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News
Libertà, buone maniere e altri ordini spontanei
Data articolo:Wed, 07 Jan 2026 18:17:44 +0000 di Redazione

La percezione che la società in cui abitiamo sia diventata più rumorosa e maleducata, meno spontanea, più volgare, ecc. è un bias generazionale strutturale. Non è una novità. Si potrebbe dire che a ogni generazione tocca la stessa pena. Ha una qualche utilità socioculturale, se Mark Twain ironizzava sul fatto che i giovani giudicano i genitori ignoranti, salvo poi scoprire che cambiano le percezioni, non il mondo. Molto prima, Socrate, Aristofane, Seneca, i moralisti settecenteschi, i vittoriani e i critici del Novecento hanno ripetuto lo stesso lamento. Ogni generazione ha creduto che i propri costumi stessero perdendo autenticità e che le buone maniere si stessero estinguendo.

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Cultura
L’interminabile ’68 a Desio
Data articolo:Wed, 07 Jan 2026 18:02:10 +0000 di Redazione

Il 14 gennaio alle ore 21.00 presso l’aula congressi del Banco di Desio (via Rovagnati 1, Desio) si terrà la presentazione del libro L’interminabile ’68. Un punto di vista cattolico di Giancarlo Cesana.

Parteciperanno:
Massimiliano Riva, imprenditore
Felice Achilli, direttore di Struttura complessa di cardiologia dell’Ospedale Pio XI, Asst Brianza
Giancarlo Cesana, professore emerito di Igiene, Università Bicocca
Modera: Emanuele Boffi, direttore di Tempi

Blog
Il blitz di Trump in Venezuela visto da quelli che preferiscono Xi Jinping
Data articolo:Wed, 07 Jan 2026 08:13:42 +0000 di Lodovico Festa

Il leader M5s Giuseppe Conte a Madrid con Pedro Sánchez all’epoca in cui erano entrambi capi di governo dei rispettivi paesi, Italia e Spagna, 8 luglio 2020 (foto Ansa) Su Euronews Jesús Maturana scrive:

«Il [primo ministro] della Spagna, Pedro Sánchez, ha confermato in un messaggio sul suo profilo sul social network X che Spagna, Brasile, Cile, Colombia, Messico e Uruguay hanno firmato una dichiarazione di rifiuto delle operazioni militari statunitensi a Caracas del 3 gennaio».

Il mondo sta attraversando una fase di pericolosa disgregazione nella quale gli esiti possono essere solo due: o si rafforza l’antico atlantismo nonostante certe sciocchezze di Donald Trump sulla Groenlandia, o aumenterà il peso dell’egemonismo cinese. In questo senso Sánchez ha da tempo scelto Pechino come suo partner fondamentale. * * * Su Adnkronos si scrive:

«Il leader M5s Giuseppe Conte interviene sui social e sottolinea che “l’aggressione americana al Venezuela non ha nessuna base giuridica. Siamo di...

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Esteri
«Il Venezuela è senza Maduro, ma il chavismo è ancora al comando»
Data articolo:Wed, 07 Jan 2026 03:50:00 +0000 di Paolo Manzo

Per decenni ha raccontato il potere chavista dall’interno, frequentando palazzi presidenziali, ambasciate e centri decisionali di Caracas. L’80enne Nelson Bocaranda Sardi è uno dei più noti e rispettati giornalisti venezuelani: commentatore televisivo, editorialista, cronista investigativo, fondatore del sito Runrunes e vincitore del Premio Nazionale di Giornalismo già nel 1985. Per il suo stile indipendente e corrosivo è spesso definito l’Indro Montanelli venezuelano. Oggi vive fuori dal Venezuela, costretto all’esilio dopo anni di minacce e persecuzioni. È una delle voci che meglio conoscono i meccanismi interni del chavismo, i suoi traffici opachi e i legami internazionali del regime. Con lui Tempi prova a capire che cosa resta del Venezuela dopo la cattura di Nicolás Maduro e perché, paradossalmente, oggi le domande sul futuro del paese sono ancora più inquietanti di prima. Lei sostiene che oggi le incognite siano persino maggiori di prima. Perché?Perché, dopo quanto è accaduto, no...

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Esteri
Perché Aliyev in Azerbaigian non fa la fine di Maduro
Data articolo:Wed, 07 Jan 2026 03:40:00 +0000 di Grigor Ghazaryan

Il dittatore petrolifero Aliyev non verrà detenuto né rapito insieme alla moglie, vicepresidente dell’Azerbaigian; non subirà le sanzioni, le ritorsioni o le messinscene morali che l’Occidente riserva ad altri regimi non allineati, come quello del presidente venezuelano Maduro.

