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News da giannibarbacetto.it

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Ricchezza

Disuguaglianze. Dopo 15 anni di sinistra, Milano è diventata la città dei ricchi

di Gianni Santucci (Corriere Milano) /

Un terzo della ricchezza milanese nelle mani di 50 mila persone

In dieci anni raddoppia il «peso» della fascia alta: dichiarati in media 280 mila euro l’anno

Cinquantamila milanesi hanno dichiarato nel 2024 un reddito complessivo che equivale all’intero bilancio di una Regione ricca e popolosa come l’Emilia-Romagna. Se si vuole un paragone più diretto, i 49.238 contribuenti più facoltosi hanno dichiarato al Fisco poco più di 14 miliardi (in media 280mila euro l’uno, ndr ): quasi quattro volte il bilancio dell’intero Comune. Una cifra enorme, che va messa però in rapporto con l’intera torta della ricchezza milanese.
Solo così si scopre quale sia stata la mutazione nel corpo economico e sociale della città. Nel 2014 la piramide dei redditi milanesi aveva una base larghissima. Quasi 600 mila persone dichiaravano meno di 26 mila euro l’anno; altre 250 mila persone, che si possono identificare nel ceto medio (reddito tra 26 e 55 mila euro), dichiaravano tutte insieme più di 9 miliardi di euro. Punto chiave: questa era la fetta più ampia della torta della ricchezza milanese.
Un decennio dopo, il ceto medio è aumentato come numeri e anche come reddito, ma non ha più in mano la porzione più consistente della ricchezza. Il baricentro s’è spostato verso l’alto, ovvero verso chi dichiara oltre 120 mila euro. Dieci anni fa i più ricchi erano il tre per cento e producevano un quarto del reddito complessivo: oggi la fascia più alta della piramide è cresciuta come numeri (salendo al cinque per cento dei contribuenti totali), ma soprattutto è esplosa come ricchezza prodotta e detenuta, arrivando al 33 per cento del «Pil milanese».
Se a questo scenario si aggiunge la variabile dell’inflazione feroce che ha investito la città nello stesso periodo, soprattutto nei due anni post pandemia, si ha un’idea di quanto abissali stiano diventando le disuguaglianze: perché l’aumento delle bollette e della spesa, assorbito con pochi contraccolpi da stipendi da 200 mila euro, ha travolto il tenore di vita delle famiglie con redditi bassi o medi.
Tra 2014 e 2024 il reddito complessivo dichiarato a Milano è cresciuto di circa 11,17 miliardi di euro. La distribuzione di questo aumento è stata però molto sbilanciata: più della metà (oltre cinque miliardi) riguarda la fascia oltre i 120 mila euro, alla quale si sono probabilmente aggiunti moltissimi stranieri o italiani «di rientro» dall’estero attirati dalla Flat tax. Nel decennale cambiamento della piramide dei redditi si individuano tre fondamentali percorsi di metamorfosi.
Tendenze che stanno trasformando la metropoli.
Alla base, sotto i 55 mila euro, resta la grande maggioranza dei milanesi: oltre 836 mila contribuenti nel 2024 (quasi 8 mila in meno rispetto al 2014). Ma questa base pesa molto meno sulla torta complessiva. Nel 2014 raccoglieva oltre metà del reddito dichiarato; dieci anni dopo scende sotto il 44 per cento. Degli 11,17 miliardi di euro di reddito in più dichiarati a Milano tra 2014 e 2024, solo 1,89 miliardi vengono dall’area sotto i 55 mila euro.
Nella fascia medio-alta, tra 55 e 120 mila euro, cresce una fascia più ampia di contribuenti: erano 84 mila, sono diventati 127 mila. Il loro reddito complessivo sale da 6,49 a 9,9 miliardi. Al vertice, oltre i 120 mila euro, il fenomeno è ancora più marcato: i contribuenti passano da 28.780 a 49.238, ma il reddito dichiarato cresce da 8,14 a 14,01 miliardi. È questa fascia, da sola, a spiegare più della metà dell’aumento del reddito complessivo della città.
Il dato che forse spiega in maniera più plastica e più semplice il cambiamento sta nel confronto tra le due Milano, quella che dichiara meno e quella che dichiara più di 55 mila euro. Una trasformazione macroscopica: nel 2014 la Milano sotto i 55 mila euro dichiarava 16,63 miliardi; sopra 55 mila euro, 14,64 miliardi. Nel 2024 la proporzione si è ribaltata: sotto 55 mila euro (oltre otto milanesi su dieci) 18,53 miliardi; sopra 55 mila euro, 23,91 miliardi.




Data articolo: Sun, 03 May 2026 16:11:13 +0000

Nicole Minetti

Affari spericolati e contatti mafiosi di Giuseppe Cipriani, il “redentore†di Nicole Minetti

L’“operazione Andalusiaâ€, gli affari con Flavio Briatore. 
E poi Harvey Weinstein, Jeffrey Epstein, Paolo Zampolli.

Giuseppe Cipriani è stato presentato al Quirinale come l’uomo che ha redento Nicole Minetti: imprenditore di successo, persona “normoinserita e lontana da contesti di devianzaâ€. È anche per questo che il presidente della Repubblica ha concesso la grazia alla sua compagna, ex organizzatrice del bunga-bunga per Silvio Berlusconi, e ha cancellato la sua condanna definitiva a 3 anni e 11 mesi per favoreggiamento della prostituzione (caso Ruby) e peculato e truffa (spese allegre da consigliera regionale).

