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News conflittiestrategie.it

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#conflitti #strategie

agorà

I tempi difficili 

Di fronte al tentativo dei poteri di trasformare in comunicazione ordinaria ciò che è assolutamente devastante per le nostre vite, bisogna adottare un linguaggio disturbante. Senza più quelle remore morali che vengono continuamente stimolate dal contesto sociale.

Lorsignori, da un lato, vorrebbero controllare le nostre espressioni per depotenziare qualsiasi tendenza conflittuale, in nome di molte sciocchezze che chiamano linguaggio di genere, linguaggio inclusivo e altre amenità. Vogliono convincere il prossimo che le parole abbiano un potere magico, quello di raddrizzare le coscienze storte, e con ciò chiudono la bocca a chiunque non si allinei.

Per questo ho deciso di non perdere più nemmeno un minuto su certi temi distraenti, per quanto possano apparire ingiusti. Non c’è modo migliore per assorbire e neutralizzare determinate energie sociali che recintarle dentro bolle polemiche, destinate a sgonfiarsi con la stessa rapidità con cui vengono gonfiate. Le dicotomie costruite per aizzare le emotività delle tifoserie le lascio volentieri a chi ha voglia di sprecare la propria vita dietro a simili sciocchezze. Dichiaratevi fascisti o antifascisti ma non avrete spostato di un millimetro la sostanza dei fatti che se ne impipano delle vostre convinzioni.

L’unica questione che conta è che tutti si stanno preparando alla guerra. E le bombe non hanno emozioni, non hanno regole morali, non seguono l’etica e infrangono qualsiasi estetica. Servono a vincere i conflitti e pretendono il loro enorme tributo di sangue.

Che importanza ha discutere se un gioielliere abbia sparato alle spalle a due rapinatori? Chi aveva ragione? Domani saranno falcidiati i corpi di migliaia di persone, senza che vi sia bisogno neppure di una motivazione. Tanto ciascuno avrà le ragioni per sostenere una posizione o l’altra proprio perché non esiste nessuna Ragione con la lettera maiuscola. E quale valore avranno gli scivoli per i disabili, i bonus edilizi o le ristrutturazioni, se case e strade verranno abbattute?

Stiamo entrando in un’epoca di questo genere e, nel frattempo, ci distraggono con il bullismo sui social, come se il problema fosse non incidere sulla psiche di ragazzi che, un domani, saranno mandati a morire in prima linea.

Oggi le potenze si riarmano. E preparano le pec (le cartoline sono in disuso) per l’arruolamento. Prima o poi quelle armi verranno anche usate. Non so quanto tempo ci vorrà, non accadrà necessariamente domani ma cercano di abituarci all’idea dopo decenni di fandonie su globalizzazione e diplomazia. Ma gli eventi hanno una loro precipitazione, come nelle reazioni chimiche. Finché gli elementi restano contenuti nulla sembra accadere, quando la soglia critica viene superata, le conseguenze diventano inevitabili.

L’Europa, per esempio, ha avviato un vasto programma di riarmo. Non lo fa in piena autonomia, resta un sistema strategico ‘derivato’ cioè profondamente intrecciato in un rapporto gerarchico subordinato con l’alleanza atlantica, ovvero sottoposto al dominus di una sfera di influenza capeggiata dagli Stati Uniti d’America. Di fronte a questo scenario cadono molte delle narrazioni degli ultimi tempi, dalla lotta al cambiamento climatico alla transizione energetica, fino a tutto ciò che ci è stato presentato come la priorità assoluta del nostro tempo. La politica delle batterie avrà un senso solo se servirà ad aumentare le funzioni di un ordigno o ad alimentare un carro armato altro che traffico pulito. Una bomba nucleare tattica, in un solo istante, può riportare indietro le lancette della storia di intere città e aree metropolitane. I pannelli solari sui tetti faranno la fine di tutto il resto.

In Europa, per circostanze storiche particolari, abbiamo vissuto oltre settant’anni senza guerre sul nostro territorio dopo le devastazioni della Prima e della Seconda guerra mondiale. Ma, nelle epoche precedenti, il conflitto era la condizione ordinaria dell’esistenza. Per quanto possa apparire paradossale, potremmo tornare a una situazione nella quale le guerre diventino nuovamente più frequenti, dentro un quadro geopolitico sempre più instabile.

Qualcuno chiama tutto questo multipolarismo, come se fosse un equilibrio stabile fondato sulla condivisione delle decisioni. È esattamente il contrario. Il multipolarismo è una fase di transizione verso un sistema policentrico, nel quale il riequilibrio dei rapporti di forza genererà nuove crisi e nuovi conflitti e un turbinio di alleanze instabili e cangianti.

Volete davvero che mi preoccupi dei gatti o di una dieta vegana? Ritengo persino gli animali superiori a noi, proprio perché non hanno la finzione del logos e vivono semplicemente la vita. Ma ciò che accadrà, e che nella storia dell’uomo è sempre accaduto, impone di misurarsi con la realtà.

Non perdiamo altro tempo dietro ciò che il potere ci serve per allontanarci dalle questioni decisive. Abbiamo bisogno di uomini capaci di comprendere il proprio tempo, di analizzare la tragedia quando si presenta e di affrontarla senza illusioni, affinché il sacrificio delle generazioni attuali e prossime non sia soltanto il prezzo pagato per le decisioni di chi detiene ora il potere, gente inutile e falsa che non ci piace affatto perché non ha idee e vita propria e per questo intende rubare la nostra.

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La (democrazia) marcia

 

Trovo assolutamente indegno l’atteggiamento dell’opposizione, che esulta come se fosse allo stadio per la bocciatura dell’emendamento sulle preferenze nella legge elettorale che sarà approvata a breve. Ma trovo altrettanto indegno che, a pochi mesi dalle elezioni, si vogliano cambiare le regole per i calcoli di qualche partito. Questo è barare. Quindi trovo indegni il governo, il Parlamento e tutta questa pseudo-democrazia che fa i conti senza il popolo. E ribadisco che per popolo non intendo i diseredati e non attribuisco al termine alcuna connotazione positiva, ma semplicemente sociologica e nomologica.

