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Domenica scorsa mi sono recato a Nouakchott, capitale della Mauritania, per una missione istituzionale promossa dal ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, nel quadro del Piano Mattei per l’Africa voluto dal Governo italiano. Una missione breve (siamo stati nel Paese solo 30 ore) ma molto intensa, in un Paese piccolo (cinque milioni di abitanti, la metà della Lombardia), ma esteso su un territorio vasto e polveroso in pieno deserto del Sahara. Un Paese molto povero: al 164 posto (su 193) per indice di sviluppo umano. Però un Paese chiave per la stabilità dell’Africa occidentale, perché rappresenta un baluardo contro lo jihadismo, che si va diffondendo pericolosamente negli altri Paesi del Sahel a cominciare dal Mali, generando emigrazioni massicce e rischi per la sicurezza globale.
Una missione italiana, che nasce dalla convinzione che il rapporto tra Italia e Africa non possa più essere affrontato con schemi astratti o interventi occasionali, ma richieda presenza, ascolto e relazioni strutturate. Per queste ragioni la delegazione, capitanata dall’ambasciatore Stefano Gatti, Direttore generale della Cooperazione allo Sviluppo e dal consigliere diplomatico di Palazzo Chigi incaricato del Piano Mattei Lorenzo Ortona, era nutrita: oltre al ministero degli Esteri, erano presenti in forze l’Agenzia italiana per la Cooperazione allo sviluppo, la Cassa depositi e prestiti, lo Stato maggiore della Difesa, le Ong e Osc operanti nel Paese o interessate a farlo, associazioni come Coldiretti e imprese come Bonifiche Ferraresi e la Regione Lombardia, unica presente, accompagnata da tre università lombarde.
La giornata di lavoro è stata ricca di incontri: con ministri e autorità di Governo, con le Ong e Osc presenti sul territorio, con le delegazioni residenti di Onu e Unione Europea, con le università e le istituzioni formative locali. Durante gli incontri ho avuto l’opportunità di presentare un importante progetto di cooperazione internazionale che coinvolge 11 università lombarde, tra cui il Politecnico di Milano, l’Università degli Studi di Milano, l’Università Cattolica del Sacro Cuore, presenti con noi a Nouakchott insieme a università africane attive nei Paesi che abbiamo individuato: oltre alla Mauritania, la Tanzania, l’Uganda e l’Etiopia.
Un progetto, denominato “Italia-Africa Joint STI Campusâ€, che coniuga diplomazia scientifica e istituzionale mettendo al centro il partenariato territoriale tra enti di governo regionali e nazionali ed università in Italia e nei Paesi partner, in un’ottica di cooperazione paritaria per lo sviluppo sostenibile. Il progetto, di cui Regione Lombardia è capofila, è articolato su tre assi operativi: la formazione avanzata, attraverso corsi multidisciplinari erogati nei campus in Africa, per giovani ricercatori, imprenditori e funzionari pubblici; il trasferimento tecnologico, attraverso attività di supporto alle start up africane e all’imprenditoria innovativa; il supporto alla governance africana, attraverso momenti di confronto tra comunità scientifica e autorità locali. I beneficiari saranno 500 ricercatori, 200 giovani imprenditori, 100 funzionari pubblici e oltre 40.000 tra studenti universitari e lavoratori.
L’impostazione è chiara: non esportare modelli precostituiti, ma costruire percorsi comuni, capaci di valorizzare le competenze locali e di rispondere ai bisogni reali dei territori. In questo senso, il coinvolgimento diretto delle università rappresenta un elemento strategico, perché consente di intrecciare conoscenza, ricerca applicata e formazione delle nuove generazioni.
Nel corso della missione ho avuto modo di confrontarmi con i rappresentanti delle Organizzazioni della Società Civile italiane attive nel Paese, tra cui realtà impegnate da anni nella cooperazione educativa e sanitaria, e con le agenzie delle Nazioni Unite presenti in Mauritania, come Undp, Unicef e Fao, oltre che con diversi ministri del governo mauritano, in particolare nei settori dell’istruzione, dello sviluppo economico e della pianificazione.
