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#news #Potere #Popolo
Articolo di Giuliano Granato per I blog del Fatto Quotidiano
“Forse che quella che chiamiamo rosa cesserebbe d’avere il suo profumo se la chiamassimo con altro nome?â€. Passare da Shakespeare al duo Meloni-Calderone distrugge ogni poesia e farà rivoltare il buon William nella tomba, ma in effetti se chiamiamo con altro nome – “decreto lavoro†– quel provvedimento varato il 1 maggio che prevede soprattutto sussidi alle aziende non lo fa cessare di essere un “decreto impreseâ€.
“Un decreto da quasi un miliardoâ€, afferma Meloni. Quanti di questi finiranno nelle tasche dei lavoratori? Zero. Quanti in quelle delle imprese? Praticamente tutti. Per lo più per rinnovare bonus – giovani, donne, ZES – che già esistono nella sostanza da decenni e che un boom di buona occupazione e salari dignitosi non l’hanno mai prodotto. Sapete però cosa hanno prodotto? Più soldi pubblici per i portafogli privati delle aziende. Strano esito, quando letteralmente regali soldi alle imprese. Eccolo il vero Sussidistan che esiste in Italia.
Mercoledì 28 aprile l’Istat ha certificato un fenomeno che chi vive quaggiù sulla terra e non in qualche ministero conosce benissimo: i lavoratori e le lavoratrici in questa “nazioneâ€, come piace definirla a Giorgia & Co., si sono impoveriti. Addirittura -7,8% tra il 2021 e il 2025, frutto della differenza tra l’aumento nominale nelle buste paga e il boom dei prezzi nello stesso periodo. Ma niente, nemmeno di fronte a questa catastrofe – per i lavoratori e le lavoratrici, perché c’è sempre chi ci guadagna; vi do un indizio: andate a verificare gli utili di banche, imprese belliche, dell’energia, della logistica, delle assicurazioni – l’ultradestra ha cambiato idea sul salario minimo. E infatti nel “decreto imprese†non c’è traccia.
Diversamente dai dubbi amletici di Nanni Moretti sull’essere presenti o meno a una festa, qui la situazione è chiara: conta più ciò che manca – il salario minimo – che ciò che c’è.
E cosa c’è? Il “salario giustoâ€, una formula moralistica che significa tutto e niente. Più “nienteâ€, a dire il vero. Per l’ultradestra di governo il “salario giusto†è quello su cui mettono la firma le parti “comparativamente più rappresentative†di sindacati e parti datoriali. Per capirci, i contratti nazionali siglati da CGIL, CISL e UIL e principali associazioni imprenditoriali. Come si impone questo “salario giustoâ€? Semplicemente impedendo che i bonus giovani, donne e ZES arrivino alle imprese che sono firmatarie di contratti che prevedono un trattamento economico complessivo (TEC nella sua sigla, comprensivo di paga base, tredicesima, welfare aziendale, permessi, ecc.) inferiore a quello dei principali contratti.
La propaganda meloniana sostiene che così si dà una bella botta ai “contratti pirataâ€. A voler essere buoni, è un colpetto. I contratti pirati continueranno a esistere, con qualche difficoltà in più. Nella battaglia interna a un sindacalismo sempre più “giallo†la CISL batte l’UGL e la CISAL, storicamente più vicini alla destra di casa nostra. Ma soprattutto: quanto pesano oggi i contratti pirata? Ce lo dice il CNEL di Brunetta: se è vero che il 65,4% del totale dei contratti collettivi nazionali per il settore privato sono stati sottoscritti da organizzazioni datoriali e sindacali non riconducibili a CGIL, CISL e UIL, è altrettanto vero che gli stessi coprono “solo†267,851mila lavoratori, l’1,8% del totale dei dipendenti privati. Sempre uno di troppo, figuriamoci. Forse, però, il problema dei salari da fame in questo Paese non è solo qui.
Lo si ritrova infatti anche in quei contratti firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative (CGIL, CISL, UIL e principali organizzazioni datoriali) e che in alcuni casi prevedono retribuzioni orarie di 6€-7€ lordi l’ora. Bussare al citofono di guardie giurate, lavoratori e lavoratrici delle pulizie e troppe altre categorie.
Ecco perché il salario minimo è tanto necessario. Perché permetterebbe di alzare subito gli stipendi di tutti quei lavoratori e di quelle lavoratrici che, a prescindere dal CCNL cui sono sottoposti, vivono con salari da fame.
Questo sarebbe dare attuazione vera all’articolo 36 della Costituzione che prevede che il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosaâ€. Altro che il meloniano “salario giustoâ€.
A mancare, però, è anche qualsiasi misura di contrasto a un’altra piaga del presente: gli omicidi sul lavoro. Proprio nel giorno in cui il governo vagliava il “decreto imprese†ad Acerra, provincia di Napoli, Pasquale Perna, operaio in un impianto di trattamento dei rifiuti, veniva ritrovato senza vita sul posto di lavoro. Sarà l’autopsia a spiegare se sia stato schiacciato dal muletto o se sia morto per altre circostanze.
Quel che sappiamo, però, è che nel giorno della Festa dei lavoratori e delle lavoratrici vorremmo poter sorridere per il rafforzamento dei controlli sui posti di lavoro; per l’eliminazione di norme che precarizzano le condizioni di lavoro rendendo i dipendenti più ricattabili e quindi meno “forti†nel rivendicare il rispetto delle misure di sicurezza; per l’introduzione del reato di omicidio sul lavoro che potrebbe fungere da deterrente nei confronti di chi manomette un macchinario perché bisogna produrre di più e più rapidamente.
Niente per i lavoratori, tanto per le imprese e per qualche sindacato fedele: eccolo il decreto imprese del governo Meloni. Anche per questo saremo in piazza il 1 maggio: perché quella data è la festa dei lavoratori (e NON del lavoro, espressione tipica di una cultura corporativista) e non accettiamo di farci fare la festa dal governo dell’ultradestra e dalle sue appendici
Nel suo romanzo distopico “1984â€, George Orwell immaginava l’esistenza di un tipo particolare di polizia, la “polizia del pensieroâ€. La Thinkpol, nella neolingua orwelliana, era un’organizzazione paramilitare repressiva che aveva il compito di sorvegliare e punire. Non le azioni, ma gli “psicoreatiâ€: i pensieri e le opinioni contrarie all’ideologia del Grande Fratello.
