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#PMI.it #informazione #ICT #imprese #medie #piccole
Fallito il negoziato fra USA e Iran dopo 21 ore di colloqui a Islamabad (i più lunghi tra i due Paesi dal 1979), il presidente americano Donald Trump ha annunciato il blocco navale dello stretto di Hormuz per le navi che arrivano o escono dai porti iraniani. Il Brent + subito schizzato a 102 dollari al barile (+7%) e il WTI statunitense ha sfiorato i 104 dollari (+8%). Per le imprese italiane — già alle prese con costi energici alle stelle, noli triplicati e assicurazioni sospese — si apre lo scenario che i mercati temevano di più: il prolungarsi indefinito del conflitto nel Golfo Persico.
Il blocco annunciato dalla Casa Bianca non riguarda le navi dirette o provenienti dagli altri paesi del Golfo — Arabia Saudita, Emirati Arabi, Iraq — ma di fatto azzera il poco traffico rimasto. Il traffico commerciale era già crollato del 70% rispetto alla normalità dall’inizio del conflitto: le navi avevano timidamente ripreso a transitare con l’annuncio della tregua della settimana scorsa, provocando un temporaneo ripiegamento delle quotazioni. Il blocco Usa, operativo dalle 16 di lunedì 13 aprile, chiude anche quello spiraglio. Secondo Lloyd’s List, nella mattinata di lunedì almeno due navi che si preparavano a uscire dallo stretto hanno già invertito la rotta.
Trump ha annunciato che altri Paesi parteciperanno all’operazione — senza specificare quali — e ha minacciato dazi del 50% alla Cina se invierà armi a Teheran. La Gran Bretagna ha chiarito che non parteciperà al blocco navale, pur impegnandosi nelle operazioni di sminamento. Teheran ha definito il blocco un atto di pirateria e ha avvertito che se i porti iraniani verranno minacciati, nessun porto del Golfo Persico o del Mar d’Oman sarà al sicuro.
Il prezzo del petrolio era partito da circa 70 dollari al barile prima dello scoppio del conflitto; da allora ha guadagnato oltre il 30%, con il Brent che questa mattina tocca 102 dollari e il WTI 104. Le borse hanno aperto la settimana in calo generalizzato: DAX di Francoforte -1%, CAC 40 di Parigi -0,9%, FTSE 100 di Londra -0,4%. I mercati asiatici avevano già chiuso negativi: Nikkei -1%, Hang Seng -1,5%. Sul fronte valutario l’euro si è indebolito sul dollaro. Nei diciotto giorni successivi all’attacco del 28 febbraio i prezzi all’ingrosso di elettricità e gas erano già saliti del 24% e del 33%: con il nuovo blocco le stime degli analisti puntano a ulteriori rialzi nel breve.
La Previsione di Primavera 2026 del Centro Studi Confindustria delinea tre scenari legati alla durata del conflitto: se le ostilità si chiudono rapidamente il PIL cresce dello 0,5%; se durano quattro mesi, stagnazione; se si protraggono fino a dicembre, contrazione dello 0,7% con inflazione al 5,9%. Nello scenario avverso, la bolletta energetica dell’industria salirebbe di 21 miliardi, con un’incidenza del 7,6% sui costi di produzione. Sul fronte dell’export, Confartigianato stima 27,8 miliardi di export manifatturiero italiano esposti ai rischi della crisi — tra Emirati, Arabia Saudita, Qatar, Kuwait e Oman — oltre a 15,9 miliardi di import energetico a rischio di interruzione.
Sul piano normativo, il DL 42/2026 del 3 aprile, pubblicato in Gazzetta Ufficiale, ha introdotto misure urgenti per le imprese colpite dalla crisi: finanziamenti agevolati con cofinanziamento a fondo perduto elevato al 30% per le PMI che documentano un impatto negativo da rincaro energetico o calo di fatturato collegato al conflitto nel Golfo Persico. Le domande sono presentabili fino al 31 dicembre 2026. Con il blocco navale di oggi, la finestra per accedere a questi strumenti diventa ancora più urgente.
Teheran ha definito “irragionevoli” le richieste americane sul nucleare, punto su cui si sono arenati i colloqui di Islamabad. Il Wall Street Journal segnala che l’Iran sta schierando la Marina lungo la costa meridionale, probabilmente temendo un’invasione via terra. La Casa Bianca ha annunciato contestualmente l’intenzione di intraprendere nuovi attacchi mirati.
Sul fronte diplomatico, la Francia ha annunciato una conferenza per formare una missione multinazionale volta a ripristinare la navigazione nello stretto. La Cina ha chiesto che la navigazione avvenga senza ostacoli, citando l’interesse comune della comunità internazionale. La strategia Usa, dopo oltre un mese di bombardamenti, si sposta ora sul fronte della guerra economica: il blocco navale punta a isolare finanziariamente Teheran impedendo la vendita di petrolio iraniano sui mercati internazionali.
Il decreto attuativo del nuovo incentivo 2026 che sostituisce Transizione 5.0 torna vicino al traguardo dopo settimane di attesa e correzioni. La bozza che circola in queste ore accredita un’apertura che molte imprese chiedevano fin dalla Manovra 2026: l’ingresso del Cloud nell’iperammortamento, attraverso il riconoscimento dei software fruiti a canone, mentre sullo sfondo restano ancora da sciogliere gli ultimi dettagli su perizie, comunicazioni e calendario di avvio.
Il nuovo incentivo 5.0 inserito nella Legge di Bilancio 2026 come maggiorazione delle quote di ammortamento e dei canoni di leasing deducibili per gli investimenti in beni strumentali digitali e interconnessi effettuati dal 1° gennaio 2026 al 30 settembre 2028. La misura prevede una deduzione potenziata con aliquote del 180% fino a 2,5 milioni, del 100% sulla quota oltre 2,5 e fino a 10 milioni, e del 50% sulla fascia oltre 10 e fino a 20 milioni.
Il ritardo dell’attuazione si è trascinato per mesi anche a causa del vincolo sulla provenienza geografica dei beni, poi rimosso dal Decreto Fiscale 2026. Da quel momento il dossier si è rimesso in moto e l’attenzione si è spostata dal principio generale alle regole applicative che servono alle imprese per programmare davvero gli investimenti.
Fra le anticipazioni più rilevanti c’è l’estensione dell’agevolazione ai software erogati in modalità as-a-service. Oltre al software acquistato in licenza tradizionale l’incentivo dovrebbe riguardare anche le soluzioni fruite con canone periodico, ormai centrali in molte strategie di digitalizzazione industriale.
Se questa apertura verrà confermata nel testo finale, il nuovo 5.0 smetterà di parlare soltanto alle imprese che investono in macchinari e sistemi interni e inizierà a dialogare meglio con chi struttura la trasformazione digitale su piattaforme, applicativi e servizi scalabili.
È qui che il decreto si gioca una parte della sua credibilità , perché il mercato non investe più soltanto in beni installati in casa ma sempre più spesso in architetture ibride e servizi continuativi.
Le anticipazioni di stampa sulla bozza del provvedimento aggiungono ulteriori chiarimenti, peraltro attesi dalle imprese che hanno iniziato a muoversi già a fine 2025. In particolare, la lettura che oggi appare più accreditata ruota attorno a quattro fronti:
Quest’ultimo elemento merita attenzione, perché alzerebbe il livello documentale richiesto fin dall’avvio della misura. Per molte imprese non sarebbe un ostacolo insormontabile, però restringerebbe i margini di improvvisazione e costringerebbe a preparare prima perizie, cronoprogramma e tracciabilità dell’investimento.
Un altro tassello che emerge dalle anticipazioni riguarda la procedura di accesso, che continuerebbe a passare dalla piattaforma del GSE con una scansione in tre comunicazioni: avvio, conferma e chiusura dell’investimento. Nella bozza compare anche l’ipotesi di una comunicazione finale aggiuntiva legata al monitoraggio di fine anno, segnale che il Governo vuole tenere molto stretto il controllo su fondi, tempi e stato degli investimenti.
La tempistica che circola nelle ultime ore porta verso un avvio a maggio, ma qui serve prudenza. Prima della partenza devono arrivare la firma interministeriale, il controllo della Corte dei conti e il successivo provvedimento con le istruzioni applicative. Per questo il decreto è vicino, ma non ancora spendibile come se fosse già pubblicato.
Il nuovo iperammortamento non parte in un vuoto normativo. Sul tavolo c’è ancora il dossier delle imprese rimaste incagliate nel vecchio credito d’imposta, con il ripristino parziale dei fondi per il 5.0 del 2025 e con il credito ridotto previsto dal decreto fiscale per una parte delle prenotazioni rimaste sospese. Significa che il Governo sta cercando di chiudere due partite insieme: la coda del vecchio incentivo e la partenza del nuovo.
Resta aperta la questione della platea dei beneficiari esclusi. La misura continua a parlare ai titolari di reddito d’impresa, mentre sul fronte professionale le richieste di allargamento non hanno ancora trovato spazio nel testo primario né nei correttivi già approvati.
