“A mettere la bomba nel cestino di piazza della Loggia è stato Paolo Marchettiâ€: lo ha detto ieri, al processo per strage con imputato Roberto Zorzi, Gianpaolo Stimamiglio, negli anni Settanta militante di Ordine nuovo e ora supertestimone. “Non ho mai fatto questo nome, avevo paura per la mia incolumità â€, ha aggiunto.
La bomba, esplosa durante il comizio finale di una manifestazione antifascista, quel 28 maggio 1974 uccise otto persone e ne ferì altre 102. Dopo molti anni di indagini, processi e depistaggi, sono stati condannati per strage il capo di Ordine nuovo nel Triveneto Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte, che era contemporaneamente militante ordinovista di Brescia e informatore dei servizi segreti.
Oggi sotto processo ci sono due militanti di Ordine nuovo di Verona, Roberto Zorzi e Marco Toffaloni, già condannato a 30 anni in primo grado. Nella sua testimonianza, Stimamiglio ha raccontato che la strage fu realizzata dai veronesi: “l’apporto logistico era dei bresciani, ma erano solo veronesi quelli che erano in piazzaâ€.
Operativi, quel giorno, erano quattro uomini di Ordine nuovo di Verona: Marchetti, Toffaloni, Claudio Bizzarri e un altro di cui non è stato in grado di fornire il nome. Marchetti, secondo marito di Rita Stimamiglio, sorella del supertestimone, era noto come neofascista dell’ambiente eversivo lombardo-veneto, ma finora non era mai stato indagato per la strage.
Ora Stimamiglio testimonia che Bizzarri era uno degli esecutori anche dell’attentato a Brescia. “Per la strage, l’input lo aveva dato Besutti e quindi in piazza c’erano solo i veronesiâ€, ha detto Stimamiglio rispondendo alle domande del pubblico ministero Caty Bressanelli e del presidente della Corte d’assise di Brescia Roberto Spanó.
Per la prima volta nell’inchiesta sull’urbanistica milanese si sente il rumore delle ruspe. È il Comune Milano a ordinare la demolizione della palazzina in costruzione nel cortile di via Fauchè. Piena vittoria dell’avvocata Wanda Mastrojanni che rappresenta gli abitanti del supercondominio di via Fauchè 9-11 e via Castelvetro 16-18-20, che si erano opposti alla nuova edificazione che stava crescendo nel cortile di casa.
Il 4 novembre 2025 infatti il massimo organo della giustizia amministrativa aveva confermato la sentenza del Tar Lombardia dell’estate 2024 e stabilito che, nonostante le leggi degli ultimi 13 anni (2013-2020-2022) abbiano notevolmente allargato il concetto di “ristrutturazione ediliziaâ€, la demolizione con ricostruzione di un nuovo edificio non può essere considerata “ristrutturazione†se non c’è la “contestualità †fra demolizione e ricostruzione e se non viene conservata la “volumetria preesistenteâ€, senza ulteriori “trasformazioni della morfologia del territorioâ€.
Altrimenti è “nuova costruzioneâ€, che ha bisogno di un permesso di costruire e del pagamento di più alti oneri di urbanizzazione, per garantire la dotazione ai cittadini di servizi pubblici. Intanto l’immobiliarista D’Ambrosio, insieme con il direttore lavori-progettista Marco Colombo e l’impresario edile Gaetano Risi, sono a processo per abusi edilizi, secondo la pubblica accusa rappresentata dal pm Paolo Filippini (prossima udienza il 2 febbraio).
Ora il proprietario dell’area ha 90 giorni di tempo per realizzare le demolizioni ordinate dal Comune e ripristinare lo stato iniziale dell’area. Oltre il novantunesimo giorno, se l’area non è tornata com’era, scatta una sanzione da 2 mila a 20 mila euro e l’amministrazione pubblica può acquisire gratuitamente l’area facendola entrare nel patrimonio comunale.
Reazione dell’opposizione a Palazzo Marino: Riccardo Truppo, capogruppo di Fratelli d’Italia nel Consiglio comunale di Milano, protesta: “Il Comune si muove a tentoni. Chiediamo un Consiglio comunale straordinario urgente sull’urbanisticaâ€.
