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GIÙ LE MANI DAL VENEZUELA. OGGI IN PIAZZA IN TUTTA ITALIA CONTRO L’AGGRESSIONE STATUNITENSE
Data articolo:Sat, 03 Jan 2026 11:56:09 +0000

“Ma adesso i governi occidentali e le ‘forze democratiche’ condanneranno l’aggressore (Usa) e si metteranno dalla parte del Paese aggredito (Venezuela)?”

“Sono iniziati i bombardamenti statunitensi sul Venezuela che hanno colpito diverse zone di Caracas. Gli USA ancora una volta attaccano un Paese sovrano e sconvolgono la pace di un’intera regione! Poche ore dopo è lo stesso presidente Trump che annuncia di aver catturato e deportato Maduro, un presidente legittimo di uno stato sovrano.

Dopo mesi di minacce e operazioni “di logoramento” al largo delle coste Venezuelane, ora portano la guerra direttamente nella capitale, bombardando punti strategici e quartieri popolari, facendo carta straccia di ogni basilare norma del diritto internazionale.

E gli altri paesi occidentali che hanno fatto in questi mesi? Hanno provato a opporsi all’ennesima operazione di guerra? Hanno detto qualcosa contro l’ennesima aggressione? No niente.
Silenzio e assenso complice, a partire dal nostro governo.

Questo è stato chiaro già a partire dal conferimento del Premio Nobel per la Pace alla Machado, che ha invocato più volte il golpe e l’aggressione militare al proprio Paese. Anche in quel caso il nostro governo è stato uno dei maggiori responsabili e supporter dell’estrema destra latino-americana.

Chiediamo che il nostro governo e tutte le forze politiche parlamentari, condannino un atto di guerra palese, in evidente violazione del diritto internazionale. Riusciranno in questo caso a mettersi da parte dell’aggredito (il popolo Venezuelano) contro l’aggressore (gli Usa e Donald Trump)?

Come si legge dal Comunicato Ufficiale della Repubblica Bolivariana, l’intento di Trump è chiaro: “impadronirsi delle risorse strategiche del Venezuela, in particolare del suo petrolio e dei suoi minerali, tentando di spezzare con la forza l’indipendenza politica della Nazione” e con essa il protagonismo e i progetti del popolo venezuelano.

Chiediamo a tutte le forze democratiche e progressiste di fare sentire da subito la propria contrarietà a questa nuova escalation bellica, e la propria vicinanza ai popoli del Venezuela. Come Potere al Popolo già da oggi stiamo organizzando azioni e mobilitazioni in tutta Italia.

CONTRO L’AGGRESSIONE STATUNITENSE, CON I POPOLI DELLA REPUBBLICA BOLIVARIANA DI VENEZUELA!”

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Estero

IL DIRITTO ALLO SVILUPPO È UN DIRITTO UMANO INALIENABILE
Data articolo:Sat, 27 Dec 2025 22:05:31 +0000

In memoria di Mehdi Ben Barka (1920-1965), sulle cui orme camminiamo.

Quasi sessant’anni fa, nel gennaio 1966, centinaia di rivoluzionari provenienti da tutto il Terzo Mondo si riunirono all’Avana, Cuba, per la Prima Conferenza di Solidarietà dei Popoli dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina – la Conferenza Tricontinentale. Lì discussero dell’inevitabilità della decolonizzazione e delle loro idee per un mondo oltre l’imperialismo. Fidel Castro e gli altri organizzatori convocarono la conferenza per riunire le due correnti della rivoluzione mondiale: quella della rivoluzione socialista e quella della liberazione nazionale. I delegati videro la necessità di radicalizzare gli ideali di sovranità che erano stati espressi dieci anni prima alla Conferenza di Bandung. Erano frustrati dal fatto che l’ordine mondiale rimanesse intrappolato nelle strutture del neocolonialismo che mantenevano anche i paesi che avevano raggiunto l’indipendenza poco prima in cicli di sottosviluppo, con i partiti di liberazione nazionale, un tempo rivoluzionari, che si smobilitavano non appena venivano issate nuove bandiere e iniziavano a suonare nuovi inni.

Per commemorare l’eredità della Conferenza Tricontinentale, che dà il nome al nostro istituto, questo mese abbiamo pubblicato il dossier n. 95 Imperialism Will Inevitably Be Defeated: The Re-Emergence of the Tricontinental Spirit (dicembre 2025). Nel corso del 2026 organizzeremo anche diverse discussioni e seminari online e in presenza (il primo dei quali, co-ospitato dal CLACSO, il Consiglio Latinoamericano delle Scienze Sociali, può essere visto qui). Nel dossier difendiamo la tesi seguente: mentre lo Spirito di Bandung insisteva sulla sovranità e sul multilateralismo, lo Spirito della Tricontinentale va oltre e fonde la vera emancipazione sulla dignità e sulla lotta di classe.

Una delle idee chiave dell’era di Bandung e di quella Tricontinentale era che la dignità non può essere raggiunta senza lo sviluppo e che il diritto allo sviluppo appartiene a tutti i popoli del mondo. Nel novembre 1957, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (UNGA) adottò la Risoluzione 11612 (XII) sullo sviluppo economico e sociale equilibrato e integrato. Quattro anni dopo, nel 1961, l’UNGA dichiarò che gli anni ’60 sarebbero stati il “decennio dello sviluppo delle Nazioni Uniteâ€. Nel maggio 1968, verso la fine di quel decennio, i delegati alla Conferenza internazionale delle Nazioni Unite sui diritti umani a Teheran, in Iran, adottarono la Dichiarazione di Teheran, che avvertiva:

Il crescente divario tra i paesi economicamente sviluppati e quelli in via di sviluppo ostacola la realizzazione dei diritti umani nella comunità internazionale. Il fallimento del Decennio dello Sviluppo nel raggiungere i suoi modesti obiettivi rende ancora più imperativo per ogni nazione, in base alle proprie capacità, compiere il massimo sforzo possibile per colmare questo divario.

La Conferenza Tricontinentale si svolse a metà di questo cosiddetto decennio dello sviluppo. All’epoca, tra i paesi leader del Terzo Mondo era già chiaro che il quadro di sviluppo delle Nazioni Unite non avrebbe potuto colmare il divario fintanto che l’economia globale fosse rimasta organizzata secondo strutture di dipendenza. Ci sarebbero voluti quasi due decenni dopo Teheran perché le Nazioni Unite adottassero una dichiarazione sul diritto allo sviluppo. Il 4 dicembre 1986, mentre molti paesi del Terzo Mondo stavano già crollando sotto il peso della crisi del debito che si sarebbe protratta fino agli anni ’90, l’UNGA ha finalmente adottato la Dichiarazione sul diritto allo sviluppo. Nel documento si trovavano sollo le migliori intenzioni:

Il diritto allo sviluppo è un diritto umano inalienabile in virtù del quale ogni persona umana e tutti i popoli hanno il diritto di partecipare, contribuire e godere dello sviluppo economico, sociale, culturale e politico, in cui tutti i diritti umani e le libertà fondamentali possono essere pienamente realizzati (articolo 1.1).

Gli Stati dovrebbero adottare, a livello nazionale, tutte le misure necessarie per la realizzazione del diritto allo sviluppo e garantire, tra l’altro, pari opportunità per tutti nell’accesso alle risorse di base, all’istruzione, ai servizi sanitari, al cibo, all’alloggio, all’occupazione e all’equa distribuzione del reddito. Dovrebbero essere adottate misure efficaci per garantire che le donne abbiano un ruolo attivo nel processo di sviluppo. Dovrebbero essere attuate adeguate riforme economiche e sociali al fine di eliminare tutte le ingiustizie sociali (articolo 8.1).

Gli Stati dovrebbero incoraggiare la partecipazione popolare in tutti i settori come fattore importante per lo sviluppo e la piena realizzazione di tutti i diritti umani (articolo 8.2).

Questi ideali sono sanciti nelle risoluzioni e nelle dichiarazioni delle Nazioni Unite non per altruismo del Nord globale, ma perché centinaia di milioni di persone nei movimenti anticoloniali e socialisti hanno lottato per essi.

Due anni dopo l’adozione della dichiarazione, la Banca mondiale ha pubblicato il World Development Report (1988), in cui si rilevava che il debito estero totale del Terzo Mondo aveva raggiunto oltre 1.035 miliardi di dollari nel 1986, un aumento vertiginoso rispetto ai 560 miliardi di dollari del 1982 e ai 130 miliardi di dollari del 1974. Il rapporto osservava: “I debiti [dei paesi del Terzo Mondo] stanno crescendo, ma essi continuano a subire trasferimenti netti di risorse negativi perché gli obblighi di servizio del debito superano gli importi limitati dei nuovi finanziamenti. In alcuni paesi in via di sviluppo la gravità di questa prolungata recessione economica supera già quella della Grande Depressione nei paesi industrializzati e in molti paesi la povertà è in aumentoâ€. Il Fondo Monetario Internazionale è giunto a una conclusione simile nella sua valutazione, che ha stimato il debito totale del Terzo Mondo a 916 miliardi di dollari, una cifra leggermente inferiore ma che indicava comunque la stessa tendenza.

Il prossimo anno ricorrerà il quarantesimo anniversario della Dichiarazione delle Nazioni Unite sul diritto allo sviluppo, ma pochi lo celebreranno. Dal 1986, all’interno del sistema dei diritti umani delle Nazioni Unite sono stati compiuti sforzi per passare da una dichiarazione non vincolante e in gran parte simbolica a uno strumento giuridicamente vincolante. Tuttavia, tali sforzi hanno incontrato una resistenza continua da parte dei paesi più ricchi, che considerano tale strumento dannoso per il loro monopolio sulla ricchezza e sulle risorse.

Nell’ottobre del 2021, ad esempio, il Consiglio dei diritti umani ha adottato la sua risoluzione annuale sul diritto allo sviluppo con 29 voti a favore, 13 contrari e 5 astensioni. I 13 voti contrari provenivano tutti dai paesi del Nord globale. Due anni dopo, nell’ottobre del 2023, quando il Consiglio ha votato per sottoporre all’UNGA un progetto di convenzione sul diritto allo sviluppo, la risoluzione è stata nuovamente approvata con 29 voti a favore, 13 contrari e 5 astensioni. Tutti i voti contrari provenivano ancora una volta dai paesi del Nord globale. È evidente che, nonostante il sostegno retorico del Nord allo sviluppo, esso ha speso molte energie per ridimensionare le risoluzioni delle Nazioni Unite sullo sviluppo e persino per impedire qualsiasi discussione su un importante alleggerimento del debito, un passo cruciale per lo sviluppo del Sud globale.

