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News recensioni film cinema da sentieriselvaggi.it

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È iniziata la nostalgia per gli anni 2000?

È ancora presto per dirlo, anche se i segnali stanno emergendo da qualche anno, tra prodotti che ne riprendono l'ambientazione e altri che richiamano le atmosfere e forme narrative di quel periodo

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L’11 settembre, Internet, Facebook, i primi cellulari, gli SMS, la PlayStation 2, l’euro, il movimento No Global e il G8 di Genova, Britney Spears, i reality show: gli ultimi anni ‘90 e i primi del 2000 sono stati teatro di alcuni dei più grandi cambiamenti sociali, politici, economici e culturali a livello mondiale, molti dei quali hanno poi contribuito a dare forma al mondo di oggi. Forse proprio per questo, negli ultimi anni, il cinema sembra stare tornando a indagare quel periodo mutaforma, pieno di contraddizioni interne, di ottimismo ma anche di timori, di aspettative disattese e promesse infrante. 

È ancora presto per parlare di filone e soprattutto di nostalgia, anche perché i cosiddetti “aughts†o “Y2K” (come vengono chiamati in inglese) sono stati segnati da avvenimenti che rendono più difficile guardarli con gli stessi occhi con cui, grazie anche all’enorme popolarità raggiunta da Stranger Things, si guarda ora agli anni ‘80.

L’ultimo lungometraggio di Alex Garland, per esempio, intitolato Warfare – Tempo di guerra, è una critica non troppo velata alla guerra in Iraq voluta dal Presidente Bush nel pieno del panico statunitense post 9/11. The Smashing Machine, il biopic di Benny Safdie con Dwayne Johnson di prossima uscita, racconta invece le difficoltà vissute dai professionisti di arti marziali miste (MMA) prima che la disciplina guadagnasse visibilità verso il 2005-2006. In questo caso l’ambientazione temporale non è troppo centrale, ma nemmeno inquadrata in una cornice particolarmente positiva, anzi. 

Se esiste un capostipite di questa tendenza, con ogni probabilità si tratta di Lady Bird, il debutto alla regia di Greta Gerwig del 2017 su una liceale che cerca di barcamenarsi tra le difficoltà economiche della famiglia, un burrascoso rapporto con la madre, i primi amori fallimentari e la scelta del college. Il tutto in un’America, quella del 2002, ancora provata dagli attentati alle Torri Gemelle e quindi spaventata, depressa e complottista. Dopo il successo del film – 80 milioni di dollari di incasso a fronte di un budget di 10 e cinque candidature agli Oscar – ne sono arrivati altri, che hanno esplorato la stessa epoca ma declinandola all’interno dell’horror (Y2K, The grudge), dei cinecomic (Madame Web) e del thriller (Saltburn), oltre che dell’animazione (Red della Pixar) e del teen drama (il nostrano Un anno di scuola, presentato a Venezia 82).

Piuttosto che sull’ambientazione, un certo grado di nostalgia per gli inizi del nuovo millennio emerge in altri contenuti che ne richiamano il mood e ne ricalcano forme narrative ed estetica. Basti pensare a The Pitt, la serie tv fresca della vittoria agli Emmy, che mescola ideologicamente due prodotti seminali della televisione americana di quegli anni: il medical drama di E.R. – Medici in prima linea – con cui tra l’altro condivide lo stesso protagonista, Noah Wyle – e la struttura di 24, l’action-thriller dove ogni episodio era un’ora nella vita di Jack Bauer (Kiefer Sutherland) e ogni stagione una giornata. I remake/sequel di Una mamma per amica (2016), Gossip Girl (2021) e di Cruel Intentions (2024) rientrano nella stessa categoria, così come certi teen drama (Outer Banks, eco di The O.C. e Dawson’s Creek, o Mercoledì) e gli annunciati reboot di Buffy l’ammazzavampiri  – guidato dalla stessa interprete di Buffy, Sarah Michelle Gellar, e dalla regista premio Oscar Chloé Zhao – e di Harry Potter. 

Non che il cinema sia da meno: saghe come Scream sono ancora fortemente debitrici del look e dello stile che hanno reso famosi e popolari i loro primi capitoli, mentre di recente sono tornati nelle sale sia Mean Girls che Bridget Jones – rispettivamente con un remake e un sequel (il quarto) -, entrambi apprezzati e dal buon successo commerciale, grazie proprio al fattore nostalgia evocato negli spettatori. Le rom com “vecchio stampoâ€, inoltre, stanno vivendo un periodo particolarmente florido, tra i grandi successi di Tutti tranne te – che ha lanciato la coppia Sydney Sweeney/Glen Powell – o di The Idea of You (con Anne Hathaway) e la nascita della prolifica partnership Adam Sandler/Netflix.

Non si tratta solo di tentativi di attirare il pubblico affezionato, bensì di una conseguenza più meno indiretta di due fattori: da una parte il clima politico attuale, orientato ora più che mai verso idee conservatrici più affini a certi tipi di racconto e di personaggi, frutto di un’epoca “anti-woke†dove movimenti come il MeToo o il Black Lives Matter ancora non esistevano e dove non ci si preoccupava troppo dell’inclusività. Dall’altra la progressiva trasformazione delle piattaforme di streaming, che con poche eccezioni (Apple TV+ su tutte), assomigliano sempre di più ai network televisivi tradizionali, con un vero e proprio palinsesto dove coesiste ogni tipo di contenuto.

