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agorà

Se pesan los misiles, traducción Carlos X Blanco

 En estos días de guerra, presenciamos el frenesí de mentiras de los medios de comunicación. Mienten constantemente, pero especialmente en circunstancias como la actual, deben esforzarse aún más. Deben exagerar las hazañas de sus financistas y ridiculizar las razones y respuestas de los enemigos de sus pagadores. La prensa y los medios de comunicación son corruptos; son cortesanos que deben llevar buenas noticias a sus amos. Sigue


Articolo del Fri, 06 Mar 2026 19:56:50 +0000
a cura di G. P.

analisi di fase attualità

I missili si pesano

In questi giorni di guerra stiamo assistendo alla frenesia della menzogna dei media. Questi mentono sempre, costantemente, ma soprattutto in circostanze come quelle attuali devono darsi ancora più da fare. Devono ingigantire le imprese dei propri finanziatori e ridicolizzare le ragioni e le risposte dei nemici dei loro pagatori. La stampa e l’informazione sono corrotte, sono cortigiane che devono portare buone notizie ai loro signori.
Così ciò che fino a ieri veniva presentato come una dicotomia inossidabile dei fatti presenti, c’è un aggredito e un aggressore, da apodissi diventa versione. Non esiste più l’aggredito e l’aggressore, ma si arriva a sostenere che il vero aggressore è proprio l’aggredito. In fin dei conti era ciò che sosteneva anche Arthur Ponsonby, secondo cui l’aggressore è sempre il nemico. Molto più sottilmente, invece, Niccolò Machiavelli osservava che spesso gli aggrediti sono in realtà agguerriti provocatori dell’aggressione, per le più svariate ragioni, e che nel dubbio è sempre meglio fare agli altri ciò che loro farebbero a noi, facendolo per primi. Un principio che, in altra forma, trova eco anche nel pensiero di Friedrich Nietzsche.
Siamo tutti persone di questo mondo e sappiamo bene come vanno le cose. Ciò che rende davvero intollerabile il mondo sono piuttosto gli ipocriti e i farabutti che trasformano le leggi degli uomini e della storia in dogmi metafisici e morali, noi i buoni e gli altri i malvagi.
C’è però un punto indubitabile, sotto gli occhi di tutti, che sta cambiando la prospettiva del momento storico. Nessuno, o quasi, si aspettava una simile reazione dell’Iran, ed è questo il vero choc. C’è poco da mettersi a contare quanti missili vadano a segno e quanti no, in questo o in quel luogo, quanti obiettivi colpiscano gli uni e quanti gli altri, tanto ognuno se la racconta come vuole. Il dato reale è un altro, i missili partono, soprattutto quelli iraniani, e colpiscono. Colpiscono il morale, ovviamente, e purtroppo anche le persone innocenti.
Fino a ieri i nostri giornalai ci descrivevano tutti i nemici dell’Occidente come arretrati, impegnati a smontare i chip delle lavatrici per costruire armi rudimentali. La realtà li ha smentiti. Ora sappiamo ancora meglio che non vale la pena ascoltarli, perché i loro media valgono meno della carta igienica già usata.
Oggi il primo imbecille che scrive su un giornale si sente un esperto, mentre spesso è il primo a non capirci nulla. La differenza è che viene pagato per diffondere la versione più comoda e ufficiale.
A questo proposito restano di impressionante attualità le parole di Giuseppe Rensi:
“Pareva che la stampa dovesse essere l’irresistibile diffonditrice della verità, lo strumento che rendeva ormai impossibile che qualche cosa potesse venire sottratta alla conoscenza e al giudizio della pubblica opinione, il mezzo di mettere rapidamente e largamente in circolazione tutte le idee e di portarle mediante la discussione ad un palese raffronto che assicurasse l’adesione dei più alle migliori. Ma non mai forse l’esito è accaduto così radicalmente contrario a quanto sembrava evidente aspettarsi come relativamente agli effetti della stampa. Le poche censure che il Vico, dal punto di vista degli interessi degli studi, moveva ad essa, sono un nulla in confronto degli enormi ostacoli che appunto alla conoscenza dei fatti e alla diffusione della verità si può ormai constatare che la stampa oppone. Non solo la menzogna e il falso, ma cosa più curiosa, la semplice possibilità di non far conoscere le cose, di mantenere occulti i fatti, ha trovato nella stampa un potentissimo aiuto. La funzione essenziale della stampa è quella di far conoscere sempre meno e di far sempre meno conclusivamente capire, e ciò sia nel campo dei meri eventi, sia nel campo delle idee. Molto meglio, molto più chiaramente e sicuramente, si conoscevano i fatti quando la stampa non esistevaâ€.
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Articolo del Thu, 05 Mar 2026 20:53:51 +0000
a cura di G. P.

agorà

Epica ed epoca storica

Il diritto internazionale, forgiatosi in una lunga stagione unipolare per accerchiare e contenere le potenze non inclini ad assecondare l’ordine americano, appare oggi definitivamente tramontato. Non serve più ai prepotenti per legittimare le loro iniziative unilaterali, né intimorisce i trasgressori o i revisionisti.

Tornano in primo piano i crudi rapporti di forza, liberati dagli orpelli giuridici e retorici che li avevano mascherati in una lunga fase storica in cui nessuno disponeva della capacità di contrastare un Occidente a trazione statunitense che si arrogava qualsiasi brutalità chiamandola legge.

I missili iraniani non stanno soltanto squarciando i cieli delle nazioni allineate agli Stati Uniti, colpendo bersagli precisi, ma stanno anche strappando una lunga ipocrisia durata decenni. Le testate iraniane rappresentano una manifestazione concreta dei rapporti di forza mondiali che reclamano il loro posto nella nuova geopolitica planetaria, rovesciando l’illusione che poteri sempiterni possano dettare unilateralmente il destino di popoli e Stati. Doveva finire la storia ma sta finendo solo un’altra epica ed epoca.

L’apaprenza che la storia dovesse concludersi nell’approdo definitivo a un millennio statunitense, mera costruzione propagandistica dei dominanti veicolata dai loro servi, si infrange contro la realtà dei fatti. “Millenarioâ€, cosa vi ricorda? Siamo di fronte a eventi che cancellano narrazioni arbitrarie e autoreferenziali. La realtà ci sbatte in faccia il declino Usa e ci ricorda che non siamo inseriti in quella superiore civiltà che credevamo. Disponiamo di un vantaggio relativo, peraltro in progressivo assottigliamento, perché il fiato sul collo di chi rincorre finisce per piegare la volontà di chi, davanti, arranca. Dietro l’Iran fanno capolino Russia e Cina, e non solo ormai, il club si allargherà dopo questa prova, con meno timore.

Da oggi in poi nulla sarà come prima, già non lo era più con la dimostrazione di forza di Mosca che, in Ucraina, sta affrontando l’Occidente collettivo senza paura. Le grandi smargiassate dei gringos non resteranno ancora senza conseguenze, perché le minacce del bullo, o dei bulli in associazione, troveranno qualcuno disposto a misurare la forza delle loro parole non solo a parole ma con la propria forza. Il mondo è cambiato, e la riproposizione di una narrazione suprematista da parte dell’America e dei suoi alleati non sarà sufficiente a piegare chi andrà a constatare il bluff.

Siamo di fronte non al tramonto del mondo, come temono certi catastrofisti allevati al pari di polli in batteria, ma al tramonto di un mondo, quello dell’egemonia americana, o alla manifesta disgregazione dell’unità del mondo, del suo ordine precedente, da molti felicemente accolta. Quando qualcosa muore, finché siamo vivi o non siamo spariti tutti, qualcosa rinasce. C’è chi vi assisterà e contribuirà, e chi sarà spazzato via. È la sorte degli uomini. In noi, che abbiamo assistito in tutti questi anni ai crimini impuniti degli americani, al di là dei rischi, serpeggia una certa felicità perché non siamo mai stati dalla parte dei vincitori ma sempre da quella del torto, l’unica lasciata sguarnita dagli opportunisti.


Articolo del Wed, 04 Mar 2026 05:47:34 +0000
a cura di G. P.

analisi di fase attualità

Il mondo in marcia e il mondo marcio

Come avevamo detto più volte, pur disponendo di informazioni parziali, il mondo è cambiato. L’Iran è un attore geopolitico di primo piano, armato fino ai denti e dotato di tecnologia avanzata, tanto più che Russia e Cina lo sostengono in questo quadro di rapporti geopolitici in evoluzione. Questo lo sapevamo, lo avevamo intuito, lo avevamo scritto, e ora lo stiamo vedendo.

Le operazioni unilaterali di guerra sono finite, quelle in cui uno le dava e gli altri le prendevano. Se Stati Uniti e UE sperano di coprire i loro crimini mondiali con la propaganda, ci sono le reazioni di questi Stati a infrangere il loro muro di menzogne. Abbiamo sentito il nostro ministro degli Esteri e l’intera élite europea affermare che l’Iran sarebbe l’aggressore. Questo dovrebbe aprire gli occhi anche sulle altre bugie sulle quali l’Occidente ha costruito il caos di questi anni recenti.

La nostra informazione è corrotta, sono corrotte le TV, gli esperti, le università, chiunque neghi l’evidenza puntando il dito sugli altri per nascondere i nostri obbrobri. L’Iran non cadrà perché è stato ucciso l’ayatollah Khamenei, grande statista come lo ha definito Putin e come condividiamo anche noi. Non possiamo scegliere anche gli eroi altrui, anche se siamo convinti di poter gestire la memoria collettiva dei popoli e dei Paesi.

L’unipolarismo americano è giunto al termine, c’è un mondo pericoloso e interessante che si staglia all’orizzonte. Ecco il multipolarismo, non il regno della condivisione del potere e delle decisioni, ma delle rivendicazioni e degli obiettivi che vengono strappati con la lotta e i conflitti.

In tutto questo bailamme l’UE è solo la ruota di scorta di un mondo a trazione USA che non esiste più se non come mera servitù di Washington, l’utile idiota che viene sacrificato, con le sue disjecta membra. Esiste l’incertezza del futuro e dei suoi cangianti rapporti di forza. Nulla è più stabilito, nemmeno le prossime alleanze geopolitiche, vedremo tradimenti, riposizionamenti, trucchetti, macchinazioni, terrorismo su livello globale.

Il pianeta non avrà più zone franche e certe violenze che vedevamo in televisione a breve ci piomberanno sulla testa, quasi ottant’anni di pace si chiudono qui. Il guaio per l’Italia e per l’Europa, questa parte di mondo in cui viviamo, è che è retta da servi che ci manderanno a morire senza nemmeno una prospettiva o un’idea dell’avvenire, saremo lo scenario del disastro a nostra insaputa e incoscienza.

Il mondo è di nuovo in marcia e noi siamo solo marci. Povere generazioni presenti e future.


Articolo del Mon, 02 Mar 2026 15:12:55 +0000
a cura di G. P.

analisi di fase attualità

Figuranti politici di uno spettacolo costruito sul raggiro e sulla falsificazione, O. M. Schena

Figuranti politici di uno spettacolo costruito sul raggiro e sulla falsificazione

(LA PRIMA BUGIA)

Si vede molto, troppo, ma proprio tanto, ma tanto tanto, tanto da incattivire fino all’acrimonia. E Lei, Giorgia, vestita come sempre d’una allegrezza oltremodo spocchiosa, odia tutto e tutti così tanto, con l’indomabile tenacia d’una donna di grande e allo stesso tempo fragile carattere.

