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#Gianni #Barbacetto
Pietro Galli
Sotto indagine la società di Sala nascosta ai cittadini
Il sindaco di Milano è coinvolto in un’inchiesta della Procura, condotta dalla Guardia di finanza, che riguarda consulenze pagate a una società , Finalter, di cui Sala detiene una quota. Lo ha rivelato ieri il Corriere della sera. Finalter appartiene all’80% a Cinque G, una società della moglie e della figlia di Pietro Galli, storico collaboratore di Sala fin dai tempi di Expo, e al 20% all’attuale sindaco di Milano, che nel 2016 ha collocato la sua quota in un trust di nome Inter (la passione calcistica del sindaco) costituito sotto la legislazione dell’isola di Jersey, paradiso fiscale in territorio britannico.
Gestore fiduciario del trust, dal 2018, è il notaio Filippo Zabban, professionista con molti incarichi in Comune, tra i quali la vendita a Inter e Milan dello stadio di San Siro. Sala non ha mai dichiarato il trust nella sua situazione patrimoniale, come richiesto per legge ai sindaci. Ha spiegato al Corriere di non averlo fatto in base a una interpretazione della normativa sulle intestazioni fiduciarie suggerita dal segretario generale del Comune di Milano.
Nel 2020, Finalter ha realizzato, su mandato di Galli, un finanziamento soci per 1,2 milioni di euro in un veicolo lussemburghese, Mic Co-Invest. Con questa operazione, Galli ma di fatto anche Sala finiscono per detenere una quota di Engineering Ingegneria Informatica, multinazionale da 1,7 miliardi di fatturato e 14 mila dipendenti. Engineering è stata in questi anni sia cliente di Finalter, con pagamenti in consulenze per circa 2 milioni di euro, sia fornitrice, per oltre 15 milioni, del Comune di Milano e di aziende municipalizzate come Metropolitana milanese e A2a. Altre consulenze, per circa mezzo milione di euro, sono arrivate a Finalter da Uteco.
Sala ha spiegato al Corriere di aver affidato le sue quote al trust Inter e al suo trustee Zabban in modo da separare se stesso dalla sua proprietà e rendere a sé ignote le scelte imprenditoriali del trustee. Galli ha assicurato al Corriere di avere “un accordo verbale†con l’amico Sala secondo cui tutti gli utili di Finalter prodotti in questi anni saranno di Galli e non di Sala.
Galli fu chiamato da Sala in Expo Milano 2015 spa come direttore generale vendite e marketing: intervenne l’allora presidente dell’Anac (l’Autorità anticorruzione), Raffaele Cantone, perché in passato era stato condannato per bancarotta; ma Sala decise di riconfermarlo, poiché – spiegò – la bancarotta era avvenuta tanto tempo prima e per una cifra piccola. Finita l’esperienza nella società che ha gestito l’esposizione universale, Sala ha collocato Galli nel cda di Atm. Il manager è anche nel cda di Engineering.
Le spiegazioni di Sala al Corriere non hanno soddisfatto il consigliere d’opposizione Enrico Marcora (Fratelli d’Italia), che chiede a Sala di presentarsi in Consiglio comunale a riferire sulla vicenda: “Venga subito in aula a chiarire nell’interesse del Comune e dell’intera città â€. Se il sindaco fosse stato della destra, il centrosinistra sarebbe ad assediare Palazzo Marino e a chiedere le immediate dimissioni di Sala: questa la reazione delle opposizioni.
Data articolo: Mon, 13 Jul 2026 11:11:25 +0000Paolo Mazzoleni
Un esposto dei costruttori contro l’avvocata dei cittadini: “Ci vogliono intimidireâ€
Resta aspro e teso il confronto sull’urbanistica milanese, con i costruttori all’attacco dei cittadini che si costituiscono parte civile nei processi contro di loro. A essere coinvolta ora è l’avvocata Veronica Dini, che rappresenta un gruppo di milanesi che, nel processo sulla vicenda del “palazzo nel cortile†di piazza Aspromonte, si sono costituiti parte civile contro i costruttori al posto del Comune che non lo ha fatto.
È in corso l’udienza preliminare, che dovrà decidere se rinviare a giudizio i 26 imputati. Nell’udienza in cui è stato sentito uno degli imputati, il progettista Paolo Mazzoleni, Dini gli ha posto una raffica di domande, anche in preparazione dell’udienza successiva, in cui era previsto l’esame del costruttore, Andrea Bezziccheri.
