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Osservazioni sul contesto della prossima “Grande Guerra†in Europa, di B.R.

Riceviamo e pubblichiamo

Osservazioni sul contesto della prossima “Grande Guerra†in Europa

Composto tra il marzo e giugno 2026

 

Gli Stati Uniti cercano di ridurre o potenzialmente di ritirarsi dalla NATO per diverse ragioni.

Nonostante un significativo declino della propria base industriale, gli Stati Uniti rimangono una grande potenza industriale. Con l’ascesa della Cina quale concorrente economico globale e con la crescente influenza economica della Germania all’interno dell’Europa — combinata con la stretta relazione economica tra Germania e Cina — gli Stati Uniti si trovano ad affrontare due grandi sfide: il proprio deficit delle partite correnti e il proprio deficit commerciale. Da questa prospettiva, i principali rivali strutturali degli Stati Uniti sono la Cina e la Germania, non la Russia.

Dal crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, la Russia ha in larga misura continuato a fare affidamento sulle infrastrutture, sulle capacità militari e sugli asset strategici ereditati dall’URSS. Al tempo stesso, essa non rappresenta più un modello politico o socioeconomico distinto, né possiede la capacità industriale che un tempo caratterizzava lo Stato sovietico. Sotto Putin, la Russia si è progressivamente trasformata in un’economia incentrata sull’esportazione di risorse naturali ed energia piuttosto che sulla produzione industriale (Putin, infatti, ha volontariamente supervisionato la distruzione dell’industria russa autonoma e a ciclo completo, in cambio dell’accesso della Russia all’OMC/WTO).

Pertanto, da una prospettiva strutturale rigorosa, la Russia non è il principale avversario degli Stati Uniti; piuttosto, tale posizione è occupata dalla Cina e dalla Germania — immediatamente dietro la Cina.

Inoltre, Russia e Germania sono anche concorrenti naturali nell’Europa orientale, nella regione baltica, nell’Europa centrale e nei Balcani. Da un lato vi è la Germania, una nazione di circa 80 milioni di persone con un’economia industriale altamente sviluppata. Dall’altro vi è la Russia europea, con approssimativamente 100 milioni di persone, ricca di risorse naturali e fortemente armata grazie all’eredità della potenza militare sovietica. Entrambe proiettano influenza in molte delle stesse regioni strategiche e sfere di interesse.

Anche su questo argomento, l’Ucraina fornisce un chiaro esempio. Nel conflitto regionale in corso che coinvolge la Russia, la Germania è stata uno dei principali sostenitori dell’Ucraina, con la Turchia che ha anch’essa svolto un ruolo significativo.

Di conseguenza, la Germania e la Russia tendono ad espandere la propria influenza nei medesimi spazi geopolitici. Ed esse sono potenze polarmente opposte per peso e per spazio (sulla medesima porzione del mondo). La loro coesistenza, con questo potere crescente e centralizzante (sempre di più, anno dopo anno), è pertanto caratterizzata da contraddizioni strutturali irrisolvibili che coinvolgono interessi statali contrapposti, classi dirigenti, sistemi economici e sfere d’influenza concorrenti. Poiché entrambe le potenze cercano influenza su molte delle stesse regioni, e tale rivalità, nel medio periodo, può essere risolta soltanto mediante il conflitto e mediante l’annientamento di una delle due (e viceversa dalla posizione reciproca delle rispettive classi dirigenti).

Un ulteriore argomento, coinvolto in questa enorme contraddizione, concerne le classi dirigenti del Regno Unito e della Francia e, solo secondariamente, in una certa misura, quelle degli Stati Uniti. Se le due guerre mondiali furono combattute in parte per impedire alla Germania di stabilire il proprio predominio sull’Europa attraverso il potere economico e politico, allora è difficile comprendere perché Londra e Parigi dovrebbero accogliere favorevolmente un’Unione Europea sempre più dominata dalla Germania. Da questo punto di vista, apparirebbe contraddittorio aver combattuto due guerre devastanti soltanto per consentire all’influenza tedesca di diventare predominante attraverso l’integrazione economica e le reti istituzionali (il tutto avvenendo pacificamente, sotto i loro occhi).

Di conseguenza, anche se tali sviluppi non si sono ancora manifestati pubblicamente e nella politica pubblica, sul piano strutturale gli sviluppi politici all’interno della Francia e del Regno Unito/Inghilterra stanno venendo seminati dietro le quinte e finiranno per condurre ad una posizione più apertamente critica nei confronti del ruolo della Germania all’interno dell’Europa (contro il suo potere, la sua industria, la sua influenza, le sue reti, ecc.). Già ora, le loro élite strategiche guardano con cautela alla crescente concentrazione di potere in Germania che utilizza l’Unione Europea come propria estensione sull’Europa.

In un simile scenario, sorge la seguente domanda: Francia e Inghilterra, quando si arriverà al momento decisivo, si allineeranno più strettamente con la Germania oppure con la Russia?

Secondo quanto evidenziato, esse finirebbero per favorire la Russia, poiché la Germania rappresenta la sfida maggiore nel lungo periodo alla loro influenza relativa, al loro potere e alla loro posizione geopolitica e gran-strategica.

Pertanto, sebbene io sia certo che esistano divisioni interne all’interno delle loro classi dirigenti operanti dietro le quinte (specialmente per quanto riguarda la Francia, a causa di tutta l’influenza che le sue grandi imprese esercitano nelle istituzioni europee accanto a quelle tedesche e del Benelux), alla fine esse si schiereranno sempre — per necessità — con la Russia contro la Germania (ed avranno maggiore interesse nel contenimento della Germania piuttosto che nel considerare la Russia come un nemico).

Si tenga presente:

– Quando nel XVIII secolo la Francia voleva assumere una posizione egemonica sia sugli oceani sia sull’Europa, l’Inghilterra si schierò con gli Asburgo, ad est della Francia, per contenere la Francia;

– Quando nel XIX secolo la Francia era la potenza continentale dell’Europa, all’epoca di Napoleone, l’Inghilterra si schierò con la Russia contro la potenza europea;

– Quando nel XX secolo la Germania, durante la Prima Guerra Mondiale e la Seconda Guerra Mondiale, cercò di assumere una posizione egemonica sull’Europa, l’Inghilterra si schierò con la Russia contro la Germania;

Pertanto:

–  Quando nel XXI secolo si arriverà al momento decisivo e vi sarà un attuale o futuro schieramento della Germania contro la Russia, poiché la Germania è la potenza egemonizzante dell’Europa, l’Inghilterra si schiererà ancora una volta con la Russia contro la Germania.

Dunque, sebbene gli Stati Uniti debbano concentrarsi sempre più sulla Cina e sulla regione indo-pacifica, e sebbene Francia e Regno Unito debbano ancora attraversare mutamenti politici interni prima di esprimere apertamente un’esplicita ostilità e opposizione contro la predominanza tedesca, tutte e tre queste potenze sarebbero, secondo questa prospettiva, inclini a schierarsi con la Russia piuttosto che con la Germania.

Il loro obiettivo predominante sarebbe la preservazione della propria influenza, dei propri vantaggi strategici e delle proprie reti internazionali di potere.

Se la NATO fu creata nell’ordine successivo alla Seconda Guerra Mondiale per giustificare e difendere le conquiste statunitensi in parti dell’Europa come risultato dell’ultima guerra mondiale — e se, in quell’ordine, durante la Guerra Fredda e negli anni Novanta (dopo la caduta dell’URSS), tutto ciò era nell’interesse degli Stati Uniti poiché forniva una cornice per giustificare in tempo di pace la loro presenza e la loro influenza… Con la deindustrializzazione degli Stati Uniti, dovuta all’industrializzazione della Cina, e con il loro potere in declino. Con il fatto che la presenza statunitense in Europa dissuade una guerra della Russia contro la Germania. Con il fatto che, immediatamente dopo la Cina, è la Germania il secondo concorrente strutturale degli Stati Uniti. Con il fatto che la Germania sta utilizzando l’Unione Europea quale strumento per egemonizzare vaste parti dell’Europa sotto la propria influenza strutturale, economica e di potere. Eccetera, eccetera, eccetera. Di fronte a tutto questo: perché gli Stati Uniti dovrebbero rimanere qui in Europa, nella NATO, per difendere la Germania?

