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israele-italia

Cosa contiene il Memorandum Italia-Israele bloccato dal governo Meloni

Con la sospensione del rinnovo del memorandum di difesa tra Italia e Israele annunciata ieri, 14 aprile, dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il Belpaese ha bloccato fino a data da destinarsi le intese siglate sulla base di esso con Tel Aviv. Come chiarito da una fonte esclusiva a L’Indipendente, il congelamento del rinnovo comporta una sospensione immediata delle attività in essere tra i due Paesi nello stesso settore della difesa; eppure, resta da comprendere un dettaglio fondamentale: di quali attività si tratta? Come rimarcato da giuristi ed esperti di legge internazionale, i dettagli dell’applicazione concreta dell’accordo restano in parte inaccessibili ai cittadini, protetti dal segreto militare. Di esso, tuttavia, si conoscono obiettivi e linee generali, che vanno dalla creazione di programmi di addestramento congiunti allo scambio di servizi, oltre che – naturalmente – al rafforzamento del commercio di armi e componenti militari.

Il memorandum di intesa Italia-Israele è stato siglato il 16 giugno 2003 e ratificato dall’Italia con una legge del 17 maggio 2005, entrata in vigore l’8 giugno dello stesso anno. Esso disciplina le materie di cooperazione tra i due Paesi nel settore della difesa e le relative attività di scambio nel medesimo ambito. Il suo contenuto è pubblico e spiega finalità e modalità di perseguimento degli obiettivi elencati; gli ambiti specifici toccati dal memorandum – come sancito dall’Articolo 2 del testo – sono: l’industria della difesa; la politica di approvvigionamento; l’importazione, l’esportazione e il transito di materiali militari; le operazioni umanitarie; l’organizzazione delle forze Armate; i programmi di formazione e addestramento; le questioni ambientali relative alle strutture militari; i servizi medici militari; la storia militare; lo sport militare.

Per rilanciare la cooperazione nei settori di applicazione del memorandum, il testo promuove diverse attività – elencate nell’Articolo 3; si tratta di: incontri, scambi e contatti di alto profilo istituzionale; organizzazione di visite, discussioni, consultazioni, riunioni e partecipazione a convegni conferenze e corsi; partecipazione di osservatori alle esercitazioni, e visite presso strutture e veicoli militari; scambio di informazioni e pubblicazioni educative; scambio di attività sportive e culturali. L’accordo rilancia inoltre lo scambio di dati tecnici e progetti di ricerca e sviluppo congiunti; i pacchetti sui dati tecnici oggetto di scambio non possono essere trasferiti a terze parti.

La collaborazione tra Italia e Israele è stata duramente messa in discussione nel corso degli ultimi due anni e mezzo, con l’escalation nel genocidio del popolo palestinese portata avanti da Israele dopo il 7 ottobre 2023; lo scorso maggio, un gruppo di dieci esperti di diritto costituzionale e internazionale – tra cui Ugo Mattei, Fabio Marcelli e Domenico Gallo – ha presentato una mozione di diffida alla Presidenza del Consiglio, al Quirinale e ai ministeri della Difesa e degli Esteri per fermare il rinnovo del memorandum. I giuristi contestavano l’inaccessibilità ai cittadini dei dettagli dell’applicazione concreta dell’accordo, che costituirebbe una violazione degli articoli 1, 2, 3, 10, 11, 28, 54, 117 della Costituzione, oltre che dell’articolo 21 sul diritto all’informazione. Essi criticavano inoltre il suo rinnovo nonostante i numerosi casi di violazione del diritto internazionale e umanitario da parte di Israele.

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Data articolo: Wed, 15 Apr 2026 18:14:35 +0000

menti geniali

Leonardo da Vinci, il genio che mette a nudo i limiti del presente

574 anni fa, ad Anchiano, un piccolo borgo della Toscana, nasceva Leonardo da Vinci, una delle menti più vaste e geniali della storia dell’umanità. Per noi moderni non è sempre facile comprendere fino in fondo cosa sia stato Leonardo: fu un pittore, sì, ma fu anche un anatomista, un ingegnere, un inventore. Ha disegnato e immaginato macchine volanti, canali, sistemi di irrigazione. Fu un pensatore che con le sue intuizioni anticipò strade che la scienza avrebbe percorso nei secoli successivi. I suoi studi anatomici, le sue osservazioni sulla natura prefigurano un metodo scientifico fondato sull’esperienza e sull’osservazione diretta. Nei suoi codici convivono arte e scienza, immaginazione e rigore, in una forma di pensiero che oggi fatichiamo perfino a concepire. Per capire davvero Leonardo, non bisogna partire dai suoi dipinti più celebri, ma da un modo di guardare il mondo che oggi ci è diventato quasi estraneo.

