Oggi è Venerdi' 26/06/2026 e sono le ore 13:59:26
Nostro box di vendita su Vinted
Nostro box di vendita su Wallapop
Nostro box di vendita su subito.it
Condividi questa pagina
Oggi è Venerdi' 26/06/2026 e sono le ore 13:59:26
Nostro box di vendita su Vinted
Nostro box di vendita su Wallapop
Nostro box di vendita su subito.it
Condividi questa pagina
Nostra publicità
Compra su Vinted
Compra su Vinted
#news #tempi.it
Quando Sergio Belardinelli mi ha proposto di avviare su “Lisander†un dibattito sulla demografia e sulla (de)natalità in Italia, oltre che sentirmi onorato non ho potuto che dubitare di essere all’altezza del compito. E non perché di demografia non mi sia occupato o non abbia scritto, come giornalista e divulgatore. Armato essenzialmente di curiosità e di domande, negli anni ho tentato di controllare e verificare ipotesi e teorie, come amava ripetere Dario Antiseri, grazie al confronto con i dati e soprattutto con esperti che alla materia hanno dedicato una vita intera di studi, come Antonio Golini, o di impegno informativo, come Piero Angela. Teorie sistematiche in materia o soluzioni definitive al problema, però, non ne ho ancora trovate, figurarsi dunque se ne avevo da offrire a un pubblico tanto avvertito come quello di “Lisanderâ€. Ho ritenuto allora che la cosa più utile che da giornalista potessi fare, di nuovo, era suggerire una prospettiva meno comune per osservare il caso italiano. Ho scelto l’angolo visuale della capacità creativa e di innovazione che viene meno, spesso senza accorgercene, quando l’invecchiamento (di per sé benemerito) di una popolazione diventa – in proporzione – eccessivo.
Per continuare a leggere prosegui qui o iscriviti a Lisander, il substack di Tempi e dell’istituto Bruno Leoni.Â
Nei Paesi Bassi è stato praticato il primo caso di eutanasia su un bambino al di sotto dei dodici anni. La notizia è stata comunicata dalla ministra della Salute Sophie Hermans lunedì scorso in una lettera al Parlamento. Nessun dettaglio sul minore: né sesso, né età precisa, né diagnosi, né contesto familiare. Solo l’essenziale burocratico – il caso è stato esaminato dal comitato speciale istituito per valutare l’eutanasia infantile verso la fine dello scorso anno – e il decesso è stato segnalato alla procura, che deciderà , come avviene in tutti i casi di eutanasia, se i medici abbiano rispettato le rigide norme che li tutelano dall’accusa di omicidio colposo. Perché in Olanda, dove l’eutanasia rappresenta circa il 6 per cento di tutti i decessi del paese, sopprimere i malati non è da tempo un evento eccezionale, ma una procedura regolata dentro il sistema sanitario, sottoposta a controls ex post e a criteri progressivamente ampliati.
La cornice è nota: sofferenza “insopportabile e senza prospettiva di miglioramentoâ€, “consenso dei genitoriâ€, e – quando possibile – consenso del paziente. Nel caso di un bambino di età compresa tra 1 e 12 anni le linee guida stabiliscono che «il medico coinvolgerà il bambino, nella misura in cui ne sia in grado, nella decisione e dovrà accertarsi che la via del bambino non venga interrotta contro la sua volontà ». Meno di 12 anni. Nei Paesi Bassi l’eutanasia è legale dal 2024 per i bambini di quell’età . Fino ad allora era già autorizzata per i neonati fino al compimento del primo anno di vita e per i ragazzi tra i 12 e i 18 anni. All’epoca, si calcolava che avrebbero potuto beneficiarne cinque bambini all’anno, ma il punto non sono mai state le singole vicende.
La preferenza è una cosa seria.
Aggiungi Tempi alle tue “fonti preferite†di Google:
Iris Dekker aveva 16 anni e due tentativi di suicidio alle spalle quando presentò domanda di eutanasia presso l’Expertisecentrum Euthanasie olandese: dall’età di 13 anni soffriva di un disturbo neurologico funzionale, associato a grave disagio psicologico e depressione e il suo psicologo riteneva che per la legge esistesse un modo più umano di morire: l’eutanasia, appunto, consentita nei casi di «sofferenza insopportabile senza prospettive di miglioramento». A partire dai 16 anni in Olanda non ci vuole il consenso dei genitori per morire – richiesto tra i 12 e i 16 – e così Iris, dopo essere stata trattata con ketamina ed elettroshock («Voleva essere sicura di aver provato tutto, in modo che la clinica per l’eutanasia non potesse respingere la sua richiesta», racconterà il padre) ha ottenuto la morte. Gli psichiatri hanno confermato che soffrisse di «appiattimento emotivo» tanto che quando sua nonna era morta non aveva provato «nulla».
