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News Potere al popolo

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Cent’anni di Fidel : perché il lider maximo fa ancora paura ai nostri nemici
Data articolo:Thu, 13 Aug 2026 10:48:57 +0000

Oggi Fidel Castro avrebbe compiuto cento anni. Purtroppo per noi ha potuto festeggiare «solo» il suo novantesimo compleanno, dopo essere sopravvissuto a 638 piani o tentativi di farlo fuori e a decine di volte in cui é stato dato per morto e non lo era. Quando é morto per davvero – desaparicion fisica, dicono i cubani, ci torneremo – il 25 Novembre di dieci anni fa, non ha avuto la stessa buona memoria che ebbe Napoleone, omaggiato post mortem dal nostro Alessandro Manzoni con un inno tanto importante quanto inviso, perché mal studiato, da generazioni di studenti. Pur non essendo mai stato bonapartista, né in vita né in morte di Napoleone (vergin di servo encomio e di codardo oltraggio), Manzoni é capace di riconoscere la grandezza della persona e delle sue opere senza nascondere la distanza politica, ideologica e morale che li separava. Questa capacità, ahinoi, non residua ai nostri tempi : i potenti di oggi e i loro megafoni mediatici non sono in grado di guardare i nemici col distacco che si presupporrebbe in chi « ha vinto », e ogni volta che ne hanno occasione sfoderano tutto il loro odio profondo ; non potendo, purtroppo per loro, contestare le opere, i fatti, le azioni, e nemmeno gli ideali, si attaccano alla persona, denigrandola, disprezzandola e accusandola di non essere veramente come voleva apparire. É il caso del racconto scritto da Norberto Fuentes, ex amico dei fratelli Castro, residente a Miami dal 1968, pubblicato da Repubblica ieri: un concentrato di gossip da quattro soldi su amanti, regali e lusso nascosto, in piena, triste e banale linea coi refrain soliti dell’anticastrismo, uguali quando escono su Repubblica o su «il Giornale», provare per credere, a dimostrazione che, sui fondamentali, borghesia reazionaria e liberal cantano all’unisono. Ma perché, a cent’anni dalla nascita e a dieci dalla morte, mentre Cuba pare agonizzare stretta tra il bloqueo più violento e infame della storia e una crisi economica profonda che ha diverse origini, Fidel Castro é ancora tanto, odiato, disprezzato, denigrato ? Perché fa cosi paura ? Proviamo a capirlo.

La prima ragione è banale: perché ha vinto. Ha conquistato con le armi, nonostante la schiacciante disparità di forze, il potere in un’isola passata dal dominio diretto spagnolo a quello indiretto statunitense. Ha rovesciato un dittatore che schiacciava il popolo nella miseria e nell’oppressione e ha instaurato uno stato libero, civile, che esiste e resiste ancora oggi, nonostante tutto. Ha vinto contro ogni pronostico e questo, in un’epoca di realismo capitalista, è un esempio incancellabile e potentissimo.

La seconda ragione è che non ha fatto sconti a nessuno: gli statunitensi e i loro lacché locali sono stati costretti a fuggire lasciando tutto lì. Il potere è stato ed è saldamente in mano al Partito, alle organizzazioni popolari, all’esercito, senza compromessi con chi, in nome di una finta democrazia, vorrebbe solo riportare indietro le lancette della storia. I diversi tentativi di rovesciare lo stato cubano sono, per questo, falliti o sono stati doverosamente repressi sul nascere.

La terza ragione per cui è odiato e fa paura è che le conquiste della rivoluzione cubana sono inattaccabili. La rivoluzione è un esempio morale e politico per il mondo intero: i progressi in materia di istruzione, salute, cultura, scienza, sport, pur non avendo tirato fuori Cuba dal cosiddetto terzo mondo, la collocano ai vertici del pianeta in numerosi ambiti. Soprattutto dimostrano quanto si possa fare, con pochissimo, quando la volontà politica è orientata agli interessi della pace, della vita e della dignità delle masse popolari. Ripensandoci oggi, da paesi devastati da terremoti e catastrofi climatiche, dove si investe in lager per migranti ed armi invece che in salute e sicurezza del territorio, il contrasto è abnorme.

Nessuno può attaccare i risultati della rivoluzione, per questo attaccano l’uomo.

La quarta ragione è un manifesto, uno di quei poster che si possono ancora trovare all’Havana, più raro, sicuramente, del ritratto del Che di Korda. Il titolo è “Cuba postCastro” e mostra una serie di volti stilizzati di Fidel, con fucile e divisa verdoliva d’ordinanza. Il messaggio è chiaro: Fidel un giorno sparirà, non spariranno le sue idee e il suo esempio, che si troveranno incarnati in ogni cubana e cubano. Per questo si parla di desaparicion fisica, che può far sorridere noi, certamente, ma che alla luce dei fatti è l’espressione di un dato incontrovertibile: anche ora, nel momento più nero della storia di Cuba socialista, il popolo resta fermo e degno. Soffre in maniera inimmaginabile, si lamenta e critica innanzitutto il proprio governo, ma non svende la propria storia. Questa fermezza e questa dignità sono, forse, la più grande eredità di Fidel, e il più grande ostacolo alla vendetta dell’imperialismo.

La quinta ragione è il futuro. Chi governa il mondo ha abdicato a pensare il futuro. Il presente è dominato da una fame di profitto talmente illimitata da portare alla distruzione delle fondamenta stesse di un mondo futuro. Lo vediamo con le guerre, la distruzione delle tutele sociali, la caccia al povero e allo straniero, la devastazione del pianeta. Fidel aveva, invece, una capacità incredibile di pensare al futuro. Quando una nostra delegazione è andata a Cuba, nel 2021, per partecipare ad una sperimentazione del vaccino anticovid cubano, abbiamo scoperto con stupore che sia l’Istituto Finlay, che aveva elaborato quello ed altri vaccini, sia la clinica internazionale “La Pradera” che ci ospitava erano progetti pensati e avviati in pieno periodo especial, il primo nel 1991 e il secondo nel 1997. In quelli anni, come ci hanno raccontato, la fame sull’isola era così tanta  che arrivarono a bollire bucce di banana per mangiarle. Un leader, si poteva pensare, avrebbe dovuto dedicare ogni energia e risorsa a risolvere quel problema. Fidel apparentemente, scegliendo di investire in biotecnologia e medicina, non lo fece; in realtà stava lavorando a costruire le condizioni di indipendenza e autonomia per cui quel terribile stato di cose – frutto dell’eccessiva dipendenza cubana dal sistema sovietico – diventasse solo un brutto ricordo. L’esempio cubano durante la pandemia è lì a dimostrare che aveva ragione: le capacità di resilienza di un paese del terzo mondo hanno svettato di fronte ai ben più potenti mezzi dei paesi imperialisti.

