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Gli oppositori dell’accordo di libero scambio tra Unione Europea (Ue) e Mercosur, che oggi, sabato 17 gennaio, Ursula von der Leyen e i rappresentanti di Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay firmeranno ad Asunción affilano i coltelli: le organizzazioni degli agricoltori di mezza Europa hanno convocato una protesta a Strasburgo il 20 gennaio, 150 europarlamentari annunciano un ricorso alla Corte di giustizia Ue contro alcuni dispositivi del trattato e il voto di ratifica del Parlamento europeo a fine mese o all’inizio di febbraio si annuncia combattuto.
Il voto a maggioranza qualificata con cui i rappresentanti permanenti dei Ventisette hanno dato il via libera al trattato per parte europea il 9 gennaio scorso non ha detto l’ultima parola sulla vicenda. In quell’occasione Francia, Polonia, Austria, Ungheria e Irlanda, contrarie all’accordo, sono state messe in minoranza. Decisiva la posizione dell’Italia, che in dicembre aveva bloccato l’approvazione europea schierandosi con la Francia, ma che dopo l’introduzione di clausole di salvaguardia e di contingenti di importazione relativi a prodotti agricoli e zootecnici nel testo del patto ha raggiunto le posizioni di Germania e Spagna – i due grandi paesi Ue più favorevoli al trattato – rendendo impossibile la costituzione di una minoranza di blocco.
Preso atto che il trattato favorirà l’aumento delle esportazioni di prodotti industriali manifatturieri europei nei paesi del Cono Sud (segnatamente automobili, pezzi di ricambio, macchinari, prodotti chimici e farmaceutici), in discussione è l’impatto negativo che invece avrà sull’agricoltura e la zootecnia e potenzialmente sulla sicurezza alimentare. A regime, l’accordo prevede l’abolizione del 91 per cento dei diritti di dogana del blocco sudamericano sui prodotti del Vecchio Continente, e l’abrogazione del 92 per cento di quelli della Ue sulle esportazioni in provenienza dal Mercosur.
Le imprese europee risparmieranno 4 miliardi di euro per dazi all’anno e i paesi Ue nel loro complesso conosceranno un aumento di 77,6 miliardi di euro del loro Pil da qui al 2040. Secondo il ministro degli Esteri Antonio Tajani, «alla fine del periodo di “rodaggio†[stiamo parlando del 2040, ndr] l’Italia guadagnerà 14 miliardi di export in più».
Tuttavia la liberalizzazione premierà alcuni settori e ne penalizzerà altri, dal punto di vista europeo. Verranno meno dazi del 35 per cento sull’automotive, del 14-20 per cento sui macchinari, del 14-18 per cento sui pezzi di ricambio, fino al 18 per cento sulla chimica, fino al 35 per cento sull’abbigliamento e fino al 14 per cento sui prodotti farmaceutici. Un recente studio stima al 37 per cento il potenziale di crescita delle esportazioni industriali verso il Mercosur una volta entrati pienamente in vigore gli accordi.
Sull’altro lato, l’Ue si impegnerebbe ad aprire il proprio mercato a ulteriori 99 mila tonnellate di carne bovina sudamericana all’anno con una tariffa preferenziale del 7,5 per cento, nonché a 180 mila tonnellate di zucchero e a 100 mila tonnellate di pollame. In questi settori già indeboliti, molti temono una concorrenza sleale, poiché i produttori latinoamericani sono soggetti a standard ambientali e sanitari meno rigorosi di quelli imposti in Europa. Contingenti esenti da dazi sono previsti anche per riso, miele, etanolo.
Secondo uno studio effettuato nel dicembre 2020 dalla London School of Economics per conto dell’Unione Europea, l’accordo potrebbe ridurre la produzione europea di carne bovina e ovina fino all’1,2 per cento e quella di zucchero dell’1 per cento. In totale, l’82 per cento delle attuali le linee tariffarie agricole Mercosur vedranno eliminare progressivamente i dazi europei in quanto relative a prodotti agricoli non considerati sensibili.
