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News contratti e accordi da collettiva.it (CGIL)

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News n. 1
Franco Grillini: «Non c'è destra che tenga, la battaglia dei diritti la stiamo vincendo noi»

Se oggi i ragazzi e ragazze gay possono girare mano nella mano e nel dibattito pubblico i giovani eterosessuali invitano la politica a fare leggi a favore delle comunità lgbti non è un caso e tutto viene da lontano. Ci sono persone che per il proprio impegno civico diventano icone ancora in vita, Franco Grillini è sicuramente una tra queste e a lui tutti, gay o meno, dobbiamo molto. Nell'anno 1985, insieme ad altri compagni, fonda l'Associazione Lgbti italiana chiamata Arci Gay, di cui dal 1987 al 1998 è stato presidente nazionale e ora è presidente onorario. “Let's Kiss - Franco Grillini. Storia di una rivoluzione gentile” è il documentario incentrato sulla sua vita, diretto da Filippo Vendemmiati, sceneggiato da Donata Zanotti con le musiche di Paolo Fresu. Raccontando la vita di Grillini inevitabilmente si racconta anche la storia politica italiana e delle lotte, ancora attuali, da parte della comunità Lgbti per ottenere l'uguaglianza senza essere ignorati.

Come sta andando il film? Sei contento di aver vinto il nastro d'argento?
Io e il regista Filippo Vendemmiati siamo molto contenti: il Nastro d'Argento è un grandissimo riconoscimento. Sono seguiti altri premi come quello di Berlino all'Italian film festival e che il film girasse anche all'estero era un'ipotesi tutta da verificare. Dopo Berlino, siamo stati a Toronto e a San Francisco. Abbiamo superato le cento presentazioni e l'accoglienza è stata dappertutto molto buona, al limite del commovente. Pensa che il dibattito alle volte era più lungo del film che dura comunque 85 minuti.

E tu come stai Franco?
Decisamente meglio rispetto a quando il film è stato girato, venivo dal trapianto di cellule staminali per il mieloma multiplo che tenevo sotto controllo da medicinali con effetti collaterali pesanti. Con gli ausili ortopedici e l'aiuto di molti amici devo dire che ho una vita quasi normale. Ho fatto anche un secondo coming out, quello da malato, usando il film. L'ho fatto per mandare un messaggio alle persone con handicap e dire loro che non si devono chiudere in casa, devono uscire e provare a fare una vita più simile a quella esistente prima. Si può diventare handicappati in qualsiasi momento; in Italia ci sono cinque milioni di persone con handicap di vario tipo, è un dovere di tutti essere consapevoli che ci vuole un investimento culturale anche contro i pregiudizi verso queste le persone. Perché le barriere architettoniche e culturali da abbattere sono tante. Attraverso questo film abbiamo dato un messaggio in questa direzione che è stato ben recepito.

Il titolo del film deriva da un libro scritto da te insieme a Laura Maragnani che si chiama "Ecce omo: 25 anni di rivoluzione gentile". È stato pubblicato nel 2008. Sono passati quasi 15 anni tra il libro e il film, come è cambiata l'Italia nel frattempo per le persone gay?
Nel film racconto i quarant'anni, o meglio i miei quarant'anni di attivismo per i diritti civili. La data spartiacque è quella del 28 giugno 1982 quando a  Bologna inaugurammo la prima sede pubblica affidata a un movimento gay. Il cambiamento del passato rispetto all'oggi è addirittura misurabile.  Pensa che negli anni '90 si facevano le inchieste sulle persone omosessuali e i risultati erano estremamente negativi. Mettevano a sondaggio "zingari", immigrati, tossici. Eravamo al primo posto, il pregiudizio sui gay batteva pure quello sui rom. Il 60% della popolazione oggi invece accetta gli omosessuali. Il cambiamento ovviamente c'è stato su impulso dell'ArciGay e delle organizzazioni Lgbti ma c'è stato anche per l'influenza internazionale e per il cambio generazionale. Il cambiamento per i diritti civili Ã¨ irreversibile, qualsiasi sia il governo che avremo. Questa è un'opinione personale ma è suffragata da un'analisi delle persone omosessuali in Europa, perfino in Ungheria, dove Orban aveva fatto sequestrare i libri lgbti, il referendum contro i gay è stato bocciato dal popolo ungherese. Questo dimostra che anche nei Paesi nell'est, che hanno un retaggio culturalmente maschilista e omofobo, la maggioranza della popolazione ha accettato le persone lgbti. In Europa non si può più tornare indietro, in Russia è diverso ma lì c'è la dittatura di Putin dove due dei pilastri sono il tradizionalismo familista e la persecuzione delle minoranze.

Fuori dai denti: qual è secondo te il rapporto tra politica e diritti civili? Una parte a destra li nega, una parte a sinistra li vuole ma è minoritaria, nel mezzo si ha l'idea che spesso siano usati come operazione pop per prendere voti ma ci si ferma a un passo dalla meta tra franchi tiratori e tentennamenti. Pensiamo, ad esempio, al recente ddl Zan ovvero la legge contro l'omofobia.
In Italia esiste un drammatico problema di cultura politica, esiste in generale sia chiaro. Per la destra è palpabile: ha una cultura tradizionalista, maschilista, omofoba, xenofoba e, peggio, razzista. Io ho definito quella italiana la destra peggiore d'Europa. Anche il centro-sinistra e il mondo progressista hanno un problema di limite di cultura politica, emerge carsicamente una polemica totalmente destituita di fondamento tra una contrapposizione che non esiste tra diritti civili e diritti sociali. Che se ti occupi di una cosa non fai l'altra mentre invece sono complementari. Dobbiamo essere chiari perché questa contrapposizione non c'è: sono la stessa cosa. Non c'è giustizia sociale senza libertà individuale, non c'è libertà individuale senza la garanzia dei diritti dei lavoratori. Prendiamo ad esempio il diritto al lavoro delle persone transessuali, diventa chiaro che diritti civili e diritti sociali sono la stessa cosa. Noi ci aspettiamo dai partiti che si definiscono progressisti e delle organizzazioni intermedie, come i sindacati, che ci sia una decisa svolta. Che si chiuda una zona d'ombra che ha portato diversi senatori del centrosinistra a votare contro la legge contro l'omofobia, per esempio.

Dici che i democristiani hanno le loro responsabilità?
Guarda la Democrazia Cristiana era un partito ipocrita, aveva il maggior numero di omosessualità al vertice ed era quello più di altri che negava i diritti degli omosessuali. Oggi la Dc non esiste più ma alcuni partiti si sono democristianizzati, quando è morto, lo scudo crociato è entrato in un frullatore e si è sparso in tutto il sedime politico. Quando i democristiani erano tutti insieme riuscivamo a far passare le leggi, divorzio e aborto sono passati quando la Dc era al potere, ora il quadro è più complicato.

D'altro canto, però, Papa Francesco e il Cardinale Zuppi hanno fatto aperture inimmaginabili in pochissimo tempo.
Sì, possono dire alcune cose con chiarezza ma non hanno cambiato neanche una virgola della dottrina. Liturgia, tradizione e dottrina su questo si basa la religione cattolica, e oggi al massimo sono cambiati i toni. Non è un cambiamento disprezzabile sia chiaro. Molti dei giovani lgbti che si toglievano la vita erano credenti e molti di questi fatti di cronaca erano dovuti a un atteggiamento omofobo e aggressivo del Vaticano e dei prelati a tutti i livelli. Mentre prima l'omofobia del linguaggio politico dei vescovi era coperta dai papi, oggi in gran parte non lo è più. Ci vorrebbe una svolta nel Vaticano che cambi la dottrina perché nei documenti si parla ancora di omosessualità come devianza. Basta leggere il “Sulla cura delle persone omosessuali" dell'ex papa Ratzinger del 1986 che non è mai stato ritirato. La verità va detta, bisogna depurare questi testi. È inutile dire che non sei omofobo e poi tutti i testi su cui si regge la pratica quotidiana della Chiesa cattolica sono intrisi di discriminazione verso le persone gay.

Non ti sembra che il movimento lgbti si sia più istituzionalizzato. A vedere Let's Kiss voi facevate manifestazioni anche in dieci rischiando di prendere sputi, calci e legnate. Si è perso il clima da strada?
Sono tempi differenti che richiedono una strategia molto differente. Quando iniziammo avevamo a che fare con l'Aids e per cinque anni ci siamo occupati totalmente di lotta alla pandemia e siamo stati un sostituto delle Stato. Poi è uscita la tri-terapia e abbiamo potuto iniziare a occuparci della legislazione su omofobia e coppie civili, a partire dagli anni '90 partendo dal basso nei comuni per le delibere delle unioni civili. Periodo difficile quello dell'inizio dell'Arcigay, mi chiedo: come abbiamo fatto a resistere? Perché le persone morivano davvero come mosche. Non so darmi una risposta, c'era in me e negli altri, una specie di sacro furore ideale. Eravamo davvero convinti di stare dalla parte giusta della storia. Senza questo pensiero non saremmo riusciti a farcela, eravamo senza soldi, senza sedi e senza mezzi. Per cinque anni il mio stipendio da dipendente pubblico, circa 250mila lire al mese, andava interamente per le spese della militanza. Pensa che pagavo io le bollette della sede di Arcigay nazionale.

Cosa deve fare la Cgil per la causa lgbti?
Sono appena tornato dalla Sardegna dove con un amico ho rievocato il congresso della Cgil a Roma nel maggio '86, per la prima volta c'era la delegazione ufficiale dell'Arcigay. La cosa fu salutata in apertura da un applauso della platea e nel documento finale si citavano i diritti delle persone omosessuali, ripeto erano gli anni '80. La Cgil è sempre stata un buon interlocutore e deve continuare così, ha ad esempio l'ufficio Nuovi diritti. Il rapporto con il sindacato è decisivo perché deve entrare nelle contrattazioni collettive, nei luoghi di lavoro dove si combattono le discriminazioni, questo migliora la produzione e i rapporti tra i colleghi. Quando uno si deve nascondere, ha paura, tutti la vivono male e anche l'azienda lavora peggio.

Data articolo: Sat, 24 Sep 2022 09:39:44 GMT
News n. 2
Dal 1961 in cammino per la pace

Il 24 settembre del 1961, su iniziativa di Aldo Capitini, si svolgeva tra Perugia ed Assisi la prima Marcia per la pace. Sfileranno quel giorno circa 20.000 persone tra le quali Norberto Bobbio, Renato Guttuso, Italo Calvino. Con loro l'ideatore della marcia, Aldo Capitini.

“A una marcia della pace - scriverà tempo dopo - pensavo da anni e una volta ne detti anche l'annuncio, d'accordo con Emma Thomas, tanto che l'Essor ginevrino pubblicò la notizia. Ma l'idea non si concretò per varie difficoltà. Quando, nella primavera del ‘60, feci a Perugia insieme con amici un bilancio delle iniziative prese e di quelle possibili, vidi che l'idea della marcia, soprattutto popolare e regionale, piacque. Ma solo nell'estate essa prese un corpo preciso in riunioni apposite, che portarono alla fondazione di un comitato d'iniziativa. Ebbi pronte adesioni come quella del maestro Gianandrea Gavazzeni; passarono mesi di spedizione di circolari e di lettere personali; dall'on. Pietro Nenni[1] ebbi nel novembre 1960 una lettera molto favorevole. Ma debbo dire che oltre quel primo carattere, di iniziativa non dei partiti, che avrebbe dovuto assicurarmi una più facile adesione da tutte le persone e associazioni operanti in Italia per la pace, io tenevo sommamente a un secondo carattere, che anzi era stato il movente originario del progetto: la marcia doveva essere popolare e, in prevalenza, regionale”.

In cammino, scrive Gianni Rodari, “C'è gente d'ogni condizione sociale; il deputato cammina fianco a fianco al mezzadro, lo scrittore famoso accanto al professionista, al contadino umbro, allo studente romano. Delegazioni sono giunte da Cosenza, da Messina, da Palermo, da Trento, da Pescara, da Torino, da Genova, da Milano, da Taranto. Professori universitari, artisti, dirigenti sindacali si mescolano alle famiglie venute al completo, con la borsa per la merenda, alle ragazze in costume, agli sportivi. Vedremo apparire un grande ritratto di Lumumba, l'eroe dell'indipendenza congolese, tra quello di Dag Hammarskjold e quello di Gandhi, l'apostolo della nonviolenza. Dietro gli stessi cartelli, con lo stesso passo sostenuto e pieno d'ottimismo, camminano i rappresentanti di un gruppo teosofico e quelli degli esperantisti, gli obiettori di coscienza e gli invalidi di guerra, operai di fabbrica e mutilati”.

 Quel giorno “(…) Il cielo umbro risponde con un azzurro sorriso. Due giovani e già famosi scrittori, Italo Calvino e Giovanni Arpino, aprono il corteo reggendo lo striscione che reca la scritta: Marcia della Pace e della Fratellanza. Il corteo si snoda di colle in colle come un discorso nel quale confluiscano argomenti diversi (…) Così sarà, del resto, se vorremo la pace: essa potrà essere soltanto la somma e la moltiplicazione di volontà diverse, e non già il frutto uniforme dell'imposizione di una sola volontà sulle altre”.

“Questa marcia - diceva lo stesso Capitini a commento dell'iniziativa - era necessaria ed altre marce saranno necessarie nel nostro e negli altri paesi, per porre fine ai pericoli della guerra, per liberare i popoli dai mali dell'imperialismo, del colonialismo, del razzismo, dello sfruttamento economico”.

 Il Movimento nonviolento fondato all'indomani della prima Marcia (una mozione conclusiva riassume così i suoi obiettivi: cessazione degli esperimenti nucleari di ogni genere, disarmo universale, aiuto reciproco tra i popoli, alleanza di tutti gli uomini che vogliono la pace) rifiuterà di rendere annuale la sua periodicità per evitare - si disse - di trasformarla in uno stanco rituale.

 La seconda Marcia (1978, Mille idee contro la guerra) sarà organizzata in occasione del decimo anniversario della morte di Capitini, mentre la terza (1981, Contro la guerra: a ognuno di fare qualcosa) avverrà per commemorare il ventesimo anniversario della prima. â€œHo partecipato anch'io a marce per la pace negli anni della guerra fredda - ricordava un ormai anziano Norberto Bobbio - Se le gambe mi reggessero lo farei ancora. Lo farei ancora perché? Ma perché so che se tutti i cittadini del mondo partecipassero ad una marcia per la pace, la guerra sarebbe destinata a scomparire dalla faccia della terra”.