Nel pomeriggio, le è arrivata una comunicazione dell’avvocato di Bezziccheri, Andrea Soliani, che le annunciava di essere stato incaricato dal suo assistito di depositare un esposto “legato all’attività professionale†svolta da Dini nella vicenda di piazza Aspromonte. “Mi ha molto colpita e turbataâ€, spiega l’avvocata Dini, “l’essere stata oggetto di comportamenti non solo molto aggressivi, ma che ho percepito come espressamente intimidatori, in udienza e fuori. In ogni caso, tutelerò in ogni sede e in ogni modo non solo il mio lavoro, ma anche le persone di cui ho accettato di prendermi curaâ€.
L’avvocato Soliani nega con decisione che ci sia stato un segnale intimidatorio, come invece adombrato da Dini anche in aula, prima di cominciare a porre domande a Bezziccheri. La pressione sui cittadini che chiedono di entrare nei processi come parte civile sarebbe testimoniata anche da un’altra vicenda, che riguarda il procedimento sulla Torre Milano, appena arrivato a un’assoluzione in primo grado (per “buona fede†degli imputati) che però non esclude che il titolo edilizio con cui il grattacielo è stato costruito sia contro le leggi.
Il costruttore di Torre Milano, Carlo Rusconi, aveva denunciato i cittadini che, patrocinati dall’avvocato Simone Lazzarini, intendevano entrare nel processo. E si era anche opposto (invano) alla successiva richiesta d’archiviazione avanzata dal pm. Aveva però ottenuto un risultato: quel gruppo di cittadini non si era più presentato a chiedere di diventare parte civile nel processo Torre Milano.
Mittelfest
Mittelfest, il teatro contro la paura
Paura. È lo smarrimento freddo di fronte al mondo che prepara guerra, al futuro che promette incertezza, al potere che costruisce disuguaglianza. È anche l’investimento di politici che puntano a dividere i poveri dai più poveri, a seminare odio, a indicare un nemico per mantenere il dominio. Paura è anche il tema proposto dal Mittelfest 2026, festival internazionale di teatro, musica, danza, circo, vetrina dello spettacolo e della cultura centroeuropea.
“La paura sta nelle attese, in ciò che si immagina sarà â€, spiega Giacomo Pedini, il direttore artistico del Mittelfest, “anticipa gli eventi, non li segue. Dunque la paura, che si annida nei nostri pensieri, invece di essere fuggita può forse essere superata dalle nostre azioni e dunque vinta da un qualche miracoloâ€. Sarà davvero possibile? Non lo sappiamo, ma intanto il teatro prova a mettere in scena azioni che cercano di agire e vincere la paura, nel festival che si svolge dal 16 al 26 luglio a Cividale del Friuli, città patrimonio dell’Unesco, antico incrocio tra lingue, linguaggi, culture, tradizioni, religioni, popolazioni diverse, nei secoli esperimento di convivenza ma anche campo di scontri feroci.
A Mittelfest è appena arrivato, come presidente, il giornalista Toni Capuozzo. Quest’anno, in scena, ci saranno 32 progetti artistici, di cui 20 in prima assoluta o nazionale, provenienti da 16 Paesi. A un passo da Cividale ci sono la Sarajevo dei cecchini del weekend, la Bosnia della pulizia etnica, il Kosovo degli scontri feroci tra serbi e kosovari.
È lontano invece il Sudafrica di Mandela, dove si sperimentò la terapia del perdono e della riconciliazione. Era il 1995 quando vi fu istituita la Commissione per la verità e la riconciliazione, con l’obiettivo di aiutare a guarire il Paese dopo le ferocie dell’apartheid. È successo, più vicino a noi, anche in Kosovo. Vittime e carnefici hanno provato a cercare insieme dolorose verità sui crimini del passato, inventando uno spazio di riconciliazione dopo gli scontri feroci tra serbi e kosovari.
Quest’anno torna al Mittelfest Jeton Neziraj, il drammaturgo kosovaro soprannominato il “Kafka dei Balcaniâ€, che dopo il suo spettacolo già portato anche in Italia, Negotiating Peace, ora mette in scena Chi perdona, una riflessione sul perdono come mezzo di guarigione sociale e di liberazione.
È possibile perdonare dopo aver subito l’orrore? Neziraj prova a rispondere incrociando le voci di chi ha subito l’orrore nel mondo, in Kosovo come in Sudafrica. Il perdono come antidoto al veleno della paura? Anche in Kosovo prese vita un movimento che ha tentato di sanare le ferite di faide lunghe e sanguinose attraverso un forum pubblico in cui le famiglie si confrontano e cercano di trovare una via per la riconciliazione.
