NEWS - prima pagina - NEWS - politica - NEWS meteo

Cliccando su i link posti di seguito, si aprirà la pagina delle news relativa al titolo del link stesso


News Potere al popolo

News Potere al popolo

#news #Potere #Popolo

News

Comunicato del Coordinamento Nazionale di gennaio 2026
Data articolo:Thu, 22 Jan 2026 11:30:42 +0000

Domenica 18 gennaio abbiamo tenuto il primo Coordinamento Nazionale del 2026.

La fase internazionale nella quale ci muoviamo è caratterizzata da una sempre maggiore competizione internazionale e tendenza alla guerra con cui il capitalismo prova a reagire e ad uscire dalla crisi in cui è avviluppato da anni.

L’elemento con cui ci troviamo a fare i conti è una rinnovata aggressività dell’imperialismo statunitense, alla faccia della favoletta del Trump “pacifista†spacciata anche da settori del centrosinistra italiano: se già nella seconda metà del 2025 gli USA avevamo attaccato imbarcazioni al largo delle coste venezuelane, uccidendo più di cento persone, il 3 gennaio 2026 hanno bombardato direttamente il territorio del Venezuela, uccidendo almeno 80 persone e sequestrando il presidente Maduro e la moglie Cilia Flores.

Se i democratici USA (e nostrani) ci avevano abituati alla retorica delle guerre per la democrazia, per i diritti umani, fino ad arrivare all’ossimoro delle “guerre umanitarieâ€, l’amministrazione Trump ha fatto cadere il velo di ipocrisie che abbiamo denunciato per anni di fronte alle menzogne del potere politico di destra-sinistra. Oggi, da Davos, lo stesso Primo Ministro del Canada, Carney, non certo un rivoluzionario, ammette che quella retorica era pura finzione: “Sapevamo che la storia dell’ordine internazionale basato sulle regole era parzialmente falsa, che i più forti si sarebbero esonerati quando conveniente […] E sapevamo che il diritto internazionale si applicava con rigore variabile a seconda dell’identità dell’accusato o della vittimaâ€.

Trump non cita una ipocrita volontà di esportare democrazia quando deve sganciare bombe, ma motiva apertamente l’aggressione al Venezuela sulla base degli interessi: vuole il controllo totale del petrolio e delle risorse venezuelane. Il tutto nel solco di una rinnovata Dottrina Monroe – che il presidente USA ha umilmente rinominato “Donroe†– e che prevede il controllo ferreo statunitense su tutto l’emisfero occidentale. Non a caso, dopo le minacce a Colombia, Messico e Cuba, la preda oggi individuata è la Groenlandia, la più grande isola del pianeta, territorio coloniale di un’Unione Europea che, di fronte alle minacce a stelle e strisce, risponde in ordine sparso – quando risponde – e con timidi balbettii e preghiere di ripensamenti.

La tendenza alla guerra non caratterizza solo Washington: i Paesi europei, tanto a livello di singoli Stati, quanto di Unione Europea, prosegue sulla via di un riarmo i cui effetti sociali sono appena in fase di dispiegamento, ma già parlano tanto la lingua di una rinnovata austerità quanto quella di una militarizzazione dell’intero corpo sociale. Questo contesto è in fase di sviluppo, con “fronti mobili†e tempistiche non lineari, e ci indica la necessità per una forza come la nostra di farsi trovare pronta a costruire mobilitazioni contro la guerra e a difesa delle esperienze socialiste, che siano in grado di combattere l’imperialismo occidentale in Italia, e che riaffermino l’autodeterminazione dei popoli e il contrasto alle ingerenze occidentali. Con l’idea di fondo che costruire solidarietà internazionalista significa rafforzare il nostro stesso progetto di emancipazione qui, nel cuore

In questo inizio di anno, ci siamo fatti trovare pronti, forti di un anno di mobilitazioni con al centro la solidarietà col popolo palestinese e la lotta contro il genocidio israeliano, reso possibile dalle complicità di USA  e Paesi europei, in cui abbiamo avuto un ruolo politico e organizzativo che ci ha consentito di essere al centro delle piazze e del dibattito. Subito dopo l’attacco al Venezuela, insieme a tanti, siamo stati in grado di porre in campo una mobilitazione con date coordinate a livello nazionale, che non ci sarebbero state senza la nostra azione, con posizioni che non cedevano alla narrazione statunitense – a differenza di altre forze politiche, che hanno assunto nella migliore delle ipotesi posizioni timide e confuse; nella peggiore completamente spiaggiate su quelle prodotte da Washingotn, che tenevano fermo il rifiuto di ogni possibile intervento statunitense, rivendicando allo stesso tempo i successi del chavismo. In questa direzione continuiamo a lavorare per costruire una nuova mobilitazione nazionale per il 3 febbraio e un’assemblea nazionale il 8 febbraio, in difesa della repubblica bolivariana, e in preparazione della mobilitazione nazionale di metà marzo contro il processo farsa a Nicolas Maduro e Cilia Flores.

Il nostro orientamento in questa fase è quello di forza che rappresenta un’alternativa sia alle destre trumpiane, sia alle forze liberali che hanno loro aperto la strada e che, sul piano internazionale, rimangono funzionali all’imperialismo. In questa ottica si inquadra anche la posizione che assumiamo sull’Iran, su cui rimandiamo al nostro comunicato: sosteniamo la giusta lotta del popolo iraniano, rifiutiamo l’ideologia dei diritti umani che si fa scudo del tema dell’autodeterminazione per chiamare ad un ennesimo intervento imperialista in Medioriente, non a caso sostenuto da Israele e da Reza Pahlavi, figlio dell’ex dittatore deposto nel 1979, negando il contesto di sanzioni e le mire occidentali in cui si inserisce la protesta dei cittadini iraniani. Similmente, le piazze chiamate in questi giorni sotto questa ideologia, non ci appartengono.

Dalla “guerra esterna†alla “guerra internaâ€: le vicende internazionali fanno infatti il paio con un clima di crescente repressione, accelerato in particolare tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, che ha rappresentato la risposta del governo ad un anno di mobilitazioni: gli arresti dei 9 palestinesi, giovani studenti e minorenni raggiunti da provvedimenti, lo sgombero e la chiusura di Askatasuna dopo una lunga campagna di criminalizzazione, l’annuncio di nuovi decreti sicurezza, si iscrivono tutti in questa manovra che punta a colpire il movimento che ha animato piazze e posti di lavoro durante l’ultimo autunno, dopo la “normalizzazione†della situazione a Gaza e la nomina del trumpiano “Board of Peace†(Consiglio di Pace), un altro tassello di cui si compone la rottura dell’ordine internazionale vigente fino a oggi. Sull’aumento dei livelli repressivi, come Potere al Popolo partecipiamo attivamente alle mobilitazioni antirepressive, a partire dalla manifestazione del 31 gennaio a Torino contro il Governo, la guerra e l’attacco agli spazi sociali.

Tuttavia, sbaglieremmo a leggere la rinnovata repressione solo sulla base degli interventi di polizia e magistratura o se la ritenessimo tratto peculiare della sola ultradestra oggi al Governo.

La riconfigurazione istituzionale, di cui il referendum giustizia rappresenta un tassello rilevante, il progetto di premeriato, le proposte di legge che renderebbero il sistema elettorale per le Comunali ancor meno democratico, sono tessere di un puzzle più ampio. Lo spostamento del potere legislativo sempre più nelle mani dell’esecutivo e sempre meno nell’organo costituzionalmente titolato a esercitarlo in via primaria – il Parlamento; la personalizzazione e la verticalizzazione del potere, la marginalizzazione di settori sociali sempre più ampi (per via di una minore partecipazione politica ed elettorale, ma anche per leggi elettorali “escludentiâ€) non nascono certo con Giorgio Meloni. Anzi, hanno visto tra gli attori protagonisti molti di coloro che oggi, nelle file del centrosinistra, si strappano le vesti e gridano al rischio fascismo. Lo Stato autoritario moderno, infatti, è più frutto delle trasformazioni dell’imperialismo, del sempre maggior livello di centralizzazione dei capitali, insofferenti alle regole democratiche. Queste trasformazioni vengono assecondate, a ritmi differenti, da una classe politica che mira alla configurazione di un potere “ab solutus†da qualunque forma di controllo democratico.

Potere al Popolo dà indicazioni per il NO al referendum del 22-23 marzo. Allo stesso tempo non riconosce né nella conservazione dell’esistente né nella risposta del campo largo una soluzione. Lavoreremo nelle prossime settimane per articolare la nostra posizione e per una campagna indipendente per il NO, con una iniziativa nazionale per dare visibilità alla nostra posizione.

Per continuare nel solco della costruzione di un’opzione politica indipendente tanto dall’ultradestra quanto dal centrosinistra, abbiamo discusso dei prossimi passi che ci dovranno condurre verso le elezioni politiche del 2027. Siamo stati chiari, già a partire dall’iniziativa al teatro l’Aquila del 25 Ottobre: Potere al Popolo vuole essere presente alle prossime elezioni politiche per costruire una rappresentanza politica indipendente, capace di sfidare il bipolarismo liberista tanto sul terreno sociale, sostenendo in primis un sindacalismo indipendente e conflittuale, quanto su quello dell’orizzonte per il quale lavoriamo: la lotta delle idee che ognuna e ognuno di noi conduce quotidianamente, sui posti di lavoro, in scuole e università, sui territori e anche sui media, è uno dei motori necessari a inventare e a creare la strada che ci faccia uscire dal vassallaggio sotto NATO e imperialismo e sperimenti elementi di un nuovo socialismo, adatto ad affrontare le sfide del XXI secolo.

Sappiamo che questo impegno comporta una sfida organizzativa importante, che dobbiamo apprestarci ad affrontare da subito per essere pronti per il 2027. Perché senza organizzazione anche le migliori idee e le lotte più importanti rischiano di trovarsi di fronte a un vicolo cieco.

Infine, il primo CN del 2026 è anche l’ultimo di questo ciclo: nelle prossime settimane ci apprestiamo a rinnovare gli organismi dirigenti, con una votazione che coinvolgerà tutto il corpo di PAP a metà febbraio e porterà il nuovo il CN ad essere operativo già prima che arrivi la primavera. Sarà l’occasione anche per una revisione dello statuto, già discusse nella riunione del Coordinamento, che migliori il funzionamento della nostra organizzazione e la adegui alla fase che ci apprestiamo affrontare.

L'articolo Comunicato del Coordinamento Nazionale di gennaio 2026 proviene da Potere al Popolo.

News

Potere al Popolo si rinnova! Elezioni di portavoce e organismi interni
Data articolo:Thu, 22 Jan 2026 11:28:45 +0000

Dal 14 al 18 febbraio 2026 Potere al Popolo si rinnova!
Gli organismi direttivi di PaP si rinnovano ogni due anni e sono eletti, col voto degli iscritti, attraverso una piattaforma informatica come previsto dal nostro statuto.
Gli aderenti potranno scegliere direttamente i propri rappresentanti nel coordinamento nazionale, i membri della commissione di garanzia e i due portavoce del movimento.

Chi può votare e come si vota?
Possono votare tutti gli aderenti che abbiano completato la procedura di iscrizione al 31/12/2025.
All’apertura delle votazioni o nei giorni immediatamente a ridosso ciascun aderente riceverà una mail dalla piattaforma Eligo con le istruzioni per procedere al voto online.

