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#news #tempi.it
Dal 23 al 29 gennaio si tiene a Milano la “Settimana dell’Artsakh” (Nagorno-Karabakh, qui il programma) organizzata da Sireh, un invito a conoscere e incontrare una cultura antica e oggi minacciata attraverso ciò che unisce le persone: il cibo, la musica, la spiritualità e il dialogo tra generazioni.
Corsi di cucina armena, cene accompagnate da musica e danza alla Casa Armena, momenti di incontro e riflessione presso la Parrocchia di San Pietro in Sala e il suo teatro, culmineranno in una messa concelebrata e in occasioni di scambio tra giovani con storie e vissuti diversi.
Una settimana per ascoltare, condividere e costruire ponti, partendo dal patrimonio culturale del Nagorno-Karabakh (Artsakh) e dalle persone che lo custodiscono, trasformando la memoria in presenza e l’incontro in responsabilità condivisa.
Teatro Wagner · San Pietro in Sala · Casa Armena
Prenotazioni e info: sireh@asof.am WhatsApp +39 335 8010108
Mark Carney, primo ministro canadese, ha ragione quando denuncia l’ipocrisia dell’Occidente che per tanti anni ha reso omaggio al diritto internazionale come il fruttivendolo di Václav Havel che a Praga esponeva in vetrina il cartello con la scritta “Proletari di tutto il mondo uniteviâ€: entrambi sapevano che si trattava di una finzione ed entrambi lo facevano per amor di quieto vivere e per un tornaconto nell’immediato.
Ha torto quando propone una coalizione delle medie potenze come risposta all’arroganza delle superpotenze che hanno deciso di rinunciare persino alla finzione. Sulla prima questione abbiamo già snocciolato tante volte il kyrie eleison delle infrazioni del diritto internazionale – da parte di paesi liberaldemocratici, comunisti, islamisti, terzomondiali – che per decenni hanno preceduto i recenti exploit di Vladimir Putin e di Donald Trump, perciò non ci torniamo. Sul perché l’alleanza delle medie potenze non sia la soluzione della crisi attuale vale la pena approfondire.
Con poche eccezioni – le tre principali sono l’Ucraina, Taiwan e la Groenlandia – il problema prioritario delle medie potenze non è la politica delle superpotenze, ma sono i conflitti di interesse con altre medie potenze, quelle che confinano con loro o che appartengono alla stessa regione. Trump, come è noto, si vanta di aver mediato armistizi e accordi di pace che avrebbero messo fine a otto guerre.
Il discusso elenco comprenderebbe il conflitto fra Armenia e Azerbaigian, quello fra Thailandia e Cambogia, quello fra Ruanda e Repubblica Democratica del Congo, quello fra India e Pakistan, quello fra Serbia e Kosovo, quello fra Egitto ed Etiopia e quello fra Israele e i palestinesi di Gaza. Come è facile notare, si tratta di conflitti fra medie potenze o fra medie potenze e potenze medio-piccole o piccole. Che nascono da questioni molto serie.
Il regime delle acque del Nilo che la grande diga costruita in Etiopia potrebbe modificare radicalmente, il controllo delle immense ricchezze minerarie del Kivu, lontano 2.500 chilometri di piste dalla capitale congolese Kinshasa e vicino 150 chilometri di strade in parte asfaltate alla capitale ruandese Kigali, il destino del Nagorno-Karabakh e degli armeni che lo hanno abitato ininterrottamente per duemila anni, la contesa per il Kashmir fra indiani e pakistani che va avanti dal 1947 sono questioni esistenziali per i paesi coinvolti, che guardano all’invasione russa dell’Ucraina, alla pretesa sottomissione di Taiwan al governo di Pechino e alle mene di Donald Trump intorno alla Groenlandia e alla cattura per suo ordine di Nicolás Maduro come a cose che li riguardano molto poco.

Davvero sarebbero pericolosi precedenti che strappano la tela del diritto internazionale e prefigurano un far west nei rapporti fra gli Stati? E invece che cos’erano il fallito attentato a Mubarak ad Addis Abeba nel 1995 organizzato da jihadisti egiziani che facevano base in Sudan, l’abbattimento dell’aereo coi presidenti del Ruanda e del Burundi sopra il cielo di Kigali il 7 aprile 1994, le decine di attacchi terroristici nel Kashmir indiano e nell’India metropolitana per opera di terroristi che godevano di protezioni ad alto livello in Pakistan, come il massacro di Mumbai del 2005 opera di Lashkar-e-Taiba che fece 175 morti?
