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#news #tempi.it
Pubblichiamo l’intervento integrale, adattato per ragioni di chiarezza, tenuto al Meeting di Rimini il 24 agosto da Hanna Jallouf, nominato l’1 luglio 2024 vicario apostolico di Aleppo da papa Francesco. Durante la guerra civile che ha sconvolto la Siria, il frate francescano della Custodia di Terra Santa, insieme a un suo confratello, ha continuato a servire la piccola comunità di 700 eroici cristiani nei villaggi di Knayeh, Yacoubieh e Gidaideh, nella provincia dell’Idlib, nord-ovest della Siria. Qui è stato sottoposto alle angherie dello Stato islamico, prima, e della versione siriana di Al-Qaeda poi, conoscendo personalmente il metodo di governo dell’attuale padrone della Siria, Abu Muhammad al-Jolani, che oggi preferisce essere chiamato Ahmed al-Sharaa. Il racconto di monsignor Jallouf rappresenta una testimonianza unica sulla vita condotta dai cristiani sotto il regime dei terroristi islamici.
Sono lieto di dare il mio contributo per essere cristiani in un mondo cristiano. Mi trovavo nella provincia di Idlib, nel nord della Siria, eravamo 40.000 cristiani in 11 parrocchie, c’erano diverse comunità cristiane: latini, greco-ortodossi, armeno-ortodossi e protestanti. All’inizio della guerra, tutti sono scappati via e siamo rimasti in 700 persone. Anche i preti e le suore, c’erano quattro comunità , hanno lasciato i loro posti e siamo rimasti in 2 frati francescani per 3 villaggi: Knayeh, Yacoubieh e Gidaideh.
La prima cosa che ho fatto è radunare questa gente: «Sentite – ho detto -, gli uomini che sono arrivati non conoscono le nostre diversità . Per loro noi siamo tutti infedeli. Ecco perché mano nella mano dobbiamo vivere insieme e dare buona testimonianza della nostra vita cristiana. Se ci arriva un pezzo di pane, dividiamolo tra noi». E così abbiamo iniziato. Prima è arrivato l’Isis. Isis significa morte, sterminio, incarcerazione. Dopo tre giorni dal loro arrivo nella provincia, il loro capo religioso ha bussato alla porta del convento chiedendo dove fossi. Io non c’ero e lui ha detto alla suora che aprì il portone: «Fagli sapere che domani alle 9 del mattino sarò di nuovo qui». Quando ho sentito che cosa mi aspettava, il mio cuore era paralizzato dalla paura.
Allora ho pregato così il Signore: «Questo popolo non è mio, è tuo, o Signore. Ti chiedo soltanto di infondermi saggezza». Il giorno successivo alle 9 in punto sono arrivate due macchine blindate con a bordo uomini tutti mascherati, con i fucili in spalla. Hanno chiuso la strada e sono scesi. Un uomo alto 190 centimetri mi ha salutato con arroganza. Si faceva chiamare Al-Tunisi. Allora io gli ho risposto a tono: «E io sono padre Hanna. Si accomodi».
Voleva entrare nel convento con le armi, allora l’ho fermato. «Con le armi non puoi entrare qua, perché questa è una zona sacra». Lui ha reagito: «Noi con le nostre armi entriamo dove vogliamo, anche nelle moschee, e distruggiamo tutto». Ho replicato: «Se tu credi che le tue armi ti proteggano, allora entra pure».
Con uno dei suoi seguaci ha cercato di convertirmi all’islam, spiegandomi che era la fede dell’amore, citando Maometto e tanti versetti del Corano. Io l’ho ascoltato e appena ha finito, ho risposto: «Lei si chiama Al-Tunisi, vuol dire che viene della Tunisia. Deve sapere che la Tunisia prima di essere musulmana era una nazione cristiana e ha dato al mondo tanti santi: santa Monica, sant’Agostino [Tagaste, come Ippona, in realtà si trova nell’attuale Algeria – ndr], santa Felicita e Perpetua, san Cipriano. Ti invito a tornare alle tue origini, che sono cristiane».
Allora quello si è infuriato, era un capo religioso dell’Isis, non una persona normale. Mi ha detto: «Io non credo alla storia». Allora gli ho chiesto che cosa veniva a fare da noi e ho iniziato a fare domande sul loro movimento e il loro fondatore, per calmarli. Poi ho messo le cose in chiaro: «Senti, io non mi convertirò all’islam e tu non ti convertirai al cristianesimo. Dimmi, che cosa possiamo fare per servire insieme questa gente che abbiamo tra noi?».
