Oggi è Mercoledi' 21/01/2026 e sono le ore 23:07:30
Nostro box di vendita su Vinted
Nostro box di vendita su Wallapop
Nostro box di vendita su subito.it
Condividi questa pagina
Oggi è Mercoledi' 21/01/2026 e sono le ore 23:07:30
Nostro box di vendita su Vinted
Nostro box di vendita su Wallapop
Nostro box di vendita su subito.it
Condividi questa pagina
Nostra publicità
Compra su Vinted
Compra su Vinted
#PMI.it #informazione #ICT #imprese #medie #piccole
Il vertice WEF di Davos si è aperto all’insegna dei rapporti sempre più tesi fra Usa ed Europa. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump insiste con le mire espansionistiche verso la Groenlandia, con nuovi dazi verso i paesi del Vecchio Continente considerati ostacolo verso tale obiettivo: da febbraio al 10% e da giugno al 25%. La posizione diplomatica dell’Italia ha evitato per il momento di essere inclusa nella lista nera della Casa Bianca.
In questo scenario già complesso Trump ha persino alzato il tiro, con pesanti critiche nei confronti dell’Europa che «non sta andando nella giusta direzione». Oltre alle divergenze, però, si evidenziano anche i punti in comune.
Tendenzialmente, l’Europa è unita contro il progetto americano di annessione della Groenlandia. Ma perché gli Stati Uniti sono così interessati al territorio artico che fa parte dello stato danese? «Non abbiamo bisogno della Groenlandia per le terre rare, ne abbiamo bisogno per sicurezza strategica nazionale».
Le frasi forti e colorite nel pieno stile del presidente a stelle e strisce spostano l’accento sugli elementi chiave di questo nuovo caso internazionale. Al di là dei toni, il messaggio è chiaro: la partita riguarda sfera d’influenza e risorse strategiche.
Sono fattori coerenti con le motivazioni che hanno determinato a inizio anno il blitz venezuelano: zona di influenza e materie prime, in quel caso il petrolio. Dunque, uno schema già visto in altri teatri internazionali, dove la competizione con la Cina resta il vero elemento strutturale del confronto globale.
L’Europa risulta sempre più schiacciata fra questi due colossi mondiali apparendo debole politicamente, strategicamente ed economicamente. Il dossier Groenlandia mette decisamente il dito in questa piaga, con un territorio europeo minacciato bellicamente dagli Stati Uniti. Una situazione mai verificatasi dalla fine della seconda guerra mondiale.
Trump prova a rassicurare: «non è una minaccia alla Nato, anzi ne rafforzerebbe la sicurezza». L’inquilino della Casa Bianca ammorbidisce anche i toni: «crediamo profondamente nei legami che condividiamo con l‘Europa, tutti vogliamo un Occidente forte e unito, vogliamo alleati forti, vogliamo un’Europa forte». E ancora: «ho tremendo rispetto per i popoli della Groenlandia e della Danimarca».
Nello schieramento tra linea dura e linea morbida all’interno dell’Unione Europea, la posizione italiana è fra le più concilianti nei confronti degli Usa: no all’espansione USA in Groenlandia e soluzione da trovare attraverso il dialogo.
A farne le spese, nel frattempo, rischia di essere l’economia. Anche quella dei paesi che non sono interessati dai nuovi dazi americani. Una barriera commerciale alle importazioni negli USA, infatti, ha ripercussioni sulle filiere e le dinamiche del commercio internazionale.
Un rallentamento degli scambi con gli USA potrebbe riflettersi anche sull’export italiano, aumentando l’incertezza in un contesto già fragile.
Fra i paesi verso cui Trump ha imposto i nuovi dazi ci sono Francia, Germania e Regno Unito, storici partner commerciali italiani. Le aziende europee che esportano negli USA possono essere fornitori o clienti di aziende italiane. Se il commercio con gli Stati Uniti diventa più costoso, ne risentono gli equilibri dell’intera catena di approvvigionamento.
A voler vedere il bicchiere mezzo pieno, la vicenda ha riacceso i riflettori su un’area del mondo fino a poco tempo fa poco interessante, come l’Artico. L’Italia ha appena presentato un strategia in questo senso. Secondo stime accreditate, l’Artico concentra circa il 30% delle riserve mondiali di gas e il 13% di quelle petrolifere non ancora scoperte, ha ricordato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, sottolineando anche le potenzialità per i data center e le sfide in termini di sicurezza e sostenibilità .  Da qui la strategia per una “presenza coordinata e capace di prevenire tensioni, preservare la stabilità e rispondere alle ingerenze di altri attori”.
Le FAQ dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione chiariscono in modo puntuale quali cartelle possono essere incluse nella Rottamazione-quinquies e quali debiti restano invece esclusi. Il perimetro della definizione agevolata non è universale e riguarda solo specifiche tipologie di carichi affidati all’agente della riscossione. Di seguito, nel dettaglio, cosa rientra e cosa no.
La Rottamazione-quinquies, prevista dai commi 82 e seguenti della legge 199/2025, consente di regolarizzare alcuni debiti fiscali e contributivi senza sanzioni e interessi ma lascia fuori tributi locali, accertamenti e altre fattispecie. Riguarda i carichi affidati all’agente della riscossione dal 2000 al 2023 relativi a:
Le cartelle incluse nel perimetro possono essere definite anche se:
Restano invece esclusi dalla definizione agevolata tutti i carichi che non rientrano espressamente nelle categorie previste dalla norma. In particolare:
Le FAQ dell’AdER precisano che sono sanabili solo i carichi originati da controlli automatici o formali: i debiti da accertamento restano fuori, anche se successivamente iscritti a ruolo.
Possono rientrare nella Rottamazione-quinquies anche i debiti iscritti a ruolo inclusi in:
In questi casi, il pagamento avviene secondo le modalità e le tempistiche stabilite dal decreto di omologazione, anche con importi falcidiati.
Un capitolo specifico riguarda i contribuenti decaduti da precedenti definizioni agevolate:
Il mercato alternativo di Borsa Italiana di riferimento per la quotazione delle PMI italiane è stato a lungo AIM Italia, che oggi prende il nome di Euronext Growth Milan (EGM), a fronte dell’integrazione di Borsa Italiana con Euronext. L’indice risponde agli obiettivi di raccolta di capitale per la crescita e l’internazionalizzazione e di ampliamento della visibilità delle imprese di piccole e medie dimensioni. Caratterizzato da minori requisiti in fase di ammissione e adempimenti informativi post-quotazione, offre alle PMI una valida fonte di finanziamento e un acceleratore dei progetti di crescita e competitività .
Vediamo come quotarsi su questo mercato.
