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Il Ministero dell’Economia ha confermato anche per il 2026 le deduzioni forfettarie per autotrasportatori di merci per conto di terzi: 48 euro al giorno per i viaggi effettuati personalmente fuori dal Comune in cui ha sede l’impresa e 16,80 euro per quelli interni, riferiti al periodo d’imposta 2025. Gli importi valgono per le spese non documentate previste dall’articolo 66, comma 5, primo periodo, del TUIR e vanno indicati nel Modello Redditi 2026 PF e SP.
I punti chiave della misura:
La deduzione forfettaria autotrasportatori vale 48 euro per ogni giornata di trasporto svolta personalmente dall’imprenditore oltre il Comune in cui ha sede l’impresa e 16,80 euro per i trasporti interni, pari al 35% dell’importo pieno. Il beneficio spetta una sola volta al giorno, a prescindere dal numero dei viaggi, e copre le spese non documentate dell’autotrasporto merci per conto di terzi relative al periodo d’imposta 2025.
La deduzione è riservata agli imprenditori dell’autotrasporto merci per conto di terzi che guidano personalmente e ai soci di società di persone come snc e sas. Sono esclusi i soci di società di capitali, i dipendenti e i collaboratori familiari, insieme ai contribuenti in regime forfettario e nell’ex regime dei minimi, che non determinano il reddito in forma analitica.
La deduzione forfettaria affianca le altre agevolazioni fiscali per l’autotrasporto, a partire dal credito d’imposta sul gasolio commerciale rifinanziato nel 2026 contro i rincari del carburante. Le due misure agiscono su piani distinti: la prima riduce il reddito imponibile per le spese non documentate, la seconda compensa il maggior costo del rifornimento.
La deduzione va indicata nel Modello Redditi 2026 PF e SP, nel quadro RF per le imprese in contabilità ordinaria e nel quadro RG per quelle in contabilità semplificata. Nel rigo RF55 si usano i codici 43 e 44, nel rigo RG22 i codici 16 e 17, secondo lo schema seguente.
| Tipo di trasporto | Codici nel Modello Redditi |
|---|---|
| Oltre il Comune (48 euro) | RF55 codice 44 · RG22 codice 17 |
| Entro il Comune (16,80 euro) | RF55 codice 43 · RG22 codice 16 |
L’importo complessivo dipende dal numero di giornate di trasporto svolte personalmente nell’anno, non dai chilometri o dai singoli viaggi. Un imprenditore che ha guidato fuori dal Comune in 200 giornate del 2025 porta in deduzione 9.600 euro (200 × 48). Chi alterna, per esempio 150 giornate fuori Comune e 40 interne, somma 7.200 euro e 672 euro, per un totale di 7.872 euro di deduzione forfettaria.
Oltre alla deduzione giornaliera, l’articolo 66, comma 5, del TUIR riconosce alle imprese di autotrasporto per conto di terzi una deduzione forfettaria annua di 154,94 euro per ciascun motoveicolo e autoveicolo con massa complessiva a pieno carico non superiore a 3.500 chilogrammi. È un importo fisso, indipendente dai giorni di attività , che si aggiunge alla deduzione per le spese non documentate.
Per ottenere la deduzione l’imprenditore predispone e conserva un prospetto dei viaggi svolti personalmente, con durata e località di destinazione e gli estremi dei documenti di trasporto, delle fatture o delle lettere di vettura di cui all’articolo 56 della legge 6 giugno 1974, n. 298. La documentazione va conservata fino alla scadenza del termine per l’accertamento, ai sensi dell’articolo 43 del DPR 29 settembre 1973, n. 600.
Il Dipartimento delle Finanze ha avviato una consultazione pubblica, aperta fino al 6 luglio, sullo schema di decreto che recepisce la ViDA, il pacchetto “VAT in the Digital Age” che introduce una revisione del sistema IVA in ambito UE al fine di adeguarlo alla trasformazione digitale dell’economia. Le prime misure entreranno in applicazione dal 1° gennaio 2027.
In sintesi:
Lo schema di decreto legislativo attua la delega conferita al Governo dalla legge n. 36 del 2026 per il recepimento dell’articolo 2 della direttiva europea 2025/516, parte del pacchetto ViDA adottato dal Consiglio UE l’11 marzo 2025. La consultazione, aperta il 22 giugno e in chiusura il 6 luglio, raccoglie osservazioni prima dell’adozione definitiva del testo.
L’iniziativa è rivolta a quattro categorie di soggetti: associazioni di categoria e professionali, operatori economici e professionisti, centri di ricerca e università , privati cittadini. Lo schema è pubblicato nell’area dedicata del portale del MEF, dove ciascun interessato può formulare osservazioni e proposte.
Il pacchetto ViDA ridisegna l’IVA europea per adeguarla all’economia digitale e ridurre le frodi. Il decreto in consultazione è il primo tassello del recepimento italiano. In fasi successive il pacchetto introdurrà anche l’obbligo di fatturazione elettronica e di comunicazione digitale dei dati per le operazioni transfrontaliere, oltre a nuove responsabilità IVA per le piattaforme dell’economia digitale.
Le disposizioni dello schema si applicano dal 1° gennaio 2027 e riguardano soprattutto il commercio elettronico. Il testo estende l’ambito dei regimi OSS e IOSS e introduce la Single VAT Registration, la registrazione IVA unica pensata per ridurre l’obbligo di identificarsi in più Stati membri.
Lo schema prevede inoltre la graduale soppressione degli scambi intracomunitari in regime di call-off stock e una soglia annua unica per le vendite a distanza intracomunitarie di beni e per i servizi di telecomunicazione, teleradiodiffusione ed elettronici. L’obiettivo è semplificare gli adempimenti per chi vende oltre confine e uniformare il trattamento dell’imposta nel mercato unico.
Le novità toccano da vicino le imprese del commercio elettronico: marketplace e piattaforme, venditori online, operatori con vendite a distanza verso consumatori di altri Stati UE e importatori che usano il regime IOSS per le spedizioni di valore contenuto. Per molte di queste realtà cambierà il modo di gestire identificazione, dichiarazione e versamento dell’IVA nelle operazioni transfrontaliere.
La consultazione resta aperta fino al 6 luglio. Tutti i soggetti interessati possono inviare osservazioni e proposte attraverso il form online disponibile sul portale del MEF. Al termine della raccolta, le valutazioni confluiranno nella stesura definitiva del decreto, in vista dell’applicazione dal 1° gennaio 2027.
Il ritardo tecnologico dell’Europa che praticamente tutti, dopo il rapporto Draghi del settembre 2024, identificano come principale fattore critico per la crescita economica, è comprensibilmente al centro delle politiche strategiche della Commissione UE. Bruxelles negli ultimi due anni sta puntando a rafforzare i presidi in aree strategiche per lo sviluppo della tecnologia intorno alla quale ruoterà l’economia per i prossimi decenni: l’intelligenza artificiale. Dopo il Piano d’azione sull’AI (con le AI Factories, le gigafactory e lo strumento finanziario InvestAI) e le modifiche all’AI Act del pacchetto Omnibus, Bruxelles rivede ora la politica sui chip e quella su cloud e data center.
Il pacchetto UE per la sovranità tecnologica in breve:
Il Pacchetto sulla sovranità tecnologica, presentato dalla Commissione europea il 3 giugno 2026, interviene su quattro ambiti strategici con due proposte legislative, una strategia e una tabella di marcia.
| Ambito | Strumento UE |
|---|---|
| Semiconduttori | Chips Act 2.0 |
| Cloud e intelligenza artificiale | Cloud and AI Development Act |
| Software | Strategia europea per l’open source |
| Energia | Roadmap per digitalizzazione e AI nel settore energetico |
La strategia open source punta a ridurre le dipendenze lungo l’intero stack tecnologico, usando il software libero come alternativa ai fornitori proprietari, mentre la roadmap sull’energia integra l’AI nella gestione delle reti. «Non possiamo permetterci di dipendere da altri» per le tecnologie che fanno funzionare ospedali, reti energetiche e servizi, ha sintetizzato la presidente Ursula von der Leyen, secondo cui l’Europa deve trasformare il proprio talento industriale e di ricerca in sovranità tecnologica.
La chiave di lettura la dà la vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen: l’obiettivo è impedire che un fornitore di servizi cloud critici possa avere un “kill switch” sui dati europei. Con una coda esplicita: per le aziende statunitensi sarà difficile raggiungere i livelli di sovranità più alti, proprio per via della normativa USA. È il segnale che il pacchetto guarda tanto a Washington quanto a Pechino.
Il Cloud and AI Development Act ha un obiettivo concreto: triplicare la capacità dei data center in Europa nei prossimi cinque-sette anni. Queste infrastrutture custodiscono i server e la potenza di calcolo necessaria per far funzionare l’intelligenza artificiale. Sono quindi il “luogo” fisico in cui risiedono i dati elaborati dall’IA, senza i quali non si riesce a raggiungere la sovranità digitale.
L’Europa intende realizzarli secondo pratiche improntate alla sostenibilità ambientale e introdurrà un quadro normativo unico a livello europeo per la valutazione della sovranità in materia di cloud e intelligenza artificiale, mantenendo al contempo il mercato aperto a partner che condividono gli stessi obiettivi.
Lo sviluppo di questa strategia sui data center rientra anche nella roadmap per la digitalizzazione del settore energetico. La Commissione agevolerà la cooperazione tra i due segmenti per garantirne un’efficiente integrazione nella rete, che salvaguardi le risorse idriche ed energetiche. In quest’ottica l’IA verrà utilizzata per rendere la rete più intelligente, in modo da produrre anche un risparmio energetico per utenti e imprese. E le leggi garantiranno uno sviluppo appunto in chiave sostenibile delle infrastrutture necessarie.
Il Regolamento contiene poi altre norme che mirano allo sviluppo dell’AI, sostenendo la ricerca e gli hub locali in cui viene sviluppata l’innovazione.
Il Chips Act 2.0 aggiorna il regolamento del 2023 sui semiconduttori, davanti a una dipendenza dall’import ancora forte: l’UE produce oggi meno del 10% dei chip a livello globale. La prima risposta, alimentata dalla crisi delle catene di approvvigionamento tra Covid e guerra in Ucraina, non ha prodotto i frutti sperati. E l’intelligenza artificiale richiede sempre più componenti elettronici: entro il 2030 assorbirà oltre il 70% del mercato.
Il nuovo Regolamento punta a stimolare la produzione europea con semplificazioni procedurali, un marchio di eccellenza per le regioni di produzione e il potenziamento dell’ecosistema fra produttori e clienti, con l’obiettivo di sfruttare la domanda crescente da data center, fornitori cloud e gigafactory. Le cifre non sono ancora ufficiali: le stime circolano intorno ai 120 miliardi di euro, come segnala Carlo Reita della Fondazione Chips-IT.
Le due proposte entrano ora nella consueta fase negoziale del trilogo, da discutere fra Parlamento europeo e Consiglio dell’Unione europea.
Nel frattempo proseguono le tappe dei Piani già approvati: in luglio si attende il bando per le AI Gigafactory. E in tempi brevi la Commissione avvierà una consultazione con gli Stati membri, la Banca Europea degli Investimenti e altri soggetti chiave per raccogliere capitale di rischio che finanzi la transizione verso la sovranità tecnologica.
