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Cesare – Caro Guido utile pareggio del Napoli in una partita dalle due facce. Prima ora di gioco dominata dai lariani con due occasionissime da gol nel primo tempo, sventate da due miracoli di Rrahamani prima e Milinkovic-Savic poi, ed il Napoli inguardabile, arroccato in difesa come una provinciale in lotta per la retrocessione e senza fare un tiro in porta. L’ultima mezz’ora è stata più equilibrata con gli azzurri che hanno preso un po’ di campo e hanno sfiorato il gol con Mc Tominay ed un gran palo di Politano.
Guido – Caro Cesare è stato il solito Napoli di tante partite. In particolare il Napoli già visto con il Parma e la Lazio. Una squadra che non sa tirare in porta. E che si ostina in uno sterile palleggio orizzontale che vede in Lobotka l’interprete per antonomasia. Una squadra insomma priva del minimo lampo di fantasia senza la quale anche la condizione atletica diventa elemento secondario. Purtroppo l’infortunio di Vergara ci ha tolto un elemento che sembrava in grado di imbeccare la punta. Che nello specifico, e in assenza di suggerimenti validi, corre, lotta, si stanca ma con una produttività molto vicina allo zero. Tutti i grandi tecnici di ogni epoca hanno sempre affermato che senza un forte centravanti non c’è una forte squadra. E un forte centravanti vive di imbeccate ma anche di intuizioni e colpi individuali. E questi non ci sono.
Cesare – Mah io non me la sento di mettere sotto processo Hojlund, caro Guido secondo me è un ottimo centravanti. Diciamoci la verità giocare centravanti oggi come oggi nel Napoli di Conte è avvilente. Isolato tra 2-3 avversari, spesso spalle alla porta, in una squadra senza gioco, mai una palla in verticale, devi fare solo a sportellate. Ma tornando alla partita per un’ora il Napoli è stato basso, mai in aggressione per il recupero palla con una forte pressione del Como che ha fatto un pressing asfissiante. In particolare nel primo tempo abbiamo rischiato troppo e soprattutto siamo stati incapaci di trovare alternative per uscire dalla pressione degli avversari ma anche di ripartire creando pericoli. A sinistra abbiamo ballato con Diao che saltava con faciltà gli azzurri, i centrocampisti centrali in grande difficoltà , Politano assente e De Bruyne inguardabile e troppo lento per il ritmo degli avversari.
Guido – Per fortuna nell’ultima mezz’ora il Como è calato e non è riuscito a pressare come prima e il Napoli ha salvato la faccia. Rischiando addirittura di vincerla la partita. D’altro canto il Como aveva sprecato tanto quasi da meritare una punizione. Il Napoli ha preso campo, senza rischiare niente in difesa. Comunque molti azzurri sono apparsi sottotono e in attesa di rompere le righe ( o preoccupati di non mettere a rischio i mondiali con qualche malaugurato accidente). Il punto è stato importante perché ci ha quasi dato la sicurezza della qualificazione in Champions e ci continua a far sperare di chiudere questo campionato al secondo posto.
Cesare – Ma sicuramente quest’anno non ha più niente da dire e invece si è in attesa di capire il futuro. E qui ci sono due grandi domande. La prima: sarà un Napoli con o senza Conte? Quello che è certo è che sarà lui a decidere il suo destino perché il Presidente non lo manderà mai via dovendogli pagare l’intero sontuoso ingaggio ma andrà comunque avanti con il suo progetto di svecchiamento della rosa e dell’abbattimento del monte ingaggi.
Guido – Ma la risposta deve anche essere data in tempi brevi perché se il tecnico deciderà di andarsene, andrà sostituito rapidamente. Al momento sembra difficilmente piazzabile in Italia per mancanza di panchine disponibili di prima fascia, le cifre del suo ingaggio (con il suo team parliamo di 20 milioni di euro all’anno) e per le pretese di rosa. Stesso all’estero per i trascorsi burrascosi (vedi Chelsea e Tottenham, la scarsa adattabilità al doppio impegno settimanale con scarsi risultati nelle coppe europee).
Cesare – La seconda domanda è: sarà un Napoli con o senza Manna (sembra corteggiato dalla Roma)? E anche questa domanda deve avere una risposta rapida perché ci sarà tanto da fare sul mercato.
Guido – Infatti toccherà al ds non rinnovare o vendere quelli più in là con l’età (es. Juan Jesus) e che in particolare hanno oltre una certa età anche un alto ingaggio (es. Lukaku, De Bruye); quelli chi si sentono ormai a fine dell’esperienza azzurra e che hanno anche un discreto mercato (es. Lobotka, Anguissa); comprare qualche calciatore giovane ma già rodato per sostituire chi parte; gestire i cavalli di ritorno che sono tanti e problematici (Noa Lang, Lucca, Marianucci, Rafa Marin, Lindstrom, Cajuste).