Quando entra nella bottega di Andrea del Verrocchio, Leonardo ha poco più di quattordici anni. È lì che impara a lavorare i materiali, a mescolare i colori, a osservare le proporzioni del corpo umano. La bottega non è solo un luogo di apprendistato tecnico: è uno spazio in cui arte e scienza convivono senza separazioni nette. Si studia la prospettiva, si analizza la luce, si osservano i corpi. È qui che si forma il suo sguardo. Nel Rinascimento sta lentamente prendendo forma un’idea nuova di uomo: un uomo che osserva, misura, sperimenta, ma che allo stesso tempo immagina, rappresenta, costruisce.

Negli anni successivi, si sposta tra Firenze e Milano; nel Quattrocento le corti italiane competono tra loro non solo per il potere politico ma per il prestigio culturale. Leonardo entra al servizio di Ludovico il Moro, si propone come ingegnere militare prima ancora che come pittore. In una lettera, elenca le sue competenze: ponti, macchine da guerra, sistemi difensivi. La pittura compare solo alla fine, come un dettaglio. In lui cioè fin da allora coesistono il pittore e l’artigiano, l’ingegnere e l’inventore, il filosofo che osserva la natura e poi la traduce in teoria. Basta entrare nei suoi quaderni per accorgersene. Non sono taccuini ordinati, ma un flusso continuo di appunti, disegni, studi. Anatomia, idraulica, meccanica, ottica; tutte queste arti e queste diverse discipline sono connesse tra loro. E allora viene spontaneo chiedersi: cosa cercava davvero Leonardo? Una tecnica? O forse un modo per comprendere come funzionano le cose?

Prendiamo in esame la sua pittura. Spesso viene raccontata come il culmine della sua arte, ma in realtà è uno dei tanti strumenti attraverso cui Leonardo osservava il mondo. Quando lavora all’Ultima Cena, non si limita a rappresentare una scena religiosa. Studia la disposizione dei corpi, la tensione emotiva nei volti, il momento preciso in cui la parola di Cristo genera reazioni diverse in ciascun apostolo. E ogni apostolo risponde in modo diverso. È cioè un’indagine sulla psicologia umana, prima ancora che sulla composizione artistica. 

Lo stesso accade con la Gioconda. Il celebre sorriso non è un semplice dettaglio stilistico: è il risultato di anni di osservazione minuziosa dei muscoli facciali e delle sfumature della luce. Leonardo studia come l’occhio umano registra le immagini, come la luce si diffonde nell’aria e si posa sulla pelle, come l’occhio percepisce le sfumature. Lo “sfumato†nasce da qui: non è una tecnica decorativa, ma la traduzione pittorica di un problema ottico. Come vediamo davvero le cose, sembra essere la domanda che sottintende la realizzazione della Gioconda e sta dietro il suo sorriso enigmatico. Una domanda filosofica innanzitutto, così come una curiosità filosofica è alla base dei suoi altri lavori.

La Gioconda, il celebre dipinto di Leonardo da Vinci

Come negli studi anatomici. Leonardo disseziona i corpi, osserva muscoli, ossa, organi. Analizza il funzionamento delle valvole cardiache, rappresenta il feto nell’utero con una precisione che per l’epoca è straordinaria. Non lo fa per diventare medico, lo fa perché vuole capire. E questa conoscenza ritorna nei suoi dipinti: nei gesti, nelle posture, nella tensione dei corpi.

A questo punto, però, sorge una domanda. Come è possibile tenere insieme tutto questo? Pittura, anatomia, ingegneria, filosofia naturale. Leonardo è stato un’eccezione irripetibile o è il prodotto di un modo di pensare che oggi abbiamo perso? L’espressione di un’epoca in cui le conoscenze non erano ancora divise in compartimenti stagni? Si racconta, che sulla porta dell’Accademia di Atene, Platone vi avesse fatto incidere la celebre frase: «non entri chi non sa di geometria», perché all’epoca matematica e filosofia erano considerate discipline inscindibili. Lev Tolstoj fu scrittore, romanziere, storico per passione e filosofo per vocazione. Non c’è pagina di Dostoevskij in cui storia, politica, giurisprudenza, economia e psicologia siano un tutt’uno. Questi personaggi appartenevano ad un tempo in cui conoscere significava innanzitutto mettere in relazione.

Oggi invece siamo abituati a pensare il sapere in modo diverso. Lo dividiamo, lo specializziamo, lo rendiamo sempre più preciso, ma sempre meno capace di dialogare con se stesso. La Storia si è ridotta a un ammasso di date da memorizzare, la letteratura a un ammasso di pagine da collezionare, perfino l’arte, come la poesia del resto, spesso e volentieri è soltanto analisi delle tecniche pittoriche e delle peculiarità stilistiche che vi sono dietro, più che discorso sui sentimenti e sulle idee che un artista ha voluto metterci dentro

E allora forse, dovremmo tornare a recuperare  proprio questo: non un sapere più vasto, ma uno sguardo più capace di tenere insieme ciò che oggi è separato. Un’idea di cultura più ampia, meno frammentata, che non si esaurisca nella specializzazione ma che provi a ricomporre i legami tra i saperi e le discipline. Perché di specialisti ne abbiamo, tanti e molti, ma quanti Leonardo abbiamo avuto nell’ultimo secolo? 

