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#news #tempi.it
I Giochi olimpici, come tutti i grandi eventi soprattutto mediatizzati, sono uno dei rischi maggiori da gestire. Soprattutto in un contesto di diffuso conflitto globale, dove le minacce ibride si manifestano in particolare nelle opportunità . Per questo la sicurezza dei grandi eventi sportivi è da tempo affrontata sulla base di accordi internazionali e di procedure ben rodate, che prevedono il coinvolgimento delle forze nazionali nella “protezione vicina†ma sempre sotto direzione e coordinamento nazionale.
In questo contesto, le recenti polemiche sulla presenza dell’Ice tra i provider di sicurezza Usa è speciosa. Io stesso ho più volte scritto della criticità delle pratiche utilizzate da Ice, in questi mesi, negli Stati Uniti (la United States Immigration and Customs Enforcement, l’agenzia federale statunitense responsabile del controllo della sicurezza delle dogane e dell’immigrazione è al centro del dibattito per le violenze di Minneapolis). Ma questo nulla ha a che vedere con il ruolo securitativo che Ice è legittimante chiamata a esercitare da parte della autorità da cui dipende. Un ruolo che prevede l’impiego della propria agenzia investigativa, che da anni lavora all’interno delle rappresentanze diplomatiche statunitensi nei vari paesi: nulla a che vedere con la visione mediatizzata di questi giorni.

La messa in questione della presenza dell’Ice alle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 ha senso solo ai fini dello sfruttamento politico che offre, utilizzando la sicurezza come strumento comunicativo di una narrativa ad alta sensibilità . E questo è grave. Perché il rischio aumenta a causa delle irresponsabilità della politica locale.
Le Olimpiadi sono una opportunità e anche un rischio: una opportunità di diffusione del marchio cittadino a livello mondiale; un rischio elevato in termini di sicurezza, durante i Giochi, per la città e i suoi abitanti. Sarebbe pertanto un saggio obiettivo di governo cercare di ridurre le vulnerabilità , affinché gli attori che devono presidiare alla nostra sicurezza si possano concentrare efficacemente sui rischi maggiori. Che sono in aumento. Purtroppo non è così: ancora una volta la questione sicurezza viene sfruttata a fini politici personali da parte dei politicanti che hanno responsabilità di governo, nel comune e nella regione.
Le prese di posizione contro la presenza dell’Ice, come ho sostenuto, sono speciose, comprensibili solo per la volontà di governare la pancia di una opinione pubblica che diventa la “carne da macello†elettorale, mentre aumenta il rischio che diventi concretamente “carne da macello†per gli effetti della mancata sicurezza prodotta da queste politiche. L’inutile chiamata in piazza dei cittadini per urlare ‘no all’Ice†è una turbolenza che aumenta la vulnerabilità complessiva della nostra città , ne aumenta i rischi, ne riduce le capacità di risposta messe in atto dalle nostre forze dell’ordine. Oltre al fatto che avrà l’effetto immediato di veicolare una immagine di Milano caotica e inospitale quando, nella visione generale, le Olimpiadi dovrebbero offrire ospitalità in un luogo pacificato.
A causa dei suoi uomini di governo, Milano non si presenterà così al mondo.
E sarà dunque doppiamente perdente grazie al sabotaggio scientifico che si sta effettuando. D’altra parte, questo olimpico sabotaggio è conseguente la costante politicizzazione dell’agenda della sicurezza milanese, che si è arrotolata attorno a percorsi senza soluzioni pratiche, fornendo costantemente opportunità di narrazione politica, altamente divisive nei confronti della popolazione.
Ne è un esempio il recente assetto del settore sicurezza di Milano, dove nulla cambia in termini di deleghe che si coprono con la foglia di fico di un paio di tecnici, sferrando il gancio ideologico con la nomina di un “Osservatorio per la promozione di politiche di sicurezza democraticaâ€, che permette di assoldare personaggi ideologicamente affini. Ma che soprattutto, senza alcuna necessità rispetto ai problemi della città , affianca alla “Sicurezza†il bisogno che essa si qualifichi come “Democraticaâ€.