Lui mi ha detto: «Se non volete convertirvi, c’è il trattato di Omar [il secondo califfo dopo Abu Bakr – ndr]». Io ho fatto finta di non sapere chi fosse e gli ho chiesto che cosa dicesse questo trattato. Lui ha continuato: «È l’accordo che venne fatto con Sofronio, patriarca di Gerusalemme. Stabilisce che dovete togliere tutti i vostri segni religiosi, le vostre croci, le vostre statue e le Bibbie. Nessun simbolo cristiano deve essere visibile. Inoltre, non potete suonare le campane, le vostre donne devono portare il velo e poi dovete pagare la tassa di sottomissione».
Quando ha finito gli ho detto che non avremmo accettato le ultime due condizioni. «Le nostre donne non si coprono», ho insistito, «perché possono vestirsi degnamente con sciarpe e gonne sotto al ginocchio. Questo è il massimo. E poi, se non sbaglio, il trattato dice che voi dovete proteggerci in cambio del pagamento del tributo. Voi potete proteggerci dai missili e dagli aerei del governo?». Lui ha scosso la testa. «Allora non paghiamo». Dovunque sia passato l’Isis, ogni cristiano ha dovuto pagare 17 grammi d’oro. Invece da noi non abbiamo sborsato un soldo grazie a queste trattative.
Poi gli ho chiesto che cosa sarebbe successo se non avessimo accettato l’accordo. «Chiuderò il villaggio, brucerò tutte le case e le chiese e lo proclamerò territorio dello Stato islamico», ha detto. «E questa sarebbe la religione della misericordia che vieni a portarci?», gli ho risposto. Lui ha solo ribadito di togliere tutti i simboli religiosi e io ho l’ho fatto. Poi ho chiesto che ci riportassero un uomo che era stato rapito da 58 giorni. Lui ha risposto solo: «Inshallah». Io ho insistito: «È un sì o un no?». Così per tre volte.
La settimana dopo, io ho fatto togliere tutte le croci e gli altri simboli religiosi e lui mi ha riportato l’uomo rapito, dicendomi: «Ecco l’uomo che hai chiesto. Sono stato fedele alla mia parola». Ho risposto: «Anch’io ho mantenuto la mia. Non ho più suonato le campane». Da quel giorno è nata tra noi una specie di amicizia, non so come definirla. Ogni volta che avevano bisogno di cibo, acqua o di altro chiedevano a noi cristiani perché non si fidavano dei musulmani. E quando qualcuno ci rubava qualcosa, venivano a riportarcela di notte chiedendomi di non raccontare niente a nessuno. Sono rimasti tra noi per 105 giorni e poi se ne sono andati.
Al loro posto è arrivata Al-Nusra, il Fronte di liberazione di Al-Jolani. La prima domanda che mi hanno fatto è: «Che accordi avete preso con l’Isis? Continuiamo anche noi con quelli».
Dopo un mese, però, non hanno rispettato i patti. Ci perseguitavano, ci portavano in tribunale e ci cacciavano, non potevamo alzare la voce con un musulmano, era proibito accendere la televisione e tenere il volume alto. Abbiamo passato giorni terribili. Ci hanno tolto tutto ciò che era d’oro: croci, lampadari e altri oggetti.
Poi un giorno sono venuti a perquisire il convento e tra le carte hanno trovato una mia lettera firmata al ministero degli Interni di Bashar al-Assad, nella quale scrivevo che un nostro fratello era stato ucciso dai ribelli e che il suo nome doveva essere cancellato dai registri. Loro mi hanno accusato di collaborazionismo e mi hanno chiesto di scrivere una seconda lettera: «Sono padre Hanna, parroco di Knayeh, e testimonio di essere stato ucciso».
Mi hanno fatto firmare, poi hanno presso il fucile e me l’hanno puntato alla testa. Uno di loro stava per spararmi ma l’altro lo ha fermato dicendo di aspettare. E quello: «Senti, se non ti ammazzo oggi, ti ammazzerò domani in piazza davanti a tutti, così tutti sapranno quello che hai fatto». Io ho replicato: «La gente sa già tutto quello che ho fatto, ma domani vedrà quello che farai tu».
Poi ho chiesto di incontrare il loro capo religioso e dopo due giorni sono venuti a prendermi e mi hanno portato in prigione con altre 17 persone della mia comunità , uomini e donne, trafugando tutto ciò che potevano dal convento.
Eravamo tutti in una stessa cella. Io non sono stato toccato, forse perché mi rispettavano in quanto frate o leader della comunità , ma gli altri sono stati duramente picchiati per convincerli a convertirsi all’islam. Siamo rimasti quasi 20 giorni in prigione. Poi mi hanno interrogato accusandomi di collaborazionismo. Io ho spiegato che in quanto capo della comunità avevo l’obbligo di ricevere tutti, anche i soldati del governo di Assad. Poi ho ammesso di avere collaborato con loro, ma per il bene della gente.
