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A partire dall’1 aprile 2028 anche i proprietari di auto elettriche nel Regno Unito saranno tassati. Come stabilito l’anno scorso dal governo britannico, dovranno pagare 2,2 centesimi di euro per ogni chilometro percorso in base a una dichiarazione da rendere alla fine di ogni anno. La misura dovrebbe portare nelle casse dello Stato inglese 1,3 miliardi di euro nel 2028, 1,7 miliardi nel 2029 e 2,2 miliardi nel 2030.
Londra segue così l’esempio di paesi come Nuova Zelanda e Islanda, dove la tassa è già presente, e di Stati americani come Oregon, Utah e Hawaii. Anche Svizzera e Australia stanno pensando di adottare una misura simile e pure la Francia potrebbe essere pronta a tassare le auto elettriche, che faranno anche bene all’ambiente ma malissimo ai conti pubblici.
Secondo uno studio del ministero delle Finanze francese, ad esempio, «l’elettrificazione del parco veicoli gioca un ruolo importante nell’erosione delle entrate fiscali». Chi si affida all’elettrico, infatti, diserta la pompa di benzina e secondo il Tesoro francese il costo delle mancate entrate in accise salirà a 13 miliardi nel 2030 e a 30 miliardi nel 2050.
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Nessuno può illudersi che gli Stati faranno a meno di questi fondi senza battere ciglio. Sempre in Francia, la Corte dei conti a giugno 2026 ha proposto di aumentare il costo dell’energia elettrica destinata a ricaricare le auto elettriche. Ma di non farlo subito, «per evitare che rallenti l’elettrificazione del parco automobili».
Un’alternativa potrebbe essere tassare le auto in base all’ingombro o al peso, così da non risparmiare neanche i veicoli più green, che in media pesano dal 10% al 30% in più dei concorrenti a benzina o diesel.
Ci sono poi paesi che – oltre alle soluzioni già citate – vogliono reintrodurre il pagamento dell’Iva al 25% (Norvegia) sull’acquisto di auto elettriche, del bollo, della tassa di registrazione e proprietà (Danimarca e Olanda).
In Italia per ora il parco di auto elettriche è limitato e dunque non si parla di nuovi balzelli, ma nel 2024 il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, aveva parlato della possibilità di tassare diversamente l’elettricità se usata per ricaricare la batteria degli autoveicoli. Attualmente, resta l’esenzione dal pagamento del bollo per cinque anni.
Gli Stati europei sono già tentati di eliminare esenzioni e incentivi anche se questi non sono bastati finora a far percepire alle famiglie europee l’alto costo delle auto elettriche come accettabile.
La Commissione europea vorrebbe in ogni caso continuare a spingere l’elettrificazione del parco auto a suon di imposizioni, richiedendo che le auto acquistate da aziende con oltre 250 dipendenti siano elettriche. Le quote dovrebbero variare da paese a paese.
Una coalizione di nove Stati membri, tra i quali l’Italia, si è opposta alla nuova legge sostenendo che non c’è motivo di aggiungere sulle spalle delle aziende ulteriori obblighi e pesi. Salvare il pianeta non vale un buco di bilancio, né per il pubblico né per il privato.
A Calcutta, durante la finale del Mondiale, tre uomini indossavano la stessa maglia: quella dell’Argentina, numero 10 sulle spalle. Lionel Messi davanti, l’India dietro. È una fotografia semplice del calcio in un Paese che ama profondamente il gioco, ma continua a viverlo soprattutto attraverso le imprese degli altri.
L’India non ha partecipato al Mondiale. Eppure lo ha seguito, discusso e consumato. Nemmeno gli orari poco favorevoli hanno impedito al torneo di entrare nelle case e nelle conversazioni. Per qualche settimana il calcio ha occupato uno spazio che nel Paese appartiene quasi interamente al cricket. Ora viene la parte difficile: evitare che quell’interesse si spenga con la fine della competizione e provare a trasferirlo sulle squadre locali.
