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Esteri
Se crolla il chavismo, cadono anche i regimi satelliti (a partire da Cuba)
Data articolo:Mon, 12 Jan 2026 03:45:00 +0000 di Paolo Manzo

La notizia dell’arresto di Nicolás Maduro con accuse statunitensi di narcotraffico e terrorismo — e del suo trasferimento fuori dal Venezuela dopo un blitz delle forze speciali della Delta Force — ha scosso l’intero “asse” autoritario dell’America Latina, a cominciare da Cuba e, in misura minore, dal Nicaragua. È soprattutto L’Avana, infatti, a essere strettamente intrecciata alla tenuta del chavismo, non solo sul piano economico, ma anche su quello politico, ideologico e militare.

Il sodalizio tra Venezuela e Cuba

Il chavismo nasce dall’alleanza strategica tra Fidel Castro e Hugo Chávez, istituzionalizzata all’inizio degli anni Novanta attraverso il Foro di San Paolo — oggi Gruppo di Puebla — come piattaforma continentale dell’anti-occidentalismo latinoamericano. Il Venezuela non è mai stato un semplice alleato di Cuba: ne è stato il principale protettore, finanziatore e avamposto geopolitico.

Per oltre due decenni Caracas è stata il primo fornitore di petrolio per l’isola caraibica, in cambio non solo di medici e infermieri, come racconta una narrazione mediatica “indulgente”, ma anche di militari, funzionari dell’intelligence e quadri politici.

Negli anni d’oro il Venezuela consegnava a Cuba fino a 90–100 mila barili al giorno, garantendo il funzionamento di centrali elettriche, trasporti e infrastrutture strategiche. Da qui il termine coniato oltre 15 anni fa da The Economist, VeneCuba, poi rilanciato anche come “Cubazuelaâ€, a indicare una simbiosi ormai indistinguibile tra i due regimi.

Gli ex dittatori di Venezuela e Cuba, Nicolas Maduro e Raul Castro, insieme a L'Avana nel 2017
Gli ex dittatori di Venezuela e Cuba, Nicolas Maduro e Raul Castro, insieme a L’Avana nel 2017 (foto Ansa)

Molto più che alleati

Nel 2012, mentre seguivo a Caracas le ultime elezioni presidenziali vinte da Chávez — che sarebbe poi morto all’Avana — due poliziotti bolivariani armati si presentarono nell’hotel dove alloggiavo con due inviati della Svizzera tedesca per “controllarci”. In città si pagava già con sacchetti di bolívares o in dollari al cambio nero, segno di un’inflazione allora agli inizi.

In quei giorni vidi i cubani installati su un piano dell’ex hotel Hilton, poi ribattezzato Alba, nel cuore del potere chavista. Nel 2017, l’anno della svolta apertamente dittatoriale, furono ancora funzionari cubani a sottopormi ai controlli prima dell’imbarco a Maiquetía. E sempre nel 2017, un alto funzionario della sede diplomatica italiana a Caracas mi confidò che l’idea della riforma dell’Assemblea costituente non era nata da Maduro, ma dal bureau politico castrista.

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Due regimi che si sostengono a vicenda

Con il crollo della produzione venezuelana a partire dal 2012 e, successivamente, con l’impatto delle sanzioni dal 2017 — introdotte da Barack Obama, rafforzate da Donald Trump, mal gestite dall’amministrazione Biden e oggi nuovamente irrigidite — i flussi petroliferi verso Cuba si sono drasticamente ridotti. Resta però un dato strutturale: dopo la fine dell’Urss, l’economia cubana è dipesa in modo decisivo dal greggio chavista.

L’arresto di Maduro ma soprattutto le pressioni statunitensi rendono questa dipendenza ancora più problematica, perché non è affatto scontato che un futuro governo venezuelano continui a sovvenzionare un regime economicamente e socialmente allo sfascio.

Ridurre il rapporto tra Caracas e L’Avana allo scambio “petrolio in cambio di medici” non è solo falso, ma fuorviante. Da oltre vent’anni Cuba svolge un ruolo diretto nella sicurezza e nella contro-intelligence venezuelana. Lo dimostra un fatto recente e clamoroso: L’Avana ha ammesso la morte di 32 agenti e militari cubani durante l’operazione statunitense che ha portato all’arresto di Maduro — secondo fonti indipendenti sarebbero molti di più — senza rimpatriare i corpi. A una delle famiglie sarebbe stato risposto: «Siamo in guerra».

Non a caso, durante una cerimonia militare dedicata ai “martiri ed eroi” caduti, la presidente ad interim Delcy Rodríguez ha respinto le dichiarazioni di Donald Trump sul presunto controllo statunitense del Paese. Al suo fianco c’era il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez, che ha parlato di «sangue condiviso» nella difesa della rivoluzione bolivariana.

Il presidente di Cuba, Miguel Diaz-Canel durante una manifestazione a sostegno di Nicolas Maduro
Il presidente di Cuba, Miguel Diaz-Canel durante una manifestazione a sostegno di Nicolas Maduro (foto Ansa)

Anche il regime del Nicaragua è in pericolo

Anche il Nicaragua di Daniel Ortega ha beneficiato dei rapporti con Caracas attraverso Petrocaribe, ma la sua dipendenza non ha mai raggiunto le dimensioni cubane. Oggi oltre il 50 per cento del Pil nicaraguense dipende dalle rimesse della diaspora seguita alla repressione del 2018, quando più di 500 giovani furono uccisi da forze armate e paramilitari sandinisti.

La perdita del sostegno venezuelano ridurrebbe comunque il margine di manovra internazionale di Ortega, spingendolo verso una maggiore repressione e un rafforzamento dei legami con Mosca e Pechino.