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Data articolo: Wed, 15 Apr 2026 16:12:35 +0000

Flash

Malesia, incidente in imbarcazione: 250 dispersi

Una imbarcazione diretta in Malesia con a bordo almeno centinaia di persone migranti si è cappottata nel Mar delle Andamane. Almeno 250 persone, tra cui rifugiati Rohingya e cittadini del Bangladesh, figurano disperse o morte. I dettagli dell’incidente, comunicato oggi dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni sono ancora pochi e frammentari: la nave sarebbe cappottata lo scorso 9 aprile, data in cui nove persone, tra cui tre Rohingya e sei bengalesi, sono state tratte in salvo dalle autorità bengalesi.

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Data articolo: Wed, 15 Apr 2026 16:04:11 +0000

tutti contano

Cosa racconta il primo censimento delle persone senza fissa dimora in Italia

Contarli è già un atto politico. Significa riconoscere che esistono, che occupano uno spazio nelle nostre città, che non sono fantasmi ma persone con un’età, un sesso, una provenienza, una storia spezzata da qualche parte lungo il cammino. Per decenni l’Italia ha governato il fenomeno dei senza fissa dimora, o ha provato a ignorarlo, senza sapere davvero quante persone dormissero sotto i ponti, nei portici, sui cartoni di un marciapiede. Nella notte tra il 25 e il 26 gennaio 2026, per la prima volta, qualcuno ha deciso di andare a vedere.

Il risultato è un numero preciso: 10.037. Tante sono le persone senza dimora censite in 14 grandi città italiane nella notte in cui ISTAT e la Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora (fio.PSD) hanno condotto il primo conteggio nazionale, con metodo “Point in Time”, la stessa fotografia istantanea usata in molti paesi europei e negli Stati Uniti per misurare la povertà estrema. Squadre di volontari hanno percorso a piedi ogni quartiere, ogni sottopassaggio, ogni stazione, armati di schede digitali e dell’esperienza di chi conosce le persone che abitano la notte.

Di quei 10mila, 5.563 dormivano nelle fredde sere di gennaio 2026 in cui è stata effettuata la rilevazione, in una delle 217 strutture di accoglienza notturna. Gli altri 4.474 – quasi la metà del totale – erano fuori, in strada, negli spazi aperti della città. Il 35% di loro giaceva direttamente su marciapiedi o piazze, senza alcun riparo. Un altro 32% aveva trovato un angolo sotto un portico, un sottopasso, un ponte. Quasi uno su dieci si trovava in una stazione o in un terminal di trasporto. Uno su venti dormiva in una tenda o in un’automobile.

Roma concentra il numero assoluto più alto: 2.621 persone, di cui 1.299 in strada. Seguono Milano con 1.641 (601 fuori dai ripari), Torino con 1.036 e Napoli con 1.029. Ma è Genova la città con la quota proporzionalmente più alta di persone all’aperto: il 65,9% dei senza dimora genovesi quella notte dormiva in strada, non in una struttura. Firenze segue con il 59%, Napoli con il 55. Messina, con soli 129 casi rilevati in totale, è la città dove la quota di chi dorme fuori è più bassa: appena il 19%. A Bari la quasi totalità di chi ha un posto letto lo ha trovato in una struttura; a Cagliari il numero di ospiti ha addirittura superato la capienza dichiarata, grazie ai letti aggiuntivi predisposti per far fronte all’emergenza.

Perché i numeri, da soli, rischiano di rimanere astratti. Dietro ogni persona ci sono storie e percorsi: un divorzio, un licenziamento, una dipendenza, una malattia, una migrazione andata storta. Lo sa chi lavora ogni giorno in queste situazioni. «Dietro ogni numero c’è una storia», recitava lo slogan della campagna “Tutti contano” che ha accompagnato la rilevazione. «E ogni storia merita attenzione».

I dati demografici restituiscono un ritratto complesso. Le donne sono una minoranza anche nell’esclusione più estrema: nelle strutture rappresentano il 21,4% degli ospiti (1.189 persone). Una sottorappresentazione che non rispecchia necessariamente una minore vulnerabilità, ma spesso l’invisibilità specifica delle donne senza dimora, più esposte a violenza, più propense a cercare soluzioni informali e meno visibili ai conteggi. La fascia di età dominante, sia nelle strutture che in strada, è quella tra i 31 e i 60 anni: il 61,3% nelle strutture, il 73,2% tra chi dorme all’aperto. Gli over 60 pesano per il 23,4% degli ospiti delle strutture – una quota che a Roma sale al 33% – mentre i giovani tra i 18 e i 30 anni sono il 15,3%.

