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#news #tempi.it
Non c’è mai nulla di casuale nelle tragedie, eppure a Crans-Montana la selezione è stata di una crudeltà geometrica. Chi è stato respinto all’ingresso del locale svizzero Le Constellation ora ringrazia: «Il buttafuori ci ha salvato la vita». Qualcuno rivela l’esistenza di una porticina secondaria, un passaggio riservato protetto da un codice numerico, ma «un amico lo aveva dimenticato» e la festa è rimasta un desiderio proibito: «Tre minuti dopo, è esploso tutto a pochi metri da noi». «Trenta secondi e sarei stato dentro anche io», ripete un altro ragazzo.
C’è chi ha cambiato programma all’ultimo minuto per banali questioni di ufficio, rinunciando alla Svizzera: «Un caso che ha salvato mia figlia che avrebbe trascorso la serata in quel locale». Chi, trattenendo la propria prole in casa tra brindisi e panettone, sospira: «Per colpa nostra ha fatto tardi, ed è ancora viva». Tra chi si è attardato con la madre c’è un ventenne che, arrivato davanti al locale nel momento del disastro, ha dovuto improvvisare il più terribile dei triage: tastando polsi e incrociando sguardi, ha scelto chi caricare in auto verso l’ospedale di Sion e chi lasciare sull’asfalto gelido. Come lui, un altro giovane si è fatto soccorritore davanti allo spettacolo di «coetanei senza più capelli, coi volti sfigurati e le mani insanguinate, che cadevano a terra uno dopo l’altro».
Qualcuno è vivo per un riflesso incondizionato, «Ho rotto la finestra con un piede», e qualcuno altro riesce a far dire al direttore della federazione pompieri Ticino che forse proprio quella repentina disponibilità di ossigeno sia stata «la classica goccia che fa traboccare il vaso». Poi ci sono quelli come Stefan, uno dei bodyguard: «Ha salvato diversi ragazzi aiutandoli a uscire dalla sala di sotto», scrivono gli amici. Stefan non è stato ancora ritrovato. Eppure anche il pronto intervento dei buttafuori, richiamati all’interno del locale dalle grida “al fuoco†ha avuto una tragica parte nella notte di Capodanno: trovando la porta sguarnita la folla in coda, intravedendo un varco, si è riversata dentro proprio mentre chi era già tra le fiamme cercava disperatamente di uscire, sigillando il tappo della morte.
La Procuratrice generale del Canton Vallese Béatrice Pilloud tiene puntuali conferenze stampa, stiamo indagando, interrogando, assicura, non sappiamo se questa maledetta schiuma insonorizzante a copertura del locale fosse conforme o autorizzata. Arriva la notizia che i media aspettavano dopo ore di saccheggio delle foto del locale, con tanto delle ormai famigerate candele pirotecniche infilate nelle bottiglie di champagne: si indaga per omicidio, incendio e lesioni colpose. E le domande si moltiplicano con la velocità del fuoco: c’erano uscite d’emergenza? I materiali erano ignifughi? La capienza era rispettata? E quanti tredicenni c’erano in quella discoteca che, secondo i media svizzeri, aveva una valutazione di sicurezza di “6,5 su 10� Qualunque cosa significhi un numero quando si parla di vite umane.
In poche ore abbiamo imparato una parola nuova: flashover. E abbiamo rispolverato il mito di Crans-Montana, buen retiro del jet set, tra lo smoking di Roger Moore e i diamanti di Liz Taylor. Un’esclusività che ha spinto Ferruccio de Bortoli, sul Corriere, a una precisazione necessaria: quei ragazzi «sono figli nostri», non «figli di papà ».
Il bilancio è un bollettino di guerra: quaranta morti e 119 feriti. Molti lottano tra la vita e la morte a causa di ustioni e inalazioni «catastrofiche». E poi ci sono i dispersi. Come scrive Repubblica, si fa ricorso all’aritmetica per misurare la probabilità che un figlio non sia tra quei 40 corpi carbonizzati a cui solo il dna restituirà un nome. Su Instagram, una bacheca raccoglie gli appelli dei genitori: si descrivono tatuaggi, cappotti, orecchini. Carla, la mamma di Giovanni, uno dei sei italiani dispersi, prega per una notizia: «Aveva al collo una madonnina d’oro». Laetitia, madre di un sedicenne francese, ripete attonita: «Non so se mio figlio sia vivo, in che ospedale sia, in che Cantone, in che Paese sia». All’uscita dell’ospedale di Sion, una donna abbraccia il figlio sopravvissuto e sussurra «C’est un miracle», quasi a scusarsi davanti alle decine di genitori che attendono ancora un nome.
