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Il Consiglio dei Ministri ha approvato il Decreto Primo Maggio 2026, in vista della Festa del Lavoro. Al centro del provvedimento c’è la proroga dei bonus assunzioni per giovani, donne e imprese nella ZES Unica del Mezzogiorno, nonché un nuovo incentivo per le stabilizzazioni dei contratti a termine, norme sul salario giusto come condizione trasversale per accedere agli incentivi pubblici, una stretta sulle piattaforme digitali e uno sgravio per le aziende certificate sulla conciliazione vita-lavoro.
Il Decreto Lavoro 2026 si inserisce nell’attuazione della legge delega sulla retribuzione equa, approvata a settembre 2025, che punta a contrastare il lavoro povero rafforzando la contrattazione collettiva.
Il decreto proroga fino al 31 dicembre 2026 il Bonus Giovani under 35 — introdotto dal DL 60/2024 e già previsto dal Milleproroghe fino al 30 aprile 2026. L’agevolazione non diventa però strutturale come auspicato inizialmente, restando una misura a tempo, seppur con un ampio orizzonte annuale. L’esonero contributivo si applica alle assunzioni a tempo indeterminato o alla trasformazione dei contratti a termine di lavoratori che non hanno ancora compiuto i 35 anni e non sono mai stati occupati a tempo indeterminato. Non si applica al lavoro domestico e all’apprendistato ma può spettare in presenza di un precedente rapporto in apprendistato non trasformato in tempo indeterminato.
Il Bonus assunzione di giovani under 35 è modulato in base all’impatto sull’organico aziendale: è pari al 100% dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro se l’assunzione determina un incremento occupazionale netto — ovvero un aumento reale del numero di dipendenti rispetto alla media dei dodici mesi precedenti — e scende al 70% se l’organico resta invariato. In entrambi i casi il limite è di 500 euro mensili, che sale a 650 euro per le assunzioni presso sedi o unità produttive nella ZES Unica del Mezzogiorno (Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Sicilia, Puglia, Calabria, Sardegna, Marche e Umbria). La durata massima è di 24 mesi.
Il Decreto Primo Maggio proroga e potenzia anche il Bonus Donne per le assunzioni dal 1° gennaio al 31 dicembre 2026. L’esonero è al 100% dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro, nel limite di 650 euro mensili, che sale a 800 euro se la lavoratrice è residente nelle regioni della ZES Unica ammissibili ai fondi strutturali europei.
Possono accedere all’agevolazione le lavoratrici di qualsiasi età , assunte a tempo indeterminato con contratto non dirigenziale, che risultino prive di impiego regolarmente retribuito da almeno 24 mesi, oppure da almeno 12 mesi se appartenenti a categorie di svantaggio definite dalla normativa europea sugli aiuti di Stato. Anche in questo caso l’assunzione deve generare un incremento occupazionale netto. La durata massima dell’esonero è di 24 mesi, ridotta a 12 per le categorie di svantaggio più ampie.
Il decreto proroga fino al 31 dicembre 2026 il Bonus ZES introdotto dall’articolo 24 del DL Coesione (Decreto Legge 60/2024), già prorogato dal Milleproroghe fino al 30 aprile 2026. La misura è riservata ai datori di lavoro privati fino a 10 dipendenti nel mese di assunzione, con sede o unità produttiva nella ZES Unica del Mezzogiorno (Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Sicilia, Puglia, Calabria, Sardegna, Marche e Umbria).
I lavoratori da assumere devono avere almeno 35 anni di età ed essere disoccupati da almeno 24 mesi. Il contratto deve essere a tempo indeterminato e generare un incremento occupazionale netto. L’esonero è al 100% dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro, nel limite di 650 euro mensili, per una durata massima di 24 mesi.
Il decreto introduce un nuovo incentivo specifico per la trasformazione a tempo indeterminato dei contratti a termine di durata complessiva non superiore a dodici mesi, stipulati entro il 30 aprile 2026. L’esonero è al 100% dei contributi previdenziali, nel limite di 500 euro mensili, per un periodo massimo di 24 mesi. La trasformazione deve avvenire tra il 1° agosto e il 31 dicembre 2026. La misura è rivolta ai lavoratori under 35 che non sono mai stati occupati a tempo indeterminato.
Tutti gli esoneri previsti dal Decreto Primo Maggio 2026 sono condizionati all’applicazione del salario giusto. Il parametro si riferisce al trattamento economico complessivo definito dai contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni di datori di lavoro e lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale. Le retribuzioni applicate non possono essere inferiori a tali soglie. Nei settori non coperti da contrattazione collettiva, il riferimento è il contratto più vicino all’attività effettivamente esercitata. Chi applica contratti pirata o sottopaga i lavoratori è escluso dagli incentivi pubblici.
«Il parametro di riferimento per stabilire il salario giusto è la contrattazione, in particolare i contratti collettivi più rappresentativi. Chi applica contratti pirata e sottopaga i lavoratori non ha diritto a incentivi pubblici sul lavoro» ha dichiarato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni presentando il provvedimento. «Applicheremo lo stesso criterio anche ad altri futuri interventi a sostegno del lavoro di qualità », ha aggiunto la ministra del Lavoro Marina Calderone. Il decreto segna così una scelta di campo netta: gli sgravi contributivi pubblici diventano condizionati alla qualità contrattuale, premiando chi rispetta i contratti collettivi nazionali più rappresentativi e escludendo chi ricorre al dumping salariale.
Le imprese in possesso della certificazione sulla conciliazione vita-lavoro — che premia pratiche come la flessibilità oraria, il supporto alla genitorialità e agli impegni di cura — accedono a un esonero contributivo fino all’1% dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro, nel limite massimo di 50.000 euro annui per impresa. Le modalità di rilascio della certificazione e le procedure di domanda saranno definite con decreto interministeriale. Le aziende certificate potranno inoltre beneficiare di misure premiali nell’accesso ai bandi pubblici per le assunzioni agevolate.
Il decreto interviene infine sulle piattaforme digitali con norme mirate a ridurre abusi e caporalato. L’accesso alla piattaforma da parte dei lavoratori potrà avvenire esclusivamente tramite identità digitale — SPID, Carta d’Identità Elettronica (CIE) o Carta Nazionale dei Servizi (CNS) — oppure con un account rilasciato dalla piattaforma con sistema di autenticazione a più fattori. La cessione dell’account o il suo utilizzo da parte di soggetti diversi dal titolare comporterà sanzioni amministrative. In questo modo si scongiurano le attività in nero.
Le piattaforme sono inoltre tenute a informare i lavoratori in modo trasparente sul funzionamento degli algoritmi usati per assegnare le attività , determinare i compensi, valutare le prestazioni e sospendere o limitare l’accesso. Il lavoratore ha sempre diritto a una spiegazione chiara sulle decisioni automatizzate che incidono sulle proprie condizioni di lavoro e, nel caso, al riesame mediante intervento umano.
Dal pomeriggio del 30 aprile 2026 il 730 precompilato è online sul sito dell’Agenzia delle Entrate. Dipendenti e pensionati possono accedere alla propria dichiarazione con SPID, CIE o CNS e consultare i dati caricati dal Fisco. Dal 14 maggio si apre la finestra per accettarlo, modificarlo e inviarlo. Quest’anno il Fisco ha caricato nuove voci rispetto agli anni scorsi: dai proventi da impianti fotovoltaici al bonus elettrodomestici fino agli abbonamenti al trasporto pubblico.
A disposizione ci sono sia la modalità telematica tradizionale sia la compilazione semplificata, che permette di correggere e integrare le informazioni in linguaggio corrente, senza codici, con il modello che si compila in automatico. Anche chi non ha un sostituto d’imposta può usare il 730 per ricevere i rimborsi dall’Agenzia delle Entrate.
Dal 30 aprile 2026 il Modello 730/2026 è disponibile in consultazione sul sito dell’Agenzia delle Entrate. Dal 14 maggio si apre la finestra per accettarlo, modificarlo e trasmetterlo, con scadenza finale al 30 settembre 2026.
Il Modello Redditi PF/2026 segue invece un calendario separato, novità strutturale di quest’anno introdotta dal decreto legislativo 81/2025 (art. 4): la norma ha posticipato al 30 aprile l’invio delle Certificazioni Uniche di lavoro autonomo da parte dei sostituti d’imposta, spostando di conseguenza anche la messa a disposizione del Redditi PF precompilato. Il modello sarà consultabile e modificabile dal 20 maggio, inviabile dal 27 maggio, con scadenza al 2 novembre 2026 (il 31 ottobre cade di sabato). Per i titolari di partita IVA che usano il Redditi PF il calendario è quindi più ampio rispetto agli anni precedenti.
Il 730 precompilato contiene i dati già noti all’Agenzia delle Entrate: redditi da lavoro dipendente e da pensione (dalla Certificazione Unica), spese sanitarie trasmesse dal Sistema Tessera Sanitaria, interessi passivi sul mutuo, premi assicurativi, contributi previdenziali, bonifici per ristrutturazioni, spese universitarie. Per la dichiarazione 2026 l’Agenzia delle Entrate ha raccolto oltre 1,3 miliardi di informazioni già caricate. Il primato spetta alle spese sanitarie. Seguono i premi assicurativi e le Certificazioni Uniche. Tre voci crescono in modo marcato: le spese per abbonamento al trasporto pubblico, i redditi da impianti fotovoltaici comunicati dal GSE e le spese per asili nido.