Su Netflix – ma anche su Prime Video e Disney+ – oggi trovano spazio di tutto:  dalla quality tv di Baby Reindeer e Adolescence al reality show di Squid Game, dalla serie true crime alle stand-up comedy, dal film d’autore (A House of Dynamite, Frankenstein) che il thriller erotico più becero (365 giorni). Non ci si dovrà stupire, dunque, se anche un periodo burrascoso come gli inizi del 2000 verrà rivisitato e rielaborato sempre più spesso e con più indulgenza. Perché ogni nicchia di spettatori deve essere accontentata, anche i nostalgici.

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Data articolo: Sun, 30 Nov 2025 14:00:52 +0000
james cameron
Avatar 3: le previsioni per il box office

Si parla di circa 110 milioni per il primo weekend, meno di Avatar 2 ma più del primo, che rimane il maggiore incasso della storia; intanto Cameron rimane fuori da molte regole dei blockbuster moderni

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Tra i film in uscita alla fine di questo 2025, il più atteso non può che essere Avatar: fuoco e cenere, terzo capitolo della saga di James Cameron in arrivo tre anni dopo La via dell’acqua, nonostante siano stati girati in contemporanea. Con l’uscita ormai vicina (17 dicembre in Italia e 19 dicembre negli Stati Uniti) Deadline ha riportato le iniziali proiezioni degli incassi per questo ultimo capitolo.

Si parla di un weekend di apertura tra i 100 e i 130 milioni di dollari, solo negli USA e in Canada. Per compararlo con i suoi predecessori, nello stesso lasso di tempo il primo Avatar ottenne 77 milioni, mentre La via dell’acqua arrivò a 134 nel primo weekend. Poi diventarono rispettivamente il primo e il terzo maggiore incasso cinematografico di sempre. Il successo del primo capitolo, seppure senza precedenti, fu coerente con il suo lato di spettacolo rivoluzionario in quanto a tecnologia e puro stupore visivo, se non narrativo. Sembrò più difficile ripetere il colpo una seconda volta, e la formula di Cameron fu identica: innovazione tecnologica (l’acqua in CGI, una delle cose più difficili da replicare) e uno spettacolo visivo e sensoriale unico. Questa volta la riuscita commerciale, quasi pari al primo film, sembra per certi versi più sorprendente. Infatti, rispetto alla norma delle grandi produzioni di Hollywood, la saga di Avatar è rimasta un po’ un caso a parte.

Nei tredici anni tra il 2009 e il 2022 il mondo dei blockbuster si era assestato con i grandi universi narrativi sulla scia della Marvel, film tratti da proprietà intellettuali e franchise preesistenti. In questo ambito oltre agli incassi cinematografici contano quelli del merchandising e le miriadi di spin-off e prodotti collaterali, tutti inseriti in grandi strategie di marketing. L’opera di James Cameron invece non rientra totalmente in questa logica, in primis perché il primo film veniva da un’idea originale del regista, che tuttora ne detiene personalmente i diritti. I prodotti in altri media (fumetti, videogiochi ecc.) sono comunque arrivati, ma non si è mai raggiunta la capillarità dell’oggettistica derivata, per esempio, da franchise come Star Wars e l’MCU. C’è anche un discorso da fare sugli attori: il protagonista Sam Worthington non è mai diventato una grande star, e la saga in generale non ha puntato molto su cast pieni di grandi nomi, ingrediente spesso fondamentale per garantire grandi incassi.

Di recente Cameron ha dichiarato che, se Fuoco e cenere non avesse il successo sperato, sarebbe pronto a rinunciare a realizzare i capitoli successivi della saga (ne sono previsti almeno due). Ovviamente la questione dipende anche dal costo produttivo di questi film, che non è stato rivelato ma per cui si ipotizzano cifre come 460 milioni per il secondo capitolo e 250 per il terzo. Non vengono considerati, tra l’altro, i costi di marketing, che alzano di molto l’asticella degli incassi da superare per ottenere un profitto. Per i motivi già detti, la saga è un po’ un unicum nel panorama odierno dei blockbuster, e perciò non è così sicuro che il terzo capitolo recuperi l’enorme quantità di denaro necessario. La strategia non sembra molto cambiata da Avatar 2, con la differenza che questa volta sono passati solo tre anni invece che tredici, per cui non c’è la stessa attesa del pubblico. Ma visti i precedenti, non è nemmeno da escludere che Cameron sorprenda tutti ancora una volta.

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Data articolo: Sun, 30 Nov 2025 11:00:01 +0000
streaming
Perché Spotify aumenta ancora il prezzo del Premium?

Gli aumenti di prezzo delle piattaforme streaming non sono più delle novità, ma un disegno preciso delle aziende che giocano sulla fedeltà ottenuta dai clienti e sulla loro (falsa) indispensabilità

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Spotify sta per aumentare di nuovo i prezzi, per quanto riguarda il mercato americano agli inizi del 2026. È facile però intuire, come accaduto anche per le altre occasioni, che solo con qualche mese di ritardo l’aumento dei prezzi arriverà anche in Europa e nel resto del mondo. Principalmente si parla del piano Premium Individual, attualmente a 11,99 dollari negli USA, che dovrebbe aumentare di un singolo dollaro ma che è destinato a fare tutta la differenza del mondo.

Secondo il Financial Times infatti, con una mossa del genere la società, in continua crescita negli ultimi anni, con aumento notevole degli abbonati e delle azioni, se tutti gli utenti abbonati Premium restassero sulla piattaforma nonostante il rincaro, Spotify incrementerebbe il suo fatturato annuo di 500 milioni di dollari. Guadagni sempre più grandi, richiesti esplicitamente dalle case discografiche, in un mercato quello musicale che mai prima d’ora è stato in tale crisi. Ed è risaputo poi, che gli artisti attraverso Spotify e altre piattaforme streaming musicali guadagnano ben poco.

