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La ripresa dei consumi che l’Ufficio Studi Confcommercio certifica per il 2026 si ferma alla frontiera di dieci regioni. Le stime sulla regionalizzazione del PIL e dei consumi diffuse l’11 luglio 2026 dicono che, con il prodotto nazionale a +0,9% e la spesa delle famiglie a +1,2%, metà delle regioni italiane lavora ancora su un mercato interno più piccolo di quello del 2007. Per le imprese del commercio e dei servizi il segno più davanti alla variazione annua convive con un livello di domanda che vent’anni di crisi non hanno restituito.
In sintesi:
Dieci regioni su venti chiudono il 2026 con consumi sul territorio inferiori a quelli del 2007, secondo i numeri indice dell’Ufficio Studi Confcommercio. La lista comprende l’intero Mezzogiorno tranne il Molise, e include anche tre regioni del Centro-Nord, cioè Liguria, Umbria e Marche. Il divario, letto sui livelli e non sulle variazioni annue, smette di essere una questione soltanto meridionale.
| Regione | Consumi 2026 (indice 2007=100) |
|---|---|
| Sicilia | 86,8 |
| Calabria | 88,9 |
| Campania | 89,8 |
| Puglia | 90,3 |
| Sardegna | 93,8 |
| Umbria | 94,2 |
| Abruzzo | 95,3 |
| Marche | 95,7 |
| Basilicata | 97,1 |
| Liguria | 98,1 |
Sul fronte opposto la Lombardia arriva a 112,5, la Valle d’Aosta a 108,8, il Trentino-Alto Adige a 107,8 e l’Emilia-Romagna a 107,1. L’Italia nel complesso è a 101,3, un punto e tre decimi sopra il livello pre-crisi: il recupero nazionale nasce quasi per intero dalle regioni settentrionali.
La Lombardia è l’unica regione italiana in testa a entrambe le graduatorie, con il PIL a +1,2% e i consumi a +1,8%. Seguono il Trentino-Alto Adige, con PIL a +1% e consumi a +1,5%, e il Lazio, con +1% e +1,4%. In coda per il prodotto si collocano Basilicata e Calabria, entrambe a +0,6%, che segnano anche le variazioni più basse della spesa, rispettivamente +0,4% e +0,5%.
La stima nazionale di Confcommercio colloca l’Italia a +0,9%, sopra la Germania (+0,4%) e appena sotto la Francia (+1%). È una lettura più generosa di quella degli organismi internazionali: l’OCSE si ferma allo 0,5% nell’Economic Outlook di giugno, mentre l’Istat, nella nota del 5 giugno 2026, indica lo 0,7%. La distanza si spiega con il peso attribuito alla domanda interna, che nel modello di Confcommercio corre più del prodotto complessivo.
In diciassette regioni su venti i consumi crescono più del PIL, e lo scarto misura quanto il mercato locale si allarga rispetto all’economia che lo produce. La Lombardia guida anche questo confronto con sei decimi di punto di differenza, mentre Basilicata e Calabria sono le uniche due regioni con il segno rovesciato, cioè con una spesa delle famiglie che cresce meno del prodotto. La Puglia si ferma alla parità .
| Regione | Scarto consumi-PIL 2026 (%) |
|---|---|
| Lombardia | +0,6 |
| Liguria | +0,5 |
| Trentino-Alto Adige | +0,5 |
| Veneto | +0,4 |
| Lazio | +0,4 |
| Valle d’Aosta | +0,3 |
| Friuli-Venezia Giulia | +0,3 |
| Emilia-Romagna | +0,3 |
| Toscana | +0,3 |
| Umbria | +0,3 |
| Marche | +0,3 |
| Piemonte | +0,2 |
| Campania | +0,2 |
| Sardegna | +0,2 |
| Abruzzo | +0,1 |
| Molise | +0,1 |
| Sicilia | +0,1 |
| Puglia | 0,0 |
| Calabria | -0,1 |
| Basilicata | -0,2 |
Il dato ha una conseguenza diretta per chi vende. I consumi misurati da Confcommercio sono quelli effettuati sul territorio, quindi comprendono la spesa dei turisti ed escludono quella dei residenti fatta altrove: sono il bacino di domanda che un negozio o un pubblico esercizio intercetta davvero, e non il reddito di chi abita in quella regione.
Applicare le variazioni regionali a un’attività reale rende visibile la distanza. Un esercizio commerciale che nel 2024 fatturava 300.000 euro e cresce come il proprio mercato di riferimento arriva a fine 2026 con risultati molto diversi a seconda di dove opera:
Il conto non descrive la performance della singola impresa, che dipende da posizionamento e concorrenza, e misura invece la spinta del mercato locale. Un’attività lucana deve guadagnare quote sui concorrenti per ottenere quello che un’attività lombarda incassa restando ferma.
La crescita dei consumi si concentra su pochi comparti, e la Congiuntura Confcommercio n. 6 del 18 giugno 2026 lo mostra con l’Indicatore dei Consumi Confcommercio. A maggio 2026 l’ICC segna +1,2% su base annua, con i beni per la mobilità a +6,5% e gli acquisti di automobili da parte dei privati in crescita del 15,7%. Salgono anche gli elettrodomestici, +7,9%, e i servizi ricreativi in senso stretto, +12,5%.
Sul fronte opposto alimentari, bevande e tabacchi chiudono a -0,1% e i pubblici esercizi si limitano a +0,2%. La ripresa della domanda, quindi, premia i durevoli e il tempo libero mentre lascia sostanzialmente ferma la spesa quotidiana su cui vive gran parte del commercio di prossimità . Chi opera nell’alimentare o nella ristorazione in una regione meridionale somma due svantaggi, cioè un mercato locale sotto i livelli 2007 e un comparto che non partecipa alla ripresa.
Il Mezzogiorno chiude il 2026 con consumi a quota 90,2 dell’indice 2007, contro il 107,0 del Nord e il 103,4 del Centro, e con una crescita della spesa (+0,8%) inferiore di sei decimi a quella settentrionale (+1,4%). Confcommercio attribuisce il ritardo ai redditi più bassi e alla perdita di popolazione, concentrata nelle fasce che producono reddito e spendono di più.
La lettura per macroaree, però, nasconde due anomalie. Il PIL più distante dal 2007 appartiene al Molise (86,6), che sui consumi resta comunque sopra quota 100 grazie alla spesa realizzata sul territorio. E la Liguria chiude con un prodotto a 91,7, un valore peggiore di quello calabrese (89,9 sul PIL) su una traiettoria ventennale che nessuna politica di coesione ha intercettato, perché formalmente si tratta di una regione del Nord.
La ricchezza finanziaria delle famiglie italiane ha raggiunto 6.487,7 miliardi di euro nel 2025, con un aumento di 1.687,3 miliardi rispetto al 2020. Il dato, diffuso l’11 luglio dalla FABI su elaborazione di statistiche della Banca d’Italia, è il più alto mai registrato e ha fatto il giro delle agenzie come record del risparmio privato. I numeri, però, sono in valore nominale. Applicando l’indice dei prezzi al consumo dell’ISTAT, cresciuto del 19,4% nello stesso quinquennio, la fotografia cambia: il patrimonio guadagna il 13,2% reale e la liquidità parcheggiata su conti e depositi ne esce con una perdita secca di potere d’acquisto.
In sintesi:
Il patrimonio finanziario delle famiglie aumenta di 446,3 miliardi nel solo 2025, salendo da 6.041,4 a 6.487,7 miliardi. La spinta arriva dalla componente azionaria, che guadagna 292,9 miliardi (+16,4%), seguita dai fondi comuni (+58,1 miliardi), dalle polizze (+46 miliardi) e dai titoli obbligazionari (+27,7 miliardi). Conti correnti e depositi salgono di 23,5 miliardi (+1,5%), la variazione più contenuta del paniere. La quota della liquidità sul totale scende dal 32,4% del 2020 al 24,7% del 2025, mentre quella azionaria sale dal 20,3% al 32%.
Il riequilibrio è però un effetto aritmetico prima che comportamentale. Quando una componente del portafoglio raddoppia di valore, tutte le altre perdono peso percentuale anche senza che una sola somma venga spostata. Il denominatore cresce, il numeratore della liquidità no.
Tra il 2020 e il 2025 biglietti e depositi passano da 1.556,5 a 1.603,2 miliardi, con un incremento nominale di 46,7 miliardi (+3%). Nello stesso arco di tempo l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività ha registrato variazioni medie annue del +1,9% nel 2021, +8,1% nel 2022, +5,7% nel 2023, +1,0% nel 2024 e +1,5% nel 2025, per una crescita cumulata del 19,4%. Per conservare il potere d’acquisto del 2020, quei 1.556,5 miliardi avrebbero dovuto valerne 1.858 nel 2025. Ne valgono 1.603,2. La differenza, circa 255 miliardi, è potere d’acquisto evaporato dai conti correnti degli italiani.
Il calcolo non tiene conto degli interessi maturati, che sui conti correnti sono stati prossimi allo zero per gran parte del periodo. Sul singolo risparmiatore la proporzione non cambia: 10.000 euro fermi su un conto nel 2020 oggi comprano beni e servizi per circa 8.630 euro, come restituisce il calcolo della rivalutazione monetaria ISTAT applicato a una singola giacenza. La perdita reale è del 13,7%, e riguarda la componente che gli italiani considerano la più sicura del proprio patrimonio.
Il dettaglio del 2025 mostra un movimento opposto all’interno della stessa liquidità : i conti correnti crescono di 34,8 miliardi mentre gli altri depositi arretrano di 11,4, segno che le famiglie hanno privilegiato la disponibilità immediata rispetto ai conti deposito vincolati, gli unici strumenti bancari che nel periodo abbiano remunerato la raccolta.
Deflazionando le principali voci del patrimonio con l’indice NIC, il quadro di crescita generalizzata si assottiglia. La ricchezza reale aumenta, ma di poco più di un terzo rispetto a quanto suggerisce il dato nominale.
| Voce e variazione nominale 2020-2025 | Variazione reale |
|---|---|
| Patrimonio finanziario totale, +35,1% | +13,2% |
| Azioni, +113,3% | +78,6% |
| Titoli e obbligazioni, +111,5% | +77,1% |
| Fondi comuni, +30,9% | +9,6% |
| Biglietti e depositi, +3,0% | -13,7% |
| Polizze assicurative, -1,0% | -17,1% |
La voce che sostiene l’intero incremento merita di essere aperta. Dei 2.077,2 miliardi di azioni detenute dalle famiglie nel 2025, 1.933,6 miliardi sono partecipazioni in imprese e banche italiane e 143,6 miliardi sono emittenti stranieri. All’interno della componente italiana, i titoli quotati valgono 99,1 miliardi. Il 95% del portafoglio azionario delle famiglie italiane è quindi capitale di società non quotate.
Non si tratta di risparmiatori entrati in Borsa ma imprenditori, soci e famiglie proprietarie di aziende, il cui patrimonio è la quota della propria impresa. Sulla crescita di 292,9 miliardi registrata nel 2025, i titoli quotati contribuiscono per 20,9 miliardi, il 7% del totale. Il resto è rivalutazione del valore di partecipazioni che non passano da alcun mercato regolamentato e che le famiglie non possono liquidare con un click.
Il boom azionario che le agenzie hanno raccontato come segnale di una nuova cultura finanziaria è, in larga misura, la rivalutazione contabile del capitale delle imprese familiari italiane. È ricchezza reale ma illiquida, concentrata su chi possiede un’azienda e per definizione assente dai patrimoni della maggioranza delle famiglie, che di azioni non ne detengono affatto.
