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Blog
Europa al bivio: o realismo o tecnocrazia
Data articolo:Fri, 24 May 2024 06:34:25 +0000 di Lodovico Festa

Sulla Nuova bussola quotidiana Luca Volontè scrive: «La Presidente francese Valérie Hayer del partito europeo di Renew ha deciso, nei giorni scorsi, di minacciare l’espulsione dal partito, sia i liberali svedesi per la loro collaborazione nel governo di centro destra sostenuto anche dalle destre dei Democratici Svedesi, sia quelli olandesi del VVD dell’ex Primo Ministro Mark Rutte, per la partecipazione alla compagine e coalizione del nuovo governo anche con le destre di Geert Wilders in Olanda. La nuova coalizione di governo del centrodestra europeo potrebbe contare però anche sui deputati ungheresi di Fidesz, ora nel gruppo misto, quelli dei socialisti slovacchi di Fico e, molto probabilmente, anche quelli dell’ex premier Ceco Andrej Babiš, leader del partito ANO, stimato al 27% dei consensi e in rottura con i liberali di Renew. In tutto ciò, il PPE sta osservando interessato a quanto sta accadendo, non solo in diversi governi  nazionali a guida popolare i conservatori sono presenti ...

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Ambiente
Case green, servono 1.000 miliardi. «L’impatto sociale sarà enorme»
Data articolo:Fri, 24 May 2024 04:00:11 +0000 di Leone Grotti

Pannelli solari per rendere le case green
La direttiva Ue “Case green” obbliga a riqualificare dal punto di vista energetico gli edifici (Ansa)

La direttiva sull’efficienza energetica degli edifici (“Case green”) entrerà in vigore il 28 maggio e secondo un’analisi di Deloitte per raggiungere gli obiettivi imposti dall’Unione Europea «all’Italia serviranno tra gli 800 e i 1000 miliardi di euro»: una cifra mostruosa, pari a tre Pnrr. Lo scopo della direttiva europea è raggiungere un parco edifici neutrale dal punto di vista climatico entro il 2050.

Oltre il 60% dei 13 milioni di immobili presenti nel nostro paese sono in classe energetica F e G. Per questo, secondo una stima Fillea-Cgil, nel giro di dieci anni sarà necessario riqualificare 500 mila edifici pubblici e 5 milioni di edifici privati per rientrare nei primi paletti fissati dall’Ue. «Per capire quanto sia complicato raggiungere questi obiettivi», spiega in un’intervista a Tempi Carlo Stagnaro, direttore ricerche e studi dell’Istituto Bruno Leoni, «basta pensare che in tre anni con il Superbonus a fronte di 200 miliardi di investimenti abbiamo ristrutturato appena lo 0,5% degli immobili in Italia, poco meno di 500 mila edifici. È chiaro che cosa significa?».

Che gli obiettivi sono irrealizzabili per il nostro paese?
Questo dipende sempre da quanto si vuole investire, ma è evidente che appare tutto molto complesso. È una direttiva che solleva tante domande.

Quali?
Innanzitutto bisogna chiedersi se ha davvero senso fare dell’efficientamento energetico degli edifici la priorità delle priorità. La direttiva si riferisce a tutti gli immobili, a prescindere da dove si trovino. Ma è chiaro che se l’obiettivo è ridurre le emissioni di CO2, la posizione di un edificio fa la differenza. Se si trova in una regione dove il clima è mite, per cui l’immobile non ha bisogno di un grande dispendio energetico per il riscaldamento e il raffreddamento, si rischia di produrre più emissioni per fare i lavori e per produrre i materiali di quello che si risparmia in mancate emissioni di CO2. Lo stesso ragionamento vale per le seconde case: se in un immobile non ci vado d’inverno, la spesa per la riqualificazione potrebbe rivelarsi inutile.

Il gioco quindi non vale la candela?
Dipende sempre dall’approccio. Il piano nazionale integrato per l’energia e il clima italiano, in linea con le direttive dell’Unione Europea, prevede che nel 2030 il 65% dell’energia elettrica derivi da fonti rinnovabili. Questo significa che la maggior parte dell’energia che andremo a consumare sarà pulita: quindi, anche se consumo più energia, non produco più emissioni. Il singolo cittadino pagherà di più, ma non ci saranno effetti negativi per il pianeta, se la vogliamo mettere in questi termini. La conseguenza è che l’efficientamento degli edifici avrà effetti benefici sul clima a breve e medio termine, ma più passa il tempo più i vantaggi saranno ridotti.

