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News rifondazione comunista

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Esteri
Ferrero: «Mario Draghi non fa gli interessi dell’Italia, ma degli Stati Uniti»

L’ex ministro Paolo Ferrero, oggi vicepresidente del partito della Sinistra europea, analizza al DiariodelWeb.it le responsabilità del conflitto in Ucraina. Che vanno molto oltre Putin

 

Il fronte sul quale si combatte attualmente in Ucraina non è solamente uno, ma sono due. Il primo, su scala locale, è quello aperto da Putin per ottenere l’indipendenza della Crimea e del Donbass. Ma ce n’è anche un secondo, di scala globale, innescato invece da Biden per ristabilire il predominio degli Stati Uniti sul mondo. E rispetto al quale l’Italia di Draghi è totalmente subalterna all’alleato dall’altra parte dell’Atlantico. Questa è l’analisi dipinta ai microfoni del DiariodelWeb.it da Paolo Ferrero, già ministro della Solidarietà sociale e attualmente vicepresidente del partito della Sinistra europea.

Paolo Ferrero, le responsabilità della guerra in Ucraina sono davvero tutte di Vladimir Putin?
Io penso che ci sia una guerra regionale, iniziata da Putin, ma con due complici, che portano anch’essi il peso della responsabilità.

Quali?
Uno sono gli Stati Uniti, per via dell’allargamento della Nato ad est. L’altro è Zelensky, con gli altri governi ucraini, che non hanno fatto nulla per rispettare gli accordi di Kiev e si sono comportati malissimo, uccidendo migliaia di persone, nelle repubbliche russofone.

Qual è la posta in gioco in questa guerra regionale?
Questo conflitto si può concludere trovando un accordo: per questo abbiamo sempre chiesto che si aprissero le trattative e non si mandassero le armi. Perché i nodi posti sono molto semplici e chiari: la neutralità dell’Ucraina e la tutela di tutte le minoranze interne. Persino il piano presentato da Draghi qualche giorno fa è molto simile a ciò che propose la Russia all’inizio. E la Germania, addirittura, a febbraio provò a cercare un compromesso sempre su queste basi, che venne rifiutato dagli Stati Uniti e da Zelensky.

Invece di trovare un compromesso c’è stata un’escalation.
La mia tesi è che, prendendo letteralmente a pretesto questa guerra, gli Usa ne abbiano scatenata un’altra, stavolta non più locale ma mondiale.

Con quali obiettivi?
Io ne vedo tre. Il primo è quello di trasformare l’Ucraina in un nuovo Afghanistan. Cioè, tenere la Russia incastrata in un conflitto per anni. Quando uno stanzia 40 miliardi, quasi tutti per le armi, vuol dire che non sta preparando i rifornimenti per i prossimi tre mesi, ma molto più a lungo. Quindi l’idea non è quella di liberare l’Ucraina o di terminare la guerra, e nemmeno di vincerla. Perché non si può vincere contro una potenza nucleare, salvo combattere una guerra nucleare.

L’intenzione vera sarebbe quella di prolungarla all’infinito, dunque?
Sì, di tenerla viva. Il secondo obiettivo è tagliare i ponti dell’Europa con la Russia. Questo non è mai avvenuto, in queste forme, e rende il nostro continente immediatamente dipendente dagli Stati Uniti per tutta una serie di materie prime. Quindi produce una situazione innaturale, una debolezza e un rischio di guerra pazzesco, perché apre una lunga serie di frontiere. Una specie di muro di Berlino lungo tremila chilometri.

E il terzo obiettivo?
Mettere tutto il mondo in riga. Cioè affermare che i padroni sono loro, gli Usa, quelli che dettano le regole. E che chiunque si sgancia deve vedersela con loro, non solo sul piano militare ma anche su quello economico: pensiamo alle sanzioni e al sequestro di 400 miliardi di dollari della banca centrale russa nei conti all’estero. Gli Stati Uniti, dal 1991 ad oggi, sono stati la potenza di gran lunga dominante nel mondo e hanno vissuto di rendita su questo.

Oggi non lo sono più?
Con la globalizzazione degli ultimi trent’anni sono cresciuti anche altri Paesi: la Cina, ma anche l’India, l’America Latina con il ruolo del Brasile, l’Africa del Sud. E pure la Russia, che da Stato sostanzialmente sfasciato ai tempi di Eltsin, è tornato una superpotenza nucleare. In questo mondo multipolare non si giustifica più la situazione di privilegio degli Usa. A cui loro non vogliono però rinunciare.