Quando Rupa Subramanya, esperta firma di The Free Press che da quattro anni documenta il sistema di suicidio assistito gestito dal governo canadese, è andata a trovare i Dekker ottenendo le cartelle cliniche della ragazza, ha scoperto «un sistema che trasforma i desideri ambigui dei giovani in una diagnosi di depressione incurabile. Questo processo solleva interrogativi non solo sul trattamento di alcuni adolescenti come Iris che scelgono l’eutanasia, ma anche di innumerevoli altri che si trovano di fronte all’idea che la loro sofferenza psicologica sia irrisolvibile. La questione di quando esattamente questo tipo di sofferenza diventi incurabile è centrale in altri esempi di quella che è diventata nota come “eutanasia psichiatrica”. Il suicidio assistito è nato come un modo per garantire una morte dignitosa ai pazienti affetti da malattie fisiche incurabili».
Altro che fine di vita: una volta normalizzato l’uso della parola “incurabile†– tanto da farne un criterio obsoleto, nel caso di Iris i suoi medici si sono ben astenuti dal dichiarare la sua condizione incurabile – e una volta normalizzato il nome dell’alternativa, “eutanasia psichiatricaâ€, va da sé che l’opzione venga metabolizzata dalla società . Nel 2025 si sono registrati 174 casi di eutanasia psichiatrica, pari a circa l’1,7% dei decessi per eutanasia. Un’opzione che si fa presente ai ragazzi fin da quando sono piccoli. L’opzione crea la domanda. Non sarà diverso con l’eutanasia pediatrica.
Tra coloro che hanno studiato l’eutanasia, il momento in cui i medici comunicano a un giovane paziente che la sua sofferenza è incurabile rappresenta un punto di svolta cruciale nel percorso verso la morte. Jim van Os, psichiatra presso il Centro Medico Universitario di Utrecht, ha spiegato a Tfp che, con il progredire dei trattamenti, ogni fallimento rafforza la convinzione che l’eutanasia sia l’unica soluzione. «Tutti iniziano a concordare sul fatto che la situazione sia senza speranza: i medici, i genitori, il paziente», ha affermato van Os. «E poi l’eutanasia comincia a sembrare l’unica soluzione». Si dice a un giovanissimo che ha un disturbo mentale, che è resistente alle cure, e poi si conferma che non si può fare nulla. E sentirsi dire da un medico che non ci sono altre opzioni è ciò che Van Os definisce «la situazione ideale per la disperazione e la demoralizzazione della sofferenza di un ragazzo».
Alla mamma di Noa Pothoven, la 17enne depressa e traumatizzata per gli abusi sessuali subiti che si è lasciata morire assistita dai medici nel 2019, è stato detto che la sua vita «non era più significativa». Ci siamo abituati: dal Belgio all’Olanda, dal Canada agli Usa, la legalizzazione ha incoraggiato i ragazzi sani a chiedere la morte assistita, i medici a “prescriverla”, le persone a togliersi la vita per qualunque ragione. Non c’è più paletto che tenga. Secondo il rapporto pubblicato nel maggio 2025, nel 2024 hanno ricevuto l’eutanasia 9.958 persone, il 10% in più rispetto all’anno precedente. Di depressi e psichiatrici si è già detto; secondo i dati della Commissione di revisione dell’eutanasia basta anche solo una polipatologia legata alla vecchiaia per essere uccisi, o, come nel terribile caso finito all’Aia e poi alla Corte Suprema dell’anziana uccisa contro il suo volere dalla dottoressa Catharina A., basta soffrire di demenza.
Da qualche anno si dibatte sulla proposta di approvare l’eutanasia per tutti gli over 75 in buona salute ma stanchi di vivere – prassi già di fatto digerita come dimostra l’eutanasia di coppia, nel 2024, dell’ex premier cattolico Dries van Agt e la moglie Eugenie. Nessuno in Olanda ha alzato un sopracciglio alla notizia, dal momento che «qui interrompere attivamente la vita delle persone è diventato normale», come dichiarava a Tempi Theo Boer, docente di Etica della salute all’Università teologica protestante di Groeningen, ex membro della Commissione incaricata di valutare la corretta applicazione della legge sull’eutanasia, oggi feroce oppositore della pratica.
E così è stato per il bambino: sì, era piccolo, ma era anche gravemente malato. Non sappiamo altro, solo che quando venne varata la misura i nuovi regolamenti prevedevano che per essere ucciso un bambino dovesse essere in fin di vita. «Perché non usare altri modi per alleviare la sua sofferenza, come la morfina o la sedazione palliativa? – continuava Boer -. L’eutanasia non è davvero necessaria». Inoltre, se un bambino non consenziente può essere sottoposto a eutanasia perché in fin di vita, perché non estendere lo stesso criterio ad altre condizioni gravi ma non terminali? E perché non ai pazienti incapaci di esprimere volontà , come le persone con demenza? La logica interna, una volta accettata, non ha più un punto naturale di arresto. «Perché dovremmo uccidere solo i bambini sofferenti che sono vicini alla morte naturale? Perché non uccidere anche quelli che hanno un’aspettativa di vita di 5 o 10 anni? In quest’ultimo caso la sofferenza sarebbe ancora maggiore e prolungata».
