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Dopo una Legge di Bilancio 2026 che si era limitata a rifinanziare il Fondo di Garanzia PMI senza intervenire sulle modalità operative, il decreto Milleproroghe chiarisce il quadro per l’intero anno. Le percentuali di copertura e le condizioni di accesso restano invariate rispetto al 2025, stabilizzando le regole applicabili alle imprese che richiedono credito nel 2026.
La Legge di Bilancio 2026 ha fissato il limite massimo degli impegni assumibili dal Fondo di Garanzia PMI in 140 miliardi di euro. Il plafond tiene conto sia delle garanzie in essere sia delle nuove coperture concedibili nel corso dell’anno e si colloca in continuità con l’operatività registrata negli ultimi esercizi.
Il decreto Milleproroghe conferma per tutto il 2026 le modalità di funzionamento già previste nel 2025, mantenendo in vigore le disposizioni introdotte dall’articolo 15-bis del DL 145/2023. Per PMI e microimprese, la garanzia del Fondo è concessa:
Viene così superata l’incertezza che si era creata a fine 2025 sull’eventuale ritorno alle percentuali precedenti, rendendo strutturali per il 2026 le aliquote già applicate.
L’importo massimo della garanzia resta fissato a 5 milioni di euro per singola impresa. Per le microimprese, la garanzia continua a essere concessa a titolo gratuito, senza applicazione di commissioni.
La percentuale massima dell’80% trova applicazione, oltre che per gli investimenti, anche in una serie di fattispecie specifiche:
Se il finanziamento è connesso a investimenti nel capitale di rischio dei soggetti beneficiari finali, la copertura massima resta invece fissata al 50%.
Gli enti del terzo settore iscritti all’apposito registro possono accedere alla garanzia del Fondo per operazioni finanziarie di importo non superiore a 60mila euro, senza applicazione del modello di valutazione. Restano in vigore anche le disposizioni specifiche per enti non iscritti al repertorio delle notizie economiche e amministrative e per gli enti religiosi civilmente riconosciuti.
Il Fondo può intervenire anche a favore di imprese fino a 499 dipendenti, entro il limite massimo del 15% della dotazione annua. In questo caso, la garanzia è concessa:
Le stesse percentuali si applicano anche alle imprese di nuova costituzione che abbiano avviato l’attività da non oltre tre anni.
La richiesta di accesso alla garanzia non viene presentata direttamente dall’impresa, ma tramite la banca o un Confidi presso cui viene domandato il finanziamento. Sul portale ufficiale del Fondo è a disposizione l’elenco delle strutture convenzionate.
Il modello di valutazione utilizzato è distinto dal merito creditizio ordinario delle banche e serve sia a determinare l’ammissibilità sia la misura della copertura. Sempre sul portale, si può utilizzare un tool online per verificare l’ammissibilità di un’impresa.
Il trasporto aereo torna al centro delle strategie di sviluppo territoriale in Italia. Numerose compagnie stanno definendo nuovi programmi di traffico in Italia per il 2026 con annunci ufficiali delle nuove rotte e investimenti strutturati, in particolare quelle low cost come Ryanair e Volotea. I piani includono l’aumento di aeromobili basati, nuove destinazioni e maggiore connettività nei principali scali italiani, con ricadute su turismo, mobilità di lavoro e servizi alle imprese.
Il Nord resta l’area maggiormente interessata dai nuovi annunci. In Lombardia Ryanair ha confermato un piano di investimenti pluriennale che rafforza la presenza sugli aeroporti regionali, con nuove rotte e un aumento della capacità operativa a partire dal 2026. Nel Nord-Est prosegue il rafforzamento di scali come Venezia, Treviso e Verona, sempre più utilizzati come hub per collegamenti europei point-to-point.
Ryanair ha presentato un programma record per l’estate 2026 presso gli aeroporti di Milano Bergamo e Milano Malpensa, che prevede:
Le nuove destinazioni inserite nel network di Milano per l’estate 2026 includono Lemnos (Grecia), Pescara, Rabat (Marocco), Edimburgo (Regno Unito), Plovdiv (Bulgaria), Tirana (Albania) e Varsavia (Polonia). L’operativo rafforza la connettività low cost nel Nord Italia e supporta oltre 16.200 posti di lavoro nella regione, incluse oltre 1.000 figure specializzate nel settore dell’aviazione.
Inoltre, rotte domestiche e internazionali come quelle su Torino (da marzo 2026 con voli quotidiani), Verona (giornaliero dal 31 marzo) e Pescara (nove voli settimanali a partire dal 31 marzo) testimoniano un’offerta sempre più densa sulle direttrici interne ed europee.
Nel Centro Italia l’espansione appare più selettiva ma mirata. Gli annunci riguardano soprattutto il rafforzamento delle rotte su Roma e Pisa, con collegamenti aggiuntivi verso capitali europee e mercati ad alta domanda stagionale.
Nel Centro Italia Ryanair mantiene un ampliamento costante della rete. A Pescara, l’offerta per l’estate 2026 prevede 14 rotte con 8 nuove destinazioni come Cagliari, Kaunas e Valencia, oltre a 21 rotte stagionali, inclusa una nuova verso Tirana e il ripristino di collegamenti con Milano Bergamo. L’aumento dei voli su Pescara dovrebbe portare oltre 1,3 milioni di passeggeri all’anno (+80% rispetto al 2024).
Volotea, altra low cost con forte presenza in Italia, annuncia per il 2026 un ulteriore potenziamento della base all’aeroporto di Venezia Marco Polo con un aumento dei voli del 12% e nuove rotte, consolidando destinazioni come Olbia con un incremento previsto di oltre il 60%.
