Oggi è Domenica 11/01/2026 e sono le ore 22:56:06
Nostro box di vendita su Vinted
Nostro box di vendita su Wallapop
Nostro box di vendita su subito.it
Condividi questa pagina
Oggi è Domenica 11/01/2026 e sono le ore 22:56:06
Nostro box di vendita su Vinted
Nostro box di vendita su Wallapop
Nostro box di vendita su subito.it
Condividi questa pagina
Nostra publicità
Compra su Vinted
Compra su Vinted
#news #tempi.it
«Nell’arco di una settimana il prezzo dei beni di prima necessità in Venezuela è raddoppiato, in alcuni casi quasi triplicato. Il latte è passato da costare 1,20 dollari a 2,20 o addirittura 3 dollari», racconta a Tempi Marcela GarcÃa, nome di fantasia di una professionista che lavora in una delle città più importanti del paese sudamericano. Da tempo le è impedito di lavorare, «perché senza compromettersi con il governo è impossibile svolgere la mia attività ». A una settimana dal blitz americano che ha deposto il presidente in carica Nicolás Maduro, il futuro politico del Venezuela è ancora tutto da decifrare. Intanto l’inflazione incalzante da mesi ha avuto un ulteriore peggioramento negli ultimi giorni: «Oggi il bolivar venezuelano a confronto con l’euro e il dollaro americano è quasi carta straccia».
Qual è stata la prima reazione che si è vista nelle piazze?
Il popolo si è spaccato in due. Da una parte c’è chi parteggia per Maduro e si oppone all’intervento statunitense, considerando l’operazione un atto imperialista degli Usa. L’altra fazione è felice per la destituzione del presidente-dittatore, considerato da molti una sorta di “burattino†nelle mani di un regime militare che comandava dietro di lui. In generale si respira il desiderio di cambiamento, di un rinnovamento del governo.
Cos’è accaduto nella notte tra il 2 e il 3 gennaio?
Da mesi l’operazione era nell’aria, in moltissimi se l’aspettavano e avevano cercato di premunirsi facendo scorta di cibo. Del resto da agosto gli Stati Uniti avevano disposto alcune navi da guerra nel mar dei Caraibi nei pressi delle coste venezuelane. Il giorno del rapimento di Maduro c’è stato un black-out a Caracas, un evento a cui non sono abituati nella capitale. Nelle province accade spesso che manchi l’elettricità per malfunzionamenti di vario tipo, di certo i due eventi potrebbero essere collegati. Ma i giorni successivi, dopo i primi disordini la situazione si è ristabilita: le scuole dovrebbero riprendere le attività il 12 gennaio – anche se non c’è ancora l’ufficialità – e i negozi hanno aperto normalmente. Ma dietro una calma apparente, si respira un clima di grande tensione.
La gente può parlare liberamente della situazione politica del paese?
No, rimane molta paura ad affrontare qualsiasi argomento che riguardi quanto accaduto e il futuro del Venezuela, anche le chiamate telefoniche sono tutte tracciate. Se non si ha paura per se stessi, se ne ha per i propri parenti o per le persone vicine che possono subire le conseguenze delle proprie parole. Le proteste nazionali e internazionali che hanno fatto seguito alla rielezione di Maduro nel 2024 hanno portato a un aumento vertiginoso delle incarcerazioni per motivi politici e la censura per i media si è fatta asfissiante. Probabilmente il primo canale tv venezuelano in questo momento piuttosto che affrontare la situazione politica del paese starà parlando di quanto è grande l’ultimo orso acquistato dallo zoo di Caracas…
Ci sono fonti di informazione affidabili?
Una delle più credibili per assurdo è l’intelligenza artificiale, che riesce a recepire dati anche da paesi esteri.
La situazione degli stipendi è disastrosa…
Pensi che le pensioni sono di circa 2-3 dollari al mese, gli stipendi non arrivano a 10.
Lei cosa si augura per il futuro del Venezuela?
Spero sinceramente nel rinnovamento delle istituzioni. Bisognerebbe poi puntare sul turismo, che per le potenzialità del nostro paese potrebbe portare introiti pari a quelli del petrolio. Auspico poi la fine del mercato nero, che ha il predominio sull’economia del Venezuela, e su una sanità che non sia solo per i ricchi. E poi spero che tornino in tanti degli otto milioni di immigrati partiti negli ultimi anni, in moltissimi a causa del malgoverno del paese. Questo esodo ha impoverito moltissimo il Venezuela e mi ha costretto a salutare troppi amici e conoscenti. Ma credo che più realisticamente per anni ci sarà solo da ricostruire.
Perché lei ha deciso di rimanere in Venezuela?
Ho pensato tante volte di partire. Ma rimango perché questa è casa mia, dove questo popolo straordinario, con la fame o senza, trova la forza di sorridere. C’è un’attrattiva che mi tiene legata a questa terra, qualcosa che non so spiegare del tutto ma che parla al mio cuore.
Dicono che il fumo dei villaggi in fiamme fosse visibile a chilometri di distanza. Secondo le autorità locali, quelle comunità erano sotto assedio da almeno una settimana: molti residenti avevano già abbandonato le proprie case, riducendosi a dormire tra i cespugli per il terrore di incursioni notturne. Non esiste ancora un numero certo di donne e bambini presi in ostaggio durante i sanguinosi assalti condotti dalle bande armate tra il 28 dicembre e il 3 gennaio scorsi nel nord-ovest della Nigeria, una scia di violenza culminata nel massacro di 42 uomini nel villaggio di Kasuwan Daji.
