Il racconto dalla sua voce della prima inchiesta sulla bomba del 1969. Dal libro “Piazza Fontana. Il primo atto dell’ultima guerra italiana†(Garzanti).
Pietro Calogero lavorava nello stesso Palazzo di giustizia del giudice Giancarlo Stiz. Era appena arrivato, aveva 29 anni e nell’autunno del 1969 era fiero del suo primo incarico da magistrato: pubblico ministero a Treviso. Veniva da un paese della provincia di Messina, Pace del Mela, e a Treviso non aveva ancora neppure trovato casa, si era installato in un albergo dal nome senza fantasia, l’Hotel Treviso.
Anche per lui il primo incontro con la pista nera avviene per caso, la vigilia di Natale del 1969: essendo l’ultimo arrivato, era l’unico magistrato della procura in ufficio anche il 24 dicembre. Così quando un avvocato di Conegliano, Alberto Steccanella, si precipita al Palazzo di giustizia per parlare con il procuratore, può solo incontrare Calogero. Gli parla delle inquietudini che da un paio di settimane agitavano un suo cliente, Guido Lorenzon. Dal 12 dicembre, per la precisione, giorno in cui una bomba scoppiata a Milano, dentro il salone della Banca nazionale dell’agricoltura in piazza Fontana, aveva «rubato l’innocenza» agli italiani e aveva fatto entrare la strage politica nella loro storia collettiva. Quella strage, la prima, aveva scosso tutti. Ma il cliente dell’avvocato Steccanella in modo particolare: perché Lorenzon, professore di scuola media e segretario della sezione Dc di Maserada sul Piave, aveva ricevuto strane confidenze da un amico, suo vecchio compagno di collegio, un libraio di Treviso di nome Giovanni Ventura. Questi gli aveva parlato di armi, di bombe, di violenza, di un’organizzazione pronta a intervenire, della necessità «di fare qualcosa». Lorenzon aveva ascoltato l’amico senza dare troppo peso alle sue parole. Chiacchiere di provincia. Ma dopo la strage del 12 dicembre quelle confidenze gli erano sembrate di colpo pesantissime. Voleva parlarne con un magistrato. Ma aveva paura.
Calogero rassicura l’avvocato Steccanella: «Dica pure al suo cliente che lo posso incontrare in maniera riservata, lontano dal Palazzo di giustizia». E gli dà un primo appuntamento lontano da Treviso: davanti al cimitero di Gaiarine, un paese tra Pordenone e Conegliano, per il pomeriggio del 26 dicembre. Lì il giovane magistrato doveva assistere a un’autopsia, la prima della sua carriera. Lorenzon arriva. I due parlano a lungo, chiusi nell’auto di Calogero. Il professor Lorenzon racconta che Ventura gli aveva confidato di far parte di un’organizzazione paramilitare con nuclei consistenti a Roma e a Milano, ma con numerosi adepti anche in Veneto. L’organizzazione prevedeva l’eliminazione fisica delle autorità di governo e dell’amministrazione pubblica fino al livello dei sindaci e aveva un programma ricalcato, per quello che Lorenzon aveva potuto vedere, su quello della Repubblica di Salò.
Il secondo incontro avviene l’ultimo giorno dell’anno in un altro luogo insospettabile, un piano bar alla periferia di Treviso. Prima del brindisi di fine anno, Lorenzon racconta a Calogero la storia di un «libretto rosso» in circolazione in quei mesi. Spacciato per maoista e firmato «Fronte popolare rivoluzionario», aveva come titolo una (presunta) massima del filosofo cinese Lao Tze: «La giustizia è come il timone, dove la si gira va». Propugnava l’unione di tutte le forze rivoluzionarie per abbattere con la violenza il sistema. Ventura aveva raccontato a Lorenzon: «Questo libretto l’ho stampato io ed è stato pagato dai servizi segreti. Poi è stato diffuso dal mio gruppo». Un gruppo nero, nerissimo. Altro che maoisti.
Non solo: Ventura aveva dimostrato a Lorenzon di conoscere particolari importanti sugli attentati del 12 dicembre, come il luogo dove era stata collocata la bomba, poi non esplosa, alla Banca nazionale del lavoro di Roma. E sulla bomba esplosa in piazza Fontana a Milano aveva detto che la strage era stata «frutto di un errore». E che in ogni caso, poiché «nessuno si era mosso, né da destra né da sinistra, occorreva fare qualcos’altro».
Calogero ascolta e annota tutto. Alla fine invita il professore a formalizzare le sue dichiarazioni, a mettere la sua firma su un verbale. Ma Lorenzon ha paura. Tanto che il 9 gennaio 1970 va dal suo avvocato e si fa restituire un promemoria contenente le confidenze di Ventura che aveva scritto e consegnato a Steccanella il 15 dicembre, insieme a una copia del «libretto rosso» ricevuta dallo stesso Ventura. Poi cede: parlando con l’amico, gli confessa di aver detto tutto a un magistrato. Ventura s’allarma e gli intima di ritrattare le sue dichiarazioni. Lorenzon scrive una ritrattazione e la deposita presso un notaio.
Così, quando Calogero lo chiama per la prima volta in procura, il 15 gennaio, per stendere il primo verbale, il professore cerca di fare marcia indietro. Sostiene di aver parlato sotto lo choc della strage e di avere tratto dalle confidenze di Ventura illazioni tutte sue. Il giovane pubblico ministero lo avverte che, se è così, per quello che ha raccontato deve indiziarlo di calunnia ai danni di Ventura. «Preferisco subire un processo per calunnia che mandare un amico all’ergastolo» esclama subito Lorenzon. Ma poi abbandona l’idea della ritrattazione e conferma punto per punto i racconti fatti al magistrato negli incontri al cimitero e al piano bar: le cose riferite gli erano state davvero dette da Ventura, se poi fossero vere o no, questo non poteva dirlo. «Non si preoccupi» gli risponde il magistrato «questo spetta a me accertarlo.»