Ci sono anche alcuni prodotti agricoli e caseari per i quali l’abolizione dei dazi porterà un vantaggio ai produttori europei: parliamo di vino (attualmente tassato al 27 per cento), superalcolici, formaggi (quote esenti da dazi fino a 30 mila tonnellate), biscotti, bevande gasate. Secondo le stime della Commissione europea si prevede che le importazioni di prodotti agricoli e agroalimentari dal Mercosur aumenteranno di 5,7 miliardi di euro entro il 2040 (di cui 365 milioni di euro per la carne bovina), mentre le esportazioni dello stesso tipo della Ue verso il Mercosur dovrebbero aumentare solo di 2,9 miliardi di euro (principalmente per vini e liquori).

Forti pressioni da parte di Italia e Francia hanno fatto sì che l’accordo finale prevedesse clausole di salvaguardia e contingenti di importazione: questi ultimi sono quelli sopra menzionati. Le clausole di salvaguardia invece consistono in misure che dovrebbero proteggere i produttori europei. Esse comprendono la reintroduzione dei dazi doganali da parte europea se, nei settori sensibili, le importazioni dal Mercosur dovessero aumentare di oltre il 5 per cento sulla base di una media triennale (Bruxelles si impegna a pubblicare ogni sei mesi un rapporto sugli sviluppi del mercato); garanzie finanziarie nel quadro della politica agricola comune (45 miliardi di euro supplementari sul bilancio della politica agricola comune a partire dal 2028); il divieto di tracce di alcuni pesticidi negli agrumi, nei manghi o nelle papaie sudamericani; il rafforzamento dei controlli fitosanitari alle frontiere (la Ue proibisce l’importazione di prodotti Ogm e di carne agli ormoni, ha norme severe in materia di residui di pesticidi, eccetera), la riduzione dei dazi doganali su alcuni fertilizzanti per ridurne il costo agli agricoltori europei e quindi mantenerli competitivi. Inoltre il Mercosur si impegna a riconoscere 344 Indicazioni geografiche europee (di cui 77 italiane) che proteggeranno i prodotti alimentari di eccellenza dei paesi Ue da imitazioni e contraffazioni.
Tutte queste concessioni, ottenute nelle ultime settimane per il pressing di Italia e Francia dopo 26 anni di negoziati (la clausola sull’aumento delle importazioni per esempio doveva essere dell’8 per cento), hanno convinto il governo Meloni a dare il via libera al trattato. Restano invece scettiche le organizzazioni degli agricoltori (Coldiretti, Confagricoltura e Cia), soprattutto per quanto riguarda i controlli sulle importazioni. Bruxelles ha promesso un aumento del 50 per cento del numero dei controlli all’estero e del 33 per cento di quelli alla frontiere degli Stati membri. Gli agricoltori italiani fanno notare che tale aumento è di fatto irrisorio, perché sul totale delle merci agricole e zootecniche provenienti dai paesi del Mercosur i controlli effettuati passerebbero soltanto dall’attuale 3 per cento al 4 per cento… Nell’ottobre del 2024 un audit condotto in Brasile dalla stessa Commissione europea aveva evidenziato la mancanza di tracciabilità della carne bovina esportata.
Altre critiche all’accordo di libero scambio arrivano dagli ambientalisti. Il rapporto di valutazione commissionato dal primo ministro francese Edouard Philippe nel 2019 e rimesso al suo successore Jean Castex nel 2020 stima in 700 mila gli ettari di terre che patiranno deforestazione nei paesi del Mercosur come risultato dell’aumento delle esportazioni legate all’accordo. Lo stesso rapporto prevede un aumento totale delle emissioni di gas a effetto serra di 500 milioni di tonnellate di CO2, pari allo 0,1 per cento delle emissioni globali annue, dovuto alla deforestazione e al trasporto di merci. Le stime della Commissione europea sono molto inferiori, con un aumento previsto delle emissioni “trascurabile†(circa lo 0,0006 per cento sul totale mondiale).
