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Il centrodestra tiene Venezia al primo turno e conquista Reggio Calabria, strappandola a oltre un decennio di governi progressisti. Con queste due vittorie si chiude la tornata delle elezioni amministrative del 24 e 25 maggio 2026, che ha coinvolto circa 750 Comuni e oltre 6,6 milioni di elettori: l’affluenza definitiva al 60,06% segna un calo di quasi cinque punti rispetto alle precedenti comunali.
Il risultato più atteso della tornata è quello di Venezia. L’assessore uscente Simone Venturini, candidato del centrodestra, supera al primo turno il senatore del Pd Andrea Martella: Venturini si è attestato al 51%, con la sua lista civica come prima forza politica con oltre il 30% dei consensi. Martella era espressione di un campo largo che spaziava dalle liste riformiste a Rifondazione comunista. La sconfitta di una coalizione così ampia in una città simbolicamente contesa è il dato politico più commentato della tornata.
Altrettanto netta la vittoria a Reggio Calabria, dove Francesco Cannizzaro, sostenuto dal centrodestra e da Azione, ottiene il 65,6% dei voti contro il 25% dello sfidante Domenico Donato Battaglia. La città torna al centrodestra dopo oltre un decennio di amministrazioni progressiste e un commissariamento. “Anche oggi, il tanto annunciato crollo del centrodestra, lo rimandiamo a domani”, ha commentato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
Il centrosinistra festeggia la riconquista di Pistoia, dove Giovanni Capecchi vince al primo turno. Si conferma a Prato con Matteo Biffoni e a Mantova con Andrea Murari. La vittoria più larga arriva però da Salerno, dove l’ex governatore della Campania Vincenzo De Luca — candidato civico senza il simbolo del Pd — ottiene il 58,11%, diventando sindaco per la quinta volta. Ad Avellino vince Nello Pizza alla guida di una coalizione di campo largo (Pd, M5S e forze di centro), mentre a Enna si afferma con il 63,54% Vladimiro Crisafulli, storico esponente dem, anch’egli con lista civica. La segretaria del Pd Elly Schlein ha commentato: “Uniti siamo competitivi per le politiche”. A Messina è confermato il sindaco uscente Federico Basile, sostenuto da Sud chiama Nord.
Tra le città minori spicca Vigevano, dove ha vinto il candidato civico sostenuto da Futuro Nazionale di Roberto Vannacci: un risultato che ha alimentato il dibattito sugli equilibri nella coalizione di centrodestra nel Nord del Paese.
Nessun candidato ha raggiunto la maggioranza assoluta al primo turno in cinque capoluoghi. Ad Arezzo, dove il centrodestra governa dal 2015, Marcello Comanducci si è fermato al 44% contro il 32% dello sfidante di campo largo Vincenzo Ceccarelli: sarà il 20% di elettori che ha scelto Marco Donati, sostenuto da Azione, a indirizzare l’esito del ballottaggio. A Lecco Filippo Boscagli (centrodestra) sfida il sindaco uscente Mauro Gattinoni (centrosinistra).
A Chieti l’ex vicepresidente del Csm Giovanni Legnini guida il centrosinistra con circa il 48-49%, senza aver raggiunto la soglia al primo turno. Il caso più clamoroso è Macerata, dove il sindaco uscente di centrodestra Sandro Parcaroli ha sfiorato la vittoria fermandosi al 49,96%: una manciata di voti lo ha rimandato al secondo turno. Ad Agrigento l’esito è ancora in bilico, con un candidato civico in vantaggio.
L’affluenza al 60,06% segna una flessione di quasi cinque punti rispetto alla tornata precedente: l’Umbria è la regione dove ha votato la quota più alta di aventi diritto, il 70,78%. Il calo della partecipazione si inserisce in una tendenza comune alle consultazioni locali degli ultimi anni. Il voto ha ridimensionato l’euforia che aveva caratterizzato le opposizioni all’indomani della vittoria del No al referendum sulla giustizia di marzo 2026: la mappa dei sindaci eletti restituisce un quadro politico più composito, con ballottaggi aperti in entrambe le direzioni.
Il Tesoro torna sul mercato con una nuova asta di titoli di Stato a medio-lungo termine in una fase in cui la risalita dei rendimenti rende più appetibili le nuove emissioni, mentre chi già possiede titoli deve fare i conti con minusvalenze potenziali. Il MEF offre il 28 maggio BTP a 5, 10 e 20 anni e due CCTeu, per un importo massimo complessivo di 10,5 miliardi di euro.
Il calendario del MEF prevede la prenotazione da parte del pubblico entro il 27 maggio 2026, la presentazione delle domande in asta entro le ore 11 del 28 maggio, l’asta supplementare il 29 maggio entro le ore 15.30 e il regolamento delle sottoscrizioni il 1° giugno 2026.
Il collocamento riguarda cinque linee: BTP 5 anni, BTP 10 anni, BTP 20 anni e due CCTeu con scadenze nel 2035 e nel 2036. L’operazione si inserisce nel calendario ordinario delle aste BTP e BOT 2026, con domanda attesa soprattutto sulle scadenze intermedie, dove il rapporto tra rendimento e rischio tasso tende a essere più leggibile per il mercato retail.
L’asta comprende cinque titoli di Stato, con importi minimi e massimi già indicati dal Tesoro. Nel dettaglio:
L’ammontare massimo ordinario dell’asta arriva a 10,5 miliardi di euro. Il collocamento avviene con il meccanismo dell’asta marginale, con determinazione discrezionale del prezzo di aggiudicazione e della quantità emessa entro gli intervalli comunicati dal MEF.
La quantità effettivamente assegnata potrà quindi essere inferiore al massimo offerto se le condizioni di mercato o i prezzi presentati dagli operatori non saranno ritenuti convenienti. Il prezzo di aggiudicazione sarà comunicato dal Tesoro dopo l’asta.
La nuova asta arriva mentre il mercato obbligazionario sta mostrando una maggiore sensibilità alle aspettative sui tassi. Quando i rendimenti salgono, i prezzi dei bond già emessi scendono, soprattutto sulle scadenze più lunghe. È il meccanismo che ha riacceso il confronto tra titoli da comprare in asta e titoli già quotati sul mercato secondario.
Per chi acquista oggi, rendimenti più elevati possono rendere interessanti le nuove emissioni. Per chi ha già in portafoglio obbligazioni acquistate a prezzi più alti, invece, la vendita prima della scadenza può cristallizzare perdite. La valutazione cambia quindi in base all’orizzonte di investimento, alla durata residua del titolo e alla necessità di liquidità .
Nel nuovo collocamento, il BTP a 5 anni offre una cedola annua del 3,15% e una scadenza al 2031, più breve rispetto al decennale e quindi meno esposta alle oscillazioni dei tassi. Il BTP a 10 anni, con cedola del 3,80% e scadenza al 2036, intercetta invece la parte più osservata della curva italiana.
Il rendimento del decennale italiano si muove intorno all’area del 3,6%, dopo una fase di tensione sui governativi europei. In questo scenario, la domanda sull’asta potrà dare un segnale utile sul grado di fiducia degli investitori verso il debito italiano e sulla disponibilità del mercato ad assorbire nuova offerta a medio termine.
I due CCTeu in asta presentano un tasso annualizzato del 3,237%, spread dello 0,8% e tasso cedolare semestrale dell’1,645%. Si tratta di titoli indicizzati all’Euribor a sei mesi, quindi più legati all’evoluzione dei tassi monetari rispetto ai BTP a cedola fissa.
La componente variabile può risultare più adatta a chi cerca una protezione parziale in caso di tassi ancora elevati, pur accettando cedole future legate all’andamento del parametro di riferimento. Rispetto ai BTP, i CCTeu riducono una parte del rischio tasso, senza eliminarne il rischio prezzo sul mercato secondario.
L’importo minimo sottoscrivibile è pari a 1.000 euro. Per il pubblico, la prenotazione avviene tramite gli intermediari abilitati entro la data indicata dal calendario MEF. Gli operatori ammessi partecipano in proprio e per conto terzi.
Il comunicato del Tesoro precisa che agli operatori viene riconosciuta una provvigione di collocamento sulle aste ordinarie dei titoli assegnati. Di conseguenza, gli intermediari non possono applicare ulteriori oneri di intermediazione sulle sottoscrizioni della clientela.
La fase attuale conferma una regola spesso sottovalutata dai risparmiatori: i titoli di Stato offrono cedole e rimborso a scadenza, ma il loro prezzo può oscillare anche in modo marcato durante la vita del titolo. La durata del bond misura proprio questa sensibilità : più è lunga, maggiore è l’effetto dei movimenti dei tassi sul prezzo.
Le nuove aste possono offrire rendimenti più allineati al mercato attuale, mentre i titoli acquistati in passato a rendimenti inferiori possono quotare sotto la pari. La scelta tra acquistare in asta, comprare sul secondario o mantenere i bond già in portafoglio dipende quindi dal rendimento effettivo, dalla fiscalità , dall’orizzonte temporale e dal bisogno di liquidità prima della scadenza.
Il Canone Unico Patrimoniale entra stabilmente nell’area dei tributi locali. Le Sezioni Unite della Cassazione, con la sentenza n. 12225 del 1° maggio 2026, hanno chiarito che il CUP previsto dalla Legge n. 160/2019 ha natura tributaria “in ogni casoâ€. La conseguenza incide su Comuni, Province, Città metropolitane, concessionari della riscossione, imprese e contribuenti: le liti sugli avvisi di accertamento relativi al canone unico vanno davanti al giudice tributario.
La pronuncia riguarda il Canone Unico Patrimoniale tra i tributi locali, introdotto dall’articolo 1, commi da 816 a 847, della Legge n. 160/2019. Il CUP ha sostituito diversi prelievi locali legati all’occupazione di suolo pubblico, all’esposizione pubblicitaria e alle pubbliche affissioni.
La novità riguarda soprattutto dehors, cantieri, impianti pubblicitari, insegne, mezzi promozionali e concessioni collegate all’uso di spazi pubblici. La sentenza n. 12225/2026 chiude il contrasto interpretativo sulla natura del Canone Unico Patrimoniale e offre agli enti locali una linea applicativa più stabile.
