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News Potere al popolo

News Potere al popolo

#news #Potere #Popolo

News & media

Attenzione, stanno cancellando la democrazia! Fermiamoli!
Data articolo:Sat, 19 Sep 2026 16:27:24 +0000

3 ottobre, ore 14:00
Piazza Bocca della Verità, Roma

La legge elettorale truffa del Governo Meloni assegnerà una maggioranza abnorme di parlamentari a chi non riesce ad averla con il voto degli elettori.

Ma non si ferma qui: è una legge liberticida che vuole cancellare tutte quelle forze politiche che, come Potere al Popolo, in questi anni sono state la vera opposizione di questo Paese.

Vuole cancellare chi si è mobilitato per la Palestina e contro il genocidio israeliano, contro la guerra, il riarmo e la NATO, contro le politiche lacrime e sangue europee, i salari da fame, il taglio ai servizi pubblici e sociali, per una società giusta e in pace.

Le 450 000 firme che si dovrebbero raccogliere,  servono ad impedire la partecipazione alle elezioni di Potere al Popolo e di ogni dissenso, lasciando la competizione elettorale solo ai due schieramenti di destra e centrosinistra e ai neofascisti di Vannacci.

La legge truffa è parte di un vasto progetto autoritario che sorregge la politica di guerra e questa “società caserma”: il furto del diritto alla rappresentanza democratica fa tutt’uno con le sanzioni americane contro le organizzazioni antifasciste, con la legge sull’ “antisemitismo” che scatena la caccia alla streghe contro chi sta con Palestina, con i decreti sicurezza e lo stato di polizia, con la censura nel nome della guerra ibrida.

Vogliono colpire chiunque lotti contro questo potere iniquo e guerrafondaio, ma non ci riusciranno.

Potere al Popolo fa appello alla società civile, ai militanti e ai sostenitori, a ogni organizzazione e persona sinceramente democratica, perché si reagisca ai soprusi contro la democrazia e la Costituzione.

Contro il Governo Meloni e la sua  legge truffa, contro lo stato di polizia, contro il riarmo e la guerra, diamo appuntamento a Roma il 3 ottobre a Piazza Bocca della Verità.

Vogliono le elezioni più false truccate e antidemocratiche della storia della  Repubblica.
Non ci faremo intimidire, dobbiamo fermarli!

#leggeelettorale #leggetruffa #fermiamoli

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E se tornassimo? Un nostro commento al rapporto del CNEL intitolato “Giovani expat. Come farlo tornare”
Data articolo:Thu, 17 Sep 2026 15:22:34 +0000

Allo studio del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) effettuato online hanno partecipato 1800 giovani italiani tra 18 e 40 anni di cui la maggioranza emigrata all’estero all’età tra i 20 e i 30 anni.

L’87% dei rispondenti vive in un Paese europeo (il 60% nell’Unione europea, il 27% in Europa extra-UE) e l’8,5% in Nord America.

Il rapporto conferma l’alto tasso di emigrazione italiana: tra il 2010 e il 2025 1,5 milioni di italiane e italiani hanno lasciato il nostro paese – una media di circa 100.000 persone ogni anno.

Questi dati ci collocano all’interno della terza ondata migratoria della storia dell’Italia repubblicana.

Il rapporto CNEL dice che:
– l’83% di giovani italiani all’estero tornerebbe in Italia… con salari più alti
– l’88% tornerebbe… con opportunità lavorative adeguate al proprio profilo
– il 79% tornerebbe… con più garanzie di meritocrazia
– il 72% tornerebbe… con migliore bilancio vita-lavoro
– il 63% tornerebbe… con alloggi più accessibili
– il 62% tornerebbe… con servizi pubblici migliorati

Interessante anche la disparità di genere: il 9,5% delle donne dice di non voler tornare nemmeno in un’Italia “migliorata”, mentre solo il 4,7% degli uomini dà la stessa risposta.

Queste risposte mettono in luce i noti problemi strutturali dell’Italia:

– il lavoro povero e la mancanza di un salario minimo legale
– un orario di lavoro effettivo superiore alla media europea
– un mercato del lavoro poggiato su clientelismo e non merito
– un mercato del lavoro che sottoutilizza i propri laureati
– un mercato del lavoro ancora fortemente penalizzante per le donne
– un’età pensionabile che può arrivare fino a 70 anni
– una grave crisi abitativa
– servizi pubblici profondamente depotenziati negli ultimi 25 anni

Questo quadro spiegherebbe anche un altro dato importante: l’Indice Sintetico dei flussi Migratori (ISFM) ci mostra che per ogni giovane proveniente in Italia da un’economia avanzata europea, partono più di 14 giovani italiani (14,5). La maggior parte dei paesi europei esaminati “perde” tanti giovani quanti ne “attrae”.

Quella dell’Italia è perciò una vera e propria emorragia di giovani. Il “capitale umano” perso è costato all’Italia circa 159,5 miliardi di Euro nel periodo 2011-2024, circa 16 miliardi l’anno.

Il rapporto CNEL parla anche dell’immigrazione in Italia.

Se nel 1990 gli stranieri rappresentavano appena l’1,1% della popolazione giovane in Italia, nel 2025 la quota è salita al 13,3%. Se si includono anche i giovani di origine straniera che nel frattempo hanno acquisito la cittadinanza italiana, la percentuale raggiunge addirittura il 19,5%: quasi un giovane su cinque.

Ma l’Italia non si è trasformata solo oggettivamente. Anche nelle recenti lotte politiche e sociali – dagli scioperi nella logistica, passando dalla difesa dei quartieri popolari, alle mobilitazioni in solidarietà con il popolo palestinese – i diversi settori migranti hanno giocato un ruolo determinate.