In un contesto globale segnato da tensioni geopolitiche, rallentamento dei mercati maturi e ridefinizione delle catene del valore, l’export italiano continua a mostrare una capacità di tenuta superiore alle attese. Nei primi undici mesi del 2025 le esportazioni hanno registrato una crescita del 3,1%, un risultato che non nasce dall’espansione dei mercati tradizionali, ma da una strategia sempre più orientata alla diversificazione geografica e settoriale.
È questo il quadro che emerge dal percorso di confronto con le imprese avviato da SACE nel roadshow “Energie per il futuro dell’exportâ€, conclusosi a Roma dopo otto tappe tra Italia e Dubai e il coinvolgimento diretto di oltre 400 aziende.
Vediamo le evidenze emerse in termini di bisogni, criticità e nuove priorità per il Made in Italy sui mercati internazionali.
L’analisi degli scenari globali presentata durante la tappa conclusiva del roadshow evidenzia un dato chiave: la crescita dell’export italiano è sostenuta soprattutto dall’espansione verso economie ad alto potenziale. Medio Oriente, Sud-Est asiatico, India e Nord Africa stanno assumendo un ruolo sempre più centrale nelle strategie di internazionalizzazione delle imprese italiane, compensando il rallentamento di partner storici come la Germania.
Negli ultimi venticinque anni le esportazioni verso i Paesi emergenti sono cresciute a un ritmo medio annuo superiore rispetto ai mercati maturi. Tuttavia, la struttura dell’export italiano resta ancora fortemente concentrata: una quota significativa delle imprese esporta esclusivamente all’interno dell’Unione Europea e quasi la metà realizza vendite estere su un solo mercato. Un fattore che espone le aziende a rischi elevati in fasi di instabilità economica.
Dal confronto diretto con le imprese coinvolte nel roadshow emergono tre priorità strategiche ricorrenti.
La prima riguarda il rafforzamento della competitività internazionale: le aziende chiedono strumenti in grado di trasformare l’eccellenza produttiva del Made in Italy in una presenza più stabile e strutturata sui mercati esteri, anche attraverso una logica di filiera.
La seconda priorità è legata a innovazione e digitalizzazione, considerate leve imprescindibili per aumentare produttività , capacità esportativa e attrattività verso partner e clienti internazionali.
La terza riguarda la gestione del rischio: l’interesse verso nuovi mercati cresce, ma resta forte la domanda di coperture finanziarie, informazioni sui contesti locali e accompagnamento operativo lungo il percorso di internazionalizzazione.
Il messaggio che arriva dal confronto con le imprese è chiaro: la crescita dell’export non può essere affidata a dinamiche spontanee. Servono politiche di accompagnamento, strumenti di mitigazione del rischio e una visione di medio-lungo periodo che favorisca l’ingresso delle imprese italiane nei mercati più dinamici, anche quando questi presentano complessità operative e regolatorie.
In una fase in cui le catene del valore globali si stanno ridisegnando, il sostegno all’export assume un valore che va oltre la singola operazione commerciale e si lega direttamente alla capacità del Paese di mantenere peso economico e industriale a livello internazionale.
SACE si colloca in questo scenario come strumento del Sistema Paese per l’accesso alle garanzie finanziarie e per il supporto consulenziale e informativo.
La spesa sanitaria aumenta ma l’equità arretra. In Italia le risorse destinate alla sanità pubblica continuano a crescere ma in modo inefficace, mentre si allargano le distanze tra territori e cittadini nell’accesso alle cure. Il sistema è formalmente universale ma nella pratica chi vive nelle Regioni più fragili incontra ostacoli crescenti nell’assistenza sanitaria. E l’alternativa privata a pagamento richiede esborsi troppo onerosi.
È il quadro che emerge dall’ultima Relazione al Parlamento sulla gestione dei Servizi Sanitari Regionali della Corte dei Conti.
Il documento fotografa un Servizio sanitario nazionale appesantito da costi del personale e consumi intermedi ma più frammentato nella capacità di garantire livelli essenziali di assistenza.
La spesa sanitaria cresce ma la tenuta del SSN continua a essere misurata soprattutto su un punto: la possibilità di ottenere cure in tempi e condizioni comparabili tra territori. Ed è qui che il divario si allarga, con una frattura Nord-Sud che resta visibile nei livelli essenziali di assistenza, nella mobilità sanitaria e nel peso crescente della spesa privata sulle famiglie.
Il quadro è dunque quello di un sistema che assorbe più risorse ma con segnali di affanno nella capacità di tradurre la spesa in accesso uniforme alle prestazioni, soprattutto nelle Regioni con criticità strutturali.
Nel triennio 2022-2024 la spesa sanitaria pubblica è salita da 131,3 a 138,3 miliardi di euro. La dinamica è stata sostenuta in particolare da personale e consumi intermedi, mentre l’incidenza sul PIL è rimasta sostanzialmente stabile tra 6,3% e 6,4%, un livello inferiore alla media europea (6,9%).
Nel dettaglio, l’aumento è stato trainato soprattutto dall’incremento delle voci legate al personale (+5,6%) e ai consumi intermedi (+7,5%). A fronte dell’inflazione, la crescita reale viene descritta come contenuta, con un andamento più “difensivo†che espansivo.
Nel 2024 la spesa sanitaria complessiva è stata stimata in 185 miliardi di euro: circa il 74% a carico della pubblica amministrazione e delle assicurazioni obbligatorie, il 22% a carico delle famiglie e il 3% riconducibile a regimi volontari. L’aumento della quota privata viene letto come un indicatore di difficoltà di accesso tempestivo al pubblico e di maggiore dipendenza dalla capacità di spesa individuale.
In questo scenario, l’iniquità non dipende solo dai livelli di finanziamento, ma anche da come la domanda sanitaria viene “spostata†tra canali pubblici e privati, con effetti più severi dove l’offerta pubblica è meno capace di assorbire i bisogni.
La distanza territoriale si vede in modo netto nell’erogazione dei LEA, con differenze persistenti tra Nord e Sud. Le Regioni in piano di rientro vengono indicate tra quelle che continuano a evidenziare difficoltà strutturali, anche quando i conti mostrano segnali di miglioramento: Calabria, Molise, Sicilia, Campania, Lazio, Abruzzo, Puglia.
Il risultato è un accesso più disomogeneo alle prestazioni fondamentali, con conseguenze dirette su liste d’attesa, disponibilità di servizi e capacità di risposta sui bisogni sanitari ordinari.
Un altro indicatore sensibile del divario è la mobilità sanitaria interregionale: cresce lo spostamento verso i territori percepiti come più attrattivi e meglio organizzati. Questo fenomeno amplifica le differenze perché rafforza i poli già forti e indebolisce ulteriormente i sistemi regionali che perdono pazienti e risorse.
La mobilità , inoltre, ha un costo implicito per famiglie e imprese: tempi di spostamento, giornate di lavoro perse, difficoltà di assistenza continuativa e carico organizzativo maggiore per chi vive nei territori meno serviti.