Questa è la contraddizione al centro del diritto allo sviluppo: proclamato come inalienabile, ma negato nella pratica. Il dossier n. 95 riprende l’insistenza dello Spirito Tricontinentale sul fatto che l’emancipazione non può essere misurata da bandiere e discorsi, ma dal miglioramento materiale della vita delle persone. Lo sviluppo non è uno slogan, né una serie di obiettivi da gestire dall’alto. È il diritto di ampliare la capacità delle persone di vivere con dignità. Ma tale diritto rimarrà irraggiungibile per la maggior parte dell’umanità fintanto che il servizio del debito, le misure economiche coercitive e le guerre continueranno a prosciugare la ricchezza sociale delle nazioni più povere. Le aspirazioni di sviluppo del Sud globale non saranno realizzate nelle sale dell’ONU, ma solo attraverso una lotta organizzata che costringa le istituzioni e gli Stati ad agire.

Con la fine dell’anno si conclude anche il primo decennio della nostra esistenza come istituto di ricerca. Abbiamo iniziato con l’ambizione di essere il think tank dei diversi movimenti sociali del Sud globale, con i piedi ben radicati nelle oltre duecento organizzazioni di lavoratori e contadini e nei movimenti politici che compongono la rete dell’Assemblea Internazionale dei Popoli. Nel corso dell’ultimo decennio, ci siamo resi conto di avere due compiti fondamentali: in primo luogo, amplificare i punti di vista dei movimenti e stimolare il dibattito tra loro e all’interno della società; in secondo luogo, costruire una Nuova Teoria dello Sviluppo per quando i nostri movimenti arriveranno al potere e avranno l’obbligo di rimodellare la società e condurci verso un futuro migliore, al di là delle catene del capitalismo. Con l’ampliarsi del nostro mandato, si è ampliato anche il raggio d’azione del nostro lavoro.

Per questo motivo, e perché credete nella nostra missione, speriamo che decidiate di sostenere il nostro lavoro per un altro anno. Dipendiamo dalla vostra solidarietà per sostenerlo. Ci sono molti modi per contribuire:

1. Se desiderate unirvi alla nostra Brigata Internazionale di Tricontinental, scrivete a intern@thetricontinental.org.

2. Se desiderate aiutarci con il lavoro di editing e traduzione, scrivete a volunteers@thetricontinental.org.

3. Se desiderate dare un contributo finanziario, scrivete a donations@thetricontinental.org. Abbiamo davvero bisogno del vostro sostegno per continuare questo lavoro.

Speriamo che vi uniate alla nostra comunità di Tricontinental.

Con affetto,
Vijay

*Traduzione della cinquantaduesima newsletter (2025) di Tricontinental: Institute for Social Research.

Come Potere al Popolo traduciamo la newsletter prodotta da Tricontinental: Institute for Social Research perché pensiamo affronti temi spesso dimenticati da media e organizzazioni nostrane e perché offre sempre un punto di vista interessante e inusuale per ciò che si legge solitamente in Italia. Questo non significa che le opinioni espresse rispecchino necessariamente le posizioni di Potere al Popolo. A volte accade, altre volte no. Ma crediamo sia comunque importante offrire un punto di vista che spesso manca nel panorama italiano.

Chi è Vijay Prashad?

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In evidenza

Legge di Bilancio 2026: chi vince e chi perde?
Data articolo:Sat, 27 Dec 2025 14:23:01 +0000

Sono finite le manovre e gli screzi interni alla maggioranza sugli ultimi ritocchi alla legge di bilancio di 22 miliardi. Una manovra stitica, senza misure particolarmente significative, ma che proprio nel suo essere specchio di “vacche magre†illustra chiaramente chi perde e chi vince in termini di classe, o meglio: chi beneficierà degli ultimi spiccioli elargiti dal governo Meloni in vista delle elezioni del 2027 (ma che possono anche essere anticipate).

Chi paga?

12 miliardi, dei 22, vengono formalmente da banche e assicurazioni, attraverso aumenti di imposte (IRAP) e aliquote sulle polizze assicurative: non è difficile immaginare che questi costi, senza che sia previsto un meccanismo di controllo delle spese imposte agli utenti finali, verranno scaricati su questi ultimi, correntisti, sottoscrittori di mutui e prestiti, assicurati. L’aumento di cinque volte dell’aliquota sulle polizze, dal 2,5 al 12,5 %, sarà in particolare scaricato direttamente sulle sottoscrizioni e i rinnovi a partire dal 1 Gennaio, e ricadrà principalmente, per numeri, sulle polizze RCA Auto: una misura regressiva, come tutte quelle slegate dal reddito.

Un altro mezzo miliardo arriva dall’aumento delle accise sul diesel, mentre oltre mezzo miliardo è previsto dalla cosiddetta tassa Temu, i 2 euro su ogni pacco del valore di meno di 150 euro provenienti da paesi extra UE. Non è difficile capire su quali settori della società impatteranno, specie la misura sui pacchi, che colpirà proprio chi compra su determinati store per risparmiare.

Si gratta il fondo tagliando addirittura del 50% la prima mensilità successiva alle 18 standard previste dall’assegno di inclusione: si vanno a colpire, nelle spese essenziali, i nuclei più svantaggiati tra gli svantaggiati, con un carico di odio di classe raramente così esplicito.

Infine, sul fronte delle mancate spese, si ritarda ulteriormente l’accesso alla pensione e si cancellano tutte le possibilità di anticipo come opzione donna e quota 103; si provano a spostare, ancora una volta, ingenti somme sui fondi privati imponendo il meccanismo del silenzio assenso a tutti i nuovi assunti, che dovranno esplicitare la richiesta di lasciare il TFR nelle casse dell’INPS entro 60 giorni dall’assunzione.

In buona sostanza sul piano delle entrate a pagare sono solo le lavoratrici e i lavoratori, anche più degli altri anni, quando l’inflazione consentiva qualche operazione di maquillage apparentemente redistributiva.

Chi ci guadagna?

Sul fronte spese, la principale voce è il taglio dell’aliquota IRPEF dal 35 al 33% per i redditi da 28000 a 50000 euro. É una misura fortemente regressiva, perché all’interno di questa fascia saranno i redditi più alti, a beneficiare di quasi 440 euro in più all’anno, mentre gli operai che rientrano nella fascia di reddito godranno di un bonus “pizza economica a domicilio per due†di ben 23 euro.

Altro grande regalo arriva ai proprietari di case: non a coloro che a fatica lo sono diventati, appartenendo ai ceti medio bassi, ma a quelli proprietari di case di alto o altissimo valore catastale: sale infatti la soglia di esenzione ISEE della prima casa, arrivando a ben 91.500 euro e 200.000 nelle metropoli, in modo tale che l’asilo nido pubblico, o la mensa, costeranno ugualmente tanto a una famiglia in affitto (a forte rischio povertà) quanto ad una proprietaria di un lussuoso appartamento in centro città. Idem tutte le prestazioni legate all’ISEE.

Alle imprese arrivano altri due miliardi circa tra iperammortamento e rinnovo ZES, e non si può dire che non siano riconoscenti, dato che il presidente di Confindustria ringrazia Giorgia Meloni per i 15 miliardi ricevuti in 3 anni; alle scuole paritare, altro grande pilastro a sostegno del Governo, 1500 euro ad alunno e l’esenzione dall’IMU.

Beate tra le imprese sono quelle produttrici di armi, che godranno di un aumento delle spese militari, secondo l’analisi operata dall’Osservatorio Mil€x sul Def, di 1,1 miliardi di euro, pari a a 33.948 milioni di euro, ulteriore record storico con avvicinamento alla soglia dei 34 miliardi e un aumento del 2,8% rispetto al 2025 e di oltre il 45% sul decennio.

Di questi, ben 13,1 miliardi di euro sono destinati alla spesa per armamenti, anche qui un record storico di stanziamenti che finiranno dritti dritti nelle tasche dell’industria bellica.

Festeggiano anche gli evasori fiscali, che godono della quinta rottamazione delle cartelle al modico prezzo di capitale e spese, senza interessi.

Muore invece la sanità pubblica, costretta ad affrontare spese in rialzo con fondi invariati.

Le mancette degli scorsi anni, che erano riuscite ad accontentare, seppur con poco, un bacino più ampio della base elettorale della destra, sono finite; Giorgetti riceve riconoscimenti internazionali per aver riportato il rapporto deficit/PIL al 3%, dall’8% e passa di inizio mandato; l’Italia però langue in un contesto in cui risulta, con una crescita prossima allo zero, il tasso più basso dell’Eurozona. Una stagnazione figlia di quasi tre anni consecutivi di calo della produzione industriale, segno di un mutamento strutturale del nostro sistema economico, sempre più basato su settori a bassa innovazione, basso valore aggiunto, alto tasso di sfruttamento.

Quale alternativa?

In un contesto come questo, di rispetto delle regole di bilancio europee, mortificazione della domanda interna, disprezzo per i ceti medio bassi e per i poveri, non c’è misura di crescita che tenga. Servirebbe un cambio di segno, sui salari, sulle pensioni, sui consumi interni, sulle spese dirette dello Stato in sanità, istruzione, trasporti, welfare, tutte cose in controtendenza sia col disegno economico della destra che con i pannicelli caldi del campo largo, che non osa mettere in discussione il quadro di compatibilità generale. Non c’è alternativa da chi oggi siede in Parlamento: l’alternativa, anche economica, va costruita nelle strade, negli scioperi, nelle lotte contro la guerra, nell’organizzazione di un orizzonte politico radicalmente diverso.

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Estero

PRIMA PONIAMO FINE ALLA GUERRA, POI RIAVVIAMO LE FABBRICHE
Data articolo:Fri, 19 Dec 2025 17:25:09 +0000

A metà novembre 2025, in occasione di una conferenza dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale (UNIDO) in Arabia Saudita, Basher Abdullah, consigliere del Ministero dell’Industria e del Commercio del Sudan, ha dichiarato: “Per prima cosa, dobbiamo porre fine alla guerra. Poi, dobbiamo riavviare le fabbricheâ€. Il suo commento riguardava la terribile guerra civile in corso in Sudan, ma avrebbe potuto riferirsi a molti paesi del Sud globale che si trovano nel mezzo di una guerra armata o commerciale. Per questi paesi più poveri, lo sviluppo è stato messo da parte a favore di minacce più immediate. Eppure, malgrado le armi e le estorsioni, c’è la necessità di immaginare futuri possibili.

