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#PMI.it #informazione #ICT #imprese #medie #piccole
Il periodo estivo solitamente provoca una netta spaccatura: per alcuni settori (ad esempio quello turistico o il retail delle località meta di vacanze) coincide con un picco di lavoro travolgente, altri, invece, assistono ad un crollo dell’attività al punto da chiudere per un lungo periodo (si pensi ad esempio agli studi professionali). In entrambi i casi, l’errore più comune è quello di “chiudere per ferie” anche i canali digitali.
Nel periodo estivo, la tentazione di “chiudere per ferie” anche i canali digitali è forte. Ma può rivelarsi fatale: è proprio questo il periodo dell’anno che offre una grande visibilità . Adagiati sotto l’ombrellone, con tanto tempo libero a disposizione, gli italiani (e non solo) si godono il meritato riposto con il cellulare tra le mani alla ricerca di novità e curiosità da implementare o sperimentare una volta terminate le vacanze.
Per questo motivo, ottimizzare la propria presenza online durante l’estate è strategico perché serve ad intercettare nuovi clienti e a porre le basi per il fatturato di settembre. Ecco una guida pratica in 4 passi per gestire al meglio la vetrina digitale sotto l’ombrellone.
Se i tuoi orari cambiano, o se chiudi per qualche giorno, i tuoi clienti devono saperlo prima di fare un viaggio a vuoto. Il mancato aggiornamento delle informazioni online è una delle principali cause di recensioni negative in estate.
Anche se il tuo team è ridotto o l’azienda è temporaneamente chiusa, il posizionamento sui motori di ricerca e le campagne di marketing continuano a generare lead. Non lasciarli nel limbo.
In estate il tempo speso online cambia: gli utenti sono più connessi da mobile, spesso nei momenti di relax, e hanno una soglia di attenzione più bassa. I contenuti devono essere in linea con questo stato d’animo.
L’ottimizzazione estiva si basa sulla lungimiranza. Non ridurti a creare contenuti giorno per giorno mentre sei in vacanza o nel pieno del lavoro straordinario.
___________
di Laura Caracciolo, Social media manager, AU di Emera
Rinnovate le regole INPS per i prestiti ai pensionati estinguibili con cessione del quinto pensione: la nuova convenzione con banche e intermediari finanziari, valida fino al 2029, ridisegna l’accesso ai relativi servizi online e aggiunge un controllo d’identità prima che l’intermediario possa consultare la quota di pensione cedibile. Per chi ha un finanziamento in corso o pensa di chiederne uno, le novità da conoscere riguardano la verifica dell’identità , la gestione telematica delle estinzioni e le condizioni dei prestiti che si trasferiscono dallo stipendio alla pensione.
In sintesi:
La convenzione che disciplina i prestiti ai pensionati estinguibili con cessione del quinto della pensione vale dal 1° maggio 2026 al 30 aprile 2029, rinnovabile una sola volta per pari durata tramite scambio di comunicazioni via PEC. Con la deliberazione del Consiglio di Amministrazione n. 55 del 29 aprile 2026 l’Istituto ha adottato il nuovo schema di convenzione e il relativo Regolamento, rivedendo il testo precedente prorogato fino al 30 aprile 2026.
La convenzione riconosce all’INPS la facoltà di svolgere audit, controlli e verifiche sui soggetti convenzionati, per accertare il rispetto degli obblighi e delle regole su sicurezza delle banche dati e protezione dei dati personali, secondo il Regolamento UE 2016/679. Il nuovo testo si inserisce in un percorso di digitalizzazione dei servizi legati alla cessione del quinto, con la migrazione alla piattaforma ModI entro il 31 dicembre 2026 e il passaggio a un’architettura a microservizi entro il 31 dicembre 2027.
Prima di consultare la comunicazione di quota cedibile, l’intermediario deve identificare il pensionato acquisendo un documento di riconoscimento valido o con un processo conforme al Regolamento UE n. 910/2014, e in aggiunta verificare un elemento di riscontro (art. 7, comma 3). Gli elementi di riscontro ammessi, uno solo dei quali è sufficiente, sono i seguenti:
Il nuovo riscontro non parte subito per tutti: per un periodo transitorio di sei mesi dalla data di validità della convenzione, quindi dal 1° maggio 2026, la consultazione della quota cedibile continua ad avvenire con la comunicazione e la verifica del codice pensione, la cosiddetta chiave pensione (art. 24, comma 2). Per il pensionato il passaggio a regime si traduce in un controllo aggiuntivo quando si rivolge alla banca o alla finanziaria, pensato per impedire che i dati della sua pensione siano consultati senza un riscontro riconducibile a lui.
Chi vuole chiudere in anticipo o modificare il finanziamento deve sapere che l’intermediario può gestire l’operazione solo tramite le funzioni telematiche dedicate dell’INPS, e le comunicazioni inviate con altre modalità non sono prese in considerazione (art. 12, comma 6).
L’obbligo riguarda tre situazioni: l’estinzione anticipata totale del finanziamento; la chiusura del piano, per annullamento del prestito o altre cause, da effettuare dopo la validazione da parte dell’INPS; la rimodulazione del piano di ammortamento per estinzione anticipata parziale. Per il pensionato che chiede il conteggio estintivo alla propria finanziaria significa una lavorazione che transita per intero sui canali informatici dell’Istituto, con tempi e tracciabilità più uniformi.
Il rinnovo della cessione del quinto pensione con passaggio a un nuovo intermediario, il cosiddetto rinnovo esterno, si gestisce anch’esso con la funzione telematica dedicata, con cui il soggetto convenzionato trasmette all’INPS i dati sull’estinzione del finanziamento rinnovato (art. 14, comma 2).
Quando il versamento estintivo avviene con bonifico identificato da un codice TRN, la convenzione indica con precisione quali caratteri del codice vanno riportati come identificativo dell’operazione, un dettaglio che riduce gli errori di abbinamento nella gestione delle pratiche. Il rinnovo esterno resta soggetto ai limiti temporali di legge, che vietano una nuova cessione prima che siano decorsi i due quinti del piano di ammortamento.
Chi ha una cessione del quinto sullo stipendio e va in pensione vede il finanziamento trasferirsi sulla pensione, la cosiddetta traslazione, senza però l’applicazione automatica dei tassi soglia convenzionali fissati trimestralmente per la cessione della pensione.
La disciplina della convenzione si applica anche a questi prestiti per gli aspetti compatibili (art. 2, comma 2), con un’eccezione precisa: i tassi soglia convenzionali per classe di età non valgono per i prestiti traslati (art. 11, comma 8), che proseguono alle condizioni del contratto originario di cessione dello stipendio. Gli oneri del servizio INPS, invece, si applicano anche alle cessioni da stipendio traslate sulla pensione, a partire dalla data comunicata all’intermediario. Il pensionamento, quindi, non converte il vecchio prestito nelle condizioni della convenzione dedicata ai pensionati.
Alcuni trattamenti INPS non possono essere ceduti nemmeno in parte e non entrano neppure nel calcolo della quota cedibile. Non possono essere ceduti i seguenti trattamenti erogati dall’Istituto:
Sono invece cedibili le pensioni liquidate in via provvisoria. Per chi percepisce più trattamenti pensionistici gestiti sullo stesso sistema, la quota cedibile e la salvaguardia del trattamento minimo si calcolano sul complesso delle pensioni, non su ciascuna separatamente.
Dai servizi INPS online il pensionato consulta e scarica l’atto di benestare al finanziamento e la comunicazione di cedibilità della pensione, senza passare dallo sportello. Dall’area personale MyINPS, consultando il cedolino pensione online, si visualizza e si scarica il certificato con i dati del contratto di finanziamento e il piano di ammortamento, insieme alle informazioni su eventuali cessioni pregresse e all’importo aggiornato della quota cedibile. La Comunicazione di cedibilità della pensione riporta inoltre un codice QR che, sia sul documento cartaceo sia su quello digitale, permette di accedere via smartphone o tablet alla versione digitale dei dati conservati nei sistemi informativi dell’INPS, a garanzia di autenticità del documento. Queste funzioni, introdotte con il messaggio INPS n. 1526 del 13 aprile 2021, sono il canale con cui il pensionato verifica in autonomia la propria capienza prima di rivolgersi a un intermediario.
Gli oneri aggiornati dalla convenzione sono dovuti dagli intermediari all’INPS e non costituiscono una voce autonoma per il pensionato: se l’intermediario li ribalta sul cliente devono rientrare nel TAEG del finanziamento (art. 15, comma 6). L’INPS li trattiene mensilmente dai flussi di versamento degli operatori e li rideterMina ogni anno sulla base della contabilità analitica. Il dettaglio dei costi della cessione del quinto è il seguente.
| Soggetto | Onere dovuto all’INPS |
|---|---|
| Intermediari convenzionati | 2,03 euro per ogni estrazione del rateo pensionistico, IVA esente, fino al 31 dicembre 2026 |
| Intermediari non convenzionati | 111,12 euro annui per ciascun contratto di cessione, più 9,26 euro per estrazione del rateo pensionistico, dal 1° gennaio al 31 dicembre 2026 |
L’esenzione IVA si applica ai sensi dell’art. 10, primo comma, n. 1, del D.P.R. n. 633/1972. Per il pensionato questi importi non si sommano come voce a sé alla rata: incidono solo quando confluiscono nel TAEG, che resta il parametro da confrontare tra le offerte perché comprende interessi, premio assicurativo e oneri.