Perché gli Stati Uniti dovrebbero rimanere nella NATO per difendere la Germania mentre la Germania sta egemonizzando l’Europa, invece di essere la NATO un mero strumento di preservazione del potere statunitense sull’Europa?

Perché gli Stati Uniti dovrebbero difendere la Germania mentre la Germania, immediatamente dopo la Cina, è il secondo concorrente strutturale degli Stati Uniti (contribuendo, probabilmente più di chiunque altro o quasi, subito dopo la Cina, al loro (a) deficit della bilancia commerciale, (b) deficit delle partite correnti, (c) e conseguentemente alla loro deindustrializzazione interna… Tenendo presente che la prima causa è la Cina e che immediatamente dopo Pechino viene Berlino)?

Pertanto, di fronte a tutto questo, gli Stati Uniti, evidentemente, con ritmi equilibrati, in modo ordinato, passo dopo passo, si ritireranno dalla NATO/dall’Europa; non continueranno a difendere la Germania e, sul piano internazionale e strategico, a livello mondiale, si allineeranno maggiormente con la Russia.

Questa è, in una sintesi basata su fatti empirici estremamente rigorosi e quantificabili, la ragione per cui — nel medio periodo — gli Stati Uniti si ritireranno e uscira

nno fisicamente dalla NATO.

 


Articolo del Fri, 05 Jun 2026 16:21:14 +0000
a cura di G. P.

analisi di fase attualità

IL SOGNO DELLA VERITA’, R. Schena

 

I PROGETTI DI Karl Marx e di Sigmund Freud, segnalano la passione, antica quanto l’uomo, di concretare il sogno della verità.

Sono K. Marx e Sigmund Freud riusciti nei loro intenti, il primo di togliere la maschera ai rapporti sociali per una trasformazione degli stessi, il secondo di togliere la maschera al sé per la scoperta dell’inconscio?

Le loro teorizzazioni e interpretazioni della realtà sociale e individuale hanno contribuito a togliere o almeno a sollevare il velo o hanno invece contribuito a stendere il velo, occultando ancor di più queste realtà?

Secondo Gianfranco La Grassa, economista di formazione marxista, l’analisi marxiana dello sviluppo delle forze produttive prevedeva che:

Il lavoratore collettivo – il lavoro complessivo coordinato secondo una mutua cooperazione, pur tra gradini gerarchici differenti-sarebbe infine diventato il vero antagonista del sempre più piccolo gruppo di capitalisti (monopolisti), orami ricondotto a classe parassitaria, esterna al processo di lavoro, mera proprietaria di denaro, di azioni ecc.

 

Mi sembra che l’assunto marxiano or ora delineato sia stato ormai falsificato sia dal fallimento del “socialismo realeâ€, sia soprattutto dall’evoluzione del capitalismo contemporaneo. Del resto a ben vedere, proprio nel socialismo reale il fattore oggi decisivo per la riuscita delle riforme economiche non è certo la semplice introduzione di elementi di mercato e della proprietà (individuale o privata che la si voglia chiamare) bensì la possibilità di formazione di un autentico gruppo sociale dirigente nelle diverse attività “produttiveâ€, cioè lavorative nel loro senso più ampio.

In definitiva, mercato e proprietà – e dunque potere di controllo reale o formale, dei mezzi di produzione – debbono essere teoricamente ricondotti al ruolo che loro compete, non facendone più il fulcro della dinamica della società detta capitalistica. A questo riguardo, il dibattito Sweezy-Bettelheim non rappresenta – perché all’epoca tali problemi non erano nemmeno pensabili – un così radicale spostamento concettuale della possibile teoria critica relativa alla società capitalistica; si tratta, però, sicuramente di un passo rilevante nella direzione che può condurre oltre il marxismo storicamente costituito (nelle sue varie forme, anche eterodosse). Chi leggerà attentamente e senza prevenzioni, questo scambio di lettere non potrà che rimanere poi sorpreso di fronte alle banalità che oggi vengono massicciamente diffuse in ordine alla problematica dei “paesi socialistiâ€, così come a quella concernente “le meravigliose sorti e progressive†del capitalismo centrale (con il pressoché totale oblio delle società del terzo e del quarto mondo, e così via).

(Gianfranco La Grassa- il socialismo irrealizzato Ed. Riuniti 1992 p. XXVI e

XXVII)


Articolo del Thu, 04 Jun 2026 19:01:01 +0000
a cura di G. P.

agorà

TOGLIERE LA MASCHERA AI RAPPORTI SOCIALI, a cura di OM Schena

 

• TOGLIERE LA MASCHERA AI RAPPORTI SOCIALI

– MARX E L’INDISPENSABILITÀ DELL’APPARENZA

Nella Riflessione di Karl Marx, come nell’intera sua opera de “Il Capitaleâ€, peraltro mai portata a termine. E in tutto il suo lavoro teorico, l’apparenza non si limita a ingannare, fa molto di più, offre all’occhio fisico, l’esatto contrario della realtà delle cose, mostra libertà dove invece c’è schiavitù, mostra uno scambio libero, dove regna la coercizione. L’apparenza mostra dunque “un mondo capovoltoâ€, ma lo mostra soltanto per giustificarlo così com’è.

Scrive Marx:

L’arcano della forma di merce consiste dunque semplicemente, nel fatto che tale forma, come uno specchio, restituisce agli uomini, l’immagine dei caratteri sociali del proprio lavoro, facendoli apparire come caratteri oggettivi dei prodotti di quel lavoro, come proprietà sociali naturali di quelle cose, e quindi restituisce anche l’immagine del rapporto sociale tra produttori e lavoro complessivo, facendo apparire come un rapporto sociale esistente al di fuori di essi produttori. Mediante questo quid pro quo, i prodotti del lavoro diventano merci, cose sensibilmente soprasensibili, cioè cose sociali.

(Karl Marx, il Capitale – Einaudi 1975- Libro I, p. 87)

Per avvicinarsi alla realtà delle cose e trascendere il velo dell’apparenza servono gli occhi della ragione. Solo con le armi della critica è possibile svelare il dominio feticistico delle merci sugli uomini, vittime dell’illusione che esse siano semplicemente delle “cose†e non il prodotto del lavoro sociale. Solo con le armi della critica è possibile svelare, quel “quid pro quoâ€.

– MASCHERE, NASCONDIMENTI E TRASPARENZA

Marx si serve della storia di Robinson Crusoe di Defoe per esemplificare l’opera di smascheramento dei rapporti sociali e così commenta:

in genere la riflessione sulle forme della vita umana, e quindi anche l’analisi scientifica di esse prende una strada opposta allo svolgimento reale. Comincia “post festum†e quindi parte dai risultati belli e pronti del processo di svolgimento. (…) e il nostro Robinson che ha salvato dal naufragio orologio, libro mastro, penna e calamaio, comincia da buon inglese a tenere la contabilità di se stesso. Il suo inventario contiene un elenco degli oggetti d’uso che possiede, delle diverse operazioni richieste per la loro produzione, e infine del “tempo di lavoro†che gli costano in media determinate quantità di questi diversi prodotti. Tutte le relazioni fra Robinson e le cose che costituiscono la ricchezza che egli stesso si è creata, sono qui tanto semplici e trasparenti.

