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[PADOVA] CONTROLLO POPOLARE SUL PORTO DI MARGHERA: NO AL TRASPORTO DI ARMI VERSO ISRAELE!
Data articolo:Fri, 21 Jun 2024 12:55:50 +0000

Come Potere al Popolo in Veneto da qualche mese abbiamo iniziato un lavoro di inchiesta sul ruolo del porto di Marghera nella logistica delle armi verso Israele. Grazie a quello che potremmo definire “controllo popolare sui porti” ci siamo resi conto di quanto il nostro territorio sia coinvolto da quello che succede in Medio Oriente, al di là della falsa narrazione di un governo italiano che si vorrebbe raccontare come un attore pacifico incline ad una soluzione diplomatica, con una posizione bipartisan sul conflitto. La verità è che siamo direttamente coinvolti nel genocidio in corso, e la nostra industria bellica sta facendo affari sulla pelle del popolo palestinese e che il nostro governo sta con Israele, non è neutrale. Come le università, anche i porti sono luoghi essenziali alla sopravvivenza e alla buona riuscita del progetto coloniale sionista e per questo le autorità portuali sono spesso opache e reticenti a esercitare quella funzioni di controllo che pure la legge gli assegna.

Bloccare le esportazioni di armi, impedire l’attracco alle navi che usano Venezia (e più in generale i porti italiani) come scalo logistico per andare verso Israele, avrebbe un effetto immediato e concreto sulla guerra contro Gaza: l’approvvigionamento di Israele passa più dal Mediterraneo che da Suez, l’embargo può avere ripercussioni importanti sul campo.

Non è un caso che tanto il BDS, quanto il Palestinian Youth Movement ci chiedano di boicottare Maersk, ci chiedano di fare pressioni sui colossi della logistica, e non è un caso che i governi europei si oppongano a queste richieste.

Dopo mesi di controllo popolare, i nostri sospetti sul ruolo di Marghera (che abbiamo sviscerato in questo articolo https://www.seizethetime.it/navi-sospette-a-porto-marghera/), hanno ricevuto una prima conferma: tra il 25 e il 29 maggio 2024, una nave di nome Borkum,  già segnalata in Spagna per la presenza al suo interno di un carico di armi ed esplosivi per conto della IMI Systems (la Leonardo israeliana), è passata dal porto veneziano e lì si è fermata per più di quattro giorni.

L’ipotesi che anche le altre navi che abbiamo tracciato sulla rotta trasportino armi per Israele, si fa sempre più realistica, e per questo assieme al sindacato di base USB abbiamo presentato una richiesta d’accesso agli atti in relazione a quattro navi di proprietà ZIM (Israele) ed MSC (la più grande compagnia di shipping al mondo), per avere delle risposte documentali alle nostre domande e non solo le dichiarazioni rese alla stampa per cercare di smontare la protesta. Sulla Borkum per esempio la risposta dei tre paesi europei in cui si è fermata segue un copione identico: la nave è in regola e non trasporta armi.

Davanti alle nostre sollecitazioni la prefettura di Venezia ha dapprima sostenuto che si trattasse solo di “tubi di metallo”, per poi ritrattare (vedi “La nuova Venezia e Mestre” del 19 maggio 2024) dicendo che il mercantile trasportava sì esplosivi ma per demolizioni edilizie. Le autorità europee avevano anche assicurato che la nave rimanesse in acque europee, eppure, mentre scriviamo questo comunicato, la Borkum sta andando verso il porto di Umm Qasr in Iraq. Come vedrete nell’articolo, le domande aperte sono tante, ma proprio perché crediamo che sia importante fare luce su queste vicende, non ci siamo accontentati di mezze verità: abbiamo deciso di ricostruire il viaggio del mercantile dall’India a Marghera, basandoci esclusivamente su dati e strumenti open source, cercando di trovare noi stessi la verità che le autorità competenti si ostinano a negarci.

Qui l’articolo completo: https://www.seizethetime.it/navi-sospette-a-porto-marghera-pt-2/

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Campania

[NAPOLI] GIUSTIZIA PER SATNAM! SABATO 22 MANIFESTAZIONE A NAPOLI CON IL MOVIMENTO MIGRANTI E RIFUGIATI NAPOLI: CONTRO IL GOVERNO MELONI, CONTRO IL RAZZISMO E LO SFRUTTAMENTO, PER I DIRITTI DI TUTTE E TUTTI!
Data articolo:Fri, 21 Jun 2024 09:12:03 +0000

Un macchinario ti taglia il braccio mentre lavori, a nero, in campagna. Invece di portarti di corsa all’ospedale, il figlio del titolare ti scarica a casa. Tua moglie urla e supplica che qualcuno chiami il 118. Quando arriva hai già perso troppo sangue, muori dopo due giorni di agonia. Nel frattempo il titolare dell’azienda, sul TG1, dice, senza alcun contraddittorio, che è colpa tua.

Non è un racconto dell’orrore, è quello che è davvero successo a Satnam Singh, bracciante agricolo, morto nella provincia di Latina. Ma il suo caso è solo la punta dell’iceberg di quello che succede ogni giorno nelle campagne, nelle fabbriche, nei cantieri italiani. Migliaia di lavoratrici e lavoratori, soprattutto immigrati, sono costretti a lavorare a nero, senza contratti, ferie, malattia, diritti, per paghe da fame, in condizioni pericolose o degradanti, gettati come scarti appena il loro corpo non è più in grado di operare, bastonati appena provano a protestare. Spesso sono aggrediti mentre vanno e vengono dal lavoro, spesso vengono investiti dalle auto. Se poi provano a denunciare, vengono trattati con razzismo dalle istituzioni e nessun giornalista è interessato ad ascoltare la loro voce. Anche perché la mancanza di un permesso di soggiorno regolare rende i migranti più vulnerabili, più ricattabili, sempre a rischio.

Questa condizione non è frutto del caso, di qualche cattivo caporale o di qualche ritardo negli uffici preposti.

Il caporale è solo l’anello, spesso l’ultimo, di una catena alla cui testa ci sono i giganti della GDO (grande distribuzione organizzata), che lucrano imponendo prezzi bassissimi alle imprese agricole. Queste per fare profitto scaricano sui braccianti il peso della filiera, evitando di fare contratti regolari, di passare da qualsivoglia centro per l’impiego, e utilizzando i caporali per imporre condizioni di semi schiavitù ai loro dipendenti.

La totale libertà di assumere a nero, senza passare per qualsivoglia centro per l’Impiego, il disinvestimento e la totale connivenza dell’Ispettorato del lavoro, la propaganda e le leggi restrittive sull’immigrazione che servono SOLO A CREARE UN SERBATORIO DI LAVORATORI E LAVORATRICI RICATTABILI E SCHIAVIZZABILI, sono le condizioni con cui il Governo tutela precisamente gli interessi dei padroni della GDO e delle aziende agricole.

È una condizione strutturale, voluta e cercata per decenni dai governi di centrodestra e centrosinistra, che non hanno voti da prendere dai migranti, ma ne cercano tra i loro datori di lavoro, a cui fa comodo una manodopera docile e sottopagata, e tra cittadini italiani, che vengono spinti da una propaganda martellante a scaricare le colpe non su chi sta sopra ma su chi sta più in basso di loro…

In questo quadro, il Governo Meloni – già responsabile della strage di Cutro e di altre centinaia di morti in mare, con le sue omicide leggi repressive che vietano il soccorso, che dichiarano “sicuri” paesi dove ci sono violenze quotidiane, mentre con i nostri soldi continua a fare affari con mafiosi libici e a costruire campi di concentramento in Albania –, sta aggravando rapidamente la situazione. Con le ultime scelte su flussi e documentazione permette infatti l’esplosione di un “mercato del falso” che mette i soldi dei migranti nelle tasche di organizzazioni criminali, smantella i già pochi ispettorati del lavoro, crea un clima di impunità e di razzismo.

Per tutto questo Potere al Popolo, continuando il percorso di opposizione al governo che ha visto nella manifestazione del 1° giugno a Roma oltre 10.000 persone, parteciperà alla manifestazione indetta dal Movimento Migranti e Rifugiati il 22 giugno a Napoli alle ore 10:00

Facciamo appello a tutti i cittadini, italiani e stranieri, a unirsi in nome dei diritti e pretendere:
– il diritto all’accoglienza per tutti i richiedenti protezione internazionale, per farla finita con la clandestinità;
– la riduzione dei lunghissimi tempi di attesa e un permesso di soggiorno di un anno a tutti i richiedenti fino alla conclusione del loro iter;
– la conversione del permesso di protezione speciale in permesso di lavoro;
– un piano per l’emersione dei migranti sprovvisti documenti che già vivono e lavorano sul territorio;
– maggiori controlli degli ispettorati del lavoro, la fine del lavoro nero, l’obbligo di assumere da centro per l’impiego, il rispetto dei contratti;
– una vera lotta al caporalato e alle organizzazioni criminali intrecciate alla borghesia italiana;
– un salario minimo per tutte e tutti!