Il mercato del lavoro italiano non è mai stato così ampio e i conti della previdenza pubblica reggono, eppure la tenuta del sistema nei prossimi anni si gioca sulla qualità del lavoro, sulla continuità dei versamenti e sulla partecipazione di giovani, donne e stranieri. È la lettura che attraversa il XXV Rapporto annuale dell’INPS, presentato il 9 luglio 2026 alla Camera dei deputati dal presidente Gabriele Fava alla presenza della ministra del Lavoro Marina Calderone.
Per imprese e professionisti il messaggio ha un risvolto diretto: la base contributiva che finanzia le pensioni di domani dipende dalla capacità del tessuto produttivo di creare lavoro stabile e ben retribuito, e oggi quella base poggia su una porzione ristretta di aziende.
I dati principali del XXV Rapporto annuale INPS:
Nel 2025 gli assicurati INPS raggiungono 27,2 milioni, il livello più alto mai registrato, con 244mila lavoratori in più rispetto al 2024 e 1,7 milioni rispetto al 2019. La crescita si concentra dove il mercato del lavoro era più debole: tra il 2019 e il 2025 gli under 34 aumentano del 12,4%, le donne del 7,8% e i lavoratori extra UE del 35,5%, tanto che oggi un dipendente su sette è straniero. I dipendenti superano per la prima volta i 21 milioni, il 10,3% in più rispetto al 2019, mentre il numero medio di settimane lavorate sale a 43,2, segnale di percorsi più stabili.
Dietro il record si nasconde però una spinta anagrafica: buona parte della nuova occupazione arriva dagli over 55, passati da 6 a 7,6 milioni di assicurati, rimasti al lavoro più a lungo anche per effetto dell’innalzamento dell’età pensionabile.
La retribuzione media annua lorda dei dipendenti sale a 27.649 euro, il 14,5% in più rispetto al 2019, un aumento che però non recupera ancora l’inflazione accumulata nel biennio 2022-2023. Il quadro cambia guardando al netto: per effetto di detrazioni e nuove esenzioni le retribuzioni nette crescono del 19,2% dal 2019, avvicinandosi all’aumento dei prezzi del periodo, compreso tra il 18,2% dell’indice FOI e il 20,5% dell’IPCA.
Il recupero pieno del potere d’acquisto sul lordo dipende dalla produttività , a sua volta legata a investimenti, formazione e qualità delle imprese. Nel confronto internazionale l’Italia figura tra gli ultimi dell’area OCSE per dinamica dei salari reali, un divario che il Rapporto collega alla struttura del tessuto produttivo.
L’età media di decorrenza di vecchiaia e anticipate per i dipendenti sale a 64,7 anni nel 2025, contro i 64,5 del 2024, per effetto della transizione verso il sistema contributivo che spinge a prolungare la permanenza al lavoro. Per i soli dipendenti privati l’uscita è slittata di oltre sette anni dal 1995, da 57 anni e 7 mesi a 64 anni e 10 mesi.
I pensionati sono 16,4 milioni, il 96% con almeno una prestazione INPS e un importo medio di 1.906 euro, per un ammontare complessivo di 371 miliardi di euro. Il divario di genere rimane ampio: l’assegno medio maschile è di 2.166 euro contro i 1.619 delle donne, che pure sono la maggioranza dei pensionati e incassano solo circa il 44% del reddito pensionistico totale. I nuovi trattamenti liquidati scendono a circa 1,5 milioni (-1,8%), con il calo concentrato sulle pensioni anticipate e sulle prestazioni ai superstiti, mentre le pensioni di vecchiaia sono invariate.
Sul fronte assistenziale cresce l’indennità di accompagnamento, il cui stock è più che raddoppiato tra il 2002 e il 2026, da circa 1 milione a quasi 2,2 milioni di prestazioni, per l’invecchiamento della popolazione e la maggiore sopravvivenza: un andamento che riporta al centro la gestione del rischio di non autosufficienza. Le opzioni di uscita flessibile si sono ridotte e i requisiti per la pensione nel 2026 sono fermi ai livelli ordinari, in attesa degli adeguamenti alla speranza di vita dal 2027.
Calcola la tua pensione futura: con il calcolo della pensione online puoi stimare età di uscita e importo dell’assegno in base a contributi, età e reddito, e vedere quanto incidono carriere discontinue e divari retributivi sul risultato.
I trasferimenti monetari alle famiglie sostengono la natalità e incidono poco sul lavoro femminile, mentre i servizi si mostrano più efficaci nel tenere le madri occupate. L’Assegno Unico e Universale ha raggiunto nel 2025 una copertura vicina al 95%, oltre 6 milioni di nuclei e 10 milioni di figli per circa 20 miliardi l’anno, con effetti positivi sulla probabilità di un secondo figlio in alcuni gruppi.
Più netto l’effetto dei servizi sul lavoro. Il Bonus Asilo Nido è passato da un utilizzo del 4% nel 2017 a oltre il 35% nel 2025 e aumenta del 17% la probabilità di occupazione tra le madri beneficiarie, anche se le famiglie a basso reddito, pur avendo diritto a importi più alti, lo usano meno. Ancora più forte l’impatto dello smart working, che secondo il Rapporto riduce fino all’87% la penalizzazione di carriera legata alla maternità e alza le retribuzioni fino a 1.300 euro nell’anno successivo alla nascita.
La crescita dell’occupazione è fortemente concentrata: nel 2025 appena l’1% delle imprese ha generato il 60% dei nuovi posti di lavoro, mentre le microimprese, che sono l’86% del totale, occupano il 23% dei dipendenti. Per la previdenza è un dato che conta, perché la solidità dei conti dipende da quante aziende creano lavoro stabile e continuativo.
Cambia anche la composizione del lavoro autonomo: gli iscritti alla Gestione Separata crescono del 17% rispetto al 2022, con più professionisti e collaboratori, mentre arretra il lavoro autonomo tradizionale. La lettura del Rapporto sposta così il baricentro del dibattito previdenziale dalle regole di uscita alla qualità e alla continuità dell’occupazione, un terreno che chiama in causa direttamente imprese e politiche del lavoro.
Il presidente dell’INPS Gabriele Fava ha legato la solidità del sistema alla qualità del lavoro: «La pensione non inizia il giorno in cui una persona lascia il lavoro», comincia molto prima, nel primo contratto e nella continuità dei versamenti. La ministra Marina Calderone ha ribadito che «il lavoro è la prima infrastruttura della dignità », oltre che della libertà e della sostenibilità del Paese.
Con le dichiarazioni dei redditi 2026 in lavorazione, le imprese che hanno maturato il credito d’imposta Transizione 5.0 si trovavano davanti a un dubbio non da poco: in quale anno indicare l’agevolazione quando gli investimenti si sono chiusi nel 2025 ma il via libera del GSE è arrivato solo nel 2026. Due FAQ dell’Agenzia delle Entrate del 30 giugno fissano il criterio: vale quello della comunicazione del GSE. La data di fine lavori e quella di invio delle comunicazioni non spostano l’anno di indicazione.
In sintesi:
Il credito va indicato nella dichiarazione relativa al periodo d’imposta in cui il GSE comunica al beneficiario l’importo effettivamente utilizzabile in compensazione tramite modello F24. La data di completamento degli investimenti e l’invio delle comunicazioni previste dalla disciplina non incidono su questa scelta.
Il riferimento è al credito d’imposta Transizione 5.0 dell’articolo 38 del D.L. 19/2024: le istruzioni al modello Redditi collocano l’importo nel rigo RU5 del quadro RU, richiamando la comunicazione del GSE ai sensi dell’articolo 12, comma 7, del D.M. 24 luglio 2024 nel periodo d’imposta oggetto della dichiarazione.
Il criterio generale lega l’anno di dichiarazione al momento della comunicazione del GSE:
| Comunicazione GSE sull’importo fruibile | Dichiarazione in cui indicare il credito |
|---|---|
| entro il 2025 | Modello Redditi 2026, periodo d’imposta 2025 |
| nel corso del 2026 | Modello Redditi 2027, periodo d’imposta 2026 |
Nel primo caso esaminato dall’Agenzia, gli investimenti sono stati completati e la comunicazione preventiva trasmessa nel 2025, mentre la comunicazione di completamento e quella del GSE sull’importo spettante sono arrivate nel 2026. Il credito confluisce nel Modello Redditi 2027, per l’anno d’imposta 2026: è nel 2026 che il GSE ha comunicato l’importo fruibile in compensazione, e questo fissa l’anno di indicazione.
Lo stesso criterio vale per il credito d’imposta riconosciuto alle imprese rimaste escluse per esaurimento dei fondi, il cosiddetto credito per gli esodati introdotto dall’articolo 8 del D.L. 38/2026 e utilizzabile in compensazione con il codice tributo 7079. Anche in questo caso gli investimenti si sono chiusi nel 2025 e, poiché il GSE ha comunicato l’importo spettante nel 2026, il credito confluisce nel Modello Redditi 2027.
La chiarificazione non tocca l’iperammortamento 2026, la misura introdotta dalla legge di bilancio 2026 che dal 2026 sostituisce i crediti d’imposta Transizione 4.0 e 5.0. Si tratta di una maggiorazione del costo deducibile ai fini IRES e IRPEF, non di un credito compensabile in F24, e rileva dal periodo d’imposta della comunicazione di completamento, a condizione che il bene risulti in funzione nello stesso periodo. Le due FAQ del 30 giugno riguardano quindi soltanto il credito d’imposta.
