NEWS - prima pagina - NEWS - politica - NEWS meteo

Cliccando su i link posti di seguito, si aprirà la pagina delle news relativa al titolo del link stesso


News da tempi.it

News da tempi.it

#news #tempi.it

Economia
Tra le righe del trattato tra Ue e Mercosur c’è qualcosa di più di un accordo commerciale
Data articolo:Mon, 26 Jan 2026 17:36:31 +0000 di Tiziano Pozzi

Quello che avrebbe dovuto rappresentare il traguardo di una lunga trattativa diplomatica durata oltre venticinque anni si è trasformato, nel giro di poche ore, in un clamoroso stallo istituzionale. Il 21 gennaio 2026, il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione che richiede alla Corte di giustizia dell’Unione Europea un parere vincolante sulla legittimità dell’accordo commerciale con il Mercosur. Questa decisione sposta la responsabilità sul tribunale di Lussemburgo, bloccando di fatto qualsiasi votazione finale fino almeno al 2027, dato che il periodo stimato per la pronuncia si aggira tra i diciotto e i venti mesi.

Il fulcro della protesta

Durante la votazione, le strade di Strasburgo sono state teatro di una massiccia protesta: migliaia di agricoltori provenienti da tutta Europa si sono radunati in città con i propri trattori. Per le principali organizzazioni agricole, come Coldiretti, Cia e Confagricoltura, il rinvio alla Corte rappresenta una vittoria contro un accordo percepito come «sleale».

Il fulcro della protesta non riguarda il rifiuto del commercio in sé, ma la totale mancanza di reciprocità nelle regole applicate. Gli agricoltori denunciano un paradosso insostenibile: mentre l’Europa impone standard ambientali e sanitari sempre più stringenti, l’accordo rischia di favorire l’ingresso di prodotti sudamericani ottenuti con costi inferiori e l’uso di princìpi attivi vietati nell’Ue da decenni.

Il nodo dei fitofarmaci vietati e i controlli insufficienti

Si evidenzia inoltre una problematica etica significativa: l’Europa produce ed esporta verso il Mercosur circa 7 mila tonnellate di fitofarmaci il cui utilizzo è vietato nei propri campi, che potrebbero rientrare nel mercato europeo tramite i prodotti agricoli sudamericani (report del Centro Studi Divulga, 2024).

A questo si aggiunge la debolezza dei controlli alle frontiere: attualmente solo il 3 per cento delle merci che arrivano nei porti europei – come Rotterdam – viene fisicamente ispezionato. Anche se fosse mantenuta la promessa della Commissione di aumentare le ispezioni del 33 per cento, si arriverebbe solo al 4 per cento, un livello considerato insufficiente dalle organizzazioni agricole per garantire la sicurezza alimentare. Lo scenario appare particolarmente preoccupante per settori sensibili come la zootecnia e la risicoltura.

Inoltre, un aumento delle importazioni a condizioni più favorevoli potrebbe portare a una pressione al ribasso sui prezzi, con ripercussioni negative su intere filiere produttive.

La delusione di Confindustria e dei produttori di vino

Se il mondo agricolo vede il rinvio come una vittoria, quello industriale e dell’export vive invece momenti di profonda inquietudine. Secondo Confindustria, lo stop all’accordo mette a rischio circa 14 miliardi di euro per il sistema produttivo italiano: l’intesa avrebbe dovuto abbattere dazi dal 15 al 35 per cento su macchinari, prodotti chimici e automobili.

Un settore particolarmente colpito è quello del vino, con Federvini e l’Unione italiana vini (Uiv) che definiscono il voto come un vero e proprio «darsi la zappa sui piedi». Attualmente, i vini europei scontano in Brasile dazi del 27 per cento per i fermi e del 35 per cento per gli spumanti; il congelamento dell’accordo rischia di penalizzare ulteriormente la competitività italiana in un mercato dal valore di 500 milioni di euro, dove la quota italiana è ferma all’8 per cento.

In controtendenza emerge il comparto ortofrutticolo, che registra una bilancia commerciale positiva verso il Mercosur, ma teme comunque il rischio di dumping se i dazi venissero eliminati senza adeguate garanzie.

Una questione strategica

Il rinvio alla Corte solleva anche interrogativi sui meccanismi di riequilibrio previsti dall’accordo, che potrebbero consentire ai paesi sudamericani di chiedere indennizzi qualora l’Unione Europea inasprisse le proprie normative ambientali, minando l’autonomia del diritto comunitario. In questo quadro, quello con il Mercosur si configura come molto più di un semplice trattato commerciale: diventa il banco di prova della capacità dell’Unione Europea di coniugare ambizione geopolitica, sostenibilità e consenso democratico. Il messaggio che emerge da Strasburgo è inequivocabile: il cibo non può essere trattato come una merce qualsiasi e la transizione ecologica europea non deve tradursi nella desertificazione delle campagne continentali.

Blog
Come si fa a non vedere i risultati politici della linea Meloni (e Merz) su Trump?
Data articolo:Mon, 26 Jan 2026 08:01:11 +0000 di Lodovico Festa

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ospite della premier Giorgia Meloni a Villa Doria Pamphilj, Roma, per il vertice bilaterale Italia-Germania, 23 gennaio 2026 (foto Ansa) Su Linkiesta Mario Lavia scrive:

«È il suo faro ideologico, convinta che il personaggio abbia il mondo in mano, il che è solo parzialmente vero, e se fosse interamente vero sarebbe un buon motivo per arginarlo. Dopodiché ha ragione Gentiloni quando chiede: “Ma a noi che ce ne viene?â€. Cosa ha guadagnato l’Italia della special relationship con il Mastino americano? A che è servito scodinzolare a Mar-a-Lago (a parte l’intercessione per Cecilia Sala, ma quello non è un fatto politico), ammiccare coi sorrisoni alla Casa Bianca, se non alla personale immagine di una Giorgia televisiva non più underdog ma undertrump?».