Il New York Times è certo, però, che tra i rapiti vi siano degli studenti della scuola cattolica St. Mary di Papiri, la stessa da cui solo poche settimane fa erano stati liberati gli ultimi 130 ragazzi dei 300 sequestrati a novembre. Ed è altrettanto certo che i banditi abbiano potuto agire in totale libertà , uccidendo e razziando senza incontrare ostacoli.
«Da una settimana escono dalla foresta e attaccano con rabbia le comunità a loro piacimento, perché qui non c’è alcuna presenza delle forze dell’ordine», racconta un residente al Nyt. È lo stesso appello disperato che monsignor Bulus Dauwa Yohanna, vescovo della diocesi di Kontagora, ha affidato ad Aiuto alla Chiesa che soffre: «C’è un urgente bisogno di una task force militare numerosa e ben equipaggiata, autorizzata a inseguire ed eliminare i banditi ogni volta che escono dalla riserva di caccia di Kainji».
Secondo il presule, le bande hanno vagato indisturbate tra il governo locale di Borgu (Stato del Niger) e quello di Shanga (Stato di Kebbi). Senza l’intervento dell’esercito, avverte il vescovo, assisteremo a «perdite di vite umane massicce e a uno sfollamento permanente». Per il portavoce del governo, gli assalitori sarebbero terroristi in fuga da Sokoto e Zamfara dopo gli attacchi aerei statunitensi della vigilia di Natale. Ma la realtà sul campo, ricostruita da padre Matthew Stephen Kabirat, direttore delle comunicazioni della diocesi, è più cruda: «I banditi hanno agito per ore senza che comparisse un solo agente».
Tutto ha inizio il 28 dicembre. Decine di uomini armati, in sella a una trentina di motociclette, lasciano i nascondigli della riserva faunistica di Borgu. Attraversano lo stato di Kebbi e puntano sul villaggio di Kaiwa: cinque morti, case e depositi di grano dati alle fiamme. Poi si spostano a Gebe per altre due esecuzioni. Il 1 gennaio tornano a Shafaci: bruciano i documenti della stazione di polizia e poi si ritirano a dormire nella boscaglia, quasi a ostentare la propria impunità .
La mattina successiva, passando per Bako-Mission e Pissa, lasciano persino un numero di telefono agli abitanti: un messaggio beffardo da recapitare alle autorità tradizionali. Alle dieci del mattino l’incursione tocca il complesso della chiesa cattolica di Sokonbora. Qui i banditi distruggono il crocifisso e le immagini della Via Crucis, saccheggiano strumenti musicali e razziano motociclette, cellulari e contanti. Prima dell’orrendo finale, occupano un complesso Kambari, banchettando per un giorno intero con i polli e le capre della popolazione.
La sera del 3 gennaio scatta l’assalto a Kasuwan Daji, sede di un importante mercato settimanale. Gli aggressori danno fuoco a tutto e massacrano 42 uomini, dopo aver legato loro le braccia dietro la schiena. Le vittime sono sia cristiane sia musulmane. Il trauma è devastante soprattutto per gli studenti di Papiri, appena liberati e ora di nuovo in fuga tra i boschi. «Non c’è un solo centro abitato dove la gente possa rifugiarsi», conclude padre Kabirat.
Mentre il vescovo Yohanna implora i gruppi etnici di restare uniti contro il nemico comune, i sospetti degli analisti convergono su Lakurawa, formazione armata colpita dai recenti raid di Donald Trump. Il presidente Usa ha giustificato l’operazione come un’azione contro lo Stato Islamico che «uccide brutalmente innocenti, principalmente cristiani». Nonostante i distinguo dei media e del governo (che nega l’emergenza), ricordiamo chei numeri della persecuzione anticristiana in Nigeria restano impietosi: non esiste altro luogo al mondo dove, negli ultimi dieci anni, siano stati uccisi o rapiti 250 sacerdoti e 350 pastori protestanti. Una media di uno a settimana. Dal 2009 si contano 50 mila cristiani uccisi, 19.100 chiese distrutte e 15 milioni di sfollati. Proporzionalmente, per ogni musulmano ucciso cadono 5,2 cristiani.
A lasciare perplessi gli analisti è più che altro la scelta degli obiettivi: il gruppo nigeriano con i legami più documentati con lo Stato Islamico opera sull’altro lato del Paese rispetto allo stato di Sokoto, colpito dai Tomahawk americani.
L’agenzia Amaq dello Stato Islamico rivendica la Nigeria come il suo principale campo di battaglia (368 attacchi lo scorso anno), ma i dati del monitoraggio indipendente Acled ricordano che questa è solo la punta dell’iceberg: la maggior parte delle 12.000 morti violente annue è causata da banditi e milizie locali che hanno trasformato il sequestro di massa in un’industria. Nel nord-ovest, la sopravvivenza è ormai affidata a ronde di giovani che si alternano nei turni di guardia, mentre il resto della popolazione continua a dormire nella boscaglia.
Alfredo è un genio, ma a sua insaputa. O meglio: lo sa, ma lo considera una maledizione. Capisce tutto in un istante, soprattutto le persone, ed è per questo che non le sopporta più.
