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di Francesco Sylos-Labini*
La differenza tra il diritto internazionale delle Nazioni Unite e il cosiddetto “ordine internazionale basato sulle regole” (rules-based international order, Rbio) non è soltanto concettuale: è sostanziale e politicamente decisiva. Il diritto internazionale costituisce un corpus di norme giuridiche vincolanti che regolano i rapporti tra Stati sovrani. Le sue fondamenta risiedono nella Carta dell’Onu del 1945, nei trattati multilaterali, nelle decisioni di organi quali la Corte Internazionale di Giustizia ecc. I suoi principi cardine sono la sovranità e l’eguaglianza giuridica degli Stati, la non ingerenza negli affari interni, la risoluzione pacifica delle controversie e, soprattutto, il divieto dell’uso della forza, salvo i casi di legittima difesa o di esplicita autorizzazione del Consiglio di Sicurezza Onu. Un diritto codificato, multilaterale, universalmente riconosciuto e formalmente vincolante.
Di natura completamente diversa è invece il cosiddetto Rbio. Questo concetto non ha fondamento giuridico, ma geopolitico. È una costruzione ideologica promossa principalmente dai paesi occidentali che rimanda a un insieme di norme, prassi e valori che non coincidono necessariamente con il diritto internazionale codificato, ma che tali Stati considerano legittimi in base alla propria visione del mondo. Il Rbio include infatti meccanismi decisionali ed esecutivi collocati al di fuori del perimetro Onu. Questo “ordine” viene frequentemente invocato per giustificare interventi unilaterali o multilaterali non autorizzati dal Consiglio di Sicurezza, in nome della tutela dei diritti umani, della democrazia liberale o della sicurezza globale.
Il Rbio non poggia quindi su un impianto giuridico universalmente condiviso ma è una visione normativa selettiva, costruita e imposta da un blocco di potere che controlla le principali istituzioni economiche, militari e mediatiche globali. In sostanza, mentre il diritto internazionale è diritto, il Rbio è politica.
Questa ipocrisia è stata recentemente ammessa in modo sorprendentemente esplicito da Mark Carney, primo ministro canadese ed ex governatore della Banca d’Inghilterra, nel corso di un intervento al Forum di Davos. Carney ha riconosciuto apertamente che i leader occidentali sapevano da tempo che la narrazione del Rbio era una finzione utile: “Sapevamo che la narrazione del Rbio era in parte falsa: i più forti si sarebbero esentati da quelle regole quando fosse stato loro comodo, e le regole del commercio sarebbero state applicate in modo asimmetrico. Sapevamo che il diritto internazionale sarebbe stato applicato con rigore variabile, a seconda dell’identità dell’imputato o della vittima. Questa finzione era utile… così abbiamo messo il cartello in vetrina, partecipato ai rituali ed evitato di sottolineare il divario tra retorica e realtà. Ma questo patto non funziona più. Siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione.”
Carney ha inoltre riconosciuto che l’egemonia americana aveva fornito beni pubblici globali – sicurezza, rotte marittime, stabilità finanziaria – ma che oggi le grandi potenze hanno iniziato a usare l’integrazione economica come un’arma: dai dazi alle catene del valore, fino alle sanzioni. Perché una dichiarazione tanto dirompente proprio ora? Perché per la prima volta la prepotenza non è rivolta verso “gli altri”, ma verso l’Europa stessa. La dichiarata volontà di Donald Trump di annettere, in un modo o nell’altro, la Groenlandia – territorio di un paese europeo – segna un punto di svolta simbolico. La differenza fondamentale tra Trump e i precedenti presidenti statunitensi è che Trump tratta l’Europa esattamente come gli Stati Uniti hanno sempre trattato il resto del mondo.
Questa inversione di prospettiva è resa possibile dal progressivo declino economico e strategico del continente europeo: privo di risorse naturali strategiche, prigioniero di una dipendenza energetica strutturale e sempre più marginale sul fronte dell’innovazione tecnologica. In questo contesto, lo svuotamento del diritto internazionale e la sua sostituzione con un insieme di pseudo-norme arbitrarie – quelle del Rbio – rivelano oggi tutta la loro ipocrisia. Perché, per la prima volta, la prepotenza sistemica non si abbatte su Paesi lontani, ma si dirige contro l’Europa stessa.
E questa volta, non verrà nessuno a salvarci. Abbiamo creduto che il pericolo venisse dalla Russia, immaginando un’invasione dell’Europa. Ma abbiamo sbagliato alleato. Ora che la minaccia arriva direttamente dagli Usa, l’illusione si dissolve e con essa viene messa definitivamente a nudo l’incapacità strategica delle élite europee: prive di visione, dipendenti dall’esterno e incapaci di difendere l’interesse del continente che pretendono di rappresentare.
*Fatto Quotidiano, 24 gennaio 2026. Pubblichiamo su gentile concessione dell'Autore
di Marco Travaglio*
Il caso di Meta, il democraticissimo colosso dei social che fa capo a Zuckerberg e si permette di oscurare il video di Alessandro Barbero per il No al referendum in quanto sedicenti fact checker l’hanno definito “falso”, la dice lunga sulla direzione imboccata dalle cosiddette democrazie occidentali. Quelle che si stracciano le vesti perché l’Iran stacca Internet e non si accorgono che c’è una sola cosa peggiore dello shutdown della Rete: la censura selettiva. Se un privato cittadino, nella fattispecie un docente universitario di Storia, non può far circolare il suo pensiero sul web perché altri privati cittadini, con autorevolezza e titoli di studio infinitamente più miseri dei suoi, hanno il potere non solo di contestarlo (cosa pienamente lecita), ma anche di farlo oscurare e squalificarlo con l’etichetta di “falso” come il Ministero della Verità di Orwell, tanto vale spegnere tutto. Il fatto poi che questi poliziotti del web scelti non si sa come (anzi si sa: si nominano da soli) decidano di bocciare un video perché troppo “virale”, cioè perché raccoglie milioni di visualizzazioni mentre le loro sbobbe non le guarda nessuno, aggiunge un tocco di farsa alla tragedia della censura. Anche perché questi sfollagente, così allergici alle verità di Barbero, si guardano bene dall’oscurare le balle di politici e trombettieri del Sì. A cominciare da Nordio e Meloni, cioè dagli autori della schiforma.
E, se lo fai notare, ti rispondono con supercazzole. Tipo che i discorsi dei politici sono di per sé “notiziabili” e li giudica il pubblico. Cioè: un politico somaro può mentire quanto gli pare, mentre un prof universitario deve sottoporsi alle pagelle di gente magari ignorante come una capra, ma investita del potere censorio dai magnati del web e dai sinedri europei. Le colpe di Barbero sarebbero tre. 1) Ha detto che i membri laici del Csm li sceglierà il governo, anziché la maggioranza parlamentare: come se in Italia non fosse la stessa cosa. 2) Ha notato che nell’Alta corte disciplinare e nei due Csm aumenterà il peso dei politici: e anche questo è vero, visto che per i 15 membri dell’Alta corte il rapporto 2 a 1 diventa 3 a 2 (un politico in più e un magistrato in meno); e sia lì sia nei due Csm la quota togata estratta a sorte è molto più debole e disomogenea di quella laica nominata dal governo col finto sorteggio. 3) Ha previsto che questa deriva porterà i pm agli ordini dell’esecutivo: e questo lo dice pure Nordio, quando promette alla Schlein che col Sì non verranno più indagati neppure ministri di centrosinistra. Ma per Nordio il fact checking oscurante non scatta. E neppure per la Meloni che promette: “Se vince il Sì, non vedremo più vergogne come Garlasco” (dove pm e giudici, a carriere unite, si contraddicono a vicenda da 19 anni). Molto meglio gli ayatollah.
*Fatto Quotidiano, 24 gennaio 2026
Di Franco Mileto
Nell'attuale morfologia delle relazioni internazionali, segnata dal riemergere di faglie tettoniche tra blocchi contrapposti e da una retorica bellicista che evoca spettri da Guerra Fredda, le analisi sulla Cina soffrono di una grave patologia epistemologica: l'incapacità dell'Occidente di osservare l'Altro se non attraverso lo specchio deformante delle proprie paure e della propria storia imperiale. Le narrazioni dominanti oscillano pendolarmente tra la demonizzazione ideologica — che dipinge Pechino come un Leviatano orwelliano — e il timore economico di un sorpasso imminente, creando una nebbia cognitiva che impedisce una comprensione lucida del "fenomeno Cina". È in questo vuoto analitico, colmato troppo spesso da una pubblicistica allarmista e superficiale, che si inserisce con autorevolezza La Cina spiegata all'Occidente (Fazi Editore), l'ultima, monumentale opera di Pino Arlacchi.
Non siamo di fronte a una semplice ricostruzione geopolitica né a un pamphlet apologetico, bensì a un tentativo sistematico di traduzione culturale e sociologica. Arlacchi, forte di un background unico che fonde la sociologia accademica con la pragmatica delle alte istituzioni internazionali (già Vicesegretario Generale dell’ONU, architetto delle strategie antimafia globali e oggi Presidente del Forum internazionale di criminologia a Pechino), compie un’operazione di igiene concettuale doverosa. L’autore sfida il lettore a sospendere il giudizio normativo eurocentrico — viziato da quella che potremmo definire una "teleologia democratica" che vede nella liberal-democrazia il punto di arrivo obbligato della storia — per abbracciare una prospettiva di longue durée, indispensabile per decifrare un "manufatto sociologico" complesso e stratificato come la Cina contemporanea.
Il punto di partenza dell'esegesi di Arlacchi è la demolizione sistematica del teorema della "minaccia cinese". Attraverso un'analisi storico-comparativa rigorosa, l'autore evidenzia una divergenza strutturale, quasi ontologica, tra la parabola delle potenze occidentali e quella del Celeste Impero. Se l'ascesa dell'Europa prima, e degli Stati Uniti poi, è stata intrinsecamente legata all'espansione territoriale, al colonialismo predatorio e all'uso della forza militare come vettore primario di influenza (hard power), la Cina si distingue per una "triade genetica" radicalmente opposta, al cui vertice risiede un radicato non- espansionismo.
Arlacchi argomenta, dati alla mano, che la Cina, nella sua Weltanschauung consolidatasi in cinquemila anni, non concepisce l'egemonia in termini di conquista fisica o di annessione territoriale. Un esempio storico illuminante citato spesso dagli storici, e che trova eco nell'analisi di Arlacchi, è il confronto tra le spedizioni dell'ammiraglio Zheng He nel XV secolo e le esplorazioni europee: benché la Cina disponesse di una flotta immensa e tecnologicamente superiore capace di raggiungere l'Africa, non stabilì mai colonie né sottomise popolazioni, limitandosi a scambi diplomatici. La Grande Muraglia, lungi dall'essere solo un monumento, assurge nel testo a metafora pietrificata di una civiltà che ha storicamente privilegiato la difesa, il consolidamento interno e l'omogeneità culturale rispetto all'avventura imperiale esterna.