La Cassazione valorizza la struttura sostanziale del prelievo: obbligo imposto dalla legge, collegamento a un presupposto economicamente rilevante e destinazione del gettito al finanziamento della spesa pubblica. Da questi elementi deriva la qualificazione tributaria del canone, anche se la denominazione usata dal legislatore richiama la natura patrimoniale.
L’effetto immediato riguarda la giurisdizione. Le controversie sugli avvisi di accertamento esecutivo relativi al Canone Unico Patrimoniale spettano alle Corti di giustizia tributaria, secondo le regole del processo tributario.
Per imprese e contribuenti, la qualificazione incide sulla scelta del giudice, sui termini di ricorso, sul valore della lite e sulle regole processuali applicabili. Per gli enti locali, la sentenza orienta la redazione degli atti e le indicazioni da inserire negli avvisi notificati ai soggetti tenuti al pagamento.
Il Canone Unico Patrimoniale comprende due presupposti principali: l’occupazione di aree pubbliche e la diffusione di messaggi pubblicitari. La sentenza considera unitario il prelievo, superando le incertezze nate dalla precedente coesistenza di entrate tributarie e patrimoniali.
Il CUP ha infatti accorpato TOSAP, imposta comunale sulla pubblicità , diritto sulle pubbliche affissioni, canone per l’installazione dei mezzi pubblicitari, COSAP e alcune entrate legate al Codice della strada. La nuova qualificazione vale per l’intero canone, con riflessi anche sulle liti collegate alla tassa sulle insegne pubblicitarie e calcolo del CUP.
La nuova qualificazione del CUP aiuta a individuare rito, giudice e regole di calcolo della lite. Per controversie di importo contenuto, la causa può rientrare nella competenza del giudice unico della Corte di giustizia tributaria di primo grado, secondo la disciplina vigente. La decisione si inserisce nel nuovo assetto delle liti tributarie, che dal 2026 attribuisce al giudice monocratico le controversie fiscali fino a 10mila euro in primo grado. Anche le liti sul canone unico devono quindi essere valutate in base al valore del tributo contestato.
Giugno è uno dei mesi più caldi del calendario fiscale per i contribuenti italiani: accanto agli adempimenti periodici di imprese e professionisti e sostituti d’imposta, ci sono infatti numerose scadenze che coinvolgono famiglie, proprietari di immobili e contribuenti alle prese con la dichiarazione dei redditi. Il mese si apre con affitti, bollo auto e superbollo, prosegue con la Rottamazione-quater e l’acconto IMU. Per le Partite IVA il calendario si concentra su IVA, ritenute, contributi INPS, locazioni brevi, comunicazioni POS-cassa.
Per i contribuenti persone fisiche, il mese concentra più appuntamenti ravvicinati: la rata della Rottamazione-quater con pagamento tempestivo entro l’8 giugno, l’acconto IMU del 16 giugno, le finestre per correggere la dichiarazione precompilata e i versamenti da dichiarazione dei redditi in calendario a fine mese, salvo rinvii per specifiche categorie di contribuenti.
Il primo giorno lavorativo del mese raccoglie alcuni adempimenti in scadenza a fine maggio e slittati a lunedì 1 giugno. Per gli affitti, il termine riguarda la registrazione dei contratti di locazione e il versamento dell’imposta di registro quando la scadenza cade in questa data, secondo le regole ordinarie dei 30 giorni dalla stipula o dalla decorrenza, se anteriore. Per la trasmissione telematica si utilizza il modello RLI per la registrazione degli affitti.
Nella stessa data rientrano anche il bollo auto e il superbollo per i veicoli soggetti al pagamento secondo il calendario regionale applicabile. Il bollo auto segue regole territoriali e termini collegati alla scadenza precedente, mentre il superbollo riguarda le autovetture e gli autoveicoli per il trasporto promiscuo con potenza superiore a 185 kW.
Per i contribuenti che hanno aderito alla Rottamazione-quater, il termine ordinario della rata cade il 31 maggio 2026. Poiché la scadenza cade di domenica e si applicano i cinque giorni di tolleranza previsti dalla disciplina della definizione agevolata, i pagamenti sono considerati tempestivi se effettuati entro lunedì 8 giugno 2026.
La scadenza riguarda la dodicesima rata per i piani ordinari, l’undicesima rata per i contribuenti dei territori interessati dal Decreto Alluvione e la rata prevista per chi è stato riammesso alla definizione agevolata. Il pagamento omesso, insufficiente o effettuato oltre i termini comporta la perdita dei benefici della definizione agevolata.
Il 16 giugno scade il termine per il versamento della prima rata IMU. L’acconto si calcola sulla base delle aliquote e delle detrazioni dell’anno precedente, salvo diversa disciplina applicabile nel Comune interessato. La seconda rata sarà dovuta entro il 16 dicembre, con eventuale conguaglio sulla base delle aliquote deliberate per il 2026. È possibile anche pagare in un’unica soluzione entro il 16 giugno.
La scadenza riguarda seconde case, immobili diversi dall’abitazione principale non esente, aree edificabili e fabbricati soggetti a imposta. Il calcolo del pagamento IMU dipende da rendita catastale, quota e mesi di possesso, aliquota comunale e detrazioni eventualmente applicabili.
Nel calendario della dichiarazione precompilata 2026, giugno contiene due date da monitorare per chi ha già trasmesso il modello e deve correggere errori o dati mancanti.
Dopo l’annullamento, la dichiarazione torna nello stato precedente all’invio e deve essere nuovamente trasmessa entro i termini ordinari. Per il 730/2026 la scadenza finale è fissata al 30 settembre 2026.
Il 30 giugno è il termine ordinario per i versamenti risultanti dalla dichiarazione dei redditi, tra saldo 2025 e primo acconto 2026, per i contribuenti che non rientrano in rinvii specifici. La scadenza riguarda IRPEF, IRES, IRAP, addizionali, imposte sostitutive, cedolare secca e contributi dovuti in base al modello dichiarativo.
Entro il 30 giugno deve essere presentata anche la dichiarazione IMU per le variazioni intervenute nel 2025 rilevanti ai fini dell’imposta e non già conoscibili dal Comune. La dichiarazione non riguarda ogni immobile, ma solo le situazioni in cui il Comune non dispone delle informazioni necessarie per verificare correttamente il tributo dovuto.
Rientrano tra i casi da controllare agevolazioni, esenzioni, riduzioni, variazioni di destinazione o altre condizioni che incidono sul calcolo dell’IMU e che non emergono automaticamente dalle banche dati comunali o catastali.
Per imprese, professionisti e sostituti d’imposta, giugno porta adempimenti ricorrenti e comunicazioni telematiche di settore: fatturazione differita, liquidazione IVA mensile, versamento delle ritenute, contributi INPS, locazioni brevi, split payment, Tobin Tax, Libro unico del lavoro, Intrastat e registrazione dei collegamenti tra strumenti di pagamento elettronico e registratori telematici.
Il 1° giugno cadono diversi adempimenti periodici, in parte collegati allo slittamento delle scadenze di fine maggio.
Il 15 giugno è il termine per l’emissione delle fatture differite relative alle operazioni effettuate nel mese precedente e documentate da documento di trasporto o da altro documento idoneo. La scadenza riguarda i soggetti IVA che utilizzano la fatturazione differita per cessioni di beni o prestazioni di servizi individuabili attraverso documentazione commerciale o contrattuale.
Il 16 giugno è la data centrale per gli adempimenti periodici di imprese, professionisti e sostituti d’imposta. Entro questo termine devono essere effettuati i principali versamenti mensili relativi al periodo precedente.
Il 25 giugno scade il termine per la presentazione degli elenchi riepilogativi Intrastat relativi alle operazioni intracomunitarie di maggio 2026 per i soggetti con periodicità mensile. Gli elenchi devono essere trasmessi in via telematica entro il giorno 25 del mese successivo al periodo di riferimento.
La scadenza riguarda i soggetti obbligati alla comunicazione mensile per cessioni di beni, acquisti intracomunitari e prestazioni di servizi rese o ricevute verso e da soggetti stabiliti in altri Paesi UE, secondo le soglie e le regole di periodicità applicabili.
Il 30 giugno chiude il mese con una serie di comunicazioni e adempimenti per imprese, intermediari e datori di lavoro.
Per i collegamenti tra POS e registratore telematico, la scadenza di giugno non riguarda indistintamente tutti gli esercenti: la finestra si applica ai nuovi collegamenti e alle variazioni riferite ad aprile 2026.
La rottamazione dei tributi locali è ufficiale: con la pubblicazione della Legge n. 88/2026, di conversione del DL Fiscale n. 38/2026, la definizione agevolata viene estesa anche ai carichi affidati all’Agenzia delle Entrate-Riscossione da Regioni ed enti locali. Per IMU, TARI, entrate patrimoniali e multe, la sanatoria dipende dalla scelta dell’ente creditore, che deve deliberare entro giugno. Per i contribuenti, invece, la finestra si apre in autunno: domanda dal 16 settembre al 31 ottobre 2026 e pagamento dal 31 gennaio 2027.
La Legge n. 88/2026, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 117 del 22 maggio, rende definitiva l’estensione della Rottamazione quinquies ai debiti, tributari e non tributari, risultanti dai carichi affidati all’agente della riscossione dal 1° gennaio 2000 al 31 dicembre 2023 dalle Regioni e dagli enti locali.
La norma, inserita nell’articolo 10-quinquies del decreto convertito, chiude il vuoto che aveva lasciato fuori dalla definizione agevolata molti carichi locali già passati ad AdER. Per i Comuni, la misura può riguardare accertamenti fiscali, tariffe non pagate, entrate patrimoniali e sanzioni amministrative, con esclusione dei debiti derivanti da pronunce di condanna della Corte dei Conti.
Per l’applicazione della rottamazione degli enti territoriali ogni ente interessato deve adottare un apposito provvedimento, pubblicarlo sul proprio sito istituzionale e trasmetterlo ad Agenzia delle Entrate-Riscossione entro il 30 giugno 2026. AdER pubblicherà entro il 15 giugno 2026 le istruzioni per la trasmissione dei provvedimenti da parte degli enti. Solo dopo questa scelta sarà possibile individuare i carichi effettivamente definibili per ciascun debitore.