Invitiamo la cittadinanza, le associazioni e tutte le persone libere a unirsi a noi in questa lotta per la giustizia e la dignità di tutte e tutti!

Basta razzismo e sfruttamento!

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Estero

STA PER FINIRE IL REGNO DEL DOLLARO?
Data articolo:Thu, 20 Jun 2024 10:12:52 +0000

A inizio giugno è cominciata a circolare la voce – ampiamente riportata dalla stampa indiana – che il governo dell’Arabia Saudita avesse lasciato scadere l’accordo petrodollaro con gli Stati Uniti. Questo accordo, stipulato nel 1974, è piuttosto semplice e soddisfa diverse esigenze del governo statunitense: gli Stati Uniti acquistano petrolio dall’Arabia Saudita, e l’Arabia Saudita utilizza il denaro per acquistare attrezzature militari dai produttori di armi statunitensi, trattenendo i proventi delle vendite di petrolio in Buoni del Tesoro statunitensi e nel sistema finanziario occidentale. Questo accordo per riciclare i profitti del petrolio nell’economia statunitense e nel mondo bancario occidentale è noto come sistema dei petrodollari.

Questo accordo non esclusivo tra i due Paesi non ha mai imposto ai sauditi di limitare le vendite di petrolio in dollari o di riciclare i profitti petroliferi esclusivamente in Buoni del Tesoro statunitensi (di cui detiene la considerevole somma di 135,9 miliardi di dollari) e nelle banche occidentali. I sauditi sono infatti liberi di vendere il petrolio in più valute, come l’euro, e di partecipare a piattaforme di valuta digitale come mBridge, un’iniziativa sperimentale della Banca dei Regolamenti Internazionali e delle banche centrali di Cina, Thailandia ed Emirati Arabi Uniti (EAU).

Tuttavia, la voce secondo cui questo accordo decennale sui petrodollari sarebbe giunto al termine riflette l’aspettativa diffusa che un cambiamento sismico nel sistema finanziario possa rovesciare il dominio del regime Dollaro-Wall Street. Era una voce falsa, ma portava con sé una verità sulle possibilità di un mondo post-dollaro o de-dollarizzato.

L’invito rivolto a sei Paesi ad aderire al blocco dei BRICS lo scorso agosto è stato un’ulteriore indicazione che tale cambiamento è in corso. Tra questi Paesi ci sono l’Iran, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, anche se l’Arabia Saudita deve ancora finalizzare la sua adesione. Con l’allargamento dell’adesione, i BRICS includeranno i due Paesi con le maggiori e le seconde riserve di gas al mondo (rispettivamente Russia e Iran) e i due Paesi che rappresentano quasi un quarto della produzione mondiale di petrolio (Russia e Arabia Saudita, tutti dati aggiornati al 2022). L’apertura politica tra Iran e Arabia Saudita, mediata da Pechino nel marzo 2023, così come i segnali che gli alleati statunitensi Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita cercano di diversificare i loro legami politici, dimostrano la possibile fine del sistema dei petrodollari. Questo era il fulcro delle voci di inizio giugno.

Tuttavia, questa possibilità non deve essere esagerata, poiché il regime Dollaro-Wall Street rimane intatto e significativamente potente. I dati del Fondo Monetario Internazionale mostrano che nell’ultimo trimestre del 2023 il dollaro statunitense rappresentava il 58,41% delle riserve valutarie allocate, un valore di gran lunga superiore alle riserve detenute in euro (19,98%), yen giapponese (5,7%), sterlina britannica (4,8%) e renminbi cinese (poco meno del 3%). Nel frattempo, il dollaro USA rimane la principale valuta di fatturazione nel commercio globale, con il 40% delle transazioni commerciali internazionali di beni fatturati in dollari, nonostante la quota degli Stati Uniti nel commercio globale sia solo del 10%. Pur rimanendo la valuta chiave, il dollaro deve tuttavia affrontare sfide in tutto il mondo, con la quota del dollaro statunitense nelle riserve valutarie allocate che è diminuita gradualmente ma costantemente negli ultimi vent’anni.

Tre fattori stanno guidando la de-dollarizzazione: la mancanza di forza e di potenziale dell’economia statunitense, iniziata con la Terza Grande Depressione nel 2008; l’uso aggressivo di sanzioni illegali – soprattutto finanziarie – da parte degli Stati Uniti e dei suoi alleati del Nord globale contro un quarto dei Paesi del mondo; lo sviluppo e il rafforzamento delle relazioni tra i Paesi del Sud globale, soprattutto attraverso piattaforme come i BRICS. Nel 2015, i BRICS hanno creato la Nuova Banca di Sviluppo (NDB), nota anche come Banca dei BRICS, per navigare in un regime post-Dollaro-Wall Street e produrre strutture per promuovere lo sviluppo piuttosto che l’austerità. La creazione di queste istituzioni BRICS e l’aumento dell’uso di valute locali per pagare il commercio transfrontaliero hanno creato l’aspettativa di una rapida de-dollarizzazione. Al vertice dei BRICS del 2023 a Johannesburg, il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ha rinnovato l’invito ad aumentare l’uso delle valute locali e forse a creare un sistema valutario denominato dai BRICS.

La de-dollarizzazione è stata oggetto di un vivace dibattito tra coloro che hanno lavorato nelle istituzioni dei BRICS e nei grandi Paesi interessati alla de-dollarizzazione, come la Cina, sulla sua necessità, sulle prospettive e sulle difficoltà di trovare nuovi modi per detenere le riserve valutarie e fatturare il commercio globale. L’ultimo numero della rivista internazionale Wenhua Zongheng (文化纵横), nata dalla collaborazione tra Tricontinental: Institute for Social Research e Dongsheng, è dedicato a questo tema. Nell’introduzione a “The BRICS and De-Dollarisaion: Opportunities and Challenges” (volume 2, numero 1, maggio 2024), Paulo Nogueira Batista Jr., primo vicepresidente della NDB (2015-2017), riassume le sue notevoli riflessioni sull’importanza di allontanarsi dal regime Dollaro-Wall Street e sulle difficoltà politiche e tecniche di tale transizione. I BRICS, afferma giustamente, sono un gruppo eterogeneo di Paesi con forze politiche molto diverse al comando dei vari Stati. Le agende politiche dei suoi membri – anche con il nuovo stato d’animo del Sud globale – sono particolarmente diverse quando si tratta di teoria economica, con molti degli Stati BRICS che rimangono impegnati in formule neoliberiste mentre altri cercano nuovi modelli di sviluppo. Uno dei punti più importanti sollevati da Nogueira è che gli Stati Uniti “con ogni probabilità utilizzeranno tutti i numerosi strumenti a loro disposizione per lottare contro qualsiasi tentativo di detronizzare il dollaro dal suo status di perno del sistema monetario internazionale”. Questi strumenti includono sanzioni e minacce diplomatiche, che smorzano la fiducia dei governi che hanno impegni politici più deboli e non sono sostenuti da movimenti popolari impegnati in un nuovo ordine mondiale.

La de-dollarizzazione si è mossa a un ritmo molto lento fino al 2022, quando i Paesi del Nord globale hanno iniziato a confiscare i beni russi detenuti nel sistema finanziario Dollaro-Wall Street e in molti Paesi si è diffusa l’ansia per la sicurezza dei loro beni nelle banche nordamericane ed europee. Sebbene questa confisca non fosse una novità (gli Stati Uniti l’avevano già fatta a Cuba e in Afghanistan, per esempio), la portata e la gravità di queste confische hanno operato come una misura “che distrugge la fiducia”, come dice Nogueira.

L’introduzione di Nogueira è seguita da tre saggi di importanti analisti cinesi sugli attuali cambiamenti dell’ordine mondiale. In “What Is Driving the BRICS’ Debate on De-Dollarisation?”, il professor Ding Yifan (senior fellow presso il Taihe Institute di Pechino) traccia le ragioni per cui molti Paesi del Sud globale cercano ora di commerciare in valute locali e di scaricare la loro dipendenza dal regime Dollaro-Wall Street. Egli sottolinea due fattori che mettono in discussione la capacità del dollaro di continuare a fungere da valuta di riferimento: in primo luogo, la debolezza dell’economia statunitense dovuta alla sua dipendenza dalle spese militari rispetto agli investimenti produttivi (le prime rappresentano il 53,6% del totale delle spese militari mondiali) e, in secondo luogo, la storia di violazione del contratto da parte degli Stati Uniti. Alla fine del suo articolo, Ding riflette sulla possibilità che i Paesi del Sud globale accettino il renminbi cinese (RMB) come valuta di riferimento, dal momento che le capacità produttive della Cina rendono il RMB prezioso per l’acquisto di beni cinesi.

