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#Gianni #Barbacetto
Youssef Siher
Giorgia Meloni, ovvero la giustizia preventiva di Minority Report
Nel mondo al contrario della politica italiana, non fa notizia la decisione di un magistrato che toglie la libertà personale a un cittadino fermato senza motivi giuridicamente fondati, ma fa scandalo un altro magistrato che gli restituisce la libertà perché non ravvisa nei suoi comportamenti elementi concreti di reato. Giorgia Meloni non si contiene, come una influencer di Roccaraso interviene via social e attacca la giudice di cui non condivide la decisione.
Per raccattare qualche voto, che spera di sfilare magari a Vannacci, si spinge fino a un’evidente bugia: dice che Youssef Siher era il gestore del canale Telegram che incitava alle manifestazioni “che poi abbiamo visto portare alla devastazione di diversi esercizi commerciali”. Ha visto troppi film in cui entra in funzione la macchina del tempo: il canale è stato aperto alle 19.58 di domenica 18 ottobre, le “devastazioni” erano avvenute prima, sabato 17 e nella giornata di domenica 18.
Meloni vuole una giustizia che obbedisca al governo e alla polizia, una giustizia da Minority Report. Ricordate il romanzo di Philip K. Dick e il film con Tom Cruise? L’arresto e la pena arrivano prima che il delitto sia commesso, perché predetto dai “precog” che tutto prevedono. Consigliamo alla presidente del Consiglio la lettura dell’ordinanza della giudice Tiziana Landoni, che spiega in punto di diritto perché le accuse della polizia non stanno in piedi. Per facilitarle la lettura, le forniamo qui una piccola sintesi.
1. Non c’è pericolo di fuga, che giustificherebbe la carcerazione. “Secondo consolidata giurisprudenza di legittimità, il pericolo di fuga deve essere concreto e desunto da elementi specifici e personalizzanti dai quali si possa concretamente dedurre la probabilità che l’indagato, se non immediatamente ristretto, faccia perdere le proprie tracce”. Questi elementi sono “non ravvisabili nel caso di specie”.
2. L’accusa di istigazione a delinquere è “un reato di pericolo concreto e non presunto, la cui materialità è ravvisabile qualora sia posta in essere pubblicamente, tramite parole, scritti o condotte, la propalazione di propositi o la rievocazione di comportamenti rientranti in specifiche ipotesi delittuose, in maniera tale da indurre altri alla commissione di fatti analoghi”. “Ebbene, le condotte poste in essere dall’indagato, così come risultanti dalle acquisizioni investigative, non sono, allo stato, sussumibili nel delitto di istigazione a commettere reati”. Siher ha espresso “affermazioni di critica rivolta allo Stato, all’attuale governo e ai media, connotate da toni aspri ed espressioni volgari”. Ma la critica “non è accompagnata da specifici e concreti riferimenti ad azioni violente tali da indurre gli utenti a commettere atti di tal genere”. Ha ipotizzato “azioni di ‘disobbedienza civile’” che “non si traducono nell’adozione di comportamenti violenti o più in generale criminosi, bensì nella mera programmazione di manifestazioni settimanali”.
3. Non è stato violato il decreto Meloni sulla “violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche” approvato il 22 ottobre 2026. “L’indagato non prospetta mai il ricorso ad azioni violente o l’adozione di altri comportamenti integranti fattispecie di reato”.
4. Non c’è l’aggravante di terrorismo. Per farla scattare, “non è sufficiente il compimento di una qualsivoglia azione politica violenta, essendo necessario che la condotta sia potenzialmente idonea a creare panico, terrore e diffuso senso di insicurezza nella collettività e sia rivolta ad organi di vertice delle istituzioni o di rilievo costituzionale, in funzione del tentativo di sovvertimento dell’assetto costituzionale o di rovesciamento del sistema democratico”. “Le condotte poste in essere dall’indagato” non erano volte “ad esercitare forme di costrizione nei confronti di organi di vertice delle istituzioni, né erano sorrette da finalità di eversione dell’ordine democratico dello Stato”.
Smentiti i “precog”.

Milano
Don Burgio: «Con i decreti sicurezza non salverete Milano dalla rabbia»
È il cappellano del Beccaria, il carcere minorile di Milano. È il fondatore di Kairòs, la comunità che dal 2000 accoglie ragazzi in situazioni di disagio. Ma don Claudio Burgio è noto tra gli adolescenti soprattutto per aver fondato un’etichetta discografica, Kayròs Music, che promuove e diffonde la musica rap e trap dei suoi ragazzi. “È il loro modo di esprimersi, di buttar fuori le loro emozioni e anche la loro rabbia. Usano spesso parole forti, come bitch, ma è uno slang, una narrazione. Non è la causa della diffusione della rabbia e della violenza, semmai è la descrizione di un disagio. Invece di reprimerli, noi adulti dobbiamo aiutarli a verbalizzare, a esprimersi. Altrimenti reagiranno solo con azioni che a volte diventano violente”.
Come quelle dei ragazzi che hanno dato l’assalto a qualche negozio durante le manifestazioni del 17 e del 18 ottobre. “Erano una piccola minoranza dei manifestanti. Sono ragazzi che si sentono discriminati, vivono nelle periferie, sono dentro una logica consumistica. Non hanno le motivazioni politiche della maggioranza dei ragazzi che manifestano. Hanno reagito con azioni di tipo predatorio per prendersi le merci che non si possono permettere di comprare. Il loro malessere serpeggiava da tempo e andava compreso prima”.
Quegli episodi non si sono ripetuti ieri, 24 ottobre, nel corteo che ha sfilato per le vie di Milano, ingrossandosi via via che si dirigeva verso Porta Venezia. Don Burgio ha incontrato tutti i ragazzi fermati il 17 e 18. “Sono perlopiù ragazzi di famiglie di origine magrebina, ma anche italiani figli di italiani. I gruppi sono misti. Tutti portatori di una rabbia che dobbiamo essere in grado di decifrare. Se rispondiamo soltanto con la repressione, fermandoli, rinchiudendoli, processandoli dopo aver inasprito le pene a colpi di decreto, allora rischiamo di non risolvere il problema, ma di aggravarlo”.
