Oggi è Lunedi' 18/05/2026 e sono le ore 10:40:17
Nostro box di vendita su Vinted
Nostro box di vendita su Wallapop
Nostro box di vendita su subito.it
Condividi questa pagina
Oggi è Lunedi' 18/05/2026 e sono le ore 10:40:17
Nostro box di vendita su Vinted
Nostro box di vendita su Wallapop
Nostro box di vendita su subito.it
Condividi questa pagina
Nostra publicità
Compra su Vinted
Compra su Vinted
#PMI.it #informazione #ICT #imprese #medie #piccole
La crisi energetica torna al centro del confronto tra Roma e Bruxelles. Giorgia Meloni ha scritto alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen per chiedere che la deroga concessa dalla National Escape Clause, già prevista per le spese di difesa, venga estesa anche agli investimenti e alle misure straordinarie contro il caro energia. Senza questa apertura, avverte il Governo, diventerebbe più difficile sostenere il ricorso italiano al programma SAFE alle condizioni attuali.
Nella lettera inviata a Ursula von der Leyen, la premier italiana chiede di estendere temporaneamente la clausola di salvaguardia nazionale anche agli interventi per affrontare la crisi energetica, senza modificare i limiti massimi di scostamento già previsti per la difesa.
La richiesta si inserisce nel confronto europeo sulla risposta UE alla crisi energetica, dopo il pacchetto Accelerate EU della Commissione e dopo le misure già discusse su aiuti di Stato, acquisti congiunti, energia pulita e strumenti contro i rincari.
La clausola di salvaguardia consente agli Stati membri di deviare temporaneamente dai vincoli di bilancio in presenza di circostanze eccezionali, mantenendo il controllo sulla sostenibilità del debito. Nel quadro europeo attuale, la flessibilità è stata costruita per sostenere l’aumento della spesa per la difesa.
Il meccanismo consente margini aggiuntivi fino al 2028 per investimenti militari, personale, infrastrutture e capacità industriali legate alla sicurezza europea. La richiesta italiana punta ad applicare lo stesso schema, in via temporanea, anche agli interventi contro il caro energia.
Il programma SAFE è lo strumento europeo di prestiti per rafforzare la difesa comune attraverso acquisti congiunti e investimenti industriali. Proprio il collegamento tra SAFE e clausola di salvaguardia rende più tesa la posizione italiana.
Secondo il Governo, sarebbe difficile spiegare il ricorso a prestiti europei per la difesa se, nello stesso tempo, non venisse riconosciuto uno spazio analogo per proteggere famiglie e imprese dal rincaro di energia, carburanti e materie prime.
La Commissione europea, per ora, non apre alla richiesta italiana. Bruxelles ha ribadito che la clausola nazionale non rientra tra gli strumenti proposti agli Stati membri per affrontare la crisi energetica e che le misure devono muoversi dentro un quadro fiscalmente responsabile.
La posizione europea è legata anche alla valutazione sulla sicurezza degli approvvigionamenti. Secondo la Commissione, al momento non esiste una minaccia energetica immediata per l’Unione, pur con un monitoraggio continuo dell’evoluzione geopolitica e dei mercati.
Per l’Italia il dossier energetico si intreccia con la procedura UE per deficit eccessivo, prolungata dopo la certificazione del disavanzo 2025 al 3,1% del PIL. Ogni nuovo intervento pubblico su bollette, energia e sostegni alle imprese deve quindi fare i conti con margini di bilancio ridotti.
Il tema era già emerso nel Documento di Finanza Pubblica, dove il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti aveva collegato crescita debole, deficit incerto e crisi energetica. La lettera di Meloni porta ora quel dossier direttamente sul tavolo della Commissione.
Il Governo ha già introdotto il Decreto Bollette 2026, con il contributo extra da 115 euro per le famiglie vulnerabili, misure sugli oneri per le imprese e interventi sul sistema energetico. Quelle risorse, però, erano state costruite in uno scenario meno teso sui mercati.
La richiesta a Bruxelles mira ad aprire spazio per eventuali nuove misure su bollette, carburanti e costi industriali. Per le imprese energivore, manifatturiere e dei trasporti, il nodo non riguarda solo la spesa corrente, ma la competitività nei confronti dei concorrenti europei con costi energetici più bassi.
Il confronto con la Commissione mette insieme due priorità diverse: sicurezza militare e sicurezza energetica. Roma sostiene che entrambe incidano sulla stabilità economica e sociale dell’Unione, soprattutto in una fase segnata da tensioni in Medio Oriente, guerra in Ucraina e volatilità dei prezzi.
Bruxelles, al contrario, mantiene per ora una distinzione netta tra spese per la difesa, già inserite nella clausola, e misure per l’energia, da finanziare con gli strumenti esistenti. La distanza tra le due posizioni sarà uno dei temi del prossimo confronto europeo su Patto di Stabilità , aiuti pubblici e strategia industriale.
La lettera italiana non modifica da sola il quadro fiscale europeo. Serve una valutazione della Commissione e, in caso di apertura, un adattamento politico e tecnico degli strumenti oggi disponibili. Per questo la richiesta di Meloni va letta come pressione negoziale, più che come misura già applicabile.
Per famiglie e imprese, l’esito del confronto può incidere sulla possibilità di nuovi interventi nazionali contro i rincari. Per il Governo, invece, la partita riguarda il margine di bilancio con cui affrontare insieme energia, difesa e crescita senza aggravare il rapporto con Bruxelles sui conti pubblici.
Il testo di conversione del Decreto Fiscale 2026 approvato dal Senato riscrive ancora le regole del concordato preventivo biennale: un mese in più per l’adesione al CPB 2026-2027, tetti alla proposta anche per le Partite IVA con punteggi ISA sotto 8 e iperammortamento tra gli elementi che variano il reddito concordato. Il provvedimento è ora all’esame della Camera, con conversione attesa entro il 26 maggio.
Per i contribuenti con periodo d’imposta coincidente con l’anno solare, il termine di adesione al CPB 2026-2027 viene fissato al 31 ottobre 2026. Nel calendario degli invii telematici, il 31 ottobre cade di sabato e porta la data utile a lunedì 2 novembre.
Per i soggetti con periodo d’imposta non coincidente con l’anno solare, la nuova finestra arriva all’ultimo giorno del decimo mese successivo alla chiusura del periodo d’imposta. La modifica allinea la scelta sul concordato preventivo biennale alla dichiarazione dei redditi, dando più tempo per analizzare proposta, dati ISA e convenienza fiscale.
La novità più rilevante riguarda i contribuenti con punteggio ISA medio o basso. Finora i limiti all’incremento della proposta erano previsti solo per i soggetti più affidabili; il testo approvato dal Senato estende il meccanismo anche alle fasce sotto 8.
Il tetto si applica al reddito dichiarato nel periodo d’imposta precedente a quello cui si riferisce la proposta, rettificato secondo le regole del decreto legislativo 13/2024. La nuova scala diventa quindi questa:
| Punteggio ISA | Incremento massimo della proposta |
|---|---|
| pari a 10 | 10% |
| pari o superiore a 9 e inferiore a 10 | 15% |
| pari o superiore a 8 e inferiore a 9 | 25% |
| pari o superiore a 6 e inferiore a 8 | 30% |
| pari o superiore a 1 e inferiore a 6 | 35% |
Il limite percentuale funziona come argine all’aumento rispetto al reddito dichiarato rettificato, ma deve essere letto insieme alla metodologia di calcolo della proposta. Se l’applicazione del tetto porta a un valore inferiore ai riferimenti settoriali individuati per l’attività , la soglia massima lascia spazio al valore determinato dalla metodologia.
Per questo motivo il nuovo tetto al reddito concordato non va letto come garanzia di proposta più bassa in ogni caso. La simulazione va fatta sul singolo contribuente, tenendo insieme dati dichiarativi, punteggio ISA, redditività del settore e informazioni già disponibili all’Amministrazione finanziaria.
Il software Il tuo ISA 2026 CPB è già disponibile per la compilazione dei modelli ISA e per l’elaborazione della proposta di concordato. L’intervento parlamentare arriva però dopo il rilascio dell’applicativo e richiederà un allineamento delle regole di calcolo, in particolare sulle nuove soglie per i punteggi ISA inferiori a 8.
Il Modello CPB 2026-2027 è il canale attraverso il quale vengono comunicati i dati necessari alla proposta e all’accettazione. L’adesione può essere trasmessa con la dichiarazione dei redditi e i modelli ISA oppure in via autonoma, utilizzando il frontespizio del modello Redditi con l’apposita comunicazione CPB.
La conversione del decreto interviene anche sull’iperammortamento 2026. La maggiorazione delle quote di ammortamento e dei canoni di leasing prevista dalla Legge di Bilancio 2026 entra tra gli elementi che producono una variazione del reddito d’impresa oggetto di concordato.
