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News Potere al popolo

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Dalle piazze del 24 ottobre allo sciopero generale del 30 ottobre
Data articolo:Tue, 27 Oct 2026 15:49:37 +0000

In Francia 800.000 persone in strada. In Italia decine di migliaia: oltre 10mila a Milano contro il carovita, altre migliaia a Torino contro riarmo e carovita, 10mila a Castel Volturno contro il Cpr, poi Bologna, Roma, Firenze, Genova, Napoli. Un sabato che ha riempito le città da nord a sud, dentro e fuori dai cortei “autorizzati”.
Una settimana di allarmismo mediatico e un nuovo decreto sicurezza che allarga i fermi preventivi. Soffiare sul fuoco della paura non è servito: la strategia dell’emergenza si è schiantata contro la voglia di riscatto di un intero paese.
Le provocazioni sono state pesanti e continue: idranti, cariche, lacrimogeni, 371 persone portate in questura, di cui 110 minorenni. Ma la compattezza delle piazze ha retto. Il tentativo di trasformare la rabbia sociale in ordine pubblico è fallito.
E adesso guardiamo avanti: lo sciopero generale del 30 ottobre cresce a vista d’occhio, con assemblee, presidi e comitati nei posti di lavoro, nei quartieri, nelle scuole e nelle università. Chi pensava di averci stancato deve ricredersi.
In piazza e in sciopero portiamo richieste precise:
❌ No ai 4,5 miliardi in più per le armi, quasi il doppio di quanto si andrà a spendere per la sanità: non un euro per la guerra!
✅ Salario minimo e un tetto ai prezzi di carburante, trasporto pubblico e affitti: il carovita si combatte così!
✅ Sanità e istruzione alla media europea in rapporto al PIL: prima le persone, non i missili!
✅ Stop alla repressione: ritiro di tutti i pacchetti sicurezza, dai decreti Minniti, Conte-Salvini a quelli del governo Meloni! E non siamo soli.
Nelle piazze di tutto il continente marcia la nostra stessa rabbia: da Parigi a Roma, da Tirana a Lisbona, i popoli d’Europa si stanno sollevando.
La risposta alla guerra, alla povertà e alla democrazia sotto assedio non la scrivono i governi nei palazzi: la scrivono le piazze.
Venerdì 30 ottobre incrociamo le braccia e riempiamo le piazze. Il vento è cambiato, e non si torna indietro.
Abbassate le armi, alzate i salari!
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La battaglia del tetra
Data articolo:Tue, 27 Oct 2026 15:39:07 +0000

Luiz Inácio Lula da Silva vince per la quarta volta le elezioni presidenziali brasiliane, al termine di un testa a testa con Flávio Bolsonaro. Una vittoria che appartiene al popolo.

Il risultato è storico. Dopo un primo turno sfavorevole, con la destra che sembrava inarrestabile, Lula ha vinto il secondo turno con un margine netto. La virada è stata possibile grazie a una convergenza di forze, ma è stata la gioventù a rimettere tutto in movimento: la Generazione Gaza è scesa in piazza in massa subito dopo il primo turno, rivendicando un diritto al futuro, all’istruzione pubblica e alla protezione dei diritti conquistati.

Na rede e na rua — nella rete e in strada — è diventata la parola d’ordine: da una parte la macchina digitale del deputato André Janones, dall’altra la mobilitazione fisica di giovani, sindacati, MST, movimenti femministi, movimento nero, comunità indigene, quilombolas e LGBTQIA+. Figure come la deputata Erika Hilton incarnano questa pluralità: la battaglia per i diritti delle persone trans, per chi vive in strada e per la fine del 6×1 senza perdita salariale pongono la stessa questione — chi ha diritto al tempo, alla dignità, a una vita meno precaria?

Le due personalità incarnano il campo della sfida digitale, feudo tradizionale della destra dovela sinistra, stavolta, è stata competitiva: l’Exército do Lula ha raggiunto 10,6 milioni di persone via WhatsApp, mentre le piattaforme sono state pubblicamente accusate di aver agito contro Lula. Serve un controllo democratico delle grandi piattaforme: la tecnologia non è neutrale, serve interessi, e restituire ai cittadini la possibilità di informarsi liberamente è una questione politica centrale.

Inoltre, questa vittoria dimostra anche che si vince quando si torna a incontrare le persone là dove vivono, lavorano e costruiscono le proprie idee: con gli inconmtri e le manifestazioni oceaniche.
Anche gli attacchi a questa vittoria sia sul web che reali si sono protratti fino all’ultimo momento: il giorno stesso del voto i sindaci bolsonaristi di São Paulo, Salvador e altre città hanno tagliato fino al 40% della flotta di autobus per impedire agli elettori delle periferie di raggiungere i seggi. La campagna ha portato il caso alla Corte Suprema e ha ottenuto la proroga di due ore, prima volta nella storia. E tuttavia il popolo è andato al voto in numeri mai visti dall’entrata in democrazia del 1988: la diminuzione dell’astensione — 3 milioni di persone in più rispetto al primo turno — ha determinato la vittoria. È stato quello il campo di battaglia vero: trasformare l’indignazione in partecipazione, raggiungere chi era rimasto a casa. L’organizzazione capillare, le assemblee, le conversazioni porta a porta hanno battuto la macchina dell’odio.