 Le bandiere hanno il colore dell'arcobaleno, ma il richiamo alla natura ha un suo significato speciale: l'arcobaleno, questa volta, lo vogliamo prima della tempesta, non dopo. La pace deve precedere, impedire la guerra, per non essere soltanto un doloroso bilancio di rovine.


[1] “È morto il prof. Aldo Capitini -  scriveva qualche giorno dopo la sua morte Pietro Nenni sul suo diario personale - Era una eccezionale figura di studioso. Fautore della nonviolenza, era disponibile per ogni causa di libertà e di giustizia. (...) Mi dice Pietro Longo che a Perugia era isolato e considerato stravagante. C'è sempre una punta di stravaganza ad andare contro corrente, e Aldo Capitini era andato contro corrente all'epoca del fascismo e nuovamente nell'epoca post-fascista. Forse troppo per una sola vita umana, ma bello”.

Data articolo: Sat, 24 Sep 2022 04:31:00 GMT
News n. 3
Come è difficile essere italiani

Cinque titoli italiani vinti nel lancio del peso, dai 7 anni in Italia e una perfetta padronanza della lingua, con – persino – un qualche accento locale, nel suo caso pavese: eppure Danielle Frédérique Madam ha dovuto attendere il 2 giugno del 2021 per avere la cittadinanza del nostro paese. Lo aveva denunciato pubblicamente, Danielle, aveva manifestato sui social la propria rabbia proprio nei giorni del caso Suarez, giocatore che si pretendeva far diventare italiano senza alcuna ragione, ed erano seguiti gli insulti di un avventore nel bar in cui lavorava per mantenersi che le disse: “Tu non sarai mai italiana”. E invece, seppur con intollerabile ritardo, quella cittadinanza è arrivata. Ma a caro prezzo: “La mia carriera sportiva è stata molto danneggiata da questo ritardo – racconta a Collettiva –. Ho perso tante volte la possibilità di rappresentare l'Italia quando ne avevo l'opportunità e per una giovane come me è stato un sogno infranto”. 

Insomma, vincevi e in nazionale andavano le atlete che battevi…
Proprio così. È un po' come frequentare l'università, dare tutti gli esami e poi sentirsi dire: mi dispiace ma non puoi laurearti. Quando sei giovane, una cosa così ti spezza le ali e infatti ha limitato gravemente il mio percorso sportivo. 

La mancanza della cittadinanza ti ha anche impedito di entrare nei Carabinieri, il cui gruppo sportivo ti avrebbe garantito la possibilità di allenarti senza troppe preoccupazioni…
Esatto. Per mantenermi ho dovuto fare diversi lavori, anzi tanti lavori spezzettati nel corso della giornata per potermi ritagliare del tempo per allenarmi. Ma un corpo che ha lavorato tutto il giorno, non è come un corpo che si è allenato e basta, ne risente. 

Ora che sei italiana potresti però riprovare…
Sì, ma i concorsi devono essere indetti, non dipende solo da me. 

In questi due anni è cambiato qualcosa rispetto alla questione cittadinanza?
Cambierà qualcosa quando si metterà mano alla legge sulla cittadinanza, che risale al ‘92,  e che assolutamente non rappresenta più le generazioni attuali. 

C'è però una proposta che riguarda lo ius scholae, vale a dire la possibilità del riconoscimento della cittadinanza italiana per i giovani con background migratorio nati in Italia o arrivati prima del compimento dei 12 anni che risiedano legalmente e che abbiano frequentato regolarmente almeno 5 anni di studio nel nostro Paese, in uno o più cicli scolastici. Cosa ne pensi?
Non mi occupo direttamente di politica, sono una cittadina come tante e però come tale giudico i risultati che si riflettono sulla mia vita e su quella di tante altre persone. Da questo punto di vista penso che lo ius scholae sarebbe un passo in avanti rispetto alla legge 91 del 92. Per le nuove generazioni rappresenterebbe già un cambiamento: poco o tanto, è bene che si cominci a fare qualcosa, visto che negli ultimi anni ci sono state solo tante chiacchiere, ma niente è stato messo in atto. 

Dal 2016 esiste lo ius soli sportivo che prevede la possibilità che giovani stranieri partecipino a competizioni per squadre italiane ma non permette loro di ottenere la cittadinanza escludendoli perciò dalle selezioni nazionali. Cosa ne pensi? È giusto o rappresenta una forma di discriminazione verso tutti gli altri e le altre?
Penso semplicemente che il mondo dello sport è più avanti della società, ma che per quanti sforzi faccia ovviamente non può “dare” la cittadinanza.

Come è stato in questi anni il tuo rapporto con la comunità di Pavia? Ti sei sentita inclusa o discriminata?
Pavia è sempre stata la mia comfort zone: sono cresciuta qui e qui ho cominciato a fare atletica. Non ho mai avuto alcuna difficoltà, anzi sono tante le persone che mi hanno supportato nei momenti più difficili, non avendo i genitori: dalla casa famiglia (dove Madam ha vissuto dall'età di 11 anni, in seguito alla morte dello zio, ndr) fino a tutti gli allenatori che ho avuto. 

Tuttavia sei nata a Douala, in Camerun. Ti  senti anche africana?
Certamente. Sono molto fiera delle mie origini e molto contenta di un percorso che mi ha portato a  riacquisire, seppur da adulta, le mie radici e la mia cultura natale. Tutto ciò mi rende più ricca: sono italiana e anche camerunense. Pienamente soddisfatta di una dualità che mi rende più forte in tanti momenti della mia vita.

Quindi torni in Camerum…
Sì, cerco di farlo spesso. Lì vivono mia mamma e mio fratello gemello. 

Anche lui un atleta?
No, aveva iniziato quando eravamo piccoli, ma poi l'ho battuto in una gara e non ha più voluto continuare!

E ora? Cosa stai facendo?
Mi sto allenando: a settembre ci saranno i campionati italiani di società. Ho lavorato duramente tutta l'estate: puntiamo allo scudetto. Tra poco avrò l'ultimo esame e poi mi laureerò in Comunicazione, innovazione e multimedialità.

Data articolo: Tue, 06 Sep 2022 11:01:00 GMT
News n. 4
Diritti civili, il silenzio della destra

L'Italia è tra i paesi dell'Europa occidentale che meno tutela e riconosce i diritti delle persone e famiglie lgbtqi. Se prendiamo a riferimento la nostra legge sulle unioni civili siamo al pari della Danimarca del 1989 e siamo tra i pochi paesi in Europa a non avere una legge contro l'omobitransfobia. Le elezioni del 25 Settembre possono essere l'occasione per colmare questo gap a favore di milioni di persone in tutta Italia?

Analizzando i programmi dei principali partiti però non troviamo tantissimo sui diritti civili e sulla comunità lgbtqi. Abbiamo fatto un'analisi puntuale leggendo i programmi e leggendo le dichiarazioni da quando è iniziata la campagna elettorale. Abbiamo preso come punti fermi i seguenti temi: 1. matrimonio egualitario; 2. famiglie omogenitoriali; 3. legge contro l'omotransfobia; 4. educazione sessuale e affettiva nelle scuole; 5. identità di genere e carriere alias (uno strumento per le persone transgender che consente di vivere la vita scolastica o universitaria con il nome di elezione); 6. divieto alle teorie riparative (pratiche pseudoscientifica che mirano a cambiare l'orientamento sessuale di una persona omosessuale); 7. tutela dei diritti delle persone intersessuali.

 

Centrosinistra
Troviamo parecchie differenze tra le proposte delle quattro liste che compongono la coalizione del centrosinistra. Più Europa e l'Alleanza Verdi–Sinistra Italiana toccano nei loro programmi tutti e sette i punti, mentre il Pd si esprime chiaramente solo sulla legge contro l'omotransfobia e il matrimonio egualitario.Nessuna traccia di questi temi invece da parte di Impegno Civico di Di Maio e Tabacci. 

Centrodestra
Non solo non troviamo traccia di impegni sul riconoscimento di nuovi diritti o di tutela delle discriminazioni, ma basta scavare pochissimo tra i social o leggere le dichiarazioni dei leader e candidati per accorgersi di una certa ostilità nei confronti dei temi cari alla comunità lgbtqi. Se Il programma della coalizione dei patrioti a guida di Fratelli d'Italia è prudentissimo su questi capitoli, la Lega è più diretta. Nelle oltre 200 pagine di programma si leggono frasi come “la famiglia è quella composta da una mamma e un papà e non da un genitore 1 e 2” o “uno Stato che non lascia spazio a imposizioni ideologiche come l'indottrinamento gender sui minori e il cambiamento di sesso” e, infine, “condannare pratiche come la maternità surrogata rendendola reato internazionale” 

Movimento 5 Stelle
Il Movimento 5 stelle di Giuseppe Conte ha le idee chiare su tre punti: matrimonio egualitario, legge contro l'omotransfobia e per l'educazione sessuale nelle scuole. Forte la frase “Se i diritti non sono accessibili a tutti ed esercitabili da tutti allora sono dei privilegi”. Se nel programma troviamo il giusto, leggendo le dichiarazioni di Conte e i comunicati stampa ufficiali da agosto in avanti troviamo invece l'impegno anche su più punti.

Terzo Polo
Anche se la legge sulle unioni civili è diventata realtà in Italia durante il governo Renzi, Italia Viva e Azione sono chiare solo un punto: la legge contro l'omotransfobia: “È necessario approvare quanto prima una legge contro l'omotransfobia, istituire l'Autorità nazionale indipendente per la tutela dei diritti umani, rafforzando contestualmente le politiche attive contro le discriminazioni in capo alla Presidenza del consiglio, e adottare iniziative di prevenzione e contrasto di ogni linguaggio d'odio”

Unione Popolare
La coalizione a guida di Luigi De Magistris parla apertamente di matrimonio e famiglie, mentre per quanto riguarda la legge sull'omotransfobia prevede l'apertura “di case rifugio pubbliche per persone vittime di violenza per la comunità Lgbt+”. Inoltre indica la necessità di una “nuova legge trans, che non patologizzi e assuma l'identità di genere come autodeterminazione”.

Data articolo: Sun, 04 Sep 2022 07:25:42 GMT
News n. 5
Flc Cgil: da Meloni dichiarazioni prive di senso che insultano la scuola italiana

Durante un comizio elettorale a Catania nella giornata del 29 agosto, l'onorevole Giorgia Meloni (FdI) ha dichiarato: "Sogno una nazione nella quale tu, per essere un buon docente, non devi per forza avere la tessera dalla Cgil”. La federazione dei lavoratori della conoscenza della Cgil risponde: insultati in un colpo solo gli iscritti alla Cgil e tutta la scuola italiana.

"Ricordiamo, incidentalmente, all'onorevole Meloni, - scrive in una nota la Flc - che libertà d'insegnamento e libertà d'iscrizione a qualunque sindacato sono principi fondamentali della Costituzione italiana non a caso nata dalla lotta contro il fascismo che quelle libertà, insieme a tante altre, aveva cancellato. Ma siamo certi che di questo sia perfettamente al corrente. Piuttosto che fare accuse evidentemente false, che offendono chiunque conosca anche solo vagamente la scuola italiana, l'onorevole Meloni ci spieghi meglio qual è la sua idea di scuola, cosa intende fare per il nostro sistema d'istruzione e come intende affrontarne le tante emergenze a partire dai bassi salari, gli organici insufficienti, il precariato e il tempo scuola".

 

Data articolo: Tue, 30 Aug 2022 10:32:00 GMT
News n. 6
Flai Cgil: lottiamo ancora contro il razzismo anche in nome di Jerry Masslo

In occasione dell'anniversario dell'omicidio di Jerry Essan Masslo, il giovane sudafricano che era venuto a lavorare in Italia, nella zona del casertano e che morì nelle campagne di Villa Literno la notte tra il 24 e il 25 agosto 1989, la Flai Cgil ricorda quelle giornate di lutto e di impegno.


"Dopo una giornata di lavoro nei campi, - si legge sulla pagina facebook della federazione che rappresenta i lavoratori dell'agro-industria - Jerry e altri lavoratori stranieri stavano dormendo nel capannone di Via Gallinelle, quando furono aggrediti da un gruppo di delinquenti che voleva derubarli. Tre colpi di pistola colpirono Jerry, per il quale non ci fu nulla da fare. La Cgil chiese i funerali di Stato, che si svolsero il 28 agosto. Dopo i funerali, che videro una straordinaria partecipazione e grande attenzione anche da parte dei media, si svolse il 7 ottobre a Roma una prima grande manifestazione contro il razzismo. Ieri come oggi, in nome e nel ricordo di Jerry Masslo, la Flai Cgil lotta contro ogni forma di sfruttamento, di caporalato e di razzismo, per un lavoro dignitoso e per una vera accoglienza nel segno dell'inclusione e del rispetto".

Data articolo: Wed, 24 Aug 2022 09:00:00 GMT
News n. 7
Sartoria Kore, cucire legami per lasciarsi indietro violenze e sfruttamento

La sartoria sociale transculturale Kore è un progetto di formazione e inserimento lavorativo di Intersos 24, il centro di cure primarie e accoglienza per i minori stranieri non accompagnati e i cittadini romani. La sartoria forma principalmente donne vittime di violenza, sfruttamento sessuale e lavorativo. 

Tra i prodotti realizzati, una linea bimbi completa, una linea casa, piccoli capi d'abbigliamento, borse e shopper. Un progetto ambizioso che punta all'inserimento lavorativo delle donne come molla per uscire da una fase di emergenza, per rientrare in società con nuovi punti fermi. Luoghi come questo permettono di dare nuova dignità e nuove prospettive a persone che hanno subìto o superato vissuti particolari. Una formazione tecnica e professionale ma con grande attenzione alla conciliazione dei loro tempi. Di storie se ne raccolgono tante: cucire è un lavoro lento e inevitabilmente si parla molto. Si raccontano storie quotidiane, cosa succede ai figli o in famiglia. Un vero e proprio cucire legami.

"La Filctem – spiega Silvia Asoli, responsabile delle politiche di genere della federazione della Cgil – ha scelto di regalare durante il suo prossimo congresso le borse prodotte dalle donne di Kore. Un'espressione di multiculturalità, di esperienze, di percorsi che si incrociano. Di persone che si incontrano e proseguono insieme, arricchendo anche la nostra categoria".

Data articolo: Mon, 22 Aug 2022 04:30:00 GMT
News n. 8
Precari della scuola, bonus di 200 euro per i supplenti dell'organico covid

Il ministero dell'Istruzione ha comunicato in una apposita nota che il personale scolastico a tempo determinato destinatario di incarichi sul cosiddetto “organico covid”, il cui contratto sia scaduto entro il mese di giugno 2022, può accedere all'indennità una tantum di 200 euro prevista dal DL 50/2022 mediante un'apposita domanda da presentare all'Inps entro il termine del 31 ottobre 2022 secondo le modalità contenute nella circolare Inps n. 73 del 24 giugno 2022. Ne dà notizia la Flc Cgil sul suo sito web. Tutte le persone interessate possono rivolgersi alle sedi territoriali dell'Inca Cgil per ricevere maggiori informazioni e l'assistenza per la presentazione della domanda.

