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#news #tempi.it
Per gentile concessione dell’autore ripubblichiamo un articolo di Antonio Gozzi apparso su Piazza Levante.
* * *
È stato giustamente rilevato da GianClaudio Torlizzi che gli atteggiamenti europei nei confronti della Cina stanno passando da una fase di totale compiacenza (ricordate la Via della Seta del governo Conte?) a uno stato di almeno parziale allarme.
Lo stesso Commissario europeo all’industria Stéphane Séjourné in più occasioni recenti, non ultima il suo discorso all’Assemblea di Federacciai del 10 novembre a Bergamo, ha sostenuto la tesi che l’Europa ha avuto per troppo tempo nei confronti della Cina un atteggiamento naïf. Con ciò si vuole intendere che a fronte di regole rigidissime in quel Paese per gli investimenti europei (obbligo nelle joint venture di una maggioranza cinese, obbligo di trasferimento di tecnologia, obbligo di acquisti locali ecc.) noi non abbiamo fatto altrettanto con gli investimenti cinesi nell’UE.
Ma non si tratta soltanto di reciprocità negli investimenti.
La sovracapacità produttiva cinese, in quasi tutti i settori della manifattura, si riversa all’estero per incapacità o non volontà dei decisori cinesi di adattarsi al ciclo economico riducendo le produzioni quando la domanda interna e internazionale calano. In Cina non esistono ammortizzatori sociali e le autorità spingono sempre le produzioni al massimo, sovvenzionando anche industrie in perdita, pur di tenere occupate le centinaia di milioni di lavoratori che fuori dalle fabbriche potrebbero causare problemi di ordine pubblico.
In questo modo l’occidente ma soprattutto l’Europa, che resta il mercato più aperto del mondo inondato di esportazioni cinesi, diventano il vero “ammortizzatore sociale†di Pechino.Â
I dazi di Trump e il dirottamento dei flussi di esportazione cinesi prima diretti in USA hanno messo l’UE, come si vedrà , sotto una tremenda pressione.
La situazione sta peggiorando.
Molto radicale è stato il presidente francese Macron, che dopo un incontro con Xi Jinping ha avvertito che esiste, sia per ragioni geopolitiche che per ragioni geoeconomiche, il rischio di una “disintegrazione dell’ordine internazionaleâ€.
Nonostante il grido d’allarme di Macron a livello europeo manca ancora una piena consapevolezza di ciò che la Cina è in grado di fare, e del perché essa rappresenti una minaccia così rilevante per l’industria europea.
Purtroppo l’Europa è divisa tra chi vede la Cina come un prezioso fornitore che abbassa i prezzi, chi la vede come un importante cliente, e chi invece la teme come un terribile e aggressivo concorrente, spesso sleale e sussidiato dallo Stato.
Riuscire a fare sintesi tra queste posizioni sarà difficilissimo, e io ritengo che nei prossimi mesi/anni il tema sarà tra i più laceranti dell’Unione Europea.Â

Se l’idea dominante in passato era che la Cina stesse inondando il mondo di prodotti a basso costo e scarso valore, oggi prevale la convinzione che questa dinamica stia cambiando, e che le esportazioni cinesi crescano in tutte le aree merceologiche, anche in quelle a maggior valore.
Un recente studio di Goldman Sachs Research stima che i volumi delle esportazioni cinesi da qui al 2030 continueranno a crescere del 5-6% annuo, e ciò grazie alla determinazione e capacità cinesi di migliorare la competitività del settore manifatturiero e di continuare a sostenerlo con enormi sussidi pubblici.
I dati sono impressionanti.
Si parte da una previsione in base alla quale il 2025 chiuderà con esportazioni cinesi superiori ai 6 trilioni di USD (seimila miliardi di dollari).
Nel corso dell’anno, mentre l’export verso gli USA a causa dei dazi è diminuito in maniera significativa, la Cina ha compensato con esportazioni verso ASEAN, Europa e mercati emergenti.
Una previsione di una crescita media dell’export cinese nel prossimo futuro del 5% annuo significa, almeno, 300 miliardi di USD di esportazioni in più all’anno, e quindi al 2030 un cumulativo di altri 1500 miliardi di USD che si aggiungeranno ai 6000 attuali.
Il pericolo grave per l’industria europea, oltre che quantitativo, è anche qualitativo. Infatti si nota una sempre maggiore sovrapposizione tra le tipologie di esportazioni cinesi e le produzioni manifatturiere dei Paesi avanzati. Questo purtroppo vale anche per l’Italia e per la sua manifattura, che è la seconda d’Europa.
Molti sono i settori industriali colpiti.