Per le imprese che aderiscono al CPB, la maggiorazione fiscale collegata agli investimenti agevolati non è assorbita dalla proposta standard. Il beneficio conserva quindi autonomia nella determinazione del reddito imponibile, secondo i meccanismi previsti dalla disciplina sull’iperammortamento.
Le nuove soglie puntano ad allargare l’interesse verso il CPB tra contribuenti con affidabilità fiscale più bassa, che nei precedenti bienni hanno mostrato minore propensione ad accettare la proposta del Fisco. Il limite al 30% e al 35% riduce il salto massimo rispetto al reddito dichiarato rettificato, senza modificare la logica complessiva degli ISA.
Il punteggio incide anche su altri istituti fiscali, come i benefici premiali ISA, tra visto di conformità , rimborsi, garanzie e controlli. La scelta di aderire al concordato va quindi valutata insieme al profilo fiscale complessivo del contribuente e alla tenuta dei redditi attesi nel biennio.
I kit fotovoltaici Plug and Play permettono di produrre energia elettrica collegandosi direttamente alla spina di casa, senza impianto tradizionale né cantiere. Nel 2026, la detrazione del Bonus Ristrutturazioni copre il 50% della spesa per chi installa il kit sulla propria abitazione principale e il 36% negli altri casi, con recupero in 10 rate annuali nella dichiarazione dei redditi.
Il fotovoltaico Plug and Play si presta a essere installato in qualsiasi abitazione, anche in città e in condominio, trattandosi di un impianto solare di dimensioni ridotte, portatile, che può essere collocato come fotovoltaico da balcone o sulle finestre, se non si dispone di un giardino. Per ottenere il massimo rendimento è bene collocarlo con esposizione a sud.
Con le soluzioni “plug and play” (“collega alla spina e usa subito”), per produrre energia con questi micro-pannelli solari basta inserire la spina nell’impianto elettrico domestico per avere subito disponibile l’energia prodotta.
Un kit fotovoltaico Plug and Play è tipicamente composto da:
Le regole di installazione degli impianti di potenza inferiore a 800W — categoria in cui rientrano i pannelli Plug and Play — sono stabilite dall’ARERA (Autorità per l’energia elettrica):
Attenzione: il consumatore deve rinunciare a qualsiasi pretesa di remunerazione dell’energia prodotta in surplus e immessa in rete.
Il potenziale risparmio sulla bolletta elettrica con impianti solari Plug and Play può arrivare al 20% installando due pannelli da 350-400 W orientati a sud. Con un kit da 800 W correttamente posizionato, le stime aggiornate al 2026 indicano un risparmio annuo tra i 200 e i 350 euro, in funzione dell’esposizione solare e dei consumi domestici.
Una parte dell’energia prodotta viene consumata direttamente nell’abitazione; la quota restante viene immessa in rete senza remunerazione. L’orientamento a sud e l’assenza di ombre permanenti massimizzano la resa dell’impianto.
I vantaggi di un pannello fotovoltaico Plug and Play sono: installazione autonoma, senza necessità di tecnico specializzato; burocrazia ridotta, con la sola comunicazione al gestore (ed eventualmente al condominio o al Comune in caso di vincoli architettonici o paesaggistici); risparmio fino al 20% sulla bolletta elettrica.
I prezzi dei kit fotovoltaici Plug and Play nel 2026 variano in base alla potenza: un kit da 400 W si colloca tra i 300 e i 400 euro; un kit da 800 W tra i 650 e i 900 euro. Se non si procede in autonomia, il costo del tecnico per l’installazione è solitamente intorno ai 100-150 euro.
Sul mercato si trovano diversi modelli di pannelli fotovoltaici Plug and Play pronti all’uso. Le fasce di prezzo indicative per potenza nel 2026 sono:
Con i prezzi 2026 e il risparmio aggiornato in bolletta, i tempi di ammortamento dell’investimento si collocano tra i 2 e i 4 anni, a seconda della potenza del kit e dei consumi domestici. Applicando la detrazione al 50% sull’abitazione principale, il payback time si riduce sensibilmente: per un kit da 800 W il rientro può avvenire in meno di due anni. Considerando una vita media dei pannelli di 15-25 anni, il periodo di risparmio netto è molto esteso.
La spesa per l’acquisto e l’installazione di impianti solari Plug and Play accede alla detrazione IRPEF prevista dal Bonus Ristrutturazioni (art. 16-bis TUIR). Nel 2026 l’aliquota è al 50% per chi interviene sulla propria abitazione principale ed è titolare di un diritto di proprietà o di un diritto reale di godimento sull’immobile, con tetto massimo di spesa di 96.000 euro. Per le seconde case e per chi detiene l’immobile senza diritti reali — locatari e comodatari — l’aliquota scende al 36%. La detrazione si recupera in 10 rate annuali di pari importo nella dichiarazione dei redditi. Lo sconto in fattura e la cessione del credito non sono applicabili, essendo bloccati dal 2023.
Chi sta anche sostituendo l’impianto di riscaldamento con una pompa di calore elettrica può accedere al Conto Termico 3.0, che nel 2026 consente uno sconto diretto in fattura fino al 20% del costo dei moduli fotovoltaici e dei sistemi di accumulo. Per gli impianti Plug and Play standalone, senza abbinamento alla pompa di calore, l’unico incentivo disponibile rimane la detrazione IRPEF ordinaria.
Colf, badanti e baby sitter senza contratto possono ottenere il TFR se il lavoro svolto viene provato in giudizio. La sentenza 778/2026 del Tribunale di Firenze riporta l’attenzione su una delle questioni più delicate del lavoro domestico in Italia: l’assistenza domestica pagata in modo informale, con orari concordati a voce e senza comunicazione all’INPS. In questi casi, la liquidazione finale dipende dalla prova del rapporto subordinato, dalla durata della prestazione e dagli elementi che consentono di ricostruire mansioni e compensi.
Il trattamento di fine rapporto nasce dalla cessazione di un rapporto di lavoro subordinato. Nel lavoro domestico, la mancanza di un contratto scritto o della comunicazione all’INPS incide sulla prova, mentre il diritto alla liquidazione segue l’accertamento del lavoro svolto.
La sentenza fiorentina riguarda una collaboratrice domestica che aveva chiesto il riconoscimento del rapporto e il pagamento delle somme maturate alla fine dell’attività . Il giudice ha valorizzato il rapporto subordinato nei limiti emersi dall’istruttoria, distinguendo tra somme provate e richieste economiche prive di adeguato riscontro.
Il principio deriva dall’articolo 2120 del Codice Civile, che riconosce il TFR alla cessazione del rapporto di lavoro subordinato. Per colf, badanti e baby sitter il tema assume rilievo ulteriore perché il lavoro si svolge spesso nell’abitazione privata, con accordi familiari poco formalizzati e con una documentazione ridotta.
Il nodo della causa riguarda la natura subordinata della prestazione. Nel lavoro domestico, l’inserimento stabile nella vita familiare, l’esecuzione di mansioni ricorrenti, gli orari concordati e il compenso periodico sono elementi che orientano l’accertamento del giudice.
Una badante che assiste una persona anziana secondo turni concordati, una colf che svolge pulizie in giorni fissi o una baby sitter impegnata con continuità presso la stessa famiglia operano dentro un rapporto che può assumere natura subordinata. L’autonomia richiede invece una diversa organizzazione dell’attività , con tempi, mezzi e rischio economico propri.
Per ottenere il TFR arretrato, il lavoratore domestico deve fornire elementi utili a ricostruire durata, orari, mansioni e compensi. La prova può arrivare da messaggi, bonifici, appunti, calendari, comunicazioni tra le parti, testimonianze dirette e ammissioni del datore.
Le testimonianze indirette, fondate su racconti riferiti dal lavoratore ad altre persone, hanno una forza ridotta. Il giudice tende a riconoscere il credito nei limiti degli elementi verificabili, soprattutto quando la richiesta riguarda anni di lavoro e importi maturati in assenza di buste paga.
Il calcolo del TFR nel lavoro domestico considera la retribuzione utile maturata durante il rapporto. Entrano nel conteggio la paga mensile o oraria, la tredicesima e, per i rapporti con convivenza, il valore convenzionale di vitto e alloggio quando previsto. La paga da prendere a riferimento è data dalle retribuzioni di colf e badanti previste per livello, mansione e regime di convivenza. Il controllo sui minimi consente di stimare la liquidazione dovuta e di valutare eventuali differenze rispetto agli importi versati nel corso del rapporto.
Per i periodi dal 1990 in avanti, la quota annua si ottiene dividendo la retribuzione utile dell’anno per 13,5, con rivalutazione delle somme accantonate. Nei rapporti irregolari la difficoltà maggiore riguarda la ricostruzione della base retributiva, soprattutto in presenza di pagamenti in contanti e orari variabili.
