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News Potere al popolo

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Per un campo politico indipendente verso e oltre le elezioni politiche del 2027
Data articolo:Tue, 16 Jun 2026 09:17:06 +0000

Potere al Popolo, a conclusione dell’assemblea del campo politico indipendente del 14 giugno, propone un percorso comune di mobilitazione, organizzazione e lotta.

Crediamo necessario e operiamo affinché si costruisca un fronte politico alternativo alla destra e indipendente dal campo largo, che  sia presente alle elezioni del 2027 e che, soprattutto continui durante e dopo l’appuntamento elettorale per costruire un la vera alternativa sociale e politica alla destra e anche al centrosinistra liberale.

Sappiamo perfettamente che questi due schieramenti, quando sono al governo e finisce la propaganda elettorale, hanno in comune le più importanti scelte politiche, a partire dalla collocazione internazionale e dalla politica economica e sociale.

Noi  siamo alternativi al partito unico  del riarmo, della NATO, dell’alleanza con USA e  Israele e della guerra.

Noi siamo alternativi al partito unico delle imprese e dei ricchi, del mercato e degli affari, dell’austerità europea e delle privatizzazioni.

Noi siamo alternativi al sindacalismo collaborazionista e concertativo e sosteniamo il movimento sindacale che lavora per affermare la propria indipendenza dalle compatibilità del sistema di sfruttamento capitalista.

Noi siamo alternativi al partito unico delle leggi di polizia, dell’autoritarismo e dell’oppressione, delle leggi italiane e europee per l’apartheid e la deportazione dei migranti, che alimentano il razzismo

La nostra alternativa rifiuta le affermazioni ipocrite che coprono politiche oppressive e guerrafondaie nel nome dei cosiddetti valori occidentali. Per noi o l’antifascismo è antimperialismo e antisionismo, o non è nulla.

La nostra alternativa è consapevole che questo sistema capitalista predatorio non accetta cambiamenti e che chi si propone di mitigarne la ferocia senza metterlo in discussione, è destinato al fallimento.

Noi vogliamo costruire un’alternativa di sistema fondata su pace, libertà, socialismo, non solo perché questa è più giusta, ma perché essa è la sola via che ci allontana dalla barbarie dilagante.

Noi sosteniamo ogni singola lotta sociale, civile, culturale e politica, ma lo facciamo nella prospettiva e con l’intento di rovesciare il potere del profitto  che sfrutta e opprime l’umanità e che devasta il pianeta.

Noi vogliamo rompere con una politica che vive in un eterno presente o che rimpiange il peggiore passato, noi vogliamo costruire il futuro.

Noi non vogliamo scegliere il male minore, che è sempre scegliere il male.

Noi vogliamo cambiare tutto e per questo non abbiano paura delle difficoltà del percorso, ma vogliamo affrontarle organizzandoci.

Per questo iniziamo oggi un cammino che dovrà portarci alle elezioni e ben oltre esse, continuando e rafforzando ogni legame e momento di organizzazione.

Diamo appuntamento per una grande manifestazione nazionale a Roma nel prossimo autunno, che ancora una volta e sempre di più dovrà affermare: Giù le armi su i salari.

Proponiamo che dopo l’assemblea del 14 si svolgano in ogni regione incontri e assemblee per una vasta e capillare mobilitazione.

Oggi più che mai: socialismo o barbarie!

Qui trovi gli interventi da remoto e la diretta dell’assemblea.

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Electrolux vuole 1.719 licenziamenti. Supportiamo la risposta di lavoratori e lavoratrici
Data articolo:Sun, 14 Jun 2026 16:05:41 +0000

Lunedì 15 giugno al Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) si terrà il secondo incontro tra azienda, governo e sindacati. Le RSU hanno proclamato 8 ore di sciopero su ogni turno e lavoratori e lavoratrici saranno a presidiare i cancelli.

Lunedì l’azienda forse scoprirà le carte con dettagli e tempi delle sue richieste. Per ora, Electrolux ha annunciato 1.719 licenziamenti complessivi in Italia. Il piano colpirebbe tutti gli stabilimenti del gruppo: Susegana (TV), Porcia (PN), Forlì (FC), Solaro (MI) e Cerreto d’Esi (AN). A Cerreto d’Esi è prevista addirittura la cessazione della produzione. In totale, il taglio annunciato riguarda quasi il 40% della forza lavoro italiana.

La multinazionale svedese dell’elettrodomestico è presente in tutto il mondo, con quasi 40mila dipendenti a livello globale e circa 4.500 in Italia, già diminuiti di 2.000 unità in 12 anni. Non una piccola o media azienda in crisi. Le motivazioni dell’annuncio sono state dette chiaramente e l’amministratore delegato lo va spiegando da mesi: i profitti ci sono ma sono troppo bassi. Electrolux non licenzia perché in Italia non si produce valore. Licenzia perché quel valore non basta agli obiettivi di profitto della multinazionale.
Nel 2025 il gruppo Electrolux ha dichiarato un margine operativo del 2,8%, l’obiettivo è arrivare almeno al 6%. I licenziamenti e la delocalizzazione servono proprio a questo, e nel breve termine servono soprattutto a rassicurare i “mercati” e a rilanciare il valore delle azioni sulla borsa di Stoccolma. Nello stesso tempo, per difendere le vendite significative e il marchio in Italia, l’azienda non annuncia una chiusura generalizzata ma un quasi dimezzamento che, dovesse avvenire, porterà poi inevitabilmente all’uscita di Electrolux dall’Italia.

O pagano i lavoratori, o paga il pubblico?