Nel modello 730, a partire dal 2026, entrano in automatico anche le spese sportive per i figli a carico, trasmesse direttamente dalle associazioni sportive dilettantistiche; per i forfettari, il Modello Redditi PF include ora i contributi INPS precaricati nel Quadro LM. Novità assoluta di quest’anno è il bonus elettrodomestici ad elevata efficienza energetica: i dati vengono comunicati dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy e compaiono per la prima volta nel precompilato.
Chi accetta senza modifiche non subisce controlli documentali sulle voci precaricate; chi integra o corregge va incontro a verifica limitata ai soli dati modificati.
Le spese inserite nella precompilata 2026, come indicato nel provvedimento AdE del 28 aprile 2026, sono:
Sul fronte delle detrazioni, prima di accettare o modificare bisogna verificare le sezioni che quest’anno presentano novità di calcolo. La detrazione per i figli a carico ora si applica solo fino ai 30 anni; chi ha un reddito oltre i 75.000 euro troverà le detrazioni al 19% già ridotte automaticamente in base al reddito e al numero di figli; i lavoratori dipendenti sotto i 20.000 euro vedranno una somma esente IRPEF fino a 960 euro, mentre tra 20.000 e 40.000 euro scatta un credito d’imposta. Chi nel 2025 ha trasferito la residenza per lavoro ed è stato assunto a tempo indeterminato può verificare la detassazione fino a 5.000 euro su affitto e manutenzione. Chi ha ceduto cripto-attività dal 1° gennaio 2025 non trova più la soglia di esenzione da 2.000 euro: tutte le plusvalenze vanno dichiarate.
Sono due le pagine di accesso al proprio 730: area riservata del sito Agenzia Entrate (www.agenziaentrate.gov.it) e portale Precompilata (infoprecompilata.agenziaentrate.gov.it/portale/accedi-precompilata). In entrambi i casi il percorso è guidato e si arriva direttamente al proprio modello senza cercare moduli o installare software. Il modello cartaceo del 730/2026 è scaricabile in pdf con le relative istruzioni.
L’accesso richiede credenziali personali digitali: SPID, Carta d’Identità Elettronica (CIE) o Carta Nazionale dei Servizi (CNS). Una volta autenticati, si sceglie tra due modalità di presentazione: la modalità ordinaria con quadri e righi nella forma tradizionale, e la compilazione semplificata con un percorso guidato in linguaggio corrente — senza codici — in cui il modello si compila in automatico sulla base delle risposte fornite.
I coniugi e le persone unite civilmente possono presentare il 730 congiunto precompilato, usando il sostituto d’imposta di uno dei due per gestire rimborsi e conguagli di entrambi. In questo caso devono prima esercitare tale opzione (la parte che si “appoggia all’altra”) e poi procedere alla trasmissione del modello congiunto (la parte che riceverà i rimborsi).
Per presentare la precompilata per un familiare deceduto è necessario richiedere l’abilitazione all’Agenzia delle Entrate: la procedura è telematica, tramite il servizio “Autorizzazioni soggetti terzi” in area riservata e, una volta ottenuta, vale anche per gli anni successivi. Chi invece fatica a usare i servizi telematici può delegare una persona di fiducia — non necessariamente un parente — che accede con le proprie credenziali e opera per conto del contribuente. La delega dura fino a tre anni e copre anche altri servizi fiscali dell’Agenzia delle Entrate.
Dal 2026 la persona di fiducia ha nuove funzionalità : può inviare la dichiarazione dei redditi congiunta, a condizione di essere stata preventivamente abilitata dal soggetto dichiarante e dal coniuge. Può inoltre accedere al servizio web per la gestione delle autorizzazioni in capo all’erede, con specifica delega di quest’ultimo. Entrambe le abilitazioni richiedono che la persona di fiducia sia già attivata ai servizi online dell’Agenzia delle Entrate (provvedimento del 22 settembre 2023).
Tutte le informazioni e le novità sulla precompilata sono disponibili sul sito della precompilata. Di seguito lo schema riassuntivo delle procedure disponibili:

La funzione di download è disponibile direttamente nella pagina del proprio modello, sia sul sito AdE sia sul portale della Precompilata. Il 730 si scarica in pdf in due momenti distinti: prima dell’invio nella versione precompilata originaria, dopo l’invio nella versione definitiva con le modifiche apportate e il ricalcolo dell’importo a credito o a debito.
Prima di accettare il modello conviene controllare alcune voci che potrebbero essere assenti o incomplete.
Le spese sanitarie arrivano dal Sistema Tessera Sanitaria: chi preferisce non includerle nella dichiarazione può esercitare il diritto di opposizione all’utilizzo dei dati sanitari tramite l’apposita procedura online. Le spese non precaricate — veterinarie, colf e badanti, spese funebri, erogazioni liberali — vanno inserite manualmente nella fase di modifica.
Per i contribuenti con figli tra 5 e 18 anni iscritti ad attività sportive bisogna verificare se le spese risultano già nel prospetto: in caso di dati mancanti è possibile integrarli in fase di modifica.
Chi accetta la precompilata senza modifiche non subisce verifiche documentali sulle voci precaricate. La modifica della precompilata comporta il controllo sui soli dati cambiati. Chi presenta tramite CAF segue regole diverse, con controlli anche sugli oneri non modificati.
La scadenza ordinaria per il 730 precompilato è il 30 settembre 2026. Presentare entro il 30 giugno aumenta le probabilità di ricevere l’eventuale rimborso IRPEF tra luglio e settembre, direttamente in busta paga o nel cedolino pensione; chi presenta dopo rischia di attendere fino a ottobre o novembre. Per il Modello Redditi PF la scadenza è il 2 novembre 2026 (il 31 ottobre cade di sabato, il termine si sposta al primo giorno lavorativo utile).
Dal sito dell’Agenzia delle Entrate si entra nell’area riservata e si accede a “La mia scrivania”. Dalla voce “Consultazioni” si sceglie “Cassetto fiscale personale”: cliccando su “Dichiarazioni fiscali” nel menu a sinistra si visualizzano tutte le dichiarazioni presentate; da “Annualità disponibili” si seleziona l’anno desiderato. Da questa sezione si possono anche stampare o scaricare i vecchi 730 in pdf.
Per le opzioni di rettifica dopo l’invio — dalla dichiarazione integrativa al modello Redditi correttivo — le scadenze variano a seconda del tipo di errore e del canale di presentazione scelto.
| Data | Adempimento |
|---|---|
| 30 aprile | Primo giorno per l’accesso alla dichiarazione precompilata tramite Modello 730 |
| 14 maggio | Da questa data è possibile accettare, modificare e inviare all’Agenzia delle Entrate la dichiarazione 730 precompilata (modalità ordinaria o semplificata) direttamente tramite l’applicazione web |
| 19 maggio* | Da questa data è possibile annullare il 730 già inviato e presentare una nuova dichiarazione tramite l’applicazione web (l’annullamento può essere fatto solo una volta) |
| 20 maggio | Primo giorno per la consultazione e la modifica del Modello Redditi PF precompilato. Novità del 2026: il calendario del Redditi PF è separato da quello del 730 in applicazione del decreto legislativo 81/2025 |
| 21 maggio* | Da questa data è possibile inviare il Redditi aggiuntivo del 730 (frontespizio e quadri RM – Sez. IV, RS, RU) e il Redditi correttivo per correggere e sostituire il 730 o il modello Redditi già inviato |
| 27 maggio | Da questa data è possibile inviare il Modello Redditi PF precompilato |
| 22 giugno | Ultimo giorno per annullare il 730 |
| 26 giugno* | Ultimo giorno per annullare tramite applicativo web il modello Redditi (e i modelli Redditi PF correttivi ad esso collegati) inviato con modello F24 predisposto |
| 30 giugno* | Per i contribuenti con 730 senza sostituto d’imposta o con modello Redditi, scade il termine per versare il saldo e il primo acconto |
| 30 luglio* | Per i contribuenti con 730 senza sostituto d’imposta o con modello Redditi, scade il termine per versare con la maggiorazione dello 0,40% il saldo e il primo acconto. Ultimo giorno senza maggiorazione per contribuenti ISA, regime di vantaggio per l’imprenditoria giovanile e forfetari |
| 30 settembre | Scade il termine per presentare il 730 precompilato all’Agenzia delle Entrate direttamente tramite l’applicazione web |
| 10 ottobre* | Scade il termine per comunicare al sostituto d’imposta di non voler effettuare il secondo o unico acconto IRPEF o di volerlo effettuare in misura inferiore |
| 15 ottobre* | Ultimo giorno per annullare tramite applicativo web il modello Redditi (e i modelli Redditi PF correttivi ad esso collegati) inviato senza modello F24 |
| 26 ottobre* | Scade il termine per presentare al CAF o professionista abilitato il 730 integrativo (solo se l’integrazione comporta un maggiore credito, un minor debito o un’imposta invariata) |
| 2 novembre | Scade il termine per inviare il Modello Redditi Persone Fisiche 2026, il modello Redditi correttivo del 730 e il modello Redditi aggiuntivo del 730 (frontespizio e quadri RM – Sez. IV, RS, RU) |
| 10 novembre* | Ultimo giorno per presentare all’Agenzia delle Entrate il 730 integrativo (di tipo 2) direttamente tramite l’applicazione web |
| 1 dicembre* | Scade il termine per versare il secondo o unico acconto per i contribuenti con 730 senza sostituto d’imposta o con modello Redditi |
| 29 gennaio* | Ultimo giorno per presentare il modello Redditi precompilato “tardivo” (entro 90 giorni dalla scadenza) e per scaricare il modello Redditi PF On line |
Le date con (*) sono in attesa di conferma da parte dell’Agenzia delle Entrate.