Incontri diversi per ruoli e prospettive, ma accomunati da un punto centrale: la necessità che la cooperazione internazionale non resti confinata nei documenti programmatici, ma si traduca in interventi concreti, verificabili e radicati nei contesti locali. Da questi dialoghi è emersa con forza una convinzione condivisa: la cooperazione funziona solo se nasce dall’ascolto delle comunità , delle istituzioni locali e dei corpi intermedi che ogni giorno operano nei territori.
È anche per questo che missioni come quella in Mauritania sono essenziali. Permettono di comprendere le priorità reali, di verificare sul campo ciò che funziona e ciò che va ripensato, e di orientare le politiche di cooperazione verso risposte utili e sostenibili. Non si tratta soltanto di rafforzare relazioni diplomatiche, ma di costruire partenariati fondati sulla responsabilità reciproca, in cui ciascun attore – istituzioni, università , società civile – contribuisce con le proprie competenze.
Il Piano Mattei per l’Africa rappresenta oggi una cornice strategica importante per dare continuità e coerenza a questo approccio. La sua ambizione è superare una visione frammentata della cooperazione, integrando sviluppo economico, formazione, energia, innovazione e stabilità . In questo quadro, anche il ruolo delle Regioni può essere decisivo, soprattutto quando sono in grado di mettere a sistema eccellenze accademiche, capacità amministrative e relazioni internazionali già consolidate.
La sfida è trasformare quanto emerso da questi incontri in azioni operative, capaci di incidere davvero sui territori e di rafforzare un’idea di cooperazione che non sia assistenzialismo, ma alleanza. Un’alleanza che guarda al futuro, nella consapevolezza che il destino dell’Europa e quello dell’Africa sono profondamente intrecciati.
A Davos il primo ministro canadese Mark Carney ha invitato le medie potenze a una sorta di alleanza per contrastare le mire egemoniche delle superpotenze, ma in patria un numero non indifferente di suoi concittadini si muove per un declassamento della potenza del Canada, che da media diventerebbe medio-bassa: sono i secessionisti dell’Alberta e del Quebec, due delle tredici province e territori che compongono la federazione canadese. Nelle due province il sentimento separatista non è maggioritario, ma le minoranze che lo incarnano sono molto attive e impegnate in iniziative che impongono la questione dell’indipendenza all’ordine del giorno del dibattito politico canadese.
È iniziata il 3 gennaio scorso con lunghe file davanti ai punti di raccolta delle firme la campagna per l’indizione di un referendum per l’indipendenza dell’Alberta. Promossa dal movimento Stay Free Alberta, l’iniziativa mira a staccare dal governo federale di Ottawa un territorio popolato da 5 milioni di abitanti e grande il doppio dell’Italia che confina con gli Stati Uniti e non ha sbocchi sul mare (l’unica provincia del Canada insieme al Saskatchewan).
Ma soprattutto è ricchissimo di petrolio (in forma di sabbie bituminose) e gas, tanto da rappresentare l’84 per cento di tutta la produzione canadese di idrocarburi. L’Alberta è anche una delle regioni agricole più produttive del paese insieme al Saskatchewan e al Manitoba (fieno, colza e grano), ed è la prima in assoluto per l’allevamento di bovini (4 milioni di capi). È anche la prima per produzione di energia eolica. Ed è quasi una conseguenza naturale che risulti la provincia canadese col maggior Pil pro capite.
Qui però cominciano i problemi: nonostante la struttura federale dello Stato, l’Alberta si ritrova svantaggiata nella ripartizione delle entrate fiscali, versando a Ottawa molto più di quello che riceve in ritorno. Si stima che nel 2023 e nel 2024 la provincia abbia ricevuto 45-50 miliardi di dollari in meno di quelli che ha versato in tasse federali. Il Fraser Institute stima che fra il 2007 e il 2022 l’Alberta sia stata “net contributor†delle casse federali per la bella somma di 244,6 miliardi di dollari.