Che Minetti avesse ottenuto la grazia è stato scoperto dalla giornalista Floriana Bulfon. Poi l’inchiesta del Fatto ha rivelato il lato oscuro della relazione tra Nicole e Giuseppe, raccontando anche i rapporti di Cipriani con il finanziere pedofilo Jeffrey Epstein. Ma chi è davvero Giuseppe Cipriani, sessantenne figlio di Arrigo Cipriani, patron dell’Harry’s Bar, il più iconico locale di Venezia? È colui che ha esportato a Londra, a Ibiza, a Milano, a New York, in Uruguay il brand Cipriani, rendendolo un business globale.

C’è però un’ansa dimenticata nella sua avventura imprenditoriale, che incrocia pericolosamente gli ambienti della mafia siciliana. Ne troviamo le tracce in un’inchiesta antimafia dei primi anni Novanta, l’operazione “Andalusiaâ€, realizzata dallo Sco, il Servizio centrale operativo della Polizia, e poi dalla Dia, la Direzione investigativa antimafia, sotto la guida dei magistrati di Catania.

Riguardava affari e traffici internazionali di armi che, nelle prime ipotesi investigative, vedevano coinvolti personaggi come Felice Cultrera, uomo d’affari catanese, Tanino Corallo, l’imprenditore che partendo dalla Sicilia tentò di conquistare i casinò di Saint Vincent e di Campione d’Italia, e Tommaso Spadaro, il padrone dei casinò dell’isola caraibica di Saint Maarten che tentò di impiantare affari anche in Italia sotto l’ombrello politico dell’allora partito di Gianfranco Fini, Alleanza nazionale.

Gli investigatori misero il naso in business di tutto rispetto: la costruzione di 5 mila appartamenti a Tenerife; l’acquisto di quote dei casinò di Marrakech, Istambul, Praga, Malta, Montecarlo, da usare (sospettavano gli inquirenti) per riciclare denaro; la commercializzazione e la ricettazione di titoli al portatore; l’intermediazione di armi pesanti e l’acquisto di elicotteri (con la presenza nell’affare di una vecchia conoscenza delle inchieste sul traffico d’armi e droga, il miliardario arabo Adnan Khashoggi); l’avvio di attività finanziarie in Spagna, Arabia Saudita, Israele, Giordania, Egitto, Marocco, Turchia, Cecoslovacchia, Russia, Corea, Hong Kong, Montecarlo… Un vortice d’affari, di contatti, di relazioni.

Alla fine delle indagini, nella rete degli investigatori restò ben poco. Non riuscirono a dimostrare le relazioni degli uomini d’affari con il boss catanese di Cosa nostra Nitto Santapaola. Restano le intercettazioni telefoniche realizzate dalla Dia, che cristallizzano le voci dei protagonisti e i racconti in diretta dei loro business. Tra le voci, quella di Flavio Briatore (non indagato) che era in contatto con Cultrera (che sarà poi prosciolto). I due discutono di affari, donne e motori.

Nel maggio 1992, Briatore, allora a capo del team Benetton di Formula 1, chiede consigli a Cultrera e gli parla proprio di Cipriani, a quei tempi giovane e ancora sconosciuto rampollo della dinastia dell’Harry’s Bar. Racconta Briatore che questi sta cercando di entrare nel business della Formula 1, insieme a un certo Angelo Bonanno. Per convincere Flavio, Cipriani gli aveva squadernato le sue referenze: “Sono amico di Tommaso Spadaro, sono amico di Tanino Coralloâ€.

Nomi pesanti, in Sicilia. Cultrera ascolta e poi consiglia a Briatore di prendere sul serio il giovane Cipriani: poiché Bonanno – dice Cultrera – “è uno pesante, inserito in una famiglia pesanteâ€. Infatti è considerato uomo dei “cursotiâ€, clan mafioso catanese che aveva affari anche a Milano.

Non sappiamo come andò a finire il rapporto tra Briatore e Cipriani. Sappiamo che in seguito Cipriani fondò una sua scuderia, “Il Barone Rampanteâ€, con sponsor principali Bioera e Ki Group, società riconducibili alla ex ministra Daniela Santanchè (grande amica di Briatore) oggi indagata per bancarotta fraudolenta, e al suo ex compagno Canio Mazzaro.

L’indagine “Andalusia†non riuscì a produrre condanne. Dunque non ci sono reati da ascrivere ai protagonisti di quell’inchiesta. Ciò che resta è l’indicazione dell’ambiente in cui Cipriani si muoveva, fin dai suoi primi passi nel mondo degli affari. Del resto, bastava consultare fonti aperte, come i giornali americani, per venire a conoscenza dei rapporti di Cipriani jr. con Paolo Zampolli, il grande amico del presidente Donald Trump che si definisce “rappresentante speciale degli Stati Uniti per le partnership globaliâ€.

Ma, prima ancora, con Epstein e con Harvey Weinstein – il produttore cinematografico che scatenò il “meetoo†– che usava i locali di Cipriani come “terreno di caccia†per le donne e usava le suite ai piani alti come “covo sessuale†dove portare le sue prede.