Partecipa alle assemblee per la scelta dei candidati!
Prima del voto, entro il 1 febbraio, gli aderenti possono partecipare alle assemblee regionali che esprimono direttamente i candidati ai diversi organismi nazionali.

Ecco le principali date da ricordare:
– entro il 1 febbraio le assemblee regionali si riuniscono e inviano alla commissione di garanzia le candidature per le liste regionali e le candidature a membro della commissione di garanzia;
– entro il 1 febbraio i candidati al coordinamento nella lista nazionale inviano alla commissione di garanzia le loro candidature corredate dalle firme necessarie a supporto;
– entro il 1 febbraio i candidati a portavoce inviano le loro candidature corredate dalle firme necessarie alla commissione di garanzia;
– dal 2 al 6 febbraio la commissione di garanzia controlla le candidature inviategli e pubblica l’elenco dei candidati ufficiali (per il coordinamento, per i portavoce, per la commissione di garanzia) sul sito di www.poterealpopolo.org
– dal 14 al 18 febbraio si svolgono le votazioni online di tutti gli aderenti per elezione di coordinamento nazionale, portavoce, commissione di garanzia.

PER INFO E ASSISTENZA:
assistenza.adesioni@poterealpopolo.org
elettoralepoterealpopolo@gmail.com

L'articolo Potere al Popolo si rinnova! Elezioni di portavoce e organismi interni proviene da Potere al Popolo.

Estero

IL GOVERNO MELONI SOSTIENE AL SHARAA, EX QAEDISTA CHE VUOLE DISTRUGGERE IL CONFEDERALISMO DEMOCRATICO IN SIRIA.
Data articolo:Sun, 18 Jan 2026 09:20:49 +0000

ll 6 gennaio l’esercito dell’autoproclamato governo di al Sharaa, insieme alle milizie turche – al-Amshat, al-Hamzat e Nour al-Din al-Zenki – ha attaccato i quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafieh, nel nord di Aleppo.

L’assalto, praticato con mezzi e armi pesanti, ha causato decine di morti e migliaia di feriti tra i civili, la distruzione di infrastrutture ospedaliere e vitali per la popolazione, la fuga di oltre 140mila persone sfollate, molte delle quali si erano rifugiate lì dopo essere state costrette a scappare dall’invasione turca di Afrin nel 2018.

Non è la prima volta, dalla caduta di Assad, che esercito siriano e milizie turche prendono di mira questi quartieri: altri attacchi, sparatorie, uccisioni, si erano registrati nei mesi scorsi, alzando di volta in volta l’asticella dello scontro, nei fatti sabotando il negoziato attualmente in corso tra Amministrazione del nord est e governo siriano.

Ma cosa rende Sheikh Maqsoud e Ashrafieh un target del governo siriano?

Sebbene il nuovo presidente al Sharaa abbia ampiamente avuto modo di dimostrare come il suo governo intende “gestire” l’integrazione delle minoranze etniche nella vita pubblica del paese – basti pensare ai massacri e alle violenze che hanno riguardato le comunità di drusi e alawiti lo scorso anno – sarebbe un errore derubricare quello che sta accadendo in questi giorni a un “semplice” conflitto confessionale.

Nei fatti, i due quartieri di Aleppo – controllati militarmente dalle forze di sicurezza interne (Asaysh) e governati dai Consigli popolari collegati all’Amministrazione democratica autonoma – hanno rappresentato una enclave dell’amministrazione democratica della Siria del nord e dell’est (il cosiddetto Rojava) dove convivono una pluralità di identità nazionali, religioni, culture.

A scontrarsi sono due modelli politici e sociali differenti, due differenti idee di paese che riguardano il futuro della Siria.

E’ il confederalismo democratico – con le sue strutture sociali, politiche e militari (le forze democratiche siriane) e la gestione delle risorse naturali che insistono su quel territorio – l’obiettivo finale del governo di al Shara che, in questo, gode del sostegno di alleati importanti.

In primis, la Turchia, che ha avuto un ruolo di primo piano nell’instaurazione del governo di al Sharaa e dove si sono avute enormi manifestazioni in sostegno della popolazione del nord di Aleppo e del progetto confederalista.

Non a caso il ministro degli Esteri turco Fidan, ha dichiarato che le SDF rappresenterebbero “ il più grande ostacolo alla pace e alla stabilità in Siriaâ€, mentre quotidianamente agenzie di stampa e media governativi turchi definiscono “terroriste†le forze filocurde. Non solo: dagli Usa ai governi dell’Ue, passando per Israele, tutti si sbracciano per completare la riabilitazione di al Sharaa (ex qaedista del ramo di al nusra, dalla cui testa è stata velocemente tolta la taglia posta dagli USA di milioni di dollari) e la consacrazione internazionale della “nuova” Siria come attore credibile, partner commerciale e militare del blocco Nato.

Nei giorni dell’assedio ad Aleppo, Antonio Costa, presidente del Consiglio Europeo, in visita insieme a Ursula von der Leyen, portava in dote ad al Shara un pacchetto di sostegno europeo da 620 milioni di euro.

Qualche settimana prima, benedetti da Trump, Siria e Israele – nonostante le frizioni ancora aperte, anche militarmente nel sud siriano – firmavano il primo accordo per l’istituzione di un “meccanismo congiunto di comunicazione», che integra lo scambio di informazioni di intelligence militare. Un passo ulteriore verso la normalizzazione dei rapporti tra i due stati.

Gli stessi Usa non hanno battuto ciglio mentre i civili del nord di Aleppo venivano colpiti.

In questo quadro dobbiamo leggere l’annuncio del governo siriano di costituire una “zona militare” ammassando mezzi a Deir Hafer, nel nord est.

La lettura della guerra tra bande, dello scontro confessionale, propinata dai media (quando non scelgono il silenzio) è distorta e dannosa.  La vicenda è politica e ci riguarda: non semplicemente perché esula dalla portata regionale, coinvolgendo gli interessi materiali di milioni di persone, ma perché è l’ennesimo tassello di una guerra globale tra interessi economici – compresi quelli nostrani, per cui il governo italiano è stato tra i primi a riabilitare ipocritamente la figura del premier siriano e a offrirsi come partner nella ricostruzione del paese  – combattuta a bassa intensità e sulla pelle di chi è considerato “sacrificabile” e che non vede l’ora di farla finita con l’unica esperienza politica progressista e laica emersa negli ultimi decenni in Medioriente.

Mentre giustificano interventi armati in Venezuela e Iran, né Trump né Meloni si fanno problemi a sostenere un governo siriano realmente antidemocratico e realmente intollerante verso minoranze etniche, religiose e verso una reale sovranità popolare dei popoli della Siria. L’importante è che sappia riconoscere i padroni giusti… Solidarietà con il confederalismo democratico. Basta armi alla Turchia, stop sostegno e aiuti al governo di Al-Sharaa.

L'articolo IL GOVERNO MELONI SOSTIENE AL SHARAA, EX QAEDISTA CHE VUOLE DISTRUGGERE IL CONFEDERALISMO DEMOCRATICO IN SIRIA. proviene da Potere al Popolo.

Estero

L’IPER-IMPERIALISMO IN IPER-ACCELERAZIONE
Data articolo:Thu, 15 Jan 2026 15:15:26 +0000

Nel 2024, il nostro istituto ha pubblicato due testi importanti: lo studio intitolato Hyper-Imperialism: A Dangerous Decadent New Stage e il dossier n. 72, The Churning of the World Order. Presi insieme, offrono cinque osservazioni fondamentali:

1. L’imperialismo guidato dagli Stati Uniti è entrato in una nuova fase più aggressiva, che definiamo iper-imperialismo. Dalla Seconda Guerra Mondiale, l’ordine globale è stato caratterizzato dal dominio degli Stati Uniti, visibile nella sua rete di oltre 900 basi militari all’estero, nel concetto di Global NATO e nell’uso di attacchi militari USA-NATO per risolvere controversie politiche al di fuori del Nord Atlantico; e nelle forme ibride di proiezione di potere, che includono misure coercitive unilaterali, guerra dell’informazione, nuove forme di sorveglianza e l’uso del diritto come strumento per delegittimare il dissenso. Questo iper-imperialismo è causato, a nostro avviso, dal relativo declino economico e politico del Nord globale.

2. Gli Stati Uniti rimangono la potenza egemonica centrale all’interno di un blocco imperialista unificato che definiamo Nord Globale. Piuttosto che una rivalità multipolare e inter-imperialista tra le potenze occidentali, noi sosteniamo che gli Stati Uniti dominano un blocco NATO+ integrato dal punto di vista militare, politico ed economico che ha subordinato le altre potenze occidentali. Questo blocco guidato dagli Stati Uniti cerca di contenere ciò che percepisce come sfide – ad esempio l’ascesa della Cina – al suo controllo sul Sud globale.

3. Il blocco iper-imperialista mira a mantenere il suo controllo neocoloniale sul Sud globale e ad assicurarsi il dominio strategico sulle potenze emergenti dell’Eurasia (Cina e Russia). Attraverso il blocco NATO+ e il suo controllo sulle principali istituzioni finanziarie come il Fondo Monetario Internazionale (FMI), gli Stati Uniti cercano di reprimere la sovranità nazionale e di resistere a qualsiasi sfida ai propri interessi, come dimostrano la guerra in Ucraina e il genocidio a Gaza. Lo vediamo anche nel ritiro degli Stati Uniti da qualsiasi accordo multilaterale che limiti il loro potere, compresi i trattati chiave sul controllo degli armamenti come il Trattato sui missili antibalistici (2002) e il Trattato sulle forze nucleari a raggio intermedio (2019), nonché la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (2026).

4. Per il blocco NATO+ guidato dagli Stati Uniti, il processo di ascesa della Cina e dello spostamento del centro dell’economia mondiale dal Nord Atlantico all’Asia deve essere invertito. La nostra ricerca evidenzia come il Sud globale, guidato dalla Cina e da altre economie emergenti, abbia superato il Nord globale in termini di prodotto interno lordo (PIL) a parità di potere d’acquisto (PPA) e rappresenti quindi una minaccia concreta all’egemonia economica occidentale. Mostriamo come il controllo sulle materie prime, la scienza, la tecnologia e la finanza sia oggetto di contesa da parte di queste potenze emergenti. Ciò ha provocato una risposta strategica da parte del blocco NATO+. Mentre il Sud globale desidera privilegiare la pace e lo sviluppo, il Nord globale vuole imporre la guerra al mondo.

5. L’attuale fase dell’imperialismo intensifica la possibilità di conflitti e rappresenta un pericolo per la stabilità globale. Con l’erosione del potere economico e politico degli Stati Uniti, la forza militare e i metodi ibridi sono diventati fondamentali per Washington nel tentativo di mantenere la propria influenza globale. Ciò aumenta il rischio di violenza diffusa e di scontri che mettono in pericolo la possibilità di una pace mondiale, accelerano la catastrofe climatica e minacciano la sovranità dei popoli del Sud Globale.

Il concetto di iper-imperialismo è centrale per il nostro lavoro. Quello a cui stiamo assistendo ora è un iper-imperialismo in iper-accelerazione.

L’attacco degli Stati Uniti al Venezuela il 3 gennaio 2026 è avvenuto lo stesso giorno in cui jet francesi e britannici hanno bombardato una struttura sotterranea nelle montagne vicino a Palmira (Siria) e soltanto poche settimane dopo che gli Stati Uniti hanno bombardato villaggi nello stato nigeriano di Sokoto. Nessuno di questi attacchi – tutti condotti sotto il pretesto di combattere una qualche forma di “terrorismo†– aveva l’autorizzazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, il che li rende violazioni del diritto internazionale. Queste sono tutte prove del pericolo e della decadenza di questo iper-imperialismo sulfureo. Non sono altro che esempi del blocco NATO+ che dimostra il suo potere sul Sud Globale attraverso azioni militari letali per le quali non esiste alcuna giustificazione.

