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#news #Potere #Popolo
Il 3 gennaio ci siamo svegliati con le immagini dei bombardamenti con i quali gli Stati Uniti d’America hanno attaccato la Repubblica Bolivariana del Venezuela provocando oltre cento morti. Poco dopo ha iniziato a circolare la notizia, subito confermata da Trump, che il presidente del Paese, Nicolas Maduro, e la Prima Combattente, Celia Flores, erano stati rapiti e deportati a New York.
Fin da subito come Potere al Popolo ci siamo mobilitati per denunciare questa aggressione in totale violazione del diritto internazionale e ci siamo schierati dalla parte del popolo venezuelano e del suo legittimo governo. In poche ore, le nostre pagine social sono state vittima di una violenta shitstorm ad opera della destra per mezzo di troll e bot. Sotto ai nostri post abbiamo però letto anche alcuni commenti di persone in buona fede che, pur essendo d’accordo nel denunciare l’azione militare di Trump, non riescono a schierarsi pienamente con un Paese il cui governo viene descritto dai media come brutale, tirannico e legato al narcotraffico.
Per questo, pensiamo possa essere utile socializzare queste brevi riflessioni. Ci sarebbe molto da dire, ma crediamo sia importante prima di tutto chiarire alcuni punti fondamentali su quello che è accaduto e, più in generale, sul processo bolivariano che ha attraversato il Venezuela negli ultimi 30 anni.
Una premessa: come sempre la propaganda lavora in due sensi. Da un lato per giustificare l’aggressione (non vi sarà sfuggito che la “sovranista” Giorgia Meloni abbia immediatamente legittimato l’aggressione USA), dall’altro per confondere le notizie per disattivare l’attivazione popolare in soccorso dell’aggredito.
Trump ha giustificato l’attacco, almeno da un punto di vista formale, inserendolo nelle azioni di lotta al traffico di stupefacenti. Così ha potuto agire rapidamente, senza la necessità di ottenere la preventiva autorizzazione da parte del Congresso degli Stati Uniti. Non ci sarebbe nemmeno bisogno di dirlo: qualsiasi analista serio sa che le rotte del narcotraffico dirette verso gli USA passano solo in misura secondaria per il Venezuela. Colombia, Bolivia e Perù sono i paesi maggiormente interessati dalla produzione, mentre Ecuador, Guatemala, Honduras, El Salvador, e soprattutto il Messico, sono i principali paesi di transito. Più che a limitare il narcotraffico, l’aggressione USA è un’arma di pressione per garantirsi una gestione delle riserve petrolifere venezuelane e delle importanti ricchezze minerali del Paese. D’altronde, nemmeno Trump e Rubio ormai fanno finta di negarlo.
Il Venezuela siede sul più grande bacino petrolifero del mondo. Più dell’Arabia Saudita, dell’Iran, della Russia o degli USA. Quando nel 1998 Hugo Chávez vinse le elezioni, circa metà della popolazione viveva sotto la soglia di povertà . La “colpa” di Chávez prima, e di Nicolas Maduro poi, è stata quella di aver preteso che i proventi dell’oro nero fossero utilizzati per migliorare le condizioni di vita della popolazione piuttosto che per arricchire una élite di rentiers e le multinazionali occidentali. La ricontrattazione delle royalties nel 2001 e poi la costituzione di imprese miste a capitale maggioritariamente pubblico nel 2007 hanno garantito allo Stato venezuelano abbastanza introiti da poter avviare le 13 misiones, che hanno migliorato le condizioni di vita delle classi popolari (con programmi di costruzione di case popolari, espansione della medicina territoriale in tutti i quartieri popolari e nei villaggi, riforma e diffusione dell’istruzione pubblica, redistribuzione della terra ai contadini poveri) e alimentato la cooperazione economica latinoamericana, garantendo a molti paesi la possibilità di svincolarsi dalla dipendenza dagli USA.
Certo, il prezzo da pagare per tutto questo è stato alto: la maggiore indipendenza si è affiancata a tentativi sempre più sofisticati di delegittimazione dei Governi del PSUV (il partito fondato da Hugo Chávez). Facendo leva su problemi concreti (la dipendenza dal petrolio e la insufficiente diversificazione dell’economia, la crisi del settore petrolifero, l’isolamento commerciale indotto dall’embargo petrolifero USA, la corruzione atavica del paese, che coinvolge anche parte del PSUV e che le stesse sanzioni hanno alimentato) l’opposizione venezuelana, con l’appoggio esterno degli USA, nell’ultimo quarto di secolo le ha provate tutte, utilizzando qualsiasi carta a propria disposizione, dal golpe dall’alto a quello “dal basso”, dai tentativi di invasione mercenaria al terrorismo.
Guardando alle ricostruzioni che gli opinionisti di casa nostra fanno della storia del Venezuela, si omette sempre l’elemento del conflitto. Un conflitto antiimperialista che da Bolivar a Chávez ha opposto la lotta per l’autodeterminazione a un colonialismo predatorio, e la lotta per il miglioramento delle condizioni di vita delle classi popolari all’oligarchia che ha gestito per decenni il paese. Senza considerare questo elemento, la lotta del popolo venezuelano per la propria indipendenza e la reazione imperialista, non si può realmente comprendere la storia recente del paese. Non si può comprendere la controffensiva trumpiana senza considerare la maggiore autonomia del subcontinente latino-americano, di cui il Venezuela è stato un protagonista negli anni 2000 grazie alla diplomazia chavista. In quel decennio, un intero continente, sotto la spinta di governi socialisti e progressisti, ha visto uscire dalla miseria materiale e educativa milioni di latinoamericani, e si è svincolato dalla dipendenza USA, oggi sfidata da un crescente interscambio con altri attori commerciali come la Cina, che ha raggiunto la considerevole cifra di 500 miliardi di dollari.
È questa indipendenza che le amministrazioni USA vogliono cancellare, con ogni mezzo necessario. La stessa consegna del premio Nobel per la pace 2025 a Maria Corina Machado rientra in questi tentativi. Machado non è una figura nuova della politica nazionale venezuelana. È l’erede diretta delle vecchie élite economiche, la voce della borghesia di Caracas che negli anni ‘90 governava per pochi e lasciava il popolo nella miseria. Da sempre vicina a Washington, ha co-fondato l’ONG Súmate, finanziata dal National Endowment for Democracy, uno degli strumenti con cui gli Stati Uniti finanziano opposizioni “amiche†nei paesi che non si piegano. È la stessa che nel 2002 appoggiò il colpo di Stato contro Chávez, quando settori dell’esercito e oligarchia tentarono di cancellare con la forza il voto popolare, utilizzando franchi tiratori per sparare sulla folla (19 morti) e seminare il panico. Machado è stata coinvolta in tutti i tentativi di rovesciamento terroristico dei governi venezuelani democraticamente eletti: dalle guarimbas del 2014 (43 morti) a quelle del 2017 (120 morti), al tentativo di colpo di stato guidato dall’autoproclamatosi presidente Juan Guaidò, accompagnato da cyberattacchi alla rete energetica ed elettrica nazionale e da un tentativo di sbarco di contractors privati nel 2020. Quando sui giornali il chavismo viene rappresentato come un brutale regime repressivo, quando vediamo venezuelani ben vestiti che, rigorosamente all’estero, festeggiano il rapimento di Maduro, ricordiamoci cos’è “l’opposizione democratica” venezuelana. Al cui consenso interno nemmeno Trump crede.
Detto ciò, è del tutto evidente che il regime sanzionatorio e l’embargo promosso dagli USA e UE a cui è sottoposto il Paese hanno peggiorato sensibilmente le condizioni di vita e di lavoro del popolo venezuelano e minato in parte il consenso al governo Maduro. A lasciare il Paese in questi anni non sono stati solo i reazionari, ma anche migliaia di venezuelane e venezuelani in cerca di condizioni di vita migliori.
Nonostante questo, il progetto bolivariano ha retto, tanto da richiedere un intervento militare degli USA. Non si può comprendere la resilienza del popolo venezuelano, senza parlare del potere popolare, forse l’elemento cardine del processo rivoluzionario bolivariano che fa sì che, come Potere al popolo, continuiamo a sostenere questo processo, tra le sue mille contraddizioni e difficoltà . La salita al potere di Chávez ha infatti coinciso con uno sviluppo senza precedenti della partecipazione popolare, tanto in termini elettorali quanto in termini di autogoverno e partecipazione politica militante.
Partiamo dai dati grezzi della partecipazione elettorale che ci mostrano che prima di Chávez in Venezuela solo una ristretta élite economica e politica partecipava alle elezioni. I tre partiti principali, tutti e tre sostanzialmente borghesi, si erano garantiti fin dal 1958 l’alternanza di governo e una gestione consociativa dello Stato, escludendo sostanzialmente le classi popolari dalla rappresentanza. Non votava nessuno: solo i ricchi. Al contrario il chavismo ha inserito le masse all’interno della politica, e ha fatto sì che storto o morto, anche i partiti dell’opposizione, per affermarsi, ora debbano rivolgersi al “basso”. Basti pensare che nel 1993, le ultime elezioni prima della vittoria di Chávez votavano solo 5.829.216 votanti su un totale di 9.688.795 registrati al voto. 19 anni dopo, nel 2012, ultimo anno della presidenza Chávez, gli iscritti al voto erano diventati 18.903.143 e i votanti effettivi 15.146.096, cioè quasi tre volte quelli del 1993! Ancora nel 2024, in piena crisi economica e dopo vari tentativi di destabilizzazione politica, la partecipazione elettorale si è attestata intorno al 60%, 10 punti sopra quella delle ultime regionali ed europee nel nostro paese.
Ciò che però conta davvero è la partecipazione concreta al potere da parte delle classi popolari. Già la riforma costituzionale del 1999 introduceva meccanismi istituzionali come il Referendum revocatorio, che consentiva di revocare il mandato di qualsiasi funzionario eletto, incluso il Presidente, a metà del suo incarico, tanto che la stessa opposizione nel 2004 si avvalse, perdendo, di questo strumento contro lo stesso Chávez; il referendum approvativo su leggi importanti; l’iniziativa legislativa Popolare, il principio di controllo operaio delle imprese statali. Anche la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario a 7 ore massime di lavoro al giorno e a 35 ore di lavoro massimo settimanale ha consentito di liberare tempo di vita e, di conseguenza, anche di partecipazione alla vita sociale e politica.
La novità principale risiede però nelle Comunas, cioè nel tentativo, spinto dall’ultimo Chávez, di lavorare all’edificazione di un autogoverno popolare parallelo e autonomo dallo Stato, con l’idea di sostituirsi, in futuro, allo Stato stesso. Per esperienza diretta, le Comunas esistenti, tanto quelle agricole, quanto quelle urbane, costituiscono oggi l’attore principale della rivoluzione bolivariana e lo strumento primario per la costruzione del socialismo. Esse si occupano di autogovernare gruppi di villaggi e quartieri, tanto sul piano politico, quanto sul piano economico. Il Ministero del Potere Popolare per le Comunas e i Movimenti Sociali. presidiato oggi da Angel Prado, ha censito oltre 3.600 Comunas iscritte regolarmente nel registro ufficiale. Quattro anni fa, il 4 e il 5 marzo 2022, circa 60 Comunas delle cinque regioni del Venezuela hanno fondato l’Union Comunera in un primo congresso tenutosi proprio nella comuna El Maizal (a cui abbiamo partecipato con una nostra delegazione). L’Union Comunera è il risultato di un processo organizzativo avviato anni prima e oggi occupa un ruolo determinante nella vita quotidiana delle Comunas: è una rete che, oltre a coordinare il piano politico ed economico e dare centralità e protagonismo decisionale agli abitanti e ai lavoratori delle Comunas, funge da moltiplicatore del modello diffondendo –all’interno e all’esterno del Paese– programmi di formazione politica, ideologica e tecnica secondo le necessità dei diversi territori. Certo, le Comunas non possono risolvere, allo stadio di sviluppo attuale, i problemi di ammodernamento del settore petrolifero, di diversificazione economica e di riequilibrio della bilancia commerciale venezuelana. Ma senza dubbio costituiscono un elemento di tenuta democratica e di sussistenza economica importante, in una fase di crisi dello Stato venezuelano e di aggressione imperialista esterna.
Per questi motivi, pur con tutte le contraddizioni e le difficoltà che non vanno negate ma affrontate, dobbiamo continuare a proteggere, oggi più che mai, il delicato fiore delle Comunas e, più in generale, il progetto della rivoluzione bolivariana che, non a caso, Trump e molti governi occidentali considerano uno dei principali obiettivi da attaccare e distruggere.
Giù le mani dal Venezuela.