Intanto i giornalisti cercano storie di eroismo. Quella del padre italiano che insieme a uno sconosciuto è riuscito a forzare la porta sul retro e «Ci sono caduti addosso diversi corpi. Di ragazzi vivi ma ustionati. Alcuni coscienti, altri no. Chiedevano aiuto in varie lingue, anche in italiano. Erano molto piccoli». O del 19enne con un minimo di esperienza nella protezione civile che si è messo ad aiutare i pompieri: «A volte dovevamo poggiare le vittime a terra e “abbandonarle†per andare a prendere quelle che erano ancora all’interno. Più si andava avanti, più avevamo casi estremi. Grandi ustionati. Non c’erano più volti, né capelli. Le persone erano nere, i vestiti si scioglievano nella pelle. Ho visto molta gente morire davanti ai miei occhi».

Ora, all’entrata del paese, sotto i riflettori che cercano di illuminare un senso, ci sono persone che sembrano uscite da un presepe senza nascita, senza centro. Molti si raccolgono per lasciare fiori, portare lumini, tenere veglie. Vegliare cosa? Le autorità ripetono che i nomi vanno ancora cercati fra le schegge degli ospedali e le sale mortuarie: l’identificazione è prioritaria, ripetono.
Non c’è una grotta come a Tham Luang, né macerie da cui estrarre vivi come a Rigopiano. Dove sono, ci chiediamo, i miracoli visibili a cui la cronaca ci ha abituati, le immagini che “umiliano” la morte di questi ragazzi in abito da sera (e che nei video terribili diffusi dai giornali perdono tempo a filmare il fuoco invece di scappare)? Non si sente la voce «Sono Giorgia e sono viva» che urlò una ragazza sepolta nove anni fa dall’hotel travolto da quattro scosse di terremoto, una tempesta di neve e una micidiale slavina. Non vediamo Chicco, venuto alla luce da un tunnel largo qualche decimetro nella neve tra gli applausi dei vigili del fuoco.
Non si sente il pianto fortissimo di Samuele, incastrato tre le lamiere incandescenti dei treni che nell’estate del 2016 si scontrarono tra Corato e Andria ma vivo. E nemmeno quella di Ciro, ore sotto le macerie della sua casa di Ischia frantumate dal sisma a litigare con il pompiere che scavava, «se non mi tiri fuori ti picchio» e una volta rinato al mondo in mutande, polvere e trascinandosi il fratellino piccolo proclamare: «Sono la prova che Dio esiste». Non abbiamo notizie di un piccolo Eitan, salvato dall’abbraccio del padre che lo ha stretto a sé, mentre la cabina della funivia del Mottarone indietreggiava e poi precipitava e rimbalzava tra le rocce, facendogli scudo.
Ogni tragedia ci precipita a nostra volta nella “videoricostruzioneâ€. Ma non c’è statistica, indagine, non c’è procura che possa rispondere veramente a quei “perché†che non osiamo porci ogni volta che un aereo precipita a terra, che crollano le Vele, che si apre la terra o si abbatte un’onda su di noi: non solo perché è successo, ma (come ben scriveva Davide Rondoni sulle vittime di Stresa) perché si vive e perché si muore. Anche così, carbonizzati, a sedici anni.
La tragedia di Crans-Montana, con la sua assenza di rinati dalle fiamme, i paradossi di chi si è salvato, le “casualità â€, l’assenza di scudi paterni sui figli, perfino dei nomi delle vittime, mette a nudo l’evidenza: siamo sempre in pericolo. E tuttavia cosa è a farci esistere, vivere, a muoverci verso un albergo, un bar, un treno, una funivia, una grotta, un luogo di lavoro ogni giorno se non la fiducia nella vita?
Gli esperti chiariranno cosa è andato storto in un bar di Crans-Montana. A noi resta il compito di ricordarci – come ci ricorda qualcuno dai tempi del Titanic – che «Il punto non è che la vita è bella e salva quando abbiamo tutte le rassicurazioni possibili per essere al riparo dalle tragedie, ma che è vera (è reale) solo quando tremiamo perché ci accorgiamo che è da salvare in ogni istante, in pericolo, e non è in mano nostra».