Dopo la furia, bisogna pur tornare a vivere. E il “dopo†è perfino peggio del “primaâ€: insopportabile convivere con il rancore, quando il dramma si è consumato e il sangue si è rappreso. Ferdonije Qerkezi è una donna testimone dell’orrore. Il 27 marzo 1999 le forze paramilitari serbe entrarono in casa sua e portarono via tutti i maschi di casa: quattro figli e il marito. Non sono mai tornati. Del marito e di due dei figli non sono mai stati trovati neppure i resti.
La signora Qerkezi ha fermato il tempo, ha conservato la sua casa esattamente com’era quel giorno terribile. È diventata un museo della memoria, ma non del rancore, per ricordare il dolore collettivo delle famiglie delle oltre 1.600 persone scomparse durante la guerra del 1999 in Kosovo.
Tra i tanti spettacoli del Mittelfest, sabato 18 luglio nella piazza del Duomo di Cividale ci sarà Mozzafiato!, spettacolo circense incentrato sul ritmo del respiro e sulla trasformazione della paura in fiducia. Sabato 25, al teatro Verdi di Gorizia, Era di Maggio, un’opera con Alessio Boni sulla memoria del terremoto in Friuli del 1976. Gran finale domenica 26, con l’esploratore Alex Bellini e il musicista Luca Lagash, insieme in un esperimento-performance di Intelligenza artificiale.
Data articolo: Mon, 13 Jul 2026 10:56:20 +0000Giuseppe Sala
Saldi di fine stagione. Sala offre i beni di pregio ai privati (e Conte festeggia)
Saldi di fine stagione. L’amministrazione di Giuseppe Sala è a fine corsa, ed ecco che cerca di piazzare in gestione ai privati alcuni pezzi pregiati del patrimonio pubblico dei milanesi. Sono Palazzo Dugnani, la Pusterla di Sant’Ambrogio, la Porta Ticinese Medievale, il Palazzo Calchi Taeggi di Porta Vigentina, i Magazzini al Bastione di Porta Venezia. E poi Palazzo Galloni, il Dazio Ovest di Porta Ticinese, l’ex Casa dell’Acqua di via Giacosa, l’ex scuola rurale di Lampugnano, l’ex circolo popolare di via Varesina e tre cascine storiche, Corba, Molino Spazzola e Cort del Colombin. E infine sette proprietà del Comune fuori Milano: ex colonie e ville sul lago di Como, a Recco, Pietra Ligure, Andora, Cesenatico e Sondalo.
È la prova provata che l’amministrazione Sala non sa (e non vuole) gestire il patrimonio pubblico. Le piscine comunali le ha chiuse o date ai privati per trasformarle in centri fitness, i mercati comunali li sta riducendo a location fighette per aperitivi milanesi, lo stadio di San Siro lo ha svenduto. Ora tocca a edifici di pregio come Palazzo Dugnani, a spazi antichi come la Pusterla, alle colonie (ormai ex) dei bambini milanesi.
Un patrimonio che faceva parte del welfare cittadino, un tempo: quando il riformismo ambrosiano c’era davvero e non era un’etichetta di marketing politico calendian-renziano a riforme zero; quando il Comune mandava in vacanza i figli delle famiglie che non potevano permettersi vacanze, quando si costruivano interi quartieri di case popolari: Quarto Oggiaro, Gallaratese, Lorenteggio, Gratosoglio, San Siro…
Oggi ho finalmente capito perché Sala diceva di avere un’“ossessione†per le periferie: non era “ossessioneâ€, era orrore. Orrore per le case popolari. L’altro ieri lo ha confessato, parlando di sicurezza nel quartiere di San Siro: “È inutile girarci intorno. Ha una percentuale di case Aler eccessiva. Così si perde l’equilibrio sociale: la proporzione tra gli italiani e i non italiani è eccessiva, e tutto questo condiziona le scuole. Poi quello che succede è che i figli degli italiani, che li mettono in una scuola di quartiere, vedono magari che si ritarda l’apprendimento perché tanti hanno problemi con la lingua, allora li spostanoâ€.
Capito? Ci sono troppe case popolari a San Siro! Certo: sarebbe bello che non ci fossero quartieri ghetto, le case popolari dovrebbero essere distribuite in tutta la città , anche dove costruisce Catella, anche dove Sala ha lasciato tirar su grattacieli di lusso come ristrutturazione di un garage. Ma Sala non ha costruito né interi quartieri popolari (come hanno fatto i suoi predecessori democristiani e socialisti, quelli sì davvero riformisti), né ha imposto piccole quote diffuse di edilizia popolare a chi è venuto a fare la (presunta) rigenerazione urbana. Peggio: non ha saputo gestire – insieme alla Regione – neppure le case popolari che ci sono, come quelle Aler di San Siro.