È inoltre forte il sospetto che i coledochi di sinistra, rigonfi di supposta sapienza, spruzzino soprattutto invidia banale. Sarà forse per questo motivo che hanno l’aria di addentare il loro fiato caldo, ma così caldo da ustionarsi lingua e palato? Giorgia Meloni nel suo egotismo solipsistico, nel suo berciare come un’ossessa si paragona a Penelope e a chissà quale divinità, e dunque, tutto il suo lavoro (notturno?) all’alba se ne andrebbe in frantumi? La strada di tutti i politici è comunque lastricata di bugie, proprio come quella dell’inferno. Può non saperlo la Presidente?

Chi disse la prima bugia? Quali labbra pronunciarono, per viltà o per coraggio, per stringente necessità o per futile scherzo le parole della prima menzogna? Ad azzardare una risposta a questa improbabile domanda che, come tutto ciò che riguarda l’inizio, ha di necessità, qualcosa del gioco e del candore dell’infanzia, ci induce la lettura di una raffinata ed elegante parabola che si trova nascosta tra le pagine del breve saggio di Oscar Wilde su la decadenza della menzogna, apparso nel 1889 sulla rivista “The Nineteenth Century†e pubblicato solo due anni dopo, all’interno della raccolta. Intentions.

“Chi sia statoâ€, si chiede Vivian, nel dialogo immaginato da Wilde, “colui che per primo, senza essere uscito per la dura caccia, raccontò agli esterrefatti cavernicoli, nell’ora del tramonto, come aveva trascinato il megaterio, fuori della purpurea tenebra della sua caverna di diaspro. O ucciso il mammut in singolar tenzone per riportarne le zampe dorate, noi non possiamo dirlo, né ha avuto il coraggio di dircelo nessuno dei nostri antropologi moderni, malgrado la loro tanto vantata dottrinaâ€. Tuttavia, “quale fosse il suo nome e la sua razzaâ€, conclude Vivian, “egli certamente fu il fondatore delle relazioni sociali. Egli è la base della società civileâ€.

Nella biblioteca di una luminosa dimora di campagna, spalancata sui boschi profumati del Nottinghamshire, s’intreccia il dialogo pomeridiano fra due amici: Cyril sostenitore del primato estetico della natura, e Vivian, alter ego di Wilde, per cui la “menzognaâ€, ossia “il narrare belle cose non vere, è lo scopo legittimo dell’arteâ€. Benché dissimulata sotto la morbida parvenza di un’improvvisa e divagante conversazione da salotto che si dipana, pigra e vellutata verso quell’imbrunire la cui principale utilità è di illustrare le citazioni dei poetiâ€, la contrapposizione non potrebbe essere più netta. Da una parte stanno schierate natura e verità, dall’altra arte e menzogna.

Mentire nel senso prospettato da Wilde è un atto eminentemente gratuito: anti utilitaristico e, quindi, del tutto antinaturalistico. La menzogna così intesa è al di là di qualsiasi considerazione morale e va oltre ogni valutazione etica. Essa diviene l’emblema dell’assoluta autosufficienza di un tipo particolare d’azione, quella del “fare†artistico che inventa la realtà e non vi si sottomette. Wilde rivendica l’intrinseca inutilità della menzogna, ma anche la sua inattaccabile autonomia, La sua autentica e incondizionata sovranità. “Che cos’è una bella menzogna?†s’interroga altrove il Vivian del testo wildiano “semplicemente quello che è dimostrazione di se stessoâ€.

Nella parabola de La decadenza della menzogna, ai compagni cavernicoli che escono avviandosi verso la “dura caccia†si contrappone la strategica immobilità del protobugiardo, che rimane nella caverna e, al loro ritorno finge e racconta la sua fantastica storia. È una storia di caccia e di magnifiche prede e la bugia funziona, fondando le “relazioni sociali†e gettando le basi della “società civileâ€, anche perché in qualche modo essa assomiglia alla realtà, ossia è plausibilmente verisimile. La menzogna corrisponde alle aspettative di chi la ascolta ed è, quindi efficacemente in grado di trarre in inganno. Insomma il protobugiardo conosce il suo pubblico e conoscendolo può anticipare ciò che esso vorrebbe sentirsi dire, ciò che esso è già disposto a credere. “L’inganno intenzionale†“richiede una rappresentazione della mente dell’altro, e un piano per manipolarloâ€. La menzogna nega e nasconde la verità. Tuttavia ha bisogno di sapere, ossia di possedere un’intelligenza delle aspettative di verità di chi vuole ingannare. Non c’è bugia senza comprensione dell’altro. Solo se c’è da parte del bugiardo un autentico intus legere, ovvero un “leggere dentro†la mente della sua vittima egli può sperare d’essere creduto. Così il protobugiardo racconta di una caccia immaginaria per catturare con l’ausilio delle parole e la mimica dei suoi gesti coloro che sono appena tornati da una caccia reale e che hanno ancora negli occhi il rapido baluginio dell’arma di selce affilata, la fuga e l’agonia della preda, l’orgoglio e la tracotanza conferiti dal possesso del bottino. L’immagine de “La decadenza della menzogna†finisce per tracciare il profilo esemplare di due tipi di cacciatori o, se si vuole, di due tipi diversi di bugiardi dove la differenza sembra subito spostarsi dalla generica condivisione dell’orizzonte della non verità all’analisi specifica delle motivazioni, al vaglio delle ragioni che spingono ciascuno dei due ad adottare la comune strategia dell’inganno. Al cacciatore si accorda, infatti, almeno nella scena primordiale che stiamo evocando di cacciare per necessità e senza scelta, per una questione di sopravvivenza, o come si suol dire, di vita o di morte, mentre per il mentitore delle origini Wilde rivendica, sin dall’inizio, la sovrana lussureggiante eccedenza dell’inutile, la lussuosa gratuità dello spreco, quella sublime libertà che prevede l’esonero dal bottino vitale di carne, d’avorio e di pelliccia. Il protobugiardo si sforza di entrare nella mente altrui per meglio ingannarla: dissimulando e nascondendo, inventando, fingendo. Ma questo è anche quel che deve saper fare il cacciatore quando cerca di catturare la preda: egli usa le forze a disposizione là dove queste non sono sufficienti, ossia quasi in ogni circostanza considerati i numerosi deficit della cosiddetta dotazione naturale dell’uomo – lo strumento risolutivo dell’astuzia, si chiami questo arma, mimetismo, battuta, esca o trappola.

“In una caverna dei Pireneiâ€, leggiamo nel trattato della menzogna e dell’inganno c’è un dipinto che risale a 17 mila anni fa: raffigura un cacciatore di Cro-Magnon avvolto in una pelle di renna le cui corna gli fanno da acconciatura. È una raffinata forma d’inganno che serve a nascondere l’uomo e a mostrare alla preda un’apparenza falsa e fatale. Nascondere se stessi implica una strategia simmetrica rispetto all’intelligenza del nemico. L’intero trattato si chiude, con un capitolo tattico su “l’uso delle Spie uno dei passi più noti Sunzi ripreso in una famosa massima del “Grande Timoniere†Mao Tse Tung recita: “conoscendo quell’altro e conoscendo se stessi, per cento volte che dovessimo combattere, non correremmo alcun rischio o subiremmo danno. Non conoscere quell’altro, ma conoscere se stessi; per una volta che vinceremo, una volta dovremo subire. Ma se, infine, senza conoscere quell’altro né noi stessi, dovessimo combattere, ogni nostra battaglia si risolverà in un rischio esiziale. In un altro trattatista cinese dell’arte della guerra “il metodo dell’inganno “viene esemplificato con la metafora dell’orma, tratta con ogni evidenza dalla pratica dell’esercizio venatorio: “l’identità del cuore con l’orma tracciata è quel che si dice la sconfitta, mentre la diversità, quasi estraneità differente, del centro occulto con la periferia manifesta, è la supremazia vittoriosa Durandin indicava la connessione originaria fra il “mentire e il fatto del nascondersiâ€.

Pag. 194 MACHIAVELLI

D’altra parte come aveva già detto nel primo libro in un passo celebre per la sua eco nelle pagine de Il Principe XVIII 2- 3 se noi prendiamo in esame i modi in cui si può far del male al prossimo, questi possono essere divisi in due grandi categorie, la violenza diretta, e la violenza indiretta quella della menzogna;†in due modi si può fare ingiuria (iniuria)o con la violenza o con la frode (aut vi, aut fraude,) con la frode che è propria dell’astuta volpe, o con la violenza che è propria del leone; indegnissima l’una e l’altra dell’uomo, ma la frode è assai più odiosa (sed fraus odio digna maiore) fra tutte le specie d’ingiustizia, però, la più detestabile è quella di coloro che, quando più ingannano, più cercano d’apparire galantuomini “nulla capitalior quam eorumâ€

C’è sicuramente un disagio tra vasti stati della popolazione, quanto a riconoscere quali siano le cause, vuoi per una informazione drogata, vuoi per disinformazione, la questione è comunque assai più complicata.

L’impossibilità concettuale però di mantenere sempre in vita quest’ossimoro capitale/democrazia entro il sistema di capitale, la evidenzia la crisi di sovrapproduzione strutturale a questo modo di produzione, sia come sia, sta di fatto che non si riesce più a fuoriuscire da più di mezzo secolo, dal sistema di capitale, senza peraltro che le masse disinformate la riconoscano quale fonte reale del disagio comune.

È nella crisi odierna, infatti, che è diventato più difficile, se non impossibile, temperare l’antitesi tra capitale e lavoro salariato. Ecco dunque che nella disgregazione politica e istituzionale in atto, in tutto l’Occidente cosiddetto democratico (?), si creano mostri inesistenti ma plausibili per chi è relegato nell’ingenuità e nella paura, come non bastasse, si diffondono allarmi di terrorismo, brigate rosse e quant’altro, e tutto quanto serve per giustificare solo l’aumento della repressione.

Il decreto sicurezza è la risposta che il capitale esige per fronteggiare un’accumulazione in crisi. Lo Stato è qui per questo. Si vieta anche l’uso del cellulare al migrante perché la sua è una vita senza valore, senza diritti, semplicemente non serve. Si propone un blocco navale e l’incremento di espulsioni per una supposta sicurezza nazionale, minacciata dall’invasione della povertà straripante perché derubata delle risorse dal nostro sistema.

Si resuscita il fermo di polizia – e ricompare l’ombra mussoliniana, in termini preventivi! – dove la prevenzione non è quella in ambito sanitario cioè migliore della cura, ma quella che colpisce lo svantaggio sociale o il disagio giovanile, secondo la probabilità criminogena presupposta seconda che i reati siano gravi o meno (accattonaggio, vagabondaggio e altri piccoli reati comuni) Laddove si ravvisa disordine si può determinare ulteriore degrado, e quindi l’eventuale intervento preventivo potrà essere causa di incremento di reati più gravi, oltre le recidive, che verificheranno infine la presupposta criminalità del dissenso o della necessaria emarginazione della povertà non rassegnata.

In quest’abbraccio mortale dell’Occidente in rovina non si vede il resto del mondo che pretende un’alternativa a questo imperialismo, votato alla distruzione anche della natura pur di sopravvivere come egemonia predatoria. Rimanere ancorati alle vecchie logiche suprematiste conduce al baratro della guerra infinita e al massacro indiscriminato di intere popolazioni.