L’assunzione di un lavoratore domestico va comunicata all’INPS entro le ore 24 del giorno precedente l’inizio del rapporto, anche quando il lavoro è saltuario, discontinuo, in prova o svolto da una persona già assicurata presso altri datori. La comunicazione produce effetti anche verso Ministero del Lavoro, INAIL e Prefettura. Alla fine del rapporto, la cessazione va trasmessa all’INPS entro cinque giorni dall’evento, attraverso i servizi telematici dedicati al lavoro domestico.
Il versamento dei contributi per lavoratori domestici segue fasce di retribuzione oraria, rapporto a tempo determinato o indeterminato e numero di ore settimanali. I contributi riguardano la posizione previdenziale, mentre il TFR rimane una somma dovuta alla cessazione del rapporto in presenza di lavoro subordinato provato.
Il nuovo Contratto per colf, badanti e baby sitter rafforza il collegamento tra inquadramento, retribuzione e diritti maturati. La liquidazione finale va letta insieme a minimi, tredicesima, vitto e alloggio, preavviso e comunicazione di cessazione. La giurisprudenza recente sta riportando al centro le tutele dei lavoratori domestici nei casi in cui il rapporto familiare renda meno visibili i diritti ordinari del lavoro subordinato. La stessa logica si ritrova nelle decisioni sulla NaSPI per dimissioni in maternità , dove colf e badanti accedono alla protezione prevista quando ricorrono i presupposti di legge.
Per il TFR, la conseguenza è che la famiglia che impiega una colf o una badante senza formalizzare il rapporto si espone comunque alla richiesta della liquidazione finale, se il lavoratore riesce a dimostrare mansioni, orari, durata e compensi. La forma irregolare complica la prova, senza cancellare il diritto maturato.
L’inflazione torna ad accelerare. Secondo i dati Istat l’indice nazionale dei prezzi al consumo (NIC) ha segnato +2,7% su base annua ad aprile 2026, in netta accelerazione rispetto al +1,7% di marzo. A trascinare il rialzo è l’energia, che dopo mesi di freno inverte il segno: i prezzi degli energetici non regolamentati passano da -2,0% a +9,6%, quelli regolamentati da -1,6% a +5,3%. Contestualmente, la Banca d’Italia certifica che il debito pubblico ha toccato 3.158,8 miliardi di euro a marzo 2026.
La fiammata di aprile è in larga misura importata. Il conflitto in Medio Oriente continua a trasmettere tensioni sui mercati delle materie prime energetiche, e il rimbalzo dei prezzi degli energetici — sia regolamentati sia non regolamentati — costituisce il fattore principale dell’accelerazione dell’inflazione rispetto al mese precedente. Gli alimentari non lavorati (frutta, verdura, carne fresca) accelerano anch’essi, passando da +4,7% a +5,9% su base annua. A frenare parzialmente la corsa dei prezzi sono invece i servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (da +3,0% a +2,6%) e i servizi di trasporto (da +2,2% a +0,6%).
Per le famiglie il risultato più immediato è il rincaro del carrello della spesa: i beni alimentari, per la cura della casa e della persona segnano +2,3% su base annua, in lieve crescita rispetto al +2,2% di marzo. L’inflazione di fondo — al netto degli energetici e degli alimentari freschi — scende invece a +1,6% (da +1,9%): un segnale che la spinta sui prezzi di aprile è prevalentemente esogena, legata all’energia, e non a una domanda interna surriscaldata. L’indice FOI al netto dei tabacchi, utilizzato per il calcolo della rivalutazione degli affitti, registra una variazione congiunturale di +1,0% e una tendenziale di +2,6%.
Nella stessa giornata del rilascio degli ultimi dati Istat, la Banca d’Italia ha pubblicato i dati sul debito delle Amministrazioni pubbliche a marzo 2026: 3.158,8 miliardi di euro, con un incremento di 19,5 miliardi rispetto a febbraio. L’aumento riflette il fabbisogno delle Amministrazioni pubbliche (31,5 miliardi), in parte compensato dalla riduzione delle disponibilità liquide del Tesoro (10,8 miliardi) e da altri effetti tecnici. Il debito delle Amministrazioni centrali è cresciuto di 19,9 miliardi, mentre quello delle Amministrazioni locali si è ridotto di 0,4 miliardi.
Il credito d’imposta Transizione 5.0 per le imprese rimaste escluse dal riparto iniziale supera il Senato: il 14 maggio 2026, con 99 voti favorevoli e 56 contrari, Palazzo Madama ha approvato il disegno di legge di conversione del DL 38/2026 e ha confermato la quota dell’89,77% dell’importo originariamente richiesto, assorbendo il DL 42/2026. Il testo (A.C. 2935) passa ora alla Camera dei deputati, che ha tempo fino al 26 maggio per la conversione definitiva.
La conferma parlamentare del 14 maggio consolida il quadro finanziario per le imprese esodati Transizione 5.0 — quelle che avevano ricevuto dal GSE la comunicazione di ammissibilità tecnica senza poi ottenere il beneficio per esaurimento delle risorse. Il credito d’imposta è calcolato sull’89,77% dell’importo prenotato e copre gli investimenti in beni strumentali degli allegati A e B della legge 232/2016 e le spese di certificazione, con un budget complessivo di 1.302,3 milioni di euro per il 2026.
Il percorso normativo ha visto il DL 38/2026 riconoscere inizialmente solo il 35% dell’importo richiesto. Il DL 42/2026 ha poi portato la percentuale all’89,77%. Con l’assorbimento del DL 42 nel DL 38 in sede di conversione, le imprese beneficiarie fanno ora riferimento a un quadro normativo unificato: l’articolo 8 del DL 38/2026 come modificato.
Il passaggio al Senato introduce un ampliamento della base agevolabile che non era presente nel testo del DL 42/2026. Il DDL di conversione include tra le spese coperte anche quelle sostenute per la formazione del personale collegata agli investimenti agevolati, accanto ai beni strumentali degli allegati A e B e alle spese di certificazione.
Il contributo separato per gli investimenti in autoproduzione di energia da fonti rinnovabili — inclusi i sistemi di accumulo nel rispetto del principio DNSH — è confermato con limiti di spesa pari a 57,7 milioni di euro per il 2026, 80 milioni per il 2027 e 60 milioni per il 2028. Anche questo contributo non concorre alla formazione del reddito imponibile ai fini IRES e della base imponibile IRAP.
Il testo consolidato introduce misure per ridurre l’incidenza dei costi burocratici sulle piccole e medie imprese. La norma prevede rimborsi diretti per le spese tecniche sostenute in fase di perizia:
La fruizione di questi rimborsi è prevista anche per le imprese non soggette per obbligo statutario alla revisione legale dei conti.
Le imprese beneficiarie del riparto devono rispettare la scadenza del 31 dicembre 2026 per l’utilizzo in compensazione tramite modello F24. Il codice tributo da indicare nella sezione Erario è il 7079, istituito dall’Agenzia delle Entrate con la risoluzione n. 14/E del 16 aprile 2026: è distinto dal codice 7072 riservato al credito Transizione 5.0 ordinario e non è intercambiabile con quest’ultimo. La compensazione può iniziare dal quinto giorno successivo alla comunicazione del GSE dell’importo fruibile.
Prima di procedere, conviene verificare il plafond disponibile nel cassetto fiscale: l’Agenzia delle Entrate aggiorna i dati sulla base delle rettifiche successive comunicate dal GSE, in aumento o in diminuzione. Un modello F24 compilato con importi superiori al plafond autorizzato viene scartato automaticamente.
Mentre milioni di contribuenti aspettano il rimborso del 730/2026, i truffatori sfruttano l’attesa. L’Agenzia delle Entrate ha segnalato il 16 maggio una nuova campagna di phishing attiva: circolano email fraudolente che, usando il nome e il logo ufficiali dell’amministrazione, invitano i destinatari a fornire dati personali e bancari con la promessa di un presunto rimborso relativo alla dichiarazione dei redditi 2025. L’Agenzia si dichiara totalmente estranea a queste comunicazioni e invita a non cliccare su nessun link.
Il messaggio fraudolento arriva da un indirizzo mittente che richiama l’Agenzia delle Entrate ma non appartiene ai domini istituzionali. Il testo informa il destinatario di un presunto rimborso legato alla dichiarazione dei redditi 2025 e include un link che conduce a una pagina costruita per imitare graficamente il portale dell’Agenzia delle Entrate. La somiglianza visiva con il sito ufficiale è studiata per abbassare la soglia di sospetto, in particolare nei giorni immediatamente successivi all’apertura della campagna dichiarativa.
La truffa si svolge in due fasi. Nella prima alla vittima vengono chiesti nome, cognome, codice fiscale, indirizzo email e numero di telefono. Nella seconda, una volta compilato il modulo iniziale, la pagina richiede i dati della carta di credito o di debito. Si tratta di una tecnica progressiva: la prima richiesta, apparentemente innocua, serve a costruire fiducia prima di arrivare all’obiettivo reale. Per chi ha già ricevuto false email fiscali nelle scorse settimane il messaggio può risultare familiare, ma la campagna attuale aggiunge la richiesta esplicita dei dati della carta.
