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#news #Potere #Popolo
Nonostante i 43055 e passa voti raccolti, che sono la testimonianza di una crescita assoluta avuta n questi anni, non siamo riusciti ad eleggere un consigliere regionale.
Non abbiamo rimpianti, perché abbiamo fatto tutto il possibile: una campagna ricca di eventi, dibattito politico sui temi, gli unici a fare banchetti per strada, una lista che ha lottato contro l’astensione.
Se non ci fossimo stati sarebbero state molte di più le persone che non sarebbero andate a votare, tante battaglie quotidiane non avrebbero avuto visibilità di esistere nel dibattito elettorale e tanti elementi politici non sarebbero venuti fuori.
Qual è stato allora il problema?
Il problema è che ormai le elezioni, soprattutto quelle regionali, dimostrano che la politica è entrata in una nuova fase. La prima caratteristica di questa nuova fase è un astensionismo strutturale, che non è nemmeno più di protesta, ma di distanza, di abbandono, di passività rispetto alla vita associata.
È chiaro che quando a votare non va il 56% delle persone tra cui la maggior parte giovani, lavoratori e lavoratrici, abitanti dei quartieri popolari, questo impedisce che ci sia un dibattito sui temi politici e comporta il fatto che a essere determinanti siano i pacchetti di voti e le clientele.
E questo è il secondo punto determinante: la scomparsa del voto di opinione ovvero di un voto basato intorno a orientamenti politici generali. In passato un accordo così evidentemente basso e corrotto tra Fico, De luca, Mastella, Cesaro, etc. avrebbe determinato un voto di protesta, un’indignazione morale, una voglia di cambiamento, soprattutto per chi era di sinistra.
Oggi quel poco di opinione che resta a sinistra è ossessivamente dominata dal voto utile, nello specifico CONTRO la destra e non PER qualcosa, per una visione di società o per una capacità dei leader.
Senza dibattito politico, senza una visione generale, senza una differenza morale tra le figure politiche la democrazia muore ed è davvero assurdo chi festeggia il trionfo tra queste macerie. O meglio, festeggiando dimostra qual è il suo vero interesse: quello che la gente non partecipi alla cosa pubblica, perché nel momento in cui partecipasse la cosa pubblica dovrebbe essere di tutti: comporterebbe una redistribuzione, una cura di ciò che è comune.
E qui veniamo al terzo aspetto: i pacchetti di voti.
Soprattutto in Campania, dove per ragioni storiche il voto è sempre stato più marcatamente clientelare, questo è stato l’aspetto più determinante di queste elezioni. Non è un caso che per vincere Fico ha dovuto imbarcare chi ha questi pacchetti. Basti vedere la distribuzione del voto di Mastella, i vecchi socialisti, e persino Cinque stelle e Avs, se si và a vedere la composizione della lista, il voto di consiglieri, assessori, figure istituzionali in genere, che sono in grado di fare piccoli favori, è determinante nei voti raccolti dalle rispettive liste.
Questo vuol dire che la politica è ridotta ad amministrazione nel senso più basso del termine: entra solo chi è già dentro, potendo garantire piccoli o grandi interventi immediati. Senza però alcuna progettazione, alcun orientamento, alcuna risoluzione reale dei problemi. Un sistema che, è solo questione di tempo, è destinato allo sfascio, ma che nel frattempo nella passività generale, nell’emigrazione e nell’impoverimento accresciuto, riesce a restare in piedi.
Noi come Campania popolare abbiamo provato a batterci contro tutto questo, sempre sapendo che è un compito molto difficile, non perché siamo utopisti, ma perché sappiamo che le nostre vite non possono migliorare se non siamo in grado di mettere fine a questa mala politica e di riportare le persone a interessarsi e a non lasciare che pochi decidano al posto loro.
Un’analisi puntuale del voto ci dice che questo lavoro non è inutile, perché siamo cresciuti dove in questi anni abbiamo lavorato con le case del popolo, dove siamo stati nelle lotte, dove abbiamo candidati stimati per le loro battaglie, basti pensare che nel Comune di Napoli, dove maggiore è il radicamento delle nostre organizzazioni, abbiamo preso 11,205 voti, cioè il 4,18% del totale sulla città . I dati ci dicono anche che spariamo da tutte le zone dove non esiste un dibattito o dove non arriva nemmeno la nostra esistenza.
Questo ci da un’indicazione di lavoro molto precisa. Continuare il radicamento territoriale, continuare a fare crescere una nuova generazione che già ora è stato il vero elemento di questa campagna elettorale. Continuare a recuperare ad una ad una tutte le persone che non si arrendono al fatto che la storia sia già scritta e per contare politicamente bisogna essere “figlio di” o “amico di”.
43.055 voti sono 43.055 persone coraggiose e libere che non dobbiamo disperdere e che anzi vogliamo organizzare sempre meglio in vista delle prossime sfide. Anche per questo già dalla prossima settimana terremo ovunque possibile assemblee e momenti di incontro con la nostra comunità che in questi due mesi di campagna si è allargata, perché pensiamo che in questa fase storica ognuno di noi possa fare la differenza.
Continuiamo a cambiare tutto.
Campania Popolare
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L'articolo [CAMPANIA] NON CE L’ABBIAMO FATTA PER POCO proviene da Potere al Popolo.
Negli ultimi mesi si è resa sempre più evidente la necessità di una forza capace di mettere al centro gli interessi di chi lavora, studia e vive nelle nostre città . La crisi sociale, l’aumento del costo della vita, la militarizzazione dei territori e la partecipazione dell’Italia ai processi di guerra dimostrano che l’attuale governo non ha alcuna intenzione di difendere i nostri diritti. È quindi sempre più urgente rafforzare un percorso di mobilitazione che parta dal basso e rimetta al centro i bisogni reali delle persone.
La solidarietà con il popolo palestinese e l’opposizione alle politiche di guerra sono parte integrante di questo percorso. Essere contro il genocidio e il riarmo significa anche opporsi alle ricadute sociali che essi producono nel nostro Paese: tagli ai servizi, peggioramento delle condizioni di lavoro, repressione delle lotte sociali. Per questo riteniamo importante continuare a costruire mobilitazione e consapevolezza, legando le battaglie internazionaliste a quelle sociali sul nostro territorio.
Negli ultimi due mesi abbiamo portato avanti un lavoro diffuso sul territorio, fatto di assemblee, iniziative pubbliche, momenti di confronto nei quartieri e in università , costruzione di legami tra realtà sociali, studentesche e lavorative. È un percorso che non si esaurisce in un singolo appuntamento, ma che punta a rafforzare un movimento capace di incidere.
Lo sciopero generale del 28 novembre rappresenta un primo banco di prova per questa prospettiva. Un momento di verifica della nostra capacità di unire i diversi fronti di lotta e di costruire un’alternativa reale al governo Meloni.
È necessario costruire lo sciopero generale, giorno dopo giorno, coinvolgendo lavoratori e facendo fronte comune con altre realtà politici e sociali.
Per questo il 28 novembre in Veneto partecipiamo, insieme a realtà sociali e sindacali di tutta la regione, alla mobilitazione davanti ai cancelli di Leonardo S.p.A. a Tessera per dire basta all’economia di morte e ai profitti sulla guerra, costruendo una risposta collettiva alla finanziaria di guerra. E prima saremo al fianco dei lavoratori e delle lavoratrici USB in sciopero all’aeroporto di Venezia.
Saremo anche in piazza a Padova nel pomeriggio, alle 18.00 da Piazza Antenore, in una mobilitazione cittadina che inizierà alle 17.00 davanti a Palazzo Bo con il presidio di lavoratori e lavoratrici in sciopero degli appalti dell’Università degli Studi di Padova insieme al corpo studentesco e a ricercatori e ricercatrici.
A Verona saremo in piazza anche il 29 Novembre, in un grande corteo cittadino per la Palestina e contro il riarmo.
Infine, raggiungiamo insieme Roma il 29 novembre per partecipare alla manifestazione nazionale contro la finanziaria di guerra e il governo Meloni insieme a decine e decine di realtà promotrici.
Il governo Meloni non fermerà la guerra, continuerà a tagliare i servizi e a militarizzare le città . Tocca a noi costruire dal basso l’alternativa a questo governo, con la Palestina nel cuore, per i diritti e per una vita dignitosa.
Cambiamo tutto!
L'articolo [VENETO] BLOCCHIAMO TUTTO, CAMBIAMO TUTTO: COSTRUIAMO IL PERCORSO DI LOTTA VERSO IL 28 E 29 NOVEMBRE ANCHE IN VENETO! proviene da Potere al Popolo.
