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#news #tempi.it
Per gentile concessione dell’autore ripubblichiamo un articolo di Antonio Gozzi apparso su Piazza Levante.
* * *
Fin dall’inizio della campagna elettorale per il referendum costituzionale sulla separazione delle carriere questo giornale si è schierato convintamente per il Sì.
Il voto di domenica e lunedì scorso, grandemente partecipato (si è sfiorato il 60% dell’elettorato) ha visto il prevalere del No con un significativo vantaggio.
Il popolo in democrazia è sovrano, e quindi bisogna accettare e rispettare il responso delle urne. Ciò non significa però dimenticare le grandi questioni che erano alla base della scelta per il Sì, in particolare quella più importante di tutte e cioè la garanzia della terzietà del giudice e l’eliminazione del potere delle correnti della magistratura sulle carriere e sui provvedimenti disciplinari riguardanti giudici e pubblici ministeri.
In un paese libero si ha il diritto di ribadire questi concetti, e di vigilare affinché il voto per il No, sia pure numericamente così importante, non costituisca ulteriore elemento di rafforzamento del protagonismo di molti Pm e del circuito mediatico-giudiziario che li sostiene, che hanno rovinato la vita di tante persone risultate alla fine del giudizio completamente innocenti.
A Milano i magistrati brindano in sedi istituzionali, a Napoli cantano “Bella ciao” e “chi non salta la Meloni è”: ora l’equilibrio dei poteri, già sbilanciato, si è spostato ancora di più a loro favore.
Per questo motivo continueremo, con le nostre modeste possibilità , nella battaglia garantista e di libertà che caratterizza la linea di questo giornale a tutela dei cittadini e della stessa reputazione e responsabilità dei magistrati. Non dimentichiamo certo che 12 milioni e mezzo di cittadini italiani, cioè oltre il 46% di coloro che hanno esercitato il diritto di voto, hanno votato in senso garantista. Noi, nel nostro piccolo, ci saremo per loro.
Detto ciò, lo sforzo che bisogna fare è anche l’analisi e la comprensione di questo voto, che è stato per molti versi una sorpresa che ancora una volta i sondaggisti non avevano percepito.
È stata una sorpresa l’alta affluenza al voto, che spazza via tutti i discorsi sulla disaffezione al voto degli italiani e sulla loro presunta indifferenza alle questioni politiche; è stata una sorpresa il fatto che l’alta partecipazione abbia favorito il No invece che il Sì, come era stato detto, sempre sbagliando, da molti sondaggisti; è stata una sorpresa l’alta partecipazione dei giovani, prevalentemente schierati con il No.
Come sempre un fenomeno di queste dimensioni non ha una sola spiegazione ma molti elementi e cause che lo determinano.
Proviamo a fare qualche riflessione e a dire al riguardo la nostra. Come tutte le interpretazioni è opinabile e può essere non condivisa, anche se l’analisi dei flussi elettorali e le tecniche ormai sofisticate di analisi del voto aiutano ad un’interpretazione.
Il No vince quasi ovunque tranne che nelle tre regioni del Nord industriale, Lombardia, Veneto e Friuli; e in tutte le provincie piemontesi tranne che a Torino che, come tutte le grandi città d’Italia, vota No.
Vince in tutte le classi di età e in particolare tra i giovani.
Vince in tutte le classi sociali anche tra i più abbienti, che votano compattamente per il No.
Questa generalizzazione del voto conferma la pluralità delle motivazioni e delle determinanti.
Come sempre (era già successo nel 2016 con il referendum di Renzi sulle modifiche costituzionali) prevale un elemento di conservazione e di contrarietà a ogni modifica della Costituzione, che viene letta come una modifica nella distribuzione dei poteri dello Stato e come una manifestazione di autoritarismo e di volontà di pieni poteri. In realtà la sinistra che esulta per il No, pur dicendosi riformista e progressista, non vuole né riformare né progredire, e vede la modernizzazione del Paese come un pericolo. La narrazione va in questa direzione e probabilmente ha sfondato tra i giovani. Paradossalmente i giovani, che dovrebbero essere i più interessati a un futuro moderno e di progresso, si iscrivono in uno schema di conservazione.
Un altro elemento che sicuramente ha determinato la vittoria del No è stato un generalizzato voto di protesta che caratterizza il comportamento di larga parte dell’elettorato italiano da molto tempo. È stato così con la vittoria di M5S e della Lega nel 2018 ed è stato parzialmente così per la vittoria della Meloni del 2022.
Oggi si rivolge contro il governo Meloni la protesta alimentata da una posizione della sinistra che sulle vicende di politica estera ha appoggiato i movimenti giovanili pro-Pal a tal punto da non riuscire ad approvare in Parlamento un ordine del giorno sull’antisemitismo di Del Rio, senatore del Pd non appoggiato dal suo partito; e che però non è riuscita, o non ha voluto, promuovere mobilitazione analoga sulla brutale repressione interna del regime iraniano.