In Lombardia oggi esiste un nuovo sistema mafioso fondato sull’alleanza economica dei rappresentanti di Cosa Nostra, ’ndrangheta e camorra romana. A sancirlo è il giudice del Tribunale di Milano, Emanuele Mancini. La storica sentenza a carico di 78 imputati è arrivata ieri sera, 12 gennaio 2026. E ha confermato il capo 1 dell’imputazione e cioè quello decisivo sull’associazione mafiosa.
Così due anni e quattro mesi dopo gli undici arresti concessi dal gip Tommaso Perna su 146 richiesti dalla Procura di Milano e dall’allora unico pm Alessandra Cerreti, oggi affiancata dal collega Rosario Ferracane, si ha un primo punto fermo in una sentenza di primo grado con rito abbreviato.
Dovrà arrivare Appello e Cassazione, ma da ieri l’esistenza di un Consorzio mafioso a Milano e provincia, così come raccontato nella maxi-inchiesta Hydra coordinata dal Nucleo investigativo dei carabinieri agli ordini del colonnello Antonio Coppola, è un dato acquisito, in attesa che altri 78 imputati, ancora in udienza preliminare, decidano cosa fare.
Che l’impianto accusatorio della Procura diretta da Marcello Viola (ieri in aula)
fosse solido lodimostra il fatto che dagli arresti in poi, oltre alle conferme di Riesame e Cassazione che hannosconfessato l’iniziale posizione del gip, i pm hanno incassato ben tre collaborazioni di altrettanti indagati: il colletto bianco Saverio Pintaudi, il referente catanese del clan Mazzei William Cerbo e l’affiliato alla ’ndrangheta Francesco Bellusci.
Il processo così si conclude con tutte condanne, tranne poche assoluzioni per reati-fine. La Procura aveva chiesto 570 anni, il calcolo è stato rivisto al ribasso dal giudice che ha però accolto con pochi sconti le richieste per i grandi calibri delle tre mafie. Su tutti Giuseppe Fidanzati (14 anni), rappresentante di Cosa Nostra palermitana, e poi i fratelli Pace, Bernardo (14 anni), Michele e Domenico (12 e 11), uomini di riferimento della mafia trapanese che ha tutelato gli interessi di Messina Denaro.
E poi Filippo Crea (14 anni), plenipotenziario della ‘ndrangheta reggina, Massimo Rosi (16 anni) e Giacomo Cristello (11 anni) perle cosche calabresi insediate a Lonate Pozzolo, cento passi dall’aeroporto intercontinentale di Malpensa. Non mancano condanne per gli uomini d’oro del clan di Michele Senese, re di Roma e legato alla camorra dei Moccia.
Il capo 1 di oltre cento pagine resta così nella storia giudiziaria dell’antimafia italiana.
Qui si legge di “una imponente e capillarmente strutturata associazione mafiosa costituita da appartenenti a Cosa Nostra, ’ndrangheta e camorra, avente struttura confederativa orizzontale, nell’ambito della quale, i vertici di ciascuna delle tre componenti mafiose operano sullo stesso livello, contribuendo alla realizzazione di un sistema mafioso lombardo la cui operativitaÌ€ veniva decisa congiuntamente dalle tre componenti mafiose nel corso di 21 summitâ€.
Un’associazione “che manteneva contatti con esponenti del mondo politico, istituzionale, imprenditoriale, bancario†e“condizionava il libero esercizio di votoâ€, come spiega Crea: “Abbiamo un bel pacchetto di voti, posso portare Senatori in Europa, abbiamo preso un partitoâ€. Senza contare la capacitaÌ€ “di condizionare il libero mercato per la massimizzazione dei profitti dell’associazioneâ€, attraverso un risiko di oltre 50 societaÌ€ anche estere. Intercettato un boss spiega: “Costruiremo tutto con i proventi di Milano, Roma, Calabria, Siciliaâ€.
