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Cultura
L’evoluzione delle buone maniere
Data articolo:Thu, 15 Jan 2026 11:38:24 +0000 di Redazione

È una storia lunga più di mille anni, quella delle “buone maniere†o “galateoâ€, e racconta meglio di tanti libri come sono cambiati il potere, la politica, i costumi, le gerarchie sociali. Sbagliato considerarle un semplice abbellimento della vita quotidiana, le buone maniere sono sempre state dei dispositivi disciplinari atti a rendere visibile l’ordine sociale e politico di una determinata epoca. O perlomeno è stato così fino a quindici anni fa: perché le regole hanno bisogno di poggiare su certezze, ci spiega Guia Soncini, mentre oggi è «tutto in movimento, i confini sono scivolosi, (…) è tutto un equilibrio sopra la follia». Ma andiamo con ordine.

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Blog
Come può cadere il regime degli ayatollah in Iran
Data articolo:Thu, 15 Jan 2026 07:36:23 +0000 di Lodovico Festa

Su Formiche Luciano Bozzo scrive:

Al fallito tentativo dello Scià di ricostruire un’identità imperiale persiana, preislamica, si sostituì una comunque originale versione nazionale di regime para-teocratico, anticomunista e antioccidentale. E oggi? Stando a immagini, documenti e testimonianze le proteste sono diffuse, intense e violente, condivise dal “bazarâ€, coinvolgono centri urbani minori e tutte le 31 regioni del Paese, dunque etnie diverse, giovani e meno giovani. Non mancano segni di sfaldamento del regime, in particolare le voci di fughe dal Paese di patrimoni e persone. Il fattore propulsivo della protesta è certamente la crisi economica e la radicale perdita di potere d’acquisto della moneta. Le umiliazioni militari subite ad opera di Israele, dirette e indirette (a Gaza, in Siria e Libano), quanto avvenuto in Venezuela – altro fallimento strategico per Teheran – e la crescente pressione americana, anche al confine iracheno, sono stati e sono altrettanti “game changersâ€. Bas...

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Esteri
Perché i paesi arabi restano in silenzio davanti ai massacri in Iran
Data articolo:Thu, 15 Jan 2026 03:55:00 +0000 di Leone Grotti

Più di 2.500 persone sono morte in Iran durante le manifestazioni contro il regime islamico degli ayatollah. Il dato, diffuso dalla Ong Hrana, è però conservativo dal momento che internet è ancora bloccato nel paese e le comunicazioni funzionano a singhiozzo. Secondo Iran International, ad esempio, le vittime sono più di 12 mila e l’ordine di sparare sui manifestanti verrebbe direttamente dal Consiglio supremo per la sicurezza nazionale e dalla Guida suprema Ali Khamenei. La strage sarebbe stata compiuta dai membri del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, i pasdaran, e dalla milizia Basij.

Si tratta del più grande massacro nella storia contemporanea dell’Iran, con l’aggravante che le vittime sono soprattutto giovani sotto i 30 anni e che il dato potrebbe presto aumentare, dal momento che il presidente della magistratura iraniana, Gholamhossein Mohseni Ejei, ha promesso che «agiremo rapidamente» contro gli oltre diecimila arrestati. Molti, accusati di terrorismo, potrebbero ricevere la pena di morte.

Nonostante la situazione sia disastrosa, con Donald Trump che fomenta le proteste popolari e minaccia esplicitamente di attaccare l’Iran, i paesi sunniti del Golfo sono stranamente silenziosi nei confronti del loro avversario regionale numero uno.

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Il mondo arabo resta prudente

Come nota l’Economist, l’ultima volta che la Repubblica islamica è stata invasa da proteste popolari di massa, nel 2022 in seguito alla morte di Mahsa Amini, i media panarabi, spesso sovvenzionati dalle monarchie del Golfo, ne hanno coperto tutti gli sviluppi 24 ore su 24 per settimane.

Oggi le proteste sono di gran lunga più ampie di quelle del 2022, e presentano per il regime degli ayatollah un pericolo di gran lunga superiore, eppure il mondo arabo non sta soffiando sul fuoco della protesta. Anzi.

Trump minaccia di colpire l’Iran

Arabia Saudita, Oman e Qatar hanno tentato privatamente di convincere l’amministrazione Trump a non attaccare militarmente l’Iran per non innescare una nuova fase di instabilità nella regione. L’iniziativa diplomatica è iniziata specialmente dopo che il presidente degli Stati Uniti ha scritto su Truth: «GLI AIUTI STANNO ARRIVANDO».

