NEWS - prima pagina - NEWS - politica - NEWS meteo

Cliccando su i link posti di seguito, si aprirà la pagina delle news relativa al titolo del link stesso


News da giannibarbacetto.it

News da giannibarbacetto.it

#Gianni #Barbacetto

Urbanistica

Unicredit: un ricco premio per costruire più in fretta a Milano

Tempi stretti e una inedita “success fee” (un premio di 16 milioni di euro) per riuscire a mantenerli. È l’impegno di Unicredit, insieme a Hines e Prelios, per costruire rapidamente sull’area dell’ex scalo Farini, a Milano, il suo nuovo quartier generale. Dal 2013, l’headquarter della banca guidata da Andrea Orcel è nel grattacielo disegnato da Cesar Pelli in piazza Gae Aulenti, il luogo più glam della nuova Milano, quello che ha cambiato lo skyline della città. Nel 2030 scade il contratto d’affitto e i 7 mila dipendenti e manager di Unicredit che ora lavorano nelle torri A e C di piazza Gae Aulenti e nella sede di Lampugnano dovrebbero trasferirsi tutti in una nuova sede di proprietà.

Possibile in sei anni ottenere i permessi edilizi e progettare e realizzare gli edifici? Orcel prova a scommetterci, tanto da prevedere – secondo quanto risulta al Fatto – un premio (“success fee”) a Hines e Prelios di 8 milioni di euro se riusciranno a ottenere dal Comune di Milano entro il 2027 il piano attuativo e altri 8 se entro il 2030 avranno il permesso a costruire. Non sarà facile: i tempi per i piani urbanistici sono lunghi e oggi a Milano sono anche rallentati dalle maggiori cautele del Comune dopo le indagini per abusi edilizi aperte dalla Procura.

Davvero inedito, l’incentivo della “success fee” urbanistica, in un contesto delicato in cui qualche malpensante potrebbe equivocare sui possibili utilizzi di milioni di euro stanziati per abbreviare i tempi e rendere più fluide le decisioni della pubblica amministrazione.

Una “success fee” a Hines e Prelios: 8 milioni di euro se riusciranno a ottenere dal Comune di Milano entro il 2027 il piano attuativo e altri 8 se entro il 2030 avranno il permesso a costruire

Ma, al di là delle illazioni, più concrete sono le polemiche ancora vive di quella che è stata chiamata “la guerra delle due banche” (Unicredit e Intesa) e del parallelo scontro in corso tra i due massimi operatori immobiliari sulla piazza di Milano (Coima e Hines). La città è prima in Europa per investimenti immobiliari, oltre 20 miliardi di euro negli ultimi dieci anni, seguita a distanza da Monaco di Baviera (10,8 miliardi) e Amsterdam (10,2 miliardi).

Coima, la società di Manfredi Catella, sta realizzando sull’area dello scalo Romana il villaggio olimpico per i Giochi invernali Milano-Cortina 2026 e sta completando con nuovi grattacieli l’operazione Porta Nuova, di cui la torre attuale sede di Unicredit è il fiore all’occhiello.

Nel 2015 tutta l’area di Porta Nuova è stata comprata dagli arabi di Qia, il fondo sovrano del Qatar, ma a Coima sono rimaste la gestione e le attività di “property and project management”. Così sarà Catella, nel 2030, in tempi in cui lo smart working ha ridotto la richiesta di uffici, a dover trovare nuovi affittuari per gli oltre 50 mila metri quadrati delle due torri di piazza Gae Aulenti ancora occupate da Unicredit. Non sarà un’impresa impossibile, dicono da Coima, visto che anche la torre B, già lasciata dalla banca, è stata rapidamente affittata ad altri in “multi-tenant”.

Catella era convinto di poter realizzare, dopo Porta Nuova e lo scalo Romana, anche l’operazione immobiliare oggi più importante in città, lo “sviluppo” dello scalo Farini, il più grande e pregiato dei sette ex scali ferroviari di Milano da “rigenerare”.

Invece, a sorpresa, il 13 dicembre 2023, quando furono aperte le buste con le offerte per la gara lanciata da Fs Sistemi Urbani, risultò vincitrice la cordata Hines-Prelios-Unicredit. Con un’offerta record: 500 milioni, decisa in un consiglio d’amministrazione straordinario di Unicredit convocato da Orcel la mattina dello stesso giorno in cui si dovevano presentare le offerte.

Coima aveva presentato un’offerta attorno ai 400 milioni in alleanza con Generali Real Estate e Emaar Properties (il fondo degli Emirati Arabi che possiede, tra l’altro, il Burj Khalifa di Dubai, il grattacielo più alto del mondo). Ma contro ogni previsione, a vincere è stata la superofferta di Unicredit, presentata da Mario Abbadessa, il manager alla guida della società italiana del colosso statunitense Hines, in alleanza con Prelios.

Hines è stata assistita dallo studio Chiomenti nella fase della gara e l’operazione è stata poi conclusa da Redeus Fund, fondo di investimento alternativo immobiliare chiuso, gestito da Prelios Sgr assistita dallo studio legale Dentons.

Quella di Hines-Prelios-Unicredit è stata una vittoria che ha avuto anche il sapore di una vendetta: per lo “schiaffo di Sesto” ricevuto da Coima pochi mesi prima. Nella primavera del 2023, infatti, Catella aveva presentato a Hines l’offerta di comprare per 100 milioni Milanosesto, la società che sta realizzando una gigantesca, ma complessa, operazione immobiliare a Sesto San Giovanni sui terreni che furono delle acciaierie Falck.

Hines e Prelios dichiararono subito “irricevibile, anzi provocatoria” l’offerta, replicando: “Milanosesto non è in vendita”. Poche settimane dopo dovettero ricredersi e accettare un accordo: Coima (con Redo-Intesa) svilupperà l’operazione, lasciando a Hines e Prelios solo il lotto Unione 0, su cui sarà costruito il centro direzionale da affittare poi a Intesa Sanpaolo.

