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#news #tempi.it
Da decenni il mondo cattolico si interroga sul declino della fede in Europa. La crisi è palese: non riguarda soltanto la pratica religiosa o la frequenza ai sacramenti, ma intacca la concezione stessa dell’esistenza, a cui il cristianesimo non sembra più capace di dare risposte. Dal canto suo, la cultura laica mira a smantellare ogni residuo della tradizione cristiana, abbattendo progressivamente le consuetudini e le norme che ancora improntano la vita nell’Europa del XXI secolo.
“Esiste ancora un popolo cristiano? E dov’è?”, sono gli interrogativi che ci perseguitano da tempo, accompagnati quasi sempre da una rassegnata amarezza. Eppure.
Eppure, se si guardano le immagini di papa Leone al Meeting di Rimini o dei suoi viaggi apostolici in Spagna e in questi giorni in Francia, verrebbe da dire che bisogna aguzzare un po’ di più la vista. E accorgersi che anche nell’era post-cristiana, nell’era delle “risposte a tutto” fornite dall’Intelligenza artificiale, nell’era in cui in Francia solo 3 bambini su 10 vengono battezzati e l’aborto è diventato un diritto costituzionale, ecco, anche lì, a sorpresa, a volte, appare un popolo. Ed è un popolo felice, come quello che faceva domandare all’Innominato manzoniano: «Che diavolo hanno costoro? Che c’è d’allegro in quel maledetto paese? Dove va tutta quella canaglia?». [eb]
Qui di seguito, in una nostra traduzione, riportiamo un editoriale apparso il 25 settembre sul quotidiano francese Le Figaro.
di Laurence de Charette
Ma da dove vengono? Chi sono questi 80 mila giovani che per delle ore hanno riempito lo Stade de France di vitalità, fervore, canti e speranza? In questa Francia disorientata, incancrenita dalla violenza, che cosa porta questi adolescenti e questi giovani adulti un venerdì sera a Saint-Denis, per la semplice gioia di ascoltare il Santo Padre e di contemplare con lui la storia cristiana della Francia, ricca di quei grandi santi dei quali si parla spesso?
Che cosa li spinge a bussare un bel mattino alla porta di queste chiese, delle quali da tanto tempo abbiamo dimenticato di indicare loro la strada, per rinvigorire con la loro presenza e con il loro fervore queste stanze che pensavamo condannate a non accogliere più nessuno se non un pugno di anziani, retaggio del passato?
Nella gioia spontanea e festosa che ha circondato per tutta la giornata i primi passi di Leone XIV in Francia, nell’atmosfera leggera e gioiosa delle strade soleggiate di Parigi, nelle ovazioni allo stadio e nell’eco della sua visita ben al di là della cerchia dei “praticanti”, è difficile non leggere l’espressione di un desiderio e di una mancanza. È poi così incredibile? Ai giovani, poiché vivono intensamente la domanda sul senso della vita, come a tutti, il successore di san Pietro porta un modo di stare al mondo e una parola che ha attraversato i millenni e risuona, nel vuoto esistenziale che getta nella disperazione la civiltà occidentale, in un modo del tutto particolare.
Quest’epoca non vive solo per la libertà (che volentieri oggi si confonde con un supermercato di “diritti” inventati)? È precisamente di libertà che ieri Leone XIV è venuto a parlare ai giovani allo Stade de France, di questa libertà inalienabile e inesauribile che l’anima attinge dall’amore e che nessun materialismo riuscirà a procurarle e tantomeno a rubarle.
Il mondo avvizzisce le esistenze, le riduce a performance, annebbia e perfino dissolve i contorni e i fondamenti dell’umanità al punto che oggi si può temere di vedere un’intelligenza artificiale impadronirsene? Il capo spirituale apre nuove prospettive, molto più grandi della legalità o del moralismo nei quali si racchiude a volte il messaggio della Chiesa, una realtà nella quale ciascuno, parte della nostra “magnifica umanità”, è personalmente e incessantemente invitato a diventare più grande e felice.
