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#news #tempi.it
L’1 febbraio è stata aperta dall’arcidiocesi di Milano la causa di beatificazione e canonizzazione del Servo di Dio Marco Gallo. Il 7 marzo, l’arcivescovo Mario Delpini presiederà la cerimonia di apertura del processo.
Qui di seguito riproponiamo una lettera che Marco Gallo scrisse a Tempi nel maggio 2011. Marco, nato a Chiavari il 7 marzo 1994, studente del liceo Don Gnocchi di Carate Brianza, perse la vita in seguito a un incidente il 5 novembre 2011. Nella sua camera la mamma trovò una frase evangelica che il figlio aveva scritto sul muro la sera prima: «Perché cercate tra i morti Colui che è vivo?».
Pochi giorni dopo la sua morte, Marina Corradi si recò a casa sua, scrivendo questo articolo per Tempi. In sua memoria, ogni anno, i giovani di Gioventù studentesca (Comunione e Liberazione) organizzano un pellegrinaggio al santuario di Montallegro (Rapallo), qui descritto da Luigi Amicone. La sua storia è raccontata nel libro Marco Gallo. Anche i sassi si sarebbero messi a saltellare (a cura di Paola Cevasco, Antonio, Francesca e Veronica Gallo, Itaca, 14 euro).

Sono Marco Gallo, un ragazzo monzese di 17 anni. Ieri, andato in pellegrinaggio alla beatificazione di Giovanni Paolo II, è come se fosse nato in me un prepotente desiderio di conoscerlo. Ho cercato di capire chi era, e sono rimasto profondamente colpito da queste sue parole: «Non abbiate paura. Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo, alla sua salvatrice potestà , aprite i confini degli Stati, i sistemi economici, come quelli politici, i vasti campi di cultura di civiltà di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa cosa è dentro l’uomo, solo Lui lo sa. Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore, così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra; è invaso dal dubbio, che si tramuta in disperazione. Permettete quindi, vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia, permettete a Cristo di parlare all’uomo, solo lui ha parole di vita, sì!, di vita eterna».
È come se, finalmente, qualcuno mi abbia capito. Una comprensione che va oltre quella degli amici e delle persone che ho incontrato. Come se tutto il segreto della vita fosse racchiuso qui, in queste parole. Cavolo, sono andato in chiesa, e per la prima volta in moltissimo tempo ho pregato intensamente, affinché queste parole rimanessero bene incise dentro di me, affinché realmente Cristo, ora, di fronte alla mia situazione che realmente è di dubbio e di disperazione, mi abbracci, ora.
Non appena mi alzo, colgo uno sguardo, di una vecchia signora. Lo colgo di sfuggita, come quando dai un’occhiata al tramonto dal finestrino, senza attenzione. Mi accorgo che si alza e mi osserva, sembra che venga verso di me, ma non ne son certo. Io stavo uscendo, senza accorgermi di quello che stava accadendo, dell’intensità di quello sguardo. E mentre, aprendo la porta per uscire dalla chiesa, mi volgo per un’ultima volta, mi accorgo che, ferma, è ancora lì (però ferma, quasi intimorita dalla mia “fugaâ€). Intuisco, uscendo, che la sua intenzione era quella di un abbraccio d’amore e di speranza, nel vedere un giovane inginocchiato in chiesa; ma come! Uno come me! Come me! Che speranza, che gratitudine mi merito? Quella donna aveva negli occhi dell’amore per me! Eppure lei era lì. Era lì ad aspettarmi. E così, uscendo, nasce in me una contraddizione, tra il banale timore di andare da una sconosciuta a dire: “Mi voleva dire qualcosa?†e il tornare indietro per accorgersi che lì c’era proprio colui che avevo appena invocato. Lì c’era Gesù. Ma, prima che ciò potesse diventare certezza, quando ancora la sua presenza era una fragile intuizione, non l’ho voluta.
Il punto del mio discorso è questo: se Cristo realmente non fosse qualcuno che accade nel presente della nostra vita, se Cristo realmente non mi salva, non ti salva, ora, ma soprattutto, se noi non siamo disposti ad aspettarcelo e ad accettarlo ora, per quale motivo possiamo definirci cristiani? Se non abbiamo intenzione di cambiare i nostri modi di fare, se non siamo disposti ad abbandonare le nostre fragili certezze, i nostri patetici timori (che può essere addirittura quello parlare a uno sconosciuto), il modo in cui spendiamo il tempo e con cui ci rapportiamo con la realtà e con le persone, in che cosa speriamo?
Marco Gallo Monza
Da sinistra a destra, la stampa britannica sembra unanime: se negli ultimi anni il numero degli aborti in Inghilterra e Galles ha superato picchi storici, ciò dipende dalla crisi del costo della vita. Convergono nella diagnosi, fidandosi delle valutazioni del Royal College of Obstetricians and Gynaecologists e del British Pregnancy Advisory Service (Bpas), il Daily Telegraph, il Times, il Guardian, ecc.
Ha dichiarato Katie Saxon del Bpas a proposito delle 277.970 interruzioni di gravidanza del 2023, l’ultimo anno per il quale si hanno dati completi: «Questi dati riflettono il primo anno intero di pratica abortiva nell’epoca della crisi del costo della vita, che costituisce il contesto fondamentale per capire l’aumento degli aborti». Non la pensa così Kara Kennedy, che per conto della Free Press americana ha condotto un’inchiesta fra le donne inglesi e gallesi per fare luce su una realtà inquietante: nel primo paese dell’Europa occidentale ad avere legalizzato l’interruzione di gravidanza (1967), gli aborti sono più del doppio di quanti fossero negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso.