Più che il Natale e l’anno nuovo, nelle ultime settimane il mondo ha atteso il finale di Stranger Things, la serie di Netflix di colossale successo che dopo dieci anni chiude i battenti. (Attenzione: il testo che segue contiene spoiler sul finale della quinta stagione)
La vicenda, ambientata nell’immaginaria località di Hawkins (Indiana), narra di una compagnia di amici che entra in contatto con un’oscura realtà parallela, il Sottosopra, e con una strana bambina dai poteri paranormali, Undici. Tra mostri feroci e inquietanti trame militari, il gruppo, composto da bambini, adolescenti e adulti, deve cercare di vincere le proprie paure, affrontare ferite vecchie e nuove, riportare la normalità nella piccola cittadina americana.
È indubbio che Stranger Things sia stato un fenomeno d’intrattenimento enorme: per durata, successo, e mole insopportabile di contenuti generati sui social. Si è trattato senz’altro di un prodotto grande: ma è stata anche una grande storia? Di primo acchito, verrebbe da dire di no. Stranger Things paga la mancanza di organicità e di coerenza tipiche delle serie di oggi: storie inventate a tavolino per fare il botto nella prima stagione e poi chi vivrà vedrà , prive di rigorosa architettura interna. Qualcosa di simile avveniva già coi feuilleton ottocenteschi: saltano personaggi, piste narrative vengono abbandonate a metà .
La prima stagione, come spesso accade, è la più curata e appassionante; poi il brodo s’annacqua, talvolta s’avvelena. Mi riferisco agli immancabili riferimenti all’agenda woke di Netflix, meno pedanti in Stranger Things che altrove ma comunque noiosi, specie proprio nell’ultima stagione. Inoltre, a ben vedere Stranger Things non è neppure una grande invenzione narrativa: fin dal principio, fa del ricorso alla citazione la sua caratteristica principale, per cui chiunque vi dirà che gli è piaciuta perché gli ha fatto rivivere gli anni Ottanta.
Ma quando la citazione non è una strizzata d’occhio che impreziosisce, bensì la stoffa stessa di cui è fatta una storia (verso IT di Stephen King si sfiora il plagio), si è di fronte più a una furbata che a un capolavoro; e in questo Stranger Things è maestra, essendosi appropriata, in un maestoso patchwork, di canzoni, giochi, film, atmosfere, colori degli anni Ottanta che ci fanno sospirare, ma in fondo anche intristire, per quel «Si stava meglio prima» che getta un’ombra di depressione sul presente da cui non riusciamo a liberarci, e che neanche ci fa inventare nuove storie ambientate oggi.

Ma allora vale la pena vedere Stranger Things? Pattuito che non è una grande storia, almeno è bella da seguire? Sì, vale la pena, e il suo valore risiede (non a caso) in qualcosa che poco c’entra col passatismo, bensì è sempre attuale: la bellezza dell’amicizia. In Stranger Things è questo l’autentico tessuto della vicenda, il cuore che tiene la serie in vita nonostante i suoi diversi tentennamenti.
Amicizia coniugata in vari modi: accettazione dello straniero, rapporto con le altre generazioni, sacrificio di sé. Soprattutto, amicizia che sa distinguere tra il Bene e il Male, in un contesto in cui esistono sia un Male in sé (il Mind Flayer) sia un uomo che liberamente sceglie di abbracciarlo (Henry-Vecna). Per dirla con Tolkien: un Sauron e un Saruman. Entrambi sono destinati a perdere, senza buonismi e senza sconti.

E per rimanere in ambito fantasy, Il simbolo della serie è Dungeons & Dragons, gioco di ruolo ormai cinquantenne che per funzionare necessita di tre componenti oggi quanto mai rare: amici in presenza, tempo (e pazienza), fantasia. Per i protagonisti, esso simboleggia il luogo della loro amicizia e addirittura lo strumento attraverso le cui categorie provare a interpretare un mondo pieno di misteri e di orrori. Anch’io ci ho giocato, e rivedendolo ho provato nostalgia, cioè dolore, verso una purezza che diventando grandi è costantemente minacciata. È il grande tema su cui insiste l’intera seconda metà dell’interminabile ultimo episodio: notevole che il mostro finale sia eliminato già nella prima parte, a riprova del fatto che la forza di Stranger Things non risieda nelle scene di azione, ma nel rapporto fra i personaggi.