I paesi arabi temono innanzitutto l’impatto economico che un attacco potrebbe avere sul passaggio delle petroliere nello Stretto di Hormuz, dal quale transita un quinto del petrolio mondiale e che potrebbe essere bloccato.

Manifestazione a favore del regime degli ayatollah a Teheran, in Iran
Manifestazione a favore del regime degli ayatollah a Teheran, in Iran (foto Ansa)

Petrolio, attacchi, instabilità

Inoltre, hanno paura che il regime degli ayatollah possa vendicarsi lanciando attacchi missilistici contro le truppe e le basi americane in Bahrain, Qatar, Kuwait ed Emirati.

Infine, una guerra civile o un cambio di regime in Iran potrebbe destabilizzare l’intero Medio Oriente per mesi, se non anni, minando quella stabilità che all’Arabia Saudita serve come il pane per portare avanti i suoi progetti di sviluppo economico.

L’Iran minaccia gli Usa

Il regime di Teheran avrebbe avvertito i paesi arabi che se gli Usa attaccheranno l’Iran, le basi americane sul loro territorio verranno colpite. Ali Shamkhani, consigliere di Ali Khamenei, ha avvisato gli Stati Uniti che il governo iraniano potrebbe colpire la base americana Al Udeid in Qatar, la più grande del Medio Oriente, dove si trovano 10 mila truppe Usa.

La probabilità di un attacco non è peregrina, per questo il Qatar ha preso non meglio specificate «misure di sicurezza» per il proprio personale, mentre gli Usa hanno fatto evacuare del personale dalla base qatariota e non solo. Le stesse misure erano state prese a giugno prima dei raid contro i siti missilistici e nucleari del paese.

L'Iran commemora l'occupazione dell'ambasciata americana di Teheran iniziata nel 1979
L’Iran commemora l’occupazione dell’ambasciata americana di Teheran nel 1979 (foto Ansa)

In tanti vogliono un Iran debole

Un intervento militare americano potrebbe cambiare profondamente la situazione, ma al momento la repressione del regime islamico sembra avere funzionato. E molti paesi arabi potrebbero non essere così dispiaciuti.

L’Iran infatti è un gigante di oltre 90 milioni di abitanti (uno su due ha meno di 35 anni) con i secondi giacimenti di gas naturali più grandi al mondo e i quarti di petrolio. Nonostante questo, gli idrocarburi rappresentano soltanto il 10 per cento del Pil, generato soprattutto da servizi, industria e agricoltura.

Se nel paese si instaurasse un governo democratico, in grado di recuperare un ruolo positivo nella comunità internazionale, e venissero eliminate le sanzioni che pesano come un macigno sull’economia, l’Iran potrebbe diventare la principale potenza del Medio Oriente. E il suo successo potrebbe spingere le popolazioni di alcune monarchie autoritarie del Golfo a ribellarsi.

Ecco perché a molti paesi del Medio Oriente, tutto sommato, potrebbe fare più comodo un Iran debole e ininfluente sotto gli ayatollah, ora che l’Asse della resistenza del quale era a capo è stato smantellato, che un Iran democratico in grado di sviluppare tutto il proprio potenziale.

@LeoneGrotti

Esteri
Crisi penale internazionale
Data articolo:Thu, 15 Jan 2026 03:45:00 +0000 di Rodolfo Casadei

Il procuratore, due viceprocuratori e sei giudici colpiti da sanzioni deliberate dagli Stati Uniti attraverso un executive order del presidente Trump per aver emesso mandati di arresto a carico del premier israeliano Benjamin Netanyahu e dell’allora ministro della Difesa Ben Gvir; lo stesso procuratore e otto giudici condannati in contumacia a pene fra i 3 e i 15 anni di carcere da un tribunale di Mosca per aver emesso ordini di arresto contro Vladimir Putin, il suo commissario per i Diritti dell’infanzia, un ministro della Difesa e vertici militari russi; altri cinque paesi (Burkina Faso, Mali, Niger, Ungheria e Venezuela) che si ritirano dal Trattato di Roma, facendo scendere a 121 su 193 gli Stati nel mondo che vi aderiscono; paesi firmatari come l’Italia e l’Ungheria (prima del voto del parlamento del maggio scorso che ha deciso l’abbandono), la Mongolia e il Tagikistan, che non eseguono le richieste di arresto dell’ufficio del procuratore. Il 2025 sarà ricordato come l’annus horr...

