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Video editoriale di Loretta Napoleoni
La politica spettacolo ha regalato agli americani una puntata doc., Donald Trump ha finalmente nominato il successore di Powel alla guida della Riserva Federale, Kevin Warsh, e lo ha scelto nello stile del programma televisivo che un tempo The Donald conduceva The Apprentice.
Warsh è un ex governatore della Fed, critico feroce delle banche centrali, convinto che abbiano stampato troppo denaro, drogato i mercati e coperto l’irresponsabilità dei governi. Secondo lui, la Fed deve tornare a fare una cosa sola: combattere l’inflazione. Niente clima, niente disuguaglianze. Solo prezzi e credibilità.
I mercati, inizialmente, applaudono. Il dollaro sale, l’oro scende. Sospiro di sollievo: non arriverà un presidente “morbido” sull’inflazione. Ma attenzione, perché il vero nodo non è lì. Warsh ha recentemente cambiato tono. Oggi parla di un miracolo della produttività, guidato dall’intelligenza artificiale. Dice che l’AI abbasserà l’inflazione e che quindi i tassi possono scendere. È musica per le orecchie di Trump. Ma c’è una clausola nascosta.
Warsh vuole tagliare i tassi, sì. Ma allo stesso tempo vuole togliere ossigeno a Wall Street, ridurre l’enorme bilancio della Fed e costringere il settore privato a finanziare il debito americano. Tradotto: meno aiuti facili, più disciplina. E questa è una parola che Trump non ama.
Qui nasce lo scontro. Perché Trump vuole una Fed al servizio della Casa Bianca. Warsh, invece, vuole una Fed che torni a essere temuta, non amata. Indipendente, anche quando dà fastidio.
La domanda, quindi, non è se Warsh cambierà la Fed. La domanda è: quanto a lungo Trump tollererà qualcuno che gli dice di no? La storia ci insegna che il momento della rottura arriva sempre. E quando arriva, non è mai indolore.
Per ora, possiamo solo osservare. Ma una cosa è certa: la battaglia per il controllo della politica monetaria americana è appena cominciata. E le sue conseguenze non resteranno confinate negli Stati Uniti.
VIDEO:
di Andrea Zhok*
"Questo genocidio non si è limitato a distruggere la mia vita o tutto ciò che possedevo: è andato ben oltre. Mi ha distrutto dall’interno.
Ha spazzato via la pace dal mio cuore, ha frantumato la stabilità della mia mente e mi ha contagiato con una strana sindrome dell’anima. "
Potrebbero benissimo essere parole di un sopravvissuto alla Shoah…
In realtà sono parole di Wasim Said, sopravvissuto al genocidio a Gaza autore di questa testimonianza esclusiva:
https://www.ladedizioni.it/prodotto/linferno-del-genocidio-a-gaza/
di Vincenzo Brandi
La dislocazione di una grande forza navale pronta per l’attacco al largo delle coste dell’Iran, le continue minacce del presidente-bullo Trump nei confronti di quel paese, tengono tutto il Medio Oriente col fiato sospeso e il mondo intero nell’incertezza.
Non è chiaro quali siano le esatte motivazioni formali delle minacce: una volta si dice di voler difendere presunti “diritti umani” della popolazione iraniana sottoposta a repressione, ma poi si parla della necessità che l’Iran (che peraltro è un paese sovrano) faccia marcia indietro su una serie di questioni che riguardano i suoi armamenti e le sue alleanze. Tra queste questioni certamente c’è la questione del nucleare iraniano, anche se l’Iran ha ampiamente dimostrato negli ultimi 20 anni di non volersi dotare di bombe atomiche e termonucleari (che con le sue tecnologie sarebbe in grado di produrre facilmente) e si è sottoposto volontariamente a tutti in controlli internazionali necessari.
Il motivo vero di fondo dell’ostilità nei riguardi dell’Iran da parte degli USA, con il solito codazzo dei vassalli europei (che ora intendono addirittura bollare provocatoriamente come “terrorista” il corpo dei Guardiani della Rivoluzione iraniani) è che l’Iran costituisce, con i suoi alleati, l’unica potenza locale in grado di ostacolare i piani degli USA e del suo alleato principe Israele per un controllo totale del Medio Oriente.
L’Iran - insieme ai suoi allearti, gli Hezbollah del Libano, gli Houti dello Yemen e le milizie sciite dell’Iraq – è anche il principale e forse unico vero sostenitore della Resistenza Palestinese, tuttora viva e attiva, nonostante i massacri subiti (naturalmente nella Resistenza non teniamo conto dei collaborazionisti dell’ANP che stanno a Ramallah a prendere i soldi di USA e UE).
Questo schema medio-orientale è lo stesso esistente in altre zone del mondo dove i vecchi imperialisti e colonialisti anglosassoni ed Europei Occidentali, abituati a comandare nel mondo, cercano di opporsi all’emergere di nuove realtà che intendono tener loro testa (la distruzione della Jugoslavia e il colpo di stato del 2014 in Ucraina con la guerra conseguente, i vari tentativi di “rivoluzioni colorate” in Georgia, ecc. , rientrano in questo schema).
I piani degli USA per il Medio Oriente (con l’appoggio dei vassalli europei) prevedono la presenza dell’entità colonialista-sionista israeliana quale unica incontrastata potenza militare che controlla, insieme a loro il Medio Oriente. Israele, non solo ha sottoposto gli abitanti originari della Palestina a pulizia etnica violenta, furto di terre, occupazione militare, massacri (diventati oggi a Gaza vero e proprio, genocidio), ma è in grado di intervenire in tutto il Medio Oriente con azioni armate e assassinii di avversari e personaggi scomodi come i dirigenti degli Hezbollah libanesi o gli scienziati iraniani.
Corollario di questa politica è la sponsorizzazione di un accordo economico e politico tra Israele e le monarchie arabe reazionarie del Golfo (vedi i cosiddetti “Accordi di Abramo” che hanno rischiato di saltare dopo l’azione della Resistenza palestinese del 7 ottobre 2023).
In particolare, sono stati sempre ottimi i rapporti tra Arabia Saudita e USA, soprattutto dopo che la convertibilità del dollaro in oro – divenuta insostenibile - fu annullata nel 1971, e la nuova garanzia del dollaro quale moneta di riferimento e scambio internazionale fu assicurata dal petrolio saudita (vedi i cosiddetti “petrodollari”) in seguito ad un’alleanza di ferro tra società petrolifere statunitensi e la monarchia saudita. Ma anche i rapporti degli USA con gli Emirati Arabi Uniti, Barhein e Qatar sono ottimi e hanno permesso la costruzione in questi ultimi due paesi di grandi basi militari statunitensi.
Per mantenere questa egemonia israelo-statunitense nella regione sono stati opportunamente aggrediti e destabilizzati paesi non allineati come l’Iraq. La Siria, il Libano, lo Yemen e l’Afghanistan, mentre anche gli USA si sono dedicati all’assassinio politico uccidendo a Baghdad nel 2020 il generale iraniano Soleimani che coordinava l’azione degli alleati della Repubblica Islamica,
Dopo il tentativo fallito di destabilizzare la Repubblica Iraniana con la guerra condotta da Israele e USA nel giugno 2025, quest’anno è avvenuto un nuovo intenso tentativo di destabilizzazione con i disordini avvenuti in Iran tra la fine del 2025 e il gennaio del 2026.
In realtà le proteste in Iran erano iniziate in modo del tutto pacifico da parte dei commercianti del bazar, e altri settori sociali non ostili al governo, a causa dell’aumento dei prezzi e le difficoltà economiche (peraltro causate in gran parte dalle pesanti sanzioni imposte da tutto l’Occidente all’Iran da quasi 50 anni). Ma nel corso delle manifestazioni sono intervenuti gruppi armati -opportunamente sollecitati dal Mossad israeliano e servizi segreti occidentali - legati alle minoranze etniche azere, del Belucistan e curde (come il la formazione armata curda PJAK), il gruppo armato antigovernativo dei Mojahedin del Popolo (MEK), e agenti armati finanziati direttamente dal Mossad o da servizi occidentali, che sparavano sia sulla polizia che sulla folla e davano fuoco a moschee ed edifici pubblici.. La stessa tecnica di creare tensioni e disordini era stata utilizzata, ad esempio in Ucraina durante il colpo di stato di Maidan nel 2014, o in Siria nel 2011 per innescare la guerra civile.
Dopo il fallimento della rivolta, ora a USA e Israele è rimasta solo l’opzione di un’aggressione militare diretta, ma le prospettive di un’azione del genere sono inquietanti.
L’Iran, come ha già dimostrato nella guerra di 12 giorni precedente, ha un apparato militare efficiente (anche se privo dell’atomica) in grado di colpire la flotta e le basi statunitensi di tutta la regione ed infliggere gravissimi danni ad Israele. Gli alleati dell’Iran si metterebbero in moto (ad esempio le milizie sciite locali potrebbero attaccare le basi Usa in Iraq). L’eventuale chiusura dello stretto di Hormuz (che gli Iraniani sono perfettamente in grado di realizzare) provocherebbe l’interruzione del 20% del traffico petrolifero mondiale, con aumenti incontrollabili dei prezzi del petrolio e dell’energia. Inoltre Russia e Cina, che si oppongono all’egemonismo occidentale, non potrebbero restare indifferenti di fronte ad un attacco ad un paese indipendente che ha con loro ottime relazioni.
Insomma, nel momento in cui scrivo queste note ancora nulla è scontato. Non è chiaro se gli estremisti guerrafondai USA e israeliani mostreranno un minimo di buon senso, o scateneranno l’inferno gettando il Medio Oriente nell’abisso, con la possibilità che il caos si estenda in modo irrefrenabile a livello mondiale.
Roma, 31 gennaio 2026, Vincenzo Brandi
Data articolo: Sun, 01 Feb 2026 11:00:00 GMT
di Pino Arlacchi | Il Fatto Quotidiano | 30 gennaio 2026
di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
Ancora nessuna indiscrezione sull'inizio del secondo round di colloqui russo-americano-ucraini negli Emirati arabi, previsto per 1 e 2 febbraio. Al momento, pare trapelato solamente un curioso “approccio” ucraino all'insieme del piano per la soluzione del conflitto, che l'osservatore di Ukraina.ru, Mikhail Pavliv definisce «una carota per Trump», escogitato da Vladimir Zelenskij per cercare, in certo qual modo, di “corrompere” il presidente yankee e convincerlo che sia il momento per Kiev di respingere le richieste di concessioni alla Russia chieste da Washington per i colloqui di Abu Dhabi.
In sostanza, il quadro generale di quanto già discusso e di quanto sarà probabilmente sul tavolo nei prossimi due giorni è abbastanza chiaro. Che la componente militare tenga banco in questa fase, in cui si tratta espressamente del territorio e del ritiro delle forze ucraine dal Donbass, lo testimonia il fatto stesso dell'assenza di Jared Kushner e Steve Witkoff: segno che le questioni politiche ed economiche sarebbero già state affrontate e concordate. È probabile che il 1 e 2 febbraio negli Emirati la delegazione yankee agirà in qualità di “osservatore”, col Segretario all'esercito Daniel Driscoll: le delegazioni russa e ucraina affronteranno la questione di come gestire la situazione lungo la linea di contatto, col ritiro delle truppe ucraine dal Donbass e si tratterà anche del destino delle zone cuscinetto nelle regioni di Sumy, Khar'kov e Dnepropetrovsk, insieme allo status delle regioni di Khersòn e ZaporoĹľ'e, o più precisamente, dice Pavliv, sarà sul tappeto la linea di demarcazione.
Il tutto è inoltre legato alla possibile creazione di una zona demilitarizzata, alle attività di monitoraggio e al dispiegamento di contingenti di monitoraggio e mantenimento della pace, non certo da paesi NATO, ma da paesi neutrali.
È già stato detto in altre occasioni che l'Ucraina, in generale, conferma la disponibilità al ritiro, a condizione che forze militari russe non entrino nell'area. Da parte di Moskva, è stato ventilato che probabilmente non ci sarà l'esercito russo e, però, il controllo russo verrà comunque affidato a un'amministrazione russa, a polizia, FSB, e Guardia Nazionale.
A questo punto, la parte “inside”, che sarebbe stata rivelata a Pavliv, rivela che parallelamente ai colloqui di Abu Dhabi, Zelenskij avrebbe trasmesso un messaggio a Trump, del tipo che Kiev non è disposta a cedere i territori alla Russia, ma consentirebbe a consegnare il territorio al controllo del trumpiano “Consiglio di Pace”, secondo una logica simile a quella dei documenti su Gaza. Vi verrebbe schierato un contingente internazionale, con mandato per il “Consiglio”, con opportunità economiche esclusive e protezionismo. In pratica: si cede un pezzo di terra, praticamente una zona offshore, dove il Consiglio”, cioè Trump, può fare quello che vuole. Detto questo, pare voler dire Zelenskij a Trump, «ora cerca di convincere Putin ad accettare». Una carota, dunque, offerta al narcisismo di Donald Trump, per speciali opportunità economiche.
