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#news #tempi.it
La cattura di Nicolás Maduro è stata presentata come la fine di un’epoca. Ma a Caracas il chavismo è ancora lì, intatto, seduto attorno a un tavolo, con nuovi ruoli e vecchi metodi. Per Héctor Schamis, politologo della Georgetown University di Washington, l’operazione americana rischia di trasformarsi in un paradosso storico: eliminare il capo per salvare il sistema. In questa intervista a Tempi, Schamis smonta la narrazione della “transizione†e mette in guardia da un Venezuela consegnato a un potere criminale senza più nemmeno un volto unico.
Professore, la cattura di Maduro ha sorpreso tutti. È davvero una svolta storica?
«È stata una sorpresa, senza dubbio. All’inizio persino positiva. Nessuno credeva che gli Stati Uniti sarebbero arrivati fino al letto del dittatore. Ma la sorpresa vera, quella negativa, è arrivata subito dopo: Maduro non c’è più, ma il regime sì. Tutto il resto è rimasto al suo posto».
Quindi non è caduto il chavismo.
«Assolutamente no. Hanno tolto un uomo, non il sistema. È un “regime senza regimeâ€: stessi apparati, stessi affari, stessa repressione, solo senza il volto ingombrante di Maduro e della moglie. E questo non garantisce nulla: né pace sociale, né stabilità , né tantomeno democrazia».
C’è chi dice: agli Stati Uniti interessa solo il petrolio.
«Anche se fosse così, resta una contraddizione gigantesca. Questo regime è un problema persino per fare affari. Non è solo Maduro il narcotrafficante. Non è solo Maduro il corrotto. Chi ha fatto accordi con l’Iran? Chi ha triangolato il petrolio con Cuba? Chi ha aggirato le sanzioni per anni? Pensare di fare business con questi personaggi significa ripetere un errore già fatto. E ripetere una strategia già fallita».
In America Latina, però, molti governi parlano di “dialogoâ€.
«È la parola preferita dai regimi quando vogliono guadagnare tempo. Maduro guida un regime criminale. E il Venezuela ha già votato».
Sta parlando delle elezioni del 28 lugliodel 2024.
«Esatto. Quelle elezioni esistono. I verbali esistono. Sono stati certificati e custoditi persino nel caveau della Banca centrale di Panama. Il presidente eletto con il 70 per cento dei voti è Edmundo González Urrutia. E c’è una leader, MarÃa Corina Machado, che probabilmente avrebbe vinto con un margine ancora più ampio se non fosse stata esclusa».
Allora perché non governa González?
«È la domanda che nessuno vuole affrontare. Gli Stati Uniti invasero Panama, fecero giurare Guillermo Endara in una base militare il 20 dicembre del 1989 e poi catturarono il dittatore narcotrafficante, Manuel Noriega, il 3 gennaio dell’anno successivo, proprio lo stesso giorno ma 26 anni prima di Maduro. Qui perché non si può nemmeno far rientrare un presidente eletto? Perché non si facilita il ritorno di MarÃa Corina Machado?».
La nomina di Delcy RodrÃguez a presidente ad interim che segnale è?
«È il segnale peggiore possibile. È stata nominata da un tribunale che non è una corte, ma un’estensione del regime del partito socialista unito del Venezuela, il Psuv, un partito con la toga. Il primo discorso di Delcy RodrÃguez è sembrato quell’odio un Maduro senza baffi. E la foto del governo attorno al tavolo è chiarissima: non è una transizione, è una riorganizzazione per sopravvivere tra persone criminali».
E Diosdado Cabello?
«È il nodo centrale. È il padrone degli strumenti della repressione. È imputato nello stesso atto del Dipartimento di Giustizia americano del 2020 che ha portato alla cattura di Maduro l’altroieri. Perché lui è ancora lì? Perché non è stato toccato?».
Il blitz può essere stato solo un test?
