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News Potere al popolo

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Elezioni organismi interni Potere al Popolo: i risultati
Data articolo:Mon, 23 Feb 2026 18:24:26 +0000

Di seguito pubblichiamo i risultati delle elezioni interne tenutesi dal 14 al 21 febbraio 2026 che hanno rinnovato il Coordinamento Nazionale, i Portavoce, la Commissione di Garanzia e hanno approvato le modifiche statutarie proposte dal Coordinamento Nazionale.

Ogni elenco è corredato da un link in cui è possibile visionare gli scrutini completi.

Buon lavoro a tutte e tutti!

PORTAVOCE ELETTI [link allo scrutinio]

– Collot Marta

– Granato Giuliano

COMMISSIONE DI GARANZIA ELETTI [link allo scrutinio]

– Amorosi Virginia

– Borretti Biagio

– Cararo Sergio

– Cibellis Manuela

– Cicalese Giulio

– Cortellessa Patrizia

– Tubelli Antonia

COORDINAMENTO NAZIONALE – ELETTI LISTINO NAZIONALE [link allo scrutinio completo]

– Alba Lorenzo

– Carofalo Viola

– Casadio Mauro

– Cremaschi Giorgio

– Dosio Nicoletta

– Laurenzano Gianpiero

– Maurizi Anna

– Ortu Claudia

– Prinzi Salvatore

– Sica Rosa

COORDINAMENTO NAZIONALE – ELETTI LISTINI REGIONALI [link agli scrutini delle liste regionali]

ABRUZZO:

– Ciaccio Gianluca

CALABRIA:

– Passafaro Fabrizia

CAMPANIA:

– Acunzo Ivan

– Buono Filippo

– Capretti Chiara

– Franco Michele

– Giardiello Matteo

– Giardino Antonio

– Iorio Rosanna

– Ledonne Maria

– Licata Francesca

– Ponticelli Andrea

– Sgroi Massimo

– Stile Sabrina

– Trezza Fabio

EMILIA ROMAGNA:

-Bui Andrea

– Corlianò Antonio

– De Carlo Flora

– Glorio Susanna

– Papanikolla Klaus

– Pollio Chiara

– Rizzi Paolo

– Santini Gianfranco

– Trombi Erika

FRIULI VENEZIA GIULIA:

– Di Fonzo Silvia

LAZIO:

– Albanese Alberto

– Calò Giulia

– Cantelli Margherita

– Clemente Bianca Haydee

– Crespi Sabrina Monia

– Di Matteo Giovanna

– Luongo Mauro

– Olivo Francesco

– Gamberini Beatrice

– Perri Francesca

– Sciatore Fabio

– Simeone Luca

– Stamegna Claudio

LIGURIA:

– Licitra Gianna

– Villanova Valerio

LOMBARDIA:

– Contadini Didier

– Cuter Graziano

– Illiano Federica

– Rossi Marco

– Sorace Salvatore

– Tedone Bianca

MARCHE:

– Buda Arianna

PIEMONTE:

– Bartiromo Rosa

– Bausola Alberto

– Bertini Francesca

– Celebre Luigi

PUGLIA:

– Cagnolo Laila

– D’Urso Silvio

SARDEGNA:

– Benbiga Nouhaila

SICILIA:

– Prestifilippo Benedetto

TOSCANA:

– De Luca Fernando

– Di Fiore Matteo

– Fusi Mariapiera

– Giannoni Antonella

– Gini Nicoletta

– Kutufà Paolo

– Marri Camilla

– Niccolai Leonardo

– Trasatti Francesca

UMBRIA:

– Tobia Valerio

VALLE D’AOSTA:

– Ismail Dalia

VENETO:

– La Banca Emanuele

– Panio Alessia

– Tomasone Nicola

ESTERO:

– Coppola Maurizio

 

MODIFICHE STATUTARIE APPROVATE:

[a questo link il dettaglio degli scrutini]

  1. All’art. 8.2 dove è scritto “Il Coordinamento Nazionale si costituisce in Tavoli di Lavoro†modificare in questo modo: “Il Coordinamento Nazionale, laddove lo ritenga necessario, può costituirsi in Tavoli di Lavoroâ€
  1. All’art. 12 dove è scritto “I/le commissari/e rimangono in carica 2 anni†sostituire il numero “2†(due) con il numero “3†(tre).
  1. All’ art. 9 dove è scritto “9 componenti eletti dal Coordinamento Nazionale scegliendo tra i propri componenti†sostituire il numero “9†(nove) con il numero “11†(undici) All’ art. 13.3 dove è scritto “ogni componente del Coordinamento Nazionale può votare da 1 a 9 candidati†sostituire il numero “9) (nove) con il numero “11†(undici).
  1. All’art. 9 aggiungere dopo l’ultimo capoverso: “L’esecutivo può invitare alla partecipazione alle proprie riunioni membri del Coordinamento Nazionale che hanno particolare rilevanza in merito a temi trattati o per funzioni operative svolte nell’organizzazioneâ€.
  1. All’art. 8 dove è scritto “I membri del Coordinamento restano in carica 2 anni†sostituire il numero “2†(due) con il numero “3†(tre).
  1. All’art. 10 dove è scritto “restano in carica per due anni. Alla fine del loro mandato possono ricandidarsi per altre due volte consecutive, in modo da restare in carica ininterrottamente al massimo sei anni†modificare in questo modo: “restano in carica per tre anni. Alla fine del loro mandato possono ricandidarsi per altre due volte consecutive, in modo da restare in carica ininterrottamente al massimo nove anni.
  1. All’art. 11 dove è scritto “Il Tesoriere resta in carica due anni†sostituire “due†con “treâ€.
  2. All’art. 2.3, all’ultimo capoverso, dove è scritto “Tutti gli incarichi hanno durata di due anni†modificare “due†con “treâ€.
  1. All’art. 8.1, al punto denominato “iâ€, dopo “eleggere i componenti dell’Esecutivo†aggiungere: “e tra i membri di questo il rappresentante legale dell’associazione “Potere al Popolo!†cui è attribuita la rappresentanza legale dell’Associazione su tutte le materie di fronte a terzi ed in giudizio e, congiuntamente al Tesoriere nazionale all’apertura e alla gestione di conti correnti specificiâ€.
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Meloni mente! E in Francia i suoi amici vorrebbero far fuori La France Insoumise. Ma non ce la faranno! Vi raccontiamo che sta succedendo.
Data articolo:Wed, 18 Feb 2026 21:21:01 +0000

Giorgia Meloni ha appena pubblicato un post che falsifica la realtà. Non è la prima volta, ma stavolta è grave perché c’è di mezzo la vita di tanti giovani ragazzi. Ma facciamo un passo indietro e cerchiamo di capire che sta succedendo in Francia.

La France Insoumise è in queste ore sotto attacco da parte di gruppi neofascisti, aizzati non solo dal Rassemblement National di Marine Le Pen, ma da tutto un sistema mediatico e politico che vuole “farla finita” con Mélenchon perché teme possa fare un grande risultato alle presidenziali del 2027.

I fatti: stamattina la sede centrale della France Insoumise a Parigi è stata evacuata per un allarme bomba. Militanti e lavoratori sono stati fatti uscire, perdendo un giorno di lavoro. Già ieri la stessa sede era stata fatta oggetto di un’azione di danneggiamento da parte di un gruppo di neofascisti che si è filmato rivendicando l’azione.

In questi ultimi giorni ben 15 sedi politiche ed elettorali della France Insoumise sono state attaccate in tutta la Francia, in quasi tutte le regioni. Gli attacchi, peraltro rivendicati, provengono da vari gruppuscoli fascisti, identitari, sciovinisti che già da tempo minacciano e spesso colpiscono la France Insoumise nel corso dei suoi meeting pubblici.

Stavolta però la violenza di questi gruppi ha fatto un salto di qualità, perché tali gruppi sono stati coperti, non solo dall’estrema destra del Rassemblement National di Marine Le Pen, ma anche dal centrodestra dei Repubblicani e dal centro di Macron.

Infatti è tutto l’arco politico e mediatico della borghesia francese che punta a isolare e reprimere la sinistra radicale, che ha nella France Insoumise e in Jean-Luc Mélenchon la sua espressione più popolare.

Alla vigilia delle elezioni amministrative locali, che sono una prova delle elezioni presidenziali del 2027, le forze tradizionali e filo-padronali hanno infatti paura della crescita della France Insoumise e dell’alleanza che sta tessendo tra giovani, lavoratori, abitanti delle periferie, gruppi marginalizzati e razzializzati.

E’ in questo quadro di fortissimo scontro politico – che vede una nuova generazione mobilitarsi per ostacolare sia le politiche anti-popolari di Macron che l’avanzata dell’estrema destra – che bisogna comprendere quanto accaduto a Lione giovedì 12 febbraio.