Ad Aliyev, invece, è stato ed è tuttora concesso tutto: commettere crimini di guerra in piena impunità (2020), orchestrare un blocco disumano durato nove mesi contro la popolazione armena dell’Artsakh, portare a termine una pulizia etnica (2023) e, infine, concedere un’amnistia ai criminali più feroci (2025) – ironicamente proprio coloro che hanno partecipato alle violenze contro gli armeni.

Aliyev e l’impunità garantita grazie al petrolio

Gli è stato permesso premiare un assassino come Ramil Safarov e, allo stesso tempo, infliggere condanne pesantissime, degne di un sistema di presa in ostaggio, a prigionieri armeni detenuti da anni nelle carceri di Baku. Il tutto nel silenzio complice delle cancellerie occidentali. E non parliamo nemmeno della distruzione sistematica del patrimonio cristiano armeno rimasto nei territori dell’Artsakh occupati dalle forze azere: un vero e proprio genocidio culturale consumato sotto gli occhi di tutti.

Queste barbarie sono tollerate perché, a differenza di Maduro – colpevole di aver osato (quasi) nazionalizzare le risorse del proprio Paese – il petrolio azero viene diligentemente servito all’Occidente, ingoiato dalle multinazionali come la Bp, convogliato attraverso il gasdotto Tanap, che giunge alla Puglia, e il tutto saldamente cementato da decenni di “diplomazia del cavialeâ€, raffinata fino a diventare un’arte della corruzione politica.

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Ostaggi e detenzioni arbitrarie

Questo regime fascistoide in piena degenerazione continua a tenere in detenzione decine di cittadini russi e armeni dell’Artsakh, utilizzandoli come merce di scambio nei giochi politici con Russia e Armenia. Naturalmente, viziato dall’Occidente egemone che si abbevera del suo petrolio tramite le multinazionali, il regime autoritario e oligarchico di Aliyev può permettersi questa sfacciataggine tanto nei confronti della Russia di Putin quanto della squadra perdente di Pashinyan.

Allo stesso tempo, il regime impone la propria lettura della storia e dell’attualità: interferisce apertamente nell’Agenda strategica di partenariato Armenia-Ue, spingendosi fino a correggerne la terminologia ufficiale. Gli “sfollatiâ€, secondo la narrazione prescritta da Baku, dovrebbero essere definiti come coloro che, dopo aver rifiutato il programma di “reintegrazione†presentato dall’Azerbaigian, si sarebbero trasferiti volontariamente in Armenia. È su questo avverbio – volontariamente – che si concentra l’apice del cinismo: gli armeni avrebbero “scelto†di andarsene sotto i bombardamenti, sotto la minaccia delle bombe a grappolo, per non fare la fine delle vittime di Sumgait, Baku e Maragha.

Propaganda e riscrittura della storia

Qui la violenza non si limita ai fatti, ma si prolunga nel linguaggio; la sopraffazione non si accontenta dell’espulsione fisica, ma pretende l’adesione semantica delle vittime alla versione del carnefice. È questa la forma più estrema di sottomissione che il regime dittatoriale di Aliyev tenta di imporre: riscrivere l’esperienza del trauma e trasformare la fuga forzata in una scelta. È, per dirla con Walter Benjamin, la storia scritta dai vincitori, qui esibita nella sua forma più crudele e oscena.

Non solo. Copiando deliberatamente una terminologia legittimamente adottata dalla storiografia per gli Armeni – quella di Armenia Occidentale, affermatasi dopo il genocidio del 1915 – gli azeri, ovvero i turchi del Caspio, operano un calco concettuale e propagandistico, imponendo la nuova e artificiale narrazione della cosiddetta “Azerbaigian occidentale†immediatamente dopo aver conquistato e ripulito etnicamente l’Artsakh armeno. Questo discorso fascista ed espansionista non è marginale né spontaneo: è finanziato, promosso e istituzionalizzato a livello statale dall’Azerbaigian.

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Monumenti, parate e processi farsa

Eppure il dittatore petrolifero Aliyev – alleato strategico di Israele in quanto fornitore di una piattaforma avanzata di aggressione contro l’Iran, in aperto contrasto con il doppiogiochismo di ErdoÄŸan, paladino retorico della Palestina – non verrà né detenuto né rapito. Maduro sì; Aliyev no. Forte dell’ipocrisia occidentale, a Stepanakert svuotata dei suoi abitanti, inaugura l’ennesimo monumento della “vittoria†nella guerra dei 44 giorni, cioè della pulizia etnica, un monumento bianco in stile Berdimuhamedov, perfettamente coerente, nella sua ideologia, con il Parco dei trofei militari di Baku, dove manichini grotteschi raffiguravano il “nemico†armeno in una propaganda statale apertamente armenofoba.

