Oggi è Domenica 20/09/2026 e sono le ore 22:58:40
Nostro box di vendita su Vinted
Nostro box di vendita su Wallapop
Nostro box di vendita su subito.it
Condividi questa pagina
Oggi è Domenica 20/09/2026 e sono le ore 22:58:40
Nostro box di vendita su Vinted
Nostro box di vendita su Wallapop
Nostro box di vendita su subito.it
Condividi questa pagina
Nostra publicità
Compra su Vinted
Compra su Vinted
#Gianni #Barbacetto
Milano
Al Villaggio delle Rose arriveranno le ruspe gentili di Sala
Bizzarro, il destino degli zingari (sì, usiamo questa parola, ormai interdetta dal politically correct). Sono gli ultimi degli ultimi nella scala sociale, da sradicare dalle nostre città . Se invece la cronaca diventa sogno, musica, arte o serie tv (avete presente Peacky Blinders?), ecco che gli zingari diventano glam, modelli da ammirare, idealizzati e poeticizzati.
Stretti tra la cronaca (razzista) e il sogno (idealizzato) c’è poco spazio per la realtà . I rom e i sinti, quelli veri, stanno perdendo anche il primo posto nella classifica dei “pericoli†urbani indicati dalla destra, che nella sua propaganda mediatico-politica li ha sostituiti (almeno per ora) con i “maranzaâ€.
A Milano i rom restano un problema di “sicurezzaâ€, da affrontare chiudendo i loro campi, che spesso versano effettivamente in condizioni insostenibili di vivibilità . Dal 2008 a oggi ne sono stati chiusi otto, in cui vivevano quasi 3 mila persone. Oggi restano tre campi, con circa 400 persone. Tra questi, ce n’è uno del tutto speciale: è il Villaggio delle rose, nei prati in zona Chiesa Rossa, al confine tra Milano e Rozzano.
È un villaggetto ordinato e pulito, dove vivono 48 famiglie, 250 persone che si sono costruite nel tempo casette prefabbricate colorate e accoglienti. Non è abusivo, perché l’area fu concessa dalla giunta Albertini dopo lo sgombero di un campo irregolare. Ora la giunta Sala ha deciso di chiuderlo e abbatterlo. Nella delibera non si trova la parola “sgomberoâ€, ma “superamentoâ€: si ordina, con sublime pudicizia linguistica, il “necessario superamento del campo†per motivi di sicurezza urbana, degrado ambientale e allacci abusivi alla rete elettrica.
Le ruspe arriveranno, ma non quelle invocate da Salvini: saranno ruspe gentili. Non per abbattere, ma per superare. La risposta della piccola comunità rom del Villaggio delle rose, di Iaio Deragna, Licia, Tony, Omar e tutti gli altri, con l’aiuto di Dijana Pavlovic (la portavoce del Movimento Kethane-Rom e Sinti per l’Italia), è stata quella di costituire una cooperativa di abitanti a proprietà indivisa per autogestire il proprio insediamento.
Obiettivo: trasformare l’area, metterla in sicurezza, regolarizzare gli allacci elettrici, senza demolire il villaggio. È il primo esperimento in Europa. Sarebbe un’operazione di vera “rigenerazione urbanaâ€. Ma l’amministrazione comunale ha detto no. I grattacieli nei cortili, sì; il Villaggio delle rose, no. Ha proposto alle famiglie di andare ad abitare nelle case Sat (Servizi abitativi transitori).
“Ma noi non vogliamo andare a vivere al quarto piano di una casa popolare, dispersi per la città , separati dai nostri parenti e dal nostro gruppoâ€. “La casa noi l’abbiamo già , l’abbiamo costruita e abbellita con i nostri soldi, perché ce la volete distruggere, obbligandoci a vivere in un appartamento, contro la nostra tradizione?â€. Queste le voci raccolte al Villaggio.
La comunità rom le ha tentate tutte. Dijana Pavlovic ha scritto anche una lettera a Elly Schlein. “Milano vive una gravissima emergenza abitativa. Qual è il vantaggio pubblico nel destinare decine di alloggi popolari proprio agli unici che dichiarano di non volerli? Non voglio idealizzare Chiesa Rossa, in questi 25 anni non ci sono state solo belle storie. Ci sono stati problemi, conflitti e anche episodi di criminalità , come accade in qualsiasi quartiere popolare. Ma davvero qualcuno ritiene che la dispersione della comunità sia la risposta a questi problemi? Bisogna ricordare che Chiesa Rossa non è semplicemente un campo. È una comunità che negli anni è diventata un simbolo. Qui sorge il primo monumento italiano dedicato al Porrajmos, il genocidio di rom e sinti. Qui vivono figli e nipoti di deportati, perseguitati e partigiani. Quello che accadrà a Chiesa Rossa non riguarderà soltanto 250 rom a Milano. Dirà qualcosa sul rapporto tra la sinistra, le minoranze, l’autodeterminazione e la capacità di riconoscere valore alle comunità quando smettono di chiedere assistenza e iniziano ad assumersi responsabilità â€.
Data articolo: Tue, 15 Sep 2026 09:10:20 +0000Sinistra
Jeremy Corbyn. “La sinistra fermi l’Ue sul riarmo: taglieranno il welfareâ€
di Gianni Rosini /
Riarmo, futuro dell’Ue, rapporti con gli Usa e diritti. L’ex leader laburista britannico e oggi deputato di Your Party, Jeremy Corbyn, racconta al Fatto la sua visione dell’Europa a margine del suo intervento alla Festa di Rifondazione Comunista a Milano.
Regno Unito e Ue hanno deciso di aumentare la spesa militare a causa del conflitto in Ucraina. È l’unica strada per garantire la sicurezza?
Penso che l’Europa oggi sia un posto molto pericoloso. Ogni Paese ha tagliato gli aiuti internazionali e si sta abbandonando al razzismo contro i migranti. Sta aumentando la spesa per gli armamenti e la stessa cosa sta accadendo anche in Russia, India e Cina. Ma i problemi reali sono altri, il disastro ambientale e la disuguaglianza. Sono molto colpito dai giovani in Germania che stanno protestando contro la coscrizione, dalla manifestazione contro la guerra che si è tenuta a Bruxelles. E non dimentichiamoci della grande conferenza che abbiamo tenuto a Londra contro la guerra, a giugno. Questo deve essere il nostro messaggio. Non dobbiamo avere paura. Altrimenti taglieranno il welfare.
