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#Gianni #Barbacetto
Silvio Berlusconi
Rivelazioni. “Quando inventammo 400 candidati per convincere Berlusconiâ€
di Marco Lillo / il Fatto quotidiano, 13 giugno 2026
Al processo contro Salvatore Baiardo (per fatti che poco c’entrano, cioè favoreggiamento e calunnia aggravati) emergono un paio di retroscena utili per inquadrare meglio il lascito di Berlusconi a tre anni dalla sua morte. Il 10 giugno a Firenze il pm Lorenzo Gestri chiede conto al testimone Gianfranco Miccichè di una conversazione con Marcello Dell’Utri del 15 ottobre 2021.
Il viceré in Sicilia negli anni d’oro di Publitalia e Forza Italia sente il suo ex capo, intercettato e indagato allora, poi archiviato, mentre esce dalla Scala di Milano dopo avere visto Il Barbiere di Siviglia. Miccichè lo aveva cercato dopo una cena con Matteo Renzi all’enoteca Pinchiorri di Firenze annaffiata con un grande rosso: Guado al Tasso Antinori. Era il periodo di “Forza Italia Viva†come la chiamavano Renzi e Dell’Utri, tra il serio e il faceto.
Un presidente per la grazia a Dell’Utri
Renzi a cena era stato prodigo di rivelazioni su B. e la scelta del Presidente della Repubblica nel 2015, quando a causa dell’elezione di Mattarella e non di Giuliano Amato (fortemente voluto da Berlusconi) si ruppe il patto del Nazareno tra il premier Renzi e B. Renzi avrebbe detto a Miccichè, che lo riporta subito all’amico Marcello, che Berlusconi allora “mi ha detto dieci volte ‘io ho bisogno solo di un presidente della Repubblica che dia la grazia a Marcello, tutto il resto non me ne frega un cazzo’, perché me lo ha ripetuto dieci volte (…) ‘perché io sto troppo male perché so che (…) Marcello è in galera per colpa mia’â€.
Miccichè spiega che a detta di Renzi, lui fece saltare il patto con B. sulle riforme costituzionali preferendo Mattarella quando scoprì che Berlusconi aveva già raggiunto un accordo su Amato alle spalle di Renzi, con il nemico D’Alema. In aula Miccichè ha confermato questa lettura facendo capire, senza dirlo, che Amato era considerato da Berlusconi più disponibile a dare la grazia a Dell’Utri.
Miccichè e Dell’Utri convengono poi al telefono che Berlusconi ha ragione nel legare i guai giudiziari di Dell’Utri a quel che fece nel 1993. A quel punto svelano un retroscena sulla nascita di Forza Italia.
Forza Italia, 400 candidati inesistenti
Miccichè: “Noi ce li siamo inventati Marcello, ci siamo presi fotografie finte, (incomprensibile), curricula finti, ma che ce lo siamo scordati quello che abbiamo fattoâ€.
Dell’Utri: “E dall’elenco del telefono li abbiamo presiâ€.
Miccichè: “Dall’elenco del telefono, ognuno di noi dalle regioni che portava nomi inesistenti, quando tornavo a casa e li raccontavo ridevamo tre ore intere non ci riuscivamo a fermare†(ridono).
La presidente del Tribunale Anna Favi, incuriosita, chiede cosa volesse dire. Miccichè non si tira indietro: “Un giorno facemmo una riunione all’albergo a Milano 2 (“Hotel Jolly- spiegherà poi ai giornalisti – era 3 o 4 mesi prima della discesa in campo del 26 gennaio 1994â€, ndr) e Berlusconi ci riunì per sapere a che punto fosse (…) Marcello Dell’Utri ci disse ‘abbiamo una scelta da fare (…) se noi diciamo a Berlusconi che non abbiamo candidati (…) è chiaro che Berlusconi ci dice basta. Allora è fallita l’operazione. (…) se invece noi decidiamo che questa operazione ci convince e la vogliamo fare, ci dobbiamo inventare i candidatiâ€.
La presidente chiede che vuol dire e Miccichè: “Mi viene da ridere solo a pensarci: fotografie finte, cognome finto, finto curriculum, finti. Cioè noi abbiamo preparato 400 candidati inesistenti che abbiamo consegnato a Berlusconi, è stata la più grande finzione di questo mondo (…) io avevo un amico mio che si chiamava Vincenzo La Barbera, era commercialista. Lo chiamavano, invece che Vincenzo, Antonio e gli misi la sua fotografia e dissi che era medico (…) per convincere Berlusconi ad andare avanti sulla costruzione del partito. Forza Italia era necessaria (…) Dell’Utri, aveva creato questa squadra, eravamo quasi tutte persone di Publitalia. E quel giorno, in quell’albergo di Milano 2, rassegniamo la situazione qual era. Dell’Utri disse che facciamo? Rinunziamo? Diciamo a Berlusconi che non siamo stati capaci di ritrovare questi candidati oppure creiamo questa apparenza? Ma dette un input da una parte o dall’altra mi scusi, (…) quindi lui lo voleva il partito, Dell’Utri lo voleva il partito, ha detto sìâ€.
Tutti in aula sono concordi su un punto: Dell’Utri fu decisivo e 30 anni dopo B. se ne ricorda chiedendo la grazia ai candidati al Quirinale. Le letture divergono sul senso del ruolo del fondatore di FI. I pm ipotizzavano che avesse stretto un patto, proprio nel 1993, con i boss che facevano le stragi al centro-nord con finalità eversive.