La nuova disciplina può interessare un’ampia platea di debiti locali affidati ad AdER. Nel caso dei Comuni, la sanatoria può comprendere:
Il contribuente deve quindi verificare due condizioni: il carico deve essere stato affidato ad AdER tra il 2000 e il 2023 e l’ente creditore deve aver aderito alla definizione agevolata.
Per le multe stradali, la definizione agevolata ha effetti più limitati. La sanzione principale resta dovuta per intero, mentre l’abbattimento riguarda gli interessi comunque denominati, compresa la maggiorazione semestrale prevista dalla legge sulle sanzioni amministrative, gli interessi di mora e le somme maturate a titolo di aggio. Il trattamento delle contravvenzioni al Codice della Strada risulta quindi diverso da quello previsto per IMU e TARI. La rottamazione alleggerisce la quota accessoria maturata durante la riscossione, senza cancellare l’importo originario della violazione.
Il calendario della rottamazione dei carichi locali segue una procedura separata rispetto alla finestra ordinaria della Rottamazione quinquies statale. Entro il 15 settembre 2026, AdER renderà disponibili nell’area riservata del proprio sito i dati necessari per individuare i carichi definibili.
La dichiarazione di adesione potrà essere presentata esclusivamente in via telematica tra il 16 settembre e il 31 ottobre 2026. Le modalità saranno pubblicate dall’Agenzia entro il 15 settembre e la domanda potrà essere integrata entro la stessa scadenza finale del 31 ottobre.
Le somme dovute per la definizione agevolata dei tributi locali potranno essere versate in un’unica soluzione entro il 31 gennaio 2027 oppure in un massimo di 54 rate bimestrali di pari importo. Ogni rata dovrà essere almeno pari a 100 euro.
In caso di rateazione, si applicano interessi al tasso annuo del 3% a decorrere dal 1° febbraio 2027. Le scadenze cadono il 31 gennaio, 31 marzo, 31 maggio, 31 luglio, 30 settembre e 30 novembre di ciascun anno, a partire dal 2027.
Dopo l’invio della domanda, l’agente della riscossione comunicherà entro il 31 dicembre 2026 l’ammontare complessivo delle somme dovute, l’importo delle singole rate e le relative scadenze di pagamento.
Gli effetti sulle dilazioni in corso si determineranno alla data del 31 gennaio 2027. Per i contribuenti con piani già attivi, la valutazione dovrà quindi tenere conto sia della convenienza della rottamazione sia delle conseguenze sulla rateazione precedente.
La scadenza del 31 maggio per la prossima rata della Rottamazione quater si considera rispettata anche se si paga entro l’8 giugno 2026, ultimo giorno utile per versare senza perdere i benefici della definizione agevolata per i contribuenti in regola con i versamenti, per i debitori riammessi nel 2025 e per chi rientra nella proroga legata al Decreto Alluvione. E’ l’effetto dei cinque giorni di tolleranza concessi rispetto ai termini ordinari, che tuttavia in questa occasione incamerano anche la festività del 2 giugno e ben due weekend.
La rata della Rottamazione quater in scadenza il 31 maggio 2026 può essere pagata quindi entro lunedì 8 giugno, oltre una settimana dopo i termini ordinari. La data in calendario cade infatti di domenica e slitta pertanto al primo giorno lavorativo successivo; su questa nuova data si applicano anche i cinque giorni di tolleranza previsti dalla disciplina della definizione agevolata.
Per la generalità dei contribuenti, la scadenza di maggio corrisponde alla dodicesima rata del piano. Per i debitori riammessi alla Rottamazione quater nel 2025, invece, il versamento riguarda la quarta rata del nuovo calendario indicato nella Comunicazione delle somme dovute.
Per i contribuenti ordinari e per i riammessi, dopo la rata di maggio restano due appuntamenti nel calendario 2026: il 31 luglio e il 30 novembre. Applicando la tolleranza di cinque giorni e i rinvii per il fine settimana, il pagamento risulta tempestivo entro le seguenti date:
| Categoria | Rata | Scadenza ordinaria | Pagamento entro |
|---|---|---|---|
| Contribuenti ordinari | 12esima rata | 31 maggio 2026 | 8 giugno 2026 |
| Riammessi nel 2025 | 4a rata | 31 maggio 2026 | 8 giugno 2026 |
| Contribuenti 2026 | 8 giugno 2026 | ||
| Contribuenti ordinari e riammessi | rata successiva | 31 luglio 2026 | 5 agosto 2026 |
| Contribuenti ordinari e riammessi | rata successiva | 30 novembre 2026 | 7 dicembre 2026 |
Il calendario cambia per i contribuenti che applicano la proroga prevista dal Decreto Alluvione. Anche per questa platea la rata di maggio può essere versata entro l’8 giugno 2026, ma le due scadenze successive seguono un piano differente rispetto a quello ordinario.
| Categoria | Rata | Scadenza ordinaria | Pagamento entro |
|---|---|---|---|
| Proroga Decreto Alluvione | 11esima rata | 31 maggio 2026 | 8 giugno 2026 |
| Proroga Decreto Alluvione | rata successiva | 31 agosto 2026 | 7 settembre 2026 |
| Proroga Decreto Alluvione | rata successiva | 31 ottobre 2026 | 9 novembre 2026 |
Il calendario indicato riguarda la Rottamazione quater già in corso. La nuova Rottamazione quinquies segue invece un piano autonomo, con prima o unica rata al 31 luglio 2026 e ulteriori scadenze al 30 settembre e al 30 novembre 2026. La distinzione tra le due procedure serve a evitare errori tra moduli, comunicazioni e codici di pagamento.
Le rate della definizione agevolata si pagano utilizzando i moduli allegati alla Comunicazione delle somme dovute. I canali disponibili sono quelli previsti dall’Agenzia delle Entrate-Riscossione:
Chi intende pagare soltanto alcune cartelle inserite nella Comunicazione deve utilizzare ContiTu, il servizio che consente di rimodulare il piano e ottenere nuovi moduli di pagamento sulle sole posizioni selezionate. Le cartelle lasciate fuori dalla rimodulazione tornano alla riscossione ordinaria.
Il versamento oltre il termine ultimo, l’omesso pagamento o il pagamento insufficiente comportano la decadenza dalla Rottamazione quater. In questo caso la definizione agevolata perde efficacia e il debito residuo torna riscuotibile secondo le regole ordinarie, con recupero delle somme ancora dovute.
Le somme già versate restano acquisite come acconto sul debito residuo. Per questo motivo il controllo del modulo PagoPA, della rata corretta e dell’importo indicato nella Comunicazione delle somme dovute diventa decisivo prima di procedere al pagamento.
Venerdì 29 maggio 2026, alla vigilia del ponte del 2 giugno, lo sciopero generale di 24 ore dei sindacati di base mette a rischio treni, mezzi pubblici, aerei e servizi in tutti i settori pubblici e privati. Nuovo appuntamento con le agitazioni di maggio: a proclamare lo sciopero sono CUB, SGB, SI Cobas, USI-CIT e ADL Varese, con rivendicazioni su salari, precarietà e aumento delle spese militari.
L’agitazione ferroviaria parte dalle ore 21 di giovedì 28 maggio e si protrae fino alle ore 21 di venerdì 29. Sono coinvolti il Gruppo FS Italiane, Trenitalia, Trenitalia Tper, Trenord e Italo, con possibili cancellazioni e variazioni anche nelle ore immediatamente precedenti e successive all’inizio dello sciopero. I treni già in viaggio all’avvio dell’agitazione completano il percorso solo se la destinazione è raggiungibile entro un’ora dall’inizio; altrimenti il convoglio si ferma alla stazione precedente.
Per il trasporto regionale sono garantiti i servizi essenziali nelle fasce di maggiore frequentazione: dalle ore 6 alle ore 9 e dalle ore 18 alle ore 21. Per i treni a media e lunga percorrenza l’elenco aggiornato delle corse garantite è consultabile sui siti di Trenitalia e Italo. Per i servizi FrecciaLink non sono previste fasce di garanzia.
I passeggeri che preferiscono rinunciare al viaggio possono cancellare la prenotazione fino all’ora della partenza per le Frecce, e fino alla mezzanotte del 27 maggio per i treni regionali, scegliendo tra il rimborso integrale del biglietto e la riprogrammazione del viaggio.
Anche il trasporto aereo è coinvolto nell’intera giornata del 29 maggio, dalle 00:00 alle 23:59: personale di volo e servizi aeroportuali aderiscono allo sciopero con previsione di cancellazioni e ritardi su tutto il territorio nazionale. Prima di recarsi in aeroporto è necessario verificare lo stato del volo sui canali ufficiali della compagnia.
Per il trasporto pubblico locale le fasce di garanzia variano da città a città in base alle delibere aziendali. In via generale il servizio è assicurato la mattina fino alle 8:30–8:45 e nel pomeriggio dalle 15:00 alle 18:00 circa; per informazioni puntuali è consigliabile consultare il sito della propria azienda di trasporto.
A Roma l’agitazione coinvolge l’intera rete ATAC, compresi i servizi in subaffidamento: le fasce di garanzia vanno dall’inizio del servizio fino alle ore 8:29 e dalle ore 17:00 alle ore 19:59. A Milano il personale ATM incrocia le braccia per l’intera giornata con servizio garantito entro le 8:45 e tra le 15:00 e le 18:00.
Sulle autostrade il personale dei caselli e della manutenzione si astiene dalle prestazioni dalle ore 22 di giovedì 28 alle ore 22 di venerdì 29 maggio, in concomitanza con la conclusione dello sciopero degli autotrasportatori in corso dal 25 maggio, che ha già creato disagi alla viabilità sulle principali arterie nazionali. I vigili del fuoco si astengono dalle prestazioni dalle ore 9 alle ore 13.
Nelle scuole l’impatto sull’attività didattica dipende dall’adesione del personale docente e ATA: ogni istituto è tenuto a comunicare tempestivamente alle famiglie l’eventuale sospensione del servizio. In ambito sanitario sono sempre garantiti i servizi di pronto soccorso e le prestazioni essenziali.
Le indennità di turno, notturno e festivo fanno parte della retribuzione nel periodo di ferie anche per i dipendenti del pubblico impiego: lo stabiliscono due sentenze convergenti delle Corti d’Appello di Roma (n. 2737/2026) e di Torino (n. 87/2026), che applicano al lavoro pubblico un principio già consolidato nella giurisprudenza della Corte di Cassazione e nel diritto europeo.
