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L’accomodamento ragionevole consiste nell’adozione di misure necessarie per consentire alle persone con disabilità di esercitare pienamente i propri diritti civili e sociali. Tali interventi devono essere attuati dalla pubblica amministrazione, dai concessionari di pubblici servizi e dai soggetti privati, compresi i datori di lavoro, purché non comportino un onere sproporzionato o eccessivo.
La disciplina dell’accomodamento ragionevole è stata introdotta dal D. Lgs 3 maggio 2024, n. 62, nell’ambito della riforma in materia di disabilità . Per i Datori di Lavoro ciò significa dover valutare le richieste presentate dai lavoratori con disabilità e, ove possibile, adottare le misure necessarie a garantire loro la piena partecipazione all’attività lavorativa.
Il D. Lgs 62/2024 costituisce il fulcro della riforma della normativa sulla disabilità .
Il suo obiettivo è introdurre un nuovo modello di tutela, fondato sull’inclusione, sulla personalizzazione degli interventi e sulla piena partecipazione della persona con disabilità alla vita sociale e lavorativa.
Per raggiungere questi obiettivi, il decreto disciplina diversi aspetti della materia, tra cui una nuova definizione della condizione di disabilità , il procedimento di valutazione della stessa, l’accomodamento ragionevole e il progetto di vita individuale, personalizzato e partecipato.
Il provvedimento è suddiviso in quattro capi:
Tra le novità più significative introdotte dal decreto vi è la nuova definizione di persona con disabilità , infatti, con l’arrivo dell’articolo 3 si supera la tradizionale concezione della disabilità come semplice conseguenza di una menomazione fisica o di una condizione sanitaria. La persona con disabilità viene infatti individuata considerando anche l’interazione tra le sue condizioni e le barriere presenti nell’ambiente, che possono limitarne la piena ed effettiva partecipazione alla vita sociale e lavorativa.
Si tratta di un importante cambio di prospettiva: l’attenzione non è più rivolta esclusivamente alle condizioni della persona, ma anche al contesto in cui essa vive e lavora. Di conseguenza, assume un ruolo centrale la rimozione degli ostacoli e l’adozione di misure che favoriscano l’inclusione, tra cui l’accomodamento ragionevole.
L’accomodamento ragionevole consiste nell’adozione di misure e adattamenti che consentano alla persona con disabilità di esercitare i propri diritti e di partecipare pienamente alla vita lavorativa e sociale, permettendo quindi di raggiungere gli stessi risultati dei dipendenti che non presentano disabilità .
Per i Datori di Lavoro significa sostanzialmente valutare se il lavoratore abbia bisogno di particolari adattamenti per svolgere la propria attività in condizioni di pari opportunità rispetto agli altri colleghi.
La normativa non prevede un elenco tassativo di misure da adottare. Ogni situazione deve essere valutata singolarmente, tenendo conto delle esigenze della persona con disabilità , delle caratteristiche dell’attività lavorativa e dell’organizzazione dell’azienda.
Tuttavia si riportano di seguito degli esempi che possono costituire accomodamenti ragionevoli:
È importante precisare che il Datore di Lavoro è tenuto ad adottare l’accomodamento ragionevole solo quando questo non comporti un onere sproporzionato o eccessivo. La valutazione deve quindi trovare un equilibrio tra il diritto della persona con disabilità a partecipare pienamente alla vita lavorativa e la concreta sostenibilità della misura per l’organizzazione.
Il comma 3 dell’art. 5-bis riconosce alla persona con disabilità  la facoltà di presentare istanza scritta al soggetto obbligato (come può essere ad esempio il Datore di Lavoro), potendo formulare una propria proposta di accomodamento.
Il procedimento si sviluppa secondo alcuni passaggi fissi:
L’introduzione dell’accomodamento ragionevole comporta nuovi obblighi per i Datori di Lavoro, chiamati a promuovere un ambiente di lavoro realmente inclusivo.
Non si tratta di un obbligo automatico di accogliere qualsiasi richiesta di adattamento, bensì di valutare attentamente ogni situazione concreta, individuando le soluzioni più idonee a consentire al lavoratore di svolgere la propria attività senza che ciò comporti un onere sproporzionato o eccessivo per l’organizzazione aziendale.
In concreto, il datore di lavoro è tenuto a:
Qualora il Datore di Lavoro rifiuti illegittimamente di adottare un accomodamento ragionevole, il lavoratore può rivolgersi all’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità , agire in giudizio ai sensi della Legge n. 67/2006 per ottenere la cessazione della condotta discriminatoria e richiedere il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali eventualmente subiti.
La giurisprudenza ha inoltre chiarito che, in caso di licenziamento per sopravvenuta inidoneità fisica, il datore di lavoro deve dimostrare non solo l’impossibilità di adibire il lavoratore a mansioni differenti, anche inferiori, compatibili con il suo stato di salute, ma anche l’impossibilità di adottare accomodamenti organizzativi ragionevoli: in mancanza di tale prova, il licenziamento risulta viziato da discriminatorietà .
La decorrenza delle diverse disposizioni del D. Lgs 62/2024 segue un calendario progressivo:
La fase sperimentale è finalizzata a monitorare l’efficacia del nuovo sistema e a individuare eventuali criticità .
Per i Datori di Lavoro, questo significa che l’obbligo di valutare e, ove possibile, adottare accomodamenti ragionevoli in favore dei lavoratori con disabilità è già pienamente operativo e non richiede di attendere il completamento della riforma.
L'articolo L’accomodamento ragionevole: Contesto e normativa di riferimento proviene da Ecloga Italia S.p.A..
Data articolo: Fri, 07 Aug 2026 13:23:38 +0000Il carrello elevatore, comunemente chiamato muletto, è una delle attrezzature più utilizzate per la movimentazione delle merci. La sua diffusione è legata alla capacità di rendere più efficienti le operazioni di carico, scarico e stoccaggio, ma il suo impiego comporta anche rischi significativi per la sicurezza dei lavoratori se non viene gestito correttamente.
Conoscere le diverse tipologie di muletti, le norme che ne regolano l’utilizzo, gli obblighi del datore di lavoro e le corrette procedure di impiego rappresenta un elemento fondamentale per prevenire gli infortuni e garantire ambienti di lavoro più sicuri.
Il carrello elevatore è definito come un veicolo su ruote concepito per trasportare, trainare, spingere, sollevare, impilare o disporre su scaffalature qualsiasi tipo di carico, azionato da un operatore a bordo con sedile.
Esistono numerose tipologie di carrelli elevatori, progettate per rispondere a differenti esigenze operative in funzione dell’ambiente di lavoro, della tipologia di carico e delle attività da svolgere. Dal punto di vista della formazione degli operatori, il riferimento è oggi rappresentato dal nuovo Accordo Stato-Regioni del 17 aprile 2025, che individua le seguenti specifiche categorie di carrelli elevatori:
| Tipologia | Descrizione |
| Carrelli industriali semoventi | Comprendono i tradizionali muletti a forche, elettrici o endotermici, con operatore a bordo, destinati alla movimentazione e allo stoccaggio delle merci. |
| Carrelli a braccio telescopico | Sono mezzi dotati di un braccio estensibile che consente di movimentare carichi a maggiori altezze e distanze rispetto ai carrelli tradizionali. |
| Carrelli sollevatori telescopici rotativi | Sono equipaggiati con torretta rotante che permette di operare fino a 360°, garantendo elevata flessibilità nelle operazioni di sollevamento. |
| Carrelli industriali semoventi, a braccio telescopico e rotativi | Abilitazione unica che comprende tutte le precedenti tipologie di carrelli elevatori. |
| Carrelli semoventi a braccio telescopico e carrelli semoventi telescopici rotativi destinati al sollevamento di carichi sospesi e di persone | Mezzi equipaggiati con accessori specifici e autorizzati per il sollevamento di carichi sospesi o di persone. |
L’uso dei carrelli elevatori in ambito lavorativo è disciplinato da un articolato sistema normativo che coinvolge più livelli: sicurezza del lavoro, costruzione e commercializzazione e formazione degli operatori.
