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#news #tempi.it
Siamo fra quelli che daranno ascolto all’invito del cardinale Matteo Zuppi che ha esortato i cattolici «ad andare a votare, dopo essersi informati e aver ragionato sui temi e sulla posta in gioco» del referendum sulla giustizia di marzo. Lo faremo nella consapevolezza, come ha giustamente sottolineato il presidente della Cei, che «la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici e l’assetto del Csm sono temi che non ci devono lasciare indifferenti».
Certo, a differenza dell’arcivescovo di Bologna, che non ha dato una chiara indicazione di voto, ma solo un ambiguo suggerimento alla «preservazione dell’equilibrio dei poteri» lasciato in eredità dai «padri costituenti» per preservare «autonomia e indipendenza per l’esercizio di un processo giusto», noi voteremo “sì”.
Lo abbiamo già detto e scritto e ne siamo sempre più convinti. Non passa giorno che chi è per il “no” ci confermi in questa nostra scelta. Dopo gli infondati arzigogoli di Gratteri che voleva far passare Falcone per un oppositore alla riforma, i manifesti dell’Anm sui giudici che dipenderanno dalla politica, l’ultima “sparata” l’ha fatta il segretario della stessa associazione nazionale magistrati, Rocco Maruotti, che ha pubblicato sui social un post in cui collegava l’omicidio di Alex Pretti a Minneapolis alla riforma Nordio. Un accostamento inconsulto che Maruotti, dopo le proteste, ha rimosso perché «si prestava ad essere strumentalizzato».
Ormai è una strategia: insistere fino allo sfinimento con la storiella che la riforma sottoporrà i giudici al controllo politico. Non è vero? Fa niente. Ieri sul Riformista l’ex presidente della Corte Costituzionale Augusto Barbera, una vita nelle fila della sinistra, ha smontato una per una tutte le sciocchezze del professor Alessandro Barbero, star social del pressapochismo storico, che s’è improvvisato costituzionalista. Solo che non ne ha detta una giusta, tanto che Barbera, dopo aver puntualmente risposto alle sue «tante distorsioni», ha così concluso:
«Evidentemente Barbero è vittima del suo successo mediatico: è troppo impegnato ad approfondire tanta parte della storia umana, dagli Egizi alla spedizione dei Mille, da non trovare il tempo per leggere le norme su cui gli italiani saranno chiamati a pronunciarsi nel prossimo referendum».
Ormai è una psicosi, come ha scritto il Foglio. Repubblica è arrivata a scrivere che all’evento organizzato da Forza Italia a Roma sulla riforma era presente «Marcello Dell’Utri, quasi irriconoscibile». Per forza che era irriconoscibile, non era Marcello ma Alberto, suo fratello. L’errata notizia è poi stata cancellata, ma ormai aveva avuto ampia diffusione social con la didascalia “la riforma che piace ai condannati per mafia”.
Balle, balle e ancora balle; tutto fa brodo pur di sostenere il pericolo di una politica che vuole controllare la magistratura (come la storia di Report che ha confuso un programma di aggiornamento software per un sistema di spionaggio dei computer delle toghe).
Intanto, nel paese reale accade che la strombazzata inchiesta “mensa dei poveri”, sette anni dopo, si riveli cosa di pochissimo conto. E che il Tribunale del Riesame, a proposito dell’altra strombazzatissima inchiesta sull’urbanistica di Milano, annulli il decreto di sequestro preventivo della torre residenziale “Unico-Breraâ€.
Quindi, come dice Zuppi, informiamoci e ragioniamo. Poi, quando abbiamo finito, facciamo come il cardinale Ruini, e «votiamo sì con profonda convinzione» al referendum del 22 e 23 marzo.
Una volta lo chiamavano “mercato di riparazioneâ€: andava in scena dal primo ottobre al primo novembre e, per definizione, consentiva ai club di porre rimedio agli errori estivi nella costruzione della squadra. Oggi lo chiamano “mercato invernaleâ€, ma non ha perso le sue caratteristiche. Ovvero, gli interventi a correzione (o a rafforzamento) della rosa e, soprattutto, la durata. Non si tratta di una sessione che si trascina stancamente per tutta l’estate, con le società che risolvono poi tutto in tre-quattro giorni affannosi a fine agosto. Qui si apre e si chiude tra inizio e fine gennaio. Non c’è tempo per esitazioni e tatticismi: occorre avere idee precise e andare al sodo per perseguire obiettivi più chiari oggi – a metà stagione – rispetto alle dichiarazioni estive.
