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News da PMI.it - Informazione ICT e Business per piccole e medie imprese

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Modello 730
Modello 730 congiunto 2026 per i rimborsi con un solo sostituto
Modello 730 congiunto 2026, come fare la dichiarazione congiunta tra coniugi con la dichiarazione precompilata o con il modello cartaceo: regole, rimborsi e controlli.

Il 730 congiunto 2026 serve quando i rimborsi fiscali rischiano di diventare più lenti o scomodi da gestire. Coniugi e persone unite civilmente possono presentare una sola dichiarazione congiunta, scegliendo tra precompilata online e modello ordinario, con il saldo finale regolato dal sostituto d’imposta del dichiarante. Il vantaggio riguarda il conguaglio: crediti e debiti dei due contribuenti vengono calcolati separatamente (senza sommare redditi, detrazioni o capienza fiscale) ma gestiti in un’unica operazione, in modo rapido e diretto.

Il 730 congiunto tra rimborsi, incapienza e sostituto d’imposta

La dichiarazione congiunta 730 consente di presentare insieme due posizioni fiscali distinte, riferite ai redditi e alle spese di ciascun coniuge o persona unita civilmente. Il Fisco calcola separatamente imposte, ritenute, oneri, detrazioni e saldo di ciascun contribuente, poi riunisce il risultato nel prospetto di liquidazione.

Se uno dei due coniugi non ha capienza fiscale (ossia, non ha sufficiente reddito imponibile a cui applicare le detrazioni spettanti), dunque, il 730 congiunto non permette comunque di recuperare le detrazioni rimaste inutilizzate usando l’IRPEF dell’altro. Ogni dichiarazione resta separata: le spese detraibili riducono solo l’imposta del contribuente a cui spettano. La dichiarazione congiunta serve invece quando il rimborso c’è ma manca un sostituto d’imposta che possa erogarlo in busta paga o pensione.

La scelta diventa invece utile quando uno dei due contribuenti è senza sostituto d’imposta, perché il credito da 730 può essere regolato tramite il datore di lavoro o l’ente pensionistico del dichiarante. In questo modo il rimborso passa dal conguaglio in busta paga o pensione, anziché dal rimborso diretto dell’Agenzia delle Entrate.

Il beneficio riguarda quindi la gestione dei rimborsi IRPEF da 730 e delle trattenute. Per questo la scelta del dichiarante va fatta guardando soprattutto al sostituto d’imposta disponibile, al saldo finale delle due dichiarazioni e alla presenza di crediti o debiti da regolare.

Dichiarazione congiunta 730, chi può farla

Il 730 congiunto può essere presentato da coniugi e persone unite civilmente, a condizione che entrambi abbiano redditi dichiarabili con il modello 730 e che almeno uno dei due possa utilizzare questo modello. La scelta può essere fatta sia con la precompilata sia con il modello ordinario tramite sostituto, CAF o professionista.

Rientrano tra i contribuenti che possono usare il modello 730, se possiedono redditi compatibili con questo dichiarativo:

  • i lavoratori dipendenti e i pensionati, compresi gli italiani che lavorano all’estero con reddito determinato in base alla retribuzione convenzionale;
  • i percettori di indennità sostitutive del reddito di lavoro dipendente, come integrazioni salariali e indennità di mobilità;
  • i soci di cooperative di produzione e lavoro, servizi, agricoltura, prima trasformazione dei prodotti agricoli e piccola pesca;
  • i sacerdoti della Chiesa cattolica;
  • i giudici costituzionali, i parlamentari e i titolari di cariche pubbliche elettive;
  • i lavoratori socialmente utili;
  • i contribuenti con contratto a tempo determinato per un periodo inferiore all’anno, secondo le condizioni indicate dalle istruzioni del modello;
  • il personale a termine della Scuola, quando il rapporto copre il periodo richiesto per l’assistenza fiscale;
  • i produttori agricoli esonerati dalla presentazione della dichiarazione IVA, IRAP e modello 770.

Chi resta escluso dal 730 congiunto

La dichiarazione congiunta è riservata a coniugi e persone unite civilmente. Le coppie conviventi senza matrimonio o unione civile presentano dichiarazioni separate, anche quando condividono residenza, figli, mutuo, spese sanitarie o detrazioni per lavori sulla casa.

Il 730 congiunto resta escluso quando la dichiarazione viene presentata per conto di persone incapaci, compresi i minori. Se uno dei coniugi è deceduto prima della presentazione, la posizione del contribuente scomparso segue le regole della dichiarazione dell’erede, mentre l’altro coniuge presenta la propria dichiarazione.

La forma congiunta è fuori anche dai casi in cui uno dei due contribuenti deve usare il Modello Redditi PF al posto del 730, perché possiede redditi, quadri o condizioni incompatibili con il modello 730.

Dichiarante e coniuge, chi riceve il rimborso?

Nel 730 congiunto una persona assume il ruolo di dichiarante e l’altra quello di coniuge. Il dichiarante è il contribuente che indica il sostituto d’imposta chiamato a effettuare il conguaglio, quindi il datore di lavoro o l’ente pensionistico attraverso cui passeranno rimborsi e trattenute.

La scelta del coniuge dichiarante incide sulla gestione del saldo finale. Se uno dei due ha un credito e l’altro un debito, il prospetto di liquidazione considera entrambi i risultati e il sostituto del dichiarante effettua il conguaglio complessivo in busta paga o pensione.

Quando manca la Certificazione Unica e dunque uno dei due contribuenti non ha un sostituto d’imposta, nella dichiarazione congiunta bisogna indicare come dichiarante il coniuge che può far effettuare i conguagli dal proprio datore di lavoro o ente pensionistico. In questo modo, un eventuale credito fiscale viene rimborsato tramite busta paga o pensione, anziché con accredito diretto dell’Agenzia delle Entrate.

730 precompilato congiunto: come funziona la procedura online

Il 730 precompilato congiunto si gestisce nell’area riservata dell’Agenzia delle Entrate. Il calendario del 730 precompilato 2026 prevede la consultazione dal 30 aprile, mentre dal 14 maggio il modello può essere accettato, modificato, integrato e inviato.

La procedura online richiede che ciascun contribuente confermi il proprio ruolo. Le due dichiarazioni precompilate restano inizialmente separate: una viene confermata dal coniuge che si aggrega al modello, l’altra dal dichiarante, che sarà l’unico soggetto abilitato all’invio finale.

Il percorso da seguire nella precompilata congiunta è questo:

  • il contribuente che si aggancia alla dichiarazione dell’altro accede alla propria precompilata, seleziona l’opzione per la dichiarazione congiunta e sceglie “Sì, come coniugeâ€;
  • il contribuente che gestirà l’invio e il conguaglio accede alla propria precompilata, seleziona l’opzione per la dichiarazione congiunta e sceglie “Sì, come dichiaranteâ€;
  • le informazioni delle due dichiarazioni vengono ricongiunte nel modello 730 congiunto, mantenendo separati redditi, ritenute, oneri e detrazioni;
  • il dichiarante controlla il prospetto di liquidazione, indica il sostituto d’imposta per rimborsi e trattenute e invia la dichiarazione congiunta.

Nel portale della Precompilata 2026 si accede con credenziali digitali, si controllano i dati caricati dal Fisco e si sceglie il sostituto d’imposta che effettuerà rimborsi e trattenute.

Modalità semplificata per compilare il 730 online

Chi usa la precompilata online può scegliere il percorso ordinario oppure la modalità semplificata del 730 precompilato 2026, che presenta le informazioni in linguaggio corrente e le riporta poi nei quadri del modello. Nel caso del 730 congiunto, la modalità semplificata aiuta a leggere meglio le due posizioni fiscali prima dell’invio.

Il contribuente può verificare i dati precaricati, correggere quelli errati, integrare le spese mancanti e controllare l’esito del prospetto di liquidazione.

Persona di fiducia nella dichiarazione congiunta

La novità della Precompilata 2026 riguarda la persona di fiducia. Da quest’anno può trasmettere anche una dichiarazione congiunta, purché sia stata abilitata all’accesso alla precompilata sia dal dichiarante sia dal coniuge.

La persona di fiducia opera con le proprie credenziali, accede alla posizione del contribuente che l’ha autorizzata e può arrivare fino all’invio del modello, entro i limiti dell’abilitazione ricevuta. Le istruzioni dell’Agenzia delle Entrate sono state recepite nella dichiarazione precompilata 2026, con indicazioni su accessi, deleghe e funzioni disponibili.

730 ordinario e modello cartaceo con CAF o professionista

Il contribuente può scegliere il 730 ordinario anche quando è disponibile la precompilata. In questo caso si utilizzano i modelli dichiarativi 2026 e la dichiarazione viene presentata tramite sostituto d’imposta che presta assistenza fiscale, CAF o professionista abilitato.

Nel 730 congiunto cartaceo restano ferme le stesse regole sostanziali della precompilata: due posizioni fiscali distinte, un dichiarante, un coniuge e un solo conguaglio finale. La differenza è nel canale di compilazione, perché il modello viene predisposto con la modulistica ufficiale e trasmesso dall’intermediario o dal sostituto.

La procedura con 730 ordinario cartaceo prevede questi adempimenti:

  • il contribuente raccoglie Certificazioni Uniche, documenti di spesa, dati degli immobili, familiari a carico e informazioni sul sostituto d’imposta;
  • il dichiarante e il coniuge compilano le rispettive sezioni del modello, indicando correttamente il ruolo nella dichiarazione congiunta;
  • la scelta dell’otto, cinque e due per mille viene consegnata nell’apposita busta secondo le istruzioni del modello;
  • il CAF, il professionista o il sostituto rilascia la ricevuta di presentazione e trasmette il modello all’Agenzia delle Entrate;
  • il prospetto di liquidazione viene controllato prima dell’invio definitivo, con attenzione a crediti, debiti e sostituto scelto per i conguagli.

Caselle da barrare nel modello 730 congiunto

Nel modello 730 ordinario, la dichiarazione congiunta richiede attenzione nella sezione anagrafica e nella firma. Il contribuente che intende far eseguire i conguagli dal proprio sostituto deve indicarsi come dichiarante e segnalare la dichiarazione congiunta. L’altro contribuente assume il ruolo di coniuge dichiarante.

La corretta compilazione delle caselle evita errori sulla gestione dei rimborsi 730. Se il sostituto d’imposta viene indicato in modo errato, il conguaglio può slittare o richiedere una correzione successiva. Nella dichiarazione congiunta ordinaria, la scelta del dichiarante va fatta prima della compilazione definitiva.

Documenti da controllare prima dell’invio

Nel 730 congiunto i documenti vanno controllati per entrambi i contribuenti. La forma congiunta semplifica il conguaglio, ma non riduce la responsabilità sui dati dichiarati. Redditi, ritenute, familiari, immobili, detrazioni e deduzioni devono essere corretti in ciascuna posizione fiscale.

Le verifiche principali riguardano:

  • le Certificazioni Uniche e la corrispondenza dei redditi indicati dai sostituti d’imposta;
  • le spese sanitarie e gli importi eventualmente modificati rispetto ai dati precaricati;
  • i familiari a carico e la ripartizione delle spese sostenute nel loro interesse;
  • gli immobili, i canoni di locazione, le rendite catastali e l’eventuale cedolare secca;
  • il sostituto d’imposta scelto per effettuare rimborsi e trattenute;
  • il prospetto di liquidazione, con il saldo finale a credito o a debito.

Le CU 2026 sbagliate nella precompilata possono alterare redditi, ritenute e conguagli, quindi vanno corrette prima dell’invio del modello oppure segnalate all’intermediario che assiste la coppia nella compilazione.

Controlli del Fisco su precompilata e rimborsi

I controlli fiscali sul modello 730 cambiano in base al comportamento del contribuente. Se la dichiarazione viene accettata senza modifiche, il controllo documentale sugli oneri comunicati dai soggetti terzi resta limitato secondo le regole previste. Se vengono modificati dati su spese, oneri o detrazioni, l’Agenzia può chiedere la documentazione relativa alle variazioni effettuate.

Nel 730 congiunto, la verifica riguarda entrambe le posizioni. Una modifica nella dichiarazione del coniuge può incidere sul saldo finale gestito dal sostituto del dichiarante. I rimborsi superiori a 4.000 euro possono inoltre essere sottoposti a controlli preventivi e arrivare con tempi più lunghi.

Rimborsi 730 con e senza sostituto

Il rimborso IRPEF da modello 730 arriva più rapidamente quando esiste un sostituto d’imposta che può effettuare il conguaglio. Per lavoratori dipendenti e pensionati, le somme a credito vengono erogate nella busta paga o nel cedolino pensione, secondo i tempi collegati alla data di invio della dichiarazione. Chi presenta il 730 senza sostituto d’imposta riceve invece il rimborso direttamente dall’Agenzia delle Entrate sull’IBAN comunicato, oppure versa le somme dovute tramite F24. Questa modalità resta ammessa, ma può allungare i tempi di accredito rispetto al conguaglio in busta paga o pensione.

Nel 730 congiunto, il sostituto del dichiarante può gestire anche il saldo riferito all’altro coniuge. Questa è la ragione per cui la dichiarazione congiunta può aiutare chi ha un credito fiscale ma non ha un datore di lavoro o un ente pensionistico disponibile per il conguaglio.

Redditi separati e detrazioni senza capienza comune

Il 730 congiunto non somma i redditi dei coniugi e non crea una dichiarazione unica sul piano fiscale. Ciascun contribuente conserva il proprio reddito complessivo, le proprie ritenute, le proprie detrazioni e i propri oneri deducibili o detraibili.

La regola vale anche per la capienza fiscale. Se una detrazione supera l’imposta lorda del contribuente a cui spetta, la parte eccedente resta fuori dal rimborso, salvo discipline specifiche previste per singole agevolazioni. La dichiarazione congiunta aiuta a gestire il conguaglio finale, senza trasferire agevolazioni fiscali da una posizione all’altra.

Questa distinzione evita l’errore più frequente: usare il 730 congiunto per salvare detrazioni che un contribuente incapiente non può assorbire. Il rimborso passa dal sostituto del dichiarante, ma il diritto alla detrazione resta ancorato al soggetto che ha sostenuto la spesa e alla sua imposta.

Come indicare spese e detrazioni nel 730 congiunto

Nel Quadro E del 730/2026 vanno indicate le spese sostenute nel 2025 che danno diritto a detrazione o deduzione. La forma congiunta non modifica il criterio di attribuzione dell’onere: la spesa va indicata nella dichiarazione del contribuente che l’ha sostenuta, anche quando il documento è intestato a un familiare fiscalmente a carico, nei casi ammessi dalla singola agevolazione.

Le detrazioni per figli e familiari nel 730/2026 vanno coordinate con le soglie di reddito per i familiari a carico: 2.840,51 euro come limite ordinario e 4.000 euro per i figli fino a 24 anni.

Per i redditi più alti, il riordino delle detrazioni nel Quadro E introduce limiti specifici per i contribuenti sopra 75.000 euro. Nel 730 congiunto, questi limiti si applicano alla posizione fiscale del singolo contribuente, non alla coppia come unità unica.

Spese comuni, casa e bonus edilizi

La dichiarazione congiunta può semplificare il controllo delle spese familiari, ma non cambia le regole di intestazione, pagamento e ripartizione. Spese sanitarie, interessi sul mutuo, premi assicurativi, istruzione, canoni di locazione e bonus edilizi seguono le condizioni previste per ciascuna detrazione.