Il quinto dato che il comunicato non mette in evidenza riguarda il comparto assicurativo. Le polizze vita valevano 1.186 miliardi nel 2020 e ne valgono 1.174,4 nel 2025: 11,6 miliardi in meno, con la quota sul portafoglio scesa dal 24,7% al 18,1%. Il recupero di 46 miliardi messo a segno nel 2025 arriva dopo il crollo del 2022, quando lo stock scese a 1.065,3 miliardi per effetto della svalutazione dei portafogli obbligazionari sottostanti alle gestioni separate. Il comparto ha risalito la china, senza tornare al punto di partenza.
Il Cassetto fiscale dell’Agenzia delle Entrate si apre ai software gestionali di imprese, professionisti e intermediari. I dati e i documenti fiscali potranno confluire direttamente negli applicativi, senza doverli scaricare a mano dall’area riservata, grazie a una nuova famiglia di servizi di interoperabilità che mettono in dialogo i sistemi degli utenti con quelli del Fisco. L’Agenzia ha fissato le regole del nuovo canale e ha annunciato il primo servizio, quello dedicato alle Certificazioni Uniche, mentre l’avvio effettivo sarà comunicato con un successivo avviso.
In sintesi:
Il provvedimento dell’Agenzia delle Entrate n. 200918 del 6 luglio 2026 introduce i servizi di interoperabilità che collegano i software gestionali di contribuenti e intermediari ai sistemi dell’Amministrazione finanziaria. In attuazione dell’articolo 23 del D.Lgs. n. 1/2024, l’obiettivo è rafforzare il contenuto conoscitivo del cassetto fiscale, aggiungendo alla consultazione manuale dell’area riservata l’acquisizione automatizzata dei documenti direttamente negli applicativi. La platea comprende gli utenti registrati a Entratel e Fisconline e gli intermediari delegati, che possono acquisire i dati propri e quelli dei clienti che li hanno abilitati alla consultazione del cassetto fiscale.
Lo scambio dei dati passa per la piattaforma API management dell’Agenzia delle Entrate, basata sul modello Application Programming Interface, che consente ai gestionali di richiedere e ricevere informazioni in formato strutturato e di renderle subito utilizzabili negli applicativi. L’infrastruttura è la stessa già istituita con il provvedimento del 4 aprile 2023, ora estesa ai nuovi servizi del cassetto fiscale. Per ciascun servizio l’Agenzia pubblica specifiche dedicate, che disciplinano l’integrazione tra i sistemi degli utenti e quelli dell’ente e assicurano sicurezza, integrità e riservatezza delle informazioni scambiate.
L’attivazione avviene nell’area riservata del sito dell’Agenzia delle Entrate, nella sezione dedicata al Catalogo dei servizi di interoperabilità , ed è sempre l’utente a doverla richiedere. L’adesione a ciascun servizio segue una sequenza guidata:

Dal catalogo l’utente seleziona il servizio e conferma l’attivazione, accettando le condizioni di utilizzo previste per quel servizio.

Dopo la conferma è possibile scaricare il file con il client secret, le credenziali che vanno gestite all’interno del gestionale secondo le indicazioni del produttore del software. Quando il client secret scade se ne genera uno nuovo dalla funzione dedicata nei servizi attivati, confermando la richiesta di rigenerazione. La piattaforma mette a disposizione anche una modalità test, utile per verificare la configurazione nei propri sistemi prima dell’uso effettivo.

Il primo servizio di interoperabilità riguarderà lo scarico massivo delle Certificazioni Uniche relative agli anni d’imposta 2024 e 2025, da utilizzare per l’elaborazione della dichiarazione dei redditi. La data di avvio non è ancora fissata dal provvedimento: sarà comunicata con un apposito avviso sul sito dell’Agenzia delle Entrate. Per gli intermediari delegati la richiesta massiva delle CU dei contribuenti è già disciplinata da un canale dedicato, che con l’interoperabilità arriva anche sui gestionali tramite API. Il vantaggio per chi lo attiverà è saltare il collegamento manuale e l’importazione documento per documento, riducendo gli errori di trascrizione e di caricamento.
Dopo le Certificazioni Uniche, l’Agenzia delle Entrate attiverà progressivamente altri servizi di interoperabilità , annunciati di volta in volta con avvisi dedicati. Il disegno del provvedimento estende l’acquisizione automatica a dati, atti e comunicazioni del cassetto fiscale, compresi i ruoli dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione riferiti ad atti impositivi. Per studi professionali e imprese strutturate significa un cassetto fiscale sempre più integrato con i software di gestione, con meno accessi manuali all’area riservata.
Il portale nato per la sicurezza pubblica si è trasformato in una leva di controllo fiscale. L’Agenzia delle Entrate sta usando le presenze che le strutture ricettive comunicano quotidianamente alle Questure tramite Alloggiati Web per far emergere i redditi non dichiarati sugli affitti brevi, e chi gestisce una locazione turistica si trova a dover dimostrare la coerenza tra gli ospiti registrati e gli incassi portati in dichiarazione.
In sintesi, i riferimenti dei controlli:
L’incrocio dei dati confronta le presenze comunicate alle Questure con i redditi dichiarati e con i corrispettivi trasmessi dalle piattaforme, così da isolare le posizioni incoerenti. Ogni struttura ricettiva, entro le 24 ore dall’arrivo dell’ospite, comunica le generalità degli alloggiati tramite Alloggiati Web, il portale della Polizia di Stato previsto dall’art. 109 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza. Quelle stesse informazioni, un tempo lette solo in chiave di ordine pubblico, alimentano oggi le banche dati dell’Amministrazione finanziaria, che le raffronta con le dichiarazioni dei redditi e con le fatture elettroniche per individuare chi ha registrato ospiti senza riportare i relativi incassi.
Il flusso informativo si è ampliato con l’anagrafe europea delle locazioni brevi, che obbliga le piattaforme a trasmettere su base mensile pernottamenti, ospiti e codice dell’immobile: dati che confluiscono verso l’Agenzia delle Entrate e rendono il raffronto sempre più fitto.
I questionari raggiungono i gestori la cui posizione mostra una distanza tra ospiti registrati e redditi dichiarati, con priorità alle omissioni dichiarative totali. Lo strumento si fonda sull’art. 32, comma 1, n. 4, del DPR 600/1973, che consente all’ufficio di chiedere dati e notizie di carattere specifico indicandone il motivo. Al gestore viene richiesto di indicare numero di ospiti, durata dei soggiorni e importi percepiti, entro un termine fissato dall’ufficio e comunque non inferiore a 15 giorni.
La platea è ampia e comprende alberghi, case vacanza, affittacamere e bed and breakfast, insieme a chi affitta un appartamento in forma privata quando la gestione risulta continuativa. La mancata risposta, oltre alla sanzione da 250 a 2.000 euro prevista dall’art. 11, comma 1, del D.Lgs. 471/1997, apre la strada a una ricostruzione del reddito meno favorevole.
L’accertamento induttivo permette all’ufficio di stimare i ricavi sulla base delle presenze comunicate quando il contribuente resta silente, ai sensi dell’art. 39, comma 2, lettera d-bis, del DPR 600/1973. Il silenzio produce anche un secondo effetto: i documenti non trasmessi in risposta all’invito diventano inutilizzabili a favore del contribuente nel successivo contenzioso, secondo l’art. 32, comma 4, dello stesso decreto.
Questa preclusione, però, opera solo se l’invito avverte in modo esplicito delle conseguenze dell’inadempimento, come chiarito dalla Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 6092/2022, e la sola omessa risposta non basta di per sé a giustificare la rettifica in assenza di ulteriori elementi.
Chi riceve il questionario ha quindi interesse a rispondere nei termini e a produrre subito la documentazione, perché il valore difensivo di quei documenti si perde se restano nel cassetto.
Le presenze comunicate ad Alloggiati Web contano le persone alloggiate, non gli incassi, e per questo sovrastimano quasi sempre i corrispettivi effettivi. Una prenotazione da quattro ospiti per tre notti genera dodici presenze nel portale della Questura e un solo pagamento: ricostruire il reddito moltiplicando le presenze per una tariffa media porta a un importo lontano dalla realtà .
Ipotizziamo per esempio un appartamento con 220 presenze registrate in un anno. Una stima induttiva a 80 euro di tariffa media restituirebbe 17.600 euro di ricavi presunti, mentre la somma dei pagamenti realmente ricevuti, documentata con i rendiconti delle piattaforme e con gli estratti conto, può fermarsi intorno a 7.000 euro. La distanza tra la pretesa e l’imponibile reale misura lo spazio di difesa, e dipende dal regime fiscale applicato.
Il locatore che ha scelto la cedolare secca sugli affitti brevi ha come base imponibile il totale dei corrispettivi lordi percepiti, senza deduzione delle spese, perciò la difesa consiste nel provare gli incassi reali e non nel dedurre costi. Chi affitta tramite intermediari online ha spesso già subito la ritenuta del 21% trattenuta e versata dalla piattaforma ai sensi del DL 50/2017, con i dati trasmessi all’Agenzia tramite Certificazione Unica: in questi casi il reddito è già tracciato e il questionario tende a colpire gli incassi rimasti fuori dal circuito della ritenuta.
Per il gestore che opera in forma d’impresa il reddito d’impresa si calcola sottraendo ai ricavi i costi documentati con pagamenti tracciabili, dalle commissioni delle piattaforme alle spese di pulizia e biancheria fino alle utenze. Qui l’indicazione delle spese incide davvero sull’imponibile, all’opposto di quanto vale in cedolare. La qualificazione imprenditoriale può scattare anche sotto le soglie numeriche quando la gestione è continuativa e organizzata, con la conseguenza di un recupero a reddito d’impresa e a IVA e senza scomputo automatico della ritenuta già versata dalle piattaforme.
La risposta efficace ricostruisce ogni soggiorno collegando presenze, prenotazioni, incassi e documentazione bancaria, così da opporre alle presenze registrate i corrispettivi effettivi. Vanno raccolti i rendiconti delle piattaforme, le ricevute di pagamento, gli estratti conto e le comunicazioni già inviate alla Questura, e vanno riconciliati con quanto riportato in dichiarazione.
Per chi rientra nel modello ordinario, la corretta indicazione dei redditi da locazione breve nel Quadro B del 730 chiude il raffronto con i dati in possesso dell’ufficio. Quando il termine assegnato è troppo breve, una richiesta motivata di proroga inviata prima della scadenza tutela la posizione e conserva il diritto di produrre i documenti.
La delega dell’acquisto a un agente di intelligenza artificiale è ormai realtà per chi vende online. La ricerca che Adyen ha presentato a Milano il 7 luglio 2026 misura quanti italiani sarebbero disposti a far comprare l’AI al posto loro. Negli stessi giorni, Visa ha annunciato le prime transazioni agentiche in Europa. La domanda e l’infrastruttura di pagamento si sono dunque già incontrate .
In sintesi:
La rilevazione è stata condotta da Censuswide su un campione italiano di 2.000 consumatori e 500 retailer, all’interno di un’indagine europea che ha coinvolto 20.000 consumatori in dieci Paesi e 3.000 merchant retail, con raccolta dati tra il 5 e il 20 maggio 2026.
Il 43% dei consumatori italiani si dichiara disposto a lasciare che un assistente AI gestisca l’intero percorso d’acquisto, transazione compresa, una volta impostati i criteri di spesa. È il dato che Adyen mette in prima linea, e attraversa tutte le fasce d’età : Millennial al 45%, Gen X e Gen Z al 42%, Baby Boomer al 41%. L’uso già in corso degli assistenti AI per lo shopping riguarda invece il 34% degli italiani negli ultimi dodici mesi, trainato da Gen Z (52%) e Millennial (44%), con un 13% che si è avvicinato allo strumento per la prima volta nell’ultimo anno, anche solo per farsi consigliare un prodotto.
Chi li usa dichiara vantaggi di efficienza: il 65% risparmia tempo nella ricerca dei prodotti e il 64% si orienta meglio in un’offerta online troppo ampia. Il 54% vorrebbe che i negozi impiegassero l’AI per proposte proattive.
