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Esteri
I tre ostacoli alla tregua in Ucraina
Data articolo:Sun, 30 Nov 2025 03:55:00 +0000 di Emanuele Boffi

«Questo piano non porterà a una pace giusta, ma eviterà una capitolazione». Ha risposto così Fausto Biloslavo, inviato di guerra e grande esperto del conflitto in Ucraina, alla nostra domanda su cosa dovessimo aspettarci dalle ultime trattative che riguardano il paese dell’Est Europa invaso dalla Russia il 24 febbraio 2022.

Venerdì siamo stati a Brescia, invitati dalla vivace associazione Tito Speri per un incontro intitolato “Dall’Ucraina al Mediterraneo nell’era dei conflitti permanenti”. A fare gli onori di casa è stato Massimiliano Battagliola, capogruppo di Brescia Civica in Loggia, cui è seguito l’intervento di Patrizio Campana, coordinatore di missioni umanitarie in Ucraina, che ha raccontato i suoi trenta viaggi nel martoriato paese per portare aiuti, soprattutto medici. Operazione difficilissima, ma fondamentale, dato il grande bisogno di ambulanze per soccorrere i feriti (proprio venerdì il Comune ha accolto la mozione di Brescia Civica per sostenere l’acquisto di un’ambulanza da portare al fronte).

La cronaca ha imposto di iniziare la conversazione parlando del cosiddetto piano di pace americano di 28 punti, poi ridotti a 19, per arrivare a un cessate il fuoco tra i due paesi. Il presidente russo Vladimir Putin ha già dichiarato di essere disposto a una tregua, a patto che l’Ucraina rinunci alla Crimea e al Donbass. Biloslavo conosce bene la situazione: si recò nel Donbass già nel 2014, era a Kiev quando i russi invasero il paese ed è stato spesso al fronte, sulla linea dei combattimenti. Un’esperienza che poi ha riversato nel libro Ucraina: Nell’inferno dell’ultima guerra d’Europa. Durante l’incontro ha mostrato alcuni spezzoni video dei suoi reportage, raccontando con sincera partecipazione le storie drammatiche dei soldati incontrati durante le sue missioni.

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I tre ostacoli

Qualunque sarà la formulazione del piano, secondo Biloslavo «non dobbiamo aspettarci una pace “giusta”, ma nemmeno una capitolazione». Esistono tre ostacoli, «che si stanno smussando», da superare per arrivare a una tregua. «Il primo riguarda le garanzie di sicurezza. Si potrebbe usare un “simil articolo 5” della Nato, come proposto dalla nostra presidente Giorgia Meloni. L’Ucraina non entra nell’Alleanza, ma i membri si impegnano a sostenerla in caso d’attacco. Verrebbe garantito uno scudo aereo e un contingente di stanza in Polonia. Dei tre ostacoli, questo mi sembra il più superabile».

Il secondo riguarda il numero delle forze armate ucraine. La Russia vorrebbe fossero ridotte a 100 mila uomini, gli Stati Uniti hanno proposto 600 mila, la nuova idea sarebbe di portarle a 800 mila unità. «Qui il problema – ha spiegato l’inviato di guerra – più che il numero riguarda la qualità degli armamenti».

Il terzo ostacolo è il più ostico «e riguarda i territori. Se la Crimea è sacrificabile, il vero problema è l’ultima porzione del Donbass, quel 16 per cento di territorio che la Russia non ha ancora conquistato. Quella è la linea del Piave, dall’alto valore simbolico per entrambi gli eserciti. Per arrivare a un accordo questa zona dovrebbe rimanere neutrale con una forte presenza di osservatori internazionali, come mi ha spiegato Keith Kellogg, l’inviato speciale della Casa Bianca che ho intervistato qualche giorno fa sul Giornale».

Un momento dell’incontro “Dall’Ucraina al Mediterraneo nell’era dei conflitti permanenti”, Brescia, 28 novembre 2025

Soluzione coreana

Da diverso tempo Biloslavo – lo aveva ricordato anche a Caorle nel giugno 2024 al festival organizzato da Tempi – vede come unica via d’uscita «non una pace ma un armistizio, un congelamento della linea del fronte, come avvenne nel 1953 lungo il 38° parallelo tra il nord e il sud della Corea».