E gli ho raccontato di avere diviso il convento in tre settori: uno per i musulmani sunniti, uno per i cristiani e uno per gli alawiti. E poi gli ho ricordato che quando una donna musulmana ha avuto bisogno di aiuto, sono stato io a convincere i soldati dell’esercito a farla uscire con il marito perché trovasse un ospedale adeguato per partorire. «Voi in otto mesi non siete riusciti a forzare il blocco dell’esercito con le vostre auto kamikaze. Io invece ci sono riuscito in cinque minuti. Questo non è un disonore, ma una onorificenza che mi appunto sul petto».
Allora ho aggiunto, parlando al giudice: «Voi siete senza misericordia, senza fede e senza religione. Perché avete messo le donne nella stessa cella degli uomini? Metteresti mai tua madre nella stanza con altri uomini». «No». «E allora perché ti comporti così con loro? Se hanno fatto qualcosa, puniteli, altrimenti rimandateli a casa». Il giorno dopo hanno rilasciato tutte le donne. E poi gli altri. Io sono rimasto in prigione altri 19 giorni e alla fine mi hanno liberato, ordinandomi di non uscire dal convento.
La gente non pensava che sarei ritornato e aveva già preparato le valigie per scappare. Quando mi hanno visto tornare sono rimasti scioccati e sono corsi al convento per salutarmi e abbracciarmi. Qualcuno si è inginocchiato per baciare il mio abito e i sandali. Ho capito in quel momento che cosa vuole dire davvero l’amore cristiano.
Le cose poi sono andate avanti secondo questo copione: eravamo continuamente perseguitati. Un giorno sono stato chiamato di nuovo in tribunale. Il giudice, dopo avermi fatto aspettare 7 ore in piedi fuori dalla porta, mi ha ricevuto chiedendomi perché vestissi il saio. Ho risposto che è il mio abito francescano e poi ho replicato: «E tu perché vesti il tuo abito?». Lui ha spiegato di essere un giudice e io allora gli ho detto che ero un frate. Uno di loro mi ha dato uno schiaffo in pieno viso, urlandomi: «Così manchi di rispetto al giudice?». Mi sono sentito come Cristo.
Poi il giudice ha continuato: «Eravamo d’accordo che voi non avreste portato alcun segno religioso cristiano al di fuori del vostro convento e questo è un segno». Da quel momento, ho accettato di toglierlo in pubblico e di uscire in borghese solo per salvare i nostri fedeli.
Le cose sono andate avanti così fino al 2017, quando Al-Jolani [a capo della galassia jihadista Tahrir al-Sham – ndr] pensò di creare il primo nucleo di uno Stato e poiché non poteva essere monocolore, si avvicinò ai drusi, ai cristiani e agli sciiti. Nel 2022 allora chiesi un incontro con lui e gli mostrai tutti i nomi delle persone che erano state uccise, l’elenco dei terreni, delle proprietà , dei beni religiosi che ci erano stati confiscati. Lui all’inizio dell’incontro disse: «Sono qui per ascoltarvi». E io: «E noi siamo qui perché ascolti».
E gli ho fatto il lungo elenco di tutti i problemi avuti negli anni con i suoi uomini, compreso il mio incarceramento. Allora lui mi ha detto: «Siamo a giugno. Spero che per giugno prossimo tutto ciò che vi è stato tolto vi verrà restituito». Poi mi ha inviato alcuni suoi uomini per coordinare questo lavoro e io ho posto una condizione: «Come prima cosa non rivoglio i conventi, né le chiese, né i terreni. Voglio la giustizia per le vedove e per gli orfani».
Dopo due mesi, tutto ciò che era stato tolto alle vedove e agli orfani è stato restituito. Nel tempo ci hanno restituito anche il resto: prima i beni religiosi, poi le case, i terreni e il processo è in corso ancora oggi.
L’1 luglio 2023 il Santo Padre mi ha nominato vescovo per la Siria. Io non so come, ma loro sono venuti a saperlo subito e Al-Jolani mi ha inviato tre suoi collaboratori per congratularsi della nomina, per farmi gli auguri e per invitarmi a un banchetto. Pur titubante, ho accettato e ho portato con me quaranta persone. Lui ha mandato dopo tre giorni un autobus a prenderci. Per me aveva inviato una Range Rover bianca.
