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#news #tempi.it
Il labirinto di Pac-Man
«Il News Feed fa schifo». L’impietoso giudizio formulato da un utente di Facebook non sembrerebbe la premessa migliore per una nuova funzionalità da poco immessa in circolazione. In realtà , in quella Erewhon che è il mondo digitale, si trasforma in eccellente riscontro, quasi quello auspicato sin dal principio. È il 2012. Quella, non prima, non dopo, è la data in cui tutto si è smarrito.
Cecilia Kang e Sheera Frankel ricordano nel loro volume, Facebook – inchiesta finale, come Mark Zuckerberg abbia appena liberato il Kraken della piattaforma social; il nuovo News Feed.
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Un dialogo a tutto campo a partire dalla sua raccolta di articoli per il sito In Terris contenuta nel libro Dalla terra al cielo. Monsignor Michele Pennisi, arcivescovo emerito di Monreale, non si è sottratta a nessuna delle domande che il giornalista Francesco Inguanti, direttore di Giornotto, e chi scrive gli hanno sottoposto durante un incontro tenutosi sabato 24 gennaio presso il Palazzo Arcivescovile di Monreale.
Introdotto da monsignor Gualtiero Isacchi, arcivescovo di Monreale, e don Antonio Chimenti, direttore dell’Ufficio diocesano per le Comunicazioni sociali, che hanno ricordato come l’evento si svolgesse nel giorno della memoria liturgica di san Francesco di Sales e in occasione della LX Giornata mondiale per le Comunicazioni sociali, Pennisi ha insistito soprattutto sulla necessità , di fronte alle brutture della storia e della cronaca, di ripartire dall’educazione, coinvolgendo in un “patto” positivo la comunità ecclesiale, le famiglie e i giovani.
Di fronte ai sempre più frequenti episodi di violenza giovanile, l’arcivescovo ha auspicato un coinvolgimento delle famiglie e delle scuole (e anche dei mass media, responsabili di “come” dare certe notizie) affinché si comunichino «non dei valori astratti, ma testimonianze di vita». Perché il Vangelo «non è una teoria astratta, ma una risposta concreta alle domande che ci pone la vita». Un’indicazione che vale per la vita quotidiana delle persone semplici, ma anche per i grandi della terra. Se l’esistenza non è illuminata da un Bene, a regolare i rapporti tra nazioni può essere solo «la violenza e la legge del più forte».
«È importante – ha proseguito Pennisi riferendosi a una domanda sul suicidio assistito – diffondere una cultura della centralità della persona umana e del rispetto della vita». Alcuni casi specifici ed estremi, enfatizzati da alcuni gruppi di pressione radicali e da molti media, vogliono farci credere che è libero solo «l’uomo che fa ciò che vuole. Ma questa è un’idea di libertà anarchica che non fa i conti con l’esperienza del limite insita nella realtà ». Ed è un’operazione ideologica che tende ad oscurare sia i benefici delle cure palliative sia quelle tante e commoventi esperienze di dedizione ai malati che sono presenti nella nostra società . Esperienze, è tornato ad insistere Pennisi, «che meritano di essere raccontate» perché esempio di «carità cristiana» e di una concezione «positiva della libertà ».

Come nel libro sono riportati diversi articoli su don Luigi Sturzo, anche durante l’incontro a Monreale, monsignor Pennisi ha ricordato le parole del sacerdote di Caltagirone. Parole profetiche e di grande attualità sulla guerra e sull’educazione giovanile: «Se ci fosse una fede viva, quella che trasporta le montagne, noi avremmo la pace di Dio sia nelle nostre anime, sia nella società , sia fra i popoli».
E come Sturzo non separava mai l’annuncio cristiano dall’affronto delle problematiche poste della vita, anche don Pino Puglisi, ha proseguito Pennisi, affrontava la mafia a partire dal suo essere un semplice sacerdote, opponendo alla violenza una grande «concretezza evangelica». Puglisi «ha fatto il parroco, incontrava la gente, educava i giovani. Sapeva che non bastavano i proclami e le marce, ma che ciò che davvero poteva cambiare i cuori era l’annuncio cristiano. Ecco, è proprio questo che ha dato fastidio alla mafia. Perché lui insegnava che c’è un Padre Nostro che ci ama, non un padrino cui dover ubbidire».
