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News lantidiplomatico.it

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OP-ED
Trump, Powell e il sovvertimento delle istituzioni


di Alessandro Volpi*

Trump sta alzando rapidamente il livello della tensione interna e internazionale. La Procura di Columbia ha incriminato il presidente della Fed, Jerome Powell, per aver reso false dichiarazioni in merito all’aumento dei costi per il rifacimento della sede della Banca centrale americana. Si tratta dell’ennesimo capitolo dello scontro con Trump come ha sottolineato lo stesso Powell sostenendo apertamente che l’inchiesta è solo un modo per farlo fuori. In effetti il presidente degli Stati Uniti è da tempo durissimo con Powell perché vorrebbe un robusto taglio dei tassi di interesse sperando così di favorire la ripresa USA e di alleviare il costo del debito per tantissimi americani.

Soprattutto Trump crede alle stime del suo entourage e di figure come Steve Miran per i quali ogni taglio di un punto dei tassi significa un risparmio nel bilancio federale di 360 miliardi di dollari. Dunque, proprio la necessità di evitare il default parziale del debito USA avrebbe indotto Trump ad accelerare la possibile decadenza di Powell per motivi penali. Il mandato del presidente della Fed scade a maggio ma è probabile che il taglio dei tassi serva subito proprio nella speranza di salvare il debito; una speranza che Powell ritiene folle perché con tassi più bassi il debito americano non troverebbe compratori e il dollaro crollerebbe.

Trump, tuttavia, proprio per la consapevolezza della gravità della crisi del capitalismo americano pare disposto a smontare parti intere degli assetti più consolidati, dalla cancellazione del diritto internazionale e dei suoi organismi, alla distruzione di ogni autonomia degli Stati membri della Conderazione in materia di ordine pubblico e sicurezza, ad ogni traccia di habeas corpus fino, appunto, alla rimozione dell’indipendenza della Fed che dovrebbe fondersi con il Tesoro e dipendere così dalla presidenza di Trump.

In altre parole, per fronteggiare la crisi epocale del capitalismo Trump è disposto a sovvertire le istituzioni con cui tale forma economica ha vissuto.

*da Facebook

Data articolo: Tue, 13 Jan 2026 14:09:00 GMT
OP-ED
Andrea Zhok - Sull'idea di Rivoluzione e sulle Rivoluzioni (degli altri)


di Andrea Zhok* 

A quanto pare, ciò che veniva presentato come l'incipiente, incontenibile rivoluzione nella "polveriera iraniana" ha già finito il gas. Presto le grandi testate del mestiere più antico del mondo ci condurranno silenziosamente oltre, al prossimo orizzonte di emancipazione a molla.

In attesa che ciò accada voglio fare una breve osservazione, in coda alla vicenda iraniana, ma con una valenza generale.

In molte menti occidentali, maleducate da una conoscenza sempre più miserabile della storia, si immagina la "rivoluzione" come una bella avventura, come qualcosa in qualche modo di naturale e creativo.

"Rivoluzionario" è diventato nel '900 un termine lusinghiero, che si può applicare un po' ovunque, dalla musica pop alle primavere arabe.

Ora, una rivoluzione è un evento che, per definizione, deve scardinare un apparato di governo, un sistema istituzionale e una classe dirigente. SI tratta di un'operazione straordinariamente complessa per la semplice ragione che uno stato è una macchina complicata, e di solito non c'è alternativa al lasciare - obtorto collo - ampie zone di continuità, ad esempio lasciando l'apparato statale di medio livello nelle mani dei precedenti membri della classe dirigente.

Le rivoluzioni più "facili" sono quelle in cui la classe dirigente è già mentalmente conquistata da un nuovo modo di fare le cose, è già "rivoluzionata". Questo è forse il caso della Rivoluzione americana (1765-1783) che di fatto fu una guerra d'indipendenza da un re lontano, e in parte della Rivoluzione francese, per il ruolo indispensabile che la borghesia rivestiva già nello stato francese.

La rivoluzione produce per definizione una fase di caos in cui non esiste più legge, ed in cui regolarmente molti deboli ed innocenti vengono sacrificati.

Nessuna rivoluzione è mai in grado di ricostruire dal nulla un apparato di governo e un sistema di relazioni burocratiche, normative, economiche.

La scommessa massima su cui si può puntare, per parlare di una rivoluzione "riuscita" è sperare che la nuova forma di governo presenti almeno alcuni tratti distintivi, irriducibili alle istituzioni precedenti.

Ma che una rivoluzione, che un rovesciamento delle precedenti forme di governo, produca un nuovo Ordine, e addirittura un ordine funzionante e migliore è qualcosa di straordinariamente raro.

Nelle menti occidentali, nutrite da canoni economici, alberga spesso un'illusione dipendente da quella forma di "provvidenzialismo laico" che è l'idea di "mano invisibile" di Adam Smith. L'idea è che il caos sia naturalmente creativo, che il caos spontaneamente genererà un nuovo ordine, così fatalmente come dopo la tempesta apparirà il sereno (come i mercati ritroveranno l'equilibrio).

Solo che questa è una favola.

Una rivoluzione è un'iniezione di caos in un sistema complesso e perciò tende a generare due opzioni prevalenti: 1) un caos perdurante (nessun nuovo ordine condiviso è disponibile); 2) un accentramento draconiano del potere in forme dittatoriali (esito classico, dovuto alla necessità di uscire dal caos).

Che una rivoluzione generi al termine del necessario tunnel caotico e sanguinario, per cui deve passare, una condizione di libertà, eguaglianza e ordine è un'opzione rarissima, quasi un'opzione di scuola, di solito un esito fortuito, comunque assai differente dagli ideali rivoluzionari.

La RIVOLTA - che non è ancora rivoluzione - può giocare un ruolo politicamente significativo, ma può farlo solo se e quando ci sono ordinamenti politici esistenti capaci di farsi portavoce delle rivolte e mutarle in riforme. Questo è, per così dire, un caso estremo di contrattazione politica in una cornice istituzionale immutata (storicamente lo "sciopero generale" ne fu la forma addomesticata, che intendeva mostrare il potenziale della rivolta, senza la sua attuazione distruttiva.)

Qual è il punto di questa digressione? E' un punto abbastanza semplice - e spero che ci si astenga da applicarvi scatolette categoriali pronte, tipo "moderatismo", "riformismo", "conservatorismo", ecc.

Il punto è che una rivoluzione è un evento caotico, drammatico, sanguinoso, dagli esiti altamente incerti e tipicamente peggiorativi. Le rivoluzioni hanno ragioni d'essere quando NON sono colpi di Stato manovrati da stati terzi e quando la situazione interna di un paese è PROSSIMA AL COLLASSO (così, ad esempio, era la Russia nel 1917, alla vigilia della Rivoluzione d'Ottobre).

Quando c'è ben poco da perdere la rivoluzione ha ragion d'essere, come supremo atto vitale CONTRO IL CAOS, atto di protesta generica che vuole far esplodere un sistema che non garantisce più un ordine funzionante, un sistema dove le aspettative razionali sono sostituite dal caso o dall'arbitrio.

All'uscita dalla rivoluzione è praticamente certo che i margini di libertà individuale saranno ridotti, forse solo per lungo tempo, forse permanentemente. E dunque immaginare di fare una rivoluzione per accrescere la libertà è generalmente un grave fraintendimento.

Le rivoluzioni non sono atti di creazione intellettuale o artistica.

Le rivoluzioni si fanno quando non c'è più niente da perdere, e sono una roulette russa della storia.

Ecco, io credo che la strisciante brama psicologica di rivoluzione, di cambiamento radicale, in Occidente sia dovuta solo in parte ad una tradizione letteraria postilluminista, che fantastica di un caos creativo che abbatte la tradizione. Credo che essa sia invece soprattutto prodotta da una sensazione psicologica diffusa nell'Occidente moderno.

Si tratta della sensazione di vivere all'interno di un meccanismo anonimo, colossale ed oppressivo, mentre ti era stato promesso sin da bambino il regno della libertà e dell'autorealizzazione.

Su questa base cresce nel corso della vita media un muto senso di soffocamento, cui si vorrebbe reagire in modo violento e lacerante. Ma non si ha più alcuna capacità di identificare il volto del "sistema" e dunque chi attualizza le sue fantasticherie si riduce a qualche "giorno di ordinaria follia". Di conseguenza, mediamente, si rimane in una condizione di frustrazione perenne, in una prigione senza sbarre.

A partire da questo sentimento diffuso si è pronti a salutare con eccitazione ed entusiasmo anche eventi apparentemente drammatici (chi ricorda come nei primi giorni della pandemia circolasse, accanto all'ovvia preoccupazione, una strana inconfessabile eccitazione di fronte ad una grande Frattura, una Rottura della quotidianità?)

Ed è su questo sfondo che si è inclini a proiettare i propri desideri palingenetici in scenari esterni, esotici, purché ci venga dipinto in maniera plastica il Volto dell'oppressione (quel volto che noi non vediamo mai e la cui imperscrutabilità riduce le nostre ribellioni a fantasie private e sogni notturni.)


*da Facebook

Data articolo: Tue, 13 Jan 2026 13:47:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Il Parlamento europeo vieta l'accesso ai diplomatici iraniani nei suoi locali

 

La presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola ha annunciato lunedì che a tutto il personale diplomatico e ai rappresentanti dell'Iran è vietato accedere ai locali del Parlamento europeo, a causa delle proteste in corso in diverse parti del Paese.

"Non può continuare come se nulla fosse cambiato. Mentre il coraggioso popolo iraniano continua a difendere i propri diritti e la propria libertà, oggi ho preso la decisione di vietare a tutto il personale diplomatico e a qualsiasi altro rappresentante della Repubblica islamica dell'Iran di accedere a tutti i locali del Parlamento europeo", ha scritto Metsole sulla piattaforma social X.

"Questa Camera non contribuirà a legittimare questo regime che si è sostenuto attraverso la tortura, la repressione e gli omicidi", ha aggiunto.

Lunedì mattina, il portavoce della Commissione europea ha dichiarato che gli Stati membri stanno tenendo discussioni riservate sull'opportunità di designare il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie dell'Iran come organizzazione terroristica.

"La discussione tra gli Stati membri è in corso secondo regole riservate, come da procedura stabilita, e non potrò entrare nei dettagli", ha dichiarato Anouar El Anouni ai giornalisti a Bruxelles, sottolineando che qualsiasi designazione del genere richiederebbe l'approvazione unanime di tutti i Paesi dell'UE.

Ha aggiunto che la Guardia Rivoluzionaria è già soggetta a sanzioni UE di vasta portata sotto molteplici regimi, tra cui quelle relative alle armi di distruzione di massa dell'Iran, alle violazioni dei diritti umani e al sostegno alla guerra della Russia in Ucraina.

"Siamo pronti a proporre nuove sanzioni più severe a seguito della violenta repressione dei manifestanti. Questa è una decisione che gli Stati membri dovranno prendere all'unanimità in sede di Consiglio", ha affermato.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Tue, 13 Jan 2026 13:30:00 GMT
WORLD AFFAIRS
La Cina condanna la decisione "illegale" degli USA di imporre dazi contro gli Stati che interagiscono con l'Iran

 

Il governo cinese ha rilasciato una dichiarazione di condanna per la decisione di Washington di imporre dazi su tutti i paesi che intrattengono rapporti commerciali con la Repubblica islamica dell'Iran.

La portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Mao Ning, ha dichiarato: "La posizione della Cina sulla questione dei dazi è molto chiara".

"Abbiamo sempre creduto che non ci siano vincitori in una guerra tariffaria. La Cina tutelerà con risolutezza i suoi legittimi diritti e interessi", ha aggiunto.

