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#news #tempi.it
È una storia lunga più di mille anni, quella delle “buone maniere†o “galateoâ€, e racconta meglio di tanti libri come sono cambiati il potere, la politica, i costumi, le gerarchie sociali. Sbagliato considerarle un semplice abbellimento della vita quotidiana, le buone maniere sono sempre state dei dispositivi disciplinari atti a rendere visibile l’ordine sociale e politico di una determinata epoca. O perlomeno è stato così fino a quindici anni fa: perché le regole hanno bisogno di poggiare su certezze, ci spiega Guia Soncini, mentre oggi è «tutto in movimento, i confini sono scivolosi, (…) è tutto un equilibrio sopra la follia». Ma andiamo con ordine.
Per continuare a leggere prosegui qui o iscriviti a Lisander, il substack di Tempi e dell’istituto Bruno Leoni.Â
Più di 2.500 persone sono morte in Iran durante le manifestazioni contro il regime islamico degli ayatollah. Il dato, diffuso dalla Ong Hrana, è però conservativo dal momento che internet è ancora bloccato nel paese e le comunicazioni funzionano a singhiozzo. Secondo Iran International, ad esempio, le vittime sono più di 12 mila e l’ordine di sparare sui manifestanti verrebbe direttamente dal Consiglio supremo per la sicurezza nazionale e dalla Guida suprema Ali Khamenei. La strage sarebbe stata compiuta dai membri del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, i pasdaran, e dalla milizia Basij.
Si tratta del più grande massacro nella storia contemporanea dell’Iran, con l’aggravante che le vittime sono soprattutto giovani sotto i 30 anni e che il dato potrebbe presto aumentare, dal momento che il presidente della magistratura iraniana, Gholamhossein Mohseni Ejei, ha promesso che «agiremo rapidamente» contro gli oltre diecimila arrestati. Molti, accusati di terrorismo, potrebbero ricevere la pena di morte.
Nonostante la situazione sia disastrosa, con Donald Trump che fomenta le proteste popolari e minaccia esplicitamente di attaccare l’Iran, i paesi sunniti del Golfo sono stranamente silenziosi nei confronti del loro avversario regionale numero uno.
Come nota l’Economist, l’ultima volta che la Repubblica islamica è stata invasa da proteste popolari di massa, nel 2022 in seguito alla morte di Mahsa Amini, i media panarabi, spesso sovvenzionati dalle monarchie del Golfo, ne hanno coperto tutti gli sviluppi 24 ore su 24 per settimane.
Oggi le proteste sono di gran lunga più ampie di quelle del 2022, e presentano per il regime degli ayatollah un pericolo di gran lunga superiore, eppure il mondo arabo non sta soffiando sul fuoco della protesta. Anzi.
Arabia Saudita, Oman e Qatar hanno tentato privatamente di convincere l’amministrazione Trump a non attaccare militarmente l’Iran per non innescare una nuova fase di instabilità nella regione. L’iniziativa diplomatica è iniziata specialmente dopo che il presidente degli Stati Uniti ha scritto su Truth: «GLI AIUTI STANNO ARRIVANDO».
I paesi arabi temono innanzitutto l’impatto economico che un attacco potrebbe avere sul passaggio delle petroliere nello Stretto di Hormuz, dal quale transita un quinto del petrolio mondiale e che potrebbe essere bloccato.

Inoltre, hanno paura che il regime degli ayatollah possa vendicarsi lanciando attacchi missilistici contro le truppe e le basi americane in Bahrain, Qatar, Kuwait ed Emirati.
Infine, una guerra civile o un cambio di regime in Iran potrebbe destabilizzare l’intero Medio Oriente per mesi, se non anni, minando quella stabilità che all’Arabia Saudita serve come il pane per portare avanti i suoi progetti di sviluppo economico.
Il regime di Teheran avrebbe avvertito i paesi arabi che se gli Usa attaccheranno l’Iran, le basi americane sul loro territorio verranno colpite. Ali Shamkhani, consigliere di Ali Khamenei, ha avvisato gli Stati Uniti che il governo iraniano potrebbe colpire la base americana Al Udeid in Qatar, la più grande del Medio Oriente, dove si trovano 10 mila truppe Usa.
La probabilità di un attacco non è peregrina, per questo il Qatar ha preso non meglio specificate «misure di sicurezza» per il proprio personale, mentre gli Usa hanno fatto evacuare del personale dalla base qatariota e non solo. Le stesse misure erano state prese a giugno prima dei raid contro i siti missilistici e nucleari del paese.