Tuttavia, nel suo saggio “China’s Foreign Exchange Reserves: Past and Present Security Challenges”, il professor Yu Yongding (membro dell’Accademia cinese delle scienze sociali) è cauto sulla possibilità che il renminbi soppianti il dollaro. Per far sì che il renminbi diventi una valuta di riserva internazionale, sostiene Yu, “la Cina deve soddisfare una serie di prerequisiti, tra cui la creazione di un solido mercato dei capitali (in particolare un mercato dei buoni del tesoro profondo e altamente liquido), un regime di tassi di cambio flessibili, liberi flussi di capitale transfrontalieri e credito a lungo termine sul mercato”. Ciò significherebbe che la Cina dovrebbe rinunciare ai controlli sui capitali e iniziare a offrire buoni del tesoro in renminbi agli acquirenti internazionali. L’internazionalizzazione del renminbi, sostiene Yu, “è un obiettivo che vale la pena perseguire”, ma non è qualcosa che può avvenire nel breve periodo. Conclude in modo poetico: “L’acqua lontana non placherà la sete immediata”.

E allora, dove andiamo a finire? Nel suo articolo “From De-Risking to De-Dollarisation: The BRICS Currency and the Future of the International Financial Order” il professor Gao Bai, docente alla Duke University negli Stati Uniti, concorda sulla necessità impellente di superare il regime Dollaro-Wall Street e sul fatto che al momento non esiste una strada facile da percorrere. L’uso della valuta locale si è ampliato – come ad esempio tra Russia e Cina e tra Russia e India – ma questi accordi bilaterali sono insufficienti. Sempre più spesso, come mostra un recente rapporto del World Gold Council, le banche centrali di tutto il mondo hanno acquistato oro per le loro riserve, facendone così salire il prezzo (il prezzo spot dell’oro è superiore a 2.300 dollari l’oncia, ben al di sopra dei 1.200 dollari l’oncia in cui si aggirava nel 2015). Se non è disponibile una valuta immediata che sostituisca il dollaro USA, sostiene Gao, allora i Paesi del Sud globale dovrebbero stabilire un “valore di riferimento per i regolamenti nelle loro valute locali e una piattaforma di scambio per supportare tali regolamenti. La grande richiesta di tale valore offre l’opportunità di creare una valuta BRICS”.

Il nuovo numero di Wenhua Zongheng fornisce una valutazione chiara e ponderata dei problemi del regime Dollaro-Wall Street e della necessità di un’alternativa. L’ampia gamma di idee presentate riflette la diversità delle discussioni in corso nei circoli politici di tutto il mondo. Vogliamo riassumere queste idee e verificarne la fattibilità tecnica e la praticabilità politica.

È importante notare che due dei Paesi BRICS hanno eletto nuovi governi quest’anno. In India, il governo di estrema destra guidato dal primo ministro Narendra Modi torna al potere, ma con un mandato molto ridotto. Dato che il governo Modi ha proposto una politica di “interesse nazionale”, è probabile che continuerà a svolgere un ruolo nel processo dei BRICS e a utilizzare le valute locali per acquistare beni come il petrolio russo. Nel frattempo, l’alleanza di governo del Sudafrica, guidata dall’African National Congress (ANC), ha formato un governo con l’Alleanza Democratica di destra, legato all’imperialismo statunitense e poco propensa all’agenda dei BRICS. Con il probabile ingresso della Nigeria nel blocco dei BRICS, il centro di gravità dei BRICS nel continente africano potrebbe spostarsi verso nord.

Durante i duri anni di lotta contro il governo dell’apartheid in Sudafrica, Lindiwe Mabuza (nota come Sono Molefe), membro dell’ANC, iniziò a raccogliere poesie scritte dalle donne nei campi dell’ANC. Guerrigliere, insegnanti, infermiere e altre donne inviarono poesie che la scrittrice pubblicò in un volume intitolato Malibongwe (Siate lodate), che faceva riferimento alla Marcia delle donne del 1956 a Pretoria. Nel suo saggio introduttivo, Mabuza (1938-2021) scrisse che nella lotta “non c’è romanticismo”; c’è “solo l’insistente realtà”. Questa frase, “l’insistente realtà”, merita una riflessione oggi. Nulla viene dal nulla. Bisogna battere la realtà per ottenere qualcosa, che sia una nuova apertura politica in luoghi come l’India e il Sudafrica o una nuova architettura finanziaria al di là del regime Dollaro-Wall Street.

Con affetto,
Vijay

*Traduzione della venticinquesima newsletter (2024) di Tricontinental: Institute for Social Research.

Come Potere al Popolo traduciamo la newsletter prodotta da Tricontinental: Institute for Social Research perché pensiamo affronti temi spesso dimenticati da media e organizzazioni nostrane e perché offre sempre un punto di vista interessante e inusuale per ciò che si legge solitamente in Italia. Questo non significa che le opinioni espresse rispecchino necessariamente le posizioni di Potere al Popolo. A volte accade, altre volte no. Ma crediamo sia comunque importante offrire un punto di vista che spesso manca nel panorama italiano.

Chi è Vijay Prashad?

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[LUCCA] POTERE AL POPOLO: I CONSIGLIERI DI MAGGIORANZA INFANGANO ANCORA LA CITTÀ
Data articolo:Mon, 17 Jun 2024 09:05:18 +0000

La nostra città è di nuovo agli onori della cronaca a causa delle tristi affermazione dei consiglieri di maggioranza. Al posto di pensare al bene della città non perdono occasione di dire stupidaggini, spesso richiamati anche dai loro colleghi in Consiglio Comunale.
La consigliera Laura Da Prato di Fratelli d’Italia ha infatti chiesto un minuto di silenzio per l’elezione di Ilaria Salis, provocando l’indignazione praticamente di tutti.
Come Potere al Popolo siamo stati fin da subito vicini a Ilaria Salis. La nostra coordinatrice nazionale Francesca Trasatti, infatti, è l’avvocata che sta seguendo il processo della neo europarlamentare e non possiamo che rivendicare l’indicazione di voto che abbiamo dato per lei al fine di liberarla dalla terribile situazione in cui si trova in Ungheria.
Sappiamo bene che la scelta di AVS di candidarla è stata fatta in maniera strumentale, altrimenti sarebbe stata sostenuta ovunque, come avevamo proposto, e non solo in due circoscrizioni.
Le decine di migliaia di preferenze che Ilaria Salis ha portato ad AVS, insieme a Mimmo Lucano, sono voti di opinione e di ammirazione per queste due personalità. Questi sono il motivo del successo della lista alle elezioni Europee. Le affermazioni dei consiglierei di maggioranza di Lucca dimostrano ancora una volta il disprezzo delle istituzioni che essi hanno. L’elezione di Salis apre uno spazio politico importante per costruire un’opposizione seria e concreta, che parla di diritto alla casa, lavoro garantito, ben pagato e sicuro, accesso ai diritti sociali e giustizia ambientale. Tutte questioni che la maggioranza di questa città, come del governo nazionale, continua a ignorare: un esempio su tutti l’allarme lanciato rispetto all’emergenza abitativa di pochi giorni fa.
L’astensionismo al 51% e la perdita di consensi alle forze di governo ci dicono questo. Perciò, a breve, ci troverete di nuovo nelle piazze a sostenere la battaglia per il salario minimo e per il lavoro sicuro.

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LE ELEZIONI EUROPEE E NOI
Data articolo:Sun, 16 Jun 2024 09:04:06 +0000

E’ passata una settimana dalle elezioni europee, alle quali, come è noto, il nostro simbolo non era presente. Nonostante ciò abbiamo dato indicazione per Ilaria Salis nei due collegi in cui era candidata. Per noi era assurdo che un’antifascista potesse marcire in galera a causa delle sue idee politiche nel cuore d’Europa, con l’avallo del nostro Governo “sovranista”.

L’elezione di Ilaria, che ha preso 176mila preferenze (ma sarebbero state molte di più se Avs avesse avuto il coraggio di candidarla in tutti i collegi) è un risultato concreto e tangibile contro le politiche persecutorie di Orban e della sua alleata Meloni, e dimostrazione che attraverso una mobilitazione condotta su più piani (legale, mobilitativo, mediatico ed elettorale) anche l’ultradestra si può sconfiggere. Ora Ilaria potrà dare un contributo importante nella lotta per il miglioramento delle condizioni dei detenuti e delle detenute in Europa, a partire dai migranti che continuano ad essere reclusi senza processo, con la sola colpa di fuggire da guerre, miseria e neocolonialismo, e dunque di essere esercito industriale di riserva per i padroni della “fortezza Europa”. Ora, con l’apparire delle prime analisi dei flussi, è il momento di tentare un’analisi a mente fredda del quadro complessivo che ci consegnano queste elezioni.