«Gli esseri umani sono errori di battitura con Wi-Fi», dice. Vive da solo, ma non in isolamento: si connette al mondo solo per odiarlo con precisione.
Ha studiato, inventato, lavorato. Poi gli hanno fregato un’idea e la fidanzata nello stesso giorno. Da allora ha deciso che la specie umana è un errore che insiste.
L’unica eccezione è Marina, che vive sotto un ponte. Una donna con i capelli spettinati dal vento e gli occhi come finestre rotte. A lei porta il caffè ogni mattina, senza parlare. «Non voglio rovinarla con le parole», dice.
Una volta Marina gli ha chiesto: “Perché mi aiuti?†Alfredo ha risposto: «Perché tu non mi chiedi di essere migliore».
Ogni tanto la guarda dormire, pensa che forse l’amore è solo un modo più gentile di smettere di odiare. Poi torna a casa, accende il computer e scrive: «Il mondo non mi piace». Salva il file con nome Marina, e finalmente si sente meno solo.
Nel mondo si sta «verificando un vero e proprio “corto circuito†dei diritti umani. Il diritto alla libertà di espressione, alla libertà di coscienza, alla libertà religiosa e perfino alla vita, subiscono limitazioni in nome di altri cosiddetti nuovi diritti, con il risultato che l’impianto stesso dei diritti umani perde vigore, lasciando spazio alla forza e alla sopraffazione». Così ha parlato ieri papa Leone XIV nel suo lungo discorso – pronunciato in inglese – al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, una sorta di manifesto in pillole del Prevost-pensiero sui grandi temi della geopolitica, delle libertà e dei diritti.
Il Pontefice ha parlato di guerra, pace, multilateralismo in crisi, persecuzioni dei cristiani, aborto, eutanasia, maternità surrogata, obiezione di coscienza e libertà di espressione. Un documento importante per inquadrare un Pontificato che finora era stato molto fedele a quanto promesso nella prima omelia di Leone XIV, quello «sparire perché rimanga Cristo» che ha fatto storcere il naso a molti, che accusano più o meno direttamente Prevost di non dire quello che pensa: inaccettabile, per chi è abituato a incasellare le grandi personalità pubbliche in definizioni prestabilite.
A differenza del suo predecessore, infatti, nei primi mesi del suo pontificato il papa americano ha scelto un “basso profilo†comunicativo, preferendo omelie e discorsi ufficiali a interviste o chiacchierate fuori programma con i giornalisti per esprimere il proprio pensiero non soltanto su compiti e missione della Chiesa, ma anche sulle principali questioni geopolitiche che sconquassano il mondo. In questi mesi Papa Leone ha dato l’impressione di prediligere l’ascolto alle parole, intervenendo raramente e con discorsi misurati, ma arrivando al punto senza arzigogoli: così è stato sul tema della pace, da subito difesa e auspicata in tutto i luoghi di conflitto, con un occhio particolare a Ucraina e Gaza, ad esempio, così come su quello della tutela della vita dei più fragili e indifesi, o sulla denuncia delle persecuzioni dei cristiani.
Partendo dal De Civitate Dei dell’amato Sant’Agostino, Leone XIV ha ricordato agli ambasciatori che «ciascuno di noi è protagonista e dunque responsabile della storia. In modo particolare, Agostino rileva che i cristiani sono chiamati da Dio a soggiornare nella città terrena con il cuore e la mente rivolti alla città celeste, la loro vera patria. Tuttavia, il cristiano, vivendo nella città terrena, non è estraneo al mondo politico, e cerca di applicare l’etica cristiana, ispirata alle Scritture, al governo civile. La Città di Dio non propone un programma politico ma offre preziose riflessioni su questioni fondamentali della vita sociale e politica, come la ricerca di una convivenza più giusta e pacifica tra i popoli. Agostino mette anche in guardia dai gravi pericoli per la vita politica derivanti da false rappresentazioni della storia, dall’eccessivo nazionalismo e dalla distorsione dell’ideale dello statista».
Il nostro è un contesto diverso da quello del V secolo, ma come allora anche oggi il mondo vive un «cambiamento d’epoca» (papa Francesco dixit). A modo suo Prevost interviene nel dibattito di questi giorni sul ruolo del diritto internazionale, dicendosi preoccupato dalla «debolezza del multilateralismo. A una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati. La guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando» e si cerca la pace «mediante le armi, quale condizione per affermazione di un proprio dominio. Ciò compromette gravemente lo stato di diritto, che è alla base di ogni pacifica convivenza civile».
Papa Leone si riferisce, senza citarli direttamente, ai recenti attacchi della Russia in Ucraina quando dice che «la distruzione di ospedali, di infrastrutture energetiche, di abitazioni e di luoghi essenziali alla vita quotidiana costituisce una grave violazione del diritto umanitario internazionale», e che «la Santa Sede ribadisce con fermezza la propria condanna di ogni forma di coinvolgimento dei civili nelle operazioni militari e auspica che la Comunità internazionale ricordi che la tutela del principio dell’inviolabilità della dignità umana e della sacralità della vita conti sempre di più di qualsiasi mero interesse nazionale».
E non lesina una dura critica alle Nazioni Unite che, in un mondo attraversato da sfide complesse «dovrebbe svolgere un ruolo fondamentale per favorire il dialogo e il sostegno umanitario, contribuendo a costruire un futuro più giusto». Per farlo però servono «sforzi affinché le Nazioni Unite non solo rispecchino la situazione del mondo odierno e non quello del dopoguerra, ma anche affinché siano più orientate ed efficienti nel perseguire non ideologie ma politiche volte all’unità della famiglia dei popoli».