L’Indian Super League ricomincerà il 4 settembre. Il semplice rispetto della data costituisce già una notizia. La stagione precedente era partita con cinque mesi di ritardo, dopo la conclusione dell’accordo commerciale quindicennale tra la Federazione indiana e Reliance, e il mancato arrivo immediato di un nuovo partner. Alcuni club avevano sospeso le attività , diversi giocatori se ne erano andati e il campionato era stato ridotto a tredici giornate.
L’East Bengal lo ha vinto per differenza reti davanti al Mohun Bagan, riportando il titolo nella parte rossa e oro di Calcutta dopo ventidue anni. Ma la volata finale non ha cancellato la sensazione che l’intera struttura potesse cedere da un momento all’altro, con un torneo concluso soltanto a fine maggio, mentre la Federazione ha dovuto avviare nuove procedure per assegnare i diritti audiovisivi.
La stagione che sta per iniziare dovrebbe durare otto mesi e tornare a un calendario completo di ventisei partite, con gare di andata e ritorno. Ma il cambiamento più importante avverrà fuori dal campo. I quattordici club prenderanno direttamente il controllo dei diritti televisivi, delle sponsorizzazioni e del marketing della competizione; l’All India Football Federation conserverà invece le funzioni amministrative e di governo.
Non è una modifica burocratica. Significa spostare sui club la responsabilità di costruire e vendere il prodotto. Nel vecchio modello le società investivano nelle squadre, coprivano le perdite, ma avevano poco potere sul confezionamento commerciale del campionato. Adesso potranno decidere di più. E avranno meno alibi.
«Quando non spendi tutte le energie a spegnere gli incendi dell’incertezza amministrativa, puoi concentrarti sulla squadra, sull’esperienza dei tifosi e sulle partnership commerciali», ha spiegato Ravi Puskur, amministratore delegato dell’FC Goa, al Guardian. Il club ha vinto l’ultima Super Cup, la principale competizione nazionale a eliminazione diretta, e Puskur ha partecipato alla trattativa per il nuovo assetto.
Il punto è trasformare l’Indian Super League da vetrina a sistema. Quando nacque, nel 2014, il campionato partì con Nicolas Anelka, Alessandro Del Piero, Zico e Peter Reid. Erano nomi importati per accendere rapidamente l’interesse: stelle al tramonto, ma ancora capaci di riempire gli stadi e generare attenzione.
La formula funzionò sul piano dell’immagine. Molto meno su quello della continuità . I grandi nomi sono progressivamente scomparsi, il pubblico si è ridotto e i proprietari dei club si sono abituati alle perdite. Dodici anni dopo, la lega deve dimostrare di poter vivere senza dipendere dalla nostalgia dei campioni stranieri.
Per farlo servono tre cose poco spettacolari: un calendario affidabile, un’emittente stabile e giocatori indiani migliori. Sponsor, televisioni e tifosi investono quando sanno che le partite si disputeranno davvero e che il torneo non cambierà forma durante il percorso. La federazione ha già pubblicato la documentazione per l’assegnazione dei diritti della stagione 2026-27: il valore iniziale potrà essere modesto, ma conta soprattutto trovare un partner disposto a far crescere la competizione nel tempo.
La seconda questione riguarda i vivai. La lega non può limitarsi a organizzare un campionato per le prime squadre dei quattordici club proprietari. Deve ampliare il bacino dei calciatori indiani formati e pronti per il professionismo, migliorare gli allenatori, rafforzare le accademie e dare continuità alla piramide nazionale. Le nuove regole prevedono anche promozione e retrocessione tra la massima serie e il secondo livello: un principio normale nel calcio europeo, meno scontato in una competizione nata con una logica vicina a quella delle franchigie statunitensi.
Poi c’è l’Asia. Un club indiano competitivo nelle coppe dell’AFC cambierebbe la percezione del campionato più di qualsiasi campagna pubblicitaria. Le competizioni continentali restano il luogo in cui le ambizioni domestiche vengono misurate contro sistemi più avanzati, dal Giappone alla Corea del Sud, dall’Arabia Saudita all’Australia. L’AFC ha già definito le partecipanti ai tre tornei maschili del 2026-27 e per l’India essere presente non basta più.