È stata una campagna referendaria che più che al merito del problema è stata ‘contro’ e, come è noto, nel nostro Paese le campagne ‘contro’ riscuotono molto più consensi delle campagne ‘per’; si pensi ai Comitati di ogni genere e tipo che in materie di grandi opere infrastrutturali e ambiente dicono sempre No a tutto.
Infine c’è un elemento di incertezza, di fragilità e di apprensione che in un momento internazionale così difficile colpisce tutte le opinioni pubbliche europee, quella italiana inclusa, e che trae origine dal drammatico declino europeo. Un’angoscia sul futuro, una grave preoccupazione dei padri che per la prima volta da molto tempo pensano che i loro figli vivranno peggio di loro, e dei figli che vedono svanire le certezze e il benessere della generazione precedente e percepiscono, con apprensione, un futuro sempre più difficile e incerto.
In questo quadro lo spettro della guerra e il timore per le sue conseguenze, che certamente hanno giocato un ruolo, non hanno favorito la Meloni che con coraggio ha sempre confermato un approccio atlantico nonostante le difficoltà della presidenza Trump (dazi e guerra in Iran).
Infine c’è un tema che riguarda l’azione di governo. All’abilità e alla corretta postura di Giorgia Meloni a livello internazionale, che le sono valse reputazione e considerazione generalizzata, e alla capacità di rimettere i conti in ordine del suo ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, spesso non ha corrisposto altrettanta efficacia in molti settori della vita pubblica, a partire dalle grandi questioni che da decenni affliggono il Paese: sanità , scuola, esodo all’estero di giovani formati dalle nostre scuole e università , scarsa crescita economica nonostante il Pnrr, difficoltà di vasti settori industriali afflitti dall’alto costo dell’energia.
Governare è difficile e riformare l’Italia ancora di più. Ma fare un salto di qualità è necessario; occorre farlo sforzandosi di mettere in campo efficienza, competenza e inclusione.
L’Italia è, nonostante tutto, un grande Paese e ha davanti a sé, anche in questo momento così difficile dal punto di vista geo-politico, grandi opportunità per la sua storia, la sua collocazione geografica mediterranea, le sue capacità industriali, la sua capacità di dialogare con tutti.
Ecco, il tema del dialogo è centrale. Lo spirito pionieristico e inclusivo del Piano Mattei, una delle migliori iniziative del Governo Meloni, forse dovrebbe essere applicato anche alla politica, all’economia e alla società interne.
Kermit Gosnell, il rimosso più ingombrante della cronaca americana, è morto in ospedale lo scorso 1 marzo. Lo avevano trasferito lì dal penitenziario di Smithfield, 95 chilometri a sud di Pittsburgh, dove scontava tre ergastoli consecutivi senza possibilità di condizionale. La notizia è filtrata con settimane di ritardo grazie ai documentaristi Phelim McAleer e Ann McElhinney, ed è stata accolta senza grande enfasi dai media. Eppure Gosnell, la cui orrenda storia è ben nota ai lettori di Tempi, è stato «il più grande serial killer d’America», come recitava il titolo del film che nel 2018 riuscì – nonostante la censura e il sussiego dei salotti bene – a raccontare l’orrore del medico condannato per l’omicidio premeditato di tre neonati e di una paziente.
A Philadelphia, Gosnell operava indisturbato in una clinica che le forze dell’ordine, varcando la soglia nel 2010, ribattezzarono immediatamente «la casa degli orrori». Non era un’iperbole giornalistica, ma la nuda cronaca di un inferno: stanze incrostate di sangue, ferri arrugginiti, condizioni igieniche da incubo. Tra i rifiuti giravano gatti, pulci ed escrementi. E poi i congelatori, dove i resti umani erano accatastati come scarti industriali tra sacchi della spazzatura e cartoni del latte, o conservati in file di barattoli senza alcuno scopo medico.
È in quel perimetro di degrado che Gosnell praticava lo “snipping”. Era il suo termine tecnico per indicare una procedura di routine: recidere il midollo spinale dei bambini nati vivi dopo aborti tardivi indotti. Un taglio netto alla nuca, sferrato con le forbici, per “risolvere” definitivamente il guaio di un figlio indesiderato. Lo ha fatto centinaia di volte tra il 1979 e il 2010, alla luce del sole di West Philadelphia, in un quartiere dove la disperazione spingeva donne povere e immigrate a cercare l’ultima, barbara spiaggia.
Il blitz che pose fine a tutto avvene per caso: polizia, Fbi e Dea seguivano le tracce di traffico illegale di farmaci, trovarono invece una macelleria. Ci vollero tre anni per condannare Gosnell per “soli” quattro omicidi: i pm dovettero rimettere insieme i frammenti dei cadaverini ritrovati in ogni angolo della struttura. Eppure il medico agì indisturbato per tre decenni nonostante denunce e cause per malasanità . Il rapporto del gran giurì, trecento pagine di dettagli nauseanti, parlò di un «completo collasso normativo». «La mia conoscenza della lingua inglese non è sufficiente a descrivere adeguatamente la natura barbara del dottor Gosnell», dichiarò l’allora procuratore distrettuale di Philadelphia, Seth Williams, dopo l’arresto del medico con l’accusa di omicidio, infanticidio, cospirazione, aborto a 24 settimane o più e altri reati. Con lui vennero arrestati la moglie e altri nove collaboratori, tra questi nessun infermiere né medico specializzato in ostetricia o ginecologia.