Il principale riferimento normativo per l’utilizzo dei carrelli elevatori è il D. Lgs 81/2008 (Testo Unico sulla Salute e Sicurezza sul Lavoro), che disciplina gli obblighi del datore di lavoro, dei lavoratori e di tutti i soggetti coinvolti nella gestione delle attrezzature di lavoro. Per i carrelli elevatori assumono particolare rilievo le seguenti disposizioni:
La Direttiva Macchine, recepita in Italia con il D. Lgs 17/2010 (2006/42/CE), stabilisce i requisiti essenziali di sicurezza che i costruttori devono rispettare per immettere un carrello elevatore sul mercato. I carrelli prodotti dopo il settembre 1996 devono essere dotati di marcatura CE e del relativo manuale d’uso e manutenzione.
L’Accordo Stato-Regioni del 17 aprile 2025 ha aggiornato la disciplina relativa alla formazione degli operatori addetti all’utilizzo delle attrezzature di lavoro, sostituendo i precedenti accordi del 2011, 2012 e 2016. Per i carrelli elevatori sono state introdotte nuove disposizioni riguardanti il percorso di abilitazione e le modalità di svolgimento della formazione.
Il carrello elevatore è una macchina ad alto potenziale infortunistico. I rischi principali si concentrano su tre scenari ricorrenti, che ritornano sistematicamente nell’analisi degli infortuni:
Oltre ai rischi sopra elencati, l’utilizzo del carrello elevatore espone gli operatori ad altre situazioni potenzialmente pericolose. Tra queste rientrano gli urti contro scaffalature, pareti o altri ostacoli fissi, spesso causati da spazi di manovra ridotti, scarsa visibilità o distrazione durante la guida. A questi si aggiungono i rischi legati al sistema di alimentazione del mezzo: nei carrelli diesel o GPL è necessario prestare particolare attenzione alle emissioni dei gas di scarico negli ambienti chiusi, mentre nei muletti elettrici le operazioni di ricarica delle batterie richiedono specifiche misure di sicurezza per prevenire i rischi di natura elettrica. Non vanno infine sottovalutati i rischi ergonomici, derivanti dall’esposizione alle vibrazioni trasmesse al corpo intero, dalle posture mantenute per lunghi periodi e dai frequenti movimenti di salita e discesa dal mezzo.
Per comprendere quali siano le principali cause di infortunio legate all’utilizzo dei carrelli elevatori è utile fare riferimento al sistema Infor.Mo, il sistema nazionale di sorveglianza degli infortuni mortali e gravi gestito da INAIL. Attraverso l’analisi delle dinamiche infortunistiche, Infor.Mo raccoglie e mette a disposizione informazioni utili per individuare i fattori di rischio più ricorrenti e definire efficaci misure di prevenzione.
Nell’ambito di questo sistema, INAIL ha pubblicato nel 2023 la Scheda n. 21, “Utilizzo dei carrelli elevatori: dinamiche infortunistiche, fattori di rischio e misure preventive”, un approfondimento dedicato esclusivamente agli incidenti che coinvolgono i muletti, basato sui casi registrati nella banca dati Infor.Mo nel periodo compreso tra il 2002 e il 2020.
Dall’analisi emerge che, su circa 5.500 infortuni mortali e gravi esaminati nel periodo di riferimento, 245 hanno visto il coinvolgimento diretto di un carrello elevatore. La dinamica più frequente è rappresentata dall’investimento di un lavoratore a piedi da parte del mezzo, confermando come la compresenza di pedoni e carrelli elevatori negli stessi spazi di lavoro costituisca uno dei principali fattori di rischio. Lo studio evidenzia inoltre che gli incidenti non riguardano esclusivamente operatori inesperti: oltre il 63% degli infortunati aveva infatti un’anzianità lavorativa superiore a tre anni, segno che l’esperienza, se non accompagnata dal costante rispetto delle procedure di sicurezza, può favorire un’eccessiva confidenza con il mezzo.
Lo studio individua inoltre le principali cause alla base degli incidenti, riconducibili soprattutto alla mancata separazione tra percorsi pedonali e vie di transito dei mezzi, all’inosservanza delle procedure aziendali, all’utilizzo di carrelli non adeguatamente mantenuti o privi dei necessari dispositivi di sicurezza, all’impiego improprio del muletto, ad esempio per il sollevamento di persone sulle forche, e a una velocità di marcia non adeguata alle caratteristiche dell’ambiente di lavoro. Un aspetto particolarmente significativo è che il numero degli infortuni tende ad aumentare nei periodi di maggiore intensità operativa, quando la pressione sui tempi di lavoro può indurre a sottovalutare i rischi e ad adottare comportamenti meno prudenti.
L’art. 73, comma 5, del D. Lgs 81/2008 stabilisce che i lavoratori incaricati dell’utilizzo di attrezzature che richiedono conoscenze e responsabilità particolari devono ricevere una formazione e un addestramento adeguati e specifici. Per i carrelli elevatori, tali obblighi sono disciplinati dall’Accordo Stato-Regioni del 17 aprile 2025, entrato in vigore il 24 maggio 2025, che definisce la durata dei corsi, i contenuti minimi, le modalità di svolgimento e i requisiti necessari per il conseguimento dell’abilitazione.
In base all’Accordo, ogni tipologia di carrello elevatore richiede una specifica abilitazione e il percorso formativo è articolato in un modulo teorico e in un modulo pratico, la cui durata varia in funzione della categoria di attrezzatura utilizzata. Una volta conseguita l’abilitazione, il lavoratore è tenuto a effettuare il corso di aggiornamento con cadenza quinquennale, al fine di mantenerne la validità .
| Tipologia di abilitazione | Teoria | Pratica | Totale |
| Carrelli industriali semoventi | 8 ore teoria | 4 ore pratica | 12 ore totali |
| Carrelli a braccio telescopico | 8 ore teoria | 4 ore pratica | 12 ore totali |
| Carrelli sollevatori telescopici rotativi | 8 ore teoria | 4 ore pratica | 12 ore totali |
| Carrelli industriali semoventi, a braccio telescopico e rotativi | 8 ore teoria | 8 ore pratica | 16 ore totali |
| Carrelli semoventi a braccio telescopico e carrelli semoventi telescopici rotativi destinati al sollevamento di carichi sospesi e di persone | 6 ore teoria | 8 ore pratica | 14 ore totali |
| Aggiornamento periodico (ogni 5 anni) | 1 ora teoria | 3 ore pratica | 4 ore totali |
La formazione per gli operatori addetti alla conduzione dei carrelli elevatori deve essere svolta esclusivamente in presenza, in quanto l’Accordo Stato-Regioni del 17 aprile 2025 non consente il ricorso a modalità di erogazione quali e-learning, videoconferenze, seminari o convegni. I corsi devono essere tenuti da docenti in possesso dei requisiti previsti dall’Accordo, che garantiscano un’adeguata esperienza tecnico-pratica nella materia. Al termine del percorso formativo, i partecipanti devono superare una verifica finale, composta da prove teoriche e pratiche, il cui esito positivo consente il rilascio dell’attestato di abilitazione, comunemente noto come “patentino del muletto”, valido su tutto il territorio nazionale.