Mentre in Italia il picco storico è stato toccato poco dopo la legalizzazione del 1979, con i 234.801 aborti del 1981 che poi sono costantemente diminuiti (con un solo paio di modesti rimbalzi) fino ai 65.491 del 2023, in Inghilterra e Galles due anni dopo la legalizzazione erano 49.829, nel 1981 erano già 128.581, nel 2018 hanno superato i 200 mila all’anno e nel 2023 hanno raggiunto il già citato massimo storico di 277.790. Solo nella prima metà degli anni Novanta le interruzioni di gravidanza conobbero una leggera discesa, poi ripresero ad aumentare.
Si tenga presente che le due popolazioni, quella anglo-gallese e quella italiana, sono perfettamente comparabili: la prima è composta da 61,8 milioni di persone, la seconda da 58,9 milioni. Se si toglie la Russia, il Regno Unito anche senza calcolare Scozia e Irlanda del Nord è il paese europeo col maggior numero di aborti.
Secondo la Kennedy le cause del boom dell’aborto in Inghilterra sono psicologiche e culturali più che economiche.
«Ho parlato con una dozzina di donne britanniche di diverse età sparse per il paese dei loro aborti. Il costo di avere un figlio non è mai stato menzionato. Nemmeno una volta, nemmeno tra le donne più giovani o della classe operaia. Piuttosto, le motivazioni suonavano più o meno così: “Il mio rapporto con il padre non mi sembrava abbastanza stabile”; “Non mi sentivo pronta a diventare madre”; “Penso che sia sbagliato avere un figlio quando sono così esaurita”; “Quel povero bambino merita di meglio di me”; “Non potrei mai essere madre perché analizzo tutto troppo”; e, infine, “Penso solo che li avrei rovinati (padre e figlio – ndt) irrimediabilmente”. In altre parole, più che le difficoltà finanziarie, è emersa una convinzione diffusa che la genitorialità sia qualcosa che rende altamente probabile il causare danni irreversibili, e che rinunciare completamente sia la scelta responsabile. La paura in queste donne era palpabile».
La scelta di Hannah da Manchester, 31 anni, viene descritta così:
«Ha un lavoro stabile e un compagno di lunga data. “Sapevo solo che non potevo farcela”, mi dice. “Non perché non volessi un figlio – in teoria lo vorrei – ma perché non mi fidavo di me stessa”. Si descrive ripetutamente come “troppo incasinata” per essere madre, ma fa fatica a spiegare da dove, nello specifico, abbia preso questa idea: “L’ho presa dappertutto. Ovunque guardi, c’è sempre qualcuno che spiega come i suoi genitori lo abbiano rovinato”».
Un’altra interlocutrice, anonima, si giustifica con le pressioni sociali intorno alla necessità di essere una mamma perfetta:
«Ha letto un mucchio di libri sulla genitorialità ; segue i blog delle mamme e gli psicologi su Instagram. In altre parole, ha fatto il lavoro che si suppone sia necessario oggigiorno per decidere se la genitorialità fa per te. “Più imparavo, peggio mi sentivo”, mi dice. “Ogni scelta sembrava sbagliata.” “Dovresti aver elaborato la tua infanzia, risolto i tuoi problemi e avere una relazione perfetta”, continua. “Se non hai fatto tutto questo, ti sembra irresponsabile mettere al mondo un figlio”. Per come la vedeva lei, la maternità non è qualcosa che s’impara vivendola, ma qualcosa per cui si deve già essere qualificati».
Conclude la giornalista:
«È interessante notare che nessuna delle donne con cui ho parlato ha dichiarato di aver subito pressioni da parte di partner, amici o familiari per interrompere la gravidanza. La pressione, invece, era interna e incessante. Non si sentivano abbastanza brave per essere madri».
Ci sarebbero poi altri due significativi motivi, oltre al senso di inadeguatezza delle donne rispetto alla maternità , che spiegano l’impennata degli aborti. Uno è la legislazione lassista. Fino al 2020, le donne che desideravano un aborto precoce erano tenute a recarsi in una clinica per assumere il primo dei due farmaci abortivi sotto supervisione. La situazione è cambiata durante i lockdown dovuti al Covid, quando le normative sono state modificate per consentire alle donne di avere una breve consulenza online o telefonica e poi ricevere la pillola abortiva per posta.
La misura era stata inizialmente concepita come una soluzione temporanea di emergenza. Ma nel 2022, il parlamento del Regno Unito ha votato a favore della possibilità permanente per le donne di indurre l’aborto a casa: non c’è più bisogno di recarsi in ambulatorio o in ospedale, tutta la procedura può essere effettuata fra le proprie mura senza controllo medico.
L’altra causa, citata dalle donne intervistate dalla Kennedy, è che l’interruzione di gravidanza è diventato uno dei servizi più efficienti del Servizio sanitario nazionale (Nhs), tale da surclassare anche l’assistenza alla contraccezione.
«Molte donne mi hanno detto che l’assistenza all’aborto è molto meglio organizzata, più efficiente e più facile da accedere rispetto alla maggior parte dei servizi del Servizio Sanitario Nazionale. Sophie, 33 anni, che vive a Londra, ha descritto l’assistenza all’aborto ricevuta nel 2020, quando era rimasta incinta durante una relazione nella quale subiva abusi, come “il giorno e la notte” rispetto alla sua esperienza con l’assistenza sanitaria del Servizio Sanitario Nazionale in generale. “Era efficiente. Non dovevi aspettare in una stanza. Le cose venivano spiegate chiaramente e mi sentivo molto a mio agio”, mi ha detto. L’assistenza all’aborto, ha detto, è “molto ben gestita rispetto ad altri servizi per le donne”».
«(…) Anche le donne che desiderano utilizzare metodi contraccettivi ormonali possono avere difficoltà ad accedervi, a causa delle inefficienze del servizio sanitario del Regno Unito. Ad esempio, si può dover attendere fino a 10 settimane per un appuntamento per l’inserimento di una spirale. (…) Un altro motivo per cui diminuisce l’uso della pillola anticoncezionale è la quasi impossibilità di ottenere un appuntamento dal medico. “È molto più facile abortire che passare 10 minuti faccia a faccia con un medico”, mi dice una donna di nome Gemma».