Quindi hanno colto la palla della guerra al balzo per riaffermare il loro predominio sul mondo?
Perfetto.

E la posizione di Mario Draghi fa gli interessi degli Stati Uniti o dell’Italia?
La posizione di Draghi è totalmente sdraiata sulla volontà degli Stati Uniti e non fa per nulla gli interessi né dell’Italia, né dell’Europa. Sia la Francia, sia la Germania hanno tentato di spingere la trattativa e di moderare i toni. Non era mai successo che Macron riprendesse due o tre volte il presidente statunitense per le parole usate. Niente di clamoroso, ma il tentativo di mantenere una dignità dell’Europa e una comprensione dei suoi interessi. Da parte di Draghi nulla di tutto questo. Infatti gli Usa lo hanno chiamato nei giorni scorsi per premiarlo come alleato fedele.

Cos’ha l’Italia da perdere da questa strategia?
L’Italia non ha materie prime, quindi ha tutto l’interesse ad avere buoni rapporti con i Paesi fornitori, nonché ad averne una differenziazione. Sarebbe stato sbagliato essere dipendenti dal gas russo per il 90%, ma è altrettanto sbagliato che adesso ci mettiamo alla ricerca di questa fonte energetica da altre parti, con la conseguenza che saremo comunque ricattati da qualcun altro. Draghi non ha fatto l’interesse del popolo italiano e nemmeno dell’industria, se non di quella bellica.

Oltretutto, in un periodo di crisi economica sempre più evidente, ha deciso di destinare i fondi all’aumento delle spese militari.
Esattamente. Si spende una barca di quattrini per fornire armi all’Ucraina e in questo modo si alimenta un conflitto che, ripeto, non è destinato a chiudersi. La fornitura di armi non permette di vincere quel conflitto, perché se anche Putin fosse in condizione di essere messo sotto, non ci metterebbe niente ad iniziare a bombardare pesantemente. La Russia ha una potenza di fuoco di venti volte superiore a quella che sta usando.

Mi sta dicendo che, per avere una prospettiva di pace, il governo Draghi dovrebbe cadere?
Sicuramente. Se la Lega e il Movimento 5 stelle facessero quello che dicono, cioè smettessero di sostenere il governo Draghi su questi temi e lo facessero cadere, che cosa succederebbe? Salterebbe il principale alleato degli Stati Uniti, tra i grandi Paesi europei: un fatto politico rilevante.

Con quali conseguenze?
Visto che le opinioni pubbliche occidentali sono in maggioranza contrarie alla fornitura di armi pesanti, questo scossone permetterebbe alla Francia e alla Germania di rimettere al centro il tema degli interessi europei e del ruolo dell’Europa per costruire una trattativa. Proprio come chiede il Papa. Insomma, si innescherebbe un effetto domino che si riverbererebbe positivamente sul resto del continente. E potrebbe porre le condizioni per arrivare in capo a qualche settimana al cessate il fuoco. In più questo permetterebbe di aprire l’altra discussione.

Cioè?
Non solo il diritto degli Stati Uniti di comandare su tutto il mondo, perché io non credo che ce la faranno. Al di fuori dell’Europa, le altre potenze non hanno risposto «signorsì», ma hanno perseguito i propri interessi. La mia impressione è che si stia determinando un’alleanza significativa tra Cina e Russia, fatto che non era mai accaduto. Con significativi rapporti sul movimento che un tempo avremmo definito dei «non allineati»: i grandi Paesi del terzo mondo che si sono posti il problema dell’uscita dal sottosviluppo. Credo che gli Usa abbiano sbagliato i conti e non possano pensare di tenere tutti sotto schiaffo solamente con il terrore.

Dunque che cosa succederà?
Ci sono tre possibilità. Una è che gli Stati Uniti ristabiliscano il loro comando, come vogliono gli uomini di Biden, ma lo vedo quasi impossibile. La seconda è che si riproduca una spaccatura del mondo in due: da un lato gli Usa e l’Unione europea subalterna, con Giappone, Corea del Sud, Australia, Nuova Zelanda; dall’altro Cina, Russia e un po’ di satelliti. Sarebbe un mondo di concorrenza economica pazzesca, di confronto militare pazzesco e a rischio di terza guerra mondiale atomica.

Una nuova guerra fredda.
Ma meno razionale della vecchia. All’epoca la Nato non fece mai un’azione militare, al contrario portava avanti una partita a scacchi.