L’ultradestra non stravince ma continua a crescere.

È un dato quello per cui le destre non conquistano l’Europarlamento, che rimane, in termini di composizione di seggi, molto simile a quello uscente. Popolari, Liberali e Socialisti europei, ossia la “maggioranza Ursula”, conquistano oltre 400 seggi su un totale di 720 e quindi mantengono la maggioranza.
Ciò vuol dire che l’ultradestra ha fallito il suo assalto alle istituzioni europee?
Non proprio.
In primo luogo perché in due paesi chiave nell’Unione Europea l’ultradestra avanza. In Francia il Rassemblement National di Le Pen è la prima forza col 30% dei voti validi (intorno al 36% se sommiamo i voti di Reconquete di Zemmour), tanto che Macron ha sciolto il Parlamento e indetto nuove elezioni. In Germania l’Afd, che è ritenuta troppo a destra persino da Le Pen e Lega, è il secondo partito con il 15,9%, il primo nella Germania Orientale.
In secondo luogo perché tutto l’asse politico si sta spostando a destra. Spesso è difficile distinguere i discorsi di un politico di una formazione conservatrice, magari aderente al Ppe, e un politico neofascista. Destre tradizionali, liberali, verdi e socialdemocratici inseguono spesso l’ultradestra sul suo terreno. “Difesa dei confini”, “lotta ai parassiti”, “scontro di civiltà”, erano frasi parte dell’armamentario ideologico di formazioni suprematiste e fasciste, mentre oggi sono patrimonio comune a buona parte delle restanti forze politiche.

Il tappeto rosso dei liberali

In Europa attualmente sono 7 gli stati membri che hanno Governi in mano all’ultradestra o sostenuti dall’ultradestra (Paesi Bassi, Croazia, Finlandia, Ungheria, Italia, Slovacchia e Svezia). D’altronde per anni le classi dominanti dell’UE hanno aumentato lo sfruttamento, tagliato servizi, portato avanti speculazioni finanziarie e ambientali, generato rabbia, fame e frustrazione. Poi, per evitare che il malessere prendesse una connotazione anti-capitalista, hanno spinto la guerra tra poveri e fatto crescere l’ultradestra, che è sempre pronta a interpretare il ruolo di cane da guardia del sistema, con il suo razzismo nei confronti dei lavoratori stranieri e lo squadrismo contro i lavoratori, le forze di sinistra, i movimenti civici.
I liberali, tanto nella loro versione conservatrice quanto in quelle centrista e socialdemocratica, hanno grosse responsabilità in quest’ascesa: il loro antifascismo funziona a fasi alterne, solitamente in campagna elettorale. Costruire un avversario “rozzo” e impresentabile ha consentito ai partiti di sistema, negli anni post-crisi, di convincere i propri elettori più recalcitranti a votarli nonostante le nefandezze commesse, “altrimenti l’alternativa sono quelli”. Basti pensare che durante la campagna elettorale per le europee in Francia la candidata macronista Valérie Hayer ha accettato dibattiti elettorali solo con Jordan Bardella e con Marion Marechal Le Pen, ossia con l’estrema destra. La sovraesposizione mediatica delle destre, spesso accompagnata da una repressione mediatica e politica della sinistra autentica e dei movimenti popolari, è stata così l’humus per la crescita delle idee xenofobe e autoritarie dell’ultradestra.
Ora che i rapporti di forza sono favorevoli all’ultradestra e il pericolo di una sua affermazione si fa concreto e imminente, è in corso una fase ulteriore della sua normalizzazione. Se guardiamo alla Francia, il paese che ha conosciuto un lungo ciclo di conflitti sociali e una crescita importante della sinistra popolare (ci riferiamo alla France Insoumise e alla Nupes di Jean Luc Mélénchon), il centro liberale di Macron nell’ultimo anno ha più volte fatto ricorso in Parlamento all’appoggio diretto dell’ultradestra di Le Pen per aggirare l’opposizione della Nupes. È stato il caso della legge asile-immigration, approvata quest’anno su proposta del Governo Macron con l’appoggio determinante del Rn. Questa legge, che aumenta la detenzione amministrativa per i migranti, riduce di molto il diritto all’asilo e facilita le espulsioni, è stata in realtà una doppia vittoria di Marine Le Pen: tanto sul piano concreto di persecuzione nei confronti dei migranti, quanto su quello ideologico, perché avalla l’idea totalmente falsa di un’Europa e di una Francia in preda a un’invasione incontrollata.
Dopo i risultati delle europee e l’indizione di nuove elezioni da parte di Macron, il segretario del vecchio partito gaullista Les Republicains, Eric Ciotti, ha proposto un accordo elettorale ai neofascisti per andare al Governo. Stessa cosa in Germania: dopo l’exploit dei neonazisti dell’Afd in Sassonia e in Turingia (dove è il primo partito con oltre il 31% dei consensi), i Governatori del Nordreno-Westfalia e della Turingia, guidati dalla Cdu, hanno aperto a una collaborazione con l’Afd. In Spagna il Partido Popular governa insieme ai neofranchisti di Vox varie regioni e il suo leader Feijòo non ha mai smesso di considerare plausibile un governo Vox – Pp. Insomma, spesso i liberali si rivelano il miglior alleato dell’ultradestra che dicono di voler combattere.

Il laboratorio italiano

Il modello principale a cui l’ultradestra continentale si ispira è il caso italiano: una coalizione di forze di destra e di centro, con il polo di ultradestra (Fdi e Lega) in posizione egemonica. Anche qui le elezioni europee confermano una sostanziale stabilità di Fratelli d’Italia (che con il 28% conferma e anzi migliora le percentuali delle politiche del 2022, pur perdendo 700 mila voti assoluti). La strategia di Meloni è stata quella di mostrarsi estremamente rispettosa dei vincoli esterni, ossia la subalternità assoluta alla NATO e alle politiche di austerità contro lavoratori e lavoratrici, per avere mano libera all’interno del paese. Qui il Governo è stato ben attento ad alimentare i suoi bacini di voto (imprese e autonomi), con leggi di bilancio che hanno spostato ulteriormente il carico fiscale sui soli lavoratori dipendenti, stando però attento ad evitare processi mobilitativi e, anzi, appoggiandosi principalmente alla sostanziale passività delle masse nel nostro paese.
Il partito che infatti esce vincitore dalle urne è l’astensionismo, che per la prima volta supera il 50% in un’elezione nazionale. Può sembrare assurdo ma, nonostante tassi di partecipazione molto bassi e in trend discendente, né la maggioranza di Governo né il centrosinistra hanno messo mano all’assurda legge elettorale, che non ha eguali in Europa, e che prevede la raccolta di 150mila firme per presentarsi in tutte e cinque le circoscrizioni elettorali, e uno sbarramento del 4% per poter partecipare alla ripartizione dei seggi, evitando così che forze nuove, oscurate mediaticamente, possano dare voce e rappresentanza alle classi popolari.
L’altro “vincitore” di queste elezioni europee è stato il centrosinistra italiano. Il Pd infatti è passato dal 19% delle politiche al 24,1% delle europee, guadagnando circa 160mila voti. Stessa cosa per Avs, che passa dal 3,7% al 6,7% guadagnando circa 500mila voti. “In Italia è tornata la sinistra”, qualcuno (pochi a dire il vero) si è affrettato a scrivere. È proprio il risultato di Avs, che in termini percentuali tocca il picco mai raggiunto del 6,8%, che desta speranze a dir la verità un po’ avventate. Il risultato positivo è stato raggiunto in parte grazie a un travaso di voti proveniente da partiti di centro (in particolare i liberali di Stati Uniti d’Europa), e in parte grazie alla giusta mobilitazione per la liberazione di Ilaria Salis, che ci ha visto partecipi. Questa vittoria non deve però farci perdere di vista la natura sostanzialmente di stampella a sinistra dell’establishment che svolge Avs, che non ha una struttura territoriale degna di nota e in grado di suscitare mobilitazioni e lotte, e che si caratterizza per la sua internità all’orizzonte del centrosinistra, dunque dall’alleanza ferrea con il PD, a tutti i livelli e a qualsiasi costo. Se guardiamo al voto operaio infatti non c’è nessuno spostamento né verso Avs né tantomeno verso il Pd. Il 58% non vota, mentre il voto per Pd e Avs è sottostimato rispetto al totale (-8% e -4%), chi guadagna punti percentuali tra i (pochi) operai che votano semmai è la destra (fonte Swg Radar). Esce invece sostanzialmente sconfitto dalle Europee il M5S, che passa dal 15,6% al 9,9% e completa così il suo percorso di subordinazione al Pd nel cosiddetto “campo largo”.