Electrolux giustifica il piano di licenziamenti con la crisi del settore degli elettrodomestici in Europa: domanda debole — forse i salari bassi c’entrano qualcosa! — costi più alti, concorrenza asiatica — Electrolux stessa ha trasferito in Cina parte significativa della produzione — energia e materie prime più care.

Non racconta però delle centinaia di milioni di euro presi negli ultimi anni dalle casse pubbliche per lo sviluppo, in particolare per l’innovazione tecnologica e l’automatizzazione delle linee produttive. Investimenti che finirebbero abbandonati, con un doppio danno per tutti noi.

Il ricatto è noto: se volete che restiamo, dovete creare condizioni più favorevoli ai nostri profitti. Con più aiuti, detassazione o richieste per cambiare la legislazione nazionale ed europea per renderla più favorevole. Se non lo fate, tagliamo, chiudiamo, delocalizziamo.

È così che funziona il capitalismo reale: i capitali si spostano dove rendono di più, le fabbriche vengono messe in concorrenza tra loro, i territori vengono ricattati e, alla fine, i bilanci pubblici vengono chiamati a garantire profitti invece che diritti. Prima si chiedono sacrifici per essere competitivi, poi incentivi per non chiudere e, quando i margini di profitto non bastano più, arrivano licenziamenti e delocalizzazioni.

Il rischio d’impresa viene scaricato su tutti/e tranne che sull’impresa. Se c’è da finanziare ricerca, sviluppo, innovazione o ammortizzatori sociali, si chiamano in causa lo Stato, le Regioni, l’Europa, cioè i soldi pubblici. Ma quando si tratta di decidere cosa produrre, dove produrre e quanti lavoratori e lavoratrici sacrificare, decide tutto l’azienda. A cosa serve l’azienda privata? Quali benefici sociali apporta?

Questo meccanismo va rotto. Non è accettabile che i privati godano di benefici pubblici e poi facciano quello che vogliono. Non è accettabile socializzare i costi e privatizzare profitti e decisioni. Se il pubblico paga, il pubblico deve decidere. Se un’azienda riceve sostegno pubblico, deve avere vincoli pubblici: niente licenziamenti e niente delocalizzazioni, garanzie per l’indotto, trasparenza sui piani industriali e controllo di lavoratori e lavoratrici sulle decisioni che riguardano il loro futuro.

Per questo il piano di licenziamenti di Electrolux deve essere respinto e ritirato. La rivendicazione sindacale è chiara: nessun licenziamento, nessuna chiusura, nessuna riduzione strutturale della produzione. Oppure che la produzione passi in mano a lavoratori e lavoratrici, marchi storici inclusi.

In ogni caso, i lavoratori e le lavoratrici dell’Electrolux hanno una storia sindacale importante alle spalle. Nel 2014 Electrolux aveva già provato a imporre un piano pesantissimo: chiusure, tagli agli organici, peggioramento delle condizioni di lavoro, aumento dei ritmi, riduzione dei salari. La risposta di lavoratori e lavoratrici fu organizzata e decisiva: scioperi, presidi, blocchi ai cancelli, mobilitazioni nei territori. Per mesi furono loro a imporre la propria forza nella vertenza, salvando gran parte dei posti di lavoro. Già dodici anni fa hanno dimostrato che organizzati e facendo male all’azienda, si può fare.

La mobilitazione

Lavoratori e lavoratrici sono in mobilitazione già da un mese. Lunedì 15 sarà giornata di sciopero e presidi agli ingressi, ma saranno ancora molti i mesi di lotta.

Potere al Popolo sostiene le mobilitazioni e saremo al fianco delle lavoratrici e dei lavoratori Electrolux, a chiedere:

  • il ritiro immediato del piano di licenziamenti;

  • la garanzia di tutti i posti di lavoro;

  • il mantenimento della produzione in tutti gli stabilimenti italiani;

  • vincoli reali contro delocalizzazioni e dismissioni.

Ma diciamo anche: basta soldi pubblici senza potere pubblico! Basta imprese private che incassano aiuti, usano i territori e poi se ne vanno quando il profitto non basta più.

La prospettiva è il controllo pubblico dell’economia, la democrazia nei luoghi di lavoro, la pianificazione della produzione in base ai bisogni sociali e non ai margini degli azionisti. Questa è la prospettiva socialista che rivendichiamo: fabbriche non governate dal ricatto del profitto, ma dal potere collettivo di chi lavora e di chi vive nei territori.

Nessun licenziamento, nessuna delocalizzazione, nessun profitto sulla pelle di lavoratori e lavoratrici!

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5-6 giugno: giornate nazionali di adesione a Potere al Popolo!
Data articolo:Fri, 05 Jun 2026 13:18:40 +0000

SCORRI LA LISTA E TROVA L’INIZIATIVA PIÙ VICINA!

Noi crediamo in una cosa: solo unendoci possiamo batterci per una vita bella, degna, felice. Per quello che ci meritiamo e che ogni giorno ci tolgono.

ADERISCI A POTERE AL POPOLO!
Insieme, possiamo cambiare tutto!

