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GKN
Ex GKN: dopo 5 anni di lotta i lavoratori lanciano la reindustrializzazione autogestitaDopo oltre cinque anni di lotta e 1.829 giorni di presidio a Campi Bisenzio, il Collettivo di Fabbrica dell’ex GKN lancia la reindustrializzazione autogestita. Davanti all’immobilità delle istituzioni – i cui rinvii burocratici hanno causato la progressiva erosione dei fondi Naspi dei lavoratori – gli operai hanno costituito la cooperativa GFF (GKN For Future). Sostenuto interamente da una campagna di azionariato popolare, che ha raccolto oltre 1,15 milioni di euro grazie a 2.000 sottoscrittori solidali, il piano produttivo partirà a settembre 2026 in un capannone in affitto. I primi 25 operai verranno impiegati nella produzione di cargo bike, nell’installazione di pannelli fotovoltaici e nel loro riciclo. Il progetto include anche un ramo alimentare solidale e uno culturale. L’obiettivo è rioccupare 50 operai in 3 anni. Pur iniziando a produrre altrove, la mobilitazione contro le speculazioni immobiliari sull’ex stabilimento resta viva, puntando sulla convergenza sociale.
L’approvazione del piano di reindustrializzazione è stata annunciata a margine di quella che il collettivo ha definito “Assemblea dell’azionariato popolare”, svoltasi il 12 luglio. Il progetto verrĂ finanziato attraverso le due campagne di raccolta fondi promosse dagli operai sulle piattaforme Ener2Crowd e Produzioni dal Basso, che hanno raccolto rispettivamente 983 mila e 166 mila euro grazie al contributo di circa 2.000 sottoscrittori. Il piano di reindustrializzazione elaborato nel corso degli anni prevedeva la riconversione dell’ex stabilimento GKN in un impianto per la produzione e il riciclo di pannelli fotovoltaici, mentre le cargo bike («fondamentalmente una bici “con bagagliaio”. Muscolare o elettrica», si legge nella pagina dedicata) avrebbero rappresentato una produzione complementare. Tra mancanza di fondi e atteggiamento attendista delle istituzioni, i lavoratori procederanno con il percorso inverso (prima le biciclette, poi la linea industriale dei pannelli fotovoltaici) rispetto a quanto inizialmente immaginato e, soprattutto, procederanno da soli.
Assieme all’avvio della produzione di cargo bike è stato annunciato anche un programma di formazione per l’installazione e il riciclo dei pannelli fotovoltaici, attività per cui – riporta Altreconomia – Banca Etica si è già detta disponibile a fornire un finanziamento. Il piano sarà implementato nei prossimi cinque anni e impiegherà quasi 50 lavoratori: 24 nel primo anno e un totale di 47 entro il quinto. Le stime prevedono investimenti per 3,7 milioni di euro, di cui 1,8 milioni in prestiti, utili a partire dal 2028, ricavi pari a 2,9 milioni di euro al termine del primo anno di attività e a 6,1 milioni nel 2030. Prosegue parallelamente lo sviluppo della Società operaia di mutuo soccorso, con le sue attività di ristoro e consegna, l’emporio, la birreria e la pizzeria popolare. Resta invece da definire il destino dello stabilimento di Campi Bisenzio, per il quale – almeno per ora – non sono ancora stati avanzati progetti industriali concreti.
Non si ferma, comunque, la mobilitazione dei lavoratori, che continua a ruotare attorno al principio della coesione sociale. La stessa campagna di reindustrializzazione nasce infatti dal percorso di lotta degli ultimi anni, che ha portato il collettivo a chiedersi verso chi e verso cosa dovesse essere riorientata la produzione: «Ne è nata la convinzione della necessità di produrre per la riconversione ecologica», nell’ottica di rispondere ai bisogni della comunità . Non a caso, si legge nel comunicato di presentazione dell’assemblea del 12 luglio, la campagna messa in atto ha preso il nome di “Un’azione contro il riarmo”: «Perché intende: dimostrare concretamente la possibilità di una riconversione ecologica per smentire la menzogna economica della riconversione bellica; creare un precedente diverso a fronte di decenni di delocalizzazioni, fabbriche chiuse e licenziamenti che finiscono sempre nello stesso modo; affermare come il movimento contro il riarmo non può limitarsi al terreno della logistica o del puro movimento d’opinione. Deve sapere indicare anche l’alternativa nella produzione».