Sono arrabbiati. “Dicono: siamo invisibili, vogliamo farci vedere. Sono figli di famiglie che lavorano, i cui genitori sono stupiti del loro comportamento. Vivono per lo più in case popolari alla periferia di Milano o nei paesi dell’hinterland. Non hanno conflitti con i genitori, che rispettano, ma ‘fanno da sé’ perché non vogliono gravare sulla famiglia. Alcuni vanno poco a scuola e vivono molto in strada, anche perché le loro abitazioni sono spesso sovraffollate”. Nei loro quartieri trovano solidarietà e orgoglio identitario, “ma trovano anche la rigida contrapposizione di chi li considera diversi e criminali”.
Gli oratori li accolgono? “Non sempre, a volte le parrocchie cattoliche si chiudono in una bolla protettiva, fanno fatica ad aprire le porte, come insegna il Vangelo”. Il motto di Don Burgio è “Non esistono ragazzi cattivi”, che è anche il titolo del suo libro uscito nel 2010. “Mi ha colpito il fatto che alcuni ragazzi hanno regalato a dei senzatetto una parte della merce che avevano preso nei negozi. Vivono una grande solitudine e hanno un senso di giustizia fai da te, da Robin Hood”.
Nella sua comunità, a Vimodrone, vivono molti ragazzi in stato di detenzione, ma i cancelli di Kairòs restano sempre aperti. “E da qui non è mai fuggito nessuno”. Anzi, qualcuno arriva qui volontariamente, per farsi aiutare. Come Luca, che si è presentato una mattina strafatto. Si è messo a posto, ora ha fatto la maturità ed è stato promosso”.
La politica continua a rendere sempre più difficile ottenere la cittadinanza italiana. È un problema devatante: “Non si sentono del Paese dei genitori perché sono nati qui, ma non possono dirsi italiani perché a molti non è concessa la cittadinanza: restano sospesi in uno spaesamento identitario che a volte si vena di vittimismo e si nutre di rabbia e aggressività. Poi i social moltiplicano tutto”.
Il sabato e la domenica per loro è normale lasciare i loro quartieri e i loro paesi. “Arrivano nel centro di Milano, nelle vie dell’opulenza. La sera vanno nei luoghi della movida, i Navigli, corso Como… Molti fanno uso di sostanze, soprattutto le canne, per rilassarsi, ma anche le pastiglie e gli psicofarmaci, gira molto Rivotril”.
Don Claudio è stato maestro direttore della Cappella musicale del Duomo di Milano e ha insegnato Musicologia liturgica presso il Seminario arcivescovile diocesano. Ora promuove rap e trap. Nella sua comunità di Vimodrone hanno vissuto a lungo rapper notissimi come Baby Gang, Simba La Rue, Saky. “Ci sono venuti a trovare Ghali, Marracash, Artie 5ive. Baby Gang stava trovando la sua strada, ma è stato arrestato, dopo che Amadeus lo aveva selezionato per il festival di Sanremo. Poi è stato prosciolto, ma non ha potuto partecipare al festival perché era in carcere. Questo ha alimentato la sua rabbia, ora è di nuovo in carcere con accuse gravi”.
Data articolo: Sun, 25 Oct 2026 15:58:29 +0000Milano
«Ci chiamate Maranza. Venite a vedere la Milano dove abitiamo»
Non li hanno visti arrivare. Hanno dovuto spaccare le vetrine nel centro di Milano, per farsi vedere, per diventare l’apertura dei Tg e i protagonisti dei social. Sono i “maranza”, i ragazzi con tuta nera, sfumatura alta, Tienne ai piedi. Erano una piccolissima minoranza quelli che hanno dato l’assalto a Foot Locker, Decathlon e Carrefour, il 17 e il 18 ottobre a Milano. Ma ormai sono “i saccheggiatori”. Restano invisibili, invece, i luoghi da dove provengono e i motivi della loro rabbia.
Milano è la città più instagrammata d’Italia: il centro, i negozi della moda e del lusso, piazza Gae Aulenti, i grattacieli, il nuovo skyline… Ma c’è un’altra Milano, sconosciuta, invisibile. Piazzale Selinunte a San Siro, il Corvetto, via Padova, la Barona, le altre periferie tagliate fuori dal mercato immobiliare, dunque inesistenti. La faccia in ombra della luna. Bisogna andarci, per capire davvero Milano.

In via dei Cinquecento, al Corvetto, c’è un palazzone giallo con i balconi grigi. Alcuni di questi cadevano a pezzi, sono stati ingabbiati con reti per non far precipitare i calcinacci sui passanti. I muri giallognoli sono feriti da grandi zone scrostate, ammaccature del tempo, risultato della mancanza di manutenzione: sono state rammendate alla bell’e meglio, con il risultato che il palazzo sembra un’immensa installazione realizzata da un artista pazzo. È una casa popolare Aler della Regione Lombardia che la “rigenerazione urbana” di cui Milano tanto si vanta non sa proprio dove stia di casa. Dentro ci vivono centinaia di persone, molte delle quali strette con la famiglia in monolocali o bilocali.
Di fronte, c’è la sede della Comunità di Sant’Egidio, che organizza attività, corsi, iniziative, aiuti, feste, anguriate di Ferragosto, per cercare di unire le diversità che convivono nel quartiere. “Qui abitano persone italiane arrivate molto tempo fa e oggi avanti negli anni. Accanto a famiglie arrivate più recentemente, per lo più d’origine magrebina”, racconta Stefano Pasta, “noi di Sant’Egidio cerchiamo di sanare le fratture tra questi mondi diversi, di farli parlare, di farli stare insieme”.
Di fianco, un edificio privato, più recente. Lì, in un bilocale, vive Youssef: “Abito qui con altri otto coinquilini. Ognuno di noi paga 200 euro al mese d’affitto, in nero. Lavoriamo tutti, paghiamo e stiamo zitti perché non abbiamo alternative, non abbiamo documenti regolari. Negli ultimi anni è diventato sempre più difficile regolarizzarsi”.