Governi e grandi aziende emetteranno nel 2026 debito per 29mila miliardi di dollari, il 17% in più rispetto al 2024 e il doppio rispetto a dieci anni fa. È il dato di apertura del Global Debt Report 2026 dell’OCSE — che fotografa mercati obbligazionari sovrani e corporate in piena espansione, resilienti in superficie ma attraversati da tensioni strutturali crescenti. Per le piccole e medie imprese, che non emettono bond e non accedono al private credit istituzionale, il quadro è più preoccupante: il record di emissioni nasconde una concentrazione del credito che le taglia sistematicamente fuori.
Nel 2025 il debito emesso da governi e aziende sui mercati obbligazionari ha raggiunto i 27mila miliardi di dollari, nuovo massimo storico. Per il 2026 la previsione sale a 29mila miliardi: 17 miliardi di debito sovrano nei Paesi OCSE e 6.800 miliardi di bond corporate. Di questi ultimi, il 78% dei prestiti governativi OCSE è destinato non a nuovi investimenti ma al rifinanziamento del debito in scadenza — una quota che non genera crescita ma assorbe capitale.
L’OCSE segnala con preoccupazione che questa pressione sul mercato aumenta la concorrenza per le risorse disponibili. Le banche centrali, che erano i principali acquirenti istituzionali di debito sovrano, hanno ridotto i propri portafogli: il mercato si regge sempre più su investitori sensibili al prezzo — hedge fund, famiglie, fondi esteri — che reagiscono con più volatilità agli shock.
Il rischio che il credito sovrano di massa comprima lo spazio per il credito corporate è esplicitamente citato nel rapporto come una delle minacce strutturali da gestire. Per le PMI, che dipendono dal credito bancario e non dai bond market, questa dinamica arriva per trasmissione: banche più sotto pressione sul funding diventano più selettive sui prestiti alle imprese minori.
Il mercato del private credit — i fondi che prestano direttamente alle imprese fuori dai canali bancari tradizionali — ha raggiunto 1.800 miliardi di dollari di masse gestite a giugno 2025, stabile (+1% sul 2024, ma -2% in termini reali). Il Global Debt Report segnala una svolta significativa: la quota di capitale non ancora allocato (dry powder) è scesa al 28% delle masse totali, dal 59% del 2018. Il ciclo di raccolta aggressiva si è chiuso; ora i fondi sono in fase di investimento, non più di fundraising.
In teoria, il private credit rappresenta un’alternativa al credito bancario per le imprese che non accedono ai bond market. In pratica, il segmento serve il mercato mid-market — aziende con EBITDA tipicamente superiore ai 50 milioni di euro — e sempre più le operazioni di infrastruttura AI.
Le microimprese e le PMI tradizionali, con esigenze di credito nell’ordine di poche centinaia di migliaia di euro, restano fuori dal radar dei fondi istituzionali. Il rapporto OCSE non lo dice esplicitamente, ma i dati sulla struttura del mercato lo confermano: il private credit è un canale per i medi, non per i piccoli.
Il capitolo più rivelatore del Global Debt Report 2026 riguarda la concentrazione del credito corporate nell’intelligenza artificiale.
Nel 2025, nove grandi player tecnologici hanno raccolto 122 miliardi di dollari sui mercati obbligazionari — quasi la metà dell’intera emissione del settore tech globale. Le previsioni di capex per il quinquennio 2026-2030 ammontano a 4.100 miliardi di dollari, 1.100 miliardi in più dell’intera spesa in conto capitale di tutte le aziende non finanziarie statunitensi nel 2025. Meta ha strutturato da sola un’operazione da 27 miliardi attraverso un veicolo di special purpose vehicle con il fondo Blue Owl Capital.
Questa concentrazione ha una conseguenza diretta per tutto il resto del mercato: gli investitori istituzionali seguono i deal più grandi e liquidi, riducendo la capacità di assorbimento per le emissioni medio-piccole. Gli spread sul credito non-investment grade si trovano oggi vicini ai minimi storici, ma questo non significa che il credito sia democraticamente distribuito — significa che i debitori che già accedono al mercato lo fanno a condizioni favorevoli. Per le PMI, che ai bond market non ci arrivano affatto, lo scenario cambia poco.
Nel contesto delineato dall’OCSE, la risposta italiana si muove su due binari. Il Fondo di Garanzia PMI, rifinanziato con un plafond di 140 miliardi per il 2026, resta lo strumento cardine per ridurre l’asimmetria tra PMI e grandi imprese nell’accesso al credito bancario: copre l’80% del rischio sui finanziamenti per investimenti e il 50% su quelli di liquidità , fino a 5 milioni per singola impresa. Nei primi nove mesi del 2025 ha già supportato oltre 183.000 operazioni per 33,7 miliardi di erogazioni, con una crescita del 12,4% sul 2024. Un segnale che la domanda da parte delle imprese minori è robusta, nonostante le condizioni di mercato.
Sul fronte degli investimenti, la Nuova Sabatini è stata rifinanziata con 200 milioni nel 2026 e 450 nel 2027 per gli investimenti in beni strumentali, digitalizzazione e green. La Legge PMI 2026 (L. 34/2026, in vigore dal 7 aprile) ha avviato una delega per la riforma dei Confidi — i consorzi di garanzia collettiva che abbassano il rischio percepito dalle banche — e introdotto la detassazione degli utili reinvestiti nelle reti d’impresa fino a un milione di euro annui. Misure che non cambiano la struttura dei mercati globali descritta dall’OCSE, ma che provano a compensare, almeno in parte, la posizione strutturalmente debole delle PMI italiane in un mercato del credito sempre più polarizzato.
Si chiude il 30 aprile 2026 la prima finestra per chiedere il contributo della Cassa Dottori Commercialisti destinato al tirocinio per l’accesso alla professione di commercialista. Il sostegno vale 500 euro al mese per ciascun tirocinante e riguarda i mesi di pratica svolti nel 2026.Il bando richiede una serie di documenti obbligatori, prevede regole specifiche sui bonifici e una scansione trimestrale che non consente di recuperare le mensilità dei periodi già scaduti.
Il sostegno riguarda il tirocinio professionale per l’abilitazione alla professione di Dottore Commercialista e si inserisce nel quadro più ampio dell’accesso alla professione di commercialista. La domanda può essere presentata dagli iscritti alla Cassa che svolgono il ruolo di Dominus.
Per il professionista non sono previsti limiti di reddito mentre i requisiti si concentrano sul tirocinante e sulla borsa di studio effettivamente riconosciuta:
Ai fini del contributo rileva solo l’importo corrisposto come borsa di studio, mentre restano esclusi rimborsi spese o somme riconosciute per titoli diversi.
Il contributo rientra nelle misure messe in campo dalla Cassa Dottori Commercialisti per sostenere l’accesso alla professione e affianca altri interventi rivolti agli iscritti. In questo caso il beneficio è destinato ai professionisti che assumono il ruolo di Dominus per uno o più tirocinanti commercialisti nel 2026. La misura riconosce 500 euro mensili per ogni tirocinante, per un numero di mensilità pari al periodo di tirocinio obbligatorio svolto nel corso del 2026 e comunque entro la durata massima della pratica. Le frazioni di mese inferiori a 15 giorni non vengono conteggiate.
Nel bando la borsa di studio è il riferimento centrale. La Cassa precisa che conta solo l’importo riconosciuto a questo titolo, mentre rimborsi spese o altre somme erogate con causali diverse non entrano nel calcolo del contributo.
Anche sul piano formale il criterio è rigido. I bonifici devono provenire dal Dominus oppure dallo studio associato o dalla STP di cui il Dominus è socio, se è questo il soggetto che ha sottoscritto il rapporto con il tirocinante. Non vengono considerati validi pagamenti effettuati da soggetti diversi.
La Cassa ha chiarito inoltre che le copie dei bonifici non rendono inammissibile la domanda se non sono allegate subito, ma devono essere trasmesse con la funzione “Allega i pagamenti†nello stesso servizio DCT entro una delle finestre previste, con termine finale al 31 gennaio 2027. Il contributo viene erogato al lordo della tassazione e senza emissione della CU da parte della Cassa.
La procedura segue un calendario trimestrale e la finestra oggi aperta riguarda solo il primo trimestre 2026. Le scadenze previste dal bando sono queste:
Il chiarimento più utile per chi è in ritardo riguarda il divieto di retroattività . Se, per esempio, il tirocinio è iniziato il 1° febbraio 2026 e la domanda non viene inviata entro il 30 aprile, nella finestra di luglio non sarà più possibile chiedere il contributo per febbraio e marzo. Da quel momento resteranno agevolabili solo le mensilità di aprile, maggio e giugno, sempre entro i fondi disponibili.