È il plateale fallimento del “riformismo†Ztl di Sala and friends. Andate in piazza Selinunte e lo vedrete con i vostri occhi. E adesso ci vogliono fare pure la lezione. Ci dicono che a San Siro c’è “una percentuale di case Aler eccessivaâ€, per non ammettere che non hanno saputo gestire il quartiere, né il Corvetto, né il Lorenteggio. Erano in altre faccende affaccendati: celebrare la gloria catelliana di piazza Gae Aulenti, del Bosco Verticale (senza bosco), della Biblioteca degli Alberi (senza alberi).
E adesso il candidato delfino di Sala, Emmanuel Conte, banchiere e assessore a tempo perso, emette comunicati trionfanti in cui esulta – wow! – perché ben 226 “tra architetti, interior designer, ingegneri, rappresentanti di associazioni culturali, sportive e assistenziali hanno visitato gli immobili messi a bando dal Comune. Associazioni, professionisti, operatori che guardano al patrimonio pubblico come a uno spazio da riaprire e restituire alla città , non come investitori in cerca di renditaâ€. Benefattori! A cui lasciar gestire pezzi pregiati del patrimonio pubblico che Sala&C hanno abbandonato.
Urbanistica
Il danno erariale c’è, ma nessuno deve pagare: i primi effetti della legge Foti
Si è verificato quello che il Fatto aveva scritto nell’aprile 2025. Fallita la Salva-Milano “penale†(spiaggiata in Senato), il governo Meloni ha fatto approvare la Salva-Milano contabile: una riforma della Corte dei conti che ha limitato i suoi poteri introducendo un salvacondotto per gli amministratori che hanno provocato danni erariali, ma che grazie alla riforma possono essere salvati per assenza di “colpa grave†e per presunzione della “buona fedeâ€. Dunque, grazie alla legge Foti, non dovranno più risarcire i danni erariali provocati.
Tommaso Foti (Fratelli d’Italia), già primo firmatario della Salva-Milano, dopo la sconfitta in Senato si è rifatto facendo approvare la riforma che salva gli indagati delle inchieste milanesi sull’urbanistica dall’unica pena che temono davvero: pagare i danni erariali. Ecco ora la prima sentenza-Foti: la sezione lombarda della Corte dei conti ha assolto tre dipendenti del Comune di Milano che erano stati chiamati a pagare 128 mila euro di danni erariali a fronte di 321 mila euro di mancati oneri di urbanizzazione non versati al Comune.
Non li avevano pretesi dalla Bluestone di Andrea Bezziccheri, il costruttore delle Park Towers, due grattacieli di 23 e 16 piani: perché li avevano considerati la “ristrutturazione edilizia†di un magazzino di due piani.
Ora sono stati assolti dalla giustizia contabile, con grande giubilo del fronte unito mediatico del cemento, che però ha fatto finta di non capire quello che la sentenza dice: il danno erariale c’è, perché i due grattacieli sono nuova costruzione e dunque il Comune ha rinunciato a un sacco di soldi; ma non possono scattare le condanne per mancanza di “colpa graveâ€, già difficile da contestare prima, oggi impossibile dopo la riforma Foti.
I giudici aggiungono che i tre dipendenti comunali “non rivestivano ruoli apicali tali da poter esprimere le linee generali dell’azione amministrativa del Comune in materia urbanisticaâ€: le responsabilità sono dunque di chi sta sopra di loro.
Silvio Berlusconi
Ruby 3, tornano in aula i testimoni sulle feste del bunga-bunga
Si riapre l’istruttoria dibattimentale dentro il processo Ruby 3, in cui 22 imputate sono accusate di corruzione in atti giudiziari. Erano ospiti assidue alle feste di Arcore del bunga-bunga: sono state pagate da Silvio Berlusconi per mentire ai giudici, per raccontare come “cene eleganti†le serate che due sentenze definitive definiscono invece come il dispiegamento di un “sistema prostitutivo�
È la domanda a cui devono rispondere i giudici della seconda sezione della Corte d’appello di Milano. Il processo è arrivato a loro dopo che la Cassazione aveva annullato le assoluzioni per tutti in primo grado. Assoluzioni non nel merito dei fatti, ma perché le imputate, secondo i giudici di primo grado, non potevano avere la qualifica di pubblico ufficiale, quando testimoniavano sulle “cene elegantiâ€: perché non dovevano essere considerate semplici testimoni, con dovere di dire la verità , bensì imputate in procedimento connesso, dunque con diritto di mentire per difendersi.
