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LA STORIA CONTA ANCORA, di Pasquale FeliceLA STORIA CONTA ANCORA
Il multipolarismo avanza, è una realtà , tuttavia la potenza egemone statunitense, pur se in declino, può e interviene ancora ovunque. In questa fase di multipolarismo Washington mantiene le superiorità militare, economico e finanziaria, possiede la preminenza tecnologica ed ha basi militari sparse in tutto il mondo. Situazioni che gli permettono di mantenere ed estorcere “alleanze”, così come pratiche sanzionatorie e punitive contro coloro che non si adeguano ai loro desiderata. La Cina, la Russia, i BRICS, ancora non hanno le capacità di rispondere alla forza statunitense, nell’ultimo anno lo abbiamo visto in Siria, in Venezuela, in Iran, così come in tutta l’Asia occidentale e il Mediterraneo.
Le guerre agli “Stati canaglia” iniziate nei primi anni 2000, ancor prima la guerra all’ex Jugoslavia, come pure le rivoluzioni colorate e l’estensione della NATO fino ai confini della Russia, avevano implementato la politica del “caos” globale nel tentativo di rallentare il declino dell’egemonia statunitense.
A quel punto, la risposta russa nel 2008 in Georgia, e nel 2012 l’inaugurazione del gasdotto Nord Stream, nel tentativo di fermare la politica USA che intendeva staccare la Germania dalla Russia. Tuttavia, in Ucraina proseguirono violente manifestazioni con vittime fino al colpo di stato di Maidan nel 2014, mentre in Donbass e in Crimea la maggioranza russofono si ribella contro i golpisti.
La Crimea e quelle parti del Donbass che non hanno accettato di riconoscere il colpo di Stato e le autoritĂ illegittime salite al potere, sono state definite terroriste.
Nel 2015 sono stati firmati gli Accordi di Minsk, approvati dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Nel 2019, il “quartetto” Francia, Germania, Russia e Ucraina, firmano un altro protocollo in cui, ancora una volta, viene sottoscritta la formulazione secondo cui è necessario rispettare gli accordi di Minsk, in particolare concedere al Donbass uno status speciale e sancirlo nella Costituzione dell’Ucraina.
Non accade niente di tutto questo, fin quando nel marzo 2022, per garantire la propria sicurezza e quella dei popoli del Donbass e della Novorossiya, la Russia è costretta ad avviare un’operazione militare speciale. L’Ucraina chiede di avviare dei negoziati immediatamente accettati dalla Russia, prima in Bielorussia e poi in Turchia, già ad aprile 2022, ove la delegazione ucraina propone dei principi per la risoluzione del conflitto, immediatamente sottoscritti sia dagli ucraini che dai russi.
Tuttavia, la delegazione ucraina fu smentita, spinto dall’allora primo ministro britannico Boris Johnson, così come da altri leader europei, il governo dell’Ucraina non firmò quel documento, continuando la guerra contro la Russia. Nel 2025, la stessa cosa si ripete in Alaska, la Russia accetta i principi formulati dagli USA, ma il Regno Unito e paesi europei si oppongono.
Breve parentesi. Non è la prima volta che le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU non vengono rispettate, così come accade per gli Accordi di Minsk. Infatti, mai è stata data attuazione alla risoluzione 1244 sul conflitto nell’ex Jugoslavia, che prevede che il Kosovo rimanga parte della Serbia, al contrario viene comunemente accattata dal cosiddetto blocco occidentale la «dichiarazione unilaterale di indipendenza» (senza indire alcun referendum) …
La politica della forza e i «doppi standard» dell’Occidente destabilizzano la situazione ovunque. Nei Balcani, non solo l’Unione europea, ignorano la risoluzione dell’ONU e vorrebbero costringere la Serbia a rassegnarsi alla perdita del Kosovo, e con il ricatto di una prospettiva di integrazione europea spingono a rinunciare ai poteri costituzionali garantiti dall’Accordo di pace di Dayton e dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
Ai giorni nostri, i negoziati nel formato trilaterale tra Russia, gli Stati Uniti e Ucraina non sono stati ripresi, la parte ucraina ha interrotto i negoziati che si stavano svolgendo a Istanbul. Mentre gli Stati Uniti impongono nuove sanzioni illegittime, seguiti a ruota dall’Unione europea.
*^*^*^*^*^*
Da anni, gli Stati Uniti e la Repubblica di Corea conducono una vasta esercitazione militare congiunta, chiamata Ulchi Freedom Shield, che coinvolge migliaia di soldati e armi, simulando una guerra contro la Repubblica Popolare Democratica di Corea. Si tratta della principale esercitazione dei 28.500 soldati statunitensi presenti nella Corea del Sud.
Quest’anno, l’esercitazione è stata interrotta mentre era in corso, per decisione unilaterale del presidente degli Stati Uniti, un fatto senza precedenti. L’ordine di Donald Trump è stato emesso il 16 agosto, poche ore dopo che il presidente americano aveva pubblicato su Truth Social una vecchia fotografia dell’incontro con Kim Jong-un al confine inter-coreano nel 2019. Trump ha chiesto al Pentagono di ridurre in modo sostanziale le esercitazioni, giudicandone eccessivo il costo e affermando che mandavano a Pyongyang “un segnale del tutto inappropriato e ostile”. (AsiaNews)
Gli analisti ritengono che la riduzione delle manovre sia uno strumento di pressione nei confronti del governo della Corea del Sud, affinchĂ© proceda senza esitazioni a completare gli investimenti per 350 miliardi di dollari previsti dall’accordo commerciale firmato con Washington nel 2025, nonchĂ© a rimarcare la condotta di Seul, che avrebbe rifiutato di dare sostegno alla guerra degli Stati Uniti contro l’Iran.
Infatti, a metà agosto, Trump aveva dichiarato “Non possiamo andare in giro a proteggere tutti quei Paesi, soprattutto quelli che non vogliono aiutarci. Spendiamo miliardi di dollari all’anno per aiutarli e, quando ci servono non ci sono”, riferendosi al mancato intervento di Seul al fianco di Washington nella guerra contro l’Iran (si ricordi che durante la guerra del Vietnam, la Corea del Sud ha partecipato alla guerra a fianco degli Stati Uniti, inviando oltre 300mila soldati).
Da parte iraniana, il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha fatto sapere, che «La presenza militare o la partecipazione operativa di altre nazioni nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz verrebbero inevitabilmente considerate come un sostegno diretto alla parte che compie atti di aggressione e porterebbero a gravi conseguenze». (analisidifesa.it)
La Cina da parte sua ha reagito rapidamente. Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi è arrivato il 20 agosto a Seoul, dove ha incontrato il presidente sudcoreano Lee Jae Myung e ha invitato la Corea del Sud a mantenere una posizione neutrale riguardo alla competizione fra Cina e Stati Uniti, definendo la politica ostile di Washington nei confronti del Nord come una delle cause principali delle tensioni in atto. (AsiaNews)
Ad ogni buon conto, la Repubblica di Corea ha immediatamente risposto a Trump, e la scorsa settimana il governo coreano ha affermato che è già pronto il piano per investire negli 120 miliardi di dollari nella costruzione di otto centrali nucleari negli Stati Uniti, e 150 miliardi nella cantieristica navale degli Stati Uniti, investimenti previsti nell’ambito dell’accordo da 350 miliardi di dollari raggiunto con Washington in cambio della riduzione dei dazi dal 25 al 15 per cento.
Una situazione che non è molto differente da quella della dipendenza dei paesi europei.