Alla domanda devono essere allegati, a pena di inammissibilità , i documenti indicati dalla Cassa:
La liquidazione del contributo avviene dopo l’invio della copia del bonifico bancario della borsa di studio, da cui devono risultare in modo chiaro beneficiario, esecutore del pagamento, riferimento alla borsa e periodo pagato.
La richiesta va presentata esclusivamente tramite il servizio online DCT, con una domanda distinta per ogni tirocinante.
Il Tribunale ordinario di Torino ha dichiarato discriminatoria la condotta INPS che aveva preteso la restituzione dell’Assegno Unico Universale da un cittadino extracomunitario titolare di permesso di soggiorno per attesa occupazione. Con la sentenza 2359/25 del 4 novembre 2025 — pubblicata nei giorni scorsi sul portale istituzionale dell’INPS per ordine dello stesso giudice — la giurisprudenza ha chiarito che tale titolo di soggiorno rientra nel permesso unico di lavoro e consente l’accesso alla prestazione, in presenza degli altri requisiti previsti dalla normativa. La restituzione delle somme già percepite non è dovuta.
Il permesso di soggiorno per attesa occupazione è il titolo previsto dall’articolo 22, comma 11, del Testo Unico sull’immigrazione (D.Lgs. 286/1998): viene rilasciato al cittadino extracomunitario che perde il lavoro, consentendogli di restare regolarmente in Italia per un periodo non inferiore a un anno — o per tutta la durata della prestazione di sostegno al reddito percepita — mentre cerca una nuova occupazione.
Secondo il Tribunale di Torino, questo permesso rientra a pieno titolo nel permesso unico di lavoro disciplinato dalla Direttiva europea 2011/98/UE, che garantisce parità di trattamento in materia di sicurezza sociale tra i cittadini degli Stati membri e i cittadini di Paesi terzi regolarmente soggiornanti. Di conseguenza, chi ne è titolare ha diritto all’AUU, nell’ambito delle misure di sostegno per le famiglie, alle stesse condizioni degli altri beneficiari, senza distinzioni.
La sentenza 2359/25 non è isolata. Il primo pronunciamento risale al settembre 2023, quando il Tribunale di Trento aveva dichiarato discriminatoria la circolare INPS n. 23/2022 che escludeva i titolari di permesso per attesa occupazione dall’AUU, ordinando all’Istituto la revisione di tutti i provvedimenti di rigetto su tutto il territorio nazionale. La Corte d’Appello di Trento ha confermato quella sentenza nel febbraio 2025. Alla stessa conclusione erano poi giunti il Tribunale di Torino nel 2024 e il Tribunale di Monza con la sentenza n. 1230 dell’ottobre 2025.
Di fronte a questa giurisprudenza consolidata, l’INPS ha infine adeguato la propria posizione: con il messaggio 205 del 22 gennaio 2026, l’Istituto ha comunicato di voler dare esecuzione alle sentenze, riconoscendo l’accesso all’AUU e al Bonus asilo nido anche per i titolari di permesso per attesa occupazione. La pubblicazione della sentenza torinese sul portale INPS è conseguenza diretta di quell’ordine giudiziale e chiude formalmente un contenzioso protrattosi per oltre due anni.
I cittadini extracomunitari titolari di permesso per attesa occupazione a cui l’INPS aveva sospeso l’erogazione dell’AUU o richiesto la restituzione delle somme già percepite devono presentare una istanza di riesame presso le strutture territoriali dell’INPS competenti.
L’istanza consente di ottenere la riattivazione della prestazione e, nei casi in cui siano state restituite somme non dovute, di avviare il recupero delle stesse. La sentenza del Tribunale di Torino, unitamente al messaggio INPS 205/2026, fornisce il fondamento giuridico su cui si basa la richiesta.
La crisi del Golfo sta già ridisegnando il mercato dei voli per l’estate 2026. Da una parte il jet fuel corre e mette sotto pressione compagnie e aeroporti europei, dall’altra l’incertezza sulle rotte più lontane sta svuotando alcuni aerei e costringendo gli algoritmi tariffari a limare i prezzi. Il risultato è una mappa meno intuitiva del solito: le mete vicine e più tradizionali rischiano di rincarare, mentre su alcune destinazioni di lungo raggio partendo dall’Italia si aprono finestre che fino a poche settimane fa sembravano improbabili.
Il primo dato da tenere fermo è questo: la tensione sullo Stretto di Hormuz non pesa solo sul petrolio, ma entra direttamente nei conti del trasporto aereo. In Europa gli aeroporti hanno già chiesto un intervento urgente alla Commissione UE sul fronte del cherosene, mentre in Italia la crisi del carburante aereo ha già prodotto razionamenti temporanei in alcuni scali.
Per chi sta pianificando le vacanze, questo significa una cosa molto semplice: il prezzo del biglietto non dipende più soltanto dalla domanda stagionale. A muoversi insieme sono costo del carburante, disponibilità dei rifornimenti, durata delle rotte e politica commerciale delle compagnie, dentro uno scenario che si è aperto con la guerra in Iran e la crisi in Medio Oriente.
L’effetto più sorprendente si vede oggi sulle mete lontane. Con una parte della clientela che rinvia o cancella i viaggi verso aree percepite come più esposte, alcune tariffe in partenza dall’Italia si sono abbassate proprio mentre il carburante saliva. È il rovescio della crisi: aerei meno pieni, prezzi rivisti verso il basso.
| Rotta e periodo | Prezzo rilevato |
|---|---|
| Roma-Maldive, maggio-giugno | 250 euro, sola andata |
| Roma-Seychelles, maggio-giugno | 250 euro, sola andata |
| Roma-Hong Kong, maggio-giugno | 278 euro, sola andata |
| Roma-Malesia, maggio-giugno | 286 euro, sola andata |
| Roma-Singapore, maggio-giugno | 300 euro, sola andata |
| Roma-Giappone, maggio-giugno | circa 370 euro, sola andata |
| Roma-Filippine, maggio-giugno | circa 370 euro, sola andata |
Non sono prezzi destinati a durare a lungo. Sono il riflesso di una domanda che si è spostata e di un mercato che sta provando a riempire voli diventati più difficili da vendere, soprattutto verso Asia e Oceano Indiano.
La fascia di agosto resta la più costosa, come accade ogni anno, però anche qui la crisi ha aperto qualche torsione inattesa. Su alcune rotte lunghe, i prezzi restano elevati ma si sono mossi verso il basso rispetto ai listini di marzo, proprio mentre sul corto raggio mediterraneo il rischio resta opposto.
| Rotta e periodo | Prezzo rilevato |
|---|---|
| Milano-Maldive, primi di agosto | 1.056 euro, in calo del 28% rispetto a marzo |
| Roma-Capo Verde, agosto | 849 euro, in calo del 23% rispetto a marzo |
| Italia-Sharm el-Sheikh, settimana centrale di agosto | prezzo in calo del 18% rispetto a marzo |
| Italia-Zanzibar, agosto | prezzo in calo del 18% rispetto a marzo |
Il dato che colpisce di più è il confronto con le ultime festività : in alcuni casi questi voli estivi a lungo raggio risultano meno cari dei collegamenti prenotati a Pasqua dal Nord Italia verso Sicilia e Sardegna. È una fotografia insolita, che racconta bene quanto la crisi stia deformando la geografia dei prezzi.
Il lato più delicato del mercato riguarda oggi le mete vicine e tipicamente estive. Grecia e Spagna sono le destinazioni che, secondo Assoutenti, rischiano di assorbire nelle prossime settimane il rialzo del jet fuel con maggiore velocità , perché sommano due pressioni diverse: carburante più caro e domanda molto più ampia da parte dei viaggiatori italiani.
Qui il mercato non sta premiando la distanza più breve. Sta premiando, almeno per ora, le rotte dove la domanda si è raffreddata. Al contrario, sulle tratte mediterranee più classiche il rischio è di vedere listini in salita man mano che ci si avvicina a luglio e Ferragosto.
Un altro elemento che può spostare il prezzo finale è lo scalo di partenza. La maggiore convenienza non si gioca più soltanto sulla meta, ma anche sull’aeroporto da cui si parte e sulla densità dell’offerta disponibile. In questo senso, l’ampliamento delle nuove rotte low cost in Italia può aiutare a intercettare alternative più leggere almeno sul corto e medio raggio.
Chi parte da Milano, Roma, Bergamo o da scali secondari con network in espansione ha oggi più margine per confrontare combinazioni diverse. Chi invece cerca una destinazione molto richiesta da un solo aeroporto rischia di subire prima il rialzo, soprattutto sulle settimane centrali dell’estate.
Dentro questo scenario, il biglietto più basso va letto con più attenzione del solito:
Una volta concluso l’acquisto, il prezzo del viaggio non segue sempre le stesse regole.
Considerato che il mercato dei voli estivi, quest’anno, si sta muovendo meno per stagionalità e più per shock energetico, è bene muoversi con estrema cautela. E la crisi del Golfo va considerata anche con una forbice più larga tra rotte che si svuotano e rotte che si affollano.