Non solo. Il nome di Giuseppe Cipriani nel 2006 emerse in due processi contro la mafia newyorkese di John Gotti jr. E poi in brutte storie di evasione fiscale e truffe all’assicurazione sanitaria Usa. Nel 2007, Arrigo e Giuseppe si sono dichiarati colpevoli di evasione fiscale per aver frodato allo Stato e alla città di New York 3,5 milioni di dollari in tasse. Per evitare l’arresto – riporta il New York Post – hanno sborsato 10 milioni di dollari come risarcimento. Insomma: non era poi così difficile capire com’era l’ambiente esibito da Nicole Minetti per ottenere la grazia.

Data articolo: Sun, 03 May 2026 08:10:00 +0000

Zecca Vecchia

Un altro cantiere sequestrato. Su un sito archeologico volevano costruire un hotel

Un altro cantiere sequestrato a Milano. Il 30 aprile, è la volta del cantiere di via Zecca Vecchia, a cui la Guardia di finanza mette i sigilli su ordine del gip Mattia Fiorentini, a cui era arrivata la richiesta della pm Marina Petruzzella e del procuratore aggiunto Paolo Ielo. Sono 39 gli indagati per un progetto che puntava a realizzare in quell’area nel pieno centro di Milano un hotel di cinque piani con 199 stanze, da costruire su un’area di interesse archeologico un tempo occupata da un garage poi abbattuto.

Secondo il giudice, il Comune “con la sua inerziaâ€, ha consentito alle imprese “l’occupazione†di quell’area, sottraendola “alla popolazione†e nonostante fosse destinata al recupero “come spazio aperto per la fruizione pubblicaâ€, in ragione “della monumentalità e importanza archeologica e storicaâ€. L’area è un “importante sito del demanio archeologicoâ€, dove sorgeva il “foro della città antica romana, all’incrocio tra il cardo e il decumanoâ€.

I reati contestati vanno dalla lottizzazione abusiva al falso. Indagati sono imprenditori, tecnici, dirigenti e funzionari del Comune di Milano, tra cui due dei protagonisti della gestione dell’urbanistica milanese negli ultimi anni, già indagati in altre inchieste: i dirigenti Simona Collarini e Andrea Viaroli, l’ex dirigente Giovanni Oggioni (che fu anche arrestato nel marzo 2025 con l’accusa di corruzione). Indagati anche alcuni componenti della Commissione paesaggio, l’organismo del Comune che a Milano dà il via libera a operazioni edilizie, ma è composto da progettisti che lavorano per gli operatori edilizi.

Le accuse: una “sequenza coordinata di atti falsi istruttoriâ€, con i privati che “hanno continuato ininterrottamente a premere gli uffici del Comune†affinché rilasciassero “i titoli edilizi alle loro condizioniâ€, “in grave violazione di leggeâ€. I pm segnalano uno strano cambiamento di atteggiamento dell’amministrazione: un dirigente come Andrea Viaroli “è passato dall’attivismo più spinto nel forzare la procedura per favorire il conseguimento del titolo edilizio alle condizioni dettate dal privato, all’improvviso stallo della pratica non sostenuto da alcuna motivazione in un atto ufficiale del medesimo ufficioâ€.

Tutto ciò “appare fortemente sintomatico dell’assenza di trasparenza e dell’arrabattarsi dei pubblici ufficiali di quegli uffici a fronte dei condizionamenti indebiti ricevuti da più partiâ€. Alla fine, è prevalsa “l’inerzia degli uffici del Comune, preposti e competenti a sbloccare lo stallo sull’areaâ€, che “sta consentendo l’occupazione sine die della stessa area da parte dell’operatore privatoâ€. Il costruttore pretende “illecite condizioni†per realizzare l’hotel, mentre i funzionari comunali “si sono trincerati in una colpevole inerziaâ€.

(Foto: Urbanfile)

Data articolo: Sat, 02 May 2026 14:49:10 +0000

Stadio

La coppia per tutte le stagioni Sala-Malangone (quello di «Usiamoli, cazzo!»)

Da “Questo me lo tatuo sulla schiena!†a “Usiamoli, cazzo!â€. Piccolo manuale di rito ambrosiano per favorire palazzinari, fondi immobiliari, speculatori vari. Alla faccia della legge e dei cittadini

Christian Malangone è come quelle figurine che segnalano l’arrivo della pioggia, o il ritorno del sole, uscendo o entrando dalle porticine delle vecchie “casette del tempoâ€: così kitsch da essere camp. Segui lui e capisci dove tira il vento. Beninteso: sempre all’ombra del suo grande capo, Giuseppe Sala, di cui è lo scudo umano.

Laurea in Lettere alla Cattolica, famiglia cresciuta all’ombra di Cl, prima manager della Camera di commercio, poi dal 2006 al Comune di Milano, dove diventa – sindaco Letizia Moratti – il numero due di Sala, allora direttore generale. Quando Sala viene mandato a “salvare†l’Expo 2015, se lo porta dietro come direttore generale dell’Esposizione. Si becca un’inchiesta per aver pagato con soldi Expo il viaggio a Tokyo di Maria Grazia Paturzo, collaboratrice di Bobo Maroni, allora presidente della Lombardia, ma condannato in primo grado, è prosciolto in appello.