Un’intervista con Carmen Haydeé, candidata al Congresso per il partito di governo LIBRE (Libertad y Refundación), ci offre una visione dettagliata della complessa situazione politica in Honduras, tra elezioni imminenti, accuse di frodi elettorali, una feroce opposizione mediatica e le ambizioni di un progetto di trasformazione sociale ed economica.
Molte sfide contemporanee sono il riflesso della tormentata storia recente dell’Honduras, segnata dal colpo di stato del 2009 che depose il presidente Manuel Zelaya. Questo evento, tuttavia, affonda le sue radici in un passato buio: quello dell’autoritarismo militare fino al 1982, dei decenni degli anni ’80 e ’90, quando il paese visse sotto l’ombra di dittature e “regimi di fatto”. L’Honduras rappresentava una pedina fondamentale per gli interessi statunitensi in Centroamerica, funzionando come una portaerei terrestre nella lotta contro i movimenti di sinistra nella regione, in particolare negli anni ‘70 in quanto parte della strategia politico-militare degli USA contro la Rivoluzione Popolare Sandinista in Nicaragua e il Fronte Farabundo Martì di Liberazione Nazionale (FMLN) ne El Salvador. Questo sostegno permise a governi autoritari di perpetuare gravi violazioni dei diritti umani, mentre l’instabilità politica e l’impunità gettavano le basi per quelle fragilità istituzionali e sociali che oggi il paese tenta di superare.
Carmen Haydeé proviene da una famiglia di militanti della sinistra clandestina degli anni ’80. Suo padre, Guillermo López, fu rapito dalla Squadra della morte 316 e il suo caso, insieme a quello di altri cinque studenti (il “caso dei sei studenti”), finì davanti alla Commissione Interamericana. Questa eredità familiare di impegno politico fu la sua prima impronta. L’evento che ha risvegliato la sua militanza attiva è stato il colpo di Stato del 2009 contro Zelaya. Da allora, si è organizzata prima in collettivi politici giovanili (l’organizzazione politica Los Rojos) e poi ha fondato iniziative femministe (la Rete delle Giovani Donne Femministe). Dopo la laurea in giurisprudenza, ha ricoperto per un breve periodo la carica di viceministro presso il Ministero dell’Interno, della Giustizia e del Decentramento, per poi rendersi conto che la sua vocazione non era la burocrazia, ma la militanza politica diretta, che ora porta avanti nella corsa al Congresso.
Le prossime elezioni generali del 30 novembre 2025 sono descritte come una “battaglia difficile” da Carmen perchè è in ballo la definizioone della mappa del potere politico nel paese. Il partito al governo, LIBRE, aspira a riconfermare la sua vittoria e a eleggere la seconda donna presidente del Paese, Rixi Moncada, dopo l’attuale presidente Xiomara Castro. L’obiettivo principale è quello di ottenere la maggioranza semplice al Congresso Nazionale (128 scanni), considerata fondamentale per dare continuità al progetto politico e superare lo stallo legislativo. Si voterà inoltre per 198 municipalità .
Si prevede un possibile calo dell’affluenza rispetto alle storiche elezioni del 2021, vinte da Castro con un’ampia partecipazione che rappresenta un’eccezione, data la bassa affluenza registrata fino a quel momento, ma si ritiene che il sentimento che ha portato LIBRE al potere sia ancora forte.
Carmen descrive a grandi linee le differenze all’interno di un partito che si è imposto sulla scena politica honduregna dopo 12 anni di governo del Partito Nazionale e il bipartitismo che aveva dominato per decenni con il partito Liberale, ed esprime la sua speranza che l’unità all’interno della coalizione si ricostituisca rapidamente per affrontare il “nemico più grande”, la destra “estremamente aggressiva”.
Le primarie di marzo 2025 per l’elezione delle candidature alla presidenza, alle amministrazioni locali e al Congresso dei tre principali partiti (Nazionale, Liberale e LIBRE) sono state offuscate da un grave scandalo. Carmen parla di “un’operazione criminale orchestrata dalla destra” in cui le urne elettorali sono state “fatte sparire” e “portate in giro” nelle due città più importanti del Paese (Tegucigalpa e San Pedro Sula). L’obiettivo di questo piano, secondo lei, era quello di screditare il processo elettorale, facendo credere all’opinione pubblica che fossero state le forze del governo a voler gonfiare i risultati. In quel momento, la responsabilità ricadde su un “povero capo dei trasporti”, ma fu anche denunciata la mancanza di trasparenza del CNE (Consiglio Nazionale Elettorale), organo tripartito, e l’assenza di una dichiarazione ufficiale che chiarisse le responsabilità . Nonostante le polemiche, LIBRE ha riconosciuto i risultati e convalidato le elezioni, vista la schiacciante vittoria ottenuta grazie a un programma popolare e innovativo.
Il 29 ottobre, con un’indagine in corso presso il Ministero Pubblico e la divulgazione di alcune registrazioni audio da parte del procuratore generale della Repubblica Johel Zelaya, è stato scoperto il piano di destabilizzazione delle elezioni primarie di marzo, nonché l’esistenza di un piano in corso per annullare le elezioni generali di novembre. Le persone coinvolte in queste registrazioni sono Cossette López, consigliera del Consiglio Nazionale Elettorale per il Partito Nazionale, Tomás Zambrano, leader dello stesso partito, e un militare in servizio attivo di cui non si conosce l’identità . In esse si sente che pianificano l’intervento – attraverso aziende in combutta con questo gruppo – negli appalti logistici e di trasporto del materiale elettorale. D’altra parte, per il giorno delle elezioni parlano della necessità di convincere l’opinione pubblica, attraverso i media e i loro osservatori elettorali, che il candidato vincitore è Salvador Nasralla, il candidato presidenziale del Partito Liberale, che Rixi Moncada supera con un ampio margine nei sondaggi.
Questi fatti dimostrano l’unità del bipartitismo nel piano di destabilizzazione. Bisogna quindi che ci sia forte attenzione anche alle elezioni di novembre poichè già ci sono denunce di tentativi di sabotaggio del processo elettorale.
L’Honduras sta attraversando un processo di trasformazione socioeconomica molto profonda. In un paese in cui i servizi di base sono stati a lungo un privilegio, in quattro anni di governo Xiomara Castro ha ottenuto che più di un milione di persone possano uscire dalla povertà e che oltre 900.000 famiglie honduregne non paghino più per l’energia elettrica. La connettività stradale, la sanità e l’istruzione sono stati settori prioritari per l’attuale governo, che vi ha concentrato oltre la metà degli investimenti pubblici.
Il partito LIBRE punta su un forte asse di giustizia economica, identificata come “democrazia economicaâ€, le cui proposte centrali includono:
Una riforma fiscale e una nuova legge sulla giustizia tributaria: per correggere gli abusi e le esenzioni fiscali “a perpetuità ” concesse storicamente a piccoli gruppi di potere, con l’obiettivo di ridistribuire le risorse verso gli investimenti pubblici.
Il recupero delle finanze pubbliche: una delle prime misure del governo è stata il ritorno al principio della “cassa unica” statale, eliminando un sistema di privilegi per le banche che gestivano il denaro pubblico attraverso trust opachi. La questione fondamentale che si cerca di trasmettere è che non c’è alcuna guerra contro gli imprenditori in generale, ma contro gli imprenditori corrotti e che non contribuiscono al benessere sociale comune.
Il governo di Xiomara Castro ha investito molto in opere pubbliche: sono in costruzione otto nuovi ospedali fuori dalla capitale e migliaia di chilometri di strade per collegare le zone rurali (programma “strade produttive).
Nonostante non abbia il sostegno dell’apparato mediatico, grazie alle azioni intraprese dal suo governo, la presidente Xiomara Castro mantiene un livello di gradimento nazionale pari a 56 punti.
Come in tutti i paesi in cui vi è una forte concentrazione di capitale, i grandi gruppi mediatici non sono mai neutrali. Costituiscono il nucleo di un potere mediatico che non è stato costruito per rappresentare gli interessi della maggioranza sociale, della classe lavoratrice o dei progetti di trasformazione della sinistra.
Questo governo, come tutti quelli che osano sfidare l’ordine costituito, deve affrontare un feroce circolo mediatico. Si tratta di una macchina ben oliata i cui ingranaggi – i grandi quotidiani, le televisioni private, i programmi di intrattenimento – lavorano in sincronia per costruire un unico racconto: il racconto del potere, il cui obiettivo non è informare, ma disciplinare.
