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#news #tempi.it
L’intervento a un convegno sulle sfide del terzo settore, in particolare nel settore sociosanitario, è stato per me la scorsa settimana l’occasione per tornare a riflettere su un tema cruciale del presente e ancor più del futuro. Quale sistema sociale e sanitario saprà reggere le sfide che ci attendono? Invecchiamento della popolazione, aumento dei malati cronici e dei pazienti non autosufficienti, nuove e più costose terapie, carenza di risorse pubbliche, pericolo concreto che i meno abbienti debbano rinunciare alle cure, criticità della sanità territoriale, mancanza di medici e infermieri, nuove tecnologie come la telemedicina. Senza contare la diagnosi a distanza, l’intelligenza artificiale e altri strumenti che impatteranno significativamente sul sistema e sulla sua organizzazione.
Questi sono solo alcuni dei temi su cui è chiamato a cimentarsi chi governa il sistema sociosanitario e anche chi ne fa parte come operatore, a tutti i livelli. Ma sono questioni che riguardano e toccano da vicino la vita di ciascuno di noi.
Io non sono propriamente un esperto di sanità e di sociale, ma i tanti anni in Regione Lombardia mi hanno consentito di entrare più volte dentro i problemi di questo ambito, così rilevante per il governo regionale, sia perché è la più importante competenza propria delle Regioni, sia perché impegna circa l’80 per cento dei loro bilanci.
Mi permetto allora di offrire un contributo che, più che tecnico-specialistico, vuole essere di linea politica per affrontare le sfide della sanità e del sociale.
Penso che nei momenti di cambiamento occorra tornare alle basi. “Back to basicsâ€, direbbero i guru anglosassoni. Tornare cioè ai valori, ai principi, alle scelte di fondo. Ne indico tre.
Il primo punto, alla base di tutto, è che il sistema sociosanitario è fatto di persone prima che di organizzazioni. Neppure l’organizzazione più perfetta potrà mai sostituirsi alla motivazione che porta un uomo o una donna a prendersi cura di un altro nel momento del bisogno. Senza una autentica passione per l’umano, che non di rado ma non necessariamente nasce da un ideale religioso, è difficile stare vicino a chi soffre. Anzi, la sofferenza stessa diventa un problema e una contraddizione che si preferirebbe eliminare. Se non c’è amore per l’altro, ci potranno essere prestazioni professionali, ma non una cura pienamente umana di chi ha bisogno.
Un secondo punto, troppo spesso dimenticato, è che il bisogno di sanità e di cura esisteva e trovava risposta anche prima del Servizio sanitario nazionale e delle politiche di welfare messe in campo dallo Stato e dalle sue articolazioni. Il primo protagonista di un sistema di welfare realmente funzionale è la comunità che si fa carico del bisogno. Chi si dedica all’altro, chi si fa carico in qualche misura del suo bisogno, nel dare gratuitamente, scopre di più se stesso e impara a costruire relazioni buone, che sono essenziali per una società più sana e più giusta.
La nostra cultura dell’assistenza non è “sovieticaâ€. Non si affida solo allo Stato, ma affonda le sue radici in una tradizione plurisecolare di cura, assistenza e beneficenza offerte dalla carità sociale attraverso un numero innumerevole di realtà , opere e associazioni. Se si perde questa matrice comunitaria, oggi definita “Welfare Communityâ€, si finisce per consegnarsi al “Welfare Stateâ€, cioè a una delega totale allo Stato, affinché se ne faccia carico al posto della iniziativa sociale. Di solito questo si traduce, per il cittadino, in una forma fredda di assistenza, dalla qualità non sempre adeguata, spesso caratterizzata da una burocrazia insopportabile, e per lo Stato in costi sempre più insostenibili.
Il terzo punto ruota intorno a due parole: sussidiarietà e responsabilità . Per affrontare con successo le sfide che ci attendono, è necessario che i poteri pubblici rifuggano, a ogni livello, dalla tentazione del centralismo e della statalizzazione. È invece feconda una concezione sussidiaria del governo, che favorisca, valorizzi e sostenga le opere e le realtà , soprattutto del terzo settore e del non profit, nate dalla libera iniziativa sociale, così essenziale in questo ambito.
Basti pensare che in Lombardia il terzo settore conta oltre 16.000 enti iscritti al RUNTS, il Registro unico nazionale, che gestiscono il 95 per cento delle comunità alloggio per disabili, il 69 per cento delle RSA, il 100 per cento dei servizi accreditati per le dipendenze e molto altro ancora. La narrazione, sempre più insopportabile, secondo la quale il privato nella sanità e nel sociale penserebbe solo al proprio interesse e al profitto, contraddice la realtà e l’esperienza, passata e presente, fatta soprattutto di dedizione e impegno, spesso volontario e gratuito, comunque capace di erogare un servizio pubblico meno costoso e di qualità spesso superiore rispetto a quello pubblico inteso come statale.