Accanto, in via dei Panigarola, si alza un palazzone bianco, la residenza per anziani del Comune più grande della città. Benvenuti nel Quadrilatero degli Scarichi, dove anziani e immigrati sono costretti a convivere. “Siamo la coda della città”, dice Moncef, 19 anni. Sul muro di fronte alla casa rammendata resta il murales in ricordo di Ramy, il ragazzo diciannovenne morto poco distante, all’angolo con via Ripamonti, al termine di un lungo inseguimento dei carabinieri.
Alla Barona, in via Mazzolari è esposto un grande striscione: “Citofono Casa!”. Non è Et, è la protesta per la mancata manutenzione dei citofoni. Ma un tabellone di Mm, la società che gestisce le case popolari del Comune, annuncia che la manutenzione è in corso. Vivere ai margini? Via De Pretis è letteralmente il margine della città, i balconi dei casermoni rossi con le nervature bianche si affacciano sui campi agricoli. Qui Milano finisce.
Al Barrio’s, il centro d’aggregazione giovanile fondato dalla Comunità Nuova di don Gino Rigoldi, il teatro è fuori uso, come il bar: i tetti sono sfondati, non ci sono soldi per ricostruirli. Tre ragazzini giocano a pallone sotto la grande tettoia rotonda, che per ora ancora regge: niente scuola, oggi; domani chissà. Ibra, 20 anni, barbetta e outfit nero da perfetto “maranza”, chiacchiera volentieri con una proprietà di linguaggio da far invidia a molti suoi coetanei. “Basta scuola, niente università e cose simili. Ho fatto l’istituto tecnico Feltrinelli, mi hanno bocciato due volte. Eppure io le sapevo le cose, ma ero ribelle, andavo a parlare direttamente dal preside”.
È nato a Milano, suo padre è arrivato dall’Egitto su un barcone negli anni Novanta. Al Barrio’s ha realizzato uno studio di registrazione per i ragazzi che vogliono fare rap. “Tutti i ragazzi vogliono fare i rapper, si fanno i soldi. Io voglio fare l’elettricista. Devo mettere via i soldi per comprare una casa, magari in Egitto, e per potermi sposare e fare dei bambini, li vorrei anche subito. Devo trovare 200 o 300 mila euro. Per poter guardare negli occhi mio padre devo riuscire a fare almeno quello che ha fatto lui. No, io non sono andato in manifestazione: ho già tanti sbatti miei, tu non hai idea di quanti sbatti ho”.
Alla manifestazione del 17 ottobre, quella delle vetrine infrante, i gruppi di “maranza” erano misti, italiani con genitori italiani e italiani con genitori immigrati. “Più della connotazione etnica o religiosa, conta l’identità di quartiere”, conferma Stefano Pasta, “italiani e magrebini spesso stanno insieme: c’è stato qui al Corvetto un gruppo che si faceva chiamare 141, il numero di codice postale del quartiere”.
Lo dice anche don Claudio Burgio, fondatore della comunità Kayros e cappellano del carcere minorile Beccaria. “In via Padova c’è un ragazzo di 17 anni, italiano, che ha imparato a parlare arabo ed è diventato il leader del suo gruppo di ragazzi d’origine magrebina”. Don Burgio li ha incontrati tutti, i ragazzi fermati dopo il 17 e 18 ottobre. “Sono ragazzi senza motivazioni politiche, ma con dentro una rabbia tutta da decifrare. Abitano in appartamenti sovraffollati, vivono in strada, vanno poco a scuola, si sentono invisibili e vogliono farsi vedere. Non hanno posti dove andare a fare sport, le palestre costano, le piscine comunali a Milano sono chiuse. Lamentano le disuguaglianze, non vedono il loro futuro. Alcuni reagiscono diventando aggressivi”.
Hanno fatto egemonia anche in centro, almeno nell’outfit. “Sì, anch’io indosso le Tienne, porto il borsello, ascolto Baby Gang”, dice Giulia, 18 anni, italiana, ultimo anni del centralissimo liceo classico Manzoni. “Sono una maranzina anch’io? Smettete di chiamarli maranza: è un termine razzista, volete dire magrebini e delinquenti. Smettela”.
Data articolo: Sun, 25 Oct 2026 15:16:08 +0000Vogue World Milano 2026
Le due Milano: quella di Vogue e quella delle vetrine infrante
Solo 25 giorni separano la serata-evento di Vogue in Galleria (il 22 settembre) e l’assalto dei ragazzini alla Galleria e al centro di Milano (il 17 ottobre). Per Vogue erano state chiuse piazza Duomo, piazza della Scala, tutte le vie attorno, sbarrata la fermata della metropolitana. Il centro di Milano era stato privatizzato per un giorno, consegnato ai nerovestiti bodyguard con auricolare di Anna Wintour. Per i cittadini accesso vietato, ingresso riservato ai vip invitati o ai possessori di biglietto da 25 mila euro.
Venticinque giorni dopo, il 17 ottobre, i ragazzini si riprendono la Galleria, piazza Duomo, il centro della città. Una minoranza assalta qualche negozio, infrange le vetrine. Fino a ieri erano la generazione Six Seven, erano quelli delle Aura Battle. Sconosciuti, per il resto, non considerati, invisibili, oppure derisi come smidollati da quelle vecchie zie degli intellò.
Dopo qualche vetrina rotta, qualche saccheggio, sono diventati pericolosi eversori, vandali insensati, ottimi inneschi per varare leggi speciali e fare arrivare nelle vie di Milano i parà della Folgore. Per qualche spiritoso, ancorché ministro, sono il risultato di un complotto internazionale. Ha stato Putin, come al solito: ma magari fossero da cercare lontano le cause della ribellione e della rabbia, e non invece vicinissimo, nelle vene affaticate della città diventata sempre più disuguale, costosa, espulsiva.