Un intervento militare americano potrebbe cambiare profondamente la situazione, ma al momento la repressione del regime islamico sembra avere funzionato. E molti paesi arabi potrebbero non essere così dispiaciuti.
L’Iran infatti è un gigante di oltre 90 milioni di abitanti (uno su due ha meno di 35 anni) con i secondi giacimenti di gas naturali più grandi al mondo e i quarti di petrolio. Nonostante questo, gli idrocarburi rappresentano soltanto il 10 per cento del Pil, generato soprattutto da servizi, industria e agricoltura.
Se nel paese si instaurasse un governo democratico, in grado di recuperare un ruolo positivo nella comunità internazionale, e venissero eliminate le sanzioni che pesano come un macigno sull’economia, l’Iran potrebbe diventare la principale potenza del Medio Oriente. E il suo successo potrebbe spingere le popolazioni di alcune monarchie autoritarie del Golfo a ribellarsi.
Ecco perché a molti paesi del Medio Oriente, tutto sommato, potrebbe fare più comodo un Iran debole e ininfluente sotto gli ayatollah, ora che l’Asse della resistenza del quale era a capo è stato smantellato, che un Iran democratico in grado di sviluppare tutto il proprio potenziale.
Date a Cesare quel che è di Cesare. Ma non dategli del genocida. Sono capitato sulla homepage del Corriere della Sera, che da un po’ di tempo propone ai suoi lettori Le lezioni del Corriere, brevi pillole di varia cultura di cui non sapevamo di avere bisogno, e trovo nientemeno che un pezzo di Luciano Canfora intitolato così: “Il genocidio, la guerra civile e la congiura che lo uccise: la tragica vicenda di Giulio Cesareâ€.
Si saranno sbagliati, penso: Canfora non può aver scritto una cosa del genere. Avranno ormai tagliato la testa di qualche stagista; oppure volevano scrivere gender invece di genocidio, poiché si sa, come dice anche Catullo, che Cesare era, insomma, ci siamo capiti: e un po’ di piccante non guasta mai.
Invece apro l’articolo e leggo proprio questo:
«La colpa che a Cesare spetta – a dire di Plinio il Vecchio, grande scienziato romano della dinastia Flavia morto durante l’eruzione del Vesuvio – fu la conquista della Gallia, definita “un genocidioâ€Â».
Ce n’est pas possible, esclamo (per restare in tema di Galli). Il buon vecchio Plinio detto Plinio il Vecchio avrebbe definito le guerre galliche di Cesare «un genocidio»? Altro che scienziato! Doveva aver inventato tutta una macchina del tempo, poiché altrimenti non si spiega: quella parola l’ha coniata Raphael Lemkin, un giurista polacco di origine ebrea, nel 1944, per descrivere quanto subìto dal popolo armeno per mano dei Giovani Turchi.
Per fugare ogni dubbio, mi precipito a leggere il passo in questione di Plinio, nel settimo libro della sua Naturalis Historia. Manco a dirlo, il termine incriminato non c’è: vi si parla del vigor e della celeritas del futuro dittatore, del suo record di battaglie vinte, e della montagna di morti da Cesare ammonticchiata (più di un milione, dice Plinio: ma è usuale per gli storiografi dell’epoca pompare i numeri, e peraltro Plinio storiografo non era). Plinio scrive che l’eccidio fu tantam etiam coactam humani generis iniuriam: una così grande ingiustizia (in-iuriam) verso il genere umano, per quanto inevitabile (etiam coactam).
Come dare torto a Plinio? Ha ragione su entrambi i punti: mietere morti per tornaconto personale (Cesare cercava per sé la gloria militare che ancora gli mancava) è eticamente riprovevole, da un lato; dall’altro, uccidere in un contesto di guerra è ovvio, inevitabile.
Ma cosa c’entra il genocidio? Questa parola, nell’accezione con cui fu inventata, significa sterminare una parte del proprio popolo, poiché si ritiene che essa non debba più esistere: gli armeni nella nuova Turchia o gli ebrei nel Terzo Reich, per intenderci. Tuttavia, non mi risulta né che i Galli transalpini fossero cittadini di Roma (e neppure provinciali sudditi dell’imperium romano, all’epoca delle guerre di Cesare), né che il condottiero intendesse eliminarli perché erano Galli. I Romani, che pure avevano tanti difetti, non avrebbero neppure potuto concepire lo sterminio su base etnica: non attribuiamo loro nefandezze che invece sono tutte moderne. A ciascun’epoca le sue.