Ci troviamo quindi di fronte a una Nuova Italia che però la nostra classe politica non vuole proprio riconoscere.

Infatti, ci sono due narrazioni parallele che negano questa profonda trasformazione della nostra società: da un lato chi invoca la “remigrazione”; dall’altro chi considera gli immigrati semplici “risorse” economiche passive, nascondendosi dietro un finto “umanitarismo”.

Queste due impostazioni, apparentemente così distanti, producono lo stesso risultato: quello di cementificare la divisione tra chi resta, chi parte e chi arriva nel nostro paese – quando tutti questi soggetti sono spinti dalla stessa esigenza: quella di migliorare le proprie condizioni di vita e esistenza.

Il nostro compito è semplice e complesso allo stesso tempo: accettare la “sfide del noi”, cioè costruire l’unità soggettiva di quel che è già unito oggettivamente: nella vita comune nelle università, nei quartieri popolari, nei posti di lavoro, ma anche nelle nostre storie – diverse, ma comunque simili – di emigrazione.

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Il ministro Valditara ha sconfitto il cambiamento climatico a scuola. I dati però dicono un’altra cosa. Un comunicato di Usb Scuola.
Data articolo:Mon, 07 Sep 2026 14:29:43 +0000

Dopo la trionfale intervista a Repubblica del Ministro Giuseppe Valditara, che afferma di aver sconfitto il caldo nelle scuole, riprendiamo il comunicato di USB scuola che smonta pezzo per pezzo la propaganda del Ministro.
“Mentre studenti e insegnanti si preparano a rientrare in aule che superano i 35 gradi, il Ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara concede un’intervista trionfale a “La Repubblica”. Peccato che tra una promessa e l’altra, i numeri raccontino una storia molto diversa. E mentre il termometro schizza, la verità viene sacrificata sull’altare della propaganda.
«Abbiamo investito con successo»: quali soldi?
Alla domanda sul caldo nelle scuole, Valditara risponde perentorio: «Noi abbiamo destinato 3,7 miliardi di fondi Pnrr all’efficientamento energetico». Parole grosse. Peccato che la Relazione della Corte dei conti sul Rendiconto 2025 dica l’esatto contrario: di questi fondi ne è stato speso appena il 26%. Il resto? 2,3 miliardi di euro sono bloccati come “residui passivi” – tradotto: soldi impegnati sulla carta ma mai arrivati ai cantieri.
Il 74,3% di tutti i residui passivi dell’intero Ministero dell’Istruzione è concentrato proprio sull’edilizia scolastica. Non è un dettaglio tecnico: è la prova che il sistema non funziona. I fondi ci sono, ma non riescono a trasformarsi in lavori. Come si fa a dire «abbiamo investito con successo» quando i cantieri sono fermi?
I 20 milioni e la matematica creativa
Ma il capolavoro arriva quando il Ministro annuncia: «In emergenza climatica, ho stanziato altri 20 milioni che dovrebbero consentire di dotare tutte le aule di dispositivi di raffreddamento».
Facciamo due conti: 350.000 aule statali divise per 20 milioni fanno 57 euro ad aula. La risposta di Valditara è degna di un prestigiatore: «Se dal conteggio sottraiamo le scuole già refrigerate, quelle che hanno acquistato dispositivi di raffrescamento in questi mesi e le altre che per posizione geografica non soffrono, la cifra sale di un terzo».
Traduzione: invece di 57 euro, facciamo finta che siano 75. Con cui comunque non ci compri un condizionatore. Al massimo un ventilatore da supermercato, che se tutto fila liscio arriva comunque a scuola iniziata dopo che, durante l’estate più calda del secolo, nessuno ha fatto o detto niente.
La colpa è degli enti locali?
Il Ministro scarica la responsabilità: «Non dimentichiamo che la competenza su questo settore è degli enti locali proprietari degli immobili». Vero, e questo è uno dei motivi per cui il PNRR è stato un fallimento quasi totale. Si è scelto un meccanismo basato sulla capacità di progettazione, assolutamente disuguale, degli enti locali, senza dare alcun sostegno, piuttosto che centralizzare la valutazione e la gestione degli interventi.
La Corte dei conti, infatti, è chiara: il problema è la capacità operativa della catena di attuazione. Molti Comuni non hanno uffici tecnici sufficienti, ma non solo. Gli edifici non hanno le carte in regola perché hanno problemi a monte rispetto all’efficienza climatica: oltre il 41% è privo di collaudo statico, il 56% non ha l’agibilità, tradotto in parole povere il rischio principale è il crollo. Senza agibilità e collaudi, gli interventi sul clima non si possono fare e i soldi restano fermi.
La verità che il Ministro non dice
Mentre Valditara parla di «splendida collaborazione fra ministero ed enti locali», il think tank Tortuga certifica che solo il 7-10% delle scuole italiane ha impianti di raffrescamento (con punte del 5% in Piemonte, Umbria e Basilicata). Tra il 2022 e il 2025, le temperature in classe hanno superato i 26 gradi nel 10% dei giorni di lezione – circa 21 giorni all’anno.
La scuola non vuole essere presa in giro!