(Karl Marx, il Capitale – Einaudi 1975- Libro I, p. 92-93)

Dall’isola di Robinson al Medioevo, Marx mette a confronto il modo di produzione capitalistico con altri modi di produzione per cercare di spiegare come il nascondimento del carattere sociale dei lavori privati si peculiare del sistema capitalistico. In altri modi di produzione il carattere sociale emerge, come forma di dipendenza diretta fra gli uomini, e fonda, in modo trasparente, la produzione e la distribuzione dei prodotti:

trasportiamoci ora dalla luminosa isola di Robinson nel tenebroso Medioevo europeo. Qui, invece dell’uomo indipendente, troviamo che tutti sono dipendenti: servi della gleba e padroni, vassalli e signori feudali, laici e preti. La dipendenza personale caratterizza tanto i rapporti sociali della produzione materiale, quanto le sfere di vita su di essa edificate. Ma proprio perché rapporti personali di dipendenza costituiscono il fondamento sociale dato, lavori e prodotti non hanno bisogno di assumere una figura fantastica differente dalla loro realtà: si risolvono nell’ingranaggio della società come servizi in natura e prestazioni in natura. La forma naturale del lavoro, la sua particolarità, è qui la sua forma sociale immediata, e non le sue generalità, come avviene sulla base della produzione di merci. La corvée si misura col tempo, proprio come il lavoro produttore di merci, ma ogni servo della gleba sa quel che egli aliena al servizio del suo padrone è una quantità determinata della sua forza-lavoro personale (…) Quindi qualunque sia il giudizio che si voglia dare delle maschere nelle quali gli uomini si presentano l’uno all’altro in quel teatro, i rapporti sociali fra le persone nei loro lavori appaiono in ogni modo come loro rapporti personali, e non sono travestiti da rapporti sociali fra le cose, fra i rapporti del lavoro

(Karl Marx, il Capitale – Einaudi 1975- Libro I, p. 94)

Nell’immagine di Robinson, Defoe vuol far vedere il rapporto fra Robinson e lo spazio naturale cher egli deve trasformare per renderlo utile alla sua sopravvivenza. Il comportamento di Robinson é il comportamento del borghese nel suo rapporto con la natura attraverso il lavoro. ed in effetti, da questo punto di vista, il rapporto tra Crusoe e le cose è chiaro e trasparente: “il suo inventario – dice Marx – contiene un elenco degli oggetti d’uso che possiede, delle diverse operazioni richieste per la loro produzione e infine del tempo di lavoro che gli costano in media determinate quantità di questi diversi prodotti.

(Karl Marx, il Capitale – Einaudi 1975- Libro I, p. 92-92)

Infatti tutti gli oggetti che Robinson recupera dal naufragio rappresentano la cristallizzazione di lavoro sociale contenuto in essi e dunque un prolungamento dei rapporti sociali che gli aveva avuto prima di naufragare e di rimanere solo. Il suo isolamento, dunque, presuppone una storia sociale i cui risultati sono quegli oggetti che gli permettono di sopravvivere.

La trasparenza della relazione di Robinson con le cose è dunque truccata e la chiave del trucco è ritrovabile già nella stessa immagine descritta da Defoe. Crusoe ha infatti salvato dal relitto alcuni strumenti necessari per costruire le relazioni con le cose, ma questi strumenti rappresentano il legame tra lui e la società e solo proprio grazie ad essi Crusoe è posto nelle condizioni per quanto minime, di cominciare a produrre la propria ricchezza, cioè i propri valori d’uso.

– MASCHERE DEL PENSIERO: DELLE FINZIONI GIURIDICHE

Scrive Marx nel capitolo VI inedito:

Così svanisce anche l’apparenza che il rapporto di lavoro possedeva in superfice, l’apparenza cioè che nella circolazione, sul mercato, si fronteggino proprietari di merci dotati di eguali diritti e distinti l’uno dall’altro – come ogni proprietario di merci _ soltanto a causa del contenuto materiale della loro merce, del particolare valore d’uso delle merci che hanno rispettivamente da vendersi. Ovvero, questa forma originaria del rapporto non sussiste più che come apparenza del rapporto capitalistico che sta alla base (….)Questa eternizzazione del rapporto tra il capitale in quanto compratore e l’operaio in quanto venditore di lavoro è una forza di mediazione immanente al modo di produzione capitalistico, ma una forma che si distingue solo formalmente dalle altre e più dirette forme di asservimento e di appropriazione del lavoro da parte del detentore delle condizioni della produzione. Esso maschera come puro rapporto monetario la vera transazione e quella dipendenza che la mediazione della compra-vendita rinnova di continuo.

Il contratto tra la figura sociale del capitalista e dell’operaio è dunque, per Marx, null’altro che una “fictio iurisâ€, una finzione, una maschera per coprire la costrizione reale che c’è dietro l’apparente libertà dell’operaio. L’operaio è apparentemente libero di firmare il contratto di lavoro che gli sottopone il capitalista, può cioè scegliere liberamente se firmare o restare disoccupato, senza nulla con cui sfamare sé e la sua famiglia.

Per Marx, lo specchio deformante dell’economia politica riflette un’immagine illusoria del modo di produzione capitalistico nell’epoca moderna, nel quale sarebbero state finalmente soppresse la disuguaglianza e l’illibertà che inquinavano in precedenti modi di produzione.

Nel modo di produzione antico e nel modo di produzione feudale, infatti, era la legge a sancire il rapporto di sfruttamento e di subordinazione dello schiavo e del servitore della gleba, non c’era l’interposizione di maschere di libertà e d’uguaglianza a nascondere e capovolgere nel loro opposto i rapporti tra gli uomini.

Ma il contratto di lavoro nel modo di produzione capitalistico è per Marx, appunto, solo una “fictio iurisâ€. Un pezzo di carta dove l’operaio appone la sua firma ha sostituito l’incivile compravendita di schiavi del mondo antico. La differenza tra i diversi modi di produzione è, pertanto, di natura esclusivamente formale e il contratto è nient’altro che illusione necessaria, una maschera per nascondere la verità dei rapporti di sfruttamento e di subordinazione del modo di produzione capitalistico.

 

 

 


Articolo del Thu, 04 Jun 2026 18:58:06 +0000
a cura di G. P.

agorà

SALAMELECCHI E FORZATURE MELONIANE, O M Schena

La Presidente Meloni: “Nel giorno dell’anniversario della scomparsa di Giorgio Almirante, il mio pensiero va a una figura che ha segnato profondamente la storia della destra italianaâ€.

È, possibile, invero, che la Presidente Meloni, ignori quei manifesti appiccicati sui muri di diverse città italiane. Quei manifesti decretavano la messa al bando dei partigiani, e ne decretavano la loro fucilazione!

“La Presidente Meloni: Di lui restano il carattere, la forza delle idee, l’amore per l’Italia e una concezione della politica vissuta con passione, dignità e rispetto.

La Presidente Meloni: “Un ricordo che continua a vivere nel percorso della destra italiana e nella memoria di una comunità politica che, ancora oggi, non si risparmia, per aggiungere il proprio pezzo di cammino, con coraggio e determinazione.â€

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RANOCCHI VANESI SOTTO LA DEMOCRAZIA COSTITUZIONALE

di LUIGI PINTOR:

(“Il Manifesto”, quotidiano comunista, 27 giugno 1971)

Che Almirante, segretario del Msi, sia un fucilatore; che gli altri capi del Msi siano della stessa pasta; che sia gente che dovrebbe essere in galera e non in circolazione: questo lo sapeva già chiunque abbia più di 40 anni, senza bisogno di leggere il bando criminale che un compagno ci ha mandato e che pubblichiamo. Anche se sarebbe istruttiva, oggi, una nuova ricerca biografica attorno a questi ed altri personaggi della politica nazionale.

Che la Costituzione solennemente vieti la ricostituzione del partito fascista sotto qualsiasi forma; che invece il neo-fascismo abbia prosperato alla luce del sole; che sia stato pagato dai padroni, protetto da polizia e magistratura, utilizzato in alleanze dirette e indirette dalla Dc nel corso di questi 25 anni: anche queste cose le sanno le pietre. Ricordarle può solo servire a comprendere meglio che cosa sta sotto una democrazia costituzionale e come essa sia destinata, se non avanza una lotta socialista, a degenerare.

Quale mai sarebbe, allora il segno profondo lasciato da Almirante alla storia della destra italiana? Noi dubitiamo possa essere un segno di cui andar fieri! passione, dignità e rispetto, dove mai sarebbero finite? Suvvia tutti i gusti sono gusti! E pure non mancano uomini e uomini di conto, che quando sono ben sicuri che il vento tiri verso una certa parte, si danno anche loro, a soffiare da quella parte medesima facendo trombette, per suscitare l’ammirazione generale e finiscono, così per persuadersi di essere un po’ anche loro la causa del vento, mentre sono soltanto ranocchi vanesi, dimentichi di essere soltanto poco più d’una merda in attesa dello scroscio d’acqua!

STANNO suscitando molto rumore sul web le parole lanciate da Francesco De Gregori. A me è venuto da pensare a Giovanna Marini che nel 2002 ha inciso un disco (il fischio del vapore) con De Gregori senza chiedere il nulla osta a Giovanna.