«Forse, un test di forza tecnologica per dimostrare che possono arrivare ovunque, quando vogliono. Ma nessuno può dirlo e ora servono atti politici, non effetti speciali. Senza la liberazione dei prigionieri politici, soprattutto dei militari torturati, nessuna Forza armata si muoverà ».
Il rischio qual è, allora?
«Il rischio è la completa illegalità . Prima c’era un potere criminale centralizzato, ora rischia di esserci un potere criminale frammentato. Un Venezuela senza Maduro ma senza legge. E questo comprometterebbe anche gli interessi americani sul petrolio».
Lei vede ancora una speranza concreta?
«Sì, ma a una condizione: che seguano i fatti alle parole. Liberare i prigionieri politici. Colpire tutta la catena criminale, non solo il capo. Riconoscere il voto delle ultime presidenziali. Se non lo fanno, non sarà una transizione. Sarà solo una strategia del caos e l’ennesimo fallimento per riportare il rispetto dei diritti umani in Venezuela».
Per gentile concessione dell’autore, riportiamo uno stralcio del blog The curious task.
Negli anni Novanta, il Venezuela attraversava una fase di declino. La disoccupazione era attorno al 15%, circa il 40% della popolazione versava in condizioni di povertà , la classe politica era considerata pressoché unanimemente corrotta. Nel 1993, il presidente Carlos Andrés Pérez aveva subito un impeachment per appropriazione indebita. Il patto di Punto Fijo, stretto nel 1958 fra i principali partiti politici per gestire la transizione dalla dittatura, aveva garantito un assetto politico stabile, ma aveva anche ristretto l’offerta politica e sostenuto un sistema di gestione del consenso essenzialmente clientelare.Â
È in questo contesto che emerge un caudillo abilissimo, Hugo Chávez, che prima tenta il colpo di Stato nel 1992 e poi prende il potere democraticamente nel 1998, con una percentuale di voti non lontana dal 60%.
Il “socialismo del XXI secolo†di Chávez ha beneficiato, per circa dieci anni, di prezzi elevati del greggio, che generarono entrate enormi per finanziare grandi politiche di spesa. Con la morte di Chávez e l’arrivo al potere del suo delfino, Nicolás Maduro, il Venezuela ha sperimentato un allineamento perfetto fra classe dirigente del regime, esercito e crimine organizzato. Le grandi imprese private, fatti salvi alcuni clientes della cricca al potere, sono state nazionalizzate, gli spazi dell’economia di mercato si sono ristretti vistosamente a causa di calmieri e altre forme di “direzione†statale della produzione, l’inflazione è la più alta registrata, nel mondo, nel XXI secolo. La carenza di beni di prima necessità , oltre che di farmaci, si è riflessa in una diminuzione della speranza di vita di circa 3-4 anni fra il 2015 e il 2020.

Sotto il governo di Maduro, circa 8 milioni di venezuelani hanno lasciato il Paese: un quarto della popolazione. L’opposizione ha provato a farsi sentire in più di un’occasione, ma il dissenso è stato represso spietatamente. La scelta per gli avversari di Maduro era andarsene o andare in galera. L’unica leader democratica a rimanere nel Paese, a costo di enormi sacrifici personali, è stata Maria Corina Machado, insignita poche settimane fa del Premio Nobel per la pace (e in precedenza del ben più rilevante Premio Bruno Leoni). Dopo le elezioni presidenziali che, secondo l’opposizione, Maduro avrebbe perso, nel 2024, ci sono stati circa 2000 arresti. Un migliaio di persone è tutt’ora in carcere. In alcuni casi, se ne sono perse le tracce.
