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Nell'aprile 2026 ci sarà una nuova flottiglia che tenterà di rompere il blocco israeliano di Gaza, in vigore da 18 anni. Si prevede che la missione sarà la più grande azione marittima per la Palestina fino ad oggi, con la partecipazione di oltre 3.000 attivisti provenienti da 100 paesi su 100 imbarcazioni, tra cui una flotta medica di 1.000 operatori sanitari, per consegnare 500 tonnellate di aiuti salvavita, attrezzature e forniture mediche a cui Israele ha impedito l'ingresso a Gaza.
Ancora una volta, attivisti da tutto il mondo salperanno verso Gaza nel tentativo di porre fine a una delle peggiori crisi umanitarie del pianeta. Ancora una volta, il loro viaggio sarà minuziosamente tracciato sui social media. Ancora una volta, droni israeliani saranno inviati in acque internazionali per intercettare e attaccare le imbarcazioni. Ancora una volta, le imbarcazioni saranno abbordate da soldati israeliani mascherati e pesantemente armati. Ancora una volta, gli attivisti saranno arrestati. Ancora una volta, saranno inviati in prigioni di massima sicurezza. Ancora una volta, saranno maltrattati fisicamente, messi in isolamento, insultati, rimproverati, costretti a guardare video di propaganda israeliani sul 7 ottobre o violentati dalle guardie carcerarie israeliane. Ancora una volta, i palestinesi, molti dei quali aspettano sulla spiaggia nella speranza che l'ultima flottiglia riesca a passare, capiranno di non essere soli. E ancora una volta, il mondo distoglierà lo sguardo, ignorando il suo mandato legale di intervenire per porre fine al genocidio, ai sensi dell'Articolo 1 della Convenzione sul Genocidio.
Eppure, nonostante l'esito quasi certo, le flottiglie stanno impercettibilmente indebolendo la morsa israeliana su Gaza. Stanno ricordando al mondo il suo dovere morale e legale di intervenire. Stanno umiliando non solo Israele, ma anche i governi occidentali la cui complicità alimenta il genocidio. Stanno dimostrando che non siamo impotenti. Possiamo agire.
"Cosa hai provato guardando la flottiglia?" Ho chiesto all'ambasciatrice palestinese in Italia, Mona Abuamara, quando ho partecipato allo sciopero dei lavoratori portuali italiani a Genova e alla manifestazione nazionale per la Palestina a Roma alla fine di novembre 2025.
"Come una bambina", rispose. "Sai come quando conosci la fine di un film ma vuoi comunque che sia diverso. Continuavo a pensare: 'Lascia perdere. Lascia perdere'. Come se potesse. Sapevamo che non sarebbe successo. È parte della bellezza di quelle persone su quelle barche. Sapevano che non gli sarebbe stato permesso di passare, ma si rifiutavano di accettare lo status quo."
Ho incontrato Thiago Ávila, attivista brasiliano, e l'attivista svedese Greta Thunberg la mattina presto al Museo MAAM di Roma, il cui labirinto di corridoi, sale e stanze è pieno di street art, tra cui un cartello che recita "Spoiler, MORIRAI". Circa 200 migranti provenienti da vari paesi vivono abusivamente nel mattatoio e museo abbandonato. Opere d'arte, tra cui enormi ed elaborati murales di alcuni dei migliori artisti italiani, ricoprono i muri di cemento dell'ex mattatoio. All'ingresso, in una satira della scritta Hollywood di Los Angeles, a caratteri cubitali, c'è la parola "FART" (scoreggia).
"Per tutti gli anni in cui sono stata un'attivista, ho perso ogni giorno sempre più speranza – se mai ne avessi – nelle istituzioni e nei nostri cosiddetti leader, aziende, funzionari eletti, banche, chiunque essi siano, di venire in nostro soccorso", ha detto Thunberg. "Sono loro che ci hanno messo in questa situazione. Il sistema non è imperfetto. È progettato per essere distruttivo. È progettato, a mio avviso, per avere strutture di potere diseguali. È progettato per mantenere alcune persone oppresse. È progettato per mantenere la natura come un'entità distante e separata che non fa parte di noi per sfruttarla. Per opprimere le persone, dobbiamo disumanizzarle. L'unica via d'uscita è rivendicare il potere, che è uno dei motivi principali per cui sono qui a sostenere i lavoratori in sciopero in Italia. Questo è un esempio chiaro e lampante di cosa significa quando le persone riprendono il potere e mostrano dove si trova il vero potere".
Ávila ha organizzato la Freedom Flotilla Coalition e la neonata Global Sumud Flotilla. Ha fatto parte dell'equipaggio della Madleen , un'imbarcazione partita nel giugno 2025 con a bordo, tra gli altri, Thunberg e Rima Hassan, parlamentare europea franco-palestinese picchiata durante la custodia dalle guardie carcerarie israeliane.
La Madleen fu intercettata dalla marina israeliana in acque internazionali e rimorchiata fino al porto israeliano di Ashdod. Ávila fu tenuto in isolamento nel carcere di Ayalon, dove intraprese uno sciopero della fame senza scrupoli fino alla sua espulsione.
"Ho partecipato a così tanti tentativi falliti che non riesco a contarli", mi ha detto Ávila. "Sono stato su imbarcazioni che purtroppo sono state bombardate. Sono stata su imbarcazioni che sono state sabotate. Imbarcazioni che sono state respinte burocraticamente da paesi sotto pressione di Israele. Abbiamo cercato per anni di rompere quell'orribile assedio. Diciotto anni. Gli ultimi due tentativi li ho fatti con Greta. Sono arrivata vicino a Gaza due volte."
Mentre era in prigione, ha raccontato, le guardie israeliane lo hanno preso a calci e gli hanno sbattuto la testa sull'asfalto. Lo hanno interrogato per ore nel tentativo di estorcergli dettagli sulle flottiglie, mentre una guardia gli puntava contro un fucile. Gli hanno mandato cani da guardia ringhianti nella cella. Lo hanno spostato continuamente da una cella all'altra. Lo hanno svegliato ripetutamente durante la notte.
"Quanti paesi siete riusciti a mobilitare?" chiesero gli interrogatori israeliani ad Ávila.
"Chi sono i rappresentanti nei paesi?" chiesero.
"Non vi darò alcuna informazione che possa mettere qualcuno in una posizione pericolosa", rispose Ávila. "Ma tutto ciò che è pubblico, potete verificarlo sul nostro sito web. Siamo molto trasparenti".
"Guarda cosa fai passare alla tua gente", sogghignarono gli interrogatori. "Guarda tutti i soldi che hai speso, che hai sprecato. Pensa a cosa avresti potuto fare con questi soldi?"
"Perché lo fate?" chiedevano invariabilmente gli interrogatori dell'esercito, gli agenti dei servizi segreti e i giudici israeliani.
"Perché per otto decenni avete commesso genocidio e pulizia etnica", rispondeva sempre Ávila. "Avete strutturato uno stato coloniale e di apartheid. State governando questa terra non con una religione, ma con un'ideologia razzista e suprematista, che è il sionismo".
"Qual è la loro reazione?" ho chiesto ad Ávila.
"Lo odiano", ha detto.
"L'ultima volta che siamo stati trattenuti, la maggior parte del governo israeliano voleva che uscissimo il prima possibile", ha detto Ávila. "È stata una situazione orribile dal punto di vista delle pubbliche relazioni. Ma Itamar Ben-Gvir, il Ministro della Sicurezza Nazionale – che gestisce il sistema carcerario israeliano – non voleva lasciarci uscire. Voleva punirci. Voleva fare una dichiarazione politica. C'è stata una lotta interna. Alla fine hanno cercato di sbarazzarsi di alcune persone".
"La solidarietà internazionale ha la responsabilità di essere più utile alla causa palestinese", ha detto Ávila. "Dobbiamo avere un impatto maggiore. Questa volta ci siamo riusciti. Quando siamo partiti con la Madleen, ci avevamo provato per i cinque mesi precedenti. Abbiamo tentato altre tre missioni, che sono fallite. E a dire il vero, il mondo ne sapeva a malapena".
In una delle missioni fallite, poco dopo la mezzanotte del 1° maggio 2025, a 20 miglia dalla costa di Malta, una delle imbarcazioni della flottiglia – la Conscience, battente bandiera di Palau – fu colpita da missili lanciati da due droni. I missili sembravano colpire i generatori della nave. Gli attacchi causarono un incendio e una breccia nello scafo. Le comunicazioni con la nave andarono perse. La nave era carica di rifornimenti umanitari.
"L'Unione Europea non ha condannato l'attacco", dice Ávila a proposito dell'attacco. "È stata una dura sconfitta per noi. Ma sapevamo che dovevamo continuare a provarci. Non avevamo più grandi imbarcazioni. Avevamo solo una piccola imbarcazione per 12 persone. Poteva trasportare solo un carico simbolico di aiuti. Ma è stato allora che il mondo ci ha prestato attenzione. C'è stata una grande mobilitazione per sostenerci".
C'è sempre la possibilità che gli attacchi israeliani diventino mortali.
Nel maggio 2010, la Mavi Marmara, che trasportava attivisti e aiuti umanitari, fu attaccata da commando navali israeliani in acque internazionali mentre navigava verso Gaza. Nove persone – otto cittadini turchi e una con doppia cittadinanza turco-americana – furono uccise dagli israeliani, che sostenevano di essere state aggredite da attivisti armati di manganelli e coltelli. Altre 24 persone rimasero gravemente ferite da proiettili veri sparati dalle forze israeliane.
"Ho 39 anni e mi dedico alle lotte sociali come internazionalista da 21 anni", ha raccontato Ávila. "E la Palestina ne è sempre stata parte. Sono già stata in Palestina. La Palestina è la causa più importante della nostra generazione. Simboleggia tutto: la lotta contro lo sfruttamento, l'oppressione, la distruzione della natura. Lo stesso sistema che consente un genocidio in Palestina compie genocidi in Sudan e in Congo. È lo stesso sistema che compie un ecocidio in Brasile e contro i biomi di questo pianeta. Se possiamo sconfiggere l'imperialismo e il sionismo in Palestina, possiamo sconfiggerli ovunque".
Alle 21:00 della sera prima del nostro incontro, Ávila era nella sua stanza d'albergo quando sentì bussare alla porta.
"Pensavo fosse Greta a portarmi del cibo", ha aggiunto. "Era la polizia. Non erano violenti. Con me qui sono stati peggiori in passato. Sono entrati. Hanno perquisito la stanza, gli armadi, tutto. Hanno iniziato a chiedere dei miei piani. Non erano molto preoccupati per lo sciopero o la mobilitazione. Volevano sapere delle flottiglie. Volevano sapere delle barche. Ogni volta che sono in Italia, la polizia e i servizi di sicurezza, continuano a chiedere: 'Ci sono barche che arrivano qui? Ci sono barche che arrivano qui?'. Non abbiamo una missione in corso al momento. Immagino che lo abbiano capito. Siamo alla vigilia di una grande manifestazione in Italia, quindi è anche un modo per loro di cercare di intimidirci, di mostrare la loro presenza, perché, a dire il vero, sanno quanto siamo trasparenti. Rendiamo sempre pubbliche le nostre missioni. Se avessimo una missione, lo saprebbero. Non avevano bisogno di presentarsi nella mia stanza nel cuore della notte."
"Ogni volta che ci troviamo nel contesto di lotte anticoloniali e antimperialiste, la vittoria finale non è un clic", ha continuato Ávila. "È un processo. Non sappiamo mai quando il sistema crollerà. Quando accadrà, non saremo intercettati. Dobbiamo essere noi a continuare ad avanzare finché il sionismo non esisterà più, e allora saremo in grado di passare. O almeno quando sarà abbastanza debole da permetterci di passare. Allora capiremo che non c'è più. Dobbiamo continuare ad andare avanti fino al giorno in cui il costo politico per intercettarci sarà troppo alto per loro e dovranno starci alla larga".
*Giornalista vincitore del Premio Pulitzer, è stato corrispondente estero per quindici anni per il New York Times, dove ha ricoperto il ruolo di redattore capo per il Medio Oriente e per i Balcani. In precedenza, ha lavorato all'estero per The Dallas Morning News, The Christian Science Monitor e NPR. È il conduttore dello Show The Chris Hedges Report.
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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
La presidente incaricata del Venezuela, Delcy Rodríguez, ha pronunciato il Messaggio Annuale alla Nazione in una situazione politica del tutto eccezionale, dovuta al sequestro del presidente Nicolás Maduro e della deputata, prima combattente, Cilia Flores da parte degli Stati Uniti, dopo l’invasione militare del 3 gennaio che ha causato oltre cento vittime.
In apertura del suo intervento davanti all’Assemblea Nazionale, Rodríguez ha chiesto un minuto di applausi per i giovani caduti combattendo contro l’aggressione straniera, trasformando il dolore collettivo in un appello alla resistenza e alla speranza. La liberazione di Maduro e Flores è stata indicata come priorità assoluta del suo mandato. La presidente incaricata ha spiegato che il rapporto di governo 2025 presentato al Parlamento è stato redatto dallo stesso Maduro e completato poche ore prima del suo sequestro.
Un documento che contiene il piano politico denominato “Reto Admirable”, ispirato alla Campagna Ammirabile di Simón Bolívar. Rodríguez ha denunciato il blocco navale imposto dagli Stati Uniti e il tentativo di soffocare il Venezuela come paese esportatore di energia, negandogli il diritto di commerciare liberamente le proprie risorse strategiche. Ha inoltre sottolineato la gravità senza precedenti dell’attacco di una potenza nucleare contro il paese sudamericano. Il Messaggio alla Nazione, previsto dalla Costituzione, assume quest’anno un carattere storico e straordinario.
Le istituzioni, ha ribadito Rodríguez, restano pienamente operative per garantire continuità amministrativa e sovranità nazionale, mentre imponenti mobilitazioni popolari chiedono la liberazione immediata del presidente e della prima combattente.
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La pace in Ucraina deve essere raggiunta il prima possibile, ma per farlo è necessario tornare a discutere una nuova e più equa architettura di sicurezza internazionale. È il messaggio lanciato da Vladimir Putin il 15 gennaio durante la cerimonia di consegna delle credenziali ai nuovi ambasciatori stranieri al Cremlino. Secondo il presidente russo, la crisi ucraina è il risultato di anni dove gli interessi di sicurezza della Russia sono stati volutamente ignorati, in particolare attraverso l’espansione della NATO verso est.
Putin ha descritto un contesto globale sempre più degradato, in cui la diplomazia viene spesso sostituita da azioni unilaterali e pericolose. Mosca, ha ribadito, chiede con maggiore forza il rispetto del diritto internazionale e sostiene il rafforzamento del ruolo centrale delle Nazioni Unite negli affari mondiali. La sicurezza, ha sottolineato, deve essere “eguale e indivisibile” e non può essere garantita a scapito di altri Paesi.
Pur riconoscendo che i rapporti tra Russia ed Europa restano oggi difficili, Putin ha dichiarato che Mosca è pronta a ricostruirli, a condizione che vengano rispettati gli interessi reciproci, in particolare in materia di sicurezza.
Un’apertura che si inserisce nella visione russa di un ordine mondiale multipolare e più bilanciato.
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di Alberto Bradanini[i]
15 gennaio 2026
1. Diversamente dai rotoli di carta igienica che non finiscono mai, ma un giorno poi finiscono, le turpitudini del più pericoloso rogue state (stato canaglia) dell’epoca contemporanea - gli Stati Uniti d’America – non hanno davvero mai fine!
Si tratta di crimini etici, politici, giuridici e persino di senso comune, che prendono la forma di invasioni, colpi di stato, rivoluzioni colorate/teleguidate, assassini mirati, bombardamenti pedagogici, sanzioni, minacce di annessioni di paesi amici (Groenlandia, Panama, Canada …) o nemici (Cuba, Palestina/Gaza etc…), sequestri di presidenti (Maduro, 3 gennaio 2026) e tentativi di assassinarli (Putin, 28/29 dicembre 2025[1]). La storia retrocede di duecento anni, restaurando la gloriosa legge del gorilla. E l’Europa, e l’Italia, sia detto en passant, sono dignitosamente schiarate dalla parte del gorilla!
Nell’apprezzamento dell’oligarchia politico-affarista nordamericana, visibilmente uscita di senno, la Legge viene rispettata solo quando fa comodo. Chi osa resistere, se non dispone di adeguata deterrenza economica o militare, rischia la vita, come paese e come persona.
Una lunga schiera di analisti - valgano per tutti Lindsay O’Rourke (Covert Regime Change, Cornell University, 2018) e il regista/giornalista australiano John Pilger[2] - ha documentato con inoppugnabile evidenza che in 80 anni gli Stati Uniti hanno rovesciato (o tentato di) oltre cinquanta governi, in gran parte democrazie, interferendo nelle elezioni di decine di paesi, bombardando popolazioni di una trentina di nazioni, la maggior parte povere e indifese; hanno provato ad assassinare politici di cinquanta stati, finanziato o sostenuto la repressione contro movimenti di liberazione nazionale in oltre venti paesi. La magnitudine di questi crimini viene spesso evocata, ma poi subito accantonata, mentre i responsabili salgono più in alto o restano al loro posto, impuniti.