Data articolo: Mon, 08 Aug 2022 15:37:00 GMT
News n. 9
Il covid è «malattia» anche senza sintomi, no al taglio degli stipendi

"La malattia Covid è malattia anche se non si hanno sintomi. Non è così per l'Inps che - a quanto apprendiamo da alcune segnalazioni pervenute da lavoratrici e lavoratori affetti da Covid-19 - non riconosce l'indennità di malattia ai lavoratori dipendenti del settore privato che abbiano contratto il virus Sars-CoV-2, ma che non mostrano una sintomatologia evidente". Lo dicono Francesca Re David, segretaria confederale Cgil, Angelo Colombini, segretario confederale Cisl, e Ivana Veronese, segretaria confederale Uil.

"Davvero incredibile, considerata l'attuale normativa - ci riferiamo all'articolo 4 del Decreto legge 24 marzo 2022 n. 24 convertito in legge 19 maggio 2022 n. 52 e alla Circolare del ministero della Salute n. 19680 del 30 marzo 2022 - che, ancora oggi, impone l'isolamento ai soggetti contagiati che abbiano effettuato un test molecolare o antigenico, con risultato positivo. Disposizioni, tra l'altro, recepite nel protocollo nazionale anti-contagio, aggiornato il 30 giugno scorso, nel paragrafo inerente la riammissione al lavoro dopo l'infezione Covid-19. Il mancato riconoscimento dell'indennità di malattia per le lavoratrici e i lavoratori affetti da Covid-19 e costretti, per legge, all'isolamento fiduciario è, per noi, di assoluta gravità, ancora di più se apprendiamo che alla base di tale mancato riconoscimento vi è un evidente errore di interpretazione sulle causali del certificato di malattia stesso", aggiungono i sindacalisti.

"La causale 'isolamento da Covid' - spiegano - riportata dai medici di famiglia su alcuni certificati di malattia, rimanderebbe - secondo l'interpretazione data dall'Inps - alle disposizioni sulla quarantena contenute all'articolo 26, comma 1 del cosiddetto Cura Italia, che prevede l'equiparazione a malattia del periodo trascorso in quarantena con sorveglianza attiva o in permanenza domiciliare fiduciaria con sorveglianza attiva per i lavoratori dipendenti del settore privato e che era in vigore solo fino al 31 dicembre scorso. La malattia conclamata Covid-19, invece, sia essa con sintomi o senza sintomi, e che richiede quindi l'isolamento fiduciario, deve essere per noi trattata come qualsiasi altra malattia e secondo quanto disposto, e tutt'ora in vigore, all'articolo 26, comma 6 del decreto Cura Italia, già menzionato". I rappresentanti del sindacato concludono: "Non possiamo assolutamente permettere che ai lavoratori e alle lavoratrici, sottoposti al regime di isolamento, perché affetti da Covid-19, venga decurtato il loro stipendio. Chiediamo all'Inps di fare chiarezza e di porre rimedio urgente a quanto sta avvenendo in merito al riconoscimento dei certificati di malattia Covid-19".

Data articolo: Thu, 04 Aug 2022 15:09:16 GMT
News n. 10
L'acqua è un bene primario anche per i rider

In questa torrida estate del 2022 ancora una volta il Tribunale di Palermo pronuncia un importante provvedimento che aggiunge un ennesimo tassello al mosaico di diritti dei rider che progressivamente va completandosi grazie alle iniziative giudiziarie della Cgil. Sembra paradossale che un ciclofattorino debba rivolgersi in via d'urgenza a un tribunale per ottenere da una società di food delivery il riconoscimento del proprio diritto a lavorare potendo dissetarsi mentre nelle sua borsa termica pedala sotto il sole per trasportare negli uffici e nelle case climatizzate ogni tipo di bevanda. Eppure Glovo, sebbene consigli nel proprio sito e nel contratto di lavoro di idratarsi costantemente e di proteggersi dalle onde di calore, come le altre multinazionali del food delivery, non ritiene necessario fornire ai propri corrieri alcun supporto. In questo diffuso disinteresse non pochi rider sono, quindi, crollati nelle ore più calde della giornata.

“Ho diritto a dissetarmi mentre lavoro?”, si chiedeva Gaetano, giovane rider palermitano, mentre grondante sudore consegnava a un cliente una birra fredda e un panino. “Ma io valgo meno di un cavallo?”, si è chiesto stupito quando ha letto che pochi giorni prima il sindaco aveva ordinato ai cocchieri delle colorate carrozze che percorrono le assolate vie del centro della città di tutelare la salute dei propri cavalli imponendo una scorta di almeno 10 litri d'acqua al giorno per abbeverarli. Anche il rider – come il cavallo palermitano – lavora esposto agli effetti dei raggi solari e deve idratarsi bevendo quasi un litro d'acqua fresca ogni ora, integrando al contempo la perdita di sali per evitare i rischi di shock termico. Una rapida navigazione su internet consentiva a Gaetano di acquisire consapevolezza dei rischi ai quali sono esposti i rider a causa dell'irraggiamento solare. Memore delle “battaglie” della Cgil durante il lockdown per garantire la sicurezza dei rider, Gaetano si è rivolto al Nidil, alla Filcams e alla Filt di Palermo per richiedere assistenza e ottenere con un ricorso d'urgenza ciò che a tutti sembra ovvio avere: acqua.

Il Giudice del lavoro di Palermo non ha esitato a ordinare a Glovo di consegnare con effetto immediato una borraccia termica con acqua potabile, sali minerali e una crema solare. Nel riconoscere quanto richiesto dal sindacato, il Tribunale ha semplicemente richiamato nel proprio provvedimento quanto Glovo “consiglia” ai suoi rider nella valutazione del rischio da onde di calore in sintonia con le istruzioni fornite dall'Inail. Il caldo è un fattore di rischio grave per la salute che espone il ciclofattorino - come anche gli altri lavoratori della strada, a conseguenze anche irreparabili – riconosce l'ordinanza del Tribunale palermitano. Il provvedimento ribadisce ancora una volta che anche nel web e nell'economia delle app, l'algoritmo non può sottrarsi al dovere fondamentale di tutelare nel mondo reale la salute e la sicurezza dei lavoratori. La gig economy non può disinteressarsi dei suoi rider e deve assumersi la responsabilità non solo di informare sui rischi correlati alle condizioni di lavoro, ma anche di concretamente curare la consegna dei mezzi di protezione per potere lavorare in sicurezza. Il Tribunale è, infatti, lucido nel ricordare con lapidarie affermazioni che al rapporto di lavoro dei rider deve essere garantita – come da tempo affermato dalla Cgil – la piena applicazione della normativa in materia di tutela della salute e della sicurezza.

Data articolo: Thu, 04 Aug 2022 13:30:00 GMT
News n. 11
Sanità, lavoratori e sindacati in marcia a Cagliari per il diritto alle cure

"Il nostro è un territorio che non vede riconosciuto il diritto alla salute e alle cure, come previsto dalla nostra Costituzione". A dirlo è Franco Bardi, segretario Cgil della Sardegna Sudoccidentale, oggi fra le centinaia di manifestanti arrivati dal Sulcis-Iglesiente a Cagliari per denunciare, ancora una volta, la grave emergenza della sanità nel territorio. "Riteniamo che ancora una volta si stia sottovalutando il problema e che non si abbia la coscienza e la consapevolezza per capire la grave emergenza sanitaria che affligge il Sulcis Iglesiente".

Data articolo: Thu, 04 Aug 2022 09:54:39 GMT
News n. 12
L'ecosistema digitale e il potere dei dati

Un famoso spot, utilizzato per oltre quarant'anni da L'Oréal, recitava Because you're worth it (“Perché tu vali”). Bellissime modelle pubblicizzavano prodotti cosmetici, ma il messaggio suggeriva che il valore non risiedeva tanto nei prodotti, quanto nella persona che li usava e che li meritava: una donna, ancor prima che una modella. Erano gli anni Settanta e quello spot fu un cambio di prospettiva di enorme successo.

Oggi si potrebbe dire: “Noi valiamo” (anche) perché i nostri dati valgono. Per due ragioni su tutte: a) perché i dati permettono di profilare la nostra domanda individuale di consumo di servizi e prodotti, rendendo assai efficaci forme di pubblicità e di commercializzazione personalizzata, aumentando la probabilità di vendita; b) perché i dati consentono agli algoritmi di migliorare sé stessi, man mano che nuovi dati sono analizzati, e di stimare, così, la domanda aggregata o media di consumo di servizi e prodotti, indicando in tempi assai rapidi le evoluzioni delle preferenze, i bisogni del mercato, le opportunità di investimento e di innovazione e così via. Il che permette di sviluppare al massimo il rendimento degli investimenti pubblicitari attratti dalle grandi piattaforme online.

Il valore dei dati aumenta con il loro volume e la loro varietà. E per aumentare il valore dei dati, il mercato e l'industria si sono evoluti con modelli di business nuovi, in modo tale da stimolare in ciascuno di noi la massima intensità̀ di rivelazione di dati. Come? Con l'avvento del paradigma del free, che nella lingua inglese significa “libero”, ma anche “gratuito”. Una straordinaria combinazione semantica che tuttavia alimenta, e non poco, la confusione sul concetto di “libertà di scelta”.

Nell'ecosistema digitale possiamo accedere a moltissimi servizi gratuitamente e dedicare molto del nostro tempo di attenzione ad essi. Tutto ciò che dobbiamo fare è semplicemente dare nome, cognome, indirizzo mail, numero di telefono, una password con la massima garanzia – rafforzata dalla normativa a tutela della privacy – circa l'utilizzo di quei dati che rilasciamo. E il gioco è fatto. Ma quello che ci sembra un banale strumento per ottenere un libero accesso è in realtà̀ il vero bene, il cui scambio regge la transazione commerciale sottostante.

Lo scambio implicito, per tutta questa gratuità di servizi, è con la nostra attenzione, con il rilascio di dati che permetteranno poi promozioni e pubblicità̀ personalizzate per i nostri bisogni. A questo scambio implicito corrisponde un mercato implicito, quello dei dati, del quale sappiamo ancora troppo poco. Come spesso si ripete in questi casi, il prodotto siamo noi: l'informazione rivelata sulle scelte che abbiamo compiuto, sulla nostra disponibilità̀ a pagare, sulla frequenza ad acquistare, sul tempo dedicato alla fruizione del prodotto o alla sua ricerca e così via. La nostra attenzione da un lato produce dati che servono anche a profilarci, dall'altro è la destinataria di informazioni (pubblicitarie e non solo) profilate per noi. Dunque, il free di molti servizi online non è “libero”, perché è condizionato ad uno scambio, e non è “gratuito” perché è pagato con i nostri dati. 

Ma come viene creato il valore dal dato? Volume, varietà̀, velocità dei dati ne generano il valore. Il volume dei dati rappresenta sicuramente la caratteristica che più facilmente si può accostare ai big data. C'è poi la varietà dei dati che si riferisce all'eterogeneità̀ delle fonti sorgenti dei dati, dei formati con cui vengono acquisite le informazioni, della rappresentazione e dell'analisi (anche semantica) dei dati immagazzinati.

Infine, la velocità dei dati risulta connessa, in primo luogo, alle tempistiche con cui le banche dati vengono alimentate, in particolare all'alta frequenza con cui i dati circolano da un punto di origine a uno di raccolta. La velocità non riguarda esclusivamente il flusso di dati, ma anche la necessità di processare i dati in maniera rapida, per prendere decisioni ad un ritmo sempre più veloce, spesso in tempo reale (cd. real-time action e real-time processing).  

C'è chi si è divertito a contare oltre 70 v dei dati, includendo ad esempio la veridicità (la fiducia che in essi si può riporre), la valenza (cresce nel tempo e riguarda le connessioni fra dati), la visualizzazione dei dati (il modo in cui riusciamo a rappresentarli). La v più importante, tuttavia, è quella che deriva da tutte le altre ed è legata alla capacità di estrarre valore dai big data. Ovviamente l'aspetto preponderante risiede nell'attività̀ di raccolta pubblicitaria online (digital advertising) per la commercializzazione di prodotti e servizi indirizzata verso una domanda già profilata. Accanto al valore privato per le imprese (e per i consumatori che risparmiano costi transattivi), c'è anche il valore pubblico dei dati che possono essere impiegati per il disegno di politiche volte ad accrescere il benessere complessivo della società̀.

Affinché́ i dati acquisiscano davvero un valore economico, essi devono essere funzionali allo svolgimento di analisi economico-statistiche. Descrivere i dati come un bene economico può̀ far sgranare gli occhi a quanti vedono, giustamente, nel dato personale una caratteristica intimamente connessa con i diritti della persona. L'analisi economica del dato, tuttavia, è di ordine pragmatico e prescinde, ovviamente, da ogni considerazione di ordine etico e giuridico circa lo sfruttamento economico di informazioni di natura personale e il significato della loro tutela nella sfera dei diritti fondamentali dell'individuo.

Accanto alle sfide etiche, c'è il tema delle regole. Per molti anni abbiamo pensato che la rete fosse lo spazio esclusivo delle nostre libertà nell'infosfera. E che ogni tentativo di regolarne il funzionamento mettesse a rischio quelle libertà. Il problema, è che, nel frattempo, qualcosa è cambiato. Il mondo dei blog, dei link ai testi, delle verifiche immediate si è ristretto. La complessità e l'eccesso d'informazione hanno generato degli intermediari nuovi ai quali deleghiamo la nostra attività di ricerca di servizi, prodotti e contenuti informativi. Chi cerca trova, ma chi trova non cerca più.

L'efficienza dell'algoritmo delle piattaforme online ha definito un nuovo spazio di regole. Tutto questo ha trasformato l'ecosistema digitale, favorendo grandi concentrazioni e grandi intermediari che, spinti dall'efficienza, continuano a espandere i versanti coperti dalla loro intermediazione e che concorrono tra di loro per la nostra attenzione. La relazione tra dati, algoritmi, profilazione, modelli predittivi e sfruttamento economico dell'informazione è ormai evidente. Ed è una relazione che si basa su un sistema di regole di selezione per la realizzazione di un perfetto incontro (matching) tra domanda e offerta, nei vari versanti dei mercati intermediati dalle piattaforme online. I benefici sono evidenti, ma ci sono anche i rischi, sotto il profilo della concorrenza, della libertà di scelta, del pluralismo, della protezione del dato, ecc.