A rendere più completo il quadro sui trend di interesse per i merchant sono i dati del rapporto Mastercard sul mercato italiano, presentato il 19 giugno 2026 all’Innovation Forum, evidenziano che – in senso ampio, due terzi degli italiani si servono dell’intelligenza artificiale a supporto degli acquisti: ad esempio per la ricerca di prodotto su un chatbot.
Il mercato è ancora agli inizi ed i margini di espansione soni ampi. Il primo step è superare lo scetticismo e garantire sicurezza e conformità : il 45,2% dei consumatori italiani ritiene ancora che i rischi dell’AI nei pagamenti superino i benefici, e il 57,8% si dichiara curioso ma esitante. Ma le premesse ci sono tutte.
La ricerca copre cinque sotto-settori — lusso, abbigliamento e accessori, elettronica ed elettrodomestici, casa e arredamento, cosmetica — con 500 rispondenti per mercato. L’80% di apertura descrive quindi il retail di prodotto, non l’universo delle imprese commerciali italiane: chi vende servizi, alimentari freschi o lavora in B2B non è compreso in quel numero.
La disponibilità a far comprare l’AI è condizionata, e nei dati Adyen le condizioni riguardano il dopo-acquisto più della tecnologia. Il 38% degli italiani indica come priorità procedure di reso, rimborso e assistenza semplici; il 34% chiede la garanzia che l’agente ottimizzi il rapporto qualità -prezzo; il 32% vuole sapere chi risponde in caso di errore, se il fornitore dell’AI, il negozio o l’utente. Sicurezza dei dati di pagamento e privacy contano per il 32%, la possibilità di annullare l’acquisto scelto dall’agente per il 31%.
Chi rifiuta la delega lo fa per ragioni di controllo: il 48% preferisce navigare e decidere in autonomia, il 39% non ne vede la necessità perché considera lo shopping già abbastanza semplice, il 36% teme errori su taglia, colore o prodotto, un altro 36% cita privacy e sicurezza dei dati e il 33% non si fida della selezione finale operata dall’AI. Sono obiezioni che riguardano il servizio post-vendita del negozio, non la potenza del modello linguistico.
L’80% dei retailer intervistati da Adyen si dichiara aperto ad abilitare l’agentic commerce, cioè agenti AI autonomi in grado di acquistare per conto del consumatore. Il 41% lo colloca tra le priorità strategiche e il 48% prevede di investire nella tecnologia entro dodici mesi. Le condizioni che pongono somigliano a quelle dei loro clienti: il 30% chiede protezione dei dati sensibili contro violazioni e frodi, un altro 30% vuole essere tutelato dai costi degli errori commessi dagli agenti, il 29% chiede conformità alle policy interne e alle regole vigenti, il 28% un’integrazione semplice con i sistemi già in casa.
I dati Adyen indicano che l’AI non è una novità per questi negozi: il 62% la impiega già nel customer service, tra chatbot e assistenti virtuali, e il 57% a supporto di marketing e consigli personalizzati. La differenza è che finora l’AI parlava con il cliente per conto del negozio, mentre l’agentic commerce la mette a parlare con il negozio per conto del cliente. Il freno che ne deriva è commerciale prima che tecnologico: il 37% teme di perdere il rapporto diretto con chi compra.
Se scoperta del prodotto, confronto dei prezzi e scelta finale avvengono dentro una conversazione, il merchant riceve un ordine e perde tutto ciò che sta a monte, cioè la query, le alternative valutate, il momento dell’esitazione.
Gabriele Bellezze, country manager di Adyen Italia, ha indicato come direzione quella di rendere l’AI un canale aggiuntivo lasciando al retailer il controllo sulla relazione e sui dati.
Il freno più citato dai retailer, nei dati completi della ricerca Adyen, non è la disintermediazione. È il timore di decisioni di acquisto errate o imprevedibili, indicato dal 39%, davanti al 37% che teme la perdita di relazione e al 26% preoccupato da transazioni non sicure, tra frodi, acquisti non autorizzati e chargeback. La gerarchia dice qualcosa di preciso su come le aziende guardano a questa tecnologia: prima di chiedersi se l’agente porterà via il cliente, si chiedono se comprerà la cosa giusta.
Il quadro si complica leggendo i numeri Adyen sulle frodi. Il 22% delle aziende ha riscontrato un aumento quantificabile dei tentativi di frode basati sull’AI negli ultimi dodici mesi, e il 34% impiega l’AI per prevenire transazioni fraudolente. Lo stesso strumento che si vorrebbe accogliere come canale di vendita sta già bussando alla porta come vettore di attacco, e il negozio deve imparare a distinguere i due casi in tempo reale.
La stretta finale arriva dal checkout. Sempre secondo la rilevazione Adyen, il 20% dei retailer trova difficile verificare l’identità del cliente senza creare attrito nel percorso d’acquisto, e il 19% è riluttante ad aggiungere misure di sicurezza come l’autenticazione a due fattori perché teme un aumento dell’abbandono del carrello. Sono le stesse imprese che, per accettare un acquisto agentico, dovranno autenticare un’operazione avviata da una macchina. La contraddizione tra la voglia di aprire e la paura di irrigidire il checkout è il vero ostacolo, e non si risolve con un fornitore: si risolve decidendo quanto rischio si è disposti ad assorbire.
Oltre i dati della ricerca, la domanda pratica per chi vende online riguarda la leggibilità del proprio negozio da parte di una macchina. Un agente che deve comprare ha bisogno di trovare il catalogo, capire disponibilità e prezzo, farsi riconoscere come agente legittimo e non come bot ostile, e completare un pagamento che regga l’autenticazione forte. Tre famiglie di protocolli si stanno dividendo questi compiti, e ognuna chiede al merchant qualcosa di diverso.
| Protocollo | Cosa richiede al merchant |
|---|---|
| ACP (OpenAI e Stripe, open source) | Un feed prodotto aggiornato secondo la specifica e un endpoint di checkout esposto agli agenti. Il pagamento viaggia su un token temporaneo vincolato al singolo acquisto, così l’agente non vede mai i dati della carta. Il negozio rimane merchant of record e mantiene la responsabilità dell’ordine. |
| AP2 (Google, con oltre sessanta partner tra cui Adyen; dall’aprile 2026 in governance FIDO Alliance) | La capacità di leggere e verificare i mandati crittografici con cui l’utente autorizza l’agente. Serve a dimostrare, a valle, che quell’acquisto era stato voluto: è il livello che risponde alla domanda su chi risponde degli errori. |
| TAP (Visa con Cloudflare) | La verifica della firma che l’agente inserisce nelle richieste HTTP, controllabile contro un registro. Serve a distinguere un agente affidabile dal traffico automatico da bloccare, e riguarda direttamente chi oggi filtra i bot a monte del sito. |
La conseguenza: un e-commerce che oggi blocca indiscriminatamente il traffico automatico per difendersi dallo scraping sta anche chiudendo la porta agli agenti che vorrebbero comprare. La regola di filtro dei bot diventa una scelta commerciale, e va rivista con la stessa attenzione che si dedica a un canale di vendita.
L’acquisto agentico deve rispettare due vincoli europei già scritti. Il primo riguarda l’autenticazione del pagamento: la Strong Customer Authentication richiesta dalla normativa europea sui servizi di pagamento non ammette deroghe perché a premere il tasto sia una macchina, e le prime transazioni live l’hanno soddisfatta usando le passkey. Un pagamento avviato da un agente rimane un pagamento autenticato dal titolare.
Il secondo è l’obbligo di trasparenza dell’art. 50 del Regolamento (UE) 2024/1689, l’AI Act, applicabile dal 2 agosto 2026 ai sensi dell’art. 113: un sistema destinato a interagire con le persone deve essere progettato in modo che l’interlocutore sappia di parlare con una macchina, salvo che la circostanza sia evidente. L’obbligo grava sul fornitore del sistema, e il negozio che mette un assistente conversazionale a contatto con il pubblico deve accertarsi che la segnalazione ci sia.
Il pacchetto Digital Omnibus approvato dal Consiglio UE il 29 giugno 2026 rinvia gli obblighi sui sistemi ad alto rischio senza toccare l’art. 50, con l’eccezione della marcatura dei contenuti sintetici. Chi vende online e sta valutando strumenti di intelligenza artificiale per il proprio negozio ha una scadenza da rispettare prima ancora di scegliere il fornitore.
La zona grigia riguarda la responsabilità dell’errore. Se l’agente ordina il prodotto sbagliato, o lo ordina due volte, il consumatore ha la tutela ordinaria dei contratti a distanza e il negozio si trova una controversia con una controparte che non ha mai visto la scheda prodotto. È esattamente la voce che nella ricerca Adyen il 32% dei consumatori e il 30% dei retailer indicano come condizione preliminare, e su cui il quadro normativo non offre ancora una risposta dedicata.
Le verifiche che un negozio online può fare prima di investimento in tecnologia:
Adyen è la piattaforma tecnologico-finanziaria che fornisce infrastruttura di pagamento end-to-end, analisi dei dati di transazione e prodotti finanziari in un’unica soluzione integrata. Con uffici in tutto il mondo, collabora con marchi come Meta, Uber, H&M, eBay e Microsoft, e tra i clienti italiani figurano Diesel, Lavazza, Rinascente, Prada, Eataly e Kiko. In Italia è guidata dal country manager Gabriele Bellezze.
Sul fronte dell’agentic commerce la società è parte della partita infrastrutturale che la sua ricerca fotografa: è tra le organizzazioni che hanno contribuito al protocollo AP2 di Google, oggi in governance presso la FIDO Alliance, ed è citata nella specifica ACP tra i fornitori di pagamento compatibili. Il prodotto dedicato si chiama Adyen Agentic, una suite di API modulari che funge da traduttore tra le interfacce AI e i sistemi dei merchant.
È scattato il 1° luglio 2026 l’obbligo di installare il tachigrafo intelligente di seconda generazione sui veicoli commerciali leggeri oltre le 2,5 tonnellate impiegati nel trasporto internazionale di merci o nel cabotaggio. La soglia scende dalle 3,5 tonnellate finora richieste e applica le regole europee sui tempi di guida e di riposo a migliaia di furgoni che operavano al di fuori dei controlli elettronici riservati ai mezzi pesanti.
In sintesi:
Dal 1° luglio 2026 i veicoli con massa massima ammissibile tra 2,5 e 3,5 tonnellate, compresi eventuali rimorchi o semirimorchi, devono montare il tachigrafo intelligente di seconda generazione (G2V2) quando effettuano trasporto internazionale di merci o cabotaggio. L’estensione nasce dal Pacchetto Mobilità dell’Unione europea, in particolare dal Regolamento (UE) 2020/1054, che ha modificato sia il Regolamento (CE) 561/2006 sui tempi di guida e di riposo sia il Regolamento (UE) 165/2014 sui tachigrafi. Fino a questa data l’obbligo riguardava solo i mezzi oltre le 3,5 tonnellate, a prescindere dal tipo di trasporto.
L’ambito di applicazione è fissato dall’art. 2, paragrafo 1, lettera a-bis) del Regolamento (CE) 561/2006, che include i veicoli sopra le 2,5 tonnellate impiegati in operazioni internazionali o di cabotaggio; le esenzioni per il conto proprio derivano dall’art. 3. Le prime indicazioni operative sono contenute nella circolare del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti prot. n. 9674 del 16 aprile 2026.
Rientrano nell’obbligo le attività di trasporto merci in conto terzi effettuati in ambito internazionale o di cabotaggio e i trasporti in conto proprio internazionali quando la guida è l’attività principale del conducente; sono esclusi i trasporti solo nazionali e quelli internazionali in conto proprio in cui la guida non è l’attività prevalente.
| Situazione | Tachigrafo G2V2 |
|---|---|
| Trasporto internazionale di merci in conto terzi | obbligatorio |
| Cabotaggio in un altro Stato UE | obbligatorio |
| Trasporto internazionale in conto proprio, guida come attività principale | obbligatorio |
| Trasporto solo nazionale, in conto terzi o in conto proprio | escluso |
| Trasporto internazionale in conto proprio, guida non attività principale | escluso |
Nei casi meno lineari valgono tre criteri.