È per questo che oggi, in un momento in cui è il destino politico delle classi oppresse ad essere in periodo especial, e dove non si vede speranza all’orizzonte, l’esempio di Fidel torna utile. Per tutte le ragioni che fanno paura ai nostri nemici, più una, la più terribile, che riportiamo con le parole che Marquez dedicò all’amico in un ritratto del 2007 (traduzione nostra). “Una cosa è certa: ovunque sia, comunque e con chiunque sia, Fidel Castro è lì per vincere. Il suo atteggiamento verso la sconfitta, anche nei minimi atti della vita quotidiana, sembra obbedire a una logica privata: non lo ammette nemmeno, e non ha un minuto di calma finché non riesce a invertire i termini e trasformarla in vittoria.”

Buon compleanno, Comandante!

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Estate italiana
Data articolo:Mon, 10 Aug 2026 08:57:16 +0000

Pubblichiamo le riflessioni di un militante di Potere al Popolo sull’ennesima morte di un lavoratore agricolo durante la stagione estiva nelle nostre campagne. 

Negli anni Novanta ho fatto diverse stagioni a raccogliere cipolle in estate. Era un lavoro duro: otto ore sotto il sole, il thermos di acqua fresca da cui bere a intervalli regolari, le lunghe pause per evitare la canicola del primo pomeriggio. Ricordo ancora perfettamente cosa significasse riprendere il lavoro quando il caldo non aveva ancora mollato la presa.

Forse è anche per questo che mi ha colpito così tanto la notizia di un ragazzo di diciannove anni morto dopo essersi sentito male mentre raccoglieva pomodori in un campo del Cremonese.

Si chiamava Marian.

Ho provato in questi giorni a capire qualcosa di più della sua storia e delle circostanze della sua morte, ma a quasi una settimana di distanza sappiamo ancora molto poco. Non conosciamo le cause definitive del malore, non è stato reso pubblico l’esito dell’autopsia, sappiamo che risultava regolarmente assunto, ma poco o nulla sull’organizzazione concreta del suo lavoro, sugli orari, sulle pause, sulla struttura dei rapporti tra i diversi soggetti coinvolti.

Una morte mentre si lavora in un campo di pomodori fa poco rumore. E un ragazzo di diciannove anni che lavora di domenica, sotto il sole di agosto, corrisponde poco all’immagine del “maranzaâ€, nuovo spauracchio delle nostre città, o a quella altrettanto comoda del giovane viziato che passa le giornate sul divano e non ha voglia di lavorare.

Prima che Marian diventi semplicemente una statistica, però, vale forse la pena provare a guardare attraverso questa storia uno squarcio della nostra estate italiana.

Non sappiamo se Marian sia morto per il caldo o per altre ragioni, e sarebbe sbagliato attribuire responsabilità che oggi nessuno è in grado di dimostrare. Ma la formula “era regolarmente assunto†non può nemmeno chiudere ogni riflessione sulle condizioni del lavoro.

Chi ha lavorato nei campi sa che tra ciò che è scritto in una norma o in un contratto e quello che accade concretamente durante una giornata di lavoro può esserci molta distanza. La possibilità di fermarsi quando il caldo diventa insopportabile non dipende soltanto dall’esistenza di un’ordinanza: dipende anche dal rapporto che hai con chi organizza il lavoro, dalla stabilità del tuo contratto, dalla possibilità di dire di no a una richiesta senza temere che quella sia l’ultima giornata in cui vieni chiamato.

Non so se nulla di tutto questo riguardasse Marian. So però che questi meccanismi esistono.

Ricordo di avere visto persone sentirsi male alla ripresa del turno pomeridiano. Ricordo che nei periodi più caldi si arrivava già stanchi al lavoro, soprattutto quando a casa non c’era un ambiente fresco in cui recuperare. Ricordo che, se c’era un lotto da finire o un’urgenza, i ritmi potevano aumentare, poteva capitare di iniziare un po’ prima o di fermarsi un po’ di più.

Ed è proprio qui che la storia di un ragazzo di diciannove anni incontra una questione molto più grande.

Il mercato del lavoro è diventato più feroce, soprattutto per chi è giovane e dispone di poco potere contrattuale. E contemporaneamente sta diventando più feroce anche il clima.

Il pomodoro da industria è una delle colture caratteristiche del nostro territorio e dovrà fare i conti sempre di più con estati calde e siccitose, disponibilità d’acqua meno prevedibile, competizione crescente per la risorsa idrica e costi produttivi maggiori. Non è una previsione astratta: già oggi vengono finanziati progetti per adattare questa coltura al cambiamento climatico, ridurre lo stress idrico e utilizzare l’acqua in maniera più efficiente.

E allora la domanda diventa inevitabile: chi pagherà il costo dell’adattamento?

Può pagarlo la filiera, cambiando tecniche agricole, tempi di produzione, organizzazione del lavoro e distribuzione dei profitti.

Può farsene carico anche il sistema pubblico, attraverso investimenti, ricerca, infrastrutture, controlli e sostegno alle trasformazioni necessarie.

Oppure possiamo scegliere la strada più semplice: lasciare che una parte del conto venga pagata dall’ambiente, consumando una risorsa sempre più preziosa come l’acqua, e un’altra dai lavoratori, continuando a organizzare il lavoro come se le estati di oggi fossero ancora quelle di trent’anni fa.

Non so ancora perché sia morto Marian.

So che aveva diciannove anni e che domenica pomeriggio stava lavorando in un campo di pomodori.

E forse, prima che la sua storia scompaia definitivamente dalle pagine dei giornali, vale la pena fermarsi almeno un momento a guardare questa estate italiana da quel campo.

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Perché i terremotati di Pozzuoli si sono rivoltati contro governo e istituzioni locali?
Data articolo:Sun, 09 Aug 2026 14:02:20 +0000

Col bradisismo si può convivere, col malgoverno no.

“Non dovevano costruire lí, ora che non si lamentino”. Questo è il commento che puntualmente chi non vive a Pozzuoli o a Napoli dispensa sull’emergenza in corso nei Campi Flegrei.

Un commento rafforzato dalle dichiarazioni del Ministro Musumeci, che dopo le prime scosse di due anni fa giustificava l’assenza di interventi concreti del governo a causa dell'”abusivismo diffuso”. Una affermazione che prova a scaricare la responsabilità di quanto avviene sugli abitanti e non sulle istituzioni che li governano, di cui Musumeci è parte integrante.