Mentre Giorgia Meloni non si pronuncia e Donald Trump contesta il risultato, Lula rilancia un principio che appartiene alla storia migliore dell’America Latina: o Brasil não cabe no quintal de ninguém. Il Brasile non è il cortile di nessuno. È la prima sconfitta del trumpismo in America Latina in questo ciclo elettorale: Trump aveva sostenuto Bolsonaro e aveva vinto ovunque nel continente — Perù, Argentina, Colombia sono per citarne alcuni. Oggi perde, e non lo accetta. Le alleanze tra destre nazionaliste e l’influenza statunitense rendono questa vittoria particolarmente significativa: è rivendicazione di sovranità e antimperialismo, ma soprattutto di libertà dei popoli di decidere del proprio futuro e delle proprie risorse.

Vincere non basta. Il Brasile resta profondamente polarizzato, le disuguaglianze sono enormi, gli interessi economici concentrati, e una parte consistente delle istituzioni territoriali e parlamentari rimane saldamente in mano alla destra — agrobusiness, militari, chiese evangeliche (boi, bala, bíblia). Il bolsonarismo non sparisce con un risultato elettorale.

In un contesto così difficile, una vittoria di sinistra non è di per sé politica di sinistra: la tentazione del centro — alleanze di “responsabilità”, compromessi con i poteri economici, rinuncia alle misure più radicali — è un rischio che questo governo non può permettersi. Misure come il Bolsa Família, la fine del 6×1, la riduzione della fame, il rilancio di Minha Casa Minha Vida non sono concessioni: sono il minimo per una vita degna, ma non bastano.

La vera sfida dei prossimi quattro anni è tenere viva la tripla equazione che ha reso possibile questa vittoria: Rua, Rede e Programa — strada, rete e programma. L’alleanza del presidente deve restare con il suo popolo, non cercare stabilità nel centro: ogni concessione verso destra è una perdita di forza. La pressione dal basso dei movimenti, delle organizzazioni e delle comunità non è un problema per il governo Lula: è la sua unica protezione reale. Lo sa bene il MST che, nella sua “Carta al popolo brasiliano”, ha subito posto le condizioni per il futuro: “Abbiamo vinto molto più di un’elezione, abbiamo vinto la battaglia più difficile. Ma sappiamo che non possiamo abbassare la guardia”. Il movimento chiede che la Riforma Agraria sia il cuore del nuovo mandato, l’agroecologia e maggiori fondi per produrre cibo sano. Il loro monito è chiaro: se vince la destra con la sua macchina di disinformazione, il popolo deve rispondere con la mobilitazione, la strada e l’organizzazione.

La storia non è mai scritta una volta per tutte. Questa è la lezione del Brasile: quando la sinistra si organizza, quando smette di parlare a sé stessa e impara a stare tra le persone, quando trasforma l’indignazione in partecipazione e la partecipazione in potere, può vincere. Anche nelle condizioni più avverse. Anche contro la disinformazione, il sabotaggio, l’interferenza straniera. Per noi, questa vittoria è un riferimento e un monito: un riferimento perché dimostra che costruire un blocco sociale ampio, radicato nei territori, capace di unire lavoratori, giovani, movimenti femministi e comunità marginalizzate è possibile e vincente; un monito perché la vittoria elettorale è solo l’inizio, e cedere al centro è la strada più rapida verso la perdita di tutto questo capitale politico e sociale.

L’eco di questa vittoria ci raggiunge. Sta a noi farne un punto di orientamento per le nostre lotte.
Ganhamos. Vamos levar

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Al fianco di Cuba socialista! Solidarietà al popolo cubano, fermiamo l’infame bloqueo degli Stati Uniti
Data articolo:Tue, 27 Oct 2026 15:17:45 +0000

Come Potere al Popolo siamo sempre stati e saremo solidali con il popolo cubano, con la sua Rivoluzione e il diritto ad autodeterminarsi, senza le ingerenze e le minacce imperialiste.
Da oltre sessant’anni Cuba subisce il bloqueo degli Stati Uniti ma oggi l’inserimento delle misure sta aggravando una situazione già drammatica, arrivando ad assumere le forme di un vero e proprio assedio medioevale con intenti genocidari.
Cuba viene punita dagli Stati Uniti perché è scomoda: fa paura che una piccola isola sia riuscita a resistere per decenni, fa paura perché Cuba rappresenta l’esempio concreto che un altro sistema è possibile.
E mentre gli USA pretendono di dare lezioni di democrazia esportando guerre in tutto il mondo Cuba ha sempre risposto con “medicos y no bombs” continuando a praticare la solidarietà internazionalista, lo ha fatto durante il periodo drammatico del Covid inviandoci in aiuto brigate di medici, continua a farlo anche oggi in Calabria.

Per questo come Potere al Popolo rivolgiamo un appello netto al Governo italiano: l’Italia voti a favore della fine del bloqueo il 28 Ottobre all’ONU, confermando la posizione che il nostro Paese ha storicamente sempre avuto nonostante l’astensione nella precedente votazione di luglio rappresenti un segnale preoccupante.
Chiediamo che il 28 il nostro Governo non consideri la sovranità un tema da gestire a fase alternata e difenda il diritto all’autodeterminazione dei popoli senza piegarsi alle pressioni di Washington.

Come Potere al Popolo saremo sempre in prima linea per difendere Cuba, al fianco del suo popolo coraggioso.

Giù le mani da Cuba socialista!
Fine immediata del bloqueo!
Il 28 ottobre l’Italia voti sì alla fine dell’embargo statunitense!