Il bipolarismo dei dominanti

A uscire rafforzata delle Europee non è dunque una soluzione di sinistra alla crisi in corso, ma è il ritorno al bipolarismo, in cui la minoranza di chi vota si divide tra i due grandi blocchi del centrodestra a guida Fdi e del centrosinistra a guida Pd.
Si tratta di un bipolarismo senza consenso, in cui una persona su due non va a votare e in cui nessuno dei due blocchi ha soluzioni reali alla crisi ecologica e sociale, essendo entrambi saldamente bellicisti e filo-NATO e contrari a qualsiasi redistribuzione radicale della ricchezza, esattamente come le famiglie europee a cui appartengono. Liberali e sovranisti, anche se fanno finta di opporsi, hanno in realtà operato una saldatura e una divisione dei compiti: ognuno si alimenta elettoralmente e mediaticamente dell’altro per non far esistere la vera alternativa, che è il cambiamento radicale delle logiche neoliberiste, la redistribuzione della ricchezza, il protagonismo delle lavoratrici e dei lavoratori, una società più giusta e libera. Pensiamo solo che in Italia, quando Berlusconi sdoganò culturalmente e politicamente leghisti e neofascisti, l’allora centrosinistra non si oppose, ma si accodò ad una intensa operazione di falsificazionismo storico contro la Resistenza e contro la sua componente comunista (qualcuno ricorda i cosiddetti “ragazzi di Salò” di Luciano Violante?), in nome dell’alternanza di Governo.
Sulla guerra, tanto i liberali quanto l’ultradestra vogliono aumentare spese militari e armamenti eseguono le indicazioni USA (qualcuno più Biden, qualcuno più Trump…); entrambi sono per rendere sempre più difficile la vita ai migranti, per aumentare i sistemi di controllo nella vita sociale, per “risolvere” tutti i problemi con il carcere. Anche la Palestina è emblematica: sia liberali che sovranisti sostengono Israele, rifiutano di interrompere i rapporti con questa potenza e si fanno dunque complici di un genocidio, mentre i giovani che protestano vengono criminalizzati e spesso colpiti da manganelli e provvedimenti repressivi. Lo abbiamo visto in Italia con la tentata contestazione al direttore di Repubblica Molinari alla Federico II – quando tutti, da Fratoianni a Meloni, si scagliarono contro il diritto al dissenso negli atenei. Lo vediamo in grande in Germania, dove la coalizione di governo composta da Socialdemocratici, Verdi e Liberali ha addirittura superato a destra il Governo italiano nel blindare le voci dissidenti, soprattutto giovani, e nel colpire le comunità arabe portando avanti campagne islamofobiche.

L’ultradestra si può battere, ma non saranno i liberali a farlo

Ma allora come si possono combattere non solo l’ultradestra, ma anche il bipolarismo che produce in ultima istanza lo spostamento sempre più a destra del quadro politico?
In primo luogo occorre avere una prospettiva solida, comprendere che il tempo elettorale non è il tempo della politica. Queste elezioni europee dimostrano proprio che alla lunga regge chi possiede organizzazione, quadri e radicamento sul territorio, chi nella “guerra di posizione” presidia più casematte è in grado di reggere a momenti di passivizzazione di massa come quello che viviamo. Basti pensare all’ottimo risultato del Parti du Travail in Belgio, dello Sinn Fein in Irlanda o di EH Bildu, che diventa primo partito nei Paesi Baschi, all’interno dell’alleanza indipendentista Ahora Repùblicas.

In secondo luogo bisogna reagire alla passivizzazione di massa, che si manifesta su più piani, compreso quello della normalizzazione dell’ultradestra operato da settori conservatori, liberali e socialdemocratici. Con questo spirito in Italia abbiamo convocato la manifestazione del 1° giugno contro il Governo Meloni, dando voce tanto a chi lotta contro lo sfruttamento sul lavoro e il razzismo, quanto a chi si è mosso contro il genocidio in Palestina, e ci siamo mobilitati, utilizzando anche lo strumento del voto, per strappare Ilaria Salis alle prigioni di Orban.

In terzo luogo bisogna impostare un lavoro di radicamento tra le classi popolari e in particolare in quella maggioranza di lavoratori e lavoratrici che negli ultimi trent’anni ha visto peggiorare le proprie condizioni di lavoro e ha perso in termini di salario reale e diritti. Quella maggioranza, che affolla il partito dell’astensionismo, a cui il bipolarismo tra ultradestra e liberali non ha soluzioni da offrire. Il 2025 potrebbe infatti aprirsi con nuove politiche di austerità, dovute anche all’entrata in vigore del nuovo Patto di Stabilità che per un Paese come l’Italia significherà 13 nuovi miliardi di tagli all’anno per 7 anni. Se teniamo in conto che i soldi per le armi li faranno comunque uscire fuori, si prospetta una macelleria sociale e ambientale. È dunque importante attivare percorsi di solidarietà e di politicizzazione tra lavoratori e lavoratrici, essere presenti tra i nostri, di fronte ai cancelli di fabbriche e alle mille forme del lavoro povero, per riuscire a respingere l’attacco che si prepara, e riattivare un ciclo di mobilitazione anche nel nostro paese.
E nel frattempo continuare con una lotta senza quartiere alle politiche di riarmo, all’austerità e al taglio del welfare e della spesa sociale, alle forze neofasciste.

Ora è il momento di organizzarsi in questo senso: a giugno e luglio saremo impegnati nella campagna adesioni a Potere al popolo!, e vi invitiamo già da ora a tenervi liberi per l’appuntamento di socialità e dibattito del Pap Camp, il campeggio estivo di Potere al popolo!, che si terrà al Camping “La Giara” di Paestum dal 28 agosto al 1 settembre.

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Estero

LA DEMOCRAZIA NON VERRÀ TRAMITE IL COMPROMESSO E LA PAURA
Data articolo:Fri, 14 Jun 2024 07:11:02 +0000

Metà della popolazione mondiale avrà l’opportunità di votare entro la fine di quest’anno, quando 64 Paesi e l’Unione Europea apriranno le urne. Nessun anno precedente è stato così ricco di elezioni. Tra questi Paesi c’è l’India, dove alla fine hanno votato 642 milioni di persone (circa i due terzi degli aventi diritto), di cui la metà donne. Si tratta della più alta partecipazione di donne al voto in un’unica elezione al mondo.

Nel frattempo, nei 27 Stati membri dell’Unione Europea si sono tenute le elezioni per il Parlamento europeo, il che significa che 373 milioni di elettori aventi diritto hanno avuto la possibilità di esprimere il proprio voto per i 720 membri che compongono l’organo legislativo. Se si aggiungono gli aventi diritto al voto per le elezioni negli Stati Uniti (161 milioni), in Indonesia (204 milioni), in Pakistan (129 milioni), in Bangladesh (120 milioni), in Messico (98 milioni) e in Sudafrica (42 milioni), si capisce perché il 2024 è l’anno delle elezioni.

Nelle ultime settimane si sono svolte tre elezioni particolarmente importanti in India, Messico e Sudafrica. L’India e il Sudafrica sono attori chiave del blocco BRICS, che sta tracciando un percorso verso un ordine mondiale non dominato dagli Stati Uniti. La natura delle coalizioni di governo che saliranno al potere in questi Paesi avrà un impatto sul raggruppamento e sicuramente influenzerà il vertice BRICS di quest’anno che si terrà a Kazan (Russia) a fine ottobre. Sebbene il Messico non sia un membro dei BRICS e non abbia presentato domanda di adesione durante l’espansione dello scorso anno, il Paese ha cercato di alleggerirsi dalle pressioni degli Stati Uniti (la maggior parte dei messicani conosce la frase “Povero Messico: così lontano da Dio, così vicino agli Stati Uniti”, pronunciata da Porfirio Diaz, presidente del Paese dal 1884 al 1911). La recente avversione del governo messicano per l’ingerenza degli Stati Uniti in America Latina e per il quadro generale neoliberale del commercio e dello sviluppo ha portato il Paese ad approfondire il dialogo con progetti alternativi come i BRICS.

Mentre i risultati in India e Sudafrica hanno mostrato che gli elettori sono profondamente divisi, quelli messicani sono rimasti con il Movimento di Rigenerazione Nazionale (MORENA) di centro-sinistra, eleggendo Claudia Sheinbaum come prima donna presidente nella storia del Paese il 2 giugno. Sheinbaum subentrerà ad Andrés Manuel López Obrador (AMLO), che lascia la presidenza con un notevole indice di gradimento dell’80%. In qualità di sindaco di Città del Messico dal 2018 al 2023 e di stretto alleato di AMLO, Sheinbaum ha seguito i principi generali enunciati nel progetto della Quarta Trasformazione (4T) definito da AMLO nel 2018. Questo progetto di “umanesimo messicano” segue tre importanti periodi della storia del Messico: l’indipendenza (1810-1821), la riforma (1858-1861) e la rivoluzione (1910-1917). Sebbene AMLO abbia parlato spesso di questa 4T come di un progresso nella storia del Messico, in realtà si tratta di un ritorno alle promesse della Rivoluzione messicana, con la richiesta di nazionalizzare le risorse (tra cui il litio), di aumentare i salari, di espandere i programmi di lavoro del governo e di rivitalizzare l’assistenza sociale. Uno dei motivi per cui Sheinbaum ha trionfato sugli altri candidati è stato il suo impegno a portare avanti l’agenda delle 4T, che è radicata meno nel populismo (come ama dire la stampa borghese) e più in un autentico umanesimo assistenzialista.