Quanto alla nazionalità, il dato è netto: nelle strutture di accoglienza le persone straniere sono i due terzi del totale (69%), e tra chi dorme in strada il 70,6% di coloro per i quali è stato possibile rilevare questo dato ha una nazionalità non italiana. Le eccezioni più significative riguardano Cagliari, dove quasi otto ospiti su dieci nelle strutture sono italiani, e le città siciliane di Palermo e Catania, dove le nazionalità italiane e straniere sono più equilibrate. La distribuzione per Paesi di origine richiama, nelle grandi città del Nord, i profili già noti delle comunità migranti: Marocco, Romania, Egitto a Milano; Romania e Polonia a Roma; Somalia e Nigeria soprattutto nelle città settentrionali. Alcune comunità, come quella cinese, filippina o bengalese, pur numericamente rilevanti nelle rispettive città, risultano quasi assenti tra i senza dimora: un dato che invita a riflessioni sui meccanismi di mutuo sostegno interni a certe comunità e sulla loro capacità di tenere i propri membri al riparo dalla marginalità estrema.

C’è un dettaglio del report che colpisce più degli altri, e che nessun grafico rende davvero: nella maggior parte dei casi, durante il conteggio notturno, le persone intercettate dormivano o apparivano addormentate. Solo il 16,7% ha cercato un’interazione. Gli altri erano assenti, estraniati dal freddo, dalla stanchezza, dall’alcol, dalla malattia. O semplicemente abituati a non essere visti.

I 6.678 posti letto nelle strutture di primo accesso sono meno delle 10.037 persone conteggiate, e questo non è un dettaglio tecnico ma una misura dell’inadeguatezza. Il rapporto tra capienza e presenze varia molto: a Milano si copre l’82% della domanda, a Genova appena il 37. A Messina la capienza supera il numero di rilevati, ma Messina ha i numeri più bassi in assoluto. Il quadro nazionale racconta di un welfare emergenziale che rincorre il fenomeno invece di anticiparlo.

La rilevazione esclude i minori, chi vive in insediamenti organizzati o edifici occupati, e chi pur senza una casa è temporaneamente ospite da amici o parenti. Il numero reale, in altre parole, è più alto. Il censimento non pretende di essere esaustivo: fotografa il fenomeno in un momento e in quattordici città, che insieme rappresentano meno di un decimo del territorio nazionale. Eppure è già, in sé, uno scarto rispetto al buio precedente.

Contare non risolve. Ma è la precondizione di qualsiasi soluzione seria. Le politiche pubbliche, i fondi europei per la lotta alla povertà estrema, la distribuzione dei servizi territoriali: tutto passa dalla capacità di misurare ciò che si vuole cambiare. Senza dati, restano le impressioni, i pregiudizi, i tagli lineari. Con i dati, almeno, si inizia a ragionare sulla realtà.

10mila persone, in una notte di gennaio, sparse tra i marciapiedi e i dormitori di quattordici città italiane; 10mila storie che nessuno aveva ancora trovato il modo di tenere insieme in un solo numero. Ora quel numero esiste. E adesso tocca a noi decidere cosa farne.

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Data articolo: Wed, 15 Apr 2026 14:21:02 +0000

Flash

Turchia: seconda sparatoria in una scuola in due giorni: 4 morti

Oggi pomeriggio, 15 aprile, è stata segnalata una sparatoria presso la scuola secondaria Ayser Calik nella zona di Kahramanmaras, nel sud della Turchia, in seguito a cui sono state uccise 4 persone e ferite altre 20. Alcuni dei feriti versano in condizioni critiche. I media turchi hanno riferito che l’attentatore è entrato in due aule con cinque pistole e sette caricatori; ancora ignoto il movente dell’attacco, che costituisce il secondo episodio di sparatoria in una scuola turca negli ultimi due giorni; ieri, 16 persone sono rimaste ferite in un’altra scuola superiore, sempre nel sud del Paese, quando un ex studente ha aperto il fuoco prima di suicidarsi.

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Data articolo: Wed, 15 Apr 2026 13:40:32 +0000

Stragi

Stragi: la verità sull’archiviazione dell’indagine su “mafia e appaltiâ€

Come diramato dalle agenzie di stampa nella giornata di lunedì, dopo tre anni e mezzo di indagini la Procura di Caltanissetta ha chiesto l’archiviazione del procedimento contro ignoti per le stragi di Capaci e via D’Amelio sul filone “mafia-appalti”. Ma il procuratore Salvatore De Luca, audito ieri in Commissione Antimafia, ha affermato che vi sarebbero plurimi e concreti elementi per sostenere che «la gestione del procedimento mafia-appalti sia stata una sicura causa della strage di via D’Amelio». L’archiviazione, insomma, riguarda solo l’impossibilità di attribuire un nome ai mandanti esterni, non la fondatezza – almeno secondo i pm nisseni – della pista. Che, però, viene fortemente ridimensionata e messa in dubbio dalla stessa storia del dossier da cui ha tratto origine.