È importante ricordare che, come specificato dallo stesso Accordo, l’acquisizione dell’abilitazione non esaurisce gli obblighi di formazione, informazione e addestramento previsti dal Titolo III del D. Lgs 81/2008: il lavoratore dovrà quindi essere adeguatamente informato sui rischi presenti nello specifico ambiente di lavoro e addestrato all’utilizzo delle attrezzature effettivamente presenti in azienda.
La sorveglianza sanitaria rappresenta uno degli strumenti di prevenzione previsti dal D. Lgs 81/2008 per tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori. Tuttavia, non è prevista per tutte le mansioni, ma diventa obbligatoria esclusivamente quando dalla valutazione dei rischi emerge un’esposizione a fattori che possono avere effetti sulla salute o quando specifiche disposizioni normative lo richiedono. È il caso, ad esempio, dei seguenti fattori di rischio:
La guida del carrello elevatore è classificata come mansione ad alto rischio per terzi ed è principalmente per questo motivo, ai sensi dell’art. 41 del D. Lgs 81/2008, i carrellisti devono essere sottoposti a sorveglianza sanitaria obbligatoria da parte del Medico Competente nominato dal datore di lavoro.
La sorveglianza sanitaria ha lo scopo di verificare che il lavoratore possieda e mantenga nel tempo i requisiti psicofisici necessari per svolgere la mansione in condizioni di sicurezza, tutelando sia la sua salute sia quella delle persone presenti nell’ambiente di lavoro. Il protocollo sanitario viene definito dal Medico Competente sulla base della valutazione dei rischi aziendale e può variare in funzione delle specifiche condizioni di esposizione.
In genere, la visita medica comprende un’anamnesi lavorativa e una valutazione dello stato di salute generale, con particolare attenzione agli apparati osteoarticolare e neurologico. A questa si affiancano altre verifiche complementari che riguardano la verifica della capacità visiva, oltre che all’esame audiometrico nei casi di esposizione a rumore. Infine, trattandosi di una mansione che comporta rischi per la sicurezza di terzi, possono essere previsti gli accertamenti relativi all’assunzione di alcol e sostanze stupefacenti, secondo quanto stabilito dalla normativa vigente.
L’utilizzo dei carrelli elevatori in azienda non si esaurisce con la formazione degli operatori, ma richiede una corretta gestione dell’attrezzatura e dell’ambiente di lavoro. Il D. Lgs 81/2008 attribuisce infatti al datore di lavoro una serie di obblighi finalizzati a garantire che i mezzi siano sicuri, correttamente mantenuti e utilizzati in contesti organizzati in modo da ridurre il rischio di infortuni. Tra gli aspetti più rilevanti rientrano la conformità delle attrezzature, la manutenzione periodica e la gestione della viabilità aziendale.
Il datore di lavoro deve mettere a disposizione dei lavoratori esclusivamente carrelli elevatori conformi ai requisiti di sicurezza previsti dalla normativa vigente. I mezzi immessi sul mercato dopo l’entrata in vigore della Direttiva Macchine devono essere dotati di marcatura CE, dichiarazione di conformità e manuale d’uso e manutenzione fornito dal costruttore. Per le attrezzature costruite prima dell’obbligo della marcatura CE, è invece necessario verificare la conformità ai requisiti di sicurezza previsti dall’Allegato V del D. Lgs 81/2008.
L’Allegato V stabilisce infatti i requisiti tecnici e le caratteristiche di sicurezza che devono essere garantiti dalle attrezzature prive di marcatura CE. Tra gli aspetti che possono interessare un carrello elevatore rientrano, ad esempio:
La sicurezza del mezzo deve essere garantita anche durante tutto il suo ciclo di vita attraverso un’adeguata manutenzione. L’art. 71 del D. Lgs 81/2008 prevede infatti che le attrezzature siano sottoposte a controlli e interventi periodici secondo le indicazioni del costruttore e in funzione delle condizioni di utilizzo.
Per i carrelli elevatori, quindi, la periodicità dei controlli e della manutenzione ordinaria deve essere innanzitutto quella indicata dal costruttore nel manuale di uso e manutenzione, tenendo conto anche delle effettive condizioni e frequenze di utilizzo del mezzo.
Un’ulteriore periodicità è espressamente prevista dall’art. 71, comma 11, e dall’Allegato VII.
Si tratta di verifiche periodiche che si differenziano dai controlli previsti dal libretto d’uso e manutenzione: mentre questi ultimi sono organizzati dal datore di lavoro e devono essere effettuati da persone competenti per accertare nel tempo il buono stato di conservazione e l’efficienza dell’attrezzatura, le verifiche di cui al comma 11 sono effettuate da soggetti individuati dalla normativa e hanno lo scopo di verificare lo stato di conservazione e di efficienza dell’attrezzatura ai fini della sicurezza.
Per le attrezzature soggette a questo regime, il datore di lavoro deve richiedere la prima verifica periodica all’INAIL; per le verifiche successive, invece, può rivolgersi alla ASL/ARPA competente o a un soggetto pubblico o privato abilitato.
Sono soggetti a questo regime i carrelli semoventi a braccio telescopico, per i quali l’Allegato VII prevede una verifica con periodicità annuale.
Tutte le operazioni di controllo, manutenzione ordinaria e straordinaria devono essere registrate in un apposito registro delle manutenzioni, che costituisce uno strumento fondamentale per dimostrare la corretta gestione dell’attrezzatura in caso di ispezioni da parte degli organi di vigilanza.
Uno dei principali fattori di rischio nell’utilizzo dei carrelli elevatori è rappresentato dalla compresenza di mezzi e pedoni negli stessi ambienti di lavoro. Per questo motivo, il datore di lavoro deve organizzare la viabilità interna in modo da ridurre al minimo le possibilità di interferenza tra i diversi utenti.
Le vie di circolazione devono essere adeguatamente dimensionate, mantenute sgombre da ostacoli e chiaramente individuate mediante segnaletica orizzontale e verticale. Quando possibile, i percorsi destinati ai pedoni devono essere separati da quelli riservati ai carrelli elevatori attraverso barriere, parapetti o altre misure di protezione.
Il mancato rispetto degli obblighi previsti dal D. Lgs 81/2008 può comportare responsabilità sia di natura amministrativa sia penale per il datore di lavoro e gli altri soggetti della sicurezza aziendale.
Tra le violazioni più frequenti rientrano la messa a disposizione di attrezzature non conformi ai requisiti di sicurezza, l’omessa manutenzione dei carrelli elevatori, la mancata formazione e abilitazione degli operatori, l’assenza della sorveglianza sanitaria quando prevista e la mancata adozione di adeguate misure organizzative per garantire la sicurezza della circolazione interna.
Per tali violazioni il Testo Unico prevede, a seconda della gravità dell’inadempimento, sanzioni pecuniarie e, nei casi più gravi, l’arresto del datore di lavoro o del dirigente. Qualora dalle violazioni derivi un infortunio sul lavoro, possono inoltre configurarsi ulteriori responsabilità di natura civile e penale.
Per questo motivo, una corretta gestione dei carrelli elevatori non rappresenta soltanto un obbligo di legge, ma costituisce un investimento nella tutela della salute dei lavoratori.
L'articolo Carrelli Elevatori: Sicurezza, Normativa e Obblighi proviene da Ecloga Italia S.p.A..