Ipotesi archiviata. Miccichè offre in aula una lettura opposta: “Non era fatta, credetemi, (…) per favorire la mafia né per fare altro. Era soltanto perché si credeva molto nel fatto che si potessero cambiare le cose in questo Paese e abbiamo sbagliato, non sono cambiateâ€.
Data articolo: Mon, 15 Jun 2026 09:36:17 +0000Urbanistica
Il Tar conferma le ruspe: abbattete la palazzina di via Fauchè
Quel palazzo nel cortile è (proprio) da demolire. Lo stabilisce il Tar, il Tribunale amministrativo della Lombardia, in una sentenza resa nota ieri, 11 giugno 2026, che riguarda un edificio in costruzione in via Fauchè 9, a Milano. La vicenda era iniziata nell’ottobre 2022, quando l’immobiliarista Luigi Gigio D’Ambrosio e la sua società Fauchè 9 srl avevano cominciato a realizzare, con una Scia (Segnalazione certificata di inizio attività ) la “ristrutturazione†di un deposito dentro un cortile, abbattendolo ed edificando al suo posto una palazzina residenziale di tre piani.
L’operazione aveva provocato la reazione e le proteste degli abitanti del condominio di via Fauchè-via Castelvetro, che si erano affidati alla tutela dell’avvocato Wanda Mastrojanni. Il caso era finito tra le decine di interventi urbanistici ritenuti fuori legge dalla Procura di Milano e il cantiere era stato sequestrato. Contro il sequestro, il Comune era ricorso al Tar e poi al Consiglio di Stato, che però avevano dato ragione alla Procura, torto al Comune e ribadito che l’operazione non poteva essere qualificata come “ristrutturazione ricostruttivaâ€, bensì “nuova edificazioneâ€, con la necessità di procedere con un permesso di costruire, non sostituibile con la Scia.
Il Consiglio di Stato, con una sentenza giuridicamente memorabile, aveva sentenziato che nonostante le modifiche di legge realizzate negli ultimi tredici anni (nel 2013, nel 2020, nel 2022), che hanno notevolmente allargato il concetto di “ristrutturazione ediliziaâ€, la demolizione con ricostruzione di un nuovo edificio non può essere considerata “ristrutturazione†se non c’è la “contestualità †fra demolizione e ricostruzione e se non viene conservata la “volumetria preesistenteâ€, senza ulteriori “trasformazioni della morfologia del territorioâ€. Altrimenti è “nuova costruzioneâ€, che ha bisogno non di una Scia, ma di un permesso di costruire e del pagamento di più alti oneri di urbanizzazione, per garantire la dotazione di servizi pubblici ai nuovi abitanti che arrivano in zona.
Il Comune di Milano aveva dovuto adeguarsi. “In esecuzione della sentenza del Consiglio di Stato†del novembre 2025, la pubblica amministrazione milanese aveva ordinato la demolizione di quanto fino a quel momento costruito. L’operatore privato era ricorso al Tar, che ora però gli dà torto e ribadisce che l’edificio fuorilegge deve essere integralmente abbattuto.
Questo è ciò che stabiliscono i giudici amministrativi. Intanto va avanti il parallelo processo penale. L’immobiliarista D’Ambrosio, insieme con il direttore lavori-progettista Marco Colombo e l’impresario edile Gaetano Risi, e con i dirigenti del Comune che avevano trattato la pratica, sono a giudizio per lottizzazione abusiva, abuso edilizio e falso, secondo le contestazioni della pubblica accusa rappresentata dal pm Paolo Filippini. La sentenza del Tar ha escluso anche la possibilità di una demolizione parziale, che era stata ventilata dall’operatore, disponibile a modificare il progetto originario e a diminuire l’altezza dell’immobile: richiesta respinta.
Leggi anche:
Il Consiglio di Stato su via Fauchè: è abuso edilizio, non rigenerazione urbana
Spirit de Milan
Spirit de Milan, ovvero la sagra delle ipocrisie
Per i non milanesi: lo Spirit è un locale di Milano dove si mangia, si beve, si ascolta buona musica, si balla, si fa cabaret. È un grande spazio di 3 mila metri quadrati, cortili, capannoni, un tempo sede delle cristallerie Livellara. Luogo struggente di archeologia industriale rivitalizzato da jazz e swing. Attraversarlo era provare un momento di magia, anche senza scomodare Marc Augé e l’estetica delle rovine.
Ora lo Spirit de Milan è chiuso. Il contratto d’affitto non è stato rinnovato, i gestori del locale, Luca Locatelli, Sonia Simoni e Ilaria Polleschi, sono stati sfrattati, le serrature sono state cambiate. I proprietari stanno trattando la vendita con Coima di Manfredi Catella che ha intenzione di realizzare sull’area l’ennesima operazione immobiliare: residenze per studenti, questa volta, che ora sul mercato immobiliare rendono più delle abitazioni.
È il Modello Milano, la città che si trasforma, cresce in altezza, non si ferma mai. L’abbiamo visto ripetuto decine di volte, con molti casi finiti sotto processo. Ma questa volta si è aperto un caso cittadino: a protestare non sono più solo i tre soci dello Spirit, i 60 dipendenti che vi lavoravano, i tanti artisti che vi si esibivano, i tantissimi milanesi di ogni età che riempivano cortili e capannoni; questa volta a protestare – sarà colpa dell’arietta di campagna elettorale che già spira a Milano – è anche la politica. Parola d’ordine: salviamo lo Spirit dagli immobiliaristi!