Fra i vantaggi invece segnalati c’è il fatto che i paesi del Mercosur si sono impegnati ad aprire i loro mercati degli appalti pubblici agli europei alle stesse condizioni delle aziende locali, e che saranno ridotte anche le tasse all’esportazione di minerali. In questo modo i paesi Ue avranno un accesso facilitato a materie prime critiche per la transizione energetica come litio e rame, e diminuiranno la propria dipendenza dai fornitori cinesi.
Altre critiche al trattato di libero scambio fanno riferimento alle sue conseguenze sul piano occupazionale e socio-culturale. Si teme che esso accelererà il processo di acquisizione delle attività agricole e zootecniche da parte di multinazionali e grandi imprese agro-industriali, con l’estinzione delle imprese a conduzione familiare e lo spopolamento delle campagne.
Scrive Ambrus Béla:
«Nell’ultimo decennio, i terreni agricoli in tutta Europa sono stati silenziosamente assorbiti dalla finanza globale. Grandi gestori patrimoniali, fondi pensione, pool assicurativi e veicoli di private equity trattano sempre più i terreni agricoli come un asset a bassa volatilità e al riparo dall’inflazione. La logica è semplice: la terra è un bene limitato, è sovvenzionata e politicamente protetta dal collasso totale. Ciò che è razionale per i portafogli è corrosivo per la società . La finanziarizzazione separa la proprietà dalla gestione. I terreni vengono acquistati tramite holding, riaffittati agli agricoltori con contratti a breve termine e gestiti per l’estrazione di rendimento piuttosto che per la fertilità a lungo termine o la stabilità della comunità . Gli affitti aumentano, la proprietà diventa precaria e gli agricoltori passano da proprietari a gestori. Decisioni un tempo radicate nell’ecologia locale e nella continuità generazionale vengono sostituite da una logica contabile ottimizzata per beneficiari lontani. Questo processo si accelera quando la pressione commerciale si intensifica. Mentre i margini di guadagno crollano sotto la concorrenza delle importazioni, gli agricoltori indebitati vendono. Capitali che possono permettersi orizzonti temporali di profitto nel lungo periodo acquistano. Ciò che sembra efficienza del mercato è in realtà un trasferimento unidirezionale di sovranità dalle comunità ai bilanci contabili delle grandi imprese».
Sarà che ormai c’è venuto a noia un certo modo di dare le notizie, ma noi facciamo davvero fatica a scandalizzarci per l’ennesima inchiesta sulle “spese pazze”, questa volta imputate ai membri dell’autorità per la Privacy. Sono vicende che ci sembra di aver letto mille volte, perché il canovaccio che seguono è sempre lo stesso. L’inchiesta di Report, l’apertura delle indagini per presunte spese irregolari compiute dai vertici del Garante, l’intervento della Guardia di Finanza, i titoloni in prima pagina sui giornali.
Niente di nuovo. Niente di nuovo nemmeno nella ricostruzione del “contesto” (è la parte di narrazione su cui più si esercitano i nostri media), in cui si indugia sui particolari più grotteschi: l’uso disinvolto delle carte di credito, la frequentazione di hotel di lusso, l’utilizzo dell’automobile di servizio per recarsi dal potente di turno (in questo caso, Arianna Meloni, sorella della premier, ovviamente incolpevole, ma vuoi mettere l’effetto di un titolo con la parola “Meloni”?), i soldi spesi per la lavanderia e il macellaio. Conclusione scontata: la richiesta di dimissioni per i presunti colpevoli.
Sarà . Chissà . Avendo in mente come sono andate a finire mille altre storie come questa (è un grande classico che di volta in volta riguarda soggiorni di lusso nelle spa, cene a base di aragoste o quattrini spesi per acquisti di mutande e calzini), noi ci andremmo cauti, molto cauti.
Ieri molti quotidiani hanno scelto di dedicare all’inchiesta il titolo d’apertura di prima pagina. A ben vedere, nelle pagine interne, in qualche articoletto o box si trovava anche un’altra notizia e cioè l’assoluzione dall’accusa di corruzione nel caso “Mensa dei poveri†per Lara Comi, ex europarlamentare di Forza Italia che proprio per quella vicenda si vide rovinata la carriera politica. Tra gli altri imputati, è stata confermata l’assoluzione per l’ex vicecoordinatore lombardo di Fi ed ex consigliere milanese Pietro Tatarella, la cui storia è ben conosciuta dai lettori di Tempi.
