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News Potere al popolo

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Approfondimenti

Quattro semplici mosse per difenderci da guerra e carovita
Data articolo:Sun, 12 Apr 2026 08:46:02 +0000

I. La guerra è già qui

L’aggressione militare all’Iran (e al Libano) da parte dell’asse statunitense-israeliano, lungi dal risolversi in uno scenario venezuelano – ossia con una capitolazione dei pasdaran e un rapido accordo a favore delle corporation del Big Oil statunitense – sta diventando una guerra di logoramento. Al centro di questo scontro ci sono ora i “choke points”, i colli di bottiglia del commercio mondiale: lo stretto di Hormuz che è la porta d’ingresso del Golfo Persico, e potenzialmente anche quello di Bab el-Mandeb, alle porte del Mar Rosso, nonché il controllo dell’infrastruttura di estrazione, raffinazione, stoccaggio e distribuzione di petrolio e gas del Golfo persico.

Abbiamo condannato senza esitazione questa guerra, nonché la complicità del Governo italiano, che consente agli USA l’utilizzo delle basi sul nostro territorio, si rifiuta di condannare l’ennesima aggressione imperialista e il proseguio dell’occupazione di Gaza, della Cisgiordania e ora anche del Libano da parte di Israele. Condanniamo non solo per senso di umanità (mentre scriviamo, sono oltre 1800 i morti in Libano e oltre 3600 i morti in Iran) né solo perché l’imperialismo Usa e quello israeliano sono attualmente uno dei principali ostacoli alla pace in Medio Oriente e nel mondo, ma anche perché tra le vittime indirette di questa guerra ci siamo anche noi, le lavoratrici e i lavoratori italiani.

II. La dipendenza italiana

Considerata l’economia italiana nel suo complesso, l’Italia è un paese fortemente dipendente dalle importazioni di energia e in particolare dagli idrocarburi. Se guardiamo al mix energetico nazionale, nel 2023 il 41% del consumo energetico nazionale proveniva da petrolio e il 35% dal gas, da cui siamo sempre più dipendenti. Se consideriamo la produzione di elettricità, quasi il 50% dell’energia elettrica è stata prodotta bruciando gas. La guerra in Ucraina ha poi reso l’economia italiana, in seguito alle sanzioni e alla rinuncia al gas russo, molto più dipendente dal più costoso Gnl proveniente principalmente dagli Usa e dal Qatar. Per questo la guerra in Iran, con i danni agli impianti di distribuzione e liquefazione in Qatar e il blocco dello stretto di Hormuz, potrebbe impattare in maniera consistente sull’approvvigionamento di gas e, soprattutto, sta già avendo conseguenze importanti sui prezzi. Sebbene, infatti, considerando sia le riserve private, sia quelle pubbliche, l’Italia possegga scorte di gas pari a 44 giorni di consumo medio, il prezzo di vendita è già in rapido aumento. Il prezzo finale di vendita del petrolio e del gas non dipende infatti solo dai costi di estrazione, ma è il frutto delle fluttuazioni di borsa (degli indici petroliferi e del famigerato TTF di Amsterdam per il gas), cosicché ogni minima tensione nel Golfo Persico si traduce in un rincaro immediato in bolletta e alla pompa di benzina.

L’Italia dunque, con la sua dipendenza dal gas importato sia per i consumi diretti di famiglie e imprese, sia per la produzione di energia elettrica, è particolarmente esposta ai rincari dell’energia e si trova in una situazione di svantaggio. Tuttavia questo svantaggio non vale per tutti: negli stessi giorni in cui si annunciavano rincari dei prezzi in bolletta, benzina e diesel crescevano vertiginosamente, l’amministratore delegato di ENI Descalzi dichiarava: “per scenari di prezzo del greggio particolarmente elevati, prevediamo di distribuire il 100% del cash flow addizionale in forma di dividendo straordinarioâ€. Ciò vuol dire che prezzi più alti si traducono immediatamente in più guadagni per alcune grandi imprese del settore energetico, non solo italiane, come ENI. D’altronde anche la guerra, se è un salasso per alcuni, è un’occasione di profitto gli azionisti di Leonardo e delle altre aziende produttrici di armi, nonché per la loro catena di subforniture. E d’altronde, se la BCE dovesse rialzare i tassi di interesse, a fronte di maggiori difficoltà di finanziamento di prestiti e mutui, a fare enormi profitti sarebbero gli azionisti dei gruppi bancari italiani. È una dinamica che abbiamo già visto in atto dopo la guerra in Ucraina: si stima che nel solo 2022, gli extraprofitti delle multinazionali dell’energia abbiano oltrepassato i 200 miliardi di euro, con le corporation USA a fare la parte del leone, seguite da quelle europee. Tra queste ultime, l’italiana ENI ha fatto 20,4 miliardi di extraprofitti. D’altra parte, i prezzi dell’energia in bolletta degli ultimi anni sono letteralmente raddoppiati, spalmandosi anche sui costi di produzione dei beni di consumo, cosicché secondo l’OCSE nel 2025 la media dei salari reali italiani era più bassa dell’8% rispetto al 2021. Un trasferimento netto di ricchezza dai salari di molti ai profitti di pochi.

IV. Chi sta tutelando il Governo italiano

Di fronte a questa situazione, il Governo Meloni ha reagito con il famigerato taglio delle accise introdotto il 18 marzo e prorogato fino al 1 maggio, per una spesa complessiva di poco meno di 1 miliardo di euro, ottenendo per ora scarsi risultati, essendo il prezzo del gasolio costantemente al di sopra dei 2 euro al litro. Le risorse per finanziare questa misura sono state ricavate attraverso tagli ai ministeri, tra cui 82 milioni di euro di tagli alla sanità pubblica. Ulteriori fondi provengono dai proventi della vendita degli Ets, che avrebbero dovuto essere reinvestiti nella tutela ambientale e in fondi rinnovabili. Il taglio delle accise però non interviene sulla quota del prezzo di vendita del diesel o della benzina che finisce in tasca alle aziende dell’energia, ma solo sulle tasse che vengono aggiunte a quel prezzo di vendita, e che contribuiscono a formare il prezzo finale alla pompa di benzina. Ciò vuol dire che intervenendo – temporaneamente e in maniera insufficiente – sulle accise, il Governo sta permettendo ai giganti dell’energia di mantenere i prezzi alti, determinando un trasferimento di ricchezza dal welfare dei lavoratori e delle lavoratrici alle loro tasche.

Un’altra misura annunciata è la riapertura delle centrali a carbone, che sarebbe un disastro per gli obiettivi di decarbonizzazione. E rimangono per ora inascoltate le richieste che il Ministro dell’economia Giorgetti – rappresentante della voce degli industriali nel Governo – intende portare al prossimo Consiglio Europeo: la possibilità di derogare al Patto di stabilità sottoscritto dal suo stesso Governo, sforando così il 3% del rapporto deficit/PIL, e una tassa europea sugli extraprofitti delle compagnie energetiche, proposte sulle quali la Commissione Europea ha già detto che darà parere negativo.

