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#news #tempi.it
Nulla da eccepire alla riflessione di Guia Soncini, semmai non poco su cui riflettere. Un pensiero, qualcuno tra i primi venuti alla mente.
A me di internet colpisce qualcosa che potremmo dire l’opposto di quanto evidenziato dalla Soncini, ma l’opposto è pur sempre opposto nel genere e dunque non esclude affatto ciò cui si oppone. L’opposto, infatti, non contraddice. Internet rende possibili due cose prima impossibili: vedere senza essere visti e apparire rimanendo invisibili.
Se concentro su di te la mia attenzione mentre ti incrocio per strada è piuttosto difficile che tu prima o poi non te ne renda conto o che, quanto meno, qualcun altro dei passanti non lo noti. Naturalmente posso spiarti da dietro un muro, una finestra o un albero, ma per farlo è necessario che io rinunci a un po’ della visuale che volevo sfruttare. Né è affatto garantito che anche così non venga colto a spiarti, da te o da altri poco cambia.
Per continuare a leggere prosegui qui o iscriviti a Lisander, il substack di Tempi e dell’istituto Bruno Leoni.Â
Per gentile concessione dell’autore ripubblichiamo un articolo di Antonio Gozzi apparso su Piazza Levante.
* * *
Qualche giorno fa sulla base di un’importante operazione della Polizia di Stato, della Guardia di Finanza e dei nostri Servizi Esterni (Aise), la Procura della Repubblica di Genova, d’intesa con la Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, ha spiccato un mandato di arresto nei confronti di 9 persone di nazionalità giordana e palestinese, tutte accusate di far parte e di aver finanziato l’organizzazione terroristica palestinese Hamas.
Il finanziamento (che si aggirerebbe intorno agli 8 milioni in più anni) realizzato a favore di organizzazioni affiliate o riferibili ad Hamas, o a favore di singoli esponenti di vertice della stessa organizzazione terroristica, sarebbe avvenuto attraverso l’utilizzo di fondi raccolti in Italia da diverse associazioni (Associazione Benefica la Cupola d’Oro, Associazione Benefica di solidarietà con il popolo palestinese, Associazione Benefica di solidarietà con il popolo palestinese Organizzazione di volontariato), associazioni con sede a Genova e a Milano.
Tra le persone arrestate spicca il nome di Mohammad Mahmoud Hannoun, fermato in procinto di fuggire in Turchia dove pare possieda appartamenti a Istanbul. Hannoun è noto alle cronache italiane perché costantemente alla testa di manifestazioni pro-Pal e organizzatore di varie “flotilla” anti-israeliane. Oggi secondo gli inquirenti risulterebbe essere un dirigente molto importante di Hamas (sulla base non solo del trasferimento di fondi ma anche della ricca documentazione fotografica che lo ritrae con i massimi dirigenti del movimento terroristico) e il capo della cellula italiana dell’organizzazione stessa.
Hannoun è stato per anni il Presidente dell’Associazione palestinesi in Italia e il rappresentante legale delle Associazioni sedicenti benefiche di cui si è detto sopra utilizzate per la raccolta e il trasferimento fondi ad Hamas.
È stato pure, negli anni, un personaggio molto corteggiato dalla sinistra italiana: ha avuto contatti con il M5s nelle persone di Alessandro Di Battista e Stefania Ascari e del sottosegretario agli Esteri del Governo Conte Manlio Di Stefano; è stato ricevuto dalla già Presidente della Camera Laura Boldrini e ha incontrato esponenti del Pd e di Avs che oggi si affrettano a minimizzare il significato di quegli incontri.
Hannoun ha avuto contatti anche con la relatrice speciale all’Onu per la Palestina Francesca Albanese affermando, in un recente convegno da lui organizzato a Lenno in provincia di Como: «Tutta la solidarietà alla nostra amatissima Francesca Albanese, che sta dalla parte giusta e fa onore a tutti noi».

Le accuse formulate dalla Procura di Genova, d’intesa con la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, se confermate nel processo che verrà (nonostante gli elementi raccolti sembrino inequivocabili bisogna essere garantisti anche con i presunti terroristi), accrediterebbero quello che molti già pensavano: che dietro l’inconsapevolezza e l’ingenua buona fede della stragrande maggioranza delle persone e dei manifestanti pro-Pal si potessero nascondere Hamas e le sue cellule in giro per il mondo.