Una situazione che rende i club più pragmatici, come si è visto nella vicenda Napoli. Aurelio De Laurentiis, causa la lunga serie di infortuni, aveva chiesto di modificare le norme federali sugli indici economici. Un vincolo che gli impediva di operare con libertà nelle trattative, nonostante importanti riserve di liquidità . Il Milan ha votato contro, mentre Inter, Roma e Juventus si sono astenute. Guardate la classifica e capirete perché il Napoli è stato obbligato a vendere prima di acquistare, effettuando movimenti a saldo zero…
Detto questo, non si ha però l’aritmetica certezza che gennaio porti sempre frutti positivi. La storia, passata e recente, è ricca di trasferimenti fatti passare per colpi clamorosi e poi rivelatisi clamorosi flop. Certo, in alcuni casi ci si sono messi di mezzo gli allenatori con le loro idee. Sommo è l’esempio di Thierry Henry, arrivato giovanissimo alla Juventus nel gennaio 1999 e bocciato dopo pochi mesi: Carlo Ancelotti lo schierava esterno, più terzino che punta, cosa non accaduta prima all’Arsenal e quindi al Barcellona, che ancora oggi ringraziano.
Qualcuno si ricorda poi di Marcio Amoroso (Milan 2006), Maniche (Inter 2008), Edu Vargas (Napoli 2012), Nicolas Anelka (Juventus 2013), Lukas Podolski (Inter 2015), Xherdan Shaqiri (Inter 2015) e Alessio Cerci (Milan 2015)? Oppure di Krzysztof Piatek, che nella stagione 2018-’19 realizza 13 gol in 17 giornate con il Genoa? Il Milan se ne innamora e lo acquista per 38 milioni: un inizio convincente e poi una discesa inesorabile verso l’anonimato, superato – in negativo – da Santiago Gimenez, pagato 30 milioni al Feyenoord un anno fa. Poco prima in rossonero era approdato Paquetá dal Flamengo: 38,4 milioni per chi, in maniera improvvida, viene subito battezzato come il nuovo Kaká. Diciotto mesi deludenti ed ecco il passaggio al Lione.
E con Kaká si può affrontare il tema delle trattative nate e defunte in breve tempo. Nel gennaio 2007 sembra cosa fatta il trasferimento al Manchester City per 120 milioni. La sollevazione di popolo e i dubbi di Silvio Berlusconi portano alla retromarcia, celebrata dall’immagine del brasiliano che si affaccia alla finestra di casa con la maglia del Milan, si batte il cuore e saluta i tifosi. «I messaggi che mi avete mandato, le lettere, il vostro calore mi dicevano di scegliere con il cuore. L’ho fatto, non è una scelta economica». A giugno andrà al Real Madrid.
Tifosi che scendono di nuovo in campo nel 2014. Sono quelli interisti, che si oppongono a uno scambio Guarin-Vucinic con la Juventus. Erick Thohir, l’indonesiano presidente nerazzurro, ascolta i consigli di Massimo Moratti e fa saltare tutto quando ogni aspetto è stato definito. Beppe Marotta, allora dirigente bianconero, è incredulo: «Mai vista una cosa del genere in anni di calcio». Come lo era stato, due anni prima, Adriano Galliani. A gennaio riesce a vendere un calante Pato al Paris Saint-Germain e ha già in mano Carlos Tevez come sostituto, da pagare con i 30 milioni della cessione del brasiliano. Il trasferimento dura 100 minuti, poi Berlusconi dice no: «Resta perché voglio che resti», anche se per molti non è un caso che Pato fosse il fidanzato della figlia Barbara. Galliani si adegua: in attacco arriva Maxi Lopez, mentre Tevez farà vincere due scudetti alla Juventus.
Juventus che, in tempi recenti, è stata sempre la società più attiva – e generosa – nella sessione invernale. Almeno fino a quando è durata la presidenza di Andrea Agnelli. Nel 2020 prende Dejan Kulusevski dal Parma per 35 milioni più bonus, nel 2021 Nicolò Rovella dal Genoa per 26 milioni (l’italiano più pagato a gennaio), nel 2022 Dusan Vlahovic dalla Fiorentina per 70 milioni più bonus (l’operazione più costosa della Serie A nella storia di questa sessione). Cifre che i nostri club non possono più permettersi, mentre il Manchester City ha appena portato a casa Antoine Semenyo per 75 milioni. Nulla però in confronto al Barcellona, che nel 2018 strappa Philippe Coutinho al Liverpool per 135 milioni. Il colpo di gennaio più caro della storia che si trasforma in un disastro tecnico ed economico. Per l’attaccante brasiliano appena 17 gol in 76 partite, per il club un peso che grava ancora oggi sui bilanci.