Il Cassetto fiscale è il servizio dell’Agenzia delle Entrate che consente a contribuenti e intermediari abilitati di consultare online le principali informazioni fiscali disponibili nell’area riservata. Attraverso il servizio è possibile verificare la propria posizione con riferimento, tra l’altro, a dichiarazioni fiscali, rimborsi, versamenti effettuati tramite modelli F24 e F23, dati patrimoniali e altre informazioni presenti nel sistema dell’Agenzia.
Il servizio è disponibile tutti i giorni, per l’intera giornata, salvo eventuali rallentamenti o temporanee interruzioni tecniche legate alla manutenzione del sistema.
Conto alla rovescia per il Salone del Mobile di Milano, in programma a Rho Fiera dal 21 al 26 aprile 2026. Alla 64esima edizione sono attesi oltre 1.900 espositori — il 36,6% provenienti dall’estero — su una superficie espositiva netta di 169.000 mq completamente sold out. Con 700 designer under 35, 23 scuole e università internazionali e due sezioni inedite, la manifestazione conferma il suo ruolo di infrastruttura strategica per il settore arredo e design e di vetrina globale del Made in Italy.
Le quattro manifestazioni annuali — Salone Internazionale del Mobile, Salone del Complemento d’Arredo, Workplace 3.0 e S.Project — si affiancano quest’anno al ritorno delle biennali: EuroCucina/FTK-Technology For the Kitchen con 106 brand da 17 Paesi, e Salone Internazionale del Bagno con 163 brand da 14 Paesi sul tema della longevity e del benessere. Il SaloneSatellite si concentra sul rapporto tra maestria artigiana e innovazione.
Le due novità assolute del 2026 sono Salone Contract e Salone Raritas. Il primo apre il sistema Salone alla scala dei grandi progetti integrati — hospitality, real estate, spazi pubblici e nautica — con il Masterplan affidato a Rem Koolhaas e David Gianotten di OMA: il 21 aprile è in programma una lectio di Koolhaas e il Forum Internazionale, che presentano le traiettorie dell’edizione 2027, anno del debutto ufficiale della sezione. Il secondo, Salone Raritas, è una nuova piattaforma dedicata a oggetti unici da collezione — 28 espositori, con la curatela di Annalisa Rosso e l’exhibition design firmato da Formafantasma.
Per il mondo del business e degli uffici, a Workplace 3.0 si affianca Next Gen at work, un focus su studenti e futuro delle professioni creative. Il 24 aprile è in programma una maratona di talk dedicata alle nuove generazioni — con accesso aperto anche a studenti universitari — che affronta i temi dell’evoluzione degli spazi di lavoro, della formazione al design e del rapporto tra generazioni nell’industria creativa. L’attenzione alle giovani generazioni è uno dei fili conduttori dell’intera edizione, presente anche nel SaloneSatellite dedicato ai talenti under 35.
Come da tradizione, l’intera città di Milano è coinvolta nelle manifestazioni legate all’esposizione con il Fuorisalone. La serata ufficiale di apertura è un concerto della Filarmonica della Scala, diretta da Michele Mariotti, con Giuseppe Albanese al pianoforte. Il 24 aprile è in programma la notte bianca con l’apertura al pubblico, per la prima volta insieme, degli archivi storici di design e architettura di Milano. In Piazza della Scala e in Piazza del Duomo saranno attivi due Design Kiosk, quest’ultimo in partnership con K-Way, punto di partenza dell’itinerario urbano Forgotten Architecture curato da Bianca Felicori.
L’edizione 2026 risente della guerra nel Golfo Persico in modo marginale ma non trascurabile: si sono registrate disdette da parte di due gallerie di Dubai, un’azienda libanese e una indiana. «Queste rinunce sono poche se paragonate ai 1.900 espositori», ha sottolineato la presidente Maria Porro, pur riconoscendo che si tratta di voci qualificate che hanno rinunciato a causa della guerra e delle tensioni internazionali. In generale la manifestazione conferma gli stessi numeri dell’edizione precedente su visitatori ed espositori, a conferma della tenuta del settore arredo-design nel quadro delle strategie di internazionalizzazione delle PMI italiane anche in contesti geopolitici difficili.
La portineria condominiale non resta tale per sempre. Se il locale non è più destinato al servizio comune del fabbricato, la sua natura può cambiare e la vendita può tornare sul tavolo anche senza un accordo preventivo di tutti i proprietari. Il chiarimento della Cassazione interessa soprattutto gli ex alloggi del portiere e i locali di portineria da anni locati a terzi o comunque sottratti, nei fatti, alla funzione originaria.
La regola di partenza resta quella del codice civile: la portineria, compreso l’alloggio del portiere, rientra tra i beni comuni del condominio quando il titolo non dispone diversamente e quando il locale è destinato, per struttura e funzione, al servizio dell’edificio. In questa fase il bene resta legato alle singole unità immobiliari e la quota di ciascun condòmino segue l’appartamento principale.
Finché questa destinazione comune resta intatta, il singolo non può isolare la propria quota e venderla come se si trattasse di una comunione ordinaria qualunque. È proprio qui che si ferma molta contesa condominiale: la semplice esistenza di un locale autonomo non basta, da sola, a trasformarlo in bene liberamente cedibile.
Il nodo vero nasce quando la portineria non serve più il condominio. La Cassazione ha ribadito che la cessazione dell’uso comune può emergere anche dai fatti, quindi non soltanto da una formula esplicita messa nero su bianco nel regolamento. Se il servizio di portierato è stato abolito da tempo e il locale è stato stabilmente sottratto alla funzione collettiva, viene meno il vincolo che lo teneva dentro il regime condominiale.
In questi casi si applica la disciplina della comunione ordinaria, con un effetto molto rilevante sul piano pratico:
Se l’ex portineria viene messa a reddito, entrano in gioco anche i redditi condominiali, che seguono regole fiscali proprie e rafforzano, sul piano pratico, la distinzione fra bene ancora destinato al servizio comune e bene ormai utilizzato in modo diverso.
È questo il punto che rende la sentenza interessante anche in chiave di mercato. Una volta uscita dal perimetro della condominialità , la portineria non resta bloccata in eterno. Ciascun partecipante alla comunione può chiedere lo scioglimento della comunione stessa, con la conseguenza che il bene può arrivare alla divisione o, se indivisibile, alla vendita e alla ripartizione del ricavato secondo le quote.
La formula “basta un solo condòmino†va però letta bene. Non descrive una cessione privata immediata, decisa da un proprietario isolato contro tutti gli altri. Descrive invece il diritto del singolo di portare la questione sul terreno dello scioglimento della comunione, quando il bene ha già perso la sua funzione comune.
La vendita della portineria cambia quindi a seconda del momento in cui la si guarda. Se il bene è ancora condominiale, serve tenere ferma la sua accessorietà rispetto alle unità principali e non è possibile trattarlo come una quota separata. Se invece la destinazione comune è cessata davvero, la vicenda esce dal condominio in senso stretto e rientra nella disciplina della comunione ordinaria.
Questo confine evita due errori opposti. Il primo è pensare che l’ex portineria sia sempre e comunque invendibile. Il secondo è credere che basti una volontà individuale per procedere alla cessione. In mezzo c’è una verifica concreta sull’uso effettivo del bene, che resta il passaggio decisivo anche in giudizio.
Quando la vendita va in porto, il tema non si chiude con il rogito. L’ex alloggio del portiere può aprire anche un fronte fiscale, soprattutto se sul bene sono stati eseguiti lavori agevolati o se il ricavato deve essere attribuito pro quota ai condòmini. Per questo il profilo civilistico della vendibilità e quello tributario della cessione vanno tenuti distinti, ma letti insieme.
Nel lavoro redazionale di cluster questo articolo presidia il lato civilistico e giurisprudenziale, mentre il correlato dedicato al fisco copre il segmento successivo della stessa vicenda, cioè quello che si apre una volta deciso di alienare il bene.
L’importo della pensione per Militari e Forze Armate dipende dal sistema previdenziale applicato, dall’anzianità contributiva maturata e dall’età di decorrenza del trattamento. Nel 2026, però, la stima dell’assegno richiede una verifica in più, perché le ultime novità INPS hanno rimesso al centro sia il riscatto dei periodi di servizio sia il computo gratuito degli anni di studio degli ufficiali, due elementi che possono incidere sul diritto ma anche sulla misura della pensione.
In Italia ci sono cinque Forze Armate e Militari: Esercito, Marina e Aeronautica Militare, Arma dei Carabinieri, Guardia di Finanza. Le pensioni del comparto Difesa e Sicurezza sono gestite dall’INPS e si conseguono al raggiungimento dell’età anagrafica prevista dai singoli ordinamenti, insieme al requisito contributivo richiesto.
