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Ora, che cosa si fa il giorno dopo le elezioni regionali? Meglio, che cosa fanno i pensionati il giorno dopo le elezioni regionali? Essendo che di questi tempi è freddo, tira un’aria gelida e ci sono in giro pochi cantieri, un pensionato come si deve, cioè il sottoscritto, si mette davanti al televisore e si guarda lo speciale di Mentana. Su La7. Un classico. Ore e ore a inseguire instant poll, exit poll, proiezioni, affluenze, percentuali di voti previsti, voti parziali reali e così avanti, via fino a tarda sera. Uno spettacolo. In studio lui, Mentana. Troneggia e tiranneggia. Tartassa i sondaggisti, incalza gli ospiti, villanneggia democraticamente i suoi inviati. Più che togliere, tronca loro la parola, salvo qualche volta pentirsene: «E vabbè, se avevi qualcosa da dire, dilla pure ma fa in fretta».
Lunedì scorso a cominciare dalle 14.30, su La7, tutto era come si deve. Il parco degli ospiti, se così si può dire, pencolava un po’ a sinistra. In rapida sequenza ecco Paolo Mieli, per sua esplicita confessione fan della Schlein, seguito da Antonio Padellaro del Fatto Quotidiano, Annalisa Cuzzocrea di Repubblica, e Alessandro De Angelis ex condirettore di HuffPost, ospite fisso a Otto e mezzo, Di martedì, Piazza pulita. La scuderia dei cavalli di razza della sinistra, insomma.
Gli è che quei cani di giornalisti, intendo i segugi da politica, conoscono tutti i sondaggi segreti segretissimi, quelli proibiti a noi comuni mortali. Evidentemente avevano sentito odore di sauna benefica per il centrosinistra e si erano immediatamente fiondati da Mentana, lieti, per una volta, dopo anni, di non doversi limitare a spalmare unguenti sulle ferite dei nipotini di Togliatti. Bene, la scenografia era compiuta e perfetta, quando sorpresa delle sorprese, non erano ancora arrivati i primi exit poll, che già era apparso in collegamento da una piazza romana Igor Taruffi.
Chi è Igor Taruffi? Igor Taruffi è l’uomo dei numeri del Pd, l’uomo delle percentuali di via delle Fratte, l’ingegnere del sistema elettorale, il vivisezionista del calcoli dei seggi, l’intelligenza artificiale dei collegi uninominali con contorno di collegi plurinominali, il mago dei premi di maggioranza, dei quozienti al quoto, dei resti proporzionali, dei sistemi maggioritari con correzione proporzionale, dei sistemi proporzionali con quota maggioritaria, delle clausole di sbarramento, dei listini bloccati con triplo avvitamento carpiato tutto imputanato. Insomma di tutto quel mistero glorioso che noi pensionati guardiamo affascinati e attoniti, senza capirci granché, quasi fosse l’apparizione della Madonna.

Secondo me, ma questa è solo una mia personale opinione, il grande Taruffi si era portato da ore uno sgabello nella piazza romana in paziente attesa di poter, finalmente, dopo tanta astinenza e digiuno, dopo le sberle prese nelle marche e in Calabria, proclamare che, parole sue, «ride bene chi ride ultimo» e che il radioso avvenire si era fatto ormai presente.
Credetemi, la puntata di lunedì scorso dello speciale Mentana meritava di essere vista. Per almeno due motivi. O meglio, due stranezze. La prima è presto detta: a memoria è stata la prima volta che una trasmissione chiamata a commentare delle elezioni regionali appena avvenute, ha parlato sempre e solo di elezioni politiche di là da venire. Così tanto a venire da non essere state nemmeno ancora fissate. A domanda: come sono andate le regionali? Igor Taruffi risponde: «Contando i voti presi alle regionali, oggi come oggi, noi vinciamo le prossime elezioni politiche». Controdomanda: «Sì vabbè, ma che ci dice di Puglia, Campania e Veneto?». Controrisposta: «Sommando tutti i risultati avuti nelle dieci elezioni regionali dal 22 a oggi, non dimenticando in sovrappiù le europee, emerge chiaramente che il centrosinistra è in vantaggio e che oggi le politiche sarebbero vinte».
È come quando al bar ordini un caffè e il barista ti fa: “Egregio signore, ecco la sua piantagioneâ€. Ma quello che ha reso lo speciale di Mentana di lunedì scorso veramente speciale, anzi di più, sorprendente, è quel che segue: Igor Taruffi (e anche dal nome di battesimo si intuisce che in famiglia dovevano coltivare una qualche nostalgia per l’epopea di staliniana memoria), evidentemente si sentiva già così saldamente e comodamente assiso sul trono delle elezioni prossime venture che si è permesso di dire e ammettere – paro paro – quello che è sempre stato accuratamente taciuto in casa Pd. Sapete, come dire, una di quelle vergogne di famiglia da coprire con l’oblio e il silenzio complice. Ascoltate Igor Taruffi: «Noi siamo in grado di vincere le elezioni con il centrosinistra e di andare al governo vincendo le elezioni politiche». E fin qui, anche se spericolate, parole tutte ok. Ma poi: «Cosa che, mi sia concesso di ricordarlo sommessamente, dalle nostre parti non è mai successo. Perché non è mai successo che il centrosinistra, anche da quando c’è il Partito democratico, abbia vinto le elezioni e sia andato a Palazzo Chigi o al governo attraverso il voto».