Sottolineando l'importanza della pace in Medio Oriente, Mao ha affermato che Pechino sostiene l'Iran nel "mantenere la stabilità nazionale" e "si oppone all'ingerenza negli affari interni del Paese e all'uso, o alla minaccia dell'uso, della forza negli affari internazionali".

Un portavoce dell'ambasciata cinese a Washington ha descritto la decisione degli Stati Uniti come "un superamento dei limiti previsti dalla normativa vigente".

Ore prima, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva annunciato che Washington avrebbe imposto una tariffa del 25 percento sui paesi che intrattengono rapporti commerciali con l'Iran.

"Con effetto immediato, qualsiasi Paese che intrattenga rapporti commerciali con la Repubblica Islamica dell'Iran pagherà una tariffa del 25% su tutte le transazioni commerciali con gli Stati Uniti d'America. Questo ordine è definitivo e conclusivo", aveva annunciato Trump.

All'inizio del 2025, gli Stati Uniti hanno imposto dazi doganali storicamente elevati alla Cina, innescando una tesa guerra commerciale che è stata infine interrotta da una tregua tattica di un anno raggiunta nell'ottobre 2025. Ciò ha ridotto i dazi più severi, ma ha lasciato in vigore un dazio di base significativo, pari a circa il 31%, fino al 2026.

La valuta iraniana è crollata ai minimi storici, perdendo tutto il suo valore a favore del dollaro. La crisi economica, dovuta principalmente ad anni di sanzioni statunitensi, ha scatenato una diffusa rabbia popolare.

L'annuncio di Trump arriva sulla scia delle violente rivolte sostenute dall'estero in tutto l'Iran, che hanno causato la morte di decine di persone, tra cui civili e decine di membri delle forze di sicurezza.

Milioni di persone sono scese in piazza per protestare contro le rivolte e contro l'intervento straniero.

Il presidente degli Stati Uniti ha ripetutamente minacciato di attaccare la Repubblica islamica da quando sono iniziati i disordini, più di due settimane fa, promettendo di "salvare" i manifestanti antigovernativi in ??Iran.

Anche il Mossad israeliano ha pubblicamente esortato gli iraniani a scendere in piazza.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha visitato di recente gli Stati Uniti e ha discusso con Trump di possibili nuovi attacchi contro la Repubblica Islamica. Durante una conferenza stampa tenutasi in quell'occasione, il presidente statunitense ha dichiarato che avrebbe potenzialmente sostenuto un nuovo attacco israeliano.

"I funzionari dell'amministrazione Trump hanno avuto discussioni preliminari su come portare a termine un attacco contro l'Iran, se necessario per dare seguito alle minacce di Trump, compresi i siti che potrebbero essere presi di mira", hanno dichiarato funzionari statunitensi anonimi al Wall Street Journal (WSJ) il 10 gennaio.

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Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Tue, 13 Jan 2026 13:00:00 GMT
Zeitgeist
L’assassinio di Renee Nicole Good e l’indefinibile vergogna dei giornalacci nostrani

 

“E’ sempre una speranza che dà pietà: anche

il piccolo borghese più cieco ha ragione

di averla, di tremarne: c’è un istante

in cui anch’egli infine vive di passione

(da Pier Paolo Pasolini, “Non c’è più luce di Natale”)

 

Alle soglie del terzo millennio il Minotauro esige il tributo ormai scopertamente, senza più reticenza, senza vergogna. Un tributo di sangue ma soprattutto di giustizia e verità, oltre che pietà. Renee Nicole Mackline Good si definiva poeta, scrittrice, moglie e mamma e non aveva mai avuto a che fare con le forze dell’ordine tranne che per una multa per infrazione stradale. Trump e compagni di merende l’hanno descritta come una provocatrice che “se l’è cercata”, nonostante filmati e testimonianze li abbiano sbugiardati platealmente.

C’è voluto  l’assassinio a sangue freddo di questa donna di 37 anni, americana e bianca, madre di tre figli perché almeno una parte della nostra informazione avesse un guizzo di dignità. Giusto il minimo sindacale s’intende, perché pretendere che da un giorno all’altro si riscatti una pluridecennale condizione di servaggio atlantico sarebbe troppo. Ad ogni modo questa volta la differenza dei Giornaloni coi Giornalacci della destra si è manifestata in modo apprezzabile. Sia Corsera che Stampubblica hanno dato risalto alla notizia, così come sul fronte televisivo hanno fatto le trasmissioni di La7 e La9.

Il Giornale, Libero, La Verità, Il Tempo, ma anche il Messaggero (quotidiano romano con attuale, spiccata simpatia per gli underdog della Garbatella) sono rimasti invece allineati e coperti, accomunati da due giorni consecutivi di vergognoso silenzio su una vicenda che riporta gli Stati Uniti d’America sull’orlo della guerra civile. La notizia del barbaro omicidio è rimasta del tutto assente dalle prime pagine dei suddetti, confinata nelle pagine interne dove si dice in sostanza che sulla dinamica dell’accaduto sono in corso accertamenti.

Quindi c’è qualcosa che perturba l’orbita di quello che, secondo l’efficace metafora di Alessandro Orsini, è il moto rotatorio intorno alla Casa Bianca di uno stato satellite, così come dall’altra c’è chi allo status di satellite resta aggrappato con le unghie e coi denti, terrorizzato dal timore di essere retrocesso al rango di un insignificante meteorite. E questo vale tanto per la donna, madre e cristiana (del tutto indifferente all’omicidio di un’altra donna e madre) che per i media simpatizzanti che la seguono in orbita geostazionaria come gli anelli di Saturno.

Ma per lo meno c’è qualcuno che sembra ridestarsi da decenni di torpore, fino a sussurrare che Trump e i suoi invasati continuano a fare solo in modo più goffo, volgare e scoperto, quello che dall’ultimo dopoguerra in qua tutte le amministrazioni repubblicane e democratiche hanno sempre fatto. Ovvero seminare guerre dove e come possono in ogni parte del mondo; per ingordigia predatoria senz’altro, ma anche per superare le sempre più marcate contraddizioni interne.

E guarda caso ciò si riflette anche nell’uso delle parole e i giudizi di fatto e di valore che da queste derivano: Nicolas Maduro non è più stato “arrestato”,” catturato”, “preso” ma sic et sempliciter rapito. E gli USA appaiono per quello che sono: il rogue state per eccellenza, la minaccia più consistente per l’ equilibrio ed un’accettabile convivenza nelle relazioni internazionali.

 

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Pasquale Liguori

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Data articolo: Tue, 13 Jan 2026 12:00:00 GMT
WORLD AFFAIRS
Ecco le compagnie petrolifere che vogliono spartirsi la torta del petrolio greggio venezuelano

 

Le compagnie petrolifere di tutto il mondo si stanno preparando a un'incursione in Venezuela, in seguito al rapimento del presidente Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti e ai piani annunciati dal presidente Donald Trump di assumere il controllo dell'industria petrolifera del paese caraibico.

Trump ha affermato che la commercializzazione del greggio venezuelano sarà gestita da Washington , inizialmente coprendo tra i 30 e i 50 milioni di barili, e ha esortato le grandi aziende a investire fino a 100 miliardi di dollari nel paese sudamericano per controllarne l'industria.

Il Venezuela possiede le più grandi riserve petrolifere accertate al mondo.

Chi è interessato ad entrare in Venezuela?

Venerdì scorso, Donald Trump ha incontrato alla Casa Bianca i massimi dirigenti delle principali compagnie petrolifere statunitensi e dei conglomerati di altre parti del mondo. Erano presenti rappresentanti delle società statunitensi ExxonMobil, ConocoPhillips e Chevron, della spagnola Repsol, dell'anglo-olandese  Shell, dell'italiana Eni, dell'olandese Vitol, della svizzera Trafigura, dell'indiana Reliance Industries e di altri colossi statunitensi come Halliburton, Valero e Marathon Petroleum.

Tuttavia, non tutti hanno mostrato lo stesso entusiasmo.

Chevron

Chevron è l'unica grande azienda statunitense attualmente operativa in Venezuela e si stima che ora abbia la capacità di aumentare significativamente la propria produzione lì.

È una delle più ferventi sostenitrici del controllo che Washington vuole esercitare sul Paese.

Repsol

L'azienda spagnola Repsol è stata tra i partecipanti più entusiasti all'incontro di venerdì scorso. Il suo CEO, Josu Jon Imaz, ha addirittura dichiarato che l'azienda era pronta a triplicare la sua produzione entro due o tre anni.

Finora il governo venezuelano ha pagato la società con barili di petrolio per un debito in sospeso, che attualmente ammonta a oltre 2,4 miliardi di dollari.

ConocoPhillips

ConocoPhillips è una delle più grandi società di esplorazione e produzione petrolifera al mondo e la terza più grande compagnia petrolifera degli Stati Uniti. Attualmente, il suo obiettivo principale è riscuotere gli 8,7 miliardi di euro di risarcimento assegnati per l'espropriazione subita nel 2007.

Anche il suo CEO, Ryan Lance, ha espresso la volontà di partecipare alla distribuzione della torta, pur chiedendo che il settore bancario contribuisca alla ristrutturazione del debito venezuelano.

Marathon Petroleum

Questa compagnia energetica americana è specializzata nella raffinazione, commercializzazione e trasporto di petrolio e prodotti petroliferi negli Stati Uniti.

Ha già espresso l'intenzione di presentare un'offerta per il greggio venezuelano.

Halliburton

Si tratta di un'altra grande azienda americana, anche se la sua attività non è focalizzata sulla produzione di petrolio, bensì sui servizi tecnici per il settore energetico, ovvero sulla fornitura di tecnologie, attrezzature e personale.

Il suo CEO, Jeff Miller, ha dichiarato di essere molto interessato a riprendere le operazioni in Venezuela, dopo aver dovuto lasciare il Paese a seguito dell'imposizione di sanzioni nel 2019.

Citgo Petroleum

Anche Citgo Petroleum, con sede negli Stati Uniti, è interessata a partecipare a qualsiasi asta di greggio venezuelano. Negli ultimi anni, non le è stato permesso di esportare greggio venezuelano dopo aver interrotto i rapporti con la sua società madre, PDVSA, nel 2019.

Reliance Industries Limited (RIL)

Questo conglomerato indiano è uno dei più grandi gruppi imprenditoriali del paese asiatico e acquista greggio venezuelano per la raffinazione, sebbene abbia interrotto gli acquisti nel marzo dello scorso anno.

Ora sta valutando la possibilità di riprendere gli acquisti una volta che saranno chiarite le regole per gli acquirenti non statunitensi.

Shell

Anche Shell sembra pronta a reinvestire in Venezuela. L'azienda britannica, originaria dei Paesi Bassi, è uno dei maggiori produttori mondiali di combustibili fossili.

Eni

Secondo il Segretario all'Energia degli Stati Uniti Chris Wright, l'azienda italiana fa parte di un gruppo di importanti compagnie petrolifere, tra cui Chevron, Shell e Repsol, che "aumenteranno immediatamente" i loro investimenti in Venezuela dopo l'incontro di venerdì con Trump.

ExxonMobil, con un piede fuori dal mercato

ExxonMobil è una delle più grandi aziende energetiche al mondo, sia in termini di capitalizzazione di mercato, volume di produzione e riserve di idrocarburi, e si è dimostrata una delle più restie a sostenere l'obiettivo perseguito da Trump.

Ha una storia legale controversa con il Venezuela, da cui ha ottenuto un risarcimento di 1,6 miliardi di dollari nel 2014 per l'espropriazione effettuata dall'allora presidente venezuelano Hugo Chávez.