Ma, osserva Pavliv, un tale piano non sembra così allettante per Trump, in primo luogo perché sottintende delle responsabilità per una linea di demarcazione che né Trump personalmente, né gli USA in generale sono pronti ad assumersi e, soprattutto perché, in fin dei conti, Trump già da tempo dispone dell'accordo sulle risorse e gli obblighi dell'Ucraina. Inoltre, Kirill Dmitriev e Witkoff-Kushner stanno discutendo di cooperazione economica russo-americana e sul tavolo si sa da tempo che c'è proprio la possibilità di creare una zona economica speciale nella regione russa del Donbass, con amministrazione russa, ma con regime economico speciale, con particolari preferenze per le aziende americane.
Di tutto questo hanno discusso Larry Fink, di BlackRock, Kushner, Witkoff e Dmitriev e la previsione è il ritiro delle forze ucraine dal Donbass, insieme all'ingresso delle forze di sicurezza russe; viene quindi creata una zona economica speciale, strettamente legata all'accordo sulle risorse già a suo tempo stabilito tra Kiev e Washington. In altre parole: una fattiva divisione economica dell'Ucraina e, a maggior ragione, del mercato europeo. In tale contesto, conclude Pavliv, la proposta di Zelenskij col "Consiglio di Pace" appare «secondaria, debole e poco convincente. Non è una carota, ma un lecca-lecca».
Poche carte e nemmeno delle più buone, insomma, rimangono in mano alla junta nazigolpista di Kiev. Qualsiasi “piano” che non tenga conto della reale situazione sul terreno e degli attuali rapporti Moskva-Washington vale poco più di zero. Sono addirittura gli ex capibanda ucraini a riconoscere lo stato effettivo delle cose: entro quest'anno, la Russia prenderà definitivamente il controllo della restante parte ucraina del Donbass, dice l'ex consigliere presidenziale golpista Aleksej Arestovic. C'è solo da attendere con calma che il Donbass venga preso; i russi lo prenderanno abbastanza presto, entro un anno, forse anche prima. Quindi «sorge spontanea la domanda: e poi? Abbiamo già combattuto abbastanza. Per il Donbass, per il quale avete lottato così duramente, avete congelato e reso invivibili Kiev, Khar'kov, Dnepro, Odessa; forse si dovranno aggiungere anche un altro paio di città». Dopo di che, dice Arestovic, quando il Donbass sarà definitivamente perso, i russi «potranno prendere ZaporoĹľ'e o distruggerla».
Osservazioni che sostanzialmente coincidono con quelle del politologo ucraino Serghej Datsjuk (tra i sostenitori del golpe del 2014) secondo il quale se Kiev rifiuta di scendere a compromessi con la Russia, tutte le principali città dell'Ucraina diventeranno inadatte alla vita. Datsjuk racconta di essere regolarmente accusato di capitolazionismo per i suoi appelli alla pace e sottolinea anche che la capitolazione significa la sconfitta completa e l'adempimento di tutte le condizioni della parte vittoriosa. E aggiunge: «Dirò qualcosa di ancora più scomodo. Putin non sta chiedendo la capitolazione. Voi usate la parola “capitolazione”, ma non si applica a Putin. Putin non sta chiedendo la resa dell'esercito ucraino all'esercito russo».
Come Arestovic, anche Datsjuk dice che, in caso di rifiuto di ritiro dal Donbass, la Russia continuerà a distruggere le infrastrutture, così che la popolazione, compresi gli abitanti di Kiev, saranno costretti a spostarsi dalle grandi città ai villaggi e alle piccole città. L'Ucraina è ora di fronte a una scelta, afferma il politologo: perché «è esattamente questa la domanda di oggi: preservare le città o preservare ciò che resta del Donbass? Notate che non vi sto presentando questa scelta. Putin l'ha presentata. È così che agisce. Ma noi non vogliamo vederla, perché si tratta di una scelta strategica. Cittadini ucraini, fate una scelta: preservare le città dell'Ucraina e rinunciare al Donbass, oppure preservare il Donbass e perdere le città dell'Ucraina».
Come che sia, i media di regime italici non cambiano repertorio: non c'è da fidarsi del “tiranno” Putin, che intende continuare la guerra all'infinito. Ecco quindi che, per conferire una parvenza di “autorità” alle litanie sugli angelici ucraini amanti della pace, “aggrediti” dai perfidi russi assetati di sangue “democratico”, su La Stampa del 1 febbraio la parola viene data all'ex Segretario di Stato ed ex direttore della CIA Mike Pompeo, il quale sostiene, dall'alto di cotanta tribuna piemontese, che «Putin non ha dato segni di volere la pace. Deve capire che non otterrà mai territori» e, per quanto riguarda gli Stati Uniti, nemmeno Biden ha fatto «nulla di forte: ha stanziato risorse appena sufficienti per impedire l’avanzata della Russia e per non favorire la vittoria degli europei. Si è rifiutato di dare copertura aerea e poi ha imposto una serie di linee rosse. Per esempio ha vietato agli ucraini di colpire obiettivi di Putin nel cuore del territorio russo così da spingere Putin ad arretrare». Smidollato che non era altro! Ora è dunque necessario in primo luogo «spingere sulle sanzioni ed essere seri. Gli europei non lo sono, continuano a comprare gas.
È da matti finanziare non solo un nemico ma anche qualcuno che sta uccidendo gli europei. In secondo luogo l’Amministrazione Trump deve far capire a Putin che non potrà tenere terre che non ha conquistato. Solo se convince Putin che i costi sono maggiori dei benefici, allora la guerra può finire». Ma, di fatto, di fronte ai cherubini di Kiev che costituiscono il “vallo europeo” di fronte alle mire aggressive russe, il signor Pompeo non vede «prove che Mosca voglia la pace e la fine del conflitto se non nei termini che ha cercato di ottenere attraverso la guerra di aggressione. Putin non è stato capace di prendere quel che voleva militarmente, perché darglielo al tavolo negoziale?». E, parlando della questione al centro delle attuali trattative e che l'intervistatore dice rappresentare «L’inghippo dei colloqui», cioè il punto relativo ai territori e che, dio ne guardi, si deve sperare che «Rubio e Trump siano ostinati abbastanza per impedire a Putin di prendersi anche quello che non ha militarmente conquistato», l'ex capoccia della CIA risponde che il punto dei territori è certo «centrale, ma il nodo è più complesso. Putin non ha mostrato alcuna intenzione di chiudere il conflitto e gli ucraini sono senza le garanzie di sicurezza... Alcuni dicono pubblicamente che siamo vicini alla risoluzione del conflitto. Non mi pare ma spero di sbagliarmi».
Non si preoccupino il signor Pompeo e i corifei delle maleodoranti redazioni guerrafondaie: nelle cancellerie europee si fa di tutto perché i nazigolpisti di Kiev continuino a mandare i propri giovani al macello e proseguano nella guerra finché Bruxelles lo voglia.
FONTI:
Data articolo: Sun, 01 Feb 2026 11:00:00 GMT
di Francesco Fustaneo
Nelle scorse giornate, la polemica sul campo di concentramento di “La vita è bella” di Roberto Benigni è riemersa con forza. Il nodo del contendere non è più, da tempo, la mera assenza del nome “Auschwitz” nei titoli o nei dialoghi del film. Come evidenziato da un fact-checking, il campo non viene mai esplicitamente nominato.
Il vero punto focale, su cui avevamo già argomentato, è un altro: l’evidenza che Benigni che per inciso si è avvalso anche della consulenza di uno dei massimi studiosi italiani della Shoah come Marcello Pezzetti, non potesse non sapere che la stragrande maggioranza del pubblico avrebbe automaticamente associato quella realtà all’immagine simbolo della Shoah, cioè proprio ad Auschwitz. Un’associazione rafforzata, e non smontata, da un dettaglio storico stridente: il carro armato liberatore statunitense che irrompe nel finale, mentre la storia ci ricorda che Auschwitz fu liberata dall’Armata Rossa il 27 gennaio 1945, data scelta per la Giornata della Memoria.
Ora, però, per chiudere definitivamente la questione – rendendo stucchevole ogni ulteriore cavillo sul “non detto” – va evidenziato un dettaglio interno al film, inequivocabile.
La prova nel film : il tatuaggio
In una scena chiave, Guido Orefice (lo stesso Benigni) espone il braccio all’interno del campo, mostrando il numero tatuato al figlio. Ebbene, questo particolare non è un dettaglio qualsiasi: come riporta il sito correlato allo United States Holocaust Memorial Museum, la pratica di tatuare i prigionieri con un numero di matricola fu una procedura sistematica adottata solo nel complesso di Auschwitz. Negli altri campi nazisti, il numero era generalmente cucito sulla divisa. I pochi casi documentati altrove costituiscono eccezioni marginali.
Quel tatuaggio sull’avambraccio di Guido è, quindi, un segnale potentissimo e preciso per lo spettatore. È un codice che rimanda direttamente e unicamente all’universo Auschwitz. Un’immagine così iconica e storicamente connotata da travalicare la finzione narrativa.
Il peso dei numeri reali
A rendere ancora più pregnante questa scelta c’è la tragica verità storica della deportazione italiana. I dati della Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC) sono chiari: su 6.806 ebrei italiani arrestati e deportati, ben 6.007 furono destinati ad Auschwitz-Birkenau. Il campo in cui fu deportata la quasi totalità degli ebrei italiani era proprio quello. Il personaggio di Guido Orefice, padre di famiglia italiano, non poteva che condividere, nell’immaginario collettivo, quel destino statisticamente schiacciante.
Alla luce di queste considerazioni, ogni ulteriore discussione sull’“ambientazione intesa o reale” del film, al di là della menzione esplicita, perde senso. Il tatuaggio non è un’ambiguità, è una dichiarazione. Benigni ha costruito una storia di fantasia su uno sfondo che, attraverso simboli inconfondibili (dal treno alla selezione, fino al numero sul braccio), finisce per evocare in modo deliberato e preciso l’orrore di Auschwitz.
La libertà artistica rimane intatta, così come il valore universalista del film. Ma smontare le critiche storiche nascondendosi dietro un fact-checking letterale (“non si nomina Auschwitz”) significa ignorare il linguaggio del cinema, la potenza dei simboli e il bagaglio storico dello spettatore. Il campo de “La vita è bella” ha un nome, e quel nome è scritto a chiare lettere – anzi, a numeri indelebili – sul braccio del suo protagonista.
Fonti:
Data articolo: Sun, 01 Feb 2026 10:00:00 GMT
di Clara Statello per l'AntiDiplomatico
Queste ultime due settimane hanno svelato l'aspetto peggiore di noi italiani. Divisi, disumani, crudeli contro noi stessi. Il titolo vuole essere provocatorio: io amo profondamente il popolo italiano e posso affermare con certezza che siamo migliori, decisamente migliori, di tanti altri popoli europei. Semplicemente non ne abbiamo contezza e questo è un prezzo che paghiamo dalla sconfitta bellica.
Il punto è che, come tutte le cose, c'è sempre un rovescio della medaglia. Ed è quello che stiamo mostrando adesso. Il nostro peggio.
Da anni gli italiani si lamentano perché tutto va male. Hanno ragione. Abbiamo ragione. Che fare?
Scrivere status su Facebook non aiuta. Ma ormai è così che si sfoga il disagio sociale.
Con messaggi incendiari, disumanizzanti, di odio verso i politici, odio verso i migranti, odio verso ciò che è "altro".
Ma è un odio sbiadito, disumanizzante, caratterizzato dall' inazione, dall' apatia, dalla disgregazione. Un meccanismo catalitico, necessario a sfogare la quotidiana frustrazione di uno status quo sempre più oppressivo e insopportabile, fatto di sfruttamento, umiliazione, privazione, solitudine. Che, come tutto ciò che è un semplice sfogo, non produce nulla.
Un odio virtuale direttamente proporzionale alla debolezza reale del popolo come soggetto storico-sociale.
Da decenni il popolo italiano subisce una progressiva riduzione di libertà di ogni tipo e dei diritti. Le conseguenze di ciò sono tangibili: maggior costo della vita, progressivo scivolamento delle famiglie nella povertà, erosione della ricchezza, limitazioni negli spostamenti sul territorio a causa dell' aumento spropositato del costo dei trasporti e del carburante, malasanità, scuola allo sfascio, aumento delle diseguaglianze, minori servizi essenziali.
Sullo sfondo, ci sono i disastri causati dall' incuria da parte di uno stato che si è ridotto ad essere il comitato d'affari del capitali finanziario e delle industrie belliche e farmaceutiche o della costruzione, di politici ridotti al ruolo di pro-consoli degli USA e Israele.
L'aria di rivoluzione che si legge sui commenti dei social è inversamente proporzionale al clima apatico e da schiavi rassegnati che si respira in Italia.
Noi italiani ci lamentiamo ma in fondo non facciamo nulla per cambiare le cose.
Di incendiario ci stanno solo i profili social, non l'attitudine. Non non osiamo pensare che il cambiamento è possibile, è reale, è imminente.