L’Agenzia delle Entrate non invia mai email che richiedano dati personali o bancari, né comunica rimborsi tramite messaggi di posta elettronica: qualsiasi credito fiscale è verificabile esclusivamente nell’area riservata del portale ufficiale, accessibile con SPID, CIE o CNS all’indirizzo agenziaentrate.gov.it. Chi riceve un messaggio di questo tipo deve cestinarlo senza cliccare su alcun link e senza compilare nessun modulo. In caso di dubbi, l’Agenzia invita a consultare la pagina “Focus sul phishing” sul sito istituzionale, aggiornata con tutti gli avvisi attivi, oppure a segnalare l’email sospetta all’indirizzo phishing@agenziaentrate.it.
Chiusa la finestra per chiedere il credito d’imposta aggiuntivo ZES Unica 2025, per le imprese ammesse si apre la fase della compensazione. L’Agenzia delle Entrate ha istituito il codice tributo 7041, da indicare nel modello F24 per usare la quota extra del 14,6189% collegata agli investimenti già comunicati. Il credito può essere portato in compensazione dal 26 maggio al 31 dicembre 2026, solo tramite i servizi telematici dell’Agenzia.
Il codice tributo 7041 è denominato “Credito d’imposta aggiuntivo investimenti ZES Unica – articolo 1, comma 448, della legge 30 dicembre 2025, n. 199â€. Il codice consente alle imprese beneficiarie di utilizzare in compensazione il contributo aggiuntivo previsto dalla Legge di Bilancio 2026.
La misura integra il credito d’imposta ZES Unica relativo al periodo d’imposta 2025. La quota aggiuntiva è pari al 14,6189% dell’ammontare del credito richiesto con la comunicazione integrativa già trasmessa per gli investimenti realizzati entro il 15 novembre 2025.
Il contributo aggiuntivo riguarda gli operatori economici che hanno trasmesso la comunicazione integrativa dal 18 novembre al 2 dicembre 2025, attestando la realizzazione degli investimenti nella ZES Unica entro il 15 novembre dello stesso anno. L’accesso alla quota extra richiede una partita IVA attiva, investimenti agevolabili nella ZES Unica del Mezzogiorno, assenza di credito Transizione 5.0 sugli stessi investimenti e dichiarazioni coerenti con i controlli antimafia.
Il credito ZES aggiuntivo può essere utilizzato esclusivamente in compensazione, con modello F24, dal 26 maggio 2026 e fino al 31 dicembre 2026. La trasmissione deve avvenire attraverso i servizi telematici dell’Agenzia delle Entrate; l’uso di canali diversi comporta il rifiuto dell’operazione di versamento. Prima dell’utilizzo, ogni beneficiario può verificare l’ammontare fruibile nel proprio Cassetto fiscale. L’importo indicato nell’area riservata rappresenta il limite massimo utilizzabile con il codice 7041.
Nel modello F24, il codice tributo 7041 deve essere indicato nella sezione “Erarioâ€. Se l’impresa utilizza il credito, l’importo si inserisce nella colonna “importi a credito compensatiâ€; nei casi di riversamento dell’agevolazione, si usa la colonna “importi a debito versatiâ€.
| Campo del modello F24 | Dato da indicare |
|---|---|
| sezione | Erario |
| codice tributo | 7041 |
| utilizzo del credito | importi a credito compensati |
| riversamento | importi a debito versati |
| anno di riferimento | anno di sostenimento dei costi nel formato AAAA |
L’Agenzia delle Entrate controlla i modelli F24 trasmessi e verifica che il credito compensato non superi l’importo massimo fruibile in base alle comunicazioni presentate. Se l’importo indicato è superiore al credito disponibile, il modello viene scartato.
La verifica preventiva dell’importo utilizzabile diventa quindi centrale per le imprese che hanno indicato rideterminazioni in diminuzione o che hanno ottenuto altre agevolazioni sulla stessa base di investimento. La compensazione deve rimanere allineata al credito effettivamente riconosciuto.
Il codice 7041 riguarda solo il credito d’imposta aggiuntivo previsto dalla Legge di Bilancio 2026 per gli investimenti ZES Unica 2025. Non sostituisce il codice tributo 7034, collegato al credito d’imposta ZES ordinario previsto dall’articolo 16 del decreto-legge 124/2023.
La distinzione serve anche a separare le diverse finestre di utilizzo. Il credito aggiuntivo ha una scadenza fissata al 31 dicembre 2026, mentre il credito ordinario segue le regole proprie della misura principale e delle comunicazioni già trasmesse.
Il credito aggiuntivo ZES non spetta per gli investimenti per i quali l’impresa ha ottenuto il riconoscimento del credito d’imposta Transizione 5.0. Il divieto riguarda gli stessi beni indicati nella comunicazione integrativa e impedisce la sovrapposizione tra le due agevolazioni sulla medesima spesa.
La separazione richiede particolare attenzione per le imprese che hanno avviato investimenti agevolabili anche con il credito Transizione 5.0. In presenza di più misure, la documentazione sugli investimenti deve permettere di distinguere beni, costi e agevolazioni richieste.
Per i crediti che, sommati a quelli già riconosciuti, superano la soglia di 150.000 euro, l’utilizzo rimane subordinato alle verifiche antimafia. Le dichiarazioni rese nel quadro C del modello mantengono quindi rilievo anche dopo la chiusura delle domande.
Se emergono cause ostative, l’autorizzazione alla compensazione può essere bloccata. Le imprese devono conservare la documentazione sugli investimenti, sulle dichiarazioni rese e sulle eventuali variazioni che incidono sull’importo riconosciuto.
La comunicazione per il contributo aggiuntivo poteva essere trasmessa dal 15 aprile al 15 maggio 2026. Rettifiche e annullamenti erano ammessi entro la stessa data; le comunicazioni inviate dall’11 al 15 maggio e scartate dal servizio telematico restavano valide se ritrasmesse entro il 20 maggio.
Superata la fase di invio, l’attenzione delle imprese si sposta sull’utilizzo in F24. Chi risulta ammesso deve controllare l’importo nel Cassetto fiscale, compilare il modello con il codice 7041 e completare la compensazione entro il 31 dicembre 2026.
Chi ha indicato l’INPS come sostituto d’imposta nel modello 730/2026 può verificare online lo stato dei rimborsi IRPEF da 730 e dei conguagli accedendo al servizio “Assistenza fiscale (730/4): servizi al cittadino” sul sito dell’Istituto o tramite l’app INPS Mobile, con credenziali SPID, CIE o CNS. Il servizio consente anche di richiedere la variazione o l’annullamento della seconda rata di acconto IRPEF e cedolare secca.
L’INPS effettua le operazioni di conguaglio derivanti dal risultato contabile delle dichiarazioni nelle quali è indicato come sostituto d’imposta. La somma a debito o a credito è riportata nel prospetto di liquidazione del modello 730/4:
Le risultanze contabili vengono trasmesse all’Istituto direttamente dall’Agenzia delle Entrate, nel caso di utilizzo della dichiarazione precompilata, oppure da CAF e professionisti abilitati, in caso di presentazione del modello cartaceo tramite intermediario.
Accedendo al servizio con le proprie credenziali digitali, il contribuente può verificare i seguenti dati relativi al conguaglio fiscale INPS ed eventuale rettifica della Certificazione Unica:
Attraverso lo stesso servizio è possibile trasmettere online la richiesta di annullamento o variazione della seconda rata di acconto IRPEF e cedolare secca — per il dichiarante e per il coniuge in caso di dichiarazione congiunta — entro il 10 ottobre. La scadenza per la presentazione della dichiarazione tramite modello 730/4 è fissata al 30 settembre. La rateazione degli importi a debito deve concludersi entro il mese di novembre: se gli importi sono di ammontare elevato e la richiesta arriva tardi, l’INPS non garantisce che le rate corrispondano all’importo indicato dal contribuente.
Nel caso in cui l’INPS, successivamente all’avvio dell’assistenza fiscale, non riesca a completare i conguagli previsti — ad esempio per cessazione della prestazione o incapienza dei pagamenti spettanti — l’Istituto invia una comunicazione agli interessati con gli importi risultanti dalla dichiarazione dei redditi e l’invito a versare gli eventuali importi a debito tramite modello F24.
L’inflazione continua a mordere. L’ultimo aggiornamento Istat per il calcolo della rivalutazione dei canoni di affitto (a meno che non si eserciti l’opzione di cedolare secca) – basato sull’andamento dei prezzi al consumo per le famiglie italiane calcolato a cadenza mensile – conferma il trend al rialzo. Per gli adeguamenti di maggio 2026 riferiti ad aprile, l’indice di riferimento FOI al netto dei tabacchi è pari a +1% in termini di variazione mensile, in aumento rispetto all’anno precedente dello 2,6% e del 4,3% su base biennale.
