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#Gianni #Barbacetto
Urbanistica
Torre Milano e buona fede: la sentenza del bajon
Dal sito ilmigliorista.eu di Luigi Corbani
La sentenza del bajon. “Se faccio una pazzia senza l’intenzion, è tutta colpa del bajon†cantavano Nilla Pizzi e Gino Latilla sul ritmo di un ballo brasiliano, di moda negli anni 50, e che scatenava passioni travolgenti e gravidanze impreviste: nessuno era responsabile “in fondo è tutta colpa del bajonâ€. Adesso abbiamo saputo che il fatto è avvenuto, ma solo per colpa del bajon, pardon, della “prassi consolidataâ€.
Hanno demolito due piccole palazzine di due e tre piani e con una “scia†ci hanno fatto sopra un palazzo di 24 piani, 82 metri di altezza, 130 appartamenti, e l’hanno chiamata “ristrutturazione†ma nessuno voleva o sapeva che era un abuso edilizio; in Comune l’hanno scoperto solo recentemente per alcune indagini della Procura e per alcune sentenze della Corte costituzionale.
Naturalmente la “prassi consolidata†era solo a Milano, non a Maccastorna o a Bergamo, solo a Milano, dove veniva esaltata come “Modello Milano†per rendere la città “attrattiva†per i fondi immobiliari. I dirigenti della urbanistica, Sindaco e Giunta non avevano il tempo di leggere norme introdotte – su sollecitazione della Corte costituzionale, sentenza 309/2011- dalla legge regionale n. 7 del 18 aprile 2012 che erano vigenti all’epoca della scia di via Stresa: la demolizione integrale di un edificio esistente e la ricostruzione su quella area, ovvero la sostituzione edilizia, veniva ritenuta una nuova costruzione e non una ristrutturazione edilizia.
Peraltro è “prassi consolidata†non ascoltare né il Municipio (2, in questo caso, che ha dato parere contrario alla operazione) né il Consiglio comunale che con delibera del 24 ottobre 2017 (non una recente interpretazione delle norme regionali o statali ma prima della scia del 2018) aveva “inteso espressamente escludere che nei casi di ristrutturazione edilizia, la superficie lorda di pavimento. dei vani e locali seminterrati potesse essere trasferita in altre parti dell’edificio, ossia traslata fuori terra.†Cosa che in via Stresa è stata fatta, in “buona fedeâ€, senza colpa né dolo.
“Così va il mondo che gira, e noi così lasciamolo girare:
la colpa non è di nessun. è tutta colpa del bajonâ€.
Sergio Spadaro
Assolti i pm del processo Eni-Nigeria, accusatori diventati accusati
“Il fatto non sussisteâ€. La Corte di cassazione ha annullato la condanna a Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, i due pm che avevano sostenuto l’accusa nei processi contro l’Eni per corruzione internazionale. I due erano poi stati condannati a 8 mesi per rifiuto di atti d’ufficio, cioè per non aver depositato in aula atti considerati favorevoli alle difese, nel processo Eni-Nigeria che si era comunque concluso nel marzo 2021 con l’assoluzione per tutti gli imputati. Già il Pg rappresentante dell’accusa in Cassazione aveva chiesto l’annullamento della condanna senza rinvio a un nuovo processo d’appello.
Eni e i suoi manager (insieme a Shell) erano stati processati a Milano per corruzione internazionale con l’accusa di aver incassato una tangente record di oltre un miliardo di dollari per ottenere la concessione di Opl 245, un grande campo petrolifero in Nigeria. Quel processo, malgrado indizi pesanti (500 milioni di dollari arrivati da un conto Eni dispersi in Nigeria in contanti) finì con piene assoluzioni.
In seguito, la Procura di Brescia, competente per i procedimenti che riguardano i magistrati di Milano, aveva accusato i due pm di non aver depositato in aula documenti che un loro collega, Paolo Storari, aveva raccolto in un’inchiesta (Eni-complotto) parallela a quella Eni-Nigeria. Chat e messaggi che, a detta di Storari, provavano l’inattendibilità di un imputato del processo, l’ex manager Eni Vincenzo Armanna, che era diventato un accusatore di Eni e dei suoi manager di vertice.
De Pasquale e Spadaro, in accordo con l’allora procuratore Francesco Greco, avevano ritenuto gli elementi raccolti da Storari non certi, contraddittori, bozze ancora informi, spunti che necessitavano di perizie e approfondimenti e in definitiva non rilevanti per il processo sulla corruzione in Nigeria ormai arrivato alle battute finali: non li avevano dunque depositati. Erano stati per questo condannati in primo grado e in appello. Ora la Cassazione pone fine alla vicenda.
Raggiante il difensore, l’avvocato Massimo Dinoia: “L’avvocato Fabio Federico e io siamo veramente felici: è una sentenza che fa giustizia di tanti anni di sofferenze. Vorremmo rimarcare che, in attesa delle motivazioni, le conclusioni del Pg sono state totali: ha chiesto infatti di riconoscere l’insussistenza sia del fatto materiale sia, in subordine, dell’elemento soggettivo. Più di così non poteva direâ€.
Spadaro oggi è magistrato alla Procura europea. De Pasquale, che era a capo del dipartimento della Procura di Milano che si occupa di corruzione internazionale, fu il pm che riuscì a ottenere le condanne per Bettino Craxi (per corruzione, per le tangenti Eni-Sai) e per Silvio Berlusconi (per frode fiscale nei bilanci Mediaset).
Data articolo: Fri, 19 Jun 2026 09:28:19 +0000Procura di Milano
Processo al processo. Eni, la Procura di Milano e il “fuoco amicoâ€
Aggiornamento. L’8 ottobre 2024 i magistrati Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro sono stati condannati dal Tribunale di Brescia a 8 mesi con sospensione condizionale della pena. Il 16 ottobre 2025 la sentenza di condanna è stata confermata in Appello. Il 18 giugno 2026 la Corte di cassazione ha annullato le condanne perché “il fatto non sussisteâ€. Qui l’articolo pubblicato su MicroMega alla vigilia della sentenza di primo grado.
Pubblicato il 24 settembre 2024 su MicroMega www.micromega.netÂ
C’è un’aula di giustizia in cui si sta celebrando il processo a un processo. L’aula è la numero 25 del tribunale di Brescia. Il processo sotto processo è quello a Eni e ai suoi manager, che (insieme a Shell) furono accusati di corruzione internazionale per una tangente record di oltre un miliardo di dollari per ottenere la concessione di Opl 245, un grande campo petrolifero in Nigeria. Quel processo, malgrado indizi pesanti (500 milioni di dollari arrivati da un conto Eni dispersi in Nigeria in contanti) finì con piene assoluzioni. Ora sul banco degli imputati sono invece i due pm che avevano sostenuto l’accusa: l’allora procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e il sostituto procuratore Sergio Spadaro, oggi alla Procura europea. Per loro i pm di Brescia hanno chiesto una condanna a 8 mesi, e senza sospensione condizionale della pena. La sentenza è attesa per l’8 ottobre.