Il tachigrafo G2V2 registra automaticamente gli attraversamenti di frontiera tramite il sistema di localizzazione satellitare GNSS e memorizza la posizione del veicolo all’inizio del viaggio, ogni tre ore cumulative di guida e durante le operazioni di carico e scarico. Attraverso comunicazioni DSRC trasmette alcuni dati alle autorità anche durante la marcia, per verifiche a distanza. I dati di localizzazione sono consultabili nella stampa delle attività giornaliere.
L’uso del dispositivo comporta per gli autisti l’obbligo di dotarsi della carta del conducente e di scaricare periodicamente i dati, oltre al rispetto dei limiti su ore di guida e periodi di riposo già previsti per i mezzi pesanti.
Per essere in regola servono l’installazione del G2V2 presso un’officina autorizzata e il rilascio della carta del conducente, che si richiede alla Camera di commercio con tempi di consegna che possono arrivare a due settimane, da avviare quindi in anticipo. Chi alterna tratte nazionali e internazionali attiva la funzione out of scope sulle tratte esclusivamente nazionali, che segnala l’attività fuori dal campo di applicazione del regolamento europeo.
In caso di controllo su una tratta internazionale il conducente deve garantire la continuità delle registrazioni del giorno in corso e dei 56 giorni precedenti, salvo chi non fosse mai stato soggetto al Regolamento (CE) 561/2006 prima del 1° luglio 2026. Per le imprese diventano centrali formazione, organizzazione e controllo degli autisti, che guidando veicoli fino a 3,5 tonnellate non sono automaticamente tenuti alla carta di qualificazione del conducente.
L’adeguamento di un furgone al tachigrafo G2V2 è stimato dalle associazioni di settore tra 900 e 2.400 euro per veicolo, a cui si aggiungono le tarature periodiche e la formazione degli autisti. Chi circola senza il dispositivo obbligatorio incorre nella sanzione dell’art. 179 del Codice della Strada, da 866 a 3.464 euro, con sospensione della patente da quindici giorni a tre mesi. Le aziende che valutano di rinnovare la flotta per assorbire i nuovi costi possono contare sugli incentivi statali per i veicoli commerciali leggeri.
Secondo un’indagine IRU di maggio 2026, l’88% dei furgoni impiegati nel trasporto transfrontaliero non era ancora dotato del dispositivo e solo il 27,7% degli operatori si dichiarava pronto, su una platea stimata di circa tre milioni di veicoli tra Unione europea, Spazio economico europeo e Regno Unito. Il divario tra obbligo e preparazione espone le imprese meno strutturate al rischio di fermi e sanzioni nei primi controlli.
Sì. Anche un singolo trasporto internazionale di merci a titolo oneroso con un veicolo oltre le 2,5 tonnellate fa scattare l’obbligo del G2V2; conta l’uso del mezzo, non la frequenza degli spostamenti.
In genere no. Il trasporto internazionale in conto proprio è escluso quando la guida non è l’attività principale del conducente, come nel caso dell’artigiano che sposta materiali o attrezzature per il proprio lavoro; la valutazione va fatta caso per caso in base a mansioni e organizzazione aziendale.
Lo SPID a pagamento ormai non è più l’eccezione di pochi gestori: nel 2026 sei identity provider applicano un canone annuale per l’identità digitale personale, con prezzi annuali da 5,98 a 9,99 euro mentre gli altri la rilasciano ancora senza abbonamento. Dopo gli apripista Aruba e InfoCert, la vera svolta è arrivata con Poste Italiane, che chiede 6 euro dal secondo anno di attivazione e da sola gestisce quasi 29 milioni di identità su circa 40 milioni attive.
Ad oggi sei gestori offrono SPID a pagamento sono gratuiti. Di seguito i costi aggiornati per ogni provider, le categorie esentate, gli effetti del mancato rinnovo e i criteri per scegliere dove attivare o dove spostare la propria identità digitale.
Sei gestori chiedono oggi un abbonamento annuale per lo SPID personale. Il primo anno è gratuito per i nuovi utenti, il canone scatta dal secondo, e in nessun caso il rinnovo è tacito: senza un’adesione esplicita l’accesso ai servizi si interrompe.
| Gestore | Canone annuale e condizioni |
|---|---|
| PosteID | 6 euro IVA inclusa dal secondo anno; esenti minorenni, over 75, residenti all’estero e titolari di identità a uso professionale; senza pagamento l’accesso è sospeso e l’identità continua a esistere per 24 mesi dall’ultimo utilizzo |
| Aruba ID | 4,90 euro più IVA dal secondo anno, pari a 5,98 euro; senza rinnovo l’identità è disattivata alla scadenza, insieme agli eventuali SPID per minori collegati |
| InfoCert ID | 5,98 euro IVA inclusa dal secondo anno; il rinnovo richiede il consenso esplicito dell’utente, in mancanza del quale l’identità è sospesa |
| Namirial ID | 9,99 euro più IVA per il rinnovo di SPID Full, gratuito solo per chi ha attivo un altro servizio Namirial; chi non rinnova passa a SPID Lite, che non dà accesso ai servizi della PA |
| SpidItalia (Register.it) | 9,90 euro più IVA dal secondo anno, il canone più alto tra i gestori con abbonamento ordinario |
| TeamSystem ID | 7 euro più IVA, pari a 8,54 euro l’anno |
Il caso Namirial merita attenzione perché il meccanismo differisce da quello degli altri. Chi lascia scadere il rinnovo subisce un declassamento, non una sospensione: l’identità continua a funzionare sui servizi privati aderenti e smette di funzionare su INPS, Agenzia delle Entrate e Fascicolo sanitario, cioè proprio sui servizi per cui è stata attivata. Chi ha già una PEC o una firma digitale dello stesso gestore non paga nulla.
Sei gestori non applicano alcun abbonamento ricorrente per l’identità digitale personale: Sielte, Lepida, EtnaID, Intesi Group, ID InfoCamere e TIM ID. L’assenza di canone riguarda però il solo mantenimento dell’identità negli anni: la fase di riconoscimento iniziale in alcuni casi può essere a pagamento anche presso questi provider, e con la procedura a distanza tramite operatore la spesa arriva a superare i 30 euro una tantum.
Il costo effettivo dipende quindi da come si sceglie di farsi identificare:
Una volta rilasciata, l’identità digitale apre gli stessi servizi degli SPID a pagamento, perché le credenziali di qualunque gestore accreditato hanno identico valore legale. La differenza tra un provider a canone e uno senza si misura quindi sul lungo periodo: chi ha CIE o firma digitale non spende nulla in nessuno dei due momenti, chi non le ha paga una volta sola all’inizio con i gestori senza canone e ogni anno con gli altri.
Da segnalare anche un’uscita dal sistema: In.Te.S.A. non ha rinnovato la convenzione e ha cessato l’attività di gestore dell’identità digitale, come indicato sul portale istituzionale SPID. Chi aveva le sue credenziali deve attivarne di nuove presso un altro provider.
La scelta si risolve guardando a servizi, procedure di attivazione e prezzo di listino. Ecco le combinazioni più frequenti:
Il cambio di gestore è sempre possibile e non comporta la perdita di dati o pratiche: le identità sono equivalenti e si può attivare la nuova prima di revocare la vecchia. La sequenza corretta è quella, mai il contrario, per non trovarsi senza accesso ai servizi nel mezzo di una scadenza fiscale o di una domanda INPS.
Lo SPID per i minori applica regole a parte, sia sul rilascio sia sui servizi accessibili.
Il mercato dell’identità digitale si è complicato negli ultimi anni, con una sovrapposizione fra SPID e CIE, la Carta d’Identità Elettronica. Sono due sistemi analoghi, nel senso che entrambi danno le credenziali di accesso a tutti i servizi della Pubblica Amministrazione. Il Governo ha più volte manifestato l’intenzione di superare SPID a favore della carta d’identità elettronica, pur continuando a rinnovare le convenzioni con i provider.
Il Sistema Pubblico di Identità Digitale è stato il primo dei due a entrare in funzione ed è molto più utilizzato della CIE, quindi una transizione andrebbe guidata e regolata, per dare a tutti la possibilità di adeguarsi. Nell’autunno 2025 la convenzione con i gestori è stata rinnovata per altri cinque anni, con lo sblocco del finanziamento di 40 milioni previsto da un decreto del 2023 e mai erogato per tempo.
È quel ritardo ad aver aperto la strada ai canoni. Per i gestori il servizio non è profittevole e la convenzione consente loro di chiedere un corrispettivo ai cittadini: il risultato è un sistema pubblico con listini privati, che nessuna norma uniforma.
La CIE non prevede canoni: l’identità digitale associata alla Carta d’identità elettronica è rilasciata dallo Stato e il suo utilizzo online è gratuito, a fronte del solo costo di emissione del documento, pari a 16,79 euro oltre ai diritti fissi e di segreteria stabiliti dal Comune. Le credenziali di livello 1 e 2 si attivano online con la prima metà del PUK, e il livello 3 richiede uno smartphone NFC con l’app CieID.
Il limite della CIE riguarda l’età del titolare. Le credenziali dei minorenni tra 5 e 18 anni aprono soltanto i portali degli istituti scolastici, e le funzionalità per la fascia 14-18 anni sono ancora in corso di analisi presso il Ministero dell’Interno. Per un figlio che deve accedere a INPS o al Fascicolo sanitario, quindi, l’unica strada praticabile è lo SPID.
Eduardo Montefusco, noto come Eddy, è il fondatore di FitActive, la catena di palestre più grande d’Italia. Prima di diventare imprenditore di successo, ha lavorato per anni come venditore porta a porta e come programmatore informatico. Partito con 417.000 euro di debiti, oggi gestisce un’azienda con 180 sedi in sette paesi nel mondo e 150 milioni di euro di fatturato.
Il team del canale YouTube Chapeau lo ha incontrato a Milano per ripercorrere i 19 anni della sua incredibile carriera imprenditoriale. Nell’intervista, Montefusco si racconta a cuore aperto, svelando i momenti più bui vicini al fallimento, gli sfratti e le intuizioni geniali che lo hanno portato al vertice assoluto del settore.
A 23 anni, Eduardo era convinto che avrebbe fatto il programmatore di professione per tutta la vita. Tuttavia, nel 2005, mentre si iscriveva in palestra, il proprietario notò la sua professione e gli commissionò un software e un sito web. Successivamente, il titolare ebbe problemi con la sua struttura e gli propose di diventare socio della nuova attività investendo 30.000 euro. Nel 2006 Eddy fu catapultato in un mondo del tutto nuovo, passando dal computer alle relazioni umane, iniziando a vendere i primi abbonamenti.
I primi tempi si rivelarono estremamente difficili e, nel gennaio del 2009, il suo primo socio abbandonò l’attività per motivi personali, lasciandolo amministratore a soli 26 anni con 417.000 euro di debiti pregressi. Eduardo dovette affrontare ufficiali giudiziari, sfratti esecutivi e gravi attacchi di panico dovuti allo stress. Per salvare l’azienda, trasformò la reception della palestra in un vero e proprio call center per rinnovare gli abbonamenti in scadenza, riuscendo a crescere del 30% in un solo anno e a ripagare tutti i debiti accumulati.
Nel 2015, Eduardo ebbe l’intuizione di applicare al mondo del fitness il modello Ryanair nei viaggi aerei, vendendo abbonamenti a prezzi stracciati e tenendo le strutture aperte 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Per riuscire ad abbattere i costi in modo scalabile, centralizzò acquisti e software, standardizzando gli spazi, gli attrezzi e i colori, e scegliendo l’iconico arancione e nero ispirandosi casualmente ai giubbotti degli operai di un cantiere stradale. Da lì, FitActive ha vissuto un’espansione irrefrenabile attraverso un modello di partnership in cui la sua holding detiene quote, dal 51% al 100%, di ogni singola palestra.