Alcuni accademici ritengono che senza un esercito potente non ci si possa definire una potenza mondiale. È d’accordo?
Non credo che sia un’analisi corretta. Offriremo migliori standard di vita alla classe lavoratrice spendendo di più in armi? Dobbiamo essere più assertivi nel chiedere la pace in tutta Europa, perché il costo delle guerre si è fatto sentire sui prezzi dell’energia.
Obiezione classica: i leader come Putin “conoscono solo il linguaggio della guerraâ€.
Se sei preoccupato per dei leader imprevedibili, penso che tu debba guardare agli Usa.
Un altro grande tema in Europa è l’avanzata dell’estrema destra. Come può la sinistra cambiare questa tendenza?
Penso che la crescita dell’estrema destra in tutta Europa sia a livelli spaventosi. Ma è una lezione per tutti noi a sinistra. Quello che fa la destra è andare in una comunità che soffre per disoccupazione, povertà , abitazioni di scarsa qualità , sanità e istruzione scadenti; e dare la colpa di tutto alla migrazione. Io siedo in Parlamento dietro a Nigel Farage che chiede l’espulsione di chiunque in Uk non abbia un passaporto britannico o la residenza permanente. Se le loro politiche venissero attuate, il Servizio sanitario nazionale collasserebbe. E lo stesso in tutta Europa.
Ma com’è possibile che la sinistra abbia abbandonato il tema delle disuguaglianze?
Penso che la sconfitta risalga alla crisi del 2008. Era il momento per portare il sistema bancario nella proprietà pubblica. Invece molti partiti di sinistra hanno iniziato ad attuare l’austerità imposta dalla Bce. Così la loro credibilità è crollata. E non ci siamo ripresi.
Lei è stato il leader del Partito Laburista. Ora alla guida c’è Andy Burnham, come giudica il suo inizio?
Alcune delle cose che ha fatto da quando è diventato primo ministro sono buone. Ad esempio per i senzatetto, sui tagli al costo dell’energia, sulle tariffe degli autobus. Sul tema della casa sostiene che il denaro fornito dal pubblico per aiutare le persone povere che vivono in affitto dovrebbe aumentare. Ma quello che non ha previsto è il controllo degli affitti nel settore privato. E penso che sia un grosso errore. Altro errore è stato fornire le basi britanniche a Trump per attaccare l’Iran.
Come giudica la gestione Ue dei rapporti con gli Usa?
Trump non tiene molto in considerazione l’Europa. Dice semplicemente che è ossessionata dall’uguaglianza e dalla burocrazia.
E con la Cina?
Penso che ci siano motivi per essere critici nei confronti della Cina sui diritti umani e su alcune questioni ambientali. Ma non ha basi ovunque, non sta cercando di colonizzare il resto del mondo ed è un’economia incredibilmente produttiva, molto dinamica, hanno un alto livello di occupazione, di produttività e un sistema scientifico incredibilmente innovativo.
A sinistra si è discusso molto della dichiarazione di Alexandria Ocasio-Cortez sulla prima fase del Woke, definita “folleâ€. È d’accordo?
Ricordo una lunga discussione che ebbi con Xi Jinping. Voleva parlare del concetto di diritti nella società . La sua posizione era che i diritti sono collettivi, non individuali. E quindi anche Alexandria ha colto il punto. Se hai meravigliosi diritti individuali va benissimo. Ma se vivi in una povertà disperata, non hai ricevuto un’istruzione e non puoi mandare i tuoi figli a scuola, allora sono un privilegio borghese.
Nella foto: Jeremy Corbyn con Gianni Rosini e Gianni Barbacetto
Data articolo: Sun, 06 Sep 2026 11:00:44 +0000Rita dalla Chiesa
Rita dalla Chiesa: Forza Italia non c’è, così non si combatte la mafia
Nando dalla Chiesa: “44 anni dopo la denuncia del generale, c’è chi al Csm ancora dice che la mafia al Nord non c’èâ€.
“Grazie a chi oggi è qui a ricordare mio padre, il generale Carlo Alberto dalla Chiesaâ€, dice la figlia Rita. “Ma il mio partito, Forza Italia, qui non c’è. Non è così che si combatte la mafiaâ€. È il quarantaquattresimo anniversario della strage di via Carini, in cui il 3 settembre 1982 sono stati uccisi da un commando di Cosa nostra il generale allora prefetto di Palermo, la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo.
Come ogni anno, piazza Diaz, a Milano, il 3 settembre si anima per la presenza di autorità e cittadini che ricordano il generale. Quest’anno erano presenti il sindaco Giuseppe Sala, il prefetto Claudio Sgaraglia, il ministro della Giustizia Carlo Nordio, i rappresentati di carabinieri, polizia e Guardia di finanza, accanto ai figli Nando e Rita e a un gruppo di cittadini.
Dopo la cerimonia e la posa delle tradizionali corone d’alloro, il figlio Nando, docente all’università Statale, ha sottolineato che Milano “è una città che ricorda molto, e con affetto, il generale dalla Chiesa. E che cerca anche di seguirne l’insegnamento. Lo posso dire per il lavoro fatto in università , dove una cattedra è stata intitolata a lui e a Giovanni Falcone insiemeâ€.
“Ci sono ricordi che non smettono mai di fare maleâ€, ha aggiunto Rita, “ma si va avanti perché si vedono le persone e i giovani che continuano a crederci e che portano avanti tante battaglie che erano state cominciate da lui. Questa è la nostra speranzaâ€. Rita dalla Chiesa, deputata di Forza Italia, ha voluto poi ringraziare tutti coloro che hanno voluto essere presenti per ricordare il padre.
