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Cultura
Non è solo denatalità: è la crisi dell’inizio
Data articolo:Mon, 11 May 2026 11:59:11 +0000 di Redazione

La cosiddetta “crisi demografica†viene oggi letta soprattutto come un problema di numeri: diminuiscono le nascite, cresce la popolazione anziana, si restringe la base produttiva, si indebolisce la capacità innovativa. Nel dibattito recente – anche a partire dal saggio di Marco Valerio Lo Prete – questa diagnosi viene sviluppata con attenzione, mettendo in luce le conseguenze economiche e sociali di un andamento che appare sempre più difficile da invertire.

Questo modo di porre la questione ha un merito evidente: riporta al centro un tema a lungo trascurato e ne sottolinea la rilevanza pubblica. Ma proprio perché si concentra prevalentemente su dati, proiezioni e conseguenze, rischia di lasciare in ombra una domanda più radicale. Non tanto che cosa stia accadendo, ma che cosa significhi davvero ciò che accade.

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A cura di Adser
La chiave della crescita è una comunità che sa includere
Data articolo:Mon, 11 May 2026 06:33:40 +0000 di Contenuto Sponsorizzato

Da oltre trentasette anni, l’ANOLF – Associazione Nazionale Oltre le Frontiere ETS cammina accanto alle persone migranti, alle famiglie e alle nuove generazioni, tracciando solchi profondi di accoglienza, tutela e partecipazione. Una storia nata e alimentata nel solco dei valori della Cisl, che ha saputo germogliare nei territori trasformando l’ascolto in accompagnamento concreto, l’orientamento in esigibilità dei diritti e la solidarietà in un volano di dignità attraverso la promozione della cittadinanza attiva.

L’iniziativa nazionale “La Chiave della Crescita: l’immigrazione come volano di coesione tra istituzioni e territorioâ€, svoltasi a Roma il 16 aprile 2026, ha segnato un momento di riflessione alto e corale. Non si è trattato solo di un convegno, ma di una testimonianza tangibile della vitalità di un’associazione che oggi celebra un traguardo eccezionale: il record storico di 66 mila iscritti. Questo dato non rappresenta soltanto un successo numerico, ma il riconoscimento di una fiducia radicata, il segno di una rete che sa farsi casa e voce per decine di migliaia di persone.

Un ruolo cruciale e insostituibile in questo percorso è svolto dalle strutture territoriali ANOLF, vera linfa vitale dell’associazione. È nel lavoro quotidiano dei volontari e degli operatori nelle province italiane che l’integrazione diventa realtà: la loro dedizione trasforma le fragilità in opportunità, rendendo l’ANOLF un presidio di democrazia e umanità. Accanto a loro, la partecipazione delle rappresentanze diplomatiche ha conferito all’evento un respiro internazionale di alto profilo, consolidando quei ponti di dialogo necessari tra l’Italia e i Paesi d’origine, in un’ottica di cooperazione transnazionale e rispetto reciproco.

Il dibattito ha beneficiato di sguardi esperti, come quello di Salvatore Sortino (OIM Italia) e di Rosario Valastro (Croce Rossa Italiana), oltre al contributo di Giancarlo Moretti, Portavoce del Forum Nazionale del Terzo Settore, che ha ricordato come l’associazionismo sia il presidio di prossimità essenziale per la coesione sociale. Di grande rilievo l’apporto del Ministero dell’Interno con il Prefetto Rosanna Rabuano e della CISL con il Segretario Confederale Sauro Rossi. Un ringraziamento particolare e sentito è stato rivolto a Daniela Fumarola, Segretaria Generale Aggiunta della CISL, per la costante attenzione, la vicinanza e il sostegno strategico profuso nel tempo verso il cammino di crescita dell’Associazione.

L’intervento del Presidente Nazionale ANOLF Maria Ilena Rocha ha evidenziato la necessità di trasformare l’immigrazione da tema spesso narrato come emergenza a leva concreta di sviluppo per l’intero Sistema Paese, sottolineando come la coesione sia l’unico antidoto all’esclusione.

“La Chiave della Crescita†non è solo un titolo, ma un impegno solenne: valorizzare le diversità per costruire il bene comune. Grazie alla forza dei suoi 66 mila iscritti, alla straordinaria energia dei territori e alla guida della Presidente Maria Ilena Rocha, l’ANOLF dimostra che l’integrazione è un patto sociale necessario, fondato sulla centralità della persona, sul valore del lavoro e sulla ricerca della pace sociale.

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Modello 730: perché conviene presentarlo entro maggio

caf cisl

Ogni anno la stessa domanda: quando riceverò il rimborso del 730? Presentare il Modello 730 il prima possibile è una delle scelte più convenienti che un contribuente possa fare. Non si tratta solo di rispettare le scadenze — si tratta di ricevere prima il proprio rimborso fiscale.

Il Modello 730 può essere presentato a un CAF fino al 30 settembre 2026. Ma attenzione: la data in cui consegni la dichiarazione influisce direttamente su quando riceverai il rimborso in busta paga o nella pensione: il rimborso viene erogato col primo stipendio utile a partire dal mese successivo rispetto a quando il datore di lavoro riceve il “risultato contabile†(730-4), nel caso invece dei pensionati, generalmente il rimborso viene erogato sulla pensione del secondo mese successivo.

Quindi il rimborso arriva in base a quando si è presentato il 730: 730 presentato entro fine maggio: il rimborso arriva già con la busta paga di luglio o la pensione di agosto, 730 entro il 20 giugno il rimborso arriva con la busta paga di agosto o pensione di settembre, 730 presentati entro il 15 luglio: il rimborso slitta alla busta paga di settembre e pensione di ottobre, 730 entro il 31 agosto: bisogna attendere la busta paga di ottobre e la pensione di novembre. Per finire, 730 presentato a settembre: busta paga del mese di novembre e pensione di dicembre.

La differenza tra presentare a maggio e aspettare settembre può significare ricevere il rimborso con mesi di anticipo. Vi sono poi quei rimborsi che i sostituti, anziché versare in un’unica soluzione verseranno a rate. Tempi molto più lunghi per chi sceglie il modello “senza sostituto†e riceverà il rimborso dall’Agenzia delle Entrate direttamente sul conto corrente nel mese di dicembre.