A Idlib ci è stato preparato un banchetto da re, con ogni ben di Dio e a tutti hanno dato una bomboniera, come se fossimo a un matrimonio. Ho chiesto che cosa volesse dire e loro mi hanno risposto: «Perché tu sei il nostro sposo». Non ho capito bene cosa intendessero, ma due giorni dopo sono tornato con un mio confratello da Al-Jolani.
Lui ci aspettava sulla porta e io gli ho detto: «Ottocento anni fa il nostro fondatore, san Francesco, ha incontrato il sultano Al-Malik Al-Kamil. Non sappiamo cosa si sono detti, ma dopo quell’incontro i frati hanno avuto il permesso di accompagnare i pellegrini in Terra Santa e di custodire i luoghi sacri. Io ora lascio Idlib e ti chiedo di custodire i cristiani». «Con i miei occhi», ha risposto lui.
Due giorni dopo sono partito e cinque dei suoi collaboratori sono venuti alle 4 del mattino ad accompagnarmi al confine con i territori controllati dal governo di Assad. Mi hanno salutato e mi hanno detto: «Ci vediamo ad Aleppo». Dopo un anno e mezzo le truppe di Al-Jolani sono davvero entrate ad Aleppo.
Io conoscevo tutti i capi, che sono venuti a salutarmi. Mi hanno chiesto se volevo parlare con Al-Sharaa, me l’hanno passato al telefono e lui mi ha detto: «Fai sapere ai cristiani che i loro beni non saranno toccati e che vogliamo che festeggino il Natale come si deve, con gli alberi, i presepi, suonando le campane e facendo festa, come e meglio di prima».
Io ho riferito questo messaggio di grazia alla comunità cristiana e a tutti i vescovi, che erano molto impauriti dopo 60 anni di regime. Io penso davvero che il Signore scriva diritto su righe storte e forse è Lui che mi ha scelto per questa nuova missione che mi affidato.
La standing ovation che i partecipanti al Meeting di Rimini hanno tributato a Giorgia Meloni è meritata. Dagospia dice che i “ciellini” sono “lecchini” perché applaudono tutti, ma un conto erano i battimani per Draghi (segno di una cortesia che a Rimini è di casa), altro è il tributo che è stato riservato al presidente del Consiglio accolta con un affetto che l’ha commossa. Giorgia Meloni ha certamente trovato le parole giuste per scaldare la platea, pronunciando un discorso alto e concreto al tempo stesso, ma sbaglierebbe chi vedesse in tutto ciò solo una maliziosa captatio benevolentiae.
Innanzitutto perché la sostanza del discorso di Rimini non si allontana dalle parole che Meloni ha usato spesso da quando è al governo, in secondo luogo perché la serietà con cui ha guidato l’esecutivo in questi quasi tre anni le hanno dato una patente di credibilità che in molti, non solo al Meeting, sono disposti a riconoscerle.
Sullo scenario internazionale si è mossa con prudenza e realismo. Senza credersi Napoleone (come Macron), ma senza nemmeno usare una lingua biforcuta (come Orban), ha mantenuto posizioni nette ma non rigide, come si è visto sulle complicate partite in Ucraina e Gaza. Ha ribadito la collocazione filoatlantica, ha trovato un difficile ma positivo rapporto con la lunatica amministrazione americana, ha professato un moderato europeismo senza ideologismi.
Sul fronte interno ha governato senza scassare conti che, ricordiamolo, erano stati allegramente scassati da chi l’aveva preceduta. Gente che, nel nome del “gratuitamente” e della lotta alla povertà , ci ha quasi condannato a una decrescita molto infelice.
Si può fare di più e meglio? Sempre. Ma anche solo il fatto che abbia riconosciuto che, da sola, la politica non può fare tutto e che, anzi, essa dovrebbe mettersi al servizio delle richieste che provengono dalla società , è segno di una concezione che a Rimini non poteva non essere apprezzata. “Più società e meno Stato” vuol dire questo. Standing ovation.
Il Meeting di Rimini non è una fiera, non è un congresso, non è una sfilata di politici e vip. Qui ogni incontro, mostra, gesto di cura, ogni mattone porta il segno di una appartenenza, una amicizia, una intensa partita. E qui trovate il meglio dell’edizione 2025. Ma ogni mattone ha il suo pagellone.
ABBONATI FANTASTICI. Sono loro. Quelli che iniziano o continuano a sostenere Tempi con motivazioni che sono già narrativa. Tra le più esotiche:
«Perché mia moglie vuole farlo a Tracce».
«Perché mio figlio vuole il martello».
«Perché non mi perdo un numero dai tempi di Belpietro (?)».
«Perché se no mio padre mi picchia».