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Flash
Bolzano, crolla una parte del tribunale: 1 feritoAll’alba di oggi, giovedì 16 luglio, è crollata una porzione dell’edificio del Tribunale di Bolzano, attualmente interessato da lavori di ristrutturazione. Le cause del cedimento non sono ancora note, anche se le prime informazioni parlano del collasso di alcuni solai. Un addetto alle pulizie è rimasto lievemente ferito. Secondo i media locali, il crollo avrebbe interessato circa un quarto dell’edificio. Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco, che stanno effettuando verifiche per accertare il rischio di ulteriori cedimenti.
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trasporto aereo
PiĂą diritti per chi prende l’aereo, via libera alle nuove norme UEThe post PiĂą diritti per chi prende l’aereo, via libera alle nuove norme UE appeared first on L'INDIPENDENTE.
Stretto di Hormuz
L’ambiente paga la guerra all’Iran: il petrolio avvelena lo Stretto di HormuzDopo i nuovi attacchi statunitensi, lo Stretto di Hormuz è ripiombato nella stasi. Nelle ultime settimane il traffico marittimo di uno degli snodi commerciali piĂą importanti al mondo stava gradualmente tornando ai livelli pre-guerra. La chiusura dello stretto, con centinaia di petroliere al suo interno, ha fatto impennare gli sversamenti di greggio nel Golfo Persico, oltre a frenare i mercati internazionali. Diverse navi sono state affondate dai fuochi incrociati; gli Stati Uniti hanno preso di mira le infrastrutture energetiche iraniane, rendendo impossibili gli interventi di bonifica e messa in sicurezza. Gli studi effettuati dal Laboratorio di Oceanografia Ottica dell’UniversitĂ della Florida del Sud (USF) hanno rivelato che, giĂ a marzo, le chiazze di petrolio coprivano un’area quattro volte superiore rispetto allo stesso periodo del 2025, minacciando ecosistemi dall’alto valore naturalistico.

Anche l’ambiente paga il prezzo dell’aggressione israelo-americana all’Iran. In appena un mese, dall’inizio della guerra alla fine di marzo, «le perdite di petrolio nel Golfo Persico sono aumentate in modo drammatico», come sottolineato dai ricercatori dell’USF. Confrontando le immagini satellitari a distanza di un anno, sono state individuate «anomalie nella frequenza e nell’entitĂ degli sversamenti». La superficie coperta dalle chiazze di petrolio è cresciuta di quattro volte rispetto ai livelli registrati nel 2025, quando il traffico attraverso il Golfo Persico e dunque lo Stretto di Hormuz operava a pieno regime. Utilizzando radar ad apertura sintetica, telerilevamento ottico e sensori termici a infrarossi, i ricercatori hanno rilevato perdite provenienti dalle petroliere ferme nello stretto e da quelle affondate, oltre che dalle infrastrutture energetiche colpite dagli attacchi israelo-americani.