Mentre le potenze europee disegnavano confini con il righello in Africa e in Asia, esportando le proprie istituzioni con la forza, la Cina gestiva le relazioni estere attraverso il sistema tributario: una rete di riconoscimento formale e scambi commerciali asimmetrici che garantiva sicurezza ai confini senza richiedere l'occupazione militare o l'imposizione del proprio modello di governo. Questa avversione culturale alla guerra non è interpretata da Arlacchi come debolezza o pacifismo idealista, ma come una forma sofisticata di realismo politico: la consapevolezza millenaria che l'estensione eccessiva porta inevitabilmente al collasso (imperial overstretch).
In un momento storico in cui i venti di guerra scuotono l'Europa orientale e il Medio Oriente, e mentre le flotte occidentali pattugliano l'Indo-Pacifico in ottica di contenimento, questa lettura offre una chiave interpretativa cruciale. La posizione diplomatica di Pechino, esemplificata dalla Belt and Road Initiative (la Nuova Via della Seta), appare dunque volta alla costruzione di reti geoeconomiche, infrastrutturali e logistiche interconnesse, piuttosto che all'instaurazione di un sistema di alleanze militari offensive o alla dislocazione di basi armate globali, tipiche invece del modello di proiezione di potenza americano.
Il secondo pilastro dell'analisi riguarda l'architettura istituzionale, forse l'aspetto più ostico per la mentalità liberale abituata a identificare la democrazia esclusivamente con il momento elettorale. Arlacchi affronta il nodo gordiano del sistema politico cinese, respingendo la dicotomia semplificatoria "democrazia vs autocrazia" che domina il dibattito mediatico e accademico occidentale. L'autore introduce e sviluppa il concetto di meritocrazia politica (o political meritocracy) come fonte di legittimazione alternativa e parallela.
Il Partito Comunista Cinese viene descritto non come un apparato statico o un monolite ideologico, ma come l'erede iper-moderno del mandarinato confuciano: una gigantesca organizzazione di gestione delle risorse umane che seleziona la propria classe dirigente attraverso processi competitivi estremamente rigorosi. Arlacchi descrive un cursus honorum rigoroso in cui i funzionari vengono valutati per decenni sulla base di metriche concrete e misurabili — crescita del PIL locale, gestione delle emergenze sanitarie o ambientali, stabilità sociale, capacità di innovazione — prima di poter anche solo aspirare ad accedere ai santuari del potere a Pechino.
In questa visione, la legittimità non deriva dall'urna elettorale (input legitimacy), ma dai risultati ottenuti nella gestione della res publica (output legitimacy). Non si tratta di "elezione", ma di "selezione". Secondo l'autore, è proprio questa capacità di garantire governance efficiente e risposte rapide ai bisogni collettivi
— dalla costruzione di una rete ferroviaria ad alta velocità in tempi record alla gestione della sicurezza sociale — a cementare il "patto sociale" tra governanti e governati. Questo sistema, sostiene Arlacchi, si è dimostrato straordinariamente resiliente e capace di correggere i propri errori e squilibri interni con una rapidità spesso preclusa alle democrazie occidentali, talvolta paralizzate dalla polarizzazione partitica, dai veti incrociati o dallo short-termism dei cicli elettorali che impediscono pianificazioni decennali.
Sul versante economico, il volume offre una disamina penetrante e controintuitiva del cosiddetto "socialismo di mercato". Arlacchi ribalta la visione neoliberista degli anni '90, che vedeva nell'apertura al mercato l'anticamera inevitabile della democratizzazione in senso occidentale (la tesi della "modernizzazione" alla base dell'ingresso della Cina nel WTO). Al contrario, egli illustra come Pechino abbia integrato i meccanismi di mercato con spregiudicato pragmatismo, utilizzandoli però come strumentum regni: leve formidabili per generare ricchezza, efficienza e innovazione, ma rigorosamente subordinate all'indirizzo politico statale.
Mentre nelle economie atlantiche si assiste sovente al predominio della finanza sulla politica, con gli Stati costretti a inseguire i mercati e a salvare banche too big to fail , in Cina la gerarchia è invertita. Il mercato è un "buon servo ma un cattivo padrone". Lo Stato mantiene saldo il controllo sulle leve strategiche (energia, telecomunicazioni, credito, grandi infrastrutture) e non esita a intervenire drasticamente — come dimostrato dalle recenti strette regolatorie sui colossi del tech e dell'immobiliare — quando l'interesse privato minaccia la stabilità sociale o l'interesse collettivo.
Questa architettura ibrida ha permesso al governo di orchestrare la più grande fuoriuscita dalla povertà della storia umana, sollevando ottocento milioni di individui dall'indigenza in pochi decenni: un traguardo che Arlacchi pone al centro della sua analisi sui diritti umani, intesi primariamente nella tradizione cinese come diritti sostanziali alla vita, alla sussistenza e allo sviluppo, prima che come diritti civili individuali. L'autore sottolinea come questo modello rappresenti una sfida intellettuale formidabile per l'ortodossia economica occidentale, dimostrando empiricamente che la modernizzazione non è un processo univoco che conduce necessariamente al capitalismo liberale di stampo anglosassone, ma può assumere forme plurali.
Tuttavia, proprio nella forza argomentativa con cui Arlacchi smonta i pregiudizi occidentali, risiedono alcuni spunti di riflessione che meritano di essere ulteriormente esplorati.
Nell’ intento di riequilibrare la bilancia storica, l'autore offre una visione del modello cinese talmente strutturata da obbligare il lettore a porsi domande sulla complessità della transizione in atto. Lo stesso, infatti, non potrà che chiedersi come evolverà, nel lungo periodo, la dialettica tra il primato dei "diritti sostanziali" (cibo, casa, sicurezza) e la crescente domanda di partecipazione che spesso accompagna l'espansione del benessere. Atteso che la stabilità è stata finora il pilastro dello sviluppo, resta decisamente aperto il dibattito su come la società cinese, sempre più colta, connessa e sofisticata, negozierà in futuro il proprio spazio di espressione all'interno della cornice statale.
Inoltre, la narrazione sulla meritocrazia e sulla solidità economica si confronta oggi con le sfide inedite del post-pandemia. La trasformazione del settore immobiliare, l'invecchiamento demografico e le aspirazioni delle nuove generazioni rappresentano banchi di prova cruciali per quel "patto sociale" solidissimo che il libro descrive.
Infine, il ruolo centrale della leadership di Xi Jinping pone interrogativi interessanti sull'evoluzione degli equilibri interni al Partito. La crescente concentrazione del potere nelle mani del Presidente pone una questione irrisolta sulla tenuta di quella "leadership collettiva" che si erge a garanzia contro gli errori del singolo: se il mandarinato dovesse malauguratamente virare nella direzione di una corte personalistica, il meccanismo di autocorrezione e adattamento del sistema finirebbe ragionevolmente con l’ incepparsi (come del resto avvenne quando un imperatore sempre più solo e sempre più assente, circondato da eunuchi avidi, determinò il crollo Ming), rendendo la Cina meno prevedibile e razionale di quanto questo libro, indubbiamente prezioso per comprenderne le evoluzioni nei prossimi decenni, ci racconti.
Un banco di prova immediato per la solidità di queste categorie interpretative è offerto dall'attualità geopolitica più stringente. Applicando la lente di Arlacchi al recentissimo, drammatico scenario della violazione rozza e unilaterale del diritto internazionale da parte dell'amministrazione Trump in Venezuela, emergono conseguenze inquietanti per gli equilibri del Pacifico. Secondo la logica del libro, un simile evento non verrebbe letto a Pechino come un incidente di percorso, ma come la conferma strutturale dell'«Ipocrisia Imperiale». Per la Cina, questo intervento americano finalizzato al regime change in Sud America non può che offrire un formidabile assist diplomatico: permette infatti al Dragone di presentarsi al Sud Globale non più come un'autocrazia, ma come l'ultimo credibile baluardo della Carta dell'ONU e del principio di non-interferenza, vero pilastro della politica estera cinese.
Ma l'eco più pericolosa risuonerebbe sullo Stretto di Taiwan. Arlacchi descrive il realismo difensivo cinese come una dottrina reattiva: possiamo quindi presumere che, se il garante dell'ordine liberale (gli USA) agisce fuori dalle regole, la Cina si sentirebbe paradossalmente legittimata ad accelerare la propria preparazione militare.
La Cina spiegata all'Occidente si configura, in ultima istanza, come un vibrante appello al realismo geopolitico e alla prudenza diplomatica. Arlacchi mette in guardia le cancellerie occidentali contro il
rischio di una "profezia che si autoavvera": trattare la Cina come un nemico esistenziale rischia fatalmente di trasformarcela, innescando quella spirale di sfiducia, sanzioni e riarmo — la celebre Trappola di Tucidide descritta da Graham Allison — che potrebbe condurre a un conflitto globale disastroso e niente affatto necessario.
L'autore invita a recuperare una capacità di analisi autonoma, libera dai riflessi condizionati della Guerra Fredda e dalle crociate ideologiche manichee. Comprendere la Cina non significa accettarne acriticamente ogni aspetto e tanto meno volerne importare il modello, ma riconoscerne la specificità di civiltà millenaria che rivendica il proprio spazio nel mondo senza necessariamente voler imporre la propria way of life agli altri. In un'era di instabilità globale e di transizione verso un ordine multipolare, l'opera di Pino Arlacchi è uno strumento fondamentale per navigare la complessità, suggerendo che la strada per il futuro non passa per lo scontro di civiltà, ma per una faticosa, indispensabile coesistenza competitiva basata sul rispetto reciproco delle diversità sistemiche.
Titolo: La Cina spiegata all'Occidente Autore: Pino Arlacchi
Editore: Fazi Editore Pagine: 521
di Pasquale Liguori
Per chi ha sempre guardato con favore a uno scenario multipolare come argine all'unilateralismo statunitense, gli eventi dell'ultimo biennio impongono una riflessione rigorosa, anche scomoda, ma necessaria. La solidarietà a Teheran, nel quadro delle costanti pressioni esercitate dal coordinamento tra Washington e Tel Aviv, rimane un punto fermo. Tuttavia, l'onestà intellettuale ci obbliga a decostruire la natura del supporto offerto all’Iran dal partner strategico orientale, la Cina.
Non siamo di fronte al tradimento di un ideale - gli Stati non hanno sentimenti - ma all'applicazione ferrea di leggi economiche. È importante analizzare come la logica della centralizzazione del capitale stia ridisegnando gli equilibri, trasformando l'Iran da partner sovrano a nodo periferico di accumulazione, in una dinamica che vede convergere - paradossalmente - l'interesse di entrambi i blocchi globali verso una "stabilità subordinata" iraniana.
La narrazione occidentale sul conflitto del giugno 2025 è stata letteralmente adulterata. Israele non ha ottenuto alcuna vittoria strategica. Il lancio di centinaia di missili balistici da parte delle forze iraniane ha dimostrato una capacità di penetrazione delle difese che ha scosso le certezze di Tel Aviv. L'Iran non è crollato militarmente.
