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Chiesa
«Il Libano è circondato dalle tenebre e il Papa viene ad annunciarci la pace»
Data articolo:Sat, 29 Nov 2025 03:55:00 +0000 di Leone Grotti

«Quando domani arriverà in Libano, Leone XIV troverà un paese forte nella speranza, nonostante la guerra; una popolazione che cerca la vita, nonostante le tenebre che la circondano». È questo il messaggio che recapita al Papa attraverso un’intervista a Tempi monsignor Jules Boutros, il vescovo che guida la Chiesa patriarcale di Antiochia dei Siri, 16 mila fedeli in tutto il Libano. Monsignor Boutros risiede nella sede del patriarcato siro-cattolico ad Harissa, a 25 chilometri da Beirut, vicino al santuario più importante di tutto il Medio Oriente: quello dedicato a Nostra Signora del Libano. Il Papa, che domani atterrerà nella capitale libanese dopo essere stato in Turchia, lo visiterà lunedì mattina.

Monsignor Boutros, in che condizioni si trova il Libano dove domani arriverà per il suo primo viaggio apostolico Leone XIV?

La guerra è finita un anno fa, ma soltanto sulla carta: ogni giorno il nostro territorio viene colpito. Tanti villaggi del sud e perfino la capitale sono sottoposti quotidianamente ai bombardamenti di Israele. Siamo circondati dalle tenebre, ci siamo abituati alla guerra, eppure siamo vivi, non ci arrendiamo al conflitto, alla crisi economica, alla depressione e neanche all’emigrazione.

Il vescovo Jules Boutros, guida della Chiesa Patriarcale di Antiochia dei Siri in Libano
Il vescovo Jules Boutros, guida della Chiesa Patriarcale di Antiochia dei Siri in Libano (foto Tempi)

Come ha reagito il Libano alla notizia che il Papa avrebbe visitato il paese?

Con enorme gioia, lo aspettiamo con trepidazione perché speriamo che possa portare un po’ di pace a questa terra. Leone XIV troverà una comunità accogliente, devota, un culto mariano profondo. Se ne accorgerà lui stesso visitando i nostri santuari, frequentati sia dai cristiani che dai musulmani.

Perché secondo lei Leone XIV ha scelto proprio il Libano per il suo primo viaggio apostolico?

Il motto della visita è: “Beati i costruttori di pace”. Ecco perché il Papa viene qui: per parlare di riconciliazione in una terra assetata di pace, dove tante persone non l’hanno mai sperimentata. Io sono nato nel 1982 e fino a oggi c’è stata una guerra praticamente ogni anno. Il Libano è da tanto tempo colpito dal male, eppure qui c’è una comunità cristiana fiera della fede alla quale appartiene, fiera dei suoi santi, fiera delle sue tradizioni.

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Anche il Libano è Terra Santa.

Qui i cristiani vivono da sempre. Il sud del paese è stato percorso e benedetto duemila anni fa da Gesù, da Maria, dagli apostoli.

Qual è il messaggio che porterà il Papa?

Mi aspetto non solo che ci parli della pace, ma che la annunci. Perché la pace non si può vivere solo a livello sentimentale, spirituale o psichico: gli angeli l’hanno annunciata insieme all’incarnazione di Gesù Cristo. La pace si deve costruire e questa, credo, è la parte più difficile della missione cristiana.

Le conseguenze a Beirut del raid di Israele del 23 novembre
Le conseguenze a Beirut del raid di Israele del 23 novembre (foto Ansa)

Perché?

Fare opere di carità – scuole, ospedali, università, centri per i rifugiati, orfanotrofi – è semplice, tra virgolette. Le opere di giustizia e di pace, invece, sono difficili, soprattutto quando si vive in mezzo a paesi ed economie che investono in armi, in mezzo a fondamentalismi religiosi che vogliono violenza e guerra.

I giovani libanesi continuano ad abbandonare il paese: la visita del Papa li aiuterà a restare?