Appunto. Quando scoppiò lo scandalo “Mensa dei poveriâ€, Tempi fu tra i pochi organi di stampa a sollevare dubbi. Il Corriere della Sera ci prese pure in giro per questa nostra ingenua pazzia donchisciottesca. Era il maggio 2019, siamo a gennaio 2026. Sette anni dopo è una magra consolazione rivendicare di averci visto giusto. Ma qualcosa si può fare il 22 e 23 marzo: votare sì al referendum.
Altro che Brexit. Da quando è nata, nel 1992, nessun allenatore inglese ha mai vinto la Premier League. Ci sono riusciti due sudditi del Regno Unito, sir Alex Ferguson (dall’alto di 13 titoli con il Manchester United) e Kenny Dalglish (nel 1994-95 con i Blackburn Rovers), ma parliamo di due scozzesi. Poi francesi (Arsène Wenger), portoghesi (José Mourinho), cileni (Manuel Pellegrini), molti italiani (Carlo Ancelotti, Roberto Mancini, Claudio Ranieri e Antonio Conte) e tanta Spagna: per Pep Guardiola sei successi dal 2018 al 2024 con il Manchester City, inframmezzati da quello di Jurgen Klopp (tedesco, 2020) e interrotti da Arne Slot (olandese, 2025), entrambi con il Liverpool.
E anche quest’anno mancherà un successore di Howard Wilkinson che, in quel 1992, vinse l’ultima First Division con il Leeds. Nella sparuta pattuglia di tecnici inglesi – a inizio campionato erano tre su venti squadre – quello piazzato meglio è Eddie Howe, solo sesto con il Newcastle, a 17 punti dalla vetta. Una vetta dove, ai primi tre posti, troviamo altrettanti spagnoli. O, meglio, tre “non-castiglianiâ€. Perché primo è l’Arsenal di Mikel Arteta (basco di San Sebastian), secondo è il Manchester City di Guardiola (catalano di Santpedor) e terzo l’Aston Villa di Unay Emery (basco di Hondarrabia, come spiega un nome completato da un caratteristico Etxegoien).
Per carità , affidarsi un allenatore vincente di un’altra nazione è tipico del grande calcio europeo. Il Barcellona è tornato primo nella Liga con il tedesco Hansi Flick, mentre l’ultimo spagnolo a conquistare un campionato con il Real Madrid è stato Vicente del Bosque nel 2003. In Germania sta dominando il Bayern Monaco del belga Vincent Kompany e in Francia detta legge il Psg dell’asturiano Luis Enrique. Unica eccezione è l’Italia, grande esportatrice di tecnici e autarchica in Serie A. L’ultimo straniero a imporsi è stato Mourinho, con l’Inter del triplete nel 2010.
Tornando alla Premier, ciò che intriga maggiormente è il duello Arteta-Guardiola. Il primo ha avuto nel secondo un riferimento calcistico fin da quando lo conosce a 15 anni, appena sbarcato nella Masia del Barcellona: Arteta è un centrocampista su cui puntare, Guardiola è il capitano blaugrana. «Era il mio eroe calcistico», con cui però non riesce a giocare insieme, perché Pep va via nel 2001 (a Brescia) e perché il basco non debutta mai in prima squadra. Per il loro rapporto, le scelte professionali di Arteta risultano decisive in un secondo tempo. Quando Guardiola approda al City nel 2016 lo prende come secondo perché, pur non avendo mai allenato, conosce profondamente la Premier, dove ha giocato dal 2005 al 2016, con Everton e Arsenal. Proprio l’Arsenal confeziona il primo sgarro nei confronti di Guardiola, sottraendogli Arteta nel 2019.