LE SENTENZE
Milinkovic-Savic – Cesare: buono (top); Guido:ottimo (top)
Beukema – Cesare: modesto; Guido: deludente
Rrahmani – Cesare: sufficiente; Guido: buono
Buongiorno – Cesare: discreto; Guido: buono
Politano – Cesare: sufficiente; Guido:sufficiente
Lobotka – Cesare: sufficiente; Guido: insufficiente
McTominay – Cesare: sufficiente; Guido: così così
Gutierrez – Cesare: sufficiente; Guido: sufficiente
De Bruyne – Cesare: inguardabile (flop); Guido :nullo ( flop)
Alisson – Cesare: sufficiente; Guido: accettabile
Hojlund – Cesare: modesto; Guido: scarso
Anguissa – Cesare: buono; Guido: sufficiente
Spinazzola – Cesare: s.v.; Guido.s.v.
Conte – Cesare: mediocre; Guido: sufficiente
L'articolo Hojlund è un centravanti da Napoli? sembra essere il primo su il Napolista.
Kevin De Bruyne non va. Bisogna guardare la realtà per quella che è. È stato un investimento disastroso, fallimentare. Meglio dimenticare e magari far sparire le interviste in cui il ds Manna gongolava per il presunto grande colpo. Il suo ingaggio da 6,5 milioni netti può essere archiviato alla voce “soldi buttati”. Tanti soldi buttati. Il Napoli deve sperare che il prossimo anno l’ex fuoriclasse abbia voglia di cambiare aria, altrimenti saranno dolori per le casse del club oltre che della squadra. Gli azzurri non hanno bisogno di nomi altisonanti ormai a fine carriera.
Ieri a Como ennesima prestazione inguardabile. De Bruyne non entra mai vivo nel gioco. E francamente la partita contro la Cremonese non può essere presa a m’ di esempio. La Cremonese si è suicidata calcisticamente. Non è stata una partita di calcio, è stato un tiro a segno. Anzi, era tale il livello disparità di campo che ha segnato persino Kdb. Questo è il punto. A Como non ha toccato palla. Non ha mai inciso. Non ha mai rubato la scena. È stata la solita comparsa, come lo è stato per l’intera stagione.
Il Corriere della Sera, con Monica Scozzafava, scrive:
Nico Paz sfoggia il meglio del suo repertorio, Kevin De Bruyne il peggio. Como e Napoli che alla fine finiscono per annullarsi — in termini di occasioni e di gioco — raccontano molto di quello che potrà essere il loro futuro.
E ancora: il belga resta sull’uscio ad aspettare probabilmente anche il destino della panchina.
Non può essere certo un caso che il Napoli abbia offerto il meglio di sé (pochino, va detto) dopo l’uscita del belga. Al suo posto Anguissa e il Napoli quantomeno ha cominciato a giocare in undici. Tant’è vero che ha prodotto due palle gol: l’azione di McTominay e il palo colpito da Politano.
Il prossimo anno, chiunque sia l’allenatore, il Napoli farà bene a presentarsi a Dimaro senza De Bruyne.
L'articolo “De Bruyne sfoggia il peggio”, anche il Corsera lo boccia sembra essere il primo su il Napolista.
Mettereste i soldi e la faccia per organizzare un torneo dai contorni oscuri, in cui gli arbitri sono continuamente travolti da scandali giudiziari e politici? È questa la domanda che si sono posti alcuni tra i principali sponsor della Serie A che – stando a quanto scrive Franco Ordine sul Giornale – hanno minacciato di abbandonare la Serie A per non essere associati a un campionato la cui regolarità è quantomeno dubbia (al di là di come finisca l’inchiesta). Sono in ballo sessanta milioni di euro, non proprio bruscolini.
Perché la verità giudiziaria è comunque cosa diversa da quel che è la realtà . E la realtà è piuttosto triste, con arbitri che per fare carriera devono compiacere i vertici, i club (segnatamente l’Inter) che fanno pressioni per ottenere quel direttore di gara invece di quell’altro. Che poi non si arrivi a un processo e a una condanna, anche sportiva, dipenderà da tanti fattori. Stavolta, a differenza di quanto avvenne con Calciopoli vent’anni fa, ci sono forti pressioni mediatiche contro l’inchiesta della procura di Milano. C’è un cordone sanitario in difesa dell’Inter. Ma gli sponsor se ne fregano delle sentenze. Per gli sponsor valgono le sentenze del popolo, quel che le persone realmente pensano. E quindi oggi essere associati alla Serie A è rischioso in termini di credibilità e affidabilità agli occhi dei clienti. I giornalisti possono edulcorare ma gli sponsor non badano ai giornalisti, li ritengono ininfluenti.
È quel che scrive Franco Ordine quando sul Giornale riflette:
Gli effetti perversi di questo tsunami che ha sconvolto la classe arbitrale italiana cominciano a diventare pesanti anche sul piano finanziario. Perché un paio di sponsor principali della categoria che fin qui hanno contribuito a finanziare l’organizzazione dei campionati (secondo taluni calcoli poco più di 60 milioni a stagione) hanno cominciato a manifestare l’intenzione di ritirarsi dalla scena aprendo così un bel buco nel bilancio prossimo della Federcalcio.
L'articolo Scandalo arbitri in Serie A, gli sponsor minacciano di lasciare sembra essere il primo su il Napolista.