Prima di rispondere faccio una premessa: io sono convinto che l’uomo abbia la libertà di vivere dove preferisce. La storia della Chiesa è piena di uomini e donne che lo Spirito Santo ha chiamato a lasciare il proprio paese per andare fino agli estremi confini della Terra. Quanti missionari italiani si sono dispersi nel mondo per portare il Vangelo? La dispersione, da cui la parola diaspora, non è per forza negativa: io non sono meno fedele alla mia vocazione e alla mia patria se scelgo di vivere altrove per ragioni familiari, sanitarie, missionarie o economiche. Detto questo, sono convinto che il Santo Padre darà coraggio a tanti giovani libanesi che stanno pensando di emigrare per ragioni magari superficiali.

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In che modo?

Quello di Leone XIV è un viaggio controcorrente. Ci sono tanti giovani che dicono: “In questo paese non si può vivere” o “in questo Medio Oriente non si può vivere”. Lui sceglie di venire qui da noi per rispondere, innanzitutto con la sua presenza, alla domanda: ma vale ancora la pena vivere qui come cristiani? Credo che rinnoverà la ragione missionaria della nostra presenza. Noi cristiani in Libano e in Medio Oriente non siamo solo un numero, siamo chiamati a essere luce in queste tenebre, sale in un Medio Oriente dove i musulmani sono ormai la maggioranza, lievito che dà vita e porta la pace, soprattutto a chi è debole e non ha voce e ha perso la speranza.

Che cos’ha di diverso il Libano rispetto a tanti altri paesi del Medio Oriente con una presenza cristiana più o meno importante?

Questo paese rappresenta per tutto il mondo un messaggio di fraternità universale: è possibile vivere insieme. Cristiani, musulmani ed ebrei possono vivere in pace. Il Libano prova a fare questo, anche se con tanti problemi e difficoltà. Ci siamo riusciti per tanto tempo: speriamo grazie alla la visita del Papa di riuscirci di nuovo.

@LeoneGrotti

Salute e bioetica
Generare, non riprodurre. Trattiamoci da uomini e non da animali
Data articolo:Sat, 29 Nov 2025 03:30:00 +0000 di Emanuele Boffi

Da parecchio tempo riteniamo che la critica più efficace alla maternità surrogata sia il resoconto dell’esperienza di chi vi è ricorso. Non il racconto dorato e luccicante che va per la maggiore sui grandi media e sui grandi quotidiani (mai, come in questo caso, utili idioti della propaganda affaristico-sentimentale delle cliniche), quanto quello – tenuto sempre molto nascosto – di chi s’accorge della ricadute, concrete e dolorose, che una tale scelta ha sulla propria esistenza. 

La storia raccolta da Leone Grotti in questo numero di Tempi s’aggiunge alla lunga lista delle testimonianze su cosa sia davvero la gestazione per altri. È un pugno nello stomaco, che s’aggiunge a quelli che tante volte abbiamo proposto sul nostro giornale, segnalando, ogni volta che ci capitasse, le vicende di chi fosse ricorso alla pratica dell’utero in affitto.

«Schiavismo moderno»
«Schiavismo moderno», lo definì in un’intervista di dieci anni fa a Tempi Marie-Josèphe Bonnet, storica femminista francese...

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Chiesa
Ho una notizia per te, Nolberto: non sei più solo
Data articolo:Sat, 29 Nov 2025 03:20:00 +0000 di Patricio Hacin

Oggi ho conosciuto Nolberto, un bambino di 11 anni arrivato alla Clinica qua, in Paraguay. Suo padre è in carcere per l’omicidio di sua moglie (la madre del bambino). Il piccolo è stato trovato avvolto in un lenzuolo, per terra. Ha una grave denutrizione, non cammina e non parla a causa del suo evidente ritardo neurologico.

Mi sono riempito di commozione, oggi, mentre ero davanti a lui. I suoi grandi occhi neri non mi lasciavano in pace. Mi avevano avvisato di un nuovo paziente che necessitava dell’unzione degli infermi, ma non mi avevano detto che si trattava di un bambino. Ho chiesto subito se fosse battezzato… evidentemente non avevamo questa informazione e, a causa del suo abbandono, non potevamo neppure chiederlo a un familiare o a un amico.