La mossa di Calogero produce anche un altro effetto, insperato: Lorenzon, per provare la sua buona fede, accetta di collaborare con il magistrato, permettendo la registrazione di suoi futuri colloqui con Ventura. Per due volte la polizia gli mette un registratore addosso. Ventura parla, parla. Racconta degli attentati sui treni fatti nella notte tra l’8 e il 9 agosto 1969, una decina in tutto, simultanei, in diverse zone del Paese: prova che era all’opera un’organizzazione temibile e ben strutturata. Ma per due volte i nastri della polizia restano inspiegabilmente vuoti. Calogero non vuole pensar male. Sa che la tecnica a volte fa cilecca.
A ogni buon conto, il suo procuratore capo, Cesare Palminteri, prende sottobraccio il giovane sostituto e lo accompagna a Venezia dal procuratore generale, il carismatico Luigi Bianchi d’Espinosa, che negli anni precedenti era stato presidente del Tribunale di Milano. Palminteri è un uomo vecchio stile ma che sa come va il mondo, e come va l’Italia: era stato pubblico ministero nel caso Montesi, processo trasferito a Venezia per legittimo sospetto: il primo scandalo politico della storia repubblicana, con una giovane donna, Wilma Montesi, trovata morta sulla spiaggia di Tor Vaianica, festini anni Cinquanta con sesso e droga, e soprattutto odore di spioni e servizi segreti che si erano messi in mezzo per risolvere a modo loro una guerra interna alla Dc. Il caso aveva infatti stroncato la carriera politica del ministro Attilio Piccioni, padre del musicista Piero Piccioni, accusato di essere il responsabile della morte di Wilma durante un’orgia a Capocotta con politici, ufficiali e potenti senza nome.
Palminteri, dunque, porta Calogero da Bianchi d’Espinosa. Dopo le presentazioni e i convenevoli, Calogero spiega la situazione, racconta dei registratori che non avevano funzionato e conclude: «Questo è un caso in cui il magistrato deve fare anche il poliziotto. Sono disposto a tentare io la registrazione del prossimo colloquio tra Lorenzon e Ventura. Naturalmente, se dovesse succedere qualcosa, se dovesse scapparci una sparatoria, sono pronto a dimettermi dalla magistratura». A quel punto Bianchi d’Espinosa si alza in piedi, si mette di fronte al giovane magistrato e gli dice: «Tu non ti devi preoccupare. Stai tranquillo che qualunque cosa succeda il responsabile sono io, non tu». Poi torna alla scrivania, alza il telefono e chiama i funzionari di cui si fidava alla Questura di Milano: «Mandatemi subito il più moderno dei vostri apparecchi di registrazione». Erano anni in cui le intercettazioni non erano di moda, la tecnologia era arretrata, le microspie non esistevano ancora e soprattutto le inchieste erano fatte dalla polizia giudiziaria. Bisognerà aspettare la riforma del 1989 perché il pubblico ministero diventi il conduttore diretto delle indagini.
Il terzo tentativo di registrare le confidenze di Ventura avviene la sera del 20 gennaio 1970. Alle 18 Lorenzon avvisa Calogero: «Ventura mi ha dato un appuntamento per le 21, ma non a Treviso. A Mestre, perché viene anche un avvocato di Padova». La macchina organizzativa si mette in moto immediatamente. Lorenzon ha un bottone della camicia che in realtà è un microfono: si vede benissimo che è diverso dagli altri, ma per fortuna c’è la cravatta che lo nasconde. Calogero si calca sugli occhi una coppola siciliana e sale sulla più invisibile delle auto di quegli anni, una Nsu Prinz. Accanto, ha il registratore nuovo, modernissimo, arrivato da Milano.
In un clima da film, alle 21 è già parcheggiato davanti alla stazione ferroviaria di Mestre. Arriva Lorenzon, così spaventato che la voce gli si strozza in gola. Arriva Ventura. Arriva l’avvocato di Padova: è un certo Franco Freda, che Ventura tratta con deferenza, con timore reverenziale. È un capo. I tre salgono al quarto piano dell’Hotel Plaza, di fronte alla stazione, e cominciano a parlare. Parlano per due ore. Freda vuole sentire da Lorenzon che cosa ha spifferato al magistrato e pretende che ora risolva la situazione ritrattando tutto. Calogero, imbacuccato nella sua Nsu Prinz, ascolta e registra. Questa volta tutto funziona. Il cuore accelera quando, a metà serata, Ventura scende a fare un giro di controllo attorno all’hotel.
Nelle due ore di colloquio, Freda conferma molte delle cose che Lorenzon aveva riferito: gli attentati sui treni, fatti passare per azioni degli anarchici, erano invece farina del loro sacco; come il «libretto rosso», che – dice Freda – era stato finanziato dalla Cia e lui stesso ne era stato «lo scribacchino». Poi il discorso torna su come disinnescare l’indagine: «Ma quanti anni ha, questo Calogero?» chiede Freda. Lorenzon gli risponde: «Credo una trentina». «Ma com’è possibile» replica Freda «che ci sia un giovane magistrato che possa fare di testa sua, quando in Italia anche i ministri devono sottostare agli ordini altrui?» Una domanda ricorrente, nella storia italiana.
Seguono lunghi giorni in cui il giudice ragazzino verbalizza le dichiarazioni di Lorenzon. Il verbale viene chiuso il 23 gennaio. Quel giorno il professore consegna a Calogero anche la minuta della ritrattazione che aveva concordato con Ventura e depositato da un notaio. Qualche giorno prima l’avvocato Steccanella aveva portato al magistrato la fotocopia del promemoria che aveva restituito a Lorenzon e la copia del «libretto rosso».
Il procuratore Palminteri fa con Calogero il punto della situazione: «Dalle indagini affiora una pista nera, diversa e alternativa alla pista rossa e anarchica su cui stanno indagando i giudici di Roma. Non possiamo tenere a Treviso una vicenda che, sviluppata e approfondita, potrebbe imprimere un indirizzo ben diverso alle indagini romane sulla strage e sugli attentati del 12 dicembre». Così il 14 febbraio 1970 la Procura di Treviso consegna gli atti a Roma.
Un paio di mesi dopo, Roma decide di trattenere gli atti sugli attentati del 12 dicembre a Milano e a Roma, e di rimandare a Treviso quelli sul gruppo veneto di Freda e Ventura. Calogero ritorna in pista. Deve subire le pressioni fortissime di Ventura, che chiede l’archiviazione dell’indagine. Un’indagine che ormai, svelato il ruolo di collaboratore di Lorenzon, non fa più grossi passi avanti.