Una scelta in vetero stile sovietico, che non ha senso operativo (ma si inventa un problema di sicurezza per la democrazia) per ottenere un risultato ampiamente divisivo per la popolazione che è portata a schierarsi per una “Sicurezza†rispetto a una “Sicurezza Democraticaâ€, la cui voluta incertezza del termine non può che essere spiegata in termini di qualificazione evocativa di quel termine.

Male. Anzi peggio. Perché se la sicurezza non viene promossa e condivisa come un valore che unifica, ma che divide, allora si trasforma in un incremento di vulnerabilità che ottiene esattamente l’opposto di quanto dichiara di voler conseguire.
Male. Anzi Peggio. Perché è ormai chiaro che il tema della sicurezza, nei prossimi anni elettorali sarà trattato esclusivamente per la possibilità ideologica e politica di sfruttarlo a proprio vantaggio, in questo modo aumentando i rischi complessivi per la città .
Male. Anzi Peggio. Perché, anche se non era pensabile che ai Giochi fosse riservata la tregua delle armi degli antichi greci, per lo meno ci si poteva aspettare la responsabilità del governo locale nel gestire le Olimpiadi riducendo i rischi e il conflitto interno. Invece di promuoverlo quali Olimpici sabotatori di un’occasione perduta per Milano.
Male. Anzi peggio. Quello che accadrà Milano sarà tutta responsabilità dei politici che governano questa città : costoro sono un rischio per la sicurezza cittadina.
Marco Lombardi è ordinario di Sociologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore dove insegna, tra le altre cose, Cooperazione nelle aree di post conflict e Sicurezza e contrasto al terrorismo. È direttore del centro di ricerca ITSTIME (Italian Team for Security, Terroristic Issues & Managing Emergencies)
Il bambino ha saputo cosa è successo. A dieci anni, il figlio di Federica Torzullo e Claudio Carlomagno ha saputo che suo padre ha confessato l’omicidio di sua madre e che i nonni paterni si sono tolti la vita lo scorso sabato, nella loro casa di Anguillara Sabaudia.
È tenendogli occhi su questo bambino, con tremore, che si fa piazza pulita di molte etichette appiccicate in fretta a questa storia. Etichette che la trasformano nell’ennesimo femminicidio in cui viene a galla l’incapacità maschile di accettare l’autodeterminazione femminile; oppure nell’ennesima scena del crimine su cui costruire decine, se non centinaia, di puntate a reti unificate, scandagliando ogni risorsa investigativa e psicologica per un picco di share in più.
È una tragedia di famiglia. E, di fronte a una narrazione sempre più blanda dei rapporti affettivi – come se fossero fili sottili da legare e slegare a sentimento – la famiglia torna a mostrarsi per quello che è: un nodo strettissimo.
Federica Torzullo, 41 anni, è stata uccisa la mattina dell’8 gennaio 2026 dal marito Claudio Carlomagno, 43 anni. Secondo l’autopsia, la donna è stata colpita con almeno 20 coltellate, soprattutto al collo e al volto. Il marito ha poi occultato il corpo, seppellendolo in un terreno vicino alla ditta di famiglia. In seguito è stato arrestato e ha confessato il delitto.
Sabato 24 gennaio i genitori di Carlomagno, Pasquale Carlomagno e Maria Messenio, sono stati trovati morti nella loro villetta ad Anguillara. L’esito parziale delle autopsie parla di morte per asfissia da impiccagione. È stata trovata anche una lettera, indirizzata all’altro figlio, in cui i due accennano alla fatica di sostenere la gogna mediatica sul caso.
In qualche commento di cronaca si avverte la premura di un distinguo: non bisogna mettere sullo stesso piano il femminicidio di Federica e il doppio suicidio dei genitori di Carlomagno. Come se fosse necessario compilare una classifica morale delle tragedie. Il punto, invece, è proprio il legame strettissimo fra le due tragedie. L’ipotesi della gogna mediatica è plausibile proprio perché amplifica il fattore principale, il rispondere di un legame familiare con la vittima e con l’omicida della vittima. Sottolinearlo è meno ovvio di quanto sembri.