Alla fin della fiera, la coppia Sala-Malangone torna a Palazzo Marino, con Beppe sindaco e Christian direttore generale, braccio operativo di quella che è ormai la più grande azienda di Milano. Tratta per conto del sindaco tutti gli affari più delicati, tiene i rapporti con gli operatori immobiliari (primo fra tutti Manfredi Catella), sovrintende alla gestione degli affari urbanistici seguendo il “Rito Ambrosiano†invece che le leggi nazionali, cura la vendita di San Siro ai fondi Usa che controllano Inter e Milan.

Certe sue uscite entrano nell’albo d’oro delle citazioni giudiziarie, insieme a quella ormai leggendaria di Stefano Ricucci (“Stamo a fa’ i furbetti der quartierino?â€). Quando Catella si complimenta con lui e l’assessore Giancarlo Tancredi dicendo: “Siete i best ever†(i migliori in assoluto), Malangone non si trattiene: “Questo me lo tatuo sulla schienaâ€.

C’è un’altra sua frase d’oro, che riguarda la gara per San Siro che la Procura ritiene truccata (e per cui è tra gli indagati). Malangone doveva giustificare il prezzo di vendita dello stadio Meazza, più i 280 mila metri quadrati di aree su cui realizzare un’operazione immobiliare da 1,3 miliardi (quello che ci vuole per sistemare i bilanci delle due squadre).

L’Agenzia delle entrate, su richiesta del Comune, dice che l’intero pacchetto vale 197 milioni. Molti s’indignano: ma come, lo stadio più iconico del mondo vale meno del solo Pirellino, venduto a 194 milioni? E le aree preziosissime di San Siro sono cedute a soli 450 euro al metro quadro?

Per dimostrare di non avere sottostimato i beni comunali, il braccio destro di Sala coinvolge due professori: Giacomo Morri, commercialista, cattedra alla Bocconi, ma anche membro del comitato scientifico dell’Agenzia delle entrate; e Alessandra Oppio, architetto, docente al Politecnico, anch’essa componente dell’Agenzia, e in più designata da Sala nel consiglio d’amministrazione della municipalizzata dei trasporti, l’Atm.

Come sono scelti i due? Ce lo fa capire il messaggio che Malangone manda a Tancredi il 15 novembre 2024. Riferendosi ai due prof e al fatto che Oppio era stata issata dal Comune dentro il cda Atm, esclama: “Usiamoli, cazzoâ€.

Oppio e Morri il 18 giugno 2025 depositano la loro valutazione. Ma dieci giorni prima, l’8 giugno, ne avevano diligentemente mandata una bozza a Tancredi, che la gira a Malangone. La Guardia di finanza scopre che la bozza viene “corretta†per non contraddire il Comune e l’Agenzia delle entrate: in “tre passaggi testuali, da cui in merito al valore si desumono potenziali variazioni tendenti a rendere coerenti i valori attribuiti in precedenza dall’Agenzia delle Entrate†(*). Ha funzionato: “Usiamoli, cazzoâ€.

Malangone va premiato: per non lasciarlo senza incarichi alla scadenza del mandato del sindaco e consolarlo delle inchieste in cui è indagato, Sala lo nomina (insieme a Oppio) nel cda Atm, con la promessa che ne diventerà l’amministratore delegato. Tatuaggi o no, sono o non sono i best ever? 

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* I tre passaggi cambiati dalla bozza alla stesura definitiva:
1. I flussi di cassa ipotizzati, nella bozza sono “non documentati in modo analiticoâ€; nel documento finale sono “coerenti con la natura dell’interventoâ€.
2. L’obsolescenza fisica dello stadio, parametro utilizzato dall’Agenzia per fissare a 73 milioni il valore “finaleâ€, per i due esperti nella bozza avrebbe avuto bisogno di “maggiore approfondimento†sui coefficienti per determinarla. Nella relazione definitiva, diventa invece“metodologia coerente con la finalità di stimaâ€.
3. Il tasso di attualizzazione, dapprima “inferiore†al parametro di mercato, diventa “in linea con i valori medi†del mercato.

Data articolo: Fri, 01 May 2026 08:10:00 +0000

Urbanistica

Sala sfida i giudici, caccia i cittadini dal processo e si appella alla Consulta

Inedito, il comportamento del Comune di Milano nel processo sul caso numero uno di Grattacieli Puliti, quello sul palazzone costruito nel cortile di piazza Aspromonte: pretende che ne siano esclusi i cittadini, dà ragione ai costruttori, minaccia il ricorso alla Corte costituzionale. La delibera di giunta approvata da sindaco e assessori il 23 aprile propone una davvero singolare architettura giuridica, rifiutando di fatto le decisioni già prese dal giudice.

Stabilisce che il Comune intervenga “in qualità di persona offesa†nel giudizio per abusi edilizi in piazza Aspromonte, ma “subentrando agli elettori che hanno proposto l’azione popolare†e si sono già costituiti parte civile. Però “senza aderire alla costituzione di parte civile intrapresa dai medesimi elettori, ma riservandosi di esercitare una autonoma azione civile ove, all’esito dello stesso processo penale, vengano accertate responsabilità degli imputatiâ€.