Sullo sfondo rimane la domanda che il Mondiale ha reso inevitabile: perché un Paese con oltre un miliardo di abitanti non c’era?
La risposta più facile è cercare un nuovo Messi. Quella vera è costruire campi, allenatori, società , tornei giovanili e dirigenti credibili. La grandezza demografica non produce automaticamente talento sportivo. Il pubblico indiano esiste già , così come gli sponsor, le televisioni e la cultura dello sport professionistico. Lo dimostra ogni giorno il cricket.
Al calcio manca ancora il passaggio decisivo: trasformare l’ammirazione in appartenenza. Convincere chi indossa la maglia dell’Argentina, del Manchester United o del Real Madrid a preoccuparsi anche dell’East Bengal, del Mohun Bagan o dell’FC Goa. Perché se il Mondiale ha portato il calcio al centro della conversazione, l’Indian Super League deve dargli un’impronta autoctona.
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Per la prima volta nella storia della pubblica amministrazione italiana, un intero comparto – quello scolastico, oltre 1,2 milioni di persone tra docenti, personale amministrativo, tecnico e ausiliario, dirigenti – avrà una copertura sanitaria integrativa gratuita. Il contratto è stato sottoscritto dal ministero dell’Istruzione e del Merito: non un bonus una tantum, ma un’assicurazione con un massimale complessivo di 600mila euro, che copre chirurgia complessa, oncologia, maternità , non autosufficienza. Per numero di beneficiari e capitali investiti, non ha precedenti nella pa.
L’operazione vale 320 milioni di euro ed è stata aggiudicata tramite Consip a un raggruppamento temporaneo di imprese composto da UniSalute, Intesa Sanpaolo Protezione e Poste Assicura, al termine di un bando lanciato dal ministero dell’Istruzione e del Merito a gennaio 2026. Il contratto è ora all’esame della Corte dei conti; una volta registrato — la previsione è per settembre — partirà una campagna di adesione su scala altrettanto inedita: 1,25 milioni di email agli indirizzi istituzionali di tutto il personale, a tempo determinato e indeterminato.
L’adesione resta formalmente facoltativa, ma la gratuità la rende di fatto scontata: è ragionevole aspettarsi un’adesione vicina alla totalità della platea. Il meccanismo cambia a seconda del profilo contrattuale. Chi ha un posto a tempo indeterminato attiva la polizza una sola volta, al primo accesso, e resta coperto per l’intero quadriennio su cui è costruito il contratto. Chi lavora con incarichi a termine — fino al 30 giugno o al 31 agosto — deve invece rinnovare il consenso ogni anno, insieme alla firma del nuovo contratto. Raccolti i consensi, i dati confluiscono in un registro gestito da UniSalute, capofila del raggruppamento, che diventa il punto di riferimento operativo per l’attivazione delle prestazioni.
Il ministero si è tenuto un margine di sicurezza, fissando un tetto a 1,4 milioni di lavoratori coperti, per assorbire eventuali nuove assunzioni a tempo indeterminato non ancora contabilizzate al momento della firma. Il perimetro dei beneficiari comprende docenti, personale tecnico-amministrativo-ausiliario, dirigenti scolastici, dipendenti del ministero centrale e periferico, personale in distacco.
Il pacchetto di prestazioni si muove su due binari. Da una parte gli eventi di salute più gravi: interventi chirurgici complessi, con copertura estesa non solo alla degenza e all’équipe medica ma anche alle cure nei novanta giorni precedenti e successivi al ricovero, e un capitolo dedicato alla maternità , con rimborsi fino a 2.500 euro per un parto naturale in struttura privata e 4.000 euro per un cesareo. Dall’altra la prevenzione: una visita specialistica e una seduta di igiene orale gratuite ogni anno, un programma di prevenzione cardiovascolare, screening oncologici differenziati per genere.