La visione della Procura

Secondo la ricostruzione della Procura nissena, l’informativa del Ros del 16 febbraio 1991 avviò un’indagine che, per quanto riguarda i rapporti tra l’imprenditore mafioso Antonino Buscemi e il gruppo Ferruzzi, non fu mai realmente sviluppata. «Dal 1991 al 1995, Buscemi e il gruppo Ferruzzi hanno goduto di impunità totale», ha dichiarato De Luca. La Procura ha ricostruito tre binari investigativi che rimasero separati: il procedimento principale; il fascicolo 3589-91, assegnato dal procuratore Giammanco ai sostituti Natoli e Sciacchitano, originato da una segnalazione del procuratore di Massa Carrara Augusto Lama sui rapporti Buscemi-Ferruzzi, dove secondo i pm le indagini furono solo «apparenti»; il procedimento 1500-93, riaperto da Pignatone nel 1993, dove un errore procedurale avrebbe reso inutilizzabili le prove.

La Procura ha inoltre ricostruito il clima di isolamento che avrebbe colpito Giovanni Falcone e Paolo Borsellino all’interno della Procura di Palermo. Falcone, come emerge dai suoi diari e dalle testimonianze rese al Csm, lasciò Palermo perché «non poteva lavorare come voleva». Borsellino, dopo la strage di Capaci, si trovò spesso scavalcato, e secondo la Procura non fu messo nelle condizioni di seguire il filone “mafia-appalti”. La realtà sembra però essere molto più articolata e problematica.

Quello che non torna

La tesi di chi reputa la «discutibile gestione» del procedimento “mafia-appalti†come la causale primaria della strage di via D’Amelio si fonda sulla premessa che l’inchiesta sia stata chiusa prematuramente pochi giorni prima della morte di Paolo Borsellino. In verità, la storia del rapporto racconta ben altro. Il 13 luglio 1992 i magistrati Scarpinato e Lo Forte firmarono una richiesta di archiviazione, ma limitata ad alcune posizioni residuali per le quali non erano emersi sufficienti indizi di reato, mentre il nucleo centrale dell’inchiesta continuava. E infatti, già nell’ottobre del 1992 – appena tre mesi dopo – la Procura di Palermo, venuta a conoscenza delle dichiarazioni rese dal pentito Li Pera alla DDA di Catania all’insaputa dei magistrati palermitani (davanti ai quali precedentemente non aveva voluto parlare), riaprì le posizioni archiviate e arrestò Claudio De Eccher, Domenico Favro, Giuseppe Lipari e Antonio Buscemi. Nel maggio 1993 furono arrestati l’onorevole Turi Lombardo, l’intera dirigenza della SIRAP e altri 21 soggetti. Nell’ottobre 1993 toccò all’assessore regionale Sciangula, e partirono le richieste di autorizzazione a procedere per i parlamentari Mannino, Nicolosi e Lattanzio. Nel 1997, con le dichiarazioni di Angelo Siino, la Procura di Palermo guidata da Gian Carlo Caselli fece il salto di qualità: il 4 settembre 1997 emise un ordine di custodia cautelare contro Antonino Buscemi e l’intero gruppo direttivo della Ferruzzi, avviando contestualmente misure di prevenzione patrimoniale già iniziate nel 1992. Non si capisce, dunque, quali possano essere gli elementi di connessione tra la storia del dossier e le stragi.

Eppure, il procuratore De Luca lo ha detto chiaramente: «Abbiamo concreti, plurimi e univoci elementi per dire che la gestione del procedimento mafia-appalti sia stata una sicura concausa della strage di Via D’Amelio e forse in misura leggermente minore di quella di Capaci», aggiungendo che tale convinzione «non esclude, anzi postula, che ci possano essere stati interventi esterni». Eppure, dice De Luca, «per quel che riguarda la pista nera, allo stato non ci sono elementi ostensibili di cui parlare, ma l’accertamento di una partecipazione di istituzione deviate o della destra eversiva non riguarderebbe la causale ma eventuali concorrenti esterni, poi si dovrebbe capire la causale di questi interventi esterni», mentre «si può sin d’ora escludere che la trattativa sia stata una delle concause della strage».

Un quadro più ampio

In sintesi, dunque, rimane sullo sfondo l’articolato scenario composto da tutti quegli elementi che – collegando spesso l’intera stagione delle stragi – potrebbero celare verità ben più ampie rispetto al sistema degli appalti. Tra questi, le mire omicidiarie di Cosa Nostra nei confronti degli uomini simbolo della “prima repubblicaâ€, inquadrati come traditori, in vista di una nuova stagione politica, il sicuro o presunto ruolo giocato da membri collegati all’eversione nera dietro gli attentati, la “trattativa†inaugurata dagli ufficiali del ROS con gli uomini di Cosa Nostra tramite l’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino dalla primavera-estate del 1992, i nessi tra quell'”invito al dialogo” e le stragi del 1993 e i reali motivi dietro il depistaggio delle indagini sull’omicidio Borsellino, concretizzatosi nel furto dell’agenda rossa dal perimetro della strage di via D’Amelio e nella costruzione del “finto pentito†Vincenzo Scarantino.