Che poi, a dirla tutta, Cesare, pur non condividendole, resta comunque il primo autore romano a riconoscere le ragioni dei vinti nei confronti del dominio di Roma (vedi il discorso di Critognato, nel settimo libro del De bello gallico); concede nel 49 a.C. l’ambitissima cittadinanza romana alla Gallia Cisalpina (cioè la pianura Padana, all’epoca abitata dai Galli, da quasi due secoli ormai ridotta a provincia); arruola Galli nelle sue legioni; ed è il primo, incuriosito dalle lande boscose che va conquistando, a fornirci preziose informazioni di prima mano su di esse, dimostrando grande interesse per quel popolo in larga parte (ma non del tutto) suo nemico.
Per quanto Canfora poi denunci il fatto che «la conquista della Gallia ha comportato la distruzione di una civiltà , quella gallica, sommersa dalla cultura conquistatrice romana», non possiamo che chiederci se non ci sia un po’ di retorica woke antioccidentale in queste parole. Non paragoniamo i Galli del primo secolo avanti Cristo ai pellerossa che i nostri cugini americani rinchiusero nelle riserve, imbottendoli di alcolici. Credo che i Galli non fossero così dispiaciuti di travasare la propria civiltà (se di civiltà possiamo parlare: erano quasi tutti analfabeti, vivevano per lo più seminomadi e avevano l’usanza, talvolta, di bruciare vive delle offerte umane dentro simulacri di paglia…) in quella greco-romana chiaramente superiore: tanto che, conquistati e avendo perso la libertà , finirono per assorbire presto e volentieri usanze e lingua dei conquistatori (e da questo incontro nacque il francese; cosa che, per intenderci, non accadde presso gli altrettanto conquistati Greci, che non riconoscevano ai Romani alcuna superiorità culturale e civile, e infatti si tennero la propria lingua).
Peraltro, se prendiamo il sesto libro del De bello gallico, quello in cui Cesare descrive i costumi dei Galli, rimaniamo sorpresi dal suo sforzo di cercare punti di contatto, per esempio nell’ambito (cruciale) della religione, tra Romani e Galli: da una parte, un tentativo di preparare il terreno per la futura annessione dei vinti ai vincitori; dall’altra, un modo per separare Galli da Germani non più solo col Reno (che non era poi ’sto confine invalicabile), ma con usi e costumi: erano i secondi il vero pericolo per Roma, e sempre lo sarebbero rimasti. I Galli invece, dice Cesare, s’erano ormai da anni rammolliti per il contatto coi loro cugini assolati e già da tempo romanizzati (quelli della provincia della Gallia Narbonense, oggi rimasta solo… Provenza).
Insomma: da dove risulterebbe questo odio di Cesare per i Galli tanto da voler commettere un genocidio, io proprio non capisco. Comprendo che fosse un furbo, un mattatore, un ambizioso (e per Dante il più importante uomo del mondo antico: guardate cosa mastica Lucifero), insomma quel che vi pare: ma un genocida, vi prego, no. Basta buttare fango sulla nostra bella storia: non è col fango che si lava il sangue, né va lavato. Bagna la storia di ogni secolo e solo ci chiede di essere compreso nel suo contesto.
So bene che Canfora non è il primo a dare addosso al Nostro (vi ricordate la sua statua vandalizzata nel 2020 nelle Fiandre? Sua di Cesare, non di Canfora); e capisco anche che il termine “genocidio†ormai sia di moda e usato per fini politici (Gaza docet); ma proprio per questo, non abusiamone. It’s not fair and it’s really not O.K., cantava Lily Allen. Non lo adopera Plinio: non lo usi nemmeno lei, professore, che quanto a storia romana è un’indiscussa autorità . Che poi qualche lettore del Corriere finisce per prenderla sul serio.
Sale a 388 milioni (da 380) il numero di cristiani perseguitati nel mondo. Un cristiano ogni sette sperimenta cioè un livello alto di persecuzione e discriminazione a causa della propria fede. È il dato che emerge dall’ultimo rapporto di Open Doors, la World Watch List 2026 (clicca qui per la mappa ingrandita), che conferma l’aumento della persecuzione anticristiana: i paesi con un livello estremo di persecuzione, infatti, sono saliti nel periodo preso in esame (1 ottobre 2024 – 30 settembre 2025) da 13 a 15.

