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Il Governo alza la guardia contro le speculazioni sui prezzi dei carburanti scatenate dalla guerra in Iran e dalle conseguenti altalene di mercato. La benzina sale ai livelli massimi dell’ultimo anno e continua ad aumentare anche il diesel. Sui mercati finanziari, anche sull’onda delle parole del presidente Usa Donald Trump su una rapida conclusione del conflitto in Iran, il petrolio ripiega velocemente e torna sotto i 100 dollari al barile, dopo aver superato quota 120.
Il ministero delle Imprese e del Made in Italy ha intanto riunito la Cabina di Regia della Commissione di allerta rapida, che ha rilevato un aumento anomalo dei prezzi medi alla pompa rispetto a quelli consigliati dalle compagnie petrolifere.
Al momento non ci sono decisioni ufficiali che vadano oltre la stretta osservazione. Tuttavia, il MIMIT ha dato indicazione agli organi di controllo di attivare immediati interventi su possibili fenomeni speculativi. L’aumento dei prezzi medi rispetto a quelli consigliati risulta anomalo per due delle principali compagnie petrolifere. Ora scatteranno i controlli mirati, anche sulla base dei dati che Mr Prezzi trasmette alla GdF.
Mercoledì 11 marzo si riunirà nuovamente la Cabina di Regia, venerdì 13 è invece in agenda un incontro plenario della Commissione di allerta rapida.
In base ai dati che quotidianamente vengono aggiornati dal MIMIT ed elaborati da Staffetta Quotidiana, la benzina self service è salita a 1,783 euro al litro e il diesel a 1,970 euro/litro. Prezzi naturalmente più alti in modalità servito: benzina a 1,919 euro al litro, diesel a 2,097 euro. Il ministero indica un prezzo medio nazionale in autostrada del diesel sopra i 2 euro al litro (2,066), mentre la benzina è a quota 1,886.
Il Codacons calcola che dal 27 febbraio, giorno prima dello scoppio della guerra in Iran, il diesel è aumentato di oltre il 14%, che corrisponde a un rincaro superiore ai 12 euro per un pieno. Incremento del 7% per la benzina, con l’aumento del pieno intorno a 5,8 euro.
Oltre al caro carburanti, bisogna arginare anche il rischio che sul medio periodo gli aumenti si trasmettano ad altri settori, in primis quello alimentare. I mercati stanno già scontando l’ipotesi di un aumento dei tassi da parte della BCE, per contrastare il caro prezzi. Su questo interviene criticamente il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, contrario alla stretta monetaria, e favorevole invece a misure straordinarie «sulla scia di quelle adottate nel 2022 all’indomani dell’attacco russo contro l’Ucraina. Agire subito stoppando i prezzi dell’energia prima che si diffondano su tutti i beni di consumo come nel 22».
Sul fronte delle misure che l’esecutivo sta studiando, l’attivazione dell’accisa mobile utilizza l’extra gettito IVA derivante dal caro petrolio per abbassare l’accisa sui carburanti e di conseguenza il prezzo per consumatori e imprese. Serve però un decreto del ministero dell’Economia, che può essere approvato a fronte dell’aumento del costo del greggio sul mercato all’ingrosso rispetto ai livelli indicati nel DPB, basato sulla media degli ultimi due mesi.
Le condizioni per farlo ci sono; i prossimi giorni serviranno a chiarire se la soluzione sarà effettivamente questa, e se sarà eventualmente accompagnata da altre misure di contenimento dei prezzi di benzina e gasolio.
Pier Silvio Berlusconi rafforza il suo ruolo alla guida di MFE-MediaForEurope e avvia una riorganizzazione del top management del gruppo. Il Consiglio di amministrazione ha infatti deciso di attribuirgli il doppio incarico di Chairman e Group Chief Executive Officer, una scelta che segna un passaggio importante nell’evoluzione della società .
La nuova struttura organizzativa punta a trasformare MFE da holding di controllo finanziario a media company sempre più operativa e integrata a livello internazionale. Parallelamente, arrivano anche risultati positivi sul fronte finanziario per la holding personale di Pier Silvio Berlusconi, che ha registrato un utile in crescita nell’ultimo bilancio.
La riorganizzazione del management rappresenta uno dei passaggi più rilevanti per il gruppo televisivo. L’obiettivo è creare una struttura più coordinata tra le diverse società e rafforzare la capacità di operare nei vari mercati europei.
Sotto la guida di Pier Silvio Berlusconi, MFE adotta un modello organizzativo più orizzontale, con funzioni di staff integrate a livello di gruppo. In questo modo le principali aree aziendali opereranno con una responsabilità trasversale sui diversi Paesi in cui il gruppo è presente.
Il nuovo assetto prevede una maggiore collaborazione tra le funzioni strategiche e operative, con l’intento di rendere il gruppo più efficiente e competitivo nel mercato dei media europei.
La decisione del Consiglio di amministrazione rafforza ulteriormente il ruolo manageriale di Pier Silvio Berlusconi. Oltre alla posizione di Amministratore Delegato, il manager assume anche la carica di Chairman del gruppo.
Fedele Confalonieri resta invece statutory chairperson, mantenendo una funzione istituzionale all’interno della governance.
Commentando la riorganizzazione, Pier Silvio Berlusconi ha sottolineato che la nuova struttura permetterà al gruppo di operare con maggiore efficacia nei diversi mercati europei.
Secondo il manager, l’obiettivo è rendere MFE sempre più integrata a livello internazionale, valorizzando le competenze interne e allo stesso tempo aprendo spazio a nuove professionalità .
La riorganizzazione ha definito anche una nuova distribuzione delle responsabilità all’interno del gruppo.
Tra le principali nomine:
Nel settore commerciale, Stefano Sala è stato nominato Chief Global Advertising Officer e guiderà la raccolta pubblicitaria nei diversi mercati in cui opera MFE.
Sul fronte organizzativo e tecnologico, Niccolò Querci, Chief Operating e Human Resources Officer, avrà la responsabilità delle attività di organizzazione, risorse umane, tecnologie e operations.
La rappresentanza del gruppo nei contesti istituzionali internazionali resta affidata a Gina Nieri, mentre Mauro Crippa sarà responsabile della comunicazione corporate e dei rapporti con i media.
La strategia guidata da Pier Silvio Berlusconi punta anche su innovazione e tecnologia.
MFE ha annunciato la creazione di nuove strutture dedicate allo sviluppo digitale e al coordinamento delle attività legate all’intelligenza artificiale. Una delle prime iniziative sarà la direzione Digital Innovation Strategy, affidata a Dirk Voigtländer.
Questa struttura lavorerà anche sulle competenze presenti nella sede tedesca di ProSiebenSat.1, con l’obiettivo di rafforzare il posizionamento del gruppo in un contesto digitale sempre più competitivo.
Un’altra area di sviluppo riguarda l’analisi dei dati. Nell’ambito del marketing strategico è stato introdotto il ruolo di Data and Media Currency Director, affidato a Federico di Chio, con il compito di analizzare i dati relativi ai risultati editoriali e alle proposte commerciali sia sulla televisione lineare sia sulle piattaforme digitali.
Accanto alla riorganizzazione industriale del gruppo televisivo, emergono anche risultati positivi sul fronte finanziario personale.
L’assemblea degli azionisti di Holding Italiana Quinta, società di cui Pier Silvio Berlusconi è unico socio, ha approvato il bilancio chiuso il 30 settembre con un utile di oltre 9,7 milioni di euro, in crescita rispetto ai 7,6 milioni dell’esercizio precedente.
L’intero profitto è stato accantonato a riserva, facendo salire il patrimonio netto della società a oltre 82 milioni di euro.
Il risultato è legato soprattutto all’aumento dei dividendi derivanti dalla partecipazione detenuta in Fininvest, pari al 7,65%, i cui dividendi sono cresciuti nel corso dell’anno.
La riorganizzazione del management e i risultati finanziari evidenziano una fase di consolidamento per Pier Silvio Berlusconi.
Da un lato il manager sta rafforzando la struttura di MFE-MediaForEurope per competere in un mercato mediatico sempre più internazionale. Dall’altro, le partecipazioni nella galassia Fininvest continuano a generare risultati economici positivi.
In questo contesto, le scelte strategiche di Pier Silvio Berlusconi saranno decisive per il futuro del gruppo e per il posizionamento di uno dei principali operatori televisivi europei.