🔴31 maggio 2026
👉Lucca, h18:00, via dei Paoli 22 Verciano
1 giugno 2026
👉Benevento, h 18, casa del popolo Rebelde, piazza Orsini 1, aperitivo

🔴4 giugno
👉Caserta, H18:30, Bar Dolce nero, via Amendola, Puccianiello, aperitivo popolare
👉Perugia, H17, via del lavoro 29

🔴5 giugno
👉Marano (NA), h16-20, casa del popolo di Marano, via Nicolosi 16/bis
👉Napoli, h18, lazzarelle bistrot (Galleria Principe), voci dalla Napoli popolare
👉Padova, h18;30, spazio Catai, Ponte san Leonardo 1, iniziativa la tregua è finita. Leggere primo levi oggi”
👉Roma, H17, Casa del popolo Casalbruciato, via S.Satta, 45, iniziativa “Cuba non è sola”
👉Cosenza, h 18:00, piazza XI settembre, banchetto di tesseramento

🔴6 giugno
👉Pisa, h 18, circolo Agorà, via Bovio 19, festa di tesseramento
👉Ancona, ore 10:00, piazza Roma, banchetto di tesseramento
👉Cagliari, ore 19:30, Casa del popolo Rosa Luxemburg, via Argentiera 14
👉Padova, ore 18:30, Spazio Catai, Ponte San Leonardo 1, iniziativa “Sicurezza per chi? Nuovi pacchetti sicurezza e criminalizzazione del conflitto sociale”
👉Pavia, h 19:30, Casa del popolo Marielle Franco, via dei Mille 199/b, iniziativa “Cuba vive e resiste”. Cena sociale e dibattito
👉Bologna, h18-20, Circolo Granma, via Ferrarese 2, iniziativa tesseramento e raccolta farmaci per Cuba
👉Pozzuoli (NA), H 20, VIA Oberdan 16, serata karaoke e tesseramento
👉PALERMO, H18:00, Casa del popolo Peppino Impastato, via Giovanni Paisiello 9, aperitivo sociale
👉Bari, H17, Giardini Chiara Lubich, via Benedetto Croce 132, banchetto di tesseramento
👉Lucca, tutto il pomeriggio, casa del popolo, via dei Paoli 22, Verciano
👉Livorno, h16, Casa del popolo Heval, raccolta fondi per Cuba e tesseramento
7 giugno
👉Milano, dalle 12:30, parco Chiesa Rossa, festa con dibattiti, eventi, concerti e specialità
👉Nocera Inferiore, h18:00, Casa del popolo Cohiba, swap party e aperitivo veg
👉Firenze, H17,21, Casa del popolo Le Panche il Campino, iniziativa “dalla liberazione della Palestina al diritto all’abitare: vieni a conoscere Potere al popolo!”. Interventi, aperitivo e Dj set
👉Reggio Calabria, H17:30, Casa del popolo Ruggero Condó, via Pio XI 94/d, assemblea aperta
👉Roma, h18:30, Casa del popolo Lorenzo Orsetti, via del Podere Fiume 59/61, aperitivo sociale
👉Lucca, h10-13, Casa del popolo, via dei Paoli 22 Verciano

🔴8 giugno
👉Roma, h19:30, via Pieve Fosciana 82-86, cena sociale

🔴9 giugno
👉Roma, h19:30-22, Casa del popolo Roma Sud Est, viale Palmiro Togliatti 920/a

🔴12 giugno
👉Torre del Greco (NA), h18:00, Casa del popolo Pezzentelle Rosse, 2° Vico Abolito montone 9, cena di tesseramento
👉Cuneo, h10-13 e 16-19, Via Roma angolo piazza Galimberti lato duomo, banchetto di raccolta fondi e medicinali per Cuba e tesseramento
👉Torino, H17:00, Casa del popolo Estella, via Martinetto 5, aperitivo di tesseramento “Vieni a conoscere Pap!”, musica live. H 21, proiezione del film “Ho visto la TV brillare”
👉Ancona, H17, Circolo Germontari, via Colle Verde 2, festa di tesseramento con Giuliano Granato

🔴13 giugno
👉Marghera (VE), h18:00, Ca’Luisa, via Angelo Toffoli 20, evento musicale

🔴14 giugno
👉Mantova, h18:30, Arci Te Brunetti, via Gianbattista Visi, POP! Fest – iniziativa “l’anno che ci aspetta”, dibattito verso il 2027

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Elezioni storiche in Colombia: al bivio tra un futuro indipendente e l’ingerenza fascista degli USA.
Data articolo:Wed, 03 Jun 2026 07:11:14 +0000

Ci sono elezioni che non sono qualsiasi cosa, soprattutto nella fase storica in cui viviamo. Dopo quattro anni di governo di sinistra del presidente Gustavo Petro (il primo nella storia del Paese!), la Colombia è tornata al voto questo 31 maggio per l’elezione della nuova presidenza e vicepresidenza. Il risultato del primo turno ci consegna la destra neofascista di Abelardo de la Espriella al 44% che ha superato, un po’ a sorpresa, il candidato di sinistra Iván Cepeda e la candidata vicepresidenta Aida Quilcué che si sono affermati al 40%. L’ultra-destra colombiana è prevalsa grazie a una macchina elettorale costruita su soldi, menzogne e controllo del voto.

Il risultato raggiunto dalla sinistra in questo primo turno è stato il migliore nella storia della Colombia. Eppure il risultato è stata una doccia fredda: l’unione delle forze politiche e sociali del Pacto Historico non è riuscita a sfondare come ci si aspettava, malgrado i buoni pronostici. A sinistra, la domanda di fondo è: ma come è potuto succedere?

Nella fascistizzazione attuale della politica dove non esistono regole e “tutto vale”, gli Stati Uniti continuano a non nascondere la loro ingerenza nelle elezioni dell’America Latina. D’altronde la dottrina Donroe va pur applicata. E infatti, il candidato colombiano di Trump è proprio de la Espriella: avvocato di corrotti e narco colombiani, ha fatto di tutto per essere tra i peggiori candidati che l’estrema destra dell’America Latina ha potuto produrre. Si tratta di un mix tra Milei in Argentina, Bukele in El Salvador e Noboa in Ecuador, che si vanta di essere machista e violento e che si fa chiamare el tigre.