È una sorta di ribaltamento della questione legata all’impatto dell’intelligenza artificiale sul mondo del lavoro quello proposto dal segretario generale della UIL, Pierpaolo Bombardieri, al XIX Congresso del sindacato confederale (Padova, 2-4 luglio 2026): se l’IA aumenta la produttività , quei guadagni devono ricadere anche sui lavoratori e non solo sui profitti d’impresa. «Quando, grazie all’IA, aumenterà la produttività , chi ne trarrà benefici?» è la domanda retorica del leader confederale. La risposta della UIL è la redistribuzione, a partire dall’obiettivo prioritario di «ridurre l’orario a parità di trattamento economico».
Tradotto: l’aumento di produttività generato dall’IA deve finire anche nella busta paga dei lavoratori e non solo nei profitti delle imprese, trasformando così la paura della sostituzione tecnologica in una virtuosa redistribuzione di ciò che le macchine producono in più.
Per Bombardieri l’IA è «una grande rivoluzione nel mondo del lavoro» da portare al confronto con la politica, e chiede una «strategia sociale e industriale» che ne governi la direzione. Il documento consegnato a Governo e parti datoriali raccoglie dieci proposte per governare l’IA nel lavoro senza frenarne lo sviluppo. La cornice regolatoria di riferimento è la legge italiana sull’intelligenza artificiale, che il sindacato chiede di integrare con contrattazione e partecipazione.
Sul fronte occupazionale la proposta più netta riguarda i licenziamenti: la revisione dell’articolo 3 della legge 604 del 1966 punta a impedire che automazione e IA diventino un giustificato motivo oggettivo di recesso. Il caso dei call center, dove l’automazione erode le mansioni più standardizzate, mostra sul terreno il rischio che la UIL chiede di governare a monte.
Per la UIL contrattare l’algoritmo è il cuore operativo della proposta: ogni sistema di IA incorpora scelte organizzative che incidono su mansioni, carichi e percorsi professionali, e va discusso prima dell’implementazione con informazione preventiva, audit indipendenti e supervisione umana. Il documento chiede il divieto di decisioni esclusivamente automatizzate su assunzioni, licenziamenti e sanzioni disciplinari.
La UIL chiede che l’aumento di produttività generato dall’intelligenza artificiale si traduca anche in una maggiore qualità del lavoro. Il perno della proposta è la riduzione dell’orario a parità di salario, presentata come risposta a una tecnologia che produce di più con meno lavoro umano diretto.
«Se le macchine producono di più, i lavoratori devono lavorare meno e vivere meglio», è il principio indicato da Bombardieri. Il rischio opposto che il segretario segnala sono profitti concentrati nelle imprese, salari fermi e meno occupati; per questo la UIL vuole «discutere di come redistribuire la ricchezza».
Il ragionamento delle tesi congressuali tiene insieme due esigenze: redistribuire il valore prodotto ed evitare quella che la UIL chiama disoccupazione tecnologica.
Bombardieri chiede alla politica un contributo per «disegnare il futuro piuttosto che gestire le macerie» di un processo lasciato al solo mercato.
La richiesta di ridurre l’orario a parità di paga non nasce con l’IA. Le tesi ricordano che se ne parlava in UIL già oltre cinque anni fa, e al XVIII Congresso del 2022 la Confederazione chiedeva la riduzione dell’orario di lavoro a parità di trattamento economico per migliorare la qualità della vita e redistribuire il lavoro. L’IA rilegge quella rivendicazione, offrendole un fondamento economico nuovo.
A sostegno del percorso, la UIL richiama un comitato scientifico attivo da circa due anni, che ha accompagnato l’organizzazione in un lavoro di alfabetizzazione sull’IA e di supporto all’attività negoziale. La linea che il sindacato porta ai tavoli è quella di orientare e condizionare l’innovazione, non di subirla.
Gli iscritti al Fondo Perseo Sirio hanno una leva in più per valorizzare il proprio trattamento di fine rapporto: la quota di TFR che i dipendenti di Pubblica Amministrazione e Sanità destinano alla previdenza integrativa può adesso essere rivalutata con il rendimento del comparto di investimento scelto dall’aderente, al posto del parametro esterno uguale per tutti. Chi lo preferisce, può quindi legare la quota anche a un comparto diverso da quello dei versamenti reali.
In sintesi:
La quota di TFR che i dipendenti di Pubblica Amministrazione e Sanità destinano a Perseo Sirio è rivalutata con il rendimento netto del comparto scelto dall’aderente. Per questi lavoratori il TFR non affluisce direttamente al Fondo durante il servizio: viene accantonato in forma figurativa presso l’INPS Gestione Dipendenti Pubblici e trasferito al Fondo alla cessazione del rapporto. È questa quota figurativa a cambiare regola di rivalutazione.
Il criterio del multicomparto (che discende dall’articolo 2, comma 5, del DPCM 20 dicembre 1999, modificato dal DPCM 2 marzo 2001) è esteso al calcolo del rendimento della quota virtuale (previsto dal Messaggio n. 2601 del 5 settembre 2025) ed è fruibile grazie all’aggiornamenti dell’applicativo dedicato alla previdenza complementare, annunciato il 7 luglio 2026.
In precedenza la quota figurativa di TFR era rivalutata dal datore di lavoro o dall’INPS con la media ponderata dei rendimenti netti di un paniere di fondi negoziali, individuato dal decreto MEF 23 dicembre 2005 fra quelli con più aderenti. Un parametro identico per tutti gli iscritti, slegato dalla linea di investimento personale. Con il nuovo criterio la stessa quota segue il rendimento del comparto scelto, e allinea la componente figurativa a quella dei versamenti reali.
Perseo Sirio offre sei linee di investimento sotto il codice fondo 2164, dal comparto Garantito, orientato alla protezione del capitale, al comparto Bilanciato Dinamico, con la quota azionaria più alta. La scelta del comparto incide ora anche sulla rivalutazione della quota figurativa di TFR, oltre che sui versamenti reali.
La ripartizione tra azioni e obbligazioni cresce salendo di comparto, con un orizzonte temporale consigliato via via più lungo, secondo la nota informativa del Fondo.
| Comparto | Composizione e orizzonte consigliato |
|---|---|
| Garantito | Prevalentemente obbligazioni con garanzia di restituzione dei contributi versati; orizzonte fino a 5 anni |
| Obbligazionario | Interamente obbligazioni fra titoli di Stato e corporate; orizzonte da 5 a 10 anni |
| Bilanciato Prudente | 30% azioni e 70% obbligazioni; orizzonte oltre 10-15 anni |
| Bilanciato Crescita | 50% azioni e 50% obbligazioni; orizzonte oltre 15 anni |
| Bilanciato Dinamico | 70% azioni e 30% obbligazioni; orizzonte oltre 15 anni |
Accanto ai singoli comparti, il profilo Lifecycle sposta in automatico l’allocazione verso linee più prudenti con l’avvicinarsi della pensione, e apre l’accesso a un profilo azionario puro riservato a questo percorso.
La novità di rilievo per l’aderente è la possibilità di collegare la quota figurativa di TFR a un comparto diverso da quello scelto per i contributi versati nel conto reale. La componente figurativa può così essere calibrata in modo indipendente su età , orizzonte e propensione al rischio.
La scelta e l’eventuale modifica del comparto spettano all’iscritto, che può cambiare profilo di norma una volta l’anno dall’Area Riservata del Fondo.
La rivalutazione con il comparto riguarda chi ha destinato il TFR al Fondo. Per i dipendenti pubblici ancora in regime di trattamento di fine servizio l’adesione alla previdenza negoziale passa dall’opzione al TFR, di recente prorogata. Per il calcolo del TFR stimato, ogni lavoratore può utilizzare lo strumento di simulazione online disponibile su PMI.it.
Perseo Sirio mette a disposizione un servizio di consulenza per orientare chi non ha dimestichezza con i mercati finanziari. La decisione dipende dalla situazione personale e non esiste una linea adatta a tutti.
Amministrazioni ed enti indicano il comparto scelto dall’aderente nella sezione dedicata alla previdenza complementare, tramite l’elemento E1 del flusso UNIEMENS-ListaPosPA. Il riferimento è la tabella Elemento Comparto dell’Appendice B dell’Allegato Tecnico UNIEMENS, aggiornata dall’INPS con i codici di Perseo Sirio.
Sotto il codice fondo 2164, ecco i codici comparto da riportare nel flusso sono i seguenti:
| Comparto | Codice UNIEMENS |
|---|---|
| Profilo Lifecycle | 21640 |
| Comparto Garantito | 21641 |
| Comparto Obbligazionario | 21642 |
| Comparto Bilanciato Prudente | 21643 |
| Comparto Bilanciato Crescita | 21644 |
| Comparto Bilanciato Dinamico | 21645 |
L’Italia è il paese più longevo dell’Unione europea, e il rapporto Censis «Invecchiare nell’Italia della longevità . Come costruire un Paese a misura di anziani» rovescia un luogo comune: i suoi over 65 sono la generazione economicamente più solida di sempre, con redditi familiari cresciuti del 20,4% reale in vent’anni mentre quelli medi delle famiglie arretravano. È però anche la fascia più fragile mai rilevata dall’istituto, e da questa distanza tra ricchezza accumulata e bisogno di assistenza dipendono le scelte di previdenza e welfare dei prossimi anni.