Le indagini confermano infatti che il movimento terrorista si è dotato di un comparto estero e di articolazioni periferiche che operano con lo specifico scopo di promuovere l’immagine di Hamas e, soprattutto, di contribuire al suo finanziamento, che è condizione essenziale per il perseguimento dei suoi fini: la cancellazione dalla carta geografica dello Stato di Israele. E delineano l’esistenza di un’estesa rete organizzata a livello internazionale di soggetti/istituzioni impegnati nella raccolta fondi, apparentemente destinati a finalità benefiche a sostegno della popolazione palestinese, ma in realtà destinati all’organizzazione terroristica.
Fin qui tutto bene.
Buon lavoro dei nostri organi di polizia e dei servizi di sicurezza e di antiterrorismo che si confermano tra i migliori del mondo; e buon lavoro dei magistrati inquirenti.
Un lavoro di intelligence e giudiziario che dovrebbe indurre a maggiore prudenza tutti quelli che a sinistra, e sono molti compresi sindaci, altri esponenti istituzionali, sindacalisti e professionisti della comunicazione, non hanno compreso o fanno finta di non comprendere che i movimenti pro-Pal sono stati spesso infiltrati e strumentalizzati dalla gigantesca macchina organizzativa, propagandistica e finanziaria di Hamas.
Questa sinistra, molto spesso per meschini calcoli elettorali (vedi caso Marche), non ha avuto il coraggio di prendere con forza le distanze da chi alla testa dei cortei inneggiava al 7 ottobre come un giorno di resistenza e di liberazione,  e gridava alla cancellazione dalla carta geografica dello Stato di Israele “dal fiume al mareâ€. Una sinistra che nelle sue più importanti componenti ha fatto poco o nulla contro il risorgente, terrorizzante antisemitismo. Siamo arrivati al punto che una proposta di legge volta a combattere l’antisemitismo risorgente anche in Italia avanzata dal senatore Graziano Del Rio, storico esponente del Pd, è stata fermata dal capogruppo di quello stesso Partito, il senatore Francesco  Boccia, con la motivazione che non rappresentava la linea del Pd. Viene da chiedere: ma quale è la linea del Pd sull’antisemitismo?
Questa incapacità di vedere e comprendere le cose è un errore che la sinistra e i movimenti pacifisti hanno già fatto altre volte.
Come non ricordare, negli anni 80 del secolo scorso, gli immensi cortei pacifisti in Italia e in Europa contro i missili Pershing e Cruise schierati dalla Nato come risposta alla minaccia rappresentata dai missili nucleari sovietici SS20 puntati senza ragione contro le capitali europee? Si scoprì, molto tempo dopo, che quei cortei erano finanziati da agenti sovietici del Kgb.
La vicenda attuale conferma questa incapacità di vedere e comprendere, e conferma le profonde ambiguità e divisioni in politica estera della sinistra.
Oggi il distinguo che bisogna fare, con forza e senza ambiguità , è quello tra popolazione palestinese ed Hamas. Nessuno contesta le ragioni della solidarietà alla popolazione palestinese per le enormi sofferenze causate dalla reazione militare israeliana agli eccidi di ebrei del 7 ottobre perpetrati da Hamas.
Il tema è però comprendere che quelle sofferenze sono la conseguenza di quel pogrom, e del fatto che Hamas ha trasformato la popolazione palestinese in un gigantesco scudo umano, piazzando in scuole, ospedali, edifici pubblici i propri quartier generali e i propri depositi di armi; e che ha speso i miliardi di dollari di aiuti inviati negli anni e da ogni parte del mondo alla popolazione palestinese, non per alleviarne le difficoltà e per favorirne lo sviluppo e l’emancipazione, ma per realizzare una rete infinita di cunicoli e per comprare armi di ogni tipo, razzi compresi.
Il tema è comprendere che Israele è circondato dalla sua nascita da Paesi che vogliono la sua cancellazione dalla carta geografica, in testa l’Iran che ha pure scritto nella sua Costituzione che Israele deve sparire, e che ha finanziato senza sosta movimenti terroristici (Hezbollah, Hamas, Houthi), le così dette sue “proxyâ€, che operano da decenni contro Israele.
Il tema è comprendere che il 7 ottobre nel progetto di Sinwar, il capo dell’ala militare di Hamas, doveva essere l’inizio della fine di Israele e che da lì in poi lo stato ebraico ha combattuto una disperata e brutale guerra per la sua sopravvivenza.