Mi ha colpito però che la serie si concluda coi protagonisti che smettono di giocare: abbracciano l’età adulta, l’infanzia ormai tocca ai loro fratellini. Prevale una punta di amarezza. In essa, qualcosa dell’autentico dolore della vita senz’altro c’è. Tuttavia, affinché quell’amarezza non scada poi in cinismo per cui, in fondo, il bello della vita è ormai alle nostre spalle (negli anni Ottanta di ciascuno di noi), occorrerebbe un Buen camino, per dirla con Zalone. I pagani collocavano l’Età dell’oro all’origine del mondo; i cristiani invece la mettono in fondo alla strada, tutta da percorrere. Essere stati amici non basta: occorre continuare davvero ad esserlo. E forse bisogna avere anche il coraggio di non smettere di giocare.

Sono stato al cinema a vedere Buen camino, l’ultimo successo di Checco Zalone. Lo consiglio vivamente. Il film, uscito a Natale, ha sbancato i botteghini con un successo clamoroso. Non ha però convinto la critica: prima di andare con alcuni amici a vedere la pellicola, avevo letto giudizi stroncanti: Checco perde la sua ferocia, fa ridere di meno, Repubblica parla di «Zalone in tono minore, ma ognuno ride a modo suo»; addirittura Wired scrive: «Il film che sancisce la normalizzazione di Zalone. Da comico che prendeva in giro la massa e i mostri della porta accanto è diventato un comico che prende in giro le élite, le persone lontane e distanti, e si è piegato alla logica dei film pigri e fatti male dei comici televisivi».
Sono rimasto sorpreso! Dopo aver letto questi giudizi della critica, mi aspettavo un film scialbo, poco divertente e privo di significato. In realtà è esattamente il contrario!
Il film diverte e fa ridere molto (è pur sempre un film comico), ma non si limita a quello: si percepisce un significato che va oltre la comicità . Si coglie l’idea che un incontro inaspettato può introdurre nella vita una novità che genera un cambiamento.
In questo caso la novità passa da una figlia, prima pressoché ignorata dal padre ricco e insulso (Checco), che improvvisamente scompare e va a fare il cammino di Santiago in cerca di autenticità , imponendo al padre di andare a cercarla. E da una figura femminile che, incontrata lungo il cammino, accompagna entrambi verso una più profonda scoperta di sé.
Insomma, tra gag e risate, si riflette non solo sul rapporto padre – figlia, ma su ciò che improvvisamente può far saltare tutti i nostri calcoli e le nostre previsioni su come le cose debbano andare per andar bene. Il bene invece salta fuori dall’imprevisto, attraverso un incontro inaspettato.
Qualcuno ha fatto notare che non sia un caso l’uscita del film a Natale. Certo contano le ragioni legate al botteghino (a Natale più gente va al cinema e gli incassi sono sempre più alti). Ma in questa storia c’è una analogia con l’avvenimento del Natale: un fatto, un avvenimento imprevisto, che accade con modalità completamente diverse da quelle attese, ma che realmente cambia la vita.
Ora, senza farla troppo lunga, se volete passare un paio d’ore di sincero divertimento e godervi la comicità dell’accoppiata Luca Medici (il vero nome di Checco Zalone) e Gennaro Nunziante (il regista di Cado dalle nubi e Sole a catinelle che torna a dirigere Zalone dopo una pausa), andate a vedere Buen Camino!
Se poi, come ci ho visto io, troverete un senso positivo e buono in tutta questa storia, mandate a quel paese i critici che gioiscono solo là dove si esaltano nichilismo e male, e, come sta facendo il popolo italiano tributando un meritato successo, godetevi un bel film made in Italy, con un finale significativo e tante bellissime immagini del Cammino di Santiago. Magari, come è successo a me, vi verrà la voglia di farlo, ripercorrendo le orme dei pellegrini medievali. In ogni caso: Buen camino!
Per gentile concessione dell’autore ripubblichiamo un articolo di Antonio Gozzi apparso su Piazza Levante.
* * *
È stato giustamente rilevato da GianClaudio Torlizzi che gli atteggiamenti europei nei confronti della Cina stanno passando da una fase di totale compiacenza (ricordate la Via della Seta del governo Conte?) a uno stato di almeno parziale allarme.
