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News da giannibarbacetto.it

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Parte civile

Sala, la scelta: costituirsi parte civile per gli abusi edilizi?

Il nuovo simbolo del Comune di Milano è il profilo di Giano Bifronte. L’amministrazione guidata da Giuseppe Sala si è infatti infilata in procedimenti giudiziari in cui è contemporaneamente parte lesa danneggiata dagli imputati; e alleata degli imputati. Amica dei costruttori di Grattacielo Selvaggio; e candidata a costituirsi parte civile contro di loro. Insomma: caldo e freddo, sopra e sotto, salato e insipido. Com’è noto, a Milano sono aperte decine di indagini giudiziarie per grandi irregolarità urbanistiche e abusi edilizi.

Alcune di queste sono già arrivate a dibattimento. Tra queste, c’è la vicenda di un palazzone di sette piani nuovo di zecca ma costruito come “ristrutturazione†di un piccolo fabbricato di un paio di piani completamente abbattuto. Hidden Garden, lo hanno chiamato: Giardino nascosto. Nascosto davvero bene: dentro il cortile dell’isolato che si affaccia su piazza Aspromonte.

Abuso edilizio e lottizzazione abusiva, contesta la pm Marina Petruzzella della Procura di Milano, che ha chiesto il rinvio a giudizio del costruttore, del progettista (che nel frattempo è diventato assessore all’urbanistica a Torino: Milano esporta le sue meraviglie) e dei dirigenti del Comune che hanno permesso la costruzione del “mostro grigio†dentro il cortile.

In questo procedimento giudiziario, il Comune dovrebbe essere “parte lesaâ€, perché dovrebbe rappresentare non solo gli abitanti dell’isolato che sono stati privati di vista, luce e aria dal palazzone cresciuto davanti alle loro finestre, ma anche tutti i milanesi che sono stati privati di “standardâ€, servizi e verde (infatti, facendo passare per “ristrutturazione†le nuove costruzioni, i costruttori pagano una miseria al Comune come oneri d’urbanizzazione e monetizzazioni degli standard).

Ma da che parte sta l’amministrazione di Sala? Formalmente è “parte offesaâ€, danneggiata da chi ha costruito non seguendo le norme. Eppure non si è costituita “parte civileâ€, per far valere i diritti dei cittadini che rappresenta e, in caso di condanne, ricevere il risarcimento dei danni subiti dalla città. Anzi: in un altro procedimento, quello sulla Torre Milano di via Stresa, Antonello Mandarano, capo dell’Avvocatura del Comune, ha depositato una memoria di 35 pagine in cui si schiera apertamente dalla parte degli imputati.

Ieri c’è stata una svolta: la giudice dell’udienza preliminare Maria Beatrice Parati, che deve decidere se rinviare a giudizio gli imputati del Giardino nascosto, ha detto di sì a un gruppo di cittadini che, rappresentati dall’avvocata Veronica Dini, chiedevano di essere ammessi come parte civile “in sostituzione†del Comune. Dini aveva sfoderato l’articolo 9 della legge 267 che prevede che i cittadini possano entrare in campo al posto dell’amministrazione inerte, distratta o traditrice. Ma a questo punto: colpo di scena! L’avvocato del Comune presente in aula ha chiesto alla giudice tempo per decidere cosa fare. Ora Sala a Palazzo Marino ha un bel problema, giudiziario e politico.

Se non si costituisce parte civile, avrà una pattuglia combattiva di cittadini che sarà parte civile al suo posto, sostenendo le ragioni dei milanesi danneggiati da Grattacielo Selvaggio, al fianco della Procura di Milano. E sarà a tutti chiaro che il Comune sta invece a fianco di chi è accusato di aver violato le norme urbanistiche e sottratto milioni di euro ai cittadini. Se invece si costituirà parte civile, scalzerà il gruppo di cittadini già scesi in pista, li estrometterà dal processo e dovrà far sentire la sua voce in aula.

Ma Giano Bifronte con quale voce parlerà? Quella dei milanesi danneggiati dalla bulimia immobiliare che negli ultimi anni ha fatto schizzare in alto il costo della vita e dell’abitare e ha espulso dalla città 400 mila abitanti? O quella dei costruttori e dei fondi immobiliari che hanno realizzato enormi profitti e privato la città di 1,5 miliardi di oneri d’urbanizzazione e monetizzazioni degli standard che dovevano essere impiegati per dare a Milano servizi, verde, asili nido? (di Gianni Barbacetto, il Fatto quotidiano, 10 aprile 2026)

Piazza Aspromonte, torre in cortile.
Cittadini accolti come parte civile

di Luigi Ferrarella, Corriere della sera, 10 aprile 2026

Il Comune di Milano da ieri si ritrova – anche se proprio non avrebbe voluto – costituito parte civile contro i costruttori, i professionisti e i dipendenti comunali imputati nel processo per lottizzazione abusiva dei 7 piani alti 27 metri realizzati dalla «Bluestone» di Andrea Bezzicheri in piazza Aspromonte su tre demoliti edifici di 12 metri.

È la singolare situazione determinata dal fatto che ieri, nell’udienza preliminare, la giudice Maria Beatrice Parati ha accolto la rara «azione popolare» proposta con l’avvocato Veronica Dini da 24 cittadini milanesi, residenti ed elettori in città. La norma, articolo 9 del Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, riconosce a qualunque cittadino dotato di diritti elettorali la facoltà di sostituirsi al proprio Comune per tutelare quegli interessi che per circostanze contingenti non vengano protetti o realizzati dal soggetto pubblico che a ciò sarebbe deputato: in questo caso appunto il Comune di Milano, che si opponeva all’«azione popolare» rivendicando di non essere stato affatto inerte (condizione richiesta dalla norma), ma di aver consapevolmente deciso in una delibera del febbraio 2024 di non costituirsi parte civile, ritenendo che non vi fossero stati reati nell’iter del palazzo.

La giudice, però, osserva che i reati di cui si discute nel processo sono posti a tutela dell’ordinata pianificazione urbanistica e del corretto uso del territorio, e in primo luogo la persona offesa in astratto dai reati è perciò la Pubblica Amministrazione. Ed è fuor di dubbio, per la giudice, che in linea teorica il Comune possa aver subìto danni dalla commissione dei reati al centro dell’accertamento processuale: sia danni patrimoniali, come il mancato incasso di oneri concessori, spese di ripristino e deficit nei servizi offerti, sia danni non patrimoniali legati alla compromissione delle proprie immagine e funzione di controllo.

L’«inerzia» o meno – prevista dalla norma come requisito per far scattare o meno la sostitutiva «azione popolare» dei cittadini – non fa differenza tra inerzia frutto di una deliberata scelta dell’ente pubblico o inerzia dovuta a sostanziale disinteresse dell’ente: conta «l’inerzia processuale», ed è questa a legittimare i cittadini elettori a essere ammessi con l’«azione popolare» a sostituirsi al processualmente inerte Comune nella costituzione di parte civile.

Proprio per questa ragione il Comune, se vorrà, in qualunque momento del procedimento potrà aderire all’«azione popolare», e subentrare ai cittadini nel rappresentare la costituzione di parte civile del Comune, che intanto è ormai incardinata. Si spiega così il fatto che ieri l’Avvocatura comunale, Antonello Mandarano, dopo l’ammissione dell’«azione popolare», abbia chiesto termini fino al 30 aprile, probabilmente per consultarsi con il Comune e decidere cosa fare nella prossima udienza.

Interessante anche il fatto che la giudice abbia inoltre ammesso la costituzione di parte civile di 22 abitanti nelle vicinanze del palazzo, ma non di 18 proprietari di appartamenti nel palazzo. Sì ai vicini confinanti, perché dagli eventuali reati possono aver subito il danno diretto della riduzione di luce, della vista, del valore dell’immobile.

No invece ai proprietari di case nel grattacielo, perché il loro eventuale danno dipenderebbe da fatti estranei alle condotte in corso di accertamento nel processo, e cioè dalla malafede o scarsa correttezza di chi, vendendogli le case, avrebbe dato rassicurazioni infondate o taciuto informazioni rilevanti: non che non possano magari chiedere un risarcimento, ma non in questo processo penale, bensì eventualmente intentando (se lo riterranno) una separata causa civile. (di Luigi Ferrarella, Corriere della sera (ed. Milano), 10 aprile 2026)

Data articolo: Fri, 10 Apr 2026 07:45:37 +0000

Toni Negri

Il 7 aprile di Pietro Calogero

Si è spento il magistrato dell’indagine sul 7 aprile (1979). La notizia arriva proprio il 7 aprile (2026). Fu polemica sul “teorema Calogero†sull’Autonomia operaia, dimenticate le sue indagini su piazza Fontana. 

Pietro Calogero si è spento a 86 anni nella sua casa di Padova. Magistrato prima a Treviso, poi a Padova, infine a Venezia, negli anni Settanta realizzò indagini sull’eversione nera e rossa. Il suo nome resta legato all’inchiesta sull’Autonomia operaia che il 7 aprile 1979 portò all’arresto di Toni Negri, Emilio Vesce, Oreste Scalzone e molti altri esponenti dell’organizzazione.

Divenne “quello del 7 aprileâ€, il sostenitore del “teorema Calogeroâ€. Molti degli indagati furono prosciolti, la connessione tra Autonomia e Br non fu confermata dai processi, “ma in realtà l’ipotesi accusatoria è stata provata dai fattiâ€, dichiarò nel libro Il grande vecchio (di Gianni Barbacetto, Bur Rizzoli 2009): “Le formazioni clandestine e combattenti (Br, Prima linea…) erano in contatto con le strutture di massa dell’Autonomia, ciascuna faceva la sua parte e, insieme, formavano il ‘partito armato’. Toni Negri era in contatto con Renato Curcio fin dai primi anni Settanta e, incontrandosi segretamente con lui, discuteva ed elaborava sistematicamente la strategia di lotta armata allo Stato, comune sia alle Br, sia all’Autonomia organizzata. Peccato che in certi ambienti della sinistra si parli ancora del 7 aprile con evidente pregiudizio, come di un’indagine su reati d’opinione e sui ‘cattivi maestri’: era invece, come appare chiaramente dalla struttura binaria dell’accusa iniziale, poi confermata in Cassazione, un’indagine su fatti concreti di terrorismo armato e sulla ‘dialettica’, cioè sull’integrazione operativa segreta tra gruppi combattenti e Autonomia, che insieme formavano il partito armatoâ€.

La sua amarezza maggiore restò però quella che il “7 aprile†fece dimenticare il suo contributo nella prima inchiesta sulla strage fascista di piazza Fontana. Fu lui, a 29 anni, pm a Treviso al suo primo incarico, a raccogliere le prime titubanti deposizioni di Guido Lorenzon, professore di scuola media che gli riferì le confidenze di Giovanni Ventura (e poi anche di Franco Freda) sugli attentati che culminarono, il 12 dicembre 1969, con la bomba di Milano alla Banca nazionale dell’agricoltura. (Il Fatto quotidiano, 8 aprile 2026)

Un teorema di Pitagora.

Sentiamo il dovere civile e morale di rispondere ad alcune affermazioni apparse sulle pagine del Mattino di Padova. Interventi che, purtroppo, sembrano ignorare la complessità dei fatti o, peggio, confondere i piani della ricostruzione storica con quelli della giustificazione ideologica. È necessario riportare il dibattito sul binario della realtà processuale e dei fatti accertati, per evitare che la memoria di quegli anni si trasformi in una cronaca edulcorata e parziale. Il primo punto che viene sistematicamente omesso è che i processi nati dall’inchiesta “7 aprile†furono tre, non uno. Questa distinzione non è un dettaglio per giuristi, ma la chiave per capire come si mosse lo Stato.