Il suo CEO, Darren Woods, ha espresso chiaramente i suoi dubbi durante la riunione di venerdì. "I nostri beni sono stati sequestrati lì due volte, quindi, come potete immaginare, tornare lì una terza volta richiederebbe cambiamenti piuttosto significativi rispetto a quanto abbiamo visto storicamente qui", ha affermato.

Woods ha espresso l'opinione che al momento sia impossibile investire in Venezuela, a causa delle attuali strutture legali e commerciali, soprattutto dopo che il presidente degli Stati Uniti ha chiarito di non essere interessato a recuperare il denaro dai debiti in sospeso e che l'idea è quella di ripartire da zero.

L'atteggiamento del rappresentante della Exxon fece infuriare Trump, che dichiarò subito di stare pensando di "tagliare fuori la Exxon ". "Stanno facendo i furbi", dichiarò all'epoca.

Pertanto, le prospettive per le grandi compagnie petrolifere sono divise tra il desiderio vorace di acquisire una quota delle più grandi riserve petrolifere del mondo e il timore di una nuova espropriazione, di non recuperare il denaro loro dovuto, mentre i mercati mondiali vengono inondati di greggio e il prezzo del petrolio scende.

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Data articolo: Tue, 13 Jan 2026 11:30:00 GMT
WORLD AFFAIRS
Szijjarto: Un inverno insolitamente freddo ha messo in ginocchio l'Europa occidentale

 

Il ministro degli Esteri ungherese Peter Szijjarto ha affermato che tutti i servizi nel suo Paese funzionano normalmente, nonostante l'inverno insolitamente freddo che, a suo dire, "ha messo in ginocchio gran parte dell'Europa occidentale".

Il ministro degli Esteri ungherese ha rilasciato queste dichiarazioni nel programma YouTube  "Time of Truth", dove ha paragonato la situazione dell'Ungheria a quella di diversi stati dell'Europa occidentale. Ha sottolineato che, sebbene queste condizioni meteorologiche siano ormai insolite, ritiene che sia "il momento e il luogo" per esprimere la sua gratitudine a tutti coloro che hanno avuto il compito e la responsabilità di mantenere l'Ungheria operativa in queste circostanze.

"Quindi l'Ungheria continua a funzionare nonostante questa insolita situazione meteorologica che ha messo in ginocchio gran parte dell'Europa occidentale . Qui non è stato necessario chiudere linee ferroviarie o aeroporti e il sistema sanitario e quello scolastico hanno continuato a funzionare", ha osservato.

In precedenza, il ministro degli Esteri  aveva paragonato la militarizzazione dell'Ucraina al videogioco di combattimento e sopravvivenza Fortnite. Ha avvertito che i piani di due potenze nucleari europee (Francia e Regno Unito) di inviare truppe in Ucraina una volta raggiunto un accordo di pace tra Kiev e Mosca sono particolarmente preoccupanti. "D'ora in poi, non si tratta più di Fortnite , ma del mondo reale", ha osservato.

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Data articolo: Tue, 13 Jan 2026 11:30:00 GMT
WORLD AFFAIRS
La Russia all'ONU: Mosca non attacca la popolazione civile, mentre l'Occidente ignora i crimini di Kiev

 

L'Occidente ignora gli attacchi deliberati di Kiev contro obiettivi civili e la popolazione civile, mentre accusa infondatamente Mosca di aver lanciato tali azioni, ha affermato lunedì  il rappresentante permanente della Russia presso le Nazioni Unite, Vasily Nebenzia.

Intervenendo durante una riunione d'emergenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sul mantenimento della pace e della sicurezza in Ucraina, il diplomatico russo ha respinto le nuove accuse occidentali sui massicci attacchi lanciati dalla Russia  la scorsa settimana contro obiettivi militari e infrastrutture portuali, di trasporto ed energetiche al servizio dell'industria della difesa ucraina.

"I nostri colleghi occidentali ci informano delle vittime tra la popolazione civile, la maggior parte delle quali, come sanno anche gli ucraini, sono conseguenza delle azioni della difesa aerea ucraina", ha commentato Nebenzia.

Ha sottolineato che "nessuna di queste affermazioni sensazionalistiche, ma totalmente infondate , sugli attacchi russi mirati alle famiglie ucraine che dormono tranquillamente nelle loro case è supportata da alcun fatto o testimonianza".

"Le Forze Armate della Federazione Russa non bombardano i civili", ha ribadito il rappresentante.

"Reazione silenziosa della comunità internazionale"

In quest'ordine, ha richiamato l'attenzione sul fatto che nel solo dicembre 2025 il numero di civili colpiti dagli attacchi delle Forze armate ucraine ammontava ad almeno 367 persone , di cui 56 vittime.

"Continuiamo a essere sorpresi dalla reazione silenziosa della comunità internazionale, che è diventata la norma , in particolare quella del Segretario generale delle Nazioni Unite", ha sottolineato.

Nebenzia ha condannato il fatto che tali azioni "non siano chiaramente classificate come atti terroristici", ma siano invece liquidate come " incidenti non confermati ". Questa pratica, ha sostenuto, "rappresenta un rifiuto dei principi fondamentali del diritto internazionale umanitario, tra cui la protezione della popolazione civile e il divieto di attacchi deliberati contro le infrastrutture civili".

Il terrorismo contrassegnato da "speciale cinismo"

Il diplomatico ha menzionato l'attacco terroristico compiuto  la notte di Capodanno dalle forze ucraine nella città di Jorly (provincia russa di Kherson), in cui sono morti 29 civili , tra cui due bambini, e sono rimasti feriti più di 30.

Ha osservato che questo "attacco codardo è stato caratterizzato da un particolare cinismo", poiché la città attaccata dai droni, tra cui uno che trasportava una miscela infiammabile , si trova in una zona turistica, su una penisola delimitata dal Mar Nero su tre lati.

"Non ci sono installazioni militari lì e non ci sono mai state. Il vecchio porto ha perso la sua importanza molto tempo fa e la zona è stata trasformata esclusivamente in un'area ricreativa: campi per bambini, centri ricreativi, infrastrutture turistiche", ha affermato.

Zelensky e le sue "condizioni assurde"

Nebenzia ha ribadito il suo avvertimento: nessuna azione ostile da parte della "cricca neonazista radicata a Kiev" resterà senza risposta.

Il rappresentante russo ha ricordato che "il leader del regime ucraino, Volodymyr Zelensky, non sarà aiutato né dal fallito vertice francese della 'coalizione dei volontari', né dall'avanzata delle forze della NATO verso i confini dell'Ucraina".

Né gli appelli alla tregua, nella speranza di riprendersi dalla "schiacciante sconfitta" sul campo di battaglia, gli saranno di alcuna utilità, ha sostenuto. "Né gli serviranno le assurde condizioni di Zelensky , che ignorano la realtà, con cui ha perso il contatto da tempo e che presenta in risposta alle proposte statunitensi, di fatto annullandole", ha concluso.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Tue, 13 Jan 2026 11:30:00 GMT
WORLD AFFAIRS
Trump annuncia dazi del 25% su "qualsiasi paese che faccia affari" con l'Iran

 

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha avvertito lunedì tramite il suo account Truth Social che "qualsiasi paese che faccia affari con la Repubblica Islamica dell'Iran pagherà dazi del 25% su tutti gli affari" con gli Stati Uniti. L'ordinanza è definitiva ed efficace immediatamente, secondo Trump, mentre le proteste scuotono la nazione persiana.

Secondo la portavoce della Casa Bianca  Karoline Leavitt, il presidente non esclude di ordinare attacchi aerei contro l'Iran, affermando che si tratta di "una delle tante opzioni sul tavolo per il comandante in capo". Trump aveva minacciato di intervenire se i manifestanti fossero stati uccisi.

Nel frattempo, secondo il Wall Street Journal, diversi alti funzionari dell'amministrazione statunitense, guidati dal vicepresidente J.D. Vance, stanno spingendo affinché venga perseguito prima un approccio diplomatico.

Teheran ha accusato gli Stati Uniti e Israele di aver orchestrato i recenti disordini in diverse città iraniane, un'affermazione corroborata da numerosi documenti, secondo il Ministero degli Esteri. Nel frattempo, molti iraniani sono scesi in piazza a sostegno dell'attuale governo e contro quelli che percepivano come crimini sostenuti dall'estero.

I programmi nucleari o missilistici dell'Iran non vengono menzionati nel contesto delle ultime tensioni. I media indicano Reza Pahlavi, il figlio maggiore dell'ultimo Scià dell'Iran, residente in Occidente da decenni, come uno dei principali sostenitori dell'ultima ondata di proteste di piazza in Iran.

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Data articolo: Tue, 13 Jan 2026 11:30:00 GMT
WORLD AFFAIRS
Shoigu: la Russia condanna l'ingerenza esterna negli affari interni dell'Iran

 

Sergei Shoigu, segretario del Consiglio di sicurezza della Federazione Russa, ha condannato lunedì un altro tentativo da parte di forze esterne di interferire negli affari interni dell'Iran, secondo quanto riportato dai media locali e dall'agenzia cinese Xinhua.

Ha rilasciato queste dichiarazioni durante una conversazione telefonica con il segretario supremo del Consiglio di sicurezza nazionale iraniano, Ali Larijani, durante la quale Shoigu ha espresso le sue condoglianze per le gravi perdite subite in Iran, ha riferito l'ufficio stampa.

Le due parti hanno concordato di mantenere stretti contatti e di coordinare le loro posizioni per garantire la sicurezza.

Shoigu ha inoltre ribadito la disponibilità di Mosca a sviluppare ulteriormente la cooperazione bilaterale sulla base dell'Accordo di partenariato strategico globale firmato da Russia e Iran nel 2025.

Verso la fine del mese scorso sono scoppiate proteste in tutto l'Iran a causa del forte deprezzamento del rial e delle radicali riforme dei sussidi, prima di degenerare in disordini a livello nazionale con segnalazioni di scontri tra polizia e dimostranti.

Il 2 gennaio, Larijani ha messo in guardia gli Stati Uniti dall'interferire negli affari interni dell'Iran, affermando che tali azioni avrebbero compromesso la stabilità regionale e danneggiato gli interessi degli Stati Uniti.

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Data articolo: Tue, 13 Jan 2026 11:30:00 GMT
IN PRIMO PIANO
La Groenlandia nel Grande gioco dell'Artico


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

Parlare della Groenlandia significa parlare dell'Artico e dell'importanza che la regione va sempre più assumendo a livello globale, con attori di primo piano e “comparse” che però aspirano a ruoli meno marginali. La “comparse” mirano a ritagliarsi una parte, sia pur minore, nel gioco per aggiudicarsi almeno qualcosa delle enormi possibilità legate alla presenza nell'area. Riguardo agli attori principali, per dire, tra le vaste prospettive di cooperazione globale russo-cinese, quella sullo sviluppo dell'Artico non rientra certo tra le linee secondarie: dallo sfruttamento delle sue risorse, alle possibilità di rotte commerciali alternative, e anche ai pericoli militari che possono derivare dalla corsa americana per recuperare il forte ritardo accumulato in un'area che, per i rovinosi cambiamenti climatici innescati dalla bramosia di profitto, sta diventando sempre più strategica.

Anche i paesi UE sono dunque in allerta e accrescono i bilanci della difesa per consolidare l'influenza sulle infrastrutture energetiche nell'Artico. Ecco una delle ragioni per cui, nel momento in cui si fanno più insistenti gli “ammiccamenti” trumpiani a mettere le mani sulla Groenlandia, la Gran Bretagna discute con altri paesi europei l'invio di forze NATO sull'sola per cercare di dissuadere gli Stati Uniti, secondo il Telegraph, dalla sua annessione.