Data articolo: Fri, 07 Aug 2026 09:41:04 +0000L’intelligenza artificiale (IA) è entrata nei processi aziendali molto più in fretta di quanto la maggior parte delle organizzazioni sia riuscita a governarla. Oggi si usano assistenti generativi per redigere documenti, algoritmi per filtrare curriculum, chatbot per l’assistenza clienti. Spesso, però, questi strumenti vengono adottati senza una regia e senza che le persone che li utilizzano abbiano ricevuto una formazione adeguata. Il Regolamento (UE) 2024/1689 (AI Act) ha trasformato questa esigenza in un adempimento, attraverso l’obbligo di alfabetizzazione in materia di IA, che impone a chi sviluppa e a chi utilizza sistemi di intelligenza artificiale di garantire che il proprio personale sia sufficientemente formato.
L’articolo 4 dell’AI Act stabilisce che fornitori e utilizzatori professionali di sistemi di IA devono adottare misure per garantire, nella misura del possibile, un livello sufficiente di alfabetizzazione in materia di IA del proprio personale e di chiunque operi con questi sistemi per loro conto. La norma chiede di calibrare tali misure sulle conoscenze tecniche, l’esperienza, l’istruzione e la formazione delle persone coinvolte, oltre che sul contesto in cui i sistemi vengono utilizzati.
La definizione di alfabetizzazione si trova nel Regolamento, e identifica l’insieme di competenze, conoscenze e comprensione che permettono di utilizzare i sistemi di IA in modo informato e consapevole, acquisendo consapevolezza delle opportunità , dei rischi e dei possibili danni che questi sistemi possono causare.
Il punto centrale da comprendere è questo: l’obbligo di formazione è trasversale. Mentre la maggior parte degli adempimenti dell’AI Act si concentra sui sistemi classificati come “ad alto rischio”, l’articolo 4 si applica a tutti i sistemi di IA, indipendentemente dal loro livello di rischio.
Quindi anche un’azienda che si limita a usare uno strumento di IA generativa per redigere testi rientra pienamente nel perimetro della norma e dell’adempimento.
L’obbligo si rivolge a due categorie di soggetti:
Un aspetto spesso trascurato è che l’obbligo non si ferma ai dipendenti. La norma include espressamente “qualsiasi altra persona che si occupa del funzionamento e dell’utilizzo dei sistemi di IA” per conto dell’organizzazione: quindi anche collaboratori esterni, consulenti e personale in somministrazione che operano all’interno dei processi aziendali. Chiunque usi l’IA per svolgere un compito per conto dell’azienda deve possedere competenze proporzionate al ruolo. Va inoltre ricordato che, per i sistemi ad alto rischio, l’articolo 26 rafforza questo principio imponendo ai deployer di garantire che il personale sia formato in modo da assicurare un’effettiva sorveglianza umana. Affidarsi alle sole istruzioni per l’uso non è sufficiente.
Il Regolamento parla di “livello sufficiente” senza fissare un programma standard o un certificato obbligatorio. La scelta è deliberata dalla rapidità con cui la tecnologia evolve, in modo da non imporre corsi rigidi e uniformi, ma di indicare piuttosto una serie di contenuti minimi e un principio guida: la proporzionalità . L’AI Act chiarisce in altre sezioni cosa dovrebbe comprendere un percorso di alfabetizzazione adeguato:
La formazione, quindi, non può essere “unica”. Un responsabile HR che usa l’IA per la selezione del personale ha esigenze formative molto diverse rispetto a chi la utilizza per redigere bozze di testo. La prassi consolidata distingue almeno tre livelli:
Un elemento importante è la frequenza, ovvero la formazione non è un evento una tantum. L’IA evolve rapidamente, e un livello di competenza acquisito oggi tende a considerarsi superato senza aggiornamenti periodici. Prevedere aggiornamenti regolari è parte integrante della conformità .
L’obbligo di formazione diverrà pienamente operativo, comprensivo delle attività di controllo, a partire dal 3 agosto 2026, momento in cui le imprese devono farsi trovare pronte. Entro quella data ogni azienda dovrebbe aver messo a disposizione dei propri dipendenti percorsi di formazione capaci di far comprendere i rischi, le potenzialità e il funzionamento etico degli strumenti di IA, ed essere in grado di dimostrarlo. La vigilanza è affidata all’ACN, con poteri ispettivi e sanzionatori, affiancata dall’AgID.

L’alfabetizzazione richiede un approccio strutturato, ovvero non è sufficiente condividere un video o una guida online. I passaggi concreti comportano:
L’AI Act non prevede una sanzione pecuniaria diretta e specifica per la violazione del solo articolo 4, ma la formazione è un presupposto di fatto per rispettare adempimenti più strutturati. Senza personale competente è difficile garantire la sorveglianza umana, la gestione del rischio o la qualità dei dati, esponendo l’organizzazione a rischi operativi concreti, quali errori decisionali, violazioni di dati personali, danni reputazionali, che prescindono dalla sanzione formale.
Inoltre dal 2 agosto 2026 le autorità nazionali iniziano ad applicare il sistema sanzionatorio del Regolamento. La mancata alfabetizzazione del personale, pur non sanzionata di per sé, viene considerata un elemento aggravante in caso di altre violazioni dell’AI Act o del GDPR. Il quadro sanzionatorio generale del Regolamento è severo: fino a 35 milioni di euro o al 7% del fatturato mondiale annuo per le pratiche vietate, e fino a 15 milioni o al 3% per la violazione di altri obblighi.
L’obbligo di alfabetizzazione in materia di IA segna un cambio di paradigma: usare l’intelligenza artificiale non è più solo una questione di innovazione e produttività , ma anche di conformità normativa. E’ ora indispensabile avviare un percorso formativo strutturato, proporzionato ai ruoli e, soprattutto, documentato. Chi lo fa non solo si mette al riparo da rischi sanzionatori e reputazionali, ma costruisce le competenze per sfruttare davvero le opportunità dell’IA.
Ecloga Italia affianca imprese e professionisti nell’adeguamento all’AI Act e alle normative connesse (GDPR, NIS2, sicurezza sul lavoro), con percorsi di formazione modulari e supporto documentale per dimostrare la conformità . Per una consulenza sulle vostre esigenze contattateci senza impegno.
L'articolo Formazione IA obbligatoria: cosa impone l’AI Act e come adeguarsi proviene da Ecloga Italia S.p.A..
Data articolo: Fri, 10 Jul 2026 09:29:42 +0000I presidi medici di emergenza sono l’insieme dei dispositivi, strumenti e farmaci che devono essere presenti in ogni struttura sanitaria, inclusi gli studi odontoiatrici, per consentire un primo intervento immediato in caso di malore o emergenza clinica, in attesa dell’arrivo dei soccorsi.
Nello studio del dentista, le emergenze mediche sono rare ma non impossibili.
Per questo la legge impone la presenza di specifiche dotazioni di emergenza, che vanno distinte dalla cassetta di pronto soccorso aziendale obbligatoria per tutti i luoghi di lavoro.
Gli obblighi in materia di presidi medici per gli studi odontoiatrici derivano dall’intersezione di due normative distinte, che operano su piani diversi ma complementari:
Il D.P.R. 14 gennaio 1997 è il provvedimento che fissa i requisiti minimi strutturali, tecnologici e organizzativi per l’esercizio delle attività sanitarie da parte di strutture pubbliche e private. Per quanto concerne gli studi odontoiatrici, il DPR impone che ogni locale ambulatoriale disponga di attrezzature e presidi medico-chirurgici adeguati all’attività svolta e, come dotazione minima tecnologica, di un carrello per la gestione dell’emergenza.