Una grande novità nel quadro normativo europeo sui servizi digitali (fermo alla direttiva 2000/31/CE sull'e-commerce) è stata la recente approvazione da parte della Commissione europea del Digital Services Act, Digital Market Act e del Data Governance Act, cui seguiranno le proposte del Data Health Act e del Data Act. Emerge con tutta evidenza il cambiamento di tipologia adottato, ovvero regolamenti anziché direttive e la volontà di regolare l'accesso al dato, oltre la privacy, per favorire un mercato ben funzionante dei dati, rispettoso tuttavia dei diritti fondamentali.

Muta, dunque, la decisione relativa al quesito se regolare o meno, giacché si preferisce intervenire sulle piattaforme online, in relazione per esempio ai contenuti illegali e dannosi, obbligando le piattaforme ad essere più trasparenti riguardo la moderazione dei contenuti per impedire che la disinformazione diventi virale e per scongiurare il pericolo dell'immissione sui mercati di prodotti pericolosi. Muta anche l'incisività sulle diverse normative nazionali, dal momento che nelle proposte si intendono promuovere l'innovazione, la crescita e la competitività all'interno del mercato, tutelando, allo stesso tempo, i consumatori e i loro diritti fondamentali in maniera più efficace.

Non si tratta quindi di scegliere tra un mondo di regole e un mondo senza regole. La domanda che dobbiamo avanzare è se queste regole debbano essere lasciate al mercato e alla sua capacità di selezione, essendo però ben consapevoli che, quando diciamo “mercato”, non intendiamo la mano invisibile digitale che coordina l'informazione dispersa e diffusa grazie al laissez faire liberale. Lasciare al mercato il governo dell'economia dei dati significa affidarsi alle regole private dell'intermediazione centralizzata delle grandi piattaforme online che cattura, e gestisce in proprio, l'informazione rivelata dai diversi soggetti intermediati a vario titolo.

Antonio Nicita, Professore ordinario di Politica economica presso l'Università Lumsa (Roma-Palermo)

Data articolo: Fri, 29 Jul 2022 04:57:11 GMT
News n. 13
Democratizzare la società algoritmica

Amiamo considerarci individui e persone libere e autonome, ma da tempo siamo diventati cose/merci (ne scriveva già un signore di nome Karl Marx) e oggi siamo diventati dati, numeri - e forse è peggio che essere cose.

Ovvero: il capitalismo oggi estrae plusvalore per sé dalla vita intera degli uomini. La nostra vita (i dati che la rappresentano) è diventata materia prima, mezzo di produzione (di dati) e forza-lavoro a plus-lavoro totale, cioè h24. Mai il capitalismo era arrivato a tanto, eppure tutto questo ci sembra normale e ci adattiamo senza reagire alle esigenze del capitalismo che vuole i nostri dati (sono la sua nuova frontiera, il nuovo mercato da conquistare), cioè appunto la nostra vita intera: sì, perché il nostro adattamento continuo alle esigenze del capitalismo era ed è l'obiettivo dell'ideologia neoliberale e tecnologica in cui siamo immersi/sussunti, che ora sfrutta e mette al lavoro la nostra vita non solo flessibilizzandola/precarizzandola, ma anche attraverso i dispositivi tecnologici di profilazione.

Parola soft ma fuorviante – profilazione - per nascondere ciò che è in realtà, capitalismo della sorveglianza, secondo Shoshana Zuboff; mentre dovremmo iniziare (ma siamo già in drammatico ritardo) a ragionare sul fatto che profilare/spiare/quantificare/datificare le persone – a parte situazioni specifiche come statistica, medicina e cura, conoscenza, ricerca, previsione, controllo della crisi climatica – dovrebbe essere vietato.

A meno di volerci reificare/datificare/mercificare/omologare ancora di più - ma prima si rilegga L'uomo a una dimensione di Herbert Marcuse  (1898-1979); a meno di volere davvero arrivare a realizzare quella società amministrata e automatizzata che temeva un altro filosofo come Max Horkheimer (1895-1973), dove “tutto potrà essere regolato automaticamente, che si tratti dell'amministrazione dello Stato, della regolamentazione del traffico o di quella del consumo” (2015: 168); “dove il singolo potrà sì vivere senza preoccupazioni materiali, ma dove non conterà più nulla […]; e “tutto si ridurrà al fatto di imparare come si usano i meccanismi automatici che assicurano il funzionamento della società” (ivi:174). E sembra già la realtà di oggi.

Ma questo pone serissimi problemi in termini di libertà e di democrazia.

Ma cos'è la democrazia? Riprendiamo la definizione della politologa Nadia Urbinati: “Nella democrazia, l'agire politico non solo è pubblico, ma deve essere reso pubblico, messo sotto gli occhi del pubblico […] in due sensi: perché volto ad occuparsi di problemi che direttamente o indirettamente riguardano e condizionano tutti; e perché deve essere reso chiaro, giustificato ed esposto sempre al giudizio dei cittadini; i quali, in quanto ‘corpo sovrano', hanno due poteri, quello di autorizzare con il voto e quello di giudicare e controllare perpetuamente, prima o dopo aver votato, coloro che hanno autorizzato” a governarli (2011: 155).

Giusto. Ma la sua riflessione è applicabile ancora di più al potere di ciò che definiamo tecno-capitalismo (2015, 2018, 2020), cioè il sistema integrato e reciprocamente funzionale e illimitatamente accrescitivo di tecnica e capitalismo. E che oggi può essere identificato con le imprese della Silicon Valley, ma non solo.

E come agiscono queste imprese private? Producendo dati di fatto imposti come immodificabili (non ci sono alternative!), identificandosi esse stesse, ma abusivamente, con un progresso tecnologico che non si può e non si deve fermare a prescindere dai suoi effetti sociali e ambientali. Il loro – riprendendo Urbinati - è quindi un potere che riguarda e condiziona tutti, ma che non è trasparente, che non è reso pubblico nel suo prodursi perché possa essere giudicato e controllato perpetuamente dai cittadini e soprattutto autorizzato secondo un principio di precauzione e di responsabilità sociale e ambientale. Così come non pubblici, non trasparenti sono gli algoritmi, che tuttavia crediamo veri e verità perché basati sul calcolo matematico e quindi sulla loro presunta esattezza.

Viviamo in un paradosso: possiamo controllare con il voto l'agire dei rappresentanti che abbiamo eletto al Parlamento, ma non abbiamo alcun potere di valutare, giudicare, decidere consapevolmente su ciò che massimamente impatta davvero e pervasivamente sulla nostra vita, cioè la tecnologia e l'organizzazione del lavoro e della vita che la tecnologia determina.

Una tecnologia – ma lo dimentichiamo sempre - che non è neutra ma possiede una propria essenza e un proprio determinismo: l'accrescimento illimitato del sistema, il dover fare tutto ciò che tecnicamente si può fare, la sussunzione/ibridazione dell'uomo nelle macchine, la convergenza delle macchine in macchine sempre più grandi e integrate e centralizzate e trasformando le forme tecniche – come scriveva un altro filosofo, Günther Anders (1902-1992) - in forme sociali (e pensiamo agli smartphone e alla rete); una tecnologia che oggi si accresce e si riproduce da sé e impara da sé, a prescindere (anzi: volutamente escludendola) dalla valutazione e dalla consapevolezza umana e democratica. Rendendo quindi ancora più necessario un governo democratico - nelle imprese e nella società - di questa tecnologia e dei processi che innesca, insieme al capitale.

Scriveva Luciano Gallino (1927-2015) più di dieci anni fa (in MicroMega, nr. 3/2011): “La democrazia, si legge nei manuali, è una forma di governo in cui tutti i membri di una collettività hanno sia il diritto, sia la possibilità materiale di partecipare alla formulazione delle decisioni di maggior rilievo che toccano la loro esistenza”. E invece, oggi “la grandissima maggioranza della popolazione è totalmente esclusa dalla formazione delle decisioni che ogni giorno si prendono” nei settori dell'economia, ma oggi, aggiungiamo soprattutto dell'innovazione tecnologica; ed esclusa per l'azione di quel soggetto che si chiama grande impresa. “Il fatto nuovo del nostro tempo è che il potere della grande impresa di decidere a propria totale discrezione che cosa produrre, dove produrlo, a quali costi per sé e per gli altri, non soltanto non è mai stato così grande, ma non ha mai avuto effetti altrettanto negativi sulla società e sulla stessa economia” – così “configurando un deficit di democrazia tale da costituire ormai il maggior problema politico della nostra epoca”.

E questo deficit di democrazia continua a crescere, al crescere del potere del tecno-capitalismo. Ricordava invece Robert A. Dahl: “Il demos e i suoi rappresentanti hanno il diritto di decidere, mediante il processo democratico, [anche] come dovrebbero essere possedute e controllate le imprese economiche”, per il semplice fatto che: “Se la democrazia è giustificata nel governo dello stato, allora essa lo è anche nella conduzione delle imprese economiche” (1989: 118).

E se questo è vero – ed è vero - allora oggi si presenta il tema (urgentissimo) della democratizzazione (di nuovo) delle imprese, ma soprattutto della tecnica e dei processi di innovazione tecnologica industriale - il maggiore problema politico della nostra epoca. Nei luoghi di lavoro, fisici o virtuali (sempre ricordando che la tecnologia non è solo macchine e algoritmi ma soprattutto, incorporandole in sé, regole di organizzazione, comando e controllo); ma soprattutto nella società.

Per realizzare questa democratizzazione – necessaria anche in termini di transizione ecologica - possono servire le parole del filosofo Salvatore Veca (1943-2021): “No Innovation without Representation (and Participation)” (2018: 55). Non è infatti ammissibile che in democrazia via sia un potere - come oggi quello delle imprese e della tecnica - non controllato/bilanciato da un altro potere.

Se invece accettiamo questa crescente alienazione politica prodotta dalle imprese e dalla tecnica (dalla delega che diamo sempre più alla tecnica), allora crolla l'intero sistema democratico. Per evitarlo, il ruolo del sindacato diventa fondamentale - nell'impresa e nella società.

Lelio Demichelis, Professore di Sociologia economica all'Università degli Studi dell'Insubria

Bibliografia
Anders G. (2003), L'uomo è antiquato, 2 voll. Bollati Boringhieri, Torino
Dahl Robert A. (1989), La democrazia economica, il Mulino, Bologna
Demichelis L. (2020), Sociologia della tecnica e del capitalismo, FrancoAngeli, Milano
Demichelis L. (2018), La grande alienazione, Jaca Book, Milano
Demichelis L. (2015), La religione tecno-capitalista, Mimesis, Milano-Udine
Horkheimer M. (2015), Crisi della ragione e trasformazione dello Stato, PGreco, Milano
Ippolita (2017), Tecnologie del dominio, Meltemi, Milano
Ippolita (2014), La rete è libera e democratica. Falso!, Laterza, Roma-Bari
Marcuse H. (2006), L'uomo a una dimensione, Einaudi, Torino
Urbinati N. (2011), Liberi e uguali, Laterza, Roma-Bari
Veca S. (2018), Il senso della possibilità, Feltrinelli, Milano
Zuboff S. (2019), Il capitalismo della sorveglianza, Luiss University Press, Roma

Data articolo: Fri, 29 Jul 2022 04:56:31 GMT
News n. 14
Paola Clemente, slitta il processo. Flai Cgil: segnale preoccupante

 

Giustizia sempre più lontana per Paola Clemente, morta nel luglio del 2015 mentre stava lavorando alla acinellatura dell'uva a temperature altissime. La Flai Cgil costituitasi parte civile nel processo, ha dovuto constatare che i primi testimoni saranno ascoltati a giugno del 2023, con lo slittamento di un anno da quando calendarizzato.

“Tempi così lunghi per i processi allontano dalla verità e dalla giustizia e non aiutano a prevenire il fenomeno dello sfruttamento e del caporalato in agricoltura. Abbiamo una buona legge, la 199/2016 nata anche dal sacrificio di Paola Clemente, ma poi serve la reale applicazione di questa legge, così come servono i controlli. Questo slittamento del processo è un segnale preoccupante, che ci amareggia e che stentiamo a comprendere”. Così il commento di Giovanni Mininni, Segretario generale Flai Cgil.

“E' assurdo che a sette anni di distanza dalla morte di Paola non si riesca ancora ad arrivare alla parte dibattimentale del processo e avere finalmente giustizia e verità per Paola Clemente e per tutte quelle lavoratrici e quei lavoratori che ancora oggi soffrono condizioni di lavoro proibitive. Per Paola e per tutti costoro seguiterà il nostro impegno”.

Data articolo: Tue, 26 Jul 2022 14:24:00 GMT
News n. 15
Padova, risarcimento record per un operaio vittima di infortunio

“Il protagonista, suo malgrado, di questa vicenda è un operaio di un'azienda di Piove di Sacco. Diciamo che è poco più che quarantenne e che chiameremo, per preservarne la privacy, con il nome di fantasia di Mario”. È così che Antonella Franceschin, direttrice dell'Inca Cgil Padova, inizia a raccontare questa storia che si è risolta con una sentenza del Tribunale di Padova dello scorso 30 giugno. Una sentenza destinata a fare molto rumore perché riguarda una tematica assai ricorrente e rilevante, quella dei licenziamenti per inidoneità al lavoro a fronte di malattie professionali o infortuni nei quali è ravvisabile una responsabilità del datore di lavoro. Ma stavolta l'esito processuale, vista la giurisprudenza in materia, è stato perlomeno inconsueto, se non addirittura sorprendente.  