Il tema è comprendere che Hamas ha preso il potere a Gaza sterminando la dirigenza della Anp (l’autorità nazionale palestinese erede dell’Olp di Arafat) che aveva firmato con Israele gli accordi di Oslo, e che dopo la tregua ha sterminato centinaia di palestinesi accusandoli di collaborazionismo (con l’aperta approvazione del nostro Hannoun, come si vedrà ).Â
Il tema è comprendere che senza il disarmo di Hamas la fase 2 per la pace e la ricostruzione di Gaza non avrà mai inizio anche se appoggiata dalla stragrande maggioranza degli Stati arabi e musulmani dell’area.
Come detto l’appartenenza o comunque la vicinanza di Hannoun ad Hamas era nota da tempo. In una manifestazione pro-Pal a Torino del novembre 2024 era salito su un camioncino e aveva preso la parola per insultare la senatrice a vita Liliana Segre; sempre recentemente in una manifestazione a Milano aveva giustificato l’uccisione di centinaia di palestinesi dopo la tregua di Gaza sostenendo che «tutte le rivoluzioni del mondo hanno le loro leggi e i collaborazionisti vanno uccisi».
Perché nonostante tutto ciò esponenti della sinistra hanno continuato a frequentarlo e a partecipare con lui a manifestazioni pro-Pal? Perché non si sono prese le distanze dai settori più estremistici del movimento pro-Pal? Perché un ex ministro del Pd ha teorizzato recentemente che se si esclude Hamas dai negoziati internazionali su Gaza non c’è una vera rappresentanza dei palestinesi?Â
Estremismo di fondo, sciatteria o ambiguità dovuta a cinismo elettoralistico?
Con il terrorismo non si gioca. La sicurezza nazionale non è un tema né di destra né di sinistra. Chi aspira a essere forza di governo su questo punto non può avere alcun tentennamento o alcuna ambiguità .
Ci volle l’assassinio di Guido Rossa, quadro dell’Italsider, trucidato dalle Brigate Rosse a Genova perché si batteva contro il terrorismo in fabbrica, per far cambiare atteggiamento a una sinistra che fino ad allora non riusciva a stare “né con lo Stato né con le Brâ€.
Il Pci guidò quella svolta e lo fece con forza e determinazione.
Oggi sulla vicenda di Hamas sarebbe necessaria un’identica presa di coscienza e un’identica forza. Ma i grandi capi, Schlein e Conte, finora tacciono.
Per gentile concessione dell’autrice, riportiamo il post “Il mio pensiero sul funerale di Giovanni Tamburi” apparso sul sito di Elena Ugolini, consigliere regionale in Emilia Romagna.
Sono stata al funerale di Giovanni Tamburi, il sedicenne morto la sera di Capodanno a Crans-Montana (Svizzera) nel rogo del locale “Le Constellationâ€. La cattedrale di San Pietro, a Bologna, era piena di giovani del Liceo Righi, era colma di ragazzi e di persone che venivano da tutta la città .
La voce dei compagni di classe si è fatta sentire subito attraverso quella di una ragazza che, fin dall’inizio, ha messo l’accento sul mistero del tempo. Per loro Giovanni era una stella con uno sguardo capace di illuminare la vita, una stella che non ha avuto il tempo di vivere le sue passioni, i suoi sogni, ma che continuerà a vivere con loro.
La nota dominante di tutta la celebrazione è stata questa: la certezza che l’ultima parola sulla vita non sia la morte. Un’evidenza che è risuonata nella testimonianza straziata dal dolore del papà di Giovanni. Nelle sue parole neanche un cenno di rabbia o di rancore, solo l’amore e la gratitudine per i 16 anni di vita del figlio. Sono le stesse cose che ho sentito dire dalla mamma e dalle nonne che “consolavano†chi le andava ad abbracciare.
Attraverso di loro, questa mattina, abbiamo visto unirsi il cielo e la terra, abbiamo fatto l’esperienza di non essere in balia del caso e i ragazzi se ne sono accorti.
L’aiuto degli psicologi che andranno a scuola per aiutarli a “superare†il trauma è importante, ma quello di cui hanno bisogno è questo: vedere, concretamente, che l’ultima parola sulla vita non è la morte.