L’assessore alla Cultura Tommaso Sacchi: “Non è un locale qualunque, ma un progetto di rigenerazione urbana che ha trasformato uno spazio abbandonato in un luogo frequentato da migliaia di milanesiâ€. Il sindaco Giuseppe Sala: “Milano oggi ha bisogno di modelli di rigenerazione a base socioculturale e collaborativa, gli spazi già attivi non vanno chiusi. Chiederò formalmente che l’attività non venga interrottaâ€. Pierfrancesco Majorino, aspirante sindaco Pd: “La vicenda dello Spirit è la vicenda di Milano: non ci si può arrendereâ€.
È una meraviglia, questa mobilitazione per salvare lo Spirit. Bravi, il sindaco, l’assessore, il candidato e tutti gli altri. Ma Catella potrebbe rispondere: è il Modello Milano, bellezza. Dov’eravate quando costruttori, fondi immobiliari e sviluppatori riempivano di grattacieli la città ? Perché allora inneggiavate orgogliosi allo “sviluppo verticale†e ora frignate per la perdita dello Spirit?
Questa è una partita privata, tra un proprietario, il suo affittuario e lo sviluppatore Catella: il Comune può fare solo dichiarazioni da campagna elettorale, a meno che non voglia imporre un forse impossibile vincolo sociale-culturale sull’immobile (a proposito di Catella: propone il trasferimento dello Spirit dal magico spazio di archeologia industriale di via Bovisasca all’area dei palazzi stile Bucarest del suo Villaggio olimpico).
Ma soprattutto: a cosa pensavate quando avete chiuso, privatizzato o semiprivatizzato spazi pubblici, piscine, campi sportivi, mercati comunali? Lo stadio di San Siro lo avete svenduto a Paolo Scaroni e fondi sottostanti con annessa operazione immobiliare. Il Lido lo avete regalato agli spagnoli di GoFit. La piscina Scarioni è chiusa e promessa anch’essa a GoFit. La piscina Botta è stata trasformata negli scicchissimi (e costosissimi) Bagni Misteriosi.
Il centro sportivo di via Cilea lo volete togliere ai bambini del quartiere per darlo alla società di Cambiasso. Il campo sportivo XXV Aprile lo volevate distruggere con remunerativi (per i privati di Golarsa Academy) campi di padel, tennis e Clubhouse e solo all’ultimo minuto siete stati costretti a fare qualche piccolo passo indietro. Gli scali ferroviari che avevano uso pubblico li avete trasformati in privatissime lottizzazioni immobiliari. E vi state preparando a fare lo stesso con l’ex Macello, la Piazza d’Armi, i grandi depositi tranviari dell’Atm.
Non avete provato alcun brivido per interi pezzi di città pubblica tolti ai cittadini. Ora fate mostra di scandalo per lo Spirit de Milan: ma chi pensate che vi creda?
Urbanistica
Torre Milano, accusa e difesa a confronto
È la prima inchiesta sull’urbanistica milanese che arriva a sentenza. La giudice Paola Braggion martedì 16 giugno si pronuncerà sulla Torre Milano, un grattacielo di 24 piani alto 85 metri edificato in via Stresa, al posto di due piccole palazzine a uffici di 2 e 3 piani che un tempo ospitavano la casa editrice Universo, quella che pubblicava i giornali a fumetti l’Intrepido e Il Monello.
La pm Marina Petruzzella ha chiesto la condanna a 2 anni e 4 mesi di reclusione, oltre a 50 mila euro di ammenda, per i principali indagati: i costruttori Carlo e Stefano Rusconi, il progettista Gianmaria Beretta, i dirigenti comunali Giovanni Oggioni e Franco Zinna. Ha chiesto anche la pena che fa più paura ai costruttori: la confisca del grattacielo ritenuto abusivo, perché costruito con la Scia (Segnalazione certificata di inizio attività ) invece che con un piano attuativo, come fosse una “ritrutturazione†e non invece una nuova costruzione; dunque pagando al Comune oneri e “monetizzazioni degli standard†molto più bassi.
Ogni caso urbanistico è a sé, tra i molti a processo o sotto indagine. Ma certo questo, che arriva per primo a sentenza, darà il segno dell’aria che tira, se il tribunale accetterà le ipotesi dei pm o le respingerà . Accusa e difesa si sono confrontati in modo molto vivace durante le udienze del processo. Ecco, in estrema sintesi, i loro argomenti.
Piano attuativo o Scia?
Difesa: Secondo la legge regionale lombarda non c’è obbligo di piano attuativo nei settori della città già compiutamente urbanizzati e nei lotti inferiori ai 5 mila mq di superficie.
Accusa: La legge regionale conferma la legge urbanistica del 1942 (“Il piano regolatore generale è attuato a mezzo di piani particolareggiati di esecuzioneâ€). Lo hanno recentemente confermato Cassazione e Consiglio di Stato.
Ristrutturazione o nuova costruzione?
Difesa: La Torre Milano è ristrutturazione, ha demolito e ricostruito con diverse caratteristiche tipologiche e planivolumetriche, per realizzare un intervento di rigenerazione urbana.