Cosaaa? Non siete mai andati al governo attraverso il voto? Non siete mai andati al governo vincendo le elezioni? Ma scusate, puta caso che si fosse trovato a passare lì, in quella piazza romana, un qualsiasi osservatore internazionale che, dopo essersi inciampato nello sgabello di Igor Taruffi, sente le dichiarazioni programmatiche del numero due del maggiore partito di opposizione, cosa può pensare? Ovvio, che anche qui, come in una qualsiasi Russia di un Putin qualsiasi, il sistema di potere è talmente antidemocratico da sbattersene tranquillamente della volontà dei sudditi, pardon, cittadini.
Bon, che volete farci, ci siamo tanto assuefatti alle botte che quasi non fanno più male. Mettiamoci il cuore in pace. Ma ora io mi chiedo: se in questi anni di andata al governo senza legittimazione popolare la sinistra è riuscita a cambiare i costumi della nostra gente, se è riuscita a rivoltare la morale, se è riuscita ad entrare perfino dentro i letti dettando i costumi sessuali, se entra ed esce dai portafogli, se è riuscita ad allungare l’ombra dello Stato sulle libere associazioni dei cittadini, a imbrigliare la libertà di iniziativa e d’impresa, se è riuscita perfino a trasformare una tragedia come il Covid in una gigantesca occasione di consenso politico, cosa mai capiterà dovesse per ventura assicurarsi il voto?
Io già mi vedo il prossimo speciale Mentana con Taruffi e Schlein versione marchesi del Grillo: “Ce dispiace. Ma che ce volete fa’? Noi semo noi… e voi nun siete un cazzoâ€. E sorridendo: “Anvedi come je girano le palle a ‘sti castratiâ€.
Parlare di cinema, scrivere di cinema, anzi dei cinema come luoghi, dopo quello che il Covid ha rappresentato in termini di chiusure, difficoltà economiche, cambiamenti di abitudini del pubblico, non è semplice. La pandemia ha rappresentato un autentico shock per tante attività imprenditoriali e in particolare per quelle di spettacolo (cinema, teatri, musica) che vivono grazie all’aggregazione delle persone. I lockdown, la permanenza forzata nelle case, il proliferare delle piattaforme e il loro potenziamento esponenziale, hanno cambiato velocemente le nostre abitudini di fruizione di cinema; o, forse, dal tragico 2020 hanno semplicemente accelerato un processo che era già in atto da tempo. Ricordo, in quei mesi, diversi articoli e interventi che annunciavano – talvolta anche in modo un po’ compiaciuto – la morte dei cinema come luoghi e facevano presagire un futuro fatto sempre più di visioni private di film e contenuti audiovisivi. Uno scenario che valeva a livello internazionale, quindi anche per l’Italia. Anche la major americane, da Hollywood, avevano incrementato i loro investimenti sulle piattaforme. Sembrava quasi che per i cinema non ci fosse futuro.
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Per gentile concessione dell’autore ripubblichiamo un articolo di Antonio Gozzi apparso su Piazza Levante.
* * *
Spesso si legge e si dice che il mondo negli ultimi anni è cambiato e in peggio. Certamente ciò è vero per noi occidentali, e per noi europei in particolare.
La mia generazione ha avuto la straordinaria fortuna di nascere e vivere un lungo periodo di pace e di prosperità , una fase senza eguali e senza precedenti nel nostro continente. Un periodo in cui, contrariamente a quanto accaduto ai padri e ai nonni, la guerra non ha fatto parte della nostra vita, con tutto il suo portato tragico di lutti, di distruzione e di morte.
Protetti dall’ombrello atomico americano e dalle armi della NATO (le cui spese in questi 80 anni per più della metà sono state a carico dei contribuenti americani) gli europei si sono potuti occupare di crescita, di welfare, di diritti civili, di ambiente ecc. Ed hanno pensato di essere diventati i più bravi, intelligenti e belli del mondo; i primi della classe insomma, capaci di imporre a tutti le proprie regole e la propria visione, e a questo chiamati.
Abbiamo coniato il termine “soft powerâ€, intendendo con questo l’illusione che tutto potesse essere regolato senza l’uso della forza ma sulla base di un sistema multilaterale di regole e diritti che la comunità internazionale, per essere tale, doveva rispettare.
Con la caduta del comunismo e del muro di Berlino qualcuno è arrivato a parlare di “fine della storiaâ€, sostenendo che il mondo si era ormai avviato ad un’omologazione totale guidata dagli standard economici e giuridici dell’Occidente.
Non era così; e come spesso succede, riscuotersi dal sonno della presunzione è stato un brusco e brutto risveglio.
Vorrei riassumere quello che è avvenuto negli ultimi tre anni con il deflagrare di due conflitti alle porte dell’Europa, Ucraina e Medio Oriente.