D'altra parte, l'interesse yankee per la Groenlandia è strategico, sia militarmente che economicamente e non solo per le risorse naturali dell'immensa isola. gli USA hanno da tempo aperto un consolato in Groenlandia e nominato un rappresentante del Dipartimento di Stato come Ambasciatore Generale per la regione artica; al Dipartimento della difesa hanno introdotto la carica di vice Assistente Segretario alla difesa per l'Artico e la stabilità globale.

In quello scacchiere, però, gli USA, pur nella loro veste di “attori globali”, sono abbastanza indietro rispetto, ad esempio, alla Russia, le cui coste costituiscono il 53% delle coste dell'Artico: il 10% del PIL russo e il 20% delle sue merci esportate passano per il Circolo Polare Artico. E, come corollario di particolare significato, gli USA dispongono appena di qualche unità di rompighiaccio, contro gli oltre 50 della Russia, tra nucleari e diesel-elettrici, senza contare che Moskva ha in programma la costruzione di altri 150 vascelli artici, di cui 46 di salvataggio e 12 rompighiaccio, oltre alle circa 600 navi civili della flotta artica. Si dice che entro il 2033 saranno costruiti tre rompighiaccio “Lider”, primi al mondo a consentire la navigazione tutto l'anno sul corridoio orientale della rotta del Nord, costeggiando la ?ukotka e attraverso lo stretto di Bering. In questo senso, non è quindi azzardato parlare di una rivoluzione del trasporto marittimo, in particolare per il mercato del GNL, in forte concorrenza alle rotte del canale di Suez, di Capo di Buona Speranza e ai corridoi terrestri dell'Eurasia.

Dunque, Downing Street è in allarme, scrive il Telegraph e discute con Parigi e Berlino il possibile invio di truppe in Groenlandia per difendere il Circolo polare artico e, di passaggio per proteggersi da Russia e Cina.

Da parte di Washington, lo scorso dicembre Donald Trump aveva annunciato la nomina del governatore della Louisiana Jeff Landry a inviato speciale per la Groenlandia e il governatore aveva confermato l'intenzione USA di rendere l'isola parte del proprio territorio. Immediata presa di posizione del ministro degli esteri danese Lars Lokke Rasmussen e richiesta di spiegazioni all'ambasciatore yankee a Copenaghen. Mercoledì scorso, il Segretario di stato Marco Rubio ha annunciato che intende incontrare le autorità danesi la prossima settimana per discutere della questione groenlandese.

Trump ha ripetutamente affermato che la Groenlandia dovrebbe diventare parte degli Stati Uniti, citando la sua importanza strategica per la sicurezza nazionale e, come catechistica appendice, anche per la difesa del "mondo libero".

Ora, ricorda qualcuno su facebook a proposito dell'importanza della regione artica e, come annesso, della Groenlandia, i corridoi baltico e artico non sono dettagli di secondo piano sulla scacchiera globale. Sono arterie strategiche che consentono alla Russia di garantire la propria deterrenza nucleare, in particolare attraverso la sua flotta di sottomarini armati di missili balistici. L'Artico consente a Moskva di dislocare sommergibili atomici in aree difficili da raggiungere, conservando così una piena capacità di risposta e le permette di proteggere le rotte critiche dall'accerchiamento NATO. La regione baltica, a sua volta, è diventata un corridoio ristretto militarizzato dove qualsiasi errore può portare a un'escalation conflittuale. Quando le grandi potenze iniziano a contendersi corridoi vitali – marittimi, energetici o militari – le possibilità di intervento diplomatico si riducono.

Su RIA Novosti, anche Elena Karaeva mette in evidenza le mosse di Bruxelles per contrastare la possibile "annessione americana" dell'enorme isola. Da un certo punto di vista e nonostante le proteste danesi e UE, la Groenlandia e gli Stati Uniti hanno in realtà più cose in comune di quanto immagini l'attuale establishment europeo. L'isola e gli Stati Uniti condividono una base comune, nota anche come placca tettonica nordamericana. L'unità geologica degli odierni Stati Uniti e Groenlandia ha circa tre miliardi di anni. Quando Trump, così detestato da Bruxelles, afferma che il suo Paese e l'isola hanno "molto in comune", ironizza Karaeva, non sta peccando contro la verità; sta semplicemente ricordando ai suoi detrattori la geografia.

Geografia che travasa in geopolitica e tocca gli equilibri mondiali, lo sviluppo strategico dei paesi e l'economia. Da questo punto di vista, l'accesso alle risorse si situa ai primi posti e, con esso, le rotte attraverso cui queste risorse, o i prodotti derivati, si spostano da un punto all'altro del pianeta: dall'area in cui quelle risorse giacciono a quella del loro sfruttamento.

E tanto le risorse, come i beni o i prodotti derivati, non vengono trasportati per via aerea, ma via mare. Non la consegna di prelibatezze a costosi ristoranti via aereo, prima che si deteriorino, costituisce il cuore dell'economia odierna, dice ancora sarcasticamente Karaeva; no, l'asse vitale è rappresentato dal trasporto di merci e prodotti tramite container, via mare.

«Quando sorgono problemi con il canale di Suez, con le vie d'acqua bloccate, il mondo europeo si blocca in un angolo, dato che l'Europa ha da tempo smesso di produrre ciò di cui ha bisogno quotidianamente. Chiunque controlli oggi il commercio marittimo sul pianeta controlla l'opinione pubblica, i prezzi delle azioni, la crescita economica (o il declino). E tutto il resto. Inutile dire che questo è uno degli obiettivi dell'establishment americano».

Ecco dunque l'importanza globale dell'Artico e, con esso, della Groenlandia e Trump ha ben presente la mappa che mostra come, acquisendo la Groenlandia, o per “compravendita” o per annessione, gli Stati Uniti potrebbero ottenere il controllo di una parte significativa della regione marittima artica.

Ma, come detto sopra, al momento gli USA possono vantare ben poca influenza nell'area: non dispongono di una flotta di rompighiaccio che sia davvero tale. Parlare di Artico senza disporre di vascelli adatti alla sua navigazione, personalmente fa venire in mente la battuta di quel buontempone che irrideva a chi va a giocare a tennis, ma lascia a casa la racchetta.

Mentre gli americani promuovevano "idee di progresso e democrazia" in tutto il mondo, dice di nuovo Karaeva, la Russia costruiva rompighiaccio: a propulsione nucleare, diesel-elettrica; costruiva anche rompighiaccio e traghetti atti alla navigazione in quelle acque. Così che oggi la Cina invia di buon grado in Europa i propri prodotti servendosi della rotta marittima settentrionale russa, con tempi di percorrenza quasi dimezzati rispetto al canale di Suez.

Oggi, tre potenze siedono a un vero tavolo negoziale e i contorni del futuro ordine economico e politico mondiale sono discussi a Mosca, Pechino e Washington; all'opinione di Bruxelles è riservato il cestino della carta straccia e anche la posizione di Parigi e Berlino non interessa più di tanto.

Hanno un bel dire, al Corriere della Sera, citando lo scrittore Javier Cercas, che «Trump e Putin sono dalla parte dell'autoritarismo», mentre l'Europa «è la sola speranza per la democrazia». Nell'attuale sistema globale di interessi geopolitici, di cosa parlano i liberal-lacrimevoli che cianciano a ogni passo di “autoritarismo” e “democrazia”, senza mai analizzarne i contenuti di classe, storici e sociali. Ha un bel piagnucolare, il signor Cercas, che «Trump e Putin non sono dalla parte della democrazia. Sono dalla stessa parte, quella dell’autoritarismo» e dunque «l’unica possibilità certa della vittoria della democrazia, che oggi è in pericolo, è che l’Europa si unisca. Perché l’Europa è il luogo in cui la democrazia è ancora viva, è più solida». Cosa intende per democrazia il signor Cercas? Quali sarebbero, a suo parere, i pericoli che la minacciano? Parlando di”democrazia” tout court, senza aggettivi, senza specificazioni sociali, senza mai specificare di “democrazia” per quale classe e ai danni di quale altra classe, intende forse quel sistema per cui si lasciano a casa lavoratori, si chiudono e si delocalizzano intere industrie? Quel sistema per cui miliardi vengono sottratti alle spese sociali, alla sanità, alle pensioni, per destinarli al riarmo e preparare così quella stessa Europa a una guerra totale con “l'autocrazia”? Buffoni lestofanti.

https://ria.ru/20260111/britaniya-2067188025.html?in=t

https://ria.ru/20260111/grenlandiya-2067133439.html

 

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Tue, 13 Jan 2026 07:00:00 GMT
WORLD AFFAIRS
L'Ucraina risulta in ritardo nel versamento di un rilevante importo al FMI (RIA NOVOSTI)

 

L'Ucraina risulta in ritardo nel versamento di un rilevante importo al Fondo Monetario Internazionale. Lo evidenzia l'analisi del piano di rimborsi del FMI condotta dall'agenzia RIA Novosti.

La scadenza per il pagamento è spirata alle 00:00 di lunedì, ora di Washington (le 08:00 di Mosca). Secondo i termini concordati, Kiev avrebbe dovuto rimborsare una tranche del debito per un ammontare di 125.737.500 Diritti Speciali di Prelievo (DSP), corrispondente al rimborso di fondi erogati tramite gli strumenti di finanziamento del Fondo, risorse provenienti dai paesi membri dell'istituzione.

In base al tasso di cambio ufficiale del 12 gennaio, che fissa il valore di un DSP a 1,3665 dollari, la somma dovuta corrisponde a circa 171,9 milioni di dollari. Nella mattinata di martedì, tuttavia, il calendario dei pagamenti del FMI non riportava conferma dell'avvenuta ricezione dei fondi.

Il calendario del Fondo indica che la prossima scadenza per l'Ucraina è fissata al 24 febbraio, per un importo di 62,5 milioni di DSP. Ulteriori e consistenti rate di rimborso del prestito sono previste per i mesi di febbraio e aprile.

La situazione finanziaria ucraina appare critica. Il bilancio nazionale per il 2026 è stato approvato con un deficit record. Dmytro Razumkov, deputato della Verkhovna Rada, ha avvertito che le risorse, incluse quelle destinate a stipendi militari e armamenti, potrebbero esaurirsi già nel prossimo mese di febbraio. Le autorità di Kiev continuano a contare sul supporto dei partner occidentali per colmare le lacune di bilancio, sebbene tali aiuti siano in progressiva riduzione.

Giovedì 2 gennaio, il Primo Ministro della Repubblica Ceca, Andrey Babish, ha dichiarato l'impossibilità per il suo paese di continuare a trasferire fondi all'Ucraina dal bilancio statale.

Il giorno successivo, il Primo Ministro ucraino Yulia Svyrydenko ha dichiarato che il paese necessita di 800 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni per la ricostruzione e la crescita economica, fondi che Kiev spera di ottenere tramite sovvenzioni, prestiti e investimenti privati.

Una possibile soluzione alla crisi, come più volte sottolineato dalla Russia, potrebbe risiedere in un cessate il fuoco e una riduzione degli effettivi delle Forze Armate ucraine. L'Ucraina, al momento, continua a non rispondere agli appelli in tal senso

Data articolo: Tue, 13 Jan 2026 07:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Prestito a Kiev e armi Usa: si apre una nuova faglia dentro l'UE

 

"Germania e Paesi Bassi si oppongono a Parigi che sta cercando di impedire a Kiev di utilizzare il prestito europeo da 90 miliardi di euro per l'acquisto di armamenti statunitensi". Lo scrive oggi POLITICO citando varie fonti a conoscenza della nuova crepa interna all'Unione Europea.