Il CNEL ha approvato l’istituzione del bollino per le buone pratiche aziendali di partecipazione, un riconoscimento destinato alle organizzazioni che coinvolgono i lavoratori nella gestione, nei risultati, nell’organizzazione e, in alcuni casi, anche nel capitale. Per imprese, cooperative, fondazioni, enti del Terzo Settore e associazioni si apre così una finestra reputazionale nuova, con candidature da presentare online e valutazione affidata alla Commissione nazionale.
Il nuovo bollino nasce per valorizzare le realtà che adottano forme strutturate di partecipazione dei lavoratori. Il regolamento approvato dall’assemblea del CNEL riguarda pratiche che possono toccare più piani della vita aziendale: partecipazione gestionale, economico-finanziaria, organizzativa e consultiva. La platea dei soggetti ammessi è ampia e comprende:
Le candidature possono essere inviate compilando il modulo online dedicato e segnalando la pratica partecipativa adottata. La documentazione sarà poi esaminata da una Commissione nazionale, che valuterà la conformità dei progetti ai criteri del regolamento. Per ottenere il bollino serve anche la coerenza della pratica dichiarata con il modello di partecipazione riconosciuto dal CNEL.
Il regolamento sarà pubblicato in Gazzetta Ufficiale, rendendo pienamente definito il quadro applicativo.
Il riconoscimento guarda alle esperienze in cui il coinvolgimento dei lavoratori non resta una formula generica. I modelli che il CNEL intende valorizzare riguardano soprattutto:
Questo impianto si collega direttamente al dibattito aperto nel 2025 sulla legge sulla partecipazione dei lavoratori, che ha rafforzato il ruolo della Commissione nazionale presso il CNEL e la raccolta delle buone pratiche.
Per le imprese, il bollino ha prima di tutto un valore di riconoscimento pubblico segnalando all’esterno che l’organizzazione ha adottato modelli di governance o di organizzazione del lavoro fondati sul coinvolgimento dei dipendenti.
Questo può pesare su più livelli: reputazione aziendale, relazioni industriali, attrattività verso lavoratori qualificati e posizionamento nei confronti di partner, stakeholder e territorio. In una fase in cui molte aziende faticano a trattenere competenze, il tema della partecipazione smette di essere solo sindacale e tocca anche la competitività .
Molte PMI adottano già forme di partecipazione organizzativa, premi collegati ai risultati, consultazioni interne o modelli di condivisione che spesso restano poco visibili all’esterno. Il bollino CNEL può trasformare queste pratiche in un elemento riconoscibile e spendibile sul piano reputazionale.
Il presidente del CNEL Renato Brunetta ha presentato il nuovo strumento come un riconoscimento per le imprese che scelgono la partecipazione dei lavoratori come modello di governance. Nella lettura del CNEL, la valorizzazione delle buone pratiche può contribuire a rafforzare la qualità delle relazioni industriali in una fase segnata dalla trasformazione tecnologica e dalla necessità di cambiare i modelli organizzativi.
Il messaggio politico è chiaro: la partecipazione viene proposta come leva di modernizzazione dell’impresa e di tenuta del rapporto tra management e lavoratori.
Il varo del bollino non ha però raccolto consenso unanime. La CGIL ha votato contro il regolamento, sostenendo che il testo finirebbe per qualificare come buone pratiche anche decisioni unilaterali o regolamenti aziendali privi di una vera base contrattuale. Secondo il sindacato, il rischio è quello di svuotare il significato sostanziale della partecipazione e di indebolire il ruolo della contrattazione e della rappresentanza.
Con il Messaggio n. 792 del 6 marzo 2026, l’INPS ha reso disponibile nel Cassetto previdenziale del contribuente un nuovo Smart Task denominato “Richiesta degli attestati di malattia“. Il servizio consente ai datori di lavoro — direttamente o tramite intermediari abilitati — di ricevere gli attestati di malattia dei propri lavoratori dipendenti a uno specifico indirizzo PEC, per ogni competenza mensile di interesse, senza accessi ripetuti al portale e senza attesa della trasmissione da parte del dipendente.
Il nuovo servizio riguarda esclusivamente gli attestati di malattia e non i certificati medici completi. Il certificato contiene la diagnosi ed è accessibile solo al lavoratore e al medico curante; l’attestato è la versione priva della diagnosi, che il datore di lavoro ha diritto di ricevere ai sensi della normativa vigente — in particolare delle circolari INPS n. 119/2010 e n. 117/2011, che il Messaggio 792/2026 integra e aggiorna.
Negli archivi telematici dell’Istituto, a ogni certificato di malattia trasmesso dal medico corrisponde un codice univoco, il PUC (Numero Unico del Certificato). È lo stesso codice che le aziende devono esporre nel flusso UNIEMENS per la gestione degli eventi di malattia a partire dalle competenze di marzo 2026: il nuovo Smart Task semplifica il reperimento di questo dato, integrando la gestione documentale con quella contributiva.
Il servizio è accessibile ai datori di lavoro del settore privato e ai loro intermediari abilitati ai servizi telematici — consulenti del lavoro, commercialisti e associazioni di categoria — in possesso di apposita delega. L’accesso al Cassetto previdenziale richiede credenziali SPID, CIE o CNS. La logica del servizio è semplice: per una determinata competenza mensile, il datore di lavoro richiede che gli vengano inviati via PEC tutti gli attestati dei propri lavoratori così come presenti nei sistemi dell’Istituto a quella data. Il canale PEC garantisce la certezza giuridica della comunicazione e semplifica l’archiviazione documentale, sostituendo la consultazione manuale sul portale o l’attesa dell’invio da parte del lavoratore.
La procedura da seguire nel Cassetto previdenziale del contribuente è la seguente:
La maschera si autocompone richiedendo solo i dati strettamente necessari all’elaborazione: nessun campo superfluo, nessun allegato da caricare. Per le indicazioni di dettaglio sulla gestione degli Smart Task, l’INPS rinvia al Messaggio n. 3429 del 29 settembre 2023, che ne aveva definito il quadro generale nell’ambito del PNRR.
Al momento, il servizio richiede un’attivazione separata per ogni competenza mensile. L’INPS ha però comunicato che è prevista un’evoluzione del servizio che consentirà di automatizzare la ricezione degli attestati per i successivi dodici mesi consecutivi, senza necessità di rinnovare la richiesta ogni mese. Una volta configurata, la ricezione via PEC sarà continua e non richiederà interventi periodici.
I tempi di rilascio di questa funzionalità non sono ancora stati definiti. Il Messaggio n. 792/2026 e le istruzioni aggiornate sono disponibili sul portale INPS.
Se i rincari di gas ed elettricità registrati dopo l’attacco all’Iran dovessero stabilizzarsi su livelli strutturali, le imprese italiane si troverebbero a pagare quasi 10 miliardi di euro in più in bolletta nel 2026. È la stima dell’Ufficio studi della CGIA di Mestre, che ha calcolato l’impatto scenario per scenario, regione per regione, settore per settore. Un dato che riguarda da vicino artigiani, PMI e imprese del terziario, già alle prese con costi energetici tra i più alti d’Europa.
Le proiezioni della CGIA si basano su consumi stabili rispetto al 2024 e su un prezzo medio annuo dell’energia elettrica di 150 euro per MWh e del gas a 50 euro per MWh. Queste soglie riflettono i livelli raggiunti nei giorni successivi all’escalation militare: alla vigilia dell’attacco, il 27 febbraio, il gas scambiava a 32 euro/MWh e l’elettricità a 107,5 euro/MWh; nel giro di pochi giorni i valori sono saliti rispettivamente a 55,2 e 165,7 euro, per poi assestarsi leggermente.
Lo scenario così costruito si tradurrebbe in un aggravio di 7,2 miliardi di euro per l’elettricità e di altri 2,6 miliardi per il gas, con una variazione complessiva del +13,5% rispetto al 2025. Il confronto con la crisi del 2022 — quando l’energia elettrica aveva toccato una media di 303 euro/MWh e il gas 123,5 euro — aiuta a inquadrare la gravità dello scenario attuale: i livelli sono ancora distanti da quei picchi, ma i margini delle imprese non si sono mai pienamente ripresi.
L’impatto non sarebbe uniforme sul territorio. Le regioni a maggiore densità produttiva e commerciale subirebbero i rincari più pesanti in valore assoluto:
Il Mezzogiorno, pur con valori assoluti inferiori, non sarebbe immune: la CGIA stima una crescita del +13,1% sui costi energetici delle imprese meridionali. Il Trentino-Alto Adige, grazie alla sua composizione produttiva, risulterebbe la regione meno esposta con un incremento stimato del +3,5%.