(Antonella Franceschin, direttrice dell'Inca Cgil Padova)

La vicenda

“Tutto ha inizio il 10 maggio del 2013, un giorno come tanti – racconta Antonella Franceschin – e Mario, al tempo 36enne stava lavorando ad una macchina piegatubi: ad un tratto, mentre impugnava un tubo, reso scivoloso da un lubrificante, questo si muoveva dalla morsa dove era collocato provocandogli un trauma distorsivo al polso destro. È l'inizio del calvario. Una via crucis medico-sanitaria, lavorativa e infine processuale. Medico-sanitaria perché il danno è ingente, con continue ricadute e il ricorso a ricoveri e interventi chirurgici che purtroppo, neanche a distanza di tempo, sono stati in grado di permettere il completo recupero dell'arto. È quel che sancisce, nero su bianco, la perizia del ctu (Consulente Tecnico d'Ufficio) che ha valutato una lesione permanente all'integrità psicofisica dell'uomo del 24% nonché una lesione della sua specifica capacità di lavoro del 40%. In pratica, per tre anni Mario non fa che entrare e uscire dagli ospedali, sottoporsi alle visite dell'Inail, rientrare al lavoro per poi, in seguito al riacutizzarsi del trauma e alla conseguente ricaduta, ricorrere nuovamente a cure ospedaliere urgenti e ricominciare il giro. Così fino al 29 giugno 2016, quando per inidoneità al lavoro, l'azienda licenza Mario. Inutile aggiungere che da quella data non ha più trovato lavoro in modo stabile e a oggi la sua condizione di disoccupazione permane, nonostante l'iscrizione nell'elenco dei lavoratori disabili, al fine del collocamento mirato. In pratica, l'infortunio subito, non solo ha avuto come conseguenza il suo licenziamento ma ha anche limitato fortemente le possibilità di trovare un'altra occupazione. Si tratta di una beffa crudele oltre che di un'ingiustizia perché, e qui si intreccia la vicenda processuale, sull'infortunio subito vi è una grossa responsabilità dell'azienda, motivo per cui Mario prima era venuto qui da noi all'Inca Cgil a raccontarci la sua triste storia e poi, rappresentato dall'avvocata Camilla Cenci dello Studio Giancarlo Moro, era ricorso al Giudice del Lavoro del Tribunale di Padova chiedendo il risarcimento del danno. E arriviamo a circa tre settimane fa”.

Il processo

“Naturalmente – prosegue Antonella Franceschin – l'azienda aveva rigettato il ricorso scaricando sostanzialmente sull'operaio la responsabilità di quanto accaduto per non aver serrato correttamente la morsa intorno al tubo consentendogli così di uscire dalla sua sede. Ma nel corso del processo è emerso come la scivolosità del tubo, causata dal lubrificante con cui veniva rivestito per poter essere lavorato, avesse avuto un ruolo decisivo nella dinamica dell'infortunio. Avveniva infatti che l'impresa forniva dei guanti antiscivolo per effettuare quel particolare tipo di lavoro, solo che – come emerso da una testimonianza – si usuravano nel giro di pochi minuti diventando inutili per la loro funzione. Per poterne riavere bisognava fare domanda scritta al magazziniere che vi dava corso con grande difficoltà.  Addirittura, un testimone ha riferito che ‘sostituire un dpi (dispositivo di protezione individuale) era come avere un rene nuovo!'. Poteva la direzione aziendale ritenersi estranea a questa situazione? Beh, nel processo questa cosa non sono riusciti a dimostrarla, anzi. Inoltre, emergeva pure che se anche l'operaio avesse serrato male la morsa, ciò non sarebbe dipeso solo ed esclusivamente dalla sua negligenza perché l'impresa non ha mai disposto nulla sulle caratteristiche della morsa e sulle modalità della sua regolazione o sull'adeguatezza della stessa rispetto al tubo su cui il lavoratore doveva operare. Insomma, alla fine il Giudice ha dato ragione a Mario e ha giudicato l'azienda responsabile di quanto gli era successo. Un atto di giustizia, non raro in casi come questo ma che solitamente si concludono con un risarcimento irrisorio rispetto al danno ricevuto”.

Il risarcimento record

“E qui – conclude Antonella Franceschin – arriva l'inatteso lieto fine di questa brutta storia. Il Giudice, dopo aver affermato la responsabilità del datore di lavoro, oltre a liquidare le componenti ‘scontate' di danno (danno non patrimoniale permanente e temporaneo) misurando il danno biologico complessivo a 188.555,62 euro (l'Inail gliene aveva liquidato una rendita il cui valore capitalizzato era pari a 57.984,01 euro, per cui il danno differenziale risarcibile, alla fine, è di 130.071,61 euro) ha anche deciso di liquidare un ulteriore importo piuttosto sostanzioso ritenendo, giustamente, che oltre al danno patrimoniale da lesione della capacità di lavoro specifica consolidatosi in relazione al tempo trascorso dalla data del licenziamento al momento della sentenza a cui riferiscono le somme che ho detto prima, esiste anche il danno futuro, ossia la minore capacità che avrà Mario di produrre reddito a causa dell'infortunio subito. E così partendo da quello che era il reddito annuo medio di Mario prima dell'incidente, detraendo le somme ricevute a diverso titolo dal giorno del licenziamento a oggi, considerando gli anni che gli rimanevano alla pensione, misurando la minor remuneratività dei possibili impieghi futuri e applicando determinate tabelle del Ministero del lavoro, ha infine riconosciuto a Mario altri 205. 211,39 euro, arrivando quindi a determinare il danno totale risarcibile con la cifra di 335 283,00 euro, oltre a 1000 euro in più per le spese mediche sostenute, dopo la definizione del provvedimento di liquidazione del danno da parte dell'Inail. Insomma il giudice ha condannato l'azienda in questione a rifondere a Mario per 336.283 euro, il che oggettivamente è molto di più di quanto si ottiene in tantissimi casi analoghi. Voglio ricordare che i licenziamenti per inidoneità a causa di malattie professionali o infortuni nei quali è ravvisabile una responsabilità del datore di lavoro sono aumentati, direi in modo esponenziale, negli ultimi anni ma spesso tutto si conclude con i cosiddetti ‘accomodamenti ragionevoli' che offrono scarsissima tutela alle vittime dell'infortunio soprattutto se impiegati nelle medie e piccole imprese. Il Giudice, al contrario, ha provveduto a una reale tutela risarcitoria, con una cifra sicuramente più adeguata al danno subito dal lavoratore. Ci tengo a ringraziare l'avvocata Camilla Cenci dello Studio Giancarlo Moro per l'eccezionale risultato raggiunto e lo splendido lavoro svolto. Ora l'auspicio è che questa sentenza possa fare scuola a difesa dei tanti Mario e Maria che per vivere vanno a lavorare e che in nome del profitto spesso rischiano di subire degli infortuni in grado di compromettergli la possibilità di condurre una vita dignitosa”.

 

 

Data articolo: Mon, 25 Jul 2022 08:46:00 GMT
News n. 16
Un po' di chiarezza sul caso Google analytics

Proviamo a fare chiarezza sul caso Google analytics (GA) di cui si è molto parlato nelle ultime settimane. Intanto diciamo di che cosa si tratta: Google analytics è un servizio di analisi web gratuito che monitora gli accessi di un sito fornendo, ovviamente, delle statistiche e degli strumenti di analisi.

Il Garante della privacy a fine giugno ha ammonito un'azienda, Caffeina Media S.r.l., che gestisce un sito web, proprio perché utilizzava Google analytics e le ha ingiunto di conformarsi al GDPR entro 90 giorni.

Per capire le motivazioni dell'ammonizione leggiamo nella nota del Garante del 22/6:

“Dall'indagine del Garante è emerso che i gestori dei siti web che utilizzano GA raccolgono, mediante cookie, informazioni sulle interazioni degli utenti con i predetti siti, le singole pagine visitate e i servizi proposti. Tra i molteplici dati raccolti, indirizzo IP del dispositivo dell'utente e informazioni relative al browser, al sistema operativo, alla risoluzione dello schermo, alla lingua selezionata, nonché data e ora della visita al sito web. Tali informazioni sono risultate oggetto di trasferimento verso gli Stati Uniti. Nel dichiarare l'illiceità del trattamento è stato ribadito che l'indirizzo IP costituisce un dato personale e anche nel caso fosse troncato non diverrebbe un dato anonimo, considerata la capacità di Google di arricchirlo con altri dati di cui è in possesso”.

Dunque si pone con chiarezza il tema dei dati e del loro utilizzo fuori dal territorio europeo senza il rispetto delle garanzie previste dal capo V del GDPR, che elenca le condizioni che rendono legittimo un trasferimento di dati in Paesi Extra Ue

Il Garante ha anche richiamato le indicazioni fornite dall'EDPB - Autorità europea per la privacy - (Raccomandazione n. 1/2020 del 18 giugno 2021), secondo cui “le misure che integrano gli strumenti di trasferimento adottate da Google non garantiscono, allo stato, un livello adeguato di protezione dei dati personali degli utenti”.

Nella stesso provvedimento il Garante ha ricordato a tutti i gestori italiani di siti web, pubblici e privati, l'illiceità dei trasferimenti effettuati verso gli Stati Uniti attraverso GA. Di fatto il pronunciamento del Garante mette in evidenza in termini generali la questione del trasferimento dei dati fuori dal territorio UE, quale che sia il sistema che lo effettui.

Giova infatti ricordare, come abbiamo più volte scritto, che la legislazione americana consente alle Autorità di accedere a tutti i dati che risiedono negli Usa e non garantisce mezzi di ricorso o specifiche garanzie in merito ai diritti degli interessati.

Mentre Google risponde con soluzioni tecniche, rilasciando una versione di GA che non tratta, ad esempio, l'indirizzo IP ( GA4) e MonitoraPA, osservatorio formato da un gruppo di attivisti per i diritti digitali, mette in discussione anche questa nuova versione, il tema sembra essere sostanzialmente giuridico, come sostiene in un articolo su Agenda Digitale del 25/6/22 Guido Scorza, del consiglio del Garante della Privacy, indicando come sia necessario un accordo.

É bene sottolineare infatti che, dopo l'invalidazione a seguito di una sentenza della Corte Europea di Giustizia (Schrems II) del Privacy Shield, ossia la decisione di adeguatezza sottoscritta tra la Commissione Europea e gli Usa che riconosceva i livelli di protezione offerti dal Paese terzo equivalenti a quelli europei, un accordo a oggi non c'è: sono in corso delle trattative tra Usa ed Europa per addivenire ad un accordo che dovrà tenere conto della serie di provvedimenti europei come il Data Act, il Digital Market Act e Digital Services Act, atti che modificheranno le regole del mercato digitale europeo.

È parimenti giusto segnalare che il tema non era sconosciuto prima del recente pronunciamento del Garante e che sono in uso anche sistemi diversi ed alternativi (https://ilmanifesto.it/il-manifesto-ha-scelto-matomo-al-posto-di-google-analytics) e dunque vi sono più soluzioni approcciabili, di cui si trovano descrizioni e caratteristiche tecniche sulle riviste specializzate (ad esempio qui): parimenti bisogna rilevare come alcuni considerino che, ad oggi, non vi siano aziende europee in grado di fornire tutte le funzionalità garantite da GA in materia di marketing.

Per quanto riguarda la PA vi è un servizio, messo a disposizione da AGID, che offre il totale controllo del dato (il Portale Web analytics Italia - WAI) e che utilizza di default l'anonimizzazione dell'indirizzo IP degli utenti.

Ma al di là delle soluzioni possibili, il tema sostanziale rimane la valutazione di liceità di trasferimento dei dati personali degli utenti europei e le soluzioni da approntassi in tempi rapidi, considerato che dalla sentenza Schrems II sono passati due anni.

In linea generale ciò che non va perso di vista è il valore dei dati, la loro protezione, la necessità di mantenere le tutele previste, aggiornando dove necessario le norme, e confermando anche nella stipula di futuri accordi la peculiarità positiva di un ambito europeo che, a partire dal GDPR, sta cercando di normare il mercato digitale europeo con norme di tutela.

Data articolo: Sun, 24 Jul 2022 08:37:58 GMT
News n. 17
Ho subìto un aborto e sono diventata solo un utero da raschiare

E poi di colpo non c'è più niente. Un secondo prima, il dottore rideva e scherzava con il mio futuro marito, che non stava nella pelle all'idea di quell'incontro, sin da quando eravamo usciti di casa. Poi il dottore ha girato leggermente lo schermo del computer verso di sé, come fanno nei medical drama quando vedono qualcosa che non va. “Allora non è solo per finta che fanno così” è tutto quello che riesco a pensare. Il dottore rigira lo schermo verso di noi, indica un punto in mezzo a una massa di nero e grigio per me indecifrabile: “Purtroppo non c'è più. Ecco, vedete, non è più cresciuto. Evidentemente era malformato, concepito male sin dall'inizio. Capita spesso, una volta su tre, che queste forme ancora agli albori non vadano avanti. La natura fa la scelta migliore, sa già ciò che non potrebbe sopravvivere e lo elimina prima ancora che nasca. Fa una selezione”.

Il mio futuro marito non trova le parole, io non so far altro che piangere. Mi rivesto, ci sediamo, questo sarebbe il momento delle spiegazioni, ma io non so far altro che piangere. Me ne scuso, ma non trovo altro modo. Eppure non sono una sprovveduta, sono persino una pessimista incallita, sapevo che sarebbe potuto succedere. Ma non basta a consolarmi. Poche settimane prima, quelle due lineette rosse totalmente inaspettate mi avevano scompigliato i piani e la vita. Avevamo dovuto anticipare di molti mesi il matrimonio, perché la data sarebbe coincisa- ironia della sorte – con quella in cui sarebbe finito il tempo. Avvisare in fretta e furia tutti gli ospiti, senza però dir loro il motivo, cambiare la data, trasformare una festa invernale in una estiva, ma soprattutto “sfregiare” il mio bellissimo vestito alla Grace Kelly trasformandolo in qualcosa che potesse contenere una sposa con tanti chili in più, le caviglie gonfie e le caldane. Avevamo avuto così tanto da fare che ci eravamo completamente dimenticati del fatto che quella “cosa” lì, di otto settimane, in effetti non era ancora reale. Non era ancora una “cosa” vera.

Il ginecologo mi spiega che è normale, che accade spesso, che sicuramente non ci sarà niente di patologico, ma che altrettanto certamente dovrò fare il raschiamento. Non è uno di quei casi in cui ci si possa aspettare che arrivi un'emorragia per espellere la “cosa”. Mi chiede se voglio farlo subito, il giorno dopo, o se preferisco che ci sia lui. Senza pensarci opto per la seconda opzione. Solo quando siamo in macchina verso casa realizzo che questa attesa di cinque giorni sarà la più lunga della mia vita: cinque giorni, 120 ore con questa “cosa” dentro che non è più niente, che non lo è stato mai. Cinque giorni di nausee, vomito, sonno, dolori al seno e al basso ventre. Cinque giorni di sintomi che non hanno più ragione di esistere nel mio corpo, ma gli ormoni hanno le loro ragioni che la ragione non conosce, direbbe Shakespeare. Come faccio a convincere il mio corpo che quei dolori felici non ci devono più stare dentro di me? Posso solo trasformarli in dolori tristi. Ma non posso assolutamente aspettare cinque giorni, pazienza se non ci sarà il mio dottore, in fondo uno vale l'altro. O no? No.

Mi attacco al telefono, tra Vivaldi e la linea che cade, finché all'ennesimo assordante “Inverno” delle “Quattro Stagioni” la voce mi dice che ormai non si può più fare niente, devo aspettare.