Una nota di Palazzo Chigi mette in guardia su recenti tentativi di truffa veicolati attraverso falsi account WhatsApp, attribuiti indebitamente al Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri Alfredo Mantovano e diretti agli imprenditori italiani.
I punti chiave dell’allerta di Governo:
Come spiega il Governo, lo schema ricalca un cliché della criminalità informatica. Il primo contatto arriva sui sistemi di messaggistica istantanea da account registrati con false generalità e con fotografie di soggetti che rivestono ruoli istituzionali, con modalità studiate per apparire credibili. Chi scrive si presenta come il sottosegretario o come un suo collaboratore.
Quando il destinatario accetta il contatto, alla chat segue di norma una corrispondenza e-mail che contiene l’invito a sottoscrivere un accordo di riservatezza o, comunque, istruzioni per tenere attivo lo scambio e allontanare ogni verifica esterna.
Come spiega la nota, queste false comunicazioni si propongono di indurre a sottoscrivere accordi di riservatezza, ma anche a inviare denaro, manifestando la richiesta di contributi economici destinati a iniziative governative del tutto inesistenti.
L’obiettivo è anche quello di acquisire dati e informazioni sensibili dei destinatari, come la firma olografa del vertice di un’azienda, che potrebbe essere utilizzata per ingannare dipendenti o clienti anche al fine di ottenere trasferimenti di denaro. È la logica della cosiddetta frode del CEO, in cui l’identità di un dirigente viene sfruttata per autorizzare pagamenti o sbloccare informazioni riservate.
La struttura della truffa lascia alcuni segnali ricorrenti, utili a fermarsi prima di agire:
La prima difesa è la verifica dai canali ufficiali: davanti a un messaggio del genere conviene non rispondere alle richieste e ricontattare l’ente o l’ufficio dai recapiti pubblicati sui siti istituzionali, mai dal numero o dal link ricevuti. Per le aziende serve una procedura interna che imponga una doppia conferma sui pagamenti e sulle firme, così che nessun bonifico o documento parta sulla base di un solo messaggio.
Utili anche la formazione del personale, la protezione della firma dei vertici e la segnalazione tempestiva alla Polizia Postale, conservando messaggi e recapiti del mittente. Gli stessi accorgimenti valgono per le altre truffe via WhatsApp ed e-mail che colpiscono imprese e professionisti.
Sul caso sono in corso attività informative e investigative, avviate anche a seguito della denuncia che lo stesso Mantovano ha presentato appena venuto a conoscenza dell’uso indebito del proprio nome e della propria immagine. L’allerta si inserisce in un’ondata più ampia di tentativi di truffa digitale che negli ultimi mesi ha preso di mira anche decine di migliaia di clienti di operatori telefonici, segno di una pressione crescente sulla sicurezza di cittadini e imprese.
Con i suoi 16 milioni di utenti attivi mensili e con una platea complessiva che supera i 24 milioni di account registrati, LinkedIn si conferma la piattaforma ideale per fare networking, curare il personal branding, lavorare sulla brand identity aziendale e trovare lavoro e clienti. Per farlo, però, non basta creare un account: è necessario seguire degli step ben precisi e agire in modo strategico.
La regola generale che richiede un profilo curato ed una presenza costante per avere successo sui social media, su LinkedIn è amplificata alla massima potenza. Qui, su questa piattaforma, non è sufficiente mettere una foto e due righe di descrizione.
Ogni sezione deve essere compilata con cura ed attenzione in modo da convertire il visitatore in lead.
La Headline (il titolo) è la frase che compare subito sotto il nome. Anziché limitarsi alla semplice qualifica aziendale, deve esprimere chiaramente la proposta di valore. Quindi, non bisogna descrivere solo cosa si fa ma evidenziare anche quali problemi si risolvono e quali vantaggi si offrono a chi legge.
La sezione Informazioni“ (il Sommario) deve evitare l’effetto CV, il mero elenco di titoli di studio risulta asettico. Il sommario è uno spazio prezioso per raccontare la filosofia del lavoro, le soluzioni che si offrono al mercato e i principali casi di successo.
LinkedIn dà anche la possibilità di mettere in evidenza alcuni elementi. Il cosiddetto primo piano è una vetrina utile per evidenziare le proprie competenze attraverso contenuti testuali e visuali che mostrino concretamente le abilità sul campo: link al sito, risorsa gratuita scaricabile, video
Una volta configurato ed ottimizzato il profilo, lo step successivo è l’individuazione del pubblico target. Nella versione gratuita, è possibile sfruttare i filtri di ricerca avanzati: grazie a questi tool, di facile utilizzo, è possibile selezionare il target per qualifica o per area geografica in modo da connettersi esattamente con la professionalità ricercata.
Sistemi più avanzati, quindi a pagamento, come LinkedIn Sales Navigator, offrono un maggior raggio di azione perché consentono di connettersi con professionisti oltre il 3 grado (cioè contatti fuori dalla cerchia diretta) e di inviare loro messaggi diretti (InMail).
La cura dei contenuti su LinkedIn è un must. In questa piattaforma nulla deve essere lasciato al caso. È importante procedere mese per mese con un piano editoriale performante.
La strategia è alternare autorevolezza e casi studio.
Informare su novità del settore specifico, dispensare consigli senza “salire in cattedraâ€, mostrare casi di successo ma soprattutto la chiave del successo è: interagire con gli altri utenti. Commentare i post altrui fornendo anche il proprio punto di vista è un ottimo modo per acquisire visibilità , autorevolezza e nuovi visitatori del profilo.
Allegare sempre immagini o video ai contenuti testuali agevola la lettura e la permanenza sul post mentre chiudere con la richiesta di pareri stimola i commenti ed aumenta la portata organica del post.
A questo punto, non resta che calcolare il proprio Social Selling Index: ovvero un indice che va da 0 a 100 e che misura l’efficacia di un profilo. Il punteggio ottenuto è un perfetto indicatore che vale per scoprire se LinkedIn viene usato in modo passivo oppure se la piattaforma viene utilizzata in modo strategico.
Per calcolarlo basta loggarsi su LinkedIn, mantenere l’accesso e cliccare su linkedin.com/sales/ssi
Uno degli errori più frequenti è quello di inviare, al collegamento appena acquisito, un messaggio in modalità vendita. Niente di più sbagliato. Chi lo riceve spesso lo ignora e talvolta è anche portato a rimuovere il contatto dalla sua rete. Un dannoso autogol, insomma.
La procedura corretta, invece, prevede il contatto, l’interazione costante con la persona e solo dopo un ragionevole periodo è possibile passare al messaggio privato con la richiesta di una call conoscitiva per illustrare opportunità di business.
In conclusione, per navigare molto velocemente nel mare delle opportunità digitali, anche per LinkedIn vale il motto dell’Amerigo Vespucci: “Non chi comincia ma quel che perseveraâ€.
di Laura Caracciolo, Social media manager, AU di Emera
L’età media della pensione in Italia cambia da una Regione all’altra. In base ai dati dell’ultimo Rendiconto sociale Civ-INPS, gli uomini lasciano il lavoro a 62,3 anni in Trentino-Alto Adige e a 66,2 in Calabria, mentre tra le donne si passa dai 64 anni dell’Alto Adige ai 67 dell’Umbria. La media nazionale è di 64,1 anni per gli uomini e 65,4 per le donne, sotto la soglia di legge di 67 grazie alle uscite anticipate. Dietro il divario c’è la qualità delle carriere: dove sono lunghe e continue si esce prima, dove sono frammentate si attende la vecchiaia.
I numeri sull’età di pensionamento per regione:
Il divario territoriale non nasce da regole diverse, uguali in tutta Italia, bensì dalla storia lavorativa. Al Nord le carriere sono più lunghe e continue, con contributi pieni e salari stabili, e così più lavoratori maturano la pensione anticipata e lasciano prima dei 67 anni. Al Sud, dove sono più diffusi lavoro discontinuo, part-time involontario e buchi contributivi, raggiungere i requisiti dell’anticipo è più difficile, e si finisce per attendere la pensione di vecchiaia, che alza l’età media di uscita.
Uscire prima, al Nord, è quindi il segno di carriere solide, non di un sistema più generoso. L’uscita più tardiva al Sud fotografa la fragilità del mercato del lavoro: non si resta in attività più a lungo per scelta, ci si arriva più tardi.

Per gli uomini la classifica dell’età di uscita disegna un’Italia a gradiente, dal Nord-Est dove si lascia il lavoro più presto fino all’estremo Sud. La distanza tra Trentino-Alto Adige, a 62,3 anni, e Calabria, a 66,2, sfiora i quattro anni pieni.
| Età media di uscita (uomini) | Regioni |
|---|---|
| prima dei 63 anni | Trentino-Alto Adige, Valle d’Aosta, Veneto |
| tra 63 e 64 anni | Lombardia, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Piemonte, Marche, Toscana |
| tra 64 e 65 anni | Liguria, Abruzzo, Molise |
| tra 65 e 66 anni | Umbria, Puglia, Lazio, Sardegna, Basilicata, Sicilia |
| oltre i 66 anni | Campania, Calabria |
Le donne escono dal lavoro più tardi degli uomini, a 65,4 anni contro 64,1, e il dato regionale conferma il quadro. I valori più alti sono al Centro-Sud, i più bassi nel Nord-Est, con Piemonte, Lombardia ed Emilia-Romagna appaiate a 64,7 anni.
| Regione | Età media di uscita (donne) |
|---|---|
| Umbria | 67,0 anni |
| Calabria | 66,7 anni |
| Campania | 66,6 anni |
| Valle d’Aosta | 64,5 anni |
| Veneto | 64,4 anni |
| Trentino-Alto Adige | 64,0 anni |
Si aggiunge il divario di genere sugli importi: sulle pensioni di vecchiaia l’assegno medio femminile è inferiore del 45% a quello maschile, effetto di retribuzioni più basse, periodi di discontinuità e part-time involontario.
La crescita dell’età non ha toccato uomini e donne allo stesso modo. Tra il 2022 e il 2025 la media di uscita è salita di un anno pieno per le donne e di quattro decimi per gli uomini. Gli incrementi femminili più forti si concentrano al Nord.
| Regione | Aumento donne 2022-2025 |
|---|---|
| Friuli-Venezia Giulia | +1,3 anni |
| Emilia-Romagna | +1,2 anni |
| Lombardia | +1,2 anni |
| Piemonte | +1,1 anni |
| Liguria, Molise, Toscana | +1,0 anni |
Per gli uomini l’aumento massimo si ferma invece a mezzo anno, in Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte, Sardegna e Veneto. A spiegare lo scarto è la stretta sulle uscite flessibili, che ha gravato di più sulle lavoratrici: la cancellazione di fatto di Opzione donna ha tolto proprio a loro uno dei pochi canali di anticipo. Per orientarsi tra gli strumenti disponibili sono utili le opzioni di uscita anticipata previste per il 2026.