A Lione era in programma all’Istituto di studi politici la conferenza di Rima Hassan, famosa e apprezzatissima eurodeputata della France Insoumise, attivista della Freedom Flotilla partita per Gaza, militante anti-coloniale e pro-palestinese. Abbiamo avuto modo di ospitare Rima la scorsa primavera per un tour in Italia, proprio nelle università, e conosciamo la sua umanità, la sua capacità di analizzare e rivelare verità che alla televisione molti di noi non ascoltano. Per questo non ci sorprende come fossero centinaia gli studenti a volerla ascoltare.

Anche per questo, per la frustrazione che una francese dal nome per qualcuno “troppo arabo” fosse così tanto ascoltata, per cercare di avere un palcoscenico, un gruppo di neofasciste, Nemesis, si è presentato per contestare e impedire l’iniziativa. Attenzione a questo gruppo Nemesis: ha legami con il Rassemblement National di Le Pen e ora ha costituito una sua cellula italiana che è legata a Fratelli d’Italia (come ha dimostrato il reportage di Progetto Me-ti).

Il gruppo Nemesis aveva un servizio d’ordine composto di numerosi neofascisti che, come dimostrano i video disponibili in rete, a centinaia di metri dalla facoltà aggrediscono in modo premeditato – mascherati, armati di bastoni, spray, bengala – un gruppo di antifascisti.

Nello scontro che ne segue uno dei fascisti, Quentin Deranque, riceve dei colpi e rimane a terra. Successivamente si rialza e con un suo amico cammina per oltre un chilometro fin quando non vengono chiamati i soccorso e viene ricoverato. L’aggravarsi di uno stato già critico ne determina la morte due giorni dopo.

Subito diversi gruppi neofascisti ricordano Deranque come un militante presente in tutte le occasioni, comprese una marcia neonazista a Parigi di qualche mese fa, lo ricordano come membro del “servizio d’ordine” di Nemesis e gridano vendetta, dicendo che bisogna fare un morto tra gli antifascisti.

Da qui gli attacchi, le minacce di morte alle candidate e ai candidati della France Insoumise, che hanno visto anche danneggiate le loro abitazioni private.

Capite bene che le parole appena pubblicate da Giorgia Meloni rappresenta dunque un grande inganno che strumentalizza per i suoi fini una tragica vicenda: “La morte di un ragazzo poco più che ventenne, aggredito da gruppi riconducibili all’estremismo di sinistra…”.

Il solito vittimismo dei fascisti, che negano che siano i loro militanti ad aggredire e cercano di fomentare un clima da guerra civile. Ricordiamo che in Francia dal 2022, dunque IN SOLI 4 ANNI, i militanti neofascisti hanno ucciso ben 12 persone. Omicidi che certo non hanno avuto questa visibilità, né tantomeno meritato un minuto di silenzio da parte di tutte le forze politiche come è stato per Deranque.

Come hanno sottolineato i dirigenti della France Insoumise, quando la borghesia e i loro “cani da guardia” fascisti non hanno più argomenti, quando le loro ricette hanno fallito e distrutto un paese, allora, di fronte a chi si mobilita per costruire un avvenire differenze, scatenano la violenza per buttare tutto in caciara.

Un ragazzo morto tragicamente perché qualcuno gli aveva riempito la testa di idee violente e sbagliate, sta diventando a livello internazionale un simbolo per autorizzare una repressione contro i “nemici interni”. Perché non sia mai le forze popolari crescano, arrivino al potere, redistribuiscano la ricchezza, la tolgano dalle tasche di chi ha di più.

La France Insoumise dice che non bisogna cadere in provocazioni, vigilare, mettere al centro la politica e il programma di rinnovamento, continuare a lavorare con le masse popolari, a portare avanti le battaglie sociali e democratiche alla luce del sole.

Noi siamo con loro. A queste coraggiose e coraggiosi militanti va tutta la nostra solidarietà. Ma il nostro migliore contributo è sconfiggere anche qui il fascismo di Giorgia Meloni e del suo Governo. Cominceremo dal voto al referendum del 22 e 23 marzo e dal grande corteo nazionale di sabato 14 marzo.

Approfondimenti

Il Movimento Sem Terra come forza politica
Data articolo:Sun, 15 Feb 2026 21:45:36 +0000

Dal 19 al 23 gennaio 2026 a Salvador de Bahia, in Brasile, si è tenuto il 14° incontro nazionale del Movimento dos trabalhadores rurais sem terra del Brasile. L’MST, un movimento che da ormai 42 anni organizza circa 500.000 famiglie di lavoratrici e lavoratori agricole/i contro il dominio dei grandi proprietari terrieri e l’industria agricola, è diventato un punto di riferimento politico non solo per la sinistra brasiliana, ma per i movimenti emancipatori a livello globale.

All’incontro nazionale hanno partecipato 3000 delegate/i dell’MST provenienti da tutto il territorio brasiliano e un centinaio di rappresentanti politici e sociali dal resto del mondo. La conferenza non è solo stata l’occasione per rinnovare gli organi interni dell’organizzazione, ma – vista la situazione politica generale in cui versa l’intero continente latinoamericano – un momento per affermare il carattere internazionalista e antimperialista del movimento.

Abbiamo partecipato alla delegazione internazionale che ha seguito attivamente i lavori della conferenza dell’MST e vogliamo riportare le tematiche e i punti politici più rilevanti dell’incontro nazionale mettendole a disposizione delle compagne e dei compagni.

 

La centralità della questione agricola

Malgrado la lotta per la terra e la riforma agraria costituisca il nucleo dell’MST e le occupazioni (presa di controllo di terreni privati improduttivi), gli accampamenti (avvio di progetti produttivi e di alloggio nelle terre occupate) e gli insediamenti (progetti produttivi e sociali regolarizzati) del movimento abbiamo migliorato la vita di milioni di lavoratrici e lavoratori agricoli, in Brasile le disuguaglianze legate alla terra rimangono tra le più alte a livello mondiale. Come ha spiegato Sérgio Leite, professore all’Università federale rurale di Rio de Janeiro, ancora oggi l’1% dei proprietari controlla circa il 50% delle terre rurali brasiliane; questa percentuale sale al 70% se si considera il 10% più ricco dei proprietari terrieri. Dall’altro lato invece, i piccoli agricoltori che possiedono meno di 10 ettari controllano solo il 2% del territorio agricolo brasiliano. Siamo di fronte a un’estrema disuguaglianza per quel che riguarda l’accesso alla terra e il latifondo – cioè la grande estensione di terreno lasciata incolta o sulla quale si esercita un’agricoltura estensiva – rimane uno dei problemi fondamentali del Paese. “La riforma agraria è un progetto strategico per la sovranità popolareâ€, ha infatti affermato Leite.

Oggi, circa 10 milioni di lavoratrici e lavoratori rurali sono attivi nel settore agricolo, numero che corrisponde a circa l’8% dell’intera forza lavoro brasiliana (se si considera tutta la filiera agricola – produzione, trasporto, stoccaggio, servizi – questo numero aumenta a 28,5 milioni di lavoratori, cioè circa un quarto di tutta la forza lavoro del Paese). Se il latifondismo, l’iper-sfruttamento della forza lavoro e la presenza di piccoli produttori senza terra costituiscono una costante della questione rurale brasiliana, negli ultimi due decenni sono emersi anche importanti cambiamenti legati alla finanziarizzazione (crescita esponenziale di strumenti finanziari che fungono da collegamento tra i mercati dei capitali e l’industria agricola) e all’inserimento di capitale straniero (investimenti in mercati finanziari, strumenti di debito e partecipazioni) nel settore agricolo brasiliano. Questo ha avviato un processo di concentrazione produttiva e di inasprimento delle monocolture, che, a sua volta, ha aumentato i conflitti sociali e ambientali per la terra e i “beni comuni della natura†come per esempio l’acqua (termine utilizzato dalla Presidente dell’Associazione brasiliana per la riforma agraria Yamila Goldfarb).

In Brasile l’industria agricola legata all’export mondiale dei principali prodotti come soia, carne, zucchero e caffè rimane uno dei settori centrali d’investimento di capitale privato il cui contributo economico totale ammonta a circa 25% del PIL nazionale. Le lotte dell’MST sono una risposta a questa centralizzazione e concentrazione di capitale e confermano la teoria politica secondo cui i principali luoghi di agitazione delle lavoratrici e dei lavoratori “seguono†i settori trainanti dello sviluppo capitalistico e rispecchiano le dinamiche politiche ed economiche globali.

 

Analisi della congiuntura globale e l’internazionalismo dell’MST

Un altro elemento centrale che ha caratterizzato l’intera conferenza nazionale dell’MST è l’analisi della congiuntura globale in cui si inserisce la lotta per la riforma agraria e per il socialismo in Brasile. Ed è da questa analisi che risulta quello che viene considerato la spina dorsale attorno a cui la “carne viva†del movimento si sviluppa: l’internazionalismo.