C’era un equilibrio.
Questa invece sarebbe una guerra fredda senza equilibrio. E poi c’è la terza possibilità, l’unica strada che vedo all’orizzonte. Che si prenda atto dell’esistenza della pluralità di poli dentro il mondo e si trovi una forma cooperativa e più egualitaria, che non può che essere basata sul disarmo. Altrimenti non ne usciamo. Solo così potremmo vincere non solo la sfida della pace, ma anche quella del cambiamento climatico. Noi occidentali potremmo pensare di mantenere un livello di vita alto, pur modificando le modalità di consumo, e permettere ad altri popoli di acquisire standard di vita diversa da quelli che hanno avuto fin qui. Questa è la vera partita. E l’aspetto drammatico è che gli Stati Uniti sono davvero il pezzo peggiore dello schieramento mondiale.

Perché dice questo?
Perché quest’idea di mantenere i loro privilegi quando non ce n’è più alcuna ragione materiale è un puro arbitrio. Un esercizio della forza. Che è la posizione peggiore da tenere per affrontare le sfide che abbiamo di fronte, come umanità. Quindi certo, Putin è un criminale e bisogna concludere la guerra in Ucraina con un compromesso. Ma poi bisogna anche mettere fine all’altra guerra, quella che sta facendo Biden, che rappresenta il vero pericolo per il mondo.

DiariodelWeb.it


Data articolo:Wed, 25 May 2022 14:17:30 +0000
Prima pagina
Acerbo (Prc-Se): Gratteri a ‘Otto e mezzo’ ci confonde con altri? Lilli Gruber dovrebbe rettificare

“Intervistato ieri da Lilli Gruber e Massimo Giannini nel corso della trasmissione ‘Otto e mezzo’ su La7 il procuratore Nicola Gratteri ha dichiarato che Rifondazione Comunista sarebbe tra i partiti della larga maggioranza che sostiene le riforme del governo Draghi. Ha anche affermato che all’opposizione ci sarebbe solo Fratelli d’Italia. Ci dispiace per il dott. Gratteri ma è evidentemente disinformato sulle posizioni del nostro partito.
Rifondazione Comunista dal 2008 si è sempre presentata alle elezioni politiche con liste in alternativa al Pd e alla destra. In parlamento siamo oggi rappresentati dalle quattro deputate della componente unitaria Manifesta – Potere al popolo – Rifondazione Comunista e al Senato da Paola Nugnes. Le nostre parlamentari sono all’opposizione.
Purtroppo dobbiamo registrare che Lilli Gruber e Massimo Giannini non hanno corretto l’affermazione sbagliata di Gratteri che ci avrà confuso con Articolo Uno o LeU.
Per la nostra scelta di rottura con il PD abbiamo pagato un duro prezzo, penalizzati dal cosiddetto ‘voto utile’ e dall’oscuramento mediatico. Sono sicuro che Lilli Gruber nella puntata di stasera preciserà che le affermazioni di Gratteri sono infondate.”

Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea


Data articolo:Wed, 25 May 2022 10:36:46 +0000
Prima pagina
RIFONDAZIONE CON I LAVORATORI E LE LAVORATRICI EX ALMAVIVA IN DIFESA DEL POSTO DI LAVORO

A Palermo più di 500 lavoratori e lavoratrici ex Almaviva si battono per salvare il posto di lavoro a rischio a causa di aziende irresponsabili e istituzioni latitanti.
La vicenda di queste lavoratrici e lavoratori mostra come poche altre il volto di un capitalismo disumano che considera i lavoratori mera merce di scarto, da usare e gettare sulla base delle convenienze del momento.
All’origine di tutto c’è Almaviva che gestiva il call center per Alitalia; ad essa è subentrata con una nuova gara la Covisan che insieme all’appalto ha ereditato parte dei dipendenti;
Con la nascita di Ita Airways Covisan ha ricevuto a sua volta il benservito in quanto la società subentrata ad Alitalia ha organizzato un call center interno anche per ricollocare parte degli esuberi dell’ex compagnia di bandiera.
In tutta questa girandola di modifiche societarie e appalti chi paga sono i 500 e più lavoratori e lavoratrici lasciati al momento in cassa integrazione, ma considerati sia da Almaviva che da Covisan esuberi di cui liberarsi.
E di fronte alla latitanza inerte del governo il rischio che dopo aver giocato per anni con la vita delle persone ora vengano semplicemente lasciate senza un lavoro diventa ogni giorno che passa sempre più concreto.

Noi pensiamo che il governo non possa starsene a guardare, ma debba farsi carico del futuro lavorativo di queste persone sia obbligando le aziende ad assumersi le loro responsabilità sia individuando altre soluzioni che esistono. Per esempio, utilizzando i fondi del PNRR per attuare un piano straordinario di assunzioni nel pubblico gravemente impoverito negli organici in tutti i suoi comparti, dai Comuni, alla sanità, alla scuola.