L’aumento registrato finora ha una causa politica, non demografica. La crescita dell’età di uscita nel quadriennio nasce dalla restrizione dei canali di flessibilità , dalle anticipate a Opzione donna fino alle Quote, e non dall’adeguamento alla speranza di vita, che entra in gioco solo adesso con un mese in più dal 2027 e altri due dal 2028. Quando quel meccanismo si sommerà alle differenze territoriali, l’uscita effettiva si allontanerà ancora, soprattutto per chi non rientra nei canali anticipati.
Lo sconto sulle accise su benzina e diesel si avvia a scadenza senza nuova proroga. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti considera esaurita la stagione degli aiuti a pioggia in considerazione del calo dei prezzi alla pompa dopo l’allentamento delle tensioni in Medio Oriente. L’agevolazione è in vigore fino al 3 luglio 2026 e dal 4 luglio, senza rinnovo, le aliquote tornerebbero al livello ordinario.
I punti chiave della partita sulle accise dei carburanti:
Per il ministro dell’Economia lo sconto generalizzato sulle accise ha esaurito la propria funzione, perché il calo dei prezzi internazionali del greggio si è già trasferito sui listini alla pompa. All’evento “Il giorno della verità ” Giorgetti ha analizzato l’impatto sulle strategie di Governo della fase di distensione che ha alleggerito i prezzi dei carburanti.
la bonaccia della pace ha generato un calo dei prezzi alle stazioni di servizio
Una tendenza giudicata stabile nel contesto geopolitico. Il ministro ha quindi aggiunto che l’intervento non sarebbe più necessario nella situazione attuale, pur augurandosi un ulteriore miglioramento del quadro internazionale, che vede ancora pesanti impatti per le imprese in conseguenza delle tensioni a Hormuz.
L’orientamento al mancato rinnovo del taglio non è ancora una decisione formale. Giorgetti e il ministro delle Imprese Adolfo Urso considerano superata la misura, mentre il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin lega la scelta ai prezzi rilevati a livello nazionale all’inizio di luglio. La valutazione definitiva dipende quindi dall’andamento dei listini nei giorni precedenti la scadenza.
In alternativa allo sconto generalizzato, il Governo studia un bonus carburante da 100 euro riservato ai nuclei con ISEE fino a 15.000 euro titolari della Carta Dedicata a te, una platea di circa 1,2 milioni di famiglie. La misura non è ancora approvata e attende il decreto attuativo con requisiti e modalità . Sul fronte delle imprese sono invece confermati i crediti d’imposta per autotrasporto e agricoltura, con risorse già stanziate per circa 300 milioni di euro.
La spinta al superamento dello sconto generalizzato arriva anche dall’Unione Europea, che concede una flessibilità di bilancio fino allo 0,3% del PIL annuo nel triennio 2026-2028 per gli investimenti energetici e vieta i sussidi generalizzati ai combustibili fossili. Nella stessa direzione si è espresso il Fondo monetario internazionale, che ha chiesto di sostituire il taglio delle accise con aiuti mirati alle famiglie vulnerabili. Il costo cumulato degli interventi avviati il 18 marzo ha intanto raggiunto circa 2 miliardi di euro.
Il taglio delle accise sui carburanti in corso deriva dal decreto del Ministero dell’Economia del 5 giugno 2026, che ha rideterminato le aliquote dal 7 giugno al 3 luglio con il meccanismo delle accise mobili. Lo sconto vale 5 centesimi al litro sia sulla benzina sia sul gasolio, pari a circa 6,1 centesimi con l’IVA, dopo il dimezzamento dell’agevolazione sul diesel rispetto ai 10 centesimi precedenti. La misura è finanziata con 149,4 milioni di euro dell’extragettito IVA di maggio.
Senza una nuova proroga, dal 4 luglio le accise tornano al livello ordinario e i prezzi alla pompa salgono di circa 6 centesimi al litro su entrambi i carburanti, IVA inclusa. Sui dati self service più recenti dell’Osservatorio MIMIT l’aumento riporta la benzina e il gasolio verso la soglia dei 2 euro.
| Carburante | Prezzo self con e senza sconto |
|---|---|
| Benzina | da 1,838 a 1,899 euro al litro |
| Diesel | da 1,933 a 1,994 euro al litro |
In base al tradizionale rapporto annuale della UE sulle PMI e al rapporto Donne imprenditrici in Europa: dati, ostacoli e raccomandazioni per il sostegno, solo una su tre titolari d’impresa è donna. Malgrado la bassa crescita, le piccole e medie imprese europee confermano comunque buona resilienza con risultati positivi in termini di fatturato e di creazione di nuove aziende; emerge però una forte criticità legata al ritardo nell’adozione delle tecnologie e in particolare dell’intelligenza artificiale. Importante anche il divario di genere soprattutto nei settori STEM: le imprenditrici incontrano ostacoli lungo tutto il percorso che porta prima a formare e poi a far crescere un’azienda.
I due rapporti UE del 22 giugno 2026 fotografano luci e ombre del tessuto produttivo europeo:
Le piccole e medie imprese nei 27 Stati UE sono 34 milioni e crescono su tutti i principali indicatori economici. Il valore aggiunto reale è aumentato del 2,5%, l’occupazione dell’1% e il numero di imprese dell’1,8%. La criticità maggiore, come del resto per l’intero sistema produttivo europeo, è la produttività , in stretta connessione con il ritardo nell’adozione tecnologica.
Le PMI italiane con almeno un livello base di intensità digitale sono il 79,5%, sopra la media UE del 71,4%, secondo la Relazione sul Decennio digitale 2026. L’obiettivo europeo è il 90% entro il 2030. Il ritardo emerge sui livelli avanzati: solo il 7,3% delle PMI italiane raggiunge un’intensità digitale molto elevata, sotto la media UE del 9,07%.
Il rapporto sulle PMI evidenzia invece i dati sull’AI: nel 2025 le tecnologie di intelligenza artificiale sono state utilizzate dal 55% delle grandi imprese contro il 30,4% delle medie imprese e il 17% delle piccole imprese. Fra le sfide più rilevanti che tutte le aziende sono chiamate ad affrontare in questi anni c’è quella delle catene del valore, in un contesto di rapidi cambiamenti tecnologici e di tensioni geopolitiche.
Il 33% dei titolari d’impresa nella UE è donna, un divario che l’imprenditoria femminile sconta non solo in Italia ma nell’intera Europa. Le imprese a proprietà femminile sono concentrate in settori tradizionalmente assimilabili al lavoro di cura: servizi alla persona (69%), sanità e assistenza sociale (65%), istruzione (57%). Sottorappresentate, invece, in tutti gli altri segmenti industriali e STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica). Il gap si misura anche nelle fasi di apertura e gestione dell’impresa, come mostra il confronto fra imprenditrici e imprenditori.
| Indicatore | Donne / uomini |
|---|---|
| Attività senza dipendenti | 74% contro 66% |
| Abbandono per redditività insufficiente | 26% contro 19% |
| Ambizione di crescita | 9% contro 11% |
| Innovazione | 41% contro 44% |
| Internazionalizzazione | 29% contro 32% |
L’Unione europea stima che in condizioni di reali pari opportunità ci sarebbero 5,5 milioni di donne in più impegnate nella gestione d’impresa. Le condizioni di partenza ci sarebbero tutte, visto che le donne hanno mediamente titoli di studio più elevati rispetto ai colleghi.
Il rapporto sull’imprenditoria femminile si chiude con cinque raccomandazioni per rafforzare l’ecosistema, e non mancano le iniziative della Commissione UE a sostegno di una cultura imprenditoriale femminile più diffusa.
La pensione pubblica e la previdenza complementare rispondono a due esigenze diverse ma collegate: la prima deriva dai contributi versati alle gestioni obbligatorie mentre la seconda costruisce una rendita o un capitale aggiuntivo attraverso TFR, fondi pensione, PIP e versamenti volontari.
Nel 2026, la Legge di Bilancio ha incrementato la deducibilità dei contributi fino a 5.300 euro, ha previsto l’adesione automatica per alcuni neoassunti del settore privato dal 1° luglio, introdotto maggiore flessibilità nelle prestazioni e portabilità rafforzata. Il Decreto Lavoro convertito in legge ha poi rinviato al 16 luglio il versamento del TFR al Fondo di Tesoreria INPS per i datori entrati nell’obbligo con le nuove soglie.
Prima di scegliere conviene avere chiari alcuni punti:
Di seguito, le dieci domande più frequenti su requisiti pensionistici, calcolo dell’assegno, TFR, fondi pensione, anticipazioni e fiscalità .
Lo Stretto di Hormuz torna gradualmente percorribile dopo l’accordo tra Stati Uniti e Iran, con i primi transiti in sicurezza già ripartiti. Tra questi il passaggio della portarinfuse Yasa Moon, scortata il 21 giugno dalla Marina Militare italiana insieme alla US Navy, mentre il petrolio è sceso ai minimi da fine febbraio. Per le imprese italiane si allenta il rischio su energia, noli ed export, anche se la normalizzazione piena dei traffici dipende ancora dalla sicurezza della rotta e dalla tenuta del negoziato.
Lo scenario attuale in sintesi:
Il memorandum d’intesa tra Washington e Teheran ha spostato lo Stretto dalla fase di blocco a una riapertura progressiva. L’Iran si è impegnato a garantire il libero transito delle navi e a riammettere gli ispettori dell’AIEA, e in parallelo il Tesoro statunitense ha concesso una licenza generale di 60 giorni che autorizza la vendita di petrolio iraniano. Nelle ultime 24 ore di rilevazione circa 72 navi e 20 milioni di barili hanno attraversato il braccio di mare, con alcune superpetroliere finalmente in uscita dal Golfo.
Il segnale più visibile per l’Italia è arrivato dal passaggio della portarinfuse Yasa Moon di d’Amico Società di Navigazione, transitata il 21 giugno con il coordinamento della Marina Militare e della US Navy, a 48 ore dall’accordo preliminare. L’agenzia marittima delle Nazioni Unite ha avviato un piano di evacuazione per le centinaia di navi rimaste bloccate. Il traffico, però, è ancora lontano dai circa 125-140 transiti al giorno che precedevano la crisi.
Il Brent è arretrato fino a circa 75 dollari al barile, il valore più basso dalla fine di febbraio e molto distante dal picco di 126,41 dollari toccato il 30 aprile in piena guerra. Il greggio statunitense WTI viaggia poco sopra i 70 dollari. A spingere al ribasso sono la de-escalation, la licenza di 60 giorni sul greggio iraniano e la graduale ripresa dei transiti, con l’Agenzia internazionale per l’energia che prevede un surplus di offerta nel 2027 e diverse banche d’affari che hanno tagliato le stime sul secondo semestre.
Il calo allenta la pressione su carburanti, bollette industriali e aspettative di inflazione, dopo i mesi in cui lo shock energetico aveva sospinto i prezzi. Il sollievo si intreccia con il rialzo dei tassi della BCE, che l’11 giugno ha portato il tasso sui depositi al 2,25% proprio per frenare l’inflazione alimentata dalla crisi mediorientale. Per le PMI energivore il ribasso non cancella i rincari già maturati su contratti, noli e coperture, che hanno tempi di rientro più lenti delle quotazioni di Borsa.