L’analisi pone l’attenzione sull’impatto della guerra e delle fuoriuscite di petrolio sugli ecosistemi costieri, come la riserva di mangrovie di Hara o il Parco Naturale Marino della Penisola di Musandam, entrambi situati nello stretto. Come spiegano i ricercatori, la bonifica dei danni ecologici è ostacolata dal conflitto in corso, riattivatosi dopo un breve periodo di relativa calma. «Un fattore che spesso manca nelle discussioni sulla guerra in Iran è l’impatto sull’ambiente», ha dichiarato Brian Barnes, co-autore della ricerca, attualmente in fase di revisione scientifica. L’isola di Kharg, piĂą volte colpita negli ultimi mesi dai bombardamenti israelo-americani, è stata usata come caso di studio per l’intensitĂ delle fuoriuscite di petrolio. L’isola ospita il principale centro di esportazione del greggio iraniano. Al 7 marzo 2026, nei suoi dintorni venivano registrate chiazze di petrolio per una superficie pari a 52,4 chilometri quadrati; a fine mese, l’area aveva raggiunto i 255,5 km².
In generale, nell’intera area del Golfo Persico le fuoriuscite di petrolio sono cresciute di quattro volte tra il marzo del 2025 e lo stesso periodo nell’anno successivo, aggravando un quadro di per sĂ© cronico, associato al traffico portuale di routine e alle attivitĂ estrattive.
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Flash
Legge elettorale: approvato premio di maggioranza e voto ai fuori sedeProseguono alla Camera i lavori sulla riforma della legge elettorale. Dopo la sconfitta dell’esecutivo sull’emendamento che avrebbe introdotto un sistema misto con capilista bloccati e voto di preferenza, oggi l’Aula ha avviato l’esame degli articoli del cosiddetto Stabilicum. I deputati hanno approvato l’articolo 1 del testo, che ridisegna il sistema di assegnazione dei seggi introducendo un modello proporzionale con premio di maggioranza, liste bloccate e indicazione del candidato alla presidenza del Consiglio. Il premio di maggioranza prevede l’assegnazione di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato alla lista o alla coalizione che ottenga almeno il 42% dei voti; approvato anche l’emendamento che introduce il voto ai fuori sede.
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televisione
I quotidiani italiani vendono un decimo delle copie rispetto a 25 anni fa«La nota piĂą dolente dal sistema dei media arriva dall’editoria quotidiana, che nel 2025 ha visto la diffusione delle copie cartacee crollare a 1,2 milioni di unitĂ giornaliere, quasi un decimo di quanto si vendeva all’inizio del secolo. Il calo è stato del 9,3% rispetto all’anno precedente». Lo ha detto alla Camera dei Deputati il presidente dell’AutoritĂ per le garanzie nelle comunicazioni, Giacomo Lasorella, presentando la Relazione annuale 2026 sull’attivitĂ svolta nel 2025. I ricavi delle aziende editoriali sono scesi del 7,9%, e i fondi pubblici, ormai vicini al 10% delle risorse del comparto, diventano un sostegno sempre piĂą vitale. Scomponendo i dati, le vendite di quotidiani cartacei e digitali sono calate dell’8,7%, i prodotti collaterali (libri, riviste, allegati) del 23,6%, la raccolta pubblicitaria del 5,7%.
Sul resto del sistema dei media il quadro è meno drammatico, ma non meno squilibrato. I ricavi complessivi restano sopra i 12 miliardi di euro (-0,6%), penalizzati da un calo della pubblicitĂ del 2,9% che risparmia solo la radio (+1,6%, a 634 milioni). La televisione resta il comparto dominante con 8,9 miliardi di euro (+0,6%) e il 74,1% delle risorse del sistema, mentre l’editoria quotidiana e periodica scivola sotto il 21%. Online, la raccolta pubblicitaria digitale finisce per l’87,5% nelle casse delle big tech: agli editori resta il 12,5%.
Rai, Comcast/Sky e Fininvest/Mediaset controllano ancora il 67% del mercato televisivo, ma le piattaforme globali (Netflix, Dazn, Amazon, Disney+) sono salite al 23,3% grazie ai contenuti premium, un quarto polo ormai strutturale. Il tema del pluralismo torna, in chiave piĂą ampia, nella prefazione della relazione: Lasorella affronta il ruolo dell’intelligenza artificiale generativa nella formazione del consenso pubblico. Il rischio paventato è che le scelte algoritmiche producano un consenso artificiale, riducendo la libera formazione dell’opinione pubblica a una variabile dipendente da decisioni opache: una minaccia alla tenuta democratica, sostiene, prima ancora che un problema di tecnica regolatoria.