Il tutto mentre si consuma un processo farsa contro i prigionieri armeni, rappresentanti dell’Artsakh autodeterminatasi trent’anni fa attraverso una secessione legittima, ignorata e cancellata dall’intera comunità internazionale. Questo è il teatro della vittoria azera: monumenti, parate, umiliazioni simboliche, sullo sfondo di celle, torture e silenzi diplomatici. E tutto ciò avviene sotto l’egida della Turchia, che nel frattempo incarcera giornalisti come Tuğçe Yılmaz per aver osato esprimersi sul Genocidio degli armeni.

Questa non è geopolitica: è complicità. Non è realpolitik: è la normalizzazione del crimine quando serve agli interessi energetici e militari dell’Occidente.

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Scuola
Gli alunni inglesi di 11 anni verranno raddrizzati con i “corsi contro la misoginiaâ€
Data articolo:Wed, 07 Jan 2026 03:30:00 +0000 di Caterina Giojelli

C’è un’età in cui si dovrebbe imparare a leggere, scrivere, fare di conto. In Inghilterra, a partire dagli undici anni, si imparerà anche a distinguere la pornografia dalle relazioni reali, almeno secondo il governo laburista di Keir Starmer. I bambini che mostrano “comportamenti misogini†verranno intercettati, schedati, indirizzati a percorsi correttivi. Gli insegnanti saranno addestrati a riconoscere le inclinazioni sbagliate, gli alunni “ad alto rischio†inviati a «ricevere cure e supporto» per affrontare i pregiudizi contro donne e ragazze.

È l’ultima declinazione dell’ottimismo educativo di Stato, finanziata con un “investimento multimilionario†che promette di sradicare la misoginia dalle scuole inglesi.

La repressione come pedagogia

Alla vigilia della presentazione della strategia governativa per dimezzare “in dieci anni” la violenza contro donne e ragazze, il vicepremier David Lammy affida al Guardian il suo manifesto morale. Parla da ministro e da padre di una figlia e di due maschi. Promette «di mettere in campo tutto il potere dello Stato nella più grande repressione della violenza contro donne e ragazze nella storia britannica». I numeri sono agghiaccianti: una donna su otto vittima di violenza, quasi duecento stupri al giorno, tre donne uccise ogni settimana.

Lammy invita a “fermarsi a riflettere†e indica il punto d’origine di ogni male: «Il modo in cui cresciamo i nostri figli maschi». Mascolinità tossica e sicurezza femminile sarebbero indissolubilmente legate. Colpevoli designati: pornografia da smartphone e influencer come Andrew Tate, guardato con simpatia dal 41 per cento dei giovani.

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Una copione da Adolescence. Senza grooming gangs

Nessun riferimento allo scandalo delle grooming gangs, migliaia di ragazzine abusate per anni da gruppi organizzati di uomini asiatici-musulmani, mentre istituzioni e progressisti tacevano per non “alimentare il razzismoâ€. Senza sminuirne la gravità, la misoginia che disturba è sempre quella astratta, digitale, disincarnata. Quella reale, etnica, organizzata, viene archiviata come tema scomodo.

A dirlo senza giri di parole è Kemi Badenoch, leader conservatrice, che liquida il piano come una sequenza di «stupidi espedienti». Alla Bbc accusa il governo di aver passato l’estate davanti ad Adolescence piuttosto che tra la gente. E invoca più polizia, più espulsioni, più coraggio politico: «Allontanare dal Paese chi proviene da culture in cui le donne sono trattate come cittadine di terza classe sarebbe un punto di partenza più intelligente».

A lezione di “relazioni sane”

Il progetto pilota partirà il prossimo anno. Entro la fine della legislatura tutte le scuole secondarie dovranno insegnare “relazioni saneâ€. Ci saranno lezioni su deepfake, molestie online, stalking, coercizione, pressione dei pari. E naturalmente alfabetizzazione pornografica: distinguere fantasia e realtà, desiderio e dominio. Tutto confluirà nel nuovo curriculum Rshe, obbligatorio dal settembre 2026. Costo: 16 milioni di sterline. Quattro arriveranno da un fondo alimentato da filantropi, il resto dai contribuenti.

Secondo le linee guida già in vigore, queste cose dovrebbero essere insegnate da anni: consenso, effetti negativi del porno, illegalità delle immagini indecenti. Le nuove direttive alzano l’asticella: gli studenti «dovrebbero essere in grado di riconoscere la misoginia» e comprenderne i legami con la violenza.