Altro motivo di scontento sono le politiche ambientali e dell’energia federali che penalizzano l’industria petrolifera dell’Alberta: normative ambientali, la tassazione delle emissioni di CO2, i provvedimenti che non consentono di espandere gli oleodotti e lo sfruttamento del petrolio penalizzano l’industria chiave e il potenziale economico della provincia.
Nei sondaggi gli indipendentisti sono molto lontani dal successo: secondo Pollara Strategic Insights di Toronto solo il 19 per cento degli abitanti voterebbe a favore della separazione dal Canada, invece secondo Research Co. di Vancouver i favorevoli sono il 31 per cento, e nella fascia di età 18-34 anni sarebbero già il 42 per cento. L’anno scorso una petizione intitolata “Forever Canadian†favorevole alla permanenza dell’Alberta nella federazione canadese ha raccolto oltre 400 mila firme. Inoltre in base al Clarity Act introdotto nel 2000 una vittoria indipendentista in un referendum provinciale non è sufficiente a determinare il distacco di un territorio dal Canada: in caso di esito chiaro del voto inizia un negoziato fra governo provinciale e governo federale che può sfociare nella concessione dell’indipendenza oppure nella ridefinizione dei rapporti fra periferia e centro.
Il referendum rappresenta dunque uno strumento di pressione politica, come si evince dalle dichiarazioni della governatrice dell’Alberta Danielle Smith, affiliata al partito conservatore e in linea di principio contraria alla separazione, rilasciate dopo la vittoria di Carney alle politiche dell’anno scorso: «I cittadini dell’Alberta sono sempre stati canadesi leali, orgogliosi e generosi», ma anche in considerazione delle «leggi e politiche distruttive» del governo federale a guida liberale, «se verrà presentata una petizione referendaria promossa dai cittadini che riuscirà a raccogliere il numero necessario di firme per richiedere che tale questione [l’indipendenza, ndt] venga inserita nel referendum, il nostro governo rispetterà il processo democratico e includerà tale questione nella scheda elettorale del referendum provinciale del 2026». L’indizione del referendum è pressoché certa, perché il numero di firme necessarie a chiedere che sia ammesso è di appena 177 mila, molto meno dei sondaggi meno incoraggianti.
L’altra provincia nella quale non quest’anno ma probabilmente l’anno prossimo potrebbe tenersi un altro referendum a sfondo indipendentista è il Quebec, la regione a maggioranza francofona del Canada (circa l’80 per cento della popolazione, che in tutto conta 9 milioni di abitanti, ha il francese per lingua madre). In Quebec due referendum per l’indipendenza da Ottawa si sono già svolti nel 1980 e nel 1995, e nel secondo caso i favorevoli alla separazione negoziata dal governo federale persero di un soffio: 49,4 per cento contro 50,6 per cento. Entrambe le consultazioni furono promosse dal Parti Québécois, che è il favorito per la vittoria alle elezioni provinciali previste per l’ottobre di quest’anno col 35 per cento di consensi nelle intenzioni di voto.
La legge elettorale permetterebbe al partito di disporre di una maggioranza assoluta nell’Assemblea nazionale del Quebec, dove attualmente controlla solo 6 seggi, avendo raccolto il 14,3 per cento dei voti nelle ultime elezioni provinciali, che si sono svolte nel 2022. Il leader del partito Paul St-Pierre Plamondon ha già dichiarato che in caso di successo nelle urne promuoverà un referendum per l’indipendenza del Quebec nel corso del suo mandato. Il Quebec si colloca dal punto di vista economico quasi all’estremo opposto dell’Alberta: solo le province atlantiche del paese hanno un Pil pro capite più basso di quello del Quebec.