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L’autunno è appena iniziato. Il 30 è sciopero generale!
Data articolo:Tue, 27 Oct 2026 15:10:35 +0000

Il 24 ottobre è stato una grande giornata di lotta, ora prepariamo assieme la mobilitazione dello sciopero generale del 30 ottobre

Solidarietà a tutte le persone vittime della repressione messa in campo dal Governo

Da Nord a Sud, il 24 ottobre decine di migliaia di persone sono scese in piazza contro carovita, bassi salari, precarietà, spese militari e la stretta sul diritto di protesta. Tantissimi erano giovani e giovanissimi. Il Governo ha risposto con controlli a tappeto, identificazioni, fermi preventivi e piazze militarizzate, poi con idranti, cariche e lacrimogeni: 371 persone portate in Questura, 110 delle quali minorenni. Eppure la partecipazione non si è fermata e le piazze hanno tenuto. Il tentativo di ridurre la rabbia sociale a un problema di ordine pubblico è fallito.
A chi ha subito questa repressione va tutta la nostra solidarietà. La linea muscolare e l’ottavo decreto sicurezza in quattro anni raccontano un Governo che non sa più parlare al Paese e si chiude in trincea. Ma il manganello non cancella le ragioni della protesta: prezzi e affitti alle stelle, salari che non bastano, precarietà, servizi pubblici sempre più difficili da raggiungere. Intanto i soldi vanno alle armi.
Dietro questa stretta c’è un disegno che va oltre Palazzo Chigi.
L’Unione Europea, con il piano ReArm Europe, ha aperto la strada a 800 miliardi per il riarmo. Ha concesso deroghe al Patto di Stabilità solo per la spesa militare, mentre per sanità, scuola, casa e salari restano i vincoli dell’austerità. Il Governo Meloni ha sottoscritto in sede NATO l’impegno a portare la spesa per la difesa al 5% del PIL entro il 2035, ed esegue senza fiatare. Questa è l’Europa reale: non quella dei popoli, ma quella dei mercati e dell’industria bellica, che scarica sulle classi popolari il costo della conversione all’economia di guerra. Non è un caso se la rabbia cresce in tutto il continente.
La protesta è ancora in parte spontanea e poco organizzata. Ma mostra una lucidità sorprendente, se pensiamo all’immobilismo politico di questi anni e all’età di chi riempie le strade. Sono ragazze e ragazzi politicizzati nelle mobilitazioni studentesche e nell’autunno di Blocchiamo Tutto, oppure alla loro prima piazza. Il clima di paura non ha funzionato: la partecipazione si è allargata oltre chi era già mobilitato.
Colpisce, in queste ore, l’atteggiamento di molti sindaci delle città metropolitane, che da Nord a Sud fanno da volano alle ambizioni elettorali del centrosinistra. Da un lato condannano “l’irruenza” delle piazze. Tacciono sulla gestione delle Questure, sulle migliaia di identificati e fermati, sulle centinaia di feriti, alcuni gravi, e si allineano alla richiesta d’ordine del Governo e dei settori più reazionari. Dall’altro scoprono, in ritardo, che dietro le proteste ci sono problemi sociali reali. È un cerchiobottismo che rimuove le loro responsabilità: anni di politiche urbane al servizio della rendita immobiliare e dei grandi investitori, che hanno espulso le classi popolari dai centri, e di città sempre più securitarie, con più controlli e meno spazi pubblici e di conflitto.
Per questo il 30 ottobre è decisivo. Lo sciopero generale si intreccerà con lo sciopero mondiale dei portuali, entrambi nati da una convocazione dell’USB, e legherà la lotta su lavoro e costo della vita all’opposizione all’economia di guerra. Salari, casa, bollette, trasporti, sanità, istruzione, spese militari, libertà di manifestare: vertenze diverse, una sola lotta. Contro la paura e la guerra tra poveri con cui ci bombardano a reti unificate, rimettiamo al centro le condizioni materiali che stanno spingendo tantissime persone a prendere parola. L’autunno è appena cominciato.
Venerdì 30 ottobre, tutte e tutti in piazza. Sciopero generale.

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Disertare, non collaborare, lettera aperta delle e dei docenti di istituti scolastici occupati
Data articolo:Mon, 19 Oct 2026 15:42:32 +0000

Come Potere al popolo rilanciamo l’appello che centinaia di studenti stanno facendo circolare in questi giorni, come forma di solidarietà con il movimento studentesco in lotta.

Le immagini dei professori e delle professoresse che si schierano a difesa dei loro studenti nei licei di periferia della Francia, hanno rimesso al centro il cuore della funzione docente: quella di educatori e formatori, non di inquisitori dei loro stessi alunni.

Di fronte a studenti e studentesse che dicono chiaramente “soldi alla scuola e non alla guerra”, è importante sostenere chi, tra i docenti meno pagati in Europa occidentale, decide di “disertare e non collaborare” con il clima di caccia alle streghe che il ministero vorrebbe imporre. Come scrivono i docenti dell’appello: “lasciamo che a difendere questo sistema putrescente siano altri, non vogliamo diventare i guardiani della catastrofe che stiamo consegnando alle giovani generazioni”

Invitiamo dunque a diffondere questo appello e ad aderire a questo link: https://tinyurl.com/disertare

Approfondimenti

Il lento suicidio del centrosinistra. Una sinistra compromessa è la gioia della destra.
Data articolo:Mon, 28 Sep 2026 06:42:08 +0000

Di Yanis Varoufakis – 26 settembre 2026

“Solo i fanatici pericolosi si rifiutano di scendere a compromessi”, mi diceva mia madre. E così, diversi decenni dopo, entrai al governo pronto a scendere a compromessi; un piccolo prezzo da pagare, pensavo, per offrire un minimo di sollievo alla maggioranza sofferente che ci aveva votato. Eppure la domanda più difficile, e più pertinente, continuava a tormentarmi: come si fa a scendere a compromessi senza finire a propria volta compromessi? Quale singolo compromesso mi avrebbe catapultato nel regno dei cooptati? Per mesi, lottai per trovare la risposta, finché non se ne rivelò una inaspettatamente.

