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Se si seguissero ogni tanto le lezioni della storia, ci si ricorderebbe di un fatto semplice: e cioè che senza libertà individuale non vi possono essere sviluppo, benessere e prosperità . Non è ideologia affermarlo, quanto piuttosto negarlo. Ma si sa, l’uomo predilige coprire la realtà inventandosi capri espiatori immaginari piuttosto che assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Il liberalismo, invece, pone enfasi sulla responsabilizzazione delle persone che va di pari passo con la libertà esperita da ciascuno: da questo derivano le possibilità di crescita personale e di miglioramento sociale.
L’ennesima testimonianza di ciò è offerta da quello che la Comunità di Madrid sta vivendo da qualche lustro e che viene descritto da un libro da poco pubblicato: Il modello Madrid. Una rivoluzione liberale, 1995-2025 (Ibl Libri). L’autore, Diego Sánchez de la Cruz, direttore delle ricerche dell’Instituto Juan de Mariana, discute di quello che rappresenta, per certi aspetti, un nuovo miracolo economico in seno all’Europa. Ne parliamo proprio con lui poco prima della presentazione del libro organizzata dall’Istituto Bruno Leoni, che si terrà oggi, lunedì 19 gennaio, a Milano.
Direttore Sánchez de la Cruz, a quando risalgono le origini del “modello Madrid†di cui parla?
Il “modello Madrid†è nato nel momento in cui la regione ha deciso di smettere di comportarsi come tutti gli altri territori della Spagna, che si limitavano a replicare le stesse politiche socialiste obsolete che avevano portato il nostro paese alla stagnazione e al declino. Dal 1995, i governi di centrodestra sono stati rieletti e i partiti di sinistra non sono riusciti a conquistare il potere, ma la vera trasformazione è iniziata nel 2003, quando Esperanza Aguirre è diventata presidente della regione e ha spinto senza remore Madrid verso qualcosa che suonava quasi come un’eresia alla nostra “classe dirigente†e alle nostre “élite intellettualiâ€: affidarsi ai cittadini per scegliere come vivere la propria vita, invece di affidarsi alle burocrazie per gestire tutto attraverso uno Stato assistenziale permanente.
Non è stato però un percorso facile. Madrid ha dovuto nuotare controcorrente in un paese in cui il sospetto nei confronti dei mercati era quasi uno sport nazionale. Molti semplicemente non riuscivano a immaginare che tasse più basse e una regolamentazione più leggera potessero essere qualcosa di più di un “regalo ai ricchiâ€; eppure, quando la classe media della regione ne è diventata la principale beneficiaria e la prosperità ha raggiunto la gente comune, mentre altri territori subivano i prevedibili fallimenti dell’interventismo, il modello di Madrid ha iniziato a essere ammirato piuttosto che temuto.
Sembra di capire, comunque, che questo percorso liberale e virtuoso abbia incontrato resistenze e ostacoli significativi…
Eccome! All’inizio la resistenza politica è stata molto forte. I sindacati, i partiti di sinistra e i segmenti più potenti della burocrazia hanno combattuto quasi tutte le riforme come se fossero un attacco alla civiltà stessa. La libertà di scelta scolastica, la gestione privata degli ospedali, la riduzione delle tasse, la semplificazione delle normative: tutto questo ha avuto un costo politico. Ma ha anche innescato un cambiamento culturale: giornalisti, economisti e intellettuali che sostenevano queste idee hanno iniziato a vedere il loro lavoro confermato dalla realtà . Ha cominciato a emergere un ecosistema genuinamente liberale, al quale sono stato orgoglioso di contribuire direttamente aiutando a progettare e promuovere più di 300 misure di deregolamentazione che hanno reso Madrid la regione spagnola più favorevole per avviare un’impresa, investire o innovare. Alla fine dei conti, si è trattato di una mossa audace a favore del libero mercato e della libertà politica, ma i risultati parlano più forte dell’ideologia. In un certo senso, il risultato più grande ottenuto da Madrid è stato di natura culturale: ha reso naturale la libertà economica in un paese che per lungo tempo l’aveva considerata sospetta.
Quali sono le leve dell’idea di società aperta madrilena?
Il modello di società aperta di Madrid funziona perché collega due idee che spesso viaggiano separatamente in politica: dinamismo economico e libertà individuale. La parte economica è quella più visibile: un sistema fiscale progettato non per punire il successo ma per premiare l’impegno; un contesto normativo che tratta gli imprenditori come adulti anziché come sospetti; e un sistema di servizi pubblici in cui la domanda non è “pubblico o privato?â€, ma “cosa funziona meglio per le persone?â€, il che porta naturalmente a un ruolo importante per i fornitori privati nel settore sanitario e dell’istruzione.
Ma è la dimensione culturale a conferire al modello il suo carattere unico. Madrid è una regione in cui metà della popolazione proviene da altre zone della Spagna o dall’estero, e questa diversità ha plasmato una cultura civica poco incline al tribalismo o all’ossessione per l’identità . Qui il merito, il lavoro e le opportunità contano più dei sussidi o delle narrazioni vittimistiche. L’integrazione avviene attraverso il lavoro e l’ambizione, non attraverso l’ingegneria ideologica. E il ritmo della vita quotidiana riflette questa libertà : lunghi orari di apertura, vivace vita notturna e la sensazione che lavoro, tempo libero e aspirazioni possano rafforzarsi a vicenda.