Sul fronte dell’elettricità , i comparti più vulnerabili sarebbero quelli con i consumi più intensi:
Diversa la composizione del rischio per le imprese gasivore. Secondo la CGIA, i comparti più esposti sarebbero:
La mappa dei distretti più esposti ai rincari energetici attraversa trasversalmente il tessuto manifatturiero italiano. La CGIA segnala tra le realtà più vulnerabili il distretto della ceramica di Sassuolo, la metallurgia di Brescia e Lumezzane, il cartario di Lucca, la seta e il tessile di Como e la siderurgia di Taranto. A rischio anche il polo petrolchimico di Sarroch in Sardegna. Si tratta in larga parte di realtà che già risentono di un differenziale di prezzo rispetto alla media europea, con le quotazioni del PUN italiano strutturalmente più alte di quelle di Francia e Germania.
La CGIA individua un doppio livello di intervento. Nel breve periodo, l’associazione chiede all’Unione Europea di accelerare il disaccoppiamento tra il prezzo del gas e quello dell’energia elettrica, per interrompere il meccanismo che trasmette automaticamente le tensioni sul gas alle bollette elettriche. Sul fronte nazionale, si invoca il ritorno a misure già sperimentate durante la crisi del 2022: bonus sociali rafforzati, taglio dell’IVA sull’energia e azzeramento degli oneri di sistema in bolletta.
Nel medio periodo, la CGIA propone una riforma strutturale della bolletta, spostando gli oneri di sistema dalla componente energetica alla fiscalità generale. L’obiettivo è ridurre il divario di prezzo che penalizza le imprese italiane rispetto ai concorrenti europei. Per le PMI che già scontano una pressione inflazionistica in risalita, l’indicazione è anche di valutare contratti a lungo termine con i fornitori e forme di acquisto aggregato tramite consorzi energetici, strumenti che possono garantire prezzi più stabili e ridurre l’esposizione alla volatilità dei mercati all’ingrosso.
Dalle ore 12 del 10 marzo 2026 si apre la finestra per presentare le domande al Bando Parco Agrisolare 2026, la misura PNRR da 789 milioni di euro destinata agli impianti fotovoltaici sui tetti degli edifici produttivi dei settori agricolo, zootecnico e agroindustriale. Dopo la pubblicazione dell’avviso MASAF e del regolamento operativo, il passaggio che conta ora è uno solo: l’accesso allo sportello GSE, da cui passa l’assegnazione delle risorse disponibili.
Le richieste possono essere trasmesse esclusivamente attraverso la piattaforma informatica del GSE fino alle ore 12 del 9 aprile 2026. La procedura resta a sportello in ordine cronologico, quindi la tempestività di invio pesa insieme alla correttezza formale della pratica. Per le imprese interessate, la giornata di apertura segna il momento in cui il bando smette di essere solo una misura annunciata e diventa una partita concreta sui fondi disponibili.
La misura è attuata dal decreto MASAF del 17 dicembre 2025, pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 29 del 5 febbraio 2026, nell’ambito del PNRR Missione 2, Componente 1, Investimento 4. Con una dotazione di 789 milioni di euro sostiene l’installazione di impianti fotovoltaici sulle coperture di fabbricati strumentali all’attività agricola, senza consumo di suolo. Nel quadro delle agevolazioni per l’agricoltura 2026, l’incentivo viene riconosciuto come contributo a fondo perduto sulle spese ammissibili.
Accanto ai pannelli fotovoltaici risultano ammissibili anche alcuni interventi collegati sulla copertura e sugli impianti:
Restano invece esclusi gli impianti a terra e il potenziamento di sezioni già esistenti finanziate con precedenti bandi Agrisolare. Se i lavori relativi a un progetto già ammesso sono stati avviati, l’accesso alla Facility non è consentito. In assenza di avvio dei lavori, la rinuncia al vecchio incentivo è possibile, ma comporta il collocamento in coda nella graduatoria di priorità .
La platea dei beneficiari comprende soggetti che operano stabilmente nella filiera primaria e nella trasformazione. Possono accedere ai finanziamenti:
Sono esclusi i soggetti esonerati dalla tenuta della contabilità IVA con volume d’affari inferiore a 7.000 euro annui, con l’eccezione dei soccidari che abbiano un contratto di valore superiore a tale soglia. Il beneficiario deve inoltre dimostrare la disponibilità del fabbricato oggetto dell’intervento.
I 789 milioni di euro sono distribuiti su quattro linee di finanziamento, con una quota del 40% riservata al Mezzogiorno: Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia.
| Linea | Dotazione e intensità del contributo |
|---|---|
| 1A | produzione agricola primaria con autoconsumo Risorse: 473 milioni di euro. Contributo massimo: fino all’80%. |
| 2A | trasformazione di prodotti agricoli Risorse: 150 milioni di euro. Contributo massimo: 80% fino a 200 kWp, 65% tra 200 e 500 kWp, 50% tra 500 e 1.000 kWp. |
| 3A | trasformazione di prodotti agricoli in non agricoli Risorse: 10 milioni di euro. Contributo massimo: 30%. |
| 4A | produzione agricola primaria senza vincolo di autoconsumo Risorse: 140 milioni di euro. Contributo massimo: 30%. |
Per i soggetti ammessi è prevista anche la possibilità di richiedere una anticipazione fino al 30% del contributo, previa presentazione di idonea garanzia. Il provvedimento di concessione viene emesso dal Ministero entro 30 giorni dall’approvazione della domanda da parte del GSE.
A parità di data di presentazione, il bando applica criteri di priorità che possono incidere sull’ordine di accesso alle risorse:
I progetti ammessi devono essere completati entro 18 mesi dalla data del provvedimento di concessione, salvo proroga motivata concessa dal GSE. In ogni caso, la rendicontazione finale deve avvenire entro il 31 dicembre 2028, mentre le risorse devono risultare impegnate entro il 30 giugno 2026 in coerenza con il calendario del PNRR.
Per le aziende agricole che stanno valutando investimenti su energia, fisco e innovazione, la misura si colloca tra le principali agevolazioni per l’agricoltura attive nel 2026. Sullo sfondo restano anche i precedenti incentivi Parco Agrisolare, utili per distinguere il nuovo sportello dalle finestre già aperte negli anni scorsi.
Il referendum sulla Giustizia del 22 e 23 marzo, oltre a proporre l’introduzione in Costituzione del principio della separazione delle carriere, interviene anche sulla composizione degli organi di autogoverno della magistratura. In base alla riforma, l’attuale Consiglio superiore della magistratura verrebbe sdoppiato, con l’istituzione di un CSM giudicante e di un CSM requirente. È previsto inoltre un terzo organismo, l’Alta Corte disciplinare.
Il testo del quesito referendario recita quanto segue:
Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”?
Fra quelli citati, gli articoli che riguardano lo sdoppiamento del CSM e l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare sono soprattutto il 104 e il 105.
L’articolo 104 è anche quello con cui verrebbe introdotta la separazione delle carriere, modificando il primo comma. Il secondo comma riscrive invece la struttura del Consiglio superiore della magistratura. Ecco come cambierebbe la formulazione della norma.
| Testo della Costituzione | Modifica proposta |
| Il Consiglio superiore della magistratura è presieduto dal Presidente della Repubblica (articolo 104, comma 2). | Il Consiglio superiore della magistratura giudicante e il Consiglio superiore della magistratura requirente sono presieduti dal Presidente della Repubblica. |
Seguono poi le regole per eleggere i membri dei due organi, di cui continuano a essere membri di diritto il primo presidente e il procuratore generale della Corte di Cassazione. Il meccanismo previsto è un’estrazione a sorte, per un terzo in Parlamento e per due terzi tra i magistrati.
L’articolo 105 riguarda i poteri degli organi di autogoverno. Attualmente spettano tutti al Consiglio superiore della magistratura: assunzioni, assegnazioni, trasferimenti, promozioni e provvedimenti disciplinari. La riforma attribuisce le competenze sulle carriere ai due nuovi Consigli, mentre la materia disciplinare verrebbe affidata all’Alta Corte disciplinare. Ecco il confronto fra i due testi.
| Testo della Costituzione | Modifiche proposte |
| Spettano al Consiglio superiore della magistratura, secondo le norme dell’ordinamento giudiziario, le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati. (articolo 105) | Spettano a ciascun Consiglio superiore della magistratura, secondo le norme sull’ordinamento giudiziario, le assunzioni, le assegnazioni, i trasferimenti, le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni nei riguardi dei magistrati. La giurisdizione disciplinare nei riguardi dei magistrati ordinari, giudicanti e requirenti, è attribuita all’Alta Corte disciplinare. |
Le sentenze dell’Alta Corte possono essere impugnate davanti alla stessa Alta Corte disciplinare, che giudica senza la partecipazione dei componenti che hanno concorso a pronunciare la decisione impugnata.