«La maggioranza di centrodestra e il procuratore di Caltanissetta De Luca hanno stravolto il ruolo della commissione Antimafia, trasformandola in un luogo in cui svolgere processi paralleli al di fuori delle aule di giustizia, senza il vaglio preventivo di alcun giudice e senza le garanzie minime di contraddittorio per indagati che, in totale spregio della presunzione di innocenza, vengono additati alla pubblica opinione come colpevoli di fatti gravissimi, cogliendo l’occasione per tentare di screditare altri magistrati mai indagati che affermano fatti non condivisi da De Luca», ha commentato l’ex magistrato – oggi senatore M5S – Roberto Scarpinato. Quest’ultimo ha aggiunto che il procuratore De Luca, «disapplicando il metodo Falcone-Borsellino, estrapolando la strage di via d’Amelio da quella di Capaci e da quelle successive e elevando al rango di prove mere ipotesi e supposizioni, ha potuto sostenere che la strage di via d’Amelio fu causata dalle indagini su mafia-appalti, in totale dissonanza dalle condanne definitive come regista della strage di via d’Amelio di Giuseppe Graviano, che mai si è occupato di appalti pubblici mentre molto si è occupato degli affari di Silvio Berlusconi».

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Data articolo: Wed, 15 Apr 2026 12:30:55 +0000

Flash

Messico, gli omicidi sono in calo: -41%

Il governo messicano ha registrato un significativo calo della criminalità tra settembre 2024 e marzo 2026. Gli omicidi volontari sono diminuiti del 41%, con una media di 51,4 casi al giorno, anche se oltre metà delle vittime si concentra in sette stati, tra cui Guanajuato e Chihuahua. In diminuzione anche altri reati gravi: femminicidi (-14,9%), estorsioni (-17,7%) e sequestri (-36%). Proprio nell’ambito di un sequestro recente, attribuito dalle autorità alla alla “Familia Michoacanaâ€, è stato liberato il sindaco di Taxco, Juan Andrés Vega. La presidente Sheinbaum sottolinea il ruolo della formazione delle forze di sicurezza.

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Data articolo: Wed, 15 Apr 2026 11:30:20 +0000

Still I Rise

Quando gli elefanti si scontrano è l’erba che soffre: la guerra globale per il cobalto

Guarda gli oggetti che hai intorno. Il telefono che tieni in mano. Il computer su cui lavori. Le cuffie, le batterie portatili, forse un’auto elettrica parcheggiata sotto casa. Ora immagina che improvvisamente smettano di esistere. 

Non perché si siano rotti. Ma perché non esistono più i materiali per costruirli. 

È questo il motivo per cui oggi governi e industrie parlano sempre più spesso di sicurezza delle catene di approvvigionamento. Negli ultimi anni il mondo ha capito quanto siano fragili: prima con la pandemia, poi con la guerra in Ucraina, oggi con le tensioni sempre più pericolose in Medio Oriente. 

Quando una rotta energetica viene minacciata, il mondo intero lo sente. Lo vediamo con la crisi attorno all’Iran e con il blocco dello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi più strategici per il petrolio globale. 

Ma nel XXI secolo il potere non si misura più soltanto nel petrolio. Sempre più spesso si misura nell’accesso ai minerali critici che rendono possibile la nostra economia tecnologica. Batterie, infrastrutture digitali, sistemi energetici, tecnologie industriali e militari dipendono da catene di approvvigionamento concentrate in pochi territori del pianeta. Tra questi materiali ce n’è uno che racconta meglio di tutti la nuova geopolitica delle risorse: il cobalto

Oltre il 70% del cobalto mondiale viene estratto nella Repubblica Democratica del Congo, e in particolare da Kolwezi. Questo significa che una parte enorme dell’economia globale dipende da ciò che accade qui; ed è qui che la geopolitica incontra la realtà. 

Negli ultimi anni la competizione tra Stati Uniti e Cina per l’accesso ai minerali critici si è intensificata. Washington cerca di ridurre la dipendenza dalle filiere industriali dominate da Pechino, mentre Pechino difende una presenza costruita nel tempo attraverso investimenti massicci. 

La recente approvazione dell’acquisizione della compagnia mineraria Chemaf da parte della statunitense Virtus Minerals è uno dei segnali più chiari di questa nuova corsa alle risorse. Chemaf controlla alcune concessioni tra le più promettenti nel settore del rame e del cobalto in RDC. Il passaggio di questi asset a un operatore sostenuto da capitali occidentali non è soltanto un’operazione industriale: è un tentativo di riequilibrare un settore in cui la presenza cinese è diventata dominante negli ultimi anni. In altre parole, il Congo sta diventando uno dei campi più delicati della competizione globale per l’autonomia strategica. 

Ma mentre governi e aziende discutono di sicurezza delle forniture e di autonomia industriale, nei territori da cui queste risorse provengono si vive una realtà molto diversa. A Kolwezi, il cobalto non è una parola nei report economici. È la vita quotidiana delle comunità. 

Interi quartieri sorgono sopra concessioni minerarie. Molte famiglie vivono su terreni che possono diventare parte di una miniera da un giorno all’altro. Accanto alle grandi miniere industriali esiste poi un mondo meno visibile: quello dell’estrazione artigianale. Migliaia di persone, tra cui bambini, scavano a mano tunnel instabili per recuperare minerali destinati alle filiere globali. 