Entrambe le pronunce riguardano lavoratori del comparto sanità , ma il principio affermato è di portata generale per tutto il pubblico impiego. Secondo le Corti, rientra nella retribuzione feriale qualsiasi voce retributiva che abbia un rapporto di collegamento funzionale con l’esecuzione delle mansioni e sia correlata allo status personale e professionale del lavoratore. Rientrano quindi nella busta paga delle ferie le indennità di turno, di servizio notturno, di lavoro festivo e, per il settore sanitario, di terapia intensiva.
Il ragionamento dei giudici si fonda su due pilastri normativi. Il primo è l’articolo 7 della Direttiva 2003/88/CE sull’organizzazione dell’orario di lavoro, che garantisce al lavoratore un compenso tale da non scoraggiarlo dall’esercitare il diritto al riposo annuale: una busta paga ridotta durante le ferie produce un effetto dissuasivo sulla fruizione delle ferie stesse, vietato dal diritto europeo. Il secondo è l’articolo 36 della Costituzione, che tutela il diritto del lavoratore a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro svolto, anche nel periodo di riposo. Per la UIL FPL è la prima volta
che due Corti d’Appello tra le più autorevoli d’Italia convergono su questa interpretazione applicata al lavoro pubblico.
Le due sentenze non hanno valore di legge ed il percorso più diretto resta la contrattazione collettiva: i rinnovi contrattuali attualmente in corso nel pubblico impiego rappresentano la sede naturale in cui recepire questo orientamento giurisprudenziale nelle buste paga.
Il comparto più coinvolto nell’immediato è quello sanitario, ma il principio — fondato sul diritto europeo e costituzionale — si applica a qualsiasi rapporto di pubblico impiego in cui siano previste indennità legate all’esecuzione delle prestazioni.
Queste nuove pronunce consolidano però un orientamento giurisprudenziale che le pubbliche amministrazioni non dovrebbero ignorare. Le PA che non adeguano la retribuzione feriale alle voci accessorie collegate alle mansioni si espongono al rischio di contenzioso da parte dei dipendenti, con oneri arretrati potenzialmente consistenti su un numero elevato di lavoratori.
I dipendenti che ritengono di non aver ricevuto la piena retribuzione durante le ferie negli anni precedenti possono valutare di agire in sede giudiziale, con i termini di prescrizione ordinari.
Il ricambio dei registratori di cassa telematici si prepara a coinvolgere una parte molto ampia del commercio italiano. Secondo l’Osservatorio Fiscalizzazione in Cloud di fiskaly, realizzato con Format Research, oltre 1,7 milioni di dispositivi installati soprattutto tra il 2019 e il 2020 stanno arrivando alla fine del ciclo tecnico. Per più di 1,5 milioni di esercenti, il rinnovo della cassa coincide con una scelta più ampia: continuare con hardware dedicato oppure valutare soluzioni software e cloud per la trasmissione dei corrispettivi.
I registratori telematici collegati al POS sono entrati in modo massiccio nei punti vendita italiani tra il 2019 e il 2020, con l’obbligo di memorizzazione elettronica e trasmissione telematica dei corrispettivi. Molti dispositivi sono progettati per sostenere circa 2.500 chiusure di cassa, pari a una durata media di circa otto anni.
Da qui nasce la stima dell’Osservatorio: entro il 2027 fino all’80% dei registratori telematici oggi in uso può risultare tecnicamente obsoleto. Il fenomeno interessa negozi, pubblici esercizi, attività turistiche, servizi alla persona, carrozzerie e imprese con punti vendita fisici.
La sostituzione dei dispositivi arriva mentre la normativa fiscale si sta aprendo a strumenti più flessibili. L’articolo 24 del D.Lgs. 1/2024 ha introdotto la possibilità di usare soluzioni software per la memorizzazione elettronica e la trasmissione telematica dei corrispettivi giornalieri, secondo le regole tecniche definite dall’Agenzia delle Entrate.
Il provvedimento del 7 marzo 2025 ha poi approvato le specifiche per la realizzazione, l’approvazione e il rilascio delle soluzioni software. Il modello cloud sposta quindi una parte delle funzioni fiscali dal registratore fisico a sistemi digitali certificati, integrabili con pagamenti, cassa, contabilità e strumenti di vendita.
Il ricambio dei registratori telematici si intreccia con l’obbligo di collegamento POS-cassa, che ha reso più stretto il rapporto tra incasso elettronico e documento commerciale. Il punto vendita diventa un ambiente sempre più integrato, nel quale pagamento, corrispettivo, controllo fiscale e dati di vendita devono dialogare nello stesso flusso.
Il dato fiscale segue l’evoluzione dei comportamenti di pagamento. L’Osservatorio richiama la crescita del cashless e la diffusione dei pagamenti digitali nelle attività commerciali: per molti esercenti, la cassa non è più solo un terminale fiscale, ma un nodo tecnologico collegato a POS, magazzino, contabilità , e-commerce e sistemi di fidelizzazione.
Secondo fiskaly, il 59,4% delle imprese associa alla fiscalizzazione cloud velocità e automazione dei processi. Oltre il 60% indica invece come benefici principali l’integrazione dei sistemi e l’efficienza dei flussi interni.
Il cloud riduce la dipendenza da stampanti fiscali, aggiornamenti hardware, manutenzioni e certificazioni legate ai dispositivi tradizionali. Secondo l’Osservatorio, il risparmio può arrivare fino al 50% rispetto al registratore telematico fisico, considerando costi di acquisto, assistenza, certificazione e manutenzione.
La propensione all’adozione di soluzioni cloud per i corrispettivi cambia in base al settore. Le percentuali più alte riguardano comparti con forte pressione su velocità di incasso, integrazione dei dati e continuità del servizio:
La dimensione aziendale incide molto sulla scelta. Le microimprese sono il segmento più prudente: tra le realtà con meno di nove addetti, il 31,5% dichiara di non avere intenzione di adottare strumenti cloud al posto dei registratori telematici tradizionali.
La cautela dipende da costi percepiti, competenze digitali, abitudini di lavoro e bisogno di assistenza nella fase di passaggio. Per negozi e piccoli esercenti, la questione riguarda meno la tecnologia in sé e più la capacità di adottarla senza rallentare cassa, vendite e adempimenti fiscali.
Quasi il 70% delle imprese, secondo l’Osservatorio, ha già effettuato investimenti in software e cloud per i corrispettivi, li ha programmati oppure prevede di farli. La quota più alta si registra nel turismo e HoReCa, con il 78,1%, seguito da elettronica di consumo al 76,2% e carrozzerie al 75,9%.
Il dato conferma che il ricambio dei registratori telematici può diventare una leva di digitalizzazione del punto vendita. La scelta più rilevante non riguarda soltanto il nuovo dispositivo da installare, ma l’architettura con cui l’esercente intende collegare incassi, documenti commerciali, dati fiscali e sistemi aziendali.
Prima di adottare una soluzione software per i corrispettivi, l’esercente deve verificare approvazione, certificazione, assistenza tecnica, compatibilità con i sistemi già in uso e continuità del servizio. Il provvedimento dell’Agenzia delle Entrate disciplina il ruolo dei soggetti che producono, erogano e mettono a disposizione le soluzioni software.
Per gli esercenti con più punti vendita, il cloud può semplificare controllo dei dati, aggiornamenti e uniformità delle procedure. Per le attività più piccole, la priorità è scegliere strumenti chiari, assistiti e compatibili con i flussi quotidiani di cassa.
Dal 22 maggio 2026, i dati delle fatture elettroniche dei contribuenti con cartelle esattoriali non pagate arrivano all’Agenzia delle Entrate-Riscossione. Le Partite IVA con debiti a ruolo che fatturano verso clienti titolari di partita IVA sono ora esposte a pignoramenti presso terzi più mirati e più rapidi sui crediti commerciali.
Il comma 117 della legge n. 199/2025 (la Legge di Bilancio 2026) ha modificato l’articolo 1, comma 5-bis, del decreto legislativo 127/2015, estendendo il patrimonio informativo a disposizione dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione per le attività di recupero coattivo. La norma prevede che l’Agenzia delle Entrate metta periodicamente a disposizione dell’agente della riscossione i dati relativi alla somma dei corrispettivi delle fatture emesse dai debitori iscritti a ruolo — e dai loro coobbligati — nei confronti di uno stesso soggetto nei sei mesi precedenti, per le attività di analisi mirate all’avvio di procedure esecutive presso terzi.
Il provvedimento dell’Agenzia delle Entrate n. 153611 del 22 maggio 2026 ha definito le modalità attuative di questo flusso informativo. Lo scopo è rafforzare la fase successiva all’affidamento del carico — quella in cui il recupero dei crediti dipende dalla capacità di individuare disponibilità o somme effettivamente aggredibili — senza ampliare le forme di controllo fiscale sul contribuente.
I dati che l’Agenzia delle Entrate trasmette periodicamente all’AdER riguardano la somma dei corrispettivi e il numero delle fatture elettroniche emesse dal debitore — e dai suoi coobbligati — nei confronti di uno stesso soggetto titolare di partita IVA, riferiti ai sei mesi precedenti alla messa a disposizione. Attraverso questi dati, l’AdER individua i clienti del debitore che possono ancora avere somme da versargli, identificando così i soggetti terzi su cui avviare le procedure esecutive.
In applicazione del principio di minimizzazione, l’Agenzia delle Entrate trasmette all’AdER solo i dati identificativi del debitore strettamente necessari all’avvio delle procedure esecutive nei confronti dei terzi:
Prima delle modifiche introdotte con la legge n. 199/2025, i dati del Sistema di Interscambio erano già accessibili alla Guardia di Finanza per le funzioni di polizia economica, all’Agenzia delle Entrate per l’analisi del rischio e all’Agenzia delle Dogane per operazioni di vigilanza e controllo. La novità della Legge di Bilancio 2026 ha esteso l’accesso ai dati delle fatture elettroniche anche all’Agenzia delle Entrate-Riscossione, soggetto fino ad allora escluso da questo patrimonio informativo.