I due magistrati sono accusati di non aver depositato nel processo milanese elementi che potevano essere favorevoli agli imputati. Per la precisione, “elementi utili e pertinenti per la valutazione dell’attendibilità del dichiaranteâ€, cioè l’ex manager Eni Vincenzo Armanna, un imputato diventato accusatore di Eni. Eccoli: 1. Alcuni messaggi Whatsapp del 2019 da cui si deduceva che Armanna aveva pagato 50 mila dollari a due cittadini nigeriani testimoni del processo Eni-Nigeria e ne voleva la restituzione dopo che questi non avevano confermato, in aula a Milano, le sue dichiarazioni (e cioè di aver visto “gli italiani†imbarcare trolley pieni di denaro, parte della tangente retrocessa a uomini Eni); 2. Una chat di Telegram che, presentata da Armanna per giustificare la mancata comparizione di un teste al processo Eni-Nigeria, potrebbe essere stata manipolata; 3. Messaggi Whatsapp in cui Armanna suggeriva a un testimone nigeriano di confermare che un manager Eni di vertice, Claudio Granata, aveva fatto pressioni su Armanna, per conto dell’amministratore delegato Claudio Descalzi, al fine di fargli ritrattare le accuse a Eni; 4. Note della società Vodafone secondo cui non erano in uso a Descalzi e Granata, nel 2013, le utenze telefoniche su cui avvengono alcune chat tra Armanna e Granata e Armanna e Descalzi. Alcune di queste erano state presentate da Armanna ai pm milanesi.
A queste quattro “prove sottratte†se ne aggiunge una quinta. Un video in cui Armanna nel luglio 2014 mostrava propositi ritorsivi nei confronti di alcuni funzionari Eni (“Perché la valanga di merda che io faccio arrivare in questo momento…â€), dimostrando la sua volontà di calunniare falsamente la compagnia e i suoi manager di vertice. Il video, registrato di nascosto dall’imprenditore Ezio Bigotti, non era nella disponibilità di De Pasquale e Spadaro, ma dei loro colleghi, Laura Pedio e Paolo Storari, titolari di un altro fascicolo d’inchiesta (Eni-complotto). Dopo le richieste delle difese Eni, De Pasquale e Spadaro l’hanno chiesto a Pedio e Storari e l’hanno depositato nel processo. Non mancando di sottolineare che il video mostrava un lungo confronto tra molte persone su disparati argomenti, in cui Armanna esprimeva sì rudemente la sua volontà di seppellire i vertici Eni sotto “una valanga di merdaâ€, ma con due interpretazioni possibili: la “valanga†poteva essere formata da falsità , oppure, ancor più efficacemente, da accuse vere. Uno dei partecipanti all’incontro, Paolo Quinto, interrogato da Storari, dichiara infatti: “Armanna diceva che lui era stato tirato in mezzo nella vicenda Olp 245… Disse che avrebbe attivato i giornali e che avrebbe raccontato la verità anche ai magistratiâ€.
Poco dopo quel video, il 28 luglio 2014 Armanna va effettivamente in Procura e comincia ad accusare i manager della compagnia petrolifera (da cui era stato licenziato), diventando un testimone a favore dell’accusa. Il video però non prova se la vendetta è attuata con calunnie (come dicono le difese Eni) o con affermazioni vere (come sostengono i pm d’accusa).
E le altre quattro contestazioni mosse a De Pasquale e Spadaro? La pubblica accusa ha per legge il dovere di cercare durante le indagini anche gli elementi di prova favorevoli agli indagati. De Pasquale e Spadaro, impegnati come pm nel processo Eni-Nigeria, sono sotto giudizio a Brescia nell’ipotesi che non abbiano voluto depositare quei cinque sopra elencati documenti, che si asserisce siano favorevoli alla compagnia petrolifera. Il reato contestato è rifiuto di atti d’ufficio (articolo 328 del codice penale), che prevede una pena da 6 mesi a 2 anni di reclusione.
A parte il video, quei documenti erano stati individuati da un collega di De Pasquale e Spadaro, il pm Storari, che indagando su vicende parallele a quella di Eni-Nigeria (Eni-complotto) si era convinto che Armanna fosse un testimone falso. Ha così raccolto elementi che a suo giudizio lo dimostrano: i messaggi sui soldi ai testimoni nigeriani, le chat che ritiene manipolate, la nota di Vodafone. Li ha mandati informalmente all’allora capo della Procura, Francesco Greco, che li ha a sua volta passati a De Pasquale e Spadaro. Erano bozze informali, spunti eventualmente da approfondire in indagini successive, dubbi maturati dentro un’altra indagine (Eni-complotto), diversa da Eni-Nigeria, già a processo, anzi ormai alla vigilia della sentenza di primo grado. Così i due pm hanno deciso di non portare davanti al giudice quegli elementi che ritenevano ancora informi e non rilevanti. Non la pensa così Storari, che accusa i colleghi di averlo fatto per non far perdere credibilità al testimone Armanna, allora utile a sostenere le tesi dell’accusa.
Per capire come si è potuti arrivare a questo punto di scontro interno, mai visto prima nella Procura di Mani pulite, è necessario ricordare che a Milano, negli anni tra il 2014 e il 2021, si è andata addensando una situazione eccezionale, si è verificato un maligno allineamento dei pianeti, si è condensata una inedita perturbazione giudiziaria. Tutto ruota attorno a una delle aziende più importanti e potenti del Paese: Eni. La Procura di Milano avvia indagini e processi su presunte corruzioni internazionali che la compagnia avrebbe attuato in Algeria, in Nigeria, in Congo; su un ipotizzato conflitto d’interessi tra l’amministratore delegato Eni, Descalzi, e sua moglie che, secondo la Procura, aveva fatto affari con Eni in Africa per oltre 300 milioni di dollari. In più, era approdata a Milano una intricata indagine sul cosiddetto “complotto Eniâ€, che passa dalla Procura di Trani a quella di Siracusa e arriva infine a Milano.
Dapprima appare come un “complotto†contro Descalzi architettato da manager Eni (Umberto Vergine, Pietro Varone) e da membri del cda (Luigi Zingales, Karina Litvack). Del tutto incolpevoli: non registi, ma semmai vittime del “complottoâ€, architettato invece da un avvocato esterno dell’Eni, Piero Amara, allo scopo finale di intorbidare e sabotare proprio le indagini della Procura milanese sugli affari di Eni in Algeria, in Nigeria e in Congo e per “salvareâ€, dunque, l’allora amministratore delegato di Eni, Descalzi, il suo predecessore, Paolo Scaroni, e il suo amico Luigi Bisignani, ex piduista, tra i mediatori dell’affare in Nigeria. Amara e Armanna escono allo scoperto e sostengono di aver ricevuto dai vertici Eni il mandato di tessere il “complottoâ€. La compagnia sostiene invece di esserne semmai vittima e oggetto delle calunnie del suo ex avvocato Amara e del suo ex manager Armanna.
Non basta. Nel 2020 scoppia un altro caso, ancor più clamoroso, che s’intreccia pericolosamente con quelli fin qui citati. L’avvocato Amara, riccamente remunerato per anni da Eni per i suoi servizi professionali, dopo l’incriminazione per alcuni reati, era diventato un accusatore di Eni nel procedimento “complottoâ€. Ma ci aggiunge anche un carico da novanta: rivela ai pm dell’inchiesta “complottoâ€, Paolo Storari e la procuratrice aggiunta Laura Pedio, l’esistenza di una fantomatica “Loggia Ungheriaâ€, un’organizzazione massonica segreta con affiliati politici, magistrati, funzionari dello Stato, imprenditori, avvocati, banchieri, monsignori vaticani, generali dei carabinieri e della Guardia di finanza.
A questo punto Storari, già in disaccordo con i colleghi sul ruolo di Armanna, ritiene che la Procura sia troppo lenta e inerte sulla “Loggia Ungheria†e chiede aiuto a Piercamillo Davigo, in quel momento componente del Consiglio superiore della magistratura. Gli passa copia dei verbali segreti di Amara. Davigo informa della vicenda i vertici del Csm, ne parla con l’allora procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi, il presidente della Suprema corte Pietro Curzio, il vicepresidente del Csm David Ermini, alcuni consiglieri (Giuseppe Marra, Giuseppe Cascini, Ilaria Pepe, Fulvio Gigliotti e Stefano Cavanna), le sue due segretarie al Consiglio (Marcella Contrafatto e Giulia Befera) e l’allora presidente della Commissione parlamentare antimafia (il senatore Nicola Morra: per spiegargli come mai abbia rotto i rapporti con un magistrato che gli era amico, Sebastiano Ardita, che secondo Amara farebbe parte della “loggia Ungheriaâ€, insieme a un altro consigliere del Csm, Marco Mancinetti).