Esiste un proverbio africano che descrive bene questa dinamica: quando due elefanti si scontrano, è l’erba a rimanere schiacciata. 

Gli elefanti sono le potenze globali, le strategie industriali e le grandi aziende che competono per le risorse del futuro. L’erba sono i territori su cui si combatte questa partita. Il Congo oggi è uno di questi territori. 

E mentre il mondo osserva le tensioni in Medio Oriente e le rotte energetiche che attraversano il Golfo Persico, un’altra partita – meno visibile ma altrettanto decisiva – si gioca nelle miniere dell’Africa centrale, come abbiamo approfondito nel report Il prezzo del progresso, che documenta l’impatto delle concessioni minerarie sulle comunità di Kolwezi. 

Perché le guerre del futuro non si combatteranno soltanto per il controllo del petrolio o delle rotte marittime. Sempre più spesso si combatteranno per il controllo delle materie prime che rendono possibile il potere tecnologico e industriale. 

E quando gli elefanti della geopolitica globale iniziano a muoversi, è sempre l’erba – i territori e le comunità che li abitano – a sentire per prima il peso dello scontro.

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Data articolo: Wed, 15 Apr 2026 11:30:00 +0000

recessione globale

Fondo Monetario Internazionale: verso una recessione globale, l’Italia rischia più degli altri

Dopo aver messo in guardia dai rischi del riarmo, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) è tornato a parlare di previsioni economiche. Se la guerra in Asia Occidentale dovesse continuare per mesi e il rincaro dei prezzi energetici persistere, la crescita economica frenerebbe. In altre parole, l’aumento del Prodotto Interno Lordo (PIL) mondiale — un aggregato dei singoli indicatori nazionali — potrebbe arrivare ad attestarsi al 2% rispetto al 2025, praticamente alla soglia di quella che gli economisti definiscono recessione globale. All’interno del rapporto World Economic Outlook, il FMI ipotizza anche uno scenario dove la guerra durerà al massimo qualche altra settimana, intaccando la crescita mondiale di due decimali, gli stessi che perderebbe l’Italia, messa peggio rispetto ai principali partner europei a causa della sua dipendenza energetica.

L’equilibrio in Asia Occidentale, nonostante la tregua entrata in vigore una settimana fa, resta fragile. Il commercio energetico funziona a singhiozzo, con i flussi attraverso lo stretto di Hormuz non paragonabili minimamente a quelli di inizio anno, prima cioè dell’aggressione israelo-americana all’Iran. Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha elaborato tre diversi scenari economici, a seconda degli sviluppi in Asia Occidentale. Se la guerra dovesse finire definitivamente nelle prossime settimane e Hormuz aprisse per riportare le esportazioni energetiche alla normalità, l’economia mondiale avrebbe tempo per assorbire parzialmente il colpo, chiudendo con una crescita del PIL pari al 3,1% (-0,2% rispetto alle stime di gennaio). L’incremento italiano rispetto al 2025 si attesterebbe sullo 0,5%, la metà dei partner francese e tedesco e quattro volte meno le stime di Madrid. La Spagna, sfruttando le risorse naturali, è tra i Paesi europei più resilienti dal punto di vista energetico, mentre invece l’Italia fa i conti con un’atavica dipendenza che la espone all’incertezza degli stravolgimenti geopolitici, ultimo quello nel Golfo.

In questo momento storico, ancora lontano dal mettere seriamente in discussione il paradigma della crescita economica, rallentare vuol dire fare i conti con gravi conseguenze, come licenziamenti e riduzione della spesa sociale. A maggior ragione se si è inseriti, come l’Italia, in una struttura neoliberista quale l’Unione europea, i cui vertici hanno di recente fatto sapere di non voler sospendere il famoso Patto di stabilità, nonostante la crisi in atto. Di tutt’altra natura era stata la posizione europea lo scorso anno, quando la presidente della Commissione Ursula von der Leyen aveva annunciato l’introduzione di una clausola al Patto per permettere ai Paesi membri di aumentare la propria spesa in armi.

Il rischio recessione denunciato dall’Italia alla luce delle ultime esternazioni europee potrebbe estendersi a livello globale. Lo denuncia il Fondo Monetario Internazionale, illustrando gli altri possibili scenari futuri. Con quello “avverso”, dato dal continuo della guerra e dal mantenimento degli attuali prezzi di petrolio e gas, la crescita del PIL globale si attesterebbe al 2,5%. Se invece il prezzo del petrolio dovesse stabilizzarsi sui 110 dollari a barile (+100% rispetto alle stime di gennaio), seguito da rialzi sul gas, si materializzerebbe lo scenario “grave”, con la crescita economica attorno al 2%. Al di sotto di questa soglia l’economia mondiale viene considerata in recessione, in balìa dunque di inflazione e aumenti dei tassi di interesse, come accaduto durante la pandemia di Covid-19.