In detti scenari, al contrario, nei primi giorni di settembre Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud hanno svolto regolarmente l’esercitazione militare congiunta denominata “Freedom Edge”, giunta alla sua quarta edizione, coinvolgendo unità navali e aeree dei tre Paesi con l’obiettivo di rafforzare le capacità operative e di risposta congiunta nei settori marittimo, aereo e cibernetico.
Parimenti, i primi di settembre si sono svolte pure le esercitazioni congiunte “Orient Shield” tra le Forze armate degli Stati Uniti e le Forze di Autodifesa del Giappone, con la partecipazione recente dell’Australia. In queste esercitazioni è stato impiegato e stazionato a Okinawa (base USA di Kadena) il sistema missilistico a raggio intermedio USA (capace di lanciare missili Tomahawk).
Successivamente, il portavoce del Ministero della Difesa della Cina ha dichiarato che il Giappone, sta accelerando la propria “rimilitarizzazione” con il pretesto di cosiddette “situazioni di crisi per la sopravvivenza nazionale”, minacciando la pace e la stabilitĂ regionale. Denunciando così il “nuovo militarismo” giapponese.
In tale scenario si inserisce la vicenda di due soldati dell’Esercito Popolare di Corea catturati dagli ucraini nel gennaio 2025 a Kursk, colà intervenuti per combattere a fianco delle truppe russe per liberare la regione di Kursk invasa dalle forze del regime di Kiev, sulla base del Trattato di partenariato strategico, firmato nel giugno 2024 tra la Russia e la RPDC, che prevede assistenza militare in caso di aggressione.
Da oltre un anno detenuti in Ucraina, i due soldati dell’Esercito Popolare di Corea non hanno potuto usufruire né del rimpatrio (come prevede la Convenzione di Ginevra che stabilisce che i prigionieri di guerra debbano essere liberati e rimpatriati senza ritardo dopo la cessazione delle ostilità ) né tanto meno di rientrare tra gli scambi di prigionieri tra Ucraina e Russia.
In buona sostanza, pare che Ucraina e Repubblica di Corea si erano accordati segretamente di trasferire in Corea del Sud i due soldati dell’EPC, ciò nonostante il presidente ucraino Volodymyr Zelensky aveva annunciato il trasferimento dei due militari all’Assemblea generale dell’ONU.
Immediatamente è scoppiata una crisi diplomatica tra Kiev e Seul per “imbarazzante mancanza di riservatezza” accusando Kiev di aver violato un accordo. Nella replica, Kiev ha contestato la ricostruzione sudcoreana, sostenendo che non vi fosse alcun accordo di riservatezza. Seul controreplica affermando di valutare “ulteriori misure” sul caso.
Fino ad oggi, ufficialmente la Repubblica di Corea sostiene l’Ucraina rifornendola di aiuti umanitari, tuttavia rifornisce di armamenti i Paesi settentrionali e orientali europei aderenti alla Nato (in primis l’accordo miliardario con la Polonia); nel caso specifico, analisti vedono in queste tensioni diplomatiche il tentativo di Zelensky di convincere la RdC a fornirgli armamenti.
*^*^*^*^*
Nella parte Nord della penisola coreana, il 9 settembre 2026, a Pyongyang si è svolto l’evento commemorativo del 78° anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Democratica di Corea, presente Kim Jong Un, Segretario Generale del Partito del Lavoro di Corea e Presidente degli Affari di Stato della RPDC.
La ricorrenza ha avuto una risonanza internazionale, che si evidenzia per i messaggi ricevuti da Kim Jong Un da parte di capi di Stato e di Governo di paesi di tutto il mondo. In particolare da Xi Jinping, Segretario Generale del Partito Comunista Cinese e Presidente della Repubblica Popolare Cinese, il quale in un messaggio ha affermato che Cina e Corea del Nord “sono amici socialisti che si sostengono a vicenda e condividono un destino comune”, nel mantenimento e consolidamento di reciproche relazioni.
Anche il messaggio di congratulazioni inviato dal presidente russo Vladimir Putin, acquisisce una notevole rilevanza di politica estera, visto il saldo rapporto bilaterale tra la Russia e la RPDC, in riferimento al citato Trattato di partenariato strategico, nonché al richiamo di «un nuovo ordine mondiale più giusto e multipolare». A questo messaggio Kim Jong Un ha risposto ribadendo la volontà di sviluppare «in modo globale» il partenariato tra RPDC e Russia, compreso il sostegno «incrollabile» alla Russia nella guerra contro l’Ucraina.
Ancora più recentemente, il 21 settembre u.s. il Ministero degli Esteri della Repubblica Popolare Democratica di Corea ha ribadito che lo status di potenza nucleare del Paese è “irreversibile”, denunciando i “doppi standard” dell’AIEA, così pure il cosiddetto «Gruppo multilaterale di monitoraggio delle sanzioni (MSMT)», guidato dagli Stati Uniti e composto da Francia, Germania, Italia, Olanda, Regno Unito, Giappone, Repubblica di Corea, Nuova Zelanda, Australia, Canada, in buona sostanza tutto il mondo cosiddetto Occidentale, che si arroga il diritto del rispetto di sanzioni e pressioni contro la RPDC, senza avere mai ricevuto il mandato né l’autorità di agire per conto delle Nazioni Unite.
Oltretutto, le «risoluzioni» contro la RPDC confezionate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in flagrante violazione della sovranità e del diritto allo sviluppo di uno Stato sovrano, non sono mai state riconosciute dalla RPDC.
In tale contesto, le relazioni di scambio e cooperazione della RPDC con altri Paesi non possono in alcun caso essere oggetto di interferenze o indagini da parte di terzi, poiché costituiscono esercizio di legittimi diritti sanciti da trattati e accordi bilaterali e multilaterali.
Come afferma l’Agenzia KCNA, Pyongyang, 21 settembre 2026: “Ciò che nelle attuali relazioni internazionali dovrebbe invece essere messo in discussione e respinto sono le cattive pratiche degli Stati Uniti e dell’Occidente, condotte apertamente in tutto il mondo in violazione degli scopi e dei princìpi della Carta delle Nazioni Unite, che vieta la minaccia o l’uso della forza contro l’indipendenza politica e l’integrità territoriale di qualsiasi Paese. […] La RPDC, oggi come in futuro, non tollererà mai i tentativi malevoli delle forze ostili di vincolare e ostacolare lo sviluppo dello Stato e le normali relazioni di cooperazione reciproca tra Paesi indipendenti, ma li contrasterà con fermezza e difenderà pienamente la dignità dello Stato e i suoi interessi di sviluppo.”
*^*^*^*^*
Nella recente visita di Stato del presidente cinese Xi Jinping negli Stati Uniti, non si è parlato soltanto di dazi, commercio, intelligenza artificiale, ecc., i due presidenti hanno parlato anche di storia, ricordando che la Cina e gli Stati Uniti erano alleati durante la Seconda Guerra Mondiale contro le potenze nazi/fasciste e che entrambi i paesi combattevano contro il Giappone imperiale, perciò in Giappone si è riscontrato un certo fastidio e sono state espresse preoccupazioni.
Così pure anche a Taiwan, infatti il Fronte Unito contro il Giappone tra il Partito Comunista Cinese e il Kuomintang portò sì alla cooperazione contro il Giappone, ma non risolse la questione di Taiwan, né alla fine della seconda guerra mondiale, né con la fine della guerra di Corea (1950-1953), in qualche modo scatenata anche per impedire il ritorno di Taiwan alla madrepatria, bloccando i piani della Repubblica Popolare Cinese.
La situazione congelò la divisione e fu poi successivamente, nel 1971, che le Nazioni Unite adottarono la Risoluzione 2758, trasferendo il seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza, alla Repubblica Popolare Cinese. Nel 1979, Washington stabilì formalmente relazioni diplomatiche con Pechino, pur mantenendo relazioni non ufficiali con Taiwan in base al Taiwan Relations Act.