Allora a chi fa comodo questa mossa aziendale dell’aumento del prezzo? Può davvero aiutare il mercato musicale? Farà guadagnare meglio gli artisti? Purtroppo, cercando di vederla nel modo più freddo possibile, il rincaro fa comodo solo a Spotify stessa, che vedrà il suo fatturato aumentare. I clienti invece, semplicemente pagheranno di più un servizio che fino a poco prima costava meno. È una mossa che abbiamo già visto, più volte, anche su altre piattaforme come Netflix, Disney+ e compagnia. Gli artisti invece, se non sono tra i più blasonati, capaci di collezionare milioni di stream ad ogni canzone, non saranno in alcun modo aiutati, se il sistema rimane lo stesso.

Questa inflazione nelle piattaforme streaming va avanti da anni, in modo abbastanza silenzioso e senza troppi scossoni mediatici. Ma a conti fatti, prendendo Netflix ad esempio, anni fa prometteva un costo accessibile, condivisione dell’account, buona qualità e nessuna pubblicità. Oggi se il cliente vuole gli stessi privilegi pagherebbe il doppio, se non di più. Se invece volesse pagare meno, andrebbe incontro a pubblicità e una qualità più scarsa. Il problema vero è che attualmente il pubblico è fin troppo abituato alle comodità dello streaming, che non è più solo serie tv e musica, ma anche il calcio e altri sport con DAZN. L’idea di queste aziende era di rendersi indispensabili agli occhi del pubblico, ormai ben accomodato, e ci sono riuscite con metodi che somigliano a dei ricatti.

Gli artisti musicali in tutto ciò si ritrovano a vedere i loro guadagni sempre più ridotti. Di fatto, i soldi dell’abbonamento di Spotify sono utili a pagare un accesso libero ai contenuti musicali e podcast presenti nella piattaforma. In poche parole, non si stanno pagando direttamente gli autori di quei contenuti. Scelta differente invece quella di Tidal, che nonostante un catalogo ridotto rispetto a Spotify, non solo offre una qualità audio maggiore, ma promette royalties migliori agli artisti. Soundcloud invece offre agli artisti la libertà di autodistribuirsi e pubblicizzarsi, nonché un contatto diretto con il proprio pubblico e la possibilità di comprare i singoli brani. In modo simile, con il sistema pay what you want, i Radiohead con In Rainbows  su Bandcamp avevano dato libertà ai compratori la decisione sul prezzo del disco, direttamente dal loro sito. Anche Spotify adotterà questi sistemi o continuerà solamente ad aumentare i prezzi?

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Data articolo: Sun, 30 Nov 2025 09:00:53 +0000
valve
HORSES: perché Steam ha censurato il gioco di Santa Ragione

L'opera della software house indipendente italiana è stata bandita dalla piattaforma statunitense, rea di aver inserito dei contenuti che violerebbero le sue linee guida

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HORSES, il nuovo gioco della software house indipendente italiana Santa Ragione, è stato rimosso da Steam (la principale piattaforma per la vendita e la distribuzione dei videogiochi su PC) in seguito ad una valutazione – a opera dello stesso sito – che bollava il prodotto come avente dei “contenuti che sono palesemente offensivi e mirano a scioccare o disgustare il consumatore.â€

La decisione di Valve (l’azienda statunitense sviluppatrice di Steam), comunicata allo studio di sviluppo con base a Milano nel giugno del 2023, pur non precludendo del tutto l’accesso al gioco – che ha potuto comunque contare sulla pubblicazione presso altre piattaforme (GOG.com, Epic Games Store, Itch.io) – ha però assunto la connotazione di condanna una volta considerata la posizione occupata da Steam nel mercato videoludico attuale: il portale detiene infatti circa il 75% del volume di mercato su PC, rendendo di fatto impossibile per una casa indipendente la sostenibilità economica senza il supporto del sito.

Entrando maggiormente nel merito della questione, è però doveroso specificare di cosa tratta precisamente HORSES e quali sono gli elementi che – presumibilmente – hanno provocato maggior sconcerto all’interno del team di valutazione di Steam, conducendolo alla decisione di censurare il gioco. L’opera si sviluppa come un’avventura interattiva con visuale in prima persona intervallata da brevi segmenti in live action, dove si vestono i panni di Anselmo, un giovane ragazzo che decide di trascorrere l’estate lavorando in una fattoria del suo paesino natale. Dopo una prima parte nella quale si viene introdotti all’ambiente di gioco (raffigurato in bianco e nero), il protagonista (e, di riflesso, il giocatore) viene a conoscenza della realtà disturbante che si cela dietro di esso: una mandria di cavalli composta non da animali, bensì da esseri umani completamente nudi (censurati tramite effetto pixel) con indosso soltanto una maschera da equino, tutti rinchiusi all’interno di un recinto.

Horses

Al di là dell’evidente setting distopico nel quale ha luogo la vicenda, HORSES intende affrontare delle tematiche specifiche che hanno spesso a che fare con istituzioni quali la famiglia e la religione, come spiegato anche dagli stessi sviluppatori: “È un videogioco che parla del peso dei traumi familiari e dei valori puritani, delle dinamiche del potere totalitario e dell’etica della responsabilità personale. Utilizza un immaginario grottesco e sovversivo per opporre il potere, la fede e la violenza.â€

Sicuramente il linguaggio adottato da Santa Ragione nella sua creazione più recente è estremo e provocatorio, ponendolo in relazione – non soltanto per affinità stilistiche, ma anche per le vicende legate alla censura – con opere celebri del cinema d’autore italiano come Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pasolini o Totò che visse due volte di Ciprì e Maresco, ma la quantità e l’entità delle sequenze scioccanti di HORSES non risulta a prima vista maggiore rispetto a quella di altri videogiochi presenti su Steam, come ad esempio la serie horror di Outlast o il capitolo più snuff della produzione di Rockstar Games, ovvero Manhunt, uscito originariamente nel 2004.