Il metodo di calcolo della pensione per il personale delle Forze Armate e dei Corpi equiparati dipende dall’anzianità contributiva maturata al 31 dicembre 1995:
La maggior parte del personale oggi prossimo alla pensione rientra nel sistema misto, con una quota retributiva e una quota contributiva. Proprio per questo, la ricostruzione corretta dei periodi utili resta decisiva quando si prova a stimare l’importo finale.
Nel sistema misto, la pensione è data dalla somma di due componenti:
Per la quota retributiva dei militari continua ad applicarsi l’articolo 54 del DPR 1092/1973, recepito dall’INPS nelle istruzioni sul calcolo della pensione del personale militare. In sintesi:
Dentro questa ricostruzione pesa ora anche il tema del riscatto del servizio militare. Con il messaggio INPS del marzo 2026, l’Istituto ha chiarito che per i periodi di servizio anteriori al 1998 rileva il momento in cui il servizio è stato svolto, con effetti sulla facoltà di riscatto e sul limite massimo delle maggiorazioni utili ai fini pensionistici. Per chi ha periodi da valorizzare nella fase più favorevole del calcolo, questo controllo può riflettersi direttamente sulla quota retributiva.
La quota contributiva si ottiene applicando al montante contributivo individuale il coefficiente di trasformazione corrispondente all’età di accesso alla pensione. Più tardi si va in pensione, più alto è il coefficiente applicato.
Questo aspetto è particolarmente rilevante per il comparto Sicurezza e Difesa, dove l’uscita dal servizio può collocarsi in età più basse rispetto ad altri lavoratori. Una decorrenza anticipata comporta infatti coefficienti meno favorevoli e quindi una quota contributiva più leggera.
Su questa parte del calcolo possono riflettersi anche gli anni di studio degli ufficiali. Le istruzioni INPS diffuse ad aprile 2026 hanno precisato domanda, amministrazione competente e modalità di inserimento del periodo riconosciuto, chiarendo anche gli effetti nei tre sistemi pensionistici. Per gli ufficiali interessati, il computo gratuito della durata legale del corso universitario può rafforzare l’anzianità utile e incidere sulla misura dell’assegno in base al sistema di calcolo applicato.
Il tasso di sostituzione misura il rapporto tra il primo assegno pensionistico e l’ultima retribuzione. Nel sistema contributivo e nel sistema misto, questo valore tende a risultare più basso rispetto al passato:
Per i militari, il tasso di sostituzione è influenzato anche dall’età effettiva di uscita dal servizio, dalla presenza di finestre di decorrenza e dalla corretta valorizzazione di periodi utili che possono rafforzare la base di calcolo.
Per ottenere una stima indicativa dell’importo pensionistico è possibile utilizzare strumenti di simulazione basati sui dati dell’estratto conto contributivo INPS. Il risultato offre una proiezione utile, ma non sostituisce il calcolo ufficiale dell’ente previdenziale.
Le simulazioni hanno maggiore attendibilità quando vengono lette alla luce dei periodi effettivamente valorizzabili. Per il personale militare questo significa verificare, prima del conteggio, l’anzianità maturata al 1995, gli eventuali periodi di servizio riscattabili, la presenza di maggiorazioni e, per gli ufficiali, il possibile inserimento degli anni di studio riconosciuti dall’amministrazione.
Il calcolo della pensione non va confuso con la verifica dei requisiti di accesso. Le nuove soglie pensionistiche per i militari incidono infatti soprattutto su età , contributi e decorrenza del trattamento, mentre il metodo di calcolo resta ancorato ai sistemi previdenziali già in vigore.
Anche il riordino dello strumento militare, approvato in via preliminare dal Governo e ancora inserito nel relativo iter istituzionale, non modifica di per sé la formula della pensione. Può però incidere sul quadro di carriera e sul contesto ordinamentale in cui maturano anzianità , qualifiche e permanenze in servizio, elementi che restano centrali quando si passa dalla regola generale al calcolo del singolo assegno.
Il mutuo ipotecario edilizio INPS ha bruciato in soli tre mesi quasi tutte le risorse stanziate per il 2026. L’Istituto ha comunicato ufficialmente il superamento del limite del 90% delle disponibilità finanziarie assegnate in bilancio per l’esercizio in corso: da questo momento, le nuove richieste non vengono più trattate in ordine cronologico ma confluiscono in graduatorie nazionali mensili, come previsto dall’articolo 10, comma 3, del regolamento aggiornato ed entrato in vigore il 1° aprile 2026.
Un segnale di quanto il finanziamento agevolato riservato ai dipendenti pubblici e pensionati resti uno strumento molto richiesto, anche in un mercato del credito che nell’ultimo anno ha visto scendere i tassi bancari
L’ingente numero di domande di mutuo ipotecario edilizio INPS pervenute tra gennaio e inizio aprile 2026 ha fatto scattare la soglia regolamentare: il volume complessivo richiesto ha superato il 90% delle disponibilità annue del Fondo Credito. A partire dall’8 aprile 2026, ogni nuova domanda di concessione non viene più ammessa su base cronologica ma entra automaticamente nella graduatoria nazionale mensile.
Il nuovo regolamento, in vigore dal 1° aprile 2026, introduce inoltre una priorità esplicita per i nuovi finanziamenti rispetto alle richieste di portabilità : nel momento in cui scatta la graduatoria, le domande di portabilità del mutuo vengono prese in considerazione solo se residuano fondi dopo aver soddisfatto le richieste di nuovo mutuo. Chi sta valutando il trasferimento di un mutuo bancario esistente verso l’INPS deve quindi tenere conto di questo ordine di precedenza.
Le graduatorie vengono pubblicate nella stessa sezione del portale INPS in cui è stato diffuso l’avviso ufficiale — nella pagina dedicata a Welfare, Assistenza e Mutualità — ed è possibile consultarle senza necessità di accesso autenticato.
Il finanziamento agevolato è riservato agli iscritti alla Gestione Unitaria delle prestazioni creditizie e sociali (Fondo Credito) da almeno un anno. Rientrano nella platea degli aventi diritto:
La verifica dell’iscrizione al Fondo Credito è immediata: basta controllare sulla busta paga o sul cedolino della pensione la voce Ritenuta Fondo Credito. L’iscrizione avviene in automatico per i dipendenti delle pubbliche amministrazioni, attraverso una trattenuta applicata direttamente sul trattamento economico percepito. Una condizione ulteriore riguarda il nucleo familiare: né il richiedente né i componenti della famiglia devono risultare già proprietari di altra abitazione sul territorio nazionale, salvo specifiche eccezioni regolamentate.
Il mutuo INPS non copre soltanto l’acquisto della prima casa. Il regolamento prevede un ventaglio di finalità , ciascuna con un proprio tetto massimo di finanziamento:
In tutti i casi, l’importo delle rate mensili di rimborso non può superare la metà del reddito netto del nucleo familiare, al netto anche dell’esposizione debitoria già in corso. È inoltre possibile richiedere, allo stesso tasso, un importo aggiuntivo non superiore a 6.000 euro per coprire le spese documentate di perizia giurata e i premi assicurativi facoltativi previsti dal regolamento.
Quando la disponibilità finanziaria annua viene superata, le domande ammissibili vengono ordinate attraverso una graduatoria nazionale mensile basata sull’ISEE ordinario del nucleo familiare del richiedente: un punteggio più basso equivale a una posizione più favorevole in graduatoria. In caso di parità di ISEE, la precedenza viene stabilita in base all’anzianità di iscrizione alla Gestione Unitaria; in caso di ulteriore parità , vale l’ordine cronologico di presentazione della domanda.
Non è la prima volta che il Fondo Credito esaurisce le disponibilità nell’arco di pochi mesi dall’apertura delle domande. Già nel 2023, l’INPS aveva attivato un meccanismo analogo di graduatoria mensile per gestire l’eccesso di richieste, con pubblicazione delle liste entro la fine di ogni mese solare.
Il piano di ammortamento del mutuo INPS si articola su durate comprese tra 10 e 30 anni, con intervalli di 5 anni (10, 15, 20, 25 o 30). Per i richiedenti che abbiano già compiuto 65 anni al momento della domanda, la durata massima scende a 15 anni. In tutti i casi, la somma tra l’età del richiedente e la durata dell’ammortamento non può superare 80 anni. La durata massima per i mutui con finalità studio è di 15 anni.
Il rimborso avviene tramite rate mensili costanti e posticipate. Il richiedente sceglie tra tasso fisso e tasso variabile: il fisso viene stabilito con delibera del Consiglio di Amministrazione dell’INPS in funzione della percentuale di LTV (Loan To Value); il variabile è indicizzato all’Euribor a 1 mese (base 365 giorni) maggiorato di 150 punti base. Per entrambe le opzioni, si aggiunge una componente dello 0,50% a titolo di contributo al fondo rischi. È consentito il passaggio da tasso fisso a variabile e viceversa, una sola volta per tutta la durata del mutuo, a partire dal secondo anno di regolare pagamento delle rate, senza oneri aggiuntivi. I tassi aggiornati applicabili alle nuove domande sono consultabili nella sezione dedicata del portale INPS.