Al tempo stesso, anche per contrastare storture sempre possibili, è necessario che il terzo settore assuma fino in fondo la propria responsabilità , ritornando alle radici del proprio impegno. Talvolta, infatti, si ha l’impressione che prevalga la dimensione oggettiva, il servizio da garantire, il contratto da rispettare, la remunerazione da assicurare, anziché quella soggettiva, cioè l’avere di fronte persone nel momento della fragilità e del bisogno, che si è scelto di sostenere innanzitutto per una ragione ideale, perché portatrici di un valore sacro e inviolabile.
Un esempio chiarisce questo punto. Non basta “parcheggiare†anziani o disabili in strutture che ne assicurano in qualche modo i bisogni primari. Occorre invece una modalità di accoglienza che li tenga realmente vivi, nel rispetto della loro dignità , mantenendoli coinvolti in una socialità attenta alla persona e al suo valore.
Solo ripartendo da queste basi, a mio parere, sarà possibile leggere i cambiamenti della società e adeguare opportunamente l’offerta di servizi, accettando e vincendo le sfide del presente e del futuro, senza consegnarsi a uno statalismo tanto invadente quanto inefficace e, alla lunga, insostenibile anche dal punto di vista dei costi.
Pubblichiamo l’intervento tenuto da Fred Williams, pastore protestante e fondatore di LoveBack Project, durante la presentazione della World Watch List 2026 sui cristiani perseguitati da parte di Open Doors presso la Sala Caduti di Nassiriya del Senato, a Roma, mercoledì 14 gennaio.
Onorevoli senatori e deputati, grazie per l’opportunità di condividere non solo una storia, ma un grido dal cuore di un popolo la cui voce è stata messa a tacere. Sono nato nel Regno Unito alla fine degli anni 60 ma sono di origine nigeriana. Ho vissuto a Lagos, nel sud-ovest della Nigeria, e nel 1985 mi sono trasferito a Jos, nello Stato di Plateau, per proseguire i miei studi.
Non ci è voluto molto perché Jos diventasse la mia casa. In seguito, ho sposato mia moglie, originaria dello Stato di Plateau, e insieme abbiamo iniziato il nostro viaggio nella missione e nel servizio cristiano. Dal 1993 ho ricoperto il ruolo di ministro di culto nella mia chiesa e, per oltre 30 anni, ho vissuto e lavorato tra le comunità nei dintorni di Jos, una regione un tempo nota per la pace e l’ospitalità .
Ma negli anni, ho visto quella pace sgretolarsi lentamente. La violenza ha cominciato a insinuarsi, scatenata spesso da eventi apparentemente minori: le elezioni locali, le controversie internazionali come la vignetta di Charlie Hebdo o persino la silenziosa crescita di comunità cristiane in alcune zone.
Non abbiamo solo sentito parlare dei disordini, li abbiamo vissuti in prima persona. Il 7 settembre 2001, la nostra chiesa nell’area nord di Jos è stata attaccata per la prima volta. Abbiamo sentito le urla dei militanti: «Allahu Akbar». Poi sono iniziati gli attacchi: auto distrutte, case bruciate, persone mutilate e uccise. È quasi impossibile descrivere a parole il massacro. Ho documentato l’orrore per anni. Ho foto e video così violenti e inquietanti che non possono essere mostrati in nessun contesto pubblico.
Immagini di bambini con il cranio spaccato. Donne incinte date alle fiamme insieme ai loro bambini. Giovani e anziani decapitati. Permettetemi di condividere una storia che descrive il costo umano di questa violenza.

Un giovane cittadino britannico si recò a Jos per visitare suo cugino, membro della mia chiesa. Si trovava all’interno dell’abitazione della famiglia quando iniziarono a sentire in lontananza il grido: «Allahu Akbar». Ciò avvenne proprio di fronte all’Università di Jos. Ero stato in quel luogo solo due giorni prima. Man mano che i cori diventavano più forti, ha chiamato urgentemente i suoi genitori nel Regno Unito: «Mamma, papà , li sentiamo. Si stanno avvicinando. Stanno scavalcando la recinzione. Aiutateci, vi prego».
I suoi genitori hanno ascoltato impotenti mentre i militanti circondavano la casa, minacciando di darle fuoco se non avessero aperto la porta. Hanno sentito il panico, i colpi alle porte e il rumore dell’edificio che veniva incendiato. Poi, al telefono si è fatta sentire una voce diversa, quella di uno degli aggressori che con gelida ironia, ha detto: «Stiamo per uccidere vostro figlio».