La notizia è lo sfogo del designatore Rocchi con il vice Gervasoni a proposito dell’Inter. La frase è “Loro non lo vogliono più vedere”. Il riferimento è a un arbitro ovviamente. Il loro è riferito all’Inter e a un nome di battesimo: Giorgio. Manca il cognome. Rocchi al telefono non cita mai il cognome. L’ipotesi più accreditata è che si tratti di Giorgio Schenone che da sei anni è l’addetto agli arbitri dell’Inter. Le pressioni di Giorgio si riferiscono alla celebre riunione del 2 aprile 2025 a San Siro.
Rocchi si lamenta con Gervasoni, il suo è uno sfogo. L’intercettazione è del 2025. Così così scrive il Corriere della Sera con Luigi Ferrarella. Che descrive Rocchi come insofferente e scocciato dall’insistenza dell’Inter in questa riunione. Insistenza affinché lui nomini Doveri – definito dal Corsera malvisto Doveri – per la semifinale di Coppa Italia contro il Milan (in modo da non averlo poi nell’eventuale finale) e Colombo – l’apprezzato Colombo – per Bologna-Inter (che poi l’Inter perse lo stesso). Rocchi sarà stato pure scocciato, la realtà è che obbedì alle richieste dell’Inter.
Il Corsera scrive che per individuare con certezza chi fosse quel Giorgio chiese altre settimane di intercettazioni che però non portarono a nulla. E allora il gip negò la proroga.
Secondo il Corsera, quindi, manca il cognome di Giorgio (anche se con ogni probabilità si tratta di Schenone). E non si ha la prova di una telefonata o di un incontro diretto tra Rocchi e Schenoni: è vietato. Vedremo cosa accadrà nei prossimi giorni. Sky Sport ieri ha ripetuto che per la prossima settimana dalla procura di Milano sono attesi ulteriori avvisi di garanzia in merito all’inchiesta sulla frode sportiva nel mondo arbitrale e il presunto coinvolgimento dei club.
Ricordiamo che Gervasoni, interrogato dal pm, non ha risposto alle domande sulle pressioni dell’Inter sulle designazioni.
L'articolo Rocchi si sfoga con Gervasoni sull’Inter: “Quell’arbitro non lo vogliono più vedere” sembra essere il primo su il Napolista.
Le pagelle di Como-Napoli 0-0
MILINKOVIC-SAVIC. In questa stagione il celebratissimo Como delle mirabilie non riesce mai a segnare al Napule contiano e oggi Zio Vanja è decisivo almeno due volte. Dapprima uscendo su Diao Meravigliao, indi deviando un tiro di Baturina, a sua volta deviato da un azzurro. Male però sui rilanci. Ora che mancano tre partite rivedremo più l’amato Meret? – 7
BEUKEMA. Nel primo tempo la difesa pensa più che altro a respingere o a rimpallare, nella ripresa va un po’ meglio e Sam l’Olandese fa una sola cappellata. Poteva andare peggio – 6
RRAHMANI. È di Amir il redivivo il vero intervento salvifico: accade subito, all’8’, quando scalcia dalla porta un tiro dell’ellenico comasco. Da quando è tornato, Zio Vanja non ha preso gol – 7
SPINAZZOLA dall’80’. Senza voto
BUONGIORNO. Votato al sacrificio estremo, rischiando finanche la testa per buttarla in fallo laterale. Ed è sempre con la cabeza che sovente risolve – 6,5
POLITANO. Al 30’ il quasi gol di Diao principia da un suo cross d’esterno senza né capo né coda, giusto per capire il primo tempo mediocrissimo di Na-Politano. Nel secondo si sceta quanto basta, ma non troppo: in ogni caso se il Napule avesse preso i tre punti sarebbe stato merito del suo tiro a giro all’84’. Invece, palo. (Viene in mente, per assonanza anche nostalgica, il gol del giovane Palo al Sinigaglia, a trenta secondi dalla fine, e che rimise gli azzurri di Rino Marchesi nella lotta scudetto con Juve e Roma. Anche in quella partita il Napule giocava con la maglia bianca. Era la stagione 1980-1981) – 6
McTOMINAY. Scott il Rosso ridiventa maratoneta per capire soprattutto dove andare e cosa fare. Ma la prima vera occasione gli capita solo al 79’, un minuto prima del palo di Na-Politano – 6
LOBOTKA. Il contismo lacustre vuole lucrare sul previsto dominio autoctono con palle veloci e verticali. Ma il Caro Lobo, lasciato solo da King Kevin, soffre non poco e resta tutto sulla carta, cioè nella caverna platonica delle idee – 5
GUTIERREZ. Diao Meravigliao lo fa scimunire una volta sì e l’altra pure. Per fortuna senza danni. Offende raramente ma è sua la pelota per Scott il Rosso al 79’ – 5,5
DE BRUYNE. Il re è un rebus: come condizione fisica non è messo male ma appare abulico, ancora una volta – 4
ANGUISSA dal 60’. Ci voleva pochissimo per fare meglio di King Kevin. E non va oltre il pochissimo – 5,5
ALISSON SANTOS. L’incipit è fulminante, poi scompare quando il Napule diventa un autobus difensivo e lento. Nella ripresa si rivede: scatti, dribbling e cross dal fondo ma nulla di decisivo, ahinoi – 6,5
HOJLUND. Ormai è un don Chisciotte che lotta contro i mulini al vento. Il vero punto è che anche lui dovrebbe creare o inventare qualcosa come Lukakone Nostro l’anno passato, anziché limitarsi ad aspettare Godot o i tartari che non arrivano – 5
CONTE. Il realismo contiano si prende un punto lacustre e puntella il secondo posto in attesa del Milan in trasferta. Il tormentone sul fatidico vertice col presidente continua e nel frattempo si moltiplicano le invocazioni populiste in nome del totem giochista. Il clima ormai è da restaurazione sanfedista dell’estetica, con tanta voglia di impiccare in piazza Mercato l’odiato contismo vincente. I lumi della ragione si stanno spegnendo ma non bisogna dimenticare che Conte ha ancora un altro anno di contratto a peso d’oro. Come che sia, lunedì prossimo arriva il Bologna di un altro papabile giochista. E tra due mali, Sarri e Italiano, c’è solo da rassegnarsi allo sconfittismo che ci attende – 6
ARBITRO FABBRI. Errori veniali, non irreversibili – 5,5
L'articolo Pagelle – Ormai a Napoli vogliono impiccare in piazza Mercato il contismo vincente sembra essere il primo su il Napolista.