La guerra digitale asimmetrica ha mosso centinaia di migliaia di bot, video falsi generati con l’intelligenza artificiale che associavano Cepeda alle FARC, fake news e milioni di messaggi di disinformazione pagati da società con sede negli USA. L’ecosistema digitale ha mostrato di essere un terreno che la sinistra ancora ha problemi a gestire. È vero che i comizi di piazza di Cepeda sono massivi, ma probabilmente non basta nell’epoca della digitalizzazione della politica e delle opinioni. Un altro elemento evidente è la compra massiccia di voti, verificatasi in decine di territori, con “prezzi†mai visti prima.

D’altro canto, Iván Cepeda – filosofo, figlio di Manuel Cepeda, senatore del Partito comunista colombiano assassinato nel 1994 in un crimine di Stato – e Aida Quilcué –  leader indigena del popolo nasa, difensora dei diritti umani – hanno puntato su una campagna austera proprio per differenziarsi dalle altre proposte elettorali.

Quello che emerge dal primo turno in Colombia quindi è che ci troviamo di fronte non semplicemente  a delle elezioni nazionali, bensì a una battaglia continentale. Perché gli stessi metodi deplorevoli delle forze reazionaria e le ingerenze dal vicino del Nord si sono imposti in Argentina, Honduras, Ecuador e sicuramente si proporranno prossimamente anche in Perù (dove il ballottaggio presidenziale si terrà domenica 7 giugno) e in Brasile (elezioni a moltissimi livelli tra cui presidenziali in ottobre). Il vero nemico, quindi, è l’alleanza tra l’imperialismo GAFAM di Trump e le forze reazionarie, ultraconservatrici, violente e corrotte dei paesi latinoamericani.

Ma malgrado il risultato, l’entusiasmo e la speranza per la vittoria al secondo turno non mancano. Al ballottaggio del 21 giugno però ogni voto conterà, anche quello della diaspora colombiana. In questi 20 giorni, vanno migliorati tutti gli strumenti per essere all’altezza e vincere. Perché la Colombia si trova al bivio tra il ritorno a un passato segnato da violenza e morte e la costruzione di un futuro di dignità, opportunità e progresso.

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Libertà per gli attivisti della Global Sumud sequestrati e incarcerati in Libia! Libertà per i palestinesi, Palestina libera!
Data articolo:Wed, 03 Jun 2026 07:04:21 +0000

E’ gravissimo quanto sta accadendo, ormai da dieci giorni, a dieci attivisti appartenenti al convoglio che si muoveva nel nord Africa per rompere l’assedio di Gaza, tra cui due italiani, Domenico Centrone e Dina Alberizia. Il convoglio di terra era partito il 15 maggio dalla Mauritania con oltre 200 partecipanti provenienti da più di 25 paesi e trasportava 7 ambulanze, 20 case mobili e 10 camion carichi di aiuti umanitari destinati alla popolazione di Gaza.

Gli attivisti sono stati attaccati, sequestrati e trasferiti su mezzi militari all’altezza del valico di Sirte. Le operazioni sono state condotte da milizie libiche che non si sono identificate, nell’area sotto controllo del generale Haftar.

In dieci giorni, al di là di una sola visita consolare, tutte le richieste avanzate da amici, parenti, legali della missione, di ricevere informazioni sul loro stato di salute e sui motivi della loro detenzione sono state respinte. Nessuna o pochissime notizie fino ad oggi: qualche ora fa uno stringatissimo comunicato della Farnesina ha annunciato che il procuratore libico ha prolungato la detenzione dei due attivisti italiani fino alla prossima udienza.

Riteniamo tutto questo inaccettabile. Il governo italiano non ha speso una parola di fronte al rapimento e alla detenzione degli attivisti del convoy.

Eppure le relazioni con Haftar e famiglia esistono eccome quando si tratta di addestrare le milizie del generale nei centri italiani o stringere accordi per il respingimento e la detenzione di migliaia di migranti che provano ad attraversare il mediterraneo e vengono torturati quando riescono a scampare al fondo del mare.

Il convoglio via terra e quello via mare sono stati bloccati illegalmente, gli attivisti picchiati e incarcerati, mentre in Palestina la pulizia etnica e la colonizzazione israeliana avanzano senza sosta.

Il genocidio a Gaza non è mai terminato, così come le complicità dei governi, delle istituzioni e dei capitali delle nostre latitudini, che lo rendono possibile. Migliaia di palestinesi sono strutturalmente privati di cibo, acqua, cure mediche, istruzione. Quasi 10mila sono detenuti e sottoposti ad ogni tipo di torture e abusi da parte dell’esercito israeliano.

Ogni azione e ogni iniziativa tesa a denunciare l’assedio criminale di Gaza, a mettersi in marcia per romperlo, a raccogliere gli appelli e le voci dei palestinesi che quotidianamente vengono silenziati, non può che trovarci complici.

Invitiamo tutte e tutti a seguire le informazioni e le iniziative diffuse dai canali della Global Sumud Italia per restare aggiornati e contribuire alla mobilitazione per la liberazione degli attivisti trattenuti: Alicia Armesto Nuñez, Laura Kwoczała, Jenelle Jones, Maria Paula Giménez, Lucas Ezequiel Aguilera, Matias Alvarez Rodriguez, Ana Margarida França Santana Baptista, Ashraf Khoja, Domenico Centrone, Leonarda Alberizia!

Palestina libera, liberi tutti!

