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Stati Uniti
Le monarchie del Golfo hanno scoperto che appaltare la sicurezza agli USA era illusorioThe post Le monarchie del Golfo hanno scoperto che appaltare la sicurezza agli USA era illusorio appeared first on L'INDIPENDENTE.
Paolo Conte
Paolo Conte e la più bella sigla del Giro d’ItaliaLa Svizzera non è in Italia. È un fatto geografico incontrovertibile, che generazioni di cartografi hanno confermato con puntualità svizzera. Eppure a Jonas Vingegaard questo dettaglio non importa molto. Il re pescatore ha scelto di aspettare di varcare il confine, tra i vigneti di Merlot e i formaggi del Ticino, per piazzare il primo vero scatto del suo Giro d’Italia. Un gesto quasi premuroso. È bastato questo a sciogliere come neve di maggio le speranze dei rivali, convinti fino all’ultimo di potergli tenere testa almeno fino al ritorno nella terra del Franciacorta. In particolare quelle del frontaliere Pellizzari, rimasto così indietro da sollevare il dubbio che il confine, in realtà , non lo abbia mai davvero attraversato.
Questo, con le dovute proporzioni e una notevole mancanza di rispetto, è lo stile con cui il grande giornalista sportivo Gianni Mura avrebbe potuto raccontare la vittoria del danese Jonas Vingegaard all’ultima edizione del Giro d’Italia, che si conclude proprio oggi, 31 maggio. I corridori compiono la passerella d’onore a Roma, attraverso i Fori Imperiali, sopra il selciato antico che surriscalda le ultime energie e sotto i maestosi pini che i velocisti non degnano neanche di uno sguardo, impegnati a giocarsi quanto resta di gambe e dignità per l’ultima vittoria di tappa.
Il ciclismo è uno sport di paesaggi, e Gianni Mura lo sapeva bene. I suoi resoconti delle grandi corse a tappe, al Giro ma soprattutto al Tour, cominciavano spesso dal racconto di un paesino di montagna, di un bar chiuso, di gente sul bordo della strada che aspettava i corridori come si aspetta una processione. Tra loro a volte anche delle bambine bionde con degli anellini alle orecchie, «Tutte spose che partoriranno uomini grossi come alberi».
Comincia così Diavolo Rosso una delle più belle canzoni che Paolo Conte ha dedicato al ciclismo. Non certo l’unica. Diavolo Rosso è Giovanni Gerbi, pioniere eroico del ciclismo italiano dei primi del ‘900. Il soprannome gliel’aveva dato un prete di campagna che lo vide sfrecciare a tutta velocità durante una processione, con la sua maglia rossa. Paolo Conte lo colloca proprio in mezzo a quella campagna mentre pedala attraverso un paesino del nord-ovest. La canzone però non parla di lui. Parla di quel paesino e della gente che ci abita: le bambine bionde con gli anellini alle orecchie, i vecchi, le donne che guardano passare il corridore come si guarda passare qualcosa di incomprensibile e meraviglioso. Gerbi è solo un lampo. Una cometa rossa che attraversa il campo visivo e scompare. Ciò che resta è il paesaggio, l’aria ferma del pomeriggio, le risaie, il profumo del tiglio «e questo nord-ovest bardato di stelle». La vita ordinaria di un posto che il ciclismo ha attraversato per un istante senza fermarsi. Del ciclismo, della corsa, della fatica per arrivare al traguardo, non c’è praticamente nulla. La bicicletta è tutta nel ritmo della canzone. Una pedalata furiosa verso il tramonto, controtempo e controluce, che toglie, letteralmente, il fiato.