Un altro elemento cruciale è l’ecosistema intellettuale che ha reso possibile tutto questo. Think tank come l’Instituto Juan de Mariana, l’Instituto de Estudios Económicos e varie fondazioni hanno contribuito a creare un ambiente culturale in cui giornalisti, economisti, studenti e giovani professionisti si sono sentiti sempre più a loro agio con i mercati e scettici nei confronti dell’intervento statale. Oggi, a Madrid, i giovani sono molto più liberali rispetto alla media spagnola; giornalisti e editorialisti tendono ad abbracciare argomenti favorevoli al mercato; e il capitale culturale della regione propende chiaramente verso l’apertura, la libertà di scelta e la libertà civica.
Dal lato dei provvedimenti concreti, ce n’è uno più importante o rappresentativo degli altri?
Se dovessi individuare il passo decisivo, direi che la rivoluzione fiscale è stata senza dubbio la spina dorsale. Ma ciò che rende il modello così attraente è l’ecosistema che ha creato: un luogo in cui senti di poter costruire qualcosa, dove l’ambizione è celebrata anziché giustificata, dove le regole non ti distruggono prima ancora di iniziare. Madrid è diventata la capitale del capitalismo in Europa.
«Socialismo o libertà » è lo slogan della presidentessa della “Comunidad autónoma†di Madrid, Isabel DÃaz Ayuso. Un’espressione che ricorda tra l’altro non poco quanto sosteneva Friedrich von Hayek ne La via della schiavitù. Quali sono i riferimenti intellettuali più importanti di Ayuso?
Lo slogan di Ayuso ha funzionato non solo perché era audace, ma anche perché attingeva a una lunga tradizione intellettuale. La Spagna ha una secolare tradizione liberale, molto più antica di quanto la maggior parte degli spagnoli creda. Dalla Scuola di Salamanca, che difendeva la libertà individuale nel XVI secolo, alla Costituzione di Cadice del 1812, che tentava di modernizzare la Spagna attraverso un governo limitato e i diritti individuali, il paese aveva già una tradizione sorprendentemente compatibile con il liberalismo classico moderno. Aguirre e Ayuso hanno interiorizzato questa tradizione in modi diversi.
Aguirre era profondamente versata nella teoria liberale, mentre il liberalismo di Ayuso è istintivo e quasi viscerale. Non è un’accademica, ma la sua visione del mondo fa eco agli avvertimenti di Hayek sul rischio che una pianificazione ben intenzionata scivoli nel controllo, e alla difesa di Popper delle società aperte contro la rigidità ideologica. La sua intuizione è corretta: lo Stato, anche con buone intenzioni, spesso diventa un ostacolo piuttosto che una soluzione.
Dal punto di vista politico, Ayuso ha ereditato e ampliato il progetto avviato da Esperanza Aguirre, la “Lady di ferro†di Madrid. La loro ammirazione per Margaret Thatcher o Ronald Reagan non è mai stata dettata dalla nostalgia, ma dalla consapevolezza che la prosperità inizia quando le persone acquisiscono un maggiore controllo sulla propria vita, non minore. Pertanto, quando Ayuso dice «socialismo o libertà », non sta semplicemente esagerando per ottenere un effetto retorico. Sta sintetizzando secoli di pensiero, spagnolo e internazionale, in un’unica e netta scelta: o sono gli individui a plasmare il proprio futuro, oppure è lo Stato a plasmarlo per loro.
Un’ultima domanda riguarda un aspetto cruciale sottolineato dal suo libro. E cioè la diversa strada seguita da Isabel Ayuso nella gestione della pandemia da Covid-19 (motivo per il quale, tra l’altro, è stata insignita del Premio Bruno Leoni nel 2021). Ce ne può parlare?
Come la Lombardia, anche Madrid è stata colpita duramente all’inizio della pandemia. Sotto tale pressione, Ayuso ha preso una decisione che all’epoca era quasi tabù in Europa: ha rifiutato l’idea che l’unico modo per proteggere la vita fosse quello di chiudere la società a tempo indeterminato. Dopo il lockdown iniziale a livello nazionale, Madrid ha evitato il panico. Le restrizioni sono state applicate in modo mirato nei quartieri invece che in modo uniforme; le aziende hanno potuto operare secondo protocolli chiari; le scuole hanno riaperto in anticipo perché il costo sociale della loro chiusura era semplicemente troppo alto. Ayuso ha anche sfruttato il sistema sanitario misto di Madrid in una misura che poche altre regioni hanno potuto eguagliare. Gli ospedali pubblici e privati hanno collaborato per aumentare la capacità ricettiva e, in tempi record, Madrid ha costruito un ospedale dedicato alle emergenze che è diventato un simbolo di resilienza.