L’articolo 106 riguarda la nomina dei consiglieri di Cassazione per meriti insigni. I membri ordinari della Corte di Cassazione sono nominati dal CSM e, in base alla modifica dell’articolo 105, con la riforma verrebbero nominati dai rispettivi CSM. Ci sono poi i membri per meriti insigni, che possono essere al massimo un decimo del totale dei consiglieri. Attualmente sono docenti universitari di materie giuridiche o avvocati con almeno 15 anni di esercizio professionale, e vengono designati dal CSM. La riforma conferisce questo potere al solo CSM giudicante e inserisce tra i candidati anche i magistrati requirenti con almeno 15 anni di esercizio delle funzioni.
| Testo della Costituzione | Modifiche proposte |
| Su designazione del Consiglio superiore della magistratura possono essere chiamati all’ufficio di consiglieri di cassazione, per meriti insigni, professori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati che abbiano quindici anni d’esercizio e siano iscritti negli albi speciali per le giurisdizioni superiori. (articolo 106) | Su designazione del Consiglio superiore della magistratura giudicante possono essere chiamati all’ufficio di consiglieri di cassazione, per meriti insigni, professori ordinari di università in materie giuridiche, magistrati appartenenti alla magistratura requirente con almeno quindici anni di esercizio delle funzioni, e avvocati che abbiano quindici anni d’esercizio e siano iscritti negli albi speciali per le giurisdizioni superiori. |
Viene rivisto anche l’articolo 87, relativo ai poteri del Presidente della Repubblica. Oggi il Capo dello Stato presiede il Consiglio superiore della magistratura, mentre in base al testo riformato presiederebbe il CSM giudicante e requirente.
Le modifiche agli articoli 107 e 110 si limitano ad attribuire prerogative oggi del CSM al nuovo organo competente, giudicante o requirente. La modifica dell’articolo 107 prevede che i magistrati non possano essere dispensati o sospesi dal servizio né destinati ad altre sedi o funzioni se non in seguito a decisione del rispettivo Consiglio superiore della magistratura. Ecco i due testi a confronto.
| Testo della Costituzione | Modifiche proposte |
| I magistrati sono inamovibili. Non possono essere dispensati o sospesi dal servizio né destinati ad altre sedi o funzioni se non in seguito a decisione del Consiglio superiore della magistratura, adottata o per i motivi e con le garanzie di difesa stabilite dall’ordinamento giudiziario o con il loro consenso. Il Ministro della giustizia ha facoltà di promuovere l’azione disciplinare.I magistrati si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni. Il pubblico ministero gode delle garanzie stabilite nei suoi riguardi dalle norme sull’ordinamento giudiziario.(articolo 107) | I magistrati sono inamovibili. Non possono essere dispensati o sospesi dal servizio né destinati ad altre sedi o funzioni se non in seguito a decisione del rispettivo Consiglio superiore della magistratura, adottata o per i motivi e con le garanzie di difesa stabilite dall’ordinamento giudiziario o con il loro consenso.Il Ministro della giustizia ha facoltà di promuovere l’azione disciplinare. I magistrati si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni. Il pubblico ministero gode delle garanzie stabilite nei suoi riguardi dalle norme sull’ordinamento giudiziario. |
La riforma dell’articolo 110 sostituisce la frase «ferme le competenze del Consiglio superiore della magistratura» con «ferme le competenze di ciascun Consiglio superiore della magistratura». Ecco come verrebbe modificato il testo.
| Testo della Costituzione | Modifiche proposte |
| Ferme le competenze del Consiglio superiore della magistratura, spettano al Ministro della giustizia l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia. (articolo 110) | Ferme le competenze di ciascun Consiglio superiore della magistratura, spettano al Ministro della giustizia l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia. |
Anche per il 2025, la riduzione contributiva nel settore edile è confermata nella misura dell’11,50%. Il decreto interministeriale del 29 settembre 2025 ha stabilito la percentuale di sgravio applicabile sui contributi previdenziali e assistenziali dovuti per gli operai, con esclusione di quelli pensionistici. Le imprese edili che intendono avvalersene devono presentare domanda all’INPS entro il 15 marzo 2026.
L’agevolazione, introdotta dall’art. 29, comma 2, del D.L. n. 244/1995, convertito dalla Legge n. 341/1995, spetta ai datori di lavoro classificati nei seguenti settori e codici:
La riduzione si applica esclusivamente agli operai occupati a tempo pieno per 40 ore settimanali. Sono esclusi i lavoratori a tempo parziale e, ovviamente, le figure impiegatizie, i quadri e i dirigenti, per i quali la contribuzione resta dovuta in misura ordinaria. Il beneficio riguarda le assicurazioni sociali diverse da quella pensionistica: i contributi INAIL per gli infortuni restano dovuti in misura piena.
Per presentare domanda, le imprese devono soddisfare cumulativamente le seguenti condizioni:
L’INPS avverte che la riduzione non può essere riconosciuta qualora il datore di lavoro produca dichiarazioni non veritiere: in tal caso la sede territoriale procede al recupero delle somme e alla segnalazione all’Autorità giudiziaria.
Le domande devono essere inviate esclusivamente in via telematica entro il 15 marzo 2026, utilizzando il modulo Rid-Edil disponibile nel Cassetto Previdenziale Aziende sul portale INPS, nella sezione “Comunicazioni on-line”, funzionalità “Invio nuova comunicazione”. L’accesso richiede credenziali SPID, CIE o CNS.
I sistemi informativi dell’INPS effettuano un controllo automatizzato sulla compatibilità dell’inquadramento aziendale: le istanze sono definite entro il giorno successivo all’invio. In caso di accoglimento, viene attribuito il codice di autorizzazione “7N” per il periodo da novembre 2025 a febbraio 2026. Per le matricole sospese o cessate, la domanda va inviata tramite la funzione Contatti del Cassetto previdenziale, allegando la dichiarazione conforme al fac-simile pubblicato in allegato alla Circolare INPS n. 145/2025.
Una volta ottenuta l’autorizzazione, lo sgravio si riferisce ai periodi di paga da gennaio a dicembre 2025 e può essere esposto nelle denunce contributive Uniemens fino al mese di competenza di febbraio 2026. I codici causale da utilizzare sono:
L’ERP Microsoft Dynamics 365 Business Central è progettato per crescere insieme al business, un partner digitale per lo sviluppo aziendale in grado di offrire un livello di automazione inedito supportando persone, processi e decisioni.
A rendere Business Central un motore intelligente e dinamico è la AI integrata, una risorsa che trasforma l’ERP in un sistema agentico aprendo le porte a un nuovo modo di lavorare grazie soprattutto a strumenti innovativi come Copilot e gli AI Agents. Il tutto viene poi potenziato dalle App Tempo Zero sviluppate da NAV-LAB.
NAV-LAB e Microsoft sono i promotori di un evento, dal titolo “L’AI in Microsoft Business Central: l’evoluzione intelligente della gestione aziendaleâ€, finalizzato proprio a illustrare tutte le potenzialità dell’Intelligenza Artificiale in programma a Milano il prossimo 24 marzo: l’obiettivo è fare il punto sulle novità più recenti e presentare quelle che saranno rilasciate in futuro nell’ERP Business Central.
La piattaforma gestionale Microsoft Business Central è in continua evoluzione guidando l’azienda con efficienza e innovazione, tanto da consentire non solo una gestione integrata ma anche una connessione fluida tra i dati finanziari e operativi che vengono resi disponibili in tempo reale ai vari team aziendali.
Sono le funzionalità di AI già integrate, come Copilot e gli AI Agents, a fornire informazioni precise e puntuali, suggerendo azioni automatizzate e garantendo assistenza nei workflow e nelle decisioni quotidiane.
Il ruolo della AI è quello di interagire con l’ERP con linguaggio naturale, per consentire la gestione di processi complessi e l’esecuzione di mansioni manuali ripetitive.