Anche nel caso dell’unica provincia francofona del Canada i sondaggi non sono al momento presente favorevoli agli indipendentisti: secondo un sondaggio Pallas Data del settembre scorso il 64 per cento dei quebecchesi sarebbero molto sfavorevoli (49 per cento) o piuttosto sfavorevoli (15 per cento) al terzo referendum indipendentista della storia del Quebec, e solo il 32 per cento molto favorevoli (19 per cento) o piuttosto favorevoli (13 per cento). Se si andasse a votare, secondo lo stesso sondaggio del settembre 2025 i favorevoli alla secessione sarebbero il 35 per cento, quelli contrari il 55 per cento, con un 10 per cento di indecisi. Il risultato per gli indipendentisti sarebbe dunque peggiore non solo di quello del 1995, ma anche di quello del 1980, quando a favore della separazione si pronunciò il 39,5 per cento dei votanti.
La cosa probabilmente si spiega con la situazione economica del Quebec: diversamente dall’Alberta, la provincia francofona è beneficiaria netta dei trasferimenti fiscali, con un attivo di 15,8 miliardi di dollari nel 2023. Questo fatto però rappresenta una lama a doppio taglio per quanto riguarda la coesione nazionale: «Nel 1995, pochi giorni prima del referendum di quell’anno, migliaia di canadesi accorsero a Montreal per esprimere il loro amore per il Quebec e per incoraggiare gli elettori a rimanere parte della federazione», scrive Laurence Martin, giornalista della radio pubblica canadese. «“Se ci sarà un referendum in futuro, temo che da parte del resto del Canada ci sarà un invito al Quebec ad andarsene, e non una manifestazione di amore per l’unità â€, mi dice una fonte del mondo politico».
Di che cosa ha bisogno oggi la Terra Santa dopo due anni di guerra feroce a Gaza? Di che cosa hanno bisogno israeliani e palestinesi per alzare la testa oltre la coltre di odio e vendetta che sembra avvolgere ogni cosa in Israele e nei Territori palestinesi? Come si fa ad affermare il desiderio di pace nel luogo dove questa parola sembra aver perso ogni significato? «Noi stiamo organizzando un concerto».
La risposta di Hussam Abu Sini non è di quelle standard e la pace di cui parla non è uno slogan buono per i concorsi delle reginette di bellezza. Ma il progetto del medico cattolico arabo-israeliano, oncologo dell’ospedale Rambam di Haifa, è tutto fuorché campato in aria. «La scorsa estate il cardinale Pierbattista Pizzaballa ha detto che noi cristiani dobbiamo cercare di offrire una nuova prospettiva alla gente», racconta a Tempi il dottore, che è anche responsabile della comunità di Comunione e liberazione della Terra Santa. «Ci ha invitati a pensare a come far respirare la gente, come dare loro speranza perché la nostra vita non è e non può essere solo guerra. Noi abbiamo preso sul serio quell’invito e così è nata l’idea del concerto».
La scelta è caduta subito «sugli amici» dell’Orchestra Enzo Piccinini, fondata nell’agosto 2024 in onore dell’omonimo Servo di Dio nella consapevolezza che «solo un incontro con una bellezza inimmaginabile può risvegliare l’intera persona». Esattamente quello di cui ha bisogno la Terra Santa: «La musica, più di mille parole e giudizi politici, favorisce il dialogo e mostra una bellezza in grado di cancellare dalla testa l’odio e il conflitto», continua Hussam. «È un linguaggio universale, per tutti, che può aiutare ciascuno a uscire dalla mentalità del vittimismo: l’arabo vittima dell’ebreo, il cristiano vittima del musulmano, eccetera. Noi non siamo vittime, siamo molto di più».
La musica non è tutta uguale e l’orchestra con elementi locali e italiani – che si esibirà il 5 marzo ad Haifa, il 6 marzo a Betlemme e il 7 marzo a Gerusalemme – suonerà l’opera 22 di AntonÃn Dvořák. Una scelta non casuale. «Il fondatore di Cl, don Luigi Giussani, commentando quest’opera, diceva che “per l’Est la dimensione della coscienza del singolo ha l’ampiezza del popolo. Non c’è possibilità di dire pienamente la parola ‘io’ se non in un ‘noi’, se non dentro un popolo”».