Il punto è che tutta la democrazia occidentale è completamente incancrenita e ci vorrebbero decisioni speciali ed eccezionali per rimettere in sesto questo Paese e mettere da parte una politica che ha fatto abbondantemente il suo tempo. I giovani dovrebbero pretendere di fare tabula rasa di regole e valori che ormai appartengono a una fase chiusa che si trascina vacuamente per il servilismo dei pochi. Non hanno bisogno che siano i morti ad afferrare le loro caviglie. Se c’è stato un passato ora non c’è più e se ne faranno un altro come vorranno loro. Non hanno più padri e nonni della Patria da ricordare.

L’Italia si ritrova di nuovo al punto in cui uno Stato marcito dalle fondamenta, come fu quello liberale dei primi del ‘900, resta in mano a forze putride, da destra a sinistra. Se proprio si dovrà votare, si scelga l’ultima trovata, e la chiamo così perché di questo si tratta. Agli architetti dell’arcano non può andare sempre bene e forse nemmeno loro hanno il polso della situazione.

Chissà che almeno qualcosa si salvi in questo triste Paese e che, prima di far rotolare le teste, si rimettano in funzione i cervelli. Siamo al punto che tutto il vecchio può essere buttato al macero, perché il bambino è persino più sporco dell’acqua. Il presente è persino più mummificato del passato.

È il momento di capire che, per ricominciare, non si deve temere di perdere persino quei pochi punti di riferimento che abbiamo, perché riferimenti non sono, ma punti morti. Ci vuole una generazione nuova per un Paese nuovo, senza più commemorazione di ciò che è stato. Certo, non mi fido di questi futuristi farlocchi, ma del futuribile che sfugge dalle mani di tutti sì. Solo il caso ci può salvare. Confido nelle conseguenze inintenzionali di progetti troppo perfetti per essere veri. Forse sarà l’eterogenesi dei fini a mettere una pietra tombale su questo defunto che chiamiamo democrazia e che non aspetta altro che essere seppellito. Abbandonate i tombaroli ragazzi e lanciatevi all’assalto, non avete nulla da perdere che non sia già stato ipotecato dalle mummie dominanti.

Votate distrattamente e rivoltate tutto coscientemente e soprattutto incoscientemente.


Articolo del Sat, 18 Jul 2026 07:13:14 +0000
a cura di G. P.

agorà

404

Dmitrij Medvedev chiama l’Ucraina il ‘Paese 404’. Si tratta di un codice standard HTTP che indica che una pagina non è stata trovata. Traducendo, l’Ucraina è un Paese che non esiste più. E tale è.

Quando questa guerra giungerà al termine, o meglio, anche questo è ormai inessenziale, l’Ucraina non avrà più un’esistenza propria. È solo un feudo dove domina un satrapo non eletto, ovviamente, perché il suo mandato elettorale è scaduto da tempo, ma ciò non interessa ai nostri sinceri democratici che hanno una scusa per ogni loro figlio di puttana torturatore di donne e uomini. L’omino verde di Kiev è un volgare assassino, corrotto e guerrafondaio, tenuto in vita dalle verminose cancellerie europee al servizio della Casa Bianca.

Su questo punto bisogna ormai essere chiari, perché Zelensky è solo il riflesso di ciò che rappresenta l’Ue: una succursale di malapolitica, malaffare e manovalanza dell’impero americano. E ogni presidente e Premier europeo è un cameriere di Washington.

La Russia è invece un vero Paese, nel senso nobile della parola, e non ne faccio un discorso ideologico o moralistico. Noi non lo siamo e non lo è l’Italia, con i suoi governanti da strapazzo che meriterebbero i plotoni d’esecuzione per alto tradimento.

Pensate che sia io eccessivo? Eccessivo è lo scempio e la vergogna a cui loro stanno sottoponendo l’Europa culturale e politica e la nazione italiana.

Siamo nelle mani di anti-italiani e, se guardiamo alla Russia, è solo perché è quello che vorremmo per l’Italia. Avere una classe dirigente che mette al primo posto i suoi interessi.

Alla luce di questo si pesi ora tutta la propaganda alla quale ci hanno sottoposti rispetto alla guerra in Ucraina. Per fare apparire debole la Russia hanno creato la narrazione secondo cui questa avrebbe dovuto vincere la guerra con un blitzkrieg, ben sapendo che ciò non era un obiettivo russo. Poi hanno martellato, con i loro giornali, tutti allineati, che quando parlano di libertà di stampa andrebbero assaltati, fornendo notizie false su un’armata rotta che combatteva a mani nude, su un Paese presuntamente isolato da una comunità internazionale che non esiste, raccontandoci Mosca e dintorni come una provincia di degrado e inciviltà ecc. ecc.

In questo contesto di falsità, in cui i Paesi occidentali si sono anche fatti del male tra loro perché messi gli uni contro gli altri dall’impero americano che li domina tutti, hanno provato a convincerci che ogni problema di stabilità origina a est e non è piuttosto un fatto interno. Ma la Russia non è una vera minaccia per l’Europa almeno non quanto lo siano i paesi dell’ex Patto di Varsavia e della fu Urss che sono stati incamerati nella Ue. La cosiddetta Nuova Europa che è in realtà un distaccamento di polli allevati dagli americani per controllare tutto il Continente e abbaiare ai confini russi. Al posto di questi ultimi (ma non appena sarà possibile lo faranno) farei in modo che vengano messi nelle condizioni di non nuocere e non attivare provocazioni. Quando sento dire che la Russia vuole attaccare l’Europa non mi scandalizzo affatto perché in un certo senso è quello che prima o poi avverrà ma non come credono i nostri adulatori dell’Atlantico.