È un enigma che genera un paradosso. Da un lato, cercare di individuare il compromesso cruciale è tanto futile quanto cercare il singolo capello che, una volta perso, ammette nella confraternita dei calvi. D’altro canto, così come un solo sguardo a me conferma che mi mancano abbastanza capelli per essere considerato calvo, un solo sguardo ad Andy Burnham e alla stragrande maggioranza dei leader di centrosinistra europei conferma che sono compromessi. È una questione che rimane attuale.

Ma a che punto il compromesso si trasforma in tradimento? A che punto la pratica dell’arte della concessione saggia porta a tradire i propri elettori, persino ad abbracciare la malvagità? Anzi, i malvagi sanno davvero di essere malvagi? Erano consapevoli del momento in cui la loro cascata di compromessi li ha spinti oltre il limite morale? Ne dubito. La capacità dell’animo umano di razionalizzare le scelte più vili è illimitata. Non esiste quasi nessun orrore perpetrato da un essere umano contro un altro che non sia stato giustificato dal principio del male minore.

Interrogate i fantasmi di Vidkun Quisling, o del suo omologo greco Georgios Tsolakoglou, e chiedete loro perché hanno accettato di diventare i primi ministri fantoccio dei Nazisti in Norvegia e in Grecia. Avrebbero sicuramente risposto che “qualcuno l’avrebbe fatto”, quindi tanto valeva che fossero stati loro: la loro complicità valeva il prezzo se avesse permesso loro di proteggere anche solo una manciata di connazionali dalla minaccia Nazista. Il fatto che queste razionalizzazioni appaiano ridicole a posteriori ci riporta alla domanda iniziale: a che punto una serie di compromessi rende una persona compromessa?

Era il febbraio del 2015 quando mi sono imbattuto nella pura banalità dei leader di centrosinistra europei compromessi. Ciò che me l’ha fatto notare con chiarezza è stato il contrasto tra questi uomini vuoti e Wolfgang Schäuble, il Ministro delle Finanze conservatore tedesco e sommo sacerdote europeo dell’austerità più rigorosa. Era spietato ma convincente; analiticamente debole ma intellettualmente onesto; rozzo ma rassicurantemente sicuro di sé. Diceva cose oltraggiose, come “non si può permettere che le elezioni cambino la politica economica in Europa”. Ma c’era una sincerità nel suo modo di esprimersi e la sensazione che stesse descrivendo il mondo così come lo vedeva realmente.

Poi venne la monotonia del lavoro di centrosinistra.

Il primo incontro è stato con Michel Sapin, Ministro delle Finanze francese e fedele collaboratore del Partito Socialista. Dopo avermi accolto come un fratello d’armi, aver elogiato la mia posizione anti-austerità e avermi promesso che avremmo “camminato insieme” per riportare l’Europa sulla “via della crescita”, mi ha condotto alla conferenza stampa lì vicino. Lì, di fronte ai giornalisti riuniti, ha subito una metamorfosi istantanea. Spariti la cordialità, l’intento comune, la condanna dell’austerità. Invece, puntandomi contro un dito accusatorio, ha superato Schäuble in quanto a veemenza, inneggiando alla “disciplina” e al contenimento della spesa. Una volta rimasti soli, è tornato tutto dolce e amichevole. L’ho fermato di colpo, l’ho guardato negli occhi e gli ho chiesto con insistenza: “Chi sei e cosa hai fatto al Michel che ho incontrato un’ora fa?”.

Una serie di incontri tristemente simili sono seguiti solo pochi giorni dopo, a Berlino. Prima con Sigmar Gabriel, leader del Partito Socialdemocratico Tedesco (SPD), poi con una delegazione di parlamentari dei Verdi tedeschi. La cosa peggiore di quegli incontri non era ciò che veniva detto, ma il fatto che fosse evidente che non credessero a una sola parola di ciò che pronunciavano. Oltre alla mancanza di convinzione, le loro banali riflessioni tradivano una totale assenza di spessore intellettuale: non c’era una vera proposta da contestare né un argomento da confutare logicamente.

Uscendo da quegli incontri, mi chiedevo come si fosse arrivati ​​a questo punto. Come aveva fatto l’SPD, un partito con una storia di trasformazione della Germania in una socialdemocrazia funzionante, ad avere un leader così banale e vuoto, pronto a cedere a uno come Schäuble? Come avevano fatto i Verdi, che negli anni Settanta ci avevano scosso dalla nostra complicità con l’ecocidio in corso, a finire per ripetere slogan tanto noiosi quanto tossici?

La mia teoria del lungo suicidio del centrosinistra inizia nel 1971, quando Bretton Woods venne annientato dallo shock di Nixon. A quel tempo, i socialdemocratici europei e britannici svolgevano il ruolo di intermediari. Una volta al governo, riunivano i capitani d’industria e i dirigenti sindacali attorno a un tavolo dove si concludeva un accordo: una parte dei profitti industriali avrebbe finanziato lo Stato Sociale e un’altra sarebbe stata restituita ai lavoratori sotto forma di salari e condizioni di lavoro migliori. Tuttavia, con la morte di Bretton Woods, il denaro e il potere si spostarono dall’industria alla finanza.

Alla fine degli anni Settanta, era inutile far sedere attorno a quel tavolo gli industriali in declino e i dirigenti dei sindacati in via di estinzione. In un mondo asservito a banchieri e commercianti, l’unico accordo significativo che si potesse raggiungere era quello tra ministri e finanzieri. Era un patto faustiano. Tony Blair a Londra, Jacques Delors a Parigi e poi a Bruxelles, Gerhard Schröder a Berlino, tutti loro offrirono ai banchieri il permesso di scatenarsi in cambio di ingenti briciole dalla loro tavola, con cui finanziare lo Stato Sociale e, non dimentichiamolo, le loro campagne elettorali. È così che la socialdemocrazia è andata avanti a fatica fino al crollo del 2008.