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti porta a Bruxelles un argomento nuovo come leva per la richiesta di flessibilità sul Patto di Stabilità UE, portando il discorso oltre il caro energia: il blocco dello Stretto di Hormuz non ferma solo gas e petrolio ma anche materie prime agricole globali e fertilizzanti, necessari per la sicurezza alimentare dell’intero continente africano. Per l’agroalimentare italiano, il blocco di queste forniture si aggiunge a una pressione già pesante sui costi di produzione. La crisi delle rotte commerciali nel Golfo ha già colpito export e approvvigionamenti: Confartigianato stima 27,8 miliardi di export manifatturiero italiano esposti ai rischi del conflitto.
Il nodo è quello del doppio svantaggio strutturale dovuto alla procedura per deficit eccessivo: l’Europa consente agli Stati di aiutare i settori colpiti dalla crisi, purché lo facciano dentro le regole di bilancio. Chi ha margini fiscali — come la Germania — può intervenire. Chi non ce li ha, come l’Italia, resta bloccato.
La posizione dell’Italia è nota da settimane: il Governo chiede all’Unione Europea di concedere flessibilità sui vincoli del Patto, consentendo agli Stati di approvare misure di sostegno all’economia senza incidere sulla traiettoria di rientro del deficit. Giorgetti non ha mai aperto all’ipotesi di uno scostamento unilaterale indicando Bruxelles come l’interlocutore necessario. Al tavolo europeo ha proposto anche una tassazione straordinaria sulle grandi compagnie petrolifere ed energetiche per finanziare gli interventi di sostegno, ma anche questa strada è stata chiusa dalla Commissione.
La risposta della Commissione è rimasta invariata dal vertice informale di Cipro del 23 e 24 aprile: le condizioni per attivare la clausola di salvaguardia non esistono, il rischio recessione non è ancora certificato dai dati e la sospensione generalizzata del Patto richiederebbe uno scenario di crisi acuta sull’intera area euro. L’unica concessione è il temporary framework sugli aiuti di Stato per trasporti, agricoltura e pesca — misure che, come ha sottolineato Giorgetti, valgono solo per chi ha già spazio fiscale sufficiente a finanziarle.
Nel dibattito delle ultime settimane sono emersi due strumenti distinti, come alternative a questa fase di stallo.
Il primo è lo scostamento di bilancio: la procedura con cui il Parlamento autorizza il Governo a ricorrere a nuovo debito oltre i piani approvati. Non è uno strumento eccezionale — è stato usato in più occasioni, dal Covid alla crisi energetica del 2022. Richiede il voto di entrambe le Camere a maggioranza assoluta. Oggi però l’Italia si trova in una condizione che lo rende incompatibile con gli impegni europei: finché resta sotto procedura di infrazione, la crescita della spesa netta è vincolata all’1,6% annuo e qualsiasi ricorso a nuovo debito fuori dai parametri violerebbe il percorso di rientro. Il taglio delle accise già in vigore, da solo, vale 500-600 milioni: uno scostamento di scala significativa esporrebbe l’Italia a tensioni sui mercati e a un allargamento dello spread.
Il secondo strumento è la clausola nazionale ex art. 26 del Regolamento UE 2024/1263 — la riforma del Patto di Stabilità che porta, tra le altre, anche la firma di Giorgetti. Consente a un singolo Stato di chiedere una deviazione temporanea dalla propria traiettoria di spesa in presenza di circostanze eccezionali fuori dal controllo dello Stato, con rilevante impatto sulle finanze pubbliche. Necessità però del via libera del Consiglio UE a maggioranza qualificata degli Stati membri. Per l’Italia potrebbe liberare fino a circa 30 miliardi di euro di spazio fiscale aggiuntivo, secondo le stime circolate. Il precedente esiste: il Belgio ha ottenuto la deviazione dalla propria traiettoria per finanziare le spese di difesa.
La differenza rispetto allo scostamento unilaterale è sostanziale: la clausola nazionale mantiene intatto il rapporto con Bruxelles e non manda segnali negativi ai mercati.
Giovedì 30 aprile il Parlamento vota le risoluzioni sul DFP 2026: la maggioranza dovrà trovare una sintesi tra le posizioni distanti di Lega — che non ha smesso di agitare l’ipotesi di uno strappo — e quelle di FdI e Forza Italia, contrari a qualsiasi uscita unilaterale dai parametri europei. Giorgetti ha indicato l’Eurogruppo del 4-5-6 maggio come la prossima finestra utile per riaprire la trattativa. L’OCSE ha invitato a «discutere la sospensione a livello europeo» in condizioni eccezionali: non è un sì ma non è nemmeno una porta chiusa.
Per il ministro Giorgetti «la risposta dell’Europa finora non è stata positiva ma è un’impostazione profondamente sbagliata». Resta dunque forte l’invito ad un approccio più consapevole e realistico «piuttosto che una visione rigidamente burocratica».
Il 9° Rapporto Eudaimon-Censis fotografa un’Italia in cui oltre la metà dei giovani lavoratori considera il diritto alla disconnessione una priorità assoluta, mentre Eurofound documenta la stessa pressione su scala europea. I dati arrivano in un momento in cui la Commissione Europea ha richiamato la necessità di una regolamentazione comune, e le aziende si trovano a fare i conti con generazioni che non intendono negoziare i confini tra tempo di lavoro e tempo libero.
Uno studio di Eurofound condotto in Belgio, Francia, Italia e Spagna mostra che oltre l’80% dei lavoratori riceve regolarmente comunicazioni di lavoro al di fuori dell’orario contrattuale. Tra questi, quasi tre su quattro vengono contattati ogni giorno o più volte a settimana per motivi professionali — un dato che trasforma la reperibilità da eccezione a norma implicita del mercato del lavoro digitale. La pressione esercitata da questi numeri ha spinto la Commissione Europea a richiamare la necessità di regolamentare il diritto alla disconnessione per i lavoratori dipendenti.
Nell’ordinamento italiano il diritto alla disconnessione trova il suo unico riferimento legislativo nella Legge 81/2017 sul lavoro agile, che all’articolo 19 stabilisce l’obbligo di includere negli accordi individuali di smart working le modalità di disconnessione del lavoratore dagli strumenti tecnologici. Un’applicazione parziale, affidata alla contrattazione individuale, che esclude la generalità dei lavoratori dipendenti che non operano in modalità agile. In Parlamento è in discussione una proposta di legge che punta a estendere il diritto a tutti i dipendenti, con l’introduzione di sanzioni da 500 a 3.000 euro per i datori inadempienti, con un iter ancora aperto.
Nel resto d’Europa il quadro è più articolato. La Francia è stata pioniera con la Loi Travail del 2017, che obbliga le aziende con almeno 50 dipendenti a negoziare con i sindacati le modalità di disconnessione, con sanzioni fino all’1% del compenso totale. Il Belgio ha esteso il diritto al settore privato dal 2022 per le aziende con 20 o più dipendenti. Il Portogallo ha introdotto nel 2021 il divieto esplicito per i datori di contattare i dipendenti fuori orario, con sanzioni fino a 9.690 euro. Tra i Paesi UE che riconoscono esplicitamente il diritto figurano Belgio, Francia, Italia e Spagna. Nel 2021 il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione che chiede alla Commissione di elaborare una direttiva specifica — ancora in attesa di attuazione.
L’impatto sulla salute psicologica è documentato. Il Rapporto Eudaimon-Censis rileva che il 45,8% dei lavoratori italiani segnala effetti negativi in termini di ansia e disagio direttamente attribuibili alle comunicazioni ricevute fuori dall’orario di lavoro. Quasi uno su due: un’incidenza che colloca la reperibilità continua tra i principali fattori di rischio psicosociale nel lavoro contemporaneo, accanto allo stress lavoro-correlato e al burnout.
Il dato è tanto più rilevante considerando che la disconnessione viene già praticata su base individuale da quasi la metà dei lavoratori — il che significa che chi sceglie di non rispondere lo fa spesso a costo di un senso di colpa o di tensione organizzativa, in assenza di una policy aziendale chiara che la legittimi e la protegga.
Il rapporto Eudaimon-Censis certifica che più della metà dei giovani italiani — il 57,7% — ritiene fondamentale poter esercitare il cosiddetto diritto alla disconnessione, ovvero alla non reperibilità fuori orario contrattuale. Il 43,9% dei lavoratori italiani dichiara già di non rispondere a email, chiamate o messaggi di lavoro al di fuori dell’orario formale, praticando autonomamente una disconnessione che la legge non garantisce in modo uniforme. La Gen Z sta riscrivendo le regole del lavoro con una coerenza che non lascia spazio a equivoci: per i lavoratori di oggi, l’equilibrio tra vita professionale e privata è condizione fondamentale per restare in un’azienda. E il diritto alla disconnessione ne è la prima declinazione.