Sullo scalo Farini, invece, sarà costruita la nuova sede di Unicredit. I vertici della banca prevedono che una sede di proprietà possa permettere un risparmio del 30 per cento rispetto all’affitto. Non sarà un grattacielo, ma edifici più bassi, a sviluppo orizzontale. “Dopo il covid, la tendenza è cambiata”, dicono a Unicredit, “meglio non costruire più in altezza e sviluppare invece edifici in orizzontale”. Attorno alla sede della banca saranno poi sviluppati altri immobili, uffici e residenze, che dovrebbero rendere remunerativo l’investimento milionario di Unicredit.

Ma sarà pronta la sede della banca per il 2030? “Si può fare”, rispondono ottimisti dai piani alti di Unicredit. “Comunque abbiamo con Coima un contratto che ci permette di prolungare eventualmente la permanenza nelle torri A e C”. E poi c’è il jolly: la “success fee”, cioè il ricco premio per far correre l’amministrazione milanese. Su questo, Unicredit, interpellata, non commenta.

Leggi anche:
Chi si rivede nei cantieri di Milano: il Rito Ambrosiano
Paura della firma? Ma no, a Milano il cemento è self-service

Data articolo: Mon, 10 Jun 2024 16:44:59 +0000

L’Espresso

Censura all’Espresso: “Si vota, niente politica!”

Censura all’Espresso. Il nuovo direttore, Emilio Carelli, arrivato dopo la cacciata di Enrico Bellavia, ci ha messo solo cinque giorni per dimostrare come è cambiata l’aria e come vuol fare il giornale, per conto dei proprietari, il gruppo Ludoil Energy della famiglia Ammaturo, che l’avevano rilevato da Daniele Iervolino.

La sera di mercoledì 5 giugno 2024, al momento della chiusura in redazione del primo numero da lui firmato come direttore, Carelli ha fatto sparire un pezzo su Matteo Salvini, già impaginato e titolato: “Il nodo infrastrutture. Il ministro capovaro sfortunato”.

Firmato dall’inviato Gianfrancesco Turano, che raccontava come Salvini puntasse, per le Europee, su cantieri e opere pubbliche da inaugurare come spot elettorale. Anche grazie al mare di denaro arrivato con il Pnrr. Ma inaugurazioni, annunci e ritardi hanno finito per trasformare lo spot in un flop per Matteo, aggravato dai contrasti con Giorgia Meloni.

Il pezzo è stato giudicato da Carelli troppo critico nei confronti del ministro delle Infrastrutture e inadatto al momento: non si deve attaccare un leader politico prima delle elezioni. Così il pezzo sarebbe stato eventualmente rimesso in pagina la settimana successiva (ma ormai invecchiato e fuori contesto).

Niente articoli politici prima del voto. Meglio usare il giornale per spingere gli elettori ad andare alle urne. Il pezzo forte del numero, in edicola da oggi, doveva essere infatti un appello al voto e contro l’astensione chiesto a tutti i leader politici. Saltato, perché a rispondere alla richiesta di Carelli sono stati soltanto Salvini, Tajani, Renzi e Conte.

Già nel suo discorso d’insediamento, Carelli aveva spiegato di essere favorevole alle grandi opere e al ponte sullo Stretto, uno dei cardini della politica di Salvini. Nelle ultime settimane, la proprietà del giornale, attraverso un Carelli ancora in versione amministratore delegato, aveva già bloccato mentre andava in stampa un pezzo di Carlo Tecce sul viceministro Maurizio Leo. E uno di Susanna Turco su Elly Schlein.

Data articolo: Mon, 10 Jun 2024 16:32:06 +0000

Silvio Berlusconi

Ruby 3. Il procuratore generale contro l’assoluzione: rifare il processo

Rimandata al 10 luglio la sentenza della Cassazione sul processo Ruby 3. Nel febbraio 2023 il tribunale di Milano aveva assolto 25 imputati, tra cui Silvio Berlusconi, dalle accuse di corruzione in atti giudiziari e falsa testimonianza: per i pagamenti fatti o ricevuti per addomesticare le dichiarazioni ai giudici sulle cene del bunga-bunga ad Arcore con la partecipazione della allora minorenne Karima El Mahroug detta Ruby.

L’assoluzione era stata motivata non contestando i fatti, ma sostenendo che le ragazze erano state interrogate come testimoni, mentre per i giudici della settima penale di Milano erano da considerare imputate in reato connesso, da sentire dunque con l’assistenza di un legale e con il diritto a non dire la verità. Una interpretazione giuridica che ha spinto i pm Tiziana Siciliano e Luca Gaglio a ricorrere non in appello, ma direttamente in Cassazione (“per saltum”).

Ieri, 5 giugno 2024, il sostituto procuratore generale Roberto Aniello ha chiesto di accettare il ricorso, annullare le assoluzioni e celebrare un processo d’appello, per il solo reato di corruzione in atti giudiziari: “È evidente”, ha detto, “l’esattezza dei rilievi contenuti nel ricorso in merito all’equivoco in cui è incorso il tribunale nell’interpretare le sentenze della Corte di cassazione”.

Anche se non più semplici testimoni, infatti, gli imputati restano pubblici ufficiali: la loro audizione, “allorché illegittima, non incide sulla qualità dell’esercizio di fatto della pubblica funzione e li rende punibili per l’accusa di corruzione in atti giudiziari”.

Data articolo: Mon, 10 Jun 2024 16:09:24 +0000

Neofascismi

L’amichettismo nero dei fascisti al governo

di Gianni Barbacetto e Vincenzo Bisbiglia /

Nei corridoi della Regione Lazio, dove Paolo Signorelli junior era di casa prima del “salto” al ministero, la chiamano già la “maledizione di Marcellone”. Perché il primo caso eclatante di ex fascisti reinventati nelle istituzioni dalla nuova ondata dell’estrema destra al governo riguarda proprio Marcello De Angelis.