“Vorrei ringraziare tutte le persone che stamattina sono venute in piazza Diaz, a Milano, a salutare ancora una volta il generale dalla Chiesa: non si limitano a portare una corona, ma ci portano l’affetto dei cittadini. Il mio grazie particolare va al sindaco Sala e al ministro Nordio, che malgrado gli impegni hanno voluto esserci. Ma va soprattutto a tutti i carabinieri, i poliziotti, la Guardia di finanza e le crocerossine che ci si sono stretti intorno. Milano è una città dove abbiamo vissuto anni bellissimi e purtroppo irripetibili. Dove la memoria di mio padre è sempre forte, sempre viva nella cittadinanza che non ha mai dimenticato quello che lui ha fatto per loro e per l’Italia intera durante il periodo del terrorismo. Con lui Milano si è sentita sicura e continua a dire: ‘il generale dalla Chiesa è il generale dalla Chiesa’â€.
A questo punto, ha voluto però aggiungere un messaggio rivolto al suo partito: “Ringrazio i colleghi che mi hanno scritto in privato e anche il bambino che ha scritto, a scuola, che da grande lui vuole diventare il generale dalla Chiesa. Ma da figlia, e anche da deputata di Forza Italia, devo dire che forse mi sarei aspettata una maggiore presenza da parte del mio partito. Non c’era nessuno. La mafia si combatte anche con il coraggio di esserci, malgrado tutto. In giornate come queste, per alcune battaglie che vanno combattute tutti i giorni, dovremmo stare tutti dalla stessa parte. I rapporti personali e la stima nei confronti di un uomo che io non ho più come padre, e che l’Italia non ha più come generale, credo che debba volare molto più in altoâ€.
Alla commemorazione è stata letta l’intervista rilasciata nel 1982 da dalla Chiesa a Giorgio Bocca. “La mafia ormai sta nelle maggiori città italiane dove ha fatto grossi investimenti edilizi, o commerciali e magari industriali. Vede, a me interessa conoscere questa ‘accumulazione primitiva’ del capitale mafioso, questo riciclaggio del denaro sporco, queste lire rubate, estorte, che architetti di chiara fama hanno trasformato in case o alberghi e ristoranti a la page. Ma mi interessa ancora di più la rete mafiosa di controllo, che grazie a quelle case, a quelle imprese, a quei commerci magari passati a mani insospettabili, corrette, sta nei punti chiave, assicura i rifugi, procura le vie di riciclaggio, controlla il potereâ€. Quarantaquattro anni dopo, commenta il figlio Nando, “al Csm c’è chi ancora sostiene che la mafia al nord non c’èâ€.
Data articolo: Sun, 06 Sep 2026 10:34:59 +0000Woke
Ecco come il Woke riduce anche i diritti civili (e anche a Milano)
Il baratto: la sinistra ha dimenticato i diritti sociali e del lavoro per concentrarsi sui diritti civili e di genere. Ma abbandonare i primi finisce per indebolire anche i secondi.
“Stay wokeâ€, cantava Erykah Badu in Master Teacher. “Resta sveglioâ€: attento al razzismo sempre pronto a tornare nei confronti della comunità afroamericana. Era il 2008 e da allora l’espressione “woke†si è allargata a dismisura, fino a diventare l’ideologia che impone di modificare il linguaggio, cambiare programmi scolastici, abbattere monumenti, riscrivere i classici.
Una giusta battaglia contro le disuguaglianze e la discriminazione si è via via trasformata in una ridicola dittatura del politically correct. Fino alla correzione di rotta di Alexandria Ocasio-Cortez in Usa e alla polemica aperta anche in Italia dopo la lettera sull’argomento di Giuseppe Conte.
Sarebbe banale riassumere la questione così: hanno esagerato, ma partendo da una giusta istanza di lotta alle discriminazioni. Se fosse così, la cura sarebbe solo un po’ di moderazione e il taglio alle pretese più radicali e sciocche. No. La crescita dell’ideologia woke è qualcosa di più ampio, che si è manifestato anche in Italia, dove pure non ci hanno obbligato ad abbattere le statue di quel colonialista di Cristoforo Colombo o di riscrivere quel poema sessista che è il Decamerone. Qui da noi si è andati al sodo: l’esaltazione dei diritti civili (sacrosanti) è stata scambiata con il vaporizzarsi dei diritti sociali.
La sinistra un tempo credeva nello sviluppo come risultato della lotta di classe, in cui i senza potere dovevano poter affermare, insieme, diritti del lavoro e diritti civili. I partiti di sinistra avevano i loro programmi centrati sulla diminuzione delle disuguaglianze, di salario e di diritti, perseguivano la giustizia sociale, la tassazione equa e progressiva, l’espansione del welfare e della sanità pubblica, la riduzione del potere del privato.
Oggi, come ormai sappiamo bene, tutto ciò è stato sacrificato sull’altare delle compatibilità e dei vincoli di bilancio, e il neoliberismo è entrato come un virus nel corpo e nella mente dei leader di quella che resta la sinistra italiana ed europea. In cambio, ecco la bella bandiera da sventolare nei cortei, per dare a chi si dice di sinistra l’orgoglio di una lotta continua contro le disuguaglianze: la bandiera dei diritti delle donne, delle comunità Lgbtqia+, dei migranti.
Tutto bellissimo, buono e giusto. Peccato sia di fatto sostitutivo del core business della sinistra: la lotta alle disuguaglianze, in un mondo dove la finanziarizzazione si è sostituita alla produzione e dove un piccolissimo numero di persone si è impossessata di gran parte della ricchezza e del potere nel mondo. Il passo in più che dobbiamo fare è capire che questo nuovo status della sinistra non solo non amplia i diritti sociali, ormai abbandonati nel campo fuori dalla “finestra di Overton†(quella della pensabilità delle idee e dei temi considerati accettabili nel dibattito pubblico).
È molto peggio: diminuisce anche la possibilità di ampliare i diritti civili. La spiegazione è semplice: una parte della società , quella che un tempo era rappresentata dalla sinistra e oggi è abbandonata alla destra o addirittura al populismo fascista, alle prese con i conti della spesa, l’impoverimento progressivo, l’incattivimento sociale, l’espulsione dalle città , ha finito per considerare nemici e concorrenti quelli che sono più poveri di loro, e radical chic le pretese del colorato mondo dei diritti di genere. Insomma, il baratto diritti sociali/diritti civili è in perdita anche per quanto riguarda questi ultimi.