Il pianeta Terra non troverà pace fin quando non riuscirà a liberarsi da questo tumore metastatizzato che vuole dominare l’universo, aggredendo chiunque non si piega. Sanzioni, minacce, bombe, agenzie segrete, basi militari - 686 in 74 paesi[3] (in Italia 113[4] e 65/90 testate nucleari[5], in violazione del Trattato di Non Proliferazione), cui si aggiungono quelle segrete e quelle dei loro compagni britannici di merende – e via dicendo, nulla viene scartato, purché serva allo scopo.
Si tratta di cose note, eppure si continua a dipingere questo inquietante paese come l’ideale cui tutti aspireremmo, con qualche lacuna, certo, ma che volete? … la perfezione non è di questo mondo! e una delle ragioni alla base di tale distopia è costituita dalla colonizzazione delle menti[6] - tramite infiltrazione ideologica, manipolazioni, demonizzazione di altre nazioni, alterazioni percettive per sovvertire governi sovrani e altro ancora – che il governo degli Stati Uniti ha accentuato ancor più dalla fine della guerra fredda (1991). Si tratta di un vero e proprio lavaggio cerebrale, che impedisce ai popoli assonnati di avere un’idea meno approssimata degli accadimenti del mondo.
2. Venendo all’Iran, è noto che la plutocrazia (governo dei ricchi!) nordamericana è da sempre attenta alla tutela della vita umana degli altri popoli: basta gettare uno sguardo sul trattamento riservato nel giugno 2025 ai mille civili iraniani uccisi durante l’aggressione Usa-Israele, alla schiera interminabile di latino-americani, iracheni, libanesi, siriani, vietnamiti, somali, yemeniti, serbi etc. morti sotto le bombe umanitarie a stelle e strisce, alle violenze perpetrate - a dispetto del cosiddetto cessate il fuoco israeliano del 9 ottobre 2025 - contro il popolo palestinese, i cui massacri non sono mai cessati, con armi, soldi e (dietro le quinte) soldati Usa.
Oggi, questa nazione, per bocca del suo sublime rappresentante presidenziale, esprime turbamento per le sofferenze dei manifestanti iraniani scesi in piazza. Un’attenzione questa che qualche settimana fa era stata riservata anche ai cristiani della Nigeria, singolarmente la nazione più ricca di petrolio di tutta l’Africa, ma non ai cristiani di Siria, un paese ora guidato da un signor convertito alla democrazia, tale al-Jolani, di pregresso mestiere tagliagole, divenuto meritevole di abbraccio fraterno alla Casa Bianca e della mano sul cuore dei due capo-maggiordomi europei, von der Leyen e Antonio Costa. Quale esaltante esplosione di valori umani occidentali e di coerenza politica!
Se nei farfugliamenti del presidente i coraggiosi, empatici bombardamenti degli aviatori americani faranno migliaia di morti, che sarà mai! il popolo però potrà finalmente vivere in democrazia (quale genere di, possiamo immaginarlo gettando uno sguardo su Siria, Libia, Somalia etc.). Il compito di chiarire questo aspetto è comunque affidato alle incantevoli agenzie di intelligence, alle corporazioni di Wall Street e alle Sette Sorelle.
In verità, quel che accade in Iran in queste ore è un caso da manuale di regime change. La tecnica è collaudata: a) creare una crisi economica con sanzioni illegittime (in Iran durano da quasi cinquant'anni) rese più stringenti negli ultimi anni. La depressione economica genera infatti malcontento, che a sua volta spinge il popolo a protestare; b) vengono quindi reclutate schiere di infiltrati che per quattro soldi sparano su forze dell'ordine e manifestanti (modello Kiev/Maidan, 2014) creando caos, confondendo le responsabilità, inducendo a credere che il sistema stia crollando; c) a seguire – questa è la scommessa - i vertici dovremmo frantumarsi consentendo alle bombe umanitarie Usa di dare il colpo di grazia. Fine della storia. Questa volta, tuttavia, in Iran le cose sembrano andare altrimenti.
Vediamo. Che le inizialmente pacifiche manifestazioni contro il carovita e le critiche condizioni economiche siano state inquinate da teppisti al soldo del Mossad (e dunque della Cia e dell’Mi6) lo ha candidamente riconosciuto lo stesso servizio segreto israeliano[7], corroborato da Mike Pompeo (ex segretario di Stato e direttore della Cia con Trump 1.0) che ha complimentato i rivoltosi e i loro accompagnatori del Mossad[8] per il lavoro svolto sul campo. Dunque, non dovrebbero esserci dubbi, ma gli attenti osservatori di mainstream voltano pagina con indifferenza, perché verità o menzogna si confondono all’orizzonte. Solo pochi curiosi mantengono l’uso della ragione, la maggioranza fa fatica ad accettarne la deduzione.
Mentre restano aperte le piaghe inferte dall’impero all’Ucraina e al Venezuela, ecco dunque il turno dell’Iran. E la ragione è così banale che anche una foca esquimese riesce a capirla: il petrolio, croce e delizia delle nazioni indifese! Le riserve di petrolio e gas insieme fanno dell’Iran il primo paese al mondo, un boccone che più ghiotto non si può. Gli Stati Uniti vogliono imporre a tutti i paesi produttori l’uso del dollaro nelle transazioni energetiche, facendo in parallelo la guerra alle energie rinnovabili (di cui la Cina è dominus) che potrebbero prendere il posto dei combustibili fossili. Se il petrodollaro scomparisse, la valuta americana diverrebbe carta straccia, frantumando un’economia che si regge sulla stampa di moneta, pratica poco costosa che estrae da decenni lavoro e ricchezze dal resto del mondo. Non basteranno i dazi (tasse al consumo) imposti dall’instabile inquilino della Casa Bianca per reindustrializzare il paese, in assenza dei fondamentali. L’impero è in frantumi. Per tornare una nazione normale ci vorrà ancora tempo, ma il destino è segnato.
3. Insieme al petrolio l’altro obiettivo è indebolire lo sfidante principale, la Cina, la cui economia, nel semplicismo trumpiano, senza il petrolio iraniano verrebbe messa in ginocchio e comunque tornerebbe al petrodollaro, abbandonando il petroyuan. Ma la Cina ha tante frecce al suo arco e saprà reagire a dovere. Infine, Washington immagina che eventuali trasferimenti di armamenti russi a favore di Teheran intrappolata in una guerra prolungata indebolirebbe l’impegno di Mosca sul fronte ucraino, con presunti benefici per l’Occidente Collettivo esposto su quel fronte.
Per Israele, a sua volta, e in misura minore per Washington, la destabilizzazione dell’Iran porterebbe alla frantumazione del paese. L’Iran è in effetti composto da diverse etnie: azeri, curdi, arabi, baluchi, kazaki, Lori, Qasquai e altri, mentre i persiani veri e propri non superano il 55%. Tante piccole nazioni in guerra tra loro e facilmente soggiogabili, sul modello Libia o Siria, è anche il sogno di Israele. Ma l’Iran, che fino al 1935 si chiamava Persia, ha una lunga storia e una panoplia di articolate anime e configurazioni, che i deliranti propositi trumpiani non capiranno mai. È dunque consigliabile evitare previsioni e semplificazioni.
In uno scenario mediorientale di conflitto prolungato che coinvolga gli Usa, Israele potrebbe beninteso coronare il suo sogno, liberarsi una volta per tutte dei palestinesi sopravvissuti, cacciandoli in Egitto o chissà dove.
Una nuova aggressione Usa-Israele contro l’Iran aprirebbe d’altra parte scenari imprevedibili su altri fronti: a) con la Turchia, che resta inquieta davanti all’espansionismo israeliano in Siria; b) i curdi, indomiti e divisi su quattro paesi; c) il Pakistan, che dispone dell’arma nucleare e potrebbe non restare indifferente in un conflitto allargato; d) l’Iran infine, va rilevato, secondo l’Aiea dispone di oltre 400 kg accertati di uranio arricchito (che non sono stati distrutti nella messinscena del bombardamento di Fordow nel giugno ’25, e potrebbe averne persino di più), con i quali si può già fabbricare un ordigno nucleare. Secondo alcuni analisti, infatti, Teheran sarebbe già ora una potenza nucleare non dichiarata, che messa alle strette potrebbe utilizzare l’arma atomica, come del resto Israele in situazioni analoghe. Infine, se aggredita, Teheran potrebbe ricorrere all’arma atomica energetica, riempire di mine il Mar Rosso rendendolo impercorribile per anni e/o chiudere lo stretto di Hormuz, dove transita un terzo del petrolio mondiale via mare, il 20% del totale. Arma estrema certo, ma possibile, anche se ciò non piacerebbe alla Cina, che nel 2025 – infischiandosi delle sanzioni statunitensi – ha acquistato l'80-90% dell’export petrolifero iraniano[9], equivalente al 13,6% del totale importato.
In buona sostanza, qualora davvero gli Stati Uniti, insieme a Israele, decidessero sconsideratamente di tornare ad aggredire l’Iran, il mondo intero, non solo la regione mediorientale, si troverebbe davanti a drammatici scenari. Non può non generare acuta depressione constatare il silenzio dei governi europei – e per quanto ci riguarda della patetica l’Italia, priva di un briciolo di coraggio in politica estera – davanti a questa locomotiva impazzita, che gioca con la vita dei popoli, mettendo a rischio la sopravvivenza del genere umano, in caso di escalation nucleare.
Il pericolo qui non viene da autocrazie o dittature, comuniste o fasciste che siano, ma dalle degradate élite nordamericane, dai loro vassalli europei e dai media servili che imbrattano con le loro menzogne le menti del popolo.
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4. Per finire, è bene evidenziare ancora una volta che l’aggressione militare contro una nazione sovrana (o meglio il secondo atto, dopo lo scorso giungo) costituisce un atto illegittimo sia per il diritto internazionale che per la Costituzione statunitense, poiché una guerra non dovuta a legittima difesa deve ottenere il via libera del Congresso. Ora, in assenza di un potere superiore, sulla scena anarchica internazionale, che disponga del monopolio dell'uso della forza e capace di imporre il rispetto della Legge, pesi e contrappesi interni alla cosiddetta democrazia americana dovrebbero supplire, al meno in parte, suggerendo moderazione e rispetto della sovranità altrui. Ma questo è proprio ciò che fa acqua da tutte le parti. Dunque, se in un solo anno l’esagitato inquilino della Casa Bianca ha messo a soqquadro il commercio del pianeta e aggredito impunemente sette paesi (Iran, Iraq, Nigeria, Somalia, Siria, Venezuela e Yemen), solo Iddio sa cosa potrà combinare nei tre anni che lo separano dalla sua uscita. Senza la massima attenzione al principio di non interferenza negli affari altrui, il mondo diventa un inferno. Ogni nazione ha il diritto inalienabile di scegliere il proprio destino, anche sbagliando. Non v’è dubbio che l’Iran sia una teocrazia (lo è del resto anche Israele), ma gli iraniani hanno diritto di scegliere il loro sistema come credono. D’altra parte, non dovrebbe sorprendere che un paese sotto assedio da anni, brutalmente aggredito, senza rappresentare un pericolo per nessuno (tantomeno per Israele o gli Stati Uniti), un governo che vede massacrare i propri vertici militari, insieme a suoi alleati, un paese che teme di essere destabilizzato a morte, reagisca fuori le righe. Una domanda sorge spontanea: cosa avrebbe fatto un governo europeo davanti a manifestanti armati che sparano alle forze dell’ordine e ai manifestanti? La domanda è aperta. Lasciamo dunque in pace l’Iran, e pian piano anche quel paese troverà la strada verso una apertura politica, sociale e istituzionale. Per favorire questi sviluppi, semmai, andrebbero promossi commerci e investimenti, scambi scientifici, turismo e via dicendo, come prevedeva del resto, tra le righe, il Jcpoa[10] (l’accodo nucleare voluto da B. Obama nel 2015), che nel 2018 Trump decise di stracciare, sotto la pressione di Israele. È verosimile che dopo dieci anni, se l’accordo fosse rimasto in vigore, avremmo oggi a che fare con un paese diverso, più aperto e finanche influenzabile sui temi che ci stanno a cuore. In verità, l’Iran è un nemico costruito, che serve le agende di Israele e dell’espansionismo nordamericano. È la sua sovranità che deve essere frantumata. La storia non fa regali. Piegarsi senza fiatare agli appetiti imperialistici degli Stati Uniti toglie etica alla coscienza politica e persino significato alla nostra alleanza, e non fa certo gli interessi del popolo iraniano. Le guerre, sarà bene ribadirlo in chiusura, uccidono sempre la povera gente. Donald Trump è invitato a passare qualche giorno a Gaza in una tenda battuta dal vento, o in una casa iraniana bombardata da quegli ordigni di cui tanto va fiero. Se sarà sopravvissuto, saremo curiosi di ascoltare il suo pensiero. |
[1] https://mail.yahoo.com/d/folders/1/messages/AADEXJAf7tg5Og5Jjwh0IE0Y081?reason=invalid_cred
[2] https://cambiailmondo.org/2022/12/28/il-silenzio-degli-innocenti-come-funziona-la-propaganda/
[3] https://www.tpi.it/esteri/basi-militari-stati-uniti-2017082350311/
[4] http://www.kelebekler.com/occ/busa.htm
[5] https://www.tpi.it/esteri/bombe-nucleari-usa-italia-dati-documenti-20190717372685/
[6] https://english.news.cn/20250907/52998b0f27704866af2a66f5df6577dd/c.html
[7] https://www.jpost.com/middle-east/iran-news/article-881733
[8] https://www.wionews.com/world/pompeo-mossad-agents-iran-protests-controversy-1767420580748
[9]https://search.brave.com/search?q=how+much+iranian+oil+china+buys&source=desktop&summary=1&conversation=91ef36f1a60913c2960518
[10] Joint Comprehensive Plan of Action
[i] Ex-diplomatico. Già Ambasciatore d’Italia in Cina (2013-15), Coordinatore del Comitato Governativo Italia-Cina (2007-09), Console Generale d’Italia a Hong Kong (1996-98), Consigliere Commerciale all’Ambasciata d’Italia a Pechino (1991-96), Ambasciatore d’Italia a Teheran (2008-12), attualmente Presidente del Centro Studi sulla Cina Contemporanea (Reggio Emilia, Italia). Alberto Bradanini è autore di diversi saggi e libri, tra cui “Oltre la Grande Muraglia” (2018); “Cina, l’irresistibile ascesa” (2022) e “Lo sguardo di Nenni e le sfide della Cina”
Data articolo: Thu, 15 Jan 2026 22:00:00 GMT
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha lanciato un duro avvertimento dichiarando di poter invocare la Legge sull’Insurrezione e dispiegare ulteriori truppe federali in Minnesota. La minaccia è diretta contro le autorità statali a guida democratica, accusate di non riuscire a porre fine alle proteste contro gli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE). Per settimane, le operazioni di controllo migratorio dell’ICE hanno seminato terrore nei quartieri con retate e arresti, scatenando un’ondata di manifestazioni.
Attraverso la sua piattaforma Truth Social, Trump ha scritto in tono minaccioso che “se i politici corrotti del Minnesota non fanno rispettare la legge e non fermano gli agitatori professionisti che attaccano i patrioti dell’ICE, che stanno solo facendo il loro dovere, ricorrerò alla Legge sull’Insurrezione, qualcosa che diversi presidenti hanno fatto prima di me”. L’avvertimento giunge il giorno dopo che un agente federale ha sparato e ferito un uomo durante una manifestazione a Minneapolis, protesta scatenata dalle retate migratorie volute dall’Amministrazione Trump. L’incidente ha riacceso la paura e l’indignazione nella città, già scossa dall’uccisione di Renee Good, 37 anni, per mano di un agente dell’ICE.
Trump ha ripetutamente minacciato di invocare la Legge sull’Insurrezione per mobilitare l’esercito o la Guardia Nazionale, nonostante l’opposizione di diversi governatori. Storicamente, questa norma è stata utilizzata più di due dozzine di volte; l’ultima risale al 1992, quando il presidente George H. W. Bush, su richiesta delle autorità locali, intervenne per sedare i disordini a Los Angeles dopo il caso di brutalità poliziesca ai danni dell’automobilista afroamericano Rodney King.
Il Dipartimento per la Sicurezza Interna ha affermato che dall’inizio di dicembre sono stati registrati oltre 2.000 arresti in Minnesota e ha promesso di continuare le operazioni. Già questo mercoledì, agenti federali hanno disperso manifestanti a Minneapolis usando gas lacrimogeno, vicino al luogo dell’ultima sparatoria. Il capo della polizia, Brian O’Hara, ha definito la concentrazione “un’assemblea illegale” e ha chiesto ai presenti di disperdersi.