Ancora più evidente questa operazione poichè il piano mediatico controllato dall’oliogopolio economico e politico è quello di tornare allo status quo antecedente alla vittoria di LIBRE e si esplicita nella strategia propagandistica chiamata Plan Venezuela. Secondo i detrattori del governo LIBRE, è in atto un piano di “venezuelizzazione†di Honduras che si compirà con Rixi Moncada e convertirà il paese in una dittatura socialista. Tutti i grandi media dell’establishment fanno riferimento a questa operazione, martellando la cittadinanza con queste accuse, proprio come era già accaduto in Perù in passato e in altri paesi che avevano la possibilità per forze di sinistra di accedere ai governi di America Latina e dei Caraibi.
Carmen inoltre, racconta che i media privati, abituati a ricevere ingenti fondi pubblici dai governi precedenti in cambio di una copertura favorevole, hanno scatenato un attacco costante quando la presidente Castro ha rifiutato di continuare questa pratica. La strategia di comunicazione del governo si è basata sulla pubblicità a pagamento solo per eventi molto speciali, ma soprattutto sulla visibilità attraverso le opere reali. La presidente ha inaugurato personalmente ponti, strade e scuole, costringendo i media a coprire questi eventi nonostante la linea editoriale ostile.
Si cerca quindi di guadagnare spazio e di informare sui cambiamenti reali che si stanno verificando con questo governo, dove l’unico canale pubblico è seguito da una minoranza minuscola.
Lo sforzo principale si concentra quindi sui social network, con una presenza notevole per poter parlare realmente alla gente comune, per promuovere con tutti i mezzi un’egemonia culturale, elemento costitutivo di un profondo cambiamento nella società .
Al di là della questione nazionale, ci è sembrato opportuno collocare il Paese nel contesto regionale e continentale. LIBRE e, di conseguenza, il Governo, con le dovute differenze, si muove in un contesto regionale in cui la presenza di governi progressisti, sebbene non così egemonica come in passato, continua ad essere rilevante.
Un punto di riferimento del progressismo è il Venezuela, la cui amicizia LIBRE definisce “franca e aperta” e che rappresenta un asse storico fondamentale. Durante la resistenza al colpo di Stato del 2009 contro Manuel Zelaya, Caracas è diventata un bastione di sostegno diplomatico e politico. È un legame che simboleggia la resistenza all’egemonia statunitense e l’adesione a un blocco bolivariano in cerca di rinascita.
La Colombia, sotto il governo di Gustavo Petro, e l’Uruguay sono considerati paesi alleati, il che significa un ponte verso un progressismo più istituzionale. Le relazioni con il governo messicano sono descritte come limitate, in linea con la politica estera di Morena, più incentrata sulle questioni interne. LIBRE mantiene solide relazioni con il PT messicano, che ha una tradizione internazionalista.
La regione più vicina, l’America centrale, è considerata in uno stato di “convulsione” e costituisce il fronte più complesso. Le relazioni con El Salvador, Nicaragua e Guatemala sono apertamente distanti, segnate da profonde differenze ideologiche e non poche difficoltà . Con Bukele, la frattura si dà tra un progetto di socialdemocrazia partecipativa e un altro di populismo autoritario di destra basato su politiche securitarie estreme. Con Ortega, la distanza nasce da una lettura critica, nonostante le comuni radici sandiniste. Questo scenario frammentato mette in evidenza una sfida cruciale per LIBRE: la costruzione di un blocco regionale progressista si confronta con una realtà geopolitica in cui i vicini più prossimi rappresentano, nel migliore dei casi, partner difficili e, nel peggiore, avversari politici dichiarati; ciò rende vitale l’asse con il Sud America.
Il rapporto con Washington è descritto come più fluido del previsto. Dopo un inizio conflittuale (con dichiarazioni forti della presidente Castro sulla sovranità e minacce di rivedere la presenza militare statunitense a causa delle espulsioni), la situazione si è evoluta grazie ad abili negoziazioni. Sono stati avviati tavoli di dialogo su migrazione, estradizione (il trattato, inizialmente denunciato, è stato rinegoziato e mantenuto), un possibile finanziamento statunitense per un canale interoceanico e per progetti di sicurezza regionale. Ci viene riferito che l’amministrazione Trump non ha mostrato un interesse particolarmente ostile nei confronti dell’Honduras, a differenza della tradizionale influenza dei democratici attraverso l’USAID, il cui taglio dei fondi ha indebolito l’opposizione interna.
In uno scacchiere così complicato e con una situazione interna interessante ma instabile, Carmen sostiene che la sfida è quella di costruire una politica diversa, più radicale e di sinistra, coinvolgendo le persone in un nuovo modo di fare le cose.
Resistere al clientelismo non è una semplice questione di stile politico, ma una condizione essenziale per rompere con un modello di Stato predatorio proprio della storia nazionale. Per decenni l’Honduras è stato il prototipo della “Repubblica delle banane”, dove poche aziende straniere, tra cui spiccava la United Fruit Company, non solo controllavano l’economia attraverso le vaste piantagioni del nord, ma disegnavano anche l’architettura stessa del potere politico. Questo modello si è perpetuato nel tempo, trasformandosi: le espropriazioni delle terre comunali per far posto ai latifondi agricoli sono state il primo atto violento di una lunga catena di saccheggi che ha visto una ristretta oligarchia, in simbiosi con il capitale statunitense, appropriarsi sistematicamente del territorio, delle concessioni pubbliche e delle risorse nazionali. Questo blocco di potere ha trasformato la “politica sistemica” in un meccanismo di distribuzione di favori, in cui le stesse famiglie e gli stessi gruppi, elezione dopo elezione, si sono alternati al potere per garantire la riproduzione dei propri privilegi, intrecciando progressivamente legami anche con le economie illegali della criminalità organizzata.
La sfida di LIBRE è quella di non cedere alla riproduzione di quelle stesse dinamiche di conoscenza e favoritismo come unico modo di fare campagna elettorale e di governare. Questo significa costruire un consenso che non si basi sulla distribuzione di piccoli benefici in cambio di lealtà , ma sulla coerenza di un progetto politico, sulla forza di un discorso che parli degli interessi della maggioranza e su una vicinanza autentica, non strumentale, alle comunità . È una scommessa rischiosa: dimostrare che il potere può essere esercitato per servire, non per arricchirsi; che lo Stato può essere restituito ai cittadini, invece di essere utilizzato come bottino da distribuire tra le élite economiche di ieri e di oggi. Solo rompendo questo circolo vizioso sarà finalmente possibile sfuggire all’eredità del dominio straniero.
Un nuovo modo di fare politica significa promuovere la formazione politica a tutti i livelli e combattere la mancanza di speranza perpetuata da troppi anni di violenza e sottomissione. Ciò include anche un approccio diverso all’interno del partito attraverso iniziative sulla memoria storica, il femminismo e i beni comuni.
È in questo scenario che spicca la figura della candidata Rixi Moncada, il cui approccio e la cui scommessa centrale è la democratizzazione dell’economia. In altre parole, che i gruppi economici, che rappresentano l’1% della popolazione ma concentrano l’80% della ricchezza, paghino le tasse e vengano eliminati i loro privilegi fiscali. Ciò consentirà di ampliare le opportunità di accesso al denaro ai dieci milioni di honduregni che muovono l’economia del Paese.
La nostra conversazione si è concentrata inoltre sul femminismo e si è fatto riferimento alla figura così importante per il Paese, e non solo per esso, di Berta Cáceres e sua figlia come esempi di femminismo comunitario e di sinistra, di protezione dell’ambiente e di sfida alle inquietanti trame dei grandi interessi economici (le aziende che promuovono megaprogetti estrattivi ed energetici), dei funzionari corrotti e della violenza e della criminalità organizzata. Berta, rappresentante del movimento ecologista COPINH (Consiglio Civico delle Organizzazioni Popolari e Indigene dell’Honduras), è stata assassinata proprio per essersi opposta a un megaprogetto di costruzione di una diga.
Questo approccio popolare e radicale lotta per sopravvivere in un contesto estremamente macista, in cui la religione cattolica ha forte radicamento e la corrente evangelica sta avanzando. Un contesto frammentato in cui lo stesso movimento femminista è disunito, in parte anche a causa dell’immensa presenza della cooperazione internazionale di carattere liberale e, quindi, non del tutto in grado di articolarsi in un movimento unitario e propositivo. Ciononostante, durante il governo della Castro, l’aborto è stato depenalizzato in casi specifici (prima non c’era nessuna circostanza in cui fosse possibile) e si è creato il primo Ministero delle donne e promozione delle politiche di genere.