Il discorso non vale solo per le aree extraeuropee o extraoccidentali. Il Parlamento europeo ha appena bocciato con 334 voti contro 324 il trattato di libero scambio fra Unione Europea e paesi latinoamericani del Mercosur. Due settimane prima il Consiglio europeo aveva approvato l’accordo col voto contrario di Austria, Francia, Irlanda, Polonia e Ungheria, e l’astensione del Belgio. L’esistenza e il funzionamento dell’Unione Europea sono il caso più lampante che le medie potenze di una regione hanno bisogno di una cassa di compensazione e di meccanismi di conciliazione e gestione dei diversi interessi di cui sono portatrici per evitare collisioni esplosive di interessi nazionali obiettivamente diversi.
E non sempre riescono nell’intento. I loro interessi sono diversi anche nel caso dei rapporti con le superpotenze: per la Polonia e gli Stati baltici è strategico alimentare una stretta alleanza politico-militare con gli Stati Uniti per tenere a distanza la percepita minaccia rappresentata dalla Russia, per la Francia è più importante tutelare la propria autonomia dagli Stati Uniti e creare le condizioni per un riavvicinamento a Mosca.
Carney stesso conduce una politica internazionale diversa da quella che ha perorato a Davos: «Negli ultimi giorni abbiamo concluso nuove partnership strategiche con Cina e Qatar. Stiamo negoziando accordi di libero scambio con India, Asean, Thailandia, Filippine e Mercosur», ha candidamente ammesso. Con la Thailandia, le Filippine e l’Argentina il Canada negozia accordi di libero scambio, con la Cina conclude un partenariato strategico. Honi soit qui mal y pense…
Raramente le potenze medie sono realisticamente in grado di fare blocco per far cambiare idea a una superpotenza. Se sia stata l’unanime reazione europea o pressioni di origine americana (finanziarie, partitiche, sondaggistiche) a spingere Trump ad ammorbidire la propria linea sulla Groenlandia resta da verificare. La via maestra che da sempre le potenze medie battono per esercitare un condizionamento sulla superpotenza di turno è un’altra: è la politica dei due forni, è la politica di far ingelosire il proprio tutore facendo l’occhiolino al suo rivale.
Non si tratta di esempi raccomandabili, ma sono tanti i regimi africani che si sono tenuti in sella mettendosi all’asta fra sovietici e americani ai tempi della Guerra fredda. Tempi nei quali l’Italia stessa lucrava sostegno e otteneva comprensione da parte degli Stati Uniti d’America evocando il pericolo di uno scivolamento del paese verso la sfera d’influenza sovietica attraverso un successo elettorale del Partito comunista.
Ma queste cose Carney le sa benissimo: in un battibaleno Ottawa è passata dalla guerra commerciale con la Cina, fatta di dazi antidumping sulle merci cinesi, alla riduzione delle tariffe sulle auto elettriche di Pechino, mentre quest’ultima ha ridotto quelle sulle agroesportazioni canadesi. Le sanno anche quelli che a Davos applaudivano con fervore il suo discorso. Le sanno meno bene quelli che entusiasti postano sui social il suo discorso tradotto in un italiano claudicante, convinti che da ieri il sole dell’umanità sorga da nord-ovest.
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu non era a Davos per firmare l’accordo sul Board of Peace, il Consiglio internazionale per la pace ideato, voluto e presieduto dal presidente americano Donald Trump. Su Netanyahu pesa un mandato di cattura della Corte penale internazionale per crimini di guerra nel conflitto in corso da due anni e mezzo a Gaza, dopo il massacro del 7 ottobre compiuto da Hamas. E questo dice molto sulla complessità di una situazione internazionale che vede organismi giuridici ed istituzionali invischiati nell’indistricabile groviglio mediorientale.
Un nodo gordiano che Trump più che sciogliere vuole tagliare con un colpo di spada. Mettendo a sedere fianco a fianco amici e nemici, rivali e alleati.
A Davos c’era il presidente israeliano Isaac Herzog che ha ribadito i punti fermi dello Stato ebraico: le condizioni irrinunciabili per l’avvio della seconda fase dopo la tregua di tre mesi fa (e più volte violata) sono il totale disarmo di Hamas e la consegna del corpo dell’ultimo ostaggio, il sergente Ran Gvili, sepolto sotto le macerie nella parte della Striscia ancora sotto il controllo dei jihadisti.