Il resto lo fanno i confronti di campionato, in cui il basco sta tentando di riconquistare un titolo che ai londinesi manca dal 2004. Una rivalità sul campo che rischia di rovinare il rapporto tra i due, giunto ai minimi termini poco più di un anno fa, al termine di un 2-2 a Manchester, con l’Arsenal ad alzare barricate dopo l’espulsione di Trossard e un pareggio dei Citizens soltanto al 98’. Pep accusò il collega di non gioco, con successive battute a rincarare la dose («All’Arsenal sono solo bravi a spendere») e risposte piccate («Sono stato lì quattro anni, ho le informazioni…»). Una acredine dialettica che però non intacca il valore sul campo dei due, gente che studia, sperimenta e innova.
Arteta, con il contributo di Nicolas Jover – specializzato in palle inattive – ha fatto dei calci d’angolo una forma di attacco micidiale, presto imitata da molti. Guardiola ha invece modellato il City stagione dopo stagione, abbandonando progressivamente il barcelloniano tiki-taka, per un calcio verticale e concreto, basato sul contropressing del rivale-amico Klopp. Non a caso nello staff è entrato Pepijn Lijnders, vice del tedesco a Liverpool: «Il calcio moderno non è più posizionale, bisogna seguire il ritmo», sottolinea il catalano.
E Unai Emery? Può ricordare un Arrigo Sacchi o un Luciano Spalletti. Mediocre giocatore e ottimo allenatore. Suo il record di successi in Europa League (tre consecutivi con il Siviglia dal 2014 al 2016 e uno con il Villarreal nel 2021), mentre in Francia ha vinto tutto con il Psg dal 2016 al 2018. Anche sulla sua strada si palesa l’Arsenal, che guida a un’altra finale di Europa League (persa malamente 1-4 con il Chelsea di Maurizio Sarri) e da cui viene cacciato a fine novembre 2019, proprio per far posto ad Arteta. Un fallimento da cui si sta rifacendo a Birmingham, dove approda nell’ottobre 2022 portando l’Aston Villa dal quindicesimo al settimo posto. Quindi la qualificazione successiva alla Champions, dopo 41 anni, con uscita ai quarti di finale dopo aver sfiorato la clamorosa rimonta con il Psg, poi maramaldo in finale con l’Inter.
Ha trovato una realtà come piace a lui, dove può muoversi quale manager a tutto tondo, in sintonia con proprietà e direttori sportivi. La sua è una squadra solida e concreta, brava ad adattarsi: pronta a imporre il pressing come ad affondare in verticale. Nessun vip e tanta sostanza, complicatissima da affrontare. L’Aston Villa prova a fare da terzo incomodo in una classifica che lo vede al secondo posto a quota 43 con il City, a sei punti di distanza dall’Arsenal. L’1-4 incassato in casa dei Gunners il 30 dicembre, dopo undici vittorie consecutive tra campionato ed Europa League, non ha azzerato gli entusiasmi a Birmingham. A cominciare da quelli del tifoso numero uno, il principe ereditario William. Il titolo manca dal 1981, è passato troppo troppo tempo.
Per gentile concessione dell’autore ripubblichiamo un articolo di Antonio Gozzi apparso su Piazza Levante.
* * *
Alcuni dei nostri affezionati lettori hanno storto il naso perché nel mio editoriale della settimana scorsa ho evocato l’Occidente (con la O maiuscola) e ho rimarcato il fatto che esiste un asse, che alcuni chiamano “asse del male”, costituito da Russia, Iran, Corea del Nord e altri stati e staterelli “canaglia†come il Venezuela che, con la benedizione della Cina, agisce in tutti i modi possibili contro l’Occidente, i suoi valori, le sue democrazie.
Sono stato criticato perché ho detto che il posto dell’Italia nel terremoto in corso negli equilibri geopolitici del mondo non può che essere con l’Occidente e gli Usa, a prescindere di chi sia il presidente degli Stati Uniti.
In effetti a molti non piace che si parli di Occidente come punto di rifermento e coalizione di Stati; al contrario si ritiene che sull’Occidente ricadano colpe storiche, e lo si addita spesso come il principale responsabile dell’instabilità e del caos attuali.