Da dove vengono allora tutti questi pellegrini? Non vengono né da Marte né dal Passato, ma seguono questa sete inestinguibile di qualcosa di più grande di sé che abita dall’alba dei tempi il cuore dell’uomo.
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E così Piddington, un piccolo ed elegante villaggio dell’Oxfordshire, ha approvato una simbolica secessione dal Regno Unito per protestare contro la decisione di stipare 1.256 richiedenti asilo maschi in una vicina base militare. Una massa che, una volta insediata, supererà di quattro volte i 350 abitanti del borgo.
Ai lettori del Guardian l’iniziativa è andata di traverso: «Siamo tutti inclini a un po’ di NIMBYismo, ma questo “voto” si è basato sull’ignoranza dei fatti e sul pregiudizio fomentato dai media di destra», tuona una lettrice in una serie di lettere tutte sulla stessa linea, mentre i cronisti ironizzavano sulla scelta del tritone quale simbolo del nuovo principato, la discussione in parrocchia se fare del cricket o del calcio lo sport nazionale, l’assenza di Wi-Fi e la presenza di una bacheca della comunità con le notizie di cronaca più significative del paese, come “Ritrovata tartaruga”, “Pilates per tutti i livelli”.
Liquidato come una stravaganza british da campagnoli, il referendum ha visto 285 favorevoli e 26 contrari all’indipendenza, scatenando le accuse di irresponsabilità e di spinta all’estrema destra – complice la provocazione del referente parrocchiale Tim McNally, pronto ipoteticamente a ribattezzare il paese Trumpington se Donald Trump avesse accettato di adottare il principato come 51esimo stato degli Stati Uniti.
La mossa di Piddington ha però portato alla ribalta il problema della gestione dei migranti irregolari. «In tutta la Gran Bretagna, le comunità stanno dicendo “no” all’accoglienza dei richiedenti asilo, che si tratti di hotel, intere strade, case condivise o vecchie caserme. La difficoltà che i funzionari pubblici incontrano nel trovare un alloggio per così tanti nuovi arrivati dimostra chiaramente che la migrazione di massa è avvenuta senza il consenso dell’opinione pubblica britannica», osserva la rivista Spiked, denunciando l’assenza di qualunque vera integrazione nei piani ministeriali.
A meno, ovviamente, di non voler chiamare integrazione quella distribuzione di massa di opuscoli da parte del governo in cui si informano i gentili migranti che stupro, abusi sui minori e mutilazioni genitali femminili sono inaccettabili in Gran Bretagna. Un poderoso presidio a tutela della sicurezza di donne e bambini nonostante il quale è diventato virale il video delle donne di Piddington e la lettera da loro inviata a tutte le parlamentari, di cui solo quattro si sono degnate di rispondere.
Il “caso Piddington” è però illuminante: per forzare i tempi e chiudere i centri d’accoglienza negli alberghi entro la fine della legislatura, il governo ha applicato la procedura d’urgenza per i beni della Corona. Un cavillo normativo ideato per opere di sicurezza nazionale che permette ai ministeri di scavalcare ogni autorizzazione urbanistica locale. Il messaggio è chiaro: scaricare i contingenti in periferia e disinteressarsi del dopo. Del resto, neppure la concessione dello status di rifugiato migliora le cose: decenni di multiculturalismo al posto dell’assimilazione hanno strutturato a Londra, Bradford e Birmingham vere enclave parallele di cittadini affrancati da qualunque dovere di integrarsi o parlare la lingua. A cominciare dalle aule scolastiche.