Sebbene Microsoft Dynamics 365 Business Central offra già un cuore gestionale potente, le App Tempo Zero di NAV-LAB espandono le funzionalità potenziando diverse aree dell’ERP.
Il risultato di questa integrazione è la trasformazione dell’ERP da strumento completo a ecosistema su misura, un unico ambiente digitale innovativo, personalizzabile ed efficiente che si adatta ai bisogni reali di ciascuna azienda tenendo conto delle procedure e delle normative tipiche delle PMI italiane.
L’evento in presenza promosso il 24 marzo da NAV-LAB e Microsoft presso la Microsoft House di Milano, in Viale Pasubio n. 21, rappresenta un appuntamento dedicato a tutti coloro che vogliono approfondire le tematiche legate all’evoluzione smart della gestione aziendale basata sull’integrazione tra ERP e Intelligenza Artificiale e su App integrative.
FOCUS evento
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Evento in presenza tenuto da esperti NAV-LAB e Microsoft
L’AI in Microsoft Business Central:
l’evoluzione intelligente della gestione aziendale
Copilot, AI Agents e App integrate per un ERP avanzato a supporto della crescita delle PMI
24 Marzo 2026 – h 10:00
Microsoft House – Milano
>> CLICCA QUI per riservare il tuo posto <<
Il DPCM 30 gennaio 2026, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 53 del 5 marzo 2026, ha approvato il nuovo Modello Unico di Dichiarazione ambientale (MUD 2026), da utilizzare per le dichiarazioni relative ai rifiuti prodotti e gestiti nel corso del 2025. La pubblicazione oltre il termine ordinario del 1° marzo ha attivato automaticamente il meccanismo di proroga previsto dalla Legge n. 70/1994: la scadenza non è il consueto 30 aprile ma quest’anno è il 3 luglio 2026.
L’obbligo di Dichiarazione ambientale riguarda una platea ampia di soggetti obbligati, individuati dall’art. 189 del D.Lgs. 152/2006 e dall’art. 4, comma 8, del D.Lgs. n. 197/2021. Sono tenuti alla dichiarazione:
Sono invece esonerati i produttori di rifiuti speciali non pericolosi derivanti da attività di demolizione e costruzione, nonché le imprese che trasportano i propri rifiuti non pericolosi ai sensi dell’art. 212, comma 8, del D.Lgs. 152/2006.
Attenzione: l’esonero non opera in automatico in presenza di rifiuti pericolosi, anche in piccola quantità : in caso di dubbio è opportuno verificare la propria posizione prima della scadenza.
La scadenza ordinaria per la presentazione del MUD è il 30 aprile di ogni anno. L’art. 6, comma 2-bis, della Legge n. 70/1994 prevede però un meccanismo automatico: quando il decreto di approvazione del modello viene pubblicato in Gazzetta Ufficiale dopo il 1° marzo, il termine slitta a 120 giorni dalla data di pubblicazione, senza necessità di alcun provvedimento aggiuntivo.
Il DPCM 30 gennaio 2026 è stato pubblicato il 5 marzo 2026: ne consegue che la scadenza MUD 2026 è fissata al 3 luglio 2026. Il nuovo modello sostituisce integralmente quello approvato con il DPCM 29 gennaio 2025, che aveva disciplinato le dichiarazioni riferite all’anno 2024.
Le modifiche al modello riguardano principalmente l’allineamento al sistema di tracciabilità dei rifiuti RENTRI (Registro Elettronico Nazionale per la Tracciabilità dei Rifiuti) e al DM 28 giugno 2024, n. 127. Nel dettaglio:
La dichiarazione va trasmessa esclusivamente in modalità telematica alle Camere di Commercio competenti. Ogni unità locale soggetta all’obbligo deve presentare una dichiarazione separata alla Camera di Commercio del territorio in cui è insediata. I soggetti che svolgono solo attività di trasporto e gli intermediari senza detenzione presentano invece il MUD alla Camera di Commercio della provincia in cui ha sede legale l’impresa.
Sarà Unioncamere a rendere disponibili i prodotti informatici e i portali per la compilazione e la presentazione del MUD 2026. Per le Comunicazioni Rifiuti, Imballaggi, Veicoli fuori uso e Rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche, il software sarà pubblicato nella sezione MUD del portale EcoCamere e sul sito del MUD Telematico. I diritti di segreteria ammontano a 10 euro per dichiarazione, pagabili esclusivamente con carta di credito, PagoPA o con Telemaco InfoCamere.
La mancata presentazione entro il 3 luglio 2026, così come la presentazione con dati incompleti o errati, espone i soggetti obbligati alle sanzioni amministrative previste dal D.Lgs. n. 152/2006 (Testo Unico Ambientale). L’importo può arrivare fino a 15.600 euro. La corretta compilazione richiede la verifica della coerenza tra i dati del MUD, i registri di carico e scarico e i formulari di identificazione dei rifiuti, tenendo conto dei flussi registrati anche sul portale RENTRI per il MUD 2025, primo anno di piena sovrapposizione tra i due sistemi.
La guerra in Medio Oriente riaccende i riflettori sull’inflazione e sulle mosse di politica monetaria della BCE per contenerla. Sui mercati si diffonde il sentiment di un rialzo del costo del denaro in vista, anche se non immediato. La variabile decisiva resta la durata del conflitto. Intanto, sul mercato dei mutui si rilevano già movimenti che scontano le nuove incertezze geopolitiche, con rincari di costo per il tasso fisso.
Fra le prime conseguenze del conflitto nel Golfo Persico ci sono le impennate dei prezzi del petrolio, del gas e di alcune materie prime. Nel medio periodo si temono tensioni anche su altre merci, alimentari compresi. Reuters segnala che il mercato ha già ridotto le attese di allentamento monetario e ha rimesso in conto nuove strette nel 2026 se lo shock energetico dovesse durare.
Poiché l’inflazione resta il parametro centrale nelle decisioni della Banca centrale europea, il rincaro dell’energia ha riportato sul tavolo uno scenario che fino a poche settimane fa sembrava allontanarsi. Tradotto, l’impatto della crisi iraniana sulla risalita dell’inflazione si fa sentire anche sulle aspettative dei mercati.
Secondo Bloomberg, gli operatori hanno ricominciato a prezzare rialzi dei tassi BCE più avanti nel corso dell’anno. Più prudente Oxford Economics, che vede Francoforte attendista nell’immediato e pronta a intervenire solo se il rincaro energetico dovesse consolidarsi. Reuters descrive lo stesso cambio di clima: meno spazio a tagli nel breve termine e più attenzione a un possibile irrigidimento entro fine anno.
Nello scenario di una guerra più lunga, con tensioni persistenti sui mercati dell’energia, il mercato torna a scontare due rialzi entro fine anno, per un totale di circa mezzo punto entro dicembre 2026. Il discrimine resta la durata della crisi e la sua capacità di trasferirsi dai prezzi del petrolio all’inflazione di fondo.
La prossima riunione BCE è fissata per il 19 marzo. Il membro del Board José Luis Escrivá ha definito improbabile un rialzo già a partire da questa data, pur riconoscendo gli effetti economici del conflitto. La stretta monetaria resta una possibilità concreta ma non sul brevissimo termine.
Attualmente i tassi di interesse sono al 2% sui depositi, al 2,15% sulle operazioni di rifinanziamento principali e al 2,4% su quelle di prestito marginale. Quel livello rifletteva uno scenario di inflazione più ordinato. Con il petrolio in risalita, il mercato ha iniziato a rivedere quella traiettoria.
La politica monetaria ha effetti diretti su mutui e prestiti. Per il momento il mercato non mostra ancora scosse generalizzate ma le incertezze geopolitiche hanno già lasciato tracce sui prodotti a tasso fisso. In base ai dati MutuiOnline, a gennaio il valore medio del tasso fisso si è attestato al 3,43%, in lieve crescita, mentre i mutui a tasso variabile sono rimasti al 2,65%. In uno scenario di tassi in rialzo torna a rafforzarsi la preferenza per il fisso, che protegge da futuri aumenti della rata. Proprio questa protezione oggi si paga di più.
Sul tasso fisso pesa l’andamento degli indici IRS, che seguono i titoli di Stato tedeschi, in particolare il Bund a 30 anni, e si mantengono sopra il 3%, circa un punto percentuale in più rispetto a dodici mesi fa. Il TAN medio dei mutui fissi è superiore di circa 60 punti base rispetto a gennaio 2025. La rata media di un finanziamento ventennale da 140mila euro risulta oggi di circa 42 euro al mese più cara rispetto a un anno fa.
