sono una merda e la tua posizione è sbagliata.
L'obiettivo di rovesciare il governo iraniano è dominare il pianeta in generale e il Medio Oriente in particolare. Potreste pensare che si tratti di qualcos'altro, ma vi sbagliate. Riguarda il potere e il controllo, e tutte le vostre fantasiose idee sulla libertà e la democrazia per il popolo iraniano saranno immediatamente subordinate a questi obiettivi. Se questo non vi è chiaro, siete degli idioti.
L'obiettivo non è portare libertà e democrazia al popolo iraniano. Gli Stati Uniti e Israele non permettono alla democrazia di prosperare in Medio Oriente a meno che non ne possano controllare gli esiti, come stanno cercando di fare in questo momento in Iraq . Gli Stati Uniti e Israele non sono abbastanza popolari in Medio Oriente da consentire alla popolazione di controllare il proprio governo.
L'obiettivo è instaurare un regime fantoccio a Teheran, o balcanizzare la nazione in più stati indipendenti facilmente controllabili, o sprofondare l'intero stato in un caos ingestibile come è successo in Libia. Nessuno di questi piani promuove gli interessi del popolo iraniano.
Se sostieni i programmi di cambio di regime di Trump in Iran, allora sostieni anche l'imposizione di questo al popolo iraniano. Questo è ciò che otterresti nello scenario migliore. Nello scenario peggiore, otterresti una guerra tra Stati Uniti e Iran che scatenerebbe orrori inimmaginabili. Farebbe sembrare l'invasione dell'Iraq e tutte le sue conseguenze come un episodio di SpongeBob.
Non c'è niente che tu possa dirmi che mi spinga a sostenere tutto questo. Chiamami traditore. Chiamami amante dei dittatori. Chiamami antisemita. Dimmi tutto quello che vuoi su quanto sia cattiva e meschina la leadership iraniana. Non mi importerà. Ti licenzierò, perché sei mio nemico.
Chiunque sostenga la guerra con l'Iran è mio nemico. Chiunque voglia infliggere tali orrori alla specie umana è un nemico dell'umanità.
Prometto che non mi farò cambiare idea. Mi piace avere la mente aperta, come si dice, ma non così aperta da farmi cadere il cervello.
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(Traduzione de l'AntiDiplomatico)
*Giornalista e saggista australiana. Pubblica tutti i suoi articoli nella newsletter personale: https://www.caitlinjohnst.one/
L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
l Ministro per la pubblica amministrazione ritiene la performance antidoto per arrestare la decadenza della Pubblica amministrazione, noi dipendenti abbiamo ben altra idea avendo vissuto direttamente la valutazione e giudicandola uno dei più grandi inganni avvenuti da 30 anni a questa parte. Per chi non lo sapesse, i dipendenti pubblici non hanno la quattordicesima ma riscuotono la cosiddetta produttività derivante da un fondo in cui confluiscono risorse stabili ed altre variabili aggiunte dopo una contrattazione sindacale. Ma la produttività viene nel tempo ridotta perchè il Fondo serve a pagare le progressioni di carriera avvenute, ieri denominate progressioni orizzontali e oggi differenziali economici, e perchè ormai a ogni rinnovo contrattuale le risorse sono sempre più contenute.
Nel tempo hanno costruito dei meccanismi che non permettono di incrementare oltre una certa cifra la spesa di personale e quindi se tutto ruota attorno a questa produttività i risultati finali saranno sempre insufficienti per assecondare le richieste della forza lavoro. Nella Pa con un aumento del costo della vita pari al 18 per cento sono stati erogati aumenti del sei per cento, per quasi 9 anni i contratti sono stati fermi e se cumuliamo i ritardi nel periodo in cui i contratti erano fermi a quelli nei quali i rinnovi sono stati decisamente inferiori a quelli del costo della vita arriviamo a una erosione del potere di acquisto sostenuta, non sarebbe azzardato parlare di almeno 500 euro netti in meno nelle nostre buste paga. In una pubblica amministrazione che perde organici e potere di acquisto, con il potere contrattuale ridotto ai minimi termini, la revisione della performance potrà essere la soluzione migliore?
La valutazione è divenuta da tempo un mero strumento di intimidazione verso la forza lavoro, cattivi voti sanciscono la erosione della produttività e allontano le progressioni orizzontali (differenziali economici) che spettano per altro, con sentenza della Corte dei Conti a metà degli aventi diritto e così escludono una quota crescente di personale.Meglio sarebbero delle progressioni da avere dopo tot anni di servizio come avviene nel privato, sarebbe più equo e soprattutto fuori dalla mercè delle valutazioni dirigenziali.
Perchè non si parla del buono pasto e del limite alle progressioni orizzontali?
Non una parola viene spesa sulle intromissioni della Magistratura contabile il cui scopo è ridurre la spesa di personale, contrarre diritti mentre rispetto alle spese della politica, all'aumento dei rapporti fiduciari non intravediamo la stessa morbosa attenzione. Davanti a sentenze della Corte dei Conti che limitano le progressioni di carriera, davanti a un buono mensa fermo da 14 anni alla misera cifra di 7 euro, ossia la metà di quello che costa oggi un pasto, i sindacati vogliono mobilitarsi dando vita ad una giornata di protesta in tutto il paese?
Valorizzare il merito? La meritocrazia è la fine del sindacato e sancisce la erosione del potere di contrattazione.