Il Sud Italia rappresenta la principale area di crescita potenziale. Ryanair e altre compagnie hanno annunciato nuove rotte e un incremento delle frequenze su scali come Bari, Brindisi, Catania, Palermo e Lamezia Terme, con particolare attenzione ai collegamenti internazionali.
Il Sud si caratterizza per una dinamica di crescita attraverso micro-basi. Ryanair ha infatti riattivato la propria base operativa a Trapani–Birgi con un programma stagionale 2026 che include rotte da/per Bari, Bratislava, Bournemouth, Bruxelles, Katowice, Londra, Pescara, Saarbrücken, Stoccolma e Verona. La riapertura della base è favorita dall’abolizione dell’addizionale comunale aeroportuale in Sicilia a partire dal 2026.
Tra gli annunci più recenti sulle rotte 2026 dei vettori attivi in Italia, Wizz Air ha comunicato l’avvio del collegamento Napoli–Palma di Maiorca con start operativo dal 12 maggio 2026 (tre frequenze settimanali) e il lancio della nuova rotta Roma Fiumicino–Chania, il cui debutto è indicato per il 29 giugno 2026.
Sul fronte lungo raggio, ITA Airways ha messo in vendita il nuovo diretto Roma Fiumicino–Houston, con primo volo previsto dal 1° maggio 2026 nell’ambito della programmazione estiva.
Neos, infine, per l’estate 2026 ha evidenziato nuove connessioni transatlantiche con Palermo–New York e Bari–New York, posizionando le due rotte come novità di network per la stagione.
L’espansione delle rotte e l’aumento degli aeromobili basati nei principali scali italiani ha ricadute economiche tangibili. Parallelamente, la capacità di attrarre traffico sostenibile su base annua — e non solo stagionale — dipende anche dal contesto regolatorio e infrastrutturale, come la politica delle addizionali aeroportuali, che secondo i vettori può influenzare la competitività di scali come Milano rispetto ad altri paesi europei.
In sintesi, il 2026 segna per l’Italia una fase di consolidamento della connettività aerea low cost con un mix di nuove rotte e maggiore capacità operativa, elementi che si riflettono non solo sulle dinamiche del trasporto passeggeri ma anche sulle prospettive di sviluppo economico locale e sull’attrattività internazionale delle imprese italiane
Il mercato italiano del Private Equity entra nel 2026 con un segnale chiaro: l’attività non si è fermata e non si sta riducendo ma sta cambiando forma. Dopo un secondo semestre 2025 da record, con 322 operazioni concluse, gli operatori stimano per i primi sei mesi del nuovo anno circa 224 deal, concentrati su operazioni di dimensione medio-alta e su settori industriali considerati più resilienti.
È uno scenario che emerge dalla nuova Private Equity Survey condotta da Deloitte in collaborazione con AIFI e LIUC Business School, e che fotografa un mercato meno euforico rispetto al passato, ma strutturalmente più selettivo e orientato alla creazione di valore industriale.
Il dato più rilevante non è tanto il numero assoluto di operazioni previste, quanto la loro composizione. Oltre la metà dei deal attesi nel primo semestre 2026 riguarda transazioni superiori ai 30 milioni di euro, con una netta preferenza per operazioni di maggioranza. La quota di operatori che indica questo approccio come prioritario supera il 90%, confermando una strategia sempre più orientata al controllo e alla gestione diretta delle società partecipate.
Si riduce, di contro, l’interesse per le partecipazioni di minoranza e per i co-investimenti, segnale di un contesto in cui l’incertezza geopolitica e macroeconomica spinge i fondi a ridurre l’esposizione a modelli meno governabili.
Dal punto di vista settoriale, il manifatturiero si conferma il comparto più attrattivo per gli investitori, con il 26% delle preferenze e una crescita rispetto al semestre precedente. Seguono Food & Beverage e Life Sciences & Healthcare, settori che beneficiano sia della domanda strutturale sia della capacità di difendere i margini in contesti inflattivi.
Più prudente l’approccio verso l’ICT e i beni di consumo, che restano presenti nei radar degli operatori ma senza segnali di accelerazione significativa.
L’intelligenza artificiale continua a rappresentare un fattore rilevante nella selezione dei target, citata dal 75% degli operatori, pur registrando un lieve arretramento rispetto alla rilevazione precedente. Il dato suggerisce una fase di maggiore maturità : l’AI non è più un elemento distintivo in sé, ma una leva da valutare caso per caso in termini di applicabilità industriale e ritorno economico.
I criteri ESG risultano invece ormai strutturali nei processi decisionali. Oltre due terzi degli operatori li integrano già nella fase di investimento o nella gestione delle società in portafoglio, confermando che sostenibilità e governance non sono più considerate un vincolo reputazionale ma un fattore di creazione di valore.
Un altro elemento di discontinuità riguarda le fonti di finanziamento. Le banche commerciali tornano a occupare una posizione centrale nel supporto alle operazioni di acquisizione, con una crescita significativa delle aspettative per il 2026. Al contrario, cala l’appeal dei fondi di private credit, segnale di un riequilibrio del mercato del debito a favore di strumenti più tradizionali.
Questo cambio di passo riflette anche un miglioramento delle condizioni di accesso al credito, che contribuisce a sostenere il sentiment positivo degli operatori nonostante le tensioni internazionali.
La distribuzione territoriale delle operazioni resta fortemente sbilanciata. Nel secondo semestre 2025 quasi il accesso dei deal si è concentrato nel Nord Italia, mentre il Centro ha perso peso e il Sud, pur in lieve recupero, resta marginale.
Un dato che evidenzia come il Private Equity continui a intercettare soprattutto ecosistemi industriali già maturi, lasciando aperta la questione della capacità di attrarre capitali nei territori meno strutturati.