Estirpare la misoginia in un paese che teme Harry Potter

Ambizioso, in un paese dove servono trigger warning per avvisare gli universitari che Harry Potter contiene linguaggio “obsoleto†e Alice nel Paese delle Meraviglie potrebbe risultare “offensivoâ€. Un paese in cui, come documenta il libro-inchiesta Pornocracy di Jo Bartosch e Robert Jess, sono stati proprio i corsi di educazione affettiva e sessuale, mal regolati e ideologicamente orientati, a introdurre pornografia esplicita e attivismo sessuale nelle scuole britanniche. Un cavallo di Troia pedagogico.

I risultati sono terrificanti. Secondo una ricerca del Commissario per l’Infanzia, quasi metà dei giovani ritiene che le ragazze si aspettino aggressioni fisiche durante il sesso. Il 42 per cento pensa che le ragazze apprezzino atti sessuali fisicamente violenti. Altro che prevenzione.

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Eppure, nel 2023, un rapporto commissionato dalla parlamentare Miriam Cates mostrava come fossero stati proprio i fornitori di materiali scolastici – Split Banana, ChildLine – ad aver normalizzato la pornografia. «Guardarla non è negativa», si diceva. «È importante pagare per il porno». Esisterebbe persino «ottimo porno femminista». ChildLine arrivò a pubblicare un video, poi rimosso, in cui la pornografia veniva descritta come “divertente†e “sexyâ€, suggerendo categorie BDSM e hardcore a milioni di visualizzazioni infantili.

Lo Stato morale e il bambino rieducato

Starmer dichiara che ogni genitore dovrebbe poter confidare nella sicurezza della propria figlia. Vero. Ma le “idee tossiche†non arrivano solo dal web: a volte entrano dalla porta principale della scuola, con il timbro dell’ufficialità e l’alibi della prevenzione.

Bene che le scuole si diano una svegliata. Male che lo facciano con la presunzione di raddrizzare il legno storto dell’umanità. La violenza non è un bug del sistema educativo. E chi pensa di sradicarla con la strategia dei corsi obbligatori dopo averla coltivata con gli stessi strumenti, non la chiami educazione.

Esteri
L’ipocrisia di chi piange la morte del diritto internazionale dopo la cattura di Maduro
Data articolo:Tue, 06 Jan 2026 03:55:00 +0000 di Piero Vietti

Il blitz militare degli Stati Uniti in Venezuela, che nella notte del 3 gennaio hanno bombardato la capitale, Caracas, e catturato il presidente-dittatore Nicolas Maduro insieme alla moglie Cilia Flores, fa discutere – oltre che sulle reali motivazioni che hanno spinto l’amministrazione Trump a intervenire – sullo stato di salute del diritto internazionale. Può un Paese intervenire militarmente e interferire nella politica interna di un altro Paese senza conseguenze, si chiedono un po’ idealisticamente diversi commentatori che forse non riescono a nascondere del tutto la loro simpatia per il leader chavista che ha affamato la popolazione venezuelana e che faceva affari con Russia, Cina e Iran? La foglia di fico del diritto internazionale «Questo discorso del diritto internazionale mi sembra alquanto ipocrita, francamente», dice a Tempi Giovanni Orsina, politologo e ordinario di Storia contemporanea alla Luiss Guido Carli di Roma. «Per anni ci siamo nascosti dietro a questa foglia di fi...

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Sport
Tennis, Olimpiadi e (speriamo) Mondiali di calcio: l’Italia dello sport nel 2026
Data articolo:Tue, 06 Jan 2026 03:40:00 +0000 di Sandro Bocchio

Tre sono i principali filoni sportivi da seguire nel 2026: uno ci accompagnerà tutto l’anno, gli altri sono circoscritti nel tempo. Con l’Italia sicura protagonista in due, per il terzo si vedrà… I dodici mesi saranno scanditi dal tennis e già il 12 gennaio si comincia con il primo slam, gli Australian Open. Il 2025 è stato dominato da Carlos Alcaraz e Jannik Sinner, oggi numero uno e due del ranking. Una classifica su cui pesa ancora come un macigno lo stop di tre mesi imposto all’altoatesino per la vicenda Clostebol.