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Rischiamo di spendere ingenti risorse per niente?
Esattamente. Intanto, però, l’introduzione di questi nuovi obblighi avrà conseguenze significative sul valore degli edifici. Già oggi se prendiamo due immobili identici in una stessa zona, quello in classe energetica migliore costa il 25% in più. Domani la divaricazione dei prezzi sarà ancora più marcata e questo porterà a forti disparità sociali: ci dirigiamo verso un mondo dove i ricchi vivranno in case efficienti e i poveri saranno ancora più penalizzati.

L’Unione Europea sostiene che la direttiva “Case green” farà bene sia all’ambiente che all’economia.
Peccato che non sia così. Se fosse vero, se convenisse anche dal punto di vista economico fare questi interventi, non ci sarebbe bisogno di incentivi e sussidi. Bruxelles si gira dall’altra parte, ma l’impatto sociale ci sarà, eccome.

La posizione dell’Ue è troppo talebana quando si occupa di ambiente?
Il vero problema, a mio avviso, è che l’Ue è radicale solo quando vuole. Da un lato dice che ridurre le emissioni di CO2 è la più grande delle priorità, dall’altro però tratta una fonte pulita come l’energia nucleare come uno strumento di serie B per raggiungere lo scopo. Se bisogna assolutamente ridurre le emissioni, perché si vieta il nucleare? Verrebbe da pensare che il taglio delle emissioni non è la priorità numero uno, ma allora per che cosa stiamo facendo tutti questi sacrifici?

Tornando alle case, tra quattro giorni la direttiva sarà legge: dove troviamo 800-1.000 miliardi?
I luoghi dove prendere le risorse sono sempre gli stessi: o nelle nostre tasche o in quelle degli altri. E poiché nessun cittadino farà mai interventi onerosi che non portano a risparmi tali da giustificare l’investimento, sarà necessario obbligarli. E lo Stato dovrà per forza introdurre degli incentivi.

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La lezione del Superbonus, però, invita a essere cauti.
Noi abbiamo speso troppo e in troppo poco tempo per rifare un numero limitato di edifici, spesso a vantaggio di persone facoltose che non avevano bisogno di aiuti e ora ci ritroviamo con conti pubblici insostenibili. Servirà quindi un approccio molto più flessibile e oculato. Gli aiuti dovranno variare a seconda della condizione economica dei beneficiari: molti incentivi a chi ha redditi medio-bassi, pochi a chi non ne ha bisogno. Resta comunque la domanda di fondo.

Quale?
Ha davvero senso obbligare il sistema economico di un intero paese a investire risorse private e pubbliche nella riqualificazione energetica degli edifici?

@LeoneGrotti

Politica
Non c’è Europa se non riconoscendo il volto dell’altro
Data articolo:Fri, 24 May 2024 03:50:44 +0000 di Emanuele Boffi

“Europa, chi sei?”. È la domanda che abbiamo posto su Tempi al principio di un ciclo di contributi in vista delle elezioni che a giugno porteranno gli abitanti del Vecchio Continente a eleggere i rappresentanti del Parlamento europeo. L’interrogativo resta ineludibile, come aveva già spiegato Benedetto XVI:
«Il problema dell’attuale dibattito sull’Europa, e anche quello della lotta politica riguardo all’Europa, consiste in gran parte nel fatto che rimane poco chiaro cosa si intenda o si affermi effettivamente con “Europa”. È qualcosa di più di un sogno romantico alquanto nebuloso? È qualcosa di più che una comunione di interessi politico-economici tra i paesi che una volta dominavano il mondo, che sono ormai in una posizione marginale?» (discorso a Strasburgo, 28 aprile 1979, in La vera Europa, 2021).
Gli interlocutori che abbiamo chiamato a confrontarsi sul tema (cui aggiungiamo gli interventi apparsi sul nostro substack Lisander), pur se...