Attenzione però ai controlli preventivi dell’Agenzia delle Entrate che potrebbero bloccare i rimborsi se le differenze con i dati in possesso dell’Amministrazione finanziaria risultano diversi da quelli dichiarati. In questo caso dopo il controllo sarà direttamente l’Agenzia a rimborsare il credito entro 6 mesi dalla scadenza del 730 sul conto corrente comunicato.

Non aspettare settembre. Contatta il Caf CISL e prenota il tuo appuntamento: prima presenti il 730, prima il rimborso sarà disponibile.

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Piano Casa, Esposito (Sicet Cisl): «Aprire subito il confronto con le parti sociali»

sicet cisl

«L’approvazione del Piano Casa da parte del Governo è un segnale importante che registriamo con favore. Ora ci aspettiamo l’avvio di una fase di confronto con le parti sociali per tradurre in atti concreti la volontà politica di affrontare strutturalmente il disagio abitativo nel nostro paese». È quanto dichiara il segretario generale del Sicet Cisl Fabrizio Esposito commentando la recente approvazione in Consiglio dei ministri del Piano Casa. «Come Sicet chiediamo che venga aperta in tempi rapidi una fase di confronto autentico con le parti sociali per accompagnare l’attuazione del Piano, definire in modo puntuale la destinazione delle risorse e monitorare nel tempo i risultati e l’impatto». Secondo il Sicet Cisl è fondamentale costruire una governance integrata tra livello nazionale e regionale per «incrociare in modo virtuoso fondi pubblici, programmi europei e investimenti privati, evitando eccessi speculativi, dispersioni e inefficienze, come accaduto in passato. La casa è un fattore centrale per la coesione sociale, per la tenuta delle comunità, per la qualità della vita delle persone. Per questo è necessario consolidare un percorso condiviso, dentro la logica di un vero Patto sociale, che coinvolga istituzioni, parti sociali, operatori del settore e comunità locali, e che sia in grado di trasformare le misure annunciate in risultati concreti, misurabili e duraturi nel tempo. Il Sicet Cisl, pur esprimendo riserve sul Ddl in materia di rilascio degli immobili, è pronto a fare la propria parte, anche per correggere in senso sociale le norme più controverse del pacchetto.

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La rete della tutela per la salute

Inas Cisl

Il sistema previdenziale e di tutela sociale italiano non si limita a garantire una pensione al termine della vita lavorativa, ma prevede un insieme articolato di prestazioni pensate per proteggere la salute e la dignità delle persone lungo tutto il loro percorso di vita. In particolare, quando un lavoratore, un pensionato o qualsiasi persona (italiana o straniera, purché regolarmente avente diritto alle tutele nel nostro Paese) si ammala, entra in gioco un ampio ventaglio di strumenti specifici che operano prima e dopo il pensionamento, sia nei casi di malattia comune sia nei casi di malattia di origine lavorativa.

Sul versante previdenziale, l’INPS riconosce diverse prestazioni che possono “anticipare†il pensionamento come l’assegno ordinario di invalidità o la pensione di inabilità, destinate a chi vede ridotta o compromessa la propria capacità lavorativa. Nei casi di inabilità totale inoltre sono previsti dei bonus contributivi e il calcolo di queste prestazioni è legato all’ammontare dei contribuiti versati nel corso della propria vita. 

In ambito lavorativo, invece, è l’INAIL a garantire tutele fondamentali per chi subisce infortuni sul lavoro o sviluppa malattie legate all’esposizione al rischio professionale, assicurando indennizzi, rendite e riabilitazione ai lavoratori.

Accanto a queste misure si colloca la Riforma della Disabilità, inserita nel quadro del sistema sociale italiano, che prevede interventi assistenziali rivolti a chi si ammala ma non è occupato o è già in pensione, contribuendo a sostenere non solo il reddito, ma anche la qualità della vita attraverso servizi e prestazioni non esclusivamente economiche.

Si tratta di un sistema complesso, ma costruito con l’obiettivo di non lasciare sole le persone nei momenti più delicati, quando la malattia incide profondamente sulla sfera personale e lavorativa. Un ruolo centrale è svolto dai patronati, che accompagnano le persone nell’accesso ai diritti e nelle procedure amministrative spesso molto articolate.

«Prendere in carico le persone nei momenti di maggiore fragilità, accompagnandole passo dopo passo lungo tutto il percorso di tutela e accesso ai diritti, è parte essenziale della nostra attività», sottolinea il Presidente del Patronato INAS CISL, Davide Guarini. «Per questo garantiamo innanzitutto ascolto, orientamento e una consulenza personalizzata, affinché ciascuno possa accedere pienamente alle prestazioni previste e sentirsi sostenuto in ogni fase del percorso. Il Patronato INAS CISL mette inoltre a disposizione una qualificata équipe di medici e legali, offrendo un supporto professionale e competente anche nei casi più complessi, così da favorire il corretto riconoscimento dei diritti delle persone più vulnerabili».

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Disservizi dei treni? Contattate Adiconsum

Adiconsum

Sono migliaia le segnalazioni dei consumatori ad Adiconsum soprattutto sui disservizi dei treni regionali e ad alta velocità. Ritardi oltre i 60 minuti, soppressioni senza preavviso adeguato e mancanza di alternative efficienti creano disagi quotidiani a pendolari, studenti e famiglie. Questi episodi non sono più “eccezionaliâ€, ma rappresentano un problema sistemico. Particolarmente criticata è la gestione delle emergenze: passeggeri lasciati ore senza informazioni chiare, annunci insufficienti e bus sostitutivi in ritardo o inadeguati. Per questo Adiconsum ha inviato una lettera formale a Trenitalia e RFI chiedendo: indennizzi automatici estesi a tutti i tipi di biglietto (non solo regionali digitali) e a tutte le categorie di treni, Frecce e Intercity compresi; protocolli di emergenza rivisti con comunicazione in tempo reale tramite app e annunci chiari in stazione e a bordo; rispetto pieno del Regolamento UE 2021/782, che prevede i l 25% del prezzo del biglietto per ritardi tra 60 e 119 minuti, il 50% per ritardi di 120 minuti o più, il rimborso integrale o viaggio alternativo in caso di cancellazione grave. In caso di disservizio Adiconsum consiglia di: documentare il ritardo (foto tabelloni o screenshot app); conservare biglietto e prova di pagamento; segnalare tramite app Trenitalia e contattare le sedi territoriali Adiconsum. Adiconsum continuerà a monitorare la situazione e ad esercitare pressione su Trenitalia e sull’Autorità di Regolazione dei Trasporti finché i diritti dei passeggeri non diventeranno effettivi e non più solo teorici. Pendolari e viaggiatori non possono più essere lasciati soli.