Per le spese sulla casa, il controllo deve riguardare fatture, bonifici parlanti, quote condominiali, comunicazioni dell’amministratore e ripartizione delle rate residue. Nel 730 congiunto ogni quota va attribuita al contribuente che ne ha diritto, senza spostamenti tra coniugi per ragioni di capienza.

Il rischio aumenta quando un intervento è stato pagato da un coniuge e l’immobile è intestato all’altro oppure quando le rate pluriennali sono già state indicate in dichiarazioni precedenti. In questi casi, il prospetto di liquidazione va controllato prima dell’invio, perché una correzione successiva può richiedere un 730 integrativo o un modello Redditi correttivo.

I casi in cui il 730 congiunto conviene di più

Il 730 congiunto 2026 aiuta quando la coppia vuole concentrare rimborsi e trattenute in un solo canale di conguaglio. La situazione tipica è quella in cui uno dei due contribuenti ha un sostituto d’imposta affidabile e l’altro non lo ha, oppure ha una posizione fiscale che renderebbe più lento il recupero del credito.

La scelta può essere utile anche quando entrambi hanno redditi da dichiarare con il 730, spese detraibili da controllare e un saldo complessivo che può essere gestito in modo ordinato da un solo sostituto.

Se la coppia non usa la precompilata, infine, il costo del 730 dal CAF o dal commercialista può incidere sulla scelta tra modello ordinario assistito e invio online.

I casi in cui sono preferibili 730 separati

La dichiarazione separata può risultare più lineare quando entrambi i coniugi hanno sostituti d’imposta, posizioni fiscali semplici e rimborsi autonomi senza criticità. In questi casi, due modelli separati evitano che eventuali controlli o correzioni su una posizione incidano sul conguaglio complessivo.

La forma separata può essere preferibile anche quando una delle due dichiarazioni contiene crediti elevati (perchè oltre 4mila euro i rimborsi arrivano più tardi), molte spese modificate rispetto alla precompilata (perchè in quel caso scattano i controlli), bonus edilizi complessi o dati che possono attivare verifiche preventive.

NB: la scelta va valutata prima dell’invio, perché dopo la trasmissione ogni correzione segue regole e tempi propri.

Scadenze del 730 congiunto 2026

Le scadenze del 730 congiunto seguono il calendario generale del modello 730/2026. La precompilata è disponibile dal 30 aprile; dal 14 maggio è possibile accettare, modificare, integrare e inviare il modello; il termine ordinario di presentazione resta fissato al 30 settembre.

Data Adempimento
30 aprile 2026 Disponibilità del 730 precompilato in consultazione
14 maggio 2026 Avvio di accettazione, modifica, integrazione e invio del 730
30 settembre 2026 Termine ordinario per presentare il modello 730/2026
26 ottobre 2026 Termine per il 730 integrativo tramite CAF o professionista nei casi ammessi
10 novembre 2026 Termine per il 730 integrativo di tipo 2 tramite applicazione web

In caso di errore dopo l’invio, la correzione dipende dall’effetto fiscale della modifica. Un maggiore credito, un minor debito, un’imposta invariata o un maggior debito seguono canali diversi. Nel 730 congiunto, ogni correzione va valutata su entrambe le posizioni fiscali, perché può cambiare il saldo finale affidato al sostituto del dichiarante.


Data articolo: Wed, 06 May 2026 11:59:09 +0000
PMI e Mercati
Dazi USA sulle auto europee, Bruxelles difende il 15% mentre Trump minaccia il 25%
Bruxelles chiede a Washington di rispettare l’accordo di Turnberry sui dazi al 15%, mentre Trump minaccia il 25% sulle auto UE.

I dazi USA sulle auto europee tornano al centro dello scontro commerciale tra Bruxelles e Washington. L’Unione Europea chiede agli Stati Uniti di rispettare il tetto del 15% previsto dall’accordo di Turnberry, mentre Donald Trump minaccia il ritorno al 25% su auto e camion importati dalla UE.

L’incontro a Parigi tra il commissario europeo al Commercio, Maros Sefcovic, e il rappresentante americano Jamieson Greer ha lasciato aperto lo stallo: Bruxelles vuole il ritiro delle minacce, Washington pretende la piena entrata in vigore del patto scozzese.

Dazi auto USA, Bruxelles chiede il rispetto del 15%

La richiesta europea riguarda il cuore dell’accordo commerciale dell’estate 2025: una tariffa onnicomprensiva al 15% sulle merci europee esportate negli Stati Uniti, con le esenzioni già previste dalla dichiarazione congiunta. Per la Commissione UE, il ritorno ai termini di Turnberry serve a ridare prevedibilità alle imprese e a evitare una nuova spirale tariffaria.

La minaccia americana di portare i dazi su auto e camion europei al 25% cambia però la traiettoria del negoziato. Il settore automobilistico è la filiera più esposta, sia per i grandi costruttori sia per la componentistica che alimenta le catene di fornitura europee, comprese molte imprese italiane attive nella meccanica, nell’elettronica, nella gomma-plastica e nelle lavorazioni metalliche.

L’accordo di Turnberry e la dichiarazione congiunta UE-USA

L’intesa politica era stata raggiunta il 27 luglio in Scozia tra Ursula von der Leyen e Donald Trump, poi formalizzata nella dichiarazione congiunta UE-USA pubblicata ad agosto. L’obiettivo dichiarato era costruire un commercio reciproco più equilibrato e stabilizzare una delle principali relazioni commerciali e di investimento al mondo.

Il testo prevede che gli Stati Uniti applichino ai beni originari della UE la maggiore tra la tariffa MFN e un’aliquota del 15%, composta da dazio MFN e tariffa reciproca. Per farmaceutici, semiconduttori e legname soggetti ad azioni Section 232, Washington si è impegnata a contenere il carico tariffario complessivo entro il 15%.

Auto e componenti restano la partita più delicata

Per auto e parti di automobili, l’accordo stabilisce un meccanismo specifico: quando la tariffa MFN è pari o superiore al 15%, non si applicano ulteriori dazi Section 232; quando l’aliquota MFN è più bassa, la tariffa complessiva viene portata al 15%. La riduzione è collegata alla presentazione, da parte della UE, delle proposte legislative per tagliare i dazi su beni americani.

La nuova pressione della Casa Bianca nasce proprio da questo calendario. Washington accusa Bruxelles di muoversi troppo lentamente sull’attuazione del patto, mentre la Commissione sostiene che il percorso legislativo europeo richieda ancora passaggi istituzionali. Nel frattempo, l’ipotesi del 25% sulle auto europee riapre il rischio di una tariffa molto più pesante rispetto al tetto concordato.

Europarlamento diviso sulle garanzie dagli USA

La tensione con Washington attraversa anche il Parlamento europeo. L’Eurocamera ha già approvato una posizione con tutele rafforzate sull’intesa di Turnberry, vincolando le preferenze tariffarie concesse agli Stati Uniti al rispetto degli impegni americani. Tra le condizioni figura la possibilità di sospendere in tutto o in parte le agevolazioni se Washington supera il tetto del 15% o introduce nuovi dazi sui beni europei.

Lo scontro tra PPE e Socialisti riguarda il grado di rigidità da mantenere nella trattativa. Una linea più rapida punta a chiudere l’attuazione dell’accordo per evitare l’escalation sulle auto; una linea più cauta chiede clausole solide prima di concedere vantaggi tariffari agli Stati Uniti. La nuova minaccia di Trump rafforza il fronte di chi vuole blindare l’intesa con meccanismi di sospensione immediata.

Settori esenti e prodotti scoperti

La dichiarazione congiunta prevede esenzioni per alcune categorie considerate strategiche nelle catene del valore transatlantiche. Gli Stati Uniti si sono impegnati ad applicare solo la tariffa MFN a prodotti come aeromobili e parti di aeromobili, farmaci generici, ingredienti farmaceutici e precursori chimici, oltre ad alcune risorse naturali non disponibili.

Restano però comparti ancora esposti o in attesa di ulteriori negoziati. La Commissione UE e gli Stati membri puntano ad ampliare l’elenco delle merci escluse dal 15%, con attenzione all’agroalimentare e alle produzioni di maggiore valore per l’export europeo. Il negoziato riguarda anche acciaio e alluminio, per i quali l’accordo rinvia a soluzioni dedicate su quote tariffarie e catene di fornitura sicure.

Vino italiano sotto dazio del 15%

Tra i settori italiani più esposti resta il vino, che non beneficia al momento delle esenzioni già previste. Il dazio del 15% interessa una quota rilevante dell’export verso gli Stati Uniti e pesa su una relazione commerciale che vale circa 2 miliardi di euro l’anno per le imprese del comparto. Secondo le stime riportate dall’Unione Italiana Vini, le perdite potrebbero arrivare a 317 milioni di euro nei dodici mesi successivi, con un aggravio fino a 460 milioni in caso di ulteriore svalutazione del dollaro. Tra le denominazioni più esposte figurano Moscato d’Asti, Pinot Grigio, Chianti Classico, Brunello di Montalcino, Prosecco, Lambrusco e Montepulciano d’Abruzzo.

Made in Italy e PMI nell’incertezza commerciale

Per le imprese italiane, la partita non si esaurisce nel settore auto. Il dossier dei costi dei dazi USA per le PMI italiane mostra già una pressione su comparti come alimentare, mobili, meccanica, prodotti in metallo e manifattura legata alle catene europee di esportazione.

Il problema è la perdita di stabilità delle regole. Un dazio al 15% consente alle imprese di rivedere prezzi, margini e contratti con un riferimento definito; una minaccia di ritorno al 25% su auto e camion apre invece un rischio negoziale più ampio, con effetti indiretti su ordini, forniture e programmazione commerciale verso il mercato americano.

Acciaio e alluminio senza accordi

Il capitolo acciaio e alluminio è ancora separato dal resto dell’intesa. La dichiarazione congiunta indica la volontà di lavorare su soluzioni dedicate, anche attraverso quote tariffarie e strumenti contro la sovraccapacità globale. Al momento, però, il dossier resta tra i più sensibili per industria, costruzioni, meccanica e componentistica.

Il Parlamento europeo ha chiesto condizioni specifiche anche su questo fronte, legando l’attivazione delle preferenze tariffarie alla riduzione dei dazi americani sui prodotti UE con contenuto di acciaio e alluminio sotto determinate soglie. La richiesta conferma che l’attuazione dell’accordo non è solo una questione tecnica, ma un test sulla reale affidabilità del patto transatlantico.

La scadenza politica di luglio per chiudere il dossier

La Commissione europea punta a rimettere in funzione gli elementi principali dell’accordo prima del primo anniversario dell’intesa di Turnberry, previsto a fine luglio. Sefcovic e Greer hanno concordato di intensificare il confronto, ma lo sblocco politico resta legato a due condizioni: il rientro delle minacce americane e l’avanzamento dell’iter europeo sulle concessioni tariffarie agli Stati Uniti.

Per le imprese, la soglia da monitorare resta il 15%. Se il tetto regge, il commercio transatlantico resta dentro una cornice costosa ma prevedibile; se sulle auto europee torna il 25%, l’accordo di Turnberry rischia di trasformarsi da argine alla guerra commerciale a nuova linea di frattura tra UE e Stati Uniti.


Data articolo: Wed, 06 May 2026 10:26:26 +0000
Flotte aziendali
Benzina e diesel, dove il pieno costa di più dopo le accise
Dati MIMIT del 6 maggio sui carburanti: benzina self a 1,934 euro, gasolio a 2,042 e autostrade sopra quota 2 euro.

La benzina torna a correre dopo la stretta sulle accise, mentre il gasolio resta sopra i 2 euro al litro in tutta Italia. I dati MIMIT aggiornati al 6 maggio fotografano una rete stradale con benzina self a 1,934 euro/litro e diesel a 2,042 euro/litro, con un divario ancora più marcato in autostrada. Il pieno costa di più soprattutto nella Provincia autonoma di Bolzano, che guida la classifica sia per la verde sia per il gasolio, mentre Marche, Campania e Veneto restano tra le aree meno care.

Prezzi carburanti oggi secondo il MIMIT

I prezzi medi nazionali pubblicati dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy indicano, sulla rete stradale, benzina self service a 1,934 euro/litro, in rialzo di 0,008 euro rispetto al giorno precedente, e gasolio self a 2,042 euro/litro, in lieve calo di 0,002 euro.

Rete stradale Prezzo oggi Prezzo ieri Differenza
Benzina self 1,934 euro/litro 1,926 euro/litro +0,008 euro
Gasolio self 2,042 euro/litro 2,044 euro/litro -0,002 euro

Il dato rispecchia la media nazionale e non corrisponde al prezzo del singolo distributore. Il MIMIT calcola le medie sulla base dei prezzi comunicati dagli esercenti, con riferimento alla modalità self service per benzina e gasolio.

Autostrade più care per benzina e gasolio

Sulla rete autostradale il pieno è ancora più costoso. La benzina self arriva a 1,989 euro/litro, in aumento di 0,008 euro rispetto al giorno precedente, mentre il gasolio self si attesta a 2,112 euro/litro, pur con una lieve riduzione giornaliera di 0,002 euro.

Rete autostradale Prezzo oggi Prezzo ieri Differenza
Benzina self 1,989 euro/litro 1,981 euro/litro +0,008 euro
Gasolio self 2,112 euro/litro 2,114 euro/litro -0,002 euro

Il differenziale tra rete ordinaria e autostrade resta rilevante: per il gasolio self lo scarto supera i 7 centesimi al litro, mentre per la benzina si avvicina ai 6 centesimi. Su un pieno da 50 litri, la differenza può superare i 3 euro per chi rifornisce in autostrada.

Regioni più care per benzina e diesel

La mappa regionale mostra una forbice contenuta sulla benzina e più visibile sul gasolio. Per la benzina self, il prezzo più alto è nella Provincia autonoma di Bolzano, a 1,955 euro/litro. Seguono Trento e Friuli Venezia Giulia a 1,948 euro, Valle d’Aosta e Calabria a 1,946 euro.

Area Benzina self Gasolio self
Provincia autonoma di Bolzano 1,955 euro/litro 2,065 euro/litro
Provincia autonoma di Trento 1,948 euro/litro 2,053 euro/litro
Friuli Venezia Giulia 1,948 euro/litro 2,051 euro/litro
Valle d’Aosta 1,946 euro/litro 2,055 euro/litro
Calabria 1,946 euro/litro 2,057 euro/litro

Per il gasolio self, tutte le regioni risultano sopra quota 2 euro al litro. Il valore più alto resta a Bolzano, con 2,065 euro/litro, davanti a Sardegna, Basilicata, Calabria e Valle d’Aosta.

Marche, Campania e Veneto nella fascia meno cara

Le aree meno care confermano una distanza di pochi centesimi sulla benzina, che però diventa più visibile quando si moltiplica il prezzo per più pieni mensili. La benzina self costa meno nelle Marche, a 1,912 euro/litro, seguite da Campania, Lazio, Umbria e Molise.

