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#film #cinema #recensioni #sentieriselvaggi.it
La star di The Mask è al centro di una teoria del complotto, scatenata dalla sua presenza giudicata anormale: infatti, dalle voci sembra che a ritirare il premio fosse Alexis Stone...
L'articolo Jim Carrey ai César 2026… o era un imitatore? proviene da SentieriSelvaggi.
Lo scorso 26 febbraio si è tenuta la 51ª edizione dei César Awards, che ha visto salire sul palco Jim Carrey per ritirare il suo César d’honneur e fare un discorso di ringraziamento in francese. Sentito, commosso e frutto di un grande studio della lingua e della dizione francese, ma forse tenuto da un’altra persona.
Infatti, girano voci secondo cui l’attore di The Mask e Sonic – Il film non sarebbe mai salito sul palco, e che al suo posto lo abbia interpretato la drag queen e trasformista Alexis Stone. C’è chi ha notato zigomi più marcati, o una linea degli occhi più rotonda, così come per il naso. A infittire le voci, i pezzi della probabile maschera indossata durante quella fatidica notte sui social della star del trucco.
A smentire la teoria del complotto, secondo il Guardian, è l’organizzatore della cerimonia, Gregory Caulier, sostenendo l’impegno dell’attore per ottenere una presenza impeccabile: “Fin dall’inizio, si è mostrato estremamente toccato dall’invito dell’Accademia. Otto mesi di discussioni continue e costruttive. Ha lavorato al suo discorso in francese per mesi, chiedendomi la pronuncia esatta di alcune parole“.
Questa vicenda di teorie del complotto è singolare, vista la carriera di Jim Carrey basata proprio sulla maschera e sullo stravolgimento – muscolare – del suo viso. Basti pensare a Il Grinch, Ace Ventura – L’acchiappanimali o a Scemo & più scemo, commedie nelle quali il suo corpo diventa strumento di narrazione e trasformazione.
Inoltre, questa non è la prima volta che una persona famosa viene accusata di essere stata clonata o impersonata da un sosia: la teoria del complotto di Avril Lavigne, sostituita dopo il primo album per problemi medici; o di Britney Spears, interpretata da una sosia dopo un eventuale incidente automobilistico. Per non parlare della teoria del complotto più recente, che vede Jeffrey Epstein e Ghislaine Maxwell liberi nel mondo mentre i loro sosia sono rispettivamente morto e incarcerata.
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Il nuovo direttore, che succede a Marcello Foti, ha dichiarato: "Non vedo l’ora di svolgere insieme un grande lavoro affinché il glorioso passato di questa Fondazione sia confermato in futuro"
L'articolo Tiziana Bianchi è il nuovo Direttore Generale del CSC proviene da SentieriSelvaggi.
Tiziana Bianchi è stata nominata Direttore Generale del Centro Sperimentale di Cinematografia dal Consiglio di Amministrazione della Fondazione Centro Sperimentale (presieduto da Gabriella Buontempo e composto da Pupi Avati, Mauro Carlo Campiotti, Giancarlo Giannini, Santino Vincenzo Mannino, Cristiana Massaro e Andrea Minuz). Gabriella Buontempo, Presidente del Centro Sperimentale di Cinematografia, ha dichiarato: “La nostra Fondazione contiene tante anime al suo interno, è un bene da proteggere e da migliorare perciò sono felice di essere affiancata da una nuova energia propositiva e positiva, fondamentale ai fini della realizzazione di nuovi importanti obiettivi comuni a tutte le aree del CSC, ad esempio il Festival internazionale dedicato agli studenti di cinema, i lavori per la riapertura del cinema Europa e i lavori in fase di realizzazione con il fondo PNRR che saranno una grande opportunità . É, dunque, un giorno importante per augurare un buon lavoro alla dottoressa Tiziana Bianchi”.
Bianchi, laureata in Economia e Commercio con indirizzo economico-aziendale, ha spiegato: “È un privilegio assumere questo ruolo. Lavorerò consapevole della storia e del valore del Centro Sperimentale di Cinematografia e delle professionalità presenti al suo interno. Non vedo l’ora di svolgere insieme un grande lavoro affinché il glorioso passato di questa Fondazione sia confermato in futuro. Mi rendo conto che il cambiamento possa creare delle incertezze ma uno dei miei propositi sarà garantire una continuità operativa con trasparenza e professionalità , cogliendo le sfide che questo momento storico ci sta offrendo. Sono certa che il lavoro di squadra ci consentirà di raggiungere insieme ogni traguardo”.