Non serve annunciare trionfi da 3,7 miliardi quando i cantieri non partono. Non serve dire «l’abbiamo promesso, l’abbiamo fatto» con 57 euro ad aula.
Serve un piano nazionale che integri climatizzazione, isolamento termico ed efficienza energetica. Serve sbloccare la macchina burocratica che tiene fermi 2,3 miliardi. Serve dire la verità: l’Italia ha un patrimonio scolastico vecchio, insicuro e inadeguato al cambiamento climatico.
Mentre le aule bollono, di tutto abbiamo bisogno tranne che di bugie. Gli studenti e i lavoratori meritano di studiare e lavorare in ambienti sicuri e dignitosi. Non in saune con i ventilatori.

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Il nostro Giorgio Cremaschi riammesso sui social. Una vittoria, ma la censura del dissenso resta un problema
Data articolo:Sat, 05 Sep 2026 13:26:05 +0000

Giorgio è stato riammesso su Facebook e Instagram dopo nove giorni di sospensione, arrivata a seguito della pubblicazione di un post sulla condizione dei bambini palestinesi e sulla tragedia che si sta consumando a Gaza.

Una buona notizia, che accogliamo con soddisfazione e che dimostra ancora una volta quanto sia importante non accettare passivamente i provvedimenti di censura e continuare a denunciare ciò che accade.

Resta però un fatto: Giorgio era stato sospeso con l’accusa di essere una “persona o organizzazione pericolosa”, senza che venisse fornita una spiegazione trasparente e puntuale delle ragioni di una decisione tanto grave, che avviene peraltro a pochi giorni dalla messa la bandi di Autistici / Inventati da parte dell’amministrazione Trump.

La riattivazione del profilo di Giorgio non cancella quindi le domande che questa vicenda pone sul potere delle grandi piattaforme di decidere cosa possa essere detto e cosa possa essere oscurato, soprattutto quando si parla di Palestina, guerra e genocidio.

E non è un problema che riguarda soltanto i social network.

Viviamo una fase nella quale il dissenso contro la guerra viene sempre più spesso delegittimato e compresso: dalle piazze alle università, dall’informazione alla richiesta di trasparenza sulle armi che transitano attraverso i nostri porti.

La vicenda di Ravenna è emblematica: persino la richiesta di conoscere informazioni sul traffico di materiale bellico viene ricondotta alle esigenze della sicurezza nazionale e al quadro di una guerra nella quale l’Italia sarebbe coinvolta.

Noi questa logica la respingiamo.

La democrazia non può essere sospesa in nome della guerra. Il diritto di informare, di manifestare, di fare domande e di dissentire non può diventare un ostacolo da rimuovere quando si mettono in discussione le politiche di guerra e il sostegno italiano a Israele.

Continueremo insieme a denunciare la guerra, il genocidio del popolo palestinese e le responsabilità del nostro governo e delle istituzioni italiane, e a difendere il diritto di tutte e tutti di informare, manifestare e dissentire.

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Dal PaP camp le indicazioni per la mobilitazione d’autunno e le elezioni politiche 2027
Data articolo:Fri, 04 Sep 2026 13:46:03 +0000

Dal 26 al 30 agosto circa 500 persone sono arrivate da tutta Italia a Paestum per il PaP Camp, il classico appuntamento di fine agosto di Potere al Popolo. Assemblee, iniziative culturali e politiche, musica e socialità: anche quest’anno il programma è stato ricco e la partecipazione intensa. Abbiamo affrontato questioni epocali come la guerra e l’imperialismo, e i suoi atti genocidi in Palestina e a Cuba, le migrazioni, il cambiamento climatico, l’esplosione dell’intelligenza artificiale – tutti temi strettamente collegati, effetti di un capitalismo che per andare avanti ha bisogno di spremere sempre di più esseri umani e risorse naturali.

Ma al centro dei dibattiti non poteva che esserci, dopo la grande mobilitazione dell’autunno scorso e il risultato del referendum costituzionale, la costruzione di un’efficace opposizione al Governo Meloni. Dopo ormai quattro anni è evidente che Meloni ha fallito. La situazione del paese è quella di una continua decadenza: le attività produttive languono e sono sempre meno innovative, i giovani italiani sono costretti ad emigrare, si approfondisce la crisi demografica e le conseguenze del cambiamento climatico su territori già fragili, si svuotano le aree interne, aumentano i prezzi, tirati su dal costo della benzina e da speculazioni, e la vita si fa più dura per le classi popolari. Lavoro a nero, salari bassi, sfruttamento da parte di una borghesia che vive di rendite, parassitismo e privilegi: questo è il quadro dell’Italia di Meloni. Che invece di modificare la rotta, ci porta sempre di più in guerra a fianco del suo padrone Trump.

Il malessere però di tanti giovani e delle classi popolari non trova un’alternativa nel centrosinistra. Mentre questo avrebbe praterie per attaccare Meloni e distinguersi nel merito delle politiche, approfittando di un forte sentimento popolare che nelle questioni internazionali chiede pace e in quelle nazionali chiede maggiore giustizia sociale, i leader del centrosinistra passano il tempo a parlare di primarie, a inseguire la destra su molti temi, a cercare di moderarsi per rendersi più “credibili” verso i gruppi di potere economici, mediatici e internazionali. Tutto questo mentre sui territori e nelle città metropolitane i sindaci del centrosinistra portano avanti speculazioni con fondi immobiliari, logiche da grandi eventi, regalano le città alla rendita obbligando gli abitanti a spostarsi sempre più nelle periferie, e inseguono la destra sul tema sicurezza.

L’unica carta che ha il centrosinistra per farsi votare è così pompare dai suoi media il fascista Vannacci, in modo da cercare di intercettare il sentimento antifascista. Una giocata che ha sempre meno esito, perché già è stata impiegata con Berlusconi, Salvini e Meloni – una giocata pericolosa perché non ha fatto altro che portare il paese sempre più a destra, dando rilevanza a figure e temi che non sono quelle delle classi popolari, che chiede invece risposte su bisogni urgenti: casa, lavoro, sanità pubblica, istruzione, servizi.