Chiude il quadro un sostegno alla non autosufficienza permanente – 500 euro al mese per quattro anni, a copertura delle spese socio-assistenziali – oltre a una scontistica dedicata ai dipendenti scolastici su tutte le prestazioni sanitarie non incluse nella polizza base. Se il calendario annunciato terrà , la copertura diventerà operativa a ottobre, con un vademecum messo a punto dal consorzio assicurativo per orientare il personale tra le diverse prestazioni.
La polizza sanitaria si inserisce in una strategia di welfare per il personale scolastico costruita negli ultimi anni dal ministro Giuseppe Valditara, fatta di agevolazioni sui trasporti, sconti su beni e servizi, un Piano casa per chi cambia sede di lavoro. Annunciando la misura, il ministro ha rivendicato questa coerenza: «Non solo abbiamo rinnovato tre contratti, con aumenti per 416 euro complessivi mensili, ma abbiamo investito per costruire un sistema di welfare moderno e strutturato che valorizza il fondamentale ruolo svolto dal personale scolastico».
Non sono mancate negli ultimi mesi anche importanti misure rivolte alle famiglie e agli studenti. La più decisiva: il buono scuola. A dicembre 2025 il Senato ha approvato infatti, nell’ambito della manovra 2026, un emendamento – primo firmatario la senatrice Maria Stella Gelmini – che stanzia 20 milioni di euro per il 2026 per un contributo fino a 1.500 euro per studente, riservato alle famiglie con Isee basso che scelgono una scuola paritaria di primo grado o il primo biennio delle superiori. Valditara lo ha definito «il coronamento di una battaglia di libertà portata avanti da tutti i partiti di centrodestra da 30 anni a questa parte»; il decreto attuativo è stato firmato a inizio luglio 2026.
Sempre nella manovra 2026 figura un ulteriore stanziamento di 20 milioni di euro per l’acquisto di libri di testo destinato alle famiglie meno abbienti. A maggio 2026, il ministro ha firmato un decreto da 300 milioni per il Piano Estate, destinato a finanziare l’apertura estiva delle scuole: l’obiettivo dichiarato è «rendere la scuola un luogo di aggregazione» per i ragazzi che d’estate perdono un punto di riferimento, con un sostegno concreto alle famiglie che lavorano. Via libera, infine, approvata dal Senato il 4 giugno scorso, alla legge sul consenso informato: «Tuteliamo i bambini, ridiamo voce ai genitori».
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«Il mondo è davvero pieno di pericoli e vi sono molti posti oscuri. Ma si trovano ancora delle cose belle e, nonostante l’amore sia ovunque mescolato al dolore, esso cresce forse più forte». Questa frase di J. R. R. Tolkien è stata messa dai familiari dietro la foto di Federico Venco, il giovane di 36 anni speronato e ucciso a Somma Lombardo perché scambiato dal vecchio partner per il nuovo compagno della donna che si era fermato ad aiutare e che egli non conosceva.
È cominciata così anche l’omelia di don Andrea Nocera, amico e compagno di studi di Icco, come lo chiamava chi gli voleva bene. Ma subito dopo, in modo magistralmente umano, don Andrea si è chiesto: «Dove si trovano le cose belle davanti a un dramma come questo, così assurdo?». Già , dove può stare il bello dentro una tragedia umanamente così inspiegabile e drammatica?
Sabato, durante i funerali cui ho partecipato, se lo saranno chiesti in molti. Eppure, le cose belle erano lì da vedere. La forza e la fede della madre Patrizia, ad esempio, che conosco da quasi mezzo secolo e che era già stata provata nel 2010 dalla morte improvvisa del marito Ermanno, il papà di Federico, già sindaco di Samarate e mio compagno di impegno politico. La vicinanza di tanti amici, innanzitutto quelli della comunità , che, come ha detto la sorella Elena al termine delle esequie, «ci hanno inondato di un affetto enorme, inspiegabile a fronte di una situazione altrettanto inspiegabile». La vita stessa di Federico, «tutto il bene compiuto in vita, che neanche la morte toglie», come ha ricordato don Andrea.