Ecco perché – spiega Davigo – “non ho violato alcun segreto: ho informato persone tutte tenute al segretoâ€. E lo ha fatto – dice – in maniera informale perché una denuncia formale avrebbe fatto conoscere i contenuti dei verbali segreti anche ai due componenti del Consiglio indicati (falsamente, ma questo si saprà solo in seguito) da Amara come appartenenti alla loggia Ungheria: “So di aver fatto il mio dovere nelle uniche forme consentite dalla particolarità della situazioneâ€.
Lo scandalo scoppia quando questa storia, per mesi sotterranea, viene alla luce. I verbali segreti passati da Storari a Davigo arrivano, mandati da un anonimo, a due giornali, il Fatto quotidiano e la Repubblica, e poi al magistrato Nino Di Matteo che ne parla in una seduta pubblica del Csm. Seguono processi per rivelazione di segreto a Storari (assolto) e a Davigo (condannato). E si apre una profonda frattura dentro la Procura di Milano, che si spacca tra chi difende il comportamento di Storari e chi lo critica.
Poi il caso “Loggia Ungheriaâ€, passato dalla Procura di Milano a quella di Perugia, viene chiuso dal gip con un’archiviazione in cui si sostiene che la loggia, come raccontata dall’avvocato Amara, non esiste: esistono “serie di iniziative individuali†e “condotte di mera pressione o di influenza poste in essere di volta in volta da singoli soggetti per conseguire finalità esclusivamente personali (e non comuni dell’associazione)â€. Insomma non esiste la loggia massonica segreta e strutturata che Amara aveva descritto come una sorta di continuazione della P2; ciò che è esistito è un’attività lobbistica e di relazioni per indirizzare nomine, costruire carriere, favorire affari. Amara viene allora denunciato per calunnia da molti dei personaggi che aveva indicato come iscritti dalla loggia (tra cui Ardita e Mancinetti).
Intanto il processo Eni-Nigeria, attorno a cui tutto ruota come i pianeti ruotano attorno al sole, si conclude il 17 marzo 2021 con una totale assoluzione per tutti gli imputati. De Pasquale e Spadaro sperano che le ragioni dell’accusa possano essere accolte in appello: ma la Procura generale di Milano, con decisione più unica che rara, decide di non celebrare il processo. “Mai vista una cosa simile in 30 anni di lavoroâ€, ha commentato l’avvocato Lucio Lucia, rappresentante di parte civile dello Stato della Nigeria. Il caso è chiuso, con una pietra tombale calata sull’affare petrolifero del secolo, quello per acquisire il campo d’esplorazione Opl 245. Un affare nato nel 2010 già in maniera anomala: non da valutazioni aziendali o da scelte professionali, ma da un amichevole suggerimento su un buon business per Eni lanciato da Bisignani, piduista con grande fiuto per gli affari, all’amico Scaroni, allora al vertice della compagnia petrolifera. Dopo il ritiro della Procura generale, l’assoluzione diventa definitiva. La verità giudiziaria è una: Eni, i suoi manager e i mediatori sono innocenti.Â
E il “complotto� Non è stato organizzato da Amara su mandato del manager Eni Claudio Granata per difendere Descalzi – concludono i magistrati. Alle sue affermazioni non sono stati trovati riscontri: Amara ha fatto tutto da solo, giocando di sponda con manager Eni con cui era in affari, dirigenti infedeli – a detta di Eni – poi cacciati dalla compagnia (Antonio Vella, Massimo Mantovani, Vincenzo Larocca, Alessandro Des Dorides). E Descalzi è risultato beneficiario a sua insaputa delle manovre di Amara.
Lo tsunami giudiziario attorno a Eni lascia alla fine molte macerie. La Procura di Mani pulite è spaccata e sofferente. E gli accusatori sono trasformati in accusati: la Procura di Brescia apre indagini sui comportamenti del procuratore Francesco Greco, degli aggiunti Laura Pedio e Fabio De Pasquale, dei sostituti Storari e Spadaro, dell’ex consigliere del Csm Davigo. Quello che Silvio Berlusconi non era riuscito a fare, si realizza dopo la sua morte, per “fuoco amicoâ€. Archiviate le accuse a Greco e Pedio, assolto Storari, condannato Davigo, ancora sotto processo De Pasquale e Spadaro.Â
I due pm hanno commesso un reato, nascondendo prove ai giudici di Eni-Nigeria? Storari ne è convinto. Ha passato ai colleghi gli elementi che a suo dire dimostrano quanto Armanna sia inattendibile. De Pasquale e Spadaro si sono convinti però di non poterli né doverli depositare. Sono elementi confusi, non certi, non determinanti. La chat in cui Armanna scrive dei 50 mila dollari pagati a un teste è – per Storari – la prova di voler “comprare†una testimonianza falsa contro Eni; ma – per De Pasquale e Spadaro – è invece spiegabile con il tentativo di “comprare†un “fileâ€, ovvero “un rapporto del Efcc, la Polizia economica finanziaria della Nigeria, in cui c’erano i nomi dei pubblici ufficiali che avevano preso le tangentiâ€. Le chat che secondo Armanna provano le attività di Granata (e Descalzi) a danno delle indagini della Procura milanese sono certamente false secondo Storari, ma – ribattono De Pasquale e Spadaro – nel 2021 erano ancora incerte e sotto perizia informatica. Quelle che per Storari sono prove, per i due colleghi – ma anche per il procuratore Greco e l’aggiunto Pedio – sono elementi ancora tutti da valutare e da approfondire e niente affatto risolutivi rispetto alle imputazioni nel processo Eni-Nigeria. Erano soltanto “un pessimo minestroneâ€. Dunque da non depositare.
Lo ribadisce De Pasquale, interrogato in udienza a Brescia: non c’era allora e non c’è neppure oggi la prova che i testimoni nigeriani siano stati pagati da Armanna. De Pasquale si ritiene vittima di “un granchio preso da Storariâ€, anzi, proprio di “un atto ostile†di Storari, che “ha condotto una controinchiesta sul mio processo per disintegrare la credibilità di Armanna già messa in dubbio dalle difese Eniâ€. Insomma, “una polpetta avvelenataâ€, una “accozzaglia di cose confuse o sbagliateâ€: “ciarpame erano prima e ciarpame erano dopoâ€.
Secondo la memoria (“Il procedimento Unicumâ€) presentata dal difensore di De Pasquale e Spadaro, l’avvocato Massimo Dinoia, in punta di diritto i due pm non solo non avevano l’obbligo giuridico di depositare quegli atti, ma addirittura non potevano farlo: perché erano atti generati dal sequestro del telefonino di Armanna disposto il 5 novembre 2020, e non si può portare dentro un dibattimento elementi frutto di perquisizioni o di sequestri in danno di imputati di quel processo.
Dinoia ipotizza una spiegazione psicologica all’attivismo di Storari, il grande (e unico) accusatore dei suoi due colleghi. C’è una connessione tra l’azione di Storari e la vicenda dei verbali segreti da lui fatti uscire dalla Procura di Milano. Il processo di Brescia “nasce dalla controindagine che il dottor Storari ha iniziato a condurre dopo che era stato deciso di trasmettere gli atti della Loggia Ungheria a Perugiaâ€. Privato di quella che riteneva “l’indagine del secoloâ€, avvia una “controindagine†su Armanna, ai danni dei suoi due colleghi. E la implementa dopo essere venuto a conoscenza che erano arrivati ai giornali “i verbali segretati degli interrogatori di Amara, che lo stesso Storari aveva consegnato a Davigoâ€. Quella “controindagineâ€, infine, “è servita al dottor Storari per difendere (con successo) se stesso nel procedimento che era stato instaurato contro di lui†per rivelazione di segreto.