Nel 2018, per la seconda volta, l’Olanda dichiarò di avere ucciso un bambino sotto i 12 mesi con il Protocollo di Groningen: secondo gli esperti aveva una «aspettativa di vita di 10 anni», durante i quali però la sua qualità della vita non sarebbe mai migliorata. L’eutanasia olandese, nella sua legittimazione pubblica, si è sempre appoggiata a due pilastri: compassione per la sofferenza e autodeterminazione – solo chi richiede la “buona morte†per sé può ottenerla e dai 12 anni in su i bambini sono considerati come “giovani adultiâ€. Diverso il discorso per i bambini fino al primo anno di età , per i quali, “grazie†al Protocollo elaborato dal professor Eduard Verhaegen, dal 2004 l’eutanasia viene trattata alla stregua di un trattamento perinatale e di un “aborto estesoâ€.
Con l’uccisione dei bambini e degli anziani l’Olanda ha rinunciato a entrambi i pilastri svelando il volto della “buona morte†legalizzata promossa per “frenare le derive e monitorare i casi limiteâ€. «Come disse il rivoluzionario francese Pierre Victurnien Vergniaud prima di essere ghigliottinato – cocnludeva Boer a Tempi -, “La Rivoluzione è come Saturno: divora i suoi figliâ€Â».
Se andiamo avanti su questa strada, «se continuiamo a sostenere che la vita umana ha valore solo a certe condizioni, l’eutanasia finirà per ritorcersi contro tutti, anche coloro che la sostengono. Io ho 62 anni: oggi il governo mi dice che non posso morire perché non sono malato, ma che forse potrei farlo tra 13 anni perché a 75 anni la società può fare a meno di me. L’eutanasia è una forma di discriminazione. Un giorno tutti saremo vulnerabili e sofferenti. Se a chi vuole morire diciamo: “Beh, se vuoi possiamo organizzare noi la tua fineâ€, inviamo un messaggio estremamente cinico che alla fine mina la società ». I sedicenni in coda per le richieste di eutanasia, in un paese dove uccidere è diventato normale, ne sono la prova più agghiacciante.
Ci sono momenti in cui si fissano le storie. Il successo al Mondiale dell’Italia vent’anni fa non sarebbe stato possibile se non ci fosse stato il 26 giugno. Quel giorno l’affascinante Fritz-Walter-Stadion di Kaiserslautern è il palcoscenico dell’ottavo di finale con l’Australia. Una avversaria non banale, rappresentante di un calcio essenziale ma in crescita. È alla sua seconda volta in Coppa del mondo dopo una assenza di 32 anni e, tolti due giocatori, gli altri sono tutti all’estero. La stella è Tim Cahill, centravanti dell’Everton. Noi conosciamo bene Mark Bresciano e Vincenzo Grella, del Parma, mentre Željko Kalac è nella rosa del Milan. Una lontananza dalla patria che assicura crescita professionale e bagagli di esperienze – come vediamo al Mondiale in corso – messe a punto da Guus Hiddink.
Il ct olandese è uno che ottiene ciò che gli chiedono. Nel 2002 ha condotto la Corea del Sud a uno storico quarto posto, dopo aver eliminato l’Italia di Giovanni Trapattoni proprio agli ottavi, tra l’arbitraggio scandaloso di Byron Moreno e il golden gol (allora si usava così) di Ahn Jung-hwan, attaccante del Perugia, licenziato in presa diretta dal presidente Luciano Gaucci: «Sono indignato! Si è messo a fare il fenomeno solo quando si è trattato di giocare contro l’Italia. Io sono nazionalista, ha offeso un paese che due anni fa gli ha spalancato le porte. Non intendo più pagare lo stipendio a uno che è stato la rovina del calcio italiano».
La preferenza è una cosa seria.
Aggiungi Tempi alle tue “fonti preferite†di Google:
Se nel 2006 l’Australia è tosta (si qualifica classificandosi dietro al Brasile), l’Italia deve affrontare soprattutto le violente polemiche esterne. Non per le sue prestazioni, ma perché siamo in piena Calciopoli, scoppiata a maggio e che porterà a fine luglio alla retrocessione in B della Juventus e alla pesante penalizzazione del Milan. Ai bianconeri vengono scuciti anche due scudetti dalla maglia, uno di questo assegnato all’Inter («Il primo scudetto lo avete vinto in segreteria», avrebbe malignato José Mourinho nel 2009, infuriato con i giocatori nerazzurri).