La discussione pubblica, sale di una società libera, richiede il confronto tra posizioni diverse: ma la “discussione†funziona bene se la propaganda dei punti di vista, pur inevitabile, è contenuta. Al...

Contenuto riservato agli abbonati Digitale e Full
Digitale
Il quotidiano online
+ il mensile digitale
Full
Il quotidiano online
+ il mensile digitale e cartaceo
Tempi capisce, colpisce. Abbonati subito. Scopri l’offerta

Giustizia
Nordio e le ragioni del “sì†al referendum: «Un controsenso l’unità delle carriere»
Data articolo:Mon, 26 Jan 2026 03:55:00 +0000 di Giuseppe Beltrame

«Questa riforma ci porterà al livello della giustizia delle grandi democrazie occidentali». Sabato 23 gennaio a Udine il Ministro della Giustizia Carlo Nordio lancia anche in Friuli-Venezia Giulia la campagna per il “sì†al referendum del 22 e 23 marzo sulla riforma della magistratura che porta il suo nome. Con l’affabilità che sempre lo contraddistingue, in un Centro culturale delle Grazie gremito, il Guardasigilli risponde alle domande del neo-direttore del Giornale Tommaso Cerno, di casa nel capoluogo friulano. Una partecipazione di popolo inaspettata, in più di duecento non hanno trovato posto a sedere. Dopo l’introduzione del parlamentare di Fratelli d’Italia Walter Rizzetto, Nordio ha spiegato perché i quesiti referendari riguardano temi che ha in mente «da più di trent’anni», come tiene subito a sottolineare. La magistratura “intoccabile†e il coraggio di cambiare In un paese in cui sembra vietato “toccare†la giustizia, il ministro esordisce citando Giuliano Vassalli (1915-200...

Contenuto riservato agli abbonati
Light
Il quotidiano online
per i nuovi abbonati
Digitale
Il quotidiano online
+ il mensile digitale
Full
Il quotidiano online
+ il mensile digitale e cartaceo
Tempi capisce, colpisce. Abbonati subito. Scopri l’offerta

Esteri
Allarme in Francia: islamisti infiltrati nelle liste elettorali alle prossime elezioni
Data articolo:Mon, 26 Jan 2026 03:40:00 +0000 di Mauro Zanon

Parigi. Lo scorso anno, Gilles Kepel, uno dei massimi islamologi francesi e direttore della cattedra Medio Oriente e Mediterraneo all’École normale supérieure, lanciò l’allarme sul rischio di infiltrazioni islamiste alle elezioni comunali del 2026, che si terranno i prossimi 15 e 22 marzo. «I Fratelli musulmani faranno il giro dei candidati proponendo loro 300 voti», avvertì Kepel, ospite del programma Le Figaro La Nuit, prima di aggiungere: «Quando vai a trovare un politico in una città dove tutto si gioca in 500 voti, se arrivi con 300 voti garantiti, ti ascoltano».

L’islamologo spiegò che negli anni Duemila era già successo in Francia, a Aulnay-sous-Bois, comune della banlieue nord di Parigi a maggioranza arabo-musulmana. «Il sindaco di sinistra dell’epoca strinse un patto con un’organizzazione vicina ai Fratelli musulmani (…) ma non fece ciò che era stato richiesto, ovvero concedere dei locali per una scuola islamica», raccontò Gilles Kepel. Tuttavia, «alle elezioni successive, la stessa organizzazione ha fatto eleggere il candidato di destra, che si è impegnato a concedere questo istituto scolastico».

Il rischio di infiltrazioni islamiste è altissimo

Quattro anni dopo, nel 2018, il sindaco ha effettivamente ceduto i locali dell’ex scuola pubblica Bougainville all’associazione L’Espérance musulmane de la jeunesse française, che ha aperto una scuola privata musulmana, chiamata Philippe-Grenier. È passato un anno dall’avvertimento di Kepel e anche lo Stato francese, finalmente, si è accorto che il rischio di entrismo islamista non è mai stato così alto. Secondo una fonte anonima del ministero dell’Interno citata dal Parisien, “diverse decine†di comuni che i prossimi 15 e 22 marzo eleggeranno il nuovo sindaco sono sorvegliati speciali da parte del governo per la presenza di islamisti nelle liste.

Tra questi comuni spicca Colombes, negli Hauts-de-Seine. La quarta città più grande del dipartimento situato a ovest di Parigi è citata nel rapporto pubblicato a maggio dal ministero dell’Interno e intitolato “Fratelli musulmani e islamismo politico in Franciaâ€, ma anche nella recente commissione d’inchiesta parlamentare sui legami tra politici e islamisti, dove i servizi segreti hanno rilevato una “concentrazione di associazioni vicine ai Fratelli musulmaniâ€.

Il ministero dell’Interno promette “maggiore vigilanza†alle comunali in Francia

Pochi mesi fa, su impulso del prefetto degli Hauts-de-Seine Alexandre Brugère, è stato allontanato il capo di gabinetto del sindaco ecologista uscente Patrick Chaimovitch: si tratta di Stéphane Tchouhan. Oltre al suo incarico in municipio, questo convertito dirigeva una scuola coranica, dove erano affissi poster di persone senza volto, caratteristica tipica dell’islam radicale. Secondo le informazioni del Parisien, le autorità avrebbero inoltre nel mirino altri otto eletti della maggioranza ecologista uscente di Colombes, legati all’associazione Musc, che gestisce una sala di preghiera considerata “rigorista†dai servizi segreti territoriali.