Nel tennis sarà ancora Sinner-Alcaraz

I due si sono divisi equamente gli ultimi slam – Australian Open e Wimbledon per Sinner, Roland Garros e Us Open per Alcaraz –, l’azzurro ha trionfato nello scontro diretto conclusivo alle Nitto Atp Finals, spingendo l’avversario al cambio dello storico allenatore (Juan Carlos Ferrero) in vista dei confronti futuri. Difficile, allo stato attuale, che emerga qualcuno in grado di inserirsi nel duopolio, vista l’età di Novak Djokovic e i mancati passi avanti della concorrenza, fotografati dal ranking Atp: Alcaraz e Sinner sono separati da 550 punti (12.050 a 11.500), poi il vuoto. Alexander Zverev è terzo a quota 5.155. Classifica che vede cinque italiani nei primi 50 posti (Lorenzo Musetti, Flavio Cobolli, Luciano Darderi e Lorenzo Sonego, oltre a Sinner).

La conferma di una supremazia recente e da confermare a fine novembre a Bologna, nella fase finale di Coppa Davis: l’Italia insegue il quarto successo consecutivo, come non capita dal 1971 (con gli Stati Uniti). Ah, poco prima ci saranno le Finals, ancora a Torino. In attesa di capire cosa capiterà con Milano per il 2027.

Il tennista italiano Jannik Sinner, a sinistra, e il tennista spagnolo Carlos Alcaraz, a destra, si scattano un selfie al termine dell'allenamento di venerdì 7 novembre a Torino
Jannik Sinner, a sinistra, e Carlos Alcaraz si scattano un selfie al termine dell’allenamento di venerdì 7 novembre a Torino, dove i due saranno impegnati nelle ATP Finals (foto Ansa)

Le speranze azzurre alle Olimpiadi di Milano-Cortina

Milano, per l’appunto. Insieme con Cortina, dà il nome allOlimpiade invernale che, dal 6 al 22 febbraio, coinvolgerà diverse località dell’arco alpino. Arriviamo all’appuntamento con qualche affanno, tra cantieri ancora aperti e polemiche sulle misure dell’impianto di hockey su ghiaccio. Per non parlare del lungo balletto intorno a San Siro e alla sede dove ospitare Milan-Como di Serie A, vicenda in cui le granitiche certezze dei dirigenti della Lega Calcio sulla trasferta a Perth si sono trasformate in un rinvio da disputare a Milano dopo metà febbraio.

Mikaela Shiffrin e Marco Odermatt sono i protagonisti attesi nello sci alpino, anche se i riflettori si accenderanno soprattutto su Lindsey Vonn, tornata a vincere una gara di Coppa del mondo a 41 anni e prima per dodici volte sulla pista di Cortina, dove si disputeranno le competizioni femminili. Una pista molto amata anche da Sofia Goggia, quattro successi in carriera e concreta speranza di medaglia azzurra. In attesa di capire se ce la farà Federica Brignone, che sta lavorando duro per esserci, dopo il grave infortunio di aprile. La velocità ha visto anche gli uomini, capitanati da Dominik Paris, protagonisti in questa prima fase di stagione.

Tutti pazzi per il curling

Ma gli obiettivi azzurri non si nutrono unicamente di sci alpino e, come accade ogni quattro anni, tiferemo per sport di cui siano digiuni – o quasi – pur di vedere l’Italia salire nel medagliere. Come il curling, per esempio, dove siamo campioni in carica nel doppio misto con Stefania Constantini e Amos Mosaner.

L'italiana Dorothea Wierer in azione durante la tappa della Coppa del mondo di biathlon a Kontiolahti, in Finlandia, l'8 dicembre 2024
L’italiana Dorothea Wierer in azione durante la tappa della Coppa del mondo di biathlon a Kontiolahti, in Finlandia, l’8 dicembre 2024 (foto Ansa)

Azzurri da seguire nel biathlon (Tommaso Giacomel più il duo Lisa Vittozzi-Dorothea Wierer), nel fondo (Federico Pellegrino), nel pattinaggio di figura, in quello di velocità (Davide Ghiotto e Francesca Lollobrigida), nello short track (Arianna Fontana è alla sesta Olimpiade, dopo il debutto a Torino 2006 non ancora sedicenne), nel freestyle, nello snowboard (Michela Moioli più Maurizio Bormolini, Mirko Felicetti, Aaron March e il 45enne Roland Fischnaller, tutti vincitori di una tappa nell’attuale Coppa del mondo), nello slittino (Dominik Fischnaller), magari nello skeleton, dove la medaglia manca da Sankt Moritz 1948. E ci sarà il tempo per applaudire Lara Colturi, pur non più azzurra: potrebbe regalare una storica medaglia all’Albania.

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Il Mondiale di calcio e quello di volley

Terzo, ma non ultimo, il calcio. Quello del “si vedrà…”. Perché se l’11 giugno partono i Mondiali tra Stati Uniti, Canada e Messico, quelli extralarge a 48 squadre – debordanti come le personalità di Donald Trump (padre-padrone di casa) e Gianni Infantino (padre-padrone della Fifa) – resta da vedere se noi ci saremo. L’Italia non si qualifica dal 2014 e chi scrive ha seguito da inviato di Tuttosport l’ultima presenza azzurra a una fase finale (a Natal, Brasile, sconfitta per 0-1 con l’Uruguay).