L'articolo PERCHÈ DOBBIAMO MOBILITARCI IN DIFESA DEL VENEZUELA E DELLA RIVOLUZIONE BOLIVARIANA? proviene da Potere al Popolo.
Nelle prime ore del 3 gennaio, gli Stati Uniti hanno inviato le loro forze militari in Venezuela per rapire il presidente Nicolás Maduro Moros e Cilia Flores, deputata dell’Assemblea Nazionale, bombardando siti civili e militari in tutta Caracas. Gli Stati Uniti hanno accusato sia Maduro che sua moglie Flores di “narcoterrorismo†e altri reati correlati e li stanno trattenendo a New York, dove sono comparsi per la prima volta davanti alla corte federale di Manhattan il 5 gennaio 2026.
Chiaramente, gli Stati Uniti non hanno iniziato il loro assalto al Venezuela il 3 gennaio 2026. La guerra ibrida contro il processo bolivariano del Venezuela è iniziata nel 2001, dopo l’approvazione della Legge Organica sugli Idrocarburi, parte di un pacchetto di quarantanove leggi decretate da Chávez e approvate dall’Assemblea Nazionale. La nuova legge venezuelana ha svantaggiato i conglomerati petroliferi, la maggior parte dei quali provenienti dagli Stati Uniti, consentendo invece al governo di reindirizzare una quota maggiore dei proventi del petrolio verso programmi sociali e lo sviluppo nazionale a lungo termine. I conglomerati petroliferi, in particolare ExxonMobil (Exxon), si sono infuriati e da allora hanno iniziato a collaborare con il governo degli Stati Uniti per cercare di rovesciare non solo il governo del Venezuela, ma l’intero processo bolivariano. La guerra ibrida – attraverso mezzi economici, politici, informativi e persino sociali – è stata una caratteristica costante della vita venezuelana nell’ultimi venticinque anni. L’ultimo attacco illegale al Venezuela e il rapimento del suo presidente e della first lady fanno parte di questa lunga e continua guerra contro i lavoratori di questo paese sudamericano.
Cosa rende illegale l’attacco contro il Venezuela? Dato il modo in cui gli Stati Uniti ignorano completamente e costantemente il diritto internazionale, anche quando parlano di un “ordine internazionale basato sulle regoleâ€, vale la pena riesaminare i fondamenti del diritto internazionale e rivedere le leggi internazionali che gli USA hanno violato con l’attacco al Venezuela il 3 gennaio.
In primo luogo, quando parliamo di “diritto internazionaleâ€, ci riferiamo agli obblighi giuridici che gli Stati – e, in alcuni casi, le organizzazioni internazionali e gli individui – riconoscono come vincolanti nelle loro relazioni reciproche. Queste norme provengono da due fonti principali: i trattati (accordi scritti) e il diritto internazionale consuetudinario (norme che diventano vincolanti attraverso la pratica costante degli Stati e sono accettate come legge). Uno Stato deve acconsentire ad essere vincolato da un trattato (il che significa che deve firmare il trattato o aderirvi), ma può essere vincolato dal diritto internazionale consuetudinario e dalle norme imperative (jus cogens, o “diritto imperativoâ€, norme fondamentali che vincolano tutti gli Stati) indipendentemente dal fatto che abbia firmato o meno un trattato. Ad esempio, il divieto di genocidio e schiavitù non richiede la firma di alcuno Stato, poiché tali divieti sono riconosciuti come norme imperative che vincolano tutti gli Stati in materia di diritto internazionale. In altre parole, alcune leggi sono così fondamentali che nessuno Stato può sottrarsi al loro rispetto. Gli obblighi a cui farò riferimento di seguito provengono da entrambe le fonti: trattati (come la Carta delle Nazioni Unite) e diritto internazionale consuetudinario (compreso il principio di non intervento e l’immunità dei capi di Stato), talvolta interpretati e applicati dalla Corte internazionale di giustizia (CIG, la più alta corte delle Nazioni Unite per le controversie tra Stati), le cui sentenze hanno un’autorità speciale nello spiegare ciò che il diritto internazionale richiede nella pratica.
1. Divieto di minaccia o uso della forza. Esistono due trattati fondamentali che dovrebbero limitare l’uso della forza da parte degli Stati Uniti nei confronti di altri paesi:
a) Il più importante è la Carta delle Nazioni Unite del 1945, il cui articolo 2(4) stabilisce che tutti gli Stati devono astenersi dalla “minaccia o dall’uso della forza†nei confronti di un altro Stato. Esistono eccezioni limitate a questa regola, ad esempio se il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, agendo ai sensi del Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite (articoli 39-42), determina che esiste una “minaccia alla pace, una violazione della pace o un atto di aggressione†e quindi autorizza l’uso della forza per “mantenere o ripristinare la pace e la sicurezza internazionaliâ€, o se uno Stato agisce per legittima difesa. Poiché non vi sono altre eccezioni, l’atto di aggressione degli Stati Uniti contro il Venezuela costituisce una chiara violazione della Carta delle Nazioni Unite, il più alto obbligo trattato nel sistema interstatale.
b) In America Latina esiste anche la Carta dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) del 1948, il cui articolo 21 afferma che “il territorio di uno Stato è inviolabile†e che non sono consentite “occupazioni militari†o “misure di forza†da parte di uno Stato contro un altro. La Carta dell’OAS segue la Carta delle Nazioni Unite, il cui articolo 103 chiarisce che, in caso di conflitto tra gli obblighi derivanti dai trattati, gli obblighi dei membri ai sensi della Carta delle Nazioni Unite prevalgono su quelli derivanti da qualsiasi altro accordo internazionale.
Dovrebbero già esserci risoluzioni sia all’ONU che all’OAS per condannare le recenti azioni degli Stati Uniti. L’assenza di tali risoluzioni è una dimostrazione non tanto dell’impotenza del sistema interstatale in sé, quanto piuttosto del potere assoluto di tipo mafioso esercitato dagli Stati Uniti nel mondo.
2. Non intervento negli affari interni o esterni di uno Stato. L’articolo 2(7) della Carta delle Nazioni Unite sottolinea la centralità della sovranità statale chiarendo che nulla nella Carta autorizza le Nazioni Unite a intervenire in questioni “essenzialmente di competenza interna†di qualsiasi Stato (ad eccezione delle misure di esecuzione previste dal Capitolo VII). Il divieto per gli Stati di intervenire negli affari dell’uno e dell’altro è anche chiaramente stabilito nell’articolo 19 della Carta dell’OAS, che afferma che nessuno Stato “ha il diritto di intervenire, direttamente o indirettamente, per qualsiasi motivo†negli affari interni o esterni di un altro Stato, e ciò include qualsiasi “forma di interferenzaâ€, compresa l’invasione militare e la cattura di un capo di governo.
La Carta delle Nazioni Unite e la Carta dell’OAS sono trattati, e il diritto internazionale consuetudinario rafforza queste norme, vietando in modo indipendente l’intervento. Nel caso del 1986 Nicaragua contro Stati Uniti – intentato a causa del sostegno di Washington alla Guerra dei Contras e alla minatura dei porti del Nicaragua – la Corte internazionale di giustizia ha affermato il principio di non intervento del diritto consuetudinario e ha applicato le norme sull’uso della forza e sulla legittima difesa (comprese la necessità e la proporzionalità ). I tentativi diretti degli Stati Uniti di destituire il governo venezuelano, dal tentativo di colpo di Stato del 2002 al rapimento del presidente Maduro e di Cilia Flores nel 2026, costituiscono chiare violazioni di questi principi, ma lo stesso vale per il sostegno fornito dagli Stati Uniti all’organizzazione di azioni armate, come l’operazione Gideon (2020), in cui gli Stati Uniti hanno finanziato mercenari per attaccare il governo venezuelano.
3. Violazione dell’immunità del capo di Stato. Quando uno Stato esercita la propria giurisdizione penale, civile o esecutiva su un capo di Stato straniero in carica in violazione del diritto internazionale – arrestando, perseguendo, detenendo o esercitando in altro modo un’autorità coercitiva su tale persona – viola l’immunità del capo di Stato. Si tratta di una norma volta a garantire che gli Stati possano intrattenere relazioni senza che i tribunali stranieri possano arrestare i rispettivi alti funzionari. In parole povere: di norma, un tribunale nazionale straniero non può legalmente arrestare o processare un capo di Stato in carica, a meno che tale immunità non sia revocata dallo Stato di appartenenza di tale persona. Non esiste un trattato autonomo che codifichi questa immunità in un unico documento, ma essa è ben consolidata nel diritto internazionale consuetudinario e si riflette in diversi strumenti e sentenze. La Convenzione delle Nazioni Unite sulle missioni speciali (1969), ad esempio, stabilisce che un capo di Stato che guida una missione speciale “gode delle agevolazioni, dei privilegi e delle immunità accordati dal diritto internazionale ai capi di Statoâ€. La Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche (1961) codifica separatamente l’immunità diplomatica per gli agenti diplomatici accreditati, illustrando il principio più ampio del diritto internazionale dell’inviolabilità dei rappresentanti ufficiali. Ancora più importante, la Corte internazionale di giustizia, nella causa La Repubblica Democratica del Congo contro il Belgio (2002) – noto come “caso del mandato di arrestoâ€, intentato dopo che il Belgio aveva emesso un mandato internazionale nei confronti del ministro degli Esteri in carica della Repubblica Democratica del Congo – ha stabilito che il ministro degli Esteri in carica godeva dell’“immunità dalla giurisdizione penale†e dell’“inviolabilità †ai sensi del diritto internazionale e che il mandato di arresto del Belgio violava tali obblighi.
Esiste un’importante eccezione nel sistema internazionale, che opera nell’ambito della Corte penale internazionale (CPI), che persegue gli individui (non gli Stati, come fa la Corte internazionale di giustizia). L’articolo 27 dello Statuto di Roma della CPI stabilisce che la funzione ufficiale “di capo di Stato o di governo†non esenta una persona dalla responsabilità ai sensi dello statuto e che le immunità “non impediscono alla Corte di esercitare la sua giurisdizioneâ€. Ai sensi dello Statuto di Roma, la CPI può perseguire gli individui per i crimini internazionali più gravi – genocidio, crimini contro l’umanità , crimini di guerra e crimini di aggressione – quando i tribunali nazionali non sono in grado o non sono disposti ad agire. Questo è il motivo per cui i mandati della CPI possono essere emessi anche per capi di Stato o di governo in carica. Questa è la logica giuridica invocata nel mandato di arresto della CPI nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.
Il brutale attacco di Trump non solo viola il diritto internazionale, ma solleva anche questioni relative al diritto statunitense. La War Powers Resolution del 1973 impone al presidente degli Stati Uniti di consultare il Congresso “in ogni caso possibile†prima di introdurre le forze armate statunitensi in ostilità contro qualsiasi Stato e, in caso contrario, di riferire al Congresso entro quarantotto ore, con la cessazione delle ostilità entro sessanta giorni in assenza di autorizzazione. Il disprezzo di Washington per il diritto internazionale si riflette anche nel non rispetto delle proprie leggi.
Alla sua comparizione in tribunale il 5 gennaio, Maduro ha dichiarato: “Sono un prigioniero di guerraâ€. Si tratta di un’affermazione precisa. Maduro e Flores sono stati arrestati per motivi puramente politici, nell’ambito della guerra che Washington conduce da tempo contro il Sud globale.
Lo immagino nella sua cella, l’ex autista di autobus e sindacalista, il presidente riluttante che è arrivato al socialismo grazie al padre sindacalista e alla madre cattolica, che una volta mi ha detto: “La storia mi ha messo su questa poltrona presidenziale non per compiacere qualcuno, ma per difendere il mio Paese e il socialismoâ€. Immagino Flores, la giovane avvocata che ha aiutato a difendere Hugo Chávez dopo la rivolta del 1992 e ha ottenuto il suo rilascio dal carcere nel 1994. Li immagino canticchiare la grande canzone di Alà Primera del 1977 che sarebbe poi diventata un inno del chavismo: “Los que mueren por la vida†(Coloro che muoiono per la vita):
Coloro che muoiono per la vita
non possono essere definiti morti
E da questo momento in poi
è vietato piangerli
Che tacciano i rintocchi
in tutti i campanili
Andiamo, caspita
perché all’alba
non servono galline
ma il canto dei galli
Loro non saranno una bandiera
da abbracciare
E chi non riesce a sollevarla
abbandoni la lotta
Non è tempo di tirarsi indietro
né di vivere di leggende
Canta, canta, compagno
che la tua voce sia un colpo di pistola
che con le mani del popolo
non ci sarà canto disarmato
Canta, canta, compagno
Canta, canta, compagno
Canta, canta, compagno
Che la tua canzone non taccia
Se ti manca il provvisto
Hai quel cuore
Che batte come un bongo
colore di vino antico
Arriva la tua cueca di lotta
cavalcando un vento australe
Canta, canta, compagno
Canta, canta, compagno
Canta, canta, compagno
Che la tua voce sia un colpo di pistola
Che con le mani del popolo
non ci sarà canto disarmato
Canta, canta, compagno
Canta, canta, compagno
Canta, canta, compagno
Che la tua canzone non taccia…
Con affetto,
Vijay
*Traduzione della seconda newsletter del 2026 di Tricontinental: Institute for Social Research.