Ma se il multilateralismo sembra avere fallito, e il dialogo tra le parti è sempre più difficile, è innanzitutto colpa del fatto che non si chiamano più le cose con il loro nome, avverte Prevost: «Per dialogare occorre intendersi sulle parole e sui concetti che esse rappresentano. Riscoprire il significato delle parole è forse una delle prime sfide del nostro tempo. Quando le parole perdono la loro aderenza alla realtà e la realtà stessa diventa opinabile e in ultima istanza incomunicabile, si diventa come quei due, di cui parla Sant’Agostino, che sono costretti a rimanere insieme senza che nessuno di loro conosca la lingua dell’altro».

Oggi, ha insistito Leone XIV, «il significato delle parole è sempre più fluido e i concetti che esse rappresentano sempre più ambigui. Il linguaggio non è più il mezzo privilegiato della natura umana per conoscere e incontrare, ma, nelle pieghe dell’ambiguità semantica, diviene sempre più un’arma con la quale ingannare o colpire e offendere gli avversari. Abbiamo bisogno che le parole tornino ad esprimere in modo inequivoco realtà certe. Solo così può riprendere un dialogo autentico e senza fraintendimenti. Ciò deve avvenire nelle nostre case e piazze, nella politica, sui mezzi di comunicazione e sui social media e nel contesto dei rapporti internazionali e del multilateralismo, affinché quest’ultimo possa riacquistare la forza necessaria per svolgere quel ruolo di incontro e di mediazione, necessario a prevenire i conflitti, e nessuno sia tentato di prevaricare l’altro con la logica della forza, sia essa verbale, fisica o militare».
La grande sconfitta dei nostri giorni è la libertà di parola, spiega il Papa, specie in Occidente dove si vanno «sempre più riducendo gli spazi per l’autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano». Una volta compressa la libertà di parola, basta poco per comprimere altri diritti fondamentali: tra questi c’è l’obiezione di coscienza, che «non è una ribellione, ma un atto di fedeltà a sé stessi» che «sembra essere oggetto di un’accresciuta messa in discussione da parte degli Stati, anche da quelli che si dichiarano fondati sulla democrazia e i diritti umani».
Lo stesso vale per la libertà religiosa, sempre più a rischio: «I dati più recenti affermano che le violazioni della libertà religiosa sono in aumento e che il 64 per cento della popolazione mondiale subisce violazioni gravi di questo diritto». Il Papa ha condannato «ogni forma di antisemitismo» sottolineando l’importanza del dialogo ebraico-cristiano, oltre a quello interreligioso.
Leone XIV ha poi ricordato che «una delle crisi dei diritti umani più diffuse» è la persecuzione dei cristiani, «che colpisce oltre 380 milioni di credenti in tutto il mondo, i quali subiscono livelli elevati o estremi di discriminazione, violenza e oppressione a causa della loro fede».
E proprio chiamando le cose con il loro nome, il Pontefice ha ricordato le motivazioni religiose dietro alle violenze in Bangladesh, Sahel, Nigeria e nella parrocchia Sant’Elia di Damasco, «senza dimenticare le vittime della violenza jihadista a Cabo Delgado in Mozambico», e ha voluto sottolineare «una sottile forma di discriminazione religiosa nei confronti dei cristiani, che si sta diffondendo anche in Paesi dove essi sono numericamente maggioritari, come in Europa o nelle Americhe, dove talvolta si vedono limitare la possibilità di annunciare le verità evangeliche per ragioni politiche o ideologiche, specialmente quando difendono la dignità dei più deboli, dei nascituri o dei rifugiati e dei migranti o promuovono la famiglia».
La posizione della Santa Sede, ha ribadito il Papa ai diplomatici, è sempre «in difesa della dignità inalienabile di ogni persona. Non si può dunque tralasciare, ad esempio, che ogni migrante è una persona e che, in quanto tale possiede dei diritti inalienabili, che vanno rispettati in ogni contesto», e anche quando gli Stati intraprendono azioni contro l’illegalità e il traffico di esseri umani, non devono diventare il pretesto per ledere la dignità di migranti e rifugiati. «Le medesime considerazioni valgono per i detenuti», ha aggiunto Leone XIV, chiedendo che «ci si adoperi per l’abolizione della pena di morte».

Il Pontefice ha poi fatto un affondo su temi e diritti che più fanno discutere oggi, e sui quali la Chiesa, nonostante qualche tentazione mondana, continua a ripetere le stesse parole: innanzitutto la famiglia, luogo privilegiato in cui la vocazione dell’uomo, «chiamato all’esistenza per amore e all’amore», si manifesta «in modo eminente nell’unione esclusiva e indissolubile tra la donna e l’uomo».
Ma «nonostante la sua centralità , l’istituzione familiare si trova oggi di fronte a due sfide cruciali. Da un lato, si assiste a una tendenza preoccupante nel sistema internazionale a trascurare e sottovalutare il suo fondamentale ruolo sociale, portando a una sua progressiva marginalizzazione istituzionale. Dall’altro, non si può nascondere la crescente e dolorosa realtà di famiglie fragili, disgregate e sofferenti». Da qui l’appello a «mettere le famiglie nelle condizioni di accogliere e prendersi cura pienamente della vita nascente. Ciò è quanto mai prioritario specialmente in quei Paesi che stanno vivendo un drammatico calo del tasso di natalità ».