Vediamo in dettaglio cosa cambia, come funziona l’adeguamento per i canoni di locazione e quando scatta l’aumento del prezzo dell’affitto.
In base all’ultimo aggiornamento (riferito al mese di aprile e applicabile ad maggio 2026), la rivalutazione annuale degli affitti è pari a +1,95% per gli adeguamenti al 100% (locazioni di immobili ad uso abitativo) e +2,60% per adeguamenti al 75% (canoni commerciali).
L’indice di rivalutazione stabilito per gli adeguamenti di maggio 2026 è fissato a +102,5 in aumento dell’1% su base mensile, del 2,6% su base annua e del 4,3% su base biennale (valore di riferimento per i contratti con clausola di adeguamento ogni 2 anni).
| Periodo di riferimento: aprile 2026 | |
| Indice generale FOI | +102,5 |
| Variazione % rispetto al mese precedente | +1 |
| Variazione % rispetto allo stesso mese dell’anno precedente | +2,6 |
| Variazione % rispetto allo stesso mese di due anni precedenti | +4,3 |
Nei contratti di locazione immobiliare viene solitamente prevista una clausola per l’aggiornamento annuale del canone di affitto, rispetto alle variazioni dei prezzi al consumo per famiglie di operai e impiegati rilevate nell’ultimo anno solare. Sono esclusi dall’aumento i canoni di locazione con contratti di affitto che applicano la cedolare secca.
L’indice Istat che valuta l’aumento del costo della vita rispetto all’anno precedente (sulla base di quasi duemila fattori, aggiornati periodicamente in base alle necessità delle famiglie italiane) deve essere utilizzato per ricalcolare ogni 12 mesi il costo dell’affitto concordato tra inquilino e proprietario dell’immobile concesso in locazione.
La rivalutazione sull’affitto è obbligatoria se è espressamente previsto da un’apposita clausola inserita nel contratto di locazione (specificando anche se al 100% per contratti a canone libero o al 75% per contratti a canone concordato). In queste circostanze, l’adeguamento del canone all’indice Istat va effettuato ogni anno, altrimenti il proprietario dell’immobile non può avanzare alcuna pretesa nei confronti dell’inquilino.
Per adeguare il canone di affitto all’inflazione si utilizza infatti l’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI) al netto dei tabacchi. Si allinea così il valore del canone al reale andamento dell’economia e al costo della vita.
Il canone di locazione si rivaluta applicando aliquote diversificate a seconda che si tratti di un contratto di locazione a uso abitativo o ad uso commerciale, ai sensi della legge 392/78 (articolo 32):
Le parti possono comunque concordare anche termini diversi.
Il metodo e l’importo del calcolo dell’adeguamento cambiano anche a seconda della situazione contrattuale:
La formula per il calcolo dell’adeguamento Istat per gli affitti è la seguente: Canone d’affitto x Indice FOI al netto dei tabacchi x percentuale di rivalutazione. Si ottiene così il canone annuo rivalutato, dividendo per 12 mesi si ottiene il canone dell’affitto mensile. La rivalutazione può portare tanto ad un aumento quanto ad una diminuzione del costo dell’affitto.
Le oscillazioni si fanno più consistenti quando nell’anno di riferimento si verificano eventi in grado di incidere sull’economia del Paese, come la nuova ondata di crescita inflazionistica che stiamo vivendo come conseguenza del conflitto nel Golfo Persico.
L’inflazione di maggio applicata alle rivalutazioni degli affitti di aprile segna un’ulteriore accelerazione rispetto ai mesi precedenti e i prossimi dati ISTAT, attesi per il 16 giugno 2026 potrebbero ulteriormente peggiorare lo scenario.
Mario Draghi torna a strigliare l’Europa alle prese con la sfida della nuova governance globale. Lo fa da Aquisgrana, dove il 14 maggio ha ricevuto il premio Carlo Magno, il riconoscimento europeo per eccellenza. Sulla competitività UE, la diagnosi è quella di sempre: «il mondo che un tempo aiutava l’Europa a generare prosperità non esiste più» — sfida difficile, per quella che è ancora una superpotenza mondiale.
Nello stesso giorno del discorso di Draghi, a Pechino si svolgeva il vertice fra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il presidente cinese Cina Xi Jinping. Le due superpotenze che stanno mettendo in difficoltà l’Europa. «Per la prima volta dal 1949, gli europei devono fare i conti con la possibilità che gli Stati Uniti non garantiscano più la nostra sicurezza alle condizioni che un tempo davamo per scontate — rileva Draghi —. D’altra parte, neanche la Cina offre un’ancora alternativa. Sta generando surplus industriali su una scala che il mondo non può assorbire se non svuotando la nostra stessa base produttiva. E sta sostenendo direttamente il nostro avversario, la Russia».
La soluzione è la stessa individuata nel Rapporto sulla competitività europea del 2024 e nei molteplici, successivi interventi: «dimostrare che l’Europa può di nuovo trasformare la crisi in unione»
In questi due anni la situazione è peggiorata: «la precedente stima di circa 800 miliardi di euro l’anno di spesa strategica aggiuntiva è salita, con gli impegni in materia di difesa degli ultimi anni, a quasi 1.200 miliardi di euro l’anno in media». La ricetta non cambia, ed è sintetizzabile in un’unica parola: «crescita».
Per raggiungere i suoi obiettivi, l’Europa deve muoversi lungo quattro direttrici: «finanziare la transizione energetica, difendere il proprio continente, costruire le industrie dell’era digitale e sostenere società che invecchiano». Lo deve fare senza poter più contare su alleati esterni. «Per la prima volta a memoria d’uomo, siamo davvero soli insieme».
E deve partire dalla soluzione di tre vulnerabilità : l’esposizione alla domanda esterna, frutto dell’incapacità di costruire un mercato interno sufficientemente ampio («dal 1999, il commercio in percentuale del pil è salito dal 31% al 55% nell’area euro»); la dipendenza energetica («dipendiamo dall’America per il 60% delle nostre importazioni di Gnl; persino nelle tecnologie pulite, l’Europa non riesce ancora a dispiegare la sua transizione verde su larga scala senza aumentare la dipendenza dalle catene di approvvigionamento cinesi»); il ritardo tecnologico.
Il terzo punto debole è per Draghi il più grave: «il deterioramento della posizione dell’Europa nelle tecnologie che definiranno il prossimo decennio». L’intelligenza artificiale rappresenta in questo senso la sfida più urgente: «gli scenari dell’OCSE suggeriscono che circa la metà della crescita della produttività nel prossimo decennio potrebbe derivare dall’IA e dalla sua diffusione nell’economia. In nessun momento, nella memoria recente, una parte così grande del nostro futuro economico è dipesa da una singola trasformazione tecnologica».
Su questo l’Europa è già in ritardo: «gli Stati Uniti sono avviati a spendere circa cinque volte più dell’Europa nella costruzione di data center entro il 2030. La Cina si sta mobilitando su scala analoga. Se l’Europa volesse eguagliare quell’ambizione, la domanda di energia potrebbe aumentare del 20-30% rispetto ad oggi». La scelta non è rinviabile, la politica industriale richiede «enormi investimenti in energia, semiconduttori, infrastrutture di calcolo e capitale». E necessita di un mercato interno adeguato. «Senza una propria domanda, l’Europa non può sostenere una postura credibile all’estero». Il mercato unico e la politica industriale, se correttamente concepiti, si rafforzano a vicenda.
Con l’apertura della fase di invio, l’Agenzia delle Entrate ha attivato i canali straordinari di assistenza ai cittadini per la dichiarazione precompilata 2026, con un pacchetto di supporto dedicato a chi dichiara senza intermediari. In primo piano, il call center aperto anche di sabato mattina e un nuovo video tutorial sulle novità dell’anno.
Il servizio è riservato ai contribuenti non professionali: gli esperti dell’Agenzia offrono supporto per la consultazione e la modifica e invio della precompilata. Il servizio è gestito da consulenti fiscali specializzati. I contribuenti possono contattare il call center AdE ai seguenti numeri:
L’orario ordinario è dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 17. Nella fascia 9-13, il servizio è disponibile anche in lingua tedesca dalla provincia di Bolzano e in lingua francese dalla Valle d’Aosta.
Nella stagione dichiarativa 2026 il call center risponde anche il sabato mattina, nelle date del 23 maggio e del 6-13-20 giugno, dalle 9 alle 13. Nel corso della chiamata viene richiesto il codice fiscale: se il contribuente non lo fornisce al sistema vocale, sarà l’operatore ad acquisirlo direttamente. Al termine è possibile esprimere un giudizio anonimo sulla qualità del servizio ricevuto.