Un’efficace opposizione al Governo Meloni, che sia autonoma dalle strumentalizzazioni del centrosinistra e da guerrafondai e speculatori, capace di parlare a milioni di persone che vorrebbero un cambiamento, deve dunque ancora essere costruita. Come Potere al Popolo sentiamo questa responsabilità. Proprio al campeggio dello scorso autunno lanciammo le date del “Blocchiamo tutto”, nei primi mesi del 2026 abbiamo spinto la campagna per un “no sociale” al Referendum e costruito la grande assemblea del 14 giugno a Roma che ha messo insieme forze politiche, sindacali e sociali indipendenti. Ora si tratta di costruire un’alternativa politica chiara per le elezioni del 2027.  

Per questo Potere al Popolo lancerà, tra settembre e ottobre, assemblee territoriali aperte a tutte le forze che vogliano costruire un’alternativa ai due blocchi della destra e del centrosinistra. In queste assemblee proporremo e organizzeremo la partecipazione a una grande mobilitazione di piazza sabato 24 ottobre a Roma, contro il Governo Meloni, le politiche di guerra e anti-popolari, la deriva autoritaria e la legge elettorale truffa.

Questa data segnerà il primo atto della nostra campagna elettorale: che Meloni impaurita decida di anticipare la consultazione, o che si voti nel prossimo autunno, per noi è essenziale partire subito con un progetto chiaro, indipendente, che metta al centro il no alla guerra e alla NATO, l’opposizione al piano di riarmo e all’austerità dell’UE, una politica di pace e cooperazione che rispetti la nostra Costituzione, la rottura degli accordi con Israele e boicottaggio economico, il sostegno a Cuba contro l’embargo e le sanzioni; ma anche, in politica interna, una tassa sui ricchi, una redistribuzione della ricchezza spostando il carico fiscale dai lavoratori dipendenti agli imprenditori, un salario minimo a 12 euro, una riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, politiche migratorie serie, che smettano di far morire la gente e di creare problemi invece di opportunità, politiche per una casa per tutti, scuola e sanità pubbliche e rispondenti ai bisogni delle persone, e infine un piano serio contro il cambiamento climatico.

Potere al Popolo è in campo e ci sarà sulla scheda elettorale nel 2027. Se nessuno ci rappresenta, se tutta la politica, nonostante le diverse facce va nella stessa direzione, dobbiamo rappresentarci noi!

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Per darci una mano con la raccolta firme, per prendere contatti, per tesserarti e aprire un gruppo d’azione locale, per partecipare alla campagna elettorale, contattaci da qui.

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Appello internazionale contro il permesso di uccidere in Francia
Data articolo:Wed, 02 Sep 2026 14:40:58 +0000

C’è forse qualcosa di marcio nella Repubblica francese? L’anno presidenziale che sta iniziando vede l’estrema destra in testa in tutti i sondaggi. Per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale e l’occupazione, gli eredi del maresciallo Pétain potrebbero prendere il potere.

Per noi, firmatari internazionali di questo appello, la Francia conta. Perché è il paese della Rivoluzione del 1789, dell’abolizione dei privilegi e della Dichiarazione dei diritti umani, il paese della Comune di Parigi e del Fronte Popolare. Perché è il paese occidentale in cui il popolo riesce a lottare massicciamente contro il destino che gli è stato riservato. I sollevamenti antirazzisti del 2005, 2020 o 2023, i Gilet gialli, i movimenti sociali che lottano sistematicamente contro i piani neoliberisti, la sinistra di rottura più avanzata politicamente ed elettoralmente a livello continentale. Per tutte queste ragioni, la Francia è preziosa, la Francia conta.

Abbiamo osservato con inquietudine l’introduzione delle LBD-Flashball (Lanceur de Balle de Défense) e delle granate da dispersione e stordenti, prima per domare le rivolte nei quartieri popolari, poi per essere estese all’intero movimento sociale. Siamo rimasti inorriditi davanti alle decine di mutilazioni (accecamenti, mani mutilate…) che hanno colpito il movimento dei Gilet gialli e più recentemente le manifestazioni in reazione all’uccisione del giovane Nahel Merzouk da parte della polizia. Durante questi due movimenti, la polizia francese ha ucciso. Con Michel Forst, relatore speciale delle Nazioni Unite sui difensori dell’ambiente, ci siamo allarmati dopo la manifestazione ecologista di Sainte-Soline per il “modo in cui è stata utilizzata la forza, in Francia, nella gestione delle manifestazioni”. Siamo preoccupati del modo in cui il governo in carica, incapace di ottenere una maggioranza democratica in Parlamento, continua a governare per decreto contando sulla polizia per soffocare le proteste che la sua stessa politica genera.

Il suo ultimo progetto avalla una vecchia rivendicazione dell’estrema destra: dare alla polizia una “presunzione di legittima difesa”, cioè, un permesso provvisorio di uccidere. Solo che raramente si uccide in modo provvisorio e spesso sono sempre gli stessi ad essere uccisi: i non-bianchi, chi si ribella, chi è nato “sbagliato” e chi si alza contro un mondo che legalizza perfino l’omicidio di bambini.