In vent’anni la piena autosufficienza tra gli over 65 è scesa dal 78,8% al 62%, 16,8 punti percentuali persi in una sola generazione. La quota di chi, pur autonomo, chiede comunque aiuto nel quotidiano è raddoppiata dal 18,3% al 36,6%: il 31,7% ne ha bisogno di tanto in tanto, il 4,9% incontra parecchie difficoltà nelle attività ordinarie e l’1,4% si dichiara totalmente non autosufficiente.
Sul fronte pubblico, il riparto del Fondo per le non autosufficienze fino al 2027 muove risorse verso assistenza domiciliare e caregiver, un argine che il rapporto giudica comunque insufficiente rispetto a una platea di fragilità in crescita.
Per gli attuali over 65 la vecchiaia comincia in media a 76,7 anni, ben oltre la soglia anagrafica dei 65. Le risposte si distribuiscono su un ampio ventaglio di età :
| Età indicata come inizio della vecchiaia | Quota degli over 65 |
|---|---|
| 65 anni | 5,7% |
| 70 anni | 16,6% |
| 75 anni | 24,5% |
| 80 anni | 28,7% |
| 85 anni | 14,5% |
| Nessuna età precisa | 9,5% |
| Non indica un’età | 10,0% |
Al di là dell’età , per il 69,4% è la perdita di autosufficienza a segnare l’ingresso nella vecchiaia, davanti alla morte di amici e coetanei (24,9%) e del coniuge (22,3%); pensionamento (8%) e nascita dei nipoti (4,2%) contano ormai poco.
La ricchezza netta media delle famiglie guidate da un over 65 tocca i 303.397 euro, sopra la media nazionale, ed è cresciuta del 40,6% reale in vent’anni mentre quella dell’insieme delle famiglie si fermava al 5,2%. È il fenomeno per cui la ricchezza italiana si concentra nelle famiglie degli over 65. Cresce in parallelo la presenza al lavoro: gli occupati tra 65 e 89 anni sono saliti da 343.000 nel 2005 a 866.000 nel 2025. Il 36,4% dei longevi sostiene economicamente figli e nipoti, a conferma di una fascia tutt’altro che a carico.
Quando serve assistenza, il 52,7% degli anziani conta sui figli e il 49,6% su coniugi e conviventi, mentre le reti pubbliche coprono una quota minima: solo l’1,9% può appoggiarsi a infermieri o assistenti domiciliari delle strutture pubbliche. Il 6,7% ricorre a badanti pagate di tasca propria e il 7,8% non ha nessuno su cui contare.
La solitudine amplifica il rischio: vive solo il 29,5% degli over 65, quota che sale al 37% oltre i 75 anni e a una persona su due dopo gli 85.
Con famiglie più piccole e proiezioni che portano gli anziani a 18,9 milioni, il 34,6% della popolazione entro il 2050, il modello che delega tutto ai parenti mostra la corda. Il rapporto vede la longevità un costo progressivamente privatizzato, che spinge verso strumenti di copertura individuale come la pensione integrativa con garanzia long term care.
Il Parlamento europeo ha dato il via libera al negoziato finale sull’euro digitale. L’Aula di Strasburgo ha approvato la posizione sui tre dossier del pacchetto sulla moneta unica e ha respinto le obiezioni di ECR e Patrioti, aprendo il confronto con il Consiglio UE sul testo definitivo. Per imprese, esercenti e prestatori di servizi di pagamento la posizione votata fissa già l’impianto delle regole su accettazione nei negozi, commissioni di incasso, limiti di detenzione e privacy della moneta pubblica digitale.
In sintesi:
La posizione votata obbliga la maggior parte delle imprese ad accettare l’euro digitale, con deroghe per autonomi, piccole e microimprese prive di altri pagamenti digitali. Il nuovo mezzo di pagamento pubblico è pensato per affiancare carte, app e contante come euro digitale come forma elettronica di contante, utilizzabile in tutta l’area euro sia online sia offline.
L’obiettivo politico dichiarato è offrire una soluzione pubblica paneuropea che non dipenda soltanto dai circuiti privati extra-UE. Oltre alle deroghe per i piccoli operatori, il testo prevede rifiuti temporanei dell’incasso in caso di blackout o indisponibilità tecnica del sistema.
Per i cittadini i servizi di base sono gratuiti, mentre le commissioni a carico di esercenti e prestatori di servizi di pagamento avranno un tetto unico nell’Eurozona ancorato ai costi. Rientrano nei servizi gratuiti l’apertura del wallet, la detenzione dei fondi e l’accesso ad almeno uno strumento di pagamento, mentre i pagamenti offline sono privi di costi.
Il tetto alle commissioni degli esercenti segue il principio del no worse off: non potrà superare quanto già applicato dai mezzi di pagamento comparabili e sarà calcolato sul rapporto tra la media ponderata delle commissioni dei circuiti di carte e il valore complessivo delle transazioni degli ultimi dodici mesi. La BCE lega inoltre il progetto agli standard aperti per i pagamenti, pensati per ridurre duplicazioni tecniche e aggiornamenti separati dei terminali.
Il trattamento previsto dalla posizione del Parlamento cambia a seconda che si usi, si distribuisca o si debba adeguare l’incasso all’euro digitale. La tabella riassume gli effetti per ciascun soggetto:
| Soggetto | Cosa prevede la posizione del Parlamento |
|---|---|
| Cittadini | Servizi di base gratuiti e pagamenti online oppure offline, con il wallet come alternativa pubblica a carte e app private. |
| Esercenti | Accettazione ampia quando l’attività incassa già con strumenti digitali, con verifica di commissioni, aggiornamenti software e condizioni del PSP. |
| Microimprese e autonomi | Deroga all’obbligo per chi è privo di altri incassi digitali, con esclusione delle attività ancora legate solo al contante. |
| Imprese | Incassi in euro digitale trattenibili non oltre 24 ore, con riversamento in blocco verso conto bancario e tesoreria aziendale. |
| Banche e PSP | Distribuzione del wallet, onboarding e servizi aggiuntivi, con tetto alle fee e nuovi standard tecnici europei. |
Ogni cittadino avrà un tetto massimo di euro digitali detenibili, fissato dalla Commissione su raccomandazione BCE e rivisto almeno ogni due anni, mentre le imprese potranno trattenere gli incassi non oltre 24 ore. Per le attività commerciali si tratta di un limite infragiornaliero: entro la giornata i negozianti devono procedere al prelievo in blocco degli euro digitali sui propri conti o depositi, con la sola deroga degli eventi di forza maggiore, durante i quali l’accumulo è temporaneamente libero.
La logica è evitare uno spostamento massiccio dai depositi bancari verso moneta BCE. Per questo l’euro digitale è privo di interessi e costruito come strumento di pagamento più che come prodotto di risparmio.
L’importo del tetto alle commissioni e il livello del limite di detenzione non sono ancora fissati e dipenderanno dal confronto tra Parlamento e Consiglio. Sono le due variabili che decideranno il costo effettivo dello strumento per chi incassa e per chi lo distribuisce, e restano il capitolo più aperto del pacchetto.
Sul fronte dei prestatori di servizi di pagamento, il nodo più discusso è la remunerazione lungo la catena dei pagamenti: gli istituti chiedono un compenso per la partecipazione al sistema, mentre il principio del tetto punta a mantenere le commissioni degli esercenti sotto i livelli attuali delle carte. Per un’attività commerciale la differenza pratica tra le due posizioni si tradurrà in quanto costerà davvero accettare l’euro digitale rispetto a un incasso con carta, ed è la ragione per cui il tavolo del trilogo va seguito da vicino da banche, PSP ed esercenti.
I pagamenti offline funzioneranno tramite dispositivi locali con principi di privacy-by-design, ma il denaro caricato sul dispositivo va perso se questo viene smarrito, come accade con il contante fisico. Il Parlamento prevede transazioni verificate senza esporre i dati personali, trattati solo nella misura indispensabile al funzionamento del sistema, con tecnologie come le prove a conoscenza zero.
La funzione offline è il tratto più vicino al contante e comporta un rischio pratico da spiegare ai clienti prima dell’avvio graduale: la BCE dovrà definire a monte le regole di responsabilità , a partire dal rischio del doppio utilizzo dello stesso importo.
Il progetto punta a ridurre la dipendenza dell’area euro dai circuiti extra-UE, che oggi gestiscono la quota prevalente dei pagamenti con carta. Secondo i dati BCE citati nel dibattito, Visa e Mastercard coprono circa il 61% dei pagamenti con carta nell’area euro e quasi tutte le transazioni transfrontaliere.
Il voto assume così anche una lettura di sovranità nei pagamenti: una soluzione pubblica paneuropea rafforza l’autonomia dell’Europa rispetto a standard proprietari controllati fuori dall’area euro, in un mercato dove crescono anche le stablecoin ancorate al dollaro.
Il trilogo con il Consiglio parte il 13 luglio sotto la presidenza irlandese e punta a chiudere il regolamento entro fine 2026. Il Consiglio ha definito la propria posizione a dicembre 2025 e i due testi sono considerati vicini, condizione che rende plausibile la chiusura entro l’anno.
Il calendario tecnico mantiene tre tappe: sviluppo con i PSP selezionati nel terzo trimestre 2026, progetto pilota di 12 mesi dalla seconda metà del 2027 e prima emissione possibile nel 2029, subordinata all’adozione del regolamento e alla decisione del Consiglio direttivo BCE. Queste scadenze seguono il cronoprogramma dell’euro digitale definito dalla BCE, che banche, PSP ed esercenti hanno davanti fino all’accordo interistituzionale.