Diavolo Rosso sarebbe potuta essere la più bella sigla del Giro d’Italia. Così come tantissime canzoni che una miriade di cantautori hanno dedicato alla corsa rosa e, più in generale, alla bicicletta. Poche di queste sono però finite effettivamente nei titoli di testa delle interminabili dirette televisive della Rai, anche se per tanti anni c’è stato davvero l’imbarazzo della scelta. A inaugurare, in tempi recenti, la lista degli autori celebri che hanno effettivamente prestato la voce al Giro, c’è stato nel 2000 Enrico Ruggeri con Gimondi e il Cannibale, titolo che già da solo vale un’enciclopedia del ciclismo italiano. Nel 2003 è invece Lucio Dalla con Sono in fuga a cantare di un anonimo corridore che, senza averlo del tutto pianificato, si ritrova nel mezzo di una fuga solitaria e sogna di vincere la volata finale, evidenziando peraltro una notevole ingenuità tattica. Nel 2007, infine, la diretta Rai si apriva proprio con la voce di Paolo Conte che, in Velocità Silenziosa, sentenziava con la consueta impassibilità : «Una bici non si ama, si lubrifica». Subito dopo ci sono stati altri autori noti come Cesare Cremonini, Frankie Hi-NRG e Raphael Gualazzi. Eppure, come a volte accade durante una grande corsa a tappe, la canzone più bella non l’ha scritta un campione. L’ha scritta un gregario.

È il 1998. Anno particolare per il Giro. C’è un corridore romagnolo che da qualche edizione percorre le salite come se le stesse scendendo, che nell’estate del ’97 ha fatto tremare le Alpi al Tour de France, e che quest’anno sembra finalmente pronto a prendersi la vittoria finale. Nel frattempo accade qualcosa di altrettanto significativo: dopo cinque edizioni consecutive trasmesse da Mediaset, il Giro d’Italia torna sulla Rai. E la Rai, con uno di quegli slanci di sensibilità che ogni tanto sorprendono, sceglie di affidare la sigla del Processo alla Tappa a Gian Pierretti.
In quel desiderio minimo la canzone cambia di livello. Non è più un racconto sentimentale ma una piccola epifania popolare. La gente scende in strada, la festa si fa da sola, il dolore privato si dissolve nel rumore collettivo. Passa il Giro è una canzone d’amore, ma anche una canzone che parla di come resistere alla sofferenza. Resistere e reagire. Come faceva Marco Pantani che pedalava più forte proprio quando la salita diventava insostenibile. «Per accorciare la mia agonia», diceva lui. Pierretti non racconta il ciclismo come spettacolo, ma come evento umano che interrompe la solitudine. E questo, in fondo, è tutto.
Pierretti non è un nome da prima pagina. Scrive Passa il Giro con la stessa economia di mezzi con cui un gregario consuma le gambe senza che nessuno lo noti. La canzone non racconta la corsa. Racconta il momento prima e si immagina il momento dopo. Passa il Giro è una canzone d’amore. Ma non solo. Gian Pierretti soffre per un amore finito. Chiuso in casa, lascia che il mondo vada avanti senza di lui, mentre la vita scorre con il suo ritmo inesorabile. Ma quel ritmo, improvvisamente, diventa il Giro d’Italia. Anche qui, come in Diavolo Rosso, la corsa passa a travolgere la vita di tutti i giorni e Pierretti decide che è il momento di reagire: «però sinceramente non me ne frega niente. Fra poco passa il Giro e in casa solo, io non ci resterò».
Il ciclismo non si racconta con la precisione della cronaca. Tempi e distacchi non dicono nulla della gara. Si racconta con le emozioni, che sono l’unica cosa che resta quando il gruppo è già sparito dietro la curva. Il resto è silenzio, polvere, e la sensazione che qualcosa sia appena passato. E che tu, per un attimo, ne abbia fatto parte.
Gianni Mura quel Giro del 1998 lo seguiva, naturalmente. E quando Pantani vinse, a Montecampione, sotto la pioggia, scrisse di montagne e di un uomo che sembrava appartenervi più che alla pianura. Non scrisse di tattica, non scrisse di distacchi. Scrisse del cielo basso, del freddo, della gente ai bordi della strada bagnata. E di Pantani che, inseguito dai rivali, attaccava fino a spezzare le ossa. Scrisse del Giro come paesaggio, e di Pantani come figura dentro quel paesaggio. È lo stesso sguardo di Conte su Gerbi, la stessa finestra di Pierretti sul mondo che passa. Un giornalista, un cantautore da prima pagina e un gregario della musica italiana che hanno capito la stessa cosa: che il ciclismo è bello non quando lo guardi, ma quando ti attraversa. Quando passa sotto la tua finestra e per un momento, anche tu, come Pierretti sulla soglia di casa, decidi che in casa solo non ci resti. Passa il Giro è la più bella sigla del Giro d’Italia perché in quell’edizione del 1998 trovò qualcosa di raro: un significato che andava oltre la corsa. O forse è più semplice di così. Forse Passa il Giro è la più bella sigla della storia del Giro d’Italia per via di Marco Pantani.