In Cosa c’è di sbagliato nel mondo Chesterton delinea così la profondità dei legami familiari:
«Anche nei casi fuori dalla normalità , in cui la legge deve essere chiamata in causa, ci si scontra costantemente con questa difficoltà , come sanno bene molti magistrati disarmati. Questi ultimi devono impedire che dei bambini muoiano di fame sottraendoli a colui che porta a casa il pane. Spesso essi devono spezzare il cuore di una moglie perché suo marito le ha già spaccato la testa. Lo Stato non ha alcuno strumento abbastanza delicato per poter estirpare le radicate abitudini e gli intricati effetti di una famiglia; i due sessi, felici o infelici, sono incollati in modo così forte che non possiamo mettere il temperino legale tra di loro come fosse una spada. L’uomo e la donna sono un corpo solo – sì, anche se non sono un’anima sola».
Per «uomo e donna» s’intende anche la rete familiare che diventa parte di un matrimonio.
Oggi la famiglia viene raccontata con filtri edulcorati. E, purtroppo, sono i casi estremi a rimettere sul tavolo evidenze trascurate. La famiglia non è semplicemente il luogo “in cui c’è l’amoreâ€. Non è un assemblaggio emotivo che si allarga o si restringe senza conseguenze. Non è una pianta con radici aeree. Le radici si piantano a fondo e – anche quando è doveroso – non è facile separare ciò che è stato unito.
Condividere lo stesso tetto, lo stesso tavolo, lo stesso bagno, lo stesso letto è faticoso, proprio perché non è in gioco solo la quotidianità . È dentro la prova degli sfregamenti reciproci che si vaglia l’ipotesi del bene in nome del quale si azzarda un “insieme, per sempreâ€. L’ideale passa dalla fucina della carne. È così impegnativo che oggi la ragionevolezza della separazione sembra surclassare la follia della condivisione.
I casi estremi – sviscerati mediaticamente – in cui l’allontanamento tra coniugi è necessario finiscono nello stesso calderone di separazioni “per non rovinare un rapportoâ€: si chiude un ciclo e, anzi, ci si allontana per rimanere in buoni rapporti. Siamo assediati da coppie che stando sotto i riflettori c’insegnano la separazione virtuosa, come se fosse possibile evitare le ferite che ogni separazione implica.
Fino al fenomeno LAT, sempre più sbandierato dai vip. Living Apart Together viene definito come la scelta volontaria di coppie che mantengono vite separate pur restando in una relazione stabile. Ce lo raccontano con un tono tra il pedagogico e la posta del cuore. Da Cinecittà a Hollywood si decantano i vantaggi di vivere separati per preservare un legame affettivo: dormire in stanze diverse, abitare su piani differenti, avere domicili lontani. Per far durare un rapporto – dicono – non bisogna stare insieme, ma “darsi delle ragioni per ritrovarsi†e “riscoprire il gusto di essere coppiaâ€. La raccontano così quelli che possono permettersi più abitazioni o una casa abbastanza grande da non incrociare il proprio marito, la propria fidanzata o – ecumenicamente – il/la compagn*.
La libertà di accettare la sfida di stare insieme, condividendo il senso della vita attraverso gli sfregamenti della vita quotidiana, oggi paga il fio al regno imperante della libertà di separazione. Il caso della famiglia Carlomagno ci inchioda alla radicalità dei rapporti familiari, senza cuscinetti. E, a rovescio, svela quanto sia inconsistente la bugia dell’amore come sentimento facilmente assemblabile e disassemblabile.
Questa riflessione non riguarda il fatto che Federica avesse chiesto la separazione dal marito. Il punto è il quadro: tre cadaveri, un marito omicida, un figlio che dovrà fare i conti con questa storia, altri nonni e zii che si faranno carico del rapporto con quel bambino.