A due mesi dalle elezioni comunali, una fonte del ministero dell’Interno promette “maggiore vigilanza†alle urne per prevenire qualsiasi forma di “entrismo†mentre Gilles Platret, sindaco di centro-destra di Chalon-sur-Saône (Saône-et-Loire), invoca una soluzione più radicale, ossia la sospensione delle liste sospettate di entrismo. Oltre alla presenza di musulmani radicali nelle liste elettorali, le autorità esaminano attentamente anche il rischio di un approccio più pernicioso da parte di “influencer†islamisti.

Ne è un esempio Digione (Côte-d’Or), dove la vicinanza di Mohamed Ateb alla maggioranza della sindaca socialista Nathalie Koenders suscita parecchia inquietudine. Nel 2022, questo ex responsabile dell’Uoif ― il ramo francese dei Fratelli musulmani, oggi ribattezzato Mdf ― ha reso omaggio sui social network all’egiziano Youssef al-Qaradâwi, noto come ispiratore del pensiero dei Fratelli musulmani, esperto nell’apologia dell’omofobia, dell’antisemitismo e della violenza contro le donne. Ateb, secondo quanto riportato dal Parisien, era legato anche all’Iesh, l’istituto di formazione degli imam della Borgogna chiuso di recente dal ministero dell’Interno per sospetti di radicalizzazione. «È un amico», ha ammesso senza troppi giri di parole François Rebsamen, ex sindaco della città e membro dell’attuale giunta comunale.

Leggi anche

Le elezioni comunali, stress test per la République

Altri due comuni sono sotto la lente dell’intelligence francese: Nanterre (Hauts-de-Seine) e Vénissieux (Rhône), in ragione di due liste sotto la bandiera dell’Unione dei democratici musulmani di Francia (Udmf). «Il nostro elettorato non chiede moschee ovunque. Quello che vuole sono scuole pubbliche che non siano di seconda categoria!», ha detto al Parisien Najib Azergui, leader dell’Udmf e candidato a Nanterre. Perché dunque integrare nel nome della sua formazione una confessione religiosa, se non per corteggiare i fedeli? «L’idea è quella di riaffermare che i musulmani, confinati in una terra di nessuno da decenni, non sono cittadini di seconda classe», ha affermato Azergui.

Un’altra situazione monitorata da vicino dai servizi segreti è quella di Strasburgo (Bas-Rhin), dove il candidato di estrema sinistra Cem Yoldas ha fatto stampare i suoi volantini in turco e in arabo per rivolgersi, come dice lui, «a tutti gli abitanti di Strasburgo». «È un corteggiamento elettorale, basato su un modello comunitario», ha ammesso al Parisien in forma anonima una fonte interna della maggioranza ecologista uscente.

Oltre alle liste comunitarie rivendicate, a destare preoccupazione è «la presenza di persone che praticano l’entrismo per entrare nelle liste comunali», perché «è un modo abile per far prosperare gli ecosistemi islamisti locali», spiega il deputato gollista (Républicains) Xavier Breton, autore di una proposta di risoluzione volta a combattere l’entrismo islamista nei comuni francesi. Il primo ministro francese, Sébastien Lecornu, aveva espresso una posizione ferma su questo tema nel novembre 2025: «Nessuna legge, nessun decreto, nessun giudice, nessun prefetto potranno eliminare la necessità per i partiti politici di combattere queste ideologie, a cominciare dall’entrismo nelle liste elettorali comunali. Ogni formazione politica, ogni commissione di investitura deve fare pulizia». Le prossime elezioni comunali saranno uno stress test importante per la République e la sua resistenza all’islamismo.

Sport
Il tedoforo a quattro zampe e il crepuscolo del pollice opponibile
Data articolo:Mon, 26 Jan 2026 03:25:00 +0000 di Caterina Giojelli

«Questho è sholo un ishtante per la mia vita! La vita è sholo un ishtante! Guardala! È la fiamma del shole che shplende shu tutta la natura. Oltre i confini che abbiamo dishegnato shul mondo! Corri con queshto fuoco affinché brilli di passhione nel cuore di tutta queshta gente. Per ishpirarli! Per unirli! Corriamo. Con il shorriso, con la fantashia! Ricorda, shorriderre non è mai banale. E un shorriso è shempre pace. Corri. Corriiiii».

Questo che parla come la Magda di Verdone dopo cinque Martini in Autogrill e la liberazione catartica dall’insopportabile Furio Zoccano (socio ACI numero 29102), si chiama Chico. «Vive in provincia di Alessandria», «festeggia il compleanno l’8 febbraio, stesso giorno di Carolina Kostner» e, in quanto «Digital Ambassador dei Giochi Olimpici e Paralimpici 2026», ha portato la Torcia Olimpica a Piacenza con il suo «papà», ma «solo in qualità di suo pollice opponibile. Cercherò di non rubargli la scena».

Chico, il tedoforo che «Abbatte l’antropocentrismo»

Lo scrivono i giornali, non uno, quasi tutti. Squittendo come le topoline di Cenerentola per il maltipoo con tre milioni di follower – anzi, «i frollower, con una r di troppo, com’è solito chiamare scherzosamente con voce stridula i fan», scrive il Corriere, mica Magda sbronza.