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Microcredito in Senegal: al via la campagna ISCOS per l’autonomia delle donne

Iscos Cisl

Il progetto che ISCOS sta portando avanti nella regione senegalese di Ziguinchor, sostenuto dalla Conferenza Episcopale Italiana, entra in una fase decisiva per trasformare la formazione in autonomia economica reale. In un’area dove il 51,1% della popolazione vive in povertà e il 39,2% delle giovani donne è inoccupato, l’iniziativa propone una strategia basata sull’auto-impresa.

I risultati già raggiunti testimoniano un impatto profondo: 130 persone sono già state formate e supportate. Nello specifico, 50 giovani hanno studiato gestione d’impresa e business planning, altri 50 hanno beneficiato di borse di studio in ambiti tecnici come meccanica e orticoltura, mentre 30 donne si sono specializzate nella trasformazione dei prodotti agricoli e ittici.

Per rendere queste competenze produttive, ISCOS lancia una campagna per il finanziamento di un Fondo rotativo di Microcredito. Lo strumento è essenziale per gli investimenti iniziali delle micro-imprese e garantire un accesso equo al capitale attraverso un meccanismo circolare che si auto-sostiene nel tempo. L’obiettivo della campagna è raccogliere 24.000 euro per avviare le attività di sei Gruppi di Interesse Economico (GIE) gestiti da donne.

Attraverso il microcredito, il talento si convertirà in impresa, generando valore duraturo per l’intera comunità. Sostenere questa campagna significa investire in un modello dove l’autonomia delle donne diventa il pilastro per una crescita sociale ed economica sostenibile. Scopri di più su iscoscisl.eu.

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Educare alla salute e sicurezza, una responsabilità condivisa

Ial Nazionale

Si è tenuto a Milano lo scorso 23 aprile, l’evento finale del progetto di ricerca Skills, Safety & Needs, finanziato da INAIL nell’ambito del Bando di ricerca in collaborazione (BRiC) 2022. I rappresentanti del partenariato, composto da Università Cattolica del Sacro Cuore, CeDisMa, con ruolo di capofila, INVALSI e IAL Nazionale, hanno illustrato la metodologia del progetto e i risultati principali dell’indagine, basata su analisi documentali, interviste e una survey rivolta a dirigenti, docenti e studenti, da cui sono scaturite specifiche Raccomandazioni per la formazione. Il quadro di fabbisogni e pratiche in materia di salute e sicurezza, nel sistema di istruzione e formazione professionale, rende urgente la messa in campo di approcci formativi integrati, partecipativi e inclusivi. Sulla necessità di superare una visione meramente adempitiva della sicurezza e valorizzarla come dimensione educativa strutturale, hanno convenuto il Direttore dell’Ufficio Scolastico Regionale per l’Emilia-Romagna, Bruno Di Palma, e la Direttrice del Servizio formazione della Regione Friuli-Venezia Giulia, Elisa Marzinotto, richiamando l’importanza di una responsabilità condivisa tra scuola, imprese e soggetti della prevenzione. «L’impegno di tutte le istituzioni è fondamentale per promuovere la cultura della prevenzione e della sicurezza – ha affermato il presidente di IAL Nazionale, Stefano Mastrovincenzo – che deve essere sviluppata come competenza specifica non solo guardando alle transizioni scuola-lavoro ma alla prospettiva del life long learning».

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Questo articolo è stato realizzato in collaborazione con Cisl

Esteri
Non riponete troppe speranze nel vertice tra Trump e Xi
Data articolo:Mon, 11 May 2026 02:55:00 +0000 di Leone Grotti

Non mancheranno l’accoglienza regale, il tappeto rosso, le strette di mano nella Grande sala del popolo a favore di obiettivo e, dopo i colloqui a porte chiuse, i roboanti annunci di magnifiche intese miliardarie, la litania sulla cooperazione win-win e gli imperdibili tweet con il Caps Lock inserito. Ma, a parte questo, è improbabile che Donald Trump e Xi Jinping raggiungeranno accordi davvero significativi durante il vertice di Pechino.

La guerra commerciale tra Usa e Cina

Trump arriverà nella capitale della Cina mercoledì e ripartirà il giorno successivo. Nove anni fa, l’ultima volta di un presidente americano nel Regno di mezzo (sì, Joe Biden è il primo presidente americano dal 1979 a non aver visitato la Repubblica popolare), il tycoon fu accolto con onori raramente concessi ad altri leader, compresa una lussuosa cena tra le mura della Città proibita.

Non c’è dubbio che anche questa volta il regime comunista troverà il modo di solleticare l’ego di Trump, ma al di là delle cerimonie è la sostanza che conta. Durante il suo primo mandato, Trump aveva ottenuto importanti promesse da Xi su un tema delicato come il riequilibrio della bilancia commerciale tra Pechino e Washington. Ma le promesse non sono mai state mantenute e gli Usa – prima con Trump, poi con Biden – hanno reagiti con la guerra commerciale.

Bambini sventolano bandiere americane e cinesi in Piazza Tiananmen in attesa dell'arrivo di Donald Trump e Xi Jinping nel 2017
Bambini sventolano bandiere americane e cinesi in Piazza Tiananmen in attesa dell’arrivo di Donald Trump e Xi Jinping nel 2017 (foto Ansa)

Tutti gli inganni di Pechino

Il presidente americano, come tanti altri prima di lui, vorrebbe ora fare passi avanti e strappare accordi su alcuni temi chiave come gli aiuti di Stato alle imprese, la pratica del dumping, l’apertura alle aziende straniere del mercato dei servizi finanziari, il già citato riequilibrio della bilancia commerciale.

Su questi e altri nodi cruciali nei rapporti bilaterali con gli Usa Pechino fa sempre orecchie da mercante, così come sull’export dei precursori del fentanyl, sullo yuan artificialmente sottovalutato, sul furto legalizzato di proprietà intellettuale, sul sostegno militare a Russia e Iran, sull’appoggio alla Corea del Nord, sulla violazione sempre più clamorosa dei diritti civili dei cittadini di Hong Kong, sul cyberspionaggio e si potrebbe andare avanti ancora a lungo.