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Quanti si sarebbero fermati ad aiutare questa donna, ferma sul suo scooter al buio, sul ciglio della strada, a tarda sera ed evidentemente in difficoltà ? Quanti, a cominciare da me, sarebbero passati tirando dritto, per non impicciarsi, per non coinvolgersi, presi dai nostri pensieri e impegni? Federico invece si è fermato. Era anche lui un motociclista, forse si è fermato per quella solidarietà che si crea tra gli amanti delle due ruote; forse perché era «un cuor contento», come lo ha definito la mamma Patrizia, e per lui era naturale aiutare qualcuno in difficoltà . Non è stato un gesto eroico, ma la normalità di un «buon samaritano» educato fin da piccolo a fare il bene dentro una famiglia profondamente cristiana.
Chi poteva immaginare che quel gesto gli sarebbe costato la vita? Chi avrebbe pensato che lì si celava uno dei pericoli e dei posti oscuri citati da Tolkien, nella forma dell’amore malato e possessivo che avrebbe scatenato la furia omicida nella mente di un uomo violento? Un uomo che aveva teso una trappola alla sua ex, probabilmente la vittima designata dell’ennesimo femminicidio, come annunciato in un messaggio da lei non letto e come sembrerebbe dal coltello e dalla grossa pietra rinvenuti nell’auto dell’omicida. Federico, sacrificando la sua vita, ha probabilmente salvato quella della donna che neppure conosceva.
Un fatto così potrebbe generare solo rancore, rabbia, altro odio. Eppure, già dalle prime parole della madre Patrizia riportate da La Prealpina («il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore»), emerge un altro modo di guardare la realtà . Si percepiscono una dignità e una forza straordinarie che, pur nella drammaticità dei fatti, lasciano intravedere un ultimo barlume di speranza illuminato dalla fede.
Non si può non rimanere colpiti dalle sue parole, che riecheggiano la celebre espressione di Giobbe. Nella Bibbia sono le parole del giusto colpito, senza colpa, dalle prove più dure. Sono parole che umanamente sembrerebbero impossibili da pronunciare, se non alla luce di una fede capace di attraversare anche la sofferenza più grande, nella consapevolezza — come scriveva Manzoni — che «Dio non turba mai la gioia dei suoi figli se non per prepararne loro una più certa e più grande».
È questo l’aspetto che più mi colpisce nella tragedia che ha spezzato la vita di Federico: da una parte è qualcosa che la coscienza fatica persino a concepire; dall’altra, questo sacrificio — che con ogni probabilità ha contribuito a scongiurare un ulteriore atto di violenza — porta con sé il senso profondo di un dono di sé che, attraverso vie misteriose e talvolta difficili da comprendere, continua comunque a testimoniare una speranza e a rappresentare una luce di bene.
Ed è forse proprio in questo misterioso legame tra un gesto di bontà e gratuità così raro, eppure così semplice nella sua autenticità , e una tragedia altrettanto profonda che si può intravedere la ragione capace di rendere comprensibile — persino a una madre — un destino che per noi uomini resta così difficile da accettare: il bene riesce a imporsi sul male anche attraverso vie impervie e misteriose, ma spesso richiede un sacrificio. Normalmente, nella vita di ogni giorno, questo avviene attraverso migliaia di gesti semplici, quotidiani e imperfetti; talvolta, invece, si manifesta in modo radicale, fino alla donazione improvvisa della propria vita.
Quello stesso giorno, prima e dopo il funerale, sono stato al matrimonio gioioso di un figlio di miei cari amici con una giovane americana. Lì, durante la festa, in un luogo splendido e in mezzo alla felice allegria di un paio di centinaia di invitati, metà dei quali erano arrivati appositamente da oltreoceano, ho continuato a pensare a Federico e alla sua famiglia.