Il suo «inseparabile compagno umano, Francesco Taverna, soprannominato “papà frikkettoneâ€Â», spiega che partecipando ai Giochi come primo tedoforo a quattro zampe Chico ha inteso lanciare un messaggio che Nelson Mandela scansate: «Rappresentare la vita, al di là della specie di appartenenza», dimostrare «che sulla terra non esiste solo l’essere umano e che ogni essere vivente ha pari dignità». «Abbatte l’antropocentrismo», chiosa estasiata la giornalista del Corriere. «Rompe senza alcun dubbio gli schemi di un ruolo quale quello del tedoforo – conviene Taverna –, ricoperto fino a ora solo da umani». Anche il ruolo del padrone ridotto a pollice opponibile di un cane che porta il fuoco sacro di Olimpia, ci pare abbattere l’antropocentrismo, ma tant’è.

«La mia permanente brucerebbe tutta»

La cronaca diventa un ricettario di onomatopee infantili: «Prima di accettare questo prestigioso incarico con quella vocina irresistibile data dal suo papà in tutti i video virali sul web» – squittisce questa volta La Stampa, prima di chiedere a Taverna «Se Chico fosse umano, che disciplina olimpica potrebbe praticare?» – «Chico aveva detto: “Non posso, non ho le mani e poi la mia permanente brucerebbe tuttaâ€, salvo poi decidere di portarsi dietro proprio l’uomo che si prende cura di lui e guidarlo nella preparazione atletica in vista dell’evento». Ma che meraviglia.

«Del resto il cagnetto nei giorni scorsi è stato inflessibile, prima di tutto in termini di preparazione atletica», rincara il Fatto Quotidiano, raccontando un allenamento in cui Chico «con in testa la cuffia modello Mickey, l’allenatore di Rocky», «sottopone il frikkettone ad un durissimo allenamento in palestra», evento straordinario in un «quotidiano fatto di “relassâ€, “pussetteâ€, “cicolata†e “libertàâ€Â».

Chico, Jesse Owens e Martin Luther King

Pussette? Cicolata? Per tutti i Tacito e i Montanelli, in che senso i giornalisti guardano un batuffolo di pelo con gli occhi da cartone animato e ci vedono Gandhi, Jesse Owens, Martin Luther King e nella staffetta della Torcia Olimpica un talent show interspecie? “Chico fa la storia†, ma ci voleva un cane per fermarci al “chi siamo noi per giudicare” quel circo itinerante che vede atleti veri passare il testimone a Melissa Satta o Achille Lauro e da loro agli influencer, simboli viventi dell’inclusività moderna?

C’è anche l’Uomo Gatto, fuggito dalla tv degli anni Duemila per correre con la moglie: «Io ed Elena siamo apolitici e apartitici. Chi strumentalizza tutto ciò a fine politico si dovrà assumere le proprie responsabilità e dare motivazioni valide. Mi aspetto le scuse pubbliche da tutte queste persone».

Leggi anche

Dall’Uomo Gatto a quello col pollice opponibile

“Tutte queste persone†sarebbero i dieci medagliati olimpici del fondo azzurro a nome dei quali parla Silvio Fauner, eroe della staffetta d’oro di Lillehammer 1994, che denuncia: «Non siamo stati coinvolti minimamente in nessuna iniziativa per l’Olimpiade invernale nel nostro Paese. Né tedofori, né ambassador, nessun ruolo. Nulla». Pure lui si aspettava delle scuse: «Mi dicono che il responsabile della torcia olimpica abbia detto: “Io non conosco queste persone”, riferendosi a noi», «hanno preferito gente dello spettacolo come l’Uomo Gatto».

In cambio, dopo avere passato il testimone al cane, la Fondazione Milano Cortina ha difeso il suo processo di selezione «rigoroso, inclusivo e rispettoso» tra chi si candida a portare la Fiamma che «non fa gerarchie: celebra storie, valori e comunità». Senza discriminare nessuno, a patto che non siano immischiati con la politica, la religione, il doping, il crimine o la revoca di medaglie (qui detto meglio, se si vuole a giocare a qual è il peccato di atleti “snobbati†come Piero Gros, Marco Albarello, Giorgio Vanzetta, Maurilio De Zolt, Giorgio Di Centa, Cristian Zorzi, Pietro Piller Cottrer, Gabriella Paruzzi etc).

Lo sport internazionale di Boldi

Dovranno aggiornare le FAQ: cani sì, uomo gatto sì, umani nì, comici con l’uzzolo della battuta da bar, assolutamente no, grazie, incompatibili. È il caso di Massimo Boldi, epurato per aver regalato al Fatto quotidiano il titolo dell’anno su una disciplina internazionale: «Io tedoforo, ma lo sport è la figa. Altro che neve, amo l’aperitivo». Incompatibile con i valori olimpici, sentenzia il Comitato, sbattendolo fuori dalla gang dei tedofori. Boldi si scusa per la frase «inopportuna», ma resta il diavolo in chief, specie quando a fare concorrenza alle sue celebri “Vacanze†a Cortina c’è un maltipoo, anzi, un «mattomissile» con Instagram che inneggia alla pace oltre le specie.

Né stupisce che a un boomer con la patriarcalissima fissa del trapezio i giornalisti preferiscano la famiglia allargata del cane col pollice opponibile al guinzaglio. Non diciamo sia meglio del mondo post-apocalittico di McCarthy dove si «porta il fuoco» per non diventare bestie. Ma di fronte al quattro zampe olimpico che corre tra i frollower e le cicolate, la domanda sorge spontanea: “Ma allora, Furio, non era meglio se restavamo a casa?”.