La sicurezza marittima è il vincolo che ancora frena la ripartenza piena. I grandi armatori, a partire dai vertici di Mitsui OSK Lines, hanno avvertito che serviranno settimane prima di rimettere in mare le flotte, in attesa di garanzie su sminamento e protezione militare. L’Autorità iraniana del Golfo Persico ha intanto introdotto nuove regole: richiesta di transito almeno 48 ore prima, assicurazione obbligatoria offerta gratuitamente per 60 giorni e rotte prestabilite per aggirare le aree minate.
Sul fronte dei costi, i premi assicurativi war risk sono attesi in calo, anche se molte coperture restano caute fino a conferme stabili sulla navigazione. Pesa l’incognita di un possibile pedaggio iraniano: Teheran e Oman hanno avviato discussioni su un quadro comune di tariffe per il transito, con stime di mercato che parlano di cifre vicine ai 2 milioni di dollari a nave. Per la logistica export la tregua riduce il rischio estremo e consente di rinegoziare tempi, premi e penali, mentre le rotte alternative via Capo di Buona Speranza richiedono ancora pianificazione.
La riapertura stabile di Hormuz è legata al negoziato dei 60 giorni sul programma nucleare iraniano, alle verifiche dell’AIEA e alla progressiva rimozione delle pressioni economiche su Teheran. Le concessioni sulle sanzioni saranno collegate a passaggi verificabili, e un eventuale stallo riporterebbe in primo piano rischio energia, rischio credito e rischio logistico.
Le sanzioni europee hanno un peso diretto per imprese, banche e operatori export: un allentamento può riaprire spazi commerciali, pagamenti e coperture verso l’Iran e l’area del Golfo, mentre il fallimento del confronto richiuderebbe quei canali. La cautela degli operatori riflette proprio questa incertezza, perché la reazione dei mercati anticipa una normalizzazione che deve ancora consolidarsi.
Per le imprese italiane gli effetti si concentrano su tre canali: energia, logistica e domanda estera. Il calo del petrolio contiene carburanti e costi industriali, lo sblocco di Hormuz può ridurre i noli e la stabilizzazione del Golfo riattiva ordini e consegne verso Medio Oriente e mercati asiatici serviti via mare. L’export verso l’area, che Confartigianato aveva stimato a rischio per 27,8 miliardi nei mesi di guerra, torna progressivamente percorribile, così come si allenta l’esposizione sui oltre 15 miliardi di import energetici dal Medio Oriente.
| Area aziendale | Indicazione dopo lo sblocco |
|---|---|
| Energia | petrolio in calo e premio geopolitico ridotto; verificare le clausole di aggiornamento prezzo nei contratti di fornitura |
| Logistica | ritorno graduale sulle rotte di Hormuz; confrontare rotta ordinaria e alternativa via Capo di Buona Speranza |
| Assicurazioni | premi war risk attesi in calo; chiedere a broker e compagnia l’aggiornamento scritto delle coperture |
| Export | ordini e consegne verso il Golfo di nuovo percorribili; rivedere penali, termini di consegna e clausole di forza maggiore |
| Liquidità | minor rischio di nuovo shock sui costi; aggiornare il fabbisogno di cassa sui prossimi 90 giorni |
La misura Simest Energia per la competitività internazionale conserva utilità per chi ha già subito rincari energetici o cali di fatturato legati alla crisi del Golfo. Lo sportello apre a finanziamenti agevolati e, per le PMI ammesse, a una quota a fondo perduto fino al 30%, secondo le condizioni previste.
Le imprese con rotte, clienti o fornitori nell’area del Golfo dovrebbero conservare la documentazione sui maggiori costi sostenuti nei mesi di crisi: fatture energetiche, premi assicurativi, extra noli, variazioni di rotta, ritardi di consegna e ordini sospesi possono servire per richieste di agevolazione, rinegoziazioni contrattuali o coperture.
La normalizzazione è avviata, anche se non ancora compiuta. Per imprese e operatori export i segnali da monitorare sono la tenuta dei transiti nello Stretto, l’avanzamento dello sminamento, l’esito del negoziato di 60 giorni sul nucleare e l’eventuale introduzione di un pedaggio iraniano sul transito.
Il segnale per le imprese italiane è positivo, perché allontana il rischio di un nuovo shock su energia, merci e tassi. La prudenza accompagna comunque la fase, finché petroliere, assicuratori e operatori logistici non avranno ripreso transiti regolari lungo Hormuz e finché le verifiche sul nucleare non saranno accettate da tutte le parti.
Dal 1° luglio 2026 scatta l’adesione automatica alla previdenza complementare per i neoassunti del settore privato: con le direttive COVIP del 19 giugno il meccanismo diventa operativo e il TFR maturando va al fondo pensione salvo rinuncia entro 60 giorni. È l’ultimo tassello di un riassetto del 2026 che ridisegna fondi pensione e TFR su adesione, deducibilità , prestazioni e governance. Il grosso delle novità era già arrivato a gennaio con la Legge di Bilancio 2026, che ha rafforzato il secondo pilastro e facilitato la portabilità dei fondi pensione, e poi con il Decreto Lavoro convertito in legge a giugno, che ha ritoccato la quota in capitale e la governance dei fondi.
Ecco in breve le novità in vigore dal 2026:
La Manovra 2026 ha introdotto misure come l’incremento della deducibilità fiscale per i versamenti alla pensione integrativa, che sale a 5.300 euro. A questo si aggiungono le nuove modalità per la destinazione del TFR dei neoassunti. Il TFR maturando è destinato al fondo pensione salvo che il lavoratore esprima la propria volontà contraria entro 60 giorni dalla comunicazione. Questo meccanismo si affianca all’ampliamento della platea di aziende obbligate a versare gli accantonamenti al Fondo di Tesoreria INPS.
Introdotta anche una nuova alternativa che rende più interessante alimentare una pensione integrativa: la rendita a durata definita, affiancata dai prelievi liberamente determinabili e dall’erogazione frazionata del montante per almeno cinque anni. Per orientarsi tra strumenti e opzioni è disponibile anche il portale ministeriale sulla previdenza complementare.
La misura della Manovra che cambia il paradigma è l’adesione automatica dei lavoratori di prima assunzione del settore privato, prevista dall’art. 1, commi 204-205, della legge 199/2025 e in vigore dal 1° luglio 2026. Con le direttive COVIP del 19 giugno 2026, che sostituiscono quelle del 2008, il meccanismo è diventato operativo: l’iscrizione scatta dalla data di assunzione e il TFR maturando è destinato al fondo salvo rinuncia del lavoratore entro 60 giorni, con efficacia retroattiva.
Restano esclusi i lavoratori domestici, i dipendenti pubblici e i contratti a tempo determinato inferiori a 60 giorni. In assenza di accordi collettivi il TFR confluisce nel fondo residuale Cometa, mentre chi entra in automatico non è più indirizzato al solo comparto garantito ma a percorsi di investimento legati all’età . La COVIP, nella sua lettura della riforma, indica l’automatismo come leva per ampliare la platea degli iscritti.
Una delle misure più rilevanti del capitolo previdenziale in Manovra 2026 riguarda la portabilità dei fondi pensione. Il comma 201 elimina il vincolo che rimandava agli accordi collettivi la scelta sul conferimento del TFR e della quota a carico dell’azienda dopo i primi due anni di versamento al fondo di categoria. Decorsi due anni, il lavoratore può trasferire la posizione verso un fondo aperto o un PIP mantenendo il diritto al contributo datoriale.
L’avvio della nuova disciplina, inizialmente fissato al 1° luglio 2026, è stato rinviato al 31 ottobre 2026 dalla conversione del Decreto PNRR. Per il quadro del TFR tra azienda, INPS e fondo restano utili la guida al calcolo del TFR e il prospetto delle prestazioni per leggere costi e rendimenti della propria posizione.
Sulle prestazioni interviene il Decreto Lavoro convertito a giugno 2026. La quota del montante erogabile in capitale al pensionamento, che la Legge di Bilancio aveva portato al 60%, torna al 50%, e l’erogazione frazionata è rinviata al 31 ottobre. Cambia anche la governance dei fondi negoziali e preesistenti: dal prossimo rinnovo gli organi di amministrazione e controllo durano cinque esercizi e gli incarichi non sono rinnovabili per più di due mandati consecutivi.
Il Ministero dell’Economia ha pubblicato il Programma di emissione per il terzo trimestre 2026, con quattro nuovi BTP per circa 39 miliardi di euro e una stima di emissioni lorde tra 130 e 145 miliardi da qui a dicembre. Il documento del Tesoro aggiorna anche il quadro macroeconomico e di finanza pubblica: crescita 2026 allo 0,6%, inflazione armonizzata al 3,2% a maggio e costo medio del debito salito al 2,91% nei primi cinque mesi dell’anno.
I dati chiave del Programma di emissione del terzo trimestre:
Il Tesoro mette in emissione quattro nuovi benchmark BTP sulle scadenze più seguite dal mercato, per un ammontare minimo complessivo di circa 39 miliardi di euro. L’ammontare minimo indica il livello di circolante che ciascun titolo deve raggiungere prima di essere sostituito da una nuova emissione sulla stessa scadenza.
| Titolo | Scadenza e ammontare minimo |
|---|---|
| BTP Short Term | scadenza 30 ottobre 2028 · 9 miliardi |
| BTP 5 anni | scadenza 1° febbraio 2032 · 10 miliardi |
| BTP 7 anni | scadenza 15 settembre 2033 · 10 miliardi |
| BTP 10 anni | scadenza 1° ottobre 2036 · 10 miliardi |
La domanda sui collocamenti del 2026 è arrivata sia dagli investitori istituzionali sia dalle famiglie, che il Tesoro continua a presidiare anche con i titoli dedicati al mercato retail come il BTP Italia Sì.
Accanto ai nuovi titoli, nel terzo trimestre il Tesoro può riaprire quattro BTP in corso di emissione:
Il MEF si riserva di offrire ulteriori tranche di titoli oltre i 10 anni, CCTeu e indicizzati all’inflazione, anche su linee non più in corso di emissione, per mantenere efficiente il mercato secondario. Per le aste a medio e lungo termine vale il meccanismo dell’asta marginale con determinazione discrezionale di prezzo e quantità . I quantitativi sono comunicati pochi giorni prima di ogni collocamento, con gli annunci ufficiali diffusi per conto del Tesoro dalla Banca d’Italia.
A fine maggio il Tesoro aveva collocato titoli a medio-lungo termine per circa 171,5 miliardi di euro, rifinanziando circa 133 miliardi in scadenza. Per la seconda parte dell’anno le scadenze da coprire valgono circa 128 miliardi, a cui si aggiunge la quota di fabbisogno dei prossimi mesi.
| Indicatore | Valore |
|---|---|
| Emissioni medio-lungo a fine maggio | circa 171,5 miliardi |
| Avanzamento programma 2026 | 48%, 61% con giugno |
| Emissioni lorde luglio-dicembre | 130-145 miliardi |
| Emissioni nette luglio-dicembre | 10-25 miliardi |
| Vita media del debito | 6,96 anni |
| Costo medio all’emissione | 2,91%, contro 2,75% nel 2025 |
Il programma si muove in un contesto macroeconomico in rallentamento. Nel primo trimestre il PIL è cresciuto dello 0,3% sul trimestre precedente e dello 0,8% su base annua, ma il Documento di finanza pubblica di fine aprile ha rivisto la crescita 2026 allo 0,6%, dallo 0,7%, per l’impatto della crisi in Medio Oriente. L’inflazione armonizzata ha toccato il 3,2% a maggio, mentre la disoccupazione è scesa al 5,1% in aprile.