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Blog
I cattopacifisti che straparlano di “suprematismo bianco” in Italia
Data articolo:Fri, 24 May 2024 03:40:26 +0000 di Rodolfo Casadei

Alex Zanotelli al presidio di solidarietà per il popolo palestinese in Piazza Del Gesù. Napoli 20 Novembre 2023
Padre Alex Zanotelli al presidio di solidarietà per il popolo palestinese in Piazza Del Gesù, a Napoli, il 20 Novembre 2023 (foto Ansa)

Quello dell’Italia governata da un esecutivo espressione del “suprematismo bianco” è un tormentone che strappa tutte le volte la risata, e forse è per questo che Alex Zanotelli lo ripete in ogni occasione da due anni a questa parte. Suprematismo bianco e italianità sono storicamente realtà opposte e conflittuali. I veri suprematisti bianchi, quelli del Ku Klux Klan, non hanno mai pensato che gli italiani rientrassero nella categoria “bianchi”: li aggredivano e li linciavano (almeno venti furono trucidati nell’ultimo decennio del XIX secolo in giro per gli Stati Uniti), bruciavano le loro chiese e i loro patronati. La rivista satirica Judge all’inizio del XX secolo li rappresentava come ratti dal pelame fosco che sbarcavano minacciosi sulle rive degli Usa.

«Non sono bianchi, sono italiani!»

Si racconta che in un paese africano anglofono nel corso di sanguinosi disordini che precedettero la sua indipendenza alcuni espatriati italiani vennero fatti prigionieri dai rivoltosi e portati in una struttura per essere fucilati. Mentre già la folla si apprestava ad assistere allo spettacolo, e i ribelli armavano i fucili per l’esecuzione capitale, il giovane che aveva sequestrato i passaporti dei malcapitati arrivò di corsa dall’edificio dove erano riuniti i capi dell’insurrezione con i documenti di identità in mano gridando qualcosa ai miliziani pronti a fare fuoco. Un “ooohh” di delusione salì dalla folla, che prese a disperdersi, mentre i ribelli abbassavano i fucili. Gli italiani chiesero a cosa fosse dovuta la loro salvezza, che cosa avesse detto il messaggero. Risposta: «Ha detto: “Fermatevi, non sono bianchi, sono italiani”».

Al cuore della retorica di Alex Zanotelli

Si potrebbe pensare che a restituire smalto alla gag zanotelliana sia stato il progetto del governo italiano in corso di realizzazione per l’allestimento in Albania di due centri di prima accoglienza dei migranti irregolari e per la verifica del loro status. Sta di fatto che a caldeggiare l’esternalizzazione delle procedure relative agli immigrati clandestini a paesi extra Ue è una lista di 15 paesi europei guidati dalla Danimarca (la cui premier, Mette Frederiksen, è socialdemocratica) e della quale fanno parte, oltre all’Italia, Austria, Bulgaria, Cipro, Estonia, Finlandia, Grecia,  Lettonia, Lituania, Malta, Olanda, Polonia, Repubblica Ceca e Romania: non esattamente paesi di tradizione colonialista, se si eccettuano gli olandesi.

La verità è che al cuore della retorica zanotelliana, così come di quella dei sedicenti pacifisti dell’Arena di Pace di Verona, ci sta l’ossessione per le colpe dell’Occidente e il desiderio di vedere quest’ultimo nella polvere. La colpevolizzazione a 360 gradi dei “bianchi”, gli attacchi all’industria delle armi, le polemiche antigovernative non sono tanto l’espressione di un genuino amore per la pace nella giustizia, quanto contributi propagandistici alla lotta internazionalista per la sconfitta politico-militare e la disgregazione dell’Occidente, visto come la causa di tutti i mali e il colpevole di delitti che possono essere espiati solo con l’autoannientamento. Solo l’odio di sé fino al proprio suicidio permetterà di espiare le colpe storiche e attuali dei “bianchi”.

Pacifisti che abbracciano Stalin

Il manifesto originario di Beati i costruttori di pace, il movimento pacifista antenato dell’Arena di Pace di Verona, a metà degli anni Ottanta proclamava la sua solidarietà con i movimenti di liberazione del Terzo Mondo, che notoriamente non distribuivano confetti per realizzare i loro obiettivi. E c’è solo l’imbarazzo della scelta a ricordare dichiarazioni e prese di posizione di Alex Zanotelli che evidenziano quale sia sempre stato l’obiettivo strategico della lotta nascosta dietro le bandiere arcobaleno e i simboli religiosi. Per lui il problema non è tanto il mancato scioglimento della Nato dopo la fine della Guerra fredda, ma il fatto stesso che l’Italia vi abbia aderito nel 1949 col solo voto contrario, fra i cattolici, di Giuseppe Dossetti (lo ha dichiarato per esempio in occasione delle proteste contro le esercitazioni Trident della Nato nel 2015). Bisognava abbracciare Stalin, anziché tenerlo alla larga.

