Controlli e file ai metal detector. L’aula bunker davanti San Vittore si riempie di avvocati, magistrati, personale della scorta, società civile. Gabbie vuote: i detenuti sono in videocollegamento dal carcere. Si parte. Inizia il processo con rito ordinario al “Sistema mafioso lombardoâ€, l’alleanza tra esponenti delle tre mafie – Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra – per fare affari in Lombardia, sviscerata dalla maxi inchiesta “Hydra†della Dda di Milano e dei carabinieri del nucleo investigativo.

Prima dell’inizio, il presidio di Cgil, Libera e altre associazioni. Gran parte della prima udienza davanti ai giudici Balzarotti, Speretta e Fanales è dedicata all’appello: 45 imputati più i loro legali. Il colpo di scena arriva alla fine. Il procuratore capo Marcello Viola e i sostituti Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane giocano il nuovo asso di questa indagine. C’è un altro pentito, ed è un pezzo grosso. Gioacchino Amico, del clan dei Senese, ha deciso di collaborare.

Il suo primo verbale è del 3 febbraio e altri ne sono seguiti. Assistito dall’avvocata Adriana Fiormonti (già al fianco di Andrea Beretta in tutt’altra indagine, l’inchiesta sulle Curve di Inter e Milan), ha ammesso di far parte del “Consorzioâ€. E non solo. «Ci sono tante persone che mi vogliono morto. Volevano farmi fuori. C’è gente libera che è molto feroce. Questa gente è in grado di infiltrarsi ovunque, su tutto il tessuto sociale. Infiltrarsi in politica, con alcuni componenti delle forze dell’ordine».

Dice di pensare non solo alla sua «incolumità», ma pure a quella di chi lo interroga: «Quindi il mio dovere morale è anche questo, di fermare queste persone per non creare un danno anche ai qui presenti». «In questo momento – aggiunge – commercio frutta e verdura all’ingrosso». In realtà Amico, 40 anni, è considerato al vertice del “gruppo Seneseâ€, collegato alla famiglia attiva a Roma con a capo Michele Senese, legata alla camorra.

In passato racconta di essere stato «coordinatore di un partito politico, Movimento Fare di Flavio Tosi, coordinatore cittadino di Canicattì dell’ex sindaco di Verona, che conosco bene». Anche lui conferma, come già altri collaboratori, l’esistenza del Consorzio: «L’associazione c’è, è nata nel 2019 ed è proprio questa unione di tutte le tre mafie». E dice: «L’organizzatore e promotore si chiama Giancarlo Vestiti». Altro pezzo da novanta, uomo dei Senese, la famiglia di cui si parla molto in queste ore in relazione ai rapporti del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro.

Decine le pagine del suo primo verbale omissate. Perché le indagini devono andare avanti. Si accenna all’argomento delle armi e del traffico di droga. Ammette (quasi) tutto: «Assolutamente sì», la sua risposta, quando gli si chiede se era fra i protagonisti del Sistema. Ma durante la prima udienza c’è un altro colpo di scena. Lo scorso 19 febbraio, alle 16,31, il boss Bernardo Pace detto “Dinoâ€, 61 anni, rompe il silenzio con i pm. Anche lui, uno dei vertici del Sistema, decide di parlare.

Le sue parole vengono considerate dirompenti. Meno di un mese dopo, viene trovato morto in carcere a Torino. Ufficialmente si è impiccato ma le indagini sono in corso. Una scomparsa misteriosa. Oltre al successivo (e ultimo) verbale del 24 febbraio, queste sono le sue ultime parole da vivo. E vengono depositate ieri in aula.

«Non so né leggere né scrivere. Non ho nemmeno la licenza elementare», premette. «Sono pentito per tutta questa faccenda e voglio dissociarmi di tutto e per tutto, per ripulirmi la coscienza, per i miei figli, per i miei nipoti. Quell’associazione esiste. Appartengo al padrino Paolo Errante Parrino, e quindi al mandamento di Castelvetrano. Eravamo molti amici, perché facevamo degli affari». Parrino, l’uomo di Matteo Messina Denaro. Pace può parlare anche di lui? «Certo. Io non l’ho mai visto. Veniva a Milano e si vedevano allo studio dell’avvocato di zio Paolo».

Fa il nome dell’avvocato Giovanni Bosco, cognato di Parrino, deceduto. “Dino†parla dei rapporti economici tra le tre mafie: «Erano tutti insieme». Conosce i «mandanti» della scomparsa di Gaetano Cantarella, “Tanu u curtuâ€, vittima di “lupara biancaâ€. La pm gli chiede se può riferire dei rapporti tra l’organizzazione mafiosa ed esponenti politici locali e nazionali. Pace non si tira indietro: «Allora, ci sono…». Fa i nomi. Oscurati in otto pagine di omissis sui rapporti tra mafia e politica. Pace non può più parlare. Amico sì. Lui stesso fa capire che non è finita qui: «Qualcuno muoverà i fili, quando sarà il momento ne parleremo».