Sulla remunerazione degli editori, l’AutoritĂ ha richiamato la sentenza della Corte di giustizia UE del 12 maggio scorso, che ha confermato la legittimitĂ del ruolo di AGCOM nel fissare i criteri dell’equo compenso dovuto dalle piattaforme per l’uso online dei contenuti giornalistici: la vicenda riguarda in particolare il contenzioso tra Meta e Gedi. Sullo stesso fronte, l’AutoritĂ ha segnalato a Bruxelles l’uso da parte di Google di sintesi generate dall’intelligenza artificiale come possibile rischio sistemico per il pluralismo, capaci di sottrarre traffico e remunerazione agli editori senza consenso nĂ© compenso.
Passando al fronte del diritto d’autore, l’AGCOM ha esteso la piattaforma Piracy Shield a tutti i contenuti audiovisivi trasmessi in diretta, non piĂą solo sportivi: nel 2025 ha adottato 30 ordini cautelari, bloccando oltre 50mila nomi a dominio e 6.657 indirizzi IP. Il caso piĂą rilevante riguarda Cloudflare, sanzionata per 14,2 milioni di euro per inottemperanza a un ordine dell’AutoritĂ : una sanzione oggi al vaglio di un ricorso, ma che per la prima volta colpisce con questa forza un intermediario tecnico e non un editore illegale.
Per quanto riguarda invece il telemarketing selvaggio, le misure hanno permesso di bloccare, tra novembre e dicembre 2025, oltre 90 milioni di chiamate dall’estero che sfruttavano abusivamente numerazioni mobili italiane, piĂą altri 30 milioni di chiamate anomale su rete fissa. Resta aperto il fronte del gioco d’azzardo: dopo i 12,39 milioni di sanzioni nel 2023 e 1,81 milioni nel 2024, nel 2025 non ne è stata comminata nessuna, complice l’incertezza seguita alla decisione del TAR del Lazio di rimettere alla Consulta la legittimitĂ della sanzione minima da 50mila euro prevista dal Decreto DignitĂ . Intanto l’AutoritĂ ha messo in consultazione linee guida contro le forme surrettizie di promozione del “gioco responsabile”.
Le regole sui creator digitali considerano “rilevanti” gli account sopra i 500mila follower o il milione di visualizzazioni medie mensili, con obblighi di trasparenza piĂą stringenti proprio nei settori sensibili del gioco e dei prodotti sanitari; nel 2026 i controlli si concentreranno su pubblicitĂ occulta e sponsorizzazioni non dichiarate.
Infine il Digital Networks Act, la proposta di regolamento pubblicata dalla Commissione il 21 gennaio scorso per riunire in un unico testo buona parte della normativa europea sulle comunicazioni elettroniche. Le critiche delle aziende del settore delle telecomunicazioni sottolineano il mancato contributo obbligatorio dei grandi generatori di traffico (Netflix, Google, Meta) ai costi della rete. Il testo prevede solo una conciliazione volontaria, e le associazioni di categoria parlano di “un’evoluzione dove serviva una rivoluzione”. Il timore è che con la misura si ottenga l’effetto opposto: proprio quella conciliazione potrebbe aprire la porta ad accordi capaci di intaccare la neutralitĂ della rete. Anche AGCOM ha espresso riserve nella consultazione pubblica, chiedendo di non toccare gli strumenti che oggi garantiscono la concorrenza e avvertendo che il nuovo obiettivo di “competitivitĂ globale” dell’Unione rischia di comprimere le tutele degli utenti finali.