Tutto era iniziato con la signora Paola che si era sentita “privata della lunaâ€: il palazzone di sette piani, chiamato Hidden Garden (Giardino nascosto), spuntato nel suo cortile di casa e fatto passare come “ristrutturazione†di tre precedenti piccoli fabbricati alti un paio di piani, le toglieva vista, aria e luce. La pm Marina Petruzzella ha chiesto il rinvio a giudizio, per abusi edilizi e lottizzazione abusiva, del costruttore Andrea Bezziccheri, del progettista Paolo Mazzoleni (nel frattempo diventato assessore all’urbanistica a Torino) e dei dirigenti del Comune che hanno permesso la costruzione ritenuta abusiva.

Ventiquattro cittadini rappresentati dall’avvocata Veronica Dini hanno chiesto di essere ammessi come parte civile “in sostituzione†del Comune che non si era costituito, in forza dell’articolo 9 della legge 267 che prevede che gli elettori possano farlo al posto dell’amministrazione “inerteâ€. La giudice dell’udienza preliminare Maria Beatrice Parati ha accolto la loro richiesta.

Ecco ora la reazione del Comune: la delibera che chiede alla gup di smentire se stessa, buttar fuori dal processo i cittadini, bloccare l’“azione popolare†avviata dall’avvocata Dini e lasciare dentro il processo solo il Comune di Milano, in qualità di “persona offesaâ€, d’accordo però con gli imputati.

“Nell’ipotesi in cui il Giudice per l’udienza preliminareâ€, si legge nella delibera firmata da Sala e dal capo dell’Avvocatura Antonello Mandarano, “dovesse ritenere che l’articolo 9 consenta ai singoli elettori di proseguire l’azione popolare di costituzione di parte civile del Comune in contrasto con la volontà del Comune stesso, incarica l’Avvocatura comunale di sollevare eccezione di legittimità costituzionale dello stesso articolo 9 nella parte in cui – così interpretato – consente all’elettore dissenziente di sostituirsi alla volontà ritualmente espressa ed imputabile all’amministrazione comunale, con conseguente vulnus del principio democratico rappresentativo e delle funzioni amministrative costituzionalmente stabilite in capo ai Comuniâ€. (Il Fatto quotidiano, 25 aprile 2026)

Il 30 aprile 2026 la gup Maria Beatrice Parati respinge tutte le richieste del Comune. I cittadini restano parte civile nel processo con 26 imputati a vario titolo di lottizzazione abusiva, abuso edilizio, falso e corruzione.

Data articolo: Tue, 28 Apr 2026 09:55:41 +0000

Rito Ambrosiano

Maledetta primavera: a Milano, “discontinuità†proibita

Da Ivano Fossati a Loretta Goggi. Da Canzone popolare a Maledetta primavera. Se la prima era l’inno dell’Ulivo (vincente) nel 1996, oggi il Pd di Milano sfodera “Innamorarsi ancoraâ€, verso malandrino di Maledetta primavera, come titolo del suo convegno di rilancio. Pur di non pronunciare la parola interdetta, vietata, proibita, quella che fa tanto arrabbiare il sindaco uscente Giuseppe Sala: “discontinuitàâ€.

Guai a evocarlo, il termine che Sala odia con tutte le sue forze poiché suona come una sonora bocciatura di quello che ha fatto come sindaco. Fino a ieri, a sinistra era tutto un fiorire di “discontinuitàâ€, per dire che bisogna cambiare strada, a Milano, dopo due sindacature che hanno portato la città a una cementificazione senza regole e senza precedenti, a una pesante crescita dei costi del vivere e dell’abitare, a un clamoroso aumento delle disuguaglianze sociali, all’espulsione di 400 mila milanesi, a una privatizzazione degli spazi e dei beni pubblici, alla svendita di un’icona mondiale come lo stadio di San Siro: tutte cose che Sala rivendica come segno dello sviluppo.

Dunque, nessuna “discontinuitàâ€. Così il Pd cittadino è passato in un nanosecondo al suo opposto: all’“orgoglio†per quanto realizzato. In una città in cui ha dovuto intervenire la magistratura per ristabilire le regole minime del costruire (vedi inchieste Grattacieli Puliti), del fare concorsi (vedi Biblioteca europea) e gare pubbliche (vedi San Siro passato agli amici).

Chissà se i milanesi ne terranno conto al momento del voto. Se premieranno l’“orgoglio†per il Sistema Milano, in una città in cui si è scambiato lo sviluppo con la bulimia del cemento, in cui i grattacieli si costruiscono con una Scia come fossero la ristrutturazione del bagno di casa, in cui si lasciano crescere torri sui parchi pubblici, in cui i palazzi si tirano su nei cortili, in cui a dare i permessi di edificazione ai costruttori sono i progettisti che lavorano per i costruttori.

C’è da essere “orgogliosi†di un modello si sviluppo così? Poveri cittadini, poveri elettori. A chi si devono rivolgere? All’opposizione di destra che sul Modello Milano non è affatto un’alternativa, ma è perfettamente allineata con Sala? Il candidato sindaco della destra sarà (forse) quel Maurizio Lupi che da presidente della commissione urbanistica e poi assessore allo “sviluppo del territorio†(1996-2001) è stato uno degli inventori del “Rito Ambrosiano†che Sala ha poi portato alle estreme conseguenze.

Altro che “discontinuitàâ€: ci vorrebbe un Mamdani alla milanese, ma non se ne vede l’ombra. Ci ha lasciato anche l’unico che in Consiglio comunale faceva davvero opposizione, quel Carlo Monguzzi su cui finora non sono riuscito a scrivere neppure una riga, ancora smarrito e frastornato per la sua scomparsa.