Il 20 settembre inizia una lotta contro la legge “permesso di uccidere” con una manifestazione nazionale organizzata da collettivi autonomi di lotta contro le violenze poliziesche, con il supporto della sinistra di rottura politica e sindacale. Non facciamoci illusioni: è un momento decisivo. Perciò facciamo appello, dai nostri paesi, alle nostre organizzazioni, ai nostri collettivi e alle nostre lotte a parteciparvi nel maggior numero possibile. La lotta contro i crimini di Stato e il loro mondo va oltre ogni frontiera.

Internazionalisti per convinzione e necessità, sappiamo che una barricata che cade lì corrisponde a un colpo contro tutti. Una sconfitta della Francia sarà fatalmente la sconfitta di noi tutti. Invece, ogni breccia, ogni progresso, ogni vittoria contro la fascistizzazione in corso offre a tutti, in Gran Bretagna, in Spagna, in Italia, in Germania, negli Stati Uniti, in Canada delle possibilità inedite e dei veri sostegni per resistere laddove ci troviamo, perfino la speranza di vincere.

Dobbiamo fare tutto il possibile per evitare che questa legge passi! Questo è il senso di questo appello internazionale.

Per firmare in quanto persona o organizzazione, mandateci la vostra firma qui: saveinternational2026@gmail.com

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Cent’anni di Fidel : perché il lider maximo fa ancora paura ai nostri nemici
Data articolo:Thu, 13 Aug 2026 10:48:57 +0000

Oggi Fidel Castro avrebbe compiuto cento anni. Purtroppo per noi ha potuto festeggiare «solo» il suo novantesimo compleanno, dopo essere sopravvissuto a 638 piani o tentativi di farlo fuori e a decine di volte in cui é stato dato per morto e non lo era. Quando é morto per davvero – desaparicion fisica, dicono i cubani, ci torneremo – il 25 Novembre di dieci anni fa, non ha avuto la stessa buona memoria che ebbe Napoleone, omaggiato post mortem dal nostro Alessandro Manzoni con un inno tanto importante quanto inviso, perché mal studiato, da generazioni di studenti. Pur non essendo mai stato bonapartista, né in vita né in morte di Napoleone (vergin di servo encomio e di codardo oltraggio), Manzoni é capace di riconoscere la grandezza della persona e delle sue opere senza nascondere la distanza politica, ideologica e morale che li separava. Questa capacità, ahinoi, non residua ai nostri tempi : i potenti di oggi e i loro megafoni mediatici non sono in grado di guardare i nemici col distacco che si presupporrebbe in chi « ha vinto », e ogni volta che ne hanno occasione sfoderano tutto il loro odio profondo ; non potendo, purtroppo per loro, contestare le opere, i fatti, le azioni, e nemmeno gli ideali, si attaccano alla persona, denigrandola, disprezzandola e accusandola di non essere veramente come voleva apparire. É il caso del racconto scritto da Norberto Fuentes, ex amico dei fratelli Castro, residente a Miami dal 1968, pubblicato da Repubblica ieri: un concentrato di gossip da quattro soldi su amanti, regali e lusso nascosto, in piena, triste e banale linea coi refrain soliti dell’anticastrismo, uguali quando escono su Repubblica o su «il Giornale», provare per credere, a dimostrazione che, sui fondamentali, borghesia reazionaria e liberal cantano all’unisono. Ma perché, a cent’anni dalla nascita e a dieci dalla morte, mentre Cuba pare agonizzare stretta tra il bloqueo più violento e infame della storia e una crisi economica profonda che ha diverse origini, Fidel Castro é ancora tanto, odiato, disprezzato, denigrato ? Perché fa cosi paura ? Proviamo a capirlo.

La prima ragione è banale: perché ha vinto. Ha conquistato con le armi, nonostante la schiacciante disparità di forze, il potere in un’isola passata dal dominio diretto spagnolo a quello indiretto statunitense. Ha rovesciato un dittatore che schiacciava il popolo nella miseria e nell’oppressione e ha instaurato uno stato libero, civile, che esiste e resiste ancora oggi, nonostante tutto. Ha vinto contro ogni pronostico e questo, in un’epoca di realismo capitalista, è un esempio incancellabile e potentissimo.

La seconda ragione è che non ha fatto sconti a nessuno: gli statunitensi e i loro lacché locali sono stati costretti a fuggire lasciando tutto lì. Il potere è stato ed è saldamente in mano al Partito, alle organizzazioni popolari, all’esercito, senza compromessi con chi, in nome di una finta democrazia, vorrebbe solo riportare indietro le lancette della storia. I diversi tentativi di rovesciare lo stato cubano sono, per questo, falliti o sono stati doverosamente repressi sul nascere.

La terza ragione per cui è odiato e fa paura è che le conquiste della rivoluzione cubana sono inattaccabili. La rivoluzione è un esempio morale e politico per il mondo intero: i progressi in materia di istruzione, salute, cultura, scienza, sport, pur non avendo tirato fuori Cuba dal cosiddetto terzo mondo, la collocano ai vertici del pianeta in numerosi ambiti. Soprattutto dimostrano quanto si possa fare, con pochissimo, quando la volontà politica è orientata agli interessi della pace, della vita e della dignità delle masse popolari. Ripensandoci oggi, da paesi devastati da terremoti e catastrofi climatiche, dove si investe in lager per migranti ed armi invece che in salute e sicurezza del territorio, il contrasto è abnorme.

Nessuno può attaccare i risultati della rivoluzione, per questo attaccano l’uomo.