«Perché siete grandi, tenete duro, forza Tempi da Cesena».
«Perché mi obbliga Vietti».
«Anche a me».
«Perché ho quattro figli, quindi quattro abbonamenti. Così non litigano».
«Perché sono abbonato dal primo numero, voi non eravate ancora nati (il primo numero è del 1995, ndr)».
«Perché gli unici soldi che spendo al Meeting sono per rinnovare l’abbonamento a Tempi».
«Perché siete liberi, chiamate le cose con il loro nome, combattete, ci aiutate a giudicare. Posso averne due di martelli?».
«Perché è la prima cosa che faccio quando arrivo qui».
«Ma come perché?» (abbonato di Carate, di sicuro).
Voto: 10 e tessera fedeltÃ
ODE ALLA PORCHETTA. Quella dei ragazzi del Clu di Roma che al ristorante “Tanto pe’ magnà †te la servono con panino e birra a soli 10 euro. Amatriciana al dente a 8 euro, in una fiera dove l’acqua costa come il petrolio e la piada come un solitario.
Voto: 9
MA COME TI VESTI? Arriva il ministro Giuli e splende come Apollo. Con lui forze dell’ordine, telecamere, politici. Passa dallo stand di Tempi, saluta tutti con calma, eleganza e affetto. Noi felici e vestiti da ora di ginnastica, il cameraman che filma inferisce: «Ma che so’ questi (sottinteso: poracci)?».
Voto alla cruda realtà : 4.
FAMIGLIE. Al Meeting non sei a casa: sei in famiglia. Non solo perché Tempi è nato qui (come abbiamo scritto lì). Non solo perché vedi avvocati, architetti, professori, imprenditori, studenti lasciare i titoli in ufficio e prendere in mano spugne, stracci e chiavi d’ingresso. Padiglioni trattati meglio del salotto domestico. Lo capisci perché dalle famiglie della Mongolfiera a quelle dell’Accoglienza, qui si fa lo stesso mestiere: tenere insieme, ascoltare, discutere, domandare. Lungo scale, corridoi, tavoli, giorno e notte. Sempre lì. E poi il centro: la paternità di don Giussani, che tutti – ospiti, relatori, testimoni – respirano appena entrano. È questo, che mattone su mattone, trasforma un angolo di fiera in nido, porto, dimora. Guardaroba. Post scriptum: fratelli e sorelle, avete dimenticato una felpa grigia nel nostro sgabuzzino.
Voto: 30 e lode più lavastoviglie carica.
METODO STANISLAVSKIJ. Stupefacente davvero, la mostra su Grossman. Non è parola buttata a caso: stupefacente il percorso, allestimento che sembra un romanzo visivo. Foto mai viste, lettere mai tradotte, un cortometraggio su Stalin con Preziosi che ti resta in gola. Ma soprattutto il professore Giovanni Maddalena che spunta in cameo ed è subito “magico sé†bolscevico.
Voto di incoraggiamento alla carriera cinematografica: 6.
TE DEUM LAUDAMUS SUMMER EDITION. Chiara Locatelli. Pediatra neonatologa, responsabile di ambulatori che pesano come montagne (malattie rare, cure palliative perinatali). È l’incarnazione luminosa della parola “cura†di bambini, fragili, famiglie, della mostra su Ermanno lo storpio e di noialtri storpi che le chiediamo di spiegarcela. Per molti un faro, per altri un’ancora, per noi stella cometa. Per tutti un riferimento.
Voto: fuori scala.
90-60-90. Le misure non di Miss Universo ma della trincea giornalistica. In sala stampa, scrivanie e sedie, uno spazio vitale ridotto a centimetri. Per sederti serve diplomazia geometrica: ti infili, trattieni il respiro, speri che nessuno si alzi. Una volta dentro al tetris, non pensi, fumi, mingi più: scrivi, resisti. Il numero di settembre è stato chiuso così: in apnea.
Voto: 3.
SUPERVOLONTARI vs SUPERCELLA 1-0. Nubifragio. Area piscine trasformata in scena post-apocalittica. Arrivano loro: Converse, secchi, spazzoloni, maglietta del Meeting. In poche ore rimettono in piedi il disastro. Dove c’era acqua, ora c’è deserto asciutto per costruire con mattoni nuovi.
Voto: 8.
UÈ CIAO GRANDISSIMO. Il Meeting è anche questo: incontri ogni cinque metri, abbracci, sorrisi, frasi di circostanza su Draghi, i bei tempi dell’università . il Concilio di Nicea, le 2 pere prese dal Milan, le 5 prese dal Toro, la pizzata al rientro che non si farà mai. Nella speranza di ricordarti dove hai già visto o come si chiami quello con cui stai parlando.