Il messaggio che arriva dai mercati è chiaro: lo spettro del caro mutui non nasce da una decisione già presa dalla BCE ma dal fatto che petrolio e inflazione hanno rimesso in discussione il sentiero di calma che si stava disegnando fino a fine febbraio. Se il conflitto durerà , il fisso resterà il primo tratto di mercato a scontarlo. Se la tensione si sgonfierà in fretta, il rialzo dei tassi potrà restare un rischio prezzato e non una stretta effettiva.
Conto alla rovescia per le imprese del Mezzogiorno in cerca di fondi pubblici. Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha aggiornato il cronoprogramma e le modalità della misura Sviluppo competenze specialistiche delle PMI, il fondo perduto da 50 milioni di euro destinato alla transizione digitale e green. Con il decreto direttoriale del 10 febbraio 2026 sono slittate al 21 aprile le finestre per l’invio delle domande su Invitalia ed è anche cambiato il meccanismo di assegnazione, passato dallo sportello cronologico alla graduatoria di merito.
Previsto anche un webinar del 17 marzo, che accompagna il nuovo calendario e rimette il bando sotto i riflettori.
L’agevolazione copre il 50% delle spese sostenute dalle piccole e medie imprese localizzate in Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia. Per presentare domanda, le imprese devono essere regolarmente iscritte nel Registro delle Imprese, non trovarsi in liquidazione e avere almeno un bilancio approvato.
Tra i requisiti compare anche la regolarità rispetto agli obblighi assicurativi contro i rischi catastrofali. Prima dell’invio conviene quindi verificare la posizione aziendale, insieme a eventuali adempimenti già aperti sul fronte delle coperture CatNat.
I progetti di formazione del personale devono durare al massimo un anno, con avvio entro sei mesi dalla concessione, svolgersi nelle sedi del Sud e utilizzare soggetti formatori qualificati e indipendenti. I costi ammissibili del piano formativo devono essere compresi tra 10.000 e 60.000 euro.
Il contributo a fondo perduto rimborsa le principali voci legate al progetto:
È prevista inoltre una premialità per i progetti sovraregionali, che possono coinvolgere fino a 10 imprese appartenenti ad almeno due regioni diverse. In questo caso, l’agevolazione di base aumenta di 20 punti percentuali per le micro e piccole imprese e di 10 punti per le medie imprese.
Il provvedimento definisce un perimetro preciso per gli ambiti di intervento, che vanno dall’aerospazio e difesa fino all’industria intelligente, alle tecnologie pulite, all’agenda digitale e alle biotecnologie. La misura è quindi costruita per sostenere piani formativi collegati alla trasformazione produttiva e organizzativa delle imprese del Sud.
Una quota del 40% delle risorse complessive è riservata alle imprese delle filiere automotive, moda, tessile e arredamento, che ricevono così una corsia dedicata dentro il plafond complessivo.
La finestra per la presentazione delle domande è stata posticipata e definita in modo puntuale. L’invio telematico attraverso lo sportello online di Invitalia sarà possibile dalle ore 12:00 del 21 aprile 2026 fino alle ore 12:00 del 23 giugno 2026.
Questo passaggio è centrale anche in chiave SEO, perché l’apertura dello sportello non coincide più con le date inizialmente comunicate e sposta in avanti l’effettiva partenza della misura.
La novità più rilevante riguarda il meccanismo di assegnazione. Le agevolazioni non verranno più attribuite in base all’ordine cronologico di arrivo delle domande. Le pratiche saranno valutate secondo una graduatoria decrescente costruita sul punteggio di ciascun progetto.
Tra gli elementi che pesano nella valutazione rientrano:
Il superamento del click day rende la misura più selettiva e più esposta alla qualità del progetto, non solo alla rapidità dell’invio.
Lo slittamento dell’apertura dello sportello al 21 aprile assume rilievo anche per il nuovo requisito sulla copertura assicurativa contro i rischi catastrofali. Se la finestra fosse rimasta ferma a marzo, molte imprese del Mezzogiorno si sarebbero trovate con tempi più stretti per regolarizzare la propria posizione.
Questo margine aggiuntivo offre alle aziende un mese in più per allineare la documentazione e presentarsi allo sportello con requisiti completi.
Per accompagnare il nuovo calendario, Invitalia e MIMIT hanno organizzato un webinar di presentazione della misura il 17 marzo 2026, dalle 11:00 alle 13:00. L’incontro servirà a illustrare funzionamento dell’incentivo, criteri di accesso e modalità di presentazione delle domande.
Il webinar può aiutare le imprese a leggere meglio il passaggio dal bando annunciato a febbraio al nuovo assetto procedurale definito con le date aggiornate e la graduatoria.
Con i rincari di marzo 2026, molte imprese e famiglie stanno valutando il cambio di fornitore per risparmiare sulla bolletta, valutando le offerte più convenienti sul mercato libero. Il prezzo del gas continua a subire oscillazioni in base alle dinamiche energetiche globali, imponendo una scelta consapevole tra tariffe indicizzate (legate al prezzo all’ingrosso) e fisse (che bloccano il costo per un determinato periodo).
Vediamo quindi quali sono le migliori tariffe gas di marzo 2026, confrontando costi, condizioni e vantaggi offerti dai principali operatori del settore.
Per individuare l’offerta più adatta alle proprie esigenze, è importante considerare:
Per le imprese che possiedono fabbricati del gruppo catastale D ancora privi di rendita, il MEF ha pubblicato il decreto del 6 marzo 2026 con i nuovi coefficienti di aggiornamento da usare per il calcolo della base imponibile ai fini IMU e, per le piattaforme marine, anche dell’IMPi. Per il 2026 il coefficiente è fissato a 1,01, in lieve calo rispetto a 1,03 del 2025 e 1,02 del 2024. Resta utile verificare anche eventuali variazioni di classamento catastale.
Il calcolo della base imponibile per l’IMU 2026 continua a partire dal valore lordo dei costi di acquisto o costruzione risultante dalle scritture contabili al 1° gennaio dell’anno in corso o, se successiva, alla data di acquisizione. Per i fabbricati del gruppo D privi di rendita catastale, posseduti interamente da imprese e distintamente contabilizzati, il valore contabile deve essere moltiplicato per i coefficienti stabiliti per l’anno in cui i costi sono stati sostenuti.
Il decreto MEF ora pubblicato consente di passare dal calcolo provvisorio a quello aggiornato. La novità più immediata riguarda proprio il coefficiente dell’anno d’imposta 2026, che scende a 1,01. Il dato attenua in misura limitata il valore rivalutato rispetto al 2025, ma non cambia la struttura del metodo: il contribuente deve comunque partire dal costo storico lordo, senza dedurre gli ammortamenti.
Per i fabbricati già dotati di rendita catastale questo criterio non si applica. In quel caso si utilizza la rendita rivalutata del 5% moltiplicata per il coefficiente catastale ordinario di 65. La distinzione resta netta e continua a segnare il confine tra metodo contabile e metodo catastale.
Il nuovo decreto conferma l’aggiornamento annuale dei coefficienti previsto dalla legge di Bilancio 2020. Per il 2026 il coefficiente è pari a 1,01, in lieve riduzione rispetto ai due anni precedenti. Questo significa che i costi capitalizzati più recenti subiscono un adeguamento meno marcato rispetto al passato, pur continuando a concorrere al valore imponibile IMU. Le aziende devono quindi considerare che:
Il decreto MEF 2026 estende le stesse regole anche all’imposta immobiliare sulle piattaforme marine, che dal 2020 sostituisce le altre imposizioni immobiliari locali sulle piattaforme per la coltivazione di idrocarburi. Anche qui il riferimento resta il valore contabile aggiornato con i coefficienti ministeriali.
Accanto ai coefficienti, nel 2026 prosegue il nuovo assetto delle aliquote IMU con il prospetto digitale comunale. Le imprese devono quindi verificare se il Comune abbia introdotto differenziazioni specifiche per i fabbricati del gruppo D e quale sia la maggiorazione applicabile oltre alla quota riservata allo Stato.
Per i fabbricati D, la quota standard dello 0,76% resta destinata allo Stato, mentre l’eventuale maggiorazione comunale si applica sul valore contabile rivalutato. Questo richiede un controllo incrociato tra decreto MEF, delibera comunale e pubblicazione sul portale del federalismo fiscale, perché il solo dato contabile non basta a chiudere il calcolo definitivo dell’imposta dovuta.