La quarta ragione è un manifesto, uno di quei poster che si possono ancora trovare all’Havana, più raro, sicuramente, del ritratto del Che di Korda. Il titolo è “Cuba postCastro” e mostra una serie di volti stilizzati di Fidel, con fucile e divisa verdoliva d’ordinanza. Il messaggio è chiaro: Fidel un giorno sparirà, non spariranno le sue idee e il suo esempio, che si troveranno incarnati in ogni cubana e cubano. Per questo si parla di desaparicion fisica, che può far sorridere noi, certamente, ma che alla luce dei fatti è l’espressione di un dato incontrovertibile: anche ora, nel momento più nero della storia di Cuba socialista, il popolo resta fermo e degno. Soffre in maniera inimmaginabile, si lamenta e critica innanzitutto il proprio governo, ma non svende la propria storia. Questa fermezza e questa dignità sono, forse, la più grande eredità di Fidel, e il più grande ostacolo alla vendetta dell’imperialismo.

La quinta ragione è il futuro. Chi governa il mondo ha abdicato a pensare il futuro. Il presente è dominato da una fame di profitto talmente illimitata da portare alla distruzione delle fondamenta stesse di un mondo futuro. Lo vediamo con le guerre, la distruzione delle tutele sociali, la caccia al povero e allo straniero, la devastazione del pianeta. Fidel aveva, invece, una capacità incredibile di pensare al futuro. Quando una nostra delegazione è andata a Cuba, nel 2021, per partecipare ad una sperimentazione del vaccino anticovid cubano, abbiamo scoperto con stupore che sia l’Istituto Finlay, che aveva elaborato quello ed altri vaccini, sia la clinica internazionale “La Pradera” che ci ospitava erano progetti pensati e avviati in pieno periodo especial, il primo nel 1991 e il secondo nel 1997. In quelli anni, come ci hanno raccontato, la fame sull’isola era così tanta  che arrivarono a bollire bucce di banana per mangiarle. Un leader, si poteva pensare, avrebbe dovuto dedicare ogni energia e risorsa a risolvere quel problema. Fidel apparentemente, scegliendo di investire in biotecnologia e medicina, non lo fece; in realtà stava lavorando a costruire le condizioni di indipendenza e autonomia per cui quel terribile stato di cose – frutto dell’eccessiva dipendenza cubana dal sistema sovietico – diventasse solo un brutto ricordo. L’esempio cubano durante la pandemia è lì a dimostrare che aveva ragione: le capacità di resilienza di un paese del terzo mondo hanno svettato di fronte ai ben più potenti mezzi dei paesi imperialisti.

È per questo che oggi, in un momento in cui è il destino politico delle classi oppresse ad essere in periodo especial, e dove non si vede speranza all’orizzonte, l’esempio di Fidel torna utile. Per tutte le ragioni che fanno paura ai nostri nemici, più una, la più terribile, che riportiamo con le parole che Marquez dedicò all’amico in un ritratto del 2007 (traduzione nostra). “Una cosa è certa: ovunque sia, comunque e con chiunque sia, Fidel Castro è lì per vincere. Il suo atteggiamento verso la sconfitta, anche nei minimi atti della vita quotidiana, sembra obbedire a una logica privata: non lo ammette nemmeno, e non ha un minuto di calma finché non riesce a invertire i termini e trasformarla in vittoria.”

Buon compleanno, Comandante!

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Estate italiana
Data articolo:Mon, 10 Aug 2026 08:57:16 +0000

Pubblichiamo le riflessioni di un militante di Potere al Popolo sull’ennesima morte di un lavoratore agricolo durante la stagione estiva nelle nostre campagne. 

Negli anni Novanta ho fatto diverse stagioni a raccogliere cipolle in estate. Era un lavoro duro: otto ore sotto il sole, il thermos di acqua fresca da cui bere a intervalli regolari, le lunghe pause per evitare la canicola del primo pomeriggio. Ricordo ancora perfettamente cosa significasse riprendere il lavoro quando il caldo non aveva ancora mollato la presa.

Forse è anche per questo che mi ha colpito così tanto la notizia di un ragazzo di diciannove anni morto dopo essersi sentito male mentre raccoglieva pomodori in un campo del Cremonese.

Si chiamava Marian.

Ho provato in questi giorni a capire qualcosa di più della sua storia e delle circostanze della sua morte, ma a quasi una settimana di distanza sappiamo ancora molto poco. Non conosciamo le cause definitive del malore, non è stato reso pubblico l’esito dell’autopsia, sappiamo che risultava regolarmente assunto, ma poco o nulla sull’organizzazione concreta del suo lavoro, sugli orari, sulle pause, sulla struttura dei rapporti tra i diversi soggetti coinvolti.

Una morte mentre si lavora in un campo di pomodori fa poco rumore. E un ragazzo di diciannove anni che lavora di domenica, sotto il sole di agosto, corrisponde poco all’immagine del “maranza”, nuovo spauracchio delle nostre città, o a quella altrettanto comoda del giovane viziato che passa le giornate sul divano e non ha voglia di lavorare.

Prima che Marian diventi semplicemente una statistica, però, vale forse la pena provare a guardare attraverso questa storia uno squarcio della nostra estate italiana.

Non sappiamo se Marian sia morto per il caldo o per altre ragioni, e sarebbe sbagliato attribuire responsabilità che oggi nessuno è in grado di dimostrare. Ma la formula “era regolarmente assunto” non può nemmeno chiudere ogni riflessione sulle condizioni del lavoro.

Chi ha lavorato nei campi sa che tra ciò che è scritto in una norma o in un contratto e quello che accade concretamente durante una giornata di lavoro può esserci molta distanza. La possibilità di fermarsi quando il caldo diventa insopportabile non dipende soltanto dall’esistenza di un’ordinanza: dipende anche dal rapporto che hai con chi organizza il lavoro, dalla stabilità del tuo contratto, dalla possibilità di dire di no a una richiesta senza temere che quella sia l’ultima giornata in cui vieni chiamato.