Più andiamo avanti e più gli “psicoreati†non sono solo il parto della mente di Orwell, ma realtà che si materializza nella realtà quotidiana del nostro presente. Non solo in quei Paesi descritti spesso come autocrazie o dittature, ma sempre più anche nel cuore delle cosiddette democrazie liberali.
Il 21 aprile 2026, la magistratura ha condotto un’operazione repressiva tra Napoli e Firenze ai danni di attivisti del partito dei CARC. Perquisizioni, sequestro di dispositivi informatici e un’accusa pesantissima: associazione sovversiva, secondo l’articolo 270 del codice penale.
Di fronte a un’accusa tanto pesante, leggendo la documentazione della magistratura ci si aspetta di trovarsi di fronte a un elenco di fatti a suo sostegno. Invece niente. In cosa si sostanzierebbe questa presunta “associazione sovversiva� Zero fatti. Solo riferimenti a post social, qualche parola, qualche frase.
Sul banco degli imputati non fatti ma pensieri e opinioni. Proprio come in “1984â€!
Facciamo un salto indietro di una settimana. Torniamo al 14 aprile 2026. Cambia la Regione, stavolta siamo in Molise. Il tribunale di Campobasso emette una condanna a 4 anni contro Ahmad Salem, giovane palestinese di 24 anni.
Di cosa è colpevole Ahmad? Di avere sul proprio cellulare video che mostrano combattimenti in corso a Gaza tra miliziani palestinesi e forze armate israeliane. E di un video, pubblicato sul suo profilo Tiktok, in cui condannava l’immobilismo dei Paesi arabi, che secondo la sua opinione nulla stavano facendo contro il genocidio in Palestina, e invitava alla mobilitazione.
Per chi l’ha condannato c’è la fattispecie di reato prevista dall’art. 270-quinquies, quello introdotto da uno dei tanti Decreti Sicurezza di questo governo. Una norma che punisce il mero possesso “consapevole†di video, foto, file inerenti tecniche di combattimento o resistenza.
All’epoca dell’introduzione di questo reato, numerosi giuristi avevano parlato di “terrorismo della parolaâ€, perché si sanzionano condotte che non hanno una reale pericolosità .
Ancora: a marzo 2026 il Parlamento italiano, con tanto di voto positivo di alcuni rappresentanti del PD, ha approvato il cosiddetto ddl antisemitismo. Definisci “genocidio†ciò che Israele sta facendo in Palestina? Rischi di essere punibile. Definisci Israele quale “stato di apartheid� Rischi di essere punibile.
Non siamo ancora al livello raggiunto dalla democratica Germania in cui pronunciare “from the river to the sea, Palestine will be free†è reato, ma poco ci manca.
La classe dominante sta cioè sempre più introducendo reati di opinione, che limitano non solo la libertà di manifestazione, ma la stessa libertà di parola.
Per questo, oggi come mai, la solidarietà diventa uno strumento fondamentale per difendere, insieme alla libertà di chi oggi se la vede conculcata, quella di noi tutte e tutti. Perché la restrizione degli spazi di dissenso e di libertà non sempre avviene da un giorno all’altro. Molto più spesso si tratta di processi più lenti. Fermarli quanto prima è un compito collettivo.
Israele ha paura che si riaccendano i riflettori sul genocidio in Palestina.
Per questo ha abbordato e sequestrato le prime navi della Flotilla a poche miglia dalle acque greche, in acque internazionali.
E se per la precedente Flotilla Giorgia Meloni aveva usato parole quali “pericolosa†e “irresponsabileâ€, stavolta la musica cambia e il Governo “condanna il sequestro delle imbarcazioni della Global Sumud Flotillaâ€.
Sintomo che questo Governo è assai più debole che solo pochi mesi fa, che le mobilitazioni autunnali in solidarietà con la Flotilla e con la Palestina hanno segnato un punto importante, che la vittoria del NO al referendum del 22-23 marzo ha messo in crisi Meloni e soci.
Partiamo dalla paura di Israele per parlare di ciò che è accaduto stanotte, perché dobbiamo avere consapevolezza della forza di un movimento che fa paura a chi continua nel genocidio in Palestina.
Israele non vuole i fari puntati addosso. Israele non vuole che si ricrei la situazione di settembre e ottobre, in cui in Italia – e non solo – milioni di persone hanno riempito le piazze e, sull’onda di quel “blocchiamo tuttoâ€, parola d’ordine lanciata dai portuali del CALP di Genova, hanno bloccato stazioni ferroviarie, porti, autostrade e, grazie a due scioperi generali, posti di lavoro.
Partiamo da qui perché la violenza israeliana è sintomo che la mobilitazione popolare internazionale fa paura.
Perché ci indica la strada da seguire: scendere in piazza, protestare, bloccare tutto.
Per chiedere il rilascio immediato degli attivisti e delle attiviste rapite in acque internazionali, in piena violazione del diritto internazionale.
Per rivendicare la cessazione di ogni complicità - militare, economica e diplomatica – del nostro Governo con lo Stato terrorista di Israele.
Perché se Israele può sequestrare cittadini di decine di Paesi di tutto il mondo in acque internazionali, allargando l’occupazione dalla Palestina al Mar Mediterraneo, è solo perché i nostri Governi e le nostre istituzioni glielo consentono con la loro colpevole complicità .
Tutti gli occhi su Gaza, tutti gli occhi sulla Palestina e sul Libano!
Giù le mani dalla Flotilla!
Stop a ogni complicità del Governo Meloni con Israele!
Ricapitolando.
Diverse centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza per celebrare il 25 aprile, a 81 anni dalla Liberazione dal fascismo.
Oggi come allora non si é trattato solo di una questione “ideologica”: le persone che hanno occupato le piazze lo hanno fatto in nome della pace, del rifiuto del genocidio, della fame, della miseria, della precarietà in cui quotidianamente milioni di persone sono sprofondate. In tal senso, la giornata di ieri è stara una vera e propria manifestazione di protesta contro il governo italiano, alleato fedele della coppia criminale Israele – USA, protagonisti assoluti della più pericolosa escalation bellica dal 1945.
Il 25 aprile continua a essere una giornata viva, conflittuale e profondamente politica; in quanto tale, é allergica alla retorica e sanamente intollerante alle provocazioni. Per questa ragione, a Milano, la cacciata della Brigata ebraica insieme alle bandiere di Israele, degli Stati Uniti e dello scià di Persia dal corteo antifascista rappresenta un segnale chiaro: non c’è spazio, nelle piazze della Liberazione, per chi oggi sta compiendo un genocidio.