Sul costo del denaro pesa il rialzo dei tassi della BCE, che l’11 giugno ha alzato i riferimenti di 25 punti base portando il tasso sui depositi al 2,25% dal 17 giugno. Le condizioni del credito sono divenute più restrittive: in aprile il tasso sui nuovi prestiti alle famiglie per l’acquisto di abitazioni è salito al 3,91% e quello alle imprese al 3,56%.
Nei primi cinque mesi del 2026 il fabbisogno del settore statale è stato di circa 87,4 miliardi, in aumento di 6,3 miliardi sullo stesso periodo del 2025. Sul profilo di cassa incidono gli esborsi della Recovery and Resilience Facility in chiusura: le ultime due rate valgono oltre 45 miliardi complessivi, e la nona rata da 12,8 miliardi è stata liquidata nella prima settimana di giugno.
Le entrate tributarie sono cresciute dell’1,8% tra gennaio e aprile, trainate dalle imposte indirette: il gettito IVA è salito del 4,2% e quello delle accise del 4,7%, mentre tra le dirette l’IRES è calata del 9,0% e l’IRPEF è cresciuta dello 0,7%. Dopo la crisi nello Stretto di Hormuz lo spread con il Bund tedesco ha subito pressioni al rialzo, contenute e di breve durata. L’aggiornamento programmatico arriverà in autunno con il DPFP.
Per chi segue i titoli di Stato, il calendario dei collocamenti racconta solo metà del quadro. La domanda vera è a quali condizioni il mercato assorbe la nuova carta del Tesoro: è sul secondario che si formano spread e rendimenti dei BTP e si misura la disponibilità degli investitori a restare sul debito italiano. Con il costo all’emissione in rialzo, è lì che si gioca l’equilibrio tra l’appeal dei titoli per i risparmiatori e l’onere del debito per i conti pubblici.
Il TFR nel 2026 ha subito profondi cambiamenti normativi, che interessano sia i datori di lavoro sia i dipendenti privati: la Legge di Bilancio ha infatti modificato le soglie per il versamento al Fondo Tesoreria INPS e, dal 1° luglio, interviene anche sul silenzio-assenso dei neoassunti per la destinazione alla previdenza complementare. Il calcolo della liquidazione continua invece a poggiare sull’articolo 2120 del Codice Civile, con accantonamento annuo, rivalutazione Istat, tassazione separata e regole specifiche per l’anticipo.
Il Trattamento di Fine Rapporto è una quota di retribuzione differita che matura durante il rapporto di lavoro subordinato e viene pagata alla cessazione, qualunque sia la causa: dimissioni, licenziamento, pensionamento o scadenza del contratto.
La formula base prevista dall’articolo 2120 del Codice Civile parte dalla retribuzione annua utile divisa per 13,5. La quota è ridotta in proporzione per le frazioni di anno e le frazioni di mese pari o superiori a 15 giorni si considerano mese intero.
Per determinare il TFR maturato nell’anno servono questi dati:
In termini percentuali, il TFR corrisponde a circa il 6,91% della retribuzione annua lorda. Su una RAL di 30.000 euro, la quota annua si colloca intorno a 2.070 euro, prima della rivalutazione maturata sulle somme accantonate negli anni precedenti.
Il TFR accantonato, con esclusione della quota maturata nell’anno, viene rivalutato al 31 dicembre con un tasso composto da due elementi: l’1,5% fisso annuo e il 75% dell’aumento dell’indice FOI ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati, al netto dei tabacchi.
Per le cessazioni in corso d’anno, la rivalutazione si calcola usando l’indice ISTAT del mese di cessazione rispetto a dicembre dell’anno precedente. Alla data dell’aggiornamento, l’ultimo indice FOI disponibile è quello di aprile 2026, pari a 102,5 su base 2025, con coefficiente di rivalutazione del TFR maturato al 31 dicembre 2025 pari a 2,311728%.
La retribuzione utile per il TFR, salvo diversa previsione del contratto collettivo, comprende tutte le somme corrisposte in dipendenza del rapporto di lavoro con carattere continuativo.
Nel calcolo rientrano di norma:
Sono escluse le somme corrisposte a titolo occasionale e i rimborsi spese, quando hanno natura meramente restitutoria e documentano costi sostenuti dal lavoratore per conto dell’azienda.
La scelta sulla destinazione del TFR riguarda i lavoratori dipendenti del settore privato. Il lavoratore può mantenerlo secondo la disciplina dell’articolo 2120 del Codice Civile oppure destinarlo a una forma di previdenza complementare.
La scelta di mantenere il TFR in azienda può essere revocata in seguito, conferendo il TFR maturando a un fondo pensione. La scelta di destinare il TFR alla previdenza complementare, invece, produce effetti stabili sulle quote future secondo le regole del fondo prescelto.
Nel confronto tra TFR in azienda o fondo pensione, la differenza riguarda tre aspetti: rendimento, fiscalità e possibilità di ottenere anticipazioni prima della pensione.
Fino al 30 giugno 2026 resta applicabile il termine di sei mesi per la scelta sulla destinazione del TFR maturando. Dal 1° luglio 2026 entra la nuova disciplina dell’adesione automatica alla previdenza complementare per i neoassunti del settore privato, prevista dalla Legge di Bilancio 2026 e resa operativa dalle direttive COVIP del 19 giugno 2026.
Il lavoratore ha 60 giorni dalla data di prima assunzione per rinunciare all’adesione automatica, scegliere una diversa forma pensionistica oppure mantenere il TFR secondo il regime dell’articolo 2120 del Codice Civile. In assenza di scelta l’adesione produce effetti dalla data di assunzione, mentre la rinuncia esercitata nei 60 giorni ha efficacia retroattiva alla stessa data.
NB: l’adesione automatica non si applica ai lavoratori domestici, ai dipendenti pubblici e ai contratti a tempo determinato inferiori a 60 giorni.
In assenza di un fondo collettivo di riferimento il TFR confluisce nel fondo residuale Cometa, che ha assorbito le posizioni del soppresso FondInps. Chi entra con l’adesione automatica non è più indirizzato al comparto garantito ma a percorsi di investimento legati all’età .
La novità interessa anche la contribuzione contrattuale prevista dagli accordi collettivi e non solo il TFR maturando.
Il datore di lavoro deve informare il dipendente sulle opzioni disponibili e sui termini per esercitare la scelta, secondo le regole della previdenza complementare 2026.
Quando il lavoratore mantiene il TFR presso il datore di lavoro, il destino delle quote dipende anche dalla dimensione aziendale. Nelle imprese soggette all’obbligo, il TFR maturando viene versato al Fondo Tesoreria INPS, pur rimanendo il datore di lavoro il soggetto che liquida le somme al dipendente alla cessazione del rapporto.
Dal 2026 sono state aggiornate le soglie dimensionali per il Fondo Tesoreria INPS, calcolate sulla media annuale dei dipendenti dell’anno precedente:
Per il 2026 si considera quindi la media occupazionale del 2025. Le aziende che raggiungono le soglie negli anni successivi all’avvio dell’attività rientrano nell’obbligo contributivo secondo il calendario indicato dall’INPS.
Per i datori obbligati per la prima volta dal 1° gennaio 2026, il versamento delle quote del primo semestre è considerato tempestivo se effettuato entro il 16 luglio 2026, senza sanzioni né interessi. Per le competenze successive torna la scadenza mensile ordinaria.
Il lavoratore con almeno otto anni di servizio presso lo stesso datore di lavoro può chiedere un anticipo del TFR maturato. L’importo massimo è pari al 70% del trattamento spettante alla data della richiesta. L’anticipo del TFR aziendale può essere richiesto una sola volta durante il rapporto di lavoro e deve essere collegato a esigenze previste dalla legge:
Le richieste sono accolte ogni anno nei limiti del 10% degli aventi diritto e comunque del 4% del numero totale dei dipendenti. Contratti collettivi e patti individuali possono prevedere condizioni di miglior favore e criteri di priorità . L’anticipo del TFR è ammesso ma non il pagamento mensile del rateo in busta paga. L’Ispettorato del Lavoro ha chiarito che non si può trasformare il TFR maturando in un’integrazione retributiva mensile, perché la quota deve essere accantonata o versata secondo la destinazione prevista.
Se il TFR è stato conferito alla previdenza complementare, le anticipazioni seguono le regole dei fondi pensione e si calcolano sulla posizione individuale maturata. Le principali causali e aliquote sono:
La fiscalità è diversa rispetto al TFR lasciato in azienda. Le anticipazioni per spese sanitarie sono tassate con aliquota del 15%, riducibile dello 0,30% per ogni anno oltre il quindicesimo fino al minimo del 9%; le anticipazioni per prima casa e ulteriori esigenze sono tassate al 23% sulla parte imponibile.
Il TFR liquidato alla cessazione è soggetto a tassazione separata. Il datore di lavoro applica una ritenuta provvisoria, mentre l’Agenzia delle Entrate riliquida l’imposta in via definitiva secondo le regole del TUIR.
La rivalutazione annua del TFR accantonato è già assoggettata a imposta sostitutiva del 17%. La quota capitale viene invece tassata separatamente al momento dell’erogazione, con aliquota determinata in base al reddito di riferimento del lavoratore.
Sull’anticipo del TFR aziendale il datore applica la ritenuta secondo le regole fiscali previste per l’erogazione anticipata. Le somme anticipate vengono poi detratte dal trattamento spettante alla cessazione del rapporto.
Per l’impresa, il TFR accantonato è un costo del personale e trova contropartita nel fondo iscritto nel passivo dello stato patrimoniale. L’accantonamento va rilevato per competenza, insieme alla rivalutazione maturata sulle quote pregresse.
Quando il TFR viene destinato a un fondo pensione o al Fondo Tesoreria INPS, il datore rileva il debito verso l’ente destinatario e procede al versamento secondo le scadenze contributive. Nei casi di liquidazione al dipendente, l’azienda paga le somme dovute e recupera le quote di competenza del Fondo Tesoreria quando ricorrono i presupposti.
Per l’inquadramento contabile può essere utile il focus sul TFR nel bilancio aziendale, che distingue accantonamento, fondo, debiti verso enti e liquidazione al lavoratore.
Il lavoratore può verificare il TFR maturato nella busta paga, quando il cedolino espone le quote progressivamente accantonate, e nella Certificazione Unica, che riporta i dati utili ai fini fiscali. Chi vuole simulare l’importo lordo e netto può usare il calcolatore TFR aggiornato al 2026.
Per chi preferisce lavorare su foglio elettronico, PMI.it mette a disposizione anche il modello per il calcolo TFR con Excel, con retribuzione utile, rivalutazione Istat e stima della tassazione.