Parlando del difficile problema dell’immigrazione, Pennisi ha predicato intelligenza e carità : accoglienza per gli stranieri senza nascondere sotto il tappeto i problemi che pure esistono. Trovare, anche in questo caso, soluzioni praticabili come, ad esempio, favorire l’integrazione attraverso «strutture piccole che possano favorire una reale conoscenza di queste persone. I migranti non sono di per sé un pericolo, ma possono diventare una risorsa nella misura in cui sono accolti e integrati».
Infine una battuta sul titolo del volume che prende spunto da una lettera inviata dal carcere il 12 agosto 1943 da Dietrich Bonhoeffer alla fidanzata: «I cristiani che stanno sulla terra con un piede solo, staranno con un piede solo anche in paradiso». Così, ha concluso l’arcivescovo, noi dobbiamo cercare di incarnarci nella realtà come ha fatto Cristo e, al contempo, non dimenticare di elevarci verso il cielo».

Che il conservatorismo americano non sia stato mai qualcosa di monolitico e coeso è fin troppo evidente. Molti studiosi, quando parlano di “movimento conservatoreâ€, forse sono i primi a non crederci. O forse, più probabilmente, lo fanno perché è comodo mettere insieme persone e idee diverse in modo tale da poterle colpire all’unisono. Fatto sta che, per dirla brutalmente, conservatori e libertari non sono la medesima cosa. Russell Kirk non è Friedrich von Hayek, ecco. Ma certo, la Guerra Fredda aveva contribuito a evidenziare chi era il nemico: il comunismo e i suoi epigoni.
Un pensatore importante, benché spesso poco considerato, Richard Weaver, negli anni Cinquanta e Sessanta si era speso per provare a tenere insieme, almeno a livello concettuale, conservatorismo e libertarismo. In un articolo del 1960, Conservatism and Libertarianism: The Common Ground (lo trovate nella ponderosa raccolta dei suoi scritti In Defense of Tradition, edita dal Liberty Fund), l’autore nato in North Carolina sosteneva che conservatori e libertari, in fondo, sono uniti dalla difesa della libertà individuale.
Benché divergenti sotto molteplici aspetti, fondano la propria visione sul realismo: un principio che fa loro riconoscere come la realtà esista, e non possa essere stravolta sulla base di qualche schema ortopedico-pedagogico di palingenesi sociale. Ne deriva la predilezione per un ordine socio-politico-economico in cui il potere sia estremamente limitato: l’arbitrio su cui esso si basa, insomma, non può e non deve ledere quel “diritto umano sussistente†che è la persona.

Detto ciò, è chiaro che molta acqua sotto i ponti è passata. Analogamente, diverse correnti sono emerse via via nei decenni: pensiamo solo ai “neocon†e, parallelamente, ai “paleoconâ€. Negli ultimi anni, però, le cose si sono ancor più infittite. Bene ha allora fatto Andrea Venanzoni a scriverne in un suo recente saggio, La destra americana contemporanea. Dalla New Right a Donald Trump (Historica Giubilei Regnani). Il libro è dunque uno strumento utile per comprendere il fitto intreccio di idee, persone e think tank che rappresentano oggi la galassia conservatrice.
Particolare attenzione merita quella destra post-liberale riconducibile soprattutto a studiosi come Patrick J. Deneen e Adrian Vermeule. Se alcuni temi rimangono classicamente attaccati alla sensibilità conservatrice, è però vero, osserva Venanzoni, che le priorità sono mutate in maniera piuttosto radicale. Più che alla libertà , i conservatori di oggi tengono al “bene comuneâ€; più che all’economia di mercato, essi vedono nell’intervento statale in economia la leva per tutelare la produzione nazionale. Insomma, è successo per certi aspetti quel che un conservatore particolarmente acceso, nonostante provenisse dalle file della sinistra radicale, Christopher Lasch, auspicava: un conservatorismo che rigetta la propria matrice liberale in favore di una posizione realmente conservatrice. Tradotto: un conservatorismo a tendenza comunitarista sul piano etico-politico, e protezionista dal punto di vista economico.