Da questa visione della vita, ha scandito papa Leone, «si impone il rifiuto categorico di pratiche che negano o strumentalizzano l’origine della vita e il suo sviluppo. Tra queste, vi è l’aborto, che interrompe una vita nascente e nega l’accoglienza del dono della vita. In tal senso, la Santa Sede esprime profonda preoccupazione in merito ai progetti volti a finanziare la mobilità transfrontaliera finalizzata all’accesso al cosiddetto “diritto all’aborto sicuro†e ritiene deplorevole che risorse pubbliche vengano destinate alla soppressione della vita, anziché essere investite nel sostegno alle madri e alle famiglie».
Subito dopo è arrivato il “no†a maternità surrogata, eutanasia e droga. La prima trasforma «la gestazione in un servizio negoziabile, viola la dignità sia del bambino ridotto a “prodottoâ€, sia della madre, strumentalizzandone il corpo e il processo generativo e alterando il progetto di relazionalità originaria della famiglia». La seconda è una forma «illusoria di compassione» per malati e persone anziane che faticano a trovare una ragione per vivere, ha detto il Papa, che ha invitato società civile e Stati a «rispondere concretamente alle situazioni di fragilità , offrendo soluzioni alla sofferenza umana, quali le cure palliative, e promuovendo politiche di autentica solidarietà ». Lotta alla tossicodipenza e al narcotraffico, per «evitare che milioni di giovani in tutto il mondo finiscano vittime del consumo di droga».
Questo «corto circuito» dei diritti, ha detto Prevost, nasce dal «negare “diritto di cittadinanza†alla città di Dio. Sembra esistere solo la città terrena racchiusa esclusivamente all’interno dei suoi confini. Ricercare solo beni immanenti mina quella “tranquillità dell’ordineâ€, che per Agostino costituisce l’essenza stessa della pace». L’orgoglio «offusca la realtà stessa e l’empatia verso il prossimo», e questo si nota «in numerosi contesti, a partire dal protrarsi della guerra in Ucraina, con il carico di sofferenze inflitte alla popolazione civile», e «lo vediamo in Terra Santa, dove, nonostante la tregua annunciata ad ottobre, la popolazione civile continua a patire una grave crisi umanitaria, che aggiunge ulteriore sofferenza a quelle già vissute», e dove la Santa Sede insiste per arrivare alla soluzione dei «due Stati».
Là dove nel mondo guerre e tensioni lacerano la convivenza e portano a violenze e vittime, l’appello della Chiesa è quello di «cercare soluzioni politiche pacifiche avendo a cuore il bene comune delle popolazioni e non la difesa di interessi di parte».
Questo vale nel Mar dei Caraibi, ad Haiti, in Africa, in Asia orientale, in Myanmar e ovviamente per il Venezuela, dove Leone rinnova «l’appello a rispettare la volontà del popolo venezuelano e ad impegnarsi per la tutela dei diritti umani e civili di ognuno e per l’edificazione di un futuro di stabilità e di concordia, trovando ispirazione nell’esempio dei suoi due figli che ho avuto la gioia di canonizzare nell’ottobre scorso, José Gregorio Hernández e Suor Carmen Rendiles, per costruire una società fondata sulla giustizia, sulla verità , sulla libertà e sulla fraternità e così risollevarsi dalla grave crisi che affligge il Paese da molti anni». La pace, ha ribadito il Pontefice, non si ottiene «solo con la forza e sotto l’effetto della deterrenza». E, nonostante tutto, «rimane un bene arduo ma possibile».
Quella che segue è la prima puntata di “La borsa e la vitaâ€, la nuova newsletter settimanale di Alan Patarga riservata agli abbonati di Tempi: la notizia economica più importante della settimana spiegata e commentata in termini semplici, popolari, tempisti. Questa volta la regaliamo a tutti i nostri lettori. Abbonati per continuare a riceverla ogni venerdì.
* * *
«Le stime del governo indicano che potremmo renderci indipendenti dal gas russo nel secondo semestre del 2024». Così parlava l’allora premier Mario Draghi, nell’informativa alle Camere sul conflitto in Ucraina da poco deflagrato. Dalla fine del 2021, l’Italia ha lavorato alacremente a una strategia di sganciamento da Mosca che ha portato ai risultati sperati: da una quota di import intorno al 40 per cento, siamo scesi praticamente a zero nel 2025. Un traguardo ottenuto tutt’altro che a buon mercato: perché gli altri fornitori, consapevoli di essere l’unica alternativa per il soddisfacimento del nostro fabbisogno energetico, hanno fissato prezzi al rialzo. E perché per consentire l’importazione di parte di quegli idrocarburi c’era bisogno di mettere in piedi un’infrastruttura non meno costosa.
Un solo esempio: le tre navi rigassificatrici strappate ad altri paesi altrettanto bramosi di accaparrarsele – la Golar Tundra ormeggiata per partire a Piombino, la Bw Singapore di Ravenna e la Golar Artic di Portovesme – hanno comportato un investimento di circa un miliardo di euro. Costi da capogiro per consentire la trasformazione e dunque la distribuzione lungo la rete nazionale del gas naturale liquefatto (Gnl) acquistato a sua volta a peso d’oro dai nuovi “spacciatori†di energia, dal Qatar agli Stati Uniti, mentre Norvegia e Algeria continuano a garantire gli approvvigionamenti di metano via tubo.