 

31/05/2026

ORONZO

MARIO SCHENA


Articolo del Mon, 01 Jun 2026 08:01:05 +0000
a cura di G. P.

agorà

La próxima guerra, traducción Carlos X Blanco

Ya no es cuestión de si ocurrirá, sino de cuándo. La próxima guerra por la preeminencia, por la supremacía entre potencias y áreas de hegemonía, se acerca casi inevitablemente, y con toda la buena voluntad del mundo —porque algunos aún la conservan— será difícil detenerla. Ciertamente no podemos predecir cómo será esta nueva guerra mundial por esferas de influencia; no será como la primera, ni siquiera como la segunda; será fragmentaria, irregular, como una salamandra. No podemos saberlo, pero podemos percibir el ambiente y la historia, los pretextos, justificaciones y razones que las grandes potencias ya están desplegando para legitimar su propia movilización. La trampa de la seguridad está en marcha, y todos, o al menos aquellos con libertad de decisión, harán lo que consideren mejor para proteger sus propios intereses. Sigue


Articolo del Sun, 31 May 2026 11:42:29 +0000
a cura di G. P.

agorà

La prossima guerra

La prossima guerra

 

Ormai non è più questione di se, ma di quando. La prossima guerra per la preminenza, per la supremazia tra potenze ed aree di egemonia, si avvicina quasi inevitabilmente e, con tutta la buona volontà, perché qualcuno ancora ne ha, sarà difficile fermare il sasso che rotola. Sicuramente non possiamo dire come sarà questa nuova guerra mondiale per le sfere di influenza, non sarà come la prima e nemmeno come la seconda, sarà a pezzi, sarà a macchia di leopardo o a forma di salamandra. Non lo possiamo sapere, ma annusiamo l’aria e la storia, pretesti, giustificazioni e ragioni che le grandi potenze mettono già a terra per legittimare la propria mobilitazione. La trappola della sicurezza è all’opera e ciascuno, o almeno chi avrà la libertà di decidere autonomamente, farà quello che ritiene più giusto a protezione dei propri interessi.

I nostri ministri, per esempio, hanno già posto il tema di una leva volontaria, ma da qui al passo successivo, quello di renderla obbligatoria, non passerà molto quando l’esigenza si farà impellente. Ribadisco, non accadrà domani, ma l’orizzonte di questa probabilità si avvicina ogni giorno. Non scomoderemo certo la biologia per giustificare la guerra come leggerete sotto nel passo del generale tedesco von Bernhardi in testo molto interessante del 1911 che si chiama proprio ‘La prossima guerra’, ma se è certo che gli uomini si sono sempre fatti la guerra, non è ignorando la realtà o anteponendo ad essa più nobili sentimenti che allontaneremmo i rischi. Gianfranco La Grassa, nei suoi sforzi teorici, ci ha mostrato che la vita è flusso conflittuale e che gli individui sono agiti da forze sociali soverchianti all’interno di questo complesso quadro esistenziale. Certo, alcuni possono emanciparsi dalla loro provenienza sociale diretta, rompendo schemi sociali consolidati e inaugurandone di nuovi, ma siamo tutti socialmente creature di rapporti sociali che ci ingabbiano e ci incasellano secondo un consolidato disegno di relazioni. Per questo puntualmente commettiamo, mutatis mutandis, gli stessi errori e finiamo in circostanze non uguali ma simili, la storia si ripete anche se diversa. Dovremmo essere molto più indulgenti con i nostri avi senza sentirci migliori in nulla. Siamo solo uomini di un’epoca diversa che fanno quello che possono.

Prendete i pacifici governanti europei. Dopo decenni a predicare una superiorità morale, una innata vocazione alla pace, questo credevano di sé stessi, ora hanno lasciato cadere anche l’ultima maschera con le loro decisioni sul riarmo, in nome della pace ovviamente, e ripetono pappagallescamente si vis pacem para…culum. Gli europei hanno seguito gli americani in ogni avventura di aggressione del precedente e di questo secolo, salvo giustificarsi con pretesti idioti come l’esportazione della democrazia o la lotta alle dittature o ai totalitarismi. Si tratta di una variante più moderna delle scuse che le potenze coloniali di un tempo usavano con la parola civiltà. Dall’esportazione della democrazia a quella della civiltà passano solo pochi decenni. A certi imbecilli non viene in mente che un popolo possa decidere che la democrazia non faccia per loro, che la libertà individuale non è tutto e che ciascuno ha le proprie tradizioni millenarie e a quelle voglia rifarsi. Non tutto il benessere deve avere la stessa forma e formula.

Sta di fatto che alcuni di questi Paesi ai quali volevamo dare lezioni su qualsiasi cosa, con fare minaccioso, ora hanno gli strumenti per respingere le nostre minacce e anche per agire con la stessa forza. Ovviamente a noi ciò non piace e non ci consente più di dettare legge, regolando il mondo dalla nostra prospettiva. Accadrà allora che le prospettive si scontreranno prima ancora degli uomini e degli eserciti, e poi questi andranno a morire per vedere qual è quella che avrà diritto di imporsi. Useremo termini altisonanti per le nostre cause ma si tratterà di sopravvivenza spicciola.

Il mondo è un posto difficile ed ognuno cerca di sistemarlo come ritiene corretto; sulla sua strada incontra altre visioni che sono persino contrarie e quindi non c’è spazio per tutti se si deve per forza scegliere. La società occidentale lo sa meglio di chiunque altro, tanto che nelle fasi storiche, con le buone o con le cattive, ha fatto sentire il peso delle sue ragioni. Questo peso però è adesso troppo sbilanciato rispetto ai reali rapporti di forza e diventa necessario verificare se tutta un’architettura di potere possa ancora reggere al dato di fatto.

Di chi è la colpa? Di tutti e di nessuno. La vita non ristagna e quella sociale anche meno. Ricordo un esempio che riportava sempre La Grassa: “In campo sociale, l’equilibrio (sempre apparente e celante le spinte e vibrazioni squilibranti) è generalmente favorito dalla vittoria di un gruppo di decisori – che non è affatto detto debba essere stato in origine un gruppo dominante, anzi può avere rovesciato quest’ultimo – alla fine di un periodo di forte accentuazione delle suddette spinte, periodo che indico come policentrico, quale fu ad esempio l’epoca detta dell’imperialismo. In ogni caso, solo la vittoria di un gruppo di decisori nella lotta per la supremazia tende a stabilire il presunto equilibrio; per il semplice motivo che le varie forze squilibranti si dispongono secondo una serie di spinte che si integrano reciprocamente. Faccio notare che sto parlando in tal caso di integrazione, non di mera compensazione. Immaginiamo che in un grande recipiente (il mondo) si versino alcune grosse pietre che, pur urtandosi e contrapponendosi, stabiliscono un certo equilibrio (simile a quello che si forma quando una formazione particolare è predominante nel mondo). Vi si versi una serie di piccole pietre che si sistemeranno nei vuoti esistenti tra le pietre più grosse. Anche queste minori pietre eserciteranno pressioni e forze sul resto, se non altro perché gli spazi vuoti si vanno restringendo e le superfici di contatto e frizione si accrescono; tali pietre più piccole, tuttavia, trovano infine i loro equilibri subordinandosi alla pressione superiore dei pietroni. Infine, si rovesci del pietrisco finissimo nel recipiente. Accadrà l’identico fenomeno precedente: i sassolini si sistemeranno tra le pietre più piccole, eserciteranno la loro pressione e frizione, ma in definitiva si sistemeranno e integreranno con il resto, subordinandosi nel corso di tale integrazione. Tutte le pressioni e frizioni sembrano sparite, annullate; l’armonica integrazione sembra ormai assestata stabilmente. Niente di tutto questo. Il tempo e i fattori esterni (atmosferici) disgregano alcuni pietroni e anche pietre, ma portano pure progressivamente a nuove aggregazioni mediante fusione dei frantumi con ingrandimento di nuovi pietroni e pietre; e il fenomeno interesserà in vario grado anche il pietrisco. Gli equilibri stabilitisi svaniscono; così pure l’integrazione tra i vari ordini di grandezza delle pietre mostra la sua transitorietà e sostanziale labilità di fronte alle spinte squilibranti. Si producono allora frane nell’insieme e vanno creandosi nuove configurazioni del pietrame nel recipiente (mondo). Si entra insomma in un’epoca di mutamento. L’equilibrio apparente è venuto meno, ma semplicemente perché i processi temporali (storici) hanno annullato le forze di integrazione che attenuavano quelle squilibranti, incessanti e sempre attive malgrado sembrassero dissolte nell’illusoria armonia del “tuttoâ€. Tale armonia, in realtà, era proprio il semplice apparire temporaneo di un equilibrio nel bel mezzo del flusso continuo squilibranteâ€.