La conferenza dell’UNIDO ha riconosciuto che l’industrializzazione è “essenziale per il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile [dell’ONU]†e che per farlo è necessario un “nuovo accordo industrialeâ€. Un documento programmatico dell’UNIDO dell’aprile 2025 identifica molti ostacoli all’industrializzazione nel Sud globale, tra cui deficit infrastrutturali, capacità tecnologiche e scientifiche limitate, mancanza di lavoratori altamente qualificati e reti logistiche deboli, comprese le infrastrutture digitali. Il documento rileva anche le “grandi tendenze di lungo termine†che il Sud globale deve seguire e alle quali deve adattarsi, come la digitalizzazione e l’ascesa dell’intelligenza artificiale, la riconfigurazione delle catene del valore globali, la transizione energetica e i cambiamenti demografici. Queste tendenze, sostiene il documento, rappresentano sia dei rischi che delle opportunità. Ma dove troveranno i paesi più poveri gli investimenti per sviluppare infrastrutture, nuove competenze e industrie più pulite? Come potranno superare i modelli industriali più vecchi e inquinanti e integrarsi nelle moderne catene di produzione?

Raramente le conferenze come quella tenutasi in Arabia Saudita riflettono sui vincoli che devono affrontare i paesi più poveri e sulla deindustrializzazione strutturale che hanno subito. La deindustrializzazione nel Sud globale non è né accidentale né il prodotto di “inefficienze interneâ€, come sostengono gli economisti del Fondo Monetario Internazionale (FMI). È il risultato diretto della crisi del debito del Terzo Mondo scoppiata all’inizio degli anni ’80 e dei programmi di adeguamento strutturale (structural adjustment programmes, SAPs) imposti dall’FMI e dalla Banca Mondiale negli anni ’80 e ’90. Negli anni ’80, ad esempio, le politiche dell’FMI hanno imposto riduzioni tariffarie che hanno esposto le fabbriche tessili e di abbigliamento del Ghana alle importazioni a basso costo, causando il collasso della cintura industriale di Accra, un tempo fiorente. In Zambia, negli anni ’90, i SAPs hanno portato alla privatizzazione delle industrie che rifornivano le miniere di rame e, di conseguenza, allo smantellamento delle fonderie locali, delle officine meccaniche e degli impianti chimici che costituivano la base industriale della Provincia di Copperbelt. Nella cintura industriale ABC del Brasile a sud di San Paolo e nei corridoi manifatturieri della Grande Buenos Aires, l’austerità dell’era del debito, le svalutazioni monetarie e la rapida liberalizzazione del commercio negli anni ’80 e ’90 hanno spinto le fabbriche automobilistiche, metallurgiche e tessili a tagliare posti di lavoro, delocalizzare o chiudere, perché i mercati sono stati aperti alle importazioni di prodotti a basso costo. In tutto il Sud globale, le economie periferiche che avevano iniziato a industrializzarsi sono state ricacciate nel familiare schema di esportazione di materie prime e importazione di beni manufatti, ovvero la struttura stessa dell’economia neocoloniale.

Inoltre, poca attenzione viene prestata alla violenza – delle guerre e delle sanzioni – che destabilizza gli Stati sovrani e che fa deragliare le aspirazioni industriali dei paesi più poveri. I conflitti distruggono le infrastrutture industriali e frammentano e demoralizzano la classe operaia, entrambe essenziali per lo sviluppo. Solo pochi paesi del Sud globale sono stati in grado di difendersi da questi attacchi alla loro sovranità e di portare avanti la loro capacità industriale. L’esempio più notevole è quello di Cuba, che è riuscita a sviluppare la propria capacità industriale nel campo delle biotecnologie, delle apparecchiature mediche e dei prodotti farmaceutici nonostante un brutale blocco durato sei decenni: un caso di industrializzazione socialista sotto assedio. Il Vietnam è un altro esempio: nonostante sia stato devastato dalle guerre imperialiste, è riuscito comunque a riprendersi grazie a una politica industriale diretta dallo Stato che ha costruito capacità produttive nei settori tessile, elettronico e navale. L’esempio di maggior successo, ovviamente, è la Cina, che ha utilizzato la pianificazione statale, la governance decentralizzata e la proprietà pubblica dei settori chiave dell’economia, compresi la finanza e la tecnologia, per costruire una potenza industriale e far uscire 800 milioni di persone dalla povertà estrema negli ultimi quattro decenni. Nel loro insieme, queste esperienze contraddicono ogni “ricetta†neoliberista data ai paesi più poveri del Sud globale.

La politica industriale non è solo un esercizio tecnico, bensì anche politico. Si tratta di creare le condizioni per lo sviluppo industriale affermando la sovranità e il diritto allo sviluppo e costruendo il potere della classe operaia attraverso la lotta di classe.

Un “nuovo patto industriale†non può essere attuato se un paese è sistematicamente ostacolato dall’austerità imposta dall’FMI, dalle multinazionali che dominano l’estrazione e l’esportazione delle materie prime e dalla violenza delle guerre e delle sanzioni. Queste forze distruggono le infrastrutture produttive, riducono la capacità dello Stato e producono una classe contadina e operaia precaria e politicamente indebolita, minando i processi democratici e rendendo impossibile la pianificazione. Senza sovranità non può esserci un nuovo accordo industriale.

Negli ultimi anni, Tricontinental: Institute for Social Research ha elaborato una Nuova Teoria dello Sviluppo per il Sud globale. In questo quadro, abbiamo identificato le seguenti condizioni preliminari per l’industrializzazione:

1. I lavoratori come pianificatori centrali. La pianificazione deve essere democratizzata, come nello stato indiano del Kerala, che nel 1996 ha lanciato la Campagna del Piano Popolare per la Pianificazione Decentralizzata. L’industrializzazione non può essere realizzata democraticamente senza includere le organizzazioni dei lavoratori e dei contadini e di altri organismi popolari radicati nelle comunità locali.

2. Ripristino della sovranità. Le guerre devono finire, le sanzioni devono essere revocate e ai governi deve essere concesso lo spazio necessario per costruire la capacità dello Stato di pianificare a lungo termine, cosa che include gli investimenti in infrastrutture, trasporti e logistica che possano collegare produttori e consumatori tra le regioni e ridurre i costi dello sviluppo.

3. Superare la dipendenza. Per far ciò, la politica statale deve essere in grado di proteggere le industrie nazionali utilizzando dazi e sussidi, regolamentare la finanza attraverso controlli sui capitali e garantire il trasferimento di tecnologia e conoscenze. Ciò consentirà ai paesi del Sud globale di passare da economie basate sull’esportazione di materie prime a economie fondate su una produzione nazionale diversificata.

4. Espandere la proprietà pubblica. I settori strategici dell’economia – come la terra, la finanza, l’energia, i minerali, i trasporti e i beni strumentali – devono essere controllati pubblicamente per garantire che operino per lo sviluppo nazionale piuttosto che per il profitto privato. Le imprese e le istituzioni del settore pubblico, come hanno Meng Jie e Zhang Zibin dimostrato per il settore dell’alta tecnologia cinese, possono competere e creare un mercato pubblico che aumenta l’efficienza.

5. Costruire la cooperazione Sud-Sud. I paesi dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina devono aumentare la cooperazione – facendo rivivere lo spirito di Bandung – al fine di rompere il ruolo delle imprese e delle strutture monopolistiche occidentali nei settori della finanza e della tecnologia.

Dieci anni fa, al Forum sulla cooperazione Cina-Africa (FOCAC) del 2015 a Johannesburg, in Sudafrica, il governo cinese e cinquanta governi africani hanno discusso il problema dello sviluppo economico e dell’industrializzazione. Dal 1945, la questione dell’industrializzazione africana è stata sul tavolo, ma non ha registrato progressi a causa della struttura neocoloniale che ha impedito qualsiasi trasformazione strutturale significativa. I paesi più industrializzati del continente africano sono il Sudafrica, il Marocco e l’Egitto, ma l’intero continente rappresenta meno del 2% del valore aggiunto manifatturiero mondiale e solo l’1% del commercio globale di manufatti. Ecco perché è stato così significativo per il FOCAC mettere la politica industriale al centro della sua agenda; la sua Dichiarazione di Johannesburg del 2015 ha affermato che “l’industrializzazione è un imperativo per garantire lo sviluppo indipendente e sostenibile dell’Africaâ€. La capacità industriale della Cina sarebbe stata messa al servizio delle esigenze di industrializzazione dell’Africa attraverso la creazione di joint venture, parchi industriali, un fondo di cooperazione e meccanismi per il trasferimento di tecnologia e scienza. Il commercio tra Africa e Cina è aumentato da 10 miliardi di dollari nel 2000 a 282 miliardi di dollari nel 2023. Nel 2024, il governo cinese ha potenziato le sue relazioni con i paesi africani trasformandole in “partenariati strategiciâ€, consentendo una maggiore cooperazione. Ora abbiamo un banco di prova per verificare se la cooperazione Sud-Sud possa generare un’industrializzazione sovrana che rompa con i vecchi modelli di saccheggio e dipendenza. In definitiva, i governi, i lavoratori e i movimenti africani dovranno utilizzare questi legami come strumenti di sviluppo, piuttosto che permettere che diventino l’ennesimo regime di scambio ineguale.

La posta in gioco in tutti questi dibattiti sull’industrializzazione è una semplice domanda: le risorse del Sud globale saranno utilizzate per arricchire pochi o per sostenere la vita di molti? Leggere del FOCAC mi ha ricordato il poeta nigeriano Niyi Osundare (nato nel 1947), il cui libro The Eye of the Earth (1986) raccoglie potenti poesie sul rapporto dell’umanità con la natura. Una poesia di quella raccolta, Ours to Plough Not to Plunder (Nostra da arare, non da saccheggiare), è diventata così iconica da essere insegnata a generazioni di scolari nigeriani, nonostante la repressione del governo militare che ha preso il potere nel 1983. Ecco le ultime due strofe:

La nostra terra è un granaio chiuso,
un fienile brulicante di vita in una giungla lontana e inesplorata
una gemma distante in una polvere ruvida e infelice.

Questa terra è
nostra per lavorarla, non per sprecarla
nostra per coltivarla, non per deturparla.
Questa terra è nostra per ararla, non per saccheggiarla.