La spesa militare globale annuale ha raggiunto i 2700 miliardi di dollari nel 2024, con proiezioni che indicano che potrebbe raggiungere tra i 4700 e i 6600 miliardi di dollari entro il 2035 – la stima più elevata sarebbe quasi cinque volte superiore al livello della spesa militare alla fine della Guerra Fredda e due volte e mezzo superiore al livello speso nel 2024. Lo stesso rapporto stima che occorrerebbero tra i 2,3 e i 2,8 trilioni di dollari nell’arco di dieci anni per eliminare la povertà estrema a livello globale. Oltre l’80% di questa spesa militare è sostenuta dai paesi NATO+, e gli Stati Uniti sono di gran lunga il paese con la più alta spesa militare al mondo. Non si spendono così tanti soldi in armi di distruzione senza avere la capacità di distruggere il mondo. Nessun altro paese si avvicina alla capacità dei paesi del blocco NATO+ di intimidire attraverso la forza militare.

Il secondo concetto chiave che il nostro istituto ha sviluppato negli ultimi anni è il nuovo mood nel Sud globale. Abbiamo sostenuto che, grazie al riequilibrio economico dell’ultimo periodo, si è aperto uno spazio affinché i paesi dell’Africa e dell’Asia, in particolare, possano affermare la propria sovranità dopo diversi decenni di soffocamento. Lo abbiamo visto, ad esempio, nella regione del Sahel con la creazione dell’Alleanza degli Stati del Sahel (AES) da parte di Burkina Faso, Mali e Niger; nella reazione di diversi paesi al caso presentato dal Sudafrica presso la Corte internazionale di giustizia contro il genocidio perpetrato da Israele; e nel tentativo, da parte di paesi che vanno dall’Indonesia alla Repubblica Democratica del Congo, di trasformare le proprie materie prime prima di esportarle, invece di venderle allo stato grezzo. Questi esempi mostrano come i paesi del Sud globale, guidati dalla Cina, abbiano iniziato a mettere alla prova la propria capacità di affermarsi contro l’autorità della NATO+ all’interno di varie istituzioni. Ma la parola chiave qui per noi è mood: una nuova sensibilità in fase di sperimentazione, ma che non costituisce ancora una sfida pienamente sviluppata all’Occidente collettivo.

Poche ore prima dell’attacco al Venezuela, il presidente Maduro ha incontrato a Caracas Qiu Xiaoqi, inviato speciale della Cina per l’America Latina. Hanno discusso del terzo documento politico della Cina sull’America Latina (pubblicato il 10 dicembre 2025), in cui il governo cinese affermava: “In quanto paese in via di sviluppo e membro del Sud globale, la Cina ha sempre dimostrato solidarietà con il Sud globale, inclusi l’America Latina e i Caraibi, nei momenti difficili così come in quelli miglioriâ€. Hanno esaminato i 600 progetti di sviluppo congiunti tra Cina e Venezuela e i circa 70 miliardi di dollari di investimenti cinesi in Venezuela. Maduro e Qiu hanno conversato e poi si sono fatti fotografare, scatti che sono stati ampiamente diffusi sui social media e trasmessi dalla televisione venezuelana. Qiu ha quindi lasciato l’incontro insieme all’ambasciatore cinese in Venezuela, Lan Hu, e ai direttori del Dipartimento per l’America Latina e i Caraibi del Ministero degli Affari Esteri, Liu Bo e Wang Hao. Nel giro di poche ore, Caracas è stata bombardata.

Poco dopo l’attacco, il portavoce del Ministero degli Esteri cinese ha dichiarato: “Tali atti egemonici degli Stati Uniti violano gravemente il diritto internazionale e la sovranità del Venezuela e minacciano la pace e la sicurezza nella regione dell’ America Latina e dei Caraibi. La Cina si oppone fermamente a essiâ€. Oltre a questo, poco si poteva fare. La Cina non ha la capacità di contrastare la ferocia dell’iper-imperialismo statunitense con la forza militare. Cina e Russia possiedono capacità militare considerevoli, comprese le armi nucleari, ma non dispongono la capacità militare globale degli Stati Uniti – la cui spesa militare è più del doppio di quella di queste due nazioni messe insieme – e sono quindi potenze principalmente difensive (vale a dire, sono in grado principalmente di difendere i propri confini).

Questi recenti eventi sono un segno della debolezza del nuovo mood nel Sud globale al momento, ma non della sua sconfitta. In tutto il Sud globale, numerose e rapide condanne della violazione da parte degli Stati Uniti della Carta delle Nazioni Unite si sono susseguite. Il nuovo mood permane, ma ha i suoi limiti.

Il terzo concetto chiave sviluppato dal nostro istituto è quello di estrema destra di tipo speciale. Questa estrema destra ha fatto un rapido ingresso nelle sedi di governo della maggior parte dei continenti, ma lo ha fatto con ancora maggiore rapidità in America Latina e nei Caraibi. Sosteniamo che essa sia emersa per diverse ragioni, tra cui:

1. Il fallimento dei socialdemocratici nel risolvere le profonde crisi di disoccupazione, anomia sociale e criminalità dovuta al loro impegno verso la prudenza fiscale e la crudele austerità imposta dall’FMI.

2. Il crollo dei prezzi delle materie prime che aveva permesso alle forze socialdemocratiche di cavalcare una “marea rosa†basata sulla ridistribuzione dei maggiori introiti nazionali e su modeste politiche di welfare sociale volte a risolvere i problemi più urgenti della popolazione, inclusa la fame e la povertà. Parte dell’ostilità dell’estrema destra è stata diretta contro tali schemi di ridistribuzione del reddito, che essa sostiene essere ingiusti nei confronti della classe media.

3. L’incapacità dei socialdemocratici – o anche della sinistra quando è salita al potere a livello locale – nell’affrontare l’aumento della criminalità, in parte associata al traffico di droga, che ha attanagliato i quartieri popolari di tutto l’emisfero occidentale.

4. La strumentalizzazione del discorso sulla corruzione da parte dell’estrema destra di tipo speciale per delegittimare sistematicamente le figure politiche di centro-sinistra e socialdemocratiche. Questo sistema di guerra legale ha creato un’antipolitica fortemente moralizzata che esalta un desiderio autoritario di ordine e giustizia punitiva senza alcuna riforma strutturale.

5. L’emergere di una politica della paura in risposta a una crisi civilizzatrice costruita ad arte esemplificata dallo spettro dell’“ideologia di genereâ€, dalla rappresentazione razzista dei giovani neri nei centri urbani come una minaccia (così che la violenza della polizia nei loro confronti è considerata normale e attesa), dalle rivendicazioni territoriali delle popolazioni indigene e dalle richieste degli ambientalisti. L’estrema destra di tipo speciale ha catturato l’immaginario di una parte sufficiente della popolazione intorno alla difesa delle proprie tradizioni e alla necessità di restaurare il proprio stile di vita, come se fossero state le femministe e i comunisti ad aver eroso la società e non le fiamme della distruzione neoliberista.

6. L’iniezione di ingenti quantità di denaro dal Nord al Sud globale attraverso piattaforme transnazionali di destra (come il Foro Madrid in Spagna) per alimentare le reti evangeliche e i nuovi ecosistemi digitali di disinformazione.

7. L’interferenza diretta degli Stati Uniti nel Sud globale attraverso il loro dominio su istituzioni finanziarie come l’FMI e la Banca Mondiale, attraverso sistemi finanziari globali come SWIFT e tramite l’uso diretto della forza militare diretta e dell’intimidazione.

L’estrema destra di tipo speciale in America Latina e nei Caraibi è stata l’antidoto imperiale al ritorno delle idee di sovranità articolate da Simón Bolívar e riprese da Hugo Chávez, che hanno trovato espressione nella marea rosa. Con il riflusso della marea rosa, è montata una marea di rabbia: siamo passati da leader come Chávez (Venezuela), Evo Morales (Bolivia) e Néstor Kirchner (Argentina) a Jair Bolsonaro (Brasile), Javier Milei (Argentina), Daniel Noboa (Ecuador), José Antonio Kast (Cile) e Nayib Bukele (El Salvador).

Il quarto concetto chiave sviluppato dal nostro istituto, che ci aiuta a plasmare il nostro pensiero, è il futuro – non solo come socialismo, inteso come obiettivo, ma come speranza, come sensibilità verso quel futuro: l’idea che non dobbiamo permettere al nostro pensiero di essere imprigionato in un presente eterno e brutto, ma piuttosto orientarlo verso le possibilità insite nella nostra storia e nelle nostre lotte per un mondo migliore. L’estrema destra di tipo speciale finge, attraverso la teologia della prosperità, di rappresentare il futuro, quando in realtà offre soltanto un presente permanente fatto di austerità e guerra e dipinge la sinistra come il passato. Niente potrebbe essere più lontano dalla verità. Il nostro centesimo dossier (maggio 2026) esplorerà questo concetto. Non vediamo l’ora di condividerlo con voi.

Come diceva Kwame Nkrumah, “avanti sempre, indietro maiâ€.

Con affetto,
Vijay

*Traduzione della terza newsletter del 2026 di Tricontinental: Institute for Social Research.

Come Potere al Popolo traduciamo la newsletter prodotta da Tricontinental: Institute for Social Research perché pensiamo affronti temi spesso dimenticati da media e organizzazioni nostrane e perché offre sempre un punto di vista interessante e inusuale per ciò che si legge solitamente in Italia. Questo non significa che le opinioni espresse rispecchino necessariamente le posizioni di Potere al Popolo. A volte accade, altre volte no. Ma crediamo sia comunque importante offrire un punto di vista che spesso manca nel panorama italiano.

Chi è Vijay Prashad?

L'articolo L’IPER-IMPERIALISMO IN IPER-ACCELERAZIONE proviene da Potere al Popolo.

News

REGIME, SANZIONI, PROTESTE: COSA SUCCEDE IN IRAN?
Data articolo:Wed, 14 Jan 2026 13:59:36 +0000

In Iran si protesta.

La protesta – che appare la più intensa e larga dal 2022 – coinvolge le grandi città e i luoghi periferici, le università e i luoghi della cultura, i luoghi di lavoro, raccogliendo anime e istanze politiche, settori sociali, differenti.

Il sistema teocratico degli ayatollah è odioso, reazionario e profondamente antipopolare. Ma fermarsi a questa constatazione non fa comprendere le ragioni profonde di questa situazione.

Da anni il popolo iraniano vive una crisi durissima. Inflazione fuori controllo, salari dimezzati (–54% di potere d’acquisto dei salari reali), beni essenziali sempre più inaccessibili. Non è un “fallimento naturaleâ€. È una crisi prodotta politicamente.

L’economia iraniana è sottoposta dal 2018 da sanzioni economiche, imposte da Stati Uniti e dagli stati dell’Unione Europea, rafforzate progressivamente fino ad arrivare all’ultimo pacchetto nel settembre 2025.