Ancor più significativo è il fatto che non sia stata considerata un corpo estraneo solo da una sparuta minoranza di manifestanti, ma dalla quasi totalità dei presenti. Per questo i guerrafondai di ogni schieramento, da Calenda a Tajani, si sono innervositi.
Sempre per questo l’estrema destra è agitata, tanto da arrivare ad episodi gravissimi come quello accaduto a Roma, dove il corteo è stato oggetto di un’aggressione fascista e due compagni dell’ANPI sono rimasti feriti da una pistola ad aria compressa.
Per questo Giorgia Meloni ha “ricapitolato”: perché il terreno sta franando sotto i loro piedi. Il governo è ormai un morto che cammina, ma il destino di questa maggioranza non é segnato. La cosiddetta opposizione non esprime, nella sostanza, nessuna discontinuità con le politiche razziste, guerrafondaie e neoliberali seguite da questo governo.
Anche sul piano ideologico le differenze sono a dir poco tiepide, basti pensare alla solidarietà espressa ai provocatori della brigata ebraica da AVS, M5S e PD: siamo di fronte alla conferma di una distanza sempre più netta tra chi riduce l’antifascismo a retorica istituzionale e chi invece lo pratica quotidianamente nelle lotte.
Per questo rivendichiamo con forza che il 25 aprile debba continuare a essere una giornata divisiva. Divisiva tra chi sta dalla parte della Resistenza, della libertà e della giustizia sociale, oggi come 81 anni fa, e chi invece difende privilegi, guerre e oppressioni.
Non esiste un antifascismo neutro o di facciata.
Essere antifascisti oggi significa opporsi senza ambiguità alla guerra e al riarmo, all’aumento delle spese militari, alla NATO, al sionismo e a ogni forma di imperialismo.
Significa stare al fianco della resistenza palestinese e di Cuba socialista, significa difendere i diritti sociali e costruire un’alternativa radicale a un sistema che produce disuguaglianze, sfruttamento e violenza.
Contro il tentativo di pacificazione, per noi il 25 aprile è e deve restare una giornata di mobilitazione, conflitto e costruzione di un futuro diverso.
La Resistenza non è finita: continua oggi, nelle piazze, nei luoghi di lavoro, nelle scuole e nei quartieri, per cambiare tutto!
Il nome TMA dirà forse poco a tanti. È il nome della nuova azienda venuta fuori dalla cessione della Jabil, multinazionale statunitense dell’elettronica, a un imprenditore locale.
– [ ] Chi si è accorto del cambio di proprietà sono sicuramente i suoi dipendenti. Da quando è arrivata TMA (agosto 2025) sono già quattro i licenziamenti.
Dopo Pasquale Zeno e Michele Madonna, giovedì 23 aprile è stata la volta di Saverio Spena e, poche ore dopo, di Anna Allero.
Si tratta di quattro operai tra i più attivi dal punto di vista sindacale.
Ovviamente una coincidenza.
Iscritti della USB, che da mesi combattono contro un passaggio di proprietà che i lavoratori vivono con il timore che si tratti di un primo passo verso un ulteriore ridimensionamento e magari di una chiusura.
In fondo l’esperienza quotidiana di chi vive quella che una volta era Terra di Lavoro è la desertificazione industriale: nella sola zona industriale di Marcianise (CE) negli ultimi vent’anni si sono persi circa 2mila posti di lavoro nell’industria.
Il licenziamento di Saverio Spena e Anna Allero – e quelli di Zeno e Madonna – non sono il frutto della “cattiveria†del singolo imprenditore di turno e nemmeno rispondono a una logica specifica di questa vertenza.
Sono invece lo specchio di una aggressività padronale che si fa via via più pesante, la conferma di una fase in cui il capitale ha “necessità †di superare alcune mediazioni e riconquistare margini di libertà (di oppressione) a oggi limitati da decenni di battaglie operaie, sindacali e politiche.
Per fare il definitivo deserto, per convertirci definitivamente nei camerieri d’Europa c’è infatti bisogno di abbattere ogni forma di resistenza, ogni anticorpo che lavoratori e lavoratrici hanno costruito nella loro storia.
Per questo, nella solidarietà a Saverio Spena e Anna Allero, non c’è solo l’abc di chi come noi ha sempre pensato che un torto fatto a uno sia un torto fatto a tutti, che con i nostri fratelli e le nostre sorelle si sta spalla a spalla; c’è anche la convinzione di dover difendere il presente e il futuro della nostra terra da logiche predatorie e antipopolari.
Cominciamo da oggi, giornata di sciopero per i lavoratori della TMA di Marcianise: saremo con loro ai cancelli della fabbrica per far sentire loro il nostro calore e, soprattutto, che non sono soli in questa battaglia che è anche lotta a difesa della dignità individuale e collettiva.
Solidarietà con Saverio e Anna!
Difendiamo la nostra gente e la nostra terra!
Non ci siamo stancati di tutto questo?
Mai come oggi l’umanità ha l’opportunità di utilizzare le proprie conoscenze e le proprie risorse tecnologiche per lavorare meno, vivere meglio, affrontare le sfide del futuro e vivere in armonia con una natura ancora rigogliosa. Eppure mai come oggi sperimentiamo l’orrore del genocidio come strumento di conservazione dei privilegi imperialistici. Mai come oggi vediamo gettare nella guerra e nei dividendi dell’industria bellica enormi quantità di denaro che potrebbero essere utilizzate per la transizione ecologica globale e per consentire una vita degna a tutte e tutti. Mai come oggi la ricchezza prodotta da tutte e tutti noi è imbrigliata nelle mani di pochissimi, mentre a noi sembra sfuggire dalle mani.
Possiamo rompere questo circolo vizioso perché noi abbiamo fra le mani una potenzialità enorme: la nostra intelligenza, le nostre idee, la nostra inventiva, la nostra onestà , la capacità di resistenza che mettiamo in campo ogni giorno.
Si tratta “solo†di metterle in comune, di uscire dalla solitudine e di fare comunità , di conoscersi e far convergere le lotte, di ricomporre quella frammentazione che fa tanto comodo a chi ci comanda.
Di Cambiare tutto.
Ci spetta un mondo in cui tutte e tutti possiamo vivere felici, esprimendo il massimo delle nostre capacità , della nostra intelligenza collettiva. Il fatto è che non possiamo stare alla finestra a guardare, non possiamo pensare “prima o poi cambierà â€, o rinchiuderci sui nostri cellulari sentendoci passivi verso le immagini che vediamo scorrere sotto i nostri occhi.