Durante la sua requisitoria, il pm Cerreti ha parlato di “mafia immanenteâ€in Lombardia, definendo Milano “un contesto mafioso, neÌ piuÌ€ neÌ meno di come puoÌ€ esserlo la Calabria. Fin quando non avremo consapevolezza di questo, non faremo passi avanti nell’attivitaÌ€ di contrastoâ€. Oggi questo passo eÌ€ stato fatto.
Oggi, 9 gennaio 2026, mancano 28 giorni alle Olimpiadi. E già si vedono i disastri realizzati in nome del “grande eventoâ€: sfaceli ambientali ed economici. Il Fatto quotidiano ne sta dando conto da mesi e il nostro Giuseppe Pietrobelli lo ha documentato in un libro prezioso (Una montagna di soldi, Paper First), assolutamente da leggere in questi 28 giorni che ci separano dall’“eventoâ€.
Se poi volete vedere con i vostri occhi lo scempio perpetrato a Cortina, nel Cadore, in Valtellina, in Alto Adige e anche a Milano, allora cliccate su https://altreconomia.it/impronta-olimpica-2026/. È il lavoro fatto da Altraeconomia, diretta da Duccio Facchini, in collaborazione con PlaceMarks. Dal febbraio 2025, sono stati estratti, pubblicati e aggiornati gli scatti satellitari dei territori interessati dai lavori olimpici.
Pezzi di montagna e di città sventrati, sbancati, violentati. Via gli alberi, i larici, le conifere, sbancati i prati, sostituiti da tanto cemento. È il progetto “L’impronta olimpica†che documenta il consumo di suolo e la devastazione dei territori che costituiscono l’eredità , la vera “legacy†delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026.
Le immagini satellitari parlano. Dicono più di cento parole. Mostrano il “prima†e il “dopo†dei siti dove sono stati realizzati gli impianti sportivi, le strade, le “opere†per i Giochi invernali. La pista di bob di Cortina d’Ampezzo, la variante di San Vito di Cadore della strada statale 51 di Belluno, la circonvallazione di Perca, la Biathlon Arena di Anterselva (Bolzano), la tangenziale di Tirano in Valtellina, i parcheggi e gli sbancamenti per le piste da sci di Livigno (Sondrio), la trasformazione urbanistica dell’area di Porta Romana e di Santa Giulia a Milano.
Il bosco di Ronco a Cortina abbattuto e trasformato in una slavina di terra per costruirci la pista da bob costata 125 milioni di euro, l’ultima che verrà realizzata al mondo per uno sport ormai finito. I pendii del Mottolino, a Livigno, alta Valtellina, sventrati per ricavarne il campo di gara da snowboard e freeski, i prati divorati dal cemento per far posto a un garage sotterraneo.
A San Vito di Cadore il cantiere della eterna incompiuta: doveva essere pronta per i Mondiali del 2021, diventerà un enorme parcheggio a cielo aperto per le auto degli spettatori che poi saliranno a Cortina sui bus navetta. A Tirano, in provincia di Sondrio, una campagna coltivata trasformata in un cantiere a ridosso della riva dell’Adda. A Milano, l’ex scalo ferroviario di Porta Romana occupato da sei casermoni in stile sovietico che saranno il villaggio olimpico e poi uno studentato carissimo, finito nell’inchiesta sull’urbanistica milanese.
Era stato annunciato come “il grande evento sostenibileâ€, “le olimpiadi risparmiose†(Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia), quelle in cui “il governo non ci metterà un euro†(Giancarlo Giorgetti, da sottosegretario con delega allo Sport). Invece non solo i costi si sono gonfiati, ma sono stati spesi fiumi di milioni prelevati dalle casse pubbliche, cioè dalle nostre tasche.
Le Olimpiadi “a costo zero†sono una slavina di cemento costata 5 miliardi di euro: 100 interventi, strade, ferrovie, opere sportive, tutto a carico dei contribuenti italiani. Solo una minima parte sarà terminata in questi 28 giorni: i lavori per opere per almeno 3 miliardi saranno finiti solo dopo i Giochi. Molte le incompiute, alcune opere previste non sono state ancora neppure progettate. Il Parlamento ha varato a luglio una legge che ha prolungato il fine vita della Simico (Società Infrastrutture Milano Cortina 2020-2026 spa) al 2033: poteri assoluti, deroga alle procedure, tanti soldi da spendere. Nostri.