La Figc è commissariata da Guido Rossi, la Nazionale è guidata con mano ferma da Marcello Lippi. Ha costruito una squadra di talento e solidità , che vince il girone eliminatorio con un solo mezzo inciampo: l’1-1 con gli Stati Uniti e l’espulsione di Daniele De Rossi per una violenta gomitata a Brian McBride. Soprattutto il tecnico di Viareggio ha saputo isolare il gruppo, con serenità e decisione. Il ct è sempre disponibile, ha un solo scatto d’ira con i giornalisti proprio alla vigilia dell’ottavo di finale: «Create polemiche, intanto mi telefonate per chiedermi la formazione», il succo.

La partita si rivela come immaginato, conoscendo le idee di Hiddink. Dura, sporca, tattica, poche occasioni e condizionata dal caldo. Ci mette del suo l’arbitro, lo spagnolo Luis Medina Cantalejo, che a inizio ripresa sbaglia espellendo Marco Materazzi per un per fallo inesistente su Bresciano (l’interista centra invece Gianluca Zambrotta). Lippi si cautela, dentro Andrea Barzagli per Luca Toni, ma l’Australia non affonda i colpi e pensa di sfinire l’Italia nei supplementari o di batterla ai rigori. Proprio all’ultimo minuto di recupero, Fabio Grosso entra in area e sembra cercare più il contatto con Lucas Neill che subirlo. Medina Cantalejo non ha ancora il supporto della Var, come in occasione del precedente rosso, e indica il dischetto.
Si presenta Francesco Totti, che ha rischiato di non esserci. Il 19 febbraio si è rotto il perone sinistro e lesionato i legamenti in un duro scontro nel match con l’Empoli. Il giorno dopo Lippi va in ospedale e gli dice: «Tu verrai con me, anche su una gamba sola». Non è partito titolare, entra al 75’ al posto di Alex Del Piero. «Quando l’arbitro fischia», racconterà , «si aprono tutti. E mo’ che faccio? Vabbè, io vado. In quei 30 secondi ho pensato di tutto. Mentre camminavo mi dico: je faccio er cucchiaio o no? [Come era successo all’Europeo 2000 contro l’olandese Van der Sar, ndr]. Parlavo tra me e me, sembravo scemo. Vado, il portiere sembra un armadio e la porta piccola». Cambia idea, interno forte e preciso, mentre Gigi Buffon è voltato di spalle. Totti segna il primo gol dopo l’infortunio, l’Italia va avanti.

Gli Azzurri fanno fuori l’Ucraina, poi i padroni di casa della Germania nella straordinaria semifinale di Dortmund. Quindi Berlino, contro la Francia dell’insopportabile Raymond Domenech, con Materazzi ancora protagonista. Nei supplementari si accascia a terra, solo al replay si vede che Zinedine Zidane gli ha rifilato una testata. Nel 2020 il difensore rivelerà il motivo: una pesante offesa alla sorella. L’arbitro Horacio Elizondo non ha visto l’episodio, il quarto uomo è proprio Medina Cantalejo. Quest’ultimo non rispetta le direttive Fifa e comunica quanto proposto dal monitor di bordo campo. Se a Kaiserslautern non c’era, questa è Var in anticipo sui tempi. Si va ai rigori, Grosso calcia quello decisivo.
È il 9 luglio, Italia campione del mondo per la quarta volta nella storia. Un intero paese impazzisce, oggi vede gli altri al Mondiale, anche in una edizione extralarge con 48 squadre. Svanisce nel nulla l’immagine di Fabio Cannavaro con la coppa in mano, il capitano attuale ct del modesto Uzbekistan. Terza qualificazione mancata dal 2018, con conseguente rivoluzione in Federazione. Da lunedì 22 giugno tocca a Giovanni Malagò, che ha battuto Giancarlo Abete alle elezioni. Un dirigente esperto, forte della sua esperienza come numero uno del Coni e come membro del Cio. Conosce tutti, forse c’era davvero bisogno di uno così per tentare un rilancio del calcio.
«Abbiamo perso tre decenni», ha sottolineato Matteo Marani, presidente della Lega C. Con ragione. La mancata qualificazione è solo la punta di un iceberg fatto di latitanza di talenti, di stadi ancora vetusti, di campionati da riformare, di società che litigano, di pochi soldi, di tutto ciò che volete aggiungere. Malagò parte dalla ricerca di un ct e di un dirigente cui affidare la Nazionale. Prima il campo, poi il tentativo di riformare ciò che appare irriformabile. «Vaste programme», avrebbe detto il generale Charles de Gaulle. Con totale ragione.
​Nel lessico del conformismo contemporaneo, subito dopo “inclusività ”, la parola più venerata è diventata “unanimità ”. Fa rima con armonia, dà l’idea di un mondo pacificato dove il bene (quale?) ha finalmente trionfato e il dissenso è stato felicemente riassorbito. L’ultimo esempio di questa estasi collettiva arriva da Torino, più precisamente dall’Ordine dei Giornalisti del Piemonte.