Gli spazi pubblici sono via via privatizzati: perfino piazza Duomo, quel 22 settembre, e le piscine comunali chiuse, i marciapiedi trasformati in dehor, i mercati municipali (che un tempo servivano a ridurre i prezzi della spesa) ridotti a shop fighetti per ape e spritz, le case popolari lasciate vuote e in piranesiana rovina.
I ragazzi del Six Seven non trovano più l’ascensore sociale e allora salgono sui metrò e sui treni dei pendolari per conquistare il centro della città. Senza parole per dire la loro rabbia, neppure quelle delle Grandi Narrazioni del Novecento. Qualcuno degli invisibili (una minoranza) si conquista la visibilità – via TikTok e Insta – nel modo peggiore: dando l’assalto ai forni (delle griffe) e rubando le Tienne da Foot Locker.
Brutto: soprattutto per gli adulti che hanno prodotto un mondo in cui non è garantita inclusione e istruzione per tutti. Assaltare un negozio per portar via felpe e sneakers significa dimostrare di essere schiavi del feticismo delle merci: lo dicono alzando il ditino, con aria pensosa, quelli che le merci che vogliono se le possono comprare con Amex Gold; e lo gridano quelli che a ogni respiro difendono la bellezza del mercato, della finanza e del marketing.
Chi semina vento raccoglie tempesta. Non li abbiamo visti arrivare. Eppure non era difficile cogliere i segni della rabbia: un anno fa scrivevamo che “i conflitti sono destinati a crescere, con il crescere delle disuguaglianze tra le due Milano, Corvetto e Montenapo. Andiamo verso una metropoli spremuta dai maghi dell’immobiliare e incattivita dai politici della paura”. Ma “i media mainstream vogliono sangue e fuoco, per rendere ‘notizia’ un fatto, per occuparsi di un quartiere”, per vedere le periferie.
Il sindaco Giuseppe Sala diceva, all’inizio del suo mandato, che le periferie erano la sua “ossessione”. Se n’è dimenticato presto, per farsi i gintonic in centro con Manfredi Catella e dare forma compiuta a quel Modello Milano che fa scuola in Europa: grazie al Rito Ambrosiano (qui si può costruire con gli oneri più bassi d’Europa e senza regole: tirar su un grattacielo è “ristrutturazione”), Milano è diventata la città prima nella classifica europea degli investimenti immobiliari.
L’“ossessione” è ora tornata a rovinargli gli ultimi sonni milanesi prima del premio senatoriale che il Pd gli vuole assegnare per aver scassato gli equilibri giansenisti di una città un tempo locomotiva d’Italia, oggi merce in vendita per i fondi americani e i Sovereign Funds del Golfo, gestiti da musulmani come i maranza, ma straricchi, dunque graditi a destra e a sinistra.
Data articolo: Sat, 24 Oct 2026 21:17:24 +0000Milano
Un convegno per capire il Modello Milano
Una città schiava delle narrazioni. Fino a un paio d’anni fa erano trionfanti e zuccherose: Milano place to be, metropoli dallo sviluppo inarrestabile, attrattiva, europea, scintillante. Ora, dopo che qualcuno ha gridato che il re è nudo, prevale la narrazione del “ma anche”: negli scorsi 15 anni è stato fatto tanto di buono, ma anche tanti sono i problemi, la crisi abitativa, l’aumento delle disuguaglianze, la riduzione degli spazi pubblici, il peggioramento dei servizi ai cittadini.
Domanda: questi problemi sono funghi spuntati ora, frutti inattesi e imprevedibili dell’autunno incipiente, o sono invece il risultato di 15 anni di Modello Milano? È una delle domande a cui cercherà risposta il convegno organizzato da Fatto quotidiano e Altreconomia (16 e 17 ottobre all’auditorium Acli di Milano, via della Signora 3, programma completo su ilfattoquotidiano.it).
Il Modello Milano è quel modello di sviluppo della città basato sulla crescita edilizia, sullo sviluppo immobiliare, sulla cosiddetta “rigenerazione urbana”. L’obiettivo dichiarato era quello di rendere la città internazionale e “attrattiva”. La pubblica amministrazione, in continuità tra giunte di centrodestra (Albertini-Moratti) e centrosinistra (Pisapia-Sala), ha operato per attrarre capitali a Milano. Obiettivo raggiunto: Milano è diventata la città prima in Europa per investimenti immobiliari, soprattutto dai fondi internazionali.
Come è stato raggiunto l’obiettivo della “attrattività”? Uno, abbassando la quota di prelievo pubblico sulle attività edilizie, con gli oneri di costruzione più bassi d’Europa e con “monetizzazione degli standard” generalizzate e concesse a prezzi bassissimi. Due, abbassando la soglia delle regole urbanistiche, per esempio dilatando il concetto di “ristrutturazione” allargato per edifici che sono manifestamente nuove costruzioni (il cosiddetto Rito Ambrosiano). Insomma: gli operatori locali e i fondi internazionali hanno investito a Milano perché costruire qui era più facile e meno costoso.
Più in generale, le amministrazioni pubbliche che si sono succedute hanno via via ridotto il peso del loro intervento di regolazione della dinamica di sviluppo, hanno rinunciato a guidare le trasformazioni, consegnando la regia agli operatori privati. I nodi del Modello Milano sono arrivati oggi al pettine: indiscutibile l’aumento della ricchezza concentrata a Milano e il cambiamento dello skyline.
Ma con conseguenze pesanti per i cittadini: aumento dei costi dell’abitare, crescita delle disuguaglianze, espulsione di una quota consistente di cittadini, esplosione dell’emergenza casa, incapacità di sviluppare il patrimonio esistente di case popolari e di utilizzare e assegnare quelle esistenti, riduzione dei servizi ai cittadini (dalla diminuzione delle corse del trasporto di superficie, alla chiusura delle piscine comunali eccetera).
L’apprendista stregone, ammaliato dal suo stesso successo, sembra avere infine perso il controllo della sua magia sviluppista. E ora che è in via d’esaurimento la fase ascendente del mercato immobiliare, finiti i tempi delle vacche grasse, le statistiche cominciano a mostrare segnali economici di rallentamento della crescita complessiva.