Infine, aumenta in modo significativo la quota di operatori che prevede attività di exit nel prossimo semestre. È un segnale coerente con un mercato che, dopo anni di accumulazione di partecipazioni, inizia a guardare con maggiore attenzione alla monetizzazione degli investimenti.
Nel complesso, il quadro che emerge non è quello di un mercato in rallentamento, ma di un Private Equity italiano più maturo, selettivo e industriale, chiamato a muoversi in un contesto complesso senza rinunciare a operazioni di dimensione e ambizione rilevanti.
Il pacchetto automotive della Commissione UE riapre il confronto su tempi e strumenti della transizione: non solo investimenti e infrastrutture, ma anche regole su come viene misurata la decarbonizzazione del trasporto su strada. Dal lato delle imprese, la richiesta che torna con forza è una: neutralità tecnologica. In pratica, evitare che la riduzione della CO2 venga letta soltanto in chiave di trazione elettrica, riconoscendo un ruolo anche ai carburanti rinnovabili e alle filiere già operative.
È questa la linea che emerge dal mondo della distribuzione e dell’automotive tradizionale, che chiede al legislatore europeo di valutare l’impatto sull’industria e sui territori. Il rischio indicato è che, senza correttivi, si crei un doppio effetto: da un lato costi più alti per imprese e famiglie, dall’altro perdita di competitività per la filiera continentale, soprattutto nei segmenti più esposti alla concorrenza extra-UE.
Secondo le associazioni di settore, uno dei punti critici è il perimetro con cui viene misurata la CO2: se l’asticella resta legata soltanto alle emissioni allo scarico, la transizione rischia di essere interpretata come un percorso “a tecnologia unicaâ€. La richiesta è di affiancare alla traiettoria principale un impianto regolatorio capace di valorizzare anche soluzioni alternative, senza rinunciare all’obiettivo di riduzione delle emissioni.
Per neutralità tecnologica si intende un principio operativo: l’obiettivo (ridurre le emissioni) resta fisso, ma la strada per raggiungerlo non viene “predeterminata†dal regolatore. In questa impostazione, contano i risultati lungo l’intero ciclo d’uso e la capacità delle tecnologie di scalare nel mercato, evitando che la trasformazione si traduca in una sostituzione industriale rapida e asimmetrica.
Dal punto di vista delle imprese, il tema è anche industriale: molte catene del valore europee sono oggi strutturate su componentistica, manutenzione, logistica e distribuzione che ruotano attorno a motorizzazioni termiche e ibride. Il timore è che una transizione priva di gradualità e “multi-soluzione†produca perdite di competenze e squilibri nella capacità produttiva tra Paesi e distretti.
Nelle posizioni espresse dal comparto viene chiesto che carburanti rinnovabili (come biocarburanti avanzati ed e-fuels) e biometano vengano considerati nella traiettoria di riduzione della CO2, soprattutto nel periodo di transizione. La logica è duplice:
Questi vettori fungerebbero da leva aggiuntiva per ridurre emissioni e attenuare gli attriti della transizione, specialmente dove infrastrutture e capacità di rete non crescono allo stesso ritmo della domanda.
Un altro tema sollevato riguarda la differenza tra Paesi, aree metropolitane e territori industriali: infrastrutture di ricarica, disponibilità di energia, costi dell’accesso e capacità di rinnovare le flotte non sono uniformi. Per le imprese, soprattutto quelle con veicoli commerciali o flotte operative, questo può tradursi in un rischio concreto: transizione più costosa e meno prevedibile, con effetti sulla competitività e sulla pianificazione degli investimenti.
Nel breve periodo, il confronto si sposta su due piani: da un lato le regole (standard e criteri di contabilizzazione), dall’altro le condizioni di mercato (infrastrutture, incentivi mirati, strumenti per la filiera). Il settore chiede che la transizione venga accompagnata con una cornice coerente, in cui obiettivi climatici e tenuta industriale restino agganciati.
Per le PMI della filiera automotive e dell’energia, la partita non è astratta: si gioca su contratti, investimenti e tempi di riconversione. Il punto di equilibrio richiesto dalle imprese è una transizione che riduca le emissioni senza scaricare sul sistema produttivo un costo non sostenibile e senza generare nuove dipendenze industriali.
L’ultimo aggiornamento mensile per la il calcolo della rivalutazione dei canoni di affitto all’inflazione (a meno che non si eserciti l’opzione di cedolare secca) – basato sull’andamento dei prezzi al consumo per le famiglie italiane calcolato a cadenza mensile dall’Istat – rivela un andamento in crescita.
Per gli adeguamenti di gennaio 2026 riferiti a dicembre 2025, l’indice di riferimento FOI al netto dei tabacchi è pari a +0,2% in termini di variazione mensile, in aumento rispetto all’anno precedente dell’1,1% e del 2,2% rispetto su base biennale.
Vediamo in dettaglio cosa cambia, come funziona l’adeguamento per i canoni di locazione e quando scatta l’aumento del prezzo dell’affitto.
In base all’ultimo aggiornamento (riferito al mese di dicembre 2025 e applicabile a gennaio 2026), la rivalutazione annuale degli affitti è pari a +1,1% per gli adeguamenti al 100% (locazioni di immobili ad uso abitativo) e +0,825% per adeguamenti al 75% (canoni commerciali).