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Se cade il chavismo

Per entrambi i regimi le conseguenze vanno ben oltre l’economia. Cuba e Nicaragua hanno costruito la loro sopravvivenza politica su una narrazione di resistenza agli “imperialismi” e su una rete di alleanze che aveva in Caracas il grande finanziatore. La crisi del chavismo fa vacillare profondamente questo racconto.

Un collasso immediato non è automatico, ma l’eventuale caduta del chavismo segnerebbe comunque un punto di svolta per l’America Latina più autoritaria, aprendo una fase di instabilità per i suoi principali regimi satelliti, a cominciare da Cuba.

Il chavismo non è stato solo un regime, ma il perno finanziario e operativo dell’America Latina autoritaria e, se cade davvero, non crolla solo un governo ma si incrina l’intera architettura costruita da L’Avana negli ultimi trent’anni. Ed è per questo che a Cuba oggi non temono il dopo-Maduro: temono il dopo-chavismo.

Blog
Entrate di sicurezza
Data articolo:Mon, 12 Jan 2026 03:30:00 +0000 di Annalisa Teggi

Si è concluso il Giubileo della speranza, papa Leone ha chiuso la Porta santa. C’è da chiedersi se questo “anno†di speranza sia terminato, oppure se concluso significa che abbiamo raccolto e dobbiamo custodire risorse di fiducia sulla nostra presenza qui, dove altre porte si spalancano su scorci intollerabili. Le scuole riaprono i battenti dopo le vacanze natalizie, in alcune classi si torna sui banchi facendo i conti con compagni persi, o feriti gravemente, nella tragedia di Crans-Montana. Cosa si apre adesso per loro, così come per tutte le famiglie toccate dalla tragedia? Nella terza D del liceo Virgilio di Milano sono quattro i ragazzi rimasti feriti nell’incendio del bar Le Constellation, è stato preparato un incontro di supporto dedicato ai docenti e ai genitori con specialisti. Una task force di psicologi è a disposizione per ascoltare i ragazzi. Di sicuro l’accompagnamento in questa prova non si baserà sulla spiegazione tecnica delle dinamiche che possono innescare un flashove...

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Politica
Il terremoto negli equilibri mondiali e il ruolo dell’Italia
Data articolo:Mon, 12 Jan 2026 03:00:00 +0000 di Antonio Gozzi

Per gentile concessione dell’autore ripubblichiamo un articolo di Antonio Gozzi apparso su Piazza Levante.

* * *

In tema di geopolitica, ci troviamo a vivere uno dei momenti più difficili e complessi degli ultimi anni per lettura strategica, per decisioni da prendere, per alleanze da ridefinire.

Il combinato disposto dell’emergere sempre più forte di un asse antioccidentale fatto da Cina, Russia, Iran, Corea del Nord ed altri stati “canaglia†tipo Venezuela; della presidenza Trump e delle sue prove di forza, realizzate o minacciate, fuori dagli schemi che per molti anni hanno caratterizzato la politica estera statunitense; dei ritardi economici e della debolezza geopolitica dell’Europa, tutto ciò fa sì che gli interrogativi che ci stanno davanti siano enormi e angoscianti.

Oggi, in una situazione sempre più turbolenta, interessi strategici, interessi economici, indipendenza e autonomia dei singoli Stati sono la chiave di lettura delle vicende del mondo.

Energia, materie prime, intelligenza artificiale determinano e determineranno sempre di più queste vicende, e lo scontro tra le grandi aree economiche del mondo per il loro controllo rimetterà in discussione gli equilibri globali, rendendo il multilateralismo e i principi del diritto internazionale via via più astratti.

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Oggi da parte di molti si grida alla violazione delle regole dello stato di diritto, ad esempio per il caso Maduro. In Italia, in sparuti cortei di protesta della sinistra estrema contro l’azione americana, cui purtroppo partecipa anche il segretario generale della CGIL, si condanna il rinascente “imperialismo americanoâ€.

Nessuno però ha fatto cortei o manifestazioni di massa dopo l’invasione russa dell’Ucraina o dopo il 7 ottobre.

Come dice giustamente Giuliano Ferrara, sostenere che la cultura del diritto internazionale, protetta dallo schermo della guerra fredda, abbia generato pace, ordine e giustizia prima e dopo la caduta del muro di Berlino, prima e dopo l’attacco alle torri gemelle, è una pietosa bugia.

Astrattamente da quel modello non si può prescindere; ma se esso diventa lo scudo di Hamas o di Maduro o del bestiale regime oppressivo dei preti di Teheran o del neo-imperialismo russo dobbiamo continuare ad invocarlo?

Contro Hitler e il nazifascismo aveva senso invocare il diritto internazionale?

E anche l’Europa, che sovente fa del rispetto delle regole del diritto internazionale il suo brand esclusivo e la fonte del suo inutile senso di superiorità, solo pochi anni fa non ha detto una parola e non è stata in grado di evitare che caccia francesi e inglesi bombardassero Tripoli e la Libia fino alla caduta e all’uccisione di Gheddafi.

Oggi occorre invece fare un grande sforzo di realtà per comprendere che il mondo è cambiato, anche se può non piacerci, e per far discendere da questa analisi scelte che riguardano da vicino anche l’Italia.

Non è discutibile il fatto che sia ben riconoscibile un asse tra paesi autocratici che cercano di aumentare sempre di più la loro influenza per dominare il mondo. Cina Russia e Iran, cui si può aggiungere una potenza nucleare come la Corea del Nord, più una manciata di altri stati e staterelli costituiscono un asse evidente (qualcuno lo definisce l’asse del male) che agisce in tutti i modi possibili contro l’Occidente e le sue democrazie, mostrandosi agli altri Paesi del Sud del mondo come la nuova alleanza egemone.