Questa è Ipertraccia. Rubrica domenicale che parla di musica. Se vi piace consigliatela ai vostri amici. Se non vi piace consigliatela ai vostri nemici. Se volete scriverci fatelo a musica@lindipendente.online
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Flash
Turchia, bus si schianta e prende fuoco: 8 mortiUn autobus turistico si è schiantato e ha preso fuoco nella Turchia occidentale nelle prime ore di domenica, provocando otto morti, tra cui un neonato di 9 mesi. L’incidente è avvenuto nella provincia di Denizli, quando il mezzo della compagnia Pamukkale Tourism, partito da Izmir e diretto ad Antalya con 38 passeggeri e tre membri dell’equipaggio, ha urtato le barriere autostradali. Circa 33 persone sono rimaste ferite. Tra le vittime anche l’autista cinquantenne e il padre del neonato. Le immagini mostrano il bus carbonizzato. L’episodio è avvenuto durante l’Eid al-Adha, periodo di vacanza e intenso traffico sulle strade.
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Flash
Israele avanza in Libano, Francia chiede convocazione del Consiglio di SicurezzaLa Francia ha chiesto la convocazione urgente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dopo che l’esercito israeliano ha occupato la fortezza medievale di Beaufort, nel sud del Libano, dove è stata issata la bandiera israeliana. A darne notizia è stato il ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot, che ha definito l’azione una grave violazione degli impegni assunti da Israele, ricordando l’esistenza di un cessate il fuoco in vigore dal 17 aprile. Parigi ritiene l’avanzata contraria al diritto internazionale e chiede di fermare l’espansione militare, pur riconoscendo il diritto di Israele all’autodifesa contro Hezbollah.
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Flash
In corso il Firma Day per abolire il finanziamento pubblico ai giornaliÈ in corso da ieri, sabato 30 maggio, e prosegue nella giornata di oggi, domenica 31, un “firma day†promosso dall’associazione Schierarsi per sostenere una proposta di abolizione del finanziamento pubblico diretto ai giornali. Gli attivisti sono presenti in 123 città italiane, da nord a sud, tra cui Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo e Firenze. La raccolta firme, iniziata il 27 aprile, ha già superato quota 167mila adesioni sul portale ufficiale del Ministero della Giustizia su un obiettivo di 500mila da raggiungere in tre mesi. Tra le testate che beneficiano dei contributi ci sono Dolomiten, Famiglia Cristiana, Avvenire, Libero, Il Foglio, Il Manifesto e Il Secolo d’Italia.
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terapia
In tutta Italia centinaia di malati che usano cannabis medica sono stati convocati in casermaIn diverse città italiane, da Roma a Milano, da Napoli a Bologna fino a Verona e Rimini, centinaia di pazienti in cura con cannabis terapeutica raccontano di essere stati convocati in caserma dai carabinieri come “persone informate dei fattiâ€. Professionisti, anziane donne con tumori in fase avanzata, giovani con anoressia o vulvodinia, ma anche proprietari di animali trattati con cannabinoidi: tutti si sarebbero ritrovati davanti a domande sulla propria terapia, sulla ricetta, sul medico e sul luogo di acquisto del farmaco. Una vicenda che sta alimentando paura e sconcerto tra associazioni, legali e malati, per l’impatto che può avere sulla privacy e sulla dignità dei pazienti.
A portare la questione all’attenzione pubblica sono state Antonella Soldo, presidente dell’Associazione Meglio Legale, e l’avvocata Cathy La Torre, che hanno invitato attraverso i social altri eventuali pazienti coinvolti a farsi avanti. Da giorni, infatti, emergono testimonianze provenienti da più regioni che descrivono uno schema ricorrente: convocazioni in caserma, richieste di chiarimenti sulla terapia a base di cannabis, sulle modalità di prescrizione e di reperimento. In alcuni casi, secondo i racconti raccolti dalle associazioni, sarebbero stati chiesti anche screenshot di email e messaggi WhatsApp. Elemento ancor più irrituale: nessuno dei convocati avrebbe ricevuto una copia del verbale firmato. «Avevano una serie di domande già scritte che mi hanno fatto, ho firmato il foglio ma mi hanno detto che non potevano darmene una copia», racconta un paziente. Tra i casi più surreali ci sono anche quelli che coinvolgono proprietari di animali domestici (la cannabis terapeutica è infatti consigliata per alcune patologie patologie dei cani): «Anche i miei pazienti animali sono stati ‘visitati’ dai carabinieri – ha raccontato un veterinario -. Li hanno fatti portare in caserma! Hanno richiesto screenshot di mail e whatsapp, hanno fatto verbale e non hanno rilasciato copia».