D’altronde che la classe dirigente italiana e in particolare questo governo siano particolarmente timidi e accondiscendenti con le richieste delle grandi multinazionali degli idrocarburi non è una novità: nella vicina Spagna l’energia prodotta da rinnovabili sfiora ormai il 60% dell’energia complessivamente prodotta in patria. Ciò vuol dire che sempre meno il prezzo finale pagato dagli utenti spagnoli dipende dal prezzo del gas, che è molto più alto rispetto al prezzo dell’energia prodotta da fonti rinnovabili. Il Governo Meloni, come e più dei Governi precedenti, si rivela sovranista solo a parole, ma è schiavo delle multinazionali degli idrocarburi nei fatti.

V. Quattro mosse per non pagare questa crisi

Di fronte all’aumento dei prezzi e delle bollette, l’opposizione del Campo Largo riesce solo a balbettare “fare come in Spagna”, ossia favorire investimenti del settore dell’energia rinnovabile. Si tratta ovviamente di misure condivisibili e necessarie, su cui però che il centrosinistra liberale ha già dimostrato, nei suoi 11 anni di Governo diretto del paese e nei quasi 6 anni di sostegno a governi tecnici, timidezza se non proprio mancanza di volontà politica. Noi di Potere al Popolo siamo coerentemente per la nazionalizzazione delle imprese dell’energia e dell’automotive, per investimenti pubblici nella transizione ecologica e nel trasporto pubblico e sostenibile finanziati da una billionaire tax sui grandi patrimoni. Si tratta di interventi necessari per costruire l’avvenire senza gravare sulle tasche di lavoratori e delle lavoratrici, ma che non forniscono le risposte di cui lavoratori e lavoratrici hanno bisogno ora, e non domani.

Di fronte alla morsa inflattiva e alla “patrimoniale al contrario” – ossia all’odioso trasferimento di risorse dalle tasche di chi sta in basso alle tasche di chi sta in alto – occorrono infatti interventi coraggiosi e immediati.

Prima mossa. Approvazione rapida della legge sul salario minimo. Non quello delle opposizioni, ma quello da noi proposto nel 2022, ossia un salario minimo agganciato all’inflazione, che permetta a milioni di lavoratori e lavoratrici povere di avere un ritorno immediato in busta paga e di reggere di fronte a misure inflattive.

Seconda mossa. Tetto al prezzo del carburante e dell’energia. Prezzo su cui stanno già speculando – dalle raffinerie e dagli hub di rigassificazione fino ai centri di distribuzione – le grandi multinazionali. Come nel 2020 – durante l’emergenza Covid – il Governo impose un calmiere al prezzo delle mascherine, così oggi dobbiamo lottare per imporre un tetto al prezzo del carburante.

Terza mossa. Per fermare la guerra, serve un segnale immediato: rottura delle relazioni diplomatiche con lo Stato genocida e di apartheid di Israele. Sanzioni commerciali, a partire dallo stop all’import-export di armi. Esclusione totale della possibilità per gli USA di utilizzare il suolo italiano, per qualsiasi tipo di operazione connessa con la guerra in Iran e in Libano. Senza mettere in discussione la Nato e la sottomissione all’imperialismo USA di cui è strumento, non potremo mai realmente opporci alla guerra e alle sue conseguenze.

Quarta mossa. Una tassa sugli extraprofitti, che garantisca allo Stato un extragettito in grado di finanziare misure contro il carovita – come la riduzione delle accise, ma anche la gratuità del trasporto pubblico urbano e il finanziamento di supermercati pubblici che distribuiscano beni di prima necessità a prezzo di costo –, senza gravare sulla sanità e sul welfare di lavoratrici e lavoratori.

Si tratta di misure che il Governo e il Parlamento potrebbero introdurre domani e che darebbero respiro a milioni di persone nel nostro paese, evitando un enorme trasferimento di ricchezza ai danni della maggioranza e il calo drastico dei salari reali a cui abbiamo già assistito con la Guerra in Ucraina nel 2022.

È evidente però che il Governo Meloni sta tutelando gli interessi di una minoranza, esattamente come il Governo Draghi durante la guerra in Ucraina. Non ci faremo prendere in giro una seconda volta: siamo pronte e pronti a mobilitarci per evitare che questa guerra criminale ci travolga tutte e tutti.

News & media

Millions defeat Meloni’s judiciary reform plans in massive referendum victory
Data articolo:Wed, 25 Mar 2026 21:25:41 +0000

15 million people rejected Giorgia Meloni’s reforms aiming to erode separation of powers at March 22-23 referendum.

More than 15 million people defeated Giorgia Meloni’s intention to reform the judiciary and erode the separation of powers by voting “NO†at a referendum on March 22-23. With almost 60% of eligible voters participating, the outcome has sent waves across the political landscape – and marked an enormous victory for social movements, trade unions, and youth associations that have built resistance to Meloni’s repressive agenda over the past years.

The far-right administration wanted to introduce constitutional changes that would increase government control over the judiciary, under the pretext of an inefficient magistrature slowing down legal processes. The entire state apparatus, including Italy’s biggest media houses, was mobilized to ensure the reform would pass – and failed.

Read more: Mass demonstration in Rome against Giorgia Meloni’s “authoritarian†reforms and war

According to Giuliano Granato from the left party Potere al Popolo, the referendum’s high participation is a breakthrough in itself. In the weeks leading up to the vote, students found ways to bypass bureaucratic and economic obstacles that would have prevented them from voting away from home, while others traveled literally across the world to participate. “This is important, on the one hand, because many people wanted to take action on the issue at hand,†Granato told Peoples Dispatch. “But many also voted because they saw it as an opportunity to send a political message.â€

All the layers of a “noâ€

For “yes†votes, the political message was pretty straightforward: confirmation of the right-wing government’s mandate and more space to implement its program. For “no†votes, however, the meaning should be analyzed through multiple layers, Granato emphasizes. The first “no,†he points out, was in defense of the constitution – a progressive constitution forged after the defeat of fascism with participation from those who took part in the resistance.

Read more: Italy marks 80 years since liberation with calls against genocide and militarism

The “no†was also a refutation of the government in general, Potere al Popolo and other left organizations insist. “We believe,†Granato says of the mass vote against, “this has acted as a catalyst for much broader discontent that traditional political opposition couldn’t adequately channel.â€

The referendum numbers surpass the voting base of traditional center and center-left parties, indicating many voters who usually abstain took part. Granato suggests this should be interpreted in the context that, due to Italy’s political landscape – where options from right to center-left essentially run on the same economic premises – people usually feel their vote does not change anything. In this case, it was different. “People knew their vote would count,†he points out.