A Milano è chiarissimo: la sinistra da dieci anni alla guida dell’amministrazione comunale si presenta con i calzini arcobaleno del sindaco, sempre presente e applaudito ai Pride. Ma poi sviluppa una città da cui ha espulso quasi un terzo della popolazione, sostituita dai super-ricchi e dai city users, mentre i gruppi sospinti ai margini della città sviluppano risentimento, odio (e afasia) nei confronti di chi può permettersi di rivendicare diritti civili.
Sergio Spadaro
L’addio alla toga, orgoglioso e triste, del pm Fabio De Pasquale
In questa estate di giornalismo alle vongole (sgusciate), è passata quasi inosservata la notizia delle dimissioni dalla magistratura di una toga che ha segnato la storia d’Italia: a luglio, Fabio De Pasquale ha lasciato, in silenzio, l’ordinamento giudiziario, dopo 42 anni di lavoro e a poco più di un anno dalla pensione.
Procuratore aggiunto a Milano, dal 2017 è stato responsabile del dipartimento che si occupa della corruzione internazionale, voluto dall’allora procuratore Francesco Greco. Aveva preso sul serio il suo incarico, tanto da non fermarsi quando le indagini erano arrivare a Eni, il colosso energetico controllato dal governo italiano con affari nel mondo. Con i sostituti procuratori del suo dipartimento aveva aperto inchieste su operazioni realizzate da Eni in Algeria, in Nigeria, in Congo.
Aveva ricevuto il sostegno, dall’estero, del gruppo anticorruzione dell’Ocse, l’organizzazione mondiale per la cooperazione e lo sviluppo economico, che da anni chiede agli Stati membri di vigilare sulla correttezza delle operazioni transnazionali affinché nessuna azienda, nessuna nazione possa usare la tangente come indebito “vantaggio competitivoâ€, come arma per falsare la concorrenza e il libero mercato. In Italia coloro che si dicono sostenitori del libero mercato erano stati più timidi: a mezza bocca dicevano che “così fan tuttiâ€, che “senza mazzette in Africa non si lavoraâ€, che non si poteva azzoppare un “campione nazionale†come Eni.
Le indagini sono state compiute tra mille difficoltà , ma i giudici alfine hanno sempre prosciolto Eni e i suoi manager. Nell’ultimo dei processi, i vertici di Eni e Shell erano accusati di aver ottenuto il gigantesco campo d’esplorazione petrolifero Opl 245 pagando a politici e pubblici ufficiali nigeriani una super-mazzetta di 1,092 miliardi di dollari, la più grande tangente della storia italiana.
Nel marzo 2021 era arrivata l’assoluzione per tutti: e questa è normale dialettica processuale. Inedito invece il seguito: i due pm del processo, De Pasquale e il suo collega Sergio Spadaro, erano stati accusati e processati a Brescia con l’imputazione, mai contestata prima in Italia, di rifiuto d’atti d’ufficio, per aver nascosto prove a discarico degli imputati. Condannati in primo grado e in appello. Il 19 giugno 2026 la Cassazione ha ribaltato le sentenze e li ha assolti con formula piena.
Nel frattempo De Pasquale non era stato confermato dal Csm come procuratore aggiunto ed era tornato, in silenzio, a occuparsi di processetti come un pm alle prime armi. Pochi in questi anni lo hanno difeso, tra gli stessi colleghi. Tra questi, Nello Rossi che nel gennaio 2025 era intervenuto su Questione giustizia con un lungo saggio in cui metteva in discussione che il non aver depositato “atti incompleti e ancora in divenire, non formati dai pubblici ministeri procedenti ma provenienti da altro procedimento†potesse essere considerato “rifiuto di atti di ufficioâ€.
Poi la Cassazione ha fatto giustizia. Sono restate l’amarezza e la lunga solitudine. Così, dopo aver visto salvato il suo onore, De Pasquale ha deciso di abbandonare quella magistratura in cui non si sentiva più a casa sua. I suoi successi precedenti erano stati dimenticati, quando non erano diventati oggetto di feroci polemiche politiche o di inconfessate invidie.
Pur fuori dal pool Mani pulite, aveva ottenuto, nel 1996, la prima condanna di Bettino Craxi: per corruzione, per aver affidato alla Sai di Salvatore Ligresti i contratti assicurativi di tutti i 140 mila dipendenti di Eni, in cambio di una tangente di almeno 20 miliardi di lire. Nel 2013 ottiene l’unica condanna definitiva per Silvio Berlusconi: De Pasquale aveva trovato le prove della frode fiscale sui diritti televisivi realizzata attraverso un vorticoso giro di società estere create dall’avvocato David Mills. Ma oggi De Pasquale considera la sua assoluzione la sola vera vittoria della carriera. Però no, non farà il tradizionale brindisi d’addio ai colleghi al quarto piano del Palazzo di giustizia.
Verde
Giornalismo alle vongole (sgusciate) anche nella Milano dei lavori mai finiti (e degli alberi lasciati morire)
Un tempo, quando il giornalismo esisteva ancora, si diceva che la notizia non è il cane che morde l’uomo, ma l’uomo che morde il cane. A leggere le cronache milanesi dei grandi giornali, invece, è notiziona la normalità , cioè che i cantieri per i lavori in città , dopo essere stati aperti, si chiudano: che una corsia per i bus sia (quasi) completata, che un tram torni a passare sulle sue rotaie, che le ciclabili siano aperte alle biciclette.
Sarà l’arietta già elettorale, sarà la voglia di rassicurare i milanesi che tutto va bene, che la giunta e il sindaco (uscenti) sono bravissimi: titoli e articoli sono rasserenanti, rincuoranti, tranquillizzanti, confortanti. Contro i (pochi) gufi che enumerano le cose che non vanno (cioè danno notizie), i grandi giornali confortano, anticipando perfino con enfasi la chiusura di cantieri che in realtà sono ancora aperti (un tempo erano i politici, in campagna elettorale, a tagliare i nastri di opere non ancora concluse).
Come stupirsi, del resto, nell’era in cui il giornalismo dominante trasforma un conduttore tv vittima di un attentato in uno da epurare e glorifica invece gli amici lavitoliani tra cui quello che ci racconta come Valterino lo avesse conquistato servendogli gli spaghetti con le vongole, sgusciate? Siamo rimasti, da Mario Pannunzio a Paolo Mieli, “l’Italia alle vongoleâ€: ma oggi sgusciate.