Sanzioni su:
– energia
– sistema finanziario
– importazioni di beni essenziali

Checchè ne dica la propaganda statunitense, le sanzioni colpiscono prevalentemente le classi sociali più povere, i lavoratori, sui quali impattano nell’importazione e nel potere d’acquisto su beni essenziali, come cibo o medicinali.
Nei fatti, le sanzioni non hanno indebolito o impoverito le elité dello stato iraniano, ma hanno ampliato le disuguaglianze sociali nel paese.

Su questo sfondo si impianta una profondissima crisi sociale provocata dalle politiche reazionarie e antipopolari, dalla corruzione e dai meccanismi di repressione interna del governo iraniano, particolarmente feroci rispetto alle organizzazioni sindacali ed a quelle progressiste, le minoranze etniche e culturali, le donne.

Quello che vediamo in queste settimane è la commistione, indivisibile, di due piani: da un lato, il piano materiale, frutto della tenaglia delle sanzioni occidentali e delle misure governative antipopolari portate avanti dalle elites locali, dall’altro, il piano della rivendicazione di una maggiore democratizzazione della società, della fine di autoritarismo e della violenza governativa.

Trump, Giorgia Meloni, i capi dei governi europei, gli stessi che hanno armato, sostenuto, coperto – e continuano a farlo senza indugi – il genocidio del popolo palestinese, strumentalizzano la sofferenza popolare che loro stessi hanno contribuito a costruire.

L’imperialismo occidentale non è un alleato dei popoli.

Affamare un paese per “liberarloâ€, è solo un altro modo di dominarlo.

Di tutto questo nel dibattito pubblico italiano non c’è traccia, non c’è traccia della complessità e non c’è traccia delle istanze popolari che affollano le piazze.

O stai con il regime degli ayatollah o stai con le sanzioni (e la minaccia di intervento militare) del blocco NATO: ecco la finta alternativa che ci propinano la propaganda e i media occidentali

I popoli si liberano da soli.

Non con sanzioni, ricatti e cambi di regime decisi a Washington o Bruxelles.

Ogni volta che questo accade, la democrazia viene sacrificata agli interessi geopolitici. Lo abbiamo visto decine di volte, e non è mai andata bene.

L’unico risultato è il passaggio da un dominio a un altro: una diversa forma di subordinazione, mascherata da “liberazioneâ€.

Per questo noi ci poniamo contro:

👉le sanzioni occidentali
👉 l’imperialismo americano e la minaccia di intervento militare
👉la repressione portata avanti dal regime degli ayatollah.

Mai come in questo momento è dunque necessario tenere insieme le due verità. Le proteste in Iran non nascono solo dalla repressione politica, ma da una crisi materiale prodotta anche dall’esterno.

Tenere insieme la critica al regime e la critica all’imperialismo è l’unico modo per non cadere nella propaganda (quale che sia la fonte di questa propaganda) e per restituire centralità alle condizioni di vita concrete delle classi popolari.

I popoli dell’Iran hanno diritto a decidere del proprio destino e a ribellarsi senza ingerenze esterne.

L'articolo REGIME, SANZIONI, PROTESTE: COSA SUCCEDE IN IRAN? proviene da Potere al Popolo.

News

PERCHÈ DOBBIAMO MOBILITARCI IN DIFESA DEL VENEZUELA E DELLA RIVOLUZIONE BOLIVARIANA?
Data articolo:Mon, 12 Jan 2026 08:43:16 +0000

Il 3 gennaio ci siamo svegliati con le immagini dei bombardamenti con i quali gli Stati Uniti d’America hanno attaccato la Repubblica Bolivariana del Venezuela provocando oltre cento morti. Poco dopo ha iniziato a circolare la notizia, subito confermata da Trump, che il presidente del Paese, Nicolas Maduro, e la Prima Combattente, Celia Flores, erano stati rapiti e deportati a New York.

Fin da subito come Potere al Popolo ci siamo mobilitati per denunciare questa aggressione in totale violazione del diritto internazionale e ci siamo schierati dalla parte del popolo venezuelano e del suo legittimo governo. In poche ore, le nostre pagine social sono state vittima di una violenta shitstorm ad opera della destra per mezzo di troll e bot.  Sotto ai nostri post abbiamo però letto anche alcuni commenti di persone in buona fede che, pur essendo d’accordo nel denunciare l’azione militare di Trump, non riescono a schierarsi pienamente con un Paese il cui governo viene descritto dai media come brutale, tirannico e legato al narcotraffico.

Per questo, pensiamo possa essere utile socializzare queste brevi riflessioni. Ci sarebbe molto da dire, ma crediamo sia importante prima di tutto chiarire alcuni punti fondamentali su quello che è accaduto e, più in generale, sul processo bolivariano che ha attraversato il Venezuela negli ultimi 30 anni.

Una premessa: come sempre la propaganda lavora in due sensi. Da un lato per giustificare l’aggressione (non vi sarà sfuggito che la “sovranista” Giorgia Meloni abbia immediatamente legittimato l’aggressione USA), dall’altro per confondere le notizie per disattivare l’attivazione popolare in soccorso dell’aggredito.

Trump ha giustificato l’attacco, almeno da un punto di vista formale, inserendolo nelle azioni di lotta al traffico di stupefacenti. Così ha potuto agire rapidamente, senza la necessità di ottenere la preventiva autorizzazione da parte del Congresso degli Stati Uniti. Non ci sarebbe nemmeno bisogno di dirlo: qualsiasi analista serio sa che le rotte del narcotraffico dirette verso gli USA passano solo in misura secondaria per il Venezuela. Colombia, Bolivia e Perù sono i paesi maggiormente interessati dalla produzione, mentre Ecuador, Guatemala, Honduras, El Salvador, e soprattutto il Messico, sono i principali paesi di transito. Più che a limitare il narcotraffico, l’aggressione USA è un’arma di pressione per garantirsi una gestione delle riserve petrolifere venezuelane e delle importanti ricchezze minerali del Paese. D’altronde, nemmeno Trump e Rubio ormai fanno finta di negarlo.

Il Venezuela siede sul più grande bacino petrolifero del mondo. Più dell’Arabia Saudita, dell’Iran, della Russia o degli USA. Quando nel 1998 Hugo Chávez vinse le elezioni, circa metà della popolazione viveva sotto la soglia di povertà. La “colpa” di Chávez prima, e di Nicolas Maduro poi, è stata quella di aver preteso che i proventi dell’oro nero fossero utilizzati per migliorare le condizioni di vita della popolazione piuttosto che per arricchire una élite di rentiers e le multinazionali occidentali. La ricontrattazione delle royalties nel 2001 e poi la costituzione di imprese miste a capitale maggioritariamente pubblico nel 2007 hanno garantito allo Stato venezuelano abbastanza introiti da poter avviare le 13 misiones, che hanno migliorato le condizioni di vita delle classi popolari (con programmi di costruzione di case popolari, espansione della medicina territoriale in tutti i quartieri popolari e nei villaggi, riforma e diffusione dell’istruzione pubblica, redistribuzione della terra ai contadini poveri) e alimentato la cooperazione economica latinoamericana, garantendo a molti paesi la possibilità di svincolarsi dalla dipendenza dagli USA.

Certo, il prezzo da pagare per tutto questo è stato alto: la maggiore indipendenza si è affiancata a tentativi sempre più sofisticati di delegittimazione dei Governi del PSUV (il partito fondato da Hugo Chávez). Facendo leva su problemi concreti (la dipendenza dal petrolio e la insufficiente diversificazione dell’economia, la crisi del settore petrolifero, l’isolamento commerciale indotto dall’embargo petrolifero USA, la corruzione atavica del paese, che coinvolge anche parte del PSUV e che le stesse sanzioni hanno alimentato) l’opposizione venezuelana, con l’appoggio esterno degli USA, nell’ultimo quarto di secolo le ha provate tutte, utilizzando qualsiasi carta a propria disposizione, dal golpe dall’alto a quello “dal basso”, dai tentativi di invasione mercenaria al terrorismo.

Guardando alle ricostruzioni che gli opinionisti di casa nostra fanno della storia del Venezuela, si omette sempre l’elemento del conflitto. Un conflitto antiimperialista che da Bolivar a Chávez ha opposto la lotta per l’autodeterminazione a un colonialismo predatorio, e la lotta per il miglioramento delle condizioni di vita delle classi popolari all’oligarchia che ha gestito per decenni il paese. Senza considerare questo elemento, la lotta del popolo venezuelano per la propria indipendenza e la reazione imperialista, non si può realmente comprendere la storia recente del paese. Non si può comprendere la controffensiva trumpiana senza considerare la maggiore autonomia del subcontinente latino-americano, di cui il Venezuela è stato un protagonista negli anni 2000 grazie alla diplomazia chavista. In quel decennio, un intero continente, sotto la spinta di governi socialisti e progressisti, ha visto uscire dalla miseria materiale e educativa milioni di latinoamericani, e si è svincolato dalla dipendenza USA, oggi sfidata da un crescente interscambio con altri attori commerciali come la Cina, che ha raggiunto la considerevole cifra di 500 miliardi di dollari.

È questa indipendenza che le amministrazioni USA vogliono cancellare, con ogni mezzo necessario. La stessa consegna del premio Nobel per la pace 2025 a Maria Corina Machado rientra in questi tentativi. Machado non è una figura nuova della politica nazionale venezuelana. È l’erede diretta delle vecchie élite economiche, la voce della borghesia di Caracas che negli anni ‘90 governava per pochi e lasciava il popolo nella miseria. Da sempre vicina a Washington, ha co-fondato l’ONG Súmate, finanziata dal National Endowment for Democracy, uno degli strumenti con cui gli Stati Uniti finanziano opposizioni “amiche†nei paesi che non si piegano. È la stessa che nel 2002 appoggiò il colpo di Stato contro Chávez, quando settori dell’esercito e oligarchia tentarono di cancellare con la forza il voto popolare, utilizzando franchi tiratori per sparare sulla folla (19 morti) e seminare il panico. Machado è stata coinvolta in tutti i tentativi di rovesciamento terroristico dei governi venezuelani democraticamente eletti: dalle guarimbas del 2014 (43 morti) a quelle del 2017 (120 morti), al tentativo di colpo di stato guidato dall’autoproclamatosi presidente Juan Guaidò, accompagnato da cyberattacchi alla rete energetica ed elettrica nazionale e da un tentativo di sbarco di contractors privati nel 2020. Quando sui giornali il chavismo viene rappresentato come un brutale regime repressivo, quando vediamo venezuelani ben vestiti che, rigorosamente all’estero, festeggiano il rapimento di Maduro, ricordiamoci cos’è “l’opposizione democratica” venezuelana. Al cui consenso interno nemmeno Trump crede.

Detto ciò, è del tutto evidente che il regime sanzionatorio e l’embargo promosso dagli USA e UE a cui è sottoposto il Paese hanno peggiorato sensibilmente le condizioni di vita e di lavoro del popolo venezuelano e minato in parte il consenso al governo Maduro. A lasciare il Paese in questi anni non sono stati solo i reazionari, ma anche migliaia di venezuelane e venezuelani in cerca di condizioni di vita migliori.

Nonostante questo, il progetto bolivariano ha retto, tanto da richiedere un intervento militare degli USA. Non si può comprendere la resilienza del popolo venezuelano, senza parlare del potere popolare, forse l’elemento cardine del processo rivoluzionario bolivariano che fa sì che, come Potere al popolo, continuiamo a sostenere questo processo, tra le sue mille contraddizioni e difficoltà. La salita al potere di Chávez ha infatti coinciso con uno sviluppo senza precedenti della partecipazione popolare, tanto in termini elettorali quanto in termini di autogoverno e partecipazione politica militante.