Si capisce bene, dunque, l’esultanza di chi ha festeggiato per la cattura del Presidente da parte dell’esercito americano. A Caracas c’è stato un sospiro di sollievo collettivo e così anche negli altri Stati latinoamericani, per cui l’immigrazione venezuelana non è sempre stata un fenomeno gestibile, negli ultimi anni. Che cosa accadrà ora è difficile prevederlo. C’è chi sostiene che, come un animale ferito, il chavismo potrebbe incattivirsi. Nessuna “transizione†alla democrazia può essere semplice, quando c’è non solo un ceto dirigente, ma anche mezzo esercito e un vasto sottobosco di cronies accusati di quisquilie come narcotraffico e terrorismo. Non sono ferite che si cicatrizzano facilmente e non ci sono segnali che in Venezuela sia cambiato il clima all’interno delle forze armate, cosa indispensabile per un assetto nuovo. Un Presidente democratico potrebbe contare sull’appoggio degli Usa ma su pochissimi amici all’interno della sua macchina amministrativa. Maduro e la moglie, Cilia Flores, saranno incriminati a New York per narcotraffico e narcoterrorismo.
È difficile immaginare come un processo del genere possa essere condotto, le basi legali di primo acchito sono fragili, così come è arduo negare che l’amministrazione statunitense sia riuscita, per una volta, a orchestrare un blitz efficace e relativamente indolore. Si moltiplicheranno i tentativi di decifrare l’orientamento di Donald Trump in politica internazionale: pacifista o interventista?Â
Per quanto sia un presidente eccentrico sul piano della retorica e anche su quello, diciamo così, dei comportamenti, Trump, come tutti i leader politici, risponde a una costellazione di interessi. L’approccio degli Stati Uniti al Venezuela, negli ultimi anni, è stato determinato più dai giri di valzer di alcuni lobbisti molto ben introdotti a Washington che da chissà quale simpatia per le vicende del popolo venezuelano. Aspettiamoci molte lacrime per l’ennesimo colpo inferto al diritto internazionale: formula che oggi sembra più che altro ideologica, una specie di coperta che ciascuno tira dalla sua parte quando gli serve, salvo fregarsene allegramente quando verrebbe comodo al “nemicoâ€, vero o immaginato. L’altra formula ideologica della “sovranità nazionale†non pare granché più salda.
Continua a leggere su The curious task.
Sin dal titolo, il nuovo libro di Maurizio Sacconi ed Emmanuele Massagli pone l’aut-aut decisivo nell’approccio all’intelligenza artificiale (Ai). Creatività o sottomissione? Nuove officine d’intelligenza e libertà nel lavoro è un volume di recente pubblicazione e ricco di spunti che cerca di andare al cuore del problema non solo tecnico, ma diremmo “antropologico” della questione. L’ex ministro Sacconi (oggi coordinatore del programma Reinventing Work dell’Istituto Bruno Leoni) e Massagli (presidente della Fondazione Ezio Tarantelli), avvalendosi delle riflessioni emerse nei Seminari di Langa promossi dall’Ibl, sostengono che per quanto riguarda l’Ai il vero rischio che corriamo non è tanto la perdita di posti di lavoro quanto la sottomissione della persona a sistemi tecnici, burocratici e regolatori che eliminano responsabilità , giudizio e iniziativa individuale. In questo scenario, l’Ia potrebbe diventare uno scudo contro il rischio e la discrezionalità , impoverendo il lavoro e frenando l’innovazione.
Ripercorrendo alcuni punti del libro, ne parliamo con Sacconi.Â
Nell’introduzione, il professore Fabio Pamolli scrive: «Non basta chiedere più lavoro o meno lavoro, occorre disegnare istituzioni che diano libertà nel lavoro». Questa è una delle tesi centrali del libro. Come le istituzioni possono disegnare tale libertà nel lavoro? E perché la libertà dal lavoro, oggi molto evocata nel dibattito sull’Ai, rischia di essere una falsa promessa?
Il lavoro non è una maledizione, ma un bisogno insopprimibile della persona perché, attraverso di esso, non solo mantiene sé stessa e il proprio nucleo familiare ma anche realizza il proprio potenziale creativo e il proprio desiderio relazionale. Ne consegue che dobbiamo auspicare la libertà non “dal†ma “nel†lavoro.

D’altro canto, voi notate anche una certa tendenza alla iper-regolamentazione da parte dell’Europa. Cosa devono evitare le istituzioni europee per non soffocare l’evoluzione tecnologica e la competitività della nostra economia?