Le nuove generazioni chiedono che la disconnessione diventi un valore organizzativo riconoscibile, che si traduca in pratiche effettive, orari rispettati e modelli di valutazione che non premino la disponibilità costante. Significa ripensare il lavoro riconoscendo il valore del tempo personale dei lavoratori.
In questa prospettiva, il welfare aziendale nel 2026 non può limitarsi ai benefit economici ma deve includere la tutela del tempo libero come leva di produttività , fidelizzazione e attrattività sul mercato del lavoro.
Un cambiamento che riguarda le grandi aziende come le PMI, dove la distanza tra manager e dipendenti è più corta e il modello organizzativo si può ridisegnare più velocemente — se c’è la volontà di farlo.
Il welfare aziendale sta entrando sempre di più nella spesa quotidiana dei lavoratori. Secondo il Report Welfare di Randstad, i fringe benefit hanno raggiunto quasi il 74% del credito welfare utilizzato e oltre il 91% degli ordini totali, con un valore cresciuto del 34% in un anno e del 615% rispetto al 2021. Buoni spesa, carburante, e-commerce, rimborsi per scuola, sanità e bollette stanno trasformando il welfare in una seconda busta paga, utile alle aziende per aumentare il valore netto riconosciuto ai dipendenti e ai lavoratori per assorbire parte del caro vita.
Il report Randstad fotografa un cambio netto nelle abitudini di utilizzo delle prestazioni di welfare. Su quasi 370mila transazioni analizzate nel 2025, per un valore superiore a 40 milioni di euro, la spesa media per ordine si attesta intorno a 110 euro. La parte più ampia del credito utilizzato riguarda gli acquisti, pari all’84% del totale speso, mentre i rimborsi rappresentano il 13% e i versamenti il 3%. Il dato conferma una tendenza già visibile nel mercato: il welfare viene usato soprattutto per beni e servizi di consumo immediato, con una funzione sempre più vicina all’integrazione del reddito.
Le soglie di esenzione sui fringe benefit e premi di risultato rendono questi strumenti più convenienti rispetto a una erogazione monetaria ordinaria, purché vengano rispettati limiti, requisiti e documentazione richiesta.
Negli acquisti, il ruolo principale è dei buoni acquisto, che da soli concentrano l’83% della spesa e il 95% delle transazioni di questa categoria. La preferenza va a strumenti semplici, spendibili rapidamente e adatti a bisogni ricorrenti.
I canali di spesa più diffusi sono i supermercati, le transazioni e-commerce e i rifornimenti di carburante. Il dato sui supermercati arriva al 29%, seguito dall’e-commerce al 27% e dal carburante al 18%. Accanto alle spese essenziali, il report segnala anche una quota destinata a viaggi e vacanze, pari al 14%, e una più contenuta per tempo libero, spese mediche e corsi di formazione.
I rimborsi welfare hanno un’incidenza più contenuta sul numero degli ordini, pari al 4%, pur arrivando al 13% del valore totale erogato. Questo indica un utilizzo meno frequente rispetto ai buoni acquisto, legato però a spese mediamente più elevate. Le voci più rilevanti riguardano scuola e sanità . Le spese scolastiche assorbono il 26% del valore dei rimborsi, mentre spese mediche e cassa sanitaria arrivano al 24%. Seguono università , asili, campus scolastici, trasporti, bollette, assistenza e servizi familiari.
Il successo dei fringe benefit aziendali si lega anche alla fiscalità . Il comunicato Randstad richiama le soglie di esenzione fissate a 1.000 euro per la generalità dei dipendenti e a 2.000 euro per quelli con figli a carico fino al 2027 incluso. Per le imprese, questo consente di riconoscere premi e benefit con un vantaggio sul costo del lavoro. Per i dipendenti, il credito welfare può tradursi in beni, servizi e rimborsi con un valore percepito più vicino al netto disponibile. Il tema riguarda anche casi specifici, come i fringe benefit sui mutui dei dipendenti, dove il calcolo fiscale richiede attenzione alle regole del TUIR e alle soglie applicabili.
Il Report Welfare segnala un uso del welfare sempre più legato alla retribuzione complessiva. I fringe benefit vengono usati come risposta immediata ai bisogni dei lavoratori, soprattutto quando riguardano spese ricorrenti come alimentari, carburante, istruzione, sanità e utenze domestiche.
Per le aziende, il tema entra nelle scelte di attrazione e trattenimento del personale. Il welfare ben costruito permette di aumentare il valore riconosciuto ai dipendenti, migliorare la percezione del pacchetto retributivo e rafforzare la relazione con la popolazione aziendale. È la stessa traiettoria già emersa nell’analisi sul welfare nel 2026 tra benefit e stipendi, dove la personalizzazione dei servizi assume un ruolo crescente.
Il dato Randstad si inserisce in un mercato in cui anche le PMI guardano con più attenzione ai fringe benefit. Gli importi medi restano diversi rispetto ai grandi piani aziendali, ma l’esigenza è simile: offrire strumenti spendibili, comprensibili e utili per le spese familiari. La crescita dei fringe benefit nelle PMI mostra come questi strumenti stiano uscendo dalla logica del benefit accessorio. Per molte aziende diventano una componente della politica retributiva, da coordinare con premi di risultato, buoni pasto, rimborsi e servizi di welfare.
Per evitare dispersione, il piano va costruito sui bisogni reali dei dipendenti. Il report Randstad indica una direzione chiara: quando il welfare viene speso soprattutto in supermercati, carburante, scuola e sanità , il messaggio per le imprese è che la domanda dei lavoratori riguarda prima di tutto il bilancio familiare.
La busta paga nel 2026 ha cambia profondamente struttura: prima la riforma IRPEF ha ridisegnato le aliquote e le detrazioni sul lavoro dipendente, poi la Manovra economica ha introdotto nuove forme di tassazione agevolata su premi e straordinari e infine le soglie dei benefit aziendali sono state aumentate. Eppure molti lavoratori non sanno ancora quali strumenti esistono e quali possono attivare per pagare meno tasse sulla retribuzione e incassare un salario complessivamente più alto ogni mese. Di seguito, passiamo in rassegna le 10 misure che agiscono direttamente sullo stipendio netto, senza aspettare il conguaglio fiscale di fine anno e senza dover rimandare tutto alle classiche deduzioni e detrazioni da inserire nel 730.
Le 10 leve che analizziamo di seguito si applicano al lavoro dipendente del settore privato, salvo dove diversamente indicato. Alcune spettano a tutti in automatico (e quindi riguardano già la busta paga in corso) mentre altre richiedono un accordo aziendale, una domanda all’INPS o una comunicazione scritta al datore di lavoro. In ogni caso, conoscerle è il primo passo per non lasciare soldi sul cedolino.
Le imprese familiari italiane stanno portando l’intelligenza artificiale dentro prodotti, clienti, dati e funzioni aziendali. Il nuovo report Deloitte Private Family Business Technology Transformation indica che il 78% delle aziende familiari italiane intervistate sta implementando soluzioni AI, mentre una su due dichiara di avere già una strategia tecnologica integrata con gli obiettivi aziendali. È una fotografia che riguarda da vicino il Made in Italy: aziende spesso radicate nei territori, costruite su competenze trasmesse tra generazioni e ora chiamate a trasformare innovazione, governance e capitale umano in crescita.
Lo studio Deloitte segnala una diffusione ormai ampia dell’intelligenza artificiale nelle imprese familiari. Il 26% delle aziende italiane intervistate dichiara di usare l’AI in modo trasversale su più aree, mentre il 52% la sta introducendo in ambiti specifici prima di estenderla ad altre funzioni.
La quota ancora in fase di test si ferma al 12%, mentre solo il 10% resta nella fase esplorativa o senza adozione. Il confronto con il quadro più ampio sull’intelligenza artificiale nelle PMI italiane aiuta a leggere il dato: nelle imprese familiari l’AI viene adottata soprattutto dove può sostenere continuità aziendale, qualità dei prodotti e capacità decisionale.
Il primo utilizzo dell’AI nelle imprese familiari italiane riguarda la progettazione e prototipazione di prodotti, indicata dal 48% del campione italiano contro il 36% globale. È un dato che racconta una traiettoria precisa: l’innovazione digitale entra prima dove può incidere sulla qualità dell’offerta e sui tempi di sviluppo. La stessa quota, il 48%, riguarda la semplificazione della comunicazione e collaborazione interna.
Seguono il CRM, al 42%, e l’automazione dei processi interni, al 39%. L’AI viene quindi usata per migliorare prodotti, coordinamento aziendale e relazione con i clienti, tre aree decisive per imprese che spesso competono su reputazione, rapidità e personalizzazione.
La trasformazione digitale delle aziende familiari procede con intensità diversa tra le funzioni aziendali. Deloitte rileva che Marketing e Finance sono le aree con il grado più alto di implementazione completa, rispettivamente al 48% e al 45%. Segue l’analisi dei dati a supporto della Business Intelligence e delle decisioni aziendali, indicata dal 40% delle imprese italiane intervistate.