Ma il governo Draghi rifiuta di procedere in questa direzione perché ritiene che le funzioni pubbliche non solo non debbano essere potenziate, ma ridotte come si evince dalla spinta alle privatizzazioni del DDL concorrenza.
Mentre sosteniamo con forza la lotta delle lavoratrici e dei lavoratori di Almaviva e Covisan siamo impegnati per il rilancio e l’unificazione delle lotte sulla base di una piattaforma che abbia al centro un grande piano nazionale per l’occupazione, unica strada per ribaltare le politiche neoliberiste e antipopolari del governo.

Antonello Patta, responsabile nazionale Lavoro
Vincenzo Fumetta, segretario della federazione di Palermo
Partito della Rifondazione Comunista/sinistra Europea


Data articolo:Wed, 25 May 2022 10:33:51 +0000
Prima pagina
Rifondazione: dalla parte di Mimmo Lucano, contro chi processa la solidarietà

Inizia oggi, presso il tribunale di Reggio Calabria, il processo in Corte d’Appello all’ex sindaco di Riace Mimmo Lucano, condannato in prima istanza ad oltre 13 anni di carcere, una pena doppia rispetto a quanto richiesto dal Pm. La colpa di Mimmo, come quella degli equipaggi delle ong perennemente sottoposte a processo, come quella dei volontari del Baobab, per citare solo alcuni esempi, è quella di non essersi voltati dall’altra parte quando si trattava di aiutare profughi e richiedenti asilo, anche a costo di forzare e di violare leggi palesemente ingiuste. Come Rifondazione Comunista, restiamo al fianco di Mimmo e di chi, con lui, rischia pene che non vengono affibbiate neanche ai più pericolosi criminali. Ma in effetti il crimine di solidarietà, nato dalle menti fervide di esponenti del Partito Democratico oggi dedite all’esportazione di armi e di sistemi di sicurezza militari, è un crimine che turba gravemente l’ordine neoliberista che gli accusatori rappresentano. Un ordine che, come accade da decenni, è causa di guerre, lutti, violenza, accordi diplomatici con impresentabili dittature, politiche di dominio, guadagni per pochi ai danni di molti

Maurizio Acerbo, segretario nazionale
Stefano Galieni, responsabile nazionale immigrazione, Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea


Data articolo:Wed, 25 May 2022 10:32:11 +0000
Prima pagina
Enrico Berlinguer, la modernità della «terza via»

di Guido Liguori

CENTENARI. Il 25 maggio del 1922 nasceva a Sassari una delle personalità che hanno segnato la storia della sinistra. Dopo il compromesso storico compì un’autocritica reale, lanciando l’«alternativa democratica»: la prospettiva era un vasto cambiamento intellettuale e morale, senza trascurare le radici economiche

Si torna periodicamente a parlare di Enrico Berlinguer, soprattutto della sua onestà, della sua denuncia della corruzione e del clientelismo, insomma della «questione morale». Il richiamo a questo aspetto quasi profetico del suo pensiero (la denuncia della corruzione dei partiti italiani, che risale a una celebre intervista a Scalfari del luglio 1981), rischia però di risultare fuorviante se non si aggiunge che esso si situa all’interno di un discorso più ampio e complesso, quello del «secondo Berlinguer», successivo alla stagione della solidarietà nazionale (e del compromesso storico).

DOPO LA FALLIMENTARE esperienza dei governi emergenziali guidati da Andreotti a partire dal 1976, dopo l’uccisione di Aldo Moro, dopo la sconfitta elettorale nelle amministrative del ’78 e nelle politiche del ’79, Berlinguer compie un’autocritica reale, anche se non esibita – lanciando nel 1980 l’«alternativa democratica». Isolato nella politica italiana dalla Dc anti-morotea e dal Psi di Craxi, Berlinguer si rivolge alla società. Da Togliatti a Gramsci, si potrebbe dire. Perché l’idea è quella di dar vita a una «riforma intellettuale e morale», senza trascurarne le radici economiche. Di scrivere nei fatti un nuovo «programma fondamentale». Di proporre un modo rinnovato di essere comunisti.
Le prime basi di questo programma erano state poste già negli anni precedenti, in campo internazionale innanzitutto, con l’eurocomunismo e la solenne dichiarazione, fatta a Mosca nel 1977 davanti ai partiti comunisti di tutto il mondo, che la democrazia è «un valore storicamente universale»: bisognava trovare una «terza via» tra socialismo dispotico e socialdemocrazia inconcludente, una «terza fase» dopo l’esaurimento dell’eredità della II e la III Internazionale.
In quello stesso anno, al convegno del Teatro Eliseo, Berlinguer lancia l’idea dell’«austerità» (già avanzata anni prima da Palme): un nuovo modello di sviluppo, un nuovo tipo di società basato più sui consumi pubblici che su quelli privati. E che riconosceva le buone ragioni dei popoli del Terzo mondo, stanchi di essere asserviti per garantire lo sfrenato consumismo dei paesi più ricchi.