Gennaro Gattuso
Il ct della Nazionale di calcio italiana, Gennaro Gattuso (foto Ansa)

Era il 24 giugno 2014, da allora basta: fuori da Russia 2018, dopo lo spareggio flop con la Svezia; fuori da Qatar 2022, dopo il crollo con la Macedonia del Nord. Gli schiaffi incassati nel girone eliminatorio dalla Norvegia ci costringono ancora una volta ai playoff: il 26 marzo a Bergamo con l’Irlanda del Nord e il 31 in trasferta con la vincente di Galles-Bosnia Erzegovina. Come ranking siamo gli ipotetici favoriti, ma lo eravamo anche nelle due precedenti occasioni e abbiamo visto come andò a finire.

A Rino Gattuso il compito di evitare la terza figuraccia consecutiva, con la prospettiva di un girone di prima fase con Svizzera, Canada e Qatar. Mal che vada, ci appassioneremo alle vicende di Curaçao, Capo Verde, Haiti e Uzbekistan. E potremo consolarci a settembre, quando Milano ospiterà la Final Four degli Europei maschili di volley. Qui solo la Polonia può insidiare un movimento che, nel 2025, ha vinto il secondo Mondiale consecutivo e, tra i club, ha trionfato in Europa e nel mondo con Perugia.

Ambiente
Senza agricoltura la cucina italiana non sarebbe patrimonio Unesco
Data articolo:Tue, 06 Jan 2026 03:20:00 +0000 di Tiziano Pozzi

Nel dicembre dell’anno appena trascorso, il settore agroalimentare europeo si è trovato al centro di due eventi apparentemente distanti, ma, in realtà, strettamente collegati da un filo conduttore comune: il ruolo degli agricoltori. Da un lato, le proteste dei “trattori†a Bruxelles, animate non solo da produttori italiani, hanno rappresentato la risposta decisa contro i tagli finanziari previsti dalla nuova Politica Agricola Comune (PAC), stimati intorno al 20 per cento.

Dall’altro, il prestigioso riconoscimento da parte dell’Unesco della cucina italiana, come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità, ha sottolineato ancora una volta il valore universale della nostra tradizione gastronomica. Questi due momenti, pur sembrando separati, sono uniti dal contributo essenziale degli agricoltori, senza i quali non esisterebbero né il cibo né la cura del paesaggio, né tantomeno la cultura culinaria che tutto il mondo ci invidia.

Da dove nasce la qualità della cucina italiana

La qualità della cucina italiana nasce nei campi e negli allevamenti, grazie all’impegno degli imprenditori agricoli e nella trasformazione delle materie prime in prodotti Dop e Igp. Non sono i grandi chef, ma gli agricoltori a gettare le fondamenta della nostra eccellenza gastronomica. Tuttavia, la politica agricola europea ha spesso commesso l’errore di contrapporre agricoltura e ambiente, produttività e tutela del territorio, sottovalutando il ruolo sociale degli agricoltori. Politiche selettive come la strategia Farm to Fork, unite alle difficoltà di mercato e agli eventi climatici e fitosanitari avversi, hanno generato diffidenza e scetticismo nel settore primario.

Il riconoscimento Unesco alla cucina italiana arriva in un momento di grande successo per l’export agroalimentare nazionale, che ha raggiunto il record di 68,5 miliardi di euro (dati Crea 2024). Tuttavia, dietro questo risultato si celano problemi strutturali mai risolti, come la distribuzione iniqua del valore lungo le filiere. Su 100 euro spesi dal consumatore per prodotti agricoli freschi, meno di 20 euro rappresentano il valore aggiunto per gli agricoltori, mentre il loro utile netto si riduce a soli 7 euro dopo aver detratto ammortamenti e salari. La situazione peggiora per i prodotti trasformati, con un utile che scende a 1,5 euro (dati ISMEA).

campo agricolo trattore vista drone

Le filiere vulnerabili del Made in Italy

Un ulteriore elemento di preoccupazione riguarda la forte dipendenza dall’import agroalimentare, pari a 67,2 miliardi di euro (dati Crea 2024). Alcune filiere fondamentali del Made in Italy risultano particolarmente vulnerabili, a causa dell’approvvigionamento limitato e della concentrazione delle importazioni in pochi Paesi, spesso lontani o a rischio geopolitico. Mais e soia, indispensabili per i mangimi zootecnici, mostrano criticità elevate con tassi di copertura nazionale rispettivamente del 46 e del 32 per cento. Lo stesso vale per i frumenti destinati all’industria pastaria, che dipende per il 44 per cento da fornitori esteri come Canada, Russia, Grecia e Turchia. Per prodotti da forno, la dipendenza dall’import raggiunge il 64 per cento, con flussi significativi da Ungheria, Francia, Austria, Ucraina e Romania (dati 2023).