E' noto come i paesi dell'UE abbiano virato su questo nuovo sostegno finanziario a Kiev nell'impossibilità di trovare un accordo sugli asset russi, durante il vertice del Consiglio europeo di dicembre. I paesi membri stanno ora negoziando le condizioni formali del finanziamento, a seguito della proposta presentata mercoledì dalla Commissione europea. Secondo due diplomatici dell'UE al corrente delle discussioni citati da POLITICO, oltre due terzi dei finanziamenti della Commissione dovrebbero essere destinati a spese militari, anziché al normale sostegno al bilancio.

Il presidente francese, Emmanuel Macron, intende garantire un trattamento preferenziale alle imprese militari dell'UE per rafforzare l'industria della difesa del blocco, anche se ciò significa che Kiev non potrà acquistare immediatamente quanto necessario per contenere le forze russe.

La maggior parte dei paesi, guidati dai governi di Berlino e dell'Aia, sostiene invece che Kiev debba avere maggiore autonomia su come spendere il pacchetto finanziario dell'UE destinato al sostegno della sua difesa, secondo documenti di posizione visionati da POLITICO.

Queste tensioni, prosegue POLITICO, raggiungono un punto critico dopo anni di dibattiti sull'opportunità di includere Washington nei programmi di acquisto della difesa dell'UE. Le divisioni si sono acuite da quando l'amministrazione del presidente statunitense, Donald Trump, ha minacciato un'occupazione militare della Groenlandia.

I critici affermano che la spinta francese per introdurre una rigorosa clausola di "acquisto europeo" legherebbe le mani a Kiev, limitando la sua capacità di difendersi dalla Russia. "L'Ucraina ha urgente bisogno anche di attrezzature prodotte da paesi terzi, in particolare sistemi di difesa aerea e intercettori di fabbricazione statunitense, munizioni e pezzi di ricambio per gli F-16, nonché capacità di attacco in profondità", ha scritto il governo olandese in una lettera agli altri paesi dell'UE, visionata da POLITICO.

Mentre la maggior parte dei paesi, Germania e Paesi Bassi inclusi, sostiene una clausola generale di "acquisto europeo", solo Grecia e Cipro – che attualmente mantengono una posizione neutrale in quanto presidenti di turno del Consiglio dell'UE – appoggiano la pressione francese per limitare il programma alle sole aziende europee, secondo diversi diplomatici a conoscenza dei negoziati. I Paesi Bassi, in particolare, hanno suggerito di stanziare almeno 15 miliardi di euro affinché l'Ucraina possa acquistare armi straniere non immediatamente disponibili in Europa. "L'industria della difesa dell'UE non è attualmente in grado di produrre sistemi equivalenti o di farlo nei tempi richiesti", ha scritto il governo olandese nella sua lettera.

Data articolo: Tue, 13 Jan 2026 07:00:00 GMT
Attenti al Lupo
Fulvio Grimaldi - Trump e noi nel nostro piccolo. CON GLADIO AL POTERE E’ TEMPO DI ASKATASUNA

 

di Fulvio Grimaldi per l'AntiDiplomatico

In altalena tra bello e brutto

La versione spaccona che ha dato alla sua rappresentanza pubblica il solito, storico, potere colonialista, imperialista e gangsteristico, del dollaro, l’abbiamo vista e letta e analizzata da veri o presunti esperti, con testi che farebbero l’invidia dei rotoli del Mar Nero, della Bibbia e perfino dell’Enciclopedia Treccani.

Che poi, stringi stringi, scansato l’ovvio del bullo installato a 1600 Pennsylvania Avenue da chi ha ritenuto opportuno togliersi i guanti nel discutere col resto del mondo, le valutazioni dell’accaduto, dell’accadendo e di quanto potrebbe accadere si riducono a poca roba. Una in chiave ottimista (vista dal mondo delle regole) e l’altra catastrofista.

  1. Il rapimento di Maduro e le minacce a giro d’orizzonte lanciate da un energumeno fuori controllo contro chi gli mette la mosca sul naso e ha molte e buone risorse, primo, non hanno scosso la rivoluzione bolivariana che, anche con il duo Rodriguez, marcia sicura sul camino tracciato da Chavez con tanto di vasto supporto popolare; secondo, hanno irrobustito la presa di distanza dagli USA di governi che tutti ora si sanno a rischio, e delle opinioni pubbliche mondiali, con conseguente grave lesione alla credibilità USA. Corollario: sai come si rafforzerà adesso lo schieramento dei BRICS con i suoi pilastri russo e cinese!

  1. Il mondo è in mano a una triade che s’è spartita il pianeta. I cubani fattisi ammazzare per custodire il sonno della coppia Maduro sono dei fessi perché è da mo’ che le gerarchie politiche e militari venezuelane s’erano vendute. Avete visto come neanche i potenti sistemi antiaerei russi S-300, sono stati attivati? E non hanno forse subito chiamato Chevron, Exxon ed estrattori yankee vari di oro, bauxite, cobalto…? Venite, investite, lavoriamo insieme, facciamo tutto quello che serve per mettere all’angolo i cinesi e permettervi di controllare almeno l’emisfero. E la Sheinbaum messicana e il Petro colombiano non hanno lanciato messaggi conciliatori a Trump? (teoria Eva Golinger, prestigiosa analista geopolitica e già amica di Chavez)

Tutto questo non è che brutale semplificazione e chi si schiera da una parte o dall’altra sia consapevole che, comunque, rischia la cantonata. Più probabile per quello della versione A, meno per il seguace della Golinger. Lo temo con immenso rammarico da uno che la rivoluzione bolivariana l’ha seguita, frequentata e sostenuta fin dal primo giorno. E che ha vomitato a sentire la saltimbanco nera della Garbatella stralogare, rispetto alle barbarie del rapimento, di “azione difensiva”  del camerata Trump.

Per cui io preferisco guardarmi intorno a casa mia, della quale, essendone cittadino, sono un tantino corresponsabile. Per quanto possa blaterare contro il farlocchissimo “mondo delle regole”, fuffa disintegrata dall’imperatore americano, sciogliermi in autentiche lacrime di rabbia e disperazione per quanto il dante causa israeliano va facendo in Palestina, fare dieci docce per liberarmi di quanto mi imbratta del regime nazista ucraino, è a casa mia che c’è lo sgabuzzino e sono mie, lì dentro, le scope e la varichina da mettere all’opera.

Stay Behind (Stare dietro). A chi?

 Francesco Cossiga

E negli anfratti di questa mia casa che qualcuno, di soppiatto, ha incistato un mostriciattolo, creature deforme partorita dalla CIA dopo aver subito una pioggia di uranio impoverito. Sistemato e allevato a Capo Marrargiu, rinominato con elegante etichetta inglese “Stay Behind”, si era fatto trapelare che doveva servire a contrastare, dietro le linee, l’invasione sovietica di cui tutti giuravano che ci sarebbe stata. L’Italia, senza Stay Behind, si sarebbe trasformata in un unico, immenso gulag.

Tutto questo a celare il vero scopo che era simile, in chiave moralmente opposta, a quello dei poveri cubani messi a guardia del presidente venezuelano. Solo che, nel caso nostrano, italiota, si trattava di far sapere a comunisti ed eversori vari che, se avessero osato alzare un dito, anche solo di rimprovero, a qualsiasi dei regimi prosecutori, in chiave 2.0, del sistema che, secondo Washington, dove perpetuarsi senza grande soluzione di continuità rispetto agli anni ‘20 e ’30, Gladio, Stay Behind, sarebbe intervenuta. E lo ha fatto, di strage in strage, di False Flag in False Flag, chissà quante volte. Questo il Trumpino di casa nostra, Francesco Cossiga, l’ha fatto intuire, ma non lo ha precisato. 

Io so io e voi nun siete…

E dai padri latini che ci viene sempre la dritta giusta. Come quando dicono, riferendosi alla propria magione, “parva sed apta mihi” (piccola, ma adatta a me). E anche “si parva licet componere magnis” (se è lecito paragonare le cose piccole alle grandi), che è proprio ciò che dovremmo fare per capire come, nel nostro piccolo, si perpetuino i comportamenti, le strategie e le tattiche dei grandi. Spesso quasi a copia e incolla. Ed è questo il nostro campo d’azione. Come nel caso dell’io so io e voi nun siete un cazzo che, nella dimensione grande, esprime il pensiero del marchese di Mar-a-Lago (quattro campi da golf) e, nella versione burina, quella della marchesina della Garbatella (un campo di bocce).

I paragoni tra parva e magna sono un po’ come quelli tra un nostro film con Bud Spencer e il Gladiatore con Russel Crowe, epperò sono istruttivi e ci danno anche l’idea di come si configurino dei sovranisti che servono un sovrano che sta al di là dell’Atlantico e del tutto ignora che, oltre a 90 basi USA-NATO e un premier che lui chiama “beautiful woman”, abbiamo anche qualche Caravaggio.

Si parva licet…

Piantedosi deve fare in piccolo – cioè bastonare chiunque osi avvicinarsi, nella propria città! a meno di 10 km da ciò che è definito obiettivo sensibile (Ponte sullo Stretto, o quotidiano di merda) - ciò che fa in grande Kristi Noem, equipollente USA, quando esime da incriminazione poliziotti che sparano in testa a signore sedute al volante. O quando spedisce le squadracce ICE a rastrellare e deportare immigrati.

Troppo facili le similitudini tra Crosetto e Pete Hegseth, entrambi al massimo della potenza vitale e dell’inquadratura video quando, davanti alle armate schierate, si trovano a concionare di patria, valore, coraggio, stringiamci a coorte - siate pronti alla morte, voi. Loro per questo e futuri spettacoli spendono 1.500 miliardi (50% più dell’anno prima). Noi 35 miliardi (dall’1,5% al 2% del PIL), ma abbiamo la Folgore. Che sta alla Delta Force, come il micio sotto casa sta a un ghepardo.

Scopiazzatura continua. Quelli rapiscono Maduro che cercava di utilizzare il petrolio venezuelano per far mangiare e curare i venezuelani, questi sequestrano Mohammed Hannoun e compagni e incriminano giornalisti come Angela Lano. Quegli altri, i succedanei, bandiscono 37 organizzazioni umanitarie, ONU e non, perché bombe in testa, raffiche sulle tende e acqua gelata sui materassi non completino l’opera. Noi, bravi quasi quanto loro, facciamo passare per terroristi impegnati a eliminare l’unica democrazia del Medioriente, coloro che provano a far arrivare qualche aspirina e un sacchetto di farina a chi non merita nemmeno quelli.

Mohammed Hannoun, Angela Lano

In carcere di massima sicurezza non ci stanno i peracottai di un regime complice del genocidio, scaturito dal ventennio, ricarmatosi con Gladio, pista nera di ogni strage, passato con la sua leader dall’orbace ad Armani, ma nove squattrinati esuli palestinesi che provavano a far arrivare qualche chicco di riso a coloro cui dal 7 ottobre 23, in base a una colossale bugia, quel chicco è negato. Una giornalista e docente universitaria perquisita, inquisita, privata degli strumenti di lavoro, intimidita, minacciata perché non avalla quella e altre colossali bugie finalizzate ad agevolare il genocidio. Ma da decenni racconta le cose come stanno e come, per quei grandi e i nostri scopiazzatori piccoli, non devono stare. Vi pare che noi piccoli non ci si sia ispirati alle retate di Chicago, nel Texas o nell’Oregon, nelle università Columbia e Harvard, con relativi tagli di finanziamenti statali e la Guardia Nazionale a trattare le tende dei reprobi nei campus, come vengono trattate a Khan Yunis?