Senza voto.
GIORGIA. Qui c’è tutto. Nome, presenza, senso. Non serve altro.
Voto: standing ovation.
VILLAGGIO RAGAZZI. Refugium Peccatorum di mamme e papà con figli più in età da Spada nella roccia col martellone di Tempi che da Cori da La Rocca col vescovo di Trondheim, il Villaggio Ragazzi resta la vera arca del Meeting. Per noi con due pilastri: i racconti letti dalla nostra Mamma Oca Annalena Valenti e lo spettacolo di padre Marco Finco. Il Villaggio Ragazzi è la salvezza dei genitori. Senza, i padiglioni sarebbero deserti o in fiamme. È il mattone più importante, il primo che si posa e l’ultimo che resta.
Voto: 9,5 ma sismoresistente.
MISSIONE. Quest’anno 40 anni di storia per la Fraternità San Carlo e 20 per le Missionarie. E dopo che vi abbiamo rotto i martelli con i 30 anni di Tempi, tocca darci una nuova missione. Andate sul loro sito, abbonatevi a Fraternità e Missione, sostenete i progetti. Perché non è per Draghi, Meloni o Salvini, e nemmeno per le eminenze intelligenze paludate, che la gente viene al Meeting. Ci viene per una storia viva di amicizia che prende corpo e volto nella Fraternità San Carlo sparsa nel mondo. E anche perché il nostro Leone Grotti possa continuare a girare il pianeta a raccontarla.
Voto: 2000 amici per 50 preti.
MARTELLI. Tutti i bambini volevano il gadget di Tempi. Ma anche tutte le mamme dei bambini volevano il gadget di Tempi. Idem i papà . Poi i fratelli universitari. Poi i nonni: «Sette nipoti, sette martelli, grazie». E naturalmente sono arrivati anche gli zii. Quando si è diffusa la voce che il martello era solo per gli abbonati è partita la creatività nazionale:
«Mio cugino è abbonato».
«Anche mio nonno. Si chiama Mario Rossi. No? Allora forse Mario Bianchi. No? Gli dirò di disdire l’abbonamento».
«Il mio prozio è un vescovo».
«Non potete negare un martello a questi bambini» (indicandone 25 in fila indiana).
«Sono abbonato, ne voglio quattro. Al giorno. E anche i miei amici».
«Chi viene in fiera ha DIRITTO al martello».
Voto: 1.500 (come i martelli spariti al Meeting)
Meeting per l’amicizia tra i popoli. C’è una ragione se si chiama così. E l’ennesima dimostrazione è arrivata ieri mattina, lontano da occhi indiscreti, quando in fiera a Rimini si sono incontrati membri del Parlamento libico provenienti sia dall’Est che dall’Ovest, territori retti da due governi in competizione tra loro.
L’incontro eccezionale è stato promosso con la collaborazione del Meeting dalla Camera di commercio italo-libica. «Vi ringrazio per essere qui», ha detto all’inizio della riunione il presidente della Camera, Nicola Colicchi. «È un segnale molto importante per l’Italia e la Libia».
«L’importanza per il nostro paese della Libia è capitale», dichiara a Tempi il senatore Marco Scurria (Fdi), presidente del Gruppo interparlamentare per l’amicizia tra Italia e Libia. «Non è un caso che da quando è al governo la premier Giorgia Meloni abbia visitato il paese ogni sei mesi».
Saad al-Badri è stato eletto alla Camera dei rappresentanti libica nel 2014 per rappresentare il territorio orientale di Bengasi, sede del Governo di stabilità nazionale non riconosciuto a livello internazionale e sostenuto dal feldmaresciallo Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica. «Siamo qui per riattivare la cooperazione tra i nostri paesi, legati da una profonda amicizia oltre che dalla storia».
Come gli altri membri della delegazione – la presidente della commissione Diritti umani Rabea Aburas, il presidente della commissione delle Finanze Mahdi al-Aour, rappresentante per il Fezzan, nel sud del paese, e il deputato proveniente da Tripoli Musab Mohammed al‑Abid – l’ambasciatore libico in Italia, Muhannad Younis, ha proposto iniziative per migliorare lo scambio culturale e commerciale tra i due paesi.
Soprattutto, la delegazione libica ha chiesto di accelerare la ratifica dell’accordo tra Italia e Libia sul trasferimento dei detenuti firmato due anni fa. L’accordo, già ratificato dalla Libia, ha ricordato Scurria, arriverà a Palazzo Madama il 10 settembre e «non è in discussione».