La carica di Direttore Generale ha durata di tre anni e può essere rinnovata per ulteriori due trienni successivi. Durante il saluto di benvenuto è intervenuto anche l’uscente Marcello Foti che ha dichiarato: “Sono legato affettivamente a questa istituzione e tornare nel 2025 a dare un contributo mi è sembrato doveroso in una realtà complessa e sfaccettata come la nostra istituzione, dove il risultato è collettivo come quello di un set cinematografico”.
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In occasione della serie Portobello, ripercorriamo la carriera di uno dei conduttori italiani più amati. Dietro la gentilezza dei modi, un militante per una televisione libera dal monopolio di stato
L'articolo Per una televisione indipendente: Enzo Tortora oltre lo scandalo proviene da SentieriSelvaggi.
Forse Enzo Tortora aveva proprio le physique du rôle della vittima. Alto, magro, sorriso bonario, volto disteso. Un insospettabile per gli italiani (quelli a cui stava simpatico) che hanno preso le sue difese e non hanno mai creduto alle diffamazioni dal carcere di Giovanni Pandico. Per l’altra metà degli italiani (quelli che non lo sopportavano) invece proprio quella simpatia era la prova di un marcio mal celato. Se Enzo Tortora è passato alla storia come la vittima della giustizia italiana, candido come un martire, non era comunque uno sprovveduto, anzi. In occasione dell’uscita su HBO Max di Portobello, serie tv diretta da Marco Bellocchio, ripercorriamo la storia del conduttore.
Genovese del 1928, Tortora non nasconde il suo precoce interesse nei confronti delle arti e dello spettacolo. Coniuga una laurea in giurisprudenza con la passione per la musica e per la recitazione esibendosi con il concittadino Paolo Villaggio. Poco meno che trentenne entra in Rai. Nel 1956 appare per la prima volta all’interno del programma Primo applauso per poi prenderne le redini della conduzione. È un anno dopo che cominceranno a delinearsi in lui non solo un carattere televisivo ben preciso ma vari interessi, temi, aspetti che la Rai non aveva ancora mai immaginato di rendere centrali. Nel 1957 Tortora è inviato esterno per Telematch, un programma di giochi a premi. Tra questi, la rubrica L’oggetto misterioso si proponeva di viaggiare per lo Stivale chiedendo alla gente del posto, ora di un comune, ora di un altro, di indovinare il nome e la funzione di uno strano utensile ogni volta diverso. Simile era anche Campanile sera (in cui lavorò sempre Tortora), dove addirittura comuni estratti a sorte si sfidavano in quiz e prove atletiche.
Se sino a quel momento il profilo del conduttore era da immaginario radiofonico, imperturbabile e confortante nella sua dizione, sempre due passi indietro rispetto a scaletta e ospiti, ora il suo personaggio comincia a prendere una forma più definita. Tortora, nel porsi, è naturale, affabile, cortese e nonostante tutto riesce comunque a far intendere una sottile ironia, senza mai deridere l’interlocutore, di qualsiasi ceto e provincia. Ma è anche capace di scelte controcorrente. Già nel 1962 viene allontanato dagli studi Rai perché in una puntata di Telefortuna, il programma da lui condotto, Alighiero Noschese imita il presidente del consiglio Amintore Fanfani. Ma tornerà più forte di prima.
La domenica sportiva (in onda già dal 1953 ) è la prima vera occasione per Tortora per dimostrare il talento e la visione del suo ruolo di conduttore. Il celebre programma, da mero notiziario sportivo, diventa d’intrattenimento. Insieme alla regia di Gianni Serra, La domenica sportiva va oltre la narrazione cronachistica e viene condita con ospiti, approfondimenti, commenti gestiti dalla ficcante simpatia di Tortora (che inaspettatamente, confessa nelle interviste dell’epoca, di sport è proprio asciutto). Momento topico: 28 febbraio 1965, debutta la moviola che permette di rallentare i filmati delle azioni e coglierne i particolari.
È 1969 quando, amato dagli italiani, rilascia un’intervista a Oggi in cui critica la gestione poltica di Mamma Rai. La definisce “un jet colossale pilotato da un gruppo di boy scout che si divertono a giocare con i comandiâ€. Dietro l’impiegato/conduttore dallo sguardo sereno, c’è un deluso e riottoso sognatore che immagina una televisione indipendente, magari in concorrenza a quella di stato. Viene ascoltato e quindi allontanato dagli studi. Torna alla carta stampata e scopre le neonate televisioni locali. Tra queste, nel 1972 appare Telebiella, la prima televisione privata italiana, a cui il volto noto di Tortora dà un notevole contributo di popolarità . Sembra lo scenario ideale per portare avanti l’opera di sdoganamento delle realtà di provincia, ma l’esperienza non è destinata a durare a lungo. Il governo vuole regolare l’emittenza privata quasi al punto di bandirla, così solo un anno dopo Telebiella e le sue sorelle chiudono.