???????????? | Ciudadanos estadounidenses se manifiestan en contra de los asesinatos perpetrados por el #ICE. El rechazo al Gobierno de Donald Trump alcanza ya un 57%.
— teleSUR TV (@teleSURtv) January 14, 2026
#HenryCamelo pic.twitter.com/tgkFGgPmJW
Le proteste a Minneapolis sono diventate frequenti dall’omicidio di Good lo scorso 7 gennaio. Gli agenti sono intervenuti in strade e abitazioni, scontrandosi con cittadini che chiedono il ritiro delle forze federali. Il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, ha affermato che la città affronta “una situazione impossibile”. Ha inoltre denunciato che la forza federale, cinque volte superiore alla polizia locale che conta 600 agenti, ha “invaso” la città, generando paura e rabbia tra la popolazione. La tensione rimane altissima, mentre la minaccia di un’escalation militare-federale pende sulla comunità.
Data articolo: Thu, 15 Jan 2026 18:07:00 GMT
di Fabrizio Verde
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha avvertito che la situazione economica del Paese è "molto critica" e che la Germania non è più sufficientemente competitiva, secondo il quotidiano teutonico Bild.
Durante il suo discorso a centinaia di imprenditori nella città di Halle, ha sostenuto che l'economia non può prosperare con una settimana lavorativa di quattro giorni o con l'attenzione all'equilibrio tra lavoro e vita privata. Ha citato gli elevati costi energetici, l'eccessiva burocrazia e, soprattutto, quello che ha descritto come un costo del lavoro eccessivamente elevato.
Merz ha chiarito di aspettarsi "maggiore produttività, maggiore impegno e orari di lavoro più lunghi" dalla forza lavoro. Ha affermato che la ricerca dell'equilibrio tra lavoro e vita privata, abbinata alla settimana lavorativa di quattro giorni, è "insostenibile" per l'economia tedesca e ha chiesto incentivi per incoraggiare le persone a lavorare più a lungo, sottolineando che non tutti i lavori sono fisicamente impegnativi.
Ha inoltre espresso la sua aspettativa di una crescita economica di almeno l'1% entro il 2026. Parte di questo aumento, ha indicato, sarà raggiunto perché diversi giorni festivi cadranno nei fine settimana, liberando più ore di lavoro. Come punto di riferimento, ha citato la Svizzera, dove, a suo dire, la popolazione lavora circa 200 ore in più all'anno rispetto alla Germania, aggiungendo di non vedere "ragioni genetiche" per cui i tedeschi non possano fare qualcosa di simile.
Neoliberismo in purezza: un’ideologia fallimentare
Quello proposto da Merz non è semplice pragmatismo economico: è neoliberismo in purezza, un’ideologia che, sotto la maschera della “libertà economica”, ha prodotto ovunque disuguaglianze, crisi democratiche e ovviamente economiche, oltre a un impoverimento generalizzato delle classi lavoratrici e popolari. È un modello che, lungi dall’essere neutrale o tecnico, impone scelte politiche precise: tagli ai diritti sociali, precarizzazione del lavoro, smantellamento dello Stato sociale, deregolamentazione selvaggia e subordinazione della democrazia agli interessi del capitale finanziario.
Come da varie analisi del fenomeno, il neoliberismo – nato verso la fine degli anni ’70 con Reagan e Thatcher - si presenta come ideologia che pone la libertà economica al centro di ogni altra libertà. Tuttavia, i dati storici e statistici dimostrano con chiarezza che non ha generato né crescita sostenibile né benessere diffuso. Anzi: dopo la crisi del 2008, è emerso con forza che i mercati non sono affatto “autoregolanti”. Non esiste la fantomatica mano invisibile capace di regolarli. Questi invece sono instabili, speculativi e inclini al collasso senza intervento pubblico.
In Occidente, il periodo neoliberista ha coinciso con un’impennata delle disuguaglianze. Negli Stati Uniti, l’indice di Gini - che misura la disuguaglianza dei redditi - è salito dal 34,7 del 1980 al 41,3 del 2022, il livello più alto tra i paesi occidentali. Anche in Europa, pur con minore intensità, la tendenza è stata la stessa: tagli alle tasse sui redditi alti e sul capitale, compressione salariale, riduzione della spesa pubblica e smantellamento del welfare hanno favorito i ricchi e privilegiati a scapito della larghe masse popolari.
La teoria del “trickle-down” - secondo cui i ricchi, se lasciati liberi di accumulare ricchezza, la “faranno gocciolare” verso il basso - è stata definitivamente smentita persino dal Fondo Monetario Internazionale (FMI). Al contrario, studi recenti mostrano che un aumento della quota di reddito detenuta dai più ricchi riduce la crescita economica, perché i ricchi risparmiano più di quanto consumino, e i loro capitali finiscono spesso in attività speculative anziché produttive.
Ma il danno più profondo è stato politico. L’aumento delle disuguaglianze ha alimentato sfiducia nelle istituzioni democratiche, astensionismo, rabbia sociale e la crescita di movimenti paseudo-populisti, spesso legati all’estrema destra. Le élite politiche, sempre più dipendenti dal potere finanziario, hanno perso contatto con le esigenze reali dei cittadini. Il risultato? Un vuoto di rappresentanza che ha aperto la strada a figure come Donald Trump o lo stesso Merz.
In Europa, la situazione è meno drammatica, ma non per merito del neoliberismo: anzi, è grazie al residuo welfare continentale, più robusto di quello anglosassone, che la disuguaglianza è rimasta leggermente più contenuta. Tuttavia, il quadro istituzionale europeo - con i suoi vincoli in materia fiscale e il Patto di Stabilità di matrice ordoliberale - impedisce riforme efficaci e l’implemetazione delle necessarie politiche economiche capaci di risollevare le economie e le condizioni di vita dei lavoratori. Qualsiasi governo intenzionato a intervenire su questo versante, si trova con le mani praticamente legate.
L’unica via d’uscita è un cambio radicale di paradigma: politiche espansive, investimenti massicci in innovazione e misure redistributive a favore delle classi medie e basse.
La de-industrializzazione della Germania: frutto del neoliberismo e dell’ideologia anti-Russia
A questa cornice ideologica si è aggiunta, negli ultimi anni, una scelta strategica catastrofica: la rinuncia volontaria all’energia a basso costo fornita dalla Russia. Questa decisione, dettata più da logiche geopolitiche ideologiche che da una reale valutazione degli interessi nazionali, ha accelerato un processo già in atto: la de-industrializzazione della Germania.
L’industria tedesca, la cosiddetta locomotiva dell’economia europea, si basava su un accesso stabile, sicuro ed economico al gas russo. Con la fine di questo flusso - non sostituito in tempo né da alternative competitive né da una transizione pianificata - i costi energetici sono schizzati alle stelle, rendendo molte produzioni non più competitive a livello globale. Decine di impianti chimici, siderurgici, ceramici e meccanici hanno chiuso o delocalizzato, portando con sé posti di lavoro qualificati, know-how industriale e capacità produttiva strategica.
Questa scelta non è stata un incidente, ma la conseguenza diretta di un pensiero economico neoliberista che, da un lato, ha smantellato la pianificazione pubblica e la sovranità energetica, e dall’altro ha subordinato la politica economica a narrazioni morali semplificate. Il risultato è un paradosso: un Paese che un tempo guidava l’industria europea ora vede svuotarsi le sue fabbriche, mentre i suoi leader propongono di “lavorare di più” per compensare un declino strutturale causato da scelte politiche sbagliate.
La Germania non sta affrontando una semplice crisi congiunturale: sta vivendo il collasso della sua base industriale, erosa dal combinato disposto di trent’anni di deregulation, tagli agli investimenti pubblici e ora da una rottura geopolitica gestita con arroganza ideologica. Eppure, invece di riconsiderare il modello, Merz insiste nel chiedere sacrifici ai lavoratori, come se il problema fosse la loro pigrizia e non il fallimento di un’intera visione del mondo.
Il laboratorio cileno: il neoliberismo nato nel sangue
Se si vuole comprendere fino in fondo la natura violenta del neoliberismo, si deve volgere lo sguardo al passato, precisamente al Cile del 1973. Fu lì, con il golpe militare guidato da Augusto Pinochet - sostenuto dagli Stati Uniti - che il neoliberismo fu applicato per la prima volta su larga scala, non come scelta democratica, ma come esperimento imposto con la forza.
Salvador Allende, primo presidente marxista eletto democraticamente in America Latina, aveva avviato riforme sociali ambiziose: nazionalizzazione del rame, delle banche e delle telecomunicazioni, programmi di welfare e occupazione per i più poveri. La sua visione minacciava gli interessi delle multinazionali nordamericane come l’Anaconda Copper e l’ITT, e soprattutto contraddiceva la dottrina praticata dalla Casa Bianca durante la Guerra Fredda.
Così, con l’appoggio diretto della CIA e l’ordine esplicito di Nixon di “far gridare l’economia cilena”, Allende fu rovesciato. Il 11 settembre 1973, il palazzo presidenziale fu bombardato; Allende morì. Al suo posto, Pinochet instaurò una dittatura fascio-liberista brutale che durò diciassette anni.
Fu allora che entrarono in scena i cosiddetti “Chicago Boys”: un gruppo di economisti cileni formati all’Università di Chicago sotto la guida di Milton Friedman e influenzati da Friedrich Hayek. Appena insediati nei ministeri, imposero una “terapia d’urto”: privatizzazioni di massa, abolizione dei controlli sui prezzi, deregolamentazione finanziaria, tagli al welfare. L’inflazione calò, ma a caro prezzo: disoccupazione di massa, crollo del potere d’acquisto, disuguaglianze esplosive.
Nel 1982, il sistema crollò: il Cile fu travolto dalla crisi del debito latinoamericano con un crollo del PIL del 14%, il peggiore della regione. Solo allora, con misure pragmatiche - tra cui la nazionalizzazione di banche in fallimento, ironicamente simili a quelle di Allende - l’economia si riprese. Ma il danno sociale era irreversibile.
Intanto, il regime di Pinochet terrorizzava la popolazione: 30.000 persone torturate, 2.500 uccise, 1.300 “desaparecidos”, gettati dagli elicotteri in mare, migliaia costretti all’esilio. Il neoliberismo cileno non fu un “miracolo”, come lo definì Friedman, ma un progetto autoritario costruito sul terrore, dove la libertà di mercato andava di pari passo con la repressione politica.
Come ebbe a scrivere Naomi Klein, si trattò di una “dottrina dello shock”: approfittare del caos, della paura e della violenza per imporre riforme che nessuna società davvero libera avrebbe mai accettato.
Oltre il neoliberismo: la via cinese
Oggi, le parole di Friedrich Merz risuonano come un sinistro déjà vu. Chiedere più ore di lavoro, demonizzare il diritto al tempo libero, ignorare i costi umani della “competitività” sfrenata significa tornare a quella stessa ideologia che ha devastato interi continenti.
Il neoliberismo non è una soluzione: è il problema. Lo dimostra con chiarezza l’esperienza cinese, dove la crescita economica senza precedenti degli ultimi decenni è stata guidata non dal libero mercato selvaggio, ma da un sistema misto, socialista, con un forte ruolo dello Stato nell’indirizzo strategico dell’economia, nella pianificazione industriale e nel controllo dei settori chiave. Pechino non ha seguito le ricette del FMI o le bislancche teorie di Friedman, ma ha costruito un modello in cui il mercato è uno strumento - non un padrone quasi venerato - al servizio dello sviluppo nazionale e del benessere collettivo. Non a caso, i dirigenti cinesi hanno studiato con attenzione anche l’esperienza italiana della Prima Repubblica, con il suo intreccio tra imprese pubbliche, politica industriale e welfare diffuso: un modello che, pur con tutti i suoi limiti, aveva saputo coniugare crescita, occupazione e coesione sociale, prima che il vento neoliberista ne decretasse la fine.
Respingere il neoliberismo non è nostalgia per il passato, ma necessità per il futuro. Serve un nuovo patto sociale, fondato sul ritorno della guida pubblica nell’economia, sulla solidarietà, sulla redistribuzione delle risorse, sulla democrazia economica.
Data articolo: Thu, 15 Jan 2026 17:48:00 GMT
VIDEO EDITORIALE DI FABIO MASSIMO PARENTI
Ogni volta che scoppia una crisi internazionale, molti si chiedono: perché la Cina non interviene militarmente? In questo video editoriale per l'AntiDiplomatico, il Prof. Parenti ribalta la domanda e rivela il grande equivoco: guardare a Pechino con le stesse lenti di Washington è un errore.
La Cina non risponde all’egemonia USA con bombe o destabilizzazioni, ma con un modello di potere radicalmente diverso: cresce senza guerre, costruisce influenza senza occupazioni e diventa centrale nell’economia globale senza imporre modelli con la forza. Il problema per gli Stati Uniti non è una Cina aggressiva, ma una Cina che dimostra che si può essere una grande potenza senza dominare. La vera risposta cinese è l’indipendenza tecnologica e industriale: dal controllo delle rinnovabili e delle batterie elettriche alla leadership nella ricerca sull’intelligenza artificiale.
La Cina non entra in guerra perché sta vincendo altrove: nelle catene del valore globali e nella competizione sistemica. È questa “pazienza strategica” a mandare in crisi l’ordine occidentale e a suscitare le reazioni sempre più nervose che vediamo oggi.
Un’analisi chiara per capire le regole di un nuovo gioco globale.
BUONA VISIONE
Gli Stati Uniti hanno violato i loro obblighi giuridici internazionali con il sequestro e la detenzione del presidente venezuelano Nicolás Maduro, ha affermato la portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova.
La portavoce ha osservato che, secondo "la norma universalmente riconosciuta del diritto internazionale", Maduro gode dell'immunità come capo di Stato "nella giurisdizione degli Stati Uniti o di qualsiasi altro Paese, eccetto il Venezuela". "Pertanto, [...] il suo rapimento e la sua detenzione violano palesemente gli obblighi giuridici internazionali" degli Stati Uniti, ha affermato.
Zakharova ha condannato l'intervento nella nazione sudamericana, avvenuto il 3 gennaio, definendolo "illegale". "Altrettanto illegale sarà qualsiasi sentenza legale se il sistema giudiziario statunitense violasse il diritto internazionale" e non rilasciasse Maduro.
Data articolo: Thu, 15 Jan 2026 15:33:00 GMT
di Alex Marsaglia
C’è un’immagine che evidenzia tutto il caos che regna nell’Occidente collettivo oggi: il dito medio di Trump alzato ad un operaio della Ford che gli dava del pedofilo in riferimento ai file Epstein. Quegli stabilimenti in decadenza, che Trump aveva promesso di rilanciare, potrebbero rappresentare la tomba del suo mandato che si sta avvitando nell’ennesima guerra nel bel mezzo della nuova rivolta interna in riferimento all’assassinio di Renee Nicole Good da parte dell’ICE.
Non solo il consenso di Trump sta scemando con l’avvicinarsi delle elezioni di Midterm, ma i dati economici dell’avversario cinese non sono per nulla incoraggianti. Infatti in questo 2026 appena iniziato i dati sulla crescita economica, produttiva e commerciale della Cina sono impressionanti: nel 2025 nonostante le tariffe imposte da Trump con la sua guerra commerciale al dragone cinese abbiano determinato un calo del 20% dell’export negli Stati Uniti, Pechino se ne è infischiata della domanda americana e ha registrato un surplus commerciale record di 1,19 trilioni di dollari. Già perché, appena voltato l’anno, mentre gli Stati Uniti erano impegnati a seguire la morale di Trump e a violare il diritto internazionale rapendo il Presidente legittimo del Venezuela Maduro, la Cina continuava incessantemente a curare i propri interessi commerciali e si lanciava in un tour dell’Africa guidato dal Ministro degli Esteri Wang Yi. Alla portavoce del Ministero veniva lasciata l’incombenza di formulare le risposte in punto di diritto internazionale agli Stati Uniti, mentre il Ministro degli Esteri cinese si preoccupava di approfondire le già consolidate relazioni africane. Questo atteggiamento, oltre ad essere rivelatore dal lato prettamente politico di calma, assertività e sicurezza tipiche di uno Stato egemonico è anche indicatore di una politica economica ben precisa: la Cina intende fare con l’Africa e il Sud Globale ciò che ha fatto a se stessa. Infatti, le relazioni economico commerciali con l’ASEAN e l’Africa sono state curate negli anni a partire dal primo decennio del nuovo millennio con un’attenta politica di investimenti al fine di incrementare spazi di mercato e spedizioni. I dati del 2019 (immagine 1) rivelavano già come durante la prima presidenza Trump la Cina avesse stabilito saldamente il controllo dell’altra area di mercato più popolosa del pianeta dopo l’Asia. Una breve infografica riassume poi gli investimenti infrastrutturali realizzati per la localizzazione industriale in questo primo ventennio degli anni 2000 (immagine 2).