Alla base di tutto questo c’era una differenza filosofica: Ayuso preferiva la responsabilità personale alla coercizione. Ha trattato i cittadini come adulti capaci piuttosto che come bambini da sorvegliare. Dal punto di vista economico, la regione ha sofferto meno e si è ripresa più rapidamente. Dal punto di vista sociale, Madrid ha evitato le profonde ferite che altri luoghi stanno ancora affrontando. E in termini di risultati sanitari, dopo la caotica prima ondata (gestita a livello centrale, non regionale), la performance di Madrid è stata solida. Ayuso ha pagato un prezzo politico elevato per questa posizione, ma la storia sta iniziando a darle ragione. Il Premio Bruno Leoni ha dunque riconosciuto qualcosa di essenziale: governare in una crisi non significa solo contare i contagi, ma anche difendere uno stile di vita libero e dignitoso. Vorrei però sottolineare un ulteriore elemento.
Prego.
Parallelamente alla riapertura socioeconomica, Madrid ha approvato un piano di deregolamentazione di ampia portata al quale ho partecipato personalmente: ciò ha prodotto più di 300 misure di deregolamentazione ed è stato accompagnato da una nuova ondata di riduzioni fiscali che porta il totale a 140 tagli fiscali negli ultimi due decenni. Complessivamente questo ha generato un risparmio medio nel corso della vita di quasi 20 mila euro per contribuente, rafforzando così la posizione di Madrid come capitale europea in termini di libertà economica e opportunità .
L’ultima conferma è stata, a ottobre, l’inclusione nella classifica delle 100 aziende più sostenibili d’Italia da parte del Sustainability Award 2025, promosso da Kon Group, Elite, Azimut Italia e Open-es, con il Politecnico e la Cattolica di Milano come partner scientifici, ma nei suoi 45 anni di vita la Palm di Viadana ha messo in fila una lista di attestazioni, riconoscimenti e premi così lunga che a sciorinarla per intero non basterebbe tutto lo spazio a disposizione. Per limitarci alle tappe essenziali: nel 1996 la certificazione Iso 9001:2015 per il “quality managementâ€; nel 2003 e 2004 le patenti Fsc e Pefc, per la corretta gestione sostenibile e legale delle foreste e quindi della materia prima legno; nel 2017 è diventata la prima azienda a livello mondiale nel settore degli imballaggi in legno a percorrere l’evoluzione in B Corp, impegnativa classificazione che distingue, in sostanza, le (pochissime) imprese capaci di generare più risorse economiche, sociali e ambientali di quante ne consumino; nel 2020, poi, la qualifica di Società Benefit, il che la impegna, per statuto, a perseguire oltre a un equo profitto, altre quattro finalità di “beneficio comuneâ€, ossia l’utilizzo di una filiera del legno sostenibile, l’inclusione e la valorizzazione dei collaboratori, la creazione di valore condiviso per la comunità locale e il raggiungimento della neutralità carbonica entro il 2030.
Insomma, Palm Spa Società Benefit ha iniziato a impegnarsi seriamente nell’adozione dei criteri Esg (Environmental, Social, Governance) molto prima che questa sigla diventasse una moda stucchevole e che i “pollici verdi†della Commissione europea ne facessero la propria bandiera. E non c’è traccia di furbetteria da greenwashing né di alcun eco-estremismo in Primo Barzoni, presidente e amministratore delegato dell’azienda. «Non sono un ambientalista», dichiara a Tempi, «ma credo nell’approccio dell’“economia civicaâ€, che deve per forza comprendere le tre dimensioni: economica, sociale e ambientale».

In effetti, nella pronuncia non proprio british di questo imprenditore settantenne della provincia di Mantova, quei fumosi termini inglesi smettono presto di suonare come chiacchiere promozionali e si riempiono di significati precisi e concreti. Semplicemente, nella mentalità di Palm “sustainability†significa che «io lo voglio fare bene questo lavoro, il che comporta non arrecare impatti negativi a persone, comunità e ambiente. Ho cofondato l’azienda con i miei fratelli e l’ho sempre guidata nella convinzione che solo il lavoro fatto bene avrebbe potuto garantire dignità alla mia famiglia, ai dipendenti, alla mia comunità . C’entra probabilmente la visione cristiana della vita che mi ha trasmesso mio padre Guido, falegname con nove figli che era capace di tornare a casa dopo il lavoro e dire: “Fate spazio che stasera ospitiamo un viandante†(così si chiamavano allora i senza tetto dalle nostre parti). C’entrano anche la mia ammirazione per Adriano Olivetti e Peter Drucker, economista che leggevo fin da ragazzo: lui aveva visto chiaramente l’avvento di un’epoca in cui i governi non sarebbero più riusciti a rispondere ai bisogni delle persone e sarebbe toccato alle imprese scoprire il proprio ruolo sociale. Ecco, io mi sono sempre sentito al servizio del bene comune nelle scelte per orientare lo sviluppo in Palm».
Ma cosa intende un’azienda che produce pallet quando parla di «buon lavoro fatto bene»? «Eco-progettare e produrre pallet, lo facciamo con tutto l’orgoglio e l’innovazione possibile», dice Barzoni. Tra i 200 modelli che Palm ha nel portafoglio, ce n’è anche uno brevettato: il pallet con angoli arrotondati che migliora l’efficienza nella movimentazione manuale e la sicurezza dei lavoratori, riduce i danni nel trasporto merci, richiede meno plastica per l’impacchettamento.