Secondo le statistiche governative l’87 per cento dei britannici è favorevole all’aborto legale e solo il 6 per cento vorrebbe che non fosse permesso. Il 74 per cento vorrebbe che l’interruzione di gravidanza diventasse un vero e proprio diritto, mentre nelle leggi attuali è soltanto depenalizzata. Il 65 per cento ritiene che prima delle 24 settimane di gravidanza dovrebbe essere possibile l’aborto su semplice richiesta, mentre formalmente ci sono oggi delle condizioni. L’anno scorso la Camera dei Comuni ha votato un comma del Crime and Policing Bill che di fatto autorizza l’aborto senza restrizioni per tutta la durata della gestazione. Frutto di un emendamento di una deputata laburista approvato con 379 voti contro 137, il comma 191 è stato subito ribattezzato “aborto fino al momento della nascitaâ€.
La Camera dei Lord sta cercando di evitare che la legge entri in vigore nella sua forma attuale. Le baronesse Monckton e Stroud hanno presentato insieme ad altri pari emendamenti diretti ad annullare il comma 191 e anche a modificare il provvedimento del 2022 che ha completamente privatizzato l’aborto farmacologico. In occasione della seconda lettura del progetto di legge nell’ottobre scorso la baronessa Monckton ha spiegato la sua contrarietà alla normativa attuale sull’aborto farmacologico:
«Dati recenti mostrano che 54 mila donne sono state ricoverate negli ospedali del Servizio Sanitario Nazionale in Inghilterra per il trattamento di complicazioni derivanti dall’uso di tali pillole abortive, un aumento del 50 per cento rispetto ai dati precedenti alla pandemia. L’analisi delle statistiche ufficiali accreditate pubblicate dal Servizio Sanitario Nazionale inglese e dall’Office for Health Improvement and Disparities mostra che una donna su 17 che ha autogestito l’aborto a casa è stata successivamente ricoverata in ospedale».
Nel 2024 il tasso di fertilità di Inghilterra e Galles ha toccato il minimo storico di 1,41 figli per donna.
Una storia che prende le mosse centodue anni fa e neanche come Olimpiadi. Nel 1924 appuntamento a Chamonix, in Francia, per la “Settimana internazionale degli sport invernali†che in seguito, visto il successo, è indicata come la prima edizione dei Giochi invernali. Fino al 1992 vanno a braccetto con quelli estivi, poi la decisione di sfalsarsi, per dar loro ulteriore visibilità . Una indipendenza che parte dal 1994 a Lillehammer, in Norvegia, dove l’Italia conquista la medaglia d’oro nella 4×10 di fondo battendo in volata i padroni di casa davanti a 150mila spettatori, re Harald compreso: come sconfiggere il Brasile in una finale Mondiale di calcio al Maracana. Ecco dieci appunti sulla storia dei Giochi invernali, assolutamente personali.
Dal re al principe. Se re Harald era in tribuna a tifare per i suoi fondisti, Alberto II di Monaco è sceso direttamente in pista. Quella del bob. Grande appassionato di sport, che promuove in diverse forme, il principe ha fatto parte dell’equipaggio monegasco in cinque edizioni, da Calgary 1988 a Salt Lake City 2002, dividendosi tra bob a 2 e bob a 4. Il 25esimo posto al debutto è il risultato migliore.

Caraibi ghiacciati. Alberto II non era l’unica presenza straordinaria a Calgary nel bob. In Canada esordisce anche la Giamaica in una specialità quanto mai lontana dalla storia caraibica. L’ispirazione arriva dalle popolari gare di carretti a spinta e l’avventura è finanziata da due imprenditori statunitensi. Nascono gli equipaggi di bob a 2, che si classifica 30esimo, e a 4, che si ribalta nella terza manche. Una storia che la Disney rende ancor più popolare con il film Cool runnings.
Il nobile fa da sé. Il nome completo è Hubertus Rudolph von Fürstenberg-von Hohenlohe-Langenburg, figlio di un nobile spagnolo e di Ira von Fürstenberg, volto popolare del jet set italiano anni Sessanta-Settanta. Lui vorrebbe partecipare ai Giochi, l’Austria non se lo fila. Allora nel 1981 fonda la Federazione sciistica messicana, di cui è a lungo è il solo atleta. Prende parte a sei Olimpiadi dal 1984 al 2914 (quando ha 55 anni). Fa parte della lunga schiera di atleti destinati a un momento di gloria e a distacchi enormi. A Pechino 2022 Benjamin Alexander (Giamaica) giunge 45esimo a 1’09″17 dal vincitore Marco Odermatt, mentre Yohan Goutt Gonçalves (Timor Est) finisce 45esimo in slalom a 40″58 da Clément Noel.
Gli altri cadono, io vinco. La medaglia più inattesa – un tormentone per la Gialappa’s Band – è quella di Steven Bradabury a Salt Lake City. Specialista dello short track, è vittima di due gravissimi infortuni: 111 punti alla gamba destra e 18 mesi di riabilitazione per uno scontro in gara, quindi una frattura al collo. Nel 2002 entra in semifinale per la squalifica del canadese Marc Gagnon. In semifinale è ultimo all’ultimo giro, tre avversari cadono e lui passa. In finale è ancora ultimo all’ultimo giro, questa volta cadono in quattro (tra cui il favorito, l’idolo di casa Apolo Ohno) e conquista l’oro, il primo per l’Australia e per un atleta dell’emisfero sud.
Due specialità , due ori. Ester Ledecka detiene un record che sarà complicato superare: vincere due ori nella stessa Olimpiade e in due specialità differenti. La ceca ci riesce nel 2018 a Pyeongchang, in Corea del Sud. Il 17 febbraio è prima nel SuperG per un centesimo davanti all’austriaca Anna Veith, sette giorni dopo domina lo slalom gigante parallelo di snowboard.
