Quando penso a Emilio, a Emilio Molinari, penso a un uomo limpido che ha fatto della politica la passione della sua vita. Non un mestiere, una carriera, uno strumento di potere, come tanti altri, a destra ma anche a sinistra. Una passione per realizzare il bene comune, invece, com’era la politica dei movimenti e dei gruppi germinati nella bella tempesta del Sessantotto e poi degli anni Settanta. Com’è anche oggi la politica dei movimenti che vogliono una città meno diseguale, nazioni che cercano la pace, un pianeta che blocchi la sua autodistruzione.
Emilio era, negli anni Sessanta e Settanta, uno di quei ragazzi che volevano cambiare il mondo, convinti che il comunismo fosse un ideale sociale, politico e umano ancora tutto da costruire: tradito, non realizzato, dalle autocrazie del sistema sovietico.
Poi negli anni Ottanta arrivò l’alluvione neoliberista, ai diritti furono sostituiti i meriti, all’uguaglianza la competizione e il mercato. Gran parte della sinistra si adeguò, cercando terze, quarte, quinte vie che mantenevano una sola delle promesse precedenti: la conservazione dei posti, dei piccoli o grandi privilegi che la politica-mestiere aveva conquistato.
Emilio continuò invece a esercitare la politica-passione. Al rosso delle lotte operaie unì il verde dell’ambientalismo e il colore cristallino dell’acqua, diritto comune mondiale da difendere. Non si rassegnò alla sconfitta che il turbocapitalismo neoliberista aveva inflitto nel mondo ai movimenti che chiedevano più diritti e più uguaglianza, non si accontentò – come la sinistra mainstream – di accettare il mercato come unico orizzonte della dinamica sociale, mettendo in soffitta keynesismo e Stato sociale. Continuò a pensare che la politica potesse essere il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente.
Non rimase però nostalgicamente e dogmaticamente aggrappato al passato. Si aprì ai nuovi movimenti e a nuove visioni del rinnovamento. La sua è la storia di un uomo del Novecento che assiste e partecipa ai rivolgimenti del nuovo millennio. Sempre con lo stesso rigore, la stessa disinteressata generosità .
L’ambientalismo è stata la continuazione delle battaglie sociali dei suoi primi anni, in una prospettiva globale che oggi, di fronte alla crisi climatica planetaria, mostra tutta la sua attualità . I movimenti degli anni Sessanta e Ottanta volevano cambiare il mondo; oggi questo mondo è anche da salvare garantendone la sopravvivenza, da preservare di fronte a un modello di sviluppo che lo porta verso l’autodistruzione.
In questo scenario Emilio Molinari è diventato il leader italiano della battaglia mondiale per l’acqua pubblica, movimento che nel nostro Paese ha ottenuto il suo più grande successo con la mobilitazione democratica e la vittoria del Sì al referendum del 2011 contro la privatizzazione dei servizi idrici.
Presidente del Comitato per un Contratto mondiale sull’Acqua, vicepresidente dell’Associazione “Laudato si’â€, fondatore dell’associazione CostituzioneBeniComuni, Molinari ha vigilato sulla realizzazione dell’impegno referendario e ha sventato, anche scrivendo una lettera aperta a Papa Francesco, il rischio che nel 2024 si potesse tenere ad Assisi – nella Assisi di San Francesco e della pace – il Forum Mondiale dell’Acqua che, al di là del nome ingannatore, sarebbe stato – come ha scritto – il congresso “dei privati, delle multinazionali, della quotazione in Borsa di un bene comune fondamentaleâ€.
Vinse anche quella battaglia. Le multinazionali dell’acqua andarono a fare il loro forum a Bali, in Indonesia. Poi si è schierato nella lotta contro la guerra e per la pace. Anche firmando – già nel maggio 2021 – un appello per Gaza.
“Non chiudete la porta alla verità su Usticaâ€. Oggi, 18 marzo 2026, Daria Bonfietti e i famigliari delle vittime della strage saranno presenti con i loro legali all’udienza in cui il giudice delle indagini preliminare di Roma, Giulia Arcieri, dovrà decidere la sorte dell’indagine ancora aperta sull’aereo che precipitò la notte del 27 giugno 1980, provocando 81 morti.