L’arrivo improvviso del Covid-19 ha quasi azzerato il fatturato dell’azienda, ma grazie a 2,8 milioni di euro di finanziamenti ricevuti in due tranche, le palestre hanno potuto completare i cantieri e continuare le aperture nonostante la crisi. Superata la pandemia, FitActive ha varcato i confini nazionali, aprendo nuove sedi a Barcellona, in Svizzera, in Romania, in Albania, in Macedonia del Nord e in Brasile, il paese di origine della moglie di Eduardo.
Nonostante le numerose e ricche offerte di acquisizione, Eduardo rifiuta sistematicamente di vendere ai fondi di investimento perché il suo obiettivo personale è continuare a fare questo lavoro, dato che lo diverte moltissimo. Oggi ha abbandonato le tecniche di vendita aggressive del passato per il puro incasso, preferendo un approccio sano incentrato sulla ricerca dell’eccellenza per il cliente. A chi vuole fare impresa in Italia, l’imprenditore consiglia di prediligere sempre la velocità alla precisione, di agire mossi dalla propria passione e di studiare continuamente per valorizzare al massimo il proprio talento.
Un ragazzo di quindici anni che deve consultare il proprio Fascicolo sanitario elettronico o verificare i punti della patente del ciclomotore ha oggi una sola strada per farlo da solo: lo SPID per i minori. La Carta d’identità elettronica, che il Governo indica come futuro sostituto dell’identità digitale, per gli under 18 si ferma ai portali della scuola, e l’estensione ai quattordicenni è ancora allo studio del Ministero dell’Interno.
Il rilascio dell’identità digitale SPID ai minorenni è disciplinato dalle Linee guida AgID adottate con determinazione n. 51 del 2022 e sostituite dalla versione vigente, la determinazione AgID n. 133 dell’11 maggio 2022, redatte sulla base del parere del Garante per la protezione dei dati personali (provvedimento n. 36 del 2 febbraio 2022). Prevedono due regimi distinti a seconda dell’età , una procedura che passa interamente dal genitore e limiti stringenti sui dati trattati.
Nel 2026 si aggiunge una variabile economica. I costi dei gestori SPID non sono più uniformi e diversi provider applicano un canone annuale, dal quale i minorenni sono però esentati presso Poste Italiane, che gestisce circa sette identità digitali su dieci. Vediamo chi può richiedere lo SPID di un figlio, quali servizi apre per ciascuna fascia d’età , quanto costa a seconda del gestore e che fine fa l’identità digitale al compimento dei diciotto anni.
L’Albania è la destinazione che raccoglie più interesse tra i pensionati italiani pronti a spostare la residenza per alleggerire il carico fiscale. A un’ora di volo dall’Adriatico, Tirana azzera l’imposta sulle pensioni estere e offre un costo della vita tra i più bassi del continente, così il lordo maturato in Italia arriva quasi per intero sul conto. Il richiamo “zero tasse” non è tuttavia valido per tutti; così c’è chi davvero azzera per intero l’IRPEF e chi invece continua a versarla allo Stato italiano anche vivendo a Valona. Intanto, il governo albanese valuta se iniziare a tassare i pensionati stranieri.
In sintesi:
L’Albania non applica imposte sui redditi da pensione estera percepiti dai residenti stranieri: l’aliquota interna è pari a zero e, allo stato attuale, senza un limite temporale come quello che vincola altri regimi. Il vantaggio nasce dall’incastro di due norme. La legislazione fiscale albanese non preleva nulla sui redditi pensionistici di fonte estera; la Convenzione contro le doppie imposizioni tra Italia e Albania, ratificata con L. 21 maggio 1998, n. 175, all’art. 18 attribuisce la potestà impositiva sulle pensioni private al solo Stato di residenza. Chi trasferisce la residenza fiscale a Tirana toglie quindi il reddito alla giurisdizione italiana e, trovando in Albania un prelievo dello 0%m incassa il lordo per intero.
Rispetto agli altri Paesi dove i pensionati italiani possono trasferirsi per pagare meno tasse sulla pensione, l’Albania oggi offre l’azzeramento più spinto, davanti al 7% greco e alle aliquote ordinarie portoghesi.
Un elemento va però messo in conto: il governo albanese ha fatto trapelare l’ipotesi di una flat tax compresa tra il 5% e il 10% sui pensionati stranieri residenti. Nulla di ufficiale al momento, e anche con un prelievo del 7% il divario con l’Italia rimarrebbe ampio, però chi pianifica il trasferimento fa bene a considerare uno scenario di tassazione leggera in arrivo.
Solo le pensioni private azzerano l’imposta: le pensioni pubbliche italiane, comprese le ex INPDAP, statali e militari, continuano a essere tassate in Italia anche con la residenza spostata in Albania. La tassazione delle pensioni estere segue le convenzioni bilaterali modellate sullo standard OCSE, che distinguono in modo secco la fonte del trattamento.
L’art. 18 della Convenzione Italia-Albania assegna le pensioni di natura privata — assegni INPS da lavoro dipendente privato, artigiani, commercianti, professionisti iscritti a casse autonome — alla tassazione esclusiva dello Stato di residenza.
L’art. 19 invece trattiene allo Stato che eroga l’assegno, cioè l’Italia, le pensioni corrisposte per un impiego pubblico, salvo il caso in cui il pensionato abbia acquisito la cittadinanza albanese. Rientrano nel perimetro pubblico, e quindi restano imponibili in Italia, gli ex dipendenti di scuola e università , le forze armate e di polizia, il personale di ministeri, Regioni, Comuni e ASL. Per un ex insegnante o un ex carabiniere l’unica strada verso l’azzeramento passa dalla cittadinanza albanese, che richiede anni di residenza e prove linguistiche: nella pratica una via raramente percorribile nel breve periodo.
Il risparmio coincide con l’IRPEF che il pensionato privato smette di versare in Italia, un importo che cresce con l’assegno ma che sulle pensioni più basse è più contenuto di quanto suggerisca il calcolo grezzo. Le aliquote italiane 2026, fissate dalla L. 199/2025, si applicano per scaglioni: 23% fino a 28.000 euro, 33% da 28.001 a 50.000 euro, 43% oltre. Sull’assegno lordo l’IRPEF teorica è questa:
| Pensione lorda annua | IRPEF lorda italiana che in Albania si azzera |
|---|---|
| 20.000 euro | 4.600 euro |
| 35.000 euro | 8.750 euro |
| 50.000 euro | 13.700 euro |
Il dato di colonna è l’imposta lorda, non il risparmio reale. In Italia il pensionato gode delle detrazioni da pensione dell’art. 13 del TUIR e di una no-tax area che azzera l’imposta fino a circa 8.500 euro di reddito, così sugli assegni bassi il prelievo effettivo è ben inferiore alla cifra teorica; sulle pensioni medie e alte, invece, le detrazioni incidono poco e il risparmio si avvicina all’intera IRPEF. In direzione opposta spingono le addizionali regionali e comunali, che in Italia si pagano e in Albania spariscono, allargando il vantaggio. Il numero che conta è quindi quello calcolato sul singolo caso, per età , importo e Regione di partenza.
Calcolare online l’IRPEF dovuta mantenendo la residenza in Italia permette di comprendere il reale risparmio.
Per incassare la pensione al lordo servono l’iscrizione all’AIRE, il trasferimento della residenza effettiva in Albania e la domanda di detassazione alla sede INPS che gestisce la prestazione, con l’attestazione della residenza fiscale rilasciata dall’autorità albanese.
Il fondamento della residenza è l’art. 2 del TUIR riformato dal D.Lgs. 209/2023, che dal 2024 ha reso l’iscrizione anagrafica una presunzione relativa e non più assoluta: contano residenza civilistica, domicilio e presenza fisica per la maggior parte dell’anno.
Il percorso amministrativo si articola così:
Il vantaggio spetta solo a chi sposta la vita in Albania per oltre metà dell’anno: l’Agenzia delle Entrate può contestare la residenza fittizia e recuperare le imposte con sanzioni e accertamenti retroattivi. Dopo la riforma del 2024 l’onere di provare l’effettivo radicamento all’estero grava sul contribuente, che deve dimostrare domicilio, presenza fisica e centro degli interessi in territorio albanese.
Indeboliscono la posizione una casa in Italia lasciata a disposizione anziché affittata o venduta, il nucleo familiare rimasto stabilmente nel Comune di origine, consumi domestici costanti sulle utenze italiane, il medico di base mantenuto. Chi immagina di ottenere l’assegno lordo continuando di fatto a vivere in Italia per 183 giorni o più espone a un recupero delle imposte con interessi. La regola pratica è netta: il trasferimento vale se la vita si sposta sul serio.
Oltre al fisco, l’Albania offre affitti tra 250 e 500 euro al mese nelle città costiere e un costo della vita inferiore del 40-50% rispetto all’Italia, a fronte di un sistema sanitario pubblico sotto gli standard italiani. Nelle mete più scelte dagli italiani — Valona, Saranda, Durazzo e la capitale Tirana — un bilocale moderno o vicino al mare rientra in quella fascia, mentre spesa alimentare, trasporti e servizi alla persona costano circa la metà .
Il capitolo sanità va valutato con attenzione. L’Albania non fa parte dell’Unione Europea né dell’area SEE e non esiste un accordo bilaterale di assistenza sanitaria con l’Italia, per cui una assicurazione sanitaria privata è necessaria per il permesso di soggiorno e copre visite, ricoveri ed eventuale rimpatrio, con premi indicativi tra 300 e 600 euro l’anno. Le cliniche private di Tirana e delle città costiere offrono standard buoni e personale che parla italiano. Un’avvertenza sugli affitti: il boom turistico degli ultimi anni ha alzato i canoni estivi nelle località di mare, dove nei mesi di punta trovare un bilocale sotto i 600 euro è diventato difficile.
Il periodo estivo solitamente provoca una netta spaccatura: per alcuni settori (ad esempio quello turistico o il retail delle località meta di vacanze) coincide con un picco di lavoro travolgente, altri, invece, assistono ad un crollo dell’attività al punto da chiudere per un lungo periodo (si pensi ad esempio agli studi professionali). In entrambi i casi, l’errore più comune è quello di “chiudere per ferie” anche i canali digitali.
Nel periodo estivo, la tentazione di “chiudere per ferie” anche i canali digitali è forte. Ma può rivelarsi fatale: è proprio questo il periodo dell’anno che offre una grande visibilità . Adagiati sotto l’ombrellone, con tanto tempo libero a disposizione, gli italiani (e non solo) si godono il meritato riposto con il cellulare tra le mani alla ricerca di novità e curiosità da implementare o sperimentare una volta terminate le vacanze.
Per questo motivo, ottimizzare la propria presenza online durante l’estate è strategico perché serve ad intercettare nuovi clienti e a porre le basi per il fatturato di settembre. Ecco una guida pratica in 4 passi per gestire al meglio la vetrina digitale sotto l’ombrellone.
Se i tuoi orari cambiano, o se chiudi per qualche giorno, i tuoi clienti devono saperlo prima di fare un viaggio a vuoto. Il mancato aggiornamento delle informazioni online è una delle principali cause di recensioni negative in estate.
Anche se il tuo team è ridotto o l’azienda è temporaneamente chiusa, il posizionamento sui motori di ricerca e le campagne di marketing continuano a generare lead. Non lasciarli nel limbo.
In estate il tempo speso online cambia: gli utenti sono più connessi da mobile, spesso nei momenti di relax, e hanno una soglia di attenzione più bassa. I contenuti devono essere in linea con questo stato d’animo.
L’ottimizzazione estiva si basa sulla lungimiranza. Non ridurti a creare contenuti giorno per giorno mentre sei in vacanza o nel pieno del lavoro straordinario.