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Potere al Popolo sostiene lo sciopero della scuola del 7 maggio
Data articolo:Wed, 06 May 2026 13:13:53 +0000

Il 7 maggio la scuola si ferma, contro la riforma dei tecnici, per una scuola che sia presidio di pace e solidarietà e non di guerra, per la liberazione degli attivisti della Global Sumud Flotilla, Said Abukashek e Thiago Avila

Allo sciopero generale della scuola, indetto da Usb PI, Cobas scuola, SSB e Fisi, si è unito lo sciopero dei soli istituti tecnici indetto da Flc Cgil, Cub Sur e Sgb. La sciagurata riforma dei tecnici di Bianchi-Valditara ha anche avuto il merito di provocare la nascita di una autorganizzata Rete Nazionale degli Istituti Tecnici sorta con il fine di promuovere l’opposizione alla riforma. Anche le organizzazioni studentesche, da Osa agli Studenti autorganizzati campani, fino alla Rete degli Studenti medi, annunciano battaglia.

Quali sono i motivi di questa mobilitazione?

1) La riforma dei tecnici, che li rende sempre meno una istituzione culturale e sempre più un avviamento professionale a uso e consumo delle imprese.

Essa prevede il taglio delle discipline umanistiche e scientifiche, l’anticipo a 15 anni della Alternanza scuola-lavoro, l’imposizione della didattica per competenze condotta da “esperti aziendali” senza alcuna formazione pedagogica, lo smantellamento del biennio comune – che garantiva una base culturale più solida, e la possibilità di cambiare agevolmente indirizzo.

Sulla carta la riforma viene giustificata con il solito mantra per cui le imprese non trovano lavoratori qualificati, e i giovani restano disoccupati perché manca “un adeguato incontro tra domanda e offerta”, a cui la scuola dovrebbe sopperire formando le professionalità richieste. Eppure tutti i dati concorrono nel mostrare un mercato del lavoro italiano in cui prevalgono i posti di lavoro a bassa qualificazione, mentre sono i lavoratori ad essere molto qualificati. D’altronde cosa possiamo aspettarci in un paese senza politica industriale, che non innova, in cui le multinazionali arrivano, prendono incentivi e vanno via senza che la politica muova un dito?

Nei fatti i tecnici, in linea con le riforme degli ultimi decenni, vengono relegati a scuole di serie B. L’offerta formativa si impoverisce del suo lato culturale, fornendo una sverniciata superficiale per i figli delle classi popolari, per diventare una fabbrica di precarietà. Il messaggio è chiaro: voi non dovete pensare, non dovete capire il mondo, dovete solo abbassare la testa e scannarvi per uno stipendio misero.

La Rete Nazionale degli Istituti Tecnici ha annunciato scioperi degli scrutini e un boicottaggio delle adozioni degli istituti di testo e degli incarichi funzionali, qualora il Governo non dovesse sospendere l’entrata in vigore del riordino dei tecnici. Siamo ovviamente con loro.

2) L’aumento delle spese militari al 5% del PIL richiesto dalla Nato, perché i soldi vengano destinati alle spese sociali, a partire dall’istruzione pubblica.

3) La Militarizzazione della scuola. Grazie a protocolli che risalgono all’era Renzi e che sono stati implementati da tutti i governi successivi, compreso il Governo Meloni, è in atto una strategia di normalizzazione della presenza delle forze armate nelle scuole. Pcto presso basi militari, formazioni con corpi dell’esercito, visite a caserme e fiere delle armi fatte passare per attività formative. La normalizzazione della guerra e delle armi è un fenomeno nuovo che dobbiamo assolutamente combattere, come bisogna combattere la complicità del nostro Governo con gli Usa, la Nato, Israele, e con le aggressioni militari in atto.

4) La solidarietà alla Flotilla e in particolare a Said Abukashek e Thiago Avila, sequestrati da Israele in acque internazionali. Il rifiuto della complicità del nostro Governo con Israele, stato genocida, di apartheid e di occupazione. Il rigetto dei reati di opinione come quelli previsti dalla nuova legge che equipara antisionismo ed antisemitismo, votata anche da una parte del Pd. Per una Palestina libera.

Elenco delle piazze in aggiornamento:

PIEMONTE – Torino ore 9 Piazza Arbarello (corteo e presidio USR) | Cuneo ore 9 Piazza Galimberti | Novara ore 10 Piazza Matteotti

LOMBARDIA – Milano ore 9.30 Piazzale Medaglie d’Oro (corteo e presidio USR) e ore 10 Corso Monforte (Prefettura) | Brescia ore 10 Piazza Paolo IV | Bergamo ore 9 Via Tasso

VENETO – 5 maggio Vicenza ore 15 UAT (presidio Aula33) | 7 maggio Mestre ore 10.30 via Forte Marghera 191 (presidio USR Veneto)

LIGURIA – Genova ore 9 Piazza De Ferrari

EMILIA ROMAGNA – Bologna ore 10 Piazza Scavilli corteo verso la Prefettura |
Ravenna ore 14,30 Piazza Dell’Aquila
Corteo da piazza San Francesco ore 9:00 verso via di Roma, ufficio scolastico | Modena ore 15, Piazza Cittadella 36 incontro pubblico

TOSCANA – Firenze ore 10 Piazza Santa Maria Novella e ore 16 Prefettura | Siena ore 10 Piazza del Duomo | Livorno ore 9.30 Piazza Cavour | Lucca ore 9.30 Piazza San Michele | Pisa ore 9 Piazza XX Settembre

MARCHE – Urbino ore 8-12 Piazzale Via Luca Pacioli | Ancona ore 11.30-12.30 USR

UMBRIA – Perugia ore 11 Prefettura

ABRUZZO – Pescara ore 9 USP Chieti-Pescara | L’Aquila ore 10 Corso Federico II n.9 (Prefettura)

LAZIO – Roma 6 maggio ore 9.30 Viale Trastevere (MIUR) | 7 maggio ore 9 MUR, ore 9.30 Ministero Istruzione (corteo), ore 10 Piazza Santi Apostoli (presidio)