Nella valutazione fornita da Steam a HORSES, si leggono le seguenti parole: “Anche se cerchiamo di pubblicare tutti i giochi che ci vengono inviati, riteniamo che questo titolo includa tematiche, immagini o rappresentazioni che non intendiamo distribuire. Al di là delle intenzioni dello sviluppatore per il prodotto, non distribuiamo contenuti che, secondo il nostro giudizio, rappresentano condotte sessuali che coinvolgono minori. Anche se ogni prodotto è unico, se il vostro prodotto include rappresentazioni di questo tipo – anche in maniera sottile in una Ê»zona grigiaʽ – sarà respinto da Steam.â€

HORSES screenshot

Il problema è che di situazioni simili a quelle descritte dal team di revisione non se ne trovano nel gioco, lasciando ancor più basiti gli sviluppatori riguardo alla decisione finale presa dalla piattaforma statunitense. Come se non bastasse, se Santa Ragione non dovesse riuscire a ripagare l’investimento iniziale e a raggiungere le 10.000 – 20.000 copie vendute per restituire i soldi ai sostenitori, sarà costretta a chiudere i battenti, rendendo di fatto definitiva la beffa subita da Steam.

Questo il commento finale della software house: “Santa Ragione è profondamente grata ai giocatori che ci hanno supportato negli ultimi 15 anni, e li incoraggiamo a continuare a supportare i lavori sperimentali, che sono sempre più minacciati dalle attuali dinamiche del mercato. Siamo grati alle altre piattaforme di distribuzione per la curatela di un panorama che protegge le produzioni culturali e sperimentali, oltre che per aver accolto HORSES. Oltre a non offrire modalità d’appello e opportunità di compliance, Steam ha smesso di emettere chiavi per gli sviluppatori indipendenti che non rispettano determinate soglie di vendita, limitando le possibilità di vendita alle terze parti e impattando retroattivamente sul nostro catalogo. In un monopolio de facto, decisioni opache come queste possono determinare rapidamente la fine di uno studio.â€

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Data articolo: Sun, 30 Nov 2025 08:00:06 +0000
Wagner Moura
La top 10 del 2025 dei Cahiers du Cinéma. In vetta Albert Serra

Primo posto per Pomeriggi di Solitudine di Serra, ma figura anche Nouvelle Vague di Linklater, l'omaggio che poteva andare di traverso. Ecco l'attesa classifica del 2025

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Fin dalla sua creazione nel 1951, con poche eccezioni, la classifica dei migliori film dell’anno dei Cahiers du Cinéma non è mai mancata, e ha confermato uno spirito di resistenza, di presa di responsabilità, ma soprattutto di amore. Ogni anno si ritrovano gli affetti autoriali della redazione, i feticci e le simpatie, che da sempre costituiscono una bolla, un mondo parallelo che tutto fa tranne che lasciarsi erodere dal tempo che passa. Ed è il mondo unico dei Cahiers, nonostante gli ultimi anni turbolenti.

Quest’anno in cima alla lista si trova Pomeriggi di Solitudine, Concha de Oro al Festival del cinema di San Sebastiàn, che segue Andrés Roca Rey, vera e propria star della tauromachia, in vari suoi eventi, soffermandosi sull’aspetto ritualistico e strutturale della sua vita. Per Albert Serra, di cui si può trovare una lunga intervista sul numero 17 di Sentieriselvaggi21st, si tratta della seconda volta in cima in tre apparizioni nelle classifiche della rivista, dopo il 2022 per Pacifiction. A seguire, Una Battaglia Dopo L’altra di Paul Thomas Anderson, l’instant-classic dell’anno che ha acceso dibattiti culturali a tutto tondo negli USA e oltre. Il film è l’unico della lista a non essere passato per festival, avendo prediletto un rilascio diretto in sala.

Soffermandosi sui movimenti dei film, ben sette della lista sono passati per Cannes. I due nella competizione principale, O agente secreto e Nouvelle Vague, si sono piazzati rispettivamente al quarto e all’ottavo posto. Il thriller politico di Kleber Mendonça Filho è uno dei due film brasiliani nella lista (insieme a O Riso e a Faca di Pedro Pinho, co-produzione di Portogallo e Brasile) e si è aggiudicato il maggior numero di premi a Cannes con Miglior Attore (Wagner Moura), Miglior Regista, Art House Cinema Award e il FIPRESCI al miglior film. Nouvelle Vague, invece, era uno dei motivi per attendere la classifica dei Cahiers du Cinéma di quest’anno. Un film che va a mettere in scena i padri fondatori della rivista, anche con la pretesa di restituirli con verosimiglianza; ci si aspettava indubbiamente una reazione radicale, in una direzione o nell’altra.

Tra gli altri titoli pescati dalla Quinzaine di Cannes di quest’anno si trovano il piccolo gioiello di Christian Petzold Miroirs No. 3, seguito da Yes di Nadav Lapid (che già presenziava nelle classifiche dei Cahiers con il terzo posto nel 2019 di Synonymes). Da ACID Cannes, sezione che celebra l’audacia e la diversità del cinema indipendente, figurano L’Aventura di Sophie Letourneur e Laurent dans le vent di Anton Balekdjian, Léo Couture e Mattéo Eustachon. Invece, 7 promenades avec Mark Brown di Pierre Creton e Vincent Barré esula dal celebre festival, essendo passato al FIDMarseille nel 2024 (è stato poi rilasciato quest’anno).