È opportuno fare chiarezza sul lavoro di Pietro Calogero: troppo spesso gli viene attribuita la paternità dell’accusa di “insurrezione armata contro i poteri dello Stato”. La verità è diversa. Quella specifica imputazione fu contestata dalla Procura di Roma, non da quella di Padova. Calogero, pur muovendosi su ipotesi investigative coraggiose, da magistrato rigoroso portò a giudizio solo ciò che era dimostrato da prove tangibili, superando il vaglio dell’allora Giudice Istruttore. Confondere le riflessioni personali o le ipotesi di lavoro di un inquirente con l’atto d’accusa formale è un errore grossolano: Calogero mise nero su bianco solo ciò che era processualmente solido. Un’altra narrazione che stenta a morire è quella di una radicale ostilità tra l’area dell’Autonomia, con Toni Negri in testa, e le Brigate Rosse. Leggere oggi che Negri “detestava” le BR contraddice i fatti e le sue stesse testimonianze. Basterebbe guardare il film prodotto da sua figlia, dove i membri delle Brigate Rosse vengono chiamati “fratelli brigatisti”.

Provenivano da Potere Operaio i brigatisti: Valerio Morucci, Adriana Faranda, Germano Maccari, Bruno Seghetti, Lanfranco Pace, Barbara Balzerani, Paolo Maurizio Ferrari, Franco Bonisoli, Maria Pia Lessini, Rita Algranati, Alessio Casimirri, Alvaro Lojacono, Gabriella Mariani, Francesco Piccioni, Remo Pancelli e molti altri, é interessante leggere Sergio Bologna sul Manifesto in cui polemizzando con Negri afferma: “basta con la brigatologiaâ€. Non si trattava di mondi separati, ma di una “cerniera” operativa. Sebbene non vi fosse una fusione totale, esisteva una zona grigia di scambi, incontri e reciproca legittimazione. Le sentenze lo hanno chiarito: erano realtà “distinte ma non distanti”. Negri non fu colpito per le sue idee o per la sua statura intellettuale, ma perché i giudici lo ritennero promotore e organizzatore di strutture che agivano concretamente sul terreno della violenza, dalle rapine al coinvolgimento in episodi di sangue.

I numeri raccontano un’altra storia: 243 imputati complessivi; 162 condanne definitive; Oltre 424 anni di carcere inflitti al termine di un lunghissimo iter giudiziario. Antonio Negri, il dirigente più noto di Autonomia, venne condannato dai Tribunali di Roma e di Milano per reati associativi e specifici a 16 anni e 6 mesi e mezzo di detenzione. I reati associativi furono di promozione, organizzazione e direzione di diverse bande armate che costituirono il livello occulto di Potere operaio e di Autonoma operaia organizzata. I reati specifici sono il concorso nella tentata rapina di Argelato del 5 dicembre 1974, nell’omicidio del brigadiere Lombardini e nel tentato omicidio del carabiniere Sciarretta. Per i giudici Negri fu ideatore e mandante della rapina finalizzata a finanziare l’organizzazione che dirigeva e intervenne per fare espatriare alcuni esecutori del crimine.

Certamente ci furono sofferenze tra gli indagati poi assolti, e questo è un dato che la giustizia deve sempre considerare con rispetto. Ma non si può dimenticare che sofferenze enormi, e definitive, furono inflitte a chi dal terrorismo fu colpito: servitori dello Stato giudici e poliziotti, giornalisti, imprenditori, operai, cittadini comuni. Il 7 aprile non fu un “processo alle intenzioni”, ma il tentativo — riuscito — di fermare un sistema di illegalità che aveva già prodotto sciami di violenza, crimini e destabilizzazione.

Il 7 aprile 1979 segnò la fine di una lunga ambiguità strutturale: quella di chi usava il linguaggio della teoria per coprire la pratica delle armi. Lo Stato non colpì “una generazione” — termine abusato da una sparuta pattuglia che ama identificarsi con la totalità dei giovani di allora — ma colse il nesso tra l’elaborazione teorica e l’organizzazione militare. Ridurre questa complessa operazione a un “eccesso” o a un “equivoco” significa ignorare deliberatamente la mole di fatti accertati in tre gradi di giudizio. Fu una presa d’atto tardiva, forse, ma necessaria per restituire il controllo del Paese alle regole della democrazia, togliendo il paravento a chi aveva scelto la strada della violenza.

Alessandro Naccarato
Elio Ruberto
Flavio Zanonato
(Facebook, 10 aprile 2026)

Data articolo: Wed, 08 Apr 2026 10:11:24 +0000

Toni Negri

Pietro Calogero, il suo ruolo (dimenticato) nelle indagini su Piazza Fontana

Il racconto dalla sua voce della prima inchiesta sulla bomba del 1969. Dal libro “Piazza Fontana. Il primo atto dell’ultima guerra italiana†(Garzanti).

Pietro Calogero lavorava nello stesso Palazzo di giustizia del giudice Giancarlo Stiz. Era appena arrivato, aveva 29 anni e nell’autunno del 1969 era fiero del suo primo incarico da magistrato: pubblico ministero a Treviso. Veniva da un paese della provincia di Messina, Pace del Mela, e a Treviso non aveva ancora neppure trovato casa, si era installato in un albergo dal nome senza fantasia, l’Hotel Treviso.

Anche per lui il primo incontro con la pista nera avviene per caso, la vigilia di Natale del 1969: essendo l’ultimo arrivato, era l’unico magistrato della procura in ufficio anche il 24 dicembre. Così quando un avvocato di Conegliano, Alberto Steccanella, si precipita al Palazzo di giustizia per parlare con il procuratore, può solo incontrare Calogero. Gli parla delle inquietudini che da un paio di settimane agitavano un suo cliente, Guido Lorenzon. Dal 12 dicembre, per la precisione, giorno in cui una bomba scoppiata a Milano, dentro il salone della Banca nazionale dell’agricoltura in piazza Fontana, aveva «rubato l’innocenza» agli italiani e aveva fatto entrare la strage politica nella loro storia collettiva. Quella strage, la prima, aveva scosso tutti. Ma il cliente dell’avvocato Steccanella in modo particolare: perché Lorenzon, professore di scuola media e segretario della sezione Dc di Maserada sul Piave, aveva ricevuto strane confidenze da un amico, suo vecchio compagno di collegio, un libraio di Treviso di nome Giovanni Ventura. Questi gli aveva parlato di armi, di bombe, di violenza, di un’organizzazione pronta a intervenire, della necessità «di fare qualcosa». Lorenzon aveva ascoltato l’amico senza dare troppo peso alle sue parole. Chiacchiere di provincia. Ma dopo la strage del 12 dicembre quelle confidenze gli erano sembrate di colpo pesantissime. Voleva parlarne con un magistrato. Ma aveva paura.

Calogero rassicura l’avvocato Steccanella: «Dica pure al suo cliente che lo posso incontrare in maniera riservata, lontano dal Palazzo di giustizia». E gli dà un primo appuntamento lontano da Treviso: davanti al cimitero di Gaiarine, un paese tra Pordenone e Conegliano, per il pomeriggio del 26 dicembre. Lì il giovane magistrato doveva assistere a un’autopsia, la prima della sua carriera. Lorenzon arriva. I due parlano a lungo, chiusi nell’auto di Calogero. Il professor Lorenzon racconta che Ventura gli aveva confidato di far parte di un’organizzazione paramilitare con nuclei consistenti a Roma e a Milano, ma con numerosi adepti anche in Veneto. L’organizzazione prevedeva l’eliminazione fisica delle autorità di governo e dell’amministrazione pubblica fino al livello dei sindaci e aveva un programma ricalcato, per quello che Lorenzon aveva potuto vedere, su quello della Repubblica di Salò.

Il secondo incontro avviene l’ultimo giorno dell’anno in un altro luogo insospettabile, un piano bar alla periferia di Treviso. Prima del brindisi di fine anno, Lorenzon racconta a Calogero la storia di un «libretto rosso» in circolazione in quei mesi. Spacciato per maoista e firmato «Fronte popolare rivoluzionario», aveva come titolo una (presunta) massima del filosofo cinese Lao Tze: «La giustizia è come il timone, dove la si gira va». Propugnava l’unione di tutte le forze rivoluzionarie per abbattere con la violenza il sistema. Ventura aveva raccontato a Lorenzon: «Questo libretto l’ho stampato io ed è stato pagato dai servizi segreti. Poi è stato diffuso dal mio gruppo». Un gruppo nero, nerissimo. Altro che maoisti.

Non solo: Ventura aveva dimostrato a Lorenzon di conoscere particolari importanti sugli attentati del 12 dicembre, come il luogo dove era stata collocata la bomba, poi non esplosa, alla Banca nazionale del lavoro di Roma. E sulla bomba esplosa in piazza Fontana a Milano aveva detto che la strage era stata «frutto di un errore». E che in ogni caso, poiché «nessuno si era mosso, né da destra né da sinistra, occorreva fare qualcos’altro».

Calogero ascolta e annota tutto. Alla fine invita il professore a formalizzare le sue dichiarazioni, a mettere la sua firma su un verbale. Ma Lorenzon ha paura. Tanto che il 9 gennaio 1970 va dal suo avvocato e si fa restituire un promemoria contenente le confidenze di Ventura che aveva scritto e consegnato a Steccanella il 15 dicembre, insieme a una copia del «libretto rosso» ricevuta dallo stesso Ventura. Poi cede: parlando con l’amico, gli confessa di aver detto tutto a un magistrato. Ventura s’allarma e gli intima di ritrattare le sue dichiarazioni. Lorenzon scrive una ritrattazione e la deposita presso un notaio.

Così, quando Calogero lo chiama per la prima volta in procura, il 15 gennaio, per stendere il primo verbale, il professore cerca di fare marcia indietro. Sostiene di aver parlato sotto lo choc della strage e di avere tratto dalle confidenze di Ventura illazioni tutte sue. Il giovane pubblico ministero lo avverte che, se è così, per quello che ha raccontato deve indiziarlo di calunnia ai danni di Ventura. «Preferisco subire un processo per calunnia che mandare un amico all’ergastolo» esclama subito Lorenzon. Ma poi abbandona l’idea della ritrattazione e conferma punto per punto i racconti fatti al magistrato negli incontri al cimitero e al piano bar: le cose riferite gli erano state davvero dette da Ventura, se poi fossero vere o no, questo non poteva dirlo. «Non si preoccupi» gli risponde il magistrato «questo spetta a me accertarlo.»

La mossa di Calogero produce anche un altro effetto, insperato: Lorenzon, per provare la sua buona fede, accetta di collaborare con il magistrato, permettendo la registrazione di suoi futuri colloqui con Ventura. Per due volte la polizia gli mette un registratore addosso. Ventura parla, parla. Racconta degli attentati sui treni fatti nella notte tra l’8 e il 9 agosto 1969, una decina in tutto, simultanei, in diverse zone del Paese: prova che era all’opera un’organizzazione temibile e ben strutturata. Ma per due volte i nastri della polizia restano inspiegabilmente vuoti. Calogero non vuole pensar male. Sa che la tecnica a volte fa cilecca.

A ogni buon conto, il suo procuratore capo, Cesare Palminteri, prende sottobraccio il giovane sostituto e lo accompagna a Venezia dal procuratore generale, il carismatico Luigi Bianchi d’Espinosa, che negli anni precedenti era stato presidente del Tribunale di Milano. Palminteri è un uomo vecchio stile ma che sa come va il mondo, e come va l’Italia: era stato pubblico ministero nel caso Montesi, processo trasferito a Venezia per legittimo sospetto: il primo scandalo politico della storia repubblicana, con una giovane donna, Wilma Montesi, trovata morta sulla spiaggia di Tor Vaianica, festini anni Cinquanta con sesso e droga, e soprattutto odore di spioni e servizi segreti che si erano messi in mezzo per risolvere a modo loro una guerra interna alla Dc. Il caso aveva infatti stroncato la carriera politica del ministro Attilio Piccioni, padre del musicista Piero Piccioni, accusato di essere il responsabile della morte di Wilma durante un’orgia a Capocotta con politici, ufficiali e potenti senza nome.