Nel quadro professionale si segnala la crescita del ricorso a contratti flessibili e, in alcune realtà , a personale esterno spesso definito gettonisti. È un segnale di difficoltà nel reclutamento e nella fidelizzazione, che tende a concentrarsi dove l’offerta è più fragile e dove diventa più complesso garantire continuità e qualità delle prestazioni.
Per gli investimenti della Missione 6 del PNRR, a fine 2024 risulta completato il 41% degli obiettivi, mentre il restante 59% è atteso nel biennio 2025-2026. La concentrazione della parte più consistente nella fase finale aumenta la pressione organizzativa e rende decisiva la capacità di trasformare i cantieri e i progetti in servizi effettivamente fruibili, soprattutto nei territori con ritardi storici.
Per altri aggiornamenti sui servizi e sull’accesso alle prestazioni, si può consultare l’archivio delle novità e degli approfondimenti in ambito Sanità .
I datori di lavoro pubblici e privati che occupano almeno 15 dipendenti hanno tempo fino al 31 gennaio per adempiere all’obbligo di invio del prospetto informativo relativo all’assunzione di lavoratori con disabilità e appartenenti alle categorie protette.
L’adempimento è previsto dalla normativa sul collocamento mirato e serve a consentire la verifica del rispetto degli obblighi occupazionali in capo alle aziende. Il prospetto va trasmesso esclusivamente in modalità telematica.
Il prospetto informativo è una dichiarazione della situazione occupazionale dell’azienda, finalizzata a verificare il rispetto delle quote di riserva per l’assunzione di lavoratori disabili e di altre categorie protette.
L’invio è obbligatorio entro il 31 gennaio di ogni anno, ma solo se, rispetto all’ultimo prospetto trasmesso, si sono verificati cambiamenti nella situazione occupazionale che incidono sugli obblighi di assunzione.
Sono obbligati all’invio del prospetto i datori di lavoro pubblici e privati che:
Nel prospetto informativo devono essere indicati:
L’obbligo di assunzione di personale con disabilità varia in base alla dimensione aziendale. In particolare:
L’invio del prospetto informativo deve avvenire esclusivamente attraverso la piattaforma Cliclavoro, utilizzando i servizi telematici messi a disposizione dal Ministero del Lavoro.
Il mancato invio nei termini, in presenza dell’obbligo, può comportare sanzioni amministrative e l’attivazione delle procedure di controllo da parte dei servizi competenti.
Il passaggio dallo stipendio lordo al netto non segue una regola unica. A parità di reddito lordo, il risultato finale può cambiare in modo rilevante in base al tipo di lavoro, al regime fiscale e ai contributi previdenziali applicati. È il motivo per cui confrontare due stipendi netti, senza analizzare come si formano, porta spesso a valutazioni errate.
La differenza tra lordo e netto dipende da tre elementi strutturali: imposte sul reddito, contributi previdenziali e detrazioni. Queste voci non si applicano nello stesso modo a tutti e non hanno lo stesso peso percentuale sul reddito complessivo.
Nel lavoro dipendente, una parte dei contributi previdenziali è a carico del datore di lavoro e non incide direttamente sul netto percepito. Inoltre, il sistema delle detrazioni per lavoro dipendente riduce l’IRPEF dovuta in modo automatico. Il risultato è un netto più stabile e meno sensibile alle variazioni di reddito.
Nel lavoro autonomo, l’intero carico contributivo e fiscale grava sul professionista. I contributi previdenziali vengono versati integralmente dal lavoratore e variano in base alla gestione di appartenenza. Il netto finale dipende quindi dal regime fiscale adottato e dalla struttura dei contributi, rendendo il risultato meno lineare rispetto al lavoro dipendente.
A parità di reddito lordo, il risultato netto può cambiare anche in modo rilevante. La differenza dipende soprattutto dal peso dei contributi previdenziali e dal sistema delle detrazioni. Nel lavoro dipendente, una parte dei contributi è sostenuta dal datore di lavoro e non riduce il netto in busta paga. Nel lavoro autonomo, invece, l’intero carico contributivo grava sul lavoratore e viene sottratto direttamente dal reddito.
Questo significa che due compensi lordi identici possono tradursi in importi netti differenti, anche di diverse centinaia di euro su base annua, senza che vi sia alcuna anomalia.
Esempio 1 – Lavoratore dipendente
Un lavoratore dipendente con uno stipendio lordo simile ad altri profili beneficia di detrazioni automatiche per lavoro dipendente e di una parte dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro. Questo fa sì che l’impatto delle trattenute sul netto sia più contenuto e il risultato in busta paga risulti generalmente più stabile e prevedibile.
Esempio 2 – Lavoratore autonomo
Un lavoratore autonomo con un compenso lordo analogo deve invece sostenere integralmente contributi e imposte. Il netto finale dipende dal regime fiscale adottato, dalla gestione previdenziale e dall’eventuale presenza di deduzioni. A parità di lordo, il netto può quindi risultare sensibilmente più basso o molto variabile.
Esempio 3 – Due redditi lordi simili, netti diversi
Due persone con redditi lordi comparabili possono ottenere stipendi netti differenti perché cambiano le aliquote effettive, le detrazioni spettanti, i contributi applicati e le addizionali locali. Guardare solo al lordo, senza considerare queste variabili, porta spesso a confronti fuorvianti.
Confrontare solo lo stipendio netto senza considerare contributi e imposte non restituisce un quadro corretto. Il netto non misura il costo del lavoro né il reddito complessivo, ma solo l’importo finale percepito. È per questo che due persone con livelli di reddito simili possono trovarsi con risultati netti molto diversi, pur partendo da condizioni economiche comparabili.
Per valutare in modo corretto il proprio stipendio netto è necessario partire dal reddito lordo e applicare le regole fiscali e contributive pertinenti. A questo scopo è possibile utilizzare il calcolatore dello stipendio netto di PMI.it, che consente di stimare il risultato in base alle principali variabili.
La Legge di Bilancio ha prorogato il Bonus Mobili per il 2026 e l’Agenzia delle Entrate ha conseguentemente aggiornato la relativa guida esplicativa.
La guida ufficiale e completa è disponibile nel documento pubblicato sul portale AdE e e scaricabile in PDF anche da PMI.it: Guida 2026 Guida dell’Agenzia delle Entrate al Bonus Mobili ed Elettrodomestici; qui riepiloghiamo invece le regole principali e le indicazioni operative più rilevanti.
Fondamentalmente non ci sono novità , per cui la detrazione sull’acquisto di grandi arredi ed elettrodomestici ad alta efficienza destinati ad immobili ristrutturati con agevolazione si può applicare alle spese effettuate fino al 31 dicembre 2026 e consiste in una detrazione del 50%, su un massimale di spesa pari a 5mila euro.