Con affetto,
Vijay

*Traduzione della cinquantunesima newsletter (2025) di Tricontinental: Institute for Social Research.

Come Potere al Popolo traduciamo la newsletter prodotta da Tricontinental: Institute for Social Research perché pensiamo affronti temi spesso dimenticati da media e organizzazioni nostrane e perché offre sempre un punto di vista interessante e inusuale per ciò che si legge solitamente in Italia. Questo non significa che le opinioni espresse rispecchino necessariamente le posizioni di Potere al Popolo. A volte accade, altre volte no. Ma crediamo sia comunque importante offrire un punto di vista che spesso manca nel panorama italiano.

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[TORINO] CHIUDE ANCHE IL CONSULTORIO DI VIA BELLONO: BASTA CON LO SMANTELLAMENTO DELLA SANITÀ PUBBLICA!
Data articolo:Wed, 17 Dec 2025 07:51:36 +0000

Denunciamo con forza l’ennesimo atto di smantellamento della sanità territoriale: sta per chiudere il consultorio familiare e pediatrico di via Bellono, un presidio fondamentale per la salute e i diritti delle donne, delle famiglie, delle persone giovani e di tutte le fasce popolari del quartiere.

Si tratta dell’ennesimo colpo inferto a una rete consultoriale già ridotta all’osso, che negli ultimi anni ha visto la chiusura o il depotenziamento di numerose sedi. Ancora una volta si dimostra che, mentre per finanziare guerre, armamenti e spese militari i soldi si trovano sempre, quando si tratta di investire nei servizi pubblici essenziali le risorse “non ci sono maiâ€.

Un quartiere intero lasciato senza servizi

La chiusura di via Bellono significa che migliaia di residenti saranno costretti a rivolgersi al consultorio di via Monginevro — già sovraccarico e con servizi ridotti — oppure addirittura a quello di via Farinelli, a quasi 10 km di distanza. Un’assurdità che rende di fatto impossibile l’accesso rapido a visite ginecologiche, consulenze contraccettive, percorsi di gravidanza sicura, sostegno psicologico, servizi sociali e assistenza pediatrica, che proprio la sede di via Bellono garantiva da anni come punto di riferimento del territorio.

Trasparenza zero: la cittadinanza lasciata all’oscuro

A rendere tutto ancora più grave è l’assoluta mancanza di informazioni alla cittadinanza. Mentre all’interno della struttura si preparano già gli scatoloni e il personale viene spostato altrove, le persone che ogni giorno si rivolgono al consultorio non sanno nulla dell’ennesima chiusura.

Nessun avviso pubblico, nessuna comunicazione trasparente, nessun coinvolgimento del quartiere: un modo inaccettabile di trattare un servizio essenziale, che dimostra il totale disinteresse delle istituzioni per i bisogni reali della popolazione.

Un attacco politico alla prevenzione e ai diritti

La chiusura dei consultori non è mai un fatto “tecnicoâ€: è una scelta politica. È la conseguenza diretta di decenni di tagli, privatizzazioni, esternalizzazioni e di un modello sanitario che considera i consultori un costo anziché ciò che sono davvero: presidi pubblici fondamentali per la prevenzione, per l’educazione alla salute, per la libertà di scelta delle donne e per il benessere delle famiglie popolari.

È necessario ricordare che le responsabilità di questo disastro non appartengono soltanto ai governi regionali di destra, ma anche ai precedenti governi di centro-sinistra che, con le loro scelte di definanziamento progressivo del sistema sanitario, hanno spianato la strada alle attuali politiche di abbandono della sanità territoriale. Tutte le forze di governo che si sono succedute hanno contribuito a costruire un sistema dove si risparmia sui consultori, ma non si lesina quando si tratta di aumentare le spese militari.

Chi governa oggi la Regione Piemonte e chi gestisce l’ASL è responsabile di questa situazione vergognosa: mentre la città si riempie di cliniche private che prosperano, i consultori pubblici vengono chiusi uno dopo l’altro, lasciando sempre più persone senza un punto di accesso gratuito e universale.

Non resteremo a guardare l’ennesima chiusura

Ci impegniamo a costruire un’opposizione continua e determinata contro lo smantellamento della sanità pubblica e contro ogni invasione del privato nei servizi essenziali.

Continueremo ad informare la popolazione e a mobilitarci affinché consultori, ospedali e servizi territoriali restino un diritto garantito per tutte e tutti.

Perché la salute non è un lusso

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Estero

IL KERALA HA ABOLITO LA POVERTÀ ESTREMA
Data articolo:Thu, 11 Dec 2025 10:43:50 +0000

Il 1° novembre 2025, nello Stato del Kerala, situato nella parte sud-occidentale dell’India e con una popolazione di 34 milioni di abitanti, primo ministro Pinarayi Vijayan ha dichiarato che è stata abolita la povertà estrema. Il Kerala è uno dei pochi luoghi al mondo ad aver sradicato la povertà estrema, solo dopo la Cina che nel 2022 aveva annunciato di aver eliminato la povertà estrema a livello nazionale.

Il risultato raggiunto dal Kerala è significativo per due motivi. In primo luogo, in un Paese in cui centinaia di milioni di persone vivono ancora in condizioni di povertà, il Kerala è l’unico dei ventotto Stati e degli otto territori dell’Unione indiani ad aver superato la povertà estrema. In secondo luogo, il Kerala è governato dal Fronte Democratico di Sinistra (LDF) guidato dai comunisti e quindi gli viene regolarmente negata l’assistenza da parte del governo centrale guidato dal partito di destra Bharatiya Janata Party (Partito Popolare Indiano).

Il progetto Athidaridrya Nirmarjana Paripaadi (Progetto per l’eliminazione della povertà estrema, o EPPE) del Kerala è stato costruito sulla base delle lotte dei lavoratori e dei contadini negli ultimi decenni, che hanno creato forti istituzioni pubbliche e organizzazioni di massa, e sul lavoro di diverse amministrazioni di sinistra. L’EPPE è stato lanciato da Vijayan, leader del Partito Comunista Indiano (Marxista), durante la prima riunione di gabinetto del secondo governo LDF da lui guidato nel maggio 2021. Dopo un rigoroso processo basato su criteri incentrati sull’accessibilità all’occupazione, al cibo, alla salute e all’alloggio da parte delle famiglie del Kerala, il governo ha identificato 64.006 famiglie (ovvero 103.099 individui) come estremamente povere. Per svolgere questa indagine, il governo si è avvalso di circa 400.000 collaboratrici e collaboratori – tra cui funzionari pubblici, membri di cooperative e membri delle organizzazioni di massa dei partiti di sinistra – per identificare i problemi specifici delle famiglie povere. Queste persone hanno creato piani su misura per ogni famiglia – dal garantire i diritti e l’accesso ai servizi pubblici all’ottenimento di alloggi, assistenza sanitaria e sostegno al reddito – per rafforzarle nella lotta contro la povertà. Il ruolo del movimento cooperativo è stato fondamentale in questa campagna. Il processo di pianificazione per l’eliminazione della povertà non sarebbe stato possibile senza il ruolo del sistema di autogoverno locale, risultato del successo del decentramento del potere in Kerala. Mentre questa newsletter viene pubblicata, il Kerala è nel pieno delle nuove elezioni degli enti locali.

Negli ultimi anni, Tricontinental: Institute for Social Research ha lavorato a stretto contatto con il Centro di ricerca della Uralungal Labour Contract Cooperative Society (UL) per approfondire la conoscenza del movimento cooperativo in Kerala. Siamo molto orgogliosi di pubblicare il nostro studio congiunto The Cooperative Movement in Kerala, India a un mese dalla dichiarazione del Kerala di voler sradicare la povertà estrema. Il nostro approfondimento presenta sei diverse cooperative, con saggi di studiosi che hanno lavorato a stretto contatto con loro. Uno di questi si concentra su Kudumbashree, una cooperativa composta interamente da quasi 5 milioni di donne; questa cooperativa ha svolto un ruolo importante nell’attuazione dell’EPPE.

Il primo governo democratico del Kerala, insediatosi nel 1957, era guidato dai comunisti. Ha immediatamente avviato un programma di riforma agraria, che comprendeva la ridistribuzione della terra, e ha ampliato i beni sociali universali come l’istruzione pubblica, l’assistenza sanitaria, gli alloggi e l’accesso alle biblioteche. Questa democratizzazione del panorama rurale, unita a una mobilitazione sociale, ha portato milioni di abitanti del Kerala a raggiungere livelli imparagonabili per quel che riguarda gli indicatori sociali: alfabetizzazione quasi totale, mortalità infantile e materna molto bassa, alta aspettativa di vita e alcuni dei punteggi di sviluppo umano più alti dell’India. Questi investimenti, realizzati nel corso di decenni, hanno creato le condizioni per l’eliminazione della povertà molto prima che emergessero i programmi mirati. Le coalizioni guidate dai comunisti hanno governato il Kerala dal 1957 al 1959, dal 1967 al 1969, dal 1980 al 1981, dal 1987 al 1991, dal 1996 al 2001, dal 2006 al 2011 e dal 2016 ad oggi. Anche quando la sinistra non era al potere, la mobilitazione dal basso organizzata delle forze di sinistra ha fatto sì che i governi di destra non potessero interrompere completamente questi programmi.

Parallelamente alla crescita del modello neoliberista di austerità del debito negli anni ’90 è aumentata la pressione sul governo LDF affinché invertisse alcuni di questi progetti e applicasse politiche di privatizzazione. Tuttavia, l’LDF ha scelto una strada diversa. Attraverso la People’s Plan Campaign for Decentralised Planning (Campagna popolare per la pianificazione decentralizzata), lanciata nel 1996, il governo ha devoluto il 40% della spesa pubblica ai governi locali e ha chiesto alle località di identificare le esigenze, progettare programmi e stanziare budget per progetti di sviluppo. Anziché sviluppare un programma unico per lo sviluppo e la riduzione della povertà, la popolazione del Kerala ha realizzato progetti pianificati a livello locale e specifici per il contesto, incentrati sull’emancipazione delle comunità sfruttate ed emarginate, tra cui gli Adivasi, i Dalit e le comunità costiere. La campagna ha instaurato una cultura di politica sociale democratizzata e ha alimentato una fitta rete di istituzioni pubbliche e cooperative, tutte fondamentali per l’EPPE.