Come Potere al Popolo traduciamo la newsletter prodotta da Tricontinental: Institute for Social Research perché pensiamo affronti temi spesso dimenticati da media e organizzazioni nostrane e perché offre sempre un punto di vista interessante e inusuale per ciò che si legge solitamente in Italia. Questo non significa che le opinioni espresse rispecchino necessariamente le posizioni di Potere al Popolo. A volte accade, altre volte no. Ma crediamo sia comunque importante offrire un punto di vista che spesso manca nel panorama italiano.
L'articolo QUANTI LEGGI INTERNAZIONALI POSSONO VIOLARE GLI STATI UNITI NEI CONFRONTI DEL VENEZUELA E CONTINUARE A FARLA FRANCA? proviene da Potere al Popolo.
Stiamo entrando nel nuovo anno con ansia o con speranza? Io sono ottimista perché nei miei viaggi vedo che le persone in tutto il mondo sono deluse dalla situazione attuale: vogliono vivere in una società che non sia oscurata dalla fame e dalla sofferenza. Ma non sono così ottimista da pensare che la sola insoddisfazione possa trasformare questo mondo di catastrofi climatiche e guerre genocidarie in un mondo di dignità e pace. Sebbene questo sentimento esista, non ci ha ancora aiutato a tracciare un percorso verso un mondo migliore.
Per decenni, organizzazioni come la Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (UNCTAD), fondata nel 1964, hanno fornito analisi empiriche delle sofferenze nel nostro mondo. Nel dicembre dello scorso anno, l’UNCTAD ha pubblicato il suo Trade and Development Report 2025, che conteneva diverse conclusioni nuove e importanti. Di seguito sono riportati sei punti che meritano la nostra attenzione:
1. La crescita globale è stagnante e ineguale. L’UNCTAD ha previsto che la crescita del PIL globale rallenterà al 2,6% nel 2025, in calo rispetto al 2,9% del 2024, segno di una stagnazione secolare. I paesi in via di sviluppo, guidati dalle potenze asiatiche, dovrebbero crescere del 4,3% e trainare il 70% della crescita globale. Nel frattempo, l’America Latina e i Caraibi dovrebbero registrare una crescita più lenta rispetto al 2024, mentre la crescita complessiva dell’Africa dovrebbe aumentare in modo ineguale. Alcune zone del Sud globale sono il motore della crescita, ma rimangono strutturalmente subordinate ai centri finanziari del Nord globale: il valore viene prodotto nella periferia, ma è mediato, stimato e spesso appropriato attraverso il sistema finanziario e commerciale dominato dal centro.
2. Il Nord globale domina il commercio attraverso il sistema finanziario. L’UNCTAD stima che il 90% del commercio mondiale dipenda dalla finanza commerciale e dal sistema bancario. Il commercio mondiale è sensibile alle variazioni dei tassi di interesse, alla liquidità dei mercati finanziari e alla fiducia degli investitori, che possono influenzare il commercio tanto quanto i cambiamenti nella produzione reale. I dati dell’UNCTAD mostrano che le oscillazioni finanziarie globali – nel credito, nei flussi di capitale e nella propensione al rischio – seguono da vicino le oscillazioni dei volumi del commercio mondiale. Con la quota del dollaro statunitense nei pagamenti internazionali tramite il sistema SWIFT nuovamente intorno al 50% di tutti i pagamenti e con gli Stati Uniti che rappresentano la metà del valore di mercato azionario globale e il 40% delle emissioni obbligazionarie, l’egemonia del dollaro continua a prevalere sul Sud globale. In altre parole, il commercio mondiale circola in container del Nord ed è garantito dal credito del Nord.
3. La crisi dell’iper-imperialismo crea incertezza. Il rapporto menziona ripetutamente una “elevata incertezza politica†a livello globale. Si tratta di un eufemismo tecnocratico per indicare una crisi egemonica nel centro imperiale che si esprime nella guerra commerciale del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. L’escalation dei dazi doganali e il confronto geo-economico sono diventati caratteristiche consolidate del sistema mondiale, piuttosto che semplici shock temporanei. Questi sviluppi continueranno a deprimere gli investimenti e il commercio, portando alla stagnazione negli Stati del Nordatlantico e nelle zone del Sud globale più vulnerabili ai modelli commerciali Nord-Sud.
4. La crisi del debito del Sud globale si sta intensificando. La metà dei paesi a basso reddito del mondo (35 su 68) è esposta a un elevato rischio di indebitamento. L’UNCTAD osserva: “I casi di insolvenza hanno storicamente portato a riduzioni eccessive e durature della produzione, alla mancanza di accesso ai mercati internazionali dei capitali e a forti aumenti dei costi di finanziamento che ostacolano qualsiasi successiva ripresa economicaâ€. In media, le economie sottosviluppate accedono a prestiti con tassi di interesse del 7-11%, mentre le economie avanzate del 1-4%. Questa disparità è una caratteristica strutturale dell’architettura finanziaria internazionale, non semplicemente un riflesso dei fondamenti di questa o quella economia. Il debito continua ad essere utilizzato per disciplinare i paesi del Sud globale, in particolare nel continente africano.
5. La crisi climatica alimenta la crisi del debito. I paesi più vulnerabili alla crisi climatica sono costretti a pagare per la loro vulnerabilità attraverso tassi di interesse più elevati. Secondo il rapporto, questi paesi “trasferiscono 20 miliardi di dollari all’anno a creditori esterni solo per coprire i costi degli interessi più elevati dovuti ai rischi climatici, anche se hanno contribuito in misura minima a generare tale rischio. Questo costo è aumentato da 5 miliardi di dollari nel 2006 a un totale cumulativo di 212 miliardi di dollari entro il 2023â€. Questo processo potrebbe essere caratterizzato come una forma di servitù per debiti climatici, con i meno responsabili delle emissioni di carbonio costretti a sovvenzionare gli obbligazionisti del Nord attraverso premi per il rischio più elevati.
6. Il cibo sta diventando un bene speculativo. Nel capitolo III, “L’architettura finanziaria del commercio alimentare globaleâ€, l’UNCTAD spiega come i principali commercianti di prodotti alimentari guadagnino oltre i tre quarti del loro reddito dall’intermediazione finanziaria – finanziando operazioni, negoziando derivati e guadagnando commissioni dalla gestione del rischio e del credito – piuttosto che dal commercio fisico di materie prime alimentari. Il rapporto suonano un campanello d’allarme: i mercati delle materie prime finanziarizzati minacciano la sicurezza alimentare nel Sud globale amplificando la volatilità dei prezzi e, come ha dimostrato l’UNCTAD nel suo Trade and Development Report del 2023, che il cibo è diventato sempre più un bene speculativo.
Nel 2019, l’UNCTAD ha pubblicato uno dei suoi rapporti più radicali degli ultimi anni, sostenendo che affidarsi al sistema per risolvere i propri problemi era un “pio desiderioâ€. Ciò che serve, secondo il rapporto, è una riforma sistemica del neoliberismo e un Green New Deal globale gestito dal settore pubblico. Da allora, l’UNCTAD ha prodotto analisi empiriche costantemente utili, ma le soluzioni proposte sono diventate sempre più diluite. Nel 2023, l’UNCTAD ha affermato che era necessario “riallineare l’architettura finanziaria globale†e nel 2024 ha sottolineato la necessità di “ripensare lo sviluppo nell’era del malcontentoâ€. L’ultimo rapporto contiene una delle critiche empiriche più potenti al sistema, ma si conclude con frasi insipide su “strumenti macroprudenzialiâ€, “colmare le lacune nei dati†e “riforme mirateâ€. Questi gesti retorici e tecnocratici possono mai risolvere i problemi sociali e politici del nostro mondo?
Ciò di cui abbiamo bisogno è un programma che vada oltre la retorica. Abbiamo bisogno di un impegno verso una Nuova Teoria dello Sviluppo, che abbiamo elaborato nel nostro istituto. Nel corso della nostra ricerca, ci è apparso chiaro che ci sono dieci politiche fondamentali che i paesi del Sud globale devono adottare per superare il neoliberismo e la dipendenza:
1. Pianificazione democratica. Istituire una commissione nazionale di pianificazione democratica con reale autorità sugli investimenti, il commercio e le priorità industriali.
2. Politica industriale guidata dallo Stato. Avviare una politica industriale che identifichi i settori strategici (infrastrutture digitali, trasformazione alimentare, macchinari, prodotti farmaceutici ed energie rinnovabili) e li sostenga attraverso appalti pubblici, sussidi, crediti, requisiti di contenuto locale e trasferimento tecnologico e protezione dalla concorrenza straniera.
3. Controlli sui capitali e tassazione. Attuare controlli strategici sui capitali che impediscano la fuga di capitali, gli afflussi speculativi e gli attacchi valutari; rafforzare la vigilanza per frenare i flussi finanziari illeciti; richiedere il reinvestimento dei profitti nei settori produttivi nazionali; adottare una tassazione progressiva per penalizzare la ricerca di rendite.
4. Finanziamenti pubblici allo sviluppo. Istituire e potenziare le banche pubbliche di sviluppo per convogliare il credito verso progetti industriali, agricoli, abitativi e infrastrutturali a lungo termine.
5. Proprietà pubblica. Nazionalizzare settori strategici come l’energia, l’estrazione mineraria, i trasporti, le telecomunicazioni e la finanza.
6. Sovranità alimentare. Ricostruire la sovranità alimentare attraverso la riforma agraria, il che significherebbe affrontare il latifondismo e le agroindustrie. In alcuni contesti, ciò comporterebbe la ridistribuzione della terra, in altri il raggiungimento democratico di dimensioni significative attraverso le cooperative. Investire nell’irrigazione, nello stoccaggio e nel trasporto agricolo, porre fine alla dipendenza dalle importazioni alimentari e dai mercati globali volatili e stabilizzare i prezzi attraverso l’intervento pubblico nei mercati alimentari.
7. Sovranità tecnologica. Rompere la dipendenza dalla proprietà intellettuale utilizzando licenze obbligatorie, istituti di ricerca pubblici, pool tecnologici Sud-Sud e piattaforme open source per sviluppare capacità tecnologiche nazionali nei settori della sanità , dell’energia e delle comunicazioni.
8. Integrazione regionale. Sviluppare sistemi commerciali e di pagamento regionali Sud-Sud, come meccanismi di compensazione regionali, commercio in valuta locale e catene industriali coordinate.
9. Sovranità del debito. Condurre audit pubblici per identificare il debito illegittimo o odioso. Sospendere il pagamento del debito quando necessario e perseguire una rinegoziazione collettiva con altri paesi del Sud globale per indebolire il potere dei creditori.
10. Beni pubblici universali. Garantire l’assistenza sanitaria, l’istruzione (compresa la formazione professionale e tecnica in linea con le priorità industriali), gli alloggi, i trasporti e l’energia attraverso la fornitura pubblica, collegando questi servizi ai sistemi di produzione nazionali (attraverso imprese di costruzione pubbliche, aziende farmaceutiche statali e servizi pubblici di energia).
Questo programma in dieci punti è solo l’inizio di ciò che stiamo cercando di sviluppare attraverso la Nuova Teoria dello Sviluppo. I dipartimenti di Economia e Sociologia Storica del nostro istituto stanno lavorando alacremente per mappare i meccanismi di dipendenza globale e identificare le strategie per romperli. Abbiamo in programma di sviluppare nuovi strumenti analitici, come un Indice di Dipendenza e un Indice di Sovranità Digitale, per fornire un’analisi rigorosa dello stato attuale della dipendenza e delle forze produttive nel Sud globale. Il nostro lavoro ora consiste nel trasformare l’insoddisfazione in un programma per costruire un mondo migliore.
Negli anni trionfali della decolonizzazione, i paesi del Terzo Mondo che avevano appena conquistato la loro indipendenza producevano inni alla liberazione e allo sviluppo. Abdel Halim Hafez, il leggendario cantante dell’indipendenza egiziana, nel 1960 cantò una canzone intitolata Hekayet Shaab (Il racconto di un popolo). Raccontava la storia della rivolta dell’Egitto contro la monarchia corrotta nel 1952, la costruzione della diga di Assuan, il tentativo di Gran Bretagna, Francia e Israele di bloccarne la costruzione e la nazionalizzazione del Canale di Suez da parte di Gamal Abdel Nasser. La canzone si apre con questo verso entusiasmante:
Abbiamo detto che l’avremmo costruita.