La conferenza si è tenuta a due settimane dal sequestro del presidente venezuelano Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores, quindi durante uno dei momenti culminanti dell’ultima offensiva imperialista in America Latina. Il legame politico con il processo bolivariano è particolarmente articolato: da ormai 20 anni una brigata permanente dell’MST è presente in Venezuela lavorando nei settori dell’agroecologia, della sovranità alimentare e della formazione politica. Altre brigate dell’MST sono presenti in Haiti, in Zambia e in Palestina. Le brigate sono l’espressione vivente, oltre le sole dichiarazioni verbali, della solidarietà internazionale e del mutualismo dell’MST.

L’invasione USA in Venezuela ha quindi costituito il punto di partenza dell’analisi congiunturale volta a comprendere lo scenario internazionale, con una particolare attenzione allo stato dell’arte dell’imperialismo statunitense e alla necessità della costruzione di un fronte antimperialista popolare e su scala mondiale. L’economista e ricercatrice di Tricontinental Brasile, Juliane Furno, ha invitato a applicare una lettura materialista della congiuntura attuale: se guardiamo solo alla fotografia attuale, si può pensare che gli USA costituiscono l’unica forza politica, economica e militare al mondo; uno sguardo più dinamico e storico invece ci rivela una potenza in crisi egemonica, che sta perdendo influenza economica e legittimità politica a livello globale. L’imperialismo è quindi meno forte di come appaia a prima vista.

Nella stessa direzione ha argomentato l’autore Breno Altman che ha descritto la congiuntura politica internazionale come un “chiaroscuro tra il mondo unipolare che non vuole morire e il mondo multipolare che non riesce ad emergereâ€. Per rispondere alla sempre maggiore caduta del saggio del profitto, il capitale a guida statunitense ha agito espandendo il sistema di credito, aumentando lo sfruttamento della forza lavoro a livello globale e accaparrandosi le materie prime a basso costo nel Sud globale. Ma l’imperialismo si è anche trovato di fronte a forze che si sono opposte al suo modello di sviluppo (Cina in primis) o ha addirittura costruito un campo contro-egemonico agli Stati Uniti, come durante la fase più densa del chavismo e dell’integrazione regionale negli anni 2005-2012. Ed è proprio da queste esperienze che un nuovo progetto con caratteristiche fortemente antimperialiste e popolari deve emergere per combattere l’ascesa dell’ultradestra continentale.

Infine, la compagna dell’Assemblea internazionale dei popoli (AIP) Stephanie Weatherbee ha affermato che se gli strumenti imperialisti applicati in America Latina sono potenti, sarebbe un errore pensare che per questa ragione l’imperialismo è invincibile. Piuttosto, vale la pena rivolgere lo sguardo verso le debolezze dei progetti progressisti e rivoluzionari del continente, perché è esattamente in quegli spazi lasciati vuoti dalle forze politiche di sinistra che l’imperialismo si inserisce per rafforzarsi. Sono perlopiù quattro gli elementi che ha messo in evidenza: un’integrazione regionale debole anche tra i governi progressisti; una dipendenza economica dagli Stati Uniti anche laddove la sinistra va al governo; una debole unità ideologica delle forze progressiste del continente; un orientamento rivolto ancora troppo alle elezioni e alle istituzioni dello Stato e ancora in maniera insufficiente alla classe lavoratrice, l’unica vera forza sociale trasformatrice. E così, anche il multipolarismo non può essere semplicemente considerato, tout court, un antidoto contro l’imperialismo: “Il carattere progressista del multipolarismo dipende dal carattere progressista delle lotte di liberazione nazionaleâ€, che, aggiungiamo, a sua volta dipende dal livello della lotta di classe nei rispettivi Paesi.

 

L’MST come soggetto politico

Infine, vale la pena riportare il dibattito sul ruolo politico dell’MST in questa congiuntura politica nazionale e internazionale. Tanti sarebbero gli argomenti da affrontare, ma ci soffermiamo su quelli centrali e utili anche al nostro dibattito.

Il primo elemento è quello che il movimento chiama organicità, cioè la costante e reale partecipazione da parte della base militante alla vita dell’organizzazione. Può sembrare una discussione astratta, ma l’incontro nazionale stesso a cui hanno partecipato 3000 delegate/i ha mostrato la sua importanza pratica. Per garantire la partecipazione dal basso, non è sufficiente dare strutture all’organizzazione. Servono strumenti politici che permettono che queste strutture vengano vissute attivamente e non semplicemente subite passivamente. Per garantire l’organicità quindi, l’organizzazione deve radicarsi nel tempo e nella vita quotidiana delle e dei militanti: servono quadri politici capaci di integrare la linea politica dell’organizzazione, di trasmetterla alla propria base, di assorbire il dibattito sviluppatosi alla base e riportarlo negli organi superiori dell’organizzazione. La formazione politica popolare è uno degli strumenti fondamentali per aumentare la capacità del popolo organizzato di trasformarsi in soggetto politico permanente, non solo massa mobilitata a intermittenza. Per sistematizzare la formazione politica, nel 2005 l’MST ha aperto una scuola nazionale di formazione politica (Escola Nacional Florestan Fernandes) che ormai ha assunto un ruolo internazionale. Durante la conferenza a Salvador, un militante di base dell’MST ha preso la parola e ha detto: “Ci auguriamo che l’ENFF possa ispirare tutte le organizzazioni amiche qui presenti. Costruite tante piccole ENFF in giro per il mondo! Perché a partire da quando i lavoratori iniziano a far parte di un’organizzazione, l’organizzazione ha la responsabilità di elevare la loro coscienza, e lo può fare solo con la forza collettiva dell’organizzazione stessaâ€.

Un secondo elemento riguarda l’obiettivo strategico dell’organizzazione. A tal proposito, il dirigente nazionale Neuri Rossetto ha spiegato: “Se vuole sopravvivere nel tempo, una forza politica ha bisogno di un orizzonte strategico, un progetto di società, una collocazione nella lotta di classeâ€. L’obiettivo strategico dell’MST si riassume nello slogan “terra, riforma agraria, socialismoâ€. In questa prospettiva socialista si tratta quindi di uscire – per recuperare categorie gramsciane come lo ha fatto la professoressa dell’università di Minas Gerais Cristina Bezerra – dalla “piccola politicaâ€, quella quotidiana, da corridoio, in cui ci vuole costringere la classe dominante, per assumersi la responsabilità della “grande politicaâ€, cioè quella progettuale, egemonica, capace di risolvere i problemi sociali che la base economica produce. Questo implica inoltre la necessità di affrontare le difficoltà interne all’organizzazione (e non paralizzarsi di fronte ad esse), perché solo andando oltre le difficoltà si correggono errori, si avanza sul piano generale e si migliora la capacità di incidere sulla “grande politicaâ€. Infine, una forza politica che affronta la sfida della “grande politica†ha bisogno di mobilitare costantemente le masse, perché senza di essa smette di essere una reale forza politica.

Un terzo e ultimo elemento invece riguarda il futuro prossimo dell’azione politica dell’MST. Se l’MST insiste molto sulla fermezza degli obiettivi strategici e sulla disciplina della militanza, l’organizzazione ha anche un approccio flessibile per quel che riguarda gli obiettivi tattici e, di conseguenza, le necessità organizzative a tal proposito. A ottobre 2026 si terranno le elezioni politiche e legislative nazionali. Le esperienze del “colpo di Stato†contro l’allora presidente Dilma Rousseff nel 2016 e del governo ultradestra di Bolsonaro dal 2019 al 2022 sono ben presenti nella memoria del movimento. Oggi, l’MST è consapevole che l’ingerenza imperialista potrebbe mettere a rischio l’elezione di Lula (che a sorpresa si è presentato a Salvador alla chiusura dell’incontro!). Per difendere le proprie forme di azione, l’MST si sta preparando alla campagna elettorale dell’autunno prossimo. Ma l’MST non si perde nella tattica: questa campagna elettorale è solo un ulteriore tassello nell’obiettivo strategico generale volto a costruire un campo politico popolare capace sia di indicare i cambiamenti strutturali di cui il Paese ha bisogno che di lottare per raggiungere i propri obiettivi: terra, riforma agraria, socialismo.

Approfondimenti

“Senza le masse, non riusciremo ad andare oltre la logica del capitaleâ€
Data articolo:Sun, 15 Feb 2026 21:28:48 +0000

In occasione del 14° incontro nazionale del Movimento dei lavoratori rurali senza terra (MST), abbiamo avuto modo di porre qualche domanda a João Pedro Stedile, leader storico del movimento fondato 42 anni fa. Stedile colloca il lavoro politico e sociale dell’MST nella congiuntura politica nazionale e internazionale.  

***

PaP: Il continente latinoamericano sta vivendo una nuova offensiva imperialista il cui momento culminante è stato il sequestro del presidente venezuelano Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores. Quali posizioni sta assumendo il governo di Lula di fronte a questo momento storico per il continente?