Giochi d’autunno… Prima di Chamonix 1924 c’era stata una singolare presenza di giochi invernali a Londra 1908: sei discipline messe in calendario a ottobre, distanti da quelle estive. Tra queste il pattinaggio di figura, dove è protagonista l’inglese Madge Syers che – all’epoca – gareggiava anche contro gli uomini per una lacuna nel regolamento (seconda al Mondiale 1902). A Londra conquista il terzo posto nella gara a coppie con il marito e il primo in quella del singolo donne: nessuna medaglia per lei, non erano ancora state introdotte. Il pattinaggio tornerà ad Anversa 1920, insieme con l’hockey su ghiaccio, ancora in una edizione stiva.
Il “Miracolo sul ghiaccioâ€. A proposito di hockey su ghiaccio. Usa-Urss a Lake Placid 1980 entra di diritto tra le sfide olimpiche dei Giochi: come Ungheria-Urss di pallanuoto a Melbourne 1956 e come Usa-Urss a Monaco 1972 nel basket. Le Olimpiadi sono ancora formalmente riservate ai dilettanti. Formalmente perché in Unione Sovietica il dilettantismo stato è professionismo a 360°, mentre la squadra statunitense è composta da universitari e dilettanti veri. L’amichevole per Giochi del 9 febbraio finisce 10-3 per l’Urss e il 22 febbraio, giorno del confronto nel girone per le medaglie, si attende lo stesso esito. I giovani statunitensi vincono invece 4-3, in quello che viene definito il “Miracolo sul ghiaccioâ€, e chiuderanno con l’oro.

Una e mai più. Il primo oro olimpico italiano arriva in una specialità allora inesistente dalle nostre parti. Il merito è di Nino Bibbia che, originario della Valtellina, emigra a Sankt Moritz, dove è popolarissimo lo skeleton: ci si mette a pancia in giù con la testa avanti su uno slittino e ci si butta dal Cresta Run, la pista naturale creata per isolare i turisti inglesi che imperversavano sulle strade della località svizzera, infastidendo gli abitanti. Bibbia arriva davanti a tutti nell’edizione del 1948, la sola medaglia azzurra in una specialità che – per pericolosità e assenza di piste adeguate – torna ai Giochi nel 2002.
Il Mondiale fantasma. Cortina avrebbe dovuto ospitare i Giochi nel 1944: non fu possibile a causa della Seconda guerra mondiale, che aveva già cancellato quelli del 1940. Li avrebbe ottenuti per il 1956. Nel 1941, in pieno conflitto, organizza però un Mondiale, cui prendono parte solo atleti italiani e tedeschi. Non sarà mai riconosciuto a livello ufficiale.
Speranze azzurre. Milano Cortina 2026 ha in calendario sedici discipline, la novità è rappresentata dallo sci alpinismo: ci si arrampica in vetta con le pelli sotto gli sci e poi si scende in maniera classica. C’è molta curiosità . Come c’è molta curiosità intorno all’Italia, non solo come Paese ospitante. Tolti hockey su ghiaccio e salto con gli sci, abbiamo lecite speranze di medaglia dappertutto. A Pechino 2022 ne abbiamo conquistate 17 (due ori, sette argenti e otto bronzi), il record è Lillehammer con 20 (rispettivamente, sette, cinque e otto).
Da quando, il 18 dicembre scorso, le forze di polizia hanno sgomberato l’edificio che a Torino ospitava il centro sociale Askatasuna, molti hanno cercato di raccontare il fatto come una reazione eccessiva di un governo chiaramente fascista che vuole impedire la libertà di manifestazione, non tollera il dissenso e colpisce chi fa opere socialmente utili nel quartiere di Vanchiglia ma ha la colpa di essere anarchico e di sinistra. Balle, e non servivano i fatti violenti di sabato per ammetterlo.
Come ha ben scritto Filippo Facci su X, «Askatasuna è forse il centro sociale più pericoloso d’Europa da almeno 25 anni, o meglio: è il riferimento italiano più costante per violenza politica, tanto che l’assalto alla Stampa, ora, non è neppure un salto di qualità : è solo una nuova pagina di copione. Ogni pretesto o bandiera possono trasformare il “dissenso†in azione fisica e scontro, danneggiamento e intimidazione: qualcosa che alle spalle ha azioni paramilitari, scontri sistematici con le forze dell’ordine, indagini per terrorismo e addirittura una parentesi di militanza armata in Siria».
La manifestazione del 31 gennaio a Torino, partecipata da migliaia di persone provenienti da mezza Europa e sfociata in scontri con le forze dell’ordine, danni a strade, auto, vetrine ed edifici, e poliziotti presi a calci pugni e martellate, è solo l’ultimo capitolo di una storia trentennale di antagonismo violento difeso da una sinistra militante che parlava di «spazio sociale necessario», derubricava gli scontri – anche in Val di Susa contro la Tav – a «reazioni», parlava di «conflitto» e mai di violenza, e coccolava con i suoi intellettuali e magistrati di punta un luogo molto più vicino al terrorismo che a un’opera pia.

Fino al 1981 nell’edificio di quattro piani che si incontra sulla sinistra poco dopo aver imboccato corso Regina Margherita arrivando dal Po c’era proprio un’opera pia, la Reynero, che raggruppava in una sola amministrazione sette Istituti di beneficenza, tra cui un Asilo lattanti. Di proprietà dal Comune dal 1924, il palazzo restò inutilizzato fino al 1996, quando venne occupato da militanti delle frange antagoniste e autonomiste che iniziano a vivere al suo interno.

A parlarne a Tempi è Silvio Magliano, capogruppo della Lista Civica Cirio Presidente Piemonte Moderato e Liberale in Consiglio Regionale del Piemonte, già consigliere comunale di Torino e profondo conoscitore del mondo delle politiche sociali e giovanili e del terzo settore, di cui si occupa da oltre due decenni. Magliano spiega che, fin dall’inizio, l’occupazione illegittima di Askatasuna «ha sempre destato forti preoccupazioni: diverse sentenze hanno stabilito che al suo interno vivevano e hanno vissuto persone che si sono macchiate di reati gravi e coordinavano azioni criminali anche al di fuori della città ».