Queste, per lo meno, sono le ipotesi da cui siamo partiti per proporre questo convegno. Ipotesi da valutare, per confermarle oppure smentirle. Ascolteremo i dati, le cifre, i fatti portati da docenti, studiosi, ricercatori indipendenti. Siamo due giornali, due organi d’informazione – Altreconomia e Fatto quotidiano – che propongono una riflessione su quanto è accaduto in questi 15 anni, una verifica scientifica sul Modello Milano, un confronto con le politiche urbane delle altre città europee (Amsterdam, Berlino, Bruxelles, Monaco di Baviera, Parigi), un confronto tra scrittori (Silvia Ballestra, Jonathan Bazzi, Marco Philopat, Alessandro Robecchi, Lucia Tozzi) sulle narrazioni di Milano. Poi la parola passerà ai cittadini.
Data articolo: Tue, 20 Oct 2026 10:30:32 +0000Tar
Il lascito di Sala: 265 milioni di plusvalenza per Scaroni & soci
San Siro. Non sarà uno scavuzzo: migliaia di metri cubi da scavare, 351 mila Tir per portar via le macerie
Sullo stadio di San Siro, il Tar decide di non decidere. Non entra nel merito delle 60 contestazioni presentate in sei ricorsi da oltre cento cittadini ricorrenti: li rigetta tutti come “inammissibili” per arzigogoli formali (tutti tranne uno, quello contro l’accelerazione in Consiglio comunale per far approvare l’operazione). Quindi è una balla che il Tar abbia “dato ragione” al Comune sul progetto San Siro, come scrive trionfante sui social la vicesindaca di Milano, Anna Scavuzzo.
Ora la parola passa al Consiglio di Stato, alla Corte dei conti (che deve verificare se sindaco, giunta e Consiglio comunale abbiano provocato un danno erariale) e alla Procura (che indaga per turbativa d’asta e rivelazione di segreto d’ufficio). E non è ancora conclusa la procedura Vas sulle valutazioni ambientali e sanitarie, ricorda il comitato Le Giardiniere.
In ogni caso, quella di San Siro resta un’operazione politicamente indecente: svendere a un prezzo ridicolo (197 milioni) a due poco trasparenti fondi americani, Oaktree e RedBird, lo stadio e le aree circostanti, lasciando distruggere il mitico Meazza, privatizzando stadio e terreni attorno, permettendo una gigantesca speculazione immobiliare su un’area (che era pubblica) di 280 mila metri quadrati. I fondi americani la riempiranno di uffici, alberghi, spazi commerciali, costruendo tredici palazzi alti fino a 17 piani.
È il lascito di Giuseppe Sala: un grande affare per gli amici Paolo Scaroni (Milan) e Beppe Marotta (Inter), che porteranno a casa una plusvalenza di ben 265 milioni, l’11,5% dell’investimento. E una perdita per la città: sarà distrutto il Meazza, che portava 10 milioni all’anno nelle casse del Comune, nelle quali ora la svendita farà entrare solo 170 milioni. E l’amministrazione dovrà farsi carico anche delle spese (80 milioni) per rifare il tunnel Patroclo che oggi funziona benissimo ma sarà spostato e rifatto con soldi pubblici (nostri) perché così pretendono gli acquirenti, per maggiore comodità d’accesso al loro nuovo stadio privato.
Da incubo le previsioni del cantiere per abbattere il Meazza e costruire i tredici palazzi e il nuovo stadio. Non sarà uno scavuzzo: un milione e mezzo di metri cubi di terra da scavare, decine di migliaia di viaggi di Tir carichi di macerie, un quartiere super inquinato in una delle città già più inquinate d’Europa (oggi a Milano sono 3.670 i morti all’anno per cause ambientali).
La demolizione del Meazza e del tunnel Patroclo produrrà 126 mila metri cubi di macerie: il volume dell’intero grattacielo Pirelli. Nel progetto di fattibilità per il nuovo stadio di San Siro presentato da Inter e Milan nel settembre 2022 si legge che per la demolizione e ricostruzione dello stadio saranno necessari 351.184 viaggi di camion dai cantieri, con una media di “300/400 viaggi/giorno nelle fasi di scavo e demolizione” e “150/250 viaggi/giorno durante la nuova costruzione”.
Il professor Paolo Pileri del Politecnico di Milano ha calcolato che la demolizione/ricostruzione dello stadio produrrà emissioni pari a tutte quelle che erano state ridotte a Milano in quindici anni: tanta fatica per niente, quindici anni di riduzione polveri persi per una sola operazione.
Secondo il carteggio riservato tra il Comune e i fondi, riportato dal Corriere della sera, i lavori provocheranno a San Siro l’aumento di un microgrammo per metro cubo nella media annuale di polveri sottili (Pm10), con 4-6 giorni di aria tossica in più rispetto al resto della città. E l’aria non sta ferma: l’inquinamento si diffonderà poi nel resto della città.
“Non si illudano Sala, Scaroni e Marotta, il nostro impegno continuerà e non solo con i ricorsi al Consiglio di Stato o gli esposti alla Procura e alla Corte dei conti, contro gli abusi edilizi, i danni erariali e la violazione delle norme amministrative e penali, e contro l’umiliazione del Consiglio comunale”, dichiara Luigi Corbani del Comitato SìMeazza. “La storia di Milano e dei suoi simboli non è in vendita. Il denaro può comprare tutto, ma non la dignità di una città”.
Milano
Modello Milano. Anatomia di un sistema-città
Modello Milano. Anatomia di un sistema-città.
Convegno il 16 e 17 ottobre 2026, Salone Acli, via della Signora 3, Milano.
M-346
Venticelli di guerra a Varese, nell’aeroporto dei caccia M-346 di Leonardo
Venticelli di guerra a Venegono, in provincia di Varese. Lavori in corso nel piccolo aeroporto locale, che viene ampliato invadendo aree agricole, per permettere un più sicuro decollo e atterraggio dei caccia M-346, quelli che Leonardo, l’industria aerospaziale di Stato, vende anche all’Aeronautica militare israeliana.