L’indice di rivalutazione stabilito per gli adeguamenti di gennaio 2026 è fissato a +121,3 in calo dello 0,2% su base mensile ed in aumento dell’1,1% su base annua e del 1,8% su base biennale (valore di riferimento per i contratti con clausola di adeguamento ogni 2 anni).
| Periodo di riferimento: dicembre 2025 | |
| Indice generale FOI | +121,5 |
| Variazione % rispetto al mese precedente | +0,2 |
| Variazione % rispetto allo stesso mese dell’anno precedente | +1,1 |
| Variazione % rispetto allo stesso mese di due anni precedenti | Â +2,2 |
Nei contratti di locazione immobiliare viene solitamente prevista una clausola per l’aggiornamento annuale del canone di affitto, rispetto alle variazioni dei prezzi al consumo per famiglie di operai e impiegati rilevate nell’ultimo anno solare. Sono esclusi dall’aumento i canoni di locazione con contratti di affitto che applicano la cedolare secca.
L’indice Istat che valuta l’aumento del costo della vita rispetto all’anno precedente (sulla base di quasi duemila fattori, aggiornati periodicamente in base alle necessità delle famiglie italiane) deve essere utilizzato per ricalcolare ogni 12 mesi il costo dell’affitto concordato tra inquilino e proprietario dell’immobile concesso in locazione.
La rivalutazione sull’affitto è obbligatoria se è espressamente previsto da un’apposita clausola inserita nel contratto di locazione (specificando anche se al 100% per contratti a canone libero o al 75% per contratti a canone concordato). In queste circostanze, l’adeguamento del canone all’indice Istat va effettuato ogni anno, altrimenti il proprietario dell’immobile non può avanzare alcuna pretesa nei confronti dell’inquilino.
Per adeguare il canone di affitto all’inflazione si utilizza infatti l’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI) al netto dei tabacchi. Si allinea così il valore del canone al reale andamento dell’economia e al costo della vita.
Il canone di locazione si rivaluta applicando aliquote diversificate a seconda che si tratti di un contratto di locazione a uso abitativo o ad uso commerciale, ai sensi della legge 392/78 (articolo 32):
Le parti possono comunque concordare anche termini diversi.
Il metodo e l’importo del calcolo dell’adeguamento cambiano anche a seconda della situazione contrattuale:
La formula per il calcolo dell’adeguamenti Istat per gli affitti è la seguente: Canone d’affitto x Indice FOI al netto dei tabacchi x percentuale di rivalutazione
Si ottiene così il canone annuo rivalutato, dividendo per 12 mesi si ottiene il canone dell’affitto mensile. Ovviamente la rivalutazione più portare tanto ad un aumento quando ad una diminuzione del costo dell’affitto.
Solitamente non si tratta di oscillazioni consistenti, a meno che nell’anno di riferimento non si siano verificati eventi importanti in grado di scombussolare l’economia del Paese, come crisi economiche e impennate dell’inflazione.
I soggetti diversi dalle persone fisiche, come gli Enti del Terzo Settore, sono tenuti a utilizzare il Modello AA7/10 per richiedere l’attribuzione della Partita IVA e, a partire dal 2026, anche per esercitare l’opzione di accesso al regime forfettario.
La novità emerge dall’aggiornamento delle istruzioni pubblicato dall’Agenzia delle Entrate il 31 dicembre 2025, che chiarisce le modalità operative per gli Enti del Terzo Settore che avviano un’attività d’impresa commerciale e intendono applicare il regime fiscale agevolato.
Il chiarimento si è reso necessario perché il Modello AA7/10, utilizzato dai soggetti diversi dalle persone fisiche, non prevede un campo specifico per l’esercizio dell’opzione per il regime forfettario.
Per superare questa criticità tecnica, l’Agenzia delle Entrate ha individuato una modalità convenzionale univoca: l’Ente che intende aderire al regime forfettario deve compilare il campo “Investimenti effettuati dai costruttori†inserendo il valore 9999999999 (dieci volte il numero 9).
L’inserimento di questo valore consente all’Amministrazione finanziaria di acquisire in modo chiaro la volontà dell’Ente di applicare il regime forfettario, pur in assenza di una sezione dedicata nel modello.
Il Modello AA7/10 deve essere presentato entro 30 giorni dalla data di inizio dell’attività . L’invio può avvenire:
Il rispetto delle modalità e dei termini di presentazione è determinante affinché l’opzione per il regime forfettario sia considerata validamente esercitata sin dall’avvio dell’attività .
L’efficienza nella gestione della logistica è sempre più cruciale per le piccole e medie imprese italiane, che operano in mercati dinamici e richiedono soluzioni rapide e flessibili per movimentare le proprie merci con affidabilità . In questo contesto si inserisce smart ordering, il nuovo servizio lanciato da CHEP – società specializzata in soluzioni per la supply chain – per semplificare l’ordine dei pallet, uno dei principali strumenti della catena di approvvigionamento globale.
Smart ordering permette alle imprese di attivare il servizio con un semplice modulo online, completando l’ordine di pallet in pochi minuti. L’obiettivo è rendere accessibile l’uso dei pallet standard più richiesti nel circuito CHEP anche a realtà di dimensioni più contenute, con contratti flessibili e la possibilità di ordinare i pallet secondo il bisogno. I pallet, infatti, sono forniti attraverso un modello di noleggio basato sul pooling, dove CHEP mantiene la proprietà e si occupa anche del ritiro, dell’ispezione e della manutenzione delle attrezzature.

Una delle principali novità riguarda la riduzione delle attività amministrative per le imprese: con il nuovo servizio non è più necessario compilare dichiarazioni, né gestire inventari tradizionali. CHEP si occupa della parte di tracciamento e recupero, consentendo alle aziende di concentrare le proprie risorse sulle attività operative piuttosto che sui dettagli logistici.