E quando nel 2006, alla fine della crisi di frontiera fra Israele e Hezbollah libanesi, viene evocata l’ipotesi di una forza di interposizione alla quale potrebbero partecipare militari italiani, Zanotelli aderisce a un appello al governo italiano (guidato allora da Romano Prodi) affinché l’Italia, se davvero intende partecipare, cancelli prima il suo accordo di cooperazione militare con Israele firmato nel 2005 e garantisca che non prenderà parte a operazioni di disarmo di Hezbollah.

Il cattopacifismo italiano e il radicalismo anti-occidentale

Il radicalismo pseudopacifista italiano di area cattolica è solo una propaggine del radicalismo politico anti-occidentale di casa in Europa e negli Stati Uniti, dove si incarna ultimamente nel movimento neo-marxista Black Lives Matter e più in generale nell’ideologia woke. Non ha mai prodotto concetti o pratiche originali, è sempre andato a rimorchio degli slogan, delle lotte, dell’apparato concettuale del radicalismo di matrice marxista e atea o agnostica. Il quale è specializzato da sempre nei due pesi e due misure quando si tratta di questioni politiche che riguardano i diritti di cittadinanza nei singoli paesi europei o occidentali.

I due pesi e due misure in Francia

L’ultimo esempio illuminante arriva dalla Francia, dove i partiti di sinistra (socialisti, comunisti, Verdi e Lfi) hanno votato contro l’allargamento del diritto di voto alle elezioni provinciali a coloro che risiedono nel Territorio d’Oltremare della Nuova Caledonia da almeno dieci anni. Il provvedimento ha provocato violente sommosse da parte di elementi della componente indigena autoctona della popolazione, quella kanaka, che rifiuta di essere messa in minoranza dall’immigrazione dalla Polinesia e dalla Francia metropolitana.

La sinistra francese, che ha lanciato l’anatema contro il concetto di “sostituzione etnica” col quale lo scrittore Renaud Camus manifesta da anni la sua ostilità all’immigrazione di massa in Francia, si batte contro la stessa temuta “sostituzione etnica” quando questa riguarda i kanaki della Nuova Caledonia. Non sia mai che gente dalla pelle chiara o non troppo scura diventi maggioritaria a scapito della popolazione indigena…. Ha commentato Eugenie Bastié su Le Figaro: «È a dir poco curioso che la sinistra, preoccupata per l’aumento del razzismo in Francia, difenda invece una visione etno-differenzialista all’estero. Le stesse persone che vogliono santificare lo ius soli difendono lo ius sanguinis a Nouméa. Le stesse persone che criticano la preferenza nazionale difendono la preferenza kanaka. La “grande sostituzione” è un complotto dell’estrema destra nella Francia metropolitana, ma deve essere combattuta in Nuova Caledonia».

La ragione dell’apparente paradosso è chiarissima, se si tiene presente il modo di ragionare degli “odiatori di sé”: «Essendo il colonialismo del passato il grande peccato assoluto, solo gli ex colonizzati hanno il diritto di rivendicare la propria identità. I popoli europei, minacciati da un’immigrazione massiccia che sconvolge i loro equilibri, non hanno il diritto di difendere le loro culture, le loro tradizioni».

Cattopacifismo e debolezza della fede cristiana

Il radicalismo anti-occidentale di matrice cattolico-pacifista è minoritario e culturalmente subalterno nel contesto del più vasto radicalismo anti-occidentale, ma le ragioni dell’odio di sé affondano esattamente nell’indebolimento della fede cristiana nei paesi occidentali. I cristiani sanno che siamo tutti peccatori e che tutti abbiamo bisogno di perdono per ricominciare a vivere insieme con un senso, e che questo vale per gli individui come per i popoli.

Nel momento in cui la fede nell’unicità dell’evento Cristo, nell’unicità del suo sacrificio, della sua espiazione e del suo perdono come azioni del Figlio di Dio si indebolisce o viene completamente meno, l’esigenza di espiazione si sposta inevitabilmente sui soggetti umani, e il perdono diventa impossibile. Resta solo una giustizia che è vendetta e che vede solo le colpe di alcuni e non di tutti, e anzi identifica nei popoli colonizzati il Messia definitivo che compirà l’opera lasciata a metà dal primo. Ma non saranno i popoli del Sud del mondo, così come non lo sono stati i proletari di tutto il mondo, a portarci la liberazione e la salvezza. «Maledetto l’uomo che confida nell’uomo», dice il libro di Geremia.