Quando ha annunciato la fine della povertà estrema in Kerala, il primo ministro Vijayan ha presentato l’EPPE come la continuazione di questo lungo percorso. Ha sottolineato diverse iniziative che hanno aperto la strada al programma, tra cui l’universalizzazione del sistema di distribuzione pubblica, che fornisce cibo e carburante sovvenzionati, e gli sforzi a lungo termine per sradicare la mancanza di terra e casa, tra cui la LIFE Mission che ha fornito un alloggio a oltre 400.000 famiglie in tutto lo stato. A queste si aggiungono altri pilastri del modello del Kerala: programmi statali che hanno ampliato l’assistenza sanitaria pubblica, la distribuzione di cibo, l’assistenza educativa e le opportunità di lavoro, e naturalmente le cooperative. Insieme, queste iniziative hanno trasformato la vita sociale nel Kerala e rafforzato il carattere del suo movimento di sinistra.

Il nostro studio condotto con l’UL Research Centre offre una panoramica delle varie cooperative che hanno svolto un ruolo chiave nella democratizzazione dell’economia del Kerala. Costituita nel 1998 nell’ambito della missione statale di eradicazione della povertà, Kudumbashree, che in malayalam significa prosperità della famiglia, è oggi la più grande rete di mutuo soccorso femminile al mondo. Si basa su un’idea trasformativa: se le donne a livello familiare e comunitario rafforzano la loro fiducia e la loro capacità di valutare la vita economica, allora il fulcro dello sviluppo può spostarsi dalle istituzioni patriarcali verso le esigenze delle donne lavoratrici. Le fattorie collettive, le cucine comunitarie, le iniziative cooperative di sviluppo delle competenze e altre forme di impresa congiunta hanno permesso alle donne di Kudumbashree di aumentare il loro reddito e di acquisire potere sia nella vita pubblica che in quella privata. L’enfasi di Kudumbashree sulla solidarietà piuttosto che sulla competizione e sull’imprenditorialità collettiva piuttosto che quella individuale la distingue dalle strategie di riduzione della povertà incentrate sul “libero mercatoâ€. Recentemente, il governo del Kerala ha annunciato un Piano di sicurezza per le donne basato sulla necessità di riconoscere il valore del lavoro domestico non retribuito. Le donne idonee di età compresa tra i 35 e i 60 anni riceveranno 1.000 rupie al mese. Tale iniziativa fa parte del tentativo generale di trasformare i rapporti di proprietà patriarcali nel Kerala.

Kudumbashree fa parte di un più ampio ecosistema di cooperative che sostengono la lotta alla povertà nel Kerala. Nel loro insieme, queste iniziative sono esempi significativi di come, secondo le parole di Marx, “il lavoro salariato non e che una forma transitoria e inferiore, destinata a scomparire per lasciare il posto al lavoro associato, che svolge la sua funzione con mano pronta, con animo vivace e cuore allegro†(Karl Marx, Indirizzo inaugurale dell’Associazione internazionale degli operai, 5 novembre 1864). Esse dimostrano che le cooperative non sono solo reti di sicurezza per i poveri, ma anche veicoli per la pianificazione democratica, il progresso tecnologico e la dignità sociale.

Queste includono:

La Uralungal Labour Contract Cooperative Society (UL). Fondata nel 1925 nel Kerala settentrionale come società di mutuo soccorso per i lavoratori edili vittime di esclusione basata sul sistema delle caste, UL è cresciuta fino a diventare una delle più grandi cooperative di lavoratrici e lavoratori dell’Asia, impiegando decine di migliaia di persone in grandi progetti infrastrutturali. Essa dimostra come le imprese controllate dalle lavoratrici e dai lavoratori possano realizzare opere pubbliche complesse, ampliando al contempo la protezione sociale e il benessere collettivo dei propri lavoratori e della comunità circostante.

La rete di cooperative di credito del Kerala. Più di quattromila cooperative di credito, con decine di milioni di membri, per lo più appartenenti alla classe operaia e emarginati, operano come “banche popolari†che raggiungono aree non coperte dalla finanza privata. Proteggendo i mutuatari dagli usurai, sostenendo la riforma agraria e mobilitando i risparmi locali – anche durante le inondazioni del 2018 e la pandemia di COVID-19 – esse costituiscono la spina dorsale finanziaria per l’eliminazione della povertà.

La Società Cooperativa Centrale dei Lavoratori Dinesh Beedi del Kerala. Costituita nel 1969 dopo che i proprietari delle fabbriche private di beedi (sigarette sottili arrotolate a mano) avevano chiuso le fabbriche piuttosto che attuare nuove misure di protezione del lavoro, la Dinesh Beedi è diventata rapidamente il principale produttore di beedi dell’India meridionale. Ha garantito salari più alti, sicurezza sociale e una ricca vita culturale ai suoi membri e in seguito si è diversificata la propria produzione oltre al tabacco per preservare i posti di lavoro nella produzione socialmente utile.

La Fabbrica Cooperativa del Tè Sahya. Nella regione collinare di Idukki, i piccoli coltivatori di tè e le lavoratrici e i lavoratori agricoli hanno utilizzato la Thankamany Service Cooperative Bank, che conta 15.000 membri, per fondare una propria fabbrica nel 2017 e rompere con i monopoli della “Big Teaâ€. Con una lavorazione di 15.000 chilogrammi di foglie al giorno e oltre 150 lavoratrici/lavoratori, Sahya garantisce prezzi migliori a circa 3.500 coltivatrici/coltivatori e dimostra come le piccole produttrici e i piccoli produttori possano salire nella catena del valore e difendere mezzi di sussistenza dignitosi.

La Udayapuram Labour Contract Cooperative Society. A Kodom Belur, un remoto panchayat nel Kasaragod, le e gli abitanti del villaggio che dovevano affrontare il feudalesimo dei proprietari terrieri, la corruzione dei funzionari e gli appaltatori predatori, nel 1997 hanno organizzato una cooperativa di lavoro. Da poco più di duecento membri è cresciuta fino a contare quasi 3.000 lavoratori-membri, tra cui molti Adivasi, che ora eseguono lavori pubblici a condizioni trasparenti ed eque e definiscono essi stessi le priorità di sviluppo locale.

Nel loro insieme, queste cooperative – insieme a Kudumbashree – dimostrano cosa è possibile realizzare quando la politica statale, le riforme sociali e le lavoratrici e i lavoratori organizzati convergono. Esse non si limitano ad attenuare gli effetti negativi del mercato, ma riorganizzano la produzione in base alle esigenze umane, rafforzano la democrazia sul posto di lavoro e nel villaggio e offrono un esempio concreto di lavoro associato – di comunismo possibile – anche nelle dure condizioni del capitalismo contemporaneo che rendono necessari programmi come l’EPPE.

La storia dell’eliminazione della povertà in Kerala non è priva di sfide. Lo Stato fa ancora parte dell’Unione Indiana ed è quindi vulnerabile alle vicissitudini della politica del governo di destra di Nuova Delhi. Come in molte parti del Sud globale, le persone giovani del Kerala devono affrontare un alto tasso di disoccupazione e spesso emigrano nella regione del Golfo Persico e in altre parti del mondo in cerca di lavoro. I tentativi di costruire nuove forze produttive di qualità che consentano allo Stato di superare le industrie obsolete sono frenati dall’accesso limitato alle entrate fiscali riscosse dallo Stato dal governo centrale. Ciononostante, sono in corso tentativi per superare queste limitazioni e costruire un paradigma di crescita più solido per il Kerala.

Nel febbraio 2021, il presidente Xi Jinping ha annunciato che quasi 99 milioni di cinesi sono usciti dalla povertà estrema, gli ultimi poveri del Paese. Il Paese di 1,4 miliardi di persone ha raggiunto questo obiettivo con un decennio di anticipo rispetto alla data fissata dagli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite per il 2030. Il Kerala ha raggiunto il suo obiettivo un anno prima del previsto. Il Vietnam, un altro Paese vicino a questo traguardo, prevede di porre fine alla povertà estrema entro il 2030. Non sorprende che questi tre progetti siano guidati da partiti comunisti, il cui impegno per l’emancipazione umana li spinge a lavorare per garantire che ogni essere umano possa vivere una vita dignitosa. L’eliminazione della povertà non è un fine in sé, ma parte del lungo percorso verso l’emancipazione umana: è un progetto sociale vivo, non una serie di caselle da spuntare. Come disse Kwame Nkrumah: “avanti sempre, indietro maiâ€.

Con affetto,
Vijay

*Traduzione della cinquantesima newsletter (2025) di Tricontinental: Institute for Social Research.

Come Potere al Popolo traduciamo la newsletter prodotta da Tricontinental: Institute for Social Research perché pensiamo affronti temi spesso dimenticati da media e organizzazioni nostrane e perché offre sempre un punto di vista interessante e inusuale per ciò che si legge solitamente in Italia. Questo non significa che le opinioni espresse rispecchino necessariamente le posizioni di Potere al Popolo. A volte accade, altre volte no. Ma crediamo sia comunque importante offrire un punto di vista che spesso manca nel panorama italiano.

Chi è Vijay Prashad?

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Estero

LA CATASTROFE CLIMATICA È CAUSATA DAL CAPITALISMO
Data articolo:Thu, 11 Dec 2025 09:45:41 +0000

Durante le sessioni plenarie di chiusura della 30a Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP30) a Belém do Pará, nell’Amazzonia brasiliana, il segretario esecutivo delle Nazioni Unite per i cambiamenti climatici Simon Stiell ha tenuto un discorso appassionato. Stiell, originario di Grenada, è arrivato alla sua carica dopo una lunga carriera nel settore aziendale e poi come ministro dell’ambiente e della resilienza climatica del suo Paese sotto il governo filo-aziendale del New National Party. Nel suo discorso ha affermato che “il negazionismo, le divisioni e la geopolitica [hanno] inferto duri colpi alla cooperazione internazionale quest’annoâ€. Ha tuttavia insistito sul fatto che “la cooperazione sul clima è viva e vegeta, e mantiene l’umanità nella lotta per un pianeta vivibile con la ferma determinazione di mantenere l’obiettivo di 1,5 °C a portata di manoâ€. Quando ho ascoltato il discorso di Stiell, ho pensato che stesse parlando di un altro pianeta.