Ma ancora in questo rinnovato law and order di adesso arrestare equivale a maggior sicurezza. Resta da chiedersi per chi.

È tempo di scontro politico, in cui ogni argomento si combatte col discredito dell’avversario, la verità opportunisticamente cancellata è sostituita con un falso verosimile inesistente. Tanata la riforma della Giustizia come riforma della Costituzione, il ministro Nordio sposta gli obiettivi “tecnici†di merito di questa sull’attacco alla persona. Quale miglior bersaglio del procuratore Gratteri, antagonista da sempre, senza protezioni di appartenenze, troppo ligio e specchiato per essere ricattabile, troppo famoso per non suscitare invidie, del quale si decontestualizza una frase ribaltandone concettualmente il senso!

La denuncia del malaffare che Gratteri ha esposto diventa così una ridicola parzialità, meritevole di gogna mediatica come minimo. Dire che ‘ndranghetisti, massoni deviati, imputati di centri di poteri, cioè ogni disonesto “voterà SI per dormire sonni tranquilli†può essere capovolto in: ognuno che voterà SI è un disonesto. Inoltre, l’avvocato Li Gotti, crotonese e profondo conoscitore dei pentiti di mafie, non solo poi conferma l’affermazione di Gratteri riferita all’ambito territoriale, ma fa anche un nome per tutti tra i corrotti negli atti processuali,

Il mondo rovesciato è così l’utile campagna intimidatoria contro il “nemico†immaginario, ma da delegittimare come inaffidabile. Chi non rammenta poi il magistrato Raimondo Mesiano che nel 2009 condannò Fininvest al risarcimento di oltre 750 milioni di euro, e che subito diventò per questo “l’inattendibile magistrato dai calzini celesti� Stessa operazione diffamatoria, stesso linciaggio mediatico. Però di questo non è qui da dilungarsi.

In questo tratto di tempo che ci separa dal referendum di marzo cerchiamo tutti di capire invece le finalità dei cambiamenti in atto, e non solo nella certezza di ciò che si vede, ma anche di quanto, seppure oscurato, determina pesantemente questa fase. L’attacco alla nostra Costituzione, che non è la più bella del mondo, non è nuovo. E nemmeno la necessità di addomesticare la magistratura. Quale allora l’origine delle pseudo novità? Il diritto non poggia su sé stesso e per lo più è al servizio della politica, degli interessi, dei mercati. Se assistiamo a quest’ultimo tentativo di dissezionare la Costituzione – in questo referendum 7 articoli della costituzione dissezionati è perché questa costituisce un intralcio al “libero†svolgimento di affari da secretare, e da cui allontanare eventuali penalità giudiziarie. Da quando i capitali sono diventati sistema dominante, sin dalla fase storica della “sottomissione realeâ€, la loro “libertà†è sempre esistita, negandola però al lavoro delle masse espropriate. Ciò significa che la forma illiberale di tale dominio, prioritariamente economico, ha continuamente dovuto mascherare la propria natura patteggiando il consenso ai suoi governi. Appare così la democrazia, funzionalmente altra dal suo primitivo significato storico, ma utile parvenza.

L’ancora attuale sistema economico, capitalistico, presuppone infatti la disuguaglianza su cui poter operare lo “sfruttamentoâ€, mentre si è dovuto guadagnare un assetto politico di eguaglianza formale soggettiva, per creare e mantenere il consenso sociale alla sua riproduzione. La disuguaglianza può così sparire a favore di un’infondata uguaglianza universale raccolta nella sintesi nota “La Legge è uguale per tuttiâ€, a cancellazione della distinzione di classe e della sua ineliminabile conflittualità, da relegare nella latenza più inoffensiva. Democrazia diventa allora un dorato passe-partout ornato di “valori e diritti umaniâ€Â in cui viene rappresentata e creduta, al contrario, una possibile uguaglianza sociale e la libertà istituzionale. Contraddittoriamente, resta comunque il reale terreno di lotta favorevole ai lavoratori da impoverire, necessari all’estrazione dei profitti. C’è, però la difficoltà concettuale di mantenere in vita l’ossimoro capitale/democrazia entro il sistema di capitale, la evidenzia la crisi di sovrapproduzione strutturale a questo modo di produzione, da cui non si riesce più a fuoriuscire da più di mezzo secolo, senza peraltro che le masse disinformate la riconoscano quale fonte reale del disagio comune.

È nella crisi odierna, infatti, che è diventato più difficile, se non impossibile, temperare le antitesi tra capitale e lavoro salariato. Ecco, dunque, che nella disgregazione politica e istituzionale in atto, in tutto l’Occidente cosiddetto democratico, si creano mostri inesistenti ma plausibili per chi è relegato nell’ingenuità e nella paura, col diffondere allarmi di rinnovato terrorismo, brigate rosse e quant’altro, per giustificare solo l’aumento di repressione necessaria al contenimento del dissenso prevedibile.

A reti unificate viaggia più o meno rinnovato il law and order  arrestare equivale a maggior sicurezza. Resta da chiedersi per chi.

Democrazia è solo  un passepartout  e sulle passerelle c’è un’interminabile sfilata di valori e di diritti umani, ma nessuno si faccia illusioni se la Meloni spaccia un giorno sì e l’altro pure, con la sua voce rasposa, i miracoli del suo governo. Lei vuole farci credere con la Sua rappresentazione, che nel nostro Paese ci sarebbe l’uguaglianza sociale e come pure tutte quante le libertà istituzionali. Ci sarebbero invero, ma soltanto come scorie, i lavoratori che, più che altro, recitano la parte di poveri ma è più che altro, per un dispetto alla destra che governa il nostro paese. Poi di tanto in tanto s’affacciano alla finestra, col suo viso Tajani e il suo sorriso, ma fino ad un certo punto s’intende, perché le sue capriole ermeneutiche sono da medaglia d’oro!

Figuranti politici di uno spettacolo costruito sul raggiro e sulla falsificazione nell’interesse delle proprie prevaricazioni sulla verità, il guaio è che tutti i figuranti si illuminano di menzogna e vanno di bolea, insomma hanno la fortuna propizia, il vento in poppa!

28/FEBBRAIO/2026

ORONZO MARIO SCHENA


Articolo del Sat, 28 Feb 2026 14:50:42 +0000
a cura di G. P.

analisi di fase attualità

¿Libercomunismo liberal o la historia de siempre?, traducción Carlos X Blanco

Gianni Petrosillo (Conflitti&Strategie)

 

Esta vez hemos leído el libro de Brancaccio, “Libercomunismo”, completo, tras una reseña preliminar hace unos días, basada no en la imaginación del autor, sino en lo publicado en algunos periódicos. Tras completar el ensayo, podemos afirmar que el análisis fue, en efecto, precipitado, pues hay mucho más que decir, lo que nos obligará a ser aún más críticos. Esto no será una reseña; digamos simplemente que son notas que compartimos con todos. Quienes las lean cargarán con el peso, ya que juntos nos veremos obligados a adentrarnos en lenguas lejanas y épocas pasadas. Sigue

 

 


Articolo del Sat, 28 Feb 2026 12:28:54 +0000
a cura di G. P.

analisi di fase attualità

Che cos’è la destra, che cos’è la sinistra

Io se fossi Dio dall’alto del mio trono direi che la politica è un mestiere osceno e vorrei dire, mi pare a Platone che il politico è sempre meno filosofo
E sempre più coglione. È un uomo a tutto tondo
Che senza mai guardarci dentro scivola sul mondo
che scivola sulle parole e poi se le rigira come lui vuole. Signori dei partiti o altri gregari imparentati
non ho nessuna voglia di parlarvi con toni risentiti.
Ormai le indignazioni son cose da tromboni da guitti un po’ stonati. Quello che dite e fate quello che veramente siete non merita commenti, non se ne può parlare non riesce più nemmeno a farmi incazzare. Sarebbe come fare inutili duelli con gli imbecilli sarebbe come scendere ai vostri livelli un gioco così basso, così atroce per cui il silenzio sarebbe la risposta più efficace. Ma io sono un Dio emotivo, un Dio imperfetto e mi dispiace ma non son proprio capace di tacere del tutto. Ci son delle cose così tremende, luride e schifose che non è affatto strano che anche un Dio si lasci prendere la mano.

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Tra destra e sinistra la politica in Italia è finita abbondantemente da un pezzo. Le timide variazioni sulle stesse porcherie pronunciate da uno schieramento e dall’altro non suscitano più indignazione ma solo disinteresse, tanto che la gente, che solitamente è l’ultima ad arrivarci, lo ha capito da tempo ed evita di recarsi in massa alle urne come un tempo per decidere se farsi impalare o scorticare da una classe dirigente ormai incapace persino di trovare soluzioni semplici a problemi banali. Figuriamoci sulle questioni serie che cosa sono in grado di combinare questi pappagalli che ripetono all’unisono grandi luoghi comuni senza nemmeno il pudore di mantenere un tono basso. No, ci fanno sopra anche interviste e comunicazioni, perché solo due cose non hanno limite negli esseri umani, la stupidità e l’alto giudizio di sé stessi, elementi che solitamente operano in combinazione e in genere più si è fessi più cresce ipertroficamente l’ego e la sua presenza esternalizzata.
Ormai la politica in Italia è un unico sfondo di personaggi inutili e bugiardi che non fanno nemmeno più esercizio di dissimulazione. Mentono spudoratamente e non per un alto obiettivo ma esclusivamente per adattarsi ai mutamenti dell’ambiente come i camaleonti. E così, a seconda delle convenienze, imbastiscono aulici discorsi con i quali si contraddicono per non arrivare mai a niente, se non a peggiorare il quadro della situazione.
L’unica certezza che ormai abbiamo è che chiunque vada al governo farà guerra alla Russia, taglierà accordi con la Cina, minaccerà l’Iran e si accoderà all’America, si accorderà con Israele, negherà i massacri di questi ultimi per inventare o ingigantire quelli altrui. Questo solo in politica estera. Poi c’è quella cosa che si chiama Europa, attraverso la quale si produce una uniformazione, o meglio un appiattimento di idee, che sfocia in azioni economiche di sperpero delle energie generali e rovina degli assetti produttivi.
Destra o sinistra non fa alcuna differenza, gli uni e gli altri ci ammanniscono gli stessi slogan e le stesse azioni per la transizione energetica, la sostenibilità ambientale, la conversione industriale e il fallimento totale su ogni fronte, il tutto condito con ettolitri di ideologia inclusiva, condivisione di un inesistente spirito comunitario, amore per un prossimo sminuzzato che produce ogni tipo di organismo di controllo, tuela e difesa, in cui si moltiplicano posizioni e postazioni per un corpaccione di parassiti che diventa mastodontico e sempre più pretenzioso.
Ovviamente tutti questi apparati producono codici di condotta associati a sanzioni, con intromissioni nella vita e nella libertà dei singoli che ormai non sono più liberi di parlare e di pensare, perché come ti muovi offendi qualcuno. E in questo clima asfittico e nauseabondo operano i nostri parlamentari, ministri, donne e uomini di partito, che invece si prendono il lusso di dire tutto e il contrario di tutto, di fare e disfare, a seconda delle loro convenienze e dei loro umori. Così ieri la legge elettorale non poteva mancare delle preferenze, mentre oggi se ne può fare a meno, e chi le voleva non le vuole più e chi non le vuole si dimentica di averle volute.
Si gira in tondo in questa maniera su ogni questione, eccetto quelle davvero strategiche che sono appaltate ai nostri padroni. Lo scenario di una decadenza completa è ormai sotto gli occhi di tutti, in una evidenza che non può essere celata, dietro l’angolo si stagliano venti di guerre sempre più intense per le quali non siamo attrezzati e siamo collocati in posizione subordinata rispetto alle urgenze dei tempi.
Mentre il Titanic affonda questi buffoni distraggono il popolo con i loro giochi di società e con chi la spara più grossa sulla libertà e sui diritti civili, sembra proprio l’orchestra del Titanic che continua a suonare mentre la nave affonda.
Ma questo incancrenimento della situazione, con spargimento di finto amore per tutti, da quelli che soffrono per malattie a quelli che non si sentono accettati e pretendono uno status speciale a spese di una collettività sempre più impoverita intollerante alle troppe cazzate, sarà il brodo di coltura dal quale emergeranno i prossimi e irrefrenabili odi, e allora sì che ne vedremo delle belle, cioè delle brutte. Tutto questo bene fasullo non può che veicolare gli istinti di vendetta più feroci.
È il bene forzato e ostentato, questo rispetto imposto per tutti e per qualsiasi cosa, ormai anche per le pietre, che stimolerà l’istinto barbarico della distruzione e del sangue. Altro che Hitler e camicie nere o brune, stiamo portando il mondo verso qualcosa di più violento e vendicativo e presto ce ne renderemo conto, ma sarà troppo tardi.
In fin dei conti lo stiamo meritando, l’odio di chi è estraneo alla nostra cultura e ormai ci disprezza, il disprezzo di chi è interno ma ormai la odia perché resa irriconoscibile. Questo ci stava dicendo Gaber nella sua seconda versione di questa canzone. Perché Dio ormai non può che essere violento e finirà per appiccicarci al muro, tutti.
******