Il cambiamento si può ottenere, ma dobbiamo farlo noi perché nessuno lo farà al posto nostro.
A questo serve Potere al Popolo! Da otto anni stiamo costruendo una vera alternativa nel Paese, che coinvolge migliaia di giovani.
Noi non siamo un partito come gli altri, siamo un movimento sociale, culturale e politico che cerca di mettere insieme le tante persone che resistono, che hanno competenze e idee per cambiare il Paese, che hanno il bisogno di maggiore libertà e giustizia sociale, che sono stanchi di disuguaglianze e di violenze contro i più deboli, stanchi di vedere che non si fa nulla per fermare una guerra e una catastrofe ecologica che si fanno sempre più vicine.
Potere al Popolo! è uno strumento per rompere l’isolamento, per fare di tanti rivoli un unico grande fiume, scrivendo insieme un programma politico di trasformazione, aprendo sul territorio nazionale Case del Popolo dove trovare una comunità che attraverso il mutualismo si dà una mano, sostenendo i tanti movimenti – dei lavoratori, ecologisti, femministi, internazionalisti – che ci sono nel nostro paese. Per arrivare a ottenere risultati e vittorie che da subito possano permetterci di migliorare le nostre esistenze. Per cambiare profondamente questo paese, questo mondo, questa vita.
Per cambiare tutto.
L’operazione repressiva messa in atto questa mattina tra Napoli e Firenze è l’ennesima riprova di una modalità inquietante – ormai pienamente in atto nel nostro paese – di gestione dell’ordine pubblico rispetto alla libertà di lotta, di organizzazione e di espressione democratica.
Le accuse che la magistratura muove ad attivisti e militanti sono pesantissime: l’articolo 270 del Codice Penale (Associazione Sovversiva), nella sua forzata applicazione, consente, fantasiosamente, di costruire castelli e teoremi accusativi fondati non su fatti specifici o su reati contestati ma su veri e propri reati di opinione. A finire sul banco degli imputati, insomma, non sono le azioni presunte, ma le idee, le posizioni politiche.
Le perquisizioni e le accuse di stamattina si collocano nel generale clima politico di crescente criminalizzazione delle forme del conflitto politico, sociale e sindacale che in primis il Governo Meloni sta determinando nei posti di lavoro, nelle scuole e nelle università , sui territori.
Invece di affrontare le crescenti disuguaglianze economiche e sociali del paese, il Governo fomenta la guerra tra i più poveri, demonizza i migranti e i soggetti più fragili della popolazione, tentando di mettere a tacere e isolare le decine di migliaia di persone che in Italia hanno mostrato più e più volte, nelle piazze, negli scioperi, con il voto all’ultimo referendum, di contestare apertamente questo esecutivo e la sua complicità con i criminali di guerra.
I vari decreti sicurezza servono a questo, a garantire una blindatura autoritaria delle istituzioni mentre le condizioni materiali della maggioranza della popolazione peggiorano e la propaganda fumosa di Meloni e sodali scricchiola sempre più vistosamente.
E’ necessario opporsi decisamente ad operazioni repressive di questo tipo, anche nelle mobilitazioni dei prossimi giorni, che ci porteranno alle giornate antifasciste del 25 aprile, per fermare ogni tentativo, diretto ed indiretto, di zittire l’opposizione politica e sociale nel nostro paese.
L’11 e il 12 aprile si è tenuto il primo incontro del nuovo Coordinamento Nazionale di Potere al Popolo, eletto nelle settimane passate dalla base del movimento. Sono arrivati a Roma delegate e delegati da tutta Italia, da Trieste a Palermo, per confrontarsi e condividere esperienze, in una due giorni fitta di interventi, impreziosita dalla grande manifestazione di sabato in solidarietà con Cuba.
Nelle prossime righe troverete una sintesi dei tanti ragionamenti emersi, la programmazione del lavoro e i prossimi appuntamenti. Invitiamo a girare questo testo a tutte e tutti gli iscritti, ma anche a chi guarda a noi con simpatia, ai giovani che si sono mobilitati, a chi è in cerca di un’organizzazione seria, che possa cambiare davvero le cose. Come Coordinamento Nazionale sentiamo l’importanza di questa sfida, l’orgoglio di rappresentare una comunità in crescita, e promettiamo di impegnarci nei prossimi tre anni del nostro mandato per rendere Potere al Popolo uno strumento sempre più utile a questo scopo.   Â
Abbiamo scelto di aprire la due giorni con l’analisi della dimensione internazionale non solo perché quello che accade in paesi lontani forma ormai parte della nostra attualità , ma perché in questo momento determina direttamente anche la dimensione politica nazionale. Al punto che è quasi impossibile separarle: non si può essere radicali in politica interna, magari agitando qualche misura sociale, e poi non essere radicali nelle scelte di politica estera. È sempre stato vero – soprattutto in Italia, che dalla Seconda Guerra Mondiale è occupata da basi USA e NATO, che hanno costantemente influenzato la nostra vita politica – ma oggi è sotto gli occhi di tutti…
Ora, è chiaro che proprio gli USA hanno lanciato con Trump una sanguinaria controffensiva imperialista, che reagisce all’emergere di nuove potenze a livello mondiale, e mira a controllare, anche ricorrendo alla rapina, le nuove modalità dell’accumulazione capitalistica e le catene del valore. Impossibile dire se questa scommessa degli USA di Trump – che non è un “re impazzito†ma l’interprete di una necessità strutturale dell’imperialismo – otterrà il risultato. La situazione è complessa e aperta a diverse evoluzioni, e dobbiamo sempre rifuggire dalle semplificazioni, che siano quelle di chi vede solo i leader e non i gruppi sociali e gli interessi di cui sono espressione, o quelle di chi vede solo gli Stati come se fossero entità compatte, facendo così sparire le classi e la loro lotta come motore della storia. Come Potere al Popolo l’unico schieramento che possiamo concepire è dal lato delle classi popolari, che ogni volta pagano il prezzo di guerre che non hanno scatenato.
In ogni caso la situazione mondiale, pur essendo imprevedibile nel suo svolgimento tattico, è molto chiara nel suo disegno strategico. Se gli USA devono mantenere il loro predominio, se Israele vede l’opportunità storica di ridisegnare il Medio Oriente, estendendo il suo colonialismo non solo a tutta la Palestina ma anche a parte di Siria e Libano, se per fare questo sono disposti – come mai in passato – anche ad attaccare i propri “alleati†dell’Unione Europea, allora non c’è da attendersi a breve la fine di questa ostilità generalizzata. Aggressioni dirette, come in Sudamerica con Cuba e Venezuela, corsa agli armamenti, economia di guerra, pressione sui paesi NATO per adeguarsi ancor di più ai voleri dell’imperialismo yankee: tutto questo è entrato ormai nella nostra quotidianità , e solo la mobilitazione delle classi popolari, anche nel “ventre della Bestiaâ€, può impedire il peggio.