Il D.M. 388 del 15 luglio 2003 disciplina il pronto soccorso aziendale in attuazione del D.lgs. 81/2008. Si applica a qualsiasi luogo di lavoro, compreso lo studio odontoiatrico nella sua funzione di Datore di Lavoro nei confronti del personale dipendente. Stabilisce la dotazione minima della cassetta di pronto soccorso, differenziata per numero di lavoratori e classificazione di rischio aziendale.
Bisogna precisare che non esiste ad oggi un elenco ufficiale e vincolante dei farmaci di emergenza che ogni studio odontoiatrico deve obbligatoriamente detenere. La scelta dei farmaci salvavita spetta al professionista sanitario (odontoiatra o Direttore Sanitario, se lo studio è strutturato in forma societaria), sulla base della letteratura scientifica e delle linee guida delle società scientifiche di riferimento.
Indipendentemente dall’attività sanitaria svolta, ogni studio odontoiatrico che abbia almeno un lavoratore dipendente è tenuto a disporre di una cassetta di pronto soccorso ai sensi del D.M. 388/2003. Il contenuto minimo varia in base al numero di lavoratori e alla classificazione di rischio dell’azienda:
| Allegato 1 — ≥ 3 lavoratori (gruppi A e B) | Allegato 2 — < 3 lavoratori (gruppo C) |
| Guanti sterili monouso | Guanti sterili monouso |
| Flacone di iodopovidone al 10% da 1 litro | Flacone di iodopovidone al 10% da 125 ml |
| Flaconi di soluzione fisiologica 0,9% da 500 ml | Flacone di soluzione fisiologica 0,9% da 250 ml |
| Compresse di garza sterile 10×10 in buste singole | Compresse di garza sterile 18×40 in buste singole |
| Compresse di garza sterile 18×40 in buste singole | Compresse di garza sterile 10×10 in buste singole |
| Teli sterili monouso | Pinzette da medicazione sterili monouso |
| Pinzette da medicazione sterili monouso | Confezione di cotone idrofilo |
| Confezione di cotone idrofilo | Confezione di cerotti di varie misure |
| Confezione di cerotti di varie misure | Rotolo di cerotto alto 2,5 cm |
| Rotoli di benda orlata alta 10 cm | Un paio di forbici |
| Rotolo di cerotto alto 2,5 cm | Laccio emostatico |
| Un paio di forbici | Apparecchio per la misurazione della pressione arteriosa |
| Laccio emostatico | Istruzioni sul primo soccorso |
| Ghiaccio pronto uso | |
| Visiera paraschizzi | |
| Apparecchio per la misurazione della pressione arteriosa | |
| Istruzioni sul primo soccorso |
La cassetta deve essere custodita in un luogo facilmente accessibile, segnalata con apposita cartellonistica e tenuta costantemente completa e in stato d’uso corretto.
Oltre alla cassetta di pronto soccorso aziendale, il DPR 14 gennaio 1997 richiede che ogni ambulatorio disponga di un carrello per la gestione delle emergenze cliniche. La Commissione Albo Odontoiatri ha definito un elenco di presidi che tutti gli studi dentistici dovrebbero avere a disposizione:
| Presidio | A cosa serve |
| Pallone Ambu con maschere facciali di varie misure e cannule orofaringee | Ventilazione manuale in caso di arresto respiratorio o perdita di coscienza con apnea |
| Bombola di ossigeno portatile (con regolatore, maschera e raccordi) | Supporto alla ventilazione e trattamento di crisi dispnoiche, anafilassi, arresto cardiaco |
| Misuratore della pressione arteriosa (sfigmomanometro + fonendoscopio) | Monitoraggio dei parametri vitali del paziente durante e dopo la seduta |
| Abbassalingua / tiralingua | Mantenimento della pervietà delle vie aeree in caso di sincope o crisi convulsiva |
| Laccio emostatico | Controllo delle emorragie da puntura accidentale o ferita |
| Defibrillatore automatico esterno (DAE) | Intervento in caso di arresto cardiaco da fibrillazione ventricolare — da valutare in base al contesto dello studio |
La presenza del defibrillatore(DAE) non è prevista come obbligo generalizzato dalla normativa nazionale per tutti gli studi odontoiatrici.
Tuttavia, la sua disponibilità è fortemente raccomandata dalla letteratura scientifica e dalle principali società scientifiche, soprattutto negli studi che assistono pazienti anziani, fragili o affetti da patologie cardiovascolari. Inoltre, alcune Regioni italiane ne prevedono l’obbligo nell’ambito dei requisiti autorizzativi e di accreditamento delle strutture sanitarie.
La presenza del DAE, associata a un’adeguata formazione del personale, rappresenta un importante elemento di sicurezza nella gestione delle emergenze.
Come anticipato nei capitoli precedenti, non esiste al giorno d’oggi, ai sensi della normativa, un elenco obbligatorio di farmaci da dover prevedere negli studi odontoiatrici. La letteratura scientifica e le principali società odontoiatriche indicano che i farmaci da tenere nel carrello delle emergenze dovrebbero essere selezionati in base a quattro criteri:
Poiché la normativa vigente non definisce un elenco obbligatorio dei farmaci di emergenza da detenere negli studi odontoiatrici, le indicazioni riportate di seguito rappresentano un riferimento operativo basato sulla letteratura scientifica, sulle raccomandazioni delle principali società scientifiche e sulle buone pratiche organizzative. In particolare, tutti gli studi odontoiatrici dovrebbero attenersi ai seguenti criteri:
È buona prassi allegare alla lista anche le schede sintetiche di utilizzo dei principali farmaci (indicazioni, dosaggio, via di somministrazione), così che in condizioni di stress ogni operatore possa agire correttamente e rapidamente.
La responsabilità delle dotazioni di emergenza ricade sul titolare dello studio odontoiatrico in quanto Datore di Lavoro e professionista sanitario. Negli studi organizzati in forma societaria con Direttore Sanitario, quest’ultimo ha specifiche responsabilità organizzative sulle dotazioni cliniche.
Per garantire l’efficienza dei presidi di emergenza e la conformità alle buone pratiche organizzative, è opportuno predisporre un programma di verifiche periodiche documentate. In particolare, dovrebbero essere controllati con regolarità i seguenti aspetti:
L’esecuzione e la registrazione periodica di questi controlli consentono di mantenere sempre operative le dotazioni di emergenza, riducendo il rischio di criticità durante un evento acuto e contribuendo a elevare gli standard di sicurezza dello studio odontoiatrico.
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Data articolo: Wed, 08 Jul 2026 13:26:09 +0000Il rischio biologico è un fattore che deriva dall’esposizione ad agenti biologici nei luoghi di lavoro.
Sebbene sia spesso associato a ospedali e laboratori, può essere presente anche in molti altri contesti lavorativi, come aziende agricole, industrie alimentari, imprese di pulizia, impianti di smaltimento rifiuti, uffici e scuole.
In questo articolo viene definito quando il rischio biologico è presente, quali obblighi impone la normativa vigente e quali misure è necessario adottare per gestirlo e ridurre l’esposizione dei lavoratori.
Il rischio biologico è il rischio derivante dall’esposizione ad agenti biologici che, entrando in contatto con l’organismo umano, possono provocare effetti dannosi per la salute.
Per agenti biologici si intendono:
Questi agenti sono naturalmente presenti nell’ambiente e possono trovarsi nell’aria, nell’acqua, nel suolo, negli alimenti, nei rifiuti, sugli animali e persino nell’uomo.
Per questo motivo il rischio biologico non riguarda esclusivamente laboratori di ricerca o strutture sanitarie, ma può interessare un’ampia varietà di attività lavorative.
