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Il Patto di Stabilità UE stringe ancora i margini della politica economica italiana nonostante il Governo abbia chiesto flessibilità per finanziare nuovi aiuti contro il caro energia e carburanti. Dopo il confronto con la Commissione Europea, anche la BCE, per voce di Christine Lagarde, ha richiamato l’Italia al rispetto delle regole comuni: deficit, debito e procedure di bilancio sono il quadro entro cui muoversi per conservare la fiducia dei mercati.
Le dichiarazioni riaccendono anche lo scontro già aperto sulla procedura per disavanzo eccessivo e sulla possibilità di usare la crisi energetica come leva per ottenere spazio fiscale da Bruxelles.
La presidente della Banca Centrale Europea, ospite di Che Tempo Che Fa, ha difeso la linea della disciplina di bilancio europea. Alla domanda sulla richiesta italiana di maggiore flessibilità per contrastare i rincari energetici, Lagarde ha richiamato l’esistenza di regole su deficit, debito e bilanci pubblici, sostenendo che la loro applicazione rafforza la credibilità dell’Europa davanti ai mercati.
La presa di posizione arriva dopo la lettera di Giorgia Meloni a Ursula von der Leyen per chiedere di estendere temporaneamente agli interventi per l’energia la clausola di salvaguardia nazionale già prevista per le spese di difesa. Il dossier riguarda bollette, carburanti, imprese energivore e trasporti, con una richiesta politica precisa: trattare lo shock energetico come fattore di sicurezza economica europea ma la UE non ha finora mostrato segni di apertura in questo senso. Neppure dopo il G7 Finanze di Parigi del 19 maggio, dove il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha cercato di lasciare aperta la trattativa con Bruxelles, spiegando che oltre alla deroga formale esistono altre strade per ottenere margini sul bilancio, nel più vasto quadro del piano UE contro il caro energia.
Il problema è che ogni intervento su bollette, accise e sostegni alle imprese deve trovare coperture compatibili con la procedura UE per deficit eccessivo e con il percorso di rientro concordato con Bruxelles. Per questo, la richiesta italiana sulla clausola energia ha valore politico e finanziario insieme: con margini europei più ampi, il Governo avrebbe più spazio per finanziare interventi contro i rincari; con la linea attuale di Commissione e BCE, le misure rimangono selettive e coperte dalle sole risorse già disponibili.
La Commissione Europea ha finora distinto la clausola per la difesa da una possibile flessibilità aggiuntiva sull’energia. L’orientamento di Bruxelles rimane ancorato alle regole del nuovo Patto di Stabilità e alla valutazione delle condizioni macroeconomiche richieste dai regolamenti europei. Il richiamo di Lagarde rafforza questa impostazione. Per l’Italia, dunque, la strada europea passa da una trattativa complessa: ottenere margini aggiuntivi per bollette e carburanti, conservando credibilità fiscale, percorso di rientro e rapporto con gli investitori sul mercato dei titoli di Stato.
La posizione di Lagarde si inserisce nella frattura già emersa durante il voto sul DFP 2026. La Lega aveva spinto per inserire nella risoluzione parlamentare un riferimento allo scostamento di bilancio e all’ipotesi di abbandonare il Patto in caso di chiusura europea, mentre Fratelli d’Italia e Forza Italia hanno scelto una linea più prudente. Il voto parlamentare del 30 aprile ha chiuso la prima fase politica lasciando fuori lo scostamento. Il rischio riguarda però i mercati: uno strappo con Bruxelles inciderebbe sullo spread, sul rendimento dei BTP e sul costo del debito, con riflessi anche su mutui, credito alle imprese e nuovi finanziamenti.
Lagarde ha affrontato anche le ripercussioni economiche della crisi iraniana su inflazione e politica monetaria. Sulla decisione della BCE attesa l’11 giugno, la presidente ha evitato anticipazioni: «Saprete l’11 giugno se alzeremo i tassi», ha dichiarato, collegando ogni scelta alla lettura dei nuovi dati economici. Lagarde ha richiamato la necessità di «considerare tutti i dati a disposizione», valutare l’evoluzione dell’economia nei prossimi trimestri e capire se un intervento sui tassi sia necessario, con attenzione agli effetti di medio periodo.
L’atteggiamento attendista di Francoforte accompagna il sentiment dei mercati, mentre la riunione di giugno concentra attese di un possibile rialzo di un quarto di punto dopo le nuove tensioni inflazionistiche legate soprattutto al caro energia.
La decisione dell’11 giugno pesa anche sul mercato dei mutui. Secondo Facile.it, ad aprile la rata di un mutuo variabile standard da 126mila euro in 25 anni è aumentata di circa 5 euro, con attese di ulteriore crescita a maggio. Il riferimento principale rimane l’Euribor, il tasso usato per molti mutui variabili. A febbraio era intorno al 2%; dopo l’inizio del conflitto ha progressivamente guadagnato terreno fino a circa il 2,2%. Per famiglie e imprese, il legame tra Patto di Stabilità , tassi BCE e costo del denaro diventa immediato: margini fiscali più stretti riducono lo spazio per nuovi aiuti, mentre il credito diventa più caro.
Sulla risposta di lungo periodo alla crisi energetica, Lagarde ha indicato una linea centrata sull’indipendenza energetica europea: «con la crisi energetica dobbiamo concentrarci sul nucleare e sulle rinnovabili», ha spiegato. Il tema riguarda direttamente la competitività industriale, perché prezzi energetici più stabili riducono l’esposizione delle imprese agli shock esterni.
La presidente BCE ha collegato la crescita europea anche alla politica industriale, chiamata a proteggere i segmenti dell’economia e dell’industria capaci di migliorare la produttività . Per l’Italia, il problema è doppio: sostenere famiglie e aziende nella fase di rincari e rafforzare investimenti, filiere produttive ed efficienza industriale nel medio periodo.
Il Rapporto annuale Istat 2026 restituisce l’immagine di un Paese che cresce, lavora di più e vende meglio all’estero, senza però riuscire ancora a trasformare occupazione e investimenti in un salto di produttività . Il PIL italiano è aumentato dello 0,5% nel 2025, gli occupati sono saliti e le esportazioni hanno superato i livelli dei principali partner europei rispetto al 2019. Sullo sfondo, tuttavia, i salari reali restano sotto i livelli pre-inflazione, l’energia torna a spingere i prezzi e le imprese faticano a tradurre tecnologia, capitale umano e intelligenza artificiale in maggiore valore prodotto.
Nel 2025 il PIL italiano è cresciuto in termini reali dello 0,5%, dopo il +0,8% dell’anno precedente. La domanda nazionale ha sostenuto l’attività economica per 1,5 punti percentuali, grazie ai consumi delle famiglie e alla ripresa degli investimenti fissi lordi, aumentati del 3,5% dopo la flessione dell’anno precedente. Il confronto europeo mostra un’Italia meno dinamica della Spagna, che tra 2022 e 2025 ha accumulato una crescita del Pil del 9%, contro il 2,3% italiano. Nel primo trimestre 2026 la stima preliminare indica una variazione positiva dello 0,2% rispetto ai tre mesi precedenti e una crescita acquisita pari allo 0,5%.
Le esportazioni italiane restano uno dei tratti più solidi del quadro ISTAT. Nel 2025 le vendite all’estero di merci sono cresciute del 3,3% in valore e risultano superiori del 34% rispetto al 2019, meglio di Spagna, Francia e Germania. Il saldo commerciale con l’estero ha superato i 50 miliardi di euro, sostenuto soprattutto dagli avanzi nei macchinari, pari a 57,5 miliardi, e nel tessile-abbigliamento, pari a 22,4 miliardi. La domanda estera netta ha però sottratto 0,7 punti alla crescita, perché le importazioni in volume sono aumentate più delle esportazioni.
Il mercato del lavoro conferma una traiettoria positiva. Nel 2025 gli occupati sono aumentati dello 0,8%, con un ritmo più lento rispetto al 2024 e al 2023. Il tasso di occupazione tra 15 e 64 anni ha raggiunto il 62,5%, con un incremento di 3,5 punti percentuali rispetto al 2019. La disoccupazione è scesa al 6,1% nella media annua e al 5,2% a marzo 2026. Il dato meno favorevole riguarda l’inattività , attestata al 33,3% nel 2025 e risalita al 34,1% a marzo 2026. L’Italia continua inoltre ad avere il tasso di attività più basso dell’UE27 nella fascia 15-64 anni, pari al 66,7%.
Le retribuzioni contrattuali sono aumentate del 3,1% nel 2025, con una crescita più marcata nell’industria, pari al 3,4%, e più contenuta nei servizi e nella Pubblica amministrazione. L’aumento superiore all’inflazione ha permesso un secondo anno di recupero in termini reali.
La distanza accumulata durante la fiammata dei prezzi è però ancora ampia: a fine 2025 la perdita di potere di acquisto rispetto al 2019 è pari all’8,6%. Per il 2026 la dinamica salariale acquisita è stimata sopra il 2%, mentre il nuovo rincaro dell’energia può rallentare il recupero delle buste paga.
Nel 2025 l’inflazione italiana misurata dall’indice armonizzato europeo è stata pari all’1,6%, sotto la media dell’area euro. Nei primi mesi del 2026 il quadro è cambiato: ad aprile l’inflazione è salita al 2,8%, trainata dai prezzi dell’energia, passati dal -2,1% di marzo al +9,3%.
Il rialzo interessa anche i prezzi alla produzione dell’industria, cresciuti del 4,2% a marzo 2026. Per le imprese, la nuova spinta energetica si somma a un aumento dei costi per unità di prodotto dell’1,7%, dovuto soprattutto al costo del lavoro, salito del 3,4%, mentre la produttività è scesa dello 0,4%. Per un quadro aggiornato sui prezzi al consumo, PMI.it ha analizzato anche la recente inflazione spinta da energia e carrello della spesa.