La sfida del 30 novembre è dunque cruciale: l’entusiasmo popolare chiede a gran voce una continuità delle politiche pubbliche, accesso all’energia e ampliamento dei diritti con una maggioranza congressuale per LIBRE e il consolidamento di Xiomara Castro con la candidata Rixi Moncada che potrebbe segnare questa era con un primato di due presidentesse progressiste di seguito. L’Honduras rappresenta quindi un laboratorio politico da osservare con speranza e vigilanza, nel vortice delle convulsioni che scuote l’intero continente latinoamericano in questo momento storico.
L'articolo L’HONDURAS A UN PUNTO DI SVOLTA: ELEZIONI, SFIDE E IL PERCORSO DI UN GOVERNO PROGRESSISTA proviene da Potere al Popolo.
Martedì 25/11 h 10:30 Piazza del Campidoglio
Appello delle realtà organizzate sui territori contro speculazione, cementificazione e nocività , per la città pubblica
Siamo lavoratori e lavoratrici di Roma, abitanti dei quartieri popolari, organizzazioni, realtà di lotta e comitati attivi sul territorio, impegnati nella difesa dei diritti e dell’interesse pubblico, dei beni collettivi e degli spazi di democrazia. Viviamo quotidianamente la città , i suoi quartieri, le sue contraddizioni e le sue potenzialità . Da questa esperienza nasce la nostra richiesta: restituire centralità alla voce e alle necessità di chi vive la città , tramite la partecipazione e il confronto pubblico, oggi gravemente compressi.
Roma sta attraversando una fase di trasformazione profonda, accelerata dai fondi PNRR e dall’Anno Giubilare. Risorse che avrebbero potuto rafforzare diritti, servizi e coesione sociale stanno invece consolidando un modello decisionale accentrato, opaco e finalizzato agli interessi di privati e speculatori. Di fronte a una città in ginocchio, con l’esplodere di contraddizioni enormi sul piano sociale e di lavoro, democratico e ambientale, l’amministrazione governa sempre più attraverso procedure straordinarie anche in assenza di emergenza, con tempi e percorsi che impediscono un reale confronto pubblico.
Pressata da scadenze fissate a livello nazionale ed europeo, e spesso in ritardo strutturale, la macchina amministrativa accelera: appalti accelerati, progettazione a tappe forzate, processi di condivisione con la cittadinanza ridotti al minimo. Si chiede a chi opera nei territori, nei servizi, nelle reti sociali e nei cantieri una disponibilità incondizionata, a realizzare senza discutere, a eseguire senza poter contribuire realmente alla definizione delle priorità . È dunque una interlocuzione limitata e unilaterale, spesso ridotta a ratifica o adesione passiva.
Così il “Modello Giubileo†si afferma come “Modello Romaâ€: governo per eccezione, centralizzazione delle decisioni, marginalizzazione del ruolo degli organi rappresentativi. Una direzione confermata da una convergenza politica trasversale che rende sempre più labile la distinzione tra maggioranza e opposizione.
Nel frattempo, la città reale parla, con forza e determinazione. Quartieri popolari e periferie, realtà sociali e culturali, movimenti per la casa e per l’ambiente si mobilitano su terreni decisivi: diritto all’abitare contro sfratti, sgomberi e speculazioni edilizie, servizi pubblici contro le privatizzazioni, gestione dei rifiuti, verde e spazi urbani, salute, mobilità , diritti sociali, difesa del patrimonio pubblico e contrasto al consumo di suolo. Sono state organizzate manifestazioni partecipatissime al Campidoglio per ribadire la contrarietà a questo modello, contro le grandi opere del nuovo stadio della Roma, del porto crocieristico di Fiumicino,
dell’inceneritore e dei biodigestori e la grande speculazione degli ex-Mercati Generali, per una città pubblica che rimetta al centro i diritti di tutti gli abitanti di Roma e dell’area metropolitane.
Sono richieste concrete e legittime, che troppo non trovano ascolto: decisioni calate dall’alto, procedure blindate, e talvolta ricorso alla forza pubblica contro chi difende diritti e beni collettivi.
A ciò si aggiunge la scelta dell’amministrazione rispetto al genocidio in corso a Gaza: nonostante una mobilitazione cittadina ampia e trasversale, Roma ha mantenuto continuità politico-commerciale con lo Stato d’Israele, ad esempio attraverso i rapporti che la partecipata ACEA intrattiene con l’azienda idrica israeliana Mekorot, attivamente impegnata a sottrarre risorse idriche alle persone palestinesi nei territori occupati, o attraverso la distribuzione nelle farmacie comunali dei prodotti dell’azienda farmaceutica Teva. Questa cooperazione, insieme alla timidezza nell’esprimere solidarietà contro il massacro perpetrato a Gaza e in Cisgiordania, evidenziano una distanza profonda tra istituzioni e società su temi fondamentali di dignità e giustizia.
Non siamo di fronte a un problema tecnico: siamo davanti a una crisi sociale, politica e democratica. Quando l’urgenza diventa prassi, quando la partecipazione è compressa, quando la città viene governata come un’emergenza permanente, la democrazia si svuota e a pagare il prezzo sono coloro che vivono e lavorano a Roma.
Per questo chiediamo la convocazione urgente di un Consiglio Comunale Aperto il 25 novembre p.v.. in cui si discutano tutte le vertenze e le rivendicazioni sulle questioni della speculazione e della cementificazione in città . Non un gesto simbolico, ma un atto necessario per riaprire spazi di ascolto, trasparenza e responsabilità politica. Roma ha bisogno di un luogo in cui le scelte che la trasformano siano discusse apertamente e confrontate con le esigenze e le voci della città .
Chiediamo a tutte le consigliere e i consiglieri capitolini di farsi promotrici/promotori di questa convocazione e di assumere pienamente la responsabilità che deriva dal loro mandato democratico.
In attesa di un riscontro chiaro, continueremo a rendere pubblica questa richiesta e a sostenerla nelle piazze, nei territori e nelle reti civiche della città .
Primi firmatari:
Realtà Indisponibili Organizzate sui Territori
Movimento per il diritto all’abitare
Federazione Roma Unione Sindacale di Base
Coordinamento Si Parco Si Ospedale No Stadio
Arci Roma
Potere al Popolo Roma
Comunità per le Autonome Iniziative Organizzate – CAIO
ASIA-USB
Circolo ARCI Pietralata
Ecoresistenze
Difendiamo Casal Selce- No Biodigestore
Cambiare Rotta
Donne de Borgata
Collettivo Balia dal Collare
Macchia Rossa
Opposizione Studentesca d’Alternativa – OSA
Pietralata Unita
Zona verde
Comitato Tutela Alberi Monteverde – TAM
Comitato No Corridoio Roma-Latina
Associazione vita di donna-ODV
Casa del Popolo Monterotondo Scalo
Comitato Stadio Pietralata No Grazie
Rete Tutela Roma Sud e Castelli Romani
Strutture USB- AMA, ACEA, TPL
Rete Ecosocialista
Collettivo No Porto Fiumicino
Cortocircuito
Tor Marancia Naturale
Associazione Walter Rossi
Collettivo X – Roma nord ovest
Mera 25 Roma
Associazione Vitinia Bene Comune
Comitato Caravaggio: uniti contro le torri!
Coordinamento No Inceneritore
Tavoli del Porto
L'articolo [ROMA] RECLAMIAMO INSIEME UN CONSIGLIO COMUNALE APERTO proviene da Potere al Popolo.
Cosa sta succedendo in Venezuela? Una lezione di lotta contro l’imperialismo. Â
Mentre gli Stati Uniti avviavano l’operazione “Southern Spear” con la portaerei USS Gerald R. Ford al largo del Venezuela, una nostra delegazione era a Caracas per una conferenza internazionale organizzata dal Consiglio Nazionale per la sovranità e la pace. In questo clima di minacce statunitensi pretestuose, abbiamo però trovato una città non militarizzata, che continua a vivere normalmente la propria quotidianità , con le sue difficoltà . Dopo gli incontri istituzionali, ci siamo immersi nella realtà delle “comunas”, l’autogoverno popolare bolivariano. Per capire come dal basso si porta avanti la lotta contro l’imperialismo, abbiamo parlato con Juan Carlos Lenzo, dirigente dell’Unión Comunera e militante dei movimenti popolari e internazionalisti sin dai primi anni 2000.
Gli Stati Uniti stanno aumentando la tensione con il dispiegamento di portaerei, navi da guerra e minacciando un attacco militare. Eppure, la realtà che stiamo vedendo qui a Caracas è di grande tranquillità . Come sta vivendo il popolo venezuelano questo nuovo attacco da parte dello stato imperialista statunitense?