Il processo di smart ordering è strutturato per essere intuitivo e veloce, con pochi click è possibile effettuare ordini sia per spedizioni nazionali sia per operazioni di export. La digitalizzazione dei passaggi consente di semplificare la logistica, con un minor dispendio di tempo. Con smart ordering hai un servizio sempre a disposizione anche per esigenze variabili o impreviste, così che tu possa soddisfare in ogni momento la fornitura dei tuoi prodotti ai tuoi clienti.

Per le piccole e medie imprese, storicamente più sensibili ai costi e alla flessibilità operativa, questa soluzione rappresenta un’opportunità per accedere facilmente a servizi logistici professionali che un tempo richiedevano strutture più complesse. Il modello CHEP si basa su una rete di centri servizi capillare che permette di gestire la supply chain con strumenti riconosciuti a livello internazionale, favorendo così l’efficienza nelle operazioni di trasporto e distribuzione.
Nel calcolo degli interessi sui rimborsi IVA non rileva la data di presentazione della domanda ma quella in cui il contribuente consegna tutta la documentazione necessaria per consentire all’Amministrazione finanziaria di definire la pratica.
Il principio è stato ribadito dalla Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 31870/2025, che interviene su un tema ricorrente nel contenzioso tributario e chiarisce un aspetto centrale per imprese e professionisti in attesa di rimborso.
Secondo i giudici di legittimità , la decorrenza degli interessi non può essere ancorata automaticamente alla data della richiesta di rimborso IVA. Il momento rilevante è invece quello in cui l’Amministrazione entra effettivamente in possesso di tutta la documentazione richiesta per istruire la pratica. Una domanda formalmente presentata ma priva degli elementi necessari non consente all’Ufficio di procedere al rimborso e, di conseguenza, non fa maturare alcun interesse a favore del contribuente.
La Cassazione ricorda che l’Amministrazione finanziaria dispone di un termine di 90 giorni per esaminare la richiesta di rimborso IVA. Si tratta di un periodo fisiologico di istruttoria, durante il quale non maturano interessi.
Solo allo scadere di questo termine, e a condizione che la documentazione sia completa, può iniziare il conteggio degli interessi dovuti al contribuente.
Un passaggio centrale dell’ordinanza riguarda i casi in cui l’Ufficio richieda integrazioni documentali. Se il contribuente non esibisce i documenti entro 15 giorni dalla notifica della richiesta, il termine di 90 giorni viene sospeso.
La sospensione opera indipendentemente dal momento in cui l’Amministrazione ha richiesto l’integrazione e comporta uno slittamento automatico anche della decorrenza degli interessi.
Gli italiani che lavorano in Svizzera possono eseguire la prestazione da casa in smart working fino al 25% dell’orario del tempo previsto dal contratto senza perdere lo status di frontalieri e con le ore lavorate in modalità remota sono considerate come svolte in Svizzera.
Sono le nuove regole previste dall’Accordo fra i due paesi, che va a modificare il precedente del 2020. Il protocollo era stato sottoscritto nel 2024 ma la Legge 217/2025 che lo rende attutivo è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale solo a gennaio 2026.
La novità riguarda i lavoratori di entrambi i paesi, che vivono entro 20 km dal confine e svolgono attività di lavoro dipendente nell’altro paese. Nel dettaglio, l’area di frontiera riguarda in Svizzera i Cantoni dei Grigioni, del Ticino e del Vallese. E in Italia le Regioni Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta e la Provincia Autonoma di Bolzano.
L’aggiornamento del protocollo prevede che il lavoratore possa non rientrare quotidianamente al proprio domicilio nello Stato di residenza, per motivi professionali, per un massimo di 45 giorni in un anno civile. Senza conteggiare i giorni di ferie e di malattia.
La parte maggiormente innovativa del nuovo accordo è quella relativa allo smart working per gli italiani in Svizzera. Il lavoratore frontaliero può svolgere al massimo il 25% della sua attività di lavoro dipendente in modalità di telelavoro presso il proprio domicilio nello Stato di residenza nel corso di un anno civile, senza che questo comporti alcuna modifica dello status di lavoratore frontaliere.
Di conseguenza, ai fini fiscali, sono considerati come giorni di lavoro presso l’altro stato gli stipendi e le altre remunerazioni ricevute dai lavoratori frontalieri per un’attività svolta in telelavoro presso il proprio domicilio nello Stato di residenza, sempre fino a un massimo del 25% dell’orario.
Esempio: prendiamo un lavoratore italiano che ha un contratto a tempo pieno presso un’azienda svizzera. Se effettua in smart working un giorno alla settimana, restando nel limite del 25% del tempo, non perde la qualifica di frontaliero e il lavoro resta imponibile in Svizzera.
Nel dibattito sulla sostenibilità del sistema pensionistico italiano, un indicatore continua a pesare più di molti slogan: a che età si può smettere di lavorare. L’ultima fotografia proposta dal XIII Rapporto di Itinerari Previdenziali segnala un punto che merita attenzione: l’età media di uscita con pensionamento anticipato è scesa a 61,7 anni, dopo essere risalita negli anni precedenti.
La discesa dell’età media di pensionamento anticipato è collegata al ciclo degli strumenti “a finestra†che, negli ultimi anni, hanno favorito uscite prima dell’età ordinaria. Quando questi canali diventano più accessibili o più convenienti per segmenti ampi di lavoratori, l’effetto statistico si vede rapidamente: l’uscita effettiva si anticipa, anche se i requisiti formali restano complessi e spesso selettivi.
Nel Rapporto viene richiamato anche l’effetto cumulato dei meccanismi basati sulle “Quoteâ€, che in passato avevano contribuito a spostare l’uscita verso il basso, dopo una fase in cui l’età effettiva era risalita. Il punto non è solo “quanto†scende, ma che cosa succede dopo: più l’uscita si concentra in età relativamente basse, più aumentano gli anni di prestazione da finanziare, soprattutto in presenza di una base contributiva che, per ragioni demografiche, tende a non crescere allo stesso ritmo.