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Stati Uniti
Gli Stati Uniti vogliono smantellare la Corte Penale InternazionaleIl segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha lanciato una vasta operazione diplomatica e comunicativa contro la Corte Penale Internazionale (CPI) con l’obiettivo di delegittimarla e smantellarla. Come si legge nel comunicato ufficiale del Dipartimento di Stato americano, «La campagna prevede una risposta coordinata da tutto il governo per neutralizzare sistematicamente la capacità della CPI di operare, di prendere di mira militari o funzionari americani o di minacciare in altro modo la sovranità americana». Rubio ha affermato in un video e in un lungo editoriale sul Wall Street Journal che la CPI rappresenta «una minaccia intollerabile alla sovranità degli Stati Uniti». Secondo il segretario statunitense, «La CPI e i suoi amici stanno conducendo una guerra contro il nostro Paese, non con proiettili o missili, ma con sentenze, trattati e la forza del cosiddetto diritto internazionale». L’avversione dell’amministrazione americana verso il tribunale dell’Aia risale già al 2020, quando Donald Trump, aveva firmato un ordine esecutivo che imponeva sanzioni economiche e restrizioni di viaggio ai funzionari della CPI coinvolti nelle indagini su presunti crimini di guerra commessi dalle forze armate e dai servizi segreti statunitensi in Afghanistan. Le tensioni poi si sono acuite con il mandato di arresto da parte del tribunale internazionale nei confronti del premier israeliano Benjamin Netanyahu, stretto alleato della potenza a stelle e strisce in Medio Oriente.
Ora però Washington mira a infliggere il colpo definitivo alla CPI, mettendo in atto una campagna sistematica finalizzata a fare pressione sugli Stati che aderiscono al Trattato di Roma – il trattato istitutivo del tribunale internazionale – «perchĂ© si ritirino dalla CPI e interrompano qualsiasi sostegno finanziario alla Corte», come ha spiegato un funzionario del Dipartimento di Stato rimasto anonimo. Nel dettaglio, la campagna include diverse azioni volte a smantellare l’organismo giuridico sovranazionale: è prevista innanzitutto una sensibilizzazione che evidenzi i presunti abusi della CPI e i rischi che essa comporta per i cittadini americani e per le altre nazioni, esortando queste ultime a ritirarsi dal tribunale. L’idea è poi quella di esercitare un «maggiore controllo sulle nazioni che si rifiutano di respingere la falsa autoritĂ della Corte penale internazionale pur continuando a dipendere dall’assistenza degli Stati Uniti». Washington punta poi a persuadere le altre nazioni che non fanno parte dello Statuto di Roma «a sfruttare le proprie reti diplomatiche per intraprendere azioni simili al nostro fianco». Inoltre, tra le azioni del programma di smantellamento della Corte rientrano anche l’aumento delle sanzioni contro l’istituzione giudiziaria e le organizzazioni affiliate, la revoca dei visti e i divieti di viaggio per il personale della Corte.
Il piano lanciato da Washington per lo smantellamento della CPI ha suscitato diverse reazioni negative da parte di esperti di diritto internazionale, tra cui Kenneth Roth, ex direttore esecutivo di Human Rights Watch, secondo il quale il presidente Donald Trump vuole «poter commettere crimini di guerra impunemente anche sul territorio di governi che hanno aderito alla Corte penale internazionale». La Corte, infatti, ha giurisdizione solo negli Stati che hanno aderito al Trattato di Roma e interviene, dunque, solo per crimini commessi sul territorio di Paesi che hanno sottoscritto il Trattato e che ne richiedono l’intervento. Non ha mai avviato indagini su eventuali crimini commessi negli USA in quanto Washington non ha aderito alla CPI. «Fa sembrare che la CPI agisca dal nulla, ovunque voglia, quando in realtĂ interviene solo per i crimini commessi sul territorio di Stati che l’hanno invitata», ha spiegato Roth.