Anche quel matrimonio era segnato dalla fede: persone sconosciute, che non si sarebbero mai incontrate, pregavano, mangiavano, danzavano, ridevano affratellate dalla comune appartenenza a Cristo e alla sua Chiesa. Al momento del taglio della torta, il padre di lei, in inglese con accento di New York — e fortunatamente con la traduzione in italiano di Riro Maniscalco — ha fatto un brindisi che si è concluso dicendo: «Guarda Cristo cosa fa nelle nostre vite!».
Ecco, non so cosa il destino riserverà alla vita di questi due sposi novelli, a cui auguro ogni bene, ma aveva ragione Tolkien: «Si trovano ancora delle cose belle e, nonostante l’amore sia ovunque mescolato al dolore, esso cresce forse più forte». Certamente più forte dove si riesce a vedere quello che Cristo fa ogni giorno nelle nostre vite.
Alle 22.48 della notte di sabato 8 agosto una bimba è stata deposta nella culla per la vita di Bologna, presso la comunità delle Suore Minime di Santa Clelia Barberi in via Tambroni all’angolo con via Guidicini. I neonatologi del sant’Orsola hanno informato che la neonata sta bene, le suore hanno proposto per lei il nome di Maria Stella.
Fa caldo anche di notte a ogni latitudine della nostra infuocata penisola e un neonato appena venuto al mondo ha una capacità di termoregolazione ancora fragile. Affidarlo a una culla per la vita significa deporlo in un nido termoregolato, protetto anche ad agosto.
Fa sempre bene ricordare che nel caso di un evento simile ci sono sempre almeno due vite da accogliere, non solo quella del neonato deposto, ma anche quella di una madre che, per qualunque motivo, decide di fare un passo di libertà e affidamento. Riconosce che ha bisogno di aiuto per accudire una creatura di cui non può farsi carico, fa il gesto di deporla in uno spazio di cura in cui non è chiesta nessuna giustificazione per la scelta fatta. Le vite sono almeno due, ma non è detto che da queste storie siano per forza esclusi i padri. Dietro lo sportello della culla può esserci una famiglia che non ha i mezzi di sostentamento, può esserci una scelta dispiaciuta e condivisa. Può esserci qualsiasi ferita.
«La bambina era pulita e curata», questo è l’unico dettaglio che sappiamo alle spalle della storia di Maria Stella. E tanto basta.
Il sistema di allarmi di una culla della vita tutela la libertà di chi sceglie di deporre un neonato. L’allarme scatta due minuti dopo che è stata rilevata una presenza nel nido termico. Questo dà il tempo a chi lascia il bimbo di potersi allontanare in perfetto anonimato. Un altro dettaglio dà il senso della libertà di questo gesto: una volta chiuso, lo sportello non può essere più aperto. È una chiusura irrevocabile che dice di una cura altrettanto irrevocabile, chi è dentro è protetto davvero. Neanche le suore possono aprire la culla, solo il personale medico del 118 è deputato a occuparsi del neonato deposto.
Così è andata anche per Maria Stella che è stata visitata e poi trasportata al vicino ospedale del Sant’Orsola. A chi voglia immedesimarsi nella scena: la culla per la vita di Bologna si trova in un quartiere tranquillo, centrale ma non affollato, di case dai giardini generosi di verde. Quando la culla fu inaugurata nel 2017 qualcuno pensò che nel quartiere fosse stato costruito un asilo nido, l’insegna della cicogna faceva presuppore questo. Da allora c’è stato qualche falso allarme, in nove anni di presenza nessun neonato è stato deposto prima di Maria Stella.
Eppure le suore orientano l’organizzazione del loro tempo in modo da garantire una sorveglianza continua, scegliendo di non lasciare mai incustodita la casa e alternandosi a frequentare esercizi spirituali o altre occasioni in cui la comunità dovrebbe spostarsi insieme. In qualsiasi altro contesto definiremmo sprecata questa dedizione di tempo e impegno.
Il giorno dell’inaugurazione, nel maggio 2017, Matteo Zuppi disse: «Fosse anche per un solo bambino, ne vale comunque e sempre la pena». Si può azzardare una postilla. Dopo nove anni, una bimba è stata deposta nella culla della vita. Ma non è la spunta di validazione del “prodotto”, come a dire: adesso ha un senso, perché è servita a qualcosa.