La Procura di Roma ha chiesto al gip l’archiviazione, ritenendo di non aver trovato elementi sufficienti a sostenere un processo. Eppure, sottolinea Bonfietti, “nelle 450 pagine della richiesta d’archiviazione si ribadiscono con forza le conclusioni già raggiunte in passato del giudice Rosario Priore sulle cause della tragedia: il Dc9 è stato abbattuto durante un episodio di guerra aerea.
Non solo: si aggiungono nuovi elementi di conoscenza dell’evento, per esempio il fatto che l’addetto militare della Nato a Bruxelles quella notte aveva individuato e seguito un’azione militare di aerei francesi e americani decollati dalla base di Grazzanise, in Corsica; e, ancora, la presenza, nel mare di Napoli della portaerei Foch, sempre ufficialmente negata dalle autorità francesi. Sono elementi che meritano di essere approfonditi e che i nostri legali illustreranno alla gip chiedendo di non archiviare, ma di far proseguire le indaginiâ€.
Bonfietti ricorda le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione del 45° anniversario della strage: “La Repubblica non si stancherà di continuare a cercare e chiedere collaborazione anche ai Paesi amici per ricomporre pienamente quel che avvenne il 27 giugno 1980â€. Conclude Bonfietti: “Le indagini devono proseguire e il governo italiano, in difesa della dignità nazionale, deve pretendere con maggior forza la piena e completa collaborazione dai Paesi amici e alleatiâ€.
Il fatto più impressionante, tra quelli citati in aula dalla pm Marina Petruzzella nella sua lunga requisitoria sulla Torre Milano, è il racconto del “triplo salto mortale†della Commissione paesaggio del Comune: chiamata nel 2018 a dare il suo parere sulla edificazione di quel grattacielo di 24 piani, alto 85 metri, da costruire in via Stresa al posto di due piccole palazzine a uffici di 2 e 3 piani, la Commissione paesaggio aveva nella sua prima seduta bocciato il progetto: fuori contesto, quella torre che non c’entrava niente con il quartiere attorno.
È il primo processo di Grattacieli Puliti che arriva alla requisitoria finale. La pm ha allineato le ragioni per cui chiederà , il 2 aprile, le condanne per abusi edilizi, lottizzazione abusiva e falso degli otto imputati: i costruttori Stefano e Carlo Rusconi, il progettista Ermanno Beretta e cinque dipendenti del Comune, tra cui il potentissimo Franco Zinna e l’ubiquo Giovanni Oggioni, passato negli anni dai vertici degli uffici urbanistici alla presidenza della Commissione paesaggio (indagato e già arrestato in un altro filone dell’inchiesta).
La Torre Milano, 102 appartamenti venduti con lo slogan “la città ti manda in altoâ€, è “nuova costruzione†– sostiene la pm – non “ristrutturazione†delle due palazzine. È un intervento di forte impatto (per altezza e densità di volumi) dunque non poteva essere costruito con una Scia (la segnalazione certificata di inizio attività ): ci voleva un piano attuativo, che calcola i servizi necessari (dai marciapiedi alle fognature, dal verde agli asili nido) necessari per l’arrivo in zona di oltre 300 nuovi abitanti.
Petruzzella smonta pazientemente le tesi delle difese le quali sostengono che gli operatori immobiliari hanno realizzato interventi secondo una legittima interpretazione di leggi poco chiare. Le leggi sono chiarissime invece, ha sostenuto la pm, citando le norme del 1942, del 1967 e le successive modifiche; ma anche le sentenze della Corte costituzionale, della Cassazione, del Consiglio di Stato che ripetono, concordi, che abbattere piccoli edifici e poi costruire un grattacielo non può essere considerato “ristrutturazioneâ€, e che per edifici di grande impatto urbanistico è necessario un piano attuativo e non basta “la fantasiosa Sciaâ€.
A santificare questa prassi – ha ricostruito la pm – è una determina dirigenziale del Comune di Milano firmata nel 2018 da Oggioni e Zinna, che legittimano così il Rito Ambrosiano in urbanistica, cercando di aggirare le leggi e dare una patente di liceità agli interventi dei costruttori a Milano.
Il 2 aprile, Petruzzella terminerà la sua requisitoria e chiederà le pene per gli imputati, poi la parola passerà alle difese (dieci grandi avvocati dieci) e infine la giudice, Paola Braggion, dovrà decidere la sorte della prima inchiesta urbanistica sul Sistema Milano arrivata a conclusione.