Il dato conferma che la tecnologia viene spinta dove può migliorare lettura dei margini, clienti, budget e scelte commerciali. In questa direzione rientra anche il tema degli investimenti AI con ritorni misurabili per le imprese, perché l’adozione crea valore quando viene collegata a risultati economici, tempi decisionali e qualità dei dati.
La Supply chain resta tra gli ambiti meno maturi, pur mostrando un livello di adozione completo o parziale pari al 64%. È anche la prima area indicata tra gli investimenti pianificati nel futuro prossimo, con una quota del 31%. Seguono Ricerca e Sviluppo al 24% e Product development al 21%.
Sono funzioni decisive per le imprese familiari manifatturiere e di prodotto, perché permettono di accorciare i tempi di test, analizzare dati industriali e adattare l’offerta a mercati più instabili. La traiettoria è vicina a quella già osservata nel passaggio da tool ad agenti AI nelle PMI italiane, dove la tecnologia acquista valore quando entra nel lavoro quotidiano e nei processi decisionali.
Il dato più interessante riguarda la governance della trasformazione tecnologica. Il 50% delle imprese familiari italiane intervistate dichiara di avere una strategia tecnologica completamente integrata e allineata agli obiettivi aziendali. L’altra metà del campione è ancora in costruzione: il 43% sta implementando una strategia tecnologica e il 7% la sta sviluppando. La stessa divisione emerge sugli investimenti: una impresa su due ritiene di avere investito a sufficienza nelle tecnologie necessarie al business, mentre il 38% concorda solo in misura moderata e il 12% poco.
Il livello di soddisfazione interna resta alto. Secondo Deloitte, l’88% delle imprese familiari italiane afferma che, per i dipendenti, le nuove tecnologie hanno semplificato le attività e migliorato gli ambienti di lavoro in misura considerevole o moderata. Le criticità indicate dalle aziende si concentrano su tre fronti:
Per le imprese familiari italiane, la sfida dell’AI passa quindi dalla qualità delle scelte: servono investimenti mirati, competenze interne e partner capaci di accompagnare aziende abituate a decidere con prudenza, presidiare la reputazione e proteggere il valore costruito nel tempo.
Quasi la metà degli immobili ristrutturati con il Superbonus e altri incentivi edilizi, sottoposti a verifica da parte dell’Agenzia delle Entrate, sono risultati irregolari: i proprietari non hanno completato l’aggiornamento catastale entro i tempi previsti. Lo sottolinea il nuovo Documento di Finanza Pubblica presentato il 22 aprile 2026, che illustra gli esiti delle verifiche portate avanti dall’Agenzia delle Entrate per accertare l’adeguamento delle rendite in Catasto successivamente al beneficio ricevuto.
L’adempimento è obbligatorio al termine dei lavori che abbiano prodotto una variazione della rendita catastale superiore al 15% del valore originario dell’immobile. Per questi proprietari, il rischio è di subire sanzioni da 1.032 fino a 8.264 euro per unità immobiliare, oltre al blocco di qualsiasi atto notarile sull’immobile.
Le lettere di compliance inviate dall’Agenzia delle Entrate nel corso del 2025 — prima 3.300 ad aprile rivolte agli immobili fantasma, poi altre 12.000 a ottobre per unità con anomalie tra bonus fruito e rendita — hanno portato a circa 3.500 controlli preliminari conclusi entro il 31 dicembre. I risultati, certificati dal DFP 2026, fotografano una situazione poco rassicurante:
Il programma di verifiche è destinato a intensificarsi nettamente nei prossimi anni. Il DFP 2026 prevede l’invio di 120.000 comunicazioni tra il 2026 e il 2028: 20.000 nel 2026, 40.000 nel 2027 e 60.000 nel 2028.
Una nota positiva riguarda l’incremento del 25% delle dichiarazioni di variazione spontanee rispetto al 2024: nel 2025 ne sono state presentate circa 70.000, segnale che la campagna di lettere di compliance sta producendo effetti. Chi si mette in regola volontariamente prima della contestazione formale – entro 90 giorni dalla violazione – può infatti ridurre la sanzione a 172 euro tramite ravvedimento operoso.
I proprietari che ricevono la lettera e non provvedono a mettersi in regola rischiano una sanzione da 1.032 a 8.264 euro per ogni unità immobiliare ai sensi dell’art. 2, comma 12, del D.Lgs. 23/2011, l’attribuzione di una rendita presunta da parte dell’Agenzia con effetti immediati su IMU e TARI e il blocco di vendite, affitti e donazioni dell’immobile fino alla regolarizzazione.
Il 1° Maggio 2026 non sarà soltanto la Festa dei Lavoratori: nella stessa giornata è stato proclamato uno sciopero generale nazionale che riguarda il personale dipendente pubblico e privato per l’intera giornata, con possibili disagi negli uffici, nei servizi locali, nelle attività aperte al pubblico e in alcuni comparti territoriali. Il calendario ufficiale segnala alcune esclusioni nel settore dei trasporti, mentre sono confermate altre mobilitazioni sempre nel mese di maggio.
La mobilitazione del 1° Maggio è stata proclamata da USI-CIT e riguarda il personale dipendente del settore pubblico e privato. La durata indicata nei calendari ufficiali è l’intera giornata, quindi il riferimento corretto è a uno sciopero di 24 ore. Alla proclamazione risulta anche l’adesione di Cobas Lavoro Privato. Il possibile effetto sui servizi dipenderà dalle adesioni effettive nei singoli enti, aziende e territori, con differenze anche marcate tra amministrazioni, attività commerciali, servizi locali e comparti produttivi.
Lo sciopero può coinvolgere uffici amministrativi, servizi comunali, sportelli, attività private e servizi locali. Per cittadini e imprese il rischio principale riguarda rinvii, chiusure parziali, tempi più lunghi negli sportelli e riduzione delle prestazioni non urgenti. Nei servizi pubblici essenziali restano previste le prestazioni indispensabili, secondo le regole sul diritto di sciopero. Nei precedenti scioperi generali, la distinzione tra adesioni nazionali e servizi garantiti ha già mostrato quanto la situazione possa cambiare da territorio a territorio.
Il calendario del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti segnala una precisazione rilevante: dallo sciopero generale del 1° Maggio sono esclusi trasporto aereo, ferroviario, appalti ferroviari, trasporto marittimo, circolazione e sicurezza stradale. Questo riduce il rischio di uno stop generalizzato sui collegamenti nazionali. Resta però prudente controllare le informazioni delle singole aziende, soprattutto per i servizi locali e per eventuali comunicazioni territoriali pubblicate a ridosso della giornata.
La protesta si inserisce nelle rivendicazioni sindacali su salari, sicurezza sul lavoro e stabilità contrattuale. Al centro della mobilitazione ci sono il recupero del potere d’acquisto, la tutela nei luoghi di lavoro e il contrasto alla precarietà nei rapporti di lavoro pubblici e privati. La scelta della data rafforza il valore simbolico della protesta: il Primo Maggio resta la giornata dedicata al lavoro, mentre la mobilitazione sindacale porta l’attenzione sulle condizioni economiche e contrattuali di chi lavora.
Il 1° maggio apre un mese con diverse mobilitazioni già programmate. Le date non vanno confuse tra loro, perché cambiano sigle sindacali, settori coinvolti, orari e servizi interessati:
Lo sciopero generale del 1° maggio ha un proprio ambito, mentre le mobilitazioni successive seguono calendari e modalità diverse.
Enrico Giacomelli è un imprenditore marchigiano la cui vita rappresenta una delle più incredibili storie di successo nel panorama tecnologico europeo. Partito dal basso, è riuscito a costruire un vero e proprio impero nel settore informatico fondando Namirial e portandola a diventare una delle aziende leader in Europa per la posta elettronica certificata (PEC) e la firma digitale.
In un’accorata intervista rilasciata a Chapeau, Giacomelli ha raccontato la sua intera parabola professionale e umana. L’imprenditore ha ripercorso 35 anni di carriera, condividendo i dettagli di una scalata culminata con la vendita dell’azienda per oltre 1 miliardo di euro, non senza affrontare anche momenti di grande difficoltà personale e grosse sfide imprenditoriali. Di seguito, il video integrale, disponibile sulle principali piattaforme social di video streaming.
Il percorso lavorativo di Giacomelli inizia da adolescente, tra i tavoli del bar sulla spiaggia aperto dai suoi genitori a Senigallia nel 1969. Un’esperienza faticosa ma che gli insegna la dedizione al lavoro. A soli 19 anni, il salto di qualità : la famiglia prende in gestione un campeggio e il giovane Enrico si trova a gestire l’intera struttura, ricoprendo ogni ruolo.
L’avvicinamento alla tecnologia avviene quasi per caso, dopo aver aperto una società di consulenza ambientale. È in questo periodo che conosce Claudio Gabellini, con il quale nel dicembre del 1991 fonda una società di informatica pur non sapendo nulla di programmazione. L’intuizione vincente è nel modello di business: regalare i software per le dichiarazioni dei redditi alle banche affinché li distribuissero ai commercialisti, vendendo poi a questi ultimi i moduli cartacei proprietari su cui stampare. Nel solo 1992, questo sistema porta l’azienda a fatturare un miliardo di lire.