This was one of the results of a highly polarized campaign, reinforced by uncertain polls up until the very end. Even the day before the referendum began, Granato notes, one could not predict which way the vote would swing. “People participate when they feel their input matters. When they think it makes no difference, they stay at home.â€

Read more: Mediterranean dockworkers launch historic international strike

The “no†was also a rejection of anti-worker policies, as demonstrated by trade unions’ participation in the building of a campaign for a “social ‘no.’†According to the grassroots union Unione Sindacale di Base (USB), the result “sends a strong signal of change and struggle that should be channeled into efforts to protect living and working conditions, as well as getting Italy out of wars and demanding the dismissal of the Meloni government.â€

Opposition to war and militarization is another layer to the referendum’s results, stemming not only from massive mobilization in solidarity with Palestine that brought Italy to a halt three times during the genocide, but also from opposition to the administration’s silence and servility toward illegal attacks launched by the Trump and Netanyahu governments – including in Iran and Lebanon, but also Venezuela and Cuba.

“And this isn’t just an ethical ‘no,’†Granato adds. “It’s a ‘no’ with immediate material consequences for Italy, since the country is already hard-hit by inflation [stemming from these assaults]. Fuel prices have already risen, along with utility bills and the cost of essential supplies.â€

Generation Gaza is alert and active

In this context, Potere al Popolo, USB, student associations Cambiare Rotta, CAU and OSA, and many more took to the streets across dozens of cities immediately after the results were announced, demanding the Meloni government resign. While the administration has repeatedly demonstrated its ability to ignore popular demands and is expected to do so in this case as well, these organizations intend to seize the referendum’s momentum and build the transformative power Italy needs.

This includes, as Granato details, fighting for radical change in labor and living conditions, including living wages and safe working conditions for all workers, shaping a true industrial strategy oriented toward the wellbeing of the majority rather than wealthy industrialists and corporations, and building energy sovereignty. Finally, it includes introducing a different foreign policy independent of NATO and US interests and rooted in global cooperation and solidarity.

The high participation of young voters – with around 58% of this population group rejecting Meloni’s proposals – gives hope that this battle can be won. “Generation Gaza†in Italy is “alert and active,†Granato says – and together with other progressive forces, it will not give in to the far right.

 

Approfondimenti

Era già tutto previsto: perché la riforma dei tecnici (e il 4+2) non sono “di destra†(e quindi non ci salverà un cambio di governo)
Data articolo:Wed, 25 Mar 2026 09:25:58 +0000

DISCLAIMER: per questo articolo siamo debitori dell’ottima ricostruzione di Orsetta Innocenti pubblicata su “laletteraturaenoiâ€, che vi invitiamo a leggere per approfondire aspetti che qui non toccheremo.

In Italia, per il prossimo anno scolastico, 1 studente su 3 ha scelto un istituto tecnico. La scuola che frequenterà, però, non sarà uguale a quella che gli è stata presentata durante gli Open Day, perché a iscrizioni concluse è stato pubblicato un Decreto Ministeriale che la cambia completamente.

Come documentato nell’articolo citato in testa e in molti altri siti, la cifra caratteristica dell’ennesima riforma scolastica è il taglio delle ore: universale, relativo sia alle materie di base che a quelle d’indirizzo, esercitato con particolare gravità e ferocia contro le discipline scientifiche (non c’è bisogno di sottolineare quanto sia paradossale, per dei tecnici) e la geografia (sulla cui riduzione molto ci sarebbe da riflettere).

La riforma dei tecnici arriva poco dopo la trasformazione dei percorsi quadriennali da sperimentali a ordinamentali, con l’ovvio raddoppio degli iscritti conseguente all’aumento dell’offerta (frutto di enormi pressioni politiche sui dirigenti scolastici, che spesso hanno ignorato deliberazioni collegiali di segno opposto).

Entrambe le riforme hanno un minimo comune denominatore: tagliare, brutalmente, cancellare ogni residua possibilità di istruzione e formazione non immediatamente legata al lavoro, “fondere†istruzione tecnica e professionale in un unico canale, alternativo ai licei. Questo non è altro che un enorme avviamento professionale, funzionale a non trascurabili esigenze di disciplinamento sociale nonché ai bisogni del tessuto imprenditoriale nazionale che, essendo tradizionalmente allergico a ricerca e sviluppo, non ha interesse ad avere lavoratrici e lavoratori con una solida formazione di base ma con un bagaglio minimo di “competenze†immediatamente spendibili, soprattutto facilmente sostituibili all’occorrenza.

I toni trionfalistici del Ministro, specialmente sul 4+2, impediscono, però, di vedere che, in questo, il Governo non ha fatto altro che eseguire quanto previsto e stabilito da maggioranze di diverso segno politico, partendo dal governo Renzi, almeno, arrivando a Draghi, ma passando per i “politici†Letta e Conte.  L’articolo di Innocenti fornisce tutti i riferimenti normativi e di cronaca a riprova di questa continuità nascosta, si va dai decreti attuativi de “La buona scuola†fino al PNRR di Conte e Draghi. Insomma: maggioranza e opposizione condividono nella sostanza le trasformazioni di fondo della scuola italiana (al netto di orientamenti ideologici che non sottovalutiamo – basti pensare alle nuove Indicazioni Nazionali – ma che non riducono la consonanza su altri piani).

Il tema, infatti, non è la volontà politica, o un’idea di scuola differente tra i due schieramenti (la sinistra parlamentare non elabora una riflessione compiuta sulla scuola da Berlinguer, il che è tutto dire); il nodo è la trasformazione compiuta della scuola in quella che l’opportuno testo curato da Mimmo Cangiano definisce “neoliberaleâ€. La scuola, da sempre apparato di riproduzione ideologica e di rapporto sociale ad uso della classe dominante, è stata realmente sussunta all’interno dei meccanismi di progettazione, governance, competizione, valutazione che regolano l’universo mondo neoliberale. E questo non è accaduto solo in Italia: basta confrontarsi, ad esempio, con le imprescindibili letture di Laval (https://universitypress.unisob.na.it/index.php/la-nuova-scuola-capitalista.html) o di Hirtt (https://www.skolo.org/2026/01/13/lire-a-lecole-du-capitalisme/) per realizzare come, in tutta Europa, la direzione intrapresa dai sistemi scolastici, le linee di tendenza e le realizzazioni concrete dell’istruzione professionale, le condizioni materiali di lavoro delle e dei docenti, l’affanno complessivo in cui vive quotidianamente la scuola sono comuni.

Sarebbe un errore, quindi, innanzitutto leggere le riforme in corso separatamente; in secondo luogo attribuirle in esclusiva a questo governo, e quindi sperare che un cambio di maggioranza cancelli le brutture che stiamo vivendo e ci riporti verso un futuro radioso di magnifiche sorti e progressive per la scuola. Non è mai successo: volendo attestarci alla falsa contrapposizione tra schieramenti, nemmeno dopo la mannaia che fu la riforma Gelmini la cd. sinistra parlamentare ha posto rimedio. Mai sono state recuperate le ore tagliate; mai è stato affrontato seriamente il problema del precariato; mai è stato deciso un percorso chiaro e stabile di accesso alla professione docente; mai ci sono stati interventi reali per aumentare gli stipendi, che, con l’ultimo contratto, hanno certificato la perdita di circa il 10% del potere d’acquisto.

