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Il Consiglio dei ministri del 30 aprile 2026 ha approvato il decreto legge che dà attuazione al Piano Casa Italia, fissando in dieci anni l’orizzonte per la realizzazione di 100mila alloggi tra recupero del patrimonio pubblico, housing sociale e investimenti privati. Il provvedimento poggia su tre pilastri distinti, mobilita complessivamente fino a 10 miliardi di euro tra risorse nazionali ed europee e supera l’attesa per il DPCM attuativo previsto dalle misure per l’edilizia sociale in Manovra 2026, intervenendo direttamente con uno strumento normativo più rapido.
Il primo pilastro del decreto-legge concentra le risorse sul recupero del patrimonio di edilizia residenziale pubblica già esistente. L’obiettivo dichiarato è rendere disponibili circa 60mila alloggi popolari oggi non assegnabili per gravi carenze manutentive. Il programma stanzia 1,7 miliardi di euro, ai quali si aggiungono fino a 4,8 miliardi dei programmi di rigenerazione urbana, distribuiti ai Comuni con un DPCM da adottare dopo l’intesa con l’ANCI.
La regia del piano di recupero è affidata a un Commissario straordinario, con l’obiettivo di completare gli interventi entro un anno dall’approvazione del decreto. Il provvedimento prevede inoltre un programma di riscatto degli immobili ERP da parte degli assegnatari e la realizzazione di nuove case popolari senza consumo di suolo, destinate alla locazione di lunga durata con la formula del rent to buy e una facoltà di riscatto predefinita.
Sui programmi PNRR già avviati proseguono interventi finanziati dalle precedenti manovre. Il PINQuA punta alla riqualificazione di 10mila alloggi pubblici, mentre il programma “Sicuro, verde e sociale” del Piano Nazionale Complementare prevede di intervenire complessivamente su 27.371 alloggi entro dicembre 2026.
Il secondo pilastro raccoglie e unifica tutte le risorse nazionali ed europee destinate all’emergenza abitativa in un unico strumento gestito da Invimit, la società pubblica del Ministero dell’Economia. La dotazione complessiva supera 3,6 miliardi di euro e finanzia interventi di housing sociale e alloggi a canone calmierato. La concentrazione delle risorse mira a superare la frammentazione che aveva rallentato gli interventi precedenti, allineando gli obiettivi di edilizia integrata sui medesimi parametri tecnici e finanziari.
Tra i destinatari finali, indicati dalla Legge di Bilancio 2026, figurano giovani e giovani coppie con formule di canone agevolato, persone anziane con alloggi dotati di servizi adeguati e progetti di coabitazione, genitori separati che hanno perso il diritto alla casa familiare.
Il terzo pilastro punta a mobilitare il capitale privato attraverso un meccanismo di scambio. A fronte di un percorso autorizzativo accelerato, gli investitori si impegnano a destinare almeno 70 alloggi su 100 all’edilizia convenzionata, con prezzi di vendita o canoni di locazione scontati di almeno il 33% rispetto ai valori di mercato.
Per gli investimenti superiori al miliardo di euro è prevista la nomina di un Commissario straordinario abilitato a rilasciare un provvedimento unico di autorizzazione, con valenza sostitutiva degli atti ordinariamente richiesti.
Le procedure semplificate si applicano esclusivamente alla quota di edilizia integrata, mentre sulla parte restante degli interventi resta in vigore la disciplina ordinaria. La leva del modello è la riduzione strutturale dei tempi di rilascio dei titoli edilizi, in genere indicata dagli operatori come uno dei principali ostacoli all’apertura di nuovi cantieri residenziali nelle aree metropolitane.
Il decreto-legge introduce inoltre un pacchetto di misure di accompagnamento alle compravendite e ai mutui legati all’edilizia a prezzi calmierati.
La principale è il dimezzamento degli oneri notarili sull’atto di compravendita, sul mutuo e sul contratto di locazione, frutto di un’intesa con il Consiglio nazionale del notariato. Sul fronte del credito immobiliare, il Fondo di garanzia per la prima casa viene riportato alle categorie destinatarie originarie, con una garanzia statale fino al 90% per le famiglie numerose.
Resta in essere il Fondo per i genitori separati che hanno perso il diritto alla casa familiare, con dotazione di 20 milioni di euro l’anno a partire dal 2026, al quale il ministro Salvini ha annunciato di voler affiancare un nuovo sostegno all’affitto per genitori separati con figli a carico, da 400-500 euro mensili per dodici mesi, con dotazione triennale di 60 milioni di euro.
Il quadro finanziario complessivo dichiarato dal Governo arriva fino a 10 miliardi di euro in 10 anni, ossia l’arco temporale del Piano. La parte più consistente proviene dai due pilastri principali, con 1,7 miliardi più fino a 4,8 miliardi di rigenerazione urbana destinati al recupero ERP e oltre 3,6 miliardi concentrati nel veicolo Invimit.
A queste risorse si sommano i 100 milioni stanziati dalla Manovra 2024 e i 50 milioni per il 2027 e 50 milioni per il 2028 previsti dalla Legge di Bilancio 2026, ora ricompresi nel quadro unitario del decreto-legge. Una quota delle risorse arriverà inoltre dal Piano Sociale per il Clima, attivo dal 2027 al 2032 e dalla revisione di medio termine dei fondi strutturali europei 2021-2027, che ha già incluso oltre 1,1 miliardi destinati alle politiche abitative grazie all’intesa raggiunta in Conferenza Stato-Regioni.
| Pilastro | Risorse stanziate |
|---|---|
| Recupero ERP per 60mila alloggi popolari | 1,7 miliardi più fino a 4,8 miliardi di rigenerazione urbana |
| Housing sociale gestito da Invimit | oltre 3,6 miliardi tra fondi nazionali ed europei |
| Investimenti privati in edilizia convenzionata | capitale privato con sconto del 33% su almeno 70 alloggi su 100 |
La crisi abitativa italiana si inserisce in un contesto europeo segnato da una tensione strutturale. I prezzi delle case sono cresciuti in media del 48% tra il 2010 e il 2023 nei Paesi UE, gli affitti del 22%. La Commissione europea ha presentato a dicembre 2025 il primo Piano UE per l’edilizia abitativa accessibile, con l’obiettivo di aumentare l’offerta di alloggi sostenibili. Il Piano Casa Italia attinge a questo quadro grazie alla riprogrammazione dei fondi strutturali europei 2021-2027, che ha già incluso il tema della casa accessibile tra le priorità di medio termine.
L’iter parlamentare del decreto-legge ha 60 giorni di tempo per la conversione in legge, durante i quali si lavorerà sui DPCM attuativi che dovranno definire la ripartizione delle risorse tra Comuni, Regioni e altri soggetti.
Allo stesso CdM del 30 aprile, il Governo ha approvato in parallelo un disegno di legge sugli sfratti veloci con dichiarazione d’urgenza, che interviene sul fronte complementare della liberazione degli immobili occupati abusivamente e degli sfratti per morosità .
Il Consiglio dei ministri del 30 aprile 2026 ha approvato un disegno di legge con dichiarazione d’urgenza per accelerare il rilascio degli immobili occupati abusivamente, gli sfratti per morosità e la riconsegna alla scadenza naturale del contratto di locazione. Il provvedimento introduce una procedura accelerata che prevede l’emissione di un decreto di liberazione dell’immobile entro 15 giorni dal ricorso e una penale economica per ogni giorno di occupazione oltre il termine fissato dal giudice. Il testo è stato licenziato in parallelo al decreto-legge sul Piano Casa varato dal Consiglio dei ministri, all’interno di un pacchetto unitario sulle politiche abitative del Governo.
Il cuore del disegno di legge è l’introduzione di una procedura d’urgenza giudiziale che riduce in modo radicale i tempi di rilascio dell’immobile. Una volta presentato il ricorso da parte del proprietario, il giudice ha quindici giorni di tempo per emettere il decreto di rilascio, comprimendo le tempistiche oggi misurabili in mesi o anni a seconda del foro competente. Il ddl interviene inoltre sulle procedure di notifica e di esecuzione dello sfratto, con un taglio degli adempimenti burocratici che oggi rallentano la fase esecutiva successiva al titolo. La novità chiave rispetto alla disciplina vigente è la concentrazione del giudizio in tempi predefiniti, che mira a chiudere la finestra di occupazione protratta oltre il dovuto.
L’altra novità sostanziale del ddl è un meccanismo sanzionatorio che colpisce il ritardo nella riconsegna dell’immobile. Per ogni giorno di occupazione oltre il termine fissato dal giudice, l’occupante è tenuto a corrispondere al proprietario una penale dell’1% del canone mensile pattuito o, in mancanza, di un valore di riferimento ricavato dai canoni di mercato applicabili. Il deterrente è calibrato per rendere economicamente svantaggiosa la prosecuzione dell’occupazione, integrando l’effetto della sanzione giudiziaria con un costo immediato a carico dell’inquilino. Per un canone medio di 700 euro al mese, ad esempio, ogni mese di ritardo si traduce in una penale aggiuntiva pari al 30% del canone, che va a sommarsi al canone arretrato dovuto.
Il ddl interviene su tre fattispecie distinte di liberazione dell’immobile, ampliando il campo di applicazione rispetto alla normativa vigente. La prima è la morosità dell’affittuario, ossia il mancato pagamento del canone di locazione, terreno classico delle controversie locative civilistiche. La seconda riguarda la scadenza naturale del contratto, quando l’inquilino non rilascia spontaneamente l’immobile alla fine dei termini contrattuali. La terza copre i casi di occupazione abusiva senza titolo, fattispecie sulla quale erano già stati introdotti elementi di tutela del proprietario nei mesi scorsi, in continuità con il decreto sicurezza. La procedura accelerata si applica trasversalmente ai tre casi, riducendo i divari di trattamento che oggi differenziano in modo marcato i tempi giudiziali a seconda della causale invocata.
Il testo del ddl di Governo dovrebbe mantenere e ridefinire le tutele per gli inquilini in condizioni di fragilità sociale, già al centro del dibattito sull’iniziativa parlamentare presentata in Senato.