Il percorso imprenditoriale incontra presto due grandi scogli. Il primo, devastante a livello personale, è la morte del fratello in un incidente stradale, lutto che lo ha segnato profondamente e che ha cercato di affrontare rifugiandosi nel lavoro. Il secondo è una grave crisi aziendale: l’avvento delle stampanti laser distrugge il fiorente business dei moduli cartacei precompilati, portando la società vicina al fallimento. La vera rinascita avviene nel 2000, con l’invenzione del primo modello 730 online e la successiva chiusura di un decisivo contratto da 1,7 miliardi di lire con la neonata Fineco.
La definitiva consacrazione di Namirial si verifica nel 2008, quando in Italia viene introdotto l’obbligo della PEC e l’uso della firma digitale esplode. L’azienda si posiziona subito tra i primissimi operatori e riesce ad accaparrarsi clienti enormi, vendendo la prima firma grafometrica proprio a Fineco. Forte di margini del 30% e oltre 20 milioni di fatturato nel 2015, Namirial inizia l’espansione all’estero acquisendo un concorrente austriaco, per poi vincere prestigiose gare d’appalto internazionali contro giganti del settore come Adobe e DocuSign nel 2019.
Raggiunti i 45 milioni di fatturato, Namirial attira l’attenzione del fondo Ambienta, che nel 2020 entra in società con una valutazione di 150 milioni di euro. Sotto questa nuova spinta e con l’arrivo del CEO Max Pellegrini, l’azienda completa 7 acquisizioni strategiche in 5 anni, triplicando i ricavi fino a 160 milioni e spingendosi con successo nel mercato dell’identità digitale e dello SPID. Questo exploit prepara il terreno all’ingresso di Bain Capital, che ha recentemente acquisito le quote di maggioranza valutando l’azienda ben 1 miliardo e 90 milioni di euro.
Oggi Namirial punta a 300 milioni di ricavi annui e conta 1400 dipendenti in 25 paesi. Nonostante il clamoroso ritorno economico personale, Giacomelli ha reinvestito nell’azienda e sottolinea con orgoglio come l’operazione abbia trasformato in milionari numerosi piccoli investitori e collaboratori storici. Convinto buddista e sostenitore dell’importanza del karma e dell’empatia nel fare impresa, dedica oggi grande attenzione alla filantropia. Gestisce una fondazione in memoria del fratello e ha imposto una clausola nel contratto miliardario con Bain Capital per destinare una percentuale del fatturato in beneficenza, a dimostrazione che i grandi affari non devono mai far dimenticare l’umanità .
Milioni di italiani usano almeno un’app ogni giorno. Un’abitudine consolidata che ha un costo invisibile: la condivisione dei dati personali con terze parti, spesso senza che l’utente ne abbia piena consapevolezza, e quasi sempre a scopo commerciale. In cima alla classifica delle dieci app che condividono più informazioni con terze parti ci sono Facebook e Instagram, entrambe sotto il controllo di Meta.
Secondo l’analisi di Truffa.net, che ha esaminato le informative sulla privacy delle principali applicazioni diffuse in Italia, le due piattaforme social condividono il 68,6% dei dati personali degli utenti con soggetti esterni e impiegano oltre l’85% delle informazioni raccolte per analisi interne e per il funzionamento delle piattaforme stesse. Una quota che comprende dati di localizzazione, abitudini di navigazione, preferenze di consumo e molto altro. I meccanismi di profilazione utenti che ne derivano alimentano reti pubblicitarie capillari, rendendo questi dati una risorsa economica di primaria importanza per i due colossi.
Chi usa le app digitali in contesto professionale si trova esposto a un livello di raccolta dati spesso sottovalutato. LinkedIn risulta l’app più aggressiva nel settore business e professionale: utilizza il 74,3% dei dati per funzionalità e personalizzazione dei contenuti, e condivide il 37,1% con terze parti. Un dato rilevante per le PMI e i professionisti che utilizzano la piattaforma per la comunicazione commerciale e il recruiting. Gmail si colloca in posizione intermedia: utilizza il 57,1% dei dati per le proprie funzionalità e condivide l’8,6% con soggetti esterni. A seguire, con livelli di raccolta dati progressivamente più contenuti, troviamo Google Drive, Dropbox e Microsoft Outlook.
Tra le app di intrattenimento, la più intrusiva è YouTube, che raccoglie il 65% dei dati degli utenti per ottimizzare i contenuti suggeriti e la pubblicità . Seguono Prime Video, Spotify, Disney+ e Netflix, con livelli di raccolta che diminuiscono progressivamente. Nel comparto dell’e-commerce, Amazon Shopping mantiene una quota significativa di dati per l’analisi delle abitudini d’acquisto, pur condividendo percentuali più contenute con terze parti.
Booking.com e Trenitalia non condividono informazioni con terze parti. Anche Telegram e Skype si distinguono per un utilizzo più contenuto dei dati personali, limitato alle funzionalità essenziali del servizio.
Adottare una strategia consapevole sull’uso di questi strumenti rientra oggi tra le priorità della sicurezza digitale delle PMI, in un contesto in cui le violazioni di dati aziendali sono in costante aumento. Alcune indicazioni pratiche per ridurre l’esposizione dei propri dati:
La Polizia di Stato ha pubblicato il bando 2026 per assumere 220 commissari attraverso un concorso pubblico per titoli ed esami. Le domande si inoltrano fino al 20 maggio. La novità più rilevante è l’apertura — per una quota dei posti — a laureati in scienze politiche ed economia, categorie finora escluse dalla selezione ordinaria per la carriera dei funzionari.
Rispetto al bando 2025, anche se la via ordinaria di accesso al concorso è la laurea magistrale o specialistica a contenuto giuridico, una quota pari al 10% dei posti — circa 22 unità — è invece riservata, in forza del D.L. 24 febbraio 2026, n. 23, a candidati in possesso di lauree magistrali in: scienze politiche (LM-62), scienze delle pubbliche amministrazioni (LM-63), scienze per la cooperazione allo sviluppo (LM-81), scienze dell’economia (LM-56), scienze economico-aziendali (LM-77) e finanza (LM-16), con le relative classi specialistiche equivalenti. Il titolo deve essere conseguito entro la data della prima prova concorsuale.
Sul fronte anagrafico, i candidati civili non devono aver compiuto i 30 anni di età alla data di scadenza della domanda. Il limite sale fino a 3 anni per chi ha svolto il servizio militare, non si applica al personale già appartenente alla Polizia di Stato ed è elevato a 35 anni per gli appartenenti ai ruoli dell’Amministrazione civile dell’Interno. Sono richiesti inoltre la cittadinanza italiana, il godimento dei diritti politici e i requisiti di idoneità fisica, psichica e attitudinale previsti dall’ordinamento.
Il concorso 2026 è aperto alla selezione di 220 posti complessivi, una parte dei quali riservata a categorie specifiche:
I posti oggetto di riserva non coperti per mancanza di idonei vengono assegnati agli altri candidati seguendo l’ordine della graduatoria finale di merito.
L’iter concorsuale si articola in più fasi eliminatorie, da affrontare nell’ordine stabilito dal bando. Si parte da una prova preselettiva eventuale, attivata solo se il numero di candidature lo rende necessario: la banca dati da cui vengono estratti i quesiti conta 5.000 domande, mille per ciascuna delle cinque materie previste, ed è disponibile sul sito della Polizia di Stato almeno 30 giorni prima della prova. Il 28 maggio 2026 verranno pubblicati il calendario e le sedi dell’eventuale preselettiva sul portale poliziadistato.it e su InPA.
A seguire: accertamenti psicofisici e attitudinali, due prove scritte su materie giuridiche e una prova orale conclusiva. Concorrono anche i titoli di merito, valutati nella fase finale. I vincitori accedono a un corso di formazione al termine del quale vengono nominati nel ruolo direttivo della carriera dei funzionari della Polizia di Stato.
Le domande si presentano esclusivamente per via telematica attraverso il portale concorsionline.poliziadistato.it oppure tramite il portale InPA, con accesso tramite SPID o CIE. La finestra di candidatura è aperta dalle ore 00.00 del 21 aprile alle ore 23.59 del 20 maggio 2026. Oltre alle credenziali di accesso, è necessario disporre di un indirizzo PEC personale intestato al candidato, che sarà utilizzato per tutte le comunicazioni ufficiali relative al concorso.
Con l’ordinanza n. 10542 del 21 aprile 2026, la Corte di Cassazione ha ribadito un principio che molti lavoratori con carriere contributive frammentate tendono a sottovalutare: chi ottiene la pensione di vecchiaia attraverso il computo dei contributi nella Gestione Separata INPS non può pretendere che il trattamento decorra dal momento in cui ha compiuto l’età pensionabile. La decorrenza si ancora al primo giorno del mese successivo alla presentazione della domanda di computo.
Il caso riguardava un lavoratore iscritto alla Gestione Separata che aveva raggiunto i requisiti anagrafici per la pensione di vecchiaia ma aveva presentato la domanda di computo — cioè la richiesta di riunificare nella Gestione Separata i contributi versati anche nell’Assicurazione Generale Obbligatoria — solo in un momento successivo.