Per Israele Hamas è ancora un pericolo reale: durante il cessate il fuoco si è rafforzata e riarmata, grazie all’aiuto di paesi che ora sono nel Board of Peace come Qatar e Turchia. Israele punta a ritessere gli accordi di Abramo con i paesi arabi, otto dei quali hanno firmato a Davos, e tra loro Arabia Saudita ed Emirati, in pessimi rapporti reciproci. L’Onu di Trump sembrava destinata a fallire prima di nascere ma non è stato così. Ora si vedrà cosa accadrà sul terreno.

E non tutto è chiaro, a cominciare da come e da chi sarà formata la Forza di stabilizzazione: soldati sul terreno, sul confine, a vigilare mentre dentro Gaza la sicurezza dei cittadini e il lavoro di aiuto alla popolazione con l’avvio della ricostruzione saranno garantiti da una forza di polizia palestinese “depurata” da Hamas e da ogni altra formazione terrorista.Â
Israele ha accettato perché non può inimicarsi Trump, ma «se Hamas non sarà smantellata con la diplomazia lo faremo noi con le armi», dice a Tempi un alto funzionario del ministero degli Esteri israeliano. «Andremo fino in fondo: non possiamo permetterci un altro 7 ottobre. Al momento non vi sono certezze sulla scelta di Hamas. Se adempirà agli obblighi, ciò sarà il risultato delle pressioni politiche esercitate dagli attori coinvolti, in particolare da Qatar e Turchia. In caso contrario, Israele agirà autonomamente, come ha sempre fatto, senza chiedere aiuto militare ad altre nazioni: la preferenza resta per soluzioni diplomatiche, siamo consapevoli del costo umano dei conflitti, sappiamo bene che la situazione della popolazione a Gaza è grave ma è anche vero che ogni giorno entrano nella Striscia numerosi camion di aiuti umanitari, che spesso Hamas sequestra per finanziare le proprie attività , una situazione che non può più essere tollerata».
Secondo Sky News Arabia, sarebbe stato raggiunto un accordo tra Hamas e l’amministrazione Usa, in base al quale l’organizzazione consegnerebbe le armi e le mappe dei tunnel di Gaza in cambio dell’accettazione di Hamas come partito politico e del reintegro di alcuni suoi membri nella nuova amministrazione.
«Il governo – continua il funzionario, che chiede di non rivelare il suo nome – era diviso tra partecipare o no al Board: la questione era se fosse possibile dire no a Trump e se accettare di sedere a fianco di paesi che aiutano i terroristi. Ma poi è prevalsa una considerazione più realistica: meglio essere al tavolo dove vengono prese le decisioni piuttosto che essere assenti e in qualche modo subirle senza poter dire la nostra. La stessa ragione per cui Israele siede all’Onu benché più volte l’Assemblea generale voti contro di noi accogliendo mozioni di paesi totalitari e fondamentalisti che non rispettano i diritti umani».Â
«Prima del 7 ottobre parlavo regolarmente con esponenti di Hamas», dichiara a Tempi il giornalista arabo-israeliano, di madre palestinese, Khaled Abu Toameh, noto editorialista i cui commenti compaiono spesso sul Jerusalem Post e sui quotidiani di lingua araba. «Il messaggio era sempre lo stesso: “Vogliamo solo mantenere la tregua, migliorare l’economia”. Intanto 18.500 palestinesi di Gaza avevano permessi per lavorare in Israele; il piano era di portarli a 30.000 entro fine anno. Contemporaneamente, valigie piene di contanti entravano a Gaza dal Qatar con l’avallo israeliano».
«L’idea condivisa da molti, anche da me», ammette Abu Toameh, «era che migliorando l’economia si potesse garantire calma e quiete. Oggi sappiamo che faceva parte della strategia dell’inganno. Ma allora, se qualcuno mi avesse chiesto una o due settimane prima del 7 ottobre, quali fossero le possibilità di una guerra tra Israele e Hamas, avrei risposto: zero. Mi sbagliavo. E ho imparato a non fare previsioni».