Eppure quando se ne parla tanti fanno riferimento al “forte contatto†con il quartiere che ospitava il centro sociale e all’impegno profuso in particolare sui temi del diritto alla casa e al lavoro e sulle attività rivolte all’infanzia. Un “forte contatto†che per Magliano «è tutto da dimostrare: l’asilo e il giardino messi a disposizione del quartiere mi sembrano più delle foglie di fico per giustificare la presenza del centro sociale, peraltro in una zona universitaria e in un quartiere in cui da anni opera in modo fruttuoso la parrocchia di San Giulia, un’esperienza tra le più vivaci e attente ai giovani della zona».
Vanchiglia è un quartiere storico di Torino, ma anche una zona nota in città per gli eccessi di movida e di “mala-movida†che negli anni hanno portato la presenza di numerosi spacciatori. «A questo si aggiunga il fatto che ad Askatasuna hanno sempre vissuto persone che dell’antagonismo e del non riconoscimento delle istituzioni come valore costituito hanno fatto la loro linea», puntualizza Magliano, «giustificati da una parte del mondo della sinistra proprio con la scusa del “luogo sociale†da preservare, senza il quale ci sarebbero state conseguenze terribili per i cittadini».
È così? «Mi permetto sommessamente di far notare che Torino è tradizionalmente una delle città che ha più “luoghi sociali†in assoluto: è il comune che ha avuto il primo assessore alle politiche giovanili d’Italia, è ricca di associazioni, cooperative, di attività di volontariato, oratori ancora molto attivi, luoghi in cui i ragazzi e ragazze possono incontrarsi: era davvero così fondamentale tenere in piedi un centro sociale come Askatasuna?».
Negli anni passati numerosi altri centri sociali sono stati sgomberati e riassegnati, fa notare il consigliere regionale, ma per Askatasuna «non si è mai voluto prendere in considerazione un’altra ipotesi di destinazione d’uso, che sarebbe comunque potuta essere ancora sociale, ma rispettando le regole. A Torino è pieno di realtà associative che usufruiscono di beni dati in concessione dal comune che fanno di tutto per pagare ogni mese l’affitto e le utenze, non dovrebbero indignarsi quando poi scoprono che c’è qualcuno che questa cosa non la fa?».
Non solo, si è parlato nei mesi scorsi del fatto che quando ad Askatasuna c’erano feste, incontri e concerti con somministrazione di cibo e bevande non ci fossero registratori di cassa, «quando è pieno di circoli che fanno attività sociale sul territorio, e devono rispettare le regole in modo preciso e puntuale, pena multe e sanzioni salate».
Negli anni, però, il Comune di Torino ha provato a stipulare un patto con Askatasuna, nell’utopico tentativo di creare un percorso di istituzionalizzazione. Un tentativo sul quale Magliano e il suo partito, i Moderati, «sia in consiglio comunale che in consiglio regionale, siamo sempre stati scettici: si è infatti rivelato un patto fallimentare, che aveva tra i suoi punti fermi il divieto per chiunque di stare ai piani superiori, con evidenti problemi di sicurezza: nel momento in cui si è scoperto che alcune persone ci vivevano e dormivano il patto si è rotto e l’immobile è stato sgomberato».

Nessuno è così naïf da credere che dietro al motivo di un intervento atteso da tre decenni ci fosse davvero solo un problema di sicurezza dei muri. «È evidente che il patto viene sciolto anche perché c’è stato l’assalto alla redazione della Stampa e agli uffici della Città metropolitana», conferma Magliano. Durante una manifestazione pro-Pal i manifestanti entrano nella sede vuota del giornale simbolo della città , danneggiano la redazione e ne imbrattano i muri. Panico tra gli editorialisti, abituati a vezzeggiarli e difenderli dalle pagine della Stampa e ora colpiti alle spalle da questi “ingratiâ€.
Le parole perfette per descrivere questa dinamica le ha usate proprio sabato la procuratrice generale di Torino, Lucia Musti, che all’inaugurazione dell’anno giudiziario ha parlato di una «area grigia» dell’alta borghesia torinese che giustifica le violenze: «Le condotte di turbamento dell’ordine pubblico e di disordini di piazza portano a parlare anche della benevola tolleranza, della lettura compiacente di condotte, che altro non sono che gravi reati, da parte di taluni soggetti appartenenti alla upper class, i quali con il loro scrivere, il loro condurre a normalizzazione, il loro agire in appoggio, vanno a popolare quella che voglio sintetizzare come “area grigiaâ€, di matrice colta e borghese, che dovrebbe per contro svolgere un’illuminata azione di deterrenza, di educazione al vivere sociale e di rispetto delle regole democratiche».
Parole che Magliano sottoscrive in pieno, dice a Tempi. «Io penso che ci siano diverse modalità per creare luoghi sociali, anche assolutamente laici, ma bisogna farlo nel rispetto del diritto e nel rispetto delle norme. L’antagonismo non mi pare adeguato rispetto a una città come Torino che ha fatto invece della socialità organizzata una delle sue forze, anzi forse una di quelle caratteristiche per cui il nostro welfare, nonostante le tante crisi che abbiamo vissuto, continua a reggere».
Illudersi di includere in un percorso democratico i frequentatori di Askatasuna «vuol dire fare la fine di quella rana della favola di Esopo che trasporta nell’acqua uno scorpione sulla sua schiena e poi si stupisce che quello la punga – “è la mia naturaâ€, le dice. C’erano fior di sentenze a dirci che quel centro sociale ha ospitato e fatto crescere criminali condannati per numerosi atti di violenza, davvero ci stupiamo per quello che è successo negli ultimi mesi e questo sabato?».