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Oggi il dislocamento di attività produttive, lo sviluppo commerciale e finanziario bilaterale stanno facendo dell’Africa un vero e proprio mercato in rapida crescita. I dati del 2025 sono impressionanti e vedono le esportazioni della Cina verso il continente africano crescere del 5,5% su base annua, a 3,77 trilioni di dollari, con importazioni stabili a 2,58 trilioni di dollari. Le spedizioni ai Paesi ASEAN sono incrementate del 13,4% su base annua rendendo l’Africa il più grande blocco di partner commerciali della Cina. Il dato di crescita e sviluppo è ancora più evidente da un dato che agli occidentali piace molto: le esportazioni cinesi in Africa sono aumentate del 25,8% nel solo 2025. Solo nel recente viaggio diplomatico cinese dal 7 al 12 gennaio in Etiopia, Tanzania e Lesotho la Cina ha firmato importanti contratti e memorandum d’intesa per la costruzione di impianti fotovoltaici in Egitto e Ciad in grado di generare energia a basso costo favorendo la localizzazione industriale, oltre a siglare piani di sviluppo nazionale con la Liberia. Questo senza contare i piani che l’Africa sta già portando avanti con la Russia per l’espansione dell’energia nucleare come importante vettore di localizzazione industriale e rilancio produttivo.
Il viaggio di Wang Yi si è poi concluso con una saldatura dell’asse dei BRICS definendo l’agenda 2026, l’anno di scambio popolare Cina-Africa, che prevede l’accelerazione della cooperazione pratica con l’attuazione del trattamento tariffa zero per gli scambi tra i popoli sino-africani. Tale asse prevede anche il sostegno politico cinese al Sudafrica nel ruolo di guida affidabile del continente sulla scena internazionale e la promozione del multilateralismo e della Difesa congiunta in opposizione all’egemonia statunitense. Non è nemmeno un caso che proprio in Sudafrica e proprio nel nuovo anno siano state avviate le più grandi esercitazioni delle marine militari dei BRICS a livello congiunto, con l’operazione “Volontà di Pace 2026”. L’obiettivo ufficiale di queste esercitazioni con esponenti provenienti da tutti i BRICS+ è proprio quello di curare e difendere le rotte commerciali dagli atti di pirateria e di stabilizzazione delle rotte strategiche, mentre abbiamo visto che gli Stati Uniti intendevano esercitare un blocco navale davanti alle coste del Venezuela che evidentemente sull’onda dell’esaltazione della Dottrina Donroe consideravano la loro cinquantunesima colonia. Invece, nonostante gli atti di bullismo, i commerci sono andati avanti e non solo in America Latina come abbiamo visto. La Cina si è affermata come prima potenza navale mondiale a livello civile e militare per numero di navi e lavora all’interno delle sue alleanze per poter continuare ad operare in sicurezza. I più grandi studiosi di transizioni egemoniche hanno sempre individuato questo tratto caratteristico come elemento fondamentale, rilevando come «nel corso di queste battaglie (egemoniche) gli stati fiancheggiatori videro il loro potere aumentare e la nazione marittima con la maggior potenza navale e il vantaggio geostrategico di avere un accesso privilegiato alle risorse extraeuropee diventò la nuova potenza egemonica»1.
In tutto questo l’Africa si sta strutturando grazie alla spinta sino-russa come punta di diamante del Sud Globale e sta insomma lavorando con l’aiuto dei BRICS per tornare agli africani. L’obiettivo è mettere il continente nelle condizioni di accedere ad altre fonti di finanziamento energetiche e finanziarie che contrastino con le fonti tradizionali. In un mondo che ruota attorno agli assi dell’energia, della difesa strategica e della globalizzazione vuol dire fare dell’Africa un vettore di crescita. Certamente, con un Occidente sempre più chiuso su se stesso e gli Stati Uniti impegnati a bombardare anche l’Africa (si veda il recente attacco alla Nigeria), vedremo a vantaggio di chi.
1. G. Arrighi, B.J.Silver, Caos e governo del mondo. Come cambiano le egemonie e gli equilibri planetari, Mondadori, Milano, 2003, p. 105
Il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, ha espresso la piena solidarietà di Mosca a L'Avana, affermando: "Siamo solidali con Cuba nella sua determinazione a difendere la sua sovranità e indipendenza". Nel corso di una cerimonia al Cremlino per la presentazione delle lettere credenziali diplomatiche, il leader russo ha definito i legami bilaterali come "relazioni veramente solide e amichevoli", ricordando che "abbiamo sempre fornito e continuiamo a fornire assistenza ai nostri amici cubani". Putin ha fondato questa storica alleanza sulla "sincera empatia reciproca dei popoli di entrambi i paesi".
Il Presidente ha inoltre dettagliato la cooperazione economica, sottolineando: "Implementiamo congiuntamente progetti vitali per l'economia cubana nei settori dell'energia, della metallurgia, delle infrastrutture di trasporto e della medicina", mentre lavorano per ampliare gli scambi culturali e umanitari.
Queste dichiarazioni di sostegno arrivano in un momento di crescenti tensioni regionali, seguite all'aggressione militare statunitense in Venezuela. L'amministrazione del Presidente Donald Trump ha infatti inasprito le minacce contro Cuba, con lo stesso Trump che ha ventilato l'opzione di "entrare e distruggere" l'isola per forzare un cambiamento politico.
Il Presidente cubano, Miguel Díaz-Canel, ha respinto con fermezza queste minacce, ribadendo che Cuba è "una nazione libera, indipendente e sovrana" e che "nessuno ci dice cosa fare", esprimendo la volontà di difendere la Patria fino all'ultima goccia di sangue. Ha confermato l'assenza di dialoghi con Washington, eccetto contatti tecnici in ambito migratorio, e ha chiesto che le relazioni si basino sul Diritto Internazionale e non sulla coercizione.
Le minacce statunitensi si collocano all'interno del blocco economico e commerciale mantenuto da Washington contro L'Avana da oltre sei decenni, un embargo rafforzato da numerose misure coercitive unilaterali e condannato quasi universalmente dalla comunità internazionale, inclusa ripetutamente dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Parallelamente, il ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez, ha denunciato pubblicamente l'intensificazione delle aggressioni verbali e politiche statunitensi delle ultime settimane, miranti a minare la sovranità nazionale. In un incontro con il corpo diplomatico a L'Avana, Rodríguez ha messo in guardia sui continui tentativi di destabilizzazione da parte degli Stati Uniti, iniziati dopo il sequestro del Presidente Maduro e di sua moglie, e considerati un rischio per la stabilità regionale.
Me reuní con representantes del Cuerpo Diplomático acreditado en La Habana, a quienes trasladé las posiciones de #Cuba ante la actual situación regional y global.
— Bruno Rodríguez P (@BrunoRguezP) January 14, 2026
Denuncié las amenazas expresadas por el gobierno de EEUU contra nuestro país y sus peligros para la paz, la… pic.twitter.com/I5dEUd4grT
Rodríguez ha respinto le dichiarazioni di Trump, il quale ha sostenuto che Cuba sembrava "pronta a cadere" e ha fatto riferimento alla possibilità di interrompere il flusso di petrolio e finanziamenti dal Venezuela. Queste azioni, ha affermato il Ministro, costituiscono una violazione dei diritti umani, ed ha esortato la comunità internazionale a condannare le misure coercitive che colpiscono la popolazione.
Il governo cubano ha annunciato che onorerà i 32 membri della sicurezza presidenziale venezuelana uccisi nell'aggressione militare, con una cerimonia funebre a L'Avana, in segno di solidarietà con il popolo venezuelano e di rifiuto delle incursioni militari. Il Cancelliere ha infine reiterato che Cuba difenderà la propria indipendenza e non accetterà pressioni esterne miranti ad alterare il suo ordine politico.
Data articolo: Thu, 15 Jan 2026 14:50:00 GMT

Il mito dell'indipendenza delle banche centrali viene costruito negli anni 70 con la scusa di combattere l'inflazione.
In realtà le crisi inflazionistiche di quegli anni furono esogene poiché causate dall'aumento dei prezzi del petrolio dovuto a due conflitti (1973 Yom Kippur e 1979 rivoluzione iraniana).
L'indipendenza dall'interesse pubblico delle banche centrali serve a renderle strumenti della lotta di classe contro i lavoratori per intaccare la quota salari in favore dei profitti.
Lo fa limitando la spesa pubblica corrente e per investimenti e facendo crescere quella per interessi a favore della rendita da capitale.

Dal divorzio BdI/Tesoro a oggi, l'Italia ha pagato 3.153 miliardi di euro di interessi sul debito. Così facendo il debito pubblico è passato dai 145 miliardi di euro pre-divorzio ai 3.130 miliardi attuali (+2058%)¹.
Nel mentre la quota salari sul PIL è passata dal 64% del 1980 all’attuale 52,5% e la quota profitti è passata dal 36% al 47,5%². La rendita familiare media da capitale reale è aumentata del 1060% (dai 663 euro del 1980 ai 7.695 del 2022)³. Il reddito reale dell’1% più ricco degli italiani tra il 1981 e il 2024 è aumentato del 149,84%?.
Vale la pena ricordare che non esiste nessun legame tra inflazione e coordinamento della politica fiscale con quella monetaria.
Uno Stato non causa inflazione solo perché finanzia la spesa pubblica attraverso la sua Banca Centrale. Innanzitutto perché l'inflazione è un fenomeno prevalentemente legato a domanda e offerta, quindi all'andamento del mercato del lavoro, dei salari e alla produzione di beni e servizi.
Poi perché l'offerta di moneta è endogena (dipende cioè dal sistema creditizio, non dalla banca centrale che può solo garantirne il funzionamento). Lo ha spiegato in maniera chiara e inattaccabile Nicholas Kaldor ne “Il flagello del monetarismo”
«I monetaristi, in stretta analogia con Walras, sostengono che la sovrastruttura della moneta creditizia varia in modo strettamente proporzionale alla 'base monetaria', sia che essa venga pensata come oro nei forzieri della banca centrale, o semplicemente come ammontare di banconote emesse dalla banca centrale e poste in circolazione attraverso lo sconto di titoli di prim’ordine e/o mediante operazioni di mercato aperto. Se le cose stessero così, la banca centrale, regolando semplicemente l’emissione di banconote, determinerebbe evidentemente di mese in mese, o di settimana in settimana, la quantità di moneta che dovrebbe esistere in circolazione (definita sia come M1, M3 o come M7).
In tale situazione raggiungere gli 'obiettivi' monetari non sarebbe un problema: essi verrebbero automaticamente raggiunti determinando o 'razionando' il volume di monete emesse ogni giorno.
Ma, in realtà, la banca centrale non può rifiutare lo sconto di titoli primari che le vengono presentati dalle Casse di sconto. Se lo facesse, stabilendo, su base giornaliera o settimanale, un tetto all’ammontare che è disposta a riscontare (allo stesso modo in cui la biglietteria di un teatro è disposta a vendere solo un numero fisso di biglietti per un certo spettacolo), la banca centrale verrebbe meno alle sue funzioni di 'mutuante di ultima istanza' nei confronti del sistema bancario, che è essenziale affinché le banche commerciali non diventino insolventi per carenza di liquidità.
Proprio in quanto le autorità monetarie non possono permettersi le disastrose conseguenze di un collasso del sistema bancario, e proprio perché le banche, a loro volta, non possono permettersi di trovarsi nella posizione di chi viene “messo al tappeto”, l’“offerta di moneta” in una economia a moneta creditizia è endogena, non esogena. Essa varia in risposta diretta nei confronti delle variazioni della “domanda” da parte del pubblico di contanti e depositi bancari, e non è indipendente da tale domanda».
Tornando all’indipendenza della banca centrale, è necessario quindi sottolineare come la capacità di emettere moneta è una delle prerogative fondamentali di uno Stato.
Prendendo in prestito le parole di Wynne Godley in "Maastricht and all that" «il potere di emettere la propria moneta, di fare movimenti tramite la propria Banca Centrale, è la cosa principale che definisce la sovranità nazionale. Se un Paese rinuncia a questo potere, acquisisce lo status di un ente locale o di una colonia».
Come scriveva Plinio il vecchio nel suo Naturalis Historia, sottrarre il controllo della moneta al controllo pubblico mettendolo, direttamente o indirettamente, nelle mani di interessi privati è il peggiore dei crimini possibili (pessimum vitae scelus).
¹ https://osservatoriocpi.unicatt.it/ocpi-servizi-serie-storiche
³ https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/indagine-famiglie/bil-fam2022/index.html
? https://wid.world/data/#countrytimeseries/aptinc_p99p100_z/IT/1932/2024/eu/k/p/yearly/a
Data articolo: Thu, 15 Jan 2026 13:25:00 GMT
Secondo quanto riferito da alcune fonti alla Reuters il 14 gennaio, i miliziani appartenenti ai gruppi separatisti curdi hanno cercato di attraversare il confine con l'Iran dall'Iraq per unirsi alle violenze antigovernative che si stanno verificando in tutto il Paese.
"L'intelligence turca ha avvisato l'IRGC che i combattenti curdi stavano attraversando la frontiera negli ultimi giorni", hanno precisatole fonti.
Un funzionario iraniano, a condizione di anonimato avrebbe affermato che le autorità si sono scontrate con questi elementi, che cercano di "creare instabilità e trarre vantaggio dalle proteste".
"I combattenti erano stati inviati dall'Iraq e dalla Turchia... Teheran ha chiesto a quei paesi di interrompere qualsiasi trasferimento di combattenti o armi all'Iran", ha continuato la fonte.
Per anni l'Iran ha dovuto affrontare attacchi transfrontalieri da parte dei separatisti curdi appartenenti al Partito Democratico del Kurdistan dell'Iran (KDPI).
Durante le proteste e le rivolte del 2022 in Iran, le forze di sicurezza sono state ripetutamente sotto attacco da parte di elementi armati legati al KDPI e ad altre organizzazioni militanti curde. All'epoca, l'ex capo della sicurezza nazionale statunitense John Bolton ammise apertamente che armi provenienti dalla regione del Kurdistan iracheno venivano introdotte clandestinamente in Iran, dove i separatisti le usavano contro le truppe governative.
La rivelazione della Reuters arriva mentre l'Iran sta affrontando proteste diffuse, violente rivolte su larga scala e disordini. Oltre 100 membri delle forze di sicurezza e decine di civili sono stati uccisi dai rivoltosi, sostenuti dall'intelligence israeliana.
Dall'inizio dei disordini, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ripetutamente minacciato di attaccare l'Iran.
"Gli aiuti sono in arrivo", ha detto martedì il presidente, rivolgendosi ai manifestanti antigovernativi e ai rivoltosi sostenuti dal Mossad.
L'Iran ha promesso una dura risposta a qualsiasi attacco, compresi gli attacchi alle basi statunitensi e a quelle di Israele.
"Sia chiaro: in caso di attacco all'Iran, i territori occupati, così come tutte le basi e le navi statunitensi, saranno il nostro obiettivo legittimo", ha dichiarato nel fine settimana il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, mettendo in guardia contro qualsiasi "errore di calcolo".
Durante la guerra tra Israele e Iran, durata 12 giorni a giugno, i missili balistici iraniani hanno colpito direttamente diversi siti militari israeliani, causando ingenti distruzioni in tutto il territorio israeliano. Teheran ha anche risposto all'attacco statunitense ai suoi impianti nucleari prendendo di mira la base di Al-Udeid in Qatar.
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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
Secondo quanto riportato dal Financial Times (FT), molte delle figure che emergono come attori chiave nella nuova amministrazione per Gaza sostenuta dagli Stati Uniti erano centrali per la Gaza Humanitarian Foundation (GHF) di Washington.
Il GHF è stato un mortale programma di aiuti tra Stati Uniti e Israele, introdotto a maggio, che è stato responsabile della morte di centinaia di palestinesi affamati in cerca di aiuti.
Secondo il rapporto del FT, il comitato esecutivo di Gaza, che sarà annunciato a breve e che opererà direttamente sotto la guida di un "Consiglio per la pace" guidato da Trump, è "modellato" da diverse persone vicine a Israele.
Tra questi figurano il consigliere militare capo del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, Roman Gofman, e l'investitore israelo-americano Michael Eisenberg, che ha consigliato il premier israeliano fin dall'inizio del cessate il fuoco.
Tra gli altri coinvolti ci sono il politico statunitense-israeliano Aryeh Lightstone e l'imprenditore israeliano della sicurezza informatica Liran Tancman, legato al Mossad.
Tutti e quattro questi uomini erano coinvolti nella fondazione del GHF. Il mortale programma di aiuti portò all'uccisione di circa 2.000 palestinesi nel giro di sei mesi.