L’azienda di Viadana ha letteralmente rivoluzionato l’industria italiana del pallet applicando l’economia circolare e il design sistemico quando ancora queste cose non si monetizzavano, anzi. Oggi perciò, quando questo approccio, se comunicato bene, può diventare «un vantaggio competitivo per chi sceglie di attuare politiche di acquisti sostenibili e responsabili», Palm si è messa a offrire “lezioni di sostenibilità â€. Accanto allo stabilimento dotato di tecnologie innovative in classe 5.0, è stata creata la Palm Academy, uno spazio aziendale di 200 metri quadrati dove «promuoviamo modelli e cultura economica “generativa†con veri e propri incontri formativi, seminari e tavoli di lavoro aperti ai collaboratori e agli stakeholder, clienti e fornitori, ma anche alle scuole. «Siamo usciti da una logica di solo prodotto per entrare in una proposta di valore condiviso», sintetizza Barzoni.

Oggi Palm ha un fatturato che supera 14 milioni di euro e produce 1,5 milioni di pallet all’anno, tutti “eco-progettati†su misura intorno alle necessità del cliente, e una nuova divisione “Beauty & Pharma†sviluppa pallet tecnologicamente avanzati per le industrie cosmetica e farmaceutica. Con particolare soddisfazione poi Barzoni racconta di come negli ultimi mesi una ventina di aziende hanno aderito alla proposta di dare vita a una “Packaging Coalition†in grado di «offrire al mercato una intera filiera dell’imballaggio sostenibile, dall’astuccio alla scatola fino al pallet». Il percorso Palm figura fin dal 2010 in un libro di testo per le scuole superiori di Rizzoli Education come caso di studio per le buone pratiche nell’approccio ambientale e sociale realizzate attraverso il business. Merito anche dei legami costruiti da Barzoni in 8 anni (1992-2000) da vicepresidente dell’Isvi, Istituto per i valori d’impresa. Dagli scaffali degli uffici di Palm e della biblioteca aperta ai collaboratori nell’area Academy, fanno bella mostra di sé tutta una serie di libri, dispense e pubblicazioni che parlano dell’azienda.
La storia di Palm è una lunga battaglia per «difendere la dignità di un lavoro fatto bene» e quella del legno, «che per me è “la materia†da cui ricaviamo “l’operaâ€Â». Quando Barzoni dice di sposare in pieno i temi del Manifesto del Buon Lavoro della Compagnia delle opere, non si tratta di un’adesione superficiale. Per quei valori – il lavoro come fonte di relazioni positive e di significato per l’esistenza – Palm ha fatto sacrifici non indifferenti e affrontato un mercato non pronto a condividere le sue innovazioni di prodotto e di processo. Fino ad accettare lo scotto di un bilancio in perdita, nel 2013, «per difendere il nostro lavoro». Ricorda Barzoni: «Ho lasciato sul mercato milioni di fatturato perché all’epoca – c’era ancora la crisi – i grandi gruppi, per tagliare i costi, richiedevano pallet Epal usati che non avevano una provenienza trasparente e in Palm non volevamo adattarci a diventare commercianti di bancali usati. Saremmo finiti anche noi come altri nostri competitor ad alimentare la filiera del mercato illegale, un giro che ancora oggi, malgrado tutte le normative europee e nazionali, purtroppo prospera e vale un miliardo di euro».
Quando nel 1980 Primo Barzoni, alla morte del padre, convinse i fratelli Antonio, Lorenzo e Maurizio a mettersi a fare pallet nel bel mezzo della “Pallet Valley†lombarda, sembrava una follia. «I miei fratelli mi chiedevano: “Ma che idea è mettersi a produrre pallet in concorrenza con aziende che sono sul mercato da vent’anni?â€. E io rispondevo: “Noi però dobbiamo fare i pallet con l’animaâ€Â». È più chiaro che non si trattava appena di una battuta, adesso che Palm ha 48 dipendenti con retribuzioni medie del 10-15 per cento più alte di quelle del settore, buoni pasto e orari flessibili; adesso che l’esperienza Palm ha favorito la nascita e tuttora sostiene una cooperativa sociale, Palm Work&Project Onlus, che realizza oggettistica in legno offrendo integrazione sociale e un’occupazione dignitosa a persone in situazione di fragilità .

«I valori dell’azienda, che poi sono i valori della mia famiglia, sono il nostro asset. Io non ho mai promosso solo il pallet come prodotto: promuovo il modo in cui lo facciamo». Nemmeno questa è solo una battuta per il fondatore di Palm. Gli si bagnano gli occhi quando ricorda che da bambino vedeva papà Guido all’opera nella sua piccola falegnameria: «Mentre lavorava, parlava da solo. Lavorava e parlava, lavorava e parlava, continuamente. Un giorno presi il coraggio e gli chiesi perché. Mi rispose soltanto: “Ora et laboraâ€. Non parlava: pregava. Non ne ho preso coscienza subito, ma poi nella mia esperienza imprenditoriale ne ho fatto tesoro, ispirandomi a lui».