Non piace che si parli dell’Occidente neanche a quelli che pensano che l’Europa possa fare da sola, che possa fare a meno del rapporto con gli Usa; una sorta di terzietà che però non ci protegge dal crescere nelle nostre società di movimenti di integralismo islamico sempre più collegati a settori della sinistra estrema, o dall’invasione di prodotti cinesi che distruggerà , in un tempo non troppo lungo, la nostra industria.
Giustamente Antonio Polito sul Corriere della Sera di qualche giorno fa ha analizzato l’indifferenza alla rivolta della popolazione iraniana delle nostre opinioni pubbliche. Quelle opinioni pubbliche che tanto si sono mobilitate per il popolo palestinese, e che ce l’hanno talmente tanto con l’Occidente e con i suoi valori, con le sue tradizioni culturali e religiose, la sua storia, da accendersi subito quando ritengono si offenda la dignità degli altri; e che invece, quando un popolo come quello iraniano chiede aiuto per poter condividere con noi quei valori e ideali, non si scalda, non gli dà udienza, lo lascia solo a farsi trucidare dalla polizia del regime.
Il regime degli ayatollah, oggi in grande difficoltà e probabilmente vicino al fallimento, fu il primo in tempi moderni a sollevarsi contro l’Occidente individuando il grande Satana (gli Usa) e il piccolo Satana (Israele); fu il primo ad armare e finanziare senza sosta le sue cosiddette “proxy†(Hezbollah, Hamas, Houthi ecc.) con l’obiettivo, iscritto esplicitamente nella sua carta costituzionale, di cancellare Israele dalla carta geografica, dal fiume al mare.
La crisi della repubblica islamica, dagli sbocchi incerti, non è figlia di una congiura esterna ma è la conseguenza del fatto che il popolo iraniano, mostrando enorme coraggio e determinazione, si è sollevato nelle strade non solo di Teheran, ma di decine di altre città , e muore per mano delle milizie islamiche.
Le proteste del 2025-2026 non sono cicliche né negoziabili. Sono strutturali. La società iraniana ormai rifiuta il regime di una teocrazia crudele e senza scrupoli, è ormai moralmente divorziata dallo Stato.
Il popolo iraniano in rivolta che subisce violenze, uccisioni, imprigionamenti non chiede riforme ma una profonda rottura. Questo apre scenari diversi: o la tenuta, ancora più crudele, del regime e delle sue milizie, o una transizione ordinata, oppure ancora un’implosione violenta.

La partita è aperta, e sarebbe necessaria in Occidente una grande mobilitazione per sostenere il popolo iraniano e la sua coraggiosa lotta per la libertà .
Occorrerebbe una forte e chiara presa di posizione e mobilitazione di tutti gli schieramenti politici, sinistra compresa, anche di quella italiana, che spesso con accenti fortemente anti-occidentali e anti-Israeliani ha sostenuto il movimento pro-Pal anche quando questo è stato infiltrato da agenti di Hamas, e che oggi invece sembra sostanzialmente indifferente, al di là di dichiarazioni di prammatica, nei confronti delle sofferenze del popolo iraniano.
Martedì Giuseppe Provenzano del Pd in Parlamento ha sostenuto che «sarà la volontà del popolo ad abbattere il regime dall’interno, non i bombardamenti israeloamericani dall’esterno». Se lo dice lui, sarà di certo così, speriamo non ci vogliano troppo tempo e troppo sangue. Ieri mattina Paolo Mieli si augurava «che gli Usa non intervengano in Iran, che lascino fare gli iraniani, sono 7 anni che il movimento di protesta si muove e cresce. Può sembrare cinico quello che dico, ma questa può essere una protesta che diventa rivoluzione». Come se la nostra Resistenza partigiana nel 1945 avesse dovuto declinare l’aiuto americano per prodursi “in purezza”. A quest’ora parleremmo tutti tedesco.Â
Anna Paola Concia, già parlamentare del Pd, criticando questo atteggiamento ha puntato il dito sull’“indignazione selettiva†della sinistra italiana; questa infatti si mobilita per i palestinesi di Gaza ma non per la gente di Teheran che lotta e muore per strada per liberarsi di una sanguinaria dittatura. Secondo lei ciò avviene per tre motivi: perché una parte della sinistra italiana, quella più estrema, è Khomeinista in funzione anti-Usa; perché il popolo iraniano persegue proprio i valori dell’Occidente che essa disprezza; e infine perché il popolo iraniano o buona parte di esso è dalla parte di Israele.