Evidentemente il primo nemico da combattere per creare la solidarietà e l’attenzione che merita questa vicenda è il razzismo antinapoletano, che, come vedremo, è stato utilizzato finora anche dal Governo Meloni per fuggire dalle proprie responsabilità.

Ma andiamo con ordine.

La scossa di magnitudo 4.7 del 31 Luglio è stato con ogni probabilità l’ evento più intenso degli ultimi 450 anni. Un evento naturale che nasconde una catastrofe politico-amministrativa lunga 40 anni.

Dagli anni 80 il territorio dei Campo Flegrei attende una reale messa in sicurezza. La legge finanziaria 887 del 1984 per prima stanziò risorse per i Campi Flegrei e conferì al Presidente della Giunta Regionale il ruolo di Commissario Straordinario

A distanza di 40 anni, di 1 miliardo di fondi pubblico spesi e di decine e decine di governi nazionali e regionali di centro destra e centro sinistra ci ritroviamo con un territorio senza vie di fuga, senza quelle strutture di prima accoglienza pur previste dai piani di protezione civile, con infrastrutture primarie e sottoservizi fragili, con un trasporto pubblico ormai inesistente.

I Decreti Campi Flegrei succedutisi negli ultimi due anni non hanno mai affrontato realmente i problemi delle comunità:

-La messa in sicurezza del patrimonio edilizio pubblico e privato.

-La messa in sicurezza dei costoni

-La manutenzione della rete di sottoservizi

-Il potenziamento delle vie di fuga

-La realizzazione di hub di prima assistenza e la gestione degli sfollati.

-Uno stop alla speculazione sugli affitti agli sfollati;

-uno stop alla speculazione edilizia di un pugno di palazzinari

La nuova struttura commissariale istituita dai Decreti (a sostituzione della precedente quarantennale) e l’ inadeguatezza delle istituzioni regionali e locali hanno prodotto poco o nulla.

Oggi a pochi giorni dalla scossa del 31 Luglio, Pozzuoli non ha ancora un Hub per l’assistenza alla popolazione (doveva essere realizzato due anni fa a via Artiaco).

Non un edificio danneggiato ed evacuato a seguito della scossa del 2024 è stato consolidato e restituito ai proprietari.

Anzi la metà delle richieste è stata respinta.

Questo respingimento è stato possibile perché, laddove in un condominio erano presenti piccole difformità edilizie, il contributo veniva interamente negato, mettendo in pericolo non solo i condomini ma tutti gli abitanti delle case limitrofe. Questo sarebbe l’abusivismo di cui Musumeci accusa i puteolani.

Dopo la protesta del 4 agosto, il nuovo decreto del governo ha superato questa problematica, a DUE ANNI dalle prime scosse, rendendo il contributo utilizzabile anche in presenza di piccole difformità edilizie, nei fatti ammettendo le proprie colpe.

Il nuovo decreto prevede anche un rimborso del 70% per l’adeguamento sismico su tutti gli immobili. Si tratta di un contributo che non può essere dato a pioggia, o nei fatti si trasformerebbe in un condono ex post per quei costruttori che, dopo gli eventi bradisismici del 1983, hanno fatto incetta di immobili, comprandoli a quattro soldi e speculando spesso senza rispettare criteri antisismici. Noi chiediamo che il contributo copra il 100% dell’adeguamento antisismico delle prime case, che cali progressivamente fino alla terza casa e che sia nullo dalla quarta casa in su. Non può essere il pubblico a pagare per chi ha speculato.

Nel frattempo ci sono oltre mille sfollati, tra cui bambini, anziani e disabili, con numeri in rapido aumento ora dopo ora. Gli stabili sgomberati aumentano quotidianamente e si vanno a sommare a quelli mai riqualificati del 2024 e 2025.

Intanto aumenta la speculazione nelle aree prossime alla zona rossa, con pochissime case disponibili e fitti alle stelle, circostanza già evidenziata a seguito degli eventi sismici del 2024 e 2025 che rendono anche i contributi per l’ autonoma sistemazione difficili da utilizzare. Insieme ai cittadini chiediamo il blocco dei mutui, dei fitti e delle utenze per gli sfollati, un calmiere agli affitti contro la speculazione in atto e la requisizione di stanze e immobili per ospitare gli sfollati.

I sottoservizi presentano danni ingenti e non c’è un piano di manutenzione straordinaria strutturato, ma solo la riparazione dei danni che si susseguono dopo ogni piccola scossa

La popolazione di ampie aree di Pozzuoli è rimasta senza acqua dal 31 Luglio, durante una delle estati più calde mai registrate.

I costoni rocciosi, ripetutamente crollati a seguito dell’ ultimo sciame sismico non sono mai stati consolidati e messi in sicurezza nonostante le risorse stanziate negli ultimi anni.

Le scuole del territorio sono in larga parte danneggiate e molte sono inagibili, nonostante la struttura commissariale avrebbe dovuto, come primo obiettivo, riqualificare gli edifici. Ad oggi non è chiaro se a settembre sarà possibile rientrare in classe.

Infine i Campi Flegrei sono completamente isolati dal trasporto pubblico con linea 2 metropolitana e linea cumana sospese a tempo indeterminato.

Le comunità di Pozzuoli e dei i Campi Flegrei possono convivere con il bradisismo. Ma possono farlo se le istituzioni garantiscono strumenti e diritti per farlo. Fino ad oggi nessuno lo ha fatto.

È giunto il momento che le comunità quei diritti e quegli strumenti se li prendano.

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L’accordo ANPI-UCEI è un cedimento nei confronti del sionismo
Data articolo:Sun, 09 Aug 2026 13:58:42 +0000

Abbiamo letto attentamente il comunicato congiunto Anpi-Ucei del 28 luglio. Lo scriviamo senza mezze misure: si tratta di un cedimento di Anpi nei confronti del sionismo.

Non è un caso che il comunicato abbia lasciato allibita la base militante e chi vive il 25 aprile in prima fila, sfilando nei cortei e lavorando per costruire la festa della Liberazione, che in questi anni ha visto protagonista la causa palestinese.

L’antifascismo nell’attualità ha un significato preciso: opporsi al genocidio e alle guerre imperialiste che mettono a rischio i popoli del mondo. Rifiutare nei cortei del 25 aprile la presenza delle bandiere di uno Stato che ha le mani lorde di sangue non è “alzare i toni”, è parte del “restare umani†e dei principi della Resistenza.

Storiograficamente la Brigata Ebraica non era una formazione partigiana e non appartiene alla Resistenza italiana del CLN, in cui combattevano ebrei come Primo Levi, Elio Toaff o Emanuele Artom. Al contrario la Brigata Ebraica era un reparto dell’esercito britannico promosso dalla leadership sionista nella Palestina mandataria.