Questa, più che una teoria, è l’esperienza di Hussam e di tutta la comunità del movimento di Cl della Terra Santa: «Negli ultimi due anni di guerra a Gaza, in cui abbiamo gridato a Dio il nostro desiderio di pace, ho visto che la persona rinasce nella compagnia della Chiesa e ho capito che questo è il compito qui di noi cristiani: annunciare a tutti questa vita diversa. È quello che vogliamo fare con questo concerto».
Ma per organizzare un evento come questo non bastano ideali e buoni propositi, servono anche le risorse. Per questo Hussam ha lanciato una campagna di raccolta fondi su GoFundMe: «Parlando della Terra Santa negli ultimi anni, la domanda che mi è stata posta più spesso è: “Ma io che cosa posso fare per aiutarvi?”. Ora posso rispondere: fate una donazione e aiutateci a organizzare questo evento di pace».
La risposta finora è stata incredibile, con oltre 130 persone che hanno effettuato una donazione, ma il bisogno è ancora grande. Per fortuna che sono arrivati anche aiuti inaspettati: «È venuto da me un uomo perché curassi sua madre, affetta da un tumore. E ogni volta mi diceva: “Ti abbiamo scelto perché sappiamo chi sei”. Io pensavo che conoscessero qualche parente, perché tra arabi ci si conosce un po’ tutto. Invece poi ho scoperto che aveva assistito a una mia testimonianza in cui parlavo della guerra ed era rimasto colpito».
Qualche tempo dopo, Hussam ha rivisto quell’uomo in televisione come giudice di un talent show musicale. «L’ho subito richiamato e ho scoperto che era un famoso produttore musicale. Allora gli ho parlato dell’idea del concerto e lui gratuitamente ci ha dato un aiuto fondamentale per trovare le sale per l’esibizione è molto altro».
L’orchestra Enzo Piccinini non ha ancora iniziato a suonare in Terra Santa, ma già si vedono i primi frutti dell’idea della comunità di Cl.
I Giochi olimpici, come tutti i grandi eventi soprattutto mediatizzati, sono uno dei rischi maggiori da gestire. Soprattutto in un contesto di diffuso conflitto globale, dove le minacce ibride si manifestano in particolare nelle opportunità . Per questo la sicurezza dei grandi eventi sportivi è da tempo affrontata sulla base di accordi internazionali e di procedure ben rodate, che prevedono il coinvolgimento delle forze nazionali nella “protezione vicina†ma sempre sotto direzione e coordinamento nazionale.
In questo contesto, le recenti polemiche sulla presenza dell’Ice tra i provider di sicurezza Usa è speciosa. Io stesso ho più volte scritto della criticità delle pratiche utilizzate da Ice, in questi mesi, negli Stati Uniti (la United States Immigration and Customs Enforcement, l’agenzia federale statunitense responsabile del controllo della sicurezza delle dogane e dell’immigrazione è al centro del dibattito per le violenze di Minneapolis). Ma questo nulla ha a che vedere con il ruolo securitativo che Ice è legittimante chiamata a esercitare da parte della autorità da cui dipende. Un ruolo che prevede l’impiego della propria agenzia investigativa, che da anni lavora all’interno delle rappresentanze diplomatiche statunitensi nei vari paesi: nulla a che vedere con la visione mediatizzata di questi giorni.

La messa in questione della presenza dell’Ice alle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 ha senso solo ai fini dello sfruttamento politico che offre, utilizzando la sicurezza come strumento comunicativo di una narrativa ad alta sensibilità . E questo è grave. Perché il rischio aumenta a causa delle irresponsabilità della politica locale.