Controlli e file ai metal detector. L’aula bunker davanti San Vittore si riempie di avvocati, magistrati, personale della scorta, società civile. Gabbie vuote: i detenuti sono in videocollegamento dal carcere. Si parte. Inizia il processo con rito ordinario al “Sistema mafioso lombardoâ€, l’alleanza tra esponenti delle tre mafie – Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra – per fare affari in Lombardia, sviscerata dalla maxi inchiesta “Hydra†della Dda di Milano e dei carabinieri del nucleo investigativo.
Prima dell’inizio, il presidio di Cgil, Libera e altre associazioni. Gran parte della prima udienza davanti ai giudici Balzarotti, Speretta e Fanales è dedicata all’appello: 45 imputati più i loro legali. Il colpo di scena arriva alla fine. Il procuratore capo Marcello Viola e i sostituti Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane giocano il nuovo asso di questa indagine. C’è un altro pentito, ed è un pezzo grosso. Gioacchino Amico, del clan dei Senese, ha deciso di collaborare.
Il suo primo verbale è del 3 febbraio e altri ne sono seguiti. Assistito dall’avvocata Adriana Fiormonti (già al fianco di Andrea Beretta in tutt’altra indagine, l’inchiesta sulle Curve di Inter e Milan), ha ammesso di far parte del “Consorzioâ€. E non solo. «Ci sono tante persone che mi vogliono morto. Volevano farmi fuori. C’è gente libera che è molto feroce. Questa gente è in grado di infiltrarsi ovunque, su tutto il tessuto sociale. Infiltrarsi in politica, con alcuni componenti delle forze dell’ordine».
Dice di pensare non solo alla sua «incolumità », ma pure a quella di chi lo interroga: «Quindi il mio dovere morale è anche questo, di fermare queste persone per non creare un danno anche ai qui presenti». «In questo momento – aggiunge – commercio frutta e verdura all’ingrosso». In realtà Amico, 40 anni, è considerato al vertice del “gruppo Seneseâ€, collegato alla famiglia attiva a Roma con a capo Michele Senese, legata alla camorra.
In passato racconta di essere stato «coordinatore di un partito politico, Movimento Fare di Flavio Tosi, coordinatore cittadino di Canicattì dell’ex sindaco di Verona, che conosco bene». Anche lui conferma, come già altri collaboratori, l’esistenza del Consorzio: «L’associazione c’è, è nata nel 2019 ed è proprio questa unione di tutte le tre mafie». E dice: «L’organizzatore e promotore si chiama Giancarlo Vestiti». Altro pezzo da novanta, uomo dei Senese, la famiglia di cui si parla molto in queste ore in relazione ai rapporti del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro.
Le sue parole vengono considerate dirompenti. Meno di un mese dopo, viene trovato morto in carcere a Torino. Ufficialmente si è impiccato ma le indagini sono in corso. Una scomparsa misteriosa. Oltre al successivo (e ultimo) verbale del 24 febbraio, queste sono le sue ultime parole da vivo. E vengono depositate ieri in aula.
Fa il nome dell’avvocato Giovanni Bosco, cognato di Parrino, deceduto. “Dino†parla dei rapporti economici tra le tre mafie: «Erano tutti insieme». Conosce i «mandanti» della scomparsa di Gaetano Cantarella, “Tanu u curtuâ€, vittima di “lupara biancaâ€. La pm gli chiede se può riferire dei rapporti tra l’organizzazione mafiosa ed esponenti politici locali e nazionali. Pace non si tira indietro: «Allora, ci sono…». Fa i nomi. Oscurati in otto pagine di omissis sui rapporti tra mafia e politica. Pace non può più parlare. Amico sì. Lui stesso fa capire che non è finita qui: «Qualcuno muoverà i fili, quando sarà il momento ne parleremo».
Marco Balich è il creativo creatore di cerimonie olimpiche e altri eventi. Si definisce così: Creative Director and Executive Producer of Worldwide Institutional Events. È sua la regia dello show di inaugurazione delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026 (non della ancor più creativa telecronaca televisiva). Ha inventato spettacoli per sedici Olimpiadi, da Salt Lake City 2002 a Torino 2006, da Sochi 2014 a Rio 2016, da Tokyo 2020 fino, appunto, a Milano-Cortina. Ha progettato la cerimonia della Coppa del Mondo Fifa 2022 in Qatar. Ricordate l’Albero della Vita di Expo Milano 2015? È roba sua.