Lo stesso Commissario europeo all’industria Stéphane Séjourné in più occasioni recenti, non ultima il suo discorso all’Assemblea di Federacciai del 10 novembre a Bergamo, ha sostenuto la tesi che l’Europa ha avuto per troppo tempo nei confronti della Cina un atteggiamento naïf. Con ciò si vuole intendere che a fronte di regole rigidissime in quel Paese per gli investimenti europei (obbligo nelle joint venture di una maggioranza cinese, obbligo di trasferimento di tecnologia, obbligo di acquisti locali ecc.) noi non abbiamo fatto altrettanto con gli investimenti cinesi nell’UE.
Ma non si tratta soltanto di reciprocità negli investimenti.
La sovracapacità produttiva cinese, in quasi tutti i settori della manifattura, si riversa all’estero per incapacità o non volontà dei decisori cinesi di adattarsi al ciclo economico riducendo le produzioni quando la domanda interna e internazionale calano. In Cina non esistono ammortizzatori sociali e le autorità spingono sempre le produzioni al massimo, sovvenzionando anche industrie in perdita, pur di tenere occupate le centinaia di milioni di lavoratori che fuori dalle fabbriche potrebbero causare problemi di ordine pubblico.
In questo modo l’occidente ma soprattutto l’Europa, che resta il mercato più aperto del mondo inondato di esportazioni cinesi, diventano il vero “ammortizzatore sociale†di Pechino.Â
I dazi di Trump e il dirottamento dei flussi di esportazione cinesi prima diretti in USA hanno messo l’UE, come si vedrà , sotto una tremenda pressione.
La situazione sta peggiorando.
Molto radicale è stato il presidente francese Macron, che dopo un incontro con Xi Jinping ha avvertito che esiste, sia per ragioni geopolitiche che per ragioni geoeconomiche, il rischio di una “disintegrazione dell’ordine internazionaleâ€.
Nonostante il grido d’allarme di Macron a livello europeo manca ancora una piena consapevolezza di ciò che la Cina è in grado di fare, e del perché essa rappresenti una minaccia così rilevante per l’industria europea.
Purtroppo l’Europa è divisa tra chi vede la Cina come un prezioso fornitore che abbassa i prezzi, chi la vede come un importante cliente, e chi invece la teme come un terribile e aggressivo concorrente, spesso sleale e sussidiato dallo Stato.
Riuscire a fare sintesi tra queste posizioni sarà difficilissimo, e io ritengo che nei prossimi mesi/anni il tema sarà tra i più laceranti dell’Unione Europea.Â

Se l’idea dominante in passato era che la Cina stesse inondando il mondo di prodotti a basso costo e scarso valore, oggi prevale la convinzione che questa dinamica stia cambiando, e che le esportazioni cinesi crescano in tutte le aree merceologiche, anche in quelle a maggior valore.
Un recente studio di Goldman Sachs Research stima che i volumi delle esportazioni cinesi da qui al 2030 continueranno a crescere del 5-6% annuo, e ciò grazie alla determinazione e capacità cinesi di migliorare la competitività del settore manifatturiero e di continuare a sostenerlo con enormi sussidi pubblici.
I dati sono impressionanti.
Si parte da una previsione in base alla quale il 2025 chiuderà con esportazioni cinesi superiori ai 6 trilioni di USD (seimila miliardi di dollari).
Nel corso dell’anno, mentre l’export verso gli USA a causa dei dazi è diminuito in maniera significativa, la Cina ha compensato con esportazioni verso ASEAN, Europa e mercati emergenti.
Una previsione di una crescita media dell’export cinese nel prossimo futuro del 5% annuo significa, almeno, 300 miliardi di USD di esportazioni in più all’anno, e quindi al 2030 un cumulativo di altri 1500 miliardi di USD che si aggiungeranno ai 6000 attuali.
Il pericolo grave per l’industria europea, oltre che quantitativo, è anche qualitativo. Infatti si nota una sempre maggiore sovrapposizione tra le tipologie di esportazioni cinesi e le produzioni manifatturiere dei Paesi avanzati. Questo purtroppo vale anche per l’Italia e per la sua manifattura, che è la seconda d’Europa.
Molti sono i settori industriali colpiti.
Nel settore automobilistico, ad esempio, le case cinesi operano in un mercato domestico estremamente competitivo dove è in corso una dura guerra dei prezzi. Il risultato però non è stato lo scarico in Europa di auto vendute in perdita. Al contrario, secondo una ricerca di EY Germania, i costruttori cinesi sono oggi più profittevoli di quelli tedeschi. Mentre gli utili dell’industria automobilistica tedesca sono crollati da circa 7 miliardi di euro l’anno ai 2 scarsi del 2025, nello stesso periodo i profitti del settore automobilistico cinese si sono ridotti assai di meno, da 2,5 a 2,1 miliardi di euro.