In sede giudiziaria, la Corte d’Appello gli aveva dato ragione, stabilendo che la pensione dovesse decorrere dal primo giorno del mese successivo al compimento dell’età pensionabile. L’INPS aveva poi impugnato la decisione in Cassazione sostenendo che il trattamento potesse partire solo dalla data della domanda amministrativa. La Sezione Lavoro della Suprema Corte ha infine accolto il ricorso dell’Istituto, cassando la sentenza d’appello e riaffermando il principio secondo cui la decorrenza della pensione di vecchiaia in regime di computo non può essere anteriore alla data di presentazione dell’istanza.
La regola generale sulla decorrenza della pensione di vecchiaia — fissata al primo giorno del mese successivo al compimento dell’età pensionabile dall’articolo 6 della legge 155/1981 — non si applica quando il diritto nasce dall’esercizio di una facoltà discrezionale del lavoratore. In questi casi, la norma speciale del DM 282/1996 prevale.
La Cassazione ha fondato la propria decisione sull’articolo 3 del DM 282/1996, la norma che disciplina il computo nella Gestione Separata. Si tratta di una facoltà che il lavoratore esercita volontariamente, chiedendo di riunire nella GS INPS tutti i contributi versati in altre gestioni (tipicamente il Fondo Pensioni Lavoratori Dipendenti) per ottenere un’unica pensione calcolata con il metodo contributivo.
Prima della presentazione della domanda, il montante contributivo unificato su cui si basa la liquidazione della pensione semplicemente non esiste. I contributi versati nell’AGO restano nella loro gestione di origine e potrebbero essere utilizzati per altre prestazioni autonome. È solo con l’atto formale della domanda che i versamenti confluiscono nella Gestione Separata e il diritto alla pensione in computo si perfeziona.
L’ordinanza 10542/2026 conferma un orientamento consolidato. La Cassazione si è espressa più volte nello stesso senso, non lasciando margini di interpretazione diversa. Tra i precedenti richiamati dalla stessa Corte figurano l’ordinanza 21361/2021, la sentenza 30256/2022, le ordinanze 30689/2023, 31002/2024 e 7002/2025.
In ciascuna di queste pronunce il principio è rimasto identico: quando si opta per il computo nella Gestione Separata, la pensione decorre dalla domanda. Per i giudici:
Attendere mesi o anni dopo il raggiungimento del requisito anagrafico prima di presentare la domanda di computo significa perdere i ratei pensionistici corrispondenti al periodo intermedio, senza possibilità di recupero.
Nel vasto quadro sulle opzioni di uscita disponibili nel 2026, compresa la pensione anticipata contributiva a 64 anni tramite il computo, la pronuncia riguarda il computo nella Gestione Separata ma il principio è stato applicato dalla Cassazione anche al cumulo contributivo tra gestioni diverse: è sempre la domanda a determinare l’inizio dell’erogazione.
Chi ha già maturato l’età per la pensione e intende avvalersi dell’unificazione dei contributi ha interesse a presentare l’istanza senza ritardo
Per i lavoratori dello spettacolo che non hanno avuto un contratto stabile nel 2025, il 30 aprile 2026 è la scadenza ultima per presentare la domanda annuale di indennità di discontinuità IDIS. Le istruzioni incorporano le modifiche introdotte dalla Manovra 2026, che ha esteso i requisiti di accesso. Come per gli altri sussidi e prestazioni INPS, la richiesta di ammortizzatore sociale si presenta online in autonomia oppure tramite un istituto di patronato.
L’Indennità di Discontinuità è destinata ad autonomi e dipendenti iscritti al Fondo Pensione Lavoratori dello Spettacolo, regolata dal dlgs 175/2023. È un ammortizzatore sociale strutturale, attivo dal 1° gennaio 2024, pensato per sostenere il reddito in un settore strutturalmente discontinuo. Per accedervi nel 2026 devono ricorrere i seguenti requisiti:
NB: dal 2025 è stato eliminato l’obbligo di partecipare a politiche attive del lavoro.
L’IDIS è corrisposta in un’unica soluzione. La durata è pari a un terzo delle giornate di contribuzione accreditate al Fondo Spettacolo nell’anno precedente alla domanda, al netto di quelle già indennizzate da altre prestazioni incompatibili — come NASpI, malattia o infortunio — con un limite massimo di 312 giornate complessive.
L’importo giornaliero è pari al 60% della retribuzione media calcolata sulle giornate di contribuzione FPLS dell’anno precedente. Non può in ogni caso superare il massimale giornaliero fissato dall’INPS in base al minimale contributivo vigente. L’indennità è soggetta a tassazione IRPEF ordinaria e dà diritto a contribuzione figurativa ai fini pensionistici, riconosciuta in automatico per i periodi di fruizione.
Possono presentare domanda i lavoratori che prestano attività artistica o tecnica con iscrizione obbligatoria al Fondo Pensione Lavoratori dello Spettacolo. Rientrano nella platea dei potenziali beneficiari:
La domanda si invia esclusivamente online attraverso il portale INPS, autenticandosi con SPID livello 2, CIE, CNS o eIDAS, seguendo il percorso: Sostegni, Sussidi e Indennità > Esplora Sostegni, Sussidi e Indennità > Vedi tutti (sezione Strumenti) > Punto d’accesso alle prestazioni non pensionistiche; una volta autenticati, selezionare la voce Indennità di discontinuità a favore dei lavoratori dello spettacolo.
Patronati e CAF offrono assistenza per la compilazione e la trasmissione. L’istruttoria delle domande partirà da maggio, a finestra chiusa.
In alternativa è possibile rivolgersi al Contact Center Multicanale: numero verde 803 164 da rete fissa (gratuito) oppure 06 164164 da rete mobile (a pagamento, in base alla tariffa del gestore).
Il settore della ristorazione entra nella stagione estiva con una domanda di personale in crescita e una carenza strutturale che non si risolve: secondo il Rapporto FIPE 2026, quasi un’impresa su due dichiara difficoltà nel reperimento di personale, in un comparto che vale quasi 100 miliardi di euro di consumi. Per chi è in cerca di offerte di lavoro nel turismo e nella ristorazione, le posizioni sono aperte da Nord a Sud. L’agenzia per il lavoro Humangest ha inoltre aperto circa 350 posizioni in tutta Italia nel comparto Ho.Re.Ca., organizzando per il 28 aprile una giornata nazionale di recruiting dedicata interamente al settore.
Le ricerche coprono tutto il territorio nazionale, con figure che spaziano dalla cucina alla sala, dall’accoglienza alla pasticceria:
Per rispondere alla domanda delle imprese, Humangest organizza il Career Time, una giornata di recruiting dedicata interamente al comparto ristorazione. L’evento si tiene martedì 28 aprile e coinvolge 27 filiali distribuite in 17 regioni. «La ristorazione è uno dei settori che più raccontano il valore del lavoro fatto di persone, energia e competenze», spiega Barbara Garofoli, amministratore delegato di Humangest. «Con il Career Time vogliamo creare connessioni reali tra aziende e candidati, offrendo alle imprese il supporto necessario per affrontare una stagione chiave con le migliori risorse». Per prenotare il colloquio è possibile compilare il form sul sito di Humangest all’indirizzo humangest.it/career-time.
Nelle catene di appalto e subappalto, il committente che tace su rischi rilevanti per la sicurezza sul lavoro risponde penalmente degli infortuni che ne derivano, anche se non ha alcun ruolo operativo nell’esecuzione dei lavori. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con la sentenza penale n. 12329/2026. Un principio che si salda con la giurisprudenza già consolidata dalla stessa Corte — tra cui la sentenza n. 1228 del 24 marzo 2015 — e che fissa un quadro chiaro per qualsiasi impresa coinvolta in filiere di appalto.
Il caso da cui nasce la pronuncia più recente riguarda la bonifica di cisterne industriali, affidata attraverso una catena di subappalti a un’impresa priva delle competenze necessarie motivo per cui i lavoratori coinvolti perdono la vita. La società che aveva gestito il contratto originario, pur non avendo selezionato l’impresa esecutrice né aver coordinato i lavori, era però a conoscenza della pericolosità delle operazioni ma non aveva trasmesso questa informazione alla filiera.
La Cassazione conferma dunque la sua responsabilità penale per violazione dell’obbligo informativo previsto dall’art. 26 del DLgs. 81/2008 non dipende dal controllo operativo, dipende dalla conoscenza del rischio. Chi sa, deve comunicare.
La stessa logica era stata applicata dalla Cassazione con la sentenza n. 1228/2015, in un caso di infortunio mortale durante lavori di rimozione di una copertura in amianto: la committente aveva appaltato i lavori a una Sas, che li aveva a sua volta subappaltati alla ditta presso cui l’operaio prestava servizio. La socia accomandataria responsabile del cantiere era stata condannata per negligenza, imprudenza, imperizia, violazione delle norme sulla prevenzione degli infortuni e mancata cooperazione con la ditta subappaltatrice. Anche il ricorso alla Cassazione era stato respinto: la responsabilità del committente non viene meno per il fatto che i lavori sono stati appaltati e subappaltati.
L’art. 90 del DLgs. 81/2008 definisce il committente come «il soggetto per conto del quale l’intera opera viene realizzata, indipendentemente da eventuali frazionamenti della sua realizzazione». Questa definizione è la chiave: il frazionamento in appalti e subappalti non sposta la posizione di garanzia. La legge stabilisce due obblighi che restano in capo al committente lungo tutta la filiera:
La copertura INAIL per gli infortuni sul lavoro interviene a tutela del lavoratore, ma non esonera il committente dalla responsabilità penale per le omissioni che hanno reso possibile l’infortunio.