La guida dettaglia le spese ammesse, le regole operative per utilizzare la detrazione, il collegamento con la ristrutturazione edilizia agevolata. Ripercorriamole brevemente.
Per avere il Bonus Mobili è necessario aver realizzato un intervento di ristrutturazione edilizia applicando la relativa detrazione fiscale, con lavori avviati a partire dal primo gennaio dall’anno precedente a quello dell’acquisto degli arredi.
La data di inizio lavori deve sempre essere antecedente all’acquisto dei mobili, mentre quella di sostenimento delle spese può anche essere successiva.
Quindi, per poter applicare l’agevolazione nel 2026, bisogna aver effettuato una ristrutturazione edilizia successivamente al primo gennaio 2025.
L’agevolazione consente di acquistare mobili nuovi, non necessariamente destinati allo stesso locale in cui avviene la ristrutturazione edilizia. Esempio: chi effettua lavori in salotto può acquistare i mobili per una camera. Gli elettrodomestici devono appartenere alle seguenti classi energetiche:
Deve trattarsi di grandi elettrodomestici, definizione in cui a titolo esemplificativo rientrano: frigoriferi, congelatori, lavatrici, lavasciuga e asciugatrici, lavastoviglie, apparecchi per la cottura, stufe elettriche, forni a microonde, piastre riscaldanti elettriche, apparecchi elettrici di riscaldamento, radiatori elettrici, ventilatori elettrici, apparecchi per il condizionamento.
Attenzione: se i lavori di ristrutturazione riguardano solo le parti comuni dell’edificio, i condomini possono utilizzare il Bonus Mobili solo per arredare questi spazi (guardiola del portiere, lavatoi) ma non per le singole unità immobiliari.
La detrazione si utilizza direttamente in dichiarazione dei redditi, ripartita in dieci quote annuali di pari importo.
I pagamenti devono essere effettuati con bonifico o carta di debito o credito. Non sono ammessi altri pagamenti, neppure se tracciabili, come assegni o strumenti digitali.
Se c’è un finanziamento, la società che lo eroga deve pagare il corrispettivo con le stesse modalità prima indicate e il contribuente deve conservare una copia della ricevuta del pagamento. In questo caso, l’anno di sostenimento della spesa sarà quello di effettuazione del pagamento da parte della finanziaria.
Se sono già stati acquistati mobili nel 2025 utilizzando il medesimo beneficio fiscale, nel 2026 bisogna calcolare il tetto di spesa al netto di quelle sostenute l’anno prima.
Vediamo in tabella i documenti da conservare:

La ricchezza cresce, ma non si distribuisce. In Italia, negli ultimi quindici anni, quasi tutta la nuova ricchezza generata si è concentrata nelle mani di una minoranza, mentre una quota sempre più ampia della popolazione resta esclusa dai benefici della crescita.
Secondo il nuovo rapporto di Oxfam Italia, il 91% dell’incremento di ricchezza registrato in Italia negli ultimi 15 anni è andato al 5% più facoltoso delle famiglie. La maggioranza della popolazione ha invece beneficiato solo marginalmente della crescita economica.
I dati fotografano un Paese in cui l’accumulazione patrimoniale accelera per chi è già avvantaggiato mentre povertà e vulnerabilità sociale restano strutturali, senza segnali di inversione. Lo studio segnala infatti un ulteriore ampliamento dei divari economici e sociali, con effetti diretti sulla coesione sociale e sul funzionamento delle democrazie.
Il rapporto, intitolato “Nel baratro della disuguaglianza. Come uscirne e prendersi cura della democraziaâ€, è stato presentato in concomitanza con l’apertura del World Economic Forum di Davos e offre una fotografia aggiornata delle dinamiche globali della ricchezza.
A livello mondiale, nel solo 2025 la ricchezza detenuta dai grandi patrimoni è cresciuta del 16%, portando il valore complessivo dei patrimoni miliardari a circa 18.300 miliardi di dollari. Si tratta di un incremento dell’81% rispetto al 2020, un ritmo di crescita nettamente superiore a quello dei redditi medi e bassi.
Un dato emblematico riportato dal rapporto evidenzia come i 12 miliardari più ricchi del pianeta detengano una ricchezza superiore a quella posseduta dalla metà più povera dell’umanità , confermando una tendenza alla concentrazione che si è rafforzata negli ultimi anni.
Nel focus dedicato, Oxfam definisce l’Italia come il Paese dalle fortune invertite, evidenziando una distribuzione degli effetti delle politiche economiche e sociali che tende a favorire gruppi e territori già in condizioni di vantaggio.
Secondo l’analisi, l’incremento di ricchezza non solo è stato fortemente concentrato, ma ha anche contribuito ad ampliare le distanze tra i diversi segmenti della popolazione. In questo quadro, il sistema di premialità e incentivi pubblici risulterebbe poco orientato a sostenere in modo strutturale le fasce più vulnerabili.
Accanto alla crescita delle disuguaglianze patrimoniali, il rapporto segnala in Italia una sostanziale stagnazione della povertà assoluta in Italia. Nel 2024, secondo i dati richiamati da Oxfam, oltre 2,2 milioni di famiglie – pari a circa 5,7 milioni di persone – vivevano in condizioni di povertà assoluta.
Si tratta di nuclei che non dispongono di risorse mensili sufficienti ad acquistare un paniere minimo di beni e servizi essenziali per una vita dignitosa. Un dato che, nonostante i cambiamenti intervenuti negli ultimi anni nelle politiche di sostegno al reddito, rimane sostanzialmente invariato.
Il rapporto mette in guardia anche sugli effetti di lungo periodo dell’aumento delle disuguaglianze. La concentrazione della ricchezza, secondo Oxfam, non è solo una questione economica, ma ha ripercussioni dirette sul godimento dei diritti fondamentali, sull’accesso ai servizi essenziali e sulla qualità della partecipazione democratica.
In assenza di interventi strutturali, il rischio segnalato è quello di un progressivo indebolimento del patto sociale, con effetti che si riflettono sul mercato del lavoro, sul sistema di welfare e sulla fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
I dati contenuti nel rapporto Oxfam si inseriscono in un dibattito più ampio che riguarda la sostenibilità dei modelli di crescita e la capacità delle politiche pubbliche di ridurre i divari sociali.
Il quadro delineato mostra come la ripresa economica degli ultimi anni non sia stata accompagnata da una redistribuzione equilibrata dei benefici, ponendo nuovamente al centro dell’agenda pubblica il tema della disuguaglianza economica e delle sue conseguenze sul tessuto sociale.
Il mese di gennaio 2026 concentra numerosi obblighi che interessano famiglie, privati cittadini, imprese, imprenditori, professionisti e partite IVA, in particolare su IVA, ritenute, contributi previdenziali e adempimenti legati al lavoro.