Zangrillo parla intanto di strategia di piena valorizzazione del merito nel contesto organizzativo.La cultura del merito nasce in Inghilterra come ideologia divisiva e antisociale, potremmo definirla oggi come coronamento della totale discrezionalità dirigenziale e del loro potere sulla forza lavoro, mero strumento per avere obbedienza e rassegnazione, subalternità ai processi decisionali.E la minaccia per i disobbedienti è sempre quella di natura economica, con salari che perdono da anni potere di acquisto la privazione anche di pochi euro è motivo sufficiente per non cogliere la inutilità della performance anche ai fini di accrescimento della qualità dei servizi
Quello che viene giudicato il fulcro delle amministrazioni pubbliche è piuttosto causa della loro decadenza, insomma di virtuoso c'è poco o nulla in questo sistema.
“Quando si misura il merito di una persona – specifica il Ministro Zangrillo – non si esprime una valutazione valoriale sulla persona, ma si declina il suo profilo di competenze, di esperienze, il suo potenziale. Quindi, valutare il merito significa misurare la capacità che abbiamo di esprimere i nostri talenti, le nostre virtù; significa individuare le aree di miglioramento, in fin dei conti significa impegnarsi a far crescere le persone, che si traduce nel creare valore pubblico”.
La direttiva Zangrillo va letta e compresa evidenziandone gli aspetti pericolosi per la forza lavoro e per semplici ed elementari rivendicazioni sindacali, da troppo tempo siamo abituati a sottovalutare atti, circolari, ordinanze, disposizioni, convinti che non arriveranno cambiamenti di sorta, eppure stanno passando messaggi, linguaggi, interpretazioni che potrebbero maturare processi regressivi scaricando oneri crescenti, e a costo zero, sulla forza lavoro. La circolare di Zangrillo ci ricorda che questa volta fanno sul serio e le conseguenze saranno solo negative
Entriamo nel merito della Direttiva
La circolare della performance si prefigge alcuni obiettivi che un Sindacato serio e conflittuale dovrebbe contrastare per evitare un modello che collega la retribuzione ai risultati (cottimo 4.0?) e in misura crescente alla parte variabile del salario.
Intanto:
la valutazione deve coinvolgere una pluralità di soggetti e in una PA con evidenti carenze di organico il sistema di controllo e di valutazione riceverà fin troppo spazio
le votazioni dovranno essere sempre più diseguali e appiattite verso il basso, il Ministero ha già detto che la stessa contrattazione sindacale dovrà assecondare questi processi. Cosa resterà allora della contrattazione ?
l’introduzione di forme di rewarding per chi ha contribuito maggiormente al miglioramento della performance dell’amministrazione.
Il Ministro, inoltre, intende fornire ulteriori indicazioni volte a:
migliorare l’efficacia e l’utilità dei sistemi valutativi facendoci credere che i dipendenti potranno a loro volta incidere sulla valutazione dei dirigenti. E' una pia illusione tipica di un sistema iniquo e chiuso che vuole apparire aperto e democratico, un po' come se ci facessero scegliere la carta igienica da mettere nel bagno dicendo che abbiamo partecipato al disegno e all'arredo della casa
ribadire il trattamento di favore per una minoranza impropriamente ribattezzata come le “eccellenze” a cui destinare una produttività maggiorata con i soldi del fondo
promuovere il ruolo fondamentale della formazione nella valutazione individuale sapendo che alcuni, grazie alla disponibilità economica e a tempo libero, possono acquisire attestati da spendere
favorire l’individuazione di forme di premialità a favore di piccole elites, il trionfo dei super bravi, o presunti tali, che si prenderanno parti crescenti del salario accessorio di tutti
Per giustificare questi processi Zangrillo prova a confondere le idee. Come?
lanciando la valutazione dal basso ossia si promuoveranno delazioni anonime mascherate da collaborazioni attraverso questionari con lo scopo di effettuare un controllo su dirigenti, coordinatori ed Eq.
attraverso la valutazione collegiale per evitare che ci siano disparità di giudizio tra i vari dirigenti uniformando verso il basso le valutazioni
In Enti nei quali i carichi di lavoro crescono a dismisura, nei quali la formazione e gli strumenti di lavoro sono inadeguati la soluzione è indirizzare tante risorse umane al controllo dei colleghi? La Pubblica amministrazione diventa il trampolino di lancio della società della sorveglianza?
La direttiva (https://www.funzionepubblica.gov.it/it/il-dipartimento/versioni-testuali-delle-notizie/direttiva-in-materia-di-misurazione-e-di-valutazione-della-performance-individuale/) sta già producendo i primi effetti spingendo ogni Ente o direzione della PA a rivedere il sistema di valutazione con le indicazioni sopra descritte, useranno lo strumento del confronto che si traduce in 30 giorni di chiacchere al termine delle quali la parte datoriale assumerà, con assenso o diniego sindacale, le decisioni che vuole. E qui scontiamo gli errori dei sindacati firmatari dei contratti negli ultimi 30 anni, sindacati che alla contrattazione di importanti materie hanno sostituito gli sterili istituti contrattuali del confronto e della informazione.
Ci sono aspetti risibili come la esaltazione della leadership che poi si tradurrà in ulteriore gerachizzazione della PA, l'esatto contrario di quello che oggi servirebbe per salvaguardare il pubblico. E, a corollario di questo processo, la lunga sequela di termini inglesi per imporre carichi di lavoro, crescenti responsabilità, assunzione del rischio che poi si tradurrà nella deresponsabilizzazione della politica, piani formativi discrezionali e personali per sviluppare percorsi di carriera a beneficio di pochi dipendenti giudicati strategici. E aggiungiamo il business della formazione, dell'acquisto di titoli, di formatori interni ed esterni che diventeranno figure sempre più importanti a prescindere dalla utilità e dalla efficacia dei percorsi formativi.