L’istruzione è infatti ormai una trincea. All’inizio del 2024, come abbiamo raccontato su Tempi, un maestro elementare di Londra è finito sospeso, cacciato e indagato per hate crime nonché inserito in una black list di docenti che non possono lavorare con i bambini. La sua colpa? Aver detto la verità: in una scuola laica dove alcuni alunni musulmani usavano i lavandini comuni per le abluzioni prima della preghiera (nonostante l’istituto avesse predisposto una stanza apposita), è intervenuto per fermarli. Preoccupato dal bullismo tra studenti – con ragazze derise perché senza velo e ragazzi colpevolizzati se non digiunavano – ha richiamato al rispetto delle regole e ricordato che il Regno Unito è ancora uno Stato cristiano, che il Re è capo della Chiesa d’Inghilterra e che l’Islam è tuttora una religione di minoranza nel paese. Da qui la segnalazione alle autorità di tutela per presunti “danni emotivi” ai bambini, poi archiviata dalla Teaching Regulation Agency dopo mesi di calvario burocratico.
Da anni, del resto, gli enti d’esame spostano i calendari per evitare il Ramadan e si chiudono entrambi gli occhi su istituti clandestini già censurati per estremismo. Una docente ha raccontato al Times nel 2024 come alcuni suoi alunni dodicenni giustificassero il ritorno dei talebani in Afghanistan, ammettendo in massa di odiare la Gran Bretagna e mostrando idee piuttosto radicali sulle donne e la società occidentale:
«L’altro giorno, in risposta a un commento di un alunno, ho chiesto a una classe di tredicenni di alzare la mano se odiavano la Gran Bretagna. Trenta mani si sono alzate immediatamente, con assoluta certezza […] Molti dei ragazzi a cui insegno hanno opinioni sconvolgenti sulle donne. Un alunno di seconda media interrompe regolarmente le lezioni con invettive su come la società occidentale stia facendo il lavaggio del cervello ai giovani uomini per renderli più effeminati. La maggior parte di loro pensa che le donne dovrebbero avere meno diritti degli uomini. Durante le lezioni di educazione civica, sostengono che le mogli non dovrebbero lavorare».
Un’altra recente e ampia inchiesta di Spiked su immigrazione e attivismo islamista documenta una lunga sequenza di capitolazioni. Nel 2018 la St Stephen’s School dovette revocare il divieto dell’hijab sotto gli 8 anni dopo la ritirata del governo di fronte alle proteste integriste: «Si stima che ora ci siano 150 scuole in tutto il paese che rendono obbligatorio l’uso dell’hijab per le bambine». A Birmingham e Manchester centinaia di bambini sono stati ritirati dalle classi per protestare contro le lezioni sulla parità di genere. Alla Batley Grammar School un professore è dal 2021 costretto a vivere sotto scorta e in clandestinità per aver mostrato una vignetta su Maometto durante una lezione sulla libertà d’espressione. A Wakefield, nel 2023, la caduta accidentale di un Corano da parte di uno studente è finita classificata dalla polizia come “incidente d’odio non criminale”, certificando nei fatti l’ingresso della legge sulla blasfemia nell’ordinamento inglese.
Lo stesso copione (Tempi ne aveva parlato qui) che si è ripetito alla Michaela Community School di Londra, dove la «preside più severa d’Inghilterra» Katharine Birbalsingh ha dovuto difendersi in tribunale dall’accusa di islamofobia per aver vietato le preghiere di gruppo, divenute strumento di intimidazione verso gli studenti che non volevano conformarsi ai dettami islamici. Risultato? Mattoni contro le finestre dell’aula insegnanti, insulti razzisti e minacce di morte ai professori, fino a un allarme bomba rivelatosi infondato e alla denuncia per discriminazione da parte di una studentessa. La scuola ha poi vinto la causa legale, in quanto la ragazza e sua madre sapevano fin dall’iscrizione che l’istituto era laico e che l’Islam ammette preghiere di recupero.
Gli esempi di questa costante ritirata culturale abbondano. A Londra, il caso riemerso a settembre della Barnet Hill Academy – scuola islamica in procinto di diventare statale che imponeva l’hijab già ai sette anni – si affianca a regolamenti scolastici che offrono cibo halal senza informare i genitori o vietano l’uso delle gonne nelle divise. Fino alle direttive dei consigli comunali laburisti del nord dell’Inghilterra che esortano gli istituti alla “flessibilità” di fronte a lezioni di musica, danza o disegno considerate “idolatre” o “blasfeme” secondo la Sharia, o alle raccomandazioni del Centro Islamico di Lewisham per evitare punizioni scolastiche doposcuola agli studenti a digiuno per il Ramadan.