Chiamarla in causa senza contesto ogni 25 Aprile è un’operazione ideologica e strumentale per portare sostegno politico allo Stato di Israele, mentre compie un genocidio.

Ci domandiamo dunque perché esca un simile comunicato a fine luglio, che cancella le offese sentite, le ferite inferte e le ripetute provocazioni degli ultimi anni.

Come antifascisti sosteniamo la resistenza palestinese che lotta da decenni contro un’occupazione militare che porta avanti un progetto di pulizia etnica da decenni.

Chi sostiene tutto questo, è bene che stia fuori dalla Festa di Liberazione per evidente incompatibilità: ricordando la Liberazione italiana dal nazifascismo, noi rinnoviamo l’impegno per le liberazioni ancora da conquistare, tra cui la liberazione del popolo palestinese dalla feroce occupazione israeliana.

La comunità di Potere al Popolo è a fianco delle sezioni ANPI che non chinano la testa, che difendono le radici dei valori resistenziali e che continuano a portare a testa alta la bandiera palestinese insieme ai tricolori delle formazioni partigiane.

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Si parte, si torna, insieme. Noi stiamo con la valle che resiste!
Data articolo:Fri, 31 Jul 2026 13:11:23 +0000

A essere onesti ci sarebbe da dire grazie ai notav. Prima di tutto perchè hanno costretto il discorso pubblico a prendersi una pausa dall’elogio del far west di Roggero e poi, in secondo luogo, perchè hanno contribuito a mostrare quali sono, davvero, le priorità di chi governa il paese. Non fosse altro che per questo andrebbero ringraziati di vero cuore.

E già, perchè, incredibile ma vero, mentre intorno a noi accade di tutto – di tutto: le nostre città sono infuocate e invivibili per la crisi climatica, i nostri stipendi a stento ci fanno arrivare alla fine del mese, può capitare che la polizia ti soffochi ammazzandoti sull’asfalto bollente se sei un uomo marocchino in un quartiere popolare, viene annunciato in pompa magna l’aumento delle spese militari italiane -, mentre tutto questo avviene, il pensiero ossessivo, ricorrente, unico degno dell’attenzionepubblica, è quello che condanna il movimento notav.

Lasciateci essere, su questo aspetto, quanto più chiari e netti possibile: siamo totalmente e incondizionatamente vicini e solidali con le migliaia di attivisti, le persone comuni, la popolazione della valle, i militanti ambientalisti e democratici, i centri sociali e qualunque collettività e organizzazione in questi anni sia stata concretamente impegnata nella difesa del territorio valsusino da un’opera inutile e dannosa. La linea alta velocità Torino- Lione, in trent’anni, non ha fatto altro che alimentare spreco di denaro pubblico e militarizzazione di un territorio.

Chiunque sia passato per la Valsusa questo lo sa, lo ha visto con i propri occhi, lo ha ascoltato dai racconti di chi vive e ama la valle. La violenza delle truppe di occupazione per decenni ha mortificato un’intera comunità, esercitando continui abusi di potere, arrestando, incriminando, allontanando dalle proprie case, giovani e anziani, perseguitando qualunque persona si opponesse alla grande opera benedetta da affaristi e politici di ogni schieramento.

Il 25 luglio, come ogni anno, migliaia di persone hanno raggiunto i sentieri della valsusa contestando apertamente e duramente i cantieri e tutto quello che rappresentano. Le ragioni del movimento notav sono trasparenti ed esposte alla luce del sole, nessuno ne ha fatto mistero negli anni né tantomeno nella giornata dello scorso sabato.

Quello che è accaduto nelle ore immediatamente successive è noto a tutti: la caccia alle streghe, le identificazioni di massa, addirittura il divieto di poter svolgere il campeggio previsto in questi giorni con un ordine prefettizio seguito da un ingente schieramento di forze dell’ordine in alcuni comuni della valle.

Non è la prima volta che succede, il potere è sordo, non ha alcun interesse ad aprire un confronto e una discussione nel merito della costruzione del TAV, negando i pareri di scienziati ed economisti, non ascoltando neppure i dubbi della Corte dei Conti Europea, mandando persino le truppe che venivano dall’Afghanistan a presidiare i cantieri. Il popolo della Valsusa ha sempre dovuto lottare per essere ascoltato, raccogliendo la solidarietà attiva di tante e tanti, in Italia e in tutta Europa.

Non è la prima volta, dicevamo, eppure è importante notare come, anche quest’occasione, venga agita dalle forze reazionarie per spingere, ancora un po’ più in avanti, l’asticella della torsione autoritaria della nostra società. Lo schema si ripete sempre uguale e non va sottovalutato: il governo Meloni grida all’emergenza democratica (proprio loro!) agitando lo spettro di pene esemplari per chiunque osi protestare. I giornali costruiscono la criminalizzazione del movimento, profilando i mostri da additare come colpevoli e poi sbattendoli in prima pagina (basti guardare a quanto accade da mesi ai militanti di Askatasuna), in una campagna di diffamazione martellante e pervasiva. Addirittura il Corriere della Sera arriva a scrivere che il fatto che due giovani fermati abbiano scelto come difensore Gianluca Vitale – da sempre impegnato nella difesa dei diritti democratici e per la tutela della libertà di dissenso, a cui va la nostra piena solidarietà – era indice di colpevolezza. Nessuna forza politica – né quelle della maggioranza parlamentare né tantomeno quelle all’opposizione – ha il coraggio di interrompere questo circolo vizioso, di contestare il terreno politico su cui si fonda la catena di equazioni della criminalizzazione. Ed è esattamente a valle di questo processo che coinvolge gli attori politici, mediatici e gli apparati giudiziari dello Stato, che si aprono le porte all’ennesima stretta repressiva annunciata da Fratelli d’Italia (dalle norme riguardanti l’uso dell’ai per il riconoscimento facciale a quelle che vanno a criminalizzare chiunque partecipi o anche solo dimostri sostegno concreto ai movimenti sociali).

Ecco perchè il movimento NOTAV ha fatto l’unica cosa che si poteva fare, respingendo tout court la cornice discorsiva che funge da sostrato politico all’operazione in corso, rifiutando la distinzione tra manifestanti “buoni” e “cattivi”, invitando, fuori dalla caccia alle streghe di governo e ai balbettii servili del campo largo, a guardare la luna invece che il dito.

Facciamo nostre le parole di Nicoletta Dosio: che questa lotta possa passare, ancora e ancora, di generazione in generazione, senza mai cadere di mano.