Parlare di “spacciatori†può apparire eccessivo, ma come tutte le cose anche il mercato dell’energia andrebbe guardato con le lenti della razionalità . Invece la storia recente dimostra come le scelte europee, e di riflesso quelle italiane, siano state spesso dettate dall’emotività sia in termini geopolitici, sia in relazione alla narrazione sugli effetti che le varie fonti di energia e i loro metodi di sfruttamento possono avere sulla nostra salute. L’Unione Europea, in particolare, ha giocato la carta del “Green Deal†lasciando intravedere un futuro prossimo, quasi immediato, di affrancamento dalle fonti fossili per presunte ragioni contemporaneamente strategiche e salutistiche: addio petrolio, gas naturale, carbone. La motivazione? Perché “fanno maleâ€. Bruxelles ha tratteggiato un futuro costituito da quote sempre crescenti di fabbisogno energetico soddisfatte dalle cosiddette energie rinnovabili: la strategia RePower Eu portata avanti dalle Commissioni Von der Leyen è, in questo senso, un perfetto manifesto dell’utopismo continentale.
L’aspirazione legittima a limitare sulle nostre economie, e dunque sulle nostre vite, gli effetti della dipendenza da forniture extraeuropee è stata declinata ideologicamente in un micidiale combinato disposto di messianica fiducia in un progresso tutto ancora da scrivere. Vento, sole, acqua che pure abbiamo in abbondanza sono sì possibili fonti energetiche, ma – su questo il consenso degli esperti è unanime – maledettamente instabili. Non c’è avanzamento tecnologico che attualmente riesca a compensare adeguatamente la loro limitata affidabilità , sebbene in molti paesi la loro quota di utilizzo rappresenti ormai oltre un terzo del mix energetico totale.
Il resto l’ha fatto l’emotività politica: sganciarsi almeno in parte dalla Russia, che nella guerra all’Ucraina vedeva un primo tassello di un espansionismo verso occidente fatto anche di ricatto energetico, era sicuramente auspicabile. Farlo così rapidamente e mostrandosi disposti a pagare qualsiasi prezzo pur di sbrigarsi ha fatto sì che la dipendenza energetica dalle forniture extra Ue restasse la medesima. A cambiare sono stati appunto soltanto i fornitori.
I dati diffusi poche ore fa da Snam dicono che in Italia sono ulteriormente cresciuti i consumi di gas: nel 2025 la domanda complessiva ha toccato i 63,4 miliardi di metri cubi e che il Gnl con una quota del 32 per cento del mix energetico nazionale rappresenta ormai la prima fonte per il nostro paese. I carichi trasportati da navi ai cinque terminal oggi attivi, da Rovigo a Panigaglia, sono stati in tutto 221. Di questi, ben 98 – il 44 per cento del totale – provenienti dagli Stati Uniti. Tradotto: siamo passati da una dipendenza nei confronti di Mosca a un’identica dipendenza da Washington. I prezzi sono, mediamente, aumentati. E tutto sarebbe sopportabile se le relazioni transatlantiche fossero improntate alla fiducia e alla serenità .
Con un’amministrazione Trump che riflette sull’opportunità di invadere o acquistare la Groenlandia – cioè un territorio di pertinenza della Danimarca, paese Ue e Nato – con conseguenze difficili da immaginare sul piano della tenuta dell’alleanza, essersi abbandonati a questa nuova dipendenza appare poco cauto. Tagliate a rotta di collo le forniture russe, saremmo ugualmente in grado dalla sera alla mattina di fare a meno anche di quelle statunitensi, qualora il rispetto dei trattati internazionali costringesse l’Europa a entrare in conflitto – sia pure a bassa intensità – con lo storico alleato? La domanda sconta uno scenario semi-apocalittico, senza dubbio il peggiore possibile, eppure è doverosa: quanto possiamo permetterci di essere realmente un player geopolitico e dunque geoeconomico indipendente? Poco, è evidente.
La seconda domanda è dunque ancor più necessaria: come possiamo provare a raggiungere questo traguardo? L’indipendenza energetica tanto invocata dallo scoppio della guerra tra Mosca e Kiev è senza dubbio la risposta corretta: purché l’Unione Europea faccia sul serio e non continui a nascondere la polvere sotto il tappeto. La strategia del calorifero, è evidente, non funziona più se il combustibile che utilizziamo resta sempre lo stesso. A cambiare deve essere il nostro modo di immaginare il futuro dell’industria energetica continentale: ben vengano le rinnovabili, finché realisticamente utili. Si torni anche però, senza troppe esitazioni, a pianificare uno sviluppo del nucleare che consenta di bilanciare meglio il peso delle fonti, direttamente proporzionale al peso di un’Europa che non può e non deve restare un nano politico sullo scacchiere globale. Non farlo, comporterebbe una perdita di ricchezza che la ridurrebbe presto a poca cosa anche in termini di libertà .