Per evitare sanzioni o ritardi nei versamenti, in questo articolo forniamo il calendario con le principali scadenze fiscali di gennaio 2026, suddivise per tipologia di contribuente e per area di adempimento, così da facilitare la consultazione degli obblighi e e la programmazione degli adempimenti.
Gennaio 2026 non è un mese particolarmente denso di adempimenti per i privati, ma presenta alcune scadenze chiave da non sottovalutare, soprattutto per evitare addebiti automatici o per continuare a beneficiare di agevolazioni e bonus. In particolare, l’attenzione va posta sul canone RAI, sul rinnovo dell’ISEE e sulle eventuali possibilità di regolarizzazione tramite ravvedimento operoso.
Entro il 31 gennaio 2026, i cittadini intestatari di un’utenza elettrica residenziale che non possiedono un apparecchio televisivo devono presentare la dichiarazione sostitutiva di non detenzione per ottenere l’esonero dal pagamento del canone RAI per l’intero anno.
A partire dal 1° gennaio 2026 è possibile rinnovare l’ISEE, documento indispensabile per continuare a percepire prestazioni e benefici come assegno unico, bonus sociali sulle bollette, agevolazioni scolastiche e altre misure legate al reddito familiare. In assenza di un ISEE aggiornato, molte prestazioni vengono sospese o ridotte al minimo.
Il mese di gennaio rappresenta anche una finestra utile per chi deve regolarizzare versamenti fiscali non effettuati nel 2025, come IMU, IRPEF, cedolare secca o altre imposte personali. Attraverso il ravvedimento operoso è possibile sanare le irregolarità beneficiando di sanzioni ridotte rispetto a quelle ordinarie.
Gennaio rappresenta un mese ricco di adempimenti fiscali per il mondo business. Imprese, professionisti e partite IVA sono chiamati a gestire numerosi obblighi legati all’IVA, alle ritenute, ai contributi previdenziali e alla gestione del personale, oltre a specifiche comunicazioni settoriali. Una corretta pianificazione delle scadenze è essenziale per partire con il piede giusto nel nuovo anno.
Gennaio è il mese per il pagamento di diverse imposte IVA. Vediamo nel dettaglio i vari obblighi.
15 gennaio
16 gennaio
31 gennaio
Il 16 gennaio è il termine per il pagamento di diverse imposte sostitutive e ritenute da parte dei sostituti d’imposta. Ecco le scadenze.
Gennaio 2026 porta con sé obblighi di versamento per i contributi previdenziali. Ecco gli adempimenti più importanti.
16 gennaio
31 gennaio
Ci sono anche alcune scadenze specifiche per settori e attività particolari. Ecco quelle da non perdere:
| Data | Tipologia di adempimento | Soggetti interessati |
|---|---|---|
| 15 gennaio 2026 | Fatturazione differita e registrazione corrispettivi | Partite IVA, imprese, ASD e associazioni in regime L. 398/1991 |
| 16 gennaio 2026 | Liquidazione e versamento IVA mensile | Contribuenti IVA mensili e piattaforme di vendita a distanza |
| Ritenute e imposte sostitutive | Sostituti d’imposta, datori di lavoro, intermediari | |
| Contributi previdenziali INPS | Datori di lavoro, committenti, imprese | |
| Imposte settoriali (Tobin Tax, intrattenimenti) | Banche, intermediari finanziari, operatori del settore | |
| 20 gennaio 2026 | Comunicazione canone TV | Imprese elettriche |
| 26 gennaio 2026 | Elenchi Intrastat mensili e trimestrali | Soggetti IVA con operazioni intracomunitarie |
| 31 gennaio 2026 | Dichiarazione IVA IOSS | Operatori e-commerce iscritti al regime IOSS |
| Adempimenti lavoro e Cassa Integrazione | Datori di lavoro e imprese industriali | |
| Dichiarazione di non detenzione Canone RAI | Famiglie e privati cittadini |
Con oltre un miliardo di utenti attivi nel mondo, secondo le stime più recenti, TikTok è oggi una delle piattaforme social più utilizzate. Non è più soltanto lo spazio virtuale dei più giovani: negli ultimi anni il pubblico si è ampliato notevolmente. Per questo, il social rappresenta ora un’opportunità concreta anche per PMI e professionisti, che dovrebbero valutarne l’utilizzo con finalità pubblicitarie.
Sappiamo che, purtroppo, non è facile gestire un’impresa e ancor meno facile è imporsi nel mercato odierno, pieno di competitor. Tuttavia, proprio TikTok può rappresentare un asso nella manica per attirare consumatori e clienti e per diventare memorabili. Vediamo come.
Per le PMI e i professionisti che puntano a crescere e ottenere maggiore visibilità , TikTok offre diversi vantaggi concreti.
Il primo riguarda la portata organica dei post. L’algoritmo non privilegia solo i grandi brand e permette anche a profili di piccole dimensioni di ottenere ottimi risultati in termini di visibilità . In sostanza anche i piccoli account possono diventare virali se pubblicano contenuti mirati.
A questo si aggiunge un tasso di engagement mediamente più alto rispetto ad altre piattaforme, grazie alla natura immediata e coinvolgente dei video brevi.
Un ulteriore punto di forza è la concorrenza ancora relativamente bassa: molte PMI italiane non hanno ancora adottato TikTok. Utilizzarlo significa quindi differenziarsi dai competitor.
Infine, i post sponsorizzati su TikTok hanno costi decisamente contenuti. A fronte di una spesa minima, è possibile ottenere dei risultati soddisfacenti.
Sfruttare TikTok nella propria strategia pubblicitaria richiede una pianificazione specifica, ma la procedura è alla portata anche di piccole realtà .
Il primo passo consiste nel definire gli obiettivi: aumento della brand awareness, crescita dell’engagement, generazione di conversioni o fidelizzazione del pubblico. Gli obiettivi determineranno poi il tipo di contenuti da produrre.
Per rafforzare la brand awareness, ad esempio, i contenuti condivisi dovranno essere soprattutto informativi. Si possono quindi mostrare le caratteristiche del prodotto o del servizio di punta.
TikTok è la piattaforma dei trend: se l’obiettivo è quello di attirare pubblico e conversioni, questi vanno sfruttati per creare contenuti che stimolino like, commenti e ricondivisioni.
Chi mira alle conversioni dovrebbe invece creare video in cui si mostrano offerte irripetibili, magari dedicate solo a chi segue l’account sulla piattaforma.
La fidelizzazione può essere potenziata con format come video-risposte ai commenti, filmati dietro le quinte o approfondimenti utili per la community.