Basta prenderne coscienza.
Come abbiamo preso coscienza in centinaia di migliaia riempendo le strade e le piazze italiane di bandiere palestinesi, chiedendo lo stop al genocidio condotto da Israele. Quelle proteste sono arrivate al tavolo dei negoziati, costringendo Trump a far fermare l'operazione terrestre israeliana su Gaza. Quando le manifestazioni si sono fermate, però, è calato il sipario sulla Palestina.
C'è un chiaro rapporto causa-conseguenza su mobilitazioni e decisioni dei governi. Se non ci sono mobilitazioni, non c'è nessun argine alle decisioni antipopolari della politica.
Gli italiani però sono rassegnati o forse semplicemente non riescono a riorganizzarsi. E così non solo si resta a protestare su Facebook, regalando soldi di pubblicità al signor Zuckerberg e dati personali a META. Ma si lanciano strali di odio verso chi osa scendere in piazza a protestare per chiedere più libertà, più spazi sociali, più diritti per tutti e tutte.
Ieri sera c'è stata una grande manifestazione a Torino. Una manifestazione partecipata da tutta la cittadinanza. Lavoratori. Padri di famiglia. Zii che accompagnavano i nipoti.
Ci sono stati anche scontri.
Non voglio fare la morale sugli scontri né dividere la piazza in manifestanti buoni e manifestanti cattivi.
Voglio mettere in evidenza la causa degli scontri: lo stesso disagio sociale, la stessa frustrazione, lo stesso senso di oppressione che fa scrivere status e commenti Facebook pieni di odio e di rancore al lavoratore precario, al pensionato con una pensione da fame, alla mamma single abbandonata e denigrata dalla società, agli operai o partite iva sfruttati e immiseriti.
La differenza è che quei giovani incappucciati quell'odio lo restituiscono non sulle pagine virtuali, ma a chi lo somministra: lo stato. I nostri politici. I guardiani dello status quo.
Personalmente non condivido queste forme di violenza ma non condanno queste espressioni di protesta, condanno chi li produce: il potere venduto agli interessi imperialisti degli USA, del sionismo e del capitalismo finanziario.
Il mio problema, il nostro problema comune, sono le cause che provocano il disagio, non le sue manifestazioni (anche sbagliate).
Condanno invece chi non reagisce ai soprusi, sfogando pateticamente il suo odio sui social, perché è questa passività che consente il malgoverno. Chi vende l’anima per i nuovi “ninnoli e specchietti colorati”, come quelli che i negrieri regalavano ai capi tribù delle coste occidentali africane in cambio di schiavi. Comodità effimere in cambio di dignità e di falsa tranquillità.
Un giorno i nostri figli e nipoti ci chiederanno: dove eravate mentre la classe dirigente del capitalismo internazionale distruggeva l'Italia e ci privava di tutto?
C'è chi risponderà che stava su Facebook o X a scrivere post di protesta contro la Meloni, a firmare appelli su change.org, a vomitare odio contro i manifestanti di Torino che chiedono diritti per tutti, anche per chi li odia e invoca l'ICE contro di loro.
In pochi chiederanno scusa, rispondendo di aver cercato di fare tutto il possibile, ma sono sconfitti dall’ignavia e dalla disunità, principali complici del potere deviato.
Scrivevo prima che da due settimane l'Italia mostra il suo volto peggiore. Sullo sfondo di queste esplosioni di odio, c'è la totale assenza di solidarietà degli italiani nei confronti delle popolazioni colpite dal ciclone e degli abitanti di Niscemi.
Molti non arrivano a capire che questi cataclismi sono la conseguenza dei cambiamenti climatici. Come hanno colpito siciliani, calabresi e sardi, colpiranno anche veneti, liguri, toscani, romagnoli.
Il ciclone non ha portato via semplicemente pezzi di città, porti, barche, strade e ferrovie. Ha portato via l'intera costa della Sicilia Orientale. Spiagge meravigliose, foci di fiumi, riserve naturale, scogliere, cancellate per sempre da una furia anomala e indomabile del mare.
Nel silenzio di tanti ambientalisti, a partire da Legambiente, troppo impegnati a dire gongolando: avevamo ragione noi. Del resto degli italiani che puntano il dito con la bava alla bocca contro chi ha perso tutto: casa, lavoro, memorie di una vita. Dov’è finita la nostra umanità? La nostra empatia? Il nostro grande cuore?
Tutti sembrano aver dimenticato che Niscemi è la città del MUOS e della stazione di telecomunicazioni della marina statunitense, che l'incuria del territorio niscemese è direttamente legata alla sua militarizzazione da parte di una superpotenza straniera.
Lo denunciano i No Muos da sempre. Ma quando i No Muos protestavano e subivano la feroce repressione della polizia, quelli che urlano contro la violenza dov'erano?
Dov'erano quelli che adesso puntano il dito contro la speculazione e deridono pubblicamente le famiglie che hanno perso tutto? Dov'erano quelli che sui social scrivono peste e corna contro il governo ma poi non vanno a protestare perché c'è la partita o perché semplicemente si scocciano?
Noi non li abbiamo visti nelle piazze o davanti alla base e forse è anche per questo che quella battaglia l'abbiamo persa e oggi vediamo le nostre previsioni sul dissesto idrogeologico di Niscemi avverarsi drammaticamente.
L'assenza di empatia e umanità non è qualcosa che avviene su larga scala, ma si evince anche dai fatti di cronaca. Come la vicenda vergognosa di Vodo di Cadore, nel bellunese. Un bambino di 11 anni lasciato a piedi in mezza alla neve dall' autista dell’autobus all' uscita da scuola. Ha dovuto percorrere sei chilometri di sera al buio, nella bufera, in mezzo ai boschi a causa dell' aumento sproporzionato del biglietto della corsa dovuto alle a Olimpiadi invernali.
L'autista dice di aver rispettato le regole aziendali. Ma gli altri passeggeri del bus perché non hanno aiutato un bambino in difficoltà?
Altra vicenda agghiacciante, quella di Davide Borgione, morto a 19 anni per una caduta dalla bicicletta. Mentre era a terra, due sciacalli gli hanno rubato il portafoglio. Una macchina l’ha investito lievemente. Nessuno si è fermato per soccorrerlo.
Ecco, questi sono sintomi di una società profondamente malata e c'è un sottile filo rosso che collega tutte queste vicende, apparentemente distanti e indipendenti l'una dall' altra.
È il filo rosso (e marcio) dell' individualismo, dell' egoismo, di un approccio da homo homini lupus. È il segnale di qualcosa che si è rotto all'interno della nostra comunità umana, del nostro popolo.
Qualcosa che deve essere immediatamente ricostruito, perché noi italiani non siamo questo, non siamo un popolo di sciacalli, di individualisti, di odiatori seriali.
Abbiamo un grande passato, un passato di lotte che hanno fatto tremare non solo i fascisti, ma anche i nazisti, che abbiamo cacciato con l'aiuto degli alleati, i padroni, e la stessa NATO.
L'odio sociale è la naturale conseguenza dell' oppressione che subiamo, schiacciati dal tallone di ferro delle oligarchie. E sotto questa morsa siamo diventati come i polli di Renzo, che si beccano fra di loro mentre vengono portati al macello.
Come loro, ci aspetta una fine beffarda e patetica se non capiamo che l’odio non si cura con la repressione, ma eliminando le cause che lo producono. Se non ci uniamo, quindi, per chiedere un cambiamento, i nostri diritti, la nostra libertà, la nostra indipendenza, la nostra sovranità popolare, la pace.
Data articolo: Sun, 01 Feb 2026 10:00:00 GMT
di Federico Giusti
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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
di Alessandro Volpi*
Sentire l'intervista di Leonardo Maria Del Vecchio è istruttivo. La sua concezione della politica è quella di molti "liberali pragmatici" del nostro paese. Rispondendo alla domanda di Lili Gruber ha dichiarato di aver votato "a sinistra e a destra", cioè per Renzi e Meloni. Ora, mi sembra già emblematico che per lui la sinistra sia identificata con Renzi, ma soprattutto mi pare eloquente il percorso da Renzi alla Meloni, un itinerario politico dritto e lineare, tutt'altro che contraddittorio che, in molti, troppi, definirebbero liberale e attento al mercato. Quanto al mercato la sua intervista mi è parsa sconcertante, zeppa di luoghi comuni e di una faticosissima retorica del "fare". Il problema, almeno dal mio punto di vista, è che Leonardo Maria Del Vecchio ha una posizione cruciale nel sistema economico e finanziario del nostro paese. Al di là della sua società, da lui più volte citato nell'intervista, che va dal Billionaire e dal Twiga, alla partecipazione in Ima dell'amico Vacchi, a quella in Boem, con Fedez e Lazz, che produce "hard seltzer, ad alcuni ristoranti milanesi, Del Vecchio possiede il 12,5% di Delfin, che ha partecipazioni ben più rilevanti. La holding rigorosamente collocata in Lussemburgo, detiene il 32% di EssilorLuxottica, il 20% di Mediobanca, il 18% di Mps, il 10% di Generali, il 30% di Covivio, la società immobiliare che ha avuto un ruolo centrale nel finanziamento della costruzione del Villaggio olimpico milanese, e il 13% della Compagnia area del Lussemburgo. Alla luce di queste partecipazioni, vorrei fare due considerazioni conclusive. La prima. Data la vicenda Mps-Medobanca e dato il peso del governo Meloni nel sostenerla, non mi stupisce troppo la forte simpatia di Del Vecchio per l'attuale esecutivo, così come non stupisce troppo che gli piaccia il "modello Milano", assai "riformista" in tema urbanistico, vista la partecipazione di maggioranza in Covivio. La seconda, amara, considerazione riguarda l'impressione che l'intervista lascia e la domanda che pone: ma che classe dirigente imprenditoriale ha l'Italia?
*Post Facebook del 31 gennaio 2026
Data articolo: Sat, 31 Jan 2026 21:00:00 GMT
di Giulio Pizzamei*
Raduni apertamente "nostalgici", rievocazione di figure storiche macchiatisi di efferati crimini, infinite lamentele ogni volta che si protesta contro la presenza di organizzazioni neofasciste in organi ed ambienti istituzionali. Non è un caso, non è perbenismo e non è libertà di espressione; è il risultato di decenni di revisionismo della democrazia. Dopo le barbarie fasciste che hanno portato a un milione di morti in tutta Italia, il nostro popolo ne aveva avuto abbastanza. Per questo negli anni successivi alla guerra, a parte in qualche circolo di irriducibili mai puniti per le atrocità commesse, il sentimento antifascista univa la grande maggioranza del popolo italiano, diviso su molti aspetti ma coeso davanti a quel solenne e sofferto "mai più". La nostra democrazia, conquistata con il sangue dei partigiani, sembrava la più grande garanzia che il nostro popolo avesse mai avuto contro l'oppressione, un pilastro inamovibile contro ogni forma di autoritarismo. Oggi quello che troviamo a proteggerci dal fascismo è una modello politico stanco, manipolato per anni dal nemico, che accetta sempre di più compromessi con un movimento che del totalitarismo del "nessun compromesso" ha fatto il suo grido di battaglia.
La retorica neofascista degli ultimi decenni invoca il diritto di rappresentanza per un'ideologia apertamente autoritaria e repressiva in nome della democrazia. Questo ad alcuni può sembrare il più alto livello di libertà, una società in cui tutti, ma proprio tutti, possano vivere la propria fede politica come meglio credere. Così non è. Una democrazia che non si vuole più definire antifascista non è garanzia di libertà, è una debole preda del suo più grande nemico pratico ed ideologico. Purtroppo questa consapevolezza sembra essersi persa con il tempo, il sangue di Matteotti è stato lavato dalle strade e il nero manto della comoda (e tipicamente europea) amnesia ha coperto i suoi insegnamenti.
Le parole del Generale Vannacci riguardo all'annullata conferenza di ultradestra che doveva tenersi a Montecitorio il 30 gennaio possono sembrare quasi un capriccio, sicuramente deboli in confronto all'immaginario comune che si ha dei leader di estrema destra. Si parla di "morte della democrazia" come se la maggior parte del suo elettorato e delle sue amicizie politiche non siano molto vicini, se non direttamente coinvolti, con ambienti apertamente nostalgici di un regime dittatoriale e totalitario. Un controsenso a prima vista, ma lo è veramente?
Bisogna ricordare che il ventennio fascista, il periodo più buio della nostra storia, non è iniziato con un colpo di stato ma con una rapida e legittimata presa di controllo della democrazia liberale da parte dei fascisti. L'indifferenza (e a volte complicità) delle forze dell'ordine, la sottovalutazione della svolta autoritaria e la normalizzazione del movimento stesso hanno portato l'Italia, ancora prima della marcia su Roma, ad un punto di non ritorno di cui oggi conosciamo molto bene gli orrori. Questo per dire che, nonostante democrazia e fascismo siano nemici ideologici, quest'ultimo dalla sua nascita sfrutta il buonismo e l'indifferenza liberale della prima per salire al potere inosservato, fino a che non diventa troppo tardi per formare una risposta adeguata. Così è successo in passato in Italia, in Germania, così sta succedendo oggi negli Stati Uniti e così sta risuccedendo (anche se in maniera leggermente più subdola) nel nostro paese proprio in questi anni. Difficile dire se è stato già raggiunto, almeno nello stivale, il già citato punto di non ritorno. Vengono approvati disegni di legge sempre più repressivi, il revisionismo storico diventa un obiettivo politico, la popolazione viene spinta all'autoritarismo spaventandola con pericoli immaginari; ma forse non è ancora troppo tardi.