Itinerari Previdenziali segnala che il sistema risulta ancora sostenibile nel quadro attuale e che il rapporto tra lavoratori attivi e pensionati ha toccato un massimo storico (valore 1,4758). È un numero “positivoâ€, ma non basta a neutralizzare la tendenza di fondo: l’invecchiamento demografico resta la variabile che condiziona tutto, con un picco atteso intorno al 2045.
Per questo l’età media di uscita diventa una sorta di “spiaâ€: non descrive solo le scelte individuali, ma anche l’impostazione delle regole e degli incentivi. Se l’obiettivo è evitare che il sistema si regga su aggiustamenti temporanei, il terreno delle riforme strutturali passa da qui: allineare in modo credibile lavoro, contribuzione, aspettative di vita e flessibilità in uscita senza moltiplicare canali che, nel tempo, rischiano di spostare il costo sulle generazioni successive.
Il dato va letto insieme al quadro complessivo della spesa per il sistema pensionistico italiano e delle dinamiche demografiche. Nel 2024 la spesa per le pensioni è stata pari a 286.139 milioni di euro, che diventano 258.025 milioni se si guarda alle sole prestazioni previdenziali, al netto della componente assistenziale, per un’incidenza pari all’11,8% del PIL.
In parallelo, il Rapporto evidenzia come inflazione e meccanismi di rivalutazione abbiano inciso sul potere d’acquisto degli assegni, con l’adeguamento 2025 riconosciuto per intero solo fino a quattro volte il trattamento minimo.
L’età effettiva di pensionamento non impatta solo sul bilancio pubblico. Per le imprese si traduce in un ricambio generazionale più o meno rapido e, soprattutto, programmazione del personale in settori dove l’esperienza pesa quanto la forza lavoro disponibile.
In altre parole, 61,7 anni non è un dettaglio statistico: è un indicatore che parla di produttività potenziale, pressione sul mercato del lavoro e traiettoria della spesa. Ed è anche per questo che, quando si discute di sostenibilità , la domanda utile non è solo “quanto spendiamoâ€, ma quando e come si esce dal lavoro.
Il MIMIT ha pubblicato gli importi dovuti per il diritto camerale 2026. Le cifre restano invariate rispetto allo scorso anno, come chiarito dalla nota n. 9347 del 16 gennaio 2026, che conferma sia le misure fisse sia le aliquote applicabili al diritto annuale commisurato al fatturato.
Per le imprese soggette al pagamento in misura fissa, il MIMIT ha confermato i seguenti importi:
Le imprese tenute al versamento del diritto annuale commisurato al fatturato possono applicare al fatturato 2025 le aliquote in vigore, mantenendo nella sequenza di calcolo cinque cifre decimali.
Successivamente occorre procedere:
Le modalità operative restano quindi allineate a quelle già adottate negli ultimi esercizi, senza modifiche nei criteri di determinazione dell’importo dovuto.
È il volto (e il nome) che ha risolto i dubbi tecnologici di milioni di italiani, da come installare una stampante a come gestire i social network. Salvatore Aranzulla si racconta a Chapeau: il passaggio dall’editoria pura all’affiliate marketing, la minaccia dell’Intelligenza Artificiale e la trasformazione fisica di un imprenditore che ha deciso di non vendere la sua “creatura”.
Fondatore di Aranzulla.it, ha trasformato la curiosità di un dodicenne siciliano in una macchina da guerra digitale che oggi, attraverso la Aranzulla Srl, genera 8 milioni di euro di fatturato e tra i 2 e i 3 milioni di utile netto all’anno. In una lunga intervista concessa al canale YouTube di Chapeau, l’imprenditore ha ripercorso la sua ascesa, svelando un cambio di rotta radicale nel suo modello di business per sopravvivere all’onda d’urto dell’Intelligenza Artificiale.
Ecco il video integrale, disponibile sulle principali piattaforme social di video streaming.
La storia di Aranzulla parte da un paese di mille abitanti in Sicilia, con l’acquisto del primo computer a costo di un sacrificio familiare: il climatizzatore. La tecnologia gli avrebbe cambiato la vita. A soli 12 anni inizia a stampare su carta soluzioni a problemi informatici caricandole poi online con una connessione 56k. Quello che nasce come hobby si trasforma in business nel 2008, quando appena maggiorenne, intuisce le potenzialità di Google AdSense iniziando a incassare i primi assegni importanti.
Per anni, il segreto di Aranzulla è stato un mix di contenuti editoriali mirati (grazie al “sistema dei titoli” per intercettare le ricerche degli utenti) e ottimizzazione pubblicitaria estrema, come l’introduzione pionieristica in Europa dell’header bidding per mettere all’asta gli spazi banner. Questo sistema garantiva margini operativi mostruosi, vicini al 90%.
Tuttavia, lo scenario è cambiato. Durante l’intervista, Aranzulla ha rivelato che il modello basato sulla pura pubblicità display non è più sostenibile come un tempo, tanto che oggi l’azienda fattura più con le affiliazioni che con i banner tradizionali. Il nuovo focus è l’arbitraggio pubblicitario: Aranzulla crea siti verticali o sezioni specifiche (come Product Advisor), compra traffico a pagamento su Google e guadagna sulla differenza tra il costo del clic e la commissione generata dalla vendita dei prodotti recensiti. Un business con margini più bassi ma capace di muovere volumi enormi, con oltre 10 milioni di euro di prodotti venduti ogni mese.