CAMPANIA – Napoli 6 maggio ore 10 Piazza del Gesù | 7 maggio ore 11 Piazza dei Martiri (Confindustria) | Benevento ore 9 Piazza Orsini

BASILICATA – Potenza ore 9 Piazza Matteotti

PUGLIA – Bari ore 9 Via Castromediano 123 e ore 9 Piazza Umberto I | Barletta ore 9 Piazza della Prefettura | Brindisi ore 9.30 Piazza Crispi | San Severo (FG) ore 9 Piazza dell’Incoronazione | Lecce ore 9 Porta Napoli

CALABRIA – Catanzaro ore 10 USR Via Lungomare 259

SICILIA – Palermo ore 9 Piazza Castelnuovo | Catania ore 10 Piazza Stesicoro (corteo fino a Prefettura) | Messina ore 9:30 Piazza Unione Europea (fronte Municipio)

SARDEGNA – Cagliari ore 10 Via Roma (Consiglio Regionale)

Approfondimenti

Decreto lavoro o imprese? Dal governo nulla ai lavoratori impoveriti, ma c’è chi ci guadagna sempre
Data articolo:Sun, 03 May 2026 10:50:20 +0000

Articolo di Giuliano Granato per I blog del Fatto Quotidiano

“Forse che quella che chiamiamo rosa cesserebbe d’avere il suo profumo se la chiamassimo con altro nome?â€. Passare da Shakespeare al duo Meloni-Calderone distrugge ogni poesia e farà rivoltare il buon William nella tomba, ma in effetti se chiamiamo con altro nome – “decreto lavoro†– quel provvedimento varato il 1 maggio che prevede soprattutto sussidi alle aziende non lo fa cessare di essere un “decreto impreseâ€.

“Un decreto da quasi un miliardoâ€, afferma Meloni. Quanti di questi finiranno nelle tasche dei lavoratori? Zero. Quanti in quelle delle imprese? Praticamente tutti. Per lo più per rinnovare bonus – giovani, donne, ZES – che già esistono nella sostanza da decenni e che un boom di buona occupazione e salari dignitosi non l’hanno mai prodotto. Sapete però cosa hanno prodotto? Più soldi pubblici per i portafogli privati delle aziende. Strano esito, quando letteralmente regali soldi alle imprese. Eccolo il vero Sussidistan che esiste in Italia.

Mercoledì 28 aprile l’Istat ha certificato un fenomeno che chi vive quaggiù sulla terra e non in qualche ministero conosce benissimo: i lavoratori e le lavoratrici in questa “nazioneâ€, come piace definirla a Giorgia & Co., si sono impoveriti. Addirittura -7,8% tra il 2021 e il 2025, frutto della differenza tra l’aumento nominale nelle buste paga e il boom dei prezzi nello stesso periodo. Ma niente, nemmeno di fronte a questa catastrofe – per i lavoratori e le lavoratrici, perché c’è sempre chi ci guadagna; vi do un indizio: andate a verificare gli utili di banche, imprese belliche, dell’energia, della logistica, delle assicurazioni – l’ultradestra ha cambiato idea sul salario minimo. E infatti nel “decreto imprese†non c’è traccia.

Diversamente dai dubbi amletici di Nanni Moretti sull’essere presenti o meno a una festa, qui la situazione è chiara: conta più ciò che manca – il salario minimo – che ciò che c’è.

E cosa c’è? Il “salario giustoâ€, una formula moralistica che significa tutto e niente. Più “nienteâ€, a dire il vero. Per l’ultradestra di governo il “salario giusto†è quello su cui mettono la firma le parti “comparativamente più rappresentative†di sindacati e parti datoriali. Per capirci, i contratti nazionali siglati da CGIL, CISL e UIL e principali associazioni imprenditoriali. Come si impone questo “salario giustoâ€? Semplicemente impedendo che i bonus giovani, donne e ZES arrivino alle imprese che sono firmatarie di contratti che prevedono un trattamento economico complessivo (TEC nella sua sigla, comprensivo di paga base, tredicesima, welfare aziendale, permessi, ecc.) inferiore a quello dei principali contratti.

La propaganda meloniana sostiene che così si dà una bella botta ai “contratti pirataâ€. A voler essere buoni, è un colpetto. I contratti pirati continueranno a esistere, con qualche difficoltà in più. Nella battaglia interna a un sindacalismo sempre più “giallo†la CISL batte l’UGL e la CISAL, storicamente più vicini alla destra di casa nostra. Ma soprattutto: quanto pesano oggi i contratti pirata? Ce lo dice il CNEL di Brunetta: se è vero che il 65,4% del totale dei contratti collettivi nazionali per il settore privato sono stati sottoscritti da organizzazioni datoriali e sindacali non riconducibili a CGIL, CISL e UIL, è altrettanto vero che gli stessi coprono “solo†267,851mila lavoratori, l’1,8% del totale dei dipendenti privati. Sempre uno di troppo, figuriamoci. Forse, però, il problema dei salari da fame in questo Paese non è solo qui.

Lo si ritrova infatti anche in quei contratti firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative (CGIL, CISL, UIL e principali organizzazioni datoriali) e che in alcuni casi prevedono retribuzioni orarie di 6€-7€ lordi l’ora. Bussare al citofono di guardie giurate, lavoratori e lavoratrici delle pulizie e troppe altre categorie.

Ecco perché il salario minimo è tanto necessario. Perché permetterebbe di alzare subito gli stipendi di tutti quei lavoratori e di quelle lavoratrici che, a prescindere dal CCNL cui sono sottoposti, vivono con salari da fame.