Nel primo ddl sulla materia, giunto nei mesi scorsi in Senato, era previsto un fondo per l’emergenza abitativa presso il Ministero delle Politiche Sociali a sostegno delle famiglie con ISEE fino a 12mila euro, oltre al coinvolgimento dei servizi sociali nei casi che riguardassero famiglie con minori, anziani, disabili o soggetti già in carico al welfare territoriale. Sul versante opposto, era prevista una sanzione da 5mila a 20mila euro a carico del proprietario che presentasse falsamente l’esistenza di una morosità , producesse documentazione contraffatta o utilizzasse la procedura per finalità estranee alla tutela del credito locativo. Il quadro definitivo dei contrappesi sarà chiarito con il deposito del testo ufficiale del ddl di Governo in Senato.
Sul piano del dibattito parlamentare, il provvedimento si inserisce in una panoramica più ampia di proposte di riforma delle locazioni già depositate in Senato. Il ddl di Governo del 30 aprile, infatti, raccoglie e istituzionalizza una linea di azione che era già in discussione in Parlamento da mesi.
Come anticipato sopra, a luglio 2025 era stato depositato in Senato un disegno di legge a firma del senatore Paolo Marcheschi (Fratelli d’Italia), primo firmatario di un testo che proponeva una procedura di sfratto veloce per morosità superiori ai due mesi attraverso un’apposita autorità competente abilitata a emettere ordini di sgombero in via extragiudiziale, con titolo esecutivo entro sette giorni e intimazione allo sfratto entro trenta giorni prorogabili fino a novanta. Il ddl di Governo conserva l’obiettivo di fondo della velocizzazione e riconduce l’intera procedura nell’alveo giudiziale, affidando al giudice il potere di emettere il decreto di rilascio entro quindici giorni dal ricorso. Una scelta che evita lo scoglio costituzionale che il modello extragiudiziale poneva sul piano della tutela del contraddittorio.
Il provvedimento si appoggia su un quadro statistico ricostruito dal Governo. Secondo quanto riferito dalla premier Giorgia Meloni in conferenza stampa, dall’inizio della legislatura sono stati liberati circa 4.207 alloggi di edilizia residenziale pubblica e sono stati eseguiti circa 230 interventi di sgombero di occupazioni abusive di immobili di particolare rilievo.
La dichiarazione d’urgenza apposta al ddl consente di accorciare i tempi parlamentari, contingentando l’esame nelle commissioni competenti. Il calendario dell’iter sarà definito nelle prossime settimane in Senato, con un’agenda che si intreccia con il decreto-legge sul Piano Casa varato lo stesso giorno e con le posizioni in materia di edilizia abitativa che il Governo ha tracciato nell’informativa di Meloni in Parlamento alla vigilia del Primo Maggio.
Il Consiglio dei ministri del 30 aprile 2026 ha approvato in via definitiva il decreto che recepisce la direttiva UE 2023/970 sulla trasparenza salariale. Il testo introduce nuovi obblighi per i datori di lavoro con l’obiettivo di eliminare il divario retributivo di genere, sia in fase di selezione del personale sia nei rapporti in essere. Le novità entrano in vigore il 7 giugno 2026. Rispetto allo schema preliminare, il testo estende la platea dei destinatari ai contratti di apprendistato, lavoro domestico, intermittente e collaborazioni coordinate e continuative, oltre a includere i dirigenti.
Una delle novità di maggiore impatto per i processi di recruiting riguarda il divieto di chiedere ai candidati informazioni sulla storia salariale. La norma vieta di basare l’offerta economica sulla retribuzione percepita in precedenza, una pratica che tende a perpetuare disparità già esistenti a svantaggio delle donne. Parallelamente, le imprese avranno l’obbligo di indicare la fascia salariale prevista per la posizione aperta direttamente nell’annuncio di lavoro o prima del colloquio, in modo che la negoziazione si fondi su criteri oggettivi e neutri rispetto al genere.
Il decreto introduce anche il diritto del lavoratore di chiedere chiarimenti sul proprio stipendio comparato ai livelli retributivi medi della categoria, con obbligo per l’azienda di rispondere per iscritto entro due mesi dalla richiesta. La domanda può essere presentata anche tramite le rappresentanze sindacali.
Uno dei punti più discussi nelle audizioni parlamentari riguarda la definizione dei livelli retributivi contenuta nel decreto. Il testo esclude dalla comparazione i trattamenti economici individuali non strutturali — superminimi, premi e riconoscimenti discrezionali — pur essendo proprio questo l’ambito in cui si concentra il 20% di divario retributivo nel settore privato.
Le Commissioni parlamentari avevano segnalato la criticità ma il testo definitivo ha mantenuto l’impostazione dello schema preliminare. Come osservato in sede di audizione dal professore Maurizio Del Conte, ordinario di Diritto del Lavoro alla Bocconi, per ridurre il divario salariale reale occorre guardare non tanto alle regole di sistema — già uguali per tutti — quanto alle modalità di applicazione nelle organizzazioni.
Il decreto riconosce a ogni lavoratore il diritto di richiedere e ricevere per iscritto informazioni sul proprio livello retributivo individuale e sulle regole sulla trasparenza in busta paga relative ai livelli retributivi medi per genere delle categorie che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore.
Le imprese dovranno dotarsi di sistemi di classificazione del personale trasparenti e neutri rispetto al genere. Nel caso in cui emerga un divario superiore al 5% non giustificato da criteri oggettivi, l’azienda sarà tenuta a motivarlo e ad avviare una valutazione congiunta con le rappresentanze sindacali e l’Ispettorato del lavoro per adottare misure correttive.
Elemento apprezzato dalle parti sociali nelle audizioni è il rimando diretto ai contratti collettivi nazionali di lavoro come riferimento principale per la classificazione professionale e retributiva. L’applicazione di un CCNL siglato dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative costituisce una presunzione di conformità ai principi di parità retributiva.
Per le piccole e medie imprese, questo significa poter fare riferimento ai livelli contrattuali del proprio settore senza costruire sistemi di classificazione da zero. Nelle grandi aziende, dove uno stesso livello contrattuale comprende professionalità molto diverse, sarà invece necessario integrare il CCNL con un sistema di classificazione interno più granulare, fondato su criteri non discriminatori, oggettivi e neutri.
La normativa impone ai datori di lavoro di rendere accessibili i criteri utilizzati per determinare retribuzioni, aumenti e progressioni di carriera, in linea con quanto già richiesto per la certificazione della parità di genere. Il parere del Garante per la protezione dei dati personali, recepito nel testo definitivo, ha rafforzato le garanzie individuali: la privacy resta tutelata anche nella fase di accesso alle informazioni aggregate, con il lavoratore che potrà conoscere le medie ponderate per genere e non il dettaglio della busta paga di un singolo collega. Per le imprese con meno di 50 dipendenti, gli obblighi di pubblicità interna dei criteri saranno facoltativi; per quelle sotto i 49, le modalità di accesso ai dati retributivi aggregati saranno definite con un successivo decreto ministeriale.
Una delle principali novità del testo definitivo rispetto allo schema di febbraio riguarda la platea di applicazione. Il decreto estende gli obblighi anche a chi lavora con contratto di apprendistato e lavoro domestico, ai lavoratori con contratto intermittente e alle collaborazioni coordinate e continuative, che la prima versione aveva lasciato fuori. I dirigenti sono inclusi in tutti i casi.
A partire dal 2027, scatta l’obbligo di redigere un rapporto sulla rendicontazione del divario retributivo di genere, con tempistiche tarate sulla dimensione aziendale. In sede di prima applicazione, il calendario è il seguente:
Laddove il divario risulti superiore al 5%, l’impresa avrà l’obbligo di avviare una valutazione congiunta con le organizzazioni sindacali. Le modalità di trasmissione dei dati saranno definite con decreti regolamentari del Ministero del Lavoro.
Le aziende che già compilano il rapporto biennale sulle pari opportunità si trovano in una posizione più avanzata, avendo già strutturato la raccolta dei dati richiesti.
Il decreto istituisce presso il Ministero del Lavoro un organismo di monitoraggio con funzioni di vigilanza sull’applicazione della normativa e di rafforzamento delle tutele giudiziarie per i lavoratori che subiscono discriminazioni retributive; la sua composizione dovrà essere definita entro 180 giorni dall’entrata in vigore.
Sul fronte delle parità più ampie, un provvedimento distinto approvato nelle settimane precedenti ha introdotto un nuovo organismo per la parità che dal 2027 riunirà le funzioni oggi distribuite tra presidi diversi in materia di discriminazioni, pari opportunità e accesso al lavoro.
Il Consiglio dei ministri del 30 aprile 2026 ha approvato un nuovo Decreto Accise che proroga di 21 giorni il taglio delle aliquote sui carburanti, rispetto alla precedente scadenza del 1° maggio. Il provvedimento conferma uno sconto pieno di 20 centesimi al litro sul gasolio e introduce per la prima volta una differenziazione, con il taglio sulla benzina ridotto a 5 centesimi al litro. È il terzo intervento dell’esecutivo dopo il decreto carburanti del 19 marzo e la successiva proroga di inizio aprile, con un costo cumulato che ha già superato 1,2 miliardi di euro.
Il decreto-legge approvato il 30 aprile interviene sulle aliquote contenute nell’Allegato I al Testo unico delle accise, ridimensionando lo sconto introdotto dal 19 marzo. Sul gasolio l’aliquota resta fissata a 472,90 euro per 1.000 litri, valore già in vigore con i provvedimenti precedenti, garantendo una riduzione di 20 centesimi al litro rispetto al regime ordinario. Sulla benzina l’aliquota viene rideterminata in modo da produrre un taglio di soli 5 centesimi al litro, contro i 20 centesimi applicati fino al 1° maggio. Considerando l’effetto IVA al 22% sulla base imponibile, lo sconto complessivo passa da 24,4 centesimi a circa 6,1 centesimi al litro per la verde, mentre resta pieno sul diesel.
Per un automobilista con un serbatoio standard da 50 litri, il nuovo regime produce effetti sensibilmente diversi tra i due carburanti. Su un pieno di gasolio lo sconto fiscale resta pari a circa 12,20 euro, in linea con quanto già previsto dai due decreti precedenti. Sulla benzina il risparmio scende a poco più di 3 euro a pieno, contro i 12,20 euro garantiti fino al 1° maggio. La differenza per chi guida un veicolo a benzina è di circa 9 euro a rifornimento, equivalenti a un rincaro alla pompa di 15 centesimi al litro rispetto al periodo precedente. Secondo le stime di Codacons, l’effetto cumulato sui prezzi della verde si tradurrà in 92 milioni di euro di maggiori accise complessive a carico degli automobilisti nelle tre settimane di durata del decreto.