Domanda semplice, ma cruciale: Putin accetterebbe una soluzione del genere? Ha risposto Biloslavo: «Non lo so, ma di una cosa sono certo: i russi non hanno vinto la guerra. Nelle intenzioni del loro presidente, avrebbero dovuto, nel giro di poco tempo, controllare il paese e farlo ritornare nell’orbita di Mosca, magari favorendo l’avvento di un governo amico. Invece, l’Ucraina ha resistito e ha riconquistato il 50 per cento dei territori che aveva perso. Si stima che la Russia abbia lasciato sul terreno oltre un milione di soldati, tra morti e feriti. E, anche dal punto di vista strategico, Putin deve farsi qualche domanda. Si è sempre lamentato di avere la Nato ai confini, ma finora l’unico risultato ottenuto dopo l’invasione dell’Ucraina è che altri due Paesi, Svezia e Finlandia, hanno aderito all’Alleanza atlantica».

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Riprendere fiato

Perché, allora, non proseguire il conflitto? «Putin è disposto ad andare avanti», ha risposto l’inviato di guerra. «Ma, parliamoci chiaro, l’iniziativa sul campo è russa. L’Ucraina ha raschiato il fondo del barile negli arruolamenti. Ha uomini che combattono da quasi quattro anni… mentre i russi sono di più».

Biloslavo porta un esempio per chiarire, raccontando di un eroico capitano ucraino di 60 anni che ha conosciuto al fronte. «Un amico, un eroe, un vero patriota, più volte ferito, che combatte nel Donbass. Oggi, tra soldati feriti, scappati e impazziti, si trova a guidare un gruppo di settanta persone. Per quel che deve fare, ne servirebbero cento. Quale capitano accetterebbe di continuare a combattere in simili condizioni? Quindi io dico, con estrema ammirazione per l’eroismo ucraino: amici, fermatevi, riprendete fiato, vi conviene trovare un accordo. Poi, fra 10 o 15 anni la situazione potrà essere diversa. Putin non è eterno e voi nel frattempo potrete entrare nell’Unione Europea. La stessa storia della Corea del Sud insegna che, congelato il conflitto, si può voltare pagina e molte cose possono cambiare».

Chiesa
«Il Papa venga anche qui nel sud del Libano dove la fede è sotto minaccia»
Data articolo:Sun, 30 Nov 2025 03:45:00 +0000 di Leone Grotti

«La nostra gioia per la visita del Papa in Libano è grande, ma è frammista a un profondo dolore: avremmo voluto che il Santo Padre venisse in questa terra di frontiera per vedere con i suoi occhi il testamento vivente della fede sotto minaccia». Ayoub Khraish è il sindaco di Ain Ebel, uno dei più importanti villaggi cristiani del sud del Libano al confine con Israele.
Durante la guerra tra lo Stato ebraico ed Hezbollah, i circa 1.500 abitanti del paese sono stati messi a dura prova: una decina di case sono state distrutte, un centinaio danneggiate. Per qualche mese, la popolazione è stata costretta temporaneamente a fuggire, ma un manipolo di coraggiosi è rimasto anche durante la fase più dura dei bombardamenti pur di fare la guardia al paese e impedire ai miliziani di Hezbollah di infiltrarlo.
La guerra ha portato via tutto ai cristiani di Ain Ebel: il turismo, principale fonte di sostentamento dei suoi abitanti, è stato azzerato. La raccolta di olive, dopo il rogo di oltre diecimila ...