Area Benzina self Gasolio self
Marche 1,912 euro/litro 2,033 euro/litro
Campania 1,916 euro/litro 2,029 euro/litro
Lazio 1,924 euro/litro 2,035 euro/litro
Umbria 1,928 euro/litro 2,040 euro/litro
Molise 1,929 euro/litro 2,052 euro/litro

Sul diesel, i valori più bassi si trovano in Campania e Veneto, entrambe a 2,029 euro/litro. Seguono Marche, Lazio e Lombardia, comunque sopra la soglia dei 2 euro.

Accise carburanti e rincari alla pompa

La nuova fotografia dei prezzi arriva dopo il Decreto Accise, che ha rideterminato le aliquote dal 2 al 10 maggio. La benzina è tassata a 622,90 euro per mille litri, mentre il gasolio resta a 472,90 euro per mille litri. La differenza più visibile per gli automobilisti nasce dal taglio ridotto sulla benzina rispetto alla fase precedente.

Il risultato si vede nei dati giornalieri: la benzina sale sia sulla rete stradale sia in autostrada, mentre il gasolio arretra di appena due millesimi. La forbice tra i due carburanti resta quindi stretta, con il diesel ancora più caro della verde nelle medie nazionali.

Prezzo medio esposto e confronto tra distributori

Il prezzo medio carburanti pubblicato dal MIMIT serve da riferimento per confrontare i listini dei distributori, ma non sostituisce il prezzo praticato dal singolo impianto. La media regionale riguarda la rete stradale, mentre per le autostrade viene pubblicato un dato nazionale separato.

Per leggere correttamente i valori bisogna distinguere tra rete stradale e rete autostradale, self e servito, benzina e gasolio. Il riferimento di servizio resta l’approfondimento sui prezzi medi carburanti MIMIT, utile per controllare quotazioni e dati ufficiali aggiornati.

Gasolio oltre 2 euro e costi per imprese e trasporti

Il gasolio sopra i 2 euro in tutte le regioni resta la voce più sensibile per imprese, artigiani, professionisti con mezzi commerciali e autotrasporto. Anche variazioni minime al litro diventano rilevanti quando i consumi sono ricorrenti e legati all’attività quotidiana.

La pressione sul diesel si inserisce in una fase già tesa per il settore, con proteste annunciate contro il caro carburanti. Per questo il tema dei prezzi alla pompa va letto insieme allo sciopero degli autotrasportatori contro il caro carburanti e alle misure fiscali ancora in via di assestamento.


Data articolo: Wed, 06 May 2026 09:54:17 +0000
Stipendi
Retribuzioni contrattuali, salari sotto il 3% e rinnovi PA già ripartiti
Retribuzioni contrattuali in aumento del 2,4% a marzo, con PA sopra privato e 4,1 milioni di dipendenti ancora senza rinnovo.

Le retribuzioni contrattuali continuano a crescere e il ritmo resta sotto il 3% ma la fotografia Istat di marzo racconta solo una parte della stagione salariale in corso. Alla fine del primo trimestre 2026, infatti, risultano 4,1 milioni di dipendenti ancora in attesa di rinnovo, con una Pubblica Amministrazione formalmente scoperta sui contratti in vigore per la parte economica. Quel dato, però, va letto insieme alla nuova tornata dei rinnovi dei CCNL con aumenti di stipendio, perché nel secondo trimestre alcune partite pubbliche si sono già mosse e altre sono entrate nel negoziato 2025-2027.

Retribuzioni contrattuali Istat al 2,4% a marzo

Secondo l’Istat, l’indice delle retribuzioni contrattuali orarie aumenta a marzo dello 0,1% rispetto a febbraio e del 2,4% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Nella media del trimestre gennaio-marzo, la crescita arriva al 2,6% sullo stesso periodo del 2025.

Il dato misura la parte della retribuzione fissata dai contratti collettivi nazionali: minimi tabellari, aumenti stabiliti dai rinnovi e voci contrattuali recepite negli indici. Restano fuori premi aziendali, straordinari, welfare, indennità variabili e differenze prodotte dalla contrattazione di secondo livello.

Indicatore Istat Dato a marzo 2026
Retribuzioni contrattuali orarie +2,4% su marzo 2025
Media gennaio-marzo +2,6% sul primo trimestre 2025
Pubblica Amministrazione +3,2% annuo
Industria +2,3% annuo
Servizi privati +2,3% annuo

Contratti scaduti, la fotografia si ferma al 31 marzo

A fine marzo, i contratti collettivi nazionali in vigore per la parte economica sono 46 e coprono circa 9 milioni di dipendenti, pari al 68,8% del totale. La copertura è molto diversa tra privato e pubblico: nel settore privato arriva all’87,9%, mentre nella Pubblica Amministrazione risulta pari a zero nella rilevazione Istat.

Questo dato non significa che i dipendenti pubblici siano privi di trattamento contrattuale o di aumenti già riconosciuti. Significa che, alla data del 31 marzo, i rinnovi pubblici recepiti negli indici riguardano ancora il triennio 2022-2024 e risultano quindi già scaduti per la parte economica.

PA tra rinnovi recepiti e nuova tornata

Nel primo trimestre Istat ha recepito sette contratti: cinque dell’industria, uno dei servizi privati e uno della Pubblica Amministrazione relativo al triennio 2022-2024. Nel dettaglio della copertura contrattuale, il contratto pubblico indicato tra gli accordi acquisiti riguarda Regioni e autonomie locali.

Il riferimento va quindi collegato al rinnovo del CCNL Funzioni Locali 2022-2024, firmato a febbraio e in fase di assorbimento negli enti territoriali. L’effetto entra nella dinamica salariale della PA, ma non chiude la nuova stagione negoziale.

La nuova tornata è già aperta: per gli enti territoriali è partito il negoziato sul contratto Enti Locali 2025-2027 con aumenti medi da 135 euro. Questo passaggio va tenuto separato dal dato Istat di marzo, perché riguarda una fase successiva e non ancora recepita negli indici del primo trimestre.

Istruzione e Ricerca fuori dalla rilevazione

La cautela vale anche per il comparto Istruzione e Ricerca. L’aggiornamento Istat si chiude al 31 marzo, mentre la firma all’ARAN dell’ipotesi economica 2025-2027 è arrivata il 1° aprile. Questo significa che gli aumenti del nuovo accordo non possono essere letti dentro il dato di marzo.

Il nuovo CCNL Istruzione e Ricerca 2025-2027 apre una fase diversa, con aumenti a regime dal 2027, arretrati dal 2025 e tabelle differenziate per scuola, università, AFAM ed enti di ricerca. Per questo il pezzo Istat deve distinguere tra contratti già acquisiti nelle statistiche e rinnovi successivi alla rilevazione.

Il settore privato recupera posizioni

Nel settore privato, la quota di dipendenti con contratto scaduto scende a poco più di uno su dieci. I contratti in attesa di rinnovo coinvolgono 1,2 milioni di lavoratori privati, contro 2,8 milioni nella Pubblica Amministrazione.

Tra i settori con gli aumenti tendenziali più elevati si trovano energia e petroli, con un incremento del 7,7%, estrazione di minerali al 7,4% e servizio smaltimento rifiuti al 5,7%. L’incremento è invece nullo per le farmacie private, a conferma di una dinamica salariale molto diversa tra comparti.

Il Decreto Primo Maggio spinge sui rinnovi

Il dato Istat sui contratti scaduti si intreccia con le misure del Decreto Primo Maggio. Per i CCNL scaduti da almeno dodici mesi, il decreto introduce un adeguamento transitorio collegato al 30% della variazione IPCA, pensato per evitare che le trattative ferme troppo a lungo blocchino del tutto gli aumenti in busta paga.

Per i lavoratori coinvolti, la novità è l’aumento IPCA in busta paga per i CCNL scaduti. Per le imprese, invece, la misura si affianca alla disciplina sul salario giusto, che lega gli incentivi alle assunzioni al trattamento economico previsto dai contratti comparativamente più rappresentativi. La stessa linea si ritrova nella riorganizzazione dell’archivio CNEL dei contratti collettivi, che rende più leggibile il rapporto tra codice contratto, settore, rappresentatività e trattamento economico. Il dato statistico sui rinnovi diventa così anche una leva di trasparenza per buste paga, annunci di lavoro e controlli sugli incentivi.

Dal lordo contrattuale allo stipendio netto

Gli aumenti delle retribuzioni contrattuali sono valori lordi e non coincidono automaticamente con lo stipendio netto. Il risultato in busta paga dipende da contributi, IRPEF, addizionali regionali e comunali, detrazioni, tredicesima e profilo familiare.

Per stimare l’effetto di una nuova RAL o di un aumento tabellare si può usare il calcolatore dello stipendio netto, aggiornato alle regole fiscali applicabili.


Data articolo: Wed, 06 May 2026 09:31:48 +0000
Consumi Energia
Bolletta gas vulnerabili, il conto scende: cosa aspettarsi nei prossimi mesi
ARERA aggiorna il gas per la tutela vulnerabili: spesa tipo a 121,05 centesimi al metro cubo e materia prima a 46,01 €/MWh.

La bolletta gas dei clienti vulnerabili arretra ad aprile dopo la fiammata di marzo. ARERA ha aggiornato il valore della materia prima per il Servizio di tutela della vulnerabilità: il prezzo di riferimento del gas per il nuovo cliente tipo scende a 121,05 centesimi di euro al metro cubo, con una riduzione del 7,6% rispetto al mese precedente. Il calo arriva dalle quotazioni all’ingrosso sul mercato italiano PSV e riporta sotto pressione il nodo della spesa energetica per circa 2,3 milioni di famiglie ancora servite in tutela.

Prezzo gas vulnerabili in calo ad aprile

Per il mese di aprile, la spesa totale dell’utente tipo servito nel regime di tutela della vulnerabilità si riduce del 7,6% rispetto a marzo. Il dato arriva dopo un mese particolarmente caro, segnato dal rialzo della materia prima gas e dalla crescita della bolletta elettrica per i clienti vulnerabili.

Il confronto con marzo aiuta a leggere la portata dell’aggiornamento: la bolletta gas del cliente tipo era salita a 130,97 centesimi al metro cubo, mentre ad aprile scende a 121,05 centesimi al metro cubo. Su un consumo annuo di 1.100 metri cubi, la proiezione aritmetica passa da circa 1.441 euro a circa 1.332 euro, con un alleggerimento di poco superiore a 109 euro su base annua se il prezzo restasse invariato.

Materia prima gas a 46,01 euro per MWh

La componente CMEM,m, cioè la quota della bolletta che copre il costo di approvvigionamento del gas naturale, si ferma ad aprile a 46,0117 euro per MWh. In termini unitari, il valore corrisponde a 0,492325 euro per metro cubo, calcolato su forniture con potere calorifico superiore di riferimento pari a 0,038520 GJ/Smc.

La riduzione della sola materia prima rispetto all’aggiornamento di marzo è pari all’11,7%. Il prezzo resta comunque più alto rispetto a febbraio, quando la componente CMEM,m era scesa a 35,2138 euro per MWh, segnale di un mercato ancora esposto a oscillazioni rapide.

Le voci che compongono la bolletta gas

Il prezzo di riferimento di aprile, pari a 121,05 centesimi al metro cubo, è composto da materia prima, vendita al dettaglio, trasporto, oneri e imposte. La parte collegata al gas naturale assorbe poco meno della metà della spesa complessiva, mentre le imposte restano una quota molto rilevante del conto finale.

Voce di spesa Centesimi di euro per Smc Quota sulla bolletta
Approvvigionamento gas e attività connesse 52,38 43,27%
Vendita al dettaglio 5,83 4,82%
Trasporto, misura e servizi di rete 24,19 19,98%
Oneri generali di sistema 4,98 4,11%
Imposte 33,67 27,82%

Chi ha diritto alla tutela della vulnerabilità gas

Il prezzo comunicato da ARERA riguarda soltanto i clienti domestici ancora nel Servizio di tutela della vulnerabilità gas. La tutela resta riservata alle categorie individuate dalla disciplina sulla fine del mercato tutelato, tra cui persone in condizioni economiche svantaggiate, beneficiari della Legge 104, ultra 75enni e utenti colpiti da eventi calamitosi secondo le regole previste.

Per chi rientra nei requisiti, la fornitura resta ancorata alle condizioni economiche aggiornate dall’Autorità con le tutele per clienti vulnerabili e bonus sociali.

Mercato libero e offerte gas da confrontare con il PSV

Il calo di aprile riguarda il servizio regolato per i vulnerabili e nasce dall’andamento del PSV day ahead, il prezzo all’ingrosso italiano usato da ARERA per aggiornare la componente materia prima. Per le famiglie già nel mercato libero, l’effetto dipende invece dal tipo di contratto sottoscritto: prezzo fisso, prezzo indicizzato, quota fissa annua, spread applicato e durata delle condizioni economiche.

La discesa di aprile alleggerisce il conto rispetto a marzo ma la bolletta gas dei vulnerabili resta legata a un aggiornamento mensile. Ogni variazione del PSV si riflette sulla componente materia prima e può cambiare rapidamente la spesa dell’utente tipo, soprattutto nei mesi in cui consumi domestici, tensioni energetiche e imposte pesano insieme sul prezzo finale.


Data articolo: Wed, 06 May 2026 09:26:55 +0000
Concorsi
Concorso Polizia, 4.400 allievi agenti da assumere entro maggio
Bando Polizia di Stato per 4.400 allievi agenti: posti per civili, volontari e bilingui, requisiti e domanda entro il 29 maggio.

Il nuovo concorso della Polizia di Stato apre una delle selezioni più ampie dell’anno per l’ingresso nelle Forze dell’ordine: 4.400 posti da allievo agente, con candidature aperte fino al 29 maggio. Il bando, pubblicato sul portale InPA e sul sito della Polizia, divide il reclutamento in tre canali distinti: cittadini provenienti dalla vita civile, volontari in ferma prefissata delle Forze Armate e candidati con attestato di bilinguismo italiano-tedesco.

Domanda al concorso Polizia entro il 29 maggio

La candidatura al concorso per allievi agenti della Polizia di Stato può essere inviata esclusivamente online, attraverso le procedure informatiche disponibili sul portale dei concorsi della Polizia. La finestra di presentazione resta aperta fino alle ore 23.59 del 29 maggio 2026.

Il candidato deve utilizzare la procedura collegata al proprio profilo e può presentare una sola domanda tra quelle previste dal bando. Per completare l’istanza servono le credenziali digitali richieste dal portale e un indirizzo PEC personale, usato per le comunicazioni relative alla selezione.

Posti disponibili tra civili, volontari e candidati bilingui

Il bando mette a disposizione 4.400 posti da allievo agente, ripartiti in tre procedure con codici distinti. La suddivisione incide sui requisiti di accesso, sui titoli valutabili e sul canale di candidatura da selezionare in fase di domanda.

I posti sono distribuiti in questo modo:

  • 2.398 posti sono aperti ai cittadini italiani provenienti dalla vita civile, con procedura identificata dal codice AG20261;
  • 1.962 posti sono riservati ai volontari in ferma prefissata delle Forze Armate, in servizio o in congedo, con procedura identificata dal codice VFP2026;
  • 40 posti sono riservati ai candidati in possesso dell’attestato di bilinguismo italiano-tedesco di livello B2, con procedura identificata dal codice BIL2026.