Non è certo la prima volta che Washington esercita pressioni e minacce verso il tribunale dell’Aia, imponendo sanzioni ai suoi funzionari: come anticipato, in seguito all’avvio di indagini relative a presunti crimini statunitensi in Afghanistan, l’amministrazione Trump ha imposto restrizioni di viaggio e sanzioni economiche al personale della Corte. Successivamente, dopo aver emesso mandati d’arresto per il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant, accusati di crimini di guerra e crimini contro l’umanità , Trump ha firmato un ordine esecutivo che impone sanzioni alla CPI, compromettendo la sua capacità di operare.
La CPI è stata istituita nel 2002 con l’obiettivo di perseguire crimini di guerra e crimini contro l’umanità . L’istituzione può perseguire e condannare individui, ma non Stati e non sostituisce i tribunali nazionali, in quanto è un tribunale di ultima istanza: ciò significa che interviene solo se lo Stato in cui sono stati commessi i crimini gravi che rientrano nella sua giurisdizione non vuole o non è in grado di affrontarli realmente e se lo stesso ha ratificato il trattato istitutivo della Corte. Aderiscono al tribunale con sede all’Aia 125 Stati, vale a dire ben più della metà dei 193 Stati membri dell’ONU. Altri 32 paesi hanno firmato ma non ratificato il trattato, fra cui Israele, Russia, Stati Uniti e Sudan, i quali hanno dichiarato di non avere intenzione di ratificarlo. La campagna avviata da Rubio mira ora a fare pressione anche su quei Paesi che hanno ratificato lo Statuto di Roma, affinché la Corte non possa più indagare su eventuali crimini avvenuti nei territori di questi Paesi.
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Meta
Meta ha avvelenato una cittĂ americana con il suo data centerUn raro batterio riconducibile alle operazioni di un data center di Meta in costruzione ha contaminato il sistema di recupero e riutilizzo delle acque reflue della cittĂ di Cheyenne, nel Wyoming, costringendo le autoritĂ a sospenderne l’utilizzo, avviare una complessa bonifica e modificare le norme che regolano gli scarichi industriali. Sebbene la rete idrica destinata al consumo umano non sia stata coinvolta, l’episodio ha aperto uno scontro politico tra l’amministrazione locale e il colosso di Mark Zuckerberg, finito sotto accusa per le conseguenze ambientali del progetto.
L’episodio è venuto alla luce lo scorso febbraio, durante le verifiche del Board of Public Utilities (BPU), l’ente che sovrintende al sistema idrico di Cheyenne. Durante le analisi di routine, gli ispettori hanno rilevato la presenza di Cupriavidus gilardii, un batterio estremamente raro, nel circuito delle acque reflue trattate destinate all’irrigazione di parchi pubblici, aree verdi e campi da golf. Sebbene il microrganismo rappresenti un rischio limitato per la popolazione generale e sia considerato potenzialmente pericoloso soprattutto per soggetti gravemente immunodepressi, la sua presenza ha immediatamente fatto scattare l’allarme. Per mesi, le autoritĂ hanno cercato di individuare l’origine della contaminazione, fino a ricondurla alle operazioni di collaudo del Project Cosmo, il campus da circa 800 milioni di dollari che Meta sta realizzando alla periferia della cittĂ .
Secondo quanto ricostruito dalle autoritĂ , il batterio sarebbe stato immesso nella rete fognaria durante le operazioni di fill-and-flush, la procedura con cui vengono riempite e lavate le tubazioni degli impianti di raffreddamento prima della loro entrata in funzione. Si tratta di un passaggio tecnico normalmente previsto nella costruzione dei grandi data center, ma nel caso di Cheyenne gli scarichi provenienti dal cantiere avrebbero contaminato il sistema di recupero delle acque reflue, rendendo inutilizzabile tutta l’acqua destinata al riuso. Da quel momento, la città è stata costretta a interrompere completamente il programma di riciclo, svuotare serbatoi e condotte, procedere con ripetute operazioni di disinfezione e sostenere costi aggiuntivi per garantire il servizio. Parallelamente, il BPU ha revocato in via definitiva l’autorizzazione agli scarichi industriali del cantiere di Meta, imponendo che tutte le acque reflue prodotte vengano trasportate e smaltite fuori sede. Ancora piĂą significativa la decisione di modificare i regolamenti cittadini: d’ora in avanti, nessun nuovo data center dotato di sistemi di raffreddamento a circuito chiuso potrĂ piĂą scaricare le proprie acque nel sistema fognario municipale.