Serve da quando è stata installata. Serve anche se nessun bimbo viene lasciato. Serve, è a servizio h24.
Il suo servizio sta tutto nello spreco come criterio di presenza. Ed è una doccia fredda per questo nostro mondo inchinato all’idolo di una ponderata gestione delle risorse per espiare le colpe consumistiche. A chi voglia immedesimarsi nella scena, posso lasciare un ricordo personale del luogo. Quando visitai la casa generalizia delle Suore Minime di Santa Clelia Barberi di Bologna nel 2022, mi colpì che ci fossero dei cassonetti proprio a pochi passi dalla culla per la vita. Il corretto smaltimento dei rifiuti ci allena a routine di efficienza sempre più sofisticate, per una condotta impeccabile da bravi cittadini consapevoli.
Ma lo spreco è un mostro cattivo solo quando ci si è rassegnati a lasciare l’umanità in preda alle divinità del profitto, del tornaconto, del vantaggio personale. Maria Stella è figlia del nostro spreco migliore, quello di chi – finalmente – si ricorda che l’accoglienza non è solo un’azione da brave persone altruiste, ma il criterio a fondo perduto che ci ha salvato tante piccole volte, quando abbiamo trovato un boccone gratuito di speranza dentro i nostri giorni.
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Una squadra così non si era mai vista. Innanzitutto per le dimensioni: 130 (69 uomini e 61 donne) sono i componenti dell’Italia che, dal 10 al 16 agosto, scende in pista per gli Europei di atletica leggera a Birmingham, in Gran Bretagna. Poi per la qualità : «Uno squadrone, e non certo per merito della presidenza federale». Non risparmia i complimenti – e le stoccate – Franco Bragagna, che torna telecronista dopo aver chiuso con qualche polemica la lunga esperienza in Rai. Sarà uno dei componenti del trio Sky Sport, insieme con la coppia storica formata da Nicola Roggero («Dicevo che un giorno mi sarebbe piaciuto fare una telecronaca con lui») e Stefano Baldini («Un secchione, si prepara come pochi quando affronta gli impegni»).
Una squadra che, sulle ali di quanto appena realizzato ai Mondiali Under 20 – oro nel salto in lungo con Daniele Inzoli, nella marcia con Serena di Fabio e nella 4×100 mista –, deve difendere il bottino straordinario di Roma 2024, fatto di 11 ori, 9 argenti e 4 bronzi, e senza alcuni uomini di punta, come Filippo Tortu e Lorenzo Simonelli: «Quel medagliere era un po’ inquinato – sottolinea Bragagna –. C’era una gara a squadre di mezza maratona in cui abbiamo vinto l’oro e si gareggiò un mese prima dei Giochi di Parigi. L’Italia, anche perché padrona di casa, si presentò al massimo assoluto della condizione, invece gli stranieri videro il campionato come un passaggio verso l’Olimpiade. Questo ci favorì per gli Europei e non per Parigi, con una superprestazione prima e una controprestazione ai Giochi. Certo, ci furono sfortune come Antonella Palmisano colpita dal Covid e Massimo Stano che si fece male alla caviglia nella marcia, mentre Simonelli incocciò in un ostacolo in semifinale. Però il bottino fu decisamente inferiore rispetto a Tokyo».
Perché l’Italia è uno squadrone?
«Perché dieci anni fa si prevedeva che tanti ragazzi sarebbero arrivati in alto. C’era una infornata incoraggiante nelle giovanili: facendo la tara, era chiaro che i risultati sarebbero arrivati. È un gruppo figlio di una generazione particolare. L’Italia, prima del calcio, si è aperta e data a tutti, anche a figli e nipoti di immigrati. Ragazzi di famiglie miste che hanno ricevuto talento e qualità fisiche. Penso a Nadia Battocletti nel mezzofondo, a Mattia Furlani e a Larissa Iapichino nel lungo e a tanti come loro. Non a Marcell Jacobs, figlio di una gardesana e di un texano, che non sa quasi parlare inglese… Gente con spirito di emulazione, che ha voglia di provarci. È uno squadrone perché, se salta Tortu, c’è una alternativa pronta».