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Blog
Il male assoluto in formato tascabile
Data articolo:Sun, 30 Nov 2025 03:15:00 +0000 di Emiliano Ronzoni

Cos’è il demoniaco? Cosa diavolo è mai il diavolo? E non ditemi che la questione non vi interessa. Caso mai ci fosse un mistero che stia al pari di quello della nostra vita, ebbene questo non potrebbe essere altro che il mistero della sua presenza. Di lui, il diabolon. Perché c’è? Cosa mai è? Dove sta? E cosa sta a far che?
La prima cosa che dovete fare è scordare tutte le americanate hollywoodiane – più volgari e oscene del diavolo stesso –, sprizzanti orrore da tutte le parti con ghigni terrificanti, ululati e echi cavernosi. Se volete trovarlo cercatelo dove la vita è stupida e meschina. Forse, a volte, non occorre nemmeno andare tanto lontano. Oppure lo troverete che sta lì e si aggira in una polverosa, sperduta, cittadina di una sperduta provincia del fine Ottocento russo.
Sto parlando del mondo descritto da Il demone meschino di Fëdor Sologub, un libro poco conosciuto in Occidente ma che è stato definito il più perfetto dei romanzi russi dopo quelli di Dostoevskij. Andrej Belyj ...

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Sport
511 milioni e non dimostrarli. Perché il Liverpool è in crisi
Data articolo:Sun, 30 Nov 2025 03:15:00 +0000 di Sandro Bocchio

Cinquecentoundici milioni di euro per ritrovarsi dodicesimo. Come in Italia è posizionato il Torino, che di milioni – al mercato estivo – ne ha spesi sedici. Dicevano (e dicevamo) che il Liverpool sarebbe stata la squadra da battere, in Inghilterra e in Europa. E in tanti l’hanno battuto… L’ultimo a iscriversi alla gara degli schiaffoni ai Reds è stato, in Champions League, il Psv Eindhoven, ricco di gente congedata in fretta dalla nostra Serie A e passato con un sonoro 4-1 mercoledì a Anfield Road. Dove, a un certo punto, i tifosi olandesi si sono messi ad applaudire ironicamente i colleghi locali che stavano abbandonando lo stadio a match in corso.

È stata la nona sconfitta nelle ultime dodici partite, la terza consecutiva incassando tre reti di scarto: mai era successo in una storia cominciata nel 1892 e impreziosita con 55 titoli ufficiali. Soffiano venti gelidi sulla panchina di Arne Slot, chiamato nel 2024 a raccogliere la pesante eredità di Jurgen Klopp. Il Liverpool non ama cambiare in corsa ma, se obbligato, lo fa. L’ultimo tecnico cacciato prima del tempo era stato Brendan Rogers, licenziato il 4 ottobre di dieci anni fa per abbracciare chi aveva fatto grande il Borussia Dortmund. Il turno di domenica, in casa del West Ham, potrebbe essere decisivo. In ogni senso.

Tigre di carta

Slot non è nuovo a questi periodi di crisi. Gli era già successo la passata stagione, dopo un inizio formidabile in Premier League con undici vittorie (più un pareggio e una sconfitta) nelle prime tredici giornate e un primo posto a +9 sul Chelsea. Un vantaggio poi decisivo quando seguì un appannamento che costò prima l’uscita in FA Cup, quindi in Champions e infine nella Coppa di Lega. Tre battute a vuoto emendate dalla conquista del titolo. Oggi, quel titolo, è già lontano undici punti, mentre in Europa la situazione può complicarsi visto che, prima del Qarabag all’ultima giornata, le avversarie saranno Inter in casa e Marsiglia fuori. E non infonde fiducia quanto sta attualmente offrendo il Liverpool.

Eppure l’inizio in Premier era stato prepotente: cinque successi consecutivi, compreso quello sull’attuale capolista Arsenal. Poi, dall’1-2 incassato in trasferta con il Crystal Palace, l’Invincibile Armata si è trasformata in una tigre di carta: difesa friabile, centrocampo colabrodo, attacco spuntato, idee smarrite, atteggiamento tattico e psicologico dimesso.