Io se fossi Dio
E io potrei anche esserlo
Se no non vedo chi.
Io se fossi Dio non mi farei fregare dai modi furbetti della gente
Non sarei mica un dilettante
Sarei sempre presente
Sarei davvero in ogni luogo a spiare
O meglio ancora a criticare, appunto
Cosa fa la gente.
Per esempio il cosiddetto uomo comune
Com’è noioso
Non commette mai peccati grossi
Non è mai intensamente peccaminoso.
Del resto poverino è troppo misero e meschino
E pur sapendo che Dio è il computer più perfetto
Lui pensa che l’errore piccolino
Non lo veda o non lo conti affatto.
Per questo io se fossi Dio
Preferirei il secolo passato
Se fossi Dio rimpiangerei il furore antico
Dove si amava, e poi si odiava
E si ammazzava il nemico.
Ma io non sono ancora nel regno dei cieli
Sono troppo invischiato nei vostri sfaceli.
Io se fossi Dio
Non sarei mica stato a risparmiare
Avrei fatto un uomo migliore.
Si, vabbè, lo ammetto
non mi è venuto tanto bene
ed è per questo, per predicare il giusto
che io ogni tanto mando giù qualcuno
ma poi alla gente piace interpretare
e fa ancora più casino.
Io se fossi Dio
Non avrei fatto gli errori di mio figlio
E specialmente sull’amore
Mi sarei spiegato un po’ meglio.
Infatti voi uomini mortali per le cose banali
Per le cazzate tipo compassione e finti aiuti
Ci avete proprio una bontà
Da vecchi un po’ rincoglioniti.
Ma come siete buoni voi che il mondo lo abbracciate
E tutti che ostentate la vostra carità.
Per le foreste, per i delfini e i cani
Per le piantine e per i canarini
Un uomo oggi ha tanto amore di riserva
Che neanche se lo sogna
Che vien da dire
Ma poi coi suoi simili come fa ad essere così carogna.
Io se fossi Dio
Direi che la mia rabbia più bestiale
Che mi fa male e che mi porta alla pazzia
È il vostro finto impegno
È la vostra ipocrisia.
Ce l’ho che per salvare la faccia
Per darsi un tono da cittadini giusti e umani
Fanno passaggi pedonali e poi servizi strani
E tante altre attenzioni
Per handicappati sordomuti e nani.
E in queste grandi città
Che scoppiano nel caos e nella merda
Fa molto effetto un pezzettino d’erba
E tanto spazio per tutti i figli degli dèi minori.
Cari assessori, cari furbastri subdoli altruisti
Che usate gli infelici con gran prosopopea
Ma io so che dentro il vostro cuore li vorreste buttare
Dalla rupe Tarpea.
Ma io non sono ancora nel regno dei cieli
Sono troppo invischiato nei vostri sfaceli.
Io se fossi Dio maledirei per primi i giornalisti e specialmente tutti
Che certamente non sono brave persone
E dove cogli, cogli sempre bene.
Signori giornalisti, avete troppa sete
E non sapete approfittare della libertà che avete
Avete ancora la libertà di pensare, ma quello non lo fate
E in cambio pretendete
La libertà di scrivere
E di fotografare.
Immagini geniali e interessanti
Di presidenti solidali e di mamme piangenti
E in questo mondo pieno di sgomento
Come siete coraggiosi, voi che vi buttate senza tremare un momento:
Cannibali, necrofili, deamicisiani, astuti
E si direbbe proprio compiaciuti
Voi vi buttate sul disastro umano
Col gusto della lacrima
In primo piano.
Si, vabbè, lo ammetto
La scomparsa totale della stampa sarebbe forse una follia
Ma io se fossi Dio di fronte a tanta deficienza
Non avrei certo la superstizione
Della democrazia.
Ma io non sono ancora nel regno dei cieli
Sono troppo invischiato nei vostri sfaceli.
Io se fossi Dio
Naturalmente io chiuderei la bocca a tanta gente.
Nel regno dei cieli non vorrei ministri
Né gente di partito tra le palle
Perché la politica è schifosa e fa male alla pelle.
E tutti quelli che fanno questo gioco
Che poi è un gioco di forze ributtante e contagioso
Come la febbre e il tifo
E tutti quelli che fanno questo gioco
C’ hanno certe facce
Che a vederle fanno schifo.
Io se fossi Dio dall’alto del mio trono
Direi che la politica è un mestiere osceno
E vorrei dire, mi pare a Platone
Che il politico è sempre meno filosofo
E sempre più coglione.
È un uomo a tutto tondo
Che senza mai guardarci dentro scivola sul mondo
Che scivola sulle parole
E poi se le rigira come lui vuole.
Signori dei partiti
O altri gregari imparentati
Non ho nessuna voglia di parlarvi
Con toni risentiti.
Ormai le indignazioni son cose da tromboni
Da guitti un po’ stonati.
Quello che dite e fate
Quello che veramente siete
Non merita commenti, non se ne può parlare
Non riesce più nemmeno a farmi incazzare.
Sarebbe come fare inutili duelli con gli imbecilli
Sarebbe come scendere ai vostri livelli
Un gioco così basso, così atroce
Per cui il silenzio sarebbe la risposta più efficace.
Ma io sono un Dio emotivo, un Dio imperfetto
E mi dispiace ma non son proprio capace
Di tacere del tutto.
Ci son delle cose
Così tremende, luride e schifose
Che non è affatto strano
Che anche un Dio
Si lasci prendere la mano.
Io se fossi Dio preferirei essere truffato
E derubato, e poi deriso e poi sodomizzato
Preferirei la più tragica disgrazia
Piuttosto che cadere nelle mani della giustizia.
Signori magistrati
Un tempo così schivi e riservati
Ed ora con la smania di essere popolari
Come cantanti come calciatori.
Vi vedo così audaci che siete anche capaci
Di metter persino la mamma in galera
Per la vostra carriera.
Io se fossi Dio
Direi che è anche abbastanza normale
Che la giustizia si amministri male
Ma non si tratta solo
Di corruzioni vecchie e nuove
È proprio un elefante che non si muove
Che giustamente nasce
Sotto un segno zodiacale un po’ pesante
E la bilancia non l’ha neanche come ascendente.
Io se fossi Dio
Direi che la giustizia è una macchina infernale
È la follia, la perversione più totale
A meno che non si tratti di poveri ma brutti
Allora si che la giustizia è proprio uguale per tutti.
[.]
Io se fossi Dio
Io direi come si fa a non essere incazzati
Che in ospedale si fa morir la gente
Accatastata tra gli sputi.
E intanto nel palazzo comunale
C’è una bella mostra sui costumi dei sanniti
In modo tale che in questa messa in scena
Tutto si addolcisca, tutto si confonda
In modo tale che se io fossi Dio direi che il sociale
È una schifosa facciata immonda.
Ma io non sono ancora nel regno dei cieli
Sono troppo invischiato nei vostri sfaceli.
[.]
Io se fossi Dio
Vedrei dall’alto come una macchia nera
Una specie di paura che forse è peggio della guerra
Sono i soprusi, le estorsioni i rapimenti
È la camorra.
È l’impero degli invisibili avvoltoi
Dei pescecani che non si sazian mai
Sempre presenti, sempre più potenti, sempre più schifosi
È l’impero dei mafiosi.
Io se fossi Dio
Io griderei che in questo momento
Son proprio loro il nostro sgomento.
Uomini seri e rispettati
Cos’ì normali e al tempo stesso spudorati
Così sicuri dentro i loro imperi
Una carezza ai figli, una carezza al cane
Che se non guardi bene ti sembrano persone
Persone buone che quotidianamente
Ammazzano la gente con una tal freddezza
Che Hitler al confronto mi fa tenerezza.
Io se fossi Dio
Urlerei che questi terribili bubboni
Ormai son dentro le nostre istituzioni
E anzi, il marciume che ho citato
È maturato tra i consiglieri, i magistrati, i ministeri
Alla Camera e allo Senato.
Io se fossi Dio
Direi che siamo complici oppure deficienti
Che questi delinquenti, queste ignobili carogne
Non nascondono neanche le loro vergogne
E sono tutti i giorni sui nostri teleschermi
E mostrano sorridenti le maschere di cera
E sembrano tutti contro la sporca macchia nera.
Non ce n’è neanche uno che non ci sia invischiato
Perché la macchia nera
È lo Stato.
E allora io se fossi Dio
Direi che ci son tutte le premesse
Per anticipare il giorno dell’Apocalisse.
Con una deliziosa indifferenza
E la mia solita distanza
Vorrei vedere il mondo e tutta la sua gente
Sprofondare lentamente nel niente.
Forse io come Dio, come Creatore
Queste cose non le dovrei nemmeno dire
Io come Padreterno non mi dovrei occupare
Né di violenza né di orrori né di guerra
Né di tutta l’idiozia di questa Terra
E cose simili.
Peccato che anche Dio
Ha il proprio inferno
Che è questo amore eterno
Per gli uomini.


Articolo del Sat, 28 Feb 2026 07:42:43 +0000
a cura di G. P.

agorà

Libercomunismo o solita narrazione?

Abbiamo letto, questa volta per intero, il libro di Brancaccio “Libercomunismo†dopo la pre-recensione degli scorsi giorni che si basava non sull’immaginazione di chi scriveva, ma su quanto apparso su alcuni giornali. Dopo aver completato la lettura del saggio, possiamo affermare che effettivamente la disamina è stata avventata, perché c’è molto di più da dire, il che costringerà a essere ancora più critici. Questa non sarà una recensione, diciamo che sono solo appunti che condividiamo con tutti. Chi li leggerà se ne assumerà la noia, perché insieme saremo costretti a sprofondare in linguaggi lontani e in epoche trapassate.