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Queste dinamiche portano a una considerazione paradossale: il riconoscimento Unesco alla cucina italiana dovrebbe essere idealmente condiviso con le nazioni che ci forniscono materie prime indispensabili per la produzione di pasta, pizza, carne per la Bresaola della Valtellina e mangimi per i nostri suini e bovini, da cui ricaviamo prosciutti e formaggi. Il rischio è che, senza un rafforzamento della nostra agricoltura, il settore agroalimentare italiano possa arrivare a prescindere sempre di più dall’agricoltura nazionale, perdendo così le proprie radici e la propria identità.

Società
Dal fascismo a Corona. Sarà un altro anno di crociate riciclate?
Data articolo:Tue, 06 Jan 2026 03:15:00 +0000 di Caterina Giojelli

Avevamo lasciato il 2025 così: a rianimare crociate sfinite e tallonare prede sempre più evanescenti. L’ultima contro la famiglia tradizionale, “christmas edition”. Repubblica andava a caccia di nuovi stigma da abbattere e li trovava sotto l’albero: il Natale “no contactâ€.

«Sono sempre di più in Italia le persone che scelgono di recidere i rapporti con i genitori», spiegava il giornale, decisione «dolorosa ma consapevole», dettata dal «bisogno di prendere le distanze da relazioni tossiche o invalidanti».

Il Natale “no contact” e family detox di Repubblica

Il Natale, con il suo carico simbolico di affetti e tortellini, diventava così «punto di rottura e l’inizio di una scelta di tutela di sé, ancora stigmatizzata ma sempre più raccontata», prova ne sarebbrp i social che «si sono riempiti di testimonianze», modello confessioni da terapia di gruppo.

Al solito Repubblica le selezionava come scegliendo i calchi per una mostra sul trauma contemporaneo: da quella di Luca, 29 anni, che confessa: «Sono due anni che non parlo con i miei, la prima cosa di cui mi sono liberata (sic, ndr) è stato il mal di stomaco». A quella di Valentina Tridente, «content creator di Parma, 42 anni,» madrina dell’hashtag #nocontact che lamenta: «Se rompi con un partner tossico, tutti ti dicono che fai bene. Se rompi con un genitore che ti manipola o ti controlla, sei un figlio ingrato».

Dopo l’immancabile diagnosi della psicoterapeuta – cui è seguita la storia dell’avvocata Giulia (“Da 8 anni non vedo più mia madre e mia sorella: ho detto basta alla farsaâ€) e il controcanto della presidente dell’Age, associazione genitori italiani – Repubblica dichiarava se stessa parte del cambiamento family-detox: raccontare queste storie è un dovere collettivo, perché «non siamo cattive persone se mettiamo la salute mentale al primo posto».

I qr code antifascisti di Roma

Avevamo lasciato Roma in balia delle parafilie antifasciste dell’assemblea capitolina, dove la maggioranza Pd-Avs-Sinistra civica ed ecologista, con una mozione prenatalizia, decideva di “risignificare†mezza città, riciclando vecchie battaglie contro il fascismo in un nuovo business di qr code educativi.

E così il Colosseo quadrato all’Eur, il Foro Italico, la Sapienza – ma pure, a rigor di logica, anche via dei Fori Imperiali, via della Conciliazione, piazza Augusto Imperatore, il pontile di Ostia, l’ex Forlanini, Ostiense, Cinecittà, lo Stadio dei Marmi, ponti vari e tutta l’architettura razionalista del Novecento – sono diventati colpevoli seriali in quanto portatori sani di valori “violenti, discriminatori, razzisti, autoritari”. Almeno così spiegheranno i qr code inquadrati dai turisti, finalmente laureati in storia contemporanea (andassero prima a chiedere al Colosseo tondo, quanti morti ha fatto).