La produttività del lavoro è il dato più fragile del Rapporto Istat. Tra 2015 e 2025 è cresciuta in media appena dello 0,2% annuo. Negli anni più recenti il contributo della produttività totale dei fattori e del capitale per ora lavorata è diventato negativo, segnalando la difficoltà del sistema produttivo nel trasformare investimenti e tecnologia in efficienza.
Nel 2025 il sistema delle imprese ha assorbito l’aumento dei costi con una contrazione dei margini di profitto dello 0,5%. Il quadro indica una pressione crescente su aziende già esposte a costi energetici, salari da adeguare, domanda interna moderata e concorrenza internazionale più intensa.
Gli investimenti fissi lordi sono cresciuti del 3,5% nel 2025, dopo il calo del 2024. La componente più legata alla conoscenza mostra segnali positivi: i prodotti della proprietà intellettuale sono aumentati del 4% e la ricerca e sviluppo del 5,1%.
La quota degli investimenti intensivi è però pari al 18,9% nel 2025, ancora sotto i livelli osservati prima del 2020. Per ISTAT, questo ritardo aiuta a spiegare la debolezza della produttività e la difficoltà dell’economia italiana nel tenere il passo con i Paesi europei più orientati a tecnologia, servizi avanzati e capitale umano qualificato.
Nel sistema produttivo cresce l’uso dell’intelligenza artificiale. Secondo il Rapporto, l’adozione dell’IA è triplicata tra 2023 e 2025 e ha raggiunto il 16% delle imprese. Le applicazioni più rilevanti si concentrano nelle tecnologie cloud avanzate, nella business intelligence e nei servizi a maggiore intensità di conoscenza.
Il freno principale resta il capitale umano. Gli specialisti ICT sono il 4% degli occupati, contro il 5,3% della Germania, mentre la spesa in ricerca e sviluppo è inferiore all’1,5% del Pil. La propensione all’uso dell’IA cresce nelle imprese con più addetti qualificati, più laureati e maggiore dotazione digitale di partenza.
Il Rapporto aggiorna anche i conti pubblici. Nel 2025 il deficit italiano è sceso al 3,1% del PIL, dal 3,4% del 2024, mentre il debito è arrivato al 137,1% del PIL. L’avanzo primario è salito allo 0,8%, con spesa per interessi stabile al 3,9% del PIL. L’Istat quantifica inoltre in oltre 190 miliardi di euro la spesa legata a Superbonus e Bonus Facciate nel periodo di applicazione delle due agevolazioni.
La pressione fiscale è aumentata al 43,1% del PIL, dal 42,4% del 2024, per effetto delle maggiori entrate IRES e IVA e della crescita dei contributi sociali, nonostante la riduzione IRPEF.
La dinamica demografica è uno dei vincoli più forti per la crescita. Se la partecipazione al mercato del lavoro rimanesse sui livelli del 2025, entro il 2050 gli attivi tra 15 e 64 anni scenderebbero a 19,7 milioni, con oltre cinque milioni di persone in meno rispetto ai 24,8 milioni del 2025.
Per imprese e pubblica amministrazione significa meno lavoratori disponibili, maggiore competizione sulle competenze e necessità di valorizzare giovani, donne, stranieri qualificati e lavoratori maturi. Il Rapporto Istat indica una direzione netta: la crescita italiana dipende dalla capacità di aumentare partecipazione, produttività , competenze digitali e qualità degli investimenti.
Il Rapporto Istat collega la tenuta del sistema previdenziale alla dinamica demografica e alla partecipazione al lavoro. Se i tassi di attività del 2025 fossero confermati nei prossimi decenni, entro il 2050 la popolazione attiva tra 15 e 64 anni scenderebbe a 19,7 milioni, oltre cinque milioni in meno rispetto ai 24,8 milioni del 2025.
Il dato incide direttamente sul rapporto tra lavoratori e pensionati: meno persone in età attiva riducono la base contributiva, mentre la popolazione anziana cresce. Per il sistema delle pensioni, la traiettoria rende più rilevanti occupazione femminile, lavoro giovanile, immigrazione qualificata, produttività e competenze digitali.
Il nuovo programma MASE sulla mobilità sostenibile porta 500 milioni di euro nelle grandi aree urbane, con fondi destinati a Città metropolitane, Comuni capoluogo di Città metropolitane e Comuni capoluogo di provincia sopra i 50mila abitanti. Il decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale rende finanziabili progetti su trasporto pubblico, mobilità condivisa, logistica urbana, incentivi alla domanda e regolazione dei flussi, con un obiettivo specifico: ridurre l’inquinamento prodotto dagli spostamenti di persone e merci nelle città .
Il decreto istituisce il Programma integrato di interventi sulla mobilità urbana e metropolitana, finanziato attraverso il Fondo per l’attuazione delle misure del Programma nazionale di controllo dell’inquinamento atmosferico. La dotazione complessiva è pari a 500 milioni di euro, distribuita su più annualità fino al 2029.
La misura nasce dentro la strategia nazionale per la qualità dell’aria e guarda soprattutto alle aree urbane più esposte a traffico, congestione e superamenti dei limiti di PM10 e ossidi di azoto. Il finanziamento sostiene progetti capaci di cambiare l’organizzazione degli spostamenti quotidiani, sia per le persone sia per le merci.
I beneficiari del programma sono tre categorie di enti locali. Il decreto include le Città metropolitane, i Comuni capoluogo di Città metropolitane e i Comuni capoluogo di provincia con popolazione residente superiore a 50mila abitanti.
La ripartizione delle risorse considera popolazione residente, superfici interessate dal superamento dei valori limite di qualità dell’aria e attrattività della domanda di mobilità . Una quota è collegata anche ai nodi urbani individuati dalla rete trans-europea dei trasporti TEN-T e ai Comuni che hanno adottato o approvato il Piano urbano della mobilità sostenibile.
Il programma assegna le risorse principali ai beneficiari territoriali secondo tre blocchi di finanziamento:
La somma destinata direttamente agli enti beneficiari arriva a 494,45 milioni di euro. Le risorse residue servono al supporto tecnico e amministrativo previsto dal decreto, con il coinvolgimento di una società in house del Ministero e dell’ANCI.
I progetti devono riguardare almeno due linee di intervento tra quelle previste dal decreto. Il programma finanzia azioni capaci di incidere sui servizi urbani, sui dati di mobilità , sulle abitudini di spostamento e sulla riduzione delle emissioni inquinanti. Le linee finanziabili comprendono:
Il programma si muove nello stesso campo dei progetti già finanziati negli ultimi anni su trasporto pubblico, piattaforme digitali e mobilità come servizio. Il decreto, però, guarda in modo più ampio alla capacità delle città di combinare TPL, sharing, servizi on demand, dati sugli spostamenti e logistica urbana.
Per i Comuni, questo significa costruire progetti integrati: linee di trasporto più efficienti, servizi condivisi, informazione agli utenti, incentivi alla scelta di mezzi meno inquinanti e strumenti di analisi dei flussi. La logistica urbana entra tra le priorità perché le consegne nelle aree dense incidono su traffico, emissioni e uso dello spazio pubblico.
Gli enti beneficiari devono presentare al MASE una proposta progettuale entro 45 giorni dalla pubblicazione del decreto in Gazzetta Ufficiale (avvenuta il 21-5-2026). La proposta deve essere completa del CUP e riferita ad almeno due linee generali di intervento tra quelle previste dal programma.
L’invio avviene via PEC alla Direzione competente del Ministero. Dopo la scadenza, il MASE ha 30 giorni per approvare le proposte ammissibili, previa verifica della coerenza con le linee di intervento indicate dal decreto.
Dopo l’approvazione della proposta, i beneficiari hanno 18 mesi per presentare il progetto, con cronoprogramma, quadro tecnico-economico, CUP, stima dei benefici ambientali attesi e indicazione delle voci di spesa finanziate.
Il decreto richiede anche gli atti relativi al Piano urbano della mobilità sostenibile e alla nomina del Mobility Manager d’Area per gli enti tenuti a questi adempimenti. I progetti approvati devono essere realizzati entro 28 mesi, con ulteriori 4 mesi per la documentazione tecnica e contabile.
Il trasferimento dei fondi prevede una anticipazione complessiva del 20% delle risorse assegnate. La prima quota, pari al 10%, viene erogata entro 45 giorni dall’approvazione della proposta; la seconda porta l’anticipo al 20% dopo l’approvazione del progetto.
Le tranche successive sono collegate alle richieste di rimborso presentate dagli enti in base allo stato di avanzamento degli interventi. Il decreto prevede controlli, monitoraggio e possibilità di revoca delle risorse in caso di mancata presentazione o mancata realizzazione dei progetti.
Il legame con i Piani urbani della mobilità sostenibile è uno dei criteri chiave del decreto. Per gli enti obbligati, l’adozione o l’approvazione del PUMS diventa condizione per accedere ai finanziamenti; per altri Comuni, la presenza del piano può rafforzare la posizione nella ripartizione delle risorse.
Il programma affianca gli investimenti già avviati su trasporto rapido di massa, autobus, ciclabilità e nodi urbani. In questo quadro, i fondi MASE mirano soprattutto alla parte di servizio: organizzazione della mobilità , dati, incentivi, logistica e abitudini di spostamento.