Palminteri, dunque, porta Calogero da Bianchi d’Espinosa. Dopo le presentazioni e i convenevoli, Calogero spiega la situazione, racconta dei registratori che non avevano funzionato e conclude: «Questo è un caso in cui il magistrato deve fare anche il poliziotto. Sono disposto a tentare io la registrazione del prossimo colloquio tra Lorenzon e Ventura. Naturalmente, se dovesse succedere qualcosa, se dovesse scapparci una sparatoria, sono pronto a dimettermi dalla magistratura». A quel punto Bianchi d’Espinosa si alza in piedi, si mette di fronte al giovane magistrato e gli dice: «Tu non ti devi preoccupare. Stai tranquillo che qualunque cosa succeda il responsabile sono io, non tu». Poi torna alla scrivania, alza il telefono e chiama i funzionari di cui si fidava alla Questura di Milano: «Mandatemi subito il più moderno dei vostri apparecchi di registrazione». Erano anni in cui le intercettazioni non erano di moda, la tecnologia era arretrata, le microspie non esistevano ancora e soprattutto le inchieste erano fatte dalla polizia giudiziaria. Bisognerà aspettare la riforma del 1989 perché il pubblico ministero diventi il conduttore diretto delle indagini.

Il terzo tentativo di registrare le confidenze di Ventura avviene la sera del 20 gennaio 1970. Alle 18 Lorenzon avvisa Calogero: «Ventura mi ha dato un appuntamento per le 21, ma non a Treviso. A Mestre, perché viene anche un avvocato di Padova». La macchina organizzativa si mette in moto immediatamente. Lorenzon ha un bottone della camicia che in realtà è un microfono: si vede benissimo che è diverso dagli altri, ma per fortuna c’è la cravatta che lo nasconde. Calogero si calca sugli occhi una coppola siciliana e sale sulla più invisibile delle auto di quegli anni, una Nsu Prinz. Accanto, ha il registratore nuovo, modernissimo, arrivato da Milano.

In un clima da film, alle 21 è già parcheggiato davanti alla stazione ferroviaria di Mestre. Arriva Lorenzon, così spaventato che la voce gli si strozza in gola. Arriva Ventura. Arriva l’avvocato di Padova: è un certo Franco Freda, che Ventura tratta con deferenza, con timore reverenziale. È un capo. I tre salgono al quarto piano dell’Hotel Plaza, di fronte alla stazione, e cominciano a parlare. Parlano per due ore. Freda vuole sentire da Lorenzon che cosa ha spifferato al magistrato e pretende che ora risolva la situazione ritrattando tutto. Calogero, imbacuccato nella sua Nsu Prinz, ascolta e registra. Questa volta tutto funziona. Il cuore accelera quando, a metà serata, Ventura scende a fare un giro di controllo attorno all’hotel.

Nelle due ore di colloquio, Freda conferma molte delle cose che Lorenzon aveva riferito: gli attentati sui treni, fatti passare per azioni degli anarchici, erano invece farina del loro sacco; come il «libretto rosso», che – dice Freda – era stato finanziato dalla Cia e lui stesso ne era stato «lo scribacchino». Poi il discorso torna su come disinnescare l’indagine: «Ma quanti anni ha, questo Calogero?» chiede Freda. Lorenzon gli risponde: «Credo una trentina». «Ma com’è possibile» replica Freda «che ci sia un giovane magistrato che possa fare di testa sua, quando in Italia anche i ministri devono sottostare agli ordini altrui?» Una domanda ricorrente, nella storia italiana.

 

Seguono lunghi giorni in cui il giudice ragazzino verbalizza le dichiarazioni di Lorenzon. Il verbale viene chiuso il 23 gennaio. Quel giorno il professore consegna a Calogero anche la minuta della ritrattazione che aveva concordato con Ventura e depositato da un notaio. Qualche giorno prima l’avvocato Steccanella aveva portato al magistrato la fotocopia del promemoria che aveva restituito a Lorenzon e la copia del «libretto rosso».

Il procuratore Palminteri fa con Calogero il punto della situazione: «Dalle indagini affiora una pista nera, diversa e alternativa alla pista rossa e anarchica su cui stanno indagando i giudici di Roma. Non possiamo tenere a Treviso una vicenda che, sviluppata e approfondita, potrebbe imprimere un indirizzo ben diverso alle indagini romane sulla strage e sugli attentati del 12 dicembre». Così il 14 febbraio 1970 la Procura di Treviso consegna gli atti a Roma.

Un paio di mesi dopo, Roma decide di trattenere gli atti sugli attentati del 12 dicembre a Milano e a Roma, e di rimandare a Treviso quelli sul gruppo veneto di Freda e Ventura. Calogero ritorna in pista. Deve subire le pressioni fortissime di Ventura, che chiede l’archiviazione dell’indagine. Un’indagine che ormai, svelato il ruolo di collaboratore di Lorenzon, non fa più grossi passi avanti.

Palminteri e Calogero concordano allora di tranquillizzare il loro indagato richiedendo l’archiviazione del fascicolo nato dalle dichiarazioni del professore sugli attentati del 1969, lasciando però aperta l’indagine nata da una perquisizione a casa di Ventura in cui erano state trovate armi e munizioni: uno spiraglio, insomma, per continuare a cercare la verità sull’intera trama terroristica raccontata da Lorenzon, senza insospettire troppo Ventura.

A questo punto entra in scena il giudice istruttore alto e dritto, Giancarlo Stiz. È lui il magistrato chiamato a decidere, alla metà di gennaio del 1971, sulla doppia richiesta della Procura di Treviso: archiviazione e contestuale prosecuzione delle indagini per le armi di Ventura.
«Prima di dover aprire per lavoro quelle benedette carte, io sulla strage di Milano non mi ero fatto alcuna idea. Avevo seguito le notizie sui giornali e in tv, certamente, ma non ero stato particolarmente colpito dall’avvenimento» racconta Stiz che, per la prima volta nel 1993, dopo un silenzio durato due decenni, accetta di estrarre dalla memoria le parole per ricordare quell’inchiesta, tornando subito a tacere per altri quindici anni. «Allora il terrorismo, nero o rosso, non sapevamo ancora che cosa fosse. La strage di piazza Fontana era il primo fatto grave dell’eversione. C’erano stati i movimenti del ’68. Ma io non mi occupavo di quelle cose. Io facevo il mio lavoro. Non mi sono mai interessato di politica.»

Il giudice istruttore legge attentamente le carte che gli erano arrivate con la richiesta d’archiviazione. «Era una materia interessante, scottante. Per questo l’ho soppesato, quel fascicolo, letto e riletto. Bastava un timbro e la vicenda sarebbe stata chiusa per sempre.»

Il timbro dell’archiviazione resta sospeso a mezz’aria. Stiz decide di sentire personalmente i due protagonisti. Convoca Ventura. Richiama in tribunale Lorenzon. «Li ho interrogati a lungo, separatamente, in due giorni diversi, e mi sono subito convinto che Lorenzon diceva il vero e Ventura il falso. Perciò ho respinto la richiesta di archiviazione e ho disposto, come si faceva allora con il vecchio codice, l’istruttoria formale.» Non sa della strategia di Palminteri e Calogero, che speravano comunque di tenere aperta la possibilità di acquisire nuovi elementi sulle responsabilità individuali per gli attentati del 1969 grazie alla collaborazione di Lorenzon e dopo aver tranquillizzato Ventura. Stiz parte all’attacco. Batte la pista nera.

Prosegue così, in un tranquillo e appartato tribunale di provincia, l’inchiesta che cambierà la storia d’Italia. Stiz, nel 1971, è un magistrato tenace e scrupoloso di 43 anni. Comincia immediatamente a seguire indizi, a raccogliere prove, a sentire testimoni. A Roma, nel frattempo, i magistrati stanno conducendo l’istruttoria contro Pietro Valpreda, ballerino, anarchico, imputato «ufficiale» della strage, una strage rossa. Avevano interrogato anche Ventura, ma il giudice romano Ernesto Cudillo non aveva mostrato alcun interesse per la pista nera che gli era arrivata dal Veneto.

Stiz invece si mette d’impegno a verificare le rivelazioni di Lorenzon. Rinvigorisce l’indagine. La sua attenzione si concentra, più che sulla strage avvenuta a Milano, che non è di sua competenza territoriale, sui reati commessi in Veneto: bombe sui treni, attentati all’Università di Padova. Indagati: i neofascisti appartenenti al gruppo veneto del libraio di Treviso Giovanni Ventura e del procuratore legale di Padova Franco Freda.

A questo punto Stiz parla con Calogero e Palminteri. Spiega che vuole provare una strategia d’attacco. Raggiunta l’intesa, procura e giudice istruttore decidono nuove perquisizioni per Freda e Ventura, e quindi, il 9 aprile 1971, concordano di spiccare un mandato di cattura per associazione sovversiva che fa rinchiudere in carcere i due indagati e un loro complice, Aldo Trinco. Nuovi mandati di cattura, due mesi dopo, vengono infine emessi per gli attentati veneti e per ricostituzione del partito fascista.

Il 29 giugno Pietro Calogero si sposa e parte per il viaggio di nozze. È la sua prima vacanza da quando è stato risucchiato in questa storia. Ma dopo solo una decina di giorni torna precipitosamente a Treviso: Stiz è convinto che il centro dell’associazione non sia a Treviso, bensì a Padova, dove Freda vive e dove organizza le sue attività; per questo dichiara la sua incompetenza e invia gli atti alla magistratura padovana, dopo aver concesso la libertà provvisoria agli arrestati. Calogero si oppone alla libertà provvisoria e alla dichiarazione d’incompetenza, ma a decidere, il 12 luglio, è il giudice. Il 30 agosto 1971 l’indagine arriva sui tavoli del pubblico ministero padovano Luigi Nunziante e del giudice istruttore Euro Cera.

A Padova il fascicolo resta per qualche tempo a dormicchiare sugli scaffali del tribunale. Finché avviene un fatto che, in modo del tutto casuale, rimette in moto le indagini permettendo di acquisire il primo fondamentale riscontro alle dichiarazioni di Lorenzon: durante i lavori di ristrutturazione di una casa a Castelfranco Veneto, nel novembre 1971, alcuni operai trovano uno stock di armi da guerra in perfetto stato di conservazione (cinque mitra, otto pistole, quattro silenziatori, tremila cartucce per mitra e pistole), insieme a un drappo nero con fascio littorio. Il proprietario della casa, convocato dai carabinieri che gli chiedono da dove venga l’arsenale, fa il nome di Franco Comacchio e questi, interrogato a sua volta, dichiara che nei giorni immediatamente successivi al 12 dicembre era stato avvicinato da Giovanni Ventura che gli aveva chiesto di aiutarlo a nascondere armi e munizioni.

Castelfranco Veneto è in provincia di Treviso: così i giudici di Padova rispediscono ai colleghi trevisani tutto ciò che si riferisce al gruppo di Freda e Ventura, spiccando nei confronti di questi un mandato provvisorio di arresto.

 

Era proprio scritto che quell’indagine dovesse ritornare sulla scrivania di Stiz. Lo inseguiva come un destino. «Ricomincio da capo. E chiedo informazioni anche a Roma. Mi rivolgo» racconta Stiz «all’ufficio Affari riservati del ministero dell’Interno, che aveva steso rapporti sul terrorismo di destra e sugli attentati ai treni. Ma capisco subito che qualche cosa non funziona: ciò che chiedo non arriva mai; invece che collaborazione trovo, nel migliore dei casi, freddezza. Mi convinco allora che le cose sono, come dire, molto delicate. Divento più guardingo: per le mie indagini, per esempio, comincio a servirmi soltanto di un maresciallo dei carabinieri di cui mi fido pienamente, Alvise Munari, il comandante della squadra di Polizia giudiziaria dei carabinieri presso la Procura di Treviso.»

Tutte le attività investigative passano attraverso Munari, che a sua volta si serve solamente di due o tre carabinieri di sua fiducia. Non senza pressioni dai suoi superiori e soprattutto non senza problemi per lo svolgimento delle indagini a lui affidate. Una volta Stiz e Calogero lo mandano a Roma a compiere una perquisizione domiciliare. Munari guarda i magistrati e chiede: «Io vado, ma per favore mettetemi il mandato in busta sigillata, con il vostro ordine di aprirla solo davanti all’interessato». Così i suoi superiori devono fare buon viso a cattivo gioco e non possono impedirgli di lavorare per giudici, secondo loro, alla ricerca di un’inesistente pista nera.