Le relazioni affettive che generano una famiglia sono un tessuto connettivo fortissimo. L’impatto di una moglie uccisa dal marito si ripercuote su tutto il nucleo domestico, a un livello così intimo da portare a scelte estreme come quella dei genitori di Carlomagno: essere insieme nella scelta della resa. E la resa non è solo agli strali della gogna mediatica, ma al contenuto stesso di ciò a cui si è esposti: essere legati a un figlio che ha commesso un reato gravissimo; essere legati alla vittima; essere legati al nipote sopravvissuto.
Di fronte a una realtà così pesante, la reazione poteva essere quella di chi si fa carico dell’onere di una condivisione che attraversa lo spettro della colpa e del travaglio, e resta. Ma non è una scelta scontata. Si può arrivare a sprofondare fino a essere insieme nella tentazione di togliersi la vita.
È un fatto di fronte a cui non voltare la testa altrove proprio perché siamo davanti a un “sì†detto insieme che rovescia la forza positiva della condivisione. È il velo nero da stendere a terra per iniziare un discorso autentico tra fidanzati che oggi valutano il matrimonio e che non vogliono ridurre la relazione a un orpello romantico o al terrore dei rapporti tossici. È il contraltare – tremendo, sì, ma così incarnato – che sbriciola molte fuffe sui legami leggeri e sulle separazioni altrettanto leggere. Fa drizzare la colonna vertebrale di fronte a scelte affettive in cui il libero arbitrio cede a manipolazioni psicologiche.
Per quanto sia brutale, è davanti a uno sconcerto così che vale la pena chiedersi se – e con quali ragioni, grazie a quali scorte – si può camminare nella condivisione che è in ballo quando si costruisce una famiglia.
Il testo che segue è tratto dalla puntata settimanale di “Cinema Fortunatoâ€, la newsletter di recensioni cinematografiche riservata agli abbonati di Tempi. Abbonati per riceverla ogni giovedì.
Legenda: ★★★★ pazzesco | ★★★ ci sta | ★★ ’nzomma | ★ imbarazzante
Di Joachim Trier
Dove vederlo: al cinema
Film complesso ma bellissimo. La vicenda di un regista anziano e alle prese con un ultimo film dal sapore autobiografico si intreccia con quella delle due figlie che non vede da tempo. Melodramma atipico e decisamente nordico, non solo per l’ambientazione norvegese ma perché i sentimenti e le emozioni vengono centellinati nel corso della narrazione, come sepolti da una coltre di neve. Film di grandi attori e di regia d’altri tempi, attenta ai movimenti di macchina, alla cura degli spazi. Joachim Trier guarda, come è ovvio, al cinema di Ingmar Bergman e a quello del Woody Allen bergmaniano: certe sequenze autunnali rimandano proprio a Interiors, forse il film più personale e meno visto di Allen. Qui il tema sottotraccia è che il cinema sia un grande specchio, che toglie tanta, forse troppa vita vera ma poi riesce, misteriosamente, a restituirne altra, come se fosse un grande medicamento o una potente medicina. Grande prova di bravura del terzetto degli attori.

Di Paolo Sorrentino
Dove vederlo: al cinema
Sorrentinata meno riuscita del solito e – una novità per il regista campano – senza nudi femminili. Ecco, diciamo che i nudi femminili servivano sempre a bilanciare l’abbiocco post-prandiale che ti prende dopo 40 minuti circa all’ennesimo piano sequenza sul golfo di Napoli. Comunque stavolta non ci sono i nudi femminili e nemmeno quelli maschili. C’è però Toni Servillo che lotta come un leone per far digerire una sceneggiatura che pare ossessionata dalla ricerca del simbolismo a tutti i costi. Soliti vizi e virtù del buon Sorrentino: confezione impeccabile, fotografia di gran pregio e solito parterre di attori in gamba. Qui, oltre a Servillo che gioca a fare Francesco Cossiga, c’è Anna Ferzetti che gli tiene testa e si ritaglia un bel personaggio. Però: Paolo Sorrentino scrittore non è all’altezza del regista e certi dialoghi fanno scappare la pazienza. Non aiuta poi la durata esagerata.