Scrive la saggista Joanna Williams su City Journal:
«Non è che i britannici si siano convertiti in massa all’Islam o che, nella maggior parte dei casi, abbiano un profondo interesse per le pratiche religiose […] Al contrario, una popolazione musulmana in crescita ha acquisito maggiore sicurezza nell’affermare la propria identità, mentre l’élite politica e culturale britannica insiste sempre più sul rispetto per l’Islam come dimostrazione di sostegno ai presunti valori progressisti di diversità, multiculturalismo e antirazzismo. Il risultato non è solo la tolleranza verso i musulmani, ma una progressiva islamizzazione di tutti gli aspetti della società britannica».
Secondo il censimento del 2021, la popolazione musulmana nel Regno Unito ha raggiunto i 3,9 milioni di persone (il 6,5% del totale), ma il dato aggregato nasconde una fortissima concentrazione territoriale in hub come Bradford (32,1% asiatici) o Birmingham. Questa segregazione etnica e geografica, combinata con il sistema elettorale maggioritario britannico, concede alle comunità islamiche un peso politico e negoziale immensamente superiore al loro numero. Il Partito Laburista – beneficiario storico di oltre l’80% di questo bacino e forte di centinaia di consiglieri locali musulmani – si piega regolarmente alle istanze comunitariste, assecondato da istituzioni ormai incapaci di difendere l’identità e i valori liberali britannici persino in contesti dove la presenza islamica è irrisoria, come alla Cowbridge Comprehensive School in Galles, dove la mensa serve solo carne halal a fronte dello 0,2% di studenti musulmani.
La reazione della provincia britannica contro la deregolamentazione dei confini ha suscitato ilarità a certe altitudini progressiste. Certo, Piddington non è Epping né c’entra nulla con le rivolte antimigranti nei porti di Dover e Portsmouth, ma nel suo piccolo sembra fare scuola: nel Suffolk anche il villaggio di Barnham valuta la secessione simbolica per respingere 1.250 richiedenti asilo destinati alla locale base Raf adiacente a un villaggio di meno di 600 abitanti «che non ha neppure un pub».
Da parte loro, nota il Corriere, «i campagnoli sono astuti: a Piddington hanno fatto ricorso contro il ministero dell’Interno inalberando la difesa di pipistrelli e tritoni, messi a rischio dall’improvviso incremento di popolazione, mentre a Barnham si fanno scudo con gli occhioni, una specie protetta di uccelli».
Quella che sembra una commedia campestre di P. G. Wodehouse, è in ogni caso una forma di legittima difesa di una comunità contro l’abdicazione dello Stato e ciò che il filosofo conservatore Roger Scruton andava sintetizzando anni fa con profetica precisione al Foglio: «Tutto quello che il multiculturalismo ha sancito è stata la distruzione della cultura pubblica condivisa. Il risultato è stato il relativismo».
E così, a furia di scambiare la capitolazione culturale per virtù progressista, le élite di Londra hanno prodotto enclave impermeabili, scuole paralizzate e una società frammentata. Citofonare dunque alle scuole dei sobborghi di Londra che lo chiamavano multiculturalismo e alla fine era ghetto, prima di commentare il tetto per studenti stranieri in ogni classe o il divieto di niqab e burqa nelle scuole italiane: «È vergognoso che, ormai da decenni, la Gran Bretagna abbia permesso l’immigrazione di massa senza alcun piano per integrare i nuovi residenti. Dovremmo imparare da Giorgia Meloni – scrive ancora la rivista libertaria di ascendente marxista Spiked –. Tutti i bambini hanno il diritto di apprendere la lingua, la cultura e i valori della società a cui appartengono».