Ecco, noi siamo ormai entrati in questa epoca di mutamento, l’equilibrio apparente che credevamo istituito per sempre era solo un’illusione. Nel riemergere dello squilibrio persone e costruzioni sociali si scontrano ed è difficile fermarsi, si può rallentare, si può deviare, ma ormai, come ci si muove, c’è un urto. Per questo si prova a percorrere strade alternative, si fanno e si disfano alleanze per evitare o limitare gli scontri, ma in ogni caso è solo un modo per prepararsi in una qualche configurazione vantaggiosa all’urto più grande. Ecco perché la prossima guerra. Nessuno la vuole, ma tutti sanno che ormai il grande impatto è solo questione di tempo. Una speranza però c’è, smettendo di rinnegare la realtà, quella di preparare strategicamente le situazioni collocandoci in modo tale da ridurre al minimo ciò che potrebbe devastarci se non iniziamo a usare la testa e a collegarla ai nostri interessi, che non collimano con quelli statunitensi. Una testa che in Europa, in questo momento, non esiste nemmeno. Zucche vuote quante ne volete, per questo resteremo schiacciati dagli eventi e dai passi falsi se nulla dovesse modificarsi. Allora, ci auguriamo che qualcuno passi dal campo ad eliminare le zucche prima che lo faccia chi consideriamo ora un nemico ma che tale non sempre lo è. Non ci resta che ricominciare almeno a ragionare col nostro cervello.

 

“…Ma è tutt’altra questione se l’obiettivo è abolire completamente la guerra e negarne il ruolo necessario nello sviluppo storico. Questa aspirazione è direttamente antagonista alle grandi leggi universali che governano tutta la vita. La guerra è una necessità biologica di primaria importanza, un elemento regolatore nella vita dell’umanità di cui non si può fare a meno, poiché senza di essa ne conseguirebbe uno sviluppo malsano, che escluderebbe ogni progresso della razza e, di conseguenza, ogni vera civiltà. “La guerra è la madre di tutte le cose”. I saggi dell’antichità lo riconoscevano già molto prima di Darwin.

La lotta per l’esistenza è, nella vita della Natura, la base di ogni sano sviluppo. Tutte le cose esistenti si rivelano essere il risultato di forze contrastanti. Così, nella vita dell’uomo, la lotta non è solo il principio distruttivo, ma anche quello vivificante. “Sostituire o essere soppiantati è l’essenza della vita”, dice Goethe, e la vita forte prevale. La legge del più forte vale ovunque. Sopravvivono le forme che sono in grado di procurarsi le condizioni di vita più favorevoli e di affermarsi nell’economia universale della Natura. Le più deboli soccombono. Questa lotta è regolata e frenata dall’influenza inconscia delle leggi biologiche e dall’interazione di forze opposte. Nel mondo vegetale e in quello animale questo processo si svolge in una tragedia inconscia. Nella razza umana è consapevolmente attuato e regolato da norme sociali. L’uomo di forte volontà e di forte intelletto cerca con ogni mezzo di affermarsi, l’ambizioso si sforza di elevarsi, e in questo sforzo l’individuo è ben lungi dall’essere guidato unicamente dalla consapevolezza di ciò che è giusto. L’opera e la lotta per la sopravvivenza di molti uomini sono indubbiamente determinate da motivazioni altruistiche e ideali, ma in misura ben maggiore sono le passioni meno nobili – la brama di beni, piacere e onore, l’invidia e la sete di vendetta – a determinare le azioni degli uomini. Ancor più spesso, forse, è la necessità di vivere che trascina anche le nature più elevate nella lotta universale per l’esistenza e il godimento.

Su questo punto non ci possono essere dubbi. La nazione è composta da individui, lo Stato da comunità. La motivazione che influenza ogni membro è predominante nell’intero organismo. È una lotta incessante per il possesso, il potere e la sovranità che governa principalmente i rapporti tra una nazione e l’altra, e il diritto viene rispettato solo nella misura in cui è compatibile con il vantaggio. Finché esisteranno uomini dotati di sentimenti e aspirazioni umane, finché esisteranno nazioni che si sforzano di ampliare la propria sfera d’azione, finché sorgeranno interessi contrastanti e occasioni di guerra.

“La legge naturale, alla quale si possono ricondurre tutte le leggi della Natura, è la legge della lotta. Ogni proprietà intrasociale, ogni pensiero, invenzione e istituzione, così come, in effetti, il sistema sociale stesso, sono il risultato della lotta intrasociale, in cui uno sopravvive e l’altro viene estromesso. La lotta extrasociale, sovrasociale, che guida lo sviluppo esteriore di società, nazioni e razze, è la guerra. Lo sviluppo interno, la lotta intrasociale, è il lavoro quotidiano dell’uomo: la lotta di pensieri, sentimenti, desideri, scienze, attività. Lo sviluppo esteriore, la lotta sovrasociale, è la sanguinosa lotta delle nazioni: la guerra. In cosa consiste il potere creativo di questa lotta? Nella crescita e nel declino, nella vittoria di un fattore e nella sconfitta dell’altro. Questa lotta è creatrice poiché elimina quel sistema sociale in cui le personalità più efficienti esercitano la maggiore influenza, che mostrerà la maggiore vitalità nella lotta intrasociale. Nella lotta extrasociale, in guerra, vincerà la nazione che saprà impiegare la maggiore potenza fisica, mentale, morale, materiale e politica, e che quindi sarà la più capace di difendersi. La guerra fornirà a tale nazione condizioni vitali favorevoli, maggiori possibilità di espansione e un’influenza più ampia, promuovendo così il progresso dell’umanità; è infatti evidente che quei fattori intellettuali e morali che assicurano la superiorità in guerra sono anche quelli che rendono possibile uno sviluppo progressivo generale. Essi conferiscono la vittoria perché in essi sono latenti gli elementi del progresso. Senza la guerra, le razze inferiori o in decadenza soffocherebbero facilmente la crescita di elementi sani e promettenti, e ne conseguirebbe una decadenza universale. “La guerra”, afferma A. W. von Schlegel, “è necessaria quanto la lotta degli elementi in natura”.

Ora, è ovviamente un fatto che una rivalità pacifica possa esistere tra popoli e Stati, come quella tra i membri di una società, in tutti gli ambiti della vita civile – una lotta che non necessariamente degenera in guerra. Lotta e guerra non sono identiche. Questa rivalità, tuttavia, non si svolge nelle stesse condizioni della lotta intrasociale e, pertanto, non può portare agli stessi risultati. Al di sopra della rivalità tra individui e gruppi all’interno degli Stati si erge la legge, che si assicura che l’ingiustizia rimanga entro certi limiti e che il diritto prevalga. Dietro la legge si pone lo Stato, protetto dal potere, che impiega giustamente non solo per proteggere, ma anche per promuovere gli interessi morali e spirituali della società. Ma non esiste un potere imparziale che si ponga al di sopra della rivalità tra Stati per frenare l’ingiustizia e per usare tale rivalità con uno scopo consapevole per promuovere i fini più elevati dell’umanità. Tra Stati l’unico freno all’ingiustizia è la forza, e in materia di moralità e civiltà ogni popolo deve fare la propria parte e promuovere i propri fini e ideali. Se così facendo entra in conflitto con gli ideali e le opinioni di altri Stati, deve o sottomettersi e concedere la precedenza al popolo rivale. Non esiste alcun potere in grado di giudicare tra Stati e di imporre il proprio giudizio. In realtà, non resta altro che la guerra per assicurare ai veri elementi del progresso il prevalere sugli spiriti della corruzione e del decadimento.

Accadrà naturalmente che diverse nazioni deboli si uniscano e formino una coalizione superiore per sconfiggere una nazione che, di per sé, è più forte. Questo tentativo avrà successo per un certo periodo, ma alla fine prevarrà la vitalità più intensa. Gli avversari alleati portano in sé i germi della corruzione, mentre la nazione potente trae da una temporanea battuta d’arresto una nuova forza che le assicura la vittoria finale sulla superiorità numerica. La storia della Germania è un eloquente esempio di questa verità.