​Con una delibera approvata, appunto, “all’unanimità â€, il Consiglio regionale ha deciso non solo di promuovere la neonata “Carta Arcobaleno†– presentata in pompa magna al Salone del Libro lo scorso 17 maggio e subito arruolata come testo deontologico nei corsi di formazione – ma ha persino rinnovato l’adesione formale dell’Ordine al Torino Pride del successivo 6 giugno. Il tutto, si legge nelle note ufficiali, in nome di un «impegno volto alla promozione di un linguaggio che eviti stereotipi di genere».
​Siamo di fronte a un’operazione puramente ideologica, che non trova alcuna giustificazione né nei contenuti né nel metodo con cui è stata condotta. Grattando via la vernice retorica dell’inclusione, la realtà si rivela decisamente diversa dalla narrazione ufficiale. Perché quell’unanimità tanto sbandierata non è il frutto di un dibattito franco e appassionato tra i professionisti dell’informazione sabauda, ma il risultato della solita scelta calata dall’alto. Una decisione presa nelle stanze chiuse di Palazzo Ceriana Mayneri che ha lasciato profondamente contrariati diversi giornalisti piemontesi. Professionisti le cui osservazioni, inviate per ben due volte con lettera firmata, non sono state tenute in alcun conto.
​Nasce da qui, dal silenzio imposto alla base, l’esigenza di porre alcune domande. Non per sterili polemiche, bensì per quel vecchio vizio del mestiere che consiste nel fare le pulci al potere; perfino a quello che si veste coi colori dell’arcobaleno.
​Chiamati in causa da un gruppo di iscritti che ha messo nero su bianco il proprio dissenso, i vertici dell’Ordine piemontese hanno reagito secondo il perfetto manuale dell’egemonia culturale felpata. Nessun muro contro muro, per carità . La risposta istituzionale è arrivata intrisa di quella cortesia pseudo-ecumenica che ringrazia per i toni rispettosi e mostra comprensione per le obiezioni, tuttavia poi ha ribadito, nella sostanza, che la linea non si tocca. Unica concessione, respinta al mittente per ovvi motivi, buttare nell’arena mediatica le due lettere indirizzate al Consiglio.
​Per nobilitare l’operazione, l’Ordine si è trincerato nella stessa scia di testi deontologici passati, come la Carta di Roma per i migranti. Il paragone, tuttavia, è fallace. La tutela di un minore o di un migrante si fonda su dati oggettivi e universalmente condivisi di fragilità biologica e giuridica. Il mondo LGBTQ+, al contrario, porta con sé un carico di definizioni terminologiche e visioni antropologiche – dall’utero in affitto alla carriera alias nelle scuole – che sono tuttora il cuore di un legittimo, seppure spesso condotto senza fair-play, dibattito giuridico e politico-filosofico. Equipararle non significa, di fatto, sottrarre d’autorità questi temi alla libera discussione critica, blindandoli sotto la tutela della deontologia? Strumento di orientamento o vincolo surrettizio?
​Il rischio di tutta l’operazione è quello del “pensiero guidato”. Ammettere che esistano “cornici narrative” predefinite entro cui il giornalista deve muoversi non rischia di trasformarlo da osservatore critico della realtà a semplice esecutore di un protocollo linguistico? Se il nostro impianto deontologico è già solido nel garantire la dignità di ogni essere umano, a cosa servono le carte specifiche come quella “arcobalenoâ€, se non a validare una tesi ideologica anziché proteggere le persone? La vera qualità dell’informazione non si ottiene forse rispettando la verità dei fatti e la cura nell’uso delle parole, piuttosto che conformando il lessico alla “neolingua” rispondente ai desiderata di una minoranza?
​Chi ritiene queste preoccupazioni un’esagerazione da retroguardia farebbe bene a riavvolgere il nastro della storia recente e a guardare oltreconfine, laddove le “cornici narrative” raccomandate sono già diventate dispositivi di legge e mannaie giudiziarie per chiunque – giornalisti, fedeli o cittadini – rifiuti di allinearsi.
​In Italia ci avevano già provato con il ddl Zan: approvato alla Camera nel novembre del 2020, fu definitivamente bloccato al Senato nell’ottobre del 2021 proprio perché una parte importante del Paese si accorse del rischio reale di istituire un reato d’opinione flessibile, capace di colpire chiunque difendesse l’unicità della famiglia quale riconosciuta e sancita dalla nostra Costituzione (art. 29) o l’oggettività biologica dei sessi maschile e femminile. Tuttavia, ciò che allora fu respinto dal Parlamento italiano per via legislativa, rischia oggi di rientrare dalla finestra per via deontologica attraverso i regolamenti degli Ordini professionali.