Per la prima volta dall’avvio degli interventi sul caro carburanti, il Governo ha scelto di abbandonare la logica orizzontale che aveva caratterizzato i due decreti precedenti. La motivazione è stata illustrata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni in conferenza stampa al termine del CdM: il prezzo del gasolio è cresciuto del 24% circa dall’inizio del 2026, contro un aumento del 6% per la benzina. Questa diversa dinamica dei prezzi alla pompa incide in misura maggiore sulle filiere produttive che dipendono dal diesel, dal trasporto merci all’agricoltura fino alla distribuzione commerciale.
Sullo sfondo resta l’allineamento delle accise tra benzina e gasolio entrato in vigore il 1° gennaio 2026, che ha già ridotto strutturalmente la differenza fiscale tra i due carburanti.
Il nuovo intervento sarà finanziato attraverso due canali distinti, secondo quanto comunicato dal Governo al termine del Consiglio dei ministri. La prima fonte di copertura è rappresentata dalle sanzioni dell’Antitrust e dall’extragettito IVA generato dal rialzo dei prezzi petroliferi, in continuità con il meccanismo già utilizzato nelle precedenti proroghe. Una soluzione che permette di sterilizzare almeno in parte l’aumento del prelievo fiscale generato dal caro carburanti, restituendolo sotto forma di sconto sulle accise.
La quantificazione precisa del costo del decreto sarà disponibile solo con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, ma l’orientamento iniziale del Governo era quello di mantenere la spesa entro la soglia del mezzo miliardo, come emerso anche dalle dichiarazioni del ministro Giorgetti nel Documento di Finanza Pubblica di aprile.
Il decreto del 30 aprile non contiene le misure rafforzate per il settore dell’autotrasporto, che saranno inserite in un provvedimento successivo. Lo ha confermato il Governo dopo il CdM, riconoscendo l’esigenza di un confronto preventivo con le associazioni di categoria. Il pacchetto in arrivo dovrebbe potenziare il credito d’imposta già previsto dal decreto del 19 marzo, con l’obiettivo dichiarato dal ministro Salvini di coprire oltre la metà dei maggiori costi sostenuti dalle imprese.
La pressione delle categorie resta alta: Unatras ha confermato lo sciopero dal 25 al 29 maggio, chiedendo l’attivazione del credito d’imposta e ristori compensativi sul mancato rimborso accise pari a 200 euro ogni mille litri di gasolio acquistato.
Il bilancio degli interventi adottati dal Governo Meloni sul caro carburanti supera 1,2 miliardi di euro. Il primo decreto del 19 marzo, in vigore fino al 7 aprile, ha avuto un costo di 527,4 milioni di euro, di cui 417,4 milioni per la riduzione delle accise e 110 milioni per i crediti d’imposta destinati ad autotrasporto e pesca. La proroga di inizio aprile, contenuta nel Dl 42/2026 e in vigore dall’8 aprile al 1° maggio, ha aggiunto altri 500 milioni di euro, finanziati con extragettito IVA e risorse ETS non utilizzate. Per il nuovo decreto del 30 aprile l’orientamento iniziale era di limitare la spesa sotto il mezzo miliardo, ferma restando la quantificazione definitiva contenuta nella relazione tecnica al provvedimento.
La dichiarazione precompilata 2026 è entrata nella fase di consultazione: dal 30 aprile i contribuenti possono verificare il 730 già predisposto dall’Agenzia delle Entrate, controllare le informazioni caricate dal Fisco e orientarsi tra FAQ, credenziali, deleghe e modelli disponibili. L’invio partirà dal 14 maggio per il 730, mentre il Modello Redditi PF seguirà un calendario distinto, con accesso dal 20 maggio.
Il portale Infoprecompilata è il sito informativo dell’Agenzia delle Entrate dedicato alla dichiarazione dei redditi già predisposta dal Fisco. Da qui si raggiungono le istruzioni per consultare il modello, scegliere tra 730 e Redditi PF, accedere all’area riservata e verificare le regole su deleghe, controlli e assistenza.
L’area riservata è la sezione da cui si visualizza la dichiarazione, si controllano i dati, si sceglie il modello e, dalle date previste, si procede con accettazione, modifica e trasmissione. Il portale informativo serve invece a orientare il contribuente prima dell’ingresso nel proprio fascicolo fiscale.
Nel sito sono raccolti i principali strumenti di consultazione:
Per il quadro completo delle finestre di consultazione, modifica e invio, il riferimento resta il calendario completo della dichiarazione precompilata 2026. Sul portale, la prima data utile è il 30 aprile, quando il 730 è disponibile in sola consultazione.
Dal 14 maggio il 730 precompilato potrà essere accettato, modificato e inviato. La scadenza ordinaria resta fissata al 30 settembre. Il Modello Redditi PF 2026 segue invece una scansione diversa: consultazione e modifica dal 20 maggio, invio dal 27 maggio e termine finale al 2 novembre.
Per entrare nella propria precompilata servono SPID, CIE o CNS. Il portale riepiloga anche i casi in cui l’accesso avviene per conto di un altro contribuente, attraverso abilitazione dell’Agenzia delle Entrate o delega già registrata nei servizi online.
La presentazione per conto di terzi riguarda più figure:
Nel 2026 la persona di fiducia ha funzioni più ampie: può inviare anche la dichiarazione congiunta, se abilitata dal dichiarante e dal coniuge, e può accedere al servizio web collegato alla gestione delle autorizzazioni dell’erede, in presenza di delega specifica.
Nel 730 resta disponibile la modalità semplificata di compilazione, che presenta le informazioni in linguaggio corrente e trasferisce le risposte del contribuente nei campi del modello. È pensata per chi vuole controllare redditi, spese e detrazioni senza muoversi direttamente tra righi, codici e quadri.
Chi preferisce intervenire sul modello tradizionale può usare la modifica ordinaria del 730 precompilato. Questa strada consente di lavorare sulle singole sezioni del modello, integrare spese mancanti, correggere dati già caricati o escludere voci che non spettano.
La scelta tra accettazione e modifica incide sui controlli fiscali su 730 e Modello Redditi. Se il 730 precompilato viene presentato senza modifiche, i dati relativi agli oneri comunicati da soggetti terzi non sono sottoposti a controllo documentale; restano verificabili requisiti soggettivi e condizioni che danno diritto alle agevolazioni. Sulle spese sanitarie la stagione dichiarativa richiede una verifica più attenta. Dal 2026, in caso di modifiche rispetto ai dati caricati nella precompilata, l’Agenzia delle Entrate può confrontare le informazioni dichiarate con quelle trasmesse al Sistema Tessera Sanitaria nelle dichiarazioni selezionate per il controllo formale.
Per la stagione 2026 l’Agenzia delle Entrate ha ricevuto oltre 1,3 miliardi di informazioni da datori di lavoro, enti previdenziali, banche, farmacie, assicurazioni, amministratori di condominio e altri soggetti obbligati alla trasmissione. Il volume dei dati precaricati rende il controllo iniziale del modello una fase da affrontare con attenzione, soprattutto quando emergono voci nuove o importi inattesi. Tra le nuove voci da verificare nella precompilata 2026 rientrano:
La sezione FAQ dedicata alle domande frequenti consente di selezionare i temi più ricorrenti: accesso, detrazioni, familiari a carico, dichiarazione congiunta, controlli, invio e termini. È il canale da consultare quando il modello contiene dati non utilizzati, spese da integrare o informazioni che richiedono una verifica preliminare.
Prima dell’invio, una verifica preliminare di redditi, oneri detraibili, familiari a carico e modello selezionato riduce il rischio di correzioni successive. La scelta tra 730 e Redditi PF, la presenza di una delega, l’uso della modalità semplificata e l’eventuale modifica delle spese sanitarie sono gli elementi che incidono di più sul percorso da seguire nel portale.
L’inflazione nell’area Euro è balzata al 3% ad aprile — il livello più alto da settembre 2023 — eppure la Banca Centrale Europea ha scelto ancora una volta di non toccare il costo del denaro. Per la settima riunione consecutiva i tassi restano fermi, con una decisione che il board ha definito unanime ma tutt’altro che scontata: Christine Lagarde ha ammesso che nel Consiglio direttivo si è discusso «a lungo» anche l’ipotesi di un rialzo.
La guerra in Medio Oriente, con la chiusura dello stretto di Hormuz e il conseguente shock energetico, ha ribaltato in poche settimane uno scenario che sembrava avviato verso la stabilità . I mutui a tasso variabile stanno già pagando il conto: le rate di aprile segnano i primi aumenti, e le proiezioni per fine anno sono al rialzo.
La Banca Centrale Europea ha deciso di mantenere invariati i tre tassi di riferimento: il tasso sui depositi resta al 2%, raggiunto nel giugno 2025 al termine di una lunga fase di allentamento, quello sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,15% e quello sulla linea di credito marginale al 2,40%.
Francoforte riconosce che «i rischi al rialzo per l’inflazione e i rischi al ribasso per la crescita si sono intensificati». Il conflitto ha portato a un forte aumento dei prezzi dell’energia, incidendo sull’inflazione e sul clima economico. La variabile decisiva, spiega la BCE, è la durata dello shock: «Quanto più a lungo la guerra continuerà e i prezzi dell’energia resteranno elevati, tanto più forte sarà l’impatto sull’inflazione complessiva e sull’economia».
La strategia resta data-driven: ogni decisione viene presa riunione per riunione, senza impegni predeterminati sul percorso futuro.
La decisione di non procedere con un rialzo era attesa, ma il mercato ha già aggiornato le proprie aspettative. L’ipotesi più accreditata vede un aumento di 25 punti base nella riunione dell’11 giugno, quando saranno disponibili le nuove proiezioni macroeconomiche. Secondo le analisi circolate nelle ultime settimane, i futures sull’Euribor scontano potenzialmente due interventi da parte della BCE entro fine anno, con l’indice a tre mesi atteso in area 2,5% entro dicembre. Lagarde ha evitato impegni espliciti, ribadendo che la politica monetaria della BCE resterà agganciata all’andamento dei dati, senza escludere né confermare alcuna mossa futura. «È chiaro in che direzione stiamo andando», ha detto la presidente, «ma potrebbero esserci cambiamenti enormi».
