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#news #tempi.it
“Sì cambiaâ€: è un gioco di parole e una presa di posizione, la copertina del numero di Tempi di gennaio 2026, dedicata al referendum sulla riforma della giustizia Nordio che si terrà in primavera. A motivare questa scelta punto per punto, all’interno della rivista (già disponibile per tutti gli abbonati nello sfogliatore digitale e presto in versione cartacea nelle case dei sottoscrittori che hanno scelto la formula full), un’ampia intervista-vademecum di Emanuele Boffi con il costituzionalista Nicolò Zanon, già vicepresidente della Corte costituzionale e consigliere del Csm, oltre che – appunto – presidente del comitato per il “sì†al referendum. La separazione delle carriere dei magistrati tra pm e giudici, dice Zanon, farà fare un passo decisivo verso una giustizia più giusta.
Rischiano di avere risvolti ingiusti, invece, le indagini che da mesi stanno paralizzando l’urbanistica a Milano: ne è convinto l’ad di un importante gruppo del settore come Lombardini22, Franco Guidi, che interpellato da Lorenzo Margiotta nel nuovo numero di Tempi riconosce che gli eventuali abusi «vanno puniti», tuttavia, spiega, «colpire il dialogo tra pubblico e privato significa minare un pilastro della città ».
Ma sono molti altri gli articoli del mensile di gennaio che toccano in qualche modo il tema della giustizia e dei diritti negati e stravolti: Leone Grotti racconta la figura inquietante di “impresario del suicidio assistito†che è stato Ludwig Minelli, il fondatore di Dignitas che recentemente ha posto fine alla propria stessa vita; Renato Farina nella sua rubrica “Il Molokano†denuncia lo scandaloso processo in Turchia contro la giornalista Tuğçe Yılmaz, “colpevole†di aver parlato del genocidio degli armeni; non meno intollerabili le vicende di cristiani perseguitati dal regime comunista cinese messe in fila sempre da Grotti, vessazioni che sono solo una piccola parte di tutte le violenze, le ostilità e i massacri di cui i cristiani sono oggetto nel mondo, sintetizzati nella mappa di Open Doors riprodotta al centro della rivista.
Resta sul crinale sottile tra legge e ingiustizia anche Mattia Ferraresi, che nel suo articolo nel numero di Tempi di gennaio spiega come negli Stati Uniti l’amministrazione Trump stia trasformando la lotta all’immigrazione clandestina in una specie di mega show talmente inguardabile da spingere i vescovi del paese a unirsi una volta tanto per alzare la voce insieme. Rodolfo Casadei si occupa poi della crisi forse definitiva della Corte penale internazionale, non solo bersagliata con sanzioni e ritorsioni da Usa e Russia che non ne fanno parte, ma ormai sempre meno rispettata anche dai governi dei paesi aderenti.
E ancora. Per la rubrica “L’Italia del buon lavoroâ€, abbiamo incontrato a Viadana Primo Barzoni, che ha fondato un’azienda per produrre pallet “con l’animaâ€. Caterina Giojelli presenta il libro della giornalista del New York Times Amanda Hess sulla maternità preda di app e siti web affamati di clic e business, e costruisce il diario semiserio della folle giornata di una neo mamma 2.0. Di social scrive anche Piero Vietti, che ha parlato con la senatrice del Pd Simona Malpezzi del ddl bipartisan in discussione in Parlamento che mira a vietare l’iscrizione alle piattaforme ai minori di 15 anni.
Non mancano temi di cultura e spettacolo nel numero di Tempi di gennaio. Marco Bona Castellotti presenta una nuova coraggiosa monografia italiana (in inglese) sulla geniale e tormentata arte di Matthias Grünewald; l’autore è Edoardo Villata, che ha una specie di chiodo fisso per il massimo pittore del Rinascimento tedesco. Simone Fortunato invece trae ispirazione dal discorso pronunciato a metà novembre da Leone XIV sul cinema («un’epifania luminosa») per proporre ai lettori del mensile quattro film che forse il Papa in persona apprezzerebbe.
Infine, come sempre, ci sono le rubriche delle nostre firme: Giancarlo Cesana sull’equivoco che porta anche i cristiani a ridurre la salvezza a uno sforzo psicologico per “pensare positivoâ€; Lorenzo Malagola sulle buone ragioni del Piano Mattei confermate perfino da Marco Minniti; Berlicche sulle posizioni più controcorrente di Pasolini. E poi Marina Corradi, Guido Clericetti, Pier Paolo Bellini, Marco Invernizzi.