Le domande di mutuo INPS si presentano esclusivamente in via telematica tramite l’area riservata del portale INPS, accessibile con SPID, CIE o CNS. La finestra temporale utile va dal 15 gennaio al 30 novembre di ogni anno. Una volta inviata la domanda preliminare, il richiedente ha 5 giorni per confermarla e protocollarla; in seguito viene richiesto di allegare la perizia giurata e la relazione notarile preliminare sull’immobile.
Il termine per la definizione del provvedimento è fissato in 75 giorni dalla presentazione della domanda; in ogni caso, il mutuo deve essere liquidato entro 120 giorni. Prima di presentare la domanda, è consigliabile effettuare una simulazione del piano di ammortamento tramite il servizio online disponibile sul portale INPS — accessibile liberamente, senza necessità di autenticazione — per verificare la sostenibilità della rata rispetto al reddito del nucleo familiare.
La ZES Unica ha funzionato e il Governo intende studiare come estenderne il modello all’intero territorio nazionale. Lo ha annunciato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni nell’informativa sull’azione di Governo in Parlamento, citando alcuni risultati come prova dell’efficacia dello strumento: PIL e occupazione del Mezzogiorno sopra la media nazionale, raggiungendo il dato più alto dall’inizio delle serie storiche ISTAT.
«Stiamo studiando le modalità tecniche per riprendere alcuni dei meccanismi, in particolare quelli di semplificazione propri della ZES Unica che si sono rivelati più efficaci, e applicarli a tutto il territorio nazionale», ha dichiarato Meloni.
La ZES Unica è infatti una Zona Economica Speciale nella quale la legislazione rende più semplici le attività economiche e imprenditoriali: comprende il credito d’imposta sull’acquisto di beni strumentali, uno sportello unico digitale, semplificazioni procedurali e incentivi all’occupazione. Un modello che organizza il territorio per renderlo fertile per la creazione e lo sviluppo di attività produttive.
La logica di creare aree con procedure semplificate e fast-track autorizzativi trova riscontro anche a livello europeo: il Net Zero Industry Act (Reg. UE 2024/1735, in vigore dal 29 giugno 2024) prevede l’istituzione di “Zone di accelerazione a zero emissioni nette” negli Stati membri, con iter autorizzativi accelerati per i progetti industriali nelle tecnologie pulite.
La ZES Unica è stata recentemente rafforzata con l’estensione a Marche e Umbria a fine 2025 e comprende oggi Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Marche, Molise, Puglia, Sicilia, Sardegna e Umbria. Per le imprese già operative nell’area, il credito d’imposta aggiuntivo del 14,6% è utilizzabile in compensazione tramite F24 entro il 31 dicembre 2026; le domande per gli incentivi sulle assunzioni ZES 2026 attendono ancora i decreti attuativi.
Al momento l’annuncio è esplorativo — Meloni ha usato le parole «stiamo studiando» — e non ci sono ancora provvedimenti definiti. Va anche chiarito un nodo tecnico rilevante: le semplificazioni urbanistiche e procedurali che la ZES garantisce oggi alle regioni meridionali, applicate su scala nazionale, richiederebbero una revisione normativa significativa e una valutazione della compatibilità con la disciplina UE sugli aiuti di Stato, che consente agevolazioni fiscali più intense nelle aree svantaggiate proprio in ragione del loro divario strutturale rispetto alla media europea.
Se l’estensione si concretizzasse nelle sole componenti di semplificazione procedurale — sportello unico digitale, riduzione dei tempi autorizzativi, iter edilizio accelerato per gli insediamenti produttivi — potrebbe rappresentare un vantaggio concreto per le PMI del Centro-Nord oggi penalizzate da lungaggini burocratiche, senza necessariamente replicare i benefici fiscali riservati al Mezzogiorno.
L’annuncio sulla ZES è arrivato in un contesto politicamente delicato: l’informativa del 9 aprile 2026 seguiva la sconfitta del referendum sulla riforma della giustizia del 22-23 marzo. Meloni ha ribadito che il Governo proseguirà fino alla fine della legislatura e ha illustrato le priorità dell’esecutivo, tra cui la posizione italiana sulla richiesta all’Europa di sospendere l’ETS — il meccanismo di tassazione sulle emissioni di carbonio — che penalizza le imprese in un momento di caro energia, dopo che Bruxelles ha già risposto con un’apertura alla revisione accelerata ma non alla sospensione.
I buoni risultati del Mezzogiorno sono attribuibili a un insieme di fattori che vanno oltre la sola ZES: investimenti PNRR e politiche di Coesione hanno avuto un peso rilevante. La volontà del Governo di rafforzare le iniziative per la crescita è confermata anche dal sottosegretario con delega al Sud, Luigi Sbarra: «le politiche pensate e definite per il Mezzogiorno possono diventare un modello per l’intero Paese, contribuendo a ridurre la burocrazia e a rendere più semplice investire».
Il GSE ha confermato la riapertura il 13 aprile del Portaltermico 3.0 per inoltrare la domanda di incentivi in relazione a interventi di efficienza energetica o per la produzione di rinnovabili. Partiti lo scorso 25 dicembre, hanno una dotazione complessiva di 900 milioni di euro l’anno, con 500 milioni destinati ai privati di cui 150 alle imprese, e 400 milioni alle amministrazioni pubbliche con una quota riservata anche alle diagnosi energetiche. Il contributo può arrivare al 65% delle spese ammissibili, ma in alcuni casi sale al 100%.
Dopo le anticipazioni dall’amministratore delegato del GSE, Vinicio Vigilante, sulla riapertura dal 13 aprile è arrivata infine l’indicazione ufficiale direttamente sul sito web del Gestore dei Servizi Energetici. La riapertura del portale dopo la sospensione riguarda le istanze in accesso diretto, sebbene per le imprese sia sempre possibile fruire della funzionalità di presentazione della domanda per la “valutazione preliminare imprese”.
Lo sportello 2026 sul Portaltermico 3.0, aperto ufficialmente il 2 febbraio, era stato sospeso il 3 marzo dopo un’ondata di richieste pari a circa 1,3 miliardi di euro. La motivazione ufficiale era legata alle verifiche istruttorie e al rispetto dei limiti annuali di spesa.
NB: con la riapertura del Portale è prevista la proroga della scadenza di invio delle domande i cui termini ricadevano durante il periodo di sospensione dello sportello.
Possono presentare domanda le pubbliche amministrazioni, gli ETS, i soggetti privati comprese le imprese e in alcuni casi anche ESCO, nonché CER e gruppi di autoconsumo purché il soggetto ammesso rientri nelle categorie previste dal decreto e abbia la disponibilità dell’edificio o dell’unità immobiliare.
Le imprese private possono accedere agli interventi di efficienza energetica del Titolo II solo su edifici del Terziario, mentre per gli interventi del Titolo III dedicati alla produzione di energia termica da fonti rinnovabili l’accesso si estende anche agli immobili residenziali. Sul fronte delle configurazioni energetiche, il GSE consente inoltre l’accesso a configurazioni come CER e gruppi di autoconsumo quando il soggetto ammesso ne fa parte.
Per l’efficienza energetica degli edifici esistenti il Conto Termico 3.0 apre ai privati del Terziario una platea molto più ampia del passato. Gli interventi incentivabili comprendono:
La logica è quella dell’intervento coordinato, soprattutto quando entrano in gioco fotovoltaico, accumulo e colonnine di ricarica.
Per gli interventi di produzione di energia termica da fonti rinnovabili e di sistemi ad alta efficienza, il GSE conferma un ventaglio ampio di soluzioni. Rientrano in questa sezione:
Come si evince dalle Regole Applicative del GSE, le imprese devono inviare al GSE una richiesta preliminare prima dell’avvio dei lavori, altrimenti la domanda diventa inammissibile.
Per imprese ed ETS economici il GSE richiama inoltre le regole specifiche del Titolo V e prevede un’esclusione: non sono ammessi interventi che prevedano l’installazione di apparecchiature energetiche alimentate a combustibili fossili, compreso il gas naturale. Per gli interventi del Titolo II, inoltre, devono centrare un miglioramento della prestazione energetica pari almeno al 10% rispetto alla situazione pre-intervento, percentuale che sale al 20% nei multi-interventi.
La struttura dell’incentivo resta quella del contributo in conto capitale. Per la maggior parte degli interventi il tetto ordinario si ferma al 65% delle spese ammissibili ma il GSE prevede la copertura fino al 100% per gli interventi su scuole, ospedali, strutture sanitarie pubbliche ed edifici dei Comuni con meno di 15mila abitanti. La copertura piena si estende anche a determinati casi che coinvolgono gli ETS non economici utilizzatori di immobili pubblici o comunali con finalità collettive. Alle percentuali di base si aggiungono due categorie di maggiorazioni:
Per l’erogazione, il discrimine resta la soglia dei 15mila euro. Fino a questo importo, il contributo arriva in un’unica rata; oltre tale soglia viene corrisposto in rate annuali costanti, con durata che varia in funzione del tipo di intervento.