Nel settore automobilistico, ad esempio, le case cinesi operano in un mercato domestico estremamente competitivo dove è in corso una dura guerra dei prezzi. Il risultato però non è stato lo scarico in Europa di auto vendute in perdita. Al contrario, secondo una ricerca di EY Germania, i costruttori cinesi sono oggi più profittevoli di quelli tedeschi. Mentre gli utili dell’industria automobilistica tedesca sono crollati da circa 7 miliardi di euro l’anno ai 2 scarsi del 2025, nello stesso periodo i profitti del settore automobilistico cinese si sono ridotti assai di meno, da 2,5 a 2,1 miliardi di euro.
La tecnologia che consente di produrre la nuova generazione di auto elettriche a costi più bassi – e quindi con margini più elevati – è totalmente in mano cinese.
CATL, il colosso cinese delle batterie e leader mondiale del settore, è stato pioniere delle batterie LFP (le batterie agli ioni di litio/fosfato). Queste sono più economiche rispetto alle batterie tradizionali agli ioni di litio e non richiedono elementi di nichel e cobalto. All’inizio per questo nuovo tipo di batteria c’era un problema di autonomia, ma CATL è riuscita recentemente a portare l’autonomia a livelli comparabili con quelli delle batterie di generazione precedente.
All’inizio di quest’anno CATL ha inoltre annunciato il lancio di una nuova linea di batterie agli ioni di sodio. Il sodio è un elemento molto più abbondante in natura rispetto al litio, e le batterie potrebbero quindi rivelarsi ancora più economiche.
La Cina sta inoltre erodendo uno dei vantaggi tecnologici più importanti dell’Occidente. La società olandese ASML è stata per lungo tempo l’unico produttore al mondo di macchine avanzate per la litografia a ultravioletti estremi (EUV). Queste macchine utilizzano fasci di luce estremamente sottili per incidere i circuiti sui wafer di silicio, consentendo la produzione di semiconduttori.
Ora però sembra che la Cina disponga, dopo anni di sviluppo e con il supporto di ex ingegneri di ASML, di un prototipo funzionante. Ci vorranno ancora anni per l’industrializzazione ma certamente saranno tempi più brevi di quelli che molti si aspettavano essere necessari per un simile salto tecnologico da parte cinese.
Nel settore tessile e dell’abbigliamento, punto di forza della manifattura italiana, le cose non vanno bene soprattutto nella fascia medio bassa. Negli ultimi due anni il settore in Italia ha perso 17 miliardi di fatturato insidiato dall’arrivo di pacchi sotto i 100 euro in franchigia doganale
La Cina è poi dominante sul controllo delle materie prime, e tale dominanza è basata su tre pilastri: capitale, tecnologia, skill.
Sul lato del capitale Pechino non ha mai lesinato risorse economiche e finanziarie nel momento in cui ha individuato un progetto minerario nazionale o internazionale ritenuto strategico. Sappiamo bene come in alcuni Paesi africani Pechino abbia barattato lo sfruttamento di risorse in cambio di infrastrutture.
Sul tema degli skill Pechino ha circa 120.000 persone impegnate solo nella catena del valore delle terre rare. Fino a qualche tempo fa gli USA ne avevano circa 400, oggi forse arrivano a 1000. Le università cinesi hanno circa 40 programmi dedicati che sfornano 2000 ingegneri l’anno. Gli USA, ma credo che per l’Europa sia lo stesso, non hanno alcun programma universitario dedicato specificatamente alla raffinazione di terre rare o alla produzione di magneti, altro campo in cui la Cina sta spingendo per formare tecnici in grado di produrre magneti resistenti.
Potremmo continuare con gli esempi a lungo.
Ciò che emerge con chiarezza è che mentre USA e Cina negli ultimi venti anni hanno messo l’industria al centro e su questo terreno si sta consumando la confrontation tra i due colossi economici del mondo, le classi dirigenti europee, politiche e tecnocratiche, con un’incredibile distrazione e distorsione cognitiva, si sono occupate d’altro.

L’agenda della Commissione Von der Leyen/Timmermans è stata il green deal e la iper regolazione conseguente. Si è trattato di un gigantesco assist all’industria cinese che oggi è leader su tutte le tecnologie green: pannelli fotovoltaici, inverter, batterie, pale e turbine eoliche, veicoli elettrici.
Un gigantesco regalo al concorrente più temibile.
Riusciranno l’industria europea, e quella italiana che ci interessa più da vicino, a reggere l’urto cinese?
Senza un cambio di direzione vero, senza una rimessa in discussione di tutte le politiche che negli ultimi dieci anni hanno fatto sì che l’industria andasse in crisi, la partita è persa.
Riuscirà l’Europa a trovare una comune politica di protezione di ciò che resta della sua industria?
Non è detto che ciò avvenga, e il tempo è finito.