Anche se in molti vengono spesso attirati da TikTok per la sua portata organica, per PMI e professionisti che intendono sfruttare appieno la piattaforma con finalità pubblicitarie anche gli annunci e i post sponsorizzati vanno considerati.
Stando ai dati di Datareportal, nel nostro Paese gli annunci raggiungono potenzialmente oltre il 40% degli utenti della piattaforma.
Gli annunci su TikTok presentano diversi vantaggi: innanzitutto si adattano alle specifiche dell’azienda e permettono di raggiungere un pubblico altamente mirato.
Gli annunci in-feed appaiono durante lo scroll della For You Page e registrano un buon tasso di interazione. Per chi dispone di budget più elevati, esistono formati premium come i Top View, mostrati nella schermata iniziale dell’app.
Iniziare a sfruttare gli annunci a pagamento su TikTok è facile: basta possedere un account TikTok for Business o crearne uno gratuitamente.
Il processo di creazione delle campagne è totalmente guidato: la piattaforma permette di scegliere l’obiettivo e di personalizzare i parametri relativi al pubblico.
Dopo questa fase iniziale, l’utilizzo dell’Ads Manager di TikTok, lo strumento gratuito integrato alla piattaforma, permetterà di ottimizzare, gestire e monitorare le campagne pubblicitarie per migliorarne il rendimento e raggiungere progressivamente i risultati prefissati.
di Laura Caracciolo, Social media manager, AU di Emera
Il regime forfettario rappresenta una scelta molto condivisa dai lavoratori autonomi e dalle piccole imprese, che possono contare su una tassazione agevolata e su numerose semplificazioni di natura contabile e fiscale.
La Legge di Bilancio 2026 entrata in vigore il 1° gennaio ha introdotto alcune novità che coinvolgono anche i contribuenti forfettari, confermando i vantaggi, l’opportunità di ottenere un risparmio annuale consistente e la soglia di accesso già in vigore.
Oltre a beneficiare della tassazione agevolata grazie all’applicazione dell’aliquota ridotta al 15% che scende al 5% per le nuove attività , infatti, i forfettari accedono all’esenzione dall’applicazione IVA sulle fatture emesse e sugli acquisti. È anche previsto l’esonero dall’obbligo di tenuta delle scritture contabili e dall’applicazione degli ISA (Indici sintetici di affidabilità fiscale). Con la Manovra 2026, inoltre, resta ampia la platea dei contribuenti che possono aderire a questo regime agevolato.
Approfondiamo le novità introdotte dalla Legge di Bilancio 2026 che coinvolgono anche i contribuenti forfettari, fermo restando che, per informazioni di carattere più generale, è possibile consultare la guida “Regime forfettario†pubblicata da Fatture in Cloud.
La Legge di Bilancio 2026 ha confermato i requisiti di accesso al regime forfettario, sia per quanto riguarda il limite dei ricavi sia per il contemporaneo reddito derivato da lavoro dipendente o pensione:
Restano invariati anche i coefficienti di redditività utilizzati per il calcolo della base imponibile, differenziati a seconda del codice ATECO.
È in vigore da gennaio 2025, inoltre, la normativa in base alla quale non costituiscono più reddito imponibile per il forfettario i rimborsi delle spese per viaggi, vitto e alloggio che vengono addebitati analiticamente al cliente.
Nessuna variazione anche per la soglia dei 20.000 euro annui lordi relativa ai compensi concessi a dipendenti o collaboratori.
Con l’obiettivo di ridurre contributi e imposte applicate sulle buste paga dei lavoratori dipendenti, la Legge di Bilancio 2026 ha previsto la riduzione dal 35% al 33% dell’aliquota da applicare per calcolare l’IRPEF relativamente ai redditi compresi tra 28.000 e 50.000 euro.
Sono quindi previsti tre scaglioni distinti, vale a dire aliquota del 23% per i redditi fino a 28.000 euro, del 33% per i redditi da 28.000 a 50.000 euro e del 43% per i redditi che superano i 50.000 euro.
Questa novità genera una riduzione del carico fiscale a beneficio dei lavoratori dipendenti e coinvolge anche coloro che, pur appartenendo a questa categoria, svolgono attività di lavoro autonomo in regime forfettario.
Con la Manovra 2026, inoltre, vengono introdotte modifiche alla gestione delle compensazioni: se quelle verticali restano confermate, vale a dire relative all’utilizzo di un credito per pagare un debito della stessa imposta, la stretta del Governo riguarda le compensazioni orizzontali.
Per le compensazioni esterne, infatti, dal 1° gennaio 2026 scende da 100.000 euro a 50.000 euro il limite dei debiti iscritti a ruolo oltre il quale scatta il divieto assoluto di applicare le compensazioni.
Un’altra novità della Legge di Bilancio, infine, è relativa all’introduzione della nuova ritenuta B2B con entrata in vigore graduale, precisamente con aliquota fissata allo 0,50% dal 2028 e aliquota dell’1% dal 2029.
Sebbene i forfettari operino in un regime di franchigia IVA e siano esclusi dagli obblighi di sostituto d’imposta, l’applicazione della nuova ritenuta B2B potrebbe generare errori nelle fatture ricevute da parte dei committenti.
Alla luce di tutti questi cambiamenti normativi, per i contribuenti forfettari si rivela determinante poter contare su un software di fatturazione in grado di gestire in modo completo tutta l’attività , azzerando i rischi e preparandosi a eventuali controlli avviati dall’Agenzia delle Entrate anche al fine di verificare la permanenza dei requisiti per il regime fiscale agevolato.
Fatture in Cloud è il software di fatturazione che consente di mantenere l’attività sempre sotto controllo, potendo contare su un programma semplice, veloce e accessibile ovunque.
Fatture in Cloud, infatti, rappresenta un alleato prezioso per i contribuenti forfettari grazie alle numerose funzionalità offerte dal software:
connessione con il commercialista, che può verificare in tempo reale l’andamento dell’attività e scaricare in autonomia le fatture.
=> Scopri tutte l’offerta di Fatture in Cloud per i forfettari
Il 28esimo regime UE entra in fase decisiva: una specifica risoluzione adottata dal Parlamento Europeo chiede alla Commissione di presentare una proposta legislativa per introdurre un nuovo regime societario europeo, alternativo ai 27 ordinamenti nazionali.
L’approvazione del Parlamento Europeo arriva mentre la Commissione si prepara a presentare la proposta legislativa sul 28esimo regime UE, annunciata dalla presidente Ursula von der Leyen come uno dei dossier chiave per la competitività europea nei prossimi mesi.
L’obiettivo è la creazione di un quadro giuridico opzionale, unico a livello europeo, pensato per semplificare l’avvio e la crescita transfrontaliera delle imprese innovative nel mercato unico.