In una prima fase transitoria, i dati vengono trasmessi via PEC in file cifrati, protetti da una password robusta che viene comunicata attraverso un canale separato. L’accesso alle informazioni è riservato esclusivamente al personale appositamente autorizzato, abilitato sia allo svolgimento delle attività di analisi sia all’avvio delle eventuali procedure di riscossione forzata. In una fase successiva sarà realizzato un servizio automatico di scambio dati per strutturare il flusso in modo telematico e continuo.
Sono direttamente esposti alla nuova procedura i titolari di partita IVA con debiti iscritti a ruolo — e i loro coobbligati — che fatturano verso clienti a loro volta titolari di partita IVA. L’AdER, analizzando i dati aggregati dei corrispettivi del semestre, individua i rapporti commerciali ricorrenti e notifica al cliente terzo l’ordine di versare all’erario le somme dovute al fornitore, prima ancora che il pagamento sia effettuato.
La struttura della procedura esecutiva rimane quella prevista dall’articolo 170 del decreto legislativo 110/2024, il Testo Unico della riscossione in vigore dall’1 luglio 2025, che ha assorbito il precedente articolo 72-bis del DPR 602/1973. Ad essere potenziata è la fase di analisi, che l’AdER svolge ora con strumenti informativi strutturati per selezionare con maggiore rapidità i terzi aggredibili.
La notifica dell’atto di pignoramento al soggetto terzo rimane condizione di validità della procedura: il pignoramento dei crediti eseguito senza la corretta notifica è invalido, come la Cassazione ha ribadito con la sentenza n. 6/2026.
Secondo la relazione tecnica alla Legge di Bilancio 2026, ogni anno vengono eseguiti circa 600mila pignoramenti presso soggetti terzi: solo il 22,5% va a buon fine, con un incasso medio per l’erario di circa 10.500 euro. L’accesso ai dati SdI punta ad aumentare questo tasso, concentrando le procedure sui rapporti commerciali più recenti e attivi. L’obiettivo dichiarato è recuperare oltre un miliardo di euro aggiuntivo l’anno dalla riscossione coattiva.
La Corte di Cassazione torna sul confine tra riorganizzazione delle mansioni, salute del lavoratore e condotte vessatorie. Con l’ordinanza n. 12547/2026 i giudici confermano la condanna di una società per demansionamento e mobbing sul lavoro: l’inidoneità fisica sopravvenuta consente l’assegnazione a mansioni inferiori solo dopo la prova, a carico del datore, dell’assenza di incarichi equivalenti compatibili con lo stato di salute.
Il caso riguarda un dipendente di una società nella quale, dopo ripetute visite del medico competente, il lavoratore era stato spostato di reparto ma con un nuovo incarico ricondotto a livello inferiore rispetto alle competenze possedute. Secondo la ricostruzione, accolta dai giudici di merito e confermata dalla Cassazione, le mansioni assegnate risultavano infatti prive dell’autonomia propria del precedente inquadramento contrattuale.
La Cassazione richiama l’articolo 42 del decreto legislativo n. 81/2008, che disciplina l’utilizzo del lavoratore divenuto inidoneo alla mansione specifica. La norma impone al datore di assegnare il dipendente ad attività compatibili con lo stato di salute, privilegiando incarichi equivalenti per professionalità e inquadramento. L’assegnazione a mansioni inferiori diventa legittima soltanto quando l’impresa dimostra l’effettiva assenza di soluzioni equivalenti.
La limitazione fisica certificata dal medico competente richiede una verifica organizzativa documentata e non una retrocessione automatica. Nel caso in esame, la Corte d’Appello aveva accertato il demansionamento e riconosciuto il danno alla professionalità , liquidato in via equitativa. La Cassazione aveva poi confermato l’impianto della decisione, respingendo il ricorso della società .
Il principio utile per imprese e lavoratori è chiaro: la tutela della salute consente una ricollocazione coerente con i limiti medici ma l’inquadramento e il contenuto professionale della prestazione conservano rilievo giuridico.
Nel caso esaminato dalla Cassazione, il demansionamento si era inserito in una sequenza più ampia di comportamenti ritenuti persecutori: controlli ingiustificati ed eccessivi, disparità di trattamento rispetto ai colleghi, richiami continui e immotivati, negazione ingiustificata di permessi e assegnazione a mansioni inferiori. La combinazione di questi comportamenti, protratta nel tempo e sorretta da intento vessatorio, ha portato al riconoscimento del mobbing.
La decisione conferma che il demansionamento, da solo, può generare responsabilità risarcitoria ma quando si accompagna a una strategia persecutoria e a un danno accertato, entra nella fattispecie mobbizzante.
La Corte ha riconosciuto anche il danno alla salute, sulla base di documentazione medica e consulenza tecnica. Il danno biologico di natura psichica era stato collegato alla situazione lavorativa e liquidato insieme al danno alla professionalità .
La Cassazione ha confermato la valutazione dei giudici di merito, ritenendo coerente il collegamento tra condotte aziendali, ambiente di lavoro e pregiudizio all’integrità psico-fisica. La prova medica assume quindi un ruolo centrale quando il lavoratore chiede il risarcimento per mobbing e demansionamento.
Per le aziende, l’ordinanza impone in casi analoghi una valutazione specifica delle mansioni equivalenti e della compatibilità con le prescrizioni sanitarie, oltre che all’inquadramento contrattuale e al contenuto professionale delle attività assegnate.
Per i lavoratori, la pronuncia conferma invece la possibilità di contestare il demansionamento per motivi di salute quando l’azienda assegna attività inferiori senza dimostrare l’assenza di alternative equivalenti. In presenza di controlli, richiami, disparità di trattamento e altri comportamenti vessatori, la domanda risarcitoria può estendersi al mobbing e al danno alla salute.
Il Patto di Stabilità UE stringe ancora i margini della politica economica italiana nonostante il Governo abbia chiesto flessibilità per finanziare nuovi aiuti contro il caro energia e carburanti. Dopo il confronto con la Commissione Europea, anche la BCE, per voce di Christine Lagarde, ha richiamato l’Italia al rispetto delle regole comuni: deficit, debito e procedure di bilancio sono il quadro entro cui muoversi per conservare la fiducia dei mercati.
Le dichiarazioni riaccendono anche lo scontro già aperto sulla procedura per disavanzo eccessivo e sulla possibilità di usare la crisi energetica come leva per ottenere spazio fiscale da Bruxelles.
La presidente della Banca Centrale Europea, ospite di Che Tempo Che Fa, ha difeso la linea della disciplina di bilancio europea. Alla domanda sulla richiesta italiana di maggiore flessibilità per contrastare i rincari energetici, Lagarde ha richiamato l’esistenza di regole su deficit, debito e bilanci pubblici, sostenendo che la loro applicazione rafforza la credibilità dell’Europa davanti ai mercati.
La presa di posizione arriva dopo la lettera di Giorgia Meloni a Ursula von der Leyen per chiedere di estendere temporaneamente agli interventi per l’energia la clausola di salvaguardia nazionale già prevista per le spese di difesa. Il dossier riguarda bollette, carburanti, imprese energivore e trasporti, con una richiesta politica precisa: trattare lo shock energetico come fattore di sicurezza economica europea ma la UE non ha finora mostrato segni di apertura in questo senso. Neppure dopo il G7 Finanze di Parigi del 19 maggio, dove il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha cercato di lasciare aperta la trattativa con Bruxelles, spiegando che oltre alla deroga formale esistono altre strade per ottenere margini sul bilancio, nel più vasto quadro del piano UE contro il caro energia.
Il problema è che ogni intervento su bollette, accise e sostegni alle imprese deve trovare coperture compatibili con la procedura UE per deficit eccessivo e con il percorso di rientro concordato con Bruxelles. Per questo, la richiesta italiana sulla clausola energia ha valore politico e finanziario insieme: con margini europei più ampi, il Governo avrebbe più spazio per finanziare interventi contro i rincari; con la linea attuale di Commissione e BCE, le misure rimangono selettive e coperte dalle sole risorse già disponibili.
La Commissione Europea ha finora distinto la clausola per la difesa da una possibile flessibilità aggiuntiva sull’energia. L’orientamento di Bruxelles rimane ancorato alle regole del nuovo Patto di Stabilità e alla valutazione delle condizioni macroeconomiche richieste dai regolamenti europei. Il richiamo di Lagarde rafforza questa impostazione. Per l’Italia, dunque, la strada europea passa da una trattativa complessa: ottenere margini aggiuntivi per bollette e carburanti, conservando credibilità fiscale, percorso di rientro e rapporto con gli investitori sul mercato dei titoli di Stato.
La posizione di Lagarde si inserisce nella frattura già emersa durante il voto sul DFP 2026. La Lega aveva spinto per inserire nella risoluzione parlamentare un riferimento allo scostamento di bilancio e all’ipotesi di abbandonare il Patto in caso di chiusura europea, mentre Fratelli d’Italia e Forza Italia hanno scelto una linea più prudente. Il voto parlamentare del 30 aprile ha chiuso la prima fase politica lasciando fuori lo scostamento. Il rischio riguarda però i mercati: uno strappo con Bruxelles inciderebbe sullo spread, sul rendimento dei BTP e sul costo del debito, con riflessi anche su mutui, credito alle imprese e nuovi finanziamenti.
Lagarde ha affrontato anche le ripercussioni economiche della crisi iraniana su inflazione e politica monetaria. Sulla decisione della BCE attesa l’11 giugno, la presidente ha evitato anticipazioni: «Saprete l’11 giugno se alzeremo i tassi», ha dichiarato, collegando ogni scelta alla lettura dei nuovi dati economici. Lagarde ha richiamato la necessità di «considerare tutti i dati a disposizione», valutare l’evoluzione dell’economia nei prossimi trimestri e capire se un intervento sui tassi sia necessario, con attenzione agli effetti di medio periodo.
L’atteggiamento attendista di Francoforte accompagna il sentiment dei mercati, mentre la riunione di giugno concentra attese di un possibile rialzo di un quarto di punto dopo le nuove tensioni inflazionistiche legate soprattutto al caro energia.
La decisione dell’11 giugno pesa anche sul mercato dei mutui. Secondo Facile.it, ad aprile la rata di un mutuo variabile standard da 126mila euro in 25 anni è aumentata di circa 5 euro, con attese di ulteriore crescita a maggio. Il riferimento principale rimane l’Euribor, il tasso usato per molti mutui variabili. A febbraio era intorno al 2%; dopo l’inizio del conflitto ha progressivamente guadagnato terreno fino a circa il 2,2%. Per famiglie e imprese, il legame tra Patto di Stabilità , tassi BCE e costo del denaro diventa immediato: margini fiscali più stretti riducono lo spazio per nuovi aiuti, mentre il credito diventa più caro.