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Data articolo: Sat, 29 Nov 2025 18:13:10 +0000
Palermo
Efebo d’Oro 2025 – Masterclass con Benni Atria

In occasione della 47a edizione del festival palermitano, il montatore racconta il suo percorso, tra analogico e digitale e il montaggio come esclusione

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Siamo stati alla masterclass tenuta dal montatore Benni Atria in occasione della 47a edizione dell’Efebo d’Oro, che quest’anno gli assegna il Premio Mestieri del Cinema – Città di Palermo. A introdurre l’incontro sono stati Marco Battaglia e il direttore del festival Alessandro Rais, passando poi la parola ad Atria, che ha aperto il dialogo raccontando i suoi inizi, quando si avvicinò per la prima volta al lavoro del montatore.

“Credo che sia avvenuto in un momento in cui avevo pochissima consapevolezza di qualunque cosa. Incontrammo Michele Mancini, che qui a Palermo apriva un laboratorio cinematografico, e ci fu subito una forte attrazione per quel luogo. Non ero particolarmente cinefilo né avevo una grande cultura cinematografica. E parliamo dei primi anni Ottanta, quando si lavorava ancora con la moviola: uno strumento meccanico e pesantissimo che gli operai arrivati da Roma faticarono non poco a portare dentro il laboratorio, perché nessuno in città sapeva come manovrarlo. Ai miei occhi apparve come uno strumento misterioso, un tramite che alimentava la mia curiosità verso il cinema. È stato un movimento contrario: la mia passione per il linguaggio cinematografico è nata casualmente, attraverso un incontro fortuito con una persona straordinaria”

Montatore castelvetranese, Benni Atria esordisce negli anni Ottanta come assistente, per poi affermarsi lavorando accanto ad autori come Bernardo Bertolucci, Marco Bellocchio, Gianni Amelio, fino alle collaborazioni più recenti con Emma Dante, Michelangelo Frammartino e Daniele Vicari. Vince il Nastro d’Argento e il David di Donatello per il miglior montaggio con Diaz – Don’t Clean Up This Blood e successivamente un altro Nastro d’Argento con Le Sorelle Macaluso nel 2021. Si aggiudica anche un EFA per il sonoro de Il buco. Accanto al lavoro in sala, Atria insegna montaggio presso la  Scuola di Cinema Gian Maria Volonté.

Proseguendo con il suo racconto, il montatore torna ai giorni del laboratorio cinematografico: “In quel contesto fuori dall’ordinario, improvvisamente mi nasceva una curiosità che passava attraverso lo strumento, la macchina. Quello strano attrezzo in cui la pellicola scorreva. Guardarla passare era come vedere un treno, proprio come disse una volta mio figlio da piccolo. Il treno che dà inizio al cinema dei fratelli Lumière”.

Durante la masterclass Atria ha attraversato aneddoti e ricordi del suo percorso professionale, dagli anni come assistente al fianco di montatori esperti fino ai primi incarichi più di rilievo: «A un certo punto iniziai a fare l’assistente ai montatori che conoscevo, e cominciai a essere agganciato a film importanti. Mi chiamavano come rinforzo, è successo anche per Diavolo in corpo di Marco Bellocchio. Il montatore era Mirco Garrone”. Davanti a un pubblico composto in gran parte da studenti del Centro Sperimentale ha assunto naturalmente il ruolo dell’insegnante, stimolando il dialogo con una domanda semplice: “che cos’è per voi il montaggio?”

Da qui si è aperto un lungo scambio tra approcci tecnici e riflessioni personali, che Atria ha intrecciato con esempi concreti del suo lavoro, come Le quattro volte. Su quel film ha spiegato: “Il montaggio non era affatto visibile, non era un montaggio che si notava. Era completamente diluito nella narrazione. In quel film, il montaggio era il film”. E ancora, ampliando la sua visione: “Il montaggio è esclusione. Il montaggio è nascondimento: quello che non c’è più. Si definisce per ciò che è stato tolto. Ogni scarto nel cinema, e ai tempi dell’analogico lo era molto di più, perché quei mazzi di pellicola li avevamo davanti agli occhi, aveva una sua fisicità.»

La masterclass ha toccato anche il confronto tra analogico e digitale, due modalità di lavoro che Atria non contrappone in termini nostalgici ma come trasformazioni del lavoro del montatore. Ha parlato poi del suo lavoro come sound designer, di come immagine e suono non siano mai elementi separati. L’incontro si è concluso col momento delle domande, e qualcuno dal pubblico ha chiesto quali consigli darebbe a chi vuole avvicinarsi al montaggio. Il montatore ha risposto con sincerità: “Non ho certezze. Mi sono fatto dei punti di vista, nel tempo e nella mia carriera. Sono arrivato a provare quello che ho capito. A volte non riesco a dare forma teorica a cose che faccio con naturalezza”.

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Data articolo: Sat, 29 Nov 2025 16:56:16 +0000
le macchine parlanti di luciano pituello
DOCUSFERA #5 – Incontro con Francesco Clerici

Dopo la proiezione di Le Macchine Parlanti di Luciano Pituello, il documentarista milanese ha tracciato il suo percorso creativo, dall'eredità delle voci a come si vive di documentario oggi

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In vista del passaggio al 50° Laceno d’Oro per il suo ultimo film, La femme qui marche, Francesco Clerici ha dato il via all’ultimo weekend di DOCUSFERA #5 incontrando pubblico e redazione di Sentieri Selvaggi. Prima e dopo l’incontro sono stati proiettati rispettivamente Le macchine parlanti di Luciano Pituello, un autoritratto in 13 parti scandito da musica e canto tra Ottocento e Novecento, e Da soli insieme, racconto formalmente schizofrenico dell’archivio di via Lazzaro Palazzi attraverso il materiale al suo interno.