Tuttavia, il dato politico più rilevante è stato il freno imposto dagli stessi Stati Uniti. Washington ha scelto di chiudere l’escalation con un’azione lampo sui siti nucleari: un colpo scenografico, l’ultimo botto fragoroso, utile a segnare il punto. Ma, sul piano sostanziale, quell’attacco è rimasto largamente privo di conseguenze strategiche per l’Iran, che aveva già provveduto a mettere al sicuro gli asset più sensibili della propria ricerca e sviluppo.
Proprio qui sta il nocciolo della questione: invece di lasciare campo libero alla voracità distruttiva israeliana fino a colpire in modo definitivo centrali nucleari e i terminali petroliferi per trascinare lo scontro alle estreme conseguenze, gli Stati Uniti hanno incanalato l’operazione in un formato contenuto. Un gesto di forza calibrato, finalizzato non a risolvere il dossier iraniano, ma a fissare un limite operativo e politico all’escalation di Israele, imponendo di fatto una soglia oltre la quale non si doveva andare.
Perché?
La risposta non risiede nell’etica, ma potremmo individuarla in un criterio di solvibilità che tiene in piedi il sistema globale: la necessità che l’architettura finanziaria resti, nel complesso gestibile, senza scivolare in una crisi sistemica. Da un lato ci sono gli Stati Uniti che vivono di debito ed emissione di dollari e la cui stabilità molto dipende dal fatto che il biglietto verde continui a funzionare come moneta di riserva con i mercati che continuano a finanziare Washington. Dall’altro c’è il blocco creditore - con la Cina come perno - che accumula surplus, riserve e titoli e che proprio per questo ha interesse a non far saltare il circuito che dà valore a quegli attivi.
Per ragioni opposte, entrambi condividono dunque un’esigenza comune: impedire che il circuito salti e che la crisi diventi ingovernabile. Per Washington, la continuità dei flussi energetici è una variabile di stabilità: se i costi energetici subiscono un'impennata, esplode l’inflazione, si irrigidisce la politica monetaria e cresce il rischio sistemico. E un sistema instabile rende più fragile o più onerosa la funzione imperiale del dollaro. La Cina necessita dell'Iran come serbatoio energetico funzionale, ma non è disposta a sacrificare il proprio ciclo di accumulazione per difenderlo militarmente.
Il risultato è che la guerra si è trasformata in una gigantesca svalutazione violenta: le infrastrutture industriali e nucleari sono state colpite per intaccare il valore strategico autonomo dell'Iran, lasciando però in vita l'apparato statale affinché continui a garantire l'ordine e l'estrazione di risorse.
L'analisi dei flussi commerciali svela la realtà materiale dietro la retorica diplomatica. L'accordo venticinquennale del 2021 tra Cina e Iran, che prometteva 400 miliardi di investimenti da parte di Pechino nei settori dell’energia, della banca, delle telecomunicazioni e dei trasporti, si sta attuando secondo una logica estrattiva e non di sviluppo endogeno. Di fatto, l'applicazione effettiva dell'accordo si è rivelata molto più limitata e selettiva. Inoltre, il volume totale degli scambi tra Cina e Iran ha subito una contrazione del 25% rispetto al 2024. In particolare, si stima un crollo dell'import cinese di cosiddetto greggio iraniano “rimarchiato”, proveniente dalla Malesia (-37,9%). Questo dato è cruciale: Pechino ha sfruttato il biennio precedente per riempire le proprie riserve strategiche e diversificare i fornitori verso Russia, Brasile e Canada.
Siamo di fronte a un fenomeno di centralizzazione del capitale: la Cina acquisisce le risorse iraniane tramite la "flotta ombra" (spesso triangolata via Malesia) a prezzi fortemente scontati, imponendo un premio per il rischio. Non vi è traccia delle grandi zone industriali greenfield promesse; vi è invece una dipendenza tecnologica per la componentistica e i macchinari finiti. In definitiva, il capitale cinese sta assorbendo il plusvalore prodotto in Iran, mantenendo il paese in una condizione di integrazione subordinata.
La critica più forte che, da posizioni antimperialiste, si potrebbe ipotizzare nei confronti della strategia cinese riguarda il dossier nucleare. Il programma atomico iraniano va letto non attraverso la lente deformante della propaganda bellica, ma come accumulazione di capitale tecnologico di sovranità. La padronanza del ciclo nucleare completo rappresenta per una potenza regionale l'unico asset che garantisce l'intangibilità politica e l'indipendenza scientifica. Quando l'asse Usa-Israele ha colpito i siti di arricchimento, la Cina ha mantenuto un profilo di disinteresse calcolato. Perché? Perché un Iran dotato di deterrenza nucleare sarebbe un partner paritario, autonomo e capace di dettare condizioni. Un Iran privato della sua leva atomica, ma ancora ricco di petrolio e gas, è un partner obbligato, costretto ad accettare qualsiasi condizione economica pur di sopravvivere. La Cina ha accettato il declassamento strategico dell'Iran perché questo favorisce il suo controllo geoeconomico sul paese.
Se Pechino ha esercitato una prudente restrizione sui sistemi d'arma offensivi per non innescare una guerra globale con gli Usa, ha invece fornito massiccio supporto per la stabilità interna. Durante le turbolenze sociali del gennaio 2026, la tecnologia cinese ha giocato un ruolo chiave. Non parliamo di soldati, ma di infrastrutture digitali. Sono in buona parte di fabbricazione cinese i sistemi di sorveglianza avanzata e gli algoritmi di intelligenza artificiale in dotazione alle forze di sicurezza iraniane.
Questo snodo è cruciale: la Cina non sembra interessata a esportare la rivoluzione o a difendere ideologicamente la Repubblica Islamica; è interessata alla stabilità operativa dello Stato. Pechino fornisce gli strumenti affinché le istituzioni di Teheran non collassino sotto il peso delle sanzioni e del dissenso, garantendo così la continuità dei flussi energetici e la sicurezza delle "nuove vie della seta", ma senza impegnarsi nella difesa dei confini iraniani contro le minacce esterne. È una forma di outsourcing della sicurezza interna.
In conclusione, l’indagine strutturale ci porta a vedere l'Iran stretto in una morsa storica. Da un lato, il blocco occidentale ricorre alla distruzione militare per una precisa necessità finanziaria: essendo un impero debitore in crisi di solvibilità, è costretto a usare la forza per bruciare il capitale fisico dei rivali, svalutare i serbatoi energetici altrui e impedire così che il surplus finanziario d'Oriente possa colonizzare gli asset strategici globali. La guerra, per Washington, è lo strumento per azzerare i debiti e bloccare la concorrenza economica che non riesce più a vincere sul mercato.
Dall'altro, il blocco orientale agisce secondo la logica speculare dell'accumulazione: centralizza le risorse a prezzi di saldo, diversifica i rischi e gestisce il partner non come un alleato da difendere a ogni costo, ma come un asset da preservare al minimo costo possibile.
Riconoscere questo non significa sconfessare la lotta contro l'egemonia del dollaro o le responsabilità criminali dell'Occidente nella regione. Significa, però, prendere atto che nel mondo multipolare la solidarietà politica cede il passo alla brutale aritmetica dei grandi spazi economici. L'Iran resiste, non grazie all'aiuto esterno, ma nonostante le agende convergenti dei grandi blocchi globali che, per ragioni diverse, preferiscono una Teheran contenuta e funzionale piuttosto che una potenza regionale pienamente sovrana.
Data articolo: Sat, 24 Jan 2026 23:00:00 GMT
di Pepe Escobar –
[Traduzione a cura di: Nora Hoppe]
L'intero pianeta è in un modo o l'altro sconquassato dall'ultima truffa di neo-Caligola: poiché non ha ricevuto il suo Nobel “per la pace” dalla Norvegia, parte della sua megalomane vendetta narcisistica è quella di strappare la Groenlandia alla Danimarca. (Nel linguaggio dell'Impero: chi se ne frega? Alla fine sono tutti uguali questi scandinavacci.)
Come disse lo stesso neo-Caligola: “Il Mondo non è sicuro se non abbiamo il Controllo Completo e Totale della Groenlandia.”
Ciò suggella la completa trasformazione dell'Impero del Caos nell'Impero del Saccheggio e ora nell'Impero degli Attacchi Permanenti.
Diversi chihuahua europei hanno osato inviare un piccolo gruppo di conduttori di slitte trainate da cani per difendere la Groenlandia dalla neo-Caligola. Invano. Furono immediatamente colpiti dalle tariffe. L'attacco resta in vigore fino all'“acquisto completo e totale” della Groenlandia.
Gli euro-chihuahua – che seguono il Sud Globale – potrebbero essersi finalmente resi conto del nuovo paradigma: la Geopolitica degli Attacchi.
Neo-Caligola non ha ottenuto un cambio di regime a Caracas – e il suo miraggio petrolifero è stato confutato anche dalle major energetiche statunitensi. Non ha ottenuto un cambio di regime a Teheran – anche se la CIA, il Mossad e varie ONG hanno lavorato a tempo pieno per realizzarlo.
Quindi il piano C è la Groenlandia, essenziale per scopi imperialistici di lebensraum, come garanzia per il debito insostenibile di 38 trilioni di dollari – in continua crescita.
Ciò non implica assolutamente abbandonare l’ossessione per l’Iran. La portaerei USS Abraham Lincoln si sta spostando in una posizione nel Mar di Oman/Golfo Persico dove sarebbe in grado di colpire l'Iran prima della fine della settimana. Tutti gli scenari di attacco rimangono in atto.
Supponendo che si scateni l'inferno, questa potrebbe trasformarsi in una replica ancora più umiliante della guerra durata 12 giorni nel giugno dell'anno scorso, che il culto della morte nell'Asia occidentale ha pianificato per ben 14 mesi.
La guerra dei 12 giorni non solo fallì come operazione di cambio di regime, ma provocò una rappresaglia iraniana così hardcore che Tel Aviv non si è ancora ripresa. Teheran è stata esplicita, più e più volte, che la stessa sorte attende le forze neo-Caligola in Iran e in tutto il Golfo in caso di nuovi attacchi.
Perché l'ossessione per il cambio di regime persiste
Per quanto riguarda l'operazione di cambio di regime contro l'Iran, altrettanto fallita miseramente nelle ultime settimane, in primo piano c'era il patetico Principe Pagliaccio Reza Pahlavi, al sicuro nel Maryland, massicciamente pubblicizzato dai media statunitensi come una “figura politica unificante” in grado di rivalutare la “catastrofe vissuta del regime clericale”.
Neo-Caligola era troppo impegnato per preoccuparsi di queste sottigliezze ideologiche. Ciò che voleva era accelerare il procedimento – cos'altro – applicando la logica dell'Impero degli Attacchi Permanenti: bombardare l'Iran.
Come era prevedibile, la propaganda diversionista si è infuriata. Il culto della morte nell'Asia occidenta le potrebbe aver chiesto a Mosca di dire a Teheran che non avrebbero colpito se l'Iran non avesse colpito per primo. Come se Teheran – e Mosca – potessero fidarsi di qualsiasi cosa provenga da Tel Aviv.