SEMPRE CONTRO gli egoismi dei privilegiati, Berlinguer andrà alla Fiat nel 1980, per schierare il Pci a fianco della classe operaia in lotta, perché i lavoratori non erano i soli a dover pagare la crisi. Una battaglia che continuerà con la difesa della scala mobile: se non fosse morto nell’84, il referendum conservativo di questo meccanismo di salvaguardia dei salari sarebbe stato vinto.
È in tale quadro che si colloca l’intervista a Scalfari dell’81: la «questione morale» per Berlinguer sta dentro una visione di denuncia dei meccanismi della società basata sul profitto e di affermazione della necessità di fuoriuscita dal capitalismo. Questa è la «diversità comunista»: non un fatto antropologico, ma l’affermazione di una politica che evitasse l’interesse clientelare e fosse lotta per una società più giusta ed eguale.
Non basta però solo essere fedeli alle proprie radici e agli ideali della propria giovinezza, come pure rivendicò con orgoglio. Bisognava rinnovare la politica e il Pci, scrive ancora nel 1981. Ciò significa in primo luogo aprire il partito alla società e dialogare con i movimenti.

NEGLI ULTIMI ANNI della sua vita Berlinguer ricostruisce il rapporto coi giovani, appoggiando il grande movimento per la pace di quegli anni; mostrando una sensibilità inedita per la nascente questione ecologica e per le nuove tecnologie (specie quelle informatiche), che non andavano demonizzate ma che non potevano sostituire la politica collettiva e partecipata. È il primo comunista (e forse il primo politico) a dialogando seriamente col movimento delle donne, non solo con la sua tradizionale componente emancipazionista, affermando che «se non c’è rivoluzione femminile, non ci sarà alcuna reale rivoluzione».
Un politico moderno e rivoluzionario, dunque, che negli ultimi suoi anni seppe cercare temi e modi nuovi. Non fu seguito dalla maggioranza del gruppo dirigente del suo partito, ma lasciò un ricordo indelebile nel «popolo comunista» e in milioni di italiani. Della sua «terza fase» di ricerca del socialismo vi è ancora bisogno.

fonte: il manifesto


Data articolo:Wed, 25 May 2022 08:32:21 +0000
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Rifondazione: Casa Pound va sciolta

Le proteste dell’ANPI e delle organizzazioni democratiche hanno costretto la Questura a vietare la manifestazione nazionale di Casa Pound a Roma. Non ci convincono le motivazioni del divieto perchè scaturirebbe dal rischio di tensioni con antifascisti non da un giudizio sulla natura dell’organizzazione di estrema destra. Il divieto è un fatto positivo ma rimane la latitanza del governo che non procede allo scioglimento per decreto delle organizzazioni neofasciste. Il fascismo non è un’opinione ma un crimine per la nostra Costituzione anche se chi governa fa finta di non ricordarlo.

Segnaliamo che la sede nazionale di Casa Pound è in uno stabile pubblico di grande valore al centro di Roma occupato da anni causando danni erariali alla collettività.Comune e forze dell’ordine non si fanno scrupoli quando si tratta di sgomberare occupazioni di stabili a scopo abitativo per famiglie in difficoltà, senza offrire soluzione alloggiativa, né se ne fanno cacciando cittadine/i che aprono al territorio attività sociali in luoghi spesso abbandonati ma esposti al rischio di speculazione edilizia. Invece un’organizzazione neofascista i cui membri si sono spesso resi responsabili di aggressioni di stampo razzista e squadrista continua impunemente a occupare lo stabile.

La sede di Casa Pound va chiusa, i suoi occupanti condannati a risarcire il Comune mentre vanno garantite soluzioni alloggiative dignitose a chi è cacciato di casa per morosità incolpevole. Sindaco, Prefetto e Questore cosa aspettano? L’antifascismo non è un trucco con cui ogni tanto mascherarsi, magari in vista di elezioni, ma una precondizione della democrazia.
Rivendichiamo con orgoglio di esserci costituiti come Rifondazione Comunista parte civile nel processo contro militanti di Casa Pound a Bari per l’aggressione squadristica a un gruppo di compagni tra cui la nostra ex-europarlamentare Eleonora Forenza.