Al telefono, i genitori sentirono il figlio e gli altri implorare pietà . Pochi istanti dopo, udirono il rumore dei machete che massacrava uno dei loro figli. L’aggressore tornò al telefono ridendo e disse, quasi con indifferenza: «Se ne sta andando… se ne sta andando… ora se n’è andato». Questo non è un caso isolato. Questa è la realtà vissuta da innumerevoli famiglie. Sono qui, davanti a voi non per scioccarvi, ma per testimoniare. Non per provocare odio, ma per condividere la verità , la responsabilità e l’azione. Perché il silenzio, di fronte a un tale male, diventa complicità .
A un certo punto, durante un attacco, ho preso una pistola con regolare licenza, pronto a difendere la mia famiglia, la mia chiesa e la mia comunità . Ma in quel momento ho capito che la vendetta non era la risposta. La violenza avrebbe solo alimentato il ciclo di distruzione. Quindi ho posato la pistola e ho impugnato la videocamera. Quella decisione ha cambiato tutto.
Da allora ho dedicato la mia vita a raccontare storie che guariscono e ispirano. Ho fondato il “LoveBack Project”, un movimento non violento che promuove risposte creative e costruttive all’odio e al terrore. Oggi la Nigeria deve affrontare una rete mortale di terrorismo islamico radicale: Boko Haram, militanti Fulani, “banditi” armati… persone diverse, ma spesso con un’ideologia comune.
Le vittime sono in stragrande maggioranza cristiane. Le chiese vengono bruciate. I pastori rapiti. Le comunità sfollate e costantemente terrorizzate. A peggiorare le cose, questi autori non sono più etichettati come “terroristi”, ma semplicemente come “banditi”, un termine che maschera le radici ideologiche della violenza e rende più facile ignorare la crisi. Ma che sia chiaro: loro issano bandiere jihadiste, invadono le comunità e conducono brutali campagne di intimidazione e massacri. Ma non possiamo combattere l’oscurità con altra oscurità .
Ho scelto una strada diversa. Ho scelto di rispondere con l’amore, costruendo scuole, offrendo formazione creativa, sostenendo i sopravvissuti e amplificando le storie di speranza che nascono dalle macerie.
Ho scelto di invitare le persone a deporre le armi e a prendere in mano strumenti come penne, macchine fotografiche e pale. A costruire, non a bruciare. Ad amare, e non odiare. Questa non è carità , è resistenza: resistenza pacifica, coraggiosa e che trasforma.
Quindi oggi mi rivolgo a voi, non solo come legislatori, ma come leader che comprendono il potere della narrativa, della diplomazia e della politica. Se la Nigeria crollasse sotto il peso di un terrorismo incontrollato, il mondo ne risentirebbe. Non per il nostro petrolio o i nostri minerali, ma per il potenziale del mio popolo: resiliente e capace. Quindi agiamo, non per pietà , ma per solidarietà . Investiamo nella pace prima di essere costretti a reagire alla guerra. Scegliamo di essere altruisti, senza limiti e senza paura, e di essere la voce di chi non ha voce. Grazie per il vostro tempo. E grazie per avermi ascoltato.
Parigi. Pensavamo che in Francia la scrittura inclusiva, una «balbuzie ridicola» come l’ha definita il filosofo Alain Finkielkraut, fosse una cosa di nicchia, riservata ai convegni sull’identità di genere, ai collettivi radical-femministi e a tutti quegli opinionisti pensosi della sinistra parigina convinti di risolvere i problemi del mondo, il razzismo e le discriminazioni, inserendo il cosiddetto punto mediano nella stessa parola per includere sia la declinazione al maschile che quella al femminile. E invece questa riforma militante del linguaggio costruita sulla denuncia di ingiustizie immaginarie derivanti da interpretazioni simboliche che non corrispondono ad alcuna realtà strettamente linguistica è promossa dai piani alti della République.
Il Consiglio di Stato francese ha appena convalidato l’utilizzo della scrittura inclusiva, da parte del Comune di Parigi, sulle targhe commemorative: si tratta di una prima assoluta, come sottolineato dal giurista Nicolas Hervieu, docente a Sciences Po. In una sentenza del 31 dicembre, la più alta giurisdizione amministrativa francese ha respinto il ricorso contro il Comune di Parigi dell’Association Francophonie Avenir (Afav) che milita per la difesa della lingua di Molière.
È nel 2021, in occasione di “un inventario dello stato di deterioramento del municipio†parigino, che si scopre, nel corridoio che conduce alla sala del Consiglio comunale, che due lastre di marmo erano state modificate: con le scritte in oro “Conseiller.e.s de Paris†e “Président.e.s de Parisâ€, in onore degli ex membri del Consiglio comunale di Parigi che avevano ricoperto la carica per più di 25 anni. Informata delle modifiche, l’Association Francophonie Avenir aveva subito presentato ricorso per chiedere un ritorno alle origini delle lastre, su cui la giunta social-ecologista guidata da Anne Hidalgo aveva scolpite parole «che non hanno nulla a che fare col francese».