Questo lavoro di Brancaccio si basa su studi suoi, ma anche o di altri, solo citati ovviamente per la natura divulgativa del testo, sulla tendenza o sulle tendenze del Capitale che, almeno per quanto ci riguarda, non suonano del tutto nuove, poiché richiamano concetti di tanti autori che nei decenni si sono cimentati sul tema, a partire da Marx. Tuttavia, per Marx la tendenza andava a parare da qualche parte e ovviamente sarebbe sfociata nel comunismo, “un movimento realeâ€, che avrebbe sostituito il modo di produzione capitalistico e cambiato tutta la struttura della società. Non in astratto, come moto dei sentimenti, ma per situazioni concrete ed esiti storici. Allora si diceva per dinamica oggettiva perché i soggetti della trasformazione non erano inventati ma discendevano da questa in quanto Marx aveva individuato il fattore oggettivo, della divaricazione delle classi (proprietari e non proprietari dei mezzi di produzione), con tutte le conseguenze discendenti.

Per Marx la metamorfosi sistemica sarebbe avvenuta nel giro di poco tempo, perché le contraddizioni del Capitale, alimentate proprio dalle sue tendenze, avrebbero modificato la composizione delle classi e del processo produttivo. Il pensatore tedesco lo descrive senza fraintendimenti nel Libro III del Capitale (Formazione Società per Azioni). Riporto i passi commentati da Gianfranco La Grassa:

“In queste condizioni, il profitto (e non più soltanto quella parte del profitto, l’interesse, che trae la sua giustificazione dal profitto di chi prende a prestito) [quindi, con la più completa centralizzazione monopolistica dei capitali, e la formazione del gruppo dominante dei rentier, di fatto tutto il plusvalore estratto è percepito parassitariamente senza più intervento diretto nella produzione; è insomma una vera similrendita, non più terriera ma finanziaria; nota mia] si presenta come semplice appropriazione di plusvalore altrui, risultante dalla trasformazione dei mezzi di produzione in capitale, ossia dalla loro estraniazione rispetto ai produttori effettivi, dal loro contrapporsi come proprietà altrui a tutti gli individui realmente attivi nella produzione, dal dirigente fino all’ultimo giornalieroâ€.

Ancora:

“Questo risultato del massimo sviluppo della produzione capitalistica è un momento necessario di transizione per la ritrasformazione del capitale in proprietà dei produttori, non più come proprietà privata di singoli produttori, ma come proprietà di essi in quanto associati, come proprietà sociale immediata. E inoltre è momento di transizione per la trasformazione di tutte le funzioni, che nel processo di riproduzione sono ancora connesse con la proprietà del capitale, in funzioni dei produttori associati, in funzioni sociali†[sempre ricordando che i produttori associati sono il “lavoratore collettivo dall’ingegnere all’ultimo giornalieroâ€].

Ancora:

“Questo significa la soppressione del modo di produzione capitalistico, nell’ambito dello stesso modo di produzione capitalistico, quindi è una contraddizione che si distrugge da sé stessa, che prima facie si presenta come momento di semplice transizione verso una nuova forma di produzione. Essa si presenta come tale anche all’apparenza. In certe sfere stabilisce il monopolio e richiede quindi l’intervento dello Stato. Ricostituisce una nuova aristocrazia finanziaria, una nuova categoria di parassiti nella forma di escogitatori di progetti, di fondatori e di direttori che sono tali solo di nome; tutto un sistema di frodi e di imbrogli che ha per oggetto la fondazione di società, l’emissione e il commercio di azioni. È produzione privata senza il controllo della proprietà privataâ€.

[Come si vede, non mi sono inventato nulla nella mia interpretazione di Marx. E non vi è dubbio che la sua visione, rispetto alle coglionate e mistificazioni dei cultori del mercato e delle virtù imprenditoriali, è mille volte più avanzata; non si può arretrare da questo punto. Tuttavia, poiché la “contraddizione†non si è distrutta da sé stessa, non si è prodotta la semplice contrapposizione tra i finanzieri e il lavoratore combinato (dal dirigente all’esecutore), bisognava compiere un “passo avantiâ€. E credo che l’individuazione delle funzioni strategiche (di conflitto) rappresenti questo passo avanti, perché spiega il non puro e semplice parassitismo dei dominanti capitalistici, nemmeno nei più alti punti della centralizzazione dei capitali. Inoltre, le funzioni strategiche spiegano anche come mai, pur con continue ondate di questa centralizzazione (su cui ancora oggi fissano l’attenzione i “marxistiâ€), non si giunga mai al punto previsto da Marx, con la divisione dicotomica della società e, dunque, con il comunismo (“negazione della negazioneâ€, cioè “contraddizione che si distrugge da sé stessaâ€) che si forma all’interno stesso del modo di produzione capitalistico, per sua intrinseca dinamica].

Ecco dove per Marx portava la tendenza e dove, come evidenzia La Grassa, non ha invece condotto, per cui il pensatore veneto fa il passo avanti con l’individuazione delle cosiddette funzioni strategiche. Dove conduce la centralizzazione per Brancaccio? Da nessuna parte, alla mera denuncia morale, tanto che nell’incipit dell’editore troviamo questa frase: “Una forza che sfrutta in modi sempre più sofisticati il lavoro e la natura e, al contempo, genera sprechi e inefficienze, trasforma gli individui in capitali umani isolati, consuma dall’interno le istituzioni della democrazia liberale e prepara il terreno a una nuova minaccia: un oltrefascismo transnazionale, in cui la libertà del capitale è destinata a divorare tutte le altre libertàâ€.

L’Oltrefascismo di cui parla Brancaccio non esiste, è un termine vuoto che fa scattare certi neuroni d’antan, buoni a richiamare un certo pubblico a cui lui si rivolge e null’altro. Ed è difficile anche comprendere quali sarebbero le altre libertà che il capitale divorerebbe. Qui ci troviamo ancora nel dilemma di Lenin: “Libertà di chi e per fare cosaâ€.

Andiamo avanti. Brancaccio scrive: “La grande tendenza [quella della centralizzazione] va affrontata sfidando il più grande tabù politico moderno. Pianificazione collettiva e libertà individuale, finora contrapposte, vanno intese come poli di un unico obiettivo: una lunga lotta per espropriare il grande capitale, democratizzare il controllo delle forze produttive e, al tempo stesso, liberare le energie creative dei singoli individui… Un esercizio scientifico che sfida le ideologie dominanti e invita a concepire una politica all’altezza di questo tempo catastroficoâ€.

Chissà come mai non ci abbiamo pensato prima, e non ci abbiano pensato tutti gli studiosi che ci hanno preceduto. In realtà lo hanno fatto, ma il Capitale, o quello in cui si è trasformato, ha dimostrato di essere così elastico e dinamico da saper attivare delle controtendenze. In verità, qui Brancaccio commette lo stesso errore o gli stessi errori di chi lo ha preceduto. In Marx, la tendenza studiata risentiva di alcuni limiti che nella sua epoca non poteva percepire, benché avesse colto la tendenza che si portava dietro la formazione delle società per azioni ai suoi albori. Ma, come abbiamo potuto constatare, i risvolti effettivi di quella tendenza non sono andati nella direzione vaticinata da lui. Il Moro non poteva sviluppare, inoltre, concetti come quello di impresa (che non è più la fabbrica dei suoi tempi), e anche la cosiddetta innovazione di prodotto era messa sullo sfondo rispetto a quella di processo. Oggi sappiamo come sia la prima quella “determinate in ultima istanzaâ€, perché apre sempre nuovi mercati e dà spazio a nuovi capitalisti. Quindi niente soliti noti e nomi. Il capitalismo che Marx aveva sotto gli occhi era ancora non così distante da quello di concorrenza perfetta o quasi, che aveva stimolato le prime teorie economiche. Quindi la forma impresa e l’innovazione di prodotto hanno contraddetto alcune delle tendenze che Marx aveva individuato.

Anche qui ci è utile quello che scrive La Grassa con riferimento all’impresa, che non è l’entità produttiva in senso stretto, dove gli input vengono trasformati in output. Essa non comprende solo la fabbrica, ma anche altre sezioni e persino apparati dotati di crescente autonomia, come la ricerca delle materie prime e dei finanziamenti, la contabilità, l’amministrazione ma anche gli apparati di spionaggio. L’impresa coordina tutto il sistema ed è diretta da un gruppo manageriale non proprietario. Chiaro dunque che esistono diverse figure: quella del capitalista, del manager e dell’imprenditore, anche collettivamente perché una multinazionale, coem dicevamo si compone di parti e sedi. Il primo è il proprietario puro di un pacchetto azionario, il secondo è un dirigente della produzione, l’imprenditore è colui che introduce innovazioni e occupa una posizione mediana tra capitalista e manager. Si tratta di funzioni che possono essere ricoperte da molteplici soggetti di varia e diversa natura. In alcuni casi le funzioni possono accentrate da una persona, in altri può emergere una conflittualità, anche se non irrimediabilmente antagonistica, tra questi ruoli. Dunque quella tendenza di cui parla Brancaccio, per cui oggi: “nei paesi capitalistici avanzati le disuguaglianze sono cresciute nel tempo, a vantaggio dell’1 per cento di popolazione più ricca… quando il rendimento del capitale supera la crescita del reddito, gli ereditieri vedono automaticamente crescere le loro ricchezze rispetto ai guadagni dei lavoratori†non ci spiega tante altre cose perché non basta solo identificare la polarizzazione della ricchezza (senza tenere conto di tante altre altre situazioni) per dedurne un impoverimento insostenibile della gran massa della società. È vero che i ceti medi si stanno assottigliando, ma generalmente sono proprio questi a reagire e a portarsi dietro il grosso della società in un movimento di “reazioneâ€, che non necessariamente deve trovare rifugio in un nuovo fascismo, anzi sicuramente non ci sarà più nessun fascismo perché la storia si ripete sempre diversamente.

Per Brancaccio, l’oltrefascismo risponde a logiche opposte, è la tendenza antidemocratica a produrre la centralizzazione: “la centralizzazione dei capitali può esser considerata una causa del recesso democratico in corso. Articoliamo la congettura. Quanto più esclusivo diviene il club dei padroni del capitale centralizzato, tanto più è ragionevole supporre che questi avvertano insofferenza verso i contrasti, le mediazioni e i compromessi tipici di ogni democrazia, soprattutto di quelle forme di democrazia assembleare che vedono il coinvolgimento nelle decisioni di una pluralità di teste. Insomma: troppa attività di lobbying da finanziare, troppi politici da sedurre o minacciare, troppo tempo da sottrarre alla formazione del profitto. I pochi padroni del capitale centralizzato, di conseguenza, promuovono e foraggiano modifiche istituzionali, controriforme, mutamenti di regime, atti a semplificare le procedure, ridurre le teste che decidono, centralizzare il potere politico nelle mani di pochi, al limite di uno soltanto. In questo modo, come il club dei padroni si fa più esclusivo, così le leve del potere politico vengono affidate a una élite sempre più ristretta di decisori. Il capitale centralizzato plasma la politica a sua immagine e somiglianza. Come in azienda decide il padrone del capitale, in politica deve decidere il servitore del capitale. Nasce dunque un nuovo modello di capo politico, avvezzo ai plebisciti come alle cene di gala del mondo finanziario…Dall’inizio di questo secolo, la quota dei proprietari dei pacchetti di controllo del capitale è diminuita dal 2,1 allo 0,7 per cento a livello planetario. Ossia, il club esclusivo di grandi capitalisti tende a restringersi sempre di più, i requisiti per accedervi diventano più stringenti, i buttafuori all’ingresso del club si fanno più selettivi, specie quando il tempo inizia a volgere al brutto. Le maggiori accelerazioni della tendenza, infatti, avvengono in prossimità delle crisi economiche… stiamo parlando della concentrazione del controllo capitalistico nelle mani di meno dell’1 per cento, di appena 300 milioni di azionisti nel mondo. È una forbice molto più accentuata. Ed è molto più minacciosa, per un motivo: riguarda direttamente il potereâ€.