Pertanto, l’eredità storica, da sempre vede Taiwan come parte inalienabile del territorio cinese. Inoltre, negli ultimi anni la Cina ha ripetutamente definito la questione di Taiwan la “prima linea rossa invalicabile” nei rapporti bilaterali.
Anche l’Unione europea ha mostrato fastidio a detti rimandi storici. Infatti, a fine settembre, il Parlamento europeo ha deciso che serve una maggiore presenza navale europea nell’Indo-Pacifico a sostegno di Taiwan, invitando alla collaborazione tra “Stati membri e con altri partner democratici della regione a un più stretto coordinamento in materia di sicurezza, compresa una presenza navale continua ed esercitazioni congiunte, onde rafforzare la stabilità nella regione”. Un tema delicatissimo, quello dell’ingerenza straniera sulla questione di Taiwan, che la Cina considera una “linea rossa” in grado di scatenare un conflitto. Il Parlamento europeo, con gli Stati membri dell’UE già in gravi difficoltà per le conseguenze della guerra e delle sanzioni nei confronti della Russia, aggravate dalla crisi energetica scatenata dalla guerra lanciata da Usa e Israele contro l’Iran, con questa risoluzione sostiene una strategia che potrebbe aprire un altro fronte di tensione in Asia.
Tra gli italiani, all’Eurocamera, solo il Movimento 5 Stelle, Sinistra Italiana e Roberto Vannacci hanno votato per cancellare la presenza navale e le esercitazioni militari congiunte delle navi dei paesi europei, in ambito NATO, nell’Indo-Pacifico.
L’europarlamentare Cinquestelle Danilo della Valle ha commentato che “La Cina non è un rivale strategico, come gli Stati Uniti vorrebbe che noi la considerassimo, ma un partner internazionale con il quale, usando il dialogo e la diplomazia, si possono superare le oggettive divergenze su commercio e politica industriale. L’Unione europea rifletta sulla sua postura geopolitica che la sta condannando all’irrilevanza. Costruiamo ponti e non muri”. (il Fatto Quotidiano, 7.10.2026)
I paesi dell’Unione europea non vogliono scorgere che nel multipolarismo, potenze vecchie e nuove si spingono nella costruzione di un nuovo ordine mondiale, un cambiamento che riguarda lo Stretto di Taiwan come pure tutte le altre rotte commerciali che attraversano l’Oceano Indiano, gli Stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb, il Canale di Suez, con le note ricadute sul piano della sicurezza quanto su quello economico e industriale.
Una crisi nello Stretto di Taiwan avrebbe conseguenze sulle catene di approvvigionamento, soprattutto per i settori che necessitato dei semiconduttori avanzati, al centro della trasformazione tecnologica. I microchip a semiconduttore rappresentano uno degli elementi tecnologici più strategici, essenziali per dispositivi elettronici, veicoli elettrici, infrastrutture digitali e sistemi di intelligenza artificiale, sono alla base dell’innovazione in numerosi settori industriali.
Per i paesi europei, non è che con un atteggiamento semi-coloniale e aggressivo potranno risolvere i problemi, la situazione necessita di una vera politica estera, autonoma e indipendente. Non può seguire i desiderata degli Stati Uniti.
Con il multipolarismo, il quadro è cambiato e gli Stati Uniti hanno moltiplicato le visite di alto livello verso Taiwan, intensificando le vendite di armamenti, nonché le diverse e vaste esercitazioni militari congiunte, come sopra abbiamo visto.
Le crisi di Taiwan e la storia mostrano quanto questo equilibrio si estenda ben oltre l’Asia-Pacifico. Dalla guerra di Corea (1950-53) sono state quattro le crisi di Taiwan (1954-55, 1958, 1995-96, 2022), l’ultima delle quali è rappresentata dall’escalation militare e diplomatica a seguito della visita a Taiwan di Nancy Pelosi, allora Presidente della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti. In tal senso, Taiwan è soprattutto interconnessa con la questione coreana, pertanto una escalation inevitabilmente coinvolgerebbe la penisola coreana.
La Repubblica di Corea nel 1992, dopo la caduta del Muro di Berlino e l’implosione dell’Unione Sovietica, interruppe le relazioni ufficiali con Taiwan per stabilire rapporti diplomatici con la Repubblica Popolare Cinese. Da allora, i governi sudcoreani anche per non compromettere il dialogo con Pechino, hanno generalmente evitato di assumere posizioni troppo nette sulla questione, tuttavia
una crisi militare regionale non potrĂ non coinvolgerli direttamente, avendo un’alleanza strategica con gli Stati Uniti.
Al contrario, la Repubblica Popolare Democratica di Corea difende il principio di “una sola Cina” e critica gli USA sulla fornitura di armi a Taiwan, definendo la politica degli Stati Uniti nei confronti di Taiwan come una minaccia per la pace e la stabilitĂ regionale.
Appunti conclusivi tra geopolitica e conflitto tra potenze
La geopolitica non è un determinismo geografico, quanto piuttosto l’insieme dei flussi politici, economici e militari che attraversano gli spazi, messi in moto da agenti che perseguono la supremazia. Una rotta marittima, un corridoio energetico, una rete digitale, una valuta di riserva, un’infrastruttu
Il multipolarismo avanza, è una realtà , tuttavia la potenza egemone statunitense, pur se in declino, può e interviene ancora ovunque. In questa fase di multipolarismo Washington mantiene le superiorità militare, economico e finanziaria, possiede la preminenza tecnologica ed ha basi militari sparse in tutto il mondo. Situazioni che gli permettono di mantenere ed estorcere “alleanze”, così come pratiche sanzionatorie e punitive contro coloro che non si adeguano ai loro desiderata. La Cina, la Russia, i BRICS, ancora non hanno le capacità di rispondere alla forza statunitense, nell’ultimo anno lo abbiamo visto in Siria, in Venezuela, in Iran, così come in tutta l’Asia occidentale e il Mediterraneo.
Le guerre agli “Stati canaglia” iniziate nei primi anni 2000, ancor prima la guerra all’ex Jugoslavia, come pure le rivoluzioni colorate e l’estensione della NATO fino ai confini della Russia, avevano implementato la politica del “caos” globale nel tentativo di rallentare il declino dell’egemonia statunitense.
A quel punto, la risposta russa nel 2008 in Georgia, e nel 2012 l’inaugurazione del gasdotto Nord Stream, nel tentativo di fermare la politica USA che intendeva staccare la Germania dalla Russia. Tuttavia, in Ucraina proseguirono violente manifestazioni con vittime fino al colpo di stato di Maidan nel 2014, mentre in Donbass e in Crimea la maggioranza russofono si ribella contro i golpisti.
La Crimea e quelle parti del Donbass che non hanno accettato di riconoscere il colpo di Stato e le autoritĂ illegittime salite al potere, sono state definite terroriste.
Nel 2015 sono stati firmati gli Accordi di Minsk, approvati dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Nel 2019, il “quartetto” Francia, Germania, Russia e Ucraina, firmano un altro protocollo in cui, ancora una volta, viene sottoscritta la formulazione secondo cui è necessario rispettare gli accordi di Minsk, in particolare concedere al Donbass uno status speciale e sancirlo nella Costituzione dell’Ucraina.
Non accade niente di tutto questo, fin quando nel marzo 2022, per garantire la propria sicurezza e quella dei popoli del Donbass e della Novorossiya, la Russia è costretta ad avviare un’operazione militare speciale. L’Ucraina chiede di avviare dei negoziati immediatamente accettati dalla Russia, prima in Bielorussia e poi in Turchia, già ad aprile 2022, ove la delegazione ucraina propone dei principi per la risoluzione del conflitto, immediatamente sottoscritti sia dagli ucraini che dai russi.