La Cassazione ha raso al suolo questa impostazione: erano testimoni, avevano il dovere di dire la verità , dunque avevano la qualifica giuridica di “pubblico ufficialeâ€. E il “pubblico ufficiale†che incassa soldi per mentire commette il reato di corruzione.
I processi d’appello si celebrano solitamente in poche rapide udienze. Questa volta però i difensori hanno sollevato una raffica di eccezioni: chiedendo di spostare il processo da Milano a Siena (dove si è già celebrato il processo per uno degli imputati, il silenzioso pianista delle feste di Arcore); sollevando addirittura una questione di legittimità costituzionale, con la richiesta di tornare, dopo l’annullamento in Cassazione della sentenza di primo grado, non in appello ma a un nuovo collegio di primo grado.
Tutto respinto. La presidente Maria Rosaria Correra ci ha messo più di un’ora a leggere la lunghissima ordinanza con cui ha respinto le eccezioni. Ma ha accolto la richiesta di riaprire l’istruttoria dibattimentale, ammettendo 39 tra testimoni e consulenti delle difese. Verranno in aula per convincere la Corte che dovrà decidere se le imputate abbiano detto la verità o abbiano mentito ai giudici sul bunga-bunga: se insomma abbiano reso falsa testimonianza.
Questo reato, in realtà , è ormai prescritto, ma è il presupposto della corruzione in atti giudiziari: potrà essere punita la corruzione solo se sono state rese (e pagate) false dichiarazioni nei processi Ruby 1 (con imputato Berlusconi) e Ruby 2 (a Nicole Minetti, Emilio Fede e Lele Mora, i procacciatori di ragazze per Silvio).
Soddisfazione delle difese per la riapertura dell’istruttoria, ma anche qualche protesta: la presidente ha deciso di concentrare le 39 testimonianze in sole tre udienze, tra settembre e ottobre. Poi accusa e difesa si confronteranno per arrivare a sentenza entro l’inizio di dicembre. Questo almeno è il programma della presidente Correra.
Nella grande aula al primo piano del palazzo di giustizia milanese, quella in cui si sono celebrati i processi più storici e affollati, aleggiava la presenza di Berlusconi: non più imputato perché deceduto, ma pur sempre protagonista, perché fu lui a essere accusato di aver pagato, con almeno 10 milioni di euro, le testimoni del bunga-bunga, per indurle a nascondere ai giudici la natura sessuale di quelle che aveva definito “cene elegantiâ€.
Tra loro, Karima El Mahroug, nome d’arte Ruby Rubacuori, nata in Marocco ma poi fatta passare da Berlusconi, con voto obbediente del Parlamento, per “nipote di Mubarakâ€. Nel 2010, ai tempi delle serate bollenti nella tavernetta sotterranea della villa di Arcore, aveva 17 anni, dunque era minorenne.
È una sua telefonata ad accendere la prima luce sui soldi pagati da “papi†per nascondere gli incontri del bunga-bunga: intercettata dalla polizia giudiziaria il 26 ottobre 2010, il giorno in cui il Fatto per primo svela che era in corso a Milano un’inchiesta su una minorenne ad Arcore, Ruby confida agli amici: “È successo un casino… Un giornale nazionale ha pubblicato tutta la storia… Mi ha chiamato lui… Il mio avvocato è venuto da me e mi ha detto: Ruby, dobbiamo trovare una soluzione…â€. E poi: “Mi ha detto: cerca di passare per pazza, racconta cazzate. Lui mi ha chiamato, dicendomi: Ruby, ti do quanti soldi vuoi, ti metto tutto in oro, ma l’importante è che nascondi tutto. Non dire niente a nessuno. Io ho parlato con Silvio e gli ho detto che ne voglio uscire con qualcosa: 5 milioniâ€.
Data articolo: Tue, 30 Jun 2026 10:12:00 +0000Tav
Tav Torino-Lione, ora l’Europa dice: non ci sono i soldi
Un tempo pensavo che i più acerrimi nemici del Tav (il supertunnel ferroviario per collegare ad alta velocità Torino e Lione) fossero i No-Tav, il movimento che da decenni si batte in Valsusa contro la grande opera ritenuta inutile (non c’è un volume né di merci né di passeggeri tale da giustificare una spesa multimiliardaria), anzi dannosa (per l’inquinamento certo e immediato che sarebbe prodotto dai lavori e dai camion per asportare le macerie, in cambio della promessa di un lontano, incerto e futuribile sollievo ambientale con il passaggio del trasporto da gomma a ferro).