Cosa vogliono gli Usa

Xi Jinping è da sempre abilissimo a discutere, ascoltare, promettere, alludere per poi lasciare tutto com’è. Ecco perché, anche le promesse che verranno fatte e i memorandum d’intesa non vincolanti che saranno firmati sono da prendere con le molle.

Si prevede che la Cina prometterà investimenti da circa 500 miliardi di dollari negli Usa, oltre all’acquisto di importanti quantità di fagioli di soia, carne di manzo e maiale, gas naturale, petrolio e una partita da circa 500 aerei Boeing 737 Max.

Gli Usa cercheranno anche di ottenere dalla Cina una estensione della moratoria sui controlli all’export di magneti e minerali critici, che possono bloccare interi comparti industriali in Occidente.

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Cosa chiede la Cina

Pechino, da parte sua, vuole mantenere la tregua sul fronte della guerra dei dazi e non vuole restrizioni alla compravendita e alla produzione di semiconduttori da parte americana.

Inoltre, ed è ciò che conta davvero per il regime comunista, Xi vuole ottenere da Trump uno stop a lungo termine alla vendita di armamenti americani a Taiwan, oltre a qualche importante dichiarazione di principio sulla “opposizione” all’indipendenza dell’isola.

Iran, Stretto di Hormuz e Ai

Non c’è dubbio, infine, che i due leader parleranno di Intelligenza artificiale e della guerra in Iran (dopo che Pechino ha concordato una linea negli ultimi giorni con il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi). A entrambi i paesi conviene che il conflitto termini il prima possibile.

Trump sarà presto impegnato nelle elezioni di midterm e ha bisogno di risultati tangibili. La Cina, per quanto stia resistendo senza particolari patemi alla crisi energetica e nonostante ami vedere gli Stati Uniti impantanati in un conflitto dal quale non sanno come uscire, vorrebbe che lo Stretto di Hormuz venisse riaperto il prima possibile, visto che dal braccio di mare lungo 60 km e largo 30 passano il 50% del petrolio e più del 30% del gas naturale che acquista.

Il magnate cattolico dell'editoria Jimmy Lai, in carcere a Hong Kong da 1.868 giorni
Il magnate cattolico dell’editoria Jimmy Lai, in carcere a Hong Kong da 1.959 giorni

Jimmy Lai non può aspettare

Se gli analisti sono scettici su un esito rilevante del vertice tra i due leader più importanti del mondo è perché Trump si presenta a Pechino indebolito dagli errori compiuti in Medio Oriente, mentre la Cina, pur avendo un’economia in frenata, non è ancora nelle condizioni di avere bisogno di fare concessioni al rivale.

L’incontro tra i due capi di Stato, in ogni caso, non sarà l’ultimo. A settembre Xi potrebbe recarsi negli Stati Uniti in visita, mentre Trump potrebbe tornare in Cina a novembre per l’Apec e il mese successivo Xi è atteso a Miami per il G20.

I due leader, insomma, avranno tempo per affinare eventuali intese. Ci sono questioni, però, che non possono attendere, come la liberazione a Hong Kong di Jimmy Lai. Settimana scorsa Trump ha detto che avrebbe sollevato il problema con Xi. L’imprenditore cattolico pro democrazia, condannato ingiustamente a 20 anni di carcere in un processo farsa, ha 78 anni ed è chiuso in una cella di isolamento da 1.959 giorni. Non può più aspettare.

@LeoneGrotti

Società
C’è una nuova domanda che dobbiamo farci di fronte all’intelligenza artificiale
Data articolo:Mon, 11 May 2026 02:30:00 +0000 di Marco Pecoraro

Attorno all’intelligenza artificiale si è consolidata una narrazione ricorrente, che attraversa giornali, televisioni, conferenze e discorso pubblico. Si tratta di un racconto che cerca di tracciare confini e di chiarire le differenze tra uomo e macchina, insistendo sulle peculiarità umane: la coscienza, l’intenzionalità, l’esperienza vissuta, la capacità di attribuire significato.

Sono argomenti corretti e condivisibili. Al loro interno, però, si annida un rischio sottile: quello della consolazione. La riduzione dell’Ai a “semplice pappagallo stocasticoâ€, una macchina che rielabora dati senza comprenderli, è diventata una formula sempre più diffusa. Tecnicamente, non è nemmeno sbagliata. Ma culturalmente rischia di funzionare come un anestetico. Come se bastasse ricordare che “non capisce†per sentirsi al sicuro. La sicurezza, però, non deriva dalla natura interna di un sistema, ma dai suoi effetti nel mondo. E gli effetti sono già evidenti.

Il ritardo dell’Italia sull’intelligenza artificiale

Anche per questi messaggi, e non solo per l’evidente gap di conoscenza culturale che episodi recenti – come la “sfortunata†intervista di Walter Veltroni a Claude, l’Ai di Anthropic – hanno mostrato in modo plastico, l’Italia si è progressivamente posizionata in coda all’adozione di queste tecnologie: i dati Istat‑Eurostat del 2025 la collocano al penultimo posto in Europa per utilizzo dell’intelligenza artificiale generativa.

Riflessioni o ritardi di questo tipo potevano essere giustificati un paio d’anni fa. Oggi appaiono difficili da accettare. L’intelligenza artificiale è già formidabile. E non in senso astratto, ma operativo: è più efficiente, più veloce, spesso più affidabile in una crescente quantità di compiti che fino a pochissimo tempo fa consideravamo distintivamente umani. Non si tratta più di una prospettiva futura. È una realtà in atto, una realtà che poteva non esserci, ma che invece c’è.

Il controllo umano dell’Ai

In questo contesto, anche un altro pilastro del discorso contemporaneo sull’Ai rischia di rivelarsi ambiguo: la filosofia dello “human in the loopâ€. Si tratta certamente di un approccio necessario, probabilmente il migliore che abbiamo trovato finora per implementare e governare questi sistemi, perché mantiene una responsabilità umana nei processi decisionali e introduce un livello di controllo indispensabile. Non a caso, è di qualche mese fa la decisione dell’Onu di istituire una nuova commissione per il controllo umano dell’Ai: da Nuova Delhi, lo scorso febbraio, il segretario generale António Guterres ricordava che «la scienza informa, ma gli esseri umani decidono. Il nostro obiettivo è rendere il controllo umano una realtà tecnica, non uno slogan».