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Gentile direttore, mi permetto di abusare della Sua pazienza solo sulla scorta di una permanenza lunga ormai 32 anni a Mosca. Nel trattare delle elezioni parlamentari tenutesi recentemente nella Federazione Russa, commentando i vari fatti «opachi» che le hanno caratterizzate – esclusione di partiti, arresti di leader politici, brogli documentati – constatando il livello di repressione, per adesso non ancora sistematica, ma sempre più diffusa, raggiunto ormai nei territori della Federazione, molti commentatori hanno evocato anni bui in cui unico spiraglio di luce era rappresentato dal fenomeno del «dissenso».
A mo’ di esempio prendo il frammento di un articolo del prof. Giulio Sapelli, apparso su un quotidiano online in data 20 settembre:
«È ora di riprendere quel cammino e sostenere il dissenso con nuovo coraggio e abnegazione, superando ogni divisione sulla politica estera e quindi in merito alla stessa guerra in Ucraina. È un dovere inderogabile».
Essendo cresciuto, grazie all’entusiasmo di padre Romano Scalfi e alla lungimiranza di don Luigi Giussani, a pane e dissidenti, non posso che ritrovarmi consonante con queste affermazioni. Mi premono però alcune considerazioni per fare le quali mi rifaccio ad una canzone autobiografica di Iury Lores: «Cracovia, anno 1972». Ne propongo una traduzione abbastanza libera ma fedele al senso del testo:
«Ricordo l’estate a Cracovia. Dicono che ci siano tesori nascosti nella memoria. Quanto tutto è simile! Quanto tutto è diverso! Le canzoni di Galich, Okudzhava e Vysotsky volavano tra i vicoli e gli incroci fiancheggiati da piccioni e gazze.
Ricordo l’estate a Cracovia. Cosa avevo da vantarmi della mia cittadinanza? Scusarmi davanti a Praga, inchinarmi davanti a Danzica… Niente da rispondere ai ragazzi alla maniera dei moscoviti…. Ci hanno sopportato per amore di Galich, Okudzhava e Vysotsky…
Ricordo l’estate a Cracovia. Che non accada a voi giovani di piangere il vostro onore di fronte a Kiev e alla Crimea! Voi, falchi e difensori dello Stato, non potrete giustificarvi senza Vysotsky, Galich e Okudzhava».
Se chiari e lampanti sono i riferimenti alle repressioni di Praga del ’68 e di Danzica del ’70, assolutamente inaspettate e per questo profetiche nel 2008 – anno di composizione del pezzo – risultano le allusioni a Kiev e alla Crimea. Non voglio però soffermarmi su questo aspetto, quanto sui tre cantanti ricordati nella canzone, tre «bardi» le cui poesie e canzoni hanno fatto da sottofondo alla resilenza interiore degli abitanti dell’Unione Sovietica negli anni ’60 – ’80, cantando le quali uno percepiva in sé, appunto, la dignità del proprio essere, prima che sovietico, polacco o cecoslovacco, pienamente uomo.
Diversi potevano essere i gusti e le preferenze degli ascoltatori, diverse le tematiche toccate dalle canzoni, opposte le interpretazioni – dal grido roco al quasi sussurro – ma, esattamente come dice la canzone, le tre personalità venivano associate e intese dal popolo che le cantava come un’unica coscienza libera. Solo uno dei tre, però, poteva essere tecnicamente considerato un «dissidente», Galich, espulso dall’unione degli scrittori nel 1971, da quella dei drammaturghi nel 1972, esiliato nel 1974, morto in circostanze sospette a Parigi nel 1977.
Okudzhava – il famoso autore del Soldatino di carta che don Giussani amava citare – tenne in tasca la tessera del partito comunista sovietico fino al suo scioglimento nel 1991. Pur essendo più sopportato che amato, musicò film di successo e fu anche ospite alla Tv di Stato. Interessante notare come una sua canzone – tratta da un film di guerra – faccia ora da sottofondo alle manifestazioni patriottiche per la vittoria nella seconda guerra mondiale.