Droni iraniani alimentano gli assalti russi contro la coraggiosa Ucraina, soldati nord-coreani muoiono nell’inferno del Donbass accanto ai soldati russi, la Cina alimenta nascostamente di elettronica le forze armate del Cremlino e sfrutta l’embargo per acquistare a prezzi stracciati gas e petrolio da Mosca. L’Iran e le sue proxy, Hamas, Hezbollah, e Houthi, finanziati incessantemente in questi anni, hanno ingaggiato una guerra senza sosta per far scomparire Israele dalle carte geografiche, dal fiume al mare.

La Cina negli ultimi 20 anni ha costruito enormi interessi in Africa per lo sfruttamento della terra e delle materie prime del continente. Sempre in Africa le milizie russe della Wagner, che pare oggi si chiamino Africa Korps, scorrazzano al servizio di dittatori locali per mantenere una qualche influenza di Mosca sul continente nero.

Guarda caso, enormi interessi cinesi, russi e iraniani si sono consolidati anche in Venezuela: è confermato che a Caracas ci sia una centrale internazionale di Hezbollah e dei servizi segreti. Più dell’80% del petrolio estratto in quel Paese prende la via della Cina a compenso di giganteschi prestiti fatti da Pechino a Maduro e ai suoi amici. Il Paese più ricco del mondo per giacimenti petroliferi ha la maggioranza della popolazione ridotta alla fame, e quasi 9 milioni di venezuelani sono fuggiti dal Paese per questo.

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Tutto ciò è avvenuto a causa dell’incapacità e della corruzione schifosa delle classi dirigenti civili e militari di quel Paese, coinvolte anche, in ogni modo, nel narcotraffico. Il regime di Maduro è stato inoltre gravemente repressivo nei confronti dell’opposizione, incarcerando e uccidendo migliaia di persone innocenti.

Con molta onestà e realismo nei confronti di una situazione del genere viene naturale porsi la domanda: l’uso della forza da parte occidentale è legittimo o è meglio lasciare che “l’asse del male†accresca a dismisura la sua influenza e il suo controllo del mondo?

Al di là delle aspirazioni pacifiste di vasti settori delle opinioni pubbliche occidentali, nutrite in buona fede dal ripudio della forza e dell’uso delle armi, ciò che emerge con forza è che nei confronti degli autocrati e dei loro regimi gli sforzi diplomatici, sempre e comunque benedetti, non bastano.

L’Europa una prima risposta ha cercato di darla, con la sua decisione, che sarà comunque difficile e dolorosa da attuare, di riarmarsi per fronteggiare il neo-imperialismo di Putin e per conquistare un’autonomia strategica nei confronti degli USA che oggi non ha.

Questa risposta è tanto più urgente nella misura in cui la rivendicazione da parte di Trump della Groenlandia come 51esimo stato degli USA rischia di creare una gravissima crisi transatlantica, con la fine di fatto della NATO. Se fosse così, il rischio di scoprire e quindi indebolire la frontiera est europea è molto grande.

L’altra domanda che bisogna porsi, e questa francamente mi interessa più per l’Italia che per l’Europa, è: possiamo fare a meno degli USA, possiamo non essere più alleati con loro?

E la mia risposta è: certamente no.

E ciò non solo perché il rapporto tra Europa, ma direi soprattutto tra Italia e USA, è più profondo e importante di una singola presidenza americana, e comunque urlare che Trump è uguale a Maduro è da cretini. 

Non si tratta soltanto di secoli di amicizia e di culture politiche affini. Vi è anche una naturale convergenza di interessi economici tra le due sponde dell’oceano a partire dal tentativo di salvare l’industria occidentale, attaccata dalla sovracapacità produttiva cinese ormai praticamente in tutti i settori. 

L’Italia al riguardo può giocare un ruolo importantissimo e ciò non solo grazie ai rapporti che la premier Meloni ha mantenuto con una presidenza difficile come quella di Trump, ma anche perché la manifattura italiana, i suoi prodotti, la sua creatività possono dare moltissimo al tentativo trumpiano di reshoring industriale degli USA. In cambio, un paese povero di materie prime come il nostro può accedere attraverso l’America a elementi essenziali per il futuro dell’industria anche italiana, come terre rare, coltan, litio ecc. In fondo è già successo con il gas americano, che ha sostituito la nostra forte dipendenza dalla Russia.

Inoltre l’Italia, con la sua cultura, la sua diplomazia, la sua iniziativa economica, può dare moltissimo all’Occidente nel bacino del mediterraneo, nei rapporti con i Paesi del nord Africa, nell’area del Golfo, nell’area balcanica. L’Italia può essere uno straordinario ponte dell’occidente con quei mondi, e può svolgere un ruolo unico di ambasciatore gentile di valori occidentali di libero mercato, libera impresa, libertà e democrazia, con un’empatia che nessun altro Paese occidentale possiede. È questo in fondo il senso profondo del Piano Mattei che nel 2026 deve trovare la sua pratica attuazione.

Sono orgoglioso di occuparmene e di rappresentare Confindustria e le imprese industriali italiane in quel contesto.

Esteri
No, il diritto internazionale non è morto con il blitz venezuelano di Trump
Data articolo:Sun, 11 Jan 2026 03:55:00 +0000 di Rodolfo Casadei

La cattura del presidente venezuelano in carica da parte di truppe americane per ordine di Donald Trump è stata commentata da molti come la pietra tombale sul diritto internazionale, ma così non è. A parte il fatto che impresa analoga gli Stati Uniti avevano già realizzato in un recente passato, quando Bush padre nel 1989 aveva fatto catturare l’allora capo di Stato panamense Manuel Noriega, per quanto spettacolare l’infrazione promossa dall’attuale capo di Stato Usa possa apparire, è comunque più lieve di altre che l’hanno preceduta. Pensiamo all’uccisione del leader libico Muammar Gheddafi, preso di mira da un Mirage francese e da un drone Usa sulla strada da Sirte verso il Sud della Libia, finito a revolverate da un miliziano antiregime. Pensiamo alla decapitazione del regime iracheno di Saddam Hussein tramite operazione militare anglo-americana con partecipazione polacco-australiana senza nessuna autorizzazione da parte Onu. Pensiamo alla creazione dello Stato del Kosovo in barba a...