Il 30 gennaio è stata negata pubblicità e spazio politico ad un'organizzazione neofascista. Non c'è alcun bisogno di giustificare questa affermazione perché le sue motivazioni sono le basi della nostra democrazia, diversa da quella liberale di inizi novecento perché fondata su quel "mai più" che ancora gela il sangue di chi la morte della democrazia l'ha vissuta sulla propria pelle. Il dialogo è parte fondamentale della democrazia, proprio per questo va protetto da chi l'espressione del proprio pensiero la puniva con manganelli ed olio di ricino.
*Giulio Pizzamei è studente alla Scuola di Giornalismo della fondazione Lelio e Lisli Basso.
Data articolo: Sat, 31 Jan 2026 16:00:00 GMT
di Vincenzo Brandi
di Francesco Fustaneo
Puntuali come le zanzare in estate, tornano ogni anno, all’approssimarsi della Giornata della Memoria, le critiche a chi ricorda come La vita è bella di Roberto Benigni avrebbe “capovolto la realtà storica”. Il cuore della polemica è la scena del carro armato statunitense che libera un campo di concentramento che il pubblico associa in massa ad Auschwitz.
Nell’ultimo giro di polemiche, David Puente di Open risponde con un fact-checking: si tratterebbe di “un’accusa falsa, costruita su un presupposto che nel film non esiste: Auschwitz non viene mai nominato, né indicato come luogo dell’ambientazione” scrive su Facebook.
Ora, il punto che qualsiasi interlocutore intellettualmente onesto non potrebbe negare, non è la mancata menzione esplicita nel film. È piuttosto l’evidenza che Benigni non poteva non sapere che la stragrande maggioranza degli spettatori lo avrebbe associato – con tanto di ingresso tronfio del carro armato USA – automaticamente proprio ad Auschwitz.
Auschwitz, la cui liberazione sovietica del 27 gennaio 1945 dà la data alla Giornata della Memoria, non fu solo il più grande campo di sterminio (oltre un milione di vittime). Fu anche il lager in cui fu deportata la quasi totalità degli ebrei italiani, come il Guido Orefice, personaggio di fantasia, interpretato dallo stesso Benigni.
I dati della Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC) sono inequivocabili: su 6.806 ebrei italiani arrestati e deportati, ben 6.007 finirono proprio ad Auschwitz. Di questi, solo 363 sopravvissero. Mentre degli ebrei italiani deportati in altri campi (610 persone), la maggioranza (440) sopravvisse. Se poi consideriamo che, tra i morti in altri lager, 82 perirono a Ravensbrück – campo liberato anch'esso dai sovietici – è chiaro che ogni difesa aprioristica basata sul solo dato testuale del film appare insufficiente.
Curiosamente, lo stesso articolo di Puente porta un argomento che si rivolge contro la sua stessa tesi. Si richiama alla storia di Guido, marito della soprano Dora De Giovanni (a cui sarebbe ispirato il nome del personaggio interpretato da Nicoletta Braschi), deportato e ucciso a Mauthausen – un campo liberato dagli americani. Se si invoca la mancanza di un'esplicita citazione di Auschwitz per difendere il film, non ha senso logico invocare la presenza di un'altra storia, legata a un altro campo parimenti non menzionato, per sostenere la sceneggiatura. Il ragionamento è circolare.
Il dato di fatto, storico e percettivo, resta uno: chiunque vide il film in sala – me sedicenne e a digiuno di storia compreso – associò immediatamente quel campo ad Auschwitz, uscendo con una nozione storicamente fuorviante. Il Benigni regista, costruisce un potente simbolo del genocidio, ma nel farlo ne altera consapevolmente o meno, un dettaglio cruciale per la memoria collettiva.
La domanda che rimane, e che va oltre le dispute da fact-checking, è d’impatto culturale: se Benigni avesse mostrato i sovietici liberare Auschwitz, quel film avrebbe conquistato la stessa fama mondiale e tre Premi Oscar? Qualcosa suggerisce di no. E tutte queste riflessioni non possono essere omesse da un dibattito in merito.
Data articolo: Sat, 31 Jan 2026 16:00:00 GMT
di Michelangelo Severgnini
La ventiduesima puntata di Radio Gaza è disponibile in inglese a questo link:
https://www.youtube.com/watch?
Di seguito i testi tradotti in italiano.
Radio Gaza - cronache dalla Resistenza
Una trasmissione di Michelangelo Severgnini e Rabi Bouallegue
In contatto diretto con la popolazione di Gaza che resiste e che ha qualcosa da dire al mondo...
Episodio numero 22 del 29 gennaio 2026
La campagna “Apocalisse Gaza” raggiunge oggi il suo 224° giorno, avendo raccolto 145.745 euro da 1.723 donazioni e già inviato a Gaza 144.902 euro in valuta.
Per donazioni: https://paypal.me/
Conto corrente temporaneo per le donazioni:
SANDALIA ONLUS ATTIVITA' DI ORGANIZZAZIONE PER LA COOPERAZIONE E LA SOLI
IBAN: IT 79 J 01015 86510 000065016676
BIC: BPMOIT22 XXX
Causa: Apocalisse Gaza
I giorni del World Economic Forum di Davos se ne sono andati lasciando negli occhi tante belle slide sfavillanti e piene di felicità. Grandi grattacieli, turismo internazionale, attività produttive. Il tutto là dove da oltre due anni si sta compiendo il genocidio.
E’ un mondo meraviglioso. Un mondo di grandi sognatori.
Si chiamano già oggi “zone verdi”, ossia angoli della Striscia dove è già stata autorizzata la ricostruzione. A beneficio di chi, ancora non è chiaro.
Di chi avrà i soldi per comprare queste nuove proprietà. Oppure saranno pacchetti tutto incluso per interi stock di nuovi coloni. 800 famiglie da collocarsi per esempio a Beit Hanoon and Beit Lahiya il prima possibile, come riporta una fonte a Haaretz.
E i Palestinesi? Nei campi di concentramento. “Vegas-ificazione” è stata definita da Ali A Alraouf, a professor of architecture and urbanism.
Grandi campi di concentramento incastonati tra una proprietà e l’altra, demilitarizzate e sottoposte a controllo facciale.
Come avere dei parchi con tanto di zoo e animali dentro le gabbie, solo che in questo caso sarebbero uomini, donne e bambini.
Quindi la ricostruzione può cominciare.
Ora che anche l’ultimo corpo di Ran Gvili è stato recuperato e riconsegnato ad Israele, dopo aver distrutto quartieri di Gaza Città e persino profanato cimiteri alla ricerca della salma perduta, finalmente la fase 2 può cominciare.
Beit Hanoun nell’estremo Nord della Striscia e Rafah nell’estremo sud sono le due aree designato per l’inizio della ricostruzione, tutte aree che cadono all’interno della attuale zona gialla, ossia, quel 56% della Striscia sotto il controllo delle IDF.
Anzi, Nuova Rafah. Questo sarà il nome della nuova città che sorgerà sul confine con l’Egitto.
Vi è piaciuta questa favola?
Bene, adesso mettete a letto i bambini, perché comincia la storia vera.
<<Questa mattina, gli aerei israeliani hanno bombardato le zone di Beit Al Hanoun, due bambini sono stati martirizzati, non avevano nemmeno 10 anni. Questi sono gli obiettivi dell'esercito israeliano, e queste sono le violazioni che mette in atto quotidianamente ai danni della Striscia di Gaza. Uccidono donne e bambini, nient'altro. L'esercito israeliano e il primo ministro Nethanyahu non si sono saziati del sangue dei palestinesi. Continuano ad uccidere bambini tutti i giorni, e in tutte le ore.
Quello che succede a Gaza Città, e sopratutto nella zona di Al Zaytun, Al Daraj e a Al Shajaya. L'operazione è iniziata quattro giorni fa. L'obiettivo dichiarato dell'operazione - che è una menzogna - è la restituzione dei resti dell'ostaggio israeliano ma dopo averne ritrovato la salma, e bisogna dire che la posizione della località che Hamas e la Resistenza hanno comunicato ai mediatori e agli Stati Uniti, è molto lontana dalla località dove avvengono le operazioni israeliane. L'obiettivo dell'operazione non è la restituzione della salma, perché quest'ultima si trovava in un cimitero nella parte Est di Via Al Zaytun, in un cimitero che si chiama ''Al Batch'', però le operazioni israeliane avvengono ad Ovest, a Sud, a Nord dalla località dove si trova la salma. L'esercito israeliano sta distruggendo intere zone residenziali, nella località di Al Daraj, nella zona di Sanafor, la zona (Via) dei martiri. Distruzione di un numero elevato di alberi in questa zona, in quanto si tratta di un area agricola, e gli alberi sopravvissuti durante la guerra di sterminio degli ultimi due anni sono stati distrutti. L'operazione non ha come obiettivo la restituzione della salma, però io credo, e in molti qui a Gaza credono, che l'operazione militare è la continuazione della guerra di sterminio, che non si è fermata con la tregua, il cui vero obbiettivo era alleggerire la pressione mediatica globale contro gli Stati Uniti e Israele. La guerra di sterminio è ancora in corso con la distruzione di ciò che rimane delle case a Gaza Città. L'obiettivo dell'operazione è la cancellazione di Gaza Città, svuotandola totalmente dei suoi abitanti, per essere pronta e priva di edifici, residenti, in nome degli obiettivi di investimento di Jared Kushner, cognato del presidente Trump. L'unico obiettivo dell'operazione militare è la distruzione degli edifici per cancellare Gaza Città e svuotarla di edifici e abitanti. Se torniamo alle mappe e ai video diffusi da Jared Kushner, vedremo che questa zona (Gaza Città) è stata presentata da lui senza edifici. La zona di Al Tufah e al Daraj sono state presentate come una zona desertica e senza edifici e ciò non corrisponde alla realtà dei fatti. Qua sono presenti edifici e persone. L'obiettivo è la cacciata degli abitanti da questa zona, in preparazione di un progetto di investimento turistico americano a Gaza Città, e in generale in tutta la Striscia>>.
In Beit Hanoun Israel has flattened 408,000 square meters of Palestinian homes and infrastructure, using settler’s bulldozers from over the border.
Con la scusa di cercare l’ultimo corpo, nel frattempo si è finito di demolire ciò che ancora stava in piedi.
E allora prendiamo un attimo la mappa.
Vediamo Beit Hanoun. Vediamo Al Tuffah e al Darraj.
Ma a queste favole c’è un contraltare. Ogni sogno si scontra con la realtà. Anche i sogni dei colonialisti si scontrano con la realtà.
La governance è un concetto scivoloso. Occorre qualcuno che governi e un piano preciso su cosa fare. Ma occorre anche qualcuno che voglia essere governato.
"Abbiamo un piano generale. Non esiste un piano B", ha sostenuto Jared Kushner a Davos, mentre illustrava le sue slide.
La Nuova Rafah sarà in piedi nel giro di 2-3 anni.
"Abbiamo già iniziato a rimuovere le macerie e a effettuare alcune demolizioni. E poi Nuova Gaza. Potrebbe essere una speranza, potrebbe essere una destinazione, potrebbe avere molte industrie.”
Che bello il sogno della Riviera of the Middle East.
E se Hamas non disarma?
"Se Hamas non si smilitarizzerà, sarà questo a impedire alla popolazione di Gaza di realizzare le proprie aspirazioni", ha affermato.
Ah, ecco. E’ chiaro il concetto. Laddove 200.000 tonnellate di esplosivo lanciate su Gaza non sono riuscite a convincere l’intero popolo, ci riusciranno le lusinghe di vivere finalmente in una riviera di pace, da guardare da dietro le sbarre dei campi di concentramento per i Palestinesi, però.
Capito la sottile analisi di Kushner? Lui costruisce il sogno e se poi i Gazawi non lo vogliono, peggio per loro.
E se Hamas non disarma?
“Non possiamo ricostruire”, ha risposto Kuchner.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato martedì che il disarmo di Hamas "sarà fatto nel modo più semplice, o nel modo più difficile".
"Ho già sentito dichiarazioni secondo cui consentiremo la ricostruzione di Gaza prima della smilitarizzazione. Questo non accadrà", ha affermato.
"Israele manterrà il controllo di sicurezza sull'intera area dal fiume Giordano al mare, e questo vale anche per la Striscia di Gaza".
Finalmente uno che ha le idee chiare. Senza disarmo non c’è ricostruzione, non scherziamo.