La classifica dei migliori conti correnti di luglio 2026 confronta le offerte per privati, giovani, pensionati, famiglie, professionisti e imprese. La selezione prende in esame conti a canone zero, conti remunerati, soluzioni con bonus o buoni regalo, prodotti con carte incluse, conti cointestabili, offerte per il trading online e conti business per Partite IVA e aziende.
In sintesi, la scelta dipende soprattutto da questi elementi:
Il costo reale del conto corrente deriva dalla somma tra canone, commissioni, carte, prelievi, bonifici e operazioni allo sportello. L’analisi dei costi medi dei conti correnti mostra differenze nette tra prodotti tradizionali, online e postali: per questo il canone rappresenta solo una parte della spesa annuale.
I conti correnti zero spese non sono tutti uguali. Alcune offerte prevedono il canone gratuito per tutti i clienti, altre richiedono requisiti specifici oppure applicano commissioni su bonifici, prelievi o servizi aggiuntivi. Nel confronto di luglio 2026 sono considerate anche le promozioni con buoni regalo, cashback e interessi sulla liquidità , da valutare sempre insieme alla durata dell’offerta e ai costi successivi.
I conti online sono più adatti a chi usa app e home banking, mentre le formule con filiali e assistenza diretta rispondono meglio a chi versa contanti, usa servizi di cassa o preferisce il rapporto con la banca. Il confronto tra banca, Poste e conto deposito aiuta anche a distinguere i servizi di pagamento dagli strumenti destinati alla gestione della liquidità .
La classifica dedica sezioni specifiche ai conti remunerati, ai conti per giovani e minorenni, alle soluzioni per pensionati, ai conti cointestati, ai prodotti con carta di credito o prepagata, ai conti con fido, alle offerte per il trading online e ai conti correnti business. Per chi possiede i requisiti reddituali resta inoltre da valutare il conto corrente di base gratuito.
Per famiglie e coppie contano carte aggiuntive, limiti di utilizzo e modalità di firma del conto. Le regole dei conti correnti cointestati incidono anche sulla disponibilità delle somme, sugli accertamenti fiscali e sulla gestione del rapporto tra gli intestatari.
Per Partite IVA, professionisti e imprese, invece, diventano centrali bonifici, pagamenti F24, carte aziendali, accessi multiutente, incassi, fido e integrazioni contabili. Il confronto riporta quindi non solo il canone iniziale, ma anche i costi applicati al termine delle promozioni e le commissioni sulle operazioni più frequenti.
Il Fondo Perseo Sirio è il fondo pensione complementare dei lavoratori di Pubblica Amministrazione e Sanità , previsto dal contratto di lavoro. Rientra tra gli strumenti di previdenza complementare, il secondo pilastro che affianca la pensione pubblica obbligatoria e aiuta il dipendente a costruire una tutela pensionistica integrativa per il futuro.
In sintesi:
Nato nel 2014 dalla fusione di Perseo e Sirio, il Fondo è destinato ai dipendenti pubblici di Ministeri, Regioni, Autonomie Locali, Sanità , Enti pubblici non economici, ENAC, CNEL, Università e Centri di ricerca, Agenzie fiscali e area dirigenziale della Presidenza del Consiglio, insieme ai dirigenti e ai Segretari comunali e provinciali.
Sul fronte pubblico l’adesione riguarda i lavoratori con i seguenti rapporti di lavoro:
Possono iscriversi anche alcuni lavoratori privati collegati agli accordi istitutivi:
Con il calcolo della pensione di PMI.it si stima invece l’assegno pubblico atteso e il divario che la previdenza complementare aiuta a ridurre.
La pensione complementare si costruisce con la contribuzione del lavoratore, quella del datore di lavoro e l’accantonamento del TFR, secondo i principi della contribuzione definita e della capitalizzazione individuale. Per i dipendenti pubblici le quote di TFR sono accantonate in forma figurativa presso l’INPS Gestione Dipendenti Pubblici durante il servizio e trasferite al Fondo alla cessazione del rapporto.
Le percentuali versate a cadenza mensile sono le seguenti:
La misura del contributo a proprio carico può essere variata una volta l’anno. La quota figurativa di TFR viene rivalutata e segue il rendimento del comparto scelto dall’aderente, con il criterio del multicomparto.
Le somme versate confluiscono nel conto individuale e sono investite nei comparti del Fondo, differenziati per rischio e composizione tra obbligazioni e azioni, dal Garantito, orientato alla protezione del capitale, alle linee bilanciate con quota azionaria crescente. Un profilo Lifecycle riduce il rischio con l’avvicinarsi della pensione.
Il rendimento della posizione dipende dalla linea scelta, e lo stesso criterio si applica alla rivalutazione della quota figurativa di TFR. La COVIP vigila sul Fondo e sul mercato della previdenza complementare.
Perseo Sirio è un’associazione senza scopo di lucro e applica costi contenuti. Le spese dirette comprendono una quota di iscrizione una tantum e una quota associativa annua, ridotta per gli aderenti contrattuali e azzerata per i familiari fiscalmente a carico.
I costi indiretti di gestione finanziaria sono prelevati dal patrimonio di ciascun comparto e misurati dall’Indicatore sintetico dei costi, l’ISC calcolato con la metodologia COVIP e riportato nella Scheda dei costi del Fondo.
I contributi versati al Fondo sono deducibili dal reddito imponibile IRPEF fino a 5.300 euro annui dal 2026, per effetto della legge n. 199/2025. Il TFR conferito e l’incentivo dell’1,50% non rientrano nel limite di deducibilità .
I rendimenti della gestione sono tassati con aliquota del 20%, ridotta al 12,50% sulla quota investita in titoli di Stato ed equiparati. La prestazione finale sconta un’imposta sostitutiva del 15%, che scende dello 0,30% per ogni anno di partecipazione oltre il quindicesimo, fino a un minimo del 9%.
Nella fase di accumulo l’iscritto può chiedere l’anticipazione di parte della posizione: in ogni momento per spese sanitarie di particolare gravità , e dopo otto anni di iscrizione per l’acquisto o la ristrutturazione della prima casa o per congedi e formazione.
Chi ha cessato l’attività e si avvicina alla pensione può accedere alla RITA, la rendita integrativa temporanea anticipata, con almeno venti anni di contributi nel regime obbligatorio, cinque anni di iscrizione alla complementare e un anticipo fino a cinque anni rispetto alla pensione di vecchiaia. È previsto anche il riscatto della posizione in caso di perdita dei requisiti di partecipazione.
Al pensionamento la prestazione può essere erogata in capitale fino al 60% del montante, con la parte restante in rendita, secondo il limite elevato dalla legge di bilancio 2026. In alternativa alla rendita vitalizia è disponibile la rendita a durata definita, per un numero di anni pari alla vita attesa residua.
Il lavoratore aderisce compilando il modulo di adesione e consegnandolo all’amministrazione di riferimento, che lo inoltra al Fondo. Per i dipendenti pubblici assunti dal 2 gennaio 2019 opera l’iscrizione tacita indicata dall’INPS con il messaggio n. 2553/2022: entro sei mesi dall’assunzione il lavoratore può manifestare una diversa volontà , in mancanza è iscritto d’ufficio con facoltà di recesso nei trenta giorni successivi.
Per i dipendenti ancora in regime di trattamento di fine servizio (TFS)Â l’adesione richiede l’opzione al TFR, con termine prorogato 2030.
Oltre al diritto di recesso entro trenta giorni dall’adesione, non è possibile recedere dall’iscrizione finché sussistono i requisiti di partecipazione. Trascorsi due anni di partecipazione l’iscritto può trasferire la posizione a un’altra forma pensionistica complementare, oppure sospendere la contribuzione nei casi previsti.
Le offerte dual fuel permettono di gestire tariffa luce e tariffa gas con lo stesso venditore. La formula può semplificare la gestione delle utenze e interessare famiglie, professionisti, negozi, uffici e piccole imprese, ma la convenienza va verificata sulla spesa complessiva annua e non solo sul prezzo della singola componente energia.
Nel confronto sono state analizzate le offerte dual fuel a prezzo fisso e prezzo variabile disponibili sul Portale Offerte ARERA, sulla base dei profili di consumo indicati nella simulazione. La selezione tiene conto della spesa annua stimata, della ripartizione tra luce e gas, della durata delle condizioni economiche, della presenza di sconti, di eventuali servizi aggiuntivi e degli oneri di recesso quando segnalati.
In sintesi, la classifica mette a confronto le migliori offerte dual fuel di luglio 2026:
La classifica offre una base di orientamento per chi sta valutando un cambio fornitore o vuole capire se un contratto dual fuel possa risultare più pratico rispetto a due forniture separate. Le offerte sono distinte tra utenze domestiche e utenze business, perché i profili di consumo e gli importi annui stimati sono molto diversi.
La convenienza dipende da più elementi: prezzo dell’energia elettrica, costo del gas, quota fissa, spread applicati alle offerte indicizzate, durata del prezzo bloccato, modalità di pagamento, sconti una tantum, servizi inclusi e profilo di consumo dell’utenza. Per le offerte a prezzo variabile, la spesa annua indicata dal Portale è una stima costruita anche sulle previsioni di prezzo disponibili al momento della consultazione e può quindi cambiare nel tempo.