Qui c’è una vera e propria sovrapposizione di piani, se non una confusione totale. Dalla centralizzazione economica a quella politica sospinta dalla prima? Quindi è sempre la Grande finanza che domina il mondo? Chiedo, innanzitutto. Molti economisti del XX secolo – e qui ce lo spiega bene ancora La Grassa – hanno pensato che quel processo, definito da Marx centralizzazione dei capitali (conseguente al conflitto intercapitalistico), avrebbe comportato l’avvento della forma oligopolistica del mercato, con attenuazione della competizione (concorrenza) tra grandi imprese e tendenza agli accordi fra esse. Lenin – tra i marxisti che sposarono la tesi della crisi causata dall’anarchia mercantile – intelligentemente parlò della fase monopolistica del capitalismo (in realtà si riferiva appunto alla forma di mercato oligopolistica) come di qualcosa che non annullava la concorrenza, “ma la portava ad un più alto livelloâ€. Egli giunse a questa esatta conclusione perché, pur mantenendo fede alla tradizione di un marxismo economicistico (tipico quello di Kautsky, di Hilferding e della stragrande maggioranza dei marxisti della II Internazionale), aveva una precisa consapevolezza del conflitto politico; quindi interpretò nello stesso senso la competizione mercantile tra imprese, pur quando queste ultime fossero giunte alle dimensioni della grande unità produttiva mono(cioè oligo)polistica. In definitiva, pur senza esplicitarlo veramente, trattò la concorrenza alla stregua del conflitto tra paesi. Ciò che in realtà sta avvenendo non è la nascita di un oltrefascismo internazionale, ma un pesante cambiamento all’interno del sistema occidentale che si prepara alla guerra con sistemi concorrenti che non sottostanno più alle regole, nemmeno quelle economiche, di Washington. Stiamo tornando alla concorrenza portata a un altro livello, quella tra paesi che molto presto si affronteranno per la guerra, o guerre sempre più spinte, per le sfere di influenza che procedono con il declino americano. Se in Occidente vedremo profondi mutamenti –  con ridimensionamenti di libertà e democrazia, queste mitologie, dietro le quali ancora proviamo a scaldarci il cuore – sarà perché si entrerà in una fase di conflitti profondi che produrranno estrema tensione e sforzo bellico. E sarà ancora la guerra a risolvere la crisi economica di qualcuno e a determinare lo sprofondamento di altri.

Il libro di Brancaccio è molto occidentale, per così dire, o persino globalista, perché in fondo per lui è l’economia transnazionale che governa il pianeta, ma non tiene conto che ormai c’è un disaccoppiamento sistemico tra la nostra parte di mondo e Paesi come Russia e Cina, che hanno un proprio sistema economico con qualche elemento in comune, con quanto siamo abituati a studiare e analizzare, ma ormai rispondono a canoni diversi per noi poco conosciuti. Non è improbabile che, se saranno questi Paesi ad affermarsi in un futuro, assisteremo allo stesso cambiamento vissuto con il passaggio dal capitalismo inglese alla società dei funzionari di matrice americana. In ogni caso, non saranno i capitalisti a modificare la politica, a centralizzarla, per quanta influenza possano esercitare, perché gli strateghi politici stanno ben sopra la sfera economica, anzi ci stanno pure dentro e di lato.

Passiamo ad altre affermazioni di Brancaccio: “i liberali ormai condividono alcuni tratti essenziali con gli stalinisti. Gli uni e gli altri avevano infatti annunciato magnifiche sorti e progressive per l’intero genere umano: un futuro fatto di prosperità, di libertà, di pace per tutti. Gli uni e gli altri hanno compiuto massacri per muovere la storia nella direzione che avevano indicato. Gli uni e gli altri, alla fine, hanno tradito le loro promesse, tutte seppellite tra le macerie del crollo dei due grandi muri: Berlino 1989, Wall Street 2008. Uno sconfinato cimitero di speranze dalle cui polveri stanno risorgendo nuovi mostri di Goya, alfieri di un inferno all’orizzonte dal nome evocativo: “oltrefascismoâ€â€.

Questi accostamenti sono fuorvianti, oltre che inutili. Mi dica il professor Brancaccio quale cambiamento si è mai verificato che fosse pari pari a quanto pensato? Tra i liberali e Stalin non c’è condivisione di nessun tratto essenziale, se non che tutti gli uomini vivono nella storia e subiscono lo scarto tra le loro idee e la realtà. Non sono gli uomini che tradiscono le promesse, ma la Storia che se ne frega delle buone intenzioni. Tutti hanno compiuto massacri, innegabilmente. Sono sicuro che se qualcuno un giorno proverà a mettere in pratica altre idee, comprese le sue, potrà incappare in altrettanti massacri; generalmente sono quelli che hanno le migliori intenzioni che poi compiono le peggiori azioni, nella convinzione di farlo per una buona causa. Lei ha mai visto una cattiva causa? E perché proprio Stalin? Se avesse detto Churchill avrebbe trovato le stesse stragi se non di più.

Ancora: “per Marx, lo sfruttamento del lavoro e della natura rappresenta l’albero motore della produzione capitalista. Ogni progresso capitalistico determina un progresso nell’arte della “rapinaâ€, del lavoro e dei frutti della terraâ€.

No, prof. Brancaccio, questo non è Marx, anche se lei usa le virgolette per “rapinaâ€. Questo è Proudhon o Dühring, contro i quali sia Marx che Engels hanno scritto pagine di fuoco, anche piene di insulti. Per quanto a volte il Capitale non disdegni la rapina, stiamo parlando di un aspetto marginale, molto estremo nel senso di episodico. Dire che la proprietà è un furto significa sostenere che il proprietario, il capitalista, soprattutto il proprietario in campo economico e produttivo, cioè dei mezzi di produzione e anche dei mezzi finanziari necessari ad acquistare le merci, si appropria in modo indebito di ciò che viene prodotto. Proudhon intendeva principalmente la proprietà dei mezzi di produzione, delle fabbriche, e affermare che “la proprietà è un furto†equivale a dire che vi sia un’estorsione. Questa idea è stata poi ampiamente sviluppata in parte del movimento comunista. Proudhon non parla di plusvalore, ma in Marx il plusvalore, che i marxisti identificano con il pluslavoro e quindi con il plusprodotto, termini che in un certo senso sono sinonimi, diventa centrale. In questa lettura, si avrebbe una vera e propria estorsione, uno sfruttamento nel senso quasi letterale del termine, come se il capitalista, con la frusta in mano, si appropriasse di ciò che non gli spetta. Secondo questa impostazione, il potere capitalistico avrebbe la capacità di estorcere e appropriarsi di qualcosa che in fondo sarebbe rapinato. Ma non c’è nulla di più sbagliato di questa interpretazione. Idee simili erano presenti anche in Eugen Dühring, secondo cui il capitalista ottiene il profitto grazie al potere, quasi “con la spada in pugnoâ€. Contro di lui, Engels scrisse l’Anti-Dühring, rifacendosi ampiamente alle tesi di Marx, per chiarire che questa non era la posizione marxiana. Nel ’68 e non solo tra gli operaisti, ma anche nell’althusserismo, riemerge l’idea del dominio capitalistico come puro comando. Per Marx, il punto fondamentale è un altro. Il capitalismo nasce in un’epoca storica che vede la liberazione dai rapporti di dipendenza personale, schiavitù o servitù feudale. Si afferma un’eguaglianza giuridica formale, basata sullo scambio mercantile. E nello scambio mercantile, mediamente, si scambiano equivalenti. Marx sa bene che i prezzi oscillano attorno al valore, ma nel lungo periodo si ha uno scambio di equivalenti. In questo scambio tra proprietari di merci, mezzi di produzione da una parte e forza lavoro dall’altra, avviene comunque l’appropriazione del plusprodotto da parte di chi possiede i mezzi di produzione.

Nelle Glosse marginali al trattato di economia politica di Adolf Wagner, scritte nel 1881 contro tali tesi, Marx non lascia alcun dubbio. Wagner sosteneva che il profitto fosse soltanto un prelievo o una rapina ai danni dell’operaio. Marx replica che nella sua esposizione il profitto non è semplicemente una rapina. Al contrario, egli rappresenta il capitalista come un “funzionario necessario†della produzione capitalistica, non semplice sfruttatore. Il capitalista non si limita a prelevare, ma impone la produzione del plusvalore, contribuendo alla creazione di ciò che poi si appropria. Marx dimostra inoltre che, anche se nello scambio di merci si scambiano equivalenti, il capitalista, pagando all’operaio il valore reale della sua forza lavoro, cioè il valore dei beni necessari alla sua sussistenza storico-sociale, ottiene comunque plusvalore a pieno diritto, un diritto che corrisponde alla struttura della società capitalistica basata sul mercato generalizzato. Il profitto non è l’elemento costitutivo del valore, ma è una parte del valore prodotto dal lavoro che può essere appropriata senza violare le leggi dello scambio mercantile. Infatti, per Marx, il Capitale non è una cosa ma un rapporto sociale. Il prelievo di plusvalore non avviene per ruberia o per comando arbitrario del singolo capitalista, ma all’interno di un sistema di rapporti sociali di produzione. In questo sistema vi è una classe proprietaria dei mezzi produttivi e una classe che possiede soltanto la propria forza lavoro, venduta come merce al suo giusto valore. L’essere umano, unico tra gli animali, produce più di quanto sia necessario alla propria riproduzione sociale. Questo “di più†è il plusprodotto, risultato del pluslavoro. Poiché per Marx il valore è determinato dal lavoro, il pluslavoro si traduce in plusvalore.

I lavoratori, formalmente liberi, vendono la loro forza lavoro a chi controlla i mezzi di produzione. Ricevono mediamente il valore di questa merce particolare. Non c’è rapina. La proprietà non è un furto. È l’esistenza di un determinato sistema sociale che rende possibile, pur nello scambio di equivalenti, l’appropriazione del plusvalore. La vendita realizza soltanto il valore e il plusvalore già creati nella sfera produttiva. Nella circolazione non si crea nuovo valore, lo si realizza. Perciò, continuare a parlare di sfruttamento come se fosse una semplice estorsione è contrario al pensiero di Marx. Infine, il capitalista è anche dirigente della produzione. Senza direzione, senza coordinamento, il processo produttivo non funziona. Con la centralizzazione dei capitali e la formazione di grandi imprese e oligopoli, si separano proprietà e direzione. I manager diventano dirigenti salariati, ma non per questo si collocano automaticamente nel campo dei lavoratori associati, come Marx credeva. In ogni caso, resta fermo un punto: per Marx il profitto non nasce da una rapina o da un’estorsione, ma da un sistema di rapporti sociali fondato sullo scambio mercantile di equivalenti, entro cui si produce e si appropria il plusvalore.