Il mio preferito però è il braciere olimpico acceso a inizio febbraio all’Arco della pace di Milano, che con i suoi bagliori rossastri mi ha catapultato oltre la quinta stagione di Stranger Things e mi ha fatto sperare che Undici, dopo aver sconfitto Vecna e il Mind Flayer, si sia salvata dal Sottosopra e sia riuscita a sfuggire alla Meloni della serie Netflix – la dottoressa Kay – e ai suoi militari crosettian-trumpiani.
Ma lo sapevate che Balich ha dimostrato superpoteri (creativi) anche nella vicenda dell’urbanistica milanese? Ve li racconto. Il creativo creatore abita a Milano proprio nell’isolato che si affaccia su piazza Aspromonte, quello che è stato il caso numero uno di Grattacielopoli, la prima delle indagini sull’urbanistica milanese. Il costruttore (Andrea Bezziccheri della Bluestone) e il progettista (Paolo Mazzoleni, già presidente dell’Ordine degli architetti di Milano e oggi assessore Pd a Torino) avviano l’operazione Hidden Garden, “giardino nascostoâ€.
Gli abitanti si allarmano. Provano a protestare. Tra questi c’è anche Marco Balich il creativo creatore. Bezziccheri e Mazzoleni cercano di rassicurare tutti e per riuscirci coinvolgono l’allora assessore all’urbanistica Pierfrancesco Maran e i dirigenti degli uffici comunali: vogliono tranquillizzare gli abitanti dell’isolato e soprattutto vogliono convincerli a rinunciare a proteste e iniziative legali.
Promettono una parziale modifica del progetto e arrivano nel 2019 a una transazione con Balich e alcuni degli abitanti, che poi Mazzoleni – dopo incontri diretti con Maran – usa per ottenere rapidamente “il rilascio del permesso di costruire, al fine di poter richiedere poi la variante a cui si erano impegnatiâ€. Mazzoleni ha “asseverato falsamente che le opere erano conformi agli strumenti urbanistici approvatiâ€.
Intanto nasce così la “variante Balichâ€, che dà respiro al creativo creatore e luce e aria alle sue finestre, spostando il cemento davanti agli altri abitanti: Mazzoleni e Bezziccheri non volevano esporsi all’ira funesta di Super-Balich, forse temendo i suoi rapporti con i demogorgoni di Stranger Things, che però conosceremo solo qualche anno dopo, quando Balich aprirà il varco con il Sottosopra nell’Arco della pace.
Due colpi in due giorni, per il Sistema Milano. Uno è arrivato ieri (10 marzo 2026) dal Tar. L’altro due giorni fa (9 marzo) dal Tribunale del riesame.
Tar/Da pagare gli oneri delle nuove costruzioni
Il Tar (giudici Nunziata-Cozzi-De Vita) ha respinto il ricorso presentato dagli avvocati Fabio Todarello, Matilde Battaglia e Federica Ferrara, per conto della società Gms che sta realizzando (con una Scia) a Lambrate, in via Trentacoste, una torre residenziale di 8 piani, considerata “ristrutturazione†di tre piccole palazzine di uffici.
I giudici amministrativi hanno confermato che si tratta invece di “nuova costruzioneâ€, dunque gli oneri da pagare non sono solo gli 87 mila euro calcolati grazie agli sconti (fino all’80%) per le ristrutturazioni. Vanno poi aggiunte anche le “monetizzazioni degli standardâ€, calcolate non con vecchie tabelle del 1997, ma ai prezzi aggiornati oggi, per un valore di 1,6 milioni di euro.
Il Tar ha così dato ragione al Comune che dal 2024, dopo le indagini della Procura, è tornato a seguire le leggi: adeguarsi ai giudici penali è “legittimo e prudente esercizio del potere di indirizzo e controllo politico-amministrativo che spetta agli organi di governoâ€; non “supina adesione a tesi accusatorieâ€, ma “presa d’atto responsabile†del “contrasto†tra le “prassi seguite†fino a quel momento e la corretta “interpretazione delle norme†da parte della “autorità giudiziariaâ€.