Ora mi sono convinto che invece i più acerrimi nemici del Tav siano i sostenitori del Tav: da decenni agitano, in maniera sempre più ideologica, la bandiera del supertunnel da realizzare a ogni costo, ma poi nella pratica non lo fanno, continuano ad accumulare ritardi, evitano di sganciare i soldi che sarebbero necessari. Non possono dirlo, ma sanno bene che il Tav Torino-Lione si farà nell’anno del chissaquando. Se non credete a queste mie parole, ascoltate quelle pronunciate il 17 giugno 2026 a Chambéry, durante la Conferenza intergovernativa sulla grande opera.
A parlare non è un pericoloso No-Tav, ma nientemeno che Mathieu Grosch, rappresentante della Commissione europea. Dopo aver reso grazie al progetto come è obbligato a fare per il suo ruolo (“Rimane emblematico per l’Europa, poiché soddisfa tutti i requisiti: mobilità , scambi e decarbonizzazioneâ€), è passato al mondo della realtà e ha ammesso che a breve potrebbe bloccarsi tutto: “Rischiamo di avere problemi di finanziamento nella fase finale dei lavoriâ€.
Non ci sono più soldi: “Oggi siamo tutti d’accordo nel dire che non bisogna contare solo sugli Stati e sull’Europa per finanziare spese di questa portata. Bisogna anche pensare a ricorrere a finanziamenti alternativiâ€, come il ricorso a capitali privati, ai risparmi dei cittadini o alle garanzie sul debito dell’opera. Dei bond europei da emettere sul mercato per finanziare il Tav: un bell’azzardo finanziario, per un’Europa già debole e appesantita dalle tensioni internazionali.
Quando qualcuno in Italia chiedeva al governo di frenare l’impegno sul Tav, i pasdaran della Torino-Lione rispondevano che non si poteva fare perché avevamo stretto accordi con la Francia. Ma ora è lo stesso Grosch ad ammettere che la Francia è in ritardo più dell’Italia. Il disallineamento è addirittura di una decina di anni. La promessa (l’ennesima) è che il tunnel sarà aperto nel 2034. Ma intanto i francesi hanno bloccato la progettazione delle vie d’accesso, con cantieri che non apriranno prima del 2038 e con la prospettiva di terminare i lavori (forse) nel 2045.
Non lo dice il centro sociale Askatasuna, ma Josiane Beaud, capo della delegazione francese alla Conferenza intergovernativa di Chambéry: “Sul versante francese abbiamo perso 10 anni. Non so come recuperare questo ritardoâ€. Se davvero i cantieri apriranno solo nel 2038, con un’entrata in servizio che slitterebbe al 2045, perché mai l’Italia dovrebbe correre (e pagare) per una grande opera che resterebbe a metà , senza sbocco sul versante francese? Intanto i costi sono lievitati. Il solo supertunnel, valutato 11,1 miliardi nel 2012, oggi a valori correnti costerebbe circa 14,7 miliardi.
La Corte dei conti europea nel gennaio 2026 ha certificato, per tutta l’opera, un aumento del 127%: dai 5,2 miliardi del progetto originario degli anni Novanta, ai i 25-27 miliardi di oggi. Commenta Pacifico Banchieri, presidente dell’Unione montana del Comuni della Valsusa: “Chiediamo un cambio di rotta al governo italiano, per ridefinire le priorità degli investimenti infrastrutturali in Piemonte. Il governo dia la massima priorità al potenziamento del trasporto pubblico locale, con il completamento della linea 1 e la realizzazione della linea 2 della metropolitana di Torinoâ€.
Urbanistica
Per Sala, la Procura è il “team†del procuratore Viola. Con pm da bacchettare
Tutti assolti. Dunque a Milano non c’è alcun problema? La sentenza di primo grado per i contestati abusi edilizi della Torre Milano, nel primo processo di una lunga serie, ha tranquillizzato molta parte della politica, milanese e nazionale. Nessun colpevole, dunque tutto bene. E il sindaco Giuseppe Sala ha addirittura cercato di dividere la Procura in buoni e cattivi, protestando contro “una parte della Procuraâ€, quella che usa “troppi aggettivi†ed esercita “violenza verbale†nei processi, dicendosi “curioso di capire che giudizio dà †il procuratore Marcello Viola “dell’operato del suo teamâ€.