Il clima che prevale in Venezuela, nonostante la minaccia, è di calma e tranquillità . La gente continua la propria vita quotidiana. Anzi, a breve, il 23 novembre, ci sarà una consultazione nazionale popolare in cui le organizzazioni comunali voteranno il progetto che considerano prioritario per la loro comunità . In termini generali, quindi, il clima è tranquillo e di accettazione. La preoccupazione principale rimane la questione economica: l’inflazione, infatti, si è accentuata nell’ultimo mese, impattando sul potere d’acquisto e sulla qualità della vita. Ma nel complesso, la situazione è serena.
Purtroppo, sappiamo che gli Stati Uniti hanno già attaccato il Venezuela in passato, in vari tentativi di destabilizzare il Paese e insediare un leader scelto da loro. In che modo le “comuna” e l’organizzazione popolare aiutano a combattere l’imperialismo?
La rivoluzione bolivariana, fin dal suo inizio, è stata oggetto di aggressioni da parte dell’imperialismo nordamericano, ma ha sempre saputo contrastarle e difendersi. Colpi di stato, tentati omicidi, guerra economica, pressione diplomatica e, più recentemente, sanzioni: le oltre 900 sanzioni imposte al Venezuela hanno avuto conseguenze gravissime sulla vita economica e sociale della nazione. Tutte queste difficoltà ci hanno insegnato una strategia fondamentale, basata su due pilastri: l’organizzazione popolare e l’unione civico-militare. Il popolo ha abbracciato il principio della democrazia partecipativa e dal basso. Già nel 2006 si iniziarono a costruire le organizzazioni comunali, e nel 2009 nacquero le prime comuna. Questo ha garantito al popolo un alto livello di partecipazione politica, mobilitazione, organizzazione e capacità di risolvere i propri problemi, ma anche di difendere il proprio territorio ed esercitare la sovranità . Un popolo che si mobilita, organizzato e cosciente è un’arma potentissima contro qualsiasi aggressione, esterna o interna. Questo permette di contenere varie forme di attacco: sia sul piano della guerra cognitiva, perché il popolo esercita la propria coscienza e comprende a fondo il senso della rivoluzione, sia sul piano di una guerra territoriale, perché le comuna esercitano la sovranità sul proprio territorio. Grazie a esse, ad esempio, si sono evitati fenomeni di aggressione e violenza, imparando a respingere azioni contro la sovranità nazionale. Anche sul piano economico-produttivo, le comuna sono un muscolo che permette di garantire scorte alimentari per qualsiasi evenienza. Già durante la crisi economica del 2017-19, furono i produttori agricoli (campesinos) delle comuna a distribuire cibo, evitando che il popolo venezuelano sprofondasse in una situazione di fame nera. Nonostante il sabotaggio della borghesia, si riuscì a distribuire alimenti alla popolazione, contenendo così la crisi.
Tutte le organizzazioni comunali hanno il dovere storico di mantenere viva la fiamma socialista e insistere nel cammino della rivoluzione. Come diceva Chávez, è nelle comuna che si costruisce il socialismo. Nelle nostre mani risiede la possibilità concreta e reale di continuare a forgiare, attraverso i territori comunali, l’opzione socialista come unica via per trascendere la logica nefasta del capitalismo.
E invece, nel continente, tra il premio Nobel a Maria Corina Machado e le destre che attaccano qualsiasi alternativa anche minimamente progressista, che aria tira?
La situazione nel continente è complicata. Da un lato, abbiamo il governo di estrema destra di Milei in Argentina e Bukele in El Salvador; dall’altro, emergono alternative progressiste come Sheinbaum in Messico, Petro in Colombia e Lula in Brasile. Ogni territorio vive una propria situazione complessa: si pensi alle proteste della Generazione Z in Messico o alle tensioni verso il governo di Petro, con l’avanzata della destra colombiana, che lasciano poco margine di manovra. Qualcosa si muove anche in Cile, dove Jara ha vinto il primo turno delle presidenziali, ma il candidato Kast ha alte probabilità di vincere il ballottaggio, rappresentando un altro elemento di estrema destra nel continente. In questo scenario, la posizione di Petro in Colombia e di Lula in Brasile, che rifiutano qualsiasi intervento nordamericano in Venezuela, è determinante. Aiuta a riequilibrare le relazioni geopolitiche, ma non possiamo negare che la situazione sia complicata e che il Venezuela debba far fronte a questo panorama, nel solco dell’aggressione che si avvicina. Anche l’assegnazione del premio Nobel a Maria Corina Machado rientra nell’intenzione dei poteri internazionali di promuovere una figura di estrema destra nel continente, conferendole legittimità e riconoscimento. Ritengo che questa sia una congiura, in sintonia con la tendenza dell’Impero a riprendere il controllo del suo “cortile” latinoamericano, anche in risposta alla crescente influenza di Cina e Russia nella regione.
A questo punto non rimane che una domanda: che cosa possiamo fare noi, come compagne e compagni internazionalisti, per sostenere la rivoluzione bolivariana?
Cosa possono fare i compagni al di fuori del Venezuela? Penso che, come esercizio di solidarietà fondamentale, sia cruciale informare e comunicare ciò che sta realmente accadendo qui. Le grandi corporazioni mediatiche hanno diffuso una narrativa fatalista sulla rivoluzione bolivariana. Il compito primario dei compagni e delle compagne, dei movimenti e del popolo organizzato nelle altre nazioni, è quindi quello di raccontare la realtà dei fatti, ciò che succede veramente e come viviamo qui, con le sue luci e le sue ombre, i suoi punti di forza e le sue debolezze, i suoi successi e le sue contraddizioni. Credo, inoltre, che sia ugualmente importante organizzarsi per venire a conoscere di persona come vive e cosa fa il popolo venezuelano: come si organizza per la resistenza e come, nel mezzo di questo processo, stia costruendo una società nuova.
L'articolo IL NOSTRO VIAGGIO NEL VENEZUELA ASSEDIATO DA TRUMP. INTERVISTA A JUAN CARLOS LENZO DE LA UNION COMUNERA proviene da Potere al Popolo.
Nell’aggiornamento n. 340 delle Nazioni Unite sulla situazione umanitaria nella Striscia di Gaza (12 novembre 2025), c’è una sezione dedicata alle sofferenze di oltre un milione di bambini palestinesi a Gaza. I sintomi più comuni rilevati tra i bambini sono “comportamento aggressivo (93%), violenza verso bambini più piccoli (90%), tristezza e isolamento (86%), disturbi del sonno (79%) e rifiuto dell’istruzione (69%)â€. I bambini rappresentano circa la metà della popolazione di Gaza, dove l’età media è di 19,6 anni. Ci vorrà molto tempo prima che riescano a superare questi sintomi. Non si intravede la fine delle condizioni concrete che li provocano, ovvero il genocidio e l’occupazione in corso.
I bambini subiscono attacchi straordinari da parte delle forze israeliane, alcuni dei quali sono stati documentati in un recente rapporto di Defense for Children International. Ad esempio, il 22 ottobre 2025, il sedicenne Saadi Mohammad Saadi Hasanain e un gruppo di altri bambini si sono recati nella casa distrutta di Saadi per raccogliere alcuni dei suoi effetti personali e legna da bruciare. I quadricotteri israeliani hanno aperto il fuoco su di loro, costringendo i bambini a disperdersi. Due dei ragazzi sono riusciti a sfuggire all’attacco, ma Saadi e un altro ragazzo non ce l’hanno fatta. La mattina seguente, la famiglia di Saadi ha trovato il corpo dell’altro ragazzo, con la testa fracassata. Accanto a lui hanno trovato il telefono di Saadi, le sue scarpe e i suoi pantaloni. La camicia di Saadi era legata attorno al corpo del ragazzo assassinato. Non si hanno notizie di Saadi e la sua famiglia teme che sia stato portato via dalle forze israeliane.
Il nostro ultimo dossier, Despite Everything: Cultural Resistance for a Free Palestine, include una frase potente dell’artista diciottenne di Gaza Ibraheem Mohana, che ha compiuto 18 anni durante il genocidio: “Hanno iniziato la guerra per uccidere le nostre speranze, ma non lo permetteremoâ€. Non lo permetteremo. Questo rifiuto è una sensibilità potente.