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Il Sacro queer di Nichi Vendola e la Gesù Bambin@ di don Vitaliano

Avevamo lasciato Nichi Vendola, trombato alle elezioni del 23-24 novembre ma non allo spirito del tempo, diversificare la carriera e farsi profeta queer del Vangelo. All’arena di Repubblica nella fiera Più libri più liberi, diventata teatro di contestazioni e flash mob contro la casa editrice “fascistaâ€, Vendola presentava infatti il suo Sacro Queer rivelando che «tutti i personaggi chiave del Vangelo sono queer». Da Maria alla Maddalena, fino al buon Samaritano che «nel mondo di Salvini sarebbe un trans, uno zingaro». Da ex governatore pugliese a guru della spiritualità controculturale da scaffale, Vendola denunciava il «vocabolario della ferocia» e il «genocidio delle parole». La soluzione? Evidentemente stamparne di più (in edizioni rainbow).

Sempre a proposito di parole e preti, avevamo lasciato don Vitaliano Della Sala annunciare che nel presepe di Mercogliano sarebbe nata una bella bambina, perché «Gesù Bambin@ oggi si incarnerebbe nelle bambine e nei bambini senza casa, senza terra, senza pace e senza domani della Palestina e di Gaza, dell’Ucraina e del Sud Sudan». Praticamente un telegiornale con statuine inclusive e schwa, per non lasciare alcuno stigma inesplorato.

I bunker climatici di Sánchez e il nuovo core business di Greta

Avevamo lasciato Pedro Sánchez promettere una rete nazionale di “rifugi climatici†per proteggere dal riscaldamento globale le «persone senza casa o con meno possibilità economiche, che più difficilmente hanno l’aria condizionata». Tra i nuovi bunker figurano «le sedi dei ministeri». Sia mai che il fresco, garantito per costituzione ai capi dicastero, soccomba davanti alla crisi geopolitica e all’ormai storico enigma draghiano: «Meglio la pace o il condizionatore acceso?».

Avevamo lasciato Greta Thunberg completare la conversione: dagli orsi polari al conflitto geopolitico, dalle emissioni di COâ‚‚ al genocidio a Gaza, dalle conferenze Onu alle flottiglie. Una carriera coerente: sempre in piazza, sempre in collera, solo nuovi nemici.

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Gli stickers di Ultima Generazione e lo spleen di Beppe Grillo

Soprattutto avevamo lasciato Ultima Generazione mollare catene, salsa di pomodoro e musei per scoprire l’inflazione. Dalla Terra al carrello della spesa. Perché «i supermercati sono tra i poteri economici più forti» e il governo compra armi invece di combattere il caro vita. Da qui l’ideona: da ottobre «Smettiamo di comprare dai supermercati un giorno a settimana» così «gli togliamo soldi e credibilità». Guerra al consumismo e al made in Italy («interrompere le esportazioni non fermerebbe da solo la strage, ma sarebbe un segnale forte») con tanto di kit scaricabile: entra nel supermercato, estrai gli adesivi del boicottaggio e attaccali. L’azione diretta versione cartoleria.

Infine avevamo lasciato Beppe Grillo in fase anacoreta: «Mi sento in uno stato in cui non esiste noia, tristezza, né dolore fisico e morale», scrive nel “messaggio politico di fine annoâ€. «Un bozzolo dalle dimensioni infinite. La mia immagine si rispecchia e posso vederla senza sapere dove ho gli occhi. Sembra un sogno ma dare ai sogni il loro giusto posto sarà la sfida degli anni a venire (…) il mio tempo non è ancora venuto, io sono postumo. Sto qui, a guardare e a pensare… In silenzio, perché è la forma più elevata di presenza». Manca solo un’amaca e poi diventa una rubrica.

Dalla guerra morale a Netflix

Avevamo lasciato, insomma, il 2025 in assetto di guerra morale: un grande presepe narrativo con sciarpe d’ordinanza, indignazioni stagionali, meditazioni a rotazione rapida. Chi si stufa di salvare il mondo un albero alla volta preferisce Gaza; chi non trova più poltrone si reinventa “mente libera queerâ€; chi lanciava vernice alle statue ora boicotta i carrelli della spesa.

Il 2026, promettono, partirà con un battaglione incredibile. Si è aperto con le minacce di Corona sul caso Signorini identiche a quelle che lanciava qualche Vallettopoli fa («ho tante di quelle prove e chat che vi faranno tremare»), e infatti, dal 9 gennaio, Netflix annuncia Io sono notizia, cinque episodi di rivelazioni sul re dei paparazzi, vocali rubati e vite vip in saldo, un core business da scandalo esausto ma sempre redditizio.

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E così il cerchio si chiude: le crociate morali, esauriti gli stigmi da abbattere e le batterie, si riciclano in battaglie vecchie con packaging nuovo. Perché nel 2026, come nel 2025 e ogni anno che l’ha preceduto, quella risorsa rinnovabile per eccellenza che resta l’indignazione deve pur generare like, voti. Abbonamenti.


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