Riesame/Di nuovo sequestrato il cantiere di Via Papiniano
Il giorno prima, il Riesame aveva disposto di ri-sequestrare il cantiere di una torre residenziale di 10 piani in via Papiniano, edificato con una Scia come “ristrutturazione†di un magazzino-deposito di 2 piani. Il costruttore (Salvatore Murè) e il progettista (Mauro Colombo, già a processo per abusi edilizi per il cantiere di via Fauchè) avevano sostenuto di aver agito “in buona fedeâ€, seguendo le indicazioni ricevute dagli uffici comunali e le prassi urbanistiche consolidate negli ultimi anni a Milano, ossia il Rito Ambrosiano. E la gip Sonia Mancini aveva accettato la loro tesi, revocando il sequestro d’urgenza del cantiere disposto dalle pm Giovanna Cavalleri e Luisa Baima Bollone.
Il Riesame (giudici Galli-Guadagnino-Nosenzo) ha invece accolto il ricorso delle pm e del procuratore aggiunto Paolo Ielo, respinto le tesi dei difensori Alberto Sirani e Fabio Todarello e ribadito che la “buona fede†non può essere fatta valere: almeno dal febbraio 2024, quando la gip Daniela Cardamone aveva ricapitolato le norme sugli abusi confermando la linea della Procura. Almeno da quel momento tutti gli operatori del settore e addirittura i comuni cittadini, argomenta il Riesame, vengono a conoscenza delle regole da seguire. Tanto che anche il Comune, a partire del 23 febbraio, delibera di orientare l’attività urbanistica non più al Rito ambrosiano, ma alle norme indicate dalla magistratura.
Non basta la Scia (segnalazione certificata di inizio attività ) ma è necessario il piano attuativo (lo strumento urbanistico che calcola i servizi pubblici per i nuovi residenti), come sancito dalla norma “tuttora vigente†(le leggi nazionali del 1942 e 1967) che non è “stata abrogata†e “non è derogabile da fonti di rango secondario†come i “regolamenti edilizi†comunali e le “determine†dirigenziali; nemmeno nel caso del cosiddetto “lotto interclusoâ€, cioè un’area già completamente urbanizzata e dotata di tutti i servizi: “per la giurisprudenza anche amministrativaâ€, scrivono i giudici, “l’esigenza di un piano attuativo sussiste anche in zone già edificate quando l’insediamento pianificato renda necessario un raccordo con il preesistente aggregato abitativo e un potenziamento delle opere di urbanizzazione già esistenti sicchè le ipotesi di lotto intercluso sono eccezionali e residualiâ€.
Palermo Per alcuni decenni è stato l’uomo di confine tra Stato e mafia, protagonista prima di una stagione investigativa che spingeva l’uso dei confidenti oltre ogni limite, poi al centro di tutti i misteri palermitani degli anni 80, dal fallito attentato dell’Addaura a Giovanni Falcone al caso Agostino, infine tirato in ballo nella stagione delle stragi, sospetti dai quali uscì sostanzialmente indenne.
E ieri, che Bruno Contrada, ex numero 3 del Sisde, se n’è andato a 94 anni portandosi nella tomba i suoi segreti, parecchi dei quali occultati in vita, come ha ricordato Salvatore Borsellino, in molti, a corpo ancora caldo, hanno avviato un processo postumo di beatificazione, persino considerandolo un “capro espiatorio†per “salvare†esponenti istituzionali della Seconda Repubblica.
Conseguenza diretta dell’immagine simbolica del suo ruolo di 007 al centro di trame occulte, ritagliata da una vicenda giudiziaria controversa che ha scavalcato la giurisdizione italiana per approdare alla Corte europea dei Diritti dell’uomo, che nel 2017 ha revocato di condanna, ritenendola “improduttiva†di effetti penali e che oggi ha scatenato le reazioni indignate dei suoi difensori e di qualche esponente politico: “Contrada è stato molto più di un assistito. È stato il simbolo di ciò che può accadere quando lo Stato dimentica se stesso e si abbatte su un cittadino con tutto il peso della sua forzaâ€, ha detto il suo storico legale, Stefano Giordano.
“Un uomo – secondo l’altro difensore, Giuseppe Lipera – con un alto senso dello Stato, di cuore buono, una persona perbene incapace di fare del male, vittima di un clamoroso errore giudiziarioâ€. In realtà l’iter tormentato e l’esito tutt’altro che chiarificatore della vicenda giudiziaria sviluppatasi attorno al ruolo border line tra Stato e mafia di Contrada, non giustificano giudizi così tranchant.