La determinazione del valore contabile ai fini IMU resta in capo al contribuente, che deve conservare scritture contabili, fatture di acquisto o costruzione e documentazione relativa ai costi capitalizzati. L’allineamento crescente tra banche dati catastali e contabili rende più semplice per i Comuni individuare incongruenze tra il valore dichiarato e la consistenza reale dei cespiti.
In caso di errore nei calcoli degli anni precedenti, resta possibile ricorrere al ravvedimento operoso, versando l’imposta dovuta con sanzioni ridotte prima dell’avvio delle attività di accertamento. Per le imprese che hanno sostenuto investimenti di efficientamento energetico o di trasformazione produttiva, il riflesso fiscale continua a essere diretto: se quei costi sono stati capitalizzati sul fabbricato, entrano nella base imponibile IMU dell’anno successivo.
Con il decreto del 6 marzo, le imprese possono impostare il calcolo IMU 2026 partendo da quattro verifiche: costi storici, coefficiente, aliquota comunale e distinzione tra immobili con o senza rendita catastale. Da questo incrocio dipende il valore imponibile finale.
Nel giro di un mese l’Agenzia delle Entrate cambia idea sull’impatto di un errore nel superamento della soglia di 85mila euro che consente di restare nel regime forfettario. Se il reddito risulta superiore a questo limite per effetto di una somma versata per errore da un committente e poi restituita, il contribuente può mantenere il regime fiscale agevolato. La nuova interpretazione, contenuta nell’interpello 68/2026 del 6 marzo, corregge quella fornita un mese prima con l’interpello 26/2026.
Il caso riguarda una contribuente che nel 2024 aveva percepito compensi maggiori rispetto a quelli spettanti per un errore del committente. Quelle somme facevano superare la soglia di 85mila euro prevista per la permanenza nel forfettario. Nel 2025, dopo avere rilevato l’errore, la contribuente ha restituito gli importi incassati in eccesso.
Con l’interpello 26/2026, l’Agenzia aveva dato una lettura rigida del principio di cassa: ogni compenso percepito, anche se poi restituito perché non spettante, rilevava comunque ai fini del superamento della soglia. La nuova risposta ribalta quell’impostazione.
Con la risposta 68/2026, l’Agenzia sposta l’attenzione sui compensi effettivamente spettanti. Se il committente versa per errore importi in eccesso e il contribuente li restituisce dopo avere rilevato l’incongruenza, quelle somme non concorrono a formare il limite di 85mila euro. Di conseguenza, non scatta l’uscita dal regime agevolato.
Nel caso esaminato, quindi, le somme percepite per errore nel 2024 e restituite nel 2025 non rilevano ai fini della soglia oltre la quale non è più consentito applicare la flat tax. La contribuente può continuare a utilizzare il regime forfettario anche nel 2025.
La differenza tra i due interpelli è netta. La risposta di febbraio faceva prevalere il dato materiale dell’incasso. La risposta di marzo riconosce invece rilievo sostanziale alla circostanza che quelle somme non fossero dovute e siano state restituite. Il cambio di orientamento incide direttamente su una delle soglie più sensibili del forfettario.
Per chi lavora con compensi liquidati da enti, committenti pubblici o soggetti che possono generare errori di pagamento, il chiarimento riduce il rischio che un versamento sbagliato produca effetti fiscali sproporzionati sull’anno successivo.
Le somme erroneamente percepite e poi restituite non concorrono a formare l’importo soglia di 85mila euro, superato il quale non è consentito applicare la tassazione sostitutiva del 15%. L’apertura dell’Agenzia delle Entrate non elimina però il tema della prova.
La restituzione delle somme deve essere reale, documentabile e coerente con l’errore originario. Senza questo riscontro, la soglia di 85mila euro continua a essere letta secondo le regole ordinarie del regime.
Per recuperare le imposte versate in eccesso sulla dichiarazione dei redditi in cui figuravano i compensi poi restituiti, il contribuente ha due strade alternative:
Il chiarimento del 6 marzo restringe quindi il rischio di fuoriuscita automatica dal Forfettario nei casi di errore materiale del committente ma conferma come la permanenza nel regime richieda la documentazione completa che ne comprovi i requisiti, con la correzione tempestiva dell’errore e la restituzione tracciabile delle somme non dovute.
Il Governo è pronto a intervenire con misure per contrastare il caro benzina provocato dalla guerra in Iran e dalle conseguenti tensioni sui prezzi del petrolio. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha indicato anche lo strumento che intende utilizzare, ovvero il meccanismo delle accise mobili: consente di intervenire utilizzando l’extragettito IVA per ridurne le aliquote sui carburanti, a fronte di incrementi dei prezzi di benzina e diesel che superino determinati livelli.
L’indicazione è arrivata direttamente dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, commentando gli sviluppi della guerra in Medio Oriente. Sullo sfondo, il monitoraggio del Ministero delle Imprese sui listini energetici e sui carburanti: il Garante per la sorveglianza dei prezzi ha convocato una riunione d’urgenza per fornire i necessari riscontri al Governo.
L’ipotesi allo studio è quella attivare il meccanismo delle accise mobili se l’aumento dei prezzi si consolida e se i parametri di legge risultano rispettati. Peraltro, dopo la riforma del 2023, il Governo non è più vincolato alla vecchia cadenza trimestrale e può muoversi con maggiore elasticità .
Il meccanismo è nato con la Finanziaria 2008 ed è stato poi corretto dal Decreto Carburanti 2023. Funziona così: quando il petrolio sale e genera maggiore IVA, una parte di extra-gettito può essere utilizzata per ridurre temporaneamente le accise su benzina e gasolio. In base ai recenti correttivi:
La verifica, quindi, non si gioca sulle fiammate di una singola seduta di mercato ma su una media economica stabile.
Nel Documento Programmatico di Bilancio 2026, il Brent di riferimento è fissato a 66,1 dollari al barile. È questo il livello su cui misurare il differenziale che può aprire la strada al decreto sulle accise mobili.
Le elaborazioni FIGISC pubblicate il 7 marzo indicano un Brent medio di febbraio superiore a quel valore e un progressivo di inizio anno che si muove già sopra o in prossimità della soglia di riferimento. I dati che circolano in queste ore e che vengono utilizzati anche nel dibattito politico sono i seguenti:
| Riferimento | Valore |
|---|---|
| Prezzo del petrolio (DPB 2026) | 66,1 dollari al barile |
| Prezzo medio del petrolio a febbraio 2026 (FIGISC) | 70,99 dollari al barile |
| Prezzo medio del petrolio a gennaio 2026 (FIGISC) | 66,34 dollari al barile |
Il quadro va ancora validato dai tecnici del MEF secondo la formula prevista dalla legge, ma i numeri spingono già nella direzione di un’attivazione possibile.
L’effetto più immediato riguarderebbe il prezzo dei carburanti. Se il decreto arrivasse, la riduzione delle accise potrebbe frenare il rincaro di benzina e gasolio proprio mentre il conflitto in Medio Oriente ha rimesso pressione sui costi energetici e sulla logistica. Il beneficio non sarebbe solo per chi fa rifornimento ogni giorno. Un ribasso anche limitato delle accise ha riflessi più larghi su:
La pressione politica attorno alle accise mobili nasce proprio da qui: il carburante non pesa solo sul pieno ma si riversa lungo tutta la catena dei prezzi.
Per le imprese, la questione va oltre la pompa. Ogni aumento stabile di benzina e diesel si riflette su consegne, trasferte commerciali, distribuzione e trasporto merci. In una fase in cui il Golfo Persico sta già mettendo sotto stress rotte, noli e assicurazioni, un alleggerimento fiscale sui carburanti diventa uno strumento di contenimento dei costi interni.
Il legame con l’economia reale è diretto. Più salgono energia e carburanti, più cresce il rischio che il rincaro si trasferisca su listini, margini e inflazione. È lo stesso scenario che PMI.it ha già analizzato sul fronte delle ricadute economiche della guerra in Iran.
I presupposti economici ci sono ma per l’attivazione serve un decreto del Ministero dell’Economia, di concerto con il Ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica. Per questo la decisione finale dipenderà da due valutazioni parallele: la lettura tecnica dei dati sul greggio e la scelta politica sul grado di sostegno da offrire a famiglie e imprese in una fase di nuova tensione energetica. Il pressing delle opposizioni (PD in primis) è già partito ma le parole di Meloni lasciano già intendere una piena disponibilità ad agire nel breve termine.