L'allenatore del Liverpool, Arne Slot, a bordocampo
L’allenatore del Liverpool, Arne Slot (foto Ansa)

La rivoluzione fallita di Slot sul mercato

In estate Slot aveva chiesto – e ottenuto – una rivoluzione del gruppo, per smarcarsi definitivamente da Klopp e mettere una impronta personale sulla squadra e sul gioco. Ingressi di alto profilo, come Isak, Wirtz ed Ekitike per dare corpo al 4-2-4 altamente offensivo immaginato dal tecnico. Ma gli acquisti si sono rivelati finora non all’altezza della nuova realtà, mentre hanno pesato (eccome) gli addii. Quello di Alexander-Arnold innanzitutto, che ha costretto il povero Szoboszlai a sacrificarsi come terzino destro in mancanza di alternative non ritenute all’altezza. E quelli di Luis Diaz e Nunez in attacco. Gente che, oltre ai gol, assicurava anche equilibrio alla squadra.

L’equilibrio che manca oggi clamorosamente, visti l’eclissarsi di Salah (un anno fa di questi tempi, e a contratto da rinnovare, dispensava mirabilie; ora è la pallida controfigura di se stesso), l’appannarsi di elementi chiave come Van Dijk e gli infortuni vari, grazie ai quali Federico Chiesa è stato inserito all’ultimo in lista Champions, dimostrandosi uno dei più vivaci. Senza dimenticare, infine, quanto continui a pesare l’assenza di Diogo Jota, morto il 3 luglio in un tragico incidente stradale. Un evento ancora dolorosamente vivo nella testa di molti suoi compagni.

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Per tentare di ritrovare una identità, Slot ha abiurato il 4-2-4 per passare a un più conservativo 4-3-3. In teoria dovrebbe garantire maggiori sicurezze, nella realtà dei fatti pare aver ancora più confuso i Reds. Il Liverpool ha innanzitutto bisogno di ritrovare la propria forza mentale e di gruppo, oltre a un sistema di gioco efficace. E non potrà farlo da solo. Ma se viene abbandonato anche dai tifosi, allora significa che qualcosa si è realmente rotto.

Blog
Il milanese senza fissa dimora che dorme tra due fermate
Data articolo:Sun, 30 Nov 2025 03:10:00 +0000 di Fabio Cavallari

C’è un ragazzo che vive a Milano ma non ha un indirizzo. Dice che tanto l’ultima moda è il minimalismo. Dorme dove capita, «così non pago le spese condominiali». Ogni mattina si lava in stazione, che per lui è la spa dei poveri con vista binario.

Una volta aveva un lavoro, ma poi l’hanno sostituito con un tirocinante felice. «Io non reggevo tutta quella motivazione gratuita», racconta. Adesso raccoglie bottiglie: dice che almeno quelle, se vuote, valgono qualcosa.

Orari fissi

Conosce i bar dove danno gli avanzi e i portoni dove non chiude mai bene il citofono. «Milano è una città accogliente», dice, «basta bussare al posto giusto e con la faccia giusta di chi non serve a niente». Quando piove entra nei musei, «tanto l’arte non scappa».

I volontari lo chiamano per nome, ma lui cambia nome ogni settimana: «Mi tengo aggiornato, come i software». Una volta gli hanno chiesto se si sentisse solo. Ha risposto: «No, condivido lo spazio con le mie delusioni. Pagano meno dell’affitto».

Non ha casa, ma ha orari fissi. Alle sette il caffè offerto, alle dieci il controllo polizia, a mezzanotte il tram che fa da ninna nanna. Dice che dormire tra due fermate è comodo: «Se sogno di partire, sono già in viaggio».

Cultura
Sii terra ora
Data articolo:Sun, 30 Nov 2025 03:00:00 +0000 di Marina Corradi

12 ottobre, Monferrato. Fa ancora caldo, ma la terra sa che l’estate è finita. I girasoli alti quasi come uomini, anneriti dal solleone, se ne stanno in fila come un esercito. Le corolle pesanti reclinate sembrano capi chini di soldati sconfitti. 
Le rose, ancora, sbocciano, più pallide. Le viti americane sono splendide, del colore del sangue. Ma oggi ho guardato la terra dei campi già rivoltati, e per la prima volta mi è sembrata molto bella.
Bella la nudità delle zolle frantumate, nella loro assoluta povertà. Non hanno più messe né foglie, non hanno più niente. Solo creta indurita e riarsa, in questo ultimo sole. La terra consumata, spogliata e annichilita, diresti.
Eppure come è bella, in questo suo starsene aperta al cielo, qualunque cosa ne venga: pioggia, gelo, neve, semi randagi portati dal vento. Prima di essere seminata la terra va ribaltata, scomposta, ridotta in frammenti. Proprio in quelle spaccature nere troveranno dimora i semi della futura stagione. 
Non ci avevo ma...