Militante di Terza Posizione alla fine degli anni 70, suo cognato (il marito della sorella) è Luigi Ciavardini, l’ex terrorista dei Nar condannato per la strage di Bologna del 1980. De Angelis fu chiamato a inizio 2023 in Regione Lazio dal neo-governatore Francesco Rocca come portavoce istituzionale: si è segnalato prima per il post di solidarietà agli ex terroristi condannati in via definitiva per Bologna; poi per l’assunzione nel suo staff del cognato Edoardo Di Rocco.

De Angelis è stato difeso a spada tratta da Rocca, finché Repubblica non ha tirato fuori il testo di una canzone giovanili della sua band 270bis dai versi chiaramente antisemiti: uno smacco che ha spinto l’ex deputato del Pdl e direttore del Secolo d’Italia a dimettersi dalla Regione e a tornare al suo posto fisso in Croce Rossa (dove fu assunto proprio da Rocca).

De Angelis ha resistito molto di più di Andrea Ruspandini, fratello del deputato di Fratelli d’Italia Massimo Ruspandini: Andrea fu assunto nello staff dell’assessore al Bilancio, Giancarlo Righini – uomo di fiducia in Regione di Francesco Lollobrigida e di cui Arianna Meloni era stretta collaboratrice fino al 2022 – ma fu silurato dopo pochi giorni per i suoi post sui social inneggianti teorie di estrema destra e no vax.

Dalla Regione Lazio al governo il passo è breve. Marco Mattei, citato (ma mai indagato) nell’inchiesta “Mondo di mezzo” per un incontro con Er cecato Massimo Carminati, ora è braccio destro del ministro della Salute Orazio Schillaci.

Emanuele Merlino – figlio di Mario, l’esponente del gruppo neofascista Avanguardia Nazionale infiltrato nel gruppo dell’anarchico Pietro Valpreda prima della strage di piazza Fontana – è invece stato assunto nello staff di Gennaro Sangiuliano, ministro della Cultura. Con la destra al governo è tornato in auge, poi, anche il diplomatico Mario Andrea Vattani, 57 anni, già noto come il “console fascio-rock” perché da giovane era l’autore e frontman della band SottoFasciaSemplice, con il nome “d’arte” di Katanga.

Il sottobosco della destra-ultrà romana arriva nelle istituzioni alla fine degli anni 2000 con Gianni Alemanno. In quella stagione, all’ente Eur fu nominato Riccardo Mancini (deceduto nel 2018), già militante di Avanguardia Nazionale. In Ama (l’azienda che raccoglie i rifiuti di Roma) fu nominato dirigente invece il manager Stefano Andrini, ex ultrà della Lazio, che Concita De Gregorio sull’Unità definì “naziskin” beccandosi una condanna per diffamazione. Anche Claudio Corbolotti era un ultrà della Lazio, amico di Fabrizio Piscitelli, e anche lui lavorava nello staff di Gianni Alemanno: Corbolotti è stato arrestato il mese scorso per alcuni scontri prima di un derby Roma-Lazio.

Un ambiente, quello della Curva, che Paolo Signorelli junior ha frequentato molto. Un ambiente molto devoto al suo omonimo nonno, ideologo negli anni 70 dei rivoluzionari fascisti di Ordine Nuovo. Signorelli junior ha lavorato anche con l’Asi, l’associazione fondata dal sottosegretario Claudio Barbaro che anni prima ha dato un contratto a Luigi Ciavardini permettendogli di ottenere la prima semilibertà.

Di Galeazzo Bignami, viceministro alle Infrastrutture, resta iconica (e ha fatto il giro del mondo) la foto in cui compare vestito in divisa nazista. Era il 2005, alla festa del suo addio al celibato: ragazzate, ha minimizzato l’esponente di Fratelli d’Italia. Roberta Capotosti, oggi collaboratrice dello staff del presidente del Senato Ignazio La Russa, ha scritto sul giornale di ultradestra Il Primato Nazionale un vibrante elogio del saluto romano, che “per tante generazioni di camerati rappresenta qualcosa di sacro e imprescindibile”. Un saluto ai “Combattenti eroi del fascismo” era invece la copertina della pagina Facebook di Roberta Spada, oggi capo dello staff del ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin. Ragazzate?

Nella foto, il saluto romano di Romano La Russa, alla cerimonia del “Presente!” del camerata Alberto Stabilini detto “Pilotone”, nel settembre 2022.

Leggi anche:
Saluti romani e altre meraviglie, l’album di famiglia dei fratelli La Russa

Data articolo: Sat, 08 Jun 2024 17:22:39 +0000

Urbanistica

L’inciucio Sala-Salvini, ovvero il colpo di spugna salva-grattacieli a Milano

Credevamo che l’inciucio Sala-Salvini fosse sfumato. Invece, tramontato a Palazzo Marino, si celebrerà in Parlamento. Il sindaco di Milano Giuseppe Sala e il ministro dei condoni Matteo Salvini si erano consultati nelle scorse settimane per arrivare a confezionare una sanatoria per la Grattacielopoli milanese.

La Procura di Milano ha da tempo aperto – dopo aver ricevuto esposti da cittadini – una serie d’inchieste sull’edilizia in città. Sono ormai una decina i fascicoli sulle scrivanie dei pm del pool Grattacieli Puliti (Marina Petruzzella, Paolo Filippini, Mauro Clerici, coordinati da Tiziana Siciliano). Una sessantina i casi sotto osservazione. Almeno 150 i progetti che – secondo lo stesso sindaco – hanno le medesime caratteristiche di quelli per cui i pm hanno contestato i reati di abuso edilizio, lottizzazione abusiva, abuso d’ufficio. Due gip hanno già confermato le accuse, ritenendole solide, e hanno disposto il sequestro di un primo cantiere.