E abbiamo costruito la Grande Diga.
Con i nostri soldi e le mani dei nostri lavoratori.
Abbiamo detto che l’avremmo fatto e l’abbiamo fatto.
E lo faremo di nuovo.
Con affetto,
Vijay
*Traduzione della prima newsletter del 2026 di Tricontinental: Institute for Social Research.
Come Potere al Popolo traduciamo la newsletter prodotta da Tricontinental: Institute for Social Research perché pensiamo affronti temi spesso dimenticati da media e organizzazioni nostrane e perché offre sempre un punto di vista interessante e inusuale per ciò che si legge solitamente in Italia. Questo non significa che le opinioni espresse rispecchino necessariamente le posizioni di Potere al Popolo. A volte accade, altre volte no. Ma crediamo sia comunque importante offrire un punto di vista che spesso manca nel panorama italiano.
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“Ma adesso i governi occidentali e le ‘forze democratiche’ condanneranno l’aggressore (Usa) e si metteranno dalla parte del Paese aggredito (Venezuela)?”
“Sono iniziati i bombardamenti statunitensi sul Venezuela che hanno colpito diverse zone di Caracas. Gli USA ancora una volta attaccano un Paese sovrano e sconvolgono la pace di un’intera regione! Poche ore dopo è lo stesso presidente Trump che annuncia di aver catturato e deportato Maduro, un presidente legittimo di uno stato sovrano.
Dopo mesi di minacce e operazioni “di logoramento” al largo delle coste Venezuelane, ora portano la guerra direttamente nella capitale, bombardando punti strategici e quartieri popolari, facendo carta straccia di ogni basilare norma del diritto internazionale.
E gli altri paesi occidentali che hanno fatto in questi mesi? Hanno provato a opporsi all’ennesima operazione di guerra? Hanno detto qualcosa contro l’ennesima aggressione? No niente.
Silenzio e assenso complice, a partire dal nostro governo.
Questo è stato chiaro già a partire dal conferimento del Premio Nobel per la Pace alla Machado, che ha invocato più volte il golpe e l’aggressione militare al proprio Paese. Anche in quel caso il nostro governo è stato uno dei maggiori responsabili e supporter dell’estrema destra latino-americana.
Chiediamo che il nostro governo e tutte le forze politiche parlamentari, condannino un atto di guerra palese, in evidente violazione del diritto internazionale. Riusciranno in questo caso a mettersi da parte dell’aggredito (il popolo Venezuelano) contro l’aggressore (gli Usa e Donald Trump)?
Come si legge dal Comunicato Ufficiale della Repubblica Bolivariana, l’intento di Trump è chiaro: “impadronirsi delle risorse strategiche del Venezuela, in particolare del suo petrolio e dei suoi minerali, tentando di spezzare con la forza l’indipendenza politica della Nazione” e con essa il protagonismo e i progetti del popolo venezuelano.
Chiediamo a tutte le forze democratiche e progressiste di fare sentire da subito la propria contrarietà a questa nuova escalation bellica, e la propria vicinanza ai popoli del Venezuela. Come Potere al Popolo già da oggi stiamo organizzando azioni e mobilitazioni in tutta Italia.
CONTRO L’AGGRESSIONE STATUNITENSE, CON I POPOLI DELLA REPUBBLICA BOLIVARIANA DI VENEZUELA!”
L'articolo GIÙ LE MANI DAL VENEZUELA. OGGI IN PIAZZA IN TUTTA ITALIA CONTRO L’AGGRESSIONE STATUNITENSE proviene da Potere al Popolo.
In memoria di Mehdi Ben Barka (1920-1965), sulle cui orme camminiamo.
Quasi sessant’anni fa, nel gennaio 1966, centinaia di rivoluzionari provenienti da tutto il Terzo Mondo si riunirono all’Avana, Cuba, per la Prima Conferenza di Solidarietà dei Popoli dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina – la Conferenza Tricontinentale. Lì discussero dell’inevitabilità della decolonizzazione e delle loro idee per un mondo oltre l’imperialismo. Fidel Castro e gli altri organizzatori convocarono la conferenza per riunire le due correnti della rivoluzione mondiale: quella della rivoluzione socialista e quella della liberazione nazionale. I delegati videro la necessità di radicalizzare gli ideali di sovranità che erano stati espressi dieci anni prima alla Conferenza di Bandung. Erano frustrati dal fatto che l’ordine mondiale rimanesse intrappolato nelle strutture del neocolonialismo che mantenevano anche i paesi che avevano raggiunto l’indipendenza poco prima in cicli di sottosviluppo, con i partiti di liberazione nazionale, un tempo rivoluzionari, che si smobilitavano non appena venivano issate nuove bandiere e iniziavano a suonare nuovi inni.
Per commemorare l’eredità della Conferenza Tricontinentale, che dà il nome al nostro istituto, questo mese abbiamo pubblicato il dossier n. 95 Imperialism Will Inevitably Be Defeated: The Re-Emergence of the Tricontinental Spirit (dicembre 2025). Nel corso del 2026 organizzeremo anche diverse discussioni e seminari online e in presenza (il primo dei quali, co-ospitato dal CLACSO, il Consiglio Latinoamericano delle Scienze Sociali, può essere visto qui). Nel dossier difendiamo la tesi seguente: mentre lo Spirito di Bandung insisteva sulla sovranità e sul multilateralismo, lo Spirito della Tricontinentale va oltre e fonde la vera emancipazione sulla dignità e sulla lotta di classe.
Una delle idee chiave dell’era di Bandung e di quella Tricontinentale era che la dignità non può essere raggiunta senza lo sviluppo e che il diritto allo sviluppo appartiene a tutti i popoli del mondo. Nel novembre 1957, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (UNGA) adottò la Risoluzione 11612 (XII) sullo sviluppo economico e sociale equilibrato e integrato. Quattro anni dopo, nel 1961, l’UNGA dichiarò che gli anni ’60 sarebbero stati il “decennio dello sviluppo delle Nazioni Uniteâ€. Nel maggio 1968, verso la fine di quel decennio, i delegati alla Conferenza internazionale delle Nazioni Unite sui diritti umani a Teheran, in Iran, adottarono la Dichiarazione di Teheran, che avvertiva:
Il crescente divario tra i paesi economicamente sviluppati e quelli in via di sviluppo ostacola la realizzazione dei diritti umani nella comunità internazionale. Il fallimento del Decennio dello Sviluppo nel raggiungere i suoi modesti obiettivi rende ancora più imperativo per ogni nazione, in base alle proprie capacità , compiere il massimo sforzo possibile per colmare questo divario.
La Conferenza Tricontinentale si svolse a metà di questo cosiddetto decennio dello sviluppo. All’epoca, tra i paesi leader del Terzo Mondo era già chiaro che il quadro di sviluppo delle Nazioni Unite non avrebbe potuto colmare il divario fintanto che l’economia globale fosse rimasta organizzata secondo strutture di dipendenza. Ci sarebbero voluti quasi due decenni dopo Teheran perché le Nazioni Unite adottassero una dichiarazione sul diritto allo sviluppo. Il 4 dicembre 1986, mentre molti paesi del Terzo Mondo stavano già crollando sotto il peso della crisi del debito che si sarebbe protratta fino agli anni ’90, l’UNGA ha finalmente adottato la Dichiarazione sul diritto allo sviluppo. Nel documento si trovavano sollo le migliori intenzioni:
Il diritto allo sviluppo è un diritto umano inalienabile in virtù del quale ogni persona umana e tutti i popoli hanno il diritto di partecipare, contribuire e godere dello sviluppo economico, sociale, culturale e politico, in cui tutti i diritti umani e le libertà fondamentali possono essere pienamente realizzati (articolo 1.1).
…
Gli Stati dovrebbero adottare, a livello nazionale, tutte le misure necessarie per la realizzazione del diritto allo sviluppo e garantire, tra l’altro, pari opportunità per tutti nell’accesso alle risorse di base, all’istruzione, ai servizi sanitari, al cibo, all’alloggio, all’occupazione e all’equa distribuzione del reddito. Dovrebbero essere adottate misure efficaci per garantire che le donne abbiano un ruolo attivo nel processo di sviluppo. Dovrebbero essere attuate adeguate riforme economiche e sociali al fine di eliminare tutte le ingiustizie sociali (articolo 8.1).
Gli Stati dovrebbero incoraggiare la partecipazione popolare in tutti i settori come fattore importante per lo sviluppo e la piena realizzazione di tutti i diritti umani (articolo 8.2).
Questi ideali sono sanciti nelle risoluzioni e nelle dichiarazioni delle Nazioni Unite non per altruismo del Nord globale, ma perché centinaia di milioni di persone nei movimenti anticoloniali e socialisti hanno lottato per essi.
Due anni dopo l’adozione della dichiarazione, la Banca mondiale ha pubblicato il World Development Report (1988), in cui si rilevava che il debito estero totale del Terzo Mondo aveva raggiunto oltre 1.035 miliardi di dollari nel 1986, un aumento vertiginoso rispetto ai 560 miliardi di dollari del 1982 e ai 130 miliardi di dollari del 1974. Il rapporto osservava: “I debiti [dei paesi del Terzo Mondo] stanno crescendo, ma essi continuano a subire trasferimenti netti di risorse negativi perché gli obblighi di servizio del debito superano gli importi limitati dei nuovi finanziamenti. In alcuni paesi in via di sviluppo la gravità di questa prolungata recessione economica supera già quella della Grande Depressione nei paesi industrializzati e in molti paesi la povertà è in aumentoâ€. Il Fondo Monetario Internazionale è giunto a una conclusione simile nella sua valutazione, che ha stimato il debito totale del Terzo Mondo a 916 miliardi di dollari, una cifra leggermente inferiore ma che indicava comunque la stessa tendenza.
Il prossimo anno ricorrerà il quarantesimo anniversario della Dichiarazione delle Nazioni Unite sul diritto allo sviluppo, ma pochi lo celebreranno. Dal 1986, all’interno del sistema dei diritti umani delle Nazioni Unite sono stati compiuti sforzi per passare da una dichiarazione non vincolante e in gran parte simbolica a uno strumento giuridicamente vincolante. Tuttavia, tali sforzi hanno incontrato una resistenza continua da parte dei paesi più ricchi, che considerano tale strumento dannoso per il loro monopolio sulla ricchezza e sulle risorse.
Nell’ottobre del 2021, ad esempio, il Consiglio dei diritti umani ha adottato la sua risoluzione annuale sul diritto allo sviluppo con 29 voti a favore, 13 contrari e 5 astensioni. I 13 voti contrari provenivano tutti dai paesi del Nord globale. Due anni dopo, nell’ottobre del 2023, quando il Consiglio ha votato per sottoporre all’UNGA un progetto di convenzione sul diritto allo sviluppo, la risoluzione è stata nuovamente approvata con 29 voti a favore, 13 contrari e 5 astensioni. Tutti i voti contrari provenivano ancora una volta dai paesi del Nord globale. È evidente che, nonostante il sostegno retorico del Nord allo sviluppo, esso ha speso molte energie per ridimensionare le risoluzioni delle Nazioni Unite sullo sviluppo e persino per impedire qualsiasi discussione su un importante alleggerimento del debito, un passo cruciale per lo sviluppo del Sud globale.
Questa è la contraddizione al centro del diritto allo sviluppo: proclamato come inalienabile, ma negato nella pratica. Il dossier n. 95 riprende l’insistenza dello Spirito Tricontinentale sul fatto che l’emancipazione non può essere misurata da bandiere e discorsi, ma dal miglioramento materiale della vita delle persone. Lo sviluppo non è uno slogan, né una serie di obiettivi da gestire dall’alto. È il diritto di ampliare la capacità delle persone di vivere con dignità . Ma tale diritto rimarrà irraggiungibile per la maggior parte dell’umanità fintanto che il servizio del debito, le misure economiche coercitive e le guerre continueranno a prosciugare la ricchezza sociale delle nazioni più povere. Le aspirazioni di sviluppo del Sud globale non saranno realizzate nelle sale dell’ONU, ma solo attraverso una lotta organizzata che costringa le istituzioni e gli Stati ad agire.