Tutto ciò pone ovviamente più di qualche problema. In primo luogo perché la libertà individuale ne paga le spese: il bene comune è concetto talmente vago e aleatorio da poter essere strumentalmente impiegato alla bisogna, e comunque ha in sé una dimensione collettiva che schiaccia per l’appunto la libertà . In secondo luogo perché si rafforza così il ruolo del nemico per eccellenza della persona, cioè il Leviatano. Se la destra americana contemporanea ha riportato al centro – con tutti i problemi annessi – il ruolo della politica al posto dell’economia e del diritto, resta da chiedersi, come hanno fatto tra gli altri Flavio Felice e Daniel J. Mahoney, che ne sarà dell’eredità liberale di cui il conservatorismo americano era imbevuto. E senza la quale, sosteneva Wilhelm Röpke, si sgretola la stessa idea di Occidente.
Il 29 gennaio di tre anni fa ci lasciava Roberto Perrone, che su Tempi era stato soprattutto Fred Perri, ma non solo. Come ha scritto Emanuele Boffi, «è stato per noi l’angelo custode di un’amicizia maestosa. Scriveva su questo giornale dalla sua fondazione (“ragazzacci, prima di voi, c’ero io. Sono il collaboratore più vecchio della bandaâ€, rivendicava con un certo orgoglio), coinvolto tra i primi nella nascita di Tempi, quando ancora sembrava un progetto editoriale senza capo né coda, una “mattana†di Luigi Amicone, suo sodale anarcoresurrezionalista dagli anni dell’università . E a quell’amicizia Perrone è rimasto fedele sempre, non perdendo un numero, nemmeno uno, fino all’ultimo, quando già la situazione s’era fatta dura e la malattia, velocissima e spietata, lo stava portando via».

Amico, angelo custode, e poi bravissimo giornalista sportivo (e di cucina!), scrittore con il passo dei grandi e penna “cinica e bara†nella rubrica Sport über alles su Tempi, in cui denunciava le ipocrisie del mondo dello sport senza prenderle troppo sul serio. Nel 2024 è uscito un film diretto e interpretato da Neri Marcoré, Zamora, tratto da un suo libro, «uno dei più bei romanzi italiani degli ultimi trent’anni» secondo Luca Doninelli, che Perri non ha fatto in tempo a vedere finito – «Ha potuto leggere la sceneggiatura e gli è piaciuta: mi chiamò dall’ospedale commosso», ci ha detto Neri Marcoré in un’intervista.
Roberto Perrone era «un uomo buono», ha scritto ancora Doninelli, «un uomo di fede, che non si dava troppa importanza, perché le cose che contano sono altre». Poche settimane prima di morire, scrisse su Tempi il suo Te Deum: «Te Deum laudamus anche per questo 2022, perché se non Ti lodassimo anche quando tutto va storto che senso avrebbe tutta la nostra vita?».