Per capire come al termine di una sequenza di condanne, assoluzioni, rinvii della Cassazione e nuove condanne il certificato penale del funzionario del Sisde risulti ancora immacolato, bisogna partire dalla sentenza Cedu che stabilì come al momento dei fatti commessi dallo 007 (ritenuti tali nella sentenza) e cioè il 1979, il reato di concorso in associazione mafiosa non era sufficientemente chiaro e definito.
Lo sarebbe stato qualche anno più tardi, con la prima delle sentenze delle sezioni unite della Cassazione che hanno disegnato il perimetro dei fatti reato. E se ciò ha condotto alla revoca della condanna in giudicato comminata dalla Cassazione da parte della Cedu, restituendo a Contrada una fedina penale illibata, la conferma sostanziale dei fatti di collusione mafiosa valutati in sentenza (e ritenuti fondati) hanno lasciato inalterati dubbi e ombre sul suo operato. Ma non solo.
Con una duplice soluzione giudiziaria più unica che rara nei palazzi di giustizia la condotta di Bruno Contrada è stata valutata sia in sede penale che in quella civile, quest’ultima attivata dalla difesa, che ha richiesto e ottenuto, a seguito della sentenza Cedu, un risarcimento danni per ingiusta detenzione: prima di circa 600 mila euro, ridotti poi in appello a 285 mila euro (103 mila per i 440 giorni di carcere e 181 mila per i 1540 giorni di detenzione domiciliare).
In quest’ultimo caso i giudici civili, valutando quelle accuse ritenute attendibili dai magistrati penali, e riconfigurando il reato, considerandolo non più concorso in associazione mafiosa, ma favoreggiamento aggravato alla mafia, hanno scritto che Contrada “ha oggettivamente contribuito a rafforzare Cosa Nostra, ponendo in grave pericolo l’ordine pubblico e arrecando un grave danno alla credibilità stessa dello Stato, per la cui difesa altri fedeli servitori, divenuti scomodi ostacoli da eliminare, hanno perso la vitaâ€.
E più avanti: “… tale forma di collusione realizzata dall’imputato†è “sussumibile nella fattispecie dell’articolo 378 del codice penaleâ€. Così nasce il favoreggiamento, che all’epoca della condanna era da considerarsi prescritto. Da qui l’ingiusta detenzione e il risarcimento, che non prevede la revisione storica di fatti accaduti e valutati come tali sia in sede penale sia civile.
“Non abbiamo bisogno della nuova linea Tav Torino-Lione, fateci invece funzionare i collegamenti con Torino già esistenti e che ora sono falcidiati dalle soppressioniâ€. È questa, in sintesi, la richiesta dei Comuni della Valle Susa. Ieri hanno consegnato un documento al Commissario straordinario del Tav Calogero Mauceri, a Rfi (cioè Ferrovie dello Stato) e Regione Piemonte: sono 126 pagine realizzate da una Commissione tecnica su incarico dell’Unione montana Valle Susa e dei Comuni di Rivoli, Avigliana, Caselette e Sant’Ambrogio.
“Anzi, le merci stanno diminuendoâ€, ha dichiarato il sindaco di Avigliana, Andrea Archinà . La linea già esistente tra Torino e la Valle Susa non è vicina alla saturazione, e potrebbe gestire un traffico maggiore con dei semplici adeguamenti tecnologici. E infine, a livello di velocità , la nuova, costosissima linea permetterebbe un risparmio di tempo risibile: appena 73 secondi. Per ottenere questo non entusiasmante risultato, la tratta Avigliana-Orbassano distruggerebbe una collina morenica.
D’altra parte, non sono entusiasmanti neppure i dati contenuti in uno studio realizzato da Telt (la società pubblica di diritto francese, controllata al 50% da Italia e Francia, che deve realizzare il Tav). Conferma che è slittata la data in cui saranno finiti i lavori: a fine 2033, con il servizio che entrerà a regime a partire dal 2034, due anni in più rispetto a quanto previsto inizialmente.