Attualmente, la Camera dei deputati è composta da 398 eletti, in rappresentanza di 16 gruppi politici alcuni raggruppati tra di loro per motivi organizzativi. Mi pare, dunque, che lo scarso interesse al voto da parte dei cittadini (sempre più accentuato) sia compensato da un numero spropositato di sigle politiche, ciascuna delle quali pretende di essere un partito. Dunque, pochi elettori, ma tanti partiti. Questa è la situazione. Non mi pare che vi sia l’esigenza che vengano creati altri partiti: almeno il buon senso dovrebbe suggerire un atteggiamento di questo tipo. Ma la realtà è diversa: infatti, in questi ultimi tempi sono nati due altri partiti, almeno due che fanno rumore. Magari ce ne sono altri che stanno nascendo in silenzio!
Uno dei due nuovi partiti è costituito dalla Cgil, gloriosa sigla sindacale, che oramai ha dimenticato la difesa dei diritti dei lavoratori e si presenta alla ribalta pubblica, con i suoi scioperi del week end, urlando parole e slogan di preciso contenuto politico. La Cgil si occupa di politica internazionale, operando precise scelte di campo. Si occupa di politica nazionale, dando praticamente del fascista a chiunque la pensi in modo diverso. Concede il proprio sostegno ai futuri alleati di governo in modo ed in misura molto trasparente. A questo proposito, occorre anche dire che uno dei pregi di questo comportamento è proprio la trasparenza: infatti, la Cgil non cerca di nascondere la sua volontà di trasformarsi in un partito politico (cosa già avvenuta). Lo testimonia senza ambiguità . Ecco, dunque, il primo nuovo partito.
Più inquietante mi pare la nascita del secondo nuovo partito politico, che è quello formalizzato dalla classe dirigente della Associazione nazionale magistrati, che ha una bella sigla di sapore politico: Anm.
Già inquietante è il fatto che gli appartenenti ad uno dei fondamentali poteri dello Stato si siano costituiti in associazione, visto che già le istituzioni democratiche hanno previsto l’esistenza del Csm a tutela di tale potere. Che necessità c’era di creare anche un organismo parallelo, alla cui guida si accede sulla base di una rigorosa divisione in correnti? Il potere legislativo non ha creato una associazione di parlamentari per tutelare le proprie funzioni. È il Parlamento stesso, in prima persona, a tutelare la dignità e le funzioni dei propri membri, anche se poi non sempre lo fa (anzi, ha vergognosamente cancellato il diritto alla immunità !). Gli appartenenti al potere esecutivo non hanno creato una associazione specifica per tutelarsi, anche perché ogni 5 anni è il popolo stesso a giudicarli direttamente (quando gli è permesso).
Solo i magistrati hanno ritenuto di costituirsi in associazione ed ora, non contenti di questo, si sono trasformati in un vero e proprio partito politico, che sta entrando nel dibattito pubblico con tutti gli strumenti, compresi quelli finanziari, di ogni partito politico. Il primo risultato negativo raggiunto da questa decisione è quello di ledere gravemente l’aura di terzietà dei magistrati. I cittadini, vedendoli comportarsi come politici di parte nei dibattitti pubblici e nei talk show, come potranno poi fidarsi dell’equilibrio delle loro decisioni? Per certi versi, c’è veramente incompatibilità tra la gestione della politica e la gestione della giustizia. Sotto questo profilo, l’Anm sta rendendo un cattivissimo servizio al necessario equilibrio tra istituzioni. In questo senso, non si sentiva certamente il bisogno che si formasse un nuovo partito: ma ormai il fattaccio è avvenuto e sarà sempre più difficile predicare moderazione.
Peppino Zola Â
L’opposizione vera in Italia la fanno due “partiti” che non lo sono: Cgil e Anm.
***
Caro direttore, anche se quest’anno appena passato è stato probabilmente uno dei peggiori del millennio, almeno per ora, è anche stato l’anno del Giubileo e, a proposito di questo, non mi sento di lasciarlo andare senza aver rilevato che il logo del Giubileo 2025 scelto a suo tempo come simbolo dell’evento è una fantozziana boiata pazzesca perché insipido, dilettantesco e brutto. Messo in mostra come mi è capitato di vederlo in certe chiese la sua banalità faceva apparire un capolavoro la più modesta tela del passato e un gioiello la più sperimentale opera d‘oggi.
E poi diciamocelo, quale banca sceglierebbe mai qualcosa di simile per ingraziarsi i clienti? O quale supermercato l’userebbe per pubblicizzarsi? O quale azienda commerciale gli affiderebbe i propri prodotti? No, lì dove quello che conta sono “i dané†ci si rivolge ai professionisti!
Ecco che invece la Chiesa, che nei secoli ha sempre chiamato i maggiori artisti d’ogni epoca a testimoniare con la bellezza la verità della sua fede, ha avuto bisogno per arrivare a questo risultato con un “concorso internazionale in cui sono giunte 294 proposte da 213 città e da 48 Paesi diversi, con un’età dei partecipanti dai 6 agli 83 anniâ€!
Vorrei aggiungere che secondo me (che per inciso e doverosamente le assicuro, dato che collaboro alla sua rivista proprio disegnando, che mai avrei osato anche solo pensare di partecipare a concorsi del genere) la responsabilità di questa, che di fatto non è che l’ennesima sciocca offesa alla Chiesa e ai credenti, non è di chi con tutti i suoi limiti ha realizzato come ha saputo fare quelle “quattro figure stilizzate per indicare l’umanità proveniente dai quattro angoli del mondo… una abbracciata all’altra per indicare la solidarietà e la fratellanza che deve accomunare i popoli†come dice l’home page Jubilee 2025 del Vaticano, e “…aggrappate a una croce che si trasforma in un’ancora su un mare mosso†come chiarisce didascalicamente in altro sito web.