Sul mercato dei mutui gli effetti della nuova incertezza si avvertono già , pur a fronte di tassi ufficiali fermi. L’Euribor a 3 mesi è salito di circa 15 punti base nelle ultime settimane, rompendo una stabilità che durava da nove mesi. Secondo Facile.it, ad aprile la rata di un mutuo variabile da 126.000 euro in 25 anni è aumentata di circa 10 euro: un incremento contenuto ma che segna un’inversione di tendenza rispetto al trend discendente dell’intero 2025.
Se la BCE dovesse procedere con i rialzi attesi, le proiezioni indicano un aggravio complessivo di circa 30 euro mensili entro fine anno per lo stesso profilo di finanziamento.
Il tasso fisso, agganciato all’IRS e dunque più sensibile alle aspettative di lungo periodo, ha già registrato rincari nelle ultime settimane, ma resta strutturalmente più alto del variabile: il differenziale attuale è di circa 130-150 euro mensili a favore del variabile su un mutuo ventennale standard.
Le funzioni di intelligenza artificiale nelle ricerche Google finiscono sotto osservazione UE. Gli AI Overviews, che sintetizzano le risposte direttamente nella pagina dei risultati, sono stati segnalati da Agcom alla Commissione UE su richiesta della Fieg. Gli editori italiani denunciano così un effetto distorsivo e diretto sul traffico dei siti di news, con meno accessi ai contenuti originali e maggiore permanenza degli utenti dentro l’ecosistema Google.
La segnalazione Agcom inviata a Bruxelles riguarda il ruolo crescente dell’intelligenza artificiale nelle ricerche Google. Le nuove modalità di risposta, tra cui gli AI Overviews, presentano sintesi automatiche che riducono il bisogno di cliccare sui risultati tradizionali. Secondo gli editori italiani questo meccanismo incide troppo sul traffico organico verso i siti editoriali, che perdono click e di conseguenza introiti.
Per la Fieg, il punto riguarda il rapporto tra piattaforme e contenuti giornalistici. Le risposte generate dall’AI di Google utilizzano anche informazioni tratte da articoli di stampa, ma vengono rielaborate direttamente nella pagina di ricerca. In questo modo, una parte del traffico verso i siti di news rischia di essere assorbita dal motore di ricerca.
Gli AI Overviews di Google aggregano contenuti provenienti da più fonti per costruire una risposta sintetica. Il tema sollevato dagli editori riguarda la visibilità delle fonti e la possibilità di riconoscere un ritorno economico per l’utilizzo dei contenuti. La presenza di queste sintesi nelle ricerche web modifica infatti il modo in cui gli utenti accedono alle informazioni e penalizza gli autori dei contenuti originari che “regalano” traffico al motore di ricerca che li ha rielaborati.
Il caso tocca anche il diritto d’autore e il diritto connesso degli editori previsto dalla normativa europea sul copyright nel mercato unico digitale. Negli ultimi anni Google ha siglato accordi di licenza con numerose testate per l’utilizzo dei contenuti editoriali in servizi come News Showcase, ma l’arrivo delle risposte AI apre una questione diversa: non si tratta più solo di anteprime, link o brevi estratti, bensì di sintesi generate nella pagina di ricerca partendo anche da contenuti giornalistici.
Uno dei nodi più delicati riguarda la reale libertà degli editori di sottrarre i propri contenuti all’uso nei sistemi AI. La contestazione è che un eventuale opt-out possa tradursi in minore visibilità nelle ricerche tradizionali, rendendo di fatto impraticabile la scelta per chi dipende dal traffico Google. In questa lettura, il problema non riguarda solo la remunerazione dei contenuti, ma anche la posizione dominante della piattaforma nel mercato della ricerca online.
La segnalazione italiana si inserisce in un dossier europeo già avviato. La Commissione UE ha aperto un’indagine antitrust sull’uso dei contenuti online da parte di Google per finalità di intelligenza artificiale, mentre gli editori europei hanno rafforzato il fronte con un reclamo specifico su AI Overviews e AI Mode. Il tema riguarda il possibile abuso di posizione dominante e l’imposizione di condizioni non equilibrate a editori che non possono rinunciare alla visibilità nel motore di ricerca.
L’evoluzione dei risultati sintetici, sempre più presenti nelle SERP, incide sul modello di distribuzione delle notizie online e sulla capacità dei siti editoriali di intercettare traffico e ricavi.
La questione è stata portata all’attenzione delle istituzioni europee competenti in materia di concorrenza e piattaforme digitali. L’obiettivo è valutare se l’uso dell’AI nelle ricerche Google possa alterare gli equilibri tra motori di ricerca ed editori, anche alla luce delle norme già in vigore sul mercato digitale.
Il dossier non si esaurisce nel copyright. Il Digital Services Act chiama in causa la trasparenza delle piattaforme, i rischi sistemici e il ruolo dei coordinatori nazionali dei servizi digitali, funzione che in Italia spetta ad Agcom. Il Digital Markets Act entra invece nel terreno dei gatekeeper, cioè dei grandi operatori che controllano l’accesso ai mercati digitali. Per gli editori, il rischio è che l’AI trasformi Google da porta d’ingresso verso le fonti a luogo in cui l’informazione viene consumata senza raggiungere chi la produce.
Il servizio online Prenota un appuntamento dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione consente di fissare un incontro con un operatore, scegliendo tra lo sportello territoriale e l’assistenza a distanza in videochiamata.
La prenotazione allo sportello fisico si effettua dal sito AdER, da pc, smartphone o tablet, selezionando sede, giorno e fascia oraria disponibili. Chi non ha accesso a Internet può fissare l’appuntamento anche tramite contact center. Lo sportello online, invece, permette di parlare in videochiamata con un operatore e richiede l’accesso all’area riservata con SPID, CIE o CNS.

Per la Sicilia, la prenotazione passa dai canali dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione, dopo il subentro dell’ente nazionale a Riscossione Sicilia e l’estensione dei servizi online al territorio regionale.
La crisi geopolitica ed energetica ha iniziato a mordere anche il mercato del credito: le banche dell’area Euro hanno irrigidito gli standard di concessione dei prestiti nel primo trimestre 2026 con la stretta più pronunciata dal terzo trimestre del 2023. In Italia la contrazione è stata meno marcata ma le banche italiane si attendono un peggioramento netto già nel secondo trimestre in corso. È quanto emerge dall’indagine sul credito bancario (BLS) di aprile 2026, pubblicata il 28 aprile dalla Banca d’Italia nell’ambito di quella condotta dalla BCE.
Le banche dell’Eurozona hanno segnalato nel primo trimestre un inasprimento netto degli standard creditizi per i finanziamenti alle imprese pari al 10%, un livello superiore sia alle previsioni del trimestre precedente sia alla media storica. La BCE lo definisce l’irrigidimento più pronunciato dal terzo trimestre del 2023, con una tendenza cumulativa al restringimento avviata a metà del 2025. Alcune banche hanno indicato come causa esplicita la propria esposizione verso imprese ad alta intensità energetica e verso il Medio Oriente.
In Italia il quadro del Q1 è stato relativamente stabile: i criteri di offerta sui prestiti alle imprese sono rimasti invariati, così come le condizioni generali. I criteri applicati ai finanziamenti alle famiglie non hanno registrato variazioni nel comparto dei mutui, mentre sono stati lievemente irrigiditi per il credito al consumo. La situazione è però destinata a cambiare: le banche italiane si attendono per il secondo trimestre un inasprimento marcato per i prestiti alle imprese e di lieve entità per il credito al consumo, riconducibile in larga parte agli effetti dei recenti sviluppi geopolitici e sui mercati energetici.
Sul fronte della domanda la dinamica è già cambiata. La richiesta di prestiti da parte delle imprese ha registrato una flessione, riconducibile soprattutto alle minori esigenze di finanziamento per investimenti fissi. Secondo la Banca d’Italia, i recenti sviluppi geopolitici avrebbero favorito un atteggiamento attendista delle imprese: con l’incertezza sui mercati energetici e il quadro internazionale instabile, le decisioni di investimento vengono rinviate. L’effetto è diretto sul canale bancario, con una riduzione delle richieste di finanziamento a lungo termine.
Per il trimestre in corso, le banche prevedono un ulteriore calo della domanda, con un inasprimento netto atteso del 19% per i prestiti alle imprese. Una compensazione parziale potrebbe arrivare dalla crescita delle esigenze di liquidità a breve: le imprese esposte ai rincari energetici e alle interruzioni delle catene di fornitura potrebbero richiedere finanziamenti per capitale circolante e liquidità precauzionale. Per le PMI, che dipendono dal credito bancario molto più delle grandi imprese, il deterioramento delle condizioni di accesso al credito si traduce in un aumento del costo del rischio e in criteri di selezione più stringenti.
Diversa la dinamica sul fronte delle famiglie. La domanda di mutui è rimasta nel complesso stabile nel Q1, con le famiglie che mostrano una preferenza per la liquidità precauzionale rispetto agli impegni a lungo termine. Il credito al consumo ha invece registrato una lieve crescita, sostenuta da una maggiore spesa in beni durevoli e da un miglioramento della fiducia dei consumatori. Il dato appare in controtendenza rispetto al clima generale, ma riflette la tenuta dei consumi correnti in una fase in cui le decisioni di acquisto importanti vengono rinviate.
Le condizioni di offerta sui mutui non hanno subito variazioni in Italia nel primo trimestre, mentre il credito al consumo ha visto un lieve irrigidimento. Per il secondo trimestre le banche prevedono un calo della domanda anche sul fronte delle famiglie, con il clima di incertezza che tende a frenare le decisioni finanziarie a lungo termine.
Le banche hanno segnalato nel Q1 un peggioramento delle condizioni di accesso sul mercato monetario, accompagnato da un lieve miglioramento per i titoli di debito a breve termine e per i depositi. Per il secondo trimestre le condizioni di accesso peggiorerebbero per quasi tutte le fonti di finanziamento principali, con l’impatto più marcato sui titoli di debito a medio-lungo termine.