Per pubbliche amministrazioni ed ETS non economici il GSE prevede inoltre un contributo anticipato del 50% per la diagnosi energetica.
Le modalità di accesso sono due. L’accesso diretto vale alla conclusione dei lavori e richiede l’invio della domanda entro 90 giorni dalla fine dell’intervento. La prenotazione, invece, è riservata a pubbliche amministrazioni ed enti del Terzo Settore, con alcune aperture specifiche anche per gli ETS economici sul Titolo III.
In presenza di diagnosi energetica, contratto di prestazione energetica, partenariato pubblico-privato o atto amministrativo di assegnazione lavori, il GSE consente di bloccare l’incentivo prima della chiusura del cantiere.
Sulla cumulabilità il quadro è articolato. In linea generale il Conto Termico 3.0 non è cumulabile con altri incentivi statali sulle stesse spese, salvo fondi di garanzia, fondi di rotazione e contributi in conto interesse.
Per le amministrazioni pubbliche e gli ETS non economici il cumulo con altri finanziamenti pubblici è ammesso fino al 100% delle spese ammissibili. Per imprese ed ETS economici è consentito il cumulo con altri aiuti di Stato non di origine statale, nei limiti del Titolo V del decreto, mentre per tutti restano possibili i casi previsti dal decreto CACER sulla condivisione dell’energia.
Per arrivare preparati alla riapertura, è possibile consultare la Guida all’uso del portale CT 3.0 e le FAQ del GSE. Possibile anche chiedere chiarimenti tramite il portale Assistenza.
Il 15 aprile sarà pubblicato il catalogo degli apparecchi prequalificati nella sezione dedicata del portale.
Le frontiere europee sono più digitali: il vecchio timbro sul passaporto per i cittadini extra-UE è sostituito dai dati biometrici. Il sistema EES (Entry-Exit System), avviato in via graduale dal 12 ottobre 2025 in 29 paesi europei, dal 10 aprile 2026 è obbligatorio in tutti i valichi di frontiera dello spazio Schengen. Per i cittadini italiani ed europei non cambia nulla, i controlli alla frontiera restano immutati rispetto a prima e non richiedono il rilascio di dati biometrici.
L’obiettivo dichiarato dalla Commissione Europea è il rafforzamento della sicurezza grazie a un sistema informatico che consente il monitoraggio di chi entra in Europa per soggiorni di breve durata. Dall’avvio del sistema a ottobre 2025, più di 24mila persone si sono già viste rifiutare l’ingresso per motivi come documenti scaduti o falsi, o l’incapacità di giustificare il motivo della visita.
Il sistema EES registra i dati del passaporto, la fotografia e le impronte digitali di tutti i cittadini dei paesi terzi che soggiornano in Europa per un massimo di 90 giorni in un periodo di 180. La Commissione UE ha concesso agli Stati membri una deroga di 90 giorni — prorogabile di altri 60 — che consente sospensioni parziali in caso di situazioni critiche di afflusso: la piena inderogabilità del sistema è quindi attesa per l’estate-autunno 2026.
Il sistema vale sia per i turisti sia per chi entra per motivi di lavoro, sebbene in quest’ultimo caso esistano eccezioni rilevanti: trasferimenti intra-societari, ricerca, studio, tirocinio, volontariato, programmi di scambio, collocamento alla pari e lavoratori transfrontalieri.
Sono esclusi dai controlli EES, oltre a tutti i cittadini UE e Schengen:
I dati biometrici restano archiviati per tre anni e consentono l’immediata identificazione di chi attraversa le frontiere. Per i cittadini italiani ed europei non cambia nulla: i controlli alla frontiera restano immutati e non richiedono il rilascio di dati biometrici.
La principale conseguenza concreta del sistema EES è l’allungamento dei tempi ai controlli di frontiera. Secondo i dati di ACI Europe, l’associazione degli aeroporti europei, dall’avvio della sperimentazione i tempi di elaborazione sono aumentati fino al 70%, con attese fino a tre ore nei periodi di picco. Gli aeroporti di Francia, Germania, Grecia, Italia, Portogallo e Spagna risultano tra i più colpiti.
A dicembre 2025 l’aeroporto di Lisbona è stato costretto a sospendere l’EES per tre mesi dopo gravi carenze operative. Dal 10 aprile, tuttavia, la sospensione non è più possibile in via ordinaria — solo in casi di emergenza documentata entro la deroga di 90 giorni concessa dalla Commissione.
Le associazioni di settore raccomandano di arrivare in aeroporto da un’ora e mezza a due ore prima del solito rispetto alle abitudini precedenti. I rallentamenti dovrebbero attenuarsi nel medio periodo, con il rodaggio delle procedure e il potenziamento dei varchi automatizzati. Esistono strumenti per velocizzare il processo, come l’app Travel to EU, che consente la pre-registrazione dei dati richiesti prima di arrivare alla frontiera.
Entro la fine del 2026 è previsto il debutto di un ulteriore strumento: l’ETIAS (European Travel Information and Authorisation System), un’autorizzazione di viaggio elettronica per i cittadini di paesi terzi che possono entrare in Europa senza visto — come statunitensi, britannici, canadesi e australiani. Funziona come l’ESTA americano: una procedura online preventiva che non comporta la raccolta di dati biometrici (quella avviene poi alla frontiera in base alle regole EES).
L’obiettivo è consentire all’Europa di effettuare controlli preventivi sugli ingressi da paesi esenti da visto prima ancora che il viaggiatore si presenti alla frontiera.
Il Ministero della Salute ha realizzato insieme all’ISTAT e al Co.Ge.A.P.S. (Consorzio Gestione Anagrafica Professioni Sanitarie) la prima banca dati nazionale dei medici specialisti, ora consultabile online. Non si tratta però di un elenco di nominativi: lo strumento raccoglie dati statistici aggregati sui professionisti sanitari per singola specializzazione, genere, fascia d’età e regione di esercizio, con l’obiettivo di offrire una base di pianificazione sanitaria e una stima del fabbisogno formativo futuro.
La banca dati è consultabile online sul portale del Ministero della Salute e dell’ISTAT. I dati sono esclusivamente di natura statistica e aggregata: la banca dati non contiene nominativi né informazioni personali sui singoli professionisti e non è pensata come strumento di ricerca di un medico. Serve piuttosto alle istituzioni — Ministero, Regioni, scuole di specializzazione — per analizzare la composizione dell’offerta sanitaria e programmare interventi.
Le tavole disponibili riportano i dati dei medici specialisti attivi nel sistema sanitario pubblico e privato per specializzazione prevalente esercitata, riferiti al 31 dicembre 2023 e al 31 dicembre 2024. I dati sono diffusi per genere, classi di età e regione di svolgimento dell’attività , per tutte le specializzazioni riconosciute e per le tre macro-aree: medica, chirurgica e dei servizi.
Sul fronte dell’offerta professionale, la nuova banca dati colma un vuoto informativo che finora rendeva difficile confrontare la distribuzione degli specialisti nelle diverse regioni e stimare il fabbisogno futuro con dati aggiornati e metodologicamente omogenei. La disponibilità centralizzata di queste informazioni, combinata con gli strumenti di digitalizzazione già attivi, punta a rendere la programmazione sanitaria meno reattiva e più anticipatoria.
L’integrazione dei dati consente alle istituzioni di rilevare squilibri territoriali nella distribuzione dei professionisti e di anticipare i vuoti d’organico nelle specializzazioni più critiche — anestesiologia, medicina d’urgenza, ginecologia — calibrando di conseguenza il numero di borse nelle scuole di specializzazione e le politiche di assunzione per ridurre le liste d’attesa.
Dai report disponibili emerge che quasi la metà degli specialisti attivi opera nell’area medica (45,9%), con malattie cardiovascolari e medicina interna in cima per numerosità . Il 27,5% è attivo nell’area dei servizi — con anestesia, rianimazione e radiodiagnostica ai primi posti — e il 26,6% nell’area chirurgica, guidata da ginecologia e ostetricia e chirurgia generale. Quest’ultima area mostra un marcato divario di genere: la quota scende al 19,2% tra le mediche e sale al 32,9% tra i colleghi uomini, confermando una distribuzione ancora asimmetrica nelle specialità operative.
La banca dati rivela una pressione strutturale che la statistica descrittiva da sola non restituisce. I medici uomini hanno un’età media di 58 anni e il 55,1% ha 60 anni o più: una quota rilevante destinata a uscire dal mercato del lavoro nei prossimi anni. Le mediche sono in media più giovani, con 51 anni di età media, con punte di 45 anni nella cardiochirurgia e 59 anni nella medicina termale.