E se quei grandi riempiono di F35 e carri armati Abraham l’esercito più morale del mondo perché spazzi via anche l’ultimo palestinese scovato sotto le macerie, vuoi che i piccoli non si diano da fare per fornirgli quegli esplosivi “dual use”, destinati a fertilizzare campi (che non ci sono più), ma anche a preparare botti che spezzettino bimbetti andati a ricuperare qualcosina da sotto i detriti.

E veniamo a una fattispecie che a me sta, per affinità sentimentale e parentela politica, particolarmente a cuore. Che ne sia stato consapevole o no, il nostro ministro di polizia ha fatto nel neanche tanto piccolo, in questo caso, ciò che la polizia australiana ha fatto dei centri di iniziativa studentesca in ben sette università australiane. Sgombero. Tutti fuori, tutto chiuso. Il dispositivo di assedio era degno della presa di Roma dei lanzichenecchi.

Gladio al governo,  Askatasuna la resistenza

 Askatasuna e Gladio in divisa

E siamo all’Askatasuna. Ci conosciamo con l’Askatasuna. Ho avuto il privilegio di intervistarne le intelligenze. Come ci conoscevamo col Leoncavallo, che poi non era più nemmeno lui, se non nella memoria che, come è noto, è nemica mortale del potere e va obliterata. Anche con la chiusura di un ricordo. Tra noi, a distanza, si era anche aperta una crepa. Quella che, tempo di Covid, in mezzo mondo ha diviso amici, famiglie, coppie, comunità. Non c’è voluto molto per chiuderla. L’Askatasuna era, è, una delle cose più belle e storicamente, socialmente, politicamente, culturalmente, significative, della nostra storia repubblicana, dei suoi ultimi nefasti trent’anni, quella delle stragi, di Gladio, lo strumento del disordine a fini di un Ordine con la maiuscola, mai morto e sepolto, pronto ove occorra. Il trentennio, inaugurato da Draghi sul Britannia, dei Berlusconi, Prodi, dei bombaroli D’Alema e Mattarella, dei Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Draghi, Meloni (sì, anche di Conte, quello dei DPCM e dei lockdown), delle loro stragi Stato-mafia, un cataclisma, un’aberrazione, un tunnel, ma con dentro quella luce.  Trent’anni di resistenza.

Non solo Askatasuna. Cancellare quella realtà significa eliminare una geografia del pensiero altro, normalizzare il paese, arrotondare gli spigoli, tagliare la testa a una rete di centri sociali, di creatività, di resistenza, di antagonismo, a volte ingenuo, anche un po’ polveroso, spesso troppo insulare, ma deragliante rispetto ai binari obbligati di un potere tanto violento quanto ottuso.

E su tutti Askatasuna, protagonista della più strategica e decisiva battaglia in cui uno Stato predatore muoveva guerra al popolo, al territorio, alla verità, alla giustizia e ha trovato pane per i suoi denti, per tre decenni e non è finita. Val di Susa e No Tav, una battaglia per la vita e la sovranità popolare, un richiamo per i minacciati in tutto il mondo dal fascismo di ritorno e dallo sviluppo regressivo e spietato.

Con i compagni di Askatasuna, con Dana, con Nicoletta Dosio, con il più caro degli amici, Alberto Perino, abbiamo resistito, barricate, cantieri bloccati, presidi, territori liberati, un popolo tutto in piedi dietro alle sue avanguardie, come succede nelle rivoluzioni. E venivano a sostenere, a imparare, a contribuire, gli indiani d’America, gli africani dell’Apartheid, i palestinesi dei Fedajin, i tuareg, gli esquimesi, i Semterra del Mato Grosso, i chavisti della rivoluzione bolivariana…NO TAV e Valsusa e questa sua direzione politica, faro dell’Occidente in resistenza.

Ho provato a raccontare un po’ di tutto questo nei documentari

Anche un’Askatasuna è per sempre, alla faccia di Gladio. Cuore pulsante di un quartiere, di una città, di un paese, con il suo lavoro del riscatto per scuola, salute, spettacolo, musica, stare insieme, spina dorsale di una città, l’Askatasuna. Ragazzi, operai, universitari, docenti, pensanti, combattenti attrezzati, coscienti, teoria e azione, insegnamento ed esempio. All’Askatasuna guardavano le grandi resistenze di quegli anni, prima dell’uscita del verminaio da sotto i monumenti che si pensavano crollati una volta per tutte. No Tav, ma anche No Muos contro l’apparato di guerra globale a Niscemi, No TAP, contro l’oleodotto che avrebbe squarciato mare e Salento, No Poligoni, in una Sardegna sacrificata ai giochi di guerra della NATO e alle sperimentazioni delle industrie della morte, anche di Israele, e a un inquinamento sociocida

Essendo attempato un bel po’, venendo dagli anni post ’68, ho potuto riconoscere nella lotta No Tav e in Askatasuna la fioritura di semi sparsi allora. Quelli degli anni che, ancora  definiscono derogatoriamente “di piombo”, ne hanno una paura fottuta. Anni di piombo?

Perlopiù piombo di Stato, contro chi quello Stato, riemerso quasi intatto dai suoi precedenti nefasti, pensava di ricondurre al dettato della Costituzione e anche oltre: libertà, uguaglianza, una società orizzontale non verticale. E si democratizzarono i rapporti in fabbrica, scuola, università, si ottenne lo Statuto dei Lavoratori, il Servizio Sanitario Nazionale.

E si morì, da tutte le parti. Lo Stato ricorda i suoi. Nessuno ricorda i nostri. Basta un lampo di memoria: Giuseppe Pinelli, Roberto Franceschi, Walter Rossi, Giorgiana Masi, Francesco Lorusso, Claudio Varalli, Mariano Lupo, Alceste Campanile, Saverio Saltarelli, tanti altri. Ecco il piombo di quegli anni.

Ora Piantedosi ha ripreso il filo. Nero. Ha sgomberato, chiuso, azzerato l’Aska. Ha tagliato un cordone ombelicale che univa quella realtà all’Italia della Resistenza. Che univa quell’Italia, quella valida, quella da amare, da custodire negli archivi, oggi abbandonati alla polvere, nei quali studiare il futuro. Italia da riconquistare.

Con l’ukase di Piantedosi all’Askatasuna, a Torino, la sfida è rivolta a tutto il paese. Al suo popolo. Alle sue classi che da sempre si cerca di mettere fuori gioco. Di non farle parlare, perché sanno dire le cose giuste. Quelle che cambiano il mondo. Ma se una Gladio provano a farla essere per sempre e, anzi, oggi sta al governo,  tutti noi che abbiamo marciato a fianco di quelli di Gaza sappiamo che per sempre è, inesorabilmente, un’Askatasuna.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Tue, 13 Jan 2026 06:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Sovranità sotto le bombe: il Venezuela bolivariano non cede

Nel pieno di una delle fasi più drammatiche della sua storia recente, il Venezuela mostra una compattezza politica e popolare che smentisce apertamente le narrazioni provenienti da Washington. La presidente incaricata Delcy Rodríguez ha ribadito con fermezza che il Paese non è governato da alcuna potenza straniera, ma da istituzioni legittime e da un popolo organizzato che resiste. Parole pronunciate da Catia La Mar, una delle località colpite dai bombardamenti statunitensi del 3 gennaio, divenuta simbolo della volontà venezuelana di difendere sovranità e indipendenza anche sotto le macerie.

L’aggressione militare degli Stati Uniti, costata la vita a circa cento civili e militari e accompagnata dal sequestro del presidente costituzionale Nicolás Maduro e prima combattente Cilia Flores, non ha prodotto la frattura interna auspicata dagli strateghi di Washington. Al contrario, ha rafforzato l’unità del campo chavista e la saldatura tra Governo, forze armate e potere popolare. Rodríguez ha più volte sottolineato che “la grande vittoria del nemico sarebbe dividerci”, ma che tale obiettivo è fallito di fronte a una risposta collettiva fatta di fermezza, serenità e coscienza storica.

Mentre Donald Trump si auto-proclama sui social “presidente ad interim” del Venezuela e alti funzionari USA rivendicano un controllo unilaterale sull’industria petrolifera venezuelana, Caracas riafferma la propria linea: relazioni internazionali basate sul rispetto, sulla legalità e su accordi trasparenti, senza rinunce alla sovranità nazionale. Anche sul terreno energetico, il Governo bolivariano insiste su una cooperazione che porti benefici reciproci, respingendo l’idea di una gestione coloniale delle proprie risorse.

Di fronte alla propaganda della Casa Bianca, che parla di “piena cooperazione” e celebra l’aggressione come un successo geopolitico, il chavismo risponde con la mobilitazione popolare, il sostegno internazionale e la legittimità costituzionale. Le manifestazioni in Venezuela e in decine di Paesi per la liberazione di Maduro e Flores testimoniano che la pressione esterna non ha spezzato il tessuto politico del Paese, ma lo ha reso più consapevole e coeso.

La storia recente dimostra ancora una volta che la Rivoluzione Bolivariana, nata come progetto di emancipazione nazionale e giustizia sociale, trova nella difficoltà la propria forza. Di fronte alle manovre statunitensi, il Venezuela bolivariano non arretra: si compatta, resiste e rilancia la propria battaglia per un futuro sovrano, multipolare e libero da ingerenze imperiali.


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Data articolo: Tue, 13 Jan 2026 06:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
La Russia potrebbe sostituire il Venezuela nelle forniture di petrolio alla Cina

Il possibile blocco delle forniture di petrolio venezuelano verso la Cina sta già producendo effetti a catena sui mercati energetici globali. Secondo diversi analisti, la brusca interruzione delle esportazioni - aggravata dal sequestro di petroliere e dal sequestro del presidente Nicolás Maduro il 3 gennaio - potrebbe offrire alla Russia l’opportunità di rafforzare la propria presenza sul mercato cinese.

Le raffinerie indipendenti cinesi, storicamente acquirenti di greggio venezuelano pesante a prezzi scontati, rischiano di trovarsi in difficoltà già dalla primavera del 2026. In questo scenario, le compagnie russe potrebbero aumentare le forniture verso la Cina e, soprattutto, ridurre gli sconti praticati finora sul proprio petrolio. Per gli esperti, il sequestro di Maduro rappresenta un vero punto di svolta per l’industria petrolifera venezuelana e per il mercato globale dei greggi pesanti.

Anche se Pechino potrebbe tentare un accordo con Washington per ripristinare i flussi, i tempi non saranno brevi e i prezzi difficilmente torneranno quelli di prima. Con infrastrutture venezuelane logorate e investimenti rallentati, la partita energetica si sposta sempre più sull’asse Mosca - Pechino, ridisegnando equilibri e rapporti di forza in un mercato già profondamente segnato dalle tensioni geopolitiche.


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Data articolo: Tue, 13 Jan 2026 06:00:00 GMT
Popoli e dintorni
Groenlandia, parlano i nativi locali e difensori del popolo Inuit

 

In riferimento alla questione USA Groenlandia posta da D. Trump, queste sono le posizioni del Partito locale Inuit Ataqatigiit (Comunità Inuit-IA), un partito politico groenlandese progressista e indipendentista fondato nel 1976, che raccoglie tra il 22 e 37% dei voti, a seconda delle scadenze elettorali, che si batte per una Groenlandia socialmente giusta, economicamente sostenibile e culturalmente avanzata. Impegnato a promuovere l'autodeterminazione e a sostenere le comunità locali attraverso una politica inclusiva vicina alle realtà popolari. Si batte per la tutela dell'ambiente, per uno sviluppo sostenibile che rispetti sia le tradizioni sia l'esigenza di innovazione moderna.