Rispunta la sanatoria fiscale per le Partite IVA collegata al Concordato Preventivo Biennale. Un emendamento di Forza Italia al decreto Accise, all’esame della Commissione Finanze del Senato, punta a riaprire il ravvedimento speciale CPB per chi aderirà o rientrerà nel concordato 2026-2027. La proposta guarda alle annualità 2020-2024 e riprende il meccanismo già usato per le precedenti edizioni: imposta sostitutiva parametrata agli ISA, sconto Covid per il biennio 2020-2021 e versamento dal 1° gennaio al 15 marzo 2027.
L’emendamento interviene sul ravvedimento speciale collegato al Concordato Preventivo Biennale, già previsto per i contribuenti ISA che avevano aderito ai precedenti bienni del CPB. La nuova proposta riguarda il concordato 2026-2027 e consentirebbe di regolarizzare le annualità ancora accertabili dal 2020 al 2024.
Il testo è inserito nel pacchetto di modifiche al terzo decreto Accise, con primo firmatario Claudio Lotito. La misura è quindi in fase parlamentare: per diventare applicabile serve l’approvazione dell’emendamento e la successiva conversione del provvedimento.
La riapertura della sanatoria fiscale sarebbe riservata alle Partite IVA che applicano gli ISA e scelgono il Concordato Preventivo Biennale 2026-2027. Il ravvedimento coprirebbe i periodi d’imposta dal 2020 al 2024, aggiornando la finestra rispetto alle precedenti edizioni legate ai bienni CPB già avviati.
Il collegamento con il concordato è la leva politica e fiscale della proposta: rendere più appetibile l’adesione al CPB, offrendo una chiusura agevolata del passato fiscale in cambio dell’ingresso nel nuovo patto con il Fisco.
Il calcolo riprende lo schema del precedente ravvedimento speciale CPB. La base imponibile dell’imposta sostitutiva deriverebbe dal maggior reddito dichiarato, aumentato con percentuali diverse in base al punteggio ISA del contribuente:
Sulla base imponibile così determinata si applicherebbe una imposta sostitutiva graduata in base all’affidabilità fiscale. Le aliquote sarebbero le stesse già utilizzate nelle precedenti versioni del ravvedimento CPB:
Per l’IRAP, l’emendamento riprenderebbe l’aliquota unica del 3,9%, calcolata sulla base imponibile definita con gli stessi criteri ISA.
Per le annualità 2020 e 2021, segnate dall’emergenza Covid, la proposta prevede una riduzione del 30% dell’imposta sostitutiva. Lo sconto riguarderebbe sia la componente IRPEF o IRES sia l’IRAP, secondo la stessa logica già adottata nelle precedenti versioni della sanatoria CPB.
Il triennio 2022-2024 seguirebbe invece il calcolo ordinario, con base imponibile e aliquota parametrate al punteggio ISA. L’importo minimo previsto sarebbe pari a 1.000 euro per ciascuna annualità oggetto di ravvedimento.
Il pagamento della sanatoria, secondo l’emendamento, partirebbe dal 1° gennaio 2027. La prima o unica rata andrebbe versata entro il 15 marzo 2027, con possibilità di rateizzazione fino a dieci rate mensili.
La struttura ricalca la precedente disciplina del ravvedimento speciale CPB: versamento tramite modello F24, indicazione dell’annualità interessata e calcolo separato per ogni periodo d’imposta che il contribuente intende regolarizzare.
La platea naturale è composta dai contribuenti titolari di reddito d’impresa o di lavoro autonomo che applicano gli Indici Sintetici di Affidabilità fiscale e intendono aderire al Concordato Preventivo Biennale 2026-2027. La versione già applicata per il CPB 2025-2026 consentiva di sanare le annualità dal 2019 al 2023, con scadenza di versamento nel 2026. La nuova ipotesi sposterebbe in avanti la finestra fiscale, includendo il 2024 e facendo uscire il 2019.
Il Modello CPB 2026-2027 serve per comunicare i dati necessari all’elaborazione della proposta e per esprimere l’adesione al concordato. L’eventuale ravvedimento speciale sarebbe agganciato proprio a questa scelta.
La logica rimarrebbe la stessa della veccia sanatoria: il contribuente che entra nel concordato potrebbe regolarizzare il passato fiscale pagando una sostitutiva ridotta, calcolata sulla base del punteggio ISA e con copertura dagli accertamenti per le annualità sanate secondo le condizioni fissate dalla norma.
La misura è ora affidata all’esame parlamentare sul Decreto Accise. Il calendario della Commissione Finanze del Senato sarà quindi decisivo per capire se il ravvedimento speciale CPB entrerà nel testo o se verrà accantonato durante la selezione degli emendamenti.
Il taglio IRPEF fino a 60mila euro torna nell’agenda fiscale del Governo. Al Festival dell’Economia di Trento, il viceministro dell’Economia Maurizio Leo ha indicato l’estensione del secondo scaglione come obiettivo massimo della prossima Manovra, vincolato alla disponibilità delle risorse. La modifica inciderebbe soltanto sulla quota di reddito tra 50mila e 60mila euro. Il meccanismo progressivo dell’imposta resterebbe invariato: ogni aliquota si applica alla rispettiva fascia di reddito imponibile, secondo le regole degli scaglioni IRPEF e aliquote 2026.
La base di partenza è la riforma già attiva dal 2026: aliquota IRPEF al 33% sui redditi fino a 50mila euro. La proposta rilanciata da Leo riguarda il secondo scaglione IRPEF, oggi applicato ai redditi oltre 28mila e fino a 50mila euro. L’ipotesi allo studio porterebbe la soglia finale a 60mila euro, mantenendo l’aliquota del 33% sulla quota di reddito compresa nella fascia intermedia. In termini pratici, la misura sposterebbe una parte del reddito oggi tassata al 43% nella fascia al 33%.
Il vantaggio massimo maturerebbe per i contribuenti con reddito imponibile almeno pari a 60mila euro, perché l’intera quota tra 50mila e 60mila euro beneficerebbe di dieci punti di aliquota in meno.
La Legge di Bilancio 2026 ha già ridotto la seconda aliquota IRPEF dal 35% al 33%, confermando il sistema a tre scaglioni. Le aliquote attuali sono queste:
| Reddito imponibile | Aliquota IRPEF |
|---|---|
| fino a 28.000 euro | 23% |
| oltre 28.000 e fino a 50.000 euro | 33% |
| oltre 50.000 euro | 43% |
Il taglio già attivo genera un risparmio massimo di 440 euro annui rispetto alla precedente aliquota del 35% sulla fascia tra 28mila e 50mila euro. L’estensione fino a 60mila euro aggiungerebbe un vantaggio ulteriore sulla quota oggi collocata nel terzo scaglione.
Con l’estensione del secondo scaglione, la struttura dell’IRPEF potrebbe assumere questa forma:
| Reddito imponibile | Aliquota ipotizzata |
|---|---|
| fino a 28.000 euro | 23% |
| oltre 28.000 e fino a 60.000 euro | 33% |
| oltre 60.000 euro | 43% |
La riforma già approvata per il 2026 ha previsto un meccanismo di neutralizzazione per i contribuenti sopra 200mila euro, attraverso la riduzione di alcune detrazioni.
Rispetto alle aliquote oggi in vigore, l’estensione del secondo scaglione fino a 60mila euro produrrebbe un risparmio aggiuntivo massimo di 1.000 euro annui. Il calcolo deriva dalla differenza tra il 43% e il 33% applicata alla quota di reddito compresa tra 50mila e 60mila euro.
| Reddito imponibile | Risparmio aggiuntivo stimato |
|---|---|
| 50.000 euro | 0 euro |
| 55.000 euro | 500 euro |
| 60.000 euro | 1.000 euro |
| oltre 60.000 euro | 1.000 euro |
Considerando anche la riduzione già approvata dal 35% al 33% sulla fascia tra 28mila e 50mila euro, il vantaggio complessivo rispetto al precedente assetto potrebbe arrivare a 1.440 euro annui per i redditi almeno pari a 60mila euro.
Per lavoratori dipendenti, autonomi e pensionati, il beneficio effettivo dipenderebbe dal reddito imponibile, dalle detrazioni spettanti, dalle addizionali regionali e comunali e dalla presenza di altri correttivi fiscali. Per una stima individuale si può usare il calcolo IRPEF online aggiornato alle aliquote 2026.
Il nuovo intervento IRPEF dovrà trovare spazio nella prossima legge di bilancio. La discussione entrerà nel vivo con l’aggiornamento dei conti pubblici, le stime di crescita e la definizione delle priorità fiscali del Governo.
La variabile finanziaria decide ancora una volta la sorte della misura. Leo ha collegato anche per quest’anno l’intervento alla disponibilità delle risorse, richiamando una possibile correzione sopra i 50mila euro e indicando i 60mila euro come obiettivo massimo. Il costo per lo Stato dipende dalla soglia finale, dalla platea coinvolta e dall’eventuale sterilizzazione del beneficio sui redditi più elevati.
L’intervento sul secondo scaglione si inserisce nel percorso della riforma fiscale avviata con la legge delega. Il Governo ha già completato una parte del riordino, con la riduzione a tre aliquote e il successivo abbassamento della seconda aliquota al 33%.
L’estensione fino a 60mila euro sarebbe una tappa ulteriore della stessa traiettoria: ridurre la pressione sui redditi medi e avvicinare il sistema a una struttura più semplice, mantenendo la progressività attraverso scaglioni, detrazioni e limiti per i redditi più alti.
Per ora, il messaggio politico è chiaro: il taglio fino a 60mila euro torna tra gli obiettivi del Ministero dell’Economia, con attuazione subordinata alle coperture e alla scelta finale sulla platea dei beneficiari.