Palminteri e Calogero concordano allora di tranquillizzare il loro indagato richiedendo l’archiviazione del fascicolo nato dalle dichiarazioni del professore sugli attentati del 1969, lasciando però aperta l’indagine nata da una perquisizione a casa di Ventura in cui erano state trovate armi e munizioni: uno spiraglio, insomma, per continuare a cercare la verità sull’intera trama terroristica raccontata da Lorenzon, senza insospettire troppo Ventura.
A questo punto entra in scena il giudice istruttore alto e dritto, Giancarlo Stiz. È lui il magistrato chiamato a decidere, alla metà di gennaio del 1971, sulla doppia richiesta della Procura di Treviso: archiviazione e contestuale prosecuzione delle indagini per le armi di Ventura.
«Prima di dover aprire per lavoro quelle benedette carte, io sulla strage di Milano non mi ero fatto alcuna idea. Avevo seguito le notizie sui giornali e in tv, certamente, ma non ero stato particolarmente colpito dall’avvenimento» racconta Stiz che, per la prima volta nel 1993, dopo un silenzio durato due decenni, accetta di estrarre dalla memoria le parole per ricordare quell’inchiesta, tornando subito a tacere per altri quindici anni. «Allora il terrorismo, nero o rosso, non sapevamo ancora che cosa fosse. La strage di piazza Fontana era il primo fatto grave dell’eversione. C’erano stati i movimenti del ’68. Ma io non mi occupavo di quelle cose. Io facevo il mio lavoro. Non mi sono mai interessato di politica.»
Il giudice istruttore legge attentamente le carte che gli erano arrivate con la richiesta d’archiviazione. «Era una materia interessante, scottante. Per questo l’ho soppesato, quel fascicolo, letto e riletto. Bastava un timbro e la vicenda sarebbe stata chiusa per sempre.»
Il timbro dell’archiviazione resta sospeso a mezz’aria. Stiz decide di sentire personalmente i due protagonisti. Convoca Ventura. Richiama in tribunale Lorenzon. «Li ho interrogati a lungo, separatamente, in due giorni diversi, e mi sono subito convinto che Lorenzon diceva il vero e Ventura il falso. Perciò ho respinto la richiesta di archiviazione e ho disposto, come si faceva allora con il vecchio codice, l’istruttoria formale.» Non sa della strategia di Palminteri e Calogero, che speravano comunque di tenere aperta la possibilità di acquisire nuovi elementi sulle responsabilità individuali per gli attentati del 1969 grazie alla collaborazione di Lorenzon e dopo aver tranquillizzato Ventura. Stiz parte all’attacco. Batte la pista nera.
Prosegue così, in un tranquillo e appartato tribunale di provincia, l’inchiesta che cambierà la storia d’Italia. Stiz, nel 1971, è un magistrato tenace e scrupoloso di 43 anni. Comincia immediatamente a seguire indizi, a raccogliere prove, a sentire testimoni. A Roma, nel frattempo, i magistrati stanno conducendo l’istruttoria contro Pietro Valpreda, ballerino, anarchico, imputato «ufficiale» della strage, una strage rossa. Avevano interrogato anche Ventura, ma il giudice romano Ernesto Cudillo non aveva mostrato alcun interesse per la pista nera che gli era arrivata dal Veneto.
Stiz invece si mette d’impegno a verificare le rivelazioni di Lorenzon. Rinvigorisce l’indagine. La sua attenzione si concentra, più che sulla strage avvenuta a Milano, che non è di sua competenza territoriale, sui reati commessi in Veneto: bombe sui treni, attentati all’Università di Padova. Indagati: i neofascisti appartenenti al gruppo veneto del libraio di Treviso Giovanni Ventura e del procuratore legale di Padova Franco Freda.
A questo punto Stiz parla con Calogero e Palminteri. Spiega che vuole provare una strategia d’attacco. Raggiunta l’intesa, procura e giudice istruttore decidono nuove perquisizioni per Freda e Ventura, e quindi, il 9 aprile 1971, concordano di spiccare un mandato di cattura per associazione sovversiva che fa rinchiudere in carcere i due indagati e un loro complice, Aldo Trinco. Nuovi mandati di cattura, due mesi dopo, vengono infine emessi per gli attentati veneti e per ricostituzione del partito fascista.
Il 29 giugno Pietro Calogero si sposa e parte per il viaggio di nozze. È la sua prima vacanza da quando è stato risucchiato in questa storia. Ma dopo solo una decina di giorni torna precipitosamente a Treviso: Stiz è convinto che il centro dell’associazione non sia a Treviso, bensì a Padova, dove Freda vive e dove organizza le sue attività ; per questo dichiara la sua incompetenza e invia gli atti alla magistratura padovana, dopo aver concesso la libertà provvisoria agli arrestati. Calogero si oppone alla libertà provvisoria e alla dichiarazione d’incompetenza, ma a decidere, il 12 luglio, è il giudice. Il 30 agosto 1971 l’indagine arriva sui tavoli del pubblico ministero padovano Luigi Nunziante e del giudice istruttore Euro Cera.
A Padova il fascicolo resta per qualche tempo a dormicchiare sugli scaffali del tribunale. Finché avviene un fatto che, in modo del tutto casuale, rimette in moto le indagini permettendo di acquisire il primo fondamentale riscontro alle dichiarazioni di Lorenzon: durante i lavori di ristrutturazione di una casa a Castelfranco Veneto, nel novembre 1971, alcuni operai trovano uno stock di armi da guerra in perfetto stato di conservazione (cinque mitra, otto pistole, quattro silenziatori, tremila cartucce per mitra e pistole), insieme a un drappo nero con fascio littorio. Il proprietario della casa, convocato dai carabinieri che gli chiedono da dove venga l’arsenale, fa il nome di Franco Comacchio e questi, interrogato a sua volta, dichiara che nei giorni immediatamente successivi al 12 dicembre era stato avvicinato da Giovanni Ventura che gli aveva chiesto di aiutarlo a nascondere armi e munizioni.
Castelfranco Veneto è in provincia di Treviso: così i giudici di Padova rispediscono ai colleghi trevisani tutto ciò che si riferisce al gruppo di Freda e Ventura, spiccando nei confronti di questi un mandato provvisorio di arresto.