Escavatori e ruspe sono all’opera per allungare l’area della pista. A lanciare l’allarme sono gruppi di cittadini ambientalisti, preoccupati che un’area verde, a ridosso del Parco regionale della Pineta di Appiano Gentile e Tradate, sia inglobata nell’aeroporto e dunque sottratta alla popolazione. Si sono mossi insieme a un’associazione pacifista locale, “Abbasso la guerra”, che segnala la possibilità che l’aeroporto da cui si alzano i caccia impiegati per addestrare i piloti militari possa diventare un bersaglio di guerra. Hanno incaricato l’avvocata Veronica Dini di intervenire con un esposto e atto di diffida nei confronti del Comune di Venegono Superiore, nel cui territorio sorge l’aeroporto.
Il cartello dei lavori di cantiere è comparso alla fine di luglio, alla vigilia delle vacanze estive. Vi si legge che una Scia (la segnalazione certificata di inizio lavori diventata nota perché usata nei cantieri milanesi sotto inchiesta per abusi edilizi) è stata presentata il 24 luglio 2026 da Leonardo spa per “opere di manutenzione straordinaria”. Ma il cartello è incompleto, lamentano i cittadini nell’esposto, perché non indica come stabilito dalla legge i nomi dei professionisti coinvolti e neppure l’oggetto dei lavori da realizzare.
L’area dei lavori era fino a oggi una distesa verde non recintata, accessibile ai cittadini, priva di fabbricati, con vista sul castello dei conti Castiglioni e sul Sacro Monte di Varese, decretato dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Secondo il Piano urbanistico del Comune di Venegono Superiore è un’area agricola di oltre 5 mila metri quadrati qualificati fino al novembre 2025 come “bosco ceduo”. E oltretutto classificati “a rischio archeologico” per la possibile presenza di reperti o resti storici. Non sarebbe dunque possibile abbattere alberi né manomettere la superficie a prato.
È invece quello che si apprestano a fare escavatori e ruspe per piazzare una antenna Localizer, per costruire due bunker interrati e soprattutto per realizzare una zona di “over-run”, cioè allungare di 180 metri la zona di sicurezza alla fine della pista di decollo e atterraggio: per facilitare il volo degli M-346. Importo lavori: 1.897.675,73 euro.
Nel 2024 un decreto del ministero della Difesa aveva disposto la dismissione dell’aeroporto di Venegono e il suo passaggio dal Demanio militare al Demanio aeronautico civile, assegnato in uso gratuito all’Enac (l’autorità di vigilanza dell’aviazione civile) e poi affidato in concessione a Leonardo.
A dispetto del passaggio al civile, è stata incrementata l’attività degli M-346, prodotti da Alenia Aermacchi a partire dal 1993 in accordo con l’azienda russa Yakovlev, che nel 1999 ha abbandonato il progetto. Dopo il primo volo nel 2004, l’M-346 si è affermato come aereo da addestramento per l’Aeronautica militare italiana. Ha capacità di volo transonico (fino a 1.085 chilometri all’ora a 1.500 metri di quota) ed elevata manovrabilità, che lo rende ideale per la formazione dei piloti dei caccia di nuova generazione.
Leonardo, che ha inglobato Alenia Aermacchi, oggi li assembla nello stabilimento di Venegono Superiore e lo fornisce all’Aeronautica militare italiana, ma anche alle forze aeree di Austria, Grecia, Polonia, Qatar, Singapore, Turkmenistan, Nigeria e Israele. In due configurazioni: quella da addestramento e quella da attacco.
A luglio, dodici M-346 F Block 20 – valore un miliardo di euro – prodotti nello stabilimento Alenia Aermacchi di Venegono Superiore sono stati consegnati al ministero della Difesa dell’Indonesia; ed è in corso una collaborazione con l’azienda Usa Textron Aviation Defence per fornire una versione rinominata Beechcraft M-346N alla Us Navy, la Marina militare degli Stati Uniti. Una trentina di M-346 sono stati già consegnati alla Forza aerea israeliana.
Data articolo: Sun, 04 Oct 2026 14:50:07 +0000Strage di Ustica
Ustica, le indagini continuano. Ecco che cosa cercano i magistrati
La ricerca della verità sulla strage di Ustica continua. Come chiedevano i famigliari delle vittime. Ora anche la Procura di Roma ha ritirato la sua richiesta di archiviare l’indagine, dopo che la Francia si è detta favorevole a collaborare con l’Italia e ha inviato alcuni documenti, consegnati il 14 settembre dall’ambasciata francese di Roma al ministero degli Esteri, che li ha fatti arrivare ai magistrati attraverso il ministero della Giustizia.
Dimostrano “una sorta di disponibilità delle autorità francesi a riavviare un canale di cooperazione, che già c’era stata negli anni passati in varie fasi”, ha dichiarato il procuratore di Roma Francesco Lo Voi. “Tutto comincia, al di là dei rapporti diplomatici tra governi, da una nota verbale del 14 settembre 2026”, ha continuato Lo Voi, “con cui l’ambasciata di Francia in Italia ha comunicato che: ‘Come concordato in occasione della conversazione telefonica tra i ministri degli Esteri francese e italiano il 9 settembre scorso, l’ambasciata di Francia in Italia ha il piacere di confermare al ministero degli Esteri l’accordo delle autorità francesi, su richiesta della parte italiana, per il trasferimento agli archivi dello Stato italiano di tutta la documentazione relativa alla catastrofe di Ustica trasmessa dalla Francia tra il 1981 e il 1994”.
Le carte arrivate sono: due documenti trasmessi dal ministero della Difesa francese al ministero della Difesa italiano nel 1986 e nel 1990; e nove file informatici corrispondenti a cinque documenti redatti dall’ambasciata di Francia a Roma tra 1981 e 1994.
Nelle note allegate del capo di gabinetto del ministro della Giustizia viene precisato: “Sottolineando la disponibilità delle autorità francesi a riprendere la cooperazione giudiziaria, potrà valutarsi l’eventuale eco processuale degli atti trasmessi”. Questo il motivo per cui la Procura ha ritirato la richiesta di archiviazione dell’inchiesta.