Accusa: La Cassazione ha già affermato che è ristrutturazione solo se si conserva traccia dell’edificio precedente. E il Consiglio di Stato ha dettato i criteri per definire la ristrutturazione. Non rispettati nel caso della Torre Milano, che non ha conservato nulla del precedente edificio demolito, ha portato fuori terra superfici che precedentemente erano interrate e ha realizzato un cambio di destinazione d’uso, da uffici a residenza.
Bisogna dare nuovi servizi ai cittadini?
Difesa: Il carico urbanistico (cioè il “peso†sulla città ) della Torre Milano è di 160 abitanti. Prima, negli uffici, potevano entrare 300 impiegati. Dunque il nuovo intervento ottiene una riduzione del carico urbanistico, ergo nessun nuovo servizio deve essere fornito.
Accusa: Il calcolo della difesa è suggestivo ma errato, oltre che insensato, e comunque in contrasto con la legge statale e regionale. Il carico urbanistico di un edificio residenziale è molto maggiore di quello di un edificio a uso uffici. Poi il numero dei nuovi abitanti, calcolati correttamente secondo la normativa urbanistica del 1968, è 320, non 160. Torre Milano ha generato un carico insediativo maggiore di quello precedente.
Bisogna dare nuove aree per servizi?
Difesa: La legge dice che i servizi devono essere 18 mq per abitante. Ma a Milano ci sono già almeno 30 mq per abitante, dunque niente deve essere dato perché “la dotazione di standard è già ampiamente soddisfacenteâ€.
Accusa: Calcolo non corretto, perché tiene conto solo della popolazione stabilmente residente, ma non della popolazione gravitante nel territorio, stimata in base agli occupati, agli studenti, agli utenti dei servizi di rilievo sovracomunale, ai flussi turistici. Un esempio: i parcheggi a Milano sono gravemente insufficienti. In più, i nuovi residenti così usufruirebbero gratuitamente di aree pagate da coloro che si sono insediati prima di loro e questo viola l’elementare criterio di giustizia, secondo cui i costi dei servizi pubblici devono essere addossati a tutti i beneficiari.
“Monetizzazioniâ€, il prezzo è giusto?
Difesa: Sì, lo ha stabilito il Comune e l’operatore si è adeguato.
Accusa: La legge regionale del 2005 sul governo del territorio consente la monetizzazione delle aree a standard per una somma “comunque non inferiore al costo dell’acquisizione di altre areeâ€. A Milano il Comune pretendeva invece costi molto più bassi.
Alessandro Proto
Inchiesta Galleria. C’è anche Rudy Citterio
L’inchiesta della Procura sugli spazi affittati dal Comune di Milano ai privati, anche nella Galleria Vittorio Emanuele, ha tra i protagonisti Rudy Citterio, imprenditore da trent’anni attivo nel business dei locali notturni milanesi.
È quello di cui è convinto Massimiliano Lisa, che lo cita nei suoi esposti che, presentati un anno fa alla Guardia di finanza, hanno dato origine all’inchiesta oggi condotta dalla pm Grazia Colacicco. Citterio è descritto da Lisa come il mediatore informale che si occupa di facilitare i rapporti tra imprenditori privati e la pubblica amministrazione.
Nei suoi esposti, Lisa denuncia la gestione, a suo dire opaca, degli spazi in Galleria affittati dal Comune, tra i quali quelli dove ha sede il Museo Leonardo 3 da lui gestito.
Nei mesi scorsi, Lisa si è candidato sindaco di Milano con la lista civica Milano libera, che ha indicato come candidato vicesindaco e assessore alla trasparenza Tiziana Siciliano, il sostituto procuratore che ha avviato le indagini sull’urbanistica milanese e che, dopo essere andata in pensione nel dicembre scorso, ha dato la sua disponibilità a candidarsi nella lista di Lisa.
Nato a Desio nel 1959, Rodolfo Citterio ha avuto ruoli di vertice dentro Silb, il Sindacato italiano locali da ballo, e Fipe, la Federazione italiana pubblici esercizi, aderente alla Confcommercio. Nel 2010 è stato coinvolto (e perfino posto agli arresti domiciliari) in una inchiesta sui locali notturni milanesi (Vallettopoli 2) e sui rapporti con funzionari pubblici, da cui è uscito prosciolto.
Data articolo: Fri, 12 Jun 2026 07:34:03 +0000IL DITO E LA LUNA.
Curiosa, l’informazione dei grandi giornali su Milano. La notizia è: sono sotto indagine della Procura i rapporti tra funzionari comunali e privati, a proposito delle concessioni e affitti di spazi pubblici, in Galleria e altrove. La pm (Grazia Colacicco) sta verificando se ci sono state irregolarità , favoritismi, tangenti.
Ma i giornali e i politici non ne parlano. Si scandalizzano invece perché una ex magistrata (Tiziana Siciliano) si è candidata in una lista civica, quella di Massimiliano Lisa, che un anno fa ha presentato un esposto alla Guardia di finanza (non alla Procura) da cui poi è partita l’indagine di cui Siciliano, andata in pensione prima che l’inchiesta si sviluppasse, non sapeva niente. L’indagine era stata infatti aperta in automatico a modello 45 (senza ipotesi di reato e senza indagati) e solo successivamente è avvenuta l’iscrizione a modello 21 (con ipotesi di reato e indagati).