Chissà se grazie alle proteste o a un ripensamento da parte della politica, comunque nel 1976 il monopolio della Rai è revocato e, nonostante le difficoltà , le reti private possono riavviare le trasmissioni. Tortora crede molto in una televisione più reale, viva, che rispecchi gli italiani nella loro quotidianità e sincerità . Crede in particolare nell’espressione di più voci, anche di quelle meno note e autorevoli, ritenendo pericoloso il monopolio dello stato. Continua così la sua militanza con Renzo Villa fondando Antennatre Lombardia, che si aggiudica il colore prima della Rai: un bacino in cui sperimentare i linguaggi tecnologici e televisivi.
Nel 1977 la Rai conquista il colore (in ritardo) e pure il ritorno di Tortora, che entrerà ufficialmente nella storia d’Italia, nei ricordi di grandi e piccini, con il jingle immortale e il pappagallo verde stilizzato della sigla del suo Portobello. Creato con la sorella Anna, va in onda il venerdì sera su Rai 2. Portobello è il nome della strada dove si tiene il celebre mercato londinese, ma anche quello del vero pappagallo in studio che nessuno riesce a far parlare, mentre si alternano rubriche su rubriche. Ora si vende una statua di Sant’Antonio, ora si cerca disperatamente un’arpa, oppure si prova a ricongiungere due amici che non si vedono dalla leva militare o ad accoppiare single non più di primo pelo. Tortora crea il suo mercato, folle e confusionario, dove l’improvvisazione e il divertimento sono costanti.
Tortora “scopre†la provincia italiana. Una dimensione che non è esattamente nuova per la Rai (se si pensa che uno dei suoi primi programmi si prefissava addirittura di insegnare agli italiani a leggere, scrivere e far di conto: Non è mai troppo tardi, 1960). Ma Portobello è proprio una televisione popolare, di periferia, forse in un momento di (apparente) benessere in cui il colore avrebbe portato sempre più paillettes a livellare grossolanamente gli irrisolti di un paese che rimaneva in qualche modo indietro. Un paese pieno di eccentrici individui, alle volte ignoranti, poco abbienti o semplicemente strani a cui Tortora concedeva, con rispetto e senza giudizio, cinque minuti di notorietà perché possedevano un tesoro, che fosse un oggetto o una particolare qualità . Tutti loro sono rimasti impressi nella mente degli italiani: il vicino di casa che improvvisamente arrivava in televisione. Oltre i venticinque milioni di spettatori, un successo che si interrompe con le accuse del 1983 e riprende, arrancando, nel 1987, dopo la bufera.
Tortora diventa un simbolo di resistenza. Totalmente sostenuto dai Radicali di Pannella, viene candidato e eletto europarlamentare nella loro lista nel 1984, mentre è ai domiciliari. Nonostante il calvario giudiziario lo costringerà a dimettersi un anno dopo, nel breve mandato riuscirà a condurre un’impegnata attività politica. Morirà poco tempo dopo l’agognata innocenza e libertà , a Milano nel 1988. Dello scandalo se ne parla tanto e approfonditamente in numerosi podcast, video, articoli. Tutti ne conoscono l’assurdità dei presupposti. Forse quella stessa stranezza e peculiarità che Tortora rintracciava nei suoi numerosi ospiti a Portobello, che hanno fatto la storia del programma, ironicamente le si è ritorta contro. Del caso racconta proprio Bellocchio, che ancora a Fabrizio Gifuni darà il compito di indossarne le vesti. Chissà se anche stavolta i tratti di un personaggio della storia italiana e quelli di Gifuni si confonderanno a tal punto da essere indistinguibili.
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Filippo de Pisis e il Groupe des Sept alla Fondazione Biscozzi Rimbaud: la mostra racconta de Chirico, Campigli e altri maestri italiani della stagione parigina tra gli anni Venti e Trenta
L'articolo De Pisis e gli Italiens de Paris in mostra a Lecce proviene da SentieriSelvaggi.
Fino al 10 maggio la Fondazione Biscozzi Rimbaud di Lecce ospita la mostra Filippo de Pisis e les Italiens de Paris, a cura di Paolo Bolpagni e Maddalena Tibertelli de Pisis, dedicata a Filippo de Pisis e al gruppo degli artisti italiani attivi nella capitale francese tra la fine degli anni Venti e i primi anni Trenta. L’esposizione, che riunisce 32 opere, 23 delle quali di de Pisis, celebra proprio il settantesimo anniversario della morte dell’artista ferrarese e ricostruisce uno dei capitoli più originali e internazionali dell’arte italiana del Novecento. Nato come scrittore e poeta, fu l’amicizia con Giorgio de Chirico a guidarlo verso la pittura. A Parigi, tra il 1925 e il 1939, incontrò Manet, Picasso, Matisse e Joyce, sviluppando uno stile lirico e vibrante che univa la sensibilità letteraria alla modernità delle avanguardie.