Il suo successore in Consiglio, Michele Sacerdoti, non ha avuto il buongusto di aspettare almeno la sua sepoltura prima di dichiarare ai giornali che lui è diverso da Carlo, che aveva “posizioni che creavano forti divergenzeâ€, troppo “contrario all’operato di Sala e della sua giunta su tutti i frontiâ€, troppo vicino ai comitati cittadini, quelli delle “dure battaglie†(non sia mai!), e poi: “troppo pro-palâ€!

Dopo quell’improvvida intervista, qualcuno degli ineffabili Verdi milanesi ha chiesto a Sacerdoti di rinunciare al seggio comunale: così subentrerebbe al suo posto un verde – si fa per dire – del tutto allineato con Sala e la sua sublime assessora Elena Grandi. Non c’è fine al peggio.

Carlo Monguzzi aveva sofferto per essere stato emarginato ed escluso dai Verdi e, a gennaio 2024, rimosso dal ruolo di capogruppo in Consiglio comunale, con una email inviatagli da chi alle elezioni aveva raccolto un decimo dei suoi voti. La sua voce pacata ma ferma ci mancherà. Non ci mancheranno i gargarismi di chi per non far dispiacere a Sala non osa neppure pronunciare la parola “discontinuitàâ€. Difficile, in queste condizioni, “innamorarsi ancoraâ€: questa volta non può bastare una “maledetta primaveraâ€.

Data articolo: Tue, 28 Apr 2026 09:48:26 +0000

Tramlink

Milano, la strana gara (con un solo concorrente) del tram bidirezionale

Appena entrato in servizio, è subito balzato alle cronache per l’incidente del 27 febbraio che ha causato due morti e oltre cinquanta feriti: è il Tramlink della azienda svizzera Stadler Rail, prodotto nel suo stabilimento spagnolo di Valencia.

Sono subito scoppiate polemiche sulla sicurezza. Il disastro viene attribuito a un malore del conducente: ma perché quel tram non è stato fermato dal sistema di sicurezza, come previsto in maniera automatizzata nei casi in cui il manovratore non sia più in grado di controllare la vettura? A queste domande risponderà l’inchiesta giudiziaria che è in corso alla Procura di Milano.

Nessuna inchiesta è invece aperta – per ora – sulla strana gara d’appalto che ha portato a Milano i Tramlink. È una procedura avviata nel 2019, con amministratore delegato di Atm Arrigo Giana, vinta – veniamo a scoprire ora – dall’unica azienda ammessa alla gara: la società Stadler Rail Valencia Sa, del gruppo svizzero Stadler, che si è aggiudicata un “accordo quadro per un importo complessivo massimo di 172,6 milioni più iva†e un “contratto applicativo per la fornitura di 30 tram per un importo complessivo di 75,5 milioni più ivaâ€.

La Stadler era la sola azienda che poteva fornire i tram con le specifiche tecniche richieste. Lo ammette il Verbale di aggiudicazione, che il Fatto ha potuto vedere. Dunque la gara competitiva di fatto non c’è stata, perché, nel pur affollato panorama dei produttori di vetture ferrotranviarie, una sola azienda poteva fornire il prodotto richiesto. Il bando di gara è stato cucito addosso alla società che doveva vincere? Questa è la domanda che risuona tra Palazzo Marino e le sedi dei partiti d’opposizione alla giunta di Giuseppe Sala.

Enrico Marcora, consigliere di Fratelli d’Italia in Consiglio comunale, ha chiesto all’Atm di avere in visione la documentazione della gara e domanda all’amministrazione come sono state compilate le specifiche tecniche dell’appalto, che non hanno trovato altra azienda che la Stadler in grado di soddisfarle.

La richiesta determinate era quella che i tram fossero bidirezionali, cioè con due cabine di guida ai due capi della vettura. Questo aumenta la spesa d’acquisto di almeno il 40% rispetto ai veicoli con una sola cabina di guida. Averne due non porta gran benefici per il servizio pubblico: perché a Milano tutte le linee tranviarie in funzione hanno, da sempre, una rotatoria ai capolinea che permette al tram di girare e tornare indietro.

All’arrivo del primo tram, il 1 dicembre 2022, il sindaco Sala aveva scritto su Facebook un post entusiasta, rivendicando in prima persona la scelta: “Questa notte è arrivato il primo dei nuovi 60 tram Stadler che abbiamo ordinato. Si tratta di mezzi bidirezionali, più sicuri e a maggiore efficienza energetica. Il trasporto pubblico merita investimenti di questo tipo per migliorare la qualità della vita dei cittadini. Come sempre, Milano è pronta a fare la sua parteâ€.

 

Leggi anche:
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Milano, il grande affare Fs degli scali ferroviari

Data articolo: Tue, 28 Apr 2026 09:35:59 +0000

Webuild

La “squadretta Sala†alla conquista di Atm (con Webuild)

Nell’ultimo anno da sindaco di Milano, Giuseppe Sala pensa a sé e agli amici. Il più fedele lo piazza al vertice di Atm, l’azienda dei trasporti pubblici. È Christian Malangone, oggi direttore generale del Comune, dopo essere stato al fianco di Sala anche in Expo. È candidato a diventare amministratore delegato e direttore generale di Atm. Il momento della verità sarà domani, 23 aprile, quando verrà nominato il nuovo cda. Ecco i nomi che il sindaco Sala vuole nel nuovo consiglio e che il Fatto è in grado di anticipare: Oliviero Baccelli (candidato presidente), Pietro Galli, Christian Malangone, Barbara Marinali, Alessia Mosca, Alessandra Oppio, Alberto Zorzan.