La lotta è, quindi, una legge universale della Natura, e l’istinto di autoconservazione che conduce alla lotta è riconosciuto come una condizione naturale dell’esistenza. “L’uomo è un combattente”. Il sacrificio di sé è una rinuncia alla vita, sia nell’esistenza dell’individuo sia nella vita degli Stati, che sono agglomerati di individui. La prima e suprema legge è l’affermazione della propria esistenza indipendente. Solo attraverso l’autoaffermazione lo Stato può mantenere le condizioni di vita per i suoi cittadini e garantire loro la protezione giuridica che ogni uomo ha diritto a esigere da esso. Questo dovere di autoaffermazione non si esaurisce con il mero respingimento degli attacchi ostili; include l’obbligo di garantire la possibilità di vita e di sviluppo all’intero corpo della nazione abbracciata dallo Stato.

Le nazioni forti, sane e fiorenti aumentano di numero. Da un dato momento in poi necessitano di una continua espansione dei loro confini, hanno bisogno di nuovi territori per ospitare la loro popolazione in eccesso. Poiché quasi ogni parte del globo è abitata, i nuovi territori devono, di norma, essere ottenuti a spese dei loro occupanti, vale a dire con la conquista, che diventa così una legge di necessità.

Il diritto di conquista è universalmente riconosciuto. Inizialmente la procedura è pacifica. Paesi sovrappopolati per un flusso di emigranti verso altri Stati e territori. Questi si sottomettono al potere legislativo del nuovo paese, ma cercano di ottenere condizioni di vita favorevoli a scapito degli abitanti originari, con i quali entrano in competizione. Questo equivale a una conquista.

Viene inoltre riconosciuto il diritto di colonizzazione. Vasti territori abitati da masse incivili vengono occupati da Stati più civilizzati e assoggettati al loro dominio. Una civiltà più elevata e il conseguente maggiore potere sono i fondamenti del diritto di annessione. Questo diritto è, a dire il vero, molto vago, ed è impossibile stabilire quale grado di civiltà giustifichi l’annessione e la sottomissione. L’impossibilità di trovare un limite legittimo a queste relazioni internazionali è stata la causa di molte guerre. La nazione sottomessa non riconosce questo diritto di sottomissione, e la nazione civilizzata più potente si rifiuta di ammettere la rivendicazione di indipendenza della sottomessa. Questa situazione diventa particolarmente critica quando le condizioni della civiltà sono cambiate nel corso del tempo. La nazione soggetta ha forse adottato metodi e concezioni di vita più elevati, e di conseguenza la differenza di civiltà si è ridotta. Una situazione simile sta maturando nell’India britannica.

Infine, in ogni epoca è stato riconosciuto il diritto alla conquista tramite la guerra. Può accadere che una popolazione in crescita non riesca a conquistare colonie da razze incivili, eppure lo Stato desideri mantenere la popolazione in eccesso che la madrepatria non è più in grado di sfamare. In tal caso, l’unica via rimasta è acquisire il territorio necessario con la guerra. Così, l’istinto di autoconservazione conduce inevitabilmente alla guerra e alla conquista di terre straniere. Non è il possessore, ma il vincitore, ad avere il diritto. I popoli minacciati comprenderanno il significato dei versi di Goethe:

“Ciò che hai ereditato dai tuoi antenati, per possederlo, devi conquistarlo.”

F. von Bernhardi


Articolo del Sun, 31 May 2026 08:22:31 +0000
a cura di G. P.

agorà

TUTTO IL MONDO E’ BURLA, di O M Schena

TUTTO IL MONDO E’ BURLA

UN GIUDIZIO DI GRAMSCI SULL’OPERA DI VERDI

DI LUCIANO PARINETTO

ED. MIMESIS 2013

Il nostro mondo politico è strapieno di vizi antichi e di mattane, il mondo ormai sragiona. Sempre in bilico tra l’ira e l’allegria e sono proprio troppi i soggetti in perenne stato di euforia trascendentale, con i turiferari del potere, tutti in fila. Sì tutto “il mondo è burlaâ€, o quasi, perché se dovesse capitare a qualcuno, di passare dalle parti di Gaza, faccia attenzione perché di Gaza ce ne sono tante, che si aggricciano le carni al solo pensarci. Beh, allora costui potrebbe trovarsi davanti a uomini e donne senza volto, e rischierebbe d’imbattersi in fantocci con sembianze umane, senza dimenticare ex bimbi piccolissimi! Dai loro trespoli di accidiosi privilegiati, gli uomini dei poteri si esibiscono in inintelligibili smorfie istrionesche, e straparlano naturalmente di democrazia, senza saper bene cosa sia, ben ravvolti nella loro allegrezza spocchiosa, e nella lubricità salivosa dei loro sorrisi, e guardano e irridono tutto quello che passa sotto ai loro occhi. L’irrealtà s’è infine pienamente realizzata e ha ingoiato la realtà, facendone un solo boccone. Le abitudini carnascialesche, ahinoi, sono dure a morire. Intanto, all’orizzonte, ad una sgrondatura di luce gialla risponde una mucida luce infiacchita che sembra quasi strizzare l’occhio, mentre le palpebre s’appiombano e si dissipa il sonno del mattino!

La Resistenza è stata definita, con felice ed esatta intuizione storica, un “secondo Risorgimentoâ€, in quanto le aspirazioni democratiche presenti nel Risorgimento e poi ripudiate dal monopolio borghese dello stato liberale post-risorgimentale e definitivamente soffocate durante il ventennio della dittatura fascista risorgono e rivivono proprio con la Resistenza e propongono la loro codificazione nella Costituzione repubblicana che da essa ha origine. Non è quindi un caso che la cultura democratica o “impegnata†che si sviluppa da quel vichiano “ricorso†del Risorgimento abbia riproposto contro le mistificazioni del periodo fascista che lo interpretavano nel senso di un’esaltazione del “nazionalismoâ€, senza rendersi conto che il nazionalismo risorgimentale è una cosa ben diversa da quello fascista – “un ritorno a Verdi†(cioè al musicista che ha costantemente tradotto in musica le aspirazioni popolari delle varie fasi del Risorgimento), che si è concretato in un’ imponente attività di esecuzioni di opere verdiane pressoché sconosciute (e, ciò che è assai significativo, quasi tutte del periodo risorgimentale) e di reinterpretazione critica della musica verdiana che viene ormai considerata di incalcolabile valore e di somma ricchezza umana ed artistica.

Il fenomeno post-resistenziale della Verdi- Reanaissance non è tuttavia dovuto soltanto al riconoscimento di un’ideale identità degli atteggiamenti del grande musicista e della contemporanea cultura “impegnataâ€, ma promana da quel concreto e sofferto “ricorso†di stati d’animo e di situazioni che accomuna il ribelle risorgimentale (trasfigurato in musica nelle opere verdiane) e il partigiano, e che rende attuali e palpitanti i contenuti epici e civici del teatro verdiano. Su un simile “ricorsoâ€, per esempio, si sofferma nel volume dedicato a la Resistenza italiana – Gianpiero Carocci, quando osserva, a proposito delle lettere dei condannati a morte della Resistenza, che i caratteri che in esse si rivelano “ricordano talora i personaggi verdiani: tale è la funzione della forza drammatica, con una vena di effuso sentimento e, quasi, di melodiosa gentilezzaâ€. Anche a proposito di una lettera del goriziano Aldo Sbriz, ed osserva che essa è “ tutta costellata di strazianti e verdiani addioâ€. Se il “ritorno a Verdi†si è concretamente attuato nel secondo dopoguerra, esso è stato tuttavia preparato nel periodo della Resistenza nascosta e clandestina, durante gli anni del fascismo imperante, come si può vedere nelle meditazioni che Antonio Gramsci consegnava su questo argomento a quei Quaderni dal carcere che avrebbero dovuto, dopo la liberazione, rinnovare l’intera cultura italiana. La valutazione che Gramsci dà di Verdi si inserisce nel problema del rapporto dell’intellettuale italiano con la classe proletaria. Secondo Gramsci, essendo per antica tradizione, il ceto intellettuale dell’Italia moderna “più legato ad Annibal caro o a Ippolito Pindemonte che ad un contadino pugliese o sicilianoâ€, cioè a una tradizione libresca e astratta che non gli permette di sentirsi unito al popolo (con la conseguenza che non ne conosce, e non ne sente i bisogni, le aspirazioni e i sentimenti diffusi) e formando quindi “una casta, e non un’articolazione, con funzioni organiche, del popolo stessoâ€, e ciò da molto prima della fondazione dello stato italiano, non poteva sorgere e svilupparsi nella letteratura italiana una forma che nello stesso tempo fosse artisticamente valida e coerente alle aspirazioni popolari. Notando che la grande opera d’arte non esclude la ‘popolarità’, come dimostra il successo popolare di Shakespeare, Gramsci osserva che il binomio arte- popolarità si attua allorché “ i sentimenti rappresentati e la tendenza morale dell’autore provano una profonda risonanza nella psicologia popolareâ€, quando cioè l’artista accetta di “vivere, nel mondo reale, con tutte le sue esigenze contraddittorie e non esprimere sentimenti assorbiti solo dai libriâ€.