Dalle indagini arrivano i primi risultati concreti. L’acquisto dei timer, la fabbricazione degli involucri esplosivi, le borse in cui sono poi state messe le bombe: tutto sembra collegare gli attentati veneti – ma anche quelli milanesi – al gruppo di Freda e Ventura.

Stiz e Calogero vanno a spulciare centinaia di pagine di atti giudiziari già dimenticati in archivio. In un fascicolo aperto a Padova e subito archiviato, trovano alcune intercettazioni telefoniche importantissime per le indagini. Una delle conversazioni registrate nel settembre 1969 è addirittura l’ordine telefonico di Freda per l’acquisto dalla ditta Elettrocontrolli di Bologna di 50 timer da 60 minuti in deviazione: sono verosimilmente quelli usati per gli attentati del 12 dicembre. Eppure la Questura di Padova le aveva dichiarate intercettazioni senza alcun interesse. Il commissario che le aveva esaminate, Saverio Molino, dirigente dell’ufficio politico della questura, era un amico di Freda.

Da alcuni interrogatori spunta anche il nome di Ruggero Pan, studente padovano vicino al gruppo di Freda. A Pan, Freda confida di aver organizzato ed eseguito personalmente un attentato che aveva preceduto la strage di piazza Fontana, quello alla Fiera di Milano, il 25 aprile 1969. «Ma a Milano, intanto,» commenta Stiz «per lo stesso attentato era stato condannato un gruppo di anarchici. Per me è stato traumatico leggere quegli atti e vedere come degli innocenti fossero stati intrappolati in maniera indecente. Ho cominciato allora a convincermi che c’erano interessi superiori, sopra il diritto e sopra la verità. Ho capito che volevano colpire delle persone senza colpa per coprire i veri responsabili.»

L’indagine prosegue in silenzio e in assoluta solitudine, condotta da Stiz e Calogero, nei loro uffici, e da Munari, che si muove alla ricerca dei riscontri necessari. È il maresciallo, per esempio, che prende il treno e va a Bologna a verificare la pista dei timer. Raccolti elementi sufficienti, Stiz firma, su richiesta del collega Calogero, l’ennesimo mandato di cattura per Freda e Ventura.

 

«Confesso che vivevo dentro una grande tensione, in un clima di sospetto» ammette Stiz. «Erano pochi quelli di cui sapevo di potermi fidare. Avevo paura che venissero a portarmi via le carte. Le ho quindi rinchiuse in una cassaforte, che di notte era vigilata da un carabiniere di Munari che dormiva nel mio ufficio. A un certo punto vengo a sapere che uomini dei servizi segreti a Treviso stanno cercando di mettersi in contatto con Ventura in carcere. L’ho fatto trasferire in fretta e furia nella piccola prigione di Bassano, dove erano rinchiusi solo dieci detenuti: lì Ventura era guardato a vista giorno e notte.»

Il clima, già teso, si arroventa quando Stiz e Calogero, il 4 marzo 1972, firmano un mandato di cattura per Pino Rauti, membro della direzione del Movimento sociale italiano. È accusato di aver partecipato a una riunione segreta, avvenuta a Padova nella notte tra il 18 e il 19 aprile 1969, nel corso della quale sarebbe stata messa a punto la strategia terroristica dei mesi successivi.

È un bidello di Padova, Marco Pozzan, che lo coinvolge nella vicenda. Rauti, leader dell’ala dura del Msi, era rientrato nel partito solo alla fine del 1969, dopo aver guidato l’attività del movimento Ordine nuovo da lui fondato nel 1956. Freda e Ventura fanno parte proprio di Ordine nuovo. E Ordine nuovo è il gruppo da cui, secondo gli indizi raccolti, sono stati realizzati gli attentati.

Stiz e Calogero, scoperta l’attività eversiva e gli organigrammi dei gruppi ordinovisti veneti, si convincono che Rauti (benché fosse uscito da Ordine nuovo giusto un mese prima della strage di piazza Fontana) avesse avuto un ruolo attivo nella preparazione della strategia terroristica dell’organizzazione, che comprendeva anche gli attentati compiuti in Veneto e a Milano nel 1969, nonché quelli del 12 dicembre a Milano e a Roma.

«Appena Rauti è stato messo ai ferri, è scoppiato un pandemonio» ricorda Stiz. Il clima, nel Paese, è pesante. Le piazze, attraversate da manifestazioni di operai e di studenti, sono piene di tensione. Oltretutto mancano solo due mesi alle elezioni politiche del maggio 1972, quelle a cui i partiti arrivano dopo una campagna elettorale durissima, che la Dc combatte sotto il segno della lotta contro gli «opposti estremismi».

Rauti è un personaggio centrale per la destra italiana, sempre a cavallo tra ufficialità e clandestinità. Dopo la guerra, si iscrive al Msi e al gruppo di Giorgio Almirante, il Far (Fasci d’azione rivoluzionaria), insieme a Clemente Graziani e Julius Evola. Nel 1950 insieme a Evola è arrestato per ricostituzione del partito fascista e per aver organizzato una serie di attentati firmati Far e Legione nera. Dopo 13 mesi di galera, è assolto. Nel 1956 esce dal Movimento sociale, ormai conquistato dal moderato Arturo Michelini, fautore dell’alleanza con la Dc, e dà vita autonoma al Centro studi Ordine nuovo. Rientra nel partito quando l’amico Almirante, nel 1969, riconquista la segreteria. Era venuto il momento, spiega ai suoi camerati, di «aprire l’ombrello», facendo così capire che si stava avvicinando una tempesta. Ordine nuovo proseguirà la sua storia, rifondato sotto la sigla Mpon (Movimento politico Ordine nuovo) da Clemente Graziani ed Elio Massagrande.

Rauti, dentro o fuori il Msi, mantiene sempre buoni rapporti con gli ambienti militari. Nel 1965 partecipa come relatore, insieme a Guido Giannettini, Eggardo Beltrametti, Giano Accame, Giorgio Pisanò, Stefano Delle Chiaie e altri, al convegno romano organizzato all’Hotel Parco dei principi dall’istituto Pollio, un centro studi legato allo stato maggiore dell’esercito; il convegno è la sede in cui, dopo l’esperienza del piano Solo (che, con il suo «rumor di sciabole», nel 1964 aveva bloccato i programmi più riformisti del primo governo italiano di centro-sinistra), si pongono le basi per la nuova strategia anticomunista, fondata sulla «guerra non ortodossa», che sarà combattuta nei 15 anni successivi. Nel 1966 Rauti insieme a Giannettini prepara il volume Le mani rosse sulle forze armate, commissionato dal generale Giuseppe Aloja, capo di stato maggiore dell’esercito. Nel 1968 parte per la Grecia dei colonnelli, coinvolto in un viaggio di studio sulle tecniche d’infiltrazione, insieme a una cinquantina di personaggi fra cui Delle Chiaie, Mario Merlino, Giulio Maceratini, Franco Rocchetta, l’agente del Sid (Servizio informazioni difesa) Stefano Serpieri…

 

La reazione della destra all’arresto di Rauti è immediata. Il senatore missino Gastone Nencioni, subito nominato avvocato difensore, piomba su Treviso per sostenere che le accuse dei giudici sono destituite di fondamento, senza una prova. Uno stuolo di legali si mette al lavoro. Denuncia la presunta strumentalizzazione politica alla vigilia delle elezioni («giustizia a orologeria», si dirà qualche decennio dopo), ma soprattutto denuncia Stiz davanti alla Procura generale e al presidente della Repubblica Giovanni Leone. I giudici di Treviso diventano, sulla stampa che sostiene la destra, talpe dei comunisti dentro la magistratura. La formula «toghe rosse» non era ancora stata inventata, ma nasce qui il malcostume italiano di attaccare ferocemente i magistrati imputando loro un pregiudizio politico.

E Stiz, come reagisce? Spaesato, lui con la sua educazione di stile militare, digiuno di politica, si trova senza averlo voluto al centro di feroci scontri politici. Risponde con il silenzio. Continuando a lavorare. E accelerando i tempi dell’indagine: «Quel marzo 1972 per me è stato un mese di fuoco. Avevo intuito la manovra che era iniziata contro di me: le denunce erano funzionali alla ricusazione che sarebbe arrivata; inventavano delle accuse per creare un procedimento a mio carico e quindi poter dirottare l’istruttoria in acque a loro più favorevoli».

I rapporti tra Stiz e i servizi di sicurezza diventano pessimi. Dopo l’arresto di Rauti, il giudice istruttore, che continua a sperare di avere lo Stato, tutto lo Stato, dalla parte della legge e quindi dalla sua parte, prende contatti diretti con il Sid per ottenere il materiale informativo sul suo indagato. Organizzatore del «viaggio di studio» dei giovani fascisti italiani nella Grecia dei colonnelli, personaggio sempre presente sui palchi delle manifestazioni militari, fianco a fianco ai generali della Repubblica italiana, possibile che Rauti fosse sconosciuto alle barbe finte, ai segugi raccogli dossier dei servizi?

Eppure le richieste di Stiz restano senza risposta. Nel marzo 1972 si presentano a casa del giudice due colonnelli dei servizi, il comandante del centro di Padova e un suo collega arrivato da Roma. Gli spiegano che su Rauti il Sid non ha alcuna notizia. Anzi: invece di dare informazioni, i due colonnelli hanno loro l’atteggiamento di chi indaga. Continuano a fare domande. Cercano di capire quali elementi Stiz abbia in mano.

Si incrina, giorno dopo giorno, la tenace fiducia che Stiz riponeva nello Stato. Diventa guardingo, impara suo malgrado a distinguere, a fare attenzione ai nemici inaspettati e insospettabili. «Lo Stato ero io, comunque, in quel momento. Io rappresentavo lo Stato alla ricerca della verità.»

 

Una verità difficile, in cui nulla è come sembra, in cui le verità proclamate si rifrangono in un gioco di specchi. Stiz ricorda bene che Ventura, dopo aver tentato di passare per uomo di sinistra (aveva preso come soci in una iniziativa editoriale addirittura alcuni esponenti dei movimenti marxisti-leninisti), si è sempre vantato di essere un informatore dei servizi segreti e ha sempre sostenuto come sua linea difensiva di aver agito per conto dei servizi.

Poi, vent’anni dopo quell’indagine, quando nel 1990 fu scoperta l’organizzazione segreta Gladio, Stiz ha ripensato a una delle testimonianze da lui raccolte: quella in cui Lorenzon raccontava che Ventura gli aveva confidato l’esistenza di una rete di piccoli gruppi in tutta Italia che lavoravano in modo strettamente compartimentato, separato l’uno dagli altri, ciascuno con un capo che non conosceva neppure i suoi pari grado, ma rispondeva solamente a un superiore. Era una delle reti segrete operanti in Italia, Gladio o più probabilmente i Nuclei di difesa dello Stato. Ventura stesso aveva raccontato a Lorenzon di aver inviato, nel 1966, duemila volantini firmati proprio «Nuclei di difesa dello Stato» a ufficiali dell’esercito per incitarli alla sovversione.

A Felice Casson, il giudice di Venezia che stava indagando sull’eversione di destra in Veneto (e che poi scoprirà la struttura Stay Behind), Stiz molti anni dopo ha consigliato di andare a rivedere l’agenda telefonica sequestrata a Freda, ricca di nomi e numeri telefonici della zona di Udine e di Trieste. È stata utile, a Casson, quell’agenda: conteneva, fra gli altri, il nome di Vincenzo Vinciguerra, aderente al gruppo di Ordine nuovo di Udine, che poi ha confessato le proprie responsabilità nella strage di Peteano.