La notte del quarto giorno non riesco a dormire, comincio a pensare che anche io me ne andrò via insieme alla “cosa” e mi convinco che non sopravvivrò all'anestesia. All'alba sono già in piedi e penso “in fondo meglio, sono talmente stanca che tutto mi sembrerà appannato e lontano”. Arriviamo in clinica, il mio futuro marito non può entrare. Mi siedo in una sala d'aspetto, finché sento chiamare il mio cognome. Un'infermiera/segretaria burbera tiene in mano la mia cartella, mi guarda a malapena. Poi urla a una collega che sta dall'altro lato: “questa ha abortito, deve fa' il raschiamento”. Non c'è dubbio, ora tutti sanno perché “questa” sta qui. Seguo l'altra infermiera, saliamo al piano superiore ed entriamo in una grande stanza. Alla mia destra, tre o quattro mamme sorridenti sfoggiano il loro pancione da trentasette settimane, mentre io cammino a testa bassa, con la mia “cosa”. Un concerto di cuori come cavalli al galoppo, da 150 battiti al minuto, risuona dai loro monitoraggi, mentre io mi sdraio per accertare che nel mio grembo quel battito non ci sia più. Per un attimo spero che si siano sbagliati, ma non faccio neanche in tempo a crederci che la ginecologa mi mostra l'ecografia e mi conferma che “non c'è niente. Ma le dirò di più, non era proprio niente, non era neanche formato, quasi neanche si vede più”. Quell'eco di cuori mi ha dato il colpo di grazia: se fino ad ora ero riuscita a trattenere le lacrime, adesso non ce la faccio. Non so ancora, però, che in camera non sarò da sola. Ad aspettarmi c'è una signora di 45 anni che deve fare il raschiamento come me. Ha provato cinque volte a rimanere incinta e li ha persi tutti. “Questa è l'ultima volta che ci ho provato” mi dice raccontandomi i dettagli, scherzandoci come solo chi ha vissuto una tragedia sa fare e pensando, forse, che condividere è il modo migliore per esorcizzare. Non per me. Io vorrei solo stare in silenzio e piangere e continuo a chiedermi perché non mi hanno messo in una stanza da sola.

Finalmente tocca a me, scendo in sala operatoria con le mie gambe, il mio camice aperto sulla schiena, i miei calzini bianchi e un'immensa solitudine. Me ne resto seduta lì sulla sedia, sotto le luci verdi del neon, mezza nuda, mentre ostetriche e infermieri ridono, scherzano, si informano sul ristorante migliore del quartiere, fanno battute sui turni. Salgo sul lettino, apro le gambe, fisso il soffitto e mi sento un pezzo di carne, mentre nessuno si accorge di me. Sono una pratica da sbrigare, un utero da raschiare. Ridono forte e si prendono in giro in maniera goliardica. Io piango, ma nessuno si accorge di me. Finalmente arriva il mio dottore, mi accarezza la guancia e mi sorride. Non lo dimenticherò mai.

Di ritorno dalla clinica, in macchina, penso a una mia amica che aveva deciso di abortire. Se a me, a cui è capitato, è stato riservato questo trattamento, non oso immaginare cosa sia toccato a lei che lo ha scelto. In comune abbiamo il fatto di essere entrambe, seppure per ragioni diverse, fatte male. Lei una criminale che ha ucciso una vita. Io una donna difettosa, che non ha saputo tenerla. Ho peccato d'ingenuità: mi aspettavo che in un contesto sociale così contrario all'idea dell'aborto volontario, almeno con me che - “poverina”- ne avevo subito uno spontaneo, sarebbero state sfoderate tutte quelle regole di civiltà che vengono negate a chi sceglie di abortire: riservatezza, sensibilità, attenzione, un supporto psicologico forse più necessario a me che ho perso involontariamente la “cosa” a cui tenevo di più, che non a chi (almeno nella maggioranza dei casi) ha fatto una scelta consapevole e ragionata, sebbene altrettanto dolorosa e dura. Ma la mia amica e io non siamo altro che due declinazioni di uno stesso verbo: “quella che vuole abortire” e “questa che ha abortito”. Ho capito che nel nostro contesto sociale ciò che dà fastidio, che stride come le unghie di un gatto su una lavagna, non è l'aborto volontario. È proprio l'aborto in sé. Non si deve vedere, non si deve nominare. Non lo si può proprio accettare. La vita non può fallire, in nessun modo.

Un'esperienza simile ti basta provarla una volta nella vita, ma io faccio il bis. La seconda volta che mi capita, però, so già a cosa vado incontro. Dai valori delle beta hcg, che ripeto ogni tre giorni, ho già capito che qualcosa non va, così mi metto in macchina e vado al pronto soccorso. Stavolta piango prima di arrivarci. La ginecologa tiene gli occhi sulla mia cartella e non fa domande. Mi parla solo per dire di sdraiarmi sul lettino. Tutto è molto veloce. Dall'ecografia constata che potrebbe essere in corso un aborto oppure una gravidanza extrauterina. Me lo comunica come se stesse dettando la lista della spesa e si innervosisce, quando le chiedo come faccio a capire di quale delle due opzioni si tratta (una molto più grave dell'altra): “Che le devo dire signora? Bisogna aspettare”. Mi rimetto in macchina e torno prima che posso a casa, perché la devo pulire da cima a fondo. Passo l'aspirapolvere, lavo i pavimenti, sposto il divano per togliere lo sporco più incrostato, strofino, igienizzo. Tutto, pur di farmi venire un'emorragia ed evitare così un altro raschiamento. Tutto, pur di non finire di nuovo in uno stanzone con future mamme sorridenti che fanno i monitoraggi. 

Data articolo: Thu, 21 Jul 2022 04:59:50 GMT
News n. 18
Paternità, congedo obbligatorio di dieci giorni

Il 23 giugno scorso Ã¨ entrata pienamente a regime la nuova tipologia di congedo di paternità. Oggi il papà lavoratore ha diritto a un congedo obbligatorio della durata di 10 giorni lavorativi, retribuiti al 100% dello stipendio, fruibile nell'arco temporale che va dai due mesi precedenti ai cinque successivi al parto, sia in caso di nascita sia di morte perinatale del bambino.

Le novità non si fermano qui, come ci ricorda il patronato Inca della Cgil sul suo sito. "Dopo il family act, di cui tuttavia si attendono ancora i decreti attuativi - si legge sul sito dell'Inca - entrano a regime le nuove regole sulla tutela della genitorialità. A tre anni dalla direttiva europea n. 1158 del 2019 (relativa all'equilibrio tra attività professionale e vita familiare per i genitori e i prestatori di assistenza), il 22 giugno il Consiglio dei ministri ha approvato in via definitiva il decreto di recepimento di cui si attende ora la imminente pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, che accresce le opportunità di astensione dal lavoro per chi ha figli minori".

Le novità
La più importante è quella del congedo di paternità obbligatorio di dieci giorni, anticipata nell'ultima legge di bilancio. Questo provvedimento, scrive l'Inca, "arriva dopo anni di battaglie sindacali per accorciare le distanze di genere sulla responsabilità nella cura dei figli. Ora questa opportunità è a regime; pertanto, i padri potranno usufruirne a partire dai due mesi precedenti ai cinque mesi successivi alla nascita del figlio. Si tratta di un diritto autonomo del padre, distinto dai cinque mesi di congedo di paternità “alternativo”, che spetta solo in caso di morte o grave malattia della madre.

Altra novità è il prolungamento del congedo parentale dagli attuali sei ai nove mesi in totale fra i due genitori. In questo caso, ciascun genitore potrà beneficiare di una indennità, pari al 30 per cento della retribuzione, fino al dodicesimo anno di vita del bambino e non è trasferibile all'altro genitore. In alternativa, tra loro, è prevista anche la possibilità di un ulteriore congedo di 3 mesi, sempre indennizzato con il 30 per cento dello stipendio. Per i nuclei monoparentali, anche nei casi di affidamento esclusivo del figlio, il congedo parentale può durare per un massimo di undici mesi. In caso di adozione, nazionale o internazionale, del bambino, il periodo di congedo parentale viene individuato a partire dall'ingresso in famiglia e sempre entro il compimento del dodicesimo anno di vita del minore.

Anche alle lavoratrici autonome e libere professioniste - sottolinea il patronato della Cgil - Ã¨ estesa la fruizione dell'indennità di maternità per periodi di astensione anticipata a causa di gravidanza a rischio. Le iscritte alla gestione separata dell'Inps avranno riconosciuta l'indennità della durata di tre mesi fino al compimento del dodicesimo anno di vita del bambino.

Per quanto riguarda lo smart working, il decreto prevede una via preferenziale per la coppia con figli in situazioni di grave handicap, fino al compimento del dodicesimo anno di vita del minore, superando la norma che finora attribuiva alla sola madre la possibilità di accedervi per i soli tre anni successivi al congedo obbligatorio di maternità".

Per ogni esigenza di chiarimento e per avere l'aiuto e la consulenza delle operatrici e degli operatori dell'Inca Cgil, il consiglio è di recarsi all'ufficio del patronato più vicino (QUI indirizzi e contatti delle sedi).

(Per approfondire clicca QUI)

Data articolo: Tue, 19 Jul 2022 05:38:00 GMT
News n. 19
Ccnl Elettrici: Filctem, data ai lavoratori una risposta positiva

"Rinnovare un contratto nazionale di lavoro non è un compito di ragioneria, non si può realizzare con una calcolatrice, ma è il frutto di una negoziazione, una discussione di carattere politico che deve necessariamente tener conto del contesto generale e della situazione che ci circonda". Così il segretario generale Filctem Cgil Marco Falcinelli, commentando l'ipotesi di accordo sul rinnovo del contratto nazionale del settore elettrico sottoscritta oggi (lunedì 18 luglio) a Roma: "Abbiamo sempre affermato che per difendere il ruolo e il valore dei contratti nazionali di lavoro i contratti vanno rinnovati. È l'unico modo per difenderli da chi pensa che ormai il contratto nazionale non debba avere la sua valenza nel modello contrattuale di questo Paese".

Falcinelli evidenzia che "chi pensava che in questa fase, stante l'inflazione, le difficoltà legate alla pandemia e quelle legate alla guerra, non era la stagione per rinnovare i contratti nazionali, è stato smentito. E questo è stato possibile grazie anche a una visione univoca delle tre organizzazioni sindacali: siamo riusciti a dare una risposta positiva ai lavoratori".

Il segretario generale Filctem Cgil così conclude: "Oltre il valore economico di questa intesa, è l'averlo rinnovato questo contratto. Faremo una valutazione alla fine di questa stagione contrattuale: questo è il terzo contratto che rinnoviamo dopo il chimico e le miniere, e abbiamo altri tavoli aperti per quanto riguarda l'energia e petroli e il gas-acqua. Se riusciremo a rinnovarli tutti bene, ancora una volta avremo dimostrato la nostra volontà e la nostra capacità di difendere i diritti e il potere d'acquisto dei lavoratori in una situazione complessa per il Paese". 

Data articolo: Mon, 18 Jul 2022 17:48:54 GMT
News n. 20
Ccnl Elettrici, l'aumento è di 243 euro

Dopo oltre sei mesi di trattative, è stata firmata nel tardo pomeriggio di oggi (lunedì 18 luglio) a Roma l'ipotesi d'accordo per il rinnovo del contratto nazionale del settore elettrico, scaduto il 31 dicembre 2021. A siglarlo i sindacati del settore Filctem Cgil, Flaei Cisl e Uiltec-Uil, con le associazioni Elettricità Futura, Utilitalia, Energia Libera e i rappresentanti delle maggiori aziende elettriche del Paese (come Enel, Sogin, Terna e Gse). Quasi 60 mila i lavoratori interessati, distribuiti in circa 130 imprese.

Iniziamo dall'aumento complessivo (Tec): sarà di 243 euro nel triennio. L'incremento medio sui minimi (Tem), che in alcun modo sarà soggetto agli scostamenti negativi dell'inflazione, è di 225 euro e distribuito in quattro tranche: 60 euro il 1° ottobre 2022; 65 euro il 1° luglio 2023; 65 euro il 1° luglio 2024; 35 euro il 1° ottobre 2024. A questi vanno sommati 15 euro destinati al premio di produttività, erogato per 14 mensilità per due anni.

“Esprimiamo piena soddisfazione per il risultato raggiunto”, commentano i segretari generale di Filctem Cgil (Marco Falcinelli), Flaei Cisl (Amedeo Testa) e Uiltec Uil (Paolo Pirani): “Un rinnovo contrattuale nel segno della responsabilità e della transizione giusta, in un settore strategico per il Paese”. Gli esponenti sindacali rilevano che “i prossimi anni saranno determinanti per l'evoluzione economica dell'Italia, e un settore come quello elettrico potrà contribuire, anche attraverso questo contratto, a superare la forte crisi in atto”.

Tornando ai contenuti dell'accordo, viene confermato il meccanismo di verifica degli scostamenti dell'inflazione, a fine triennio le quote relative alla produttività potranno essere inserite nei minimi. Il montante complessivo per il periodo di vigenza contrattuale sarà di 4.750 euro. Inoltre, tre euro saranno invece a carico delle aziende per incrementare il welfare contrattuale.

Per quanto riguarda la vacanza contrattuale, il periodo dal 1° gennaio 2022 al 1° ottobre 2022 sarà coperto da una somma una-tantum di 450 euro. Aumenta anche l'indennità di reperibilità: due euro in più per ogni giornata (14 euro a settimana). Gli incrementi economici complessivi derivanti da questo rinnovo, tenendo conto anche degli incrementi dell'indennità di reperibilità e delle retribuzioni degli apprendisti, superano il 9% nel triennio.

Novità anche per i giovani lavoratori: è infatti aumentata la retribuzione degli apprendisti (+6% il primo anno, +5% il secondo anno, +6% il terzo anno). Viene migliorata, infine, la tutela in caso di malattia grave dell'apprendista.

Data articolo: Mon, 18 Jul 2022 17:25:56 GMT
News n. 21
Parità salariale, la lunga battaglia delle donne

Nella prima metà degli anni Cinquanta le principali rivendicazioni delle donne sul terreno del lavoro sono l'attuazione del dettato costituzionale sulla parità salariale e la realizzazione di una tutela della maternità che garantisca non solo migliori condizioni di lavoro, ma anche una serie di servizi esterni di sostegno.

La legge sulla tutela delle lavoratrici madri, per la quale si era battuta Teresa Noce, verrà approvata nel 1950. Sempre per iniziativa di Teresa Noce, nel maggio del 1952 viene presentato alla Camera il progetto di legge per l'Applicazione della parità di diritti e della parità di retribuzione per un pari lavoro. Oltre a Teresa Noce figuravano come firmatarie altre undici parlamentari donne, appartenenti sia al Partito comunista sia al Partito socialista, e più di 20 parlamentari uomini (tra questi Giuseppe Di Vittorio).