Continuano a lievitare anche i costi: il progetto iniziale prevedeva 5,2 miliardi, poi la spesa è salita a 8,6 e ora è arrivata a 11,1. Ma attenzione: questa previsione è fatta a valori del 2012, rivalutando i costi ai valori correnti si arriva almeno a 15 miliardi. Con allarme della Corte dei conti europea, preoccupata per l’aumento della spesa, oltretutto con forti ritardi nella realizzazione dei lavori: finora sono stati completati soltanto 20 chilometri su 65, il 29%.
Intanto si sono manifestati i conflitti tra gli italiani di Rfi e i francesi di Sncf che chiedono libero accesso già ora alle tratte ferroviarie italiane per i treni francesi. In dicembre l’Autorità di regolazione dei trasporti ha imposto a Rete ferroviaria italiana di assicurare ai francesi l’accesso agli spazi di manutenzione e preparazione dei treni che viaggiano sulla rete alta velocità italiana.
Ma il duello tra italiani e francesi per conquistare quote del mercato dell’alta velocità è solo all’inizio: la compagnia ferroviaria francese vuole entrare in Italia con l’obiettivo di raggiungere il 15% del mercato entro il 2030: con nove viaggi quotidiani di andata e ritorno tra Torino, Milano, Roma e Napoli e quattro tra Torino e Venezia.
Che senso ha scrivere un libro “sui danni procurati al nostro Paese dalla sinistraâ€, o almeno da quei partiti che si dicono di sinistra, proprio nel momento in cui “l’Italia è in mano alla peggiore destra del dopoguerra, che la sta smantellando ulteriormente dal punto di vista economico, sociale, ambientaleâ€?
La risposta che si danno gli autori del libro La sventura, Fabio Balocco e Romano Lupi, è che quella sinistra ha contribuito allo smantellamento, anzi lo ha iniziato. Dunque non è tafazzismo prenderne coscienza per uscire dalla spirale politica che sta generando, tra l’altro, l’aumento dell’astensionismo.
In verità , la sinistra del welfare e dell’espansione dei diritti sociali ha cominciato a smarrirsi in Europa a partire dagli anni Ottanta, quando la fine della contrapposizione geopolitica tra Occidente e impero sovietico ha fatto cadere la competizione con un sistema che cercava di presentarsi come alternativo al capitalismo. Rimasta sola in campo, l’economia di mercato è decollata nel turbocapitalismo neoliberista. E le sinistre europee hanno cercato improbabili terze vie che alla fine di giri più o meno tortuosi si ricongiungevano con il viale pieno di luci al neon del neoliberismo.
Molto tortuosi e perfino voluttuosi i giri della sinistra italiana. Gli autori della Sventura fanno partire la loro narrazione dal “migliorismo†della corrente del Pci capeggiata da Giorgio Napolitano e dalla sua alleanza con il Psi di Bettino Craxi. Passando per le grandi privatizzazioni degli anni Novanta, la gestione di Massimo D’Alema, la Bicamerale insieme a Silvio Berlusconi (che la farà fallire), le liberalizzazioni di Pierluigi Bersani, la promozione del Tav Torino-Lione, la leadership di Matteo Renzi, il jobs act e altre meraviglie, il libro arriva ad analizzare la gestione di tre grandi città , Roma, Torino e Milano, fino alle recenti indagini sui grandi affari immobiliari e al consolidamento del “rito ambrosiano†nell’urbanistica.
Manca qualche passaggio cruciale per capire la metamorfosi della sinistra di governo: la stagione dei “furbetti del quartierinoâ€, quella in cui un Piero Fassino allora alla guida dei Ds si rallegrava per il fatto che una strana compagnia di immobiliaristi, banchieri e assicuratori avesse (per un istante) conquistato per il partito un antico istituto di credito (“Abbiamo una banca!â€); o la vicenda del Monte dei Paschi di Siena, banca “rossa†poi salvata dal crac e oggi usata dal governo Meloni per tentare di farla diventare perno del sistema bancario-assicurativo italiano.
Il consumo di suolo, un tempo avversato dalla sinistra e dall’ambientalismo, si è via via mascherato da “rigenerazione urbanaâ€. Esemplare la parabola di Chicco Testa, da Legambiente al tifo per il nucleare. Per una fase, il rifugio della sinistra è stato l’antiberlusconismo, che “faceva sentire parte di qualcosa anche se non c’era più nienteâ€.