Maurizio Acerbo, Segretario Nazionale
Rita Scapinelli, Responsabile Antifascismo, Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea


Data articolo:Tue, 24 May 2022 11:39:56 +0000
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Rifondazione: Operai su di una gru. Milano abbia rispetto dei suoi operai

Milano, quartiere Gallaratese, proprio alle spalle dell’Ippodromo La Maura, dove questa sera si terrà il concerto di Vasco Rossi e dove sono attese 150.000 persone.

Su una gru in via Ugo Betti, contornata da diversi cantieri spuntati come funghi grazie al bonus del 110 per cento per efficientamento energetico, due operai si sono arrampicati per lamentare e denunciare il mancato pagamento degli emolumenti di cinque mesi. In un turbinio di appalti e subappalti, dei lavoratori si trovano costretti ad atti estremi per poter mettere in luce le loro condizioni di estremo precariato.

Matteo Prencipe Segretario Milanese e Maurizio Acerbo Segretario Nazionale di Rifondazione Comunista dichiarano: “È sconcertante che nella Milano dei sfavillanti grattacieli promossi ogni giorno dal Sindaco Sala, ci debbano essere lavoratori disperati non pagati da cinque mesi, che debbono ricorrere a minacce di atti estremi su una gru. Bisogna essere vicino a chi lavora ogni giorno e ogni ora e non solo nell’inaugurazione delle opere dietro le quali si nasconde sempre il precariato e lo sfruttamento. Siamo solidali con i lavoratori che chiedono giustizia”.


Data articolo:Tue, 24 May 2022 11:32:35 +0000
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24 MAGGIO: I SOCIALISTI NEL MOMENTO DELLA GUERRA

di Franco Astengo

 In questo tragico momento di ritorno della guerra sullo scenario europeo causato dall’invasione russa dell’Ucraina e di possibili implicazioni tali da far pensare alla possibilità di scatenarsi di un conflitto su larga scala è opportuno ricordare la posizione che, al momento dell’ingresso dell’Italia nella prima guerra mondiale ( la cui ricorrenza cade proprio in queste ore) tennero i socialisti: un esercizio di pura memoria storica che dovrebbe comunque far riflettere quanti intendono ancora rifarsi a quella storia e nel suo insieme alla storia del movimento operaio.

Da ricordare anche che quella guerra iniziò con l’aggressione dell’Italia verso l’Austria – Ungheria in nome di un patto segreto che contraddiceva le alleanze stipulate pubblicamente (guerra di aggressione dovuta a rivendicazioni territoriali, come poi fu guerra d’aggressione quella fascista verso la Francia nel 1940 e verso la Grecia nel 1941).

Contrariamente a quanto fatto, nell’Agosto del 1914, dagli altri partiti socialisti occidentali il Partito Socialista Italiano votò contro, alla Camera dei Deputati, i pieni poteri concessi al governo Salandra – Sonnino.

La posizione dei socialisti italiani, che poi si tradurrà nella formula “né aderire, né sabotare” e nella partecipazione alle conferenze internazionali di Zimmerwald e Kienthal quale unico partito ufficialmente rappresentato oltre a quello russo (gli altri esponenti del socialismo europeo presenti in quelle assise lo furono a titolo personale), originava da un serrato dibattito che si era svolto negli anni precedenti.

Per la sua pregnanza storica si pubblica di seguito l’ordine del giorno Treves – Fasulo, approvato al congresso di Ancona (26-29 Marzo 1914) sul problema degli armamenti e sulla posizione che i rappresentanti del PSI avrebbero dovuto tenere alla prossimo congresso dell’Internazionale a Vienna.

Siamo alla vigilia dello scoppio del conflitto: l’eco degli spari di Sarajevo appare ancora non prevedibile, ma in questo testo emergono elementi molto precisi di una posizione politica di fondamentale importanza nella storia del movimento operaio italiano.

Ecco il testo (nella diversità delle situazioni storiche ma per non dimenticare)

 

Il Congresso afferma:

 che l’antagonismo tra il socialismo e il militarismo è un’espressione correlativa dell’antagonismo stesso che è tra il proletariato e la borghesia capitalistica.