Questa profonda immersione dell’arte nella realtà concreta è attuata, secondo Gramsci, in Italia, non dalla letteratura, ma dalla musica, cioè dal melodramma. “in Italia la musica ha in una certa misura sostituito, nella cultura popolare, quella espressione artistica che in altri paesi è data dal romanzo popolare e … i geni musicali hanno avuto quella popolarità che invece è mancata ai letterati…â€. Sicché, secondo Gramsci, Verdi rappresenta per il popolo italiano quello che Eschilo e Sofocle furono per l’antico popolo greco. Shakespeare per quello inglese e Tolstoj e Dostoevskij per quello russo, ma è ancora più universale di essi, in quanto “l’espressione ‘verbale’ ha un carattere strettamente nazionale…. Una statua di Michelangelo, un brano musicale di Verdi… possono invece essere capiti quasi immediatamente da qualsiasi cittadino del mondoâ€. Ognuno può dedurre, dall’accostamento del musicista italiano ai più grandi artisti dell’umanità, in quale altissima considerazione Gramsci tenesse Verdi. Ed è interessante vedere come lo scagionasse da quell’accusa di ‘volgarità’ che viene formulata nell’età post-risorgimentale, quando la borghesia italiana da rivoluzionaria, com’era durante il Risorgimento e fino all’unità d’Italia, si fa conservatrice e, sul piano della cultura musicale, ripudia Verdi, che rappresenta ai suoi occhi le esigenze unitarie e popolari del Risorgimento, e gli oppone il mondo estetizzante e irrazionalistico di Wagner, a essa ormai molto più gradito- insieme al verismo – e soprattutto molto meno “impegnatoâ€. Per Gramsci, invece, “ Verdi non può essere paragonato, per dir così, a Eugenio Sue, come artista… sebbene, per gli estetizzanti (Wagneriani) aristocratici della musica, Verdi occupi lo stesso posto nella storia della musica che Sue nella storia della letteraturaâ€. E ribadisce ancora che “la letteratura popolare in senso deteriore (tipo Sue e tutta la sequela)è una generazione politico-commerciale della letteratura nazionale- popolare, il cui modello sono appunto i tragici greci e Shakespeareâ€. e la popolarità di Verdi è appunto da considerarsi al livello della “popolarità di Shakespeareâ€, e anche dei tragici greci, i cui personaggi, travolti da passioni elementari, gelosia, amor paterno, vendetta, ecc. sono essenzialmente popolari in ogni paeseâ€.

Alla domanda gramsciana “ perché la democrazia artistica italiana ha avuto un’espressione musicale e non letteraria?â€, potrebbe dunque rispondere adeguatamente l’intera carriera musicale di Verdi e la coerenza democratica con la quale nelle sue opere si rispecchiano i vari momenti politici della storia italiana fino alla fine del secolo. Non è un caso che, dopo l’esordio mazzinianamente religioso- popolare del Nabucco, Verdi sottolineasse il carattere socialmente rivoluzionario e liberatore della lotta italiana per l’indipendenza mettendo in musica i masnadieri schilleriani; che commentasse la disfatta del ’49 con la tragicissima protesta sociale della Schilleriana Luisa Miller ; che analizzasse, nello stiffelio e nella Traviata, i grandi temi sociali del divorzio e del libero amore; che protestasse contro il sabotaggio che la chiesa cattolica andava facendo dell’unità italiana elevando, nel Don Carlos l’anticlericalismo a opera d’arte, che infine, davanti all’egemonia borghese, costruita sul ripudio dei fermenti popolari del Risorgimento, si congedasse dal mondo con l’amara ironia e lo scetticismo (“tutto il mondo è burla†sic! In ritagli )del Falstaff. Era quindi nell’ordine delle cose che la nostra cultura “impegnata†rivalutasse la musica impegnata’ di Verdi e la additasse non solo come un immenso patrimonio artistico da ammirare ma come un modello autentico da imitare.

LUCIANO PARINETTO

ORONZO MARIO SCHENA

28 maggio 2026


Articolo del Sat, 30 May 2026 06:55:02 +0000
a cura di G. P.

analisi di fase attualità

Sono solo dazi

Il testo che segue è apparso in inglese su  Sovereignty https://sovereignty.com.br/economics-sovereignty/european-submission-in-the-trade-agreement-with-the-us/