“Sì cambiaâ€: è un gioco di parole e una presa di posizione, la copertina del numero di Tempi di gennaio 2026, dedicata al referendum sulla riforma della giustizia Nordio che si terrà in primavera. A motivare questa scelta punto per punto, all’interno della rivista (già disponibile per tutti gli abbonati nello sfogliatore digitale e presto in versione cartacea nelle case dei sottoscrittori che hanno scelto la formula full), un’ampia intervista-vademecum di Emanuele Boffi con il costituzionalista Nicolò Zanon, già vicepresidente della Corte costituzionale e consigliere del Csm, oltre che – appunto – presidente del comitato per il “sì†al referendum. La separazione delle carriere dei magistrati tra pm e giudici, dice Zanon, farà fare un passo decisivo verso una giustizia più giusta.
Rischiano di avere risvolti ingiusti, invece, le indagini che da mesi stanno paralizzando l’urbanistica a Milano: ne è convinto l’ad di un importante gruppo del settore come Lombardini22, Franco Guidi, che interpellato da Lorenzo Margiotta nel nuovo numero di Tempi riconosce che gli eventuali abusi «vanno puniti», tuttavia, spiega, «colpire il dialogo tra pubblico e privato significa minare un pilastro della città ».
Ma sono molti altri gli articoli del mensile di gennaio che toccano in qualche modo il tema della giustizia e dei diritti negati e stravolti: Leone Grotti racconta la figura inquietante di “impresario del suicidio assistito†che è stato Ludwig Minelli, il fondatore di Dignitas che recentemente ha posto fine alla propria stessa vita; Renato Farina nella sua rubrica “Il Molokano†denuncia lo scandaloso processo in Turchia contro la giornalista Tuğçe Yılmaz, “colpevole†di aver parlato del genocidio degli armeni; non meno intollerabili le vicende di cristiani perseguitati dal regime comunista cinese messe in fila sempre da Grotti, vessazioni che sono solo una piccola parte di tutte le violenze, le ostilità e i massacri di cui i cristiani sono oggetto nel mondo, sintetizzati nella mappa di Open Doors riprodotta al centro della rivista.
Resta sul crinale sottile tra legge e ingiustizia anche Mattia Ferraresi, che nel suo articolo nel numero di Tempi di gennaio spiega come negli Stati Uniti l’amministrazione Trump stia trasformando la lotta all’immigrazione clandestina in una specie di mega show talmente inguardabile da spingere i vescovi del paese a unirsi una volta tanto per alzare la voce insieme. Rodolfo Casadei si occupa poi della crisi forse definitiva della Corte penale internazionale, non solo bersagliata con sanzioni e ritorsioni da Usa e Russia che non ne fanno parte, ma ormai sempre meno rispettata anche dai governi dei paesi aderenti.
E ancora. Per la rubrica “L’Italia del buon lavoroâ€, abbiamo incontrato a Viadana Primo Barzoni, che ha fondato un’azienda per produrre pallet “con l’animaâ€. Caterina Giojelli presenta il libro della giornalista del New York Times Amanda Hess sulla maternità preda di app e siti web affamati di clic e business, e costruisce il diario semiserio della folle giornata di una neo mamma 2.0. Di social scrive anche Piero Vietti, che ha parlato con la senatrice del Pd Simona Malpezzi del ddl bipartisan in discussione in Parlamento che mira a vietare l’iscrizione alle piattaforme ai minori di 15 anni.
Non mancano temi di cultura e spettacolo nel numero di Tempi di gennaio. Marco Bona Castellotti presenta una nuova coraggiosa monografia italiana (in inglese) sulla geniale e tormentata arte di Matthias Grünewald; l’autore è Edoardo Villata, che ha una specie di chiodo fisso per il massimo pittore del Rinascimento tedesco. Simone Fortunato invece trae ispirazione dal discorso pronunciato a metà novembre da Leone XIV sul cinema («un’epifania luminosa») per proporre ai lettori del mensile quattro film che forse il Papa in persona apprezzerebbe.
Infine, come sempre, ci sono le rubriche delle nostre firme: Giancarlo Cesana sull’equivoco che porta anche i cristiani a ridurre la salvezza a uno sforzo psicologico per “pensare positivoâ€; Lorenzo Malagola sulle buone ragioni del Piano Mattei confermate perfino da Marco Minniti; Berlicche sulle posizioni più controcorrente di Pasolini. E poi Marina Corradi, Guido Clericetti, Pier Paolo Bellini, Marco Invernizzi.
Tutto questo e altro ancora nel numero di Tempi di gennaio. In attesa che la rivista arrivi nelle loro case, gli abbonati possono già sfogliarla in formato digitale nell’area riservata del sito. Chi non lo ha ancora fatto, invece, farebbe bene ad abbonarsi subito. Anche perché dal 9 gennaio si aggiunge all’offerta riservata ai nostri abbonati “La borsa e la vitaâ€, la nuova newsletter settimanale di Alan Patarga dedicata all’economia. E tra l’altro fino a fine mese si può approfittare dell’OFFERTA NATALE 2025 per regalare (o farsi regalare) l’abbonamento a Tempi a prezzo scontato.