Il quadro complessivo che emerge dal BLS di aprile è quello di un mercato del credito che entra in una fase di correzione dopo mesi di relativa stabilità . La combinazione di crisi energetica, tensioni geopolitiche e attese di inasprimento bancario rischia di ridurre l’accesso al credito proprio nelle fasi in cui le imprese hanno maggiore bisogno di liquidità .
Secondo Allianz Trade, la crisi nel Golfo aggiunge 7.000 insolvenze aziendali nel solo 2026: un segnale che il peggioramento del credito non è un fenomeno isolato, ma si inserisce in una spirale di pressioni che colpisce in modo asimmetrico le imprese più esposte ai costi energetici e alle catene di fornitura internazionali.
Oltre un milione di piccole imprese italiane si prepara ad affrontare il ricambio generazionale ma la continuità dell’attività resta esposta a ostacoli che non dipendono solo dalla famiglia dell’imprenditore. Una recente indagine CNA fotografa un Paese di titolari consapevoli del problema e spesso ancora fermi davanti a burocrazia, fisco, credito più selettivo e difficoltà nel trovare acquirenti quando il passaggio non avviene “dentro casa”.
L’indagine CNA, condotta su oltre 2.000 imprenditori in tutta Italia, segnala che nei prossimi anni oltre un milione di imprese dovrà affrontare il tema della trasmissione dell’attività . Più dell’80% degli imprenditori over 40 ha già preso in considerazione il problema ma oltre la metà non ha ancora avviato un percorso di pianificazione.
La distanza tra consapevolezza e decisione espone il tessuto produttivo a un rischio di dispersione di imprese, relazioni commerciali e competenze professionali. Nel caso dell’artigianato, dove attività e saper fare coincidono spesso con la figura del titolare, la mancata successione può tradursi anche nella perdita di conoscenze maturate in anni di lavoro.
Secondo CNA, il passaggio d’impresa riesce più spesso quando resta in ambito familiare: la trasmissione va a buon fine nel 63,7% dei casi. Le difficoltà aumentano invece nelle cessioni a dipendenti, collaboratori o soggetti esterni, dove pesano la scarsità di acquirenti, le risorse finanziarie limitate e la distanza tra prezzo richiesto e capacità di investimento. La questione si lega anche alla disciplina fiscale del trasferimento d’azienda, che negli ultimi anni è stata oggetto di interventi di semplificazione in caso di passaggio a coniuge e discendenti. Fuori dal circuito familiare, però, la cessione richiede spesso credito bancario, valutazioni aziendali, garanzie e tempi negoziali che molte micro imprese faticano a sostenere.
Gli ostacoli indicati dagli imprenditori riguardano prima di tutto la burocrazia, segnalata dal 46,2% del campione, seguita dalla pressione fiscale al 44%, dal costo del lavoro e dalla difficoltà nel reperire personale qualificato. A questi fattori si aggiunge il credito, con un supporto bancario ridotto negli ultimi anni soprattutto per micro e piccole imprese. E il problema diventa più visibile quando il successore non è un familiare.
Chi vuole acquistare un’attività esistente deve finanziare l’operazione, sostenere il capitale circolante iniziale e spesso investire in innovazione, formazione o ammodernamento. In questo contesto, la riforma dei Confidi per il credito alle PMI diventa una leva da seguire con attenzione, perché può incidere sul rapporto tra piccole imprese, garanzie e banche.
Il profilo anagrafico emerso dall’indagine conferma un altro squilibrio: gli imprenditori under 40 rappresentano appena l’11,3% del campione. La quota ridotta di giovani alla guida delle attività rende più complessa la trasmissione delle imprese esistenti e riduce il numero di potenziali rilevatori interni al sistema produttivo.
Nell’artigianato arriva però un segnale diverso: il 68,1% dei giovani imprenditori rilevati dall’indagine opera in questo comparto. Per CNA, il dato mostra che il lavoro artigiano conserva attrattività , ma ha bisogno di strumenti capaci di facilitare ingresso, credito, formazione e subentro in attività già avviate.
Il tema incrocia anche la prima Legge annuale PMI con staffetta generazionale incentivivata, in vigore dal 7 aprile 2026. La norma introduce, in via sperimentale per il biennio 2026-2027, un meccanismo di part-time incentivato per lavoratori prossimi alla pensione nelle imprese con meno di 50 dipendenti, collegato all’assunzione di un under 34.
La misura può favorire il trasferimento di competenze dentro l’impresa ma non risolve da sola il tema della proprietà e della continuità aziendale. La criticità evidenziata da CNA riguarda anche il subentro di chi acquista un’attività già esistente, con bisogni diversi rispetto al semplice affiancamento tra lavoratori anziani e giovani assunti.
Il presidente CNA Dario Costantini lega il futuro delle micro e piccole imprese alla creazione di condizioni più favorevoli per la successione aziendale. La richiesta ruota attorno a tre leve: meno burocrazia, accesso al credito e strumenti mirati per chi vuole rilevare un’impresa.
Servono meno burocrazia, più accesso al credito e strumenti mirati per sostenere chi vuole rilevare un’impresa.
Il dato finale dell’indagine evita una lettura solo difensiva: oltre l’83% degli intervistati si dichiara soddisfatto della propria scelta imprenditoriale. Il problema, quindi, non è la perdita di attrattività del fare impresa, ma la capacità del sistema di trasformare attività mature in imprese trasferibili, finanziabili e pronte ad accogliere una nuova generazione.
Il prezzo del petrolio Brent ha superato i 110 dollari al barile nelle ultime settimane di aprile 2026, toccando i livelli più alti da tre anni. Dietro la fiammata c’è il collo di bottiglia geopolitico tristemente noto: lo Stretto di Hormuz è bloccato dal 1° marzo, quando l’Iran ha risposto all’operazione militare congiunta di Stati Uniti e Israele chiudendo il corridoio da cui transita il 20% del petrolio mondiale e oltre il 30% del gas naturale liquefatto. L’OPEC+ ha annunciato aumenti di produzione ma i barili promessi non arrivano. E ora si apre anche una crepa nel cartello: gli Emirati Arabi Uniti hanno comunicato che lasceranno l’organizzazione a partire dal 1° maggio 2026.
Cinquantaquattro chilometri di mare tra il Golfo Persico e il Golfo dell’Oman: è questo il tratto che l’Iran ha dichiarato di chiudere al traffico commerciale il 1° marzo 2026, gelando i mercati energetici globali. Attraverso quello stretto transitano ogni giorno circa 20 milioni di barili di greggio e circa un quinto del commercio globale di gas naturale liquefatto. Quando il passaggio si blocca, nessun aumento di produzione deciso a tavolino può compensare la perdita.
Secondo la Banca Mondiale, il conflitto ha generato la più grande interruzione di offerta petrolifera mai registrata, con la produzione globale scesa di oltre 11 milioni di barili al giorno tra greggio e prodotti raffinati. I premi assicurativi “war risk” per le navi in transito nel Golfo sono saliti in alcuni casi di oltre il 300%. Le alternative via oleodotto che Arabia Saudita ed Emirati hanno predisposto per aggirare lo Stretto hanno una capacità di circa 2,6 milioni di barili al giorno: una frazione dei volumi normalmente in transito.
Per l’Italia, che importa il 90% del gas e il 95% del petrolio di cui ha bisogno, i numeri si traducono direttamente in rincari energetici per imprese e famiglie senza alternative immediate.
Il 1° marzo, a poche ore dall’inizio del conflitto, l’OPEC+ ha predisposto un aumento delle quote di produzione di 206.000 barili al giorno a partire da aprile e la decisione è stata confermata anche per maggio, ma il problema è strutturale: i Paesi che potrebbero davvero aumentare l’output in tempi rapidi — Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Iraq — sono gli stessi i cui terminal di esportazione sono bloccati o danneggiati dal conflitto. La Russia, altro membro chiave del cartello, non può incrementare la produzione per via delle sanzioni occidentali e dei danni alle infrastrutture.
Il risultato è che l’annuncio di aumento produttivo è rimasto in gran parte sulla carta, incapace di incidere sui prezzi. Gli analisti sono espliciti: la mossa OPEC+ ha valore comunicativo, non operativo.
A rendere il quadro ancora più instabile è la notizia che gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato la propria uscita da OPEC e OPEC+ a partire dal 1° maggio 2026. Abu Dhabi, che negli ultimi anni ha investito massicciamente nell’espansione della propria capacità produttiva, avrebbe voluto quote più alte di quelle consentite dal cartello. Il conflitto — che ha paralizzato le sue esportazioni via Hormuz — ha probabilmente accelerato una decisione già maturata da tempo. L’uscita di Abu Dhabi è un segnale di tensione interna al gruppo che si aggiunge alla già difficile coesione tra i membri.
La Banca Mondiale stima che il Brent si attesterà in media intorno a 86 dollari al barile nel corso del 2026, nella migliore delle ipotesi — quella in cui le interruzioni più gravi si attenuino entro maggio e i volumi tornino gradualmente ai livelli prebellici entro fine anno. Al 30 aprile il greggio è ancora stabilmente oltre i 100 dollari, con il WTI a circa 102 dollari e il Brent a 110.
Per le PMI italiane la crisi energetica del Golfo arriva su un terreno già fragile. Secondo i dati dell’Osservatorio Confcommercio Energia, prima ancora dello shock di marzo la bolletta elettrica media delle imprese del terziario era superiore del 28,8% rispetto al 2019, e quella del gas del 70,4%. Il TTF di Amsterdam, l’indice europeo di riferimento per il gas, ha segnato un’impennata del 25% nel giro di poche ore dall’inizio del conflitto. Il Brent, tornato oltre i 110 dollari, trascina con sé benzina, gasolio e tutto ciò che dipende dal petrolio come materia prima.
L’impatto si distribuisce su più livelli. Il primo è quello diretto dei carburanti: per le aziende con flotte o dipendenti in trasferta, i costi di mobilità sono già aumentati in modo sensibile. Il secondo riguarda la catena di fornitura: materie prime petrolifere, imballaggi, trasporti e logistica trasmettono i rincari lungo tutta la filiera. Il terzo è macroeconomico: secondo il Centro Studi Unimpresa, un aumento di 10 dollari al barile mantenuto per tre mesi aggiunge tra 0,4 e 0,8 punti percentuali all’inflazione annua.