Sul canale YouTube dell’Agenzia delle Entrate è disponibile un video tutorial con le principali novità della dichiarazione 2026, le modalità di compilazione e le opzioni di delega. I contribuenti che non riescono a gestire la pratica in autonomia possono affidarsi a una persona di fiducia, autorizzando un familiare o un soggetto terzo ad accedere e inviare la precompilata nel proprio interesse. La richiesta si effettua tramite:
Ogni contribuente può designare al massimo una persona di fiducia, che deve operare al di fuori dell’esercizio di un’attività professionale o imprenditoriale.
Oltre al call center e al tutorial YouTube, l’AdE ha messo a disposizione un sistema di supporto multicanale. Il portale Infoprecompilata raccoglie istruzioni, FAQ, calendario e link di accesso all’area riservata. La guida AdE 2026 in PDF illustra nel dettaglio le procedure di compilazione e le novità della campagna in corso. È disponibile anche la prenotazione di un appuntamento in presenza o in videochiamata con un funzionario dell’Agenzia. Tra i canali digitali, attivo anche il canale Facebook delle Entrate, con webinar informativi e risposte alle domande più frequenti.
La campagna dichiarativa 2026 prevede calendari separati per i due modelli principali, con date sfasate per effetto del D.Lgs. n. 81/2025.
| Modello | Consultazione | Invio |
|---|---|---|
| 730/2026 | dal 30 aprile 2026 | 14 maggio – 30 settembre 2026 |
| Modello Redditi PF 2026 | dal 20 maggio 2026 | 27 maggio – 2 novembre 2026 |
L’assistenza straordinaria del call center è attiva nelle stesse settimane in cui la maggior parte dei contribuenti completa l’invio del 730 in modalità semplificata, il periodo in cui si concentra la quota più alta di richieste di supporto su detrazioni, sostituto d’imposta e rimborsi.
Tra il benessere dei lavoratori e lo sviluppo dell’economia esiste un legame stretto, riconosciuto dalle politiche aziendali di molte nazioni. Ma i livelli di soddisfazione professionale variano notevolmente in Europa — e l’Italia fatica a tenere il passo. Secondo il Job Satisfaction Index elaborato da iSelect, il Belpaese si colloca al 17° posto su 20 nella classifica che include 19 Paesi europei e l’Australia, costruita su indicatori chiave come la stabilità occupazionale, l’orario di lavoro, la condivisione dei valori aziendali, le relazioni, le opportunità di formazione e il potere d’acquisto locale.
Il podio è occupato da Lussemburgo, Norvegia e Svizzera, seguite da Danimarca, Paesi Bassi, Australia, Regno Unito, Belgio, Svezia e Germania. Tutti Paesi che combinano solide tutele contrattuali, mercati del lavoro a bassa disoccupazione e forti investimenti nella formazione continua. L’Australia si posiziona sesta con un punteggio complessivo di 78,47 grazie a un tasso di perdita economica in caso di disoccupazione del 3,1% e un indice di fiducia nella leadership del 79%. A mostrare valori inferiori rispetto all’Italia sono Turchia, Grecia e Repubblica Ceca.
Il dato italiano non è una novità : si inserisce in un quadro di sistematico svantaggio competitivo nei confronti dei Paesi nordici e centro-europei, confermato da più fonti internazionali negli ultimi anni — tra cui il European Workforce Study 2025 di Great Place to Work e il State of the Global Workplace 2026 di Gallup, che collocano l’Italia stabilmente in fondo alle classifiche continentali per engagement e soddisfazione lavorativa.
Il primo fattore critico rilevato dallo studio è la sicurezza economica in caso di perdita del lavoro. La metodologia iSelect utilizza i dati OCSE sul Job Security Index, che misura la percentuale di perdita del reddito attesa al momento dell’interruzione del rapporto di lavoro: un valore più basso indica maggiore protezione. In Italia il dato si attesta all’8,6% — una perdita economica attesa quasi sei volte superiore a quella della Germania, ferma all’1,4%.
Il confronto riflette la diversa architettura dei sistemi di protezione sociale: i Paesi nordici e la Germania dispongono di ammortizzatori sociali più robusti, con indennità di disoccupazione più generose e periodi di copertura più lunghi. In Italia il sistema di tutele — pur rafforzato negli anni, con l’introduzione della NASpI nel 2015 — rimane strutturalmente meno protettivo sul piano della continuità reddituale, un elemento che incide direttamente sulla percezione di sicurezza dei lavoratori.
Il secondo elemento che trascina verso il basso il punteggio italiano è la percezione delle opportunità di aggiornamento professionale e potenziamento delle competenze. Solo il 42% dei lavoratori italiani si dichiara soddisfatto di questo aspetto, contro il 66% del Lussemburgo — primo classificato proprio su questa dimensione — e valori sensibilmente più alti nei Paesi nordici.
Il dato si allinea a quanto rilevato da altri studi recenti: solo il 17,9% delle imprese italiane ha attivato formazione in ambito ICT (Confprofessioni), e il 5% dei lavoratori a bassa qualifica ha partecipato a percorsi formativi nell’ultimo anno (INAPP). La percepita assenza di opportunità di crescita professionale è una delle cause strutturali del basso engagement italiano documentato dal Gallup 2026, che individua nell'”opportunità di apprendere e crescere” uno dei quattro driver fondamentali del coinvolgimento lavorativo — una dimensione su cui le retribuzioni italiane già basse non compensano.
Lo studio iSelect segnala che l’Italia ottiene valori migliori su altri indicatori: l’equilibrio tra vita professionale e vita privata, la qualità delle relazioni sul lavoro e il livello di fiducia nel rapporto tra dipendenti e datori di lavoro. Dimensioni in cui la cultura lavorativa italiana mostra punti di forza rispetto ad altri contesti nordeuropei, dove l’ambiente di lavoro è più formale e meno relazionale.
Il divario di fondo, però, rimane: la soddisfazione lavorativa influisce direttamente sulla produttività , sull’attrattività del mercato del lavoro per i talenti e sulla propensione a investire nel Paese. I sistemi economici che eccellono in questa classifica — Lussemburgo, Norvegia, Svizzera — registrano non a caso i livelli più alti di PIL per ora lavorata in Europa. Per le imprese italiane, in particolare per le PMI, investire in stabilità contrattuale e in piani strutturati di aggiornamento professionale non è solo una risposta alle aspettative dei dipendenti: è una variabile competitiva.
Claude for Small Business porta l’intelligenza artificiale nelle PMI, integrata direttamente nei software già in uso: dalla contabilità ai pagamenti, dai gestionali agli strumenti cloud. Anthropic ha costruito il pacchetto sulle esigenze specifiche delle piccole e medie imprese, con flussi di lavoro pronti all’uso e nessuna necessità di configurazione dei permessi già impostati sui singoli software.
Negli USA è già sul mercato ed il prezzo non prevede costi aggiuntivi rispetto alle licenze Claude già in uso e agli abbonamenti ai software dei partner. L’arrivo in Europa non è stato ancora annunciato ma sembra probabile in tempi brevi.
Il prodotto si attiva come opzione aggiuntiva all’interno di Claude Cowork, la piattaforma desktop di Anthropic per l’automazione dei processi aziendali. Un singolo interruttore abilita tutte le funzionalità : una volta attivato, il sistema consente di collegare gli strumenti già in uso, configurare le attività e approvare ogni azione prima che venga eseguita. L’operatore mantiene il controllo pieno: nulla viene inviato, pubblicato o pagato senza la sua conferma.
Gli strumenti supportati al lancio sono otto: QuickBooks (contabilità ), PayPal (pagamenti), HubSpot (vendite e marketing), Canva (contenuti), DocuSign (contratti), Google Workspace, Microsoft 365 e Slack. I permessi già configurati sui singoli software restano invariati: un dipendente che non ha accesso a determinati dati in QuickBooks non potrà accedervi nemmeno tramite Claude.
Il pacchetto include 15 flussi di lavoro agentici pronti all’uso nelle aree finanza, operations, vendite, marketing, risorse umane e customer service, affiancati da 15 abilità ripetibili costruite sui task che le PMI identificano come i maggiori assorbitori di tempo. L’IA agentica è in grado di eseguire sequenze di operazioni senza intervento umano, ma è sempre il lavoratore a decidere quando attivarla e a dover approvare il risultato finale. Alcuni esempi concreti:
I dati aziendali non vengono utilizzati per addestrare il modello.
L’Hantavirus in Italia torna sotto osservazione dopo le indicazioni diffuse dal Ministero della Salute sul focolaio collegato al virus Andes. In assenza di vaccino autorizzato su larga scala, la protezione dal contagio richiede diagnosi mirata, sorveglianza dei contatti a rischio e prevenzione negli ambienti esposti a roditori. Il test va invece valutato soprattutto in presenza di sintomi compatibili, mentre la ricerca su un possibile vaccino mRNA procede ancora in laboratorio.