Giungono notizie drammatiche dalle scuole a dalle strade delle nostre città . Derubricarle a problemi di sicurezza sarebbe una imperdonabile leggerezza. È piuttosto una questione profonda, di civiltà , che riguarda innanzitutto genitori e scuola.
«I genitori di queste generazioni doloranti, naturalmente hanno voluto bene ai loro figli. Tuttavia… non si può dare a un essere umano, non si può dare a un figlio il senso dell’essere voluto, il sentimento dell’essere voluto, non si può far capire questo, se non si comunica la gioia di un destino. Allora il dolore cambia aspetto; cioè, cambia significato, cambia segno e diventa una condizione. È la gioia del destino che i padri non hanno comunicato ai figli».
(L. Giussani in G. Testori, Il senso della nascita. Colloquio con don Luigi Giussani, Rizzoli)
È la stessa comunicazione della gioia del destino che la scuola non ha più considerato un suo compito, riducendo l’educazione a mero trasferimento di competenze e divenendo un soggetto inutile quando non dannoso.
C’è molto da fare!
Minneapolis è diventata l’arena di un selvaggio scontro politico negli Stati Uniti, che ruota intorno al tema dell’immigrazione e che non può più essere derubricato a un’opposizione di diverse ideologie. Nelle ultime tre settimane, due cittadini americani sono stati uccisi nella città più grande dello Stato di Minnesota, quella che aveva già conosciuto nel 2020 l’assassinio di George Floyd e l’esplosione del movimento Black Lives Matter.
Ecco perché tutti, dai politici agli immigrati irregolari, dai comuni cittadini agli agenti delle forze dell’ordine, dovrebbero fermarsi a riflettere e «chiedersi che cosa possono fare per riportare la pace», come suggerito dall’arcivescovo di Minneapolis, monsignor Bernard Hebda.
Ma le sue parole sembrano cadere nel vuoto in un momento in cui tutti cercano solamente di soffiare sul fuoco per indirizzare a proprio vantaggio la fiamma dell’indignazione.
L’uccisione dell’infermiere 37enne Alex Pretti, sabato a Minneapolis, da parte di un agente della Border Patrol, il corpo che insieme all’Ice porta avanti la crociata anti-immigrazione di Donald Trump in tutto il paese, ha avuto l’effetto in città di una tanica di benzina gettata su un incendio già dirompente.
L’omicidio di Pretti, infatti, è arrivato a poco più di due settimane da quello di Renee Nicole Good. Se il 7 gennaio la donna è stata uccisa dall’agente federale Jonathan Ross mentre cercava di allontanarsi con la sua automobile, dopo essere stata fermata nel quartiere di Powderhorn, dove l’Ice stava conducendo una retata, Pretti è stato assassinato dopo che gli agenti l’avevano già immobilizzato per impedire che l’infermiere continuasse a filmarli.

Prima ancora che un’indagine ufficiale venisse condotta o che fossero almeno accertati i fatti, il principale consigliere di Trump, Stephen Miller, già definiva Pretti un «terrorista». Mentre Gregory Bovino, il capo della Border Patrol ormai noto per i suoi atteggiamenti da cowboy, ha detto che l’infermiere voleva «massacrare gli agenti di polizia». Nonostante Pretti avesse addosso una pistola, dai filmati non sembra che stesse violando la legge, molto permissiva in Minnesota, sulla detenzione di armi in pubblico.
Da quando Trump ha inviato tremila agenti federali in Minnesota, la maggioranza dei quali a Minneapolis, il governatore democratico Tim Walz e il sindaco Jacob Frey per protestare contro l’operazione anti-immigrazione hanno fatto ostruzionismo, al punto che tra gli agenti Ice e la polizia locale non c’è alcuna collaborazione.