“Teresa Noce - riporta la storica Eloisa Betti - mobilitò le lavoratrici tessili nei luoghi di lavoro e fece giungere una lettera al Presidente del Senato della Repubblica italiana firmata dalle sindacaliste della Cgil in rappresentanza di 1.300.000 donne lavoratrici”. Nel solo 1952, le lavoratrici industriali inviarono centinaia di petizioni al Senato per supportare la proposta di legge di Teresa Noce, che non sarà neppure discussa in Assemblea plenaria, ma rimandata alla Commissione Lavoro della Camera dei deputati.

Nella seconda metà degli anni Cinquanta il lavoro femminile acquisisce una maggiore visibilità e importanza in seguito all'aumento del numero delle lavoratrici durante il cosiddetto “miracolo economico”. E qualcosa - soprattutto a partire dall'approvazione della Convenzione Oil n. 100, ratificata in Italia l'8 giugno 1956, divenendo legge l'anno successivo - comincia a cambiare.

“A Milano - riporta ancora Eloisa Betti - un tribunale legiferò in favore delle donne lavoratrici che richiedevano l'applicazione nei contratti di lavoro del principio della parità salariale sancito dall'articolo 37 della Costituzione italiana. Il tribunale dichiarò che il principio della parità salariale contenuto nella Costituzione italiana aveva valore normativo e non programmatico, come era stato sostenuto fino ad allora dalle associazioni datoriali e da parte della magistratura italiana”.

Una nuova proposta di legge viene presentata il 23 ottobre 1958. A Marisa Rodano, prima firmataria, seguono altre undici donne, tutte appartenenti all'Udi, parlamentari nelle fila del Partito comunista e del Partito socialista (anche i parlamentari della Cgil forniscono un importante supporto alla proposta di legge e, in aggiunta alle proposte elaborate da Teresa Noce e Marisa Rodano, anche i parlamentari democristiani che afferiscono alle Acli, a fronte delle pressioni esercitate dal Centro italiano femminile, presentano una ulteriore proposta).

I negoziati tra Confindustria, Cgil, Cisl e Uil porteranno nel luglio 1960 alla firma dell'Accordo inter-confederale sulla parità salariale nell'industria. L'accordo elimina formalmente la divisione tra le categorie maschili e femminili, stabilendo un unico schema di classificazione, fissando categorie con differenti indici salariali. Le donne lavoratrici - però - vengono generalmente collocate nelle categorie più basse del nuovo schema, con i datori di lavoro che continuano ad affermare che il lavoro femminile è di minor valore perché le donne sono meno qualificate.

Dopo la conclusione dell'accordo del 1960, nel settore industriale ogni categoria inizia la propria contrattazione, ma bisognerà ancora attendere molto - troppo! - per una legge vera e propria.

Data articolo: Sat, 16 Jul 2022 07:58:42 GMT
News n. 22
Cara Gaia, il tuo diritto è la nostra battaglia

Già tante (oltre 60) le adesioni alla iniziativa di Morozzi e Capponi, tante e prestigiose e provenienti da ogni settore: hanno già firmato, tra le altre e gli altri, anche Anna Valle, Anna Meacci, Katia Beni, il giornalista Rai Valerio Cataldi, Tomaso Montanari, Sandro Ruotolo, Susanna Camusso, Dalida Angelini segretaria generale Cgil Toscana, Claudia Sereni, Paola Galgani, Daniele Calosi, Cristina Arba, la consigliera nazionale di parità Franca Cipriani e la vice consigliera nazionale di parità Serenella Molendini, Enrico Fink, il biologo Duccio Cavalieri, lo storico Fulvio Cervini, lo storico Roberto Bianchi, Vittoria Franco, Barbara Orlandi del Coordinamento Donne Cgil Toscana, Daniela Mori, Claudio Vanni, Serena Spinelli, Sergio Staino e sua moglie Bruna, avvocate, avvocati, medici.  Questo invece il link dove si può leggere la lettera e chiunque potrà firmare per l'adesione: https://letterapergaia.wordpress.com

 

Cara Gaia, dolcissima, ironica, coraggiosa amica. Questa è una lettera di scuse.

Certo, s'intende, è anche una presa di posizione forte, indignata, furiosa, veemente, accanto a te, al tuo fianco.

Ed a sostegno di tutte le donne che, come te, hanno vissuto un'esperienza come quella che hai sentito la necessità di raccontare, della quale qualche idiota inqualificabile ha ritenuto non si dovesse avere rispetto.

A tutte voi dobbiamo delle scuse. Noi, donne che ci riteniamo progressiste, abbiamo mancato. Eravamo convinte, ingenue! Che i diritti civili, frutto di tante battaglie nostre, delle nostre madri, delle nostre nonne, fossero intangibili e fluissero verso il sol dell'avvenire come un fiume inarrestabile. E tra questi, che l'autodeterminazione delle donne ed il loro diritto a disporre liberamente del proprio corpo splendessero fulgidi e duri come il diamante.

Ci eravamo illuse che quella straordinaria stagione di riforme che negli anni 70 ha portato la legge n. 194 (del 1978), consentendo alla donna di scegliere, in sicurezza e riservatezza, di non portare avanti una gravidanza, ma anche il nuovo Diritto di Famiglia (del 1975), la legge sulla maternità nel lavoro (del 1971), la parità uomo-donna nel lavoro (del 1977), non potesse che continuare a fiorire. Che fosse ineluttabile andare sempre avanti. Che tutte quelle leggi di civiltà, con le quali si dava finalmente attuazione ai principi della Carta Costituzionale nata dalla Resistenza, fossero una conquista acquisita, intangibile, uno zoccolo duro su cui costruire un domani migliore per tutte e tutti.

Ci ha pensato la Corte Suprema degli Stati Uniti a darci la dimensione plastica delle volatilità delle conquiste in materia di diritti civili e sociali. Mostrandoci come sia stato facile per 5 giudici conservatori con una sola sentenza, la Dobbs, demolire un caposaldo quale il diritto (federale) all'aborto, che resisteva dagli anni '70 dopo la famosa pronuncia Roe vs. Wade. Facile, come entrare armati e incontrastati a Capitol Hill con un berretto di pelliccia in testa e devastare tutto.

Che doccia fredda. Pare che non sia finita qui, in pericolo ci sono altre conquiste delle donne e degli uomini americani, come l'uso della contraccezione ed i matrimoni fra persone dello stesso sesso. Da oltreoceano ci vengono segnali inquietanti e come in passato, nel bene e nel male, spesso sono anticipatori di quello che accadrà dopo poco anche in Europa. Le donne ucraine stuprate, rifugiate in Polonia, quando supplicano di poter abortire, sono già in difficoltà. Non è un caso. E' lo spirito dei tempi? Francamente lo temiamo.

E nel nostro Paese cosa sta succedendo? Non vi è dubbio che i diritti sanciti da leggi dello Stato devono essere rispettati e soprattutto resi effettivi. Un diritto se resta solo sulla carta, privo di applicazione concreta, è come se non esistesse.

La legge n. 194/78 ha passato nel 1981 anche il vaglio di un insidioso referendum abrogativo. Pensavamo davvero che fosse una conquista intangibile, rafforzata dal consenso popolare. Eppure è stata erosa, svuotata dall'interno, depotenziata.

Ricordiamoci come è intitolata, la Legge del 22 maggio 1978, n. 194: Norme per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza. Al primo articolo si stabilisce che lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. Che l'interruzione volontaria della gravidanza, non è mezzo per il controllo delle nascite. Che lo Stato, le regioni e gli enti locali devono promuovere e sviluppare i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l'aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite. Che per la prevenzione e gli accertamenti vi deve essere un sistema di consultori sul territorio, capillare, facilmente raggiungibile.

Ricordiamoci che prima del 1978 l'aborto volontario era un reato. Relegato nella clandestinità. Di aborto si moriva. La legge interviene per prevenire, ma quando la gravidanza è indesiderata e la donna riporti “circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito”, così recita il testo della legge (the black letter of the law, come dicono gli americani), vuole sottrarre la donna in difficoltà alle mamme, al rischio di perdere la propria salute o addirittura la vita. Abortire non è una passeggiata, mai. Ed ecco la costruzione di un sistema di interventi di prevenzione, incentrato sui consultori, sulla contraccezione e poi, se si arriva all'extrema ratio, sulla garanzia di un accoglienza sanitaria rispettosa e gratuita, in sicurezza e riservatezza.

E così per lungo tempo è stato, con un crollo verticale delle interruzioni di gravidanza clandestine ed una enorme diminuzione progressiva degli stessi aborti legali.

Ma noi, che illuse eravamo! Pensavamo che, visti i risultati, l'impianto della legge fosse solido, duraturo, condiviso, che le risorse a lei destinate venissero nel tempo garantite.

Eppure, oggi in Italia, ed anche nella nostra civilissima Toscana, non siamo riusciti a mantenere il livello di assistenza pensato dal nostro legislatore affinché la legge raggiungesse i suoi obiettivi.

In certi territori i consultori non esistono e l'obiezione di coscienza, il cui diritto previsto dalla stessa legge 194 nessuno vuole contestare, impedisce di fatto lo svolgimento del servizio. Neanche un medico o un infermiere disponibile. Chi per spirito di servizio si impegna su tale fronte finisce relegato in un ghetto professionale dal quale non riesce ad uscire. Medico abortista! Uno stigma sociale, non solo per le donne, anche per i sanitari che svolgono la loro pubblica funzione. Inammissibile.

Non puoi abolire l'aborto. Puoi solo abolire l'aborto sicuro. Questa è la verità. Le donne purtroppo si troveranno sempre dinanzi a questo dilemma. Per motivi privati, dolorosi, insondabili, insindacabili. Che hanno diritto di non rivelare, se non vogliono. Ma le donne hanno diritto, grazie ad una legge dello Stato, ad essere accolte in riservatezza in una struttura ospedaliera gratuita e sicura, dove ricevere assistenza secondo i migliori protocolli. E sì, se ve ne sono le condizioni sanitarie, anche dove poter ricevere un farmaco da assumere nella propria abitazione, con tutte le cautele del caso, evitando ricoveri e inutili medicalizzazioni. E senza subire atteggiamenti moralistici, senza essere interrogate, sondate, giudicate da chicchessia. Senza dover percorrere centinaia di chilometri per trovare una struttura ospedaliera accogliente. E senza che alcuno ostacoli, in fatto e diritto, la loro libertà di scelta. E dopo, hanno diritto al silenzio, all'oblio. Ad elaborare la loro esperienza dove e come vogliono, nel rispetto. Anche a parlarne, se ciò sembra loro necessario o opportuno, ma senza subire un pubblico linciaggio.

“Non dimenticare mai che una crisi politica, economica o religiosa, sarà sufficiente per mettere in discussione i diritti delle donne. Questi diritti non saranno mai acquisiti. Dovrai rimanere vigile per tutta la vita” diceva Simone De Beauvoir. Come è vero.

Oggi, se parli di diritti civili da difendere, ti sentirai rispondere che “ben altri” e più importanti sono i bisogni delle persone, come le troppe tasse, l'inflazione o la bolletta del gas. Indubbiamente le criticità economiche ci sono, come negarlo?

Ma nella scala delle priorità che lo Stato deve rispettare, cosa c'è di più importante della salute e dell'integrità fisica di cittadine e cittadini? E la legge 194 si prefigge proprio questo obiettivo, di impedire che le donne di aborto muoiano, come è sempre accaduto nei secoli dei secoli, come ancora oggi a volte accade, ma, per fortuna, in minore misura. Questa è, come dicono i giuristi, lasua ratio. E lo Stato democratico deve garantire che ad ogni donna siano offerte la stessa opportunità, a prescindere dal censo, dalla condizione economico-sociale in cui si trova. Perché al mercato dell'aborto clandestino si rivolgono le donne povere, le immigrate, le minori. A discriminazione si aggiunge discriminazione, anche sulla salute e sull'integrità fisiopsichica, sulla stessa vita.

Già, le minori. I numeri dell'aborto minorile sono sconfortanti. Ci siamo illuse che la prevenzione arrivasse ai nostri giovani, che finalmente nelle scuole entrasse l'informazione sulla vita sessuale, la contraccezione, l'educazione all'affettività, finora delegati alle famiglie ed (ahinoi) ad internet. Nulla di tutto questo. La prevenzione è rimasta un tabù, una parola vuota. Dobbiamo scusarci anche con i nostri figli, maschi e femmine, per non aver fatto abbastanza, per averli lasciati soli in un frangente così delicato per la loro formazione.

Scusaci Gaia, per non aver presidiato e sostenuto abbastanza il tuo diritto a scegliere, in quel particolare momento della tua vita, di non diventare madre. Di autodeterminarti, di disporre liberamente del tuo corpo. Di non doverti giustificare dinanzi a persone che ti definivano â€œquella”. Che ti giudicavano secondo la loro morale, invece di compiere il loro dovere, in una sanità laica, che ti lapidavano a parole, come si fa con le pietre verso le donne, ancora oggi, in certi paesi.

E accanto a te scusa a tutte le “Gaia del mondo”, a Paola, Fatima, Leila, Claudia, Josephine, Silvia, Irina, Maria, Rosa, Brigitte, Jane e ancora nomi, e ancora donne , scusateci tutte ovunque voi siate, per non aver gridato più forte, nelle manifestazioni, nei cortei, nelle riunioni, nelle assemblee (perché ne abbiamo fatte tante, perbacco, s'intende) in difesa della legge 194, pretendendo, sì esatto, pretendendo che lo Stato, le Regioni e tutta la filiera dei presidi sanitari si assumessero ciascuno le loro responsabilità e garantissero l'effettività dei diritti che nella legge sono sanciti. Battendo i pugni sui tavoli. Chiedendo con veemenza più risorse, più attenzione, più controlli sull'efficacia dei servizi. Più fatti, meno parole.

Intendiamoci, noi ai diritti civili ed alle garanzie abbiamo sempre creduto. Siamo convinte che quando in un Paese si rispettano i diritti delle donne, tutta la società progredisce, perché garantire i diritti delle donne fa avanzare i diritti di tutti. E di questo anche gli uomini devono essere consapevoli, di quanta strada ci sia ancora da fare, insieme, assumendosi ciascuno la propria responsabilità, con senso critico, senza sconti, facendosi carico, mettendoci la faccia.

Oggi è evidente e necessario il fatto che dobbiamo tornare ancora nelle strade, nelle piazze, se occorre nelle aule giudiziarie, alzando la voce, per il diritto all'aborto, per la parità di trattamento nel lavoro, per la parità in famiglia, per la parità nella rappresentanza ecc. ecc.