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Esteri
«In Venezuela viviamo nella paura, i soldi sono carta straccia»
Data articolo:Sun, 11 Jan 2026 03:40:00 +0000 di Giuseppe Beltrame

«Nell’arco di una settimana il prezzo dei beni di prima necessità in Venezuela è raddoppiato, in alcuni casi quasi triplicato. Il latte è passato da costare 1,20 dollari a 2,20 o addirittura 3 dollari», racconta a Tempi Marcela García, nome di fantasia di una professionista che lavora in una delle città più importanti del paese sudamericano. Da tempo le è impedito di lavorare, «perché senza compromettersi con il governo è impossibile svolgere la mia attività». A una settimana dal blitz americano che ha deposto il presidente in carica Nicolás Maduro, il futuro politico del Venezuela è ancora tutto da decifrare. Intanto l’inflazione incalzante da mesi ha avuto un ulteriore peggioramento negli ultimi giorni: «Oggi il bolivar venezuelano a confronto con l’euro e il dollaro americano è quasi carta straccia».

Qual è stata la prima reazione che si è vista nelle piazze?

Il popolo si è spaccato in due. Da una parte c’è chi parteggia per Maduro e si oppone all’intervento statunitense, considerando l’operazione un atto imperialista degli Usa. L’altra fazione è felice per la destituzione del presidente-dittatore, considerato da molti una sorta di “burattino†nelle mani di un regime militare che comandava dietro di lui. In generale si respira il desiderio di cambiamento, di un rinnovamento del governo.

Cos’è accaduto nella notte tra il 2 e il 3 gennaio?

Da mesi l’operazione era nell’aria, in moltissimi se l’aspettavano e avevano cercato di premunirsi facendo scorta di cibo. Del resto da agosto gli Stati Uniti avevano disposto alcune navi da guerra nel mar dei Caraibi nei pressi delle coste venezuelane. Il giorno del rapimento di Maduro c’è stato un black-out a Caracas, un evento a cui non sono abituati nella capitale. Nelle province accade spesso che manchi l’elettricità per malfunzionamenti di vario tipo, di certo i due eventi potrebbero essere collegati. Ma i giorni successivi, dopo i primi disordini la situazione si è ristabilita: le scuole dovrebbero riprendere le attività il 12 gennaio – anche se non c’è ancora l’ufficialità – e i negozi hanno aperto normalmente. Ma dietro una calma apparente, si respira un clima di grande tensione.

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La gente può parlare liberamente della situazione politica del paese?

No, rimane molta paura ad affrontare qualsiasi argomento che riguardi quanto accaduto e il futuro del Venezuela, anche le chiamate telefoniche sono tutte tracciate. Se non si ha paura per se stessi, se ne ha per i propri parenti o per le persone vicine che possono subire le conseguenze delle proprie parole. Le proteste nazionali e internazionali che hanno fatto seguito alla rielezione di Maduro nel 2024 hanno portato a un aumento vertiginoso delle incarcerazioni per motivi politici e la censura per i media si è fatta asfissiante. Probabilmente il primo canale tv venezuelano in questo momento piuttosto che affrontare la situazione politica del paese starà parlando di quanto è grande l’ultimo orso acquistato dallo zoo di Caracas…

Ci sono fonti di informazione affidabili?

Una delle più credibili per assurdo è l’intelligenza artificiale, che riesce a recepire dati anche da paesi esteri.

La situazione degli stipendi è disastrosa…

Pensi che le pensioni sono di circa 2-3 dollari al mese, gli stipendi non arrivano a 10.

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Lei cosa si augura per il futuro del Venezuela?

Spero sinceramente nel rinnovamento delle istituzioni. Bisognerebbe poi puntare sul turismo, che per le potenzialità del nostro paese potrebbe portare introiti pari a quelli del petrolio. Auspico poi la fine del mercato nero, che ha il predominio sull’economia del Venezuela, e su una sanità che non sia solo per i ricchi. E poi spero che tornino in tanti degli otto milioni di immigrati partiti negli ultimi anni, in moltissimi a causa del malgoverno del paese. Questo esodo ha impoverito moltissimo il Venezuela e mi ha costretto a salutare troppi amici e conoscenti. Ma credo che più realisticamente per anni ci sarà solo da ricostruire.

Perché lei ha deciso di rimanere in Venezuela?

Ho pensato tante volte di partire. Ma rimango perché questa è casa mia, dove questo popolo straordinario, con la fame o senza, trova la forza di sorridere. C’è un’attrattiva che mi tiene legata a questa terra, qualcosa che non so spiegare del tutto ma che parla al mio cuore.

Esteri
Cento ore di terrore in Nigeria
Data articolo:Sun, 11 Jan 2026 03:25:00 +0000 di Caterina Giojelli

Dicono che il fumo dei villaggi in fiamme fosse visibile a chilometri di distanza. Secondo le autorità locali, quelle comunità erano sotto assedio da almeno una settimana: molti residenti avevano già abbandonato le proprie case, riducendosi a dormire tra i cespugli per il terrore di incursioni notturne. Non esiste ancora un numero certo di donne e bambini presi in ostaggio durante i sanguinosi assalti condotti dalle bande armate tra il 28 dicembre e il 3 gennaio scorsi nel nord-ovest della Nigeria, una scia di violenza culminata nel massacro di 42 uomini nel villaggio di Kasuwan Daji.

Il New York Times è certo, però, che tra i rapiti vi siano degli studenti della scuola cattolica St. Mary di Papiri, la stessa da cui solo poche settimane fa erano stati liberati gli ultimi 130 ragazzi dei 300 sequestrati a novembre. Ed è altrettanto certo che i banditi abbiano potuto agire in totale libertà, uccidendo e razziando senza incontrare ostacoli.