Conclusioni
Questa riorganizzazione della performance mira anche disarticolare i contratti nazionali con istituti contrattuali pensati per pochi ma pagati con i soldi della produttività, meno incarichi selezionati internamente e con importi maggiori il che aumenterà la competizione interna alimentando un clima da caserma. La valutazione non funziona, non va ripensata, andrebbe decisamente cancellata e con essa tutti gli istituti contrattuali che dividono la forza lavoro mettendola in competizione per autentiche miserie.
L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
"Un’imponente armada è in viaggio verso il Medio Oriente. Può colpire rapidamente. Con enorme potenza. All’ONU, la Cina usa tutt’altro linguaggio: chiede di non gettare benzina sul fuoco, di adottare misure per la pace. Notate la differenza? Quando il confronto tra Stati Uniti e Cina viene descritto come “democrazia contro autocrazia”, e si chiamano “valori” le portaerei e “autocrazia” la diplomazia, siamo di fronte a un cortocircuito cognitivo".
Il nuovo video-editoriale di Fabio Massimo Parenti per l'AntiDiplomatico.
È tornato a dar fiato alla bocca il capo del Comitato militare della NATO, ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone. O per meglio dire, le sue dichiarazioni, affidate a un'intervista al Corriere della Sera del 29 gennaio, non arrivano proprio a sproposito, ma si inseriscono nel clima di isteria anti-russa che, di settimana in settimana, i bellicisti giornali di regime si incaricano di alimentare, dando la parola ora a questo ora a quello degli esponenti del “pensiero” liberal-euroatlantista.
Per intendersi, l'ammiraglio in questione è lo stesso che esattamente un anno fa lanciava l'allarme su una presunta minaccia cui sarebbe sottoposta l'Europa e che era dunque tempo, diceva, di armarsi il più in fretta possibile: «perché la minaccia c’è. L’abbiamo alle porte di casa, è in Europa. Siamo in ritardo. Avremmo dovuto essere più previdenti e dobbiamo risalire una china». È lo stesso che lo scorso agosto plaudeva ai nazigolpisti ucraini, elogiandoli quali «ottimi combattenti. Un esercito che deve restare dalla nostra parte, un modello per l’Europa» e che assicurava che «invieremo all’Ucraina più aiuti militari» di quanti ne stiamo già mandando, oltre ad attivare ancora «nuove sanzioni» contro quel perfido di Putin. Ed è lo stesso che lo scorso dicembre aveva parlato di “difesa proattiva” da esercitare nei confronti della Russia che, in linguaggio meno facondo e militar-catechistico, non significa altro che si dovrebbe senz'altro attaccare quel nemico maligno e sanguinario che è la Russia, prendendo a “modello” i nazigolpisti di Kiev.
Ora, a proposito delle idee da tempo in circolazione su un esercito europeo alternativo o parallelo alla NATO, e in parallelo con i frastagliati rapporti tra Bruxelles e Washington, in particolare nel settore delle armi, l'ammiraglio dice al Corriere che «non sposo l’idea di esercito europeo, resto legato alla Nato assieme agli Usa». Per di più, dice, l'Alleanza atlantica «ha gli strumenti per rispondere alla crisi e ripensare se stessa. Invece di parlare di esercito europeo, cerchiamo piuttosto nuovi modi di cooperazione militare tra Europa e Usa».
A proposito della quasi-crisi innescata dalle mire yankee sulla Groenlandia e del “circo con le foche” inscenato da alcuni paesi europei della NATO, con l'invio sull'isola di un plotoncino di ufficiali infreddoliti, prontamente fatti rientrare, Cavo Dragone assicura che, nonostante tutto, la NATO è in grado di continuare a giocare il ruolo di garante della «difesa della libertà e della democrazia». Come del resto ha dimostrato anche negli ultimi decenni: dalla Jugoslavia, alla Libia, all'Iraq. E che diamine: quali parole possono infondere maggior sicurezza se non quelle di “libertà” e “democrazia”? Lo vediamo ogni giorno, nei paesi dell'Europa atlantista, in cui i lavoratori e le masse di pensionati, disoccupati sono “democraticamente” privati del diritto al lavoro, quando questo contraddice i profitti del capitale e sono “liberamente” dirottati verso strutture private, quando l'assistenza sanitaria pubblica non è in grado di garantire le cure primarie, a causa dei draconiani tagli a tutti servizi pubblici, operati seguendo i dettami euro-bellicisti di incremento della spesa militare.
Così, il signor Dragone non esita a dire che tra le priorità della NATO «resta la minaccia russa, che è stata confermata dal 2022 e che guida la nostra strategia... l’Europa s’impegna a più alte spese militari, adesso vanno assunte maggiori responsabilità operative». Valutando poi il “circo con le foche” in Groenlandia per quello che è realmente stato, l'ammiraglio assicura che «nessuno ha valutato potesse scoppiare un conflitto armato tra alleati. Noi ci siamo dunque focalizzati sull’Artico» dove, come ormai recita l'omelia quotidiana dei media, il pericolo è costituito da Russia e Cina. Così, rilevando l'elementare constatazione che «L’artico sta diventando sempre più centrale: i cambiamenti climatici portano allo scioglimento dei ghiacci e all’apertura di nuove rotte commerciali, oltre a rendere accessibili zone ricche di minerali e risorse», ecco che è imperativo guardarsi dai perfidi russi, che « non vanno in Artico solo per osservare foche e orsi» e dagli infidi cinesi.