Le aree geoeconomiche competono anche con le regole. L’Europa, come oggi largamente riconosciamo, ha penalizzato le proprie economie con la sua iper-regolazione, mentre Cina e America non vogliono vincolare la creatività . Ciò non significa indifferenza alla qualità della offerta di Ai ma anzi privilegiare il monitoraggio, le soft laws come la corretta informazione sulle fonti dei contenuti, i codici di autodisciplina. Molto più importante è peraltro capacitare la domanda attraverso la formazione integrale delle persone.
In Italia sono state due le stagioni di «grande e diffuso dinamismo»: tra il 1947 e il 1964 e gli anni Ottanta. Quali sono le lezioni che possiamo trarre da quegli anni?
Determinante fu, nei fatti, la libertà . Meglio se sostenuta, come nel primo dopoguerra, da una larga accettazione dei principi della tradizione cristiana. Così avemmo, attraverso la famiglia, la coniugazione del boom demografico delle persone con quello delle imprese. Proprio ciò che manca oggi prevalendo la paura di assumere responsabilità , di intraprendere e firmare atti pubblici.
Parlando dell’Italia di oggi notate che il nostro Paese ha una buona «resistenza passiva che ci impedisce di affondare ed anzi ci consente di galleggiare dignitosamente». Tuttavia, questa nostra stessa condizione ci impedisce di avere «un colpo d’ala» e di «spiccare il volo». Scrivete anche che per molti in Italia ormai vale la regola che è «meglio non fare che rischiare». Di cosa è figlia questa mentalità e come si può cambiarla?
La paura del fare ha una origine precisa: il trauma di tangentopoli a partire dalla seconda metà del 1992. Il moralismo degli immorali ha creato un clima di illusorio inseguimento della patologia zero che in natura non esiste. Il risultato è stato il persistere, anzi l’incremento delle patologie e una regolazione pesante, tarata sui casi estremi, che inibisce e paralizza. Il prossimo referendum sulla riforma della giustizia può cambiare questo clima superando gli oltre trent’anni di anomalia giudiziaria.
Israele è «un Paese piccolo che, come noi, ha poche materie prime, ma si è rivelato capace di generare una elevata densità di nuove iniziative imprenditoriali in ambiti come l’agricoltura di precisione, la medicina d’urgenza, la cybersecurity, la gestione dei Big Data; e di attrarre, conseguentemente, ingenti capitali». Cosa potrebbe rendere l’Italia una Start-Up Nation?
Il fatto che lo è già stata nelle due fasi citate. Ancora oggi, l’Italia ha una grande base manifatturiera che può generare nuove applicazioni della Ai grazie alla cultura dei prodotti, dei processi, del mercato. Inoltre, crescerà la domanda pubblica per la difesa, per la salute, per l’istruzione offrendo opportunità di innovazione. La collaborazione tra industria, ricerca, università (Politecnici soprattutto) rappresenterà il modo con cui avviare start up tecnologiche anche in Italia. Come in Israele.
In un passo del libro, scrivete: «Nessuno può competere con l’Ai sotto il profilo delle conoscenze e delle competenze disciplinari: ulteriore ragione per potenziare quelle competenze socio-emotive che non saranno mai nelle disponibilità di una macchina, anche la più generativa, la cui creatività è comunque algoritmica». Cosa sono le «competenze socio-emotive»?
Nel libro parliamo di formazione integrale in quanto coinvolgente la mente, le braccia, il cuore di ogni persona. Ovvero integrando conoscenze teoriche, esperienze pratiche, educazione morale secondo i principi della tradizione cristiana.
In che senso, come scrivete a pagina 116, le «radici greco-giudaico-cristiane possono fornire all’Europa «gli strumenti culturali utili ad evitare il progressivo dominio delle macchine»?
Questa formazione consentirebbe pensiero critico, capacità di discernimento tra il bene e il male. Le macchine sarebbero così ridimensionate ad ausili della decisione umana evitando ogni pericolo di sottomissione.