​Quello che accade all’estero è un tragico campanello d’allarme. L’Europa e il resto dell’Occidente sono ormai costellati di casi in cui la professione della Fede Cristiana o la critica alle pretese dell’agenda LGBTQ+ si sono trasformate in un reato da perseguire nei tribunali.
​Nel Regno Unito, la persecuzione dei cattolici e dei cristiani ortodossi è cronaca quotidiana. Nel 2019, la dottoressa cattolica David Mackereth è stata licenziata dal Dipartimento del Lavoro per essersi rifiutata di identificare i pazienti con pronomi diversi dal loro sesso biologico, una decisione confermata dai tribunali del lavoro britannici che hanno definito la “fede” nella biologia maschile e femminile «incompatibile con la dignità umana». Più di recente, ha fatto il giro del mondo il caso di Isabel Vaughan-Spruce, l’attivista cattolica arrestata a Birmingham per aver pregato mentalmente e in silenzio nei pressi di una clinica abortiva; una vicenda talmente paradossale da aver costretto la polizia a risarcirla per arresto illecito, salvo poi vederla nuovamente incriminata e processata all’inizio del 2026 in virtù delle nuove e rigidissime restrizioni sulle cosiddette “zone cuscinettoâ€.
​In Svezia, il celebre caso del pastore Åke Green – processato e condannato in primo grado nel 2004 per una predica in cui definiva il comportamento omosessuale un peccato sulla scorta delle Scritture, prima di essere faticosamente assolto dalla Corte Suprema nel 2005 – ha dimostrato come persino la libertà di pulpito sia sotto scacco. Negli Stati Uniti, la pressione giudiziaria contro i cattolici e i professionisti tradizionali è costante: basti pensare al caso del pasticcere del Colorado Jack Phillips (Masterpiece Cakeshop), trascinato per un decennio davanti alle corti americane (fino alla pronuncia della Corte Suprema del 2018) solo per aver rifiutato di preparare torte nuziali per matrimoni tra persone dello stesso sesso in obbedienza alla propria coscienza.
​Ma il caso più clamoroso e inquietante d’Europa si è consumato in Finlandia: l’ex ministro dell’Interno Päivi Räsänen e il vescovo luterano Juhana Pohjola sono stati trascinati in tribunale fin dal 2021 con l’accusa di “incitamento all’odio”. La loro colpa? Aver pubblicato nel lontano 2004 un opuscolo che difendeva il matrimonio tradizionale e aver twittato nel 2019 un versetto della Lettera ai Romani di San Paolo. Dopo successive assoluzioni in primo grado e in appello, nel marzo del 2026 la Corte Suprema finlandese ha ribaltato clamorosamente i verdetti precedenti con una storica sentenza di condanna, stabilendo che la difesa della dottrina cristiana in pubblico costituisce un reato penale. Per anni, i magistrati dello Stato hanno preteso di processare l’interpretazione dei testi sacri, arrivando oggi a censurarli.
​Quando un Ordine professionale come quello dei giornalisti decide di blindare un linguaggio, sta ponendo le basi per questo identico tipo di deriva. Se il cronista non può più citare il Magistero della Chiesa, se non può più riportare i dubbi della scienza sulla transizione di genere o le opinioni contrarie al paradigma dominante senza il terrore di sanzioni, sospensioni o radiazioni, la libertà di informazione cessa di esistere.
​La vera qualità dell’informazione non si ottiene uniformando il linguaggio sotto un unico colore, fosse anche quello dell’arcobaleno. Si ottiene garantendo il pluralismo delle idee e la libertà di chiamare le cose con il loro nome, senza il timore di finire sul banco degli imputati per non aver usato la formula standard approvata dal diversity editor di turno o per aver osato difendere la realtà biologica delle cose.
​Resta allora un’ultima, decisiva domanda da porre pubblicamente a Palazzo Ceriana Mayneri: come si concilia l’adozione di queste «cornici narrative» con il diritto di cronaca e di critica laddove un giornalista si trovi a riportare le posizioni dei cattolici, del magistero della Chiesa, tesi scientifiche controcorrente o semplici opinioni politiche divergenti dal paradigma della Carta?
​Finché la risposta del Consiglio sarà il silenzio o l’ennesima cortesia inclusiva, sapremo già cosa pensare: a Torino l’inclusione vale per tutti. Tranne che per i giornalisti liberi.
Oggi a Danzica si apre la quinta edizione della Ukraine Recovery Conference, la Conferenza internazionale per la ricostruzione dell’Ucraina che dal 2022 ha sostituito la Ukraine Reform Conference che si teneva dal 2017, ma è altamente improbabile che Volodymyr Zelensky sia presente, mentre è certo che non vi sarà il presidente polacco Karol Nawrocki.
La polemica fra il capo dello Stato e il governo ucraino da una parte e il presidente e le forze politiche polacche sia del governo che dell’opposizione dall’altra sulla memoria dei massacri di civili polacchi della Volinia compiuti dagli ucraini dell’Upa (Esercito insurrezionale ucraino) durante la Seconda Guerra mondiale ha toccato lo zenit nel fine settimana alle nostre spalle.