L’export italiano ha toccato 643 miliardi di euro nel 2025, in crescita del 3,3% in valore e dello 0,7% in volume, con un surplus commerciale di 50,7 miliardi che sale a 97,7 miliardi al netto del deficit energetico. Il nuovo brief della Direzione Strategie Settoriali e Impatto di CDP legge questa tenuta nel nuovo scenario geoeconomico, tra dazi statunitensi, tensioni sulle rotte del Golfo e concorrenza cinese, e indica i mercati extra-UE dove il Made in Italy può ancora guadagnare quote.
In sintesi:
L’export italiano ha registrato nel 2025 una crescita del 3,3% in valore, superiore a quella dei principali partner dell’area euro, con un surplus commerciale salito a 50,7 miliardi di euro dai 48,3 del 2024. Il dato arriva dalle statistiche ISTAT sul commercio con l’estero e trova conferma nel brief della Direzione Strategie Settoriali e Impatto di CDP. La riduzione del deficit energetico, sceso a 46,9 miliardi dai 54,3 dell’anno prima, spinge l’avanzo nell’interscambio non energetico a 97,7 miliardi.
La spinta arriva da un numero ristretto di comparti. Gli articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici crescono del 28,5% e forniscono 2,5 dei 3,3 punti di incremento complessivo; seguono i metalli di base e i prodotti in metallo (+9,8%), i mezzi di trasporto esclusi gli autoveicoli (+11,6%) e i prodotti alimentari, bevande e tabacco (+4,3%).
I mercati extra-UE offrono all’export italiano le opportunità di crescita più alte, con gli Emirati Arabi Uniti a +57,4% e l’area ASEAN a +23,5% nel 2025 secondo le linee strategiche MIMIT-MAECI adottate il 1° luglio 2026. Il nuovo orientamento dell’Unione Europea, che favorisce l’autonomia strategica nelle filiere della transizione energetica, della difesa e della salute, apre alle imprese sinergie tra export di beni e servizi e sbocchi oltre il mercato europeo.
| Mercato extra-UE | Crescita export 2025 |
|---|---|
| Emirati Arabi Uniti | +57,4% |
| Area ASEAN | +23,5% |
| India | +18,5% |
| Mercosur | +10,2% |
| Messico | +7,6% |
| Stati Uniti | +7,2% |
Gli Stati Uniti restano il primo mercato extraeuropeo con una quota del 10,4% dell’export nazionale, e la crescita del 7,2% nel 2025 ha assorbito meglio del previsto l’aumento dei dazi. La corsa degli Emirati e dell’area ASEAN convive però con la fragilità delle rotte che servono il Golfo: l’area a più forte crescita nel 2025 è la stessa esposta al blocco di Hormuz, e questo rende la diversificazione una scelta di riduzione del rischio prima ancora che di espansione commerciale.
La tenuta dell’export riflette forze strutturali del sistema produttivo, dalla diversificazione geografica e merceologica al posizionamento su qualità e nicchie ad alto valore aggiunto, fino a una base ampia di imprese esportatrici con un ruolo competitivo delle PMI accanto ai grandi operatori. La diversificazione dei mercati di sbocco spiega buona parte della capacità italiana di compensare i rallentamenti europei con le vendite verso le aree più dinamiche.
La crescita del 2025 è trainata dai valori medi unitari più che dai volumi, segnale di uno spostamento verso segmenti a maggiore contenuto tecnologico dove la competitività del prodotto italiano regge l’urto dei prezzi.
I rischi principali per l’export italiano nel 2026 sono il protezionismo statunitense, la crisi dello Stretto di Hormuz con i suoi effetti su energia e noli, e la concorrenza cinese nei segmenti a tecnologia medio-alta. Il blocco dello Stretto dal 1° marzo 2026 ha spinto il Brent oltre 126 dollari al barile a fine aprile, con un rientro verso 75 dollari a fine giugno, e ha portato i noli dei container sulla rotta Cina-Europa oltre il raddoppio. La crisi dello Stretto di Hormuz ha imboccato una riapertura graduale dopo l’accordo USA-Iran, con i primi transiti in sicurezza dal 21 giugno e una normalizzazione piena attesa non prima di settembre.
Per le imprese italiane l’esposizione si concentra su energia, logistica e domanda estera. Confartigianato ha stimato in 27,8 miliardi l’export verso l’area del Golfo messo a rischio nei mesi di guerra, mentre il rincaro dei noli e delle coperture assicurative ha colpito soprattutto le filiere a maggiore intensità tecnologica, dove i tempi di consegna e la sicurezza degli approvvigionamenti orientano gli ordini.
Dal 1° luglio 2026 le pubbliche amministrazioni e i gestori di pubblici servizi possono consultare in automatico i dati dell’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente (ANPR), senza chiederli di nuovo a imprese e cittadini. L’interoperabilità dei dati anagrafici esisteva già per gli enti con accordi dedicati: la novità è l’apertura dell’accesso automatico ai dati ANPR a tutte le amministrazioni che completano l’adesione alla Piattaforma Digitale Nazionale Dati (PDND).
In sintesi:
L’accesso automatico ai dati ANPR avviene tramite la PDND, l’infrastruttura prevista dall’art. 50-ter del Codice dell’Amministrazione Digitale per lo scambio sicuro e standardizzato di informazioni tra enti. I servizi sono resi disponibili in attuazione dell’art. 62, comma 3-bis, dello stesso Codice, che assicura ad amministrazioni e gestori di pubblici servizi l’accesso ai dati dell’Anagrafe e l’interoperabilità con le altre banche dati: i dati anagrafici, una volta resi dal cittadino, si intendono acquisiti senza necessità di ulteriori adempimenti o duplicazioni. Il Ministero dell’Interno è titolare dell’ANPR, mentre Sogei ne assicura il supporto tecnico e la conduzione della piattaforma.
La Circolare DAIT n. 61/2025 aveva esteso l’accesso diretto all’ANPR a Regioni e Province autonome già lo scorso anno. Dal 1° luglio 2026 lo stesso canale diventa disponibile anche per tutte le pubbliche amministrazioni e per i gestori di pubblici servizi che completano l’adesione alla PDND. Per il Dipartimento per la trasformazione digitale si tratta di un modello che si consolida e si amplia, mentre la meccanica dell’interoperabilità è quella già prevista dal Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD).
Per imprese e cittadini l’accesso diretto alla fonte significa meno documenti da presentare e un minor rischio di errori, perché i dati sono prelevati aggiornati dall’Anagrafe. Il peso degli adempimenti è elevato: le dieci autocertificazioni più diffuse costano alle imprese italiane 673,9 milioni di euro l’anno e 3,4 milioni di giornate di lavoro, secondo il rapporto della Fondazione Promo PA presentato per i trent’anni del Registro delle Imprese. La condivisione automatizzata dei dati ANPR agisce proprio sulla duplicazione delle richieste che alimenta questi costi.
Ogni ente deve completare l’adesione alla PDND e abilitare gli specifici servizi ANPR. Il percorso richiede i seguenti passaggi:
Le finalità legittimanti e gli e-service disponibili cambiano per tipologia di ente: i Comuni fanno riferimento alla Circolare DAIT n. 73/2023, Regioni e Province autonome alla Circolare DAIT n. 61/2025. Se l’ente possiede già gli attributi richiesti la fruizione si attiva automaticamente, altrimenti segue una verifica presso le fonti autoritative.
Gli enti che accedono ai dati ANPR sono titolari autonomi del trattamento, ai sensi dell’art. 62, comma 3-bis, del Codice dell’Amministrazione Digitale, e rispondono della liceità dell’accesso, del rispetto dei principi di pertinenza e proporzionalità e delle misure di sicurezza adottate. Dal 1° luglio 2026 il Ministero dell’Interno esercita una vigilanza strutturata sugli accessi ai servizi ANPR erogati tramite PDND, basata su verifiche periodiche e su indicatori di anomalia. Rientrano tra i comportamenti sotto monitoraggio:
Le comunicazioni seguono una cadenza semestrale: il Ministero invia una PEC agli enti con anomalie rilevate, all’indirizzo indicato nell’ambiente di esercizio della PDND, e l’ente ha sei mesi di tempo per fornire riscontro. In assenza di risposta, oppure quando emergono accessi non autorizzati o non conformi alla normativa, il Ministero può disporre la sospensione dei servizi sottoscritti sulla PDND.
Cambia pelle e diventa più su misura il Portale della Famiglia e della Genitorialità dell’INPS, sportello digitale unico per bonus, ISEE e servizi ai figli. Da piattaforma dove cercare le agevolazioni, si trasforma in un assistente che riconosce ogni familiare, anticipa ciò che gli spetta e avvicina il calcolo degli importi, riducendo la distanza tra il nucleo e i sostegni a cui ha diritto.
In sintesi:
L’INPS ha rilasciato la versione evolutiva del suo portale web per le famiglie, introduce quattro nuove funzioni: una card dedicata a ciascun componente del nucleo, suggerimenti automatici sulle prestazioni spettanti, i simulatori aggiornati al 2026 di Assegno Unico e Bonus asilo nido e l’ingresso di Nuovo Bonus mamme e Bonus nuovi nati 2026 nell’elenco delle domande presentate.