Cosa possiamo fare noi? Innanzitutto rifiutare la passività e l’idea che non si possa far nulla. Questo autunno di mobilitazione ci ha insegnato la nostra potenza: dobbiamo trasformarla pienamente in atto. Come Potere al Popolo continueremo dunque a fare movimento, innanzitutto animando su tutti i territori in cui siamo la mobilitazione per la Palestina, appoggiando le nuove partenze della Flotilla, sostenendo la campagna nazionale a favore dei prigionieri palestinesi e rivendicando (a differenza di altre forze di sinistra che sono state pronte a dissociarsi), la nostra solidarietà ad Mohammad Hannoun e altri palestinesi ingiustamente repressi dalle nostre istituzioni, così solerti se si parla di Israele. Ma continueremo anche le campagne di Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni, perché fanno male a Israele, che ha bisogno dei soldi, delle relazioni commerciali, del know-how di USA e Unione Europea per continuare il genocidio.
Per lo stesso motivo, intendiamo portare avanti la campagna per Cuba, e far capire che Cuba e Palestina sono due facce della stessa medaglia. Chi si è mobilitato per Gaza non può rimanere insensibile di fronte a 67 anni di embargo e all’ultimo strangolamento messo in atto dagli USA di Trump. Dopo essere stati di persona a L’Avana con le brigate internazionali, porteremo avanti la campagna “Let Cuba Breath!â€, con la raccolta di medicinali, pannelli solari e materiali essenziali per garantire ai cubani la sopravvivenza e, in prospettiva, l’indipendenza energetica. Noi non dimentichiamo di essere debitori verso Cuba, non solo verso i suoi medici che durante e dopo il Covid hanno fatto fronte alle esigenze del nostro carente servizio nazionale, ma verso quest’esempio di dignità , di creatività popolare, di contropotere all’ordine globale.
Mentre portiamo avanti queste compagne, dobbiamo però tenerci pronti a una nuova escalation militare contro l’Iran, vista la sospensione delle trattative e le continue minacce di USA e Israele, e dunque a una necessaria mobilitazione, quanto più larga possibile, per fermare questa guerra e soprattutto impedire che l’Italia diventi sempre di più il retroterra logistico delle operazioni militari.
Per fermare la guerra dobbiamo opporci con decisione al Governo Meloni, uno dei migliori alleati di Trump in Europa. Da questo punto di vista ci sono dei segnali interessanti. Il Governo Meloni è infatti molto più debole di come è stato spesso rappresentato. Non solo Meloni è debole come consenso sociale – nel 2022 vinse le elezioni con i voti assoluti più bassi di sempre nel blocco di centrodestra – ma è debole soprattutto perché non ha un progetto che non sia barcamenarsi. Il suo potere si fonda su un blocco sociale reazionario che non ha un’idea di paese, una proposta di modernizzazione, che è destinato a frammentarsi ancora di più di fronte a contraddizioni epocali.
È un Governo di incapaci messo in crisi da scandali e corruzioni. E dall’esito del referendum costituzionale del 22 e 23 marzo. Un esito spettacolare e imprevisto nella sua portata. A questo proposito il coordinamento giudica molto positivo il ruolo che abbiamo giocato come PaP insieme alle altre forze che hanno animato il “Comitato per il No socialeâ€. La manifestazione a Roma del 14 marzo, la sua radicalità , hanno spinto molti a interrogarsi, a parlare del tema. Abbiamo dato il nostro piccolo contributo per dimostrare che si può vincere, che non è vero che le politiche autoritarie sono imbattibili.
Ma il Governo Meloni è reso ancora più fragile dalla guerra scatenata dal suo padrone Trump, che non piace nemmeno a molti elettori di destra, che vedono peraltro le forze dell’esercito italiano, presenti in Libano sotto le insegne ONU, costantemente attaccate e umiliate da Israele, senza che l’ex “sovranista†Meloni prenda una posizione o abbia un sussulto di dignità “patriotticaâ€. Come Potere al Popolo intendiamo battere sulle sue contraddizioni. Come intendiamo sottolineare che il rifiuto del Governo Meloni verso la “transizione ecologicaâ€, che ora ci permetterebbe di avere maggiore indipendenza energetica, è tra i fattori responsabili dell’aumento dei prezzi. Un aumento di benzina, merci, bollette, che pesa e peserà sulle tasche dei cittadini comuni. Il nostro compito è spiegare che questo aumento non è un “evento naturaleâ€, ma il frutto di precise scelte economiche e politiche. E che si può contrastare con misure di rottura in campo economico e politico, come abbiamo già spiegato.
Al momento il Governo sa rispondere all’insoddisfazione crescente solo con la repressione, con un aumento di multe e denunce contro chi si è mobilitato in autunno, o indurendo la situazione nelle carceri – situazione che come Potere al Popolo non smettiamo di rilevare e che ha tutta la nostra attenzione e impegno. Ma ben presto queste risposte non basteranno e ci saranno nuove ondate di malcontento popolare.
Il punto, però, è che non si tratta di contrastare solo Meloni, ma le politiche di cui è espressione. Invece lo scenario verso le elezioni del 2027 sta prendendo la forma di uno scontro tra Meloni e gli anti-Meloni. Una rappresentazione in cui spariscono i temi reali, in cui, come all’epoca di Berlusconi, spariscono l’alto e il basso, e tutto viene piegato a questa falsa opposizione utile sia alla destra, che può mobilitare i suoi contro i “comunistiâ€, e al centrosinistra, che può giustificare l’ingiustificabile e mettere di lato le sue mille contraddizioni, perché c’è da combattere i “fascistiâ€.
Noi invece, avendo già visto tutto questo film 20 anni fa, proponiamo una visione completamente diversa. Per noi bisogna trasformare l’ondata di NO al Governo Meloni in un SÃŒ a una reale alternativa, fatta di aumento dei salari, di lavoro a tempo indeterminato, di possibilità di pagare un affitto o comprare una casa per vivere, un sì alla sanità , alla scuola, alla ricerca pubbliche, ad asili nido e servizi per infanzia, a una pubblica amministrazione che funzioni, a una tassazione sui patrimoni milionari e sulle multinazionali. Un sì a città vivibili e al trasporto pubblico, un sì alla cura del paesaggio e all’ecologia, un sì a una diversa collocazione internazionale dell’Italia, perché oggi una diversa politica economica sociale richiede anche una diversa alleanza militare o politica.