Sulla risposta di lungo periodo alla crisi energetica, Lagarde ha indicato una linea centrata sull’indipendenza energetica europea: «con la crisi energetica dobbiamo concentrarci sul nucleare e sulle rinnovabili», ha spiegato. Il tema riguarda direttamente la competitività industriale, perché prezzi energetici più stabili riducono l’esposizione delle imprese agli shock esterni.
La presidente BCE ha collegato la crescita europea anche alla politica industriale, chiamata a proteggere i segmenti dell’economia e dell’industria capaci di migliorare la produttività . Per l’Italia, il problema è doppio: sostenere famiglie e aziende nella fase di rincari e rafforzare investimenti, filiere produttive ed efficienza industriale nel medio periodo.
Il Rapporto annuale Istat 2026 restituisce l’immagine di un Paese che cresce, lavora di più e vende meglio all’estero, senza però riuscire ancora a trasformare occupazione e investimenti in un salto di produttività . Il PIL italiano è aumentato dello 0,5% nel 2025, gli occupati sono saliti e le esportazioni hanno superato i livelli dei principali partner europei rispetto al 2019. Sullo sfondo, tuttavia, i salari reali restano sotto i livelli pre-inflazione, l’energia torna a spingere i prezzi e le imprese faticano a tradurre tecnologia, capitale umano e intelligenza artificiale in maggiore valore prodotto.
Nel 2025 il PIL italiano è cresciuto in termini reali dello 0,5%, dopo il +0,8% dell’anno precedente. La domanda nazionale ha sostenuto l’attività economica per 1,5 punti percentuali, grazie ai consumi delle famiglie e alla ripresa degli investimenti fissi lordi, aumentati del 3,5% dopo la flessione dell’anno precedente. Il confronto europeo mostra un’Italia meno dinamica della Spagna, che tra 2022 e 2025 ha accumulato una crescita del Pil del 9%, contro il 2,3% italiano. Nel primo trimestre 2026 la stima preliminare indica una variazione positiva dello 0,2% rispetto ai tre mesi precedenti e una crescita acquisita pari allo 0,5%.
Le esportazioni italiane restano uno dei tratti più solidi del quadro ISTAT. Nel 2025 le vendite all’estero di merci sono cresciute del 3,3% in valore e risultano superiori del 34% rispetto al 2019, meglio di Spagna, Francia e Germania. Il saldo commerciale con l’estero ha superato i 50 miliardi di euro, sostenuto soprattutto dagli avanzi nei macchinari, pari a 57,5 miliardi, e nel tessile-abbigliamento, pari a 22,4 miliardi. La domanda estera netta ha però sottratto 0,7 punti alla crescita, perché le importazioni in volume sono aumentate più delle esportazioni.
Il mercato del lavoro conferma una traiettoria positiva. Nel 2025 gli occupati sono aumentati dello 0,8%, con un ritmo più lento rispetto al 2024 e al 2023. Il tasso di occupazione tra 15 e 64 anni ha raggiunto il 62,5%, con un incremento di 3,5 punti percentuali rispetto al 2019. La disoccupazione è scesa al 6,1% nella media annua e al 5,2% a marzo 2026. Il dato meno favorevole riguarda l’inattività , attestata al 33,3% nel 2025 e risalita al 34,1% a marzo 2026. L’Italia continua inoltre ad avere il tasso di attività più basso dell’UE27 nella fascia 15-64 anni, pari al 66,7%.
Le retribuzioni contrattuali sono aumentate del 3,1% nel 2025, con una crescita più marcata nell’industria, pari al 3,4%, e più contenuta nei servizi e nella Pubblica amministrazione. L’aumento superiore all’inflazione ha permesso un secondo anno di recupero in termini reali.
La distanza accumulata durante la fiammata dei prezzi è però ancora ampia: a fine 2025 la perdita di potere di acquisto rispetto al 2019 è pari all’8,6%. Per il 2026 la dinamica salariale acquisita è stimata sopra il 2%, mentre il nuovo rincaro dell’energia può rallentare il recupero delle buste paga.
Nel 2025 l’inflazione italiana misurata dall’indice armonizzato europeo è stata pari all’1,6%, sotto la media dell’area euro. Nei primi mesi del 2026 il quadro è cambiato: ad aprile l’inflazione è salita al 2,8%, trainata dai prezzi dell’energia, passati dal -2,1% di marzo al +9,3%.
Il rialzo interessa anche i prezzi alla produzione dell’industria, cresciuti del 4,2% a marzo 2026. Per le imprese, la nuova spinta energetica si somma a un aumento dei costi per unità di prodotto dell’1,7%, dovuto soprattutto al costo del lavoro, salito del 3,4%, mentre la produttività è scesa dello 0,4%. Per un quadro aggiornato sui prezzi al consumo, PMI.it ha analizzato anche la recente inflazione spinta da energia e carrello della spesa.
La produttività del lavoro è il dato più fragile del Rapporto Istat. Tra 2015 e 2025 è cresciuta in media appena dello 0,2% annuo. Negli anni più recenti il contributo della produttività totale dei fattori e del capitale per ora lavorata è diventato negativo, segnalando la difficoltà del sistema produttivo nel trasformare investimenti e tecnologia in efficienza.
Nel 2025 il sistema delle imprese ha assorbito l’aumento dei costi con una contrazione dei margini di profitto dello 0,5%. Il quadro indica una pressione crescente su aziende già esposte a costi energetici, salari da adeguare, domanda interna moderata e concorrenza internazionale più intensa.
Gli investimenti fissi lordi sono cresciuti del 3,5% nel 2025, dopo il calo del 2024. La componente più legata alla conoscenza mostra segnali positivi: i prodotti della proprietà intellettuale sono aumentati del 4% e la ricerca e sviluppo del 5,1%.
La quota degli investimenti intensivi è però pari al 18,9% nel 2025, ancora sotto i livelli osservati prima del 2020. Per ISTAT, questo ritardo aiuta a spiegare la debolezza della produttività e la difficoltà dell’economia italiana nel tenere il passo con i Paesi europei più orientati a tecnologia, servizi avanzati e capitale umano qualificato.
Nel sistema produttivo cresce l’uso dell’intelligenza artificiale. Secondo il Rapporto, l’adozione dell’IA è triplicata tra 2023 e 2025 e ha raggiunto il 16% delle imprese. Le applicazioni più rilevanti si concentrano nelle tecnologie cloud avanzate, nella business intelligence e nei servizi a maggiore intensità di conoscenza.
Il freno principale resta il capitale umano. Gli specialisti ICT sono il 4% degli occupati, contro il 5,3% della Germania, mentre la spesa in ricerca e sviluppo è inferiore all’1,5% del Pil. La propensione all’uso dell’IA cresce nelle imprese con più addetti qualificati, più laureati e maggiore dotazione digitale di partenza.
Il Rapporto aggiorna anche i conti pubblici. Nel 2025 il deficit italiano è sceso al 3,1% del PIL, dal 3,4% del 2024, mentre il debito è arrivato al 137,1% del PIL. L’avanzo primario è salito allo 0,8%, con spesa per interessi stabile al 3,9% del PIL. L’Istat quantifica inoltre in oltre 190 miliardi di euro la spesa legata a Superbonus e Bonus Facciate nel periodo di applicazione delle due agevolazioni.
La pressione fiscale è aumentata al 43,1% del PIL, dal 42,4% del 2024, per effetto delle maggiori entrate IRES e IVA e della crescita dei contributi sociali, nonostante la riduzione IRPEF.
La dinamica demografica è uno dei vincoli più forti per la crescita. Se la partecipazione al mercato del lavoro rimanesse sui livelli del 2025, entro il 2050 gli attivi tra 15 e 64 anni scenderebbero a 19,7 milioni, con oltre cinque milioni di persone in meno rispetto ai 24,8 milioni del 2025.
Per imprese e pubblica amministrazione significa meno lavoratori disponibili, maggiore competizione sulle competenze e necessità di valorizzare giovani, donne, stranieri qualificati e lavoratori maturi. Il Rapporto Istat indica una direzione netta: la crescita italiana dipende dalla capacità di aumentare partecipazione, produttività , competenze digitali e qualità degli investimenti.
Il Rapporto Istat collega la tenuta del sistema previdenziale alla dinamica demografica e alla partecipazione al lavoro. Se i tassi di attività del 2025 fossero confermati nei prossimi decenni, entro il 2050 la popolazione attiva tra 15 e 64 anni scenderebbe a 19,7 milioni, oltre cinque milioni in meno rispetto ai 24,8 milioni del 2025.
Il dato incide direttamente sul rapporto tra lavoratori e pensionati: meno persone in età attiva riducono la base contributiva, mentre la popolazione anziana cresce. Per il sistema delle pensioni, la traiettoria rende più rilevanti occupazione femminile, lavoro giovanile, immigrazione qualificata, produttività e competenze digitali.
Il nuovo programma MASE sulla mobilità sostenibile porta 500 milioni di euro nelle grandi aree urbane, con fondi destinati a Città metropolitane, Comuni capoluogo di Città metropolitane e Comuni capoluogo di provincia sopra i 50mila abitanti. Il decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale rende finanziabili progetti su trasporto pubblico, mobilità condivisa, logistica urbana, incentivi alla domanda e regolazione dei flussi, con un obiettivo specifico: ridurre l’inquinamento prodotto dagli spostamenti di persone e merci nelle città .
Il decreto istituisce il Programma integrato di interventi sulla mobilità urbana e metropolitana, finanziato attraverso il Fondo per l’attuazione delle misure del Programma nazionale di controllo dell’inquinamento atmosferico. La dotazione complessiva è pari a 500 milioni di euro, distribuita su più annualità fino al 2029.
La misura nasce dentro la strategia nazionale per la qualità dell’aria e guarda soprattutto alle aree urbane più esposte a traffico, congestione e superamenti dei limiti di PM10 e ossidi di azoto. Il finanziamento sostiene progetti capaci di cambiare l’organizzazione degli spostamenti quotidiani, sia per le persone sia per le merci.