Ma mentre l’inchiesta di Stiz è in corso, il giudice deve pensare soprattutto a parare i colpi bassi. A partire dal marzo 1972 i suoi avversari cercano qualche smagliatura nell’indagine. E trovano un paio d’episodi su cui s’impuntano. Protagonista di entrambi è Marco Balzarini, giovane assistente universitario del professor Alberto Burdese, titolare a Padova della cattedra di diritto romano. Durante un interrogatorio, Stiz chiede conto a Balzarini, inutilmente, di un misterioso appuntamento da lui avuto con un personaggio legato ai servizi di sicurezza. A quell’interrogatorio è presente anche Burdese, arrivato in tribunale insieme al suo assistente. Un atto di gentilezza, l’aver permesso al professore (che è pure avvocato) di restare durante l’interrogatorio, gli è subito contestato come violazione del segreto istruttorio.

Assai più penosa, per Stiz, la seconda vicenda. Balzarini alla fine dell’interrogatorio mostra di essere psicologicamente provato. Chiede uno stop, una pausa per calmarsi e rinfrescare la memoria. S’impegna a tornare dal giudice dopo tre giorni. Stiz accetta e lo riconvoca per il lunedì successivo. Ma Balzarini fugge all’estero e scompare. Stiz ne ordina allora la cattura. E quando viene a sapere che è rientrato in patria dopo essersi nascosto per qualche tempo in Francia, ordina al maresciallo Munari di ricercarlo dappertutto, compresa l’abitazione del suocero. Ma il suocero di Balzarini è un magistrato, il sostituto procuratore della Repubblica a Vicenza Nicola Biondo. Così, quando Munari si presenta a casa del dottor Biondo (che aveva anche un figlio indagato per gli attentati ai treni che avevano preceduto la strage), scatta la seconda denuncia: contro Stiz, contro Calogero e contro Munari.

Niente pesa a Stiz più del fatto di sentirsi, lui magistrato, sotto accusa. Ma come – pensa – io lavoro per lo Stato e lo Stato mi attacca ingiustamente? La sede scelta dalla Cassazione per esaminare queste vicende è Bologna, dove il procuratore della Repubblica in persona interroga per un giorno intero i tre indagati. Poi però decide di richiedere l’archiviazione, che viene suggellata con un’ordinanza firmata dal giudice istruttore Angelo Vella. «Mi hanno detto che è un’ordinanza bellissima, che coglie bene il clima di quei mesi. Ma io non l’ho voluta neppure leggere» dice Stiz. «Comunque hanno archiviato il caso e poi finalmente mi hanno lasciato in pace.»

Non lo hanno lasciato in pace, invece, le lettere di minaccia, le telefonate anonime. «Tutto è cominciato con l’arresto di Rauti. I giornali hanno cominciato a scriverne e da allora il mio ufficio è stato sommerso da lettere di ogni tipo e al telefono sono iniziate ad arrivare le minacce di morte. Le telefonate sono la cosa più terribile, perché coinvolgono la famiglia. Io vivevo ugualmente, non mi lasciavo impressionare. Ma mia moglie, evidentemente, non è riuscita a non farsi travolgere. Non ha mai più saputo superare quei momenti di paura.»

Il telefono del giudice Stiz viene messo sotto controllo, per cercare di individuare da dove arrivano le chiamate di minaccia. Di una, il cui tono lo aveva colpito in modo particolare, Stiz chiede con insistenza la provenienza. Dopo un giorno le autorità di polizia gli rispondono che non erano in grado di identificare l’autore, perché la chiamata proveniva dal centralino della Camera dei deputati. Quelle lettere, quelle telefonate, sono state un incubo durato anni. «Mi arrivavano anche delle vere e proprie sentenze di condanna a morte, soprattutto da Napoli e dal Sud. A un certo punto ho chiesto all’amministrazione postale di non recapitarmele più e di consegnarle direttamente al pretore di Treviso, il dottor Francesco La Valle. Il povero La Valle è andato avanti per anni a emettere sentenze contro ignoti per minacce e ingiurie.»

A Stiz viene assegnata una scorta. Per un periodo lunghissimo vivrà blindato: «Mi hanno tolto anni e anni di vita». Ogni tanto, per tutto il decennio successivo, gli arriva l’eco di un attentato che i gruppi neofascisti avrebbero preparato contro di lui. Gliene parla, molto dopo la conclusione dell’inchiesta di Treviso, anche Giovanni Tamburino, nei primi anni Ottanta giudice di sorveglianza presso il carcere di Padova. Tamburino aveva raccolto la testimonianza di un detenuto, Presilio Vettore: nel luglio 1980, alla vigilia della strage di Bologna, emerge l’esistenza di un piano che comprende un «grande botto» e un attentato contro un giudice colpevole di avere indagato sulla destra. Il «grande botto» sarà fatto dalla bomba alla stazione, poche settimane dopo. L’attentato, per fortuna non realizzato, doveva essere contro Stiz: gli esecutori, dopo essersi sostituiti alla sua scorta, avevano pianificato di arrivare a prelevarlo sotto casa, in divisa da carabinieri.

Alcuni anni dopo, Stiz si trova davanti, faccia a faccia, quello che avrebbe dovuto essere il suo carnefice: Giusva Fioravanti, il giovane capo dei Nuclei armati rivoluzionari. Stiz, con la toga, è seduto sui banchi del collegio giudicante, in un’aula del Tribunale di Treviso. Fioravanti, con il suo gruppo, è nella gabbia degli imputati, accusato, questa volta, del sequestro di un gioielliere trevigiano. L’avvocato difensore del neofascista prende la parola: «Lo sa il giudice Stiz che è stato l’obiettivo di un attentato progettato dal mio patrocinato?». «Lo so, avvocato, lo so» risponde Stiz. E subito accetta la richiesta che gli viene rivolta di astenersi dal giudizio. Ma così quell’attentato ideato e mai eseguito ha avuto almeno un’indiretta ma precisa e certa rivendicazione di paternità.

Non tutto ciò che arriva a Stiz, però, è ostile. Molte missive sono di incoraggiamento, di plauso, di sostegno. Il giudice conserva ancora oggi, nella sua casa di campagna, una cassa grandissima piena di lettere e di telegrammi. «La maggior parte proveniva da operai, da consigli di fabbrica, da gente di sinistra, con la quale io non avevo mai avuto niente a che spartire. Ma in quei momenti ho sentito che quello era il popolo, quel popolo italiano in nome del quale i giudici pronunciano le loro sentenze.»

Molte lettere sono di denuncia. Comunicano notizie a volte interessanti per l’inchiesta, più spesso chiedono al giudice di indagare su altri fatti eversivi. «Si rivolgevano tutti a me. Sembrava che dovessi scoprire tutto io, e in tutta Italia.» Stiz in quegli anni diventa, al di là della sua volontà, un punto di riferimento per i cittadini che vedono scendere le ombre della notte della democrazia.

 

Ma in quel marzo di fuoco, fra tante polemiche e tante tensioni, Stiz e Calogero si convincono di aver raccolto elementi d’indagine sufficienti non solo sugli attentati veneti, ma anche sulla strage di piazza Fontana a Milano. Poiché il reato più grave attira tutti gli altri, decidono dunque di passare la mano ai magistrati milanesi. E lo fanno di corsa. Stavano già cominciando a piovere le denunce contro Stiz e Calogero. Erano già iniziate le manovre per strappare il processo a Treviso e dirottarlo a Roma. Questione di giorni, viene a sapere Palminteri. Allora Stiz e Calogero giocano d’anticipo: mandano tutto a Milano. Lavorando furiosamente, in un paio di giorni Calogero prepara la requisitoria, Stiz la sentenza istruttoria. E martedì 21 marzo 1972, primo giorno di primavera, partono per Milano due casse di cartone verdino, contenenti i 27 fascicoli del procedimento e i corpi del reato: mitra, fucili, timer. Arriveranno sul tavolo del giudice Gerardo D’Ambrosio.

Già da tempo si erano attivati i contatti tra il Palazzo di giustizia di Treviso e quello di Milano. «Più volte i magistrati milanesi che sapevano di dover ereditare l’inchiesta – D’Ambrosio, Emilio Alessandrini e Luigi Fiasconaro – erano venuti a casa mia a Treviso per parlare dell’indagine» ricorda Calogero. «Poi, quando è passata a Milano, siamo stati noi di Treviso ad andare a Milano per scambiare informazioni. Qualche volta ci siamo trovati a metà strada: l’appuntamento era a Sirmione, nella Villa di Catullo. Lì, seduti su una panchina nel verde, discutevamo di come far procedere l’indagine.»

 

La Cassazione strapperà il processo anche a Milano, per mandarlo, per legittimo sospetto, nel posto più lontano possibile, a Catanzaro. «Allora delle vicende di piazza Fontana non mi sono più interessato, se non attraverso la lettura dei giornali» dice Stiz. «Ma l’inizio della fine è stato mettere insieme le due piste, quella nera e quella rossa, in un processo unico, celebrato in capo al mondo, a Catanzaro, dove non si è voluto decidere se i responsabili fossero gli uni o gli altri.»

A dispetto delle previsioni, i magistrati di Catanzaro sono stati tutt’altro che insabbiatori. Preziosissimo il lavoro del pubblico ministero Mariano Lombardi, che ha sviluppato e arricchito le indagini sui neri. Taglienti le conclusioni del giudice istruttore Gianfranco Migliaccio, che nella sua sentenza istruttoria di rinvio a giudizio del luglio 1976 scrive: «Le forze eversive responsabili degli attentati» erano «rappresentate nel 1969 in seno al Sid». Ulteriori elementi sulle organizzazioni eversive di destra e i loro rapporti con gli apparati sono stati poi raccolti dal giudice istruttore Emilio Ledonne, che nel luglio 1986 scrive una ricca ordinanza-sentenza a carico di Stefano Delle Chiaie, Massimiliano Fachini, Carlo Digilio e Mario Merlino.

Ottima anche la conduzione del dibattimento da parte del presidente Pietro Scuteri e la sentenza di primo grado, scritta dal giudice a latere Vittorio Antonini. «Ho ammirato molto il presidente della Corte d’assise di Catanzaro» dice Stiz. «Ricordo bene, per esempio, l’interrogatorio trasmesso alla televisione di Mariano Rumor, più volte presidente del Consiglio e ministro dell’Interno: quel giorno, nelle risposte e nei silenzi dell’esponente democristiano, lo Stato è affondato in diretta. Ma poi il processo è andato come è andato. Per quanto riguarda l’istruttoria realizzata dal mio ufficio di Treviso, e cioè la parte che riguarda gli attentati ai treni, la bomba alla Fiera di Milano, l’associazione sovversiva, l’apologia del fascismo, la condanna al gruppo veneto c’è stata, in primo grado, in appello e in Cassazione. Freda ha avuto una condanna a 14 anni di carcere. Definitive anche le condanne per gli uomini del Sid che hanno depistato le indagini, il generale Gian Adelio Maletti e il capitano Antonio Labruna.»

Diversa è stata, dentro lo stesso processo dal percorso così tortuoso, la sorte delle imputazioni per la strage di piazza Fontana. In primo grado, ergastolo per Freda, Ventura e per il collaboratore del Sid Guido Giannettini, che riceveva lo stipendio dai servizi anche mentre era latitante all’estero e ricercato. In appello, rovesciando il verdetto di colpevolezza, per la strage e gli attentati del 12 dicembre scatta l’assoluzione per insufficienza di prove. Poi la Cassazione annulla le assoluzioni relative alla strage e agli attentati del 12 dicembre, riaprendo il processo a Bari.

«Uno spettacolo avvilente» dice Stiz con la sua faccia triste. «A Bari la Corte d’assise d’appello ha condotto il processo in maniera discutibile. E c’erano prove nuove, c’erano alcuni “pentiti†che avevano collaborato. Eppure si è ripetuta l’insufficienza di prove, malgrado la maggiore consistenza probatoria degli elementi presentati. Il procuratore generale della Repubblica di Bari, Salvatore Toscani, ha subito chiesto l’annullamento di quella sentenza, con una richiesta alla Cassazione lucidissima, che sarebbe da pubblicare. Ma la prima sezione della suprema corte in quattro ore di camera di consiglio ha deciso che era ora di metterci una pietra sopra.»
Sconfitto, Stiz? Amareggiato di certo. E umiliato. Ma sconfitto no. «Anzi. Io mi sento professionalmente soddisfatto. Intanto perché la mia indagine iniziale, quella per gli attentati veneti, ha ottenuto una condanna definitiva. E poi perché c’è una vittoria più generale: lo Stato allora stava andando nella direzione sbagliata, attribuendo la responsabilità della strage agli anarchici e colpendo la sinistra democratica. La nostra indagine ha avuto il merito di far emergere la verità e di riequilibrare le cose.»