Blog
Sollima un po’ troppo “Adagio”. Gran film di attori per Provost
Data articolo:Fri, 24 May 2024 03:35:37 +0000 di Simone Fortunato

Il testo che segue è tratto dalla puntata settimanale di “Cinema Fortunato”, la newsletter di recensioni cinematografiche riservata agli abbonati di Tempi. Abbonati per riceverla ogni giovedì.

Legenda: ★★★★ pazzesco | ★★★ ci sta | ★★ ’nzomma | ★ imbarazzante
Adagio ★★
Di Stefano Sollima
Dove vederlo: Netflix, Sky

Incroci tra malavita e politica in una Roma soffocata dal caldo e dalla corruzione. Apprezzabile noir all’italiana diretto con la solita grande maestria da Stefano Sollima (Suburra, Soldado) e interpretato da un irriconoscibile Pierfrancesco Favino e da un notevole Adriano Giannini, poliziotto cattivissimo e senza scrupoli. Regia e ambientazioni ci sono, manca però una sceneggiatura capace di far saltare sulla sedia. I 127 minuti si sentono tutti, nonostante un bell’incipit in discoteca e rimandi chiarissimi al poliziottesco all’italiana con cui il film condivide il tono disincantato, forse addirittura disperato. Peccato per il ruolo marginale di Valerio Mastandrea.
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Cultura
All’Europa manca la politica. E anche la geopolitica
Data articolo:Fri, 24 May 2024 03:30:42 +0000 di Redazione

L'incontro in Ucraina tra Volodymyr Zelensky e Ursula von der LeyenParlando del bello e del brutto dell’Unione europea, ognuno sceglie la data preferita, come si vede nel dibattito aperto da Robi Ronza su Lisander. Forse si può provare anche con il 1989: perché sì, ci sono il processo istituzionale e l’alternativa tra un’Europa top-down e una bottom-up; ma c’è anche la politica. E, brutto constatarlo, c’è pure la geopolitica, la quale è arrivata come una bomba in un continente che non l’ha presa in considerazione per decenni.

Il 1989 è stato probabilmente l’ultimo anno nel quale l’Europa è stata il centro del mondo. Iniziava la fine di un impero e finivano gli anni della Guerra Fredda: in Germania, simbolo stesso di quell’epoca e delle sue divisioni. Dalla fine della Seconda guerra mondiale e fino a quel momento, gli affari “sporchi” li aveva trattati Washington, con il suo arsenale nucleare, i marines, le navi sugli oceani. Sotto il famoso e capace ombrello, l’Europa aveva potuto pensare a sé stessa, alla propria economia e a cercare di curare le ferite della prima metà del Novecento. Con un certo successo, in alcuni casi notevole. Anche, però, con una dose di verticismo statalista già presente in alcuni manifesti europeisti (Ventotene) e mai del tutto abbandonato.

Mentre, come giustamente sottolinea Ronza, buona parte […]

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News
Comunicato preventivo per la diffusione di messaggi politici elettorali
Data articolo:Thu, 23 May 2024 16:34:18 +0000 di Redazione

Ai sensi della legge 22 febbraio 2000, n. 28 contenente le “Disposizioni per la parità di accesso ai mezzi di informazione durante le campagne elettorali e referendarie e per la comunicazione politica” e della delibera dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni n. 90/24/CONS con cui sono state pubblicate le disposizioni di attuazione della disciplina in materia di comunicazione politica e di parità di accesso ai mezzi di informazione relative alla campagna per l’elezione dei membri del Parlamento europeo spettanti all’Italia fissata per i giorni 8 e 9 giugno 2024

SI COMUNICA

che per l’elezione dei membri del Parlamento europeo spettanti all’Italia fissata per i giorni 8 e 9 giugno 2024 Contrattempi Società Cooperativa mette a disposizione gli spazi pubblicitari su questa testata per la diffusione di messaggi politici elettorali nelle forme consentite dall’art. 7 della legge 22 febbraio 2000, n. 28 e successive modifiche e dalla delibera dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni n. 90/24/CONS.

L’accesso agli spazi su tempi.it è consentito a tutti i candidati ed i partiti politici che ne facciano richiesta, nel pieno rispetto del principio della parità di trattamento. Le condizioni temporali di prenotazione e le tariffe sono quelle previste nel documento analitico depositato presso la redazione di Tempi (via Traù 2 – Milano; telefono 02.51829864; Pec contrattempi@pec.it).