I beneficiari del programma sono tre categorie di enti locali. Il decreto include le Città metropolitane, i Comuni capoluogo di Città metropolitane e i Comuni capoluogo di provincia con popolazione residente superiore a 50mila abitanti.
La ripartizione delle risorse considera popolazione residente, superfici interessate dal superamento dei valori limite di qualità dell’aria e attrattività della domanda di mobilità . Una quota è collegata anche ai nodi urbani individuati dalla rete trans-europea dei trasporti TEN-T e ai Comuni che hanno adottato o approvato il Piano urbano della mobilità sostenibile.
Il programma assegna le risorse principali ai beneficiari territoriali secondo tre blocchi di finanziamento:
La somma destinata direttamente agli enti beneficiari arriva a 494,45 milioni di euro. Le risorse residue servono al supporto tecnico e amministrativo previsto dal decreto, con il coinvolgimento di una società in house del Ministero e dell’ANCI.
I progetti devono riguardare almeno due linee di intervento tra quelle previste dal decreto. Il programma finanzia azioni capaci di incidere sui servizi urbani, sui dati di mobilità , sulle abitudini di spostamento e sulla riduzione delle emissioni inquinanti. Le linee finanziabili comprendono:
Il programma si muove nello stesso campo dei progetti già finanziati negli ultimi anni su trasporto pubblico, piattaforme digitali e mobilità come servizio. Il decreto, però, guarda in modo più ampio alla capacità delle città di combinare TPL, sharing, servizi on demand, dati sugli spostamenti e logistica urbana.
Per i Comuni, questo significa costruire progetti integrati: linee di trasporto più efficienti, servizi condivisi, informazione agli utenti, incentivi alla scelta di mezzi meno inquinanti e strumenti di analisi dei flussi. La logistica urbana entra tra le priorità perché le consegne nelle aree dense incidono su traffico, emissioni e uso dello spazio pubblico.
Gli enti beneficiari devono presentare al MASE una proposta progettuale entro 45 giorni dalla pubblicazione del decreto in Gazzetta Ufficiale (avvenuta il 21-5-2026). La proposta deve essere completa del CUP e riferita ad almeno due linee generali di intervento tra quelle previste dal programma.
L’invio avviene via PEC alla Direzione competente del Ministero. Dopo la scadenza, il MASE ha 30 giorni per approvare le proposte ammissibili, previa verifica della coerenza con le linee di intervento indicate dal decreto.
Dopo l’approvazione della proposta, i beneficiari hanno 18 mesi per presentare il progetto, con cronoprogramma, quadro tecnico-economico, CUP, stima dei benefici ambientali attesi e indicazione delle voci di spesa finanziate.
Il decreto richiede anche gli atti relativi al Piano urbano della mobilità sostenibile e alla nomina del Mobility Manager d’Area per gli enti tenuti a questi adempimenti. I progetti approvati devono essere realizzati entro 28 mesi, con ulteriori 4 mesi per la documentazione tecnica e contabile.
Il trasferimento dei fondi prevede una anticipazione complessiva del 20% delle risorse assegnate. La prima quota, pari al 10%, viene erogata entro 45 giorni dall’approvazione della proposta; la seconda porta l’anticipo al 20% dopo l’approvazione del progetto.
Le tranche successive sono collegate alle richieste di rimborso presentate dagli enti in base allo stato di avanzamento degli interventi. Il decreto prevede controlli, monitoraggio e possibilità di revoca delle risorse in caso di mancata presentazione o mancata realizzazione dei progetti.
Il legame con i Piani urbani della mobilità sostenibile è uno dei criteri chiave del decreto. Per gli enti obbligati, l’adozione o l’approvazione del PUMS diventa condizione per accedere ai finanziamenti; per altri Comuni, la presenza del piano può rafforzare la posizione nella ripartizione delle risorse.
Il programma affianca gli investimenti già avviati su trasporto rapido di massa, autobus, ciclabilità e nodi urbani. In questo quadro, i fondi MASE mirano soprattutto alla parte di servizio: organizzazione della mobilità , dati, incentivi, logistica e abitudini di spostamento.
Rispunta la sanatoria fiscale per le Partite IVA collegata al Concordato Preventivo Biennale. Un emendamento di Forza Italia al decreto Accise, all’esame della Commissione Finanze del Senato, punta a riaprire il ravvedimento speciale CPB per chi aderirà o rientrerà nel concordato 2026-2027. La proposta guarda alle annualità 2020-2024 e riprende il meccanismo già usato per le precedenti edizioni: imposta sostitutiva parametrata agli ISA, sconto Covid per il biennio 2020-2021 e versamento dal 1° gennaio al 15 marzo 2027.
L’emendamento interviene sul ravvedimento speciale collegato al Concordato Preventivo Biennale, già previsto per i contribuenti ISA che avevano aderito ai precedenti bienni del CPB. La nuova proposta riguarda il concordato 2026-2027 e consentirebbe di regolarizzare le annualità ancora accertabili dal 2020 al 2024.
Il testo è inserito nel pacchetto di modifiche al terzo decreto Accise, con primo firmatario Claudio Lotito. La misura è quindi in fase parlamentare: per diventare applicabile serve l’approvazione dell’emendamento e la successiva conversione del provvedimento.
La riapertura della sanatoria fiscale sarebbe riservata alle Partite IVA che applicano gli ISA e scelgono il Concordato Preventivo Biennale 2026-2027. Il ravvedimento coprirebbe i periodi d’imposta dal 2020 al 2024, aggiornando la finestra rispetto alle precedenti edizioni legate ai bienni CPB già avviati.
Il collegamento con il concordato è la leva politica e fiscale della proposta: rendere più appetibile l’adesione al CPB, offrendo una chiusura agevolata del passato fiscale in cambio dell’ingresso nel nuovo patto con il Fisco.
Il calcolo riprende lo schema del precedente ravvedimento speciale CPB. La base imponibile dell’imposta sostitutiva deriverebbe dal maggior reddito dichiarato, aumentato con percentuali diverse in base al punteggio ISA del contribuente:
Sulla base imponibile così determinata si applicherebbe una imposta sostitutiva graduata in base all’affidabilità fiscale. Le aliquote sarebbero le stesse già utilizzate nelle precedenti versioni del ravvedimento CPB:
Per l’IRAP, l’emendamento riprenderebbe l’aliquota unica del 3,9%, calcolata sulla base imponibile definita con gli stessi criteri ISA.
Per le annualità 2020 e 2021, segnate dall’emergenza Covid, la proposta prevede una riduzione del 30% dell’imposta sostitutiva. Lo sconto riguarderebbe sia la componente IRPEF o IRES sia l’IRAP, secondo la stessa logica già adottata nelle precedenti versioni della sanatoria CPB.
Il triennio 2022-2024 seguirebbe invece il calcolo ordinario, con base imponibile e aliquota parametrate al punteggio ISA. L’importo minimo previsto sarebbe pari a 1.000 euro per ciascuna annualità oggetto di ravvedimento.
Il pagamento della sanatoria, secondo l’emendamento, partirebbe dal 1° gennaio 2027. La prima o unica rata andrebbe versata entro il 15 marzo 2027, con possibilità di rateizzazione fino a dieci rate mensili.
La struttura ricalca la precedente disciplina del ravvedimento speciale CPB: versamento tramite modello F24, indicazione dell’annualità interessata e calcolo separato per ogni periodo d’imposta che il contribuente intende regolarizzare.
La platea naturale è composta dai contribuenti titolari di reddito d’impresa o di lavoro autonomo che applicano gli Indici Sintetici di Affidabilità fiscale e intendono aderire al Concordato Preventivo Biennale 2026-2027. La versione già applicata per il CPB 2025-2026 consentiva di sanare le annualità dal 2019 al 2023, con scadenza di versamento nel 2026. La nuova ipotesi sposterebbe in avanti la finestra fiscale, includendo il 2024 e facendo uscire il 2019.
Il Modello CPB 2026-2027 serve per comunicare i dati necessari all’elaborazione della proposta e per esprimere l’adesione al concordato. L’eventuale ravvedimento speciale sarebbe agganciato proprio a questa scelta.
La logica rimarrebbe la stessa della veccia sanatoria: il contribuente che entra nel concordato potrebbe regolarizzare il passato fiscale pagando una sostitutiva ridotta, calcolata sulla base del punteggio ISA e con copertura dagli accertamenti per le annualità sanate secondo le condizioni fissate dalla norma.
La misura è ora affidata all’esame parlamentare sul Decreto Accise. Il calendario della Commissione Finanze del Senato sarà quindi decisivo per capire se il ravvedimento speciale CPB entrerà nel testo o se verrà accantonato durante la selezione degli emendamenti.
Il taglio IRPEF fino a 60mila euro torna nell’agenda fiscale del Governo. Al Festival dell’Economia di Trento, il viceministro dell’Economia Maurizio Leo ha indicato l’estensione del secondo scaglione come obiettivo massimo della prossima Manovra, vincolato alla disponibilità delle risorse. La modifica inciderebbe soltanto sulla quota di reddito tra 50mila e 60mila euro. Il meccanismo progressivo dell’imposta resterebbe invariato: ogni aliquota si applica alla rispettiva fascia di reddito imponibile, secondo le regole degli scaglioni IRPEF e aliquote 2026.
La base di partenza è la riforma già attiva dal 2026: aliquota IRPEF al 33% sui redditi fino a 50mila euro. La proposta rilanciata da Leo riguarda il secondo scaglione IRPEF, oggi applicato ai redditi oltre 28mila e fino a 50mila euro. L’ipotesi allo studio porterebbe la soglia finale a 60mila euro, mantenendo l’aliquota del 33% sulla quota di reddito compresa nella fascia intermedia. In termini pratici, la misura sposterebbe una parte del reddito oggi tassata al 43% nella fascia al 33%.
Il vantaggio massimo maturerebbe per i contribuenti con reddito imponibile almeno pari a 60mila euro, perché l’intera quota tra 50mila e 60mila euro beneficerebbe di dieci punti di aliquota in meno.