Leggi anche
Spettacolo
“Un semplice incidente†per scoprire l’umano che c’è dietro le barricate in Iran
Data articolo:Mon, 26 Jan 2026 03:10:00 +0000 di Redazione

Che cosa c’è di umano e di concreto, dentro le grida di libertà e l’implacabile reazione del regime che si scontrano in questi giorni in Iran? Chi e che cosa vive e soffre e ama davvero, dietro gli slogan e oltre le barricate che abbiamo imparato a conoscere attraverso i punti di vista inevitabilmente “appiattiti†di giornali e tv? Non c’è modo migliore per provare a capirlo che ritrovarci giovedì 29 gennaio al multisala Le Giraffe di Paderno Dugnano (Mi) alle 21 per vedere insieme Un semplice incidente di Jafar Panahi. È questo infatti il titolo proposto nell’ambito della rassegna di Simone Fortunato “Appuntamento al buioâ€, per una serata speciale in collaborazione con Tempi. Parteciperà alla proiezione e al dibattito finale il nostro Rodolfo Casadei. I biglietti sono già prenotabili online a questo link a soli 5 euro.

Di cosa parla “Un semplice incidenteâ€

Vincitore della Palma d’oro all’ultimo festival di Cannes, girato con impressionante maestria da un regista più volte arrestato e tuttora perseguitato dal regime degli ayatollah e perciò costretto da anni a lavorare in una condizione vicina alla clandestinità, Un semplice incidente racconta la vicenda, in bilico tra il teatro dell’assurdo e la tragedia più cupa, di un gruppo male assortito di dissidenti iraniani che si trovano “per caso†tra le mani, legato e indifeso, quello che sospettano essere stato il loro efferato carceriere e aguzzino.

Fotogramma del film “Un semplice incidente†di Jafar Panahi

Nessuno di loro può avere la certezza che l’uomo sia proprio quello che pensano (anche loro, come lui, in carcere erano bendati); ciascuno di loro tuttavia, in una ironica, drammatica inversione di ruoli, sarà chiamato a decidere che cosa fare di quel tizio che si proclama innocente. Proprio come innocenti si proclamavano loro tra le grinfie di quel persecutore che non aveva mostrato alcuna pietà. Con una complicazione in più: durante il sequestro e questa sorta di sommario processo i protagonisti scopriranno che il “cattivo†ha alle spalle una ignara famiglia, una figlia bimbetta e una moglie in procinto di partorire.

Cinema e poesia

Come scrive Fortunato nel numero di Tempi di febbraio (in uscita la prossima settimana), Panahi ha messo in scena un thriller sulla vendetta per raccontare in realtà «una storia di speranza, per quanto esile». Un semplice incidente infatti sembra voler suggerire che la voce dell’uomo continua a parlare nonostante tutti i tentativi di soffocarla da parte del potere di questo mondo. E che si può ricostruire solo scommettendo su questo irriducibile umano che c’è nell’uomo, non obbedendo all’odio né tanto meno all’ideologia, che finisce per essere violenta anche quando è “buonaâ€.

Fotogramma del film “Un semplice incidente†di Jafar Panahi

La proiezione del film sarà introdotta da un breve reading poetico con accompagnamento di musica dal vivo a cura delle giovani voci italiane e iraniane del Collettivo “Pazzeska Poesia!â€. Perché cinema e poesia sono due mondi incredibilmente intrecciati, in uno dei paesi più tormentati del mondo, culla paradossalmente di uno dei movimenti artistici più interessanti in assoluto. Lo dimostra, per esempio, la straordinaria creatività di Abbas Kiarostami, altro grande figlio dell’Iran, regista e poeta insieme, maestro di Panahi. Sono suoi alcuni dei versi che saranno recitati giovedì 29 gennaio alle Giraffe.

Al termine della serata i partecipanti potranno dare il loro voto a Un semplice incidente in vista della classifica finale stagionale di “Appuntamento al buioâ€.

Appuntamento al buio
Blog
Sei morto?
Data articolo:Mon, 26 Jan 2026 03:00:00 +0000 di Annalisa Teggi

L’app più scaricata in Cina nelle ultime settimane si chiama “Are you dead?†(“Sei morto?â€) e funziona in modo simile ai sistemi salvavita per anziani: se per due giorni consecutivi non fai il check-in, parte automaticamente una notifica ai contatti di emergenza. A usarla sono soprattutto giovani che vivono soli nelle grandi città. Ed è singolare, in un ecosistema già saturo di strumenti digitali pensati per segnalare continuamente il nostro “esserciâ€. Una possibile chiave di lettura sta nel nome dell’app. A prima vista, sarebbe sembrato più rassicurante rovesciare la domanda: “Sei vivo?â€. Ma in un paese in cui nominare esplicitamente la morte resta un tabù culturale, vedere comparire sullo schermo la parola indicibile ha un impatto più forte. Forse è proprio da lì, da un click così brutale, che si comincia a fare i conti con ciò che normalmente si rimuove. Colpisce soprattutto il bisogno che quest’app sembra intercettare. La rassicurazione non è rivolta tanto ai genitori con un figlio...