A Brescia, il “processo al processo†si svolge sotto gli occhi attenti di avvocati e consulenti Eni presenti a ogni udienza, benché la compagnia non abbia alcun ruolo in quel dibattimento. Gli imputati De Pasquale e Spadaro vi sostengono le loro ragioni: hanno legittimamente e in buona fede selezionato i documenti da depositare al giudice di Eni-Nigeria, scegliendo le prove solide e gli indizi certi e non considerando quelli incerti e contraddittori. Come avviene ogni giorno in tutti i processi italiani. Ma in questo processo – caso senza precedenti paragonabili, nella storia della giustizia in Italia – sono stati messi in stato d’accusa. Benché le dichiarazioni di Armanna – che negli anni cambia maschera e diventa via via amico o strumento o accusatore di Eni – non siano state l’unica prova, né la più consistente, nelle mani dei pm che contestavano la corruzione internazionale. Ben più significativi, come indizi, le email dei manager Shell che raccontavano i comportamenti dei manager Eni; e i passaggi di denaro in contanti in Nigeria.   Â
La congiunzione astrale-giudiziaria accaduta in questi anni a Milano si è chiusa non soltanto con la proclamazione della verità processuale secondo cui Eni non ha compiuto alcuna azione di corruzione internazionale in Algeria, Nigeria, Congo e non ha ideato alcun “complotto†per ingarbugliare e annodare il gomitolo delle indagini. Ma anche con la inedita messa sotto processo dei magistrati d’accusa, che hanno pur sempre un margine d’autonomia e di discrezionalità per scegliere quali prove ritengono valide e determinanti, a favore dell’accusa e a favore della difesa. Una sentenza di condanna risulterebbe la vendetta della storia contro De Pasquale, il primo pm che riuscì a ottenere una condanna per Bettino Craxi (corruzione per le tangenti Eni-Sai) e l’unico a ottenerne una per Silvio Berlusconi (per frode fiscale).
L’informazione italiana assiste placida e distratta. Più attive e preoccupate le organizzazioni internazionali anticorruzione. Agli atti del processo di Brescia è depositata una lettera del presidente del gruppo anticorruzione dell’Ocse, Drago Kos, che definisce i due magistrati imputati “luminosi esempi per i pm di tutto il mondoâ€. Più ampiamente, il rapporto Ocse 2022 critica l’Italia per come viene contrastata la corruzione internazionale, accusandola di non rispettare la Convenzione Ocse del 1997 che impegna gli Stati che l’hanno sottoscritta a condannare i propri cittadini e le persone fisiche e giuridiche che pagano mazzette all’estero. Il rapporto dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico contiene un esplicito plauso alla Procura di Milano e al suo terzo dipartimento – proprio quello varato dal procuratore Greco e guidato, fino a qualche mese fa, dall’aggiunto De Pasquale – che ha condotto le indagini e i processi Eni, indicato come esempio da preservare addirittura nelle raccomandazioni finali: “È una buona pratica che dovrebbe essere mantenutaâ€. Ma il rapporto aggiunge che poi i giudici dissolvono le prove raccolte dai pm, frammentando i fatti, esaminando “ogni elemento di prova in modo isolatoâ€, rigettando sistematicamente le prove indiziarie, offrendo “spiegazioni alternative non corroborate da proveâ€, pretendendo soglie di prova impossibili in un processo indiziario.
I riferimenti espliciti sono a tre procedimenti: quello a Finmeccanica per gli elicotteri venduti all’India e quelli a Eni per gli affari in Algeria e in Nigeria. “In ciascuna di queste tre vicende, invece di considerare contemporaneamente la totalità delle prove fattuali, si considera ciascun elemento di prova solo singolarmente. Per ciascuna voce viene adottata un’interpretazione alternativa, a discaricoâ€. Così si rende impossibile sanzionare le corruzioni internazionali. Queste non solo alterano la concorrenza e truccano il libero mercato nei Paesi “sviluppatiâ€, ma sono un elemento determinante per mantenere i Paesi “in via di sviluppo†sotto il giogo di élite corrotte che si impossessano delle risorse nazionali sottraendole alle loro popolazioni. Nel caso Nigeria-Opl 245, molti milioni di dollari sono stati sottratti alla nazione africana e spartiti tra personaggi politici, alti funzionari, mediatori.
Sulla vicenda nigeriana, il rapporto Ocse cita espressamente alcune delle prove raccolte dalla Procura di Milano (e non valorizzate invece né dal Tribunale che ha assolto, né dalla Procura generale che non ha voluto neppure celebrare l’appello – e che per questo viene espressamente criticata nel rapporto): i messaggi email interni all’azienda dei manager Shell il cui “linguaggio fa pensare alla corruzioneâ€; e gli strani trasferimenti in contanti in Nigeria dei soldi (1,3 miliardi di dollari) pagati da Eni per Opl 245: “Metà del denaro dell’acquisto è stato poi riciclato attraverso molteplici trasferimenti di contanti ai cambiavalute e poi distribuito, anche a un funzionarioâ€. Ma la soglia di prova richiesta dai tribunali italiani – secondo il rapporto – è troppo alta: l’applicazione delle leggi italiane “nella pratica ha portato a uno standard di prova molto pesante nei casi di corruzione all’esteroâ€. E ancora: “I giudici hanno ritenuto che le società in questo caso non possano essere ritenute responsabili di corruzione all’estero, anche se il titolare della licenza aveva un accordo di corruzione con funzionari nigerianiâ€: “questa interpretazione del diritto italiano non è conforme alla Convenzione Ocseâ€.
Anche dagli Stati Uniti sono arrivate critiche. Due deputate Usa, Maxine Waters e Joyce Beatty, democratiche, rispettivamente capogruppo della Commissione finanze e della Sottocommissione per la sicurezza nazionale, la finanza illecita e le istituzioni finanziarie internazionali, nel maggio 2024 hanno chiesto al Procuratore generale degli Stati Uniti, Merrick Garland, di riaprire negli States il processo a Eni e Shell, compagnie quotate alla Borsa di New York, per corruzione internazionale in Nigeria. In una lettera inviata al Dipartimento di Giustizia (Doj), sostengono che Shell ed Eni hanno avuto “un ruolo centrale in uno schema di corruzione che ha violato il Foreign Corrupt Practices Act americano, che vieta a cittadini ed enti di corrompere funzionari governativi stranieri per favorire i propri interessi commercialiâ€. Sostengono che le due compagnie con l’acquisto nel 2011 dei diritti su Opl 245 hanno fatto perdere alla Nigeria “6 miliardi di dollari di entrate future stimate, il doppio del budget annuale della Nigeria per la sanità e l’istruzioneâ€. “Le prove disponibili coinvolgono entrambe le società in uno schema che ha portato al pagamento di 1,1 miliardi di dollari in tangenti a funzionari del governo nigeriano, tra cui l’allora presidente Goodluck Jonathanâ€. Gli Stati Uniti erano già intervenuti sulla vicenda nel 2013; poi, nel 2019, “il Doj ha notificato a Eni che gli Stati Uniti avevano chiuso le indagini alla luce dell’azione penale dell’Italia sul caso, ma osservando che il fascicolo avrebbe potuto essere riaperto se le circostanze fossero cambiateâ€.