Ogni leader europeo, nessuno escluso, è un delinquente che merita il patibolo perché collusi tra loro all’interno di un sistema di rapporti gerarchici che deve eseguire ordini statunitensi, e non importa chi sia il presidente americano.

Ma la novità è che il mondo non è più a una sola dimensione e l’Occidente ha smesso da tempo di essere un faro per l’umanità.

Oggi non possiamo non guardare a Russia, Cina o Iran, non perché non vediamo l’ora di farci venire gli occhi a mandorla o i tratti asiatici, ma perché abbiamo fin troppa conoscenza dell’inutilità dei nostri leader, ingannatori del popolo, e per popolo non intendo gli ultimi e i diseredati, ma l’intero corpo della nazione.

Finché non ci libereremo di tutti loro non avremo speranza in questa epoca multipolare che schiude nuove possibilità.

Lasciamo ai ladri e ai farabutti il loro beniamino Zelensky, noi guardiamo ad altri che, più ci vengono descritti come autocrati, più ci piacciono, per spirito di contraddizione e per realtà delle cose.

Sia chiaro che oggi definirsi europeo significa catalogarsi come verme strisciante, scudiero della Casa Bianca. Non abbiamo bisogno di questo, ma di alzare la testa come qualsiasi vertebrato. Se l’Ue sostiene l’ucraino, il killer, il ladro, il drogato, il topo di Stato, è il suo alleato, non il nostro.


Articolo del Sat, 11 Jul 2026 13:30:46 +0000
a cura di G. P.

agorà

Sull’obiettivo di una geopolitica comparata e a lungo termine,di Carlos Javier Blanco Martín

Esiste un’intera scuola di storici mondiali caratterizzata dalla comprensione del cammino dell’umanità in lunghi periodi o cicli. Segue


Articolo del Fri, 10 Jul 2026 13:44:45 +0000
a cura di G. P.

agorà

Premiata Macelleria Occidentale (PMO)

Le nostre società occidentali sono entrate in una spirale di contraddizioni che rappresentano il primo segnale di una decadenza che potrebbe essere irreversibile. Ovviamente non possiamo averne la certezza, perché sono tante le variabili da prendere in considerazione e spesso ciò che ci sfugge può avere un peso maggiore, in determinate dinamiche, di ciò che valutiamo come essenziale. C’è però un dato che fa riflettere e riguarda il modo in cui ormai trattiamo alcuni settori sociali, come i giovani o i fragili nella collettività.

Partiamo proprio dai giovani, che stiamo, o cerchiamo, letteralmente di rincoglionire, e non da ora. Ma potrebbe non essere casuale, potrebbe essere solo un modo utilizzato dalle classi dominanti per tenere sotto controllo una certa energia vitale giovanile che, a fronte della loro marcescenza, potrebbe divenire distruttiva di tale ordine. Come scrive qualcuno, si mettono in moto istituzioni distruttive che spesso si presentano come forme di protezione. Ma sono tutt’altro.

Proteggere e viziare i bambini e i ragazzi è la strada per neutralizzarli, a maggior ragione quando si preannunciano nuove guerre o conflitti di varia intensità. Tali atteggiamenti sono una sorta di sala d’attesa dorata per ingannarli mentre ci si prepara a trasformarli in carne da cannone per interessi che non sono i loro. Basti vedere tutte quelle iniziative che fioccano a livello istituzionale per proteggerli dal bullismo, addirittura da un cyberbullismo ancora più fumoso, dai videogiochi o da tante altre stupidaggini che dovrebbero rappresentare il male del secolo. Ora abbiamo anche il terrore per l’AI che è solo propaganda per una sua maggiore diffusione e applicazione ma, come si dice in questi casi con regolazione e moderazione.

In realtà, a questi ragazzi dovrebbe essere insegnato come difendersi dalla violenza della strada e del mondo, dovrebbe essere spiegato loro che la società in cui vivono non è un posto sicuro e che per tutta la vita saranno chiamati a combattere, anche se non solo armati ma armati sempre di intelligenza, soprattutto se non rientrano in cerchie d’élite, per ogni boccone che vorranno strappare all’esistenza.

Inoltre, stiamo entrando in tempi bellicosi. Molti di loro saranno spinti ad andare a combattere in prima linea per gruppi di potere ormai putrefatti che richiedono il loro sangue per resistere ancora qualche tempo. Forse le guerre, a un certo momento della storia, diventano inevitabili, ma se ci fosse maggiore consapevolezza nei giovani cambierebbero le motivazioni del loro andare in trincea e, soprattutto, cambiando queste, rivolgerebbero innanzitutto la loro rabbia organizzata verso quei caporioni che stanno disegnando per loro un mondo di inganni e vessazioni.

Non è un caso, peraltro, che molte rivoluzioni siano scoppiate e soprattutto siano riuscite in tempi di guerra, nei cosiddetti anelli deboli della catena, come lo sarebbe oggi l’Italia in quella occidentale ed europea. A prescindere da questo, anche laddove, per ragioni storiche o geopolitiche, diciamo così oggettive, frizioni e scontri siano ormai inevitabili per un Paese, non è indifferente il tipo di classi dirigenti che si trova a gestirli.

E questo ci riporta ancora una volta a mettere al primo posto il problema interno in un’ottica di politica estera, perché liberarsi di certi vili e corrotti può modificare decisamente l’approccio ai cambiamenti in atto nel mondo, con attuali nemici dei nostri governanti che potrebbero trasformarsi in alleati e viceversa, schiudendo ben altre scelte e possibilità.

C’è poi l’altro aspetto da prendere in considerazione e che riguarda il modo in cui oggi vengono trattati i fragili. Nella narrazione diventano un tema centrale, per cui si fanno leggi di civiltà, così le chiamano, si offrono loro alcune opportunità, li si trasforma in esempi di resilienza, si concedono parcheggi gratuiti, discese accessibili e anche alcuni recenti riconoscimenti nelle istituzioni. Ma chi veramente lucra su tali problematiche è una serqua di politicanti e affaristi che costruiscono le proprie carriere o aprono nuovi rami d’industria e di servizi su tali questioni, accumulando ruoli e commesse pubbliche con ricadute per questi bisognosi che sono ristrette o una miserabile forma di cooptazione, o di speculazione ai loro danni, oppure di consolazione.