Roberto Perrone, l’angelo custode della nostra amicizia – di Emanuele Boffi
Roberto Perrone mancherà a Fred Perri e a tutti noi
Il talento smisurato e l’autoironia di Roberto Perrone – di Luca Doninelli
Caro Gigino, lo hai voluto tu questo bastardo su Tempi – di Fred Perri
Marcorè: «Porto al cinema “Zamora†di Perrone perché volevo una storia che facesse bene all’anima» – di Pietro Piccinini
Te Deum per questo anno senza Mondiali (e pure il Grifo è retrocesso in B) – di Roberto Perrone
In attesa dell’inverno del nostro tormento, faccio scorta di maglioni e coperte – di Roberto Perrone
Perché Tempi ha tirato fuori il peggio (e il meglio) di me – di Roberto Perrone
Inginocchiatevi pure, ma non è così che cambierete il mondo – di Fred Perri
Mannaggia il pavé – di Fred Perri
Sposerò Annibale carrarmato Canessa – di Caterina Giojelli
Siamo fra quelli che daranno ascolto all’invito del cardinale Matteo Zuppi che ha esortato i cattolici «ad andare a votare, dopo essersi informati e aver ragionato sui temi e sulla posta in gioco» del referendum sulla giustizia di marzo. Lo faremo nella consapevolezza, come ha giustamente sottolineato il presidente della Cei, che «la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici e l’assetto del Csm sono temi che non ci devono lasciare indifferenti».
Certo, a differenza dell’arcivescovo di Bologna, che non ha dato una chiara indicazione di voto, ma solo un ambiguo suggerimento alla «preservazione dell’equilibrio dei poteri» lasciato in eredità dai «padri costituenti» per preservare «autonomia e indipendenza per l’esercizio di un processo giusto», noi voteremo “sì”.
Lo abbiamo già detto e scritto e ne siamo sempre più convinti. Non passa giorno che chi è per il “no” ci confermi in questa nostra scelta. Dopo gli infondati arzigogoli di Gratteri che voleva far passare Falcone per un oppositore alla riforma, i manifesti dell’Anm sui giudici che dipenderanno dalla politica, l’ultima “sparata” l’ha fatta il segretario della stessa associazione nazionale magistrati, Rocco Maruotti, che ha pubblicato sui social un post in cui collegava l’omicidio di Alex Pretti a Minneapolis alla riforma Nordio. Un accostamento inconsulto che Maruotti, dopo le proteste, ha rimosso perché «si prestava ad essere strumentalizzato».
Ormai è una strategia: insistere fino allo sfinimento con la storiella che la riforma sottoporrà i giudici al controllo politico. Non è vero? Fa niente. Ieri sul Riformista l’ex presidente della Corte Costituzionale Augusto Barbera, una vita nelle fila della sinistra, ha smontato una per una tutte le sciocchezze del professor Alessandro Barbero, star social del pressapochismo storico, che s’è improvvisato costituzionalista. Solo che non ne ha detta una giusta, tanto che Barbera, dopo aver puntualmente risposto alle sue «tante distorsioni», ha così concluso:
«Evidentemente Barbero è vittima del suo successo mediatico: è troppo impegnato ad approfondire tanta parte della storia umana, dagli Egizi alla spedizione dei Mille, da non trovare il tempo per leggere le norme su cui gli italiani saranno chiamati a pronunciarsi nel prossimo referendum».
Ormai è una psicosi, come ha scritto il Foglio. Repubblica è arrivata a scrivere che all’evento organizzato da Forza Italia a Roma sulla riforma era presente «Marcello Dell’Utri, quasi irriconoscibile». Per forza che era irriconoscibile, non era Marcello ma Alberto, suo fratello. L’errata notizia è poi stata cancellata, ma ormai aveva avuto ampia diffusione social con la didascalia “la riforma che piace ai condannati per mafia”.
Balle, balle e ancora balle; tutto fa brodo pur di sostenere il pericolo di una politica che vuole controllare la magistratura (come la storia di Report che ha confuso un programma di aggiornamento software per un sistema di spionaggio dei computer delle toghe).
Intanto, nel paese reale accade che la strombazzata inchiesta “mensa dei poveri”, sette anni dopo, si riveli cosa di pochissimo conto. E che il Tribunale del Riesame, a proposito dell’altra strombazzatissima inchiesta sull’urbanistica di Milano, annulli il decreto di sequestro preventivo della torre residenziale “Unico-Breraâ€.
Quindi, come dice Zuppi, informiamoci e ragioniamo. Poi, quando abbiamo finito, facciamo come il cardinale Ruini, e «votiamo sì con profonda convinzione» al referendum del 22 e 23 marzo.