JPS: Il Brasile è la principale economia dell’America Latina che con circa 220 milioni di abitanti conta la popolazione più numerosa e che possiede fondamentali risorse naturali. Per questo motivo, nell’attuale contesto geopolitico il Brasile è un Paese strategico all’interno di un continente strategico e decisivo per quel che riguarda lo scontro per l’egemonia globale. Tuttavia, la borghesia brasiliana è servile ed egocentrica e non ha nessun progetto di sviluppo nazionale. Allo stesso tempo, per quel che riguarda la nostra parte all’interno del Paese, le organizzazioni della classe lavoratrice cercano di riprendersi dopo gli attacchi che hanno dovuto subire a partire dal colpo di Stato del 2016.

Questi elementi si articolano in un governo composto da un’ampia coalizione. Con le elezioni di Lula nel 2022, si è riusciti a cacciare il fascismo dal governo, ma questa larga composizione del governo deve quotidianamente bilanciare gli interessi delle élite da una parte e delle classi popolari dall’altra. In termini di politica estera, dobbiamo anche considerare che l’Itamaraty – il Ministero degli Affari Esteri – è stato (ed è) storicamente costituito da segmenti, interessi e concezioni legati alle élite e alle oligarchie del Paese, il che contribuisce alla formazione di un corpo diplomatico prevalentemente burocratico, tecnocratico ed elitario.

Da un lato Lula ha assunto posizioni ferme e necessarie: si è per esempio sforzato a riorganizzare i BRICS, un coordinamento tra Paesi che chiaramente disturba l’impero, e non ha evitato il confronto con Trump sui dazi. Dall’altro lato, però, continua ad assumere posizioni completamente sbagliate, come quando ha posto il veto all’ingresso del Venezuela nei BRICS che avrebbe potuto rappresentare un ostacolo all’attacco imperialista del 3 gennaio, o quando si è espresso favorevole all’accordo commerciale Mercosur-UE.

Quindi, in momenti di scontro diretto per l’egemonia mondiale, avere un governo progressista in Brasile si è rivelato fondamentale per contrastare gli interessi dell’impero nel continente. Ma di fronte alla nuova fase dell’offensiva imperialista, è necessario che il governo brasiliano assuma posizioni ancora più ferme e articolate a difesa del continente. E questo passerà necessariamente attraverso il contrasto agli interessi delle élite latinoamericane. Ma è il prezzo da pagare in un momento in cui la mediazione tra gli interessi delle élite e quelli dei popoli è sempre meno praticabile.

 

PaP: Dal punto di vista elettorale, con le elezioni prima in Colombia e in Brasile dopo, il 2026 sarà un anno decisivo per quel che riguarda la capacità di resistere all’imperialismo e all’estrema destra. Come valuti il ruolo antimperialista dei governi progressisti in America Latina?

JPS: I governi, da soli, non fermano l’imperialismo. Ad esempio, non sono stati i governi a fermare l’avanzata della Zona di libero scambio delle Americhe (ALCA), ma il popolo latinoamericano in lotta. Certamente, è fondamentale avere governi non allineati all’imperialismo, soprattutto in un periodo di conflitti geopolitici così accesi.

In questo momento, l’esistenza di governi che cedono i nostri beni comuni della natura, che approfondiscono la nostra deindustrializzazione, che aprono la strada ad offensive militari imperialiste e, soprattutto, che non costruiscono un progetto di sviluppo sovrano per i Paesi, rappresenta un arretramento molto significativo per il continente. L’America Latina è centrale nei conflitti geopolitici globali, sia per la dimensione della sua popolazione che per l’importanza delle sue economie e delle risorse naturali presenti sul nostro territorio.

Tuttavia, l’aspetto centrale è quello di muovere i rapporti di forza estendendo le lotte anti-imperialiste nel continente capaci di fare pressione sui governi progressisti perché assumano un’agenda anti-imperialista.

In altre parole, tanto importante quanto eleggere governi progressisti è riuscire a inserire nell’agenda politica del continente lotte anti-imperialiste di massa, che denunciano l’offensiva dell’impero sull’America Latina, che si solidarizzano con i popoli attaccati e che indicano alternative per superare questo scenario.

 

PaP: Al 14° incontro nazionale dell’MST, lo storico brasiliano e compagno del Partito dei lavoratori (PT) Valter Pomar ha spiegato che la vittoria di Lula a ottobre è “quasi certaâ€. Quali sono le tue valutazioni delle elezioni brasiliane di ottobre 2026?

JPS: Dopo la distruzione causata dal governo Bolsonaro tra il 2019 e il 2022, Lula è riuscito a ricostruire alcune politiche importanti. Questo si è riflesso in alcuni indicatori socio-economici: la disoccupazione e la povertà assoluta sono diminuite, il Brasile è uscito dalla classifica mondiale dei Paesi in cui si soffre la fame etc.

La destra oggi è ancora molto divisa riguardo al suo candidato. Ratinho Junior, Ronaldo Caiado, Flávio Bolsonaro, Michelle Bolsonaro e altri continuano a scontrarsi su chi sarà il candidato presidente di questo schieramento politico. Quindi, sì, è vero quando Pomar dice che esiste uno scenario favorevole alla vittoria elettorale di Lula.

Ma in queste elezioni ci sono tuttavia due fattori da prendere in considerazione. Il primo è l’interesse delle élite. Nulla garantisce che le élite confermeranno il loro sostegno a Lula. Essendo un governo di ampio fronte (caratteristica che dovrebbe confermarsi nel 2026), dovrebbe anche garantire dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. Ma in uno scenario strutturale in cui il tasso di profitto dei capitalisti va sempre più restringendosi, il margine per ampliare le politiche pubbliche a favore della classe lavoratrice è praticamente inesistente. Quindi, se le élite percepiranno la fattibilità di altre candidature, allora la vittoria di Lula non sarà così certa.

Il secondo fattore è l’interesse dell’imperialismo. Certo, l’impero è solo una frazione delle élite, ma con degli interessi ben specifici. Trump ha già dimostrato la sua disponibilità a interferire nei processi elettorali interni, come per esempio in Argentina a favore di Milei. Anche se Lula sta parlando della grande intesa che ha trovato con il presidente degli Stati Uniti, nulla garantisce che Trump non tenterà di intervenire nelle nostre elezioni. Sappiamo come agisce la macchina imperialista e conosciamo la sua potenza. Per questo non possiamo dubitare della possibilità che Trump agisca apertamente a favore dell’elezione di un altro candidato, in opposizione a Lula.

 

PaP: Una delle grandi questioni con cui si confrontano le forze politiche di sinistra è l’incertezza del post-Lula. All’incontro di gennaio, l’MST ha dedicato una discussione al tema “L’MST come forza politicaâ€. Sarà il movimento a colmare il vuoto che Lula lascerà nel prossimo futuro? Come valuti le capacità del PT e degli altri partiti della sinistra brasiliana di avere un ruolo futuro?

JPS: Uno degli elementi centrali del dibattito sull’MST come forza politica è la creazione di un campo politico in grado di smuovere e mobilitare le masse. Non si tratta di un individuo o un partito, ma di un campo politico, dotato di un progetto politico, che ha le condizioni per condurre la lotta per dei veri cambiamenti.

Il punto strategico per il prossimo periodo non è occupare il vuoto lasciato da Lula, ma la capacità di creare questo campo politico volto a costruire un progetto politico che indichi le trasformazioni strutturali del Paese; a riprendere i processi di lavoro di base, l’organizzazione delle classi popolari e l’innalzamento del livello di coscienza delle masse; ad avanzare nelle lotte di massa, ampie, volte a modificare il rapporto di forze e a ottenere conquiste per la classe lavoratrice.

Queste sono le questioni fondamentali che devono guidare la costruzione di questo campo politico. La democrazia rappresentativa della società borghese si è ormai esaurita. Se nel prossimo periodo collochiamo la nostra lotta principalmente in questo campo elettorale e istituzionale, verremo travolti dalla barbarie.

In questo senso, il ruolo dell’MST non è quello di occupare il posto di Lula, ma di contribuire alla costruzione di questo campo politico. Il dibattito sulla forza politica non nasce solo per costruire l’azione elettorale, ma per sottolineare la centralità dell’unità attorno a un progetto, dell’innalzamento del livello di organizzazione e politicizzazione delle masse e delle lotte popolari.

 

PaP: L’incontro nazionale di gennaio è stato un grande successo e l’MST ha dimostrato di essere all’avanguardia per quel che riguarda la visione politica e le capacità organizzative, e questo a livello globale. Quali sono le sfide future del movimento, sia in Brasile che a livello globale?

JPS: La nostra sfida continua ad essere quella di organizzare le famiglie delle lavoratrici e dei lavoratori rurali senza terra in Brasile per raggiungere la riforma agraria popolare. Questo è il nostro primo compito. Ma, nel contesto attuale, per raggiungere questo obiettivo, dobbiamo sconfiggere il latifondo e l’agribusiness (entrambi sempre più articolati a livello internazionale e con un progetto politico chiaro), e questa è la nostra seconda sfida.