Il calendario pesa. Se il Governo vorrà usare le accise mobili come risposta immediata al caro carburanti, il decreto dovrà arrivare in tempi stretti, prima che il rincaro del petrolio si sedimenti nei prezzi alla pompa e poi nei costi di trasporto e distribuzione. La legge c’è e i numeri lo consentono: il confronto tra il Brent di riferimento e le medie del greggio lascia libero spazio all’intervento. La partita, adesso, si gioca tutta fra i numeri del MEF e la scelta politica dell’Esecutivo Meloni.
In dirittura d’arrivo il recepimento italiano della direttiva UE 2023/970 sulla trasparenza salariale. Le Commissioni Lavoro di Camera e Senato devono esprimere il proprio parere sullo schema di decreto entro il 18 marzo 2026; dopodiché il provvedimento tornerà in Consiglio dei Ministri: per l’approvazione definitiva, che dovrà avvenire entro il 7 giugno 2026.
Il provvedimento introduce nuovi obblighi per i datori di lavoro con l’obiettivo di eliminare il divario retributivo di genere, agendo sia sulla fase di selezione del personale sia sulla gestione dei rapporti in essere.
Una delle novità più rilevanti per i processi di recruiting riguarda il divieto di chiedere ai candidati informazioni sulla storia salariale. Non sarà più possibile basare l’offerta economica sulla retribuzione percepita in precedenza, una pratica che tende a perpetuare disparità già esistenti, a svantaggio soprattutto delle donne. Parallelamente, le imprese avranno l’obbligo di indicare la retribuzione iniziale o la fascia salariale prevista per la posizione aperta: le informazioni dovranno comparire direttamente nell’annuncio di lavoro o essere comunicate prima del colloquio, in modo che la negoziazione si fondi su criteri oggettivi e neutri rispetto al genere.
Il decreto introduce anche il diritto del lavoratore di chiedere chiarimenti sul proprio stipendio comparato ai livelli retributivi medi della categoria, con obbligo per l’azienda di rispondere per iscritto entro due mesi dalla richiesta. La domanda può essere presentata anche tramite le rappresentanze sindacali.
Uno dei punti più discussi nelle audizioni parlamentari riguarda la definizione dei livelli retributivi contenuta nell’articolo 3, lettera B dello schema. Il testo esclude dalla comparazione i trattamenti economici individuali non strutturali — cioè superminimi, premi e riconoscimenti discrezionali — pur essendo proprio questo l’ambito in cui si concentra il 20% di divario retributivo nel settore privato. «Se vogliamo agire per ridurre la disparità salariale reale — ha spiegato Maurizio Del Conte, ordinario di Diritto del Lavoro alla Bocconi — non dobbiamo andare a guardare le regole del gioco, che sono già uguali per tutti, ma come vengono applicate nelle organizzazioni».
Il decreto riconosce a ogni lavoratore il diritto di richiedere e ricevere per iscritto informazioni sul proprio livello retributivo individuale e sulle regole sulla trasparenza in busta paga relative ai livelli retributivi medi per genere delle categorie che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore. Le imprese dovranno dotarsi di sistemi di classificazione del personale trasparenti e neutri rispetto al genere. Nel caso in cui emerga un divario superiore al 5% non giustificato da criteri oggettivi, l’azienda sarà tenuta a motivarlo e ad avviare una valutazione congiunta con le rappresentanze sindacali e l’Ispettorato del lavoro per adottare misure correttive.
Elemento apprezzato dalle parti sociali nelle audizioni è il rimando diretto ai contratti collettivi nazionali di lavoro come riferimento principale per la classificazione professionale e retributiva. L’applicazione di un CCNL siglato dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative costituisce una presunzione di conformità ai principi di parità retributiva.
Per le piccole e medie imprese, questo significa poter fare riferimento ai livelli contrattuali del proprio settore senza costruire sistemi di classificazione da zero. Nelle grandi aziende, dove uno stesso livello contrattuale comprende professionalità molto diverse, sarà invece necessario integrare il CCNL con un sistema di classificazione interno più granulare, purché fondato su criteri non discriminatori, oggettivi e neutri.
La normativa impone ai datori di lavoro di rendere accessibili i criteri utilizzati per determinare retribuzioni, aumenti e progressioni di carriera. Questi parametri devono essere oggettivi e non discriminatori, in linea con quanto già richiesto per la certificazione della parità di genere. La privacy individuale resta tutelata: il lavoratore potrà accedere alle medie ponderate per genere, non al dettaglio della busta paga di un singolo collega. Per le imprese con meno di 50 dipendenti, gli obblighi di pubblicità interna dei criteri saranno facoltativi; per quelle sotto i 49, le modalità di accesso ai dati retributivi aggregati saranno definite con un successivo decreto ministeriale.
A partire dal 2027, scatta l’obbligo di redigere un rapporto con la rendicontazione del divario retributivo di genere, sottoponendolo ad un organismo di monitoraggio con tempistiche tarate sulla dimensione aziendale. In sede di prima applicazione, le scadenze sono le seguenti:
Laddove il divario risulti superiore al 5%, l’impresa avrà l’obbligo di avviare una valutazione congiunta con le organizzazioni sindacali.
Le modalità di trasmissione dei dati saranno definite con decreti regolamentari del Ministero del Lavoro. Le aziende che già compilano il rapporto biennale sulle pari opportunità — in scadenza il 30 aprile 2026 — si trovano in una posizione più avanzata, avendo già strutturato la raccolta dei dati richiesti.
Le spese per la telefonia aziendale (linea fissa, smartphone e traffico dati) sono tra i costi più frequenti per imprese e professionisti e, sul piano fiscale, di norma non è possibile superare la deduzione dell’80% dei costi di acquisto, noleggio, canoni, impiego e manutenzione. Tuttavia, con la nuova risposta all’interpello n. 71/2026, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che la quota di spesa quantificata in modo analitico e collegata direttamente ai servizi resi ai clienti può essere dedotta integralmente.
L’articolo 102, comma 9, del TUIR fissa all’80% la deducibilità delle spese relative alle apparecchiature terminali per servizi di comunicazione elettronica. La regola riguarda sia la telefonia fissa sia la telefonia mobile. Rientrano in questa disciplina:
Per le imprese di autotrasporto resta ferma la deduzione al 100% degli impianti installati sui veicoli per il trasporto merci, nel limite di un solo impianto per ciascun veicolo.
La risposta n. 71/2026 apre uno spazio più favorevole anche per le imprese che riescono a distinguere con precisione i costi telefonici interni da quelli integrati nei servizi fatturati ai clienti. In questo caso, la quota direttamente imputabile ai ricavi dell’attività può uscire dal limite forfettario dell’80% ed essere dedotta al 100%. La chiave sta nella prova analitica. L’impresa deve riuscire a separare:
Questa distinzione evita che la quota legata ai ricavi venga trattata come spesa a uso promiscuo.
La detrazione IVA segue una logica distinta rispetto alla deduzione del costo. Qui conta l’inerenza della spesa all’attività esercitata e la misura dell’utilizzo professionale. In linea generale:
Per la telefonia fissa, la detrazione piena è più facilmente sostenibile quando l’utenza è stabilmente inserita nell’attività e non emerge un uso personale. Sul tema resta utile anche la disciplina della detrazione IVA sulle SIM card.
Le nuove regole sulla tracciabilità delle spese deducibili hanno inciso soprattutto su trasferte, rimborsi e spese di rappresentanza. Per la telefonia aziendale resta invece centrale la disciplina specifica del TUIR, insieme alla documentazione del costo e alla prova dell’inerenza. La tracciabilità resta comunque utile anche qui, perché rende più solida la documentazione del pagamento e riduce le contestazioni in sede di controllo.
Le spese sostenute direttamente dall’impresa per il telefono aziendale e il rimborso delle spese telefoniche ai dipendenti seguono regole diverse. Nel primo caso si applicano deduzione del costo e detrazione IVA. Nel secondo entrano in gioco anche il trattamento fiscale del rimborso e la sua corretta documentazione. Separare bene questi due piani aiuta a evitare errori sia in contabilità sia nella gestione del personale.
La deduzione piena della quota telefonica richiede una documentazione più robusta rispetto alla regola ordinaria dell’80%. Diventano utili:
Più la separazione dei costi è chiara, più la difesa fiscale della deduzione integrale diventa credibile.