L’urlo del vescovo: «Qui la sicurezza non esiste»

«Da una settimana escono dalla foresta e attaccano con rabbia le comunità a loro piacimento, perché qui non c’è alcuna presenza delle forze dell’ordine», racconta un residente al Nyt. È lo stesso appello disperato che monsignor Bulus Dauwa Yohanna, vescovo della diocesi di Kontagora, ha affidato ad Aiuto alla Chiesa che soffre: «C’è un urgente bisogno di una task force militare numerosa e ben equipaggiata, autorizzata a inseguire ed eliminare i banditi ogni volta che escono dalla riserva di caccia di Kainji».

Secondo il presule, le bande hanno vagato indisturbate tra il governo locale di Borgu (Stato del Niger) e quello di Shanga (Stato di Kebbi). Senza l’intervento dell’esercito, avverte il vescovo, assisteremo a «perdite di vite umane massicce e a uno sfollamento permanente». Per il portavoce del governo, gli assalitori sarebbero terroristi in fuga da Sokoto e Zamfara dopo gli attacchi aerei statunitensi della vigilia di Natale. Ma la realtà sul campo, ricostruita da padre Matthew Stephen Kabirat, direttore delle comunicazioni della diocesi, è più cruda: «I banditi hanno agito per ore senza che comparisse un solo agente».

La cronaca del terrore: dal 28 dicembre al massacro finale

Tutto ha inizio il 28 dicembre. Decine di uomini armati, in sella a una trentina di motociclette, lasciano i nascondigli della riserva faunistica di Borgu. Attraversano lo stato di Kebbi e puntano sul villaggio di Kaiwa: cinque morti, case e depositi di grano dati alle fiamme. Poi si spostano a Gebe per altre due esecuzioni. Il 1 gennaio tornano a Shafaci: bruciano i documenti della stazione di polizia e poi si ritirano a dormire nella boscaglia, quasi a ostentare la propria impunità.

La mattina successiva, passando per Bako-Mission e Pissa, lasciano persino un numero di telefono agli abitanti: un messaggio beffardo da recapitare alle autorità tradizionali. Alle dieci del mattino l’incursione tocca il complesso della chiesa cattolica di Sokonbora. Qui i banditi distruggono il crocifisso e le immagini della Via Crucis, saccheggiano strumenti musicali e razziano motociclette, cellulari e contanti. Prima dell’orrendo finale, occupano un complesso Kambari, banchettando per un giorno intero con i polli e le capre della popolazione.

La sera del 3 gennaio scatta l’assalto a Kasuwan Daji, sede di un importante mercato settimanale. Gli aggressori danno fuoco a tutto e massacrano 42 uomini, dopo aver legato loro le braccia dietro la schiena. Le vittime sono sia cristiane sia musulmane. Il trauma è devastante soprattutto per gli studenti di Papiri, appena liberati e ora di nuovo in fuga tra i boschi. «Non c’è un solo centro abitato dove la gente possa rifugiarsi», conclude padre Kabirat.

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Cristiani sempre più perseguitati

Mentre il vescovo Yohanna implora i gruppi etnici di restare uniti contro il nemico comune, i sospetti degli analisti convergono su Lakurawa, formazione armata colpita dai recenti raid di Donald Trump. Il presidente Usa ha giustificato l’operazione come un’azione contro lo Stato Islamico che «uccide brutalmente innocenti, principalmente cristiani». Nonostante i distinguo dei media e del governo (che nega l’emergenza), ricordiamo chei numeri della persecuzione anticristiana in Nigeria restano impietosi: non esiste altro luogo al mondo dove, negli ultimi dieci anni, siano stati uccisi o rapiti 250 sacerdoti e 350 pastori protestanti. Una media di uno a settimana. Dal 2009 si contano 50 mila cristiani uccisi, 19.100 chiese distrutte e 15 milioni di sfollati. Proporzionalmente, per ogni musulmano ucciso cadono 5,2 cristiani.

A lasciare perplessi gli analisti è più che altro la scelta degli obiettivi: il gruppo nigeriano con i legami più documentati con lo Stato Islamico opera sull’altro lato del Paese rispetto allo stato di Sokoto, colpito dai Tomahawk americani.

L’agenzia Amaq dello Stato Islamico rivendica la Nigeria come il suo principale campo di battaglia (368 attacchi lo scorso anno), ma i dati del monitoraggio indipendente Acled ricordano che questa è solo la punta dell’iceberg: la maggior parte delle 12.000 morti violente annue è causata da banditi e milizie locali che hanno trasformato il sequestro di massa in un’industria. Nel nord-ovest, la sopravvivenza è ormai affidata a ronde di giovani che si alternano nei turni di guardia, mentre il resto della popolazione continua a dormire nella boscaglia.

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Blog
La pazza speranza
Data articolo:Sun, 11 Jan 2026 03:10:00 +0000 di Carlo Simone

Mentre sto scrivendo, è la sera del 6 gennaio. Oggi ho provato a spiegare a mia figlia di cinque anni cosa si festeggi il giorno dell’Epifania. Lei era comprensibilmente turbata dal fatto che nella casa in cui abitiamo non ci sia il camino, con evidenti complicazioni di intrusione per la Befana. Le ho detto che, Befana a parte, la festa di oggi è dovuta al fatto che le persone giunte da Gesù bambino scoprono che Egli è Dio. Non so cos’abbia capito, e sicuramente non ha scordato le sue preoccupazioni dolciarie. Ciononostante, abbiamo avvicinato le statuette dei Magi alla mangiatoia del presepe, e facendolo ho ripensato a un romanzo semisconosciuto del Novecento: Dio è nato in esilio (Dieu est né en exil) di Vintilӑ Horia. È un libro straordinario, il capolavoro di questo giornalista rumeno che, come il compatriota Ionesco, prediligeva la lingua francese, e che dopo il feroce avvento al potere dei comunisti nel suo paese è stato costretto a peregrinare per il mondo, tra Austria, Italia, ...