Requisiti per partecipare al bando allievi agenti

La selezione è rivolta ai cittadini italiani in possesso dei requisiti richiesti per l’accesso alla Polizia di Stato. Per i candidati civili e per i candidati bilingui il limite anagrafico indicato dal bando è compreso tra 18 e 26 anni, mentre per i volontari in ferma prefissata il limite massimo scende a 25 anni, salvo le elevazioni previste in base al servizio militare effettivamente prestato.

Tra i requisiti da verificare prima dell’invio della domanda rientrano:

  • la cittadinanza italiana e il godimento dei diritti civili e politici;
  • il possesso delle qualità di condotta richieste per l’accesso ai ruoli della Polizia di Stato;
  • il rispetto dei limiti di età previsti per la procedura scelta;
  • il titolo di studio richiesto dal bando, con regole differenziate per alcune categorie di volontari;
  • l’idoneità fisica, psichica e attitudinale allo svolgimento delle funzioni di agente.

Volontari in ferma prefissata ammessi alla selezione

La procedura VFP2026 riguarda i candidati che appartengono o sono appartenuti alle Forze Armate come volontari in ferma prefissata. Il bando ammette volontari in servizio e in congedo, secondo le condizioni indicate nella disciplina di reclutamento e nella documentazione da trasmettere tramite PEC.

Rientrano nel canale riservato i volontari in ferma prefissata iniziale che hanno completato almeno dodici mesi di servizio, i volontari in ferma prefissata di un anno e i volontari in ferma quadriennale che abbiano prestato servizio come VFP1.

Prove d’esame e accertamenti di idoneità

Il concorso prevede una selezione per esami e titoli, con prove e accertamenti finalizzati a verificare preparazione, efficienza fisica e idoneità al servizio. Dopo la prova scritta, i candidati ammessi affrontano le verifiche fisiche, gli accertamenti psico-fisici e quelli attitudinali.

La procedura comprende queste fasi:

  • la prova scritta d’esame, distinta in base alla procedura di partecipazione;
  • l’accertamento dell’efficienza fisica, secondo i parametri indicati nel bando;
  • l’accertamento dell’idoneità psico-fisica, con verifiche sanitarie e documentazione richiesta;
  • l’accertamento dell’idoneità attitudinale, legato alla compatibilità con il ruolo da ricoprire;
  • la prova facoltativa in lingua straniera, se scelta dal candidato in fase di domanda;
  • la valutazione dei titoli, applicata secondo i criteri previsti dal bando.

Calendario del concorso e comunicazioni ufficiali

Le date delle prove e le successive convocazioni saranno pubblicate attraverso i canali ufficiali della Polizia di Stato e del portale di reclutamento. Gli avvisi hanno valore di notifica per i candidati, che devono quindi monitorare con attenzione la propria area riservata e la casella PEC indicata nella domanda.

Per evitare esclusioni, ricevute e comunicazioni vanno conservate fino alla chiusura della procedura. Eventuali documenti richiesti dopo l’invio della domanda devono essere trasmessi secondo le istruzioni ufficiali, senza ricorrere a canali diversi da quelli indicati dal bando.


Data articolo: Wed, 06 May 2026 08:58:35 +0000
Misure per famiglie
Bonus affitto ai genitori separati: in arrivo il contributo mensile fino a 500 euro
Contributo tra 400 e 500 euro al mese per un anno per i genitori separati che lasciano casa: requisiti e attese operative della misura.

Un contributo sull’affitto per i genitori separati che lasciano la casa familiare: era già previsto dalla Manovra 2026 ma ora è tornato alla ribalta con l’annuncio dell’imminente emanazione dei bandi attuativi. Con dotazione propria fino fino al 2028, la misura è stata citata a margine della conferenza stampa sul Piano Casa 2026. Si tratta di un contributo destinato al coniuge con figli che, dopo la separazione o il divorzio, si ritrova a dover trovare una nuova sistemazione abitativa.

I bandi del bonus genitori separati in Manovra 2026

La base normativa del contributo è l’articolo 1, commi 234 e 235 della Legge di Bilancio 2026 (Legge 199/2025), che ha istituito formalmente il fondo per il sostegno abitativo dei genitori separati e divorziati con una dotazione di 20 milioni di euro l’anno, per un totale di 60 milioni nel triennio. Un decreto del MIT, emanato di concerto con il Ministro dell’Economia, stabilirà criteri di accesso, modalità di erogazione e limiti di spesa. Fino all’uscita di questo provvedimento la misura non è attivabile. La novità è che il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti sta definendo i bandi e le regole attuative saranno presto emanate.

Chi può accedere al contributo per l’affitto

Il testo della Manovra 2026 indica già una platea di riferimento. Il sostegno abitativo è destinato a genitori separati o divorziati che rispondono cumulativamente a queste condizioni:

  • non assegnatari della casa familiare di proprietà (o aver lasciato l’abitazione in cui viveva il nucleo prima della separazione);
  • avere figli a carico fiscale fino al compimento dei 21 anni di età (con reddito del figlio non superiore a 2.840,51 euro annui e 4.000 euro per i figli under 24).

Il decreto attuativo potrà introdurre ulteriori limiti di reddito o ISEE non ancora definiti, con l’effetto probabile di restringere la platea rispetto alla formulazione attuale della norma. Il conferenza stampa, il Ministro Matteo Salvini ha ricordato che la misura si rivolge indistintamente a padri e madri.

Importo e durata in base alle richieste

Il contributo dovrebbe oscillare tra i 400 e i 500 euro al mese, per una durata di dodici mesi. Le cifre non sono ancora definitivamente fissate: saranno stabilite con il decreto attuativo del MIT, che dovrà calibrare l’importo in funzione delle risorse disponibili e del numero effettivo di domande.

Salvini ha indicato un obiettivo di 15.000 genitori separati aiutati nell’arco del triennio, pari a circa 5.000 l’anno. I conti, però, non tornano automaticamente. Con una dotazione annua di 20 milioni di euro e un contributo ipotetico di 400 euro al mese — pari a 4.800 euro l’anno a persona — le risorse coprirebbero circa 4.100 beneficiari l’anno. La soglia dei 5.000 annui è raggiungibile solo con importi prossimi al minimo della forchetta o con criteri selettivi stringenti sui requisiti.

Va tenuto presente che in Italia si contano circa 80.000 nuovi genitori separati ogni anno: rispetto a questa platea potenziale, le risorse stanziate consentono di raggiungere circa il 5% dei nuovi casi.

I criteri selettivi del decreto attuativo — in particolare il limite ISEE ancora da definire — saranno quindi determinanti per individuare chi avrà effettivo accesso al contributo.

Quando parte il bonus affitto per genitori separati

La misura non ha ancora una data di attivazione. Il decreto interministeriale MIT-MEF che definirà le regole operative è in corso di elaborazione e non è stato ancora pubblicato. La legge non ha fissato un termine perentorio per l’emanazione del provvedimento. Solo dopo la sua uscita sarà possibile conoscere le modalità di domanda, i canali di accesso e il calendario per la presentazione delle istanze.

Le anticipazioni di Governo fanno ipotizzare un’attivazione nel 2026, ma non esistono impegni ufficiali su una data precisa. Pertanto, i genitori separati che ritengono di rientrare nella platea non possono ancora fare nulla: non esiste alcuna procedura di pre-adesione.


Data articolo: Wed, 06 May 2026 08:26:00 +0000
Mercato immobiliare
Piano Casa 2026, chi può accedere agli alloggi convenzionati
Chi ha diritto agli alloggi calmierati del Piano Casa 2026: i requisiti su ISEE, nazionalità, lavoratori fuori sede e studenti.

Il decreto attuativo del Piano Casa 2026 ha fissato in larga parte i criteri per accedere agli alloggi in edilizia convenzionata affidata ai privati: che su ogni cento abitazioni realizzate, dovrà destinarne almeno settanta a vendita o locazione con uno sconto minimo del 33% sul valore di mercato. I beneficiari rientrano nella fascia di popolazione che la premier Giorgia Meloni ha definito “zona grigia”, ossia chi lavora o studia e non rientra nelle graduatorie per le popolari ma non riesce comunque a sostenere i prezzi del libero mercato.

Edilizia popolare e alloggi convenzionati

Il Piano Casa interviene in realtà su due piani distinti:

  • il recupero del patrimonio di edilizia residenziale pubblica, con un programma straordinario per rimettere in uso alloggi oggi inutilizzabili — quella è la componente classica delle case popolari, con le relative graduatorie comunali e i limiti ISEE previsti dalla normativa vigente.
  • l’edilizia convenzionata affidata ai privati, che punta a un pubblico diverso: famiglie con redditi superiori alla soglia ERP ma non abbastanza alti da reggere i canoni di mercato, lavoratori fuori sede, studenti.

Il decreto fissa i criteri di accesso per questa seconda componente, anche se alcuni dettagli saranno definiti con un provvedimento successivo.

I requisiti di reddito e nazionalità

Il primo criterio è quello della nazionalità: gli alloggi sono destinati a cittadini italiani, a cittadini europei e a cittadini extra-UE purché in possesso di un regolare permesso di soggiorno per attività lavorativa in Italia. Sul versante reddituale, il decreto individua una doppia soglia. Il richiedente deve avere un ISEE familiare superiore a 20.000-22.000 euro — il limite che esclude dall’accesso all’edilizia popolare tradizionale — e allo stesso tempo dimostrare una reale difficoltà nel sostenere il mercato libero.

La prova di questa difficoltà è oggettiva: le spese per l’acquisto o la locazione a valori correnti di mercato devono superare il 30% del reddito medio disponibile del nucleo familiare. Per chi acquista o affitta in edilizia convenzionata è previsto anche il dimezzamento degli oneri notarili su compravendite, mutui e locazioni — un alleggerimento dei costi di accesso che si somma allo sconto sul prezzo. Si tratta della cosiddetta fascia intermedia, finora poco intercettata dalle politiche abitative pubbliche.

Lavoratori fuori sede, stagionali e universitari

Accanto alle famiglie, il decreto allarga la platea a categorie specifiche oggi particolarmente esposte alla pressione dei canoni nelle grandi città. Rientrano tra i beneficiari i lavoratori del settore privato fuori sede per i quali il datore di lavoro è tenuto a sostenere i costi dell’alloggio — si tratta di chi deve trasferirsi dalla propria residenza principale per ragioni lavorative e non riesce a trovare soluzioni sostenibili.

Sono inclusi anche i lavoratori stagionali e gli studenti universitari fuori sede. Per queste ultime categorie il decreto prevede una soluzione innovativa: uno stesso immobile potrà essere utilizzato per funzioni diverse in momenti alternati, destinandolo agli studenti durante l’anno accademico e ai lavoratori stagionali nei periodi di punta.

Clausole anti-furbetti e verifica dei Comuni

Il decreto introduce vincoli per evitare usi impropri degli alloggi convenzionati. Chi ottiene un’abitazione a prezzo calmierato e viene successivamente accertato come privo dei requisiti dovrà rimborsare la differenza rispetto ai prezzi di mercato per l’intero periodo contestato. Una clausola analoga si applica alla rivendita: chi vende prima della scadenza del vincolo è obbligato a farlo al prezzo calmierato e non a quello libero di mercato.

Il controllo spetta ai Comuni coinvolti nelle operazioni, tenuti a vigilare sulla destinazione effettiva delle unità residenziali e sul rispetto continuativo dei criteri di assegnazione. L’amministrazione comunale potrà avvalersi dei dati ISEE aggiornati per verificare il mantenimento dei requisiti reddituali nel tempo.


Data articolo: Wed, 06 May 2026 07:55:53 +0000
Mondo del Lavoro
Bonus assunzioni: nuovo esonero contributivo per stabilizzare i giovani a termine
Esonero contributivo fino a 500 euro al mese per trasformare a tempo indeterminato i contratti a termine di giovani fino a 35 anni: come funziona.

Tra le misure del decreto Primo Maggio (DL 62/2026, in vigore il 1° maggio), figura un incentivo specifico per chi trasforma un contratto a termine in rapporto stabile: un esonero contributivo al 100%, fino a 500 euro mensili per 24 mesi, riservato alle stabilizzazioni di figure under 35 non dirigenziali. La misura si distingue dal bonus per le nuove assunzioni di giovani introdotto dallo stesso provvedimento perché ha finestre temporali proprie e requisiti diversi ma — come tutte le agevolazioni del pacchetto — prevede il vincolo del salario giusto come condizione di accesso.

Incentivo stabilizzazioni: importo e durata esonero

L’esonero contributivo copre il 100% dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro — esclusi i premi INAIL — con un tetto mensile di 500 euro e una durata massima di 24 mesi. La trasformazione deve avvenire tra il 1° agosto e il 31 dicembre 2026. Non sono ammesse le trasformazioni di contratti dirigenziali.

La misura è operativa sotto condizione: la sua efficacia è subordinata all’autorizzazione della Commissione Europea ai sensi dell’articolo 108, paragrafo 3, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. L’INPS monitora il rispetto del limite di spesa autorizzato e, al suo raggiungimento, anche in via prospettica, sospende l’accoglimento delle nuove comunicazioni di accesso al beneficio.

Requisiti del lavoratore e del contratto

L’incentivo alla stabilizzazione si applica a una platea definita con precisione. Sul versante del lavoratore devono ricorrere due condizioni cumulative:

  • il lavoratore non deve aver ancora compiuto 35 anni alla data della trasformazione;
  • non deve mai aver avuto un rapporto di lavoro a tempo indeterminato in precedenza.

Il contratto originario a tempo determinato deve essere stato instaurato entro il 30 aprile 2026 e avere una durata complessiva non superiore a 12 mesi. La trasformazione deve avvenire senza soluzione di continuità rispetto al rapporto a termine: un’interruzione del rapporto prima della trasformazione esclude l’accesso all’incentivo. Non sono ammessi i contratti di lavoro domestico né quelli di apprendistato.

La trasformazione deve inoltre generare un incremento occupazionale netto: il numero di dipendenti dopo la stabilizzazione deve risultare superiore alla media dei 12 mesi precedenti. Per i lavoratori a tempo parziale il calcolo è ponderato in base alle ore pattuite rispetto all’orario normale a tempo pieno. L’incremento è calcolato al netto delle eventuali diminuzioni di organico in società controllate, collegate o facenti capo allo stesso soggetto.

Imprese escluse e motivi di revoca

L’esonero non spetta alle imprese che nei sei mesi precedenti la trasformazione hanno effettuato licenziamenti individuali per giustificato motivo oggettivo o licenziamenti collettivi ai sensi della legge 223/1991, nella medesima unità produttiva. Sono esclusi da questo vincolo i licenziamenti per giusta causa o per giustificato motivo soggettivo.

Il beneficio è soggetto a revoca se, nei sei mesi successivi alla trasformazione, il datore di lavoro procede a un licenziamento per giustificato motivo oggettivo del lavoratore interessato dall’esonero oppure di un collega con la medesima qualifica nella stessa unità produttiva. In caso di revoca, il datore è tenuto alla restituzione del beneficio già fruito.

Salario giusto come condizione trasversale

Il DL 62/2026 introduce il salario giusto come requisito di accesso a tutti gli incentivi del pacchetto. L’impresa deve applicare il trattamento economico complessivo — non il solo minimo tabellare, ma anche indennità ed elementi accessori — previsto da un contratto collettivo nazionale firmato dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative del settore. Le aziende che applicano contratti collettivi con retribuzioni inferiori a questo parametro sono escluse dall’intero pacchetto di agevolazioni contributive previste dal decreto.