La strage avvenne la notte del 27 giugno 1980, quando un Dc-9 della compagnia Itavia in volo da Bologna a Palermo precipitò in mare al largo di Ustica, provocando la morte di tutte le 81 persone a bordo. Decenni di inchieste e processi non sono riusciti a bucare “il muro di gomma”, a chiarire le cause dell’incidente: anche per i depistaggi, le sottrazioni di documenti, la scomparsa dei tracciati radar, a cui non sono stati certo estranei i vertici dell’Aeronautica militare italiana; e per la mancata collaborazione della Francia, a cui i magistrati romani avevano inviato richieste di chiarimenti per rogatoria internazionale.
Le prime spiegazioni che erano state date erano il “cedimento strutturale” del velivolo o l’esplosione di una bomba a bordo. Nel tempo ha preso consistenza invece l’ipotesi che il Dc-9 sia stato abbattuto per errore durante una battaglia aerea tra caccia libici e caccia Nato. Quella notte erano presenti nei cieli di Ustica aerei francesi partiti dalla base di Solenzara, in Corsica, mentre la portaerei Foch navigava nel mare di Napoli.
Le responsabilità della Francia erano state evocate fin dal 2008 dall’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che aveva dichiarato che all’epoca i servizi segreti lo avevano informato che ad abbattere il Dc-9 era stato un missile sparato da un aereo francese partito dalla portaerei Clemenceau.
La pista francese era stata poi rilanciata nel 2023 dall’ex presidente del Consiglio Giuliano Amato che dichiarò: “La versione più credibile è quella della responsabilità dell’Aeronautica francese, con la complicità degli americani e di chi partecipò alla guerra aerea nei nostri cieli la sera di quel 27 giugno”. Amato spiegò: “Si voleva fare la pelle a Gheddafi, in volo su un Mig della sua aviazione, e il piano prevedeva di simulare una esercitazione Nato, nel corso della quale sarebbe dovuto partire un missile contro il leader libico: l’esercitazione era una messa in scena che avrebbe permesso di spacciare l’attentato come incidente involontario”. Invece a precipitare in mare fu un aereo civile, il Dc-9 Itavia.
Ora l’arrivo dei documenti francesi riapre gli interrogativi su che cosa successe davvero quella notte. Le domande a cui le indagini e i processi svolti fino a oggi non sono ancora riuscite a rispondere riguardano almeno tre questioni.
1. La presenza in volo di aerei miliari nel cielo di Ustica il 27 giugno 1980. I francesi hanno sempre negato ogni attività dei loro velivoli militari quella notte, sostenendo che i decolli dalla base della Armée de l’Air di Solenzara, in Corsica, erano terminati nel primo pomeriggio, alle 14.30.
A smentirli è stato un generale italiano, Nicolò Bozzo, già braccio destro di Carlo Alberto dalla Chiesa durante la lotta alle Brigate Rosse. Bozzo era in vacanza a Solenzara e aveva sentito i jet decollare nella notte: “Era il mio primo riposo dal 1978. Il mio unico interesse era quello di dormire, avevo un sonno arretrato di anni… Quindi si può immaginare la mia rabbia quando la sera del 27 giugno i decolli e gli atterraggi dei Mirage e di altri aerei non accennavano a interrompersi”. Conclusione: “Le fonti della Nato hanno affermato il falso: i francesi, e non solo loro, volarono fino a tarda ora”. Ora si tratta di capire chi volò quella notte nel cielo di Ustica, se erano aerei francesi, britannici, statunitensi, israeliani.
2. La presenza nel mare Tirreno, al largo di Napoli, della portaerei Foch. Gioiello della flotta militare francese, ha a bordo caccia Etendard IV, dotati anche di missili con testate atomiche, dunque i suoi spostamenti sono segreti. Il 27 giugno 1980 era ormeggiata nel sud della Francia, in attesa di entrare nei cantieri per una revisione: questa la verità raccontata finora. Si è poi appreso che in realtà la portaerei è arrivata in bacino soltanto il 15 luglio. Prima di quella data era in navigazione da Tolone verso il Tirreno, con soste a Palermo, Marsala, Augusta. Secondo le ultime indagini della Procura di Roma, la Foch avrebbe partecipato all’esercitazione “Exercise South” insieme a jet degli Usa.
3. I misteri della Libia. Il 18 luglio 1980 è stato ritrovato un Mig-23 dell’Aeronautica militare libica precipitato sulla Sila con a bordo, morto, il pilota. Molte testimonianze sostengono però che il ritrovamento era avvenuto molto prima e che la caduta del velivolo poteva essere avvenuta la notte della tragedia di Ustica. Si è ipotizzato che quella notte gli aerei Nato volessero colpire un Mig libico con a bordo Gheddafi. Ipotesi mai confermata; neppure, negli anni successivi, dalla Libia e dallo stesso Gheddafi.
Nel giugno 1980 era in corso un tentativo di golpe contro il ras libico. Può essere questo il contesto in cui si è scatenata la battaglia aerea del 27 giugno? C’erano in volo anche aerei israeliani? Le nuove carte francesi sono state di certo utili a non chiudere le indagini. Chissà se lo saranno anche per accertare la verità. (ilfattoquotidiano.it, 1 ottobre 2026)
La Francia riprende a dialogare su Ustica
La Francia è disponibile a collaborare con l’Italia e a mandare al governo la sua documentazione sulla strage di Ustica. È quanto l’ambasciata francese a Roma ha comunicato nei giorni scorsi al ministero degli Esteri italiano. Una svolta, che arriva proprio nel giorno in cui l’associazione dei famigliari delle vittime della strage ha convocato una conferenza stampa in un’aula del Senato per chiedere alla Procura di Roma di non archiviare l’inchiesta sulla vicenda, come era invece previsto che accadesse nell’udienza di domani 30 settembre.