La Cassazione precisa un ulteriore limite alla possibilità del committente di difendersi adducendo mancanza di competenze specifiche. La norma circoscrive l’esonero ai soli rischi non percepibili senza expertise settoriale. Il rischio di una caduta dall’alto come nel caso del 2015 è una conoscenza comune e non certo tecnica. Allo stesso modo, sapere che una cisterna ha contenuto sostanze chimiche pericolose è informazione di cui dispone chiunque abbia firmato il contratto di trasporto di quelle sostanze. In entrambi i casi, l’ignoranza non è invocabile come esimente.
Per le imprese che gestiscono appalti con responsabilità solidale, il perimetro da presidiare è quindi doppio: non basta scegliere imprese idonee, occorre anche garantire che tutte le informazioni rilevanti per la sicurezza siano trasmesse lungo l’intera filiera, indipendentemente da quanti passaggi di subappalto si frappongono tra committente e lavoratore.
Le clausole delle polizze RC auto che vincolano l’automobilista a scegliere una carrozzeria convenzionata con la compagnia assicurativa sono potenzialmente abusive. Lo stabilisce la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 10797/2026 depositata il 23 aprile. La decisione non dichiara automaticamente nulle tutte le clausole di questo tipo ma fissa un principio: vanno valutate nel contesto dell’intero contratto e, se limitano la libertà di scelta dell’assicurato, possono essere considerate clausole vessatorie.
Il caso nasce dal ricorso di un assicurato contro la propria compagnia assicurativa, nel cui contratto di RC auto prevedeva una franchigia  sul costo della riparazione più elevata se si fosse rivolto ad una carrozzeria non convenzionata rispetto alle officine indicate. In prima istanza il Tribunale aveva dichiarato la clausola nulla, considerandola abusiva; la Corte d’Appello aveva poi ribaltato la decisione mentre la Cassazione ha infine ordinato un nuovo esame davanti alla stessa Corte ma in diversa composizione. La corte di merito, nel caso specifico, non aveva infatti verificato il contratto del suo complesso e per questo la sentenza era stata annullata.
Il principio fissato dalla Cassazione è che una clausola di questo tipo «va considerata non già isolatamente ma in relazione anche alle altre clausole» del contratto, al fine di verificare se produca «un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto assicurativo».
Le clausole oggetto della sentenza appartengono a una tipologia diffusa nel mercato assicurativo italiano. Funzionano così: la polizza copre integralmente il danno — o con una franchigia ridotta — se l’automobilista porta l’auto in una delle carrozzerie convenzionate con la compagnia; se invece sceglie un’officina esterna alla rete, scatta uno scoperto più alto. Il risultato è che l’assicurato paga di tasca propria una quota del danno solo perché ha scelto un carrozziere diverso da quelli selezionati dalla compagnia.
Ebbene, per la Corte va accertato caso per caso se una clausola di questo tipo «venga a configurarsi come abusiva in quanto volta a limitare la possibilità per il consumatore di esplicare pienamente la propria autonomia contrattuale nella fondamentale espressione rappresentata dal libero accesso al mercato».
L’ordinanza non produce effetti automatici sulle polizze in circolazione: non basta che un contratto RC auto contenga una clausola simile per considerarla già nulla. Serve una verifica caso per caso, che terrà conto dell’equilibrio complessivo del contratto. Il nuovo giudizio della Corte d’Appello di Milano dirà se nel caso specifico la clausola è abusiva; se la risposta sarà sì, si aprirà la strada a contestazioni analoghe su contratti con clausole simili.
A rendere pubblica l’ordinanza è Federcarrozzieri, l’associazione nazionale delle autocarrozzerie che da anni contesta queste pratiche. Il presidente Davide Galli ha definito la decisione «importantissima», sottolineando il paradosso di un sistema in cui «le imprese assicuratrici pagano in maniera differente il medesimo danno a seconda di chi quel danno ripara».
Il Patto di Stabilità UE torna al centro dello scontro politico italiano. Il deficit/PIL al 3,1% del 2025, certificato da Eurostat, ha impedito all’Italia di uscire dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo con un anno di anticipo: il rientro è rimandato al 2027. La Lega ha reagito aprendo all’ipotesi di un abbandono unilaterale dei vincoli europei di bilancio, senza aspettare il consenso di Bruxelles ma FdI e Forza Italia frenano. Giovedì 30 aprile il Parlamento vota le risoluzioni legate al DFP (Documento di Finanza Pubblica) 2026 e la maggioranza dovrà trovare una sintesi su un terreno che riguarda direttamente imprese e partite IVA: dai margini per nuovi incentivi al costo del credito.
Il DFP 2026 ha già rivisto al ribasso le stime: PIL a +0,6% nel 2026 e nel 2027 (da +0,7%), deficit al 2,9% (da 2,8%), debito al 138,6% del PIL. Lo stesso ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha avvertito che le stime sono «già oggi suscettibili di ulteriori aggiornamenti». L’obiettivo del Governo era scendere sotto il 3% di deficit/PIL già quest’anno per chiudere in anticipo la procedura di infrazione UE per disavanzo eccessivo, aperta nel giugno 2024. Il mancato raggiungimento — per soli 0,07 punti percentuali, complici i crediti d’imposta edilizi del Superbonus — rimanda il rientro al 2027, e sempre a condizione che il deficit 2026 si fermi sotto la soglia. Le conseguenze sono pesanti. Restare sotto procedura significa che la crescita della spesa netta è vincolata all’1,6% annuo nel 2026 e che uno scostamento di bilancio — ovvero il ricorso a nuovo debito fuori dai parametri — diventerebbe incompatibile con il percorso di rientro concordato con Bruxelles.
Prima di arrivare all’ipotesi dello strappo unilaterale, l’Italia ha tentato la strada europea. Le regole del Patto di Stabilità prevedono una clausola di salvaguardia — l’articolo 26 del Regolamento UE 2024/1263 — che consente la sospensione dei vincoli di bilancio in caso di «grave congiuntura negativa» estesa a uno o più Stati membri. Il Governo ha chiesto flessibilità per finanziare le misure contro il caro energia legato alla crisi del Golfo e per sostenere le spese per la Difesa. Bruxelles ha però risposto con un no netto.
La presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen, ha chiarito che le condizioni per attivare la clausola non esistono: servirebbe una recessione grave a livello europeo, scenario che le previsioni attuali non certificano. Il vertice informale di Cipro del 23 e 24 aprile ha confermato l’impasse: nessuna apertura sulla flessibilità del Patto, nessuna sospensione dei vincoli sul deficit per le spese energetiche.
È stato il senatore Claudio Borghi a farsi portavoce della linea più dura del Carroccio. Nel documento unitario da portare in Parlamento sul DFP, la Lega intende chiedere lo scostamento di bilancio e — se Bruxelles non dovesse rispondere — preme per inserire «l’abbandono del Patto, eventualmente anche unilaterale qualora l’Ue non dovesse dare risposte».
L’uscita unilaterale dal Patto di Stabilità UE è uno scenario senza precedenti nell’Eurozona ma ha implicazioni difficili da prevedere: sul piano finanziario l’effetto più immediato riguarderebbe la fiducia dei mercati e, di riflesso, lo spread tra BTP e Bund. Un’Italia che uscisse dai parametri concordati con l’UE — o che minaccia di farlo — segnalerebbe agli investitori un profilo di rischio più alto, con conseguenze dirette sul costo del debito pubblico e sul credito alle imprese.
La proposta della Lega trova resistenza all’interno della stessa maggioranza. Il responsabile economico di Fratelli d’Italia, Marco Osnato, invita a non inseguire «voli pindarici o fuochi di artificio», sottolineando che il Governo «ha sempre considerato i parametri derivanti dai patti europei come un mezzo e non come un fine». Più esplicita la posizione di Forza Italia: il deputato Raffaele Nevi mette in guardia dai contraccolpi di una scelta unilaterale, indicando nello spread il primo e più immediato rischio.
Il ragionamento degli alleati è lineare: uno strappo frontale con Bruxelles avrebbe effetti diretti sui mercati, sul rendimento dei titoli di Stato e, di conseguenza, su mutui e costo del credito per le PMI. Un rischio che né FdI né Forza Italia sono disposti a sottovalutare, anche in un anno pre-elettorale.
La premier Giorgia Meloni non esclude di portare il dibattito in Parlamento: giovedì 30 aprile le Camere voteranno le risoluzioni legate al DFP, e la risoluzione comune di maggioranza dovrà sintetizzare posizioni ancora distanti. Le opposizioni sfruttano le divisioni interne al centrodestra per attaccare l’esecutivo sul terreno della coerenza economica. In parallelo, il Governo deve affrontare un’agenda finanziaria senza margini. Il decreto del 30 aprile dovrà includere con ogni probabilità la proroga del taglio delle accise sui carburanti e nuove misure sul lavoro, tutte da finanziare senza ricorrere al deficit. Le stime di crescita già al ribasso dell’OCSE restringono ulteriormente lo spazio.
La settimana che si apre è quella in cui la maggioranza dovrà scegliere se trovare una sintesi o esporre apertamente le sue fratture.