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Società
Padre Benanti e la sfida dell’Ai: «Torniamo a essere umani»
Data articolo:Sat, 29 Nov 2025 13:10:54 +0000 di Redazione

Si è tenuta ieri sera la cerimonia di consegna del 43° Premio Internazionale Cultura Cattolica, assegnato al prof. p. Paolo Benanti, docente di Etica delle Tecnologie. Ad aprire la serata è stato il Vescovo di Vicenza mons. Giuliano Brugnotto, che ha sottolineato come il Premio “si inserisce nel solco tracciato da don Didimo Mantiero, che ha lasciato un segno importante nel territorio e nella nostra diocesiâ€. Anche il Sindaco di Bassano Nicola Finco ha evidenziato il contributo della Scuola di Cultura Cattolica, che “ha sempre dato lustro alla cittàâ€. La scelta di p. Benanti come premiato, ha aggiunto, “ci interroga su una sfida che riguarda i temi fondamentali, quella dell’AIâ€.

È un tema che viene posto a tutti i livelli, ma “non dobbiamo avere paura, perché le macchine non hanno né cuore, né cervello e non ci sarà macchina al mondo che potrà fermare l’uomoâ€. Uno spunto raccolto anche dal presidente della Scuola di Cultura Cattolica David Bozzetto che, dopo aver rilevato come oggi “la pervasività della tecnologia manifesti anche i suoi lati oscuriâ€, ha affermato la necessità per l’uomo di “ricercare risposte orientate al bene, sempre nel rispetto della dignità inviolabile della personaâ€.

Padre Paolo Benanti, 28 novembre 2025
Padre Paolo Benanti, 28 novembre 2025

Il vero e il fattibile

Rispondendo alle domande della giornalista di Tempi Caterina Giojelli, Benanti ha tracciato il quadro di quali siano le opportunità ma anche le preoccupazioni che dobbiamo avere presenti. La preoccupazione della Chiesa, ha osservato, è “che siano sempre chiari e definiti i fini, perché il fine non giustifica i mezziâ€. Sia Papa Francesco che Leone XIV “hanno manifestato la preoccupazione della Chiesa sul fatto che sia sempre l’uomo a controllare la macchina e non il contrario†perché il pericolo
è che “se noi non controlliamo la macchina, è lei che controlla noiâ€.

L’avvento di questa nuova era tecnologica ha indotto l’uomo a ritenere che il “vero†coincida con il “fattibileâ€. Come dobbiamo porci di fronte a questo interrogativo? “Il problema si pone – ha detto il premiato – quando il vero coincide solo con il fattibile, e oggi questa è una criticità perché c’è una crisi della normatività. Se siamo in grado di capire i limiti dell’umano, siamo anche in grado di dire cosa si può fare e cosa no, è lì che inizia la normativitàâ€. Il problema, dunque, non è tanto la macchina, ma “siamo noi, perché viviamo in una cultura in cui percepiamo come sbagliato tutto quello che è un limite. Siamo chiamati a tornare ad appropriarci del senso dell’umanità per capire qual è il senso e il vero ruolo della tecnicaâ€.