La terza sfida, in stretto legame con la lotta contro l’agribusiness, è la produzione alimentare; combattere l’industria agroalimentare significa superare le sue contraddizioni e questo significa costituire un progetto agricolo orientato alla produzione di alimenti sani per il popolo, attraverso l’agroecologia. Questo è un progetto che è esattamente l’opposto di ciò che fa l’industria agroalimentare. Di fronte a questa sfida, la diffusione dell’agroecologia è fondamentale, dobbiamo capire che la nostra scala di produzione deve essere all’altezza del compito di nutrire tutta la popolazione brasiliana. Per questo è fondamentale sviluppare le nostre forze produttive.

La quarta sfida, che sta diventando sempre più importante, è prendersi cura della natura. Le contraddizioni strutturali del capitalismo porteranno alla fine dell’umanità. Se non fermiamo la furia del capitale, esso distruggerà insieme la natura e gli esseri umani. In questo senso, dobbiamo combattere le false soluzioni alla crisi ambientale proposte dai capitalisti e fermare la loro fame distruttiva. Ciò significa conquistare politiche che garantiscano il recupero delle aree degradate e che incoraggiano la cura come valore in sé e non come forma di profitto, come sostiene la finanziarizzazione della natura.

La quinta sfida, come già detto sopra, è la necessità di avanzare nella lotta anti-imperialista. L’impero è minacciato e, per questo, più violento. Per questo motivo non nasconde più i suoi interessi in Palestina, Iran, Colombia, Venezuela, Cuba, Messico, i Paesi del Sahel e tanti altri. La nostra priorità qui è quella di solidarizzare con tutti i popoli colpiti dall’impero – e sappiamo che la solidarietà si fa con azioni concrete.

La sesta sfida è ampliare le lotte popolari che racchiudono in sé le condizioni per portare avanti i cambiamenti strutturali di cui abbiamo bisogno. E la strada per farlo è il dialogo con il popolo, il lavoro di base e l’innalzamento del livello di organizzazione e coscienza delle masse. Senza le masse, non riusciremo ad andare oltre la logica del capitale.

News & media

Potere al Popolo si rinnova! Elezioni di portavoce e organismi interni
Data articolo:Thu, 12 Feb 2026 11:12:08 +0000

VAI AI RISULTATI!

Dal 14 al 21 febbraio, se hai aderito a Potere al Popolo entro il 31/12/2025, puoi votare per rinnovare il Coordinamento Nazionale, i Portavoce e la Commissione di Garanzia e per esprimerti sulle modifiche statutarie proposte dal Coordinamento Nazionale!

QUANDO E DOVE SI VOTA?

Le urne virtuali saranno aperte dal 14 febbraio alle ore 9:00 al 21 febbraio alle ore 23:00.

Le votazioni avvengono sulla piattaforma ELIGO, votare è davvero semplicissimo e ti prenderà pochi minuti.

COSA SI VOTA?

Ogni aderente avrà accesso a 4 schede relative al rinnovo degli organismi – Coordinamento Nazionale (lista Nazionale), Coordinamento Nazionale (lista regionale), Portavoce, Commissione di Garanzia – e 8 schede relative alle proposta di modifica dello Statuto. Qui trovi le candidature e le proposte statutarie!

COME SI VOTA?
Ogni aderente riceverà sulla propria casella mail con cui ha aderito le proprie credenziali (USERNAME e PASSWORD) e il link per accedere al voto. Controlla sempre anche nella casella spam!

Una volta effettuato il log in avrà accesso alle schede in votazione.

Per il rinnovo degli organismi (CN, PORTAVOCE, COMMISSIONE DI GARANZIA) ogni scheda riporta il numero massimo di preferenze esprimibili e l’oggetto della votazione.
Attenzione al rispetto della parità di genere nell’espressione del voto!

Per le proposte di modifiche statutarie ogni scheda riporta la modifica proposta e su cui esprimere un giudizio (favorevole, contrario o astenuto).

In fondo a questo articolo trovi alcune immagini di tutorial.

POSSO MODIFICARE IL MIO VOTO? COME FACCIO A SAPERE SE HO VOTATO?
No, una volta inviato il voto non sarà più modificabile.
Verrà inviata una mail di conferma dell’avvenuta votazione.

COSA POSSO FARE SE NON RICEVO LA MAIL PER IL VOTO O SE HO PROBLEMI TECNICI?
Se hai difficoltà o domande scrivici all’indirizzo mail assistenza.adesioni@poterealpopolo.org oppure all’indirizzo elettoralepoterealpopolo@gmail.com

———————
Le principali date da ricordare:

  1. Entro il 1 febbraio:
    – le assemblee regionali si riuniscono e inviano alla commissione di garanzia le candidature per le liste regionali e le candidature a membro della commissione di garanzia;
    – i candidati al coordinamento nella lista nazionale inviano alla commissione di garanzia le loro candidature corredate dalle firme necessarie a supporto;
    – i candidati a portavoce inviano le loro candidature corredate dalle firme necessarie alla commissione di garanzia;
  2.  Dal 2 al 6 febbraio la commissione di garanzia controlla le candidature inviategli e pubblica l’elenco dei candidati ufficiali (per il coordinamento, per i portavoce, per la commissione di garanzia) sul sito di www.poterealpopolo.org
  3. Dal 14 al 21 febbraio si svolgono le votazioni online di tutti gli aderenti per elezione di coordinamento nazionale, portavoce, commissione di garanzia.

PER CONOSCERE I CANDIDATI E LE PROPOSTE IN VOTAZIONE CLICCA QUI!

PER INFO E ASSISTENZA:
assistenza.adesioni@poterealpopolo.org
elettoralepoterealpopolo@gmail.com

 

News & media

Il Decreto (in)sicurezza non serve a migliorare la tua vita, ma a rendere l’Italia un paese più ingiusto.
Data articolo:Sun, 08 Feb 2026 10:23:58 +0000

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha autorizzato il Decreto Sicurezza del Governo Meloni, ennesima norma liberticida che, in scia con decreti e “pacchetti” simili degli ultimi anni, punta concretamente a limitare il diritto al dissenso, l’organizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici e a colpire le fasce più deboli della popolazione.

Non è un caso che questa norma venga introdotta a valle del movimento Blocchiamo Tutto che ha fatto tremare il Governo Meloni per la sua complicità con il genocidio in Palestina. Un movimento che ha riattivato un’opposizione sociale in un paese che era dato per morto, e che ha avuto riflessi anche nella grande partecipazione di piazza a Torino contro lo sgombero di Askatasuna.

Ecco le norme più impattanti:

  • Fermo Preventivo per manifestanti di 12 ore

La Polizia può trattenere fino a 12 ore per accertamenti, in concomitanza con una manifestazione, persone “trovate in possesso di strumenti atti a offendere o con precedenti penali o segnalazioni di polizia per reati commessi con violenza su persone o cose in occasione di pubbliche manifestazioni negli ultimi 5 anni”. Dovrà essere interessato un magistrato, ma intanto nei fatti il diritto a manifestare viene leso.

  • Scudo Penale, non solo per i poliziotti

In caso di reati commessi dalle forze dell’ordine o da privati, quando risulta presente una giustificazione (come la legittima difesa, l’adempimento di un dovere, l’uso legittimo delle armi o lo stato di necessità) non scatta più l’iscrizione automatica nel registro degli indagati. Ma tanto in Italia non esistono abusi di polizia, né commercianti dal grilletto facile. O no?

  • Divieto di partecipazione alle manifestazioni per condannati gravi

Chi è stato condannato definitivamente per reati come attentato per finalità terroristiche, devastazione e saccheggio, lesioni contro agenti, non potrà più partecipare a manifestazioni pubbliche. Il questore può obbligare la persona a presentarsi in questura durante l’evento.

  • Zone rosse e Daspo Urbani (sì, quello di Minniti) rafforzati

Il divieto di sostare nelle Zone rosse è esteso a chi è stato condannato O ANCHE SOLO DENUNCIATO per reati commessi in proteste di piazza. Inoltre si consegna nei fatti ai prefetti la possibilità di individuare le Zone Rosse senza alcun rapporto con le amministrazioni locali. La libertà di circolazione va a farsi friggere.

  • Salta la cauzione sui cortei ma pene salatissime per le manifestazioni non autorizzate

La cauzione da versare prima dei cortei, che limiterebbe il diritto a manifestare, salta, ma il Governo aggira l’ostacolo prevedendo la depenalizzazione della Manifestazione non autorizzata sostituita da una maxi sanzione fino a 20mila euro. Nei fatti qualsiasi picchetto, corteo o blocco di lavoratori come quelli autunnali sarebbe sanzionabile con multe salatissime.

  • Sgomberi accelerati per tutte le case occupate

Il via libera alle Forze dell’Ordine per sgomberare rapidamente le seconde case (portando gli sgomberi immediatamente attuabili a oltre 10mila), è un regalo enorme alla rendita fondiaria e a un mercato degli affitti gonfiato a dismisura, mentre non c’è traccia di misure volte a garantire il diritto alla casa (come un tetto agli affitti, il recupero di immobili pubblici o di grandi proprietà sfitte a fini di edilizia residenziale pubblica, o banalmente un rifinanziamento del Fondo per la morosità incolpevole, tagliato dal Governo Meloni).