Sono solo dazi…

La notizia della raggiunta intesa sui “dazi di Trump” da parte dell’Ue con gli Stati Uniti, da un lato, non è stata troppo pubblicizzata in Europa, se non come questione di transizione che sarà sottoposta a prossime verifiche, essendo nei fatti un’ulteriore palese sottomissione ai diktat oltreoceanici; dall’altro non fa che confermare la fine dell’ideologia di matrice americana della globalizzazione della quale siamo rimasti imbevuti per troppo tempo fino a rimbecillirci qui nel Vecchio Continente. Diciamo subito che gli aspetti tecnici dell’accordo, che pure avranno qualche incidenza, non mutano i rapporti di forza sulle due sponde dell’Atlantico. Come dice giustamente l’analista Dario Fabbri, le superpotenze appaltano l’economia ai paesi satelliti mentre si dedicano alla geopolitica, che è ciò che determina il vero potere sul mondo. Salvo alla bisogna dimostrare a tutti che l’economia, al di là delle sue leggi cieche e meccaniche, non può nulla contro la forza e, se necessario, certi affari profittevoli dal punto di vista economico o finanziario, quelli che rispondono alla cosiddetta razionalità strumentale (minimo sforzo, massimo profitto), vengono derubricati sull’altare della razionalità strategica (logica dei rapporti di forza), quella che in ultima istanza fa girare il mondo. L’Europa, che si era illusa di penetrare la geopolitica per via economica, o almeno questo era ciò che fingeva di fare, nonostante qualche mugugno brussellese, si piega alla forza, perché altro non può fare. Il Parlamento europeo, dal suo sito istituzionale, tiene a fare sapere che “le relazioni commerciali e di investimento transatlantiche sono le più importanti al mondo. Nel 2025 gli scambi tra Unione europea e Stati Uniti hanno rappresentato il 30% del commercio mondiale e il 43% del prodotto interno lordo (PIL) mondialeâ€. Segue a questa precisazione, che dovrebbe indorare la pillola, la “libera” adesione dell’Unione Europea alla citata intesa commerciale con gli Usa, che elimina le imposte doganali sulla maggior parte dei beni industriali statunitensi importati dall’Europa, lasciando al 15% le tariffe per i paesi Ue. Ma la decisione arriva dopo le minacce del presidente americano Trump di imporre una stangata del 25% sulle auto europee. Il testo finale autorizza però la Commissione europea ad attivare il meccanismo di sospensione qualora gli Stati Uniti non rispettino i propri impegni o interrompano gli scambi commerciali e gli investimenti con l’Ue, anche “discriminando o prendendo di mira gli operatori economici dell’Ueâ€. Insomma, se posso essere sincero, si tratta di chiacchiere e decisioni imposte da Trump più per dimostrare che fa sul serio ed è il padrone del mondo che per ottenere effetti concreti. Le cose si possono sempre aggirare e i più furbi ne troveranno il modo, come abbiamo potuto constatare sulle sanzioni occidentali alla Russia. Certo, alcuni operatori economici europei ne risentiranno, quelli interni americani se ne avvantaggeranno, ma tutto qui e non ne siamo nemmeno troppo sicuri. Semmai questo dimostra solo quanto l’Europa, con la sua economia, non possa fare molto se non “contare soldiâ€, se ci riesce; altrimenti non è in grado di opporre bigliettoni a minacce e cannoni. L’Europa politica dimostra di non esistere e la sua politica, o geopolitica, è solo la proiezione di quanto lasci fare Washington. C’è un altro vero tema da affrontare, quello più sostanziale, l’economia non domina il mondo, non è al di sopra della politica e degli Stati, anche se questo ci è stato venduto per una lunga epoca storica come un dogma assoluto. Il mito dell’economia è stato l’anima della globalizzazione e ora questo mito decade sotto gli occhi sconvolti dei creduloni europei. Mi si dirà che anche la Cina ha usato l’economia, in una forma del tutto peculiare e dirigista, per affermarsi nel mondo. Sono balle, per lo più. La Cina, insieme ad altri partner, si è rafforzata in altri ambiti, magari anche veicolati dalla facciata economica, ma quello che ha realmente costruito è stato un sistema che ha tenuto dentro tutto, soprattutto e in primo luogo una rinnovata forza militare, una compattezza interna e la tessitura di alleanze di paesi revisionisti dell’ordine mondiale. L’economia è stata il carburante di questo progetto e al contempo la schermatura di una strategia geopolitica. In Europa, il mito dell’economicismo è servito agli Usa per schermare la propria prepotenza e tutti ci sono cascati o hanno fatto finta di crederci, continuando a contrapporre le “carte bollate” ai proiettili. Per far capire in che rapporto sono (geo)politica ed economia, voglio riportare quanto detto anni fa da un importante osservatore americano, perché anche negli Usa alcune imprese hanno finito col credere a certe ideologie proposte dai loro stessi apparati strategici. Thomas Friedman, per illuminare i concreti rapporti di forza e la loro collocazione nella scala del comando globale, affermò che “la mano invisibile del mercato globale non opera mai senza il pugno invisibile. E il pugno invisibile che mantiene sicuro il mondo per il fiorire delle tecnologie della Silicon Valley si chiama Esercito degli Stati Uniti, Marina degli Stati Uniti, Aviazione degli Stati Uniti, Corpo dei Marines degli Stati Uniti (con l’aiuto, incidentalmente, delle istituzioni globali come le Nazioni Unite e il Fondo Monetario Internazionale… per questo quando sento un manager che dice ‘non siamo una compagnia statunitense. Siamo IBM-USA, o IBM-Canada, o IBM-Australia, o IBM-Cina’, gli dico ‘ah sì? bene, allora la prossima volta che avete un problema in Cina chiamate Li Peng perché vi aiuti. E la prossima volta che il Congresso liquida una base militare in Asia – e voi dite che non vi riguarda, perché non vi interessa quello che fa Washington – chiamate la marina di Microsoft perché assicuri le rotte marittime dell’Asia. E la prossima volta che un congressista repubblicano principiante chiede di chiudere più ambasciate statunitensi, chiami America-On-Line quando perde il passaporto’â€. Ora le cose sono più chiare forse, almeno per chi vuole capire come gira veramente il mondo. L’interpretazione che assegna al denaro e alle merci caratteristiche di onnipotenza è piuttosto superficiale, essa implica che il campo finanziario ed economico sia dominante nel modello sociale in cui viviamo. In realtà non è così, perché tale ambito è quello che prende il primo piano sulla scena, soprattutto nei momenti di crisi, quando sembra che il castello di merci, azioni e liquidità stia per crollarci addosso. Il potere però si articola in maniera più complessa tra sfera politico-militare, sfera economico-finanziaria e sfera ideologico-culturale. Anche questa è, purtroppo, una riduzione teorica di una realtà molto più vasta. Generalmente è la prima delle tre aree ad avere l’ultima parola sui processi storici, garantendo un coordinamento dell’insieme, pur nell’autonomia relativa delle altre sfere. Oggi il mondo torna a dividersi seriamente lungo faglie geopolitiche che annunciano imminenti conflitti per l’ordine mondiale. L’economia è lo strumento al servizio delle potenze, la benzina dei loro motori di guerra, non la finalità. Gli Usa, da questo punto di vista, useranno l’Europa all’occorrenza come un magazzino esclusivo, macelleria sociale e deposito di carne da cannone, nei modi che riterranno opportuni man mano che saranno sfidati sulla scacchiera globale. Ora c’è questa questione dei dazi che servirà politicamente a Trump per dire agli americani che vengono “prima le loro produzioniâ€, ma è una mezza sceneggiata di questo presidente che vuole nascondere con le sue smargiassate un declino relativo del suo Paese. Declino relativo rispetto a Cina, Russia, magari anche altri soggetti geopolitici regionali forti, come Iran e Corea del Nord, ma non rispetto all’Europa. Ciò che viene prima è sempre l’America, rispetto alle nazioni che orbitano nella sua sfera egemonica. L’Europa si è illusa per quasi 80 anni di poter crescere e prosperare con le belle parole su scambi, economia, cultura dell’apertura (la società aperta di Soros e compari) e della pace, salvo poi aggregarsi a tutte le dinamiche dell’Occidente anche quando aggrediva paesi non nemici in cui si doveva esportare la democrazia. Ora che il mondo è cambiato, che i nervi sono stati scoperti e che l’Ue non può tirarsi indietro nemmeno a parole, comincerà a subire le risposte, anche militari, dei paesi che insidiano Washington e da questa sono insidiati e aggrediti. Nel recente conflitto tra Usa-Israele e Iran c’è stato un assaggio, sono state colpite anche basi e postazioni europee nell’area. I tempi dell’economia come riassunto del mondo sono finiti. Davanti a noi abbiamo quello che la storia è sempre stata, la lotta tra Stati per l’egemonia mondiale o di vaste aree, il destino delle merci si disaccoppia da quello del pianeta. P.S. L’economia pensa agli affari e non ha morale, nemmeno si preoccupa, se non messa in riga, degli interessi degli Stati. Vorrei ricordare che ancora alla fine della Seconda guerra mondiale, la filiale tedesca della Ford sfornava mezzi cingolati modernissimi per lo sforzo bellico di Hitler. Ma la Ford non era l’unica a fare il doppio gioco. Diversi stabilimenti di aziende americane su suolo tedesco furono risparmiati dai bombardamenti alleati, nonostante costituissero obiettivi sensibili e strategici. La produzione di alcune di queste fabbriche procedeva a pieno ritmo ancora nel 1945. Non c’è affatto da sorprendersi, perché successivamente gli uomini più competenti del regime furono anche prelevati dagli americani e spediti nella madrepatria o mondo libero. Ecco cosa è l’economia, una forza cieca che, quando occorre, viene colpita dalla ragione di Stato con lo stesso bastone che la guida.


Articolo del Tue, 26 May 2026 19:34:58 +0000
a cura di G. P.

agorà

EUROPA ES UN ASILO DEL DOLOR, traducción Carlos X Blanco

EUROPA ES UN ASILO DEL DOLOR. NO ES UNA POTENCIA GEOPOLÃTICA, MÃS BIEN UN BURDEL.

Gianni Petrosillo (Conflitti&Strategie)

Olvídese de los padres fundadores de una Europa unida. Operaban a sueldo de la Casa Blanca y la CIA. Llamarlos espías sería quedarse corto. Todos estaban en la nómina de Washington y colaboraron en la creación de la distopía europea, ahora casi consumada. Sigue


Articolo del Sun, 17 May 2026 18:04:59 +0000
a cura di G. P.

agorà

Futuro personal, traducción Carlos X Blanco

Futuro personal. Nada nuevo en el frente político.

Ningún partido político actual, ni antiguo ni nuevo, aportará una solución a los problemas de Italia. Esto se debe, además, a que estos problemas no son solo nuestros, sino que afectan a toda Europa, puesto que cada decisión interna es ahora producto de una estandarización europea que nos ha arrastrado cada vez más hacia abajo. Sin embargo, lo cierto es que, en Italia, las consecuencias de ciertas decisiones políticas, económicas y culturales han coincidido con una década de declive que se viene gestando desde finales del siglo pasado


Articolo del Sun, 17 May 2026 17:17:15 +0000
a cura di G. P.


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