Immediatamente ho chiesto un po’ d’acqua e l’ho battezzato. In questi casi non mi interessano molto i liturgismi né le norme.

A te, il mio preferito

I suoi occhi mi gridavano: «Dimmi tu, Pato, cosa hai da darmi? Tu, povero prete, che sei un disastro, cosa puoi darmi?». Ho percepito più che mai la risposta certa. Ho una notizia per te, Nolberto: non sei più solo. Non sarai mai più solo; da oggi, in questo mondo, ti chiameranno per nome – quello che avevi prima ancora di nascere – ma da oggi, da quando sei entrato nella nostra vita, da quando la tua Croce ti ha portato in questo luogo, da oggi appartieni a Dio, sei Sua proprietà. Solo Lui dà un senso alla tua croce, perché sei figlio, sei Suo figlio.

È questa la grande notizia del profeta: «Nessuno ti dirà più “abbandonataâ€, né alla tua terra “devastataâ€. A te sarà detto: il mio preferito» (cfr. Is 62,4). Quanta consolazione, per Nolberto, per me, per le infermiere commosse, per tutti coloro che sono stati preferiti nella Croce.

Mi ricordavo quando padre Aldo, in un’omelia, diceva: «“Padre†significa che ho una radice, e la radice è il senso della vita, perché dalla radice sgorga la vita. “Padreâ€, san Francesco davanti a questa parola rimase in estasi tutta la notte. “Padreâ€, quando sei solo, quando sei in crisi, quando sei depresso, quando sei stanco, dillo ad alta voce: “Padre!â€. Senza questo grido tutto rimane incomprensibile» (Padre Aldo Trento, Omelia del 23-07-2016).

Nolberto ha un Padre, vicino, prossimo. È mio fratello, perché anche io sono stato abbracciato così.

* L’autore di questo articolo è parroco della Parroquia San Rafael ad Asunción (Paraguay)

Società
Lezioni d’amore al tempo del consenso informato
Data articolo:Sat, 29 Nov 2025 03:15:00 +0000 di Emiliano Ronzoni

Siamo tutti avvinti da questa nuova querelle che in parlamento oppone maggioranza e minoranza sul consenso informato. Ovverossia, così è spiegato, sul consenso che deve essere «pieno, esplicito e attuale sia prima che durante un rapporto sessuale». In altre parole, se ho capito bene, si tratterebbe del fatto che, sia prima e sia durante, lei dovrebbe esprimere un pieno, esplicito e attuale consenso alle di lui pretese.

Lodiamo l’intento. E lo diciamo senza alcuna ironia. Ma molte sono le domande che anche i più assidui frequentatori della pratica si pongono: come verrebbe espresso questo pieno e attuale consenso? Con mugolii di piacere? Chiamando a certificare un paio di testimoni? Con un atto sottoscritto e controfirmato dal notaio? Oppure bisognerà andare a lezione da molfette o scoiattoline che esprimono il consenso con strusciamenti, fremiti della coda, leccate di muso?

Mi consenta

Quel che non si capisce è che il nuovo dettato di legge, una volta perfezionato, chiederà innanzitutto un cambiamento culturale. Anzi, no, sbagliato, in realtà tutti lo sottolineano e lo invocano. Già, ma quale? A quale scuola si impara questa nuova cultura del rispetto e della valorizzazione dell’altrui sesso? Tante domande, poche risposte. Eppure sarebbe semplice, e noi un suggerimento, forse magari al momento non proprio popolare, ce l’avremmo. Si tratterebbe, di assumere su di sé, magari iscrivendosi a corsi di apprendimento appositi – diffidare di quelli online – di fare proprio e quasi rivestirsi, quasi fosse una seconda natura, dell’abito mentale del Cavaliere, sì proprio lui, il caro e vecchio Berlusconi. È notorio, è risaputo, e le cronache lo hanno raccontato per decenni, che lui, il Cavaliere, sulla materia, in vita, si è sempre esercitato parecchio.