Le frasi celebri di Zanardi che hanno fatto il giro del mondo — la regola dei cinque secondi, la metafora del caffè, la “metà rimasta” — sono diventate cliché immediati nelle prime ore dopo la morte. Sono frasi vere, sono frasi sue, ma rischiano di prendersi tutto lo spazio. Alex ne ha lasciate altre, meno consumate, che dicono di lui tanto quanto: la prima intervista del 2001 dalla sedia a rotelle, l’ironia disarmante delle interviste tecniche, i pensieri sui sogni “un po’ folli”. E le ultime parole, in particolare, dette all’amico la mattina dell’incidente del giugno 2020 in Toscana.
Sono passati pochi mesi dal Lausitzring del 15 settembre 2001 quando Zanardi rilascia la sua prima intervista al Resto del Carlino. Ha appena perso le gambe, ha avuto sette arresti cardiaci, ha ricevuto l’estrema unzione. È in sedia a rotelle. Eppure dice testualmente:
“Dalla sedia a rotelle vi dico che sono un uomo fortunato”.
È una frase che a leggerla oggi sembra un manifesto, ma andava letta nel suo contesto: pochi mesi dopo l’incidente più grave nella storia dell’automobilismo americano. Non era retorica della resilienza, era constatazione tecnica di un uomo che si era convinto, sotto i ferri dei chirurghi, di avere ancora una vita davanti.
Nel raccontare il dopo-incidente, Zanardi ha sempre rifiutato la narrazione eroica. Diceva che la scelta era binaria, e che non era stata particolarmente difficile:
“Avevo due possibilità : rinunciare o cercare di appassionarmi a un nuovo progetto. Ho scelto la seconda, perché nello sport avevo capito che la cosa più bella è lavorare al progetto più che raggiungerlo”.
È il manifesto Zanardi. Non il traguardo, ma il percorso. Non l’oro alle Paralimpiadi, ma le notti spese a disegnare con i tecnici di Dallara la handbike che gli avrebbe permesso di vincerlo.
Tra le frasi celebri di Zanardi che girano meno, ce n’è una che dovrebbe essere stampata nei licei. Glielo aveva chiesto un’intervistatrice qual era il suo segreto, e lui aveva risposto in un modo che meritava di rimanere:
“Credo che la curiosità sia l’unica cosa di cui abbiamo bisogno nella vita. Se sei curioso troverai la tua passione. E i risultati che avrai saranno il risultato di quanta passione metterai nella tua vita”.
Anche qui, niente retorica. Una procedura logica: curiosità → passione → risultati. La sequenza di un uomo che dai sette anni costruiva kart con i tubi recuperati dal padre idraulico.
L’altra dimensione di Zanardi che le frasi-icona dimenticano è l’ironia. L’irriverenza, lo sberleffo all’esistenza. Quando un giornalista gli aveva chiesto come si gestiva con il mare e le piscine senza protesi, lui aveva risposto con una frase che è il riassunto del suo carattere:
“Ho perso le gambe ma mi butto in acqua e chi se ne frega!”.
Era l’altra faccia delle citazioni edificanti. Quella di un bolognese che davanti alle complicazioni teneva sempre un piede nell’autoironia. La stessa che lo portò a chiudere così, dopo aver completato l’Ironman delle Hawaii nel 2018: “Cercherò sempre nuovi progetti eccitanti. Perché no, la pesca con la lenza?”.
Sul senso del tempo e dell’ambizione, Zanardi aveva lasciato due frasi che sembrano fatte apposta per essere lette insieme. La prima dopo l’oro di Londra 2012, sul tracciato di Brands-Hatch dove aveva corso in F3000:
“A 20 anni si apprezzano i titoli, a 40 si apprezza solo quello che si fa ogni giorno”.