Quindi, all'apice dell'apostolica «difesa della libertà e della democrazia», l'ammiraglio scopre che «siamo quasi all’inizio del quinto anno dell’invasione russa con l’inverno più rigido degli ultimi decenni e gli ucraini proseguono nel darci grandi lezioni di coraggio e capacità di resistenza»: costretti con le “baionette” europee che li tallonano alle spalle ad andare avanti, nel massacro della gioventù ucraina, accalappiata per le strade dagli arruolatori dei distretti militari. Dall'altra parte, dice lo “stratega”, la «Russia avanza a passi minimi. Negli ultimi 20 mesi è progredita di meno di 50 chilometri, circa 75-100 metri al giorno»: come se non sapesse che il genere di operazioni condotte da Moskva non ha niente a che vedere con i bombardamenti a tappeto e le stragi indiscriminate di civili che gli eserciti NATO sono abituati a condurre nelle varie aree del mondo.
Poi viene l'affondo da autentico liberal-razzista della peggior feccia atlantista. Dal febbraio 2022, dice il bellimbusto estimatore delle “virtù umanistiche” euro-furfantesche, la stima è che la Russia «abbia subito un milione e 200 mila soldati tra morti, feriti e dispersi... È un prezzo che noi eserciti occidentali non potremmo mai pagare, lo può fare Putin perché loro hanno un rispetto per il valore della vita umana più basso». Cos'altro aspettarsi da un individuo che sembra determinare i “valori” di cui ci si vanta a Bruxelles, Roma, o Parigi in termini di geografia razziale, che attribuisce una quasi innata eucaristica “angelicità” alle cancellerie assiepate a ovest del Dnepr, mentre respinge negli inferi della barbarie medievale tutto ciò che sta a oriente di quella linea, al di qua della quale aleggiano i celestiali “valori” di «difesa della libertà e della democrazia».
Del resto, il Dragone è anche sicuro che, nonostante i colloqui iniziati la scorsa settimana a Abu Dhabi, «la speranza che si possa terminare questo orribile massacro c’è sempre. Ma onestamente vedo pochi passi avanti. Putin resta contrario al compromesso». Certo: come potrebbe mai, un barbaro venuto da oriente, essere propenso al “compromesso”, come assicurano di essere le cancellerie europee, che ancora guardano alle trattative di pace come a un momento necessario solamente a ridar fiato al regime nazigolpista di Kiev e a equipaggiarlo per riprendere la guerra, in attesa che Bruxelles stessa si senta pronta a entrare direttamente in guerra.
Per quanto riguarda il “compromesso” cui accenna il signor Dragone, deve essere interpretato nel modo corretto e accettabile per tutte le parti. Per dire, la formula "territorio in cambio di sicurezza" proposta dagli Stati Uniti, dice sulla britannica “UnHerd” l'analista del Defense Priorities Center, Jennifer Kavanagh, è destinata al fallimento, dal momento che le sole “concessioni territoriali” in Donbass non sono decisive per Mosca. Quelle, dice Kavanagh, sono soltanto una precondizione per passare alla discussione di richieste più ampie e fondamentali nei confronti dell'Ucraina. Quelle richieste sullo status dell'Ucraina che sono sempre state avanzate da Moskva e che, in sostanza, hanno anche determinato gli eventi dal 2022. Infatti, dice l'analista americana, ai negoziati la Russia intende sollevare questioni relative allo status di paese non allineato dell'Ucraina, al rifiuto dell'adesione alla NATO, alla limitazione delle dimensioni delle sue forze armate. Pertanto, dice, la cessione di territori da sola non garantisce la pace.
Per quanto riguarda invece la famigerata “difesa proattiva”, evocata a dicembre da Cavo Dragone, su RIA Novosti l'osservatore Mikhail Katkov afferma che i preparativi europei per la guerra stanno accelerando: Bruxelles vuole aggiungere altri 650 miliardi di euro al bilancio per la difesa, mentre la Germania ha presentato un piano per i primi giorni di ostilità. Il Segretario generale della NATO, appena pochi giorni fa aveva dichiarato di fronte al Parlamento europeo che l'Alleanza ha «concordato di investire il 5% del PIL all'anno nella difesa entro il 2035... Il 5% è certamente molto, e costruire la nostra base industriale non è facile. Ma ecco il mio semplice messaggio: dobbiamo farlo più velocemente»: sottinteso, da qui al 2030, quando si deciderà di entrare in guerra con la Russia. Operativamente, secondo il Financial Times USA, Gran Bretagna e Francia hanno intensificato i preparativi per la guerra con la Russia nell'Artico: «a marzo, circa 25.000 soldati della NATO, di cui 4.000 statunitensi, prenderanno parte all'esercitazione “Cold Response” nel nord della Norvegia, per addestrarsi al combattimento aereo, marittimo e terrestre in condizioni invernali rigide».
Ricordiamo come appena un paio di settimane fa, il Primo ministro ungherese Viktor Orban avesse denunciato che la UE non solo sta aiutando Kiev nel conflitto con Mosca, ma si sta anche preparando a esservi coinvolta: le riunioni dei leader UE, ha detto Orban, si sono "trasformate in consigli militari" in cui si discute solamente su "come sconfiggere la Russia". E un paio di mesi fa il Capo di SM francese Fabien Mandon ha invitato a preparare psicologicamente i giovani alla morte al fronte.