Tuttavia, la delegazione ucraina fu smentita, spinto dall’allora primo ministro britannico Boris Johnson, così come da altri leader europei, il governo dell’Ucraina non firmò quel documento, continuando la guerra contro la Russia. Nel 2025, la stessa cosa si ripete in Alaska, la Russia accetta i principi formulati dagli USA, ma il Regno Unito e paesi europei si oppongono.
Breve parentesi. Non è la prima volta che le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU non vengono rispettate, così come accade per gli Accordi di Minsk. Infatti, mai è stata data attuazione alla risoluzione 1244 sul conflitto nell’ex Jugoslavia, che prevede che il Kosovo rimanga parte della Serbia, al contrario viene comunemente accattata dal cosiddetto blocco occidentale la «dichiarazione unilaterale di indipendenza» (senza indire alcun referendum) …
La politica della forza e i «doppi standard» dell’Occidente destabilizzano la situazione ovunque. Nei Balcani, non solo l’Unione europea, ignorano la risoluzione dell’ONU e vorrebbero costringere la Serbia a rassegnarsi alla perdita del Kosovo, e con il ricatto di una prospettiva di integrazione europea spingono a rinunciare ai poteri costituzionali garantiti dall’Accordo di pace di Dayton e dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
Ai giorni nostri, i negoziati nel formato trilaterale tra Russia, gli Stati Uniti e Ucraina non sono stati ripresi, la parte ucraina ha interrotto i negoziati che si stavano svolgendo a Istanbul. Mentre gli Stati Uniti impongono nuove sanzioni illegittime, seguiti a ruota dall’Unione europea.
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Da anni, gli Stati Uniti e la Repubblica di Corea conducono una vasta esercitazione militare congiunta, chiamata Ulchi Freedom Shield, che coinvolge migliaia di soldati e armi, simulando una guerra contro la Repubblica Popolare Democratica di Corea. Si tratta della principale esercitazione dei 28.500 soldati statunitensi presenti nella Corea del Sud.
Quest’anno, l’esercitazione è stata interrotta mentre era in corso, per decisione unilaterale del presidente degli Stati Uniti, un fatto senza precedenti. L’ordine di Donald Trump è stato emesso il 16 agosto, poche ore dopo che il presidente americano aveva pubblicato su Truth Social una vecchia fotografia dell’incontro con Kim Jong-un al confine inter-coreano nel 2019. Trump ha chiesto al Pentagono di ridurre in modo sostanziale le esercitazioni, giudicandone eccessivo il costo e affermando che mandavano a Pyongyang “un segnale del tutto inappropriato e ostile”. (AsiaNews)
Gli analisti ritengono che la riduzione delle manovre sia uno strumento di pressione nei confronti del governo della Corea del Sud, affinchĂ© proceda senza esitazioni a completare gli investimenti per 350 miliardi di dollari previsti dall’accordo commerciale firmato con Washington nel 2025, nonchĂ© a rimarcare la condotta di Seul, che avrebbe rifiutato di dare sostegno alla guerra degli Stati Uniti contro l’Iran.
Infatti, a metà agosto, Trump aveva dichiarato “Non possiamo andare in giro a proteggere tutti quei Paesi, soprattutto quelli che non vogliono aiutarci. Spendiamo miliardi di dollari all’anno per aiutarli e, quando ci servono non ci sono”, riferendosi al mancato intervento di Seul al fianco di Washington nella guerra contro l’Iran (si ricordi che durante la guerra del Vietnam, la Corea del Sud ha partecipato alla guerra a fianco degli Stati Uniti, inviando oltre 300mila soldati).
Da parte iraniana, il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha fatto sapere, che «La presenza militare o la partecipazione operativa di altre nazioni nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz verrebbero inevitabilmente considerate come un sostegno diretto alla parte che compie atti di aggressione e porterebbero a gravi conseguenze». (analisidifesa.it)
La Cina da parte sua ha reagito rapidamente. Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi è arrivato il 20 agosto a Seoul, dove ha incontrato il presidente sudcoreano Lee Jae Myung e ha invitato la Corea del Sud a mantenere una posizione neutrale riguardo alla competizione fra Cina e Stati Uniti, definendo la politica ostile di Washington nei confronti del Nord come una delle cause principali delle tensioni in atto. (AsiaNews)
Ad ogni buon conto, la Repubblica di Corea ha immediatamente risposto a Trump, e la scorsa settimana il governo coreano ha affermato che è già pronto il piano per investire negli 120 miliardi di dollari nella costruzione di otto centrali nucleari negli Stati Uniti, e 150 miliardi nella cantieristica navale degli Stati Uniti, investimenti previsti nell’ambito dell’accordo da 350 miliardi di dollari raggiunto con Washington in cambio della riduzione dei dazi dal 25 al 15 per cento.
Una situazione che non è molto differente da quella della dipendenza dei paesi europei.
In detti scenari, al contrario, nei primi giorni di settembre Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud hanno svolto regolarmente l’esercitazione militare congiunta denominata “Freedom Edge”, giunta alla sua quarta edizione, coinvolgendo unità navali e aeree dei tre Paesi con l’obiettivo di rafforzare le capacità operative e di risposta congiunta nei settori marittimo, aereo e cibernetico.
Parimenti, i primi di settembre si sono svolte pure le esercitazioni congiunte “Orient Shield” tra le Forze armate degli Stati Uniti e le Forze di Autodifesa del Giappone, con la partecipazione recente dell’Australia. In queste esercitazioni è stato impiegato e stazionato a Okinawa (base USA di Kadena) il sistema missilistico a raggio intermedio USA (capace di lanciare missili Tomahawk).
Successivamente, il portavoce del Ministero della Difesa della Cina ha dichiarato che il Giappone, sta accelerando la propria “rimilitarizzazione” con il pretesto di cosiddette “situazioni di crisi per la sopravvivenza nazionale”, minacciando la pace e la stabilitĂ regionale. Denunciando così il “nuovo militarismo” giapponese.
In tale scenario si inserisce la vicenda di due soldati dell’Esercito Popolare di Corea catturati dagli ucraini nel gennaio 2025 a Kursk, colà intervenuti per combattere a fianco delle truppe russe per liberare la regione di Kursk invasa dalle forze del regime di Kiev, sulla base del Trattato di partenariato strategico, firmato nel giugno 2024 tra la Russia e la RPDC, che prevede assistenza militare in caso di aggressione.
Da oltre un anno detenuti in Ucraina, i due soldati dell’Esercito Popolare di Corea non hanno potuto usufruire né del rimpatrio (come prevede la Convenzione di Ginevra che stabilisce che i prigionieri di guerra debbano essere liberati e rimpatriati senza ritardo dopo la cessazione delle ostilità ) né tanto meno di rientrare tra gli scambi di prigionieri tra Ucraina e Russia.
In buona sostanza, pare che Ucraina e Repubblica di Corea si erano accordati segretamente di trasferire in Corea del Sud i due soldati dell’EPC, ciò nonostante il presidente ucraino Volodymyr Zelensky aveva annunciato il trasferimento dei due militari all’Assemblea generale dell’ONU.
Immediatamente è scoppiata una crisi diplomatica tra Kiev e Seul per “imbarazzante mancanza di riservatezza” accusando Kiev di aver violato un accordo. Nella replica, Kiev ha contestato la ricostruzione sudcoreana, sostenendo che non vi fosse alcun accordo di riservatezza. Seul controreplica affermando di valutare “ulteriori misure” sul caso.