Le Olimpiadi sono una opportunità e anche un rischio: una opportunità di diffusione del marchio cittadino a livello mondiale; un rischio elevato in termini di sicurezza, durante i Giochi, per la città e i suoi abitanti. Sarebbe pertanto un saggio obiettivo di governo cercare di ridurre le vulnerabilità , affinché gli attori che devono presidiare alla nostra sicurezza si possano concentrare efficacemente sui rischi maggiori. Che sono in aumento. Purtroppo non è così: ancora una volta la questione sicurezza viene sfruttata a fini politici personali da parte dei politicanti che hanno responsabilità di governo, nel comune e nella regione.
Le prese di posizione contro la presenza dell’Ice, come ho sostenuto, sono speciose, comprensibili solo per la volontà di governare la pancia di una opinione pubblica che diventa la “carne da macello†elettorale, mentre aumenta il rischio che diventi concretamente “carne da macello†per gli effetti della mancata sicurezza prodotta da queste politiche. L’inutile chiamata in piazza dei cittadini per urlare ‘no all’Ice†è una turbolenza che aumenta la vulnerabilità complessiva della nostra città , ne aumenta i rischi, ne riduce le capacità di risposta messe in atto dalle nostre forze dell’ordine. Oltre al fatto che avrà l’effetto immediato di veicolare una immagine di Milano caotica e inospitale quando, nella visione generale, le Olimpiadi dovrebbero offrire ospitalità in un luogo pacificato.
A causa dei suoi uomini di governo, Milano non si presenterà così al mondo.
E sarà dunque doppiamente perdente grazie al sabotaggio scientifico che si sta effettuando. D’altra parte, questo olimpico sabotaggio è conseguente la costante politicizzazione dell’agenda della sicurezza milanese, che si è arrotolata attorno a percorsi senza soluzioni pratiche, fornendo costantemente opportunità di narrazione politica, altamente divisive nei confronti della popolazione.
Ne è un esempio il recente assetto del settore sicurezza di Milano, dove nulla cambia in termini di deleghe che si coprono con la foglia di fico di un paio di tecnici, sferrando il gancio ideologico con la nomina di un “Osservatorio per la promozione di politiche di sicurezza democraticaâ€, che permette di assoldare personaggi ideologicamente affini. Ma che soprattutto, senza alcuna necessità rispetto ai problemi della città , affianca alla “Sicurezza†il bisogno che essa si qualifichi come “Democraticaâ€.
Una scelta in vetero stile sovietico, che non ha senso operativo (ma si inventa un problema di sicurezza per la democrazia) per ottenere un risultato ampiamente divisivo per la popolazione che è portata a schierarsi per una “Sicurezza†rispetto a una “Sicurezza Democraticaâ€, la cui voluta incertezza del termine non può che essere spiegata in termini di qualificazione evocativa di quel termine.

Male. Anzi peggio. Perché se la sicurezza non viene promossa e condivisa come un valore che unifica, ma che divide, allora si trasforma in un incremento di vulnerabilità che ottiene esattamente l’opposto di quanto dichiara di voler conseguire.
Male. Anzi Peggio. Perché è ormai chiaro che il tema della sicurezza, nei prossimi anni elettorali sarà trattato esclusivamente per la possibilità ideologica e politica di sfruttarlo a proprio vantaggio, in questo modo aumentando i rischi complessivi per la città .
Male. Anzi Peggio. Perché, anche se non era pensabile che ai Giochi fosse riservata la tregua delle armi degli antichi greci, per lo meno ci si poteva aspettare la responsabilità del governo locale nel gestire le Olimpiadi riducendo i rischi e il conflitto interno. Invece di promuoverlo quali Olimpici sabotatori di un’occasione perduta per Milano.
Male. Anzi peggio. Quello che accadrà Milano sarà tutta responsabilità dei politici che governano questa città : costoro sono un rischio per la sicurezza cittadina.