Il governatore Walz domenica ha anche osato un accostamento azzardato, paragonando gli immigrati che hanno paura di uscire di casa a causa delle retate degli agenti Ice agli ebrei come Anna Frank che si nascondevano dai rastrellamenti dei nazisti. Anche il sindaco Frey non ha aiutato, attaccando Trump e intimando agli agenti federali di «levarsi dalle palle», così come Barack Obama, invitando gli abitanti del Minnesota a protestare.
Allo stesso modo, Trump minimizza la morte di Pretti e Good, focalizzando l’attenzione su tutti i criminali arrestati dall’Ice e attaccando Walz, scelto dalla candidata democratica alle ultime presidenziali Kamala Harris come vicepresidente, per ragioni apparentemente politiche. Quest’anno, infatti, si terranno le elezioni in Minnesota, il democratico non si ricandiderà e il presidente americano sta facendo di tutto per far passare lo stato da blu a rosso.
In mezzo a un clima da guerra civile, diretta conseguenza di uno scontro politico senza esclusione di colpi, dove non c’è pietà per nessuno (né per gli immigrati, né per i cittadini rimasti uccisi solo perché protestavano contro le retate, né per i tanti agenti federali che svolgono coscientemente il proprio lavoro), l’arcivescovo di Minneapolis, monsignor Hebda, ha cercato di portare uno sguardo diverso.
Lo ha fatto con due interventi. Nel secondo, dopo la morte di Pretti, invitando tutta la città a pregare per lui, ha dichiarato:
«La perdita di un’altra vita nel mezzo delle tensioni che hanno attanagliato il Minnesota dovrebbe spingerci tutti a chiederci cosa possiamo fare per ripristinare la pace del Signore. Mentre giustamente abbiamo sete della giustizia di Dio e fame della sua pace, questa non sarà raggiunta finché non saremo in grado di liberare i nostri cuori dall’odio e dai pregiudizi che ci impediscono di vederci come fratelli e sorelle creati a immagine e somiglianza di Dio. Questo vale tanto per i nostri vicini senza documenti quanto per i nostri rappresentanti eletti e per gli uomini e le donne che hanno la poco invidiabile responsabilità di far rispettare le nostre leggi. Hanno bisogno tutti delle nostre umili preghiere».
In una precedente riflessione, pubblicata dal Wall Street Journal, l’arcivescovo invocava una riforma dell’immigrazione, sottolineando che «il paese è stato mal servito da chi ha spalancato le frontiere», perché «l’afflusso massiccio di migranti ha travolto le comunità locali, eroso la fiducia pubblica e indebolito lo stato di diritto», e che «la compassione separata dall’ordine non è vera compassione: è negligenza». Allo stesso tempo, ha ricordato che «è sbagliato prendersela con gli immigrati irregolari in quanto tali», perché «una giustizia autentica richiede sia lo stato di diritto sia la misericordia, sia la responsabilità sia l’accoglienza».
Infatti, se «è giusto riconoscere l’impegno degli agenti dell’Ice quando svolgono la loro missione di individuare e trattenere criminali pericolosi entrati illegalmente nel paese», perché «l’allontanamento di persone pericolose serve il bene comune» e «proteggere gli innocenti è un obbligo morale», bisogna anche ammettere che «l’attuale situazione è insostenibile».
Non solo i criminali, «anche gli immigrati rispettosi della legge vivono nel timore che qualsiasi contatto con le autorità possa separare genitori e figli o vanificare anni di lavoro onesto». Ecco perché «è necessaria una soluzione complessiva e di lungo periodo che rifletta la realtà più che l’ideologia. Questa soluzione deve includere il riconoscimento di uno status legale per coloro che hanno messo radici, contribuito alle loro comunità e vissuto qui per anni. Una soluzione praticabile deve anche riconoscere che alcune persone verranno rimpatriate. La misericordia non annulla le conseguenze, e la compassione non significa frontiere spalancate».

L’arcivescovo di Minneapolis ricorda infine che «come pastore» vede «il costo umano su tutti i fronti» della mancata riforma dell’immigrazione e dell’attuale crociata di Trump.
«Accompagno parrocchiani immigrati che hanno paura di portare i figli a scuola o di fare la spesa, indipendentemente dal loro status legale. E servo anche coloro che si sentono abbandonati da leader che sembrano più interessati alla propaganda politica che a proteggere le loro comunità . La Chiesa non può scegliere un gregge a scapito di un altro. Neppure la nazione dovrebbe farlo».