D'altro canto, Dmitrij Suslo, del Consiglio russo per la Politica Estera e di Difesa, dice che gli attuali leader dei paesi della UE traggono vantaggio dal confronto con la Russia: «è così che si mantengono al potere... Per quanto riguarda le centinaia di miliardi di euro spesi per la difesa, questi fondi sono destinati principalmente al sostegno di Kiev e alla compensazione della riduzione degli aiuti americani. La UE, tuttavia, non oserà attaccare la Russia».
Più o meno negli stessi termini si esprime anche il politologo Fëdor Lukjanov, caporedattore della rivista "La Russia nella Politica globale”, il quale ritiene che la UE non abbia alcuna intenzione di entrare in guerra con Moskva e stia semplicemente usando la "minaccia russa" come giustificazione per la militarizzazione. I mascalzoni di Bruxelles «hanno paura di dichiarare che gli Stati Uniti siano la principale minaccia» afferma Lukjanov; «altro discorso per Russia e Cina. Stanno persino cercando di far rientrare l'invio di truppe in Groenlandia in questa narrazione». In generale, dice, è difficile dire se gli europei saranno in grado di rafforzare la sicurezza senza fare affidamento sugli americani. Alcuni paesi ci riusciranno: la propaganda anti-russa e la generale instabilità globale li aiuteranno a farlo.
Come di consueto tra le “democrazie” animate dai “valori di libertà”, lo faranno a spese delle masse.
La politica aggressiva degli Stati Uniti nei confronti dell’Iran non ha una sola spiegazione, ma nasce dall’intreccio di fattori geopolitici, strategici ed economici. Lo ha affermato il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, intervenendo in un’intervista dedicata alle tensioni crescenti in Medio Oriente. Secondo Lavrov, Washington considera Teheran parte di un più ampio “asse” di Paesi ritenuti una minaccia al dominio occidentale.
Un asse che includerebbe anche Russia, Cina, Corea del Nord e, in alcune fasi, la Bielorussia. Una visione che, a suo dire, gli Stati Uniti non hanno mai realmente nascosto. Accanto alla dimensione politica e militare, pesano anche gli interessi energetici. Lavrov ha ricordato come gli USA abbiano già dichiarato apertamente di voler controllare flussi petroliferi strategici, sottolineando che l’Iran è tra i maggiori produttori mondiali di greggio.
Un ruolo reso ancora più delicato dalla posizione geografica del Paese, che controlla lo stretto di Hormuz, passaggio chiave per la sicurezza delle rotte petrolifere globali. Il ministro russo ha poi richiamato il ruolo di Israele, ricordando che il premier Benjamin Netanyahu ha sempre definito l’Iran una minaccia esistenziale. In questo contesto, Mosca si propone come mediatrice, forte dei rapporti sia con Tel Aviv sia con Teheran.
Lavrov ha ribadito che la Russia è pronta a offrire i propri “buoni uffici” per evitare una nuova escalation, come già avvenuto nel 2015 con l’accordo sul nucleare iraniano. L’obiettivo, ha concluso, è far prevalere il buon senso ed evitare un nuovo conflitto che potrebbe avere conseguenze catastrofiche per l’intera regione.
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Lo Stato Maggiore delle Forze Armate iraniane ha reagito duramente alla decisione dell’Unione europea di inserire il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) nella lista delle organizzazioni terroristiche. In una nota ufficiale, Teheran ha avvertito che le conseguenze di questa scelta “ricadranno direttamente sui decisori politici europei”.
Secondo le autorità iraniane, la decisione di Bruxelles sarebbe “irrazionale e irresponsabile” e presa in totale allineamento con le politiche degli Stati Uniti e di Israele. Una mossa che, a loro giudizio, dimostrerebbe l’ostilità dell’UE verso l’Iran, le sue forze armate e la sovranità nazionale del Paese. La designazione è arrivata dopo le misure adottate da Teheran contro le rivolte di inizio gennaio, che l’Iran definisce violente e alimentate dall’esterno.
Le autorità sostengono che servizi statunitensi e israeliani abbiano sostenuto finanziariamente e logisticamente gruppi armati responsabili di attacchi contro civili e infrastrutture. Lo Stato Maggiore ha respinto le accuse, definendo l’IRGC un’istituzione legittima e in prima linea nella lotta contro il terrorismo, inclusi gruppi come Daesh.
Infine, Teheran ha ribadito che l’UE si assumerà la responsabilità delle “pericolose conseguenze” di una decisione considerata provocatoria e contraria al diritto internazionale.
Nella giornata di ieri, l’osservatore che ha sfogliato la stampa internazionale si è trovato di fronte a una dissonanza cognitiva quasi perfetta. Da un lato, il Wall Street Journal pubblica in prima pagina un'autopsia dell'economia cinese intitolata A Doom Loop of Deflation (Una spirale negativa di deflazione), descrivendo un Paese paralizzato dalla sfiducia, con consumatori che non spendono e aziende intrappolate in una competizione suicida. Dall'altro, l'ambasciatore cinese Xu Feihong rivendica in un editoriale sul quotidiano indiano The Hindu una crescita del 5% trainata da “nuove forze produttive” e consumi di qualità, rigettando con sdegno l'accusa di sovrapproduzione.
Chi mente? La risposta non si trova nelle colonne dei giornali, ma qualche utile indizio lo si può rintracciare nei movimenti sotterranei del silicio. La notizia, battuta lo scorso mercoledì da Reuters, del via libera di Pechino all'importazione dei chip Nvidia H200 è la pistola fumante che smentisce la narrazione del collasso e rivela una strategia industriale di una lucidità disarmante.