La prima delle questioni per un autore così inserito nel circolo delle committenze italiane riguarda proprio le possibili modalità lavorative del documentarista. “Io sono stato molto fortunato nelle committenze“, esordisce Clerici. “Mi hanno sempre lasciato molto spazio, quantomeno per convincerli che si potevano fare le cose in modo diverso. Il paradosso è che le operazioni più estreme le ho fatte per committenza, vedi Da Soli Insieme. Dipende tutto da che committenze sono, io vedo il rapporto con loro come una formazione reciproca“. Ha poi spiegato che, da un lato, il vantaggio di aver lavorato sempre in direzioni lontane da certe logiche e compromessi lo ha facilitato, poiché la committenza ha sempre saputo chi andava a scegliere per il lavoro. D’altro canto, continua Clerici, in questo modo ha sempre lavorato a basso budget, per quanto ciò lo abbia aiutato ad avere più indipendenza creativa.

Le opere del documentarista milanese sembrano seguire due linee parallele: da un lato la video-arte, gli spazi espositivi, dall’altro i circuiti festivalieri. E non sempre ciò che nasce in un modo è destinato a vivere come tale. “La prima cosa che chiedo quando faccio i laboratori all’università è «questo lavoro per cosa è pensato?». È un reel, una serie di puntate per YouTube, qualcosa per una mostra, e in caso quale mostra… ciò non vuol dire limitarsi solo a quello, bensì avere un ideale, e poi pensare sempre almeno a un’altra possibilità. La cosa che non deve cambiare è la bolla etica-estetica. Ci possiamo adattare formalmente, ma non dobbiamo fare compromessi sullo sguardo.

Un altro nodo delle opere di Clerici riguarda il sonoro. In molti dei suoi lavori le voci si sovrappongono, si fondono e confondono in un brusio corale, un esempio fra tanti proprio Da soli insieme. “Il lavoro sulle voci me lo porto dietro da tanto. In Da Soli Insieme è il gruppo a parlare per ricostruire il periodo storico, e funzionava per evitare gelosie, per dare un equilibrio, mentre in La femme qui marche, il mio ultimo lavoro, i volti non si vedono perché non possono essere mostrati. Quindi è interessante come un elemento, se spostato in un lavoro differente, diventi qualcos’altro. Il riciclo è anche di idee, che in contesti diversi diventano idee diverse“. Poco dopo, ha aggiunto che questo principio lo sta avvolgendo anche nel montaggio, dichiarando che di recente ha più volte montato le sue riprese come se fossero immagini d’archivio, donando a quelle immagini una maggiore apertura e libertà.

Per il cineasta, il montaggio è evidentemente un processo fondamentale. Spesso i suoi collaboratori, tra cui i montatori, firmano la co-regia dei suoi documentari. “Io sono abbastanza convinto che un buon 90% dei montatori di documentario ne faccia anche la regia in un certo senso. Ogni co-regia alla fine è anche una forma di riduzione dell’ego, confrontarsi non fa mai male, soprattutto ai registi.” In conclusione, ha affermato: “Questo è fondamentale soprattutto nel documentario: è importante aprirsi a un processo continuo di apprendimento, mentre nella finzione puoi partire con le idee chiare e seguirle fino alla fine. Di fatto, nei miei film anche chi è davanti a me è un po’ regista, perché io non do mai indicazioni precise. Quello che mi regalano è tutto loro, non mi sento mai padrone dell’immagine. Sono il primo spettatore di qualcosa che voglio condividere con gli altri“.

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Data articolo: Sat, 29 Nov 2025 14:40:21 +0000
violent bufferflies
RIFF 2025 – Ecco tutti i vincitori

Il Festival del cinema indipendente di Roma annuncia i premi della 25ª edizione. Trionfano E se mio padre di Solange Tonnini e Violent Butterflies di Adolfo Dávila

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Si conclude il RIFF – Rome Independent Film Festival 2025, che vanta la direzione artistica del Premio Oscar Paul Haggis, il quale, raccogliendo il testimone dal fondatore Fabrizio Ferrari, ha contribuito a consolidare la vocazione del festival nel promuovere nuove visioni e linguaggi innovativi. Quest’anno come non mai ha guardato al futuro, concentrandosi su sguardi emergenti, sulla sfida dell’AI e su numerosi focus dedicati alla scrittura cinematografica. Una programmazione che ha compreso oltre ottantotto opere in anteprima italiana, tra lungometraggi, documentari, cortometraggi, film di animazione, progetti sperimentali e produzioni realizzate con l’intelligenza artificiale. La giuria composta da Barbara Busso, Giancarlo Chetta, Gabriele Ciampi, Mario Colamarino, Enzo d’Alò, Ben Minot e Maria Teresa Monaco ha decretato i vincitori.

Ecco tutti i premi:

Miglior Lungometraggio Italiano 

E se mio padre di Solange Tonnini, nel cast Massimo Ghini e Claudia Gerini, le motivazioni del premo sono: “Per la sensibilità con cui affronta il momento fragile e universale in cui l’infanzia si incrina: la scoperta, da parte di una bambina, della doppia vita del padre. Il film, che a una prima impressione richiama il tono agrodolce della tradizione italiana, rivela invece una sorprendente profondità grazie alla regia delicata e attenta e a un cast straordinario, capace di restituire sfumature emotive rare. La qualità delle interpretazioni, guidate con notevole maestria, conferisce al film una forza narrativa che tiene lo spettatore avvinto e rende questa storia intima e attuale un prezioso contributo al cinema contemporaneo.â€