Di fronte a tali vette del giornalismo, come stupirsi dunque delle piccolezze milanesi? Milano ha il record (tra i tanti) di avere una circonvallazione che non è completata, con la corsia per i filobus (le mitiche 90 e 91) bloccata da 13 anni. La corsia preferenziale per il trasporto pubblico è rimasta non si sa perché interrotta da piazza Stuparich a piazzale Lotto fino a piazza Zavattari. Trasformata in parcheggio. Adesso sarà finalmente aperta: miracoli della campagna elettorale. (In verità è stato aperto solo un senso di marcia, per l’altro dovremo aspettare ancora qualche mese. E ancora un anno per i tratti tra piazzale Caiazzo e viale Abruzzi e tra piazza Cappelli e via Tertulliano).
In 13 anni Milano ha costruito grattacieli con la Scia, palazzi nei cortili, studentati con record olimpionici di alti affitti per gli studenti, ha cementificato, occupato suolo, edificato milioni di metri cubi di abitazioni private, arricchito banche e fondi immobiliari, fatto girare il lunapark della rendita. Ma non è stata in grado, in 13 anni, di aprire 800 metri di corsia per il trasporto pubblico. La libera stampa però oggi gioisce ed esalta il traguardo raggiunto, il grosso risultato, la grande conquista.
Povera circonvallazione milanese: un paio d’anni fa, quando Giorgio Armani annunciò di voler donare 350 alberi da piantare lungo i 40 chilometri dell’anello urbano, la stampa milanese ebbe una serie di orgasmi, il Corriere titolò: “Rivoluzione verdeâ€, Repubblica scrisse: “Arriva la Green Circleâ€. Ci volle l’indimenticato Carlo Monguzzi, verde vero in polemica con l’assessora babilonese del verde pensile e del greenwashing, a fare i conti, facili facili: “Saranno due alberelli ogni 230 metri, piantati nell’asfaltoâ€.
Non abbiamo visto neanche quelli, o se li hanno piantati saranno morti perché nessuno li ha curati e annaffiati. Come sono morti anche quest’anno centinaia di alberelli di quell’altra ideona che piace tanto a Stefano Boeri: “ForestaMiâ€. Tagliano alberi imponenti per far spazio a nuove costruzioni (nel bosco di via Falck, per esempio) e poi per cercare di far quadrare la contabilità del verde piantano alberelli che muoiono assetati.
Quest’estate è successo alla Collina dei ciliegi alla Bicocca, al quartiere Adriano, in via Solari, in piazza Caiazzo, ai giardini di via Erice, al parco Lambro, in piazza Oberdan, al parco Formentano di Porta Vittoria, in via Dudovich, in via Gentilino, al parco Bompiani: come documentano con foto inequivocabili su Instagram i cittadini del comitato “ForestaMi e poi DimenticaMiâ€. I giornali però, impegnati a glorificare la “rivoluzione verdeâ€, non si sono accorti della grande moria.
Milano
Il “Grande Recupero†del Comune di Milano fidanzato traditore
Gliene ha fatte di ogni. Per anni. Prima era solo distratto, poi annoiato, infine è diventato francamente stronzo. Al ristorante guardava il telefono, oppure la biondina nel tavolo a fianco: con quel toppino! Flirtava con le altre via whatsapp. Scambiava foto, battute che gli sembravano spiritose (tipo: “Questa frase me la tatuo sulla schienaâ€). La ghostava. A un certo punto ha cominciato a tradirla. Piccole fughe. Chiacchiere con gin tonic. Scopatine dopo l’apericena.
Lei sopporta, aspetta, tollera, fa finta di non vedere. Lo ammira come uomo di successo, adora le sue banalità che le sembrano così intelligenti, si accontenta di quel poco che ancora le dà . Sotto sotto, ha paura di restare sola: forse non è un granché, ma gli altri sono peggio. I dubbi però si accumulano, le insoddisfazioni si sommano, i dolori diventano insopportabili.
Finché sente che qualcosa si è rotto e prende la decisione: basta relazioni difettose, come insegna Ester Viola. È la svolta inaspettata. Lui non accetta la ferita narcisistica dell’abbandono. Non può tollerare di essere lasciato. Comincia il Grande Recupero. Telefonate ripetute. Messaggi dolci che lei non riesce a non leggere. Una rosa ogni giorno sul suo davanzale. Promesse di amore eterno ed eterna fedeltà , di viaggi in luoghi avventurosi, di cenette in posticini romantici. Quello che non ha fatto in dieci anni – promette e annuncia – lo realizzerà in dieci mesi.
Lei è Milano, lui l’amministrazione comunale. Si comporta come il Fidanzato Recuperante. Sente che si è rotta la connessione sentimentale con la città e cerca di ricostruire il rapporto infranto, promettendo di fare nei prossimi dieci mesi (prima delle elezioni) ciò che non ha fatto negli ultimi dieci anni. Anzi, il contrario di quello che in dieci anni ha combinato.
Ha svenduto beni pubblici, privatizzato i servizi, ceduto lo stadio, chiuso le piscine comunali, ridotto i mercati municipali, impoverito il patrimonio di case popolari, abbattuto alberi, consumato suolo, cementificato la città . Ma da qui in poi sarà tutto rose e fiori. Riacquisto di beni pubblici, miriadi di alberi piantati, regole più severe per costruire, riapertura dei Navigli, perfino. Sarà tre volte Natale e festa tutto l’anno.
L’ideona più strombazzata è quella di proporre otto – ripeto: otto – “vele ombreggianti†per risolvere il problema del grande caldo in città . Dopo dieci anni di Grattacielo Selvaggio e di isole di calore (come piazza San Babila e largo Augusto), il Grande Recupero è proporre otto “vele ombreggianti†stile Decathlon: quando ho letto la notizia pensavo fosse la satira di quei buontemponi di Lercio, invece era un comunicato stampa del Comune.