La seconda dopo le medaglie di Rio 2016:
“Non bisogna mai abbandonare i sogni un po’ folli. Se hai una speranza verso cui voltarti, devi andarci a fondo. La felicità è dietro l’angolo”.
Insieme dicono la traiettoria di un uomo che si era ricalibrato l’ambizione, ma non l’aveva spenta.
L’ultima frase pesa come un macigno e probabilmente in queste ore sta facendo piangere mezza Italia. Sono le ultime parole che Zanardi disse a un amico la mattina del 19 giugno 2020, poco prima di salire sull’handbike per quel giro tra le colline toscane che si sarebbe concluso con l’impatto contro il camion. Le riporta Il Messaggero tra le testimonianze raccolte oggi: a tavola, con il sorriso di chi non sa, Alex avrebbe detto:
“Con te adesso i giorni più belli della mia vita”.
Non avrebbe mai più parlato. Diciotto mesi di ospedale, le riabilitazioni durissime, la lunga convalescenza, fino alla morte di venerdì. La frase resta come un epitaffio non voluto: la felicità , dietro l’angolo, l’aveva già trovata.
C’è anche una frase celebre di Zanardi che riguarda un altro che il calendario ha portato via il primo maggio, trentadue anni fa: Ayrton Senna. Zanardi e Senna uniti dal destino, entrambi morti il primo maggio a 32 anni di distanza, è la coincidenza che il Napolista ha già raccontato. Ed è interessante quello che Alex disse di Ayrton in un’intervista:
“Ayrton era un genio, la sua passione faceva la differenza. Ricordo il primo Gran Premio, si sedette di fianco a me”.
Il dettaglio del primo GP — Senna che si siede accanto al ragazzo emiliano alle prime armi — è uno di quegli aneddoti minori che diventano enormi a posteriori. Due piloti destinati a morire a un giorno di distanza sul calendario, separati da trentadue anni e centinaia di chilometri di asfalto.
Le frasi celebri di Zanardi non sono tutte da motivational poster. Alcune sono ironiche, altre tecniche, altre intime. Insieme dicono di un uomo che ha vissuto due vite, ha vinto in entrambe, e in ognuna delle due si è raccontato senza retorica. Anche per questo l’avevamo già definito un gigante, una vita scritta da un sadico ma recitata da chi non si arrendeva mai.
L'articolo Frasi celebri di Alex Zanardi: “Sono un uomo fortunato”. Le otto citazioni meno raccontate del campione sembra essere il primo su il Napolista.
Il sabato della 35esima giornata di Serie A è il manifesto perfetto della stagione. Tre partite, due zero a zero, due reti in tutto. Como-Napoli si chiude sull’inevitabile pareggio del Sinigaglia, Atalanta-Genoa replica con la stessa formula a Bergamo, l’unica gara con dei gol è Udinese-Torino (2-0). Sommato al Pisa-Lecce di venerdì (1-2), il bilancio del weekend fino a stasera è di 5 reti in quattro partite. La media stagionale, che già era la peggiore da vent’anni, scende ulteriormente. Da 2,43 a 2,41 gol a partita.
I numeri parlano da soli. La Serie A 2025/26 ha realizzato 830 gol in 344 partite. Per chiudere sopra quota 1.000 — soglia che fino a tre anni fa era considerata fisiologica — servirebbe una media di 4,72 reti a partita nelle ultime 36 di campionato. Più che improbabile: irreale. Persino quota 900 è in bilico: bastano 1,95 reti a partita nelle ultime 36 per evitare l’umiliazione, ma considerando che il sabato della 35esima si è chiuso a 1,25 di media (5 gol in 4 partite), il rischio di scendere sotto i 900 totali si fa concreto. Sarebbe il record negativo dal ritorno a venti squadre nel 2004/05.
E non è solo il dato del ventennio. Come scrivevamo ad aprile sulla scorta dei dati Opta, la media attuale è la peggiore degli ultimi trentadue anni. Trentadue. Per ritrovare un dato simile bisogna risalire ai primi anni Novanta, quando il calcio italiano era un’altra cosa.
Il triennio nero sta per diventare quadriennio, e la curva è impietosa. Nel 2022/23 la Serie A aveva chiuso a 974 reti, media 2,56. Nel 2023/24 a 992 e 2,61 (il punto più alto del crollo, ironicamente). Nel 2024/25 a 973 e 2,56. Tre stagioni consecutive sotto i 1.000 gol — eventualità che, dal ritorno a venti squadre, si era verificata solo due volte: nel 2010/11 (955 reti) e nel 2015/16. Erano eccezioni, allora. Sono diventate la regola.
Quest’anno, con 830 reti a tre giornate dalla fine, la quarta stagione consecutiva sotto quota mille è praticamente certificata. E sarà la più povera di tutte. C’è anche il rischio concreto, per la prima volta in un torneo a venti squadre, di un capocannoniere sotto le 20 reti. Lautaro Martinez è in testa con 15 gol, alla pari con Riccordo Orsolini: in dicembre il Guardian lo definì “l’unico capace di segnare in una Serie A povera di gol”. A cinque mesi di distanza, e con la stagione quasi finita, la fotografia è la stessa.