L’Assegno di Inclusione si apre ai titolari di permesso di soggiorno per “casi speciali†con regole dedicate rispetto alla disciplina ordinaria. La circolare INPS n. 58 del 20 maggio 2026 chiarisce accesso, domanda, durata, controlli e sanzioni per le persone straniere titolari di permessi rilasciati per protezione sociale, violenza domestica, sfruttamento lavorativo e intermediazione illecita. Per questa platea, la domanda ADI segue il percorso SIISL e il Patto di Attivazione Digitale, mentre la durata del beneficio è agganciata alla validità del titolo di soggiorno.
Le istruzioni INPS riguardano i titolari di permesso di soggiorno per casi speciali rilasciato ai sensi degli articoli 18, 18-bis e 18-ter del Testo Unico Immigrazione. Sono situazioni collegate a forme qualificate di vulnerabilità , nelle quali la protezione amministrativa si lega a percorsi di emersione, assistenza e tutela della persona.
La circolare individua tre gruppi di beneficiari interessati:
Per i titolari di questi permessi, l’accesso all’ADI segue una deroga espressa rispetto alla disciplina ordinaria. Sono esclusi i requisiti ordinari di cittadinanza, residenza e soggiorno previsti per la generalità dei richiedenti, insieme ai requisiti economici collegati alla misura.
Il chiarimento ha rilievo pratico perché l’Assegno di Inclusione, nelle regole generali, richiede condizioni su cittadinanza o titolo di soggiorno, residenza in Italia, ISEE, reddito familiare, patrimonio mobiliare e immobiliare. Per i permessi per casi speciali, la valutazione parte invece dalla particolare condizione tutelata dal titolo di soggiorno.
La domanda di Assegno di Inclusione può essere presentata attraverso il portale INPS, usando le credenziali digitali ammesse, oppure tramite patronati e CAF. La procedura è quella prevista per l’ADI, con l’indicazione del titolo di soggiorno che consente l’accesso alla disciplina dedicata.
Dopo l’invio della domanda, il richiedente deve iscriversi al Sistema Informativo per l’Inclusione Sociale e Lavorativa, la piattaforma SIISL che collega domanda, percorso di attivazione e presa in carico da parte dei servizi competenti.
La circolare conferma l’obbligo di sottoscrivere il Patto di Attivazione Digitale del nucleo familiare, il PAD nucleo. Si tratta dell’adempimento che completa il collegamento tra domanda ADI e percorso di inclusione sociale e lavorativa.
Il richiedente e i familiari beneficiari devono seguire il percorso previsto dalla misura, tenendo conto di eventuali programmi già in corso per protezione sociale, assistenza, tutela da violenza o sfruttamento. Il coordinamento con i servizi serve a evitare sovrapposizioni tra percorsi già attivi e nuova presa in carico ADI.
Entro 120 giorni dalla sottoscrizione del PAD del nucleo familiare deve avvenire il primo incontro con i servizi sociali. La convocazione rientra nel percorso ordinario di inclusione e attivazione, adattato alla condizione dei titolari di permesso per casi speciali.
In assenza di convocazione, il beneficiario può presentarsi autonomamente ai servizi sociali. Se entro il termine previsto il primo incontro risulta ancora assente, l’erogazione dell’Assegno di Inclusione è sospesa fino alla comunicazione dell’avvenuto incontro.
La durata dell’ADI per i titolari di permesso di soggiorno per casi speciali segue un limite ulteriore rispetto alla durata massima prevista dalla misura. Il beneficio è riconosciuto entro il periodo di validità del titolo di soggiorno, considerando anche il momento in cui la domanda è presentata.
Il rinnovo o la variazione del titolo di soggiorno incidono quindi sulla continuità del beneficio. La circolare INPS collega il pagamento alla permanenza del presupposto che ha consentito l’accesso alla disciplina dedicata.
Le istruzioni INPS richiamano anche il sistema dei controlli e delle sanzioni. Le verifiche riguardano la validità del titolo di soggiorno, la corretta dichiarazione della condizione personale e il rispetto degli obblighi collegati al percorso SIISL e al PAD.
Per chi presenta domanda, il dato da verificare con maggiore attenzione è la coerenza tra titolo di soggiorno, condizione tutelata e durata residua del permesso. La misura nasce per sostenere persone in condizione di grave vulnerabilità , ma l’accesso richiede comunque il rispetto della procedura ADI e degli obblighi successivi alla domanda.
ConciliaWeb è la piattaforma gratuita dell’AGCOM per la risoluzione delle controversie tra utenti — consumatori e imprese — e operatori di telefonia fissa e mobile, Internet, Pay TV e servizi media audiovisivi come le piattaforme streaming. La procedura è interamente digitale, accessibile tramite SPID o CIE, e si svolge senza necessità di avvocati né costi aggiuntivi.
Prima di accedere a ConciliaWeb è necessario aver già presentato un reclamo formale all’operatore che non ha prodotto una soluzione soddisfacente. Solo dopo questo passaggio l’utente può aprire un’istanza sulla piattaforma. Per i servizi di comunicazioni elettroniche, il tentativo di conciliazione non è facoltativo: la legge lo impone come passaggio obbligatorio prima di potersi rivolgere al giudice ordinario.
La procedura si svolge davanti al Co.re.com (Comitato Regionale per le Comunicazioni) della propria Regione, organismo delegato da AGCOM, che entro 10 giorni lavorativi dalla ricezione del fascicolo si pronuncia sull’ammissibilità dell’istanza. I casi in cui ConciliaWeb è attivabile comprendono:
Una volta accertata l’ammissibilità , nei primi 20 giorni le parti dispongono di una fase di negoziazione diretta: possono dialogare tramite webchat e scambiarsi proposte di accordo senza l’intervento del conciliatore. Se la negoziazione non porta a un risultato, o se una delle parti rifiuta di proseguire, si passa alla fase di conciliazione vera e propria, con un’udienza telematica in cui le parti si collegano da remoto insieme a un conciliatore neutrale.
L’utente può gestire la procedura in autonomia oppure farsi assistere da un’avvocato, un dottore commercialista o un’associazione di consumatori abilitati ad agire sulla piattaforma in nome e per conto dell’assistito.
In caso di accordo, il verbale di conciliazione ha valore di titolo esecutivo: può essere fatto valere direttamente in sede di esecuzione forzata senza ulteriore giudizio. Se invece le parti non raggiungono un’intesa, la procedura si considera fallita e l’utente ha due opzioni: rivolgersi al giudice ordinario oppure richiedere all’AGCOM la definizione della controversia, un provvedimento d’ufficio che può includere anche misure urgenti per il ripristino del servizio.
Sul fronte dei tempi, il tentativo di conciliazione si conclude in media entro 30 giorni dalla fissazione dell’udienza, mentre la procedura di definizione richiede mediamente 180 giorni.
Con la conversione definitiva del DL 38/2026, approvata dalla Camera il 21 maggio, è stato istituito presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy il Fondo per la promozione, lo sviluppo e la crescita delle imprese artigiane. La misura è stata introdotta durante l’iter parlamentare di conversione del decreto e punta a rafforzare l’accesso al credito per programmi di investimento e progetti qualificati di sviluppo aziendale nel comparto artigiano.
La dotazione complessiva del Fondo ammonta a 50 milioni di euro, ripartiti in 20 milioni per il 2027 e 30 milioni per il 2028. L’obiettivo dichiarato è favorire l’accesso al credito per investimenti in innovazione, crescita e competitività , con un’attenzione specifica ai progetti qualificati di sviluppo aziendale. Il ministro Adolfo Urso ha sottolineato come il Fondo rafforzi il sostegno a un comparto che custodisce competenze, qualità produttiva e lavoro nei territori
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Le agevolazioni saranno riservate alle imprese in possesso dei requisiti previsti dalla legge quadro sull’artigianato (Legge 443/1985). Il requisito centrale è il ruolo diretto e prevalente dell’imprenditore nell’attività aziendale: l’imprenditore artigiano deve guidare personalmente l’impresa, assumendone la responsabilità e svolgendo in misura prevalente il proprio lavoro nel processo produttivo. Sono incluse le imprese costituite in forma societaria, a condizione che la maggioranza dei soci svolga in prevalenza lavoro personale nel ciclo produttivo.
Va segnalato che la Legge PMI del 2026 ha conferito al Governo una delega per la riforma della legge quadro del 1985, ma i decreti legislativi attuativi non sono ancora stati emanati: i requisiti di riferimento per accedere al Fondo rimangono quindi quelli della normativa vigente.
Un decreto attuativo del MIMIT, adottato di concerto con il Ministero dell’Economia e delle Finanze, dovrà stabilire le condizioni di accesso alle agevolazioni, i criteri di selezione dei progetti ammissibili e le modalità di funzionamento e gestione dello strumento.
Fino alla pubblicazione di questo provvedimento attuativo, le imprese artigiane non potranno presentare domanda.
Il 5 per mille IRPEF supera quota 602 milioni di euro e conferma il peso delle scelte espresse dai contribuenti nelle dichiarazioni 2025. L’Agenzia delle Entrate ha pubblicato gli elenchi dei beneficiari ammessi al riparto: più di 96mila enti tra Terzo Settore, ricerca sanitaria, ricerca scientifica, associazioni sportive dilettantistiche, Comuni, beni culturali e aree protette riceveranno le somme destinate attraverso la firma nella dichiarazione dei redditi.
La quota più alta del 5 per mille 2025 va agli Enti del Terzo Settore, con oltre 378 milioni di euro assegnati. Seguono la ricerca sanitaria, con più di 101 milioni, e la ricerca scientifica, con oltre 79 milioni. Le tre categorie raccolgono la parte prevalente delle risorse, a conferma della centralità delle finalità sociali, sanitarie e scientifiche nelle preferenze dei contribuenti.