Marco Lombardi è ordinario di Sociologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore dove insegna, tra le altre cose, Cooperazione nelle aree di post conflict e Sicurezza e contrasto al terrorismo. È direttore del centro di ricerca ITSTIME (Italian Team for Security, Terroristic Issues & Managing Emergencies)
Il bambino ha saputo cosa è successo. A dieci anni, il figlio di Federica Torzullo e Claudio Carlomagno ha saputo che suo padre ha confessato l’omicidio di sua madre e che i nonni paterni si sono tolti la vita lo scorso sabato, nella loro casa di Anguillara Sabaudia.
È tenendogli occhi su questo bambino, con tremore, che si fa piazza pulita di molte etichette appiccicate in fretta a questa storia. Etichette che la trasformano nell’ennesimo femminicidio in cui viene a galla l’incapacità maschile di accettare l’autodeterminazione femminile; oppure nell’ennesima scena del crimine su cui costruire decine, se non centinaia, di puntate a reti unificate, scandagliando ogni risorsa investigativa e psicologica per un picco di share in più.
È una tragedia di famiglia. E, di fronte a una narrazione sempre più blanda dei rapporti affettivi – come se fossero fili sottili da legare e slegare a sentimento – la famiglia torna a mostrarsi per quello che è: un nodo strettissimo.
Federica Torzullo, 41 anni, è stata uccisa la mattina dell’8 gennaio 2026 dal marito Claudio Carlomagno, 43 anni. Secondo l’autopsia, la donna è stata colpita con almeno 20 coltellate, soprattutto al collo e al volto. Il marito ha poi occultato il corpo, seppellendolo in un terreno vicino alla ditta di famiglia. In seguito è stato arrestato e ha confessato il delitto.
Sabato 24 gennaio i genitori di Carlomagno, Pasquale Carlomagno e Maria Messenio, sono stati trovati morti nella loro villetta ad Anguillara. L’esito parziale delle autopsie parla di morte per asfissia da impiccagione. È stata trovata anche una lettera, indirizzata all’altro figlio, in cui i due accennano alla fatica di sostenere la gogna mediatica sul caso.
In qualche commento di cronaca si avverte la premura di un distinguo: non bisogna mettere sullo stesso piano il femminicidio di Federica e il doppio suicidio dei genitori di Carlomagno. Come se fosse necessario compilare una classifica morale delle tragedie. Il punto, invece, è proprio il legame strettissimo fra le due tragedie. L’ipotesi della gogna mediatica è plausibile proprio perché amplifica il fattore principale, il rispondere di un legame familiare con la vittima e con l’omicida della vittima. Sottolinearlo è meno ovvio di quanto sembri.
In Cosa c’è di sbagliato nel mondo Chesterton delinea così la profondità dei legami familiari:
«Anche nei casi fuori dalla normalità , in cui la legge deve essere chiamata in causa, ci si scontra costantemente con questa difficoltà , come sanno bene molti magistrati disarmati. Questi ultimi devono impedire che dei bambini muoiano di fame sottraendoli a colui che porta a casa il pane. Spesso essi devono spezzare il cuore di una moglie perché suo marito le ha già spaccato la testa. Lo Stato non ha alcuno strumento abbastanza delicato per poter estirpare le radicate abitudini e gli intricati effetti di una famiglia; i due sessi, felici o infelici, sono incollati in modo così forte che non possiamo mettere il temperino legale tra di loro come fosse una spada. L’uomo e la donna sono un corpo solo – sì, anche se non sono un’anima sola».
Per «uomo e donna» s’intende anche la rete familiare che diventa parte di un matrimonio.
Oggi la famiglia viene raccontata con filtri edulcorati. E, purtroppo, sono i casi estremi a rimettere sul tavolo evidenze trascurate. La famiglia non è semplicemente il luogo “in cui c’è l’amoreâ€. Non è un assemblaggio emotivo che si allarga o si restringe senza conseguenze. Non è una pianta con radici aeree. Le radici si piantano a fondo e – anche quando è doveroso – non è facile separare ciò che è stato unito.