Il dottor Gosnell «induceva il travaglio, forzava la nascita di bambini vitali al sesto, settimo o ottavo mese di gravidanza e poi uccideva quei bambini tagliando la nuca con le forbici e recidendo il midollo spinale», dichiarò Williams. «Questi omicidi erano diventati così di routine che nessuno era in grado di quantificarli con precisione», si legge nel rapporto. «Erano considerati “procedura standardâ€Â». Tanto che fu impossibile ricostruire quanti bambini morirono sotto le forbici di Gosnell: negli anni lo Stato ignorò decine di denunce e la bellezza di 46 cause legali intentate contro il medico. La Pennsylvania non è il terzo mondo, scrissero i pm, ma le autorità avevano ignorato le barbarie perché processare Gosnell significava, inevitabilmente, processare l’aborto.
Le ispezioni annuali erano cessate nel 1993, col passaggio dal governatore democratico e pro-life Robert Casey al repubblicano pro-choice Tom Ridge. Da quel momento, la clinica divenne terra di nessuno. Come ricostruito nel film Gosnell. The Trial of America’s Biggest Serial Killer al processo l’aria era elettrica: la procuratrice si sentiva chiedere «ma tu non eri pro-choice?», il giudice intimava di non mettere in discussione i «diritti delle donne», e l’ordine tassativo era chiamarli “feti”, mai “bambini”. Fu una fotografia a convincere la giuria ad interrompere un business da un milione e ottocentomila dollari l’anno. Resta emblematica la testimonianza di una dottoressa “concorrente”, volto pulito della “salute riproduttiva”: torchiata dalla difesa si ritrovò a balbettare nel tentativo di tracciare un confine tra il proprio lavoro e quello di Gosnell, tra aborto e infanticidio. Da una parte l’aspirazione del cervello o il “lasciar morire” il neonato vivo in una culla; dall’altra, le forbici. Pura questione di millimetri e strumenti.
Gosnell venne condannato anche per l’omicidio di Karnamaya Mongar, scappata dal Bhutan per trovare la morte su un lettino: overdose da analgesici, somministrati dal personale incompetente in attesa del “luminare” Gosnell.
«Sono fiero di quel che ho fatto. Quei bambini erano vittime di una guerra più grande, perché la loro nascita e la loro sofferenza avrebbe rappresentato un danno maggiore. Non provo rimpianto per quello che ho fatto». Così scriveva Gosnell nel libro-intervista con il giornalista Steve Volk: «Aspiravo alla perfezione per i miei pazienti, a dare loro quello che avrei dato a mia figlia». Mentre decapitava neonati, Gosnell era davvero convinto di fare beneficenza. Una verità insostenibile anche per il New York Times, costretto a parlare di cosa Gosnell “dava” ai suoi pazienti dopo la tempesta mediatica scatenata dai conservatori su Twitter, quando l’America si accorse che il silenzio dei grandi media stava proteggendo un mostro per non disturbare il dogma dell’aborto.
«Uno dei testimoni, Steven Massof, che ha deposto in seguito a un patteggiamento per evitare l’accusa di omicidio di primo grado, ha invitato i giurati a toccarsi la nuca e ha detto: “È come una decapitazione”.
Un’altra ex dipendente, Adrienne Moton, è scoppiata in lacrime mentre descriveva la morte del piccolo A, abortito quando la madre adolescente era incinta di circa 29 settimane. La signora Moton era così sconvolta che gli scattò una foto con il cellulare, che è stata mostrata in tribunale. Ha raccontato che il dottor Gosnell aveva scherzato dicendo che il bambino era abbastanza grande da poter camminare fino alla fermata dell’autobus.
La signora Moton, che ha testimoniato anche lei in seguito a un patteggiamento, ha dichiarato di aver tagliato la gola alla piccola D, nata in un bagno mentre la madre, a cui era stata somministrata una dose elevata di un farmaco per dilatare la cervice, attendeva l’arrivo del dottor Gosnell.
Un’altra dipendente della clinica ha affermato di aver seguito le istruzioni del dottor Gosnell e di aver tagliato il collo alla piccola C dopo che questa aveva mosso un braccio. Il medico le aveva detto che si trattava di un “movimento involontario”».
Sono passati 13 anni dalla sentenza del 2013. Oggi il Nyt dà notizia della morte di Gosnell descrivendo la sua vicenda come «un caso emblematico per gli attivisti antiabortisti, i quali hanno insistito sul fatto che esso mettesse in luce l’umanità del feto non ancora nato». «Se, argomentavano, porre fine alla vita di un bambino abortito al di fuori dell’utero è omicidio, perché non dovrebbe esserlo anche porvi fine prima della nascita con un aborto tardivo?».