Con il Brent a questi livelli, la pressione inflazionistica rischia di vanificare due anni di disinflazione e di rimettere sotto stress i margini delle piccole imprese. Allianz Trade stima che la crisi nel Golfo aggiunge 7.000 insolvenze aziendali nel solo 2026, con Manifattura e Costruzioni in prima linea.
Il FMI ha già tagliato le previsioni di crescita globale per il 2026 al 3,1% e quelle per l’area euro all’1,1%. Le banche centrali, BCE in testa, devono ora bilanciare il rischio inflazionistico con quello di recessione. Per chi gestisce un’impresa, la finestra per spostare forniture su contratti a prezzo fisso o aggregare acquisti con consorzi energetici si sta restringendo.
Con l’avvio della dichiarazione precompilata 2026, la CGIL ha reso pubblica una lettera inviata l’8 aprile scorso al Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e al Viceministro Maurizio Leo: dai Centri di Assistenza Fiscale del sindacato è emerso un numero elevato di Certificazioni Uniche 2026 con dati errati sulla natura del reddito di lavoro, un errore che rischia di tradursi in una perdita economica diretta per migliaia di lavoratori dipendenti. L’Agenzia delle Entrate ha precisato che molti sostituti avevano già provveduto alla correzione e che la precompilata è stata aggiornata con i nuovi dati.
Il problema individuato dai Caf CGIL riguarda la classificazione del reddito di lavoro nelle Certificazioni Uniche 2026: una parte dei sostituti d’imposta ha certificato redditi di lavoro dipendente — o loro indennità sostitutive — come redditi non compresi tra quelli di lavoro ex art. 49, comma 1 del TUIR. In altri termini, somme che avrebbero dovuto essere classificate come redditi di lavoro dipendente in senso stretto risultano invece certificate in una categoria residuale, con effetti immediati sul calcolo di alcuni benefici fiscali.
Si tratta di un errore con conseguenze dirette e non recuperabili in sede di dichiarazione dei redditi, data l’architettura attuale del modello 730. Tra i sostituti che hanno rilasciato certificazioni con questo errore figurano le Casse edili che hanno corrisposto l’APE (Anzianità Professionale Edile), alcune amministrazioni pubbliche e imprese private.
La classificazione errata del reddito nella CU blocca il riconoscimento automatico di due benefici introdotti dalla Legge di Bilancio 2025. Il primo è la cosiddetta somma aggiuntiva esentasse previsto per i lavoratori dipendenti rientranti nell’art. 49, co. 1 del TUIR. Il secondo è l’ulteriore detrazione per redditi di lavoro dipendente, anch’essa condizionata alla corretta qualificazione del reddito nella certificazione di partenza.
Il modello 730 precompilato non consente al contribuente di recuperare autonomamente questi importi se il dato nella CU è incompleto o errato: la dichiarazione recepisce quanto certificato dal sostituto, e una classificazione sbagliata a monte si trasmette direttamente sulla precompilata. Per ottenere il beneficio spettante è necessaria una CU rettificativa emessa dal sostituto d’imposta, non una correzione fatta in autonomia in dichiarazione.
Nella serata del 29 aprile l’Agenzia delle Entrate ha diffuso una comunicazione di servizio che circoscrive la portata del problema. Secondo l’Amministrazione finanziaria, diversi sostituti d’imposta avevano già rilevato le anomalie nelle proprie CU nelle settimane precedenti e avevano provveduto autonomamente alla correzione e alla ritrasmissione. Di conseguenza, la precompilata 2026 resa disponibile nel pomeriggio del 30 aprile risulta già aggiornata con i nuovi dati trasmessi.
Nel caso in cui un sostituto dovesse ancora rendersi conto di aver emesso una CU errata, è tenuto a trasmettere una certificazione rettificativa prima che il contribuente presenti il proprio 730 (opzione possibile dal 14 maggio 2026).
Per i lavoratori che nel 2025 hanno percepito indennità erogate da Casse edili, pubbliche amministrazioni o imprese private, il consiglio dei Caf CGIL è di verificare con attenzione la propria CU 2026 prima di presentare il 730, anziché affidarsi senza controllo alla precompilata. I passi da compiere sono:
La scadenza per la presentazione del modello 730/2026 è fissata al 30 settembre.
Il 2026 rappresenta un anno cruciale per la fatturazione elettronica, non solo considerando l’avvio di alcune novità normative che coinvolgono le aziende e i professionisti, ma anche tenendo conto degli obiettivi proposti a livello europeo per introdurre standard condivisi per tutte le operazioni intracomunitarie entro il 2030, al fine di uniformare i processi contabili all’interno dell’Unione Europea.
In Italia, che vanta il ruolo di “pioniere†in Europa nel settore della fatturazione elettronica, la normativa nazionale è stata spesso oggetto di integrazioni e non sono mancate le leggi che hanno cambiato regole e procedure, come l’ampliamento dell’obbligo di emettere la fattura elettronica a tutti i contribuenti in regime forfettario dal 1° gennaio 2024, a prescindere dal volume di ricavi o dai compensi percepiti.
Per l’anno in corso, inoltre, sono previste alcune novità tecniche in linea con la progressiva evoluzione della fatturazione elettronica, varate con l’obiettivo di potenziare la sicurezza dei canali di trasmissione e di rafforzare i controlli del Fisco.
A partire dal 15 maggio 2026 debutterà la versione n. 1.9.1 delle specifiche tecniche per la fatturazione elettronica, secondo le indicazioni pubblicate il 31 marzo dall’Agenzia delle Entrate.
Il nuovo tracciato XML non rappresenta uno stravolgimento del modo di emettere e inviare le fatture, tuttavia, l’obiettivo è quello di consentire una migliore interazione tra il Sistema di Interscambio (SdI), le nuove riforme fiscali e le normative europee. La versione n. 1.9.1, nello specifico, riguarda quattro novità in particolare:
Dopo il 15 maggio 2026, quindi, ogni fattura inviata con il tracciato precedente verrà inevitabilmente scartata dal Sistema di Interscambio. Con il rilascio delle nuove specifiche tecniche, quindi, l’adozione di un software gestionale in Cloud, come Fatture in Cloud, diventa strategica grazie alla possibilità di ottenere aggiornamenti automatici per assicurare all’attività la massima continuità operativa.
Con l’approvazione della Legge di delegazione europea n. 36/2026 l’Italia ha già avviato il recepimento della normativa europeo ViDA (VAT in the Digital Age), pacchetto di misure volte a creare uno standard digitale europeo per l’IVA e a introdurre l’obbligo di fatturazione elettronica per tutte le operazioni tra imprese all’interno della UE a partire dal 1° luglio 2030.
La normativa fiscale, che si propone di modernizzare il sistema IVA combattendo l’evasione, è destinata a generare numerosi vantaggi per le imprese soprattutto dal punto di vista della semplificazione, agevolando l’efficienza operativa e riducendo i costi.
In attesa dell’adozione del sistema europeo ViDA, l’Italia ha ottenuto dalla Commissione UE l’autorizzazione a prorogare l’obbligo di fatturazione elettronica fino al 31 dicembre 2027. In vista dei nuovi vincoli comunitari, inoltre, molti Paesi membri stanno accelerando i tempi di introduzione dell’obbligo di fatturazione elettronica per le transazioni B2B.
In Francia, ad esempio, l’adempimento entrerà in vigore gradualmente dal 1° settembre 2026, con l’estensione a tutte le imprese entro il 2027. In Germania è in vigore l’obbligo di ricezione delle e-fatture da gennaio 2025, mentre l’estensione generalizzata sarà attuata solo dal 2028. In Spagna, invece, l’obbligo è già previsto per le grandi imprese e dal 1° luglio 2026 coinvolgerà anche le piccole imprese e gli autonomi.
Lo scenario della fatturazione elettronica internazionale, quindi, appare molto variegato e soggetto a progressivi cambiamenti che possono rappresentare una sfida per le imprese italiane: anche in questo caso, poter contare su un software gestionale in grado di semplificare ogni aspetto del business si rivela una scelta efficace per garantire la conformità normativa.
Alla luce di quanto detto sopra, può essere utile fare il punto sulle regole relative alla fatturazione nazionale che sono ormai pienamente a regime. Si parla soprattutto dei soggetti obbligati e della normativa sulla conservazione a norma:
Gli obblighi legati alla fatturazione elettronica non devono essere considerati un limite per le imprese e i professionisti, rivelandosi una corsia preferenziale che può realmente semplificare la vita e favorire la crescita. Una soluzione flessibile ed efficiente per la fatturazione elettronica, come anticipato sopra, è certamente Fatture in Cloud, il software di fatturazione online che oltre a rendere smart e accessibile la creazione e la gestione delle e-fatture vanta una lunga serie di funzionalità utili a gestire il business.
Intuitivo e accessibile anche via App, Fatture in Cloud è un gestionale in grado di centralizzare tutte le attività chiave per le PMI, i forfettari e i liberi professionisti: una soluzione completa che vanta una marcia in più rispetto alla maggioranza dei software di fatturazione, dotato di funzioni che spaziano dalla fatturazione (fatture B2B e verso la PA, fatture pro-forma) allo scadenzario e ai preventivi, dall’analisi dell’andamento aziendale alla gestione di incassi e pagamenti.
Valore aggiunto del software, infine, è l’integrazione con l’Intelligenza Artificiale che permette di accedere a diverse funzionalità basate sull’AI, automatizzando la riconciliazione dei movimenti bancari e introducendo un assistente AI integrato che consente all’utente di effettuare ricerche, analisi e reportistiche accurate senza attingere a fonti esterne.
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Dal 29 aprile la riforma organica del TUF è entrata ufficialmente in vigore, introducendo una serie di novità per le Srl che vogliono aprirsi agli investitori: la possibilità per le Srl-PMI di avere quote in forma scritturale, inserite in un sistema di gestione accentrata. Una scelta che può rendere più veloce la circolazione delle partecipazioni, ridurre i costi nei trasferimenti e avvicinare queste società a strumenti finora tipici delle Spa, a condizione che statuto, quote e libro soci siano allineati alla nuova disciplina.