«Le ricordo che la lingua della Repubblica è il francese, secondo il titolo I, articolo 2 della Costituzione francese. Il francese come lo si trova nei dizionari e non un francese come quello che può essere parlato da sette, comunità , gruppi etnici», scrisse Régis Ravat, presidente dell’Afrav, nella sua lettera alla sindaca.
All’epoca, l’entourage di Hidalgo disse al Figaro che quelle lastre di marmo erano «il risultato di una delibera votata all’unanimità nel 2017», precisando che «il modello, con la scrittura inclusiva, era contenuto nella delibera che ne proponeva l’aggiornamento, per un importo di 18.609 euro». La giustizia francese ha dato ragione a Hidalgo. Nell’aprile 2025, la Corte amministrativa d’appello di Parigi ha confermato la sentenza emessa nel 2023 dal Tribunale amministrativo di Parigi, secondo cui l’uso di tale grafia rientra nella lingua francese. «L’uso di una forma abbreviata nel titolo di una carica o di una funzione allo scopo di evidenziarne la forma femminile, sia mediante trattini, parentesi o punti, non può essere considerato di per sé come una presa di posizione politica o ideologica. Pertanto, anche il motivo basato sulla violazione del principio di neutralità del servizio pubblico deve essere respinto», si legge nella sentenza della Corte d’appello.
Il Consiglio di Stato, il 31 dicembre, ha confermato la decisione della Corte d’appello. «La circolare del primo ministro del novembre 2017 vieta la scrittura inclusiva», ha reagito l’ex ministro Jacques Godfrain, presidente dell’Alleanza francofona delle associazioni di lingua francese (Afal), denunciando «una scrittura che inquina la lingua invece di arricchirla e non favorisce la parità di genere».
Ma a battere i pugni sul tavolo è soprattutto l’Académie française. In un comunicato, la prestigiosa istituzione che veglia sulla salvaguardia della lingua francese ha denunciato un modo di scrivere che «danneggia l’apprendimento della nostra lingua e il suo uso sia a livello nazionale che internazionale». Gli Immortels, come sono chiamati i membri dell’Académie, ricordano che la legge del 4 agosto 1994 definisce la lingua francese come «un elemento fondamentale del patrimonio della Francia». «La scrittura “inclusiva†introduce arbitrariamente dei segni ortografici – i cosiddetti “punti mediani†– che sono contrari alla leggibilità e allo spirito della nostra lingua; essa costituisce una grave violazione di questo patrimonio culturale, che merita invece di essere protetto allo stesso titolo dei nostri monumenti e dei nostri paesaggi», sottolinea l’istituzione.
L’Académie française è in guerra da quasi dieci anni contro l’incursione della scrittura inclusiva. In un comunicato pubblicato il 26 ottobre 2017, la Compagnie des Quarante lanciò l’allarme con queste parole: «La lingua francese è ormai in pericolo mortale, e la nostra nazione ne è oggi responsabile nei confronti delle generazioni future». Una presa di posizione che arrivò dopo l’inquietante aumento dell’uso della scrittura inclusiva nel dibattito francese. All’epoca, il filosofo Robert Redeker scrisse sul Figaro che «la scrittura inclusiva è in realtà il contrario di ciò che afferma di se stessa: è esclusiva, perché esclude la lingua dalla sua storia. Espelle la lingua dal suo passato, dalla sua tradizione, dalla sua dimora, dalla sua logica».
Daniel de Poli, membro dell’Association Francophonie Avenir, ha annunciato in una email inviata a diverse redazioni il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo contro la «decisione scandalosa e incomprensibile» del Consiglio di Stato. È quella che Valeurs Actuelles ha definito la guerra tra “amministrazione†e “patrimonio†tra una burocrazia permeabile alle mode passeggere e un santuario, l’Académie française, chiamato a proteggere la lingua francese per l’eternità .
Anna vive in un appartamento silenzioso, con le sedie sempre al loro posto e le piante che resistono senza entusiasmo. Non ha avuto figli. Non lo dice mai come una mancanza, ma come un dato. Come il colore degli occhi o l’altezza.
Lavora con gli adolescenti. Arrivano arrabbiati, confusi, pieni di parole che non sanno usare. Anna non li aggiusta, non li consola, non li corregge. Li ascolta. Dice che ascoltare è un gesto sottovalutato, soprattutto con chi ha quindici anni e nessuna voglia di spiegarsi.
Il telefono squilla spesso. Messaggi vocali lunghi, spezzati, pieni di esitazioni. “Posso passare?â€, “Puoi solo esserci?â€, “Non so dove andareâ€. Anna apre la porta. Non prepara torte, non fa domande. Tiene il tavolo libero.
Qualcuno le ha detto che sta colmando un vuoto. Lei ha risposto che no, non lo sta colmando. Lo sta attraversando insieme a loro. Dice che certi vuoti non vanno riempiti, vanno condivisi.