Con il pretesto dell'assistenza umanitaria, i palestinesi sono stati stipati in spazi ristretti e hanno ricevuto quantità limitate di aiuti per mesi, mentre le truppe israeliane e i contractor statunitensi aprivano regolarmente il fuoco contro i richiedenti aiuti disarmati.
L'annuncio del "Board of Peace" di Trump avrebbe dovuto avvenire questa settimana, ma è stato posticipato. Secondo alcune indiscrezioni, il comitato esecutivo che opererà sotto il consiglio potrebbe essere annunciato già mercoledì.
"Diciotto funzionari palestinesi hanno ricevuto l'invito a unirsi al comitato che sostituirà Hamas", hanno riferito alcune fonti al New Arab.
Ali Shaath, ex viceministro della pianificazione dell'Autorità Nazionale Palestinese (ANP), è stato designato a presiedere il comitato, mentre il funzionario dell'intelligence in pensione Mohammed Nisman dovrebbe assumere il controllo della sicurezza.
Secondo le fonti, la riunione del comitato dovrebbe tenersi giovedì nella capitale egiziana.
Si prevede che il "Consiglio della Pace", che sarà annunciato in seguito, comprenderà 15 leader mondiali provenienti da paesi come Regno Unito, Francia, Germania, Arabia Saudita, Qatar ed Egitto.
Hamas ha ripetutamente dichiarato di essere pronta a cedere il potere a un organismo indipendente di tecnocrati palestinesi, come previsto dalla tregua.
Rifiuta il disarmo finché non sarà formato uno Stato palestinese indipendente, ma si è detta aperta a un'iniziativa che "congelerebbe" le sue armi per un certo periodo di tempo.
Il gruppo ha sottolineato che la seconda fase dell'accordo di cessate il fuoco non potrà avere inizio finché Israele non porrà fine a tutte le violazioni.
Israele ha ucciso almeno 442 palestinesi da quando è stato raggiunto il "cessate il fuoco" sostenuto dagli Stati Uniti nell'ottobre dello scorso anno, ha riferito il Ministero della Salute di Gaza. Oltre 1.200 persone sono rimaste ferite.
Tel Aviv continua a colpire indiscriminatamente i civili, giustificando gli attacchi con il pretesto di presunte "minacce alla sicurezza", mentre persiste nella persecuzione violenta dei leader della resistenza senza riguardo per i termini dell'accordo di cessate il fuoco. Anche il blocco di Gaza rimane in vigore, aggravando ulteriormente la crisi umanitaria.
Alcune fonti hanno riferito al Times of Israel in un articolo pubblicato l'11 gennaio che l'esercito israeliano ha elaborato piani per un nuovo assalto nella Striscia di Gaza, mirato ad espandere le aree sotto il controllo di Tel Aviv, violando il cessate il fuoco.
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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
Funzionari israeliani e arabi stanno esortando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump a "astenersi" dall'attaccare l'Iran finché la Repubblica islamica non sarà ulteriormente indebolita dai disordini, hanno riferito alcune fonti alla NBC News il 13 gennaio.
"Negli ultimi giorni, funzionari israeliani e arabi hanno dichiarato all'amministrazione Trump di credere che il regime iraniano potrebbe non essere ancora indebolito al punto che gli attacchi militari statunitensi rappresenterebbero il colpo decisivo per rovesciarlo", secondo le fonti.
Le fonti hanno aggiunto che i funzionari hanno suggerito a Trump di "astenersi per ora dagli attacchi su larga scala", preferendo che Washington "aspetti che il regime sia ancora più sotto pressione".
Una fonte araba ha precisato che c'è "una mancanza di entusiasmo da parte del vicinato" per gli attacchi degli Stati Uniti contro l'Iran, mentre un'altra ha affermato che ci sono preoccupazioni che "qualsiasi attacco o escalation da parte di Israele o degli Stati Uniti possa unire gli iraniani".
"I funzionari israeliani hanno detto all'amministrazione Trump che, pur sostenendo pienamente il cambio di regime in Iran e gli sforzi degli Stati Uniti per facilitarlo, sono preoccupati che un intervento militare esterno in questo momento potrebbe non portare a termine il lavoro iniziato dai manifestanti... gli israeliani hanno suggerito che altri tipi di azioni statunitensi volte a destabilizzare il regime e a sostenere i manifestanti potrebbero contribuire a indebolire ulteriormente il regime al punto che attacchi più ampi potrebbero quindi essere decisivi", hanno ribadito altre fonti.
Tra queste possibili azioni rientrano nuove sanzioni, attacchi informatici, il blocco del blackout di Internet in Iran o attacchi mirati ai leader iraniani, hanno aggiunto le fonti.
Un altro articolo, pubblicato dal Wall Street Journal (WSJ), ha confermatoche gli stati arabi guidati dall'Arabia Saudita e dall'Oman stavano cercando di impedire un attacco all'Iran.
"Arabia Saudita, Oman e Qatar stanno dicendo alla Casa Bianca che un tentativo di rovesciare il regime iraniano scuoterebbe i mercati petroliferi e, in ultima analisi, danneggerebbe l'economia statunitense. Soprattutto, temono le conseguenze in patria", hanno riferito alcune fonti al WSJ. "I funzionari sauditi hanno assicurato a Teheran che non si sarebbero coinvolti in un potenziale conflitto né avrebbero permesso agli Stati Uniti di usare il loro spazio aereo per attacchi aerei".
Gli Emirati Arabi Uniti "non hanno preso parte alle attività di lobbying".
Secondo quanto riportato dai media ebraici durante la guerra di 12 giorni tra Israele e Iran, durata giugno, l'Arabia Saudita ha fornito supporto di intelligence a Israele e ha aperto il suo spazio aereo ai jet israeliani per attaccare la Repubblica islamica.
All'epoca, anche alcuni organi di stampa israeliani affermarono che gli aerei da guerra di Tel Aviv avevano abbattuto droni iraniani nello spazio aereo saudita.
Le nuove notizie giungono mentre Trump minaccia un attacco all'Iran.
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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
Forse il popolo iraniano ha nostalgia del regime di Pahlavi?
Oppure il figlio dello Shah gode di un carisma irresistibile?
Veramente qualcuno può razionalmente ipotizzare che le donne iraniane vogliano barattare una minigonna con un regime monarchico colonia degli USA e di Israele?
Ma procediamo con ordine.
Chi ha creato, letteralmente, il "mito" del figlio dello Shah e riproposto, accanto alle bandiere di Israele, i vecchi stendardi con il leone?
Si tratta di un'operazione veramente da manuale e credo che sia utile raccontarla.
L'indagine è stata pubblicata ad ottobre del 2025 dal giornale israeliano Haaretz.
L'inchiesta di TheMarker e Haaretz svela l'esistenza di campagne on line finanziate da Israele per promuovere Reza Pahlavi figlio.
Dagli inizi del 2025, ma probabilmente anche da prima, una rete coordinata di account sui social media, in lingua persiana, ha iniziato a promuovere Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Shah iraniano deposto e cacciato nel 1979.
La campagna digitale è stata gestita da un’azienda israeliana.
L’operazione si è intensificata in concomitanza con eventi chiave all’interno dell’Iran, come proteste popolari o attacchi mirati contro infrastrutture del regime.
La rete si è rivelata composta da decine di profili falsi, principalmente su X, Instagram e Telegram.
Questi account:
- si presentavano come cittadini iraniani comuni;
- usavano foto profilo generate artificialmente (AI);
- interagivano tra loro per simulare consenso popolare.
Uno degli aspetti più rilevanti dell’inchiesta è la scoperta di una sincronizzazione tra l’attività online e le azioni militari israeliane, con diffusione delle notizie prima che fossero confermate.
Molti profili risultavano creati nello stesso periodo e mostravano schemi di comportamento coordinato, tipici delle operazioni di disinformazione.
L’articolo di Haaretz sottolinea che la campagna ha fatto ampio uso di strumenti di intelligenza artificiale per generare immagini e video di rivolte in Iran e creare “notizie” false attribuite a media internazionali.
Alcuni contenuti simulavano, infatti, servizi della BBC Persian o dichiarazioni inesistenti di attivisti iraniani, rendendo difficile distinguere il falso dal reale.
Il messaggio centrale dell’operazione era la presentazione di Reza Pahlavi come leader naturale dell’opposizione iraniana.
I contenuti lo descrivevano come: figura unificatrice; garante di un Iran laico e democratico; erede legittimo di un passato pre-islamico idealizzato.
Uno degli aspetti più rilevanti dell’inchiesta è la scoperta di una sincronizzazione tra l’attività online e azioni militari israeliane.
In almeno un caso, account della rete hanno diffuso notizie su un attacco israeliano in Iran prima che fossero confermate pubblicamente, suggerendo la possibilità di accesso anticipato alle informazioni.
Questo elemento ha rafforzato il sospetto che la campagna fosse coordinata con apparati statali.
L’articolo cita il ruolo di Gila Gamliel, ex ministra israeliana dell’Intelligence.
Gamliel ha invitato Reza Pahlavi in Israele e lo ha presentato pubblicamente come un possibile attore di cambiamento per l’Iran.
Il Citizen Lab dell’Università di Toronto ha analizzato la campagna, identificando:
infrastrutture digitali comuni; pattern di pubblicazione coordinati; utilizzo sistematico di contenuti falsi.
I giornalisti autori dell'indagine,
Gur Megiddo e Omer Benjakob, fanno anche presente che all'inizio del 2023, Reza Pahlavi ha fatto la sua prima visita ufficiale in Israele.
Plausibilmente il piano di manipolazione e di eversione era già stato concordato.
Può un governo accusato di genocidio e crimini contro l'umanità, che uccide donne e bambini a Gaza e in Cisgiordania, voler "salvare" i diritti umani delle donne iraniane?
E Trump, che reprime ferocemente a casa sua le enormi proteste contro le violenze delle squadracce dell'ICE, (che hanno assassinato una donna bianca e statunitense, madre di 3 figli, a sangue freddo), come può affermare che ricorrerà a qualsiasi mezzo per difendere i manifestanti in Iran?
Siamo molto oltre Orwell.
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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
Nell’intervista che Trump ha rilasciato alcuni giorni fa al New York Time ha affermato che il suo potere di comandante in capo ha un unico “limite” determinato “nella sua morale personale” oppure “nella sua mente”, come “l’unica cosa che può fermarlo”. Non quindi nelle costrizioni esterne, quali – in primis - il diritto internazionale, di cui non sente alcun bisogno. Il rispetto per quest’ultimo poi, sarebbe relativo a come lo si definisce – telepatia con il “fino a un certo punto” di Tajani! - e non ha quindi valore universale, almeno non nei confronti degli Usa. “Non cerco di fare del male alle persone” – a suo dire inoltre - dovrà bastare al mondo intero per essere rassicurati, o capire invece che il concetto di morale del Presidente degli Stati Uniti non si rifà né all’universalismo kantiano, né alla duplicità di morale ed etica della filosofia hegeliana di cui forse non avrà mai avuto notizia, solo per riferirsi alle due concezioni sulla morale più rilevanti in quest’Occidente in frantumi. L’unica certezza che se ne rileva è che l’arbitrio e l’autoreferenzialità del potere dominano chiaramente alla Casa Bianca, quale difesa dall’attuale crisi egemonica, intollerante di una democrazia esaurita perché troppo a lungo “esportata” e ormai poco redditizia.
Al di là dell’ironia, Trump completa lo spostamento ideologico, già avviato sul terreno internazionale della lotta di classe, in concorrenza e lotta tra Stati e nazioni per ottenere, possibilmente ognuno al suo interno, il sostegno popolare ai disegni politici predatori del “guardiano del mondo”. Ecco dunque che la “morale” o la “mente” vorrebbero nascondere la necessità di una decisa autocrazia, nella fascinazione di nuovi “valori” da inserire nei panieri svuotati dei propri cittadini, da galvanizzare con imprese roboanti da vero uomo-forte, che però salvaguarda solo interessi oligarchici americani in antitesi con l’internazionalismo del sistema di capitale. Questa “morale da leader” del centro del mondo è dunque: licenza di attaccare apertamente qualunque Paese, secondo diktat intimidatori supportati dal predominio della forza, secondo schemi politici che la storia più arcaica aveva già stilato nella alternativa tra “legge” e “diritto del più forte” vigente in natura. Tali modelli in origine filosofici sono stati regressivamente attuati poi dalla storia politica ogni volta che sia servito.
Questi valori cosiddetti appaiono allora il “successo” sbandierato a Sharm el Sheikh. Poco importa se l’autodeterminazione palestinese sia stata vanificata, perché la ricostruzione di Gaza e la sua governance è stata assegnata ad esecutivi guidati da stranieri, cioè al controllo americano. Altro “valore” è la “fermezza” con l’istituzione dell’ICE, la polizia agli ordini del solo presidente, quale intervento rapido per effettuare la guerra all’immigrazione e sopprimere il dissenso, e/o “contenere” i disordini civili “da usare come terreno di addestramento per l’esercito”, come dimostra l’eccidio a sangue freddo della donna bianca a Minneapolis. L’ultima esibizione valoriale, in ordine di tempo, è al momento la tempestiva azione venezuelana con tanto di sequestro di un Presidente e consorte di uno Stato straniero, nella piena ridefinizione di un diritto che codifica sempre i rapporti di forza esistenti, individuabili nella supremazia militare garante di quella del denaro, non più bisognoso della retorica dei diritti umani né dello stato di diritto. Le istituzioni cioè non veicolano più istanze sociali per trasformarle in leggi, come democrazia ancora richiederebbe, ma si impone una valutazione di tipo assolutistico dedita a mantenere i consensi necessari all’autoconservazione della propria posizione elitaria, conquistata con l’appoggio dei capitali delle Big Tech cui serve ora l’appropriazione anche della Groenlandia, se necessario con la forza.
Mentre i governanti europei sembrano costernati, indecisi se accodarsi all’amico amerikano di una volta e subirne le angherie anche oltre i dazi, oppure smarcarsi aspirando a un ruolo anch’esso dotato di forza militarizzata, in rapporto soprattutto al sostegno all’Ucraina e sposando quindi la Russia come nemico storicamente indelebile, la guerra serpeggiante in scenari sempre da aggiungere, viene coniata come “ibrida”, cioè con un termine privo di senso nella sua vuota genericità. Entriamo allora nel non nuovo linguaggio della propaganda, ma modernizzato, per capire tutti noi, cioè masse disorientate ed espropriate da ogni forma partecipata di governo della propria vita, con quali mezzi, parole e informazioni siamo indotti ad agire contro i propri interessi, fino al nostro preventivato e utile massacro dove e quando occorrerà.
Tutti i canali di informazione, quotidiani, riviste, televisioni, social network, IA, ecc. offrono pluralità di notizie su cui orientarsi mentre altre vengono occultate deliberatamente, secondo chi finanzia le testate e riceve ordini da centrali di potere oscurato. Come non ha inventato lo sfruttamento, il capitale non ha neppure inventato la propaganda, però ne ha fatto la sua indispensabile forma dispotica di accompagno alla forza. Ha infatti ereditato e ben usato teorici che sostenevano il linguaggio come il potere di ammaliare gli uomini influenzandone le passioni, nel preponderante dominio dell’irrazionale. Questo è servito a obliterare la realtà, che, seppure fosse conoscibile non sarebbe poi comunicabile, in quanto l’uso della parola deve solo influenzare chi ascolta, nell’approdo conclusivo alla persuasione coatta e inconsapevole. La tecnologia attuale ha solo diffuso a livello mondiale questa impostazione, ben più raffinata e consistente di questo breve cenno, finalizzata al contrasto di ogni demistificazione o controinformazione, ancora presenti e difficili però da debellare.
La verità, per quel poco che si riesce a disvelare, emerge solo da una lettura storica, non schiacciata sul solo presente. Trump, si è rammentato prima, che sta completando un disegno da tempo in atto negli Usa. Solo per fare esempi recenti, un suo predecessore, Theodore Roosevelt nel 1904 aveva già espresso il diritto degli Usa a intervenire in paesi che non avevano governi giusti secondo Washington, deputata perciò al ripristino della giustizia a stelle e strisce. Dopo la guerra per dividere la Corea, nel 1950, senza l’approvazione dell’Onu, gli Stati Uniti hanno invaso il Vietnam, l’Afghanistan, l’Iraq dietro le menzogne dell’“esportazione della democrazia” o delle “armi di distruzione di massa”, quando cioè vigeva ancora il tentativo di giustificarsi di fronte a un feticcio di diritto internazionale in qualche modo in vigore.