È la quarta operazione urbanistica milanese che, dopo la fase delle indagini della Procura, arriva a dibattimento e approda in aula davanti a un giudice: è Bosconavigli, il casermone con le piante sui balconi progettato da Stefano Boeri. Rinviato a giudizio insieme ad altre cinque persone ieri, al termine dell’udienza predibattimentale che ha concluso l’iter della citazione diretta da parte della Procura di Milano.
La citazione diretta è prevista per i reati per i quali non è necessario passare dal giudizio del gip nell’udienza preliminare. È stata la giudice Giovanna Taricco ad accogliere le richieste del pm, Paolo Filippini, e a disporre il giudizio per i reati di lottizzazione abusiva e abuso edilizio. Il dibattimento inizierà il 16 marzo davanti al giudice Franco Cantù Rajnoldi.
Il Bosconavigli è un grande edificio residenziale costruito a San Cristoforo e affacciato sul Naviglio. Appartamenti di lusso che proseguono la moda inaugurata dal Bosco verticale, l’edificio rivestito di piante costruito nei pressi di piazza Gae Aulenti, a Porta nuova, diventato l’icona del nuovo sviluppo urbanistico di Milano.
La Procura contesta agli imputati di aver realizzato su un lotto libero di 8 mila metri quadrati un palazzo alto (nel punto massimo) oltre 40 metri, di 12 piani, costruito in un’area in cui “l’altezza massima dei nuovi edifici non può superare l’altezza degli edifici preesistenti e circostantiâ€.
Inoltre, il palazzo è stato realizzato senza una regolare convenzione urbanistica, che per legge deve essere votata dal Consiglio comunale o almeno dalla Giunta. Invece è stata firmata – secondo le usanze del Rito Ambrosiano – davanti a un notaio, da un rappresentante dell’operatore immobiliare e un dirigente del Comune. Contestati anche gli oneri di urbanizzazione pagati dall’operatore, secondo la Procura inferiori a quelli previsti dalle norme.
Quando, a maggio 2024, la Guardia di finanza chiese agli uffici comunali milanesi di acquisire la convenzione tra il Comune e i costruttori di Bosconavigli, l’inchiesta sull’urbanistica cittadina, prima relegata nelle pagine milanesi dei quotidiani, divenne un caso nazionale per il coinvolgimento nell’operazione di Stefano Boeri, personaggio mediatico di fama internazionale.
I consulenti tecnici della Procura, Alberto Roccella e Maurizio Bracchi, nella loro relazione allegata agli atti dell’indagine hanno fatto i conti di quanto hanno pagato i costruttori al Comune e concluso che è stato provocato un “rilevante danno economico†alla pubblica amministrazione, dunque ai cittadini, con conseguente “peggioramento della qualità urbana, con danno per l’intera collettività â€.
Respinte anche quelle degli altri difensori (Giuseppe Iannaccone, Davide Steccanella, Stefano Solida, Francesco Moramarco) che hanno sostenuto l’assenza nei comportamenti dei loro assistiti dell’“elemento soggettivoâ€, cioè la consapevolezza di violare le norme urbanistiche, asseritamente complesse e soggette, a loro avviso, a diversi orientamenti giurisprudenziali.Â
È la linea difensiva che si sta affermando anche negli altri dibattimenti già avviati (come Torre Milano di via Stresa e Park Tower di via Crescenzago). La giudice deve aver applicato il noto principio giuridico secondo cui “ignorantia legis non excusat†e ha rigettato le richieste degli imputati, in effetti tutti professionisti di grande esperienza, che dovrebbero conoscere bene le leggi, quelle vigenti, che invece a Milano sono state storpiate nel Rito Ambrosiano.
Nell’immagine: il Bosconavigli prima dell’arrivo delle piante sui balconi.