Con la fine dell’anno si conclude anche il primo decennio della nostra esistenza come istituto di ricerca. Abbiamo iniziato con l’ambizione di essere il think tank dei diversi movimenti sociali del Sud globale, con i piedi ben radicati nelle oltre duecento organizzazioni di lavoratori e contadini e nei movimenti politici che compongono la rete dell’Assemblea Internazionale dei Popoli. Nel corso dell’ultimo decennio, ci siamo resi conto di avere due compiti fondamentali: in primo luogo, amplificare i punti di vista dei movimenti e stimolare il dibattito tra loro e all’interno della società ; in secondo luogo, costruire una Nuova Teoria dello Sviluppo per quando i nostri movimenti arriveranno al potere e avranno l’obbligo di rimodellare la società e condurci verso un futuro migliore, al di là delle catene del capitalismo. Con l’ampliarsi del nostro mandato, si è ampliato anche il raggio d’azione del nostro lavoro.
Per questo motivo, e perché credete nella nostra missione, speriamo che decidiate di sostenere il nostro lavoro per un altro anno. Dipendiamo dalla vostra solidarietà per sostenerlo. Ci sono molti modi per contribuire:
1. Se desiderate unirvi alla nostra Brigata Internazionale di Tricontinental, scrivete a intern@thetricontinental.org.
2. Se desiderate aiutarci con il lavoro di editing e traduzione, scrivete a volunteers@thetricontinental.org.
3. Se desiderate dare un contributo finanziario, scrivete a donations@thetricontinental.org. Abbiamo davvero bisogno del vostro sostegno per continuare questo lavoro.
Speriamo che vi uniate alla nostra comunità di Tricontinental.
Con affetto,
Vijay
*Traduzione della cinquantaduesima newsletter (2025) di Tricontinental: Institute for Social Research.
Come Potere al Popolo traduciamo la newsletter prodotta da Tricontinental: Institute for Social Research perché pensiamo affronti temi spesso dimenticati da media e organizzazioni nostrane e perché offre sempre un punto di vista interessante e inusuale per ciò che si legge solitamente in Italia. Questo non significa che le opinioni espresse rispecchino necessariamente le posizioni di Potere al Popolo. A volte accade, altre volte no. Ma crediamo sia comunque importante offrire un punto di vista che spesso manca nel panorama italiano.
L'articolo IL DIRITTO ALLO SVILUPPO È UN DIRITTO UMANO INALIENABILE proviene da Potere al Popolo.
Sono finite le manovre e gli screzi interni alla maggioranza sugli ultimi ritocchi alla legge di bilancio di 22 miliardi. Una manovra stitica, senza misure particolarmente significative, ma che proprio nel suo essere specchio di “vacche magre†illustra chiaramente chi perde e chi vince in termini di classe, o meglio: chi beneficierà degli ultimi spiccioli elargiti dal governo Meloni in vista delle elezioni del 2027 (ma che possono anche essere anticipate).
12 miliardi, dei 22, vengono formalmente da banche e assicurazioni, attraverso aumenti di imposte (IRAP) e aliquote sulle polizze assicurative: non è difficile immaginare che questi costi, senza che sia previsto un meccanismo di controllo delle spese imposte agli utenti finali, verranno scaricati su questi ultimi, correntisti, sottoscrittori di mutui e prestiti, assicurati. L’aumento di cinque volte dell’aliquota sulle polizze, dal 2,5 al 12,5 %, sarà in particolare scaricato direttamente sulle sottoscrizioni e i rinnovi a partire dal 1 Gennaio, e ricadrà principalmente, per numeri, sulle polizze RCA Auto: una misura regressiva, come tutte quelle slegate dal reddito.
Un altro mezzo miliardo arriva dall’aumento delle accise sul diesel, mentre oltre mezzo miliardo è previsto dalla cosiddetta tassa Temu, i 2 euro su ogni pacco del valore di meno di 150 euro provenienti da paesi extra UE. Non è difficile capire su quali settori della società impatteranno, specie la misura sui pacchi, che colpirà proprio chi compra su determinati store per risparmiare.
Si gratta il fondo tagliando addirittura del 50% la prima mensilità successiva alle 18 standard previste dall’assegno di inclusione: si vanno a colpire, nelle spese essenziali, i nuclei più svantaggiati tra gli svantaggiati, con un carico di odio di classe raramente così esplicito.
Infine, sul fronte delle mancate spese, si ritarda ulteriormente l’accesso alla pensione e si cancellano tutte le possibilità di anticipo come opzione donna e quota 103; si provano a spostare, ancora una volta, ingenti somme sui fondi privati imponendo il meccanismo del silenzio assenso a tutti i nuovi assunti, che dovranno esplicitare la richiesta di lasciare il TFR nelle casse dell’INPS entro 60 giorni dall’assunzione.
In buona sostanza sul piano delle entrate a pagare sono solo le lavoratrici e i lavoratori, anche più degli altri anni, quando l’inflazione consentiva qualche operazione di maquillage apparentemente redistributiva.
Sul fronte spese, la principale voce è il taglio dell’aliquota IRPEF dal 35 al 33% per i redditi da 28000 a 50000 euro. É una misura fortemente regressiva, perché all’interno di questa fascia saranno i redditi più alti, a beneficiare di quasi 440 euro in più all’anno, mentre gli operai che rientrano nella fascia di reddito godranno di un bonus “pizza economica a domicilio per due†di ben 23 euro.
Altro grande regalo arriva ai proprietari di case: non a coloro che a fatica lo sono diventati, appartenendo ai ceti medio bassi, ma a quelli proprietari di case di alto o altissimo valore catastale: sale infatti la soglia di esenzione ISEE della prima casa, arrivando a ben 91.500 euro e 200.000 nelle metropoli, in modo tale che l’asilo nido pubblico, o la mensa, costeranno ugualmente tanto a una famiglia in affitto (a forte rischio povertà ) quanto ad una proprietaria di un lussuoso appartamento in centro città . Idem tutte le prestazioni legate all’ISEE.
Alle imprese arrivano altri due miliardi circa tra iperammortamento e rinnovo ZES, e non si può dire che non siano riconoscenti, dato che il presidente di Confindustria ringrazia Giorgia Meloni per i 15 miliardi ricevuti in 3 anni; alle scuole paritare, altro grande pilastro a sostegno del Governo, 1500 euro ad alunno e l’esenzione dall’IMU.
Beate tra le imprese sono quelle produttrici di armi, che godranno di un aumento delle spese militari, secondo l’analisi operata dall’Osservatorio Mil€x sul Def, di 1,1 miliardi di euro, pari a a 33.948 milioni di euro, ulteriore record storico con avvicinamento alla soglia dei 34 miliardi e un aumento del 2,8% rispetto al 2025 e di oltre il 45% sul decennio.
Di questi, ben 13,1 miliardi di euro sono destinati alla spesa per armamenti, anche qui un record storico di stanziamenti che finiranno dritti dritti nelle tasche dell’industria bellica.
Festeggiano anche gli evasori fiscali, che godono della quinta rottamazione delle cartelle al modico prezzo di capitale e spese, senza interessi.
Muore invece la sanità pubblica, costretta ad affrontare spese in rialzo con fondi invariati.
Le mancette degli scorsi anni, che erano riuscite ad accontentare, seppur con poco, un bacino più ampio della base elettorale della destra, sono finite; Giorgetti riceve riconoscimenti internazionali per aver riportato il rapporto deficit/PIL al 3%, dall’8% e passa di inizio mandato; l’Italia però langue in un contesto in cui risulta, con una crescita prossima allo zero, il tasso più basso dell’Eurozona. Una stagnazione figlia di quasi tre anni consecutivi di calo della produzione industriale, segno di un mutamento strutturale del nostro sistema economico, sempre più basato su settori a bassa innovazione, basso valore aggiunto, alto tasso di sfruttamento.
In un contesto come questo, di rispetto delle regole di bilancio europee, mortificazione della domanda interna, disprezzo per i ceti medio bassi e per i poveri, non c’è misura di crescita che tenga. Servirebbe un cambio di segno, sui salari, sulle pensioni, sui consumi interni, sulle spese dirette dello Stato in sanità , istruzione, trasporti, welfare, tutte cose in controtendenza sia col disegno economico della destra che con i pannicelli caldi del campo largo, che non osa mettere in discussione il quadro di compatibilità generale. Non c’è alternativa da chi oggi siede in Parlamento: l’alternativa, anche economica, va costruita nelle strade, negli scioperi, nelle lotte contro la guerra, nell’organizzazione di un orizzonte politico radicalmente diverso.
L'articolo Legge di Bilancio 2026: chi vince e chi perde? proviene da Potere al Popolo.
A metà novembre 2025, in occasione di una conferenza dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale (UNIDO) in Arabia Saudita, Basher Abdullah, consigliere del Ministero dell’Industria e del Commercio del Sudan, ha dichiarato: “Per prima cosa, dobbiamo porre fine alla guerra. Poi, dobbiamo riavviare le fabbricheâ€. Il suo commento riguardava la terribile guerra civile in corso in Sudan, ma avrebbe potuto riferirsi a molti paesi del Sud globale che si trovano nel mezzo di una guerra armata o commerciale. Per questi paesi più poveri, lo sviluppo è stato messo da parte a favore di minacce più immediate. Eppure, malgrado le armi e le estorsioni, c’è la necessità di immaginare futuri possibili.
La conferenza dell’UNIDO ha riconosciuto che l’industrializzazione è “essenziale per il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile [dell’ONU]†e che per farlo è necessario un “nuovo accordo industrialeâ€. Un documento programmatico dell’UNIDO dell’aprile 2025 identifica molti ostacoli all’industrializzazione nel Sud globale, tra cui deficit infrastrutturali, capacità tecnologiche e scientifiche limitate, mancanza di lavoratori altamente qualificati e reti logistiche deboli, comprese le infrastrutture digitali. Il documento rileva anche le “grandi tendenze di lungo termine†che il Sud globale deve seguire e alle quali deve adattarsi, come la digitalizzazione e l’ascesa dell’intelligenza artificiale, la riconfigurazione delle catene del valore globali, la transizione energetica e i cambiamenti demografici. Queste tendenze, sostiene il documento, rappresentano sia dei rischi che delle opportunità . Ma dove troveranno i paesi più poveri gli investimenti per sviluppare infrastrutture, nuove competenze e industrie più pulite? Come potranno superare i modelli industriali più vecchi e inquinanti e integrarsi nelle moderne catene di produzione?
Raramente le conferenze come quella tenutasi in Arabia Saudita riflettono sui vincoli che devono affrontare i paesi più poveri e sulla deindustrializzazione strutturale che hanno subito. La deindustrializzazione nel Sud globale non è né accidentale né il prodotto di “inefficienze interneâ€, come sostengono gli economisti del Fondo Monetario Internazionale (FMI). È il risultato diretto della crisi del debito del Terzo Mondo scoppiata all’inizio degli anni ’80 e dei programmi di adeguamento strutturale (structural adjustment programmes, SAPs) imposti dall’FMI e dalla Banca Mondiale negli anni ’80 e ’90. Negli anni ’80, ad esempio, le politiche dell’FMI hanno imposto riduzioni tariffarie che hanno esposto le fabbriche tessili e di abbigliamento del Ghana alle importazioni a basso costo, causando il collasso della cintura industriale di Accra, un tempo fiorente. In Zambia, negli anni ’90, i SAPs hanno portato alla privatizzazione delle industrie che rifornivano le miniere di rame e, di conseguenza, allo smantellamento delle fonderie locali, delle officine meccaniche e degli impianti chimici che costituivano la base industriale della Provincia di Copperbelt. Nella cintura industriale ABC del Brasile a sud di San Paolo e nei corridoi manifatturieri della Grande Buenos Aires, l’austerità dell’era del debito, le svalutazioni monetarie e la rapida liberalizzazione del commercio negli anni ’80 e ’90 hanno spinto le fabbriche automobilistiche, metallurgiche e tessili a tagliare posti di lavoro, delocalizzare o chiudere, perché i mercati sono stati aperti alle importazioni di prodotti a basso costo. In tutto il Sud globale, le economie periferiche che avevano iniziato a industrializzarsi sono state ricacciate nel familiare schema di esportazione di materie prime e importazione di beni manufatti, ovvero la struttura stessa dell’economia neocoloniale.