Il voto parlamentare non introduce direttamente nuove regole operative ma fornisce un mandato politico chiaro alla Commissione UE per costruire un quadro giuridico uniforme e opzionale, destinato alle imprese non quotate ad alto contenuto innovativo.
Il punto di partenza è la constatazione che la frammentazione normativa rappresenta oggi uno dei principali ostacoli alla crescita delle imprese innovative e delle startup in Europa.
Secondo le indicazioni contenute nella risoluzione e nelle comunicazioni della Commissione, il nuovo regime dovrebbe poggiare su alcuni elementi chiave, pensati per ridurre tempi e complessità amministrative:
Il perimetro delle novità riguarda quindi la fase di avvio e l’organizzazione societaria, più che i profili fiscali o di incentivazione.
Il punto di maggiore discontinuità rispetto all’attuale assetto europeo riguarda l’avvio d’impresa. Oggi, anche per realtà innovative, l’espansione in più Paesi comporta la replicazione di strutture societarie e adempimenti nazionali. Il 28esimo regime punta a ridurre questa frammentazione, rendendo possibile operare in diversi Stati membri a partire da un’unica base giuridica.
In questa prospettiva, la proposta intercetta direttamente le esigenze di chi opera nell’ecosistema delle startup innovative e, più in generale, delle imprese che fanno leva su innovazione e scalabilità .
Il nuovo regime europeo si configura come un’opzione aggiuntiva sul piano societario, destinata a convivere con quelli nazionali.
In Italia, “startup innovative†e “PMI innovative†sono status definiti dalla normativa nazionale, con requisiti, agevolazioni e incentivi specifici. Il 28esimo regime UE non nasce per sostituire questi strumenti, né per modificarli direttamente ma per intercettarne le esigenze operative, spianando ulteriormente la strada per la loro operatività .
Il punto di contatto riguarda soprattutto la semplificazione delle regole di avvio e gestione in ambito transfrontaliero, non l’accesso agli incentivi previsti dall’ordinamento italiano.
Trattandosi di un regime opzionale europeo, la sua applicazione dipenderà dal coordinamento con il diritto societario nazionale e dall’interoperabilità dei sistemi amministrativi.
Per l’Italia, questo significa adeguamenti procedurali e tecnici, non la riscrittura delle discipline su startup innovative e imprese innovative. Gli status nazionali resterebbero in vigore, affiancati da una possibile forma societaria europea alternativa per chi opera su più mercati.
Il calendario atteso, sulla base delle indicazioni istituzionali, è il seguente:
Non si tratta quindi di una misura immediatamente operativa, ma di una riforma strutturale destinata a incidere nel medio periodo sul modo di fare impresa in Europa.
L’iniziativa sul 28esimo regime si inserisce nel più ampio dibattito sulla competitività dell’Unione Europea. La semplificazione dell’avvio d’impresa e la riduzione della frammentazione normativa vengono individuate come leve decisive per trattenere capitali, imprese e competenze all’interno del mercato unico.
La reale portata del nuovo regime dipenderà dal testo legislativo che verrà presentato dalla Commissione e dalla sua capacità di tradurre le indicazioni politiche in regole applicabili su larga scala.
Saranno oltre 14mila le nuove assunzioni previste nella Pubblica Amministrazione nel corso del 2026, attraverso concorsi pubblici già avviati e nuove procedure di reclutamento autorizzate dai DPCM approvati a fine 2025. Il piano coinvolge Ministeri, enti centrali, università , sanità , Forze Armate ed enti previdenziali, con un impatto rilevante sul ricambio generazionale della macchina pubblica.
Accanto ai bandi già pubblicati e gestiti tramite portale InPA, il Governo ha infatti autorizzato ulteriori procedure di reclutamento per oltre 2.300 nuovi posti, ampliando in modo significativo il perimetro delle selezioni previste nel 2026.
Il piano di assunzioni riguarda un ampio spettro di amministrazioni centrali e organismi pubblici. Tra i concorsi più rilevanti già calendarizzati o in fase di avvio figurano:
Una quota rilevante delle assunzioni passa anche dalle selezioni coordinate dal RIPAM, che nel 2026 coinvolgeranno più amministrazioni statali e profili professionali diversi.
Tutte le procedure RIPAM hanno attualmente scadenza fissata al 27 gennaio 2026 e rappresentano uno dei pilastri del reclutamento pubblico del prossimo anno.
Il piano assunzionale non riguarda solo l’amministrazione civile. Anche le Forze Armate e i corpi a ordinamento speciale hanno avviato nuove procedure di selezione.
Tra queste, la Guardia di Finanza ha aperto un concorso per 69 Allievi Ufficiali, con termine per la presentazione delle domande fissato al 16 febbraio 2026.
La dimensione complessiva delle assunzioni previste nel 2026 deriva dai DPCM di autorizzazione al reclutamento approvati a fine 2025, che hanno sbloccato nuove procedure per amministrazioni centrali, enti pubblici e università .
Si tratta di un passaggio che segna una continuità con il percorso di rafforzamento della PA avviato negli ultimi anni, con l’obiettivo di colmare carenze strutturali di organico e rafforzare competenze tecniche, amministrative e digitali.
Disponibile dal 20 gennaio 2026, sul portale dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione, la procedura online per presentare la domanda di adesione alla Rottamazione-quinquies delle cartelle esattoriali, da trasmettere entro il 30 aprile 2026. La richiesta può essere inviata dall’area riservata oppure tramite il servizio in area pubblica.
Per requisiti e regole della definizione agevolata si rimanda alla guida completa sulla Rottamazione-quinquies, mentre di seguito spieghiamo tutti i passaggi operativi da seguire per l’invio della domanda e per la gestione delle comunicazioni di presa in carico e ricevuta.
Nella homepage del portale AdER è presente la sezione dedicata alla rottamazione-quinquies per la presentazione della domanda online. In avvio deve essere selezionato il canale di invio, scegliendo tra area riservata e area pubblica.
Sullo stesso portale risulta disponibile anche la richiesta del prospetto informativo, utile a verificare quali debiti rientrano nella definizione agevolata.
Dopo l’autenticazione con le proprie credenziali personali e l’accesso, viene visualizzato l’elenco dei carichi rottamabili. I carichi che si intende includere nella richiesta possono essere selezionati direttamente. Prima dell’invio deve essere indicata la modalità di pagamento, in unica soluzione oppure rateale. Dopo l’invio viene trasmessa una e-mail di presa in carico con la ricevuta di presentazione della domanda di adesione (R-DA-2026).
Nel servizio in area pubblica i carichi da includere devono essere selezionati e indicati in modo autonomo. Il form online deve essere compilato con i dati richiesti, i documenti d’identità allegati e i recapiti di contatto (non PEC). Anche in questo caso deve essere indicata la modalità di pagamento, in unica soluzione oppure rateale.