Contenuto riservato agli abbonati
Light
Il quotidiano online
per i nuovi abbonati
Digitale
Il quotidiano online
+ il mensile digitale
Full
Il quotidiano online
+ il mensile digitale e cartaceo
Tempi capisce, colpisce. Abbonati subito. Scopri l’offerta

Ambiente
La rivolta contro le “emissioni zero†è iniziata
Data articolo:Sun, 25 Jan 2026 03:50:00 +0000 di Bjørn Lomborg

Un nuovo pragmatismo sta entrando nel dibattito climatico in Occidente, spinto da elettori stanchi di bollette energetiche sempre più alte e irritati da una retorica climatica sempre più isterica e paternalistica. Da Washington a Westminster, da Berlino a Canberra, la classe politica si trova davanti a una verità semplice: gli obblighi aggressivi per raggiungere l’obiettivo di “zero emissioni nette†stanno producendo danni economici immediati in cambio di benefici climatici lontani e non misurabili.

Il primo colpo di avvertimento potrebbe essere stato l’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti, ma il segnale più chiaro arriva dal Regno Unito. La legge britannica sulle emissioni zero, approvata nel 2019, impegnava il paese ad azzerare le emissioni entro il 2050. All’epoca si parlò di un atto di leadership coraggiosa, ma nella realtà si è tradotta in un sabotaggio economico. Tra il 2019 e il 2024, i prezzi dell’elettricità per l’industria sono aumentati del 124 per cento — quattro volte più che negli Stati Uniti — lasciando il Regno Unito con le tariffe più alte del mondo occidentale: 26,63 pence (0,31 euro) per kilowattora. E i piani del governo laburista, fortemente sbilanciati sulle rinnovabili, non faranno che gonfiare ulteriormente i costi.

In una recente audizione parlamentare, i vertici del settore energetico hanno messo nero su bianco la realtà. Chris Norbury, amministratore delegato di E.On UK, ha dichiarato che anche se i prezzi all’ingrosso dovessero crollare a zero, le bollette dei consumatori resterebbero alte come oggi, a causa dei costi crescenti imposti dalle politiche pubbliche.

Il Climate Change Act in Gran Bretagna

Reform UK, oggi in testa ai sondaggi nazionali e potenzialmente prossimo partito di governo, è stato il primo a chiedere l’abolizione degli obiettivi di zero emissioni nette, denunciandone impostazione e costi. I Conservatori, di fronte a un possibile disastro elettorale, hanno rapidamente seguito l’esempio, promettendo di abrogare il Climate Change Act. Il primo ministro Keir Starmer, secondo indiscrezioni, si starebbe preparando a rinviare o annacquare una serie di “impegni verdi†chiave per arginare la rivolta degli elettori.

Persino il Tony Blair Institute, certo non noto per scetticismo climatico, ora invita a sospendere le tasse sul carbonio applicate al gas fino al 2030 per abbassare i prezzi dell’energia, dando priorità all’elettricità a basso costo rispetto ai tagli alle emissioni, come fanno Stati Uniti e Cina.

La ritirata dall’esperimento globale delle “emissioni zeroâ€

La situazione del Regno Unito non è un caso isolato: è il presagio di una ritirata dall’esperimento globale delle emissioni nette zero, fino a poco tempo fa sostenuto con entusiasmo da politici anche negli stati democratici americani, in tutta Europa e oltre. Il conservatore Partito Liberale australiano ha abbandonato l’impegno per lo zero netto al 2050, scegliendo di dare priorità alla riduzione dei prezzi dell’energia. In Germania, il partito di estrema destra AfD guida ora i sondaggi nazionali criticando l’elitarismo delle politiche verdi e promettendo di fermare la decarbonizzazione. In Giappone, la nuova premier Sanae Takaichi privilegia il rilancio del nucleare per la sicurezza energetica rispetto a un’espansione aggressiva delle rinnovabili.

Anche l’Unione Europea sta facendo marcia indietro su diverse norme ambientali, annacquando le regole sulla finanza sostenibile sotto la pressione delle proteste degli agricoltori e delle richieste di deregolamentazione. Gli impegni climatici per il 2040 sono stati rivisti al ribasso e, soprattutto, potranno essere ulteriormente allentati se — come è inevitabile — dovessero avere un impatto negativo sull’economia europea.

La campagna di Greenpeace a Berlino contro Trump e il ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi sul clima (foto Ansa)
La campagna di Greenpeace a Berlino contro Trump e il ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi sul clima (foto Ansa)

I passi indietro della grandi aziende sugli impegni green

Anche le grandi aziende che avevano venduto al mondo le proprie credenziali “verdi†stanno facendo un passo indietro: Wells Fargo ha abbandonato la promessa di raggiungere le zero emissioni nette nel marzo 2025, mentre BlackRock è uscita dalla Net Zero Alliance già a gennaio, citando il contraccolpo politico contro gli investimenti Esg.

Questo dissenso crescente non nega in larga misura la realtà del problema climatico, ma insiste sul fatto che non si possano ignorare i costi delle politiche climatiche: lo “zero netto†costerà centinaia di trilioni di dollari e produrrà benefici molto più modesti. Inoltre, anche se tutti i paesi ricchi azzerassero le emissioni entro metà secolo, i modelli climatici mostrano chiaramente che l’impatto eviterebbe meno di 0,1 °C del riscaldamento previsto entro fine secolo, imponendo già entro metà secolo una riduzione del PIL tra l’8 e il 18 per cento.

Sta diventando sempre più evidente che le rassicuranti promesse di “crescita verde†o di costi contenuti per una transizione forzata non sono più credibili. Se i politici verdi credono davvero che l’azione climatica giustifichi costi esorbitanti e un’energia inaccessibile per milioni di persone, ora devono dirlo apertamente. Ed è una battaglia persa. Il declino del Regno Unito da potenza energetica a paria dei prezzi lo dimostra chiaramente.