La tecnologia che consente di produrre la nuova generazione di auto elettriche a costi più bassi – e quindi con margini più elevati – è totalmente in mano cinese.
CATL, il colosso cinese delle batterie e leader mondiale del settore, è stato pioniere delle batterie LFP (le batterie agli ioni di litio/fosfato). Queste sono più economiche rispetto alle batterie tradizionali agli ioni di litio e non richiedono elementi di nichel e cobalto. All’inizio per questo nuovo tipo di batteria c’era un problema di autonomia, ma CATL è riuscita recentemente a portare l’autonomia a livelli comparabili con quelli delle batterie di generazione precedente.
All’inizio di quest’anno CATL ha inoltre annunciato il lancio di una nuova linea di batterie agli ioni di sodio. Il sodio è un elemento molto più abbondante in natura rispetto al litio, e le batterie potrebbero quindi rivelarsi ancora più economiche.
La Cina sta inoltre erodendo uno dei vantaggi tecnologici più importanti dell’Occidente. La società olandese ASML è stata per lungo tempo l’unico produttore al mondo di macchine avanzate per la litografia a ultravioletti estremi (EUV). Queste macchine utilizzano fasci di luce estremamente sottili per incidere i circuiti sui wafer di silicio, consentendo la produzione di semiconduttori.
Ora però sembra che la Cina disponga, dopo anni di sviluppo e con il supporto di ex ingegneri di ASML, di un prototipo funzionante. Ci vorranno ancora anni per l’industrializzazione ma certamente saranno tempi più brevi di quelli che molti si aspettavano essere necessari per un simile salto tecnologico da parte cinese.
Nel settore tessile e dell’abbigliamento, punto di forza della manifattura italiana, le cose non vanno bene soprattutto nella fascia medio bassa. Negli ultimi due anni il settore in Italia ha perso 17 miliardi di fatturato insidiato dall’arrivo di pacchi sotto i 100 euro in franchigia doganale
La Cina è poi dominante sul controllo delle materie prime, e tale dominanza è basata su tre pilastri: capitale, tecnologia, skill.
Sul lato del capitale Pechino non ha mai lesinato risorse economiche e finanziarie nel momento in cui ha individuato un progetto minerario nazionale o internazionale ritenuto strategico. Sappiamo bene come in alcuni Paesi africani Pechino abbia barattato lo sfruttamento di risorse in cambio di infrastrutture.
Sul tema degli skill Pechino ha circa 120.000 persone impegnate solo nella catena del valore delle terre rare. Fino a qualche tempo fa gli USA ne avevano circa 400, oggi forse arrivano a 1000. Le università cinesi hanno circa 40 programmi dedicati che sfornano 2000 ingegneri l’anno. Gli USA, ma credo che per l’Europa sia lo stesso, non hanno alcun programma universitario dedicato specificatamente alla raffinazione di terre rare o alla produzione di magneti, altro campo in cui la Cina sta spingendo per formare tecnici in grado di produrre magneti resistenti.
Potremmo continuare con gli esempi a lungo.
Ciò che emerge con chiarezza è che mentre USA e Cina negli ultimi venti anni hanno messo l’industria al centro e su questo terreno si sta consumando la confrontation tra i due colossi economici del mondo, le classi dirigenti europee, politiche e tecnocratiche, con un’incredibile distrazione e distorsione cognitiva, si sono occupate d’altro.

L’agenda della Commissione Von der Leyen/Timmermans è stata il green deal e la iper regolazione conseguente. Si è trattato di un gigantesco assist all’industria cinese che oggi è leader su tutte le tecnologie green: pannelli fotovoltaici, inverter, batterie, pale e turbine eoliche, veicoli elettrici.
Un gigantesco regalo al concorrente più temibile.
Riusciranno l’industria europea, e quella italiana che ci interessa più da vicino, a reggere l’urto cinese?
Senza un cambio di direzione vero, senza una rimessa in discussione di tutte le politiche che negli ultimi dieci anni hanno fatto sì che l’industria andasse in crisi, la partita è persa.
Riuscirà l’Europa a trovare una comune politica di protezione di ciò che resta della sua industria?
Non è detto che ciò avvenga, e il tempo è finito.