La Legge di Bilancio 2026 ha già ridotto la seconda aliquota IRPEF dal 35% al 33%, confermando il sistema a tre scaglioni. Le aliquote attuali sono queste:
| Reddito imponibile | Aliquota IRPEF |
|---|---|
| fino a 28.000 euro | 23% |
| oltre 28.000 e fino a 50.000 euro | 33% |
| oltre 50.000 euro | 43% |
Il taglio già attivo genera un risparmio massimo di 440 euro annui rispetto alla precedente aliquota del 35% sulla fascia tra 28mila e 50mila euro. L’estensione fino a 60mila euro aggiungerebbe un vantaggio ulteriore sulla quota oggi collocata nel terzo scaglione.
Con l’estensione del secondo scaglione, la struttura dell’IRPEF potrebbe assumere questa forma:
| Reddito imponibile | Aliquota ipotizzata |
|---|---|
| fino a 28.000 euro | 23% |
| oltre 28.000 e fino a 60.000 euro | 33% |
| oltre 60.000 euro | 43% |
La riforma già approvata per il 2026 ha previsto un meccanismo di neutralizzazione per i contribuenti sopra 200mila euro, attraverso la riduzione di alcune detrazioni.
Rispetto alle aliquote oggi in vigore, l’estensione del secondo scaglione fino a 60mila euro produrrebbe un risparmio aggiuntivo massimo di 1.000 euro annui. Il calcolo deriva dalla differenza tra il 43% e il 33% applicata alla quota di reddito compresa tra 50mila e 60mila euro.
| Reddito imponibile | Risparmio aggiuntivo stimato |
|---|---|
| 50.000 euro | 0 euro |
| 55.000 euro | 500 euro |
| 60.000 euro | 1.000 euro |
| oltre 60.000 euro | 1.000 euro |
Considerando anche la riduzione già approvata dal 35% al 33% sulla fascia tra 28mila e 50mila euro, il vantaggio complessivo rispetto al precedente assetto potrebbe arrivare a 1.440 euro annui per i redditi almeno pari a 60mila euro.
Per lavoratori dipendenti, autonomi e pensionati, il beneficio effettivo dipenderebbe dal reddito imponibile, dalle detrazioni spettanti, dalle addizionali regionali e comunali e dalla presenza di altri correttivi fiscali. Per una stima individuale si può usare il calcolo IRPEF online aggiornato alle aliquote 2026.
Il nuovo intervento IRPEF dovrà trovare spazio nella prossima legge di bilancio. La discussione entrerà nel vivo con l’aggiornamento dei conti pubblici, le stime di crescita e la definizione delle priorità fiscali del Governo.
La variabile finanziaria decide ancora una volta la sorte della misura. Leo ha collegato anche per quest’anno l’intervento alla disponibilità delle risorse, richiamando una possibile correzione sopra i 50mila euro e indicando i 60mila euro come obiettivo massimo. Il costo per lo Stato dipende dalla soglia finale, dalla platea coinvolta e dall’eventuale sterilizzazione del beneficio sui redditi più elevati.
L’intervento sul secondo scaglione si inserisce nel percorso della riforma fiscale avviata con la legge delega. Il Governo ha già completato una parte del riordino, con la riduzione a tre aliquote e il successivo abbassamento della seconda aliquota al 33%.
L’estensione fino a 60mila euro sarebbe una tappa ulteriore della stessa traiettoria: ridurre la pressione sui redditi medi e avvicinare il sistema a una struttura più semplice, mantenendo la progressività attraverso scaglioni, detrazioni e limiti per i redditi più alti.
Per ora, il messaggio politico è chiaro: il taglio fino a 60mila euro torna tra gli obiettivi del Ministero dell’Economia, con attuazione subordinata alle coperture e alla scelta finale sulla platea dei beneficiari.
L’Assegno di Inclusione si apre ai titolari di permesso di soggiorno per “casi speciali†con regole dedicate rispetto alla disciplina ordinaria. La circolare INPS n. 58 del 20 maggio 2026 chiarisce accesso, domanda, durata, controlli e sanzioni per le persone straniere titolari di permessi rilasciati per protezione sociale, violenza domestica, sfruttamento lavorativo e intermediazione illecita. Per questa platea, la domanda ADI segue il percorso SIISL e il Patto di Attivazione Digitale, mentre la durata del beneficio è agganciata alla validità del titolo di soggiorno.
Le istruzioni INPS riguardano i titolari di permesso di soggiorno per casi speciali rilasciato ai sensi degli articoli 18, 18-bis e 18-ter del Testo Unico Immigrazione. Sono situazioni collegate a forme qualificate di vulnerabilità , nelle quali la protezione amministrativa si lega a percorsi di emersione, assistenza e tutela della persona.
La circolare individua tre gruppi di beneficiari interessati:
Per i titolari di questi permessi, l’accesso all’ADI segue una deroga espressa rispetto alla disciplina ordinaria. Sono esclusi i requisiti ordinari di cittadinanza, residenza e soggiorno previsti per la generalità dei richiedenti, insieme ai requisiti economici collegati alla misura.
Il chiarimento ha rilievo pratico perché l’Assegno di Inclusione, nelle regole generali, richiede condizioni su cittadinanza o titolo di soggiorno, residenza in Italia, ISEE, reddito familiare, patrimonio mobiliare e immobiliare. Per i permessi per casi speciali, la valutazione parte invece dalla particolare condizione tutelata dal titolo di soggiorno.
La domanda di Assegno di Inclusione può essere presentata attraverso il portale INPS, usando le credenziali digitali ammesse, oppure tramite patronati e CAF. La procedura è quella prevista per l’ADI, con l’indicazione del titolo di soggiorno che consente l’accesso alla disciplina dedicata.
Dopo l’invio della domanda, il richiedente deve iscriversi al Sistema Informativo per l’Inclusione Sociale e Lavorativa, la piattaforma SIISL che collega domanda, percorso di attivazione e presa in carico da parte dei servizi competenti.
La circolare conferma l’obbligo di sottoscrivere il Patto di Attivazione Digitale del nucleo familiare, il PAD nucleo. Si tratta dell’adempimento che completa il collegamento tra domanda ADI e percorso di inclusione sociale e lavorativa.
Il richiedente e i familiari beneficiari devono seguire il percorso previsto dalla misura, tenendo conto di eventuali programmi già in corso per protezione sociale, assistenza, tutela da violenza o sfruttamento. Il coordinamento con i servizi serve a evitare sovrapposizioni tra percorsi già attivi e nuova presa in carico ADI.
Entro 120 giorni dalla sottoscrizione del PAD del nucleo familiare deve avvenire il primo incontro con i servizi sociali. La convocazione rientra nel percorso ordinario di inclusione e attivazione, adattato alla condizione dei titolari di permesso per casi speciali.
In assenza di convocazione, il beneficiario può presentarsi autonomamente ai servizi sociali. Se entro il termine previsto il primo incontro risulta ancora assente, l’erogazione dell’Assegno di Inclusione è sospesa fino alla comunicazione dell’avvenuto incontro.
La durata dell’ADI per i titolari di permesso di soggiorno per casi speciali segue un limite ulteriore rispetto alla durata massima prevista dalla misura. Il beneficio è riconosciuto entro il periodo di validità del titolo di soggiorno, considerando anche il momento in cui la domanda è presentata.
Il rinnovo o la variazione del titolo di soggiorno incidono quindi sulla continuità del beneficio. La circolare INPS collega il pagamento alla permanenza del presupposto che ha consentito l’accesso alla disciplina dedicata.
Le istruzioni INPS richiamano anche il sistema dei controlli e delle sanzioni. Le verifiche riguardano la validità del titolo di soggiorno, la corretta dichiarazione della condizione personale e il rispetto degli obblighi collegati al percorso SIISL e al PAD.
Per chi presenta domanda, il dato da verificare con maggiore attenzione è la coerenza tra titolo di soggiorno, condizione tutelata e durata residua del permesso. La misura nasce per sostenere persone in condizione di grave vulnerabilità , ma l’accesso richiede comunque il rispetto della procedura ADI e degli obblighi successivi alla domanda.
ConciliaWeb è la piattaforma gratuita dell’AGCOM per la risoluzione delle controversie tra utenti — consumatori e imprese — e operatori di telefonia fissa e mobile, Internet, Pay TV e servizi media audiovisivi come le piattaforme streaming. La procedura è interamente digitale, accessibile tramite SPID o CIE, e si svolge senza necessità di avvocati né costi aggiuntivi.
Prima di accedere a ConciliaWeb è necessario aver già presentato un reclamo formale all’operatore che non ha prodotto una soluzione soddisfacente. Solo dopo questo passaggio l’utente può aprire un’istanza sulla piattaforma. Per i servizi di comunicazioni elettroniche, il tentativo di conciliazione non è facoltativo: la legge lo impone come passaggio obbligatorio prima di potersi rivolgere al giudice ordinario.
La procedura si svolge davanti al Co.re.com (Comitato Regionale per le Comunicazioni) della propria Regione, organismo delegato da AGCOM, che entro 10 giorni lavorativi dalla ricezione del fascicolo si pronuncia sull’ammissibilità dell’istanza. I casi in cui ConciliaWeb è attivabile comprendono:
Una volta accertata l’ammissibilità , nei primi 20 giorni le parti dispongono di una fase di negoziazione diretta: possono dialogare tramite webchat e scambiarsi proposte di accordo senza l’intervento del conciliatore. Se la negoziazione non porta a un risultato, o se una delle parti rifiuta di proseguire, si passa alla fase di conciliazione vera e propria, con un’udienza telematica in cui le parti si collegano da remoto insieme a un conciliatore neutrale.
L’utente può gestire la procedura in autonomia oppure farsi assistere da un’avvocato, un dottore commercialista o un’associazione di consumatori abilitati ad agire sulla piattaforma in nome e per conto dell’assistito.
In caso di accordo, il verbale di conciliazione ha valore di titolo esecutivo: può essere fatto valere direttamente in sede di esecuzione forzata senza ulteriore giudizio. Se invece le parti non raggiungono un’intesa, la procedura si considera fallita e l’utente ha due opzioni: rivolgersi al giudice ordinario oppure richiedere all’AGCOM la definizione della controversia, un provvedimento d’ufficio che può includere anche misure urgenti per il ripristino del servizio.
Sul fronte dei tempi, il tentativo di conciliazione si conclude in media entro 30 giorni dalla fissazione dell’udienza, mentre la procedura di definizione richiede mediamente 180 giorni.