Fino ad oggi, ufficialmente la Repubblica di Corea sostiene l’Ucraina rifornendola di aiuti umanitari, tuttavia rifornisce di armamenti i Paesi settentrionali e orientali europei aderenti alla Nato (in primis l’accordo miliardario con la Polonia); nel caso specifico, analisti vedono in queste tensioni diplomatiche il tentativo di Zelensky di convincere la RdC a fornirgli armamenti.
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Nella parte Nord della penisola coreana, il 9 settembre 2026, a Pyongyang si è svolto l’evento commemorativo del 78° anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Democratica di Corea, presente Kim Jong Un, Segretario Generale del Partito del Lavoro di Corea e Presidente degli Affari di Stato della RPDC.
La ricorrenza ha avuto una risonanza internazionale, che si evidenzia per i messaggi ricevuti da Kim Jong Un da parte di capi di Stato e di Governo di paesi di tutto il mondo. In particolare da Xi Jinping, Segretario Generale del Partito Comunista Cinese e Presidente della Repubblica Popolare Cinese, il quale in un messaggio ha affermato che Cina e Corea del Nord “sono amici socialisti che si sostengono a vicenda e condividono un destino comune”, nel mantenimento e consolidamento di reciproche relazioni.
Anche il messaggio di congratulazioni inviato dal presidente russo Vladimir Putin, acquisisce una notevole rilevanza di politica estera, visto il saldo rapporto bilaterale tra la Russia e la RPDC, in riferimento al citato Trattato di partenariato strategico, nonché al richiamo di «un nuovo ordine mondiale più giusto e multipolare». A questo messaggio Kim Jong Un ha risposto ribadendo la volontà di sviluppare «in modo globale» il partenariato tra RPDC e Russia, compreso il sostegno «incrollabile» alla Russia nella guerra contro l’Ucraina.
Ancora più recentemente, il 21 settembre u.s. il Ministero degli Esteri della Repubblica Popolare Democratica di Corea ha ribadito che lo status di potenza nucleare del Paese è “irreversibile”, denunciando i “doppi standard” dell’AIEA, così pure il cosiddetto «Gruppo multilaterale di monitoraggio delle sanzioni (MSMT)», guidato dagli Stati Uniti e composto da Francia, Germania, Italia, Olanda, Regno Unito, Giappone, Repubblica di Corea, Nuova Zelanda, Australia, Canada, in buona sostanza tutto il mondo cosiddetto Occidentale, che si arroga il diritto del rispetto di sanzioni e pressioni contro la RPDC, senza avere mai ricevuto il mandato né l’autorità di agire per conto delle Nazioni Unite.
Oltretutto, le «risoluzioni» contro la RPDC confezionate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in flagrante violazione della sovranità e del diritto allo sviluppo di uno Stato sovrano, non sono mai state riconosciute dalla RPDC.
In tale contesto, le relazioni di scambio e cooperazione della RPDC con altri Paesi non possono in alcun caso essere oggetto di interferenze o indagini da parte di terzi, poiché costituiscono esercizio di legittimi diritti sanciti da trattati e accordi bilaterali e multilaterali.
Come afferma l’Agenzia KCNA, Pyongyang, 21 settembre 2026: “Ciò che nelle attuali relazioni internazionali dovrebbe invece essere messo in discussione e respinto sono le cattive pratiche degli Stati Uniti e dell’Occidente, condotte apertamente in tutto il mondo in violazione degli scopi e dei princìpi della Carta delle Nazioni Unite, che vieta la minaccia o l’uso della forza contro l’indipendenza politica e l’integrità territoriale di qualsiasi Paese. […] La RPDC, oggi come in futuro, non tollererà mai i tentativi malevoli delle forze ostili di vincolare e ostacolare lo sviluppo dello Stato e le normali relazioni di cooperazione reciproca tra Paesi indipendenti, ma li contrasterà con fermezza e difenderà pienamente la dignità dello Stato e i suoi interessi di sviluppo.”
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Nella recente visita di Stato del presidente cinese Xi Jinping negli Stati Uniti, non si è parlato soltanto di dazi, commercio, intelligenza artificiale, ecc., i due presidenti hanno parlato anche di storia, ricordando che la Cina e gli Stati Uniti erano alleati durante la Seconda Guerra Mondiale contro le potenze nazi/fasciste e che entrambi i paesi combattevano contro il Giappone imperiale, perciò in Giappone si è riscontrato un certo fastidio e sono state espresse preoccupazioni.
Così pure anche a Taiwan, infatti il Fronte Unito contro il Giappone tra il Partito Comunista Cinese e il Kuomintang portò sì alla cooperazione contro il Giappone, ma non risolse la questione di Taiwan, né alla fine della seconda guerra mondiale, né con la fine della guerra di Corea (1950-1953), in qualche modo scatenata anche per impedire il ritorno di Taiwan alla madrepatria, bloccando i piani della Repubblica Popolare Cinese.
La situazione congelò la divisione e fu poi successivamente, nel 1971, che le Nazioni Unite adottarono la Risoluzione 2758, trasferendo il seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza, alla Repubblica Popolare Cinese. Nel 1979, Washington stabilì formalmente relazioni diplomatiche con Pechino, pur mantenendo relazioni non ufficiali con Taiwan in base al Taiwan Relations Act.
Pertanto, l’eredità storica, da sempre vede Taiwan come parte inalienabile del territorio cinese. Inoltre, negli ultimi anni la Cina ha ripetutamente definito la questione di Taiwan la “prima linea rossa invalicabile” nei rapporti bilaterali.
Anche l’Unione europea ha mostrato fastidio a detti rimandi storici. Infatti, a fine settembre, il Parlamento europeo ha deciso che serve una maggiore presenza navale europea nell’Indo-Pacifico a sostegno di Taiwan, invitando alla collaborazione tra “Stati membri e con altri partner democratici della regione a un più stretto coordinamento in materia di sicurezza, compresa una presenza navale continua ed esercitazioni congiunte, onde rafforzare la stabilità nella regione”. Un tema delicatissimo, quello dell’ingerenza straniera sulla questione di Taiwan, che la Cina considera una “linea rossa” in grado di scatenare un conflitto. Il Parlamento europeo, con gli Stati membri dell’UE già in gravi difficoltà per le conseguenze della guerra e delle sanzioni nei confronti della Russia, aggravate dalla crisi energetica scatenata dalla guerra lanciata da Usa e Israele contro l’Iran, con questa risoluzione sostiene una strategia che potrebbe aprire un altro fronte di tensione in Asia.
Tra gli italiani, all’Eurocamera, solo il Movimento 5 Stelle, Sinistra Italiana e Roberto Vannacci hanno votato per cancellare la presenza navale e le esercitazioni militari congiunte delle navi dei paesi europei, in ambito NATO, nell’Indo-Pacifico.
L’europarlamentare Cinquestelle Danilo della Valle ha commentato che “La Cina non è un rivale strategico, come gli Stati Uniti vorrebbe che noi la considerassimo, ma un partner internazionale con il quale, usando il dialogo e la diplomazia, si possono superare le oggettive divergenze su commercio e politica industriale. L’Unione europea rifletta sulla sua postura geopolitica che la sta condannando all’irrilevanza. Costruiamo ponti e non muri”. (il Fatto Quotidiano, 7.10.2026)
I paesi dell’Unione europea non vogliono scorgere che nel multipolarismo, potenze vecchie e nuove si spingono nella costruzione di un nuovo ordine mondiale, un cambiamento che riguarda lo Stretto di Taiwan come pure tutte le altre rotte commerciali che attraversano l’Oceano Indiano, gli Stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb, il Canale di Suez, con le note ricadute sul piano della sicurezza quanto su quello economico e industriale.