Il capolavoro è stato trasformare la vittima di un gigantesco furto di dati – Gian Gaetano Bellavia – nel colpevole responsabile di un mostruoso dossieraggio. Un milione di file è stato sottratto dal suo archivio dalla collaboratrice Valentina Varisco, già mandata a processo con citazione diretta, senza neppure passare da un’udienza preliminare, dalla pm di Milano Paola Biondolillo: per accesso abusivo a sistema informatico e appropriazione indebita.
“Dossieropoliâ€, ha titolato il Giornale, mentre i politici della destra puntano il dito contro Bellavia, indicato come costruttore di dossier, e chiedono di punire il programma Rai Report, colpevole di avere Bellavia tra i suoi collaboratori e intervistati. Eppure non c’è alcun dossier nei suoi computer, ma solo le relazioni tecniche che ha realizzato in quarant’anni di lavoro per molte Procure italiane: Milano, ma anche Lodi, Torino, Trieste, Catania.
La verità è che non esiste in Italia una normativa specifica che regoli in modo chiaro il lavoro dei consulenti tecnici delle Procure. Per capire questa partita, è utile ripartire dalla storia della madre di tutti i presunti “dossieraggiâ€, quello legato al nome di Gioacchino Genchi. Ex poliziotto, diventa esperto in incroci di tabulati telefonici lavorando nel gruppo investigativo che indaga sulle stragi del 1992 in cui muoiono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Nel 2007 applica il suo metodo di analisi dei dati quando viene chiamato come consulente tecnico dall’allora magistrato di Catanzaro, Luigi De Magistris, che stava svolgendo un’inchiesta arrivata a toccare nervi scoperti del potere politico, economico, massonico. De Magistris viene fermato e Genchi è messo sotto accusa, per uso indebito di dati sensibili come appunto i tabulati delle telefonate fatte dagli indagati da De Magistris.
Scoppia il “caso Genchiâ€. Ed è per questo che, nel 2008, viene scritta l’unica norma oggi in vigore sull’attività dei consulenti delle Procure: l’Autorità garante della privacy stila le “Linee guida in materia di trattamento dei dati personali da parte di consulenti e periti del giudice e del pubblico ministeroâ€, secondo la quale i professionisti che ricevono incarichi dai pm devono, a lavoro concluso, consegnare ai magistrati le loro relazioni e tutti i documenti che hanno ricevuto da analizzare, senza tenerne copia.
È quello che sostiene di aver fatto Bellavia, il quale dichiara di aver trattenuto nel suo archivio soltanto le sue relazioni e gli allegati necessari a provare le sue argomentazioni, anche in vista di contestazioni future da parte dei personaggi citati.
La “direttiva Genchi†non è una legge, ma una fonte normativa di secondo o terzo livello. Comunque sia, è stata di fatto smontata dalla stessa storia processuale di Genchi. Il consulente di De Magistris viene accusato da Silvio Berlusconi di aver intercettato 350 mila persone. In verità , Genchi non ha mai intercettato nessuno, ma ha solo incrociato e analizzato i tabulati delle chiamate forniti dalle compagnie telefoniche.
Comunque nel 2009 il suo archivio viene sequestrato, lui viene sospeso e poi destituito dalla polizia e mandato sotto processo. Ma c’è un giudice a Berlino: il Tar nel 2014 annulla le sospensioni e la destituzione e poi i giudici lo assolvono da tutte le accuse. Gli viene restituito l’archivio e i tribunali dichiarano che non ha violato la privacy di alcuno e non ha realizzato alcun accesso abusivo alle reti telematiche. Cancellata anche la sanzione di 196 mila euro che il Garante gli aveva comminato. Nel 2022 viene assolto anche dall’accusa di abuso d’ufficio (il reato non era ancora stato abolito). Chissà se ora, dopo la “legge Genchiâ€, che si è dimostrata così inefficace, verrà confezionata su misura anche una “legge Bellaviaâ€.