Tutto questo e altro ancora nel numero di Tempi di gennaio. In attesa che la rivista arrivi nelle loro case, gli abbonati possono già sfogliarla in formato digitale nell’area riservata del sito. Chi non lo ha ancora fatto, invece, farebbe bene ad abbonarsi subito. Anche perché dal 9 gennaio si aggiunge all’offerta riservata ai nostri abbonati “La borsa e la vitaâ€, la nuova newsletter settimanale di Alan Patarga dedicata all’economia. E tra l’altro fino a fine mese si può approfittare dell’OFFERTA NATALE 2025 per regalare (o farsi regalare) l’abbonamento a Tempi a prezzo scontato.
Mentre nelle chiese si canta il Te Deum laudamus la sera del 31 dicembre, il primo giorno del nuovo anno viene intonato un altro antico inno, il Veni Sancte SpÃritus, probabilmente composto dall’abate Notkero di San Gallo (detto “Il balbuzienteâ€; IX secolo), di cui papa Innocenzo III, al quale per molto tempo venne attribuito il testo, era un ammiratore.
La sequenza pneumatologica chiede allo Spirito Santo di «invadere nel profondo il nostro cuore» e di cambiarlo radicalmente, togliendo da esso ciò che è sordido, arido, sanguinante, rigido, gelido e sviato. Perché l’umano che è in ciascuno di noi possa tornare a risplendere della luce di Dio, quella con la quale siamo venuti al mondo. Con le parole della sesta strofa – «Sine tuo númine, nihil est in hómine, nihil est innóxium» – don Giussani concludeva gli Esercizi spirituali dei novizi del Memores Domini (La Thuile, 8 agosto 1999): «Senza il tuo soccorso non c’è nulla di buono nell’uomo, niente che non gli faccia male». Augurare un buon anno significa domandare per sé, i propri cari e gli amici il dono dello Spirito Santo senza il quale non ci può essere nulla di buono. Nulla di veramente umano, degno del desiderio, della domanda dell’uomo sul tempo della propria vita.
Il compito che ci attende nel nuovo anno – qualunque siano le nostre condizioni, le circostanze, il posto che occupiamo, lo studio o il lavoro, ultimamente la stessa vocazione cui siamo stati chiamati – è quello di (ri)scoprirci uomini e donne nella verità e nella libertà del nostro “ioâ€. Un “io†generato da un Altro, non fatto da noi stessi. Un “io†genuino che non può essere senza un “Dio†che ci ama, ci crea e ci mantiene nell’essere, come nulla e nessuno può fare.
Ci auguriamo un’autocoscienza adeguata a portare il peso della vita, a renderlo più lieve, lieto, quando ci alziamo al mattino per andare in officina o in ufficio, quando entriamo in ospedale come medico o come malato, mentre affronteremo le ore di lezione davanti o dietro una cattedra, nel canto e nel pianto, nella gioia di un bimbo che nasce e nel dolore di un padre che muore, sui sentieri scivolosi della guerra e lungo le strade in salita della pace.
Quello del buon anno è un augurio antropologico (l’uomo è il solo animale che spera, e perciò desidera per sé e augura agli altri il bene), ma, al tempo stesso, un augurio teologico. Senza Dio, il bene non è possibile, non esiste. Né per noi, né per nessun altro. Non esiste nel mondo, in nessun angolo dell’universo. Tutto diventa buio, e anche le ombre ci fanno paura, perché del nostro umano è rimasta solo l’ombra. Scriveva Martin Buber: «L’ora in cui viviamo è caratterizzata dall’oscuramento della luce celeste, dall’eclissi di Dio» nella coscienza dell’uomo. Il risveglio imprevedibile, sorprendente del nostro “io†è il solo avvenimento degno di un augurio che valga la gioia di scambiarsi con un calice di vino in mano ed uno sguardo vero sul volto di un amico.
Anche la pace – parola logorata, usurata da una pronuncia leggera, che non sa portarne il peso dentro al vaniloquio invadente dei nostri discorsi – senza un Dio venuto nel mondo, entrato nella storia per assumere la storia nell’eterno, è solo il breve intervallo tra una guerra e un’altra, una violenza e la successiva. La pace non è umana se non è divina. Dono di Dio all’uomo perché l’uomo possa donarla all’altro uomo, un popolo all’altro popolo. Solo la compagnia dell’Eterno all’uomo, l’amicizia di Dio che ci abbraccia, è capace di farci riscoprire il senso della pace, la sua desiderabilità nel nuovo anno.