Dopo l’invio della richiesta viene trasmessa una prima email di presa in carico. In base alle indicazioni della procedura, l’eventuale link contenuto nella comunicazione deve essere utilizzato entro 72 ore, trascorse le quali non risulta più valido e la richiesta viene annullata automaticamente.
Dopo la convalida viene inviata una seconda email con il numero identificativo della pratica e il riepilogo dei dati inseriti. Se la documentazione allegata risulta corretta, viene inviata una terza email con il link per scaricare la ricevuta di presentazione della domanda di adesione (R-DA-2026).
Il download deve essere effettuato entro cinque giorni, indicati come 120 ore dal ricevimento del link. Trascorso il termine, la ricevuta non risulta più scaricabile e la procedura deve essere ripetuta con una nuova richiesta.
L’Agenzia delle Entrate-Riscossione rende disponibile entro il 30 giugno 2026 la Comunicazione delle somme dovute con l’esito della domanda, gli importi da versare ai fini della definizione e i moduli di pagamento. Il primo versamento, oppure il versamento in unica soluzione, è previsto entro il 31 luglio 2026.
In caso di pagamento rateale, le scadenze indicate sono le seguenti.
La definizione agevolata è prevista dall’art. 1, commi da 82 a 101 della legge n. 199/2025. Consente di regolarizzare i carichi affidati all’agente della riscossione dal 2000 al 2023 versando integralmente le somme dovute a titolo di capitale, con esclusione di sanzioni e interessi. In caso di rateazione, è previsto un massimo di 54 rate con cadenza bimestrale e importo non inferiore a 100 euro.
Nuove regole in arrivo sull’assicurazione auto. Il Consiglio dei Ministri ha approvato il 4 dicembre 2025 lo schema di decreto legislativo di attuazione della riforma RC Autoveicoli. Il testo, ora all’esame del Parlamento, introduce una serie di modifiche agli obblighi assicurativi, chiarisce i casi di esenzione dalla copertura RC per i veicoli non idonei alla circolazione, disciplina nuove tipologie di polizze per specifiche categorie di veicoli e rafforza le competenze dell’IVASS in materia di attestazione dello stato del rischio, intervenendo sul decreto legislativo 184/2023.
Il provvedimento chiarisce in quali casi un veicolo può essere escluso dall’obbligo di copertura RC Auto perché non più idoneo all’uso come mezzo di trasporto. L’esenzione riguarda i veicoli privi di parti essenziali che li rendano, in modo stabile, inutilizzabili.
Secondo la relazione illustrativa, la definizione si riferisce principalmente a veicoli in stato di rottame o privi di motore. L’esenzione non si applica invece quando mancano solo componenti facilmente reintegrabili, come ruote o batterie.
Il provvedimento introduce anche nuove fattispecie assicurative dedicate a situazioni specifiche, prevedendo schemi contrattuali differenziati rispetto alla RC Auto ordinaria.
Il decreto interviene infine sulle regole relative all’attestazione dello stato del rischio. All’IVASS viene attribuito il compito di vigilare sulla corretta alimentazione e gestione della banca dati elettronica e di definire, tramite regolamento, le informazioni aggiuntive da includere nell’attestato.
All’istituto spetta anche stabilire la validità dell’attestazione e i termini di decorrenza e durata del periodo di osservazione. La norma fissa inoltre alcuni contenuti minimi obbligatori, tra cui i dati relativi ai sinistri e al conducente del veicolo.
Elon Musk ha lanciato un sondaggio su X per saggiare l’ipotesi di acquistare Ryanair. L’idea non nasce nel vuoto ed arriva dopo uno scontro pubblico con l’amministratore delegato del vettore low cost, in merito alla proposta (rimandata al mittente) di offrire il wi-fi a bordo degli arei della compagnia tramite il servizio Starlink (di Musk). Il tutto, inserendosi in una dinamica di confronto diretto che va oltre la provocazione social.
L’ipotesi ha ovviamente diviso il mercato. Tra chi lo interpreta come una provocazione social e chi prova a valutarne la sostenibilità industriale, il dibattito si è spostato rapidamente dalla comunicazione alla sostanza economica dell’operazione.
Il confronto tra Elon Musk e Michael O’Leary si è sviluppato inizialmente sul piano comunicativo, con dichiarazioni incrociate che hanno acceso il dibattito sui modelli di business, sulla leadership e sul rapporto tra innovazione e disciplina industriale. O’Leary ha più volte rivendicato l’efficacia di un modello fondato su controllo dei costi, margini e risultati, contrapponendolo a una visione più personalistica e orientata alla rottura degli schemi.
In questo contesto, il sondaggio sull’acquisizione di Ryanair assume una valenza diversa: non solo una provocazione, ma una mossa che si innesta in una dialettica già aperta tra due stili imprenditoriali per certi versi profondamente distanti e per altri del tutto simili.
L’idea di Musk ha polarizzato le reazioni. Da un lato c’è chi legge l’iniziativa come un’operazione di puro posizionamento mediatico, coerente con una strategia comunicativa che utilizza il conflitto e la visibilità come leva. Dall’altro, una parte del mercato ha iniziato a interrogarsi sulla fattibilità industriale dell’ipotesi, anche solo come esercizio teorico.
La divisione nasce dal contrasto tra la forza finanziaria e la notorietà dell’imprenditore e la rigidità strutturale di un gruppo come Ryanair, che ha costruito il proprio successo su regole operative difficilmente compatibili con cambi di governance radicali.
Ryanair rappresenta un caso quasi unico nel panorama europeo: una compagnia aerea low cost con una struttura decisionale centralizzata, processi standardizzati e una cultura aziendale orientata alla massima efficienza. Questo modello lascia poco spazio a sperimentazioni o contaminazioni esterne.
Un’eventuale acquisizione dovrebbe fare i conti non solo con i numeri, ma con una cultura organizzativa che funziona proprio perché refrattaria a interventi dirompenti.
Oltre agli aspetti industriali, l’operazione si scontrerebbe con vincoli regolatori rilevanti. Il settore del trasporto aereo europeo è soggetto a controlli stringenti su proprietà , concorrenza e sicurezza, e un cambio di controllo da parte di un soggetto extraeuropeo richiederebbe passaggi complessi e tempi lunghi.
Questi elementi rafforzano l’idea che l’ipotesi abbia oggi più valore simbolico che prospettico.
Letta alla luce dello scontro con O’Leary, l’iniziativa di Musk appare come un’estensione del confronto più che come l’anticamera di un’operazione concreta. Il sondaggio diventa così uno strumento di pressione comunicativa, utile a spostare il dibattito e a testare reazioni, più che a preparare un’acquisizione reale.
È questo intreccio tra conflitto personale, strategia comunicativa e suggestione industriale a spiegare perché l’idea di Musk su Ryanair continui a dividere il mercato.