È ormai chiaro che non si tratta di singole, episodiche violazioni, ma di un metodo, di un sistema: a Milano, da anni, si costruisce violando le leggi, secondo il “Rito ambrosiano” che ha sostituito le leggi nazionali e regionali con le consuetudini, le determine dirigenziali, le circolari sulla rigenerazione urbana. È un sistema consolidato, come lo fu Tangentopoli.

Su 882 costruzioni residenziali registrate nel portale Open Data del Comune di Milano dal 1º gennaio 2010 al 31 dicembre 2013, ben 510 sono state autorizzate con una semplice autocertificazione, la Scia (352) o la Dia (158). Soltanto 372 hanno ottenuto un permesso a costruire. Per renderla “attrattiva” per i capitali, l’amministrazione ha trasformato Milano in un “paradiso fiscale” dell’immobiliare, dove si può costruire violando le leggi e pagando pochissimo alla città: si calcola che Milano negli ultimi anni abbia perso almeno 2 miliardi di euro, in mancati oneri d’urbanizzazione e monetizzazioni degli standard.

Nella Grattacielopoli milanese, il Rito ambrosiano permette di abbattere un laboratorio di due piani e di costruire al suo posto una torre di venti piani, facendola passare per ristrutturazione; di tirar su grattacieli nei cortili; di edificare palazzoni senza un piano attuativo che calcoli i servizi previsti dalla legge per i nuovi abitanti che arrivano.

Sala sperava di cancellare ogni macchia grazie al condono appena varato per decreto da Salvini, che in bozza conteneva anche alcune norme salva-grattacieli. Ma Giorgia Meloni non si è mostrata troppo entusiasta dell’iniziativa, Forza Italia si è opposta a dare un aiuto a Sala e, soprattutto, il presidente della Repubblica ha bloccato un’operazione così delicata fatta per decreto.

Così l’inciucio pareva saltato. Ma ora si ripropone alla Camera: Salvini ha presentato un emendamento, battezzato Salva-Milano, che inizierà l’esame parlamentare settimana prossima. Secondo le prime indiscrezioni, saranno cancellati i reati edilizi derogando le norme del 1942 che impongono piani particolareggiati per costruzioni di altezza superiore ai 25 metri e di densità superiore ai 3 metri cubi per metro quadrato di area edificabile. E saranno sanate le nuove costruzioni dal 2013 a oggi fatte passare come ristrutturazioni.

È il colpo di spugna per cancellare almeno un decennio di grandi abusi edilizi a Milano (e non solo). Poi, per il futuro, i partiti potrebbero mettere mano alle leggi urbanistiche e renderle sistematicamente più favorevoli ai costruttori.

Vedremo in Parlamento come si realizzerà l’inciucio Sala-Salvini. Previsto l’accodamento alle destre di Carlo Calenda e Matteo Renzi. Ma ci sarà qualcuno dentro Fratelli d’Italia e Forza Italia che vorrà opporsi al regalo a Sala? E il Pd? Che cosa farà, si schiererà con i palazzinari o con i cittadini a cui sono stati tolti servizi?

Leggi anche:
Chi si rivede nei cantieri di Milano: il Rito Ambrosiano
Paura della firma? Ma no, a Milano il cemento è self-service

Data articolo: Fri, 07 Jun 2024 09:40:34 +0000

Sanità

Campione d’Italia: buco di 200 milioni nella sanità lombarda

C’è un buco di 200 milioni di euro nei conti della sanità della Regione Lombardia. Invisibile, per ora. Per intravvederlo, bisogna scartabellare i documenti dell’assistenza sanitaria del Canton Ticino, Svizzera italiana, prestata ai cittadini di Campione d’Italia.

Il Comune di Campione, come si sa, è un pezzetto d’Italia circondato da territorio svizzero. I suoi abitanti godono – o meglio godevano – di un trattamento speciale: potevano curarsi presso le strutture sanitarie elvetiche. Lo stabiliva un accordo tra Italia e Svizzera firmato il 28 gennaio 2005. Le spese erano anticipate da un istituto assicurativo, Lamal, che poi trasmetteva le fatture al Canton Ticino, il quale le mandava al governo federale di Berna, che poi chiedeva i pagamenti a Roma, al Sistema sanitario nazionale italiano, infine a pagare era la Regione Lombardia.

Nel 2018 la Regione – assessore al Welfare era Giulio Gallera – comincia a mostrare segni d’impazienza: fa causa al Comune italiano in terra elvetica chiedendogli il pagamento di 89 milioni di spese sanitarie che ritiene debbano essere coperte dalle casse municipali. Gallera vince in primo grado e ottiene un decreto ingiuntivo nei confronti del Comune, ma in Appello i giudici bloccano l’esecuzione del pagamento.

Intanto il sistema va avanti: cambiano gli assessori regionali, da Gallera a Letizia Moratti e poi a Guido Bertolaso, e gli italiani di Campione continuano a farsi curare in Svizzera, anche perché lì le liste d’attesa sono inesistenti. Nel luglio 2020 la giunta regionale lombarda dà mandato all’Ats dell’Insubria (competente anche per Campione) di comunicare alle autorità elvetiche la fine del sistema: basta prestazioni svizzere poi rimborsate dall’Italia.

Nel novembre 2021 un’altra delibera annulla la possibilità di usufruire dell’assistenza domiciliare svizzera. Nel 2022 una nuova delibera regionale dà vita a un sistema transitorio, definito “sperimentale”: per un anno, fino al 30 settembre 2023, i campionesi avrebbero potuto usufruire delle cure svizzere, presentando però un’impegnativa di un medico italiano e aderendo a un modello (chiamato S2) che prevede la compartecipazione volontaria delle spese da parte dell’assistito, ma senza quantificare le cifre.