Sta di fatto che, nel nostro Paese, la cannabis medica è legale dal 2006 e regolamentata dal decreto ministeriale del 9 novembre 2015, che ne disciplina prescrizione, preparazione in farmacia come galenico magistrale e distribuzione. Può essere prescritta per dolore neuropatico, sclerosi multipla, nausea da chemioterapia, epilessia farmacoresistente e altre patologie gravi. Eppure, il semplice fatto di assumere questo farmaco sembra aver trasformato alcuni malati in soggetti da verificare. «Mi hanno trattato come un criminale», ha raccontato uno dei pazienti ascoltati, riassumendo il disagio di chi si è sentito esposto a un controllo percepito come invasivo e sproporzionato.
Secondo quanto ricostruito, alla base delle convocazioni vi sarebbe un’indagine sui canali di distribuzione. Recapitare a domicilio sostanze stupefacenti, anche se a scopo terapeutico, è vietato dal Testo unico sulle droghe (DPR n. 309 del 1990). Una circolare del ministero della Salute del settembre 2020 ha esteso il divieto anche ai farmaci durante l’emergenza Covid. Eppure, molte farmacie spediscono direttamente ai pazienti perché quelle che trattano la cannabis sono solo circa mille su ventunomila, con i malati che dunque non sanno dove reperire il farmaco. Una pronuncia del Consiglio di Stato, nel 2024, ha ribadito il divieto per le farmacie non autorizzate. L’alternativa sarebbe spedire il farmaco a un’altra farmacia vicina al paziente, ma, come testimoniato da esperti del settore, sono pochissime le farmacie che accettano di ricevere la cura a base di cannabis, avendo il timore di incorrere in sanzioni o contestazioni amministrative. Il risultato è che persone con patologie serie, spesso in condizioni fisiche fragili, sono costrette a viaggi complessi e costosi per recuperare un medicinale che sulla carta è perfettamente legale.
In ultimo, resta sul tavolo una questione assai inquietante, che porta a chiedersi chi abbia utilizzato i dati sanitari dei pazienti e con quale autorizzazione. I dati relativi alla salute, infatti, rientrano tra le categorie particolari protette dal GDPR e dal D.Lgs. 51/2018, che richiede garanzie adeguate e una base giuridica chiara per ogni accesso. Anche per questo motivo, le convocazioni stanno sollevando interrogativi non solo sui metodi usati, ma anche sull’eventuale accesso a ricette, elenchi o banche dati.
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Francia, disordini dopo vittoria PSG in Champions: fermate 426 personeSabato sera a Parigi e in altre 15 città francesi si sono verificati violenti disordini durante i festeggiamenti per la vittoria del Paris Saint-Germain nella finale di Champions League contro l’Arsenal. Le forze dell’ordine hanno fermato 426 persone, di cui 283 nella capitale, mentre sette agenti sono rimasti feriti, uno gravemente. A Parigi, oltre 20mila tifosi si sono radunati sugli Champs-Élysées dopo la partita, dando origine a scontri, incendi e atti vandalici che hanno danneggiato veicoli, negozi e fermate degli autobus. Disordini e blocchi del traffico hanno interessato anche altri quartieri, causando forti disagi alla circolazione e ai trasporti pubblici.
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Snam
In Sardegna vanno avanti gli espropri per un gasdotto che ancora non esisteIl 15 maggio 2026 Enura S.p.A. – joint venture tra Snam e Società Gasdotti Italia – ha avviato le procedure di esproprio per il tratto centro-sud del futuro metanodotto sardo, coinvolgendo 24 comuni tra le province di Cagliari, Sulcis Iglesiente, Medio Campidano e Oristano. Il problema, denunciato dai comitati locali è che il gas che dovrebbe scorrere in quel gasdotto non ha ancora un punto di arrivo autorizzato, e la raffineria che giustificherebbe economicamente l’intera opera è ferma dal marzo 2009.