  “…Sulle questioni e dichiarazioni relative al nostro paese, sembra che la commissione per la politica estera del Parlamento danese voglia tenere una riunione straordinaria, senza di noi. Non possiamo accettarlo, ma questo  dimostra chiaramente come, la parte danese intende il concetto di cooperazione. Basta , non si può continuare così. Esortiamo il governo della Groenlandia a sollevare la questione con il governo danese il prima possibile e a elaborare piani d'azione chiari e concreti”, ha dichiarato Erica Pipaluk esponente di Inuit Ataqatigiit

“…Il potere si esercita attraverso la conoscenza e le potenze coloniali hanno sempre agito in questo modo. Quando si tratta del nostro Paese, veniamo emarginati e resi impotenti. Dovremmo mettere in discussione la nostra posizione all'interno dello Stato danese e valutare tutte le questioni che riguardano il nostro Paese con occhio critico.

Lo status quo non è un'opzione, si legge nell'accordo di coalizione. Il Primo Ministro ha dichiarato che il futuro della Groenlandia deve essere deciso in Groenlandia: perché questa informazione ci viene tenuta celata?

Nella situazione attuale, la cosa più importante è che il nostro Paese e il nostro Naalakkersuisut ( ndt: governo della Groenlandia) restino forti. La coalizione concorda sulla necessità di rivedere la legge sull'auto decisionalità, e pertanto è opportuno mettere in discussione la segretezza delle informazioni da parte del governo.

La decisionalità del nostro Paese deve essere rafforzata e quindi devono iniziare veri negoziati: non c'è altra via d'uscita. Se vogliamo che l'autorità e il potere decisionale siano nostri, dobbiamo iniziare ad agire.

Questa è una questione fondamentale a cui devono rispondere i cittadini del nostro Paese…”, ha detto Erica Pipaluk di IA .

Naalakkersuisut è il governo della Groenlandia, una "nazione costituente autonoma" del Regno di Danimarca. Il governo è parte di un sistema parlamentare di democrazia rappresentativa, in cui il Primo ministro della Groenlandia è il capo del governo in un sistema multipartitico. Il potere esecutivo viene esercitato dal governo, mentre quello legislativo viene esercitato sia dal governo che dal Parlamento "Inatsisartut". La Groenlandia gode di ampia autonomia su gran parte delle materie, ad eccezione delle politiche e delle decisioni che coinvolgono la regione, tra cui i negoziati con i parlamenti locali e il Parlamento danese (Folketing).

Mariane Paviasen Jensen  portavoce politico di Inuit Ataqatigiit:Possiamo avere un dibattito appropriato e necessario?”

“…Noi di Inuit Ataqatigiit crediamo che la partecipazione della popolazione sia fondamentale nel percorso della Groenlandia verso l'indipendenza.

Fondamentalmente, crediamo che la questione dell'indipendenza debba essere decisa dalla popolazione attraverso un referendum. In questo contesto, è fondamentale anche trovare un terreno comune: se il desiderio di indipendenza diventa solo uno slogan dei partiti, senza riguardo per la società, perde il suo valore. Un dibattito ampio e aperto con i cittadini è assolutamente necessario. Pertanto, IA ritiene che le parti debbano elaborare al più presto, insieme alla popolazione, un piano per il nostro percorso verso l'indipendenza. Non giova alla Groenlandia che le parti inviino individualmente segnali al mondo esterno su come dovrebbero procedere i negoziati con il Regno o con altri. Al contrario, crediamo che tutte le parti abbiano la responsabilità condivisa di garantire che la Groenlandia abbia una posizione negoziale solida e solida quando negozieremo.

Tra le domande importanti a cui rispondere sulla strada verso l'indipendenza ci sono: come possiamo ridurre le spese senza compromettere le attuali condizioni di vita della popolazione? Come dovremmo gestire l'ambito della difesa e della sicurezza nazionale? Come possiamo creare una struttura valida e sostenibile per il sistema giudiziario, la polizia, il sistema educativo, le scuole, la difesa, il sistema sanitario e tutti gli altri compiti sociali? Dobbiamo avere piani su come possiamo gestire le aree di autorità danesi in modo conveniente per noi. E non da ultimo: su quali basi economiche potremo contare in futuro? Dobbiamo pianificare con attenzione e con considerazioni a lungo termine.

Solo discutendo insieme e apertamente di queste questioni potremo compiere passi avanti concreti e mirati. Se evitiamo di puntare il dito contro gli altri e invece ci rafforziamo a vicenda, il dialogo e i prossimi passi porteranno a risultati concreti.

L'autodeterminazione può essere raggiunta solo contando sulle nostre forze e assumendoci le nostre responsabilità. Questo è ciò che gli Inuit Ataqatigiit vogliono: che ci assumiamo le nostre responsabilità uniti.

Dibattiamo seriamente, perché solo attraverso un confronto aperto e obiettivi comuni possiamo arrivare a questo. Se ci limitiamo a discutere e a criticarci reciprocamente, l'unico vincitore saranno gli altri Paesi che intendono esercitare il loro potere sul nostro.

A questo proposito, occorre  incoraggiare i leader del partito ad accelerare sulle importanti e pericolose questioni di questi ultimi mesi e settimane contro la nostra isola. Da soli non possiamo di certo assumerci questi compiti da soli; i leader del nostro partito deono assumersi la responsabilità di guidare e indirizzare il dibattito….”, ha concluso la Jensen.

                   

                        A cura di Enrico Vigna, IniziativaMondoMultipolare/CIVG, 11 gennaio 2026

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Tue, 13 Jan 2026 06:00:00 GMT
Cultura e Resistenza
Imperialismo USA e dominio mondiale nel nuovo libro di Pascale

 

Recensione a cura di Daniele Burgio, Massimo Leoni, Roberto Sidoli

Il recente libro scritto da Alessandro Pascale, intitolato Ascesa e declino dell'impero statunitense. Vol.  II La violenza occulta del totalitarismo americano, costituisce un’eccellente chiave di comprensione rispetto al lungo processo di sviluppo e decadenza dell'imperialismo statunitense, anche perché spesso esso focalizza la sua attenzione sulla costante priorità strategica selezionata da quest'ultimo negli ultimi otto decenni, consistente nella ricerca ossessiva e multilaterale dell'egemonia a stelle e strisce sull'intero pianeta.

A pagina 19 del suo libro Pascale ha evidenziato, in modo obiettivo e corretto, la genesi della stella polare e della costante geopolitica, strategica ed economica dell'imperialismo statunitense e della sua propensione a una guerra nucleare preventiva notando che, “ancora nel fatidico luglio del 1945, un consigliere sussurra all'orecchio di Truman" (divenuto da poco presidente americano) "il successo del primo esperimento atomico. L'escalation dei piani militari rimodula, stravolgendoli, i piani politici. Il 19 luglio il documento segreto JCS 1496 enuncia la politica del "primo colpo", precisata e adottata formalmente dai capi di Stato maggiore nel JCS 149/3:" nel passato, gli USA hanno potuto attenersi ad una tradizione di non colpire mai fino a che non fossero attaccati. Per il futuro, la nostra forza militare dovrà essere capace di sopraffare il nemico e di annientare la sua volontà e capacità di fare guerra prima che possa infliggerci un danno significativo".

Potrebbe anche sembrare l'inizio della trama di una serie televisiva a sfondo spionistico e geopolitico, ma invece stiamo analizzando un concretissimo piano di dominio globale statunitense, che si riproduce e protrae anche ai nostri giorni.

Arrivando infatti all'inizio del terzo millennio, non risulta fantapolitica il sanguinoso bombardamento USA contro l'eroico Venezuela bolivariano e il rapimento del legittimo presidente del paese, Nicolas Maduro, assieme a sua moglie.

Non è inoltre in un film comico-horror che Donald Trump, sempre all'inizio del 2026, abbia ancora una volta dichiarato che lo stato da lui diretto occuperà e si prenderà il controllo della Groenlandia dalla Danimarca con le buone o con le "solite" cattive: ossia con rivoluzioni colorate, bombardamenti, invasioni, ecc.

Non è stata un'invenzione di Dan Brown il fatto indiscutibile che nel solo 2025 gli Stati Uniti abbiano bombardato la Somalia per ben 43 volte, e quindi quasi una volta alla settimana.

Non risulta purtroppo il frutto della fantasia di Stephen King neanche il concretissimo è durevole appoggio che l'imperialismo a stelle e strisce ha fornito all'atroce genocidio commesso dallo stato sionista a Gaza, a partire dal 2023.

L'imperialismo statunitense ha via via creato un "orrore senza fine" (Lenin) di super-riarmo atomico, di guerre e di sfruttamento su scala planetaria che deve essere finalmente fermato, innanzitutto e in via preliminare smettendo di credere anche a sinistra alle favolette raccontate senza sosta dai massmedia occidentali sul presunto "imperialismo cinese" e su quello russo, ricordandosi invece che:

- la Cina possiede una sola ed unica base militare all'estero, mentre gli USA hanno ben 642 insediamenti bellici in 70 nazioni, senza contare quelli NATO;

- è stato l'imperialismo statunitense, e non certo la Cina, a scatenare (e a perdere clamorosamente) due guerre dei dazi contro Pechino, nel 2018-2019 e nel 2025;

- secondo l'insospettabile istituto di ricerca SIPRI, nel 2024 gli USA hanno speso il 37% del totale mondiale delle somme erogate per le forze armate, più di tre volte rispetto a quelle cinesi;

- il solo bombardamento finora condotto contro impianti nucleari è stato compiuto in Iran dai soliti Stati Uniti, il 22 giugno del 2025;

- i sequestri pirateschi di denaro pubblico, impianti di raffinazioni statali e petroliere venezuelane sono state compiute da Washington, non certo da Pechino;

- Echelon costituisce l'unico sistema di controllo globale sulle più diverse comunicazioni, con siti collocati in Gran Bretagna, Australia, Giappone e nell'isola di Ascensione nell'Atlantico;

- sono principalmente di matrice statunitense i tentativi di destabilizzazione dei governi ritenuti ostili (contro Cuba, Iran, Nicaragua, Venezuela, Bielorussia, ecc.) compiuti in giro per il mondo, mai invece dovuti e imputabili all'azione anche indiretta della Cina Popolare;

- un discorso analogo vale anche per i boicottaggi economici, tecnologici e finanziari promossi dalle diverse reti dell'imperialismo statunitense contro Cuba, Venezuela, Iran e numerose altre nazioni.

Nell'ottimo e brillante scritto di Alessandro Pascale il lettore potrà trovare una miriade di dati di fatto, evidenti e indiscutibili, rispetto alle molteplici azioni compiute dopo il 1945 per il dominio mondiale dalla principale potenza imperialista, gli Stati Uniti.

 

"Il libro, di fatto autoprodotto, è acquistabile direttamente dall’Autore Alessandro Pascale a prezzo scontato (25 euro comprensivi di spese di spedizione) scrivendo alla mail info@intellettualecollettivo.it, oppure su tutte le piattaforme web (Amazon, IBS, Feltrinelli, Hoepli, Libraccio, Youcanprint, ecc.), o ordinandolo in libreria."

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Data articolo: Tue, 13 Jan 2026 06:00:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Venezuela, Padrino Lopez: "Unità nazionale e coscienza storica!"

Il Ministro della Difesa, Vladimir Padrino López, ha affermato che le Forze Armate Nazionali Bolivariane (FANB) accoglieranno l'appello lanciato dalla Presidente ad interim Delcy Rodríguez a mantenere l'unità nazionale.