Il che significa, al fondo, solo una cosa: senza consenso dei Palestinesi di Gaza, non verrà collocato un mattone di tutta questa Riviera.
<<La situazione a Beit Hanoun è molto complicato, non è ancora certo se l'esercito israeliano lo controllerà definitivamente del tutto, però ci sono evoluzioni importanti che potrebbero incidere sulla sorte della città.
I giorni a Beit Hanoun passano con questa difficile situazione, apparentemente piena di preoccupazione e attese, e i suoi abitanti sono ancora impossibilitati al ritorno nelle loro case, alla luce del costante controllo dell'esercito israeliano nelle zone. e questo rappresenta un pericolo che impedisce un ritorno normale della vita. Case chiuse e ricordi intrappolati dietri strade proibite, mentre gli abitanti vivono con la speranza di un ritorno vicino, nonostante la difficile realtà e la prolungata assenza. Le esigenze aumentano, giorno dopo giorno, sia per quanto riguarda il cibo e l'alloggio, o l'assistenza psicologica sopratutto per i bambini e gli anziani>>.
<<Oggi c'è stata una campagna per acquistare 300 pagnotte di pane e distribuirle alla popolazione locale.
Il pane è ancora scarso per la popolazione, poiché il costo della cottura del pane in casa è elevato a causa della mancanza di combustibile e del prezzo elevato della legna da ardere. Nonostante si sia entrati nella seconda fase, la maggior parte della popolazione della Striscia di Gaza non dispone di gas per cucinare, e ci stiamo preparando ad entrare nel mese del Ramadan, e la gente qui sta soffrendo una crisi alimentare>>.
Un aiuto istantaneo, capillare ed efficace.
This is not commentary about Gaza. This is Gaza speaking.
Ma perché Gaza possa parlare e difendersi da sé, con le buone o con le cattive, a seconda dei gusti di Netanyahu, ha bisogno di stare in salute e in forze.
La Resistenza non si fa a stomaco vuoto.
<<Con l'arrivo dell'inverno, le sofferenze delle famiglie che vivono nelle tende si moltiplicano, poiché queste non le riparano dal freddo gelido né dalle piogge torrenziali. Le tende logore non resistono al vento e il terreno fangoso aumenta le sofferenze dei bambini e degli anziani, in un contesto di grave carenza di coperte, vestiti invernali e mezzi di riscaldamento.
Qui l'inverno non è solo una stagione, ma una dura prova di pazienza e umanità. Bambini che tremano dal freddo, madri incapaci di proteggerli, famiglie che trascorrono lunghe notti nella paura costante che l'acqua penetri nelle tende e che queste crollino>>.
Ora che il Board of Peace è stato inaugurato, il veterano Bulgaro e diplomatico dell’ONU, Nickolay Mladenov non sa già da che parte girarsi.
Servono soldi, tanti soldi, anche per i sogni più ingenui e fantasiosi, come quelli di Jared Kuchner.
Ma serve soprattutto qualcuno che conquisti la fiducia dei Palestinesi sul campo.
E, diciamocelo chiaro, che fiducia può ispirare un bulgaro a Gaza?
Per questo esiste il NCAG, il National Committee for the Administration of Gaza.
Il Piano di Trump, al di là delle parole sparate in aria, ha bisogno di fatti concreti e i risultati dipendono quasi esclusivamente da quanto questo comitato sarà convincente di fronte ai Palestinesi.
Ed ecco spuntare un’altra figura chiave: Ali Shaath, il suo presidente, il “commissario capo”.
E’ lui cha parla direttamente con la gente a Gaza. Un po’ come facciamo noi qui a Radio Gaza. Solo che lui fa per conto di Trump, noi lo facciamo per conto nostro.
Ecco le sue prime dichiarazioni: "Passo dopo passo, con disciplina e determinazione, ricostruiremo una Gaza capace di autosufficienza, e la trasformeremo in un centro di libertà, opportunità e pace".
Shaath, ingegnere ed ex viceministro dei trasporti dell'Autorità Nazionale Palestinese, ha affermato che la missione del NCAG era "ripristinare l'ordine, ricostruire le istituzioni e ricreare un futuro per il popolo di Gaza definito da opportunità e dignità, secondo il principio di un'unica autorità, una sola legge e un'unica arma".
Secondo i documenti forniti dall'amministrazione, "un'arma" significa che il possesso di armi nella futura Gaza potrà essere "autorizzato da una sola autorità (NCAG)".
Hamas, da parte sua, avrebbe concordato in linea di principio di consegnare le sue armi pesanti, come razzi e artiglieria, a un'amministrazione palestinese, e si dice che sia pronta ad accettare il NCAG.
La dichiarazione è stata rilasciata all'AFP da Hazem Qassem, portavoce del gruppo: "I protocolli sono stati preparati, i dossier sono stati finalizzati e le commissioni sono incaricate dell'operazione", ha affermato, sottolineando che l'obiettivo è un passaggio di consegne efficace "in tutte le aree".
Il Comitato nazionale per l'amministrazione di Gaza, a cui fa riferimento Hamas, ha il compito di supervisionare gli affari civili, gestire i servizi pubblici e coordinare le funzioni amministrative in tutto il territorio.
Tutti d’accordo, dunque. Hamas, che è il legittimo governo, si lascia governare.
Apparentemente. Ma chi terrà il pallino in mano?
<<Di solito, quando Hamas parla di consegna del governo a una commissione tecnica, ciò significa liberarsi dell'onere amministrativo e politico diretto, senza rinunciare al potere effettivo.
Consegna delle armi pesanti: spesso si intende le armi visibili o quelle che costituiscono una pressione politica internazionale, non lo smantellamento completo della capacità militare.
La resa avviene quando l'organizzazione viene sciolta, si rinuncia completamente alle armi o si accettano le condizioni dell'altra parte senza contropartita. E questo non è ancora all'ordine del giorno>>.
L’ordine del giorno è sempre lo stesso. Non ci sono piani per Gaza, né per la Palestina. Non ci sono piani e non ci sono risoluzioni. Non ci sono mai stati.
In January 2026, U.S. President Donald Trump indicated he would be governed by his "own morality" rather than international law, stating, "I don't need international law”.
He was answered by William Hague (Former UK Foreign Secretary) who noted that international law is "collapsing all around us," with powerful nations like the US, Russia, and China acting in an imperial manner.
Ayman Safadi (Jordanian Foreign Minister) cited in 2025, he described Gaza as a "graveyard for international law" and a "shameful stain on the whole international order".
E allora, se non esiste più la legge internazionale, cosa resta?
Restano i rapporti di forza.
Quelli che saranno misurati molti presto tra Iran e Israele, tra Occidente allargato e Asia, tra Stati Uniti e Cina.
I Palestinesi lo hanno sempre saputo. E al momento, è l’unica cosa che li distrae. I disegni di Kuchner per loro sono solo scarabocchi.
<<Nelle circostanze attuali, a Gaza prevalgono sentimenti di preoccupazione misti a cauta attesa, poiché molti ritengono che qualsiasi escalation diretta tra Israele e Stati Uniti contro l'Iran potrebbe cambiare le regole del gioco nella regione. Gli abitanti di Gaza prevedono che la prossima guerra potrebbe essere devastante e totale, ma potrebbe anche rappresentare un'opportunità per cambiare la situazione attuale. Alcuni ritengono che Israele e Stati Uniti stiano cercando di colpire gli alleati dell'Iran nella regione, compresa la resistenza palestinese, per minarne l'influenza.
Sentimenti e aspettative della popolazione di Gaza. Preoccupazione e attesa. Prevale un senso di preoccupazione per l'impatto della prossima guerra su Gaza, soprattutto alla luce del continuo assedio e del deterioramento della situazione umanitaria.
Alcuni ritengono che la guerra possa essere un'opportunità per porre fine all'occupazione e revocare l'assedio su Gaza, ma potrebbe anche essere rischiosa.
Paura di un'escalation Alcuni prevedono che la guerra potrebbe portare a un'escalation militare su larga scala nella regione, con conseguente aumento della distruzione e delle vittime.
L'opinione della popolazione sulla guerra imminente. La guerra come necessità. Alcuni ritengono che la guerra sia necessaria per porre fine all'occupazione e revocare l'assedio su Gaza.
La guerra come suicidio. Altri ritengono che la guerra sarebbe un suicidio e porterebbe alla distruzione totale della regione.
L'obiettivo di Israele e degli Stati Uniti è colpire gli alleati dell’Iran. Molti ritengono che Israele e gli Stati Uniti stiano cercando di colpire gli alleati dell'Iran nella regione, compresa la resistenza palestinese, per minarne l'influenza.
Alcuni cercano di colpire l'Iran stesso per minarne l'influenza nella regione. In generale, a Gaza prevalgono sentimenti di preoccupazione misti a cauta attesa, poiché molti ritengono che qualsiasi escalation diretta tra Israele e America contro l'Iran potrebbe cambiare le regole del gioco nella regione>>.
di Geraldina Colotti,
Caracas
Esiste una forma di parassitismo intellettuale che fiorisce nei momenti di massima tragedia nazionale. È la postura di chi, protetto da una cattedra o da una vecchia rendita di posizione accademica, si erge ad autorità costituzionale per processare chi, sul campo, deve garantire la sopravvivenza di un popolo. C’è chi ha masticato malamente un po’ di operaismo del secolo scorso, travisandolo, per trasformarlo oggi in un’arma da scagliare contro lo Stato bolivariano proprio mentre questo subisce un’aggressione militare senza precedenti.
Capita, così, di leggere articoli dal sapore surreale ad uso e consumo di chi, nel proprio paese, ha visto passare tutti i treni dal buco della serratura, e oggi si affida a chi, stando fuori dal Venezuela, non ha mai neanche provato a governare la sedia su cui sta ben seduto. Si utilizza per questo una tecnica classica: mescolare dati tecnici decontestualizzati con la voce di una presunta "opposizione di sinistra" per dare una parvenza di oggettività a quello che è, in realtà, un sostegno implicito alla strategia di Washington.
Il grottesco raggiunge l'apice quando questa presunta "critica antiautoritaria" finisce per trovarsi sotto lo stesso tetto di burocrati esautorati che, pur di mantenere il proprio piccolo potere di apparato, hanno scelto di farsi orientare da un cieco dottrinarismo di marca europea. Vedere chi si professa "di sinistra radicale" allearsi, nei fatti e nelle piazze, con il fascismo di Maria Corina Machado e con gli ultraliberisti che hanno benedetto l'invasione militare e il sequestro del Presidente Maduro, non è più un errore di analisi, ma uno schieramento preciso che chiude un circolo vizioso caro alle “piattaforme girevoli” post-novecentesche.
Quali sono, infatti, le “fonti” di cui ci si serve? Spesso si tratta di sigle nate da scissioni o gruppuscoli intellettuali che, pur dichiarandosi di sinistra, hanno assunto posizioni funzionali alla destra nei momenti di massima tensione, puntando sulla critica alla "deriva autoritaria" proprio quando lo Stato è sotto attacco armato, e soprattutto alleandosi con chi è portatore del neoliberismo più sfrenato.
Si citano “esperti” che vivono in Europa, noti per una critica “accademica” che da anni converge con le narrazioni del Dipartimento di Stato USA. La loro "difesa della Costituzione" ignora sistematicamente lo stato di necessità e l'aggressione imperialista, riducendo la lotta geopolitica a una questione di "gestione democratica" interna. In barba al tanto decantato “pluralismo”, ci si riferisce esclusivamente a un cartello – tanto minuscolo quanto eterogeneo - che unisce settori del “sindacalismo critico” e gruppi che, pur condannando formalmente l'imperialismo, di fatto si mobilitano contro il governo in coordinamento con le agende di destabilizzazione, chiedendo "transizioni democratiche" proprio mentre il presidente e una deputata della Repubblica, sua moglie, vengono sequestrati da una potenza straniera.
Si prende per oro colato la posizione di una micro-frazione del Partito comunista venezuelano, ignorando quella della maggioranza di quello stesso partito, che, con i suoi dirigenti storici, continua a difendere la rivoluzione bolivariana. Il fatto che non abbiano per questo più alcuna base popolare – quella base che vede nell'unità del quadro dirigente e nell'unione civico-militare l'unica garanzia di sopravvivenza della nazione – non viene tenuto in conto: così come non viene considerata sospetta l'eco mediatica che essi ricevono a livello internazionale.
Questi critici "critici" non hanno mai accettato nemmeno la Legge Antibloqueo. Ma cosa avrebbero voluto fare? La loro nonviolenza burocratica è solo la maschera di un'impotenza che, incapace di fare la rivoluzione, preferisce consegnare il Paese ai protettorati statunitensi pur di vedere sconfitto il "modello Maduro". Difendono una sovranità di carta mentre il nemico reale calpesta il suolo venezuelano. La realtà è che non esiste sovranità senza produzione, e non esiste produzione senza la capacità tattica di rompere l'assedio.