Blog
La Corte penale internazionale ha sede su Marte
Data articolo:Thu, 23 May 2024 06:49:36 +0000 di Lodovico Festa

Su Affari italiani si scrive: «Mossa unilaterale di Mosca contro la Nato. La Russia ha infatti deciso di ampliare le acque territoriali del Paese nel Mar Baltico vicino al confine con la Lituania e la Finlandia. Secondo quanto riporta il Moscow Times la notizia arriva da un progetto di decreto governativo pubblicato online. Stando al dossier del ministero della Difesa, la Russia ha deciso di dichiarare come proprie acque territoriali una parte a Est del Golfo di Finlandia, non lontano dalle città di Baltiysk e Zelenogradsk nei pressi della regione di Kaliningrad».

Poi il Cremlino ha fatto qualche passo indietro sulla questione delle acque territoriali nel mar Baltico, mentre però l’esercito russo si esibiva in manovre che tenevano conto di un eventuale uso di atomiche tattiche. E intanto Pechino mandava i suoi aerei a sfiorare gli spazi aerei di Taiwan in altre esercitazioni militari. Il mondo sta vivendo una fase particolarmente drammatica, nella quale serve senza dubbio più diplom...

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Economia
La resistenza del Ponte sullo Stretto alle critiche
Data articolo:Thu, 23 May 2024 04:00:35 +0000 di Pietro Piccinini

È stata parecchio istruttiva la presentazione tenutasi martedì 21 maggio davanti al Consiglio comunale di Messina dello studio di traffico e dell’analisi costi-benefici relativi al progetto del Ponte sullo Stretto. Parecchio istruttiva per un frangente storico in cui si avvicina “pericolosamente” l’apertura dei cantieri, mentre l’opposizione all’opera ha deciso di aggrapparsi alla vecchia e rassicurante obiezione secondo cui «le priorità infrastrutturali del Mezzogiorno sono altre» e di gridare addirittura a una presunta «devastazione sociale» causata dagli espropri, oltre a ricorrere ai soliti esposti in procura (qui l’intervista di Tempi a Pietro Ciucci, amministratore delegato della società Stretto di Messina, concessionaria per la realizzazione del collegamento stabile tra Sicilia e Calabria, che risponde punto per punto a tutte le obiezioni e accuse).

Da qualche tempo ormai il Consig...

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Esteri
Ci sono anche Pechino e Baku dietro alle rivolte antifrancesi in Nuova Caledonia
Data articolo:Thu, 23 May 2024 03:50:11 +0000 di Rodolfo Casadei

Nuova Caledonia proteste Parigi
Attivisti della Nuova Caledonia protestano a Parigi con bandiere della comunità kanaka (foto Ansa)

Malgrado la partenza nella serata di martedì di Emmanuel Macron alla volta della Nuova Caledonia, appare sempre meno probabile che il presidente riesca a mantenere fede al suo proposito di convocare a Versailles entro la fine di giugno il Congresso del Parlamento, cioè la riunione di Assemblea nazionale e Senato per l’approvazione definitiva dell’emendamento costituzionale che modificherebbe le norme che regolano le elezioni provinciali nel Territorio d’Oltremare: sei morti a causa delle sommosse scoppiate nell’arcipelago il 13 maggio, 200 milioni di euro di danni per la distruzione di automobili, officine, negozi e infrastrutture, barricate a impedire il traffico sulle strade principali, la sospensione dei voli dall’aeroporto internazionale della capitale provinciale Noumea e la necessità di proclamare lo Stato d’emergenza fino al 27 maggio non sono le uniche ragioni.

Da giorni anche alcune delle forze politiche che avevano approvato la riforma del corpo elettorale per le elezioni provinciali caledoniane messa ai voti in Senato e all’Assemblea nazionale e alcuni stretti alleati del presidente Macron chiedono di rallentare la marcia e di dare più tempo a un possibile accordo istituzionale fra indipendentisti e anti-indipendentisti nel territorio annesso alla Francia da Napoleone III nel 1853.

Chi ha iniziato le rivolte in Nuova Caledonia

Con il provvedimento voluto dal governo il corpo elettorale per le elezioni provinciali della Nuova Caledonia verrebbe allargato a tutti coloro che risiedono nel territorio da almeno dieci anni, mentre attualmente tale voto è riservato a coloro che risultavano residenti al 1° gennaio 1998. In pratica il 25 per cento degli attuali 270 mila abitanti è escluso dal voto per gli organi di governo del territorio (mentre tutti i maggiorenni attualmente cittadini francesi hanno diritto al voto politico e a quello per le elezioni presidenziali).