Cumulabilità e compatibilità con altri bonus

L’incentivo alla stabilizzazione non è cumulabile con altri esoneri o riduzioni delle aliquote contributive previsti dalla normativa vigente: sul medesimo rapporto di lavoro non possono coesistere più sgravi contributivi.

La misura è invece compatibile — senza alcuna riduzione — con la maggiorazione del costo in deduzione per le imprese che effettuano nuove assunzioni, introdotta dai commi 399 e 400 della legge 207/2024 e previsto fino al 2027. Le due misure operano su piani distinti — contributivo la prima, fiscale la seconda — e possono essere applicate in parallelo sullo stesso rapporto di lavoro.

Quando si potrà richiedere il bonus

La misura non è ancora operativa: la sua efficacia è sospesa fino all’autorizzazione della Commissione Europea ai sensi dell’articolo 108, paragrafo 3, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Non sono stati fissati termini per la decisione della CE né date di apertura della procedura di domanda INPS.

Per i bonus analoghi approvati con il DL Coesione del 2024, l’iter autorizzativo si era concluso in circa sette mesi dall’approvazione del decreto. Se l’autorizzazione non arriverà entro il 31 dicembre 2026, la finestra per le trasformazioni si chiude senza che l’incentivo possa essere fruito.

Le istruzioni — comprese le modalità di domanda tramite il Portale delle Agevolazioni INPS — saranno pubblicate con circolare ad hoc solo dopo la decisione della Commissione. L’INPS monitora il rispetto del limite di spesa e, al suo raggiungimento anche in via prospettica, sospende l’accoglimento delle nuove comunicazioni.

Il quadro completo dei requisiti

In tabella, il riepilogo delle condizioni necessarie per accedere all’incentivo alla stabilizzazione dei contratti a termine dei giovani introdotto dall’articolo 4 del DL 62/2026:

Incentivo alla stabilizzazione contratti a termine — art. 4, DL 62/2026
In cosa consiste l’agevolazione Esonero contributivo al 100% dei contributi datoriali (esclusi premi INAIL), fino a 500 euro mensili per 24 mesi
Requisiti del contratto a termine Instaurato entro il 30 aprile 2026; durata massima 12 mesi; non cessato prima della trasformazione (senza soluzione di continuità)
Requisiti del contratto a tempo indeterminato Trasformazione tra il 1° agosto e il 31 dicembre 2026; esclusi contratti dirigenziali, lavoro domestico e apprendistato
Requisiti del lavoratore Under 35, mai assunto in precedenza a tempo indeterminato
Requisiti dell’impresa Incremento occupazionale netto (ponderato per part-time, al netto di riduzioni in società collegate); no licenziamenti per GMO o collettivi nei sei mesi precedenti; divieto di licenziamento per GMO nei sei mesi successivi del lavoratore agevolato o di colleghi con la stessa qualifica nella stessa unità produttiva; applicazione del salario giusto
Cumulabilità Non cumulabile con altri sgravi contributivi; compatibile con la maggiorazione fiscale ex commi 399-400 legge 207/2024
Operatività Subordinata all’autorizzazione della Commissione Europea (art. 108, par. 3, TFUE)


Data articolo: Wed, 06 May 2026 07:31:35 +0000
Trattamento Fine Rapporto
Diritti del dipendente in caso di liquidazione giudiziale
Un lavoratore che ha cessato il rapporto di lavoro con un’azienda nel 2019 non ha ricevuto le ultime 5 mensilità e il TFR. Nel 2026 l’azienda è stata dichiarata fallita. Il credito è ancora nella contabilità dell’azienda. Si tratta sempre di crediti privilegiati? Può il lavoratore richiedere all’INPS, in caso di insolvenza dell’azienda, il pagamento delle[...] Un lavoratore che ha cessato il rapporto di lavoro con un’azienda nel 2019 non ha ricevuto le ultime 5 mensilità e il TFR. Nel 2026 l’azienda è stata dichiarata fallita. Il credito è ancora nella contabilità dell’azienda. Si tratta sempre di crediti privilegiati? Può il lavoratore richiedere all’INPS, in caso di insolvenza dell’azienda, il pagamento delle[...]
Data articolo: Wed, 06 May 2026 07:31:06 +0000
Web Tax
Web tax al 3%, prima sentenza sull’imposta nell’e-commerce con vendita diretta
La web tax al 3% non scatta sulla vendita diretta. La Corte tributaria riconosce il rimborso per l'e-commerce su marketplace digitale ma senza intermediazione.

La web tax al 3% non si applica alla vendita online di prodotti propri. A stabilirlo è la sentenza n. 292/1/2026 della Corte di giustizia tributaria di Milano, tra le prime pronunce dei giudici tributari sull’imposta sui servizi digitali, che ha accolto il ricorso di una società operante nelle vendite online di abbigliamento, moda e design e le ha riconosciuto il diritto al rimborso di oltre un milione di euro versato nel triennio 2020-2022 senza che l’obbligo sussistesse.

Marketplace, vendita diretta e imposta sui servizi digitali

L’imposta sui servizi digitali — introdotta dalla Legge 145/2018 e oggi disciplinata dagli articoli 62 e seguenti del DLgs 174/2024, che ne ha recepito la normativa senza modifiche sostanziali — si applica con aliquota del 3% sui ricavi derivanti dalla «messa a disposizione di un’interfaccia digitale multilaterale che consente agli utenti di essere in contatto e di interagire tra loro, anche al fine di facilitare la fornitura diretta di beni o servizi». L’Agenzia delle Entrate ha confermato questa definizione nelle proprie istruzioni.

Il presupposto dell’imposta è l’intermediazione digitale: la piattaforma che mette in contatto venditori e acquirenti, percependo commissioni sul transato, è un marketplace soggetto alla web tax. Chi vende direttamente ai clienti attraverso il proprio sito o portale online, senza agire da tramite tra parti terze, non rientra nel campo di applicazione. La norma esclude esplicitamente dall’ambito imponibile la fornitura di beni o servizi ordinati attraverso il sito web del fornitore quando questi non svolge funzioni di intermediario.

Conto vendita e vendita diretta senza obbligo di web tax

La sentenza della CGT di Milano ha affrontato una fattispecie più articolata: una società che vende online beni con la formula del conto vendita, regolata dal contratto estimatorio previsto dall’articolo 1556 del codice civile. In questo schema, il bene non viene pagato al momento della consegna ma in un momento successivo, con facoltà di riconsegnarlo entro il termine stabilito.

La società aveva versato la web tax per gli anni 2020, 2021 e 2022, salvo poi presentare istanza di rimborso ritenendo di aver versato in eccesso. Il Fisco aveva opposto il silenzio-rifiuto, da cui è nato il ricorso poi accolto dai giudici milanesi.

La pronuncia chiarisce che, nel conto vendita, nel momento in cui il bene viene acquistato dal cliente si perfeziona la cessione originaria: la società è proprietaria del bene al momento della vendita e non agisce da intermediario. Non mette in contatto venditori e acquirenti, non percepisce commissioni da transazioni altrui. Conclusione: l’imposta sui servizi digitali non è dovuta per l’assenza del presupposto di intermediazione previsto dalla norma.

Diritto al rimborso della web tax versata in eccesso

Chi ha versato la web tax ritenendo erroneamente di rientrare tra i soggetti passivi dell’imposta può presentare istanza di rimborso all’Agenzia delle Entrate. La procedura è quella ordinaria prevista per le imposte versate in eccesso: la richiesta si effettua tramite la dichiarazione annuale DST, con possibilità di ottenere la restituzione delle somme o di riportare il credito all’anno successivo.

Il caso esaminato dalla Corte di giustizia tributaria di Milano riguardava un importo superiore al milione di euro relativo a tre annualità. La sentenza costituisce un precedente importante per tutte le imprese che operano con modelli di vendita diretta online o con contratti estimatori, alle quali sia già stata versata la web tax in assenza del presupposto dell’intermediazione digitale.


Data articolo: Wed, 06 May 2026 07:02:24 +0000
Sicurezza Informatica
Nuova campagna phishing a nome dell’Agenzia delle Entrate: false email con notifica amministrativa
Nuova campagna phishing a nome dell'Agenzia delle Entrate: email con falsa notifica che porta a siti dei truffatori. Come riconoscerla e cosa fare subito.

L’Agenzia delle Entrate ha emesso il 5 maggio 2026 un nuovo avviso di phishing a nome proprio e dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione: è in circolazione una campagna di false email che segnalano all’utente la presenza di una notifica amministrativa, invitandolo a cliccare un link che conduce a una pagina controllata dai truffatori. L’AdE disconosce queste comunicazioni e raccomanda di cestinarle immediatamente.

False email con notifica fiscale: il meccanismo della frode

La nuova campagna sfrutta un pretesto diverso rispetto agli attacchi delle settimane precedenti. L’email fraudolenta arriva da un indirizzo mittente che in apparenza richiama l’Agenzia delle Entrate — ma che non appartiene ai domini ufficiali dell’amministrazione — e informa il destinatario dell’esistenza di una notifica amministrativa visualizzabile solo dopo aver cliccato un link ed effettuato l’accesso. Il collegamento non porta ai sistemi dell’AdE: reindirizza verso una pagina interamente gestita dai truffatori, costruita per imitare l’interfaccia ufficiale e sottrarre le credenziali o i dati inseriti dall’utente.

Nel 2026 l’Agenzia delle Entrate ha già emesso diversi avvisi analoghi: a marzo aveva segnalato una campagna che sfruttava un bug nei filtri antispam per raggiungere le caselle di posta, a fine marzo un’ondata di phishing finalizzata al furto delle credenziali SPID, e ad aprile casi di SMS spoofing con numero del mittente contraffatto. L’escalation degli attacchi indica una pressione crescente sui contribuenti e sulle imprese, a partire da maggio in piena stagione dichiarativa.

I segnali di allarme e le verifiche per non essere truffati

L’AdE ricorda che non invia mai comunicazioni che richiedano di cliccare su link per visualizzare atti o notifiche: qualsiasi accesso ai documenti fiscali avviene esclusivamente dall’area riservata del portale istituzionale, raggiungibile digitando direttamente l’indirizzo agenziaentrate.gov.it nel browser. Un’email che sollecita l’accesso tramite link è, per definizione, sospetta.

Gli elementi che consentono di riconoscere il tentativo di frode sono:

  • l’indirizzo del mittente non termina con i domini ufficiali @agenziaentrate.it o @agenziaentrate-riscossione.it;
  • il messaggio segnala urgenza o minaccia conseguenze in caso di mancata azione immediata;
  • il link nel corpo dell’email punta a un dominio diverso da agenziaentrate.gov.it;
  • viene richiesto di inserire credenziali, codici o dati personali su una pagina raggiunta tramite il collegamento.

In caso di dubbi su una comunicazione ricevuta, il canale corretto è la pagina Focus sul phishing del portale istituzionale dell’AdE, aggiornata con gli avvisi attivi, oppure i contatti degli uffici territorialmente competenti reperibili su agenziaentrate.gov.it.


Data articolo: Wed, 06 May 2026 06:57:24 +0000
Parità di genere
Rapporto biennale pari opportunità prorogato al 15 maggio: come compilarlo e inviarlo
Rapporto biennale sulle pari opportunità prorogato al 15 maggio 2026: le aziende con obbligo, come si compila il modello sul portale Servizi Lavoro e le sanzioni per inadempienza.

C’è tempo fino al 15 maggio 2026 per presentare il rapporto sulla situazione del personale maschile e femminile relativa al biennio 2024-2025, adempimento in materia di pari opportunità che coinvolge tutte le imprese pubbliche e private con più di 50 dipendenti.

A comunicare il rinvio della scadenza è il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, segnalando alcune difficoltà tecniche nella procedura di presentazione del rapporto attraverso il portale ufficiale. Dal 1° marzo, infatti, il portale Servizi Lavoro mette a disposizione il modello telematico aggiornato per la compilazione.

Chi è obbligato e cosa prevede il Codice delle Pari Opportunità

L’obbligo di redigere il rapporto biennale sulla situazione del personale è previsto dall’articolo 46 del Codice delle Pari Opportunità (dlgs 198/2006), modificato dalla legge 162/2021. Fino al biennio precedente, la soglia era fissata a 100 dipendenti: oggi riguarda tutte le aziende con più di 50 dipendenti. Il documento deve fotografare la composizione del personale maschile e femminile in ogni professione, con riferimento a:

  • stato delle assunzioni e della formazione;
  • promozioni professionali, livelli e passaggi di categoria;
  • fenomeni di mobilità e ricorso alla Cassa integrazione guadagni;
  • licenziamenti, prepensionamenti e pensionamenti;
  • retribuzione effettivamente corrisposta per genere.

Per le aziende sotto i 50 dipendenti la trasmissione resta volontaria. I chiarimenti del Ministero del Lavoro sul rapporto biennale precisano anche le modalità di computo dei dipendenti e i criteri per la corretta compilazione del modello.

Entro la scadenza di legge, il legale rappresentante deve trasmettere copia del rapporto e della ricevuta anche alle RSA — le rappresentanze sindacali aziendali. Le regole generali di compilazione restano quelle stabilite dal decreto interministeriale del 3 giugno 2024.

Come si compila e si invia il rapporto sulla parità

Le imprese con obbligo di invio del report devono trasmettere il documento esclusivamente in modalità telematica, accedendo al portale servizi.lavoro.gov.it con le credenziali aziendali. Il modello precompilato è disponibile dalla sezione dedicata dal 1° marzo 2026.

Una delle novità più utili dell’applicativo è la possibilità di caricare i dati del biennio precedente già inseriti in piattaforma, aggiornandoli per il periodo 2024-2025 senza dover ricominciare da zero. È disponibile anche la funzionalità di upload in formato .xls.

Appalti pubblici con regime transitorio

Le aziende che intendono partecipare a procedure pubbliche per le quali sia richiesta la presentazione del rapporto biennale possono, fino alla scadenza di legge per il nuovo documento, produrre copia di quello già presentato per il biennio 2022/2023. Dovranno poi integrare la documentazione con il nuovo rapporto 2024/2025 entro il termine ordinario. Una finestra utile per chi è ancora in fase di raccolta dati e deve partecipare a gare nel frattempo.

Sanzioni per chi non invia o trasmette dati errati

Le conseguenze per le aziende inadempienti sono articolate su due livelli distinti. In caso di mancata trasmissione — anche dopo l’invito alla regolarizzazione dell’Ispettorato del Lavoro — si applicano le sanzioni previste dall’art. 11 del DPR 520/1955. Se l’inottemperanza si protrae oltre 12 mesi, scatta la sospensione per un anno di tutti i benefici contributivi in godimento (art. 46, comma 4, dlgs 198/2006). In caso di rapporto mendace o incompleto, l’Ispettorato nazionale del lavoro può applicare una sanzione amministrativa pecuniaria da 1.000 a 5.000 euro (art. 46, comma 4-bis, dlgs 198/2006).

Il rapporto biennale si inserisce oggi in un quadro normativo in rapida evoluzione. L’Italia ha infatti recepito la Direttiva UE 2023/970 sulla trasparenza salariale, che introduce obblighi aggiuntivi, dal 7 giugno 2026, di reportistica sul divario retributivo di genere per le imprese sopra i 100 dipendenti, con scadenze progressive fino al 2031 per le realtà più piccole.