Vi sono alcune pagine dedicate al ruolo del sindacato, con questo ammonimento: «Non si faccia tentare, il sindacato, dall’eccesso di reazione alla forza distruttrice della tecnologia, emulando in modalità 4.0 il luddismo dei primi decenni del XIX secolo. Proprio la distanza delle “nuove macchine†(che non si trovano nel capannone dove prima lavoravano gli operai, come accadde nel Regno Unito durante la prima rivoluzione industriale) e la spersonalizzazione del loro agire (comandano le persone – e quali – o un algoritmo?) rende ancora più necessaria l’azione più radicalmente sindacale, che è quella della compagnia alla persona nei suoi bisogni sui luoghi (anche virtuali) di lavoro». Cosa si intende per «compagnia alla persona»?
Il sindacato riformista ha accompagnato le persone nella complessa transizione dalle campagne alle fabbriche. Ha fatto in modo che fossero preparate ad evitare i rischi delle macchine pesanti e che fossero remunerate dignitosamente. Questa funzione, al tempo delle produzioni seriali e dei lavori ripetitivi, veniva esercitata in modo massificato o egualitario. Ora, con le tecnologie intelligenti, l’accompagnamento dovrà essere personalizzato affinché ciascun lavoratore sia protagonista nella stessa individuazione degli obiettivi e nel conseguimento dei risultati. Nei nuovi modelli organizzativi orizzontali, vi sarà spazio per la creatività se sostenuta da formazione e diritti partecipativi che un sindacato adattato ai nuovi compiti dovrà promuovere.
Perché avete deciso di trasferire i vostri diritti d’autore alla cooperativa sociale Giotto di Padova?
Il lavoro dei carcerati merita di essere promosso e accompagnato non solo per evitare recidive ma anche per consentire l’espressione del potenziale di ciascuno e una vita attiva utile a sé e agli altri nella stessa detenzione e una volta scontata la pena.

Nel Paese dei Normali c’è un uomo che ha tutto in ordine: la macchina pulita, il mutuo puntuale, la moglie con le unghie neutre e i figli al calcetto. È il bravo padre di famiglia, quello che fa le cose giuste senza mai sapere perché.
Si sveglia alle sette, fa colazione con lo yogurt che “fa bene all’intestino morale†e va al lavoro in silenzio, come un santo laico. Nessuno lo odia, ma nessuno lo ama davvero. È troppo corretto per essere interessante.
Quando i figli gli chiedono cosa voglia dalla vita, risponde: “La stabilità â€. Che è un modo elegante per dire che ha paura.
Ogni domenica va all’Ikea, il suo tempio dell’appagamento. Passeggia tra le cucine esposte e si sente moderno, finché non si accorge che non desidera più nulla. Una sera la moglie gli ha detto: “Sei felice?†e lui ha risposto “sì†con la stessa voce con cui dice “Aggiungo la carta fedeltà ?â€.
A volte sogna di mollare tutto e aprire un chiringuito alle Canarie. Poi si sveglia, guarda il mutuo e si prepara un’altra tisana. “La libertà â€, pensa, “è roba da irresponsabiliâ€.
Non c’è mai nulla di casuale nelle tragedie, eppure a Crans-Montana la selezione è stata di una crudeltà geometrica. Chi è stato respinto all’ingresso del locale svizzero Le Constellation ora ringrazia: «Il buttafuori ci ha salvato la vita». Qualcuno rivela l’esistenza di una porticina secondaria, un passaggio riservato protetto da un codice numerico, ma «un amico lo aveva dimenticato» e la festa è rimasta un desiderio proibito: «Tre minuti dopo, è esploso tutto a pochi metri da noi». «Trenta secondi e sarei stato dentro anche io», ripete un altro ragazzo.