Di Franco Maresco
Dove vederlo: Sky
Pseudo documentario con al centro il tentativo goffo e impossibile del regista Franco Maresco di dirigere un film su Carmelo Bene. Operazione intelligente e cervellotica: Maresco dirige un non film su Bene, che peraltro è un personaggio sfuggente e poco incline al cinema o a essere filmato, ma in realtà , sulla falsariga di operazione analoghe di Orson Welles, dirige un film su se stesso, come fosse una goffa dichiarazione di poetica. Il problema è che Maresco, che sembra una versione nichilista e disperata di Pasolini, è regista di gran talento ma di notevole pazzia. Il suo Cinico Tv, quella striscia quotidiana che negli anni Novanta finiva in prime time fotografata da Daniele Ciprì, metteva in scena le peggiori cose del quotidiano, senza freni e trascinando lo spettatore in un abisso senza fine. Per me erano e sono invedibili, così come i due lungometraggi, peraltro perfetti dal punto di vista formale, Lo zio di Brooklyn e Totò che visse due volte. Eppure qui Maresco ci dice o prova a dire la sua morale, in un film-non film che ha dei momenti assurdi e molto divertenti: ce lo dice in uno dei passaggi più tristi e però veri. Si dirigevano quei film così cupi perché Dio non c’è, perché in questo atomo opaco di male siamo soli, si muore soli, non c’è più nessuno a cui votarsi, mica come il povero Stracci ne La ricotta di Pier Paolo, appunto. C’è solo morte, solitudine, rimpianto, insomma l’Inferno. Rimane solo il nichilismo, tanto più necessario, in questi tempi ancora più oscuri, dove «la tecnologia è una forma di riscatto dei mediocri e dei senza talento che per secoli hanno guardato con invidia gli scranni degli artisti e intellettuali e ora si prendono una rivincita. Del resto ormai un film non lo si nega a nessuno».

Di Paul W. S. Anderson
Anno di uscita: 2011
Dove vederlo: Sky
Baracconata terribile diretta dal regista di Resident Evil che praticamente realizza un nuovo capitolo horror della saga prendendo in prestito i personaggi di Dumas. Il risultato è un ibrido confuso tra avventura in costume e fantascientifico ante litteram che naufraga miseramente sul piano artistico. Impossibile stabilire dei riferimenti letterari ma anche cinematografici, visto che sono tante e non sempre riuscite a dire il vero le versioni al cinema de I tre moschettieri. Qui Paul Anderson privilegia l’arsenale del cinema fantastico e spettacolare, disseminando l’opera di combattimenti, inseguimenti e visioni che ammiccano a Verne e Stevenson senza però mai dire qualcosa di davvero sensato. Uscito ai tempi in un 3D non così esaltante.
Il labirinto di Pac-Man
«Il News Feed fa schifo». L’impietoso giudizio formulato da un utente di Facebook non sembrerebbe la premessa migliore per una nuova funzionalità da poco immessa in circolazione. In realtà , in quella Erewhon che è il mondo digitale, si trasforma in eccellente riscontro, quasi quello auspicato sin dal principio. È il 2012. Quella, non prima, non dopo, è la data in cui tutto si è smarrito.
Cecilia Kang e Sheera Frankel ricordano nel loro volume, Facebook – inchiesta finale, come Mark Zuckerberg abbia appena liberato il Kraken della piattaforma social; il nuovo News Feed.
Per continuare a leggere prosegui qui o iscriviti a Lisander, il substack di Tempi e dell’istituto Bruno Leoni.Â
Un dialogo a tutto campo a partire dalla sua raccolta di articoli per il sito In Terris contenuta nel libro Dalla terra al cielo. Monsignor Michele Pennisi, arcivescovo emerito di Monreale, non si è sottratta a nessuna delle domande che il giornalista Francesco Inguanti, direttore di Giornotto, e chi scrive gli hanno sottoposto durante un incontro tenutosi sabato 24 gennaio presso il Palazzo Arcivescovile di Monreale.