Di fatto si tratta di uno speciale sfruttamento dei loro guai che gioca sui buoni sentimenti, ma dietro si nasconde la sempiterna spregiudicatezza di individui e associazioni che usano queste persone per obiettivi tutt’altro che nobili.

Ricordo una canzone di Gaber che mi pare abbia inquadrato bene il problema.

“Ma come siete buoni voi che il mondo lo abbracciate e tutti che ostentate la vostra carità. Per le foreste, per i delfini e i cani per le piantine e per i canarini un uomo oggi ha tanto amore di riserva che neanche se lo sogna che vien da dire: ma poi coi suoi simili come fa ad essere così carogna…Io se fossi Dio direi che la mia rabbia più bestiale che mi fa male e che mi porta alla pazzia è il vostro finto impegno è la vostra ipocrisia. Ce l’ho con quelli che per salvare la faccia per darsi un tono da cittadini giusti e umani fanno passaggi pedonali e poi servizi strani e tante altre attenzioni per handicappati sordomuti e nani. E in queste grandi città che scoppiano nel caos e nella merda fa molto effetto un pezzettino d’erba e tanto spazio per tutti i figli degli dèi minori. Cari assessori, cari furbastri subdoli altruisti che usate gli infelici con gran prosopopea ma io so che dentro il vostro cuore li vorreste buttare dalla rupe Tarpea”.

Infine mi piace riportare la riflessione di Gaston Bouthoul in un libro degli anni Cinquanta, La Guerra, dove evidenzia (non condivido ovviamente tutto) parimenti certe contraddizioni della democrazia, così preoccupata di ogni diritto, persino di quello degli animali, ma poi pronta a commettere qualsiasi crimine. Ne ha sempre commessi, anzi la democrazia uccide come se non più degli altri, se non fosse che a essa si richiamano tutti i Paesi di una certa area, tanto che Lenin parlava di democrature, ovvero della democrazia come miglior involucro per le dittature.

“La caratteristica distintiva della guerra è che ci immerge immediatamente in un altro universo psicologico. I valori si capovolgono e le mentalità vengono rivoluzionate. Chi si oppone alla pena di morte e si indigna per l’esecuzione del criminale più spregevole trova naturale mandare a morte milioni di giovani innocenti. Gli economisti, indignati per la minima spesa, trovano naturale distruggere intere città e annientare miliardi di persone in modo del tutto improduttivo. Menti abituate alla critica e alla libertà adottano immediatamente un’obbedienza passiva, un fatalismo e una rassegnazione portati all’estremo… e così via. Il mondo delle relazioni sociali si trasfigura e ci appare sotto una lente completamente diversa rispetto al tempo di pace.

Così come distinguiamo la psicologia dei vincitori da quella dei vinti, è necessario, in linea di principio, distinguere quella degli aggressori da quella degli aggrediti. Bisogna aggiungere che, spesso, questa distinzione è difficile, poiché l’apice dell’arte degli statisti o degli storici consiste nel mescolare le carte e mascherare le guerre di aggressione come legittima autodifesa. Ci sembra però che si possa postulare che in entrambi gli schieramenti l’intenzione di combattere o di attaccare sia sempre più forte da una parte che dall’altra.

Il combattente può essere un coscritto, un mercenario, un volontario o un fanatico. Il tratto psicologico dominante del coscritto è la rassegnazione, che può essere accompagnata o meno da fermezza, coraggio, indignazione, ecc. Il mercenario, che fa della guerra una professione, desidera condurla con il massimo profitto e il minimo rischio possibile. Le guerre combattute tra eserciti professionisti provocano un minor numero di vittime, almeno tra i soldati. Il miglior esempio di questa tendenza è quello dei condottieri del Rinascimento italiano, o degli eserciti dei recenti signori della guerra cinesi, le cui campagne furono costose e mortali solo per le popolazioni civili, che venivano saccheggiate, rapite, riscattate, ridotte in schiavitù e così via. Il caso del volontario è più complesso, indubbiamente la guerra esercita su di lui un’attrazione innegabile, poiché gli consente una partecipazione volontaria. Ma non è fine a se stessa. Il volontario entra in un conflitto per difendere una causa. Il vero volontario è colui che si arruola in un conflitto specifico e poi torna a casa, una volta terminata la guerra, con la sensazione di aver compiuto il proprio dovere.

Da un punto di vista intellettuale, il soldato è libero dal peso delle proprie perplessità. Il suo dovere è sempre chiaro. “Dove si trova il mio squadrone”, dice Alfred de Vigny, “lì è il mio dovere”. È anche consapevole di esercitare una nobile professione.

È circondato dalla stima e, spesso, dall’ammirazione dei suoi concittadini e dal rispettoso timore degli abitanti quando si trova in territorio nemico. Il giovane soldato, infine, rappresenta l’attrazione erotica per eccellenza per le donne”. (La Guerra, G. Bouthoul)


Articolo del Sat, 04 Jul 2026 09:16:44 +0000
a cura di G. P.

agorà

UOZZ AMERIKA, di Roberto Di Giuseppe

L’idea che gli Stati Uniti si siano defilati dalla guerra in Ucraina è una ingenuità ed un’illusione.

Senza l’apporto dell’intelligence nordamericana, o anche solo del suo silenzio/assenso, nessun attacco in profondità sul territorio russo sarebbe possibile.

Non lo sarebbe dal punto di vista tecnico/militare, nè tantomeno strategico/politico.

I russi lo sanno perfettamente. Così come conoscono benissimo quale sia lo scopo di fondo dei loro nemici sistemici.

L’obiettivo nordamericano, fin da prima del golpe del 2014, è stato ed è la frattura definitiva ed insanabile tra Russia ed Europa occidentale.