Il titolo del dossier fa riferimento alle parole dell’attore e regista palestinese Mohammad Bakri: nonostante tutto, compreso il genocidio, la cultura palestinese resisterà e fiorirà . Non solo la cultura palestinese sopravviverà al genocidio, ma saranno proprio le risorse culturali del popolo ad aiutare i bambini a guarire e a fornire loro un percorso per tornare a un certo livello di sanità mentale. L’arte è un rifugio sicuro, una pratica che permette a un popolo di gestire traumi che non possono essere assimilati nella sua vita collettiva. Il trauma inflitto ai palestinesi non è necessariamente un evento, ma un processo, un modo di vivere totale. La vita palestinese, infatti, è segnata dal trauma. L’arte è un rifugio da tale trauma. Non c’è da stupirsi che così tanti bambini sopravvissuti alla guerra e alle sue afflizioni sul corpo e sulla mente possano trovare una misura di guarigione attraverso la terapia dell’arte.
Qualche anno fa, in Palestina, ho avuto una conversazione con alcuni artisti sul ruolo dell’arte tra un popolo impegnato in una lotta per la libertà . Il tema principale della nostra discussione era se tutta l’arte palestinese dovesse riguardare l’occupazione o se potesse riguardare anche altre cose. Il consenso tra noi era che i palestinesi non hanno alcun obbligo né di umanizzarsi nei confronti di coloro che sono complici dell’occupazione, né di produrre solo arte sull’occupazione. “Perché gli artisti non possono creare arte per il proprio piacere o per coloro che amano l’arte o per dimostrare che possiamo sopravvivere di fronte alla distruzione?â€, ha chiesto Omar, un giovane artista di Jenin.
L’arte può essere un rifiuto di essere cancellato, una testimonianza contro le narrazioni imperialiste e un tentativo di mantenere viva la memoria storica. “Tutto ciò che posso usare per proteggermi – pennello, penna, pistola – sono strumenti di autodifesaâ€, ha scritto il defunto romanziere palestinese e militante del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina Ghassan Kanafani. Gli artisti palestinesi hanno sottolineato che i sudafricani hanno prodotto murales, musica, poesia e teatro come parte della lotta contro l’apartheid (che abbiamo documentato nel nostro dossier sul Medu Art Ensemble). L’impronta della lotta per la dignità umana non è presente solo sui campi di battaglia della liberazione nazionale, ma anche nei cuori delle persone che aspirano a conquistare la libertà , anche se altri cercano di negare loro questo diritto. La lotta degli oppressi per conquistare la libertà è una lotta per trasformare le risorse culturali in una loro propria forza democratica.
Hanan Wakeem, cantante della band Darbet Shams (Sunstroke), in un’intervista per il dossier ha raccontato a Tings Chak che nei primi mesi del genocidio lei e altri palestinesi “erano segnati da uno shock totale. Molti artisti non riuscivano a cantare, muoversi o creare. C’erano continue domande sul ruolo dell’arte in un momento di genocidioâ€, ha aggiunto. “È appropriato fare musica? Se la canzone non parla della guerra, ha senso condividerla?†Queste domande rimangono, ripetendosi all’infinito quando lo spazio e il tempo crollano in un genocidio.
Poco prima dell’inizio del genocidio, i Darbet Shams hanno pubblicato una canzone intitolata Raqsa (رَقْصة), che significa danza. Il testo è sublime:
Piedi radicati nella terra,
la testa sollevata verso le stelle.
Occhi che fanno oscillare il dolore,
il cuore inciso nella luce del sole.
Vivere del respiro che ci sostiene,
per accendere sentieri ormai oscuri.
Un pensiero plasmato dallo sguardo delle persone,
un sorriso che nasconde il suo dolore.
Agita la storia che vive in noi
e la riempie di eroi.
Soffiamo una melodia nelle costole della terra
e modelliamo una patria che riflette chi siamo.
Stavo pensando a questa canzone mentre leggevo il dossier, riflettendo su quanto rimanga potente dal punto di vista poetico e politico, anticipando persino un genocidio che sembra essere la condizione permanente del popolo palestinese dal 1948.
Dal 7 ottobre 2023, le bombe israeliane sono cadute sui luoghi della riproduzione sociale palestinese (panetterie, barche da pesca, campi agricoli, case, ospedali) e sulle istituzioni della vita culturale palestinese (università , gallerie, moschee e biblioteche). Una di queste istituzioni è la Biblioteca Pubblica Edward Said nel nord di Gaza, che attirava ogni giorno decine di visitatori. Nel 2017, il poeta Mosab Abu Toha ha fondato la biblioteca e nel 2019 ha deciso di raccogliere fondi per una seconda sede nella città di Gaza, dotata di un laboratorio informatico dove bambini e adulti potevano imparare a usare i programmi per computer e progettare siti web.
Nel novembre 2023, gli israeliani hanno bombardato la Biblioteca Municipale di Gaza. Nei mesi successivi hanno bombardato anche le università pubbliche di Gaza, distruggendo le loro biblioteche. Nell’aprile 2024, tredici biblioteche pubbliche erano state cancellate. La distruzione delle biblioteche di Gaza ha portato alla formazione di Librarians and Archivists with Palestine, che ha lavorato per documentare la rovina. Pochi mesi dopo, gli israeliani hanno bombardato la Biblioteca Pubblica Edward Said e l’hanno distrutta. Nella sua dichiarazione, Abu Toha ha scritto: “Tutti i sogni che io e i miei amici a Gaza e all’estero stavamo costruendo per i nostri figli sono stati bruciati dalla campagna genocida di Israele volta a cancellare Gaza e tutto ciò che respira vita e amoreâ€.
Quando stavamo scrivendo The Joy of Reading sulle biblioteche pubbliche in Kerala (India), Cina e Messico, abbiamo pensato anche alle biblioteche simili a Gaza, molte delle quali costruite e gestite da persone volontarie. L’attacco di Israele alle biblioteche pubbliche non è un caso: distrugge spazi che salvano la vita collettiva, che promuovono il pensiero critico, l’orgoglio del patrimonio palestinese e una coscienza che dà la fiducia necessaria per sognare il futuro. Come ci ha detto Paloma Saiz Tejero della Brigade to Read in Freedom per quel dossier: “I libri ci permettono di comprendere la ragione che costituisce il nostro essere, la nostra storia; elevano la nostra coscienza, espandendola oltre lo spazio e il tempo che fondano il nostro passato e il nostro presente…Grazie ai libri, impariamo a credere nell’impossibile, a diffidare dell’ovvio, a rivendicare i nostri diritti di cittadini e ad adempiere ai nostri doveriâ€. L’occupazione non vuole che il popolo palestinese creda nell’impossibile; proprio come distrugge le loro case, i loro ospedali e le loro vite, vuole distruggere la loro capacità di sognare.
Abu Toha ha costruito la Biblioteca Pubblica Edward Said all’indomani dei cinquantuno giorni di bombardamenti su Gaza nel 2014. Durante i bombardamenti, il poeta Khaled Juma ha scritto quella che è forse una delle elegie più potenti sulla sopravvivenza palestinese:
Oh, bimbi monelli di Gaza.
Che sempre disturbavate con le vostre grida sotto la mia finestra.
Che riempivate ogni mattino di corse e caos.
Voi che avete rotto il mio vaso e rubato l’unico fiore dal mio balcone.
Tornate.
Strillate quanto volete
e rompete tutti i vasi.
Rubate tutti i fiori.
Tornate.
Solo questo, tornate.
Solo questo, tornate.
Con affetto,
Vijay
*Traduzione della quarantasettesima newsletter (2025) di Tricontinental: Institute for Social Research.
Come Potere al Popolo traduciamo la newsletter prodotta da Tricontinental: Institute for Social Research perché pensiamo affronti temi spesso dimenticati da media e organizzazioni nostrane e perché offre sempre un punto di vista interessante e inusuale per ciò che si legge solitamente in Italia. Questo non significa che le opinioni espresse rispecchino necessariamente le posizioni di Potere al Popolo. A volte accade, altre volte no. Ma crediamo sia comunque importante offrire un punto di vista che spesso manca nel panorama italiano.
L'articolo I PALESTINESI NON PERMETTERANNO CHE IL GENOCIDIO UCCIDA LE LORO SPERANZE proviene da Potere al Popolo.
Negli ultimi giorni la città di Torino è tornata a fare i conti con una questione che da decenni resta aperta: la parabola dell’oggi 83enne Giorgio Maria Molino, proprietario di un impero immobiliare costituito da oltre 1.400 unità immobiliari, che si conclude, almeno penalmente, con un patteggiamento di tre anni ai domiciliari e il versamento di circa 7 milioni di euro per evasione fiscale dovuti a fronte di un introito di 42 milioni di euro da canoni di locazione percepiti.