Ma mai, fate attenzione, mai una volta che, prima di mettersi in posizione e all’opera, abbia mancato di alzare il ditino e accennare con voce suadente: “Mi consenta…â€. Ecco, basterebbe che tutti noi ci trasformassimo nel Cavaliere così da restare sospesi, ogni volta calati i pantaloni, anche per un solo attimo, il tempo di pronunciare la classica famosa formula: “Mi consenta…â€.

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Cose complicatissime

Sì lo so, quali sarebbero le vostre obiezioni. Ma così si torna al punto di partenza: come si certifica il consenso al “mi consenta?â€.

Cominciamo col dire che così facendo si è comunque già a metà strada. Vi sembra poca cosa, mettiamo, che uno non entri in un bar e invece di chiedere al barista “un caffè per favoreâ€, si faccia largo difilato dietro il bancone per armeggiare su una macchina che non è sua? Qualcuno, sempre ostinato, opporrà: “Ok, con questo siamo a metà strada. Ma per tutto il resto che manca alla meta?â€. Certo ci troviamo in tempi che non son più, tanto per dire, quelli del Manzoni e dei suoi Promessi sposi, quando al “mi consenta…†sarebbe bastato un abbassare di occhioni e un pudico fremito di ciglia della bella Lucia di turno per confermare che sì, sarebbe cosa giusta e doverosa lasciare che i pantaloni rimangano abbassati.

Oggi, al tempo dell’intelligenza artificiale credo ci si dovrebbe rivolgere ad agenzie investigative in grado di puntare microfoni direzionali, binocoli a lunga distanza, droni interceptor, analisi biochimiche per rilevare cambiamenti nell’umore epiteliale, mappe di corteccia cerebrale, diagrammi sensoriali, ecc ecc. Cose complicatissime a cui, lo confessiamo, noi non saremmo nemmeno in grado di mettere testa.

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Passato il momento

Un unico consiglio ci permettiamo di avanzare alle, speriamo, non poche signore oggetto di galanti attenzioni. Nel caso che sì, nel caso che, insomma, non disdegnino la postura del pantalone abbassato, si affrettino a esprimere il consenso. Non vorremmo, in questi anni di progressiva scomparsa del mascolino e della sua attitudine a porsi all’opra, non vorremmo, dicevamo, che passato il momento gabbato lo santo, da dover poi essere costretti ad assistere allo spettacolo di pantaloni che mesti ritornano a riguadagnare l’altezza della cinta.

Anche perché, e qui la rottura di scatole sarebbe nostra, non vorremmo ritrovarci con l’ennesima battaglia in parlamento, questa volta chiamato a legiferare su come sanzionare chi, una volta steso il contratto, non ha voluto o, più facilmente, non ha potuto onorarlo.

Cultura
Un giudizio comunionale alla ricerca della verità nella confusione del mondo
Data articolo:Sat, 29 Nov 2025 03:15:00 +0000 di Giancarlo Cesana

 Nella tradizionale giornata di inizio anno di Comunione e Liberazione, il presidente della Fraternità Davide Prosperi si è soffermato sulla necessità di un giudizio comunionale, possibilmente unitario, sugli avvenimenti della vita e della società. Il richiamo ha giustamente suscitato grande attenzione, data la fatica di essere insieme ad affrontare quel che succede, per esempio le recenti manifestazioni pro Palestina con il loro contorno di disordini e violenze.
Come è noto, la valutazione che va per la maggiore è che i violenti siano stati una minoranza a fronte di molti che hanno pacificamente manifestato la loro indignazione per le esagerazioni israeliane, vendicative del pogrom del 7 ottobre del 2023. Contro il massacro di 1.200 ebrei e 250 rapiti come ostaggi, dei quali una cinquantina uccisi tra inenarrabili sofferenze, Israele ha scatenato una guerra con bombardamenti che, secondo le cifre fornite da Hamas, avrebbe prodotto oltre sessantamila vittime soprattutto tra la popolaz...