___________
di Laura Caracciolo, Social media manager, AU di Emera
Rinnovate le regole INPS per i prestiti ai pensionati estinguibili con cessione del quinto pensione: la nuova convenzione con banche e intermediari finanziari, valida fino al 2029, ridisegna l’accesso ai relativi servizi online e aggiunge un controllo d’identità prima che l’intermediario possa consultare la quota di pensione cedibile. Per chi ha un finanziamento in corso o pensa di chiederne uno, le novità da conoscere riguardano la verifica dell’identità , la gestione telematica delle estinzioni e le condizioni dei prestiti che si trasferiscono dallo stipendio alla pensione.
In sintesi:
La convenzione che disciplina i prestiti ai pensionati estinguibili con cessione del quinto della pensione vale dal 1° maggio 2026 al 30 aprile 2029, rinnovabile una sola volta per pari durata tramite scambio di comunicazioni via PEC. Con la deliberazione del Consiglio di Amministrazione n. 55 del 29 aprile 2026 l’Istituto ha adottato il nuovo schema di convenzione e il relativo Regolamento, rivedendo il testo precedente prorogato fino al 30 aprile 2026.
La convenzione riconosce all’INPS la facoltà di svolgere audit, controlli e verifiche sui soggetti convenzionati, per accertare il rispetto degli obblighi e delle regole su sicurezza delle banche dati e protezione dei dati personali, secondo il Regolamento UE 2016/679. Il nuovo testo si inserisce in un percorso di digitalizzazione dei servizi legati alla cessione del quinto, con la migrazione alla piattaforma ModI entro il 31 dicembre 2026 e il passaggio a un’architettura a microservizi entro il 31 dicembre 2027.
Prima di consultare la comunicazione di quota cedibile, l’intermediario deve identificare il pensionato acquisendo un documento di riconoscimento valido o con un processo conforme al Regolamento UE n. 910/2014, e in aggiunta verificare un elemento di riscontro (art. 7, comma 3). Gli elementi di riscontro ammessi, uno solo dei quali è sufficiente, sono i seguenti:
Il nuovo riscontro non parte subito per tutti: per un periodo transitorio di sei mesi dalla data di validità della convenzione, quindi dal 1° maggio 2026, la consultazione della quota cedibile continua ad avvenire con la comunicazione e la verifica del codice pensione, la cosiddetta chiave pensione (art. 24, comma 2). Per il pensionato il passaggio a regime si traduce in un controllo aggiuntivo quando si rivolge alla banca o alla finanziaria, pensato per impedire che i dati della sua pensione siano consultati senza un riscontro riconducibile a lui.
Chi vuole chiudere in anticipo o modificare il finanziamento deve sapere che l’intermediario può gestire l’operazione solo tramite le funzioni telematiche dedicate dell’INPS, e le comunicazioni inviate con altre modalità non sono prese in considerazione (art. 12, comma 6).
L’obbligo riguarda tre situazioni: l’estinzione anticipata totale del finanziamento; la chiusura del piano, per annullamento del prestito o altre cause, da effettuare dopo la validazione da parte dell’INPS; la rimodulazione del piano di ammortamento per estinzione anticipata parziale. Per il pensionato che chiede il conteggio estintivo alla propria finanziaria significa una lavorazione che transita per intero sui canali informatici dell’Istituto, con tempi e tracciabilità più uniformi.
Il rinnovo della cessione del quinto pensione con passaggio a un nuovo intermediario, il cosiddetto rinnovo esterno, si gestisce anch’esso con la funzione telematica dedicata, con cui il soggetto convenzionato trasmette all’INPS i dati sull’estinzione del finanziamento rinnovato (art. 14, comma 2).
Quando il versamento estintivo avviene con bonifico identificato da un codice TRN, la convenzione indica con precisione quali caratteri del codice vanno riportati come identificativo dell’operazione, un dettaglio che riduce gli errori di abbinamento nella gestione delle pratiche. Il rinnovo esterno resta soggetto ai limiti temporali di legge, che vietano una nuova cessione prima che siano decorsi i due quinti del piano di ammortamento.
Chi ha una cessione del quinto sullo stipendio e va in pensione vede il finanziamento trasferirsi sulla pensione, la cosiddetta traslazione, senza però l’applicazione automatica dei tassi soglia convenzionali fissati trimestralmente per la cessione della pensione.
La disciplina della convenzione si applica anche a questi prestiti per gli aspetti compatibili (art. 2, comma 2), con un’eccezione precisa: i tassi soglia convenzionali per classe di età non valgono per i prestiti traslati (art. 11, comma 8), che proseguono alle condizioni del contratto originario di cessione dello stipendio. Gli oneri del servizio INPS, invece, si applicano anche alle cessioni da stipendio traslate sulla pensione, a partire dalla data comunicata all’intermediario. Il pensionamento, quindi, non converte il vecchio prestito nelle condizioni della convenzione dedicata ai pensionati.
Alcuni trattamenti INPS non possono essere ceduti nemmeno in parte e non entrano neppure nel calcolo della quota cedibile. Non possono essere ceduti i seguenti trattamenti erogati dall’Istituto:
Sono invece cedibili le pensioni liquidate in via provvisoria. Per chi percepisce più trattamenti pensionistici gestiti sullo stesso sistema, la quota cedibile e la salvaguardia del trattamento minimo si calcolano sul complesso delle pensioni, non su ciascuna separatamente.
Dai servizi INPS online il pensionato consulta e scarica l’atto di benestare al finanziamento e la comunicazione di cedibilità della pensione, senza passare dallo sportello. Dall’area personale MyINPS, consultando il cedolino pensione online, si visualizza e si scarica il certificato con i dati del contratto di finanziamento e il piano di ammortamento, insieme alle informazioni su eventuali cessioni pregresse e all’importo aggiornato della quota cedibile. La Comunicazione di cedibilità della pensione riporta inoltre un codice QR che, sia sul documento cartaceo sia su quello digitale, permette di accedere via smartphone o tablet alla versione digitale dei dati conservati nei sistemi informativi dell’INPS, a garanzia di autenticità del documento. Queste funzioni, introdotte con il messaggio INPS n. 1526 del 13 aprile 2021, sono il canale con cui il pensionato verifica in autonomia la propria capienza prima di rivolgersi a un intermediario.
Gli oneri aggiornati dalla convenzione sono dovuti dagli intermediari all’INPS e non costituiscono una voce autonoma per il pensionato: se l’intermediario li ribalta sul cliente devono rientrare nel TAEG del finanziamento (art. 15, comma 6). L’INPS li trattiene mensilmente dai flussi di versamento degli operatori e li ridetermina ogni anno sulla base della contabilità analitica. Il dettaglio dei costi della cessione del quinto è il seguente.
| Soggetto | Onere dovuto all’INPS |
|---|---|
| Intermediari convenzionati | 2,03 euro per ogni estrazione del rateo pensionistico, IVA esente, fino al 31 dicembre 2026 |
| Intermediari non convenzionati | 111,12 euro annui per ciascun contratto di cessione, più 9,26 euro per estrazione del rateo pensionistico, dal 1° gennaio al 31 dicembre 2026 |
L’esenzione IVA si applica ai sensi dell’art. 10, primo comma, n. 1, del D.P.R. n. 633/1972. Per il pensionato questi importi non si sommano come voce a sé alla rata: incidono solo quando confluiscono nel TAEG, che resta il parametro da confrontare tra le offerte perché comprende interessi, premio assicurativo e oneri.
Il mercato del lavoro italiano non è mai stato così ampio e i conti della previdenza pubblica reggono, eppure la tenuta del sistema nei prossimi anni si gioca sulla qualità del lavoro, sulla continuità dei versamenti e sulla partecipazione di giovani, donne e stranieri. È la lettura che attraversa il XXV Rapporto annuale dell’INPS, presentato il 9 luglio 2026 alla Camera dei deputati dal presidente Gabriele Fava alla presenza della ministra del Lavoro Marina Calderone.
Per imprese e professionisti il messaggio ha un risvolto diretto: la base contributiva che finanzia le pensioni di domani dipende dalla capacità del tessuto produttivo di creare lavoro stabile e ben retribuito, e oggi quella base poggia su una porzione ristretta di aziende.
I dati principali del XXV Rapporto annuale INPS:
Nel 2025 gli assicurati INPS raggiungono 27,2 milioni, il livello più alto mai registrato, con 244mila lavoratori in più rispetto al 2024 e 1,7 milioni rispetto al 2019. La crescita si concentra dove il mercato del lavoro era più debole: tra il 2019 e il 2025 gli under 34 aumentano del 12,4%, le donne del 7,8% e i lavoratori extra UE del 35,5%, tanto che oggi un dipendente su sette è straniero. I dipendenti superano per la prima volta i 21 milioni, il 10,3% in più rispetto al 2019, mentre il numero medio di settimane lavorate sale a 43,2, segnale di percorsi più stabili.
Dietro il record si nasconde però una spinta anagrafica: buona parte della nuova occupazione arriva dagli over 55, passati da 6 a 7,6 milioni di assicurati, rimasti al lavoro più a lungo anche per effetto dell’innalzamento dell’età pensionabile.
La retribuzione media annua lorda dei dipendenti sale a 27.649 euro, il 14,5% in più rispetto al 2019, un aumento che però non recupera ancora l’inflazione accumulata nel biennio 2022-2023. Il quadro cambia guardando al netto: per effetto di detrazioni e nuove esenzioni le retribuzioni nette crescono del 19,2% dal 2019, avvicinandosi all’aumento dei prezzi del periodo, compreso tra il 18,2% dell’indice FOI e il 20,5% dell’IPCA.
Il recupero pieno del potere d’acquisto sul lordo dipende dalla produttività , a sua volta legata a investimenti, formazione e qualità delle imprese. Nel confronto internazionale l’Italia figura tra gli ultimi dell’area OCSE per dinamica dei salari reali, un divario che il Rapporto collega alla struttura del tessuto produttivo.
L’età media di decorrenza di vecchiaia e anticipate per i dipendenti sale a 64,7 anni nel 2025, contro i 64,5 del 2024, per effetto della transizione verso il sistema contributivo che spinge a prolungare la permanenza al lavoro. Per i soli dipendenti privati l’uscita è slittata di oltre sette anni dal 1995, da 57 anni e 7 mesi a 64 anni e 10 mesi.
I pensionati sono 16,4 milioni, il 96% con almeno una prestazione INPS e un importo medio di 1.906 euro, per un ammontare complessivo di 371 miliardi di euro. Il divario di genere rimane ampio: l’assegno medio maschile è di 2.166 euro contro i 1.619 delle donne, che pure sono la maggioranza dei pensionati e incassano solo circa il 44% del reddito pensionistico totale. I nuovi trattamenti liquidati scendono a circa 1,5 milioni (-1,8%), con il calo concentrato sulle pensioni anticipate e sulle prestazioni ai superstiti, mentre le pensioni di vecchiaia sono invariate.
Sul fronte assistenziale cresce l’indennità di accompagnamento, il cui stock è più che raddoppiato tra il 2002 e il 2026, da circa 1 milione a quasi 2,2 milioni di prestazioni, per l’invecchiamento della popolazione e la maggiore sopravvivenza: un andamento che riporta al centro la gestione del rischio di non autosufficienza. Le opzioni di uscita flessibile si sono ridotte e i requisiti per la pensione nel 2026 sono fermi ai livelli ordinari, in attesa degli adeguamenti alla speranza di vita dal 2027.
Calcola la tua pensione futura: con il calcolo della pensione online puoi stimare età di uscita e importo dell’assegno in base a contributi, età e reddito, e vedere quanto incidono carriere discontinue e divari retributivi sul risultato.
I trasferimenti monetari alle famiglie sostengono la natalità e incidono poco sul lavoro femminile, mentre i servizi si mostrano più efficaci nel tenere le madri occupate. L’Assegno Unico e Universale ha raggiunto nel 2025 una copertura vicina al 95%, oltre 6 milioni di nuclei e 10 milioni di figli per circa 20 miliardi l’anno, con effetti positivi sulla probabilità di un secondo figlio in alcuni gruppi.