A scatenare la protesta violenta contro la riforma in itinere è stata la comunità kanaka, che rappresenta il 41 per cento degli abitanti e l’etnia indigena autoctona, fautrice da sempre dell’indipendenza da Parigi. I kanaki vedrebbero penalizzata la propria rappresentatività da un allargamento (calcolato in 25 mila votanti, che porterebbero il corpo elettorale da 170 mila a 195 mila aventi diritto) che favorirebbe i soggetti di recente immigrazione, francesi metropolitani e polinesiani.

I referendum per l’indipendenza della Nuova Caledonia

Il governo e la maggioranza del Parlamento francese si sentono autorizzati ad andare oltre a quanto era stato stabilito con gli accordi di Matignon (1988) e di Noumea (1998) per mettere fine alla guerra civile strisciante che aveva tormentato l’arcipelago fra il 1984 e il 1988 perché sarebbero stati assolti i principali obblighi che la Francia si era assunta davanti agli indipendentisti: lo svolgimento di un referendum sull’indipendenza dell’arcipelago, ripetibile fino a tre volte in caso di bocciatura della richiesta di separazione dalla Francia.

Tre referendum si sono svolti fra il novembre 2018 e il dicembre 2021, tutti e tre negativi per la causa indipendentista, ma l’ultimo appuntamento è stato boicottato dai kanaki per motivi religiosi: il territorio ha perduto 314 vite a causa della pandemia da Covid, per il 70 per cento fra i non europei, e la cultura locale prevede un anno di lutto; i partiti che rappresentano gli indigeni indipendentisti si sono rifiutati di condurre una campagna referendaria in queste condizioni.

Macron Nuova Caledonia
Il presidente francese Emmanuel Macron in partenza per la Nuova Caledonia (foto Ansa)

Gli accordi di Noumea

Parigi a sua volta si è rifiutata di rinviare l’appuntamento con le urne, e così anziché l’81-85 per cento degli aventi diritto dei precedenti referendum a quello del dicembre 2021 ha partecipato solo il 44 per cento degli elettori; e mentre nei due precedenti referendum il “no” aveva vinto prima col 56 e poi col 53 per cento dei voti, nel terzo ha trionfato col 96 per cento. Secondo gli accordi di Noumea al fallimento dei referendum indipendentisti doveva seguire un negoziato fra tutte le componenti del mondo politico caledoniano per la definizione di un nuovo statuto della Nuova Caledonia all’interno della Repubblica francese. Il negoziato non c’è stato a causa del rifiuto kanako di accettare il risultato del dicembre 2021, e così Macron ha deciso che dopo due anni e mezzo di impasse sarebbe stata Parigi a definire il futuro dell’arcipelago.

Contraccolpi nazionali e internazionali per Macron

I contraccolpi negativi dell’accelerazione macroniana per il governo e per il presidente si collocano a due livelli, quello nazionale e quello internazionale. A livello nazionale, le cose sembravano essersi messe bene dopo il voto dell’Assemblea nazionale che nella notte fra il 14 e il 15 maggio aveva approvato il progetto di legge costituzionale con 351 voti a favore e 153 contro. Ai voti di Renaissance, il partito di Macron, si erano aggiunti quelli dei gollisti e degli altri centristi e quelli della destra radicale del Rassemblement Nationale di Marine Le Pen. Avevano votato contro socialisti, comunisti, Verdi e gli islamo-goscisti di La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon.

Tutti costoro giudicano sia che la Nuova Caledonia costituisce un’eredità coloniale che la Francia non può gestire senza il consenso delle popolazioni autoctone, sia che il progetto di riforma non deve andare avanti per non provocare violenze come quelle che si sono poi effettivamente materializzate da parte degli indipendentisti. Scoppiato il caso, anche alcuni di coloro che avevano votato a favore del provvedimento hanno fatto marcia indietro, a cominciare dal partito di Marine Le Pen, che ha invitato a rinviare almeno di sei mesi la convocazione del Congresso del parlamento per ratificare la riforma elettorale e ad offrire ai kanaki la possibilità di un altro referendum, non prevista dagli accordi di Noumea.