Gli Stati Uniti avrebbero bisogno di «coraggio e umiltà » per raggiungere un «compromesso» su un tema spinoso che sta molto a cuore alla popolazione americana. Ma né i repubblicani dominati da Trump né i democratici, sempre alla ricerca di nuovi idoli ultraprogressisti per galvanizzare i media e la base barricadiera, sembrano in grado di lavorare a un’intesa che servirebbe il bene dell’America.
È stato prolungato di quindici giorni l’armistizio fra i combattenti curdi di quel che resta delle Forze democratiche siriane (Fds) e le unità del ministero della Difesa e del ministero degli Interni di Damasco scaduto alla mezzanotte di sabato scorso, ma il destino di quella che fino a poche settimane fa era conosciuta col nome di Rojava, ovvero il nord-est della Siria amministrato autonomamente dalle Fds, sembra segnato.
Le milizie dell’Ypg, che costituivano il nerbo delle Fds, sono ormai asserragliate nelle tre aree dove la popolazione locale è in maggioranza curda, e cioè le città di Kobane, Hassaké e Qamishli e alcune porzioni di territorio circostante alle stesse. Nel giro di due settimane fra il 6 e il 20 gennaio le forze governative hanno preso il controllo di 40 mila chilometri quadrati di territorio che da un decennio circa era amministrato dalle Fds sotto il nome di Amministrazione democratica autonoma della Siria del nord-est.
I governativi prima hanno ripreso (6-10 gennaio) i quartieri di Sheikh Maqsoud e di Ashrafieh ad Aleppo, che le milizie curde controllavano dal 2013, poi il 13 gennaio hanno dato il via a un’offensiva in grande stile che ha investito la parte orientale del governatorato di Aleppo e quelli di Raqqa e Der Ezzor, dai quali le forze curde si sono ritirate non potendo resistere alla pressione avversaria. Gli scontri avrebbero finora causato 2 mila morti fra i combattenti e quasi 200 fra i civili, oltre a vittime del freddo nelle località assediate e prive di rifornimenti. Anche dopo l’estensione della tregua si segnalano attacchi da parte governativa in alcune località .
La causa immediata del tracollo curdo è stata l’abbandono delle Fds da parte della componente araba, che rappresentava circa la metà degli 80 mila combattenti stimati. Dopo la caduta del regime di Bashar el Assad nel dicembre 2024 le tribù che avevano integrato l’alleanza con le milizie curde dell’Ypg si sono progressivamente avvicinate al nuovo governo centrale, e nei recenti combattimenti si sono schierate con gli uomini del presidente Ahmed al-Sharaa o si sono astenute dal partecipare.
La causa remota e più decisiva della vittoria governativa sta negli accordi conclusi negli ultimi mesi dal presidente islamista con gli Stati Uniti e, in forma più o meno clandestina, con Israele. Dopo aver incontrato Donald Trump nel maggio scorso in Arabia Saudita e nel novembre scorso a Washington, l’11 novembre l’uomo forte di Damasco ha potuto annunciare che la Siria era entrata a far parte della Coalizione globale per sconfiggere l’Isis che dal 2014 sotto guida americana combatte quel che resta dello Stato Islamico sia militarmente che con programmi di aiuti alle popolazioni.
La guerra all’Isis era stata il motivo che aveva spinto gli Stati Uniti e alcuni loro alleati ad appoggiare i curdi di Siria al tempo in cui gli uomini di al-Baghdadi controllavano un vasto territorio a cavallo fra Siria e Iraq. Dall’epopea dell’assedio di Kobane nel 2014-15 alla caduta di Raqqa, capitale siriana del califfato, nel 2017 fino alla definitiva sconfitta dell’Isis in terra siriana nel marzo 2019, gli americani e i loro alleati europei e arabi avevano sostenuto con armi, denaro e bombardamenti mirati la coalizione curdo-araba che, su suggerimento americano, aveva preso il nome di Forze democratiche siriane. Lo avevano fatto nonostante l’opposizione della Turchia, preoccupata del fatto che Pyd e Ypg, i dominanti soggetti politico e militare curdo di Siria, rappresentavano obiettivamente la filiale siriana del Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan turco da decenni in lotta col governo di Ankara. Con l’adesione del nuovo regime siriano alla Coalizione globale le ragioni dell’interessato sostegno occidentale agli autonomisti curdi sono venute meno, con grande sollievo della stessa Turchia.