Un esempio concreto è quello del settore edile. Durante le attività di cantiere un lavoratore può procurarsi una ferita con un chiodo, un tondino o un altro oggetto contaminato dal terreno. In queste situazioni i lavoratori vengono esposti al rischio di esposizione a Clostridium tetani, ovvero il batterio responsabile del tetano.
L’esposizione ad agenti biologici può comportare conseguenze differenti a seconda delle caratteristiche dell’agente coinvolto, della modalità di trasmissione e delle condizioni del lavoratore esposto. Non tutti gli agenti biologici presentano lo stesso livello di pericolosità : alcuni possono determinare effetti lievi e temporanei, mentre altri sono responsabili di patologie gravi o altamente contagiose. Dal punto di vista della salute, i principali effetti associati al rischio biologico comprendono:
La probabilità che questi effetti si manifestino dipende da diversi elementi, tra cui la concentrazione dell’agente biologico, la frequenza e la durata dell’esposizione, la via di ingresso nell’organismo (inalazione, contatto con cute o mucose, ingestione o inoculazione accidentale) e lo stato di salute del lavoratore.
Il rischio biologico presenta anche importanti implicazioni per la sicurezza sul lavoro. La diffusione di agenti patogeni all’interno degli ambienti lavorativi può infatti determinare la contaminazione di attrezzature, superfici, impianti e materiali, aumentando la probabilità di esposizione anche per altri lavoratori.
In Italia la tutela dei lavoratori esposti ad agenti biologici è disciplinata dal D.lgs. 81/2008, che dedica al tema il Titolo X – “Esposizione ad agenti biologiciâ€. La normativa definisce gli obblighi del datore di lavoro, i criteri per la valutazione del rischio, le misure di prevenzione e protezione da adottare e gli adempimenti previsti per le attività che comportano l’esposizione ad agenti biologici.
L’ambito di applicazione è molto ampio e comprende sia le attività in cui gli agenti biologici vengono utilizzati intenzionalmente, sia quelle in cui l’esposizione può verificarsi accidentalmente durante il normale svolgimento del lavoro.
L’Allegato XLIV del D.lgs. 81/2008 riporta un elenco esemplificativo delle principali attività lavorative nelle quali il rischio biologico può essere presente, tra cui:
È importante sottolineare che tale elenco non è esaustivo. Anche ambienti di lavoro apparentemente privi di rischi specifici, come uffici, scuole, alberghi, caserme o mezzi di trasporto, possono essere interessati dalla presenza di agenti biologici, soprattutto in particolari situazioni epidemiologiche.
L’articolo 268 del D.lgs. 81/2008 suddivide gli agenti biologici in quattro gruppi di rischio, classificati in base alla loro capacità di provocare malattie nell’uomo, alla probabilità di diffusione nella comunità e alla disponibilità di efficaci misure preventive o terapeutiche.
Il Titolo X del D.lgs. 81/2008 attribuisce al datore di lavoro una serie di obblighi finalizzati a prevenire o ridurre al minimo il rischio biologico nei luoghi di lavoro. Gli adempimenti devono essere definiti sulla base della valutazione del rischio e adattati alle specifiche caratteristiche dell’attività svolta.
Tra i principali obblighi rientrano:
Per alcune attività , come quelle svolte in strutture sanitarie, laboratori, stabulari e impianti industriali che impiegano agenti biologici, il decreto prevede inoltre specifici obblighi aggiuntivi in relazione alla natura delle lavorazioni e al livello di rischio presente.
La valutazione del rischio biologico è obbligatoria per tutti i datori di lavoro ai sensi dell’art. 271 del D.lgs. 81/2008 e deve essere inclusa nel Documento di Valutazione dei Rischi (DVR). Il processo si articola in questi passaggi fondamentali:
La valutazione del rischio biologico deve essere aggiornata ogni 3 anni, oppure prima della scadenza ogni volta che si verificano cambiamenti significativi nelle lavorazioni che possano alterare il livello di rischio.
Secondo l’art. 272, il datore di lavoro deve adottare un insieme coordinato di misure tecniche, organizzative e procedurali per ridurre al minimo il rischio di esposizione. L’approccio deve seguire una logica di priorità , coerentemente con quanto definito dall’articolo 15 del D.lgs. 81/2008: prima bisogna adottare delle misure di protezione collettive, poi – solo se le prime non bastano – si devono implementare i Dispositivi di Protezione Individuale (DPI).
Le misure di protezione collettiva rappresentano il primo livello di prevenzione e hanno l’obiettivo di ridurre o eliminare il rischio biologico alla fonte, proteggendo contemporaneamente tutti i lavoratori presenti nell’ambiente di lavoro, tra cui:
Il datore di lavoro deve assicurare che i lavoratori dispongano di servizi sanitari adeguati (docce, spogliatoi separati, ecc.) e deve vietare il consumo di cibo, bevande e fumo nelle aree a rischio. Deve inoltre fornire indumenti protettivi specifici per le attività a rischio.
Quando le misure collettive non sono sufficienti a eliminare o ridurre il rischio a livelli accettabili, i lavoratori devono essere dotati di DPI specifici in base alla modalità di contatto con l’agente biologico:
La sorveglianza sanitaria è obbligatoria quando la valutazione del rischio evidenzia un’esposizione ad agenti biologici tale da poter compromettere la salute dei lavoratori. In questi casi il datore di lavoro è tenuto a nominare un Medico Competente e attivare la sorveglianza sanitaria periodica per i lavoratori esposti. La sorveglianza è finalizzata a individuare precocemente eventuali effetti sulla salute e a valutare l’idoneità del lavoratore alla mansione specifica.
Per i lavoratori addetti ad attività che comportano l’uso di agenti del gruppo 3 o 4, il datore di lavoro ha l’obbligo di istituire e aggiornare un apposito registro in cui vengono riportati:
Il registro è tenuto tramite l’RSPP e deve essere accessibile al medico competente e al Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS).
In alcune attività che comportano l’impiego di agenti biologici, la normativa prevede specifici adempimenti nei confronti delle autorità competenti. Gli obblighi variano in funzione del gruppo di appartenenza dell’agente biologico utilizzato:
L’art. 282 del D.lgs. 81/2008 prevede un sistema sanzionatorio severo, non solo a carico del datore di lavoro e dei dirigenti, ma anche di altri soggetti. Le principali violazioni e le relative conseguenze sono:
Attenzione: per chi opera nell’edilizia la decurtazione dei crediti si cumula alle sanzioni penali/amministrative sopra indicate, aggravando ulteriormente le conseguenze dell’inadempienza.
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Data articolo: Wed, 01 Jul 2026 15:14:13 +0000Per contrastare il caldo delle stagioni estive e i conseguenti rischi infortunistici legati alle temperature elevate a cui sono esposti i lavoratori operanti all’aperto o in ambienti non climatizzati, la Regione Lombardia ha emanato l”Ordinanza di Regione Lombardia n. 484 del 9 giugno 2026.
L’Ordinanza n. 484 di Regione Lombardia è un provvedimento contingibile e urgente, adottato per motivi di igiene e sanità pubblica, che introduce restrizioni temporanee legate alle attività che presentano un elevato rischio infortunistico relativo all’esposizione alle temperature elevate ambientali.
L’Ordinanza introduce un divieto di svolgimento dell’attività lavorativa in condizioni di esposizione prolungata al sole tra le ore 12:30 e le ore 16:00, nel periodo compreso tra il 10 giugno e il 23 settembre 2026.