Il progetto prevede 304 chilometri di condotte, di cui 162 di rete nazionale e 142 di rete regionale, che attraverseranno il Campidano dall’oristanese fino a Cagliari, con una diramazione verso Iglesias e Carbonia. Questo tratto ha superato la Valutazione d’Impatto Ambientale (VIA) nel 2020. Ma si inserisce in un progetto più ampio che non è stato ancora approvato nella sua interezza. Il nodo principale riguarda il rigassificatore previsto nel porto di Oristano-Santa Giusta: l’impianto che dovrebbe trasformare il gas liquido in metano da immettere nella rete è tuttora soggetto a procedura di VIA. Snam ha firmato solo un accordo preliminare per acquisire il deposito costiero Higas e convertirlo in unità di rigassificazione galleggiante, ma l’iter autorizzativo non è concluso e senza rigassificatore il gasdotto non ha una fonte di approvvigionamento.
Il secondo problema riguarda la domanda energetica. Gli scenari trasmessi da Snam a dicembre 2025 e riportati nel documento ARERA 135/2026 immaginano una proiezione di consumi crescenti fino a 612 milioni di metri cubi l’anno al 2030. Ma la crescita prevista dipende quasi interamente da un singolo soggetto: la raffineria di bauxite Eurallumina di Portovesme, nel Sulcis Iglesiente, che assorbirebbe 363 milioni di metri cubi, il 59% del totale. La domanda civile e terziaria, stimata a 59 milioni di metri cubi a regime, è già coperta dai depositi di gas naturale liquefatto oggi operativi sull’isola. Eurallumina è ferma dal marzo 2009: la raffineria, di proprietà della russa Rusal – il cui principale azionista, Oleg Deripaska, è sotto sanzioni – ha interrotto la produzione sedici anni fa e sopravvive grazie agli ammortizzatori sociali, con circa 190 dipendenti rimasti su 403 che erano in forza alla chiusura. A settembre 2025 l’azienda ha comunicato alle parti sociali l’intenzione di chiudere definitivamente i battenti entro fine anno, una decisione scongiurata dalla protesta dei lavoratori. Il destino dello stabilimento è ancora in bilico e soprattutto, come sottolineano i comitati, non risulta alcun contratto pubblicamente verificabile tra Enura ed Eurallumina che garantisca i consumi su cui è basato l’intero progetto. Secondo uno studio RSE citato dallo stesso documento ARERA, perché una dorsale di queste dimensioni sia economicamente conveniente occorrerebbero consumi superiori a 1,5 miliardi di metri cubi l’anno: più del doppio di quanto proiettato al 2030.
A finanziare l’opera non saranno solo i sardi. Il meccanismo è quello della tariffa di trasporto del gas, componente presente nelle bollette di tutti gli utenti italiani allacciati alla rete nazionale: funziona come un “pedaggio collettivoâ€, attraverso cui ARERA riconosce agli operatori un ritorno regolato sugli investimenti in infrastruttura. Secondo le stime dell’authority, l’onere annuo che ricadrebbe sulle bollette dell’intera penisola ammonterebbe a 285 milioni di euro, pari a un rincaro del 13-14% sulla tariffa di trasporto del gas. A fare questi conti non è un comitato di oppositori, ma il documento ARERA già citato. Lo stesso documento contiene un passaggio che i legali del fronte del No intendono utilizzare nelle osservazioni: l’authority si riserva di effettuare ulteriori valutazioni sulla metanizzazione, citando espressamente i costi emergenti, gli impatti tariffari e «gli scenari di domanda energetica aggiornati». In pratica l’organo regolatorio mette nero su bianco che non è convinto dell’utilità dell’opera.