Ciò che rende necessario questo percorso, con tutti i rischi ad esso connessi, può essere sintetizzato in due punti fondamentali:

Primo – La caduta tendenziale del dollaro come moneta di scambio universale è destinata ad accelerare irreversibilmente; conferendo agli Stati Uniti, con il loro mostruoso debito pubblico, il ruolo di gigante mondiale coi piedi d’argilla. L’Europa, con le sue tuttora immense ricchezze, totalmente divisa al di là delle apparenze, sostanzialmente indifesa e di fatto occupata militarmente dagli USA, rappresenta la preda ideale, anzi l’unica, per evitare il totale declino.

Secondo – Una salda alleanza tra Europa occidentale e Russia verrebbe a costituire una terza superpotenza politica ed economica, in grado di fronteggiare tanto gli Stati Uniti quanto la Cina.

Una tale convergenza, sarebbe esiziale per gli Stati Uniti e neppure troppo gradita ai cinesi, i quali tuttavia, a differenza dei nordamericani, non ne sarebbero mortalmente svantaggiati.

I russi sanno anche bene, così come esplicitamente riconosciuto dallo stesso presidente Putin, che le attuali élite europee, con il loro apparentemente suicidario modus operandi, sono in realtà il frutto di una capillare e pluridecennale opera di reclutamento, portata avanti dagli Stati Uniti fin dalle età più giovanili, fatta di prebende, favoritismi e facilitazioni di carriera a tutto campo, in ambito politico, informativo, economico, di sicurezza e militare.

Va da sé che non tutti i conglomerati di potere europei, sono pienamente sottoposti a questo predominio, peraltro sempre più asfissiante. Tuttavia, i potentati del continente che non intendono rassegnarsi al ruolo di serbatoio di sangue fresco per questo famelico Dracula a stelle e strisce, sono costretti ad agire nell’ombra, nascondendosi talvolta anche tra quelli apparentemente più ossequiosi e proni al volere nordamericano.

La prova in controluce di questa presenza e della sua azione sotterranea e non di rado ondivaga ed ambivalente, sta proprio nella forsennata accelerazione bellicistica nei confronti della Russia; in modo particolare per quanto riguarda la Germania.

Nessun tedesco sano di mente, o anche non sano di mente, può dubitare che qualora la Russia, il suo popolo ed il suo gruppo dirigente, quali che siano le sue eventuali, possibili differenziazioni o divergenze, dovessero percepire, anche per un solo istante, la nazione tedesca come un potenziale, effettivo pericolo militare, di questa stessa nazione si perderebbero per sempre le tracce nel giro di qualche minuto o al massimo qualche ora.

I ventisei milioni di morti della II Guerra Mondiale e le immani distruzioni causate, anche e soprattutto per il modo disumano e orrendo con cui sono state causate, non si dimenticano.

Chi sottovaluta la memoria russa farebbe bene a ricorrere ad un sostanzioso aiuto psico-farmacologico.

Il riarmo tedesco quindi, lungi dal poter essere realisticamente rivolto a fronteggiare la potenza militare russa, ha piuttosto logicamente, l’obiettivo di raggiungere finalmente una effettiva egemonia, non solo economica, ma anche politico-militare sul continente europeo.

Egemonia che non potrà essere raggiunta se non scrollandosi di dosso il pesante fardello dell’occupazione militare statunitense.

Se per raggiungere un traguardo così ambizioso, occorre tirare la corda di uno scontro fisico con la Russia fino al limite di rottura, ben venga. Il rischio vale la candela. Tanto più che senza questa sbandierata contrapposizione, la valanga di miliardi di euro/dollari necessaria ad una radicale riconversione industriale in senso bellico, non sarebbe giustificabile nè accettabile.

E’ questo il motivo recondito della apparente ed altrimenti inspiegabile “delicatezza†con cui la dirigenza russa accetta questo continuo passaggio di linee rosse, con tutti gli effetti negativi che ne conseguono.

Tutti gli attori in campo, grandi e piccoli conoscono questo gioco. Lo conoscono i polacchi, i baltici, gli scandinavi, le mosche cocchiere del Mare del Nord, la Francia e la Gran Bretagna. Persino la velleitaria Italietta e tutti e tutte cercano, in questo mare incerto e tempestoso, di restare quanto più possibile a galla, approfittando semmai di qualche passo falso del vicino.

Vita mea mors tua. Una lotta di tutti contro tutti nascosta a mala pena dietro sorrisi, pacche sulle spalle e solenni dichiarazioni comuni di intenti.

Gli Stati Uniti ovviamente, ne sanno quanto e più degli altri. Ma sono anche consapevoli del debordante potere che hanno sui cosiddetti “alleatiâ€, in realtà servi sottomessi.

Seguono i loro duplici interessi; spingono da un lato gli europei al confronto diretto con la Russia, sfruttando le paranoie belliciste baltico-polacche e intanto succhiano fin da ora linfa vitale dalle vene della ricca Europa occidentale, utilizzando senza scrupoli anche ciò che resta di quell’aborto informe chiamato Unione Europea. Cadavere putrefatto, esiziale fonte di infezione continentale.

I nazisti ucraini dal canto loro sono ben consapevoli che “finché c’è guerra c’è speranzaâ€, cercando in tutti i modi di estendere il conflitto, del tutto indifferenti all’estinzione dell’Ucraina stessa come nazione indipendente e soprattutto viva con un qualche tipo di futuro. Del resto, se miracolosamente domani dovesse scoppiare la pace, la loro estinzione, anche fisica, sarebbe cosa più che certa. E allora addio cessi d’oro.

A questo punto le opzioni tendono a restringersi fondamentalmente a due: o la Russia riesce in qualche modo, tecnologico, militare o sotto-diplomatico, a risolvere il problema della permeabilità agli attacchi logistici sul suo territorio, perseguita di fatto dagli Stati Uniti ma nascosti dietro la copertura europea, oppure la stessa Russia sarà giocoforza costretta ad ampliare il proprio quadro operativo oltre i confini ucraini estendendolo all’Europa e passando quindi ad un vero e proprio stato di guerra, dalle conseguenze imprevedibili.