I giovani non si fanno ingannare: se non fosse vero questo, tutto sarebbe inutile, anzi illusorio. La disperazione di questi giorni, la loro corsa a cercare i genitori, gli amici e i fratelli per stare vicini, mentre si cercava di capire dove fosse Giovanni, tutto il loro smarrimento ha bisogno di questa conferma. Per vivere abbiamo bisogno della certezza che l’ultima parola sulla vita non sia la morte. Ogni istante. Abbiamo bisogno che la vita sia un “capolavoroâ€, anche se breve, anche se “incompiutoâ€, come la grande opera di Schubert citata da don Stefano, il cappellano amico di Giovanni, che ha paragonato quell’opera magistrale alla vita di Giovanni.
Penso ci sia una seconda questione che domina questa drammatica vicenda. Dove erano gli adulti quella sera? Non parlo dei genitori che giustamente devono “lasciare andare†i figli adolescenti, ma parlo degli adulti che dovrebbero aiutare i genitori a crescere i figli, a costruire dei contesti di bellezza e di bene “per loro†e non delle trappole di morte, come si è rivelata Le Constellation di Crans Montana. Non c’era un estintore, i materiali dei soffitti non erano ignifughi, la porta di sicurezza era chiusa, non c’erano adulti in grado di guidare un’evacuazione in caso di necessità . Tutto era predisposto perché quel luogo potesse diventare un inferno di fuoco.
Gli adulti dovrebbero fare esattamente il contrario: dovrebbero fare a gara per costruire luoghi belli e sicuri dove i giovani possano studiare, stare insieme, ascoltare e fare musica, incontrarsi e incontrare, chiacchierare, ballare, giocare, fare sport. I giovani non ci vogliono tra i piedi ed hanno ragione, ma a loro servono come il pane degli adulti che sappiamo essere “presenti†anche senza “esserciâ€. Noi dovremmo essere il loro trampolino di lancio, non il “fosso†in cui cadono. Il fosso delle nostre lamentele e del nostro scetticismo, della mancanza di bene vero, della predominanza del profitto su tutto.
È da tanto che mi chiedo perché nella nostra città i ragazzi ormai stanno sempre di più insieme in piccoli gruppi e si trovano solo nelle case private. È da tanto tempo che mi chiedo perché stazionano tutte le sere dei weekend davanti a pub o bar (al freddo o al caldo), in piedi, senza fare nulla, a scrollare i telefonini.
L’episodio di “Le Constellation” potrebbe portarci a dire: per fortuna ormai non ci sono più luoghi di ritrovo per i giovani! È troppo rischioso per quel che può girare e per quel che può accadere… ma sarebbe una sconfitta.
Perché rinunciare a costruire degli spazi in cui i ragazzi possano vivere il loro tempo libero in modo bello? Non penso all’orrore dei centri giovanili anni ’70, luoghi di tutti e di nessuno, ma a proposte che possono nascere da loro, con noi, per loro. Il papà di Giovanni ha ricordato tra le lacrime che suo figlio aveva un sogno: costruire un luogo dove i giovani potessero trovarsi per ascoltare la musica. Potrebbe essere un inizio.
Le giustificazioni di Donald Trump sono brutali, l’azione politica annunciata è sproporzionata rispetto al problema, i dati della questione sono descritti in modo approssimativo e distorto, ma il contesto che spiega l’attualità del dossier Groenlandia è reale: Cina e Russia stanno rafforzando la loro presenza nell’Artico e i loro progetti per una valorizzazione strategica dell’area a proprio vantaggio stanno facendo progressi. Da qui la necessità per gli Stati Uniti e per gli altri paesi (soprattutto gli Stati artici occidentali: Canada, Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia) di prendere contromisure.
Dal punto di vista militare, la Groenlandia ha importanza perché è al di sopra dei suoi cieli che andrebbero intercettati i missili di un’eventuale guerra atomica fra Russia e Stati Uniti, ma soprattutto perché insieme all’Islanda, alle Isole Faroe e all’arcipelago britannico rappresenta la barriera al passaggio di sommergibili e navi da guerra russe nell’Oceano Atlantico a partire dalle loro basi nella penisola di Kola e da altri punti di appoggio nell’estremo nord. Attualmente quella è la porta d’ingresso nell’Atlantico per chi viene dall’Artico, anche se in futuro si potrebbe utilizzare il passaggio a nord-ovest fra Canada e Groenlandia grazie allo scioglimento dei ghiacci per via del riscaldamento globale. L’area Giuk (Groenlandia-Islanda-Regno Unito) è da sempre pattugliata da forze Nato in funzione antirussa, mentre la sorveglianza aerospaziale spetta alla base statunitense di Pituffik (già Thule) nel nord-ovest della Groenlandia, che esiste dal 1951. L’urgenza di un monopolio Usa della Groenlandia sotto questo aspetto non si riesce a cogliere.