Condividere lo stesso tetto, lo stesso tavolo, lo stesso bagno, lo stesso letto è faticoso, proprio perché non è in gioco solo la quotidianità . È dentro la prova degli sfregamenti reciproci che si vaglia l’ipotesi del bene in nome del quale si azzarda un “insieme, per sempreâ€. L’ideale passa dalla fucina della carne. È così impegnativo che oggi la ragionevolezza della separazione sembra surclassare la follia della condivisione.
I casi estremi – sviscerati mediaticamente – in cui l’allontanamento tra coniugi è necessario finiscono nello stesso calderone di separazioni “per non rovinare un rapportoâ€: si chiude un ciclo e, anzi, ci si allontana per rimanere in buoni rapporti. Siamo assediati da coppie che stando sotto i riflettori c’insegnano la separazione virtuosa, come se fosse possibile evitare le ferite che ogni separazione implica.
Fino al fenomeno LAT, sempre più sbandierato dai vip. Living Apart Together viene definito come la scelta volontaria di coppie che mantengono vite separate pur restando in una relazione stabile. Ce lo raccontano con un tono tra il pedagogico e la posta del cuore. Da Cinecittà a Hollywood si decantano i vantaggi di vivere separati per preservare un legame affettivo: dormire in stanze diverse, abitare su piani differenti, avere domicili lontani. Per far durare un rapporto – dicono – non bisogna stare insieme, ma “darsi delle ragioni per ritrovarsi†e “riscoprire il gusto di essere coppiaâ€. La raccontano così quelli che possono permettersi più abitazioni o una casa abbastanza grande da non incrociare il proprio marito, la propria fidanzata o – ecumenicamente – il/la compagn*.
La libertà di accettare la sfida di stare insieme, condividendo il senso della vita attraverso gli sfregamenti della vita quotidiana, oggi paga il fio al regno imperante della libertà di separazione. Il caso della famiglia Carlomagno ci inchioda alla radicalità dei rapporti familiari, senza cuscinetti. E, a rovescio, svela quanto sia inconsistente la bugia dell’amore come sentimento facilmente assemblabile e disassemblabile.
Questa riflessione non riguarda il fatto che Federica avesse chiesto la separazione dal marito. Il punto è il quadro: tre cadaveri, un marito omicida, un figlio che dovrà fare i conti con questa storia, altri nonni e zii che si faranno carico del rapporto con quel bambino.
Le relazioni affettive che generano una famiglia sono un tessuto connettivo fortissimo. L’impatto di una moglie uccisa dal marito si ripercuote su tutto il nucleo domestico, a un livello così intimo da portare a scelte estreme come quella dei genitori di Carlomagno: essere insieme nella scelta della resa. E la resa non è solo agli strali della gogna mediatica, ma al contenuto stesso di ciò a cui si è esposti: essere legati a un figlio che ha commesso un reato gravissimo; essere legati alla vittima; essere legati al nipote sopravvissuto.
Di fronte a una realtà così pesante, la reazione poteva essere quella di chi si fa carico dell’onere di una condivisione che attraversa lo spettro della colpa e del travaglio, e resta. Ma non è una scelta scontata. Si può arrivare a sprofondare fino a essere insieme nella tentazione di togliersi la vita.
È un fatto di fronte a cui non voltare la testa altrove proprio perché siamo davanti a un “sì†detto insieme che rovescia la forza positiva della condivisione. È il velo nero da stendere a terra per iniziare un discorso autentico tra fidanzati che oggi valutano il matrimonio e che non vogliono ridurre la relazione a un orpello romantico o al terrore dei rapporti tossici. È il contraltare – tremendo, sì, ma così incarnato – che sbriciola molte fuffe sui legami leggeri e sulle separazioni altrettanto leggere. Fa drizzare la colonna vertebrale di fronte a scelte affettive in cui il libero arbitrio cede a manipolazioni psicologiche.
Per quanto sia brutale, è davanti a uno sconcerto così che vale la pena chiedersi se – e con quali ragioni, grazie a quali scorte – si può camminare nella condivisione che è in ballo quando si costruisce una famiglia.