Le aziende che già compilano il rapporto biennale si trovano in posizione privilegiata rispetto ai nuovi adempimenti, avendo già strutturato la raccolta dei dati richiesti.


Data articolo: Wed, 06 May 2026 06:29:41 +0000
Pensioni
Ricalcolo e importo massimo della pensione ferrovieri
Sono titolare di pensione a carico del Fondo speciale Ferrovie dello Stato, con sistema misto. A seguito di mia specifica richiesta, l’INPS ha provveduto a ricalcolare il montante contributivo e applicare la corretta aliquota di rendimento. Senonché l’Istituto afferma che l’importo di pensione resta invariato perché ho più di 37 anni di contributi, con i[...] Sono titolare di pensione a carico del Fondo speciale Ferrovie dello Stato, con sistema misto. A seguito di mia specifica richiesta, l’INPS ha provveduto a ricalcolare il montante contributivo e applicare la corretta aliquota di rendimento. Senonché l’Istituto afferma che l’importo di pensione resta invariato perché ho più di 37 anni di contributi, con i[...]
Data articolo: Wed, 06 May 2026 06:27:27 +0000
Strumenti finanziari
Conti deposito di maggio 2026: le offerte convenienti con i tassi in discesa
Classifica dei conti deposito più convenienti di maggio 2026: offerte vincolate e libere a confronto, tassi netti e criteri di scelta.

A maggio 2026 i conti deposito mantengono rendimenti lordi competitivi: i vincoli a 12 mesi si collocano tra il 3% e il 4% lordo, quelli a 24-36 mesi arrivano fino al 5% lordo con le offerte più aggressive sul mercato. I conti liberi oscillano invece tra l’1,5% e il 3,5% lordo. Il mercato resta mosso dalle offerte promozionali per i nuovi clienti — alcune attive ancora per poche settimane — che spingono i tassi temporaneamente sopra la media.

I migliori conti deposito di maggio 2026

Le classifiche nelle schede seguenti confrontano le offerte più convenienti di maggio 2026 per durata del vincolo — dai conti liberi ai vincolati a 3, 6, 12, 24 e 36 mesi — con i tassi lordi e netti aggiornati e le principali condizioni contrattuali da verificare prima dell’apertura.

I tassi dei conti deposito a maggio 2026

Il contesto di riferimento è quello di un ciclo BCE in fase di allentamento: il tasso sui depositi della Banca Centrale Europea si attesta intorno al 3,25%, in discesa progressiva rispetto ai picchi del passato (fino al 4% nel 2023). Le banche trasferiscono progressivamente questo calo ai depositi, con offerte in contrazione rispetto all’anno precedente ma ancora remunerative rispetto all’inflazione, che si attesta intorno al 2,5%.

I conti liberi — quelli che permettono di prelevare in qualsiasi momento senza penali — oscillano tra 1,5% e 3,5% lordo. I conti vincolati a 12 mesi si collocano tra il 3% e il 4% lordo, quelli a 24-36 mesi arrivano fino al 4-5% lordo con le offerte più competitive. In tutti i casi il rendimento netto si calcola applicando la ritenuta del 26% sugli interessi e sottraendo l’imposta di bollo dello 0,20% annuo — spesso a carico della banca nelle proposte più vantaggiose del mese.

Per scegliere tra le offerte è utile confrontare tre variabili: il tasso netto effettivo, le condizioni di svincolo anticipato e la solidità dell’istituto con copertura del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi fino a 100.000 euro per depositante.


Data articolo: Wed, 06 May 2026 05:41:06 +0000
Strumenti finanziari
Conto deposito: come funziona, quanto rende e come scegliere nel 2026
Conto deposito: come funziona, tassi 2026, differenza tra vincolato e libero e criteri per scegliere l'offerta con il rendimento netto più alto.

Nel 2026 il conto deposito resta tra le forme di risparmio più solide per chi vuole far fruttare la liquidità in eccesso senza esporsi alla volatilità dei mercati finanziari. I tassi di interesse, pur in graduale discesa rispetto ai picchi del 2023-2024, rimangono su livelli remunerativi: i conti vincolati a 12 mesi si collocano tra il 3% e il 4% lordo, quelli a 24-36 mesi arrivano fino al 5% lordo, mentre i conti liberi oscillano tra l’1,5% e il 3,5%. Le offerte più convenienti del momento sono raccolte e confrontate nella classifica aggiornata dei conti deposito di maggio.

Il funzionamento del conto deposito

Il conto deposito è un prodotto bancario distinto dal conto corrente: non serve per le operazioni quotidiane ma per accantonare una somma e ottenere in cambio un tasso di interesse sul capitale depositato. Il funzionamento è semplice — si apre presso una banca, si depositano i fondi, si incassano gli interessi secondo le condizioni pattuite — e non richiede competenze finanziarie particolari. L’apertura avviene oggi quasi sempre online, in pochi passaggi.

Gli interessi possono essere accreditati con modalità diverse: a fine vincolo (cedola finale), con cadenza periodica mensile, trimestrale o annuale, oppure in modalità anticipata all’attivazione del vincolo. La scelta della modalità di liquidazione incide sulla convenienza effettiva dell’investimento ed è un elemento da confrontare tra le offerte disponibili.

Le differenze tra conto deposito vincolato o libero

La distinzione principale riguarda la disponibilità del capitale. La scelta tra le tipologie dipende dall’orizzonte temporale e dalla necessità di liquidità immediata.

  • Il conto deposito vincolato prevede l’impegno a mantenere i fondi depositati per un periodo definito — da tre mesi fino a cinque anni — in cambio di un tasso di interesse più elevato. In caso di svincolo anticipato, le condizioni variano da banca a banca: alcune applicano penali, altre azzerano gli interessi maturati o li riducono pro-quota.
  • Il conto deposito libero, o svincolabile, consente di prelevare il capitale in qualsiasi momento senza penali, a fronte di tassi generalmente più bassi rispetto ai prodotti vincolati. È la soluzione più indicata per chi vuole remunerare la liquidità mantenendola accessibile per spese impreviste o investimenti a breve termine.

Per chi può immobilizzare una somma per almeno dodici mesi, il conto vincolato offre rendimenti nettamente superiori. Chi invece ha bisogno di flessibilità trova nel conto libero un compromesso tra rendimento e disponibilità.

Tassi BCE e prospettive di rendimento

I rendimenti dei conti deposito sono strettamente correlati alle decisioni della Banca Centrale Europea. Dopo il ciclo di rialzi che ha portato il tasso sui depositi BCE fino al 4% nel 2023, la fase di allentamento monetario iniziata nel 2024 ha progressivamente compresso i rendimenti bancari. Nel 2026 il tasso di riferimento BCE si attesta intorno al 3,25%, con ulteriori riduzioni attese nel corso dell’anno.

Questo scenario ha due implicazioni pratiche per chi gestisce la propria liquidità. Prima: i tassi offerti sui nuovi conti deposito sono inferiori a quelli dei prodotti sottoscritti nel biennio 2022-2024, ma restano superiori all’inflazione (circa il 2,5%), garantendo ancora un rendimento reale positivo. Seconda: chi ha in scadenza un vincolo pluriennale stipulato a tassi alti troverà condizioni di rinnovo meno favorevoli.

Il consiglio degli esperti in questa fase è di valutare vincoli di durata media (12-24 mesi) piuttosto che lunghissimi, per mantenere flessibilità di riallocazione se il ciclo BCE dovesse invertirsi.

Tassazione al 26% e calcolo rendimento netto

I tassi pubblicizzati dalle banche sono sempre espressi al lordo delle imposte. Il rendimento netto effettivo si ottiene sottraendo due voci: la ritenuta fiscale del 26% sugli interessi maturati e l’imposta di bollo dello 0,20% annuo sul capitale depositato. La banca applica entrambe in automatico, senza necessità di dichiarazione dei redditi.

Un esempio pratico: su un deposito di 10.000 euro a tasso lordo del 3% annuo, gli interessi lordi sono 300 euro. Dopo la ritenuta del 26% (78 euro) restano 222 euro di rendimento netto, a cui si aggiunge l’imposta di bollo di 20 euro — spesso a carico della banca nelle offerte più competitive. Il guadagno netto annuo si attesta quindi intorno a 200 euro. Molte banche si fanno carico dell’imposta di bollo come leva promozionale: verificare questa condizione prima di sottoscrivere il contratto.

Per confrontare le offerte in modo corretto è sempre necessario ragionare sul tasso netto e non sul lordo, tenendo conto anche della durata e delle modalità di liquidazione degli interessi.

Strategia a scala di vincoli, rendimento e liquidità

Chi ha una disponibilità maggiore da accantonare può adottare la cosiddetta strategia a scala di vincoli (bond ladder applicata ai depositi): invece di investire tutto in un unico conto con un’unica scadenza, si suddivide il capitale in più tranche con vincoli di durata crescente — ad esempio 3, 6, 12 e 24 mesi.

Il vantaggio è duplice. Da un lato si mantiene una quota di liquidità parziale che si libera progressivamente a ogni scadenza, riducendo il rischio di dover svincolare anticipatamente a costi. Dall’altro si sfrutta il differenziale di tasso tra le durate: i vincoli più lunghi rendono di più, mentre quelli brevi garantiscono disponibilità rapida. A ogni scadenza, la tranche si rinnova sul conto deposito più conveniente del momento, catturando le offerte migliori senza restare bloccati per anni su tassi diventati obsoleti.

Questa strategia è particolarmente indicata per liberi professionisti e piccole imprese che devono gestire accantonamenti fiscali (IVA trimestrale, acconto IRPEF/IRES, contributi) mantenendo parte della liquidità accessibile entro le scadenze di versamento.

Conto deposito per liberi professionisti e piccole imprese

Il conto deposito è uno strumento sottoutilizzato nella gestione finanziaria delle Partite IVA e delle piccole imprese. La liquidità che si accumula in attesa di versamenti fiscali — IVA trimestrale, acconti IRPEF, contributi INPS — può essere accantonata su un conto deposito libero o a breve termine, generando un rendimento netto senza immobilizzare i fondi a lungo.

Un professionista che accantona mensilmente il 25-30% degli incassi lordi come riserva fiscale si trova spesso con disponibilità significative ferme sul conto corrente per tre-sei mesi. Parcheggiate su un conto deposito a tre o sei mesi, queste somme possono generare un rendimento netto dell’1,5-2% annuo — su 30.000 euro di accantonamento, significa 450-600 euro netti l’anno di rendimento addizionale a rischio zero.

Per le imprese, l’apertura di un conto deposito intestato alla persona giuridica è possibile presso la maggior parte degli istituti online. Va considerato che i saldi del conto deposito — sia libero che vincolato — concorrono alla formazione del patrimonio mobiliare ai fini del calcolo dell’ISEE per i titolari persone fisiche.

I criteri per scegliere il conto deposito migliore

Il tasso di interesse è il parametro più immediato ma non l’unico rilevante nella scelta. I fattori da valutare nella comparazione delle offerte sono:

  • il tasso netto effettivo, che tiene conto della tassazione al 26% e dell’eventuale imposta di bollo;
  • la durata del vincolo, da scegliere in base all’orizzonte temporale e alla necessità di liquidità;
  • le condizioni di svincolo anticipato, ovvero se e con quale costo è possibile recuperare il capitale prima della scadenza;
  • la modalità di accredito degli interessi (a scadenza, periodica o anticipata), che può incidere sulla convenienza complessiva;
  • la solidità dell’istituto bancario e la sua adesione al Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi;
  • le offerte promozionali per nuovi clienti, che spesso propongono tassi più elevati solo per il primo periodo o per nuova liquidità apportata.

Un aspetto a cui prestare attenzione è la distinzione tra tasso promozionale e tasso a regime: alcune banche offrono rendimenti attrattivi per i primi sei o dodici mesi, salvo poi applicare condizioni significativamente più basse. Confrontare le offerte su comparatori aggiornati è il metodo più efficace per individuare le soluzioni più convenienti nel mese di riferimento.

Conto deposito e strumenti alternativi a confronto

Il conto deposito non è l’unico strumento per remunerare la liquidità a basso rischio. I principali strumenti alternativi con cui si confronta direttamente sono i BOT, i Buoni Fruttiferi Postali e i conti remunerati delle piattaforme fintech.

I BOT (Buoni Ordinari del Tesoro) a 6 e 12 mesi offrono rendimenti grosso modo comparabili ai conti deposito sulle stesse durate, con il vantaggio di una tassazione agevolata al 12,5% sugli interessi (in quanto titoli di Stato) anziché al 26%. Questo rende i BOT strutturalmente più convenienti su base netta, a parità di tasso lordo, anche se richiedono un conto titoli e comportano un’operatività leggermente più complessa. I Buoni Fruttiferi Postali, garantiti da Cassa Depositi e Prestiti, godono della stessa tassazione agevolata al 12,5% e sono particolarmente indicati per orizzonti pluriennali con la formula a step progressivi.

I conti remunerati di piattaforme come Trade Republic o BBVA offrono invece liquidità immediata con tassi competitivi (nell’ordine del 2-3% lordo nel 2026), ma i fondi non sono sempre depositati presso banche aderenti al FITD italiano: verificare la struttura di garanzia è essenziale prima di scegliere queste soluzioni per importi rilevanti. Il conto deposito bancario tradizionale resta la scelta più lineare per chi privilegia semplicità, garanzia FITD e nessuna necessità di operatività su strumenti finanziari.

La garanzia del FITD e la sicurezza del capitale

Il conto deposito è tra gli strumenti di risparmio con il profilo di rischio più contenuto. Il capitale depositato è garantito dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (FITD) fino a 100.000 euro per depositante per ciascuna banca. Ciò significa che in caso di insolvenza dell’istituto, i fondi depositati entro questa soglia vengono restituiti integralmente al depositante.

I depositi sotto la soglia dei 100.000 euro sono inoltre esclusi dal meccanismo del bail-in, introdotto in Italia nel 2015, che in determinate condizioni può coinvolgere azionisti, obbligazionisti e depositanti oltre quella soglia nel risanamento di una banca in difficoltà. Chi detiene somme superiori ai 100.000 euro può distribuirle su più istituti per mantenere la copertura piena del FITD su tutto il capitale, una strategia comune tra i risparmiatori con disponibilità più elevate.


Data articolo: Wed, 06 May 2026 05:38:43 +0000
Sussidi Disoccupazione
Modello C2 Storico online: come scaricarlo con SPID in ogni Regione per i Bonus Assunzioni 2026
Modello C2 Storico online, boom di richiesta per i Bonus Assunzioni del DL 62/2026: link e istruzioni per scaricarlo con SPID in tutte le Regioni d'Italia.