Capito? Per Sala la Procura non è un’istituzione, è un “team†con un capo a cui chiedere di mettere in riga i pm discoli. Intanto il sindaco dovrebbe prendere atto che la sentenza, che pure assolve gli imputati, certifica che i titoli edilizi rilasciati per anni dal Comune sono illegittimi, dunque torri e grattacieli sono abusivi. Bocciato il Rito Ambrosiano: è fuorilegge.
Gli imputati assolti, però: perché in “buona fedeâ€. Ma davvero dirigenti del Comune navigati come Giovanni Oggioni e Franco Zinna e costruttori di grande esperienza come Carlo e Stefano Rusconi non sapevano che a Milano vigeva una prassi fuorilegge, che andava contro le leggi nazionali e regionali? Crederlo sarebbe far torto alla loro intelligenza.
Nelle chat tra i protagonisti del Rito Ambrosiano sequestrate dalla Procura si leggono affermazioni come questa: “È una roba che grida vendetta!â€, diceva l’architetto Marco Engel a proposito dei grattacieli Park Towers. “Che cazzo, com’è possibile che noi abbiamo distorto la norma in maniera tale che un intervento di questa dimensione possa essere un intervento di ristrutturazione con Scia? La cosa è successa solo a Milano. È solo Milano che si sente forte abbastanza per dire: chi se ne fotteâ€.
L’“elemento soggettivo†– che la giudice Paola Braggion non ha trovato nelle carte del suo processo perché non ha ammesso le chat tra le fonti di prova – c’era eccome tra i dirigenti comunali e gli operatori edili. Sapevano benissimo che stavano proprio loro forzando i confini della legge, con provvedimenti (delibere, circolari) costruiti su misura, in contraddizione con le leggi nazionali e regionali, e con comportamenti che costruivano anno dopo anno una “prassi consolidata†fuori dai confini di quanto stabilito dalle leggi.
I processi faranno il loro corso. Il Modello Milano, comunque, non è riducibile a una questione penale. La città non si perde né si salva nelle aule di giustizia. È curioso il “giustizialismo†di chi – quando ha sentenze favorevoli – riduce la vicenda a una sfida vinta nei tribunali. Il Modello Milano ha anche una parte criminale, fatta di leggi aggirate, abusi, conflitti d’interessi, corsie privilegiate, affari sotterranei, santi in paradiso, il piccolo paradiso di Palazzo Marino.
Ma se anche tutto questo non ci fosse, resterebbe un modello di sviluppo, avviato da Letizia Moratti e portato a compimento da Giuseppe Sala, che ha prodotto l’aumento esponenziale del costo del vivere e dell’abitare, la perdita di spazi pubblici, la diminuzione dei servizi, l’espulsione di 400mila cittadini, il trionfo delle disuguaglianze, mai così profonde in città dal dopoguerra a oggi.
È questo il centro del problema: il fallimento del Modello Milano, proposto e imposto come sistema di sviluppo della città basato sulla crescita immobiliare e sulla preminenza della rendita. Ha premiato pochi e impoverito molti, senza che l’amministrazione provasse almeno a realizzare quelle misure di compensazione e mitigazione che sono praticate in tante altre città d’Europa per ridurre le disuguaglianze, accrescere i servizi ai cittadini, diminuire i prezzi delle case, aumentare il verde.
Insomma: restituire alla città , negli anni di vacche grasse, una parte dell’immenso valore immobiliare estratto in città dagli operatori e dai fondi. Ora, esaurito il trend, con il mercato immobiliare in frenata, ci aspettano anni di vacche magre.
Urbanistica
Torre Milano e buona fede: la sentenza del bajon
Dal sito ilmigliorista.eu di Luigi Corbani
La sentenza del bajon. “Se faccio una pazzia senza l’intenzion, è tutta colpa del bajon†cantavano Nilla Pizzi e Gino Latilla sul ritmo di un ballo brasiliano, di moda negli anni 50, e che scatenava passioni travolgenti e gravidanze impreviste: nessuno era responsabile “in fondo è tutta colpa del bajonâ€. Adesso abbiamo saputo che il fatto è avvenuto, ma solo per colpa del bajon, pardon, della “prassi consolidataâ€.
Hanno demolito due piccole palazzine di due e tre piani e con una “scia†ci hanno fatto sopra un palazzo di 24 piani, 82 metri di altezza, 130 appartamenti, e l’hanno chiamata “ristrutturazione†ma nessuno voleva o sapeva che era un abuso edilizio; in Comune l’hanno scoperto solo recentemente per alcune indagini della Procura e per alcune sentenze della Corte costituzionale.