La morsa non si è serrata immediatamente intorno alla Rojava per le persistenti obiezioni israeliane nei riguardi dell’operazione che si profilava. Queste sarebbero state superate dopo un incontro fra esponenti del nuovo regime siriano e alti responsabili della sicurezza israeliana a Parigi il 5 e 6 gennaio scorsi, alla presenza dell’inviato speciale americano per la Siria Tom Barrack, di Steve Witkoff e di Jared Kushner. Apparentemente l’incontro doveva servire a una de-escalation delle tensioni fra Israele e Siria innescate dagli interventi israeliani a sostegno della minoranza drusa presente nel sud della Siria, presa a bersaglio dalle tribù sunnite locali fiancheggiate da reparti del nuovo esercito siriano. Per impulso americano le cose sarebbero andate molto più in là , nella direzione di accordi come quelli che attualmente esistono fra Israele e rispettivamente Egitto e Giordania.
Gli israeliani abbandonerebbero le loro politiche di destabilizzazione della Siria, che possono condurre alimentando le rivendicazioni e le rivolte delle minoranze druse, alawite e curde che si considerano perseguitate dagli islamisti giunti al potere, in cambio di un trattato di pace sulla falsariga di quelli conclusi con l’Egitto nel 1979 e con la Giordania nel 1994. Gli americani scommettono su una Siria unificata e sotto l’influenza di Turchia e Arabia Saudita in competizione fra loro.
Scrive Lorenzo Trombetta su Limes:
«A Washington, la Siria – e in particolare il suo becco d’anatra nord-orientale – continua a essere un asset strategico di primo piano. In chiave anti-iraniana, certo, ma soprattutto come perno per il controllo diretto e indiretto di un’altra area che va dal Mediterraneo orientale al Golfo, estremi operativi dell’asse medioceanico che tiene insieme Gibilterra, Bab-el-Mandab e Hormuz».
Le settimane che hanno preceduto l’offensiva governativa hanno visto intensi negoziati fra al-Sharaa, il leader delle Fds Mazloum Abdi e gli americani per arrivare a una soluzione conveniente per tutte le parti, ma Damasco ha considerato inaccettabili le richieste curde di mantenere il controllo delle proprie forze militari e l’autonomia amministrativa della regione. Il successo travolgente dell’offensiva ha costretto i curdi a firmare una vera e propria capitolazione.
L’accordo firmato dalle parti il 18 gennaio scorso prevede infatti il ritiro delle forze curde a est dell’Eufrate e la loro futura smobilitazione, l’esodo delle Fds dai governatorati di Raqqa e Der Ezzor, la cessione ai governativi del controllo dei posti di frontiera, dei campi petroliferi e dei gasdotti (che fornivano il 75 per cento del bilancio della Rojava), l’integrazione dei combattenti delle Fds che lo richiedano nelle forze armate siriane, ma solo su base individuale (in una iniziale proposta si concedeva ai curdi di conservare tre divisioni e due battaglioni all’interno dell’esercito nazionale), il trasferimento delle amministrazioni civili autonome della Rojava al potere centrale, la cessione del controllo dei centri di detenzione dei terroristi dell’Isis e dei campi di raccolta delle loro famiglie alle autorità centrali.
In cambio i curdi ottengono il riconoscimento del loro idioma come lingua nazionale che sarà insegnata nelle scuole nelle regioni a maggioranza curda, la cittadinanza siriana per quei curdi e loro discendenti che ne erano stati privati dopo il censimento del 1962, la facoltà di proporre propri candidati governatori e di essere rappresentati negli alti gradi dell’esercito e nel governo.
Il trasferimento del controllo delle prigioni che ospitano 9-10 mila terroristi dell’Isis e dei campi dove sono confinate le loro famiglie (28 mila persone, delle quali almeno 6.500 fortemente ideologizzate) dalle autorità curde a quelle di Damasco è stato particolarmente caotico, con fughe di prigionieri e di civili che solo in parte sono stati ricatturati dalle nuove autorità . Gli americani hanno provveduto a trasferire in Iraq i 7 mila detenuti considerati più pericolosi.
L’estensione della tregua scaduta sabato scorso segnala la volontà del governo siriano di ottenere i propri obiettivi con mezzi diversi da quelli della pura forza militare. Mentre la riconquista dell’80 per cento del territorio della Rojava ha avuto un costo relativamente basso in termini di perdite di vite umane e di distruzioni, espugnare il 20 per cento restante, cioè le roccaforti curde di Kobane, Hassaké e Qamishli, comporterebbe un grande spargimento di sangue e necessiterebbe di ben più di due settimane. Con rischi di ripensamenti da parte americana e israeliana.