Meta ha dichiarato di essere intervenuta non appena informata del problema, sostenendo che il batterio non abbia mai contaminato la rete dell’acqua potabile nĂ© sia stato rilevato negli impianti del cantiere dalle analisi commissionate dall’azienda. Il gruppo di Menlo Park afferma di aver sospeso volontariamente gli scarichi e avviato verifiche interne in collaborazione con le autoritĂ locali. A intervenire è stata anche la deputata repubblicana del Wyoming Harriet Hageman, che ha inviato una lettera direttamente a Mark Zuckerberg chiedendo chiarimenti sull’origine della contaminazione e criticando il ritardo con cui i cittadini sarebbero stati informati dell’accaduto.
Il caso di Cheyenne non è isolato. Negli Stati Uniti cresce la mobilitazione contro i data center, infrastrutture presentate come motori di sviluppo ma accusate di aggravare le bollette, prosciugare le risorse idriche, aumentare l’inquinamento e restituire ai territori pochi posti di lavoro rispetto agli investimenti miliardari ricevuti. Secondo Data Center Map, nel Paese sono attivi quasi 4.500 data center e i piĂą grandi possono consumare fino a 300.000 galloni d’acqua al giorno, l’equivalente del fabbisogno di circa mille famiglie. Nel solo primo trimestre del 2026, le proteste locali avrebbero contribuito a sospendere o cancellare progetti per circa 130 miliardi di dollari. L’episodio del Wyoming rende tangibile ciò che spesso resta ai margini del dibattito sull’intelligenza artificiale: la rivoluzione digitale non è immateriale, ma ha un costo materiale ben preciso e difficilmente sostenibile. Mentre profitti e potere si concentrano nelle mani delle Big Tech, il prezzo delle infrastrutture necessarie a sostenerla viene scaricato esclusivamente sulle comunitĂ locali, chiamate a convivere con un crescente consumo di acqua, energia e suolo e a subire le conseguenze ambientali che ne derivano.
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Flash
Inchiesta arbitri, archiviazione per RocchiLa Procura di Milano ha chiesto l’archiviazione per Gianluca Rocchi, ex designatore arbitrale indagato per concorso in frode sportiva. I magistrati avevano messo nel mirino l’assegnazione degli arbitri in 4 partite di calcio sostenendo l’ipotesi del favoreggiamento all’Inter. Dopo due anni di indagine, i pm hanno concluso che non ci fu alcuna combine, chiedendo l’archiviazione per Rocchi, dichiaratosi sin dall’inizio estraneo ai fatti.
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Ponte di Crimea
Kiev prova a isolare la Crimea: gli attacchi lasciano Sebastopoli al buioDopo settimane di carenze nell’approvvigionamento di acqua e gas, la Crimea deve ora fare i conti anche con la scarsità di elettricità . Gli ultimi attacchi ucraini hanno lasciato Sebastopoli al buio dalla notte tra lunedì 13 e martedì 14 luglio, costringendo le autorità dell’amministrazione russa a predisporre un piano di interruzioni programmate dell’energia elettrica per l’intera giornata. L’episodio si inserisce in una più ampia intensificazione della campagna militare ucraina, che individua nella penisola uno dei principali bersagli strategici. Da settimane Kiev conduce infatti attacchi su larga scala contro infrastrutture energetiche, depositi di carburante, nodi logistici e installazioni militari con un duplice obiettivo: ridurre la capacità della Russia di utilizzare la Crimea come retrovia operativa e isolarla progressivamente dal resto dei territori sotto il controllo di Mosca, compromettendone le linee di rifornimento.