È un’altra cronaca di un distacco: come se questa vicenda non fosse bastata per vedere, oggi come allora, in “Baby A”, “Baby C” e “Baby D” dei bambini, e non dei semplici argomenti da dibattito.
Gentile direttore, già dai primi risultati sull’esito del referendum sulla giustizia, da parte di tutte le forze politiche e non solo, sono iniziate le solite dichiarazioni, analisi, valutazioni ecc. come accade sempre in queste circostanze. Mi permetto, come semplice cittadino e lettore della sua rivista, qualche considerazione di fondo ed una riflessione. Innanzitutto, onore a tutti coloro che si sono impegnati nell’occasione con serietà e competenza ed in particolare per la sua rivista che tanto ha fatto per spiegare le vere ragioni del referendum in un clima caratterizzato da una retorica di vecchi tempi e una ipocrisia non indifferente nel confondere ragioni e valori. La riflessione: guardando oltre, tra alcuni mesi si entrerà nel vivo delle prossime elezioni politiche. Dopo tutto ciò che è stato detto da parte di coloro che hanno vinto il referendum, pensando anche a quanto sostenuto nel corso degli anni sulla necessità di una riforma della “giustiziaâ€, sarà molto interessante vedere che cosa diranno in proposito. Come si sa, le bugie hanno le gambe corte e se ne vedranno delle belle. Con stima.
Giuseppe Salvato
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Ha vinto lo status quo! Aveva ragione Gaber: dov’è la destra e dov’è la sinistra nei voti del referendum?
Antonio Petrina
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Gentile direttore, una persona amica di parrocchia mi ha detto ad alta voce che avrebbe votato “no†al referendum sulla giustizia per votare contro la Meloni. Evviva la sincerità . Infatti per tante persone con cui ho parlato questo era il motivo principale. Le questioni giuridiche avevano poco peso. E questo in ambiente parrocchiale… In altro ambiente “laico†penso sia stato per molte persone la stessa cosa e forse ancor più marcata. Per questo azzardo nel dire che la “riforma della giustizia†non abbia veramente perso nella sostanza. Era giusta (nel senso laico). Se poi guardiamo ai numeri 47 per cento e 53 per cento… siamo quasi all’equilibrio. Â
Gabriele Soliani
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Vorrei ricordare ai legittimi vincitori del no – i più generosi dei quali si spingono a “perdonare” chi ha votato sì (anche se fra i magistrati, i politici, persino gli avvocati, ecc. c’è una certa aria di “resa dei conti” post-referendum) – che le opzioni per il sì e per il no hanno la stessa, identica, assoluta dignità . Lo dice la Costituzione stessa nel momento in cui prevede il referendum con le due opzioni. Che una opzione vinca e l’altra perda è il naturale esito. Quindi, che l’opzione per il sì mantenga la sua piena dignità anche dopo la sconfitta non è un generoso dono dei vincitori del no, ma una garanzia costituzionale. Anche da un reciproco reale rispetto, nella comune accettazione del risultato, si vede chi rispetta realmente la Costituzione e chi la subordina a fini diversi…
Claudio, Cervia
Cari amici, mi pare si sia persa un’occasione storica per mettere fine alla “guerra dei trent’anni”, come spesso abbiamo definito questa “battaglia” che dura dai tempi di Mani Pulite. Da allora, certamente, qualcosa è cambiato, ma non abbastanza per chiudere una stagione conflittuale. A noi la riforma pareva una buona occasione non per “punire” la magistratura (come è stato detto e si è dato ad intendere), ma per riportare un giusto riequilibrio tra poteri dello Stato. Non è andata così, peccato.
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Lodovico Festa comunica il suo ritiro, per il meritato riposo. Ci mancherà il suo sguardo capace di vedere in profondità nelle crepe della politica. Grazie Lodovico, un abbraccio.
Paolo Bini
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Noooo!!! Come facciamo senza Lodovico Festa???
Daniela Notarbartolo
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È stato un onore leggere le preghiere del mattino… buona vita.
Alberto Caleca
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Un grazie sincero per la compagnia illuminante che ha rappresentato in tutti questi anni con la sua rubrica.
Marco Valisa
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Festa non può lasciare così i suoi fedeli lettori. Nel giornalismo di oggi è raro trovare una analisi politica fatta di cultura, di esegesi e di riflessione. Io avevo trovato questo in Festa e non mi rassegno ad accomiatarmi dalla quotidiana “Preghiera”.
Michela Masera De Pascalis
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Auguri caro Ludovico Festa e grazie per il tuo lavoro, da un coetaneo.