Quello che avrebbe dovuto rappresentare il traguardo di una lunga trattativa diplomatica durata oltre venticinque anni si è trasformato, nel giro di poche ore, in un clamoroso stallo istituzionale. Il 21 gennaio 2026, il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione che richiede alla Corte di giustizia dell’Unione Europea un parere vincolante sulla legittimità dell’accordo commerciale con il Mercosur. Questa decisione sposta la responsabilità sul tribunale di Lussemburgo, bloccando di fatto qualsiasi votazione finale fino almeno al 2027, dato che il periodo stimato per la pronuncia si aggira tra i diciotto e i venti mesi.
Durante la votazione, le strade di Strasburgo sono state teatro di una massiccia protesta: migliaia di agricoltori provenienti da tutta Europa si sono radunati in città con i propri trattori. Per le principali organizzazioni agricole, come Coldiretti, Cia e Confagricoltura, il rinvio alla Corte rappresenta una vittoria contro un accordo percepito come «sleale».
Il fulcro della protesta non riguarda il rifiuto del commercio in sé, ma la totale mancanza di reciprocità nelle regole applicate. Gli agricoltori denunciano un paradosso insostenibile: mentre l’Europa impone standard ambientali e sanitari sempre più stringenti, l’accordo rischia di favorire l’ingresso di prodotti sudamericani ottenuti con costi inferiori e l’uso di princìpi attivi vietati nell’Ue da decenni.
Si evidenzia inoltre una problematica etica significativa: l’Europa produce ed esporta verso il Mercosur circa 7 mila tonnellate di fitofarmaci il cui utilizzo è vietato nei propri campi, che potrebbero rientrare nel mercato europeo tramite i prodotti agricoli sudamericani (report del Centro Studi Divulga, 2024).
A questo si aggiunge la debolezza dei controlli alle frontiere: attualmente solo il 3 per cento delle merci che arrivano nei porti europei – come Rotterdam – viene fisicamente ispezionato. Anche se fosse mantenuta la promessa della Commissione di aumentare le ispezioni del 33 per cento, si arriverebbe solo al 4 per cento, un livello considerato insufficiente dalle organizzazioni agricole per garantire la sicurezza alimentare. Lo scenario appare particolarmente preoccupante per settori sensibili come la zootecnia e la risicoltura.
Inoltre, un aumento delle importazioni a condizioni più favorevoli potrebbe portare a una pressione al ribasso sui prezzi, con ripercussioni negative su intere filiere produttive.
Se il mondo agricolo vede il rinvio come una vittoria, quello industriale e dell’export vive invece momenti di profonda inquietudine. Secondo Confindustria, lo stop all’accordo mette a rischio circa 14 miliardi di euro per il sistema produttivo italiano: l’intesa avrebbe dovuto abbattere dazi dal 15 al 35 per cento su macchinari, prodotti chimici e automobili.
Un settore particolarmente colpito è quello del vino, con Federvini e l’Unione italiana vini (Uiv) che definiscono il voto come un vero e proprio «darsi la zappa sui piedi». Attualmente, i vini europei scontano in Brasile dazi del 27 per cento per i fermi e del 35 per cento per gli spumanti; il congelamento dell’accordo rischia di penalizzare ulteriormente la competitività italiana in un mercato dal valore di 500 milioni di euro, dove la quota italiana è ferma all’8 per cento.
In controtendenza emerge il comparto ortofrutticolo, che registra una bilancia commerciale positiva verso il Mercosur, ma teme comunque il rischio di dumping se i dazi venissero eliminati senza adeguate garanzie.
Il rinvio alla Corte solleva anche interrogativi sui meccanismi di riequilibrio previsti dall’accordo, che potrebbero consentire ai paesi sudamericani di chiedere indennizzi qualora l’Unione Europea inasprisse le proprie normative ambientali, minando l’autonomia del diritto comunitario. In questo quadro, quello con il Mercosur si configura come molto più di un semplice trattato commerciale: diventa il banco di prova della capacità dell’Unione Europea di coniugare ambizione geopolitica, sostenibilità e consenso democratico. Il messaggio che emerge da Strasburgo è inequivocabile: il cibo non può essere trattato come una merce qualsiasi e la transizione ecologica europea non deve tradursi nella desertificazione delle campagne continentali.