Gli ultimi attacchi ucraini che hanno causato l’interruzione della corrente a Sebastopoli sono iniziati nella serata di lunedì 13 luglio. Alle 4 del mattino del 14 luglio, il vertice dell’amministrazione russa della Crimea, Sergei Aksyonov, ha comunicato che un «massiccio attacco» aveva colpito l’infrastruttura energetica della città , provocando un’estesa interruzione dell’energia elettrica. «Nelle strutture sono state introdotte misure speciali, gli specialisti stanno valutando l’entità dei danni. Tutti i servizi di emergenza sono in piena operatività », ha dichiarato. Aksyonov non ha precisato quali obiettivi siano stati colpiti; secondo il canale ucraino Crimean Wind, che monitora le operazioni militari di Kiev nella penisola, l’attacco avrebbe interessato la centrale termoelettrica di Balaklava, situata alla periferia di Sebastopoli. La stessa ricostruzione è stata riportata anche dal Kiyv Post. Per far fronte all’emergenza, le autorità hanno invitato la popolazione a limitare il consumo di elettricità , in particolare degli apparecchi ad alto assorbimento energetico, introducendo inoltre un piano di interruzioni programmate che prevede due ore di erogazione della corrente seguite da sei ore di sospensione.
L’episodio della notte di martedì non è isolato. Da tempo, infatti, l’Ucraina ha intensificato le proprie operazioni militari contro la Russia e, in particolare, contro la Crimea. La campagna sulla penisola è stata rilanciata a maggio, quando le forze di Kiev hanno scagliato una serie di attacchi contro il ponte di Kerch, l’unico collegamento diretto tra la Crimea e il territorio russo. A giugno le offensive sono proseguite contro depositi di carburante, traghetti, radar e infrastrutture energetiche, stradali e ferroviarie. Gli attacchi hanno contribuito ad aggravare i problemi nell’approvvigionamento idrico ed energetico e la scarsità di carburante, costringendo le autorità russe della penisola a rimodulare il trasporto pubblico, limitare la navigazione civile e introdurre misure di razionamento dei combustibili. Il 26 giugno è stato dichiarato lo stato di emergenza e, dopo giorni di sospensione della vendita ai privati, è entrato in funzione un sistema di distribuzione di benzina e gasolio tramite codici QR, pensato per far rispettare i limiti di acquisto imposti alla popolazione. Il giorno precedente, Zelensky aveva annunciato l’avvio di una campagna militare di 40 giorni con l’obiettivo di «costringere» la Russia «a porre fine alla guerra».
La Crimea è stata annessa dalla Russia nel 2014, in seguito a un referendum fortemente contestato da Kiev e alleati; da allora è sotto il controllo del Cremlino. La penisola rappresenta un avamposto militare di primaria importanza, ospitando piattaforme di lancio e parte della flotta moscovita del Mar Nero, ma soprattutto fungendo da centro logistico e di collegamento con il continente: il ponte di Kerch costituisce una delle principali arterie di rifornimento della Federazione. Per questo, come rilevano diversi osservatori e analisti, colpir le infrastrutture e le installazioni militari della Crimea consente a Kiev di interrompere le linee logistiche russe e ridurre la capacità operativa di Mosca sul fronte meridionale. Secondo i medesimi analisti, lo scopo degli attacchi ucraini sarebbe dunque quello di isolare progressivamente la penisola e indebolire la capacità della Russia di sostenerne il controllo, nella prospettiva di rafforzare la posizione negoziale di Kiev. Alla dimensione militare si affianca infine quella politica: l’Ucraina non ha mai riconosciuto l’annessione della penisola alla Russia e dopo il referendum la Crimea è diventata agli occhi di Kiev un simbolo dell’integrità territoriale del Paese.
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