Partiamo dai dati grezzi della partecipazione elettorale che ci mostrano che prima di Chávez in Venezuela solo una ristretta élite economica e politica partecipava alle elezioni. I tre partiti principali, tutti e tre sostanzialmente borghesi, si erano garantiti fin dal 1958 l’alternanza di governo e una gestione consociativa dello Stato, escludendo sostanzialmente le classi popolari dalla rappresentanza. Non votava nessuno: solo i ricchi. Al contrario il chavismo ha inserito le masse all’interno della politica, e ha fatto sì che storto o morto, anche i partiti dell’opposizione, per affermarsi, ora debbano rivolgersi al “basso”. Basti pensare che nel 1993, le ultime elezioni prima della vittoria di Chávez votavano solo 5.829.216 votanti su un totale di 9.688.795 registrati al voto. 19 anni dopo, nel 2012, ultimo anno della presidenza Chávez, gli iscritti al voto erano diventati 18.903.143 e i votanti effettivi 15.146.096, cioè quasi tre volte quelli del 1993! Ancora nel 2024, in piena crisi economica e dopo vari tentativi di destabilizzazione politica, la partecipazione elettorale si è attestata intorno al 60%, 10 punti sopra quella delle ultime regionali ed europee nel nostro paese.

Ciò che però conta davvero è la partecipazione concreta al potere da parte delle classi popolari. Già la riforma costituzionale del 1999 introduceva meccanismi istituzionali come il Referendum revocatorio, che consentiva di revocare il mandato di qualsiasi funzionario eletto, incluso il Presidente, a metà del suo incarico, tanto che la stessa opposizione nel 2004 si avvalse, perdendo, di questo strumento contro lo stesso Chávez; il referendum approvativo su leggi importanti; l’iniziativa legislativa Popolare, il principio di controllo operaio delle imprese statali. Anche la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario a 7 ore massime di lavoro al giorno e a 35 ore di lavoro massimo settimanale ha consentito di liberare tempo di vita e, di conseguenza, anche di partecipazione alla vita sociale e politica.

La novità principale risiede però nelle Comunas, cioè nel tentativo, spinto dall’ultimo Chávez, di lavorare all’edificazione di un autogoverno popolare parallelo e autonomo dallo Stato, con l’idea di sostituirsi, in futuro, allo Stato stesso. Per esperienza diretta, le Comunas esistenti, tanto quelle agricole, quanto quelle urbane, costituiscono oggi l’attore principale della rivoluzione bolivariana e lo strumento primario per la costruzione del socialismo. Esse si occupano di autogovernare gruppi di villaggi e quartieri, tanto sul piano politico, quanto sul piano economico. Il Ministero del Potere Popolare per le Comunas e i Movimenti Sociali. presidiato oggi da Angel Prado, ha censito oltre 3.600 Comunas iscritte regolarmente nel registro ufficiale. Quattro anni fa, il 4 e il 5 marzo 2022, circa 60 Comunas delle cinque regioni del Venezuela hanno fondato l’Union Comunera in un primo congresso tenutosi proprio nella comuna El Maizal (a cui abbiamo partecipato con una nostra delegazione). L’Union Comunera è il risultato di un processo organizzativo avviato anni prima e oggi occupa un ruolo determinante nella vita quotidiana delle Comunas: è una rete che, oltre a coordinare il piano politico ed economico e dare centralità e protagonismo decisionale agli abitanti e ai lavoratori delle Comunas, funge da moltiplicatore del modello diffondendo –all’interno e all’esterno del Paese– programmi di formazione politica, ideologica e tecnica secondo le necessità dei diversi territori. Certo, le Comunas non possono risolvere, allo stadio di sviluppo attuale, i problemi di ammodernamento del settore petrolifero, di diversificazione economica e di riequilibrio della bilancia commerciale venezuelana. Ma senza dubbio costituiscono un elemento di tenuta democratica e di sussistenza economica importante, in una fase di crisi dello Stato venezuelano e di aggressione imperialista esterna.

Per questi motivi, pur con tutte le contraddizioni e le difficoltà che non vanno negate ma affrontate, dobbiamo continuare a proteggere, oggi più che mai, il delicato fiore delle Comunas e, più in generale, il progetto della rivoluzione bolivariana che, non a caso, Trump e molti governi occidentali considerano uno dei principali obiettivi da attaccare e distruggere.

Giù le mani dal Venezuela.

L'articolo PERCHÈ DOBBIAMO MOBILITARCI IN DIFESA DEL VENEZUELA E DELLA RIVOLUZIONE BOLIVARIANA? proviene da Potere al Popolo.

Estero

QUANTI LEGGI INTERNAZIONALI POSSONO VIOLARE GLI STATI UNITI NEI CONFRONTI DEL VENEZUELA E CONTINUARE A FARLA FRANCA?
Data articolo:Thu, 08 Jan 2026 10:20:51 +0000

Nelle prime ore del 3 gennaio, gli Stati Uniti hanno inviato le loro forze militari in Venezuela per rapire il presidente Nicolás Maduro Moros e Cilia Flores, deputata dell’Assemblea Nazionale, bombardando siti civili e militari in tutta Caracas. Gli Stati Uniti hanno accusato sia Maduro che sua moglie Flores di “narcoterrorismo†e altri reati correlati e li stanno trattenendo a New York, dove sono comparsi per la prima volta davanti alla corte federale di Manhattan il 5 gennaio 2026.

Chiaramente, gli Stati Uniti non hanno iniziato il loro assalto al Venezuela il 3 gennaio 2026. La guerra ibrida contro il processo bolivariano del Venezuela è iniziata nel 2001, dopo l’approvazione della Legge Organica sugli Idrocarburi, parte di un pacchetto di quarantanove leggi decretate da Chávez e approvate dall’Assemblea Nazionale. La nuova legge venezuelana ha svantaggiato i conglomerati petroliferi, la maggior parte dei quali provenienti dagli Stati Uniti, consentendo invece al governo di reindirizzare una quota maggiore dei proventi del petrolio verso programmi sociali e lo sviluppo nazionale a lungo termine. I conglomerati petroliferi, in particolare ExxonMobil (Exxon), si sono infuriati e da allora hanno iniziato a collaborare con il governo degli Stati Uniti per cercare di rovesciare non solo il governo del Venezuela, ma l’intero processo bolivariano. La guerra ibrida – attraverso mezzi economici, politici, informativi e persino sociali – è stata una caratteristica costante della vita venezuelana nell’ultimi venticinque anni. L’ultimo attacco illegale al Venezuela e il rapimento del suo presidente e della first lady fanno parte di questa lunga e continua guerra contro i lavoratori di questo paese sudamericano.

Cosa rende illegale l’attacco contro il Venezuela? Dato il modo in cui gli Stati Uniti ignorano completamente e costantemente il diritto internazionale, anche quando parlano di un “ordine internazionale basato sulle regoleâ€, vale la pena riesaminare i fondamenti del diritto internazionale e rivedere le leggi internazionali che gli USA hanno violato con l’attacco al Venezuela il 3 gennaio.

In primo luogo, quando parliamo di “diritto internazionaleâ€, ci riferiamo agli obblighi giuridici che gli Stati – e, in alcuni casi, le organizzazioni internazionali e gli individui – riconoscono come vincolanti nelle loro relazioni reciproche. Queste norme provengono da due fonti principali: i trattati (accordi scritti) e il diritto internazionale consuetudinario (norme che diventano vincolanti attraverso la pratica costante degli Stati e sono accettate come legge). Uno Stato deve acconsentire ad essere vincolato da un trattato (il che significa che deve firmare il trattato o aderirvi), ma può essere vincolato dal diritto internazionale consuetudinario e dalle norme imperative (jus cogens, o “diritto imperativoâ€, norme fondamentali che vincolano tutti gli Stati) indipendentemente dal fatto che abbia firmato o meno un trattato. Ad esempio, il divieto di genocidio e schiavitù non richiede la firma di alcuno Stato, poiché tali divieti sono riconosciuti come norme imperative che vincolano tutti gli Stati in materia di diritto internazionale. In altre parole, alcune leggi sono così fondamentali che nessuno Stato può sottrarsi al loro rispetto. Gli obblighi a cui farò riferimento di seguito provengono da entrambe le fonti: trattati (come la Carta delle Nazioni Unite) e diritto internazionale consuetudinario (compreso il principio di non intervento e l’immunità dei capi di Stato), talvolta interpretati e applicati dalla Corte internazionale di giustizia (CIG, la più alta corte delle Nazioni Unite per le controversie tra Stati), le cui sentenze hanno un’autorità speciale nello spiegare ciò che il diritto internazionale richiede nella pratica.

1. Divieto di minaccia o uso della forza. Esistono due trattati fondamentali che dovrebbero limitare l’uso della forza da parte degli Stati Uniti nei confronti di altri paesi:

a) Il più importante è la Carta delle Nazioni Unite del 1945, il cui articolo 2(4) stabilisce che tutti gli Stati devono astenersi dalla “minaccia o dall’uso della forza†nei confronti di un altro Stato. Esistono eccezioni limitate a questa regola, ad esempio se il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, agendo ai sensi del Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite (articoli 39-42), determina che esiste una “minaccia alla pace, una violazione della pace o un atto di aggressione†e quindi autorizza l’uso della forza per “mantenere o ripristinare la pace e la sicurezza internazionaliâ€, o se uno Stato agisce per legittima difesa. Poiché non vi sono altre eccezioni, l’atto di aggressione degli Stati Uniti contro il Venezuela costituisce una chiara violazione della Carta delle Nazioni Unite, il più alto obbligo trattato nel sistema interstatale.

b) In America Latina esiste anche la Carta dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) del 1948, il cui articolo 21 afferma che “il territorio di uno Stato è inviolabile†e che non sono consentite “occupazioni militari†o “misure di forza†da parte di uno Stato contro un altro. La Carta dell’OAS segue la Carta delle Nazioni Unite, il cui articolo 103 chiarisce che, in caso di conflitto tra gli obblighi derivanti dai trattati, gli obblighi dei membri ai sensi della Carta delle Nazioni Unite prevalgono su quelli derivanti da qualsiasi altro accordo internazionale.

Dovrebbero già esserci risoluzioni sia all’ONU che all’OAS per condannare le recenti azioni degli Stati Uniti. L’assenza di tali risoluzioni è una dimostrazione non tanto dell’impotenza del sistema interstatale in sé, quanto piuttosto del potere assoluto di tipo mafioso esercitato dagli Stati Uniti nel mondo.

2. Non intervento negli affari interni o esterni di uno Stato. L’articolo 2(7) della Carta delle Nazioni Unite sottolinea la centralità della sovranità statale chiarendo che nulla nella Carta autorizza le Nazioni Unite a intervenire in questioni “essenzialmente di competenza interna†di qualsiasi Stato (ad eccezione delle misure di esecuzione previste dal Capitolo VII). Il divieto per gli Stati di intervenire negli affari dell’uno e dell’altro è anche chiaramente stabilito nell’articolo 19 della Carta dell’OAS, che afferma che nessuno Stato “ha il diritto di intervenire, direttamente o indirettamente, per qualsiasi motivo†negli affari interni o esterni di un altro Stato, e ciò include qualsiasi “forma di interferenzaâ€, compresa l’invasione militare e la cattura di un capo di governo.