Ora sono cambiate – sostengono le due deputate. C’è stata un’assoluzione, ma con “una decisione che da allora è stata ampiamente esaminata per i timori di scorrettezze e interferenze politicheâ€. E “una verifica condotta dai rappresentanti statunitensi e tedeschi del Gruppo di lavoro sulla corruzione dell’Ocse ha rilevato che l’Italia non rispetta gli obblighi legali della Convenzione. Il Gruppo di lavoro ha citato proprio questo caso, nelle sue conclusioni, esprimendo ‘estrema preoccupazione’ per il ‘rigetto sistematico’ delle prove da parte del tribunaleâ€.
La verità processuale in Italia è stabilita: Eni e i suoi manager sono innocenti. Ora resta da stabilire, nel “processo al processo†di Brescia, qual è la verità processuale sui due pm di Milano, accusatori diventati accusati.
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Il 18 giugno 2026, dopo essere stati condannati in primo grado e in appello, De Pasquale e Spadaro sono stati assolti in Cassazione perché “il fatto non sussisteâ€.
Urbanistica
Torre Milano, la sentenza: è abusiva, ma in buona fede
I vecchi professori di diritto penale – ricorda un pm – raccontavano il caso dell’alpino tornato dopo anni in Italia dalla campagna di Russia. Poteva non aver letto la Gazzetta ufficiale e non conoscere le leggi che era tenuto a rispettare. Scattava per lui “l’ignoranza inevitabileâ€, articolo 5 del codice penale (“La legge non ammette ignoranzaâ€) riformato da una sentenza della Corte costituzionale del 1988 che esclude la punibilità quando il comportamento è assolutamente inevitabile e incolpevole.
Il sindaco Giuseppe Sala, i suoi dipendenti dell’urbanistica, i costruttori milanesi sono come gli alpini tornati dalla campagna di Russia. Assolti dalla giudice Paola Braggion dai reati di abuso edilizio e lottizzazione abusiva perché “il fatto non costituisce reatoâ€. Lo spiega, in attesa delle motivazioni della sentenza che arriveranno tra 90 giorni, un comunicato del presidente del Tribunale, Fabio Roia.
Il “fatto†c’è, la Torre Milano è abusiva, è stata costruita con un “titolo illegittimo†(la Scia invece del piano attuativo), è “nuova costruzione e non ristrutturazioneâ€, dunque è stata edificata “in contrasto con norme statali fondamentaliâ€. Ma dirigenti comunali e costruttori sono assolti, perché “per tutti difetta l’elemento soggettivo del reato, sia doloso che colposoâ€. Tutti alpini tornati dalle piane gelate del Don.
La Torre Milano diventa così oggi il nuovo simbolo della città di Sala. Grattacielo di 24 piani costruito come “ristrutturazione†di piccole palazzine di due e tre piani completamente abbattute. I costruttori Carlo e Stefano Rusconi, il progettista Gianmaria Beretta, i dirigenti comunali Giovanni Oggioni e Franco Zinna e i loro sottoposti – secondo la sentenza – non sapevano delle leggi e in buona fede hanno seguito invece le norme del Rito Ambrosiano, che allarga a dismisura il concetto di “ristrutturazione†e permette di tirar su grattacieli con la Scia e quasi senza pagare oneri.
“Solo negli ultimi anniâ€, scrive Roia, “la giurisprudenza penale, quella amministrativa e finanche le pronunce della Corte costituzionale più recenti hanno offerto diverse interpretazioni del concetto di ristrutturazioneâ€, chiarendo che il Rito Ambrosiano è illegittimo. Gli imputati hanno agito secondo “la prassi consolidata del Comune di Milanoâ€.
Prassi più forte della legge? La Procura commenta che “le sentenze si rispettano anche quando non si condividonoâ€. L’impugnazione in appello sarà decisa solo dopo aver letto le motivazioni. Qualche voce fa però osservare, in punto di diritto, che non “solo negli ultimi anniâ€, ma da sempre Cassazione, Consiglio di Stato e Corte costituzionale hanno difeso le norme urbanistiche fondamentali; a cui anche il Comune di Milano si è finalmente adeguato dal novembre 2025.
Qualche pm ricorda che questa assoluzione è stata resa possibile dall’espulsione dal processo delle chat sequestrate dalla Procura in un’indagine parallela, che avrebbero dimostrato che l’“elemento soggettivo†c’era eccome: “È una roba che grida vendetta!â€, diceva l’architetto Marco Engel a proposito dei grattacieli di parco Lambro. “Che cazzo, com’è possibile che abbiamo distorto la norma in maniera tale che un intervento di questa dimensione possa essere un intervento di ristrutturazione con Scia? La cosa è successa solo a Milano. È solo Milano che si sente forte abbastanza per dire: chi se ne fotteâ€.
Ora si attende il riverbero di questa sentenza sugli altri processi sull’urbanistica: anche altri giudici riconosceranno la “esimente dell’alpino†a funzionari di lungo corso e a operatori di grande esperienza? La “buona fede†va e viene, nelle pronunce dei giudici: è stata riconosciuta dalla gip Sonia Mancini che aveva revocato il sequestro del cantiere di viale Papiniano 48, ma poi disconosciuta dai giudici del Riesame (Galli-Guadagnino-Nosenzo). E anche se la giustizia penale potrebbe assolvere, ciò non avrà conseguenze sulla giustizia amministrativa: i grattacieli abusivi restano e resteranno abusivi.
Intanto, comunque, la politica esulta. Sala si dice soddisfatto, attacca i magistrati e chiede al procuratore Marcello Viola di sconfessare i suoi pm: “Mi ha amareggiato molto la violenza verbale usata dai pm nel sostenere le accuse. Un continuo uso di aggettivi, una continua necessità di corroborare le loro tesi con parole tese a screditare la nostra azioneâ€.
Data articolo: Wed, 17 Jun 2026 08:26:38 +0000Silvio Berlusconi
Rivelazioni. “Quando inventammo 400 candidati per convincere Berlusconiâ€
di Marco Lillo / il Fatto quotidiano, 13 giugno 2026
Al processo contro Salvatore Baiardo (per fatti che poco c’entrano, cioè favoreggiamento e calunnia aggravati) emergono un paio di retroscena utili per inquadrare meglio il lascito di Berlusconi a tre anni dalla sua morte. Il 10 giugno a Firenze il pm Lorenzo Gestri chiede conto al testimone Gianfranco Miccichè di una conversazione con Marcello Dell’Utri del 15 ottobre 2021.
Il viceré in Sicilia negli anni d’oro di Publitalia e Forza Italia sente il suo ex capo, intercettato e indagato allora, poi archiviato, mentre esce dalla Scala di Milano dopo avere visto Il Barbiere di Siviglia. Miccichè lo aveva cercato dopo una cena con Matteo Renzi all’enoteca Pinchiorri di Firenze annaffiata con un grande rosso: Guado al Tasso Antinori. Era il periodo di “Forza Italia Viva†come la chiamavano Renzi e Dell’Utri, tra il serio e il faceto.
Un presidente per la grazia a Dell’Utri
Renzi a cena era stato prodigo di rivelazioni su B. e la scelta del Presidente della Repubblica nel 2015, quando a causa dell’elezione di Mattarella e non di Giuliano Amato (fortemente voluto da Berlusconi) si ruppe il patto del Nazareno tra il premier Renzi e B. Renzi avrebbe detto a Miccichè, che lo riporta subito all’amico Marcello, che Berlusconi allora “mi ha detto dieci volte ‘io ho bisogno solo di un presidente della Repubblica che dia la grazia a Marcello, tutto il resto non me ne frega un cazzo’, perché me lo ha ripetuto dieci volte (…) ‘perché io sto troppo male perché so che (…) Marcello è in galera per colpa mia’â€.
Miccichè spiega che a detta di Renzi, lui fece saltare il patto con B. sulle riforme costituzionali preferendo Mattarella quando scoprì che Berlusconi aveva già raggiunto un accordo su Amato alle spalle di Renzi, con il nemico D’Alema. In aula Miccichè ha confermato questa lettura facendo capire, senza dirlo, che Amato era considerato da Berlusconi più disponibile a dare la grazia a Dell’Utri.