Santa Giulia
2026, ora l’operatore internazionale abbandona Milano
Il cerchio si chiude. La gloria mediatica di Giuseppe Sala si era aperta con Expo (anche grazie ai milioni regalati ai giornali dall’allora amministratore delegato dell’esposizione, “per massima visibilità †dell’evento). E rischia di chiudersi, undici anni dopo, con Mind, il nome dato alla sfortunata operazione immobiliare da realizzare sui terreni di Expo 2015.
Lendlease, lo sviluppatore australiano che la sta completando (non senza difficoltà ), potrebbe lasciare le sue attività italiane. Ha già venduto l’altro grande progetto che aveva avviato a Milano, Santa Giulia, un’operazione da 1,8 miliardi iniziata nel 2004 per edificare residenze (3 mila appartamenti), spazi commerciali, uffici, hotel, per un totale di 385 mila metri quadrati.
L’ha passato a Bizzi & Partners (già attivo sulle aree Falck di Sesto San Giovanni) per 150 milioni di euro, con una perdita ammessa di circa 175 milioni di dollari. Lendlease ha concluso questa vendita dopo aver annunciato un piano di riorganizzazione che prevede la liquidazione delle attività negli Stati Uniti e in Europa, per far fronte alle difficoltà finanziarie e alle perdite del suo titolo in Borsa.
Le ombre di questa operazione si proiettano inevitabilmente anche su Mind, presentato come “distretto dell’innovazione†per dare un senso urbanistico alle aree private comprate a caro prezzo dal pubblico (Comune di Milano e Regione Lombardia) per farci Expo 2015, senza avere un progetto di come utilizzarle alla fine della super-fiera.
Le promesse dell’allora presidente del Consiglio (Matteo Renzi) erano di farci arrivare “aziende come Ibm, Nokia, Bayerâ€, attirate da un piccolo polo tecnico-scientifico, Human Technopole, e dalle facoltà scientifiche dell’Università Statale, deportate da Città Studi. Lendlease aveva comprato il pacchetto con l’intenzione di aggiungere una robusta quota di residenze.
Undici anni dopo Expo, siamo ancora lontani da vedere che cosa sia Mind. Siamo a un terzo dell’operazione. Ciò che è andato avanti è la parte pubblica (Human Technopole, Università Statale…) e l’ospedale Galeazzi (gruppo San Donato) che vive dei finanziamenti pubblici per la sanità .
Molto in ritardo invece la parte privata, che prometteva di dare un senso e di rendere conveniente l’operazione Mind anche al pubblico. Ibm, Nokia e Bayer, che Renzi aveva annunciato come impazienti di impiantarsi qui, non si sono viste; vedremo ora se Lendlease, appena fuggita da Santa Giulia, lascerà anche Mind.
Non si può scambiare la crisi di un operatore con la crisi generale del mercato immobiliare, ma la prima lezione (provvisoria, certo) che se ne può ricavare è che il privato, rapido a incassare quando fa profitti, è ancor più rapido ad abbandonare il terreno quando non vede certezza di remunerazione del capitale: legittimo, è il mercato. Peccato però che il pubblico si affidi sempre al privato, rischiando di pagare il conto finale.
La seconda lezione (simbolica) è che siamo arrivati a una svolta d’epoca. È finita la fase gloriosa dello sviluppismo perseguito da Sala, quello della Milano place to be e altre narrazioni zuccherose; è finita la fase espansiva dell’immobiliare come unico driver dello sviluppo urbano, lasciato al mercato e ai privati senza alcuna vera regia pubblica e soprattutto senza compensazioni per la città , che intanto subiva una trasformazione che ne faceva sì una metropoli “attrattiva†grazie agli enormi profitti garantiti agli operatori e ai fondi internazionali, ma anche la città più cara d’Europa per costo dell’abitare in rapporto al livello degli stipendi, impoveriva il ceto medio, escludeva 400 mila cittadini costretti a lasciare Milano.
Stupisce non vedere, dentro la politica (che di fatto ha già cominciato la campagna elettorale per il nuovo sindaco) alcun cenno di autocritica per un Modello Milano che, impersonificato da Sala, ha realizzato l’esatto opposto di quella che dovrebbe essere la mission della sinistra: la riduzione delle disuguaglianze.
Data articolo: Fri, 12 Jun 2026 07:19:36 +0000Silvio Berlusconi
Riparte il processo Ruby 3. Difese al contrattacco. E in aula aleggia il fantasma di B.
Il passato non passa. Attraversa le crepe del tempo e si ripresenta a chiedere il conto di vecchie storie mai del tutto chiuse. Così, 16 anni dopo le feste di Arcore del bunga-bunga e tre anni dopo la morte di Silvio Berlusconi, torna il processo Ruby.
Iniziò nel 2010 con l’accusa all’allora presidente del Consiglio di aver pagato una minorenne, Karima El Mahroug detta Ruby Rubacuori, 17 anni, per fare sesso; e di aver esercitato pressioni sui funzionari della Questura di Milano per far liberare Ruby presentata come “la nipote di Mubarakâ€. Assolto.
Oggi, 28 maggio 2026, nel terzo processo della serie, dopo assoluzioni e condanne, imputate sono le ragazze accusate di avere mentito ai giudici, dietro compenso, quando avevano raccontato come “cene eleganti†quelle che una sentenza definitiva definisce invece la messa in scena di un “sistema prostitutivoâ€. A fornire generosamente il compenso era lui, Silvio, che dunque aleggia in aula e resta il vero protagonista del processo anche se non c’è più, ormai improcessabile.