Una crisi nello Stretto di Taiwan avrebbe conseguenze sulle catene di approvvigionamento, soprattutto per i settori che necessitato dei semiconduttori avanzati, al centro della trasformazione tecnologica. I microchip a semiconduttore rappresentano uno degli elementi tecnologici più strategici, essenziali per dispositivi elettronici, veicoli elettrici, infrastrutture digitali e sistemi di intelligenza artificiale, sono alla base dell’innovazione in numerosi settori industriali.
Per i paesi europei, non è che con un atteggiamento semi-coloniale e aggressivo potranno risolvere i problemi, la situazione necessita di una vera politica estera, autonoma e indipendente. Non può seguire i desiderata degli Stati Uniti.
Con il multipolarismo, il quadro è cambiato e gli Stati Uniti hanno moltiplicato le visite di alto livello verso Taiwan, intensificando le vendite di armamenti, nonché le diverse e vaste esercitazioni militari congiunte, come sopra abbiamo visto.
Le crisi di Taiwan e la storia mostrano quanto questo equilibrio si estenda ben oltre l’Asia-Pacifico. Dalla guerra di Corea (1950-53) sono state quattro le crisi di Taiwan (1954-55, 1958, 1995-96, 2022), l’ultima delle quali è rappresentata dall’escalation militare e diplomatica a seguito della visita a Taiwan di Nancy Pelosi, allora Presidente della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti. In tal senso, Taiwan è soprattutto interconnessa con la questione coreana, pertanto una escalation inevitabilmente coinvolgerebbe la penisola coreana.
La Repubblica di Corea nel 1992, dopo la caduta del Muro di Berlino e l’implosione dell’Unione Sovietica, interruppe le relazioni ufficiali con Taiwan per stabilire rapporti diplomatici con la Repubblica Popolare Cinese. Da allora, i governi sudcoreani anche per non compromettere il dialogo con Pechino, hanno generalmente evitato di assumere posizioni troppo nette sulla questione, tuttavia
una crisi militare regionale non potrĂ non coinvolgerli direttamente, avendo un’alleanza strategica con gli Stati Uniti.
Al contrario, la Repubblica Popolare Democratica di Corea difende il principio di “una sola Cina” e critica gli USA sulla fornitura di armi a Taiwan, definendo la politica degli Stati Uniti nei confronti di Taiwan come una minaccia per la pace e la stabilitĂ regionale.
Appunti conclusivi tra geopolitica e conflitto tra potenze
La geopolitica non è un determinismo geografico, quanto piuttosto l’insieme dei flussi politici, economici e militari che attraversano gli spazi, messi in moto da agenti che perseguono la supremazia. Una rotta marittima, un corridoio energetico, una rete digitale, una valuta di riserva, un’infrastruttura ferroviaria o una base militare assumono significato dentro strategie determinate. Il controllo di un nodo consente di condizionare movimenti molto piĂą ampi. Per questo lo scontro tra potenze somiglia a una partita a scacchi, con una differenza decisiva: la scacchiera cambia mentre si gioca, i pezzi non obbediscono sempre e altri giocatori intervengono.
Non sempre si colpisce frontalmente l’avversario. Lo si irrita in un’area secondaria per costringerlo a disperdere risorse, si sostiene un alleato periferico, si utilizza una sanzione economica, si alimenta una frattura interna, si impone uno standard tecnologico o si costruisce una narrazione morale capace di isolare il nemico. Hard power e soft power si combinano dentro una strategia.
Molti hanno interpretato gli Stati come involucri destinati a perdere importanza davanti alla mondializzazione del capitale, proprio mentre le grandi potenze utilizzavano gli strumenti economici globali per rafforzare la propria posizione. La globalizzazione per esempio non ha abolito lo Stato, ha modificato le forme del suo intervento e le scale del conflitto, soprattutto per quelli che hanno subito tale globalizzazione come forma di maggiore asservimento a chi l’ha veramente imposta, cioè gli Usa.
La fine dell’Unione Sovietica fu scambiata per la fine della storia. In realtĂ aprì una fase unipolare, caratterizzata dalla superioritĂ eccezionale degli Stati Uniti. Ma una fase non è la fine della storia. Se il conflitto è incessante, la supremazia di una potenza mette in movimento reazioni, resistenze e aggregazioni alternative. Il declino è relativo prima che assoluto. La potenza dominante conserva la propria forza, mentre altri soggetti riducono la distanza e restringono la sua capacitĂ di imporre unilateralmente le regole.
La transizione verso una configurazione multipolare non è un processo pacifico nĂ© una marcia progressiva verso un equilibrio migliore. Le potenze consolidate difendono le posizioni raggiunte; quelle emergenti cercano spazio; gli alleati minori tentano di aumentare il proprio margine di manovra. Il rischio di guerra cresce precisamente perchĂ© nessun arbitro si colloca al di sopra del conflitto. Leggere Gianfranco La Grassa oggi è utile perchĂ© ci impedisce di assumere le rappresentazioni degli agenti come spiegazione dei loro comportamenti. Dietro la difesa dei valori, della sicurezza o dell’ordine internazionale dobbiamo cercare obiettivi strategici, senza cadere nell’errore opposto di immaginare un unico regista onnipotente. I piani esistono, ma si scontrano con altri piani e producono risultati inattesi. (Gianni Petrosillo, Gianfranco La Grassa da Marx al conflitto strategico, 27.09.2026, conflittiestrategie.it)
Nei tempi pericolosi che viviamo, in Europa ogni Stato agisce per i fatti suoi subordinandosi nelle decisioni della potenza egemone statunitense, per rallentare l’avanzata del multipolarismo, al contrario di Cina e Russia che l’accelerano, consapevoli che il multipolarismo è un periodo di maggiore squilibrio, che già si evidenzia sia nell’economia che nell’aggravarsi degli scenari bellici.
Il potere è nella sfera politica e non in quella economica produttiva men che meno finanziaria, con ciò non si afferma che l’economia non conta niente ma occorre riconoscere che il conflitto è politico, tra poli statali, tra nazioni. Il sistema economico fornisce i mezzi per l’esercizio del potere ma non è il finanziere che detiene il potere, è il politico.
Non comprendiamo come creare un movimento sociale capace di favorire l’affermarsi di una forza politica nuova – oggi in alcuni paesi europei si intravedono ribellioni economicistiche, che pure in passato hanno avuto un ruolo importante, purtuttavia la situazione è molto diversa sia nel capitalismo che nelle sfere sociali – una forza che deve fare politica con indirizzi strategici, assolvere un compito anti-egemonico nei confronti degli Stati Uniti e favorire il multipolarismo.
Il problema è ancora davanti a noi: come organizzare un soggetto capace di autonomia strategica in una formazione sociale subordinata, come l’Italia per esempio, inserita in dispositivi politici e militari che ne limitano profondamente la sovranitĂ ?
Trasformare in programma politico quanto discutiamo non è possibile, perché ancora non si è concretizzata una forza organizzata che possa farlo, tuttavia parlarne aiuta a fa crescere in noi questa necessità .
Lì, 09 ottobre 2026
agorĂ
Esperando el mundo nuevo, traducciĂłn Carlos X BlancoGianni Petrosillo (Conflitti&Strategie)
Tras más de cuatro años y medio de operaciones militares (llamarlo guerra quizás no sea del todo correcto, pues este conflicto fue muy especĂfico y, en cierto sentido, muy especial) entre la OTAN y Rusia, a travĂ©s de Ucrania, sabemos, sobre todo, que muchos tĂłpicos occidentales han fracasado estrepitosamente. Sigue
agorĂ
In attesa del mondo nuovoDopo oltre quattro anni e mezzo di operazioni militari (chiamarla guerra forse non è propriamente corretto, perché questo conflitto è stato molto particolare e, in un certo senso, molto speciale) tra NATO e Russia per interposta Ucraina, sappiamo soprattutto che molti luoghi comuni occidentali sono miseramente caduti.