Era proprio scritto che quell’indagine dovesse ritornare sulla scrivania di Stiz. Lo inseguiva come un destino. «Ricomincio da capo. E chiedo informazioni anche a Roma. Mi rivolgo» racconta Stiz «all’ufficio Affari riservati del ministero dell’Interno, che aveva steso rapporti sul terrorismo di destra e sugli attentati ai treni. Ma capisco subito che qualche cosa non funziona: ciò che chiedo non arriva mai; invece che collaborazione trovo, nel migliore dei casi, freddezza. Mi convinco allora che le cose sono, come dire, molto delicate. Divento più guardingo: per le mie indagini, per esempio, comincio a servirmi soltanto di un maresciallo dei carabinieri di cui mi fido pienamente, Alvise Munari, il comandante della squadra di Polizia giudiziaria dei carabinieri presso la Procura di Treviso.»
Tutte le attività investigative passano attraverso Munari, che a sua volta si serve solamente di due o tre carabinieri di sua fiducia. Non senza pressioni dai suoi superiori e soprattutto non senza problemi per lo svolgimento delle indagini a lui affidate. Una volta Stiz e Calogero lo mandano a Roma a compiere una perquisizione domiciliare. Munari guarda i magistrati e chiede: «Io vado, ma per favore mettetemi il mandato in busta sigillata, con il vostro ordine di aprirla solo davanti all’interessato». Così i suoi superiori devono fare buon viso a cattivo gioco e non possono impedirgli di lavorare per giudici, secondo loro, alla ricerca di un’inesistente pista nera.
Dalle indagini arrivano i primi risultati concreti. L’acquisto dei timer, la fabbricazione degli involucri esplosivi, le borse in cui sono poi state messe le bombe: tutto sembra collegare gli attentati veneti – ma anche quelli milanesi – al gruppo di Freda e Ventura.
Stiz e Calogero vanno a spulciare centinaia di pagine di atti giudiziari già dimenticati in archivio. In un fascicolo aperto a Padova e subito archiviato, trovano alcune intercettazioni telefoniche importantissime per le indagini. Una delle conversazioni registrate nel settembre 1969 è addirittura l’ordine telefonico di Freda per l’acquisto dalla ditta Elettrocontrolli di Bologna di 50 timer da 60 minuti in deviazione: sono verosimilmente quelli usati per gli attentati del 12 dicembre. Eppure la Questura di Padova le aveva dichiarate intercettazioni senza alcun interesse. Il commissario che le aveva esaminate, Saverio Molino, dirigente dell’ufficio politico della questura, era un amico di Freda.
Da alcuni interrogatori spunta anche il nome di Ruggero Pan, studente padovano vicino al gruppo di Freda. A Pan, Freda confida di aver organizzato ed eseguito personalmente un attentato che aveva preceduto la strage di piazza Fontana, quello alla Fiera di Milano, il 25 aprile 1969. «Ma a Milano, intanto,» commenta Stiz «per lo stesso attentato era stato condannato un gruppo di anarchici. Per me è stato traumatico leggere quegli atti e vedere come degli innocenti fossero stati intrappolati in maniera indecente. Ho cominciato allora a convincermi che c’erano interessi superiori, sopra il diritto e sopra la verità . Ho capito che volevano colpire delle persone senza colpa per coprire i veri responsabili.»
L’indagine prosegue in silenzio e in assoluta solitudine, condotta da Stiz e Calogero, nei loro uffici, e da Munari, che si muove alla ricerca dei riscontri necessari. È il maresciallo, per esempio, che prende il treno e va a Bologna a verificare la pista dei timer. Raccolti elementi sufficienti, Stiz firma, su richiesta del collega Calogero, l’ennesimo mandato di cattura per Freda e Ventura.
«Confesso che vivevo dentro una grande tensione, in un clima di sospetto» ammette Stiz. «Erano pochi quelli di cui sapevo di potermi fidare. Avevo paura che venissero a portarmi via le carte. Le ho quindi rinchiuse in una cassaforte, che di notte era vigilata da un carabiniere di Munari che dormiva nel mio ufficio. A un certo punto vengo a sapere che uomini dei servizi segreti a Treviso stanno cercando di mettersi in contatto con Ventura in carcere. L’ho fatto trasferire in fretta e furia nella piccola prigione di Bassano, dove erano rinchiusi solo dieci detenuti: lì Ventura era guardato a vista giorno e notte.»
Il clima, già teso, si arroventa quando Stiz e Calogero, il 4 marzo 1972, firmano un mandato di cattura per Pino Rauti, membro della direzione del Movimento sociale italiano. È accusato di aver partecipato a una riunione segreta, avvenuta a Padova nella notte tra il 18 e il 19 aprile 1969, nel corso della quale sarebbe stata messa a punto la strategia terroristica dei mesi successivi.
È un bidello di Padova, Marco Pozzan, che lo coinvolge nella vicenda. Rauti, leader dell’ala dura del Msi, era rientrato nel partito solo alla fine del 1969, dopo aver guidato l’attività del movimento Ordine nuovo da lui fondato nel 1956. Freda e Ventura fanno parte proprio di Ordine nuovo. E Ordine nuovo è il gruppo da cui, secondo gli indizi raccolti, sono stati realizzati gli attentati.
Stiz e Calogero, scoperta l’attività eversiva e gli organigrammi dei gruppi ordinovisti veneti, si convincono che Rauti (benché fosse uscito da Ordine nuovo giusto un mese prima della strage di piazza Fontana) avesse avuto un ruolo attivo nella preparazione della strategia terroristica dell’organizzazione, che comprendeva anche gli attentati compiuti in Veneto e a Milano nel 1969, nonché quelli del 12 dicembre a Milano e a Roma.
«Appena Rauti è stato messo ai ferri, è scoppiato un pandemonio» ricorda Stiz. Il clima, nel Paese, è pesante. Le piazze, attraversate da manifestazioni di operai e di studenti, sono piene di tensione. Oltretutto mancano solo due mesi alle elezioni politiche del maggio 1972, quelle a cui i partiti arrivano dopo una campagna elettorale durissima, che la Dc combatte sotto il segno della lotta contro gli «opposti estremismi».