La mostra approfondisce il percorso degli artisti italiani del del Groupe des Sept, che arrivati a Parigi negli anni Venti, si aprirono alle avanguardie europee e svilupparono un proprio linguaggio, fondendo la lezione metafisica, le suggestioni del Cubismo e del Surrealismo con una personale interpretazione del “ritorno all’ordine†in chiave mediterranea, distinta dall’indirizzo dominante del Novecento Italiano
A sostenere il gruppo fu il critico Waldemar George, che li presentò alla Biennale di Venezia del 1930 in una sala intitolata Appels d’Italie. Accanto a lui, il gallerista Léonce Rosenberg favorì l’inserimento degli artisti nel vivace contesto parigino, intrecciando radici classiche e suggestioni provenienti da Cubismo e Surrealismo. Il percorso espositivo ruota attorno alla figura di de Pisis, di cui sono presentate 2 opere mai esposte in Italia, provenienti dal Museo di Grenoble: Il piede romano e I due pesci, realizzate tra la metà degli anni Venti e i primi Trenta. Tele che restituiscono la sua inconfondibile “stenografia pittoricaâ€, fatta di pennellate nervose, vibrazioni luminose e lirismo immediato. Attorno a questo nucleo si sviluppa il confronto con gli altri membri del Groupe des Sept: le figure arcaiche e compatte di Massimo Campigli, le visioni metafisiche di Giorgio de Chirico, le atmosfere sospese di René Paresce, Alberto Savinio, Gino Severini e il classicismo di Mario Tozzi, di cui verrà presentata per la prima volta in Italia l’opera Natura morta-Katinka del 1932.
“Non era soltanto un incontro casuale di pittori residenti più o meno stabilmente a Parigi, ma anche un sodalizio connesso da una certa comunanza di riferimenti ideali e consuetudini umane e professionaliâ€, spiega Bolpagni sottolineando la coesione culturale che caratterizzò l’esperienza degli Italiens de Paris.
La mostra leccese mette così in luce affinità e differenze all’interno del gruppo, evidenziandone la tensione internazionale e la distanza da un contesto italiano sempre più orientato verso. Ne emerge il ritratto di una stagione artistica libera e plurale, capace di coniugare tradizione e modernità nella “moderna classicità †teorizzata da Margherita Sarfatti. Il percorso restituisce a de Pisis e ai suoi compagni il ruolo centrale che ebbero nel rinnovamento dell’arte italiana tra le due guerre.
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Il Nastro dell'anno è andato ad Attitudini: Nessuna mentre nella sezione Cinema del reale è stato premiato Sotto le nuvole. Tra i Premi speciali San Damiano e Nino. 18 giorni
L'articolo I documentari vincitori dei Nastri d’Argento 2026 proviene da SentieriSelvaggi.
Sono stati premiati i documentari vincitori dei Nastri d’Argento, assegnati ogni anno dal Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani (SNGCI). Il Nastro dell’anno è andato ad Attitudini: Nessuna, il film su Aldo, Giovanni e Giacomo in cui la regista Sophie Chiarello, collaboratrice storica del trio comico, ne ripercorre la lunga carriera e amicizia. La sezione Cinema del reale è stata vinta da Sotto le nuvole, il documentario di Gianfranco Rosi nato da tre anni di ricerca e indagine alle pendici del Vesuvio e presentato in concorso allo scorso Festival del cinema di Venezia.
Nella sezione Cinema, Spettacolo e Cultura, sono stati assegnati due riconoscimenti distinti: Roberto Rossellini – Più di una vita, di Ilaria De Laurentiis, Andrea Paolo Massara e Raffaele Brunetti, dedicato agli ultimi vent’anni di vita del regista romano, ha vinto come Miglior documentario sul Cinema, mentre Ellroy vs L.A. di Francesco Zippel, che indaga il complesso rapporto tra lo scrittore noir e la sua città natale, Los Angeles, è stato premiato come Miglior documentario dedicato alla Cultura. Nella sezione speciale di quest’anno, dedicata alla Musica, il premio per il Miglior documentario è andato al film di Cristiana Mainardi sul compositore e polistrumentista italiano Mauro Pagani Andando dove non so. Mauro Pagani, una vita da fuggiasco.