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Società
L’evidenza del corpo
Data articolo:Sat, 29 Nov 2025 03:05:00 +0000 di Fabio Cavallari

Sono privo della Grazia della fede, ma credo al corpo. È l’unico che non mente, che parla anche quando la mente si arrende. È lì che tutto comincia. È lì che finisce. La politica, la fede, la libertà, perfino l’amore.

Per anni ho pensato che bastasse un’idea. Che la rivoluzione fosse nella testa, non nelle mani. Poi ho visto che le idee non reggono quando il corpo cede. Quando manca il respiro. Quando la fatica non è un concetto ma una spina nella schiena. Allora ho capito che l’ultima frontiera non è il cielo, ma ciò che siamo. Pelle, ossa, sangue, fragilità.

Il corpo è la nostra sola verità condivisa. È ciò che ci tiene insieme, credenti e non credenti, santi e scettici. È la lingua più antica che abbiamo. Non conosce ideologie, non distingue tra chi prega e chi bestemmia. Cade, sanguina, si rialza. È innocente e colpevole nello stesso istante. È fragile e per questo umano.

Chi ha fede lo chiama incarnazione. Io la chiamo realtà. Non cambia molto. In entrambi i casi si tratta di accettare che l’uomo non è un’idea ma una ferita che respira. Un corpo che desidera, che teme, che soffre e continua. Il corpo non è mai neutro. È politico, erotico, mistico. È il luogo dove l’altro entra o viene respinto. Dove la libertà smette di essere parola e diventa gesto.

Un linguaggio che si offre

Abbiamo creduto nella tecnica, nel controllo, nella promessa di superarlo. Ci hanno detto che il corpo è un limite da oltrepassare, un ostacolo da correggere. Che si può potenziare, allungare, digitalizzare. Ma ogni volta che il corpo sparisce, scompare anche la compassione. E con la compassione se ne va l’umano.

Un tempo i comunisti dicevano che bisognava stare con gli ultimi. Ora gli ultimi sono i corpi che non servono più. I corpi stanchi, malati, improduttivi. Quelli che non generano profitto né consenso. La società li nasconde, ma non ha ancora il coraggio di dichiararli ingombro. Sono loro a ricordarci chi siamo. Sono loro a dire la realtà quando tutti parlano di futuro.

Il corpo non è un ostacolo. È un maestro. Ci insegna la misura e il limite. Ci obbliga alla relazione. Ci dice che non si vive da soli. Ogni corpo ha una dignità che non si compra e non si vende. È il punto dove la politica incontra l’anima, anche se non la nomina.

Il corpo è anche silenzio. È un linguaggio che non si impone ma si offre. Una conoscenza che nasce dal toccare, non dal dire. Chi soffre non parla, ascolta. Chi accompagna impara. Nelle corsie, nei letti, nelle mani intrecciate, c’è la parte più seria della vita. La tenerezza non è debolezza. È lucidità che non ha paura del dolore. È la forma più discreta della verità.

L’infermiere e la donna

Ricordo una mattina d’inverno in un ospedale. Una stanza lunga, tre letti, un odore di disinfettante e di pane bruciato dal tostapane del corridoio. Un infermiere anziano cambiava la flebo a una donna immobile. Aveva i capelli bianchi, la mano ferma, gli occhi pieni di una calma che non si studia. Non parlava. Muoveva il corpo con un ritmo lento, preciso, quasi liturgico. Ogni gesto era misura, non abitudine. Quando le posò una coperta sulle spalle, la donna aprì gli occhi per un secondo. Non disse nulla. Ma in quell’attimo c’era più linguaggio di tutta la filosofia che avevo letto. Era un incontro tra due fragilità, un riconoscersi nel limite. Era la vita che tornava a farsi carne, a dire senza parlare.