Le cosiddette dittature altre (Venezuela, Iran, ecc.) possono invece essere ora, in aperta e smaccata violazione di ogni normativa, invase o condizionate attraverso l’uso del “nemico interno” da cui sembra scaturire la sostituzione provvidenziale o l’insospettata ribellione, da tempo organizzata e pilotata. Russia, Libia, Siria, Ucraina, Georgia, Cecoslovacchia, Polonia (con Solidarnosc allora finanziata dal Vaticano) hanno mostrato tutti questi destini, caratterizzati in loco da redditi popolari mediamente bassi e dunque finanziati da fiumi di denaro dalle esterne centrali di ispiratori dei diritti umani, presentate come opportunità di democrazia, libertà e verità. Si tratta cioè di imbastire la narrazione di un Bene, (cioè Noi) - che si auto-differenzia dal Male dei dittatori, magari ex alleati o proprio appositamente insediati come propri vassalli (Pinochet, Saddam Hussein, ecc.) - che è così autorizzato a sostenere la violenza contro quelli che l’hanno preventivamente usata, e che vengono esecrati come sanguinari, unica causa di massacri indiscriminati.
La sacrosanta reazione popolare, visualizzabile ora anche con racconti e filmati che testimoniano della responsabilità del dittatore quale unico criminale (forse ora, a giorni, sembra il turno dell’Iran con 2000 o più morti, chi arriva a 6000 o 12.000 dichiarati), dovrà trovare appoggio e sostegno da chi, poi, dovrà guidare o far sostituire il governo del Paese. La guerra civile viene costruita o assecondata da consiglieri militari e intelligence, puntando alla sovversione dall’interno mediante la lotta psicologica diffusa che arma, anche con l’uso della non violenza, masse stremate per vincere regimi ostili o di intralcio alle politiche di Washington dominante, dunque credibile. Con la democrazia manipolatoria la storia è cancellata.
La nuova fase imperialista che Trump inaugura non ha più bisogno di giustificazioni istituzionali o giuridiche per esercitare l’arroganza dispotica Usa, che viene offerta al mondo come priva di alternative: Canada, Panama, Groenlandia sono avvertite sin dal suo insediamento come prossime prede, per ora il petrolio venezuelano, tutti obiettivi prima o poi da raggiungere. La sicurezza nazionale Usa esige per la Groenlandia che diventi non solo “un affitto o un trattato”, ma una “proprietà” necessaria per “il successo”. Il potere cioè si presenta nudo perché non ha più bisogno di abiti e belletto, ma di intimidire ed estorcere tutto ciò che gli occorre, detenendo la maggior forza militare del pianeta.
Se “nessuno è morto” nel blitz in Venezuela, secondo le dichiarazioni del Presidente, è perché il centinaio di morti venezuelani non contano per un’“America first” da veicolare in ogni senso anche ideologico. Seppure l’8 gennaio il senato abbia approvato una risoluzione per la limitazione dei poteri di Trump col voto di 5 repubblicani insieme ai democratici, Trump ha detto che non avrebbero più dovuto essere eletti, nella piena adesione all’antica antitesi tra leggi (convenzioni volute dai più deboli, anche nazioni, per tutelarsi), e stato di natura, “giusto”, secondo cui i più forti “governano, sottomettono, uccidono” senza doversi vergognare (Platone, Gorgia, V-IV sec. a.C.). Non a caso da noi, oggi, la propaganda si serve di governi sudditi per legittimare “chi vale di più e si prende ciò che gli spetta con la forza”, nell’ottica di mantenere nella subordinazione tutta la vita sociale, e attendere il difensivo completarsi di quest’ultima “rivoluzione regressiva” complici le nuove tecnologie, in attesa di tutte le risorse necessarie al loro costante sviluppo in apparenza vincente.
Infine, e forse riguarda l’aspetto più preoccupante, contro il presidente della banca centrale Usa, Jerome Powell, da tempo nel mirino della casa Bianca, è stata aperta un’indagine penale, in quanto accusato da Trump di “non essere molto bravo a costruire edifici”. L’ambito giudiziario su cui è riportato l’inedito scontro tra i due presidenti riguarderebbe una fissazione dei tassi d’interesse troppo alti rispetto alle richieste trumpiane, che Powell ritiene però essere solo un pretesto. Secondo alcuni, infatti, si sarebbe avviata una più ampia strategia per conquistare una vasta maggioranza all’interno della Fed per orientare le decisioni sui tassi, legandole in tal modo al variare politico al posto di valutazioni di politica monetaria. La crisi profonda che approderà alla Corte Suprema riguarda l’indebolimento del dollaro e l’enorme debito pubblico Usa asceso a 38.000 mld di $, che impone sia alla Fed sia alle 25 maggiori banche americane di comprarne le obbligazioni. Secondo l’analisi del Prof. Alessandro Volpi, docente all’Università di Pisa, se l’ostacolo Powell fosse rimosso, la Fed potrebbe diventare il braccio operativo del Tesoro americano, perdendo la sua indipendenza finora considerata sacra. In tal modo si avvierebbe una moneta politica all’interno di un capitale finanziario ipertrofico che potrebbe condurre a guerre ovunque si trovassero risorse da acquisire, secondo le necessità più impellenti per la tenuta capitalistica stessa. Il potere politico unito a quello della Banca Centrale richiederebbe così la fine di ogni mediazione, oltre quella economica, e l’esordio di un sistema autoritario all’indomani di una totale deregulation, in un salto di qualità della gestione iperpolitica. L’acquisizione del consenso di tutti i media per tenere l’informazione sotto controllo, la concentrazione della ricchezza riservata alle sole élites oligarchiche, il furto dei risparmi e la fine della democrazia determinerebbe necessariamente un rafforzamento dell’autocrazia per consentire la ristrutturazione di un capitalismo in netto declino.
Se l’intervento in Venezuela, la prossima acquisizione della Groenlandia e forse un futuro controllo dell’Iran potranno permettere agli Usa di determinare monopolisticamente il prezzo del petrolio mondiale al posto dell’Opec, tutto ciò potrebbe costare prezzi inimmaginabili non solo per l’equilibrio degli ecosistemi del pianeta per l’uso indiscriminato di idrocarburi, ma risposte politico-militari di altre potenze di cui non si tiene adeguatamente conto. Che il sistema di capitale sia nella sua fase discendente era già noto a Lenin che agli inizi del secolo scorso l’aveva definito “putrescente”. Se questa attuale dovesse costituire la sua fase di coma irreversibile non sappiamo. La lotta di classe assume continuamente nuove forme e muta le quantità umane in conflitto, restringendo incessantemente il numero dei signori della ricchezza armata, nel processo di concentrazione e centralizzazione del potere del denaro. I marxisti sanno già quello che i succubi agenti del capitale possono solo eseguire, pena essere espulsi dal loro ruolo se non ne attuano le leggi, e cioè che l’infinito sviluppo delle forze produttive del capitale è antitetico al fine “miserabile” dell’accumulazione privata, soggetta alle crisi strutturali di sovrapproduzione e alla distruzione di valore di questo modo di produzione.
Marx: “Il vero limite della produzione capitalistica è il capitale stesso”.
14.01.2026
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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
di Pepe Escobar – Sputnik
[Traduzione a cura di: Nora Hoppe]
L'oligarchia che effettivamente gestisce l'Impero del Caos ha premuto il pulsante di emergenza, poiché i contorni strutturali dell'Egemonia vacillano vistosamente.
Il petrodollaro è una delle caratteristiche chiave di questa Egemonia: una macchina di riciclaggio che canalizza l'acquisto incessante di titoli del Tesoro statunitensi, poi spesi per le Guerre Eterne. Qualsiasi giocatore che pensi anche solo di diversificare da questa macchina infernale si scontra con il congelamento dei beni, sanzioni – o peggio.
Allo stesso tempo, l'Impero del Caos non può dimostrare la sua potenza pura e bruta, dissanguandosi sul suolo nero della Novorossiya. Il dominio richiede risorse in continua espansione – risorse saccheggiate – fianco a fianco con quella stampa ininterrotta di dollari USA come valuta di riserva per pagare le bollette astronomiche. Inoltre, i prestiti dal mondo funzionano come contenimento finanziario imperiale dei rivali.
Ma ora una scelta diventa imperativa – un vincolo strutturale inevitabile. O mantenere una spesa astronomica per il predominio militare (entra in gioco il bilancio da 1,5 trilioni di dollari proposto da Trump per il Dipartimento della Guerra) Oppure continuare a governare il sistema finanziario internazionale.
L'Impero del Caos non può fare entrambe le cose.
Ed è per questo che, una volta fatti i calcoli, l'Ucraina è diventata sacrificabile. Almeno in teoria.
Contro la militarizzazione del sistema dei titoli del Tesoro statunitense – de facto un imperialismo monetario – i BRICS incarnano la scelta strategica del Sud Globale, coordinando una spinta verso sistemi di pagamento alternativi.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso eurasiatico è stato il congelamento – anzi il furto– dei beni russi dopo l'espulsione di una potenza nucleare/ipersonica, la Russia, da SWIFT. Ora è chiaro che le banche centrali di tutto il mondo stanno puntando sull'oro, sugli accordi bilaterali e sulla valutazione di sistemi di pagamento alternativi.
Essendo il primo grave shock strutturale al sistema dalla fine della seconda guerra mondiale, i BRICS non stanno apertamente cercando di ribaltare il sistema – ma di costruire un’alternativa praticabile, completa di finanziamenti infrastrutturali su larga scala che aggirino il dollaro statunitense.
Il Venezuela illustra ora un caso critico: può un importante produttore di petrolio sopravvivere al di fuori del sistema del dollaro statunitense – senza essere distrutto?
L'Impero del Caos ha decretato, “No”. Il Sud Globale deve dimostrare che si sbaglia. Il Venezuela non era così critico sulla scacchiera geopolitica poiché rappresentava solo il 4% delle importazioni di petrolio della Cina. L'Iran infatti è il caso cruciale, poiché il 95% del suo petrolio viene venduto alla Cina e regolato in yuan, non in dollari statunitensi.
L'Iran però non è il Venezuela. L'ultimo tentativo coordinato di operazioni di intelligence/attacchi terroristici/cambio di regime contro l'Iran – con tanto di patetico rifugiato mini-Shah nel Maryland – è miseramente fallito. La minaccia di guerra, però, rimane.
BRICS Pay, The Unit o CIPS?
Il dollaro statunitense rappresenta oggi meno del 40% delle riserve valutarie globali, la percentuale più bassa degli ultimi 20 anni. L’oro rappresenta ora più riserve valutarie globali rispetto all’euro, allo yen e alla sterlina messi insieme. Le banche centrali stanno accumulando oro in modo esponenziale, mentre i BRICS accelerano la sperimentazione di sistemi di pagamento alternativi in quello che in precedenza ho definito " il laboratorio BRICS".
Uno degli scenari proposti direttamente ai BRICS e concepito come alternativa all'ingombrante SWIFT, che effettua transazioni per almeno 1 trilione di dollari al giorno, prevede l'introduzione di un token commerciale non sovrano basato su blockchain.
Questa è The Unit.
The Unit, correttamente descritta come “moneta apolitica”, non è una valuta, bensì un'unità di conto utilizzata per il regolamento di scambi commerciali e finanziari tra i paesi partecipanti. Il token potrebbe essere ancorato a un paniere di materie prime o a un indice neutrale per impedire il dominio di un singolo paese. In questo caso funzionerebbe come i diritti speciali di prelievo (DSP) del FMI, ma nel quadro dei BRICS.
Poi c'è mBridge – che non fa parte del laboratorio “BRICS” – che presenta una valuta digitale multi-banca centrale (CBDC) condivisa tra le banche centrali e le banche commerciali partecipanti. mBridge comprende solo cinque membri, ma tra questi figurano attori potenti come il Digital Currency Institute della Banca Popolare Cinese e l'Autorità Monetaria di Hong Kong. Altri 30 paesi sono interessati ad aderire.
mBridge è stata però l'ispirazione alla base di BRICS Bridge, ancora in fase di sperimentazione, che mira ad accelerare una serie di meccanismi di pagamento internazionali: trasferimenti di denaro, elaborazione dei pagamenti, gestione dei conti.
Si tratta di un meccanismo molto semplice: invece di convertire le valute in dollari statunitensi per il commercio internazionale, i Paesi BRICS cambiano direttamente le loro valute.
La Nuova Banca di Sviluppo (NDB), o la banca BRICS, fondata a Shanghai nel 2015, dovrebbe essere il nodo di connettività chiave di BRICS Bridge.
Ma per il momento la cosa è sospesa – perché tutti gli statuti della NDB sono legati al dollaro statunitense, e questo deve essere rivalutato. Con la NDB integrata nella più ampia infrastruttura finanziaria delle nazioni membri dei BRICS, la banca dovrebbe essere in grado di gestire la conversione, la compensazione e il regolamento della valuta nell’ambito del BRICS Bridge. Ma siamo ancora molto lontani da questo.
BRICS Pay è un animale diverso: un'infrastruttura strategica per costruire un sistema finanziario autodefinito “decentralizzato, sostenibile e inclusivo” tra le nazioni e i partner BRICS+.
BRICS Pay è in modalità pilota fino al 2027. Entro quella data le nazioni membri dovrebbero iniziare a discutere un accordo per istituire un'unità di regolamento per il commercio intra-BRICS entro e non oltre il 2030.
Ancora una volta, non si tratterà di una valuta di riserva globale, bensì di un meccanismo che offrirà un'opzione “parallela e compatibile” a SWIFT all'interno dell'ecosistema BRICS.
Anche BRICS Pay, per il momento, è un sistema molto semplice: ad esempio, turisti e viaggiatori d'affari possono utilizzarlo senza aprire un conto bancario locale o cambiare valuta. Collegano semplicemente la loro Visa o Mastercard all'app BRICS Pay e la utilizzano per pagare tramite codice QR.
Ed è proprio questo il problema cruciale: come aggirare Visa e Mastercard, sotto la vigilanza del sistema finanziario statunitense, e incorporare carte dei membri BRICS come Union Pay (Cina) e Mir (Russia).
Nel complesso, per transazioni più grandi e complesse, persiste il problema di bypassare SWIFT. Tutti questi test “laboratorio BRICS” devono risolvere due problemi chiave: l'interoperabilità della messaggistica – tramite formati di dati sicuri e standardizzati; e l'elaborazione del regolamento effettivo, come nel modo in cui i fondi si muovono tramite i conti della Banca Centrale aggirando l'inevitabile minaccia di sanzioni.
Interiorizzazione dello yuan o nuova valuta di riserva?
L'inestimabile Prof. Michael Hudson è in prima linea a livello mondiale nello studio di soluzioni per ridurre al minimo l'egemonia del dollaro statunitense. È fermamente convinto che “la linea di minor resistenza sia seguire il sistema cinese già in vigore.” Ciò significa CIPS, il sistema di pagamento internazionale cinese, o sistema di pagamento interbancario transfrontaliero, basato sullo yuan e già estremamente popolare, utilizzato dai partecipanti in 124 nazioni della Maggioranza Globale.
Il Prof. Hudson insiste “è molto difficile creare un'alternativa. Il principio dell'Unità (enfasi sua), che si dice sia il 40% in oro e il resto nelle valute dei membri, va bene. Ma il modo migliore per farlo è attraverso una nuova banca centrale in stile Keynes, che definisca i debiti e le richieste di pagamento per risolvere gli squilibri tra i paesi membri, sulla falsariga del Bancor”.
Il Bancor fu proposto da Keynes a Bretton Woods nel 1944 – per prevenire gravi discrepanze nei saldi esteri, protezionismo, tariffe e la truffa delle nazioni costruite come paradisi fiscali. Non c'è da stupirsi che gli iper-egemonici Stati Uniti alla fine della seconda guerra mondiale abbiano posto il veto.
In un nuovo articolo sulla Militarizzazione del commercio del petrolio come fondamento dell'ordine mondiale degli Stati Uniti, pubblicato per la prima volta su democracycollaborative.org, il Prof. Hudson chiarisce come “la libertà russa e venezuelana di esportare petrolio abbia indebolito la capacità dei funzionari statunitensi di usare il petrolio come arma per mettere sotto pressione altre economie, minacciandole con lo stesso prelievo di energia che ha distrutto l'industria e i livelli dei prezzi tedeschi. Questa fornitura di petrolio non sotto il controllo degli Stati Uniti è stata quindi ritenuta una violazione dell'ordine basato sulle regole statunitensi.”
E questo ci porta a uno dei motivi principali della spinta dei BRICS verso sistemi di pagamento alternativi: “La politica estera degli Stati Uniti di creare punti di strozzatura per mantenere altri paesi dipendenti dal petrolio sotto il controllo degli Stati Uniti, non dal petrolio fornito da Russia, Iran o Venezuela, è uno dei mezzi chiave dell’America per rendere insicuri altri paesi.”
Il Prof. Hudson delinea sinteticamente i cinque imperativi dell'Impero del Caos: “il controllo del commercio mondiale di petrolio deve rimanere un privilegio degli Stati Uniti”; “il commercio di petrolio deve essere valutato e pagato in dollari statunitensi”; il petrodollaro deve governare, poiché “i guadagni delle esportazioni internazionali di petrolio devono essere prestati o investiti negli Stati Uniti, preferibilmente sotto forma di titoli del Tesoro USA, obbligazioni societarie e depositi bancari”; “le alternative energetiche verdi al petrolio devono essere scoraggiate”; e “nessuna legge si applica o limita le norme o le politiche statunitensi”.