A proposito delle violenze del 31 gennaio, a parte ricostruzioni giornalistiche bislacche che tentano di sostenere il fatto che i due poliziotti feriti e finiti in ospedale se la siano cercata e che i manifestanti non volevano far loro male, è già partita la corsa ai distinguo: le violenze di pochi facinorosi non possono oscurare la presenza pacifica della maggioranza dei manifestanti. A parte che i facinorosi non erano pochi, ma almeno un migliaio, e organizzati militarmente, «soltanto chi non voleva vedere poteva pensare che quel corteo non sarebbe sfociato in scontri con la polizia», dice Magliano, prendere le distanze dopo, così come «mandare messaggi di solidarietà alle forze dell’ordine dopo che sono state assaltate, serve a poco».
Il consigliere dei Moderati ha in mente diversi colleghi con ruoli politici e istituzionali presenti in piazza: «Se sei solidale con la polizia non vai a un corteo che sai finirà a scontrarsi con la polizia. E mi fanno ridere quelli che dicono che opporsi allo sgombero di Askatasuna significava opporsi alla militarizzazione della città “modello Minneapolisâ€: non c’è nessuna militarizzazione di Vanchiglia, anzi semmai da qualche settimana il quartiere è più sicuro, e non c’è stato nessun utilizzo improprio della forza pubblica. Poliziotti e carabinieri impegnati in questi giorni sono sempre stati professionali e rischiano la vita con regole d’ingaggio che nella maggior parte dei casi tutelano i manifestanti violenti e non loro».
La piattaforma della protesta di sabato era il solito minestrone: un po’ pro Askatasuna, un po’ pro Palestina, un po’ contro il governo, un po’ contro Trump. E si insiste a dire che la maggior parte dei manifestanti era pacifica. «Certo che lo era, e la loro protesta è tutelata dalla nostra Costituzione. Ma io mi chiedo: per cosa stavano manifestando? Perché è stato sgomberato un centro sociale abusivamente occupato da trent’anni? Se il problema è la destinazione dell’immobile», conclude Magliano con una provocazione, «ho un’idea: mettiamo insieme Comune, Regione e fondazioni bancarie e in quella zona realizziamo un centro di formazione al lavoro per i giovani, oppure un centro aggregativo per gli anziani, che manca da tempo».
A Caracas il potere non è più concentrato nelle mani di un solo uomo. Dopo la cattura di Nicolás Maduro e l’insediamento provvisorio di Delcy RodrÃguez, il Venezuela entra in una fase inedita, segnata non tanto da una rifondazione democratica quanto da una frammentazione interna del potere e da una tutela esterna sempre più esplicita. Il baricentro decisionale non è più nel palazzo di Miraflores, ma negli uffici del Dipartimento di Stato americano.
Il segnale più chiaro è arrivato con il decreto esecutivo firmato il 9 gennaio da Donald Trump, che affida al segretario di Stato Marco Rubio il controllo totale dei fondi derivanti dalla vendita del petrolio venezuelano. Ogni dollaro generato dal greggio passa ora sotto custodia statunitense, riducendo drasticamente lo spazio di manovra di Caracas. «In nessun caso», ripetono alla Casa Bianca, Delcy RodrÃguez potrà decidere autonomamente l’uso di quelle risorse.
Ufficialmente Washington punta a proteggere i fondi dall’assalto dei creditori internazionali e a impedire che tornino nei circuiti di corruzione che hanno sostenuto il chavismo per oltre due decenni. Nei fatti, il petrolio diventa lo strumento di un commissariamento politico a distanza. Trump mantiene una cooperazione minima con RodrÃguez su dossier sensibili – migrazione, prigionieri politici, operazioni energetiche essenziali – ma alza muri invalicabili sul controllo delle risorse. La linea rossa resta il denaro.
Non è un caso che l’ipotesi di vendere fino a 50 milioni di barili abbia fatto scattare l’allarme al Congresso, soprattutto tra i repubblicani della Florida. «RodrÃguez non è una figura provvisoria qualsiasi: ha un curriculum vastissimo di corruzione. Ha fatto cose orribili», ha avvertito Mario DÃaz-Balart. MarÃa Elvira Salazar ha chiesto una “supervisione permanente”: «Questo deve restare in mani americane».
Dietro le quinte, però, si muove un’altra logica. Delcy RodrÃguez è considerata a Washington una controparte “flessibileâ€, soprattutto sul fronte energetico, e gruppi come Chevron hanno spinto per mantenerla come interlocutrice. E così il quadro – già complesso – si arricchisce di un’altra svolta: una riforma lampo della legge degli idrocarburi, approvata dal Parlamento venezuelano su richiesta degli Stati Uniti, che apre il settore petrolifero alla partecipazione diretta di imprese private e straniere dopo oltre due decenni di controllo statale rigido.
Nel frattempo gli Stati Uniti hanno anche riaperto la loro ambasciata a Caracas, un gesto simbolico e politico insieme, che sancisce il ritorno di una presenza diretta americana nel Paese e rafforza l’idea di una transizione sotto tutela.
Il paradosso è che, mentre RodrÃguez viene trattata come un “male necessarioâ€, il vero potere interno resta saldamente nelle mani di Diosdado Cabello, che continua a controllare forze armate, polizia e apparati di sicurezza. «Finché Cabello resta il picchiatore dietro il trono, ogni cambiamento è solo cosmetico», osservano diplomatici occidentali. Alcuni prigionieri politici sono stati liberati, ma secondo l’Osa e le principali ong venezuelane almeno 700 persone restano ancora detenute.
RodrÃguez ha promesso un’amnistia generale per liberare tutti i detenuti politici e la conversione di El Helicoide, il carcere simbolo delle torture e della repressione, in un centro sociale. Annunci accolti con cautela, se non con scetticismo, da una società civile stremata da promesse mai mantenute.