La diagnosi di infezione da Hantavirus si basa su due strumenti principali: il test molecolare PCR, utile per rilevare la viremia nelle fasi iniziali della malattia sintomatica e il test sierologico IgM, che tende a diventare positivo dopo la comparsa dei sintomi. La circolare ministeriale richiama anche il rischio di risultati falsamente rassicuranti quando il test viene eseguito durante il periodo di incubazione.
| Esame | Quando viene usato | Limite principale |
|---|---|---|
| PCR | Nelle fasi iniziali della malattia sintomatica, soprattutto con sospetta sindrome cardiopolmonare da Hantavirus | poco utile fuori senza viremia rilevabile |
| Sierologia IgM | Dopo l’esordio dei sintomi, quando la risposta anticorpale diventa rilevabile | incompleto nelle prime fasi |
| Screening asintomatici | Valutato dalle autorità sanitarie in casi selezionati | senza sintomi è meno sicuro della sorveglianza sanitaria |
La priorità per il test Hantavirus riguarda i soggetti sintomatici, in particolare chi presenta un quadro compatibile con la sindrome cardiopolmonare da Hantavirus Andes. Febbre, dolori muscolari, cefalea, disturbi gastrointestinali e sintomi respiratori dopo una possibile esposizione richiedono una valutazione medica, soprattutto in presenza di contatti con roditori, materiali contaminati o persone coinvolte nel focolaio.
Per i contatti asintomatici sottoposti a monitoraggio sanitario, le indicazioni disponibili privilegiano sorveglianza, isolamento quando previsto e segnalazione tempestiva dei sintomi. Il test molecolare eseguito troppo presto può dare esito negativo anche in presenza di esposizione, motivo per cui la finestra temporale e la valutazione clinica incidono sulla scelta diagnostica.
Sul fronte del vaccino contro l’Hantavirus, il quadro resta distante dall’uso clinico su larga scala. In Europa, Stati Uniti e America Latina manca un vaccino autorizzato contro l’infezione da virus Andes. In Corea del Sud esiste Hantavax, un vaccino inattivato di vecchia generazione, legato però a ceppi asiatici e a una protezione giudicata limitata rispetto agli standard più recenti.
La novità più osservata riguarda il progetto di vaccino mRNA Hantavirus sviluppato da Moderna con il Vaccine Innovation Center della Korea University. La collaborazione è partita prima del focolaio sulla MV Hondius e si trova ancora nella fase preclinica: la sperimentazione sull’uomo deve quindi essere avviata prima di qualsiasi possibile autorizzazione.
La strada per arrivare al vaccino è assolutamente percorribile. Il presidente di Farmindustria, Marcello Cattani, ha ricondotto la ricerca vaccinale alla capacità tecnologica maturata negli ultimi anni, segnalando però che l’attuale focolaio viene trattato dalle autorità sanitarie come un evento circoscritto e gestibile attraverso tracciamento, quarantena dei contatti ad alto rischio e monitoraggio clinico.
La prevenzione dell’Hantavirus passa soprattutto dalla riduzione dell’esposizione a roditori infetti e ai materiali contaminati. Il contagio avviene in genere inalando particelle provenienti da urine, feci o saliva di roditori, oppure attraverso il contatto con superfici contaminate. Le attività di pulizia in cantine, soffitte, magazzini, capanni, garage e locali rimasti chiusi a lungo richiedono cautela.
Le misure raccomandate per ridurre il rischio di infezione sono semplici e riguardano soprattutto ambienti domestici, rurali e professionali dove possono essere presenti roditori:
gricoltori, addetti forestali, operatori di pulizia e bonifica, personale di magazzino, imprese edili impegnate in immobili disabitati e servizi di pest control possono incontrare un rischio più alto di esposizione. Per i datori di lavoro, il riferimento da seguire per le misure di prevenzione è il DLgs. 81/2008, con la valutazione del rischio biologico, la formazione, i DPI adeguati e le procedure di pulizia coerenti con l’ambiente in cui si interviene.
Secondo l’ECDC, il rischio per la popolazione generale in Europa è molto basso. Il virus Andes può trasmettersi tra persone, a differenza della maggior parte degli Hantavirus, ma questa trasmissione richiede contatti stretti e prolungati. L’OMS valuta basso anche il rischio globale per la popolazione generale, mentre considera più elevata l’attenzione sui passeggeri, sull’equipaggio e sui contatti collegati al focolaio della MV Hondius.
La sorveglianza sanitaria resta quindi concentrata sui contatti ad alto rischio e sui soggetti con sintomi compatibili dopo una possibile esposizione. Per la popolazione generale, la misura più efficace è evitare il contatto con roditori e materiali contaminati, senza ricorrere a test autonomi fuori dalle indicazioni mediche o delle autorità sanitarie.
Un licenziamento comunicato via email ordinaria è pienamente valido se il lavoratore ha effettivamente ricevuto e letto il messaggio — anche quando il contratto collettivo prevede forme più garantiste come la raccomandata o la PEC. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 13731/2026, pubblicata l’11 maggio 2026, confermando le sentenze dei giudici di merito di Forlì e di Bologna.
La vicenda riguarda un operaio rientrato in Italia al termine di un periodo di trasferta all’estero. Al suo rientro, l’azienda aveva cessato i trattamenti economici legati alla trasferta. Poco dopo era arrivata una contestazione disciplinare per assenza ingiustificata dal luogo di lavoro, supportata da immagini delle telecamere di sicurezza del magazzino — acquisite nell’ambito di controlli difensivi e ritenute utilizzabili — e dalle dichiarazioni dello stesso lavoratore, che in una email aveva riconosciuto di non essersi recato in sede perché in isolamento.
Il 19 gennaio 2021 l’azienda aveva comunicato il licenziamento non tramite PEC o raccomandata con ricevuta di ritorno, bensì via email ordinaria inviata all’indirizzo personale del dipendente. Il lavoratore aveva impugnato il provvedimento, sostenendo che il proprio contratto collettivo imponesse la raccomandata, la consegna a mano o la posta elettronica certificata. Di conseguenza, a suo avviso, il licenziamento inviato con una comune email era da considerarsi nullo.
La Cassazione ha respinto il ricorso, escludendo anche il carattere ritorsivo del recesso contestato dal lavoratore: gli addebiti disciplinari erano fondati nel merito e gli elementi raccolti erano sufficienti a compromettere definitivamente il rapporto fiduciario con il datore di lavoro.
La pronuncia ruota attorno a una distinzione che la giurisprudenza considera ormai consolidata: quella tra la validità del licenziamento e le modalità con cui viene trasmesso.
Sul primo versante, l’art. 2 della legge n. 604/1966 stabilisce che il recesso datoriale debba essere comunicato per iscritto, a pena di inefficacia. Una email ordinaria soddisfa questo requisito: è un documento scritto, leggibile e attribuibile al mittente. La legge non prescrive uno specifico canale di trasmissione.
Sul secondo versante, le previsioni del CCNL relative all’uso della raccomandata o della PEC riguardano le modalità di comunicazione dell’atto, non la sua sostanza. La Cassazione chiarisce che il licenziamento è un atto recettizio: la sua efficacia si produce nel momento in cui il destinatario lo riceve effettivamente. Nel caso in esame, era provato che il lavoratore avesse letto il messaggio. Questo dato ha sanato ogni possibile irregolarità procedurale.
Un ulteriore elemento chiarificatore: affinché la violazione delle previsioni del CCNL sulle modalità di invio produca la nullità del licenziamento, il contratto collettivo dovrebbe prevedere esplicitamente questa sanzione. Circostanza che nella prassi quasi mai si verifica.
Il principio fissato dalla Cassazione non elimina i rischi pratici per il datore di lavoro che scelga l’email ordinaria come canale di comunicazione del licenziamento. Il punto critico è il regime probatorio.
Con raccomandata A/R, PEC o consegna a mano firmata, la ricezione è presunta: il datore dispone di una prova autonoma, indipendente dal comportamento del destinatario. Con una email ordinaria, invece, la prova dell’effettiva ricezione ricade interamente sul datore di lavoro. Se il lavoratore contesta di aver ricevuto il messaggio — sostenendo, ad esempio, che sia finito nello spam o che non abbia aperto la casella — il datore deve dimostrare il contrario.
Nel caso esaminato dalla Cassazione, la prova della ricezione era desumibile in modo inequivoco dalle circostanze: il lavoratore aveva risposto al messaggio e aveva agito di conseguenza, rendendo di fatto impossibile negarne la conoscenza. In assenza di questi elementi, la stessa email potrebbe non reggere a un contenzioso.