Paulo Nogueira Batista Jr, uno dei cofondatori della NDB e suo vicepresidente nel periodo 2015-2017, avanza parallelamente al Prof. Hudson, progettando un percorso praticabile verso una nuova valuta internazionale in un documento che sta attualmente finalizzando.
Considerando che il sistema del dollaro statunitense è “inefficiente, inaffidabile e persino pericoloso”, ed è diventato “uno strumento di ricatto e sanzioni”, Batista Jr. va dritto al punto seguendo le stesse linee del Prof. Hudson, sostenendo che “l'unico scenario che potrebbe presentare una certa fattibilità sarebbe l'internazionalizzazione su larga scala della valuta cinese (…) Ma c'è ancora molta strada da fare prima che possa sostituire il dollaro in modo significativo. E i cinesi sono riluttanti a provarci.”
Batista Jr propone quindi una soluzione simile a quella del Prof. Hudson: “Un gruppo di Paesi del Sud Globale, circa 15-20 Paesi, che includerebbero la maggior parte dei BRICS e di altre nazioni emergenti a medio reddito”, potrebbe essere in prima linea nella creazione di una nuova valuta.
Tuttavia “bisognerebbe quindi creare una nuova istituzione finanziaria internazionale – una banca emittente, la cui unica ed esclusiva funzione sarebbe quella di emettere e mettere in circolazione la nuova moneta".
Sembra molto simile a Bancor: “Questa banca emittente non sostituirebbe le banche centrali nazionali e la sua valuta circolerebbe parallelamente alle altre valute nazionali e regionali esistenti nel mondo. Sarebbe limitato alle transazioni internazionali, senza alcun ruolo nazionale.”
Batista Jr chiarisce che “la valuta si baserebbe su un paniere ponderato delle valute dei paesi partecipanti e quindi fluttuerebbe sulla base delle variazioni di queste valute. Poiché tutte le valute del paniere sarebbero fluttuanti o flessibili, anche la nuova valuta sarebbe una valuta fluttuante. I pesi nel paniere sarebbero dati dalla quota del PIL PPP di ciascun paese sul PIL totale.”
Inevitabilmente, “l'elevato peso della valuta cinese, emessa da un paese con un'economia solida, favorirebbe la fiducia nel sostegno e nella nuova valuta di riserva.”
Batista Jr è pienamente consapevole “del rischio che l'iniziativa provochi reazioni negative da parte dell'Occidente, che ricorrerebbe a minacce e sanzioni contro i Paesi coinvolti”.
Eppure il momento di agire è urgente: “Raccoglieremo sforzi economici, politici e intellettuali per uscire da questa trappola?"
I costi per mantenere l'Egemonia stanno diventando proibitivi. I BRICS, che raduneranno le forze per il vertice annuale che si terrà più avanti quest'anno in India, devono sfruttare il fatto che ci stiamo rapidamente avvicinando al momento del cambiamento strutturale, quando l'Impero del Caos perderà la capacità di far rispettare unilateralmente la propria volontà – se non attraverso una guerra totale.
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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
di Michael Hudson – The Democracy Collaborative e Sovereignista
[Traduzione a cura di: Nora Hoppe]
Iran (1953), Iraq (2003), Libia (2011), Russia (2022), Siria (2024) e ora Venezuela (2026). Il denominatore comune alla base degli attacchi statunitensi e delle sanzioni economiche contro tutti questi Paesi è la militarizzazione del commercio mondiale di petrolio da parte degli Stati Uniti. Il controllo sul petrolio è uno dei suoi metodi chiave per ottenere un controllo unipolare sugli ampi accordi commerciali e finanziari dollarizzati del mondo. La prospettiva che i Paesi sopra menzionati utilizzino il loro petrolio a proprio vantaggio e per la propria diplomazia rappresenta la minaccia più grave alla capacità complessiva degli Stati Uniti di utilizzare il commercio petrolifero per perseguire gli obiettivi della propria diplomazia.
Tutte le economie moderne hanno bisogno del petrolio per alimentare le loro fabbriche, riscaldare e illuminare le loro case, produrre fertilizzanti (dal gas) e plastica (dal petrolio) e alimentare i loro trasporti. Il petrolio sotto il controllo degli Stati Uniti o dei suoi alleati (British Petroleum, Shell di Olanda e oggi OPEC) è da tempo un potenziale punto di strozzatura che i funzionari statunitensi possono usare come leva contro i Paesi le cui politiche ritengono contrarie ai progetti statunitensi: gli Stati Uniti possono far precipitare le economie di tali Paesi nel caos, impedendo loro di accedere al petrolio.
L’obiettivo principale dell’odierna diplomazia statunitense in quella che i suoi strateghi chiamano una guerra di civiltà contro Cina, Russia e i loro potenziali alleati dei BRICS è bloccare il ritiro dei Paesi dall’economia mondiale controllata dagli Stati Uniti e frustrare l’emergere di un gruppo economico centrato sull’Eurasia. Ma a differenza della posizione dell'America alla fine della Seconda guerra mondiale, quando era la potenza economica e monetaria dominante al mondo, oggi ha pochi incentivi positivi ad attrarre Paesi stranieri verso un'economia mondiale incentrata sugli Stati Uniti in cui, come ha affermato il presidente Trump, gli Stati Uniti devono essere i vincitori di qualsiasi accordo di commercio e investimento estero, mentre gli altri Paesi devono essere i perdenti.
È stato per isolare la Russia, e dietro di essa Cina e Iran, che il presidente Trump ha utilizzato le tariffe del Giorno della Liberazione del 2 aprile 2025 per fare pressione sui leader tedeschi e dell’UE affinché si astenessero volontariamente dall’importare ulteriore energia dalla Russia, nonostante il fatto che parti del gasdotto Nord Stream 2 erano ancora operative. La precedente accettazione da parte della Germania e dell'UE della distruzione dei gasdotti Nord Stream nel febbraio 2022 testimonia la capacità dei diplomatici statunitensi di costringere i Paesi ad aderire – a proprio danno – alle alleanze militari americane della Guerra Fredda e a seguire le politiche da esse stabilite. La deindustrializzazione e la perdita di competitività della Germania da quando il suo commercio di petrolio e gas con la Russia è stato bloccato sono stati il sacrificio richiesto a essa (e all’UE) dagli Stati Uniti nel loro tentativo di isolare e danneggiare le economie russa e cinese (e anche di generare ulteriori entrate dalle esportazioni di GNL per se stessa, certo).
Una caratteristica fondamentale della politica di sicurezza nazionale degli Stati Uniti è il loro potere di impedire ad altri Paesi di proteggere e agire nel rispetto dei propri interessi economici e di sicurezza. Questa asimmetria è stata integrata nell’economia mondiale dalla fine della seconda guerra mondiale, quando gli Stati Uniti avevano un enorme sostegno economico da offrire alle economie europee devastate dalla guerra. Ma l'attuale potere di coercizione degli americani è sostenuto principalmente dalle minacce di causare danni e caos creando e sfruttando punti critici o, come ultima risorsa, bombardando i Paesi più deboli per costringerli a conformarsi. Questa leva distruttiva è l’unico strumento politico rimasto a un’economia statunitense che si è deindustrializzata ed è caduta in un debito estero di una portata che ora minaccia di porre fine al ruolo monetario dominante e redditizio del dollaro.
Il denaro alla fine della seconda guerra mondiale era il principale punto di strozzatura delle economie occidentali’. Gli Stati Uniti Il Tesoro era sulla buona strada per aumentare le sue riserve auree all'80% dell'oro monetario mondiale – da cui dipendeva l'espansione finanziaria estera secondo lo standard Dollaro/Oro per i pagamenti internazionali che durò fino al 1971. Poiché la maggior parte dei Paesi non disponeva di oro monetario e aveva bisogno di prestiti per finanziare il deficit del commercio estero e della bilancia dei pagamenti, i diplomatici statunitensi si servirono del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale per concedere prestiti a condizioni che imponevano politiche di privatizzazione pro-USA, una tassazione regressiva e un'apertura delle economie straniere agli investitori statunitensi. Tutto ciò è diventato parte del sistema dollarizzato del commercio internazionale e della politica monetaria che lo finanzia.
Oltre al denaro, il petrolio è diventato una delle principali necessità internazionali – e quindi un potenziale punto di strozzatura. È stato anche a lungo un pilastro della bilancia commerciale degli Stati Uniti (insieme alle esportazioni di grano) ed è stato il principale sostegno al ruolo dominante del dollaro nella finanza dal 1974, quando i Paesi dell’OPEC quadruplicarono i prezzi del petrolio e raggiunsero un accordo con i funzionari statunitensi per investire i proventi delle esportazioni acquistando Stati Uniti. Tesoro, titoli societari e depositi bancari – sentirsi dire che non farlo sarebbe considerato un atto di guerra contro gli Stati Uniti. Il risultato fu la creazione del mercato del petrodollaro, che divenne un pilastro della bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti e quindi della forza del dollaro.
Fin dal 1974, i funzionari statunitensi hanno cercato non solo di mantenere il prezzo del commercio mondiale di petrolio e altre materie prime in dollari, ma anche di prestare petrolio e altre eccedenze di esportazione (o investirle) negli Stati Uniti. Questo è il tipo di “restituzione” che Donald Trump ha trascorso l’ultimo anno negoziando con Paesi stranieri come condizione per consentire loro di mantenere l’accesso al mercato statunitense per i loro prodotti.
L’esempio più recente di questa insistenza è stato l’annuncio del Dipartimento dell’Energia del 6 gennaio secondo cui l’amministrazione Trump avrebbe consentito al Venezuela di esportare da 30 a 50 milioni di barili di petrolio, per un valore fino a 2 miliardi di dollari, e che ciò continuasse “indefinitamente” su base selettiva, soggetto a una disposizione chiave: “I proventi si stabilizzeranno negli Stati Uniti. conti controllati presso ‘banche riconosciute a livello mondiale’ e poi erogati alle popolazioni statunitensi e venezuelane a discrezione’ dell'amministrazione Trump.”
Gli Stati Uniti chiedono privilegi prioritari per se stessi nel commercio mondiale di materie prime vitali
Nel settembre 1973, l'anno prima della rivoluzione dei prezzi dell'OPEC, gli Stati Uniti rovesciarono il presidente eletto del Cile Salvador Allende. Il problema non era la “cilenizzazione” della sua industria del rame. In realtà quel piano era stato proposto dalle aziende americane produttrici di rame Anaconda e Kennecott. Consideravano l'acquisizione negoziata di aziende statunitensi come un modo per aumentare il prezzo mondiale del rame. Ciò ha creato un ombrello di prezzi che ha consentito alle aziende di aumentare i profitti derivanti dalle proprie attività minerarie e di raffinazione negli Stati Uniti. Questo era lo stesso principio che portò le compagnie petrolifere ad accettare le nazionalizzazioni dell’OPEC del 1974 e l’aumento dei prezzi.
La condizione fondamentale dell'accordo cileno sul rame era che il rame venisse venduto alle aziende statunitensi come primo in linea, a qualunque prezzo cileno fosse stato stabilito. Le aziende statunitensi produttrici di rame avevano bisogno di questa garanzia per assicurare ai propri clienti il cablaggio elettrico, le armi e altre importanti applicazioni di fornitura continua. Questo diritto di prelazione era una concessione che non comportava un sacrificio economico da parte del Cile. Ma Allende ha insistito sul fatto che questa concessione violava la sovranità cilena. Si trattava di una richiesta inutile per quanto riguardava l'interesse nazionale del Cile, ma Allende rimase fermo – e fu rovesciato.
Nel caso del Venezuela, ciò che più turba i responsabili della sicurezza nazionale degli Stati Uniti è il fatto che il Paese abbia soddisfatto il 5% del fabbisogno petrolifero della Cina. Forniva anche Iran e Cuba, anche se dal 2023 la Russia lo ha sempre più sostituito come fornitore di questi due Paesi. Questa libertà russa e venezuelana di esportare petrolio ha indebolito la capacità dei funzionari statunitensi di usare il petrolio come arma per comprimere altre economie minacciandole con lo stesso ritiro di energia che ha distrutto l’industria tedesca e i livelli dei prezzi. Questa fornitura di petrolio non sotto il controllo degli Stati Uniti è stata quindi ritenuta una violazione dell’ordine basato sulle regole statunitensi.
A peggiorare la situazione, nel 2017 il Venezuela annunciò che avrebbe iniziato a fissare i prezzi delle sue esportazioni di petrolio in valute diverse dal dollaro, minacciando la pratica del mercato del petrodollaro. E quando la Cina è diventata un investitore nell’industria petrolifera venezuelana, si è parlato del fatto che il presidente Maduro abbia iniziato a elencare il prezzo delle sue esportazioni di petrolio in yuan cinese (proprio come ha appena fatto lo Zambia con le sue esportazioni di rame). Maduro ha chiarito la sfida impegnativa che stava lanciando. Già nel 2017 aveva annunciato che il suo obiettivo era porre fine “al sistema imperialista statunitense”.
L'attuale economia mondiale è governata da un ordine non scritto basato sulle regole degli Stati Uniti, non dalla Carta delle Nazioni Unite
La diplomazia statunitense non si sente sicura se non riesce a rendere insicuri gli altri Paesi e vede minacciata la sua libertà d'azione se ad altri Paesi viene concessa la libertà di decidere con chi commerciare e cosa scegliere di fare dei propri risparmi. La politica estera degli Stati Uniti, volta a creare punti di strozzatua per mantenere sotto il controllo degli Stati Uniti altri Paesi dipendenti dal petrolio, non dal petrolio fornito da Russia, Iran o Venezuela, è uno dei mezzi principali utilizzati dagli Stati Uniti per rendere insicuri gli altri Paesi. Ma questa politica non è stata finora scritta nei documenti pubblici. Fino alle dichiarazioni schiette rilasciate la scorsa settimana da Trump e dai suoi consiglieri, i diplomatici statunitensi sembravano imbarazzati nel dichiarare apertamente questo e altri principi fondamentali dell'ordine basato sulle regole americane.
La ragione di questa riluttanza è che questi principi sono antitetici al diritto internazionale (e anche ai principi del libero mercato, ai quali gli Stati Uniti hanno finora aderito, almeno nella loro retorica). L'attacco militare americano al Venezuela e il rapimento del presidente Maduro ne sono l'esempio più recente. Sebbene la leadership americana consideri la sua aggressione un esercizio ammissibile dei suoi principi di ordine basati su regole, si tratta di una flagrante violazione – anzi ripudio – del diritto internazionale, in particolare dell'articolo 2(4) della Carta delle Nazioni Unite che afferma, in effetti, che “una nazione non può usare la forza sul territorio sovrano di un altro Paese senza il suo consenso, una logica di autodifesa, o l'autorizzazione delle il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”.
Per quanto sorprendente possa sembrare, gli Stati Uniti giustificano spesso la loro aggressione militare e le loro minacce sulla base dell’autodifesa. Ad esempio, il columnista del Financial Times Gideon Rachman riferisce che “gli Stati Uniti ritengono che la propria sicurezza nazionale sarebbe messa a repentaglio se l'industria taiwanese dei semiconduttori cadesse nelle mani della Cina – o se Pechino controllasse il trasporto marittimo che attraversa il Mar Cinese Meridionale”. L’America sembra essere il Paese più minacciato e vulnerabile del mondo, molto caduto dal suo precedente potere. Lo stesso Trump sembra vivere nella paura, arrivando persino a citare la posizione geografica della Groenlandia come una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti: “Abbiamo bisogno della Groenlandia dal punto di vista della sicurezza nazionale”, ha dichiarato ai giornalisti sull'Air Force One il 4 gennaio. “La Groenlandia è disseminata di navi russe e cinesi sparse ovunque. Ha promesso di trattare con la Groenlandia nei prossimi due mesi. E i vertici dell'UE sostengono Trump come il massimo protettore dell'Europa da tali minacce. Il presidente della Lettonia ha utilmente suggerito che le “legittime esigenze di sicurezza degli Stati Uniti” debbano essere affrontate in un “dialogo diretto” tra Stati Uniti e Danimarca.
La Groenlandia dovrebbe far parte degli Stati Uniti”, ha affermato Stephen Miller, vice capo dello staff di Trump per le politiche e la sicurezza interna. “Il presidente è stato molto chiaro su questo punto: questa è la posizione formale del governo degli Stati Uniti.” Respingendo l'idea che la presa del potere in Groenlandia avrebbe comportato un'operazione militare, avvertì che “nessuno combatterà militarmente gli Stati Uniti per il futuro della Groenlandia.”