L’isola è certamente uno scrigno di materie prime strategiche: contiene 39 dei 50 minerali considerati cruciali per la sicurezza nazionale e la stabilità economica degli Usa. Fra essi terre rare (principalmente ittrio, scandio e neodimio), ma anche grafite, rame e uranio. Infine, al largo delle coste isolane si trovano giacimenti di petrolio e di gas naturale che ammontano rispettivamente a 17,5 miliardi di barili e a 4,2 miliardi di metri cubi. Tutte queste risorse minerarie e di energia non sono attualmente sfruttate da nessun soggetto industriale pubblico o privato a causa delle proibitive condizioni ambientali e degli alti rischi di inquinamento. Ci sono stati approcci da parte cinese, ma sono stati respinti, oppure il soggetto offerente si è poi ritirato. Un totale di sette progetti minerari e infrastrutturali di origine cinese è stato prima presentato e poi bloccato o ritirato.
La volontà americana di annettere la Groenlandia appare a questo riguardo una mossa cautelare per bruciare sul tempo una penetrazione cinese che oggi non esiste ma che viene paventata come ineluttabile: per mantenere la sua assoluta egemonia sull’estrazione e soprattutto sulla lavorazione delle terre rare, Pechino continuerà a comprare diritti di concessione in tutto il pianeta; verrà quindi anche il turno della più grande isola del mondo. Donald Trump non crede che la Danimarca o l’Unione Europea siano in grado di fermare per sempre i progetti cinesi, e perciò intende muoversi con largo anticipo. Il prezzo sarebbe però la rottura definitiva dell’Alleanza transatlantica, quella che finora ha fatto la sentinella nell’Atlantico settentrionale (che dà il nome alla Nato!). Che il gioco non valga la candela lo dicono in tanti.
La minaccia più reale all’egemonia occidentale nell’Artico viene da un altro lato. La Rotta artica (nel mondo anglosassone nota come Rotta marittima settentrionale), un tempo sigillata dai ghiacci per gran parte dell’anno, sta rapidamente diventando uno dei corridoi di mobilità più strategici al mondo. Il 14 ottobre 2025 Russia e Cina hanno firmato un accordo di vasta portata per lo sviluppo congiunto di questo passaggio artico, formalizzando anni di collaborazione e trasformandolo nella spina dorsale settentrionale della cosiddetta “Via della seta polareâ€, concettualizzata da Pechino nel 2018 col documento Libro bianco della politica artica.
Le implicazioni vanno ben oltre il commercio. Il nuovo patto unisce le due potenze attraverso un’arteria marittima che non solo accorcia le distanze, ma ridefinisce anche il controllo sulla logistica globale. La rotta tra Shanghai e Rotterdam o Amburgo attraverso l’Artico è di circa 7 mila chilometri più breve rispetto al Canale di Suez, riduce i tempi di percorrenza di quasi il 40 per cento e i costi del carburante di oltre il 20 per cento. Per Mosca, rappresenta un’ancora di salvezza per l’accesso ai mercati asiatici mentre sono in vigore le sanzioni occidentali. Per Pechino, rappresenta una via di fuga dalle strozzature geopolitiche dell’Oceano Indiano e del Medio Oriente.

I volumi di trasporto di merci lungo la Rotta artica hanno già raggiunto le 400 mila tonnellate nel 2025, un livello senza precedenti che segna la transizione del corridoio da esperimento a realtà commerciale. Mosca prevede che il traffico merci annuale potrebbe raggiungere decine di milioni di tonnellate entro il 2030, trainato dalle esportazioni di gas naturale liquefatto e dal commercio via container tra l’Asia orientale e l’Europa. Durante i suoi viaggi pilota del 2021, il colosso cinese delle spedizioni Cosco ha risparmiato 6.900 tonnellate di carburante e oltre 9 milioni di dollari in 14 viaggi. Attualmente la finestra stagionale per i trasporti è limitata, ma i cambiamenti climatici e i progressi tecnologici in materia di navi rompighiaccio potrebbero portare a un corridoio artico operativo tutto l’anno e gestito congiuntamente da Cina e Russia.