Non so se nulla di tutto questo riguardasse Marian. So però che questi meccanismi esistono.

Ricordo di avere visto persone sentirsi male alla ripresa del turno pomeridiano. Ricordo che nei periodi più caldi si arrivava già stanchi al lavoro, soprattutto quando a casa non c’era un ambiente fresco in cui recuperare. Ricordo che, se c’era un lotto da finire o un’urgenza, i ritmi potevano aumentare, poteva capitare di iniziare un po’ prima o di fermarsi un po’ di più.

Ed è proprio qui che la storia di un ragazzo di diciannove anni incontra una questione molto più grande.

Il mercato del lavoro è diventato più feroce, soprattutto per chi è giovane e dispone di poco potere contrattuale. E contemporaneamente sta diventando più feroce anche il clima.

Il pomodoro da industria è una delle colture caratteristiche del nostro territorio e dovrà fare i conti sempre di più con estati calde e siccitose, disponibilità d’acqua meno prevedibile, competizione crescente per la risorsa idrica e costi produttivi maggiori. Non è una previsione astratta: già oggi vengono finanziati progetti per adattare questa coltura al cambiamento climatico, ridurre lo stress idrico e utilizzare l’acqua in maniera più efficiente.

E allora la domanda diventa inevitabile: chi pagherà il costo dell’adattamento?

Può pagarlo la filiera, cambiando tecniche agricole, tempi di produzione, organizzazione del lavoro e distribuzione dei profitti.

Può farsene carico anche il sistema pubblico, attraverso investimenti, ricerca, infrastrutture, controlli e sostegno alle trasformazioni necessarie.

Oppure possiamo scegliere la strada più semplice: lasciare che una parte del conto venga pagata dall’ambiente, consumando una risorsa sempre più preziosa come l’acqua, e un’altra dai lavoratori, continuando a organizzare il lavoro come se le estati di oggi fossero ancora quelle di trent’anni fa.

Non so ancora perché sia morto Marian.

So che aveva diciannove anni e che domenica pomeriggio stava lavorando in un campo di pomodori.

E forse, prima che la sua storia scompaia definitivamente dalle pagine dei giornali, vale la pena fermarsi almeno un momento a guardare questa estate italiana da quel campo.

News & media

Perché i terremotati di Pozzuoli si sono rivoltati contro governo e istituzioni locali?
Data articolo:Sun, 09 Aug 2026 14:02:20 +0000

Col bradisismo si può convivere, col malgoverno no.

“Non dovevano costruire lí, ora che non si lamentino”. Questo è il commento che puntualmente chi non vive a Pozzuoli o a Napoli dispensa sull’emergenza in corso nei Campi Flegrei.

Un commento rafforzato dalle dichiarazioni del Ministro Musumeci, che dopo le prime scosse di due anni fa giustificava l’assenza di interventi concreti del governo a causa dell'”abusivismo diffuso”. Una affermazione che prova a scaricare la responsabilità di quanto avviene sugli abitanti e non sulle istituzioni che li governano, di cui Musumeci è parte integrante.

Evidentemente il primo nemico da combattere per creare la solidarietà e l’attenzione che merita questa vicenda è il razzismo antinapoletano, che, come vedremo, è stato utilizzato finora anche dal Governo Meloni per fuggire dalle proprie responsabilità.

Ma andiamo con ordine.

La scossa di magnitudo 4.7 del 31 Luglio è stato con ogni probabilità l’ evento più intenso degli ultimi 450 anni. Un evento naturale che nasconde una catastrofe politico-amministrativa lunga 40 anni.

Dagli anni 80 il territorio dei Campo Flegrei attende una reale messa in sicurezza. La legge finanziaria 887 del 1984 per prima stanziò risorse per i Campi Flegrei e conferì al Presidente della Giunta Regionale il ruolo di Commissario Straordinario

A distanza di 40 anni, di 1 miliardo di fondi pubblico spesi e di decine e decine di governi nazionali e regionali di centro destra e centro sinistra ci ritroviamo con un territorio senza vie di fuga, senza quelle strutture di prima accoglienza pur previste dai piani di protezione civile, con infrastrutture primarie e sottoservizi fragili, con un trasporto pubblico ormai inesistente.

I Decreti Campi Flegrei succedutisi negli ultimi due anni non hanno mai affrontato realmente i problemi delle comunità:

-La messa in sicurezza del patrimonio edilizio pubblico e privato.

-La messa in sicurezza dei costoni

-La manutenzione della rete di sottoservizi

-Il potenziamento delle vie di fuga

-La realizzazione di hub di prima assistenza e la gestione degli sfollati.

-Uno stop alla speculazione sugli affitti agli sfollati;

-uno stop alla speculazione edilizia di un pugno di palazzinari

La nuova struttura commissariale istituita dai Decreti (a sostituzione della precedente quarantennale) e l’ inadeguatezza delle istituzioni regionali e locali hanno prodotto poco o nulla.

Oggi a pochi giorni dalla scossa del 31 Luglio, Pozzuoli non ha ancora un Hub per l’assistenza alla popolazione (doveva essere realizzato due anni fa a via Artiaco).

Non un edificio danneggiato ed evacuato a seguito della scossa del 2024 è stato consolidato e restituito ai proprietari.

Anzi la metà delle richieste è stata respinta.