Come può giocare questa partita il cristianesimo, che è l’avvenimento di un Dio che si fa uomo e si incarna nella storia, rispetto a una tecnologia che invece disincarna rapporti e relazioni? “Il cristianesimo non è una lotta contro qualcuno o qualcosaâ€, ha dichiarato Benanti. Anzitutto dobbiamo mantenere viva la speranza perché “la tomba vuota a Pasqua ci dice che si può amare senza aver paura di perdereâ€. Inoltre, “l’AI non è una minaccia alla nostra fede, ma essa ci impone di conoscere quello che abbiamo davanti per capire quanto essa è affidabile o menoâ€. Il tema centrale è che “se vogliamo usare bene l’AI dobbiamo formare l’essere umano perché gli strumenti che usiamo siano mezzi per aiutarci e non armi per fare del male a qualcuno. Come noi giochiamo questa sfida sarà il volto della Chiesa che abiteremo nell’era dell’AIâ€.

Bassano del Grappa, platea, premio Paolo Benanti

I topi e le domande

Poi bisogna ritornare ad accettare “l’attrito†dell’esperienza. Oggi tendiamo a delegare alla tecnologia “la soluzione di tutte le cose che ci creano attrito o difficoltàâ€, anche nelle relazioni. L’amicizia, ad esempio, si sviluppa in una dinamica in cui noi dobbiamo imparare ad accettare i limiti altrui e i nostri, nella quale dobbiamo vincere “la resistenza a gestire l’incerto il disagio con ciò che non riusciamo a controllareâ€. Queste attività tipiche dell’essere umano “accadono proprio perché c’è questo attrito. Se noi lo togliamo rischiamo di non sperimentare più qualcosa che ci cambia, togliendo qualità all’esperienzaâ€. Rimuovere questo attrito “ci trasforma in topi in gabbia e ci affidiamo all’AI perché, avendo eliminato l’orizzonte del trascendente, ci accontentiamo dell’immanente senza fatica. Torniamo ad essere umani e smettiamo di essere topiâ€.

Nel suo saluto finale, p. Benanti ha dedicato un pensiero particolare alla città di Bassano verso la quale ha confermato di avere una profonda gratitudine: “È una città che rappresenta un pezzo importante della mia storia, dove il Signore mi aspettava tanti anni fa nel momento in cui dovevo decidere cosa fare della mia vita. Continuiamo a tenere alte queste domande con la consapevolezza che la tecnica è ambigua, ma noi abbiamo il compito di trasformare le armi in utensili capaci di creare vitaâ€.

Chiesa
«Il Libano è circondato dalle tenebre e il Papa viene ad annunciarci la pace»
Data articolo:Sat, 29 Nov 2025 03:55:00 +0000 di Leone Grotti

«Quando domani arriverà in Libano, Leone XIV troverà un paese forte nella speranza, nonostante la guerra; una popolazione che cerca la vita, nonostante le tenebre che la circondano». È questo il messaggio che recapita al Papa attraverso un’intervista a Tempi monsignor Jules Boutros, il vescovo che guida la Chiesa patriarcale di Antiochia dei Siri, 16 mila fedeli in tutto il Libano. Monsignor Boutros risiede nella sede del patriarcato siro-cattolico ad Harissa, a 25 chilometri da Beirut, vicino al santuario più importante di tutto il Medio Oriente: quello dedicato a Nostra Signora del Libano. Il Papa, che domani atterrerà nella capitale libanese dopo essere stato in Turchia, lo visiterà lunedì mattina.

Monsignor Boutros, in che condizioni si trova il Libano dove domani arriverà per il suo primo viaggio apostolico Leone XIV?

La guerra è finita un anno fa, ma soltanto sulla carta: ogni giorno il nostro territorio viene colpito. Tanti villaggi del sud e perfino la capitale sono sottoposti quotidianamente ai bombardamenti di Israele. Siamo circondati dalle tenebre, ci siamo abituati alla guerra, eppure siamo vivi, non ci arrendiamo al conflitto, alla crisi economica, alla depressione e neanche all’emigrazione.

Il vescovo Jules Boutros, guida della Chiesa Patriarcale di Antiochia dei Siri in Libano
Il vescovo Jules Boutros, guida della Chiesa Patriarcale di Antiochia dei Siri in Libano (foto Tempi)

Come ha reagito il Libano alla notizia che il Papa avrebbe visitato il paese?