Poi c’è il Piano del Verde, 17 azioni per “rendere i suoli permeabili, depavimentare pezzi di città sempre più importanti, mettere alberi al posto del cemento e dell’asfaltoâ€: cioè fare il contrario di quello che è stato fatto negli ultimi dieci anni. L’area della Maura? Deve essere comprata dal Comune e mantenuta a parco fino all’ultimo centimetro quadrato. Ma come? Giuseppe Sala ha appena svenduto l’attigua area di San Siro permettendo la distruzione dello stadio Meazza e la cementificazione del Parco dei Capitani.
E ancora, il Piano Casa: cedendo aree pubbliche ai privati per ottenere abitazioni a canoni ancora troppo alti. E il Piano strade: rifare in due anni la pavimentazione delle vie dopo aver lasciato per un decennio buche a cui i milanesi hanno dovuto affezionarsi come alla Luisona del Bar Sport di Stefano Benni.
Pianificato anche il riacquisto degli edifici che la sindaca Letizia Moratti (con city manager Giuseppe Sala) aveva venduto a un fondo controllato da Bnp Paribas. Per dieci anni ha privatizzato tutto, il Pirellino, case, piscine, stadio, mercati; ora, dopo che la banca francese ha già rivenduto tutti i pezzi pregiati, il Comune le fa fare bingo riprendendosi l’invenduto residuo. E via così.
Come reagirà Milano, la fidanzata tradita?
Data articolo: Tue, 11 Aug 2026 10:06:02 +0000Omero
L’invenzione della Grecia, patria (perduta) dell’Occidente
Oggi è terra di vacanze, discoteche della trasgressione, spiagge battute dal meltemi, isole dalle case bianche e blu. Ma, almeno dalla fine del Settecento, la Grecia è stata la patria da cui proveniamo, il luogo delle radici dell’Europa, il fondamento storico-culturale di ciò che chiamiamo Occidente. Omero, Pericle, Platone hanno definito la nostra identità , hanno costruito il nostro destino.
A cominciare sono stati Winckelmann, Goethe, Hegel. Hanno disegnato la Grecia antica come la Heimat di cui avere nostalgia. Ora che l’Europa è smarrita e l’Occidente fa davvero onore al suo nome (terra del tramonto, della caduta), quali segni del nostro destino troviamo nell’intrico della foresta greca popolata da guerrieri, dei e filosofi? Ci aiuta a decifrarli il libro di Mauro Bonazzi, Il demone della nostalgia (Einaudi).
Ricostruendo “l’invenzione della Greciaâ€, da Friedrich Nietzsche a Hannah Arendt, mostra come nel tempo si sia attinto a quel numinoso passato storico, mitologico, letterario, filosofico, per fondare il mito della modernità e costruire l’identità dell’Europa, plasmata sulla perfezione della bellezza ideale degli antichi, per legittimare i loro eredi moderni, lanciati alla conquista (culturale, economica, militare) del mondo. L’“invenzione della Grecia†è arma ideologica dell’eurocentrismo ottocentesco, ma al tempo stesso raffinata meditazione sulla sua crisi.
Il primo a rompere l’incanto è Nietzsche. Spezza il mito dell’ellenismo tedesco, culto di forma, misura, serenità , ordine e armonia, e ribalta l’immagine classicista della Grecia apollinea, gettandola nel ribollire dionisiaco. Alla filosofia di Platone (“La più grande disgrazia d’Europaâ€), al teatro di Euripide, Nietzsche contrappone Omero ed Eraclito, Eschilo e la Grecia arcaica della prima tragedia, capace di guardare nell’abisso dell’orrore, della confusione e del dolore che segnano la condizione umana.
Dopo Nietzsche (e non senza un utilizzo maldestro di Nietzsche), trionfa un’altra Grecia, dionisiaca sì, ma della pura forza, utile a fondare il mito pangermanico, nazionalista, razzista, antisemita, del nazismo. Il nemico è l’ebreo, l’Oriente arcaico, la barbarie asiatica, semitica e infine bolscevica che si contrappone alla Grecia di cui i tedeschi si dicono gli eredi capaci di compiere il destino di una civiltà millenaria.
È Auerbach, ebreo in fuga dal nazismo, a cominciare la radicale decostruzione del mito dell’ellenismo, contrapponendo la Bibbia all’Odissea, Gerusalemme ad Atene, la storia al mito. I poemi omerici sono senza sfondo, senza storia, inchiodati al loro presente. La Bibbia invece “contiene abissiâ€. La base della cultura europea dunque non è greca, ma ebraica. E il nazismo si è rifugiato nel mito per paura e incapacità di fare i conti con la storia.
Continua questa riflessione Simone Weil, ebrea francese, che legge l’Iliade come poema della forza, della guerra, della violenza: è un poema dove non ci sono vincitori poiché tutti sono vinti. Il vero eroe non è Achille, uomo del risentimento, ma semmai il gentile Patroclo. Oppure, per Rachel Bespaloff, ebrea ucraina, lo sconfitto Ettore: l’opposizione tra grecità ed ebraismo diventa così convergenza, poiché anche Omero tenta una tenace ricerca dell’umano.
Il passo più radicale lo compiono Horkheimer e Adorno. Nel 1947, appena sconfitta la furia hitleriana, contraddicono la tesi che il nazismo sia la negazione irrazionale della razionalità illuminista che aveva liberato gli uomini dall’oppressione originaria del mito. Il nazismo è invece il pieno compimento della vocazione totalitaria della Ragione. Odisseo è, sì, l’eroe che libera gli uomini dalle fascinazioni del mito; ma è anche l’eroe proprietario che guida la sua nave e, legato all’albero, si nega da solo la felicità delle sirene. Intanto i suoi marinai con le orecchie tappate, “aggiogati tutti allo stesso ritmo, come l’operaio moderno nella fabbricaâ€, sono immagine potente di una società sotto il dominio della produzione.
La Grecia, fin da Hegel nostra patria, diventa un approdo impossibile. Eppure Omero, proprio mentre mostra l’orrore e la furia vendicatrice dei vincitori – Odisseo e Telemaco che sterminano i Proci – rivela e insieme denuncia tanta brutalità , lasciando aperta la possibilità che la Ragione del controllo possa essere anche la Ragione di un nuovo viaggio di liberazione.