Il Decreto Lavoro è legge. Con il via libera del Senato si chiude la conversione del decreto-legge 30 aprile 2026, n. 62, il provvedimento varato dal Governo Meloni in vista del Primo Maggio: diventano definitivi gli esoneri contributivi per l’assunzione nel 2026 di giovani, donne e lavoratori nella ZES Unica del Mezzogiorno, il nuovo incentivo alle stabilizzazioni, la condizione del salario giusto per accedere ai bonus, lo sgravio per le aziende certificate sulla conciliazione vita-lavoro e la stretta sulle piattaforme digitali. I tre bonus assunzioni sono già attivi, con le istruzioni INPS pubblicate e le domande aperte.
L’Aula del Senato ha approvato la fiducia sul testo già licenziato dalla Camera, con 94 voti favorevoli, 61 contrari e 2 astenuti. Il provvedimento mette in campo circa 960 milioni di euro, in larga parte già stanziati in bilancio, e lega ogni agevolazione all’applicazione dei contratti collettivi più rappresentativi.
I punti principali del provvedimento ora in vigore:
I bonus prorogati e introdotti dal decreto condividono tre tratti comuni: l’esonero è sempre al 100% dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro, può durare fino a 24 mesi e richiede un incremento occupazionale netto, cioè un aumento reale dei dipendenti rispetto alla media dei dodici mesi precedenti. Il massimale indicato è un tetto: quando i contributi dovuti sono inferiori, l’esonero coincide con l’importo effettivamente versato. Cambiano platea e tetti.
| Misura | Tetto mensile e requisiti |
|---|---|
| Bonus giovani under 35 | fino a 500 euro, 650 nella ZES Unica, per under 35 privi di impiego, con durata da 12 a 24 mesi secondo la condizione di svantaggio |
| Bonus donne | fino a 650 euro, 800 nelle regioni della ZES Unica, per lavoratrici di qualsiasi età prive di impiego da almeno 24 mesi, ridotti a 12 per le categorie di svantaggio più ampie |
| Bonus ZES | fino a 650 euro, riservato ai datori fino a 10 dipendenti del Mezzogiorno che assumono over 35 disoccupati da almeno 24 mesi |
| Bonus stabilizzazione | fino a 500 euro, per la trasformazione a tempo indeterminato di contratti a termine entro 12 mesi di durata, riservata a under 35 mai stati stabili |
I bonus giovani, donne e ZES sono attivi: l’INPS ha pubblicato le istruzioni con la circolare n. 55 del 14 maggio 2026 e aperto il portale per le domande per i bonus assunzioni. L’accesso allo sgravio passa anche dalla pubblicazione della posizione aperta sul portale SIISL. L’importo dell’esonero non coincide automaticamente con il massimale del bonus ma dipende dalla retribuzione e dai contributi effettivamente dovuti.
Per stimare il beneficio reale su un singolo profilo è utile calcolare quanto risparmia chi assume prima di programmare l’inserimento.
Il Bonus Giovani under 35, previsto dall’art. 2 del DL 62/2026, è previsto fino al 31 dicembre 2026 con esonero totale dei contributi datoriali entro 500 euro mensili, 650 nella ZES Unica. La durata va da 12 a 24 mesi a seconda della condizione del lavoratore: 24 mesi per chi è privo di impiego da almeno 24 mesi o appartiene a categorie di svantaggio, 12 mesi per i giovani svantaggiati come i 15-24 anni.
L’esonero si applica alle assunzioni a tempo indeterminato di personale non dirigenziale che non abbia ancora compiuto 35 anni. Sono esclusi il lavoro domestico, l’apprendistato, i rapporti a termine e le trasformazioni, trattate da un incentivo separato. La misura ha un limite di spesa, con 110 milioni per il 2026 e 252 milioni per il 2027, e l’INPS blocca le richieste a esaurimento dei fondi.
Il bonus per le assunzioni di donne riconosce un esonero al 100% dei contributi datoriali entro 650 euro mensili, elevati a 800 nelle regioni della ZES Unica ammissibili ai fondi strutturali europei, per le assunzioni effettuate fino al 31 dicembre 2026. L’agevolazione dura fino a 24 mesi e impone l’incremento occupazionale netto.
Accedono al beneficio le lavoratrici di qualsiasi età assunte a tempo indeterminato con contratto non dirigenziale, prive di impiego regolarmente retribuito da almeno 24 mesi, oppure da almeno 12 mesi se rientrano nelle categorie di svantaggio definite dalla normativa europea sugli aiuti di Stato. Per queste ultime la durata massima dell’esonero scende a 12 mesi.
Il Bonus ZES è prorogato fino al 31 dicembre 2026 e spetta ai datori di lavoro privati fino a 10 dipendenti con sede o unità produttiva nella ZES Unica del Mezzogiorno, che comprende Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Sicilia, Puglia, Calabria, Sardegna, Marche e Umbria. L’esonero è al 100% dei contributi datoriali entro 650 euro mensili, per un massimo di 24 mesi.
I lavoratori da assumere devono avere almeno 35 anni ed essere disoccupati da almeno 24 mesi, con contratto a tempo indeterminato e incremento occupazionale netto. La misura, prevista dall’art. 24 del DL 60/2024, era stata estesa dal Milleproroghe fino al 30 aprile 2026.
Il nuovo bonus per la stabilizzazione dei contratti a termine premia la trasformazione a tempo indeterminato dei rapporti di durata complessiva non superiore a dodici mesi, stipulati dal 1° gennaio al 30 aprile 2026, con esonero al 100% dei contributi entro 500 euro mensili per un massimo di 24 mesi. La trasformazione deve avvenire tra il 1° agosto e il 31 dicembre 2026 e riguarda i lavoratori under 35 mai occupati a tempo indeterminato.
L’incentivo è approvato ma non ancora attivabile: la sua efficacia è subordinata all’autorizzazione della Commissione europea sugli aiuti di Stato, condizione che le imprese devono verificare prima di programmare le stabilizzazioni.
Tutti gli esoneri del decreto sono subordinati all’applicazione del salario giusto. L’art. 7 del DL 62/2026 lo individua nel Trattamento Economico Complessivo (TEC) definito dai Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro (CCNL) stipulati dalle organizzazioni di datori di lavoro e lavoratori comparativamente più rappresentative, ancorandolo al principio di retribuzione proporzionata e sufficiente dell’art. 36 della Costituzione. In conversione è stato eliminato il riferimento ai contratti minori equivalenti, mantenendo come parametro i soli CCNL più rappresentativi.
Le retribuzioni applicate non possono scendere sotto questa soglia. Nei settori privi di contrattazione collettiva il riferimento è il contratto più vicino all’attività esercitata. Chi applica contratti pirata o sottopaga i lavoratori perde l’accesso agli incentivi pubblici.
Il trattamento economico complessivo che fa da soglia per gli incentivi comprende le voci retributive fisse e continuative previste dal contratto collettivo, non la sola paga base. La riformulazione dell’art. 7 in conversione ha precisato che nel calcolo rientrano gli elementi diretti, indiretti e differiti definiti dal CCNL, mentre restano fuori le componenti variabili e discrezionali riconosciute al singolo.
| Voci incluse nel TEC | Voci escluse dal TEC |
|---|---|
| paga base e minimi tabellari del CCNL | premi individuali legati alla performance del singolo |
| mensilità aggiuntive come tredicesima e quattordicesima | erogazioni occasionali e una tantum non contrattuali |
| indennità fisse e continuative previste dal contratto | elementi rimessi alla scelta discrezionale del datore |
| welfare contrattuale riconosciuto alla generalità dei dipendenti | componenti retributive variabili individuali |
Per le imprese la verifica si sposta dalla singola voce alla coerenza complessiva: il trattamento riconosciuto al lavoratore, sommando le voci utili, non può scendere sotto il TEC del contratto più rappresentativo del settore, a prescindere dal CCNL formalmente applicato.
Nel commentare il via libera, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha rivendicato l’intenzione di premiare le imprese che investono sul lavoro di qualità , ribadendo l’esclusione dagli incentivi per chi ricorre ai contratti pirata. La ministra del Lavoro Marina Calderone ha annunciato che lo stesso criterio del salario giusto verrà applicato anche ai futuri interventi a sostegno dell’occupazione. La scelta lega in modo stabile gli sgravi contributivi alla qualità contrattuale.
Le imprese in possesso della certificazione UNI/PdR 192:2026 sulle misure di conciliazione vita-lavoro ottengono un esonero contributivo fino all’1% dei contributi datoriali, entro un tetto di 50.000 euro annui per impresa, applicabile nel triennio 2026-2028. La certificazione misura maternità , paternità , carichi di cura, flessibilità , welfare aziendale, salute e continuità di carriera.
Le modalità di rilascio e le procedure di domanda saranno definite con decreto interministeriale. Le aziende certificate potranno inoltre beneficiare di misure premiali nell’accesso ai bandi pubblici per le assunzioni agevolate, in linea con la diffusione crescente degli strumenti di welfare aziendale tra le PMI.
Per i CCNL non rinnovati il testo convertito alza la protezione dei lavoratori: in caso di mancato rinnovo entro nove mesi dalla scadenza naturale, le retribuzioni sono adeguate a titolo di anticipazione forfettaria pari al 50% della variazione IPCA-NEI. Il testo varato ad aprile fermava l’anticipo al 30% dopo dodici mesi.
Spetta alle parti sociali la disciplina delle decorrenze degli aumenti, degli importi una tantum e degli strumenti di copertura tra la scadenza del vecchio contratto e la firma del nuovo. Nei settori a forte stagionalità e in quelli che erogano prestazioni sanitarie e sociosanitarie per conto del Servizio sanitario nazionale, l’adeguamento è rimesso a indicatori economici settoriali fissati dalla contrattazione. Per i CCNL già scaduti alla data di entrata in vigore del decreto la nuova disciplina si applica dal 1° gennaio 2027.
La conversione amplia i margini dello staff leasing, la somministrazione a tempo indeterminato. Il lavoratore assunto stabilmente dall’Agenzia per il lavoro può essere inviato in missione a termine presso lo stesso utilizzatore, per mansioni dello stesso livello e categoria, per un periodo complessivo di 36 mesi anche non continuativi e ulteriori rispetto ai 24 mesi ordinari, salvo un diverso limite fissato dal CCNL dell’utilizzatore.
La missione incontra però nuovi paletti: lo staff leasing non può sostituire lavoratori in sciopero o coinvolti in procedure di riduzione del personale non concluse, l’agenzia deve comunicare il codice del CCNL applicato a ciascun somministrato e il committente risponde in solido di retribuzioni e contributi in caso di inadempienza.
Il decreto introduce in via sperimentale, fino al 31 dicembre 2029, il distacco di lavoratori che percepiscono ammortizzatori sociali anche tra aziende di settori diversi, previo accordo sindacale e con finalità di salvaguardia dei livelli occupazionali o di continuità produttiva. Lo strumento esce così dal recinto del solo gruppo o settore omogeneo.