Il dato va letto insieme alla platea degli enti ammessi. Gli Enti del Terzo Settore sono quasi 73mila, mentre la ricerca sanitaria conta 107 organizzazioni e la ricerca scientifica 485 enti. Il rapporto tra numero dei beneficiari e importi assegnati mostra una forte concentrazione delle risorse sulle organizzazioni più riconosciute dai contribuenti.
Gli elenchi pubblicati dall’Agenzia delle Entrate dividono i beneficiari del 5 per mille in sette categorie. La distribuzione per numerosità vede una netta prevalenza degli Enti del Terzo Settore, seguiti dalle associazioni sportive dilettantistiche e dai Comuni:
| Categoria | Numero di enti |
|---|---|
| Enti del Terzo Settore | 72.879 |
| Associazioni sportive dilettantistiche | 14.904 |
| Comuni | 7.904 |
| Ricerca scientifica | 485 |
| Attività di tutela, promozione e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici | 237 |
| Ricerca sanitaria | 107 |
| Enti gestori delle aree protette | 24 |
La distribuzione economica del 5 per mille IRPEF segue un ordine diverso rispetto alla numerosità degli enti. La ricerca sanitaria e la ricerca scientifica hanno una platea più ristretta, però raccolgono importi molto elevati rispetto al numero di beneficiari ammessi:
| Categoria | Somma assegnata |
|---|---|
| Enti del Terzo Settore | oltre 378 milioni di euro |
| Ricerca sanitaria | oltre 101 milioni di euro |
| Ricerca scientifica | oltre 79 milioni di euro |
| Associazioni sportive dilettantistiche | oltre 21 milioni di euro |
| Comuni | poco più di 17 milioni di euro |
| Attività di tutela, promozione e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici | oltre 3,5 milioni di euro |
| Enti gestori delle aree protette | più di 761mila euro |
Dagli elenchi del 5 per mille 2025 emerge anche la forza dei grandi enti nazionali, soprattutto nell’area sanitaria, nella ricerca oncologica e nelle organizzazioni umanitarie. Tra i beneficiari con importi più elevati figurano fondazioni di ricerca, enti sanitari, organizzazioni del Terzo Settore e realtà consolidate nel sostegno sociale.
| Ente | Sede | Importo erogabile |
|---|---|---|
| Fondazione AIRC per la Ricerca sul Cancro ETS | Milano | oltre 82,7 milioni di euro |
| Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro ETS | Candiolo | oltre 14,3 milioni di euro |
| Emergency ONG ETS | Milano | oltre 13,4 milioni di euro |
| Fondazione Lega del Filo d’Oro ETS | Osimo | oltre 11,2 milioni di euro |
| AIL, Associazione italiana contro le leucemie, linfomi e mieloma ETS | Roma | oltre 10,2 milioni di euro |
| Istituto Europeo di Oncologia | Milano | oltre 9,4 milioni di euro |
Il 5 per mille consente al contribuente di destinare una quota dell’IRPEF già dovuta a enti e finalità di interesse sociale. La scelta si effettua nella scheda per la destinazione dell’8, del 5 e del 2 per mille allegata al Modello 730, al Modello Redditi PF oppure alla Certificazione Unica per i contribuenti esonerati dalla dichiarazione.
Per destinare la quota a un ente specifico occorre firmare nel riquadro della categoria scelta e indicare il codice fiscale del beneficiario. La firma senza codice fiscale indirizza la quota alla categoria selezionata, con riparto proporzionale tra gli enti ammessi secondo le regole previste.
Anche chi è esonerato dall’invio della dichiarazione può esprimere la scelta per 2, 5 e 8 per mille senza dichiarazione dei redditi, usando la scheda unica predisposta dall’Agenzia delle Entrate. La busta chiusa deve riportare l’indicazione prevista per la scheda, insieme al codice fiscale e ai dati anagrafici del contribuente.
La presentazione può avvenire tramite ufficio postale, intermediario abilitato oppure servizi telematici dell’Agenzia delle Entrate. La procedura riguarda i contribuenti che intendono destinare le quote IRPEF pur essendo fuori dall’obbligo di presentazione del Modello 730 o del Modello Redditi PF.
Gli elenchi dei beneficiari riguardano le scelte espresse dai contribuenti, mentre l’accredito degli enti segue canali diversi in base alla categoria. Gli Enti del Terzo Settore passano dal RUNTS, le associazioni sportive dilettantistiche seguono le procedure CONI, la ricerca scientifica e la ricerca sanitaria fanno riferimento alle amministrazioni competenti.
Per gli enti che intendono accedere al riparto nelle annualità successive, contano elenchi permanenti, nuove iscrizioni e correzioni nei termini stabiliti. La corretta presenza negli elenchi è il presupposto per ricevere le somme del 5 per mille IRPEF quando il contribuente firma e indica il codice fiscale dell’organizzazione.
L’Agenzia delle Entrate segnala anche oltre 7,5 milioni di euro attribuiti a enti esclusi dal beneficio. Si tratta di somme collegate a scelte espresse dai contribuenti verso soggetti che, per assenza dei requisiti o per irregolarità nella posizione, risultano fuori dagli elenchi degli ammessi.
Il dato conferma il valore della verifica preventiva da parte degli enti e dei contribuenti. Le organizzazioni devono curare l’iscrizione e la permanenza negli elenchi, mentre chi presenta la dichiarazione può controllare denominazione e codice fiscale del beneficiario prima dell’invio.
Prezzi energetici più alti dei concorrenti globali, volatilità , dipendenza dalle importazioni fossili e mercati nazionali ancora troppo separati: lo studio Energy security and industrial competitiveness: the case for a European Energy Union, pubblicato dalla Banca Centrale Europea (BCE), rimette l’energia al centro della competitività industriale europea: una vera Unione dell’Energia, con reti integrate, investimenti comuni e rinnovabili localizzate dove rendono di più, può ridurre la vulnerabilità dell’UE e rafforzare le imprese più esposte ai costi di elettricità e gas.
Il documento parte da un dato economico ormai centrale per l’industria: l’energia entra in quasi tutti i processi produttivi e incide direttamente sui costi delle imprese. Secondo l’analisi, le aziende europee affrontano spesso prezzi più elevati e più volatili rispetto a molti concorrenti internazionali, con uno svantaggio più marcato nei settori ad alta intensità energetica.
La frammentazione interna aggrava il divario. Mix energetici nazionali diversi, regole fiscali non armonizzate, infrastrutture disomogenee e concentrazione industriale generano differenze di prezzo fra Paesi UE. Per le imprese collocate nei mercati più cari, la competizione si gioca quindi anche sulla bolletta industriale.
Nel paper, l’Unione dell’Energia viene descritta come un quadro europeo capace di coordinare integrazione dei mercati, sicurezza energetica, decarbonizzazione, efficienza, finanziamenti e politica esterna dell’energia. Il documento richiama l’agenda europea avviata nel 2015 e la collega alla nuova fase di elettrificazione dell’industria.
Il punto più rilevante per le imprese riguarda il rapporto fra energia e autonomia industriale. Una rete europea più integrata permetterebbe di distribuire meglio l’elettricità prodotta nelle aree ricche di rinnovabili verso le zone con maggiore domanda produttiva, riducendo dispersioni, congestioni e differenze di prezzo.
Il dato più forte del paper riguarda la localizzazione dei nuovi impianti rinnovabili. Secondo l’analisi, un approccio europeo coordinato, con investimenti nelle aree a maggiore potenziale produttivo, potrebbe aumentare l’output medio fino a circa il 42% per il solare e al 110% per l’eolico rispetto a uno scenario con minore coordinamento fra Stati membri.
La differenza nasce dalla geografia dell’energia. Le aree europee con migliori fattori di capacità non coincidono sempre con i confini nazionali o con le politiche dei singoli governi. Per l’eolico il margine risulta più ampio perché la resa varia molto fra regioni, mari e corridoi di vento.
La prima priorità indicata dagli autori riguarda le infrastrutture transfrontaliere. Interconnessioni, reti elettriche e collegamenti con Paesi terzi servono a spostare energia dove la domanda industriale è più alta e a stabilizzare il sistema durante gli shock di approvvigionamento.
Il paper collega questo investimento alle tecnologie di flessibilità : digitalizzazione delle reti, sistemi di accumulo, batterie, pompaggi idroelettrici e programmi di risposta della domanda. Sono strumenti necessari per integrare fonti intermittenti come solare ed eolico e per avvicinare produzione e consumo in tempo reale.
La seconda priorità riguarda il finanziamento degli investimenti energetici. Il documento richiama il ruolo dei fondi UE, dei green bond e dei capitali privati, con un collegamento diretto alla Savings and Investment Union, l’agenda europea per canalizzare il risparmio verso investimenti produttivi.
Per il sistema industriale, la questione è molto pratica: reti, accumuli, impianti rinnovabili, tecnologie pulite e startup energetiche richiedono capitali di lungo periodo. Senza mercati finanziari più profondi, l’Europa rischia di avere obiettivi industriali ambiziosi e strumenti di finanziamento ancora troppo deboli.
Il paper individua anche la fiscalità energetica come leva di convergenza. Tasse, tariffe di rete e oneri applicati all’energia incidono sui prezzi finali pagati dalle imprese e contribuiscono alle differenze fra Paesi membri.
Il richiamo al Clean Industrial Deal va in questa direzione: ridurre le distorsioni, rendere più coerenti le metodologie tariffarie e premiare le fonti con migliori prestazioni ambientali. Una fiscalità più allineata favorirebbe elettrificazione, tecnologie pulite e maggiore parità competitiva nel mercato unico.
La quinta priorità riguarda una politica industriale europea per le tecnologie pulite. Il paper segnala una doppia realtà : l’UE ha competenze forti in settori come turbine eoliche, batterie, veicoli elettrici e pompe di calore, mentre la Cina domina aree centrali come il fotovoltaico.