Il tono dell’intervista si fa cupo quando si tocca il tema dell’AI. Aranzulla è pragmatico e pessimista riguardo al futuro dell’editoria digitale. Con l’avvento di strumenti come ChatGPT, che forniscono risposte dirette senza bisogno di cliccare sui siti, il traffico organico è destinato a crollare. «L’intelligenza artificiale ha realizzato un furto collettivo di informazioni», afferma Aranzulla, spiegando come i bot stiano scansionando e “rubando” contenuti per addestrare modelli che renderanno obsoleti i siti stessi. La sua previsione è drastica: molti editori chiuderanno e si rischia una «bomba sociale» nel settore entro cinque anni.
Per la sua azienda, la strategia è resistere finché i bilanci saranno in positivo, forte di una solidità finanziaria che gli permetterebbe di chiudere tutto e vivere di rendita.
Il furto delle credenziali SPID è tornato a crescere. A rilanciare l’allarme è l’Agenzia delle Entrate, con un Avviso ufficiale che segnala una nuova ondata di tentativi di phishing finalizzati a sottrarre identità digitali per accedere a servizi fiscali, sanitari e previdenziali. Una minaccia che colpisce direttamente cittadini e imprese, con effetti potenzialmente gravi sul piano economico e amministrativo.
Lo schema è ormai rodato ma continua a rivelarsi efficace. Le vittime ricevono email o SMS apparentemente ufficiali, costruiti con loghi, linguaggio e riferimenti istituzionali credibili. I messaggi segnalano presunti problemi urgenti: irregolarità fiscali, sospensioni di rimborsi, anomalie nei dati personali o necessità di aggiornamento delle credenziali.
Il link contenuto nel messaggio rimanda a siti web che replicano quelli autentici e riproducono l’aspetto delle pagine ufficiali. Inserendo username e password, l’utente consegna di fatto le proprie credenziali ai truffatori.

Lo SPID rappresenta oggi una chiave di accesso unica a una vasta gamma di servizi: Agenzia delle Entrate, INPS, sanità digitale, bonus, rimborsi, fatturazione e comunicazioni ufficiali. Una volta sottratta l’identità digitale, i criminali possono:
Il danno non è solo immediato, ma spesso emerge a distanza di tempo, quando le operazioni illecite risultano già consolidate.
L’Agenzia delle Entrate ribadisce alcuni elementi chiave per riconoscere i tentativi di phishing:
Le amministrazioni pubbliche non chiedono mai credenziali, password o codici temporanei tramite email o SMS.
In caso di dubbio o di accesso accidentale a un sito sospetto, è necessario intervenire subito:
Agire tempestivamente è fondamentale per limitare i danni e impedire ulteriori utilizzi fraudolenti dell’identità digitale.
L’aumento dei casi di phishing legati allo SPID conferma una criticità strutturale: la crescente digitalizzazione dei servizi pubblici, se da un lato semplifica l’accesso, dall’altro aumenta l’impatto delle frodi informatiche. La sicurezza dell’identità digitale non è più solo una questione tecnica, ma un elemento centrale di tutela economica e amministrativa.
Per cittadini e imprese, la consapevolezza resta la prima linea di difesa.
Con l’avvio della Rottamazione-quinquies, sul sito dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione (AdER) sono stati messi a disposizione più servizi online utili sia per presentare la domanda sia per capire, prima dell’invio, quali debiti rientrano nella definizione agevolata. Le funzionalità risultano operative dal 20 gennaio 2026 e la domanda di adesione può essere trasmessa entro il 30 aprile 2026.
Dalla home page AdER è disponibile una sezione dedicata alla Rottamazione-quinquies che raccoglie i collegamenti ai servizi e ai materiali di supporto. In pratica, in un’unica area vengono concentrati:
Per presentare la domanda, AdER consente di scegliere tra due percorsi:
In entrambi i casi, durante la compilazione viene chiesto di indicare la modalità di pagamento (unica soluzione oppure rate) secondo le opzioni previste dalla misura.
Per la guida completa sulla procedura, è disponibile l’approfondimento dedicato alla Domanda di rottamazione-quinquies: come presentarla online passo per passo.
Accanto alla procedura di adesione è disponibile anche la richiesta del prospetto informativo.
Il prospetto consente di avere un quadro preliminare dei carichi potenzialmente definibili e della stima delle somme dovute in caso di adesione, secondo le regole della rottamazione-quinquies. In pratica, il contribuente vede già il calcolo del dovuto senza interessi e sanzioni.
Per accedere a questa sezione, dalla homepage si effettua il seguente percorso: Per saperne di più – Definizione agevolata (Rottamazione-quinquies).
Nella stessa sezione del portale AdE si possono anche consultare approfondimenti su ambito applicativo, pagamenti, perdita del beneficio, prospetto informativo.
Assieme alle FAQ (scaricabili dalla pagina “Domanda di adesione”), sono utili soprattutto per sciogliere i dubbi operativi prima di inviare l’istanza, ad esempio:
Dopo la trasmissione della domanda, AdER rende disponibile l’esito con la Comunicazione delle somme dovute e i moduli di pagamento secondo le scadenze previste dalla misura. In questa fase è consigliabile conservare le ricevute rilasciate dalla procedura e monitorare le comunicazioni legate alla pratica.
Il vertice WEF di Davos si è aperto all’insegna dei rapporti sempre più tesi fra Usa ed Europa. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump insiste con le mire espansionistiche verso la Groenlandia, con nuovi dazi verso i paesi del Vecchio Continente considerati ostacolo verso tale obiettivo: da febbraio al 10% e da giugno al 25%. La posizione diplomatica dell’Italia ha evitato per il momento di essere inclusa nella lista nera della Casa Bianca.