Così, ogni volta che vedo un anziano camminare piano, o un operaio che si asciuga il sudore, o una madre che allatta in silenzio, penso che lì, in quel gesto minimo, c’è la rivoluzione che cercavo da ragazzo. Non la presa del potere, ma la presa di coscienza del corpo. L’unico luogo dove il mondo diventa reale.

Il corpo non è una metafora. È una preghiera laica. È la frontiera che nessun algoritmo potrà attraversare. È la prova che l’essere umano non è un codice ma una presenza. Non serve credere in Dio per sapere che il corpo è sacro. Serve solo avere il coraggio di guardarlo senza paura. Sono privo della Grazia della fede. Ma credo al corpo. E come diceva il filosofo francese Merleau-Ponty: «il corpo è il veicolo dell’essere nel mondo, e avere un corpo significa abitare un mondo».

Blog
L’identità di “Noi Moderatiâ€
Data articolo:Sat, 29 Nov 2025 03:00:00 +0000 di Raffaele Cattaneo

Mentre questo articolo viene pubblicato, a Roma è in corso l’assemblea nazionale di Noi Moderati, intitolata “La forza della responsabilitàâ€. Scrivo queste righe immediatamente prima dell’apertura dei lavori, con il desiderio di proporre un giudizio su ciò che debba qualificare un partito come Noi Moderati e su cosa significhi oggi definirsi moderati.

Il primo punto riguarda l’identità

Essere moderati non è sinonimo di essere deboli. Non è il rifugio di chi teme il conflitto o la responsabilità. Non significa annacquare la propria posizione o rinunciare alla forza delle idee. La moderazione chiede disciplina, misura, capacità di tenere ferme le proprie convinzioni senza trasformarle in un’arma contro l’altro. Vuol dire resistere alla polarizzazione che domina il dibattito pubblico, dove sembra contare solo chi alza la voce. La moderazione richiede solidità, capacità di costruire invece di demolire, di tenere insieme invece di dividere, di cercare una sintesi possibile senza rinunciare alla propria identità. È una scelta politica fondata sull’idea che il bene comune nasca dalla composizione delle differenze.

Questa identità si lega alla radice popolare di Noi Moderati, che non a caso porta nel simbolo il riferimento al PPE. Significa affondare le radici nella dottrina sociale della Chiesa e nelle esperienze laiche che hanno messo la persona al centro. Primato della società rispetto allo Stato, sussidiarietà, libertà come capacità di contribuire alla vita comune: sono questi i cardini di una cultura politica che cresce dal basso e riconosce il valore di ogni soggetto sociale.

È una cultura di cui l’Italia ha ancora bisogno, in un dibattito pubblico spesso schiacciato sulla contrapposizione permanente. Se vogliamo che questa identità non resti un principio astratto, deve tradursi in scelte concrete, in priorità capaci di incidere sulla vita delle persone. Per questo, oggi, i moderati sono chiamati a indicare con chiarezza alcuni punti decisivi.

1. La libertà di educazione

Il capitale umano è la vera ricchezza del Paese e farlo crescere significa rendere effettivo il diritto costituzionale alla libertà educativa. Servono sostegni adeguati alle scuole paritarie e un riconoscimento pieno del ruolo delle famiglie. Molti Paesi europei hanno sistemi realmente liberi. L’Italia invece paga ancora un’impostazione ideologica che ha impedito una legge di parità effettiva, proprio mentre l’inverno demografico rende questo passaggio ancora più decisivo.

2. L’abitare

Il diritto a una casa dignitosa è oggi negato a molti, soprattutto per ragioni economiche. Mancano proposte nuove che vadano oltre l’edilizia pubblica o modelli cooperativi ormai fermi. Si richiama spesso il social housing, ma servono strumenti concreti che permettano al ceto medio impoverito di accedere alla casa a condizioni sostenibili. Qui si gioca un pilastro del futuro.

3. Il lavoro

Negli ultimi anni si è confuso il lavoro con il reddito. Il lavoro è anche sostentamento, ma è soprattutto dignità. Il compito dello Stato non è moltiplicare forme di assistenza, ma creare condizioni in cui imprese e territori possano generare lavoro autentico. Vale per chi perde l’occupazione a cinquant’anni e per i giovani che non trovano sbocchi né salari adeguati. In un Paese in cui i salari reali sono fermi da vent’anni, le richieste di retribuzioni dignitose meritano ascolto.