Le vittime trasformate in imputati: è il caso dei commercialisti Fulvia Ferradini e Giangaetano Bellavia, consulenti da anni di molte Procure italiane. Dal loro studio tra il 2015 e il 2024 sono stati sottratti più di un milione di file riservati: dalla collaboratrice Valentina Varisco, secondo le denunce di Bellavia e Ferradini ma anche secondo la Procura di Milano, che ha rinviato a giudizio Varisco con citazione diretta per accesso abusivo a sistema informatico e appropriazione indebita.
Bellavia replica che nei documenti sottratti c’erano sì oltre cento nomi “pesanti†della politica e dell’economia, ma tutti citati in documenti detenuti legittimamente e copiati illecitamente: le relazioni tecniche commissionate dai pm in 45 anni di lavoro e i relativi allegati; o il materiale da fonti aperte fornito a Bellavia da Report in vista di interviste da fargli in trasmissione (questo nel caso dell’attore Luca Barbareschi, il banchiere Massimo Ponzellini, il costruttore Manfredi Catella, il tesoriere leghista Alberto Di Rubba, il mafioso Giuseppe Graviano, gli imprenditori Claudio Lotito e Flavio Briatore e Danilo Iervolino).
Nessun dossieraggio, dunque, nessun documento trattenuto in maniera illecita, dichiara Bellavia. Il vero mistero è un altro. Come è finito nel fascicolo processuale l’appunto di 36 pagine senza firma, senza data, senza timbro di deposito in Procura, che elenca i nomi di 19 pm per cui Bellavia ha lavorato negli anni e del centinaio di personaggi citati negli atti rubati?
L’appunto è stato costruito collazionando diversi messaggi email interni allo studio Ferradini-Bellavia, mandati a maggio 2025, dopo la scoperta del furto e le denunce, all’avvocato Gianni Tizzoni: contenevano ipotesi e considerazioni informali da utilizzare in vista di indagini di parte civile su Varisco e su quattro dipendenti dello studio in contatto con lei.
Ma chi – e come – ha raccolto le email riservate di Bellavia, Ferradini e Tizzoni, le ha unite e redatte rendendole una specie di nota organica? E chi – e come – le ha portate in Procura e fatte entrare nel fascicolo Varisco gestito dalla pm Paola Biondolillo? Mistero. Solo in un secondo tempo Bellavia ammette la paternità dell’appunto, pur non spiegandosi come una nota interna informale sia finita nel fascicolo processuale.Â
L’appunto di 36 pagine mette in connessione diretta le agenzie di investigazione privata per cui Varisco ha lavorato dopo essere stata cacciata dallo studio Bellavia (Argo, Dogma, Axerta) con Giuliano Tavaroli, ex carabiniere ed ex responsabile della security di Pirelli e Telecom, processato vent’anni fa per i dossieraggi illegali realizzati dalla sua struttura.
“Argo (pare ora vicina a Matteo Renzi) e Dogma (certamente interamente controllata da Tavaroli tramite il salernitano Dimitri Russo) sono palesemente legati ai servizi per questioni di dossieraggio secondo la voce di investigatori sul territorioâ€: così si legge nell’appunto informale. Tavaroli smentisce tutto: “Di Argo e Dogma conosco i titolari, ma nella mia agenda ho 7 mila contatti, Russo non lo sento da tre anni, dire che sono il proprietario occulto di Dogma è una folliaâ€.
Il Fatto ha contattato Dogma, che non ha risposto. È l’agenzia per la quale ha lavorato Katia Trevisan, ora direttore generale di Argo. Argo invece ha risposto che “Trevisan ha intrattenuto rapporti professionali con Varisco semplicemente in quanto direttore generale di Argo. Con Umberto Saccone, invece, i rapporti si sono inizialmente limitati alla segnalazione ad Argo di clienti che potenzialmente necessitavano di servizi investigativi. Successivamente, Argo ha costituito una società con Saccone, partecipata al 50% da ciascuna delle parti. Tale società non è mai divenuta operativa e non ha mai prodotto fatturato; di conseguenza, è stata messa in liquidazione. A seguito della liquidazione della società , non vi è stato alcun ulteriore rapporto professionale o commerciale tra Argo e Sacconeâ€.