 Che il militarismo, indipendentemente dall’essere un sistema di coercizione del proletariato, e di difesa del sistema capitalistico, risponde alle vedute dell’accumulazione capitalistica; la quale, in questo periodo della evoluzione sociale, o cerca nuove terre coloniali da sfruttare, oppure cerca di investirsi in facili e lucrosi prestiti di Stato, secondo il noto parallelismo fra l’aumento delle spese militari e l’aumento dei debiti pubblici;

 che il proletariato, specialmente nei paesi più poveri di capitale, come l’Italia, ha interesse di vita nell’avversare il militarismo, e per sé e per i dispendi capitalistici che cagiona, sia espressi in forma di fiscalità che aumentano il rincaro della vita, sia espressi in forma di rarefazione del capitale applicato negli investimenti produttivi dell’industria e del commercio, donde le crisi economiche, la disoccupazione, l’emigrazione dei lavoratori.

 Mentre si propone all’interno:

 di intensificare la propaganda e l’educazione delle masse e specialmente della gioventù, intorno ai supposti principi opponendo costantemente gli interessi solidali della internazionale del lavoro agli alzamenti nazionalistici delle borghesie patriottarde.

 E mentre rinnova al Gruppo Socialista Parlamentare l’impegno di continuare la più strenua opposizione ai crediti militari, coadiuvando con l’azione attiva e diretta del proletariato organizzato.

 Delibera:

 a)Di portare al congresso internazionale di Vienna un voto speciale per una riorganizzazione del B.S. Internazionale diretta a dare a questo la funzione specifica;

 b)Di promuovere una propaganda speciale tra le grandi Federazioni Internazionali di mestiere per guadagnarle all’idea internazionale, pacifista, antimilitarista e di agguerrirle per tutte le intese pratiche, efficaci a rendere impossibili le guerre;

 c) Di effettuare in sistema rapido, suggestivo di informazioni reciproche nella stampa internazionale sia borghese che socialista, e volta a mostrare luminosamente la simultaneità e la contemporaneità del movimento proletario internazionale antimilitarista nei diversi paesi, in guida da eliminare ogni apprensione che il movimento possa indebolire alcuno Stato a favore di alcun altro, e dare al mondo l’idea sensibile della cospirazione attiva, imponente del proletariato organizzato contro la guerra e il militarismo.


Data articolo:Tue, 24 May 2022 05:31:43 +0000
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Rifondazione: ricordiamo Falcone giudice garantista

Ricordare Falcone significa innanzitutto sottrarlo alla fastidiosa retorica di Stato, di quelle istituzioni che lo isolarono consegnandolo, di fatto, agli assassini di mafia. Falcone non può essere imbalsamato come muta icona di una antimafia generica. Fu un magistrato di grandissima professionalità, duramente avversato da segmenti istituzionali interni allo Stato ed alla stessa magistratura dovendo subire anche le incomprensioni e le critiche di settori dell’antimafia.Come ricorda spesso Peppino Di Lello che fu al suo fianco nel pool, Falcone non fu affatto un rozzo giustizialista ma un giudice garantista che evitava di fare arresti facili e spettacolari non suffragati da forti indizi e prove. Occorre dire parole di verità. Falcone fu ucciso perchè combatteva le mafie colpendone beni, ricchezze finanziarie, patrimoni accumulati. Seguiva le tracce del denaro che arricchiva la mafia. Era avversato dai mafiosi, ma soprattutto da poteri economici e politici che oggi fingono di piangerlo. Falcone aprì la strada ad un metodo nuovo di indagine antimafia, alla continuità quotidiana delle Procure Antimafia. Falcone ha insegnato e dimostrato che le mafie si possono sconfiggere. Ricordarlo significa innalzare oggi la sfida all’intreccio mafia/politica/amministrazione/finanza che sembra completamente accantonato tra le priorità del governo Draghi. E’ inquietante constatare dopo 30 anni che a Palermo esponenti politici condannati per reati connessi alla mafia fanno campagna per il candidato sindaco della destra.
Falcone, la sua compagna Francesca Morvillo e la loro scorta sono caduti vittime di un terrorismo politico-mafioso che ha insanguinato la Sicilia fin dalla strage di Portella della Ginestra e che vide cadere vittime tanti militanti della sinistra socialcomunista e del movimento operaio e contadino come tanti uomini delle istituzioni mentre la guerra fredda forniva copertura alle mafie come strumenti della lotta anticomunista e dei settori più corrotti della DC.
Falcone ha combattuto la mafia con le armi della Costituzione.