Arendt torna dopo la sconfitta del nazismo sul luogo dove tutto era nato, la Grecia, e prova a contrapporre a Platone (vita contemplativa) Pericle (vita activa): al filosofo che pensa l’Uomo, oppone il politico che parla agli uomini. Ma la democrazia di Pericle, dietro la facciata, è dominio e forza, strumento politico di una potenza imperialista.
La Grecia, ormai patria perduta dell’Occidente, continua a rifrangersi in mille visioni. Oggi, nel momento supremo di una nuova crisi, la Grecia antica è muta; quella moderna è stata tosata dalla troika. Per Heidegger la tecnica è imposizione (Gestell); oggi, nell’era di Musk, diventa comando, tecno-dominio. Ma l’Europa, dopo tanta passione, dopo tanta erudizione, ha abbandonato perfino la riflessione sul suo passato, ai dilaniati pensatori del Novecento preferisce gli afoni corifei della propaganda, più algoritmo che cultura. La patria Grecia, come l’Europa che la sognava, da Heimat si è trasformata in non-luogo, aeroporto con lounge-music da cui partire per tuffarsi nell’over-tourism. Intanto si odono cupi ritmi di guerra.
Montedomini
Firenze svenduta: i palazzi per il sociale diventano b&b
Sono stati i cittadini di Firenze a scoprirlo: passando per la centrale via Guelfa, hanno visto che l’edificio al numero 81 – appartamenti pubblici gestiti da Asp Montedomini – erano diventati bed & breakfast per turisti. L’Azienda pubblica di servizi alla persona Montedomini ha accumulato nei secoli, grazie a donazioni e lasciti testamentari, un patrimonio immobiliare esplicitamente destinato dai donatori a persone in disagio abitativo. Lo stabile di via Guelfa 81 e quello all’83 sono diventati invece appartamenti per turisti.
Gli attivisti della rete “Salviamo Firenze x Viverciâ€Â si sono messi in moto e hanno denunciato il tradimento della ragione sociale di Montedomini. Allineata con la tendenza in atto ormai da qualche anno: trasformare le abitazioni in appartamenti per turisti, residence di alta gamma, studentati di lusso. Risultato: negli ultimi sei anni gli affitti a Firenze sono aumentati del 49 per cento e la città è salita al primo posto in Italia per crescita dei canoni, al pari di Milano.
“Salviamo Firenze†è partita dalla scoperta di via Guelfa per analizzare la gestione allegra degli immobili di Montedomini e denunciarla alla città (e alla Procura della Repubblica). Ha scoperto che almeno 30 appartamenti sono lasciati vuoti e 23 sono concessi in affitto turistico a gestori che in alcuni casi ci guadagnano fino a quattro o cinque volte il canone pagato all’Asp. Uno scandalo che irrompe sulla scena cittadina e finisce al centro del dibattito pubblico e sulle prime pagine delle cronache cittadine.
Sotto accusa è la sindaca Sara Funaro, criticata dai comitati cittadini ma anche dai partiti di centrodestra all’opposizione in Consiglio comunale. L’ex sindaco Matteo Renzi dalle pagine del Corriere fiorentino attacca Dario Nardella, il suo successore a Palazzo Vecchio: “Il caso Montedomini è una vergogna. Nardella e i suoi fidati uomini hanno regalato un business pazzesco a soggetti privati, speculando sulla storia di Montedomini. Questo mi indigna. Ora Funaro faccia pulizia. Io da sindaco vietai affitti finalizzati allo sfruttamento economicoâ€.
Prima di diventare sindaca, Sara Funaro – che Renzi assolve per lo scandalo Montedomini – era dal 2009 vicepresidente della Montedomini, dal 2014 assessora al Sociale e alla casa nella giunta Nardella e dal 2021 membro del consiglio di indirizzo della Fondazione Montedomini.
La storia di Montedomini affonda le sue radici nel 1400. Come Asp comunale nasce nel 2010, quando sindaco era Renzi, che riunisce le diverse Aziende di servizi alla persona (Il Bigallo, Il Fuligno, Sant’Ambrogio). Nel 2015, appena eletto sindaco, Nardella nomina presidente di Montedomini Luigi Paccosi, già presidente della Compagnia delle Opere (il braccio economico, imprenditoriale e sociale del movimento Comunione e liberazione).
Paccosi è uno che di accoglienza turistica se ne intende, visto che è socio e amministratore unico di Italianroom, una società che si occupa di prenotazioni e vendita di case vacanze, b&b, alberghi, campeggi, residence. Nel dicembre 2024 alla presidenza di Montedomini subentra Maurizio Frittelli, avvocato, mandatario elettorale di Nardella nel 2019.
Fino al 2015, gran parte del patrimonio abitativo di Montedomini era vincolata a funzione sociale: gli immobili erano destinati a famiglie e persone a basso reddito. Due delibere, del dicembre 2015 e del febbraio 2018 – sindaco Nardella, presidente Luigi Paccosi – eliminano il vincolo sociale e puntano alla valorizzazione del patrimonio immobiliare. Il fine indicato è quello di incassare di più per avere più risorse “da destinare ai fini istituzionali dell’Aspâ€.
Ma anche da questo punto di vista i conti non tornano: a guadagnare sono per lo più i privati. Lo dimostra il caso di via Guelfa 83: a guadagnare sui nove appartamenti affittati a turisti non è Montedomini, ma Limehome, operatore tedesco di ospitalità digitale sostenuto da alcuni fondi di investimento.
“Tutto avviene negli anni del nardelliano Invest in Florenceâ€, commenta Ornella De Zordo, docente universitaria, attivista ed ex consigliera comunale d’opposizione ai sindaci Renzi e Nardella. “Sono gli anni della cosiddetta valorizzazione immobiliare, delle alienazioni di numerosi beni comunali e del patrimonio pubblico sempre più utilizzato come leva economica. Firenze viene consegnata ai grandi fondi di investimentoâ€. Ben 370 mila metri quadrati di proprietà pubblica in aree centrali della città sono venduti con Invest in Florence.