Chi sono le nostre punte?
«Ne abbiamo due formidabili, in ordine di tifo per gli italiani. Leonardo Fabbri, che se non vince di un metro si dà del grullo, ha tradito qualche volta nel peso, ma è un numero uno. Come lo è Andy Diaz nel triplo. È però più facile tifare per Leonardo, visto che Andy si è formato sportivamente a Cuba. Poi è stato sgrezzato da Fabrizio Donato, un genio in materia. Lo vedo prima o poi sui 18 metri».
Possibili sorprese positive?
«Guardo soprattutto ai 400 piani. Nell’individuale Edoardo Scotti può andare forte mentre la staffetta è l’unica tra le sei, dopo che hanno aggiunto anche la 4×100 mista, a non essersi qualificata per i Mondiali del prossimo anno. Ma c’era gente che non andava. Ora abbiamo trovato Mohamed Soudassi, un siciliano marocchino di 19 anni che serviva come il pane per mettere su una buona intelaiatura insieme con Scotti, Alessandro Sibilio, un genio tattico in staffetta, e Lorenzo Benati, che ha ritrovato la condizione. Li immagino sul podio, e dirlo oggi sarebbe una sorpresa. Poi c’è ancora uno spiraglio per i Mondiali».
Chi saranno invece i protagonisti più attesi degli Europei di atletica leggera?
«Ne vedo due. Uno è Jakob Ingebrigtsen, se si riprende dalle magagne dell’anno scorso. Il norvegese viene da un periodo difficile, si è usurato perché non si è mai risparmiato, però è un fenomeno. Quindi Battocletti. È andata in difficoltà al Golden Gala ma in Europa è, per distacco, la numero uno. Aveva avuto una mezza idea di fare i 1.500, poi scartata. Sui 5.000 e 10.000 stavolta dovrà fare gara in modo diverso, visto che non ci sono le ragazze africane. Toccherà a lei impostare ritmi e strategie, potendo contare sempre su una ottima volata. È intelligente e ha disciplina in corsa, saprà come giocarsela».

E un imbattibile come Armand Duplantis ha avuto qualche passaggio a vuoto nel salto con l’asta
«È il numero uno per la visibilità dell’atletica, anche se non è personaggio. Noah Lyles è un personaggio, ma non il numero uno. Pensavo che Duplantis fosse una macchina, poi metti la crescita del greco Emmanouil Karalis come avversario, le distrazioni per la preparazione del matrimonio, l’essere “costretto” a fare sempre il record del mondo: un insieme di cose che ha fatto suonare un salutare campanello d’allarme a un mese e mezzo dagli Europei. Per lui sono una manifestazione minore, che però diventa importante in un anno non olimpico»
Un’ultima domanda: che effetto ha fatto vedere cadere il record italiano di Marcello Fiasconaro sugli 800 dopo ben 53 anni?
«Un piccolo colpo al cuore, per quelli della mia età . Ho 65 anni, ero un bambino con il cronometro in mano davanti a Mercoledì sport della Rai, che dava la gara in differita… Un record del mondo poi battuto da Alberto Juantorena a Montreal 1976. È stato bravo Francesco Pernici a cancellarlo, anche se prima di lui c’è stata gente più attrezzata che ci ha sbattuto contro come Longo, Benvenuti, D’Urso. Ecco, Pernici avrà a che fare con la concorrenza più agguerrita agli Europei. Se non arrivasse in finale non sarebbe scandaloso, ma credo possa centrarla. Ci sono momenti, come nel lungo. Anche qui Furlani dovrà vedersela con gente tornata in forma quando non ce la aspettavamo. E con lui Francesco Inzoli, un 21enne di grandi prospettive, un altro figlio di una famiglia mista».
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