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Esteri
Inizia la “fase due†della pace a Gaza. E già si teme una nuova guerra
Data articolo:Thu, 15 Jan 2026 03:45:00 +0000 di Giancarlo Giojelli

La pioggia e il vento sferzano le migliaia di profughi gazawi. Le tende divelte, i sentieri di fango tra le baracche si trasformano in rivoli di acqua maleodorante e malsana: il freddo è ora il nemico che ha preso il posto dei bombardamenti da quando è entrato in vigore il cessate il fuoco (che pure non ha interrotto del tutto i raid israeliani contro le postazioni di Hamas e dei suoi leader, che hanno rimpiazzato i capi uccisi durante la guerra). Ogni giorno si segnalano morti per crolli di strutture o bambini di pochi mesi già indeboliti dalla guerra uccisi dalla ipotermia. Inizia la "fase due" della pace a Gaza Accende le speranze l’annuncio da parte dell’inviato Usa Steve Witkoff dell’inizio della "fase due" del piano di pace per Gaza, con la formazione del comitato "tecnico" che governerà la Striscia sotto la supervisione del board dei garanti internazionali. È la speranza della transizione verso una Autorità palestinese riformata, l’ingresso di una forza di sicurezza a garanzia d...

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Cultura
Cesare non è un genocida (e il De bello gallico non è il Mein Kampf)
Data articolo:Thu, 15 Jan 2026 03:40:00 +0000 di Carlo Simone

Date a Cesare quel che è di Cesare. Ma non dategli del genocida. Sono capitato sulla homepage del Corriere della Sera, che da un po’ di tempo propone ai suoi lettori Le lezioni del Corriere, brevi pillole di varia cultura di cui non sapevamo di avere bisogno, e trovo nientemeno che un pezzo di Luciano Canfora intitolato così: “Il genocidio, la guerra civile e la congiura che lo uccise: la tragica vicenda di Giulio Cesareâ€.

Si saranno sbagliati, penso: Canfora non può aver scritto una cosa del genere. Avranno ormai tagliato la testa di qualche stagista; oppure volevano scrivere gender invece di genocidio, poiché si sa, come dice anche Catullo, che Cesare era, insomma, ci siamo capiti: e un po’ di piccante non guasta mai.

No, Plinio non chiama la conquista della Gallia «genocidio»

Invece apro l’articolo e leggo proprio questo:

«La colpa che a Cesare spetta – a dire di Plinio il Vecchio, grande scienziato romano della dinastia Flavia morto durante l’eruzione del Vesuvio – fu la conquista della Gallia, definita “un genocidioâ€Â».

Ce n’est pas possible, esclamo (per restare in tema di Galli). Il buon vecchio Plinio detto Plinio il Vecchio avrebbe definito le guerre galliche di Cesare «un genocidio»? Altro che scienziato! Doveva aver inventato tutta una macchina del tempo, poiché altrimenti non si spiega: quella parola l’ha coniata Raphael Lemkin, un giurista polacco di origine ebrea, nel 1944, per descrivere quanto subìto dal popolo armeno per mano dei Giovani Turchi.

Per fugare ogni dubbio, mi precipito a leggere il passo in questione di Plinio, nel settimo libro della sua Naturalis Historia. Manco a dirlo, il termine incriminato non c’è: vi si parla del vigor e della celeritas del futuro dittatore, del suo record di battaglie vinte, e della montagna di morti da Cesare ammonticchiata (più di un milione, dice Plinio: ma è usuale per gli storiografi dell’epoca pompare i numeri, e peraltro Plinio storiografo non era). Plinio scrive che l’eccidio fu tantam etiam coactam humani generis iniuriam: una così grande ingiustizia (in-iuriam) verso il genere umano, per quanto inevitabile (etiam coactam).

Come dare torto a Plinio? Ha ragione su entrambi i punti: mietere morti per tornaconto personale (Cesare cercava per sé la gloria militare che ancora gli mancava) è eticamente riprovevole, da un lato; dall’altro, uccidere in un contesto di guerra è ovvio, inevitabile.

I Galli non sono gli armeni della nuova Turchia né ebrei nel Terzo Reich

Ma cosa c’entra il genocidio? Questa parola, nell’accezione con cui fu inventata, significa sterminare una parte del proprio popolo, poiché si ritiene che essa non debba più esistere: gli armeni nella nuova Turchia o gli ebrei nel Terzo Reich, per intenderci. Tuttavia, non mi risulta né che i Galli transalpini fossero cittadini di Roma (e neppure provinciali sudditi dell’imperium romano, all’epoca delle guerre di Cesare), né che il condottiero intendesse eliminarli perché erano Galli. I Romani, che pure avevano tanti difetti, non avrebbero neppure potuto concepire lo sterminio su base etnica: non attribuiamo loro nefandezze che invece sono tutte moderne. A ciascun’epoca le sue.