Ma questa impostazione può trasformarsi a sua volta in una forma di rassicurazione, se non si riconosce una tensione intrinseca: queste tecnologie tendono, per loro natura, a ridurre la necessità dell’intervento umano proprio nei contesti in cui dimostrano maggiore efficacia. Se un sistema è più accurato, più rapido e meno soggetto a errore, la pressione economica, organizzativa e sociale andrà inevitabilmente nella direzione di affidargli sempre più autonomia. È un dato di fatto.

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La nuova domanda che dobbiamo porci

È qui dunque che la domanda deve evolversi. Non è più: «In cosa siamo diversi dall’Ai?», ma piuttosto: «Che società vogliamo costruire in un mondo in cui l’Ai sarà più efficiente e instancabile di noi in quasi tutto ciò che è misurabile?». È una domanda radicale, che tocca ogni dimensione della vita collettiva.

Riguarda, ad esempio, l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro. Se l’apprendimento tradizionale passa attraverso l’esperienza, l’errore, l’inefficienza e la progressiva acquisizione di competenze, quale spazio rimane quando molte di queste competenze sono immediatamente disponibili, e spesso meglio eseguite da una macchina? E quali responsabilità ricadono, in questo scenario, sulle aziende?

Riguarda l’educazione. Se l’accesso alla conoscenza non è più il problema centrale, e lo diventano invece la formazione del giudizio, del senso critico e della responsabilità, allora il compito educativo come deve evolversi?

Intelligenza artificiale, libertà e democrazia

Riguarda infine la difesa della libertà e della democrazia, in un contesto in cui strumenti potentissimi di analisi, previsione e influenza sono concentrati nelle mani di pochi attori. Non è una questione teorica: alcune grandi aziende tecnologiche stanno già provando a fornire la loro prospettiva sotto forma di manifesti valoriali.

Palantir Technologies, ad esempio, ha pubblicato un controverso manifesto in 22 punti in cui rivendica esplicitamente una visione del mondo fondata su sicurezza, difesa dell’Occidente e centralità della tecnologia come strumento di potere strategico. Più del contenuto specifico, ciò che merita attenzione è il fatto che visioni di società, capaci di toccare temi politici, etici e culturali, vengano elaborate e proposte da soggetti privati guidati da logiche che non coincidono con il bene comune. Vale la pena chiedersi se sia opportuno che siano le aziende tecnologiche a definire l’orizzonte della nostra convivenza. La storia suggerisce cautela.

Peter Thiel
L’imprenditore Peter Thiel, fondatore (tra le altre cose) di PayPal e Palantir Technologies, a un convegno sulla tecnologia a Scottsdale, Arizona, nel 2022 (foto Gage Skidmore/Flickr)

Il punto non è difendere spazi residuali di umanità

Non è mai stata la sola superiorità tecnica a generare grandezza umana. Se così fosse, epoche meno avanzate della nostra, e infinitamente meno dotate di strumenti rispetto all’intelligenza artificiale, non avrebbero prodotto, solo per citarne alcune, figure come Dante Alighieri, Michelangelo, Leonardo, ma anche Galileo Galilei, Beethoven, Mozart o Leopardi. Eppure, di fronte alle loro opere, continuiamo a provare stupore. Perché? Non certo per una superiorità tecnica nel senso contemporaneo del termine. Ma per una profondità di sguardo, una capacità di interrogare il reale, una tensione verso il significato messe al servizio del loro talento e che eccede qualsiasi strumento.

È qui che si gioca la partita decisiva. Se l’Ai è destinata, ed è già evidente che lo sia, a eccellere in una vasta gamma di attività, allora la questione non è difendere spazi residuali di competenza umana, né rifugiarsi in definizioni rassicuranti della nostra “unicitàâ€. La questione è comprendere quali condizioni sociali, culturali e educative possano permettere all’umano di emergere in modo nuovo: non contro la tecnologia, non nonostante la tecnologia, ma in un rapporto con essa più esigente e più libero.

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C’è spazio per i nuovi Michelangelo e Beethoven?

Costruire una società in cui l’intelligenza artificiale sia diffusa, potente e pervasiva, e in cui, allo stesso tempo, possano emergere nuovi “Michelangeloâ€, nuovi “Danteâ€, nuovi “Leonardoâ€, nuovi “Beethovenâ€, non è un’utopia romantica: è una sfida concreta, perché l’uomo è sempre lo stesso. È una sfida che implica ripensare il valore del lavoro oltre la sola produttività, ridefinire l’educazione come formazione integrale della persona e non come semplice trasmissione di competenze, e rivendicare uno spazio pubblico in cui le decisioni fondamentali non siano delegate implicitamente a chi controlla la tecnologia.

La domanda di fondo, in fin dei conti, è antica anche se oggi sembra assumere una forma inedita: che cosa rende una società capace di esaltare chi siamo e il nostro desiderio di bene? L’intelligenza artificiale non può rispondere a questa domanda. Ma può rendere impossibile ignorarla.

Blog
Garlasco, il banchetto degli abietti e i nuovi mostri da palinsesto
Data articolo:Mon, 11 May 2026 02:20:00 +0000 di Caterina Giojelli

Intervistato sulla nuova ipotesi accusatoria che prova a smontare la sentenza definitiva contro Alberto Stasi per costruire il “killer Sempioâ€, Francesco Compagna, legale della famiglia Poggi insieme a Gian Luigi Tizzoni, ribadisce venerdì al Corriere della Sera:

«I genitori di Chiara non hanno cambiato idea per la semplice ragione che conoscono gli atti del processo Stasi meglio di tanti opinionisti. E al momento non vedono nulla che metta in discussione quell’impianto accusatorio».

Compagna aveva già ridimensionato il peso attribuito all’ormai famigerato audio del “soliloquio-confessione†di Andrea Sempio, nuova stele di Rosetta del delitto, in un video ripreso anche dall’Ansa:

«Non è certo con delle suggestioni mediatiche che si può modificare la realtà dei fatti. Adesso accade con delle registrazioni di un anno fa dei soliloqui dell’indagato mentre sentiva delle trasmissioni o dei podcast e sinceramente tutto mi pare fuorché un dato confessorio [...]. Parliamo di un ragazzo che ...