Rauti è un personaggio centrale per la destra italiana, sempre a cavallo tra ufficialità e clandestinità . Dopo la guerra, si iscrive al Msi e al gruppo di Giorgio Almirante, il Far (Fasci d’azione rivoluzionaria), insieme a Clemente Graziani e Julius Evola. Nel 1950 insieme a Evola è arrestato per ricostituzione del partito fascista e per aver organizzato una serie di attentati firmati Far e Legione nera. Dopo 13 mesi di galera, è assolto. Nel 1956 esce dal Movimento sociale, ormai conquistato dal moderato Arturo Michelini, fautore dell’alleanza con la Dc, e dà vita autonoma al Centro studi Ordine nuovo. Rientra nel partito quando l’amico Almirante, nel 1969, riconquista la segreteria. Era venuto il momento, spiega ai suoi camerati, di «aprire l’ombrello», facendo così capire che si stava avvicinando una tempesta. Ordine nuovo proseguirà la sua storia, rifondato sotto la sigla Mpon (Movimento politico Ordine nuovo) da Clemente Graziani ed Elio Massagrande.
Rauti, dentro o fuori il Msi, mantiene sempre buoni rapporti con gli ambienti militari. Nel 1965 partecipa come relatore, insieme a Guido Giannettini, Eggardo Beltrametti, Giano Accame, Giorgio Pisanò, Stefano Delle Chiaie e altri, al convegno romano organizzato all’Hotel Parco dei principi dall’istituto Pollio, un centro studi legato allo stato maggiore dell’esercito; il convegno è la sede in cui, dopo l’esperienza del piano Solo (che, con il suo «rumor di sciabole», nel 1964 aveva bloccato i programmi più riformisti del primo governo italiano di centro-sinistra), si pongono le basi per la nuova strategia anticomunista, fondata sulla «guerra non ortodossa», che sarà combattuta nei 15 anni successivi. Nel 1966 Rauti insieme a Giannettini prepara il volume Le mani rosse sulle forze armate, commissionato dal generale Giuseppe Aloja, capo di stato maggiore dell’esercito. Nel 1968 parte per la Grecia dei colonnelli, coinvolto in un viaggio di studio sulle tecniche d’infiltrazione, insieme a una cinquantina di personaggi fra cui Delle Chiaie, Mario Merlino, Giulio Maceratini, Franco Rocchetta, l’agente del Sid (Servizio informazioni difesa) Stefano Serpieri…
La reazione della destra all’arresto di Rauti è immediata. Il senatore missino Gastone Nencioni, subito nominato avvocato difensore, piomba su Treviso per sostenere che le accuse dei giudici sono destituite di fondamento, senza una prova. Uno stuolo di legali si mette al lavoro. Denuncia la presunta strumentalizzazione politica alla vigilia delle elezioni («giustizia a orologeria», si dirà qualche decennio dopo), ma soprattutto denuncia Stiz davanti alla Procura generale e al presidente della Repubblica Giovanni Leone. I giudici di Treviso diventano, sulla stampa che sostiene la destra, talpe dei comunisti dentro la magistratura. La formula «toghe rosse» non era ancora stata inventata, ma nasce qui il malcostume italiano di attaccare ferocemente i magistrati imputando loro un pregiudizio politico.
E Stiz, come reagisce? Spaesato, lui con la sua educazione di stile militare, digiuno di politica, si trova senza averlo voluto al centro di feroci scontri politici. Risponde con il silenzio. Continuando a lavorare. E accelerando i tempi dell’indagine: «Quel marzo 1972 per me è stato un mese di fuoco. Avevo intuito la manovra che era iniziata contro di me: le denunce erano funzionali alla ricusazione che sarebbe arrivata; inventavano delle accuse per creare un procedimento a mio carico e quindi poter dirottare l’istruttoria in acque a loro più favorevoli».
I rapporti tra Stiz e i servizi di sicurezza diventano pessimi. Dopo l’arresto di Rauti, il giudice istruttore, che continua a sperare di avere lo Stato, tutto lo Stato, dalla parte della legge e quindi dalla sua parte, prende contatti diretti con il Sid per ottenere il materiale informativo sul suo indagato. Organizzatore del «viaggio di studio» dei giovani fascisti italiani nella Grecia dei colonnelli, personaggio sempre presente sui palchi delle manifestazioni militari, fianco a fianco ai generali della Repubblica italiana, possibile che Rauti fosse sconosciuto alle barbe finte, ai segugi raccogli dossier dei servizi?
Eppure le richieste di Stiz restano senza risposta. Nel marzo 1972 si presentano a casa del giudice due colonnelli dei servizi, il comandante del centro di Padova e un suo collega arrivato da Roma. Gli spiegano che su Rauti il Sid non ha alcuna notizia. Anzi: invece di dare informazioni, i due colonnelli hanno loro l’atteggiamento di chi indaga. Continuano a fare domande. Cercano di capire quali elementi Stiz abbia in mano.
Si incrina, giorno dopo giorno, la tenace fiducia che Stiz riponeva nello Stato. Diventa guardingo, impara suo malgrado a distinguere, a fare attenzione ai nemici inaspettati e insospettabili. «Lo Stato ero io, comunque, in quel momento. Io rappresentavo lo Stato alla ricerca della verità .»
Una verità difficile, in cui nulla è come sembra, in cui le verità proclamate si rifrangono in un gioco di specchi. Stiz ricorda bene che Ventura, dopo aver tentato di passare per uomo di sinistra (aveva preso come soci in una iniziativa editoriale addirittura alcuni esponenti dei movimenti marxisti-leninisti), si è sempre vantato di essere un informatore dei servizi segreti e ha sempre sostenuto come sua linea difensiva di aver agito per conto dei servizi.
Poi, vent’anni dopo quell’indagine, quando nel 1990 fu scoperta l’organizzazione segreta Gladio, Stiz ha ripensato a una delle testimonianze da lui raccolte: quella in cui Lorenzon raccontava che Ventura gli aveva confidato l’esistenza di una rete di piccoli gruppi in tutta Italia che lavoravano in modo strettamente compartimentato, separato l’uno dagli altri, ciascuno con un capo che non conosceva neppure i suoi pari grado, ma rispondeva solamente a un superiore. Era una delle reti segrete operanti in Italia, Gladio o più probabilmente i Nuclei di difesa dello Stato. Ventura stesso aveva raccontato a Lorenzon di aver inviato, nel 1966, duemila volantini firmati proprio «Nuclei di difesa dello Stato» a ufficiali dell’esercito per incitarli alla sovversione.