Innanzitutto, il mito economico delle sanzioni, con cui soprattutto l’Europa, in vena di privarsi dell’aria condizionata e di risorse energetiche ben piĂą utili per altre faccende, comprende finalmente, se mai non lo sapesse giĂ , che il suo peso e quello di certe ubbie contabili e ragionieristiche perdono importanza di fronte alle vere prove di forza.
Ciò dovrebbe anche far capire definitivamente la reale portata di alcuni personaggini inutili e pomposi che hanno dettato legge ai nostri governi con le loro competenze bancocratiche e finanziarie, fino a essere nominati presidenti del Consiglio, da Monti a Draghi. Simili tromboni, buoni solo per i giornali, sono stati ferali per la nazione, e con loro i partiti che, di volta in volta, si sono nascosti dietro i loro esecutivi. Per tutti costoro, quando davvero tornerĂ la politica, bisognerebbe allestire severi tribunali popolari dall’unico esito possibile, le pene definitive.
L’Europa, in questa sfida armata tra Russia e NATO, ha mostrato tutta la sua irrilevanza geopolitica e la sua unica missione di fare da cinghia di trasmissione per il trasferimento di armi e soldi al figlio di puttana di turno degli americani, cosicchĂ©, quando arriverĂ il momento di scaricarlo per cambiare strategia, gli USA attribuiranno le responsabilitĂ all’UE, come stanno giĂ facendo, ben sapendo che quest’ultima è soltanto il loro capro espiatorio.
Però, con una certa onestà intellettuale, rara a dire la verità , qualcuno comincia ad ammettere di aver capito qualcosa in più della reale situazione sul campo e dei rapporti di forza effettivi, riconoscendo che, in realtà , non sappiamo nulla dei nostri avversari, che davamo prima per spacciati attraverso il mancato uso della nostra aria condizionata e poi in virtù di una nostra superiorità militare che non esiste. E non sappiamo nulla neppure di questi sistemi sociali emergenti, che reggono benissimo allo scontro nonostante la nostra sicumera di essere i possessori del migliore way of life esistente al mondo.
Queste nazioni riescono a produrre tecnologie avanzate, in particolar modo militari, persino piĂą avanzate di quelle in possesso della NATO, e sono in grado di sostenere il ritmo della produzione di armamenti persino meglio di noi, senza svuotare gli arsenali. Anche le loro idee di governo, libertĂ , socialitĂ , benessere collettivo sono differenti e ormai possiamo ben dire funzionanti nel loro perimetro di riferimento. Ribadisco che ne sappiamo poco tuttavia certi effetti ci sono ben visibili.
Detto ciò, il conflitto ucraino, che di ucraino ha soltanto il campo di battaglia, non è tra quelle sfide geopolitiche che troveranno una soluzione definitiva prima di un’altra guerra mondiale. ResterĂ un’altra di quelle situazioni sospese o fintamente risolte, in ogni caso non accettate da nessuno, come tante altre nei teatri caldi del pianeta, che si affastellano e continuano a far salire la pressione fino a una deflagrazione di cui non possiamo ora calcolare entitĂ , modalitĂ , punto effettivo di rottura e così via.
Quello che però intuiamo è che molte cose dovranno cambiare perchĂ© si trovi una nuova certa stabilitĂ , che inciderĂ non soltanto sull’architettura continentale, ma anche su quella di vaste aree dell’intera scacchiera geopolitica. E questo gioco squilibrante delle relazioni tra aree e nazioni non troverĂ ulteriori assetti finchĂ© non si affermerĂ un altro centro regolatore o una sua modificata configurazione in grado di dare al pianeta le basi su cui poggiare.
Quanto all’Europa, gli effetti del suo trovarsi in mezzo a un mondo che cambia indipendentemente da lei, mentre continua a essere soltanto una ruota del meccanismo americano, li vediamo giorno per giorno. Una situazione sociale sempre piĂą precaria e una politica del tutto rovinosa che nessun governo nazionale, ormai ridotto al ruolo di subappaltatore di decisioni strategiche prese altrove, potrĂ sistemare.
Questi governi hanno soltanto il compito di reggere e spremere le loro societĂ , distribuendo all’occorrenza palliativi, tra mille restrizioni imposte ai popoli, che però durano sempre meno e aggravano l’instabilitĂ .
Questa è la situazione generale e chi afferma di avere il quadro chiaro della propria situazione e di quelle esterne è soltanto un tenutario del disastro che cerca di minimizzare tutto per massimizzare il proprio ruolo da servo. Per quello che potrà durare.
agorĂ
Alemania, el punto donde convergen todas las contradicciones, traducción Carlos X BlancoCon motivo de la reunificación alemana, Giulio Andreotti, entonces primer ministro italiano, retomó una broma que no era suya, sino del escritor francés François Mauriac: «Amo tanto a Alemania que prefiero que haya dos». Andreotti pronunció estas palabras en 1990, el año en que las dos Alemanias volvieron a unirse. Sigue
agorĂ
Gianfranco La Grassa: desde Marx hasta el conflicto estratégico, traduccion Carlos X Blanco
Gianni Petrosillo
[TraducciĂłn: Carlos X. Blanco]
Estoy satisfecho de que esta conferencia dedicada a Gianfranco La Grassa haya sido organizada y agradezco a quienes quisieron promoverla. Sin embargo, antes de entrar en los mĂ©ritos de su pensamiento, me gustarĂa recordar algo que concierne directamente a Gianfranco y Basilicata, desde donde escribo. AquĂ se conserva casi toda la biblioteca que Gianfranco donĂł al Municipio de Picerno, a un paso de Potenza. Junto a los libros hay muchos otros materiales, cartas, notas, obras inĂ©ditas y elaboraciones que merecen ser recuperadas, ordenadas, estudiadas y puestas a disposiciĂłn. Realmente hay mucho material interesante que podrĂa mejorarse y espero que alguien me ayude en un esfuerzo que requiere el compromiso de un equipo de trabajo debido a su tamaño y delicadeza. Preservar la memoria de un acadĂ©mico fallecido tambiĂ©n significa crear las condiciones para que quienes se ocupen de su trabajo en el futuro puedan acceder a las fuentes, reconstruir las diferentes fases y comprender la gĂ©nesis de conceptos maduros tras dĂ©cadas de investigaciĂłn, revisiones y rupturas teĂłricas. Sigue
agorĂ
Hasta el Ăşltimo palestino, traducciĂłn Carlos X BlancoNo hay pueblo alguno que, por haber sufrido persecuciones en el pasado, pueda quedar exento de juicio por su presente. Es más, un presente que ya se ha convertido en historia: la historia de las persecuciones que se perpetraron contra otros pueblos y de los genocidios que negaron, asĂ como, para algunos, su propio genocidio, que, sin embargo, debido a circunstancias histĂłricas particulares, adquiriĂł caracterĂsticas de desmesurado en comparaciĂłn con otros sucesos igualmente sangrientos de la historia de la humanidad. sigue
agorĂ
Fino all’ultimo palestineseNon esistono popoli che, in virtù di qualche persecuzione passata, possano essere affrancati dal giudizio sul loro presente. Peraltro, un presente che si è già fatto storia, storia delle persecuzioni da essi perpetrate ai danni di altre genti e di genocidi negati, così come, per Qualcuno, il loro stesso genocidio, che però, per circostanze storiche particolari, ha assunto i caratteri del sovradimensionamento rispetto ad altri fatti delle epoche umane non meno cruenti.