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Pavoni e no pav
Data articolo:Mon, 11 May 2026 02:15:00 +0000 di Annalisa Teggi

Da notizia di colore – e davvero molto colorata – a dramma di convivenza. Punta Marina, località balneare del Ravennate, si è guadagnata un posto al sole nella cronaca nazionale per un’insolita invasione di pavoni. Oltre un centinaio di esemplari liberi di scorrazzare sta dando spettacolo e fastidio. Il posto al sole se lo prendono tutto loro, perché, al di là dell’incontestabile meraviglia del loro aspetto, sono uccelli invadenti, per nulla sofisticati ed eleganti come suggerirebbe la loro coda. Praticamente onnivori, rumorosi, sfacciati, generosissimi di escrementi, sono l’ennesimo promemoria che la natura, quando entra in paese, non si comporta da cartolina. Con una strana eco che evoca ben altre proteste, la cittadinanza si è divisa in pro pav e no pav. Il grave disagio igienico da una parte, la risorsa di un’attrazione turistica dall’altra. «Se abbiamo la bellezza perché la dobbiamo mandare via?», si chiede un pro pav. Verrebbe da scomodare san Francesco. Essendo l’ottavo centenar...

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Cultura
Fino alle stelle
Data articolo:Sun, 10 May 2026 07:24:54 +0000 di Franco Nembrini

Per gentile concessione dell’editore Liberilibri, pubblichiamo di seguito l’introduzione firmata da Franco Nembrini alla riedizione di “Ed io che sono?†di Giancarlo Cesana. I titoletti nel testo sono opera della redazione.

* * *

Giancarlo Cesana poteva forse scegliere un titolo diverso per questo libro? Ed io che sono?: il grido che sta al cuore dell’esperienza umana e poetica di Giacomo Leopardi, il seme da cui è fiorita tutta l’opera educativa di don Luigi Giussani, che di Leopardi è stato grande innamorato e di Cesana è stato maestro; al fondo, la domanda di cui è intessuta la vita di ogni uomo, e perciò l’unico oggetto adeguato di ogni azione educativa degna di questo nome.

Per me Giancarlo Cesana è stato un grande compagno e maestro. Quando, ancora ragazzo, muovevo i primi passi nell’esperienza del movimento di Comunione e Liberazione, lui era già uno dei “responsabiliâ€, uno degli adulti a cui guardavo pensando che sarebbe stato bello diventare grande con lo stesso sentimento delle cose che aveva lui. Quando poi le vicende della vita hanno imprevedibilmente attribuito anche a me un ruolo di responsabilità nel movimento mi ha sempre supportato e accompagnato. Se avevo un problema, una difficoltà, un’incertezza, andavo da lui, e trovavo sempre un giudizio intelligente sulle situazioni che dovevo affrontare, e insieme una paternità benevola, capace di abbracciare i miei limiti e la mia fatica. E adesso che siamo tutti nonni continuo a imparare dalla sua saggezza, che attraversa anche le pagine di questo libro.

Il valore (e il limite) della psicologia

Per cominciare, capisco forse per la prima volta il valore della psicologia. Giancarlo comincia denunciando uno dei mali della società di oggi, e cioè la riduzione dell’educazione a psicologia, il fatto che, dato che non sappiamo più educare, ci affidiamo alla psicologia come se fosse la soluzione, come se potesse darci la ricetta per risolvere un problema di cui abbiamo perso le coordinate; ed è una denuncia che condivido completamente. Solo che Cesana la psicologia la conosce bene, l’ha studiata, l’ha praticata; e allora non si limita a liquidarla, ma la spiega, la racconta, ne fa una lunga e dettagliata trattazione che permette a chiunque (anche a me) di comprenderne il valore. Dopodiché, ne riconosce anche i limiti:

«Poiché, insieme al ricercatore e al medico ho fatto anche lo psicoterapeuta, voglio testimoniare da una parte l’importanza dell’approccio scientifico alla problematica psicologica; dall’altra parte la sua insufficienza e, pertanto, la sua inadeguatezza ad affrontare il processo ben più complesso dell’educazione».

Una strada per approssimarsi alla verità

La seconda parte del libro è dedicata all’educazione. E qui, che conforto ritrovare tante delle cose che anch’io ho imparato dalla vita, e che anch’io vado ripetendo quando mi chiamano a parlare di educazione! Mi limito a qualche esempio.

«Educare un ragazzo significa innanzitutto trasmettergli a cosa serve vivere, che nesso ha la propria vita con il mondo; introdurlo al significato dei particolari che la realtà manifesta».

«Significato è sinonimo di rapporto: il significato delle cose è il rapporto che esse hanno tra di loro e con tutto, fino alle stelle»: le stelle di un celebre episodio della vita di don Giussani (che Cesana riporta), le stelle con cui il mio amato Dante chiude ogni cantica della Commedia, le stelle che tanto hanno entusiasmato i ragazzi che negli ultimi anni hanno presentato la mostra sulla Commedia in mezza Italia: davvero educare è rimettere in rapporto con le stelle!

«Il compito dell’educazione è proprio la comunicazione del significato delle cose, dei pensieri e degli atti, come strada per approssimarsi a conoscere la verità, la quale a sua volta mette in moto la libertà, l’intelligenza unita all’energia affettiva».

Formula stupendamente sintetica dei fattori fondamentali dell’opera educativa: introdurre alla verità, ma non a una verità astratta, la verità della vita, una verità che muove insieme intelligenza e affezione, perché intelligenza e affezione non sono separabili, il desiderio di comprendere è indissolubilmente legato all’attrattiva, al sentimento del bello e del bene che la realtà suscita.

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Lavare i panni cantando

E infatti – prosegue Cesana –

«per insegnare, per educare, occorre amare l’uomo, coinvolgersi con il suo destino, con il suo compito, il suo significato nel mondo. Ma come si fa per imparare il significato della realtà? Dobbiamo metterci a studiare la psicologia, la filosofia, la storia, la biologia e anche la teologia? È necessario frequentare gli intellettuali? Come facevano le contadine di una volta, che non sempre erano arrivate alla quinta elementare, a tirar grandi nidiate di figli, con i mariti sempre al lavoro – o, se andava male, all’osteria – senza esaurirsi?».

E a me viene in mente mia mamma, che appunto era arrivata alla quinta elementare e di figli ne ha avuti dieci, e mi ha educato perché mentre lavava i panni a mano (la lavatrice era un lusso che non ci potevamo permettere) cantava o pregava.