A Felice Casson, il giudice di Venezia che stava indagando sull’eversione di destra in Veneto (e che poi scoprirà la struttura Stay Behind), Stiz molti anni dopo ha consigliato di andare a rivedere l’agenda telefonica sequestrata a Freda, ricca di nomi e numeri telefonici della zona di Udine e di Trieste. È stata utile, a Casson, quell’agenda: conteneva, fra gli altri, il nome di Vincenzo Vinciguerra, aderente al gruppo di Ordine nuovo di Udine, che poi ha confessato le proprie responsabilità nella strage di Peteano.
Ma mentre l’inchiesta di Stiz è in corso, il giudice deve pensare soprattutto a parare i colpi bassi. A partire dal marzo 1972 i suoi avversari cercano qualche smagliatura nell’indagine. E trovano un paio d’episodi su cui s’impuntano. Protagonista di entrambi è Marco Balzarini, giovane assistente universitario del professor Alberto Burdese, titolare a Padova della cattedra di diritto romano. Durante un interrogatorio, Stiz chiede conto a Balzarini, inutilmente, di un misterioso appuntamento da lui avuto con un personaggio legato ai servizi di sicurezza. A quell’interrogatorio è presente anche Burdese, arrivato in tribunale insieme al suo assistente. Un atto di gentilezza, l’aver permesso al professore (che è pure avvocato) di restare durante l’interrogatorio, gli è subito contestato come violazione del segreto istruttorio.
Assai più penosa, per Stiz, la seconda vicenda. Balzarini alla fine dell’interrogatorio mostra di essere psicologicamente provato. Chiede uno stop, una pausa per calmarsi e rinfrescare la memoria. S’impegna a tornare dal giudice dopo tre giorni. Stiz accetta e lo riconvoca per il lunedì successivo. Ma Balzarini fugge all’estero e scompare. Stiz ne ordina allora la cattura. E quando viene a sapere che è rientrato in patria dopo essersi nascosto per qualche tempo in Francia, ordina al maresciallo Munari di ricercarlo dappertutto, compresa l’abitazione del suocero. Ma il suocero di Balzarini è un magistrato, il sostituto procuratore della Repubblica a Vicenza Nicola Biondo. Così, quando Munari si presenta a casa del dottor Biondo (che aveva anche un figlio indagato per gli attentati ai treni che avevano preceduto la strage), scatta la seconda denuncia: contro Stiz, contro Calogero e contro Munari.
Niente pesa a Stiz più del fatto di sentirsi, lui magistrato, sotto accusa. Ma come – pensa – io lavoro per lo Stato e lo Stato mi attacca ingiustamente? La sede scelta dalla Cassazione per esaminare queste vicende è Bologna, dove il procuratore della Repubblica in persona interroga per un giorno intero i tre indagati. Poi però decide di richiedere l’archiviazione, che viene suggellata con un’ordinanza firmata dal giudice istruttore Angelo Vella. «Mi hanno detto che è un’ordinanza bellissima, che coglie bene il clima di quei mesi. Ma io non l’ho voluta neppure leggere» dice Stiz. «Comunque hanno archiviato il caso e poi finalmente mi hanno lasciato in pace.»
Non lo hanno lasciato in pace, invece, le lettere di minaccia, le telefonate anonime. «Tutto è cominciato con l’arresto di Rauti. I giornali hanno cominciato a scriverne e da allora il mio ufficio è stato sommerso da lettere di ogni tipo e al telefono sono iniziate ad arrivare le minacce di morte. Le telefonate sono la cosa più terribile, perché coinvolgono la famiglia. Io vivevo ugualmente, non mi lasciavo impressionare. Ma mia moglie, evidentemente, non è riuscita a non farsi travolgere. Non ha mai più saputo superare quei momenti di paura.»
Il telefono del giudice Stiz viene messo sotto controllo, per cercare di individuare da dove arrivano le chiamate di minaccia. Di una, il cui tono lo aveva colpito in modo particolare, Stiz chiede con insistenza la provenienza. Dopo un giorno le autorità di polizia gli rispondono che non erano in grado di identificare l’autore, perché la chiamata proveniva dal centralino della Camera dei deputati. Quelle lettere, quelle telefonate, sono state un incubo durato anni. «Mi arrivavano anche delle vere e proprie sentenze di condanna a morte, soprattutto da Napoli e dal Sud. A un certo punto ho chiesto all’amministrazione postale di non recapitarmele più e di consegnarle direttamente al pretore di Treviso, il dottor Francesco La Valle. Il povero La Valle è andato avanti per anni a emettere sentenze contro ignoti per minacce e ingiurie.»
A Stiz viene assegnata una scorta. Per un periodo lunghissimo vivrà blindato: «Mi hanno tolto anni e anni di vita». Ogni tanto, per tutto il decennio successivo, gli arriva l’eco di un attentato che i gruppi neofascisti avrebbero preparato contro di lui. Gliene parla, molto dopo la conclusione dell’inchiesta di Treviso, anche Giovanni Tamburino, nei primi anni Ottanta giudice di sorveglianza presso il carcere di Padova. Tamburino aveva raccolto la testimonianza di un detenuto, Presilio Vettore: nel luglio 1980, alla vigilia della strage di Bologna, emerge l’esistenza di un piano che comprende un «grande botto» e un attentato contro un giudice colpevole di avere indagato sulla destra. Il «grande botto» sarà fatto dalla bomba alla stazione, poche settimane dopo. L’attentato, per fortuna non realizzato, doveva essere contro Stiz: gli esecutori, dopo essersi sostituiti alla sua scorta, avevano pianificato di arrivare a prelevarlo sotto casa, in divisa da carabinieri.