Elvio Bellato
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Mi dispiace assai che “La preghiera del mattino” chiuda i battenti: è la prima cosa che leggo su Tempi da quando sono abbonata. Colgo l’occasione per suggerire a Lodovico Festa la lettura dei romanzi di Terry Pratchett. Leggendo Non sapendo fare a maglia mi sono fatta l’idea che gli potrebbero piacere per l’ironia e per lo humour tipicamente britannico che sono la cifra dell’autore.
Beatrice Lo Giudice
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Gent.mo dottor Festa, capisco la necessità di ridurre gli impegni… mi mancherà tanto, la sua rubrica era un reale aiuto a giudicare le cose del mondo. Un cordiale saluto.
Roberto Bonturi
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Come ti capisco Lodovico! È uno spazio che abito da pochi mesi dopo aver dato nella scuola, nella famiglia e nella psicocoterapia il meglio della vita mia! Ma poi il meglio accade nuovamente giorno per giorno ed ha bisogno della stessa intraprendenza e baldanza che ci contrassegnò nelle splendide stagioni barricadere, quando gridammo avanti miei prodi ed eravamo in 4 gatti, neppure in fila per 6 col resto di 2. Non so se il mondo si è arricchito per la nostra presenza, So che ci arricchiamo ogni giorno sentendo un nipote, un amico lontano, gli echi di battaglie che vorremmo ancora combattere e siamo chiamati a combattere in altro modo. Bello il consiglio che mi pare ci venga da una lettrice: “Non sapendo fare a maglia”, bisognerà trovare altro dentro lo spazio che ci è dato… Per me ad esempio il mare che ogni mattino sento da casa mia ed è un suono diverso ogni mattina. Buon vento e grazie!
Piergiorgio Bighin
Festa non è solo un nostro prezioso collaboratore, ma anche un nostro grande amico. E l’amicizia è una cosa che non si interrompe mai. Come si vede da queste lettere, i suoi interventi erano apprezzatissimi dai lettori e, io credo, continueranno ad esserlo sotto altra forma. Non farà più la “Preghiera”, ma continuerà a scrivere su Tempi. La newsletter, comunque, non morirà e gli abbonati continueranno a riceverla.
Il fondo Coima Esg City Impact (“Fondo Impactâ€) è partecipato da primari investitori istituzionali nazionali tra cui Cassa Forense, Enpam, Inarcassa, Cassa dei Dottori Commercialisti, Gruppo Intesa Sanpaolo, Compagnia di San Paolo, Fondazione Padova e Rovigo, Fondo Pensione Monte dei Paschi di Siena, Enpacl, Fondo Pensione Nazionale Bcc-Cra. Il fondo rappresenta uno dei primi esempi in Italia di fondo immobiliare strutturato secondo i princìpi dell’impact investing, con l’obiettivo di generare simultaneamente un ritorno finanziario, ambientale e sociale con obiettivi quantitativi definiti ex ante.
Il fondo ha mobilitato ad oggi capitali complessivi per 5 miliardi di euro attraverso l’attivazione di partnership strategiche e coinvestimenti che hanno coinvolto primarie istituzioni nazionali e internazionali, tra cui tre fondi sovrani e primari fondi pensione mondiali.
Il Comitato di indirizzo del Fondo Impact – promosso e gestito da Coima – è composto da: Nunzio Luciano (Presidente), Alberto Oliveti (Enpam), Maria Annunziata (Cassa Forense), Ferdinando Boccia (Cassa Dottori Commercialisti – Cnpadc), Massimo Garbari (Inarcassa), Michele Dapri (Isp) e dai membri indipendenti Ersilia Vaudo Scarpetta, Meka Brunel, Giovanna Melandri.
Il Comitato ha promosso l’elaborazione del primo rapporto di impatto di un fondo nazionale di investimenti in economia reale e un momento pubblico di condivisione e di confronto a Roma con tutti i principali stakeholder con l’obiettivo di favorire uno scambio di esperienze e di ampliare il modello collaborativo adottato, favorendo un’accelerazione e amplificazione della transizione industriale del territorio italiano come motore di sviluppo economico, sociale ed ambientale.
Il Fondo – che si è confermato a livello internazionale come uno dei fondi leader per performance Esg nel settore immobiliare (Global Sector Leader nel benchmark internazionale Gresb, con un punteggio di 99/100 e rating a 5 stelle) – rappresenta un esempio concreto della volontà di Coima e dei suoi investitori di contribuire allo sviluppo di città più sostenibili, inclusive e resilienti, dimostrando come la rigenerazione urbana possa diventare un motore di crescita economica e di creazione di valore di lungo periodo per il paese.
Il Comitato di Indirizzo del Fondo Impact ha promosso un momento di confronto aperto a tutti gli stakeholder pubblici e privati sui temi primari per la transizione del territorio a supporto dello sviluppo economico, ambientale e sociale del paese.
I risultati del primo Report di Impatto del fondo, realizzato da Coima con il contributo scientifico di Teha (The European House Ambrosetti) e Human Foundation, sono stati presentati a Roma, presso l’Auditorium Maxxi, nel corso dell’evento “Italia, investimenti reali. Sviluppo urbano, coesione sociale e crescita economicaâ€.