Dopo la riforma del mercato dei capitali per le PMI, pensata per rendere più accessibile la raccolta di capitale privato, il DLgs. 47/2026 – pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 14 aprile, in vigore dal 29 aprile – attua la delega per la riforma organica del Testo Unico della Finanza. Le novità in tema di quote dematerializzate si innesta dunque su una disciplina già avviata dalla Legge Capitali, che ha introdotto per le Srl-PMI la possibilità di ricorrere alla forma scritturale.
La misura riguarda le società a responsabilità limitata che rientrano nella definizione di PMI, quindi imprese con meno di 250 dipendenti e fatturato annuo fino a 50 milioni di euro oppure totale di bilancio fino a 43 milioni. Le quote Srl-PMI possono esistere in forma scritturale solo quando presentano eguale valore e attribuiscono uguali diritti, almeno all’interno della medesima categoria.
Il Consiglio Notarile di Milano ha chiarito che l’adozione del regime richiede una clausola statutaria dedicata, chiamata a individuare le quote o le categorie di quote assoggettate alla forma scritturale. La scelta passa quindi da una modifica dello statuto, con le regole assembleari e pubblicitarie proprie delle modifiche statutarie.
Con la gestione accentrata, la titolarità delle quote viene registrata tramite scritture contabili presso intermediari autorizzati. La cessione non segue più lo schema tradizionale del trasferimento di quote di Srl con atto notarile per ogni singola operazione, perché avviene tramite registrazione contabile e comunicazioni al sistema accentrato.
Il vantaggio per le imprese sta nella maggiore rapidità dei passaggi di partecipazioni e nella riduzione dei costi legati alla circolazione del capitale. Per investitori, fondatori e soci, il modello rende le quote dematerializzate più simili agli strumenti finanziari già utilizzati nelle società per azioni.
Le Srl-PMI che adottano il regime delle quote in forma scritturale devono tenere il libro soci. Per le quote dematerializzate, l’aggiornamento segue le regole previste per le azioni, con risultanze messe a disposizione dei soci anche su supporto informatico in formato comunemente utilizzato.
Il libro soci assume una funzione di informazione e tracciabilità , mentre la legittimazione all’esercizio dei diritti passa attraverso le comunicazioni degli intermediari. Il socio può quindi partecipare all’assemblea esibendo la comunicazione dell’intermediario, secondo la disciplina richiamata dal TUF.
La forma scritturale può rafforzare il legame tra Srl-PMI, investitori e canali digitali di raccolta. La disciplina si affianca al regime della circolazione intermediata previsto per le offerte tramite portali, già rilevante per l’equity crowdfunding aperto alle Srl. Secondo l’impostazione notarile, dematerializzazione e circolazione intermediata possono convivere anche all’interno della stessa società , con categorie di quote soggette a regimi diversi. Questa flessibilità permette di costruire assetti più adatti a round di investimento, campagne di raccolta e ingresso di nuovi soci.
Per una Srl-PMI, passare alle quote dematerializzate richiede una valutazione preliminare su statuto, categorie di quote, diritti attribuiti ai soci, costi degli intermediari e modalità di aggiornamento del libro soci. La scelta ha senso soprattutto per società che puntano ad aprire il capitale, facilitare trasferimenti futuri o prepararsi a operazioni con investitori professionali. La dematerializzazione resta una facoltà , non un obbligo generalizzato. Le Srl ordinarie continuano a seguire il regime tradizionale di circolazione delle quote, mentre le Srl-PMI che vogliono accedere alla forma scritturale devono costruire un assetto societario coerente con il regime di gestione accentrata.
Dopo sette anni e sei mesi si prescrive il reato per mancato pagamento delle imposte e, se il termine ordinario della prescrizione dei reati tributari risultava scaduto prima della notifica del decreto di citazione a giudizio, non si può più procedere a giudizio: questo il termine massimo assoluto che il Tribunale di Bari ha applicato nella nuova sentenza del 14 aprile 2026, dichiarando l’impossibilità di procedere contro un imputato accusato di aver sottratto beni societari alla garanzia del Fisco.
Disciplinata dall’art. 11 del D.Lgs. 74/2000, la sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte si configura quando il contribuente aliena simulatamente o compie altri atti fraudolenti sui propri o altrui beni, idonei a rendere in tutto o in parte inefficace la riscossione coattiva di debiti tributari superiori a cinquantamila euro. Non occorre che la riscossione sia già stata avviata né che le cartelle esattoriali siano state notificate.
Le condotte rilevanti sono di natura dispositiva: vendite simulate di immobili o beni mobili registrati, cessioni fittizie a familiari o società collegate, costituzione di diritti reali in favore di terzi al solo scopo di sottrarre il patrimonio alla riscossione. La tenuta irregolare della contabilità e l’omissione del deposito dei bilanci restano escluse dalla fattispecie, pur potendo configurare altri illeciti penali.
Per i reati tributari commessi dopo il 17 settembre 2011 la disciplina varia in base alla fattispecie. Per la sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte il termine base è di sei anni. In caso di atti interruttivi — interrogatorio dell’imputato, decreto che dispone il giudizio, verbale di constatazione della Guardia di Finanza — il corso riparte da zero, con un tetto massimo invalicabile pari a un quarto del termine base: il limite assoluto è sette anni e sei mesi.
Il dies a quo decorre dall’ultimo atto fraudolento posto in essere dall’imputato e non dalla successiva notifica delle cartelle esattoriali né dall’avvio formale della procedura esecutiva. La consumazione del reato si radica nel momento in cui viene compiuto l’ultimo atto simulato o dispositivo idoneo a pregiudicare il credito erariale. Il principio è consolidato nella giurisprudenza della Cassazione penale, sezione III.
Il procedimento riguardava un imputato accusato di aver compiuto atti di sottrazione fraudolenta sui beni di una società da lui amministrata con l’obiettivo di renderli indisponibili alle pretese del Fisco. Le condotte risalivano al marzo 2018, data assunta come dies a quo per il computo della prescrizione.
Applicando il termine massimo di sette anni e sei mesi, la prescrizione è maturata nel settembre 2025. A quella data il decreto di citazione a giudizio non era ancora stato notificato: il Tribunale ha dichiarato l’impossibilità di procedere ai sensi dell’art. 129 c.p.p., senza entrare nel merito delle accuse. La pronuncia conferma l’orientamento secondo cui, nella sottrazione fraudolenta, il termine prescrizionale decorre dall’ultimo atto dispositivo e non da eventi successivi alla sua consumazione.
Nel 2026 il Venture Capital sul mercato italiano dell’innovazione regge nei volumi complessivi grazie a poche operazioni di “taglia maggiore” mentre la parte più fragile della filiera, quella delle startup appena nate, perde terreno. Secondo InnovUp, il mancato rinnovo degli incentivi fiscali al 30% per chi investe in startup e PMI innovative ha già lasciato un vuoto nelle operazioni Pre-Seed e Seed, dove i business angel finanziano le prime fasi di crescita.
Il dato più duro riguarda le operazioni Pre-Seed e Seed. Nel primo trimestre 2025 erano stati chiusi 60 round per 99 milioni di euro; nello stesso periodo del 2026 si è scesi a 31 operazioni per 21 milioni. La flessione è pari al 48,3% nel numero dei deal e al 78,8% nei capitali investiti. Anche la dimensione media dei round si è assottigliata: da 1,65 milioni di euro per operazione nel Q1 2025 a 0,68 milioni nel Q1 2026.
Il risultato è un mercato early stage con meno imprese finanziate e ticket più bassi, proprio nella fase in cui le startup cercano il primo capitale per trasformare un progetto in società scalabile.
La frenata arriva dopo la sospensione della detrazione e deduzione al 30% per investitori e imprese. Dal 1° gennaio 2026, l’agevolazione ordinaria prevista dall’articolo 29 del DL 179/2012 non risulta più fruibile per la scadenza dell’autorizzazione europea sugli aiuti di Stato. La misura era utilizzata sia dalle persone fisiche, con detrazione IRPEF, sia dai soggetti IRES, con deduzione dal reddito imponibile. Per startup e PMI innovative rappresentava uno strumento ampio, meno selettivo del de minimis e più adatto anche a round di importo superiore.
Nel 2026 resta disponibile la detrazione de minimis al 65%, ma con limiti più selettivi. Si applica alle persone fisiche che investono nel capitale di startup innovative, entro 100mila euro per periodo d’imposta, nel rispetto dei vincoli de minimis e delle condizioni previste per la partecipazione.
La misura non copre lo stesso spazio lasciato libero dal bonus ordinario al 30%. La detrazione al 65% riguarda solo una parte degli investitori e delle operazioni, mentre le PMI innovative restano fuori dal regime de minimis dopo la chiusura della misura dedicata.
Nel quadro generale della normativa fiscale 2026 per startup e PMI innovative, emergono gravi lacune. La detrazione de minimis del 50% sugli investimenti in PMI innovative è terminata al 31 dicembre 2024 e non è stata prorogata. Nel 2025 restava il canale ordinario del 30%, ora fermo per la mancata nuova autorizzazione europea. In questo scenario, il sistema manca di una leva fiscale proprio nella fase in cui le imprese innovative hanno bisogno di capitale privato per crescere oltre la prima validazione. Il rischio indicato da InnovUp è una minore attrattività dell’Italia rispetto ai mercati europei in cui la disciplina resta più prevedibile per investitori e fondatori.
I dati complessivi del Venture Capital italiano mostrano un mercato meno lineare di quanto dica il solo totale degli investimenti. Nel primo trimestre 2026 sono stati raccolti 367 milioni di euro su 53 round, con capitali ancora in linea con la media recente, ma concentrati su un numero più basso di operazioni. Il capitale tende a spostarsi verso realtà più mature, lasciando scoperta la parte iniziale della filiera. Per un ecosistema fondato sulla nascita continua di nuove imprese, la debolezza del Pre-Seed e Seed può ridurre il numero di startup pronte a raccogliere Serie A nei prossimi anni.
InnovUp, insieme a gruppi di business angel italiani come Angels4Impact, Angels4Women, BAN, Doorway e IAB, chiede al MIMIT un intervento rapido per rinnovare gli incentivi fiscali sugli investimenti in startup e PMI innovative:
serve stabilità normativa, a partire dagli incentivi fiscali.