Quando, nell’autunno di quell’anno, le banche fallirono, i socialdemocratici al potere non capirono cosa li avesse colpiti. Privi sia della capacità analitica di comprendere il crollo, sia della spina dorsale morale per opporsi ai finanzieri, salvarono non solo le banche, ma anche i banchieri. Il risultato fu austerità per le masse e “socialismo” per i banchieri, un crollo degli investimenti e una recessione senza fine. Da quel momento in poi, la socialdemocrazia imboccò una china scivolosa verso l’oblio elettorale, etico e politico.

Ho scritto di tutto ciò nel mio libro del 2011, Il Minotauro Globale. Ma una cosa era aver formulato una teoria, tutt’altra era vederla scritta sui volti dei centristi nel 2015: la sconfitta, il compromesso, la banalità. Ricordo la sensazione mentre il mio aereo decollava da Berlino, riportandomi ad Atene e in un Parlamento in cui un Partito Nazista era il terzo più grande: il risultato del malcontento generato da anni di insensata austerità centrista. E ricordo come, all’improvviso, ho pensato a Fiona.

Il mio primo ricordo di lei risale al 1980, quando mi interruppe bruscamente durante una vivace riunione del sindacato studentesco all’Università dell’Essex. Studentessa di antropologia, era convinta che tutti, di destra e di sinistra, bramassero il potere illimitato ovunque fosse possibile ottenerlo. Fiona temeva che i progressisti, come lei e me, persone che non potevano esercitare il potere nella City (il nucleo storico e il principale distretto finanziario della capitale britannica) o a Whitehall (il cuore amministrativo del governo del Regno Unito), lo cercassero invece nei sindacati studenteschi, nei gruppi socialisti, persino nelle organizzazioni femministe. La sua forte disapprovazione nei miei confronti era sistemica, non personale. Ed è per questo che diventammo amici.

Circa un anno dopo il nostro primo incontro, mi ritrovai a uno degli innumerevoli raduni anti-Thatcher che si tenevano in quel periodo. Per coincidenza, anche Fiona era lì, in attesa di parlare. Dopo aver sopportato due ore di noiosi oratori che denunciavano il vandalismo sociale e industriale della Thatcher, Fiona si alzò per parlare. È stata magnifica:

“Mentre ascoltavo gli oratori precedenti, pensavo tra me e me: Preferisco Maggie Thatcher, in qualsiasi momento! A differenza vostra, Maggie ha capito tutto. Viviamo in un momento rivoluzionario. L’armistizio della lotta di classe del dopoguerra è finito. Se vogliamo difendere i deboli, non possiamo permetterci di essere sulla difensiva. Dobbiamo sostenere la sua causa come fa lei: fuori il vecchio sistema, dentro uno nuovo di zecca. Non il sistema distopico di Maggie, ma comunque uno nuovo. Voi medicate i cadaveri, mentre lei scava fosse. Se dovessi scegliere tra voi e lei, sceglierei lei senza esitazione. Per quanto mostruosa sia, la Thatcher almeno può essere sovvertita. Non riconoscereste la sovversione nemmeno se vi arrivasse addosso con un’asta da chiatta”.

Le sue parole mi risuonavano in testa durante quel volo del 2015, ricordandomi perché trovavo i miei incontri con Schäuble molto più gratificanti di quelli con i centristi di sinistra che “facevano le bende ai cadaveri” mentre Schäuble “scavava fosse”. Oltre alla relativa gioia di conversare con persone che dicono quello che pensano, ci sono ragioni, sia a breve che a lungo termine, per cui io, da fiero esponente della sinistra, preferisco al governo dei conservatori sicuri di sé piuttosto che un gruppo di centristi di sinistra sconfitti.

Piuttosto che un branco di pseudo-progressisti compromessi che medicano i feriti, preferirei di gran lunga avere al potere un Norman Tebbit, che li esorta cinicamente a “andare in bicicletta”. Una sinistra indomita e con un minimo di amor proprio risponderebbe dicendo ai banchieri, agli speculatori e agli oligarchi di andare in bicicletta. Ahimè, la sinistra compromessa non lo fa. Al contrario, alimenta una falsa speranza nei cuori della maggioranza sofferente con le sue vuote promesse di prendersi cura di loro. Quella speranza è destinata a infrangersi contro gli scogli della realtà. E poi? Avendo perso la fiducia sia nel centro-destra che nel centro-sinistra, l’elettorato non ha altra scelta che rivolgersi ai demagoghi che promettono di rendere il loro Paese “di nuovo grande”, di strumentalizzare le barriere di confine, di prepararsi alla guerra contro nemici inesistenti, di prendere di mira “l’altro”: il musulmano, l’ebreo, il disabile, le persone di colore che “inquinano” il patrimonio genetico.

Il nuovo governo di Andy Burnham ne è un esempio lampante. Arrivato al numero 10 di Downing Street sull’onda di un’ondata di ottimismo, la sua riluttanza a scontrarsi con i potenti responsabili della stagnazione britannica porterà a un altro bilancio che tassa chi è già sovraesposto e punisce i deboli. In questo modo, la strada sarà spianata ai fascisti, che potranno infettare ulteriormente i cuori infranti della maggioranza. Solo il tempo dirà se si tratterà di un partito riformista, di un partito restauratore o di un partito conservatore ancora più radicalizzato.