Il SNGCI ha assegnato poi anche tre Premi speciali a Nino. 18 giorni (il documentario di Toni d’Angelo dedicato al padre Nino d’Angelo), Quarant’anni senza Giancarlo Siani (film di Filippo Soldi che racconta la storia del giovane cronista de “Il Mattino” assassinato dalla camorra nel 1985) e San Damiano (il frutto di due anni di lavoro sul campo dei registi Gregorio Sassoli e Alejandro Cifuentes volto a raccontare il mondo degli ultimi intorno alla stazione romana di Termini e la vita di Damiano, un trentacinquenne polacco senzatetto con disagi psichici che sogna di diventare un cantante e artista).
Infine, una menzione speciale è stata assegnata a The Madmen Coach, un documentario italo-senegalese che racconta la storia della prima senegalese di calcio per persone con problemi di salute mentale. Diretto da Carlo Liberatore, il film è nato da un’idea sviluppata assieme a Valerio di Tommaso e allo psichiatra Santo Rullo, promotore dell’uso dello sport come strumento di riabilitazione e inclusione e ideatore di Crazy for Football, progetto da cui è nata la prima Nazionale italiana di calcio a 5 composta da persone con problemi di salute mentale (al progetto è dedicato anche il film del 2016 di Volfango de Biasi Crazy for Football, vincitore del David di Donatello come Miglior documentario).
L'articolo I documentari vincitori dei Nastri d’Argento 2026 proviene da SentieriSelvaggi.
Un weekend romantico tra i boschi si trasforma in un incubo claustrofobico: Oz Perkins torna all’horror psicologico con un nuovo viaggio nelle relazioni di coppia
L'articolo Keeper – L’eletta, il nuovo film di Oz Perkins proviene da SentieriSelvaggi.
Il regista Oz Perkins torna in sala con Keeper – L’eletta, dal 12 marzo al cinema con Be Water Film in collaborazione con Medusa Film. Svelati il trailer e il poster che anticipano atmosfere inquietanti e claustrofobiche: una vacanza romantica che si trasforma ben presto in un incubo a occhi aperti. È un periodo molto prolifico per Perkins dietro la macchina da presa: a giusto un anno di distanza dal suo ultimo horror, The Monkey, e due anni dopo il chiacchierato Longlegs, l’immaginario del regista statunitense si arricchisce di un altro tassello cinematografico.
Una giovane coppia, formata da Liz (Tatiana Maslany) e Malcolm (Rossif Sutherland), decide di concedersi un romantico weekend in montagna per festeggiare il loro anniversario. Fin da subito si accorgono di alcune presenze soprannaturali che aleggiano nella baita. Il peggio affiora dopo la partenza di Malcolm: rimasta sola, Liz si trova a fronteggiare un oscuro segreto generazionale che coinvolge entità demoniache e immortalità . Tutto precipita in un buco nero di visioni, allucinazioni e incubi, trasformando la realtà in un organismo complesso da decifrare.
Già dal trailer si intuisce un film che gioca con le emozioni della paura, in linea con gli ultimi lavori del regista. Le prime immagini mostrano boschi lussureggianti intravisti dall’auto su cui Liz e il compagno viaggiano verso la loro fuga romantica. In voice over, Liz parla al telefono con un’amica della relazione; quando le viene chiesto se siano felici, nella sua risposta si insinua un’esitazione quasi impercettibile. All’arrivo allo chalet, una torta misteriosa abbandonata davanti alla porta – macchiata di una sostanza scura e vischiosa – introduce un primo elemento perturbante, destinato a riaffiorare poco dopo durante l’esplorazione della casa. Un momento di intimità viene poi interrotto dal suono del campanello: è un amico di Malcolm, la cui presenza appare da subito sgradita a Liz.
A proposito di Keeper, Perkins ha parlato così a Empire Magazine della sua idea di relazione tra uomo e donna: “Ci sono dei passi fondamentali in ogni relazione: ad esempio, la prima volta che incontriamo i genitori dell’altra persona, la prima volta che andiamo insieme in campagna. Il film si concentra su uno di questi passi fondamentali, e diventa piuttosto frammentarioâ€. Ha proseguito il regista: “Diciamo che c’è qualcosa che vive in quella baita. Certo che c’è. È qualcosa che sta lì da un po’ di tempo e ha incontrato molte altre persone prima di avere a che fare con Liz e Malcolm…â€. Infine, ha svelato forse la radice più profonda del film: “Sto cogliendo l’occasione per esaminare qual è la versione peggiore di un uomo in una relazione. Penso che Keeper abbia rappresentato un’opportunità per trovare il mostro che può nascondersi in una relazioneâ€.
L'articolo Keeper – L’eletta, il nuovo film di Oz Perkins proviene da SentieriSelvaggi.
Il desiderio cieco e ossessivo di un cinema che cerca il suo limite estremo, quell’utopica linea di coincidenza tra l’artificio e la natura. Ma nella sua sfida, resta a metà del guado
L'articolo Revenant. Redivivo, di Alejandro González Iñárritu proviene da SentieriSelvaggi.