Questo respingimento è stato possibile perché, laddove in un condominio erano presenti piccole difformità edilizie, il contributo veniva interamente negato, mettendo in pericolo non solo i condomini ma tutti gli abitanti delle case limitrofe. Questo sarebbe l’abusivismo di cui Musumeci accusa i puteolani.

Dopo la protesta del 4 agosto, il nuovo decreto del governo ha superato questa problematica, a DUE ANNI dalle prime scosse, rendendo il contributo utilizzabile anche in presenza di piccole difformità edilizie, nei fatti ammettendo le proprie colpe.

Il nuovo decreto prevede anche un rimborso del 70% per l’adeguamento sismico su tutti gli immobili. Si tratta di un contributo che non può essere dato a pioggia, o nei fatti si trasformerebbe in un condono ex post per quei costruttori che, dopo gli eventi bradisismici del 1983, hanno fatto incetta di immobili, comprandoli a quattro soldi e speculando spesso senza rispettare criteri antisismici. Noi chiediamo che il contributo copra il 100% dell’adeguamento antisismico delle prime case, che cali progressivamente fino alla terza casa e che sia nullo dalla quarta casa in su. Non può essere il pubblico a pagare per chi ha speculato.

Nel frattempo ci sono oltre mille sfollati, tra cui bambini, anziani e disabili, con numeri in rapido aumento ora dopo ora. Gli stabili sgomberati aumentano quotidianamente e si vanno a sommare a quelli mai riqualificati del 2024 e 2025.

Intanto aumenta la speculazione nelle aree prossime alla zona rossa, con pochissime case disponibili e fitti alle stelle, circostanza già evidenziata a seguito degli eventi sismici del 2024 e 2025 che rendono anche i contributi per l’ autonoma sistemazione difficili da utilizzare. Insieme ai cittadini chiediamo il blocco dei mutui, dei fitti e delle utenze per gli sfollati, un calmiere agli affitti contro la speculazione in atto e la requisizione di stanze e immobili per ospitare gli sfollati.

I sottoservizi presentano danni ingenti e non c’è un piano di manutenzione straordinaria strutturato, ma solo la riparazione dei danni che si susseguono dopo ogni piccola scossa

La popolazione di ampie aree di Pozzuoli è rimasta senza acqua dal 31 Luglio, durante una delle estati più calde mai registrate.

I costoni rocciosi, ripetutamente crollati a seguito dell’ ultimo sciame sismico non sono mai stati consolidati e messi in sicurezza nonostante le risorse stanziate negli ultimi anni.

Le scuole del territorio sono in larga parte danneggiate e molte sono inagibili, nonostante la struttura commissariale avrebbe dovuto, come primo obiettivo, riqualificare gli edifici. Ad oggi non è chiaro se a settembre sarà possibile rientrare in classe.

Infine i Campi Flegrei sono completamente isolati dal trasporto pubblico con linea 2 metropolitana e linea cumana sospese a tempo indeterminato.

Le comunità di Pozzuoli e dei i Campi Flegrei possono convivere con il bradisismo. Ma possono farlo se le istituzioni garantiscono strumenti e diritti per farlo. Fino ad oggi nessuno lo ha fatto.

È giunto il momento che le comunità quei diritti e quegli strumenti se li prendano.

News & media

L’accordo ANPI-UCEI è un cedimento nei confronti del sionismo
Data articolo:Sun, 09 Aug 2026 13:58:42 +0000

Abbiamo letto attentamente il comunicato congiunto Anpi-Ucei del 28 luglio. Lo scriviamo senza mezze misure: si tratta di un cedimento di Anpi nei confronti del sionismo.

Non è un caso che il comunicato abbia lasciato allibita la base militante e chi vive il 25 aprile in prima fila, sfilando nei cortei e lavorando per costruire la festa della Liberazione, che in questi anni ha visto protagonista la causa palestinese.

L’antifascismo nell’attualità ha un significato preciso: opporsi al genocidio e alle guerre imperialiste che mettono a rischio i popoli del mondo. Rifiutare nei cortei del 25 aprile la presenza delle bandiere di uno Stato che ha le mani lorde di sangue non è “alzare i toni”, è parte del “restare umani” e dei principi della Resistenza.

Storiograficamente la Brigata Ebraica non era una formazione partigiana e non appartiene alla Resistenza italiana del CLN, in cui combattevano ebrei come Primo Levi, Elio Toaff o Emanuele Artom. Al contrario la Brigata Ebraica era un reparto dell’esercito britannico promosso dalla leadership sionista nella Palestina mandataria.

Chiamarla in causa senza contesto ogni 25 Aprile è un’operazione ideologica e strumentale per portare sostegno politico allo Stato di Israele, mentre compie un genocidio.

Ci domandiamo dunque perché esca un simile comunicato a fine luglio, che cancella le offese sentite, le ferite inferte e le ripetute provocazioni degli ultimi anni.

Come antifascisti sosteniamo la resistenza palestinese che lotta da decenni contro un’occupazione militare che porta avanti un progetto di pulizia etnica da decenni.

Chi sostiene tutto questo, è bene che stia fuori dalla Festa di Liberazione per evidente incompatibilità: ricordando la Liberazione italiana dal nazifascismo, noi rinnoviamo l’impegno per le liberazioni ancora da conquistare, tra cui la liberazione del popolo palestinese dalla feroce occupazione israeliana.

La comunità di Potere al Popolo è a fianco delle sezioni ANPI che non chinano la testa, che difendono le radici dei valori resistenziali e che continuano a portare a testa alta la bandiera palestinese insieme ai tricolori delle formazioni partigiane.


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