Dopo il benvenuto da parte di Emanuela Bruni (Presidente Maxxi) e i saluti istituzionali di Antonella Polimeni (Rettrice Università di Roma “La Sapienzaâ€) e Davide Albertini Petroni (Presidente Assoimmobiliare), i lavori sono stati aperti dal Cardinale Matteo Maria Zuppi (Presidente Cei), a cui sono seguiti approfondimenti sulle “Condizioni strutturali per creare impatto nell’economia italiana†con Antonino Turicchi (Amministratore Delegato, Cdp Real Asset Sgr), “La creazione di impatto attraverso investimenti nell’economia reale†con Manfredi Catella (Fondatore e Ceo di Coima), “L’impatto di Coima Esg City Impact Fund†con interventi di Gabriele Bonfiglioli (Chief Investment Officer di Coima), Kelly Russell Catella (Head of Sustainability and Communication di Coima) e Stefano Corbella (Sustainability Officer di Coima).
Il confronto è partito dalle esperienze concrete del Fondo Impact rappresentate in modo oggettivo e misurato nel rapporto di impatto elaborato su iniziativa del Comitato di indirizzo e con due tavole rotonde: la prima su “Investimenti a impatto†con Valerio De Molli (Managing Partner e Amministratore delegato, The European House – Ambrosetti), Giovanna Melandri (Presidente Human Foundation), Ersilia Vaudo Scarpetta (Special Advisor for Future Talents, European Space Agency) e Andrea Tobia Zevi (Assessore al Patrimonio e alle Politiche abitative, Comune di Roma); la seconda sul tema “Investire nell’economia reale†con Nunzio Luciano (Presidente Emapi e Presidente Comitato di indirizzo Fondo Impact), Maria Annunziata (Presidente Cassa nazionale di Assistenza e Previdenza forense), Ferdinando Boccia (Presidente Cdc e Comitato consultivo Fondo Impact), Alberto Oliveti (Presidente Enpam), a cui sono seguite le conclusioni con intervento di Gregorio De Felice (Chief Economist e Head of Research di Intesa Sanpaolo).
Dal 2020, il Fondo Impact ha mobilitato risorse, competenze e visione per contribuire a rispondere a urgenze strutturali del paese: la transizione ambientale, l’emergenza abitativa, l’integrazione tecnologica e la necessità di infrastrutture resilienti.
Il metodo adottato per il Fondo Impact si articola su tre pilastri:
Un ulteriore elemento distintivo del Fondo è la capacità di scalare capitali e impatto attraverso un’architettura aperta tramite partnership strategiche e finanziamenti. A fronte di circa 1 miliardo di euro di capitali propri, il Fondo ha attivato un moltiplicatore finanziario pari a 5,1 volte, con un potenziale di investimenti complessivi fino a 5 miliardi di euro, grazie a coinvestimenti, partnership pubblico‑private e leva finanziaria, e si pone inoltre un obiettivo con pieno potenziale dei progetti già acquisiti fino a oltre 12 miliardi di euro, con un moltiplicatore finanziario pari a 12 volte. Un modello che dimostra come il capitale istituzionale possa fungere da catalizzatore sistemico, trasformando ogni euro investito in un motore di sviluppo territoriale.
Nei primi cinque anni, il Fondo ha attivato interventi dall’alto valore simbolico, come la costruzione del Villaggio Olimpico, che diventerà per l’anno accademico 2026-2027 lo studentato convenzionato più grande d’Italia con 1.700 posti letto, la rigenerazione dello Scalo di Porta Romana e quella di MilanoSesto a Milano, e delle ex caserme Guido Reni a Roma. Sul piano ambientale, tutti gli edifici completati sono fossil fuel free, nZeb e in Classe energetica A, con oltre 1,4 MW di potenza fotovoltaica installata prevista.

L’investimento a impatto rappresenta un’evoluzione della responsabilità fiduciaria degli investitori istituzionali, chiamati a preservare il capitale e a conseguire rendimenti coerenti con il loro profilo di rischio. Nel caso del Fondo Impact, l’obiettivo di rendimento (un Irr netto di portafoglio del 10 per cento circa) prevede la piena integrazione del ritorno economico con l’impatto ambientale e sociale, in modo da rafforzare sinergicamente la performance.
I progetti promossi dal Fondo si concentrano su programmi di rigenerazione urbana di larga scala, con un approccio che privilegia la riqualificazione di aree già urbanizzate e la creazione di nuovi quartieri sostenibili e inclusivi.
Tra le principali iniziative avviate figurano:
Nel complesso, nei primi anni di attività gli investimenti del Fondo hanno generato risultati significativi per l’economia reale:
Sul piano sociale e urbano, i progetti prevedono inoltre la realizzazione di oltre 13.300 nuove abitazioni, di cui circa 2.400 a costi calmierati, e 1.700 posti letto per studenti.