Nel maggio di quest’anno, trent’anni dopo la fine dell’apartheid, il Sudafrica ha tenuto le sue settime elezioni generali dell’era post-apartheid, con risultati in netto contrasto con quelli del Messico. L’alleanza tripartita al potere – composta da Congresso nazionale africano (ANC), Partito comunista sudafricano e Congresso dei sindacati sudafricani – ha subito un enorme logoramento della sua quota di voti, ottenendo solo il 40,18% di questi (42 seggi al di sotto della maggioranza), rispetto al 59,50% e a una comoda maggioranza nell’Assemblea nazionale nel 2019. L’aspetto sorprendente delle elezioni non è solo il calo della quota di voti dell’alleanza, ma anche il rapido declino dell’affluenza alle urne. Dal 1999, sempre meno elettori si sono presi la briga di votare e questa volta solo il 58% degli aventi diritto si è recato alle urne (rispetto all’86% del 1994). Ciò significa che l’alleanza tripartita ha ottenuto i voti solo del 15,5% degli aventi diritto, mentre i suoi rivali hanno ottenuto percentuali ancora più basse. Non si tratta solo del fatto che la popolazione sudafricana – come quella di altri Paesi – è stufa di questo o quel partito politico, ma che è sempre più disillusa dal processo elettorale e dal ruolo dei politici nella società.

Una sobria valutazione dei risultati elettorali sudafricani mostra che le due forze politiche che si sono staccate dall’ANC – l’uMkhonto we Sizwe (MK) di Jacob Zuma e l’Economic Freedom Fighters di Julius Malema – hanno ottenuto complessivamente il 64,28% dei voti, superando la quota di voti che l’alleanza al potere si era assicurata nel 1994. Il programma generale promesso da queste tre forze (porre fine alla povertà, espropriare le terre, nazionalizzare banche e miniere ed espandere il welfare sociale) rimane intatto, anche se le strategie che vorrebbero seguire sono molto diverse, una divisione accentuata dalle loro rivalità personali. Alla fine, in Sudafrica si formerà un’ampia coalizione di governo, ma non è chiaro se sarà in grado di definire anche una politica socialdemocratica, come quella messicana. Il calo generale della fiducia della popolazione nel sistema rappresenta una mancanza di fiducia in qualsiasi progetto politico. Le promesse, se non mantenute, possono diventare stantie.

In vista delle elezioni in India, tenutesi nell’arco di sei settimane dal 19 aprile al 1° giugno, il primo ministro in carica Narendra Modi del partito di estrema destra Bharatiya Janata Party (BJP) aveva dichiarato che il suo partito avrebbe conquistato da solo ben 370 seggi nel parlamento di 543 seggi. Alla fine, il BJP è riuscito a raccogliere solo 240 seggi – con un calo di 63 seggi rispetto alle elezioni del 2019 – e la sua Alleanza Nazionale Democratica ne ha conquistati in totale 293 (oltre la soglia di 272 necessaria per formare un governo). Modi tornerà per un terzo mandato come primo ministro, ma con un mandato molto indebolito. È riuscito a mantenere il suo seggio solo per 150.000 voti, un calo significativo rispetto al margine di 450.000 voti del 2019, mentre quindici membri in carica del suo gabinetto hanno perso il loro seggio. Nessun discorso d’odio contro i musulmani o l’uso di agenzie governative per mettere a tacere i partiti di opposizione e i media è stato in grado di aumentare la presa di potere dell’estrema destra.

Un sondaggio di aprile ha rilevato che la disoccupazione e l’inflazione sono i problemi più importanti per i due terzi degli intervistati, secondo i quali è sempre più difficile trovare lavoro per gli abitanti delle città. Il 40% degli 1,4 miliardi di persone in India ha meno di 25 anni e uno studio del Centro per il monitoraggio dell’economia indiana ha dimostrato che i giovani indiani di età compresa tra i 15 e i 24 anni si trovano “di fronte a un doppio problema: un tasso di partecipazione al lavoro basso e in calo e un tasso di disoccupazione sorprendentemente alto”. Il tasso di disoccupazione giovanile è del 45,4%, sei volte superiore al tasso di disoccupazione generale del 7,5%.

I giovani indiani della classe operaia e dei contadini rimangono a casa, la sensibilità delle loro intere famiglie modellata dai loro dilemmi. La disperazione per la vita quotidiana ha ormai intaccato il mito dell’infallibilità di Modi. Modi tornerà come primo ministro, ma la realtà del suo mandato sarà definita in parte dalle lamentele di decine di milioni di indiani impoveriti, articolate attraverso una vivace forza di opposizione che troverà i suoi leader nei movimenti di massa. Tra questi ci saranno agricoltori e contadini, come Amra Ram, leader del Partito Comunista dell’India (marxista) e dell’All India Kisan Sabha (Unione dei contadini di tutta l’India) che ha vinto in modo decisivo a Sikar, un epicentro del movimento contadino. A lui si uniranno in parlamento Sachidanandam, leader dell’All India Kisan Sabha e del Communist Party of India (Marxist) di Dindigul (Tamil Nadu), e Raja Ram Kushwaha, leader del Communist Party of India (Marxist-Leninist) Liberation di Karakat (Bihar) e convocatore del Comitato di coordinamento dell’All-India Kisan Sangharsh (All India Farmers’ Struggle), un’alleanza contadina che comprende 250 organizzazioni. I contadini ora sono rappresentati in Parlamento.

Nitheesh Narayanan di Tricontinental Research Services scrive che, anche se la sinistra non ha inviato un grande contingente in parlamento, ha svolto un ruolo importante in queste elezioni. E continua: “Amra Ram entra in Parlamento come rappresentante del potere contadino che ha inferto il primo colpo all’infallibilità indiscussa del BJP nell’India del Nord. La sua presenza diventa una garanzia della democrazia indiana dalle strade”.

L’idea di “democrazia” non inizia e non finisce alle urne. Le elezioni – come in India e negli Stati Uniti – sono diventate grottescamente costose. Le elezioni di quest’anno in India sono costate 16 miliardi di dollari, la maggior parte dei quali spesi dal BJP e dai suoi alleati. Il denaro, il potere e la corrosività del dialogo politico hanno corrotto lo spirito democratico.

La ricerca dello spirito democratico è antica almeno quanto la democrazia stessa. Nel 1949, il poeta comunista Langston Hughes espresse questo desiderio nella sua breve poesia Democracy, che allora parlava della negazione del diritto di voto e oggi parla della necessità di una riflessione molto più profonda su ciò che la democrazia deve significare nel nostro tempo – qualcosa che non può essere comprato dal denaro o intimidito dal potere.

La democrazia non verrà
Oggi, quest’anno,
né mai
tramite il compromesso e la paura.
Ho lo stesso diritto
Come l’altro ha il diritto
di stare in piedi
Sui miei due piedi
e possedere la terra.

Sono stanco di sentir dire,
Lascia che le cose seguano il loro corso.
Domani è un altro giorno.
Non ho bisogno della mia libertà quando sarò morto.
Non posso vivere con il pane di domani.

La libertà
è un seme forte
piantato
in un grande bisogno.
Ascolta, America –
anch’io vivo qui.
Voglio la libertà
proprio come te.

Con affetto,
Vijay

*Traduzione della ventiquattresima newsletter (2024) di Tricontinental: Institute for Social Research.

Come Potere al Popolo traduciamo la newsletter prodotta da Tricontinental: Institute for Social Research perché pensiamo affronti temi spesso dimenticati da media e organizzazioni nostrane e perché offre sempre un punto di vista interessante e inusuale per ciò che si legge solitamente in Italia. Questo non significa che le opinioni espresse rispecchino necessariamente le posizioni di Potere al Popolo. A volte accade, altre volte no. Ma crediamo sia comunque importante offrire un punto di vista che spesso manca nel panorama italiano.

Chi è Vijay Prashad?

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Lazio

[ROMA] NO AL BIODIGESTORE A ROMA EST
Data articolo:Fri, 14 Jun 2024 07:03:38 +0000

Come Potere al Popolo eravamo ieri al VI Municipio al fianco dei comitati di quartiere di Roma Est in lotta contro la decisione presa dalla Regione di Rocca di autorizzare la costruzione del biodigestore nei terreni dell’azienda Agricola Salone.