Men che meno i danesi, a quanto pare. L'aspetto più sinistro delle minacce di Trump di annettere la Groenlandia agli Stati Uniti all'inizio del 2026 è stata l'intenzione degli Stati Uniti —sostenuta dalla NATO – di bloccare l'accesso all'Artico dall'Atlantico settentrionale “su entrambi i lati del divario Groenlandia-Islanda-Regno Unito attraverso il quale le navi russe – o cinesi – devono passare per entrare nell'Atlantico settentrionale.” Un portavoce della NATO ha fatto riferimento ai commenti fatti dal segretario generale Mark Rutte il [6 gennaio], in cui ha affermato che "la NATO collettivamente … deve garantire la sicurezza dell’Artico”. Lo stesso Rutte ha dichiarato alla CNN che "noi [membri della NATO] concordiamo tutti sul fatto che russi e cinesi sono sempre più attivi in quella zona", lasciando intendere chiaramente che mantenere "sicuro" l'Oceano Artico significa "liberarlo" dalle navi cinesi e russe che entrambi i paesi stanno sviluppando per accorciare le rotte e i tempi di trasporto.
Un editoriale del Wall Street Journal sostiene l’affermazione secondo cui l’America deve difendersi dai Paesi che rimangono indipendenti dal controllo statunitense. Sottolineando che “gli Stati Uniti hanno anche rivendicato l'autodifesa come motivo per arrestare il dittatore panamense Manuel Noriega,” il giornale sostiene che il rovesciamento militare è “l'unica difesa contro i ladri globali”.
Più precisamente, avverte che sarebbe un’illusione idealistica ma anacronistica immaginare che il diritto internazionale governi effettivamente le azioni delle nazioni. “Come se Mosca e Pechino non calpestassero già il diritto internazionale quando questo si mette sulla loro strada,” sbuffa, liquidando l'importanza del diritto internazionale come se fosse diventato “il migliore amico di un tiranno”.
Naturalmente, il diritto effettivo delle nazioni è sempre stato in ultima analisi soggetto all'uso della forza e al principio "La forza fa il diritto". Il consigliere di Trump, Stephen Miller, ha esposto la sua filosofia in un'intervista alla CNN: “Viviamo in un mondo, nel mondo reale… governato dalla forza, governato dalla potenza, governato dal potere. Queste sono le leggi ferree del mondo fin dall'inizio dei tempi.”
I diplomatici americani potrebbero semplicemente alzare le spalle e chiedere quante truppe hanno le Nazioni Unite. Non ne ha e le risoluzioni del Consiglio di sicurezza sono in ogni caso soggette al veto degli Stati Uniti. E gli Stati Uniti semplicemente ignorano le disposizioni della Carta delle Nazioni Unite, come il mondo ha appena visto con il rapimento del capo di Stato venezuelano. Sono le norme statunitensi a fungere da legge operativa a cui sono soggetti gli altri Paesi, almeno quelli nell'orbita commerciale, finanziaria e militare degli Stati Uniti.
Trump non si vergogna di riconoscere il principio operativo applicato alla sua ultima diplomazia internazionale: “Vogliamo il petrolio venezuelano.” Aveva già confiscato il petrolio in transito dalle petroliere in partenza dal Venezuela il mese scorso. E ha annunciato che se la presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodriguez, non accetterà volontariamente di cedere il controllo del suo petrolio, l'esercito statunitense cederà le sue riserve petrolifere a società statunitensi e nominerà un nuovo cleptocrate o dittatore cliente che governerà il Paese per conto degli interessi degli Stati Uniti.
Quando il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti nel 1974 fece pressione sui Paesi dell'OPEC affinché riciclassero i guadagni derivanti dalle esportazioni di petrolio in titoli in dollari statunitensi, i leader dell'OPEC erano disposti a farlo perché all'epoca gli Stati Uniti erano di gran lunga la principale economia finanziaria al mondo. Domina ancora il sistema finanziario basato sul dollaro, ma non ha più il suo precedente potere industriale e ha appena ridotto i suoi aiuti esteri e la sua adesione all’Organizzazione Mondiale della Sanità e ad altre agenzie umanitarie delle Nazioni Unite. Invece di sostenere la crescita di altre economie, la sua forza diplomatica si basa ora sulla sua capacità di interrompere la loro crescita commerciale ed economica. Ed è proprio il declino della sua potenza industriale a rendere così urgente l'azione degli Stati Uniti contro il Venezuela, con la sua aggressione militare e le continue minacce contro quel Paese che rientrano nel suo tentativo di dissuadere i Paesi dal rompere con le regole non scritte del controllo unipolare statunitense sul commercio e sui pagamenti internazionali, dedollarando le loro relazioni commerciali e monetarie.
C'è anche una presa di risorse. Stephen Miller, il principale consigliere di Trump sopra menzionato, ha affermato senza mezzi termini che “i Paesi sovrani non ottengono la sovranità se gli Stati Uniti vogliono le loro risorse”. Le sue osservazioni hanno fatto seguito a una dichiarazione altrettanto schietta rilasciata dagli Stati Uniti durante una riunione di emergenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Ambasciatore Michael Waltz: “Non si può continuare ad avere le più grandi riserve energetiche del mondo sotto il controllo degli avversari degli Stati Uniti.”
Il principio giuridico statunitense è che “il possesso è nove decimi della legge”. E la legge in vigore nel caso di specie è quella degli Stati Uniti, non del Venezuela o delle Nazioni Unite. Sono all'opera numerosi altri principi, tra cui spicca il diritto all'autodifesa sopra menzionato, garantito dall'autorizzazione americana “Stand your ground” ["mantenere la propria posizione"] a difendersi. La storia di copertina dell'attacco di Trump al Venezuela (testato dai media da Fox News e sondaggi) è che il Venezuela minaccia gli Stati Uniti con cocaina e altre droghe. O almeno con farmaci che non sono coordinati dalla CIA e dall'esercito americano, come è stato documentato dal Vietnam all'Afghanistan e alla Colombia. L'atto d'accusa contro Maduro, tuttavia, non faceva alcun riferimento alle affermazioni di Trump su un “Cartello dei Soli” di cui sarebbe stato a capo, ma citava principalmente accuse non correlate sul suo porto di una mitragliatrice e accuse simili non applicabili a un capo di stato straniero.
Non c'è stata alcuna incriminazione di Maduro per i suoi reali reati agli occhi degli Stati Uniti: la minaccia alla capacità dell'America di controllare il petrolio del suo Paese e il suo marketing, e la sua intenzione di fissare il prezzo del petrolio venezuelano in yuan e altre valute diverse dal dollaro e di utilizzare i proventi delle esportazioni di petrolio per pagare la Cina per i suoi investimenti nel suo Paese. L'analogia appropriata per le accuse inventate di droga contro Maduro è la fasulla affermazione – usata per giustificare l'invasione americana dell'Iraq nel 2003 – secondo cui Saddam Hussein stava lavorando per ottenere armi di distruzione di massa. Ciò fu sufficiente a minare il rispetto per il Segretario di Stato Colin Powell dopo il suo discorso del 5 febbraio 2003 davanti alle Nazioni Unite. Ma secondo il principio americano “difendi la tua posizione”, gli Stati Uniti avevano motivo di essere minacciati dal tentativo del Venezuela di prendere il controllo del suo commercio di petrolio – e, di fatto, di commerciare con gli avversari designati dagli Stati Uniti, Cina, Russia e Iran. L'aggressione americana in risposta a tale minaccia è stata supportata dal relativo principio statunitense che consente ai proprietari di case o ai poliziotti di uccidere chiunque ritengano possa rappresentare una minaccia, per quanto soggettiva o una scusa a posteriori possa essere.
Sebbene giustificata da questi principi dell'ordine basato sulle regole americane, l'ultima militarizzazione del commercio di petrolio da parte di Trump ha comportato, come discusso in precedenza, il ripudio da parte degli Stati Uniti dei principi fondamentali del diritto internazionale, tra cui il diritto del mare. Prima del suo attacco militare a Caracas e del rapimento del presidente Maduro, il suo embargo contro le esportazioni di petrolio venezuelano (a qualsiasi acquirente tranne le compagnie petrolifere statunitensi) e il sequestro di petroliere che trasportavano il petrolio del Paese erano particolarmente eclatanti, per non parlare del suo bombardamento di pescherecci non identificati e altre navi al largo delle coste del Venezuela, uccidendo i loro equipaggi senza preavviso.
Un’altra vittima dell’enfasi posta dagli Stati Uniti sull’armamento del commercio mondiale di petrolio ed energia è l’ambiente. Nell'ambito del loro tentativo di rendere il resto del mondo dipendente dal petrolio e dal gas sotto il fermo controllo proprio e dei propri alleati, gli Stati Uniti stanno lottando per impedire ad altri Paesi di decarbonizzare le proprie economie, nel tentativo di scongiurare una crisi climatica e le sue condizioni meteorologiche estreme. Gli Stati Uniti si oppongono quindi all’accordo sul clima di Parigi che sostiene la politica “verde” volta a sostituire i combustibili a base di carbonio con l’energia eolica e solare.
Il problema per l'America è che l'energia eolica e quella solare rappresentano un'alternativa al petrolio, che gli Stati Uniti cercano di controllare. L’eliminazione graduale del petrolio rimuoverebbe non solo un sostegno alla bilancia commerciale degli Stati Uniti, ma priverebbe i suoi strateghi della capacità di spegnere le luci e il calore dei Paesi alle cui politiche si oppone. E a peggiorare le cose, la Cina ha assunto un ruolo guida nella tecnologia delle energie rinnovabili, compresa la produzione di pannelli di energia solare e pale di mulini a vento. Ciò è visto come una grave minaccia in quanto aumenta il rischio che altre economie diventino indipendenti dalla dipendenza dal petrolio. Nel frattempo, l'opposizione degli Stati Uniti ai combustibili diversi dal petrolio sotto il loro controllo ha causato danno da contraccolpo alla stessa economia statunitense, bloccando i propri investimenti nell'energia solare ed eolica.
L'amministrazione Trump è stata particolarmente aggressiva non solo nel bloccare le iniziative straniere volte a ridurre i combustibili fossili, ma anche le alternative statunitensi. “Il primo giorno del suo secondo mandato presidenziale, Trump ha emesso un ordine esecutivo che sospende ogni locazione di terreni e acque federali per nuovi parchi eolici. Da allora la sua amministrazione ha preso di mira i parchi eolici che avevano ricevuto i permessi dall’amministrazione Biden ed erano in costruzione o stavano per iniziare a funzionare, utilizzando spiegazioni mutevoli.” “Ha sospeso i contratti di locazione di tutti i progetti eolici offshore in un nuovo attacco al settore”, citando preoccupazioni per la sicurezza nazionale.
Ciò che rende questa mossa contro le fonti energetiche alternative ancora più sorprendente è la prevista carenza di elettricità negli Stati Uniti, che si prevede sarà causata dalla crescente domanda da parte dei centri informatici di intelligenza artificiale, in circostanze in cui l'America nutre grandi speranze per l'intelligenza artificiale (IA). Oltre alle rendite derivanti dalle risorse petrolifere, gli strateghi statunitensi sperano di aumentare le rendite monopolistiche americane a scapito di altri Paesi attraverso la tecnologia informatica, le società di piattaforme Internet e (sperano) il predominio nell'intelligenza artificiale. Il problema è che l'IA richiede un'enorme energia per far funzionare i suoi computer. Tuttavia, negli ultimi dieci anni la tendenza degli Stati Uniti nella produzione di energia è rimasta stagnante e gli investimenti in nuovi impianti elettrici rappresentano un processo burocratico e dispendioso in termini di tempo (da qui la prevista carenza di energia sopra menzionata). Ciò è in netto contrasto con l'enorme aumento della produzione di elettricità da parte della Cina, dovuto in gran parte all'intensa produzione di pannelli solari e mulini a vento, in cui ha acquisito un ampio primato tecnologico – mentre la pratica statunitense ha evitato questa fonte di energia in quanto “non inventata qui” e, più fondamentalmente, perché potrebbe potenzialmente indebolire il suo tentativo di rendere il mondo dipendente dal petrolio che controlla.
Sintesi: Le richieste fondamentali dell'ordine basato sulle regole degli Stati Uniti in materia di petrolio sono:
Gli Stati Uniti controlleranno il commercio mondiale di petrolio. Deve essere in grado di decidere quali Paesi sono autorizzati a fornire petrolio ai propri alleati e a quali Paesi i suoi esportatori di petrolio alleati sono autorizzati a vendere il loro petrolio. Ciò significa vietare agli alleati di importare petrolio da Paesi come Russia, Iran e Venezuela. Ciò comporta anche interferenze con i suoi avversari’ esportazioni di petrolio (come è appena accaduto con il blocco e il sequestro delle esportazioni di petrolio venezuelano, e si è verificato contro la flotta petrolifera russa) e aggressioni militari per impossessarsi del petrolio dei suoi avversari. Il petrolio iracheno e siriano è stato semplicemente rubato dagli occupanti statunitensi e viene fornito a Israele. Anche il petrolio libico è stato sequestrato nel 2011 ed è rimasto interrotto.
Il prezzo del petrolio e delle altre esportazioni sarà fissato in dollari e commercializzato tramite le borse merci occidentali, mentre i pagamenti saranno effettuati tramite le banche occidentali utilizzando il sistema SWIFT, tutte sotto l'effettivo controllo diplomatico degli Stati Uniti.
Inoltre, i guadagni derivanti dalle esportazioni internazionali di petrolio devono essere prestati o investiti negli Stati Uniti, preferibilmente sotto forma di Titoli del Tesoro, obbligazioni societarie e depositi bancari.
Le alternative energetiche “verdi” al petrolio devono essere scoraggiate e il fenomeno del riscaldamento globale e degli eventi meteorologici estremi negato.
Per promuovere il controllo continuo dei mercati energetici da parte degli Stati Uniti, è opportuno scoraggiare le alternative non legate al carbonio al petrolio e al gas – e le politiche di tutela ambientale verde a sostegno di tali alternative –, poiché le fonti energetiche alternative riducono il potere della diplomazia statunitense di imporre le regole sopra citate.
Infine, gli Stati Uniti e i loro principali alleati devono essere immuni dai tentativi stranieri di bloccare le sue politiche, compresi i tentativi attraverso le Nazioni Unite e i tribunali internazionali. Deve mantenere la sua capacità di porre il veto alle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e ignorerà semplicemente le risoluzioni dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite e gli ordini dei tribunali internazionali a cui si oppone. Questo principio porta gli Stati Uniti ad opporsi alla creazione di tribunali o organi giuridici alternativi e soprattutto a impedire a tali autorità di avere il potere militare di far rispettare le proprie decisioni.
Con ringraziamenti a The Democracy Collaborative
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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
<<La linea gialla non è un rifugio sicuro ed è circondata da pericoli. Le persone rimangono nelle zone controllate da Hamas perché non trovano alternative sicure o infrastrutture per vivere in altre zone.
La fiducia nei nuovi monopolisti o nelle milizie non locali non è forte perché non ci sono garanzie di pace o di una vita stabile. .
Quanto a nuove operazioni (israeliane). Rimane una preoccupazione per la popolazione a causa del perdurare delle tensioni e delle violazioni del cessate il fuoco. >>.
La ventesima puntata di Radio Gaza è l’ultima in lingua italiana. Il progetto continua in lingua inglese a partire dalla prossima settimana. Rimane tale e quale la campagna di raccolta fondi “Apocalisse Gaza” che in questi giorni ha provveduto ad acquistare nuove tende, nuovi vestiti invernali, cibo e medicine grazie alle vostre generose donazioni. Lunghe immagini dalla Striscia raccontano una guerra ancora più crudele, quella contro l’indifferenza del mondo.
Nel frattempo si attende a ore l’annuncio di Trump sulla composizione del “Comitato di Pace”, così come del direttivo di esperti palestinesi che gestirà l’amministrazione della Striscia e, nei migliori auspici, anche la composizione della Forza Internazionale di Stabilità. Molte cose non tornano però, a cominciare dall’ultimatum lanciato da Israele ad Hamas. Mentre il mondo assiste con angoscia alla campagna americana di aggressione sull’Iran.
La ventesima puntata di “Radio Gaza” sarà disponibile da oggi alle 18 sul canale YouTube dell’AntiDiplomatico a questo link:
https://www.youtube.com/watch?
“Radio Gaza - cronache dalla Resistenza” è un programma a cura di Michelangelo Severgnini e Rabi Bouallegue.
La campagna “Apocalisse Gaza” arriva oggi al suo 210° giorno, avendo raccolto 140.998 euro da 1.678 donazioni e avendo già inviato a Gaza valuta pari a 140.126 euro.
Per donazioni: https://paypal.me/
C/C Kairos aps IBAN: IT15H0538723300000003654391 - Causale: Apocalisse Gaza
FB: RadioGazaAD
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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
di Michele Blanco
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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.