Menzione Speciale per i lungometraggi italiani

6:06 di Tekla Taidelli, presentato alla 82a Mostra del Cinema di Venezia, che la giuria ha considerato “un road movie intimo e coinvolgente, sostenuto da una sceneggiatura capace di trasformare un viaggio reale in un percorso di autentica redenzione. I due protagonisti regalano interpretazioni sincere e profonde, valorizzate da una regia attenta alle sfumature emotive.â€

Miglior Lungometraggio Internazionale

Violent Butterflies di Adolfo Dávila(Messico), di cui la giuria ha apprezzato “l’audacia con cui intreccia riflessioni etiche e tensione narrativa, trasformando l’incontro tra Viktor ed Eva in una potente metafora di metamorfosi personale e morale. Il film indaga con sensibilità la frattura tra principi individuali e sistemi di giustizia, offrendo allo spettatore un racconto vibrante capace di generare interrogativi profondi. Violent Butterflies si afferma così come un lavoro coraggioso e coinvolgente, in grado di restituire al cinema il valore degli ideali e della loro difficile difesa.â€

Miglior Lungometraggio LGBT

Eva di William Reyes(Honduras/Colombia)

Miglior Documentario Italiano

Arte Sciopero di Luca Immesi, la giuria premia quest’opera per “la capacità di unire impegno civile e forza visiva in un racconto incisivo e necessario. Attraverso uno sguardo rigoroso e profondamente umano, il documentario mostra come l’arte possa diventare strumento di resistenza e cambiamento sociale. Un’opera essenziale, potente e attuale.â€

Miglior Documentario Internazionale 

Stop Killing Our Women di Marco Venditti (Papua Nuova Guinea), la giuria riconosce “un’opera che riesce a trasformare dati, storie e ferite in un racconto cinematografico che colpisce con precisione e umanità. Venditti costruisce un film che non si limita a denunciare, ma invita a comprendere le radici culturali e sociali della violenza, offrendo uno sguardo lucido e rispettoso sulle vite segnate da questa tragedia. Un lavoro che mette lo spettatore di fronte a una responsabilità collettiva, ricordando che il cambiamento è possibile solo attraverso l’ascolto e la consapevolezza.â€

Premio Rai Cinema Chanel al miglior cortometraggio italiano

La Talpa di Marco Santoro

Menzione Speciale per i cortometraggi italiani

Gonfiami di Iacopo Zanon

Premio Corti Animazione

Rukeli di Alessandro Rak

Premio al Miglior Corto Internazionale

Sága di Maïlys Gelin & Clément Grosdenier (Francia)

Premio Corti Intelligenza Artificiale

Animalz – Part One di Simone Bocchino e Luca Ontino

Premio al Miglior Corto Studenti 

(In)Visible di Sam Joseph(UK)

Il Premio al Miglior Soggetto di Serie

L’appartamento sold out di Gianni Cardillo e Francesco Apolloni

Premio al Miglior Soggetto per un Lungometraggio

Operazione Fuo.Co.di Federica Angelini, la motivazione è “per aver saputo convogliare le speranze dei giovani delle periferie, in un progetto di lotta cittadina che coinvolge un’intera comunità, riscrivendo in tal modo l’immagine di ragazzi troppo spesso associati a superficialità e violenza.â€

Premio alla Miglior Sceneggiatura per un Cortometraggio

L’alfabeto bianco di Massimo Saverio Maida

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Data articolo: Sat, 29 Nov 2025 12:30:32 +0000
torino jazz festival
Just Play and Never Stop, di Jonny Costantino

Volti e corpi di grandissimi artisti (Mitchell, Zorn, Gustafsson) che si sono esibiti al Torino Jazz Festival, un viaggio sensoriale alla ricerca del proprio suono. Questa sera a Sentieri Selvaggi

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In apertura di Just Play and Never Stop, il film che proietteremo stasera per DOCUSFERA, un primissimo piano del leggendario Roscoe Mitchell domina l’inquadratura. Fuoricampo risuonano delle percussioni che mutano velocemente, sembrerebbe un soundcheck. Lo sguardo di Mitchell vaga. Si può leggere l’intera storia del jazz in un volto? Si chiede e ci chiede una didascalia. È il livello di partenza della stratificazione messa in atto dal documentario di Jonny Costantino, che comincia subito la sua cavalcata attraverso visi e corpi di grandissimi artisti, che si sono esibiti al Torino Jazz Festival tra il ’23 e il ’24. Il volto di Roscoe Mitchell si sovrimpone e poi lascia il campo al sadico sax di Mats Gustafsson. Qual è il punto in cui la tortura diventa splendore?

In una cascata di note e dissolvenze incrociate si snodano i 13 capitoli di Just Play and Never Stop. La messa in scena del film, che attraversa le note e le esibizioni di grandissimi nomi del jazz del passato e del presente che si susseguono, da Peter Brötzmann (a cui è dedicato il film ed è dovuta la paternità del titolo del film) a John Zorn, da Shabaka Hutchings a Eric Mingus e molti altri, si arricchisce di interviste frontali e sporadici materiali d’archivio. Il corpo rimane sempre il centro dell’inquadratura e dell’intero documentario. D’altronde è lo stesso Stefano Zenni, direttore del Torino Jazz Festival, a ricordarci come il jazz, ma la musica in generale, sia nata con il preciso scopo di far muovere i corpi. Quando il suono prende possesso del corpo, ecco che qualcosa accade. “Se davvero ascolti te stesso, cosa davvero ti muove e risuona in te, puoi andare avanti senza fine e tutto diventa più forteâ€, ci dice Marta Warelis nel secondo capitolo del film, Becoming sound.