Quello che serve davvero è una rottura radicale, innanzitutto col modello ideologico della scuola neoliberale, che ha sfondato anche a sinistra. Basti pensare a come ormai sia sdoganato il falso mito dell’oggettività delle prove INVALSI; all’idea, che ancora culla i sonni di molte e molti, che ci sia stata un’autonomia “buona†delle origini e dei desideri contro un’autonomia “cattiva†della realtà presente; all’assorbimento della convinzione che possa esistere un’alternanza scuola lavoro “giustaâ€, e che in generale sia giusto che la scuola “produca†diplomati maggiormente connessi al mercato del lavoro. Sono tutti esempi di idee che ormai fanno senso comune e che sono proprio il prodotto della trasformazione neoliberale che abbiamo visto arrivare, abbiamo vissuto, accompagnato, anche contrastato in questo o quell’aspetto, ma che ormai, a quasi quarant’anni dall’introduzione della famigerata autonomia scolastica – che può essere considerata una sorta di terminus post quem – si mostra in tutta la sua completezza, pervasività e pericolosità.

Una volta assunta questa consapevolezza, occorre resistere. Innanzitutto assumendo che è possibile e necessario: la scuola non è (ancora) un’azienda sul piano organizzativo, e gli spazi di libertà, di critica e di disobbedienza che le ed i docenti hanno ancora sono qualcosa di inimmaginabile altrove. Esistono solo sulla carta? Dipende da noi far prendere loro vita, e dipende dalle lotte che si sviluppano nella società e che investono anche la scuola. Ne è stato un esempio la mobilitazione sulla Palestina, che ha “liberato†energie e desideri sopiti tra le mura degli edifici scolastici. Possiamo dire NO e lo abbiamo fatto con milioni di italiane e italiani, specialmente giovani, a difesa della Costituzione di cui la scuola pubblica è uno dei pilastri. Possiamo farlo insieme a chi lo fa fuori dalla scuola, ma possiamo (ancora) farlo dentro, anche da soli, anche semplicemente rifiutando una visione della scuola e dell’insegnamento basata sulla performance, sulla competizione, sul risultato, sul matching con le esigenze del mercato. Possiamo e dobbiamo resistere a chi vuole trasformare l’istruzione, specialmente quella tecnica e professionale, in un “servizio†alle imprese. Possiamo e dobbiamo resistere a chi vuole, e sta, militarizzando le aule scolastiche. Abbiamo gli strumenti normativi, culturali, professionali, politici per farlo. Non lo farà qualcun altro al posto nostro. Nessuno verrà a salvarci se non lo facciamo noi.

News & media

Appello urgente per l’arresto del criminale di guerra israeliano Ofer Winter
Data articolo:Wed, 25 Mar 2026 08:09:46 +0000

Dal 31 Marzo al 9 Aprile Ofer Winter sarà relatore speciale presso l’Hotel Ariston a Capaccio Paestum, nell’ambito di un pacchetto vacanze organizzato per la Pasqua ebraica da un’agenzia israeliana. Ofer Winter è un esponente di spicco dell’ultranazionalismo israeliano che negli ultimi due anni e mezzo ha invocato l’eliminazione totale e il trasferimento forzato della popolazione palestinesi dai territori occupati. Durante la guerra di annichilimento a Gaza iniziata nel 2023, Winter ha partecipato direttamente come volontario riservista e ha dichiarato pubblicamente: “L’obiettivo finale deve essere: nessun palestinese a Gazaâ€.

In uno dei precedenti assalti israeliani a Gaza nel 2014, l’operazione “Margine di Protezione,†in cui l’esercito uccise oltre 2000 palestinesi (di cui 500 bambini) macchiandosi di crimini di guerra secondo le Nazioni Unite, Winter era al comando della Brigata Givati e guidò uno dei più grandi massacri e crimini di guerra commessi in quel round di aggressione su Gaza. Nell’attacco a Rafah del 1° agosto l’esercito israeliano scatenò una pioggia torrenziale di almeno 2.000 bombe, missili e proiettili uccidendo 155 palestinesi e ferendone centinaia. Winter ha commesso crimini secondo lo Statuto di Roma dirigendo attacchi intenzionali contro obiettivi civili e edifici non militari, tra cui città, villaggi, abitazioni, luoghi religiosi, scuole, ospedali e monumenti storici, lanciando attacchi sapendo che avrebbero causato perdite civili, danni eccessivi o gravi e duraturi danni all’ambiente naturale.

Nel 2015 Winter è stato premiato e promosso da colonnello a generale di brigata ed è stato nominato capo di stato maggiore del Comando Centrale. Nel 2017 è stato nominato segretario militare dell’allora ministro della Difesa Avigdor Liberman, e solo nel 2019 gli è stato affidato il comando di una divisione, la 98ª, nota anche come Formazione di Fuoco, oltre a due brigate di riservisti fino al 2022. Nel 2024 Netanyahu voleva nominarlo suo segretario militare, e nel 2025 era il candidato principale per la guida del direttorato per la “migrazione volontaria†della popolazione di Gaza – l’eufemismo con cui il governo Netanyahu cerca di camuffare il crimine contro l’umanità dello spopolamento forzato del territorio palestinese come punto di arrivo del genocidio ancora in corso.

L’Italia, su impulso di Moro, ha approvato sin dal 1967 una legge sul crimine di genocidio e sulla sua punibilità, che all’articolo 8 afferma: “Chiunque pubblicamente istiga a commettere alcuno dei delitti preveduti negli articoli da 1 a 5 [inclusa la deportazione a fini di genocidio], è punito, per il solo fatto della istigazione, con la reclusione da tre a dodici anni. La stessa pena si applica a chiunque pubblicamente fa l’apologia di alcuno dei delitti preveduti nel comma precedente.â€

Inoltre l’Italia ha ratificato lo Statuto di Roma che istituisce la Corte Penale Internazionale, le 4 convenzioni di Ginevra del 1949 e i loro Protocolli Addizionali del 1977, abbiamo quindi un obbligo giuridico e morale, in virtù del principio di giurisdizione universale per crimini internazionali e di complementarietà con l’azione della CPI, ad intervenire ed impedire che sospetti criminali di guerra entrino e circolino indisturbati per il nostro paese, o addirittura beneficino di coperture governative contro accertamenti giudiziari, come accaduto con la catastrofica gestione del caso del generale libico Almasri.