Delusione? «Solo questa: io sono convinto, anche alla luce di prove emerse successivamente, che i colpevoli della strage di piazza Fontana vadano cercati negli stessi ambienti della destra eversiva che sono stati indagati per anni. Treviso, Milano, Roma, Catanzaro, Bari: indagini e processi, negli anni, hanno accumulato su piazza Fontana vagoni di carte. Il processo è diventato un elefante. E il dramma di questi processi è che questi vagoni di carte più nessuno li legge, anche perché è umanamente impossibile.»

Stiz formula timidamente un’ipotesi: «Chissà, se il processo fosse stato diviso in tronconi, se si fosse mandato subito a giudizio Freda per la strage, lasciando i servizi per un secondo troncone, forse si sarebbe ottenuto qualche risultato in più. Ma del resto, lo sappiamo: non tutti i dibattimenti convalidano l’istruttoria. Questa è una regola del nostro processo. Eppure, se le sentenze costruiscono la realtà processuale, la realtà storica è un’altra cosa. E forse c’è ancora speranza che i libri di storia, in futuro, possano raccontare la verità».

 

Calogero non pensa che sia stato un insuccesso. «Per almeno quattro motivi. Uno, è stata provata la matrice fascista della strage e degli attentati riconducibili alla strategia della tensione. Due, per alcuni degli attentati preparatori, quelli dall’aprile al 9 agosto 1969, Freda e Ventura hanno ricevuto una condanna definitiva. Tre, le omissioni e le connivenze di apparati deviati dello Stato sono stati scoperti e provati. Quattro, sono stati salvati dall’ergastolo imputati che erano colpevoli designati, ma in realtà estranei alla strategia e alla sua attuazione.» Poi il magistrato, riflettendo sui quarant’anni che sono passati, si ferma un attimo. E aggiunge: «Ce l’avremmo fatta se avessimo potuto lavorare in condizioni normali, semplicemente normali. Invece gli apparati dello Stato ci hanno subito messo i bastoni tra le ruote, hanno sottratto testimoni (il bidello Marco Pozzan), coperto imputati (Guido Giannettini), hanno tentato perfino di far evadere dal carcere di Monza Ventura, fornendogli le chiavi per uscire… Incredibile, no? Potevamo noi, in queste condizioni, fare più di quello che abbiamo fatto?».

Calogero sa che quasi nessuno lo associa più all’indagine sui neri: ormai per quasi tutti è «quello del 7 aprile», l’investigatore che nel 1979 ha messo in carcere e poi ha fatto condannare i rossi dell’Autonomia: «Lo chiamano teorema, ma in realtà l’ipotesi accusatoria è stata provata dai fatti: le formazioni clandestine e combattenti (Br, Prima linea…) erano in contatto con le strutture di massa dell’Autonomia, ciascuna faceva la sua parte e, insieme, formavano il “partito armatoâ€. Toni Negri era in contatto con Renato Curcio fin dai primi anni Settanta e, incontrandosi segretamente con lui, discuteva ed elaborava sistematicamente la strategia di lotta armata allo Stato comune sia alle Br, sia all’Autonomia organizzata. Peccato che in certi ambienti della sinistra si parli ancora del 7 aprile, con evidente pregiudizio, come di un’indagine su reati d’opinione e sui “cattivi maestriâ€: era invece, come appare chiaramente dalla struttura binaria dell’accusa iniziale, poi confermata in Cassazione, un’indagine su fatti concreti di terrorismo armato e sulla “dialetticaâ€, cioè sull’integrazione operativa segreta, tra gruppi combattenti e Autonomia, che insieme formavano il partito armato».

E Stiz? Cerca di stringersi ai pochi ricordi buoni che gli sono rimasti. La seduta del Parlamento dedicata alla sua indagine, nel 1972, conclusa con un lungo applauso scrosciante. La seduta del Consiglio comunale di Treviso, che lo ha voluto presente per dimostrargli stima e riconoscenza. «Per le stragi hanno sofferto le vittime, i morti e i feriti. Hanno sofferto i loro familiari. Ma abbiamo sofferto anche noi, i sopravvissuti. Questa è la verità. Del resto, non mi lamento. È il mestiere. È il rischio della nostra professione: lo mettiamo in conto quando la scegliamo. Certo, nessuno mi ha detto grazie, non mi è mai arrivato un riconoscimento ufficiale. Anzi, quante difficoltà mi hanno fatto. Eppure: come si fa a chiudere gli occhi, quando si deve fare il proprio lavoro? Non si può: cosa si fa, si mette un timbro e si chiude tutto? No, non è possibile questo. Prima di ogni cosa c’è il dovere. Rifarei tutto, senz’altro. Chissà, forse meglio.»

Da: Gianni Barbacetto, Piazza Fontana. Il primo atto dell’ultima guerra italiana, Garzanti 2019


Milano, 12 dicembre 1969, strage di piazza Fontana

Data articolo: Tue, 07 Apr 2026 14:10:56 +0000

Stadio

Inchiesta San Siro, i tre argomenti con cui Sala tenta (malissimo) di difendere la sua amministrazione

Strana difesa, quella del sindaco Giuseppe Sala dopo l’ultima tempesta che si è abbattuta su Palazzo Marino. Dopo le perquisizioni, la mattina del 31 marzo, di uffici e abitazioni del suo braccio destro Christian Malangone, del suo ex assessore Giancarlo Tancredi e della sua direttrice della pianificazione Simona Collarini, il sindaco ha aspettato fino alle 19 per scrivere in un comunicato tre argomenti in difesa della sua amministrazione pesantemente coinvolta nell’affare San Siro.

Il primo: “Tra le accuse non c’è il minimo riferimento a ipotesi corruttive e ciò è di fondamentale importanzaâ€. Intanto: mai dire mai. E poi: curiosa reazione, difendersi da una accusa grave gioendo di non averne ricevuta una ancora più grave. È come se un accusato di furto dicesse: “Non mi hanno contestato alcun omicidio e ciò è di fondamentale importanzaâ€. Ma chi lo aiuta a scrivere i comunicati a Palazzo Marino?

Il secondo argomento per difendere la sua amministrazione, i cui vertici sono accusati di accordi sotterranei con i compratori di San Siro, è che si fa così: “La Legge Stadi e le procedure di Partenariato Pubblico Privato richiedono delle interlocuzioni preliminari con i club calcistici; queste interlocuzioni sono, dunque, fisiologicheâ€.

Interlocuzioni? A leggere i documenti dei magistrati, sembrano piuttosto “collusioniâ€. Più che trattative e “interlocuzioni fisiologicheâ€, Palazzo Marino si è del tutto sottomesso ai desideri dei fondi esteri che volevano comprare San Siro (non lo stadio, ma la Grande funzione urbana, cioè un affare immobiliare da 1,2 miliardi). A dettare le condizioni, i tempi, le determine, le delibere sono i rappresentanti dei fondi. Al piano alto, Paolo Scaroni e Giuseppe Marotta che parlano direttamente con Sala; sotto, gli operativi (Ada Lucia De Cesaris e gli altri consulenti e manager) che trattano con Malangone, Tancredi e Collarini.

La gara è stata cucita addosso in modo “sartorialeâ€, su misura per chi doveva vincerla. Con “mezzi fraudolentiâ€, scrivono i giudici: “incontri occulti, scambi di documenti riservati prima della pubblicazione, condivisione di bozze e/o di delibere, accordi su contenuti di atti amministrativi, azioni di pilotaggio dei tempi procedimentaliâ€.

La frase-simbolo di questa inchiesta l’ha detta l’ex assessore Tancredi: dopo aver chiesto a Collarini di togliere le cifre ed edulcorare la determina del settembre 2022 che approva la proposta di Milan e Inter di abbattere e ricostruire lo stadio, a chi gli diceva, soddisfatto, “sono spariti tutti i dettagliâ€, risponde, con agghiacciante ironia: “Il mio lavoro sporco…â€.

Il terzo argomento del sindaco è che gli uffici hanno “operato in buona fede e per il bene di Milanoâ€, con una “trattativa lunga, complessa, condotta nell’esclusivo interesse pubblicoâ€, per cercare “di far fronte a un rischio (e cioè l’abbandono della città di Milano da parte delle nostre due società calcistiche)â€.

Hanno capito tutti – tranne Sala – che “l’abbandono della città†era solo un bluff di Milan e Inter per restare a San Siro: perché i due club non hanno i soldi per andare altrove; perché il Tar ha escluso la possibilità di costruire lo stadio a San Donato; e perché quello che i fondi Usa volevano non era tanto lo stadio, ma i 280 mila metri quadrati attorno, per realizzare una delle più grandi operazioni immobiliari in città, del valore di 1,2 miliardi di euro. Il gioco funziona su quell’area pregiata, a Milano, non certo “altrove†(a Rozzano, a San Donato o nel Paese dei Balocchi).

Hanno agito “nell’esclusivo interesse pubblico� Bel guadagno, per la città: uno stadio iconico come il Meazza, uno dei simboli di Milano noti in tutto il mondo, è stato sottostimato, svenduto, candidato alla distruzione (mentre poteva essere ristrutturato), per permettere a due fondi speculativi americani di fare il colpaccio, l’affare del secolo, la Stangata, su aree preziose che erano della città. Con la complicità del sindaco e dei vertici del Comune di Milano: “In buona fede� Speriamo.

Data articolo: Fri, 03 Apr 2026 19:35:21 +0000

Urbanistica

Torre Milano, richieste le condanne e il sequestro del grattacielo

La confisca del grattacielo ritenuto abusivo: questa è la pena che più fa paura ai costruttori, tra quelle chieste ieri dalla pm Marina Petruzzella a proposito della Torre Milano di via Stresa. Al termine della sua lunga requisitoria, la rappresentante della pubblica accusa ha chiesto 2 anni e 4 mesi di reclusione, oltre a 50 mila euro di ammenda, per i principali indagati: i costruttori Carlo e Stefano Rusconi, il progettista Gianmaria Beretta, i dirigenti comunali Giovanni Oggioni e Franco Zinna.

E la confisca: la torre dovrebbe passare al Comune di Milano che la dovrebbe poi demolire o acquisire al patrimonio comunale. Pene minori, 2 anni di reclusione e 30 mila euro di ammenda, chieste per i dipendenti del Comune Maria Chiara Femminis e Mario Carrillo, e 1 anno e 16 mila euro di ammenda per un altro dipendente comunale, Pietro Ghelfi.

Le imputazioni contestate sono abuso edilizio, lottizzazione abusiva e falso (ormai prescritto); l’abuso d’ufficio, inizialmente contestato, è stato intanto abolito dal governo. La Torre Milano, tra i tanti casi finiti sotto inchiesta della Procura di Milano per abusi edilizi negli ultimi due anni, è la prima ad arrivare a sentenza. È un grattacielo di 24 piani alto 85 metri, edificato in via Stresa, con un investimento di 45 milioni di euro, al posto di due piccole palazzine a uffici di 2 e 3 piani che un tempo ospitavano la casa editrice Universo, quella che pubblicava i giornali a fumetti l’Intrepido e Il Monello.

La Torre ospita 102 appartamenti già venduti, con lo slogan “la città ti manda in altoâ€: costruiti come “ristrutturazioneâ€, con una Scia (la segnalazione certificata di inizio attività). Ma – sostiene l’accusa – è invece “nuova costruzioneâ€, intervento di forte impatto (per altezza, oltre i 25 metri, e per densità di volumi): dunque non poteva essere costruita con la Scia ma era necessario un piano attuativo, che calcola i servizi necessari (dai marciapiedi alle fognature, dal verde agli asili nido) necessari per l’arrivo in zona di circa 300 nuovi abitanti. Secondo la Procura, i costruttori avrebbero dovuto pagare (per le “monetizzazioni degli standardâ€) 4,7 milioni, invece hanno versato al Comune soltanto mezzo milione circa, un ottavo di quanto dovuto.