Dietro le aspirazioni artiche di Pechino c’è la ventennale evoluzione delle sue capacità polari. All’inizio degli anni Novanta la presenza artica della Cina dipendeva da un’unica nave di costruzione straniera, la Xue Long (“Drago di neveâ€), acquistata dall’Ucraina e adattata per missioni di ricerca. La seconda fase è iniziata nel 2019 con il varo della Xue Long 2, frutto di una progettazione congiunta con la finlandese Aker Arctic ma costruita in Cina presso il cantiere navale Jiangnan. Alla fine del 2025, la Cina gestisce tre importanti rompighiaccio da ricerca e diverse navi ausiliarie rinforzate per la navigazione su ghiaccio, mentre è prevista la costruzione di una quarta unità , probabilmente a propulsione nucleare.
La potenza mondiale numero uno in materia di navi rompighiaccio è ovviamente la Russia. Con una flotta di 45 rompighiaccio, tra cui otto navi a propulsione nucleare, Mosca rimane la dominatrice indiscussa della logistica artica. Per farsi un’idea del vantaggio che la Russia ha sugli altri paesi, si tenga presente che il secondo Stato con più rompighiaccio a disposizione è la Finlandia, che ne ha 8.
I rompighiaccio nucleari russi, gestiti da Rosatomflot, possono mantenere la navigabilità della rotta artica per gran parte dell’anno. La saga è iniziata nel 1959 con la Lenin, la prima nave di superficie a propulsione nucleare al mondo. Oggi, la classe Progetto 22220 russa rappresenta l’apice della tecnologia rompighiaccio, dotata di due reattori nucleari Ritm-200 in grado di funzionare fino a sette anni senza rifornimento e di penetrare tre metri di ghiaccio solido. Guardando al futuro, Mosca prevede di aumentare la propria flotta di rompighiaccio nucleari a 15-17 unità entro il 2035. Il fulcro della nuova flotta è la Rossiya di classe Leader, una nave colossale in costruzione dal 2020, in grado di rompere oltre quattro metri di ghiaccio, e quindi di navigare in ogni stagione. La rotta artica, un tempo rotta ausiliaria per i convogli estivi, è destinata a diventare la spina dorsale logistica dell’economia artica russa, e a trasformare la Russia in un gigante logistico del XXI secolo.
La Via della seta polare è il complemento settentrionale alla Belt and Road Initiative cinese. Ufficialmente concepita come un’iniziativa di cooperazione per la ricerca e lo sviluppo sostenibile, è in realtà un tentativo di accesso economico e di presenza politica nell’area polare. Mentre gli sforzi cinesi di avviare progetti significativi in Groenlandia, Canada e Norvegia sono falliti, una risposta positiva è arrivata quando Pechino si è rivolta al partner privilegiato che – per ora – è la Russia. Capitali cinesi sono confluiti nel progetto Yamal Lng (dal nome della penisola siberiana dove si sviluppa l’attività ) di cui la China National Petroleum Corporation e il Silk Road Fund cinese detengono congiuntamente una quota del 30 per cento. Tali investimenti garantiscono forniture stabili di gas naturale siberiano, consolidando al contempo l’influenza cinese nello sviluppo artico della Russia. Da notare che la francese Total detiene tuttora il 20 per cento della proprietà degli impianti.
Scrive l’analista internazionale Ambrus Bela:
«Il partenariato artico tra Russia e Cina rappresenta uno dei cambiamenti più significativi nell’architettura commerciale globale dall’apertura del Canale di Suez nel 1869. Mentre lo scioglimento dei ghiacci trasforma il mare Artico da barriera invalicabile a via di comunicazione praticabile, il controllo sui suoi passaggi è diventato un indicatore di potenza globale. Mosca e Pechino hanno trovato un punto d’incontro nel trasformare la geografia in strategia: l’una attraverso l’unica flotta rompighiaccio nucleare al mondo, l’altra attraverso grandezze di scala finanziarie e manifatturiere difficilmente pareggiabili dalle potenze occidentali. Insieme, stanno gettando le basi per un corridoio marittimo eurasiatico integrato che bypassa le arterie storiche del predominio marittimo occidentale».