La sera si siede sul divano e pensa che nessuno la chiamerà mai mamma. Poi ripensa a un ragazzo che, andandosene, ha detto “a domani†senza pensarci. E capisce che non ha generato nessuno, ma ha accompagnato molte partenze.
Gli oppositori dell’accordo di libero scambio tra Unione Europea (Ue) e Mercosur, che oggi, sabato 17 gennaio, Ursula von der Leyen e i rappresentanti di Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay firmeranno ad Asunción affilano i coltelli: le organizzazioni degli agricoltori di mezza Europa hanno convocato una protesta a Strasburgo il 20 gennaio, 150 europarlamentari annunciano un ricorso alla Corte di giustizia Ue contro alcuni dispositivi del trattato e il voto di ratifica del Parlamento europeo a fine mese o all’inizio di febbraio si annuncia combattuto.
Il voto a maggioranza qualificata con cui i rappresentanti permanenti dei Ventisette hanno dato il via libera al trattato per parte europea il 9 gennaio scorso non ha detto l’ultima parola sulla vicenda. In quell’occasione Francia, Polonia, Austria, Ungheria e Irlanda, contrarie all’accordo, sono state messe in minoranza. Decisiva la posizione dell’Italia, che in dicembre aveva bloccato l’approvazione europea schierandosi con la Francia, ma che dopo l’introduzione di clausole di salvaguardia e di contingenti di importazione relativi a prodotti agricoli e zootecnici nel testo del patto ha raggiunto le posizioni di Germania e Spagna – i due grandi paesi Ue più favorevoli al trattato – rendendo impossibile la costituzione di una minoranza di blocco.
Preso atto che il trattato favorirà l’aumento delle esportazioni di prodotti industriali manifatturieri europei nei paesi del Cono Sud (segnatamente automobili, pezzi di ricambio, macchinari, prodotti chimici e farmaceutici), in discussione è l’impatto negativo che invece avrà sull’agricoltura e la zootecnia e potenzialmente sulla sicurezza alimentare. A regime, l’accordo prevede l’abolizione del 91 per cento dei diritti di dogana del blocco sudamericano sui prodotti del Vecchio Continente, e l’abrogazione del 92 per cento di quelli della Ue sulle esportazioni in provenienza dal Mercosur.
Le imprese europee risparmieranno 4 miliardi di euro per dazi all’anno e i paesi Ue nel loro complesso conosceranno un aumento di 77,6 miliardi di euro del loro Pil da qui al 2040. Secondo il ministro degli Esteri Antonio Tajani, «alla fine del periodo di “rodaggio†[stiamo parlando del 2040, ndr] l’Italia guadagnerà 14 miliardi di export in più».
Tuttavia la liberalizzazione premierà alcuni settori e ne penalizzerà altri, dal punto di vista europeo. Verranno meno dazi del 35 per cento sull’automotive, del 14-20 per cento sui macchinari, del 14-18 per cento sui pezzi di ricambio, fino al 18 per cento sulla chimica, fino al 35 per cento sull’abbigliamento e fino al 14 per cento sui prodotti farmaceutici. Un recente studio stima al 37 per cento il potenziale di crescita delle esportazioni industriali verso il Mercosur una volta entrati pienamente in vigore gli accordi.
Sull’altro lato, l’Ue si impegnerebbe ad aprire il proprio mercato a ulteriori 99 mila tonnellate di carne bovina sudamericana all’anno con una tariffa preferenziale del 7,5 per cento, nonché a 180 mila tonnellate di zucchero e a 100 mila tonnellate di pollame. In questi settori già indeboliti, molti temono una concorrenza sleale, poiché i produttori latinoamericani sono soggetti a standard ambientali e sanitari meno rigorosi di quelli imposti in Europa. Contingenti esenti da dazi sono previsti anche per riso, miele, etanolo.
Secondo uno studio effettuato nel dicembre 2020 dalla London School of Economics per conto dell’Unione Europea, l’accordo potrebbe ridurre la produzione europea di carne bovina e ovina fino all’1,2 per cento e quella di zucchero dell’1 per cento. In totale, l’82 per cento delle attuali le linee tariffarie agricole Mercosur vedranno eliminare progressivamente i dazi europei in quanto relative a prodotti agricoli non considerati sensibili.
Ci sono anche alcuni prodotti agricoli e caseari per i quali l’abolizione dei dazi porterà un vantaggio ai produttori europei: parliamo di vino (attualmente tassato al 27 per cento), superalcolici, formaggi (quote esenti da dazi fino a 30 mila tonnellate), biscotti, bevande gasate. Secondo le stime della Commissione europea si prevede che le importazioni di prodotti agricoli e agroalimentari dal Mercosur aumenteranno di 5,7 miliardi di euro entro il 2040 (di cui 365 milioni di euro per la carne bovina), mentre le esportazioni dello stesso tipo della Ue verso il Mercosur dovrebbero aumentare solo di 2,9 miliardi di euro (principalmente per vini e liquori).