Miccichè e Dell’Utri convengono poi al telefono che Berlusconi ha ragione nel legare i guai giudiziari di Dell’Utri a quel che fece nel 1993. A quel punto svelano un retroscena sulla nascita di Forza Italia.
Forza Italia, 400 candidati inesistenti
Miccichè: “Noi ce li siamo inventati Marcello, ci siamo presi fotografie finte, (incomprensibile), curricula finti, ma che ce lo siamo scordati quello che abbiamo fattoâ€.
Dell’Utri: “E dall’elenco del telefono li abbiamo presiâ€.
Miccichè: “Dall’elenco del telefono, ognuno di noi dalle regioni che portava nomi inesistenti, quando tornavo a casa e li raccontavo ridevamo tre ore intere non ci riuscivamo a fermare†(ridono).
La presidente del Tribunale Anna Favi, incuriosita, chiede cosa volesse dire. Miccichè non si tira indietro: “Un giorno facemmo una riunione all’albergo a Milano 2 (“Hotel Jolly- spiegherà poi ai giornalisti – era 3 o 4 mesi prima della discesa in campo del 26 gennaio 1994â€, ndr) e Berlusconi ci riunì per sapere a che punto fosse (…) Marcello Dell’Utri ci disse ‘abbiamo una scelta da fare (…) se noi diciamo a Berlusconi che non abbiamo candidati (…) è chiaro che Berlusconi ci dice basta. Allora è fallita l’operazione. (…) se invece noi decidiamo che questa operazione ci convince e la vogliamo fare, ci dobbiamo inventare i candidatiâ€.
La presidente chiede che vuol dire e Miccichè: “Mi viene da ridere solo a pensarci: fotografie finte, cognome finto, finto curriculum, finti. Cioè noi abbiamo preparato 400 candidati inesistenti che abbiamo consegnato a Berlusconi, è stata la più grande finzione di questo mondo (…) io avevo un amico mio che si chiamava Vincenzo La Barbera, era commercialista. Lo chiamavano, invece che Vincenzo, Antonio e gli misi la sua fotografia e dissi che era medico (…) per convincere Berlusconi ad andare avanti sulla costruzione del partito. Forza Italia era necessaria (…) Dell’Utri, aveva creato questa squadra, eravamo quasi tutte persone di Publitalia. E quel giorno, in quell’albergo di Milano 2, rassegniamo la situazione qual era. Dell’Utri disse che facciamo? Rinunziamo? Diciamo a Berlusconi che non siamo stati capaci di ritrovare questi candidati oppure creiamo questa apparenza? Ma dette un input da una parte o dall’altra mi scusi, (…) quindi lui lo voleva il partito, Dell’Utri lo voleva il partito, ha detto sìâ€.
Tutti in aula sono concordi su un punto: Dell’Utri fu decisivo e 30 anni dopo B. se ne ricorda chiedendo la grazia ai candidati al Quirinale. Le letture divergono sul senso del ruolo del fondatore di FI. I pm ipotizzavano che avesse stretto un patto, proprio nel 1993, con i boss che facevano le stragi al centro-nord con finalità eversive.
Ipotesi archiviata. Miccichè offre in aula una lettura opposta: “Non era fatta, credetemi, (…) per favorire la mafia né per fare altro. Era soltanto perché si credeva molto nel fatto che si potessero cambiare le cose in questo Paese e abbiamo sbagliato, non sono cambiateâ€.
Data articolo: Mon, 15 Jun 2026 09:36:17 +0000Urbanistica
Il Tar conferma le ruspe: abbattete la palazzina di via Fauchè
Quel palazzo nel cortile è (proprio) da demolire. Lo stabilisce il Tar, il Tribunale amministrativo della Lombardia, in una sentenza resa nota ieri, 11 giugno 2026, che riguarda un edificio in costruzione in via Fauchè 9, a Milano. La vicenda era iniziata nell’ottobre 2022, quando l’immobiliarista Luigi Gigio D’Ambrosio e la sua società Fauchè 9 srl avevano cominciato a realizzare, con una Scia (Segnalazione certificata di inizio attività ) la “ristrutturazione†di un deposito dentro un cortile, abbattendolo ed edificando al suo posto una palazzina residenziale di tre piani.
L’operazione aveva provocato la reazione e le proteste degli abitanti del condominio di via Fauchè-via Castelvetro, che si erano affidati alla tutela dell’avvocato Wanda Mastrojanni. Il caso era finito tra le decine di interventi urbanistici ritenuti fuori legge dalla Procura di Milano e il cantiere era stato sequestrato. Contro il sequestro, il Comune era ricorso al Tar e poi al Consiglio di Stato, che però avevano dato ragione alla Procura, torto al Comune e ribadito che l’operazione non poteva essere qualificata come “ristrutturazione ricostruttivaâ€, bensì “nuova edificazioneâ€, con la necessità di procedere con un permesso di costruire, non sostituibile con la Scia.
Il Consiglio di Stato, con una sentenza giuridicamente memorabile, aveva sentenziato che nonostante le modifiche di legge realizzate negli ultimi tredici anni (nel 2013, nel 2020, nel 2022), che hanno notevolmente allargato il concetto di “ristrutturazione ediliziaâ€, la demolizione con ricostruzione di un nuovo edificio non può essere considerata “ristrutturazione†se non c’è la “contestualità †fra demolizione e ricostruzione e se non viene conservata la “volumetria preesistenteâ€, senza ulteriori “trasformazioni della morfologia del territorioâ€. Altrimenti è “nuova costruzioneâ€, che ha bisogno non di una Scia, ma di un permesso di costruire e del pagamento di più alti oneri di urbanizzazione, per garantire la dotazione di servizi pubblici ai nuovi abitanti che arrivano in zona.
Il Comune di Milano aveva dovuto adeguarsi. “In esecuzione della sentenza del Consiglio di Stato†del novembre 2025, la pubblica amministrazione milanese aveva ordinato la demolizione di quanto fino a quel momento costruito. L’operatore privato era ricorso al Tar, che ora però gli dà torto e ribadisce che l’edificio fuorilegge deve essere integralmente abbattuto.
Questo è ciò che stabiliscono i giudici amministrativi. Intanto va avanti il parallelo processo penale. L’immobiliarista D’Ambrosio, insieme con il direttore lavori-progettista Marco Colombo e l’impresario edile Gaetano Risi, e con i dirigenti del Comune che avevano trattato la pratica, sono a giudizio per lottizzazione abusiva, abuso edilizio e falso, secondo le contestazioni della pubblica accusa rappresentata dal pm Paolo Filippini. La sentenza del Tar ha escluso anche la possibilità di una demolizione parziale, che era stata ventilata dall’operatore, disponibile a modificare il progetto originario e a diminuire l’altezza dell’immobile: richiesta respinta.
Leggi anche:
Il Consiglio di Stato su via Fauchè: è abuso edilizio, non rigenerazione urbana
Spirit de Milan
Spirit de Milan, ovvero la sagra delle ipocrisie
Per i non milanesi: lo Spirit è un locale di Milano dove si mangia, si beve, si ascolta buona musica, si balla, si fa cabaret. È un grande spazio di 3 mila metri quadrati, cortili, capannoni, un tempo sede delle cristallerie Livellara. Luogo struggente di archeologia industriale rivitalizzato da jazz e swing. Attraversarlo era provare un momento di magia, anche senza scomodare Marc Augé e l’estetica delle rovine.