Introdotto da monsignor Gualtiero Isacchi, arcivescovo di Monreale, e don Antonio Chimenti, direttore dell’Ufficio diocesano per le Comunicazioni sociali, che hanno ricordato come l’evento si svolgesse nel giorno della memoria liturgica di san Francesco di Sales e in occasione della LX Giornata mondiale per le Comunicazioni sociali, Pennisi ha insistito soprattutto sulla necessità , di fronte alle brutture della storia e della cronaca, di ripartire dall’educazione, coinvolgendo in un “patto” positivo la comunità ecclesiale, le famiglie e i giovani.
Di fronte ai sempre più frequenti episodi di violenza giovanile, l’arcivescovo ha auspicato un coinvolgimento delle famiglie e delle scuole (e anche dei mass media, responsabili di “come” dare certe notizie) affinché si comunichino «non dei valori astratti, ma testimonianze di vita». Perché il Vangelo «non è una teoria astratta, ma una risposta concreta alle domande che ci pone la vita». Un’indicazione che vale per la vita quotidiana delle persone semplici, ma anche per i grandi della terra. Se l’esistenza non è illuminata da un Bene, a regolare i rapporti tra nazioni può essere solo «la violenza e la legge del più forte».
«È importante – ha proseguito Pennisi riferendosi a una domanda sul suicidio assistito – diffondere una cultura della centralità della persona umana e del rispetto della vita». Alcuni casi specifici ed estremi, enfatizzati da alcuni gruppi di pressione radicali e da molti media, vogliono farci credere che è libero solo «l’uomo che fa ciò che vuole. Ma questa è un’idea di libertà anarchica che non fa i conti con l’esperienza del limite insita nella realtà ». Ed è un’operazione ideologica che tende ad oscurare sia i benefici delle cure palliative sia quelle tante e commoventi esperienze di dedizione ai malati che sono presenti nella nostra società . Esperienze, è tornato ad insistere Pennisi, «che meritano di essere raccontate» perché esempio di «carità cristiana» e di una concezione «positiva della libertà ».

Come nel libro sono riportati diversi articoli su don Luigi Sturzo, anche durante l’incontro a Monreale, monsignor Pennisi ha ricordato le parole del sacerdote di Caltagirone. Parole profetiche e di grande attualità sulla guerra e sull’educazione giovanile: «Se ci fosse una fede viva, quella che trasporta le montagne, noi avremmo la pace di Dio sia nelle nostre anime, sia nella società , sia fra i popoli».
E come Sturzo non separava mai l’annuncio cristiano dall’affronto delle problematiche poste della vita, anche don Pino Puglisi, ha proseguito Pennisi, affrontava la mafia a partire dal suo essere un semplice sacerdote, opponendo alla violenza una grande «concretezza evangelica». Puglisi «ha fatto il parroco, incontrava la gente, educava i giovani. Sapeva che non bastavano i proclami e le marce, ma che ciò che davvero poteva cambiare i cuori era l’annuncio cristiano. Ecco, è proprio questo che ha dato fastidio alla mafia. Perché lui insegnava che c’è un Padre Nostro che ci ama, non un padrino cui dover ubbidire».
Parlando del difficile problema dell’immigrazione, Pennisi ha predicato intelligenza e carità : accoglienza per gli stranieri senza nascondere sotto il tappeto i problemi che pure esistono. Trovare, anche in questo caso, soluzioni praticabili come, ad esempio, favorire l’integrazione attraverso «strutture piccole che possano favorire una reale conoscenza di queste persone. I migranti non sono di per sé un pericolo, ma possono diventare una risorsa nella misura in cui sono accolti e integrati».
Infine una battuta sul titolo del volume che prende spunto da una lettera inviata dal carcere il 12 agosto 1943 da Dietrich Bonhoeffer alla fidanzata: «I cristiani che stanno sulla terra con un piede solo, staranno con un piede solo anche in paradiso». Così, ha concluso l’arcivescovo, noi dobbiamo cercare di incarnarci nella realtà come ha fatto Cristo e, al contempo, non dimenticare di elevarci verso il cielo».