Questo sarebbe dare attuazione vera all’articolo 36 della Costituzione che prevede che il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosaâ€. Altro che il meloniano “salario giustoâ€.

A mancare, però, è anche qualsiasi misura di contrasto a un’altra piaga del presente: gli omicidi sul lavoro. Proprio nel giorno in cui il governo vagliava il “decreto imprese†ad Acerra, provincia di Napoli, Pasquale Perna, operaio in un impianto di trattamento dei rifiuti, veniva ritrovato senza vita sul posto di lavoro. Sarà l’autopsia a spiegare se sia stato schiacciato dal muletto o se sia morto per altre circostanze.

Quel che sappiamo, però, è che nel giorno della Festa dei lavoratori e delle lavoratrici vorremmo poter sorridere per il rafforzamento dei controlli sui posti di lavoro; per l’eliminazione di norme che precarizzano le condizioni di lavoro rendendo i dipendenti più ricattabili e quindi meno “forti†nel rivendicare il rispetto delle misure di sicurezza; per l’introduzione del reato di omicidio sul lavoro che potrebbe fungere da deterrente nei confronti di chi manomette un macchinario perché bisogna produrre di più e più rapidamente.

Niente per i lavoratori, tanto per le imprese e per qualche sindacato fedele: eccolo il decreto imprese del governo Meloni. Anche per questo saremo in piazza il 1 maggio: perché quella data è la festa dei lavoratori (e NON del lavoro, espressione tipica di una cultura corporativista) e non accettiamo di farci fare la festa dal governo dell’ultradestra e dalle sue appendici

News & media

Il governo Meloni vuole decidere cosa devi pensare. non possiamo permetterglielo
Data articolo:Sat, 02 May 2026 20:12:48 +0000

Nel suo romanzo distopico “1984â€, George Orwell immaginava l’esistenza di un tipo particolare di polizia, la “polizia del pensieroâ€. La Thinkpol, nella neolingua orwelliana, era un’organizzazione paramilitare repressiva che aveva il compito di sorvegliare e punire. Non le azioni, ma gli “psicoreatiâ€: i pensieri e le opinioni contrarie all’ideologia del Grande Fratello.

Più andiamo avanti e più gli “psicoreati†non sono solo il parto della mente di Orwell, ma realtà che si materializza nella realtà quotidiana del nostro presente. Non solo in quei Paesi descritti spesso come autocrazie o dittature, ma sempre più anche nel cuore delle cosiddette democrazie liberali.

Il 21 aprile 2026, la magistratura ha condotto un’operazione repressiva tra Napoli e Firenze ai danni di attivisti del partito dei CARC. Perquisizioni, sequestro di dispositivi informatici e un’accusa pesantissima: associazione sovversiva, secondo l’articolo 270 del codice penale.
Di fronte a un’accusa tanto pesante, leggendo la documentazione della magistratura ci si aspetta di trovarsi di fronte a un elenco di fatti a suo sostegno. Invece niente. In cosa si sostanzierebbe questa presunta “associazione sovversiva� Zero fatti. Solo riferimenti a post social, qualche parola, qualche frase.
Sul banco degli imputati non fatti ma pensieri e opinioni. Proprio come in “1984â€!

Facciamo un salto indietro di una settimana. Torniamo al 14 aprile 2026. Cambia la Regione, stavolta siamo in Molise. Il tribunale di Campobasso emette una condanna a 4 anni contro Ahmad Salem, giovane palestinese di 24 anni.
Di cosa è colpevole Ahmad? Di avere sul proprio cellulare video che mostrano combattimenti in corso a Gaza tra miliziani palestinesi e forze armate israeliane. E di un video, pubblicato sul suo profilo Tiktok, in cui condannava l’immobilismo dei Paesi arabi, che secondo la sua opinione nulla stavano facendo contro il genocidio in Palestina, e invitava alla mobilitazione.
Per chi l’ha condannato c’è la fattispecie di reato prevista dall’art. 270-quinquies, quello introdotto da uno dei tanti Decreti Sicurezza di questo governo. Una norma che punisce il mero possesso “consapevole†di video, foto, file inerenti tecniche di combattimento o resistenza.
All’epoca dell’introduzione di questo reato, numerosi giuristi avevano parlato di “terrorismo della parolaâ€, perché si sanzionano condotte che non hanno una reale pericolosità.

Ancora: a marzo 2026 il Parlamento italiano, con tanto di voto positivo di alcuni rappresentanti del PD, ha approvato il cosiddetto ddl antisemitismo. Definisci “genocidio†ciò che Israele sta facendo in Palestina? Rischi di essere punibile. Definisci Israele quale “stato di apartheid� Rischi di essere punibile.
Non siamo ancora al livello raggiunto dalla democratica Germania in cui pronunciare “from the river to the sea, Palestine will be free†è reato, ma poco ci manca.
La classe dominante sta cioè sempre più introducendo reati di opinione, che limitano non solo la libertà di manifestazione, ma la stessa libertà di parola.

Per questo, oggi come mai, la solidarietà diventa uno strumento fondamentale per difendere, insieme alla libertà di chi oggi se la vede conculcata, quella di noi tutte e tutti. Perché la restrizione degli spazi di dissenso e di libertà non sempre avviene da un giorno all’altro. Molto più spesso si tratta di processi più lenti. Fermarli quanto prima è un compito collettivo.

News & media

Giù le mani dalla flotilla! Basta complicità con Israele! Blocchiamo tutto!
Data articolo:Thu, 30 Apr 2026 14:50:58 +0000

Israele ha paura che si riaccendano i riflettori sul genocidio in Palestina.