Improcessabili erano anche le 22 imputate, secondo una arzigogolata sentenza di primo grado che non smentiva i fatti, ma considerava le imputate già indagabili per corruzione in atti giudiziari tanti anni prima, dunque non più semplici testimoni, ma indagate in procedimento connesso con diritto di mentire: quindi non più processabili per corruzione in atti giudiziari.
La Cassazione, a cui i pm si erano rivolti per saltum per cancellare l’arzigogolo, senza aspettare l’appello, l’ha cassata, quella sentenza d’assoluzione: si processino ora. Riprendono in mano il filo delle accuse i pm Luca Gaglio e Luca Poniz (presente tra il pubblico anche la procuratrice aggiunta Tiziana Siciliano, appena andata in pensione).
La Cassazione, cancellando l’assoluzione, ha messo le imputate dentro un sandwich, spiegano i pm: le ragazze restano testimoni (la fetta di sotto); e hanno certamente ricevuto soldi, case, regali da Silvio, per una decina di milioni (la fetta di sopra). Facile ora unire i puntini e dimostrare la corruzione in atti giudiziari.
Insorgono invece le difese: chiedono di riaprire l’istruttoria dibattimentale interrotta in primo grado, per appurare se davvero i soldi di Silvio fossero pagati per corrompere i testimoni e non per gratuita generosità . Chiedono di spostare il processo altrove, per alcune, per incompetenza territoriale. Domandano di sollevare addirittura cinque eccezioni di costituzionalità , perché i testimoni in aula – sostengono – non sono mai “pubblici ufficiali†dunque possono commettere falsa testimonianza (ormai prescritta), ma non anche corruzione in atti giudiziari. La giudice Maria Rosaria Correra, paziente e volitiva, risponderà a tutti nella prossima udienza del 29 giugno.
“Questo processo è vilipendio di cadavere, dovrebbero gestirlo dei necrofori, non dei magistratiâ€, commenta cupo l’avvocato Marco De Giorgio, legale dell’ex showgirl Miriam Loddo, l’unica delle imputate ieri presente in aula. “Stupita dalla grazia a Nicole Minetti?†(l’organizzatrice delle ragazze), le chiede il Fatto: “No, è una brava personaâ€. Crede davvero nel suo cambiamento di vita? “Non sono fatti mieiâ€, risponde la ex “meteorinaâ€, e scappa via.
Marysthelle Polanco, una delle imputate. Sotto: Karima El Mahroug detta Ruby.
Qui sotto, Miriam Loddo, l’unica delle imputate presente in aula alla prima udienza del processo d’appello. Dietro, il suo avvocato Marco De Giorgio.

Milano
Dieci pezzi facili. Sala: come ho cambiato Milano
Generosa, chilometrica e illustratissima intervista collettiva del Corriere a Giuseppe Sala, sindaco di Milano uscente, sul settimanale 7.
1. Confessione. “Quando ho iniziato il mio mandato, dieci anni fa, ho pensato che la città avesse bisogno di far crescere la sua reputazione internazionale. Così è stato: il turismo è raddoppiato, quasi la metà degli studenti del primo anno in alcune università è straniera, abbiamo grandi investimenti dall’estero, molti ricchi residenti grazie agli sgravi fiscaliâ€.
Lo ammette: ha lavorato per una città “premiumâ€. I risultati (crescita esponenziale del costo dell’abitare, aumento delle disuguaglianze, espulsione di 400 mila milanesi) non sono un suo problema.
2. Passato. “Per decenni a Milano si è pensato alle fasce più disagiate della popolazione, cioè a chi abita nelle case popolariâ€.
Tempi lontani. La Milano riformista (davvero) dei socialisti e della sinistra democristiana. Niente a che vedere con la Milano di Letizia Moratti e Giuseppe Sala.
3. Tempo scaduto. “Credo sia necessario riflettere sul tema dell’abitareâ€. “C’è una quantità di sfitto significativa a cui si aggiungono i patrimoni immobiliari inutilizzati di banche e assicurazioniâ€. “Molti sono costretti a lasciare gli appartamenti in città perché non riescono a sostenere il costo della vitaâ€.
Necessario riflettere? Ma dov’era Sala negli ultimi undici anni? Non era lui il sindaco?
4. Case. “Il Comune non avrà nei prossimi anni le risorse sufficienti per costruire. Si vuole stringere o meno un’alleanza con l’edilizia privata per nuove case a prezzi più accettabili? L’analisi condotta da Carlo Cottarelli ritiene questa strada difficile da praticareâ€.
La ricerca di Cottarelli è seccamente smentita da un’altra ricerca, “L’iniquità dello sviluppo immobiliare residenziale a Milanoâ€, realizzata da Alessandro Maggioni (Ccl): costruire a prezzi abbordabili si può.
5. Nidi. “L’amministrazione investe molto per gli asili nido comunali, ma i posti sono meno rispetto alla richiesta. È una delle questioni da risolvere al più prestoâ€.
Al più presto? Ha avuto undici anni. Mancano nidi per 2.370 bambini. Per attrarre gli operatori immobiliari ha rinunciato a 1,5 miliardi di oneri con cui avrebbe potuto realizzare non solo nidi, ma anche case popolari.