A questo punto, un’avvocata di Campione, Barbara Marchesini, presenta un ricorso al Tar della Lombardia, che ribalta la situazione: decreta che i campionesi sono da equiparare ai cittadini italiani che risiedono all’estero e dunque hanno diritto di rivolgersi alle strutture sociosanitarie svizzere. Tutto torna alla convenzione del 2005.

Ma intanto si è creato un debito invisibile, fuori bilancio, che nessuno vuole pagare. La Regione Lombardia dice di voler saldare soltanto la “quota capitaria” (circa 1.200 euro l’anno per cittadino), e ritiene che tutto ciò che eccede debba essere pagato dal Comune di Campione, con i soldi del contributo straordinario sanitario stabilito per legge nel 2005.

Ma quel fondo, che all’inizio era di 2 milioni l’anno, oggi è ridotto a 575 mila euro. Non riesce a coprire neppure le spese per l’acquisto dei farmaci svizzeri erogati dalla farmacia italiana di Campione. E ora? Chi paga? La Regione, il Comune, o i cittadini che hanno firmato i moduli S2 che accennano a un (non quantificato) contributo dell’assistito?

Data articolo: Mon, 03 Jun 2024 08:45:01 +0000

Urbanistica

Grattacielopoli. I falsi allarmi sui conti dell’edilizia da “paradiso fiscale”

La banda del buco che ha fatto perdere alla città 2,207 miliardi ora si lamenta che le casse comunali perderanno 100 milioni (a causa delle loro scelte)

Allarmi! A Milano lo sviluppo è bloccato a causa delle inchieste della Procura sugli abusi edilizi. Così la città nel 2024 perderà 100 milioni, oneri d’urbanizzazione che non entreranno nelle casse comunali. Lo prevede l’assessore Giancarlo Tancredi. No, ne perderà ben 150, rincara la dose la presidente di Assimpredil Ance, Regina De Albertis. Chi offre di più? Allarmi! Allarmi!

Gli alti lai del garante pro tempore del Rito ambrosiano in Comune e della Regina dei palazzinari ricordano i lamenti dei ristoratori di Tangentopoli dopo gli arresti di Mani pulite. Effettivamente allora ci fu un consistente calo di coperti nei locali dove si attovagliavano, nella Milano da bere, i signori della politica e degli appalti. Oggi, nella Milano da spolpare, chi si lamenta perché la pacchia è finita fa, in realtà, i calcoli di quanto perde lui, non la città.

Proviamo dunque a farli davvero, i conti. Milano ha attirato negli ultimi anni un mucchio di soldi: 15 miliardi di euro tra il 2014 e il 2018, aveva dichiarato Tancredi, che prevedeva l’arrivo di altri 13 miliardi tra il 2019 e il 2029. Così è diventata la città prima in Europa per investimenti immobiliari, seguita da Monaco di Baviera (10,8 miliardi) e Amsterdam (10,2 miliardi).

Quali sono i due motivi di questo trionfale successo? Bassi costi e regole quasi inesistenti. Milano ha fatto dumping urbanistico, diventando una sorta d’Irlanda, il “paradiso fiscale” europeo dell’immobiliare, grazie agli oneri d’urbanizzazione più bassi d’Europa e alle norme del Rito ambrosiano che permettono di tirar su grattacieli con un’autocertificazione (la prodigiosa Scia).

Così Milano, da città produttiva e creativa, è diventata una miniera. Un campo da cui estrarre valore immobiliare. Ma se a Monaco chi costruisce restituisce alla città circa il 30% del valore estratto, a Milano gli “sviluppatori” le lasciano solo l’8%. Gli esiti sono sotto gli occhi di tutti: una “città premium” regno della rendita che espelle chi vive di lavoro. Lo ha rilevato anche Stefano Boeri in un’intervista al Corriere: “In questi anni la città ha perso quasi 400 mila abitanti e ne ha presi 500 mila. In crescita, ma ha cambiato Dna. Se ne sono andati giovani e nuclei non in grado di accedere all’acquisto o all’affitto di una casa”. È in corso una vera e propria “sostituzione etnica”.

E allora, questi conti? Milano perderà 100 o 150 milioni per colpa dei pm? Facciamoli bene e tutti, i calcoli. Dunque: 107 milioni il Comune li ha buttati non aggiornando per anni gli oneri d’urbanizzazione; altri 100 non li ha mai incassati per gli oneri “a scomputo”, cioè quelli che dovrebbero essere pagati dagli operatori realizzando servizi. Poi ci sono i soldi che il Comune ha perso facendo pagare le “monetizzazioni degli standard” un quarto dei valori di mercato: una voragine, almeno 1,5 miliardi. Un altro mezzo miliardo non versato da Fs per la valorizzazione degli scali ferroviari.

Milano ha dunque perso negli ultimi anni oltre 2 miliardi di euro, per colpa del Rito ambrosiano officiato dal sindaco Giuseppe Sala e dai suoi collaboratori, che hanno voluto rendere “attrattiva” la città. Dio non voglia che la Corte dei conti arrivi prima o poi a chiederne il conto a loro. Quanti servizi per i cittadini si potevano realizzare con questa cifra regalata a costruttori e sviluppatori?

Ora viene il bello: quelli che hanno fatto perdere a Milano più di 2 miliardi strillano per le perdite future che sono però solo conseguenze delle loro azioni. Non del “caos”, “groviglio”, “garbuglio” legislativo, che esistono solo nelle teste di Sala e Tancredi, Salvini e De Albertis, oltre che nei titoli di Repubblica, ma delle consuetudini (il Rito ambrosiano) che hanno sostituito le norme nazionali e regionali con determine dirigenziali e circolari che contraddicono platealmente la legge.

Adesso Milano potrebbe tornare finalmente a uno sviluppo regolato: recuperando almeno qualcosa di quanto perso e d’ora in poi incassando di più (facendo pagare il giusto agli sviluppatori), anche costruendo di meno.