Perchè solo la lotta e la mobilitazione cosciente della società, solo le comunità che resistono, sono in grado di costruire argini a questo presente di miserie e di guerre e gettare le basi per un orizzonte futuro, che sia davvero di solidarietà e felicità per tutti. Avanti Notav!

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Solidarietà ad Hamma Hammami e al Partito dei Lavoratori tunisino
Data articolo:Thu, 16 Jul 2026 10:18:04 +0000

Potere al Popolo esprime la propria piena solidarietà al compagno Hamma Hammami, ai dirigenti, alle militanti e ai militanti del Partito dei Lavoratori tunisino, colpiti da una gravissima campagna di minacce culminata nella diffusione di un video che incita apertamente all’assassinio di Hamma Hammami e di altri esponenti dell’opposizione.

Si tratta di un episodio di estrema gravità, che si inquadra nel clima di repressione e di progressivo restringimento degli spazi di agibilità politica che da anni interessa la Tunisia. Nessuna forza politica, sindacale o sociale dovrebbe subire intimidazioni per il proprio impegno a favore dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, della giustizia sociale e dell’emancipazione delle classi popolari.

Hamma Hammami rappresenta da decenni una figura simbolo della sinistra tunisina: ha conosciuto il carcere, la clandestinità e la repressione sotto la dittatura di Ben Ali, e continua oggi a denunciare le disuguaglianze sociali e la deriva autoritaria del Paese. Le minacce contro di lui e contro il Partito dei Lavoratori sono un attacco gravissimo a chi continua a organizzare l’opposizione sociale e politica in Tunisia.

Chiediamo alle autorità tunisine di garantire l’incolumità di Hamma Hammami e di tutte le persone minacciate, ponendo fine a ogni forma di violenza e persecuzione nei confronti delle forze di opposizione.

Potere al Popolo rinnova il proprio sostegno al Partito dei Lavoratori tunisino e a tutte le compagne e i compagni impegnati nella lotta contro l’autoritarismo e lo sfruttamento.

Alle minacce rispondiamo con la solidarietà internazionalista ! La lotta delle lavoratrici e dei lavoratori, dei movimenti popolari e della sinistra di classe non conosce frontiere.

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La bocciatura dell’emendamento della legge elettorale è l’ennesima bocciatura del governo Meloni. Si dimetta subito.
Data articolo:Wed, 15 Jul 2026 12:29:31 +0000

Il respingimento dell’emendamento inserito all’interno di una legge elettorale truffa, costruita e portata avanti con modalità tutt’altro che trasparenti, rappresenta l’ ennesimo segnale della crisi politica del governo Meloni e ne dimostra la debolezza.
Già nell’autunno le enormi mobilitazioni che hanno bloccato il paese avevano bocciato il governo della guerra, complice del genocidio del popolo palestinese, una bocciatura confermata dal risultato del No sociale al referendum che ha dato un segnale chiaro al governo Meloni nemico dei lavoratori e dei poveri, oggi il governo dimostra la sua debolezza anche nella stessa maggioranza.
Questa ultima proposta di legge elettorale rappresentava l’ennesimo tentativo di restringere ulteriormente gli spazi di democrazia e di rappresentanza nel nostro Paese ma non nasce dal nulla: è l’ultimo tassello di un processo iniziato con l’introduzione del sistema maggioritario nel 1993, imposto in nome della presunta “governabilità”, e proseguito con una successione di leggi elettorali che hanno progressivamente deformato la rappresentanza, concentrato il potere nelle mani di pochi ed escluso il dissenso dalle istituzioni.
Da anni denunciamo un sistema elettorale costruito per garantire l’alternanza degli stessi interessi e impedire una reale rappresentanza delle classi popolari e delle forze di opposizione sociale quando invece oggi più che mai servirebbe una legge proporzionale che rispecchi il paese reale, che permetta davvero a tutti di essere rappresentati, che riporti a partecipare alla vita politica il numero sempre più alto di astensionisti che non votano più perché “tanto non serve”.

Oggi però il governo Meloni deve prendere atto della realtà: è stato bocciato nelle piazze, nel voto popolare e ora anche dai suoi in Parlamento.
Pretendiamo le dimissioni immediate così come avevamo chiesto alla vigilia del voto al No referendum, serve mandare a casa questo governo e costruire un’alternativa davvero credibile per le classi popolari!

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Altro che remigrazione. Rinazionalizzazione!
Data articolo:Tue, 14 Jul 2026 15:11:19 +0000

Negli ultimi 30 anni il nostro paese ha vissuto un violento processo di privatizzazione del patrimonio pubblico, dai settori produttivi più strategici sino ai servizi accessori degli enti più periferici. La conseguenza è che ovunque le logiche del profitto hanno sostituito quelle di giustizia sociale senza alcuna ricaduta positiva su efficienza e spesa pubblica e che lo Stato ha perso la possibilità di dirigere il sistema industriale e produttivo che è rimasto alla mercè della speculazione privata. Questo articolo ripropone sinteticamente le tappe di questo processo e conclude con alcune considerazioni.

Era il 1962. La nazionalizzazione del settore energetico e la nascita dell’ENEL inaugurarono la stagione delle nazionalizzazioni e del marcato interventismo pubblico nell’economia. L’espansione del settore pubblico avanzava sotto la spinta delle mobilitazioni operaie che proprio in quell’anno raggiunsero un picco inedito e si mantennero intense per circa un ventennio con rivendicazioni che trasbordavano dal perimetro salariale e invadevano il campo del salario indiretto e dello stato sociale. Le ragioni di questa spinta non si limitavano all’aggiustamento delle ingiustizie causate dal capitalismo e al perseguimento di una maggiore equità e della diffusione di diritti sociali ed economici, ma erano anche nella volontà di sviluppo di uno Stato che dirigesse l’intero processo economico ed industriale del paese, non lasciandolo alla mercè degli interessi e della speculazione del capitale privato.

30 anni dopo questa prospettiva veniva completamente annichilita. Gli anni ‘90 furono caratterizzati dal trionfo del neoliberismo, la teoria sottostante è che le forze di mercato sarebbero le uniche a garantire l’efficienza del sistema economico, mentre l’interventismo statale e le rigidità normative causerebbero solo corruzione, distorsioni, inefficienze e debito pubblico. Le maggiori implicazioni politiche, sostenute dalle principali istituzioni internazionali come l’FMI la Banca Mondiale e l’OCSE, furono di procedere con riforme volte ad una generale deregolamentazione e liberalizzazione dei mercati, alla privatizzazione di numerosi enti statali, ad una riduzione delle imposte e della spesa pubblica e ad una flessibilizzazione del mercato del lavoro. I nuovi paradigmi vennero assorbiti e codificati nel trattato di Maastricht del 1992 con cui si innesca la nascita dell’Unione europea sulla base della libera circolazione di beni e capitali senza interferenze pubbliche. Tutti i paesi europei, a prescindere dal colore del governo, cominciarono a procedere in questo senso sulla scia di ciò che altri paesi, come USA e Regno Unito, avevano avviato già dagli anni ’80.