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Blog
Alfredo, il misantropo illuminato
Data articolo:Sun, 11 Jan 2026 03:00:00 +0000 di Fabio Cavallari

Alfredo è un genio, ma a sua insaputa. O meglio: lo sa, ma lo considera una maledizione. Capisce tutto in un istante, soprattutto le persone, ed è per questo che non le sopporta più.
«Gli esseri umani sono errori di battitura con Wi-Fi», dice. Vive da solo, ma non in isolamento: si connette al mondo solo per odiarlo con precisione.

Ha studiato, inventato, lavorato. Poi gli hanno fregato un’idea e la fidanzata nello stesso giorno. Da allora ha deciso che la specie umana è un errore che insiste.
L’unica eccezione è Marina, che vive sotto un ponte. Una donna con i capelli spettinati dal vento e gli occhi come finestre rotte. A lei porta il caffè ogni mattina, senza parlare. «Non voglio rovinarla con le parole», dice.

Il nome del file

Una volta Marina gli ha chiesto: “Perché mi aiuti?†Alfredo ha risposto: «Perché tu non mi chiedi di essere migliore».

Ogni tanto la guarda dormire, pensa che forse l’amore è solo un modo più gentile di smettere di odiare. Poi torna a casa, accende il computer e scrive: «Il mondo non mi piace». Salva il file con nome Marina, e finalmente si sente meno solo.

Chiesa
Diritti, guerra, libertà. Papa Leone XIV chiama le cose con il loro nome
Data articolo:Sat, 10 Jan 2026 03:55:00 +0000 di Piero Vietti

Nel mondo si sta «verificando un vero e proprio “corto circuito†dei diritti umani. Il diritto alla libertà di espressione, alla libertà di coscienza, alla libertà religiosa e perfino alla vita, subiscono limitazioni in nome di altri cosiddetti nuovi diritti, con il risultato che l’impianto stesso dei diritti umani perde vigore, lasciando spazio alla forza e alla sopraffazione». Così ha parlato ieri papa Leone XIV nel suo lungo discorso – pronunciato in inglese – al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, una sorta di manifesto in pillole del Prevost-pensiero sui grandi temi della geopolitica, delle libertà e dei diritti.

Di cosa ha parlato Papa Leone XIV

Il Pontefice ha parlato di guerra, pace, multilateralismo in crisi, persecuzioni dei cristiani, aborto, eutanasia, maternità surrogata, obiezione di coscienza e libertà di espressione. Un documento importante per inquadrare un Pontificato che finora era stato molto fedele a quanto promesso nella prima omelia di Leone XIV, quello «sparire perché rimanga Cristo» che ha fatto storcere il naso a molti, che accusano più o meno direttamente Prevost di non dire quello che pensa: inaccettabile, per chi è abituato a incasellare le grandi personalità pubbliche in definizioni prestabilite.

A differenza del suo predecessore, infatti, nei primi mesi del suo pontificato il papa americano ha scelto un “basso profilo†comunicativo, preferendo omelie e discorsi ufficiali a interviste o chiacchierate fuori programma con i giornalisti per esprimere il proprio pensiero non soltanto su compiti e missione della Chiesa, ma anche sulle principali questioni geopolitiche che sconquassano il mondo. In questi mesi Papa Leone ha dato l’impressione di prediligere l’ascolto alle parole, intervenendo raramente e con discorsi misurati, ma arrivando al punto senza arzigogoli: così è stato sul tema della pace, da subito difesa e auspicata in tutto i luoghi di conflitto, con un occhio particolare a Ucraina e Gaza, ad esempio, così come su quello della tutela della vita dei più fragili e indifesi, o sulla denuncia delle persecuzioni dei cristiani.

La città di Dio e quella degli uomini

Partendo dal De Civitate Dei dell’amato Sant’Agostino, Leone XIV ha ricordato agli ambasciatori che «ciascuno di noi è protagonista e dunque responsabile della storia. In modo particolare, Agostino rileva che i cristiani sono chiamati da Dio a soggiornare nella città terrena con il cuore e la mente rivolti alla città celeste, la loro vera patria. Tuttavia, il cristiano, vivendo nella città terrena, non è estraneo al mondo politico, e cerca di applicare l’etica cristiana, ispirata alle Scritture, al governo civile. La Città di Dio non propone un programma politico ma offre preziose riflessioni su questioni fondamentali della vita sociale e politica, come la ricerca di una convivenza più giusta e pacifica tra i popoli. Agostino mette anche in guardia dai gravi pericoli per la vita politica derivanti da false rappresentazioni della storia, dall’eccessivo nazionalismo e dalla distorsione dell’ideale dello statista».

Critiche alla Russia e al multilateralismo

Il nostro è un contesto diverso da quello del V secolo, ma come allora anche oggi il mondo vive un «cambiamento d’epoca» (papa Francesco dixit). A modo suo Prevost interviene nel dibattito di questi giorni sul ruolo del diritto internazionale, dicendosi preoccupato dalla «debolezza del multilateralismo. A una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati. La guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando» e si cerca la pace «mediante le armi, quale condizione per affermazione di un proprio dominio. Ciò compromette gravemente lo stato di diritto, che è alla base di ogni pacifica convivenza civile».

Papa Leone si riferisce, senza citarli direttamente, ai recenti attacchi della Russia in Ucraina quando dice che «la distruzione di ospedali, di infrastrutture energetiche, di abitazioni e di luoghi essenziali alla vita quotidiana costituisce una grave violazione del diritto umanitario internazionale», e che «la Santa Sede ribadisce con fermezza la propria condanna di ogni forma di coinvolgimento dei civili nelle operazioni militari e auspica che la Comunità internazionale ricordi che la tutela del principio dell’inviolabilità della dignità umana e della sacralità della vita conti sempre di più di qualsiasi mero interesse nazionale».