È visibilmente felice Barzoni quando racconta che uno dei dirigenti più stimati dell’azienda di recente gli ha confidato che «a casa si è sorpreso a educare i suoi figli con i valori che viviamo qui in Palm». È tutta qui, in fondo, la radice della «leadership condivisa e diffusa» che secondo il patron di Palm garantirà la continuità aziendale nel passaggio generazionale che è già in corso in azienda, con l’ingresso del figlio Andrea. È stato proprio Andrea un giorno a regalargli, con un semplice «grazie per la fiducia», un risultato che non sarà contabilizzato, ma che vale di più dell’ultima riga del conto economico.
* * *
Una versione di questo articolo è pubblicata nel numero di gennaio 2026 di Tempi. Abbonati per sfogliare la versione digitale del mensile e accedere online ai singoli contenuti del numero.
L’intervento a un convegno sulle sfide del terzo settore, in particolare nel settore sociosanitario, è stato per me la scorsa settimana l’occasione per tornare a riflettere su un tema cruciale del presente e ancor più del futuro. Quale sistema sociale e sanitario saprà reggere le sfide che ci attendono? Invecchiamento della popolazione, aumento dei malati cronici e dei pazienti non autosufficienti, nuove e più costose terapie, carenza di risorse pubbliche, pericolo concreto che i meno abbienti debbano rinunciare alle cure, criticità della sanità territoriale, mancanza di medici e infermieri, nuove tecnologie come la telemedicina. Senza contare la diagnosi a distanza, l’intelligenza artificiale e altri strumenti che impatteranno significativamente sul sistema e sulla sua organizzazione.
Questi sono solo alcuni dei temi su cui è chiamato a cimentarsi chi governa il sistema sociosanitario e anche chi ne fa parte come operatore, a tutti i livelli. Ma sono questioni che riguardano e toccano da vicino la vita di ciascuno di noi.
Io non sono propriamente un esperto di sanità e di sociale, ma i tanti anni in Regione Lombardia mi hanno consentito di entrare più volte dentro i problemi di questo ambito, così rilevante per il governo regionale, sia perché è la più importante competenza propria delle Regioni, sia perché impegna circa l’80 per cento dei loro bilanci.
Mi permetto allora di offrire un contributo che, più che tecnico-specialistico, vuole essere di linea politica per affrontare le sfide della sanità e del sociale.
Penso che nei momenti di cambiamento occorra tornare alle basi. “Back to basicsâ€, direbbero i guru anglosassoni. Tornare cioè ai valori, ai principi, alle scelte di fondo. Ne indico tre.
Il primo punto, alla base di tutto, è che il sistema sociosanitario è fatto di persone prima che di organizzazioni. Neppure l’organizzazione più perfetta potrà mai sostituirsi alla motivazione che porta un uomo o una donna a prendersi cura di un altro nel momento del bisogno. Senza una autentica passione per l’umano, che non di rado ma non necessariamente nasce da un ideale religioso, è difficile stare vicino a chi soffre. Anzi, la sofferenza stessa diventa un problema e una contraddizione che si preferirebbe eliminare. Se non c’è amore per l’altro, ci potranno essere prestazioni professionali, ma non una cura pienamente umana di chi ha bisogno.
Un secondo punto, troppo spesso dimenticato, è che il bisogno di sanità e di cura esisteva e trovava risposta anche prima del Servizio sanitario nazionale e delle politiche di welfare messe in campo dallo Stato e dalle sue articolazioni. Il primo protagonista di un sistema di welfare realmente funzionale è la comunità che si fa carico del bisogno. Chi si dedica all’altro, chi si fa carico in qualche misura del suo bisogno, nel dare gratuitamente, scopre di più se stesso e impara a costruire relazioni buone, che sono essenziali per una società più sana e più giusta.
La nostra cultura dell’assistenza non è “sovieticaâ€. Non si affida solo allo Stato, ma affonda le sue radici in una tradizione plurisecolare di cura, assistenza e beneficenza offerte dalla carità sociale attraverso un numero innumerevole di realtà , opere e associazioni. Se si perde questa matrice comunitaria, oggi definita “Welfare Communityâ€, si finisce per consegnarsi al “Welfare Stateâ€, cioè a una delega totale allo Stato, affinché se ne faccia carico al posto della iniziativa sociale. Di solito questo si traduce, per il cittadino, in una forma fredda di assistenza, dalla qualità non sempre adeguata, spesso caratterizzata da una burocrazia insopportabile, e per lo Stato in costi sempre più insostenibili.
Il terzo punto ruota intorno a due parole: sussidiarietà e responsabilità . Per affrontare con successo le sfide che ci attendono, è necessario che i poteri pubblici rifuggano, a ogni livello, dalla tentazione del centralismo e della statalizzazione. È invece feconda una concezione sussidiaria del governo, che favorisca, valorizzi e sostenga le opere e le realtà , soprattutto del terzo settore e del non profit, nate dalla libera iniziativa sociale, così essenziale in questo ambito.