Certi “articoli” andrebbero visti per quello che sono: un esempio di guerra cognitiva, che impiega termini cari alla sinistra ("sovranità", "diritti dei lavoratori", persino "comunismo") per giustificare il ritorno della Doctrina Monroe. Il fatto che Rubio minacci Delcy Rodríguez di fare “la fine di Maduro” dimostra che la riforma non è un cedimento, ma una mossa tattica che l'impero teme, perché permette a Caracas di avere ossigeno finanziario (i 300 milioni già destinati ai salari) nonostante il sequestro dei suoi leader.
L'argomento principale usato dai detrattori della riforma è che essa rappresenti lo smantellamento del modello di sovranità petrolifera di Hugo Chávez. Questa è una lettura superficiale e decontestualizzata, già viziata in partenza al momento dell'approvazione della Legge anti-bloqueo, varata per uscire dall'angolo mefitico in cui era stata chiusa l'economia venezuelana con le “sanzioni”. In realtà, la riforma istituzionalizza i Contratti di Partecipazione Progettuale (Cpp) come risposta pragmatica e necessaria a un regime di sanzioni che impedisce allo Stato di investire direttamente miliardi di dollari.
Una porta stretta, certo, un braccio di ferro ingaggiato con la prima potenza mondiale, ma non una svendita. Non è , infatti, un ritorno alla privatizzazione, ma una delega operativa controllata: lo Stato mantiene la proprietà delle riserve e la direzione strategica, mentre il partner privato si assume il rischio e i costi in un momento in cui le casse pubbliche sono colpite dal blocco finanziario.
Come prevede la costituzione bolivariana, le leggi non possono essere retroattive e, com'è avvenuto in questo caso con le consultazioni che si sono tenute in tutte le strutture dei lavoratori, è stata approvata da loro, è passata in prima battuta in parlamento, e tornerà di nuovo alle istanze popolari.
Per quanto riguarda il cosiddetto modello Chevron e il potere di commercializzazione concesso ai privati, bisogna sottolineare che non si tratta di una rinuncia alla sovranità, ma di un meccanismo di difesa. Consentire ai partner di vendere direttamente la loro quota di produzione, a patto che il prezzo sia superiore a quello ottenuto dalle imprese statali e che i proventi passino per la Banca Centrale del Venezuela, è l'unico modo per rompere l'assedio.
Washington può sanzionare l'azienda di Stato Pdvsa, ma ha più difficoltà a bloccare ogni singola transazione di partner internazionali. È una tattica di diversificazione delle rotte commerciali per garantire che il petrolio arrivi sul mercato e i dollari arrivino ai lavoratori venezuelani.
Sulla questione della riduzione delle royalties dal 30% al 20% o 15%, certi “articoli” omettono di spiegare che si tratta di una misura flessibile e reversibile. Viene applicata solo quando la redditività di un progetto è messa a rischio dalle condizioni eccezionali imposte dal blocco. È uno strumento di incentivazione per attrarre capitali in aree ad alto rischio geopolitico.
Appena le condizioni migliorano, lo Stato ha il potere di ripristinare l'aliquota piena. Definire questo un cedimento significa ignorare che un campo petrolifero fermo per mancanza di investimenti produce zero entrate, mentre un campo attivo con royalties ridotte garantisce comunque risorse per la spesa sociale e il salario minimo.
L'inserimento di meccanismi di arbitrato indipendente non è un indebolimento della sovranità giuridica, ma una necessità tecnica nel nuovo ordine multipolare. Per lavorare con i partner dei Brics+ e con altre potenze non occidentali, è necessario offrire una cornice di sicurezza che non dipenda dagli umori politici di Washington.
Al contrario, la nuova piattaforma tecnologica annunciata da Jorge Rodríguez per l'audit in tempo reale rappresenta un aumento della sovranità digitale e della trasparenza: per la prima volta, ogni centesimo che entra potrà essere monitorato dai cittadini, contrastando la burocrazia e la corruzione.
Per fare di meglio, i critici-critici che vivono comodamente in Europa, dovrebbero mobilitarsi non contro chi cerca di aprire brecce in un sistema capitalistico globale partendo da una situazione svantaggiata per essere un paese del sud, ma per cercare di non finire in ginocchio come la Grecia di Tsipras, e aprire brecce di vera democrazia anche in Europa: perché, com'è ormai evidente, di fronte all'arroganza imperialista che non conosce freni, nessuno si salva da solo.
C'è inoltre da chiedersi come reagiranno ora i critici-critici, sempre pronti a parlare di autoritarismo, davanti all'annuncio di amnistia fatto da Delcy Rodríguez presso il Tribunale Supremo di Giustizia. Per anni hanno alimentato la narrazione dell'estrema destra sui presunti prigionieri politici: in realtà politici prigionieri, figure che in paesi come l'Italia – dove il Partito Democratico e i suoi alleati hanno reso quasi impossibile concedere amnistie e considerano normale la tortura del 41 bis – marcirebbero all'ergastolo per i crimini commessi.
La decisione di trasformare l'Elicoide (che non è certo nato con il chavismo) in un grande centro culturale è la risposta definitiva di chi, pur sotto il ricatto di avere un presidente sequestrato, non ha avuto e non ha paura della democrazia. In Venezuela, il socialismo bolivariano ha sempre fatto affidamento sul consenso, limitando al minimo il momento della coercizione.
Eppure, c'è da scommettere che questi burocrati del pensiero, pur di non ammettere la lungimiranza del quadro dirigente bolivariano, troveranno il modo di criticare anche questo atto di pacificazione, confermando la loro alleanza oggettiva con chi vuole solo il sangue e la restaurazione neoliberista.
Invece, l'atmosfera che si respirava ieri nell'aula del Tribunale Supremo di Giustizia non era quella di un paese in ginocchio, ma di una nazione che ha trasformato il dolore in orgoglio combattente. C'era un'elettricità emotiva densa, un senso di comunione profonda, manifestato con un crescendo di applausi. Lungo, interminabile, quello tributato al capitano Diosdado Cabello: un riconoscimento spontaneo a chi, insieme al popolo, sta tenendo la barra dritta nella tempesta.
Il ricordo dei caduti cubani e venezuelani del 3 gennaio è stato il momento del silenzio che parla. I nomi di chi ha dato la vita per difendere il suolo patrio dall'invasione mercenaria sono stati evocati non come ombre, ma come radici. In quel solenne omaggio, la fratellanza tra Cuba e Venezuela è apparsa più forte di qualsiasi bloqueo, cementata dal sangue versato contro lo stesso aggressore.
E quelle “femministe nonviolente” che plaudono al premio Nobel per la pace riscosso dalla trumpista Machado, avrebbero dovuto ascoltare la relazione tenuta dalla presidenta del Tribunal Supremo de Justicia, Caryslia Rodríguez. Una magistrata che ha parlato non solo come giurista, ma come figlia di una rivoluzione che ha femminilizzato il potere.
Mentre i "critici-critici" si perdono in cavilli maschilisti sulla purezza della norma, lei ha contrapposto la concretezza della giustizia riparativa. È un femminismo che non chiede il permesso a Washington, ma che si impone con la forza della Costituzione e con la sensibilità di chi sa che la pace si costruisce curando le ferite della guerra militare e di quella cognitiva.
Il discorso della magistrata Caryslia Beatriz Rodríguez non è stato solo un atto formale, ma una riaffermazione del femminismo popolare e istituzionale che caratterizza la Rivoluzione Bolivariana, specialmente in questo momento di emergenza nazionale dopo il 3 gennaio. Caryslia ha proiettato l'immagine di un potere giudiziario che non è più una torre d'avorio maschile e fredda, ma uno scudo per la nazione.
Ha sottolineato come l'aggressione imperiale, il sequestro e il blocco siano forme di violenza patriarcale che colpiscono in primis le donne, pilastri dell'economia familiare. La sua stessa presenza come Presidenta, insieme alle altre magistrate, è la prova che in Venezuela le donne non sono "vittime", ma soggetti politici che amministrano la legge in nome della pace con giustizia sociale.
Il femminismo del TSJ si è manifestato nel sostegno totale all'amnistia e alla trasformazione dell'Elicoide, proposte dalla presidenta incaricata. Caryslia ha declinato la giustizia non come vendetta (tipica del modello patriarcale-punitivo), ma come riparazione e trasformazione culturale. Decidere di sostituire le sbarre con la cultura è un atto di "politica della cura" verso il tessuto sociale lacerato dalla destra. Caryslia ha espresso una solidarietà di genere profonda verso la Vicepresidenta Delcy Rodríguez e verso Cilia Flores, definendo il sequestro di quest'ultima un attacco alla dignità di tutte le donne venezuelane.
Ha ribadito che il comando del paese, in questo momento nelle mani di una donna come Delcy, è la garanzia che la rivoluzione non vacillerà, perché le donne venezuelane sono abituate a resistere nei momenti di massima pressione. Nel suo discorso ha evocato una giustizia che difende la "Pachamama" dalle grinfie delle transnazionali. Il suo femminismo è ecologista e sovrano: proteggere le risorse energetiche significa proteggere il futuro delle figlie e dei figli del Venezuela.
Ma è stato l'intervento di Delcy Rodríguez a dare la dimensione universale della battaglia che si sta svolgendo in Venezuela. Con voce ferma, ma con gli occhi pieni di dolore, ha elevato un omaggio vibrante alla Palestina. Ricordando il genocidio a Gaza, la presidenta incaricata ha tracciato una linea diretta tra le macerie della terra palestinese e le “sanzioni” criminali contro il Venezuela: è lo stesso imperialismo che calpesta il diritto internazionale, che usa la forza bruta per ignorare la sovranità dei popoli. In quell'aula, la causa palestinese e quella venezuelana si sono fuse in un unico grido contro l'impunità di Washington.
Delcy ha ricordato di essere diventata avvocata per ottenere giustizia per la morte del padre, Jorge Antonio, morto sotto tortura nelle carceri della “democrazia camuffata” della IV Repubblica. Un'eredità che, orgogliosamente, ogni anno celebra insieme al fratello, Jorge Rodriguez, oggi presidente del Parlamento, e che indica la continuità di ideali del socialismo del XXI Secolo con quello del Novecento, il secolo delle rivoluzioni.
L'annuncio della trasformazione dell'Elicoide, da centro di detenzione a polo di irradiazione culturale, ha chiuso il cerchio di una giornata storica. Mentre Rubio minaccia, e il suo modello capitalista in crisi strutturale che non ha più nulla da offrire cerca di divorare le risorse del paese, Caracas resiste e risponde con i libri, la musica, l'elaborazione collettiva della ferita sociale, e con la clemenza verso chi è stato usato come carne da cannone dall'ultradestra. È la vittoria della vita sulla necropolitica imperiale.
Data articolo: Sat, 31 Jan 2026 16:00:00 GMT
L’Iran è in massima allerta e pronto a rispondere a qualsiasi aggressione. Lo ha dichiarato sabato il generale Amir Hatami, comandante in capo dell’esercito iraniano, avvertendo che le forze armate hanno «il dito sul grilletto» e accusando gli Stati Uniti di condurre una «guerra ibrida» tramite media e cyberspazio per «creare una frattura» nella società.
«Oggi siamo in uno stato di alta preparazione difensiva e militare e monitoriamo ogni movimento del nemico nella regione. Conoscendo le sue cattive intenzioni, abbiamo il dito sul grilletto», ha affermato Hatami durante un discorso. Il generale ha sottolineato come, dopo la «guerra dei 12 giorni» dello scorso giugno, le capacità offensive e difensive di Teheran si siano ulteriormente rafforzate, definendo il potere militare dell’Iran «autoctono e indistruttibile».
Hatami ha anche fatto riferimento alle recenti proteste violente, che hanno causato oltre 3000 vittime, inquadrandole in un più ampio conflitto informativo. «Siamo immersi in una guerra cognitiva, parte cruciale della guerra ibrida del nemico, che cerca di creare una breccia sfruttando il cyberspazio e i mezzi di comunicazione», ha dichiarato. La Repubblica Islamica, ha aggiunto, è «il sistema di governo più pacifista della regione», aperto al dialogo solo se trattato con il dovuto rispetto.
Le tensioni con Washington sono bruscamente cresciute all’inizio di gennaio, quando il presidente Donald Trump ha minacciato un intervento militare in Iran, giustificandolo con la violenza scoppiata durante le proteste. Martedì, il presidente Usa ha annunciato l’invio verso l’Iran di una «meravigliosa Armata», dopo che la portaerei USS Abraham Lincoln e il suo gruppo da combattimento erano già stati dispiegati in Medio Oriente, una mossa che pone il paese persiano nel raggio di potenziali attacchi.
Le manifestazioni di piazza sono scoppiate alla fine di dicembre, alimentate da una profonda crisi economica e dal crollo della valuta nazionale. Le autorità iraniane hanno attribuito l’escalation della violenza a ingerenze straniere, accusando direttamente Stati Uniti e Israele di aver favorito l’infiltrazione di «elementi terroristici» in proteste che in origine erano pacifiche.