Senza fare ragionamenti sulle cause fondanti dei due conflitti, ma solo limitandomi alla constatazione e al riconoscimento di aggrediti e di aggressori, non si può non rilevare come si sia creato di fatto un asse di paesi autocratici ed aggressivi che hanno attaccato due avamposti occidentali, l’Ucraina e Israele.
Questo asse dell’aggressione è fatto dalla Russia di Putin e dall’Iran degli ayatollah (i due mondi sono in collegamento stretto, molti dei droni che colpiscono l’Ucraina sono prodotti in Iran) con una silente presenza cinese che si è ben guardata dall’impedire le aggressioni.
Putin si muove sempre più chiaramente in un disegno neoimperialista che vuole riportare l’influenza russa il più vicino possibile a quella che fu la dominazione sovietica sui Paesi dell’Est europeo. L’Iran e le sue proxy, Hezbollah, Hamas, Houthi, milizie sciite irachene ecc. si sono mosse con l’obiettivo di cancellare Israele dalla carta geografica, “dal fiume al mare†come, purtroppo, urlano nei cortei molti giovani occidentali.
Ma al di là delle aspirazioni pacifiste di vastissimi settori delle opinioni pubbliche occidentali, nutrite di buona fede e del comprensibile ripudio della forza e delle armi, ciò che emerge con forza sempre maggiore è che nei confronti degli autocrati e dei loro regimi gli sforzi diplomatici, sempre comunque benedetti, non servono.
In Europa per anni si è invocata un’iniziativa diplomatica in luogo o collateralmente all’invio di armi all’Ucraina; ma ogni sforzo è stato vano. Putin non ascolta ragioni, non vuole trattare, ha mandato al macello centinaia di migliaia di giovani russi perché vuole annientare l’Ucraina come paese libero e indipendente, e sente solo il rapporto di forza.
Come abbiamo detto tante volte, in questo contesto, il pacifismo è solo il pacifismo della resa, e bisogna purtroppo ritornare a difendersi e a farlo in maniera efficiente e strutturata.
Le due vicende, Ucraina e Israele, stanno lì davanti a noi a dimostrarlo.
La vicenda Ucraina sta volgendo verso una difficilissima situazione di Kiev che si trova, senza più il sostegno americano, dinanzi ad un nemico che non può sperare di sconfiggere. La lezione è brutale e drammatica: senza gli americani e la loro forza e la loro deterrenza, l’Europa rischia di essere in balia delle minacce e delle mire espansionistiche di Putin.
Lo hanno capito benissimo Svezia e Finlandia, paesi tradizionalmente fuori dalla Nato, che dopo l’invasione russa dell’Ucraina, sono corsi a chiedere l’ingresso nell’alleanza atlantica. Lo hanno capito benissimo Polonia e Paesi Baltici, che stanno vivendo un processo di riarmo difensivo accelerato sostenuto dalle opinioni pubbliche interne sempre più spaventate dalle mire e dall’aggressività dell’orso russo.
Lo ha capito finalmente anche l’Unione europea, che ha lanciato un complesso e difficile piano di riarmo e di difesa.
La strada, senza gli USA sempre più concentrati sul quadrante del Pacifico, è lunga e difficile, perché è chiaro che ci vorrà molto tempo prima che gli europei riescano ad esprimere una deterrenza efficace, e che farlo costerà tanti soldi, ed impoverirà il lusso del modello sociale europeo per tanti anni orgogliosamente sostenuto ma pagato in buona parte dai contribuenti americani.
L’Europa quindi in questo momento è in una situazione di rischio grave; non solo per la difficilissima governance in caso di tensioni internazionali ai suoi confini, ma anche perché oggi, come dice onestamente il Ministro italiano della difesa Crosetto, non siamo pronti a reggere un’aggressione.
Anche la vicenda di Israele insegna qualcosa e fa riflettere.
La straordinaria forza militare e tecnologica di quell’avamposto dell’occidente in quell’area del mondo, e il sostegno dell’America di Trump, che in questo caso c’è stato, hanno fatto sì che il disegno dell’Iran di cancellare Israele sia stato sconfitto, sia pure al prezzo altissimo delle infinite sofferenze del popolo palestinese di Gaza tenuto prigioniero dai mafiosi tagliagole di Hamas.
Questa sconfitta dell’Iran, duramente colpito militarmente e nelle sue ambizioni nucleari, anche grazie all’intervento diretto dei bombardieri Usa, apre prospettive nuove di pace per tutto il medio-oriente, se è vero, come è vero, che il 7 ottobre è stato anche il disperato tentativo di impedire che anche l’Arabia Saudita aderisse agli accordi di Abramo.
Bisogna capire che non c’è che la deterrenza e l’uso della forza per fermare chi aggredisce e non sente alcuna ragione diplomatica. Bisogna prepararsi a difendere, con molti sacrifici e senza spirito di resa, la civiltà europea che abbiamo costruito negli ultimi 80 anni e che molti ci invidiano.
Sarà un lavoro difficile e pieno di sacrifici. Ma l’alternativa qual è?