Il comitato Salviamo Firenze segnala (ai cittadini e anche alla magistratura) quelle che ritiene irregolarità di gestione. Dal 2022 l’unico requisito per l’assegnazione è il “criterio della offerta più alta, per mezzo di offerte segreteâ€. Da allora non viene più assegnato alcun appartamento in affitto per chi è in disagio abitativo. Non c’è un elenco pubblico degli immobili disponibili, non sono pubbliche le graduatorie per le assegnazioni, non c’è la seduta pubblica di apertura delle buste.
È stato cancellato il limite di reddito per ottenere in affitto calmierato gli immobili Montedomini ed eliminato perfino l’obbligo di vivere o di essere almeno residente a Firenze. Contano soltanto le garanzie di solvibilità . Per esempio, per aggiudicarsi un appartamento in via Gioberti è richiesto un reddito minimo netto di 2.550 euro mensili. La possibilità di fare affitti brevi è stata introdotta silenziosamente, senza essere pubblicizzata: “favorendo cosìâ€, commenta De Zordo, “soggetti informati di questa lucrosa possibilità per altre vieâ€.
Strage di Bologna
Bologna, la strage per Giorgia Meloni è generico “terrorismoâ€
Quarantasei anni e quattro processi dopo la strage, Giorgia Meloni non riesce ancora a pronunciare la parola “fascistaâ€Â
Per Giorgia Meloni, è stato un generico “terrorismoâ€: 46 anni dopo la strage di Bologna, la parola “fascista†non riesce ancora a pronunciarla. “46 anni fa il terrorismo ha sferrato uno dei suoi attacchi più feroci. Quello che è accaduto il 2 agosto del 1980 rappresenta una delle pagine più buie e drammatiche della storia nazionaleâ€.
Non più tanto buia, in verità , a leggere le sentenze definitive che hanno condannato cinque neofascisti e che inchiodano anche i registi, i mandanti, i complici, le logge eversive e i depistatori di Stato. L’ha pronunciata il presidente Sergio Mattarella, quella parola, richiamando i “valori che la strategia neofascista del terrore pretendeva distruggereâ€. Al governo c’è chi invece continua a inseguire inesistenti “piste palestinesiâ€.
E pesa la foto della presidente della Commissione antimafia, Chiara Colosimo, con Luigi Ciavardini, uno dei fascisti condannati per la strage, insieme a Giusva Fioravanti, Francesca Mambro, Gilberto Cavallini, Paolo Bellini. Mancano ancora dei tasselli di verità , sì. Sono stati fatti sparire interi archivi, come quello del ministero dei Trasporti: lo ha ricordato il presidente dell’associazione delle vittime, Paolo Lambertini.
Eppure il quadro ricostruito da quattro grandi processi, decine di inchieste e migliaia di documenti è chiaro. Nel 1980, l’anno prima che venissero scoperte le liste della P2, la loggia di Licio Gelli (coinvolto nelle manovre eversive fin dal tentato golpe Borghese del 1970) finanzia un gruppo composito di neofascisti che, sotto diverse sigle e provenendo da diverse esperienze, realizzano il “grande botto†che deve gettare il Paese nel terrore e congelare la democrazia.
L’attentato di Bologna – si legge nella sentenza Bellini – è un atto politico: per “influire sulla politica nazionale attraverso la strage indiscriminata per chiudere definitivamente con il passato resistenziale del nostro Paese, di cui l’omicidio dell’onorevole Moro e poi del presidente Piersanti Mattarella furono precisi momenti attuativiâ€.
I soldati eseguono. I registi pagano. Gli apparati dello Stato (tutti con ai vertici uomini della P2) vegliano affinché la verità non emerga: inventano subito la falsa “pista internazionale†che ancor oggi tanto piace ai politici al governo.
“Hanno marciato divisi, ma per colpire unitiâ€, ha testimoniato, al processo Bellini, Vincenzo Vinciguerra, che ha lanciato la sua sfida allo Stato con l’attentato di Peteano e poi ha denunciato la compromissione dei suoi camerati che si mettono con le bombe al servizio di quello Stato che dicevano di voler combattere. “Non c’è una destra extraparlamentare e una parlamentare. Per quello che ho potuto constatare io, gli ispiratori di queste formazioni di estrema destra sono sempre stati interni al Movimento sociale italianoâ€.
“È provato†– si legge nell’ultima sentenza – che Marco Ceruti, factotum di Licio Gelli “consapevole finanziatore della strage di Bolognaâ€, fosse a Roma il 30 e il 31 luglio 1980, quando consegnò “al Fioravanti e alla Mambro (o a un loro emissario) il compenso in denaro pattuito per commettere la strageâ€.
Provato che tra gli esecutori ci fosse anche Bellini, neofascista di Avanguardia nazionale, informatore dei carabinieri, poi nel 1992-93 coinvolto nella nuova strategia della tensione che usa, invece dei fascisti, i killer di Cosa nostra. Gelli finanziò la strage con denaro sottratto al Banco Ambrosiano, parte del quale andò a Federico Umberto D’Amato, lo zar delle spie italiane, ex capo del servizio segreto civile, e a Mario Tedeschi, giornalista del Borghese e parlamentare del Msi, che si occupò della “gestione mediatica dell’evento strageâ€.
Condannati, per aver protetto gli attentatori, i vertici del servizio segreto militare, il generale Pietro Musumeci e il colonnello Giuseppe Belmonte. E perfino Domenico Catracchia, l’amministratore di condominio in via Gradoli per conto dei servizi segreti: appartamenti che diedero ospitalità a neofascisti della strage di Bologna, ma anche a bierre del caso Moro. Per Giorgia Meloni, però, la strage resta “una pagina buiaâ€.

Luigi Ciavardini con l’esponente di Fratelli d’Italia Chiara Colosimo, presidente della Commissione parlamentare antimafia
Leggi anche:
– Il Documento Bologna
– Imputato Gilberto Cavallini, il nero che parlava con i “vecchiâ€
– Il numero “riservato†nell’agenda nera di Cavallini
– Quell’appartamento dei servizi segreti…
– Indagato Bellini, il nero infiltrato nella Cosa nostra delle stragi del 1993
– La nuova perizia sull’esplosivo conferma la pista nera
– “Aprire gli archivi delle stragi? È l’ultimo dei depistaggiâ€
– L’ultima sentenza sulle stragi nere: ora sappiamo