Naturalmente, i centristi di sinistra criticano la mia riluttanza a sostenerli, dipingendomi come un servo della Destra. Risponderei che la Sinistra ha il dovere di rimanere all’opposizione finché non ci saremo organizzati; finché non avremo un piano e un mandato per rovesciare l’oligarchia e attuare un programma progressista e realizzabile. È meglio essere all’opposizione, mantenendo viva la speranza, mentre la Destra dell’istitutivo imperversa al governo, piuttosto che una Sinistra compromessa conquisti il ​​potere con false promesse destinate a spegnere la speranza e a inaugurare forme postmoderne di fascismo.

Fu questo modo di pensare che mi spinse, sei mesi dopo il mio giuramento come Ministro delle Finanze greco, a dimettermi, pur sapendo benissimo che sarei stato demonizzato e relegato ai margini del sistema politico. Era una scelta ovvia. Ricordate la domanda che mi tormentava fin dal primo giorno in carica? Sarei stato in grado di riconoscere il compromesso letale che mi aveva condotto nel regno dei cooptati?

Alla fine, non fu difficile riconoscerlo. Tutto è iniziato quando mi è stata offerta una scelta: la mia carriera politica in cambio della firma di una richiesta per un’enorme carta di credito (che lo Stato greco avrebbe utilizzato per fingere di ripagare i propri debiti); una carta di credito che sarebbe stata rilasciata a condizione di un altro pacchetto di austerità che avrebbe condannato l’80% della nostra popolazione a una schiavitù per debiti a lungo termine. Io non ho firmato. Ma la maggior parte dei miei colleghi in quel governo di sinistra lo ha fatto. Il risultato? Quel partito, Syriza, non esiste più, la destra recalcitrante è dominante e la destra fascista è in ascesa.

In definitiva, la sinistra compromessa anestetizza la speranza, aprendo la strada ai reazionari della peggior specie. Meglio essere un’opposizione onesta a un governo di destra che un esponente della sinistra compromesso le cui politiche generano mostri. Questa non è una rinuncia all’aspirazione a governare. È semplicemente una precisazione di un pensiero: l’unico compromesso che vale la pena fare è la disponibilità a rinunciare al potere piuttosto che firmare il futuro di un popolo.

– Yanis Varoufakis è un economista ed ex Ministro delle Finanze greco. È autore di diversi libri, tra cui Tecnofeudalesimo: Cosa ha Ucciso il Capitalismo (Technofeudalism: What Killed Capitalism). È stato per molti anni professore di economia in Gran Bretagna, Australia e USA prima di entrare in politica. È co-fondatore del movimento popolare internazionale DiEM25 e professore di economia all’Università di Atene.

Traduzione: La Zona Grigia

Fonte: https://unherd.com/2026/09/the-centre-lefts-slow-suicide/

News & media

Attenzione, stanno cancellando la democrazia! Fermiamoli! Il 3 ottobre tutti a Roma.
Data articolo:Sat, 19 Sep 2026 16:27:24 +0000

3 ottobre, ore 14:00
Piazza Bocca della Verità, Roma

La legge elettorale truffa del Governo Meloni assegnerà una maggioranza abnorme di parlamentari a chi non riesce ad averla con il voto degli elettori.

Ma non si ferma qui: è una legge liberticida che vuole cancellare tutte quelle forze politiche che, come Potere al Popolo, in questi anni sono state la vera opposizione di questo Paese.

Vuole cancellare chi si è mobilitato per la Palestina e contro il genocidio israeliano, contro la guerra, il riarmo e la NATO, contro le politiche lacrime e sangue europee, i salari da fame, il taglio ai servizi pubblici e sociali, per una società giusta e in pace.

Le 450 000 firme che si dovrebbero raccogliere,  servono ad impedire la partecipazione alle elezioni di Potere al Popolo e di ogni dissenso, lasciando la competizione elettorale solo ai due schieramenti di destra e centrosinistra e ai neofascisti di Vannacci.

La legge truffa è parte di un vasto progetto autoritario che sorregge la politica di guerra e questa “società caserma”: il furto del diritto alla rappresentanza democratica fa tutt’uno con le sanzioni americane contro le organizzazioni antifasciste, con la legge sull’ “antisemitismo” che scatena la caccia alla streghe contro chi sta con Palestina, con i decreti sicurezza e lo stato di polizia, con la censura nel nome della guerra ibrida.

Vogliono colpire chiunque lotti contro questo potere iniquo e guerrafondaio, ma non ci riusciranno.

Potere al Popolo fa appello alla società civile, ai militanti e ai sostenitori, a ogni organizzazione e persona sinceramente democratica, perché si reagisca ai soprusi contro la democrazia e la Costituzione.

Contro il Governo Meloni e la sua  legge truffa, contro lo stato di polizia, contro il riarmo e la guerra, diamo appuntamento a Roma il 3 ottobre a Piazza Bocca della Verità.

Vogliono le elezioni più false truccate e antidemocratiche della storia della  Repubblica.
Non ci faremo intimidire, dobbiamo fermarli!

#leggeelettorale #leggetruffa #fermiamoli

CAMPANIA:
3420927200 (partenza da Caserta)
3891980547 – 3457674311 (partenza da Napoli)

EMILIA ROMAGNA:
3240468847 (partenza da Bologna)

LAZIO:
3884206313 (partenza da Passo Corese)
3382299493 (partenza da Frascati)

LOMBARDIA:
3405240323

PIEMONTE:
3336859288 (partenza da Torino)

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E se tornassimo? Un nostro commento al rapporto del CNEL intitolato “Giovani expat. Come farlo tornare”
Data articolo:Thu, 17 Sep 2026 15:22:34 +0000

Allo studio del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) effettuato online hanno partecipato 1800 giovani italiani tra 18 e 40 anni di cui la maggioranza emigrata all’estero all’età tra i 20 e i 30 anni.