Data articolo: Sat, 31 Jan 2026 16:00:00 GMT
di Fabrizio Verde
Un freddo vento di guerra, carico di minacce e retorica d'assedio, spira di nuovo da Washington in direzione de L’Avana. L'ultima mossa è un ordine esecutivo che non cerca più nemmeno sofisticati pretesti legali: il presidente degli Stati Uniti, invocando un'emergenza nazionale fittizia e chiaramente pretestuosa, ha deciso di imporre dazi a qualsiasi paese provi a inviare petrolio a Cuba. Per L'Avana, non è solo un inasprimento del blocco economico imposto da sei decenni. È la proclamazione di una nuova, pericolosa fase: un assedio totale e deliberato finalizzato a paralizzare ogni funzione vitale della nazione, dalla luce nelle case alle ambulanze negli ospedali, dai trattori nei campi agli autobus per i lavoratori. Una politica che il governo cubano non esita a definire "criminale", concepita per affamare non solo le industrie ma la speranza stessa di un popolo che ha l’unica colpa di aver scelto un percorso di sviluppo indipendente e sovrano.
A lanciare l'allarme più forte e articolato è stato il Presidente Miguel Díaz-Canel, parlando ai quadri del Partito Comunista a L'Avana. Il suo non è stato solo un discorso di condanna, ma un'analisi lucida e preoccupata di una strategia imperiale che ha smesso di nascondere i suoi obiettivi finali. Díaz-Canel ha tracciato un filo rosso che collega l'aggressione militare al Venezuela del 3 gennaio scorso - con il suo tragico tributo di 32 combattenti cubani caduti impegnati nella difesa di Maduro - alla morsa che oggi si stringe attorno all'isola. Quell'evento, ha spiegato, è stato il banco di prova di una dottrina aggiornata della "pace attraverso la forza", un copione che ora viene riscritto per Cuba.
Il copione, secondo la lettura cubana, si sviluppa su tre livelli paralleli e sinergici. Il primo è la guerra economica totale, simboleggiata dal taglio del flusso vitale del carburante. Il secondo, apertamente sbandierato da alcuni settori dell'amministrazione USA, è la minaccia militare diretta, espressa in dichiarazioni che parlano di "entrare e distruggere il luogo". Il terzo, più subdolo e pervasivo, è la guerra non convenzionale: una battaglia ideologica per strappare un popolo alle sue radici culturali e rivoluzionarie, combattuta nel grande palcoscenico dei media globali e dei social network, dove si "assassina la reputazione" di leader e Stati prima di passarli alle armi vere. Venezuela docet.
È in questo contesto che Díaz-Canel ha denunciato con forza la volontà “annessionista”, il riemergere euforico di quei settori che, soprattutto nella diaspora, vedono in un intervento statunitense la soluzione magica ai problemi dell'isola. A costoro il Presidente ha rivolto una domanda bruciante: "Quando capiranno tutte le falsità degli argomenti di Trump, che dice di interessarsi al benessere del popolo cubano?". La risposta, implicita, è che l'impero non è interessato al benessere, ma all'esempio. Temono ciò che Cuba, libera dal blocco, potrebbe dimostrare al mondo: che un altro modello sociale, fondato sulla giustizia e la solidarietà, è possibile.
Di fronte a questa sfida esistenziale, la risposta cubana si articola su un duplice binario, apparentemente contraddittorio ma profondamente coerente con la sua storia. Da un lato, la fermezza incrollabile e la preparazione alla difesa. "Mai la resa sarà un'opzione", ha tuonato Díaz-Canel, evocando lo spirito dei caduti in Venezuela e promettendo che qualsiasi aggressione militare troverebbe una resistenza valorosa e determinata. La nazione è in stato di allerta, consapevole che la posta in gioco è la sovranità stessa.
Dall'altro lato, persiste e si rafforza l'offerta di un dialogo civile. Cuba riafferma la sua storica disponibilità a sedersi a un tavolo con gli Stati Uniti, ma lo fa ponendo condizioni chiare e non negoziabili: parità sovrana, mutuo rispetto, non ingerenza e assoluto rispetto del diritto internazionale. È la posizione di un paese che si considera di pace, che non rappresenta una minaccia per la sicurezza di Washington, e che ricorda come il vero pericolo per la stabilità regionale provenga proprio dalla politica di forza e dall'unilateralismo dell'amministrazione statunitense.
Infine, c'è la risposta quotidiana, fatta di lavoro e resistenza. La seduta straordinaria del Comitato provinciale del partito a L'Avana, ultimo di una serie di incontri in tutto il paese, ha approvato centinaia di impegni per il 2026. Si parla di incrementare la produzione alimentare, di potenziare le esportazioni, di migliorare i trasporti e i servizi medici, di avanzare nella trasformazione digitale. È la prova che, mentre denuncia l'aggressione dalla tribuna dell'ONU e mobilita la solidarietà internazionale, Cuba non si limita ad attendere. Sta cercando, superando ostacolo dopo ostacolo, di costruire la propria prosperità. La sfida è titanica: sviluppare un'economia moderna sotto un assedio progettato per impedirglielo. Ma il messaggio è chiaro. Di fronte alla scelta tra il dominio straniero e la difesa della patria, Cuba ha già fatto la sua scelta. E non intende tornare indietro. La parola d’ordine è sempre la stessa: “Patria o muerte”.
Data articolo: Sat, 31 Jan 2026 15:33:00 GMT
"Discuterne apertamente e senza pregiudizi può comunque essere utile". Riceviamo la risposta del Prof. Giovanni Rezza all'articolo di Alessandro Mariani che come l'AntiDiplomatico abbiamo pubblicato sul suo blog questa settimana. Lo ringraziamo sentitamente per l'umilità e la dimostrazione di affrontare tematiche divisive con un approccio dialogante che troppo spesso è mancato a tanti suoi colleghi.
di Giovanni Rezza
Ringrazio il Dr. Alessandro Mariani per l’interesse mostrato nei confronti della mia intervista con Luca Busca. Devo però premettere che le analisi socio-politiche relative all’uso di misure sanitarie come modello di controllo sociale mi lasciano perplesso. In particolare, non mi convince la ricostruzione degli interventi effettuati nel corso della pandemia per come viene riportata nella lettera a me indirizzata. Naturalmente, poiché l’Italia è stata colpita per prima in Occidente, si sono evidenziate delle falle nel sistema che hanno minato la capacità di risposta. E’ pur vero, però, che analoghe difficoltà si sono poi manifestate anche in altri grandi paesi europei, mostrando una limitata preparazione nell’affrontare eventi pandemici. Per questo non mi sentirei di contrapporre un approccio ritenuto “virtuoso”, in altre parole la prevenzione, alla preparazione (“preparedness”). Non rientrando molte delle osservazioni nella mia sfera di competenze, mi limiterò, però, a puntualizzare alcune imprecisioni o criticità che, comunque, non inficiano il senso delle riflessioni del Dr. Mariani.
LEGGI: La comunicazione ai tempi del colera. Intervista al Prof. Giovanni Rezza
Anch’io, come Mariani, non sono rimasto entusiasta di “Spillover”, il citatissimo libro di David Quammen. Di fatto, a differenza di quanto ritenuto da molti, non si tratta di un lavoro unico nel suo genere, e certamente non si può attribuire a Quammen il dono della preveggenza. Il suo libro non fa altro che riprendere un tema “caro” a chi si occupa di epidemie, ovvero la potenzialità pandemica di molti virus che circolano nel mondo animale e che, prima o poi, potranno fare il cosiddetto “spillover” (il salto di specie). Essendo l’autore australiano, ci racconta une serie di interessanti storie relative al virus Hendra, un parente stretto del più noto virus Nipah (e non di Ebola). Nulla di nuovo sotto il sole, quindi, almeno per chi si occupa di minacce infettive emergenti.
Non conosco invece il meno osannato “Tempetes microbienne”, ma suppongo affronti la problematica da un punto di vista socio-politico. L’ipotesi che il controllo sanitario sia un esercizio finalizzato a sperimentare nuove forme di controllo è certamente interessante, ma difficilmente condivisibile da parte di un epidemiologo (per quanto ritenga eccessive alcune misure prese durante il triennio pandemico, non saprei se giudicarle “strumentali”). Ho letto invece il libro di Richard Preston, “The Cobra event”, e non mi è dispiaciuto, anche se credo sia datato, essendo stato scritto, come il Dr. Mariani stesso giustamente ricorda, in anni in cui si erano succeduti alcuni episodi di bioterrorismo.
Risponde a verità il fatto che l’Italia, circa dieci anni fa, si sia fatta capofila delle politiche vaccinali. Ciò può esser letto, secondo le proprie convinzioni, in positivo o in negativo. Nel 2017, a seguito di un’ondata epidemica di morbillo, l’obbligo vaccinale fu esteso da quattro a dieci vaccini, rafforzando le penalità per coloro che rinunciavano a vaccinare i propri figli. Seguì a ruota la Francia, che ne rese obbligatori addirittura undici. Naturalmente, si può essere favorevoli o meno agli obblighi vaccinali, che rappresentano comunque una decisione politica (chi scrive ritiene gli obblighi un estremo rimedio la cui adozione può essere giustificata solo nei casi in cui le coperture vaccinali sono talmente basse da costituire una situazione di rischio a livello comunitario). Deve essere altresì chiaro che anche gli obblighi devono prevedere deroghe, mentre la sospensione dell’obbligo richiede invece la capacità di monitorare l’andamento delle coperture in tempi utili. Di nuovo, ritengo che la complessità del contesto in cui vengono prese delle decisioni che condizionano la vita o quantomeno la sensibilità dei cittadini dovrebbero tendere a tener basso, e non ad esasperare, la conflittualità sociale.
Infine, il documento SIAARTI, che prevedeva una forma di triage, di fatto non è stato mai ufficializzato e va comunque letto in chiave pragmatica. Altri paesi, soprattutto nordeuropei, adottano simili strategie, avendo meno cura di tutelare la vita umana, a prescindere dall’età e dalla speranza di vita.
Perciò, caro Dr. Mariani, pur non sottovalutando le capacità manipolatorie dei vari “poteri” (e soprattutto quelli non “costituzionali”, quali l’informazione e la finanza), da uomo di scienza non sono portato a credere che tutto abbia una spiegazione “politica” o un secondo fine. Discuterne apertamente e senza pregiudizi può comunque essere utile.
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LETTURA CONSIGLIATA: "LA SCIENZA NEGATA" DI LUCA BUSCA (LAD EDIZIONI)
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di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
Sfogliando per “dovere di servizio” le pagine di quel fogliaccio bellicista che è il Corriere della Sera, si deve dare atto, a uno dei suoi principali editorialisti, il signor Goffredo Buccini, di una discreta costanza che, se da un lato pare insita nell'indole personale dello stesso, dall'altro è naturale attributo trivial-razzista del giornale di via Solferino. Dunque, il 30 gennaio, il signor Buccini offre ai lettori un editoriale in cui, a proposito delle trattative russo-americano-ucraine a Abu Dhabi, assicura che sia senz'altro «difficile fidarsi». Fidarsi di cosa? Di chi? Domanda che alla redazione milanese appare retorica, nel momento stesso in cui si scrive che al trilaterale negli Emirati arabi partecipano anche rappresentanti russi: dunque, per ciò stesso: «difficile fidarsi». E ohibò, agli angelici nazigolpisti ucraini – quelli che nel primo giorno dei colloqui della scorsa settimana, il 23 gennaio, avevano bombardato un'autoambulanza russa uccidendo l'intera equipe sanitaria a bordo: cinque persone – a Abu Dhabi viene chiesto «un atto di fede straordinario», scrive il signor Buccini. Come mai? Ma è evidente: in parallelo ai colloqui sarebbe in corso «una contestuale strategia terrorista russa». E per la miseria: attaccare infrastrutture è senz'altro “terrorismo”; mica come affidare alle generose mani di dio cinque medici e infermieri che se ne vanno in giro, pensate un po', su un veicolo coi contrassegni della Croce rossa. Non c'è davvero da fidarsi!
Dunque, si diceva di una certa costanza nelle vedute del signor Buccini: ancora lui, qualche mese fa, assicurava che la pace in Ucraina non è che un'illusione, per la semplice ragione che il «leader russo non ha mai pensato di mettere fine al conflitto» e che quanto visto lo scorso 16 maggio a Istanbul, con le delegazioni russa e ucraina sedute allo stesso tavolo di trattative, non erano in realtà che «inutili negoziati», che mostravano «l’autentico spirito della delegazione russa». Cosa volete, i russi sono fatti così; è un assioma delle più accreditate teorie socio-antropomorfe dei media di regime, quello secondo cui là, oltre il corso della Berezinà, gli esseri si distinguano per un funesto cinismo asiatico, fatto di sotterfugi, inganni e pericolosa dissimulazione.