Nel maggio 2025, l’Organizzazione meteorologica mondiale ha pubblicato un rapporto in cui avverte che c’è un’86% di probabilità che la temperatura media globale vicino alla superficie superi di 1,5 °C la media preindustriale (1850-1900) – la soglia fissata nell’Accordo di Parigi del 2015 – in almeno un anno tra il 2025 e il 2029; il rapporto avvertiva inoltre che c’è una probabilità del 70% che la media quinquennale per il periodo 2025-2029 superi di 1,5 °C tale media. Alla fine di ottobre 2025, poche settimane prima della COP30, l’American Institute of Biological Sciences ha pubblicato The 2025 State of the Climate Report: A Planet on the Brink, in cui si afferma che “il 2024 ha stabilito un nuovo record di temperatura media globale della superficie, segnalando un’escalation dei cambiamenti climatici†e che “22 dei 34 segni vitali del pianeta hanno raggiunto livelli recordâ€. Per correttezza nei confronti di Stiell, va detto che egli non ha suggerito di abbassare la guardia: “Non sto dicendo che stiamo vincendo la battaglia contro il cambiamento climatico. Ma è innegabile che siamo ancora in gioco e che stiamo reagendoâ€.

Su questo siamo d’accordo.

Nello stesso mese, il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) ha pubblicato un allarmante rapporto intitolato Adaptation Gap Report 2025: Running on Empty. Il rapporto dipinge un quadro non solo di finanziamenti insufficienti per il clima da parte del Nord globale, ma anche di un abbandono sistematico del Sud globale; descrive un mondo che “si sta preparando alla resilienza climatica, senza i fondi necessari per raggiungerlaâ€. La questione dei fondi è fondamentale. Le promesse di finanziare la transizione climatica sono state fatte per la prima volta alla COP3 (Kyoto, 1997) attraverso il Meccanismo di Sviluppo Pulito, poi alla COP7 (Marrakech, 2001) attraverso il Fondo per i Paesi Meno Sviluppati e il Fondo Speciale per il Cambiamento Climatico. Ma la svolta è arrivata alla COP15 (Copenaghen, 2009), quando i paesi ricchi del Nord si sono impegnati a mobilitare 100 miliardi di dollari all’anno in finanziamenti per il clima a favore dei paesi in via di sviluppo entro il 2020. Anche le promesse di Copenhagen erano vuote: non c’era alcun obbligo trattato per le nazioni più ricche di raggiungere questo obiettivo di 100 miliardi di dollari, nessun meccanismo di applicazione per costringere coloro che avevano fatto promesse a rispettare i loro impegni, e la maggior parte del denaro promesso era sotto forma di prestiti e non di sovvenzioni.

L’impegno di 100 miliardi di dollari all’anno assunto a Copenaghen è stato ribadito alla COP21 (Parigi, 2015) ed esteso al 2025. Alla COP26 (Glasgow, 2021) i paesi più ricchi hanno ammesso di non aver raggiunto i loro traguardi e si sono nuovamente impegnati a raggiungere l’obiettivo di 100 miliardi di dollari all’anno. Il rapporto dell’UNEP fornisce un resoconto severo delle promesse non mantenute e delle false dichiarazioni. Tre punti sono essenziali da comprendere:

1. I paesi in via di sviluppo avranno bisogno di 310-365 miliardi di dollari all’anno entro il 2035 solo per l’adattamento al clima (senza contare la mitigazione e le perdite e i danni). Se si ipotizza un’inflazione del 3% all’anno, il fabbisogno reale per l’adattamento raggiungerà i 440-520 miliardi di dollari all’anno entro il 2035.

2. Nel 2023 i flussi di finanziamenti per l’adattamento dai paesi sviluppati a quelli in via di sviluppo sono stati di soli 26 miliardi di dollari, meno che nel 2022, e il 58% del denaro è arrivato attraverso strumenti di debito e non attraverso sovvenzioni – una sorta di adeguamento strutturale verde. I paesi meno responsabili della catastrofe climatica sono quelli che sono costretti a contrarre prestiti per far fronte all’impatto dei disastri incombenti.

3. Da un semplice calcolo, i bisogni sono da dodici a quattordici volte superiori agli attuali flussi, producendo un deficit di finanziamento per l’adattamento compreso tra 284 e 339 miliardi di dollari all’anno.

Una delle grandi tragedie dell’intero dibattito sulla catastrofe climatica è che 172 paesi, per lo più nazioni povere, hanno già sviluppato piani, politiche e strategie nazionali di adattamento. Ma, come sottolinea il rapporto dell’UNEP, un quinto di questi piani è obsoleto a causa di quadri istituzionali deboli, capacità tecniche limitate, mancanza di accesso ai dati climatici e finanziamenti imprevedibili e ritardati. Per le nazioni più povere, l’ostacolo è meno l’apatia politica che i limiti delle risorse. Anche quando cercano di prepararsi al peggio, non riescono a garantire le risorse necessarie per svolgere il lavoro in modo adeguato. Questo cronico sottofinanziamento riduce l’intero processo a un rituale vuoto: i documenti vengono prodotti per ottemperare agli obblighi.

Mentre si discute del debito climatico, si sostiene che la finanza verde attirerà capitali privati. Ma anche questo è un mito. Il rapporto dell’UNEP mostra che gli investimenti del settore privato nell’adattamento sono inferiori a 5 miliardi di dollari e che, anche nella migliore delle ipotesi, il capitale privato non raccoglierà più di 50 miliardi di dollari all’anno per l’adattamento (molto meno di quanto necessario). In pratica, i finanziatori privati partecipano ai progetti di adattamento solo quando i fondi pubblici sono utilizzati per garantire o sovvenzionare i loro rendimenti – i cosiddetti meccanismi di “finanza innovativa†o “finanza mista†progettati per “ridurre il rischio†degli investimenti privati. Quindi, alla fine, il costo è sostenuto dai tesori dei paesi più poveri, i cui governi garantiscono effettivamente il denaro che prendono in prestito per finanziare progetti di adattamento che gli investitori privati considerano troppo rischiosi senza tali garanzie. Come abbiamo sostenuto nel dossier n. 93 (ottobre 2025), The Environmental Crisis Is a Capitalist Crisis, questo modello di finanza verde esacerba il debito climatico nei confronti del Sud del mondo piuttosto che risolverlo.

Quest’anno, alcuni membri di Tricontinental si sono recati a Belém per la COP30. Hanno partecipato al Vertice popolare verso la COP30 – tenutosi dal 12 al 16 novembre 2025 in contrapposizione alla conferenza ufficiale – dove hanno condiviso i risultati del dossier n. 93. Dopo il summit, che ha riunito oltre 25.000 partecipanti e più di 1.200 organizzazioni, il nostro ufficio di Nuestra América ha chiesto a Bárbara Loureiro del Movimento dei lavoratori senza terra (MST) brasiliano di scrivere una newsletter sulla COP30. Nella sua lettera ha scritto che il “generale invisibile†dei lavori era l’industria agroalimentare brasiliana, che cercava di dare un’immagine ecologica alle sue pratiche, espandere il suo accesso ai fondi pubblici e spostare il dibattito dalla mitigazione al rebranding.

Guardando i lavori all’interno della sala della COP ufficiale sorge tuttavia una semplice domanda: vale la pena partecipare al processo o dovremmo semplicemente lasciare che il regime della COP muoia? Ci sono tre ragioni fondamentali per cui è importante continuare a partecipare al processo della COP:

1. La COP offre un palcoscenico globale in cui il Sud globale può chiedere risarcimenti, finanziamenti per perdite e danni e sostegno all’adattamento. È alla COP che si può argomentare contro il finanziamento del debito climatico e contro gli obiettivi volontari. La COP non è un luogo di salvezza, ma può comunque essere un luogo di lotta.

2. La COP consente al Sud globale di mantenere il principio delle “responsabilità comuni ma differenziate†stabilito nella Dichiarazione di Rio alla Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente e lo sviluppo (1992).

3. La COP costringe i paesi ricchi a negoziare apertamente piuttosto che ritirarsi nelle stanze segrete, dove la governance climatica sta completamente nelle mani del capitale privato e dell’informalità dei ricchi. La lotta sul significato del finanziamento climatico (come debito o come risarcimento) è una partita aperta.

Dopo la COP30 ho chiesto ad Asad Rehman di Friends of the Earth perché pensava che valesse la pena lottare nelle strade fuori dalle sale della COP. Per Asad la prima battaglia è convincere il movimento per la giustizia climatica ad accettare che la lotta non riguarda solo l’uso dei combustibili fossili, ma che va anche diretta verso la crisi delle nostre economie e società, che devono essere trasformate. Allo stesso tempo ha detto: “in realtà c’è qualche speranzaâ€. Questo perché il movimento per la giustizia climatica sostiene che il problema non è la mancanza di finanziamenti, ma la mancanza di volontà politica. I finanziamenti sono disponibili (come sostiene la Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo in un nuovo rapporto, All Roads Lead to Reform: A Financial System Fit to Mobilise $1.3 Trillion for Climate Finance). Mentre si svolgeva la COP30, a Nairobi, in Kenya, si è tenuto un incontro della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sulla cooperazione fiscale internazionale, durante il quale i paesi più ricchi hanno bloccato i progressi verso una tassa equa sulle società che costringerebbe chi inquina a pagare per i danni ambientali causati. Se applicata, tale tassa potrebbe raccogliere 500 miliardi di dollari all’anno, un buon inizio verso il risarcimento dei danni climatici. Eppure, proprio mentre il Nord globale insiste che non ci sono soldi per il finanziamento del clima, i paesi della NATO concordano di aumentare la spesa militare al 5% del PIL, nonostante sia evidente che il militarismo è uno dei principali motori delle emissioni di gas serra. “Vedere il movimento per la giustizia climatica battersi per la cancellazione del debito, per le tasse sul patrimonio e per la riforma delle regole commerciali è un passo positivoâ€, ha detto Asad. “Ora il movimento sta cominciando a capire che si tratta di una questione economica. Si tratta di un cambio di paradigmaâ€.

Nella sua lettera per il nostro ufficio di Nuestra América, Loureiro del MST ha descritto la COP30 come uno specchio con due facce: “Da un lato, la celebrazione delle cosiddette ‘soluzioni di mercato’ e della decarbonizzazione finanziaria; dall’altro… la crescente forza del movimento popolare, che ha reso Belém un territorio di denuncia, solidarietà internazionalista e costruzione di alternative realiâ€. Nella sua conclusione ci invita a comprendere la catastrofe climatica come un luogo di lotta di classe, che può essere superata solo andando oltre al capitalismo:

Non c’è una vera via d’uscita dalla crisi climatica senza una rottura con il modello capitalista, e non c’è alcuna rottura possibile senza l’organizzazione popolare, senza la lotta collettiva e senza affrontare le strutture che traggono profitto dalla devastazione ambientale.