L’87% dei rispondenti vive in un Paese europeo (il 60% nell’Unione europea, il 27% in Europa extra-UE) e l’8,5% in Nord America.

Il rapporto conferma l’alto tasso di emigrazione italiana: tra il 2010 e il 2025 1,5 milioni di italiane e italiani hanno lasciato il nostro paese – una media di circa 100.000 persone ogni anno.

Questi dati ci collocano all’interno della terza ondata migratoria della storia dell’Italia repubblicana.

Il rapporto CNEL dice che:
– l’83% di giovani italiani all’estero tornerebbe in Italia… con salari più alti
– l’88% tornerebbe… con opportunità lavorative adeguate al proprio profilo
– il 79% tornerebbe… con più garanzie di meritocrazia
– il 72% tornerebbe… con migliore bilancio vita-lavoro
– il 63% tornerebbe… con alloggi più accessibili
– il 62% tornerebbe… con servizi pubblici migliorati

Interessante anche la disparità di genere: il 9,5% delle donne dice di non voler tornare nemmeno in un’Italia “migliorata”, mentre solo il 4,7% degli uomini dà la stessa risposta.

Queste risposte mettono in luce i noti problemi strutturali dell’Italia:

– il lavoro povero e la mancanza di un salario minimo legale
– un orario di lavoro effettivo superiore alla media europea
– un mercato del lavoro poggiato su clientelismo e non merito
– un mercato del lavoro che sottoutilizza i propri laureati
– un mercato del lavoro ancora fortemente penalizzante per le donne
– un’età pensionabile che può arrivare fino a 70 anni
– una grave crisi abitativa
– servizi pubblici profondamente depotenziati negli ultimi 25 anni

Questo quadro spiegherebbe anche un altro dato importante: l’Indice Sintetico dei flussi Migratori (ISFM) ci mostra che per ogni giovane proveniente in Italia da un’economia avanzata europea, partono più di 14 giovani italiani (14,5). La maggior parte dei paesi europei esaminati “perde” tanti giovani quanti ne “attrae”.

Quella dell’Italia è perciò una vera e propria emorragia di giovani. Il “capitale umano” perso è costato all’Italia circa 159,5 miliardi di Euro nel periodo 2011-2024, circa 16 miliardi l’anno.

Il rapporto CNEL parla anche dell’immigrazione in Italia.

Se nel 1990 gli stranieri rappresentavano appena l’1,1% della popolazione giovane in Italia, nel 2025 la quota è salita al 13,3%. Se si includono anche i giovani di origine straniera che nel frattempo hanno acquisito la cittadinanza italiana, la percentuale raggiunge addirittura il 19,5%: quasi un giovane su cinque.

Ma l’Italia non si è trasformata solo oggettivamente. Anche nelle recenti lotte politiche e sociali – dagli scioperi nella logistica, passando dalla difesa dei quartieri popolari, alle mobilitazioni in solidarietà con il popolo palestinese – i diversi settori migranti hanno giocato un ruolo determinate.

Ci troviamo quindi di fronte a una Nuova Italia che però la nostra classe politica non vuole proprio riconoscere.

Infatti, ci sono due narrazioni parallele che negano questa profonda trasformazione della nostra società: da un lato chi invoca la “remigrazione”; dall’altro chi considera gli immigrati semplici “risorse” economiche passive, nascondendosi dietro un finto “umanitarismo”.

Queste due impostazioni, apparentemente così distanti, producono lo stesso risultato: quello di cementificare la divisione tra chi resta, chi parte e chi arriva nel nostro paese – quando tutti questi soggetti sono spinti dalla stessa esigenza: quella di migliorare le proprie condizioni di vita e esistenza.

Il nostro compito è semplice e complesso allo stesso tempo: accettare la “sfide del noi”, cioè costruire l’unità soggettiva di quel che è già unito oggettivamente: nella vita comune nelle università, nei quartieri popolari, nei posti di lavoro, ma anche nelle nostre storie – diverse, ma comunque simili – di emigrazione.

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Il ministro Valditara ha sconfitto il cambiamento climatico a scuola. I dati però dicono un’altra cosa. Un comunicato di Usb Scuola.
Data articolo:Mon, 07 Sep 2026 14:29:43 +0000