L’aneddoto che meglio fotografa cosa sia diventata la Serie A è continentale. Nella classifica europea dei portieri con più clean sheet, in vetta, parla quasi soltanto italiano. Butez del Como — che oggi ha appena salvato la sua porta inviolata contro il Napoli — è in testa con Raya dell’Arsenal a 16 partite senza subire gol. Svilar della Roma è terzo. Poi Maignan, Sommer, Di Gregorio (13), Provedel e Carnesecchi (12). Sette portieri di Serie A nella top ten continentale.
Sembrerebbe il manifesto della scuola difensiva italiana. È invece il contrario: i nostri portieri non subiscono gol perché, di fronte, non c’è quasi nessuno che sappia farli. È la stessa Serie A in cui, come scrivevamo a gennaio, anche i gol che si segnano arrivano in larga parte da palle inattive — calcio piazzato, mischia, secondo palo. Spettacolo zero.
I motivi del record negativo gol della Serie A sono due, profondamente intrecciati. Uno è economico: la Serie A non ha più i mezzi per attrarre o trattenere bomber veri, e infatti tra i quattro giocatori sopra i dieci gol (Lautaro, Paz, Thuram, Douvikas) gli italiani non ci sono. Per trovarli bisogna scendere a otto (Scamacca, Pinamonti, Orsolini, Kean). Il secondo è culturale: la filosofia dominante resta conservativa, l’imperativo è ‘non prenderle’, il feticcio è il “corto muso”. Una volta trovato l’1-0, ci si barrica e si specula.
A questa filosofia il regolamento dà una mano: gli scontri diretti contano più della differenza reti generale, segnare un quinto gol sull’1-4 non serve. In Premier, in Bundesliga e in Ligue 1 ogni rete pesa per tutta la stagione. Da noi no. Si aggiunga che, come certifica un’analisi di marzo, in Serie A si gioca meno che in qualsiasi altro top campionato — 27 falli a partita, 53 minuti di pallone effettivo — e si capisce perché si segni così poco: meno tempo di gioco, meno occasioni, meno gol.
A questo punto si rischia anche di andare sotto i 900 gol totali. Sarebbe l’ultimo bastione che cade. La Serie A entrerebbe in un capitolo del proprio almanacco che nessuno aveva mai aperto. Ma il sospetto è che, a quel punto, non se ne accorgerà nessuno: se il prodotto non si guarda più, il record negativo dei gol è solo l’ultima delle conseguenze. Non la causa.
L'articolo Serie A verso il record negativo dei gol: dopo i due 0-0 della 35esima la media scende ancora a 2,41 sembra essere il primo su il Napolista.
C’è una bellezza che assomiglia a certi tramonti sul lungolago struggente, carica di promesse, ma maledettamente effimera. È la bellezza del Como di Cesc Fabregas, una creatura che palleggia con la grazia invidiabile e la presunzione di chi crede che il calcio sia, prima di tutto, un esercizio di stile. A Napoli si direbbe: “Sì, è bello, ma nun abballa”. Il Como ballicchia, in realtà , ma lo fa senza mai trovare il tempo del tango sotto porta. Dall’altra parte c’è il Napoli di Conte che non è retorica, no: se Fà bregas è lo sfumato, Conte è la massa. È materia bruta, è un muro di gomma che assorbe l’urto e restituisce noia, in un’accezione quasi filosofica. Il Napoli sbatte contro il muro del suo stesso pragmatismo, tiene la linea all’italiana con una tigna che sa di altri tempi, aspettando che i ragazzi in maglia lariana finiscano l’ossigeno e la poesia.
La partita vive di fiammate spezzate, con un sussulto che poteva cambiare lo spartito: McTominay prima, Matteo poi, ed entrambi potevano segnare il capolavoro del cinismo, l’elogio della sottrazione. Invece resta un punto che sa di poco, in una Serie A che ogni tanto si dimentica i ritmi europei per rintanarsi nel caro, vecchio catenaccio d’autore. Nel primo tempo Milinkovic-Savic decide di fare il portiere vero con un paio di guizzi, mentre nella ripresa si sporca i guanti solo su una deviazione fortuita. Quando il ritmo cala e la lucidità evapora, il Como smette di ricamare e inizia a scalciare, preda della frustrazione di chi ha tenuto il pallone tutta la sera senza cavarne un ragno dal buco.
Se Fabregas è retorica, Conte è grammatica: essenziale, fatta di verbi al passato remoto e pochi aggettivi. È il calcio ridotto all’osso, dove l’estetica è un lusso proibito. Il Napoli si è accontentato, guardando l’ultimo pallone utile e preferendo non rischiare, portandosi a casa il secondo zero a zero contro i lariani. Ci rimane la sensazione di una passione strizzata fino all’ultima goccia in questo sabato che non lascerà tracce negli almanacchi del cuore, ma solo un punticino in quello delle statistiche.