Questa scelta è in linea con un sistema mirato esclusivamente ai profitti e alla speculazione sui rifiuti a danno delle periferie della città, basato sulla costruzione di mega impianti inquinanti, come l’Inceneritore voluto dal sindaco Gualtieri, che danneggiano quartieri che vivono già l’abbandono delle istituzioni e l’assenza di servizi. Inoltre, le conseguenze ambientali e sulla salute dei cittadini che verrebbero generati dal biodigestore, si andrebbero a sommare a quelle generate già dal TBM di Rocca Cencia, altro grande problema legato ai rifiuti nel quadrante di Roma Est.

Sappiamo che i responsabili di questo indirizzo politico diretto alla speculazione sui rifiuti, alla devastazione ambientale, alla marginalizzazione delle periferie, sono le forze politiche presenti a tutti i livelli di governo: dal centrodestra al centrosinistra, la linea è far prevalere gli interessi dei privati invece di favorire e tutelare quelli dei cittadini in una città come Roma, dove il centro è vetrina e la periferia è abbandono.

Per questo, siamo stati e saremo sempre a fianco dei comitati di quartiere che hanno lottato e lottano contro questo progetto, per questo crediamo sia necessario e urgente che venga ritirata l’autorizzazione, e che si cominci seriamente a pensare ad un sistema alternativo basato su una gestione dei rifiuti veramente sostenibile con la raccolta differenziata porta a porta e interamente pubblica, che comporti la fine degli appalti ai privati e dei mega-impianti nelle periferie.

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Estero

LA RESISTENZA NON SI ARRESTA! LA RESISTENZA NON SI PROCESSA! LIBERTA’ PER ANAN, ALI E MANSOUR
Data articolo:Fri, 14 Jun 2024 06:59:00 +0000

Nel pieno di una guerra che, ad oggi, ha mietuto oltre 35mila morti, Israele è stata portata davanti alla Corte Internazionale di Giustizia, la quale ha ritenuto vi fossero i presupposti per procedere per genocidio. Contestualmente, lo scorso gennaio, mentre già si contavano decine di prigionieri politici palestinesi uccisi nelle carceri israeliane per tortura e negligenza sanitaria, con numerose testimonianze di torture e abusi, l’Italia ha comunque deciso di dar seguito a una richiesta di estradizione avanzata dalle autorità israeliane a carico di Anan Yaeesh, un palestinese residente in Italia, rimettendo quindi la decisione al piano giudiziario.

Questo episodio si inserisce in un quadro più ampio di repressione della resistenza palestinese, sia all’interno dei territori occupati che a livello internazionale, Italia inclusa. Le azioni intraprese dal governo italiano, in collaborazione con Israele, sollevano preoccupazioni significative riguardo alla protezione dei diritti umani e alla legittimità della resistenza palestinese nel contesto del diritto internazionale.

Ed è così che, nel pieno dispiegarsi della violenza colonialista israeliana, un fronte di diretta repressione della resistenza palestinese si apre anche sul territorio italiano. A gennaio l’Italia riceve una richiesta di estradizione da parte del suo alleato: Israele vuole Anan Yaeesh, residente in Italia dal 2019 con lo status di protezione umanitaria: un palestinese di Tulkarem che per la sua partecipazione alla seconda intifada ha già scontato il carcere e subìto gravi ferite provocate da un agguato delle forze speciali israeliane, in quello che a tutti gli effetti è stato un tentativo di esecuzione extragiudiziale. I giudici della Corte d’Appello de L’Aquila rigetteranno, a marzo, la richiesta di estradizione per «la concreta possibilità che [nelle carceri israeliane] venga sottoposto a tortura» ma, non a caso il giorno prima dell’udienza, e solo dopo aver acquisito informazioni (con macroscopiche forzature procedimentali), scatta un ulteriore mandato di arresto nei confronti di Anan e dei suoi coinquilini, Ali Irar e Mansour Doghmosh, che, per presunte azioni di resistenza nei Territori Occupati, si trovano quindi da marzo scorso nelle carceri italiane con l’accusa di associazione con finalità di terrorismo internazionale (art. 270-bis c.p.).

Arresti evidentemente politici: frutto della fedeltà che ciecamente lo Stato italiano continua a serbare nei confronti di Israele, nonostante gli evidenti crimini umanitari degli ultimi otto angosciosi mesi abbiano (finalmente!) palesato agli occhi di tutti i cittadini del mondo l’insopportabile e pluridecennale pulizia etnica della Palestina. Arresti infami volti a criminalizzare la resistenza in Palestina, in spregio dello stesso diritto internazionale che riconosce il diritto all’autodeterminazione e alla resistenza, anche armata, nei territori sotto occupazione, come è quello palestinese. Il processo ad Anan per la sua rivendicata appartenenza alla Brigata Tulkarem è un processo alla resistenza. Non si tratta di un piano puramente giuridico, non lo è mai stato. Si tratta di un messaggio politico: per dimostrare la propria lealtà a Israele, l’Italia è disposta a replicare sul proprio territorio la repressione che i sionisti portano avanti in Palestina contro il popolo palestinese. Anan però è semplicemente un uomo che ama profondamente la propria terra e che è disposto a sacrificarsi per vederla finalmente libera, per vederla in pace: non può essere processato per questo!

Gli arresti di Anan, Ali e Mansour purtroppo non stupiscono, rappresentano piuttosto un ulteriore passaggio della più grande manovra di criminalizzazione e demonizzazione della resistenza palestinese e del movimento internazionale di solidarietà. Mentre i media non perdono occasione per manipolare gli eventi bellici, adottando un approccio antistorico, compromettendo così la comprensione politica dei fenomeni resistenziali in genere e quello della resistenza palestinese in particolare, in Italia le istituzioni democratiche conducono un’ampia campagna repressiva del movimento per la liberazione della Palestina.

Si presentano disegni di legge che equiparano antisionismo e antisemitismo, si aprono procedimenti disciplinari contro docenti che hanno osato parlare di Palestina a scuola, si considera penalmente perseguibile la sola partecipazione a manifestazioni e presìdi, si manganellano gli studenti medi e universitari che pretendono la fine delle collaborazioni accademiche con l’industria bellica, si imputano reati associativi per terrorismo e si revoca lo status di rifugiato politico per semplici “post” sui social network, così come accaduto all’educatore Seif Bensouibat.

Inoltre la scorsa settimana, con grande sollecitudine, è stata fissata all’11 luglio l’udienza in Cassazione in cui verrà discusso il ricorso contro le misure cautelari.

Anche in virtù di questa nuova scadenza si rende ancor più necessario e urgente costruire una mobilitazione contro questa campagna repressiva. L’ingiusta carcerazione di Anan, Ali e Mansour è estremamente allarmante: può aprire le porte a una diffusa persecuzione dei palestinesi anche in territorio italiano ed estremizzare la già diffusa criminalizzazione di chiunque si batta per la propria autodeterminazione. Il processo alla resistenza palestinese è uno dei tanti tasselli dello scenario di guerra a cui l’Italia e l’Unione Europea partecipano attivamente.

La resistenza non si arresta! La resistenza non si processa!

Per questo vi invitiamo a partecipare all’assemblea per la costruzione della mobilitazione, lunedì 17 giugno 2024 – ore 17:00 al Nuovo Cinema Aquila

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Elezioni 2024

ELEZIONI REGIONALI PIEMONTE: SENZA SCORCIATOIE VERSO LA COSTRUZIONE DELL’ALTERNATIVA SOCIALE
Data articolo:Wed, 12 Jun 2024 07:50:40 +0000

Nelle elezioni regionali piemontesi, caratterizzate dall’ulteriore aumento dell’astensionismo (45%) e dalla prevedibile conferma di Cirio, la lista “Piemonte Popolare”, che abbiamo costruito anche come Potere al Popolo, ha ottenuto l’1,5% delle preferenze (oltre 28000 voti).

Questi mesi ci offrono spunti di riflessione e indicazioni per proseguire a Torino e in Piemonte il lavoro di costruzione di una vera alternativa sociale che si è rappresentata solo pochi giorni fa nella manifestazione del primo giugno a Roma.

Abbiamo partecipato a questa campagna elettorale con l’obiettivo primario di far vivere anche in quel contesto una proposta credibile e netta contro la deriva bellicistica di un Occidente in crisi di prospettive, contro la torsione bellica dell’economia piemontese e la presenza della NATO sul nostro territorio, contro la complicità con il genocidio del popolo palestinese, contro le grandi opere inutili e devastatrici come il TAV, contro i progetti di privatizzazione della sanità, perseguiti dalla destra come dal centro-sinistra. Una proposta dichiaratamente di lotta e di rottura, non di governo.