Dopo la trionfale intervista a Repubblica del Ministro Giuseppe Valditara, che afferma di aver sconfitto il caldo nelle scuole, riprendiamo il comunicato di USB scuola che smonta pezzo per pezzo la propaganda del Ministro.
“Mentre studenti e insegnanti si preparano a rientrare in aule che superano i 35 gradi, il Ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara concede un’intervista trionfale a “La Repubblica”. Peccato che tra una promessa e l’altra, i numeri raccontino una storia molto diversa. E mentre il termometro schizza, la verità viene sacrificata sull’altare della propaganda.
«Abbiamo investito con successo»: quali soldi?
Alla domanda sul caldo nelle scuole, Valditara risponde perentorio: «Noi abbiamo destinato 3,7 miliardi di fondi Pnrr all’efficientamento energetico». Parole grosse. Peccato che la Relazione della Corte dei conti sul Rendiconto 2025 dica l’esatto contrario: di questi fondi ne è stato speso appena il 26%. Il resto? 2,3 miliardi di euro sono bloccati come “residui passivi” – tradotto: soldi impegnati sulla carta ma mai arrivati ai cantieri.
Il 74,3% di tutti i residui passivi dell’intero Ministero dell’Istruzione è concentrato proprio sull’edilizia scolastica. Non è un dettaglio tecnico: è la prova che il sistema non funziona. I fondi ci sono, ma non riescono a trasformarsi in lavori. Come si fa a dire «abbiamo investito con successo» quando i cantieri sono fermi?
I 20 milioni e la matematica creativa
Ma il capolavoro arriva quando il Ministro annuncia: «In emergenza climatica, ho stanziato altri 20 milioni che dovrebbero consentire di dotare tutte le aule di dispositivi di raffreddamento».
Facciamo due conti: 350.000 aule statali divise per 20 milioni fanno 57 euro ad aula. La risposta di Valditara è degna di un prestigiatore: «Se dal conteggio sottraiamo le scuole già refrigerate, quelle che hanno acquistato dispositivi di raffrescamento in questi mesi e le altre che per posizione geografica non soffrono, la cifra sale di un terzo».
Traduzione: invece di 57 euro, facciamo finta che siano 75. Con cui comunque non ci compri un condizionatore. Al massimo un ventilatore da supermercato, che se tutto fila liscio arriva comunque a scuola iniziata dopo che, durante l’estate più calda del secolo, nessuno ha fatto o detto niente.
La colpa è degli enti locali?
Il Ministro scarica la responsabilità: «Non dimentichiamo che la competenza su questo settore è degli enti locali proprietari degli immobili». Vero, e questo è uno dei motivi per cui il PNRR è stato un fallimento quasi totale. Si è scelto un meccanismo basato sulla capacità di progettazione, assolutamente disuguale, degli enti locali, senza dare alcun sostegno, piuttosto che centralizzare la valutazione e la gestione degli interventi.
La Corte dei conti, infatti, è chiara: il problema è la capacità operativa della catena di attuazione. Molti Comuni non hanno uffici tecnici sufficienti, ma non solo. Gli edifici non hanno le carte in regola perché hanno problemi a monte rispetto all’efficienza climatica: oltre il 41% è privo di collaudo statico, il 56% non ha l’agibilità, tradotto in parole povere il rischio principale è il crollo. Senza agibilità e collaudi, gli interventi sul clima non si possono fare e i soldi restano fermi.
La verità che il Ministro non dice
Mentre Valditara parla di «splendida collaborazione fra ministero ed enti locali», il think tank Tortuga certifica che solo il 7-10% delle scuole italiane ha impianti di raffrescamento (con punte del 5% in Piemonte, Umbria e Basilicata). Tra il 2022 e il 2025, le temperature in classe hanno superato i 26 gradi nel 10% dei giorni di lezione – circa 21 giorni all’anno.
La scuola non vuole essere presa in giro!

Non serve annunciare trionfi da 3,7 miliardi quando i cantieri non partono. Non serve dire «l’abbiamo promesso, l’abbiamo fatto» con 57 euro ad aula.
Serve un piano nazionale che integri climatizzazione, isolamento termico ed efficienza energetica. Serve sbloccare la macchina burocratica che tiene fermi 2,3 miliardi. Serve dire la verità: l’Italia ha un patrimonio scolastico vecchio, insicuro e inadeguato al cambiamento climatico.
Mentre le aule bollono, di tutto abbiamo bisogno tranne che di bugie. Gli studenti e i lavoratori meritano di studiare e lavorare in ambienti sicuri e dignitosi. Non in saune con i ventilatori.

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Il nostro Giorgio Cremaschi riammesso sui social. Una vittoria, ma la censura del dissenso resta un problema
Data articolo:Sat, 05 Sep 2026 13:26:05 +0000

Giorgio è stato riammesso su Facebook e Instagram dopo nove giorni di sospensione, arrivata a seguito della pubblicazione di un post sulla condizione dei bambini palestinesi e sulla tragedia che si sta consumando a Gaza.

Una buona notizia, che accogliamo con soddisfazione e che dimostra ancora una volta quanto sia importante non accettare passivamente i provvedimenti di censura e continuare a denunciare ciò che accade.

Resta però un fatto: Giorgio era stato sospeso con l’accusa di essere una “persona o organizzazione pericolosa”, senza che venisse fornita una spiegazione trasparente e puntuale delle ragioni di una decisione tanto grave, che avviene peraltro a pochi giorni dalla messa la bandi di Autistici / Inventati da parte dell’amministrazione Trump.

La riattivazione del profilo di Giorgio non cancella quindi le domande che questa vicenda pone sul potere delle grandi piattaforme di decidere cosa possa essere detto e cosa possa essere oscurato, soprattutto quando si parla di Palestina, guerra e genocidio.

E non è un problema che riguarda soltanto i social network.

Viviamo una fase nella quale il dissenso contro la guerra viene sempre più spesso delegittimato e compresso: dalle piazze alle università, dall’informazione alla richiesta di trasparenza sulle armi che transitano attraverso i nostri porti.

La vicenda di Ravenna è emblematica: persino la richiesta di conoscere informazioni sul traffico di materiale bellico viene ricondotta alle esigenze della sicurezza nazionale e al quadro di una guerra nella quale l’Italia sarebbe coinvolta.

Noi questa logica la respingiamo.

La democrazia non può essere sospesa in nome della guerra. Il diritto di informare, di manifestare, di fare domande e di dissentire non può diventare un ostacolo da rimuovere quando si mettono in discussione le politiche di guerra e il sostegno italiano a Israele.

Continueremo insieme a denunciare la guerra, il genocidio del popolo palestinese e le responsabilità del nostro governo e delle istituzioni italiane, e a difendere il diritto di tutte e tutti di informare, manifestare e dissentire.


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