Con enorme gioia, lo aspettiamo con trepidazione perché speriamo che possa portare un po’ di pace a questa terra. Leone XIV troverà una comunità accogliente, devota, un culto mariano profondo. Se ne accorgerà lui stesso visitando i nostri santuari, frequentati sia dai cristiani che dai musulmani.

Perché secondo lei Leone XIV ha scelto proprio il Libano per il suo primo viaggio apostolico?

Il motto della visita è: “Beati i costruttori di pace”. Ecco perché il Papa viene qui: per parlare di riconciliazione in una terra assetata di pace, dove tante persone non l’hanno mai sperimentata. Io sono nato nel 1982 e fino a oggi c’è stata una guerra praticamente ogni anno. Il Libano è da tanto tempo colpito dal male, eppure qui c’è una comunità cristiana fiera della fede alla quale appartiene, fiera dei suoi santi, fiera delle sue tradizioni.

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Anche il Libano è Terra Santa.

Qui i cristiani vivono da sempre. Il sud del paese è stato percorso e benedetto duemila anni fa da Gesù, da Maria, dagli apostoli.

Qual è il messaggio che porterà il Papa?

Mi aspetto non solo che ci parli della pace, ma che la annunci. Perché la pace non si può vivere solo a livello sentimentale, spirituale o psichico: gli angeli l’hanno annunciata insieme all’incarnazione di Gesù Cristo. La pace si deve costruire e questa, credo, è la parte più difficile della missione cristiana.

Le conseguenze a Beirut del raid di Israele del 23 novembre
Le conseguenze a Beirut del raid di Israele del 23 novembre (foto Ansa)

Perché?

Fare opere di carità – scuole, ospedali, università, centri per i rifugiati, orfanotrofi – è semplice, tra virgolette. Le opere di giustizia e di pace, invece, sono difficili, soprattutto quando si vive in mezzo a paesi ed economie che investono in armi, in mezzo a fondamentalismi religiosi che vogliono violenza e guerra.

I giovani libanesi continuano ad abbandonare il paese: la visita del Papa li aiuterà a restare?

Prima di rispondere faccio una premessa: io sono convinto che l’uomo abbia la libertà di vivere dove preferisce. La storia della Chiesa è piena di uomini e donne che lo Spirito Santo ha chiamato a lasciare il proprio paese per andare fino agli estremi confini della Terra. Quanti missionari italiani si sono dispersi nel mondo per portare il Vangelo? La dispersione, da cui la parola diaspora, non è per forza negativa: io non sono meno fedele alla mia vocazione e alla mia patria se scelgo di vivere altrove per ragioni familiari, sanitarie, missionarie o economiche. Detto questo, sono convinto che il Santo Padre darà coraggio a tanti giovani libanesi che stanno pensando di emigrare per ragioni magari superficiali.

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In che modo?

Quello di Leone XIV è un viaggio controcorrente. Ci sono tanti giovani che dicono: “In questo paese non si può vivere” o “in questo Medio Oriente non si può vivere”. Lui sceglie di venire qui da noi per rispondere, innanzitutto con la sua presenza, alla domanda: ma vale ancora la pena vivere qui come cristiani? Credo che rinnoverà la ragione missionaria della nostra presenza. Noi cristiani in Libano e in Medio Oriente non siamo solo un numero, siamo chiamati a essere luce in queste tenebre, sale in un Medio Oriente dove i musulmani sono ormai la maggioranza, lievito che dà vita e porta la pace, soprattutto a chi è debole e non ha voce e ha perso la speranza.

Che cos’ha di diverso il Libano rispetto a tanti altri paesi del Medio Oriente con una presenza cristiana più o meno importante?

Questo paese rappresenta per tutto il mondo un messaggio di fraternità universale: è possibile vivere insieme. Cristiani, musulmani ed ebrei possono vivere in pace. Il Libano prova a fare questo, anche se con tanti problemi e difficoltà. Ci siamo riusciti per tanto tempo: speriamo grazie alla la visita del Papa di riuscirci di nuovo.