Basti pensare che in Lombardia il terzo settore conta oltre 16.000 enti iscritti al RUNTS, il Registro unico nazionale, che gestiscono il 95 per cento delle comunità alloggio per disabili, il 69 per cento delle RSA, il 100 per cento dei servizi accreditati per le dipendenze e molto altro ancora. La narrazione, sempre più insopportabile, secondo la quale il privato nella sanità e nel sociale penserebbe solo al proprio interesse e al profitto, contraddice la realtà e l’esperienza, passata e presente, fatta soprattutto di dedizione e impegno, spesso volontario e gratuito, comunque capace di erogare un servizio pubblico meno costoso e di qualità spesso superiore rispetto a quello pubblico inteso come statale.
Al tempo stesso, anche per contrastare storture sempre possibili, è necessario che il terzo settore assuma fino in fondo la propria responsabilità , ritornando alle radici del proprio impegno. Talvolta, infatti, si ha l’impressione che prevalga la dimensione oggettiva, il servizio da garantire, il contratto da rispettare, la remunerazione da assicurare, anziché quella soggettiva, cioè l’avere di fronte persone nel momento della fragilità e del bisogno, che si è scelto di sostenere innanzitutto per una ragione ideale, perché portatrici di un valore sacro e inviolabile.
Un esempio chiarisce questo punto. Non basta “parcheggiare†anziani o disabili in strutture che ne assicurano in qualche modo i bisogni primari. Occorre invece una modalità di accoglienza che li tenga realmente vivi, nel rispetto della loro dignità , mantenendoli coinvolti in una socialità attenta alla persona e al suo valore.
Solo ripartendo da queste basi, a mio parere, sarà possibile leggere i cambiamenti della società e adeguare opportunamente l’offerta di servizi, accettando e vincendo le sfide del presente e del futuro, senza consegnarsi a uno statalismo tanto invadente quanto inefficace e, alla lunga, insostenibile anche dal punto di vista dei costi.
Pubblichiamo l’intervento tenuto da Fred Williams, pastore protestante e fondatore di LoveBack Project, durante la presentazione della World Watch List 2026 sui cristiani perseguitati da parte di Open Doors presso la Sala Caduti di Nassiriya del Senato, a Roma, mercoledì 14 gennaio.
Onorevoli senatori e deputati, grazie per l’opportunità di condividere non solo una storia, ma un grido dal cuore di un popolo la cui voce è stata messa a tacere. Sono nato nel Regno Unito alla fine degli anni 60 ma sono di origine nigeriana. Ho vissuto a Lagos, nel sud-ovest della Nigeria, e nel 1985 mi sono trasferito a Jos, nello Stato di Plateau, per proseguire i miei studi.
Non ci è voluto molto perché Jos diventasse la mia casa. In seguito, ho sposato mia moglie, originaria dello Stato di Plateau, e insieme abbiamo iniziato il nostro viaggio nella missione e nel servizio cristiano. Dal 1993 ho ricoperto il ruolo di ministro di culto nella mia chiesa e, per oltre 30 anni, ho vissuto e lavorato tra le comunità nei dintorni di Jos, una regione un tempo nota per la pace e l’ospitalità .
Ma negli anni, ho visto quella pace sgretolarsi lentamente. La violenza ha cominciato a insinuarsi, scatenata spesso da eventi apparentemente minori: le elezioni locali, le controversie internazionali come la vignetta di Charlie Hebdo o persino la silenziosa crescita di comunità cristiane in alcune zone.
Non abbiamo solo sentito parlare dei disordini, li abbiamo vissuti in prima persona. Il 7 settembre 2001, la nostra chiesa nell’area nord di Jos è stata attaccata per la prima volta. Abbiamo sentito le urla dei militanti: «Allahu Akbar». Poi sono iniziati gli attacchi: auto distrutte, case bruciate, persone mutilate e uccise. È quasi impossibile descrivere a parole il massacro. Ho documentato l’orrore per anni. Ho foto e video così violenti e inquietanti che non possono essere mostrati in nessun contesto pubblico.
Immagini di bambini con il cranio spaccato. Donne incinte date alle fiamme insieme ai loro bambini. Giovani e anziani decapitati. Permettetemi di condividere una storia che descrive il costo umano di questa violenza.

Un giovane cittadino britannico si recò a Jos per visitare suo cugino, membro della mia chiesa. Si trovava all’interno dell’abitazione della famiglia quando iniziarono a sentire in lontananza il grido: «Allahu Akbar». Ciò avvenne proprio di fronte all’Università di Jos. Ero stato in quel luogo solo due giorni prima. Man mano che i cori diventavano più forti, ha chiamato urgentemente i suoi genitori nel Regno Unito: «Mamma, papà , li sentiamo. Si stanno avvicinando. Stanno scavalcando la recinzione. Aiutateci, vi prego».
I suoi genitori hanno ascoltato impotenti mentre i militanti circondavano la casa, minacciando di darle fuoco se non avessero aperto la porta. Hanno sentito il panico, i colpi alle porte e il rumore dell’edificio che veniva incendiato. Poi, al telefono si è fatta sentire una voce diversa, quella di uno degli aggressori che con gelida ironia, ha detto: «Stiamo per uccidere vostro figlio».