Va da sé che in questo caso l’intero gruppo dirigente nazista ucraino verrebbe eliminato, ma questa sarebbe comunque una ben misera consolazione.


Articolo del Mon, 29 Jun 2026 16:50:01 +0000
a cura di G. P.

agorà

Una Italia que no se doblega no existe, traducción Carlos X Blanco

Quienquiera que llegue a gobernar esta nación, lo hará ya con el espíritu y la voluntad doblegados, porque Italia no es un país verdaderamente libre. No es ningún secreto que incluso la selección de personalidades para ocupar puestos clave en el aparato estatal y los ministerios debe hacerse con el consentimiento de la Casa Blanca y alguna cancillería europea. Dejemos de lado la jactancia de este ejecutivo que, como los que lo precedieron en las últimas décadas, simplemente gestiona mal lo que ya existe. Ya no son tiempos normales, y quien crea que puede dejarse llevar por los acontecimientos ya está traicionando a la nación. Derecha e izquierda en Italia son ahora iguales, incluso comparten los mismos hábitos políticos y sociales, con mínimas variaciones que no alteran el rumbo de esta, para nosotros, desafortunada fase histórica. Sigue


Articolo del Sat, 27 Jun 2026 19:04:57 +0000
a cura di G. P.

agorà

L’Italia che non si piega non esiste

Chiunque arrivi al governo di questa nazione vi giunge già curvato nello spirito e nella volontà, perché lo Stivale non è un Paese realmente libero. Non è un mistero che persino la scelta delle personalità chiamate a occupare i posti sensibili negli apparati dello Stato e nei ministeri debba essere condivisa con la Casa Bianca e con qualche cancelleria europea. Lasciamo perdere le smargiassate di questo esecutivo che, al pari di quelli che lo hanno preceduto negli ultimi decenni, si limita ad amministrare male l’esistente. Questi non sono più tempi normali e chi crede di poter galleggiare sugli avvenimenti sta già tradendo la nazione. Destra e sinistra in Italia ormai si equivalgono, condividendo persino gli stessi tic politici e sociali, con variazioni minime che non spostano l’asse di questa, per noi, sventurata fase storica.

Le affermazioni di Rutte non fanno che confermare ciò che già immaginavamo. Non bastano le parole per liberare la patria. Nessuno dice davvero no allo zio Sam e certe richieste americane non si possono rifiutare. Si possono negoziare alcuni dettagli, ma contrattare sulle minuzie non rende una nazione libera. Sono tutti uguali, sia a destra che a sinistra, al di là di una fraseologia culturale che segna piccole diversità. Al momento ci sentiamo di affermare che la sinistra, rispetto alla destra, mantenga ancora un leggero vantaggio sulla scala della vigliaccheria e del servilismo, ma ormai soltanto di poco.

Tutta la rappresentazione dell’Italia ‘tornata a contare’ sulla scena internazionale è stata una delle più grandi menzogne degli ultimi anni. La realtà non tiene conto delle narrazioni dei giornali o dei media, asserviti a questo o a quel padrone, perché all’evidenza dei fatti basta una frase del presidente degli Stati Uniti o del segretario generale della Nato per svelare il teatrino. I fatti parlano più della vanità della nostra sciocca classe dirigente che non dirige un bel niente. Altro che rinnovato protagonismo. Molta propaganda, fatta di pose e fotografie, ma zero risultati concreti.

Dopo aver abbandonato la Via della Seta e aver partecipato, in forme diverse, a conflitti che vanno contro i nostri interessi nazionali, dall’Ucraina all’Iran, il risultato che ha portato anche questo governo di patrioti del piffero è un’ulteriore marginalizzazione storica di un Paese vecchio e stanco. Molti dimenticano inoltre che l’Italia avrebbe compiuto un passo decisivo verso una maggiore autonomia energetica (anticipo di quella politica) se fosse riuscita a portare a termine il progetto South Stream. Quel progetto, a differenza del suo fratello settentrionale, venne bloccato prima ancora di nascere, travolto dalle pressioni americane e da quelle europee. Anche la destra ha poi smesso di attaccare questa Europa che è un nemico che viaggia alla nostra testa.

Cosa dobbiamo aspettarci dal futuro? Nulla di buono. Temiamo che non basterà neppure quello “nazionale†che oggi, almeno in parte, sta mettendo almeno in difficoltà un quadro politico verminoso e putrefatto. Tuttavia a qualcosa bisogna attaccarsi come Salvemini che si aggrappò ai fascisti o lo stesso Bordiga quando dichiararono che chiunque avesse distrutto lo Stato liberale avrebbe fatto opera giusta. Più o meno siamo nella stessa condizione. Il nostro auspicio è che si produca finalmente un cortocircuito capace di travolgere una volta per tutte questa tana per i vili che è il centro, il luogo in cui i partiti si rifugiano quando non sanno più che pesci prendere.

Il centro, fortunatamente, sta evaporando sotto la spinta di una polarizzazione sempre più evidente degli eventi e la modifica della legge elettorale rappresenta l’ennesimo espediente per resuscitare un morto. Le prossime elezioni, salvo trucchetti da baraccone, saranno decise da uno spostamento verso le ali più radicali dei due schieramenti (si fa per dire perché anche la radicalità è simulata), piuttosto che dalla consueta raccolta di consensi attorno a quella che viene chiamata moderazione e che spesso non è altro che accentuazione dell’immobilismo elevato a sistema. Uno scontro diretto tra destra e sinistra, senza i tradizionali diaframmi centristi, renderà ancora più chiara l’insipienza di entrambi gli schieramenti, preparando così la loro completa disfatta.