Intanto la sinistra continuava un “cambiamento antropologico che l’ha portata ad assomigliare sempre di più a quello che, a parole, diceva di voler combattere. Ieri l’opposizione a Berlusconi (ammesso che fosse vera opposizione), oggi l’opposizione a Matteo Salvini e Giorgia Meloni non sono programmi di governoâ€. La sventura si chiude idealmente ricordando una battuta triste del film di Ettore Scola C’eravamo tanto amati: “Credevano di cambiare il mondo e invece il mondo ha cambiato loroâ€.
Hanno ragione quelli che dicono che nelle aule di giustizia non c’è parità tra accusa e difesa. Per capirlo, basta assistere a qualche udienza dei processi di Grattacielopoli, quelli sulle vicende urbanistiche della città . Provateci: vedrete l’aula interamente occupata da una folla di avvocati, i difensori degli imputati, ossia dei costruttori, dei progettisti, dei dirigenti del Comune.
Sono decine di professionisti dei migliori studi legali di Milano, con la schiera dei loro consulenti, architetti, urbanisti, e la nidiata dei loro assistenti. I giovani di studio, per sedersi e prendere diligentemente appunti, devono cercare spazio perfino nelle gabbie solitamente destinate agli imputati detenuti.
In un angolino, nel banco di prima fila, ci sono i rappresentanti dell’accusa in nome del popolo italiano (e dei cittadini di Milano). Tre persone tre: la pm, la sua consulente tecnica, il suo assistente. Cento a tre: questo è l’equilibrio tra accusa e difesa nel mondo incantato di Grattacielo Selvaggio, quello in cui i palazzi si tirano su con una autocertificazione (la magica Scia) e sono considerati “ristrutturazioni†e non nuove costruzioni. È il Rito Ambrosiano, bellezza.
Ma a ben osservare, si può notare una particolarità ancor più clamorosa. Da che parte sta il Comune di Milano? Con gli imputati o con i cittadini danneggiati? Nei processi per abusi edilizi il Comune è formalmente “parte offesaâ€, danneggiata da chi ha costruito non seguendo le norme. Ma non si è costituto “parte civileâ€, per far valere i diritti dei cittadini che rappresenta e, in caso di condanne, ricevere il risarcimento dei danni subiti dalla città (non poca cosa, se si considera che potrebbero essere 1,5 miliardi gli oneri d’urbanizzazione e le monetizzazioni degli standard non pretesi dalle casse di Palazzo Marino).
Ora addirittura scopriamo che l’amministrazione si è schierata apertamente dalla parte degli imputati: con una memoria di 35 pagine firmata dall’avvocato Antonello Mandarano, capo dell’Avvocatura del Comune, depositata alla giudice Paola Braggion che sta conducendo il processo sulla Torre Milano di via Stresa, un grattacielo di 24 piani autorizzato come “ristrutturazioneâ€, con Scia e senza piano attuativo.
Nelle sue 35 paginette – praticamente un manuale del Rito Ambrosiano – invece di chiedere i danni patiti dai cittadini, Mandarano giustifica e santifica tutti gli atti compiuti dal Comune e sostiene che gli imputati hanno fatto tutto per bene. Ecco: prima avevamo solo le dichiarazioni “politiche†del sindaco, ora abbiamo un atto ufficiale che certifica che l’amministrazione sta dalla parte dei cementificatori, di chi edifica nei cortili, di chi sottrae alle casse comunali (dunque ai cittadini) milioni di oneri che sarebbero destinati a verde e servizi.
A fronteggiare questo ircocervo più irco che cervo, ci sono i milanesi che hanno deciso di fare quello che il loro sindaco non fa: hanno chiesto di costituirsi loro parte civile al posto del Comune, in un processo (quello per il palazzo nel cortile di piazza Aspromonte), assistiti dall’avvocata Veronica Dini che ha sfoderato l’articolo 9 della legge 267 che prevede che i cittadini possano entrare in campo al posto dell’amministrazione inerte, distratta o traditrice.
C’è di più: ora per la prima volta ha chiesto di costituirsi parte civile anche una ventina di acquirenti degli appartamenti nel palazzone dentro il cortile. Si ritengono ingannati dalle rassicurazioni scritte fornite dal Comune, oltre che dal costruttore, che dicevano che tutto era regolare: sono “famiglie sospese†che finalmente hanno capito chi è la loro controparte e a chi devono chiedere i danni.
Data articolo: Sat, 28 Feb 2026 14:40:52 +0000
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