L’ossessione per i tagli alle emissioni

A questo punto entra in scena il filantropo Bill Gates, che in un recente memorandum in vista del vertice COP30 ha chiesto un cambio di strategia. Gates espone tre verità scomode: il cambiamento climatico è serio ma «non porterà alla fine dell’umanità» né alla fine della civiltà; la temperatura non è la migliore metrica del progresso; e salute e prosperità sono le nostre difese più efficaci.

Questo implica abbandonare l’ossessione per i tagli alle emissioni che ha plasmato le politiche climatiche ed energetiche nel Regno Unito, in Europa e in altri paesi occidentali. Al contrario, sottolinea Gates, bisogna concentrarsi su ciò che migliora davvero il benessere umano. Per i poveri del mondo significa affrontare direttamente fame, povertà e malattie: così si migliorano concretamente le condizioni di vita e si rafforza la resilienza in un clima più caldo. Per i paesi ricchi significa affrontare senza illusioni temi come lavoro, istruzione, immigrazione, difesa ed energia.

Leggi anche

Rispondere in modo intelligente al cambiamento climatico

Per rispondere in modo intelligente al cambiamento climatico, dobbiamo passare dal rendere l’energia sempre più costosa all’innovazione, che alla fine potrà renderla più economica. Serve investire in ricerca e sviluppo per ottenere svolte come un nucleare più avanzato, la cattura del carbonio, la geoingegneria e una produzione e uno stoccaggio dell’energia verde molto più efficienti, invece di far salire i prezzi di tutta l’energia sovvenzionando rinnovabili intermittenti e poco competitive.

I politici che continuano a vendere transizioni verdi indolori devono ora difendere l’indifendibile: energia inaccessibile a fronte di un impatto trascurabile. L’era dello zero netto si sta sgretolando. È tempo di onestà, innovazione e politiche che servano davvero le persone.

Salute e bioetica
Il mercante di dignità
Data articolo:Sun, 25 Jan 2026 03:45:00 +0000 di Leone Grotti

Se avesse potuto scegliere, Ludwig Minelli avrebbe voluto morire come la nonna paterna. Un giorno pieno di sole, affaticata dall’età avanzata, la donna si trovava nel suo giardino e mentre guardava i fiori che crescevano rigogliosi, d’improvviso cadde a terra e non si rialzò più. «Nessun dolore, nessuna paura, solo la vita e poi la morte», commentò più avanti l’avvocato svizzero, tra i più rinomati sostenitori dell’eutanasia al mondo. «Quella di mia nonna è la morte più bella che ci sia. La seconda è Dignitas». Minelli è il fondatore dell’associazione svizzera, che nei suoi 27 anni di attività ha aiutato a morire legalmente con il suicidio assistito oltre tremila persone provenienti da tutto il mondo. L’avvocato elvetico, in linea con i suoi princìpi secondo i quali «il suicidio assistito è l’ultimo diritto dell’uomo», nonché «una meravigliosa possibilità», non ha atteso di spegnersi dolcemente come la nonna, ma il 29 novembre a 92 anni ha ingerito un cocktail letale nella sua casa di ...

Contenuto riservato agli abbonati Digitale e Full
Digitale
Il quotidiano online
+ il mensile digitale
Full
Il quotidiano online
+ il mensile digitale e cartaceo
Tempi capisce, colpisce. Abbonati subito. Scopri l’offerta

Società
Diesel e le dipendenti dagli ovuli d’oro
Data articolo:Sun, 25 Jan 2026 03:40:00 +0000 di Caterina Giojelli

«Mancano case, stipendi, reti familiari, ma c’è anche un’altra dimensione. Un contro-istinto vitale, un tenere il piede sul freno troppo a lungo. Magari con l’illusione di congelare gli ovociti e riservarsi la possibilità. Che non arriva. È come se oggi mancasse la spinta, la speranza. C’è un istinto che lavora nella direzione opposta alla maternità».

Aveva già detto tutto Marina Terragni a Tempi parlando della perdita della relazione madre-figlio, origine di ogni speranza. L’adagio è sempre lo stesso: l’Italia non fa figli? È colpa di quelli che vi dicono di farli. Si capisce che giornalisti e opinionisti abbiano dunque applaudito alla bislacca idea di «sostegno alla genitorialità» e di «educazione alla fertilità» di Diesel che vuole le sue dipendenti felici e con gli ovuli congelati.

Diesel e la bislacca “maternità flessibile”

Non è una metafora: se ne parla da giorni, le dipendenti tra i 30 e i 40 anni del gruppo Only The Brave fondato da Renzo Rosso (mr Diesel, appunto) potranno accedere gratuitamente al cosiddetto “social freezing”. In Italia la procedura è a carico del servizio pubblico solo in caso di tumori o gravi patologie. Per tutte le altre donne (sane) si tratta di mercato: tra i 3 e i 7 mila euro a ciclo, più farmaci, più costi di mantenimento annuale. La notizia è che pagherà Diesel. Il costo della maternità? Macché, il suo differimento biologico.

Arianna Alessi, vicepresidente della Fondazione Otb, spiega che l’obiettivo è «promuovere la libertà di scelta sulla propria vita riproduttiva» e «offrire soluzioni a un’evoluzione sociale e lavorativa che spesso posticipa il desiderio di maternità». È una frase perfetta, perché contiene l’assunto ideologico dell’operazione: la prima, è tutta colpa del welfare (e quindi del governo di centrodestra) se «in Italia la sanità pubblica copre il social freezing solo per specifiche patologie mediche, o con tempi di attesa lunghissimi, rendendo la pratica un privilegio per pochi». La seconda è che l’evoluzione sociale e professionale non si discute né si piega alla vita: Diesel garantisce asili e flessibilità lavorativa? Anche la maternità deve diventare flessibile. La fertilità deve mettersi in pausa.