La risposta proposta dagli autori è una politica industriale coerente con la transizione energetica. Energia a costi più prevedibili, produzione clean tech europea e integrazione delle reti diventano parti dello stesso disegno: sostenere la competitività delle imprese e ridurre la dipendenza da shock esterni.
Per l’Italia, il paper offre una chiave di lettura utile sul costo dell’energia per le imprese. Il tema non riguarda soltanto la bolletta finale, ma anche la capacità del Paese di agganciare reti europee, rinnovabili, accumuli e strumenti finanziari alla propria base manifatturiera.
In questa prospettiva, le imprese energivore, la componentistica, la meccanica, la chimica, l’agroindustria e i servizi ad alta intensità elettrica sono i comparti più esposti. L’integrazione tra reti elettriche, rinnovabili e mercato libero diventa quindi una leva industriale, oltre che ambientale.
Lo sviluppo di modelli di business sostenibili rappresenta una leva strategica per le PMI, che confermano un forte impegno verso la transizione green anche in un contesto economico e normativo complesso e nonostante l’intensificarsi degli impatti climatici.
Per Generali, che ha presentato la 5° edizione dell’iniziativa SME EnterPRIZE, la resilienza è il principale vantaggio competitivo per le piccole e medie imprese che operano in Europa, sempre più consapevoli della sostenibilità come risorsa per definire strategie efficaci di lungo periodo.
Con il White Paper realizzato con SDA Bocconi – Sustainability Lab, inoltre, Generali focalizza l’attenzione sull’evoluzione delle pratiche di sostenibilità in ambito europeo mettendo in evidenza sia gli ostacoli che frenano i progressi delle PMI, sia gli interventi di supporto necessari per colmare divari informativi e criticità di natura istituzionale.
In occasione dell’edizione 2026 di SME EnterPRIZE “Promuovere la resilienza climatica per le PMI europeeâ€, Generali ha celebrato gli “Eroi della Sostenibilità †selezionati tra oltre 8.500 PMI attive in Europa, realtà considerate leader nello sviluppo di modelli sostenibili attraverso il lancio di validi progetti di natura sociale e ambientale.
Valorizzando le migliori pratiche sostenibili messe in atto dagli imprenditori europei, Generali ha selezionato 11 PMI (tra cui l’italiana Diemmebi S.p.A. con sede a Treviso) che hanno saputo contribuire sia a raggiungere obiettivi importanti, come la riduzione delle emissioni inquinanti e l’economia circolare, sia a generare un impatto positivo sul territorio e sulla comunità .
Il White Paper “Fostering Sustainability in Small and Medium-Sized Enterprisesâ€, basato su un’indagine condotta su 1.100 PMI di tutta Europa, focalizza l’attenzione sull’impegno delle PMI verso la sostenibilità che coinvolge il 41% delle imprese, una percentuale in crescita rispetto al 34% del 2020.
L’Italia, ad esempio, appartiene al nucleo di Paesi che mostrano maggiore resilienza compiendo un passo in avanti nell’arco del quinquennio pari a +27 punti percentuali. Il 68% delle imprese, inoltre, sottolinea come la sostenibilità generi un percepibile vantaggio competitivo, ma anche un maggiore controllo nella gestione del rischio e un incremento dell’efficienza e della produttività operativa.
Non mancano i benefici finanziari legati alle performance di sostenibilità , in termini di migliori condizioni assicurative (come afferma il 62% delle PMI) e di accesso al credito (57%).
Tra le PMI europee è in aumento sia la consapevolezza del rischio climatico, che cresce dal 50% al 55% rispetto all’anno scorso, sia l’adozione di strumenti di protezione come le assicurazioni contro eventi climatici estremi e le coperture per l’interruzione dell’attività .
A prendere maggiore coscienza dei rischi, inoltre, sono soprattutto le imprese che operano nei settori delle costruzioni, dell’industria e del commercio, mentre minori progressi emergono dal comparto dei servizi.
Allo stesso tempo, tuttavia, persiste un ampio divario di protezione considerando che il 59% delle PMI non è assicurato contro gli eventi estremi e il 74% non ha attivato una copertura per il blocco della produzione.
Dal White Paper emerge chiaramente come le barriere istituzionali rappresentino oggi il principale freno all’adozione della sostenibilità , soprattutto a causa della mancanza di incentivi pubblici e di chiarezza normativa.
Sono le stesse imprese a segnalare una eccessiva complessità burocratica caratterizzata da regole spesso frammentarie, da requisiti pochi chiari e da obblighi ridondanti che rischiano di rallentare la realizzazione dei progetti promossi.
Quali leve potrebbero dare una spinta alla transizione sostenibile delle imprese? Sono le stesse PMI a sottolineare l’importanza di promuovere incentivi fiscali stabili e di favorire la semplificazione normativa. Un valido aiuto è rappresentato anche dai fondi agevolati europei e nazionali, unitamente alle condizioni di credito favorevoli legate a obiettivi di sostenibilità .
Per accelerare i progressi in ambito sostenibile, infine, è fondamentale anche agire sul fronte della capacity building e dell’accompagnamento, attraverso il supporto di hub territoriali di competenze, associazioni di categoria e Camere di Commercio.
=> Scarica il White Paper 2026 di Generali per SME EnterPRIZE
Il via libera al nuovo Decreto per l‘Automotive mette a disposizione della filiera auto 1,343 miliardi di euro per investimenti produttivi, ricerca, sviluppo e innovazione. Il provvedimento, un DPCM annunciato dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy, segna la nuova linea sugli aiuti al comparto: meno risorse disperse sugli acquisti e più fondi diretti alle imprese, alla componentistica, ai veicoli commerciali sostenibili e alle tecnologie per una mobilità connessa, autonoma e sicura.
Il DPCM Automotive indirizza 1 miliardo e 343 milioni di euro (risorse già sbloccate) al sostegno delle imprese della filiera, con una priorità dichiarata su investimenti produttivi, ricerca, sviluppo e innovazione. Il Governo collega il provvedimento alla trasformazione industriale del comparto, in una fase in cui i produttori europei rivedono piani, piattaforme e catene di fornitura sotto la pressione della concorrenza asiatica.
Alle risorse dovrebbe aggiungersi, nel mese di luglio, il ripristino di altri 251 milioni di euro destinati in precedenza alla copertura del decreto contro il caro carburanti e al sostegno delle imprese dell’autotrasporto. Con il reintegro annunciato dal MIMIT, la dotazione collegata al comparto salirebbe quindi oltre la quota ora formalizzata dal DPCM.
La quota prevalente del DPCM sarà destinata agli strumenti per la crescita industriale. Il MIMIT indica tre canali principali per finanziare progetti di ricerca, innovazione e riconversione della filiera:
Il valore politico e industriale del provvedimento sta soprattutto in questa scelta: la parte più ampia delle risorse finanzia capacità produttiva e innovazione, mentre gli incentivi all’acquisto hanno un ruolo più mirato.
Il DPCM prevede anche incentivi mirati per la mobilità sostenibile e per il rinnovo del parco circolante dei veicoli commerciali. Il riferimento non va letto come un ritorno generalizzato agli ecobonus auto per privati, perché la nota ministeriale concentra l’intervento sui mezzi legati all’attività economica e al rinnovo delle flotte commerciali. Per imprese, artigiani, logistica e servizi, il rinnovo dei veicoli commerciali può incidere su costi di esercizio, accesso alle aree urbane e adeguamento ambientale delle flotte. Le modalità di domanda e le categorie ammissibili dipenderanno dai successivi provvedimenti attuativi e dagli sportelli che saranno aperti dai soggetti gestori.
Il DPCM conferma la traiettoria già emersa nella nuova politica industriale per l’Automotive: ridurre il peso dei bonus alla domanda e concentrare le risorse su ricerca, componentistica, riconversione e capacità produttiva nazionale.
La scelta risponde a una criticità ormai evidente nella filiera europea dell’auto. Gli incentivi alla domanda possono sostenere le immatricolazioni, però non garantiscono ricadute industriali nazionali se i veicoli agevolati sono prodotti fuori dall’Europa o con catene di fornitura extra-UE. Il DPCM orienta invece le risorse verso le imprese che investono in tecnologie, impianti e piattaforme produttive.
Secondo il MIMIT, le risorse del DPCM si aggiungono a quelle già previste dal Piano Transizione 5.0, che ha una dotazione triennale di 9,8 miliardi di euro per innovazione digitale ed efficientamento energetico del sistema industriale. Per la filiera automotive, il collegamento fra investimenti produttivi e transizione energetica è uno dei criteri centrali per agganciare gli aiuti nazionali alle trasformazioni richieste dal mercato europeo.
Il provvedimento si inserisce anche nel confronto UE sulla revisione delle regole CO2 per le auto e sull’Industrial Accelerator Act. Il Governo rivendica una linea favorevole al principio del Made in Europe, già al centro del dibattito sui requisiti UE per gli incentivi ai veicoli elettrici e sulla tracciabilità della componentistica.
Il bacino naturale del provvedimento comprende componentistica, meccanica, elettronica, software, batterie, sistemi di mobilità , veicoli commerciali e tecnologie per auto sostenibili. Il riferimento alle PMI dell’automotive è rilevante perché una parte della filiera italiana lavora su investimenti di taglia inferiore rispetto ai grandi gruppi industriali.
I Mini Contratti di sviluppo rispondono proprio a questa esigenza: finanziare programmi più accessibili alle imprese di dimensione media e piccola, senza limitare la politica industriale ai soli grandi stabilimenti. Per il tessuto produttivo italiano, la sfida riguarda soprattutto il salto tecnologico della componentistica tradizionale verso elettrificazione, software di bordo, sensoristica, materiali avanzati e sistemi di sicurezza.