Mentre nelle chiese si canta il Te Deum laudamus la sera del 31 dicembre, il primo giorno del nuovo anno viene intonato un altro antico inno, il Veni Sancte SpÃritus, probabilmente composto dall’abate Notkero di San Gallo (detto “Il balbuzienteâ€; IX secolo), di cui papa Innocenzo III, al quale per molto tempo venne attribuito il testo, era un ammiratore.
La sequenza pneumatologica chiede allo Spirito Santo di «invadere nel profondo il nostro cuore» e di cambiarlo radicalmente, togliendo da esso ciò che è sordido, arido, sanguinante, rigido, gelido e sviato. Perché l’umano che è in ciascuno di noi possa tornare a risplendere della luce di Dio, quella con la quale siamo venuti al mondo. Con le parole della sesta strofa – «Sine tuo númine, nihil est in hómine, nihil est innóxium» – don Giussani concludeva gli Esercizi spirituali dei novizi del Memores Domini (La Thuile, 8 agosto 1999): «Senza il tuo soccorso non c’è nulla di buono nell’uomo, niente che non gli faccia male». Augurare un buon anno significa domandare per sé, i propri cari e gli amici il dono dello Spirito Santo senza il quale non ci può essere nulla di buono. Nulla di veramente umano, degno del desiderio, della domanda dell’uomo sul tempo della propria vita.
Il compito che ci attende nel nuovo anno – qualunque siano le nostre condizioni, le circostanze, il posto che occupiamo, lo studio o il lavoro, ultimamente la stessa vocazione cui siamo stati chiamati – è quello di (ri)scoprirci uomini e donne nella verità e nella libertà del nostro “ioâ€. Un “io†generato da un Altro, non fatto da noi stessi. Un “io†genuino che non può essere senza un “Dio†che ci ama, ci crea e ci mantiene nell’essere, come nulla e nessuno può fare.
Ci auguriamo un’autocoscienza adeguata a portare il peso della vita, a renderlo più lieve, lieto, quando ci alziamo al mattino per andare in officina o in ufficio, quando entriamo in ospedale come medico o come malato, mentre affronteremo le ore di lezione davanti o dietro una cattedra, nel canto e nel pianto, nella gioia di un bimbo che nasce e nel dolore di un padre che muore, sui sentieri scivolosi della guerra e lungo le strade in salita della pace.
Quello del buon anno è un augurio antropologico (l’uomo è il solo animale che spera, e perciò desidera per sé e augura agli altri il bene), ma, al tempo stesso, un augurio teologico. Senza Dio, il bene non è possibile, non esiste. Né per noi, né per nessun altro. Non esiste nel mondo, in nessun angolo dell’universo. Tutto diventa buio, e anche le ombre ci fanno paura, perché del nostro umano è rimasta solo l’ombra. Scriveva Martin Buber: «L’ora in cui viviamo è caratterizzata dall’oscuramento della luce celeste, dall’eclissi di Dio» nella coscienza dell’uomo. Il risveglio imprevedibile, sorprendente del nostro “io†è il solo avvenimento degno di un augurio che valga la gioia di scambiarsi con un calice di vino in mano ed uno sguardo vero sul volto di un amico.
Anche la pace – parola logorata, usurata da una pronuncia leggera, che non sa portarne il peso dentro al vaniloquio invadente dei nostri discorsi – senza un Dio venuto nel mondo, entrato nella storia per assumere la storia nell’eterno, è solo il breve intervallo tra una guerra e un’altra, una violenza e la successiva. La pace non è umana se non è divina. Dono di Dio all’uomo perché l’uomo possa donarla all’altro uomo, un popolo all’altro popolo. Solo la compagnia dell’Eterno all’uomo, l’amicizia di Dio che ci abbraccia, è capace di farci riscoprire il senso della pace, la sua desiderabilità nel nuovo anno.
A partire dal 9 gennaio 2026, ogni venerdì nella casella email dei nostri abbonati (e il sabato online su tempi.it), la notizia economica più importante della settimana spiegata da Alan Patarga in termini semplici, popolari, tempisti. E niente moralismi e pauperismi da decrescita (in)felice. Perché senza libertà economica non c’è libertà . Nemmeno religiosa.
Con “La borsa e la vita†si arricchisce dunque la serie delle newsletter che Tempi offre ai suoi abbonati e che valgono da sole il prezzo dell’abbonamento. Di seguito un riepilogo (e qui il link per abbonarsi a Tempi). Se ve ne siete persa qualcuna o vi siete disiscritti e desiderate tornare a riceverle, potete modificare le preferenze attraverso l’apposito link pubblicato in fondo alle nostre email. Oppure scrivete a abbonamenti@tempi.it.

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