Conosciamo la potenza dei media, che sono in grado di nascondere questi temi e convincere anche molti di noi a votare per i nostri oppressori, così come il fatto che molte realtà di sinistra abbiano deciso – in contraddizione con quello che hanno sempre sostenuto – di saltare con il centrosinistra a fianco di Renzi o altri nostri nemici. Ci basta vedere cosa fanno molte amministrazioni cittadine e regionali a guida PD-5 Stelle in termini di speculazione ambientale (pensiamo a Napoli con Bagnoli), in termini di “zone rosse†e politiche securitarie nelle città , di appoggio alla sanità privata e a imprenditori e palazzinari per capire che il problema non è solo il nome del leader dell’opposizione. Si può battere Meloni, come si è battuto in passato Berlusconi, ma poi, come abbiamo già visto, mettere su dei Governi che nella sostanza ne continuano le politiche, precarizzando, privatizzando, partecipando alle guerre, andando contro i migranti, sostenendo contratti da fame…
Sappiamo che la nostra posizione è difficile da sostenere, e che non porta voti. Ma Potere al Popolo è nato per introdurre nella politica italiana quello che la politica normalmente cancella. Siamo nati per funzionare da stimolo, per aprire dibattiti, per far sentire la voce di chi da questo giochino è tagliato fuori e spesso non va a votare. Pensiamo che sia essenziale che la Generazione Gaza che si è mobilitata in questi mesi, non venga risucchiata da un lato verso l’opportunismo e le compatibilità con il sistema, da un lato verso la dispersione o la chiusura in piccoli circuiti.
Pensiamo che si debba avere il coraggio di osare. In questo paese non ci sono astratte alleanze elettoralistiche da fare ma mentalità e rapporti di forza da cambiare. Già il 25 ottobre, dopo le grandi giornate di solidarietà con la Palestina, abbiamo chiamato a raccolta tutte le forze che vogliono costruire un’alternativa indipendente per le classi popolari di questo paese. Ora, nel contesto post-referendum, vogliamo lanciare un nuovo momento di incontro nazionale di tutte queste forze indipendenti per il mese di giugno.
A differenza di altri che si presentano in un modo radicale ma intanto stringono già accordi per le candidature con il centrosinistra, noi dichiariamo apertamente quello che vogliamo fare. Dopo aver costruito un blocco politico e sociale insieme al sindacato conflittuale, alle organizzazioni giovanili e studentesche, a tanti comitati sociali, vogliamo costruire alle elezioni del 2027 una rappresentanza autonoma di tutti quelli che non sono inclusi nella politica di oggi, e che non vogliono farsi strumentalizzare. Siamo sicuri che anche la nostra semplice presenza alle elezioni possa servire a spostare l’asse del discorso pubblico, a stanare contraddizioni in chi pretende governare, a costruire uno spazio di lotta per chi il giorno dopo le elezioni vedrà un nuovo Governo continuare ad attaccarci.
Anche per questo ci stiamo da subito preparando al primo grosso sbarramento da affrontare che sono la quantità delle firme da raccogliere, organizzando sin da ora la raccolta circoscrizione per circoscrizione. Su questo, chiunque ci voglia dare una mano, ci contatti da subito!
Nel frattempo però non intendiamo abbandonare il terreno di scontro sociale. Lo stesso carovita e l’aumento delle bollette e dell’inflazione non ce lo consente. Per questo sabato 23 maggio rispondiamo presente alla chiamata dell’USB che sta costruendo una manifestazione nazionale a Roma, portando in piazza tutte le categorie sociali, tra cui operai di fabbrica, portuali e i settori della logistica, che un ruolo così importante hanno avuto nella mobilitazione contro la guerra e per la Palestina.
La risposta organizzata alle sfide presenti passa necessariamente per il rafforzamento militante e l’allargamento del nostro progetto alle tante persone che incrociamo nelle mobilitazioni e nelle lotte, e che come noi osano immaginare un futuro diverso. Ecco i passaggi che il Coordinamento Nazionale ha immaginato:
Al lavoro e alla lotta, dunque!
Coordinamento Nazionale di Potere al Popolo
L’aggressione militare all’Iran (e al Libano) da parte dell’asse statunitense-israeliano, lungi dal risolversi in uno scenario venezuelano – ossia con una capitolazione dei pasdaran e un rapido accordo a favore delle corporation del Big Oil statunitense – sta diventando una guerra di logoramento. Al centro di questo scontro ci sono ora i “choke points”, i colli di bottiglia del commercio mondiale: lo stretto di Hormuz che è la porta d’ingresso del Golfo Persico, e potenzialmente anche quello di Bab el-Mandeb, alle porte del Mar Rosso, nonché il controllo dell’infrastruttura di estrazione, raffinazione, stoccaggio e distribuzione di petrolio e gas del Golfo persico.
Abbiamo condannato senza esitazione questa guerra, nonché la complicità del Governo italiano, che consente agli USA l’utilizzo delle basi sul nostro territorio, si rifiuta di condannare l’ennesima aggressione imperialista e il proseguio dell’occupazione di Gaza, della Cisgiordania e ora anche del Libano da parte di Israele. Condanniamo non solo per senso di umanità (mentre scriviamo, sono oltre 1800 i morti in Libano e oltre 3600 i morti in Iran) né solo perché l’imperialismo Usa e quello israeliano sono attualmente uno dei principali ostacoli alla pace in Medio Oriente e nel mondo, ma anche perché tra le vittime indirette di questa guerra ci siamo anche noi, le lavoratrici e i lavoratori italiani.