6. Servizi. “Bisognerà fare delle rinunce. La prossima giunta dovrà avere il coraggio di dire ai milanesi che per avere un mercato immobiliare più accessibile dovranno accettare la riduzione di altri serviziâ€.
Il ricatto: la coperta è corta, se volete i piedi caldi terremo al freddo le spalle. Avanti con le privatizzazioni e piscine pubbliche chiuse.
7. Borghesia. “Vedo spegnersi lo spirito della borghesia milanese… Oggi è molto ripiegata su se stessaâ€. “Persa la capacità di progettare il futuro attraverso la creazione della ricchezzaâ€.
Di quale borghesia parla? Quella della rendita, dei fondi immobiliari, degli operatori edilizi, che si è enormemente arricchita grazie alle sue politiche e al suo modello di sviluppo? O il ceto medio che si è impoverito, è stato privato di servizi, ha subito immensi aumenti degli affitti, ha chiuso le sue attività commerciali, ha dovuto lasciare la città ?
8. Autocritica zero. “Dovevo delegare di più ai municipiâ€. “Non ho riaperto i Navigliâ€. “Non sempre abbiamo saputo comunicare bene quello che stavamo facendoâ€. “Non ho esercitato più pressione verso l’alto e non ho comunicato meglio verso la baseâ€.
9. Scuse. “Il mio primo mandato è stato glorioso, il secondo difficile, anche a causa del Covid e della situazione internazionaleâ€. “Sul tema della casa ci vorrebbe un impulso forte del governoâ€.
Tutta colpa del Covid. O del governo di destra. O di fattori economici che il Comune non può governare.
10. Sicurezza. “Chi delinque prima o poi viene fermato… I posti per minorenni al Beccaria sono limitati, il pm non firma il fermoâ€.
Tutta colpa dei magistrati?
Procura di Milano
Manovre alla Corte costituzionale sul decreto Meloni che salva la Fondazione olimpica
C’è una decisione della Corte costituzionale molto attesa da Giorgia Meloni, oltre che da un gruppo di manager e imprenditori sotto indagine da parte dalla Procura di Milano. È quella che deve decidere se sia legittimo, dal punto di vista costituzionale, ritenere la Fondazione olimpica Milano-Cortina un ente di diritto privato.
La vicenda è iniziata nel giugno 2024, quando il governo ha varato un decreto secondo cui la Fondazione che stava preparando le Olimpiadi invernali non deve essere considerata ente pubblico, benché abbia come soci tutti enti pubblici.
Non è una astrusa questione giuridica, perché il decreto governativo ha avuto un effetto molto concreto: bloccare le indagini dei pm milanesi Francesco Cajani e Alessandro Gobbis che avevano contestato il reato di turbativa d’asta a manager della Fondazione e imprenditori che – secondo le ipotesi d’accusa – avevano assegnato e ottenuto appalti in maniera illegittima.
A inchiesta aperta, il governo Meloni ha alzato uno scudo protettivo che ha trasformato la Fondazione in ente di diritto privato: dunque i suoi manager non sono più pubblici ufficiali e il reato di turbativa d’asta è svaporato. Cajani e Gobbis hanno preso atto della decisione del governo e hanno chiesto l’archiviazione delle accuse, con una richiesta che però è “suicidaâ€, congegnata affinché il giudice la respinga, rivolgendosi alla Consulta.
È quello che ha fatto la giudice delle indagini preliminari Patrizia Nobile: il 6 novembre 2025 ha sollevato la questione di legittimità costituzionale, ritenendo che il decreto crei una “zona franca†irragionevole e contraria alla Costituzione perché crea un regime speciale e sottrae la Fondazione alle regole pubblicistiche, rendendo inapplicabili le norme su corruzione e turbativa d’asta e congelando le inchieste su appalti ritenuti pilotati.
La Fondazione – ha eccepito la giudice – nonostante il decreto governativo dovrebbe essere qualificata come organismo di diritto pubblico, poiché gestisce interessi pubblici, è finanziata da soggetti pubblici, opera con fondi pubblici.
La richiesta arriva a Palazzo della Consulta e inizia una lunga attesa. Intanto le Olimpiadi si celebrano. La data per la discussione viene fissata per il 5 maggio 2026, con relatore il professor Giovanni Pitruzzella, ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Palermo, nominato giudice della Corte costituzionale dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. A questo punto però accade che dal sito della Consulta si apprende che l’udienza viene rinviata al 23 giugno, ma con un nuovo giudice relatore: Francesco Saverio Marini.
Il relatore ha un peso determinante nelle decisioni della Corte costituzionale, perché è il giudice che studia a fondo la questione in discussione e propone la soluzione che gli altri giudici sono chiamati ad approvare. Il nome di Marini è risuonato più volte nelle cronache politiche degli ultimi due anni. È stato il consulente giuridico di Giorgia Meloni, l’ha assistita nell’attività di governo e ha scritto per lei la riforma costituzionale sul premierato.
Quando il centrodestra lo ha proposto al Parlamento come giudice della Consulta, le opposizioni sono insorte, protestando per il fatto che le destre volessero mandare alla Corte costituzionale non una figura istituzionale di garanzia per tutti, ma un giurista di stretta fiducia della presidente del Consiglio, poi chiamato a giudicare le riforme da lui controfirmate o addirittura ideate.