Le Nazioni Unite «non perseguano ideologie»

E non lesina una dura critica alle Nazioni Unite che, in un mondo attraversato da sfide complesse «dovrebbe svolgere un ruolo fondamentale per favorire il dialogo e il sostegno umanitario, contribuendo a costruire un futuro più giusto». Per farlo però servono «sforzi affinché le Nazioni Unite non solo rispecchino la situazione del mondo odierno e non quello del dopoguerra, ma anche affinché siano più orientate ed efficienti nel perseguire non ideologie ma politiche volte all’unità della famiglia dei popoli».

Ma se il multilateralismo sembra avere fallito, e il dialogo tra le parti è sempre più difficile, è innanzitutto colpa del fatto che non si chiamano più le cose con il loro nome, avverte Prevost: «Per dialogare occorre intendersi sulle parole e sui concetti che esse rappresentano. Riscoprire il significato delle parole è forse una delle prime sfide del nostro tempo. Quando le parole perdono la loro aderenza alla realtà e la realtà stessa diventa opinabile e in ultima istanza incomunicabile, si diventa come quei due, di cui parla Sant’Agostino, che sono costretti a rimanere insieme senza che nessuno di loro conosca la lingua dell’altro».

Volodymyr Zelensky incontra a Roma papa Leone XIV
Volodymyr Zelensky incontra a Roma papa Leone XIV (foto Ansa)

«Le parole tornino ad esprimere in modo inequivoco realtà certe»

Oggi, ha insistito Leone XIV, «il significato delle parole è sempre più fluido e i concetti che esse rappresentano sempre più ambigui. Il linguaggio non è più il mezzo privilegiato della natura umana per conoscere e incontrare, ma, nelle pieghe dell’ambiguità semantica, diviene sempre più un’arma con la quale ingannare o colpire e offendere gli avversari. Abbiamo bisogno che le parole tornino ad esprimere in modo inequivoco realtà certe. Solo così può riprendere un dialogo autentico e senza fraintendimenti. Ciò deve avvenire nelle nostre case e piazze, nella politica, sui mezzi di comunicazione e sui social media e nel contesto dei rapporti internazionali e del multilateralismo, affinché quest’ultimo possa riacquistare la forza necessaria per svolgere quel ruolo di incontro e di mediazione, necessario a prevenire i conflitti, e nessuno sia tentato di prevaricare l’altro con la logica della forza, sia essa verbale, fisica o militare».

Sempre meno spazio per libertà di espressione e religiosa

La grande sconfitta dei nostri giorni è la libertà di parola, spiega il Papa, specie in Occidente dove si vanno «sempre più riducendo gli spazi per l’autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano». Una volta compressa la libertà di parola, basta poco per comprimere altri diritti fondamentali: tra questi c’è l’obiezione di coscienza, che «non è una ribellione, ma un atto di fedeltà a sé stessi» che «sembra essere oggetto di un’accresciuta messa in discussione da parte degli Stati, anche da quelli che si dichiarano fondati sulla democrazia e i diritti umani».

Lo stesso vale per la libertà religiosa, sempre più a rischio: «I dati più recenti affermano che le violazioni della libertà religiosa sono in aumento e che il 64 per cento della popolazione mondiale subisce violazioni gravi di questo diritto». Il Papa ha condannato «ogni forma di antisemitismo» sottolineando l’importanza del dialogo ebraico-cristiano, oltre a quello interreligioso.

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I cristiani perseguitati e la «violenza jihadista»

Leone XIV ha poi ricordato che «una delle crisi dei diritti umani più diffuse» è la persecuzione dei cristiani, «che colpisce oltre 380 milioni di credenti in tutto il mondo, i quali subiscono livelli elevati o estremi di discriminazione, violenza e oppressione a causa della loro fede».

E proprio chiamando le cose con il loro nome, il Pontefice ha ricordato le motivazioni religiose dietro alle violenze in Bangladesh, Sahel, Nigeria e nella parrocchia Sant’Elia di Damasco, «senza dimenticare le vittime della violenza jihadista a Cabo Delgado in Mozambico», e ha voluto sottolineare «una sottile forma di discriminazione religiosa nei confronti dei cristiani, che si sta diffondendo anche in Paesi dove essi sono numericamente maggioritari, come in Europa o nelle Americhe, dove talvolta si vedono limitare la possibilità di annunciare le verità evangeliche per ragioni politiche o ideologiche, specialmente quando difendono la dignità dei più deboli, dei nascituri o dei rifugiati e dei migranti o promuovono la famiglia».

La posizione della Santa Sede, ha ribadito il Papa ai diplomatici, è sempre «in difesa della dignità inalienabile di ogni persona. Non si può dunque tralasciare, ad esempio, che ogni migrante è una persona e che, in quanto tale possiede dei diritti inalienabili, che vanno rispettati in ogni contesto», e anche quando gli Stati intraprendono azioni contro l’illegalità e il traffico di esseri umani, non devono diventare il pretesto per ledere la dignità di migranti e rifugiati. «Le medesime considerazioni valgono per i detenuti», ha aggiunto Leone XIV, chiedendo che «ci si adoperi per l’abolizione della pena di morte».

Papa Leone XIV al Giubileo dei giovani, Tor Vergata, 3 agosto 2025 (Ansa)
Papa Leone XIV al Giubileo dei giovani, Tor Vergata, 3 agosto 2025 (Ansa)

Difendere la famiglia, che si manifesta «nell’unione tra uomo e donna»

Il Pontefice ha poi fatto un affondo su temi e diritti che più fanno discutere oggi, e sui quali la Chiesa, nonostante qualche tentazione mondana, continua a ripetere le stesse parole: innanzitutto la famiglia, luogo privilegiato in cui la vocazione dell’uomo, «chiamato all’esistenza per amore e all’amore», si manifesta «in modo eminente nell’unione esclusiva e indissolubile tra la donna e l’uomo».