Che poi, a dirla tutta, Cesare, pur non condividendole, resta comunque il primo autore romano a riconoscere le ragioni dei vinti nei confronti del dominio di Roma (vedi il discorso di Critognato, nel settimo libro del De bello gallico); concede nel 49 a.C. l’ambitissima cittadinanza romana alla Gallia Cisalpina (cioè la pianura Padana, all’epoca abitata dai Galli, da quasi due secoli ormai ridotta a provincia); arruola Galli nelle sue legioni; ed è il primo, incuriosito dalle lande boscose che va conquistando, a fornirci preziose informazioni di prima mano su di esse, dimostrando grande interesse per quel popolo in larga parte (ma non del tutto) suo nemico.

Soprattutto non sono dei pellerossa

Per quanto Canfora poi denunci il fatto che «la conquista della Gallia ha comportato la distruzione di una civiltà, quella gallica, sommersa dalla cultura conquistatrice romana», non possiamo che chiederci se non ci sia un po’ di retorica woke antioccidentale in queste parole. Non paragoniamo i Galli del primo secolo avanti Cristo ai pellerossa che i nostri cugini americani rinchiusero nelle riserve, imbottendoli di alcolici. Credo che i Galli non fossero così dispiaciuti di travasare la propria civiltà (se di civiltà possiamo parlare: erano quasi tutti analfabeti, vivevano per lo più seminomadi e avevano l’usanza, talvolta, di bruciare vive delle offerte umane dentro simulacri di paglia…) in quella greco-romana chiaramente superiore: tanto che, conquistati e avendo perso la libertà, finirono per assorbire presto e volentieri usanze e lingua dei conquistatori (e da questo incontro nacque il francese; cosa che, per intenderci, non accadde presso gli altrettanto conquistati Greci, che non riconoscevano ai Romani alcuna superiorità culturale e civile, e infatti si tennero la propria lingua).

Peraltro, se prendiamo il sesto libro del De bello gallico, quello in cui Cesare descrive i costumi dei Galli, rimaniamo sorpresi dal suo sforzo di cercare punti di contatto, per esempio nell’ambito (cruciale) della religione, tra Romani e Galli: da una parte, un tentativo di preparare il terreno per la futura annessione dei vinti ai vincitori; dall’altra, un modo per separare Galli da Germani non più solo col Reno (che non era poi ’sto confine invalicabile), ma con usi e costumi: erano i secondi il vero pericolo per Roma, e sempre lo sarebbero rimasti. I Galli invece, dice Cesare, s’erano ormai da anni rammolliti per il contatto coi loro cugini assolati e già da tempo romanizzati (quelli della provincia della Gallia Narbonense, oggi rimasta solo… Provenza).

Professor Canfora, ma che storia racconta?

Insomma: da dove risulterebbe questo odio di Cesare per i Galli tanto da voler commettere un genocidio, io proprio non capisco. Comprendo che fosse un furbo, un mattatore, un ambizioso (e per Dante il più importante uomo del mondo antico: guardate cosa mastica Lucifero), insomma quel che vi pare: ma un genocida, vi prego, no. Basta buttare fango sulla nostra bella storia: non è col fango che si lava il sangue, né va lavato. Bagna la storia di ogni secolo e solo ci chiede di essere compreso nel suo contesto.

So bene che Canfora non è il primo a dare addosso al Nostro (vi ricordate la sua statua vandalizzata nel 2020 nelle Fiandre? Sua di Cesare, non di Canfora); e capisco anche che il termine “genocidio†ormai sia di moda e usato per fini politici (Gaza docet); ma proprio per questo, non abusiamone. It’s not fair and it’s really not O.K., cantava Lily Allen. Non lo adopera Plinio: non lo usi nemmeno lei, professore, che quanto a storia romana è un’indiscussa autorità. Che poi qualche lettore del Corriere finisce per prenderla sul serio.