Leggi anche

Lo storytelling “Congela i tuoi ovuli, libera la tua carriera”

Non è una novità. È una replica in scala italiana di ciò che accade da oltre un decennio nella Silicon Valley. Nel 2014 Bloomberg Businessweek mise in copertina una donna sorridente e uno slogan diventato manifesto: “Freeze your eggs, free your careerâ€. Congela i tuoi ovuli, libera la tua carriera. La promessa: cara donna, tu puoi avere tutto, lavoro, tempo, amore, figli. Basta spostare più avanti la maternità, grazie alla tecnica. Apple e Facebook furono le prime a offrire il benefit: fino a 10 mila dollari per mettere la maternità in freezer. Sembrava emancipazione. Era un patto di fedeltà: tu lavori ora, i figli – forse – dopo. Nancy Fraser, femminista americana, guru di sinistra, professoressa di scienze politiche e sociali alla New School, si scagliò allora contro «l’ossessione individualista» su Repubblica:

«Quel benefit potrebbe sembrare positivo per le singole donne in un contesto tecnologico che segue ritmi velocissimi e in cui se vieni lasciato indietro per mesi o un anno sei finito. Consente di posticipare la cura dei figli. Ma l’idea “noi adattiamo la famiglia e la riproduzione all’agenda aziendale†in realtà è folle. Le donne possono individualisticamente esserne sollevate, sembrerà che possano avere tutto. Ma di fatto è la biologia che viene sottomessa e piegata al capitalismo delle corporation».

Tutte vogliono congelare gli ovuli per avere figli (e poi non li fanno)

Dieci anni dopo i numeri raccontavano l’altra faccia del manifesto. Meno del 15 per cento delle donne tornava a utilizzare gli ovuli congelati. Il tasso reale di successo di una gravidanza da egg freezing restava intorno allo 0,7 per cento. Neanche l’1 per cento degli ovuli congelati finiva con un bambino. Ma questo dato non compare nelle brochure aziendali, né nei comunicati stampa sul welfare inclusivo. Compare invece l’effetto psicologico, potentissimo: la possibilità di non dover scegliere adesso.

È esattamente qui che Diesel si inserisce, prima azienda in Italia e come al solito accade in Italia, con dieci anni di ritardo. Sulla scia della campana a morto settimanale suonata da Milena Gabanelli, questa volta per tuonare “Pma, in Italia chi vuole un figlio viene ostacolato: ecco come e perché”. La tesi è che dall’inverno demografico usciremmo con le provette, non fosse per il governo fascista che promette ma non paga la procreazione assistita. Specie al momento giusto, che, guardacaso, coincide sempre di più con le esigenze del datore di lavoro.

Leggi anche

Da dipendenti a “forza lavoro”

I sindacati lo hanno capito subito. Riccardo Colletti, Filctem Cgil nazionale, ha parlato di «operazione di facciata», «Per agevolare la genitorialità si dovrebbe piuttosto spingere sulle garanzie di conservazione della professionalità della lavoratrice al rientro della maternità o su un migliore accesso al part-time, argomenti rispetto ai quali con Otb è sempre difficile trovare un accordo». E ancora: «Sono condizioni preliminari alla maternità decisamente più spiccate in altre aziende e cito, ad esempio, Luxottica in cui, per 27 volte l’anno, siamo riusciti a ottenere le settimane che si concludono il giovedì. Di certo l’idea della crioconservazione in quel contesto non viene in mente a nessuno».

Dove il lavoro si organizza intorno alla vita, non servono freezer. Dove non lo si vuole fare, si offre la tecnologia e la si chiama libertà. Nulla di nuovo: a qualcosa del genere ha pensato anche la Puglia che da qualche mese riconosce alle donne tra i 27 e i 37 anni e con un Isee inferiore ai 30mila euro un contributo alla crioconservazione. Diesel non è che un altro tassello da aggiungere alla provincia spaziotemporale di un mercato che si è fatto ben più più vasto. Lo stesso capitalismo morale che ieri ha venduto l’egg freezing oggi vende l’aborto come benefit aziendale. Negli Stati Uniti Starbucks, Amazon, Apple, Levi’s, Citigroup rimborsano viaggi, hotel, babysitter per permettere alle dipendenti di abortire negli stati dove è più difficile farlo. Stesso linguaggio, stessa logica: “Salute riproduttivaâ€, “curaâ€, “accessoâ€. La gravidanza diventa una variabile di costo, il figlio un rischio operativo.

Diesel non fa eccezione: fa scuola

Detta fuori dai denti del marketing, prima ti aiutano a rimandarlo, poi ti aiutano a interromperlo. Sempre in nome della scelta, sempre evitando il punto centrale: un’azienda che asseconda la visione dell’incompatibilità tra maternità naturale e lavoro non è neutrale, è normante. Sta decidendo quando è accettabile fare un figlio e quando no. Come osservava Forbes già commentando Apple e Facebook, il rischio è evidente: non possedere solo i mezzi di produzione, ma anche quelli di riproduzione.

Diesel non fa eccezione. Fa scuola: la maternità naturale è un problema, quella differita un servizio. Il lavoro viene prima, la vita poi. Se poi arriva.

Leggi anche

News su Gazzetta ufficiale dello Stato, Corte costituzionale, Corte dei Conti, Cassazione, TAR