Perché «la verità è amore. La verità è una persona che vive per te. Non si tratta di un’idea, ma di un’esperienza. Un insegnante, un genitore devono comunicare a un ragazzo che è necessario, che non sarebbe la stessa cosa se non ci fosse; che, se mancasse, al mondo mancherebbe qualcosa di importante. Se non si comunica questo, la libertà rimane spenta, come una luce potenzialmente fortissima, ma che non si accende mai». «Quanti drammi scolastici sono determinati dal fatto che ragazzi intelligenti prendono insufficienze, senza alcuna valorizzazione».

Quante volte l’ho visto succedere, quante volte al contrario ho visto ragazzi riprendere e rinascere perché erano stimati per il solo fatto che ci sono.

Un avvenimento imprevedibile

Al lettore il piacere di scoprire le argomentazioni che reggono queste affermazioni, nonché la ricchezza di altri spunti – sulla famiglia, la scuola, l’università… – di cui il libro è pieno.

Con due ultime considerazioni.

La prima. Il libro che avete in mano non è un libro “teoricoâ€, pieno cioè di teorie sulla psicologia e sull’educazione. Al contrario, le cose che Cesana racconta le ha imparate dalla vita, e anche quelle che ha imparato sui libri le ha sottoposte alla verifica dell’esperienza. Così, il fatto che le riflessioni su psicologia ed educazione siano intrecciate alle sue vicende umane dà a quel che dice tutta la ricchezza di un’esperienza vissuta.

La seconda. Tutto il libro è un inno alla libertà. Negare la libertà e «trattare l’uomo come un topo, più complesso, ma sempre topo» è il limite della psicologia che si pretende “scientificaâ€, mentre la psicologia più intelligente riconosce che «nell’uomo tutto sta a dimostrare che c’è un fattore che ultimamente sfugge, non è veramente dominabile. È la libertà. E anche nei pazienti psichici si può osservare una libertà che si manifesta come un vero e proprio avvenimento imprevedibile». E qui Cesana cita un formidabile dialogo con don Giussani:

«Una volta don Giussani mi chiese se la decisione di curarsi debba e possa essere presa anche da una persona che sta male psicologicamente. Alla mia risposta affermativa, lui ribatté: “Meno male, all’origine c’è sempre la libertàâ€Â».

Riconquistare quel che già si sa

E proprio perché ama la libertà Cesana la descrive accuratamente:

«Identificare la libertà solo con la volontà, cioè con la facoltà di scegliere, è parziale e può, addirittura, diventare fuorviante. La radice della volontà è la ragione, che valuta e cerca quale possa essere la relazione più adeguata con la realtà. La scelta è espressione della libertà, ma può non essere il suo compimento. La libertà è un mezzo per raggiungere la felicità, un compimento di sé che non è ultimamente nelle nostre facoltà. Da cosa è messa in moto la libertà? Che cosa rende l’uomo libero? “Conoscerete la verità e la verità vi farà liberiâ€, suggerisce il Vangelo da oltre duemila anni. Ciò che rende possibile essere liberi, che desta la nostra libertà, è la verità».

Verso la fine, Cesana osserva che quando don Giussani, negli anni Cinquanta del Novecento, decise di andare a insegnare nella scuola, fu per così dire costretto a “reinventare†quel che già sapeva:

«Essendo certo della verità di quello che aveva imparato e vissuto, don Giussani non ha esitato a metterlo in discussione per riconquistarlo».

Finita la lettura, mi sono accorto che da un lato – l’ho già detto – ho imparato cose nuove; dall’altro sono stato provocato a riscoprire quel che credevo già di sapere, ma che va continuamente riconquistato. Con l’augurio che questo possa accadere a ogni lettore di queste pagine.


Copertina del libro “Ed io che sono?†di Giancarlo

Giancarlo Cesana, Ed io che sono? Tra psicologia ed educazione, Liberilibri 2016, 160 pagine, 15 euro.

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Società
Sotto i ferri, avere un amico è meglio
Data articolo:Sun, 10 May 2026 02:10:00 +0000 di Emiliano Ronzoni

Nella mia vita mi è capitato di andare quattro o cinque volte sotto i ferri. Della prima, la più importante, una vicenda lunga mesi, non ho ricordi e percezioni precise. Ero giovane giovane. Vivevo sì intensamente, ma il presente era quasi solo il balzo che apriva al futuro. E l’ospedale, solo una parentesi.

Ricordo però due cose: la prima è che mentre io ero lì, nel letto dei dolori, passava spesso da me un giovane specializzando. Extraparlamentare di sinistra, Avanguardia operaia per la precisione. Già allora ero parte di un’amicizia che, come è intuibile, veniva numerosa ogni giorno a trovarmi. Il giovane specializzando di Avanguardia operaia forse incuriosito, forse attratto da un’umanità che sentiva in sé non compiuta, si fermava, un giorno sì e l’altro pure, presso il mio letto. Il problema era che, a me che giacevo, quasi esausto, raccontava e confidava tutti i suoi problemi, le sue incertezze, tutte le sue paure. Mi sfiniva. Voi non sapete cosa voglia dire aggiungere al carico, di chi già si sente schiacciato, anche un solo grammo in più. Avrei voluto dirgli che non ero Gesù e che non ero in grado di farmi carico di tutti i mali del mondo. Figurarsi i suoi.

Il secondo ricordo ha a che fare con il professor Vittorio Staudacher, luminare della chirurgia. Si annunciava sulla porta, entrava, e faceva quel che doveva fare, senza tentennare. Una volta arrivò a togliermi, dalla pancia, pinze alla mano, un gesto deciso dopo l’altro, in rapidissima successione, una quindicina di metri di garza. Nei giorni precedenti i suoi assistenti, paradossalmente per delicatezza nei miei confronti, me ne toglievano un pezzetto per volta. Con il fatto che, dopo, la ferita rimarginava e, ogni giorno, dovevano riaprirla di nuovo. Giuro che nelle mani di Staudacher sarei morto fiducioso. Chi è nel bisogno capisce se chi ha davanti ha del suo oppure no. Insomma, tra il giovane di Avanguardia operaia e Staudacher capii forse per la prima volta, il detto evangelico: «A chi ha verrà dato. E a chi non ha verrà tolto anche quello che ha».