C’è chi ha cambiato programma all’ultimo minuto per banali questioni di ufficio, rinunciando alla Svizzera: «Un caso che ha salvato mia figlia che avrebbe trascorso la serata in quel locale». Chi, trattenendo la propria prole in casa tra brindisi e panettone, sospira: «Per colpa nostra ha fatto tardi, ed è ancora viva». Tra chi si è attardato con la madre c’è un ventenne che, arrivato davanti al locale nel momento del disastro, ha dovuto improvvisare il più terribile dei triage: tastando polsi e incrociando sguardi, ha scelto chi caricare in auto verso l’ospedale di Sion e chi lasciare sull’asfalto gelido. Come lui, un altro giovane si è fatto soccorritore davanti allo spettacolo di «coetanei senza più capelli, coi volti sfigurati e le mani insanguinate, che cadevano a terra uno dopo l’altro».
Qualcuno è vivo per un riflesso incondizionato, «Ho rotto la finestra con un piede», e qualcuno altro riesce a far dire al direttore della federazione pompieri Ticino che forse proprio quella repentina disponibilità di ossigeno sia stata «la classica goccia che fa traboccare il vaso» e divampare il fuoco. Poi ci sono quelli come Stefan, uno dei bodyguard: «Ha salvato diversi ragazzi aiutandoli a uscire dalla sala di sotto», scrivono gli amici. Stefan non è stato ancora ritrovato. Eppure anche il pronto intervento dei buttafuori, richiamati all’interno del locale dalle grida “al fuocoâ€, ha avuto una tragica parte nella notte di Capodanno: trovando la porta sguarnita la folla in coda si è riversata dentro proprio mentre chi era già tra le fiamme cercava disperatamente di uscire.
La Procuratrice generale del Canton Vallese Béatrice Pilloud tiene puntuali conferenze stampa, stiamo indagando, interrogando, assicura, non sappiamo se questa maledetta schiuma insonorizzante a copertura del locale fosse conforme o autorizzata. Arriva la notizia che i media aspettavano dopo ore di saccheggio delle foto del locale, con tanto delle ormai famigerate candele pirotecniche infilate nelle bottiglie di champagne: si indaga per omicidio, incendio e lesioni colpose. E le domande si moltiplicano con la velocità del fuoco: c’erano uscite d’emergenza? I materiali erano ignifughi? La capienza era rispettata? E quanti tredicenni c’erano in quella discoteca che, secondo i media svizzeri, aveva una valutazione di sicurezza di “6,5 su 10†– qualunque cosa significhi?
In poche ore abbiamo imparato una parola nuova: flashover. E abbiamo rispolverato il mito di Crans-Montana, buen retiro del jet set, tra lo smoking di Roger Moore e i diamanti di Liz Taylor. Un’esclusività che ha spinto Ferruccio de Bortoli, sul Corriere, a una precisazione necessaria: quei ragazzi «sono figli nostri», non «figli di papà ».
Il bilancio è un bollettino di guerra: quaranta morti e 119 feriti. Molti lottano tra la vita e la morte a causa di ustioni e inalazioni che i medici definiscono «catastrofiche». E poi ci sono i dispersi. Come scrive Repubblica, si fa ricorso all’aritmetica per misurare la probabilità che un figlio non sia tra quei 40 corpi carbonizzati a cui solo il dna restituirà un nome. Su Instagram, una bacheca raccoglie gli appelli dei genitori: si descrivono tatuaggi, cappotti, orecchini. Carla, la mamma di Giovanni, uno dei sei italiani dispersi, prega per una notizia: «Aveva al collo una madonnina d’oro». Laetitia, madre di un sedicenne francese, ripete attonita: «Non so se mio figlio sia vivo, in che ospedale sia, in che Cantone, in che Paese sia». All’uscita dell’ospedale di Sion, una donna abbraccia il figlio sopravvissuto e sussurra «C’est un miracle», quasi a scusarsi davanti alle decine di genitori che attendono ancora un nome.