Sabri Saidam, nato a Damasco, fa parte del comitato centrale di Fatah, lo storico partito palestinese cacciato da Gaza nel 2007 dopo una violentissima battaglia con Hamas. Saidam è consigliere del presidente dell’Autorità palestinese, Abu Mazen. Lo incontro nel suo ufficio di Ramallah. «La Palestina non è stata invitata al Consiglio per la pace», dichiara a Tempi. «Netanyahu non vuole che i problemi siano risolti e vuole mantenere alto lo stato di conflitto per poter controllare tanto Gaza quanto la Cisgiordania. In sostanza, il suo obiettivo è mantenere e aumentare le divisioni tra i palestinesi. Lui e i suoi alleati di governo hanno come scopo finale la deportazione del nostro popolo dalla terra di Palestina. E contano sulle nostre divisioni».Â
Anche se Trump ha dichiarato ieri che «la guerra a Gaza sta per finire», il processo di pace, visto sul campo, sembra ancora fragilissimo. Gli israeliani sono diffidenti e pronti a ricominciare la guerra. I palestinesi restano divisi. Il valico di Rafah tra Gaza ed Egitto è ancora chiuso, anche se Ali Shaath, leader del comitato tecnocratico palestinese, ha annunciato che la settimana prossima riaprirà in entrambe le direzioni. I bombardamenti massicci per ora sono finiti, ma non i combattimenti e i raid mirati a Gaza. Ogni giorno si contano nuovi morti.Â
Educare secondo don Giussani è il titolo del volume, edito nel 2024 da Morcelliana, a cura di Donatella Morelli, Dirigente Scolastica, preside del liceo Tirinnanzi di Legnano e da Josè Rodelgo Bueno, già preside della Saint Brendan High School di Miami, Stati Uniti, che ci propone di riflettere sul metodo educativo di uno dei più grandi educatori del secolo scorso: don Luigi Giussani.
È un testo che ci offre l’occasione di raccontare in modo semplice ma significativo il metodo educativo proposto dal fondatore di Comunione e liberazione, attraverso testimonianze di adulti del nostro tempo che hanno deciso di rischiare un giudizio sulla propria esperienza professionale – in questo caso nel campo educativo – alla luce della loro esperienza di fede. Per don Giussani l’educazione non è soltanto una trasmissione di nozioni, ma la comunicazione di un bene, di una positività . E questa trasmissione avviene da persona a persona, da un soggetto che ha una certa esperienza da comunicare a un soggetto che si paragona con questa esperienza. Il frutto è la crescita e lo sviluppo dell’umano, è la possibilità di un cammino verso il compimento della propria umanità .
Nel volume i singoli interventi sono stati raggruppati in quattro sezioni, rendendo così fruibile il testo in un duplice modo: sia come una serie di singoli interventi, che hanno in sé un senso compiuto e che pertanto possono essere letti separatamente, sia come lavoro organico, che presenta nel suo insieme i diversi aspetti del fenomeno educativo.
La prima parte del testo riguarda la vita della classe e la didattica. Qui si descrivono modi ed esperienze concrete di insegnamento nelle varie discipline (italiano, matematica, inglese, etc.), includendo i contenuti considerati essenziali.
La seconda parte riguarda la vita della scuola e un modello diverso di creare, sviluppare e vivere il mondo della scuola. Rettori e presidi hanno mostrato esempi di come l’educazione di Giussani abbia inciso sull’organizzazione, sulla gestione e sul clima degli istituti da loro diretti.
La terza parte riguarda la vita oltre la scuola. I contributi presentati descrivono le modalità , così diverse tra loro, attraverso le quali Giussani accompagnava i giovani che lo seguivano: il raggio, la scuola di comunità , Gs, il Graal, la caritativa, le gite, l’aiuto allo studio e tanti altri.
La quarta parte offre le testimonianze di adulti che hanno partecipato al nascere di Gs o sono stati studenti di don Giussani e ne hanno sperimentato direttamente il metodo educativo.

Donatella Morelli e José Rodelgo-Bueno, Educare secondo don Giussani, Scholé, 352 pagine, 24 euro.
Disclaimer: grazie al programma di affiliazione Amazon, Tempi ottiene una piccola percentuale dei ricavi da acquisti idonei effettuati su amazon.it attraverso i link pubblicati in questa pagina, senza alcun sovrapprezzo per i lettori.
«Le buone maniere sono come la legge finanziaria: non sono a budget infinito». La storia di ogni storia, meme, reel, selfie, diretta streaming, l’onnipresenza dell’ossessione visualizzante e visualizzata è tutta nell’esergo, spedito e impertinente di Guia Soncini che, a suo parere, a partire dal 2010 individua nel processo di conglobazione della realtà da parte dei social media il deperimento conclamato delle buone maniere. La postura letteraria non si perita di sollecitare risposte o evocare reazioni (peggio ancora gesti concreti), non cede ad alcuna tentazione d’inarcare il registro retorico, ma, semplicemente, circumnaviga la lancinante perdita del margine, della messa in forma, del tra le righe, del canone del Bel Novecento. Da fare uscire fuori dai gangheri anche l’ultimo dei TikToker, quanto a senso d’impotenza e scarsa presa dentro e fuori dalla piattaforma, con le sue metriche visive, il traffico conversazionale, nel presente oggettivo che, invece, è iperreale, al pari di tutti di tutta la sfera mediale postmoderna.
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