Per il 24mo anno di fila la Corea del Nord si conferma il paese dove è più pericoloso essere cristiani. Sono costretti a vivere la fede in clandestinità anche i cristiani di Somalia, Eritrea, Libia e Afghanistan.
Tra i paesi dove la persecuzione raggiunge un livello estremo ci sono, come l’anno scorso, anche Yemen, Sudan, Nigeria, Pakistan, Iran, India, Arabia Saudita e Myanmar.
Preoccupa particolarmente la situazione in Mali e soprattutto in Siria, dove la persecuzione è passata dal livello grave al livello estremo nel corso dell’ultimo anno.

Secondo il rapporto di Open Doors, tornano ad aumentare (dopo il calo del 2025) le uccisioni di cristiani, che passano da 4.476 a 4.849, 13 al giorno. Come da molti anni a questa parte, la Nigeria rimane l’epicentro dei massacri con 3.490 vittime, il 71 per cento del totale mondiale.
Rimane sostanzialmente invariato il dato dei cristiani arrestati per la loro fede (4.712 rispetto ai 4.744 del 2024), mentre è in calo quello dei cristiani rapiti (3.302 contro i 3.775 del 2024). Diminuiscono anche gli attacchi contro le chiese (da 7.679 a 3.632) e contro le case e i negozi (da 28.368 a 25.794). In aumento, invece, le vittime di abusi, stupri e matrimoni forzati (da 3.944 a 5.202).

I dati raccolti da Open Doors suggeriscono che l’area geografica dove i cristiani sono maggiormente in pericolo è quella dell’Africa Subsahariana: tra i 50 paesi dove la persecuzione è più forte, 14 appartengono a questa regione, dove vive un ottavo della popolazione cristiana mondiale. Inoltre, tutti e tre i paesi che hanno registrato un livello di violenza massimo contro i cristiani si trovano in questa regione (Sudan, Nigeria, Mali).
Se in Sudan la situazione è particolarmente aggravata dalla guerra civile in corso, la presenza di autorità statali deboli o corrotte lascia ampi spazi di manovra a gruppi terroristici islamici, che colpiscono soprattutto i cristiani in paesi come Nigeria, Mali, Congo, Mozambico, Somalia e Burkina Faso.
Il paese dove la condizione dei cristiani è peggiorata di più nell’ultimo anno è invece la Siria, passata dal 18mo al sesto posto nella classifica a causa della presa del potere nel dicembre 2024 da parte del regime islamico di Ahmed al-Sharaa, l’ex leader di Al-Qaeda e Isis. Nel periodo preso in esame per compilare la Wwl 2026 sono stati uccisi almeno 27 cristiani (l’anno precedente erano zero). Da segnalare, in particolare, è l’attentato suicida del giugno 2025 contro la chiesa Mar Elias di Damasco, dove hanno trovato la morte 22 fedeli.
Oltre al tema dell’insicurezza e della violenza, c’è anche quello della legge: la Costituzione provvisoria del marzo 2025 centralizza il potere nelle mani del presidente e stabilisce la giurisprudenza islamica come fonte principale della legislazione.
Terrorismo islamico a parte, le altre cause più importanti della persecuzione dei cristiani sono l’autoritarismo di regimi come Eritrea, Cina, Corea del Nord, Nicaragua e Cuba e il nazionalismo di paesi come India e Myanmar,
«388 milioni di cristiani nel mondo non godono del diritto umano fondamentale di credere in ciò che vogliono. Il 2025 è di nuovo anno record dell’intolleranza. Quanti altri cristiani uccisi, sfollati, abusati e incarcerati dobbiamo contare prima di porre al centro del dibattito politico la libertà religiosa?», ha dichiarato il direttore della sezione italiana di Open Doors, Porte aperte, Cristian Nani.
«Porte Aperte chiede al governo di promuovere: la libertà religiosa come priorità diplomatica, integrandola nei negoziati commerciali; l’alfabetizzazione religiosa dei propri funzionari a vari livelli; la collaborazione con attori religiosi locali, soprattutto in aree sensibili come il Sahel, per garantire equità nella distribuzione degli aiuti, prevenendo discriminazioni».