Vysotsky aveva una personalità esplosiva. Era attore, poeta, cantante, viveva tutto all’eccesso (e di questi eccessi morì), tanto da essere l’unico cittadino sovietico ad essere in possesso di una Mercedes. Fece scalpore il suo matrimonio (terzo) con una bellissima attrice francese. Pur considerandosi sempre sovietico, entrò spesso in contrasto con le autorità costituite a causa della sua modalità di vivere la propria vocazione artistica. Anch’egli più sopportato che amato, alla sua morte, avvenuta durante le Olimpiadi di Mosca e taciuta dalla stampa e dagli organi d’informazione, fu vegliato da decine di migliaia di persone che si passarono la notizia tramite tam tam personali, bloccando il traffico dell’allora principale arteria moscovita.
In cosa consiste allora questo «dissenso», il cui sostegno e la cui difesa il prof. Sapelli reputa «dovere inderogabile»? È dissidente solo colui che si oppone apertamente, che scende in piazza, che sfida la polizia, che rischia o sceglie l’esilio? E chi non fa questo diventa automaticamente connivente? La resistenza si deve coagulare solo intorno agli eroi e solo di loro si deve parlare? Gli esempi di cui sopra sembrano suggerirci una prospettiva diversa, anche perché – è triste dirlo, ma purtroppo così fu – nel 1991 insieme all’Unione Sovietica si dissolse anche il cosiddetto dissenso, lasciando noi innamorati e già sul campo, perlomeno orfani.
Se qua ci fosse una protesta di massa non potrebbe che finire come purtroppo è finita in Bielorussia pochi anni fa, soffocata nella violenza e fagocitata dall’opinione pubblica, che nonostante tutto continua oggi a considerare il popolo bielorusso come impotente e sottomesso. Eppure, in Russia come in Bielorussia, come ovunque, di «dissidenti» ce ne sono più di quanto si pensi e si possa vedere. Gente che si prodiga nel volontariato, sostiene i profughi (molti dei quali, piaccia o non piaccia, sono scappati a est e non a ovest), offre sostegno psicologico e giuridico gratuito online alle vittime di tutte le violenze, compresa quella politica, apre asili e scuole famigliari per aggirare le ore di educazione civica obbligatorie nelle scuole statali… come dice sempre il nostro grande vescovo Paolo, scintille di speranza, costruite da uomini di pace.
Perché allora non sostenere anche questi «dissidenti»? Perché limitare i visti e rendere sempre più difficili quelli di studio? Perché eliminare gli scambi culturali e chiudere la partecipazione a conferenze e congressi internazionali? Perché esigere autodafé che non cambiano la vita di chi li chiede e possono distruggere quella di chi dovrebbe farli? Perché obbligare al senso di colpa e deridere la rabbia e la paura per i danni subiti dai droni – danni minimi, rispetto a quelli sofferti in Ucraina, ma comunque reali? Perché colpevolizzare l’orgoglio di appartenere ad un popolo che ha contribuito come pochi altri a costruire squarci di bellezza nel nostro mondo? Perché fare il tifo per un default economico che, come sempre, pagherebbe solo la povera gente (c’ero nel 1998, quando fallirono le banche, so di cosa si parla) e non sposterebbe di una virgola la politica e i rapporti di potere interno? Gli ucraini non staranno meglio per queste cose.
È cosa estremamente utile ricordare i prigionieri politici, lottare per la loro liberazione, amplificare la voce e i gesti caparbi di quanti si oppongono apertamente, sottolineare i momenti di protesta e denunciare la loro repressione, ma tutto questo, mi si permetta, potrebbe sembrare elitario compiacimento di chi sta al sicuro se non accompagnato da una simpatia reale e fattuale per i tanti o pochi che comunque anche qui costruiscono bellezza nella vita di tutti giorni.
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Ci saranno altri Okudzhava e Vysotsky, borderline capaci di coagulare dall’interno, grazie anche a inevitabili compromessi, il meglio della coscienza del popolo? Dio lo voglia, magari già ci sono. Sicuramente, però, un certo modo di accostarsi al mondo russo fa sì che di questi non ci si accorga, e sarebbe un peccato, ci si priverebbe della parte migliore.