Invitiamo i cittadini, le associazioni e le forze politiche responsabili ad adoperarsi per la denuncia di Winter alle autorità competenti chiedendo l’arresto di questo criminale di guerra non appena metterà piede in territorio italiano. Tutte le forze democratiche devono inoltre ricordare al Ministro della Giustizia Nordio, qualora il suo intervento fosse necessario allo svolgimento delle doverose indagini sui crimini di Winter, che egli non può rifiutarsi di intervenire come se l’azione del Ministro fosse discrezionale. Il Ministro ha il dovere di esercitare le sue prerogative in omaggio, non in contrasto agli obblighi giuridici internazionali dell’Italia. La sua disastrosa gestione del caso Almasri è già costata al nostro paese, patria dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale, un deferimento da parte dei giudici della Corte stessa all’Assemblea degli Stati Parte, affinché prenda provvedimenti.

In milioni abbiamo chiesto nelle piazze quest’autunno di fermare ogni complicità con il genocidio del popolo palestinese e di rispettare il diritto internazionale e i diritti umani. Parafrasando i versi di Refaat Alareer, poeta palestinese ucciso a Gaza, si può morire ma chi resta deve continuare a coltivare la speranza. Non abbiamo cambiato idea.

Chiediamo che Ofer Winter venga trattenuto e processato dalle autorità italiane!

FIRMA QUI PER SOSTENERE LA CAMPAGNA!

Primi firmatari:

Global movement to Gaza – Italia
Bds Italia
Thousands Madleen to Gaza
Movimento Giustizia e Pace in Medioriente
Assopace
Jews Against Genocide
Mediterranea Saving Humans
Attac Italia
Pax Christi
Docenti per Gaza
Sanitari per Gaza
Libertà e Giustizia – https://www.libertaegiustizia.it/
LasciateCIEntrare
Zeitun.info
Api – Associazione dei Palestinesi in Italia
Associazione italiana mezzaluna rossa
Movimento Studenti Palestinesi
Freedom Flotilla Italia
Rup – Ricerca e Università per la Palestina
CAU – Collettivi Autorganizzati Universitari
EPR4Palestine
Associazione Amici Italia cuba
Potere al Popolo!
AWMR Italia Donne della Regione Mediterranea
Associazione Frantz Fanon
Associazione Nazionale per la Pace
IOIEN Associazione Culturale (www.ioien.org)
Femminile palestinese
Associazione culturale Art.Tre

Ex Opg “Je so’ pazzo” – Napoli
Ecologia Politica – Napoli
Studenti Autorganizzati Campani
Coordinamento Solidarietà e Cooperazione Salerno
Scuole Pistoiesi per la Palestina
Move To Resist
Collettivo Zaituna
Scuola “Penny Wirton†– Salerno
Entheos laboratori espressivi
Associazione Memoria in Movimento ODV
Associazione Artisti Associati-MATT’Officina
Tavolo per la pace di Carugate
Comitato Palestina Feltre
Rimini4gaza
Ultimo giorno Gaza Rimini
Amici del popolo palestinese Nemer Hammad – Le Marche
Circolo Arci Brentonico
Bozen solidale ODV
Guides For Gaza
Cultura è Libertà, una campagna per la Palestina ODV
Carnia Per La Pace
Palestina Libera Montecchio Maggiore
Living Theatre Europa APS
Malgradotutto
Donne in Nero Napoli
Movimento Gocce di Giustizia
Cinema Senza Diritti – Venezia
Donne in cammino per la pace di Cuneo
Cittadini per la Palestina
Coordinamento Lecchese Stop al Genocidio
Venice 4 Palestine
Centro di iniziativa politico-culturale “Romano Carotti”
Rete Toscana in Movimento
Scuole con la Palestina e Contro La Guerra
A.N.P.I. Padova
Comitato per la Palestina Udine
Psicologi per i Diritti Umani aps
Associazione Razzismo stop odv
Roma Tre Etica
Collettivo Culturale Rosa Luxemburg – Vigevano
Gruppo Ibriq per la cultura e la causa Palestinese
Spazio LiberonAPS
Comitato Carosino per la Palestina
Associazione Jambo-commercio equo ( Fidenza PR)
Associazione Schierarsi Milano
Associazione amicizia Bergamo Palestina
Associazione Città Aperta Pomigliano d’arco
Donne In Nero Parma
Teatro di Terra APS
Comitato Pistoiese per la Palestina
Centro Documentazione Polesano
ANPI città di Udine
ARCS Culture Solidali
Associazione Puecher di Milano
Comitato per la Salvaguardia della Montagnola Senese
Rete Donne Paesi Bassi

News & media

Le altre elezioni: che cosa è successo alle municipali in Francia e perché ci riguarda
Data articolo:Wed, 25 Mar 2026 08:02:43 +0000

Domenica 22 Marzo, mentre l’attenzione di tutti i media nostrani era, giustamente, concentrata sull’affluenza alle urne, si è svolto il secondo turno delle elezioni municipali in Francia. L’appuntamento aveva particolare rilevanza: innanzitutto, votando contemporaneamente in tutti i Comuni, tutte e tutti coloro che ne hanno diritto vengono chiamati a votare insieme, quindi, nonostante si tratti di amministrative, sono elezioni di indubbio valore politico generale. In secondo luogo, la Francia attraversa una crisi politica e istituzionale che dura all’incirca dall’inizio del secondo mandato di Macron e che vede, per farla molto breve, due forze politiche che affilano le rispettive armi per lo scontro delle presidenziali el prossimo anno: il Rassemblement National (RN) e La France Insoumise (LFI).

Come si è arrivati al voto?

Indubbiamente, l’evento che più ha segnato gli ultimi giorni di campagna elettorale è stato la morte del neofascista Quentin Deranque, a Lione. L’accaduto è stato universalmente utilizzato per attaccare LFI, “rea†di avere e rivendicare rapporti col disciolto movimento antifascista de La Jeune Garde, che ha visto alcuni suoi militanti di spicco, tra cui un ormai ex assistente parlamentare del fondatore, ora deputato LFI, coinvolti nelle indagini sulla morte. L’occasione è stata colta dal RN che ha agevolmente vestito i panni della forza responsabile e ha tentato, quasi riuscendoci, di capovolgere il tradizionale isolamento nel quale, prima come FN, poi col nuovo nome il partito fondato dal nazista Jean Marie Le Pen è tradizionalmente confinato. L’operazione, potenzialmente pericolosissima, si è rivelata un buco nell’acqua.

I dati, chi vince e chi perde

Dei circa 39000 comuni al voto, la maggior parte riconferma i sindaci uscenti. In particolare, senza avere il dato completo, parliamo del 68% dei comuni sopra i 14000 abitanti (fonte: Le Monde). Se andiamo a vedere chi guadagna e chi perde, sicuramente è significativo il risultato del RN e dei suoi alleati di estrema destra, che passano da 13 a circa 60 comuni, tra i quali la quinta città della Francia per dimensioni, Nizza, che però non cambia colore politico rispetto al 2020 e non avrà un sindaco RN ma un ex de Les Republicains spostatosi a destra, Erick Ciotti.