Il Modello C2 storico è il documento ufficiale rilasciato dai Centri per l’Impiego che certifica la storia lavorativa e attesta i periodi di disoccupazione. Dal 1° maggio 2026, con l’entrata in vigore del DL 62/2026 (Decreto Primo Maggio), è tornato documento urgente per datori di lavoro e lavoratori: i nuovi bonus assunzioni 2026 per giovani, donne e ZES richiedono la verifica documentale dei periodi di disoccupazione — 24 mesi nella maggior parte dei casi, 12 mesi per le categorie svantaggiate — e il C2 storico è il certificato che li prova. Va distinto dal Percorso Lavoratore o Scheda Anagrafica Professionale, che è spesso un semplice riepilogo informativo: il certificato C2 con valore legale deve essere rilasciato e vidimato dal Centro per l’Impiego o dall’ente locale preposto. Utile anche per la domanda di NASpI e per le misure di inclusione, in alcune regioni si ottiene subito online con SPID, in altre richiede una domanda preventiva.

C2 storico per i bonus assunzioni 2026

Per accedere ai bonus assunzioni 2026 — Bonus Giovani under 35, Bonus Donne e Bonus ZES — il datore di lavoro deve verificare i requisiti di disoccupazione del candidato prima di formalizzare il contratto. Il Modello C2 storico è il documento che attesta questi periodi sulla base delle comunicazioni obbligatorie trasmesse dai precedenti datori di lavoro ai Centri per l’Impiego. Il termine richiesto è di almeno 24 mesi senza impiego regolarmente retribuito per tutte e tre le misure, ridotto a 12 mesi per i lavoratori appartenenti alle categorie svantaggiate ai sensi del regolamento UE 651/2014.

Con l’entrata in vigore del decreto Primo Maggio 2026 questi requisiti sono diventati  necessari per tutto l’anno: il C2 va integrato con la DID online, che attesta formalmente l’inizio dello stato di disoccupazione: i due documenti certificano aspetti distinti e sono spesso richiesti entrambi dall’INPS in fase di verifica. Se il C2 risulta incompleto per mancata registrazione di alcuni rapporti di lavoro, il lavoratore può presentare documentazione integrativa al CPI prima che il datore proceda con la domanda di bonus.

Come ottenere il C2 storico online in ogni Regione

Le procedure variano sensibilmente sul territorio nazionale. A Milano il PDF si ottiene tramite l’app o il portale MyAFOLMET, mentre nel resto della Lombardia si utilizza il portale SIUL. In Emilia Romagna la procedura avviene tramite “Lavoro per Te”, accessibile anche via app. In regioni come la Toscana, il Piemonte, la Basilicata e il Friuli Venezia Giulia, l’accesso avviene tramite i rispettivi portali regionali del lavoro, garantendo il rilascio di documenti firmati digitalmente pronti per l’uso amministrativo. Nelle altre regioni è necessario effettuare una richiesta tramite apposito modulo o via email/PEC.

Come scaricare il C2 storico online con SPID

Ottenere il certificato online è la modalità più rapida. La procedura standard prevede l’accesso ai portali regionali tramite identità digitale (SPID, CIE o CNS). Una volta autenticati, il documento è solitamente disponibile nella sezione “Certificati” o “Percorso Lavorativo” in formato PDF pronto per il download.

Richiesta C2 Storico online Campania (ClicLavoro)

In Campania, per scaricare il C2 Storico bisogna accedere al portale SILF ClicLavoro Campania e premere su Accedi → Entra con SPID, scegliendo il proprio fornitore di identità digitale. Completato il login, acconsentire all’invio dei dati. Se è il primo accesso, accettare la dichiarazione di responsabilità, spuntare il proprio nome e premere Conferma utente. Negli accessi successivi è sufficiente cliccare su nome e cognome accanto alla voce Cittadino.

Una volta nell’area personale seguire il percorso: menu Stampe → C2 Storico → Stampa. Il file PDF viene scaricato direttamente sul dispositivo. Se il browser lo apre in anteprima invece di salvarlo, usare l’icona di download o File → Salva con nome. Se la scheda anagrafica risulta incompleta, aggiornarla prima di procedere: il campo IBAN non è obbligatorio.

Richiesta C2 Storico online Lombardia (SIUL e MyAFOLMET)

Per Milano e provincia il percorso più rapido è l’app o il portale MyAFOLMET: dopo il login con SPID il documento è disponibile immediatamente nella sezione dedicata al C2 storico. Per il resto della Lombardia il riferimento è il portale SIUL: accedere con SPID, navigare nella sezione Servizi per il Cittadino e selezionare la voce relativa al Percorso Lavoratore. Il documento viene generato in tempo reale in formato PDF.

Download C2 storico con SPID: portali per Regione

Nelle regioni elencate di seguito la procedura è digitalizzata: il documento scaricabile tramite SPID, CIE o CNS ha pieno valore legale.

Regione / Provincia Accesso al portale
Milano (Città e Prov.) MyAFOLMET — scarica C2 storico
Lombardia (altre province) SIUL — portale regionale lavoro
Veneto ClicLavoro Veneto
Emilia Romagna Lavoro per Te — Emilia Romagna
Piemonte PiemonteTU — portale lavoro
Toscana Toscana Lavoro
Campania SILF — ClicLavoro Campania
Puglia Lavoro per Te — Puglia
Liguria MiAttivo — servizi per l’impiego
Sicilia SILAV — portale lavoro Sicilia
Sardegna SIL — Sardegna Lavoro
Basilicata SIL Basilicata — portale lavoro
Abruzzo SELFI — portale lavoro Abruzzo
Umbria ARPAL Umbria — certificati CPI
Valle d’Aosta Lavoro per Te — Valle d’Aosta
Trentino Trentino Lavoro — portale SIL

Come scaricare il modello C2 storico nelle diverse regioni

Ogni portale regionale ha un’interfaccia propria: i nomi dei menu e la sequenza dei passaggi cambiano anche tra regioni che usano la stessa tecnologia di base. Di seguito le istruzioni operative per le regioni più cercate.

Come scaricare il C2 storico in Puglia

Accedere al portale Lavoro per Te Puglia con SPID, CIE o CNS. Nella sezione Servizi con login → Servizi per le persone selezionare la funzione Percorso Lavoratore. Il sistema richiede di indicare l’intervallo di date per il quale si vuole il riepilogo dei rapporti di lavoro. Il documento viene generato in formato PDF pronto per il download.

Come scaricare il C2 storico in Emilia Romagna

Accedere al portale Lavoro per Te Emilia Romagna con SPID, CNS o CIE, selezionare la voce Cittadini e seguire il percorso Servizi Amministrativi → Percorso lavoratore. Il documento è disponibile anche tramite l’app Lavoro per Te nella sezione omonima. Se il documento non compare immediatamente occorre attendere qualche giorno: il CPI deve prima validare le comunicazioni obbligatorie trasmesse dal datore di lavoro.

Certificato Storico C2 su domanda in Lazio e Roma

Nel Lazio (compresa Roma), il portale regionale permette di scaricare solo la Scheda Anagrafica. Chi ha bisogno del Certificato Storico C2 con valore legale deve richiederlo via email al Centro per l’Impiego competente. La procedura richiede due passaggi:

  1. individuare l’indirizzo email del proprio CPI nella mappa ufficiale Regione Lazio;
  2. inviare una email allegando copia del documento d’identità e specificando la richiesta del “Certificato C2 Storico” firmato digitalmente.

C2 storico via PEC in Sicilia, Calabria, Molise, Friuli VG, Marche e Alto Adige

In queste regioni la procedura più sicura prevede l’invio di una PEC al Centro per l’Impiego di competenza, allegando l’apposito modulo di richiesta di C2 storico (si può usare un fac-simile) e il documento d’identità. Dove richiesta, va allegata anche la dichiarazione sostitutiva di atto notorio ai sensi del DPR n. 445/2000. I tempi di rilascio variano da uno a più giorni lavorativi a seconda del CPI.

In Sicilia è disponibile il portale SILAV con accesso SPID, ma le funzionalità variano per provincia: in caso di problemi di accesso è preferibile contattare il CPI territoriale. Per Friuli Venezia Giulia e Marche verificare sul sito ufficiale della propria Regione la procedura aggiornata, che in alcuni CPI prevede già l’accesso digitale.

Per l’Alto Adige il riferimento è il Centro per l’Impiego provinciale, raggiungibile tramite il portale CIVIS della Provincia di Bolzano.

Modello C2 storico: cosa contiene e a cosa serve

Il certificato elenca tutti i rapporti di lavoro subordinato in ordine cronologico. Per ogni posizione sono indicati: datore di lavoro, data di assunzione, proroghe, trasformazioni e data di cessazione. Riporta inoltre i titoli di studio, la data di iscrizione al CPI e lo stato di disoccupazione.

Quali esperienze di lavoro possono mancare

Possono non figurare i rapporti di lavoro autonomo occasionale, i contratti con le agenzie di somministrazione, i rapporti con la PA e il lavoro domestico, a causa della differente latenza nelle comunicazioni obbligatorie verso i Centri per l’impiego. Per un quadro completo di tutti i contributi versati è necessario richiedere separatamente l’estratto conto contributivo INPS, disponibile su MyINPS con SPID.

Differenza tra C2 storico e estratto conto INPS

Il Modello C2 è gestito dai Centri per l’Impiego e registra i rapporti di lavoro comunicati dai datori tramite le comunicazioni obbligatorie. L’estratto conto INPS riepiloga invece tutti i contributi versati, compresi quelli da lavoro autonomo, figurativi e da riscatto. I due documenti non sono equivalenti: il C2 attesta i rapporti contrattuali, l’estratto conto INPS la posizione previdenziale complessiva.

Che differenza c’è tra DID online e Modello C2 storico

Il Modello C2 è il certificato storico che elenca i rapporti di lavoro passati, mentre la DID online attesta formalmente l’inizio dello stato di disoccupazione e serve ad accedere ai servizi di reinserimento nel lavoro. La DID è un prerequisito per poter richiedere il C2 presso molti CPI.

Cosa fare se mancano dati o ci sono errori

Se il documento risulta incompleto o riporta informazioni non corrette, il primo passo è segnalarlo al Centro per l’Impiego di competenza, che può avviare una procedura di rettifica. Per i periodi lavorativi non registrati per mancata comunicazione del datore di lavoro, il lavoratore può presentare documentazione integrativa come buste paga, lettera di assunzione o Certificazione Unica. I tempi di aggiornamento variano da pochi giorni a diverse settimane a seconda del CPI.

Modello C2 storico per ADI e SFL

La richiesta del documento è essenziale per i beneficiari delle misure di inclusione. Il C2 permette ai Centri per l’Impiego di verificare la storia lavorativa ai fini di:

  • Assegno di inclusione (ADI): verifica dei requisiti dei componenti attivabili del nucleo familiare;
  • Supporto formazione e lavoro (SFL): attestazione dell’anzianità di disoccupazione necessaria per accedere ai percorsi formativi finanziati;
  • Patto di attivazione digitale (PAD): integrazione dei dati nel sistema informativo del portale nazionale Supporto Lavoro Italia.

Prima della richiesta è necessario disporre di SPID o CIE e aver rilasciato la DID presso i servizi regionali o il portale nazionale Sviluppo Lavoro Italia. Per i beneficiari ADI il C2 viene spesso acquisito d’ufficio dal CPI al momento della presa in carico, ma averlo già disponibile accelera la procedura.


Data articolo: Tue, 05 May 2026 13:30:02 +0000
Tech for PMI
Agenda Digitale UE: Italia e Francia alleate per l’innovazione
Dichiarazione congiunta Italia e Francia sull'Agenda digitale UE: al centro dell'alleanza per la competitività ci sono i grandi temi dell'innovazione tecnologica: AI, Digital Networks e Quantum Act.

L’agenda digitale UE entra nel confronto industriale tra Italia e Francia con una dichiarazione congiunta che guarda oltre la diplomazia: intelligenza artificiale, reti digitali, quantum, filiere tecnologiche e verifica dell’età online sono i principali dossier comuni su cui Roma e Parigi si impegnano a lavorare nei prossimi mesi. Il documento, firmato dal ministro Adolfo Urso e dalla ministra francese Anne Le Hénanff, indica le aree interessate dai prossimi interventi in ambito regolatorio ma anche da investimenti e politiche per imprese, PA e infrastrutture digitali.

Agenda digitale UE: la linea comune Italia-Francia

La dichiarazione congiunta rientra nel quadro del Trattato del Quirinale e punta a rafforzare la cooperazione tra Italia e Francia sulla transizione digitale ed è orientato allo sviluppo della competitività, alla semplificazione delle regole, al mercato unico, agli investimenti e all’innovazione. La cooperazione tra Roma e Parigi si concentra su AI, reti TLC, tecnologie quantistiche e filiere strategiche. Ambiti in cui l’Unione Europea sta definendo regole e strumenti industriali.

AI e calcolo avanzato per la produzione europea

La prima area riguarda intelligenza artificiale e calcolo ad alte prestazioni. Italia e Francia sostengono progetti di rilevanza strategica per industrializzare l’Intelligenza Artificiale, portando le regole UE sull’AI dentro processi produttivi, servizi, ricerca, manifattura e filiere. Una buona notizia per il tessuto produttivo italiano, con l’adozione dell’AI nelle PMI italiane in cerca di direttive: l’uso degli strumenti è infatti ormai ampio ma l’integrazione nei processi è ancora poco strutturata.

Digital Networks Act e reti più forti per le imprese

Il secondo dossier riguarda TLC e Digital Networks Act. La proposta europea punta a modernizzare e armonizzare le regole sulle reti di connettività, con l’obiettivo di sostenere investimenti, innovazione e infrastrutture digitali più resilienti. Italia e Francia chiedono un approccio coordinato anche su spettro radio e interferenze transfrontaliere. Per le imprese, il tema si traduce in qualità della connettività, continuità dei servizi, cloud, cybersecurity, dati e capacità di usare applicazioni digitali ad alta intensità.

Quantum Act e filiere tecnologiche strategiche

La dichiarazione richiama le tecnologie quantistiche e il futuro Quantum Act europeo. Il dossier punta a rafforzare ricerca e innovazione, aumentare la capacità industriale e rendere più solide governance e catene di fornitura. Accanto al quantum, Roma e Parigi indicano le filiere strategiche come area da presidiare. Il riferimento riguarda tecnologie e servizi capaci di generare valore in Europa e ridurre dipendenze in settori sensibili come cloud, semiconduttori, calcolo avanzato, reti e sicurezza digitale.

Semplificazione digitale UE e mercato unico

La dichiarazione Italia-Francia inserisce i dossier tecnologici dentro una cornice più ampia: semplificazione della regolazione digitale, rafforzamento del mercato unico e sostegno agli investimenti europei. Per le aziende, la semplificazione conta solo se riduce duplicazioni, incertezze e costi di adeguamento. La stessa direzione è al centro del confronto sul Digital Omnibus e sull’AI Act, con ricadute su sistemi ad alto rischio, piattaforme, dati, sicurezza informatica e prodotti digitali.

Minori online e verifica dell’età digitale

Un capitolo specifico riguarda la protezione dei minori online. Italia e Francia promuovono una valutazione congiunta sull’adozione di una maggiore età digitale a livello UE e su strumenti affidabili per la verifica dell’età. In questo contesto si colloca anche la Raccomandazione della Commissione Europea del 29 aprile 2026 prevede di sviluppare una app UE di age verification, pensata per permettere agli utenti di dimostrare il superamento di una soglia anagrafica senza condividere dati personali non richiesti. In Italia il dossier dialoga con la verifica digitale della maggiore età già prevista per alcuni servizi online.