Lettera firmata
Il dottor Moretti possiede tre camicie bianche, due cravatte e un completo blu comprato per il matrimonio di sua figlia. Sono passati quattordici anni. Il completo è ancora quello. Il problema è che Moretti non è più lo stesso. La giacca tira sulle spalle, i pantaloni protestano quando si siede e il bottone davanti conduce una battaglia disperata contro la pancia.
Sua moglie glielo dice da mesi. «Devi comprarti un vestito nuovo». «Questo va benissimo». «Non si chiude». «È un dettaglio». Moretti visita pazienti tutto il giorno. Dice loro di dimagrire, camminare, smettere di fumare, controllare la pressione, non trascurarsi. Poi mangia un panino in piedi alle tre e rimanda da sei mesi una visita dal dentista.
Un sabato la moglie lo trascina in un negozio. La commessa gli prende le misure. «Taglia cinquantotto». Moretti scuote la testa. «Impossibile. La cinquantasei mi è sempre andata bene». «Quando?». Lui ci pensa. Non ricorda.
Prova una giacca e si guarda allo specchio. Per un istante vede ciò che durante le visite dimentica: il tempo. I capelli più radi, la pancia, una macchia sulla mano, le spalle un po’ più basse.
Compra il vestito. A casa lascia quello vecchio sulla sedia. «Lo buttiamo?» chiede la moglie. Moretti passa una mano sulla giacca. «No. Lì dentro sono ancora magro». La mattina dopo telefona al dentista.
L’articolo di Annalisa Teggi, pubblicato su Tempi il 22 settembre 2026, parte da una domanda importante: che cosa sta accadendo ai nostri ragazzi? Di fronte a episodi di violenza sempre più difficili da comprendere, siamo portati a cercarne una causa: la famiglia, i social, la scuola, la solitudine, l’assenza di regole, la perdita di valori.
Forse, però, c’è una domanda semplice da cui partire: i nostri ragazzi sono ancora abituati ad ascoltare quello che accade dentro di loro?
Perché prima ancora di imparare a controllare un’emozione, occorre riconoscerla. E prima ancora di riconoscerla, occorre avere le parole per nominarla.
Un ragazzo arrabbiato sa di essere “incazzato” con il mondo e lo fa capire in tutti i modi che conosce, ma spesso non sa distinguere la rabbia dalla frustrazione, dall’umiliazione, dalla vergogna, dal sentirsi solo o escluso, dalla paura di non essere abbastanza.
E allora ciò che non riesce a diventare parola rischia di diventare gesto.
Non penso che la violenza nasca semplicemente dal fatto che i ragazzi non incontrino abbastanza difficoltà, o di certo non è il caso dei miei ragazzi che conoscono fin troppo bene il dolore e il male, e nessuno è riuscito a schermarli da esso. Penso che una grossa parte del problema possa stare nella difficoltà dei ragazzi di rimanere dentro ciò che si prova.
Viviamo immersi in immagini, parole, notifiche, video. Abbiamo moltissime occasioni per raccontare ciò che facciamo ma pochissime per fermarci a chiederci come questo ci ha fatto sentire.
E questa non è una differenza da poco.
La parola non risolve tutto. Non basta insegnare a un ragazzo la differenza tra rabbia e frustrazione per impedirgli di essere violento. Sarebbe ingenuo pensarlo.
Avere le parole però significa possedere almeno uno strumento per fermarsi, riconoscere ciò che accade dentro di noi e provare a dargli un nome. È una delle condizioni necessarie per poter abitare ciò che viviamo, senza esserne completamente travolti.
Tra «sto male» e un gesto compiuto d’impulso c’è uno spazio. In quello spazio possono stare una domanda, un pensiero, una persona a cui chiedere aiuto, la possibilità di capire che cosa ci sta succedendo.
Quando invece non sappiamo dare un nome a ciò che proviamo, tutto rischia di diventare indistinto. La confusione genera disordine, frustrazione e impotenza, che nei ragazzi, ma non solo, possono tradursi anche in gesti aggressivi o violenti. Si rischia di rimanere in balia dell’ istinto e delle mode. Dare un nome a ciò che proviamo non elimina il dolore, ma lo rende riconoscibile. E ciò che riusciamo a riconoscere possiamo, almeno in parte, imparare ad affrontarlo, ad attraversarlo e a viverlo.