Dopo la pm, ha parlato l’avvocata Antonella Forloni, che assiste l’inquilina di un palazzo di fronte alla Torre Milano, che si è costituita parte civile “non solo per chiedere il risarcimento del danno per la perdita di vista e luce, ma anche per contribuire a far emergere le conseguenze negative che un’incombente torre di oltre 80 metri porta alla zona, alla viabilità e ai parcheggi, senza alcuna compensazione in termini di servizi o verde pubblico. E tutto questo non certo per dare una reale risposta al bisogno di case che pur Milano haâ€. Forloni ha chiesto per la sua assistita un risarcimento di 130 mila euro.

Sono poi iniziate le arringhe difensive. I legali del costruttore Rusconi, il penalista Federico Papa e l’amministrativista Fabio Todarello, hanno contestato le argomentazioni dell’accusa, sostenendo che la Torre Milano è stata costruita “rispettando tutte le regoleâ€, tanto che anche il Comune afferma di aver concesso il titolo edilizio in modo regolare. Nelle prossime udienze parleranno i difensori degli altri imputati, poi la sentenza della giudice Paola Braggion.

Data articolo: Fri, 03 Apr 2026 19:29:11 +0000

San Siro

Vendita di San Siro. Ada Lucia De Cesaris, la regista

“Ci vediamo domani mattina presto sulla delibera? Non fate troppa scenaâ€, si raccomanda l’assessore Giancarlo Tancredi con l’avvocata Ada Lucia De Cesaris, consulente dell’Inter, fissando un incontro riservato, non in Comune, con lei e la collega Marta Spaini. “Ok saremo discretissimeâ€, lo tranquillizza De Cesaris. È il 4 novembre 2021, ore 22.30, non proprio orario d’ufficio.

Spaini è la gemella diversa di De Cesaris: lavora nel suo stesso studio legale, ma le due si sono divisi i compiti, Ada Lucia lavora per l’Inter, Marta per il Milan. De Cesaris, Adaluc per gli amici, è tra i massimi protagonisti dell’affare San Siro. È lei a trattare con l’amministrazione comunale a nome dei fondi esteri che controllano Milan e Inter. È lei a parlare con il braccio destro di Giuseppe Sala, il direttore generale del Comune Christian Malangone, delle delibere da fare per realizzare l’affare. È lei, già nel novembre 2019, a parlare con Malangone del temuto vincolo di interesse culturale che renderebbe non più abbattibile il Meazza, facendo saltare l’operazione immobiliare da 1,2 miliardi di euro.

È lei – ipotizzano i pm – che nel 2021 scrive (insieme a Spaini) la mail con le tappe della compravendita, dettando a Malangone tempi e modi dell’affare. È lei a ricevere il 17 gennaio 2023 (dall’assessore Tancredi, ipotizzano i pm) la bozza due giorni prima che diventi la delibera comunale sul dibattito pubblico su San Siro.

Insomma: mentre ai piani alti Sala discuteva direttamente con Paolo Scaroni (eterno presidente del Milan) e Giuseppe Marotta (presidente dell’Inter), sotto, gli operativi (Ada Lucia De Cesaris e gli altri consulenti e manager) trattavano con Malangone, Tancredi, Collarini. Ma è Adaluc a dettare tempi e modi dell’operazione, nell’interesse dei privati. Gli amministratori pubblici eseguono.

Nella sua vita precedente, da assessore e poi anche vicesindaco di Giuliano Pisapia (2011-2015), ha tra i suoi “sottoposti†Tancredi e Collarini, in quegli anni entrambi dirigenti del Comune. Collarini nel 2014 firma la determina che cambia la destinazione d’uso dell’area del Trotto, contigua allo stadio: da uso pubblico sportivo a privato residenziale.

Così fa bingo Hines, grande fondo immobiliare Usa che aveva appena comprato l’area, ma non certo per farci correre i cavalli. Ora lì è in costruzione Extm, 25 edifici e 4 torri, 1.300 appartamenti di lusso per almeno 3 mila persone. Saranno a pochi metri dallo stadio Meazza, ma niente panico: sarà abbattuto e ricostruito più in là, così non toglierà valore alle prestigiose residenze Hines. Imboccate le porte girevoli, nel 2015 Adaluc esce da Palazzo Marino e diventa avvocato d’affari e consulente dell’Inter, oltre che punto di riferimento a Milano di Italia viva, il partito di Matteo Renzi.

Nella sua nuova vita comincia subito a darsi da fare per San Siro. Nel 2017 lavora a un “Documento per incontro col Comune†che prepara un meeting del 24 ottobre tra i rappresentanti delle squadre e l’amministrazione. Quel giorno De Cesaris invia al suo ex “sottoposto†Tancredi un “Memorandum su San Siroâ€. Il progetto è già quello di abbattere il Meazza, costruire un nuovo stadio e soprattutto realizzare l’operazione immobiliare miliardaria.

Nel 2019, San Siro, stadio con 280 mila metri quadrati attorno, entra nell’elenco dei beni da vendere per fare cassa: non prima di un incontro tra i rappresentanti di Milan e Inter e l’allora assessore al bilancio, Roberto Tasca (oggi presidente di A2a).

Leggi anche:
Il mago della Scia, la fatina Adaluc e altre meraviglie
https://www.giannibarbacetto.it/2025/04/04/il-mago-della-scia-la-fatina-adaluc-e-altre-meraviglie/

Data articolo: Fri, 03 Apr 2026 19:24:32 +0000

Turbativa d’asta

Indagine sulla vendita di San Siro. Perquisizioni a Palazzo Marino

Sembrava chiusa, la partita di San Siro. Quella definitiva, che il 1° ottobre 2025 ha deciso la vendita dello stadio Meazza e delle aree intorno, cedute dal Comune di Milano ai fondi esteri che controllano Milan e Inter. Invece ora partono i tempi di recupero e gli arbitri (cioè i pm della Procura) hanno chiesto l’intervento del Var per verificare la regolarità dell’operazione.

Ieri perquisizioni della Guardia di finanza a Palazzo Marino, nella sede di M-I Stadio (la società di Milan e Inter che gestisce il Meazza) e negli uffici e abitazioni di dirigenti comunali, consulenti e manager delle due squadre, tutti indagati nell’ipotesi che il bando di vendita sia stato costruito su misura per Milan e Inter, con “collusioni consistite in costanti interlocuzioni informali e scambi di informazioni non trasparenti e indebitiâ€. Così scrive il gip Roberto Crepaldi che ha autorizzato le perquisizioni chieste dai pm Giovanna Cavalleri, Paolo Filippini e Giovanni Polizzi.

Tra i nove indagati per turbativa d’asta e rivelazioni di segreto ci sono alcuni dei protagonisti del Sistema Milano: Christian Malangone, direttore generale del Comune e braccio destro del sindaco Giuseppe Sala; Giancarlo Tancredi, responsabile unico del procedimento di vendita e poi assessore all’urbanistica (2021-2025); Simona Collarini, direttrice della pianificazione del Comune; Ada Lucia De Cesaris, ex assessore all’urbanistica e vicesindaco (2011-2015) di Giuliano Pisapia, poi diventata fin dal 2016 consulente dell’Inter per l’affare dello stadio. Indagati anche i consulenti del Milan, Giuseppe Bonomi e Marta Spaini, dell’Inter, Fabrizio Grena, e due manager dei nerazzurri, l’amministratore delegato (2018-2025), Alessandro Antonello e il Chief operating officer, Mark Van Huuksloot.

Compravendita combinata, secondo l’accusa, con multiple “rivelazioni di segreto†da parte di alti dirigenti del Comune a consulenti dell’Inter. E arrivata dopo una “turbata libertà del procedimento di scelta del contraente†durata ben sei anni, fino alla confezione su misura dell’Avviso pubblico di vendita del 24 marzo 2025. Con quell’atto, i fondi esteri proprietari di Milan e Inter hanno acquisito – a buon prezzo – lo stadio Meazza e 280 mila metri quadrati di terreni attorno, con il progetto di abbattere l’impianto, costruirne uno nuovo e dare il via nell’area a un’operazione immobiliare da oltre 2 miliardi di euro.

La lunghissima partita per l’operazione San Siro era iniziata nel 2017, con trattative private gestite personalmente dal sindaco Sala, in particolare con il presidente del Milan, Paolo Scaroni. Negli anni, gli amministratori pubblici hanno rivelato segreti d’ufficio e turbato la procedura. Lo provano – secondo i pm – le chat in cui Malangone e Tancredi anticipano a De Cesaris una bozza di delibera del 5 novembre 2021; e un’altra chat di Tancredi che anticipa a Van Huuksloot una delibera comunale del 19 gennaio 2023.

Alla fine, il 24 marzo 2025, arriva l’Avviso pubblico per raccogliere le “manifestazioni di interesse†per l’acquisto di stadio e aree. È un atto “equipollente al bando di garaâ€, ma per la Procura è confezionato su misura per le due squadre, per non lasciare spazi ad altri eventuali compratori: “L’Avviso pubblico, costruito sulle caratteristiche gradite alle società sportive – oltre che per il brevissimo termine concesso – andava deserto, comportando la successiva vendita dell’area San Siro all’unico offerenteâ€.

Tutta la procedura è stata – per i pm – concordata con Milan e Inter con “rilevanti condotte collusiveâ€. “Venivano concordati i contenuti delle principali delibere e determine dirigenzialiâ€, “in conformità alle richieste delle societàâ€. Le squadre erano informate in diretta dai dirigenti del Comune di ogni mossa, come ricostruiscono meticolosamente i pm nelle 68 pagine del decreto di perquisizione, con tanto di tavole sinottiche che mostrano le corrispondenze tra le richieste delle squadre, le anticipazioni degli amministratori e le deliberazioni finali.

Perfino la lettera del Comitato SìMeazza contro l’abbattimento dello stadio, inviata il 10 gennaio 2022 da Luigi Corbani al sindaco Sala e all’assessore Tancredi, compare immediatamente sul gruppo Whatsapp composto da De Cesaris, Antonello e Van Huuksloot. “Venivano anche condivisi i dettagli in merito ai potenziali vincoli culturali pendenti sullo Stadioâ€, concordando che la vendita dovesse concludersi entro il 10 novembre 2025, per “neutralizzare il vincolo legale e di interesse pubblico riconosciuto dal ministero della Culturaâ€.

Data articolo: Fri, 03 Apr 2026 19:15:02 +0000

Urbanistica

La tripletta. Tre sentenze del Tar contro il Sistema Milano

Tempi duri, per quegli operatori immobiliari che a Milano vorrebbero continuare a costruire con i privilegi fuorilegge del Rito Ambrosiano. Anche la giustizia amministrativa fa a pezzi il Sistema Milano: negli ultimi 20 giorni, ben tre sentenze del Tar Lombardia hanno ribadito che le norme urbanistiche da seguire sono quelle indicate dalle leggi e ribadite dalla giustizia penale negli ultimi due anni. Il Tar ha così dato torto ai costruttori che erano ricorsi contro il Comune di Milano, che dal 2024, dopo le indagini della Procura, è tornato dentro i confini della legge.

Tre colpi anche a Fabio Todarello, principe degli avvocati amministrativisti a Milano e gran difensore dei costruttori. La tripletta inizia il 10 marzo con il rigetto del ricorso su una torre in via Trentacoste, a Lambrate. Prosegue il 26 marzo a proposito di un edificio in piazzale Libia. Si conclude (per ora) il 30 marzo con la sentenza su un palazzo di via del Fusaro, zona Washington.

In via Trentacoste, la Gms pretendeva di pagare poco più di 87mila euro di oneri e poco più di 1 milione di “monetizzazioni degli standardâ€, per una torre residenziale di 8 piani edificata come “ristrutturazione†(con Scia) dopo l’abbattimento di tre piccoli edifici a uso uffici. Era invece “nuova costruzioneâ€, dunque niente sconti per le ristrutturazioni, né vecchie tabelle sui valori da pagare, mai aggiornate dal 1997. 