Leggi anche:
Chi si rivede nei cantieri di Milano: il Rito Ambrosiano
Paura della firma? Ma no, a Milano il cemento è self-service

Data articolo: Sat, 01 Jun 2024 08:55:55 +0000

Silvio Berlusconi

Marina Berlusconi, Cavaliere per diritto ereditario

di Marco Travaglio /

Mentre John Elkann si dipinge a edicole unificate come un giovane disagiato e abusato fin da piccolo dalla mamma cattiva, un’altra imprenditrice che si è fatta da sé, una self made woman venuta su dal nulla a mani nude col sudore della fronte diventa Cavaliere del Lavoro.

Stiamo parlando ovviamente di Marina Berlusconi, insignita da Sergio Mattarella 47 anni dopo il padre (costretto purtroppo a rinunciare dalla condanna per frode fiscale). A leggere i requisiti richiesti, c’è l’imbarazzo della scelta: dall’“aver tenuto una specchiata condotta civile e sociale” all’“aver adempiuto agli obblighi tributari” al possedere una “singolare benemerenza nazionale”, fra cui l’“aver operato in aree e in campi di attività economicamente depressi”.

E qui, più ancora che per la fedeltà fiscale (un vizio di famiglia), il pensiero di Mattarella è subito corso alla primogenita di B., costretta a un’infanzia di stenti nella favela arcoriana di Villa San Martino in compagnia di noti fuorilegge come il padre, Dell’Utri, Previti e lo stalliere Mangano (che scortava a scuola lei e Pier Silvio, vedi mai che facessero brutti incontri).

Quanto alla “specchiata condotta civile e sociale”, chi meglio della presidente della Fininvest e della Mondadori (cioè della refurtiva del noto scippo a De Benedetti grazie alla sentenza comprata da Previti coi soldi di B.)? Chi meglio dell’azionista di maggioranza di FI a suon di bonifici e fidejussioni (ottimi investimenti che, con una telefonatina, han salvato pure Mediolanum dalla tassa sugli extraprofitti)?

Molto specchiati anche i continui attacchi ai magistrati colpevoli di processare il padre (“persecutori intoccabili”), di far sganciare alla Mondadori il risarcimento a De Benedetti (“esproprio”!) e oggi di indagare su Dell ’Utri (“soggetti politici che infangano gli avversari” e “condizionano la vita democratica” con “accuse deliranti”). E gli insulti ai “giornalisti complici dei pm” (il complice, nel diritto arcoriano, è chi sta con le guardie, non con i ladri) e agli scrittori antimafia come il suo ex autore Saviano (“fa orrore”).

L’ultima benemerenza l’ha aggiunta lei stessa, ringraziando Mattarella per il gentil pensiero: “Da oltre vent’anni ho l’onore di presiedere Mondadori, vero e proprio patrimonio del nostro Paese (cioè di De Benedetti, ma rimasto a lei per usucapione, ndr), che ha fatto della libertà e del pluralismo la sua ragion d’essere”.

Quel pluralismo che costrinse perfino il premio Nobel José Saramago a cambiare editore dopo che Einaudi (cioè Mondadori) aveva rifiutato di pubblicargli Il quaderno per le sue critiche a B.. Ora che il cavalierato diventa ereditario e si tramanda di padre in figlia, bisognerà anche ricalibrare l’allarme sul premierato: qui siamo in pieno feudalesimo.

«Qualsiasi cosa avessi detto, Marina non avrebbe capito»
Umberto Eco (quando Bompiani rifiutò di entrare in Mondadori)

Il Lavoro di Marina: essere figlia di

di Marco Palombi /

Era inaccettabile non avere un Berlusconi Cavaliere del lavoro e, grazie a dio, Sergio Mattarella ha posto rimedio a questa mancanza: ieri l’alta onorificenza è toccata a Marina Elvira, figlia di, da oggi la Cavaliera. Lei ha dedicato l’onore al papà, “che è stato e sempre sarà Il Cavaliere”, e d’altra parte la suavita di lavoro, per cui giustamente il Colle la premia, è stata proprio dedicata a essere la figlia di Silvio, mestiere usurante se ce n’è uno, e oggi a perpetuarne la memoria nella forma del conflittino d’interessi dopo il conflittone che fu.

CLASSE 1966, IN GIOVENTÙ la Cavaliera non si segnalava né per il carattere brillante, néper il successo negli studi, compensava però avendo appreso per tempo che il silenzio è d’oro: non parlava mai allora, parla poco oggi, quasi mai in pubblico e mai a braccio.

Una riservatezza che qualcuno ha scambiato per poca vivacità intellettuale. Ad esempio quando dirigenti e autori Bompiani se ne andarono – fondando La nave di Teseo – per non finire sotto Mondadori (che aveva comprato Rcs Libri), Elisabetta Sgarbi spiegò che “Marina non ha capito perché ce ne andiamo, non ha accettato la possibilità di una nostra autonomia editoriale e gestionale”. E Umberto Eco, ingeneroso: “Qualsiasi cosa avessi detto, Marina non avrebbe capito”.

Entrata nel cda di Fininvest nel 1991, ovviamente in silenzio, la primogenita di Silvio Berlusconi guida Mondadori (conquistata dal papà con quella sentenza che poi si stabilì comprata) dal 2003, è presidente Fininvest dal 2005 e siede nel cda di Mediaset, l’attuale Mfe di diritto olandese. La casa editrice, anche grazie alla posizione di mercato dominante seguita all’acquisto di Rizzoli&C., produce discreti utili: sarà certo merito della presidente ora Cavaliera, la cui immagine pubblica è stata negli anni levigata dabravi professionisti, ma a Segrate qualche cattivone pare continui a chiamarla “la muta”.