Ma le narrazioni ideologiche non ci spostano dal giudizio distaccato, perché l’umanità ha vissuto così tante tragedie che è impossibile definire quale sia la tragedia delle tragedie, anche rispetto a un futuro che annuncia già altri bagni di sangue, che subiranno le stesse negazioni e le stesse esagerazioni, perché la storia è sempre un racconto umano da molti punti di vista contrastanti e da tante ragioni dirimenti.
Ma gli israeliani vanno giudicati per quello che sono oggi e non sono brava gente, esattamente come non lo sono stati gli “italiani brava gente”. Anche noi portiamo sulle spalle responsabilità che non possiamo nemmeno attribuire solo al fascismo. Sarebbe troppo comodo e troppo riduttivo, perché abbiamo anche noi sulla coscienza parecchie cosette che proviamo a mitigare con certi racconti “foibeschi”, che pure non sono inventati, ma riguardano fatti che non sono caduti su di noi dal nulla.
E ogni popolo è portato, piĂą o meno, a fare questo, a dare giustificazioni ai propri orrori e a gridare vendetta per quelli altrui. Al massimo si ammette l’errore mai l’orrore e solo se conviene. Del resto, anche i popoli, come gli individui, considerano inaccettabili negli altri solo i propri difetti che non si vogliono ammettere.
Ma oggi i negazionisti non sono quelli che minimizzano eccidi lontani, sono quelli che negano quelli vicini, dal sangue vivo e non rappreso. Sono gli infami che li giustificano perché sono costretti dal sistema delle amicizie e delle inimicizie e giungono persino a strapparsi i capelli magari per un missile russo deviato dalla contraerea che fa 5 morti, mentre si girano dall’altra parte per 70 mila morti palestinesi in poche settimane. Un record di morte che sono capaci di minimizzare come la loro faccia tosta.
Tutta gentaglia su cui il giudizio della storia arriverà quando anche loro saranno andati a farsi benedire o maledire, ma è una magra consolazione anzi non ci dà nessuna consolazione.
Per non parlare degli americani, il cui strapotere epocale non poteva che perdurare commettendo genocidi ovviamente piĂą che giustificati o sepolti sotto la propaganda, pur assommando alcune Shoah.
Ma il mondo è fatto di anime belle e cuori neri e la storia va avanti con questi imbrogli, calpestando le ossa dei vinti e a volte anche dissotterrando quelle di tutti. E ancora una volta devo citare, e lo farò fino alla nausea, questa frase di Cioran: “L’ora del crimine non suona nello stesso momento per tutti i popoli.
Così si spiega il permanere della storia”. Attraverso sempre nuovi delitti. Diciamo pure allora che gli israeliani si stanno rifacendo con gli interessi.
agorĂ
La manera de mantener el Estado… traducción Carlos X BlancoLa manera de mantener el Estado es estar armado con las propias armas, mimar a los súbditos y entablar amistad con los vecinos.” N. Maquiavelo.
Este juicio del gran secretario florentino bastarĂa para comprender quĂ© postura adoptar en el conflicto ruso-OTAN-ucraniano. Y no por simpatĂa, que no podemos negar, sino porque se trata de circunstancias objetivas, corroboradas por otra afirmaciĂłn de Maquiavelo: «Que la guerra es justa, que es necesaria. El pueblo lamenta la guerra librada sin razĂłn. No es quien toma las armas primero quien causa problemas, sino quien provoca que se tomen. Que los prĂncipes recuerden que las guerras comienzan cuando otros lo desean, pero no terminan cuando otros lo desean» sigue
agorĂ
Il modo di mantenere il suo Stato, è star armato d’armi proprie, vezzeggiare i sudditi e farsi amici i vicini“Il modo di mantenere il suo Stato, è star armato d’armi proprie, vezzeggiare i sudditi e farsi amici i vicini”. N. Machiavelli.
Basterebbe giĂ solo questo giudizio del grande segretario fiorentino per capire da che parte stare nel conflitto russo-Nato-ucraino. E non per una questione di simpatia, che pure non possiamo negare, ma perchĂ© si tratta di circostanze oggettive, corroborate anche da un’altra affermazione di Machiavelli: “Quella guerra è giusta, che è necessaria. Il popolo si duole della guerra mossa senza ragione. Non quello che prende prima le armi è cagione degli scandoli, ma colui che è primo a dar cagione, che le si prendino. Si ricordino i Principi, che si cominciano le guerre quando altri vuole, ma non quando altri vuole si finiscono”.
Tutte queste circostanze suggeriscono che l’Ucraina non ha alcuna ragione in questa guerra, nella quale gli Usa e l’Europa l’hanno trascinata, e non certo per gli interessi del popolo ucraino. Ovviamente, come si dice in questi casi, i popoli non hanno colpe (e quindi tutte le colpe ricadono su di loro), perchĂ© non sono loro a decidere, nemmeno quando qualcuno mette loro in mano una scheda elettorale. Questo vale in Ucraina come altrove, ma a maggior ragione ora che sono cadute anche le forme e da quelle parti nemmeno si vota piĂą. PerchĂ© è sempre lo stato di eccezione a rivelare ciò che vi è al fondo di ogni sistema politico, un potere decisionale che, in ultima istanza, spetta a gruppi di potere consolidati che persistono al di lĂ degli uomini e di chi perde o vince le elezioni. C’è quindi piĂą che uno Stato profondo, uno Stato che è il vero stato delle cose ed è invisibile agli occhi e non dipende dagli umori elettorali ma attraversa la vita di una nazione per lunghi cicli.
Anche questo vale per ogni sistema, sia esso piĂą o meno democratico. Immaginate se le sorti di uno Stato dipendessero effettivamente, ogni cinque anni, da chi vince la competizione elettorale. In realtĂ ci sono assetti piĂą stratificati e sedimentati dello Stato che non mutano a ogni elezione e per ogni pinco pallo che sale in qualche ministero. Anzi, colui che si conquista un dicastero viene subito sopraffatto da questi ingranaggi e dal motore che li muove, tanto che difficilmente riuscirĂ a determinare le scelte che invece gli appariranno necessitate e nelle quali di suo potrĂ mettere davvero poco.
Per questo chiunque vinca le elezioni, soprattutto in un Paese come l’Italia, che non ha una sua indipendenza politica essendo inserito in una sfera egemonica che dipende da altri, ha scarsi margini di manovra.
Se pensiamo anche all’ultima riforma della legge elettorale italiana, per chi credete sia stata fatta? Non certo per una popolazione che ormai diserta le urne in massa, e nemmeno per una sedicente maggiore stabilitĂ del sistema o per garantire una migliore rappresentativitĂ del corpo elettorale. Si tratta di un cambiamento a pochi mesi dalle elezioni volto a garantire persone e gruppi di partito, ad accentrare le investiture sicure di chi dovrĂ sedere in Parlamento, a limitare le scalate elettorali dei non prescelti e ad assicurarsi la gestione del potere, non inteso come responsabilitĂ verso il Paese, ma come spartizione di posti e prebende. Ovviamente, chi l’ha voluta ce la presenta come la rinascita della volontĂ popolare, chi l’ha contrastata come la sua conculcazione. La verità è che entrambe le posizioni rappresentano una colossale presa per i fondelli del popolo. In ogni caso, cambiare le regole di una truffa ai danni del popolo poco prima che la truffa stessa si consumi ci dice molto di tutto e di tutti.
agorĂ
No existe la resistencia ucraniana, traducciĂłn Crlos X BlancoAsĂ es como la prensa corrupta, junto con historiadores podridos siempre dispuestos a doblegar el pasado a las necesidades del presente, al servicio de sus gobiernos corruptos, logra subvertir la historia y transformar a los bandidos en autoproclamados partisanos y combatientes de la resistencia. Sigue