Per questo ha abbordato e sequestrato le prime navi della Flotilla a poche miglia dalle acque greche, in acque internazionali.

E se per la precedente Flotilla Giorgia Meloni aveva usato parole quali “pericolosa†e “irresponsabileâ€, stavolta la musica cambia e il Governo “condanna il sequestro delle imbarcazioni della Global Sumud Flotillaâ€.

Sintomo che questo Governo è assai più debole che solo pochi mesi fa, che le mobilitazioni autunnali in solidarietà con la Flotilla e con la Palestina hanno segnato un punto importante, che la vittoria del NO al referendum del 22-23 marzo ha messo in crisi Meloni e soci.

Partiamo dalla paura di Israele per parlare di ciò che è accaduto stanotte, perché dobbiamo avere consapevolezza della forza di un movimento che fa paura a chi continua nel genocidio in Palestina.

Israele non vuole i fari puntati addosso. Israele non vuole che si ricrei la situazione di settembre e ottobre, in cui in Italia – e non solo – milioni di persone hanno riempito le piazze e, sull’onda di quel “blocchiamo tuttoâ€, parola d’ordine lanciata dai portuali del CALP di Genova, hanno bloccato stazioni ferroviarie, porti, autostrade e, grazie a due scioperi generali, posti di lavoro.

Partiamo da qui perché la violenza israeliana è sintomo che la mobilitazione popolare internazionale fa paura.

Perché ci indica la strada da seguire: scendere in piazza, protestare, bloccare tutto.

Per chiedere il rilascio immediato degli attivisti e delle attiviste rapite in acque internazionali, in piena violazione del diritto internazionale.

Per rivendicare la cessazione di ogni complicità- militare, economica e diplomatica – del nostro Governo con lo Stato terrorista di Israele.

Perché se Israele può sequestrare cittadini di decine di Paesi di tutto il mondo in acque internazionali, allargando l’occupazione dalla Palestina al Mar Mediterraneo, è solo perché i nostri Governi e le nostre istituzioni glielo consentono con la loro colpevole complicità.

Tutti gli occhi su Gaza, tutti gli occhi sulla Palestina e sul Libano!
Giù le mani dalla Flotilla!
Stop a ogni complicità del Governo Meloni con Israele!

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Il 25 aprile è divisivo (solo se sei un fascista).
Data articolo:Tue, 28 Apr 2026 06:48:00 +0000

Ricapitolando.

Diverse centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza per celebrare il 25 aprile, a 81 anni dalla Liberazione dal fascismo.

Oggi come allora non si é trattato solo di una questione “ideologica”: le persone che hanno occupato le piazze lo hanno fatto in nome della pace, del rifiuto del genocidio, della fame, della miseria, della precarietà in cui quotidianamente milioni di persone sono sprofondate. In tal senso, la giornata di ieri è stara una vera e propria manifestazione di protesta contro il governo italiano, alleato fedele della coppia criminale Israele – USA, protagonisti assoluti della più pericolosa escalation bellica dal 1945.

Il 25 aprile continua a essere una giornata viva, conflittuale e profondamente politica; in quanto tale, é allergica alla retorica e sanamente intollerante alle provocazioni. Per questa ragione, a Milano, la cacciata della Brigata ebraica insieme alle bandiere di Israele, degli Stati Uniti e dello scià di Persia dal corteo antifascista rappresenta un segnale chiaro: non c’è spazio, nelle piazze della Liberazione, per chi oggi sta compiendo un genocidio.

Ancor più significativo è il fatto che non sia stata considerata un corpo estraneo solo da una sparuta minoranza di manifestanti, ma dalla quasi totalità dei presenti. Per questo i guerrafondai di ogni schieramento, da Calenda a Tajani, si sono innervositi.

Sempre per questo l’estrema destra è agitata, tanto da arrivare ad episodi gravissimi come quello accaduto a Roma, dove il corteo è stato oggetto di un’aggressione fascista e due compagni dell’ANPI sono rimasti feriti da una pistola ad aria compressa.

Per questo Giorgia Meloni ha “ricapitolato”: perché il terreno sta franando sotto i loro piedi. Il governo è ormai un morto che cammina, ma il destino di questa maggioranza non é segnato. La cosiddetta opposizione non esprime, nella sostanza, nessuna discontinuità con le politiche razziste, guerrafondaie e neoliberali seguite da questo governo.

Anche sul piano ideologico le differenze sono a dir poco tiepide, basti pensare alla solidarietà espressa ai provocatori della brigata ebraica da AVS, M5S e PD: siamo di fronte alla conferma di una distanza sempre più netta tra chi riduce l’antifascismo a retorica istituzionale e chi invece lo pratica quotidianamente nelle lotte.

Per questo rivendichiamo con forza che il 25 aprile debba continuare a essere una giornata divisiva. Divisiva tra chi sta dalla parte della Resistenza, della libertà e della giustizia sociale, oggi come 81 anni fa, e chi invece difende privilegi, guerre e oppressioni.

Non esiste un antifascismo neutro o di facciata.

Essere antifascisti oggi significa opporsi senza ambiguità alla guerra e al riarmo, all’aumento delle spese militari, alla NATO, al sionismo e a ogni forma di imperialismo.

Significa stare al fianco della resistenza palestinese e di Cuba socialista, significa difendere i diritti sociali e costruire un’alternativa radicale a un sistema che produce disuguaglianze, sfruttamento e violenza.

Contro il tentativo di pacificazione, per noi il 25 aprile è e deve restare una giornata di mobilitazione, conflitto e costruzione di un futuro diverso.

La Resistenza non è finita: continua oggi, nelle piazze, nei luoghi di lavoro, nelle scuole e nei quartieri, per cambiare tutto!


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