Ora lo Spirit de Milan è chiuso. Il contratto d’affitto non è stato rinnovato, i gestori del locale, Luca Locatelli, Sonia Simoni e Ilaria Polleschi, sono stati sfrattati, le serrature sono state cambiate. I proprietari stanno trattando la vendita con Coima di Manfredi Catella che ha intenzione di realizzare sull’area l’ennesima operazione immobiliare: residenze per studenti, questa volta, che ora sul mercato immobiliare rendono più delle abitazioni.
È il Modello Milano, la città che si trasforma, cresce in altezza, non si ferma mai. L’abbiamo visto ripetuto decine di volte, con molti casi finiti sotto processo. Ma questa volta si è aperto un caso cittadino: a protestare non sono più solo i tre soci dello Spirit, i 60 dipendenti che vi lavoravano, i tanti artisti che vi si esibivano, i tantissimi milanesi di ogni età che riempivano cortili e capannoni; questa volta a protestare – sarà colpa dell’arietta di campagna elettorale che già spira a Milano – è anche la politica. Parola d’ordine: salviamo lo Spirit dagli immobiliaristi!
L’assessore alla Cultura Tommaso Sacchi: “Non è un locale qualunque, ma un progetto di rigenerazione urbana che ha trasformato uno spazio abbandonato in un luogo frequentato da migliaia di milanesiâ€. Il sindaco Giuseppe Sala: “Milano oggi ha bisogno di modelli di rigenerazione a base socioculturale e collaborativa, gli spazi già attivi non vanno chiusi. Chiederò formalmente che l’attività non venga interrottaâ€. Pierfrancesco Majorino, aspirante sindaco Pd: “La vicenda dello Spirit è la vicenda di Milano: non ci si può arrendereâ€.
È una meraviglia, questa mobilitazione per salvare lo Spirit. Bravi, il sindaco, l’assessore, il candidato e tutti gli altri. Ma Catella potrebbe rispondere: è il Modello Milano, bellezza. Dov’eravate quando costruttori, fondi immobiliari e sviluppatori riempivano di grattacieli la città ? Perché allora inneggiavate orgogliosi allo “sviluppo verticale†e ora frignate per la perdita dello Spirit?
Questa è una partita privata, tra un proprietario, il suo affittuario e lo sviluppatore Catella: il Comune può fare solo dichiarazioni da campagna elettorale, a meno che non voglia imporre un forse impossibile vincolo sociale-culturale sull’immobile (a proposito di Catella: propone il trasferimento dello Spirit dal magico spazio di archeologia industriale di via Bovisasca all’area dei palazzi stile Bucarest del suo Villaggio olimpico).
Ma soprattutto: a cosa pensavate quando avete chiuso, privatizzato o semiprivatizzato spazi pubblici, piscine, campi sportivi, mercati comunali? Lo stadio di San Siro lo avete svenduto a Paolo Scaroni e fondi sottostanti con annessa operazione immobiliare. Il Lido lo avete regalato agli spagnoli di GoFit. La piscina Scarioni è chiusa e promessa anch’essa a GoFit. La piscina Botta è stata trasformata negli scicchissimi (e costosissimi) Bagni Misteriosi.
Il centro sportivo di via Cilea lo volete togliere ai bambini del quartiere per darlo alla società di Cambiasso. Il campo sportivo XXV Aprile lo volevate distruggere con remunerativi (per i privati di Golarsa Academy) campi di padel, tennis e Clubhouse e solo all’ultimo minuto siete stati costretti a fare qualche piccolo passo indietro. Gli scali ferroviari che avevano uso pubblico li avete trasformati in privatissime lottizzazioni immobiliari. E vi state preparando a fare lo stesso con l’ex Macello, la Piazza d’Armi, i grandi depositi tranviari dell’Atm.
Non avete provato alcun brivido per interi pezzi di città pubblica tolti ai cittadini. Ora fate mostra di scandalo per lo Spirit de Milan: ma chi pensate che vi creda?
Urbanistica
Torre Milano, accusa e difesa a confronto
È la prima inchiesta sull’urbanistica milanese che arriva a sentenza. La giudice Paola Braggion martedì 16 giugno si pronuncerà sulla Torre Milano, un grattacielo di 24 piani alto 85 metri edificato in via Stresa, al posto di due piccole palazzine a uffici di 2 e 3 piani che un tempo ospitavano la casa editrice Universo, quella che pubblicava i giornali a fumetti l’Intrepido e Il Monello.
La pm Marina Petruzzella ha chiesto la condanna a 2 anni e 4 mesi di reclusione, oltre a 50 mila euro di ammenda, per i principali indagati: i costruttori Carlo e Stefano Rusconi, il progettista Gianmaria Beretta, i dirigenti comunali Giovanni Oggioni e Franco Zinna. Ha chiesto anche la pena che fa più paura ai costruttori: la confisca del grattacielo ritenuto abusivo, perché costruito con la Scia (Segnalazione certificata di inizio attività ) invece che con un piano attuativo, come fosse una “ritrutturazione†e non invece una nuova costruzione; dunque pagando al Comune oneri e “monetizzazioni degli standard†molto più bassi.
Ogni caso urbanistico è a sé, tra i molti a processo o sotto indagine. Ma certo questo, che arriva per primo a sentenza, darà il segno dell’aria che tira, se il tribunale accetterà le ipotesi dei pm o le respingerà . Accusa e difesa si sono confrontati in modo molto vivace durante le udienze del processo. Ecco, in estrema sintesi, i loro argomenti.
Piano attuativo o Scia?
Difesa: Secondo la legge regionale lombarda non c’è obbligo di piano attuativo nei settori della città già compiutamente urbanizzati e nei lotti inferiori ai 5 mila mq di superficie.
Accusa: La legge regionale conferma la legge urbanistica del 1942 (“Il piano regolatore generale è attuato a mezzo di piani particolareggiati di esecuzioneâ€). Lo hanno recentemente confermato Cassazione e Consiglio di Stato.
Ristrutturazione o nuova costruzione?
Difesa: La Torre Milano è ristrutturazione, ha demolito e ricostruito con diverse caratteristiche tipologiche e planivolumetriche, per realizzare un intervento di rigenerazione urbana.
Accusa: La Cassazione ha già affermato che è ristrutturazione solo se si conserva traccia dell’edificio precedente. E il Consiglio di Stato ha dettato i criteri per definire la ristrutturazione. Non rispettati nel caso della Torre Milano, che non ha conservato nulla del precedente edificio demolito, ha portato fuori terra superfici che precedentemente erano interrate e ha realizzato un cambio di destinazione d’uso, da uffici a residenza.
Bisogna dare nuovi servizi ai cittadini?
Difesa: Il carico urbanistico (cioè il “peso†sulla città ) della Torre Milano è di 160 abitanti. Prima, negli uffici, potevano entrare 300 impiegati. Dunque il nuovo intervento ottiene una riduzione del carico urbanistico, ergo nessun nuovo servizio deve essere fornito.
Accusa: Il calcolo della difesa è suggestivo ma errato, oltre che insensato, e comunque in contrasto con la legge statale e regionale. Il carico urbanistico di un edificio residenziale è molto maggiore di quello di un edificio a uso uffici. Poi il numero dei nuovi abitanti, calcolati correttamente secondo la normativa urbanistica del 1968, è 320, non 160. Torre Milano ha generato un carico insediativo maggiore di quello precedente.
Bisogna dare nuove aree per servizi?
Difesa: La legge dice che i servizi devono essere 18 mq per abitante. Ma a Milano ci sono già almeno 30 mq per abitante, dunque niente deve essere dato perché “la dotazione di standard è già ampiamente soddisfacenteâ€.
Accusa: Calcolo non corretto, perché tiene conto solo della popolazione stabilmente residente, ma non della popolazione gravitante nel territorio, stimata in base agli occupati, agli studenti, agli utenti dei servizi di rilievo sovracomunale, ai flussi turistici. Un esempio: i parcheggi a Milano sono gravemente insufficienti. In più, i nuovi residenti così usufruirebbero gratuitamente di aree pagate da coloro che si sono insediati prima di loro e questo viola l’elementare criterio di giustizia, secondo cui i costi dei servizi pubblici devono essere addossati a tutti i beneficiari.