Il Tar ribadisce che le monetizzazioni (cioè le cifre che l’operatore paga invece di cedere aree al Comune per realizzare servizi ai cittadini come prevede la legge) devono essere una “somma commisurata al valore economico dell’area da acquisire†per realizzare servizi. Il Comune, tornando alla legge, non ha dunque realizzato una “supina adesione a tesi accusatorie†dei pm, ma ha compiuto una “presa d’atto responsabileâ€.

Rigettato anche il ricorso della società Libia1, che ha trasformato un’autorimessa di via Svetonio in un edificio residenziale di 5 piani, inizialmente autorizzato con una Scia come “ristrutturazione†e poi riconosciuto dal Comune, dopo le indagini sull’urbanistica, come nuova costruzione. Dunque da pagare alla città, come “monetizzazioni degli standardâ€, sono non più 75 mila euro, come indicato dal progettista, ma 345 mila. Le monetizzazioni devono essere calcolate al valore di oltre mille euro al metro quadro, una cifra commisurata al “valore di acquisizione di un’area urbana libera†in quella stessa zona della città.

Anche la società Fusaro 8 dovrà pagare di più, per il suo palazzo di via del Fusaro, 6 piani con monolocali in vendita a quasi 10 mila euro al metro quadro e trilocali con giardino da oltre 1,6 milioni di euro. Edificati, al solito, come “ristrutturazione†(con Scia) al posto di piccoli fabbricati industriali. I progettisti dello studio AraAssociati avevano calcolato 318 mila euro per la “monetizzazione†delle aree a standard. Sono invece più del doppio, 752 mila, conferma il Tar.

Secondo i giudici amministrativi Gabriele Nunziata, Stefano Celeste Cozzi e Antonio De Vita, bene ha fatto il Comune, nel dicembre 2024, a tornare alla legge, applicando il valore di mercato per le monetizzazioni: “È del tutto legittimo†chiedere ai costruttori una cifra pari al “valore di mercato di un’area urbana†edificabile. Non invece (come chiedono i costruttori, anche nel processo in corso sulla Torre Milano di via Stresa) senza i “diritti edificatoriâ€.

Data articolo: Fri, 03 Apr 2026 19:10:02 +0000

Ztl

Il Sì ha vinto nella Ztl di Giuseppe Sala. E adesso?

Qualcuno spieghi a Giuseppe Sala, se non la politica, almeno la cartografia. Dopo il risultato del referendum a Milano, ha detto: “Basta con questa storia del partito Ztlâ€. Intendeva dire: basta ripetere che vinciamo nel centro di Milano, mentre i quartieri periferici votano per la destra. “Il No ha stravinto nelle periferie e ha vinto di meno in centroâ€, ha aggiunto, “io lascio la retorica agli altri e guardo molto pragmaticamente i numeriâ€.

Appunto: i numeri dicono che dove lui trionfa, ha vinto il Sì. Nella sua roccaforte, il centro di Milano, il Municipio 1 – insomma la Ztl – dove Sala nel 2021 ha superato il 64%, con il Pd al 35%, ora il Sì al referendum ha ottenuto il 51,2% e il No è stato sconfitto, a differenza di tutto il resto della città dove ha nettamente prevalso. La Ztl di Sala si è improvvisamente convertita alla destra?

A sentire le spiegazioni degli esperti di flussi elettorali sembra piuttosto che il Sì ztl venga da quella specie invisibile nel resto del mondo, ma ben radicata all’ombra della Madonnina: i centristi di Matteo Renzi e quelli di Carlo Calenda. Divisi tra loro ma uniti nel fare gli stessi errori. Sono quelli che si dicono “riformisti†perché riformerebbero ogni diritto dei molti per trasformarlo in privilegio di pochi.

Alle ultime elezioni europee, il cosiddetto terzo polo, che in natura è invisibile a occhio nudo, nel Municipio 1 raggiungeva addirittura il 16%. Ben protetta dalla cerchia dei Bastioni, la “sinistra ztl†di Italia viva e Azione, ormai indistinguibili da Forza Italia, ha nel centro di Milano il suo castello incantato, la cittadella fortificata del Sì.

In passato, il Pd milanese aveva paragonato il virtuoso centro cittadino – che votava Sala e Pd mentre tutt’attorno cresceva la destra – al “villaggio di Asterix†che resiste alle prepotenti legioni romane. Dopo il referendum, quel villaggio sembra piuttosto un lussuoso resort, in cui il ceto dei super-ricchi guarda con preoccupazione il saldarsi del resto di Milano con le sue periferie, nel nome del No.

Nel centro abitano professionisti, consulenti, avvocati, finanzieri, manager. Il reddito medio milanese è attorno ai 38 mila euro, ma nel centro è più del doppio: raggiunge i 90 mila euro in zona Sempione, supera gli 84 mila a Brera, tocca gli 81 mila a Sant’Ambrogio. In attesa che Sala-il-Federatore guardi bene la mappa di Milano e che qualcuno gli spieghi che cosa è successo il 22 e 23 marzo in città, sarà bene che la sinistra scelga che cosa fare, visto che tra un annetto c’è un sindaco da eleggere.

Il referendum ha tracciato una linea netta: da una parte la città del No che potrebbe votare un sindaco che rompa con il passato e chiuda con le illegalità di uno sviluppo bulimico fatto di cemento, privatizzazioni e disuguaglianze; dall’altra il lussuoso resort di Sì dove vive la specie degli ichini, che dovrebbero una buona volta trovare il coraggio di fare coming out e di confessare allo specchio la loro scelta di destra. Trovino un loro candidato sindaco, magari scelto da Sala in continuità con Sala, e lascino libera la sinistra di essere di sinistra.

È chiaro che il No al referendum anche a Milano è stato trasversale e non si trasformerà meccanicamente in un voto di sinistra, ma è anche altrettanto chiaro che il Sì degli ichini difficilmente potrà trasformarsi nel sostegno al cambiamento in una città che deve smaltire la sbornia immobiliare. I renziani annunciano una “grande operazione politicaâ€: “Stiamo lavorandoâ€, dichiara Ivan Scalfarotto, “per riunire queste forze: noi, Azione, l’ex Lista Sala, i socialisti, il mondo cattolico che non segue il Pd orientato a sinistraâ€. Dunque una dozzina di voti sono assicurati.

Ma il candidato sindaco del dopo-Sala vorrà inseguire gli ichini e gli scalfarotti, rischiando di anestetizzarsi e di “allargare la coalizione†restringendo i consensi, oppure vorrà cercare di saldare la voglia di rinnovamento della maggioranza dei milanesi?

Data articolo: Fri, 27 Mar 2026 10:11:00 +0000

Forum Mondiale dell’Acqua

Emilio Molinari, un uomo chiaro come l’acqua

Quando penso a Emilio, a Emilio Molinari, penso a un uomo limpido che ha fatto della politica la passione della sua vita. Non un mestiere, una carriera, uno strumento di potere, come tanti altri, a destra ma anche a sinistra. Una passione per realizzare il bene comune, invece, com’era la politica dei movimenti e dei gruppi germinati nella bella tempesta del Sessantotto e poi degli anni Settanta. Com’è anche oggi la politica dei movimenti che vogliono una città meno diseguale, nazioni che cercano la pace, un pianeta che blocchi la sua autodistruzione.

Emilio era, negli anni Sessanta e Settanta, uno di quei ragazzi che volevano cambiare il mondo, convinti che il comunismo fosse un ideale sociale, politico e umano ancora tutto da costruire: tradito, non realizzato, dalle autocrazie del sistema sovietico.

Poi negli anni Ottanta arrivò l’alluvione neoliberista, ai diritti furono sostituiti i meriti, all’uguaglianza la competizione e il mercato. Gran parte della sinistra si adeguò, cercando terze, quarte, quinte vie che mantenevano una sola delle promesse precedenti: la conservazione dei posti, dei piccoli o grandi privilegi che la politica-mestiere aveva conquistato.

Emilio continuò invece a esercitare la politica-passione. Al rosso delle lotte operaie unì il verde dell’ambientalismo e il colore cristallino dell’acqua, diritto comune mondiale da difendere. Non si rassegnò alla sconfitta che il turbocapitalismo neoliberista aveva inflitto nel mondo ai movimenti che chiedevano più diritti e più uguaglianza, non si accontentò – come la sinistra mainstream – di accettare il mercato come unico orizzonte della dinamica sociale, mettendo in soffitta keynesismo e Stato sociale. Continuò a pensare che la politica potesse essere il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente.

Non rimase però nostalgicamente e dogmaticamente aggrappato al passato. Si aprì ai nuovi movimenti e a nuove visioni del rinnovamento. La sua è la storia di un uomo del Novecento che assiste e partecipa ai rivolgimenti del nuovo millennio. Sempre con lo stesso rigore, la stessa disinteressata generosità.

L’ambientalismo è stata la continuazione delle battaglie sociali dei suoi primi anni, in una prospettiva globale che oggi, di fronte alla crisi climatica planetaria, mostra tutta la sua attualità. I movimenti degli anni Sessanta e Ottanta volevano cambiare il mondo; oggi questo mondo è anche da salvare garantendone la sopravvivenza, da preservare di fronte a un modello di sviluppo che lo porta verso l’autodistruzione.

In questo scenario Emilio Molinari è diventato il leader italiano della battaglia mondiale per l’acqua pubblica, movimento che nel nostro Paese ha ottenuto il suo più grande successo con la mobilitazione democratica e la vittoria del Sì al referendum del 2011 contro la privatizzazione dei servizi idrici.

Presidente del Comitato per un Contratto mondiale sull’Acqua, vicepresidente dell’Associazione “Laudato si’â€, fondatore dell’associazione CostituzioneBeniComuni, Molinari ha vigilato sulla realizzazione dell’impegno referendario e ha sventato, anche scrivendo una lettera aperta a Papa Francesco, il rischio che nel 2024 si potesse tenere ad Assisi – nella Assisi di San Francesco e della pace – il Forum Mondiale dell’Acqua che, al di là del nome ingannatore, sarebbe stato – come ha scritto – il congresso “dei privati, delle multinazionali, della quotazione in Borsa di un bene comune fondamentaleâ€.

Così Emilio si era rivolto in quell’occasione al papa: “Sono un non credente, sono un ex senatore della Repubblica italiana disincantato e deluso dalla sinistra, sono indignato per le ingiustizie e la disumanità di questo mondo e non me la sento di rivolgermi a Lei chiamandola Sua Santità. Ma le Sue parole nell’Enciclica Laudato si’ e il riferimento all’acqua che non può essere oggetto di mercato sono diventate una guida per me e per le Associazioni in cui mi impegno… Mi rivolgo dunque a Lei, Papa Francesco, perché è sola autorità che può cacciare i mercanti dal tempio e chiedere a tanti parroci sparsi in tutto il mondo: tuonate dai vostri pulpiti, tuonateche l’acqua non può essere quotata in Borsa, perché l’acqua è la vitaâ€.

Vinse anche quella battaglia. Le multinazionali dell’acqua andarono a fare il loro forum a Bali, in Indonesia. Poi si è schierato nella lotta contro la guerra e per la pace. Anche firmando – già nel maggio 2021 – un appello per Gaza.

Lo ricordo con gratitudine anche perché nella primavera 2025, benché molto affaticato, volle essere presente a un incontro in cui si discuteva del Modello Milano, delle speculazioni immobiliari, dell’espulsione dalla città a causa dei costi dell’abitare. Sempre troppo appassionato del mondo per starsene zitto a casa, anche quando la salute non lo aiutava a intervenire, a parlare, a dare il suo contributo. Sempre fedele a una concezione di “politica†come amore per la collettività. Le parole che ha detto, le lotte che ha fatto restano incise nella nostra storia e nella storia del nostro Paese.

Data articolo: Wed, 25 Mar 2026 14:09:38 +0000

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