«Può essere credibile come voce di transizione chi è stato parte centrale del potere che ha prodotto questa crisi?», si chiede Mariela Magalhães, ex deputata di opposizione perseguitata dal regime e oggi rifugiata in Italia. «Sollevare questa domanda non significa negare il dibattito, ma chiedere più rigore, più etica, più visione».
Per Magalhães, il 3 gennaio segna comunque una cesura storica. «Maduro è stato estratto dal Venezuela con un’operazione militare chirurgica degli Stati Uniti. Per molti venezuelani è stato un atto di giustizia, perché nel nostro Paese non esiste separazione dei poteri né democrazia. La cupola di potere, iniziata con Chávez e rafforzata in 27 anni di opacità e corruzione, ha impoverito i cittadini e costretto un terzo della popolazione a fuggire».
Ma la vera transizione, avverte, non può essere affidata agli stessi protagonisti del passato. «Il Venezuela ha bisogno di analisi serie e soluzioni reali, studiate da economisti, accademici e professionisti non legati al vecchio potere. Se vogliamo parlare davvero di futuro, dobbiamo dare voce a queste persone. La memoria storica non è vendetta: è una condizione necessaria per costruire qualcosa di diverso».
Il Venezuela resta così sospeso tra tre forze: la tutela statunitense sul petrolio e sui nuovi flussi di capitale, le lotte interne di un regime che cambia volto ma non struttura, e una società civile che chiede democrazia reale, stato di diritto e sviluppo. Il rischio è che questa transizione, anziché aprire il futuro, finisca per dilatare ancora la sofferenza di un popolo già allo stremo.
Ricorrono quest’anno il 10 luglio i 50 anni dal disastro di Seveso, l’incidente a un reattore dell’azienda chimica Icmesa che provocò la fuoriuscita di diossina e il forte inquinamento di un’area di 380 ettari comprendente territori dei comuni lombardi di Seveso, Meda (dove era insediata la fabbrica), Desio e Cesano Maderno. Furono sfollate 736 persone, che solo in parte poterono tornare nelle loro case dopo la bonifica della zona. Il contesto storico di quello che fino ad oggi resta il più grave disastro ambientale in Italia era caratterizzato dal terrorismo degli anni di piombo, da campagne per l’introduzione dell’aborto legale in Italia e dalla memoria della da poco conclusa guerra del Vietnam, dove la diossina era presente nei defolianti usati dall’esercito americano.
Il disastro di Seveso fu strumentalizzato sia dai gruppuscoli di estrema sinistra e dalle organizzazioni terroristiche (che uccisero nel 1980 il direttore tecnico dell’Icmesa) che dai movimenti favorevoli alla legalizzazione dell’aborto, i quali sfruttarono le scarse conoscenze intorno agli effetti della diossina per promuovere l’aborto fra le gestanti della zona. Almeno 26 interruzioni di gravidanza furono effettuate nel timore di gravi malformazioni dei nascituri, che gli esami dei tessuti fetali poi non rilevarono.
In una situazione politica e ambientale esplosiva si mosse positivamente il mondo cattolico locale, che attraverso l’impegno volontario di tanti si fece carico dei bisogni di ogni genere che l’incidente aveva fatto emergere. Le loro storie, testimonianza di un’unità di popolo, sono state raccontate nel libro “Seveso 1976. Oltre la diossina†scritto da Federico Robbe ed edito da Itaca nel 2016. Da esso sono tratti gli estratti qui di seguito riproposti. I titoletti tra un paragrafo e l’altro sono opera redazionale.
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Qualcuno non si accontenta di sopravvivere ma vuole vivere, anche nella Seveso della diossina. E vuole che per altri possa essere così. Dentro il dramma insomma non c’è solo la paura e non domina in tutti la rabbia, pur legittima e pur comprensibile. Pian piano fiorisce con modalità misteriose un’amicizia tra alcuni giovani, che parte dalla comune fede cristiana e dal desiderio di non essere schiacciati dalle circostanze. […]
Nella Brianza di inizio anni Settanta c’è una vivace comunità di Comunione e Liberazione, all’interno di un mondo cattolico articolato, non immune dai fermenti del Sessantotto e su certi aspetti diviso. Per scoprire questo mondo e il ruolo di Cl ci affidiamo all’ingegner Diego Meroni, che nel 1969 è responsabile della Giac (Gioventù italiana di Azione Cattolica) nella zona pastorale di Monza. Nel 1975 diventa consigliere comunale a Seveso con la Dc, risultando il più votato dopo il sindaco Rocca.
«In paese i rapporti erano molto buoni con l’Azione Cattolica, di cui Rocca faceva parte. Era convinto che la presenza giovanile di Cl fosse la principale novità di quegli anni e fosse un elemento imprescindibile per la Chiesa del territorio». Ma come si sviluppa questa ricca presenza di giovani in Brianza? «Dal 1970 al 1972 il presidente diocesano della Giac era Massimo Camisasca. Attraverso di lui, che era anche tra i responsabili della Gioventù Studentesca milanese dal 1965, ho conosciuto il movimento di Comunione e Liberazione. Quindi la realtà di Cl era l’unico punto di collegamento tra le parrocchie, che non potevano non tener presente il movimento. Grazie soprattutto al lavoro di Camisasca alla presidenza diocesana si è creato un tessuto connettivo solido. Da coordinatore per Cl di tutte le comunità della Brianza fino a Cantù, conoscevo molti cattolici della zona, o tramite le parrocchie o tramite il movimento».
Un ambiente articolato che riesce a compattarsi in un tempo relativamente breve: «Il mio lavoro di unificazione», spiega Meroni, «è durato dal 1969 alla fine del 1973. Al termine di quell’anno sono partito per il servizio militare; nel periodo successivo ho continuato ad avere rapporti in zona, ma meno intensi. Certo è che il tessuto era già robustissimo e le relazioni solide, sia tra le varie comunità sia con le parrocchie. […] Quando è successo l’incidente all’Icmesa, quindi, mobilitare un popolo non è stato difficile. Tanto più che quello di Cl era un mondo giovanile ma non di giovanissimi: io avevo ventotto anni e Ambrogio Bertoglio trenta. Eravamo tutti impegnati con una preoccupazione genuina per gli altri, e in politica non facevamo la guerra, neanche a quelli del Pci».