Al contrario, vedete, gli innocenti e angelici nazigolpisti devono sottostare a «condizioni capestro» insite nello «scambio, che sarebbe imposto dagli americani a Zelensky tra cessione di territori e garanzie di sicurezza». Un cappio stretto al collo dei virtuosi nazi-affaristi di Kiev, da una presunta collusione tra la controparte russa e quella che dovrebbe fungere da arbitro nella contesa, la delegazione USA, che invece il signor Buccini, nell'acutezza dell'analisi, assicura essere «mediatori» solo di nome, avendo essi le mani in pasta con quello che viene definito «il plenipotenziario d’affari russo Kirill Dmitriev». Qui, di sfuggita, ricordiamo solo che nell'attuale fase delle trattative, la delegazione russa è guidata dall'ammiraglio Igor Kostjukov, dato che sul terreno ci sono, principalmente e concretamente, proprio le questioni della guerra e della pace, prima ancora di quelle dei futuri rapporti, anche d'affari, russo-americani e della destinazione della ventilata Zona franca in Donbass.
Cos'altro attendersi, d'altra parte, da un bellimbusto che, evidentemente in deficienza di nozioni storico-politiche, ripropone la trita romanza di un originario piano USA in 28 punti che «pareva scritto direttamente dal tiranno di Mosca e mal tradotto in inglese » e per questo «poi in parte abortito». Il signor Buccini dovrebbe forse attenersi un po' di più a una qualunque enciclopedia storica, prima di attribuire a casaccio titoli di carattere storico-politico che, mentre maltrattano la più elementare analisi di classe sull'esercizio del potere, manifestano solo l'arrogante superficialità di chi vi ricorre.
Ma, cosa volete, si sta parlando della peggior feccia bellicista e razzista della stampa italica e di un suo editorialista!
E comunque, parlando ancora delle costanti giornalistiche del signor Buccini, ancora una volta egli si sente in dovere di ricorrere alla “storica” americano-polacca Anne Applebaum (i lettori si ricordano senz'altro di lei e delle sue perle “storiche” sul “Golodomor” ucraino, per cui è stata ricompensata dai nazigolpisti di Kiev): tanto per intendersi: quella che nell'estate scorsa, su La Stampa, parlava di una «una rete transnazionale», una cordata guidata da «Russia, Cina, Iran, Venezuela, Corea del Nord, Bielorussia e altri», che «rifiutano la democrazia» e che ora, a proposito delle delegazioni impegnate a Abu Dhabi, parla di «un conflitto d’interessi su larga scala senza precedenti nella politica estera americana». Ecco. Non c'è da fidarsi. E neanche «la storia induce a fidarsi», assicura il signor Buccini: «l’origine dei guai ucraini è l’accordo di Budapest del 1994 nel quale Kiev rinunciava all’arsenale nucleare ereditato dall’URSS, conferendolo a Mosca in cambio di garanzie sulla propria sovranità e integrità territoriale firmate da Stati Uniti, Regno Unito e Federazione Russa. Vent’anni dopo, Putin ha fatto strame di quell’intesa, impadronendosi della Crimea senza che nessuno in Occidente si interponesse seriamente». Il memorandum di Budapest, citato a destra e a manca dai nazisti di Kiev e dai loro estimatori della carta stampata, ha perso ogni concreto valore nel momento in cui, sotto la spinta e in base ai piani occidentali, in Ucraina si è proceduto al colpo di stato tfascista del febbraio 2014, che ha determinato un cambio di regime e un attacco terroristico al Donbass ribellatosi al golpe. Questo, tanto per elementare conoscenza, anche del signor Buccini, il quale, ancora una volta in barba a ogni seria analisi storica e di classe, distribuisce titoli di «dittatore» ai barbari venuti dall'oriente: in ogni caso, fa molto “trend” tra la melma maleodorante delle redazioni italiche. Luoghi in cui si dà sempre per certo che, se le dichiarazioni sono di una parte, vanno senz'altro smentite, mentre se a giurare sulla bibbia sono i sacrosanti chierichetti della junta di Kiev, le asserzioni vanno in ogni caso assunte come vangelo.
E anche sulla questione del territorio e su un presunto scambio con le garanzie di sicurezza offerte a Kiev, ricordiamo che anche da parte americana, l'analista Jennifer Kavanagh osserva come la formula del “territorio in cambio di sicurezza”, citata anche dal Corriere come ventilata dal Financial Times, difficilmente possa funzionare, dato che non è questo il punto decisivo per la Russia. La questione del territorio, dice Kavanagh, non fa che da overture alle richieste che sono di principio e fondamentali per Moskva nei confronti dell'Ucraina e del suo futuro status di paese non allineato, fuori dalla NATO, con dimensioni ridotte delle forze armate.
Questo, tanto più che le richieste ucraine sulle garanzie di sicurezza non sono altro che una vecchia canzone di Kiev, dice Evghenij Umerenkov su Komsomol'skaja Pravda. La posizione di Kiev rimane immutata: nemmeno un centimetro di territorio verrà ceduto ai russi! Anche se gli americani stanno insinuando qualcosa del tipo: prima cedere territorio, poi garanzie di sicurezza, il nazigolpista-capo Zelenskij esige garanzie ora e immediatamente. Così, quella delle garanzie rappresenta un'altra nota tattica ucraina con Zelenskij che continua a ripetere che la questione è stata risolta nello spirito dell'articolo 5 della NATO, con gli europei che schiereranno il loro contingente in Ucraina e gli americani forniranno loro il supporto necessario.
Tutto questo parlare di un contingente europeo da schierare in Ucraina, ironizza Umerenkov, ricorda i fumatori sotto un cartello "Vietato fumare!": Washington e l'Europa sanno bene che questo è del tutto inaccettabile per Mosca. Sia Vladimir Putin che Serghej Lavrov hanno ripetutamente dichiarato che qualsiasi contingente di paesi NATO diventerà un obiettivo legittimo per le forze russe. In generale, secondo il Wall Street Journal, sono sul campo tre ipotetici scenari su come potrebbero svilupparsi quest'anno gli eventi in Ucraina: il più probabile è il proseguimento delle ostilità nel contesto dei negoziati in corso; il secondo è che le forze ucraine si esauriranno e Kiev sarà costretta a fare concessioni. Sono due scenari cui, di fatto, si sta già ora assistendo.
Il terzo scenario, il più allettante per Kiev e l'Europa, è che la Russia si "stanchi" e l'Occidente la esaurisca con ulteriori sanzioni. Ma per Zelenskij, scrive Komsomol'skaja Pravda, questa fantasia è chiaramente intesa a enfatizzare il realismo delle prime due opzioni. Uno Zelenskij che, ha detto Sergej Lavrov, con le sue stesse dichiarazioni sta completamente screditando la posizione negoziale dell'Ucraina: la questione della sicurezza tocca direttamente «l'essenza stessa del regime; tocca direttamente le dichiarazioni assolutamente inaccettabili e disgustose di Zelenskij, che esorta a uccidere 50.000 russi».
Intervistato da media turchi, Lavrov ha ricordato che le due majdan (2005 e 2014) testimoniano di come l'Ucraina sia stata usata dall'Occidente come mezzo per destabilizzare la Russia. L'Ucraina è una pedina, uno strumento usato dall'Occidente per radicarsi ai confini della Russia, creando «minacce dirette alla nostra sicurezza. Sappiamo che questo lavoro è stato svolto subito dopo l'indipendenza dell'Ucraina. La stavano preparando per l'adesione alla NATO, sebbene tutti sappiano che l'indipendenza dell'Ucraina è stata riconosciuta principalmente sulla base di una politica di non allineamento con i blocchi militari e di neutralità». Inteso, signor Buccini? Siamo di fronte, ha detto ancora Lavrov, a «una battaglia pianificata in anticipo, finanziata anche dagli americani. Non si tratta di incidenti o conflitti tra due paesi vicini: è un progetto geopolitico».
Per di più, l'andamento del conflitto ucraino dimostra che l'Occidente si è, di fatto, nuovamente unito sotto la bandiera nazista contro la Russia. E il regime di Zelenskij è, «per molti versi, una ripetizione della storia. Ma non come una farsa! Sono morte troppe persone perché possa essere una farsa, sacrificate da Zelenskij e dai suoi protettori occidentali». Quello di Kiev è un regime che ha adottato leggi naziste, glorificando Bandera, Šukhevic e altri collaborazionisti; quel regime riflette, ha detto Lavrov, le vere «intenzioni dell'Occidente, che significano una cosa sola: che l'Occidente è pronto a ricorrere di nuovo a quei metodi nazisti e misantropici. Seminando odio contro tutto ciò che è russo. Pertanto, la risposta, ovviamente, è globale».
E dunque, sì, come scrive il signor Buccini, «difficile fidarsi»: la questione è stabilire di chi davvero sia «difficile fidarsi».
FONTI:
https://politnavigator.news/lavrov-o-zelenskom-neadekvatnyjj-chelovek-ehto-ochevidno-vsem.html
Data articolo: Sat, 31 Jan 2026 13:00:00 GMT
di Federico Giusti
Un governo dovrebbe almeno tenere la barca pari, è quanto hanno detto i lavoratori e le lavoratrici in causa per avere subito, dopo un cambio di appalto, la applicazione di un contratto sfavorevole con perdite economiche rilevanti e ricadute negative sul futuro assegno previdenziale.
Le legittime aspettative dei lavoratori si scontrano con un'altra realtà ossia i legami tra Governo e settori padronali per i quali le legislazioni in materia di sicurezza e lavoro sarebbero fin troppo punitive per i datori pregiudicando alla fine gli interessi delle imprese e del paese. Ammesso, ma non concesso, di considerare le aziende come una sorta di benevolo pater familias, ci sono principi Costituzionali difficili da superare e si dà il caso che anche la Carta sia giudicata un pericolo e per questo oggetto di feroci attacchi.
Dopo la proposta di non inserire le forze dell'ordine nel novero degli indagati in caso di presunti reati commessi nello svolgimento del servizio arriva la idea di applicare un ulteriore scudo, questa volta per le imprese che sottopagano i loro dipendenti al fine di aggirare l'arti 36 della Costituzionale. E se il Quirinale non è mai intervenuto davanti ai pacchetti sicurezza, se non per renderli compatibili con la Carta, questa volta si è fatto un po' di coraggio chiedendo il ritiro dell'emendamento inserito nel decreto Pnrr proprio per rischio di incostituzionalità
Siamo quasi certi che ci riproveranno, per inserire in qualche decreto legge l’articolo che impedirebbe ai lavoratori con contratti e stipendi da fame di ottenere dal Tribunale almeno giustizia con il pagamento delle spettanze stipendiali e contributive. In estrema sintesi i lavoratori prima menzionati hanno fatto causa e qualora fosse stato approvato l'emendamento sarebbero venuti meno i presupposti giuridici per esigere le differenze retributive e contributive tra il contratto nazionale applicato e quello che invece avrebbero dovuto avere.
Non c'è da dormire sonni tranquilli, del resto questo è stato il terzo tentativo in una sola legislazione di portare a casa una norma che impedirebbe il ricorso in Tribunale dei lavoratori e delle lavoratrici per vedersi applicato il salario derivante da un contratto diverso, di solito quello maggiormente diffuso nel settore e sottoscritto da Cgil Cisl Uil.
Attenzione che parlare di contratto nazionale solitamente applicato non mette al sicuro la forza lavoro dal ricevere paghe irrisorie, è comunque una opportunità, un argine eretto almeno per impedire il dilagare di contratti di peggior favore sottoscritti con sindacati di comodo.
Perchè tanta insistenza da parte del Governo Meloni?
Le ragioni sono essenzialmente di classe ossia la tutela degli interessi padronali, il disprezzo per le norme costituzionali influenzate dall'egualitarismo e dalla natura sociale che dovrebbe caratterizzare l'intervento pubblico
E in ogni caso senza la lettera di diffida del lavoratore la causa non può partire, sono numerosi i casi nei quali è proprio questa lettera a non essere inviata per paura di ritorsioni, per timore di perdere la causa e dovere pagare di tasca propria le spese processuali .
E le somme antecedenti alla messa in mora con lettera scritta sono comunque condonate alle aziende, come vediamo la stessa normativa è tale da escludere in partenza una giustizia riparatrice realmente efficace, probabilmente l'intento del Governo è quello di escludere a priori qualsiasi causa e così operando schiacciare la forza lavoro, giustificare l'applicazione dei contratti pirata che poi sono ancor peggiori di quei CCNL pensati con Cgil Cisl Uil per favorire appalti e subappalti, processi di privatizzazione...
Solo nel luglio scorso , con un articoletto inserito nel decreto Ilva, avevano provato a favorire la rapida prescrizione dei crediti da lavoro rendendo impossibile la causa fatta dopo la fine del rapporto di lavoro. In quel caso ritirarono il provvedimento promettendo di presentare una proposta di legge articolata salvo poi provarci inutilmente con la legge di Bilancio per poi, visto l'insuccesso, inserire il tutto nel decreto PNRR.
E probabilmente non si daranno per vinti provando in tutti i modi a portare a casa il risultato sperato, ovviamente sulla pelle di lavoratori e lavoratrici sfruttati e sottopagati. Altro che governo del Popolo...è il Governo dei Padroni.
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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.