Intanto i giornalisti cercano storie di eroismo. Trovano quella del padre italiano che insieme a uno sconosciuto è riuscito a forzare la porta sul retro e «ci sono caduti addosso diversi corpi. Di ragazzi vivi ma ustionati. Alcuni coscienti, altri no. Chiedevano aiuto in varie lingue, anche in italiano. Erano molto piccoli». O del 19enne con un minimo di esperienza nella protezione civile che si è messo ad aiutare i pompieri: «A volte dovevamo poggiare le vittime a terra e “abbandonarle†per andare a prendere quelle che erano ancora all’interno. Più si andava avanti, più avevamo casi estremi. Grandi ustionati. Non c’erano più volti, né capelli. Le persone erano nere, i vestiti si scioglievano nella pelle. Ho visto molta gente morire davanti ai miei occhi».

Ora, all’entrata del paese, sotto i riflettori che cercano di illuminare un senso, ci sono persone che sembrano uscite da un presepe senza nascita, senza centro. Molti si raccolgono per lasciare fiori, portare lumini, tenere veglie. Vegliare cosa? Le autorità ripetono che i nomi vanno ancora cercati fra le schegge degli ospedali e le sale mortuarie: l’identificazione è prioritaria, ripetono.
Non c’è una grotta come a Tham Luang, né macerie da cui estrarre i vivi come a Rigopiano. Dove sono, ci chiediamo, i miracoli visibili a cui la cronaca ci ha abituati, le immagini che “umiliano” la morte di questi ragazzi in abito da sera (e che nei video terribili diffusi dai giornali perdono tempo a filmare il fuoco invece di scappare)? Non si sente il grido «sono Giorgia e sono viva» che lanciò una ragazza sepolta nove anni fa dall’hotel travolto da quattro scosse di terremoto, una tempesta di neve e una micidiale slavina. Non vediamo uscire da una trappola Chicco, venuto alla luce da un tunnel largo qualche decimetro nella neve tra gli applausi dei vigili del fuoco.
Non si sente il pianto fortissimo di Samuele, incastrato tre le lamiere incandescenti dei treni che nell’estate del 2016 si scontrarono tra Corato e Andria, ma vivo. E nemmeno quella di Ciro: ore sotto le macerie della sua casa di Ischia frantumate dal sisma a litigare con il pompiere che scavava, «se non mi tiri fuori ti picchio» e una volta rinato al mondo in mutande, polvere e trascinandosi il fratellino piccolo appresso, proclamare: «Sono la prova che Dio esiste». Non abbiamo notizie di un piccolo Eitan, salvato dall’abbraccio del padre che lo ha stretto a sé, mentre la cabina della funivia del Mottarone indietreggiava e poi precipitava e rimbalzava tra le rocce, facendogli scudo.
Ogni tragedia ci precipita a nostra volta nella “videoricostruzioneâ€. Ma non c’è statistica, indagine, non c’è procura che possa rispondere veramente a quei “perché†che non osiamo porci ogni volta che un aereo precipita a terra, che crollano le Vele, che si apre la terra o si abbatte un’onda su di noi: non solo perché è successo, ma (come ben scriveva Davide Rondoni sulle vittime di Stresa) perché si vive e perché si muore. Anche così, carbonizzati, a sedici anni.
La tragedia di Crans-Montana, con la sua assenza di rinati dalle fiamme, i paradossi di chi si è salvato, le “casualità â€, l’assenza di scudi paterni sui figli, perfino dei nomi delle vittime, mette a nudo l’evidenza: siamo sempre in pericolo. E tuttavia cosa è a farci esistere, vivere, a muoverci verso un albergo, un bar, un treno, una funivia, una grotta, un luogo di lavoro ogni giorno se non la fiducia nella vita?
Gli esperti chiariranno cosa è andato storto in un bar di Crans-Montana. A noi resta il compito di ricordarci – come ci ricorda qualcuno dai tempi del Titanic – che «la sostanza della vita è che tutto (ogni nostra cosa) è davvero e sempre in pericolo. Il punto non è che la vita è bella e salva quando abbiamo tutte le rassicurazioni possibili per essere al riparo dalle tragedie, ma che è vera (è reale) solo quando tremiamo perché ci accorgiamo che è da salvare in ogni istante, in pericolo, e non è in mano nostra».