La folla del Golfuzzo – Arabia Saudita, Qatar e Oman – potrebbe aver chiesto ai neo-caligulani di non colpire, perché ciò avrebbe incendiato l'intero Golfo e generato “un grave contraccolpo”.
Il vero affare – ancora una volta – era TACO [Trump Always Chickens Out – "Trump si tira sempre indietro"]. Semplicemente non esisteva uno scenario di attacco americano simulato che avrebbe consentito un rapido cambio di regime, l’unico risultato accettabile. Torniamo quindi a insaccare la Groenlandia.
Ci sono voluti solo pochi giorni per smascherare la massiccia campagna di propaganda in tutto il NATOstan sulle “vittime di massa” tra i manifestanti iraniani.
Le cifre – false – provenivano dal "Centro per i diritti umani in Iran", situato, dove altro, a New York, e finanziate dal National Endowment for Democracy (NED) infestato dalla CIA a Washington e da altre varie entità di disinformazione.
L'elenco delle ragioni dell'urgente cambio di regime in Iran rimane tuttavia fuori scala e comprende, tra gli altri, questi quattro elementi chiave:
Come contrastare una “guerra di cambio di regime”
Teheran non è spaventata dalle sanzioni – poiché ne ha sopportate oltre 6.000 in quattro decenni, progettate per strangolare totalmente la sua economia e persino portare le esportazioni di petrolio, nella terminologia imperiale, giù “a zero”.
Anche sotto la massima pressione, l'Iran è stato in grado di costruire la base industriale più estesa dell'Asia occidentale; ha investito senza sosta nell'autosufficienza e in equipaggiamenti militari all'avanguardia; è entrato a far parte della SCO nel 2023 e dei BRICS nel 2024; e a tutti gli effetti ha sviluppato un'economia basata sulla conoscenza di prim'ordine nel Sud Globale.
Sono stati spesi tsunami di inchiostro – digitale – per spiegare perché la Cina non ha finora aiutato adeguatamente l'Iran contro la massima pressione imperiale, ad esempio sostenendo Teheran contro gli attacchi speculativi al rial. Ciò non sarebbe costato quasi nulla a Pechino – rispetto al suo livello di riserve estere.
L’attacco speculativo al rial è stato senza dubbio l’innesco essenziale delle proteste in tutto l’Iran. È essenziale ricordare che gli stipendi per la fame hanno contribuito in modo determinante al collasso della Siria.
Spetta a Pechino rispondere – diplomaticamente – a questa scomoda domanda. Lo spirito dei BRICS Plus – chiamiamolo Bandung 1955 Plus – potrebbe non sopravvivere quando tutti sappiamo che l'attuale guerra mondiale riguarda essenzialmente risorse e finanze, che devono essere mobilitate e impiegate in modo appropriato.
E questo ci porta alla leadership cinese che valuta seriamente se valga la pena rimanere una sorta di versione più ampia della Germania: embrionale egocentrica; che nutre paura; e fondamentalmente egoista in termini economici e finanziari. L'alternativa – di buon auspicio – è che la Cina crei linee di credito sufficientemente consistenti all'interno dei BRICS per una serie di nazioni amiche.
Qualunque cosa accada dopo, è chiaro che l'Impero degli Attacchi Permanenti non solo rimarrà “attivamente ostile” a un mondo multipolare e multinodale… l'ostilità sarà marinata in un fango tossico di rabbia e vendetta e sottomesso alla paura estrema e panica: l'espulsione lenta ma inesorabile dell'Impero dall'Eurasia.
Spunto per il rappresentante speciale della Casa Bianca Witkoff – l'agenzia immobiliare alla Bismarck – che annuncia i diktat imperiali all'Iran:
Teheran non si piegherà mai ai diktat. Ma anche se così fosse, la – promessa – ricompensa imperiale sarebbe la revoca delle sanzioni (il Congresso degli Stati Uniti non lo farà mai) e un “ritorno alla comunità internazionale”. L’Iran fa già parte della comunità internazionale presso le Nazioni Unite e all’interno dei BRICS, dell'OCS e dell’Unione economica eurasiatica (UEE), tra le altre istituzioni.
Quindi l'ossessione del cambiamento di regime di neo-Caligola – che di fatto si riflette nell'ossessione della NATOstan – continuerà a dominare. Teheran non si lascia intimidire. Spunto per il consigliere strategico del Presidente del Parlamento iraniano, Mahdi Mohammadi:
“Sappiamo che ci troviamo di fronte a una guerra volta al cambio di regime, in cui l'unico modo per ottenere la vittoria è rendere credibile la minaccia che, durante i 12 giorni di guerra, sebbene fosse pronta, non ha avuto l'opportunità di essere messa in atto: una guerra di logoramento su vasta scala geografica, incentrata sui mercati energetici del Golfo Persico, basata su una potenza di fuoco missilistica in costante aumento, della durata di almeno diversi mesi.”
Data articolo: Sat, 24 Jan 2026 23:00:00 GMT
In un’intervista concessa al New York Post, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha reso noti dettagli precedentemente classificati riguardanti il sistema d’arma impiegato durante l’operazione militare in Venezuela, conclusasi con il rapimento del Presidente Nicolás Maduro. Trump ha affermato che il dispositivo, soprannominato "Discombobulator", ha reso completamente inoperativo l’equipaggiamento difensivo nel momento cruciale dello sbarco delle forze speciali a Caracas.
“Sul Discombobulator non mi è permesso parlarne”, ha dichiarato Trump, prima di procedere con una descrizione dell’efficacia dello strumento. “Non hanno mai lanciato i loro razzi. Avevano razzi russi e cinesi, e non sono riusciti a spararne nemmeno uno. Noi siamo arrivati, loro hanno premuto i pulsanti e niente ha funzionato. Erano pronti per noi”, ha aggiunto, delineando uno scenario in cui le sofisticate difese aeree del Venezuela sono state annullate senza colpo ferire.
Il Comandante in Capo degli Stati aveva già accennato a queste capacità tecnologiche in diverse occasioni pubbliche. All’inizio della settimana, in un’intervista a NewsNation, aveva sottolineato: “Abbiamo armi ‘di cui nessuno sa nulla’. E io dico che probabilmente è meglio non parlarne, ma abbiamo armi incredibili. È stato un attacco incredibile. Non dimenticate che quella casa era nel mezzo di una fortezza, una base militare”.
Un ulteriore riferimento era stato fatto durante il suo discorso al Forum Economico Mondiale di Davos: “Due settimane fa avete visto armi di cui nessuno aveva mai sentito parlare. Non sono riusciti a spararci nemmeno un colpo”.
Data articolo: Sat, 24 Jan 2026 22:00:00 GMT
Le forze ucraine hanno condotto questo sabato il più intenso attacco mai registrato contro la provincia russa di Belgorod. Lo ha comunicato il governatore locale, Viacheslav Gladkov, specificando che il bombardamento – presumibilmente effettuato con lanciarazzi HIMARS – ha colpito in particolare la città di Belgorod.
“Sulla base delle informazioni in nostro possesso, si tratta del bombardamento più pesante subito dalla città di Belgorod, verosimilmente condotto con sistemi HIMARS”, ha scritto il governatore, aggiungendo che “al momento non si registrano vittime”.
Gladkov ha riferito che l’attacco ha danneggiato alcune infrastrutture energetiche, su cui sono già intervenute le squadre di emergenza. Un edificio agricolo ha preso fuoco, ma i vigili del fuoco sono già all’opera per domare le fiamme. Un ulteriore incendio si è sviluppato in un cortile cittadino a causa della caduta di detriti. Nel villaggio di Tavrovo, sempre nella provincia di Belgorod, i detriti hanno danneggiato i tetti di due abitazioni.
Data articolo: Sat, 24 Jan 2026 22:00:00 GMT
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato di imporre dazi del 100% su tutti i beni canadesi importati, in caso di un accordo commerciale tra Canada e Cina.
In un post su Truth Social, Trump ha accusato il Primo Ministro canadese – da lui sprezzantemente definito "governatore Carney" – di voler trasformare il Paese in un "porto di scarico" cinese per aggirare i dazi statunitensi.
"Se il Canada raggiungerà un accordo con la Cina, verrà immediatamente applicata una tariffa del 100% su tutti i beni e prodotti canadesi che entrano negli Stati Uniti", ha scritto.
Nel messaggio, Trump ha dipinto un quadro apocalittico delle conseguenze di un riavvicinamento sino-canadese: "La Cina divorerà il Canada vivo, lo distruggerà completamente, compresi i suoi affari, il suo tessuto sociale e il suo stile di vita in generale".
La minaccia rappresenta un'escalation delle tensioni commerciali nella regione e un chiaro tentativo di forzare l'alleato storico a riallineare la propria politica economica con gli interessi di Washington.
Data articolo: Sat, 24 Jan 2026 21:00:00 GMT
La Russia ha accusato "gli avversari dell'Iran" di una grave interferenza negli affari interni del Paese e di una flagrante violazione dei principi della Carta delle Nazioni Unite. L'accusa è stata formulata dal vice rappresentante permanente russo presso l'ONU a Ginevra, Alexander Letoshnev, durante una sessione speciale giovedì sulla situazione iraniana.
"Paradossalmente", ha affermato il diplomatico, "diversi paesi che oggi accusano Teheran di un uso eccessivo della forza sono gli stessi che, secondo noi, hanno incoraggiato i manifestanti a provocare disordini, saccheggi e spargimenti di sangue".
Letoshnev ha denunciato un preciso piano di destabilizzazione dall'estero, sostenendo che i recenti disordini siano stati istigati da servizi segreti stranieri attraverso le strategie delle cosiddette "rivoluzioni colorate". A suo dire, esisterebbero prove documentate di questi piani: l'uso di armi da parte di provocatori, omicidi di civili e agenti, attacchi incendiari a centri medici e religiosi e danni deliberati ai trasporti pubblici e ai mezzi di emergenza.
"Questi fatti", ha sottolineato Letoshnev, "non possono essere nascosti dietro il pretesto della 'libertà di espressione' o della 'protezione dei diritti umani'".
Il rappresentante russo ha elogiato gli sforzi del governo iraniano per preservare l'ordine e ha affermato che le marce di massa a sostegno della costituzione hanno contrastato i tentativi di destabilizzazione. Infine, ha espresso piena solidarietà al popolo e al governo iraniani, trasmesso condoglianze alle famiglie delle vittime e augurato una pronta guarigione ai feriti.
Secondo la ricostruzione russa, nei disordini di fine dicembre-inizio gennaio, gruppi armati e facinorosi sostenuti dall'estero avrebbero scatenato una violenza estrema contro civili e forze dell'ordine, utilizzando armi da fuoco, da taglio e materiali incendiari. Le autorità iraniane hanno a loro volta definito le proteste parte di una campagna coordinata da Stati Uniti e Israele per indebolire il Paese.
Data articolo: Sat, 24 Jan 2026 21:00:00 GMT
Il Ministero degli Esteri russo ha dichiarato sabato che l'Ucraina, attaccando una squadra di ambulanze nella regione di Kherson, ha compiuto un passo verso l'escalation del conflitto, dimostrando ancora una volta il suo disinteresse per una soluzione pacifica.