Ma «nonostante la sua centralità, l’istituzione familiare si trova oggi di fronte a due sfide cruciali. Da un lato, si assiste a una tendenza preoccupante nel sistema internazionale a trascurare e sottovalutare il suo fondamentale ruolo sociale, portando a una sua progressiva marginalizzazione istituzionale. Dall’altro, non si può nascondere la crescente e dolorosa realtà di famiglie fragili, disgregate e sofferenti». Da qui l’appello a «mettere le famiglie nelle condizioni di accogliere e prendersi cura pienamente della vita nascente. Ciò è quanto mai prioritario specialmente in quei Paesi che stanno vivendo un drammatico calo del tasso di natalità».

Il “no†deciso ad aborto, maternità surrogata ed eutanasia

Da questa visione della vita, ha scandito papa Leone, «si impone il rifiuto categorico di pratiche che negano o strumentalizzano l’origine della vita e il suo sviluppo. Tra queste, vi è l’aborto, che interrompe una vita nascente e nega l’accoglienza del dono della vita. In tal senso, la Santa Sede esprime profonda preoccupazione in merito ai progetti volti a finanziare la mobilità transfrontaliera finalizzata all’accesso al cosiddetto “diritto all’aborto sicuro†e ritiene deplorevole che risorse pubbliche vengano destinate alla soppressione della vita, anziché essere investite nel sostegno alle madri e alle famiglie».

Subito dopo è arrivato il “no†a maternità surrogata, eutanasia e droga. La prima trasforma «la gestazione in un servizio negoziabile, viola la dignità sia del bambino ridotto a “prodottoâ€, sia della madre, strumentalizzandone il corpo e il processo generativo e alterando il progetto di relazionalità originaria della famiglia». La seconda è una forma «illusoria di compassione» per malati e persone anziane che faticano a trovare una ragione per vivere, ha detto il Papa, che ha invitato società civile e Stati a «rispondere concretamente alle situazioni di fragilità, offrendo soluzioni alla sofferenza umana, quali le cure palliative, e promuovendo politiche di autentica solidarietà». Lotta alla tossicodipenza e al narcotraffico, per «evitare che milioni di giovani in tutto il mondo finiscano vittime del consumo di droga».

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Il cortocircuito dei diritti e la pace, «ardua ma possibile»

Questo «corto circuito» dei diritti, ha detto Prevost, nasce dal «negare “diritto di cittadinanza†alla città di Dio. Sembra esistere solo la città terrena racchiusa esclusivamente all’interno dei suoi confini. Ricercare solo beni immanenti mina quella “tranquillità dell’ordineâ€, che per Agostino costituisce l’essenza stessa della pace». L’orgoglio «offusca la realtà stessa e l’empatia verso il prossimo», e questo si nota «in numerosi contesti, a partire dal protrarsi della guerra in Ucraina, con il carico di sofferenze inflitte alla popolazione civile», e «lo vediamo in Terra Santa, dove, nonostante la tregua annunciata ad ottobre, la popolazione civile continua a patire una grave crisi umanitaria, che aggiunge ulteriore sofferenza a quelle già vissute», e dove la Santa Sede insiste per arrivare alla soluzione dei «due Stati».

Là dove nel mondo guerre e tensioni lacerano la convivenza e portano a violenze e vittime, l’appello della Chiesa è quello di «cercare soluzioni politiche pacifiche avendo a cuore il bene comune delle popolazioni e non la difesa di interessi di parte».

Questo vale nel Mar dei Caraibi, ad Haiti, in Africa, in Asia orientale, in Myanmar e ovviamente per il Venezuela, dove Leone rinnova «l’appello a rispettare la volontà del popolo venezuelano e ad impegnarsi per la tutela dei diritti umani e civili di ognuno e per l’edificazione di un futuro di stabilità e di concordia, trovando ispirazione nell’esempio dei suoi due figli che ho avuto la gioia di canonizzare nell’ottobre scorso, José Gregorio Hernández e Suor Carmen Rendiles, per costruire una società fondata sulla giustizia, sulla verità, sulla libertà e sulla fraternità e così risollevarsi dalla grave crisi che affligge il Paese da molti anni». La pace, ha ribadito il Pontefice, non si ottiene «solo con la forza e sotto l’effetto della deterrenza». E, nonostante tutto, «rimane un bene arduo ma possibile».

Esteri
«Sopra Aleppo si è aperto l’inferno»
Data articolo:Sat, 10 Jan 2026 03:35:00 +0000 di Leone Grotti

«Sopra Aleppo si è aperto l'inferno». Così monsignor Joseph Tobji, arcivescovo maronita della città siriana, descrive a Tempi i quattro giorni di durissimi combattimenti tra l'esercito governativo e le Forze democratiche siriane (Fds), l'alleanza di milizie curde alleate degli Stati Uniti che ha sconfitto lo Stato Islamico a Raqqa nel 2017 e che ne ha impedito il ritorno nel paese da allora. I combattimenti, iniziati il 6 gennaio e deflagrati con spaventosa violenza l'8 gennaio, sono andati avanti fino alle 6 del mattino di ieri, quando gli Usa sono riusciti a mediare un cessate il fuoco, poi fallito. Secondo Al Jazeera una cinquantina di autobus sono entrati nei quartieri di Aleppo controllati dai curdi e interessati dai combattimenti, Sheikh Maqsoud e Ashrafieh, per permettere ai soldati delle Fds di uscire. Ma questi hanno dichiarato che «uscire vuol dire arrendersi: resteremo a difendere i nostri quartieri». Il governo guidato dall'autoproclamato presidente Ahmed al-Sharaa, già lea...

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