Cresce anche LFI, che però partiva da zero. Ora si trova a governare 7 comuni, tra cui Saint Denis nella cintura parigina, Venissieux e Vaulx-en-Velin in quella lionese, altre città importanti come Roubaix, e inoltre aumenta considerevolmente il numero degli eletti nei consigli municipali.

Riduce clamorosamente il suo radicamento territoriale il PS che passa da diverse centinaia a poco più di un centinaio di grossi comuni governati. La destra repubblicana resta stabile. I verdi perdono sui comuni medio grandi e avanzano in quelli più piccoli, così come il PCF in calo, costretto spesso ad allearsi per non perdere i suoi bastioni locali. Cresce, infine, benché di poco, Renaissance, il partito di Macron, ma resta confinato nei piccoli comuni.

Complessivamente, benché i territori restino nelle mani delle forze più tradizionali, RN cresce in termini di eletti, comuni governati e voti, e LFI in termini di eletti e voti. Tra le due forze resta una grossa distanza dovuta anche al più solido e datato radicamento territoriale della forza di estrema destra, presente alle amministrative da oltre 30 anni contro sostanzialmente l’anno zero della forza fondata da Jean Luc Mélenchon.

Secondo la maggior parte degli analisti, entrambi hanno di che gioire, al netto delle differenze: RN mangia molti voti della destra tradizionale – alla quale si è letteralmente sostituita nel caso emblematico di Marsiglia; LFI vince la battaglia contro l’isolamento in cui volevano confinarla e costringe le altre forze di sinistra ad aprire gli occhi e capire, più o meno a malincuore, che le possibilità di successo alle presidenziali passano per un accordo con la formazione insoumise. Ombre ed amarezze per entrambi i partiti vengono dalle grandi città (Parigi, Marsiglia, Lione) dove falliscono il tentativo di installazione. LFI, in particolare, aveva investito del compito esponenti di primo piano, ma non riesce a mobilitare più di tanto, in questo caso, i quartieri popolari (che pure hanno registrato una maggiore attivazione).

Il tramonto del macronismo e il 2027 vicino

Mentre Macron continua a fingere di avere ancora peso e potere politico, spingendo sempre più pericolosamente su toni bellicisti e manie di grandezza, sullo sfondo si prepara, dunque, lo scontro tra Bardella (o la Le Pen? Si saprà a luglio, all’esito del processo per appropriazione indebita di fondi europei) e Mélenchon, che nonostante (non) sia il leader di una formazione al momento apparentemente non maggioritaria a sinistra (nel paese; in Parlamento lo è), è certamente il candidato naturale a sfidare l’estrema destra, data l’insignificanza dei rivali interni allo schieramento, da Faure a Roussel. Come è stato ottenuto questo risultato da parte di LFI e che cosa ci insegna? Elenchiamo alcuni fattori soggettivi e oggettivi. Una leadership carismatica, una chiara visione della politica e del futuro della Francia, una coerenza e radicalità assenti presso le altre forze di sinistra, PS in testa, un gruppo dirigente relativamente piccolo, giovane, estremamente compatto, un nucleo ideologico nitido e contemporaneamente un’estrema apertura per quanto riguarda le adesioni (gratuite e con ben poco impegno teorico e pratico), infine la scelta coraggiosa di presentarsi ovunque da soli al primo turno, mobilitando energie ferme e arrivando in diversi casi al successo.

Per quanto riguarda gli elementi oggettivi, contribuisce la crisi serpeggiante nella società francese: una sorta di anomalia europea per i residui di welfare ancora in piedi, ma posta ormai di fronte a problemi che in parte noi italiani conosciamo e forse abbiamo anticipato: alto debito pubblico, crescita nulla, primi segni di rallentamento demografico (altra anomalia che viene meno), crescenti tensioni sociali, in particolare nei confronti di ciò che i laicisti, a destra e a sinistra, chiamano comunitarismo, e che non è altro che un’inversione sempre più consistente, nella scala di valori, tra l’appartenenza comunitaria, etnica, religiosa, quale che sia, e il riconoscimento di sé nello Stato, nell’essere, e nell’essere solo, citoyen.ne.s. Non è un caso che, mentre Mélenchon a Saint Denis salutava, orgoglioso e commosso, la nouvelle France, fatta di prime, seconde, terze generazioni di origine straniera, dall’altra parte del Parlamento queste stesse persone vengono additate come il nemico, la racaille, la feccia da spazzare via.

Queste due visioni, radicalmente opposte, si scontreranno nel 2027 in un appuntamento elettorale fondamentale per tutta l’Europa. O la Francia diventa un bastione per le sorti della democrazia, dell’
uguaglianza, della pace e dell’accoglienza in Europa, o sarà, tragicamente, il punto di sfondamento della destra nella parte occidentale del continente, per la terza volta in poco più di cent’anni (anche se stavolta non in armi, o almeno si spera).

Sta a noi, dunque, non solo prendere quanto di buono e di nuovo la sinistra insoumise d’oltralpe ha fatto e sta facendo – in dieci anni di vita LFI ha segnato una crescita e un radicamento senza pari – ma anche collocarci fin da ora al loro fianco, contro l’estrema destra ma anche contro la sinistra neoliberale, per la difesa, la salvezza, la ribellione dei popoli d’Europa.

News & media

Abbiamo vinto! Alcune riflessioni a caldo…
Data articolo:Mon, 23 Mar 2026 16:03:46 +0000

Ce l’abbiamo fatta!
È stata una grande vittoria dell’Italia che non vuole il Governo Meloni, il suo attacco alla Costituzione e alle libertà, le sue politiche di guerra, il suo servilismo verso USA e Israele, i suoi legami con corrotti e affaristi.
È stata una vittoria della “Generazione Gazaâ€, che dopo anni di mobilitazione di piazza ha iniziato a prendere parola e irrompere anche nelle urne. E di tanti vecchi elettori di sinistra che sono tornati a votare per difendere alcuni valori fondamentali.
Una vittoria a dir poco clamorosa, sia per distacco, sia per l’affluenza, entrambi al di sopra di tutte le aspettative.
Una vittoria ancora più clamorosa se si pensa che il Governo aveva mobilitato tutti gli strumenti a disposizione, dal martellamento RAI e Mediaset, alla pressione sulle scuole, passando dal podcast di Fedez a pagine social subdole, strumentalizzando qualsiasi notizia o caso di cronaca.
Una vittoria che va ben oltre il centrosinistra – in cui, ricordiamo, c’erano correnti che votavano Sì, altre che hanno cercato fino alla fine di “restare sul tecnicoâ€, di “non estremizzare†lo scontro.

Meloni sbaglia la sua scommessa, l’ombra di Berlusconi allunga su di lei la sua sconfitta, il Governo non è mai stato così debole. Già da subito Meloni, come accadde a Renzi, subirà le pressioni dei suoi alleati. Di una Lega in difficoltà dopo l’uscita di Vannacci e di una Forza Italia in crisi di leadership. D’altronde il suo Governo, bravo a sopravvivere nel giorno per giorno, non ha alcuna idea di paese, di ripresa industriale, di politiche salariali per le classi popolari, di collocazione internazionale.