L'accusa segue l'annuncio del governatore di Kherson, Vladimir Saldo, secondo cui le forze ucraine avrebbero colpito un veicolo medico in trasferimento con un paziente in condizioni critiche. Saldo ha riferito che tutto il personale sanitario a bordo, tre persone, è stato ucciso nel bombardamento condotto con droni.
In un commento pubblicato sul sito del ministero, la portavoce Maria Zakharova ha affermato: "Con questo gesto, il regime ucraino non solo ha compiuto un passo verso l'escalation, ma ha dimostrato ancora una volta il suo vero atteggiamento, assolutamente irresponsabile, verso gli sforzi di risoluzione intrapresi in queste settimane".
Mosca ha condannato quello che definisce un attacco deliberato ai civili, esprimendo le proprie condoglianze alle famiglie delle vittime. "Condanniamo fermamente l'attacco mirato dell'Ucraina contro i civili. Porgiamo sincere condoglianze ai familiari. Le autorità investigative russe faranno tutto il necessario per assicurare che gli organizzatori e gli esecutori di questo grave crimine subiscano una punizione inevitabile e severa", si legge nella dichiarazione.
Il Ministero ha inoltre sollecitato le organizzazioni internazionali a fornire una "valutazione obiettiva e imparziale" dell'incidente e di altri presunti crimini, aggiungendo che "il silenzio e l'indulgenza verso tali azioni del regime ucraino sono inaccettabili".
Data articolo: Sat, 24 Jan 2026 20:00:00 GMT
Un incontro tra il presidente russo Vladimir Putin e il leader ucraino Volodymyr Zelensky potrebbe avvenire a breve. Lo riporta il portale statunitense Axios, citando fonti dell'amministrazione americana.
"Siamo molto vicini a un incontro tra Putin e Zelensky", ha dichiarato un funzionario USA al sito. La fonte ha precisato che si prevede l'organizzazione di ulteriori negoziati trilaterali (Russia, Ucraina, Stati Uniti) prima del vertice tra i due leader.
"Riteniamo che questi colloqui preparatori debbano avvenire prima di un faccia a faccia. Non pensiamo di essere lontani da questo obiettivo. Se continuiamo sulla strada attuale, ci arriveremo", ha sottolineato.
Washington valuta positivamente i recenti colloqui trilaterali tenutisi ad Abu Dhabi il 23 e 24 gennaio. "I negoziati sono andati bene, come ci aspettavamo", ha commentato la fonte. Un altro funzionario ha aggiunto ad Axios: "Siamo soddisfatti di dove siamo ora".
Data articolo: Sat, 24 Jan 2026 19:00:00 GMT
Il presidente del Parlamento iraniano, Mohamad Baqer Qalibaf, ha dichiarato che Israele ha subito una sconfitta "ancora più umiliante" durante i recenti disordini in Iran rispetto alla guerra di 12 giorni dello scorso giugno.
“Il regime sionista ha condotto operazioni terroristiche simultanee e organizzate in diverse città dell'Iran, ma in meno di 48 ore è stato sconfitto in modo ancor più umiliante che nella guerra dei 12 giorni”, ha affermato Qalibaf in un discorso tenuto sabato.
L’alto funzionario ha sottolineato il ruolo cruciale del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (CGRI) nel garantire la sicurezza nazionale, sia durante il conflitto israelo-americano che nei recenti disordini.
Qalibaf ha accusato esplicitamente Israele e gli Stati Uniti di aver addestrato e coordinato i rivoltosi, i quali avrebbero agito con tattiche simili a quelle del gruppo terroristico Daesh, commettendo crimini "senza fede e contro la religione". Ha inoltre sostenuto che gli attacchi in Iran seguivano uno schema operativo simile a quello utilizzato da Israele in un attentato in Libano nel settembre 2024, di cui Tel Aviv ha assunto pubblicamente la responsabilità.
Il presidente del Parlamento ha messo in guardia dai tentativi dei nemici di seminare divisioni interne per minare gli interessi nazionali e la Rivoluzione Islamica, sottolineando l’importanza di seguire le linee guida della Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, per contrastare tali cospirazioni.
Secondo la ricostruzione ufficiale, durante gli scontri di fine dicembre-inizio gennaio, gruppi armati e facinorosi sostenuti dall’estero avrebbero scatenato violenze estreme contro civili e forze dell’ordine, usando armi da fuoco, da taglio e materiali incendiari. Nonostante il sostegno finanziario e militare esterno, il tentativo di destabilizzazione sarebbe fallito e l’ordine è stato pienamente ristabilito dopo diversi giorni di disordini.
Data articolo: Sat, 24 Jan 2026 19:00:00 GMT
di Andrea Zhok
Scusate, ma l'ennesima baruffa social pro o contro Barbero proprio non si può sentire.
L'antefatto, credo a tutti noto, è che un video dello storico Alessandro Barbero è stato censurato su Meta - su suggerimento del fact-checking di Open - perché avrebbe contenuto delle inesattezze e/o perché sarebbe risultato troppo virale (cioè, suppongo, troppo influente per un messaggio contenente, forse, inesattezze.)
Ora,
che Barbero sia simpatico o meno;
che si esprima in maniera sempre rigorosa o meno;
che sia uno specialista di storia e non di diritto;
che sia di sinistra e non di destra;
che le cose dette contengano delle inesattezze o meno;
che siano pro o contro il governo;
tutto queste cose sono semplicemente dei distrattori che con il problema essenziale non c'entrano nulla.
Mettersi a dibattere, dividersi e polemizzare, come al solito, in fazioni a sostegno di una o dell'altra delle varie opzioni di cui sopra è un modo per intorbidire le acque, per rendere invisibile il vero problema.
Il vero, unico, fondamentale e gravissimo problema è lo stesso che qualcuno di noi sollevava già almeno dieci anni fa quando iniziarono a chiudere i primi siti accusati di essere "di estrema destra".
Allora alcuni si rallegravano perché venivano messi a tacere dei reprobi (cioè, quelli che qualcuno vi aveva presentato come reprobi).
Ma, come dicevamo allora, se vuoi avere una democrazia che matura dal basso, se vuoi che esista la possibilità di una maturazione dell'opinione pubblica attraverso la libertà dialogica, semplicemente NON ci devono essere interventi selettivi sui contenuti.
Per le fattispecie che rappresentano reato (associazione a delinquere, incitamento al suicidio, diffamazione e simili) deve funzionare la polizia postale e la magistratura (che, per inciso, oggi NON funzionano affatto in questo campo.)
Per tutto ciò che è contenuto, vero o falso, lodevole o disdicevole, accreditato o neofita, conformista o bastian contrario, la rete dovrebbe funzionare attraverso algoritmi neutrali, di valore generale, sintattico e non semantico, come le leggi pubbliche che - così si narra - dovrebbero essere uguali per tutti.
Lo scandalo, all'interno di cui tutti viviamo, è che il più potente luogo di maturazione dell'opinione pubblica oggi - i social media - siano nelle mani di gestori privati, del tutto opachi, soggetti a pressioni unilaterali da parte di alcune lobby finanziarie o politiche (tutti i social media maggiori, tranne uno, hanno i server e la base legale in California).
Questo semplice fatto che tutti abitiamo in Occidente è uno scandalo, che da solo compromette e distorce in modo devastante ogni processo democratico.
Noi oramai abbiamo fatto l'abitudine a considerare normale che a Tizio venga chiusa di punto in banco la pagina, che Caio venga messo in shadow ban a capocchia, che i messaggi di Sempronio vengano resi virali mentre quelli di Gertrude vengano chiusi alle condivisioni, ecc.
Ma è inutile che chiacchierate del controllo mediatico e delle violazioni della libertà di stampa nelle mitiche "autocrazie": tutto questo che stiamo vivendo in Occidente è già la morte della democrazia, e ci siamo dentro integralmente e da tempo.
*Post Facebook del 24 gennaio 2026
Data articolo: Sat, 24 Jan 2026 16:00:00 GMT
Se parlassi in modo critico di qualcosa di abusivo che l'India sta facendo in Kashmir, ti aspetteresti che venissi accusato di un crimine d'odio anti-indù?
Se criticassi un'operazione militare indiana, dovresti premettere: "Non odio gli indù o la loro religione e non sono minimamente indofobo"?
Se ci fosse un'opposizione mondiale a qualcosa che le forze militari indiane stanno facendo, ti aspetteresti che i governi occidentali iniziassero a sfornare freneticamente leggi per vietare tale opposizione perché fa sentire insicuri i membri della comunità indù?
Ti verrebbe mai in mente, anche nella tua più sfrenata immaginazione, che una critica alle azioni violente del governo indiano possa in qualche modo essere interpretata come un attacco alla fede indù e all'appartenenza a tale religione?
Probabilmente capisci dove voglio arrivare.
Non ci si aspetta che le critiche allo stato dell'India vengano inquadrate come un attacco alla sua religione maggioritaria, perché le persone nella vostra società non sono state condizionate ad avere questa aspettativa. Ma noi siamo stati condizionati ad avere questa aspettativa nei confronti di Israele.
L'associazione tra antisemitismo e critica allo Stato di Israele non è naturale. Non è qualcosa che verrebbe spontaneamente in mente a una mente non allenata.
Se a un uomo che non ha mai sentito parlare di Israele o della Palestina venissero mostrate le riprese del genocidio di Gaza, si ritrarrebbe istintivamente inorridito e direbbe che quello che sta guardando è una cosa brutta. Se poi qualcuno gli corresse incontro e gli spiegasse che quello che ha appena detto è in realtà un odioso atto di persecuzione religiosa, rimarrebbe molto sorpreso e confuso. Perché non era stato indottrinato a fare quell'associazione, proprio come tu non sei stato indottrinato ad associare la critica al governo indiano a un attacco alla religione induista.
È un'associazione completamente controintuitiva. Non c'è nulla che tu possa comprendere attraverso la tua osservazione e il tuo ragionamento. È qualcosa che dovresti imparare da altri. Hai bisogno che te lo spieghino.
Questa è la traduzione letterale della parola ebraica "hasbara". Significa "spiegare". Israele e i suoi sostenitori hanno trascorso decenni a "spiegare" al mondo che criticare lo Stato di Israele è in realtà un terribile crimine d'odio contro gli ebrei e la loro religione, perché altrimenti non verrebbe mai in mente a una persona normale che sia così.
È davvero sorprendente. L'ideologia politica di sostegno a questo piccolo stato di apartheid è stata così efficace nello spiegare al mondo quali pensieri dovrebbero avere al riguardo, che questi sforzi toccano tutte le nostre vite. È così efficace che potresti trovarti a un incontro sociale dall'altra parte del mare, negli Stati Uniti, e, a meno che tu non conosca bene le persone che ti circondano, se salta fuori l'argomento Israele, capirai immediatamente che potresti trovarti a trascorrere una serata molto spiacevole.