La cosa più sorprendente, e più desolante, di questo atteggiamento della sinistra è proprio questa: che l’odio ideologico antioccidentale abbia la meglio sulla solidarietà umana con la sofferenza dei popoli oppressi dalla dittatura.
E così, mentre la gente muore in Iran, non ci resta che guardare parti della sinistra italiana sfilare manifestando solidarietà al dittatore Maduro. Tristemente, era presente a queste manifestazioni anche il segretario generale della Cgil Landini, che forse dovrebbe chiedere scusa alla madre del cooperante italiano Alberto Trentin, liberato dopo un anno e mezzo di carcere a Caracas grazie all’arresto di Maduro da parte degli Usa, in barba al diritto internazionale.Â
Poche sono le voci nel così detto “campo largo†che hanno il coraggio di dire che il Venezuela senza Maduro è un Paese migliore, o almeno ha una chance di diventarlo, e che bisogna mobilitarsi per i giovani e per le donne iraniane. Tra queste, è forte e chiara quella di Matteo Renzi e di Italia Viva.
La domanda che viene spontaneo fare all’amico Matteo è: ma davvero volete stare con questa sinistra massimalista? Attenti, perché da vecchio socialista vi dico che i riformisti, storicamente, dai massimalisti sono stati prima criminalizzati e poi ammazzati.
Chi esultò nel mondo libero per la Rivoluzione khomeinista del 1979 difficilmente può gioire oggi vedendo gli studenti che si ribellano al regime teocratico. Chi invece ha a cuore la libertà – una libertà concreta, reale, senza aggettivi – certamente sì. Si tratta di un momento storico per l’Iran, secondo Pejman Abdolmohammadi, maggior studioso in Italia di storia dell’Iran e del Medio Oriente. Professore associato all’Università di Trento e Visiting Professor a Berkeley, Abdolmohammadi aiuta da anni a comprendere l’Iran e gli avvenimenti del Medio Oriente coi suoi libri: La Repubblica islamica dell’Iran. Il pensiero politico dell’Ayatollah Khomeini (2009), L’Iran contemporaneo: le sfide interne e internazionali di un paese strategico (2015, con Giampiero Cama), Contemporary Domestic and Foreign Policies of Iran (2020, con Giampiero Cama). Da poco è in libreria col suo ultimo volume, Il nuovo Medio Oriente: potere, diplomazia e realismo, mediante il quale fornisce una prospettiva analitica del Medio Oriente ben poco affine al mainstream. Parliamo di questo e di ciò che sta avvenendo in Iran con lui.
Professore Abdolmohammadi, si tratta veramente di un momento storico per l’Iran, di una lotta di liberazione nazionale?
È così, senza dubbio. Potremmo anche parlare di una rivoluzione patriottica contro un sistema che è, va ricordato senza tentennamenti, teocratico-totalitario: i massacri di civili, dei veri e propri crimini contro l’umanità , ne sono l’ennesima testimonianza. Si vuole recuperare, insomma, quel mondo persiano pre-islamico per dare vita a un nuovo Iran: laico, democratico e liberale. Esistono difficoltà forti, certo. Ma le manifestazioni dimostrano che la stragrande maggioranza delle persone nel paese, soprattutto giovani, vogliono mettersi alle spalle il regime dei “barbuti”.
Quali sono le difficoltà strutturali che questa “rivoluzione nazionale” deve affrontare perché si affermi? Qual è il sostegno di cui effettivamente gode il regime degli ayatollah?