Lo scopo del provvedimento è dunque da un lato quello concreto di mettere sempre più in difficoltà il tessuto organizzativo, associativo, sindacale, che permette concretamente la costruzione del dissenso e dell’opposizione nel paese; dall’altro quello di spostare sul tema della “sicurezza” il dibattito pubblico, distogliendo l’attenzione da temi più materiali come l’aumento della spesa per armamenti, specchio della sudditanza del Governo Meloni all’amministrazione Trump, mentre la maggioranza della popolazione vede peggiorare le proprie condizioni di vita materiali.

Il gioco del Governo è facilitato da un’opposizione parlamentare del tutto INCONSISTENTE che, invece di organizzare un conflitto sui salari, sulle pensioni, su una sanità in costante declino, critica il Governo per le poche risorse destinate alle forze dell’ordine. Siamo il primo tra i grandi paesi Europei per rapporto tra forze dell’ordine e popolazione, ampiamente sopra la media UE, e contemporaneamente siamo fanalino di coda nel rapporto tra dipendenti pubblici e popolazione. Eppure per Schlein, Conte, Magi e il duo Bonelli/Fratoianni ci sono troppi pochi agenti in Italia. Ok.

D’altronde alcune di queste norme (pensiamo al Daspo Urbano e alle Zone Rosse, o al Decreto Lupi sulle case occupate) sono state introdotte dallo stesso centrosinistra, che in nome della rendita e dell’industria turistica ha inteso gestire i problemi sociali come se fossero problemi di ordine pubblico.

L’intento dei vari pacchetti sicurezza, a prescindere da chi li abbia promulgati, è infatti chiaro: non disturbare il manovratore. Che nessuno si metta in testa di contestare il posizionamento supinamente-filo USA dell’Italia, i piani di riarmo, il trasferimento costante di ricchezza nelle tasche dei più ricchi, la privatizzazione continua e costante di pezzi del nostro patrimonio industriale o le grandi speculazioni a favore dei costruttori.

Di fronte a queste norme liberticide, organizzare una opposizione indipendente e popolare è ancora più urgente e necessario.

News & media

Rinnovo organismi interni 2026: ecco candidate/i e proposte
Data articolo:Sat, 07 Feb 2026 10:12:41 +0000

Elenco Candidate/i al Coordinamento nazionale eleggibili su BASE REGIONALE

Abruzzo
1. Gianluca Ciaccio

Calabria
1. Fabrizia Passafaro

Campania
1. Ivan Acunzo
2. Filippo Buono
3. Chiara Capretti
4. Michele Franco
5. Matteo Giardiello
6. Antonio Giardino
7. Rosanna Iorio
8. Maria Ledonne
9. Francesca Licata
10. Andrea Ponticelli
11. Massimo Sgroi
12. Sabrina Stile
13. Fabio Trezza

Emilia-Romagna
1. Latifa Ben Hafsia
2. Andrea Bui
3. Antonio Corlianò
4. Flora De Carlo
5. Roberto Gentilini
6. Susanna Giorio
7. Guido Mascioli
8. Klaus Papanikolla
9. Chiara Pollio
10. Paolo Rizzi
11. Gianfranco Santini
12. Erika Trombi
13. Francesco Vittori

Friuli-Venezia Giulia
1. Silvia Di Fonzo

Lazio
1. Alberto Albanese
2. Giulia Calò
3. Margherita Cantelli
4. Claudio Caratelli
5. Bianca Haydee Clemente
6. Sabrina Monia Crespi
7. Giovanna di Matteo
8. Beatrice Gamberini
9. Mauro Luongo
10. Francesco Olivo
11. Francesca Perri
12. Fabio Sciatore
13. Luca Simeone
14. Claudio Stamegna

Liguria
1. Gianna Licitra
2. Valerio Villanova

Lombardia
1. Didier Alessio Contadini
2. Graziano Cuter
3. Federica Illiano
4. Marco Rossi
5. Salvatore Sorace
6. Bianca Miriam Tedone

Marche
1. Arianna Buda

Piemonte
1. Rosa Bartiromo
2. Alberto Bausola
3. Francesca Bertini
4. Luigi Celebre

Puglia
1. Laila Cagnolo
2. Silvio Donato D’Urso

Sardegna
1. Nouhaila Benbiga

Sicilia
1. Benedetto Prestifilippo

Toscana
1. Fernando De Luca
2. Matteo Di Fiore
3. Maria Piera Fusi
4. Antonella Giannoni
5. Nicoletta Gini
6. Paolo Kutufà
7. Camilla Carola Marri
8. Leonardo Niccolai
9. Francesca Trasatti

Umbria
Valerio Tobia

Val D’Aosta
Dalia Ismail

Veneto
1. Emanuele La Banca
2. Alessia Panio
3. Nicola Tommasone

Estero
1. Maurizio Coppola

Elenco Candidate/i al Coordinamento nazionale eleggibili su BASE NAZIONALE
1. Lorenzo Alba
2. Viola Carofalo
3. Mauro Casadio
4. Giorgio Cremaschi
5. Nicoletta Dosio
6. Gianpiero Laurenzano
7. Anna Maurizi
8. Claudia Ortu
9. Salvatore Prinzi
10. Rosa Sica

Candidate/i Portavoce nazionali

1. Marta Collot
2. Giuliano Granato

Elenco Candidate/i alla Commissione di Garanzia

1. Virginia Amorosi
2. Biagio Borretti
3. Sergio Cararo
4. Manuela Cibellis
5. Giulio Cicalese
6. Patrizia Cortellessa
7. Antonia Tubelli


Di seguito le modifiche statutarie che verranno poste in votazione.
1) Proposta sui tavoli di lavoro

All’art. 8.2 dove è scritto “Il Coordinamento Nazionale si costituisce in Tavoli di Lavoro†modificare in questo modo: “Il Coordinamento Nazionale, laddove lo ritenga necessario, può costituirsi in Tavoli di Lavoroâ€.
2) Proposta di allungare a 3 anni la durata del mandato della Commissione di Garanzia.
All’art. 12 dove è scritto “I/le commissari/e rimangono in carica 2 anni” sostituire il numero “2†(due) con il numero “3†(tre).
3) Proposte su Esecutivo 
All’ art. 9 dove è scritto “9 componenti eletti dal Coordinamento Nazionale scegliendo trai propri componenti†sostituire il numero “9†(nove) con il numero “11†(undici)

All’ art. 13.3 dove è scritto “ogni componente del Coordinamento Nazionale può votare da 1 a 9 candidati” sostituire il numero “9) (nove) con il numero “11” (undici)

3.1) Proposte su Esecutivo – 2

All’art. 9 aggiungere dopo l’ultimo capoverso: “L’esecutivo può invitare alla partecipazione alle proprie riunioni membri del Coordinamento Nazionale che hanno particolare rilevanza in merito a temi trattati o per funzioni operative svolte nell’organizzazione”

4) Proposta di allungare a 3 anni la durata del mandato del Coordinamento Nazionale.
All’art. 8 dove è scritto “I membri del Coordinamento restano in carica 2 anni†sostituire il numero “2†(due) con il numero “3†(tre)
5) Proposta di allungare la durata del mandato dei Portavoce a 3 anni.
All’art. 10 dove è scritto “restano in carica per due anni. Alla fine del loro mandato possono ricandidarsi per altre due volte consecutive, in modo da restare in carica ininterrottamente al massimo sei anni†modificare in questo modo:
“restano in carica per tre anni. Alla fine del loro mandato possono ricandidarsi per altre due volte consecutive, in modo da restare in carica ininterrottamente al massimo nove anni.
6) Proposta di allungare la durata del mandato del tesoriere a 3 anni.

All’art. 11 dove è scritto “Il Tesoriere resta in carica due anni” sostituire “due” con “tre”.

7) Proposta di adeguare la durata dei responsabili delle AT e GDA a 3 anni.
All’art. 2.3, all’ultimo capoverso, dove è scritto “Tutti gli incarichi hanno durata di due anni” modificare “due” con “tre”.

8) Proposta su legale rappresentante
All’art. 8.1, al punto denominato “i”, dopo “eleggere i componenti dell’Esecutivo†aggiungere: “e tra i membri di questo il rappresentante legale dell’associazione “Potere al Popolo!†cui è attribuita la rappresentanza legale dell’Associazione su tutte le materie di fronte a terzi ed in giudizio e, congiuntamente al Tesoriere nazionale all’apertura e alla gestione di conti correnti specifici”.
News & media

Noi in piazza ieri a Torino c’eravamo. Ecco quello che abbiamo visto.
Data articolo:Sun, 01 Feb 2026 08:38:02 +0000

Abbiamo visto un corteo enorme di 50mila persone, di cui molte del quartiere Vanchiglia, famiglie con bambini, lavoratori e lavoratrici, tantissimi e tantissime giovani (sì, giovani, proprio quelli di cui ci si lamenta che non partecipano mai e che ieri sono scesi in tantissimi in piazza).