È sorprendente quanta influenza questa ideologia abbia avuto sulla cultura e sulle istituzioni della nostra società. È quasi magico.
Nel documentario di Louis Theroux dell'anno scorso, The Settlers, c'era un segmento che mi è rimasto impresso, in cui la leader dei coloni israeliani Daniella Weiss definisce il sionismo un "sistema magico".
"Gli insediamenti ebraici a Gaza sono un passo molto difficile che richiede molto lavoro", ha detto Weiss a Theroux. "Bisogna influenzare la sinistra, il governo, le nazioni del mondo, usando il sistema magico: il sionismo".
Non sorprende scoprire che Weiss consideri le sue operazioni una sorta di magia. Sulla carta, lei e i suoi simili non dovrebbero essere in grado di fare ciò che fanno. Abbattere con la forza uno stato etnico straniero su una civiltà preesistente e martellarlo violentemente contro ogni impulso organico della regione è già abbastanza inquietante, ma poi convincere il resto del mondo a sostenerlo? Al punto da influenzare effettivamente le nostre relazioni interpersonali e le nostre interazioni dall'altra parte del pianeta? Non dovrebbe funzionare. Ma funziona.
Non so bene cosa sia la magia, ma è logico che alcuni sionisti la vedano in questo modo. Perché, visto dall'esterno, tutta quella manipolazione psicosociale su larga scala sembra una specie di stregoneria inspiegabile.
Fortunatamente, la magia sembra svanire. I vecchi trucchi non funzionano più. Chiamare "antisemita" qualcuno che critica Israele è ampiamente riconosciuto per la manipolazione fraudolenta che è. I politici filo-palestinesi stanno vincendo le elezioni nonostante campagne diffamatorie altamente coordinate che affermano che la loro candidatura fa sentire gli ebrei insicuri. Tutti sanno che Israele mente su tutto, in continuazione. La fiducia nei media è ai minimi storici, mentre la consapevolezza della parzialità filo-israeliana della stampa mainstream è ai massimi storici.
La gente continua a presentarsi alle proteste e agli eventi pro-Palestina. Il pubblico si sta rivoltando contro Israele in numeri senza precedenti. Nessuno crede più alle vecchie storie.
Forse le persone stanno scoprendo un po' di magia tutta loro.
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(Traduzione de l'AntiDiplomatico)
*Giornalista e saggista australiana. Pubblica tutti i suoi articoli nella newsletter personale: https://www.caitlinjohnst.one/
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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
di Giuseppe Giannini
Ci sono eventi che, soprattutto in questi ultimi anni, hanno praticamente svuotato il concetto di democrazia. Insieme ad essa è venuta meno l'immagine dello Stato di diritto. Vi è stata una accelerazione repressiva ed è avvenuta all'interno dei Paesi occidentali, simboli per tanto tempo del libero esercizio del pensiero critico. Non dimentichiamo come già in passato i governi delle democrazie borghesi, negli USA ed in Europa, abbiano usato la forza (delle restrizioni dei provvedimenti, dei reati inventati ad hoc, dei manganelli) contro ogni forma di dissenso, però un'opinione pubblica informata, il mondo dei media con meno padroni, uniti ad un sano conflitto sociale, sono riusciti a frenare le mire assolutistiche. E la forma, rappresentata dalla separazione e non ingerenza dei poteri, era anche garanzia di sostanza democratica per i sudditi.
Tuttavia, gli accadimenti successivi al superamento del mondo diviso in blocchi, inteso come sfera di influenza e possibilità di ipotetiche alternative, sono stati quelli che c'hanno traghettato verso assetti sempre più autoritari. Il carrierismo politico ha inventato sulla scena personaggi che, in contesti virtuosi, non sarebbero stati nemmeno capaci di fare gli amministratori di condominio. Oltre alle incompetenze si sono venuti a sommare, in capo ad essi, altri disvalori: la disonestà; la tendenza a commettere reati e supportare le élite economiche; fino alla sprezzante volgarità, che si tramuta in ostilità verso i sottoposti ed il mondo esterno che diventa il nemico. Si tratta solo di scegliere, di volta in volta, lo Stato da conquistare o a cui dichiarare guerra. E, per arrivare a centralizzare tale forza, che è potenza politico-militare, economica, e di condizionamento degli anticorpi (gli organi della giustizia e della comunicazione), c'è bisogno della complicità colpevole di chi dovrebbe salvaguardare la molteplicità delle opinioni.
La corruzione morale diventa modello da seguire a scapito della tenuta del corpo sociale. La democratura è un dato acquisito. Le pseudoriforme all'interno dei singoli Paesi, con gli attacchi al potere giudiziario al fine di sottoporlo al controllo degli esecutivi, la gestione delle emergenze dichiarate e mai finite, le guerre per il profitto di pochi, che stanno destabilizzando i continenti.
Questa degenerazione parte, appunto, da lontano, e ridottasi ad affrontare relazioni fra dissimili non si cura nemmeno più di salvare l’apparenza formale delle stesse istituzioni che, seppur calate dall’alto, hanno perso la loro autorevolezza. Sempre più distanti vengono utilizzate come strumento di e per l’autoritarismo. I protagonisti ultimi dell'arretramento dei regimi democratici hanno le sembianze di Trump e Meloni, ma nemmeno gli altri – la Germania, la Francia, l'Inghilterra, la UE – scherzano. Corsi e ricorsi storici. Gli europei sono sempre stati colonizzatori, ma oggi i loro governi sono ridotti al ruolo di spettatori-operatori dei diktat altrui. C'è un sottobosco costituito dai grossi potentati economici - lobby, multinazionali, ambienti occulti dei settori militari e religiosi ecc. - che è onnipresente e fa pressione sulle scelte dei governi, suggerendo le priorità delle politiche mondiali. E poi ci sono le schegge impazzite, integrate a pieno titolo all'interno di tale sistema decisionale, ma che esercitano, apparentemente, un ruolo diverso, perchè poste al vertice delle istituzioni. Trump è uno di questi, la cui inaffidabilità per i poteri che contano diventa causa di destabilizzazione. Sembra voler agire da solo. Le sue dichiarazioni, smentite il giorno successivo, rappresentano tutte le contraddizioni insite nel personaggio, che più del prestigio americano, pone se stesso al centro dell'attenzione.
Il sovrano-despota ha dichiarato guerra al mondo intero. Dopo il Venezuela e l'affare Groenlandia, le minacce a Cuba, ed i dazi come forma di ritorsione cosa aspettarsi ancora? E l'Europa cosa fa? Considera legittimo tutto ciò? Mentre chi utilizza parole di distensione e dialogo come la Cina, in particolare sul conflitto russo-ucraino, rimane emarginata e viene accusata di colpe implicite. Ci troviamo in un periodo storico delicato, tra crisi economiche, sanitarie, ambientali e guerre globali. E' giunto il momento di alzare la voce. Ne va della credibilità delle istituzioni del Vecchio Continente. Riguarda il futuro degli Stati e di come verranno percepiti dai cittadini. Ad oggi tutto scorre e viene accettato come se niente fosse. Non basta il doppiopesismo occidentale sulle sanzioni e gli interventismi.
Bisogna difendere la democrazia. D'altro canto se la scena politica è appannaggio di agitatori per professione più di qualche responsabilità è da attribuire a chi in questi decenni ha abdicato dal farsi portavoce delle istanze di classe. In particolar modo gli eredi della tradizione della sinistra, che hanno svenduto tutto un patrimonio culturale e sociale, e che hanno deciso di trovare stabilità accanto ai partiti moderati e liberali. Quanti tecnocrati austeritari hanno reclamato meno democrazia in questi anni, suggerendo di rimuovere i residui di sociale presenti nelle Costituzioni? Insieme hanno sottoscritto le guerre dell'imperialismo americano, i trattati economici delle diseguaglianze, gli scempi a danno dell'ambiente. Ancora non appagati dal servilismo europeo gli americani ora pretendono di più. Il demagogo dal ciuffo colorato vuole tutto ed è disposto ad accontentare gli amici. Così, Israele continuerà il genocidio e le petromonarchie arabe i loro affari sporchi di sangue. Non va meglio all'interno dei singoli Paesi.
La caccia ai migranti negli USA istituzionalizza il razzismo. Chi protesta contro le guerre, per questioni ecologiche e sociali viene perseguitato è viene trattato alla pari di un terrorista. L'Europa ritrova unità solo nella repressione e nella censura. La solidarietà e le iniziative verso i palestinesi diventano sempre più difficili. Intercettazioni, profilazione di post e contenuti, accuse gravi ma da provare limitano le libertà su mandato di Israele. Antisionismo e antisemitismo sono accomunati. Fino alla pericolosa circolare inviata alle scuole dal ministro Valditara, con lo scopo di schedare gli studenti palestinesi. La tecnologia diventa lo strumento dei nuovi dispotismi. L'Europa della rivoluzione francese, dell'Illuminismo e della separazione dei poteri è un lontano ricordo. Il mondo di una volta non esiste più.
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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
Alessandra Ciattini*
Riflettendo insieme al noto analista statunitense Scott Ritter, dinanzi alle sempre più lampanti violazioni dell’ordine internazionale, non certo nuove, da parte di Trump e dei suoi incapaci consiglieri, ci chiediamo quale sarebbe il migliore atteggiamento da tenere da parte di Russia e Cina, le uniche potenze che potrebbero fermare questa delirante scalata.
Un esperto russo sulla Pravda ha dichiarato: “_Putin sta giocando a scacchi, ma Trump sta giocando a poker_”, significando evidentemente che se stai facendo giochi differenti è assai difficile sconfiggere l’avversario. O lo costringi a giocare al tuo gioco o lo batti al gioco che lui ti impone.
Scott Ritter, il noto analista statunitense, in un’animata conversazione, ha riassunto gli avvenimenti sconcertanti degli ultimi giorni, concludendo che gli Usa non sono più una repubblica costituzionale, che non rispettano né lo Stato di diritto né i trattati internazionali, i quali essendo stati da loro ratificati costituiscono la legge suprema del paese.
Con il supporto dell’aviazione britannica gli Usa hanno sequestrato una petroliera russa in acque internazionali (tra Scozia e Islanda), che avrebbe dovuto recarsi in Venezuela per caricare petrolio, con l’accusa di violazione delle sanzioni da loro imposte al Venezuela. Atto del tutto illegittimo e certamente non l’unico di questi ultimi giorni, segnati da azioni che vorrebbero dimostrare “Siamo ancora noi i più forti e facciamo quello che vogliamo”. Ritter riporta le dichiarazioni di Marco Rubio, il quale ha detto che il diritto internazionale non conta, né contano le Nazioni Unite, contano solo il potere e la forza Usa. Analogamente l’ambasciatore statunitense presso le NU ha avuto la sfacciataggine di dichiarare che gli Usa decideranno come si utilizzerà il petrolio venezuelano, a chi venderlo e a chi no. Trump ha persino dichiarato che non ha bisogno del diritto internazionale e che la proprietà si sancisce solo con la forza.