L’editore, le fa dire il comunicato pubblicato ieri, è “il mestiere più bello del mondo” e tra i compiti dell ’editore c’è di sicuro anche quello di rifiutare i libri. Anche in questa particolare e necessaria incombenza la Cavaliera fu figlia: tra i rifiutati del gruppo da lei guidato, per dire, è celebre il caso del Nobel José Saramago – autore Einaudi fino ad allora – che nel 2009 si vide bocciare una raccolta di articoli perché in due criticava Silvio Berlusconi; nello stesso anno, sempre da Einaudi, Marco Belpoliti si vide rifiutare il saggio Il corpo del capo (sì, parlava proprio del papà), poi uscito per Guanda.

Pure la rottura tra Mondadori e Roberto Saviano, siamo nel 2011, matura attorno alla devozione filiale: lo scrittore aveva dedicato un premio ai pm di Milano, attaccati perché indagavano su Berlusconi, e Marina emise apposita nota scritta per dire “Mi fa letteralmente orrore”. L’autore di Gomorra se ne andò in Feltrinelli.

Ecco, nella sua vita di lavoro da figlia, pure i magistrati sono stati una discreta ossessione. E come poteva essere altrimenti? Nel 2013, per dire, il papà stava per diventare pregiudicato per frode fiscale e arrivava a sentenza in primo grado il processo Ruby: Marina rilasciò un’intervista a Panorama – all ’epoca di Mondadori – in cui parlava di “un attacco concentrico, un assedio”, di “furioso accanimento ideologico” di “una pattuglia di Procure” che “per colpire Silvio Berlusconi non si fermano neppure davanti al rischio di fare danni al Paese”.

Fu un periodo difficile: dopo la condanna definitiva e l’espulsione dal Senato, raccontò la berlusconiana Michaela Biancofiore, “l’ho vista vicina al padre ogni giorno. Prendeva appunti su tutte le cose di politica interna e internazionale che il padre spiegava ai suoi commensali ad Arcore”. In silenzio, per non perdersi una parola.

FORSE È PER VIA DI QUEGLI APPUNTI che oggi la nuova Cavaliera è una sorta di capofamiglia e la vera custode dell’eredità politica e intellettuale del padre, scomparso quasi un anno fa: è ovvio che Mattarella abbia dunque aggiunto la carica alla funzione.

Nel luglio scorso, per dire, fu Marina ad attaccare i magistrati di Firenze che indagavano sui mandanti delle stragi di mafia: “Mio padre è perseguitato anche da morto, vogliono la damnatio memoriae”, scrisse al Giornale. Forza Italia chiese un’ispezione ministeriale, il Guardasigilli disse no, Giorgia Meloni la liquidò così: “Non ritengo Marina un soggetto politico della coalizione”.

Seguì telefonata riparatoria, perché in realtà Marina è un soggetto politico eccome: è la leader fidejussoria di Forza Italia, visto che garantisce col fratello Pier Silvio un centinaio di milioni di debiti del partito e lo finanzia a botte di 100 mila euro coi fratelli (e quest ’anno pure col marito Maurizio Vanadia).

Ovviamente, da buona Cavaliera, Marina ha pure il suo conflittino d’interessi: a non parlar d’altro, tipo i fondi europei a Mediaset, basti citare la legge sugli extraprofitti bancari, poi cancellata dopo le proteste sue e di Antonio Tajani. Sarà certo un caso, ma il 30% di Banca Mediolanum è il vero bancomat delle partecipazioni di famiglia.

Data articolo: Sat, 01 Jun 2024 08:48:13 +0000

Strage di Brescia

Mattarella a Brescia: “La strage è fascista”. Giorgia Meloni tace

Il presidente della Repubblica parla. La presidente del Consiglio tace, fino a sera. Sergio Mattarella era a Brescia, ieri, a ricordare la strage di piazza della Loggia 50 anni dopo. È andato dritto al punto, indicando i responsabili: “terrorismo neofascista”. Volevano “provocare un clima di disordine e di paura, esasperare la popolazione, immettere nella società la sfiducia nella solidità del metodo e delle istituzioni democratiche, inaugurare una nuova stagione di repressione”.

Questi “erano gli obiettivi della galassia di terrorismo neofascista, che si nutriva di giovani manovrati, di militanti violenti, di ideologi raffinati e perversi e di una oscura rete di complicità, costituita da silenzi, benevolenze, omissioni, coperture”.

Una descrizione magistrale e sintetica di quella che è stata chiamata “strategia della tensione”. Il 28 maggio 1974 una bomba fu posta in un cestino dei rifiuti nella piazza dove era in corso una affollata manifestazione per rispondere allo sciame di piccoli attentati fascisti che aveva segnato le settimane e i mesi precedenti. Alle 10.12 il boato.

Otto morti, da non dimenticare: il più giovane era un ragazzo di 25 anni, Luigi Pinto. Giulietta Banzi Bazoli aveva 34 anni, Livia Bottardi 32, Alberto Trebeschi 37, Clementina Calzari Trebeschi 31, Euplo Natali 69, Bartolomeo Talenti 56, Vittorio Zambarda 60. I feriti furono 102.

“L’intento immediato degli attentatori era chiaro”, continua il presidente, “punire e terrorizzare chi manifestava contro il neofascismo e in favore della democrazia. L’obiettivo era un tentativo di destabilizzazione contro la Repubblica italiana e le sue istituzioni democratiche. Con quella bomba si volevano fermare le conquiste sociali e politiche. Gli ideatori, gli esecutori, i complici di quella strage volevano riportare il tempo indietro: a una stagione oscura, segnata dall’arbitrio della violenza, dalla sopraffazione, sfociata nella guerra. In Italia c’era chi tramava e complottava per instaurare un nuovo regime autoritario. Contro la Repubblica, nata dalla Resistenza”.

Mattarella ha deposto una corona in piazza, accolto da lunghi applausi e da grida: “Grazie presidente” e “Difendiamo la Costituzione”. Poi il discorso, dal palco del Teatro Grande di Brescia. “L’intento degli attentatori era chiaro: punire e terrorizzare chi manifestava contro il neofascismo e in favore della democrazia».