La Carta delle Nazioni Unite e la Carta dell’OAS sono trattati, e il diritto internazionale consuetudinario rafforza queste norme, vietando in modo indipendente l’intervento. Nel caso del 1986 Nicaragua contro Stati Uniti – intentato a causa del sostegno di Washington alla Guerra dei Contras e alla minatura dei porti del Nicaragua – la Corte internazionale di giustizia ha affermato il principio di non intervento del diritto consuetudinario e ha applicato le norme sull’uso della forza e sulla legittima difesa (comprese la necessità e la proporzionalità). I tentativi diretti degli Stati Uniti di destituire il governo venezuelano, dal tentativo di colpo di Stato del 2002 al rapimento del presidente Maduro e di Cilia Flores nel 2026, costituiscono chiare violazioni di questi principi, ma lo stesso vale per il sostegno fornito dagli Stati Uniti all’organizzazione di azioni armate, come l’operazione Gideon (2020), in cui gli Stati Uniti hanno finanziato mercenari per attaccare il governo venezuelano.

3. Violazione dell’immunità del capo di Stato. Quando uno Stato esercita la propria giurisdizione penale, civile o esecutiva su un capo di Stato straniero in carica in violazione del diritto internazionale – arrestando, perseguendo, detenendo o esercitando in altro modo un’autorità coercitiva su tale persona – viola l’immunità del capo di Stato. Si tratta di una norma volta a garantire che gli Stati possano intrattenere relazioni senza che i tribunali stranieri possano arrestare i rispettivi alti funzionari. In parole povere: di norma, un tribunale nazionale straniero non può legalmente arrestare o processare un capo di Stato in carica, a meno che tale immunità non sia revocata dallo Stato di appartenenza di tale persona. Non esiste un trattato autonomo che codifichi questa immunità in un unico documento, ma essa è ben consolidata nel diritto internazionale consuetudinario e si riflette in diversi strumenti e sentenze. La Convenzione delle Nazioni Unite sulle missioni speciali (1969), ad esempio, stabilisce che un capo di Stato che guida una missione speciale “gode delle agevolazioni, dei privilegi e delle immunità accordati dal diritto internazionale ai capi di Statoâ€. La Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche (1961) codifica separatamente l’immunità diplomatica per gli agenti diplomatici accreditati, illustrando il principio più ampio del diritto internazionale dell’inviolabilità dei rappresentanti ufficiali. Ancora più importante, la Corte internazionale di giustizia, nella causa La Repubblica Democratica del Congo contro il Belgio (2002) – noto come “caso del mandato di arrestoâ€, intentato dopo che il Belgio aveva emesso un mandato internazionale nei confronti del ministro degli Esteri in carica della Repubblica Democratica del Congo – ha stabilito che il ministro degli Esteri in carica godeva dell’“immunità dalla giurisdizione penale†e dell’“inviolabilità†ai sensi del diritto internazionale e che il mandato di arresto del Belgio violava tali obblighi.

Esiste un’importante eccezione nel sistema internazionale, che opera nell’ambito della Corte penale internazionale (CPI), che persegue gli individui (non gli Stati, come fa la Corte internazionale di giustizia). L’articolo 27 dello Statuto di Roma della CPI stabilisce che la funzione ufficiale “di capo di Stato o di governo†non esenta una persona dalla responsabilità ai sensi dello statuto e che le immunità “non impediscono alla Corte di esercitare la sua giurisdizioneâ€. Ai sensi dello Statuto di Roma, la CPI può perseguire gli individui per i crimini internazionali più gravi – genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e crimini di aggressione – quando i tribunali nazionali non sono in grado o non sono disposti ad agire. Questo è il motivo per cui i mandati della CPI possono essere emessi anche per capi di Stato o di governo in carica. Questa è la logica giuridica invocata nel mandato di arresto della CPI nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

Il brutale attacco di Trump non solo viola il diritto internazionale, ma solleva anche questioni relative al diritto statunitense. La War Powers Resolution del 1973 impone al presidente degli Stati Uniti di consultare il Congresso “in ogni caso possibile†prima di introdurre le forze armate statunitensi in ostilità contro qualsiasi Stato e, in caso contrario, di riferire al Congresso entro quarantotto ore, con la cessazione delle ostilità entro sessanta giorni in assenza di autorizzazione. Il disprezzo di Washington per il diritto internazionale si riflette anche nel non rispetto delle proprie leggi.

Alla sua comparizione in tribunale il 5 gennaio, Maduro ha dichiarato: “Sono un prigioniero di guerraâ€. Si tratta di un’affermazione precisa. Maduro e Flores sono stati arrestati per motivi puramente politici, nell’ambito della guerra che Washington conduce da tempo contro il Sud globale.

Lo immagino nella sua cella, l’ex autista di autobus e sindacalista, il presidente riluttante che è arrivato al socialismo grazie al padre sindacalista e alla madre cattolica, che una volta mi ha detto: “La storia mi ha messo su questa poltrona presidenziale non per compiacere qualcuno, ma per difendere il mio Paese e il socialismoâ€. Immagino Flores, la giovane avvocata che ha aiutato a difendere Hugo Chávez dopo la rivolta del 1992 e ha ottenuto il suo rilascio dal carcere nel 1994. Li immagino canticchiare la grande canzone di Alí Primera del 1977 che sarebbe poi diventata un inno del chavismo: “Los que mueren por la vida†(Coloro che muoiono per la vita):

Coloro che muoiono per la vita
non possono essere definiti morti
E da questo momento in poi
è vietato piangerli

Che tacciano i rintocchi
in tutti i campanili

Andiamo, caspita
perché all’alba
non servono galline
ma il canto dei galli

Loro non saranno una bandiera
da abbracciare
E chi non riesce a sollevarla
abbandoni la lotta

Non è tempo di tirarsi indietro
né di vivere di leggende

Canta, canta, compagno
che la tua voce sia un colpo di pistola
che con le mani del popolo
non ci sarà canto disarmato

Canta, canta, compagno
Canta, canta, compagno
Canta, canta, compagno
Che la tua canzone non taccia

Se ti manca il provvisto
Hai quel cuore

Che batte come un bongo
colore di vino antico

Arriva la tua cueca di lotta
cavalcando un vento australe
Canta, canta, compagno
Canta, canta, compagno

Canta, canta, compagno
Che la tua voce sia un colpo di pistola
Che con le mani del popolo
non ci sarà canto disarmato

Canta, canta, compagno
Canta, canta, compagno
Canta, canta, compagno
Che la tua canzone non taccia…

Con affetto,
Vijay

*Traduzione della seconda newsletter del 2026 di Tricontinental: Institute for Social Research.

Come Potere al Popolo traduciamo la newsletter prodotta da Tricontinental: Institute for Social Research perché pensiamo affronti temi spesso dimenticati da media e organizzazioni nostrane e perché offre sempre un punto di vista interessante e inusuale per ciò che si legge solitamente in Italia. Questo non significa che le opinioni espresse rispecchino necessariamente le posizioni di Potere al Popolo. A volte accade, altre volte no. Ma crediamo sia comunque importante offrire un punto di vista che spesso manca nel panorama italiano.

Chi è Vijay Prashad?

L'articolo QUANTI LEGGI INTERNAZIONALI POSSONO VIOLARE GLI STATI UNITI NEI CONFRONTI DEL VENEZUELA E CONTINUARE A FARLA FRANCA? proviene da Potere al Popolo.

Estero

ACCOGLIAMO IL NUOVO ANNO CON OTTIMISMO
Data articolo:Tue, 06 Jan 2026 21:19:15 +0000

Stiamo entrando nel nuovo anno con ansia o con speranza? Io sono ottimista perché nei miei viaggi vedo che le persone in tutto il mondo sono deluse dalla situazione attuale: vogliono vivere in una società che non sia oscurata dalla fame e dalla sofferenza. Ma non sono così ottimista da pensare che la sola insoddisfazione possa trasformare questo mondo di catastrofi climatiche e guerre genocidarie in un mondo di dignità e pace. Sebbene questo sentimento esista, non ci ha ancora aiutato a tracciare un percorso verso un mondo migliore.

Per decenni, organizzazioni come la Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (UNCTAD), fondata nel 1964, hanno fornito analisi empiriche delle sofferenze nel nostro mondo. Nel dicembre dello scorso anno, l’UNCTAD ha pubblicato il suo Trade and Development Report 2025, che conteneva diverse conclusioni nuove e importanti. Di seguito sono riportati sei punti che meritano la nostra attenzione:

1. La crescita globale è stagnante e ineguale. L’UNCTAD ha previsto che la crescita del PIL globale rallenterà al 2,6% nel 2025, in calo rispetto al 2,9% del 2024, segno di una stagnazione secolare. I paesi in via di sviluppo, guidati dalle potenze asiatiche, dovrebbero crescere del 4,3% e trainare il 70% della crescita globale. Nel frattempo, l’America Latina e i Caraibi dovrebbero registrare una crescita più lenta rispetto al 2024, mentre la crescita complessiva dell’Africa dovrebbe aumentare in modo ineguale. Alcune zone del Sud globale sono il motore della crescita, ma rimangono strutturalmente subordinate ai centri finanziari del Nord globale: il valore viene prodotto nella periferia, ma è mediato, stimato e spesso appropriato attraverso il sistema finanziario e commerciale dominato dal centro.

2. Il Nord globale domina il commercio attraverso il sistema finanziario. L’UNCTAD stima che il 90% del commercio mondiale dipenda dalla finanza commerciale e dal sistema bancario. Il commercio mondiale è sensibile alle variazioni dei tassi di interesse, alla liquidità dei mercati finanziari e alla fiducia degli investitori, che possono influenzare il commercio tanto quanto i cambiamenti nella produzione reale. I dati dell’UNCTAD mostrano che le oscillazioni finanziarie globali – nel credito, nei flussi di capitale e nella propensione al rischio – seguono da vicino le oscillazioni dei volumi del commercio mondiale. Con la quota del dollaro statunitense nei pagamenti internazionali tramite il sistema SWIFT nuovamente intorno al 50% di tutti i pagamenti e con gli Stati Uniti che rappresentano la metà del valore di mercato azionario globale e il 40% delle emissioni obbligazionarie, l’egemonia del dollaro continua a prevalere sul Sud globale. In altre parole, il commercio mondiale circola in container del Nord ed è garantito dal credito del Nord.

3. La crisi dell’iper-imperialismo crea incertezza. Il rapporto menziona ripetutamente una “elevata incertezza politica†a livello globale. Si tratta di un eufemismo tecnocratico per indicare una crisi egemonica nel centro imperiale che si esprime nella guerra commerciale del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. L’escalation dei dazi doganali e il confronto geo-economico sono diventati caratteristiche consolidate del sistema mondiale, piuttosto che semplici shock temporanei. Questi sviluppi continueranno a deprimere gli investimenti e il commercio, portando alla stagnazione negli Stati del Nordatlantico e nelle zone del Sud globale più vulnerabili ai modelli commerciali Nord-Sud.

4. La crisi del debito del Sud globale si sta intensificando. La metà dei paesi a basso reddito del mondo (35 su 68) è esposta a un elevato rischio di indebitamento. L’UNCTAD osserva: “I casi di insolvenza hanno storicamente portato a riduzioni eccessive e durature della produzione, alla mancanza di accesso ai mercati internazionali dei capitali e a forti aumenti dei costi di finanziamento che ostacolano qualsiasi successiva ripresa economicaâ€. In media, le economie sottosviluppate accedono a prestiti con tassi di interesse del 7-11%, mentre le economie avanzate del 1-4%. Questa disparità è una caratteristica strutturale dell’architettura finanziaria internazionale, non semplicemente un riflesso dei fondamenti di questa o quella economia. Il debito continua ad essere utilizzato per disciplinare i paesi del Sud globale, in particolare nel continente africano.