Per i distacchi superiori a trenta giorni tra imprese di settori diversi è prevista una comunicazione preventiva all’Ispettorato Nazionale del Lavoro, con responsabilità solidale del soggetto distaccatario. La disciplina mira a rendere più tracciabile uno strumento di flessibilità tra aziende collegate.
Sui tirocini extracurriculari la legge di conversione fissa a 12 mesi la durata massima complessiva all’interno di imprese appartenenti allo stesso gruppo. Il limite guarda al gruppo societario nel suo insieme, non alla singola impresa, per impedire l’uso ripetuto del tirocinio come canale di impiego prolungato a basso costo.
La norma si inserisce tra le misure di inclusione lavorativa del provvedimento e tocca da vicino le imprese strutturate in più società , che dovranno conteggiare i periodi di tirocinio già svolti dal singolo nelle diverse realtà del gruppo.
Sul TFR il decreto rinvia al 16 luglio 2026 il versamento al Fondo di Tesoreria INPS delle quote maturate nel primo semestre dai datori entrati nell’obbligo con le nuove soglie dimensionali, senza sanzioni né interessi. Sulla previdenza complementare il testo convertito riduce dal 60% al 50% la quota del montante erogabile in capitale al pensionamento e rinvia al 31 ottobre l’erogazione frazionata su almeno cinque anni.
Interviene infine la governance dei fondi pensione negoziali e preesistenti: dal prossimo rinnovo gli organi di amministrazione e controllo durano cinque esercizi e gli incarichi non sono rinnovabili per più di due mandati consecutivi.
Il decreto presume la natura subordinata del rapporto dei rider in presenza di indici di controllo o eterodirezione, anche tramite gestione algoritmica. L’accesso alla piattaforma è consentito solo con identità digitale SPID o CIE, oppure con un account ad autenticazione a più fattori rilasciato dalla piattaforma.
Per contrastare il cosiddetto caporalato digitale, la cessione o l’uso dell’account altrui comporta sanzioni amministrative e, nei casi di sfruttamento sistematico, l’applicazione della normativa sull’intermediazione illecita. I datori devono registrare per ciascun rider numero, periodo e comune delle prestazioni, dati da mettere a disposizione delle autorità .
INPS e Agenzia delle Entrate portano fisco, previdenza e servizi digitali nelle imprese e nelle università con un roadshow nazionale che parte da Roma giovedì 25 giugno 2026. Il ciclo di incontri si apre a Palazzo Mazzoni, sede dell’Accademia INPS in via Spinola 11, e prosegue durante l’estate presso aziende di primo piano, con le tappe negli atenei in calendario da settembre.
L’inaugurazione del 25 giugno a Palazzo Mazzoni riunisce i vertici delle due amministrazioni e del Governo. Sono attesi il viceministro dell’Economia e delle Finanze Maurizio Leo, il direttore dell’Agenzia delle Entrate Vincenzo Carbone, il presidente dell’INPS Gabriele Fava e la direttrice generale Valeria Vittimberga. Segue una tavola rotonda con esponenti del mondo produttivo e accademico, tra cui i referenti fiscali di Barilla, Intesa Sanpaolo e Unipol, il presidente di Casillo Partecipazioni e il vice rettore del Politecnico di Torino, moderata da Giovanni Parente del Sole 24 Ore.
Dopo Roma, il roadshow tocca tre regioni a luglio nelle sedi di grandi gruppi industriali, per poi spostarsi negli atenei da settembre con la ripresa dell’anno accademico. Il calendario delle tappe già fissate è il seguente.
| Data e regione | Sede |
|---|---|
| 25 giugno, Lazio | Palazzo Mazzoni, Accademia INPS, via Spinola 11, Roma |
| 7 luglio, Puglia | stabilimenti Casillo, via Sant’Elia, Corato |
| 14 luglio, Piemonte | auditorium Intesa Sanpaolo, corso Inghilterra 3, Torino |
| 23 luglio, Emilia-Romagna | stabilimenti Barilla, via Mantova 166, Parma |
| Da settembre, atenei | università in tutta Italia, in concomitanza con l’anno accademico |
I contenuti cambiano a seconda della platea. Per le imprese il programma copre la dichiarazione dei redditi dei lavoratori dipendenti, il welfare aziendale, le agevolazioni sui premi di produttività e gli incentivi alle aziende. Per gli atenei l’attenzione si sposta sui giovani e su chi si affaccia al mondo del lavoro, con i temi dell’apertura della partita IVA, dell’avvio di un’impresa, della tassazione in base alla tipologia di reddito e dei servizi digitali. Gli eventi sono articolati in moduli tematici e gli esperti delle due amministrazioni rispondono ai quesiti dalla platea.
La burocrazia costa alle imprese del commercio, del turismo e dei servizi oltre 12 miliardi di euro l’anno: la stima diffusa da Confesercenti misura il valore economico degli adempimenti necessari per mantenere in regola una piccola azienda fino a 49 addetti. Il dato medio è di 10.288 euro per impresa, con un divario netto tra commercio al dettaglio, ingrosso e attività di alloggio e ristorazione. Per hotel, pubblici esercizi e strutture ricettive il conto sale a 14.918 euro l’anno, una cifra che incide su margini, tempo aziendale e capacità di investimento.
In sintesi:
Ogni impresa di commercio, turismo e servizi sostiene in media 10.288 euro l’anno di costi burocratici, secondo la stima Confesercenti su dati Istat e indagini. Il valore include le procedure necessarie per mantenere attiva l’azienda e misura sia gli esborsi diretti sia il ricorso a servizi professionali esterni.
Il dato complessivo arriva a 12,009 miliardi di euro annui su una base di 1.216.737 imprese fino a 49 addetti. Il calcolo è più circoscritto rispetto alle stime generali sulla burocrazia italiana, perché fotografa tre comparti ad alta densità di micro e piccole attività : commercio al dettaglio, commercio all’ingrosso e intermediari, alloggio e ristorazione.
Alloggio e ristorazione sono il comparto più esposto: Confesercenti stima 327.853 imprese considerate, 14.918 euro di costo medio annuo per azienda e 4,891 miliardi di euro di spesa complessiva. La maggiore incidenza deriva dalla somma di autorizzazioni, controlli, obblighi fiscali, lavoro, sicurezza, privacy e adempimenti locali.
Nel commercio al dettaglio il costo medio è pari a 8.155 euro per impresa, per un totale di 4,325 miliardi di euro. Il commercio all’ingrosso e gli intermediari registrano invece 7.792 euro annui per azienda, con un costo complessivo di 2,794 miliardi. Il divario mostra che la stessa burocrazia incide in modo diverso a seconda del tipo di attività , del rapporto con il pubblico e delle autorizzazioni richieste.
| Settore | Imprese considerate | Costo medio per impresa | Costo complessivo annuo |
|---|---|---|---|
| Commercio al dettaglio | 530.313 | 8.155 euro | 4,325 miliardi di euro |
| Commercio all’ingrosso e intermediari | 358.571 | 7.792 euro | 2,794 miliardi di euro |
| Alloggio e ristorazione | 327.853 | 14.918 euro | 4,891 miliardi di euro |
| Totale | 1.216.737 | 10.288 euro | 12,009 miliardi di euro |
L’80% del costo burocratico stimato da Confesercenti riguarda l’acquisto di servizi professionali esterni. Commercialisti, consulenti del lavoro, tecnici, intermediari e professionisti abilitati assorbono una quota ampia della spesa perché molte procedure richiedono competenze specialistiche, scadenze ricorrenti e aggiornamenti continui.
Il costo monetario è una parte del problema. Alle spese dirette si aggiungono ore sottratte all’organizzazione dell’attività , tempi dedicati ai rapporti con la Pubblica Amministrazione, documenti ripetuti e verifiche su dati già disponibili presso enti pubblici.
La Riforma 2.2 del PNRR, Buona amministrazione e semplificazione, prevede 600 procedure critiche semplificate e reingegnerizzate entro metà 2026, dopo le prime 200 già previste entro il 2024. L’obiettivo dichiarato è ridurre tempi e costi per cittadini e imprese, intervenendo su procedimenti amministrativi, digitalizzazione e standardizzazione.
La distanza tra obiettivi pubblici e vita quotidiana delle aziende emerge proprio dai numeri Confesercenti. Il portale Impresa in un giorno, il SUAP, la modulistica standard e gli archivi digitali hanno creato infrastrutture utili alla semplificazione, senza cancellare la stratificazione di adempimenti che continua a gravare sulle micro e piccole attività .
Il ricorso alla Piattaforma Digitale Nazionale Dati aiuterebbe a ridurre gli obblighi ripetitivi se fosse sfruttata in modo capillare.
La richiesta delle imprese riguarda procedure più lineari e dati riutilizzati dalla PA. Il principio once only, già alla base della PDND, consente alle amministrazioni di acquisire informazioni già presenti negli archivi pubblici, riducendo documenti, certificazioni e allegati chiesti più volte agli stessi soggetti.
Nel turismo la criticità è più visibile, perché gli obblighi di avvio, variazione e autorizzazione passano spesso dal SUAP comunale e da modulistica settoriale. Anche la recente standardizzazione della SCIA per strutture ricettive mostra la direzione possibile: modelli unici, dati coerenti e controlli successivi più ordinati.
Per le piccole imprese la burocrazia agisce come una tassa sul tempo aziendale prima ancora che sui bilanci. Il costo annuo medio di 10.288 euro riduce risorse disponibili per investimenti, personale, tecnologie e liquidità . Nei comparti a margini contenuti, l’effetto si somma a energia, affitti, lavoro e credito.
Il presidente di Confesercenti Nico Gronchi lega la semplificazione alla cancellazione delle procedure superflue, più che all’introduzione di nuovi strumenti formali. La sintesi della posizione dell’associazione è racchiusa nella richiesta di usare di più la gomma per cancellare norme e procedure superflue e di meno la penna per introdurne di nuove.
Per le imprese la semplificazione si misura sui costi effettivi: meno documenti ripetuti, meno transiti tra enti, meno differenze territoriali e maggiore riuso dei dati già presenti presso la PA. I 12 miliardi stimati da Confesercenti offrono un indicatore economico da ridurre, oltre alla fotografia del costo amministrativo attuale.
L’Agenzia delle Entrate ha definito modalità e termini di comunicazione dei dati fiscali per i fornitori di servizi sulle cripto-attività  in attuazione della direttiva europea DAC8 recepita in Italia dal D.Lgs. n. 194/2025. I prestatori di servizi devono trasmettere ogni anno i dati dei clienti, con la prima comunicazione fissata entro il 30 giugno 2027.
In sintesi:
L’obbligo di comunicazione riguarda i prestatori di servizi per le cripto-attività che consentono ai clienti di acquistare, vendere, trasferire o custodire asset digitali, individuati dall’articolo 7 del D.Lgs. n. 194/2025 e indicati come RCASP. Sono esonerati dalla trasmissione al Fisco italiano solo gli operatori che assolvono già obblighi equivalenti in un altro Stato UE o in una giurisdizione extra-UE qualificata.
In questo caso devono comunque presentare ogni anno una notifica all’Agenzia delle Entrate, entro lo stesso termine della comunicazione ordinaria, con la dichiarazione di aver adempiuto agli obblighi di comunicazione e adeguata verifica nell’altro Stato.