Mattarella ricorda le stragi avvenute in quella stagione. “Una sequenza impressionante di eventi sanguinosi legati dall’unico filo dell’eversione nera e tutte caratterizzate da una difficile ricerca della verità storica e giudiziaria, ostacolata da inaccettabili depistaggi, errori e inefficienze”. Eppure “il desiderio di verità e giustizia non si è fermato. Le diverse sentenze che hanno riguardato la strage di piazza della Loggia hanno chiarito il quadro, delineando con precisione responsabilità, dinamiche e complicità”.

Ordine nuovo è il gruppo neofascista indicato dalle sentenze come organizzatore ed esecutore delle stragi, da piazza Fontana (1969, 17 morti) a Brescia. E i suoi eredi sono stati condannati anche per quella di Bologna (1980, 85 morti). Mattarella indica anche “la complicità occulta e ignobile di uomini che violavano i doveri di fedeltà alla Repubblica. Complici e collusi, strateghi di morte, non rappresentano lo Stato, ma una gravissima minaccia contro la Repubblica. Hanno tradito l’Italia. Hanno tramato nell’ombra contro il loro popolo e il loro Paese”.

I depistaggi degli apparati dello Stato segnano ogni strage, ogni indagine, ogni processo. Il filo nero è tenace, nascosto, ingarbugliato. Ma la memoria non si prescrive e ancora oggi due processi appena iniziati, a carico di due militanti di Ordine nuovo, stanno cercando di completare il quadro di una verità difficile. “Di recente”, ha continuato Mattarella, “si è aperto un nuovo filone di inchiesta, dal quale potrebbero emergere nuovi tasselli. Attendiamo con paziente fiducia perché la verità è un pilastro della democrazia”.

Parole nette a Brescia. Banchi del governo vuoti a Roma, alla Camera, durante la commemorazione di piazza della Loggia. Silenzio a Caivano, dove Giorgia Meloni ha inaugurato un centro sportivo, senza una parola per ricordare la strage. Un comunicato svogliato e generico arriva solo a fine giornata: “Continueremo a lottare contro ogni forma di terrorismo”. Destra e fascismo sono parole che non riesce proprio a pronunciare.

 

Leggi anche:
Strage di Brescia, Meloni dimentica di costituirsi parte civile

Brescia. La testimone: “Promisi a Mario Mori il silenzio sulla strage”
Cara Meloni ti scrivo: due lettere (preoccupate) dei famigliari delle vittime delle stragi
L’ultima sentenza sulle stragi nere: ora sappiamo

Data articolo: Wed, 29 May 2024 10:14:56 +0000

Procura di Milano

Due deputate Usa chiedono di riaprire il processo Eni-Nigeria

Riaprite il processo a Eni e Shell per corruzione internazionale in Nigeria. Lo chiedono al Procuratore generale degli Stati Uniti, Merrick Garland, due deputate Usa, Maxine Waters e Joyce Beatty, democratiche, rispettivamente capogruppo della Commissione finanze e della Sottocommissione per la sicurezza nazionale, la finanza illecita e le istituzioni finanziarie internazionali.

Hanno inviato una lettera al Dipartimento di Giustizia (Doj) per sollecitarlo a riaprire un’indagine sulle due compagnie petrolifere, quotate alla Borsa di New York. A loro giudizio, Shell ed Eni hanno avuto “un ruolo centrale in uno schema di corruzione che ha violato il Foreign Corrupt Practices Act americano, che vieta a cittadini ed enti di corrompere funzionari governativi stranieri per favorire i propri interessi commerciali”. Sostengono che le due compagnie con i loro comportamenti hanno fatto perdere alla Nigeria “6 miliardi di dollari di entrate future stimate, il doppio del budget annuale della Nigeria per la sanità e l’istruzione”.

La richiesta si riferisce all’acquisto nel 2011 dei diritti su Opl 245, uno dei giacimenti petroliferi più redditizi della Nigeria. “Le prove disponibili coinvolgono entrambe le società in uno schema che ha portato al pagamento di 1,1 miliardi di dollari in tangenti a funzionari del governo nigeriano, tra cui l’allora presidente Goodluck Jonathan”. La vicenda è già stata trattata in Italia e il processo intentato dalla Procura di Milano si è concluso nel marzo 2021 con una assoluzione per tutti gli imputati poi diventata definitiva.

Gli Stati Uniti erano già intervenuti sulla vicenda nel 2013: “Vi erano prove sufficienti perché Fbi e Doj aprissero un’indagine per riciclaggio”; poi, nel 2019, “il Doj ha notificato a Eni che gli Stati Uniti avevano chiuso le indagini alla luce dell’azione penale dell’Italia sul caso, ma osservando che il fascicolo avrebbe potuto essere riaperto se le circostanze fossero cambiate”.

Ora sono cambiate, sostengono le due deputate, malgrado l’assoluzione: “In una decisione che da allora è stata ampiamente esaminata per i timori di scorrettezze e interferenze politiche, un tribunale italiano ha assolto Shell ed Eni”. Ma “una verifica condotta dai rappresentanti statunitensi e tedeschi del Gruppo di lavoro sulla corruzione dell’Ocse ha rilevato che l’Italia non rispetta gli obblighi legali della Convenzione. Il Gruppo di lavoro ha citato proprio questo caso, nelle sue conclusioni, esprimendo ‘estrema preoccupazione’ per il ‘rigetto sistematico’ delle prove da parte del tribunale”.

La riapertura delle indagini, scrivono le due deputate, “illustrerebbe ulteriormente l’impegno degli Usa a perseguire con decisione i casi di corruzione all’estero”.

Data articolo: Sat, 25 May 2024 18:35:00 +0000

News su Gazzetta ufficiale dello Stato, Corte costituzionale, Corte dei Conti, Cassazione, TAR