L’incontro ospitato dal Meeting è l’occasione giusta, continua Scurria a Tempi, «è un’occasione d’oro per rivitalizzare gli scambi commerciali e diplomatici tra Italia e Libia». Non solo, anche per favorire «la pacificazione del paese nordafricano», aggiunge Colicchi.
Un’iniziativa che esemplifica l’impegno italiano rivendicato dalla premier Giorgia Meloni poco dopo al Meeting: «Ci interessa che l’Africa prosperi insieme a noi, abbiamo lavorato attraverso il Piano Mattei per applicare questo approccio. Vogliamo un nuovo patto tra persone e nazioni libere e stiamo diventando un modello per altri paesi».
Fa irruzione nelle case per arrestare il tizio che ha scritto una parola di troppo su X o in un gruppo whatsapp, ma non riesce a fare nulla contro gli autori dei furti nei negozi – che nell’ultimo anno hanno toccato il record storico nel Regno Unito – anche quando sono stati ripresi a volto scoperto dalla telecamere, e addirittura invitano i commercianti a essere più gentili e a trovare per proprio conto accorgimenti.
La buona fama della polizia britannica presso la popolazione è in caduta libera, anche perché le recenti vicende vengono ad aggiungersi a scandali storici come la dimostrata negligenza della polizia di Rotherham di fronte alle accuse di abusi sessuali da parte di gang britannico-pakistane ai danni di ragazzine in carico ai servizi sociali e al record di agenti di pubblica sicurezza licenziati per indegnità e per gravi reati, ben 593 nel 2023/4.
Il taccheggio è diventato una vera e propria emergenza sociale nel Regno Unito: l’anno scorso sono stati denunciati ben 530.643 casi di furto di merce presso esercizi commerciali di Inghilterra e Galles, pari a uno ogni 3 minuti di orario di apertura dei negozi. La cifra è superiore del 20 per cento a quella dell’anno prima ed è il doppio di quella di vent’anni fa, e rappresenta solo una parte dei reati dello stesso tipo che vengono quotidianamente commessi. Secondo il rapporto 2025 sulla criminalità dell’Association of Convenience Stores (ACS), pubblicato nel marzo scorso, nei negozi locali del Regno Unito l’anno scorso si è registrato un numero record stimato in 6,2 milioni di casi di furto, in aumento rispetto ai 5,6 milioni dell’anno precedente. La situazione è particolarmente grave per quanto riguarda le farmacie: negli ultimi 12 mesi si è stimato un aumento dell’88 per cento nei furti di farmaci e forniture mediche.
La ragione della differenza fra reati denunciati e non denunciati è sconcertante: la polizia ha da tempo rinunciato a portare avanti le inchieste contro i taccheggiatori, anche quando potrebbero essere facilmente individuati, e preferisce suggerire ai negozianti strategie per contenere il fenomeno o di arrangiarsi. Gli esempi abbondano.
L’anno scorso la boutique di moda Riccado, un’azienda a conduzione familiare che opera da 40 anni nella zona ovest di Londra, è stata saccheggiata – e non per la prima volta – da una banda che ha portato via abiti per un valore di almeno 25 mila sterline ai prezzi di vendita. La direttrice ha chiamato la polizia comunicando di avere un filmato che mostrava i volti di alcuni membri della gang, ripresi dalle telecamere a circuito chiuso. La polizia non si è mossa, così otto giorni dopo la direttrice si è recata al commissariato e ha consegnato le riprese. Il giorno dopo la polizia l’ha richiamata per comunicarle: «È improbabile che saremo in grado di identificare i responsabili. Perciò abbiamo chiuso il caso».
Le aziende più grandi ricorrono ai servizi della sicurezza privata. La multinazionale Marks & Spencer, specializzata nelle vendite al dettaglio di abbigliamento e accessori è dovuta ricorrere a TM Eye («una delle più attive compagnie private di investigazione del Regno Unito», dichiara la sua pubblicità ) per ottenere l’avvio di un’azione penale e la condanna al carcere di un noto taccheggiatore, David Hanson, ripreso dalle telecamere a circuito chiuso di uno dei negozi della catena mentre rompeva una vetrata rinforzata e rubava merce per un valore di 500 sterline. La polizia locale aveva rinunciato a portare avanti il caso. Dopo l’intervento della TM Eye si era scoperto che Hanson vantava 105 precedenti penali dello stesso tipo.