Tale obbligo si applica solamente nei giorni in cui il sistema Worklimate segnala un livello di rischio “ALTO†per i lavoratori esposti al sole con attività fisica intensa, consultabile a questo link.
L’Ordinanza n. 484 di Regione Lombardia del 09/06/2026 sulla limitazione degli orari di lavoro per via del caldo eccessivo si applica ai seguenti settori:
La norma prevede inoltre il rispetto delle Linee di indirizzo per la protezione dei lavoratori dal calore e dalla radiazione solare in tutte le lavorazioni all’aperto e nelle lavorazioni che avvengono in ambienti chiusi non climatizzati, ove le condizioni termiche siano influenzate dalle condizioni meteoclimatiche esterne.
Le limitazioni previste dall’Ordinanza per via delle temperature elevate non si applicano alle seguenti categorie:
L’esenzione può ritenersi valida a condizione che vengano adottate idonee misure organizzative e operative previste dalle Linee guida, e che sia stata effettuata una valutazione del rischio climatico ai sensi del D. Lgs 81/2008.
Tra le novità introdotte dall’Ordinanza n. 484, la Regione Lombardia raccomanda ai Comuni di valutare l’opportunità di derogare, temporaneamente e previa verifica della situazione contingente, ai regolamenti locali in materia di contenimento delle emissioni acustiche. L’obiettivo è consentire lo svolgimento delle attività lavorative nelle fasce orarie più fresche della giornata, riducendo così l’esposizione dei lavoratori al caldo nelle ore centrali.
Si tratta di una misura che mira a coniugare la tutela della salute dei lavoratori dal caldo estivo con la flessibilità organizzativa dei cantieri e delle attività interessate, permettendo l’anticipo o il posticipo delle lavorazioni rumorose oltre i consueti limiti orari previsti dai regolamenti comunali.
Il 3 luglio 2025 l’INPS, con il messaggio n. 2130, ha definito come i datori di lavoro possono richiedere la Cassa Integrazione Guadagni (CIG) qualora il caldo eccessivo dovesse costringere a sospendere o ridurre l’attività lavorativa. Le indicazioni riguardano chi può accedere a:
L’INPS individua quattro situazioni distinte in cui il Datore di Lavoro può fare richiesta per la CIG, le stesse sono riassunte nella tabella seguente:
| Situazione | Causale da indicare | Documentazione | Note importanti | |
| 1 | Sospensione disposta da ordinanza della Pubblica Autorità | Sospensione per ordine di pubblica autorità per cause non imputabili all’impresa o ai lavoratori | Estremi dell’ordinanza nella relazione tecnica (non serve allegare l’ordinanza) | Coperta solo per le fasce orarie indicate nell’ordinanza. Non cumulabile con domanda per evento meteo sugli stessi lavoratori e periodi. |
| 2 | Caldo eccessivo senza ordinanza (temperatura reale > 35°C) | Evento meteo per temperature elevate | Relazione tecnica dettagliata sull’attività sospesa/ridotta | Non allegare bollettini meteo: l’INPS li acquisisce d’ufficio. |
| 3 | Temperatura percepita elevata (tute, macchinari, umidità ) | Evento meteo per temperature elevate | Relazione tecnica + descrizione delle condizioni operative (macchinari, DPI, umidità …) | Vale anche per lavori al chiuso senza ventilazione/raffreddamento adeguato. |
| 4 | Sospensione su indicazione del Responsabile della Sicurezza (RSPP) | Evento meteo per temperature elevate | Relazione tecnica con motivazione e indicazione del RSPP | Novità introdotta dal messaggio n. 2130/2025: l’INPS valuta positivamente la sospensione disposta su indicazione del RSPP. |
Nel caso dell’Ordinanza 484, o per qualsiasi altra Ordinanza emessa dalle Regioni che vieta di lavorare all’aperto nelle ore più calde, la causale da indicare al fine del riconoscimento della CIG è: “sospensione o riduzione dell’attività per ordine di pubblica autorità per cause non imputabili all’impresa o ai lavoratori”.
Si evidenzia che non è possibile presentare due domande separate (una per ordinanza e una per evento meteo) per gli stessi lavoratori e gli stessi periodi.
Anche in assenza di un’ordinanza, se le temperature impediscono di lavorare in sicurezza , si può richiedere la CIG con causale “evento meteo per temperature elevate”.
Per la valutazione della temperatura, INPS utilizza il criterio della “temperatura percepita”, che dipende da: lavorazioni in luoghi non proteggibili dal sole, uso di macchinari o materiali che producono calore aggiuntivo, indumenti di protezione come DPI che trattengono il calore, elevato tasso di umidità , ambienti chiusi senza ventilazione o raffreddamento adeguati.
Secondo l’INPS, la temperatura percepita non può essere superiore ai 35 °C.
L’INPS riconosce, inoltre che la sospensione dell’attività decisa dal datore di lavoro su indicazione del Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione (RSPP) può essere valutata positivamente, anche in assenza di ordinanze.
Questa casistica è valida sia per attività outdoor che per quelle indoor, qualora non fosse non è possibile garantire condizioni di lavoro sicure a causa del caldo.
La relazione tecnica è il documento descrittivo che accompagna la domanda di integrazione salariale e ha la funzione di fornire all’INPS tutti gli elementi necessari per valutare la richiesta.
Deve essere predisposta dal datore di lavoro (direttamente o tramite la collaborazione di un professionista) e deve contenere una serie di informazioni necessari per poter considerare la richiesta esaustiva. La relazione tecnica è inserita direttamente nella domanda telematica di integrazione salariale o allegata alla stessa, che viene trasmessa tramite il portale dell’INPS.
Gli elementi essenziali che devono caratterizzare la relazione tecnica sono i seguenti:
La violazione del divieto previsto dall’Ordinanza 484 di Regione Lombardia è punita ai sensi dell’art. 650 del Codice Penale, relativo all’inosservanza dei provvedimenti delle Autorità Competenti, salvo che il fatto non costituisca reato più grave.
La pena prevista dall’articolo 650 del Codice Penale prevede l’arresto fino a tre mesi o un’ammenda fino a 206€.
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Data articolo: Wed, 17 Jun 2026 09:44:30 +0000Per contrastare il caldo delle stagioni estive e i conseguenti rischi infortunistici legati alle temperature elevate a cui sono esposti i lavoratori operanti all’aperto o in ambienti non climatizzati, la Regione Lombardia ha emanato l”Ordinanza di Regione Lombardia n. 484 del 9 giugno 2026.
L’Ordinanza n. 484 di Regione Lombardia è un provvedimento contingibile e urgente, adottato per motivi di igiene e sanità pubblica, che introduce restrizioni temporanee legate alle attività che presentano un elevato rischio infortunistico relativo all’esposizione alle temperature elevate ambientali.
L’Ordinanza introduce un divieto di svolgimento dell’attività lavorativa in condizioni di esposizione prolungata al sole tra le ore 12:30 e le ore 16:00, nel periodo compreso tra il 10 giugno e il 23 settembre 2026.
Tale obbligo si applica solamente nei giorni in cui il sistema Worklimate segnala un livello di rischio “ALTO†per i lavoratori esposti al sole con attività fisica intensa, consultabile a questo link.
L’Ordinanza n. 484 di Regione Lombardia del 09/06/2026 sulla limitazione degli orari di lavoro per via del caldo eccessivo si applica ai seguenti settori:
La norma prevede inoltre il rispetto delle Linee di indirizzo per la protezione dei lavoratori dal calore e dalla radiazione solare in tutte le lavorazioni all’aperto e nelle lavorazioni che avvengono in ambienti chiusi non climatizzati, ove le condizioni termiche siano influenzate dalle condizioni meteoclimatiche esterne.