La Francia è poco amata dagli stati dell’Oceania

Su una linea simile si colloca anche il presidente del Senato Gerard Larcher, affiliato a Les Republicains (gollisti), che invece in grande maggioranza restano favorevoli alla convocazione del Congresso entro fine giugno se nel frattempo indipendentisti e anti-indipendentisti non trovano un accordo in Nuova Caledonia. Ma anche il sindaco di Noumea Sonia Lagarde e la presidente dell’Assemblea nazionale Yaël Braun-Pivet, che appartengono al partito di Macron, chiedono di prendere tempo per evitare che la violenza dilaghi nell’arcipelago che dista da Parigi 16.700 chilometri.

Ancora più preoccupante il quadro internazionale: la Francia si è improvvisamente risvegliata da un certo autocompiacimento per scoprire quanto poco sia amata dagli stati indipendenti dell’Oceania, tutti più favorevoli – chi apertamente, chi obliquamente – all’indipendenza della Nuova Caledonia che al suo mantenimento sotto sovranità francese. Continua a opporsi alla presenza francese e a rinnovare periodicamente la presentazione della causa kanaka presso il Comitato speciale delle Nazioni Unite per la decolonizzazione il “Gruppo punta di lancia melanesiano”, un’associazione regionale di stati che comprende la Papua Nuova Guinea, le Isole Salomone, le Figi, Vanuatu e il Fronte di liberazione nazionale kanaka e socialista, la storica organizzazione politica indipendentista caledoniana.

Nuova Caledonia, «Macron ascolti la minoranza kanaka»

Sulle pagine di Le Monde l’ex console generale australiana in Nuova Caledonia Denise Fischer ha elencato tutte le dichiarazioni perplesse o ostili di capi di governo della regione nei riguardi della volontà francese di svolgere il referendum del dicembre 2021 nonostante il boicottaggio kanako. E ha concluso così il suo intervento:

«Negli ultimi decenni, la Francia ha investito molto per riconquistare la fiducia della regione. In particolare lo Stato francese ha messo fine ai suoi test nucleari nella regione e concesso maggiore autonomia ai suoi territori del Pacifico. E questo, nel rispetto per le popolazioni e per le autorità locali. Emmanuel Macron ha collocato la Nuova Caledonia al cuore delle sue ambizioni geopolitiche. Per preservare il suo desiderio di vedere la Francia diventare una grande potenza nella regione indo-pacifica, il capo dello stato deve ora ascoltare la minoranza kanaka in crescita (secondo la Fischer oggi rappresenterebbe il 45 per cento della popolazione – ndt) e gli appelli dei governi della regione. Deve farlo con l’obiettivo di progredire, mano nella mano, con umiltà e rispetto».

Gli interessi della Cina e la guerra ibrida dell’Azerbaigian

D’altra parte non è un segreto per nessuno che sulla Nuova Caledonia ha messo gli occhi la Cina, già molto influente nella regione: dal 2022 le Isole Salomone hanno un accordo per la reciproca sicurezza con Pechino, nel gennaio di quest’anno Nauru ha riconosciuto il governo di Pechino come legittimo rappresentante della Cina e ha interrotto i rapporti diplomatici con Taiwan (la stessa cosa avevano fatto negli anni precedenti le Isole Salomone e Kiribati), l’anno scorso il presidente uscente degli Stati Federati di Micronesia, David Panuelo, ha descritto la “guerra politica” che la Cina avrebbe condotto attraverso la sua ambasciata, comprese operazioni di intelligence clandestine, interferenze negli affari interni e corruzione di funzionari governativi per favorire gli interessi di Pechino.

La Nuova Caledonia è interessante per le miniere di nickel, nelle quali si trova fra il 20 e il 30 per cento delle riserve mondiali di questo minerale, indispensabile per la produzione di elettrodomestici e batterie per automobili. L’attuale produzione locale invece rappresenta l’8 per cento del totale mondiale. Ciliegina sulla torta, fra le mani e sulle magliette dei manifestanti indipendentisti che hanno infiammato le recenti proteste sono state notate bandiere dell’Azerbaigian e addirittura ritratti del presidente Aliyev. Il ministro degli Interni Gérald Darmanin assicura: «L’interferenza azera non è un fantasma, è una realtà. Una parte degli indipendentisti caledoniani ha concluso un patto con l’Azerbaigian». Baku appare impegnata in una guerra ibrida contro la Francia motivata dal sostegno diplomatico di Parigi alla causa armena del Nagorno Karabakh.


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