Forti pressioni da parte di Italia e Francia hanno fatto sì che l’accordo finale prevedesse clausole di salvaguardia e contingenti di importazione: questi ultimi sono quelli sopra menzionati. Le clausole di salvaguardia invece consistono in misure che dovrebbero proteggere i produttori europei. Esse comprendono la reintroduzione dei dazi doganali da parte europea se, nei settori sensibili, le importazioni dal Mercosur dovessero aumentare di oltre il 5 per cento sulla base di una media triennale (Bruxelles si impegna a pubblicare ogni sei mesi un rapporto sugli sviluppi del mercato); garanzie finanziarie nel quadro della politica agricola comune (45 miliardi di euro supplementari sul bilancio della politica agricola comune a partire dal 2028); il divieto di tracce di alcuni pesticidi negli agrumi, nei manghi o nelle papaie sudamericani; il rafforzamento dei controlli fitosanitari alle frontiere (la Ue proibisce l’importazione di prodotti Ogm e di carne agli ormoni, ha norme severe in materia di residui di pesticidi, eccetera), la riduzione dei dazi doganali su alcuni fertilizzanti per ridurne il costo agli agricoltori europei e quindi mantenerli competitivi. Inoltre il Mercosur si impegna a riconoscere 344 Indicazioni geografiche europee (di cui 77 italiane) che proteggeranno i prodotti alimentari di eccellenza dei paesi Ue da imitazioni e contraffazioni.
Tutte queste concessioni, ottenute nelle ultime settimane per il pressing di Italia e Francia dopo 26 anni di negoziati (la clausola sull’aumento delle importazioni per esempio doveva essere dell’8 per cento), hanno convinto il governo Meloni a dare il via libera al trattato. Restano invece scettiche le organizzazioni degli agricoltori (Coldiretti, Confagricoltura e Cia), soprattutto per quanto riguarda i controlli sulle importazioni. Bruxelles ha promesso un aumento del 50 per cento del numero dei controlli all’estero e del 33 per cento di quelli alla frontiere degli Stati membri. Gli agricoltori italiani fanno notare che tale aumento è di fatto irrisorio, perché sul totale delle merci agricole e zootecniche provenienti dai paesi del Mercosur i controlli effettuati passerebbero soltanto dall’attuale 3 per cento al 4 per cento… Nell’ottobre del 2024 un audit condotto in Brasile dalla stessa Commissione europea aveva evidenziato la mancanza di tracciabilità della carne bovina esportata.
Altre critiche all’accordo di libero scambio arrivano dagli ambientalisti. Il rapporto di valutazione commissionato dal primo ministro francese Edouard Philippe nel 2019 e rimesso al suo successore Jean Castex nel 2020 stima in 700 mila gli ettari di terre che patiranno deforestazione nei paesi del Mercosur come risultato dell’aumento delle esportazioni legate all’accordo. Lo stesso rapporto prevede un aumento totale delle emissioni di gas a effetto serra di 500 milioni di tonnellate di CO2, pari allo 0,1 per cento delle emissioni globali annue, dovuto alla deforestazione e al trasporto di merci. Le stime della Commissione europea sono molto inferiori, con un aumento previsto delle emissioni “trascurabile†(circa lo 0,0006 per cento sul totale mondiale).
Fra i vantaggi invece segnalati c’è il fatto che i paesi del Mercosur si sono impegnati ad aprire i loro mercati degli appalti pubblici agli europei alle stesse condizioni delle aziende locali, e che saranno ridotte anche le tasse all’esportazione di minerali. In questo modo i paesi Ue avranno un accesso facilitato a materie prime critiche per la transizione energetica come litio e rame, e diminuiranno la propria dipendenza dai fornitori cinesi.
Altre critiche al trattato di libero scambio fanno riferimento alle sue conseguenze sul piano occupazionale e socio-culturale. Si teme che esso accelererà il processo di acquisizione delle attività agricole e zootecniche da parte di multinazionali e grandi imprese agro-industriali, con l’estinzione delle imprese a conduzione familiare e lo spopolamento delle campagne.