Nel nostro paese questo processo prende corpo dal 1992 con la trasformazione di alcuni fra i principali enti pubblici italiani, fra cui IRI, ENEL ed ENI, in Società per azioni, spianando la strada all’ingresso di privati[1]. Nello stesso anno inizia lo smantellamento e l’inserimento di logiche aziendalistiche e privatistiche nel Servizio Sanitario Nazionale con il passaggio delle USL ad ASL, degli ospedali in aziende ospedaliere e con la nascita del privato accreditato.[2]

Dopo questa prima fase preparatoria, negli ultimi anni del millennio il processo di privatizzazione italiano raggiunge il suo picco. Nel 1997 il Governo Prodi avvia la privatizzazione della Telecom, operazione che passò alla storia come “la madre di tutte le privatizzazioniâ€. Successivamente, Il primo decreto Bersani nel 1999[3] ed il Decreto Letta del 2000[4], recependo direttive europee, liberalizzarono il mercato dell’energia elettrica e del gas. Negli stessi anni si procede con quotazione e vendita dell’enorme capitale pubblico bancario ed assicurativo. Dalla relazione della Corte Dei Conti del 2010 “Obiettivi e risultati delle operazioni di privatizzazione di partecipazioni pubblicheâ€[5] si evince che le privatizzazioni italiane da fine anni 80 al 2007 in termine di valore si collocano al secondo posto globale – seconde solo al Giappone – per un valore di 152 miliardi di euro del 2010. Secondo la relazione nel 1999 “il Paese si posizionò al primo posto della classifica mondiale per ricavi totali da privatizzazioni, non solo grazie a ENEL, ma anche alla vendita di Autostradeâ€â€¦â€œIl contributo al PIL delle imprese partecipate dell’amministrazione entrale è oggi (2010) pari al 4,7%, rispetto al 18% circa del 1991.†Ad oggi lo Stato, tramite le sue articolazioni, mantiene comunque una quota delle azioni delle grandi aziende strategiche ma raramente si è riservato la maggioranza delle quote che via via continuano a ridursi.[6]

Note: PO Public Offering (vendita azioni di nuova emissione); PS: Public Sale (vendita azioni già possedute).

Grafico estratto dalla relazione della Corte Dei Conti del 2010 “Obiettivi e risultati delle operazioni di privatizzazione di partecipazioni pubblicheâ€.

Anche per i servizi pubblici gestiti dagli enti locali la traiettoria è simile, con la trasformazione degli enti pubblici in società di diritto privato negli anni ‘90, successivamente la liberalizzazione dei settori e via via il progressivo affidamento della gestione del servizio a società private – si vedano la Legge Galli[7] o le riforme Bassanini[8] – fino ad arrivare al DDL concorrenza del Governo Draghi del 2021[9] che prevedeva la privatizzazione di tutti i servizi pubblici locali, eventuali gestioni dirette da parte degli enti pubblici (cosiddette in house) sarebbero dovute essere marginali, eccezionali e ben motivate. Questo processo è andato a vele spiegate nonostante il Referendum del 2011 (quello sull’acqua pubblica) abbia rigettato le norme dell’all’epoca Governo Berlusconi, che prevedevano che servizi pubblici locali dovessero essere affidati tramite gara a società private o miste. Parallelamente anche gli enti rimasti pubblici hanno dovuto esternalizzare e affidare tramite appalto la gran parte dei servizi accessori come pulizie, vigilanza o logistica.

La Corte dei Conti nel report del 2010 rileva che: “Per quanto riguarda le utilities c’è tuttavia da osservare che l’aumento della profittabilità delle imprese regolate è in larga parte dovuto, più che a recuperi di efficienza sul lato dei costi, all’aumento delle tariffe che, infatti, risultano notevolmente più elevate di quelle richieste agli utenti degli altri paesi europei, senza che i dati disponibili forniscano conclusioni univoche sulla effettiva funzionalità di tali aumenti alla promozione delle politiche di investimento delle società privatizzate. Considerazioni analoghe possono valere anche per ciò che attiene agli effetti sul livello sia delle tariffe autostradali, sia degli oneri che il sistema bancario pone a carico della clientela, tutt’oggi sistematicamente e considerevolmente più elevato di quello riscontrato nella maggior parte degli altri paesi europei.â€

Questo lungo processo di privatizzazione è stato accompagnato da una retorica che ha etichettato i dipendenti pubblici come inefficienti e privilegiati, e ha determinato sin dagli anni ‘90 diverse riforme del pubblico impiego in senso privatistico nonché blocchi degli avanzamenti di stipendi. Si ricordi la crociata contro i “fannulloni†o “furbetti del cartellino†dell’all’epoca Ministro del Governo Berlusconi Brunetta o la crocifissione mediatica del 2015 del vigile di Sanremo che aveva timbrato il cartellino in mutande. Chiaramente le privatizzazioni hanno determinato una drastica riduzione dei dipendenti pubblici, che – secondo i dati ILO – al 1995 rappresentavano il 26% dei lavoratori dipendenti, mentre ad oggi rappresentano il 17%. [10] Al 2023 i dipendenti pubblici in Italia erano circa 3 milioni e mezzo[11]. I dati INPS ci mostrano inoltre che neanche il settore pubblico è stato risparmiato dalla generale flessibilizzazione del mercato del lavoro, al 2024 circa il 13% con contratto a tempo determinato, con picchi del 24% nel settore della scuola.[12] La figura qui di seguito riporta la ripartizione dei dipendenti secondo i dati CNEL.

I dati OCSE ci mostrano che al 2023 in Italia gli occupati nel pubblico erano circa il 14% degli occupati complessivi, si registrava appena un lavoratore pubblico ogni 17 persone, fra i valori più bassi europei ed occidentali.

In base a questa breve ricostruzione storica e quantitativa si evince che il processo di privatizzazione in Italia è stato particolarmente intenso ed ha ridotto il settore pubblico italiano fra i minori dei paesi europei.

Il confronto con gli altri paesi ci suggerisce che non c’è alcun nesso fra grandezza del settore pubblico e la scarsa performance economica o qualità dei servizi, lo si vede chiaramente sia nel contesto europeo, dove i paesi con performances migliori hanno spesso sistemi pubblici più grandi, che nei paesi del terzo mondo, dove solo quelli con una forte dirigenza statale – vedi la Cina – sono riusciti a sollevarsi e sottrarsi dal saccheggio del capitale internazionale. Le storture del settore pubblico italiano, dalla corruzione all’eccessiva burocratizzazione alle inefficienze ecc. non sono imputabili alla sua stazza né ai suoi dipendenti, ma alle modalità di gestione ed alle finalità degli organi apicali, dirigenziali e politici.