A questo punto è probabile che i magistrati romani accolgano la richiesta e tengano aperta l’indagine, in attesa dei documenti francesi e nella speranza che portino elementi nuovi sui fatti accaduti nel cielo di Ustica la notte del 27 giugno 1980. Un Dc-9 della compagnia Itavia in volo da Bologna a Palermo precipitò in mare al largo dell’isola, provocando la morte di tutte le 81 persone a bordo. Decenni di inchieste e processi non sono riusciti a chiarire le cause dell’incidente, anche per i depistaggi e le sottrazioni di documenti a cui non sono stati estranei i vertici dell’Aeronautica militare italiana.
Dopo le prime spiegazioni – “cedimento strutturale” del velivolo o esplosione di una bomba a bordo – ha preso consistenza l’ipotesi che il velivolo sia stato abbattuto per errore durante una battaglia aerea tra caccia libici e caccia Nato. Quella notte erano presenti nei cieli di Ustica aerei francesi partiti dalla base di Solenzara, in Corsica, e dalla portaerei Foch che navigava nel mare di Napoli. La nota del governo di Parigi inviata alla Farnesina potrebbe essere, formalmente, la risposta a rogatorie avviate negli anni scorsi dalla Procura di Roma.
Soddisfatta la presidente dell’associazione dei famigliari, Daria Bonfietti. “Avevamo chiesto la non archiviazione dell’inchiesta, e questo sta avvenendo. È un grande risultato. Ho sempre detto che se la magistratura non riesce a trovare la verità, può farcela solo la politica. Nel momento in cui il governo italiano si è mosso, si cominciano a vedere i risultati: a metà giugno la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ci aveva promesso che si sarebbe rivolta al presidente francese Emmanuel Macron. Qualcosa è accaduto. Ora cercheremo di capire che documentazione arriverà da Parigi”. (Il Fatto quotidiano, 29 settembre 2026)
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Milano
L’architetto Battisti ora diventa un film sulla crisi di Milano
È un film su una persona che finisce per diventare un film su una città. È un documentario sull’architetto Emilio Battisti che si trasforma in un atto d’accusa per Milano. Realizzato da Valter Finessi – che aveva già firmato docufilm su Walter Valdi, figura storica del Derby e del cabaret milanese, e su Gaetano Liguori, imprevedibile pianista e compositore jazz – il film Emilio Battisti architetto, una voce del pensiero critico a Milano racconta la lunga storia professionale, personale, civile e artistica di una figura che ha animato il dibattito culturale e sociale della città.
Nasce a Napoli, cresce a Novara, studia architettura al Politecnico e poi ne diventa docente. Lavora nello studio di Vittorio Gregotti, Lodovico Meneghetti e Giotto Stoppino. Insegna negli anni del grande fermento del Sessantotto e acquista grande rilievo in facoltà, le sue lezioni sono molto seguite, gli studenti amano la sua passione. A Battisti piaceva insegnare, ha formato più generazioni di architetti, riflettendo sulla storia dell’architettura e sui suoi rapporti con la società. È stato chiamato a insegnare anche all’estero, in Australia, negli Stati Uniti, alla Colombia University di New York, all’Accademia di architettura di Mendrisio, in Svizzera, dove è stato accolto il suo archivio.
“L’architettura non è una tecnica, è una sintesi”: Battisti era convinto che all’interno di una équipe che progettasse parti di città – ricorda l’amico Giuliano Della Pergola, sociologo – dovessero entrare anche le competenze di un sociologo, di un economista, di uno psicologo, di un antropologo… “Emilio era convinto di questo”, testimonia Della Pergola, “a differenza di tanti altri suoi colleghi, anche illustri”.
Ruvido e diretto: “Amo definirmi un architetto pentito”, diceva Battisti. “Non rinuncio alla progettazione, però mi rifiuto di svolgere quel tipo di progettazione che è dannosa per l’ambiente e per la società e che prescinde dai contenuti senza impegnarsi. Mi rendo conto che sia poco più di una battuta, definirsi architetto pentito, ma per quel che serve mi aiuta a definire chi sono”. Ha più insegnato che progettato, anche se l’edificio di via San Raffaele, in pieno centro di Milano, all’uscita della Galleria Vittorio Emanuele, con il suo angolo acuto esibito senza compromessi resta a testimoniare la sua cura razionalista per una città da ricucire, non da violentare.
Gli amici, i colleghi, il presidente della Fondazione Ordine degli architetti Jacopo Muzio, la moglie Raffaella Fagetti aggiungono le loro testimonianze sulla sua vita – l’isola di Filicudi, la casa di campagna dove dipingeva, lo studio dove progettava, l’impegno sulle sorti della città. Così prende forma un film in cui scorrono le immagini della Milano di ieri e di oggi, direttore della fotografia Enrico Maria Brocchetta, musiche di Gaetano Liguori. I grattacieli fuori contesto che negli ultimi anni spuntano in città come piovuti da Dubai o dal pianeta delle archistar; l’urbanistica senza più regole; la regia pubblica che si restringe, limitata ormai “agli interstizi” tra i grandi progetti privati, come finisce per ammettere l’ex assessore all’urbanistica Giancarlo Tancredi.
Negli ultimi anni, il suo studio di via Caldara si apre alla città e fino al 2024, anno della sua morte, diventa luogo di dibattito e di confronto, zona franca in una Milano enfatica, place to be in cui sono scomparsi gli intellettuali e il pensiero critico. Fu Battisti a sollevare per primo (con un articolo sul Fatto quotidiano nell’agosto 2022 e una segnalazione all’Ordine degli architetti) il conflitto d’interessi tra i giurati della gara per la Beic, la Biblioteca europea, e i vincitori del concorso. Nasce così una delle inchieste in cui è coinvolto l’architetto Stefano Boeri. Nelle intercettazioni delle indagini sull’urbanistica milanese, Battisti è citato da Giovanni Oggioni, l’arrestato per corruzione numero uno dell’inchiesta: “Non vogliamo rompicoglioni come lui in Commissione paesaggio”. Un riconoscimento di cui Emilio sarebbe fiero.