Scrive Ambrus Béla:
«Nell’ultimo decennio, i terreni agricoli in tutta Europa sono stati silenziosamente assorbiti dalla finanza globale. Grandi gestori patrimoniali, fondi pensione, pool assicurativi e veicoli di private equity trattano sempre più i terreni agricoli come un asset a bassa volatilità e al riparo dall’inflazione. La logica è semplice: la terra è un bene limitato, è sovvenzionata e politicamente protetta dal collasso totale. Ciò che è razionale per i portafogli è corrosivo per la società . La finanziarizzazione separa la proprietà dalla gestione. I terreni vengono acquistati tramite holding, riaffittati agli agricoltori con contratti a breve termine e gestiti per l’estrazione di rendimento piuttosto che per la fertilità a lungo termine o la stabilità della comunità . Gli affitti aumentano, la proprietà diventa precaria e gli agricoltori passano da proprietari a gestori. Decisioni un tempo radicate nell’ecologia locale e nella continuità generazionale vengono sostituite da una logica contabile ottimizzata per beneficiari lontani. Questo processo si accelera quando la pressione commerciale si intensifica. Mentre i margini di guadagno crollano sotto la concorrenza delle importazioni, gli agricoltori indebitati vendono. Capitali che possono permettersi orizzonti temporali di profitto nel lungo periodo acquistano. Ciò che sembra efficienza del mercato è in realtà un trasferimento unidirezionale di sovranità dalle comunità ai bilanci contabili delle grandi imprese».
Sarà che ormai c’è venuto a noia un certo modo di dare le notizie, ma noi facciamo davvero fatica a scandalizzarci per l’ennesima inchiesta sulle “spese pazze”, questa volta imputate ai membri dell’autorità per la Privacy. Sono vicende che ci sembra di aver letto mille volte, perché il canovaccio che seguono è sempre lo stesso. L’inchiesta di Report, l’apertura delle indagini per presunte spese irregolari compiute dai vertici del Garante, l’intervento della Guardia di Finanza, i titoloni in prima pagina sui giornali.
Niente di nuovo. Niente di nuovo nemmeno nella ricostruzione del “contesto” (è la parte di narrazione su cui più si esercitano i nostri media), in cui si indugia sui particolari più grotteschi: l’uso disinvolto delle carte di credito, la frequentazione di hotel di lusso, l’utilizzo dell’automobile di servizio per recarsi dal potente di turno (in questo caso, Arianna Meloni, sorella della premier, ovviamente incolpevole, ma vuoi mettere l’effetto di un titolo con la parola “Meloni”?), i soldi spesi per la lavanderia e il macellaio. Conclusione scontata: la richiesta di dimissioni per i presunti colpevoli.
Sarà . Chissà . Avendo in mente come sono andate a finire mille altre storie come questa (è un grande classico che di volta in volta riguarda soggiorni di lusso nelle spa, cene a base di aragoste o quattrini spesi per acquisti di mutande e calzini), noi ci andremmo cauti, molto cauti.
Ieri molti quotidiani hanno scelto di dedicare all’inchiesta il titolo d’apertura di prima pagina. A ben vedere, nelle pagine interne, in qualche articoletto o box si trovava anche un’altra notizia e cioè l’assoluzione dall’accusa di corruzione nel caso “Mensa dei poveri†per Lara Comi, ex europarlamentare di Forza Italia che proprio per quella vicenda si vide rovinata la carriera politica. Tra gli altri imputati, è stata confermata l’assoluzione per l’ex vicecoordinatore lombardo di Fi ed ex consigliere milanese Pietro Tatarella, la cui storia è ben conosciuta dai lettori di Tempi.
Appunto. Quando scoppiò lo scandalo “Mensa dei poveriâ€, Tempi fu tra i pochi organi di stampa a sollevare dubbi. Il Corriere della Sera ci prese pure in giro per questa nostra ingenua pazzia donchisciottesca. Era il maggio 2019, siamo a gennaio 2026. Sette anni dopo è una magra consolazione rivendicare di averci visto giusto. Ma qualcosa si può fare il 22 e 23 marzo: votare sì al referendum.
Altro che Brexit. Da quando è nata, nel 1992, nessun allenatore inglese ha mai vinto la Premier League. Ci sono riusciti due sudditi del Regno Unito, sir Alex Ferguson (dall’alto di 13 titoli con il Manchester United) e Kenny Dalglish (nel 1994-95 con i Blackburn Rovers), ma parliamo di due scozzesi. Poi francesi (Arsène Wenger), portoghesi (José Mourinho), cileni (Manuel Pellegrini), molti italiani (Carlo Ancelotti, Roberto Mancini, Claudio Ranieri e Antonio Conte) e tanta Spagna: per Pep Guardiola sei successi dal 2018 al 2024 con il Manchester City, inframmezzati da quello di Jurgen Klopp (tedesco, 2020) e interrotti da Arne Slot (olandese, 2025), entrambi con il Liverpool.
E anche quest’anno mancherà un successore di Howard Wilkinson che, in quel 1992, vinse l’ultima First Division con il Leeds. Nella sparuta pattuglia di tecnici inglesi – a inizio campionato erano tre su venti squadre – quello piazzato meglio è Eddie Howe, solo sesto con il Newcastle, a 17 punti dalla vetta. Una vetta dove, ai primi tre posti, troviamo altrettanti spagnoli. O, meglio, tre “non-castiglianiâ€. Perché primo è l’Arsenal di Mikel Arteta (basco di San Sebastian), secondo è il Manchester City di Guardiola (catalano di Santpedor) e terzo l’Aston Villa di Unay Emery (basco di Hondarrabia, come spiega un nome completato da un caratteristico Etxegoien).