Gli operatori si registrano una sola volta presso l’Agenzia delle Entrate e ottengono un codice identificativo univoco, denominato IIN (Individual Identification Number), valido anche quando la registrazione viene trasferita in un altro Stato membro.
I gestori non residenti privi di credenziali telematiche devono prima richiederle dal sito dell’Agenzia tramite il modulo dedicato nella sezione in lingua inglese, completando poi la registrazione alla DAC8. Credenziali, controlli, revoche e cancellazioni sono gestiti dal Centro Operativo di Pescara.
I prestatori trasmettono i dati identificativi dei clienti e delle operazioni previsti dal D.Lgs. n. 194/2025, insieme alle proprie informazioni e, se disponibile, al codice fiscale italiano dei clienti e all’IIN.
L’invio avviene esclusivamente per via telematica tramite i canali Entratel o Fisconline, in formato XML secondo il tracciato allegato al provvedimento. L’Agenzia certifica la presentazione con una ricevuta entro cinque giorni lavorativi dall’invio.
La trasmissione va effettuata entro il 30 giugno dell’anno civile successivo a quello di riferimento, quindi la prima comunicazione, relativa al 2026, scade il 30 giugno 2027. Nei 30 giorni successivi alla scadenza il prestatore può inviare di nuovo tutte le posizioni, anche dopo una ricevuta di scarto: queste trasmissioni vengono comunque acquisite e girate alle autorità fiscali estere entro il 30 settembre, data del primo scambio fissata al 30 settembre 2027. Le comunicazioni oltre quella finestra sono ugualmente acquisite e trasmesse, anche più tardi.
| Adempimento | Termine |
|---|---|
| Comunicazione ordinaria dei dati | entro il 30 giugno dell’anno successivo, prima scadenza il 30 giugno 2027 |
| Nuovo invio delle posizioni, anche dopo scarto | entro 30 giorni dalla scadenza del 30 giugno |
| Scambio con le autorità fiscali estere | entro il 30 settembre, primo scambio il 30 settembre 2027 |
| Ricevuta dell’Agenzia delle Entrate | entro 5 giorni lavorativi dalla protocollazione del file |
L’omessa comunicazione porta alla revoca della registrazione soltanto al termine di una procedura scaglionata di solleciti gestita dal Centro Operativo di Pescara. La sequenza è la seguente:
Dopo la revoca la porta non è chiusa: l’operatore può chiedere al Centro Operativo di Pescara una nuova autorizzazione a registrarsi, fornendo garanzie sull’adempimento degli obblighi di comunicazione ancora aperti.
Dal 30 giugno 2026 le imprese editrici, le agenzie di stampa e le emittenti radiotelevisive possono richiedere il contributo a fondo perduto per gli investimenti in tecnologie innovative sostenuti nel 2025. Il decreto attuativo del 20 maggio ha infatti sbloccato 42 milioni di euro del Fondo straordinario per l’Editoria, dopo il via libera della Commissione europea sugli aiuti di Stato.
Tutti i riferimenti e i punti principali della misura in sintesi:
La misura rientra nel pacchetto di aiuti per Editoria e Media, che prevede anche incentivi alle assunzioni. Possono accedervi le imprese editrici di quotidiani e periodici, le agenzie di stampa e gli operatori dell’editoria radiofonica e televisiva, a condizioni diverse per i due comparti.
Per editori e agenzie servono la sede legale in uno Stato dell’Unione europea o dello Spazio economico europeo, la residenza fiscale in Italia o una stabile organizzazione sul territorio, l’iscrizione al ROC (Registro degli Operatori della Comunicazione, la regolarità degli obblighi contributivi e l’assenza di procedure di liquidazione. È inoltre richiesta l’indicazione, nel Registro delle imprese, del codice ATECO primario o prevalente: 58.12 per i quotidiani, 58.13 per i periodici, 60.31 per le agenzie di stampa.
Per le emittenti contano invece il possesso di titoli autorizzatori validi ai sensi delle delibere AGCOM 353/11/CONS e 664/09/CONS, la diffusione continuativa dei marchi associati alle numerazioni LCN o dei contenuti radiofonici, la regolarità contributiva e l’assenza di liquidazione, oltre al codice ATECO 60.10 per le radio e 60.20 per le televisioni.
Rientrano tra le spese ammesse l’ammodernamento delle infrastrutture e dei processi produttivi, le piattaforme per la distribuzione digitale dei contenuti, le soluzioni di intelligenza artificiale, cloud, cybersecurity e datacenter, le tecnologie DAB e gli strumenti di automazione editoriale.
Il contributo è un rimborso pari al 70% delle spese sostenute e documentate nel 2025, al netto dell’IVA, per investimenti riconducibili a un progetto organico di innovazione tecnologica. Se il totale delle richieste supera lo stanziamento di una categoria, scatta il riparto proporzionale e la percentuale effettiva di rimborso scende sotto il 70%.
Per il solo comparto radiotelevisivo, le risorse eccedenti di una categoria vengono redistribuite tra le altre in proporzione al fabbisogno non coperto.
I 34 milioni destinati a radio e tv sono divisi in tre quote, ciascuna con un proprio tetto e una propria platea.
| Categoria | Risorse destinate |
|---|---|
| fornitori di servizi media audiovisivi nazionali titolari di LCN | 20 milioni |
| fornitori di servizi media audiovisivi locali | 10 milioni |
| concessionari radiofonici, contenuti radiofonici digitali e consorzi in tecnica DAB | 4 milioni |
La finestra è la stessa per tutti, dalle ore 10:00 del 30 giugno alle ore 17:00 del 29 luglio 2026, ma i canali cambiano in base al comparto.
È ammessa una sola domanda per impresa e l’orario di apertura e chiusura sarà confermato con avviso istituzionale.
L’accesso non si esaurisce nel dimostrare la spesa: alla domanda vanno allegati un progetto asseverato da un professionista qualificato, che descriva le dotazioni tecnologiche precedenti e le ragioni dell’investimento, e un prospetto analitico delle spese certificato da un revisore legale iscritto al registro.
Il Dipartimento effettua verifiche a campione sul possesso dei requisiti, e l’irregolarità contributiva blocca l’inserimento nell’elenco dei beneficiari.
Il rimborso concorre alla formazione del reddito ed è soggetto a ritenuta IRES, con erogazione al netto delle ritenute erariali tramite accredito sul conto corrente indicato in domanda.
Con l’ondata di calore da bollino rosso in molte città , il Governo rimette in campo la CIG in deroga per caldo eccezionale. Il Decreto Infrastrutture del 22 giugno 2026 reintroduce le misure già usate negli anni scorsi per consentire ad alcuni operatori economici di sospendere o ridurre l’attività quando le temperature rendono rischioso il lavoro. In attesa del testo in Gazzetta Ufficiale, le imprese devono già coordinare bollettini del Ministero della Salute, ordinanze territoriali e causali INPS per le temperature elevate.
In sintesi:
La CIG in deroga per ondate di calore torna nel Decreto Infrastrutture approvato dal Governo il 22 giugno 2026. Il comunicato di Palazzo Chigi parla della possibilità , per alcuni operatori economici, di sospendere o ridurre l’attività lavorativa con accesso al trattamento di integrazione salariale in deroga in caso di temperature eccezionali.
Da definire ancora platea delle imprese interessate. La nota stampa di Governo richiama le norme già vigenti negli anni precedenti senza indicare nel dettaglio i settori coperti nel 2026. La conferma arriverà solo con la pubblicazione del decreto e con le istruzioni amministrative che seguiranno.
Il precedente più vicino è il decreto-legge n. 98/2023, poi convertito nella legge n. 127/2023, che aveva previsto misure specifiche per le imprese industriali e artigiane dell’edilizia, del settore lapideo e delle escavazioni. In quel caso i periodi autorizzati per emergenza climatica non concorrevano ai limiti ordinari della CIGO e non comportavano il contributo addizionale previsto dall’articolo 5 del decreto legislativo n. 148/2015.
Per il comparto agricolo il precedente normativo aveva agito sulla CISOA per caldo eccezionale, con regole dedicate agli operai agricoli a tempo indeterminato. Anche per questo settore, la formulazione finale del nuovo decreto dovrà chiarire se il Governo riproduce integralmente lo schema già usato oppure se introduce criteri diversi per durata, accesso e coperture finanziarie.
Il bollino rosso del Ministero della Salute segnala condizioni di rischio elevato per la popolazione e viene aggiornato attraverso i bollettini sulle ondate di calore. Il 23 giugno 2026 sono in rosso Ancona, Bologna, Bolzano, Brescia, Firenze, Frosinone, Milano, Perugia, Pescara, Rieti, Roma, Torino, Venezia, Verona e Viterbo. Il 24 giugno si aggiunge Latina, mentre il 25 giugno il numero sale a 17 con Bari.
Le ordinanze regionali hanno una funzione diversa rispetto ai bollettini ministeriali. Quando una Regione o un Comune dispone il divieto di lavoro nelle ore più calde, l’impresa deve adeguare turni e organizzazione alle prescrizioni locali, soprattutto nei cantieri, in agricoltura e nelle attività svolte all’aperto con rischio alto da calore.
Dal 22 giugno 2026 il Ministero della Salute ha riattivato il numero 1500 Proteggiamoci dal caldo, in collaborazione con INAIL. Il servizio risponde dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 17, e fornisce informazioni sulle misure di prevenzione, sui servizi territoriali e sui rischi stagionali collegati alle alte temperature.
Per le aziende, i bollettini caldo, le ordinanze territoriali e le valutazioni del rischio aziendale devono essere letti insieme. Il solo livello rosso non sostituisce la valutazione datoriale, mentre una sospensione imposta dalla pubblica autorità cambia la causale da usare nella domanda di integrazione salariale.
Il Messaggio INPS n. 2130 del 3 luglio 2025 chiarisce che la prestazione di integrazione salariale può essere riconosciuta, di norma, quando le temperature superano i 35 gradi, considerando anche la temperatura percepita. La domanda si presenta tramite i servizi online per aziende e consulenti, nella sezione CIG e Fondi di solidarietà , usando OMNIA Integrazioni Salariali.
La causale evento meteo per temperature elevate si usa quando la sospensione o riduzione dell’attività viene decisa dall’impresa per il caldo eccessivo. La causale per sospensione o riduzione dell’attività per ordine di pubblica autorità si usa invece quando esiste un provvedimento comunale o regionale che impone il fermo delle lavorazioni.
Prima di fermare l’attività o ridurre l’orario, l’impresa deve costruire una verifica documentata del rischio caldo, utile sia sul piano della sicurezza sia in caso di domanda di integrazione salariale. Gli elementi da raccogliere sono pochi, purché coerenti tra loro:
Il nuovo decreto potrà ampliare o agevolare l’accesso alla CIG per alcuni settori ma non cancella gli obblighi ordinari di prevenzione. Per l’azienda, la tutela dei lavoratori esposti al caldo deve poggiare su valutazione del rischio, organizzazione dei turni, dispositivi di protezione, idratazione e tracciabilità delle decisioni adottate.