Ad ogni modo, la classifica non piange: il secondo posto è una vetta da conquistare ed è ampiamente alla portata di una truppa che sa come soffrire. Certo, a leggere certe cronache viene il dubbio che il senno sia andato a farsi un giro: sentire Nainggolan che critica Scott fa quasi sorridere, se non fosse che il calcio è diventato il regno del paradosso. Parliamo di un ragazzo che ha vinto uno scudetto da protagonista assoluto all’ombra del Vesuvio, mica di un rincalzo qualunque che passava di lì per caso come lui a Milano. Certe uscite ci riportano dritti al cassanismo più puro e delirante, a quel gusto dell’iperbole che portò il barese a paragonarsi a Baggio senza arrossire. Insomma, per tornare alle cose serie, quella del Napoli è una stagione da archiviare ma assolutamente non da azzerare. Questa rosa possiede una base d’acciaio, fondamenta solide su cui ricostruire un palazzo di pregio; l’unica vera urgenza è decidere il futuro di chi dovrà impugnare il timone, e occorre farlo in fretta prima che il vento cambi di nuovo direzione. Guiterrez è terzino vero e forte; Hojlund da solo è un peccato; Buongiorno accanto a Rrahmani è un altro giocatore. Forte.
L'articolo Se Fabregas è retorica, Conte è grammatica sembra essere il primo su il Napolista.
In conferenza stampa, Cesc Fabregas apre con un’autoanalisi divertita: “Per far felice qualcuno devo dire che sono incazzato per non aver vinto, per altri grande prestazione”. Non sceglie. È entrambe le cose, perché lo 0-0 di Como-Napoli è — dal suo punto di vista — esattamente questo: il rammarico per i tre punti mancati e l’orgoglio per aver tenuto testa per novanta minuti ai campioni d’Italia.
La prima parte della conferenza è dedicata alla lettura tattica della partita. Fabregas la rivendica con chiarezza:
“Abbiamo preparato la partita nella maniera in cui abbiamo giocato, abbiamo pressato come dei matti, fatto contropiedi, fatta densità in mezzo al campo, abbiamo fatto una partita scomoda per loro ma non è bastato per vincere. Giocando così accetterei di perdere, non aspetterei mai l’avversario ma stiamo crescendo tantissime volte: qualche volta abbiamo perso e qualche volta abbiamo vinto”.
E poi la frase che pesa più di tutte:
“Quando fai di tutto per andare uno contro uno contro il portiere e non segni vuol dire che qualcosa manca”.
È il punto onesto. Il Como ha trovato Douvikas a tu per tu con Milinkovic-Savic all’8′ e l’attaccante greco non ha trovato la rete (Rrahmani salva sulla linea), Diao smarcato da Nico Paz al 31′, altre due o tre occasioni nitide. Tutto questo contro un Napoli che come ha ammesso anche su queste pagine il Napolista è arrivato lento e svogliato, eppure Fabregas non ha portato a casa i tre punti. Quel “qualcosa manca” è il punto vero — e arriva subito dopo nella sua riflessione.
La frase che firmerà la conferenza è arrivata pochi minuti dopo. Parlando della differenza tra la giocata e il gol mancato, Fabregas ha ammesso senza giri di parole:
“La giocata l’abbiamo fatta, poi fare gol o meno dipende anche da chi hai in campo: Harry Kane o Ronaldo magari fanno tripletta, ma i ragazzi in attacco hanno fatto una prestazione difensiva incredibile”.
Detto da uno che il calcio internazionale lo ha frequentato da campione, e da uno che oggi siede su una panchina che cresce, è una dichiarazione che non si può liquidare come banale. Il Como di Fabregas ha Douvikas (12 gol in stagione) come miglior marcatore, Morata in panchina, qualche giovane di prospettiva. Mancano i sessanta-gol-a-stagione di Kane o Cristiano Ronaldo — letteralmente — ed è il delta che separa una squadra da Champions in costruzione da una squadra che lo scudetto lo gioca davvero. Il tecnico catalano lo dice senza vittimismo: “Non possiamo aspettarci di vincere tutte le partite, altrimenti staremmo lottando per lo scudetto: manca qualcosa per andare ad un livello top, ma lo sapevamo”.
L’altra cifra della conferenza è la lucidità del piano. Fabregas non sta costruendo una vittoria, sta costruendo un ciclo. E lo dice in modo esplicito:
“Quanta più continuità abbiamo con questi ragazzi, tra 3-4 anni vedremo molte più vittorie. Questi ragazzi me la danno, mi ricordo la partita di Sassuolo, di Parma all’andata, altre partite negative ma su oltre 40 partite ce ne sono davvero poche. Guardate dov’erano un anno e mezzo fa, e guardate dove sono adesso”.
Una squadra giovane che gioca un calcio aggressivo, un tecnico che si prende il rischio di “andare uno contro uno e accettare di perdere giocando così” piuttosto che congelare il pari. È il rovescio della medaglia rispetto a un Napoli — campione d’Italia in carica — che come scrivevamo dopo il pari ha ancora un dossier De Bruyne aperto e un finale di stagione tutto da definire. Conte, intanto, ha difeso il belga in conferenza dicendo che “sta come stava contro la Cremonese, ha fatto la sua parte”. Due tecnici, due conferenze, due visioni diverse della stessa partita.