Alcuni anni dopo, Stiz si trova davanti, faccia a faccia, quello che avrebbe dovuto essere il suo carnefice: Giusva Fioravanti, il giovane capo dei Nuclei armati rivoluzionari. Stiz, con la toga, è seduto sui banchi del collegio giudicante, in un’aula del Tribunale di Treviso. Fioravanti, con il suo gruppo, è nella gabbia degli imputati, accusato, questa volta, del sequestro di un gioielliere trevigiano. L’avvocato difensore del neofascista prende la parola: «Lo sa il giudice Stiz che è stato l’obiettivo di un attentato progettato dal mio patrocinato?». «Lo so, avvocato, lo so» risponde Stiz. E subito accetta la richiesta che gli viene rivolta di astenersi dal giudizio. Ma così quell’attentato ideato e mai eseguito ha avuto almeno un’indiretta ma precisa e certa rivendicazione di paternità .
Non tutto ciò che arriva a Stiz, però, è ostile. Molte missive sono di incoraggiamento, di plauso, di sostegno. Il giudice conserva ancora oggi, nella sua casa di campagna, una cassa grandissima piena di lettere e di telegrammi. «La maggior parte proveniva da operai, da consigli di fabbrica, da gente di sinistra, con la quale io non avevo mai avuto niente a che spartire. Ma in quei momenti ho sentito che quello era il popolo, quel popolo italiano in nome del quale i giudici pronunciano le loro sentenze.»
Molte lettere sono di denuncia. Comunicano notizie a volte interessanti per l’inchiesta, più spesso chiedono al giudice di indagare su altri fatti eversivi. «Si rivolgevano tutti a me. Sembrava che dovessi scoprire tutto io, e in tutta Italia.» Stiz in quegli anni diventa, al di là della sua volontà , un punto di riferimento per i cittadini che vedono scendere le ombre della notte della democrazia.
Ma in quel marzo di fuoco, fra tante polemiche e tante tensioni, Stiz e Calogero si convincono di aver raccolto elementi d’indagine sufficienti non solo sugli attentati veneti, ma anche sulla strage di piazza Fontana a Milano. Poiché il reato più grave attira tutti gli altri, decidono dunque di passare la mano ai magistrati milanesi. E lo fanno di corsa. Stavano già cominciando a piovere le denunce contro Stiz e Calogero. Erano già iniziate le manovre per strappare il processo a Treviso e dirottarlo a Roma. Questione di giorni, viene a sapere Palminteri. Allora Stiz e Calogero giocano d’anticipo: mandano tutto a Milano. Lavorando furiosamente, in un paio di giorni Calogero prepara la requisitoria, Stiz la sentenza istruttoria. E martedì 21 marzo 1972, primo giorno di primavera, partono per Milano due casse di cartone verdino, contenenti i 27 fascicoli del procedimento e i corpi del reato: mitra, fucili, timer. Arriveranno sul tavolo del giudice Gerardo D’Ambrosio.
Già da tempo si erano attivati i contatti tra il Palazzo di giustizia di Treviso e quello di Milano. «Più volte i magistrati milanesi che sapevano di dover ereditare l’inchiesta – D’Ambrosio, Emilio Alessandrini e Luigi Fiasconaro – erano venuti a casa mia a Treviso per parlare dell’indagine» ricorda Calogero. «Poi, quando è passata a Milano, siamo stati noi di Treviso ad andare a Milano per scambiare informazioni. Qualche volta ci siamo trovati a metà strada: l’appuntamento era a Sirmione, nella Villa di Catullo. Lì, seduti su una panchina nel verde, discutevamo di come far procedere l’indagine.»
La Cassazione strapperà  il processo anche a Milano, per mandarlo, per legittimo sospetto, nel posto più lontano possibile, a Catanzaro. «Allora delle vicende di piazza Fontana non mi sono più interessato, se non attraverso la lettura dei giornali» dice Stiz. «Ma l’inizio della fine è stato mettere insieme le due piste, quella nera e quella rossa, in un processo unico, celebrato in capo al mondo, a Catanzaro, dove non si è voluto decidere se i responsabili fossero gli uni o gli altri.»
A dispetto delle previsioni, i magistrati di Catanzaro sono stati tutt’altro che insabbiatori. Preziosissimo il lavoro del pubblico ministero Mariano Lombardi, che ha sviluppato e arricchito le indagini sui neri. Taglienti le conclusioni del giudice istruttore Gianfranco Migliaccio, che nella sua sentenza istruttoria di rinvio a giudizio del luglio 1976 scrive: «Le forze eversive responsabili degli attentati» erano «rappresentate nel 1969 in seno al Sid». Ulteriori elementi sulle organizzazioni eversive di destra e i loro rapporti con gli apparati sono stati poi raccolti dal giudice istruttore Emilio Ledonne, che nel luglio 1986 scrive una ricca ordinanza-sentenza a carico di Stefano Delle Chiaie, Massimiliano Fachini, Carlo Digilio e Mario Merlino.
Ottima anche la conduzione del dibattimento da parte del presidente Pietro Scuteri e la sentenza di primo grado, scritta dal giudice a latere Vittorio Antonini. «Ho ammirato molto il presidente della Corte d’assise di Catanzaro» dice Stiz. «Ricordo bene, per esempio, l’interrogatorio trasmesso alla televisione di Mariano Rumor, più volte presidente del Consiglio e ministro dell’Interno: quel giorno, nelle risposte e nei silenzi dell’esponente democristiano, lo Stato è affondato in diretta. Ma poi il processo è andato come è andato. Per quanto riguarda l’istruttoria realizzata dal mio ufficio di Treviso, e cioè la parte che riguarda gli attentati ai treni, la bomba alla Fiera di Milano, l’associazione sovversiva, l’apologia del fascismo, la condanna al gruppo veneto c’è stata, in primo grado, in appello e in Cassazione. Freda ha avuto una condanna a 14 anni di carcere. Definitive anche le condanne per gli uomini del Sid che hanno depistato le indagini, il generale Gian Adelio Maletti e il capitano Antonio Labruna.»
Diversa è stata, dentro lo stesso processo dal percorso così tortuoso, la sorte delle imputazioni per la strage di piazza Fontana. In primo grado, ergastolo per Freda, Ventura e per il collaboratore del Sid Guido Giannettini, che riceveva lo stipendio dai servizi anche mentre era latitante all’estero e ricercato. In appello, rovesciando il verdetto di colpevolezza, per la strage e gli attentati del 12 dicembre scatta l’assoluzione per insufficienza di prove. Poi la Cassazione annulla le assoluzioni relative alla strage e agli attentati del 12 dicembre, riaprendo il processo a Bari.