Ma attenzione: queste domande non hanno una risposta nemmeno nel centrosinistra, diviso in mille correnti e senza un programma unitario. Aldilà delle chiacchiere, nel “governo reale†dei territori il centrosinistra condivide con le destre gli stessi legami strutturali con Washington, con le politiche guerrafondaie dell’Unione Europea e con la borghesia stracciona di questo paese. E l’accettazione supina di un’emergenza sicurezza tutta costruita dall’alto.

Come Potere al Popolo e Comitato per il No Sociale siamo orgogliosi e soddisfatti di aver dato un nostro contributo. Il risultato ci consegna una grande sfida:
– intercettare e organizzare i giovani che si sono mossi, e gli astenuti che sono tornati in campo;
– trasformare i Comitati per il No sociale in centri di resistenza e aggregazione contro il Governo Meloni.

Per il momento stasera festeggiamo in piazza e chiediamo:

– Dimissioni immediate del Governo
– No alla guerra e all’economia di guerra
– Attuazione della Costituzione nelle sue parti progressive, quelle che parlano di lavoro, lotta alla precarietà, salari equi
– Misure immediate contro il carovita.

Su questo programma costruiremo l’alternativa alle destre verso il 2027.
Vi invitiamo a una grande assemblea nazionale a Roma con tutti quelli che vogliono costruire un campo popolare e indipendente!

News & media

Oggi eravamo in venti mila a Roma per dire NO al referendum, alla guerra, al governo Meloni.
Data articolo:Sun, 15 Mar 2026 17:39:33 +0000

Ventimila persone che hanno scelto di passare il sabato in piazza per costruire un’opposizione che questo paese non ha ancora — dal basso, con la chiarezza di chi sa cosa sta difendendo e cosa sta rifiutando. Siamo scesi in piazza con tre NO, per tre temi che non sono separati ma rappresentano tre facce della stessa offensiva.

Il primo è il NO alle controriforme istituzionali con cui il governo Meloni sta portando avanti un silenzioso irrigidimento autoritario della vita democratica. Il referendum sulla giustizia è solo l’ultimo atto di un disegno più lungo: smantella l’autogoverno della magistratura, crea due CSM svuotati di funzione disciplinare, delega la nomina dei membri laici a un Parlamento che lo stesso governo vuole rendere sempre più controllabile con la nuova legge elettorale. Il risultato è una giustizia più esposta alla politica, non meno. Una giustizia che funzionasse davvero per il popolo avrebbe bisogno di più giudici, più organico effettivo e meno precarietà. Di questo nella riforma non c’è traccia, perché non era questo l’obiettivo. E questo mentre cresce uno stato di polizia che vuole spazzare via la libertà di manifestare e di dissentire costruendo un regime autoritario che avanza con le forme della legalità.

Il secondo NO è quello alla guerra sociale che il governo conduce ogni giorno contro chi lavora, contro chi non ha casa, contro chi non arriva a fine mese. Mentre i salari reali si erodono e le disuguaglianze crescono fino a diventare insopportabili, Meloni offre in cambio una falsa idea di sicurezza — che nella sua versione significa più manganelli, daspo urbani e taser.

Il terzo NO è quello all’economia di guerra e al militarismo, alla complicità con gli Stati Uniti e Israele, che il governo porta avanti mentre sempre più fronti di guerra si aprono. Non è un caso che si spinga sul riarmo proprio mentre si tagliano i servizi: la guerra è anche uno strumento per distogliere lo sguardo, per coprire le disuguaglianze con la retorica del nemico esterno. Lo stesso blocco sociale che oggi era in piazza a Roma si era già ritrovato insieme in autunno contro questa complicità, e il filo non si è mai spezzato.

Questi tre NO sono legati da un filo unico: un governo che concentra potere e scarica i costi sulla maggioranza della popolazione, quella che non trae profitto dalla guerra.

In tutto questo il centrosinistra dice di opporsi, ma non merita la nostra fiducia perché quando governa lo fa con le stesse logiche.
L’opposizione vera si costruisce come abbiamo fatto oggi.

Il 22 e 23 marzo votiamo NO.

News & media

Potere al Popolo partecipa al convoglio di solidarietà con Cuba
Data articolo:Fri, 13 Mar 2026 14:26:08 +0000

Il portavoce nazionale di Potere al Popolo, Giuliano Granato, è in questi giorni a Cuba per portare una goccia di solidarietà che vogliamo contribuire a trasformare in una vera e propria marea in tutta Italia.

La delegazione, organizzata dall’Assemblea Internazionale dei Popoli, ha portato con sé medicinali e materiali sanitari, un piccolo ma concreto gesto di sostegno alla popolazione cubana che da decenni subisce gli effetti del bloqueo economico, finanziario e commerciale imposto dagli Stati Uniti.

Durante la visita la delegazione ha avuto un incontro con il Presidente della Repubblica di Cuba, Miguel Díaz-Canel, con cui si è discusso della situazione internazionale, delle conseguenze del bloqueo e dell’importanza della solidarietà internazionale tra i popoli.

Sono inoltre previsti incontri con importanti istituzioni politiche, sociali e culturali del Paese: la ELAM – Escuela Latinoamericana de Medicina, simbolo della cooperazione sanitaria internazionale e della formazione gratuita di medici provenienti da tutto il mondo; il Centro Martin Luther King, punto di riferimento per il lavoro sociale e comunitario; la Casa de las Américas, storico spazio di produzione culturale latinoamericana; l’ICAP – Instituto Cubano de Amistad con los Pueblos, oltre a rappresentanti istituzionali e politici del Paese.

La visita si inserisce nel percorso di mobilitazione che porterà al Convoy internazionale di solidarietà che partirà il prossimo 17, al quale parteciperemo come Potere al Popolo insieme a numerose realtà solidali. L’iniziativa ha l’obiettivo di portare aiuti concreti alla popolazione cubana e rompere simbolicamente l’assedio economico imposto all’isola.

In tutta Italia, inoltre, nelle Case del Popolo stiamo raccogliendo fondi e medicinali da destinare a Cuba, per sostenere concretamente il popolo cubano e rafforzare una rete di solidarietà internazionale sempre più ampia.

La situazione sull’isola sta infatti peggiorando ulteriormente nelle ultime settimane. L’escalation internazionale seguita all’attacco statunitense contro il Venezuela e le nuove misure dell’amministrazione Trump stanno aggravando la crisi energetica cubana, anche a causa della riduzione dei rifornimenti di petrolio provenienti dal Venezuela, storico partner energetico dell’isola. Le conseguenze sono pesanti: blackout diffusi, difficoltà nei trasporti, carenze di carburante e ulteriori ostacoli all’approvvigionamento di beni essenziali.