Secondo l’analista statunitense lo stesso sistema giudiziario è corrotto, perché la guardia costiera Usa è intervenuta per bloccare la nave russa per ordine di un giudice del distretto di New York, ma quest’ordine non ha nessuna base costituzionale. Si è trattato di un atto di pirateria bello e buono fatto da uno Stato ormai privo di onore e non degno di fiducia. Quello che è stato scatenato contro il Venezuela è un atto di guerra, anche se per ora il Congresso non ha dichiarato alcuna guerra; quindi, Trump ha anche violato le norme nazionali, con una debole opposizione da parte dei democratici, ponendosi al di sopra di tutto:”_L’État c’est moi_”.
Secondo Ritter tutte le decisioni prese dall’élite al governo negli Usa sono pericolosissime e molto probabilmente ci porteranno ad una guerra terribile e devastante; ciò nonostante, egli ritiene che i vari leader mondiali (essenzialmente Russia e Cina), che si oppongono a questa svolta delirante, manchino di lungimiranza e non comprendano che occorre una risposta forte ed eclatante per impedire che Trump commetta atti sempre più gravi. Si tenga presente che Ritter si reca spesso in Russia e conversa con personaggi importanti della élite russa, ma quest’anno ha preferito non venire in Europa per un convegno internazionale, dopo quello che accaduto all’ex colonello svizzero Jacques Baud, sanzionato dal Consiglio europeo. E quello che afferma potrebbe costargli caro.
A suo parere, anche Nicolas Maduro si è dimostrato troppo debole, ha diminuito la percentuale di proprietà venezuelana delle joint ventures, non avrebbe dovuto cercare accordi a tutti i costi con la Chevron per ottenere l’annullamento delle sanzioni, i cui effetti negativi spesso vengono attribuiti dai cittadini al governo venezuelano, avrebbe dovuto rinunciare all’accordo con la multinazionale e vendere le sue azioni alla Cina, in modo da mettere a confronto diretto le due potenze, in lotta per avere profittevoli rapporti con l’America latina. Aggiunge Ritter: probabilmente la Cina non avrebbe accettato questa mossa, ma avrebbe sbagliato, perché in questo modo dà spazio ad ulteriori prevaricazioni. Insomma, per l’analista Usa à la guerre comme à la guerre. E, a suo parere, questo atteggiamento deciso dovrebbe allontanare e non avvicinare - come pensano i più - la terribile guerra incombente.
D’altra parte, l’azione in Venezuela, i minacciati interventi contro la Groenlandia, il Canada, la Colombia, il Messico, Cuba etc. stanno tutti nel documento sulla _Sicurezza strategica degli Usa_, dalla quale si ricava che gli Usa intendono applicare in modo molto rigoroso la Dottrina Monroe (ora Donroe) e controllare l’intero emisfero occidentale con tutte le sue risorse dal petrolio al litio, dai porti alle ferrovie costruite in collaborazione con la Cina, la quale oggi costituisce il maggiore partner commerciale di molti paesi latino-americani.
Sempre secondo Ritter l’errore dei paesi sanzionati, o almeno di alcuno dei loro settori, come per es. l’Iran, è quello di credere che sia possibile negoziare con gli Usa perché essi annullino le sanzioni, facendo credere alla popolazione che sia proprio il governo nazionale il responsabile della crisi economica e creando l’illusione che una riconciliazione con la potenza impazzita aprirà a un futuro prospero. L’opposizione filoccidentale iraniana al governo, finanziata e indirizzata dai servizi segreti Usa, britannici etc., si basa proprio sulla diffusione di questa illusione, giacché riconciliarsi con Trump, che non rispetta nessun trattato o accordo, come è sempre più evidente, significa la perdita delle proprie risorse, della propria sovranità, della propria dignità.
Più complesso è il caso della Russia, che proprio in questi giorni ha lanciato un missile Oreshnik contro l’Ucraina, colpendo il più grande deposito europeo di gas a Leopoli, a soli 160 km da una base Usa in Polonia, facendo capire che la pazienza di Putin è ormai quasi esaurita. Tuttavia, Ritter è convinto che Putin ha commesso un grave errore affidando le trattative sulla questione ucraina con Steve Witkoff, immobiliarista e inviato per il Medio Oriente di Trump, a Kiril Dimitriev. Questi è un cittadino ucraino formatosi negli Usa, dove ha lavorato nel sistema bancario e finanziario, in particolare per Goldmann Sachs, ed è ora presidente del Fondo sovrano russo per gli investimenti diretti.
Questi due personaggi, di formazione non politica, hanno impostato la questione delle relazioni Usa/Russia come se si trattasse di una mera questione economica in cui, ancora una volta in cambio della cancellazione delle sanzioni, si offre alla Russia l’opportunità di collaborare con i “nemici” a progetti grandiosi, poco concreti, come lo sfruttamento congiunto delle risorse dell’Artico. Ipotesi gradita alle élite economiche russe, che vorrebbero riprendere a fare affari con il maledetto Occidente. Con questa svolta si è evitato di parlare dell’espansione orientale della NATO, come se non fosse questo il nucleo vero della questione, mentre gli Usa si industriano in tutti i modi a provocare i russi, alimentando una guerra che ha per obiettivo l’indebolimento progressivo del paese euroasiatico. Secondo l’analista statunitense questo è quanto si è ottenuto in Alaska: negoziare per prendere tempo, mentre gli Usa mettono a soqquadro il mondo per appropriarsi di tutto quanto è possibile al loro fantasioso rilancio. In questo senso avrebbe ragione Serguey Karaganov, non favorevole al disarmo nucleare, che non nutre nessuna fiducia verso questo Occidente confuso e allo sbaraglio. Egli sostiene: volgiamoci ad Oriente e al Sud globale; ed ha ragione se si pensa agli ultimi eventi: l’attacco alla residenza di Putin e il sequestro di Maduro e di sua moglie, costato più di un centinaio di morti.
A differenza di Karaganov, benché Ritter sia ostile al riarmo nucleare, egli è del tutto convinto che la politica aggressiva di Trump non si può contenere né con la diplomazia né cercando di stabilire relazioni amichevoli, può essere contrastata solo con la fermezza e con la forza, la quale può dispiegarsi in modi assai diversi, non solo con attacchi militari. Dopo l’enunciazione della dottrina della pace attraverso la forza, la volontà di negoziare della Russia è interpretata da Marco Rubio, Pete Hegseth e company come una manifestazione di debolezza. A questo proposito egli ricorda l’attacco con droni, avvenuto nel giugno del 2025, ai bombardieri nucleari russi, 40 dei quali furono danneggiati, distribuiti in varie basi: a Belaya, nella regione di Irkutsk in Siberia, e a Ryazan, al sudest di Mosca, e in altre zone a 3.000 km dalla frontiera con l’Ucraina. Fino a quel momento i droni ucraini avevano colpito solo obiettivi nella Russia europea. A suo parere, questa operazione, realizzata con l’uso di veicoli interni alla Federazione russa, è stata diretta dalla CIA e dal servizio segreto britannico MI6, i quali si sono istallati in Ucraina dal 2015 per provocare la destabilizzazione del paese euroasiatico.
Assai rilevante è la descrizione fatta da Ritter del lavoro dei servizi segreti euroatlantici, i quali, ovviamente sotto mentite spoglie, penetrano in un paese dove affittano case, magazzini e lavorano in modo che il denaro per le operazioni speciali non venga mandato dall’estero, ma sia generato al suo interno per non destare sospetti. In Russia, ma anche in Iran, hanno costruito sistemi operativi del genere, con i quali possono intervenire in maniera coperta per fare crollare regimi, per uccidere personaggi politici importanti, scienziati come in Iran. Come illustrazione di questo comportamento l’analista statunitense ricorda l’operazione fallita Eagle Claw (artiglio dell’aquila), gestita da Dick Meadows, il cui scopo era la liberazione di 53 ostaggi rinchiusi nell’ambasciata Usa a Teheran nell’aprile del 1980. Meadows è considerato uno dei fondatori delle Forze Speciali dell’esercito statunitense.
La risposta di Mosca all’attacco ai bombardieri nucleari non è stata in linea con la nuova dottrina strategica russa e si è concretata in pesanti attacchi di droni e di missili balistici, che hanno colpito Kiev e l’Ucraina occidentale. Quanto all’attacco con 91 droni ad una delle residenze di Putin, avvenuto tra il 28 e il 29 dicembre 2025 con il sostegno della Cia, secondo Ritter, questo sarebbe avvenuto dopo una conversazione telefonica tra questi e Trump, il quale successivamente ha dichiarato che questa operazione non gli era piaciuta. Zelensky ha negato la sua responsabilità, ma i russi hanno ribadito e dimostrato il coinvolgimento dell’Ucraina e dei servizi segreti Usa nell’avvenimento, che avrebbe avuto lo scopo, se non di uccidere Putin, di spaventarlo e di farlo fuggire. E stranamente proprio il giorno successivo all’accaduto il New York Times e il Wall Street Journal hanno pubblicato un articolo sulle attività della CIA e su come questa sta operando in Ucraina, a dimostrazione che erano informati di quanto era accaduto.
A conclusione di questa analisi dello stato delle attuali relazioni tra Usa e Russia, Ritter si augura che Putin non si faccia ingannare dal cosiddetto “spirito di Alaska”, perché non è mai esistito, Trump e Witkoff non hanno nessuna voglia di negoziare, tentano soltanto di sollecitare le élite russe pro-occidentali per indurle a svendere le risorse del grande paese euroasiatico come stava avvenendo ai tempi di Yeltsin e come stanno cercando di fare in Venezuela. Con questa disonesta tattica si propongono di indebolire il potere di Putin, facendo sempre più la voce grossa e minando in maniera irreparabile il diritto internazionale e le istituzioni che lo incarnano.
Purtroppo, questo atteggiamento può esser bloccato solo con la fermezza e con la forza, le uniche cose che il narcisista e folle presidente Usa e il suo consigliere Witkoff capiscono. Pertanto, oggi sarebbe salutare mettere da parte Dimitriev e Witkoff e tornare a difendere con la politica strategica gli interessi della Russia, senza farsi coinvolgere in ipotetici lucrosi “affari”. E sembrerebbe che Putin abbia capito a che gioco gioca Trump; infatti come scrive Bloomberg non è ancora certo se Putin abbia intenzione di incontrare ancora Witkoff e Kushner, i quali vorrebbero interloquire sul tema della “tanto agognata pace” con lui in questo mese di gennaio.
Intanto restiamo in attesa di ascoltare il discorso che il presidente Usa, scortato da una folta schiera di accompagnatori, terrà al World Economic Forum di Davos, che certamente aumenterà il pessimismo già preannunciato dai potenti partecipanti con le sue sfrenate ambizioni di dominio, continuando la sua bizzarra partita a poker contro l’intera umanità.
*Antropologa prestata alla geopolitica. Docente universitaria di antropologia culturale presso La Sapienza di Roma. Esperta di Sud America.
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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
Nel silenzio dei media internazionali, continua sottotraccia ma in modo pianificato l’aggressione israeliana,in violazione del cessate il fuoco concordato nel novembre 2024, insieme alla strisciante avanzata dell’occupazione del paese nel sud.