Più netto l’effetto dei servizi sul lavoro. Il Bonus Asilo Nido è passato da un utilizzo del 4% nel 2017 a oltre il 35% nel 2025 e aumenta del 17% la probabilità di occupazione tra le madri beneficiarie, anche se le famiglie a basso reddito, pur avendo diritto a importi più alti, lo usano meno. Ancora più forte l’impatto dello smart working, che secondo il Rapporto riduce fino all’87% la penalizzazione di carriera legata alla maternità e alza le retribuzioni fino a 1.300 euro nell’anno successivo alla nascita.
La crescita dell’occupazione è fortemente concentrata: nel 2025 appena l’1% delle imprese ha generato il 60% dei nuovi posti di lavoro, mentre le microimprese, che sono l’86% del totale, occupano il 23% dei dipendenti. Per la previdenza è un dato che conta, perché la solidità dei conti dipende da quante aziende creano lavoro stabile e continuativo.
Cambia anche la composizione del lavoro autonomo: gli iscritti alla Gestione Separata crescono del 17% rispetto al 2022, con più professionisti e collaboratori, mentre arretra il lavoro autonomo tradizionale. La lettura del Rapporto sposta così il baricentro del dibattito previdenziale dalle regole di uscita alla qualità e alla continuità dell’occupazione, un terreno che chiama in causa direttamente imprese e politiche del lavoro.
Il presidente dell’INPS Gabriele Fava ha legato la solidità del sistema alla qualità del lavoro: «La pensione non inizia il giorno in cui una persona lascia il lavoro», comincia molto prima, nel primo contratto e nella continuità dei versamenti. La ministra Marina Calderone ha ribadito che «il lavoro è la prima infrastruttura della dignità », oltre che della libertà e della sostenibilità del Paese.
Con le dichiarazioni dei redditi 2026 in lavorazione, le imprese che hanno maturato il credito d’imposta Transizione 5.0 si trovavano davanti a un dubbio non da poco: in quale anno indicare l’agevolazione quando gli investimenti si sono chiusi nel 2025 ma il via libera del GSE è arrivato solo nel 2026. Due FAQ dell’Agenzia delle Entrate del 30 giugno fissano il criterio: vale quello della comunicazione del GSE. La data di fine lavori e quella di invio delle comunicazioni non spostano l’anno di indicazione.
In sintesi:
Il credito va indicato nella dichiarazione relativa al periodo d’imposta in cui il GSE comunica al beneficiario l’importo effettivamente utilizzabile in compensazione tramite modello F24. La data di completamento degli investimenti e l’invio delle comunicazioni previste dalla disciplina non incidono su questa scelta.
Il riferimento è al credito d’imposta Transizione 5.0 dell’articolo 38 del D.L. 19/2024: le istruzioni al modello Redditi collocano l’importo nel rigo RU5 del quadro RU, richiamando la comunicazione del GSE ai sensi dell’articolo 12, comma 7, del D.M. 24 luglio 2024 nel periodo d’imposta oggetto della dichiarazione.
Il criterio generale lega l’anno di dichiarazione al momento della comunicazione del GSE:
| Comunicazione GSE sull’importo fruibile | Dichiarazione in cui indicare il credito |
|---|---|
| entro il 2025 | Modello Redditi 2026, periodo d’imposta 2025 |
| nel corso del 2026 | Modello Redditi 2027, periodo d’imposta 2026 |
Nel primo caso esaminato dall’Agenzia, gli investimenti sono stati completati e la comunicazione preventiva trasmessa nel 2025, mentre la comunicazione di completamento e quella del GSE sull’importo spettante sono arrivate nel 2026. Il credito confluisce nel Modello Redditi 2027, per l’anno d’imposta 2026: è nel 2026 che il GSE ha comunicato l’importo fruibile in compensazione, e questo fissa l’anno di indicazione.
Lo stesso criterio vale per il credito d’imposta riconosciuto alle imprese rimaste escluse per esaurimento dei fondi, il cosiddetto credito per gli esodati introdotto dall’articolo 8 del D.L. 38/2026 e utilizzabile in compensazione con il codice tributo 7079. Anche in questo caso gli investimenti si sono chiusi nel 2025 e, poiché il GSE ha comunicato l’importo spettante nel 2026, il credito confluisce nel Modello Redditi 2027.
La chiarificazione non tocca l’iperammortamento 2026, la misura introdotta dalla legge di bilancio 2026 che dal 2026 sostituisce i crediti d’imposta Transizione 4.0 e 5.0. Si tratta di una maggiorazione del costo deducibile ai fini IRES e IRPEF, non di un credito compensabile in F24, e rileva dal periodo d’imposta della comunicazione di completamento, a condizione che il bene risulti in funzione nello stesso periodo. Le due FAQ del 30 giugno riguardano quindi soltanto il credito d’imposta.
È una sorta di ribaltamento della questione legata all’impatto dell’intelligenza artificiale sul mondo del lavoro quello proposto dal segretario generale della UIL, Pierpaolo Bombardieri, al XIX Congresso del sindacato confederale (Padova, 2-4 luglio 2026): se l’IA aumenta la produttività , quei guadagni devono ricadere anche sui lavoratori e non solo sui profitti d’impresa. «Quando, grazie all’IA, aumenterà la produttività , chi ne trarrà benefici?» è la domanda retorica del leader confederale. La risposta della UIL è la redistribuzione, a partire dall’obiettivo prioritario di «ridurre l’orario a parità di trattamento economico».
Tradotto: l’aumento di produttività generato dall’IA deve finire anche nella busta paga dei lavoratori e non solo nei profitti delle imprese, trasformando così la paura della sostituzione tecnologica in una virtuosa redistribuzione di ciò che le macchine producono in più.
Per Bombardieri l’IA è «una grande rivoluzione nel mondo del lavoro» da portare al confronto con la politica, e chiede una «strategia sociale e industriale» che ne governi la direzione. Il documento consegnato a Governo e parti datoriali raccoglie dieci proposte per governare l’IA nel lavoro senza frenarne lo sviluppo. La cornice regolatoria di riferimento è la legge italiana sull’intelligenza artificiale, che il sindacato chiede di integrare con contrattazione e partecipazione.
Sul fronte occupazionale la proposta più netta riguarda i licenziamenti: la revisione dell’articolo 3 della legge 604 del 1966 punta a impedire che automazione e IA diventino un giustificato motivo oggettivo di recesso. Il caso dei call center, dove l’automazione erode le mansioni più standardizzate, mostra sul terreno il rischio che la UIL chiede di governare a monte.
Per la UIL contrattare l’algoritmo è il cuore operativo della proposta: ogni sistema di IA incorpora scelte organizzative che incidono su mansioni, carichi e percorsi professionali, e va discusso prima dell’implementazione con informazione preventiva, audit indipendenti e supervisione umana. Il documento chiede il divieto di decisioni esclusivamente automatizzate su assunzioni, licenziamenti e sanzioni disciplinari.
La UIL chiede che l’aumento di produttività generato dall’intelligenza artificiale si traduca anche in una maggiore qualità del lavoro. Il perno della proposta è la riduzione dell’orario a parità di salario, presentata come risposta a una tecnologia che produce di più con meno lavoro umano diretto.
«Se le macchine producono di più, i lavoratori devono lavorare meno e vivere meglio», è il principio indicato da Bombardieri. Il rischio opposto che il segretario segnala sono profitti concentrati nelle imprese, salari fermi e meno occupati; per questo la UIL vuole «discutere di come redistribuire la ricchezza».
Il ragionamento delle tesi congressuali tiene insieme due esigenze: redistribuire il valore prodotto ed evitare quella che la UIL chiama disoccupazione tecnologica.
Bombardieri chiede alla politica un contributo per «disegnare il futuro piuttosto che gestire le macerie» di un processo lasciato al solo mercato.
La richiesta di ridurre l’orario a parità di paga non nasce con l’IA. Le tesi ricordano che se ne parlava in UIL già oltre cinque anni fa, e al XVIII Congresso del 2022 la Confederazione chiedeva la riduzione dell’orario di lavoro a parità di trattamento economico per migliorare la qualità della vita e redistribuire il lavoro. L’IA rilegge quella rivendicazione, offrendole un fondamento economico nuovo.
A sostegno del percorso, la UIL richiama un comitato scientifico attivo da circa due anni, che ha accompagnato l’organizzazione in un lavoro di alfabetizzazione sull’IA e di supporto all’attività negoziale. La linea che il sindacato porta ai tavoli è quella di orientare e condizionare l’innovazione, non di subirla.
Gli iscritti al Fondo Perseo Sirio hanno una leva in più per valorizzare il proprio trattamento di fine rapporto: la quota di TFR che i dipendenti di Pubblica Amministrazione e Sanità destinano alla previdenza integrativa può adesso essere rivalutata con il rendimento del comparto di investimento scelto dall’aderente, al posto del parametro esterno uguale per tutti. Chi lo preferisce, può quindi legare la quota anche a un comparto diverso da quello dei versamenti reali.
In sintesi:
La quota di TFR che i dipendenti di Pubblica Amministrazione e Sanità destinano a Perseo Sirio è rivalutata con il rendimento netto del comparto scelto dall’aderente. Per questi lavoratori il TFR non affluisce direttamente al Fondo durante il servizio: viene accantonato in forma figurativa presso l’INPS Gestione Dipendenti Pubblici e trasferito al Fondo alla cessazione del rapporto. È questa quota figurativa a cambiare regola di rivalutazione.
Il criterio del multicomparto (che discende dall’articolo 2, comma 5, del DPCM 20 dicembre 1999, modificato dal DPCM 2 marzo 2001) è esteso al calcolo del rendimento della quota virtuale (previsto dal Messaggio n. 2601 del 5 settembre 2025) ed è fruibile grazie all’aggiornamenti dell’applicativo dedicato alla previdenza complementare, annunciato il 7 luglio 2026.
In precedenza la quota figurativa di TFR era rivalutata dal datore di lavoro o dall’INPS con la media ponderata dei rendimenti netti di un paniere di fondi negoziali, individuato dal decreto MEF 23 dicembre 2005 fra quelli con più aderenti. Un parametro identico per tutti gli iscritti, slegato dalla linea di investimento personale. Con il nuovo criterio la stessa quota segue il rendimento del comparto scelto, e allinea la componente figurativa a quella dei versamenti reali.
Perseo Sirio offre sei linee di investimento sotto il codice fondo 2164, dal comparto Garantito, orientato alla protezione del capitale, al comparto Bilanciato Dinamico, con la quota azionaria più alta. La scelta del comparto incide ora anche sulla rivalutazione della quota figurativa di TFR, oltre che sui versamenti reali.
La ripartizione tra azioni e obbligazioni cresce salendo di comparto, con un orizzonte temporale consigliato via via più lungo, secondo la nota informativa del Fondo.
| Comparto | Composizione e orizzonte consigliato |
|---|---|
| Garantito | Prevalentemente obbligazioni con garanzia di restituzione dei contributi versati; orizzonte fino a 5 anni |
| Obbligazionario | Interamente obbligazioni fra titoli di Stato e corporate; orizzonte da 5 a 10 anni |
| Bilanciato Prudente | 30% azioni e 70% obbligazioni; orizzonte oltre 10-15 anni |
| Bilanciato Crescita | 50% azioni e 50% obbligazioni; orizzonte oltre 15 anni |
| Bilanciato Dinamico | 70% azioni e 30% obbligazioni; orizzonte oltre 15 anni |
Accanto ai singoli comparti, il profilo Lifecycle sposta in automatico l’allocazione verso linee più prudenti con l’avvicinarsi della pensione, e apre l’accesso a un profilo azionario puro riservato a questo percorso.