No, la responsabilità è di chi con presuntuosa arroganza, pari a una ciclopica incompetenza, ha voluto organizzare questa inutile pagliacciata ottenendo esattamente il risultato che ha ottenuto: una fantozziana boiata pazzesca di cui non lo ringraziamo.
Guido Clericetti
Davvero viviamo in un mondo che sta rapidamente cambiando, e questi primi giorni del 2026 lo rendono evidente come mai prima. Non solo perché continuano vicende a cui ormai, purtroppo, siamo abituati: la guerra in Ucraina, dove non si intravede una soluzione a breve nonostante gli sforzi diplomatici, e la prosecuzione di quanto sta avvenendo a Gaza, anche lì con una fase due del cessate il fuoco che fatica ad avviarsi.
All’inizio di questo 2026 abbiamo visto ben altro: l’attacco degli Stati Uniti al Venezuela il 3 gennaio, con l’arresto del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie, Cilia Flores, nel corso di un’operazione militare che ha provocato un centinaio di morti. Nelle stesse ore sono arrivate le pretese di Donald Trump e degli Stati Uniti sulla Groenlandia e, sullo sfondo delle proteste in Iran, la possibilità concreta di un intervento anche in quel Paese a sostegno delle manifestazioni di piazza.
Al di là del giudizio su un dittatore che va certamente condannato come Maduro, e su un regime spietato che mi auguro possa presto terminare, così come quello degli ayatollah in Iran, quanto sta accadendo negli Stati Uniti impone una riflessione più ampia. Qual è il limite del potere? In questi giorni Stephen Miller, vicecapo di gabinetto di Trump, ha affermato in un’intervista alla Cnn: «Viviamo in un mondo, quello vero, governato dal potere e dalla forza. È una ferrea legge in vigore fin dall’alba dei tempi. Nel mondo reale vige la legge del più forte». Dunque, il potere secondo questa concezione non avrebbe alcun limite se quello della propria forza e del proprio interesse. Lo stesso Trump in queste ore, in una intervista al NY Times, ha affermato: «Non ho bisogno del diritto internazionale. Non ho intenzione di fare male a nessuno», spiegando che il suo ruolo di presidente è limitato soltanto dalla sua “stessa moralità â€. Discorso pericoloso se il confine della moralità personale è soggettivo.
È questa visione, secondo cui le relazioni internazionali e i rapporti tra i popoli dovrebbero essere governati unicamente dalla forza, a essere tornata con prepotenza al centro del dibattito politico. A questa idea dobbiamo opporre anzitutto la cultura del dialogo e della pace che papa Leone indica ogni giorno, non come un appello morale astratto, ma come un criterio realistico per abitare un mondo attraversato dai conflitti, ricordando che la pace non nasce dall’imposizione, ma dal riconoscimento dell’altro.
È la stessa cultura che l’Europa ha saputo costruire nella sua storia recente, dopo aver conosciuto sulla propria pelle cosa significhi affidare il destino dei popoli alla legge del più forte. Un patrimonio fragile, mai definitivamente acquisito, ma che resta l’unica alternativa credibile alla regressione verso una politica fondata sulla forza e sulla paura.
Un patrimonio ideale e una cultura politica che hanno generato un ordine internazionale, architettato dopo la Seconda guerra mondiale col contributo determinante di Europa e Stati Uniti, che ha garantito il più lungo periodo di pace sistemica dai tempi dell’impero romano e che ha permesso decenni di sviluppo in molteplici parti del mondo.
Accettare che tutto ciò non conti più nulla e possa affermarsi l’idea per cui il più forte può fare tutto, ignorando le regole del diritto internazionale e della convivenza civile, significa esporci a un futuro pericoloso. Su questo la nostra responsabilità è grande e non possiamo venir meno. Perché, quando la forza diventa l’unico criterio di legittimazione, la politica smette di essere spazio di mediazione e torna a essere semplice amministrazione della violenza. E in un mondo così strutturato non sono solo i più deboli a perdere, ma anche le democrazie, che rinunciano progressivamente alla loro funzione storica di argine e di proposta. È questo il crinale su cui siamo chiamati a scegliere, oggi, se limitarsi ad assistere o tornare a prendere parola.
Come ha fatto Papa Leone nel suo messaggio del 1° gennaio per la Giornata mondiale della Pace, che invito a leggere integralmente e di cui richiamo solo un passaggio: «Il contrasto fra tenebre e luce (…) è un’esperienza che ci attraversa e ci sconvolge in rapporto alle prove che incontriamo, nelle circostanze storiche in cui ci troviamo a vivere. Ebbene, vedere la luce e credere in essa è necessario per non sprofondare nel buio (…). La pace esiste, vuole abitarci, ha il mite potere di illuminare e allargare l’intelligenza, resiste alla violenza e la vince. La pace ha il respiro dell’eterno: mentre al male si grida “bastaâ€, alla pace si sussurra “per sempreâ€. Il contrario, cioè, dimenticare la luce, è purtroppo possibile: si perde allora di realismo, cedendo a una rappresentazione del mondo parziale e distorta, nel segno delle tenebre e della paura». Conserviamo il realismo della speranza, non quello della paura!