La richiesta riguarda soprattutto il ripristino della detrazione del 30%, considerata dagli operatori una misura capace di ridurre il rischio percepito nelle prime fasi di investimento. Senza un rinnovo tempestivo, il mercato early stage rischia di restare con meno capitali, meno round e una pipeline più debole per le scaleup italiane.
Dal 1° maggio 2026 l’accordo commerciale UE-Mercosur entra in vigore in via provvisoria. Dopo oltre 25 anni di negoziati e uno stop parlamentare che ne ha congelato la ratifica definitiva, la Commissione europea ha trovato la strada per farlo partire comunque: l’accordo interinale sugli scambi (iTA), la componente commerciale dell’intesa, non richiede il voto dei parlamenti nazionali né l’approvazione finale del Parlamento europeo. Si apre così per le imprese italiane un mercato da 270 milioni di consumatori, con riduzioni tariffarie immediate su macchinari, prodotti chimici, farmaci e vini.
Il 21 gennaio 2026 il Parlamento europeo ha votato — con soli dieci voti di scarto — per rinviare l’accordo alla Corte di Giustizia UE, chiedendo un parere sulla sua conformità ai trattati comunitari. Il voto ha bloccato la ratifica definitiva dell’accordo di partenariato (EMPA), ma non ha fermato la parte commerciale. La Commissione aveva già ottenuto il via libera del Consiglio UE il 9 gennaio e ha fatto valere la clausola dell’accordo interinale sugli scambi (iTA — Interim Trade Agreement): un testo autonomo, che riguarda una competenza esclusiva dell’UE, e che non deve passare dai singoli parlamenti nazionali. Il 23 marzo la Commissione ha completato l’ultimo atto procedurale, inviando la nota verbale al Paraguay — depositario dei trattati del Mercosur.
L’iTA è entrato in applicazione provvisoria il 1° maggio 2026 con Argentina, Brasile e Uruguay, che avevano già notificato il completamento delle proprie procedure di ratifica interne. Il Paraguay, che aveva ratificato ma non ancora inviato la notifica formale, è atteso a breve. Fino alla pronuncia della Corte di Giustizia e alla successiva ratifica del Parlamento europeo, l’iTA resterà il testo che regola i rapporti commerciali tra le due aree.
I rapporti commerciali tra Europa e i quattro Paesi Mercosur valgono circa 111 miliardi di euro l’anno — 55,2 miliardi di esportazioni UE e 56 miliardi di importazioni. L’Italia esporta nelle quattro economie sudamericane 1,9 miliardi di euro, con una concentrazione su macchinari, prodotti chimici e farmaceutici, mezzi di trasporto e beni di lusso. Le importazioni europee si concentrano invece su prodotti agricoli, minerali e carta.
Le stime della Commissione europea indicano che l’accordo potrebbe portare le esportazioni UE verso il Mercosur fino a 49 miliardi di euro annui, con un potenziale di 440mila posti di lavoro sostenuti. Per le imprese italiane i vantaggi vanno oltre l’export diretto: l’intesa facilita l’accesso alle materie prime sudamericane, incluse quelle critiche per la transizione energetica, e apre opportunità di partecipazione a bandi e appalti internazionali in un’area dove la concorrenza asiatica è già consolidata.
L’iTA prevede l’eliminazione progressiva delle barriere doganali sul 91% dei prodotti europei destinati ai mercati sudamericani. L’abbattimento delle tariffe è reciproco ma con tempi differenziati: i Paesi Mercosur elimineranno i dazi sui prodotti UE nell’arco di 15 anni, mentre l’Unione Europea completerà la liberalizzazione delle importazioni sudamericane in circa 10 anni.
Prima dell’accordo, alcune categorie di prodotti europei scontavano dazi particolarmente elevati sui mercati sudamericani:
Dal 1° maggio le prime riduzioni sono subito in vigore. Per conoscere i vantaggi tariffari specifici per ciascuna categoria merceologica, la Commissione europea ha messo a disposizione la piattaforma Access2Markets, dove gli esportatori possono verificare le condizioni applicate ai propri prodotti.
In risposta alle proteste del comparto agricolo e agroalimentare, l’accordo include misure di protezione più stringenti rispetto alle versioni precedenti. La principale è una clausola di salvaguardia che consente di sospendere temporaneamente i vantaggi tariffari su prodotti critici — carni bovine, suine e pollame, latticini, granturco, riso, uova, zuccheri e determinate bevande alcoliche — nel caso di oscillazioni eccessive nei volumi o nei prezzi all’importazione.
Elemento rilevante: la clausola può essere attivata non solo dagli Stati membri ma anche da singole associazioni di categoria o imprese, nel momento in cui rilevano turbative di mercato.
Per Confagricoltura l’intesa resta però penalizzante per alcune produzioni sensibili — carni bovine in testa — e il nodo dei controlli alle frontiere rimane aperto: senza verifiche puntuali sull’effettiva applicazione degli standard europei su sicurezza alimentare, ambiente e diritti dei lavoratori, l’apertura dei mercati rischia di premiare chi produce con regole meno severe.
Più favorevole il bilancio per il settore vitivinicolo. Il Brasile è il primo mercato di sbocco tra i Paesi Mercosur per le esportazioni di vino europeo e registra una crescita costante: nel 2024 gli acquisti di vino UE hanno raggiunto circa 190 milioni di euro, con un aumento del 41% negli ultimi cinque anni. Il progressivo azzeramento di un dazio che oggi arriva al 27% potrebbe rafforzare ulteriormente la posizione del vino italiano in un mercato ancora dominato da produttori extraeuropei.
L’accordo protegge complessivamente 344 indicazioni geografiche europee — 57 delle quali italiane — vietandone l’imitazione nei Paesi Mercosur. La tutela riguarda DOP, IGP e altri marchi di qualità in settori che vanno dai formaggi ai salumi, dai vini agli oli. Per le PMI del Made in Italy che operano nei mercati sudamericani, questo rappresenta uno scudo concreto contro le pratiche di italian sounding che erodono quote di mercato nelle fasce premium.
Il cantiere della rottamazione dei tributi locali non è ancora chiuso. Nel corso dell’esame del Decreto Fiscale n. 38/2026 in Commissione Finanze al Senato sono stati depositati alcuni emendamenti che puntano ad ampliarne il perimetro, aprendo ai Comuni la possibilità di deliberare l’adesione alla definizione agevolata per i ruoli dal 2000 al 2023, tra quelli sanabili. I condizionali restano d’obbligo: le proposte di correttivi non sono ancora state approvate e l’iter di conversione in legge del decreto deve chiudersi entro il 26 maggio 2026.
La Legge di Bilancio 2026 ha consentito a Regioni, Province e Comuni di introdurre autonomamente forme di definizione agevolata sui tributi locali. Il meccanismo, però, presenta un limite: le cartelle per le quali i Comuni hanno delegato la riscossione all’Agenzia delle Entrate-Riscossione restano escluse dalla rottamazione locale perché seguono la disciplina statale della Rottamazione-quinquies. Per le grandi città — che affidano all’AdER gran parte del recupero coattivo di IMU e TARI arretrate — questo vincolo svuota di fatto la portata della misura.
È proprio su questo punto che l’ANCI — l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani — ha proposto una soluzione nel corso delle audizioni al Senato sul DL Fiscale: coinvolgere l’AdER nella gestione delle cartelle locali affidate alla riscossione nazionale, a fronte di un contributo (2-4 euro per posizione) a titolo di spese di procedura. La proposta è confluita in un emendamento che potrebbe essere recepito nella legge di conversione.
Fra le proposte emendative depositate in Commissione, quella su cui sarebbe emerso un accordo di massima prevede che i Comuni possano approvare la delibera di adesione alla rottamazione entro il 30 settembre 2026, includendo nella sanatoria i crediti di natura tributaria e patrimoniale maturati tra il 2000 e il 2023. L’emendamento di matrice ANCI fissa invece il termine al 31 luglio 2026, ma in cambio standardizzerebbe le procedure e affiderebbe all’AdER la gestione dell’intera operazione con regole identiche per tutti i 7.895 Comuni italiani.
In nessuno dei due casi l’adesione sarebbe obbligatoria: ogni Comune dovrebbe valutare l’impatto sul proprio bilancio prima di deliberare, tenendo conto dell’entità dei crediti difficilmente esigibili e del fondo crediti di dubbia esigibilità .
Il perimetro delle entrate potenzialmente sanabili sarebbe ampio. Rientrerebbero nella definizione agevolata i principali tributi di competenza comunale, tra cui:
Resterebbero invece esclusi i crediti derivanti dall’esecuzione di sentenze della Corte dei Conti, le addizionali e le compartecipazioni a tributi erariali, nonché i carichi già affidati all’Agenzia delle Entrate-Riscossione — salvo che l’emendamento ANCI ottenga approvazione definitiva, nel qual caso anche queste posizioni sarebbero coinvolte nella procedura centralizzata.
Il meccanismo ricalcherebbe quello della Rottamazione-quinquies statale: il contribuente pagherebbe per intero la somma originariamente dovuta senza applicazione di interessi e sanzioni. Resterebbe sempre dovuta la quota capitale. E per le sanzioni amministrative, incluse le contravvenzioni al Codice della Strada di competenza comunale, la definizione agevolata potrebbe prevedere anche la riduzione degli oneri di riscossione maturati.
Sul fronte della rateazione, l’emendamento (per ora solo depositato) prevede la possibilità di spalmare il debito su nove anni, con 54 rate bimestrali di pari importo (ricalcando le regole di cui al comma 82 della Legge 199/2025). I consigli comunali dovrebbero approvare le delibere sulla base di criteri stabiliti con apposito decreto direttoriale dell’Agenzia delle Entrate.
I tempi per decidere sono stretti. Il DL Fiscale n. 38/2026 deve essere convertito in legge entro il 26 maggio 2026: entro tale data gli emendamenti potranno essere recepiti o respinti. Nel frattempo, la rottamazione locale prevista dalla Legge di Bilancio 2026 resta in vigore per i tributi gestiti dai Comuni che hanno già approvato una delibera in tal senso.