Inoltre, poca attenzione viene prestata alla violenza – delle guerre e delle sanzioni – che destabilizza gli Stati sovrani e che fa deragliare le aspirazioni industriali dei paesi più poveri. I conflitti distruggono le infrastrutture industriali e frammentano e demoralizzano la classe operaia, entrambe essenziali per lo sviluppo. Solo pochi paesi del Sud globale sono stati in grado di difendersi da questi attacchi alla loro sovranità e di portare avanti la loro capacità industriale. L’esempio più notevole è quello di Cuba, che è riuscita a sviluppare la propria capacità industriale nel campo delle biotecnologie, delle apparecchiature mediche e dei prodotti farmaceutici nonostante un brutale blocco durato sei decenni: un caso di industrializzazione socialista sotto assedio. Il Vietnam è un altro esempio: nonostante sia stato devastato dalle guerre imperialiste, è riuscito comunque a riprendersi grazie a una politica industriale diretta dallo Stato che ha costruito capacità produttive nei settori tessile, elettronico e navale. L’esempio di maggior successo, ovviamente, è la Cina, che ha utilizzato la pianificazione statale, la governance decentralizzata e la proprietà pubblica dei settori chiave dell’economia, compresi la finanza e la tecnologia, per costruire una potenza industriale e far uscire 800 milioni di persone dalla povertà estrema negli ultimi quattro decenni. Nel loro insieme, queste esperienze contraddicono ogni “ricetta†neoliberista data ai paesi più poveri del Sud globale.
La politica industriale non è solo un esercizio tecnico, bensì anche politico. Si tratta di creare le condizioni per lo sviluppo industriale affermando la sovranità e il diritto allo sviluppo e costruendo il potere della classe operaia attraverso la lotta di classe.
Un “nuovo patto industriale†non può essere attuato se un paese è sistematicamente ostacolato dall’austerità imposta dall’FMI, dalle multinazionali che dominano l’estrazione e l’esportazione delle materie prime e dalla violenza delle guerre e delle sanzioni. Queste forze distruggono le infrastrutture produttive, riducono la capacità dello Stato e producono una classe contadina e operaia precaria e politicamente indebolita, minando i processi democratici e rendendo impossibile la pianificazione. Senza sovranità non può esserci un nuovo accordo industriale.
Negli ultimi anni, Tricontinental: Institute for Social Research ha elaborato una Nuova Teoria dello Sviluppo per il Sud globale. In questo quadro, abbiamo identificato le seguenti condizioni preliminari per l’industrializzazione:
1. I lavoratori come pianificatori centrali. La pianificazione deve essere democratizzata, come nello stato indiano del Kerala, che nel 1996 ha lanciato la Campagna del Piano Popolare per la Pianificazione Decentralizzata. L’industrializzazione non può essere realizzata democraticamente senza includere le organizzazioni dei lavoratori e dei contadini e di altri organismi popolari radicati nelle comunità locali.
2. Ripristino della sovranità . Le guerre devono finire, le sanzioni devono essere revocate e ai governi deve essere concesso lo spazio necessario per costruire la capacità dello Stato di pianificare a lungo termine, cosa che include gli investimenti in infrastrutture, trasporti e logistica che possano collegare produttori e consumatori tra le regioni e ridurre i costi dello sviluppo.
3. Superare la dipendenza. Per far ciò, la politica statale deve essere in grado di proteggere le industrie nazionali utilizzando dazi e sussidi, regolamentare la finanza attraverso controlli sui capitali e garantire il trasferimento di tecnologia e conoscenze. Ciò consentirà ai paesi del Sud globale di passare da economie basate sull’esportazione di materie prime a economie fondate su una produzione nazionale diversificata.
4. Espandere la proprietà pubblica. I settori strategici dell’economia – come la terra, la finanza, l’energia, i minerali, i trasporti e i beni strumentali – devono essere controllati pubblicamente per garantire che operino per lo sviluppo nazionale piuttosto che per il profitto privato. Le imprese e le istituzioni del settore pubblico, come hanno Meng Jie e Zhang Zibin dimostrato per il settore dell’alta tecnologia cinese, possono competere e creare un mercato pubblico che aumenta l’efficienza.
5. Costruire la cooperazione Sud-Sud. I paesi dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina devono aumentare la cooperazione – facendo rivivere lo spirito di Bandung – al fine di rompere il ruolo delle imprese e delle strutture monopolistiche occidentali nei settori della finanza e della tecnologia.
Dieci anni fa, al Forum sulla cooperazione Cina-Africa (FOCAC) del 2015 a Johannesburg, in Sudafrica, il governo cinese e cinquanta governi africani hanno discusso il problema dello sviluppo economico e dell’industrializzazione. Dal 1945, la questione dell’industrializzazione africana è stata sul tavolo, ma non ha registrato progressi a causa della struttura neocoloniale che ha impedito qualsiasi trasformazione strutturale significativa. I paesi più industrializzati del continente africano sono il Sudafrica, il Marocco e l’Egitto, ma l’intero continente rappresenta meno del 2% del valore aggiunto manifatturiero mondiale e solo l’1% del commercio globale di manufatti. Ecco perché è stato così significativo per il FOCAC mettere la politica industriale al centro della sua agenda; la sua Dichiarazione di Johannesburg del 2015 ha affermato che “l’industrializzazione è un imperativo per garantire lo sviluppo indipendente e sostenibile dell’Africaâ€. La capacità industriale della Cina sarebbe stata messa al servizio delle esigenze di industrializzazione dell’Africa attraverso la creazione di joint venture, parchi industriali, un fondo di cooperazione e meccanismi per il trasferimento di tecnologia e scienza. Il commercio tra Africa e Cina è aumentato da 10 miliardi di dollari nel 2000 a 282 miliardi di dollari nel 2023. Nel 2024, il governo cinese ha potenziato le sue relazioni con i paesi africani trasformandole in “partenariati strategiciâ€, consentendo una maggiore cooperazione. Ora abbiamo un banco di prova per verificare se la cooperazione Sud-Sud possa generare un’industrializzazione sovrana che rompa con i vecchi modelli di saccheggio e dipendenza. In definitiva, i governi, i lavoratori e i movimenti africani dovranno utilizzare questi legami come strumenti di sviluppo, piuttosto che permettere che diventino l’ennesimo regime di scambio ineguale.
La posta in gioco in tutti questi dibattiti sull’industrializzazione è una semplice domanda: le risorse del Sud globale saranno utilizzate per arricchire pochi o per sostenere la vita di molti? Leggere del FOCAC mi ha ricordato il poeta nigeriano Niyi Osundare (nato nel 1947), il cui libro The Eye of the Earth (1986) raccoglie potenti poesie sul rapporto dell’umanità con la natura. Una poesia di quella raccolta, Ours to Plough Not to Plunder (Nostra da arare, non da saccheggiare), è diventata così iconica da essere insegnata a generazioni di scolari nigeriani, nonostante la repressione del governo militare che ha preso il potere nel 1983. Ecco le ultime due strofe:
La nostra terra è un granaio chiuso,
un fienile brulicante di vita in una giungla lontana e inesplorata
una gemma distante in una polvere ruvida e infelice.
Questa terra è
nostra per lavorarla, non per sprecarla
nostra per coltivarla, non per deturparla.
Questa terra è nostra per ararla, non per saccheggiarla.
Con affetto,
Vijay
*Traduzione della cinquantunesima newsletter (2025) di Tricontinental: Institute for Social Research.
Come Potere al Popolo traduciamo la newsletter prodotta da Tricontinental: Institute for Social Research perché pensiamo affronti temi spesso dimenticati da media e organizzazioni nostrane e perché offre sempre un punto di vista interessante e inusuale per ciò che si legge solitamente in Italia. Questo non significa che le opinioni espresse rispecchino necessariamente le posizioni di Potere al Popolo. A volte accade, altre volte no. Ma crediamo sia comunque importante offrire un punto di vista che spesso manca nel panorama italiano.
L'articolo PRIMA PONIAMO FINE ALLA GUERRA, POI RIAVVIAMO LE FABBRICHE proviene da Potere al Popolo.
Denunciamo con forza l’ennesimo atto di smantellamento della sanità territoriale: sta per chiudere il consultorio familiare e pediatrico di via Bellono, un presidio fondamentale per la salute e i diritti delle donne, delle famiglie, delle persone giovani e di tutte le fasce popolari del quartiere.
Si tratta dell’ennesimo colpo inferto a una rete consultoriale già ridotta all’osso, che negli ultimi anni ha visto la chiusura o il depotenziamento di numerose sedi. Ancora una volta si dimostra che, mentre per finanziare guerre, armamenti e spese militari i soldi si trovano sempre, quando si tratta di investire nei servizi pubblici essenziali le risorse “non ci sono maiâ€.
Un quartiere intero lasciato senza servizi
La chiusura di via Bellono significa che migliaia di residenti saranno costretti a rivolgersi al consultorio di via Monginevro — già sovraccarico e con servizi ridotti — oppure addirittura a quello di via Farinelli, a quasi 10 km di distanza. Un’assurdità che rende di fatto impossibile l’accesso rapido a visite ginecologiche, consulenze contraccettive, percorsi di gravidanza sicura, sostegno psicologico, servizi sociali e assistenza pediatrica, che proprio la sede di via Bellono garantiva da anni come punto di riferimento del territorio.
Trasparenza zero: la cittadinanza lasciata all’oscuro
A rendere tutto ancora più grave è l’assoluta mancanza di informazioni alla cittadinanza. Mentre all’interno della struttura si preparano già gli scatoloni e il personale viene spostato altrove, le persone che ogni giorno si rivolgono al consultorio non sanno nulla dell’ennesima chiusura.
Nessun avviso pubblico, nessuna comunicazione trasparente, nessun coinvolgimento del quartiere: un modo inaccettabile di trattare un servizio essenziale, che dimostra il totale disinteresse delle istituzioni per i bisogni reali della popolazione.
Un attacco politico alla prevenzione e ai diritti
La chiusura dei consultori non è mai un fatto “tecnicoâ€: è una scelta politica. È la conseguenza diretta di decenni di tagli, privatizzazioni, esternalizzazioni e di un modello sanitario che considera i consultori un costo anziché ciò che sono davvero: presidi pubblici fondamentali per la prevenzione, per l’educazione alla salute, per la libertà di scelta delle donne e per il benessere delle famiglie popolari.
È necessario ricordare che le responsabilità di questo disastro non appartengono soltanto ai governi regionali di destra, ma anche ai precedenti governi di centro-sinistra che, con le loro scelte di definanziamento progressivo del sistema sanitario, hanno spianato la strada alle attuali politiche di abbandono della sanità territoriale. Tutte le forze di governo che si sono succedute hanno contribuito a costruire un sistema dove si risparmia sui consultori, ma non si lesina quando si tratta di aumentare le spese militari.
Chi governa oggi la Regione Piemonte e chi gestisce l’ASL è responsabile di questa situazione vergognosa: mentre la città si riempie di cliniche private che prosperano, i consultori pubblici vengono chiusi uno dopo l’altro, lasciando sempre più persone senza un punto di accesso gratuito e universale.
Non resteremo a guardare l’ennesima chiusura
Ci impegniamo a costruire un’opposizione continua e determinata contro lo smantellamento della sanità pubblica e contro ogni invasione del privato nei servizi essenziali.
Continueremo ad informare la popolazione e a mobilitarci affinché consultori, ospedali e servizi territoriali restino un diritto garantito per tutte e tutti.
Perché la salute non è un lusso
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Il 1° novembre 2025, nello Stato del Kerala, situato nella parte sud-occidentale dell’India e con una popolazione di 34 milioni di abitanti, primo ministro Pinarayi Vijayan ha dichiarato che è stata abolita la povertà estrema. Il Kerala è uno dei pochi luoghi al mondo ad aver sradicato la povertà estrema, solo dopo la Cina che nel 2022 aveva annunciato di aver eliminato la povertà estrema a livello nazionale.
Il risultato raggiunto dal Kerala è significativo per due motivi. In primo luogo, in un Paese in cui centinaia di milioni di persone vivono ancora in condizioni di povertà , il Kerala è l’unico dei ventotto Stati e degli otto territori dell’Unione indiani ad aver superato la povertà estrema. In secondo luogo, il Kerala è governato dal Fronte Democratico di Sinistra (LDF) guidato dai comunisti e quindi gli viene regolarmente negata l’assistenza da parte del governo centrale guidato dal partito di destra Bharatiya Janata Party (Partito Popolare Indiano).
Il progetto Athidaridrya Nirmarjana Paripaadi (Progetto per l’eliminazione della povertà estrema, o EPPE) del Kerala è stato costruito sulla base delle lotte dei lavoratori e dei contadini negli ultimi decenni, che hanno creato forti istituzioni pubbliche e organizzazioni di massa, e sul lavoro di diverse amministrazioni di sinistra. L’EPPE è stato lanciato da Vijayan, leader del Partito Comunista Indiano (Marxista), durante la prima riunione di gabinetto del secondo governo LDF da lui guidato nel maggio 2021. Dopo un rigoroso processo basato su criteri incentrati sull’accessibilità all’occupazione, al cibo, alla salute e all’alloggio da parte delle famiglie del Kerala, il governo ha identificato 64.006 famiglie (ovvero 103.099 individui) come estremamente povere. Per svolgere questa indagine, il governo si è avvalso di circa 400.000 collaboratrici e collaboratori – tra cui funzionari pubblici, membri di cooperative e membri delle organizzazioni di massa dei partiti di sinistra – per identificare i problemi specifici delle famiglie povere. Queste persone hanno creato piani su misura per ogni famiglia – dal garantire i diritti e l’accesso ai servizi pubblici all’ottenimento di alloggi, assistenza sanitaria e sostegno al reddito – per rafforzarle nella lotta contro la povertà . Il ruolo del movimento cooperativo è stato fondamentale in questa campagna. Il processo di pianificazione per l’eliminazione della povertà non sarebbe stato possibile senza il ruolo del sistema di autogoverno locale, risultato del successo del decentramento del potere in Kerala. Mentre questa newsletter viene pubblicata, il Kerala è nel pieno delle nuove elezioni degli enti locali.