La difficoltà più stringente consiste nel fatto che il regime mantiene un proprio nocciolo duro, come le repressioni dimostrano. Ma parliamo, indicativamente, di un 10 per cento della popolazione totale, che è composta soprattutto di giovani che vogliono essere liberi di vivere come vogliono. Ciò che serve è la pressione internazionale del mondo libero, che al momento manca o latita. Serve inoltre un intervento esterno, ma non per far cadere il regime, quanto piuttosto per indebolirlo.
Dunque, i molti analisti e attivisti che gridano all’esportazione della democrazia che gli Stati Uniti vorrebbero imporre sono fuori strada? Sono guidati dal solito e mai domo bias anti-occidentale?
È senz’altro così. Anche quello di cui si parla in queste ore, e cioè di un possibile coinvolgimento americano, non sarebbe un intervento boots on the ground, quanto piuttosto un intervento mirato e diretto contro il regime: un intervento insomma che serva a indebolire le strutture repressive e i gangli del potere, attraverso attacchi missilistici e forse attacchi informatici precisi. Chi parla, ideologicamente, di colonialismo è fuori strada. Occorre dirlo: senza l’indebolimento del sistema totalitario, è difficile che questo possa cadere semplicemente dall’interno.

Detto degli Stati Uniti, quale ruolo ha e può giocare l’Unione europea?
L’Ue non ha grande interesse per questo possibile cambiamento. Non avrebbe nemmeno la forza per fare qualcosa, questo è chiaro. Ma basta vedere quanta ostilità richiama il figlio dello Shah come possibile garante della transizione: un nome non imposto dall’esterno, si badi, ma fatto nelle stesse piazze iraniane. L’attore chiave rimangono comunque, in questo quadro, gli Stati Uniti.
Gli attori del tutto ostili al nuovo Iran quali sono?
I paesi arabi del Golfo Persico, ovviamente, su tutti l’Arabia Saudita. Ma anche la Turchia, l’Azerbaigian, il Pakistan e parte, quasi paradossalmente, del mondo globalista occidentale. Ho detto “quasi” perché è sufficiente ricordare storicamente quanto appoggio occidentale abbia avuto la Rivoluzione khomeinista del 1979. Ciò che vediamo, per semplificare, è la lotta tra chi rincorre e lotta per la libertà e chi auspica e sostiene il dispotismo.
Venendo al suo ultimo libro (Il nuovo Medio Oriente: potere, diplomazia e realismo), lei propone un’utile guida per comprendere le trasformazioni sul piano internazionale, e segnatamente in Medio Oriente, occorse dopo l’elezione di Donald Trump nel 2017. Parla di un vero e proprio cambio di “paradigma” e di un “realismo elegante” che pare segnare questa nuova epoca. Ci può spiegare il nucleo delle sue argomentazioni?
Il cambio di paradigma si verifica, per l’appunto, nel 2017. Con l’elezione di Trump ma anche con la Brexit. Significa insomma il ritorno al paradigma precedente alla caduta della presidenza Nixon. Un’era basata sul rapporto uno a uno tra i paesi, sul commercio, sulla diplomazia: torna insomma la politica e lo scambio sostituisce la predicazione morale; tornano i patti tra sovranità al posto dell’uniformità ; quello che chiamo l’“artigianato del possibile†scalza la retorica del destino. L’idea è quella di superare un mondo fatto di idealismo e di proclami, per tornare invece a una prospettiva pienamente realista: un quadro in cui a contare sono le intese di potere tra sovranità che scoprono di ottenere di più scambiando che predicando. Parlo di “realismo elegante” proprio per evidenziare tutto questo.
È una storia lunga più di mille anni, quella delle “buone maniere†o “galateoâ€, e racconta meglio di tanti libri come sono cambiati il potere, la politica, i costumi, le gerarchie sociali. Sbagliato considerarle un semplice abbellimento della vita quotidiana, le buone maniere sono sempre state dei dispositivi disciplinari atti a rendere visibile l’ordine sociale e politico di una determinata epoca. O perlomeno è stato così fino a quindici anni fa: perché le regole hanno bisogno di poggiare su certezze, ci spiega Guia Soncini, mentre oggi è «tutto in movimento, i confini sono scivolosi, (…) è tutto un equilibrio sopra la follia». Ma andiamo con ordine.
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