Come diceva Simone, vigiliamo, donne, vigiliamo, è necessario, per tutta la vita.

Grazie Gaia e grazie a tutte le “Gaia” del mondo.

Abbiamo molto da fare.

Insieme.

Data articolo: Fri, 08 Jul 2022 07:32:00 GMT
News n. 23
Almeno lo ius scholae

In Germania nel 2001 è stato introdotto lo ius soli: chi nasce in Germania è tedesco. Punto. Una serie di studi condotti su questo e altri casi europei  hanno dimostrato senza alcun dubbio che l'acquisizione della cittadinanza ha effetti positivi sui minori (tasso di abbandono più basso, migliori risultati, maggiore propensione a continuare gli studi) e sull'intera società – ad esempio per quanto riguarda il mercato del lavoro – ma più in generale per la coesione e l'inclusione che produce. 

Senza ovviamente dimenticare l'aspetto più clamoroso: e cioè l'intollerabile ingiustizia che vede minori crescere vicino a coetanei in tutto e per tutto uguali a loro in classe, ma “diversi” e discriminati quando escono da una scuola in cui da anni sono a tutti gli effetti italiani: stessi studi, stessi insegnanti, stesse prove, anche se spesso non gli stessi voti.

Se in Italia una sensibilità comune per lo ius soli ancora manca, tra le forze politiche (ma non nella società stando almeno a tanti sondaggi, tra cui quello dell'Osservatorio Futura), una grande opportunità si presenta in queste settimane. Alla Camera è infatti in discussione una proposta di legge sullo ius scholae che riguarda una platea di 900.000 minori stranieri, 80% dei quali, va ricordato, sono di seconda generazione: sono cioè nati in Italia ma non sono italiani.

Lo ius scholae è molto meno dello ius soli, ma la sua approvazione sarebbe un fatto rilevante.  Dalla Conferenza nazionale sull'immigrazione che si è tenuta nei giorni scorsi, il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, ha sottolineato l'importanza di una norma che “può costituire un primo importante passo per la riforma della cittadinanza e consegnare finalmente ai giovani nati in Italia o giunti da bambini il diritto di essere riconosciuti legittimamente italiani e italiane”.

La proposta di legge firmata dal deputato 5 Stelle Giuseppe Brescia, nonostante una spaccatura nella maggioranza – con la Lega e una parte di Forza Italia sulle barricate – è stata licenziata dalla commissione Affari costituzionali e punta a modificare la legge sulla cittadinanza che risale al 1992 e che stabilisce che un minore straniero deve attendere i 18 anni per diventare italiano; se passasse la nuova norma, per chi è nato in Italia, o vi è arrivato prima del dodicesimo anno di età, “basterà” aver risieduto legalmente e senza interruzioni nel nostro paese e aver frequentato regolarmente un quinquennio negli istituti appartenenti al sistema nazionale di istruzione oppure percorsi di istruzione e formazione triennale o quadriennale per il conseguimento di una qualifica professionale. Non è un processo automatico: saranno i genitori, purché entrambi residenti in Italia, a dover rendere una “dichiarazione di volontà” entro il compimento della maggior età del figlio o della figlia. Si tratterebbe di un cambio di passo per il nostro che in materia di cittadinanza ha tra le leggi più restrittive d'Europa.

Insomma, una norma moderata che fotografa una realtà sotto agli occhi di tutti. Un adeguamento di semplice buon senso che invece deve subire l'attacco delle peggiori resistenze legate a ideologie retrive e fuori del tempo che si sono tradotte in ben 728 emendamenti, alcuni dei quali risibili: esami orali che dovrebbero accertare la conoscenza di feste, saghe, tradizioni culinarie o addirittura requisiti meritocratici, come se la cittadinanza fosse ricompensa da concedere solo ai più bravi.

Calza, Flc: non è il massimo, ma approviamola
Secondo l'ultimo report del ministero dell'Istruzione, riferito all'anno scolastico 2019-2020, gli alunni con cittadinanza straniera in Italia sono 876.801: il 10,3% del totale della popolazione scolastica e ben due terzi di essi (573.845) sono di seconda generazione, quota che nella scuola dell'infanzia sale all'80%, mentre rappresenta il 75 per cento nella primaria, il 62% nella secondaria di I grado e il 40% nella secondaria di II grado.

I numeri sono insomma impressionanti. “Il nostro auspicio è che questa legge vada in porto in fretta: è giusto che chi è cresciuto nel sistema scolastico nazionale abbia la possibilità di diventare cittadino italiano”. Così Manuela Calza, della segreteria nazionale della Flc Cgil, che rimarca come “la cittadinanza è uno strumento di inclusione  e partecipazione attiva alla comunità, crea senso di appartenenza e consapevolezza del proprio ruolo nella costruzione del bene comune, oltre naturalmente a contribuire a togliere disagio a tante ragazze e ragazzi ”.

Un disagio che spesso si traduce in una grande disparità. Se in Italia la dispersione scolastica nel 2021 è in media pari al 13,1%, tra gli alunni con cittadinanza non italiana arriva al 35,4%. “Le spiegazioni sono tante – chiosa Calza – ma è chiaro che, come dimostra l'esempio tedesco, l'acquisizione della cittadinanza è uno dei fattori chiave per innalzare i livelli di istruzione e limitare l'abbandono”.

Per la sindacalista, inoltre, la legge valorizzerebbe il ruolo della scuola “che viene in questo modo riconosciuta come istituzione garante delle pari opportunità”. Certo, conviene la dirigente della Flc Cgil, non è ancora sufficiente: “Io credo che i due princìpi alla base dello ius soli e dello ius scholae debbano compenetrarsi. E cioè, il diritto di cittadinanza deve essere riconosciuto sia a chi nasce in Italia sia a chi, pur non essendovi nato, vi studia”.  

Biancuzzi, Rete studenti: basta discriminazioni
Sulla stessa lunghezza d'onda gli studenti. Che rimarcano come la mancanza della cittadinanza crea in realtà difficoltà agli studenti anche nell'ambito della vita scolastica. “Ad esempio in occasione dei viaggi di istruzione non possono andare all'estero – attacca Tommaso Biancuzzi, coordinatore della Rete degli studenti medi –. Sembra una sciocchezza, ma non lo è: le gite sono un fattore aggregante, di inclusione. Non partecipare marca una distanza rispetto al gruppo classe con il quale sei cresciuto e conferma che non sei affatto uguale agli altri”. 

Anche per gli studenti la proposta è “di civiltà e di buonsenso”, anche se ha molti limiti, e dunque va approvata celermente. Del resto, conclude Biancuzzi, “cosa ti rende più italiano dell''aver studiato qui e aver condiviso con tutti gli altri una vita da studente”?

Lorenzoni: anche gli insegnanti in campo
Ma quante probabilità ci sono che la legge passi prima della fine della legislatura? Per Franco Lorenzoni, maestro e fondatore della Casa Laboratorio Cenci, il rischio che vada a finire come con lo ius culturae che fu affossato alla fine della scorsa legislatura esiste. “Per questo – ci dice – Ã¨ importante che la legge venga approvata subito alla Camera: se passa ora qualche possibilità che l'iter al Senato si concluda prima dello scioglimento delle Camere c'è. Il ricatto della Lega, che minaccia l'uscita dal governo, è sbagliato, perché si tratta di un'iniziativa parlamentare tanto che lo stesso Draghi se ne è tirato fuori. Nel paese il consenso c'è, ma purtroppo come spesso accade la politica si muove in un'altra direzione”.

Anche per Lorenzoni, lo ius scholae è un “compromesso al ribasso”, tuttavia è importante “perché apre un varco a un diritto negato da decenni, cosa di una gravità enorme, perché chi insegna o educa sa che quei 900.000 minori che non hanno cittadinanza soffrono di parecchie privazioni: vivono condizionati da ciò che accade ai loro familiari, rendendo ancora più difficile l'età della crescita che è già piena di incertezze in un periodo di grande sofferenza giovanile derivata dalla pandemia e dalla guerra”. 

“Chi ha un background migratorio – aggiunge il maestro – sconta una sofferenza data da molteplici fattori. La privazione della cittadinanza si aggiunge alla povertà, alle difficoltà linguistiche, ai deficit d'inclusione, perché anche se la scuola fa in tanti casi un ottimo lavoro, è pur vero che esistono ancora scuole e classi ghetto che rappresentano un grande problema, perché è proprio la disomogeneità culturale che rappresenta un importante fattore di crescita”.

Lorenzoni chiama dunque anche la comunità educante a fare uno scatto in avanti. “Il mio appello – conclude – è che a settembre gli insegnanti dedichino a questo tema una grande attenzione: non per fare propaganda, che non amo, ma perché compito della scuola è quello di affrontare i problemi reali delle persone”. 

E cosa c'è di più reale e ragionevole che battersi perché cadano quelle barriere invisibili che separano bambine e bambini, ragazze e ragazzi, che trascorrono uno vicino all'altro gli anni più importanti della propria vita?

Data articolo: Fri, 08 Jul 2022 05:08:00 GMT
News n. 24
Milano fa festa: torna il Pride

Dopo due anni di assenza, causata dalla pandemia, oggi (2 luglio) la parata tornerà finalmente protagonista del Milano Pride. Un corteo, che oramai dai alcuni anni siamo abituati a vedere molto partecipato, attraverserà la città dalla Stazione Centrale all'Arco della Pace, rivendicando i diritti delle persone Lgbtqia+ e la lotta contro ogni forma di discriminazione. 

Un'edizione, quella di quest'anno, che non può non rivolgere un pensiero alla drammatica situazione in Ucraina e a tutte le guerre presenti nel mondo. Come scritto nel documento politico del Milano Pride, intitolato “Diritti senza conflitti”, “la guerra cancella qualsiasi possibilità di garantire lo stato di diritto e grava ancora una volta maggiormente sulle persone più deboli e meno garantite”.

Sono passati molti anni da quando l'allora Gay Pride anche a Milano vedeva la partecipazione di poche decine di militanti del movimento omosessuale che “osavano” sfidare la piazza per rivendicare i propri diritti. Ancora più anni, esattamente 50, sono trascorsi da quando il neonato movimento di liberazione omosessuale organizzò una manifestazione di protesta a Sanremo in occasione di un convegno dal titolo “Comportamenti devianti della sessualità umana” che poneva attenzione al tema della omosessualità declinata secondo coordinate patologizzanti e terapeutiche.

Non vi è dubbio che la nostra società ha profondamente mutato quell'atteggiamento oscurantista e discriminatorio e la sempre più ampia e diffusa partecipazione alle iniziative del Pride lo dimostrano ampiamente. Una società che, come spesso capita, ha dimostrato che sul tema dei diritti civili è più avanti della politica. Che vergogna, da questo punto di vista, gli applausi e i festeggiamenti in Senato di alcune forze politiche dopo la bocciatura del Ddl Zan. Che vergogna il continuo mancato riconoscimento del patrocinio di Regione Lombardia al Pride. 

La strada da fare è ancora molto lunga, anche nella “ricca” Milano”. Nei luoghi di lavoro e nelle scuole assistiamo ancora a forme di discriminazione e di pregiudizio e in moltissimi casi l'impossibilità delle persone di esprimere liberamente la propria identità di genere. Assistiamo ad aggressioni omofobe, fisiche e verbali, e a forme di vessazioni e mobbing nei contesti lavorativi, molte volte perpetrate dai colleghi.  Siamo molto preoccupati del clima di odio e di intolleranza che si respira nel nostro Paese nei confronti di ogni forma di diversità.

La Camera del lavoro di Milano, da sempre in prima fila nelle battaglie contro le discriminazioni, per i diritti civili, l'uguaglianza e la libertà delle persone, aderisce e partecipa al Milano Pride 2022.  Lo fa con la costanza e l'impegno di un lavoro quotidiano: nelle vertenze contro le aziende che discriminano le persone per il loro orientamento sessuale; nelle pratiche contrattuali, come quelle che, ancor prima dell'approvazione della legge sulle unioni civili, hanno consentito di estendere in alcune aziende diritti alle famiglie composte da persone dello stesso sesso; nei progetti, come quelli volti a favorire l'inserimento lavorativo delle persone trans gender, discriminate sia nei colloqui di lavoro che poi nei luoghi di lavoro. 

La Cgil è e sarà sempre parte attiva alle iniziative e ai percorsi, sia a livello territoriale che nazionale, che contrastino ogni forma di discriminazione e consentano di agevolare il percorso di rivendicazione dei diritti civili nel nostro Paese. 

Ivan Lembo e Massimo Mariotti, Camera del lavoro di Milano

Data articolo: Sat, 02 Jul 2022 07:37:47 GMT
News n. 25
Cgil Lombardia: «Pride giornata necessaria»

"Tutti gli anni si sente ripetere la domanda: ha ancora senso il Pride?". Inizia così un comunicato della Cgil Lombardia che spiega perché è importante, anche quest'anno, che ci sia il Pride. "Stiamo ai fatti - si legge nella nota sindacale - e riportiamo qualche cifra: a giugno, in Italia, in meno di un mese, sono stati denunciati 17 episodi di omotransfobia.  Secondo una ricerca di Dentsu Italia, l'omofobia cresce del 25%. Se si prendono le 20 parole d'odio più frequenti rivolte alla comunità LGBTQ+ e si analizza quante volte vengono pubblicate online, si scopre che ogni mese, in Italia, vengono pubblicati online 5.300 contenuti con insulti omofobi. Che diventano 6.600, il 25% in più, durante il mese del Pride.

Secondo la ricerca, la conseguenza di questo clima e dei discorsi d'odio e omofobi, come, da anni, evidenzia la letteratura, contribuisce a creare un ambiente sistematicamente ostile all'inclusione sociale e può sfociare in atti di aggressione e violenza fisica.

Questo genere di scenario finisce con il fagocitare qualunque tipo di contro-narrazione, specialmente laddove venga confinata ai soli mesi del Pride. E proprio per questo, la soluzione non può che essere socialmente diffusa: tuttǝ devono, pertanto, promuovere iniziative in modo continuativo, rivolgendosi a target diversi con obiettivi diversi.

Le istituzioni dove stanno in questo necessario percorso? Quando si affronterà la discussione sul Ddl Zan? In attesa di risposte che non arrivano, Regione Lombardia nega il patrocinio al Pride milanese del 2 luglio, a conferma della linea politica scelta dalla Regione, insensibile nei confronti di manifestazioni di libertà e della necessità di garanzia ed estensione dei diritti.

Il Pride è dunque una giornata necessaria. Cgil Lombardia sarà presente al corteo del 2 luglio, sapendo che la battaglia per l'inclusione continua tutti i giorni".

Data articolo: Thu, 30 Jun 2022 10:11:51 GMT

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