Lo scivolo pensionistico per la gestione degli esuberi potrebbe mantenersi a 7 anni anche oltre il 2026. Il Ministro del Lavoro Marina Calderone ha annunciato il 13 maggio, in sede di question time alla Camera, che sono in corso valutazioni tecniche per prorogare l’isopensione tramite un emendamento al Decreto Prima Maggio (DL 62/2026), evitando così il ritorno al limite ordinario di 4 anni da gennaio 2027.
Istituita dalla Legge Fornero (art. 4, comma 2, L. 92/2012), l’isopensione consente ai datori di lavoro con più di 15 dipendenti di accompagnare alla pensione i lavoratori in esubero, sostenendo interamente i costi senza oneri per lo Stato. L’azienda versa mensilmente all’INPS le somme per coprire l’assegno sostitutivo della pensione — erogato al lavoratore per il tramite dell’Istituto — insieme alla contribuzione figurativa per tutto il periodo di accompagnamento. La prestazione è soggetta a tassazione ordinaria (IRPEF), corrisposta per 13 mensilità e senza adeguamento automatico all’inflazione.
L’accordo sindacale, depositato presso l’INPS e corredato dalla fideiussione bancaria a garanzia dei pagamenti, è il presupposto obbligatorio per l’attivazione. Anche durante l’eventuale finestra mobile — i tre mesi di attesa prima della decorrenza della pensione anticipata — l’azienda indennizza il lavoratore, pur senza versare la contribuzione figurativa in quella fase. La misura è applicabile sia in caso di licenziamenti collettivi sia nell’ambito di piani di riorganizzazione aziendale.
Lo strumento si applica ai dipendenti che matureranno i requisiti minimi per la pensione di vecchiaia o per quella anticipata entro 7 anni dalla cessazione del rapporto di lavoro. In concreto, entro sette anni i lavoratori devono poter vantare 42 anni e 10 mesi di contributi (uomini) oppure 41 anni e 10 mesi (donne), con finestra mobile di tre mesi, oppure i requisiti per la pensione di vecchiaia a 67 anni con almeno 20 anni di contributi.
Per le nuove domande, gli incentivi all’esodo devono includere in via prospettica gli scatti dell’età pensionabile previsti per il biennio 2027-2028: il Messaggio INPS 558/2026 ha chiarito che le istanze prive di questo adeguamento vengono automaticamente scartate dalla procedura Unicarpe. La finestra per stipulare nuovi accordi con estensione a 7 anni scade il 30 novembre 2026.
In assenza di un intervento normativo, dal 1° gennaio 2027 l’isopensione tornerà al limite ordinario di 4 anni, come stabilito dalla formulazione originaria dell’art. 4 della Legge Fornero. Dal 2027 i requisiti pensionistici salgono di tre mesi complessivi — un mese nel 2027, due mesi nel 2028 — per effetto del decreto direttoriale del 19 dicembre 2025: chi ha sottoscritto accordi di esodo senza tenere conto di questi scatti rischia di trovarsi scoperto alla fine dello scivolo. La circolare INPS 41/2026 ha previsto il prolungamento automatico degli assegni già attivi fino alla nuova decorrenza della pensione.
Il veicolo normativo individuato per la proroga è il disegno di legge di conversione del DL 62/2026 (decreto Primo Maggio), attualmente all’esame della commissione Lavoro della Camera. Nelle prime bozze del decreto era già prevista l’estensione fino al 2029, poi non confermata nel testo definitivo.
L’ipotesi al vaglio prevede che lo scivolo a 7 anni diventi strutturale, consentendo anche alle aziende in crisi o in fase di ristrutturazione di pianificare le eccedenze di personale senza il vincolo temporale oggi in scadenza.
Per i lavoratori coinvolti in un piano di staffetta generazionale, esiste la possibilità di pensione anticipata fino a tre anni prima rispetto ai requisiti Fornero, nell’ambito di un Fondo di solidarietà bilaterale e a fronte dell’assunzione di giovani fino a 35 anni per almeno 36 mesi con contratto a tempo indeterminato o di apprendistato.
Ai lavoratori ai quali mancano al massimo 36 mesi alla pensione di vecchiaia o anticipata è dunque attivabile un programma di staffetta generazionale che, previo accordo consensuale con i sindacati, prevede la riduzione dell’orario di lavoro contestuale all’assunzione di nuovi profili. Il datore di lavoro sostiene il costo del trattamento di accompagnamento a pensione e dell’accordo collettivo.
Daniele Pucci è un ingegnere italiano con un percorso straordinario alle spalle. Dopo la laurea in ingegneria dell’automazione e una prima esperienza sui simulatori del lanciatore europeo Vega, ha conseguito due dottorati in robotica, perfezionandosi in Francia all’INRIA e alla Sapienza. Rientrato in Italia, ha trascorso dodici anni all’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) di Genova, diventando direttore dell’unità di Intelligenza Artificiale e Meccanica.
Nel luglio 2024, intuendo l’imminente accelerazione del settore e il rischio di obsolescenza tecnologica, Pucci si è licenziato dall’IIT per fondare Generative Bionics. In pochi mesi, affiancato da un solido team di soci, ha chiuso un round di finanziamento da 70 milioni di euro (con una valutazione pre-money di 150 milioni), supportato da partner come CDP Venture, Fincantieri e il colosso americano dei chip AMD. L’ambizioso obiettivo della startup è inaugurare entro il 2026 la più grande fabbrica europea di robot umanoidi, sviluppando una produzione in serie capace di rivaleggiare con giganti statunitensi come Tesla e i numerosi competitor cinesi.
L’intervista realizzata da Chapeau esplora l’audace salto di Daniele Pucci nel mondo dell’imprenditoria globale, durante la sua carriera nella quale ha costruito decine di robot, coordinando progetti ambiziosi come ErgoCub (un esoscheletro per assistere i lavoratori) e iRonCub, il primo robot umanoide nella storia in grado di volare grazie a un jetpack integrato.
Ecco il video integrale in streaming.
Il cuore del progetto non è creare automi che sostituiscano l’uomo ma “sistemi di amplificazione” per fronteggiare la gravissima crisi demografica in atto. Con il dimezzamento previsto della popolazione italiana entro fine secolo, mancheranno infermieri, magazzinieri e insegnanti. I robot di Generative Bionics sono pensati per assistere l’essere umano in questi ambiti, compensando la mancanza di forza lavoro. Per farlo, verranno dotati di sensori in grado di decifrare la fatica e lo stato emotivo dei lavoratori, adattando il proprio intervento al contesto. L’azienda sta infatti delineando verticali molto specifici (dalla Sanità al Manufacturing), consapevole che un chirurgo robotico avrà requisiti totalmente diversi rispetto a un automa impiegato nella logistica o nelle pulizie.
Dal punto di vista tecnologico, Generative Bionics punta su un’architettura modulare. La startup ha ideato Gene 01, una piattaforma di base (una sorta di “genetica” comune) da cui far derivare i vari robot specializzati, abbattendo i tempi di progettazione e ottimizzando i costi, che a regime si aggireranno tra i 60.000 e i 70.000 euro per unità .
Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, l’approccio è ibrido: l’azienda crea modelli proprietari “distillati” per garantire i riflessi immediati e il movimento mentre si appoggia ai grandi Visual Language Action Models (VLAM) di partner esterni per scalare le capacità di ragionamento logico e semantico.
Un banco di prova cruciale sarà il progetto quadriennale avviato con Fincantieri per sviluppare robot umanoidi dotati di gambe, capaci di effettuare saldature in ambienti pericolosi e complessi come i cantieri navali.
L’intervista mette in luce la delicata posizione dell’Europa in una competizione globale dominata da Stati Uniti e Cina. Gli americani guidano nello sviluppo del software AI e nell’infrastruttura grazie ad aziende fornitrici di chip, mentre i cinesi producono migliaia di robot a basso costo, godendo di un pericoloso monopolio: il 65% delle terre rare necessarie per costruire i magneti (come il neodimio) è sotto il loro controllo.
Daniele Pucci lancia un chiaro allarme sulla necessità di sviluppare una filiera europea sovrana: delegare ad altri la costruzione di queste macchine significa esporsi al rischio che potenze estere possano controllarle o spegnerle da remoto, replicando su scala ben più vasta scenari di vulnerabilità informatica e geopolitica.
L’intervista si chiude con tre preziosi consigli per chi desidera fare impresa. Primo, costruire un’organizzazione “piatta” basata su valori etici condivisi, dove tutti i dipendenti accedono agli stessi benefit (come l’assicurazione sanitaria) e possiedono quote dell’azienda; non a caso, Generative Bionics ha riservato il 10% delle azioni in stock options per il team. Secondo, essere “umili ma non deboli”, circondandosi di mentori esperti che permettano di correre rischi calcolati in fase di crescita. Terzo, imparare a “separare il segnale dal rumore”, gestendo con estrema cura il proprio tempo per focalizzarsi esclusivamente sui veri obiettivi strategici anziché disperdere le energie nelle continue distrazioni del presente.