Vi è bisogno di un’instabilità profonda, disgregatrice del vecchio e antipasto del nuovo. Ovviamente, ciò non garantisce nulla, ma prepara il terreno a tempi più conflittuali e dirompenti, dai quali potrebbe emergere la tanto attesa novità che non è detto sia quanto ci aspettiamo.

In ogni caso occorre tornare a leggere le dinamiche del nostro tempo liberandosi di interpretazioni che non spiegano più nulla. Bisogna rovesciare un intero vocabolario politico fatto di parole vuote e formule ripetute pappagallescamente tanto dalla destra quanto dalla sinistra, per dare del tu ai nostri tempi che vogliono essere capiti.

Se anche Vannacci intende fare qualcosa di concreto, anziché limitarsi a parlare di remigrazione o di questioni di genere, deve lanciare parole d’ordine di tutt’altro tenore che riguardano il posizionamento dell’Italia sulla scacchiera mondiale ed europea. La politica estera prima di tutto perché sarà questa a determinare quello che saremo all’interno.


Articolo del Sat, 27 Jun 2026 07:44:21 +0000
a cura di G. P.

agorà

Una lección de Economía (y no sólo de Economia), traducción Carlos X Blanco

Engels conoció a un comerciante inglés en el tren a Glasgow. Era la segunda mitad del siglo XIX. El comerciante, como se creía comúnmente en aquel entonces, criticó a los estadounidenses, en nombre del libre comercio, por proteger su incipiente industria mediante aranceles a los productos extranjeros, cargándose con impuestos innecesarios cuando podían encontrar “los mismos productos, o incluso mejores, a un precio mucho más bajo. [Por supuesto, en Inglaterra]”

Sigue


Articolo del Fri, 26 Jun 2026 12:58:31 +0000
a cura di G. P.

agorà

Dejar de ser Occidente para seguir siendo Europa, Carlos X Blanco

La transformación que ha ido sufriendo la Unión Europea, más allá de sus cambios de nombre y sus ampliaciones, no es la transformación propia de una evolución impulsada por mutaciones, las cuales a su vez se “seleccionan†a tenor de cambios en el entorno. Esto que acabo de enunciar describe la evolución del proyecto europeo que nos quieren hacer creer. Como si se tratara de un proceso natural e inexorable. Quien escribe este artículo no se lo cree. La Unión Europea, antes llamada “Comunidad Económica Europeaâ€, etc. es una entidad institucional nacida bajo impulso y supervisión de los Estados Unidos, no un resultado natural y ampliable indefinidamente, no una tendencia natural. EEUU, como potencia hegemónica en la mitad occidental de Europa ha creado esta Unión Europea inmediatamente tras la derrota de la anterior potencia hegemónica en Occidente y en Europa Central: el III Reich. Sigue


Articolo del Sun, 21 Jun 2026 18:57:21 +0000
a cura di G. P.

agorà

Una lezione di economia (e non solo)

Engels incontra sul treno per Glasgow un commerciante inglese. Siamo nella seconda metà dell’800. Questi, come era vulgata a quei tempi, in nome del libero scambio criticava gli americani che si erano dati a proteggere la loro industria nascente attraverso dazi sui prodotti stranieri, addossandosi tributi inutili laddove avrebbero trovato più a buon mercato la “stessa od anche una miglior merce a tanto minor prezzo? [Ovviamente in Inghilterra]”