In questo contesto di crescente pressione internazionale, continuano anche le provocazioni e i tentativi di destabilizzazione contro Cuba, che si inseriscono in una lunga storia di aggressioni e tentativi di isolamento politico ed economico dell’isola.

Il bloqueo statunitense dura da oltre sessant’anni ed è stato condannato più volte dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Nonostante questo, Washington continua a rafforzarlo, con misure extraterritoriali che colpiscono non solo Cuba ma anche i Paesi e le imprese che intrattengono rapporti economici con l’isola.

Quella che oggi portiamo è solo una goccia di solidarietà, ma il nostro obiettivo è trasformarla in una marea in tutta Italia. Perché il bloqueo contro Cuba è illegale e ingiusto e perché la solidarietà tra i popoli è l’unica risposta possibile alle politiche di guerra, sanzioni e dominio.

Via alla campagna per Cuba!

News & media

Salta il convegno pro SI’ al referendum con le scuole: studenti e docenti smascherano la propaganda di governo!
Data articolo:Fri, 13 Mar 2026 11:45:48 +0000

Immaginate che in piena campagna referendaria si organizzi un convegno dal titolo “Referendum costituzionale (22 e 23 marzo 2026): posizioni giuridicheâ€, nel quale sono chiamati a discuterne esponenti della maggioranza di governo, come il sottosegretario di Stato al Ministero della Giustizia e il senatore della Lega Gianluca Cantalamessa. A questi si aggiungono altri relatori convinti sostenitori del Sì, in alcuni casi veri e propri attivisti appartenenti al comitato del Sì.

Eppure a questo convegno, dal titolo quantomeno mistificatorio, zelanti dirigenti scolastici, come quelli dei licei Elsa Morante e Giuseppe Mazzini di Napoli, hanno pensato bene di far partecipare i loro studenti delle classi quinte, con la motivazione di offrire loro la possibilità di comprendere le opposte posizioni sul referendum.

Si tratta chiaramente di un palese tentativo di indottrinamento che contraddice il senso profondo della scuola, che deve sviluppare lo spirito critico degli studenti e non certo l’allineamento a posizioni di parte.

Per fortuna, nonostante repressione, controllo e fake news, la scuola ha ancora gli anticorpi per smascherare le menzogne. Già ieri il coordinamento docenti Area nord, insieme a Potere al popolo Napoli e USB, aveva denunciato l’operazione. Oggi studenti e docenti sono intervenuti, denunciando la vergognosa propaganda e facendo saltare il convegno.

La scuola è e resta luogo di formazione e non di indottrinamento mascherato. Un governo in difficoltà le sta tentando tutte ma il risultato è che sempre più persone aprono gli occhi sulla vera posta in gioco del referendum – accelerare la torsione autoritaria nel Paese – per cui i tentativi goffi di recuperare, con la complicità, come in questo caso, dei dirigenti scolastici, si trasformano in un boomerang.

Il 14 tutte e tutti in Piazza a Roma per il NO sociale al Governo Meloni.

Il 22 e 23 Marzo votiamo un forte e deciso NO alla riforma, al Governo e alle sue politiche affamatorie e belliciste!

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Ofer Winter è un criminale di guerra: fuori dalla nostra terra i complici del genocidio in Palestina!
Data articolo:Fri, 13 Mar 2026 11:40:37 +0000

Dal 31 marzo al 9 aprile 2026 Ofer Winter sarà invitato speciale presso l’Hotel Ariston a Capaccio-Paestum, sulle coste del Cilento, nell’ambito di un pacchetto vacanza rivolto principalmente ad israeliani che intendessero festeggiare la Pasqua ebraica sulle nostre coste.

Ma chi è Ofer Winter?

Ofer Winter è un ex generale di brigata israeliano diventato un simbolo della destra dura nazional-religiosa israeliana, sia per la sua commistione tra teologia e arte militare, sia per le sue posizioni su Gaza e i palestinesi.

Attirò per la prima volta l’attenzione del grande pubblico nel 2014, durante l’operazione “Margine di Protezione”, che costò la vita a oltre 2300 abitanti di Gaza. Durante l’operazione non solo si è macchiato di crimini di guerra, ma in qualità di comandante della Brigata Givati diramò ai suoi soldati una lettera di incitamento al combattimento in cui invocava Dio e presentava la campagna come una missione sacra contro un “nemico che bestemmia il Suo nome”.

Winter nei suoi discorsi legge il conflitto in Palestina come uno scontro di civiltà, affermando che “l’Islam non riconosce la pace” e che Israele deve comportarsi come un “leone” per sopravvivere in Medio Oriente.

Per queste sue posizioni, negli ambienti militari è considerato un falco, ed è molto apprezzato dalla destra sionista e religiosa: quando ha lasciato l’esercito nel 2024 è stato pubblicamente sostenuto dall’estrema destra come potenziale ministro della Difesa.

Ha partecipato per un brevissimo periodo, come volontario, alle primissime operazioni militari a Gaza, subito dopo il 7 ottobre. A genocidio in corso, in discorsi e articoli, ha aspramente criticato l’establishment della sicurezza israeliano per quelle che ha definito come “eccessive restrizioni legali e umanitarie a Gaza” e giustificato la morte dei “civili nemici” come un prezzo giusto da pagare per riportare a casa i soldati israeliani. Ha anche sostenuto che gli aiuti umanitari e il diritto internazionale limitano la capacità di Israele di applicare la sua “vera potenza”, e ha proposto di concentrare la distribuzione degli aiuti ai gazawi in alcune zone, imponendo nel frattempo condizioni d’assedio in altre e provocando così il trasferimento forzato della popolazione.

Riteniamo inaccettabile che questo criminale di guerra possa circolare liberamente in Italia, paese che ha sottoscritto il trattato di Roma istitutivo della Corte Penale Internazionale, mentre sono in corso un genocidio e l’annessione della Cisgiordania e mentre Israele scatena una guerra di proporzioni enormi verso Iran e Libano, minacciando la sicurezza delle popolazioni di tutto il mondo.

Facciamo appello a tutte e tutti i difensori del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese per pretendere che procura e Governo si attivino immediatamente, impediscano il convegno e assicurino Olef Winter alla giustizia, qualora dovesse mettere piede in Italia.

Facciamo appello a chiunque abbia riempito nei mesi scorsi le piazze e le strade mosso dal sentimento di rabbia e ingiustizia verso il genocidio del popolo palestinese a mobilitarsi ancora.

La “tregua” per i palestinesi non è mai arrivata davvero (come dimostra l’orrore del cosiddetto board of peace): colonialismo, suprematismo, bombe, continuano ad aggredire tutta la Palestina storica. Non ci voltiamo dall’altra parte: fermiamo le collaborazioni economiche, diplomatiche, militari, accademiche, tra il nostro paese e Israele, fermiamo i criminali di guerra!


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