Al telefono, i genitori sentirono il figlio e gli altri implorare pietà . Pochi istanti dopo, udirono il rumore dei machete che massacrava uno dei loro figli. L’aggressore tornò al telefono ridendo e disse, quasi con indifferenza: «Se ne sta andando… se ne sta andando… ora se n’è andato». Questo non è un caso isolato. Questa è la realtà vissuta da innumerevoli famiglie. Sono qui, davanti a voi non per scioccarvi, ma per testimoniare. Non per provocare odio, ma per condividere la verità , la responsabilità e l’azione. Perché il silenzio, di fronte a un tale male, diventa complicità .
A un certo punto, durante un attacco, ho preso una pistola con regolare licenza, pronto a difendere la mia famiglia, la mia chiesa e la mia comunità . Ma in quel momento ho capito che la vendetta non era la risposta. La violenza avrebbe solo alimentato il ciclo di distruzione. Quindi ho posato la pistola e ho impugnato la videocamera. Quella decisione ha cambiato tutto.
Da allora ho dedicato la mia vita a raccontare storie che guariscono e ispirano. Ho fondato il “LoveBack Project”, un movimento non violento che promuove risposte creative e costruttive all’odio e al terrore. Oggi la Nigeria deve affrontare una rete mortale di terrorismo islamico radicale: Boko Haram, militanti Fulani, “banditi” armati… persone diverse, ma spesso con un’ideologia comune.
Le vittime sono in stragrande maggioranza cristiane. Le chiese vengono bruciate. I pastori rapiti. Le comunità sfollate e costantemente terrorizzate. A peggiorare le cose, questi autori non sono più etichettati come “terroristi”, ma semplicemente come “banditi”, un termine che maschera le radici ideologiche della violenza e rende più facile ignorare la crisi. Ma che sia chiaro: loro issano bandiere jihadiste, invadono le comunità e conducono brutali campagne di intimidazione e massacri. Ma non possiamo combattere l’oscurità con altra oscurità .
Ho scelto una strada diversa. Ho scelto di rispondere con l’amore, costruendo scuole, offrendo formazione creativa, sostenendo i sopravvissuti e amplificando le storie di speranza che nascono dalle macerie.
Ho scelto di invitare le persone a deporre le armi e a prendere in mano strumenti come penne, macchine fotografiche e pale. A costruire, non a bruciare. Ad amare, e non odiare. Questa non è carità , è resistenza: resistenza pacifica, coraggiosa e che trasforma.
Quindi oggi mi rivolgo a voi, non solo come legislatori, ma come leader che comprendono il potere della narrativa, della diplomazia e della politica. Se la Nigeria crollasse sotto il peso di un terrorismo incontrollato, il mondo ne risentirebbe. Non per il nostro petrolio o i nostri minerali, ma per il potenziale del mio popolo: resiliente e capace. Quindi agiamo, non per pietà , ma per solidarietà . Investiamo nella pace prima di essere costretti a reagire alla guerra. Scegliamo di essere altruisti, senza limiti e senza paura, e di essere la voce di chi non ha voce. Grazie per il vostro tempo. E grazie per avermi ascoltato.
Parigi. Pensavamo che in Francia la scrittura inclusiva, una «balbuzie ridicola» come l’ha definita il filosofo Alain Finkielkraut, fosse una cosa di nicchia, riservata ai convegni sull’identità di genere, ai collettivi radical-femministi e a tutti quegli opinionisti pensosi della sinistra parigina convinti di risolvere i problemi del mondo, il razzismo e le discriminazioni, inserendo il cosiddetto punto mediano nella stessa parola per includere sia la declinazione al maschile che quella al femminile. E invece questa riforma militante del linguaggio costruita sulla denuncia di ingiustizie immaginarie derivanti da interpretazioni simboliche che non corrispondono ad alcuna realtà strettamente linguistica è promossa dai piani alti della République.
Il Consiglio di Stato francese ha appena convalidato l’utilizzo della scrittura inclusiva, da parte del Comune di Parigi, sulle targhe commemorative: si tratta di una prima assoluta, come sottolineato dal giurista Nicolas Hervieu, docente a Sciences Po. In una sentenza del 31 dicembre, la più alta giurisdizione amministrativa francese ha respinto il ricorso contro il Comune di Parigi dell’Association Francophonie Avenir (Afav) che milita per la difesa della lingua di Molière.
È nel 2021, in occasione di “un inventario dello stato di deterioramento del municipio†parigino, che si scopre, nel corridoio che conduce alla sala del Consiglio comunale, che due lastre di marmo erano state modificate: con le scritte in oro “Conseiller.e.s de Paris†e “Président.e.s de Parisâ€, in onore degli ex membri del Consiglio comunale di Parigi che avevano ricoperto la carica per più di 25 anni. Informata delle modifiche, l’Association Francophonie Avenir aveva subito presentato ricorso per chiedere un ritorno alle origini delle lastre, su cui la giunta social-ecologista guidata da Anne Hidalgo aveva scolpite parole «che non hanno nulla a che fare col francese».