«Uno spettacolo avvilente» dice Stiz con la sua faccia triste. «A Bari la Corte d’assise d’appello ha condotto il processo in maniera discutibile. E c’erano prove nuove, c’erano alcuni “pentiti†che avevano collaborato. Eppure si è ripetuta l’insufficienza di prove, malgrado la maggiore consistenza probatoria degli elementi presentati. Il procuratore generale della Repubblica di Bari, Salvatore Toscani, ha subito chiesto l’annullamento di quella sentenza, con una richiesta alla Cassazione lucidissima, che sarebbe da pubblicare. Ma la prima sezione della suprema corte in quattro ore di camera di consiglio ha deciso che era ora di metterci una pietra sopra.»
Sconfitto, Stiz? Amareggiato di certo. E umiliato. Ma sconfitto no. «Anzi. Io mi sento professionalmente soddisfatto. Intanto perché la mia indagine iniziale, quella per gli attentati veneti, ha ottenuto una condanna definitiva. E poi perché c’è una vittoria più generale: lo Stato allora stava andando nella direzione sbagliata, attribuendo la responsabilità della strage agli anarchici e colpendo la sinistra democratica. La nostra indagine ha avuto il merito di far emergere la verità e di riequilibrare le cose.»
Delusione? «Solo questa: io sono convinto, anche alla luce di prove emerse successivamente, che i colpevoli della strage di piazza Fontana vadano cercati negli stessi ambienti della destra eversiva che sono stati indagati per anni. Treviso, Milano, Roma, Catanzaro, Bari: indagini e processi, negli anni, hanno accumulato su piazza Fontana vagoni di carte. Il processo è diventato un elefante. E il dramma di questi processi è che questi vagoni di carte più nessuno li legge, anche perché è umanamente impossibile.»
Stiz formula timidamente un’ipotesi: «Chissà , se il processo fosse stato diviso in tronconi, se si fosse mandato subito a giudizio Freda per la strage, lasciando i servizi per un secondo troncone, forse si sarebbe ottenuto qualche risultato in più. Ma del resto, lo sappiamo: non tutti i dibattimenti convalidano l’istruttoria. Questa è una regola del nostro processo. Eppure, se le sentenze costruiscono la realtà processuale, la realtà storica è un’altra cosa. E forse c’è ancora speranza che i libri di storia, in futuro, possano raccontare la verità ».
Calogero non pensa che sia stato un insuccesso. «Per almeno quattro motivi. Uno, è stata provata la matrice fascista della strage e degli attentati riconducibili alla strategia della tensione. Due, per alcuni degli attentati preparatori, quelli dall’aprile al 9 agosto 1969, Freda e Ventura hanno ricevuto una condanna definitiva. Tre, le omissioni e le connivenze di apparati deviati dello Stato sono stati scoperti e provati. Quattro, sono stati salvati dall’ergastolo imputati che erano colpevoli designati, ma in realtà estranei alla strategia e alla sua attuazione.» Poi il magistrato, riflettendo sui quarant’anni che sono passati, si ferma un attimo. E aggiunge: «Ce l’avremmo fatta se avessimo potuto lavorare in condizioni normali, semplicemente normali. Invece gli apparati dello Stato ci hanno subito messo i bastoni tra le ruote, hanno sottratto testimoni (il bidello Marco Pozzan), coperto imputati (Guido Giannettini), hanno tentato perfino di far evadere dal carcere di Monza Ventura, fornendogli le chiavi per uscire… Incredibile, no? Potevamo noi, in queste condizioni, fare più di quello che abbiamo fatto?».
Calogero sa che quasi nessuno lo associa più all’indagine sui neri: ormai per quasi tutti è «quello del 7 aprile», l’investigatore che nel 1979 ha messo in carcere e poi ha fatto condannare i rossi dell’Autonomia: «Lo chiamano teorema, ma in realtà l’ipotesi accusatoria è stata provata dai fatti: le formazioni clandestine e combattenti (Br, Prima linea…) erano in contatto con le strutture di massa dell’Autonomia, ciascuna faceva la sua parte e, insieme, formavano il “partito armatoâ€. Toni Negri era in contatto con Renato Curcio fin dai primi anni Settanta e, incontrandosi segretamente con lui, discuteva ed elaborava sistematicamente la strategia di lotta armata allo Stato comune sia alle Br, sia all’Autonomia organizzata. Peccato che in certi ambienti della sinistra si parli ancora del 7 aprile, con evidente pregiudizio, come di un’indagine su reati d’opinione e sui “cattivi maestriâ€: era invece, come appare chiaramente dalla struttura binaria dell’accusa iniziale, poi confermata in Cassazione, un’indagine su fatti concreti di terrorismo armato e sulla “dialetticaâ€, cioè sull’integrazione operativa segreta, tra gruppi combattenti e Autonomia, che insieme formavano il partito armato».
E Stiz? Cerca di stringersi ai pochi ricordi buoni che gli sono rimasti. La seduta del Parlamento dedicata alla sua indagine, nel 1972, conclusa con un lungo applauso scrosciante. La seduta del Consiglio comunale di Treviso, che lo ha voluto presente per dimostrargli stima e riconoscenza. «Per le stragi hanno sofferto le vittime, i morti e i feriti. Hanno sofferto i loro familiari. Ma abbiamo sofferto anche noi, i sopravvissuti. Questa è la verità . Del resto, non mi lamento. È il mestiere. È il rischio della nostra professione: lo mettiamo in conto quando la scegliamo. Certo, nessuno mi ha detto grazie, non mi è mai arrivato un riconoscimento ufficiale. Anzi, quante difficoltà mi hanno fatto. Eppure: come si fa a chiudere gli occhi, quando si deve fare il proprio lavoro? Non si può: cosa si fa, si mette un timbro e si chiude tutto? No, non è possibile questo. Prima di ogni cosa c’è il dovere. Rifarei tutto, senz’altro. Chissà , forse meglio.»
Da: Gianni Barbacetto, Piazza Fontana. Il primo atto dell’ultima guerra italiana, Garzanti 2019

Milano, 12 dicembre 1969, strage di piazza Fontana