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Esteri
Europa da riformare o da abbattere?
Data articolo:Thu, 15 Jan 2026 03:00:00 +0000 di Marco Invernizzi

Il documento Natural Security Strategy (Nss) degli Stati Uniti ha suscitato tante reazioni, alcune molto emotive e pubblicate a caldo. Io non vorrei scrivere del testo dell’amministrazione americana, ma del problema che sta all’origine di questo documento relativamente al rapporto fra gli Stati Uniti e l’Europa, che è soltanto un capitolo del Nss. Mi scopro subito: sono un convinto assertore dell’alleanza fra Europa e America perché insieme danno vita a quella che Giovanni Cantoni e Francesco Pappalardo hanno chiamato Magna Europa in un libro importante (D’Ettoris, 2013) o, se vogliamo, in quella che comunemente chiamiamo civiltà occidentale. L’Europa è in profonda crisi, e non da oggi ma da secoli, e il documento Usa ha il merito di sottolineare questo passaggio. È in crisi perché ha voltato le spalle alle sue radici, che si riassumono nel nome di tre città, Atene, Roma e Gerusalemme, una visione dell’uomo e del mondo che è arrivata anche in America, dove è rimasta anche dopo la rivol...

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La “normalità†come carta politica
Data articolo:Wed, 14 Jan 2026 07:43:12 +0000 di Lodovico Festa

Sulla Nuova Bussola quotidiana Ruben Razzante scrive:

«Nel complesso, la conferenza ha restituito l’immagine di una leadership che punta a controllare l’agenda e il racconto politico più che a entrare nei dettagli tecnici, utilizzando il confronto con i giornalisti come strumento per rafforzare l’idea di stabilità, determinazione e continuità dell’azione di governo, in un contesto interno e internazionale che la premier descrive come complesso ma governabile».

Nonostante qualche scatto tipico di chi ha un carattere combattivo, Giorgia Meloni, come spiega Razzante, riesce a trasmettere un’immagine di normalità politica che in un’Italia che ha bisogno di serenità come il pane, diventa un’importante carta politica. * * * Su Formiche Gianluca Zapponini scrive:

«“Sicurezza e crescita sono i miei due focus di questo anno. Ma oggi scontiamo forze esogene che sono molto difficili da gestire come il rallentamento della Germania. Guardo sempre con prudenza ai giudizi delle agenzie rating an...

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Chiesa
Sono 388 milioni i cristiani perseguitati nel mondo. «Mai così tanti»
Data articolo:Wed, 14 Jan 2026 03:55:00 +0000 di Leone Grotti

Sale a 388 milioni (da 380) il numero di cristiani perseguitati nel mondo. Un cristiano ogni sette sperimenta cioè un livello alto di persecuzione e discriminazione a causa della propria fede. È il dato che emerge dall’ultimo rapporto di Open Doors, la World Watch List 2026 (clicca qui per la mappa ingrandita), che conferma l’aumento della persecuzione anticristiana: i paesi con un livello estremo di persecuzione, infatti, sono saliti nel periodo preso in esame (1 ottobre 2024 – 30 settembre 2025) da 13 a 15.

La mappa della World Watch List 2026 di Open Doors con i paesi dove la persecuzione dei cristiani è più grave
La mappa della World Watch List 2026 di Open Doors con i paesi dove la persecuzione dei cristiani è più grave

Maglia nera alla Corea del Nord

Per il 24mo anno di fila la Corea del Nord si conferma il paese dove è più pericoloso essere cristiani. Sono costretti a vivere la fede in clandestinità anche i cristiani di Somalia, Eritrea, Libia e Afghanistan.

Tra i paesi dove la persecuzione raggiunge un livello estremo ci sono, come l’anno scorso, anche Yemen, Sudan, Nigeria, Pakistan, Iran, India, Arabia Saudita e Myanmar.

Preoccupa particolarmente la situazione in Mali e soprattutto in Siria, dove la persecuzione è passata dal livello grave al livello estremo nel corso dell’ultimo anno.

I paesi con il maggior numero di cristiani uccisi per la loro fede secondo la Wwl 2026
I paesi con il maggior numero di cristiani uccisi per la loro fede secondo la Wwl 2026

13 cristiani uccisi ogni giorno

Secondo il rapporto di Open Doors, tornano ad aumentare (dopo il calo del 2025) le uccisioni di cristiani, che passano da 4.476 a 4.849, 13 al giorno. Come da molti anni a questa parte, la Nigeria rimane l’epicentro dei massacri con 3.490 vittime, il 71 per cento del totale mondiale.