Per capire perché la “spirale negativa” del Wsj sia una lettura parziale, bisogna analizzare la coreografia dei semiconduttori andata in scena negli ultimi mesi. La storia è nota: Washington vieta l'export dei chip di punta e Nvidia, per non perdere il suo mercato più grande, crea una versione depotenziata ma performante, l'H200, specificamente calibrata per aggirare le restrizioni dirette verso la Cina. Qui avviene l'imprevisto: Pechino inizialmente rifiuta. Secondo la logica del Wsj - un paese disperato e in ritardo tecnologico - la Cina avrebbe dovuto accaparrarsi qualsiasi chip disponibile. Invece, il governo ha bloccato o rallentato gli ordini. Perché?
La chiave di volta risiede nella condizionalità strategica che accompagna la riapertura di ieri. Pechino ha sfruttato il proprio potere di mercato non per subire, ma per imporre quote vincolanti di adozione interna. Secondo fonti accreditate, il semaforo verde alle Big Tech (Alibaba, Tencent, ByteDance) per l'importazione dei processori americani è subordinato a un preciso do ut des: l'acquisto contestuale di volumi paralleli di chip domestici, inprimis la serie Ascend di Huawei. Questo non è il comportamento di un'economia in “Doom Loop” che annaspa. È la mossa di uno Stato che orienta la liquidità delle sue aziende (che il Wsj definisce in crisi) per finanziare l'indipendenza tecnologica.
La smentita alla tesi del declino arriva anche dalla natura stessa dello sviluppo AI cinese. Mentre l'Occidente misura il successo con l'hype dei chatbot generativi, la Cina ha intrapreso la via di un'IA “pragmatica”. Il caso DeepSeek è emblematico. Invece di cercare la forza bruta computazionale (che richiederebbe infiniti chip americani), i laboratori cinesi hanno lavorato sull'architettura, sviluppando innovazioni che trasformano la scarsità di hardware in efficienza software, abbattendo drasticamente i requisiti di memoria. Come evidenziato dall'ambasciatore Xu Feihong, l'obiettivo non è il consumismo digitale, ma l'integrazione nelle filiere industriali complete. L'IA in Cina non serve a scrivere poesie, ma a ottimizzare la rete elettrica, gestire i porti automatizzati e coordinare la logistica. Questa visione “materialista” dell'IA rende la Cina meno vulnerabile alle restrizioni di quanto Washington speri. Se l'obiettivo è l'efficienza industriale e si dispone di algoritmi ottimizzati (DeepSeek) che girano su componenti ibridi (Nvidia H200 + Huawei Ascend), il ritardo tecnologico tende a ridursi sensibilmente ai fini della competizione manifatturiera.
Con una realtà industriale così dinamica e solvibile, perché il Wsj insiste sulla narrazione della trappola deflazionistica? La risposta ci obbliga a entrare nel campo della sopravvivenza imperiale. Come evidenziato dagli studi di economisti come Emiliano Brancaccio, gli Stati Uniti hanno accumulato una posizione debitoria netta verso il resto del mondo che ha sfondato la soglia critica dei 18mila miliardi di dollari. Questa cifra rappresenta una voragine di ricchezza reale: Washington non ha i mezzi fisici per onorare questo debito colossale verso i suoi creditori (Cina in testa) senza cedere la proprietà dei propri asset nazionali. Di fronte all'impossibilità di ripagare, il “debitore armato” ha una sola opzione: usare tutti i mezzi, inclusa la forza, per svalutare il credito altrui. Sembra proprio che il Wsj operi, nell'inchiesta in questione, una proiezione psicologica per distruggere la credibilità del creditore. Ma, soprattutto, la strategia americana si è rapidamente evoluta, nei tempi più recenti, lungo tre scenari di insolvenza aggressiva che spiegano perché è vitale dipingere la Cina come un paese morente.
La Dottrina Donroe. In Venezuela Washington ha spostato il baricentro delle transazioni con l’interdizione marittima e il sequestro dei carichi, rivendicando de facto il controllo su export e ricavi. Questo colpisce direttamente il modello oil-for-loans con la Cina: se i barili che servivano a ripagare Pechino vengono bloccati o dirottati, il credito cinese perde la sua garanzia materiale (il flusso di greggio).
Il Board of Peace e Asia occidentale. Gli Usa “esternalizzano” la spesa per mantenere l’impero: Washington definisce cornice e priorità, ma i costi della gestione coloniale di Gaza e della regione sono coperti da un finanziamento strutturato come contributo internazionale ad “alto ticket”. In questo schema, gli Stati ricchi del Golfo sono i candidati obbligati a sostenere progetti e flussi. È la privatizzazione dell'occupazione: i creditori arabi pagano Washington per mantenere un “ordine” che serve agli interessi americani e sionisti.
A questo quadro si aggiunge la pressione sull'Iran, dove la strategia del debitore armato si fa ancora più esplicita. Qui, l’economia strangolata dalle sanzioni, le mai dimostrate violazioni sulla gestione del nucleare e le rivolte colorate vengono strumentalizzate per favorire un regime change. Colpire Teheran significa turbare le politiche energetiche della Cina. L'Iran è un rubinetto petrolifero strategico per Pechino; destabilizzarlo o favorire un governo burattino filo-occidentale equivarrebbe a chiudere un altro canale di approvvigionamento di asset reali, costringendo il creditore cinese a evidenti criticità riguardanti i rifornimenti.