Le drammatiche e straordinarie avventure di Hugh Glass, trapper ed esploratore, in cerca di vendetta, dopo esser stato abbandonato, dai suoi compagni di spedizione. Quasi sbranato da un orso, quasi seppellito vivo, dato ormai per spacciato, Glass non è più nulla, né carne, né scheletro. Non ha più nulla, famiglia, cavallo, armi, pelli. E non è da nessuna parte, né tra i vivi né tra i morti. Si aggrappa solo al suo respiro e all’ossessione della vendetta. Si rimette in piedi, riesce ad attraversare un territorio inospitale, quel Nord Dakota abitato dai Pawnee e dai Ree, dalle stremate e odiose truppe governative e da orde di cacciatori più fuori che dentro la legge. E ritorna alla luce. Puntuale all’appuntamento con Fitzgerald, l’uomo che lo aveva condannato alle tenebre del nulla.  È la stessa storia, vera, alla base di Uomo bianco, va’ col tuo dio (Man in the Wilderness) di Richard C. Sarafian, romanzata da Michael Punke nel 2003, e riscritta da Iñárritu e da Mark L. Smith, in cerca di un altro colpaccio. Perché il potenziale è devastante: una vicenda appassionante, un uomo in lotta con la natura e con la parte oscura di sé, che attraversa il lato selvaggio e leggendario della storia di una nazione che ancora non esiste. Il cinema al suo massimo grado di potenza.
L’occasione è allettante. Ed ecco che, dopo l’estenuante Birdman, Iñárritu si lancia in un altro tour de force. Riprese effettuate in condizioni ambientali proibitive, tra i ghiacci del Canada e della Terra del fuoco, anche a 30 gradi sottozero. E poi l’utilizzo della sola luce naturale, con la fotografia di Lubezki che ancora una volta sparge meraviglie. L’idea originale, inoltre, era di rispettare, in produzione, l’ordine cronologico delle vicende, obiettivo poi in parte ridimensionato proprio per le difficoltà climatiche. Ma il senso della sfida rimane intatto. Il desiderio cieco e ossessivo di un cinema che cerca il suo limite estremo, quell’utopica linea di coincidenza tra l’artificio e la natura, tra la riproduzione “artistica†e il mondo così com’è (o come è stato), tra la finzione e la realtà . È quella tentazione che attraversa, puntualmente, la storia del mezzo, che prova a fare il salto dall’universo ideale dell’espressione a quello materiale delle cose concrete. Con tutti i paradossi e le condanne che ne conseguono. Perché se nella purezza vergine di quelle foreste e montagne innevate, se nel ritorno ai sacri territori del Genere dei generi, Iñárritu sembra sognare la rinascita a una nuova vita, quasi fosse un altro battesimo, è pur vero che Revenant conserva tutti i limiti e le zavorre di un cinema che non sa mai liberarsi dalle pesanti architetture dello stile.
Certo, dopo il pirotecnico spettacolo di Birdman, Iñárritu pare ridimensionare, in un certo senso, la complessità pretestuosa dei discorsi, la sua ambizione autoriale. Quanto meno sembra concentrarla definitivamente sulla forma, su un’estetica che aspira quasi alla dimensione morale della verità . Riesce anche a essere convincente, soprattutto nel modo in cui si aggancia agli scenari e all’immaginario western degli anni ’70, in cui la frontiera diventa innanzitutto una questione interiore e la durezza del mondo si riappropria degli spazi sottratti al mito. Ma resta a metà del guado. Perché non sa rinunciare ai virtuosismi e ai trucchi della messinscena, alla tentazione del tocco di classe, del movimento di macchina sinuoso tra gli alberi o dell’effetto speciale ammiccante. Nell’attimo stesso in cui sembra toccare la densità della materia bruta, lascia spazio al sovrannaturale lubezkiano che sembra ormai un marchio di fabbrica, a quelle voci che arrivano da un altro spazio tempo, come fossimo ancora, sempre in Malick. Predica la purezza, ma non ha il coraggio radicale di liberarsi dall’ornamento per arrivare dritto all’essenziale. Ha bisogno del trucco, della performance, a cominciare da quelle di DiCaprio e Tom Hardy, senz’altro straordinari, ma anch’essi sotto sforzo, per forza di cose. Resta l’impressione di un bellissimo film e di un Iñárritu, heart of glass, che manca il bersaglio e continua a restare imprigionato tra le pareti finte dello spettacolo. Forse, a questo punto, il più grande regista iperrealista.