Con affetto,
Vijay

*Traduzione della quarantanovesima newsletter (2025) di Tricontinental: Institute for Social Research.

Come Potere al Popolo traduciamo la newsletter prodotta da Tricontinental: Institute for Social Research perché pensiamo affronti temi spesso dimenticati da media e organizzazioni nostrane e perché offre sempre un punto di vista interessante e inusuale per ciò che si legge solitamente in Italia. Questo non significa che le opinioni espresse rispecchino necessariamente le posizioni di Potere al Popolo. A volte accade, altre volte no. Ma crediamo sia comunque importante offrire un punto di vista che spesso manca nel panorama italiano.

Chi è Vijay Prashad?

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GENOVA CI INSEGNA CHE SCIOPERARE E BLOCCARE TUTTO PAGA. COSA ABBIAMO IMPARATO DELL’ACCORDO SIGLATO DAI LAVORATORI EX ILVA
Data articolo:Sat, 06 Dec 2025 11:34:58 +0000

Per dirla in breve, i lavoratori ex Ilva, nella lunga guerra di logoramento che li oppone a multinazionali senza scrupoli e Governo, oggi hanno vinto una importante battaglia.
La vittoria immediata, sul piano sindacale, riguarda lo zincato, un prodotto finito che a determinati spessori si produce solo nello stabilimento genovese di Cornigliano. Oltre a questo il Governo ha promesso un intervento pubblico nella produzione qualora la gara di affidamento delle acciaierie non garantisca gli attuali livelli occupazionali.

Ma andiamo con ordine. La vertenza nasce contro il piano di Acciaierie d’Italia e Ilva in Amministrazione straordinaria che prevedeva lo stop temporaneo al ciclo dello zincato prodotto a Cornigliano mentre lo stabilimento di Taranto era in manutenzione. Lo stop di Genova era dovuto ufficialmente alla mancanza di materia prima semilavorata proveniente da Taranto.

Nei fatti quella di chiudere il ciclo dello zincato appariva però una scelta irrazionale. Il semilavorato avrebbe continuato ad arrivare infatti per il ciclo della latta, ma non per quello dello zinco . Fermare un ciclo di lavorazione come quello dello zinco avrebbe avuto un effetto immediato in termini di perdita di commesse e di costi di riattivazione. Il sospetto giustificatissimo da parte dei lavoratori era dunque quello per cui il vero scopo del piano fosse la chiusura della linea dello zinco, più che unol suo stop temporaneo.

Dietro l’apparente irrazionalita del piano c’era cioè il sospetto che il Governo stesse operando da “curatore fallimentare” con l’obiettivo di ottenere la chiusura degli stabilimenti siderurgici italiani e la speculazione immobiliare sulle aree svuotate dall’attività industriale.

La risposta operaia è stata straordinaria: sciopero a oltranza in tutti gli stabilimenti ex Ilva iniziato il 2 dicembre. Occupazione dello stabilimento di Cornigliano, occupazione di assi stradali importanti nei pressi della zona industriale, occupazione di stazione e aeroporto di Genova, fino allo sciopero generale della metalmeccanica genovese che ha portato 5000 lavoratori a scontrarsi con i blocchi della Polizia che impedivano l’accesso alla prefettura.

Dopo questo accordo il Ministro Adolfo Urso ha ceduto, acconsentendo a proseguire il ciclo dello zinco e a promettere un intervento pubblico nella gara di affidamento delle acciaierie.

Certo, questo accordo non risolve la crisi dell’acciaio in Italia, che è prima di tutto crisi del settore e che richiederebbe un piano nazionale pubblico per la bonifica dei siti inquinati e la produzione di acciaio con tecnologie a basso impatto ecologico, con il controllo popolare di lavoratori/trici e cittadini/e su tutto il processo.

La vera vittoria dei lavoratori, oltre ad aver sventato la chiusura di un reparto importante, è quella di aver mostrato, sull’esempio dei portuali di Genova, che siamo deboli solo finché ci crediamo tali. Un movimento come “blocchiamo tutto” nato per respingere l’inerzia del Governo di fronte al genocidio dei Palestinesi, conteneva già in sé la ribellione a un malessere più vasto, come ci dimostrano oggi i lavoratori dell’ex Ilva.

Che ci insegnano una cosa tanto semplice quanto difficile a farsi: quando lottiamo con organizzazione e determinazione, possiamo vincere. Che ci sia da lezione.

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[LIVORNO] LAVORATORI STORICI LICENZIATI IN TUTTA ITALIA PER “RISTRUTTURAZIONE AZIENDALEâ€. DUE ANCHE A LIVORNO.
Data articolo:Tue, 02 Dec 2025 15:53:45 +0000

Esprimiamo piena solidarietà e pretendiamo il reintegro immediato!

A pagare le spese della “ristrutturazione” aziendale è ancora una volta chi lavora.
Infatti, pur con un fatturato di oltre 3 miliardi di euro all’anno e negozi fruttuosi in tutta Italia, Pam ha deciso di tagliare sul personale, riducendolo da un organico di 4mila dipendenti a poco più di mille.

Al centro della protesta il cosiddetto “test del carrello”, uno strumento utilizzato dall’azienda come pretesto disciplinare e punitivo, trasformato in un meccanismo di controllo che ha già portato a licenziamenti del tutto infondati e privi di reale motivazione, spesso nei confronti di “personale anziano e ritenuto poco produttivo”.

Siamo al fianco dei lavoratori e delle lavoratrici coinvolte, vittime dei soliti giochi di profitto di chi non ha mai vissuto il lavoro come un’esigenza primaria, ma come un gioco finanziario.
Un “gioco” che però toglie opportunità a chi non ne ha altre e che ad un’età avanzata e dopo anni di lavoro fatica a reinsersi nel mondo del lavoro.

In un contesto di continua contrazione dei salari e dei diritti, di spesa per il riarmo, deindustrializzaione e licenziamenti, la vertenza delle lavoratrici e dei lavoratori PAM non è certo un’eccezione.

Anche per questo il 28 Novembre scioperiamo, perché non può esserci giustizia senza la lotta contro chi specula sulle nostre vite.

Giù le armi, su i salari!

L'articolo [LIVORNO] LAVORATORI STORICI LICENZIATI IN TUTTA ITALIA PER “RISTRUTTURAZIONE AZIENDALE”. DUE ANCHE A LIVORNO. proviene da Potere al Popolo.

Estero

OTTANT’ANNI FA IL COMUNISMO SCONFISSE IL FASCISMO E LO SCONFIGGERÀ ANCORA
Data articolo:Tue, 02 Dec 2025 10:33:55 +0000

Il 13 novembre, in occasione del Global South Academic Forum tenutosi a Shanghai, in Cina, abbiamo pubblicato il nostro ultimo studio intitolato The 80th Anniversary of the Victory in the World Anti-Fascist War – Understanding Who Saved Humanity: A Restorationist History. Riportiamo qui una versione modificata del mio discorso introduttivo “Due bugie e un’enorme veritàâ€, pronunciato per presentare lo studio.

A inizio agosto 1942, i sovietici installarono altoparlanti in tutta Leningrado. La città era sotto assedio da oltre 300 giorni. La popolazione stava morendo di fame. Il direttore d’orchestra Karl Eliasberg mantenne in attività l’Orchestra Radiofonica di Leningrado organizzando prove e accompagnando personalmente i musicisti ai centri di distribuzione del cibo. Il 9 agosto, Eliasberg radunò i 15 sopravvissuti dell’Orchestra Radiofonica di Leningrado e portò alcuni membri delle bande militari alla Sala Filarmonica Bolshoi. Eseguirono la Sinfonia n. 7 (la Sinfonia di Leningrado) di Dmitri Shostakovich alla radio e attraverso gli altoparlanti pubblici.

La sinfonia è composta da quattro movimenti. Il primo, calmo e quasi pastorale, evoca Leningrado prima della guerra. Il secondo, costruito attorno a un ostinato di rullante che diventa sempre più forte, allude all’invasione nazista. Il terzo, guidato dagli archi e dagli strumenti a fiato, lamenta le terribili sofferenze del popolo sovietico, con milioni di morti o moribondi. Il movimento finale, in Do maggiore, forte e orgoglioso, anticipa la vittoria contro i mali del fascismo. Non lo sapevano ancora, ma erano a meno della metà dell’assedio. Avevano ancora 536 giorni di fame e battaglie davanti a loro. La scelta di eseguire la sinfonia durante l’assedio, con gli altoparlanti puntati verso le linee naziste in modo che anche i tedeschi potessero ascoltarla, la dice lunga sul coraggio dei cittadini sovietici. Nell’archivio sovietico c’è una frase scritta da un ufficiale dell’intelligence: “Anche il nemico ascoltava in silenzio. Sapevano che era la nostra vittoria sulla disperazioneâ€. Più tardi, un prigioniero tedesco disse che la sinfonia era “un fantasma della città che non potevamo uccidereâ€.

Il nostro studio dimostra che l’Armata Rossa sovietica distrusse l’80% della Wehrmacht nella sua miracolosa avanzata attraverso l’Europa orientale. Quando gli eserciti occidentali arrivarono ai confini della Germania, il regime nazista era già crollato. Fu l’Armata Rossa sovietica a liberare la maggior parte delle persone nei campi di concentramento, e fu il modo scientifico della loro avanzata che costrinse gli alleati nazisti dell’Europa orientale, come i rumeni, ad arrendersi e a cambiare schieramento. Il motivo per cui l’Unione Sovietica è stata in grado di mobilitare tutte le sue forze contro i nazisti è che i comunisti e i patrioti cinesi hanno difeso il fianco orientale dell’Unione Sovietica dagli attacchi dei militaristi giapponesi. Combattendo con armi inadeguate, i comunisti e i patrioti cinesi hanno comunque inflitto danni enormi ai giapponesi, bloccando il 60% del loro esercito e impedendogli di affrontare l’avanzata delle truppe statunitensi che si spostavano da un’isola all’altra nel Pacifico.