Considerata l’economia italiana nel suo complesso, l’Italia è un paese fortemente dipendente dalle importazioni di energia e in particolare dagli idrocarburi. Se guardiamo al mix energetico nazionale, nel 2023 il 41% del consumo energetico nazionale proveniva da petrolio e il 35% dal gas, da cui siamo sempre più dipendenti. Se consideriamo la produzione di elettricità , quasi il 50% dell’energia elettrica è stata prodotta bruciando gas. La guerra in Ucraina ha poi reso l’economia italiana, in seguito alle sanzioni e alla rinuncia al gas russo, molto più dipendente dal più costoso Gnl proveniente principalmente dagli Usa e dal Qatar. Per questo la guerra in Iran, con i danni agli impianti di distribuzione e liquefazione in Qatar e il blocco dello stretto di Hormuz, potrebbe impattare in maniera consistente sull’approvvigionamento di gas e, soprattutto, sta già avendo conseguenze importanti sui prezzi. Sebbene, infatti, considerando sia le riserve private, sia quelle pubbliche, l’Italia possegga scorte di gas pari a 44 giorni di consumo medio, il prezzo di vendita è già in rapido aumento. Il prezzo finale di vendita del petrolio e del gas non dipende infatti solo dai costi di estrazione, ma è il frutto delle fluttuazioni di borsa (degli indici petroliferi e del famigerato TTF di Amsterdam per il gas), cosicché ogni minima tensione nel Golfo Persico si traduce in un rincaro immediato in bolletta e alla pompa di benzina.
L’Italia dunque, con la sua dipendenza dal gas importato sia per i consumi diretti di famiglie e imprese, sia per la produzione di energia elettrica, è particolarmente esposta ai rincari dell’energia e si trova in una situazione di svantaggio. Tuttavia questo svantaggio non vale per tutti: negli stessi giorni in cui si annunciavano rincari dei prezzi in bolletta, benzina e diesel crescevano vertiginosamente, l’amministratore delegato di ENI Descalzi dichiarava: “per scenari di prezzo del greggio particolarmente elevati, prevediamo di distribuire il 100% del cash flow addizionale in forma di dividendo straordinarioâ€. Ciò vuol dire che prezzi più alti si traducono immediatamente in più guadagni per alcune grandi imprese del settore energetico, non solo italiane, come ENI. D’altronde anche la guerra, se è un salasso per alcuni, è un’occasione di profitto gli azionisti di Leonardo e delle altre aziende produttrici di armi, nonché per la loro catena di subforniture. E d’altronde, se la BCE dovesse rialzare i tassi di interesse, a fronte di maggiori difficoltà di finanziamento di prestiti e mutui, a fare enormi profitti sarebbero gli azionisti dei gruppi bancari italiani. È una dinamica che abbiamo già visto in atto dopo la guerra in Ucraina: si stima che nel solo 2022, gli extraprofitti delle multinazionali dell’energia abbiano oltrepassato i 200 miliardi di euro, con le corporation USA a fare la parte del leone, seguite da quelle europee. Tra queste ultime, l’italiana ENI ha fatto 20,4 miliardi di extraprofitti. D’altra parte, i prezzi dell’energia in bolletta degli ultimi anni sono letteralmente raddoppiati, spalmandosi anche sui costi di produzione dei beni di consumo, cosicché secondo l’OCSE nel 2025 la media dei salari reali italiani era più bassa dell’8% rispetto al 2021. Un trasferimento netto di ricchezza dai salari di molti ai profitti di pochi.
Di fronte a questa situazione, il Governo Meloni ha reagito con il famigerato taglio delle accise introdotto il 18 marzo e prorogato fino al 1 maggio, per una spesa complessiva di poco meno di 1 miliardo di euro, ottenendo per ora scarsi risultati, essendo il prezzo del gasolio costantemente al di sopra dei 2 euro al litro. Le risorse per finanziare questa misura sono state ricavate attraverso tagli ai ministeri, tra cui 82 milioni di euro di tagli alla sanità pubblica. Ulteriori fondi provengono dai proventi della vendita degli Ets, che avrebbero dovuto essere reinvestiti nella tutela ambientale e in fondi rinnovabili. Il taglio delle accise però non interviene sulla quota del prezzo di vendita del diesel o della benzina che finisce in tasca alle aziende dell’energia, ma solo sulle tasse che vengono aggiunte a quel prezzo di vendita, e che contribuiscono a formare il prezzo finale alla pompa di benzina. Ciò vuol dire che intervenendo – temporaneamente e in maniera insufficiente – sulle accise, il Governo sta permettendo ai giganti dell’energia di mantenere i prezzi alti, determinando un trasferimento di ricchezza dal welfare dei lavoratori e delle lavoratrici alle loro tasche.
Un’altra misura annunciata è la riapertura delle centrali a carbone, che sarebbe un disastro per gli obiettivi di decarbonizzazione. E rimangono per ora inascoltate le richieste che il Ministro dell’economia Giorgetti – rappresentante della voce degli industriali nel Governo – intende portare al prossimo Consiglio Europeo: la possibilità di derogare al Patto di stabilità sottoscritto dal suo stesso Governo, sforando così il 3% del rapporto deficit/PIL, e una tassa europea sugli extraprofitti delle compagnie energetiche, proposte sulle quali la Commissione Europea ha già detto che darà parere negativo.
D’altronde che la classe dirigente italiana e in particolare questo governo siano particolarmente timidi e accondiscendenti con le richieste delle grandi multinazionali degli idrocarburi non è una novità : nella vicina Spagna l’energia prodotta da rinnovabili sfiora ormai il 60% dell’energia complessivamente prodotta in patria. Ciò vuol dire che sempre meno il prezzo finale pagato dagli utenti spagnoli dipende dal prezzo del gas, che è molto più alto rispetto al prezzo dell’energia prodotta da fonti rinnovabili. Il Governo Meloni, come e più dei Governi precedenti, si rivela sovranista solo a parole, ma è schiavo delle multinazionali degli idrocarburi nei fatti.
Di fronte all’aumento dei prezzi e delle bollette, l’opposizione del Campo Largo riesce solo a balbettare “fare come in Spagna”, ossia favorire investimenti del settore dell’energia rinnovabile. Si tratta ovviamente di misure condivisibili e necessarie, su cui però che il centrosinistra liberale ha già dimostrato, nei suoi 11 anni di Governo diretto del paese e nei quasi 6 anni di sostegno a governi tecnici, timidezza se non proprio mancanza di volontà politica. Noi di Potere al Popolo siamo coerentemente per la nazionalizzazione delle imprese dell’energia e dell’automotive, per investimenti pubblici nella transizione ecologica e nel trasporto pubblico e sostenibile finanziati da una billionaire tax sui grandi patrimoni. Si tratta di interventi necessari per costruire l’avvenire senza gravare sulle tasche di lavoratori e delle lavoratrici, ma che non forniscono le risposte di cui lavoratori e lavoratrici hanno bisogno ora, e non domani.
Di fronte alla morsa inflattiva e alla “patrimoniale al contrario” – ossia all’odioso trasferimento di risorse dalle tasche di chi sta in basso alle tasche di chi sta in alto – occorrono infatti interventi coraggiosi e immediati.