Per mantenere  il controllo su Atm e per avere più poltrone a disposizione su cui piazzare i suoi, Sala ha già fatto aumentare da cinque a sette i componenti del cda, in cui siederanno alcuni dei suoi fedelissimi. Malangone innanzitutto. Dimenticati i tempi in cui, da direttore generale di Expo, fu condannato a 4 mesi, ma poi prosciolto in appello.

In quei mesi ebbe un inciampo anche Pietro Galli, che in Expo era direttore generale vendite e marketing: fu segnalato dall’allora presidente dell’Autorità anticorruzione, Raffaele Cantone, perché in passato condannato per bancarotta; ma Sala decise di riconfermarlo, poiché – spiegò – la bancarotta era avvenuta tanto tempo prima e per una cifra piccola.

Malangone ha poi seguito Sala sindaco a Palazzo Marino e ha trattato per lui tutti gli affari più delicati, dai rapporti con gli operatori immobiliari (primo fra tutti Manfredi Catella) alla vendita di San Siro ai fondi Usa che controllano Inter e Milan. Indimenticabili le sue chat con Catella. Quando questi dice a lui e all’assessore Giancarlo Tancredi: “Siete i best ever†(i migliori in assoluto), Malangone interviene entusiasta: “Questo me lo tatuo sulla schienaâ€. Non sappiamo se il tatuaggio sia stato poi realizzato, ma è certo che Malangone è indagato per le vicende urbanistiche e la gara di San Siro che la Procura ritiene truccata.

Nella “squadretta Sala†che domani si impossesserà di Atm emergono anche Alessandra Oppio, docente del Politecnico, a cui Sala è grato per la sua perizia sul valore dello stadio dopo le accuse che il prezzo di vendita accettato dal sindaco fosse troppo basso. Poi Barbara Marinali, dal 2021 al 2024 nel cda del colosso delle costruzioni Webuild.

È a Webuild che Sala nel 2023 ha fatto arrivare 141 milioni, pagati da Atm, in cambio della sua quota di M4, comprata dal Comune che già la controllava. È con Webuild che Sala aveva trattato la ristrutturazione, senza gara, dello stadio (poi bocciata dai fondi di Inter e Milan). È Webuild che potrà essere determinante nel futuro di Atm: per la realizzazione di nuove linee di metropolitana, ma anche per la eventuale valorizzazione del patrimonio immobiliare di Atm (palazzi, aree, grandi depositi tranviari).

Qui scatta l’operazione Nexi che potrebbe far cambiare per sempre natura al trasporto pubblico cittadino: potrebbe essere affidato non più ad Atm, ma a Nexi, appunto, nuova società in cui entrano, con Atm, Webuild e Hitachi, due fornitori di Atm che realizzerebbero di fatto una parziale privatizzazione del trasporto pubblico a Milano. Anche Hitachi (come Webuild) ha incassato la sua parte, quando il Comune ha comprato il 100% di M4, acquisendo anche la quota di Hitachi.

Nexi, a fine 2026, potrebbe partecipare al posto di Atm alla gara per la gestione a Milano del Tpl, il Trasporto pubblico locale che deve essere messo a gara per aprire il mercato alla concorrenza. Con l’arrivo di Nexi, la speranza è che Hitachi sia favorita nella fornitura di nuovi tram e metropolitane ad Atm; e la Webuild di Pietro Salini a costruire nuove linee di metrò e a concludere grandi operazioni su immobili e aree dismesse da Atm.

 

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Data articolo: Tue, 28 Apr 2026 09:27:04 +0000

Gisella De Crignis

Cruchi, Francesco De Gregori (Bolla) e Gisella. Ecco i documenti

“Angeli terribili†è il mio libro, edito da Garzanti nel 2018, che racconta la storia vera di Amadio De Stalis detto Cruchi. Ecco alcuni documenti che ho trovato nell’Archivio di Stato di Udine e di Roma e che racconto e contestualizzo del libro. Il primo è il rapporto di un ufficiale dei carabinieri del 25 novembre 1943 che racconta l’incontro avvenuto a Ravascletto il 15 novembre 1943, presso l’Hotel Valcalda, tra Amadio De Stalis, Gisella De Crignis e un misterioso capitano degli Alpini, Francesco De Gregori, che poi diventerà il comandante Bolla della Brigata Osoppo.