Per carità , affidarsi un allenatore vincente di un’altra nazione è tipico del grande calcio europeo. Il Barcellona è tornato primo nella Liga con il tedesco Hansi Flick, mentre l’ultimo spagnolo a conquistare un campionato con il Real Madrid è stato Vicente del Bosque nel 2003. In Germania sta dominando il Bayern Monaco del belga Vincent Kompany e in Francia detta legge il Psg dell’asturiano Luis Enrique. Unica eccezione è l’Italia, grande esportatrice di tecnici e autarchica in Serie A. L’ultimo straniero a imporsi è stato Mourinho, con l’Inter del triplete nel 2010.
Tornando alla Premier, ciò che intriga maggiormente è il duello Arteta-Guardiola. Il primo ha avuto nel secondo un riferimento calcistico fin da quando lo conosce a 15 anni, appena sbarcato nella Masia del Barcellona: Arteta è un centrocampista su cui puntare, Guardiola è il capitano blaugrana. «Era il mio eroe calcistico», con cui però non riesce a giocare insieme, perché Pep va via nel 2001 (a Brescia) e perché il basco non debutta mai in prima squadra. Per il loro rapporto, le scelte professionali di Arteta risultano decisive in un secondo tempo. Quando Guardiola approda al City nel 2016 lo prende come secondo perché, pur non avendo mai allenato, conosce profondamente la Premier, dove ha giocato dal 2005 al 2016, con Everton e Arsenal. Proprio l’Arsenal confeziona il primo sgarro nei confronti di Guardiola, sottraendogli Arteta nel 2019.
Il resto lo fanno i confronti di campionato, in cui il basco sta tentando di riconquistare un titolo che ai londinesi manca dal 2004. Una rivalità sul campo che rischia di rovinare il rapporto tra i due, giunto ai minimi termini poco più di un anno fa, al termine di un 2-2 a Manchester, con l’Arsenal ad alzare barricate dopo l’espulsione di Trossard e un pareggio dei Citizens soltanto al 98’. Pep accusò il collega di non gioco, con successive battute a rincarare la dose («All’Arsenal sono solo bravi a spendere») e risposte piccate («Sono stato lì quattro anni, ho le informazioni…»). Una acredine dialettica che però non intacca il valore sul campo dei due, gente che studia, sperimenta e innova.
Arteta, con il contributo di Nicolas Jover – specializzato in palle inattive – ha fatto dei calci d’angolo una forma di attacco micidiale, presto imitata da molti. Guardiola ha invece modellato il City stagione dopo stagione, abbandonando progressivamente il barcelloniano tiki-taka, per un calcio verticale e concreto, basato sul contropressing del rivale-amico Klopp. Non a caso nello staff è entrato Pepijn Lijnders, vice del tedesco a Liverpool: «Il calcio moderno non è più posizionale, bisogna seguire il ritmo», sottolinea il catalano.
E Unai Emery? Può ricordare un Arrigo Sacchi o un Luciano Spalletti. Mediocre giocatore e ottimo allenatore. Suo il record di successi in Europa League (tre consecutivi con il Siviglia dal 2014 al 2016 e uno con il Villarreal nel 2021), mentre in Francia ha vinto tutto con il Psg dal 2016 al 2018. Anche sulla sua strada si palesa l’Arsenal, che guida a un’altra finale di Europa League (persa malamente 1-4 con il Chelsea di Maurizio Sarri) e da cui viene cacciato a fine novembre 2019, proprio per far posto ad Arteta. Un fallimento da cui si sta rifacendo a Birmingham, dove approda nell’ottobre 2022 portando l’Aston Villa dal quindicesimo al settimo posto. Quindi la qualificazione successiva alla Champions, dopo 41 anni, con uscita ai quarti di finale dopo aver sfiorato la clamorosa rimonta con il Psg, poi maramaldo in finale con l’Inter.
Ha trovato una realtà come piace a lui, dove può muoversi quale manager a tutto tondo, in sintonia con proprietà e direttori sportivi. La sua è una squadra solida e concreta, brava ad adattarsi: pronta a imporre il pressing come ad affondare in verticale. Nessun vip e tanta sostanza, complicatissima da affrontare. L’Aston Villa prova a fare da terzo incomodo in una classifica che lo vede al secondo posto a quota 43 con il City, a sei punti di distanza dall’Arsenal. L’1-4 incassato in casa dei Gunners il 30 dicembre, dopo undici vittorie consecutive tra campionato ed Europa League, non ha azzerato gli entusiasmi a Birmingham. A cominciare da quelli del tifoso numero uno, il principe ereditario William. Il titolo manca dal 1981, è passato troppo troppo tempo.