Le limitazioni previste dall’Ordinanza per via delle temperature elevate non si applicano alle seguenti categorie:
L’esenzione può ritenersi valida a condizione che vengano adottate idonee misure organizzative e operative previste dalle Linee guida, e che sia stata effettuata una valutazione del rischio climatico ai sensi del D. Lgs 81/2008.
Tra le novità introdotte dall’Ordinanza n. 484, la Regione Lombardia raccomanda ai Comuni di valutare l’opportunità di derogare, temporaneamente e previa verifica della situazione contingente, ai regolamenti locali in materia di contenimento delle emissioni acustiche. L’obiettivo è consentire lo svolgimento delle attività lavorative nelle fasce orarie più fresche della giornata, riducendo così l’esposizione dei lavoratori al caldo nelle ore centrali.
Si tratta di una misura che mira a coniugare la tutela della salute dei lavoratori dal caldo estivo con la flessibilità organizzativa dei cantieri e delle attività interessate, permettendo l’anticipo o il posticipo delle lavorazioni rumorose oltre i consueti limiti orari previsti dai regolamenti comunali.
La violazione del divieto previsto dall’Ordinanza 348 di Regione Lombardia è punita ai sensi dell’art. 650 del Codice Penale, relativo all’inosservanza dei provvedimenti delle Autorità Competenti, salvo che il fatto non costituisca reato più grave.
La pena prevista dall’articolo 650 del Codice Penale prevede l’arresto fino a tre mesi o un’ammenda fino a 206€.
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Data articolo: Wed, 17 Jun 2026 08:00:37 +0000Il MUD 2026 è la dichiarazione annuale con cui imprese ed enti comunicano alla Camera di Commercio i dati relativi ai rifiuti prodotti, raccolti, trasportati e gestiti nel corso del 2025.
La scadenza per la presentazione è fissata al 3 luglio 2026, in seguito alla pubblicazione del DPCM 30 gennaio 2026 nella Gazzetta Ufficiale Serie Generale n. 53 del 5 marzo 2026.
L’obbligo riguarda diverse categorie di soggetti, tra cui produttori iniziali di rifiuti pericolosi, gestori, trasportatori e intermediari, e nel 2026 coesiste con l’operatività del nuovo portale RENTRI.
Il Modello Unico di Dichiarazione ambientale (MUD) è un modello attraverso il quale devono essere denunciati alla Camera di Commercio i rifiuti prodotti dalle attività economiche, quelli raccolti e trasportati e quelli smaltiti e avviati al recupero relativi all’anno precedente la dichiarazione.
Nel MUD i rifiuti vengono raggruppati per tipologia (attraverso i codici EER), per produttore e provenienza.
Il DPCM 30 gennaio 2026 prevede le seguenti tipologie di dichiarazione:
Gli obblighi di presentazione del MUD 2026 trovano il loro fondamento normativo nell’articolo 189, commi 3 e 4, del D. Lgs 152/2006 e nell’articolo 4, comma 8, del D. Lgs 197/2021.
Il MUD 2026, riferito alle attività effettuate nel 2025, deve essere quindi presentato dalle seguenti categorie:
Secondo quanto previsto dal DPCM 30 gennaio 2026, non devono presentare la dichiarazione MUD i soggetti che producono solo ed esclusivamente rifiuti non pericolosi che rientrano nelle seguenti categorie:
Non devono inoltre presentare la Dichiarazione MUD, anche in presenza di rifiuti pericolosi:
Infine, i soggetti che durante l’anno 2025 non hanno prodotto, trasportato, intermediato, recuperato o smaltito rifiuti, non devono presentare la dichiarazione MUD, neanche in bianco.
L’avvio operativo del RENTRI non comporta l’esonero dalla presentazione del MUD: per la dichiarazione 2026, riferita ai dati dell’anno 2025, i due strumenti coesistono e l’iscrizione al portale RENTRI non sostituisce l’obbligo di trasmissione annuale. Allo stato attuale, infatti, non è prevista la possibilità di presentare il MUD 2026 attraverso il portale RENTRI, che resta uno strumento autonomo di tracciabilità dei rifiuti.
Secondo le indicazioni del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, a partire dal MUD 2027 (riferito ai dati del 2026) il portale RENTRI consentirà la precompilazione automatica della dichiarazione sulla base dei dati già registrati nei registri elettronici e nei formulari digitali, riducendo progressivamente la sovrapposizione tra i due sistemi di comunicazione.
Il MUD 2026 va presentato alla Camera di Commercio competente per territorio, ovvero a quella della Provincia in cui ha sede l’unità locale cui si riferisce la dichiarazione: tale adempimento prevede il caricamento del MUD compilato e firmato digitalmente sul portale del sito del MUD Telematico.
Per quanto riguarda le attività di solo trasporto e gli intermediari senza detenzione, il MUD va presentato alla Camera di Commercio della Provincia in cui hanno la sede legale.
La presentazione del MUD telematico prevede il pagamento di 10 € relativi ai diritti di segreteria, che devono essere pagati esclusivamente con carta di credito, PagoPA o con Telemaco InfoCamere.
Gli Enti Locali (Comune, Consorzio di Comuni o Comunità Montana) devono compilare la comunicazione in via telematica, tramite l’apposito sito predisposto da Unioncamere.
La presentazione del MUD 2026, riferito alle attività effettuate nel 2025, deve avvenire entro il 3 luglio 2026.
Il termine ordinario per la presentazione del Modello Unico di Dichiarazione ambientale, previsto dall’articolo 6 della Legge 25 gennaio 1994 n. 70, è il 30 aprile di ogni anno. Quando però il DPCM annuale di approvazione del modello viene pubblicato in Gazzetta Ufficiale successivamente al 1° marzo, il termine slitta automaticamente al centoventesimo giorno successivo alla data di pubblicazione, ai sensi dell’articolo 6, comma 2-bis, della stessa legge.
Considerato che il DPCM 30 gennaio 2026 è stato pubblicato il 5 marzo 2026, la scadenza per la trasmissione del MUD 2026 è pertanto fissata al 3 luglio 2026.
È possibile assolvere agli obblighi di comunicazione tramite la Comunicazione Rifiuti Semplificata (MUD semplificato) nel caso in cui ricorrano contemporaneamente le seguenti condizioni:
La Comunicazione Rifiuti Semplificata va compilata, firmata ed inviata via PEC in formato PDF all’indirizzo unico comunicazioneMUD@pec.it.
Per la presentazione del MUD, mediante l’iter di comunicazione semplificata, Il dichiarante dovrà seguire i passaggi previsti dalle istruzioni fornite dal sito, scaricabili al seguente link.
Alla Comunicazione devono essere allegate la copia della Sezione anagrafica firmata in modo autografo dal dichiarante, la copia dell’attestato di versamento dei diritti di segreteria alla CCIAA competente e la copia del documento di identità del sottoscrittore (non necessaria se il file PDF è firmato digitalmente).
La presentazione del MUD 2026 mediante comunicazione semplificata prevede il pagamento di 15€ di diritti di segreteria, per ogni Unità Locale del dichiarante.
Secondo l’articolo 258, comma 1, del D. Lgs 152/2006, sono previste sanzioni per il ritardo nella presentazione del MUD o per la sua mancata, incompleta o inesatta presentazione:
Ecloga Italia offre supporto alla gestione degli adempimenti connessi al MUD. Contattaci per capire se la tua Azienda è soggetta all’obbligo di presentazione del MUD 2026.
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Data articolo: Wed, 13 May 2026 07:00:35 +0000