Ogni card riporta nome e cognome del familiare e mostra solo i servizi richiedibili per i figli di chi accede, filtrati sulla situazione del nucleo. Accanto ai profili lavorano i servizi proattivi: la piattaforma segnala le agevolazioni potenzialmente spettanti a ciascun componente in base alla sua condizione, così i bonus disponibili compaiono in funzione della fase di vita del nucleo senza che il genitore debba individuarli da sé.
I simulatori aggiornati al 2026 stimano l’importo dell’Assegno Unico e Universale 2026 e del Bonus asilo nido 2026 in base a ISEE e composizione familiare, direttamente dall’area personale.
Per una stima immediata dell’importo per ogni figlio a carico si può anche usare il Calcolatore dell’Assegno Unico di PMI.it, partendo dal valore ISEE e dalla composizione del nucleo.
Il Portale raccoglie in un unico spazio le prestazioni economiche erogate dall’INPS per famiglie e genitori: 40 misure tra sostegni mensili, agevolazioni una tantum e congedi. Dalla homepage si avviano o si monitorano le pratiche relative a:
Oltre alle prestazioni INPS, il Portale dà accesso a 300 servizi di altre pubbliche amministrazioni: senza cambiare piattaforma, i genitori gestiscono adempimenti che riguardano:
L’accesso avviene da www.inps.it con identità digitale: SPID di livello 2 o superiore, CIE di livello 3, CNS o eIDAS. Riconosciuto il nucleo, il sistema mostra le card dei componenti e i servizi INPS online pertinenti, filtrati sui figli a carico.
Nato con la Presidenza del Consiglio – Dipartimento per le Politiche della Famiglia, il Portale è il primo tassello del modello di welfare per eventi della vita previsto dal Piano Nazionale per la Famiglia 2025-2027: un’infrastruttura che punta a far arrivare bonus e servizi al cittadino in base alla fase di vita, senza rincorrere uffici e portali separati.
La tassa italiana da 2 euro sui pacchi extra-UE fino a 150 euro, rinviata al 1° ottobre 2026, rischia di essere archiviata prima del debutto: nelle FAQ su sul dazio doganale di 3 euro in vigore dal 1° luglio 2026, la Commissione Europea chiarisce che le tariffe nazionali devono cessare, al più tardi a novembre.
Il dazio doganale UE di 3 euro si applica per categoria di articolo alle spedizioni con valore fino a 150 euro acquistate online e spedite direttamente ai consumatori (B2C). La tariffa non deve essere pagata dal consumatore: il pagamento ricade su piattaforme, venditori, vettore o agente che dichiara le merci alle autorità doganali. Il costo può comunque riflettersi sul prezzo finale dell’acquisto online.
La Commissione europea consente agli Stati membri di introdurre tasse nazionali di gestione doganale solo se antecedenti alla soluzione comune a livello UE e solo se in coerenza con l’articolo 52 del Codice doganale dell’Unione, istituito dal Regolamento (UE) n. 952/2013. Diritti ed oneri possono essere imposti agli operatori economici solo in via eccezionale e solo se corrispondono a un servizio specifico effettivamente reso dall’amministrazione.
La stessa Commissione aggiunge che le tariffe nazionali di trattamento dovranno essere interrotte quando partiranno le tariffe dell’Unione, al più tardi nel novembre 2026.
Il contributo italiano da 2 euro sulle spedizioni extra-UE fino a 150 euro è previsto dall’art. 1, commi 126-128, della Legge n. 199/2025 e ha decorrenza rinviata al 1° ottobre 2026. Il nuovo calendario crea una sovrapposizione molto stretta: dal 1° luglio è già applicato il dazio doganale UE da 3 euro, mentre entro novembre dovrebbe arrivare la tassa di gestione dell’Unione. In questo quadro, il prelievo italiano rischia di durare poche settimane o di essere cancellato prima dell’avvio.
A quel punto le ipotesi percorribili per il Governo italiano sono tre: cancellazione prima della decorrenza, nuovo rinvio oppure riscrittura coordinata con la tassa di gestione dell’Unione. La cancellazione è oggi lo scenario più probabile.
Il dazio UE da 3 euro e la tassa di gestione dell’Unione sono misure differenti: il primo riguarda le merci importate, la seconda serve a compensare i costi sostenuti dalle autorità doganali per controlli, verifiche documentali e analisi dei rischi. In pratica, la stessa finalità del contributo italiano.
| Misura | Regole |
|---|---|
| Dazio UE da 3 euro | in vigore dal 1° luglio 2026 al 1° luglio 2028 – tariffa doganale sulle spedizioni extra-UE di valore complessivo fino a 150 euro |
| Contributo italiano da 2 euro | decorrente al 1° ottobre 2026 – contribuisce ai costi doganali su spedizioni extra-UE fino a 150 euro |
| Tassa di gestione dell’Unione | attesa entro novembre 2026 – copre i costi doganali sui pacchi del commercio elettronico |
A chiudere il cerchio sono le novità da novembre 2026 per le imprese coinvolte nella vendita e nel trasporto: dovranno dichiarare gli identificatori di prodotto pertinenti nelle dichiarazioni doganali, con possibilità di farlo volontariamente già dal 1° luglio 2026.
I controlli doganali sui mini-pacchi extra-UEÂ mirano a intercettare merci non conformi, sottovalutazioni e dichiarazioni irregolari nei flussi del commercio elettronico.
La Grecia è diventata la destinazione fiscale preferita dai pensionati italiani che valutano di trasferirsi all’estero dopo la pensione per pagare meno tasse, soprattutto dopo la stretta del regime portoghese iper-agevolato. Il richiamo è un’imposta unica del 7% che non colpisce solo l’assegno previdenziale ma ogni reddito di fonte estera. La convenienza non è però uguale per tutti: dipende da come è maturata la pensione e da quanto è alto l’importo lordo.
In sintesi:
Chi trasferisce la residenza fiscale in Grecia paga un’imposta sostitutiva del 7% su pensione e altri redditi di fonte estera per quindici anni, al posto dell’imposizione ordinaria. Il regime è disciplinato dall’articolo 5B del Codice greco delle imposte sui redditi (legge 4172/2013), attivato nel 2020 per attrarre nuovi residenti.
L’aliquota è forfettaria e si applica a prescindere dall’importo dell’assegno. Il punto meno noto è la sua estensione: oltre alla pensione, il 7% assorbe anche dividendi, interessi, plusvalenze e canoni di locazione percepiti fuori dalla Grecia, ad esempio da immobili o titoli italiani. I soli redditi di fonte greca restano soggetti all’IRPEF ellenica ordinaria, che sale fino al 44%.
Il regime al 7% spetta ai titolari di pensione privata; gli ex dipendenti pubblici sono esclusi e continuano a essere tassati in Italia. La distinzione nasce dalla Convenzione contro le doppie imposizioni tra Italia e Grecia, ratificata con legge 445/1989.
L’articolo 18 assegna le pensioni private allo Stato di residenza, quindi alla Grecia; l’articolo 19 riserva le pensioni pubbliche allo Stato che le eroga, quindi all’Italia, salvo che il pensionato abbia anche la cittadinanza greca. Un chiarimento dell’Agenzia delle Entrate precisa che a contare è la natura del rapporto di lavoro da cui deriva la pensione, non l’ente che paga l’assegno: chi ha lavorato in enti un tempo pubblici come Poste o Ferrovie deve verificare la qualificazione del proprio trattamento prima di trasferirsi.
Su una pensione lorda di 30.000 euro l’anno l’imposta greca al 7% è di 2.100 euro, contro i circa 7.100 euro di IRPEF lorda che lo stesso importo sconta in Italia. La forbice si allarga al crescere dell’assegno, perché l’aliquota greca resta fissa mentre quella italiana è progressiva.
| Pensione lorda annua | Imposta in Grecia al 7% |
|---|---|
| 20.000 euro | 1.400 euro |
| 30.000 euro | 2.100 euro |
| 40.000 euro | 2.800 euro |
| 50.000 euro | 3.500 euro |
| 70.000 euro | 4.900 euro |
In Italia la stessa pensione sconta l’IRPEF per scaglioni (23% fino a 28.000 euro, 35% fino a 50.000 euro, 43% oltre): su 30.000 euro sono circa 7.140 euro, su 50.000 circa 14.140 euro, prima delle detrazioni per redditi da pensione e delle addizionali regionali e comunali. Le detrazioni abbassano il carico effettivo sui redditi più bassi, le addizionali lo alzano di uno o due punti: per il conto netto sul proprio caso conviene partire dall’IRPEF reale.
Per conoscere il risparmio effettivo nel proprio caso basta prima calcolare online l’IRPEF sulla pensione in Italia e poi confrontare le tasse con l’imposizione fiscale in Grecia.
Per ottenere il 7% occorre non essere stati residenti fiscali in Grecia per almeno cinque dei sei anni precedenti e presentare domanda entro il 31 marzo dell’anno di riferimento. La platea è quella dei titolari di pensione estera, a prescindere dalla nazionalità .
Gli altri presupposti sono i seguenti:
Ottenuta la residenza fiscale greca, il pensionato chiede all’INPS di erogare l’assegno al lordo, presentando la documentazione che attesta l’ammissione al regime ellenico. A quel punto l’Istituto sospende le trattenute IRPEF e le addizionali comunali e regionali, e la tassazione si sposta interamente in Grecia.
Il percorso passa dall’iscrizione all’AIRE, l’Anagrafe degli italiani residenti all’estero, che formalizza lo spostamento della residenza. È il presupposto perché l’Italia riconosca la potestà impositiva greca sulla pensione privata ed eviti la doppia tassazione sullo stesso reddito.