Un corteo di 50mila persone in una qualsiasi normale democrazia sarebbero un fatto politico di cui discutere. Ma evidentemente non è così: il Governo, con il beneplacito di una opposizione mediatica e politica INCONSISTENTE, vuole che ci concentriamo su un frammento della giornata di ieri – ossia un momento specifico di uno scontro di piazza – pur di stravolgerne completamente la lettura e il senso.

In una normale democrazia, il giorno dopo dovremmo chiederci tutte e tutti: perché quelle 50mila persone sono scese in piazza?

Sicuramente per difendere una storia, perché Askatasuna è tante cose diverse: una comunità di compagni e compagne, radicata nel territorio torinese, che si organizza per rivendicare diritti; una grande varietà di attività sociali (il doposcuola, la palestra, la possibilità di vivere uno spazio dove non paghi 7 euro seduto a un tavolino per un caffè). Insomma, per difendere la bellezza di un vero centro sociale.

Erano in piazza per difendere la nostra dignità. Perché il genocidio a Gaza continua con la nostra complicità, senza che si interrompano le collaborazioni con Israele; perché si continua a morire sul lavoro e ad essere pagati con salari da fame; perché continuano i femminicidi; perché continua ad essere insostenibile l’affitto e la speculazione su beni essenziali ed aumentano le difficoltà di tanti che non sono “figli di” in questo paese.

Di tutte queste ragioni, nei tweet dei politici, nei titoli e negli editoriali apparsi nelle pagine della stampa italiana, tranne rarissime eccezioni, non c’è traccia.

Certo, abbiamo visto la violenza: abbiamo visto persone schedate all’arrivo durante il tragitto, impedite nel loro diritto a manifestare coi fogli di via. Persone costrette a scappare per i lacrimogeni sparati ad altezza uomo, malmenate con numerose manganellate alla schiena. Abbiamo visto, dal giorno dello sgombero di Askatasuna, il 18 dicembre, un quartiere militarizzato, con scuole chiuse e posti di blocco. Abbiamo visto la ricerca spasmodica, da parte del Ministero dell’Interno, dello scontro. E verrebbe da chiedersi: c’era davvero bisogno di spendere tutti quei soldi pubblici per mettere mille agenti a difendere un immobile vuoto? Non ci sarebbero altre priorità per Torino?

Purtroppo la domanda è retorica, perché è chiaro lo scopo del governo Meloni a cui anche l’opposizione di centrosinistra si sta prestando: deviare l’attenzione dai veri problemi del paese e dalle vere ragioni della piazza per alimentare la propria agenda politica, la riforma della magistratura, il nuovo decreto sicurezza, una finanziaria che non mette soldi su nulla, mentre il paese cade letteralmente a pezzi come abbiamo visto a Niscemi.

Non facciamoci ipnotizzare: non fissiamoci su un frammento perdendo di vista la grande partecipazione di piazza di ieri. C’è un pezzo di paese che non accetta la chiusura di spazi di democrazia e di partecipazione popolare che vorrebbero imporci. Sta a noi far sì che non si disperda. Sta a noi dargli voce, organizzazione, programma.

News & media

La nostra scuola è antifascista. Qualche riflessione sul questionario di Azione Studentesca
Data articolo:Fri, 30 Jan 2026 13:47:07 +0000

Sta facendo il giro delle chat studentesche e insegnanti il questionario distribuito in diverse scuole italiane da Azione studentesca, organizzazione giovanile legata a Fratelli d’Italia, mirante a segnalare i professori accusati di “fare propaganda di sinistra”.

La tempistica della campagna è quantomeno sospetta: il tutto accade dopo che la scuola, nei mesi di settembre e ottobre, è stata scossa da un rifiuto etico e politico della complicità del Governo con il genocidio in Palestina, riempiendo, insieme ad altri gruppi di lavoratori, le piazze di tutto il paese.

I questionari di Azione studentesca infatti, lungi dall’essere scritti “dal basso”, sono in realtà in perfetta continuità con il tentativo da parte della maggioranza di Governo, ma anche dell’opposizione di centrosinistra, di ridurre la libertà di insegnamento e gli spazi di democrazia nelle scuole. Ci riferiamo alle intromissioni del Ministero e degli Uffici scolastici di alcune regioni nelle discussioni dei collegi docenti, ai tentativi di schedatura delle proteste e addirittura degli studenti palestinesi, ai DDL Gasparri, da un lato, e al DDL Delrio, dall’altro, che puntano a zittire professori e alunni che hanno studiato, discusso, approfondito, la questione palestinese. Qualsiasi critica al regime genocida di Israele, se passassero questi provvedimenti, sarebbe tacciabile di antisemitismo e perseguibile penalmente.

Noi ci chiediamo: è propaganda l’antifascismo? È propaganda rifiutare il genocidio del popolo palestinese?

Il falso vittimismo di Azione Studentesca che, in perfetto stile fascista, serve solo a legittimare un’azione repressiva nei confronti di studenti e professori, in una società fortemente spoliticizzata rischia però di trovare consensi in una frase quanto mai ambigua e reazionaria: l’idea, cioè, che a scuola “non si fa politica”.

Questo mantra del perbenismo borghese sopravvissuto al passaggio dal fascismo alla Repubblica, identifica la scuola come un corpo separato dalla società, un luogo asettico in cui insegnare un sapere sclerotizzato, sempre uguale a sé stesso nel tempo e nello spazio. Fosse per i nostalgici di Azione Studentesca, la scuola dovrebbe ancora insegnare “a leggere, scrivere, e far di conto”, o a zappare, com’era un tempo per i figli dei contadini, non a conoscere la natura e le società umane, a partecipare, a organizzare il futuro. Quello no, quello deve restare un privilegio per pochi.

Come la stessa storia della scuola italiana, fatta di grandi battaglie sociali e politiche, ci insegna, la scuola non cresce e non migliora se non si riempie costantemente di un dibattito sui contenuti dell’insegnamento, su ciò che avviene nel mondo, di partecipazione democratica.

La scuola di tutti e tutte è intrinsecamente politica.

E se oggi non sembra così, è perché Governi di destra e centrosinistra, a partire dalle riforme degli anni Novanta, passando per le leggi Moratti, Gelmini e Renzi, hanno sterilizzato il dibattito e la partecipazione nelle scuole. Mettendo le scuole in concorrenza le une con le altre mentre ne tagliano i fondi; scaricando sulla scuola il costo della disoccupazione di massa, fissando obiettivi irrealizzabili di “occupabilità” da ottenere con ore e ore di Pcto; trasformando gli organi collegiali nei passacarte dei Dirigenti scolastici, ridotti ormai a “manager” di azienda che devono far quadrare conti e indicatori fissati da una burocrazia asfissiante.

Si arriva così al 2026 in cui in una Quinta superiore si arriva a malapena a studiare la II Guerra Mondiale, in cui la fisica quantistica e la relatività sono accennate a malapena e in cui il dibattito tra educatori è ridotto all’osso….

Vogliamo dirlo chiaramente: c’è bisogno di più politica nelle scuole, nel senso più alto del termine. C’è bisogno di tornare a dibattere, a progettare la conoscenza del futuro, e questo si può fare solo se si ricostruisce un tessuto di partecipazione tra alunni e docenti.

Se pensano di tapparci la bocca con questi mezzucci, beh, si sbagliano di grosso.

W la scuola libera, laica e soprattutto antifascista.

News & media

Comunicato del Coordinamento Nazionale di gennaio 2026
Data articolo:Thu, 22 Jan 2026 11:20:54 +0000

Domenica 18 gennaio abbiamo tenuto il primo Coordinamento Nazionale del 2026.

La fase internazionale nella quale ci muoviamo è caratterizzata da una sempre maggiore competizione internazionale e tendenza alla guerra con cui il capitalismo prova a reagire e ad uscire dalla crisi in cui è avviluppato da anni.

L’elemento con cui ci troviamo a fare i conti è una rinnovata aggressività dell’imperialismo statunitense, alla faccia della favoletta del Trump “pacifista†spacciata anche da settori del centrosinistra italiano: se già nella seconda metà del 2025 gli USA avevamo attaccato imbarcazioni al largo delle coste venezuelane, uccidendo più di cento persone, il 3 gennaio 2026 hanno bombardato direttamente il territorio del Venezuela, uccidendo almeno 80 persone e sequestrando il presidente Maduro e la moglie Cilia Flores.