Questo esito giudiziario non può essere letto come una semplice vicenda personale, né come una conclusione isolata: rappresenta piuttosto la punta dell’iceberg di un sistema abitativo profondamente radicato nella città , che intreccia speculazione, disagio sociale e complicità istituzionali.
Per decenni, il gruppo Molino ha affittato soffitte umide, cantine anguste, sottotetti inabitabili a persone che avevano poche alternative: molti di questi inquilini infatti erano migranti in condizioni di estrema fragilità . Le indagini hanno ricostruito quello che molti di noi sapevano già e cioè che buona parte di questi affitti erano in nero, in una rete opaca di società e associazioni che permettevano al “ras delle soffitte†di nascondere al fisco ricavi enormi.
Ma non è tutto. Emerge infatti la contraddizione di case in condizioni pericolanti, con infissi cadenti, cavi elettrici esposti, controsoffitti instabili, che di fatto venivano affittate con contratti regolari. Questo paradosso racconta una realtà fatta da un lato da una regolarità formale, dall’altro dall’assenza di condizioni minime di vivibilità , abitazioni fatiscenti che non sono un diritto reale ma un ricatto fatto di precarietà .
E non è un segreto che la galassia Molino abbia avuto rapporti stretti (diretti o indiretti) con le istituzioni torinesi. Alcuni esempi sono gli immobili forniti al Comune per accogliere famiglie gravemente vulnerabili o la svendita di immobili comunali come il complesso tra via XI Febbraio, via Fiochetto e via Bazzi, in un rapporto che oscilla tra pseudo-assistenza sociale e speculazione edilizia.
Il fatto che un’attività immobiliare così massiccia e controversa potesse prosperare per decenni implica che non si sia trattato solo di un affarista disonesto, ma di un attore integrato nel tessuto urbano, con connessioni, protezioni e mutui interessi.
Il patteggiamento di Molino, sebbene dica “pagherai qualcosa, ma non finisci in carcereâ€, non risponde affatto al nodo politico: non affronta la natura strutturale del problema che ha plasmato interi quartieri e il destino abitativo di migliaia di persone. Un’indagine fiscale e una multa penale non bastano se non si cambiano le logiche su cui si fonda il mercato immobiliare torinese.
Il palazzinaro Molino ha versato una parte delle somme evase, ma rimane il fatto che per decenni ha accumulato rendite su spazi degradati, ricattando chi aveva bisogno di un tetto. Questo patteggiamento non può essere interpretato come giustizia piena se non è accompagnato da politiche concrete di riappropriazione del patrimonio edilizio speculativo.
Questa vicenda non può restare un caso isolato di rilevanza strettamente penale. Deve diventare un punto di svolta che faccia prendere coscienza delle mille criticità di un sistema che, non solo nell’illegalità , specula sulla fragilità abitativa. Se finalmente dopo anni di collusioni e sfruttamento è stato colpito un simbolo dello sfruttamento immobiliare, la giustizia sociale deve proseguire su un altro piano: quello delle politiche abitative.
Difendere il diritto all’abitare significa non solo denunciare l’illegalità , ma soprattutto costruire un’alternativa urbana in cui la casa non sia più merce per pochi speculatori, ma un diritto garantito a tuttə.
L'articolo [TORINO] OLTRE MOLINO: LE RESPONSABILITÀ DELLE AMMINISTRAZIONI NEL SISTEMA DELLO SFRUTTAMENTO ABITATIVO proviene da Potere al Popolo.
20 novembre ore 18:00 Isola pedonale Via Flavio Stilicone
La nuova legge di bilancio presentata dal governo Meloni risponde alla logica del riarmo e alla scelta di dirigere il nostro Paese verso un’economia di guerra.
Mentre salari e pensioni continuano a perdere potere d’acquisto, crescono disuguaglianze, precarietà e lavoro sottopagato; il costo della vita aumenta, il diritto alla casa, all’istruzione e alla sanità pubblica non sono garantiti.
Nonostante ciò, il governo continua a investire nelle spese militari, nel riarmo europeo e a sostenere il genocidio del popolo palestinese.
Le mobilitazioni di settembre a sostegno della Palestina hanno mostrato che sempre più persone si rifiutano di essere complici di queste scelte scellerate, rifiutando la linea del governo Meloni e delle finte opposizioni che, insieme all’Unione Europea e alla NATO, ci spingono verso un futuro di guerra e ingiustizia: serve rompere con Israele, con il sionismo e con il genocidio, vogliamo la Palestina libera!
Dai quartieri popolari diciamo chiaramente che serve un’alternativa!
Ogni giorno vediamo scuole che cadono a pezzi, università senza fondi, sanità sempre più privatizzata, mezzi pubblici inadeguati, affitti insostenibili e sfratti all’ordine del giorno.
Mentre i servizi essenziali vengono tagliati, il denaro pubblico viene dirottato verso la guerra e gli interessi dei privati.
È in corso un processo che, attraverso le politiche di riarmo, tenta di militarizzare l’intera società , aggravando il peggioramento delle condizioni di vita.
A Cinecittà , dove alle nostre spalle sorge la base militare del COVI (comando operativo di vertice interforze), questo lo sappiamo bene: nel cuore di un quartiere popolare dove mancano fondi e servizi troviamo ancora luoghi legati alla filiera bellica. Vogliamo la guerra fuori dai nostri quartieri e pretendiamo che le risorse vengano destinate a spese sociali, non a quelle militari.
Mentre il governo e le false opposizioni si schierano dalla parte della guerra e del genocidio, nei quartieri popolari mancano ospedali, scuole, trasporti e case popolari. Situazione peggiorata ulteriormente dal modello Giubielo e dalla giunta Gualtieri, che hanno scelto di svendere la città a speculatori, palazzinari e turisti ignorando le necessità di chi la vive, e per cui diciamo chiaramente che vogliamo un consiglio comunale aperto in cui portare le rivendicazioni di chi lotta nei territori, di chi li abita, e di chi vive questa città .
Noi non ci stiamo, siamo pronti ancora a bloccare tutto. Dai quartieri popolari organizziamo l’opposizione al governo Meloni e alle finte opposizioni, contro la finanziaria di guerra, e il genocidio in Palestina per mettere al centro le necessità di chi lavora, studia e abita in questo paese!
Ci vediamo il 20 novembre alle ore 18:00 all’isola pedonale di Via Flavio Stilicone per un’assemblea pubblica e per partire in corteo. Blocchiamo le basi militari nei quartieri popolari, organizziamo insieme l’opposizione in quartiere, in città e in tutto il paese, scioperiamo il 28 novembre e scendiamo tutti e tutte in piazza per la manifestazione nazionale del 29 novembre alle 14:00 a Porta San Paolo.
Aderiscono:
USB federazione Roma
Asia USB
Movimento per il diritto all’abitare
Potere al Popolo Roma
OSA Roma
Cambiare Rotta Roma
L'articolo [ROMA] BLOCCHIAMO LE BASI MILITARI NEI QUARTIERI POPOLARI. ASSEMBLEA PUBBLICA TERRITORIALE E CORTEO proviene da Potere al Popolo.
La concomitanza tra la manifestazione nazionale di Roma e la mobilitazione “No Ponte†a Messina non è una casualità . È la fotografia di una crisi sistemica che sta esplodendo su fronti diversi ma collegati. Questo doppio appuntamento è un’occasione politica per chi vuole trasformare la protesta in un progetto di potere popolare.
La lotta contro il Ponte non può essere ridotta solamente a una questione ambientale o localistica, perchè rappresenterebbe un errore strategico. Il Ponte è l’emblema del neocolonialismo interno che oggi assume la forma del neoliberismo.
Spreco di risorse pubbliche in Grandi Opere mentre crollano la sanità e la scuola.
Devastazione ambientale a beneficio delle lobby del cemento e della finanza.
Attacco di classe che, sotto la retorica del “declino demograficoâ€, maschera la cancellazione dei servizi e la precarizzazione di massa.
A questo si aggiunge un pericolo concreto e strutturale: l’infiltrazione mafiosa. Come dimostra il precedente dell’asse Salerno-Reggio Calabria, le Grandi Opere sono un moltiplicatore di corruzione e un banchetto per le cosche, che attraverso appalti, subappalti e controllo del territorio si arricchiscono e consolidano il loro potere. Il Ponte sullo Stretto, con i suoi miliardi di euro, rappresenta il massimo bottino possibile.
È lo stesso modello che produce la Legge di Bilancio della Meloni: una macchina da guerra sociale che taglia i redditi dei poveri, finanzia i profitti dei ricchi e regala miliardi all’industria bellica, mostrando il volto autoritario e razzista di questo sistema.