Ecco il documento:
>>> de stalis : de gregori

Ecco qui invece un documento della Questura di Udine, datato 27 dicembre 1949, su Gisella De Crignis:
>>> gisella de crignis

Questa è la prima pagina del diario, scritto a mano, di Francesco De Gregori (Bolla):

Amadio De Stalis a Milano. La foto è della famiglia (un grazie alla nipote, Annamaria Danelutti). Qui sotto, il faldone del Casellario politico centrale, conservato all’Archivio centrale dello Stato a Roma, che contiene la cartella su Amadio De Stalis:

Uno dei fascicoli contenuti nella cartella, dal Casellario Politico Centrale

 

Ecco la copertina del fascicolo di Amadio De Stalis

 

L’interno della copertina del fascicolo di Cruchi, con i “connotati†e la foto

 

Ecco la fotografia di Cruchi contenuta nel suo fascicolo

 

Alcuni dei rapporti contenuti nel fascicolo di Amadio De Stalis

 

Data articolo: Mon, 13 Apr 2026 16:22:19 +0000

Sergio Mattarella

Troppa grazia, presidente. Nicole Minetti e gli altri

Chissà se il capo dello Stato ha sofferto le stesse ambasce provate dal presidente (interpretato da Toni Servillo) nel film La grazia di Paolo Sorrentino. Certo è che la grazia, questo residuo di privilegio regale – dunque indiscutibile – sopravvissuto nella Repubblica, ha negli ultimi anni suscitato molte polemiche, eppure è difficile trovare qualcosa di simile a quello che è successo oggi, con la grazia concessa a Nicole Minetti.

Sergio Mattarella l’aveva concessa – parziale – a uno scafista (Abdelkarim Alla Hamad) arrestato dopo una tragica traversata del Mediterraneo che nel 2015 era costata la vita a 49 persone: ma era un ragazzino, all’epoca dei fatti, e aveva già scontato dieci anni in carcere. Grazia totale invece per Franco Cioni: era stato condannato nel 2021 per l’omicidio della moglie malata terminale, estremo e terribile atto d’amore dopo 50 anni di convivenza. Gabriele Finotello era stato graziato dalla pena residua ricevuta per aver ucciso il padre al culmine di una lunga storia di violenze subite in famiglia.

Più “politiche†le scelte di “Re Giorgioâ€, il presidente Napolitano. Concesse la grazia ad alcuni degli americani coinvolti nel rapimento dell’imam Abu Omar, sequestrato nel 2003 a Milano da un gruppo di agenti Cia con l’appoggio dei vertici del servizio segreto militare italiano, il Sismi.

Fu uno dei tanti casi di extraordinary rendition eseguiti nel mondo, fuori dalle leggi, dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, dagli americani che sequestrarono e fecero torturare senza processo persone sospettate di far parte della galassia del terrorismo islamista. Fu l’unico caso al mondo indagato e processato secondo le leggi, grazie ai magistrati della Procura di Milano Armando Spataro e Ferdinando Pomarici, che individuarono nomi e ruoli degli agenti americani e italiani.

Gli italiani furono salvati dall’apposizione del segreto di Stato. I 23 americani furono processati in contumacia a Milano e condannati tutti a pene fino a 13 anni di reclusione. Restarono impuniti perché tornarono negli Usa e non furono mai estradati nel nostro Paese. Alcuni furono salvati dalla grazia presidenziale di Napolitano, senza aver scontato neppure un giorno di carcere né aver espresso alcun ripensamento sui reati commessi. Grazia totale per il colonnello Joseph Romano. Parziale per Robert Seldon Lady, capocentro della Cia a Milano, con villa a Penango, nell’Astigiano.

Poi ci pensò il presidente Mattarella a completare il lavoro. Nel 2017 concesse la grazia, totale a Seldon Lady e parziale ad altri due condannati definitivi per il sequestro Abu Omar: Betnie Medero e Sabrina De Sousa. Bob Lady, condannato a 9 anni di reclusione, era stato arrestato a Panama ma poi scarcerato. L’agente Cia De Sousa, condannata a 7 anni, era stata arrestata in Portogallo mentre stava per imbarcarsi per Dubai, ma ebbe una riduzione di pena che le permise di evitare l’estradizione in Italia.

Uno dei primi atti significativi del primo mandato presidenziale di Giorgio Napolitano, nel 2006, fu la concessione della grazia a Ovidio Bompressi, ex esponente di Lotta Continua condannato per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi. La decisione fu giustificata con i gravi motivi di salute del condannato e fu resa possibile da una sentenza della Corte costituzionale che qualificò la grazia come potere esclusivo del Capo dello Stato, sottratto dunque all’intervento del ministro della Giustizia. Negli anni precedenti, il ministro Roberto Castelli si era opposto alla concessione della grazia a Bompressi rifiutandosi di istruire la pratica.

Nel 2012 arrivò la grazia di Napolitano ad Alessandro Sallusti. Da giornalista e direttore del Giornale aveva accumulato tante condanne per diffamazione da non poter più usufruire della sospensione condizionale della pena: sarebbe dovuto entrare in carcere. Il giudice di sorveglianza decide però un trattamento speciale per Sallusti e commuta il carcere in arresti domiciliari, presso la residenza prescelta, quella della sua fidanzata di allora, Daniela Santanchè. Appena entrato in casa per scontare la pena, Sallusti ne esce, evadendo sotto gli occhi degli agenti: guadagnandosi un nuovo processo, per evasione (sarà assolto perché il suo gesto verrà ritenuto simbolico e quindi non punibile).

Poi arriva il provvedimento di Napolitano. Una grazia – richiesta dal difensore, Ignazio La Russa – che commuta la pena detentiva in una pena pecuniaria, con la motivazione che il carcere per il reato di diffamazione era da ritenersi sproporzionato rispetto ai principi europei sulla libertà di stampa. Seguono proteste e polemiche. Oggi tocca a Nicole.

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Data articolo: Mon, 13 Apr 2026 11:38:56 +0000

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