5. La crisi climatica alimenta la crisi del debito. I paesi più vulnerabili alla crisi climatica sono costretti a pagare per la loro vulnerabilità attraverso tassi di interesse più elevati. Secondo il rapporto, questi paesi “trasferiscono 20 miliardi di dollari all’anno a creditori esterni solo per coprire i costi degli interessi più elevati dovuti ai rischi climatici, anche se hanno contribuito in misura minima a generare tale rischio. Questo costo è aumentato da 5 miliardi di dollari nel 2006 a un totale cumulativo di 212 miliardi di dollari entro il 2023â€. Questo processo potrebbe essere caratterizzato come una forma di servitù per debiti climatici, con i meno responsabili delle emissioni di carbonio costretti a sovvenzionare gli obbligazionisti del Nord attraverso premi per il rischio più elevati.

6. Il cibo sta diventando un bene speculativo. Nel capitolo III, “L’architettura finanziaria del commercio alimentare globaleâ€, l’UNCTAD spiega come i principali commercianti di prodotti alimentari guadagnino oltre i tre quarti del loro reddito dall’intermediazione finanziaria – finanziando operazioni, negoziando derivati e guadagnando commissioni dalla gestione del rischio e del credito – piuttosto che dal commercio fisico di materie prime alimentari. Il rapporto suonano un campanello d’allarme: i mercati delle materie prime finanziarizzati minacciano la sicurezza alimentare nel Sud globale amplificando la volatilità dei prezzi e, come ha dimostrato l’UNCTAD nel suo Trade and Development Report del 2023, che il cibo è diventato sempre più un bene speculativo.

Nel 2019, l’UNCTAD ha pubblicato uno dei suoi rapporti più radicali degli ultimi anni, sostenendo che affidarsi al sistema per risolvere i propri problemi era un “pio desiderioâ€. Ciò che serve, secondo il rapporto, è una riforma sistemica del neoliberismo e un Green New Deal globale gestito dal settore pubblico. Da allora, l’UNCTAD ha prodotto analisi empiriche costantemente utili, ma le soluzioni proposte sono diventate sempre più diluite. Nel 2023, l’UNCTAD ha affermato che era necessario “riallineare l’architettura finanziaria globale†e nel 2024 ha sottolineato la necessità di “ripensare lo sviluppo nell’era del malcontentoâ€. L’ultimo rapporto contiene una delle critiche empiriche più potenti al sistema, ma si conclude con frasi insipide su “strumenti macroprudenzialiâ€, “colmare le lacune nei dati†e “riforme mirateâ€. Questi gesti retorici e tecnocratici possono mai risolvere i problemi sociali e politici del nostro mondo?

Ciò di cui abbiamo bisogno è un programma che vada oltre la retorica. Abbiamo bisogno di un impegno verso una Nuova Teoria dello Sviluppo, che abbiamo elaborato nel nostro istituto. Nel corso della nostra ricerca, ci è apparso chiaro che ci sono dieci politiche fondamentali che i paesi del Sud globale devono adottare per superare il neoliberismo e la dipendenza:

1. Pianificazione democratica. Istituire una commissione nazionale di pianificazione democratica con reale autorità sugli investimenti, il commercio e le priorità industriali.

2. Politica industriale guidata dallo Stato. Avviare una politica industriale che identifichi i settori strategici (infrastrutture digitali, trasformazione alimentare, macchinari, prodotti farmaceutici ed energie rinnovabili) e li sostenga attraverso appalti pubblici, sussidi, crediti, requisiti di contenuto locale e trasferimento tecnologico e protezione dalla concorrenza straniera.

3. Controlli sui capitali e tassazione. Attuare controlli strategici sui capitali che impediscano la fuga di capitali, gli afflussi speculativi e gli attacchi valutari; rafforzare la vigilanza per frenare i flussi finanziari illeciti; richiedere il reinvestimento dei profitti nei settori produttivi nazionali; adottare una tassazione progressiva per penalizzare la ricerca di rendite.

4. Finanziamenti pubblici allo sviluppo. Istituire e potenziare le banche pubbliche di sviluppo per convogliare il credito verso progetti industriali, agricoli, abitativi e infrastrutturali a lungo termine.

5. Proprietà pubblica. Nazionalizzare settori strategici come l’energia, l’estrazione mineraria, i trasporti, le telecomunicazioni e la finanza.

6. Sovranità alimentare. Ricostruire la sovranità alimentare attraverso la riforma agraria, il che significherebbe affrontare il latifondismo e le agroindustrie. In alcuni contesti, ciò comporterebbe la ridistribuzione della terra, in altri il raggiungimento democratico di dimensioni significative attraverso le cooperative. Investire nell’irrigazione, nello stoccaggio e nel trasporto agricolo, porre fine alla dipendenza dalle importazioni alimentari e dai mercati globali volatili e stabilizzare i prezzi attraverso l’intervento pubblico nei mercati alimentari.

7. Sovranità tecnologica. Rompere la dipendenza dalla proprietà intellettuale utilizzando licenze obbligatorie, istituti di ricerca pubblici, pool tecnologici Sud-Sud e piattaforme open source per sviluppare capacità tecnologiche nazionali nei settori della sanità, dell’energia e delle comunicazioni.

8. Integrazione regionale. Sviluppare sistemi commerciali e di pagamento regionali Sud-Sud, come meccanismi di compensazione regionali, commercio in valuta locale e catene industriali coordinate.

9. Sovranità del debito. Condurre audit pubblici per identificare il debito illegittimo o odioso. Sospendere il pagamento del debito quando necessario e perseguire una rinegoziazione collettiva con altri paesi del Sud globale per indebolire il potere dei creditori.

10. Beni pubblici universali. Garantire l’assistenza sanitaria, l’istruzione (compresa la formazione professionale e tecnica in linea con le priorità industriali), gli alloggi, i trasporti e l’energia attraverso la fornitura pubblica, collegando questi servizi ai sistemi di produzione nazionali (attraverso imprese di costruzione pubbliche, aziende farmaceutiche statali e servizi pubblici di energia).

Questo programma in dieci punti è solo l’inizio di ciò che stiamo cercando di sviluppare attraverso la Nuova Teoria dello Sviluppo. I dipartimenti di Economia e Sociologia Storica del nostro istituto stanno lavorando alacremente per mappare i meccanismi di dipendenza globale e identificare le strategie per romperli. Abbiamo in programma di sviluppare nuovi strumenti analitici, come un Indice di Dipendenza e un Indice di Sovranità Digitale, per fornire un’analisi rigorosa dello stato attuale della dipendenza e delle forze produttive nel Sud globale. Il nostro lavoro ora consiste nel trasformare l’insoddisfazione in un programma per costruire un mondo migliore.

Negli anni trionfali della decolonizzazione, i paesi del Terzo Mondo che avevano appena conquistato la loro indipendenza producevano inni alla liberazione e allo sviluppo. Abdel Halim Hafez, il leggendario cantante dell’indipendenza egiziana, nel 1960 cantò una canzone intitolata Hekayet Shaab (Il racconto di un popolo). Raccontava la storia della rivolta dell’Egitto contro la monarchia corrotta nel 1952, la costruzione della diga di Assuan, il tentativo di Gran Bretagna, Francia e Israele di bloccarne la costruzione e la nazionalizzazione del Canale di Suez da parte di Gamal Abdel Nasser. La canzone si apre con questo verso entusiasmante:

Abbiamo detto che l’avremmo costruita.
E abbiamo costruito la Grande Diga.
Con i nostri soldi e le mani dei nostri lavoratori.
Abbiamo detto che l’avremmo fatto e l’abbiamo fatto.

E lo faremo di nuovo.

Con affetto,
Vijay

*Traduzione della prima newsletter del 2026 di Tricontinental: Institute for Social Research.

Come Potere al Popolo traduciamo la newsletter prodotta da Tricontinental: Institute for Social Research perché pensiamo affronti temi spesso dimenticati da media e organizzazioni nostrane e perché offre sempre un punto di vista interessante e inusuale per ciò che si legge solitamente in Italia. Questo non significa che le opinioni espresse rispecchino necessariamente le posizioni di Potere al Popolo. A volte accade, altre volte no. Ma crediamo sia comunque importante offrire un punto di vista che spesso manca nel panorama italiano.

Chi è Vijay Prashad?

L'articolo ACCOGLIAMO IL NUOVO ANNO CON OTTIMISMO proviene da Potere al Popolo.

News

GIÙ LE MANI DAL VENEZUELA. OGGI IN PIAZZA IN TUTTA ITALIA CONTRO L’AGGRESSIONE STATUNITENSE
Data articolo:Sat, 03 Jan 2026 11:56:09 +0000

“Ma adesso i governi occidentali e le ‘forze democratiche’ condanneranno l’aggressore (Usa) e si metteranno dalla parte del Paese aggredito (Venezuela)?”

“Sono iniziati i bombardamenti statunitensi sul Venezuela che hanno colpito diverse zone di Caracas. Gli USA ancora una volta attaccano un Paese sovrano e sconvolgono la pace di un’intera regione! Poche ore dopo è lo stesso presidente Trump che annuncia di aver catturato e deportato Maduro, un presidente legittimo di uno stato sovrano.

Dopo mesi di minacce e operazioni “di logoramento” al largo delle coste Venezuelane, ora portano la guerra direttamente nella capitale, bombardando punti strategici e quartieri popolari, facendo carta straccia di ogni basilare norma del diritto internazionale.

E gli altri paesi occidentali che hanno fatto in questi mesi? Hanno provato a opporsi all’ennesima operazione di guerra? Hanno detto qualcosa contro l’ennesima aggressione? No niente.
Silenzio e assenso complice, a partire dal nostro governo.

Questo è stato chiaro già a partire dal conferimento del Premio Nobel per la Pace alla Machado, che ha invocato più volte il golpe e l’aggressione militare al proprio Paese. Anche in quel caso il nostro governo è stato uno dei maggiori responsabili e supporter dell’estrema destra latino-americana.

Chiediamo che il nostro governo e tutte le forze politiche parlamentari, condannino un atto di guerra palese, in evidente violazione del diritto internazionale. Riusciranno in questo caso a mettersi da parte dell’aggredito (il popolo Venezuelano) contro l’aggressore (gli Usa e Donald Trump)?

Come si legge dal Comunicato Ufficiale della Repubblica Bolivariana, l’intento di Trump è chiaro: “impadronirsi delle risorse strategiche del Venezuela, in particolare del suo petrolio e dei suoi minerali, tentando di spezzare con la forza l’indipendenza politica della Nazione” e con essa il protagonismo e i progetti del popolo venezuelano.

Chiediamo a tutte le forze democratiche e progressiste di fare sentire da subito la propria contrarietà a questa nuova escalation bellica, e la propria vicinanza ai popoli del Venezuela. Come Potere al Popolo già da oggi stiamo organizzando azioni e mobilitazioni in tutta Italia.

CONTRO L’AGGRESSIONE STATUNITENSE, CON I POPOLI DELLA REPUBBLICA BOLIVARIANA DI VENEZUELA!”

L'articolo GIÙ LE MANI DAL VENEZUELA. OGGI IN PIAZZA IN TUTTA ITALIA CONTRO L’AGGRESSIONE STATUNITENSE proviene da Potere al Popolo.