A partire dal 9 gennaio 2026, ogni venerdì nella casella email dei nostri abbonati (e il sabato online su tempi.it), la notizia economica più importante della settimana spiegata da Alan Patarga in termini semplici, popolari, tempisti. E niente moralismi e pauperismi da decrescita (in)felice. Perché senza libertà economica non c’è libertà . Nemmeno religiosa.
Con “La borsa e la vita†si arricchisce dunque la serie delle newsletter che Tempi offre ai suoi abbonati e che valgono da sole il prezzo dell’abbonamento. Di seguito un riepilogo (e qui il link per abbonarsi a Tempi). Se ve ne siete persa qualcuna o vi siete disiscritti e desiderate tornare a riceverle, potete modificare le preferenze attraverso l’apposito link pubblicato in fondo alle nostre email. Oppure scrivete a abbonamenti@tempi.it.

Rassegna stampa ragionata dal web e commentata da Lodovico Festa. Un modo veloce e intelligente per iniziare la giornata con uno sguardo approfondito sui temi del momento. Arriva tutti i giorni dal lunedì al venerdì.

Newsletter settimanale di recensioni di libri, consigli per la lettura, testi da tenere sul comodino liberamente scelti dalle firme di Tempi. Più qualche stroncatura. Una indispensabile miscellanea di opere nuove, in uscita o ripescate, alcune famose, altre sconosciute o magari dimenticate, ognuna da leggere (o da cestinare) per un motivo preciso. Arriva tutti i sabati mattina via email agli abbonati. Scrivono tra gli altri Ubaldo Casotto, Emiliano Ronzoni, Carlo Simone, Andrea Venanzoni.

Appuntamento settimanale a cura di Annalisa Teggi che racconta cosa accade nell’universo dei nuovi diritti. Un bollettino dei punti rotti del mondo. Lì dove la realtà mostra il ritratto meno presentabile, le storie assurde, i casi alla deriva in cui possiamo sentire nostalgia di un canto umano non disperato. Gli abbonati la ricevono tutte le domeniche mattina.

I consigli e i giudizi di Simone Fortunato sui film e le serie tv da vedere (o da evitare) in sala o sulle piattaforme online. E anche qualche idea su titoli da ripescare. Tutti i giovedì pomeriggio.

Un Substack realizzato da Tempi in collaborazione con l’Istituto Bruno Leoni che ogni tre mesi circa propone agli iscritti un articolo di apertura su un grande tema del dibattito pubblico, cui seguono commenti e note, in uno spazio di discussione tra liberali e cattolici. Registrazione libera e gratuita: basta lasciare il proprio indirizzo email su lisandermag.substack.com.
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Una versione di questo articolo è pubblicata nel numero di gennaio 2026 di Tempi. Abbonati per sfogliare la versione digitale del mensile e accedere online ai singoli contenuti del numero.
Mentre il 2025 volge al termine, è naturale rivolgere il pensiero al bene che possiamo fare nell’anno che viene – non solo per le nostre famiglie e comunità , ma per il mondo intero. Le feste non sono soltanto un momento per buoni propositi personali, ma anche per porsi una domanda più grande: come possiamo aiutare i poveri del mondo nel modo più efficace possibile?
Il tentativo delle Nazioni Unite di rispondere a questa domanda, di fatto, è fallito proprio quest’anno. Dieci anni fa l’Onu si era impegnata a fare tutto per tutti attraverso gli Obiettivi di sviluppo sostenibile: sconfiggere povertà , fame, malattie, disoccupazione, cambiamento climatico e guerra entro il 2030. Il rapporto sui progressi pubblicato quest’anno ha ammesso una verità dolorosa: solo il 18 per cento dei 169 obiettivi è sulla buona strada, mentre un terzo è fermo o addirittura in regressione. Se la fame globale è leggermente diminuita, l’arresto della crescita infantile è aumentato in Africa. E la crisi dell’apprendimento — per cui oltre la metà dei bambini di dieci anni nei paesi poveri non sa leggere una frase semplice — è rimasta praticamente invariata.
Di queste difficoltà dello sviluppo si è parlato poco perché il 2025 è stato già affollato di emergenze geopolitiche ed economiche. La guerra della Russia in Ucraina ha continuato a far salire i prezzi di cibo e fertilizzanti. I conflitti in Medio Oriente e in Sudan hanno costretto milioni di persone a fuggire. Il crescente peso del debito nei paesi in via di sviluppo ha reso sempre più difficile investire in sanità e istruzione.