L’Agenzia delle Entrate verifica che il trasferimento sia reale: servono l’iscrizione all’AIRE e una presenza effettiva in Grecia di almeno 183 giorni l’anno. Una residenza solo formale, con casa, famiglia e centro degli affari rimasti in Italia, espone alla contestazione dell’esterovestizione e al recupero delle imposte.
Per gli ex dipendenti pubblici il calcolo non cambia con il trasloco: la pensione è tassata in Italia anche dopo l’iscrizione all’AIRE, quindi il trasferimento non produce il risparmio fiscale che spinge i pensionati privati verso le isole ioniche o l’Attica.
La finestra per contestare un rigetto sul bonus autoimpiego under 35 del Decreto Coesione è agli ultimi giorni. Chiusa l’istruttoria e avviati i pagamenti sulle domande accolte, chi si è visto respingere la richiesta può ancora far rivedere la propria posizione all’INPS, ma il riesame segue regole precise e non tutti i rigetti hanno le stesse possibilità di essere ribaltati.
In sintesi:
Sulle domande accolte la liquidazione è già partita e l’INPS versa il contributo in un’unica soluzione anticipata per ciascun anno, sulla base dei mesi ammessi al beneficio. L’Istituto ha gestito le pratiche con una procedura informatizzata che ha eseguito i controlli automatici sui requisiti di accesso, avviando poi il pagamento delle accolte.
L’importo del singolo accredito dipende dai mesi riconosciuti e può quindi essere inferiore ai 6.000 euro corrispondenti a dodici mensilità , mentre il massimale complessivo è di 18.000 euro su tre anni e comunque non oltre il 31 dicembre 2028.
| Stato della domanda | Cosa fare adesso |
|---|---|
| Accolta | Nessun adempimento, si consultano provvedimento e pagamenti nel dettaglio della pratica |
| Respinta | Si legge la motivazione online e si presenta l’istanza di riesame entro il termine |
| In istruttoria | Si attende la definizione dell’INPS dopo le verifiche sulla regolarità contributiva |
L’istanza di riesame si presenta dallo stesso servizio usato per la domanda, Incentivo Decreto Coesione sul portale INPS, autenticandosi con SPID, CIE, CNS o eIDAS, lungo il percorso che dalla sezione Sostegni, Sussidi e Indennità porta al Punto d’accesso alle prestazioni non pensionistiche. La funzione Richiedi riesame compare nelle sezioni Le mie ultime domande e Le mie domande, e dal dettaglio della pratica si consultano dati trasmessi, motivazione del rigetto, stato della lavorazione, ricevute e provvedimenti.
L’istanza deve riportare le ragioni della contestazione e gli elementi utili a una nuova verifica, insieme alla documentazione che dimostra il possesso dei requisiti; il comando Presenta richiesta di riesame trasmette l’istanza e genera una ricevuta con il numero di protocollo.
Il riesame va chiesto entro 30 giorni dalla pubblicazione del messaggio INPS 1955 del 10 giugno 2026, un termine che l’Istituto qualifica come non perentorio. Per i provvedimenti di rigetto conosciuti in una data successiva il periodo decorre dal giorno in cui l’interessato riceve o consulta l’esito negativo, quindi il 10 luglio 2026 vale come fine della finestra ordinaria solo per chi ha avuto l’esito il 10 giugno.
Trattandosi di un termine ordinatorio e non decadenziale, un’istanza trasmessa poco oltre non è automaticamente inammissibile ma la data indicata è il periodo che l’INPS assegna per portare motivazioni e documenti attraverso la procedura telematica.
Quando il rigetto dipende dallo stato di disoccupazione, il riesame si vince allineando i dati del Centro per l’impiego alla data di avvio dell’attività , perché l’INPS decide sulla base del sistema informativo unitario delle politiche del lavoro. Il requisito richiede la Dichiarazione di immediata disponibilità (DID) e l’assenza di un impiego o di redditi da lavoro oltre le soglie esenti da imposizione fiscale.
Per ribaltare un rigetto legato allo stato di disoccupazione il percorso è questo:
Completato l’aggiornamento, l’INPS definisce il riesame utilizzando le informazioni ufficiali disponibili, senza margine per valutazioni al di fuori di quei dati.
Una parte delle domande non è ancora stata definita e per queste il riesame non è disponibile, perché l’istruttoria prosegue in attesa delle verifiche sulla regolarità contributiva. Riguarda chi è iscritto a una Cassa previdenziale esterna all’INPS e chi ha versato alla Gestione separata senza che l’iscrizione risulti acquisita negli archivi.
Queste pratiche sono definite dopo il completamento degli accertamenti e, fino alla comunicazione di un provvedimento di accoglimento o rigetto, la procedura di riesame non le riguarda.
Il contributo da 500 euro al mese spetta ai disoccupati under 35 che hanno avviato un’attività in un settore strategico tra il 1° luglio 2024 e il 31 dicembre 2025. L’incentivo rientra tra i bonus e sgravi per giovani imprenditori nei settori strategici dell’articolo 21 del DL Coesione (DL 60/2024) ed è riconosciuto direttamente al giovane che avvia l’attività , mentre l’ulteriore esonero fino a 800 euro mensili riguarda i contributi dovuti sulle assunzioni a tempo indeterminato delle nuove imprese.
Per il contributo INPS da 500 euro al mese sono richiesti questi requisiti:
Le FAQ del Ministero del Lavoro ammettono anche le imprese in cui il codice ATECO agevolabile identifica un’attività secondaria, purché siano rispettati i requisiti anagrafici, occupazionali e temporali.
I settori ammessi si individuano tramite il codice ATECO indicato all’avvio dell’attività e l’elenco aggiornato è nell’Allegato 1 della circolare INPS 148 del 28 novembre 2025. Le macro-categorie comprendono manifatturiero avanzato, energia e utility, costruzioni, trasporti e logistica, servizi IT e telecomunicazioni, attività professionali scientifiche e tecniche, sanità , istruzione e intrattenimento.
È in vigore la nuova classificazione ATECO 2025, recepita dall’INPS con la circolare 71 del 31 marzo 2025, che sostituisce i riferimenti alla precedente ATECO 2007. Con il messaggio INPS 685 del 26 febbraio 2026 l’elenco è stato integrato con il codice 72.20.01, ricerca e sviluppo sperimentale nel campo dell’archeologia.
Sul piano fiscale il contributo è escluso dalla base imponibile ai fini IRPEF e IRAP, non concorre alla formazione del reddito complessivo e non rileva ai fini del superamento della soglia del regime forfettario. Non è soggetto a ritenuta d’acconto e non richiede rendicontazione analitica delle spese.
L’importo è di 500 euro mensili per un massimo di 36 mesi, pari a 6.000 euro l’anno erogati in forma anticipata, fino a 18.000 euro complessivi e comunque non oltre il 31 dicembre 2028.
Ai nastri di partenza il bonus centri estivi 2026 nei Comuni beneficiari: sono online le linee guida sulle spese ammissibili del Fondo per le attività socioeducative a favore dei minori, che destina quasi 70 milioni di euro al loro potenziamento e autorizza il rimborso spese alle famiglie per servizi socioeducativi territoriali e centri estivi pubblici o privati, frequentati tra il 1° giugno e il 31 dicembre 2026.
In sintesi:
Il rimborso delle spese dei centri estivi spetta alle famiglie nei Comuni che rientrano tra i beneficiari del Fondo e che scelgono di destinare parte delle risorse a questa finalità con una delibera di Giunta. Non si tratta quindi di un bonus nazionale: ogni amministrazione fissa in autonomia requisiti e importi, oltre alla documentazione da presentare. Le famiglie i cui figli minori hanno frequentato servizi socioeducativi territoriali pubblici o privati nel periodo ammesso possono ottenere la restituzione delle spese solo se il proprio Comune ha attivato questa misura.
Diversamente dal bando INPS per i centri estivi diurni, il Fondo dei Comuni affida a ogni ente locale la scelta di erogare o meno il rimborso alle famiglie. Le risorse del Fondo coprono quattro categorie di spesa ammissibili, dal potenziamento diretto dei servizi fino al rimborso alle famiglie, tutte da realizzare nel periodo tra il 1° giugno e il 31 dicembre 2026.
| Voce di spesa | In cosa consiste |
|---|---|
| Acquisto di beni e servizi | forniture funzionali e necessarie agli interventi, affidate secondo le regole sugli appalti pubblici |
| Accordi e convenzioni | protocolli, intese, convenzioni o contratti con enti pubblici e privati per gestire o affidare le attività |
| Interventi sugli spazi | riorganizzazione, messa in sicurezza e manutenzione ordinaria dei soli luoghi in cui il servizio viene fruito |
| Rimborsi alle famiglie | somme restituite dai Comuni per la frequenza di servizi socioeducativi pubblici o privati, secondo la delibera di Giunta |
Per sapere se spetta un rimborso dei centri estivi occorre partire dall’elenco dei Comuni beneficiari e dalle decisioni della propria amministrazione, perché il contributo esiste solo dove il Fondo viene destinato a questa finalità . Per capire se e come ottenerlo servono pochi controlli mirati:
Tra i principali Comuni beneficiari segnaliamo Roma, Milano, Napoli e, in ordine di risorse assegnate, anche Genova, Bologna, Catania, Firenze, Bari, Brescia, Cagliari, Ancona, Catanzaro, Caserta, Chieti, Aosta.