Negli ultimi anni, Tricontinental: Institute for Social Research ha lavorato a stretto contatto con il Centro di ricerca della Uralungal Labour Contract Cooperative Society (UL) per approfondire la conoscenza del movimento cooperativo in Kerala. Siamo molto orgogliosi di pubblicare il nostro studio congiunto The Cooperative Movement in Kerala, India a un mese dalla dichiarazione del Kerala di voler sradicare la povertà estrema. Il nostro approfondimento presenta sei diverse cooperative, con saggi di studiosi che hanno lavorato a stretto contatto con loro. Uno di questi si concentra su Kudumbashree, una cooperativa composta interamente da quasi 5 milioni di donne; questa cooperativa ha svolto un ruolo importante nell’attuazione dell’EPPE.
Il primo governo democratico del Kerala, insediatosi nel 1957, era guidato dai comunisti. Ha immediatamente avviato un programma di riforma agraria, che comprendeva la ridistribuzione della terra, e ha ampliato i beni sociali universali come l’istruzione pubblica, l’assistenza sanitaria, gli alloggi e l’accesso alle biblioteche. Questa democratizzazione del panorama rurale, unita a una mobilitazione sociale, ha portato milioni di abitanti del Kerala a raggiungere livelli imparagonabili per quel che riguarda gli indicatori sociali: alfabetizzazione quasi totale, mortalità infantile e materna molto bassa, alta aspettativa di vita e alcuni dei punteggi di sviluppo umano più alti dell’India. Questi investimenti, realizzati nel corso di decenni, hanno creato le condizioni per l’eliminazione della povertà molto prima che emergessero i programmi mirati. Le coalizioni guidate dai comunisti hanno governato il Kerala dal 1957 al 1959, dal 1967 al 1969, dal 1980 al 1981, dal 1987 al 1991, dal 1996 al 2001, dal 2006 al 2011 e dal 2016 ad oggi. Anche quando la sinistra non era al potere, la mobilitazione dal basso organizzata delle forze di sinistra ha fatto sì che i governi di destra non potessero interrompere completamente questi programmi.
Parallelamente alla crescita del modello neoliberista di austerità del debito negli anni ’90 è aumentata la pressione sul governo LDF affinché invertisse alcuni di questi progetti e applicasse politiche di privatizzazione. Tuttavia, l’LDF ha scelto una strada diversa. Attraverso la People’s Plan Campaign for Decentralised Planning (Campagna popolare per la pianificazione decentralizzata), lanciata nel 1996, il governo ha devoluto il 40% della spesa pubblica ai governi locali e ha chiesto alle località di identificare le esigenze, progettare programmi e stanziare budget per progetti di sviluppo. Anziché sviluppare un programma unico per lo sviluppo e la riduzione della povertà , la popolazione del Kerala ha realizzato progetti pianificati a livello locale e specifici per il contesto, incentrati sull’emancipazione delle comunità sfruttate ed emarginate, tra cui gli Adivasi, i Dalit e le comunità costiere. La campagna ha instaurato una cultura di politica sociale democratizzata e ha alimentato una fitta rete di istituzioni pubbliche e cooperative, tutte fondamentali per l’EPPE.
Quando ha annunciato la fine della povertà estrema in Kerala, il primo ministro Vijayan ha presentato l’EPPE come la continuazione di questo lungo percorso. Ha sottolineato diverse iniziative che hanno aperto la strada al programma, tra cui l’universalizzazione del sistema di distribuzione pubblica, che fornisce cibo e carburante sovvenzionati, e gli sforzi a lungo termine per sradicare la mancanza di terra e casa, tra cui la LIFE Mission che ha fornito un alloggio a oltre 400.000 famiglie in tutto lo stato. A queste si aggiungono altri pilastri del modello del Kerala: programmi statali che hanno ampliato l’assistenza sanitaria pubblica, la distribuzione di cibo, l’assistenza educativa e le opportunità di lavoro, e naturalmente le cooperative. Insieme, queste iniziative hanno trasformato la vita sociale nel Kerala e rafforzato il carattere del suo movimento di sinistra.
Il nostro studio condotto con l’UL Research Centre offre una panoramica delle varie cooperative che hanno svolto un ruolo chiave nella democratizzazione dell’economia del Kerala. Costituita nel 1998 nell’ambito della missione statale di eradicazione della povertà , Kudumbashree, che in malayalam significa prosperità della famiglia, è oggi la più grande rete di mutuo soccorso femminile al mondo. Si basa su un’idea trasformativa: se le donne a livello familiare e comunitario rafforzano la loro fiducia e la loro capacità di valutare la vita economica, allora il fulcro dello sviluppo può spostarsi dalle istituzioni patriarcali verso le esigenze delle donne lavoratrici. Le fattorie collettive, le cucine comunitarie, le iniziative cooperative di sviluppo delle competenze e altre forme di impresa congiunta hanno permesso alle donne di Kudumbashree di aumentare il loro reddito e di acquisire potere sia nella vita pubblica che in quella privata. L’enfasi di Kudumbashree sulla solidarietà piuttosto che sulla competizione e sull’imprenditorialità collettiva piuttosto che quella individuale la distingue dalle strategie di riduzione della povertà incentrate sul “libero mercatoâ€. Recentemente, il governo del Kerala ha annunciato un Piano di sicurezza per le donne basato sulla necessità di riconoscere il valore del lavoro domestico non retribuito. Le donne idonee di età compresa tra i 35 e i 60 anni riceveranno 1.000 rupie al mese. Tale iniziativa fa parte del tentativo generale di trasformare i rapporti di proprietà patriarcali nel Kerala.
Kudumbashree fa parte di un più ampio ecosistema di cooperative che sostengono la lotta alla povertà nel Kerala. Nel loro insieme, queste iniziative sono esempi significativi di come, secondo le parole di Marx, “il lavoro salariato non e che una forma transitoria e inferiore, destinata a scomparire per lasciare il posto al lavoro associato, che svolge la sua funzione con mano pronta, con animo vivace e cuore allegro†(Karl Marx, Indirizzo inaugurale dell’Associazione internazionale degli operai, 5 novembre 1864). Esse dimostrano che le cooperative non sono solo reti di sicurezza per i poveri, ma anche veicoli per la pianificazione democratica, il progresso tecnologico e la dignità sociale.
Queste includono:
La Uralungal Labour Contract Cooperative Society (UL). Fondata nel 1925 nel Kerala settentrionale come società di mutuo soccorso per i lavoratori edili vittime di esclusione basata sul sistema delle caste, UL è cresciuta fino a diventare una delle più grandi cooperative di lavoratrici e lavoratori dell’Asia, impiegando decine di migliaia di persone in grandi progetti infrastrutturali. Essa dimostra come le imprese controllate dalle lavoratrici e dai lavoratori possano realizzare opere pubbliche complesse, ampliando al contempo la protezione sociale e il benessere collettivo dei propri lavoratori e della comunità circostante.
La rete di cooperative di credito del Kerala. Più di quattromila cooperative di credito, con decine di milioni di membri, per lo più appartenenti alla classe operaia e emarginati, operano come “banche popolari†che raggiungono aree non coperte dalla finanza privata. Proteggendo i mutuatari dagli usurai, sostenendo la riforma agraria e mobilitando i risparmi locali – anche durante le inondazioni del 2018 e la pandemia di COVID-19 – esse costituiscono la spina dorsale finanziaria per l’eliminazione della povertà .
La Società Cooperativa Centrale dei Lavoratori Dinesh Beedi del Kerala. Costituita nel 1969 dopo che i proprietari delle fabbriche private di beedi (sigarette sottili arrotolate a mano) avevano chiuso le fabbriche piuttosto che attuare nuove misure di protezione del lavoro, la Dinesh Beedi è diventata rapidamente il principale produttore di beedi dell’India meridionale. Ha garantito salari più alti, sicurezza sociale e una ricca vita culturale ai suoi membri e in seguito si è diversificata la propria produzione oltre al tabacco per preservare i posti di lavoro nella produzione socialmente utile.
La Fabbrica Cooperativa del Tè Sahya. Nella regione collinare di Idukki, i piccoli coltivatori di tè e le lavoratrici e i lavoratori agricoli hanno utilizzato la Thankamany Service Cooperative Bank, che conta 15.000 membri, per fondare una propria fabbrica nel 2017 e rompere con i monopoli della “Big Teaâ€. Con una lavorazione di 15.000 chilogrammi di foglie al giorno e oltre 150 lavoratrici/lavoratori, Sahya garantisce prezzi migliori a circa 3.500 coltivatrici/coltivatori e dimostra come le piccole produttrici e i piccoli produttori possano salire nella catena del valore e difendere mezzi di sussistenza dignitosi.
La Udayapuram Labour Contract Cooperative Society. A Kodom Belur, un remoto panchayat nel Kasaragod, le e gli abitanti del villaggio che dovevano affrontare il feudalesimo dei proprietari terrieri, la corruzione dei funzionari e gli appaltatori predatori, nel 1997 hanno organizzato una cooperativa di lavoro. Da poco più di duecento membri è cresciuta fino a contare quasi 3.000 lavoratori-membri, tra cui molti Adivasi, che ora eseguono lavori pubblici a condizioni trasparenti ed eque e definiscono essi stessi le priorità di sviluppo locale.
Nel loro insieme, queste cooperative – insieme a Kudumbashree – dimostrano cosa è possibile realizzare quando la politica statale, le riforme sociali e le lavoratrici e i lavoratori organizzati convergono. Esse non si limitano ad attenuare gli effetti negativi del mercato, ma riorganizzano la produzione in base alle esigenze umane, rafforzano la democrazia sul posto di lavoro e nel villaggio e offrono un esempio concreto di lavoro associato – di comunismo possibile – anche nelle dure condizioni del capitalismo contemporaneo che rendono necessari programmi come l’EPPE.
La storia dell’eliminazione della povertà in Kerala non è priva di sfide. Lo Stato fa ancora parte dell’Unione Indiana ed è quindi vulnerabile alle vicissitudini della politica del governo di destra di Nuova Delhi. Come in molte parti del Sud globale, le persone giovani del Kerala devono affrontare un alto tasso di disoccupazione e spesso emigrano nella regione del Golfo Persico e in altre parti del mondo in cerca di lavoro. I tentativi di costruire nuove forze produttive di qualità che consentano allo Stato di superare le industrie obsolete sono frenati dall’accesso limitato alle entrate fiscali riscosse dallo Stato dal governo centrale. Ciononostante, sono in corso tentativi per superare queste limitazioni e costruire un paradigma di crescita più solido per il Kerala.
Nel febbraio 2021, il presidente Xi Jinping ha annunciato che quasi 99 milioni di cinesi sono usciti dalla povertà estrema, gli ultimi poveri del Paese. Il Paese di 1,4 miliardi di persone ha raggiunto questo obiettivo con un decennio di anticipo rispetto alla data fissata dagli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite per il 2030. Il Kerala ha raggiunto il suo obiettivo un anno prima del previsto. Il Vietnam, un altro Paese vicino a questo traguardo, prevede di porre fine alla povertà estrema entro il 2030. Non sorprende che questi tre progetti siano guidati da partiti comunisti, il cui impegno per l’emancipazione umana li spinge a lavorare per garantire che ogni essere umano possa vivere una vita dignitosa. L’eliminazione della povertà non è un fine in sé, ma parte del lungo percorso verso l’emancipazione umana: è un progetto sociale vivo, non una serie di caselle da spuntare. Come disse Kwame Nkrumah: “avanti sempre, indietro maiâ€.
Con affetto,
Vijay
*Traduzione della cinquantesima newsletter (2025) di Tricontinental: Institute for Social Research.
Come Potere al Popolo traduciamo la newsletter prodotta da Tricontinental: Institute for Social Research perché pensiamo affronti temi spesso dimenticati da media e organizzazioni nostrane e perché offre sempre un punto di vista interessante e inusuale per ciò che si legge solitamente in Italia. Questo non significa che le opinioni espresse rispecchino necessariamente le posizioni di Potere al Popolo. A volte accade, altre volte no. Ma crediamo sia comunque importante offrire un punto di vista che spesso manca nel panorama italiano.