La vendita del patrimonio pubblico al capitale privato nazionale ed internazionale ha causato la perdita del controllo di settori produttivi strategici e quindi la capacità di direzione economica del paese, lasciandolo alla mercè di interessi privati che hanno realizzato profitti immensi, spesso tramite speculazioni di breve periodo godendo delle loro posizioni di rendita monopolistiche o oligopolistiche piuttosto che investendo in sistemi più moderni ed efficienti. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un sistema produttivo saccheggiato, arretrato e completamente marginalizzato, proiettato verso i settori a più bassa produttività mentre la desertificazione industriale procede senza sosta. Un sistema dove la produttività ristagna da quasi 30 anni ed il gap tecnologico con i paesi più avanzati tecnologicamente continua ad ampliarsi.

Il processo di privatizzazione ha piegato completamente i servizi pubblici alle logiche del profitto, mentre le questioni di equità, giustizia sociale e generalmente l’interesse popolare – che dovrebbero guidare le scelte pubbliche – sono scomparse dall’agenda politica.

Le esternalizzazioni dei servizi, tramite le giungle di appalti e subappalti – terzo settore compreso – hanno determinato che anche nell’elargizione di servizi pubblici si verifichino strutturalmente fenomeni di grave sfruttamento dei lavoratori, nonché di comprovata corruzione.

Per di più si può concludere che tutto ciò non ha prodotto effetti significativi sul debito pubblico – che ha continuato a crescere – né migliorato la qualità dei servizi, ma solo aumento delle tariffe, posizioni di rendita e disuguaglianze.

Oggi, come negli anni ‘60, è giunta l’ora di rivendicare un forte interventismo pubblico. Occorre perseguire la nazionalizzazione delle aziende strategiche per riprendere le redini direzionali del processo economico del paese che in questi anni è stato saccheggiato dagli interessi privati. Occorre reinternalizzare i servizi pubblici per garantire a tutti servizi di qualità orientati alla giustizia sociale e non al profitto, per ridurre costi e sprechi e corruttele legate ad intermediazione ed appalti e infine per garantire lavoro dignitoso.

[1] DL 333/1993.

[2] D.lgs 502/1992

[3] D.Lgs 69/1999 in attuazione della direttiva europea 96/92/CE

[4] D.Lls 164/2000 in attuazione della direttiva europea 98/30/CE

[5] https://www.nannimagazine.it/_resources/_documents/Uploaded-Files/File/Privatizzazioni%20definitivo.pdf

[6] Considerando anche Cassa Depositi e prestiti e Poste SPA: Enel (23,6%), Eni (32,3%), Leonardo (30,2%), Telecom (25%).
https://www.gruppotim.it/it/investitori/azioni/azionisti.html
https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2023/12/14/borsa-partecipate-statali-pesano-30-della-capitalizzazione_36d76117-dde2-433a-964d-3797c112fe0d.html?utm_source=chatgpt.com

[7] L.  36/1994

[8] L 59/1997, 127/1997, 191/1998, 50/1999.

[9] Approvato come Legge 118/2022

[10] Per dipendenti pubblici ILO intende i dipendenti delle amministrazioni centrali, locali e di sicurezza sociale e delle aziende di proprietà pubblica. https://rshiny.ilo.org/dataexplorer86/?lang=en&segment=indicator&id=SDG_T552_NOC_RT_A

[11] Per dipendenti pubblici OCSE intende i dipendenti delle amministrazioni centrali, locali e di sicurezza sociale e delle aziende di proprietà pubblica.

[12] https://servizi2.inps.it/servizi/osservatoristatistici/69/70/72/o/521

News & media

Un altro morto alla Esplodenti Sabino di Casalbordino
Data articolo:Sat, 11 Jul 2026 07:51:38 +0000

Paolo Pepe, 45 anni; Carlo Spinelli, 54 anni; Nicola Colameo, 46 anni; Gianluca De Santis, 43 anni; Fernando Di Nella, 62 anni; Giulio Romano, 56 anni; Bruno Molisani, 48 anni. Chi sono? Sono gli operai morti ammazzati sul lavoro alla Esplodenti Sabino di Casalbordino, in provincia di Chieti, dal 1992 a ieri. Sei dei quali solo negli ultimi sei anni, in due stragi, causate da esplosioni, in ognuna delle quali hanno perso la vita tre lavoratori. Fino a ieri, appunto, quando una nuova esplosione ha ucciso Carlo Piscopo, 59 anni.

Più che uno stabilimento, un sacrario della classe lavoratrice, a memoria della sua condizione di insicurezza e a monito della necessità di riequilibrare i rapporti di forza tra lavoratori e soggetti che tengono e muovono le catene di comando del sistema produttivo italiano.

La Esplodenti Sabino, ora rilevata da Arca Defence Italy, ramo d’azienda del colosso turco Arca Defence, si occupava dello smantellamento e recupero di residuati bellici ed esplosivi. Con l’ingresso di Arca Defence, lo stabilimento di Casalbordino sarà convertito alla produzione diretta di munizioni, gettando i circa 60 lavoratori dell’ex Esplodenti Sabino e il territorio sul quale insiste dentro l’economia di guerra. Nel frattempo, nello stabilimento si sta procedendo alla bonifica nel corso della quale, ieri, si è consumata l’ennesima tragedia.

La ex Esplodenti Sabino si trova in un’area produttiva (quella del Vastese) che soffre da anni una crisi occupazionale, con circa 28.000 persone in cerca di un lavoro o con contratti a breve termine su un totale di poco meno di 100.000 abitanti. Questo è il territorio che negli anni scorsi ha visto la chiusura di diversi stabilimenti, tra i quali la Golden Lady, delocalizzata dove sfruttare lavoratori è ancora più conveniente che qui, dove, comunque, il reddito procapite è di poco più di 20.000 euro, spesso insufficiente per vivere dignitosamente.

Insomma, sacche enormi di disoccupazione e salari insufficienti. In una parola: ricattabilità. Una condizione che spesso e volentieri mette i lavoratori di fronte alla ignobile alternativa tra accettare il rischio o perdere il salario. Paolo Pepe, Carlo Spinelli, Nicola Colameo, Gianluca De Santis, Fernando Di Nella, Giulio Romano, Bruno Molisani e Carlo Piscopo lavoravano per un salario; per quel salario hanno perso la vita, pagando il prezzo più alto sull’altare del profitto. Eccolo lo specchio della lotta di classe, inevitabile e di cui recuperare il senso dalla parte dei lavoratori.