Qui entra in gioco la scuola.
È una delle ragioni per cui continuo a pensare che insegnare Italiano non significhi soltanto insegnare la grammatica e fare comprensioni del testo.
Quando leggiamo Omero, Dante, Leopardi, Manzoni (sì, anche Manzoni, anche se è difficile!), Pirandello non stiamo soltanto studiando autori vissuti secoli fa.
Stiamo incontrando persone che hanno provato qualcosa prima di noi.
Un ragazzo può leggere Leopardi e scoprire che quella sensazione di desiderare qualcosa che non riesce nemmeno a definire è stata provata da qualcuno duecento anni fa.
Può incontrare Dante e riconoscere la paura di essersi smarrito.
Può ascoltare Pirandello e intuire quanto sia difficile capire chi siamo quando ci guardiamo attraverso gli occhi degli altri.
Può studiare Manzoni e incontrare la paura, il senso di colpa, il perdono, il desiderio di cambiare.
E allora accade qualcosa di importante: non siamo più soli dentro quello che proviamo.
Il compito della scuola è proprio questo: riappropriarsi, lentamente, di un lessico dell’umano.
Non per trasformare le ore di Italiano in sedute psicologiche e nemmeno per pretendere che un testo letterario risolva problemi che richiedono interventi molto più complessi.
Ma perché chi possiede più parole per raccontare ciò che vive possiede anche più possibilità di comprenderlo, di non essere estraneo a sé.
La letteratura fa una cosa straordinaria: ci mette davanti persone che hanno sofferto, amato, perso, desiderato, fallito, ricominciato e ci dice “guarda, non sei il primo, non sei solo”.
Ma c’è anche un passaggio simultaneo: riconoscere alla letteratura la capacità di farci scoprire il mondo e l’altro da noi. Di metterci davanti a ciò che non conosciamo, che può farci paura, sorprenderci, affascinarci o spiazzarci. Perché è spesso dall’incontro con ciò che è diverso che finiamo per scoprire qualcosa di noi stessi.
La scuola non può evitare il male, la sofferenza, la rabbia o la violenza.
E di fronte alla violenza, è naturalmente necessario proteggere. Le regole e i controlli hanno il loro posto e nessuno può pensare di ignorare ciò che accade.
Ma il compito della scuola non può esaurirsi nel vano tentativo di controllare le conseguenze. Un metal detector può impedire che un’arma entri in un’aula ma la scuola può e deve interrogarsi anche su ciò che viene prima del gesto. Non per giustificare ciò che è sbagliato, ma per provare a comprendere ciò che lo precede.
Non possiamo pensare di eliminare il conflitto dalla vita dei ragazzi. Possiamo però provare a dare loro gli strumenti per stare dentro il conflitto senza esserne distrutti e senza distruggere l’altro. Cercare di scardinare queste dinamiche nelle quali vige la legge del “colpire prima di essere colpiti”.
Io posso proporre un testo, una parola, una storia, un incontro, una domanda. Posso creare uno spazio perché qualcosa venga pensato, discusso, sentito. Posso scegliere ciò che ritengo importante perché ho maturato, nel tempo e a furia di tentativi, una certa sicurezza nel mio ruolo: attraverso l’esperienza, il confronto quotidiano con i colleghi, l’osservazione dei ragazzi e soprattutto dentro una proposta educativa condivisa, che nasce dalla collettività di adulti che scelgono di educare insieme.
Perché le parole che la scuola offre possono diventare davvero uno strumento solo quando vengono consegnate dentro una relazione in cui qualcuno, nell’insegnare, si mostra disposto ad ascoltare, a fermarsi davanti a ciascun ragazzo e a interessarsi davvero alla sua vita.
Beatrice Nespoli, docente di lettere presso il cfp In-Presa