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Data articolo: Wed, 15 Apr 2026 10:30:29 +0000

Primo piano

DIRETTA – Trump: possibile accordo con l’Iran entro fine aprile – Hormuz rallentato, vola l’export energetico norvegese

Dopo aver scatenato, lo scorso 28 febbraio, una nuova guerra contro l’Iran insieme all’alleato israeliano, gli USA hanno annunciato lo scorso 7 aprile una prima tregua di 15 giorni nei combattimenti con Teheran, volta a stabilire le condizioni di una pace definitiva. Nel frattempo Israele, non contento dell’accordo, sta tentando di sabotarlo lanciando una fitta serie di attacchi contro il Libano, contro il quale sta conducendo la propria guerra per cercare di annettersi una parte del Paese. Nel giro di una sola giornata, oltre 250 civili sono stati uccisi dai bombardamenti di Tel Aviv. Le azioni israeliane hanno messo in bilico la tregua, con l’Iran che ha minacciato di chiudere lo Stretto di Hormuz se questi non finiranno.

I precedenti aggiornamenti sulla guerra sono disponibili qui.


Una delegazione pakistana guidata dal capo di stato maggiore Asim Munir e dal ministro dell’Interno Mohsin Naqvi è atterrata a Teheran per portare un nuovo messaggio da Washington e discutere l’apertura di un secondo round di colloqui. L’iniziativa arriva mentre Trump afferma che un accordo sarebbe sempre più vicino, sullo sfondo del cessate il fuoco che scadrà il prossimo 22 aprile.


L’UNIFIL, la missione dell’ONU in Libano guidata dall’Italia, continua a segnalare violazioni da parte di Israele. In un post sul social X, la missione scrive che “ieri pomeriggio, un convoglio di routine che trasportava militari e civili delle forze di pace, insieme a personale essenziale, da Beirut al quartier generale dell’UNIFIL, è stato fermato dal personale delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) a pochi chilometri dalla sua destinazione a Naqouraâ€.

I veicoli dell’ONU sono stati autorizzati a proseguire, ma quelli degli appaltatori locali sono stati rispediti a Beirut “nonostante il convoglio fosse stato previamente autorizzatoâ€, inclusi i contractor locali. UNIFIL ha denunciato che “non si tratta di un incidente isolatoâ€; il fermo di ieri si inserisce in un contesto di costanti tentativi di bloccare le missioni di supporto umanitario da parte di Israele, con posti di blocco e revoche di autorizzazioni.


Secondo una indiscrezione del Washington Post, che cita fonti interne al Pentagono, gli USA invieranno migliaia di soldati aggiuntivi in Asia Occidentale nei prossimi giorni. Le forze in arrivo nella regione includerebbero circa 6.000 soldati a bordo della portaerei USS George H.W. Bush e diverse navi da guerra di scorta; altri 4.200 soldati, appartenenti al “Boxer Amphibious Ready Group†e alla task force dei Marines “11th Marine Expeditionary Unitâ€, dovrebbero arrivare verso la fine del mese.


I blocchi alla navigazione nello stretto di Hormuz hanno fatto impennare le esportazioni di petrolio della Norvegia, primo produttore europeo dopo la Russia. A marzo, la Norvegia ha guadagnato 6 miliardi di dollari dall’export di greggio, +67,9% rispetto allo stesso mese del 2025.

Nel frattempo, in un’intervista a Sky News, Trump ha detto che “un accordo con l’Iran entro fine aprile è più che possibile”.


Secondo Bloomberg, il Pakistan ricorrerà a due ore di interruzione di corrente al giorno con l’obiettivo di contenere i costi energetici, aumentati a seguito della guerra in Asia Occidentale.


Nuovi bombardamenti israeliani hanno colpito il Libano meridionale, dove continua l’invasione terrestre. Il tutto poche ore dopo la conclusione del primo round negoziale a Washington. 

Nel frattempo, Hezbollah ha confermato di aver lanciato diversi missili sul Nord di Israele, prendendo di mira i centri di Metula, Kfar Giladi e Kiryat Shmona.  


  • Trump ha detto al New York Post che nei prossimi due giorni potrebbero riprendere i negoziati con l’Iran e che probabilmente si svolgeranno nuovamente a Islamabad.
  • Continuano gli attacchi israeliani nel sud del Libano, mentre si è concluso il primo round di negoziati tra le due parti a Washington. Sebbene Israele dichiari che la sua guerra sia contro Hezbollah, nessun rappresentante del gruppo era presente ai negoziati.
  • L’IDF sta continuando a condurre raid e operazioni anche nella Striscia di Gaza: nella serata di ieri sono stati smantellati 4 tunnel sotterranei, mentre continuano a uccidere civili definendoli “terroristi di Hamas”.
  • Il Comando Centrale USA (CENTCOM) ha dichiarato di aver completato il blocco dei porti iraniani e di aver “completamente bloccato” gli scambi economici in uscita e in entrata dall’Iran.

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Data articolo: Wed, 15 Apr 2026 10:25:00 +0000

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