Come il jazz gioca con questo esserci, anche il documentario non si esaurisce in quel dato luogo e quel dato tempo. Just Play and Never Stop utilizza le sue essenziali modalità di messa in scena come degli strumenti musicali, diventa tutt’uno con esse e si spinge oltre. I primi piani, le interviste e le didascalie giocano tra di loro in un flusso continuo di dissolvenze incrociate. Jonny Costantino concerta questi quattro elementi, li esplora e li conosce, scoprendone sempre delle sfumature diverse: quattro note che si combinano in infinite combinazioni. In questo processo continuo e senza fine, anche la forma più fissa nel suo profondo, muta.

In un volto, in una ruga, ma anche in un solo suono è allora possibile cogliere l’intera storia del Jazz, purché sia un tutt’uno con il suo esecutore. “Quando scopri il tuo suono, allora hai un mondo di possibilità tra cui scegliere. Perché siamo tutti diversiâ€, ci indica la via Roscoe Mitchell. È qui che risiede la vitalità del Jazz e del documentario di Jonny Costantino, sempre pronti a immergersi in sé stessi senza paura dell’abisso che gli si spalanca davanti. A un certo punto, viene chiesto a Ndoho Ange se fosse in trance durante la sua performance. Risponde di non saperlo. Spinta però dal grande percussionista Hamid Drake (“Of course she was!â€), racconta la sua esperienza. Dopo essersi rotta la schiena, nonostante un male tremendo, torna sul palco. Chiede a sé stessa di danzare e abbracciare il proprio dolore: “Ho sperimentato gioia per la prima volta nella mia vitaâ€. Ndoho Ange aveva trovato il suo suono.

Proiezione questa sera a Roma alle h 18 da Sentieri Selvaggi, via Carlo Botta 19, per DOCUSFERA, con intro del regista e di Stefano Zenni, direttore del Torino Jazz Festival – PRENOTATI QUI

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Data articolo: Sat, 29 Nov 2025 08:00:32 +0000
wicked
Le prime previsioni di Variety sugli Oscar 2026

Dai dibattiti sul destino di Wicked: For Good, No Other Choice in ascesa, alle vittorie date per certe di Una battaglia dopo l'altra, la corsa agli Oscar è già molto discussa

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Anche quest’anno in attesa degli Oscar 2026 sono iniziate le previsioni su chi si aggiudicherà la celebre statuetta, tra film in ascesa, il ritorno del secondo capitolo di Wicked, animato da dibattiti social sul suo destino e la corsa per i candidati internazionali. Dopo la movimentata stagione dello scorso anno, che ha visto trionfare Anora in seguito agli scandali che hanno investito Karla Sofía Gascón, il colpo di scena ha reso ancora più imprevedibile a chiacchierata la corsa per la prossima edizione.

Non sono mancati infatti i primi dibattiti sui social, alimentati soprattutto dalle previsioni di Variety e dalla pubblicazione, mai avvenuta prima, da parte della Critics Choice Association della shortlist dei possibili finalisti. La classifica vede dominare Sinners, con ben 13 nomination. Oltre a sottolineare un’evidente qualità sotto diversi punti di vista, l’ascesa dell’opera di Ryan Coogler sembra rappresentare, nel suo eventuale successo, un caso interessante per un genere come l’horror, difficilmente accessibile agli Oscar, che già l’anno scorso avevano accolto The Substance, e anche stavolta utilizzato in chiave politica. A seguire F1, Frankenstein con Jacob Elordi che figura tra i favoriti come miglior attore e Wicked: For Good contano 9 menzioni ciascuno. Nel caso del musical, al centro di numerosi dibattiti, la certezza che sia dato per perso in realtà sembra vacillare non soltanto per la credibilità tecnica (il primo capitolo si era già aggiudicato gli Oscar come miglior scenografia e migliori costumi) ma anche per la forza delle due attrici, Ariana Grande e Cynthia Erivo come protagonista.

Se da una parte Sinners, distribuito nelle sale italiane lo scorso 25 aprile, sembrava già avere in pugno la corsa agli Oscar, nelle previsioni entrano anche film non ancora usciti, come il terzo capitolo di Avatar e l’ultima opera di Josh Safdie per A24 Marty Supreme. Non mancano tra i favoriti per le categorie principali Hamnet, Sentimental Value e in particolare Una battaglia dopo l’altra con un cast candidabile potenzialmente in toto composto da Leonardo Di Caprio, Regina Hall, Sean Penn e l’esordiente Chase Infiniti. Dai film dati per certi sembra vacillare Un semplice incidente, spodestato dopo le ultime presentazioni festivaliere da Park Chan-wook con No Other Choice. Considerando la riluttanza dell’Academy ad accettare più di un titolo straniero per la categoria come miglior film, bisognerà osservare il corso di entrambi. Per ora No Other Choice sembra essere in testa con un altra sorpresa che potrebbe essere Joachim Trier con Sentimental value.

Note dolenti di questi possibili Oscar 2026 potrebbero riguardare i pochi riconoscimenti per Hedda di Nia DaCosta (secondo le previsioni candidato solo per miglior colonna sonora) e delle esclusioni, reiterate per alcuni e non per altri. Si tratterebbe di Luca Guadagnino con After the Hunt. Dopo la caccia, che con il suo cast (Jiulia Roberts, Andrew Grafield e Ayo Edebiri) si era presentato come un film dal respiro internazionale. Altre esclusioni potrebbero riguardare due film legati dalla presenza di Emma Stone ovvero Bugonia di Lanthimos e Eddington di Ari Aster, che seppur al centro di una costante e discussa attenzione critica, non sembra riuscire mai ad accedere, forse anche volontariamente, tra i favoriti dell’Academy. Con le premiazioni dei Gotham l’1 Dicembre sarà possibile iniziare a tracciare una linea più precisa in merito alle candidature dei prossimi Oscar.

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Data articolo: Fri, 28 Nov 2025 18:15:00 +0000

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