La novità di rilievo per l’aderente è la possibilità di collegare la quota figurativa di TFR a un comparto diverso da quello scelto per i contributi versati nel conto reale. La componente figurativa può così essere calibrata in modo indipendente su età , orizzonte e propensione al rischio.
La scelta e l’eventuale modifica del comparto spettano all’iscritto, che può cambiare profilo di norma una volta l’anno dall’Area Riservata del Fondo.
La rivalutazione con il comparto riguarda chi ha destinato il TFR al Fondo. Per i dipendenti pubblici ancora in regime di trattamento di fine servizio l’adesione alla previdenza negoziale passa dall’opzione al TFR, di recente prorogata. Per il calcolo del TFR stimato, ogni lavoratore può utilizzare lo strumento di simulazione online disponibile su PMI.it.
Perseo Sirio mette a disposizione un servizio di consulenza per orientare chi non ha dimestichezza con i mercati finanziari. La decisione dipende dalla situazione personale e non esiste una linea adatta a tutti.
Amministrazioni ed enti indicano il comparto scelto dall’aderente nella sezione dedicata alla previdenza complementare, tramite l’elemento E1 del flusso UNIEMENS-ListaPosPA. Il riferimento è la tabella Elemento Comparto dell’Appendice B dell’Allegato Tecnico UNIEMENS, aggiornata dall’INPS con i codici di Perseo Sirio.
Sotto il codice fondo 2164, ecco i codici comparto da riportare nel flusso sono i seguenti:
| Comparto | Codice UNIEMENS |
|---|---|
| Profilo Lifecycle | 21640 |
| Comparto Garantito | 21641 |
| Comparto Obbligazionario | 21642 |
| Comparto Bilanciato Prudente | 21643 |
| Comparto Bilanciato Crescita | 21644 |
| Comparto Bilanciato Dinamico | 21645 |
L’Italia è il paese più longevo dell’Unione europea, e il rapporto Censis «Invecchiare nell’Italia della longevità . Come costruire un Paese a misura di anziani» rovescia un luogo comune: i suoi over 65 sono la generazione economicamente più solida di sempre, con redditi familiari cresciuti del 20,4% reale in vent’anni mentre quelli medi delle famiglie arretravano. È però anche la fascia più fragile mai rilevata dall’istituto, e da questa distanza tra ricchezza accumulata e bisogno di assistenza dipendono le scelte di previdenza e welfare dei prossimi anni.
In vent’anni la piena autosufficienza tra gli over 65 è scesa dal 78,8% al 62%, 16,8 punti percentuali persi in una sola generazione. La quota di chi, pur autonomo, chiede comunque aiuto nel quotidiano è raddoppiata dal 18,3% al 36,6%: il 31,7% ne ha bisogno di tanto in tanto, il 4,9% incontra parecchie difficoltà nelle attività ordinarie e l’1,4% si dichiara totalmente non autosufficiente.
Sul fronte pubblico, il riparto del Fondo per le non autosufficienze fino al 2027 muove risorse verso assistenza domiciliare e caregiver, un argine che il rapporto giudica comunque insufficiente rispetto a una platea di fragilità in crescita.
Per gli attuali over 65 la vecchiaia comincia in media a 76,7 anni, ben oltre la soglia anagrafica dei 65. Le risposte si distribuiscono su un ampio ventaglio di età :
| Età indicata come inizio della vecchiaia | Quota degli over 65 |
|---|---|
| 65 anni | 5,7% |
| 70 anni | 16,6% |
| 75 anni | 24,5% |
| 80 anni | 28,7% |
| 85 anni | 14,5% |
| Nessuna età precisa | 9,5% |
| Non indica un’età | 10,0% |
Al di là dell’età , per il 69,4% è la perdita di autosufficienza a segnare l’ingresso nella vecchiaia, davanti alla morte di amici e coetanei (24,9%) e del coniuge (22,3%); pensionamento (8%) e nascita dei nipoti (4,2%) contano ormai poco.
La ricchezza netta media delle famiglie guidate da un over 65 tocca i 303.397 euro, sopra la media nazionale, ed è cresciuta del 40,6% reale in vent’anni mentre quella dell’insieme delle famiglie si fermava al 5,2%. È il fenomeno per cui la ricchezza italiana si concentra nelle famiglie degli over 65. Cresce in parallelo la presenza al lavoro: gli occupati tra 65 e 89 anni sono saliti da 343.000 nel 2005 a 866.000 nel 2025. Il 36,4% dei longevi sostiene economicamente figli e nipoti, a conferma di una fascia tutt’altro che a carico.
Quando serve assistenza, il 52,7% degli anziani conta sui figli e il 49,6% su coniugi e conviventi, mentre le reti pubbliche coprono una quota minima: solo l’1,9% può appoggiarsi a infermieri o assistenti domiciliari delle strutture pubbliche. Il 6,7% ricorre a badanti pagate di tasca propria e il 7,8% non ha nessuno su cui contare.
La solitudine amplifica il rischio: vive solo il 29,5% degli over 65, quota che sale al 37% oltre i 75 anni e a una persona su due dopo gli 85.
Con famiglie più piccole e proiezioni che portano gli anziani a 18,9 milioni, il 34,6% della popolazione entro il 2050, il modello che delega tutto ai parenti mostra la corda. Il rapporto vede la longevità un costo progressivamente privatizzato, che spinge verso strumenti di copertura individuale come la pensione integrativa con garanzia long term care.
Il Parlamento europeo ha dato il via libera al negoziato finale sull’euro digitale. L’Aula di Strasburgo ha approvato la posizione sui tre dossier del pacchetto sulla moneta unica e ha respinto le obiezioni di ECR e Patrioti, aprendo il confronto con il Consiglio UE sul testo definitivo. Per imprese, esercenti e prestatori di servizi di pagamento la posizione votata fissa già l’impianto delle regole su accettazione nei negozi, commissioni di incasso, limiti di detenzione e privacy della moneta pubblica digitale.
In sintesi:
La posizione votata obbliga la maggior parte delle imprese ad accettare l’euro digitale, con deroghe per autonomi, piccole e microimprese prive di altri pagamenti digitali. Il nuovo mezzo di pagamento pubblico è pensato per affiancare carte, app e contante come euro digitale come forma elettronica di contante, utilizzabile in tutta l’area euro sia online sia offline.
L’obiettivo politico dichiarato è offrire una soluzione pubblica paneuropea che non dipenda soltanto dai circuiti privati extra-UE. Oltre alle deroghe per i piccoli operatori, il testo prevede rifiuti temporanei dell’incasso in caso di blackout o indisponibilità tecnica del sistema.
Per i cittadini i servizi di base sono gratuiti, mentre le commissioni a carico di esercenti e prestatori di servizi di pagamento avranno un tetto unico nell’Eurozona ancorato ai costi. Rientrano nei servizi gratuiti l’apertura del wallet, la detenzione dei fondi e l’accesso ad almeno uno strumento di pagamento, mentre i pagamenti offline sono privi di costi.
Il tetto alle commissioni degli esercenti segue il principio del no worse off: non potrà superare quanto già applicato dai mezzi di pagamento comparabili e sarà calcolato sul rapporto tra la media ponderata delle commissioni dei circuiti di carte e il valore complessivo delle transazioni degli ultimi dodici mesi. La BCE lega inoltre il progetto agli standard aperti per i pagamenti, pensati per ridurre duplicazioni tecniche e aggiornamenti separati dei terminali.
Il trattamento previsto dalla posizione del Parlamento cambia a seconda che si usi, si distribuisca o si debba adeguare l’incasso all’euro digitale. La tabella riassume gli effetti per ciascun soggetto:
| Soggetto | Cosa prevede la posizione del Parlamento |
|---|---|
| Cittadini | Servizi di base gratuiti e pagamenti online oppure offline, con il wallet come alternativa pubblica a carte e app private. |
| Esercenti | Accettazione ampia quando l’attività incassa già con strumenti digitali, con verifica di commissioni, aggiornamenti software e condizioni del PSP. |
| Microimprese e autonomi | Deroga all’obbligo per chi è privo di altri incassi digitali, con esclusione delle attività ancora legate solo al contante. |
| Imprese | Incassi in euro digitale trattenibili non oltre 24 ore, con riversamento in blocco verso conto bancario e tesoreria aziendale. |
| Banche e PSP | Distribuzione del wallet, onboarding e servizi aggiuntivi, con tetto alle fee e nuovi standard tecnici europei. |
Ogni cittadino avrà un tetto massimo di euro digitali detenibili, fissato dalla Commissione su raccomandazione BCE e rivisto almeno ogni due anni, mentre le imprese potranno trattenere gli incassi non oltre 24 ore. Per le attività commerciali si tratta di un limite infragiornaliero: entro la giornata i negozianti devono procedere al prelievo in blocco degli euro digitali sui propri conti o depositi, con la sola deroga degli eventi di forza maggiore, durante i quali l’accumulo è temporaneamente libero.
La logica è evitare uno spostamento massiccio dai depositi bancari verso moneta BCE. Per questo l’euro digitale è privo di interessi e costruito come strumento di pagamento più che come prodotto di risparmio.
L’importo del tetto alle commissioni e il livello del limite di detenzione non sono ancora fissati e dipenderanno dal confronto tra Parlamento e Consiglio. Sono le due variabili che decideranno il costo effettivo dello strumento per chi incassa e per chi lo distribuisce, e restano il capitolo più aperto del pacchetto.
Sul fronte dei prestatori di servizi di pagamento, il nodo più discusso è la remunerazione lungo la catena dei pagamenti: gli istituti chiedono un compenso per la partecipazione al sistema, mentre il principio del tetto punta a mantenere le commissioni degli esercenti sotto i livelli attuali delle carte. Per un’attività commerciale la differenza pratica tra le due posizioni si tradurrà in quanto costerà davvero accettare l’euro digitale rispetto a un incasso con carta, ed è la ragione per cui il tavolo del trilogo va seguito da vicino da banche, PSP ed esercenti.
I pagamenti offline funzioneranno tramite dispositivi locali con principi di privacy-by-design, ma il denaro caricato sul dispositivo va perso se questo viene smarrito, come accade con il contante fisico. Il Parlamento prevede transazioni verificate senza esporre i dati personali, trattati solo nella misura indispensabile al funzionamento del sistema, con tecnologie come le prove a conoscenza zero.
La funzione offline è il tratto più vicino al contante e comporta un rischio pratico da spiegare ai clienti prima dell’avvio graduale: la BCE dovrà definire a monte le regole di responsabilità , a partire dal rischio del doppio utilizzo dello stesso importo.
Il progetto punta a ridurre la dipendenza dell’area euro dai circuiti extra-UE, che oggi gestiscono la quota prevalente dei pagamenti con carta. Secondo i dati BCE citati nel dibattito, Visa e Mastercard coprono circa il 61% dei pagamenti con carta nell’area euro e quasi tutte le transazioni transfrontaliere.
Il voto assume così anche una lettura di sovranità nei pagamenti: una soluzione pubblica paneuropea rafforza l’autonomia dell’Europa rispetto a standard proprietari controllati fuori dall’area euro, in un mercato dove crescono anche le stablecoin ancorate al dollaro.
Il trilogo con il Consiglio parte il 13 luglio sotto la presidenza irlandese e punta a chiudere il regolamento entro fine 2026. Il Consiglio ha definito la propria posizione a dicembre 2025 e i due testi sono considerati vicini, condizione che rende plausibile la chiusura entro l’anno.
Il calendario tecnico mantiene tre tappe: sviluppo con i PSP selezionati nel terzo trimestre 2026, progetto pilota di 12 mesi dalla seconda metà del 2027 e prima emissione possibile nel 2029, subordinata all’adozione del regolamento e alla decisione del Consiglio direttivo BCE. Queste scadenze seguono il cronoprogramma dell’euro digitale definito dalla BCE, che banche, PSP ed esercenti hanno davanti fino all’accordo interistituzionale.