Se i democratici USA (e nostrani) ci avevano abituati alla retorica delle guerre per la democrazia, per i diritti umani, fino ad arrivare all’ossimoro delle “guerre umanitarieâ€, l’amministrazione Trump ha fatto cadere il velo di ipocrisie che abbiamo denunciato per anni di fronte alle menzogne del potere politico di destra-sinistra. Oggi, da Davos, lo stesso Primo Ministro del Canada, Carney, non certo un rivoluzionario, ammette che quella retorica era pura finzione: “Sapevamo che la storia dell’ordine internazionale basato sulle regole era parzialmente falsa, che i più forti si sarebbero esonerati quando conveniente […] E sapevamo che il diritto internazionale si applicava con rigore variabile a seconda dell’identità dell’accusato o della vittimaâ€.

Trump non cita una ipocrita volontà di esportare democrazia quando deve sganciare bombe, ma motiva apertamente l’aggressione al Venezuela sulla base degli interessi: vuole il controllo totale del petrolio e delle risorse venezuelane. Il tutto nel solco di una rinnovata Dottrina Monroe – che il presidente USA ha umilmente rinominato “Donroe†– e che prevede il controllo ferreo statunitense su tutto l’emisfero occidentale. Non a caso, dopo le minacce a Colombia, Messico e Cuba, la preda oggi individuata è la Groenlandia, la più grande isola del pianeta, territorio coloniale di un’Unione Europea che, di fronte alle minacce a stelle e strisce, risponde in ordine sparso – quando risponde – e con timidi balbettii e preghiere di ripensamenti.

La tendenza alla guerra non caratterizza solo Washington: i Paesi europei, tanto a livello di singoli Stati, quanto di Unione Europea, prosegue sulla via di un riarmo i cui effetti sociali sono appena in fase di dispiegamento, ma già parlano tanto la lingua di una rinnovata austerità quanto quella di una militarizzazione dell’intero corpo sociale. Questo contesto è in fase di sviluppo, con “fronti mobili†e tempistiche non lineari, e ci indica la necessità per una forza come la nostra di farsi trovare pronta a costruire mobilitazioni contro la guerra e a difesa delle esperienze socialiste, che siano in grado di combattere l’imperialismo occidentale in Italia, e che riaffermino l’autodeterminazione dei popoli e il contrasto alle ingerenze occidentali. Con l’idea di fondo che costruire solidarietà internazionalista significa rafforzare il nostro stesso progetto di emancipazione qui, nel cuore

In questo inizio di anno, ci siamo fatti trovare pronti, forti di un anno di mobilitazioni con al centro la solidarietà col popolo palestinese e la lotta contro il genocidio israeliano, reso possibile dalle complicità di USA  e Paesi europei, in cui abbiamo avuto un ruolo politico e organizzativo che ci ha consentito di essere al centro delle piazze e del dibattito. Subito dopo l’attacco al Venezuela, insieme a tanti, siamo stati in grado di porre in campo una mobilitazione con date coordinate a livello nazionale, che non ci sarebbero state senza la nostra azione, con posizioni che non cedevano alla narrazione statunitense – a differenza di altre forze politiche, che hanno assunto nella migliore delle ipotesi posizioni timide e confuse; nella peggiore completamente spiaggiate su quelle prodotte da Washingotn, che tenevano fermo il rifiuto di ogni possibile intervento statunitense, rivendicando allo stesso tempo i successi del chavismo. In questa direzione continuiamo a lavorare per costruire una nuova mobilitazione nazionale per il 3 febbraio e un’assemblea nazionale il 8 febbraio, in difesa della repubblica bolivariana, e in preparazione della mobilitazione nazionale di metà marzo contro il processo farsa a Nicolas Maduro e Cilia Flores.

Il nostro orientamento in questa fase è quello di forza che rappresenta un’alternativa sia alle destre trumpiane, sia alle forze liberali che hanno loro aperto la strada e che, sul piano internazionale, rimangono funzionali all’imperialismo. In questa ottica si inquadra anche la posizione che assumiamo sull’Iran, su cui rimandiamo al nostro comunicato: sosteniamo la giusta lotta del popolo iraniano, rifiutiamo l’ideologia dei diritti umani che si fa scudo del tema dell’autodeterminazione per chiamare ad un ennesimo intervento imperialista in Medioriente, non a caso sostenuto da Israele e da Reza Pahlavi, figlio dell’ex dittatore deposto nel 1979, negando il contesto di sanzioni e le mire occidentali in cui si inserisce la protesta dei cittadini iraniani. Similmente, le piazze chiamate in questi giorni sotto questa ideologia, non ci appartengono.

Dalla “guerra esterna†alla “guerra internaâ€: le vicende internazionali fanno infatti il paio con un clima di crescente repressione, accelerato in particolare tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, che ha rappresentato la risposta del governo ad un anno di mobilitazioni: gli arresti dei 9 palestinesi, giovani studenti e minorenni raggiunti da provvedimenti, lo sgombero e la chiusura di Askatasuna dopo una lunga campagna di criminalizzazione, l’annuncio di nuovi decreti sicurezza, si iscrivono tutti in questa manovra che punta a colpire il movimento che ha animato piazze e posti di lavoro durante l’ultimo autunno, dopo la “normalizzazione†della situazione a Gaza e la nomina del trumpiano “Board of Peace†(Consiglio di Pace), un altro tassello di cui si compone la rottura dell’ordine internazionale vigente fino a oggi. Sull’aumento dei livelli repressivi, come Potere al Popolo partecipiamo attivamente alle mobilitazioni antirepressive, a partire dalla manifestazione del 31 gennaio a Torino contro il Governo, la guerra e l’attacco agli spazi sociali.

Tuttavia, sbaglieremmo a leggere la rinnovata repressione solo sulla base degli interventi di polizia e magistratura o se la ritenessimo tratto peculiare della sola ultradestra oggi al Governo.

La riconfigurazione istituzionale, di cui il referendum giustizia rappresenta un tassello rilevante, il progetto di premeriato, le proposte di legge che renderebbero il sistema elettorale per le Comunali ancor meno democratico, sono tessere di un puzzle più ampio. Lo spostamento del potere legislativo sempre più nelle mani dell’esecutivo e sempre meno nell’organo costituzionalmente titolato a esercitarlo in via primaria – il Parlamento; la personalizzazione e la verticalizzazione del potere, la marginalizzazione di settori sociali sempre più ampi (per via di una minore partecipazione politica ed elettorale, ma anche per leggi elettorali “escludentiâ€) non nascono certo con Giorgio Meloni. Anzi, hanno visto tra gli attori protagonisti molti di coloro che oggi, nelle file del centrosinistra, si strappano le vesti e gridano al rischio fascismo. Lo Stato autoritario moderno, infatti, è più frutto delle trasformazioni dell’imperialismo, del sempre maggior livello di centralizzazione dei capitali, insofferenti alle regole democratiche. Queste trasformazioni vengono assecondate, a ritmi differenti, da una classe politica che mira alla configurazione di un potere “ab solutus†da qualunque forma di controllo democratico.

Potere al Popolo dà indicazioni per il NO al referendum del 22-23 marzo. Allo stesso tempo non riconosce né nella conservazione dell’esistente né nella risposta del campo largo una soluzione. Lavoreremo nelle prossime settimane per articolare la nostra posizione e per una campagna indipendente per il NO, con una iniziativa nazionale per dare visibilità alla nostra posizione.

Per continuare nel solco della costruzione di un’opzione politica indipendente tanto dall’ultradestra quanto dal centrosinistra, abbiamo discusso dei prossimi passi che ci dovranno condurre verso le elezioni politiche del 2027. Siamo stati chiari, già a partire dall’iniziativa al teatro l’Aquila del 25 Ottobre: Potere al Popolo vuole essere presente alle prossime elezioni politiche per costruire una rappresentanza politica indipendente, capace di sfidare il bipolarismo liberista tanto sul terreno sociale, sostenendo in primis un sindacalismo indipendente e conflittuale, quanto su quello dell’orizzonte per il quale lavoriamo: la lotta delle idee che ognuna e ognuno di noi conduce quotidianamente, sui posti di lavoro, in scuole e università, sui territori e anche sui media, è uno dei motori necessari a inventare e a creare la strada che ci faccia uscire dal vassallaggio sotto NATO e imperialismo e sperimenti elementi di un nuovo socialismo, adatto ad affrontare le sfide del XXI secolo.

Sappiamo che questo impegno comporta una sfida organizzativa importante, che dobbiamo apprestarci ad affrontare da subito per essere pronti per il 2027. Perché senza organizzazione anche le migliori idee e le lotte più importanti rischiano di trovarsi di fronte a un vicolo cieco.

Infine, il primo CN del 2026 è anche l’ultimo di questo ciclo: nelle prossime settimane ci apprestiamo a rinnovare gli organismi dirigenti, con una votazione che coinvolgerà tutto il corpo di PAP a metà febbraio e porterà il nuovo il CN ad essere operativo già prima che arrivi la primavera. Sarà l’occasione anche per una revisione dello statuto, già discusse nella riunione del Coordinamento, che migliori il funzionamento della nostra organizzazione e la adegui alla fase che ci apprestiamo affrontare.


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