Perché non possiamo più accettare che una classe imprenditoriale e un ceto politico a quella accomodante, permettano il permanere di condizioni di vita e di lavoro che sono il presupposto della morte di oltre 1.000 lavoratori ogni anno (senza considerare le morti per malattia) che Engels considerava (in questo caso più che mai calzante) “tanto violenta quanto quella per mano di un proiettileâ€.

Ecco, allora, che non basta chiedere più controlli: occorre rimuovere le condizioni che permettono a pochi di godere dei profitti fatti sulla vita stessa dei lavoratori.

In questo senso: la produzione della ex Esplodenti Sabino andrebbe fermata immediatamente, garantendo ai lavoratori il salario pieno pagato dall’azienda e la sua produzione andrebbe riconvertita al settore civile, capace, tra l’altro di garantire maggiore occupazione e molti meno rischi per chi lavora e per chi vive sul territorio; andrebbe istituito il reato di omicidio sul lavoro e, accogliendo il suggerimento di Engels, bisognerebbe imporre ai datori di lavoro colpevoli di omissione delle misure di sicurezza, di provvedere per tutta la vita al mantenimento dei dipendenti non più in grado di lavorare a causa di infortuni o malattie professionali e, in caso di morte del lavoratore, al mantenimento della sua famiglia.

Ma, lo sappiamo, nulla sarà regalato; tutto deve essere conquistato attraverso il protagonismo dei lavoratori nelle lotte.

News & media

Le ragioni di Potere al Popolo e l’isteria del campo largo
Data articolo:Thu, 09 Jul 2026 12:33:40 +0000

Stamattina ci siamo svegliati con un post di Giorgia Meloni contro di noi, e con tutta la galassia editoriale e social di centrosinistra che, dopo la contestazione di ieri al comizio del Campo Largo a Napoli, ci dà dei “fascisti” e degli “squadristi”. Ecco cosa è successo.

Partiamo da un dato. A prescindere dalla nostra presenza in piazza, alla kermesse di ieri, alla presenza di tutti i leader nazionali del centrosinistra, avranno partecipato si e no 300 persone. Un flop clamoroso.

D’altronde pensare che a Napoli, una città letteralmente devastata dalla Giunta Manfredi, in una regione governata da decenni con metodi clientelari dal Campo Largo, un comizio di piazza incontrasse un sentimento popolare favorevole, significa non avere alcun contatto con la realtà.

Napoli è una città dove, proprio in questi giorni, 1.200 disoccupati che avrebbero dovuto iniziare un tirocinio dopo dieci anni di lotte sono stati lasciati a casa per l’incapacità dell’amministrazione comunale e del governo nazionale. Non è un caso che ad aprire la contestazione al palco siano stati proprio loro.
Napoli è una città dove due anni fa è stata approvata la delibera sul salario minimo negli appalti e non è mai stata applicata. Una città dove il diritto alla casa viene sacrificato agli interessi di chi si arricchisce con i B&B, mentre l’amministrazione non fa nulla per regolamentare il turismo. Una città dove un intero quartiere è stato consegnato ai colossi dell’America’s Cup, rinunciando alla bonifica e al ripristino della linea di costa di Bagnoli. Dove chi ha inquinato non solo non paga, ma riceve appalti milionari. Una città dove si moltiplicano le zone rosse contro poveri e migranti, mentre si continua a sparare e morire per strada nell’indifferenza delle istituzioni. Una città dove le morti stradali sono aumentate del 23% in un solo anno, mentre a livello nazionale diminuiscono.

Questa è la vetrina del buon governo che il Campo Largo vorrebbe proporre al paese. Basterebbe questo dato per comprendere la contestazione di ieri, per fare autocritica. E invece Schlein, Conte, Fratoianni, Bonelli, Manfredi e Fico non rispondono nel merito. Preferiscono dare del fascista a chi li contesta, con buona pace di chi dice che ci hanno chiamati a intervenire sul palco come avevamo chiesto (una bufala bella e buona, come dimostrano i video in cui al massimo Conte afferma “ne parliamo di là”, cioè dietro i riflettori). Dimenticano le parole di Pertini, che il fascismo lo aveva conosciuto e combattuto davvero: “Libero fischio in libera piazza”. E cioè: la battaglia delle idee, le contestazioni, sono il sale della democrazia. E non a caso incassano la solidarietà di Meloni, con la quale sembrano condividere una concezione piuttosto singolare della democrazia, quella per cui il dissenso va criminalizzato. D’altronde loro, al contrario di quanto ha affermato Conte dal palco, i decreti sicurezza e i decreti Minniti contro i migranti e i poveri li hanno firmati eccome.

Così l’antifascismo viene svuotato di senso, utilizzandolo come strumento elettorale per raccogliere consensi, per poi governare, in perfetta continuità con le destre, che siano quella di Draghi o quella di Meloni, ossia contro i lavoratori. Conte e Schlein hanno già chiarito che la patrimoniale non è una priorità. Nel campo largo trovano ampio spazio le posizioni pro riarmo e pro Nato e anche l’oscenità della Sinistra per Israele. E gente come Renzi, il padre di leggi come il Jobs Act.

Pensare che sia la contestazione di Potere al popolo a “far vincere la destra” e non il fatto che il centrosinistra per ampi strati popolari non costituisca una reale alternativa a Meloni, vuol dire guardare il dito e non la luna.

Infine: a chi dice che bisogna contestare la destra e non il centrosinistra rispondiamo con due osservazioni. La prima: se dovessimo elencare tutti i procedimenti giudiziari che abbiamo subito per le contestazioni a Fratelli d’Italia, Salvini e compagnia, non finiremmo più. Nelle piazze contro la destra, però, i partiti del Campo Largo non li abbiamo praticamente mai visti. La seconda: le contestazioni si fanno a chi governa. E a Napoli e in Campania governa il Campo Largo. Peraltro in piena sintonia con il governo Meloni, come dimostra il caso di Bagnoli o l’entusiasta accoglimento delle zone rosse.

La domanda dunque è: come potete presentarvi come alternativa se sulle questioni decisive finite sempre per stare dalla stessa parte?

In questo paese serve lavorare a una vera alternativa, con un progetto concreto e proiettato in avanti, che non faccia leva sulla paura, come fanno specularmente la destra e il centrosinistra, mai sui bisogni e le aspirazioni della maggioranza.

Prima lo faremo, abbandonando il “menopeggismo”, prima cambieremo tutto.


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