Estero

IL DIRITTO ALLO SVILUPPO È UN DIRITTO UMANO INALIENABILE
Data articolo:Sat, 27 Dec 2025 22:05:31 +0000

In memoria di Mehdi Ben Barka (1920-1965), sulle cui orme camminiamo.

Quasi sessant’anni fa, nel gennaio 1966, centinaia di rivoluzionari provenienti da tutto il Terzo Mondo si riunirono all’Avana, Cuba, per la Prima Conferenza di Solidarietà dei Popoli dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina – la Conferenza Tricontinentale. Lì discussero dell’inevitabilità della decolonizzazione e delle loro idee per un mondo oltre l’imperialismo. Fidel Castro e gli altri organizzatori convocarono la conferenza per riunire le due correnti della rivoluzione mondiale: quella della rivoluzione socialista e quella della liberazione nazionale. I delegati videro la necessità di radicalizzare gli ideali di sovranità che erano stati espressi dieci anni prima alla Conferenza di Bandung. Erano frustrati dal fatto che l’ordine mondiale rimanesse intrappolato nelle strutture del neocolonialismo che mantenevano anche i paesi che avevano raggiunto l’indipendenza poco prima in cicli di sottosviluppo, con i partiti di liberazione nazionale, un tempo rivoluzionari, che si smobilitavano non appena venivano issate nuove bandiere e iniziavano a suonare nuovi inni.

Per commemorare l’eredità della Conferenza Tricontinentale, che dà il nome al nostro istituto, questo mese abbiamo pubblicato il dossier n. 95 Imperialism Will Inevitably Be Defeated: The Re-Emergence of the Tricontinental Spirit (dicembre 2025). Nel corso del 2026 organizzeremo anche diverse discussioni e seminari online e in presenza (il primo dei quali, co-ospitato dal CLACSO, il Consiglio Latinoamericano delle Scienze Sociali, può essere visto qui). Nel dossier difendiamo la tesi seguente: mentre lo Spirito di Bandung insisteva sulla sovranità e sul multilateralismo, lo Spirito della Tricontinentale va oltre e fonde la vera emancipazione sulla dignità e sulla lotta di classe.

Una delle idee chiave dell’era di Bandung e di quella Tricontinentale era che la dignità non può essere raggiunta senza lo sviluppo e che il diritto allo sviluppo appartiene a tutti i popoli del mondo. Nel novembre 1957, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (UNGA) adottò la Risoluzione 11612 (XII) sullo sviluppo economico e sociale equilibrato e integrato. Quattro anni dopo, nel 1961, l’UNGA dichiarò che gli anni ’60 sarebbero stati il “decennio dello sviluppo delle Nazioni Uniteâ€. Nel maggio 1968, verso la fine di quel decennio, i delegati alla Conferenza internazionale delle Nazioni Unite sui diritti umani a Teheran, in Iran, adottarono la Dichiarazione di Teheran, che avvertiva:

Il crescente divario tra i paesi economicamente sviluppati e quelli in via di sviluppo ostacola la realizzazione dei diritti umani nella comunità internazionale. Il fallimento del Decennio dello Sviluppo nel raggiungere i suoi modesti obiettivi rende ancora più imperativo per ogni nazione, in base alle proprie capacità, compiere il massimo sforzo possibile per colmare questo divario.

La Conferenza Tricontinentale si svolse a metà di questo cosiddetto decennio dello sviluppo. All’epoca, tra i paesi leader del Terzo Mondo era già chiaro che il quadro di sviluppo delle Nazioni Unite non avrebbe potuto colmare il divario fintanto che l’economia globale fosse rimasta organizzata secondo strutture di dipendenza. Ci sarebbero voluti quasi due decenni dopo Teheran perché le Nazioni Unite adottassero una dichiarazione sul diritto allo sviluppo. Il 4 dicembre 1986, mentre molti paesi del Terzo Mondo stavano già crollando sotto il peso della crisi del debito che si sarebbe protratta fino agli anni ’90, l’UNGA ha finalmente adottato la Dichiarazione sul diritto allo sviluppo. Nel documento si trovavano sollo le migliori intenzioni:

Il diritto allo sviluppo è un diritto umano inalienabile in virtù del quale ogni persona umana e tutti i popoli hanno il diritto di partecipare, contribuire e godere dello sviluppo economico, sociale, culturale e politico, in cui tutti i diritti umani e le libertà fondamentali possono essere pienamente realizzati (articolo 1.1).

Gli Stati dovrebbero adottare, a livello nazionale, tutte le misure necessarie per la realizzazione del diritto allo sviluppo e garantire, tra l’altro, pari opportunità per tutti nell’accesso alle risorse di base, all’istruzione, ai servizi sanitari, al cibo, all’alloggio, all’occupazione e all’equa distribuzione del reddito. Dovrebbero essere adottate misure efficaci per garantire che le donne abbiano un ruolo attivo nel processo di sviluppo. Dovrebbero essere attuate adeguate riforme economiche e sociali al fine di eliminare tutte le ingiustizie sociali (articolo 8.1).

Gli Stati dovrebbero incoraggiare la partecipazione popolare in tutti i settori come fattore importante per lo sviluppo e la piena realizzazione di tutti i diritti umani (articolo 8.2).

Questi ideali sono sanciti nelle risoluzioni e nelle dichiarazioni delle Nazioni Unite non per altruismo del Nord globale, ma perché centinaia di milioni di persone nei movimenti anticoloniali e socialisti hanno lottato per essi.

Due anni dopo l’adozione della dichiarazione, la Banca mondiale ha pubblicato il World Development Report (1988), in cui si rilevava che il debito estero totale del Terzo Mondo aveva raggiunto oltre 1.035 miliardi di dollari nel 1986, un aumento vertiginoso rispetto ai 560 miliardi di dollari del 1982 e ai 130 miliardi di dollari del 1974. Il rapporto osservava: “I debiti [dei paesi del Terzo Mondo] stanno crescendo, ma essi continuano a subire trasferimenti netti di risorse negativi perché gli obblighi di servizio del debito superano gli importi limitati dei nuovi finanziamenti. In alcuni paesi in via di sviluppo la gravità di questa prolungata recessione economica supera già quella della Grande Depressione nei paesi industrializzati e in molti paesi la povertà è in aumentoâ€. Il Fondo Monetario Internazionale è giunto a una conclusione simile nella sua valutazione, che ha stimato il debito totale del Terzo Mondo a 916 miliardi di dollari, una cifra leggermente inferiore ma che indicava comunque la stessa tendenza.

Il prossimo anno ricorrerà il quarantesimo anniversario della Dichiarazione delle Nazioni Unite sul diritto allo sviluppo, ma pochi lo celebreranno. Dal 1986, all’interno del sistema dei diritti umani delle Nazioni Unite sono stati compiuti sforzi per passare da una dichiarazione non vincolante e in gran parte simbolica a uno strumento giuridicamente vincolante. Tuttavia, tali sforzi hanno incontrato una resistenza continua da parte dei paesi più ricchi, che considerano tale strumento dannoso per il loro monopolio sulla ricchezza e sulle risorse.

Nell’ottobre del 2021, ad esempio, il Consiglio dei diritti umani ha adottato la sua risoluzione annuale sul diritto allo sviluppo con 29 voti a favore, 13 contrari e 5 astensioni. I 13 voti contrari provenivano tutti dai paesi del Nord globale. Due anni dopo, nell’ottobre del 2023, quando il Consiglio ha votato per sottoporre all’UNGA un progetto di convenzione sul diritto allo sviluppo, la risoluzione è stata nuovamente approvata con 29 voti a favore, 13 contrari e 5 astensioni. Tutti i voti contrari provenivano ancora una volta dai paesi del Nord globale. È evidente che, nonostante il sostegno retorico del Nord allo sviluppo, esso ha speso molte energie per ridimensionare le risoluzioni delle Nazioni Unite sullo sviluppo e persino per impedire qualsiasi discussione su un importante alleggerimento del debito, un passo cruciale per lo sviluppo del Sud globale.

Questa è la contraddizione al centro del diritto allo sviluppo: proclamato come inalienabile, ma negato nella pratica. Il dossier n. 95 riprende l’insistenza dello Spirito Tricontinentale sul fatto che l’emancipazione non può essere misurata da bandiere e discorsi, ma dal miglioramento materiale della vita delle persone. Lo sviluppo non è uno slogan, né una serie di obiettivi da gestire dall’alto. È il diritto di ampliare la capacità delle persone di vivere con dignità. Ma tale diritto rimarrà irraggiungibile per la maggior parte dell’umanità fintanto che il servizio del debito, le misure economiche coercitive e le guerre continueranno a prosciugare la ricchezza sociale delle nazioni più povere. Le aspirazioni di sviluppo del Sud globale non saranno realizzate nelle sale dell’ONU, ma solo attraverso una lotta organizzata che costringa le istituzioni e gli Stati ad agire.

Con la fine dell’anno si conclude anche il primo decennio della nostra esistenza come istituto di ricerca. Abbiamo iniziato con l’ambizione di essere il think tank dei diversi movimenti sociali del Sud globale, con i piedi ben radicati nelle oltre duecento organizzazioni di lavoratori e contadini e nei movimenti politici che compongono la rete dell’Assemblea Internazionale dei Popoli. Nel corso dell’ultimo decennio, ci siamo resi conto di avere due compiti fondamentali: in primo luogo, amplificare i punti di vista dei movimenti e stimolare il dibattito tra loro e all’interno della società; in secondo luogo, costruire una Nuova Teoria dello Sviluppo per quando i nostri movimenti arriveranno al potere e avranno l’obbligo di rimodellare la società e condurci verso un futuro migliore, al di là delle catene del capitalismo. Con l’ampliarsi del nostro mandato, si è ampliato anche il raggio d’azione del nostro lavoro.

Per questo motivo, e perché credete nella nostra missione, speriamo che decidiate di sostenere il nostro lavoro per un altro anno. Dipendiamo dalla vostra solidarietà per sostenerlo. Ci sono molti modi per contribuire:

1. Se desiderate unirvi alla nostra Brigata Internazionale di Tricontinental, scrivete a intern@thetricontinental.org.

2. Se desiderate aiutarci con il lavoro di editing e traduzione, scrivete a volunteers@thetricontinental.org.

3. Se desiderate dare un contributo finanziario, scrivete a donations@thetricontinental.org. Abbiamo davvero bisogno del vostro sostegno per continuare questo lavoro.

Speriamo che vi uniate alla nostra comunità di Tricontinental.

Con affetto,
Vijay

*Traduzione della cinquantaduesima newsletter (2025) di Tricontinental: Institute for Social Research.

Come Potere al Popolo traduciamo la newsletter prodotta da Tricontinental: Institute for Social Research perché pensiamo affronti temi spesso dimenticati da media e organizzazioni nostrane e perché offre sempre un punto di vista interessante e inusuale per ciò che si legge solitamente in Italia. Questo non significa che le opinioni espresse rispecchino necessariamente le posizioni di Potere al Popolo. A volte accade, altre volte no. Ma crediamo sia comunque importante offrire un punto di vista che spesso manca nel panorama italiano.

Chi è Vijay Prashad?

L'articolo IL DIRITTO ALLO SVILUPPO È UN DIRITTO UMANO INALIENABILE proviene da Potere al Popolo.


News su Gazzetta ufficiale dello Stato, Corte costituzionale, Corte dei Conti, Cassazione, TAR