Il “filo rosso†che unisce Messina a Roma, e la lotta No Ponte alla solidarietà con la Palestina, è la consapevolezza che stiamo combattendo lo stesso sistema.
Il capitalismo che devasta lo Stretto è lo stesso che bombarda Gaza.
Il riarmo della NATO e il sostegno al sionismo sono due facce della stessa medaglia: la crisi di un sistema che cerca profitto nella guerra e nel genocidio.
Le complicità del governo Meloni con il massacro dei palestinesi svelano gli stessi appetiti speculativi delle lobby immobiliari, pronte a “ricostruire†ciò che le bombe hanno distrutto, esattamente come fanno con i territori italiani.
Non è una coincidenza, ma un modello di business. Le stesse grandi aziende italiane di costruzioni e ingegneria (come Webuild, già Salini Impregilo, leader del consorzio per il Ponte) sono in prima fila nei progetti di “ricostruzione” a Gaza, pronti a trasformare un genocidio in un’opportunità di profitto. È la “shock economy” in azione: si sfrutta la devastazione di un territorio, sia essa causata da una bomba o da una decisione politica, per aprire nuovi mercati e intascare soldi pubblici.
Come denuncia l’appello “Blocchiamo Tuttoâ€, siamo di fronte a un “modello di sviluppo fondato sulle grandi opere, sul riarmo, sullo sfruttamento”, un modello che non si può riformare, ma che deve essere fermato e smantellato. La guerra in Palestina, le Grandi Opere, la finanziaria di guerra sono anelli della stessa catena. Non viviamo la stessa tragedia, ma abbiamo gli stessi nemici: il capitale, il fascismo, il riarmo, il sionismo.
La lotta contro il ponte continua a rappresentare la capacità del mezzogiorno di proporre all’intero paese un modello sociale e produttivo diverso per esso, che garantisca lavoro sicuro e onesto, servizi pubblici di qualità , che rendano certi ed esigibili il diritto all’acqua, alla salute, alla scuola.
La lezione di Gramsci è più attuale che mai: il vero conflitto non è Nord contro Sud, ma tra chi subisce il modello di sviluppo capitalista e chi ne trae profitto. Il Mezzogiorno è stato storicamente una colonia interna sfruttata dall’alleanza tra il capitale del Nord e i poteri locali.
Oggi, adottando una prospettiva di classe, la lotta per il territorio diventa lotta per un Piano Pubblico e Popolare che blocchi le Grandi Opere inutili e destini quelle risorse a sanità , scuola, trasporti, salari e pensioni,  che socializzi i settori strategici, togliendoli dalla logica del profitto e che riconverta l’industria bellica in un sistema produttivo al servizio dei bisogni sociali.
La sfida di queste giornate è dimostrare che esiste un’alternativa di sistema. Non ci accontentiamo di protestare; vogliamo cambiare tutto!
Dobbiamo affermare la necessità di unire tutte le lotte: dai movimenti No Ponte ai sindacati di base in sciopero, dai comitati per la casa ai movimenti che lottano contro la devastazione ambientale e sociale della speculazione energetica fino ai movimenti che lottano per la Palestina libera.
L’obiettivo è costruire un blocco sociale antagonista in grado di unire il proletariato metropolitano, le periferie, il Sud e tutti gli sfruttati, per rovesciare l’attuale rapporto di forza e imporre un programma che metta al centro la vita, la pace e i diritti, e non il profitto di pochi.
Per queste  ragioni Potere al Popolo parteciperà alla manifestazione No Ponte del 29 novembre a Messina.
Dallo Stretto a Roma, un solo filo rosso: blocchiamo tutto, per cambiare tutto!
L'articolo DA ROMA ALLO STRETTO DI MESSINA: UN SOLO FILO ROSSO CONTRO LA DITTATURA DEL CAPITALE proviene da Potere al Popolo.
Nella primavera del 2026 si svolgerà il Referendum Confermativo sulla legge “Nordioâ€, cioè sulla legge costituzionale del Governo Meloni che fa cambiato le regole interne alla magistratura. Noi di Potere al Popolo votiamo e invitiamo a votare NO per queste ragioni:
1) Questa non è una riforma della giustizia, ma solamente un cambiamento nel sistema di carriere e autogoverno della magistratura. Noi riteniamo necessario che in Italia si garantiscano effettivi diritti alle persone, in primo luogo alla grande maggioranza che non può permettersi di spendere montagne di soldi per accedere alla giustizia o per avere giustizia. Questo significa cambiare le leggi che puniscono i migranti, i poveri, i lavoratori, questo significa abolire i decreti sicurezza e la Bossi Fini. Questo significa investire risorse per permettere l’accesso gratuito ai tribunali di chi denuncia sfruttamento e violenze per le persone e devastazione per l’ambiente. Questo significa applicare l’articolo 3 della Costituzione per rimuovere quella giustizia debole coi forti e forte coi deboli che si sta affermando nei fatti. La legge Nordio non fa nulla di tutto questo, chiunque la presenti come una riforma della giustizia imbroglia.
2)  Il risultato più esaltato della legge Nordio è la separazione delle carriere tra i magistrati che fanno le indagini, i pubblici ministeri, e i magistrati che emettono le sentenze, i giudici. Come al solito quando in Italia si fa una “riforma†si annuncia: facciamo come gli Stati Uniti. Questo americanismo nella giustizia sicuramente non porta nulla di buono, visto che se c’è al mondo una giustizia di classe dove decidono i soldi, è quella degli USA. In concreto la separazione delle carriere in Italia a riguarda poche decine di magistrati su migliaia, perché allora tanto clamore? Perché con la separazione in proprio sistema dei pubblici mi isteri, questi diventerebbero dei super poliziotti. E alla fine sarebbero sicuramente soggetti al controllo del potere politico e di quello economico ad esso collegato. Non è vero? E allora perché tutti gli esponenti di governo che esaltano la legge Nordio partono dalle presunte “persecuzioniâ€Â che avrebbero subìto Berlusconi e i politici, dalla bocciatura del Ponte sullo Stretto da parte della Corte dei Conti, dalle indagini della magistratura sul Sistema Milano? È proprio la propaganda a favore della Legge Nordio a chiarire le reali intenzioni di chi l’ha voluta e cioè sottoporre la magistratura al potere politico in modo che non osi disturbare il manovratore.
3)   Ancora più grave sul piano della democrazia è l’eliminazione del diritto dei magistrati a eleggere liberamente i propri rappresentanti nel CSM. D’ora in poi i rappresentanti dei magistrati negli organi di autogoverno sarebbero estratti a sorte e non più eletti. Solo il corporativismo fascista, per il quale nessuna forma di democrazia è ammessa nelle strutture delle Stato, può dare origine ad una tale controriforma, non solo nemica delle libertà  dei magistrati, ma di quelle di tutti. L’elezione del CSM è stata una conquista della stagione delle grandi riforme democratiche degli anni sessanta e settanta. L’abolizione del diritto al voto per i magistrati fa parte del modello aziendalista con cui si distrugge la democrazia. In più nel CSM resterebbe la quota di membri di nomina politica. Quindi la politica ufficiale potrebbe inserire i suoi esponenti nel CSM, mentre ai magistrati sarebbe vietato scegliere democraticamente i propri rappresentanti. Una ulteriore subordinazione della giustizia agli interessi di chi comanda.
4) Il governo Meloni, il mondo politico e mediatico berlusconiano, liberali e centristi anche del PD, sono a favore della legge Nordio. Per essi questa legge è parte di un pacchetto di controriforme neoliberali che vorrebbero smantellare ciò che resta della Costituzione antifascista. L’autonomia differenziata, il premierato, leggi elettorali sempre più truffaldine, norme da stato di polizia, sono tutte parte un sistema autoritario che il Governo Meloni vuole imporre nel nome della libertà d‘impresa e dell’arbitrio del potere politico. Per questo la magistratura va posta sotto controllo, così come ogni potere indipendente dal palazzo e dal sistema degli affari.
Il nostro NO alla controriforma Nordio del Governo Meloni è coerente con quello del 2016 alla controriforma costituzionale del Governo Renzi, ma non ha nulla a che fare con qualsiasi forma di giustizialismo “legge e ordineâ€. Noi non difendiamo la magistratura, ma la libertà popolare contro ogni potere autoritario che voglia imporre i privilegi dei potenti e dei ricchi.
Con questa impostazione la nostra campagna per il NO sarà contro la destra e indipendente dal campo largo, nel nome dell’eguaglianza sociale e di quella dei diritti.
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