Questa strada non è praticabile per aziende piccole e/o familiari, che spesso fanno l’esperienza della beffa oltre al danno. I quotidiani britannici hanno raccontato la paradossale storia di Rob Davies, proprietario di Run Ragged, un negozio di abbigliamento vintage a Wrexham, nel Galles. Esasperato dai continui furti e dai risultati nulli delle sue denunce alla polizia, ha esposto un cartello con la scritta: «A causa della feccia che ci taccheggia, si prega di chiedere la nostra assistenza per aprire gli armadietti dove è collocata la merce». A quel punto la polizia è intervenuta… per invitare Mr Davies a rimuovere il cartello! Gli agenti hanno dichiarato che era giunta loro una segnalazione nella quale si lamentava il carattere «provocatorio e offensivo» del testo.
In altri casi i negozianti sono stati invitati a non diffondere immagini e informazioni sui ladri da loro individuati in ossequio alle leggi sulla protezione dei dati personali. In una pagina di consigli per contrastare i taccheggiatori, l’ente di controllo dei dati del Regno Unito (Ico, Information Commissioner’s Office) ha avvertito che pubblicare immagini di ladri in un’area locale potrebbe essere un comportamento «non appropriato». Di conseguenza, ha consigliato ai commercianti di «condividere solo le informazioni personali proporzionate e necessarie al raggiungimento del proprio scopo. I rivenditori dovranno considerare le implicazioni rilevanti in materia di privacy, come ad esempio la presenza di una motivazione legale e di misure di sicurezza adeguate, quando valutano la pubblicazione di immagini di presunti taccheggiatori».
In buona sostanza, “svergognare†i ladri in Inghilterra e Galles non è permesso. Lo confermerebbe un aneddoto postato su X dal ministro ombra dell’Interno conservatore Katie Lam, che ha raccontato la storia di un elettore della sua circoscrizione al quale la polizia aveva ordinato di rimuovere le foto di presunti taccheggiatori: «Ha fornito alla polizia le immagini delle telecamere di sorveglianza, dati delle carte di credito, targhe. Nessuna azione, a parte una visita per dire che deve rimuovere le foto dei ladri che aveva esposto â€a causa del Regolamento generale sulla protezione dei datiâ€Â».
Il ministro ombra della Giustizia, il conservatore Robert Jenrick, ha definito la direttiva dell’Ico «una follia» e ha suggerito che i taccheggiatori dovrebbero essere «identificati e svergognati». Questa è la stessa idea del commentatore del Times Dominic Lawson, ispiratagli dalla vicenda di uno scippatore colpevole del furto di un orologio da 50 mila sterline che ha avuto la pena di due anni di prigione sospesa, pur essendo super recidivo, con la motivazione che «le carceri del nostro paese al momento sono sovraffollate».
Lawson propone che i ladri vengano esposti al pubblico ludibrio: «Se solo riportassimo in auge i ceppi, si potrebbe ripristinare l’antico rimedio di colpire il malfattore
con frutta marcia, forse con prodotti che i nostri antenati non avrebbero mai immaginato, come avocado e kiwi (molto morbidi e ben oltre la data di scadenza). (…) Se i nostri giudici continuano a dichiarare che il nostro “moderno sistema carcerario” è indisponibile a causa di sovraffollamento e mancanza di prigioni, potrebbe essere necessario tornare allo status quo ante. Ciò potrebbe essere attuato rapidamente, almeno nel senso che, sebbene la gogna sia stata eliminata dal codice penale nel 1837, i ceppi sono ancora disponibili. Infatti uno statuto del 1405, che non è mai stato abolito, impone a ogni città di averne una riserva. Sarebbe un deterrente molto visibile per ladri molto comuni».
La pensa allo stesso modo un membro della Camera dei Lord di nomina laburista, Lord Glasman: «Sono assolutamente
a favore dell’umiliazione pubblica di questi taccheggiatori: riportare in funzione i ceppi, colpirli con frutta marcia. I vecchi metodi sono buoni metodi!».
La polizia invece suggerisce strategie decisamente più morbide. Titolava il 17 agosto il Sunday Telegraph in prima pagina: “Un caloroso benvenuto scoraggia i taccheggiatori, afferma la poliziaâ€. Nella guida online della polizia del Lancashire si legge: «Dare il benvenuto ai clienti del vostro negozio non solo fa una bella impressione, ma è un deterrente per potenziali taccheggiatori. Ci sono meno probabilità che un criminale che sa di essere stato notato dallo staff porti a termine i suoi intenti».
La stessa guida – forse per giustificare le performance non esaltanti della polizia nella repressione del reato – non si esime dal giustificare sociologicamente i ladri: «Ad alcuni residenti del Lancashire il furto appare come l’unica scelta possibile. Tutti i trasgressori saranno trattati in modo appropriato e mentre affrontiamo la criminalità dobbiamo anche affrontare i problemi di fondo che possono portare a questi comportamenti negativi».