Naturalmente la “prassi consolidata†era solo a Milano, non a Maccastorna o a Bergamo, solo a Milano, dove veniva esaltata come “Modello Milano†per rendere la città “attrattiva†per i fondi immobiliari. I dirigenti della urbanistica, Sindaco e Giunta non avevano il tempo di leggere norme introdotte – su sollecitazione della Corte costituzionale, sentenza 309/2011- dalla legge regionale n. 7 del 18 aprile 2012 che erano vigenti all’epoca della scia di via Stresa: la demolizione integrale di un edificio esistente e la ricostruzione su quella area, ovvero la sostituzione edilizia, veniva ritenuta una nuova costruzione e non una ristrutturazione edilizia.
Peraltro è “prassi consolidata†non ascoltare né il Municipio (2, in questo caso, che ha dato parere contrario alla operazione) né il Consiglio comunale che con delibera del 24 ottobre 2017 (non una recente interpretazione delle norme regionali o statali ma prima della scia del 2018) aveva “inteso espressamente escludere che nei casi di ristrutturazione edilizia, la superficie lorda di pavimento. dei vani e locali seminterrati potesse essere trasferita in altre parti dell’edificio, ossia traslata fuori terra.†Cosa che in via Stresa è stata fatta, in “buona fedeâ€, senza colpa né dolo.
“Così va il mondo che gira, e noi così lasciamolo girare:
la colpa non è di nessun. è tutta colpa del bajonâ€.
Sergio Spadaro
Assolti i pm del processo Eni-Nigeria, accusatori diventati accusati
“Il fatto non sussisteâ€. La Corte di cassazione ha annullato la condanna a Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, i due pm che avevano sostenuto l’accusa nei processi contro l’Eni per corruzione internazionale. I due erano poi stati condannati a 8 mesi per rifiuto di atti d’ufficio, cioè per non aver depositato in aula atti considerati favorevoli alle difese, nel processo Eni-Nigeria che si era comunque concluso nel marzo 2021 con l’assoluzione per tutti gli imputati. Già il Pg rappresentante dell’accusa in Cassazione aveva chiesto l’annullamento della condanna senza rinvio a un nuovo processo d’appello.
Eni e i suoi manager (insieme a Shell) erano stati processati a Milano per corruzione internazionale con l’accusa di aver incassato una tangente record di oltre un miliardo di dollari per ottenere la concessione di Opl 245, un grande campo petrolifero in Nigeria. Quel processo, malgrado indizi pesanti (500 milioni di dollari arrivati da un conto Eni dispersi in Nigeria in contanti) finì con piene assoluzioni.
In seguito, la Procura di Brescia, competente per i procedimenti che riguardano i magistrati di Milano, aveva accusato i due pm di non aver depositato in aula documenti che un loro collega, Paolo Storari, aveva raccolto in un’inchiesta (Eni-complotto) parallela a quella Eni-Nigeria. Chat e messaggi che, a detta di Storari, provavano l’inattendibilità di un imputato del processo, l’ex manager Eni Vincenzo Armanna, che era diventato un accusatore di Eni e dei suoi manager di vertice.
De Pasquale e Spadaro, in accordo con l’allora procuratore Francesco Greco, avevano ritenuto gli elementi raccolti da Storari non certi, contraddittori, bozze ancora informi, spunti che necessitavano di perizie e approfondimenti e in definitiva non rilevanti per il processo sulla corruzione in Nigeria ormai arrivato alle battute finali: non li avevano dunque depositati. Erano stati per questo condannati in primo grado e in appello. Ora la Cassazione pone fine alla vicenda.
Raggiante il difensore, l’avvocato Massimo Dinoia: “L’avvocato Fabio Federico e io siamo veramente felici: è una sentenza che fa giustizia di tanti anni di sofferenze. Vorremmo rimarcare che, in attesa delle motivazioni, le conclusioni del Pg sono state totali: ha chiesto infatti di riconoscere l’insussistenza sia del fatto materiale sia, in subordine, dell’elemento soggettivo. Più di così non poteva direâ€.
Spadaro oggi è magistrato alla Procura europea. De Pasquale, che era a capo del dipartimento della Procura di Milano che si occupa di corruzione internazionale, fu il pm che riuscì a ottenere le condanne per Bettino Craxi (per corruzione, per le tangenti Eni-Sai) e per Silvio Berlusconi (per frode fiscale nei bilanci Mediaset).
Data articolo: Fri, 19 Jun 2026 09:28:19 +0000