Il DPCM indirizza le risorse verso gli strumenti che finanzieranno ricerca, sviluppo, innovazione e investimenti produttivi nella filiera automotive. Il via libera al decreto assegna le risorse e definisce gli indirizzi di politica industriale, mentre l’accesso effettivo ai fondi richiederà i provvedimenti attuativi e l’apertura degli sportelli dedicati.
Le imprese dovranno quindi attendere bandi, circolari, termini di domanda e piattaforme di presentazione per ciascuna misura.
Depositata alla Camera una proposta di legge sul sovraindebitamento in Italia volta a tutelare il debitore ha già chiesto accesso agli strumenti del Codice della crisi ma che nel frattempo può subire pignoramenti o vendite forzate. La proposta A.C. 2885, a prima firma Letizia Giorgianni, introduce una sospensione automatica fino a 180 giorni, nuovi criteri per il debitore meritevole e alcune disposizioni mirate su auto, reddito disponibile e tempi degli Organismi di composizione della crisi.
La proposta riguarda le procedure di esdebitazione per famiglie e piccole imprese disciplinate dal Codice della crisi. Il riferimento comprende tre strade già previste dal sistema:
Il testo aggiunge inoltre una regola di trasparenza: il Ministero della Giustizia dovrebbe pubblicare ogni sei mesi dati aggregati su tempi, durata ed esiti delle procedure, distinti per distretto di corte d’appello.
La misura centrale è il nuovo articolo 54-bis del Codice della crisi. Dal deposito della domanda di accesso a una delle procedure di sovraindebitamento sarebbero sospese di diritto, per un periodo massimo di 180 giorni, le azioni esecutive e cautelari individuali sul patrimonio del debitore e le procedure di esecuzione forzata pendenti.
La sospensione servirebbe a consentire all’OCC la verifica preliminare della documentazione e la predisposizione della relazione particolareggiata. Il testo esclude dalla protezione gli atti urgenti e indifferibili a tutela dei crediti alimentari e dei crediti di lavoro, che conservano un canale preferenziale.
La proposta interviene anche sul piano di ristrutturazione dei debiti del consumatore. La moratoria fino a due anni verrebbe qualificata come periodo massimo iniziale di sospensione dei pagamenti, senza assorbire l’intera durata del piano omologato.
Il piano potrebbe quindi prevedere dilazioni pluriennali, anche superiori a due anni, purché idonee ad assicurare il soddisfacimento del credito nel tempo complessivo previsto. Durante la dilazione sarebbero dovuti gli interessi legali, in equilibrio con le ragioni dei creditori.
Il nuovo articolo 67-bis allargherebbe l’accesso al piano del consumatore agli ex imprenditori e agli ex professionisti che hanno cessato definitivamente l’attività da almeno sei mesi e vivono prevalentemente di redditi da lavoro subordinato, parasubordinato o assimilati.
La norma riguarderebbe anche i debiti di origine mista, purché nati prima della cessazione dell’attività e compatibili con i criteri di meritevolezza. La correzione mira a evitare separazioni artificiose fra debiti personali e debiti professionali pregressi.
Nel caso di liquidazione controllata, il giudice potrebbe escludere dalla liquidazione l’unica auto del debitore o del nucleo familiare quando sia comprovata la necessità per lavoro, salute o istruzione dei componenti della famiglia. La tutela avrebbe un limite di valore pari a 10.000 euro e richiederebbe un decreto motivato.
La previsione riguarda uno dei beni che, nella vita quotidiana, può separare una condizione di indebitamento gestibile da una perdita totale di autonomia. L’auto verrebbe salvaguardata solo quando risulti strumentale a reddito, cure o istruzione, con possibilità di reclamo al tribunale in composizione collegiale.
Per l’accesso alle procedure, la documentazione richiesta non potrebbe riferirsi a un periodo anteriore a cinque anni dal deposito della domanda. In caso di oggettiva impossibilità di reperimento, il debitore potrebbe usare dichiarazioni sostitutive di certificazione o di atto di notorietà .
La relazione dell’OCC dovrebbe essere depositata entro 120 giorni dalla comunicazione di completezza della documentazione, con sospensione fino a 30 giorni per integrazioni motivate. Il mancato rispetto dei termini potrebbe incidere sulla valutazione dell’organismo da parte del Ministero della Giustizia.
Per l’esdebitazione del debitore incapiente, la proposta aggancia l’incapienza al reddito netto effettivamente disponibile, al netto di pignoramenti, cessioni del quinto, deleghe di pagamento e trattenute obbligatorie.
Il testo prevede anche la possibilità di usare le risorse del fondo richiamato dalla Legge di Bilancio 2025 per coprire spese procedurali e costi connessi all’esdebitazione, così da rendere accessibile la procedura anche ai debitori senza liquidità iniziale.
Le misure contenute nell’A.C. 2885 sono proposte normative e produrranno effetti soltanto dopo l’approvazione definitiva e l’eventuale entrata in vigore della legge. Fino ad allora continuano ad applicarsi le regole attuali del Codice della crisi, con le tutele già previste per consumatori, professionisti, imprenditori minori e debitori incapienti.
Dal 20 maggio 2026 il Regolamento (UE) 2024/1028 è pienamente applicabile in tutti gli Stati membri. Trattandosi di un regolamento — e non di una direttiva — non richiede recepimento nazionale: gli obblighi per le piattaforme di intermediazione per gli affitti brevi sono già in vigore, e in Italia il Ministero del Turismo è l’autorità competente a ricevere i dati attraverso la BDSR. Per i locatori che affittano tramite portali online, il riferimento operativo resta il CIN, già obbligatorio dal gennaio 2025.
L’articolo 9 del Regolamento impone alle piattaforme online di trasmettere su base mensile, in via automatizzata, i dati relativi all’attività di locazione breve verso il punto di ingresso digitale nazionale — in Italia la Banca Dati delle Strutture Ricettive (BDSR) del Ministero del Turismo. I dati includono il numero di pernottamenti e di ospiti per unità , il codice di registrazione dell’immobile, l’indirizzo e il riferimento all’annuncio. Il flusso viene poi condiviso in forma aggregata con l’Agenzia delle Entrate per le finalità di controllo fiscale previste dall’articolo 4 del DL 50/2017.
Le principali piattaforme si sono adeguate prima della scadenza: Airbnb ha reso obbligatorio l’inserimento del CIN per ogni nuovo annuncio, Booking.com ha implementato la verifica automatica tramite API collegata alla BDSR. L’obbligo di trasmissione riguarda gli immobili nelle zone a particolare stress abitativo, che ciascuno Stato membro è tenuto a designare con apposito provvedimento: in Italia questa designazione — così come il decreto delegato per il sistema sanzionatorio — è ancora in corso di definizione attraverso la legge di delegazione europea.
Le piattaforme che gestiscono meno di 4.250 annunci su base mensile beneficiano di un regime semplificato: non sono tenute alla trasmissione automatizzata e possono inserire i dati manualmente. La periodicità si riduce da mensile a trimestrale, con un alleggerimento significativo rispetto agli obblighi previsti per i grandi operatori.
Per chi affitta tramite intermediari online, il Regolamento non introduce un nuovo adempimento autonomo: l’obbligo di trasmissione dati grava sulle piattaforme, non sui singoli locatori. Il cambiamento pratico riguarda però la tenuta dell’annuncio: le piattaforme sono ora tenute a rimuovere i listing privi di CIN valido o non coerenti con i dati della BDSR. Il CIN già obbligatorio in Italia coincide con il numero di registrazione univoco richiesto dal Regolamento europeo — non è necessario ottenere un codice aggiuntivo. Chi è già in regola con CIN esposto e BDSR aggiornata non deve fare nulla di nuovo; chi non lo è rischia la sospensione dell’annuncio oltre alle sanzioni già previste dalla normativa nazionale, da 500 a 5.000 euro per listing non conforme.
I locatori che aderiscono ai programmi regionali e comunali di rinegoziazione dei contratti a cedolare secca a canone concordato percepiscono, oltre al canone ridotto, un contributo comunale compensativo: anche questo importo è reddito fondiario, soggetto alla stessa aliquota agevolata del canone originario, e va dichiarato nel Quadro B del modello 730 o del Modello Redditi PF.
Alcune Regioni e Comuni riconoscono contributi economici ai proprietari di immobili che riducono il canone di locazione nell’ambito di contratti a canone concordato, allo scopo di sostenere i nuclei familiari in difficoltà nel pagamento dell’affitto. Il locatore percepisce un canone inferiore a quello pattuito e riceve in compensazione un contributo pubblico.
L’Agenzia delle Entrate, nella risposta n. 91/2025, ha precisato che questo contributo costituisce un reddito fondiario a tutti gli effetti, richiamando l’articolo 6, comma 2, del TUIR: i proventi conseguiti in sostituzione di redditi appartengono alla stessa categoria dei redditi sostituiti. Il contributo comunale si sostituisce alla quota di canone ridotta e ne eredita il trattamento fiscale, con applicazione della cedolare secca al 10% prevista per i contratti a canone concordato stipulati nei Comuni ad alta tensione abitativa. Il locatore non ha quindi alcuna possibilità di escluderlo dalla dichiarazione, né di tassarlo diversamente dal canone originario.
Nella compilazione del Quadro B del 730/2026, il contribuente inserisce l’immobile in un unico rigo della Sezione I, sommando canone ridotto e contributo comunale nell’importo da indicare in colonna 6 (Canone di locazione). Le altre colonne da compilare sono:
Le stesse istruzioni si applicano al Modello Redditi PF, nel quadro RB, con la medesima struttura di codici e colonne. In entrambi i modelli va compilato un solo rigo per l’immobile: non è necessario separare il canone ridotto dal contributo, poiché la tassazione agevolata si applica all’importo complessivo in modo unitario.