Venerdì il presidente polacco Karol Nawrocki ha tenuto fede alla minaccia espressa alla fine del maggio scorso: se Zelensky non avesse ritirato la sua decisione di intitolare a “gli eroi dell’Upa†un reparto delle forze speciali dell’attuale esercito ucraino, avrebbe revocato l’onorificenza di cui lo aveva insignito tre anni fa il suo predecessore Andrzej Duda. Si tratta dell’Ordine dell’Aquila bianca, il più alto riconoscimento ufficiale polacco. Non che condurre a più miti consigli il presidente ucraino e il suo entourage, la decisione di Nawrocki ha prodotto una serie di reazioni oltranziste a Kiev.
Tre ex presidenti ucraini, e cioè Leonid Kuchma, Viktor Yushchenko e Petro Poroshenko hanno annunciato che rinunceranno alla stessa onorificenza, a loro assegnata dalla Polonia durante le loro presidenze. Kyrylo Budanov, il segreterio generale della presidenza nell’amministrazione Zelensky che era stato incaricato di condurre i negoziati per smontare la nuova crisi sorta fra i due paesi e che si era recato a Varsavia a questo fine, ha fatto sapere che rinuncia alla Croce d’Oro di Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica di Polonia che Varsavia gli ha tributato l’anno scorso.
A sua volta il ministro degli Esteri Andriy Sybiha ha definito la decisione di Nawrocki «un errore strategico a vantaggio di Mosca» e ha annunciato di voler restituire l’onorificenza che i polacchi gli avevano tributato nel 2022, la Croce di Commendatore con Stella dell’Ordine al Merito della Repubblica di Polonia.
Zelensky ha postato un’immagine della medaglia dell’onorificenza che veniva impacchettata e rispedita in Polonia da un ufficio postale di Kiev, commentando che accetta di essere privato di una decorazione che non è stata ritirata a premiati del passato come Caterina II, Benito Mussolini e Gerhard Schröder (nomi circa i quali non aveva eccepito quando Duda gliela assegnò).
Dopo questa provocazione ha cercato di contenere la polemica, dichiarando: «Credevamo che l’Ordine dell’Aquila Bianca, conferito nel 2023, fosse destinato al popolo ucraino e al nostro esercito. Questo è quanto si diceva all’epoca». Ha affermato che l’Ucraina è grata per il sostegno della Polonia e ha promesso che Kiev «rimarrà aperta a tutte le forme di dialogo significative con la Polonia al fine di cercare di evitare interpretazioni contrastanti dei capitoli difficili e dolorosi del nostro passato comune».
Poi non ha resistito alla tentazione di tornare sull’argomento, e in un’intervista televisiva su 1+1 Media nella trasmissione TSN Tyzhden ha argomentato che le azioni del presidente polacco sono dovute al risentimento per la sua esclusione dal summit di Danzica dove la Polonia sarà rappresentata dal premier Donald Tusk, avversario politico di Nawrocki, e alla volontà di ottenere vantaggi politici in vista delle elezioni politiche dell’anno prossimo. «Il presidente polacco fa poi il passo successivo: afferma che “l’Ucraina non ha posto in Europa” perché è dannosa per gli agricoltori polacchi. Lo dice proprio così. Il presidente Karol si sta battendo per la carica di primo ministro, con l’obiettivo che il suo partito sconfigga il primo ministro Tusk. Ed è esattamente quello che sta accadendo», ha detto in tivù Zelensky.
«Perché? Non solo per sabotare la conferenza, ma per fare pressione su Tusk in seguito e bloccare i negoziati sui cluster di adesione alla Ue. Queste cose sono assolutamente interconnesse. Ecco perché lo fa. Fa questa dichiarazione senza capire minimamente che non vendiamo grosse quantità di prodotti agricoli alla Polonia. Assolutamente no, abbiamo altri mercati. Quindi sta semplicemente alimentando la tensione pubblica. Perché? Perché fare questo? Politica, elezioni».
In realtà tutto lo spettro politico polacco, Tusk compreso, si sta mostrando scandalizzato per la decisione del presidente ucraino di chiamare un reparto del suo esercito col nome della forza armata che evoca i massacri della Volinia. Il primo ministro polacco ha ammonito che la decisione ucraina «viola la nostra sensibilità storica» ed «eleva inutilmente la questione delle differenze storiche a un livello piuttosto inquietante». Ha quindi invitato i due capi di stato a trovare una soluzione per non concedere vantaggi a Mosca: «Il conflitto tra Polonia e Ucraina rallegra Putin e sconvolge i nostri alleati. Il compito dei presidenti Zelensky e Nawrocki è quello di placare gli animi, non di alimentare le tensioni. Il fronte è altrove».