3 Premi Oscar
– miglior regia: Alejandro González Iñárritu
– miglior attore protagonista (Leonardo DiCaprio)
– miglior fotografia: Emmanuel Lubezki
3 Golden Globe
– miglior film drammatico
– miglior regista: Alejandro González Iñárritu
– miglior attore in un film drammatico(Leonardo DiCaprio)
Titolo originale: The Revenant
Regia: Alejandro González Iñárritu
Interpreti: Leonardo DiCaprio, Tom Hardy, Domhnall Gleeson, Will Poulter, Forrest Goodluck, Paul Anderson
Distribuzione: 20th Century Fox
Durata: 156’
Origine: USA, 2015
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Lo struggente poema visivo di Frederick Wiseman, una delle sue rarissime incursioni al di fuori del documentario, giovedì 5 marzo h 20:30 via Botta 19 a Roma. Prenotati qui
L'articolo Seraphita’s Diary. Omaggio a Frederick Wiseman da Sentieri Selvaggi proviene da SentieriSelvaggi.
Seraphita’s Diary è un’opera sperimentale che si presenta come il diario interiore di una figura femminile immaginaria, Seraphita. Si tratta di una delle opere più personali di Frederick Wiseman, il leggendario cineasta scomparso lo scorso 16 febbraio. Presentato al Festival di Rotterdam del 1982, il film si struttura come un flusso di pensieri e confessioni in forma di voce narrante, accompagnato da immagini di paesaggi, interni domestici e dettagli quotidiani, a ritrarre l’interiorità della protagonista, la modella olandese Apollonia van Ravenstein
L’opera esplora temi quali memoria, solitudine, desiderio e percezione del tempo, un flusso in cui il cinema di Wiseman, solitamente rigoroso e iper-strutturato, si avvicina alla forma del poema visivo. Con questo film Wiseman si allontana temporaneamente dal documentario osservativo per sperimentare una dimensione lirica e soggettiva, mettendo in primo piano la relazione fra voce, paesaggio e interiorità .
La nostra maniera per ricordare il grande autore: Seraphita’s Diary, al momento non disponibile in Italia né in streaming né in home video. Proiezione in versione originale sottotitolata, giovedì 5 marzo h 20:30 da Sentieri Selvaggi, via Carlo Botta 19 a Roma, ingresso con prenotazione A QUESTO LINK
Seraphita’s Diary, di Frederick Wiseman (1982, 90′)
giovedì 5 marzo h 20:30
Sentieri Selvaggi, via carlo Botta 19 a Roma
PRENOTATI QUI
L'articolo Seraphita’s Diary. Omaggio a Frederick Wiseman da Sentieri Selvaggi proviene da SentieriSelvaggi.
La piattaforma streaming per film indipendenti rende disponibili due documentari con protagoniste donne, resistenza e lotta per i diritti: Echi di libertà e Women for Iran
L'articolo Su OpenDDB due documentari in streaming per la Giornata Internazionale della Donna proviene da SentieriSelvaggi.
In occasione della Giornata Internazionale della Donna dell’8 marzo, OpenDDB aggiunge sulla sua piattaforma due documentari con protagoniste resistenza e identità femminile, nonché lotta per i diritti. I due titoli sono Echi di libertà di Cristian Frigo, una raccolta di testimonianze di donne che hanno lottato nella Resistenza in Veneto, e Women for Iran di Sara Hourngir, racconti e immagini di repertorio di attiviste iraniane residenti in Italia. Entrambi i documentari potranno essere visti sulla piattaforma a seguito di una donazione libera.
Disponibile alla visione su OpenDDB dal 9 marzo, Echi di libertà non è solo una carrellata di interviste a donne che hanno partecipato alla Resistenza. È un racconto, e un confronto, di donne impegnate nel sociale, che sono andate al di là delle convenzioni in un periodo di guerra, diventando partigiane, unendosi nell’antifascismo. Non manca appunto il rapporto di tali donne con le generazioni più giovani, in un dialogo aperto che vede anche la presenza della partigiana Leda Azzalini “Mariska”.
Women for Iran, disponibile invece dal 16 marzo, presenta le voci e le testimonianze di donne iraniane, che raccontano in modo ampio il loro ruolo, ai margini, nella loro nazione di provenienza, nonché il calpestamento dei diritti umani da parte dei leader nei confronti del proprio popolo. Oltre alle interviste, anche immagini e video di repertorio, girati da amatoriali sul posto, che raccontano il terrore e le violenze. Questo documentario ha acquisito maggiore fama solo dopo l’arresto e la morte dell’attivista Mahsa Amini nel 2022, scatenando proteste in tutto il mondo.