Maurizio Acerbo, segretario nazionale e Giovanni Russo Spena, responsabile Istituzioni del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea


Data articolo:Mon, 23 May 2022 14:40:29 +0000
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Bagnoli, il sacrificio va ripagato

di Paolo Nugnes* -

Bagnoli e l’ex area Italsider sono le grandi incompiute del Paese, Attendono da tre decenni anni un riscatto che non è mai venuto.
Quest’area è stata prima presa, sottratta con la forza dello stato alla bellezza e al mare, stuprata dal mito industriale dell’acciaieria, per un secolo sepolta sotto cumuli di scorie, bruciata dal fuoco degli altiforni, soffocata dai fumi neri e dalle polveri, resa sorda dalle sirene, sottomessa ai ritmi incessanti del lavoro metalmeccanico, è stata poi ad un tratto abbandonata, restando incompiuta, devastata senza nessun risarcimento e senza futuro.
Bagnoli paga trent’anni di morte prima ambientale epoi civile e sociale, anni di false bonifiche e di processi. In un’attesa più lunga di una vita.
Ora, dicono, qualcosa finalmente si muove.
È partita la gara del cosiddetto “lotto fondiario” che inizia dalla Porta del Parco e finisce direttamente a mare. Il luogo dove sarà possibile costruire case. Cemento, dunque, che richiederebbe infrastrutture, strade, parcheggi, servizi, che non ci sono.
Il waterfront e la bonifica invece restano al palo, restano le grandi incognita del Piano di trasformazione urbana di Bagnoli.
Il tema che metet a rischio la bonifica è antico, mancano i finanziamenti.
Cosa ne sarà degli arenili e del mare? Servirebbe un miliardo, dicono, e non c’è.
Si comincia ora a dire anche che “non si ha certezza sul fatto che poi il mare torni effettivamente balneabile”.
Cosa di una gravità inaudita e inaccettabile, dopo le tante promesse, i tanti progetti, le sliders di primi ministri e di Invitalia, anni di propagandistici e velleitari cronoprogrammi.
Ora, invece, cominciano a spingere e a prospettare l’idea malsana e pericolosissima di voler rivedere l’intero piano e lo stesso waterfront, di cancellare la spiaggia pubblica, lunga due chilometri che i napoletani aspettano da anni di rivedere.
Sono stati chiesti ancora nuovi test dal nuovo sindaco che “vuole capire” come procedere, con l’intendo, ci sembra palese di deviare e di puntare diritto a una soluzione più sbrigativa, meno impegnativa, diversa da quella prospettata fino ad ora, per decenni, ai napoletani, quella del riscatto dell’area, della bonifica e della riqualificazione ambientale, per chiudere in fretta il capitolo gravoso, al più presto, con nuovo cemento, niente bonifiche, niente mare, niente spiagge, forse niente parco di 39 ettari.
Quello che sta venendo fuori lo sappiamo da anni, l’area è altamente inquinata, a parte i valori di fondo, di area termale, i cui valori non sono stati ancora mai normati. Ci vogliono soldi per restituire questi luoghi alla città, e lo sappiamo tutti da sempre, dove ci sono i pontili e davanti alla colmata l’inquinamento da idrocarburi è molto elevato. Ci vogliono i soldi, quelli che hanno detto per anni che ci sarebbero stati, perché questo inquinamento pesante viene da un servizio della nostra terra reso a tutta l’Italia, Questo sacrificio duale, della terra alla fabbrica inquinante, prima e della chiusura della fabbrica e della produzione e del lavoro di Bagnoli, all’economia comunitaria, poi, devono essere ripagati.
Pretendiamo un risarcimento che è dovuto per legge alle aree dismesse, per l’ambientale, prima ancora che per i napoletani.
A nostro parere si iniziano a disegnare scenari molto inquietanti, ora che si cominciano a valutare opzioni alternative al risanamento, strumentalizzando sin anche la sentenza di assoluzione.
Va chiarito, e un chiarimento lo ritroveremo sensaltro nelle motivazioni della sentenza quando saranno note. La sentenza del Tribunale non ha riabilitato il lavoro di risanamento fatto negli ultimi tre lustri, come si millanta, ha solo affermato che non c’è reato nella condotta degli imputati, il che non equivale a un certificato di avvenuta bonifica, le analisi lo hanno dimostrato con dati tecnici inconfutabili.
Per questo motivo, le dichiarazioni che circolano sulla possibilità di cominciare a costruire senza procedere prima alla bonifica le consideriamo avventate e estremamente gravi, al limite del criminale, tenendo conto tra l’altro che l’area dove si vuole costruire è l’area a maggior inquinamento da policarburi e che anche per la destinazione stabilita è necessario procedere prima con puntuale bonifica.

* Senatrice


Data articolo:Mon, 23 May 2022 11:02:06 +0000

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