Se i cinesi non avessero bloccato le truppe giapponesi, l’Unione Sovietica sarebbe caduta (e la Germania nazista avrebbe conquistato l’Europa) e le truppe statunitensi potrebbero non aver prevalso nelle battaglie di Saipan (1944) e Iwo Jima (1945). L’Armata Rossa sovietica e i comunisti e patrioti cinesi insieme sacrificarono decine di milioni di vite per sconfiggere il fascismo (il calcolo preciso è riportato nel nostro studio e varia da 50 a 100 milioni). Nel maggio 1945, quando il regime nazista crollò, era già chiaro che il militarismo giapponese era sulla via della resa. Non era necessario che gli Stati Uniti conducessero i test Trinity nel luglio 1945 e sganciassero bombe atomiche su Hiroshima (6 agosto) e Nagasaki (9 agosto). L’immenso sacrificio dei cittadini sovietici e dei comunisti e patrioti cinesi ha reso evitabile l’uso di quell’arma di distruzione di massa; il fatto che gli Stati Uniti l’abbiano utilizzata ci dice molto sul violento disprezzo dell’imperialismo per la vita umana, che è esattamente ciò che vediamo oggi a Gaza.

La prima menzogna. Gli Alleati occidentali si opposero ai fascisti fin dall’inizio e vinsero la guerra contro il fascismo.

La verità. I governi occidentali hanno inviato i loro eserciti per distruggere la Rivoluzione d’Ottobre fin dal momento in cui è iniziata nel 1917. Il governo sovietico ha chiesto la pace nel dicembre 1917, ma la Germania ha comunque attaccato la Finlandia e la giovane repubblica sovietica, il che ha portato a una massiccia invasione alleata (con truppe provenienti da Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Romania, Estonia, Grecia, Australia, Canada, Giappone e Italia). L’atteggiamento degli Alleati è chiaro dagli scritti e dai discorsi del politico britannico Winston Churchill, che nel 1919 disse che gli Alleati avrebbero dovuto distruggere “la ripugnante buffoneria del bolscevismo†(30 anni dopo disse che “soffocare il bolscevismo alla sua nascita sarebbe stata una benedizione inestimabile per il genere umanoâ€). Negli anni ’30 e ’40, i governi occidentali volevano che i regimi fascisti di Germania e Italia rivolgessero le loro armi contro l’Unione Sovietica e la distruggessero. Questo era il significato della loro “pacificazioneâ€: erano d’accordo con l’anticomunismo di Adolf Hitler e permettevano il suo potenziamento militare fintanto che fosse rivolto contro l’Unione Sovietica. Sebbene la Gran Bretagna e la Francia dichiararono guerra alla Germania nel settembre 1939, non fecero nulla nei mesi successivi, un periodo noto come la guerra finta, la Drôle de guerre o la Sitzkrieg (un gioco di parole su Blitzkrieg, o guerra lampo).

Nel 1941, le armate di Hitler invasero l’Unione Sovietica. Alla Conferenza di Teheran del 1943, gli Stati Uniti e il Regno Unito dovettero riconoscere che era l’Armata Rossa a distruggere il fascismo. Churchill, a nome del re Giorgio VI, donò al leader sovietico Joseph Stalin una spada in acciaio di Sheffield chiamata “Spada di Stalingrado†per commemorare il coraggio dei cittadini sovietici che resistettero all’assedio (in cui morirono due milioni di persone) e sconfissero i nazisti. Ma ci volle un altro anno prima che gli Alleati entrassero in guerra in Europa nel 1944. A quel punto, l’esercito tedesco era stato decimato dall’Armata Rossa (e dai bombardamenti aerei alleati). I paesi occidentali entrarono in guerra perché temevano che l’Armata Rossa potesse invadere la Germania e mantenere una posizione nel cuore dell’Europa.

Per i governi occidentali, la contraddizione principale non era tra liberalismo e fascismo: era tra il campo imperialista (o bellico) – che comprendeva sia i fascisti che i liberali – e il campo socialista (o pacifista). Questa contraddizione durò dal 1917 al 1991, attraverso gli anni della Seconda Guerra Mondiale – la Guerra Mondiale Antifascista.

La seconda menzogna. Sono stati i sacrifici degli Stati Uniti nella guerra del Pacifico e le bombe nucleari su Hiroshima e Nagasaki a sconfiggere il militarismo giapponese.

La verità. La guerra mondiale antifascista non iniziò quando la Germania invase l’Austria nel 1939. Iniziò due anni prima in Cina, al momento dell’incidente del ponte Marco Polo (lo scontro del luglio 1937 vicino a Pechino che segnò l’inizio dell’invasione su larga scala della Cina da parte del Giappone) e continuò fino alla guerra degli Stati Uniti contro la Corea, che non si concluse fino all’armistizio del 1953. Milioni di coraggiosi patrioti e antifascisti hanno combattuto contro il militarismo giapponese, che ha attirato il peggio dell’estrema destra in Corea e Indocina. Quando gli Stati Uniti entrarono in guerra nel dicembre 1941, i patrioti e i comunisti cinesi, così come gli eserciti di liberazione nazionale in Indocina e nel Sud-Est asiatico, bloccarono il 60% delle truppe giapponesi, impedendo così un attacco orientale contro i sovietici. Non vanno dimenticati gli immensi sacrifici dell’Offensiva dei Cento Reggimenti del 1940, in cui il generale Zhu De guidò 400.000 soldati comunisti alla distruzione delle infrastrutture giapponesi nella Cina settentrionale (compresi 900 chilometri di linee ferroviarie).

La mitologia del marine statunitense che si arrampica sulle alture di Iwo Jima o della bomba atomica che costringe i giapponesi alla resa è onnipresente. Tuttavia, essa cancella il fatto che i giapponesi erano già stati sostanzialmente sconfitti, che erano pronti ad arrendersi e che Hiroshima e Nagasaki non erano obiettivi militari. Ciò che accadde nell’agosto del 1945 non riguardava la strategia militare: era solo una dimostrazione di potere degli Stati Uniti, un messaggio al mondo sulla nuova arma che gli Stati Uniti avevano sviluppato e un avvertimento ai comunisti in Asia che quest’arma poteva essere usata contro di loro. I milioni di lavoratori e contadini asiatici che morirono per sconfiggere il fascismo – compresi i miei familiari in Birmania – furono cancellati dal fungo atomico. Questo cominciò ad avere la precedenza nella memoria popolare. La bomba, e non le persone che hanno combattuto per ogni centimetro di terra nel sud-est asiatico, è diventata l’eroina. Questa è la seconda menzogna.

L’enorme verità. Tra queste due menzogne c’è un’enorme verità che è stata sepolta nella nostra memoria collettiva: il fascismo è la negazione della sovranità e della dignità, il brutto gemello del colonialismo. È difficile distinguere tra i due. Dopo tutto, il genocidio era una caratteristica costitutiva del dominio coloniale (si pensi ai sei milioni di persone uccise in Congo, al genocidio dei popoli Herero e Nama dell’Africa sud-occidentale da parte della Germania, al genocidio dei popoli nativi delle Americhe e ai tre milioni di bengalesi morti di fame nel 1943).

Dopo la sconfitta del fascismo tedesco e del militarismo giapponese, olandesi, francesi e britannici, insieme ai loro alleati statunitensi, tornarono a rivendicare le loro colonie in Indonesia, Indocina e Malaya. La violenza di queste guerre coloniali negli anni ’40 e ’50 è grottesca. Riguardo al tentativo olandese di ricolonizzare l’Indonesia, il leader nazionalista Sukarno disse: “La chiamano azione di polizia, ma i nostri villaggi bruciano, la nostra gente muore e la nostra nazione sanguina per la sua libertàâ€. Chin Peng, un comunista malese, disse qualcosa di simile: “Ci siamo ribellati perché abbiamo visto i villaggi morire di fame, le voci zittite dal denaro e dal potereâ€. Il generale Sir Gerald Templer, che guidò l’emergenza britannica in Malesia, dopo una ribellione disse che si trattava di un “villaggio di cinquemila codardi†e affamò gli abitanti negando loro il riso.

I villaggi bruciavano. Gli abitanti morivano di fame. Questa era la realtà del tentativo di riconquista delle colonie e poi della guerra degli Stati Uniti contro la Corea. Quando gli Stati Uniti iniziarono le loro operazioni in Corea, il presidente Harry Truman disse che il suo esercito avrebbe dovuto usare “ogni arma a nostra disposizioneâ€, un commento agghiacciante considerando l’uso delle armi nucleari sul Giappone. Ma non c’era bisogno della bomba atomica, poiché i bombardamenti aerei avevano spazzato via le città della Corea del Nord. Come disse il maggiore generale Emmett O’Donnell al Senato degli Stati Uniti nel 1951: “Tutto è distrutto. Non c’è nulla che meriti di essere chiamato così. Non c’erano più obiettivi in Coreaâ€. Questo era il loro atteggiamento: fascismo o colonialismo, scegliete voi.

I colonialisti occidentali resuscitarono elementi fascisti in Giappone, Corea, Indocina e altri paesi e si allearono con loro per rafforzare un asse internazionale contro i lavoratori, i contadini e i comunisti. Ciò rivela che i colonialisti occidentali non erano affatto antifascisti. Il loro vero nemico era la possibilità che operai e contadini acquisissero chiarezza e fiducia e optassero per un futuro socialista.

La grande verità è che furono l’Armata Rossa sovietica e i comunisti e patrioti cinesi a sconfiggere effettivamente la Germania nazista e il Giappone militarista. Furono queste forze a sacrificarsi maggiormente contro il fascismo e a comprendere l’intima relazione tra fascismo, capitalismo e colonialismo. Non si può essere antifascisti e allo stesso tempo favorevoli al colonialismo o al capitalismo. È semplicemente impossibile. Si tratta di formazioni antitetiche.

La mia mente è ancora a Leningrado nell’agosto del 1942. Ricordo l’orchestra e la Sinfonia n. 7 di Shostakovich. Le truppe naziste circondano la città. Tutto è silenzioso. Poi la musica inizia. Continua per un’ora. E poi, la musica si ferma.

Con affetto,
Vijay

*Traduzione della quarantottesima newsletter (2025) di Tricontinental: Institute for Social Research.

Come Potere al Popolo traduciamo la newsletter prodotta da Tricontinental: Institute for Social Research perché pensiamo affronti temi spesso dimenticati da media e organizzazioni nostrane e perché offre sempre un punto di vista interessante e inusuale per ciò che si legge solitamente in Italia. Questo non significa che le opinioni espresse rispecchino necessariamente le posizioni di Potere al Popolo. A volte accade, altre volte no. Ma crediamo sia comunque importante offrire un punto di vista che spesso manca nel panorama italiano.

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