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Durante le sessioni plenarie di chiusura della 30a Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP30) a Belém do Pará, nell’Amazzonia brasiliana, il segretario esecutivo delle Nazioni Unite per i cambiamenti climatici Simon Stiell ha tenuto un discorso appassionato. Stiell, originario di Grenada, è arrivato alla sua carica dopo una lunga carriera nel settore aziendale e poi come ministro dell’ambiente e della resilienza climatica del suo Paese sotto il governo filo-aziendale del New National Party. Nel suo discorso ha affermato che “il negazionismo, le divisioni e la geopolitica [hanno] inferto duri colpi alla cooperazione internazionale quest’annoâ€. Ha tuttavia insistito sul fatto che “la cooperazione sul clima è viva e vegeta, e mantiene l’umanità nella lotta per un pianeta vivibile con la ferma determinazione di mantenere l’obiettivo di 1,5 °C a portata di manoâ€. Quando ho ascoltato il discorso di Stiell, ho pensato che stesse parlando di un altro pianeta.
Nel maggio 2025, l’Organizzazione meteorologica mondiale ha pubblicato un rapporto in cui avverte che c’è un’86% di probabilità che la temperatura media globale vicino alla superficie superi di 1,5 °C la media preindustriale (1850-1900) – la soglia fissata nell’Accordo di Parigi del 2015 – in almeno un anno tra il 2025 e il 2029; il rapporto avvertiva inoltre che c’è una probabilità del 70% che la media quinquennale per il periodo 2025-2029 superi di 1,5 °C tale media. Alla fine di ottobre 2025, poche settimane prima della COP30, l’American Institute of Biological Sciences ha pubblicato The 2025 State of the Climate Report: A Planet on the Brink, in cui si afferma che “il 2024 ha stabilito un nuovo record di temperatura media globale della superficie, segnalando un’escalation dei cambiamenti climatici†e che “22 dei 34 segni vitali del pianeta hanno raggiunto livelli recordâ€. Per correttezza nei confronti di Stiell, va detto che egli non ha suggerito di abbassare la guardia: “Non sto dicendo che stiamo vincendo la battaglia contro il cambiamento climatico. Ma è innegabile che siamo ancora in gioco e che stiamo reagendoâ€.
Su questo siamo d’accordo.
Nello stesso mese, il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) ha pubblicato un allarmante rapporto intitolato Adaptation Gap Report 2025: Running on Empty. Il rapporto dipinge un quadro non solo di finanziamenti insufficienti per il clima da parte del Nord globale, ma anche di un abbandono sistematico del Sud globale; descrive un mondo che “si sta preparando alla resilienza climatica, senza i fondi necessari per raggiungerlaâ€. La questione dei fondi è fondamentale. Le promesse di finanziare la transizione climatica sono state fatte per la prima volta alla COP3 (Kyoto, 1997) attraverso il Meccanismo di Sviluppo Pulito, poi alla COP7 (Marrakech, 2001) attraverso il Fondo per i Paesi Meno Sviluppati e il Fondo Speciale per il Cambiamento Climatico. Ma la svolta è arrivata alla COP15 (Copenaghen, 2009), quando i paesi ricchi del Nord si sono impegnati a mobilitare 100 miliardi di dollari all’anno in finanziamenti per il clima a favore dei paesi in via di sviluppo entro il 2020. Anche le promesse di Copenhagen erano vuote: non c’era alcun obbligo trattato per le nazioni più ricche di raggiungere questo obiettivo di 100 miliardi di dollari, nessun meccanismo di applicazione per costringere coloro che avevano fatto promesse a rispettare i loro impegni, e la maggior parte del denaro promesso era sotto forma di prestiti e non di sovvenzioni.
L’impegno di 100 miliardi di dollari all’anno assunto a Copenaghen è stato ribadito alla COP21 (Parigi, 2015) ed esteso al 2025. Alla COP26 (Glasgow, 2021) i paesi più ricchi hanno ammesso di non aver raggiunto i loro traguardi e si sono nuovamente impegnati a raggiungere l’obiettivo di 100 miliardi di dollari all’anno. Il rapporto dell’UNEP fornisce un resoconto severo delle promesse non mantenute e delle false dichiarazioni. Tre punti sono essenziali da comprendere:
1. I paesi in via di sviluppo avranno bisogno di 310-365 miliardi di dollari all’anno entro il 2035 solo per l’adattamento al clima (senza contare la mitigazione e le perdite e i danni). Se si ipotizza un’inflazione del 3% all’anno, il fabbisogno reale per l’adattamento raggiungerà i 440-520 miliardi di dollari all’anno entro il 2035.
2. Nel 2023 i flussi di finanziamenti per l’adattamento dai paesi sviluppati a quelli in via di sviluppo sono stati di soli 26 miliardi di dollari, meno che nel 2022, e il 58% del denaro è arrivato attraverso strumenti di debito e non attraverso sovvenzioni – una sorta di adeguamento strutturale verde. I paesi meno responsabili della catastrofe climatica sono quelli che sono costretti a contrarre prestiti per far fronte all’impatto dei disastri incombenti.
3. Da un semplice calcolo, i bisogni sono da dodici a quattordici volte superiori agli attuali flussi, producendo un deficit di finanziamento per l’adattamento compreso tra 284 e 339 miliardi di dollari all’anno.
Una delle grandi tragedie dell’intero dibattito sulla catastrofe climatica è che 172 paesi, per lo più nazioni povere, hanno già sviluppato piani, politiche e strategie nazionali di adattamento. Ma, come sottolinea il rapporto dell’UNEP, un quinto di questi piani è obsoleto a causa di quadri istituzionali deboli, capacità tecniche limitate, mancanza di accesso ai dati climatici e finanziamenti imprevedibili e ritardati. Per le nazioni più povere, l’ostacolo è meno l’apatia politica che i limiti delle risorse. Anche quando cercano di prepararsi al peggio, non riescono a garantire le risorse necessarie per svolgere il lavoro in modo adeguato. Questo cronico sottofinanziamento riduce l’intero processo a un rituale vuoto: i documenti vengono prodotti per ottemperare agli obblighi.
Mentre si discute del debito climatico, si sostiene che la finanza verde attirerà capitali privati. Ma anche questo è un mito. Il rapporto dell’UNEP mostra che gli investimenti del settore privato nell’adattamento sono inferiori a 5 miliardi di dollari e che, anche nella migliore delle ipotesi, il capitale privato non raccoglierà più di 50 miliardi di dollari all’anno per l’adattamento (molto meno di quanto necessario). In pratica, i finanziatori privati partecipano ai progetti di adattamento solo quando i fondi pubblici sono utilizzati per garantire o sovvenzionare i loro rendimenti – i cosiddetti meccanismi di “finanza innovativa†o “finanza mista†progettati per “ridurre il rischio†degli investimenti privati. Quindi, alla fine, il costo è sostenuto dai tesori dei paesi più poveri, i cui governi garantiscono effettivamente il denaro che prendono in prestito per finanziare progetti di adattamento che gli investitori privati considerano troppo rischiosi senza tali garanzie. Come abbiamo sostenuto nel dossier n. 93 (ottobre 2025), The Environmental Crisis Is a Capitalist Crisis, questo modello di finanza verde esacerba il debito climatico nei confronti del Sud del mondo piuttosto che risolverlo.
Quest’anno, alcuni membri di Tricontinental si sono recati a Belém per la COP30. Hanno partecipato al Vertice popolare verso la COP30 – tenutosi dal 12 al 16 novembre 2025 in contrapposizione alla conferenza ufficiale – dove hanno condiviso i risultati del dossier n. 93. Dopo il summit, che ha riunito oltre 25.000 partecipanti e più di 1.200 organizzazioni, il nostro ufficio di Nuestra América ha chiesto a Bárbara Loureiro del Movimento dei lavoratori senza terra (MST) brasiliano di scrivere una newsletter sulla COP30. Nella sua lettera ha scritto che il “generale invisibile†dei lavori era l’industria agroalimentare brasiliana, che cercava di dare un’immagine ecologica alle sue pratiche, espandere il suo accesso ai fondi pubblici e spostare il dibattito dalla mitigazione al rebranding.
Guardando i lavori all’interno della sala della COP ufficiale sorge tuttavia una semplice domanda: vale la pena partecipare al processo o dovremmo semplicemente lasciare che il regime della COP muoia? Ci sono tre ragioni fondamentali per cui è importante continuare a partecipare al processo della COP:
1. La COP offre un palcoscenico globale in cui il Sud globale può chiedere risarcimenti, finanziamenti per perdite e danni e sostegno all’adattamento. È alla COP che si può argomentare contro il finanziamento del debito climatico e contro gli obiettivi volontari. La COP non è un luogo di salvezza, ma può comunque essere un luogo di lotta.
2. La COP consente al Sud globale di mantenere il principio delle “responsabilità comuni ma differenziate†stabilito nella Dichiarazione di Rio alla Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente e lo sviluppo (1992).
3. La COP costringe i paesi ricchi a negoziare apertamente piuttosto che ritirarsi nelle stanze segrete, dove la governance climatica sta completamente nelle mani del capitale privato e dell’informalità dei ricchi. La lotta sul significato del finanziamento climatico (come debito o come risarcimento) è una partita aperta.
Dopo la COP30 ho chiesto ad Asad Rehman di Friends of the Earth perché pensava che valesse la pena lottare nelle strade fuori dalle sale della COP. Per Asad la prima battaglia è convincere il movimento per la giustizia climatica ad accettare che la lotta non riguarda solo l’uso dei combustibili fossili, ma che va anche diretta verso la crisi delle nostre economie e società , che devono essere trasformate. Allo stesso tempo ha detto: “in realtà c’è qualche speranzaâ€. Questo perché il movimento per la giustizia climatica sostiene che il problema non è la mancanza di finanziamenti, ma la mancanza di volontà politica. I finanziamenti sono disponibili (come sostiene la Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo in un nuovo rapporto, All Roads Lead to Reform: A Financial System Fit to Mobilise $1.3 Trillion for Climate Finance). Mentre si svolgeva la COP30, a Nairobi, in Kenya, si è tenuto un incontro della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sulla cooperazione fiscale internazionale, durante il quale i paesi più ricchi hanno bloccato i progressi verso una tassa equa sulle società che costringerebbe chi inquina a pagare per i danni ambientali causati. Se applicata, tale tassa potrebbe raccogliere 500 miliardi di dollari all’anno, un buon inizio verso il risarcimento dei danni climatici. Eppure, proprio mentre il Nord globale insiste che non ci sono soldi per il finanziamento del clima, i paesi della NATO concordano di aumentare la spesa militare al 5% del PIL, nonostante sia evidente che il militarismo è uno dei principali motori delle emissioni di gas serra. “Vedere il movimento per la giustizia climatica battersi per la cancellazione del debito, per le tasse sul patrimonio e per la riforma delle regole commerciali è un passo positivoâ€, ha detto Asad. “Ora il movimento sta cominciando a capire che si tratta di una questione economica. Si tratta di un cambio di paradigmaâ€.
Nella sua lettera per il nostro ufficio di Nuestra América, Loureiro del MST ha descritto la COP30 come uno specchio con due facce: “Da un lato, la celebrazione delle cosiddette ‘soluzioni di mercato’ e della decarbonizzazione finanziaria; dall’altro… la crescente forza del movimento popolare, che ha reso Belém un territorio di denuncia, solidarietà internazionalista e costruzione di alternative realiâ€. Nella sua conclusione ci invita a comprendere la catastrofe climatica come un luogo di lotta di classe, che può essere superata solo andando oltre al capitalismo:
Non c’è una vera via d’uscita dalla crisi climatica senza una rottura con il modello capitalista, e non c’è alcuna rottura possibile senza l’organizzazione popolare, senza la lotta collettiva e senza affrontare le strutture che traggono profitto dalla devastazione ambientale.
Con affetto,
Vijay
*Traduzione della quarantanovesima newsletter (2025) di Tricontinental: Institute for Social Research.
Come Potere al Popolo traduciamo la newsletter prodotta da Tricontinental: Institute for Social Research perché pensiamo affronti temi spesso dimenticati da media e organizzazioni nostrane e perché offre sempre un punto di vista interessante e inusuale per ciò che si legge solitamente in Italia. Questo non significa che le opinioni espresse rispecchino necessariamente le posizioni di Potere al Popolo. A volte accade, altre volte no. Ma crediamo sia comunque importante offrire un punto di vista che spesso manca nel panorama italiano.
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