Nell’ottobre 2024 la sua candidatura viene ritirata dopo che il Fatto scopre gli accordi sotterranei delle destre per eleggerlo senza intesa parlamentare, con soli tre voti di scarto e con il vecchio sistema usato per controllare il voto e impedire i “franchi tiratoriâ€: il suo nome sulla scheda scritto in modi diversi e concordati (Fratelli d’Italia: “Mariniâ€; Lega: “F.S.Mariniâ€; Forza Italia: “Francesco Saverio Mariniâ€).
L’accordo parlamentare viene raggiunto solo nel febbraio 2025, quando Marini viene infine eletto con 510 voti. Oggi torna alla ribalta per essere stato chiamato a sostituire Pitruzzella per la sentenza costituzionale più attesa da Giorgia Meloni.
Data articolo: Wed, 27 May 2026 14:22:45 +0000Modello Milano
Prove di dopo-Sala, dopo il fallimento del Modello Milano
C’è anche il Gazawashing: la bandiera della Palestina si può sventolare gratis, opporsi ai padroni della città costa.
Sono iniziate a Milano le grandi manovre per archiviare l’era di Giuseppe Sala. Chi sarà il prossimo sindaco? E con quale programma? Le elezioni saranno tra un anno, nella primavera 2027. Sala, eletto la prima volta nel 2016 su proposta del Pd di Matteo Renzi, è stato sospinto dalla narrazione gloriosa del successo della città dopo Expo 2015. Successo discutibile, a guardare le cifre, ma le narrazioni si curano poco dei fatti e si nutrono invece di marketing urbano, propaganda, consenso dei media.
Il decennio di Sala sindaco è iniziato sotto il segno di Milano place to be, metropoli in crescita, sviluppo inarrestabile, grandi progetti, nuovo skyline, rigenerazione urbana. Fino al 2023 lo storytelling ha tenuto, poi i nodi sono venuti al pettine: il modello di sviluppo di Sala e del suo inner circle managerial-imprenditoriale (senza partiti né politica in grado di proferir parola) è stato quello della “attrattività â€, intesa come incentivazione dello sviluppo immobiliare basato su due presupposti: deregulation normativa e bassi costi per costruire.
A Milano gli operatori pagavano un quarto rispetto ad altre città europee e tiravano su grattacieli quasi senza regole. I fondi internazionali sono accorsi a Milano, che è diventata la città più “attrattiva†d’Europa: prima in classifica, con oltre 50 miliardi d’investimenti, davanti a Monaco di Baviera e Amsterdam. Un successo.
Quello che poi è emerso è che però la bulimia edificatoria ha generato la più grande cementificazione dagli anni Settanta (mascherata da “rigenerazione urbanaâ€), la lievitazione del costo dell’abitare (+50% in media, con punte di +150%) e la riduzione dei servizi pubblici (il Comune ha rinunciato a 1,5 miliardi di oneri edilizi).
L’esito di questa trasformazione epocale è stata la monocoltura della rendita immobiliare e l’aumento delle disuguaglianze: la più grande divaricazione mai vista a Milano tra i pochi che hanno fatto profitti immensi e la maggioranza che si è impoverita, con la distruzione del ceto medio e l’esodo di 400 mila milanesi che hanno dovuto lasciare la città ormai londrizzata, anzi, con un rapporto tra prezzo delle case e reddito dei cittadini peggiore a Milano (12,5) che a Londra (10,6).
La città , secondo l’Istat, ha ben 23 Adu (aree di disagio socioeconomico urbano) in cui vivono 24.446 minori, più di un decimo (il 12,1%) dei cittadini da 0 a 17 anni; e in cui il 35,3% delle famiglie vive in povertà relativa e un terzo (il 29,1%) dei 15-29enni non studia e non lavora. Un’amministrazione di sinistra dovrebbe prendere atto che si tratta di un disastro epocale, il fallimento di un modello di sviluppo che, stregato dalla propria narrazione di successo, non ha pensato a contromisure e mitigazioni (a Monaco, per dire, seconda nella classifica dell’attrattività , chi costruisce restituisce alla città il 20% del valore estratto, a Milano solo l’8%).
In quest’anno che manca alle elezioni, il fronte che si proclama di sinistra o progressista dovrebbe prenderne atto, denunciare il fallimento del Modello Milano, che è essenzialmente il Modello Sala – con la politica assente e i partiti muti – e rivendicare una svolta radicale, davvero riformista, che (approfittando anche del fatto che il ciclo espansivo immobiliare-finanziario è all’esaurimento) punti sulla riduzione delle disuguaglianze, sul blocco delle privatizzazioni, sull’aumento dei servizi, su una nuova politica dell’abitare. Non diteci che non ci sono i soldi: non sono arrivati 50 miliardi a Milano?
Invece chi si considera candidato alla successione del re si attarda a rivendicare i successi dell’attrattività , oppure a evocare timide “discontinuità â€, dopo che tutti hanno sostenuto, da Scalfarotto a Majorino, Sala e la Salva-Milano. Con in più, per qualcuno, un vergognoso utilizzo strumentale di temi davvero cruciali, come il giusto sostegno a Gaza, o il sacrosanto riconoscimento della città a Pino Pinelli. È Gazawashing: la bandiera della Palestina si può sventolare gratis, opporsi ai padroni della città costa.