Il problema di Brancaccio è che continua a trattare il Capitale come cosa e non come rapporto sociale, problema a dir poco comune in chi ha un approccio economicistico.

Continuiamo con Brancaccio: “La centralizzazione del capitale viene da noi espressa in termini di “network controlâ€, ossia della percentuale di azionisti proprietari dei pacchetti di controllo dell’80 per cento del capitale azionario quotato nelle borse mondiali. Quindi, più basso è il “network controlâ€, minore è la percentuale di azionisti in questione, più alta è la centralizzazione del capitale nelle loro mani, e viceversa. Ebbene, dai nostri studi emerge un fatto sconcertante: al giorno d’oggi, oltre l’80 per cento del capitale azionario quotato nelle borse mondiali è controllato da meno dell’1 per cento degli azionisti mondiali. Un dato spaventoso, un livello di centralizzazione oltre le più distopiche aspettative… La realtà dei fatti è che la tendenza verso la centralizzazione del capitale esiste, avanza e crea inefficienza. In primo luogo attraverso la creazione di giganti dei mercati, potentissimi e destabilizzanti. Ma non solo in questo modo… Insomma, la tendenza verso la centralizzazione implica che i proprietari non sono più i padroni e i padroni non sono più i proprietari… Questa, a ben vedere, è una mutazione profondissima, che segna un cruciale passaggio di poteri capitalistici. Marx arrivò addirittura a sostenere che la centralizzazione del capitale è una tendenza che evoca il superamento del modo di produzione capitalistico nell’ambito del modo capitalistico stesso. Voleva con ciò darci un suggerimento: visto che una parte sempre più grande del capitale tende a essere controllata da padroni che non hanno nemmeno più bisogno di essere proprietari, perché non vedere in questo spettacolare mutamento un’anticamera del socialismo? Perché, in altre parole, non possiamo immaginare di sostituire i consigli di amministrazione dei padroni con dei consigli di lavoratrici e lavoratori che agiscano per conto della collettività?â€

Qui non metto in dubbio le ricerche di Brancaccio e i risultati che ricava. Questa tendenza può essere effettivamente reale, tuttavia ribadisco un fatto che credo incontrovertibile e che Brancaccio non può smentire. Marx si era sbagliato sugli esiti della tendenza. Credo si sbagli anche lui. Da questa disamina non può essere esclusa la dinamicità del capitalismo (ribadisco, continuiamo a chiamarlo così, ma dal modello inglese a quello americano sono cambiate troppe cose), che nella storia non è mai arrivato al punto di rottura e si è anzi profondamente modificato. Le sue contraddizioni sono state un motore di palingenesi che ha, in fin dei conti, seguito i cicli politici della dominanza e della lotta per le sfere egemoniche. Quando si arriverà al conflitto diretto tra gli Stati e tutto sembra portarci in quella direzione, anche se non domani mattina, con l’affermazione di un nuovo predominante potremmo assistere all’affermarsi di un nuovo sistema di rapporti, anche economici. E siccome il sistema cinese o quello russo o quello di chissà chi altro non sono la medesima cosa di quello americano, ci renderemo conto di aver sottovalutato o non considerato ben altre tendenze.

Sempre Brancaccio: “… Questa grande mutazione, dunque, travalica il sistema dei prezzi e lo determina dall’esterno. Ecco un’evidenza cruciale di quel che abbiamo definito “esocapitale†[la materia oscura del capitalismo centralizzato, la chiama Brancaccio]… L’esocapitale, così generato, produce un ulteriore duplice effetto, sul quale finora è mancato un degno approfondimento. Il punto è che il controllo centralizzato nelle mani di pochi sospinge il tasso di profitto verso le vette tipiche del monopolio, mentre la proprietà formale nelle mani di molti impone che il tasso di profitto sia immediatamente fruibile. Infatti, i pochi giganti che detengono il controllo della totalità del capitale esercitano sui mercati il potere tipico dei monopolisti, e quindi esigono alti profitti di monopolio. Ma al contempo debbono rispondere alla smania di guadagno della miriade di piccoli proprietari formali, e quindi debbono garantire un capitale liquido, che dia rendite veloci… L’implicazione di questo intreccio è drammatica: i Gulliver che governano il capitale spingono il profitto in alto, i rentiers lillipuziani che restano proprietari formali del capitale tirano il profitto verso il presente. Così, la centralizzazione dei capitali continua ad avanzare accrescendo il potere di mercato dei padroni effettivi. Al contempo, però, lo sguardo del capitale sul futuro resta miope, limitato, soggiogato dall’appetito dei piccoli rentiers… Mossa da questa continua caccia a profitti alti e immediati, dunque, la centralizzazione capitalistica diventa anche colonizzazione di nuovi settori potenzialmente redditizi, che vanno occupati e orientati, in modo da soddisfare le specifiche esigenze di remunerazione del capitale centralizzato (tutto è merce)â€.

Qui effettivamente l’esocapitale è davvero una materia oscura, ma oscura per tutti. L’esocapitale, dice Brancaccio, “è estraneo al sistema dei prezzi” ed ha una funzione, potremmo affermare, quasi sociale, è il welfare dei capitalisti che, per garantire la tenuta del sistema, devono essere accompagnati alla porta in modo soft. Dunque, dolcemente, perché i pesci grandi devono comunque assicurare la tenuta del sistema, rallentando di un po’ la centralizzazione (che quindi non è una furia cieca?), perché i pesci piccoli sono diventati talmente enormi che sono troppo grandi per fallire e quindi vanno espulsi con gli ammortizzatori sociali. Sinceramente, a naso, non so proprio cosa pensare e la materia oscura mi ha veramente offuscato il cervello. Quindi, se non mi sono convinto e se questo tipo di analisi non mi convince per niente, la colpa è solo mia. Ma tant’è.

Poi Brancaccio ci parla della classe residuale, che sarebbe la maggioranza della popolazione, quella che vive solo del suo lavoro e non delle rendite. E cosa diamo a questa enorme massa critica, nella quale potrebbe nascere la rivoluzione di domani? Ecco qui arriva il punto dolente. Brancaccio inanella una serie di slogan, tra timori e tremori, e alla fine del testo persino un abbozzo di manifesto che sembra uscito dal sottoscala in cui Fantozzi incontra il compagno Folagra. Da un lato il libercomunismo e dall’altro il nemico dell’oltrefascismo, attraverso una mistura di ingredienti che è davvero difficile da digerire, tra psicologia e fantasia al potere, tra catastrofismo e qualunquismo, concessioni alla cultura woke e deliri desideranti che sembra di essere di nuovo tornati agli indiani metropolitani. Sì, lo so che i “compagni†di Contropiano ci vedono delle differenze, ma per me sono inessenziali. Su quello che viene dopo, e lascio per estratto in coda, non farò altri commenti perché chi ci segue da anni, quei pochi è vero, sa quante volte abbiamo rintuzzato simili amenità.

“Una nuova sintonia con la natura non si ottiene con il mercato capitalistico né con l’illusione reazionaria dell’esodo verso placidi rifugi. La tendenza del capitale giunge in ogni dove, a inquinare e a devastare. Per tutte queste ragioni, l’ambientalismo del futuro è comunista oppure non è”.

Ecco una di queste. Ho grossa difficoltà a entrare in sintonia, anche nuova qualsiasi cosa significhi (c’è sempre un nuovo che non emerge mai), con la natura, della quale mi fido anche meno del capitale. Proprio non riesco a sintonizzarmi con un terremoto, un’esondazione o un tornado. Oppure vogliamo credere che la natura sia solo uno splendido tramonto? Non so se sia questo il rifugio reazionario, ma per me lo è anche la nuova sintonia, che dovrebbe consistere nel non devastare e non inquinare, o non fare aumentare la temperatura globale, tutti elementi sui quali ci illudiamo di incidere. Abbiamo preso il posto dei grandi cataclismi naturali che si sono sempre verificati eppure la terra è ancora qui e ci resterà il dovuto. Ma noi la vogliamo salvare. Sarò leopardiano, fino al midollo, ma sento la natura come qualcosa di imprevedibile e anche di pericoloso. Matrigna solo come vezzeggiativo. Non a caso, anche nel socialismo realizzato, oltre a pianificare spianavano che era una bellezza. Qualcosa di artificiale, costruito con solidi capitali, mi fa stare decisamente più sereno, come una bella diga di quelle fatte bene o una bella casa in mezzo a tante altre e le strade trafficate che scoraggiano certe bestie, anche aggressive, dall’avvicinarsi troppo. Persino la campagna, con troppi insetti, non mi fa rilassare il dovuto, ma tant’è, questa idea mistica della natura è comune a molti che tengono il sedere comodo.

“Combattere il morbo della scienza capitale votata al profitto, che si spande nelle università e negli spazi pubblici della ricerca, creando miopia privatistica, inefficienza, abuso. Abolire i brevetti e i diritti proprietari sui frutti del progresso scientifico. Promuovere la scienza collettiva e aperta, sostenere il governo anarchico delle risorse pubbliche per la ricerca. Che mille fiori sboccino, che sia scienza per il popolo, che sia rinnovata scienza comunista, produttiva e dirompente. Sfruttare la nuova potenza produttiva della scienza comunista per promuovere un accelerazionismo orientato a ridurre il tempo di lavoro, a decostruire la divisione capitalista del lavoro, a riorganizzare il lavoro in senso anti-specialistico, a liberare il tempo di vita”.

Tutto bellissimo, ma neanche tanto, e terribilmente fasullo, altrimenti perché c’è il prezzo di copertina al libro di Brancaccio. Come mai questo non rientra nell’abolizione dei diritti proprietari? La scienza comunista? Dubito ne esista una. Semmai esistono scienziati, qualcuno pure molto a sinistra, che si mettono a disposizione perché pure loro devono campare e, come tutti gli uomini, soffrono e s’offrono, anche se si tratta di inventare la bomba atomica. Quanto agli scienziati comunisti, come molti tra i più bravi, erano autentici solipsisti. Le scoperte più grandi sono state fatte da individui, non da gruppi di lavoro. Queste sono ingenuità ma certamente non posso pensare che lo sia l’autore che parla con tanti Nobel e intellettuali. Personalmente questa sbobba non me la bevo e la considero indigesta. Ma come detto, in questo testo c’è di tutto, tra approccio economico e salti utopici. Vi lascio qualche scampolo. Io me ne tiro fuori e non ne riparlerò più:

“Unificare con le rivendicazioni di tutti i movimenti di emancipazione civile, sociale, ambientale, internazionali e intersezionali: anti-razzisti, transfemministi, “lgbtqiapk+â€, per i rifugiati e gli immigrati, per i diritti digitali, per una stampa libera e indipendente, per l’abolizione della censura, per la libertà di pensiero, di riunione, di associazione, di protesta, per la giustizia climatica. Mettere in comune coi bisogni dei diversamente abili, dei malati, delle persone con disagio psichico, dei bambini e degli anziani, di tutti coloro che l’oltrefascismo definisce improduttivi…Il revival reazionario di questo tempo incontra dunque una possibile spiegazione materiale nelle tendenze contraddittorie della centralizzazione capitalistica, nei loro effetti sociali, e nella risposta che ne consegue: piccolo borghese, maschia, queerfobica, fanatica, razzista. Tutti motivi di terrore, senza dubbio. Eppure, questo tremendo rigurgito reazionario non è il principale rischio che stiamo correndo. All’orizzonte, come vedremo, si intravede una minaccia persino più grande… Il fascismo è un fatto interno al capitale….No, i costruttori di pace dovrebbero piuttosto denunciare il vizio principale di queste narrazioni di grido: che mancano di riconoscere le determinanti economiche dei conflitti militari, che evitano di ammettere che la guerra moderna, nell’essenza, è guerra capitalista….un futuro ordine di pace potrà esser conseguito solo attraverso un piano di governo coordinato e cooperativo, una regolazione politica, e non di mercato, degli squilibri finanziari internazionali sorti nell’epoca del vecchio liberismo deregolato e non risolti ma esacerbati nella fase attuale, del nuovo protezionismo unilaterale e guerrafondaio. In sostanza, il libero movimento dei prezzi capitalistici crea gli squilibri che attivano la reazione protezionista e la controreazione militare. La soluzione di un tale disastro può risiedere solo, ancora una volta, in una pratica cooperativa. Perseguita, in primo luogo, attraverso il blocco della libertà di movimento dei capitali e il governo politico degli squilibri internazionali…La tendenza del capitale suscita un ultimo e più profondo movimento, fin dentro le strutture biofisiche della vita umana. È la riduzione di corpi e cervelli a componenti di un processo di produzione, consumo, riproduzione e centralizzazione in continuo ridisegno, lungo la scia di innovazioni della scienza capitale…Man mano che il capitale si accumula e si centralizza, una massa sempre più imponente di forza lavoro viene prelevata e agganciata a una macchina produttiva sempre più complessa, scientifica, ramificata, pervasiva…la legge di tendenza del capitale è anche legge di tendenza di un nuovo essere umano, un nuovo tipo umano capitalistico. Depurando l’espressione dalle infantili concettualizzazioni di Gary Becker, diciamo pure: un ‘nuovo capitale umano’…Tramite lunghe, filiformi eppur potentissime leve di comando, le gambe, le braccia, le sinapsi umane vengono direzionate plasmate e guidate da centri di comando sempre più distanti e impersonali, situati nei più remoti crocevia del sistema. In tal modo la forza lavoro declina al ruolo di rotella periferica, pezzo laterale della macchina, ultimo affluente del grande fiume informatico di dati. “Infinitesima quantità al cospetto della scienzaâ€, per dirla con Marx…La realtà, piuttosto, è che proprio le tendenze del capitalismo liberaldemocratico generano mutazioni nella struttura profonda della psiche umana, in una misura più subdola rispetto alla pretesa dei cosiddetti “totalitarismi†di creare nuove tipologie umane…Insomma, contro l’ottuso individuale, edificare il genio collettivo. Che certo non significa riesumare la rigida avanguardia bolscevica, né significa consolarsi nel lasco spontaneismo movimentista. Piuttosto, nel solco dei teorici di una continua dialettica tra verticale e orizzontale, serve creare una nuova forma del partito. L’intelligenza di una nuova lotta di partito… Ossia, nel momento in cui il capitale centralizzato si socializza in un piano collettivo, cambia anche il rapporto tra storia e natura umana. Viene infatti raggiunto il limite estremo della legge di riproduzione del tipo umano capitalistico, e si creano quindi le condizioni per la produzione sociale di una nuova umanità, in grado di fare della cura e dello sviluppo della materialità corporea e psichica un esercizio ludico comune, complesso, raffinatissimo, liberato. Siamo fuori dall’odierna gabbia del capitale umano…Piano è libertà, dunque, in un senso costruttivo che va ben oltre le semplificazioni del liberalismo sul carattere negativo o positivo delle libertà. Una tale vendetta, sensuale per la sua inattualità e urgenza, richiede tuttavia un atto inedito, spregiudicato, drammatico nel suo esser “caso dalla necessitàâ€. Che si combatta ogni retrograda reazione alla tendenza, che si traggano dalla tendenza del capitale tutte le sue estreme conseguenze. Che si dia inizio a una incessante lotta per il libercomunismoâ€.


Articolo del Fri, 27 Feb 2026 14:49:09 +0000
a cura di G. P.

analisi di fase attualità

Italia tiene su sede en Washington, traducción Carlos X Blanco

Cualquier debate serio sobre la política exterior italiana debería comenzar con una admisión franca. Italia, derrotada en la Segunda Guerra Mundial por las fuerzas aliadas —esencialmente Estados Unidos—, ya no goza de soberanía plena e irrestricta, como nos recuerdan las numerosas bases estadounidenses y de la OTAN diseminadas por nuestro territorio. Estas bases no están ahí para protegernos de enemigos fantasmas —los sirvientes no tienen enemigos—, sino para salvaguardar el orden internacional estadounidense o, posiblemente, para recordarnos quién está realmente al mando. Aunque algunos sientan una sincera fraternidad hacia Estados Unidos, tras tantos años de condicionamiento cultural, la esencia no ha cambiado en absoluto. Sigue


Articolo del Fri, 20 Feb 2026 13:26:13 +0000
a cura di G. P.

analisi di fase attualità

L’Italia ha sede a Washington 

Ogni serio discorso sulla politica estera dell’Italia dovrebbe cominciare con una sincera ammissione. L’Italia, sconfitta nella Seconda guerra mondiale dalle forze alleate, in pratica dagli statunitensi, non ha più una piena e libera sovranità, e questo ce lo ricordano le numerose basi americane e della NATO sparse sul nostro territorio. Queste basi non stanno lì a proteggerci da fantomatici nemici, i servi non hanno nemici, ma a tutela dell’ordine internazionale americano o, eventualmente, a ricordarci chi comanda davvero. Anche se qualcuno avverte un sincero affratellamento verso l’America, dopo tanti anni di condizionamento culturale, la sostanza non cambia di un millimetro.

Solo un osservatore onesto, che non fosse un politico farabutto dei nostri tempi, più o meno corrotto o in attesa di esserlo dagli statunitensi o dai loro addentellati variamente nominati, anche quando si chiamano europei o europeisti, per garantirsi una scintillante carriera parlamentare o un posto in qualche mirabile organismo dove si scalda la poltrona incassando fior di quattrini, potrebbe eludere questo punto che è l’unico vero argomento, soprattutto in fasi storiche di ribollimento che generano qualche preoccupazione nel nostro dominatore.

Si dirà che c’è stato un tempo, anche relativamente recente, in cui l’Italia ha potuto proiettarsi verso l’Est, l’Africa, il mondo arabo o quello persiano con un’azione strategica abbastanza autonoma. È vero, ma solo fino a un certo punto e con limiti ben precisi. L’Italia di allora, con una classe politica di tutt’altra tempra uscita dalla guerra, seppe sfruttare le pieghe della geopolitica dei blocchi contrapposti, muovendosi in quella terra di nessuno, in quei pochi spazi dove Stati Uniti e Urss non si spingevano per non entrare direttamente in contatto, preferendo confrontarsi per interposte nazioni o lasciando che se ne occupassero altri, intervenendo solo quando strettamente necessario.

Questo consentì anche al nostro Paese di ritagliarsi una minima area di interesse attraverso cooperazione e scambio. Con l’attenzione dei nostri servizii, pochi soldati e molto commercio ci siamo ricavati, se non un posto al sole, almeno qualche oasi in cui la nostra presenza risultava persino gradita, più di quella degli elefanti mondiali predominanti in quel momento.

Poi l’Urss è implosa e gli americani non hanno più lasciato quei margini, ma solo spazi sempre più ridotti, che ci hanno estromesso anche da situazioni che in un’altra epoca avevamo saputo sfruttare con abilità. Persino quella classe governante che aveva saputo muoversi in quella configurazione sistemica è stata fatta fuori, con le buone o con le cattive, per consegnarci agli attuali incapaci di alzare il capo e pronti solo ad allungare la lingua.

Oggi siamo ridotti alla suola dello stivale e riusciamo a vedere il mondo muovendoci rasoterra, strisciando le scarpe, consumandoci in passi a vuoto. L’Italia non ha più nemmeno una politica estera degna di questo nome, né le sue tradizionali sponde oltremare.

Quando un politico inizia un discorso evocando il pericoloso russo, sappiamo di avere di fronte un piccolo volatile sgraziato che gioca a fare l’aquila politica, ma resta una gallina. Tutti i Paesi politicamente insignificanti, inseriti in una sfera egemonica ben precisa e con una posizione geografica se non strategica almeno rilevante, sono attraversati dai venti stranieri, diventano crocevia di incontri e scontri di apparati di intelligence, ma restano pesi piuma internazionali. E qui tornano le galline starnazzanti di cui dicevo che vedono russi e cinesi come un pericolo costante, mentre in realtà a parlare è la loro malafede unità alla subordinazione al vero padrone, che definiscono persino alleato o amico perché altrimenti non saprebbero come giustificarsi.

Devo dunque dare ragione ad Alessandro Orsini che ieri su Il Fatto Quotidiano scriveva’ “Uno Stato satellite si definisce come uno Stato la cui politica estera e di sicurezza è controllata da una potenza straniera. Sotto il profilo formale la Repubblica italiana è libera e indipendente. Sotto il profilo sostanziale è controllata dalla Casa Biancaâ€. Ergo, i nostri sedicenti governanti “non possono prendere nessuna decisione invisa alla Casa Bianca†ed “ecco perché l’Italia ha assoluto bisogno di un sistema dell’informazione sulla politica internazionale stracorrottoâ€.

Altrimenti, come potrebbero convincere gli italiani che, da quando governa il centrodestra, l’Italia è tornata protagonista sulla scena mondiale? La prossima volta ci diranno che col centrosinistra saremo ancora più protagonisti, sempre che tutti facciano come dice l’America, altrimenti si va a casa o si fa la fine di Mattei o di Moro. Questo è lo schema a cui siamo sottoposti e ce lo ripetono così tante volte che Goebbels scansati. Con una differenza, Goebbels non prendeva ordini da nessun Paese straniero. Noi invece, appena calpestiamo i piedi a qualcuno di più grosso, veniamo risospinti a cuccia, e questo non cambia qualunque sia il governo in Italia.

Certamente, in generale, gli affari esterni, come diceva Bernard Mandeville, devono essere condotti con prudenza, il ministero di ogni nazione deve disporre di un buon numero di spie e di informatori all’estero ed essere a conoscenza degli atti pubblici di tutti i Paesi che, per vicinanza, forza o interessi, possono arrecare vantaggio o danno, per poter prendere le misure necessarie, ostacolando alcuni e favorendo altri secondo che la politica o l’equilibrio delle forze richiedono, queste sono le arti che conducono alla grandezza terrena.

Se invece noi ci siamo rimpiccioliti da tempo, occorre che ci domandiamo perché e per chi. Se appena ci muoviamo ci fanno secchi, vuol dire che il nostro problema non sono i russi, che finora si erano dimostrati, almeno sul piano economico, un vantaggio. Da quando abbiamo rotto con loro, nemmeno quella dimensione va più come dovrebbe. Mentre ai cinesi non gli abbiamo dato nemmeno il tempo di provarci che abbiamo rinnegato gli accordi siglati. Come si dice in questi casi dagli amici mi guardi Dio perché non me ne so guardare io.


Articolo del Wed, 18 Feb 2026 20:58:23 +0000
a cura di G. P.


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