Nel corso dell’evento è emersa una riflessione condivisa tra investitori, istituzioni e operatori del settore sul ruolo strategico della rigenerazione urbana per lo sviluppo del paese.
I partecipanti hanno evidenziato come la rigenerazione urbana possa rappresentare un acceleratore economico della transizione energetica e della coesione sociale, a condizione che vengano create alcune condizioni abilitanti.
Tra le principali priorità emerse:
Queste considerazioni evidenziano come la rigenerazione urbana possa diventare una delle principali piattaforme di investimento per l’economia reale italiana nei prossimi anni.
Manfredi Catella, Ceo e Founder, Coima Sgr:
«La transizione industriale del territorio italiano rappresenta uno dei motori di sviluppo economico, ambientale e sociale per il futuro del paese. La fase relativamente giovane del ciclo di rigenerazione urbana delle nostre città ci consente di dotarci di un’agenda aggiornata rispetto ad altri paesi in fase più avanzata. La capacità di innovazione e di attuazione unendo competenze, conoscenze e capitali è la straordinaria opportunità che abbiamo ed è il senso di questa giornata di condivisione promossa dal Comitato di indirizzo del Fondo Impact».
Davide Albertini Petroni, Presidente Confindustria Assoimmobiliare:
«Il settore immobiliare sta vivendo un cambio di paradigma: il passaggio da un settore immobiliare focalizzato sul valore dell’edificio come bene finanziario a uno basato sul valore generato dall’edificio nel contesto territoriale in cui è inserito.
In questa prospettiva, l’immobile diventa parte di un ecosistema territoriale: genera valore non solo per le sue caratteristiche intrinseche ma perché abilita attività economiche, attrae imprese e talenti, promuove l’innovazione, migliora la qualità della vita urbana.
Affinché ciò accada dobbiamo rafforzare le forme di pianificazione integrata tra settore pubblico e privato, in cui gli obiettivi di pianificazione urbana, la sostenibilità economica degli investimenti immobiliari e la soddisfazione dell’interesse collettivo siano allineati in modo coerente ma, allo stesso tempo, si deve evolvere anche il modo in cui misuriamo il valore degli investimenti immobiliari: accanto ai tradizionali indicatori finanziari, nuovi fattori devono acquisire maggiore rilevanza: l’impatto economico sul territorio, il valore sociale generato e il contributo alla transizione energetica».
Cdp Real Asset, la società immobiliare del gruppo Cdp, ha avviato un dialogo con la Conferenza episcopale italiana guidata dal cardinale Matteo Zuppi «per immobili da destinare allo student housing», ha detto Antonino Turicchi, Amministratore delegato di Cdp Real Asset Sgr, durante l’evento organizzato a Roma da Coima per il Fondo Impact. Cdp Ra in quindici anni di vita ha realizzato 4 miliardi di investimenti, 7 mila alloggi per studenti e ha altri 6.600 in fase realizzativa. La società ha realizzato 19 mila alloggi con il Fia, il Fondo per l’abitare, che ha esaurito il suo compito ed ha avviato «il rimborso dei quotisti». Turicchi ha ricordato la collaborazione con il gruppo Coima per la realizzazione del Villaggio Olimpico a Milano e per lo sviluppo delle ex Caserme Guido Reni, area di proprietà di Cdp Ra, che è stato assegnato a Coima al termine di un processo «competitivo e trasparente» per il quale «c’è voluto un po’ di tempo», ha aggiunto il top manager, che ha ricordato come della rigenerazione delle ex caserme al quartiere Flaminio della capitale si parlasse già dal 2010.
«Il nostro obiettivo», ha spiegato Turicchi, «è creare le condizioni per generare impatto sull’economia reale. Da oltre quindici anni Cdp Real Asset lavora per sviluppare un grande programma di edilizia sociale, costruito insieme a una rete di investitori istituzionali di primo piano – banche, assicurazioni, casse di previdenza – che allora hanno scelto di affiancarci non solo per un’opportunità di investimento, ma per un senso di responsabilità verso il paese. Insieme abbiamo portato e fatto crescere il social housing in Italia.
Oggi la crisi abitativa è ancora più profonda. E proprio per questo è il momento di rinnovare quell’impegno. Da parte nostra, continuiamo a investire con determinazione: auspichiamo che anche gli investitori istituzionali che hanno creduto in questo progetto tornino a investire al nostro fianco».
Andrea Tobia Zevi, Assessore al Patrimonio e alle Politiche abitative, Comune di Roma:
«L’impact investing è oggi uno strumento concreto di governo urbano, anche per una città come Roma. Per noi amministratori significa rigenerare quartieri, ridurre le disuguaglianze, creare valore sociale oltre che economico. La rigenerazione urbana, in questa prospettiva, smette di essere un’operazione solo edilizia e diventa una politica integrata: case accessibili, spazi pubblici di qualità , servizi di prossimità , opportunità culturali, ma anche lavoro. Per questo cerchiamo, nei progetti di valorizzazione del patrimonio di Roma che stiamo portando avanti, di avere una visione politica molto chiara: definire priorità , garantire regole trasparenti, selezionare progetti capaci di produrre benefici duraturi. È un cambio di rotta per il pubblico, ma anche per il privato che accetta la sfida di investire dove conviene e, soprattutto, dove serve. In gioco non c’è soltanto la trasformazione delle città , ma la credibilità stessa delle istituzioni nel guidare uno sviluppo più equo, inclusivo e sostenibile. Occasioni come questa sono essenziali per allineare visione pubblica e risorse private, individuando percorsi coerenti con l’interesse collettivo».