Fare del male a chi sta male

Gli ultimi ricoveri sono più recenti. Il penultimo nelle mani di un amico. L’ultimo in una struttura dove non conoscevo nessuno e che un’infermiera, all’atto dell’accettazione, definì non privata e neanche pubblica. Quasi pubblica. Cosa voglia dire non lo so. Ricoverandomi nelle mani del mio amico chiacchieravo con lui, mi interessavo alle vicende dell’ospedale e del reparto. Vivevo quella strana esperienza per cui guardavo con simpatia medici e infermieri che lo guardavano con simpatia, ero contento quando lo trattavano con deferenza e stima. Insomma, le sue vicende erano le mie e mi ero già un po’ impossessato dell’ospedale.

Nell’ultimo ricovero, invece, mi son trovato annegato in un mare di fogli da firmare, di protocolli, di etichette da appiccicare. In quell’ospedale quasi pubblico ognuno aveva la sua parte, il suo compito. Dove smetteva uno incominciava l’altro, e io passavo di mano in mano come un pacco Amazon e, ad ogni passaggio, ricominciava la trafila: nome cognome, terapie in atto, allergie, fumo, alcol, passate anestesie ecc ecc. Diciamolo subito: tutto è andato bene. Qualcuno mi ha ricevuto all’entrata, qualcun altro mi ha accompagnato all’uscita. In mezzo i tanti, ognuno con i suoi compiti diversi. Chi mi ha operato non so. Non ho chiesto il nome e nessuno me l’ha detto.

Intanto che il chirurgo operava (spinale e quindi cosciente) pensavo: «In compenso, però, qui, almeno funziona» e mi venivano in mente i tanti ospedali, anche qui nel nostro Meridione, o gli ospedali di Gaza o in Ucraina, o in chissà quali altre parti del mondo sotto le bombe. E pensavo: fare del male a chi sta male è proprio un crimine. E poi dopo ho pensato che anche far del male a chi sta bene è comunque un crimine.

Come dal meccanico di famiglia

Qual è la differenza fra i due ospedali? Non so. Quello che è certo è che i chirurghi riparano i corpi. Un po’ come i meccanici che mettono mano alle macchine. Tolgono un pezzo, ne aggiustano un altro, puliscono e grattano via le incrostazioni, ricalibrano la centralina, lubrificano i meccanismi. La differenza secondo me è un po’ come quando tu vai dal meccanico di famiglia che ha già messo mano sulle tue vecchie auto e anche su quelle dei tuoi parenti e amici e quando vai lì, chiacchieri e lui ti dice: «Vedi qui si è grippato il pistone: è da buttare. Possiamo vedere di trovarne un altro». «Meno male che le valvole non si sono piegate». Oppure: «Ma quanto tempo è che non la fai vedere quest’auto?, non vedi che fa schifo?». O ancora: «Bisogna pulire i contatti, la pompa di benzina non tirerà avanti ancora per molto». E tu ti informi e chiedi, ma cosa mi verrà a costare? Devo proprio cambiarla la pompa? Non riusciamo a tirare avanti ancora per un po’? «Mah, si può tentare, ma non garantisco». Oppure anche: «Io non te lo consiglio».

L’ultimo ospedale, quello quasi pubblico, invece, è come quanti porti la tua auto per il tagliando obbligatorio (altrimenti perdi tutte le garanzie) in una di quelle officine autorizzate giapponesi: vai, consegni le chiavi, la tua auto scompare dietro una porta a sensori e riappare qualche giorno dopo da un’altra porta sempre a sensori a fianco della prima. Prendi le chiavi, sali in macchina e te ne vai.

Domanda astratta, risposta concreta

Quale è meglio fra le due officine? Non lo so. So di essere un po’ qualunquista, io però preferisco la prima. La prima ti dà l’impressione che la tua macchina c’entri con te, che faccia quasi parte della tua storia familiare, di contro la seconda sembra tua quasi per caso, non perché è stata scelta. Si lascia fare, indifferente a chiunque salga alla guida. Obbedisce si potrebbe dire, se non fosse che il termine obbedire è ancora umano, troppo umano. C’è una morale in tutto questo sproloquiare di ospedali, medici, auto e officine? Sì, che c’è. Tanto semplice da suonare perfin banale. Ed è che, fatta salva la competenza, in ospedale, come nella vita, è sempre meglio avere degli amici. Pensateci.

PS. Potrebbe esserci chi, preso da una di quelle questioni astratte che sono tanto care all’animo occidentale, potrebbe chiedere: sì, sì, hai un bel dire tu, ma, visto che c’è di mezzo la vita, dovendo scegliere tra amicizia e competenza, cosa sceglieresti? A domanda astratta risposta concreta: la prima degenza di cui sopra fu lunga anche perché un giovane chirurgo tentò un’operazione più grande di lui. Ero un caso interessante e avrebbe fatto, come si dice, curriculum. Un amico no, questo lo so per certo, avrebbe riconosciuto la propria inadeguatezza e mi avrebbe deposto nelle mani di altri più preparati. E, infatti, amici medici, mi strapparono di là, e mi portarono da Staudacher. Fidatevi, amico è meglio.

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Lucia, che parla alle piante del condominio
Data articolo:Sun, 10 May 2026 02:10:00 +0000 di Fabio Cavallari

Lucia abita al terzo piano e non ha un balcone grande. Ha tre vasi e una pazienza lunga.
Ogni mattina scende nel cortile e annaffia le piante comuni. Non è un incarico ufficiale. È successo una volta e poi è rimasto così.

Parla alle foglie come se fossero persone distratte. “Dai suâ€, “resisti ancora un po’â€, “qui arriva il soleâ€.
Qualcuno ride. Altri le portano semi o una pianta nuova da provare.

Lucia dice che le piante insegnano una cosa semplice. Crescono lentamente e non fanno mai notizia.
Nessuno fotografa una foglia che spunta. Tutti fotografano un albero quando cade.

Lei preferisce il momento prima.
Quello in cui la vita si organizza in silenzio.

Cresce mentre ti distrai

Ha imparato a riconoscere i segni piccoli. Una foglia che cambia colore. Un ramo che si piega verso la luce. La terra che si secca appena prima che la pianta lo chieda. Dice che le piante parlano piano e che per sentirle bisogna smettere di avere fretta.

Nel cortile ormai lo sanno tutti. Se una pianta ingiallisce qualcuno chiama Lucia. Lei arriva con un annaffiatoio e un’aria tranquilla, come se non fosse niente di grave. Tasta la terra con le dita, sposta il vaso di pochi centimetri, taglia una foglia secca.

Non fa grandi discorsi. Dice solo che la vita funziona così. Non cresce quando la guardi. Cresce mentre ti distrai. E intanto mette radici.


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