Il DPCM del 10 settembre 2025 ha dichiarato il metanodotto «necessario» per accompagnare il phase-out del carbone in Sardegna, dove sono ancora attive le centrali di Portovesme e Fiume Santo. Pochi mesi dopo, con il decreto bollette convertito in legge nel 2026, lo stesso governo ha esteso la vita di tutte le centrali a carbone italiane al 31 dicembre 2038. L’opera che doveva accompagnare la dismissione degli impianti si affiancherò dunque alle centrali che rimarranno accese per altri dodici anni. Nel frattempo il quadro energetico dell’isola si trasforma indipendentemente dal gasdotto. Terna sta completando il Tyrrhenian Link, un cavo sottomarino da 970 chilometri e 1000 megawatt che collegherà la Sardegna alla rete elettrica continentale entro il 2028: è un progetto separato. Ma la sua rilevanza rispetto al gasdotto è sostanziale: è Terna stessa a indicarlo come la condizione necessaria, ma non ancora sufficiente, per dismettere le centrali a carbone sarde senza ricorrere a nuovo utilizzo di energia fossile. Se così fosse, verrebbe meno anche la premessa su cui il DPCM fonda la necessità del metanodotto.
Sul fronte delle rinnovabili, secondo i comitati le richieste di connessione per nuovi impianti presentate a Terna superano già cinque volte il target regionale al 2030, segno che l’interesse del mercato non manca. Eppure la Legge Regionale 20/2024, approvata dalla giunta Todde per frenare la speculazione energetica, ha classificato come «non idoneo» oltre il 99% del territorio sardo per i nuovi impianti. La Corte Costituzionale, con la sentenza 184/2025, l’ha in larga parte bocciata per invasione delle competenze statali in materia energetica.
Il 12 luglio 2025 le Domus de Janas sono state riconosciute Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO, diventando il 61° sito italiano nella lista. Il tracciato attraversa un territorio con oltre mille siti archeologici censiti nella stessa relazione VIA del progetto, dodici dei quali a rischio alto, tra nuraghi, tombe dei giganti, pozzi sacri e siti fenico-punici.
C’è infine una questione procedurale che i comitati firmatari del comunicato intendono sollevare. I proprietari dei terreni coinvolti dagli espropri non sono stati avvisati personalmente: la comunicazione è avvenuta esclusivamente tramite pubblicazione sulla stampa locale e sui portali istituzionali della Regione. Modalità consentita dalla legge 241/90, ma che secondo i comitati contrasta con la Convenzione di Aarhus, che lega il termine per le osservazioni all’effettiva conoscenza del provvedimento da parte degli interessati.
I comitati che hanno sollevato l’allarme sono No Gasdotto Sardegna, Comitadu de Turres, Comitato Nuraxino a difesa del territorio, Comitato S’arrieddu per Narbolia, Global Sumud Sardigna, Italia Nostra Sardegna, Movimento Antifascista Oristanese, Sardegna Chiama Sardegna e Confederazione Sindacale Sarda. Hanno tempo fino al 14 giugno per depositare osservazioni formali e chiunque abbia un interesse legittimo può farlo insieme a loro, scrivendo alla Regione Sardegna o ad ARERA.
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Guinea, le opposizioni boicottano il votoMancano poche ore all’apertura delle urne in Guinea, dove i cittadini saranno chiamati a votare per le elezioni locali e legislative. Le opposizioni, riunite nella coalizione Forze vive della Guinea, hanno però invitato i loro sostenitori a boicottare l’appuntamento elettorale, denunciando irregolarità . Il dito viene puntato contro il presidente Mamadi Doumbouya, accusato di guidare un regime autoritario fondato sulla repressione politica.
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JPMorgan
L’avviso di JP Morgan: USA troppo indebitati, il dollaro è destinato a indebolirsiL’amministratore delegato di JP Morgan Asset Management ha dichiarato che il dollaro statunitense potrebbe indebolirsi nel lungo periodo, soprattutto a causa delle preoccupazioni per gli elevati livelli di debito della più grande economia mondiale. «L’egemonia del Tesoro statunitense è ancora ben radicata, ma come investitori in titoli a reddito fisso, valutiamo l’equilibrio fiscale, gli scambi commerciali e la capacità di ripagare quel debito», ha dichiarato durante una conferenza dell’International Capital Markets Association a Londra Patrick Thomson di JP Morgan, aggiungendo che «La dinamica della posizione fiscale negli Stati Uniti sta creando quel livello di debito che non è â sostenibile nel lungo periodo». Questo contesto ha spinto gli investitori a diversificare i loro capitali, favorendo l’euro e lo yuan cinese, ma anche gli acquisti di oro e dando continuità a quel processo graduale di dedollarizzazione iniziato ormai da tempo. Inoltre, gli analisti finanziari hanno notato una forte domanda di asset europei, sollecitando al contempo riforme per sviluppare i mercati finanziari della regione.