Lo ha dichiarato in un messaggio pubblicato sul suo account Instagram - lunedì 12 gennaio - in cui ha dichiarato che "con il dolore dei nostri caduti in combattimento, eroi ed eroine di questa nazione", le FANB si uniranno a questo appello "in questi momenti difficili e cruciali che la nostra Repubblica sta vivendo".

"L'intrigo non contribuisce in alcun modo alla pace oggi; il settarismo non contribuisce in alcun modo alla pace oggi; e la sterile polarizzazione non contribuisce in alcun modo alla pace. Questo è un momento di unità nazionale e coscienza storica!", ha sottolineato il capo militare e ministro bolivariano.

Di seguito il messaggio completo di Padrino López:

"Unità nazionale e coscienza storica! È trascorsa una settimana piena di complessità dall'aggressione militare perpetrata contro il cuore stesso della nostra sovranità, con il sequestro del Presidente Nicolás Maduro e della First Lady, la deputata Cilia Flores. Con il dolore di coloro che sono morti in combattimento, eroi ed eroine di questa nazione, noi delle FANB (Forze Armate Nazionali Bolivariane) ci impegniamo a sostenere e ad accogliere l'appello all'unità del Presidente ad interim, Dott.ssa @delcyrodriguezv, in questi momenti difficili e cruciali per la nostra Repubblica.

L'intrigo non contribuisce in alcun modo alla pace oggi; il settarismo non contribuisce in alcun modo alla pace oggi; e la sterile polarizzazione non contribuisce in alcun modo alla pace. Questo è un momento di unità nazionale e coscienza storica!

A livello personale, vi dico che nei momenti più difficili che abbiamo affrontato dalla scomparsa del nostro Comandante Chávez, impedire spargimenti di sangue tra i venezuelani ed evitare divisioni all'interno delle FANB ha guidato le mie azioni. Pertanto, ribadisco il mio appello all'unità e alla serenità. Lo stesso appello che ho lanciato in momenti critici come il 2014, il 2017 e il 2019, quando l'aggressione contro la nostra nazione si intensificò, lo ripeto oggi con più forza che mai. Sono un paladino della pace! Senza unità, non ci saranno libertà né indipendenza! Unità e Libertà!".

 
 
 
 
 
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Data articolo: Mon, 12 Jan 2026 22:11:00 GMT
IN PRIMO PIANO
Caracas, la melodia della resistenza: José Alejandro Delgado e l'armonia della lealtà

 

di Geraldina Colotti

Caracas, 12 gennaio 2026

 

Nella Plaza de los Museos, a Caracas, i bambini e le bambine disegnano aerei carichi di fiori e non di bombe, accanto ai volti di Nicolás Maduro e della deputata Cilia Flores — il presidente venezuelano e la "primera combatiente", sequestrati nella notte del 3 gennaio. Musica, poesia e canti si alternano alle riflessioni politiche di Blanca Eekhout, Erika Farías, Génesis Garvett e Hindu Anderi. Tra il pubblico, tra bandiere e striscioni, si scorgono volti noti dell'intellettualità, come Judith Valencia. Sul palco, i versi di poeti come Joel Linares Moreno seguono le note della cantante Amaranta, presentati dalla promotrice culturale Margot Sivira, organizzatrice della Soberana Caravana: un'iniziativa del Fronte Francisco de Miranda che ha riunito artisti, cultores, poeti, attivisti, circensi, attori, cantanti e ballerini.

Questa è la prima di diverse edizioni che verranno replicate in varie zone di Caracas con l'obiettivo di elaborare insieme la ferita profonda inferta dall'attacco imperialista, e mostrare una risposta d'amore, condivisione e forza che sta sconfiggendo la violenza e la paura. Questo primo incontro è stato concluso da José Delgado, musicista, compositore e cantautore venezuelano, che ha commosso il pubblico con le sue parole di incoraggiamento e impegno. Nel suo repertorio predomina la fusione di ritmi provenienti dalla musica popolare tradizionale venezuelana con generi come jazz, rock and roll, salsa e pop. I suoi strumenti principali sono il cuatro e la chitarra. Vive a Ciudad Tiuna, dove si sono scatenati i bombardamenti di Trump. Al termine dell'incontro, ci ha raccontato ciò che ha vissuto.

Qual è il significato e l'obiettivo di questa iniziativa?

José Delgado: Siamo qui in questa Caravana Soberana, in questa prima edizione nella Plaza de los Museos, cantando e alzando le nostre voci. Stiamo articolando i nostri cuori per sentirci uniti in questo nuovo momento che ci è piombato addosso e che ci pone davanti molte sfide. Come sempre, il popolo venezuelano affronta sfide perché ha deciso di emanciparsi. L'imperialismo usa sempre molte forme per piegarci; alcune sono evidenti, altre silenziose ma efficaci. Opporre resistenza a tutto questo richiede enormi quantità di energia, e il canto e la poesia diventano il modo per proteggerci, per darci un limite di fronte a tutta questa commozione che stiamo vivendo. Ho vissuto il bombardamento nella mia comunità.

Lo hai vissuto direttamente?

Sì, vivo a Ciudad Tiuna.

Per spiegarlo a chi ci legge dall'estero, cos'è Ciudad Tiuna?

Ciudad Tiuna è l'urbanizzazione pilota creata dal Comandante Chávez all'interno di Forte Tiuna, il principale forte del paese. È stato il luogo colpito dal maggior numero di missili e bombe in questo orribile bombardamento. Ci vivono circa 25.000 famiglie in tutti i settori. È un progetto abitativo della Rivoluzione Bolivariana dove ci sono state consegnate soluzioni abitative a credito per le famiglie lavoratrici. È un bastione di dignità, di forza e di rivoluzione. È popolata da molti bambini, parchi e molta vita permanente. Sentire quello che ci è successo il 3 gennaio è stata una situazione atroce che dovremo elaborare come comunità. È un ricordo orribile che ci segna, ma le vulnerabilità suggellano anche legami profondi.

E ci sono stati anche feriti, vero?

Feriti e morti. Nell'altro settore di alloggi, verso la zona dei "bielorussi", le esplosioni si sono sentite molto di più. Davvero, sto ancora cercando le parole per dare sfogo a questi sentimenti, perché vivere un'esperienza del genere è qualcosa di veramente scioccante. Stavamo dormendo e all'improvviso le esplosioni. Pensi che, mentre scendi le scale, la tua casa possa saltare in aria da un momento all'altro. La gente gridava nel panico. Tutto molto brutto. Ma la comunità si è riunita, ci siamo incontrati cercando di ricominciare il circuito quotidiano delle azioni. Saremo sempre più forti. Confido che sia così perché ci spetta; i nostri liberatori e le nostre liberatrici ci hanno chiamato molti anni fa. Questo trascende me e la mia epoca. È un richiamo dei nostri antenati e noi non dobbiamo fare altro che eseguire quell'ordine.

All'estero, attraverso i social network, hanno detto che ci sono stati saccheggi e che l'opposizione sta festeggiando in strada. Tu cosa hai visto? Cosa sta succedendo davvero per le strade?

Beh, la strada è tranquilla, è in pace. Non ho visto alcun focolaio di violenza né applausi dell'opposizione. Credo che il nostro popolo sia comprensivo e leale. Anche se discutiamo animatamente, siamo capaci di portare un'arepa al vicino che la pensa diversamente, e che ne ha bisogno. Questo insegnamento è una lezione per tutti. Il nostro popolo, come sempre, si comporta all'altezza delle avversità. Mi commuovo molto e rafforzo ogni volta il mio impegno.

Quanti anni hai?

Ne ho 45, li ho compiuti il 28 dicembre.

Sembri un ragazzino. E quando hai iniziato a fare musica?

Ho iniziato da piccolissimo a casa, con le "parrandas" della mia famiglia, con i miei genitori e i miei fratelli.

E come definiresti il tuo stile?

Come definiresti il mio stile, amico?

Il chitarrista interviene: "Sentido" (sentito). Perché se non lo sente, non lo canta. Questo è vero, è reale, ed è una cosa rara in questo momento.

Sei d'accordo?

Sì. La mia musica si nutre della trova venezuelana e latinoamericana, dei nostri trovatori più originari e delle nostre musiche tradizionali. Questo è il mio primo nutrimento.

C'è anche molto rap...

C'è un po' di tutto. Sperimento con molti suoni. Ho una predilezione per la musica tradizionale venezuelana, ma partendo da lì, con totale libertà, combino i suoni. Alcuni "bruciano" e si spengono tra le mani e altri vengono molto bene. È una musica molto mescolata con una ricerca poetica molto personale. Non si tratta solo di ripetere le cose, ma di creare con gli strumenti e con ciò che sento. Creo canzoni con il mio marchio, con il mio modo di risolvere i problemi.

A Ciudad Tiuna ci sono molti musicisti?

Moltissimi. C'è Lionel, Lilia, Amaranta, Tijoy... ce ne sono tantissimi.

Com'è nata questa Caravana Soberana e come avete reagito insieme nell'immediato?

Questa carovana nasce dalla convocazione del Fronte Francisco de Miranda con l'idea di portare l'arte al nostro popolo, di incontrarci per cantare e sentirci uniti. Credo che resterà qui ancora per qualche settimana, perché questo spazio di sentimento è molto importante. Dobbiamo attraversare due cose: da un lato la commozione e i racconti difficili da digerire, e dall'altro restare in piedi nella lotta per continuare a difendere la nostra rivoluzione.

Qual è la tua analisi di ciò che è accaduto? Che scenario possiamo immaginare ora?

Non avremmo mai immaginato questo scenario, nonostante gli avvertimenti. Il nostro popolo è in pace e la dirigenza delle nostre istituzioni sta facendo ciò che deve fare. Il nostro presidente, che è sequestrato, ci ha dato segni di dignità e di orgoglio, e così la compagna Cilia, nostra “prima combattente”. Sono in piedi. Il nostro presidente non si è piegato. Noi accettiamo ciò che ci dicono e dobbiamo continuare nella disciplina, rafforzando quella che io chiamo l'armonia della lealtà che possiede questo popolo.

Come definiresti questa armonia della lealtà a livello poetico?

Come qualcosa che ci muove dal profondo e ci fa stare insieme nelle difficoltà. È la lealtà alla nostra storia, alla nostra memoria storica e ai nostri principi. Spesso non potrei spiegartelo in profondità, ma è qualcosa che ci mantiene disciplinati. Sebbene siamo un popolo molto ribelle ed è difficile che facciamo esattamente ciò che qualcun altro vuole, sappiamo unirci quando c'è una situazione seria. A volte possiamo non capire dove stiano andando le cose, ma non per questo ci disordiniamo. A un certo punto le cose si chiariranno e vedremo il cammino da prendere. Io non sono un militare con missili o bazooka, non ne so nulla, ma confido che il nostro governo abbia uomini e donne formati per questo. Sono sicuro che hanno agito nel modo in cui si doveva agire.

In che senso?

Sono convinto che ci sia stato l'ordine di non opporre una resistenza maggiore. Perché se avessimo resistito di più, tutti i quartieri di Caracas sarebbero pieni di migliaia di morti. È stato così perché quei cani arrivavano con la bava alla bocca per ucciderci a milioni. Sono caduti fratelli e sorelle; siamo vicini alle loro famiglie, onoriamo la loro memoria e la loro lotta non sarà vana. Non sono riusciti a uccidere più persone, e anche questa è l'armonia della lealtà.

Data articolo: Mon, 12 Jan 2026 21:00:00 GMT

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