Così svanisce l’unica vera sanzione che poteva impensierire i dirigenti comunali che hanno permesso il proliferare del Sistema Milano e del suo Rito Ambrosiano: quelli che hanno preso per buono che grattacieli costruiti nei cortili, oppure al posto di piccoli edifici abbattuti, fossero “ristrutturazioni†da pagare con una piccola mancetta da versare nelle casse comunali; quelli che hanno accettato di far arrivare centinaia di nuove famiglie in una zona, senza chiedere – come dice la legge – un piano attuativo che stabilisca i nuovi servizi da offrire alla città .
Le scelte del passato, che hanno fatto perdere centinaia di milioni ai milanesi, con la legge Foti svaniscono. E da qui in avanti i funzionari comunali saranno liberi di firmare le più sonore porcate edilizie, sapendo di essere protetti dallo scudo magico della legge Foti, oltre che dalla scomparsa del reato di abuso d’ufficio.
Da capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia, Foti aveva firmato la prima Salva-Milano, poi bloccata in Senato. Ora, promosso ministro, raggiunge il suo obiettivo con la “riforma†della Corte dei conti. “Questa legge è la riprova che per questa maggioranza è ormai prassi stare dalla parte degli imputatiâ€, protesta la senatrice M5s Elena Sironi. “Il ministro Foti è lo stesso che, lavorando a quattro mani con gli imputati dello scandalo urbanistico di Milano, aveva presentato la Salva-Milano, cercando di stravolgere l’interpretazione delle leggi, nel tentativo di sottrarre ai giudici i riferimenti normativi alla base delle accuse. Nello stesso periodo, la maggioranza al governo cancellava il reato di abuso d’ufficio. Ora porta a casa un altro tassello, con questa legge sulla Corte dei contiâ€.
Impunità contabile totale oppure supersconti per chi dovesse proprio pagare: solo fino al doppio del proprio stipendio, a fronte di danni di milioni, e solo per un terzo del danno provocato. Almeno il 70% rimarrà comunque a carico di noi cittadini. Buon anno a tutti.
È il sindaco-ombra di Milano: Manfredi Catella, protagonista dello “sviluppo verticale†della città . Infatti è a lui che Giancarlo Tancredi chiede (ironicamente, per carità ): “Mi confermi come assessore?â€. Risposta: “Ma siete voi i best everâ€. Al che interviene il direttore generale del Comune, Christian Malangone: “Questo me lo tatuo sulla schienaâ€. Goliardia immobiliare, tra gli amministratori della città e il gestore di fondi per oltre 10 miliardi di euro.
A Milano i sindaci passano, Catella resta. Erede di Salvatore Ligresti, il vecchio “re del mattone†che era socio del padre, ha lodato la “visione†degli ultimi quattro sindaci (Gabriele Albertini, Letizia Moratti, Giuliano Pisapia, Giuseppe Sala), che “hanno agito in continuità â€. Con Sala ha sviluppato un rapporto speciale, saltata ogni postura istituzionale: in chat i due si scambiano complimenti e foto, inviti a pranzo e cena “con le ragazze†e appuntamenti per “ragionare noi due sul futuro, con gin tonic!â€.
È uno dei libri dell’anno, in questo 2025 in cui lo sviluppo della città e il diritto all’abitare si sono imposti nel dibattito pubblico (e nell’intervento della magistratura). Sarah Gainsforth ricostruisce un passaggio dato ormai per “naturaleâ€: la trasformazione della città da teatro pubblico a campo privato, miniera in concessione da cui estrarre valore.
La casa da diritto è diventata merce. In Italia la proprietà (diffusa) è stata favorita rispetto alla locazione, ma poi l’alluvione neoliberista ha trasformato la casa-bene d’uso in asset finanziario. La rendita (non il reddito d’impresa) è diventata il motore dello sviluppo, dell’economia e della città . Così aumentano valore degli immobili e immobili vuoti (il 18%), “airbnbficazione†degli affitti e “turistificazione†delle metropoli. E la città dell’abitare diventa luogo della disuguaglianza e dell’esclusione.