4. La famiglia

Nascono un terzo dei bambini rispetto a cinquant’anni fa e aumentano i nuclei monofamiliari. Si indebolisce la cellula fondamentale della società, il primo luogo di socializzazione. Gli strumenti per chi vuole costruire una famiglia sono meno efficaci che in molti Paesi europei. Un partito che crede nel primato della società deve rimettere la famiglia al centro, nelle scelte che riguardano servizi, casa, lavoro e fiscalità.

Resta la collocazione internazionale dell’Italia. Viviamo in un contesto in cui avanzano le autocrazie e ritorna la logica del più forte. Noi Moderati è un partito europeista, erede di una tradizione che ha contribuito a costruire l’Europa. Oggi il compito è ancora più impegnativo. La pace richiede più forza della guerra, visione, stabilità, capacità di dialogo. Non è pacifismo ideologico, è realismo politico basato su difesa credibile, diplomazia efficace e soluzioni costruite attraverso il confronto.

La voce dei moderati deve essere quella che più di ogni altra sostiene la capacità di incontrare e parlare con tutti, nelle istituzioni e nello scenario internazionale. È questa la responsabilità che dobbiamo assumere oggi.

News
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Data articolo:Fri, 28 Nov 2025 10:58:03 +0000 di Redazione

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Quali sono le ragione delle fatiche industriali italiane
Data articolo:Fri, 28 Nov 2025 08:43:30 +0000 di Lodovico Festa

Su Strisciarossa Riccardo Gianola scrive:

«Da Torino, Genova, Taranto, storiche città dell’Italia industriale, emergono i segni di una disgregazione produttiva, si lascia morire un tessuto economico che dovrebbe essere salvaguardato, sostenuto, rilanciato. Se il nostro paese “cresce†dello zero virgola ci sarà pure qualche relazione con l’industria in agonia, con l’insipienza del governo Meloni che vara una finanziaria “senza sviluppo†per usare i termini di Confindustria. Dalle fabbriche dell’ex Ilva occupate e in sciopero sale l’allarme di lavoratori lasciati soli. Quel che rimane dell’ex Ilva, è senza pace, senza padroni, abbandonata da un governo incapace di attirare imprese, di formare cordate, di proporre una strategia industriale. Niente, siamo al solito teatrino delle convocazioni ministeriali dove i tavoli sono vuoti di piani, mentre il governo della destra, rispondendo a vecchi indecenti istinti, tenta pure di dividere gli operai del Nord da quelli del Sud proponendo tavoli...

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Salute e bioetica
«La maternità surrogata non è una favola, è un incubo»
Data articolo:Fri, 28 Nov 2025 03:55:00 +0000 di Leone Grotti

Marie-Anne Isabelle sapeva poco o niente della maternità surrogata quando sua cugina Marje, 12 anni fa, si è presentata a casa sua per farle una richiesta decisamente inusuale: «Vuoi portare in grembo mia figlia per me?». Marie-Anne aveva 39 anni nel 2013 ed era contenta della propria vita, affettivamente appagata grazie al partner e a due figli di 6 e 10 anni. Non aveva neanche bisogno di soldi e del resto a Marje non li avrebbe mai chiesti: per lei era anche più di una sorella e quando la cugina aveva scoperto di avere un cancro all’utero e di necessitare di una isterectomia per sopravvivere, Marie-Anne aveva sofferto molto sapendo quanto Marje desiderasse un figlio. 

Marie-Anne aveva letto qualcosa di donne indiane sfruttate per sfornare neonati a vantaggio di ricche coppie occidentali e asiatiche. Ma, l’aveva subito rassicurata Marje, nel suo caso sarebbe stato tutto diverso. Non solo perché nel Regno Unito l’unica maternità surrogata legale è quella altruistica, che non pre...

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