Già a partire dal 2025, una delle dinamiche finanziarie più rilevanti è stata la flessione del biglietto verde: l’anno scorso, infatti, complici le guerre commerciali di Donald Trump, il deficit di bilancio statunitense in aumento e le aspettative di tagli dei tassi da parte della Federal Reserve (Fed), l’indice del dollaro americano ha registrato una forte tendenza al ribasso, chiudendo l’anno con una flessione di circa l’8,5% – 10% su scala globale. Ciò ha allontanato gli investitori e fatto perdere ulteriore competitività all’export statunitense. Tuttavia, l’inizio della guerra in Iran ha fatto rimbalzare il valore della valuta statunitense, ma questa tendenza risulta solo temporanea, con gli analisti che prevedono un trend in calo per il dollaro qualora la guerra dovesse cessare nel breve periodo. Nel dettaglio, grazie al suo status di bene rifugio, dallo scoppio del conflitto in Medio Oriente lo scorso febbraio, il dollaro è aumentato del 2% rispetto a un paniere ponderato di sei valute globali (euro, yen giapponese, sterlina britannica, dollaro canadese, corona svedese e franco svizzero). In ciò la divisa statunitense è stata favorita anche dalla posizione degli Stati Uniti come esportatori netti di energia: il greggio Brent, ad esempio, che prima della guerra costava 73 dollari al barile, ha raggiunto un picco di oltre 112 dollari prima di scendere verso i 104 dollari.
Tuttavia, secondo esperti del settore, con un cessate il fuoco permanente in Iran, la forza del dollaro verrebbe meno e tornerebbero a essere preminenti quelle condizioni che nel 2025 ne hanno determinato il calo. Secondo un’analista della società globale di servizi finanziari specializzata nella ricerca, Morningstar, con la riapertura dello stretto di Hormuz, l’utilità del dollaro come bene rifugio verrebbe meno: «Ciò riaprirebbe la strada all’allentamento monetario della Fed e ridurrebbe i differenziali di tasso, entrambi fattori che in genere incidono negativamente sul dollaro». In questo contesto, si prevede «un graduale deprezzamento man mano che aumentano le tensioni fiscali, lo slancio della crescita si attenua e le tendenze globali di diversificazione delle riserve continuano ad allontanarsi dal dollaro», mentre gli investitori «torneranno a privilegiare gli asset internazionali […] determinando un più ampio deprezzamento del dollaro».
In questo scenario, la speranza dei funzionari di JP Morgan è che l’indebolimento del biglietto verde offra un’opportunità ai mercati finanziari europei e all’euro come bene rifugio. Durante la conferenza di Londra, l’AD di JP Morgan ha affermato che l’Europa ha una «grande opportunità » per servire come rifugio sicuro per gli investitori: «Il nostro business cresce sostanzialmente in Europa. Abbiamo investito un trilione di dollari di attività », ha detto, aggiungendo però che l’Europa â potrebbe fare di più per incoraggiare una maggiore partecipazione al dettaglio nei mercati europei. A frenare la posizione della finanza europea non sono però solo le riforme per lo sviluppo dei mercati finanziari, ma anche la debole competitività del Vecchio Continente e, allo stesso tempo, l’attrattiva di altre valute come lo yuan cinese e il ritorno all’oro come bene rifugio. In particolare, la Cina sta cercando di affermare la sua valuta come moneta di scambio internazionale contenendo così il ruolo egemonico del dollaro, mentre – contemporaneamente – si registra una tendenza da parte delle banche centrali a diversificare le proprie riserve valutarie diminuendo la disponibilità di dollari americani e yuan cinesi in favore dell’oro, considerato un asset più sicuro, in quanto non legato ad alcun Paese specifico. Tutto ciò, come enfatizzato dagli esperti di JP Morgan, potrebbe incrinare la forza del dollaro nel lungo periodo favorendo potenzialmente altre valute e altri beni rifugio, in un cambiamento radicale degli equilibri finanziari globali.
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