Patrimoni di guerre sostenute o minacciate (Ucraina e Groenlandia). Washington sta perfezionando la conversione forzata del debito in asset reali. In Ucraina, gli aiuti militari vengono convertiti in un fondo di ricostruzione, trasformando di fatto le munizioni di ieri nei diritti di estrazione del titanio di domani. Parallelamente, in Groenlandia, la strategia è l'annessione delle risorse senza acquisto del territorio. Usando la leva della sicurezza Nato, gli Usa hanno stimolato la revoca di alcune concessioni cinesi puntando dritto all'accesso fisico alle materie prime locali.
La Cina, in questo quadro, appare come un “creditore sotto minaccia”. I suoi surplus commerciali non possono essere reinvestiti liberamente perché il debitore armato (gli Usa) sta sistematicamente sequestrando gli asset reali (energia, metalli, terre rare) su cui quei surplus dovrebbero atterrare.
Nonostante ciò, la riapertura ai chip H200 è sintomatica del fatto che la narrazione del “Doom Loop” si rivela un sedativo rassicurante per un Occidente distratto da metodi protezionisti, pericolose corse al riarmo e faticoso inseguimento del consenso elettorale, ma strategicamente letale. Mentre il Wall Street Journal celebra il funerale dell'economia cinese, Pechino sta installando il motore (leggi “H200”) per far girare la sua nuova macchina industriale, forgiata su un'IA efficiente e su una competizione che seleziona le aziende più resilienti. Lo scenario che emerge non è quello di un fallimento della Cina, ma che Pechino abbia intrapreso il completamento della transizione verso l'alta tecnologia proprio mentre l'Occidente vorrebbe persuadersi che il suo rivale stia morendo.
Assistiamo alla collisione ormai irreversibile tra due potenze che si fronteggiano in fortezze opposte. Da un lato, il debitore armato (Usa), costretto a usare la forza militare e il sequestro fisico delle risorse per mascherare la propria insolvenza finanziaria; dall'altro, il creditore reindustrializzato (Cina), che converte la tecnologia in asset reali per rompere l'assedio del dollaro armato. In questo scenario di default sistemico, il pragmatismo non è più un auspicio diplomatico, ma un imperativo di sopravvivenza: o si impone una correzione strutturale a questi squilibri, oppure la guerra finanziaria in corso è destinata a perdere ogni freno inibitore, rendendo lo scontro atomico l'unica forma di 'liquidazione' del debito rimasta sul tavolo.
In Venezuela scendono in campo i lavoratori: le principali arterie della capitale venezuelana Caracas saranno attraversate dalla marcia della classe operaia, convocata per difendere con vigore l'industria petroliera nazionale e rivendicare il rispetto della sovranità del paese, assieme alla liberazione dei propri leader, sequestrati negli USA.
La mobilitazione, organizzata dal segretario di Mobilitazione di Strada del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), Nahum Fernández, intende ribadire quella che viene definita la postura incrollabile del popolo di fronte alle continue aggressioni esterne. Il punto di ritrovo è fissato nei pressi di Bellas Artes, dove migliaia di lavoratori del settore petrolifero e militanti del Poder Popular daranno il via al corteo.
Il percorso, animato da cori e slogan anti-imperialisti, si snoderà attraverso le vie del centro cittadino con una meta precisa e simbolica: il Palazzo di Miraflores, cuore del potere politico e popolare venezuelano. Fernández ha sottolineato come il popolo venezolano si mantenga in uno stato di mobilitazione permanente. Il carattere indomito dei figli di Bolívar e Chávez, ha affermato il dirigente, si fa sentire in ogni strada per respingere qualsiasi tentativo di destabilizzazione esterna che miri a piegare la volontà nazionale.
Per i manifestanti, la difesa dell'industria petroliera è, in sostanza, la difesa della patria stessa. Sotto la bandiera di una "pace con giustizia", i lavoratori esigono la cessazione immediata dell'assedio da parte di Washington, indicando nell'incursione militare dello scorso 3 gennaio un crimine contro l'umanità, finalizzato al saccheggio delle risorse naturali del paese.
La classe lavoratrice denuncia come queste azioni imperiali rappresentino una ritorsione contro la politica di indipendenza energetica portata avanti dal presidente Maduro, una politica che, a loro dire, è a beneficio delle grandi maggioranze e dello sviluppo sociale.
La giornata di protesta si concluderà con un atto di riaffermazione democratica di fronte al Palazzo di Governo, dove verrà ribadito che l'industria petroliera non si fermerà, nonostante le aggressioni. I movimenti sociali presenti hanno assicurato che l'unità tra il popolo e i suoi lavoratori è la garanzia principale per sconfiggere il blocco economico e assicurare la stabilità della Repubblica Bolivariana. Una mobilitazione che si annuncia, quindi, non solo come una protesta, ma come una dichiarazione di resistenza attiva. L'ennesima della Rivoluzione Bolivariana.
Il Ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez, ha denunciato i pericoli che minacciano tutta l'America Latina ??a causa della dottrina guerrafondaia del governo degli Stati Uniti, in occasione del dodicesimo anniversario della dichiarazione della regione come Zona di Pace.
Attraverso la piattaforma social X, il Ministro degli Esteri cubano ha ricordato che il 29 gennaio 2014, durante il Secondo Vertice della Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici (CELAC) a L'Avana, Cuba, 33 capi di Stato hanno firmato la Proclamazione dell'America Latina e dei Caraibi come Zona di Pace. Questa dichiarazione impegnava i governi e i popoli della regione alla risoluzione pacifica delle controversie e al rifiuto dell'uso o della minaccia della forza.
Hace 12 años, los Jefes de Estado y Gobierno de la región firmaron la Proclama de América Latina y el Caribe como #ZonaDePaz en la Cumbre de la CELAC en La Habana.