OpenDDB, che da sempre sostiene i progetti indipendenti e autofinanziati, gestisce la sua piattaforma dando spazio a corti, lunghi e soprattutto documentari che normalmente non riescono a trovare spazio nella normale distribuzione. In passato aveva già reso disponibili in streaming i documentari di Lab 80 Film, così anche una retrospettiva sulla produttrice cinematografica e giornalista Marina Piperno, caricando alcuni dei suoi film più rilevanti.
L'articolo Su OpenDDB due documentari in streaming per la Giornata Internazionale della Donna proviene da SentieriSelvaggi.
Il cineasta è bravissimo a ibridare il suo racconto con il linguaggio delle banlieue romane, in un mash up tra i Manetti Bros e le follie sregolate di un Takashi Miike. Torna al cinema in 4K
L'articolo Lo chiamavano Jeeg Robot, di Gabriele Mainetti proviene da SentieriSelvaggi.
Nella sovraffollata Suburra di Sollima fanno capolino solo nei dialoghi, le “famiglie della bassa Italia†che hanno messo “li mijoni†nell’affare Waterfront, forse per non incrociare troppo i flussi con l’altra creatura seriale dell’autore, Gomorra.
Ma Mainetti compie quantomeno il miracolo balistico di mettere finalmente in scena i camorristi (con tanto di “Genny belloâ€, Salvatore Esposito, a certificare) a Tor Bella Monaca, alle prese con il segno sempre più caratterizzato di Luca Marinelli, qui delinquentucolo con la passione per le interpreti della musica leggera italiana prevalentemente della seconda metà degli ’80, lanciato in orbita senza freno alcuno come un irresistibile trucido da poliziottesco in salsa queer (ad es. Tomas Milian che “canta†Rocky Roberts in Assassinio sul Tevere…). Il clash è interessante soprattutto come resa dei conti della lingua da parlare ufficialmente nel cinema di genere nostrano, se questo romanesco da Cinecittà o l’imprecisata parlata partenopea da hashtag (tengono tutto insieme le strepitose invenzioni linguistiche, le trivialità e gli sfottò dello Zingaro, per l’appunto il personaggio di Marinelli).
Però il copione di Lo chiamavano Jeeg Robot risale a troppi anni fa (cinque) per farne un titolo cruciale della questione, anche perché l’esperimento sta tutto nel calare nelle periferie della Capitale una struttura da fumettone supereroistico, più vicino a Super di Gunn che al tentativo recente di Salvatores, per dire: Claudio Santamaria, furfantello dall’esistenza desolata, assume poteri speciali dopo essere finito incastrato in un bidone pieno di una sostanza imprecisata nascosto in fondo al Tevere. La sua forza sovraumana sarà messa all’inizio al servizio di azioni criminose e di un grottesco incrocio di traiettorie all’interno della malavita romana.
L’incontro con Alessia (Ilenia Pastorelli), che per sopravvivere agli abusi subiti per tutta una vita a casa e dalle istituzioni vive in una realtà mentale parallela dominata da riferimenti e figure provenienti dall’universo di Jeeg Robot, lo porterà a riflettere sulla responsabilità insita nel suo nuovo status virale (le sue gesta vengono subito massicciamente condivise su youtube e sui social) di eroe.
Portare i robottoni e i supercattivi a scontrarsi tra i grattacieli di Roma e allo stadio durante il derby è un’idea che sarebbe piaciuta a Marco Ferreri, è vero, ma il film fortunatamente non imbocca la via dell’ammiccamento nerd, tenendo in secondo piano i ganci con la galassia robonipponica per intraprendere un racconto delle origini di una nuova maschera che veglia sulla città secondo le stazioni canoniche di presa di coscienza.
Quando funziona, va alla grande, una sorta di mash up tra i Manetti Bros e le follie sregolate di Takashi Miike (Dead or Alive?): peccato per qualche sequenza di compiacimento pulp-tarantiniano di troppo, davvero fuori tempo massimo.
Soprattutto, Mainetti è bravissimo a ibridare il suo racconto con il linguaggio delle banlieue romane come questa Tor Bella che il suo sguardo coglie con precisione, e il “pezzo†di street art che ritrae il supercriminale incappucciato portarsi a casa l’intero sportello di un bancomat come un mito da immortalare sui muri è forse l’immagine più puntuale dell’intera operazione tentata dal film.
Regia: Gabriele Mainetti
Interpreti: Claudio Santamaria, Luca Marinelli, Ilenia Pastorelli, Stefano Ambrogi, Maurizio Tesei, Francesco Formichetti, Daniele Trombetti, Joel Sy, Antonia Truppo, Salvatore Esposito, Gianluca Di Gennaro, Joana Jimenez, Giampaolo Crescenzio, Tommaso Di Carlo
Voce: Adriano Giannini
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 112′
Origine: Italia 2015
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