Le priorità della dichiarazione congiunta

La cooperazione Italia-Francia sull’agenda digitale europea si concentra su cinque direttrici, tutte collegate alla competitività industriale e alla sicurezza digitale:

  1. l’intelligenza artificiale e il calcolo ad alte prestazioni vengono collegati all’industrializzazione delle tecnologie avanzate;
  2. le telecomunicazioni e il Digital Networks Act vengono richiamati per investimenti, innovazione e coordinamento sulle reti digitali;
  3. le tecnologie quantistiche e il Quantum Act vengono indicate per ricerca, capacità industriale, finanziamenti e adozione nelle imprese;
  4. le filiere tecnologiche strategiche vengono considerate centrali per generare valore in Europa e ridurre dipendenze esterne;
  5. la protezione dei minori online viene associata alla verifica dell’età e alla possibile maggiore età digitale europea.

Dossier chiave per imprese e PA

Per le imprese, le aree più rilevanti sono AI industriale, reti digitali, quantum, cloud, cybersecurity, identità digitale e age verification. Per la pubblica amministrazione l’intesa si collega alla digitalizzazione dei servizi, alla sicurezza delle infrastrutture e all’evoluzione dell’identità digitale europea. Per il sistema produttivo, infine, il nodo sarà trasformare l’agenda digitale UE in strumenti accessibili, infrastrutture affidabili e regole leggibili.


Data articolo: Tue, 05 May 2026 12:51:10 +0000
Incentivi imprese
Bonus assunzioni Giovani, Donne e ZES: requisiti e importi del DL 62/2026
Assunzioni agevolate fino al 31 dicembre 2026 con esonero al 100% ma requisiti più stringenti e incremento occupazionale obbligatorio per tutti i bonus.

Le imprese che assumono a tempo indeterminato giovani under 35, donne svantaggiate o lavoratori nella ZES Unica del Mezzogiorno possono accedere nel 2026 a tre distinti esoneri contributivi per le assunzioni, tutti disciplinati dal DL 62/2026 (Decreto Primo Maggio), con effetto retroattivo dal 1° gennaio. Il provvedimento ha aggiornato le regole del Milleproroghe — valide solo fino al 30 aprile e con sgravio ridotto al 70% per i bonus Giovani e ZES — ridisegnando per intero le condizioni di accesso: esonero al 100% in tutti i casi, incremento occupazionale netto obbligatorio, nessuna eccezione.

I tre bonus del DL 62/2026 e le condizioni di accesso

Bonus Giovani, Bonus Donne e Bonus ZES condividono un impianto comune. In tutti e tre i casi l’esonero riguarda i contributi previdenziali a carico del datore di lavoro, con esclusione dei premi INAIL, per un massimo di 24 mesi. Si applica alle assunzioni a tempo indeterminato di personale non dirigenziale effettuate tra il 1° gennaio e il 31 dicembre 2026, incluse le trasformazioni da contratto a termine. Sono esclusi il lavoro domestico e l’apprendistato, salvo il caso di apprendistato non trasformato a tempo indeterminato dallo stesso datore di lavoro.

L’esonero non è cumulabile con altri sgravi o riduzioni delle aliquote contributive previsti dalla normativa vigente. È invece compatibile con la maggiorazione del costo del personale deducibile per le imprese che incrementano l’occupazione, introdotta dalla Legge di Bilancio 2025 (commi 399 e 400, L. 207/2024). Non accedono al beneficio i datori di lavoro che nei sei mesi precedenti hanno effettuato licenziamenti individuali per giustificato motivo oggettivo o licenziamenti collettivi.

Se l’impresa licenzia per motivi economici un lavoratore con mansione analoga nei sei mesi successivi all’assunzione agevolata, scattano la revoca e il recupero di quanto già fruito. L’esonero residuo può essere riconosciuto anche quando il lavoratore ha già beneficiato parzialmente dell’incentivo presso un precedente datore.

Condizione trasversale a tutti i bonus è il rispetto delle regole sul salario giusto introdotte dallo stesso DL 62/2026: le retribuzioni applicate non possono essere inferiori al trattamento economico complessivo (TEC) previsto dai contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative.

Il calcolo dell’incremento occupazionale netto

Tutti e tre i bonus richiedono che l’assunzione generi un incremento occupazionale netto mensile. Il calcolo si effettua confrontando il numero dei dipendenti rilevato a fine mese con la media degli occupati nei dodici mesi precedenti. Per i lavoratori a tempo parziale il conteggio è ponderato: si considera il rapporto tra le ore pattuite e l’orario normale dei lavoratori a tempo pieno.

L’incremento deve essere calcolato al netto delle riduzioni occupazionali verificatesi in società controllate o collegate ai sensi dell’articolo 2359 del codice civile, o facenti capo allo stesso soggetto economico. Il meccanismo retroattivo del decreto significa che le assunzioni già effettuate dal 1° gennaio 2026 rientrano nel perimetro agevolabile, a condizione che soddisfino tutti i requisiti previsti.

Bonus giovani under 35: chi può accedere e quanto vale

Il Bonus giovani aggiorna gli incentivi per le assunzioni in Manovra 2026, rimasti in attesa dei decreti attuativi. Si applica alle assunzioni a tempo indeterminato di personale non dirigenziale under 35 mai occupato stabilmente. Il massimale è di 500 euro mensili per ciascun lavoratore, che sale a 650 euro per le assunzioni presso sedi o unità produttive nella ZES Unica (Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Sicilia, Puglia, Calabria, Sardegna, Marche e Umbria). La durata ordinaria è di 24 mesi. L’accesso richiede una domanda preventiva all’INPS tramite il portale delle agevolazioni, da presentare prima dell’assunzione o trasformazione.

Per accedere al bonus il lavoratore deve essere privo di impiego regolarmente retribuito da almeno 24 mesi. La durata si riduce a 12 mesi nei casi in cui il lavoratore sia disoccupato da almeno 12 mesi e appartenga a una delle categorie svantaggiate definite dall’articolo 2 del regolamento UE n. 651/2014 (lettere c, e, f, g):

  • lavoratori privi di diploma di istruzione secondaria superiore o di formazione professionale (ISCED 3);
  • adulti che vivono soli con una o più persone a carico;
  • occupati in settori o professioni con un tasso di disparità di genere superiore al 25%;
  • appartenenti a minoranze etniche che necessitano di sviluppare il profilo linguistico, la formazione professionale o l’esperienza lavorativa.

La disoccupazione annuale si applica anche ai lavoratori con meno di 24 anni o disoccupati da almeno sei mesi, in quanto rientranti nelle definizioni di lavoratore svantaggiato ai sensi della normativa europea. Il limite di spesa per questa misura è di 109,7 milioni di euro per il 2026, 252,4 milioni per il 2027 e 135,4 milioni per il 2028, a valere sul Programma nazionale giovani, donne e lavoro 2021-2027.

Bonus Donne 2026: lavoratrici ammesse e importi aggiornati

Il Bonus Donne riguarda le assunzioni a tempo indeterminato di lavoratrici prive di impiego regolarmente retribuito da almeno 24 mesi, oppure da almeno 12 mesi se appartenenti a una delle categorie svantaggiate richiamate dalle lettere da b) a g) dell’articolo 2 del regolamento UE n. 651/2014. La durata ordinaria è di 24 mesi, ridotta a 12 mesi per le categorie di svantaggio più ampie previste dalla normativa europea. In entrambi i casi l’assunzione deve generare un incremento occupazionale netto.

Il massimale ordinario è di 650 euro mensili per ciascuna lavoratrice. Per le lavoratrici residenti nelle regioni della ZES Unica ammissibili ai fondi strutturali europei il tetto sale a 800 euro mensili: rileva la residenza della lavoratrice, non l’ubicazione della sede aziendale. Rispetto al Milleproroghe, l’innalzamento del massimale nelle aree ZES da 650 a 800 euro è la novità più rilevante per le imprese del Mezzogiorno.

Bonus ZES Mezzogiorno per le microimprese

Il Bonus ZES è uno strumento distinto, riservato alle imprese di minori dimensioni. Aggiorna i requisiti del Bonus ZES Unica del Decreto Coesione, in vigore fino al 31 dicembre 2025 e già prorogato dal Milleproroghe fino al 30 aprile. Possono accedere i datori di lavoro privati con un organico non superiore a 10 dipendenti nel mese di assunzione, con sede o unità produttiva nella ZES Unica del Mezzogiorno (Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Sicilia, Puglia, Calabria, Sardegna, Marche e Umbria).

I lavoratori da assumere devono avere almeno 35 anni di età ed essere disoccupati da almeno 24 mesi: una platea opposta a quella del Bonus Giovani, con cui non si sovrappone. Il contratto deve essere a tempo indeterminato e generare un incremento occupazionale netto. L’esonero è al 100% dei contributi previdenziali per 24 mesi, nel limite di 650 euro mensili per ciascun lavoratore.

Stabilizzazioni agevolate tra agosto e dicembre 2026

Il DL 62/2026 introduce un quarto incentivo, riservato alle trasformazioni a tempo indeterminato di contratti a termine. Il bonus stabilizzazioni si applica alle conversioni effettuate tra il 1° agosto e il 31 dicembre 2026, senza soluzione di continuità, di contratti a tempo determinato di durata complessiva non superiore a 12 mesi stipulati tra il 1° gennaio e il 30 aprile 2026. I lavoratori interessati devono avere meno di 35 anni e non essere mai stati occupati a tempo indeterminato. L’esonero è al 100% dei contributi previdenziali per 24 mesi, nel limite di 500 euro mensili.

Valgono le stesse condizioni degli altri bonus: incremento occupazionale netto verificato e rispetto delle regole sul salario giusto. L’efficacia del bonus stabilizzazioni è però subordinata all’autorizzazione della Commissione Europea ai sensi dell’articolo 108, paragrafo 3, del TFUE: prima del via libera UE la misura non è applicabile.


Data articolo: Tue, 05 May 2026 11:56:42 +0000
Appalti
Responsabilità solidale negli appalti, contributi in F24 senza compensazione
Negli appalti, committente e stazione appaltante pagano contributi e premi dell’affidatario inadempiente senza compensare crediti.

La responsabilità solidale negli appalti non consente scorciatoie fiscali quando il committente interviene per pagare contributi previdenziali e premi assicurativi dell’affidatario inadempiente. L’Agenzia delle Entrate spiega che il versamento va effettuato con modello F24, indicando il debitore principale e il soggetto che paga, senza utilizzare crediti propri in compensazione. La regola riguarda sia il committente obbligato in solido sia la stazione appaltante che attiva l’intervento sostitutivo.

Responsabilità solidale negli appalti e debiti dell’affidatario

Il chiarimento dell’Agenzia delle Entrate riguarda una fattispecie precisa: negli appalti, il committente o la stazione appaltante può trovarsi a versare contributi e premi assicurativi dovuti dall’affidatario che non ha adempiuto ai propri obblighi. La base giuridica è diversa a seconda del soggetto che interviene. Per il committente privato rileva la responsabilità solidale negli appalti prevista dall’articolo 29, comma 2, del DLgs. 276/2003; per la stazione appaltante rileva invece l’intervento sostitutivo previsto dall’articolo 11, comma 6, del DLgs. 36/2023.

Contributi e premi per conto di un altro soggetto

Il nodo della FAQ è nel rapporto tra chi paga e chi risulta debitore. Il committente o la stazione appaltante effettua materialmente il versamento, ma il debito resta riferito all’affidatario inadempiente. Proprio questa distinzione impedisce l’uso della compensazione crediti. Chi versa non sta chiudendo una propria posizione contributiva o assicurativa, bensì sta estinguendo un debito altrui per effetto della responsabilità in solido o dell’intervento sostitutivo.

F24 senza compensazione per il committente

L’Agenzia delle Entrate esclude che il committente possa utilizzare crediti fiscali o contributivi propri nel modello F24 per pagare contributi e premi dell’affidatario inadempiente. Il pagamento va effettuato con disponibilità effettive. La stessa regola vale per la stazione appaltante. Anche quando il pagamento avviene nell’ambito di un appalto pubblico, il versamento riguarda il debito del soggetto affidatario e non può essere coperto con crediti del soggetto che interviene.

Codici 50 e 51 nel modello F24

La compilazione del modello F24 serve a distinguere il debitore principale dal soggetto che effettua il pagamento. Nel campo dedicato al codice fiscale del contribuente va indicato quello dell’affidatario inadempiente. Il codice fiscale del soggetto che esegue materialmente il versamento va invece inserito come secondo codice fiscale, nel campo riservato al coobbligato, erede, genitore, tutore o curatore. Il codice identificativo cambia in base al ruolo assunto da chi paga:

  • il codice 50 identifica l’obbligato solidale che versa in base all’articolo 29, comma 2, del DLgs. 276/2003;
  • il codice 51 identifica la stazione appaltante che interviene in base all’articolo 11, comma 6, del DLgs. 36/2023.

Debito altrui e divieto di compensazione

La FAQ va letta insieme al divieto introdotto dall’articolo 1 del DL 124/2019, che impedisce il pagamento del debito di un altro soggetto tramite compensazione di crediti propri. Per questo, nei versamenti legati alla responsabilità solidale negli appalti, i crediti disponibili nel cassetto fiscale del committente non possono ridurre l’importo da pagare.

La regola non contraddice la disciplina generale delle compensazioni fiscali e contributive. Le imprese possono compensare i propri debiti INPS e INAIL quando la posizione debitoria è la propria; negli appalti con affidatario inadempiente, invece, il pagamento è riferito a un altro contribuente.

Appalti con regole diverse per chi paga

Negli appalti privati, il committente risponde in solido con l’appaltatore e con eventuali subappaltatori per retribuzioni, contributi previdenziali e premi assicurativi dovuti ai lavoratori impiegati nell’appalto, nei limiti previsti dalla norma.

Negli appalti pubblici, la stazione appaltante può invece attivare l’intervento sostitutivo quando emergono inadempienze contributive dell’affidatario. Anche in questo caso, il pagamento tramite F24 segue la logica del debito altrui e non ammette compensazione con crediti propri.

Controlli su DURC, affidatario e filiera

Il chiarimento dell’Agenzia delle Entrate rafforza la necessità di controlli preventivi sulla filiera dell’appalto. La verifica della regolarità contributiva dell’affidatario e degli eventuali subappaltatori riduce il rischio di dover intervenire in un secondo momento con versamenti in solido.

Per le imprese committenti, il tema non riguarda soltanto la corretta compilazione dell’F24. La responsabilità negli appalti può coinvolgere profili retributivi, contributivi, assicurativi e di sicurezza sul lavoro, con effetti che si riflettono sui costi del contratto e sui rapporti con fornitori e lavoratori impiegati nell’esecuzione dell’opera o del servizio.

Pagamento fuori dalle compensazioni aziendali

La regola pratica è netta: se il versamento chiude un debito dell’affidatario inadempiente, il committente o la stazione appaltante non può usare crediti propri in compensazione, anche se disponibili e utilizzabili per altri debiti.

Prima dell’invio dell’F24 occorre quindi verificare tre elementi: il codice fiscale dell’affidatario, il codice fiscale del soggetto che paga e il codice identificativo corretto tra 50 e 51. Una compilazione coerente evita errori nel pagamento e separa la responsabilità in solido dalla normale pianificazione delle compensazioni fiscali.


Data articolo: Tue, 05 May 2026 09:27:42 +0000

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