@LeoneGrotti

Salute e bioetica
Generare, non riprodurre. Trattiamoci da uomini e non da animali
Data articolo:Sat, 29 Nov 2025 03:30:00 +0000 di Emanuele Boffi

Da parecchio tempo riteniamo che la critica più efficace alla maternità surrogata sia il resoconto dell’esperienza di chi vi è ricorso. Non il racconto dorato e luccicante che va per la maggiore sui grandi media e sui grandi quotidiani (mai, come in questo caso, utili idioti della propaganda affaristico-sentimentale delle cliniche), quanto quello – tenuto sempre molto nascosto – di chi s’accorge della ricadute, concrete e dolorose, che una tale scelta ha sulla propria esistenza. 

La storia raccolta da Leone Grotti in questo numero di Tempi s’aggiunge alla lunga lista delle testimonianze su cosa sia davvero la gestazione per altri. È un pugno nello stomaco, che s’aggiunge a quelli che tante volte abbiamo proposto sul nostro giornale, segnalando, ogni volta che ci capitasse, le vicende di chi fosse ricorso alla pratica dell’utero in affitto.

«Schiavismo moderno»
«Schiavismo moderno», lo definì in un’intervista di dieci anni fa a Tempi Marie-Josèphe Bonnet, storica femminista francese...

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Chiesa
Ho una notizia per te, Nolberto: non sei più solo
Data articolo:Sat, 29 Nov 2025 03:20:00 +0000 di Patricio Hacin

Oggi ho conosciuto Nolberto, un bambino di 11 anni arrivato alla Clinica qua, in Paraguay. Suo padre è in carcere per l’omicidio di sua moglie (la madre del bambino). Il piccolo è stato trovato avvolto in un lenzuolo, per terra. Ha una grave denutrizione, non cammina e non parla a causa del suo evidente ritardo neurologico.

Mi sono riempito di commozione, oggi, mentre ero davanti a lui. I suoi grandi occhi neri non mi lasciavano in pace. Mi avevano avvisato di un nuovo paziente che necessitava dell’unzione degli infermi, ma non mi avevano detto che si trattava di un bambino. Ho chiesto subito se fosse battezzato… evidentemente non avevamo questa informazione e, a causa del suo abbandono, non potevamo neppure chiederlo a un familiare o a un amico.

Immediatamente ho chiesto un po’ d’acqua e l’ho battezzato. In questi casi non mi interessano molto i liturgismi né le norme.

A te, il mio preferito

I suoi occhi mi gridavano: «Dimmi tu, Pato, cosa hai da darmi? Tu, povero prete, che sei un disastro, cosa puoi darmi?». Ho percepito più che mai la risposta certa. Ho una notizia per te, Nolberto: non sei più solo. Non sarai mai più solo; da oggi, in questo mondo, ti chiameranno per nome – quello che avevi prima ancora di nascere – ma da oggi, da quando sei entrato nella nostra vita, da quando la tua Croce ti ha portato in questo luogo, da oggi appartieni a Dio, sei Sua proprietà. Solo Lui dà un senso alla tua croce, perché sei figlio, sei Suo figlio.

È questa la grande notizia del profeta: «Nessuno ti dirà più “abbandonataâ€, né alla tua terra “devastataâ€. A te sarà detto: il mio preferito» (cfr. Is 62,4). Quanta consolazione, per Nolberto, per me, per le infermiere commosse, per tutti coloro che sono stati preferiti nella Croce.

Mi ricordavo quando padre Aldo, in un’omelia, diceva: «“Padre†significa che ho una radice, e la radice è il senso della vita, perché dalla radice sgorga la vita. “Padreâ€, san Francesco davanti a questa parola rimase in estasi tutta la notte. “Padreâ€, quando sei solo, quando sei in crisi, quando sei depresso, quando sei stanco, dillo ad alta voce: “Padre!â€. Senza questo grido tutto rimane incomprensibile» (Padre Aldo Trento, Omelia del 23-07-2016).

Nolberto ha un Padre, vicino, prossimo. È mio fratello, perché anche io sono stato abbracciato così.

* L’autore di questo articolo è parroco della Parroquia San Rafael ad Asunción (Paraguay)


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