Prima mossa. Approvazione rapida della legge sul salario minimo. Non quello delle opposizioni, ma quello da noi proposto nel 2022, ossia un salario minimo agganciato all’inflazione, che permetta a milioni di lavoratori e lavoratrici povere di avere un ritorno immediato in busta paga e di reggere di fronte a misure inflattive.
Seconda mossa. Tetto al prezzo del carburante e dell’energia. Prezzo su cui stanno già speculando – dalle raffinerie e dagli hub di rigassificazione fino ai centri di distribuzione – le grandi multinazionali. Come nel 2020 – durante l’emergenza Covid – il Governo impose un calmiere al prezzo delle mascherine, così oggi dobbiamo lottare per imporre un tetto al prezzo del carburante.
Terza mossa. Per fermare la guerra, serve un segnale immediato: rottura delle relazioni diplomatiche con lo Stato genocida e di apartheid di Israele. Sanzioni commerciali, a partire dallo stop all’import-export di armi. Esclusione totale della possibilità per gli USA di utilizzare il suolo italiano, per qualsiasi tipo di operazione connessa con la guerra in Iran e in Libano. Senza mettere in discussione la Nato e la sottomissione all’imperialismo USA di cui è strumento, non potremo mai realmente opporci alla guerra e alle sue conseguenze.
Quarta mossa. Una tassa sugli extraprofitti, che garantisca allo Stato un extragettito in grado di finanziare misure contro il carovita – come la riduzione delle accise, ma anche la gratuità del trasporto pubblico urbano e il finanziamento di supermercati pubblici che distribuiscano beni di prima necessità a prezzo di costo –, senza gravare sulla sanità e sul welfare di lavoratrici e lavoratori.
Si tratta di misure che il Governo e il Parlamento potrebbero introdurre domani e che darebbero respiro a milioni di persone nel nostro paese, evitando un enorme trasferimento di ricchezza ai danni della maggioranza e il calo drastico dei salari reali a cui abbiamo già assistito con la Guerra in Ucraina nel 2022.
È evidente però che il Governo Meloni sta tutelando gli interessi di una minoranza, esattamente come il Governo Draghi durante la guerra in Ucraina. Non ci faremo prendere in giro una seconda volta: siamo pronte e pronti a mobilitarci per evitare che questa guerra criminale ci travolga tutte e tutti.
15 million people rejected Giorgia Meloni’s reforms aiming to erode separation of powers at March 22-23 referendum.
More than 15 million people defeated Giorgia Meloni’s intention to reform the judiciary and erode the separation of powers by voting “NO†at a referendum on March 22-23. With almost 60% of eligible voters participating, the outcome has sent waves across the political landscape – and marked an enormous victory for social movements, trade unions, and youth associations that have built resistance to Meloni’s repressive agenda over the past years.
The far-right administration wanted to introduce constitutional changes that would increase government control over the judiciary, under the pretext of an inefficient magistrature slowing down legal processes. The entire state apparatus, including Italy’s biggest media houses, was mobilized to ensure the reform would pass – and failed.
According to Giuliano Granato from the left party Potere al Popolo, the referendum’s high participation is a breakthrough in itself. In the weeks leading up to the vote, students found ways to bypass bureaucratic and economic obstacles that would have prevented them from voting away from home, while others traveled literally across the world to participate. “This is important, on the one hand, because many people wanted to take action on the issue at hand,†Granato told Peoples Dispatch. “But many also voted because they saw it as an opportunity to send a political message.â€
For “yes†votes, the political message was pretty straightforward: confirmation of the right-wing government’s mandate and more space to implement its program. For “no†votes, however, the meaning should be analyzed through multiple layers, Granato emphasizes. The first “no,†he points out, was in defense of the constitution – a progressive constitution forged after the defeat of fascism with participation from those who took part in the resistance.
The “no†was also a refutation of the government in general, Potere al Popolo and other left organizations insist. “We believe,†Granato says of the mass vote against, “this has acted as a catalyst for much broader discontent that traditional political opposition couldn’t adequately channel.â€
The referendum numbers surpass the voting base of traditional center and center-left parties, indicating many voters who usually abstain took part. Granato suggests this should be interpreted in the context that, due to Italy’s political landscape – where options from right to center-left essentially run on the same economic premises – people usually feel their vote does not change anything. In this case, it was different. “People knew their vote would count,†he points out.
This was one of the results of a highly polarized campaign, reinforced by uncertain polls up until the very end. Even the day before the referendum began, Granato notes, one could not predict which way the vote would swing. “People participate when they feel their input matters. When they think it makes no difference, they stay at home.â€
The “no†was also a rejection of anti-worker policies, as demonstrated by trade unions’ participation in the building of a campaign for a “social ‘no.’†According to the grassroots union Unione Sindacale di Base (USB), the result “sends a strong signal of change and struggle that should be channeled into efforts to protect living and working conditions, as well as getting Italy out of wars and demanding the dismissal of the Meloni government.â€
Opposition to war and militarization is another layer to the referendum’s results, stemming not only from massive mobilization in solidarity with Palestine that brought Italy to a halt three times during the genocide, but also from opposition to the administration’s silence and servility toward illegal attacks launched by the Trump and Netanyahu governments – including in Iran and Lebanon, but also Venezuela and Cuba.
“And this isn’t just an ethical ‘no,’†Granato adds. “It’s a ‘no’ with immediate material consequences for Italy, since the country is already hard-hit by inflation [stemming from these assaults]. Fuel prices have already risen, along with utility bills and the cost of essential supplies.â€
In this context, Potere al Popolo, USB, student associations Cambiare Rotta, CAU and OSA, and many more took to the streets across dozens of cities immediately after the results were announced, demanding the Meloni government resign. While the administration has repeatedly demonstrated its ability to ignore popular demands and is expected to do so in this case as well, these organizations intend to seize the referendum’s momentum and build the transformative power Italy needs.
This includes, as Granato details, fighting for radical change in labor and living conditions, including living wages and safe working conditions for all workers, shaping a true industrial strategy oriented toward the wellbeing of the majority rather than wealthy industrialists and corporations, and building energy sovereignty. Finally, it includes introducing a different foreign policy independent of NATO and US interests and rooted in global cooperation and solidarity.
The high participation of young voters – with around 58% of this population group rejecting Meloni’s proposals – gives hope that this battle can be won. “Generation Gaza†in Italy is “alert and active,†Granato says – and together with other progressive forces, it will not give in to the far right.