Hoy, la paz, la seguridad y la estabilidad de Nuestra América están en peligro por la doctrina belicista del… pic.twitter.com/E26mvAAeAi
"Oggi la pace, la sicurezza e la stabilità della Nostra America sono in pericolo", ha affermato il capo della diplomazia cubana. Rodríguez ha sottolineato che le cause di questa minaccia risiedono nella dottrina dell'amministrazione insediata alla Casa Bianca, che cerca di imporre "la pace con la forza". Questa posizione, secondo il ministro degli Esteri, dimostra un "marcato interesse a rilanciare la screditata Dottrina Monroe".
Il massimo rappresentante della diplomazia dell'Isola caraibica ha sottolineato che, nello scenario attuale, devastato dalle brame di dominio imperialista, "è urgente rivendicare la ferma volontà di tutti i membri della CELAC, espressa in quel Proclama". L'accordo, annunciato dall'allora Presidente di Cuba, Raúl Castro, stabiliva l'obbligo di non intervenire, direttamente o indirettamente, negli affari interni di nessun altro Stato, nonché di rispettare i principi di sovranità nazionale, uguaglianza e autodeterminazione.
Il Primo Ministro polacco Donald Tusk ha scritto che "il Presidente Nawrocki ha nuovamente indicato l'Occidente come la principale minaccia per la Polonia. Questa è l'essenza del contenzioso tra il blocco antieuropeo (Nawrocki, Braun, Mentzen, PiS) e la nostra Coalizione. Un contenzioso estremamente serio, una disputa sui nostri valori, sicurezza, sovranità. Est o Ovest". Questo in risposta al discorso del Presidente Karol Nawrocki a Pozna?, alla fine di dicembre, in commemorazione della Grande Insurrezione di Polonia che mise in sicurezza i confini occidentali della Polonia nel periodo interbellico.
"Notes From Poland" ha attirato l'attenzione su come Nawrocki abbia dichiarato che "la Polonia è una 'comunità nazionale aperta all'occidente, ma anche una comunità nazionale pronta a difendere il confine occidentale della repubblica, come sapevano gli insorti della Grande Polonia'… Ha anche ricordato come siano stati fatti sforzi 'aggressivi' per 'portar via la nostra cultura e il patrimonio nazionale'. Proprio come allora i polacchi agirono per difendere la loro identità nazionale, così oggi 'dobbiamo fare tutto il possibile per garantire che la Polonia rimanga Polonia'".
In risposta al post di Tusk, Nawrocki si è chiesto se questi abbia risentimenti verso quelle figure storiche polacche che combatterono la Germania in passato, in un'allusione alle probabili simpatie tedesche di Tusk. Ha anche suggerito che Tusk sia "incapace di ascoltare con comprensione, o che cerchi deliberatamente il conflitto perché il suo bilancio, la sanità, ecc., non tornano". Nawrocki ha concluso ricordando a Tusk i suoi stretti legami con Putin durante l'epoca d'oro delle relazioni russo-UE, che rimangono controversi in Polonia ancora oggi.
Analizzando questo scambio, l'insinuazione di Nawrocki che l'UE a guida tedesca rappresenti una minaccia simile all'identità polacca come la "Kulturkampf" dell'epoca imperiale ha irritato Tusk, che poi ha distorto le sue parole e il contesto in cui sono state dette per provocare uno scandalo fasullo, distogliendo l'attenzione dai suoi fallimenti politici interni. Nawrocki non intendeva dire che la Germania rappresenti ancora la stessa minaccia per l'integrità territoriale della Polonia come fecero gli Stati tedeschi precedenti, ma stava ribadendo che si tratta comunque ancora di una minaccia di qualche tipo.
È stato recentemente spiegato che "la Germania rappresenta una minaccia non militare significativa per la sovranità polacca", vale a dire attraverso il suo controllo de facto dell'UE e i relativi tentativi di erodere la sovranità polacca, che mirano anche a indebolirne l'identità nazionale e equivalgono quindi a una moderna "Kulturkampf". Questa percezione della minaccia, condivisa da molti della Destra polacca, ha spinto Nawrocki a ideare un piano dettagliato per riformare l'UE. Lo ha svelato durante un discorso alla fine di novembre, che si può leggere qui.
La maggior parte dei media ha ignorato questo fatto, ma questo contestualizza la parte del suo discorso sul "difendere il confine occidentale della repubblica" dalle minacce provenienti da quella direzione, ecco perché ha detto che "dobbiamo fare tutto il possibile per garantire che la Polonia rimanga Polonia". Ha anche menzionato il complotto della Germania imperiale per ingegnerizzare un cambio demografico, politica che continua attraverso le richieste dell'UE a guida tedesca che la Polonia accetti migranti civilmente dissimili, incluso letteralmente scaricandone alcuni in Polonia.
Di conseguenza, Nawrocki non stava quindi facendo allarmismo sul revanscismo tedesco come sosteneva Tusk, ma alludeva fortemente alle minacce che la Polonia affronta ancora dall'ovest, solo che oggi sono molto meno cinetiche. Invece di un'altra invasione, assumono la forma della guerra ibrida che la Germania conduce attivamente contro la Polonia attraverso l'UE a guida tedesca, il cui obiettivo è sradicare i polacchi ed erodere la sovranità del loro paese per facilitarne la subordinazione come vassalli post-moderni della Germania.
(Articolo pubblicato in inglese sulla newsletter di Andrew Korybko)
Data articolo: Thu, 29 Jan 2026 18:56:00 GMT
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