I paesi ricchi, alle prese con minacce geopolitiche, inflazione e deficit, hanno tagliato i bilanci degli aiuti internazionali. Dopo un calo del 9 per cento nel 2024, è probabile una nuova riduzione tra il 9 e il 17 per cento nel 2025. Gli aiuti destinati ai paesi più poveri potrebbero diminuire di un quarto. Allo stesso tempo, le principali organizzazioni per lo sviluppo stanno dirottando oltre 85 miliardi di dollari verso progetti climatici di facciata, sottraendo ulteriormente risorse allo sviluppo di base.
La verità , per quanto amara, è che il 2026 offrirà ancora meno risorse per fare del bene. Dobbiamo smettere di fingere di poter fare tutto contemporaneamente, come continuano a suggerire gli Obiettivi di sviluppo sostenibile. Quando ogni dollaro è conteso, dividere cento centesimi tra 169 promesse significa ottenere progressi minimi ovunque.
Eppure, nel 2026 esistono ancora modi concreti e promettenti per aiutare davvero. Il mio think tank, il Copenhagen Consensus, ha lavorato per anni con oltre cento economisti di primo piano e diversi premi Nobel per rispondere a una domanda semplice: dato che il denaro è scarso, dove può fare più bene ogni singolo dollaro? Le nostre ricerche peer-reviewed, pubblicate gratuitamente in una serie di studi con Cambridge University Press, individuano una dozzina di politiche straordinarie, capaci di offrire rendimenti sorprendenti anche nell’attuale contesto fiscale.
Prendiamo la nutrizione. Sebbene oltre l’8 per cento della popolazione mondiale sia ancora malnutrita, sappiamo che aiutare i bambini nei primi mille giorni di vita — durante la gravidanza e nei primi anni — può produrre benefici enormi a costi contenuti. Con circa 2,50 dollari possiamo fornire alle madri integratori di micronutrienti durante la gravidanza. Questo aiuta a prevenire il ritardo della crescita e i danni cognitivi irreversibili, rendendo i bambini più forti e più intelligenti e, da adulti, più produttivi. Le ricerche mostrano che ogni dollaro investito genera circa 40 dollari di benefici economici nel corso della vita: meglio della maggior parte delle politiche oggi in campo.
Oppure consideriamo la crisi dell’istruzione, per la quale la ricerca ha individuato soluzioni semplici e collaudate. Mettere i bambini davanti a tablet economici con software educativi per un’ora al giorno consente a ciascun alunno di imparare secondo il proprio livello e ritmo. Programmi strutturati per ogni classe aiutano gli insegnanti a insegnare meglio. Queste politiche costano solo 10–30 dollari per bambino all’anno, ma possono raddoppiare o triplicare l’efficienza complessiva delle scuole. In un’epoca di bilanci educativi in calo, garantiscono un ritorno di 65–80 dollari per ogni dollaro investito. Invece di condannare un’altra generazione all’analfabetismo e alla bassa produttività , queste soluzioni offrono una speranza concreta.
Anche la lotta contro tubercolosi e malaria sta perdendo slancio. Eppure, potenziare diagnosi, terapie antitubercolari di sei mesi e zanzariere trattate con insetticida resta tra gli investimenti più efficaci in sanità globale, con benefici sociali pari a 46–48 dollari per ogni dollaro speso.
Nel complesso, queste dodici politiche costerebbero circa 35 miliardi di dollari l’anno — una cifra irrisoria rispetto agli oltre 10 trilioni necessari per realizzare gli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu.
Quei 35 miliardi potrebbero salvare più di quattro milioni di vite ogni anno e rendere la metà più povera del pianeta più ricca di mille miliardi di dollari all’anno, creando lavoro e stabilità e rendendo il mondo un luogo più sicuro. Significa un rendimento medio superiore a 50 dollari per ogni dollaro investito.
I governi dovrebbero adottare per prime queste dodici politiche collaudate. I filantropi e tutti noi possiamo orientare le donazioni di fine anno verso organizzazioni eccellenti che distribuiscono zanzariere, vitamine, cure per la tubercolosi e istruzione efficace — enti che fanno cento volte più bene rispetto alle campagne “emotive†dal vago impatto. La lezione per il 2026 è dura ma chiara: quando le risorse sono scarse, dobbiamo smettere di promettere tutto e iniziare a spendere bene.