In una campagna elettorale breve ma intensa, caratterizzata inizialmente dall’incertezza persino sulla possibilità stessa di poterci presentare, siamo stati tutti i giorni nelle piazze e nei quartieri popolari, utilizzando la campagna elettorale anche come un’occasione in più per parlare con la nostra gente, di cui anche questa volta abbiamo constatato la legittima disillusione per la politica mainstream e la lucida percezione dell’insensatezza dell’aumento delle spese militari ad ogni livello, a scapito dei bisogni urgenti come la sanità, trasporti, casa.

Il risultato di Piemonte Popolare non ci permette di eleggere alcun rappresentante, tuttavia, nonostante le difficoltà burocratiche riscontrate, in merito a una legge elettorale regionale ambigua e all’ostruzionismo mediatico che sistematicamente prova a lasciarci ai margini del dibattito politico, la nostra proposta parla alla maggioranza sociale del paese e continueremo a lottare collettivamente affinché venga percepita come credibile, concreta e realizzabile, così come la stiamo costruendo, attraverso ideali ben saldi, pazienza e tanta passione. Un elemento che ci dà fiducia sono i risultati riscontrati nei luoghi dove da tempo lottiamo accanto alle persone e dove in campagna elettorale siamo stati più presenti: San Donato e Barriera di Milano a Torino, dove i nostri candidati ottengono un buon consenso, testimonianza della validità di un lavoro iniziato da tempo, potendo contare non certo sulla visibilità mediatica ma sempre e soltanto sulla presenza nelle lotte e nei quartieri, tra la gente. Discorso a parte meritano poi i risultati importanti raggiunti dalla lista in Valsusa, a cominciare dal 14% ottenuto nella Bussoleno della nostra Nicoletta Dosio.

Il cammino per costruire una reale alternativa è ancora lungo ma scorciatoie non ce ne sono: sviluppare una proposta politica netta e senza ambiguità, cercare le forme e le modalità per farla vivere nel lavoro di massa, sono le stelle polari di un lavoro duro ma necessario, di un progetto di ampio respiro e dalle solide basi come quello di Potere al Popolo.

Ringraziamo Francesca Frediani, che si è messa a disposizione del progetto, e le compagne e i compagni di viaggio in questa campagna elettorale. Ringraziamo naturalmente tutti coloro che ci hanno votato e vi invitiamo a non cedere alla rassegnazione, a contattarci, ad attivarvi insieme a noi per costruire una forza che dia davvero rappresentanza agli interessi del popolo.

Continuiamo da subito a lottare e a organizzarci, per far crescere l’alternativa sociale nel nostro Paese per occupare lo spazio che ci spetta e che cresce anche negli altri paesi europei!

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Campania

[NAPOLI] CARO SINDACO MANFREDI, FIDARSI È BENE MA NON FIDARSI È MEGLIO!
Data articolo:Tue, 11 Jun 2024 06:47:02 +0000

Le parole del sindaco Manfredi per giustificare la Delibera di Giunta, che introduce modifiche allo Statuto dell’unica azienda idrica italiana completamente pubblica, l’Abc di Napoli, non ci tranquillizzano e non ci convincono per niente. Questo perché, sulla questione “acqua pubblica”, dal Referendum del 2011 ad oggi, non abbiamo visto una sola legge che abbia favorito l’esito referendario.

Siamo abituati a promesse mancate e colpi di mano sia a livello locale che nazionale e sappiamo che dietro un provvedimento apparentemente “innocuo”, spacciato per “buono”, si nasconde sempre un inganno, un cosiddetto “pacco” (fregatura) per i cittadini e le cittadine.

I cambiamenti apportati da Manfredi e dalla sua Giunta allo Statuto di ABC, ad una settimana circa dallo scadere dell’attuale Consiglio di amministrazione, sono di chiara rottura con il carattere democratico e partecipativo sancito dal Referendum del 2011 e incarnato nello Statuto che ha dato origine all’azienda speciale Acqua Bene Comune, sempre nello stesso anno.

Manfredi spiega alla stampa che l’aver reso “non obbligatoria” ma opzionale la presenza in Consiglio di amministrazione dei due membri provenienti dalle associazioni ambientaliste, non è da considerarsi un atto ostile ma un passaggio necessario per rendere la “società più snella” e risolvere così problemi tecnici e lungaggini che impedivano di chiudere i bilanci o di partecipare a gare per reperire finanziamenti.

Guardando ad altre modifiche apportate allo Statuto, apparentemente più banali, come la cancellazione di termini che segnano un chiaro indirizzo politico come “ecologico” o “partecipato”, non possiamo che convincerci che Manfredi, più che migliorare la gestione di ABC, punti al suo completo smantellamento. L’azienda speciale Acqua Bene Comune, concepita per restare fuori dalle logiche del profitto e del mercato, gestita con la partecipazione di cittadini, ambientalisti, lavoratori e dall’amministrazione comunale, sta per scomparire!

La Giunta Manfredi, nel nuovo Statuto, non si è limitata a volere il totale controllo dell’azienda estromettendo di fatto la componente ambientalista dal Cda, ma ha sminuito e mortificato anche il Comitato di sorveglianza, ora definito di “partecipazione”, cambiando la sua funzione ed eliminando l’obbligo dell’amministrazione comunale di dare adeguate motivazioni al Comitato nei casi di decisioni divergenti. In sostanza, lo ha reso un semplice spettatore.

Come fidarsi delle “ragioni” addotte da Manfredi quando tutto indica che la Giunta sta preparando il terreno per una conversione di ABC, da azienda speciale completamente pubblica a Società per azioni con capitale misto o privato?

Perché dovremmo fidarci di Manfredi, lo stesso che non firmò il documento redatto dai Comitati per l’acqua pubblica, in cui si chiedeva, alle ultime elezioni comunali, a tutti i candidati a sindaco di Napoli, qualora fossero stati eletti, di difendere “con le unghie e con i denti” l’acqua pubblica e la nostra azienda speciale ABC?

Assistiamo da 13 anni alla “cancellazione” dell’esito referendario in cui 27 milioni di cittadine e cittadini sancirono che sull’acqua pubblica non si sarebbe dovuto più fare profitto in forza del fatto che “il diritto all’acqua potabile e sicura ed ai servizi igienici, è un diritto umano essenziale al pieno godimento della vita e di tutti i diritti umani” come riportato dalla risoluzione delle Nazioni Unite del 26 luglio 2010.

Lottiamo da anni, insieme ai comitati territoriali, al Forum Italiano dei Movimenti per l’acqua pubblica, ai sindacati, alle realtà sociali e di movimento, contro i continui attacchi ai servizi pubblici. Non ultimo il DDL Concorrenza, da Draghi definito come una delle riforme “abilitanti” per accedere ai fondi europei di Next Generation UE, riversati nel PNRR, “una riforma essenziale per la crescita del Paese e il rilancio dell’economia”.

Attraverso mobilitazioni, campagne di informazione, giuristi ed esperti vari, abbiamo mostrato come il DDL Concorrenza, in ogni suo passaggio relativo alla gestione dei servizi pubblici locali, in particolare quelli definiti a rilevanza economica, desse risalto al privato, all’impresa, agli investimenti, al libero mercato, mentre rendeva più farraginosa la procedura di affido agli Enti Locali che intendevano attivare aziende “in house” di totale proprietà pubblica.

Quella battaglia l’abbiamo persa quando, con un colpo di mano, il Governo uscente ha cancellato i compromessi raggiunti e ha fatto sparire dal testo del decreto qualsiasi possibilità di costituire aziende speciali consortili completamente pubbliche per la gestione dei servizi locali.

Nonostante tutto questo, non ci siamo mai arresi. Continuiamo la nostra battaglia contro il DDL Concorrenza e contro tutti i provvedimenti, locali e nazionali, che calpestano la volontà del popolo italiano, che senza se e senza ma, vuole che la gestione dell’acqua sia “RES PUBBLICA”, cosa pubblica di tutti e di tutte, per tutti e tutte.

Per questo, Potere al Popolo sarà in prima linea per non far approvare la Delibera di Manfredi e la sua giunta al prossimo Consiglio Comunale e continuerà a stare al fianco dei Comitati per l’acqua pubblica, a sostenere la protesta di Padre Alex Zanotelli che ieri si è fatto incatenare ad un albero di fronte al Municipio di Napoli con un cartello che lascia intendere all’amministrazione comunale che abbiamo capito bene quale “pacco” ci riservano le loro modifiche allo Statuto: “VIA I MERCANTI DELL’ACQUA!!!”

L'articolo [NAPOLI] CARO SINDACO MANFREDI, FIDARSI È BENE MA NON FIDARSI È MEGLIO! proviene da Potere al Popolo.


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