Nunzio Luciano, Presidente Emapi:
«Un’iniziativa di sistema che vede promotrici le casse di previdenza dei liberi professionisti e poi si allarga alla più grande banca italiana e ai fondi pensione e alle fondazioni bancarie. Un esempio pilota di un progetto di rigenerazione urbana unico volto a valorizzare lo sviluppo economico, sociale ed ambientale del nostro paese».
Maria Annunziata, Presidente Cassa nazionale di Assistenza e Previdenza forense:
«La rigenerazione del patrimonio immobiliare sta vivendo un cambio di paradigma: da strumento amministrativo ordinario da rimodulare a processo industriale di interesse pubblico; da semplice manutenzione alla valorizzazione strategica. Senza ulteriori scelte legislative innovative, integrate con efficaci ed efficienti soluzioni urbanistiche, energetiche, infrastrutturali, sociali e finanziarie, non è possibile costruire piani di rigenerazione credibili, sostenibili e in grado di attrarre capitali privati, garantendo solidità anche agli investitori istituzionali».
Ferdinando Boccia, Presidente della Cassa Dottori Commercialisti:
«È stato per me un grande piacere partecipare a questo momento di confronto che pone al centro la rigenerazione urbana come leva di sviluppo dell’economia reale. Sostenerla vuol dire contribuire concretamente alla crescita del paese, rafforzando al tempo stesso la sostenibilità di lungo periodo dei sistemi previdenziali. Come Cassa Dottori Commercialisti, è importante continuare a investire in modelli sostenibili di lungo periodo non solo di natura economica, ma anche sociale. Per fare questo però è fondamentale una visione comune di tutti i soggetti coinvolti che permetta di facilitare e di semplificare gli investimenti attraverso strategie stabili e interventi fiscali e finanziari coerenti».
Alberto Oliveti, Presidente Enpam:
«L’impegno di Enpam negli investimenti legati alla rigenerazione urbana risponde all’esigenza di creare un impatto misurabile e significativo nel sistema paese, garantendo allo stesso tempo rendimenti funzionali alla sostenibilità previdenziale della Fondazione».
A un anno dal convegno “Per quale Milano – Voci e visioni sul futuro della città â€, Tempi e Ccl – Consorzio Cooperative Lavoratori tornano a occuparsi in un incontro pubblico della crisi di identità della città di Milano, dei suoi problemi e delle risorse su cui può puntare per ripartire.
A dieci anni da Expo e con i Giochi Olimpici di Milano-Cortina alle spalle, Milano affronta una fase cruciale per il proprio futuro: come far evolvere lo slancio dell’ultimo decennio in una prospettiva di crescita strutturale e inclusiva? Ne parleremo con i protagonisti del mondo accademico, economico e istituzionale.
L’appuntamento è venerdì 17 aprile 2026 al convegno “Milano, fine dei giochi?â€, dalle ore 9.30 alle 13 presso la Sala delle Accademie della Veneranda Biblioteca Ambrosiana, piazza Pio XI, Milano.
L’ingresso è libero con prenotazione obbligatoria fino a esaurimento posti. Per iscriversi cliccare qui e compilare il modulo. Per informazioni scrivere a eventi@tempi.it.
Welcome Coffee
Saluti istituzionali e apertura dei lavori
Emanuele Boffi direttore di Tempi
Marco Riva Presidente Coni Lombardia
Intervengono
Francesco Billari Rettore Università Bocconi
Michela Mineo Coordinatrice Casa Jannacci
Francesco Seghezzi Presidente ADAPT
Andrea Severini Amministratore delegato Trenord
Modera
Pietro Piccinini giornalista di Tempi
Intervengono
Manfredi Catella Fondatore e Ceo Coima SGR
Alessandro Maggioni Presidente CCL
Sergio Urbani Direttore generale Fondazione Cariplo
Modera
Caterina Giojelli giornalista di Tempi
Intervengono
Giovanni Bozzetti Presidente Fondazione Fiera Milano
Andrea Dellabianca Presidente Compagnia delle opere
Marco Giachetti Presidente Fondazione IRCCS Ca’ Granda – Policlinico di Milano
Maurizio Lupi Deputato, Presidente Fondazione Costruiamo il futuro
Anna Scavuzzo Vicesindaco, Assessora alla Rigenerazione urbana e Educazione
Modera
Lorenzo Margiotta Architetto, Fondazione B.LIVE
Aperitivo di saluto