Il taglio delle accise sui carburanti è stato prorogato con un nuovo Decreto Carburanti: le aliquote su benzina, gasolio, GPL e carburanti alternativi sono rideterminate dal 23 maggio al 6 giugno 2026, con lo sconto sul gasolio ridotto da 20 a circa 10 centesimi al litro, dimezzato rispetto al decreto del 30 aprile.
Il Consiglio dei ministri, riunito alle 19:29 del 22 maggio a Palazzo Chigi sotto la presidenza di Giorgia Meloni, ha approvato un Decreto Legge Carburanti (il quarto) che introduce disposizioni urgenti in materia di prezzi petroliferi e di sostegno alle attività economiche, per il protrarsi della crisi dei mercati internazionali. Il provvedimento ridetermina le aliquote di accisa su benzina, gasolio, GPL e gas naturale usati come carburanti, nonché sui carburanti HVO e biodiesel, per il periodo dal 23 maggio al 6 giugno 2026. È il quarto intervento normativo sulle accise dall’inizio della crisi di Hormuz e il secondo approvato dal CdM in maggio.
Le nuove aliquote confermano il regime applicato alla benzina e dimezzano lo sconto sul gasolio. I valori applicati dal 23 maggio sono i seguenti:
Giorgetti, in collegamento da Cipro dove partecipava all’Eurogruppo informale, ha definito il provvedimento un «intervento tampone» nell’attesa degli sviluppi del negoziato con Bruxelles sul Patto di stabilità e sulla clausola di salvaguardia per la spesa energetica.
La riduzione dello sconto sul gasolio da 20 a circa 10 centesimi di accisa ha un effetto diretto al distributore: considerando l’IVA al 22% che grava sulla componente di accisa, il risparmio netto alla pompa scende da circa 24 a circa 12 centesimi al litro rispetto all’aliquota ordinaria. Rapportando la variazione ai prezzi dei carburanti rilevati dal MIMIT il 19 maggio — gasolio self a 1,978 euro sulla rete stradale, benzina a 1,951 euro — il gasolio sale a circa 2,10 euro al litro, mentre la benzina non subisce variazioni.
Con il Brent stabilmente oltre i 110 dollari al barile e lo Stretto di Hormuz ancora parzialmente compromesso, i prezzi industriali non lasciano margini di riduzione spontanea. Senza un nuovo intervento legislativo dopo il 6 giugno, il gasolio subirebbe un ulteriore rincaro di circa 12 centesimi al litro, arrivando intorno a 2,22 euro sulla rete ordinaria e oltre 2,30 in autostrada; per la benzina, la mancata proroga comporterebbe circa 6 centesimi in più, con il prezzo che supererebbe i 2 euro sulla rete ordinaria. Il governo non esclude una nuova proroga, ma la subordina agli sviluppi del negoziato europeo sui margini di bilancio.
Lo sciopero degli autotrasportatori proclamato da Unatras per il periodo 25-29 maggio è stato inoltre sospeso al termine dell’incontro a Palazzo Chigi tra la premier Meloni, i ministri competenti e le rappresentanze di categoria. «Ci sono le condizioni per la sospensione del fermo», ha dichiarato Sergio Lo Monte, segretario di Unatras, precisando che le associazioni si riservano alcune ore per verificare la concretizzazione delle misure inserite nel decreto.
Lo sfondo politico del provvedimento è il negoziato con Bruxelles ancora irrisolto. La Commissione europea ha respinto la richiesta italiana di estendere all’energia la clausola di salvaguardia nazionale (National Escape Clause, NEC) già riconosciuta per le spese di difesa — lo strumento che avrebbe consentito di finanziare il taglio delle accise senza gravare sul deficit. Il commissario all’Economia Valdis Dombrovskis non ha però chiuso con un diniego definitivo: ha dichiarato di seguire «attentamente la situazione» dell’Italia, lasciando aperta la partita in vista dei prossimi appuntamenti istituzionali.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva formalizzato la richiesta di flessibilità in una lettera a Ursula von der Leyen, avvertendo che senza margini di bilancio sull’energia l’Italia potrebbe rinunciare ad attivare il programma SAFE per la difesa europea. Giorgetti ha ribadito che il decreto del 22 maggio è un «provvedimento tampone» nell’attesa che si sblocchi il fronte europeo: «non c’è soltanto la deroga — ha aggiunto — ci sono tante vie per arrivare al risultato». Il Paese è in procedura di infrazione per disavanzo eccessivo, con un deficit appena sopra la soglia del 3 per cento del PIL, e ogni intervento sulle accise richiede coperture compatibili con gli impegni europei.
Il fermo nazionale degli autotrasportatori dal 25 al 29 maggio è stato sospeso dopo il tavolo a Palazzo Chigi tra Governo e associazioni del settore. La protesta contro il caro gasolio si ferma alla vigilia dello sciopero, dopo l’annuncio di un nuovo decreto carburanti con credito d’imposta rafforzato, accise prorogate fino al 6 giugno e procedure più rapide per l’accesso ai crediti fiscali.
Unatras e le altre associazioni dell’autotrasporto hanno accolto le aperture del Governo e sospeso il fermo nazionale dei servizi previsto dal 25 al 29 maggio. La decisione arriva al termine dell’incontro convocato a Palazzo Chigi con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, il vicepremier Matteo Salvini, il ministro delle Imprese Adolfo Urso e il viceministro Edoardo Rixi.
«Ci sono le condizioni per la sospensione del fermo», ha dichiarato Sergio Lo Monte, segretario di Unatras, precisando che le associazioni si riservano alcune ore per verificare la concretizzazione delle misure inserite nel decreto.
La mobilitazione era stata proclamata contro il caro carburanti, dopo settimane di tensione sui costi del gasolio e sulle ricadute per le imprese di trasporto merci. La sospensione evita il blocco della logistica nazionale nella settimana che precede il ponte del 2 giugno.
Il nuovo intervento rafforza il credito d’imposta per l’autotrasporto già previsto dal DL Carburanti. Ai 100 milioni stanziati in precedenza si aggiungono altri 200 milioni. Con una dotazione complessiva a 300 milioni di euro, il credito copre i maggiori costi di gasolio commerciale sostenuti dal settore.
La misura copre il periodo marzo-giugno 2026 e risponde alla principale richiesta avanzata dalle associazioni, che chiedevano risorse dedicate per attenuare l’aumento dei costi sui mezzi pesanti e sulla catena delle consegne.
Tra le aperture accolte dal Governo c’è anche la riduzione dei tempi per la formazione del silenzio assenso sui crediti d’imposta degli autotrasportatori. Dal 1° ottobre 2026 il termine scende da 60 a 30 giorni, a condizione che la richiesta sia presentata esclusivamente in via telematica.
La misura interviene su uno dei problemi segnalati dalle imprese, che chiedevano tempi più brevi per utilizzare i crediti maturati e ridurre la pressione finanziaria generata dall’aumento del gasolio.
Nel confronto con le associazioni, il Governo si è impegnato a valutare una sospensione limitata dei versamenti relativi ad alcune imposte e contributi. L’obiettivo dichiarato è alleggerire temporaneamente il carico fiscale e contributivo sulle imprese dell’autotrasporto in una fase di tensione sulla liquidità .
La misura richiede un successivo passaggio attuativo, perché dal tavolo di Palazzo Chigi emerge al momento un impegno politico e non un calendario già definito per i versamenti interessati.
Il Governo ha annunciato anche la ricostituzione della Consulta generale per l’autotrasporto, come sede stabile di confronto con il settore. L’organismo dovrà seguire i temi regolatori, normativi, fiscali e di sicurezza legati al trasporto merci su strada.
Per le associazioni, il tavolo permanente serve a portare oltre l’emergenza carburanti le questioni che incidono sui costi delle imprese, dai tempi di pagamento ai contratti con i committenti fino alla fiscalità del gasolio commerciale.
Nello stesso Consiglio dei ministri, ha approvato un decreto-legge con nuove disposizioni sui prezzi dei carburanti e sul taglio delle accise. Il provvedimento ridetermina le aliquote su benzina, gasolio, GPL, gas naturale, HVO e biodiesel per il periodo dal 23 maggio al 6 giugno 2026. La proroga conferma le riduzioni già applicate: circa 5 centesimi al litro per la benzina e 10 centesimi al litro per il gasolio. Per l’autotrasporto, la scelta del credito d’imposta serve a concentrare una parte degli aiuti sulle imprese più esposte al costo del carburante.
Per il trasporto pubblico locale, il Fondo nazionale riceve un incremento di 80 milioni di euro annui a partire dal 2026 per coprire il rinnovo contrattuale del settore. Il decreto stanzia anche incentivi per il comparto agricolo: un credito d’imposta fino al 30 per cento della spesa per l’acquisto di fertilizzanti nei mesi marzo-maggio 2026, nel limite massimo di 40 milioni di euro, e un’agevolazione complessiva di 90 milioni per l’acquisto di gasolio agricolo.
La sospensione dello sciopero chiude la fase più critica della protesta ma non cancella la pressione del caro gasolio sui conti delle imprese. Secondo i calcoli richiamati nelle scorse settimane, il carburante incide per circa il 40% sui costi di un’impresa di autotrasporto, con aumenti particolarmente pesanti per le aziende più piccole.
La nuova intesa sposta quindi il confronto dal blocco dei servizi all’attuazione delle misure: credito d’imposta, tempi di compensazione, possibile dilazione fiscale e nuova sede permanente con il Governo.