Non crediate si tratti di semplice ingenuità, era il mantra dell’epoca dominata dagli inglesi e dal loro capitalismo, i quali avevano tutto l’interesse a continuare ad essere l’officina del mondo, per scambiare i loro beni a più alto valore aggiunto con materie prime e prodotti agricoli del resto del mondo, ridotto a un’immensa cava o a un granaio di Sua Maestà. La teoria del libero scambio (tra questi si pensi a Smith e Ricardo) era una giustificazione di un dato di fatto, anche se lo era in maniera scientifica, come disse una volta Marx parlando proprio di Ricardo, in quanto costui portava i suoi ragionamenti alle estreme conseguenze Senza concessioni a nessuno. Lo stesso Marx, tuttavia, non avrebbe mai parlato di mera giustificazione perché per lui “lo sviluppo di una scienza come l’economia politica” è connesso con il movimento reale della società, ed è soltanto la sua connaturata espressione teoretica, ma più o meno il senso resta lo stesso, benché su un piano di superiore definizione intellettuale.
Quindi non è che vi sia una finalità segreta in questa giustificazione, perché si tratta di un semplice rispecchiamento del reale nel cammino del pensiero. Ovviamente non sono convinto che il reale cammini così perfettamente nel nostro pensiero e ci sono aspetti ideologici esoterici che si affiancano sempre a quelli, per così dire, essoterici. Ecco, il pensiero teorizza la realtà attraverso squarci di essa, ma la realtà del pensiero non è la realtà tout court. Tuttavia, il bravo scienziato, una volta che ha individuato il “movimento” del reale e lo ha categorizzato, va fino in fondo perché la verità individuata non può piegarsi alle esigenze di questo o di quel settore sociale con i suoi interessi diretti: “Se la concezione di Ricardo è, nel complesso nell’interesse della borghesia industriale, lo è solo perché e in quanto l’interesse di questa coincide con quello della produzione o dello sviluppo produttivo del lavoro umano. Quando quello entra in conflitto con questo, egli è altrettanto privo di riguardi verso la borghesia, come del resto lo è verso il proletariato e l’aristocrazia. Ma Malthus! Ce Misérable trae dalle premesse scientificamente date (e da lui sempre rubate) solo conclusioni tali che siano “gradevoli†(siano utili) all’aristocrazia contro la borghesia e a entrambe contro il proletariato. Egli perciò non vuole la produzione per la produzione, ma solo in quanto essa conserva o rigonfia l’esistente, in quanto conviene al tornaconto delle classi dominanti. Ma un uomo che cerca di accomodare la scienza (per quanto errata possa essere), a un punto di vista non mutuato dai suoi stessi interessi ma da interessi mutuati da fuori, a essa estranei, esterni, io lo chiamo ‘volgare’ ” (Marx).
Questo il rigore di Marx, roba veramente da altri tempi.
Ma andiamo alla risposta di Engels al commerciante inglese:
«Credo» – risposi – «che la questione abbia un altro lato. Sapete che in carboni, forze idrauliche, minerali d’ogni genere, alimenti a buon mercato, cotoni indigeni ed altre materie prime, l’America ha risorse che nessun paese d’Europa eguaglia; e che non possono svolgersi appieno finché l’America non diventi paese industriale. Ammetterete anche, che oggi una così grande nazione non saprebbe essere esclusivamente agricola; ciò equivarrebbe a murarsi nella inferiorità e nella barbarie; nessuna grande nazione può vivere oggi senza opifici propri. Ora, se l’America deve diventare nazione industriale, e tutto fa credere che essa non solo vi riesca, ma possa scavalcare i suoi rivali, non ha che due vie; o continuare, poniamo per cinquant’anni, col libero scambio una costosissima guerra di concorrenza contro opifici inglesi che hanno circa un secolo di vantaggio, oppure escludere mercè dazi protettivi le manifatture inglesi, poniamo per venticinque anni, colla certezza quasi assoluta che alla fine dei venticinque anni essa potrà reggersi nel mercato aperto del mondo. Quale delle due vie sarà meno lunga e meno costosa? Ecco il quesito. Se partite da Glasgow per Londra potete prendere il treno omnibus a due soldi per miglio o percorrere dodici miglia all’ora. Ma voi, no: il vostro tempo ha troppo valore e voi prendete il diretto, pagate quattro soldi per miglio e ne fate quaranta all’ora. Benissimo; gli americani preferiscono pagare la tariffa del diretto e andare colla velocità del diretto.» Il mio scozzese libero scambista non ribatté verbo”.
Questo è esattamente quanto avvenuto anche nei nostri tempi con la teoria della globalizzazione e degli organismi internazionali apparentemente acefali, chiamati a gestire su scala quasi planetaria traffici e commerci internazionali in un contesto teleologico da fine della storia. Un rispecchiamento teorico dunque di quello che era il mondo unipolare a guida statunitense. Insieme a questa realtà sono fiorite teorie a una dimensione che da un lato hanno tentato di spiegare questo mondo e dall’altro lo hanno giustificato, chi con rigore, chi come Malthus. E i Malthus si moltiplicano oggi che il mondo sta di nuovo cambiando, ma ora costoro rifiutano la metamorfosi in corso perché sono miserabili aggregati agli interessi dei vecchi dominatori, non sono più scienziati, se mai lo sono stati tutti, e possono solo ripetere pappagallescamente convinzioni che non rispondono più ai fatti ma devono scontrarsi col mondo che gli si rivolta contro nei suoi aspetti più evidenti.
Per questo, quanto più perdono in credibilità e meno ne sanno, più si fanno aggressivi e provano a chiudere la bocca ai concorrenti che rosicchiano le loro posizioni. Ciò si vede molto più nei paesi satelliti di Washington, dove numerosi studiosi, selezionati sicuramente anche per bravura ma almeno pari alla loro idiozia politica e alla mancanza di qualsivoglia capacità di elaborare un pensiero autonomo, cresciuti all’ombra di centri statunitensi, si sentono ora mancare il terreno da sotto i piedi e temono di perdere cattedre, soldi e fama, finendo per diventare ancora più odiosi oltre che stupidi.
In ogni caso quanto dice Engels al suo compagno di viaggio era già stato sistematizzato dall’economista tedesco F. List – con la sua teoria dei first e second comers – che pure fu duramente criticato da Marx, in primo luogo per una certa ipocrisia (“Dal momento che la sua stessa opera ‘teoria’ nasconde una finalità segreta, egli sospetta finalità segrete ovunque). Ma Marx riteneva tali tentativi protezionistici un rallentamento rispetto al vero obiettivo (e anche Engels del resto) perché il capitalismo estendendosi ovunque, il de te fabula narratur, si sarebbe spinto alle sue estreme conseguenze e le sue contraddizioni sarebbero finalmente esplose, arrivando alla resa dei conti definitiva tra proletariato (del braccio e della mente) e capitalisti finanziari (rentiers parassiti). Tanto da aver persino pronunciato un DISCORSO SUL LIBERO SCAMBIO dove: “si pronunciò in massima a favore del libero scambio – scrive Engels – come il sistema più progressivo, come quello che spingerà più presto nel cul de sac la società capitalista”.
Marx però qui si sbagliava, innanzitutto il capitalismo anziché esplodere per le sue controindicazioni si è mutato in qualcosa di altro e quando mutano i rapporti di forza a livello mondiale, a fronte anche di nuove industrie che si creano determinando una certa superiorità economica di certi Paesi su altri, anche oggi tornano in auge legittime politiche protezionistiche, sebbene diverse dal passato. Piuttosto possiamo dire che il primo capitalismo è morto con la fine della supremazia inglese, il secondo, molto differente, si estinguerà con la fine della supremazia americana. Il terzo, che dovremmo smettere di chiamare alla vecchia maniera, sarà ancora altro. Ma attenzione, quando oggi ci riferiamo ad un nuovo protezionismo, non parliamo di quello arretrato e straccione da sovranità alimentare che nasce nelle teste vuote di certi governanti nostrani, i quali si fanno dettare dai loro padroni atlantici le politiche energetiche e gli sbarramenti sui mercati più redditizi per le nostre imprese di punta (le poche che ci restano) blaterando di difesa del Made in Italy… ovviamente detto in inglese. Il nuovo protezionismo dovrebbe consistere nel proteggere i propri investimenti strategici e anche le relazioni, non solo in Patria ma anche fuori (la patria è ovunque ci spostiamo con i nostri interessi), per esempio non facendoci imporre da altri se siamo o meno legittimati a costruire un South Stream.


Articolo del Sun, 21 Jun 2026 13:07:52 +0000
a cura di G. P.


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