“Monetizzazioniâ€, il prezzo è giusto?
Difesa: Sì, lo ha stabilito il Comune e l’operatore si è adeguato.
Accusa: La legge regionale del 2005 sul governo del territorio consente la monetizzazione delle aree a standard per una somma “comunque non inferiore al costo dell’acquisizione di altre areeâ€. A Milano il Comune pretendeva invece costi molto più bassi.
Alessandro Proto
Inchiesta Galleria. C’è anche Rudy Citterio
L’inchiesta della Procura sugli spazi affittati dal Comune di Milano ai privati, anche nella Galleria Vittorio Emanuele, ha tra i protagonisti Rudy Citterio, imprenditore da trent’anni attivo nel business dei locali notturni milanesi.
È quello di cui è convinto Massimiliano Lisa, che lo cita nei suoi esposti che, presentati un anno fa alla Guardia di finanza, hanno dato origine all’inchiesta oggi condotta dalla pm Grazia Colacicco. Citterio è descritto da Lisa come il mediatore informale che si occupa di facilitare i rapporti tra imprenditori privati e la pubblica amministrazione.
Nei suoi esposti, Lisa denuncia la gestione, a suo dire opaca, degli spazi in Galleria affittati dal Comune, tra i quali quelli dove ha sede il Museo Leonardo 3 da lui gestito.
Nei mesi scorsi, Lisa si è candidato sindaco di Milano con la lista civica Milano libera, che ha indicato come candidato vicesindaco e assessore alla trasparenza Tiziana Siciliano, il sostituto procuratore che ha avviato le indagini sull’urbanistica milanese e che, dopo essere andata in pensione nel dicembre scorso, ha dato la sua disponibilità a candidarsi nella lista di Lisa.
Nato a Desio nel 1959, Rodolfo Citterio ha avuto ruoli di vertice dentro Silb, il Sindacato italiano locali da ballo, e Fipe, la Federazione italiana pubblici esercizi, aderente alla Confcommercio. Nel 2010 è stato coinvolto (e perfino posto agli arresti domiciliari) in una inchiesta sui locali notturni milanesi (Vallettopoli 2) e sui rapporti con funzionari pubblici, da cui è uscito prosciolto.
Data articolo: Fri, 12 Jun 2026 07:34:03 +0000IL DITO E LA LUNA.
Curiosa, l’informazione dei grandi giornali su Milano. La notizia è: sono sotto indagine della Procura i rapporti tra funzionari comunali e privati, a proposito delle concessioni e affitti di spazi pubblici, in Galleria e altrove. La pm (Grazia Colacicco) sta verificando se ci sono state irregolarità , favoritismi, tangenti.
Ma i giornali e i politici non ne parlano. Si scandalizzano invece perché una ex magistrata (Tiziana Siciliano) si è candidata in una lista civica, quella di Massimiliano Lisa, che un anno fa ha presentato un esposto alla Guardia di finanza (non alla Procura) da cui poi è partita l’indagine di cui Siciliano, andata in pensione prima che l’inchiesta si sviluppasse, non sapeva niente. L’indagine era stata infatti aperta in automatico a modello 45 (senza ipotesi di reato e senza indagati) e solo successivamente è avvenuta l’iscrizione a modello 21 (con ipotesi di reato e indagati).
Santa Giulia
2026, ora l’operatore internazionale abbandona Milano
Il cerchio si chiude. La gloria mediatica di Giuseppe Sala si era aperta con Expo (anche grazie ai milioni regalati ai giornali dall’allora amministratore delegato dell’esposizione, “per massima visibilità †dell’evento). E rischia di chiudersi, undici anni dopo, con Mind, il nome dato alla sfortunata operazione immobiliare da realizzare sui terreni di Expo 2015.
Lendlease, lo sviluppatore australiano che la sta completando (non senza difficoltà ), potrebbe lasciare le sue attività italiane. Ha già venduto l’altro grande progetto che aveva avviato a Milano, Santa Giulia, un’operazione da 1,8 miliardi iniziata nel 2004 per edificare residenze (3 mila appartamenti), spazi commerciali, uffici, hotel, per un totale di 385 mila metri quadrati.
L’ha passato a Bizzi & Partners (già attivo sulle aree Falck di Sesto San Giovanni) per 150 milioni di euro, con una perdita ammessa di circa 175 milioni di dollari. Lendlease ha concluso questa vendita dopo aver annunciato un piano di riorganizzazione che prevede la liquidazione delle attività negli Stati Uniti e in Europa, per far fronte alle difficoltà finanziarie e alle perdite del suo titolo in Borsa.
Le ombre di questa operazione si proiettano inevitabilmente anche su Mind, presentato come “distretto dell’innovazione†per dare un senso urbanistico alle aree private comprate a caro prezzo dal pubblico (Comune di Milano e Regione Lombardia) per farci Expo 2015, senza avere un progetto di come utilizzarle alla fine della super-fiera.
Le promesse dell’allora presidente del Consiglio (Matteo Renzi) erano di farci arrivare “aziende come Ibm, Nokia, Bayerâ€, attirate da un piccolo polo tecnico-scientifico, Human Technopole, e dalle facoltà scientifiche dell’Università Statale, deportate da Città Studi. Lendlease aveva comprato il pacchetto con l’intenzione di aggiungere una robusta quota di residenze.
Undici anni dopo Expo, siamo ancora lontani da vedere che cosa sia Mind. Siamo a un terzo dell’operazione. Ciò che è andato avanti è la parte pubblica (Human Technopole, Università Statale…) e l’ospedale Galeazzi (gruppo San Donato) che vive dei finanziamenti pubblici per la sanità .
Molto in ritardo invece la parte privata, che prometteva di dare un senso e di rendere conveniente l’operazione Mind anche al pubblico. Ibm, Nokia e Bayer, che Renzi aveva annunciato come impazienti di impiantarsi qui, non si sono viste; vedremo ora se Lendlease, appena fuggita da Santa Giulia, lascerà anche Mind.
Non si può scambiare la crisi di un operatore con la crisi generale del mercato immobiliare, ma la prima lezione (provvisoria, certo) che se ne può ricavare è che il privato, rapido a incassare quando fa profitti, è ancor più rapido ad abbandonare il terreno quando non vede certezza di remunerazione del capitale: legittimo, è il mercato. Peccato però che il pubblico si affidi sempre al privato, rischiando di pagare il conto finale.
La seconda lezione (simbolica) è che siamo arrivati a una svolta d’epoca. È finita la fase gloriosa dello sviluppismo perseguito da Sala, quello della Milano place to be e altre narrazioni zuccherose; è finita la fase espansiva dell’immobiliare come unico driver dello sviluppo urbano, lasciato al mercato e ai privati senza alcuna vera regia pubblica e soprattutto senza compensazioni per la città , che intanto subiva una trasformazione che ne faceva sì una metropoli “attrattiva†grazie agli enormi profitti garantiti agli operatori e ai fondi internazionali, ma anche la città più cara d’Europa per costo dell’abitare in rapporto al livello degli stipendi, impoveriva il ceto medio, escludeva 400 mila cittadini costretti a lasciare Milano.
Stupisce non vedere, dentro la politica (che di fatto ha già cominciato la campagna elettorale per il nuovo sindaco) alcun cenno di autocritica per un Modello Milano che, impersonificato da Sala, ha realizzato l’esatto opposto di quella che dovrebbe essere la mission della sinistra: la riduzione delle disuguaglianze.
Data articolo: Fri, 12 Jun 2026 07:19:36 +0000