Questa tensione ideale in grado di incidere sul territorio inizia a dare frutti sul piano economico-sociale tramite la cooperativa di consumo don Costante Mattavelli, fondata nel 1975. Ce ne parla un protagonista di quegli anni: è Ambrogio Bertoglio, all’epoca trentenne, psichiatra e membro del direttivo del consorzio sanitario Brianza Seveso. […] In seguito avrebbe ricoperto vari incarichi tra cui quello di direttore generale dell’Ospedale San Gerardo di Monza e dell’Ospedale di Lecco.
La cooperativa di consumo coinvolgeva decine e decine di famiglie in una spesa comune mensile, ed «era davvero un fatto di popolo, dato che una volta al mese le famiglie si recavano in un posto per ritirare una spesa che avevano ordinato con una scheda nelle settimane precedenti. Questo voleva dire incontrarsi prima, parlarne, conoscersi meglio, prendere decisioni insieme. Avevamo poi una sede nel centro sociale La Bottega, in via Manzoni, a Seveso. Una sede ristrutturata da noi, dove ci trovavamo regolarmente e organizzavamo incontri pubblici. Era del tutto naturale occuparsi di ciò che succedeva in paese e occuparsi degli altri. In fondo è quello che facevamo all’oratorio: lo portavamo avanti con modalità che poi sarebbero divenute usuali, ma allora non lo erano. Era una casa per tutti: bambini, ragazzi e famiglie. In più poche settimane prima, in maggio, c’era stato il terremoto del Friuli, che aveva provocato quasi mille morti. Una delle persone che più aveva dedicato tempo ed energie alla ricostruzione era stato proprio Diego Meroni. Quindi anche per imitazione sana di una presenza di popolo che c’era stata lì, abbiamo cercato di fare lo stesso a Seveso».
Secondo Meroni l’emergenza «obbliga a fare un salto, rendendo evidente un bisogno. E questo sollecita una risposta. Però l’emergenza da sola non basta; apre degli spazi, questo sì. Ma è indispensabile che ci sia un soggetto che operi». E questo soggetto, in Brianza, c’era ed era ben strutturato. […]
Primo agosto 1976: una ventina di giorni dopo l’incidente, l’arcivescovo Giovanni Colombo è a Seveso per una celebrazione liturgica a cui partecipano oltre 1.500 fedeli. Nell’omelia invita a non restare inerti di fronte alla tragedia dell’Icmesa. Intanto nella popolazione è sempre più evidente il bisogno di riempire un vuoto di informazioni e di farlo senza soccombere. Andando avanti nella prospettive del vivere, e non del morire.
A partire da una tradizione di fede viva e da circostanze che li vedono impegnati in varie realtà , alcuni giovani amici prendono sul serio queste domande: come stare davanti al disastro della diossina? Si può continuare a vivere quando tutto crolla? E da dove si comincia? Il primo frutto del loro lavoro è un documento informale fatto circolare due settimane dopo l’incidente. Lì si può leggere: «In queste pagine iniziamo un lavoro di informazione utile per conoscere e giudicare ciò che è successo, cosa ci aspetta e come possiamo partecipare alla costruzione di giuste condizioni di salute». […]
La Diocesi aveva tra l’altro attivato una raccolta di fondi già subito dopo il disastro. Una parte del denaro viene messa da parte per aprire un luogo fisico e stare vicino alla popolazione. Avrebbe assunto il nome di Ufficio decanale di assistenza e coordinamento (Udac), con sede in via Arese, presso il centro parrocchiale di Seveso e a pochi passi dalla chiesa dei Santi Gervaso e Protaso. È attivo dall’inizio di agosto e in poco tempo diventa un punto di riferimento per tutti, proprio quando la stampa nazionale insisteva nel paragonare Seveso al Vietnam devastato dalle armi chimiche. […]
Ma come lavora questo luogo? Chi lo gestisce? E cosa fa concretamente? L’Ufficio decanale è frutto dell’unità corale fra componenti diverse: parrocchie, gruppi e associazioni ecclesiali […]. Il responsabile laico nominato dal cardinal Colombo è Ambrogio Bertoglio. I problemi di cui si occupa il centro sono tanti e diversi, perciò viene organizzato in commissioni: salute, lavoro e occupazione, educazione e scuola, sfollati, rapporti con la politica, stampa. Funziona grazie a 25-30 volontari, che assicurano una presenza dalle 9 alle 12 e dalle 16 alle 19. In breve tempo nasce una segreteria per coordinare i settori e raccogliere le esigenze del territorio. È gestito dai cattolici (maggioritari nella zona) ma è aperto a chiunque avesse bisogno. Un “ospedale da campoâ€, potremmo dire usando una bella espressione di papa Francesco.
Dove i giornali delineano scenari catastrofici e consigliano di abbandonare tutto, loro non solo restano, ma aprono un ufficio. Un luogo fisico di aggregazione e di ascolto che subito si mette all’opera. Secondo Giancarlo Cesana – giovane medico che sarebbe diventato professore di Medicina del Lavoro e di Igiene all’Università Milano Bicocca, nonché presidente della Ca’ Granda, Ospedale Maggiore Policlinico di Milano – l’Ufficio decanale ebbe due funzioni: «Essere un punto di riferimento per la popolazione, quindi un aiuto a controllare il panico e gli allarmismi che erano fortissimi; ed essere un luogo di informazione per le questioni medico-sanitarie, tra cui quella dell’aborto».
(1. continua)
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Federico Robbe, Seveso 1976. Oltre la diossina, Itaca 2016, 160 pagine, 12,50 euro.
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