Questo quadro demografico rende la banca dati uno strumento di policy più che di rendicontazione: sapere dove e quando si concentreranno le uscite consente una programmazione anticipata delle borse di specializzazione e delle assunzioni nel SSN. Un tema al centro anche degli interventi sulla sanità nella Manovra 2026, che ha stanziato 2,4 miliardi per potenziare il personale e aumentare gli stipendi di medici e infermieri.
La nuova banca dati si inserisce in un percorso più ampio di riforma e digitalizzazione del sistema sanitario nazionale avviato negli ultimi mesi. Sul fronte dell’esercizio professionale, il Decreto Semplificazioni in Sanità ha introdotto dal dicembre 2025 la possibilità di rilasciare certificati di malattia in telemedicina, la validità delle ricette allungata a 12 mesi e nuovi servizi sanitari erogabili direttamente in farmacia.
Sul fronte della gestione clinica, il Fascicolo Sanitario Elettronico è entrato a regime il 31 marzo 2026, con l’obbligo per strutture pubbliche e private di caricare referti e documentazione entro cinque giorni dall’erogazione della prestazione, attivando contestualmente il profilo sanitario sintetico del paziente.
Nel bimestre gennaio-febbraio 2026 le entrate tributarie erariali accertate in base al criterio della competenza giuridica si sono attestate a 91.769 milioni di euro, segnando una flessione di 313 milioni rispetto allo stesso periodo del 2025 (-0,3%). Lo rileva il bollettino mensile del Dipartimento delle Finanze del MEF pubblicato il 7 aprile 2026. Il quadro è a due velocità : le imposte dirette cedono terreno (-1,7%), mentre le imposte indirette crescono del 2,0%, trainate dall’IVA e dalle accise sui prodotti energetici.
Le imposte dirette ammontano a 57.663 milioni di euro nel bimestre, con un calo di 976 milioni rispetto al 2025 (-1,7%). Il gettito IRPEF si attesta a 47.066 milioni (-384 milioni, -0,8%): la variazione riflette in parte la riduzione dell’aliquota sul secondo scaglione introdotta dalla Legge di Bilancio 2026, parzialmente compensata dalla crescita delle ritenute sui redditi dei lavoratori autonomi. Il dato più critico riguarda l’IRES: a febbraio il gettito si è attestato a soli 539 milioni di euro, con un crollo di 238 milioni rispetto a febbraio 2025 (-30,6%), effetto in parte della tempistica dei versamenti societari. Sul fronte dell’accertamento, il gettito derivante dall’attività di controllo raggiunge i 2.083 milioni nel bimestre (+144 milioni, +7,4%), segnale di una stagione di controlli più intensa per imprese e professionisti.
Le imposte indirette si attestano a 34.106 milioni (+663 milioni, +2,0%). Il contributo principale viene dall’IVA, che raggiunge 23.436 milioni (+466 milioni, +2,0%): la componente degli scambi interni cresce a 20.418 milioni (+447 milioni, +2,2%), con i versamenti delle pubbliche amministrazioni tramite split payment che segnano un balzo del +6,6%. L’IVA sulle importazioni si attesta a 3.018 milioni (+19 milioni, +0,6%).
Sul fronte delle accise sui prodotti energetici, quella sui carburanti sale a 3.204 milioni (+70 milioni, +2,2%), mentre quella sull’energia elettrica scende a 270 milioni (-154 milioni, -36,3%). Il dato più marcato riguarda l’accisa sul gas naturale per combustione, che raddoppia attestandosi a 599 milioni (+303 milioni, +102,4%): un incremento che riflette la stagionalità dei consumi di riscaldamento nel bimestre invernale, amplificata dalle temperature rigide di inizio 2026, non da aumenti delle aliquote — nel quadro degli interventi 2026 sulle bollette energetiche.
Tra le imposte sulle transazioni, le tasse e imposte ipotecarie segnano una crescita contenuta a 263 milioni (+3 milioni, +1,2%) e i diritti catastali e di scritturato raggiungono 110 milioni (+2 milioni, +1,9%), segnali di una domanda immobiliare che tiene nel bimestre. In territorio negativo l’imposta di registro (-28 milioni, -2,9%), l’imposta di bollo (-29 milioni, -3,1%), le concessioni governative e i canoni di abbonamento radio e TV.
Le tasse automobilistiche crescono del +2,6%. Cresce anche il gettito dell’imposta sulle assicurazioni, che raggiunge 420 milioni (+41 milioni, +10,8%), coerente con l’incremento delle polizze RC Auto rilevato dall’Osservatorio IVASS.
Dal 15 giugno 2026 i professionisti che vantano crediti nei confronti della pubblica amministrazione rischiano di non incassare l’intero compenso: se risultano inadempienti su una o più cartelle esattoriali — di qualunque importo — la PA dirige il pagamento direttamente all’Agente della riscossione, versando al professionista solo l’eventuale differenza rispetto alle somme a ruolo pendenti.
Lo prevede il comma 725 della legge 199/2025 (la Legge di Bilancio 2026), che ha aggiunto il comma 1-ter all’articolo 48-bis del DPR 602/1973. E la circolare del Ministero della Giustizia del 17 marzo 2026 ha fornito le istruzioni applicabili a tutti gli uffici giudiziari e, per estensione, all’intera PA.
La disciplina generale sui pagamenti PA — contenuta nel comma 1 dell’art. 48-bis DPR 602/1973 — prevede che le amministrazioni verifichino la presenza di cartelle esattoriali solo se il pagamento supera i 5.000 euro. Sotto questa soglia, la PA procede senza controlli. In caso di inadempienza accertata, sospende il pagamento per sessanta giorni e invia segnalazione ad AdER, che poi avvia le procedure di recupero. Per i professionisti, il nuovo comma 1-ter capovolge entrambe le regole. La verifica scatta indipendentemente dall’importo del compenso: anche una parcella da poche centinaia di euro è soggetta al controllo. E in caso di inadempienza, non c’è sospensione ma dirottamento del pagamento in favore dell’agente della riscossione, fino a concorrenza del debito risultante dalla verifica, versando al professionista solo la quota eventualmente eccedente.
La norma si applica ai soggetti che producono redditi di lavoro autonomo ai sensi dell’articolo 54 del TUIR — la categoria fiscale che include tutti gli esercenti arti e professioni. La circolare del Ministero della Giustizia elenca a titolo esemplificativo, ma non esaustivo:
Anche il patrocinio a spese dello Stato non rappresenta un’esenzione: la circolare chiarisce esplicitamente che la verifica si applica a questi compensi, chiudendo ogni spazio interpretativo in senso contrario.
L’ufficio contabile competente — per gli uffici giudiziari lo Sportello Spese di Giustizia — effettua la verifica telematica sulla posizione debitoria del professionista prima di procedere al pagamento. Se emerge un’inadempienza da cartella esattoriale di qualunque ammontare, l’ufficio non sospende il pagamento ma procede in questo modo:
La distinzione rispetto al meccanismo precedente è netta: non c’è un periodo di attesa di 60 giorni né una segnalazione all’agente della riscossione per l’avvio delle procedure esecutive. Lo scomputo è immediato e automatico.
Il passaggio più insidioso della circolare riguarda la retroattività della misura: le nuove disposizioni si applicano a tutti i pagamenti effettuati a decorrere dal 15 giugno 2026 indipendentemente dalla data di acquisizione dei documenti contabili o dalla riferibilità delle prestazioni professionali a periodi precedenti. In pratica, anche i compensi maturati nel corso del 2025 o nei primi mesi del 2026 — se liquidati dopo il 15 giugno — sono soggetti alla verifica e allo scomputo automatico.
Un professionista che ha fatturato alla PA mesi fa e attende la liquidazione, rischia di vedersi decurtare il compenso per cartelle che nulla hanno a che fare con quella specifica prestazione.
L’Unione Nazionale Avvocati ha preannunciato un ricorso al TAR Lazio contro la circolare del 17 marzo, contestandone la legittimità costituzionale: l’esito del procedimento potrebbe modificare il quadro, ma non è prudente attenderlo senza mettere in ordine la propria posizione fiscale.
Le azioni per i professionisti che hanno crediti verso la PA e cartelle esattoriali pendenti, la prima cosa da fare è verificare la propria situazione debitoria sul portale di AdER, accedendo all’area riservata con SPID o CIE: l’estratto di ruolo consente di avere un quadro aggiornato delle cartelle notificate e non ancora saldate. Disponibile anche la nuova funzionalità che permette la richiesta entro 24 ore del Prospetto unico nazionale con le pendenze registrate sull’intero territorio italiano.
La seconda cosa da fare, se non è possibile regolarizzare subito la pendenza, è quella di rateizzare il debito prima della scadenza: un piano di rateizzazione regolarmente in corso — con rate pagate — consente di non risultare inadempienti ai fini della verifica.
Chi aderisce entro il 30 aprile alla Rottamazione quinquies e mantiene i pagamenti in regola risulterà in posizione protetta, a condizione che la rateizzazione sia attiva al momento della verifica.