E poi c’è la chiusura asciutta su Nico Paz, dopo che in sala Dazn aveva respinto le voci di mercato con il suo “E chi ve lo dice?”. In sala stampa, Fabregas si limita a: “Ha fatto una buona partita”. Tre parole. Più della metà di quello che si poteva dire, in uno scenario in cui il Real Madrid ha già la clausola pronta.
Il Como esce dal Sinigaglia con un punto e una conferenza stampa che vale doppio: non per quello che dice oggi, ma per come prefigura il domani. E con un tecnico che ha la lucidità di ammettere che gli manca un Kane senza piangerci sopra.
L'articolo Fabregas: “Incazzato per non aver vinto. Con Harry Kane o Ronaldo facevamo tripletta” sembra essere il primo su il Napolista.
A microfoni accesi, Fabregas sceglie la difesa secca. La domanda di Dazn era inevitabile — Nico Paz lascerà il Como a fine stagione? — e la risposta del catalano arriva con un piglio che sa più di insofferenza che di smentita: “E chi ve lo dice? Non è il momento di parlare di questo, mancano tre partite”. Non un “no” tecnico, non una smentita di sostanza: una chiusura del discorso, fatta col tono di chi non vuole vedere oltre il finale di stagione.
Il problema, per Fabregas, è che sui fatti il film è già girato. Fabrizio Romano lo scrisse a settembre, e il Napolista lo ha riportato con dovizia di dettagli: la prossima estate Nico Paz tornerà al Real Madrid per soli 10 milioni di euro. La cifra reale, peraltro, è anche più bassa: 9 milioni se il Real esercita la clausola entro il 30 maggio, 10 milioni se aspetta fino al 2027. E in mezzo c’è l’Inter, che da ottobre è in pressing per il talento argentino, anche se il contratto e il diritto di prelazione lavorano a favore dei blancos.
Per Ancelotti, Nico Paz è semplicemente il futuro del Real Madrid. E quando un giocatore di 21 anni con 13 gol e 7 assist in Serie A, valutato sessanta milioni dal mercato, ha una clausola di riacquisto a meno di un sesto di quel valore, la matematica vince sulla retorica della “squadra in costruzione”. Fabregas fa benissimo a difendere il presente del suo Como — e a non distrarre il giocatore nelle ultime tre giornate — ma il “chi ve lo dice?” rivolto ai giornalisti di Dazn è una difesa formale, non sostanziale.
Sul resto della partita, Fabregas alterna soddisfazione e auto-critica. “Considerando chi erano questi giocatori un anno e mezzo fa, io sono molto orgoglioso. La crescita dei ragazzi l’ho percepita, io sono molto esigente con i miei ragazzi. Non dimentico 4-5 partite, ma nel 90% delle volte mi danno tantissimo. Io li conosco tutti, credo in loro, conosco il loro valore, so dov’erano un anno e mezzo fa e so che sono molto esigente”. L’inciso “non dimentico 4-5 partite” è il più interessante: il tecnico catalano tiene un suo registro mentale, e quattro o cinque gare di questa stagione — tipo la rimonta subita in casa contro l’Inter o le sconfitte interne degli ultimi mesi — pesano nel giudizio. Non un perdono generico: una memoria selettiva.
Sul calcio: “Il calcio totale si deve saper fare. Vogliamo portare un ritmo alto, un calcio adatto a quello che vogliamo fare. Dobbiamo migliorare tantissimo, stiamo costruendo una squadra giovane e dobbiamo continuare così”. È la dichiarazione di principio di chi pensa al ciclo, non al singolo risultato. Coerente con quello che ha mostrato il Como in questa stagione: alcune sere abbagliante, altre sere fragile.
L’ultima curiosità arriva sulla giocata da palla inattiva di Da Cunha che ha sfiorato il vantaggio del Como. “Chi segue il Como sa che non è la prima volta che battiamo così. È un po’ diverso dal PSG”, chiude Fabregas con una battuta. Il riferimento è all’altra semifinale di Champions, il 5-4 tra Psg e Bayern Monaco — partita che il Napolista ha raccontato anche con le parole di Valdano su El PaÃs, dove le rigide cuciture dell’ordine tattico sono saltate sotto i colpi dell’orgoglio puro. Il Como di Fabregas è altra cosa, ma il calcio totale a cui aspira lo spagnolo passa anche da dettagli come questo: una palla inattiva studiata che non è figlia del caso.
Resta il punto centrale. Fabregas ha tre giornate per dimostrare di poter chiudere la stagione tra le prime sei — che varrebbe l’Europa, anche se non la Champions. E ha tre giornate per godersi il suo Nico Paz, prima che il Real Madrid eserciti una clausola che è scritta nero su bianco, e che nessuna conferenza stampa può cancellare.
L'articolo Fabregas: “Nico Paz via a fine stagione? E chi ve lo dice? Non è il momento” sembra essere il primo su il Napolista.
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