Caro direttore, l’altro giorno passeggiando per la mia città mi sono imbattuto in un cartellone pubblicitario sul quale appariva una donna che reggeva un cartello con scritto “Noâ€. Accanto una domanda: «Vorresti giudici che dipendono dalla politica?». E più sotto: «Con la legge Nordio, i politici vogliono controllare le decisioni dei magistrati. Al referendum vota no». Mi pare pubblicità ingannevole: dove la riforma Nordio dice che i giudici devono sottostare al potere politico?
Marcello Saponara
Non lo dice da nessuna parte. L’articolo 104 della Costituzione rimane lo stesso di prima cui viene aggiunto, se il referendum passerà , la frase sulla separazione delle carriere. Quindi il testo dell’articolo 104 sottoposto a referendum recita così: «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente». Come si vede, non c’è nessun rischio di una sottomissione dei giudici all’esecutivo (anzi, a volerla dire tutta, c’è chi paventa il rischio opposto, cioè di rafforzare i poteri dei pm, rendendoli un corpo autonomo e autoreferenziale).
Ancora ieri sulla Stampa, il segretario dell’Anm, Rocco Maruotti, diceva in un’intervista che l’obiettivo della riforma è «il controllo politico sulla magistratura». Ma questo rischio – oltre che dalla lettera della riforma – è stato confutato da insigni giuristi come Augusto Barbera («non credo che la vittoria nel referendum porterà a una subordinazione al potere politico») e Nicolò Zanon nell’intervista che appare sul numero di Tempi di gennaio.
I cartelloni esposti, come lei dice, sono “pubblicità ingannevole†proprio per mano di chi, solo qualche settimana fa, predicava una discussione non ideologica, ma nel merito dei contenuti della riforma. Stiamo parlando di quell’Anm che ha promosso il comitato che ha esposto i manifesti. Quindi non solo l’associazione dei magistrati ha inopportunamente costituito un comitato («è una scelta», ha detto Zanon nell’intervista a Tempi, «che costruisce l’Anm come soggetto politico, che pretende di rappresentare e schierare tutta la magistratura in un’aspra campagna referendaria»), non solo ha organizzato incontri nelle aule dei palazzi di giustizia (come se fossero “roba loroâ€), ma ha mostrato, come hanno sottolineato prima Il Dubbio e poi ieri sul Foglio Ermes Antonucci, di essere “disposta a spendere tutto†pur di fare propaganda per il no.
Ha scritto Antonucci:
«L’Anm ha la possibilità di reperire le quote di iscrizione trattenendole direttamente dagli stipendi dei magistrati iscritti. Quota che lo scorso anno è stata innalzata da 10 a 15 euro al mese (quindi 180 euro all’anno per ciascuna toga) proprio per permettere al Comitato per il No di portare avanti la sua attività . […] C’è da aspettarsi che la spesa per affrontare il referendum, tra l’ingaggio dell’agenzia di strategia per la comunicazione e le spese per gli spot, supererà abbondantemente il milione di euro. […] Semplicemente l’Anm vuole giocarsi tutto, anche a costo di rimanere poi senza soldi, nella consapevolezza che, se passasse la riforma, l’associazione con le sue correnti non potrà più godere dell’incredibile potere di condizionamento che ha esercitato sul Csm fin dalla sua esistenza».Â

Può l’Anm usare le quote dei propri iscritti per fini che non sono previsti dallo stesso statuto dell’associazione? Ieri un articolo di Fausto Carioti su Libero spiegava bene che, come minimo, c’è un problema di “trasparenza†e che alcuni magistrati sarebbero intenzionati a promuovere una causa civile contro l’Anm per impedire un uso così strumentale delle proprie quote. L’associazione si difende spiegando che il comitato cui è stato dato vita è «di natura civica ed è guidato da un docente universitario», ma, spiega Libero, è una tesi difficile da sostenere senza scadere nel ridicolo.
«In realtà , quel comitato referendario è un’emanazione diretta della stessa Anm. La sua sede coincide con quella del sindacato dei magistrati, all’interno del “palazzaccio†che ospita la Corte di cassazione (ennesima commistione tra un organismo di parte e istituzioni che dovrebbero essere imparziali). E lo statuto dell’organismo creato in vista del referendum stabilisce che il suo compito consiste nel dare “attuazione alle direttive generali dell’Anm†e nel collaborare con le commissioni che questo ha istituito».
Insomma, «ci vuole coraggio per definire quel Comitato per il no “di natura civicaâ€, come se fosse nato spontaneamente e ricevesse finanziamenti “dal bassoâ€Â».