Il 4 gennaio l’ennesimo attacco con droni contro un auto che ha provocato la morte di due civili libanesi. Il ministero della Sanità libanese ha riferito di un drone israeliano che ha lanciato un missile contro un'auto nella zona di Ain al-Mazrab nel distretto di Bint Jbeil a sud del paese. L’attacco ha completamente distrutto il veicolo, causando gravi danni alle infrastrutture civili della zona, tra cui auto, negozi, esercizi commerciali e unità residenziali situate nelle vicinanze.
L'esercito israeliano ha affermato di aver lanciato questa operazione militare contro un membro del Movimento di Resistenza Islamico libanese (Hezbollah).
Dall'entrata in vigore della fragile tregua, Tel Aviv ha effettuato più di 10.000 incursioni, sia aeree che terrestri, in territorio libanese.
Le autorità libanesi hanno avvertito che le violazioni del cessate il fuoco da parte del regime israeliano, rappresentano un rischio per la stabilità del Paese arabo.
Il 23 novembre un attacco israeliano aveva colpito un edificio civile a Dahiyeh, uccidendo tre persone, tra cui il dott. Zakaria al-Haj, un medico membro del consiglio municipale di Jouaya.
Un altro attacco di droni israeliani ha preso di mira una moto nella città di Yater, nel distretto di Bint Jbeil, causando la morte di una persona e lesioni a un'altra.
Un drone israeliano ha anche colpito un veicolo tra le città di Safad el-Battikh e Baraachit, nel governatorato di Nabatieh, che ha ucciso una persona, ha riferito l'agenzia di stampa statale Nna.
Questi continui attacchi mortali si aggiungono alle molteplici violazioni dell’accordo di cessate il fuoco che era stato raggiunto nel novembre 2024 con il Movimento di resistenza islamico del Libano (Hezbollah) e il governo libanese.
Il 27 dicembre la missione UNIFIL ha denunciato che un attacco israeliano nel sud del Libano ha ferito un casco blu e ha ribadito la sua richiesta allo stato israeliano di fermare le aggressioni.
La Forza provvisoria delle Nazioni Unite in Libano (UNIFIL) ha affermato in una dichiarazione che il fuoco di mitragliatrice da posizioni dell’esercito di Tel Aviv, a sud della linea di demarcazione tra i territori occupati da Israele e Libano, ha sparato ad una pattuglia che teneva un posto di blocco nel villaggio di Bastarra.
La sparatoria è arrivata dopo un'esplosione di granate nelle vicinanze, ha aggiunto l'UNIFIL e ha precisato che mentre l'incidente non ha causato danni alla squadra civile delle Nazioni Unite, un casco blu ha subito una commozione cerebrale nell'orecchio.
I media libanesi hanno riferito di un altro incidente a Kfarchouba, dove un'altra pattuglia dell'UNIFIL nelle operazioni di routine è stata presa di mira da fuoco di mitragliatrice a distanza ravvicinata da parte israeliana. La missione ha sottolineato che l'esercito israeliano era stato precedentemente informato dei movimenti di pattugliamento, in conformità con le procedure di coordinamento stabilite. “Gli attacchi contro o vicino ai caschi blu costituiscono gravi violazioni della risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza”, ha denunciato l’UNIFIL, ammonendo le truppe israeliane a cessare la condotta aggressiva contro il loro personale.
La risoluzione, che ha posto un cessate il fuoco dopo la guerra di 33 giorni di Israele contro il Libano nel 2006, stabilisce che Israele rispetti la sovranità e l’integrità territoriale libanese.
Le tensioni nel sud del Libano sono aumentate, mentre l’esercito israeliano conduce attacchi aerei quasi quotidiani, sostenendo che le sue operazioni prendono di mira membri e infrastrutture di Hezbollah.
Nell'ottobre 2023 scoppiarono scontri di confine tra Hezbollah e l'esercito israeliano, e il regime di Tel Aviv li trasformò nel settembre 2024 in una guerra aperta che uccise migliaia di persone e provocò una significativa distruzione in diverse regioni libanesi.
Le autorità libanesi hanno avvertito che le continue violazioni del cessate il fuoco di Israele rappresentano un rischio per la stabilità del paese arabo.
Le Nazioni Unite solo nel mese di novembre hanno contato almeno 127 civili uccisi, compresi bambini, dal fuoco israeliano da quando il cessate il fuoco è entrato in vigore un anno prima. Funzionari dell’ONU hanno avvertito che gli attacchi costituiscono “crimini di guerra”.
Alla fine di novembre il ministro degli affari militari israeliano, I. Katz, ha minacciato che Tel Aviv era pronta a lanciare una nuova guerra contro il Libano, se Hezbollah non avesse consegnato le sue armi entro la fine del 2025.
Hezbollah ha risposto agli USA che: “ non disarmeremo per lasciar raggiungere l’obiettivo di Israele. Il disarmo è un piano israelo-americano e ribadiamo che non sarà raggiunto anche se tutti si uniscono a una guerra contro il Libano…L’unità nazionale del Libano e la conservazione delle armi della Resistenza sono cruciali per contrastare la “minaccia esistenziale” rappresentata da Israele e dagli Stati Uniti…”.
L'esercito israeliano avrebbe dovuto ritirarsi dal sud del Libano questo gennaio secondo gli accordi, ma mantiene una presenza militare a cinque posti di frontiera, violando apertamente sia la risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che le disposizioni sulla tregua.
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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
La capacità di distaccarsi temporaneamente dagli impegni digitali rappresenta una competenza crescente nella società moderna. Questi momenti di sospensione consentono di ricalibrare attenzione e prospettive, inserendosi in modo discreto nella routine quotidiana senza richiedere cambiamenti radicali.
Sempre più persone scelgono di ridurre il tempo dedicato agli schermi attraverso strategie mirate. Piccole finestre di pausa si rivelano efficaci per riorganizzare le priorità quotidiane e migliorare la percezione soggettiva del tempo disponibile.
Questa pratica non implica necessariamente un rifiuto della tecnologia, ma piuttosto una gestione consapevole delle modalità di connessione. Alcuni preferiscono leggere, altri dedicarsi ad attività manuali o semplicemente osservare l'ambiente circostante senza mediazione digitale.
Anche i momenti dedicati al tempo libero online possono fungere da pausa, purché regolati con misura. Negli ultimi anni il comparto del gioco digitale ha registrato un aumento costante di utenti che cercano diversivi brevi e strutturati.
Piattaforme specializzate offrono tornei con formati rapidi che si adattano agli intervalli disponibili tra un impegno e l'altro. La scelta di un ambiente affidabile diventa centrale per chi desidera giocare con serenità, e molti si rivolgono al miglior sito di poker verificando parametri come crittografia dei dati, velocità delle transazioni e qualità del software utilizzato. I tavoli digitali consentono sessioni flessibili, con possibilità di interruzione immediata e ripresa successiva senza vincoli rigidi.
La facilità di accesso tramite dispositivi mobili ha modificato le abitudini di molti appassionati. Le pause pranzo, i tempi morti durante gli spostamenti e le attese diventano occasioni per dedicarsi a partite veloci senza compromettere gli impegni principali della giornata.
Le giornate contemporanee sono spesso caratterizzate da una sequenza di attività frammentate piuttosto che da blocchi continui. Questa configurazione richiede capacità di transizione rapida tra contesti differenti, mantenendo un grado accettabile di efficienza complessiva.
Le pause interstiziali rappresentano valvole di regolazione in questo sistema. Interrompere volontariamente una sequenza di compiti permette di evitare l'accumulo di tensione cognitiva e di ritrovare lucidità prima di affrontare il segmento successivo della giornata.
Diversi studi sul comportamento lavorativo evidenziano come brevi interruzioni programmate migliorino la resa complessiva rispetto a sessioni prolungate senza soluzione di continuità. La chiave risiede nella regolarità e nella consapevolezza con cui questi intervalli vengono inseriti nel flusso quotidiano.
L'adozione di pause deliberate aiuta a ripristinare ritmi più vicini ai cicli biologici individuali. La tecnologia tende a imporre velocità costanti e tempi reattivi che non sempre corrispondono alle esigenze fisiologiche dell'organismo umano.
Riconoscere i segnali di affaticamento mentale e rispondere con intervalli mirati permette di preservare le risorse cognitive nel lungo periodo. Questo approccio richiede osservazione e adattamento continuo, evitando schemi rigidi che potrebbero risultare controproducenti.
Alcuni professionisti utilizzano tecniche di cronometraggio per inserire pause a intervalli prestabiliti, mentre altri preferiscono affidarsi a percezioni soggettive di stanchezza o calo di concentrazione. Entrambe le modalità possono risultare efficaci se applicate con coerenza.
La creazione di rituali individuali associati alle pause aiuta a consolidare l'abitudine nel tempo. Questi possono includere la preparazione di una bevanda, l'ascolto di un brano musicale specifico o la consultazione di contenuti brevi e piacevoli.
La ripetizione di gesti semplici contribuisce a segnalare al cervello il passaggio a una modalità diversa, facilitando la disconnessione mentale dalle attività precedenti. Questa transizione diventa più fluida quando supportata da elementi ricorrenti e prevedibili.
L'ambiente fisico gioca un ruolo importante in questo processo. Spostarsi anche solo di pochi metri dal luogo abituale di lavoro o svago principale può rafforzare la sensazione di pausa autentica, amplificando i benefici percepiti.
Mantenere un equilibrio sostenibile tra presenza online e momenti di autonomia digitale richiede riflessione costante. Le piattaforme e i servizi sono progettati per massimizzare il coinvolgimento, rendendo talvolta difficile stabilire confini chiari senza interventi volontari.
Strumenti come limitatori di tempo integrati nei dispositivi offrono supporto pratico ma richiedono comunque una scelta attiva da parte dell'utente. La tecnologia può facilitare la gestione delle pause, ma non sostituisce la decisione consapevole di dedicare tempo a modalità diverse di interazione con il mondo.
Alcuni trovano utile definire fasce orarie specifiche per determinate attività, riservandone altre alla completa assenza di stimoli digitali. Questa segmentazione temporale favorisce una percezione più nitida delle diverse componenti della giornata.
Non esiste un modello universale valido per tutti i contesti e le personalità. Ciascuno sviluppa gradualmente strategie personali che riflettono preferenze, vincoli esterni e obiettivi specifici legati al benessere complessivo.
Sperimentare approcci diversi permette di identificare quali soluzioni funzionano meglio in situazioni particolari. La flessibilità resta un elemento centrale per evitare che le strategie di pausa diventino esse stesse fonte di rigidità o preoccupazione.
L'osservazione dei propri schemi comportamentali nel tempo offre indicazioni preziose per affinare le tecniche adottate. Tenere traccia informale delle sensazioni associate a diversi tipi di interruzione può guidare scelte più consapevoli nelle settimane successive.
Data articolo: Sat, 24 Jan 2026 14:00:00 GMT
di Andrea Zhok*
di Marinella Mondaini*