Si è ribellato all’intitolazione delle forze speciali col nome dell’Upa anche Lech Walesa, strenuo avversario del vecchio governo guidato da Giustizia e Pace (che alle presidenziali ha sostenuto il vittorioso Nawrocki) e convinto supporter del governo Tusk. L’ex presidente polacco e premio Nobel per la pace ha dichiarato che smetterà di indossare la spilla con la bandiera ucraina. «Zelensky ha insultato me e tutti i nostri compatrioti assassinati», ha scritto su Facebook. «Continuerò ad aiutare la nazione nella sua lotta contro i sovietici. Mi rifiuto di sostenere il presidente Zelensky!».
La preferenza è una cosa seria.
Aggiungi Tempi alle tue “fonti preferite†di Google:
Due anni fa un altro esponente di primo piano della coalizione attualmente al governo, il vice primo ministro WÅ‚adysÅ‚aw Kosiniak-Kamysz, affiliato al Psl, il Partito popolare polacco, era apparso irremovibile in un’intervista televisiva: «Mi permetta di essere molto chiaro: l’Ucraina non entrerà nell’Unione Europea se la questione della Volinia non verrà risolta. Non ci saranno frontiere aperte e non ci saranno scambi commerciali ai livelli attuali se la questione della Volinia non verrà risolta. Vogliamo che l’Ucraina si sviluppi, ma non possiamo lasciare una ferita aperta. Le questioni relative al genocidio in Volinia rimangono irrisolte».
La crisi in corso è solo l’ultimo episodio di un contrasto che si trascina da tempo. L’uso del termine “genocidio†da parte dei polacchi per descrivere l’uccisione di 100 mila civili, donne e bambini compresi, da parte dell’Upa nel 1943-44 suscita irritazione nel governo e nei partiti politici ucraini. L’Ucraina lo scorso anno ha condannato la decisione della Polonia di istituire una giornata commemorativa per le «vittime del genocidio», affermando che essa «contrasta con i principi di buon vicinato».

Ha inoltre criticato una legge proposta da Nawrocki che criminalizza la promozione di ideologie associate ai gruppi nazionalisti ucraini della Seconda Guerra Mondiale. Kiev ha minacciato «misure di ritorsione» qualora la legge venisse approvata. Nel febbraio scorso il direttore dell’Istituto ucraino per la memoria nazionale Oleksandr Alfyorov ha definito la tragedia della Volinia «uno dei miti di Stato polacchi». In seguito si è corretto, affermando che non si trattava di «un mito, ma di uno degli elementi chiave della grande narrazione polacca». Al contrario, «per la maggior parte degli ucraini, si tratta semplicemente di un episodio di storia locale».
In risposta, l’Istituto polacco per la memoria nazionale ha definito le affermazioni di Alfyorov “oltraggiose”, dichiarando che «il genocidio della Volinia è un fatto documentato» e che «l’uccisione di oltre 100.000 cittadini polacchi – per lo più donne, bambini e anziani – non è un “episodioâ€Â».
Momenti di distensione fra le due parti ci sono stati: nel luglio di tre anni fa Zelensky e il predecessore di Nawrocki, Andrzej Duda, parteciparono insieme alla commemorazione dell’anniversario dei massacri della Volinia con una cerimonia religiosa nella cittadina ucraina di Lutsk. Un’altra svolta si era avuta l’anno scorso, quando Kiev aveva autorizzato la ripresa delle esumazioni dei resti delle vittime dei massacri sul suo territorio, dopo un divieto durato otto anni. Sprazzi di sereno che non hanno risolto la questione delle contrastanti narrative nazionali.
Le parole recenti di Nawrocki non lasciano spazio ad altre interpretazioni: «I fatti non sono negoziabili; non cambiano in base alle circostanze o alle necessità politiche. I fatti dimostrano che almeno 100 mila cittadini polacchi sono stati assassinati dall’Upa. Non erano soldati sul campo di battaglia. Erano civili indifesi. Sono stati assassinati brutalmente e selvaggiamente. Per questo motivo, la decisione delle autorità ucraine di glorificare l’Upa non è solo oltraggiosa. È anche incomprensibile e profondamente deludente. Non ferisce solo la nostra memoria storica. Mina anche la fiducia costruita nel corso degli anni. Colpisce le fondamenta stesse della riconciliazione».
La Polonia è uno dei paesi che ha maggiormente aiutato l’Ucraina sia nel suo sforzo bellico di fronte all’attacco russo iniziato nel febbraio 2022 sia facendosi carico di centinaia di migliaia di profughi che hanno cercato riparo sul suo territorio. Si stima che la Polonia abbia erogato circa 25 miliardi di euro di impegno bilaterale complessivo, cifra che somma assistenza militare e assistenza ai profughi, più altri 8-10 miliardi di euro come quota polacca dei programmi Ue.