«Le ricordo che la lingua della Repubblica è il francese, secondo il titolo I, articolo 2 della Costituzione francese. Il francese come lo si trova nei dizionari e non un francese come quello che può essere parlato da sette, comunità , gruppi etnici», scrisse Régis Ravat, presidente dell’Afrav, nella sua lettera alla sindaca.
All’epoca, l’entourage di Hidalgo disse al Figaro che quelle lastre di marmo erano «il risultato di una delibera votata all’unanimità nel 2017», precisando che «il modello, con la scrittura inclusiva, era contenuto nella delibera che ne proponeva l’aggiornamento, per un importo di 18.609 euro». La giustizia francese ha dato ragione a Hidalgo. Nell’aprile 2025, la Corte amministrativa d’appello di Parigi ha confermato la sentenza emessa nel 2023 dal Tribunale amministrativo di Parigi, secondo cui l’uso di tale grafia rientra nella lingua francese. «L’uso di una forma abbreviata nel titolo di una carica o di una funzione allo scopo di evidenziarne la forma femminile, sia mediante trattini, parentesi o punti, non può essere considerato di per sé come una presa di posizione politica o ideologica. Pertanto, anche il motivo basato sulla violazione del principio di neutralità del servizio pubblico deve essere respinto», si legge nella sentenza della Corte d’appello.
Il Consiglio di Stato, il 31 dicembre, ha confermato la decisione della Corte d’appello. «La circolare del primo ministro del novembre 2017 vieta la scrittura inclusiva», ha reagito l’ex ministro Jacques Godfrain, presidente dell’Alleanza francofona delle associazioni di lingua francese (Afal), denunciando «una scrittura che inquina la lingua invece di arricchirla e non favorisce la parità di genere».
Ma a battere i pugni sul tavolo è soprattutto l’Académie française. In un comunicato, la prestigiosa istituzione che veglia sulla salvaguardia della lingua francese ha denunciato un modo di scrivere che «danneggia l’apprendimento della nostra lingua e il suo uso sia a livello nazionale che internazionale». Gli Immortels, come sono chiamati i membri dell’Académie, ricordano che la legge del 4 agosto 1994 definisce la lingua francese come «un elemento fondamentale del patrimonio della Francia». «La scrittura “inclusiva†introduce arbitrariamente dei segni ortografici – i cosiddetti “punti mediani†– che sono contrari alla leggibilità e allo spirito della nostra lingua; essa costituisce una grave violazione di questo patrimonio culturale, che merita invece di essere protetto allo stesso titolo dei nostri monumenti e dei nostri paesaggi», sottolinea l’istituzione.
L’Académie française è in guerra da quasi dieci anni contro l’incursione della scrittura inclusiva. In un comunicato pubblicato il 26 ottobre 2017, la Compagnie des Quarante lanciò l’allarme con queste parole: «La lingua francese è ormai in pericolo mortale, e la nostra nazione ne è oggi responsabile nei confronti delle generazioni future». Una presa di posizione che arrivò dopo l’inquietante aumento dell’uso della scrittura inclusiva nel dibattito francese. All’epoca, il filosofo Robert Redeker scrisse sul Figaro che «la scrittura inclusiva è in realtà il contrario di ciò che afferma di se stessa: è esclusiva, perché esclude la lingua dalla sua storia. Espelle la lingua dal suo passato, dalla sua tradizione, dalla sua dimora, dalla sua logica».
Daniel de Poli, membro dell’Association Francophonie Avenir, ha annunciato in una email inviata a diverse redazioni il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo contro la «decisione scandalosa e incomprensibile» del Consiglio di Stato. È quella che Valeurs Actuelles ha definito la guerra tra “amministrazione†e “patrimonio†tra una burocrazia permeabile alle mode passeggere e un santuario, l’Académie française, chiamato a proteggere la lingua francese per l’eternità .
Anna vive in un appartamento silenzioso, con le sedie sempre al loro posto e le piante che resistono senza entusiasmo. Non ha avuto figli. Non lo dice mai come una mancanza, ma come un dato. Come il colore degli occhi o l’altezza.
Lavora con gli adolescenti. Arrivano arrabbiati, confusi, pieni di parole che non sanno usare. Anna non li aggiusta, non li consola, non li corregge. Li ascolta. Dice che ascoltare è un gesto sottovalutato, soprattutto con chi ha quindici anni e nessuna voglia di spiegarsi.
Il telefono squilla spesso. Messaggi vocali lunghi, spezzati, pieni di esitazioni. “Posso passare?â€, “Puoi solo esserci?â€, “Non so dove andareâ€. Anna apre la porta. Non prepara torte, non fa domande. Tiene il tavolo libero.
Qualcuno le ha detto che sta colmando un vuoto. Lei ha risposto che no, non lo sta colmando. Lo sta attraversando insieme a loro. Dice che certi vuoti non vanno riempiti, vanno condivisi.
La sera si siede sul divano e pensa che nessuno la chiamerà mai mamma. Poi ripensa a un ragazzo che, andandosene, ha detto “a domani†senza pensarci. E capisce che non ha generato nessuno, ma ha accompagnato molte partenze.