In questo scenario già complesso Trump ha persino alzato il tiro, con pesanti critiche nei confronti dell’Europa che «non sta andando nella giusta direzione». Oltre alle divergenze, però, si evidenziano anche i punti in comune.
Tendenzialmente, l’Europa è unita contro il progetto americano di annessione della Groenlandia. Ma perché gli Stati Uniti sono così interessati al territorio artico che fa parte dello stato danese? «Non abbiamo bisogno della Groenlandia per le terre rare, ne abbiamo bisogno per sicurezza strategica nazionale».
Le frasi forti e colorite nel pieno stile del presidente a stelle e strisce spostano l’accento sugli elementi chiave di questo nuovo caso internazionale. Al di là dei toni, il messaggio è chiaro: la partita riguarda sfera d’influenza e risorse strategiche.
Sono fattori coerenti con le motivazioni che hanno determinato a inizio anno il blitz venezuelano: zona di influenza e materie prime, in quel caso il petrolio. Dunque, uno schema già visto in altri teatri internazionali, dove la competizione con la Cina resta il vero elemento strutturale del confronto globale.
L’Europa risulta sempre più schiacciata fra questi due colossi mondiali apparendo debole politicamente, strategicamente ed economicamente. Il dossier Groenlandia mette decisamente il dito in questa piaga, con un territorio europeo minacciato bellicamente dagli Stati Uniti. Una situazione mai verificatasi dalla fine della seconda guerra mondiale.
Trump prova a rassicurare: «non è una minaccia alla Nato, anzi ne rafforzerebbe la sicurezza». L’inquilino della Casa Bianca ammorbidisce anche i toni: «crediamo profondamente nei legami che condividiamo con l‘Europa, tutti vogliamo un Occidente forte e unito, vogliamo alleati forti, vogliamo un’Europa forte». E ancora: «ho tremendo rispetto per i popoli della Groenlandia e della Danimarca».
Nello schieramento tra linea dura e linea morbida all’interno dell’Unione Europea, la posizione italiana è fra le più concilianti nei confronti degli Usa: no all’espansione USA in Groenlandia e soluzione da trovare attraverso il dialogo.
A farne le spese, nel frattempo, rischia di essere l’economia. Anche quella dei paesi che non sono interessati dai nuovi dazi americani. Una barriera commerciale alle importazioni negli USA, infatti, ha ripercussioni sulle filiere e le dinamiche del commercio internazionale.
Un rallentamento degli scambi con gli USA potrebbe riflettersi anche sull’export italiano, aumentando l’incertezza in un contesto già fragile.
Fra i paesi verso cui Trump ha imposto i nuovi dazi ci sono Francia, Germania e Regno Unito, storici partner commerciali italiani. Le aziende europee che esportano negli USA possono essere fornitori o clienti di aziende italiane. Se il commercio con gli Stati Uniti diventa più costoso, ne risentono gli equilibri dell’intera catena di approvvigionamento.
A voler vedere il bicchiere mezzo pieno, la vicenda ha riacceso i riflettori su un’area del mondo fino a poco tempo fa poco interessante, come l’Artico. L’Italia ha appena presentato un strategia in questo senso. Secondo stime accreditate, l’Artico concentra circa il 30% delle riserve mondiali di gas e il 13% di quelle petrolifere non ancora scoperte, ha ricordato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, sottolineando anche le potenzialità per i data center e le sfide in termini di sicurezza e sostenibilità .  Da qui la strategia per una “presenza coordinata e capace di prevenire tensioni, preservare la stabilità e rispondere alle ingerenze di altri attori”.
Le FAQ dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione chiariscono in modo puntuale quali cartelle possono essere incluse nella Rottamazione-quinquies e quali debiti restano invece esclusi. Il perimetro della definizione agevolata non è universale e riguarda solo specifiche tipologie di carichi affidati all’agente della riscossione. Di seguito, nel dettaglio, cosa rientra e cosa no.
La Rottamazione-quinquies, prevista dai commi 82 e seguenti della legge 199/2025, consente di regolarizzare alcuni debiti fiscali e contributivi senza sanzioni e interessi ma lascia fuori tributi locali, accertamenti e altre fattispecie. Riguarda i carichi affidati all’agente della riscossione dal 2000 al 2023 relativi a:
Le cartelle incluse nel perimetro possono essere definite anche se:
Restano invece esclusi dalla definizione agevolata tutti i carichi che non rientrano espressamente nelle categorie previste dalla norma. In particolare:
Le FAQ dell’AdER precisano che sono sanabili solo i carichi originati da controlli automatici o formali: i debiti da accertamento restano fuori, anche se successivamente iscritti a ruolo.
Possono rientrare nella Rottamazione-quinquies anche i debiti iscritti a ruolo inclusi in:
In questi casi, il pagamento avviene secondo le modalità e le tempistiche stabilite dal decreto di omologazione, anche con importi falcidiati.
Un capitolo specifico riguarda i contribuenti decaduti da precedenti definizioni agevolate:
Il mercato alternativo di Borsa Italiana di riferimento per la quotazione delle PMI italiane è stato a lungo AIM Italia, che oggi prende il nome di Euronext Growth Milan (EGM), a fronte dell’integrazione di Borsa Italiana con Euronext. L’indice risponde agli obiettivi di raccolta di capitale per la crescita e l’internazionalizzazione e di ampliamento della visibilità delle imprese di piccole e medie dimensioni. Caratterizzato da minori requisiti in fase di ammissione e adempimenti informativi post-quotazione, offre alle PMI una valida fonte di finanziamento e un acceleratore dei progetti di crescita e competitività .
Vediamo come quotarsi su questo mercato.