Rimane sostanzialmente invariato il dato dei cristiani arrestati per la loro fede (4.712 rispetto ai 4.744 del 2024), mentre è in calo quello dei cristiani rapiti (3.302 contro i 3.775 del 2024). Diminuiscono anche gli attacchi contro le chiese (da 7.679 a 3.632) e contro le case e i negozi (da 28.368 a 25.794). In aumento, invece, le vittime di abusi, stupri e matrimoni forzati (da 3.944 a 5.202).

I paesi con il maggior numero di edifici cristiani attaccati
I paesi con il maggior numero di edifici cristiani attaccati secondo la Wwl 2026

I jihadisti invadono l’Africa

I dati raccolti da Open Doors suggeriscono che l’area geografica dove i cristiani sono maggiormente in pericolo è quella dell’Africa Subsahariana: tra i 50 paesi dove la persecuzione è più forte, 14 appartengono a questa regione, dove vive un ottavo della popolazione cristiana mondiale. Inoltre, tutti e tre i paesi che hanno registrato un livello di violenza massimo contro i cristiani si trovano in questa regione (Sudan, Nigeria, Mali).

Se in Sudan la situazione è particolarmente aggravata dalla guerra civile in corso, la presenza di autorità statali deboli o corrotte lascia ampi spazi di manovra a gruppi terroristici islamici, che colpiscono soprattutto i cristiani in paesi come Nigeria, Mali, Congo, Mozambico, Somalia e Burkina Faso.

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La Siria preoccupa con Al-Sharaa

Il paese dove la condizione dei cristiani è peggiorata di più nell’ultimo anno è invece la Siria, passata dal 18mo al sesto posto nella classifica a causa della presa del potere nel dicembre 2024 da parte del regime islamico di Ahmed al-Sharaa, l’ex leader di Al-Qaeda e Isis. Nel periodo preso in esame per compilare la Wwl 2026 sono stati uccisi almeno 27 cristiani (l’anno precedente erano zero). Da segnalare, in particolare, è l’attentato suicida del giugno 2025 contro la chiesa Mar Elias di Damasco, dove hanno trovato la morte 22 fedeli.

Oltre al tema dell’insicurezza e della violenza, c’è anche quello della legge: la Costituzione provvisoria del marzo 2025 centralizza il potere nelle mani del presidente e stabilisce la giurisprudenza islamica come fonte principale della legislazione.

Terrorismo islamico a parte, le altre cause più importanti della persecuzione dei cristiani sono l’autoritarismo di regimi come Eritrea, Cina, Corea del Nord, Nicaragua e Cuba e il nazionalismo di paesi come India e Myanmar,

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«Nel 2025 record di intolleranza»

«388 milioni di cristiani nel mondo non godono del diritto umano fondamentale di credere in ciò che vogliono. Il 2025 è di nuovo anno record dell’intolleranza. Quanti altri cristiani uccisi, sfollati, abusati e incarcerati dobbiamo contare prima di porre al centro del dibattito politico la libertà religiosa?», ha dichiarato il direttore della sezione italiana di Open Doors, Porte aperte, Cristian Nani.

«Porte Aperte chiede al governo di promuovere: la libertà religiosa come priorità diplomatica, integrandola nei negoziati commerciali; l’alfabetizzazione religiosa dei propri funzionari a vari livelli; la collaborazione con attori religiosi locali, soprattutto in aree sensibili come il Sahel, per garantire equità nella distribuzione degli aiuti, prevenendo discriminazioni».

Esteri
Dalla «nebbia di interessi» che lega Madrid al regime di Caracas, sbuca Zapatero
Data articolo:Wed, 14 Jan 2026 03:40:00 +0000 di Rodolfo Casadei

La prima vittima del jet set politico internazionale in conseguenza della cattura di Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti potrebbe essere José Luis Rodríguez Zapatero, premier socialista della Spagna fra il 2004 e il 2011. Altri esponenti di spicco del socialismo spagnolo, compreso l’attuale capo del governo Pedro Sánchez, potrebbero essere a loro volta toccati. Alla vigilia del blitz americano Zapatero era già coinvolto in tre inchieste – una statunitense e due spagnole – che lo collegavano a crimini attribuiti al regime chavista-madurista o compiuti a vantaggio del medesimo. Il suo nome è emerso nelle indagini Usa sui legami del Venezuela con il narcotraffico, così come in quelle spagnole che riguardano rispettivamente il salvataggio di Air Europa e la sua promozione a compagnia aerea strategica in Venezuela e il presunto riciclaggio di denaro da parte di un’altra compagnia aerea salvata dal governo di Pedro Sánchez: Plus Ultra. A queste inchieste ora si aggiunge un esposto del...

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